foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

 

Dr Antonio Giangrande  

 

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QUANTE FORZE OCCULTE CI GOVERNANO, OLTRE LE LOBBY E LE CASTE ????

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

P2, P3, P4: LA STORIA SI RIPETE

 

VIDEO REPORTAGE VOYAGER

 

VIDEO REPORTAGE ATLANTIDE

 


PARLIAMO DI MASSONERIA

In internet un file ‘anonimo’ con tutti i dati. Ma non è aggiornato. 32 logge in Umbria fra Perugia, Terni, Spoleto, Foligno, Castello e Umbertide.

E’ spuntato in internet ed ha già attirato la curiosità di molti. E’ il file in formato excel dove sono riportati i nomi dei 26.409 iscritti alla Massoneria italiana. Con tanto di data di nascita, residenza, e professione. Il percorso è presto detto: si parte da Google e, una volta inserita nella stringa la parola chiave “elenco massoni” ecco che al primo posto (su un totale di 58.500 voci) fa bella figura di sè il “files.meetup.com/207935/pidue.xls”. Basta un click e il gioco è fatto.

Il documento non è di per sè una novità: si tratta di una lista datata, vecchia almeno di più decenni, già in parte pubblicata da quotidiani. Nel 1998 ci provò anche la rivista “Cuore” a pubblicare, a puntate, tutta quella massa di dati, ma l’esperimento si fermò al terzo numero. Nel 2004 il file arrivò alla redazione di Macchianera che non lo pubblicò perchè ormai era già disponibile nei siti peer to peer. Ma è evidente che chi oggi l’ha messa in rete, ha voluto gettare benzina sul fuoco del sempre tanto discusso e dibattuto tema della fratellanza: non fosse che lo stesso file, in chiusura, è stato ribattezzato “pidue”, quando nessuno dei 26mila risultava iscritto in quello della P2 di Licio Gelli che finì nel mirino della magistratura. Perchè, vale ricordarlo, essere iscritti ad una loggia non è reato. Diverso fu il caso della P2 i cui affiliati finirono coinvolti in diverse inchieste di eversione, stragi, depistaggi e tentato colpi di Stato. Ma torniamo al file. Alcuni di quella lista sono morti. Un centinaio infatti sono quelli che oggi avrebbero più di 100 anni. Non furono pochi quelli che, all’indomani dell’inchiesta del procuratore Agostino Cordova, uscirono dalla massoneria. “E’ fu un bene – dicono dagli ambienti ternani – molti erano entrati non perchè credessero nei nostri valori, ma perchè convinti che avrebbero potuto beneficiare di chissà quali favori. Chi ci credeva e ci crede è rimasto e alla fine quella indagine si rivelò una fortuna per l’onorabilità della massoneria”. Quelli rimasti hanno proseguito il loro ‘percorso’. A guardare quell’elenco c’è chi ha avuto fortuna. Ma c’è anche a chi non è andata affatto bene. Eccoli tutti insieme, tutti e 26.409: docenti, medici, impiegati, avvocati, commercianti, ferrovieri, geometri, ingegneri, agricoltori, bancari, farmacisti, architetti.

LA LISTA UMBRA: nel 1992 erano poco più del 4% gli umbri iscritti alle varie logge. 845 quelli residenti nella provicnia di Perugia, 232 in quella di Terni. La parte del leone la facevano i nati nel capoluogo di regione (562), seguiti da Terni (156), Città di Castello (65), Foligno (35), Gubbio (17), Spoleto (16), Bastia Umbra (13), Assisi (11), Amelia (7) etc..

LE LOGGE: Tre i principali Ordini massonici. Il Grande Oriente d’Italia (GOI), il più numeroso con i suoi 30mila iscritti, la Gran Loggia Regolare d’Italia (GLRI) e la Gran Loggia d’Italia, l’unica a concedere l’accesso alle donne. Tutte hanno il loro sito internet al quale hanno affidato persino gli indirizzi delle loro strutture. Un po’ più difficile avere la lista degli iscritti (per quanto gli elenchi sono pubblici e dunque consultabili presso i rispettivi uffici). Grazie ad un iscritto ad una loggia di Perugia è possibile tracciare un quadro più aggiornato sugli iscritti in Umbria.

G.O.I: è la più antica, nata nel 1805 (il primo Gran Maestro fu Eugenio De Beauharnais, figliastro di Napoleone Bonaparte), e la più numerosa. Attualmente è presieduta dall’avvocato Gustavo Raffi. 29 in tutto le logge umbre, 24 in provincia di Perugia, 5 in quella di Terni. Perugia: La loggia storica per eccellenza è la “Francesco Guardabassi” (n. 146), una delle 18 logge perugine che vantano ca. 1.300 affiliati. Seguono “Fede e Lavoro”, “Riccardo Granata”, “Mario Angeloni”, “I Figli di Horus” (che si richiama al rito egizio di Memphis e Misraim), “Fratelli Bandiera”, “Concordia”, “Ver Sacrum”, “Bruno Bellucci”, “Luca Mario Guerrizio”, “Francesco Baracca”, “La Fermezza”, “Guglielmo Miliocchi”, “Humanitas”, “La Fenice”, “Quatuor Coronati”, “XX Giugno 1859” e “Enzo Paolo Tiberi” (la più recente, n. 1.325). Città di Castello: 150 i “muratori” che compongono le 4 logge presenti a Città di Cstello, ribattezzate “XI settembre”, “I Liberi”, “Armonia” e “Atlantide”. A Foligno sarebbero una trentina gli affiliati alla “Domenico Benedetti Roncalli” mentre un po’ di meno quelli alla “Luigi Pianciani” di Spoleto. Terni: cinque le logge per circa 200 iscritti. La prima ad essere aperta è la ‘Tacito’ seguita dalla “Giuseppe Petroni”, “Paolo Garofoli”, J.W. Goethe” e “Alessandro Fabri”.

G.L.R.I.: fondata da Giuliano Di Bernardo a seguito dello scisma nel 1993 dal GOI. Attualmente è presieduta dal dottr Fabio Venzi. In Umbria vanta un centinaio di iscritti e 4 logge: la “Luigino Marra” di Spoleto, Piero della Francesca” e “San Bevignate” di Perugia e la “Braccio Fortebraccio” di Umbertide. Tutte operano nel capoluogo di regione dove gli iscritti si ritrovano, a cadenza settimanale, in una nota struttura ricettiva.

G.L.I. (Obbedienza di Piazza Del Gesù Palazzo Vitelleschi): E’ un “Ordine iniziatico di uomini e donne”, l’unica infatti ad aprire le porte anche alle donne. Fondata nel 1910 è oggi retta dal professor Luigi Pruneti. La sede umbra (per gli Orienti di Terni e Perugia) è presso il Centro Sociologico Italiano in Via Valentini a Perugia. Gli iscritti sarebbero una cinquantina.

L'INCHIESTA di  CURZIO MALTESE su “La Repubblica”: Chi comanda nelle città. Perugia, il potere soft tra Medioevo e futuro.

Un viaggio in Umbria è sempre un viaggio nel tempo, in molti sensi. Anzitutto, non bisogna aver fretta. Il cuore d'Italia ha il battito lento, la terra dove "la calma si trova a due passi dalla passione" (De Musset) attira più pellegrini che turisti. Non solo ad Assisi. In fondo anche i milioni di visitatori di Umbria Jazz, di Eurochocolat, di "Cantine Aperte" e della marcia della Pace, a modo loro sono in pellegrinaggio verso santuari laici. Disposti a perdersi nell'incanto dei paesaggi, nelle valli belle come la Toscana, ma meno oleografiche, più ruspanti e segrete. Di gran moda fra le star, come Sting e Bruce Springsteen, che hanno appena traslocato famiglie e clan dal Chiantishire a Montone. Ed è un viaggio nelle epoche, in una regione sospesa fra Medioevo e futuro. Come la pittura umbra, che salta dal Perugino a Burri. Perugia, l'"Oxford italiana" di Indro Montanelli, con la sua università antica di sette secoli, le mura alte e perfette, la Rocca Paolina, è un museo vivente ma anche il laboratorio sociale di un felice "melting pot" all'italiana, con una popolazione di immigrati fra le più alte e un indice di criminalità fra i più bassi. Non esiste consiglio comunale che non abbia consiglieri immigrati ed è palestinese il deputato di Perugia, Ali Rashid di Rifondazione. L'università per gli stranieri è il miglior ponte culturale fra Italia e Cina, per non dire l'unico, visto che qui studia la metà degli studenti cinesi presenti nel nostro Paese. L'euforia di un'aria pulita, il carezzevole tratto degli orizzonti, lo splendore dell'arte, il profumo stordente dei fiori e delle utopie, tutto rende questa terra a prima vista paradisiaca. Perfino la globalizzazione in Umbria è stata dolce. E' arrivata prima che altrove, con i due colossi industriali, la Buitoni-Perugina e le acciaierie di Terni, finite nelle mani di Nestlè e Krupp. In compenso la perugina Colussi è diventata una multinazionale e fa shopping nel mondo dei marchi (Misura, Liebig, Sapori, Flora) e le medie imprese innovative si sono organizzate per rispondere con guizzi di originalità e oggi c'è chi vende frigoriferi agli eschimesi, legno ai canadesi, energia solare agli spagnoli, cioccolata agli svizzeri, cashmere agli indiani, jazz agli americani.  Medioevo e futuro s'intrecciano nelle strutture del potere. Perugia è un groviglio di circoli chiusi, impenetrabili come fortezze, con una massiccia presenza della massoneria: trentaquattro logge in una città di 160 mila abitanti. Il tradizionale legame fra università e massoneria si attiva molto in queste settimane di campagna elettorale per i rettorati. Sono favoriti gli uscenti, il microbiologo Francesco Bistoni all'università per italiani e l'italianista Stefania Giannini agli stranieri, ma si combatte a colpi di comizi e riunioni. E' la vera campagna elettorale perugina. Le altre si chiudono di fatto quando i Ds locali comunicano i nomi dei candidati alle poltrone di sindaco, presidenti di provincia e regione, seggio alla Camera e al Senato. E' diviso in feudi anche il potere nell'informazione, con i due giornali di Perugia, il Giornale dell'Umbria e il Corriere dell'Umbria, in mano a due cementieri, entrambi eugubini, il gruppo Colaiacovo (colosso con tremila dipendenti) e il concorrente Barbetti, che li usano per farsi la guerra, in omaggio a un vecchio adagio umbro: "Il sogno segreto/ dei corvi di Orvieto/ è mettere a morte/ i corvi di Orte". Con una netta prevalenza di Carlo Colaiacovo, al centro di un sistema di potere che comprende anche tre tv locali, la presidenza dell'associazione industriali e della fondazione bancaria, senza farsi troppi scrupoli di conflitto d'interessi. Eppure nel Medioevo umbro si aprono squarci di modernità. Non c'è forse un'altra regione in Italia, per esempio, dove s'incontrino altrettante donne nei posti di comando. Tutte nipotine di Luisa Spagnoli, la pioniera che nel 1907 fondò la Perugina, inventò il celebre "Bacio", si dice per amore di Francesco Buitoni, e poi la celebre catena di negozi, oggi gestita con talento dalla pronipote Nicoletta. Sono le sorelle Maria Grazia e Teresa a mandare avanti la Lungarotti, colosso del vino. Una quarantenne di Foligno, Catia Bastioli, amministratore delegato della Novamont, ha progettato una plastica biodegradabile e per questo è candidata al premio di inventore europeo dell'anno. Sono donne i sindaci di Todi e Città di Castello, la rettore dell'università degli stranieri e naturalmente lei, la "regina dell'Umbria", la presidente Maria Rita Lorenzetti. Contraria alle "quote rosa" perché non ne ha mai avuto bisogno. A meno di trent'anni era sindaco di Foligno, a trentacinque presidente della commissione parlamentare dell'ambiente, a quaranta (nel 2000) prima e unica governatrice d'Italia, riconfermata nel 2005 con un plebiscito, il 63,2 per cento, record nazionale. A conferma di una regione al femminile, come testimonial della Regione Umbria si è offerta Monica Bellucci, nata a Città di Castello. La popolarità della "regina" Lorenzetti si spiega con la ricostruzione dopo il terremoto del 1999 e con la fama di politico più antiberlusconiano d'Italia per via di alcune clamorose polemiche con l'ex presidente del Consiglio, sulla marcia Perugia-Assisi, sul 25 aprile e appunto sul terremoto. "Quando crollò quella scuola in Molise, Berlusconi ebbe il coraggio di dire: non faremo come l'Umbria. Perché non viene adesso a vedere come sono stati restaurati i borghi, più belli di prima?". Tutto vero, con qualche eccezione. Per esempio il centro storico di Nocera Umbra, ancora in macerie. "Guarda caso, l'unico dove c'è un sindaco di destra", risponde pronta. "Siamo circondati da una fama di regione vecchia, bella ma immobile. I problemi ci sono, a partire dall'invecchiamento della popolazione, duecentomila pensionati su ottocentocinquantamila abitanti. Ma guardi Perugia, il modo in cui ha integrato gli stranieri, eliminato il traffico cittadino con le scale mobili che ci copiano da tutto il mondo, inventato manifestazioni di successo nel mondo. Provi a visitare i nuovi distretti tecnologici verso il Trasimeno, a parlare con i giovani imprenditori e vedrà che stiamo vivendo una piccola rivoluzione". Seguo il consiglio e a una decina di chilometri da Perugia, vicino Corciano, visito quella che è forse la più piacevole fabbrica del mondo, la Cucinelli. Un borgo del '300, Solomeo, del tutto restaurato, dove le operaie lavorano nei casolari, all'ombra degli affreschi, guadagnano il doppio delle colleghe dei maglifici senza mai fare un'ora di straordinario e mangiano in una mensa da Gambero Rosso. Brunello Cucinelli, 43 anni, è il re del cashmere, esporta in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, ora in Cina e India, ma è l'esatto contrario dell'esangue e manierato stilista. Figlio di contadini, un passato di estremista, ha l'aria del francescano di sinistra e ricorda da vicino Mario Capanna. La sua rivoluzione l'ha fatta con i colori e il cashmere, ma ora si preoccupa "di restituire alla società una parte della mia fortuna". Ha salvato Solomeo dalla distruzione, adesso pensa a costruire un teatro neoclassico, che Luca Ronconi dovrebbe inaugurare, parchi per la meditazione religiosa, fondazioni benefiche. Cita Sant'Agostino, San Benedetto e Aristotele molto più di quanto non parli del bilancio consolidato o delle sfilate milanesi. In maniera perfino sospetta per uno che aumenta il fatturato del 20 per cento all'anno. E' presidente dei quindici teatri umbri, uno più bello dell'altro, e direttore dello Stabile di Perugia. Come quasi tutti gli industriali umbri, coltiva ulivi e vigne. "L'amore per il territorio era un lusso e oggi è diventato un marchio di garanzia nei mercati internazionali". Un altro imprenditore filosofo è Gianluigi Angelantoni, erede di Giuseppe, a capo di un'altra fabbrica-convento, sullo splendido Cimacolle davanti a Todi, che è un gioiello della tecnologia italiana. L'Angelantoni è specializzata in ingegneria del freddo, ha costruito simulatori ambientali usati in cinque continenti, il più avanzato simulatore per testare i satelliti, venduto all'India e inaugurato nel febbraio scorso a Bangalore durante il viaggio di Prodi, il sistema per conservare l'Uomo di Similaun e altro ancora. La prossima scommessa di Gianluigi Angelantoni è il progetto Archimede, in collaborazione col premio Nobel Rubbia. "E' un nuovo sistema di produzione di energia solare mutuato dallo stesso concetto degli specchi ustori di Archimede" spiega. "Sarà destinato ad abbattere i costi dell'energia solare. Gli spagnoli l'hanno già prenotato su vasta scala. In Italia, come sempre, siamo molto prudenti...". La terza tappa dell'Umbria Jazz Economy mi porta in una specie di giardino dell'Eden, a Montefalco, la terra del Sagrantino. Le industrie Caprai, settore tessile, hanno trasformato in business il tradizionale hobby degli industriali umbri per la vinificazione. Marco Caprai ha investito sul Sagrantino, vino originalissimo e fra i migliori d'Italia, quando nessuno ci credeva. Il risultato è un boom paragonabile a quello del Brunello negli anni Novanta. E' appena tornato dalla California, dove due produttori gli hanno chiesto una consulenza per riprodurre il Sagrantino: "Avevo soltanto capito che prima o poi la gente si sarebbe stufata di bere soltanto Merlot, Cabernet e Chardonnay, bastava aspettare e resistere". Al ritorno a Perugia incontro Eugenio Guarducci, 42 anni, autentico mito nascente dell'imprenditoria umbra. E' l'uomo che ha inventato Eurochocolate, un milione di visitatori, una sagra della cioccolata moltiplicata per mille. "Sono uno che ha inventato l'acqua calda" dice lui. "Che cosa ci voleva? Perugia è la città dei baci di cioccolata, la capitale della dolcezza. La città è bellissima e gli stranieri ci vengono sempre volentieri. Bastava soltanto mettere i manifesti". Peccato che nessuno ci avesse pensato prima. Dopo il successo di Eurochocolate, anche gli svizzeri si sono accorti di non averci pensato prima e hanno chiamato Guarducci per organizzare la festa europea della cioccolata. Intanto a Perugia, con gli incassi della fiera, ha aperto un centro congressi e una catena di alberghi tematici, uno dedicato naturalmente alla cioccolata, un altro al vino e il terzo, appena inaugurato, al jazz. Grazie ai Cucinelli, Angelantoni, Caprai, Guarducci, alla vivacità dell'imprenditoria al femminile, l'Umbria cresce più del resto d'Italia e ha l'indice di disoccupazione più basso al di sotto della pianura padana. Qualche anno fa Ernesto Galli della Loggia, in un lungo dialogo con il deputato diessino Stramaccioni, dedicò un pamphlet ("Rossi per sempre") all'Umbria come metafora del declino nazionale. Se questo è il declino, ci possiamo stare.

I massoni di Perugia: questa persecuzione deve finire. Dall’archivio de “Il Corriere della Sera” l’inchiesta di Bruno Tucci. LA CAPITALE DEI VENERABILI. Mille affiliati. Li accusano di condizionare la città e loro: "Siamo eredi dei laici che hanno sconfitto il Papa Troppe calunnie, quel magistrato viola il codice. Mille iscritti alle logge sparsi per la provincia: tutti nelle stanze dei bottoni. Ospedali, banche, università e poi ancora in magistratura, negli ordini professionali, tra gli avvocati, i medici, gli ingegneri fino alle istituzioni. La mappa della massoneria in questo lembo del Paese raggiunge percentuali da capogiro. Perugia si sente afflitta e condizionata? "Non diciamo eresie", esclama il presidente del collegio venerabile, Giancarlo Zuccaccia. "Chi ha conquistato posti importanti nella società non lo deve certo a noi, ma esclusivamente alla propria professionalità". Eppure, le accuse sono specifiche: vengono da un giudice calabrese che punta il dito contro i massoni e cerca di inchiodarli con elementi e prove inconfutabili. Lo avrete capito: il magistrato in questione è Agostino Cordova, procuratore di Palmi, il quale sta combattendo una battaglia personale in un campo così delicato e difficile. Le parole di Cordova non ammettono dubbi di sorta. In Umbria, e specificamente nella provincia di Perugia, i massoni sono tanti, troppi e condizionano la vita della città. Tutto passa attraverso il controllo delle logge: assunzioni, promozioni, avvicendamenti, scatti di carriera. Come mai? Semplice: al timone della barca ci sono loro e soltanto loro. "Fandonie, fesserie, calunnie", risponde a tono Giancarlo Zuccaccia, presidente dell' Ordine degli avvocati dall'ottobre del 1992. Sibila: "Sono stato eletto con 250 voti. Dovrebbero avere tutti una stessa etichetta, secondo Cordova. Ed invece, non è così, glielo posso assicurare. La verità è che questo magistrato ha preso di mira la massoneria. Ha sguinzagliato per tutta Italia i suoi scherani e siccome non è riuscito a trovare un bel nulla, allora tira fendenti alla cieca. Ma, attenzione, sta violando il codice penale". Un' accusa pesante, avvocato... "Già, è vero. Allora non la scriva. Però, rimane il fatto che noi siamo alla gogna, criminalizzati per episodi che non esistono. Siamo stanchi, mi creda, perché ne dobbiamo sopportare di tutti i colori". Dunque, non avete stretto tra di voi patti di alleanza spartitoria? Insomma, una specie di lottizzazione massonica? "Non scherziamo. Chi di noi raggiunge risultati professionali lo deve soltanto alla bravura ed all'onestà. Il resto sono chiacchiere che non stanno né in cielo, né in terra". Il presidente venerabile si difende, ammette che in Umbria ci sono 24 logge tra Perugia, Terni, Spoleto e Città di Castello, ma non vuole sentir parlare di favoritismi e di clientelismo. Sono parole sconosciute nel vocabolario dei massoni. Ma chi sa e conosce Perugia e dintorni non è d'accordo. Legge delle indagini condotte da Agostino Cordova e si frega le mani. "Finalmente! Era ora", grida qualcuno. "Questa storia, prima o poi, doveva pur finire. Speriamo si faccia in fretta, perché i giovani non ne possono più di un simile condizionamento". Parlano i perugini che non hanno niente a che spartire con la massoneria, però si trincerano dietro l'anonimato. Hanno paura di tarparsi le ali, di non poter combinare più nulla in futuro, se dovessero essere scoperti. Con tale premessa vanno avanti nel racconto e confessano al cronista che chi non sta dalla parte dei massoni incontra grossi ostacoli. I favoritismi sono a senso unico. Un esempio: se vuoi assicurarti un posto o se desideri compiere un salto di qualità, non hai altra scelta se non rivolgerti a quelli che contano. E, guarda caso, nelle stanze dei bottoni ci sono soltanto loro. Così è all' università, nelle banche, in ospedale, negli enti pubblici, dappertutto. "Noi agiamo alla luce del sole", replica Giancarlo Zuccaccia. "Non siamo un partito, abbiamo sempre combattuto la lottizzazione", aggiunge un altro "fratello perugino", l'avvocato Giacomo Borrione. "Anzi, sa che cosa le dico? E' vero il contrario: abbiamo sofferto l'infiltrazione dei partiti. Noi interveniamo soltanto quando un "fratello" è in stato di bisogno. E chi aiuta non appare, rimane tutto avvolto nel segreto". La voce di popolo grida a gran voce l'esatto contrario. Cita nomi, cognomi di affiliati: gente di potere che solidarizza solo con chi è iscritto. Ad esempio, la famiglia De Megni, sulla quale sono stati spesi fiumi di parole. "Alle cene annuali in casa loro partecipa il fior fiore della massoneria, il vertice delle logge umbre". Non si salva nessuno, nemmeno il rettore dell'Università, alcuni commissari di polizia, ufficiali dei carabinieri. Chiacchiere? "Se sono bugie, lo vedrete il giorno in cui Cordova avrà completato la sua inchiesta", rispondono i perugini. Giancarlo Zuccaccia va su tutte le furie: "Io ai pranzi di De Megni non ci sono mai stato. Se mi chiedete se sono massone, rispondo di sì. Sono apparso in gonnellino pure alla tv. Ma non andiamo oltre, parlando di sette, di logge segrete, di clientelismo. Il venerabile Licio Gelli (come lo chiamate voi) lo abbiamo espulso nel 1976, avete capito?". Ed allora perché tanti massoni a Perugia o in Umbria, se preferisce? "E' semplice: perché siamo laici ed abbiamo subito la dominazione pontificia per 400 anni. Lo sa che il 20 giugno, puntualmente, Perugia festeggia la cacciata dei papalini? Ed è una festa a cui partecipa tutta la città, comune compreso. Questa persecuzione di Cordova deve finire. Io ho subito minacce telefoniche e sono in allarme per la mia incolumità". In Corso Vannucci, la strada dello struscio, scuotono la testa e commentano: "I massoni? Se non stai con loro, è meglio che emigri. Sono forti, fortissimi ed hanno tutte le leve del potere. Quindi..."

MASSONERIA – I MAGISTRATI DALLA A ALLA ZETA, di Rita Pennarola (pubblicato il 7 gennaio 2010) su “La Voce delle Voci” e ripreso da tantissimi siti web.

Può un magistrato venir meno al vincolo di fedeltà giurato, pena la morte, per entrare in massoneria? E quali prove possono addurre quei giudici o PM che affermano di esserne usciti? Qui sentiamo alcuni esperti e passiamo in rassegna le carriere di tante toghe che sicuramente quel patto di sangue lo avevano sottoscritto. Molti sono ancora in servizio. E rivestono ruoli apicali. Gli italiani lo hanno capito da tempo, a reggere davvero le sorti del Paese non sono né le banche né le istituzioni democratiche e nemmeno la magistratura: sono i massoni – regolari o, quasi sempre, appartenenti a logge coperte – che proprio in quei tre ambiti sono capillarmente infiltrati. A confermare questa consapevolezza arriva, da ultimo, il sondaggio lanciato sul sito della Voce, al quale hanno partecipato 466 lettori: un piccolo ma significativo campione, secondo il quale (56,8%) sono sempre loro, i confratelli, a detenere saldamente le leve del potere. E tutto attraverso quel vincolo di segretezza che, dopo l’iniziazione, si può cancellare solo con la morte. Lo dicono, chiaro e tondo, le parole stesse del giuramento: «prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra». Chiaro, no? Come la mettiamo, allora, con quei confratelli che rivestono ruoli apicali in settori nei quali è richiesta la loro facoltà decisionale? Basta insomma, per fare un esempio, che qualche magistrato se la cavi dicendo frasi del tipo «La massoneria? Io l’ho lasciata da tempo…», senza poterlo in alcun modo provare? E come si comporterà se l’imputato – o, più spesso, l’avvocato di quest’ultimo – è un grembiulino come lui? Cominciamo dal primo quesito. Giuseppe De Lutiis, uno fra i più autorevoli studiosi di eversione e di poteri occulti, consulente di numerose Procure della Repubblica, non ha dubbi: «dalla Massoneria si esce solo nel caso in cui si venga espulsi. Altrimenti si rimane “in sonno”, una condizione comunque revocabile in qualsiasi momento». Aggiunge un altro consulente, più volte fin dagli anni ‘80 al fianco dei PM in indagini sulle Logge segrete: «accade con una certa frequenza che un massone in sonno decida di rientrare tra i confratelli attivi, anche perché spesso la scelta dell’“assonnamento” è dovuta all’assunzione di cariche pubbliche. Il suo ritorno viene vissuto come una festa: non solo non occorre rifare tutti i complessi rituali dell’iniziazione, ma spesso riceve in dono il passaggio ad un grado superiore rispetto a quello che aveva lasciato. Questo indica che dalla massoneria non ci si può “dimettere”: loro lo vivono come un battesimo, che non prevede alcuna possibilità di “sbattezzarsi”». Tutto ciò riguarda le Logge regolari, con tanto di elenchi depositati, mentre sulle eventuali “norme” vigenti fra i massoni coperti non è possibile azzardare ipotesi. Di sicuro, il giuramento non viene meno né potrà essere mai svelata l’identità dei confratelli. Quali siano le “punizioni” per chi trasgredisce, si può a questo punto solo immaginarlo. È sulla base di questa premessa che siamo andati a cercare chi sono, dove sono ora e cosa fanno alcuni magistrati sulla cui originaria affiliazione massonica non ci sono dubbi. I 37 nomi che qui di seguito proponiamo, infatti, sono presi per buona parte dagli unici elenchi (comprensivi delle Logge coperte) che siano mai venuti alla luce: quelli sequestrati nel ‘92 dall’allora procuratore capo di Palmi Agostino Cordova. Altri nomi li abbiamo invece ricavati dall’elenco ufficiale dei massoni pubblicato nel 2008 dalla Voce, che non include la consistente fascia di vip affiliati ad obbedienze cosiddette “non regolari”, ma assai più potenti e generalmente riconosciute da Logge estere. Sulla cima della piramide ci sarebbe in questo periodo, per fare un esempio, la “Gran Loggia Italiana Massonica”, i cui adepti, che si definiscono «un gruppo di Fratelli Massoni provenienti da varie Obbedienze, (G.O.I., Piazza del Gesù, Gran Loggia Regolare d’Italia, Gran Loggia Massonica Italiana, Logge di San Giovanni, Gran Loggia della Repubblica di San Marino)», adducono a fondamento della loro scelta la risibile motivazione di poter affiliare anche le esponenti del gentil sesso (facoltà ampiamente prevista da una delle due principali obbedienze regolari, vale a dire la Gran Loggia d’Italia di Palazzo Vitelleschi). Fondata ad Arezzo nel marzo 2002, la nuova compagine non poteva che essere benedetta da Licio Gelli in persona. Nessun problema, se non fosse per un piccolo particolare venuto a galla in un articolo della Nazione di fine 2006: la donazione fatta dal venerabile e dai suoi confratelli ai poveri del Sacro Cuore di Arezzo. Racconta al quotidiano il parroco, don Angelo Chiasserini: «Quello che valuto è la finalità dell’iniziativa, che è di beneficenza. È stato Tiberio Terzuoli, gran maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale, a contattarmi, spiegandomi successivamente che all’iniziativa avevano contribuito anche Gelli e Giuseppe Sabato, sovrano della Gran Loggia Massonica Italiana». Che di lì a poco si sarebbe invece ribattezzata Gran Loggia Italiana Massonica. Ma chi è Giuseppe Sabato il “sovrano”? Non sarà per caso lo stesso rampante manager di Banca Esperia, la holding finanziaria che fa capo a Silvio Berlusconi? Impossibile affermarlo con certezza, visto il segreto assoluto che vige nella neo-Loggia aretina. Di sicuro, però, oggi a dominar la scena sotto i cappucci sono i maghi dell’alta finanza. Come accade a Napoli, dove dominus incontrastato della Loggia Bovio è il commercialista Giovanni Esposito, assurto nell’olimpo supermassonico dell’Arco Reale, rito di York. «Il baricentro – dice ancora il nostro esperto – ai livelli medio-alti si sta spostando dalle Logge coperte a queste consorterie non riconosciute dalle obbedienze tradizionali, ma gemellate con compagini estere come la Loggia Montecarlo, che ha sede nel Principato di Monaco». Se questi sono ora gli assetti finanziari “globalizzati” dei confratelli, non meno interessante sarebbe definire quali e quanti magistrati vestono oggi il grembiule sotto la toga. Missione quasi impossibile, dal momento che a scoprire le carte dovrebbero essere i loro stessi colleghi, come in perfetto isolamento fece Cordova nel ‘92 e come, intorno al 2000, aveva provato a fare a Napoli un altro PM-coraggio, Luigi De Ficchy, attuale procuratore capo a Tivoli e all’epoca impegnato nell’inchiesta sulla Loggia deviata Spinello, naufragata nelle nebbie della Procura capitolina. Mentre i circa mille faldoni dell’inchiesta Cordova marciscono ancora nei sotterranei di piazzale Clodio, a Roma. Eppure, provando a scorrere le carriere delle toghe messe a nudo dal mastino di Palmi, più qualche nome venuto fuori in elenchi recenti, le sorprese non mancano. Ecco allora qui di seguito, in ordine alfabetico, alcuni esempi significativi fra i tanti magistrati che avevano giurato fedeltà alla massoneria.

ABBADESSA Lorenzo – Classe 1939, nato a Napoli (dove gli Abbadessa sono conosciuti come influente famiglia di medici), dal 2006 si è iscritto all’albo degli avvocati e risulta avere lo studio a Soverato, perla costiera della provincia di Catanzaro. Con la qualifica di “Magistrato” lo si ritrova invece negli elenchi dei massoni aggiornati a tutto dicembre 2007 e pubblicati dalla Voce nel 2008. Lorenzo Abbadessa è attualmente responsabile, proprio a Catanzaro, della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello, in via Falcone e Borsellino.

ALIBRANDI Tommaso – Nato a Roma l’8 agosto del 1933, è iscritto negli elenchi ufficiali della massoneria aggiornati a tutto il 2007 con la qualifica di “Magistrato al Consiglio di Stato”. Negli anni ‘90 era stato invece attivo presso la Corte dei Conti. Nel ‘93 il suo nome è fra gli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla telefonia dal PM della capitale Guglielmo Muntoni (giudice Maria Cordova) insieme – fra gli altri – a Carlo De Benedetti, al costruttore Mario Lodigiani e all’ex ministro Paolo Cirino Pomicino. In quegli anni Alibrandi era stato capo dell’ufficio legislativo del Ministero dei Beni Culturali, presidente del TAR della Val D’Aosta nonché ex “uomo ombra” dell’allora ministro repubblicano delle Poste Oscar Mammì. Di provata fede PRI è anche Alibrandi (già senatore del partito di Giorgio La Malfa), che nel 2003 ritroviamo in pista fra i promotori della resuscitata Voce Repubblicana. Dal 2008 esercita la professione di conciliatore bancario.

ARIOTI Alfredo – Un Alfredo Arioti nato a novembre del 1941 compare con la dicitura esplicita di “magistrato” negli elenchi ufficiali degli iscritti alla massoneria di Perugia a tutto dicembre 2007. Si tratta dello stesso Alfredo Arioti Branciforti presente nell’organico della magistratura italiana come “nato a Palermo il 26 novembre 1941”. Il che risulta fra l’altro dal suo curriculum pubblicato da E-Campus, formazione universitaria a distanza, nel quale viene specificato che «dopo essere stato uditore presso la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Roma, veniva nominato pretore in Valle D’Aosta a Donnaz». Nel 1969 «si trasferiva a Perugia, dove svolgeva le funzioni di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale». Dal 1981 Arioti è «sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello di Perugia. In tali funzioni esplicava numerose e delicatissime inchieste anche nei confronti di varie organizzazioni terroristiche quali Brigate Rosse, NAR, Prima Linea, Ordine Nuovo, talché subiva un attentato terroristico, perpetrato da una organizzazione eversiva, concretizzatosi in esplosioni di colpi di arma da fuoco nei confronti della sua abitazione».

Al CSM Arioti aveva dichiarato di essersi allontanato dalla Massoneria fin dal 1992, dopo che per ben due volte l’organo di autogoverno lo aveva dichiarato non idoneo a funzioni superiori proprio a causa di quella affiliazione, che gli aveva fra l’altro fatto meritare consistenti avanzamenti all’interno del sodalizio muratorio. Ne dava notizia, nel 2004, il bollettino di Magistratura Democratica, senza peraltro precisare quali prove avesse addotto il magistrato a riprova del suo allontanamento dalla massoneria, visto che il nome compare ancora negli elenchi 2007. Di Alfredo Arioti si sono comunque più recentemente occupate le cronache locali. È accaduto nel 2008, quando il coordinatore PdL Fabrizio Cicchitto (piduista) lo voleva come candidato a sindaco di Perugia; poi il diretto interessato preferì restare in magistratura – ci informa la Nazione il 19 novembre – e non se ne fece nulla.

ARMANI Giuseppe – Classe 1937, nato a Reggio Emilia, Armani è ancora presente in quanto “Magistrato” negli elenchi degli affiliati 2007, benché abbia da tempo lasciato la toga. Il suo nome venne alla luce già col sequestro Cordova nei primi anni ‘90 insieme a quelli di una ventina fra giudici, pretori e pubblici ministeri, tutti poi sottoposti al giudizio del CSM. Dedicatosi in seguito prevalentemente agli studi giuridici, Armani è autore di libri sulla Costituzione in uso negli istituti superiori. Nel 2006 ha pubblicato a Bologna un volume nel quale vagheggia l’idea di un’Italia laica e liberale.

CASOLI Giorgio – Compare negli elenchi 2007 pure Giorgio Casoli di Perugia, nato il 12 settembre del 1928. Anche il suo nome era rimbalzato alle cronache (e al Consiglio Superiore della Magistratura) dopo i sequestri del ‘92. Intrapresa la carriera come pretore ad Assisi e a Perugia, è a Milano come giudice di Corte d’Appello negli anni del terrorismo; passa poi in Cassazione dove diventa presidente di sezione. Di qui comincia anche la carriera politica: sindaco di Perugia dall’80 all’87, lo stesso anno entra a Palazzo Madama col PSI, dove siede nella giunta delle immunità parlamentari e nella commissione giustizia; sarà poi sottosegretario alle Poste nel governo presieduto da Giuliano Amato. Casoli torna alla ribalta nel 1996, quando conferma ai PM milanesi molte delle accuse lanciate dalla superteste Stefania Ariosto, cui è legato da antica amicizia. Soprannominato dagli amici “il Pertini dell’Umbria”, è considerato oggi in area PD, dopo l’avvicinamento di qualche anno fa al Partito Popolare.

D’AGOSTINO Luciano – La sua affiliazione esplode come una bomba nel ‘92, quando il napoletano D’Agostino, classe 1955, è PM a Locri. «Sono sconcertato – dichiara ai giornali – queste fughe di notizie sono inammissibili». Il vero problema era che il suo nome compariva negli elenchi di una Loggia coperta, la Luigi Ferrer del capoluogo partenopeo. Anche nel caso di D’Agostino assistiamo alle affermazioni – peraltro senza prove – su una presunta uscita dalla massoneria, proprio come si fa per dimettersi da un Cral: «prima di prendere servizio a Lamezia Terme avevo scritto alla loggia Luigi Ferrer di Napoli, regolare del Grande Oriente d’Italia, per segnalare che ritenevo l’esercizio di funzioni giurisdizionali non compatibile con l’appartenenza alla massoneria. Da allora non ho avuto alcun rapporto con i massoni». Basta la parola. Sapeva che era una Loggia coperta?, gli chiede il cronista del Corriere della Sera. E lui: «Un grande oratore del GOI ha detto che è una loggia coperta. Nel breve periodo in cui ne ho fatto parte, non lo era». Non riesce a convincere il CSM, che nel ‘95 gli infligge una sanzione disciplinare, dichiarando che l’appartenenza alla massoneria è lesiva dell’imparzialità dell’ordine giudiziario. Fino a inizio anni 2000 D’Agostino è sostituto procuratore a Catanzaro (dove si occupa, fra l’altro, della delicata questione del testimone di giustizia Pino Masciari), nel 2002 passa alle sezioni giudicanti dello stesso Tribunale. Dal 2007 è tornato a Locri, dove attualmente è giudice per l’udienza preliminare. Nel frattempo era stato alle prese come imputato in un procedimento penale dinanzi al Tribunale di Salerno. L’accusa (condanna in primo grado per peculato e assoluzione in appello) riguardava l’affidamento ad una ditta dell’incarico di eseguire intercettazioni telefoniche, quando D’Agostino era in servizio alla DDA di Catanzaro.

DI BLASI Salvatore – Attualmente giudice al Tribunale civile di Milano, Di Blasi era fra le toghe iscritte alla massoneria dell’elenco Cordova. Nel 2001 aveva assunto anche il delicato incarico di presidente di sezione in seno alla Commissione Tributaria della Lombardia. In questo periodo il giudice Di Blasi si sta occupando invece della vicenda INNSE, la fabbrica milanese del legno a rischio chiusura.

FRANCIOSI Nicolò – Anche lui presente negli elenchi Cordova del lontano ‘92, oggi il giudice Franciosi, napoletano, classe 1942, è consigliere della Corte d’Appello a Milano. Nel 2003 fa parte della terna giudicante che respinge la richiesta avanzata dai legali di Cesare Previti di ricusazione dei giudici nel processo IMI-SIR. Turbolente le vicissitudini del giudice Franciosi dinanzi al CSM per quell’antica affiliazione: dopo la sanzione disciplinare fa ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Strasburgo condanna al risarcimento in favore di Franciosi non il CSM ma lo Stato italiano, reo di scarsa chiarezza sulle norme che regolano l’appartenenza alla massoneria nel caso di un magistrato. Il Consiglio Superiore, però, nel 2002 respinge la richiesta avanzata da Franciosi di revisione della sentenza di sanzione e, due anni dopo, dice no anche all’inserimento della sentenza europea nel suo fascicolo personale.

LA SERRA Renato – Ecco un magistrato-confratello di cui si sono praticamente perse le tracce. Le ultime notizie che lo riguardano risalgono al 1998 quando, nell’ambito dell’inchiesta a carico dell’ex procuratore generale di Roma Vittorio Mele e del ras della sanità pugliese Francesco Cavallari, vennero a galla i viaggi generosamente offerti dall’imprenditore agli amici in toga, compresa la leggendaria trasferta a Parigi cui prese parte anche l’allora pretore di Trani Renato La Serra. La sua affiliazione alle Logge, emersa negli elenchi Cordova del ‘92, gli era costata, due anni dopo, una sanzione disciplinare dinanzi al CSM.

MAESTRI Angelo Massimo – Classe 1944, originario della provincia milanese, è in servizio alla Corte d’Appello del Tribunale di Palermo. Un caso, il suo, analogo a quello di Nicolò Franciosi: dopo la scoperta dell’affiliazione attraverso il sequestro Cordova, riceve la sanzione disciplinare dal CSM, che sarà confermata anche in Cassazione. Nel 2004 la Corte di Strasburgo condanna lo Stato italiano a risarcire Maestri con 10.000 euro. I problemi, nella carriera di Maestri, però, sono stati anche altri: il suo trasferimento da La Spezia (dove era stato per lunghi anni pretore) a Palermo, era stato infatti disposto nel 2001 dal CSM, che lo accusava di aver ricevuto fidi bancari di consistente importo senza garanzie. Situazione che, sommata alle contestazioni per la affiliazione massonica, non solo determinò il trasferimento, ma anche la destinazione dell’ex pretore “ad un organo collegiale”.

MARSILI Mario – Carriera brillantissima per il genero del Venerabile Licio Gelli, del quale aveva sposato la figlia Maria Grazia. Venuto allo scoperto come massone in sonno nella P2 dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, il dottor Marsili si è gettato alle spalle l’onta di quello scandalo, ottenendo perfino una promozione dal CSM (nell’89), fino a balzare nel ruolo apicale che riveste oggi: sostituto procuratore generale al Tribunale di Roma. Una Procura del resto, quella di piazzale Clodio, che per anni aveva visto al vertice un altro piduista di fama, il massone Carmelo Spagnuolo.

Prima giudice istruttore ad Arezzo, poi alle sezioni giudicanti del Tribunale di Perugia, Marsili ebbe solo un piccolo incidente di percorso nell’84, quando fu sottoposto a procedimento penale dinanzi al Tribunale di Verona (per accuse relative alla sua carriera di piduista) e, per questo, gli fu sospeso lo stipendio. In seguito all’assoluzione, riprese la sua escalation nei ranghi della giustizia italiana. Tanto che furono affidate proprio a Marsili le indagini sull’eversione nera di stampo neofascista, comprese quelle a carico di Mario Tuti e l’inchiesta sulla strage dell’Italicus. Come sono andate a finire, lo sappiamo.

MEZZATESTA Michele – No, non era un’affiliazione massonica qualsiasi, quella del magistrato Michele Mezzatesta, nei primi anni ‘90 presidente del Tribunale fallimentare di Palermo. Perché alla stessa Loggia del capoluogo siciliano facevano capo anche fior di mafiosi (fra cui il “ragioniere” di Cosa Nostra Pino Mandalari e Salvatore Greco, fratello del “papa” Michele Greco), politici ed affaristi. “La pietra entra grezza ed esce levigata”, si leggeva all’ingresso di quel tempio, cui gli inquirenti erano arrivati seguendo le tracce di un narcotrafficante agrigentino.

La questione si è riaperta in qualche modo nei mesi scorsi, dopo che i pubblici ministeri di Caltanissetta hanno chiesto all’AISI, attuale sancta sanctorum dei servizi segreti italiani, di visionare gli archivi sulla strage di Capaci. In compenso Mezzatesta non figura più nei ranghi della magistratura italiana.

MONDELLO Fabio – Consigliere di Corte d’Appello a Roma, dopo il clamore seguito al ritrovamento del suo nome fra i massoni del sequestro Cordova, nel ‘96 Mondello finisce nuovamente nei guai a causa di un processo che lo vede imputato insieme all’allora presidente di Cassazione Filippo Verde per aver usufruito di viaggi offerti dalla Canon ad alti esponenti del Ministero di via Arenula, dove i due magistrati avevano prestato servizio nei primi anni ‘90. Il nome di Mondello rimbalzò contemporaneamente anche nell’ambito di un altro scottante procedimento, quello che vide coinvolto il gip della capitale Renato Squillante e l’avvocato Attilio Pacifico. In seguito alla condanna in primo grado riportata a Perugia per la vicenda Canon, Mondello ha lasciato la magistratura.

MONTI David – Un caso davvero spinoso, quello di David Monti, il cui nome è legato all’inchiesta, condotta quando era PM ad Aosta, denominata Phoney Money ed incentrata su traffici internazionali che coinvolgevano massoni, alti prelati e pezzi dello Stato. Correva l’anno 1996 e nessuno si ricordava più che il nome di David Monti era negli elenchi sequestrati da Agostino Cordova. Anche Monti, all’epoca, aveva fatto ricorso alla solita scusa: «la mia iscrizione alla massoneria? Una semplice curiosità giovanile». Sarebbe interessante sapere come ha fatto il magistrato (e con lui diversi altri colleghi) a cancellare il complesso rituale dell’affiliazione ma, soprattutto, a rinnegare il giuramento di sangue fatto dinanzi ai confratelli. Una bella letterina di dimissioni, come al circolo del golf? Di sicuro Monti ha proseguito senza impedimenti la sua carriera nell’ordinamento della magistratura italiana. Ed oggi è GIP a Firenze.

MONTI Mauro – Classe 1947, riveste attualmente l’alta carica di sostituto procuratore aggiunto al Tribunale di Bologna, la città dove è nato. Dopo la scoperta del suo nome negli elenchi sequestrati da Cordova, di Mauro Monti le cronache non si erano più occupate. Tornano a farlo ad agosto 2009 quando, su richiesta dello stesso Monti, il Tribunale accoglie le istanze avanzate in appello dai difensori di Saverio Masellis e Francesco Cardamone, esponenti del clan dei casalesi accusati per aver gestito bische clandestine nel riminese. Risultato: per i due la sentenza di condanna è stata annullata e gli atti tornano al GUP.

NANNARONE Paolo – I problemi cominciano fin dall’83, perché il nome di Nannarone è già lì, negli elenchi della Loggia Propaganda 2, insieme a quelli di altri magistrati. A differenza dei colleghi, Nannarone viene assolto dal CSM. E benché lo si ritrovi nuovamente negli elenchi Cordova del ‘92, il magistrato continua la sua carriera senza problemi; quello stesso anno presiede al Tribunale di Perugia (dove ha svolto la gran parte della sua attività) la Corte d’Appello che proscioglie il finanziere “a un passo da Dio” Pierfrancesco Pacini Battaglia, difeso dall’attuale parlamentare di AN Giulia Bongiorno. Nel ‘96 ritroviamo Nannarone a capo della Corte d’Assise chiamata a pronunciarsi sul delitto del giornalista Mino Pecorelli. Ritenuto incompatibile, sarà sostituito dal collega Giancarlo Orzella. Nel 2000, sempre a Perugia, pronuncia una storica sentenza: i clienti delle prostitute non sono punibili per favoreggiamento. Classe 1939, lasciata la magistratura Nannarone è oggi nell’organigramma di vertice della Banca Popolare di Cortona.

PINELLO Francesco – Classe 1932, presidente del Tribunale di sorveglianza di Palermo, nel 2005 fa parlare di sé per il regime di semilibertà concesso al pluriomicida del Circeo Angelo Izzo, tanto che l’allora guardasigilli Roberto Castelli decise di inviare gli ispettori in Sicilia. In precedenza il nome di Pinello era balzato alle cronache negli elenchi massonici del ‘92, che gli costarono un procedimento disciplinare del CSM a suo carico.

PONE Domenico – In quegli elenchi del ‘92 c’era anche Domenico Pone: una cosa da poco rispetto alla scoperta, avvenuta nel lontano 1983, della sua contemporanea affiliazione alla P2, proprio mentre prestava servizio alla suprema Corte di Cassazione. Segretario, all’epoca, di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe, Pone rappresenta uno fra i pochissimi casi di magistrati rimossi dall’ordinamento giudiziario per appartenenza alla Loggia fondata da Licio Gelli.

RESTIVO Nicola – È giudice per le indagini preliminari a Perugia, Nicola Restivo. Una delle ultime operazioni che portano la sua firma risale a maggio 2009, quando convalida il sequestro di biomasse trasportate illecitamente nelle campagne umbre. Nel 2007 un altro blitz, questa volta a carico di operatori assenteisti nella locale azienda ospedaliera. Nel ‘92, quando era procuratore capo a Perugia, il suo nome rimbalzò fra quelli dei massoni nelle liste Cordova. Il che, come abbiamo visto, non ha intralciato la sua brillante carriera.

RINAUDO Antonio – Anche la iscrizione di Rinaudo alla massoneria viene a galla con gli elenchi del ‘92. Attualmente in servizio a Torino (la città in cui è nato nel 1948) come pubblico ministero, si è recentemente occupato dell’ex giocatore della Juve Michele Padovano, sotto accusa per un presunto traffico di droga col Marocco. Nel 2006 le intercettazioni a carico di Luciano Moggi disposte dalla Procura partenopea portano alla luce la frequentazione assidua fra l’ex plenipotenziario del calcio italiano ed il PM Rinaudo, fra cene con signore e scambi di regali natalizi. Ai magistrati napoletani che lo interrogano sulla sua possibile affiliazione alle Logge, Moggi risponderà: «Massone io? Mai»…

ROMAGNOLI Riccardo – È in servizio al Tribunale civile di Roma il dottor Romagnoli, che a gennaio dello scorso anno ha pronunciato una storica sentenza riguardante Poste Italiane. Nel 1996, a seguito del ritrovamento del suo nome negli elenchi massonici del ‘92, a Riccardo Romagnoli il CSM inflisse la perdita di due anni d’anzianità. Il che scatenò la vibrata protesta del Grande Oriente d’Italia.

ROMANO Guido – È presidente del TAR della Calabria, il magistrato Guido Romano. La sua affiliazione – il nome era presente negli elenchi del ‘92 – non ha dunque turbato una carriera piena di soddisfazioni professionali. La decisione dell’allora guardasigilli Giovanni Conso di deferire al CSM i magistrati massoni, fra i quali Romano, fu aspramente criticata dal gran maestro Eraldo Ghinoi.

SALEMI Guido – Consigliere di Stato, giudice al Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche e componente della Commissione Tributaria Centrale. Queste le attuali qualifiche di Guido Salemi, che al Consiglio di Stato ha pronunciato nel corso degli anni numerose e rilevanti sentenze. La sua iscrizione in massoneria venne alla luce con gli elenchi del ‘92.

SCARAFONI Stefano – Fra quelle carte c’era anche il nome di Stefano Scarafoni. Romano, classe 1961, all’epoca giudice al Tribunale di Tolmezzo, Scarafoni doveva essersi iscritto giovanissimo alla massoneria. Oggi è in servizio come magistrato fra i più attivi alla sezione fallimentare del Tribunale di Tivoli.

SERGIO Ferdinando – Il suo nome – al pari di quelli dei colleghi Domenico Pone, Guido Romano e Paolo Tonini – venne fuori in una lettera sequestrata nella villa di Licio Gelli in Uruguay. Dalla missiva emergeva che il venerabile avrebbe finanziato con 25 milioni di vecchie lire la campagna elettorale di quei quattro magistrati, quando nel ‘77 erano stati eletti ai vertici della ANM.

SERIANNI Vincenzo – Originario di Motta Santa Lucia, in provincia di Catanzaro, fino al 2001 è stato presidente di Corte d’Appello a Milano. Presente negli elenchi del ‘92 (quando presiedeva una sezione giudicante al Tribunale di Torino), l’anziano magistrato calabrese, classe 1929, risiede da anni nella zona di Casale Monferrato, dove frequenta il locale Rotary e presiede la Giunta esecutiva alla Camera di Commercio.

SPINA Antonio – Ad aprile ‘95 il CSM gli commina la sanzione disciplinare per l’affiliazione alla massoneria, venuta alla luce con gli elenchi del ‘92, mentre Spina esercitava la funzione di pretore a Sciacca, in Sicilia. Attualmente non risulta presente nei ranghi della magistratura.

TONINI Paolo – Il nome di Tonini era compreso nella lista dei magistrati trovata nella villa sudamericana di Gelli (vedi Ferdinando Sergio). Da tempo Tonini è passato nei ranghi accademici come docente di diritto processuale penale, che insegna all’Università di Firenze. In tale veste organizza incontri patrocinati dal CSM per la formazione e il tirocinio delle nuove leve in magistratura.

TRAPANESE Mario – A lungo presidente di sezione al Tribunale di Ancona, dopo il ritrovamento del suo nome negli elenchi del ‘92 fu deferito – insieme ai colleghi-confratelli – alla sezione disciplinare del CSM dall’allora ministro Conso. Origini napoletane, l’anziano magistrato si dedica oggi, sempre ad Ancona, a sostenere le sorti di un’associazione benefica, la Lega del Filo d’Oro.

VELLA Angelo – Ha fatto epoca, nel 1990, la decisione di Palazzo dei Marescialli, che aveva bloccato la promozione di Vella a presidente di sezione del Tribunale felsineo per la sua dichiarata appartenenza alla massoneria. Un parere che scatenò le ire di Francesco Cossiga. Nel 1974 il giudice Vella si era occupato della strage dell’Italicus. In anni più recenti, almeno fino al 2001, è stato membro della Corte di Cassazione.

VITALI Massimo – Era sostituto procuratore a Brescia ai tempi della strage di Piazza della Loggia e proprio a lui, insieme ad altri due colleghi, furono affidate le indagini su una tragica vicenda della quale ancor oggi si cerca una verità. La affiliazione di Vitali alla Massoneria verrà alla luce solo con gli elenchi del ‘92. Cosa fa ora? Classe 1946, originario di Grosseto, Vitali è in servizio. Sempre a Brescia. Come consigliere di Corte d’Appello.

Una annotazione finale: diamo per scontato che tutti i magistrati qui elencati e le centinaia di colleghi iscritti alla massoneria svolgano il loro lavoro con diligenza e professionalità. Quello che il cittadino (vittima, imputato, parte offesa, imprenditore a rischio fallimento) ha il diritto di sapere è che restano legati fino alla morte a quel giuramento. Che la massoneria non è un gioco di società dal quale si esce a piacimento. E che violare quel patto ha significato, per molti, perdere la vita.

Ma la Massoneria non e’ solo magistratura: è pure politica.

Se a livello nazionale la polemica tra iscritti al Pd e massoneria crea imbarazzo, a livello locale molto meno, perlomeno laddove è tradizione consolidata. A Perugia, per esempio, dove più di qualcuno ha iniziato a fare “outing”. Mario Valentini, ex sindaco Psi negli anni Novanta e fondatore del Pd perugino, oggi ricorda: “L’esperienza della massoneria, della quale mi onoro di appartenere, è ricca di storia civile e progressista della città. Considero la massoneria un patrimonio da conservare e testimoniare. Quella in atto oggi nel partito è una polemica vecchia, datata. Posso assicurare che, durante il mio mandato di sindaco, non ho mai ricevuto pressioni che tendessero a condizionare la mia libertà di primo cittadino”. Il legame tra massoneria e Pd non un mistero in città, ma ora dopo il recente scandalo, il segretario locale invita alla calma: “Quella della massoneria è una questione sensibile – spiega Giacomo Leonelli -. Chi aderisce al Pd deve farlo in maniera trasparente, altrimenti crea disagio al partito e agli altri militanti”. Sono soprattutto gli ex socialisti, ora confluiti nel Pd, ad avere dimestichezza con grembiuli e cappucci. Ma non tutti sono disposti ad ammettere di essere massoni. Cesare Fioriti dice: “Non sono massone, però difendo la massoneria. E poi i principi della massoneria non sono forse validi? Penso alla fratellanza, alla riflessione, allo sviluppo delle idee”. Angelo Pistelli, altro esponente Pd ex socialista, dopo la polemica non si sente più a suo agio nel partito: “In effetti del Pd ormai non condivido più tanto. Bisognerebbe dare spazio a tutte le voci. Invece comandano le solite culture dominanti, a noi resta ben poco. E poi sono sincero: se scoprissi che non ci sono massoni nel gruppo dirigente del Pd mi dispiacerebbe”.

A tal proposito uscì un articolo: I grembiulini del Pd di Perugia di Marco Sarti su “Il Riformista”. Il Pd e la massoneria. Due realtà inconciliabili? Mentre in Italia infuria la polemica, a Perugia il tema non appassiona più di tanto. La sintesi tra squadre, compassi e militanza politica di sinistra, qui esiste da decenni. E nessuno si stupisce più. Perché se il capoluogo umbro è un feudo elettorale del Partito democratico, è anche vero che solo nelle vie del centro si contano almeno 19 logge. E così, nella nuova casa massonica perugina, in un antico palazzo a Corso Cavour, c'è persino chi si indigna di fronte all'ipotesi che qualche fratello possa venire epurato dal Pd. «Ma quale polemica… - si sfoga un responsabile del Collegio Venerabile - Nessuno ha mai fatto caso che ogni volta che c’è una crisi si tira fuori questo argomento? I nostri luoghi di ritrovo sono pubblici. Già nel lontano 1985 abbiamo sistemato una targa fuori dalla sede di Palazzo Giustiniani. Allo stesso modo abbiamo messo bene in chiaro i nostri riferimenti sull’elenco telefonico. Qualcuno si scandalizza se non viene resa pubblica anche l'identità dei nostri fratelli? Eppure mi sembra che persino gli elenchi degli iscritti a partiti e associazioni siano riservati». «I massoni del Pd? - racconta un anonimo militante - Vengono tutti dal Partito socialista». In effetti, a Perugia, il movimento storicamente più vicino al Grande Oriente è proprio quello un tempo guidato da Bettino Craxi. La gente ancora ricorda una storica seduta del Consiglio comunale, nei primi anni 90, quando il sindaco Mario Valentini (eletto nelle liste del Psi, poi fondatore del Pd perugino) rivendicò con orgoglio la sua appartenenza a un'influente loggia cittadina. «L'esperienza della massoneria - racconta oggi Valentini - della quale mi onoro di appartenere, è ricca di storia civile e progressista della città. E non mi riferisco solo al periodo post-fascista, parlo anche della Perugia laica dopo il governo papalino. Considero la massoneria un patrimonio da conservare e testimoniare. Una vicenda fatta da uomini esempio di vita e rettitudine nel governo della cosa pubblica. Quella in atto oggi nel partito è una polemica vecchia, datata. Posso assicurare che, durante il mio mandato di sindaco, non ho mai ricevuto pressioni che tendessero a condizionare la mia libertà di primo cittadino». Che tra i quadri del Pd perugino, ancora oggi qualcuno si cimenti con cappucci e grembiule non è un mistero. Solo che, dopo il recente scandalo, nessuno è disposto a parlare. Giacomo Leonelli, segretario del Partito democratico della città, predica calma: «Quella della massoneria è una questione sensibile. Sono temi dove ognuno esprime le proprie idee secondo convinzioni personali. Per carità, sono convinto che chi si iscrive al Pd lo fa perché crede nel nostro progetto politico, non per altri fini». A scanso di equivoci, il segretario si appella allo statuto. «Chi aderisce al Pd deve farlo in maniera trasparente. Altrimenti crea disagio al partito e agli altri militanti». Eppure sembra che fare politica tra Piazza Morlacchi e Corso Vannucci non possa prescindere da certi riferimenti. «Quando si governa a Perugia - conclude Leonelli - è normale entrare in contatto con determinate realtà cittadine». Contattati al telefono, i componenti della piccola pattuglia socialista nel Pd non si stupiscono di certi accostamenti. Ma negano, con cortesia, qualsiasi coinvolgimento personale. Cesare Fioriti fa parte del direttivo del Pd di Perugia. Ex capogruppo del partito socialista in consiglio comunale, qualche anno fa è riuscito a fare intitolare una via alla memoria di Vittor Ugo Bistoni, storico esponente del Psi cittadino, presidente del Collegio umbro dei Maestri Venerabili e fondatore della Loggia “Guglielmo Miliocchi”. «Certo che è strano - ripete anche Fioriti - questa vicenda della massoneria viene fuori a orologeria. Secondo me serve a spostare il baricentro dell’opinione pubblica altrove, rispetto a temi come la crisi. Ricordo un altro scandalo simile: accadde nei primi anni 90, ai tempi di Tangentopoli». Fioriti non è legato ad alcuna loggia: «No, non sono massone - precisa subito -. Però difendo la massoneria. La penso esattamente come Voltaire (altro “illuminato”, ndr) “Anche se disapprovo quello che dite, difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”. I consiglieri comunali devono avere piena libertà di espressione, quindi anche di associazione. E poi scusi, i principi della massoneria non sono forse validi? Penso alla fratellanza, alla riflessione, allo sviluppo delle idee». Squadra e compasso non creano alcun imbarazzo. «Il fine della massoneria è l’evoluzione del pensiero - continua Fioriti -. Mi spieghi lei come fa il Pd a condannare un’organizzazione del genere». Angelo Pistelli è un altro esponente del Pd umbro. Anche lui di provenienza socialista, fino a poco tempo fa era nell'esecutivo regionale. Dopo le ultime polemiche sulla massoneria non si trova più molto a suo agio nel partito. «In effetti del Pd ormai non condivido tanto - ammette Pistelli -. Ma io mi sento di sinistra e non ci sono altri partiti in cui potrei militare. Bisognerebbe dare spazio a tutte le voci. Invece comandano le solite culture dominanti, e a noi resta ben poco». Sembra quasi che Pistelli sia pronto a fare coming out, quando corregge il tiro. «Specifico che non sono un massone. Diciamo che difendo ogni espressione personale. Credo che anche all’interno del partito ognuno debba essere libero di aderire a quello che gli pare. Non vogliono i massoni? Allora io dico che non voglio l’adesione di tutti quelli che provengono dal Pci. Hanno calcolato che in Italia ci sarebbero 4mila iscritti legati alla massoneria. A occhio e croce non mi sembrano mica tanti. E poi sono sincero: se scoprissi che non ci sono massoni nel gruppo dirigente del Pd mi dispiacerebbe».

PARLIAMO DI MASSONERIA

La Massoneria. Erede di misteriose società segrete avvolte nella leggenda, come il Priorato e i Rosacroce, è considerata un’organizzazione di sicura esistenza anche oggi. Non è ben chiaro, però, se questa società sia da vedersi come un’erede di quelle del passato, o piuttosto come un altro volto della medesima organizzazione, perseguente sempre gli stessi scopi, ma con rituali differenti. L’origine della Massoneria sembra da collocarsi in età moderna, quando, nel 1717, la Grande Loggia dei Massoni di Londra rese pubblica la sua esistenza. Ma ci sono diverse prove che la società esistesse già precedentemente: nel 1646 l’antiquario Elias Ashmole fu iniziato alla Massoneria, mentre una poesia di Henry Adamson del 1638 vi fa riferimento. Ma ci sono anche teorie che ne fanno risalire la fondazione all’epoca antica e che costituiscono la “Leggenda della libera Muratoria”. Essa si basa su documenti pubblicati nel 1800, che collegano la Massoneria alla costruzione del Tempio di Salomone, considerato il primo Gran Maestro. L’origine della società si fa anche ricondurre ai Templari, essendo stati ritrovati simboli massonici su pietre tombali in loro castelli. Quindi, ancora una volta, l’Ordine del Tempio, che dovrebbe essere stato il supremo difensore della fede, viene messo in relazione con un gruppo dalla religiosità discutibile. I massoni, infatti, credono in una suprema divinità, che però non si specifica chiaramente se sia un dio cristiano oppure no, visto che vengono accolte persone di tutte le religioni. Nel 1738, papa Clemente XII emanò una bolla in cui proibiva ai cattolici di aderire alla Massoneria, situazione che cambiò solo nel 1976.

La Massoneria prevede un rigido rituale, a cui deve attenersi chi vuole accedere ai diversi gradi, il cui simbolismo è riassunto in alcune Tavole illustrate, nelle quali sono sempre presenti i simboli fondamentali, riconducibili alla geometria e all’architettura: il Libro Sacro, la squadra, il compasso. L’aspirante al Primo Grado è detto Apprendista e deve essere bendato, indossare un abito di lino, con un cappuccio e un cordone intorno al collo (possiamo scorgere un’analogia con il cordone usato nella cerimonia d’iniziazione dei Templari). L’apprendista deve anche giurare di non rivelare mai i segreti che gli verranno svelati, altrimenti incorrerà in una terribile pena: aver la mia gola tagliata, la mia lingua strappata alla radice, e il mio corpo sepolto nelle ruvide sabbie del mare al limite della bassa marea. Sembra che questa minaccia non sia mai stata messa in atto, ma serve comunque a definire il sapere della Massoneria come esoterico.

La Tavola del Primo Grado comprende una rappresentazione del Sole e della Luna, a sottolineare l’importanza del concetto di dualismo che governa l’universo. Di rilievo sono le due colonne, corinzia e dorica, che rappresentano il passaggio dell’Apprendista verso un altro stato, e  che pare siano quelle del Tempio di Salomone, chiamate Jachim (lo spirito attivo e creativo, ed anche la conoscenza) e Boaz (lo spirito passivo e riflessivo, ed anche l’ignoranza), i due giganti che sorreggono le colonne d’Ercole.

Nella Tavole del Secondo Grado, a cui accede chi è diventato Compagno, le colonne sono cave e possono contenere documenti segreti (ci viene in mente l’abate Saunière che a Rennes-le-Château forse trovò delle pergamene in una colonna cava). Vi è, inoltre, la rappresentazione della scala di Giacobbe che sale verso il cielo (anche nella chiesa di Rennes troviamo un richiamo a Giacobbe tramite le parole sul timpano d’entrata Terribilis est locus iste).

Le Tavole del Terzo Grado, con cui si diventa Maestro, mostrano la simbologia che accompagna uno strano rituale: viene mimato l’assassinio da parte di tre cospiratori dell’architetto del Tempio, Hiram Abif, e l’iniziato riceve tre colpi, simbolici, sul capo. I simboli che si ritrovano sulle Tavole si addicono ad un fatto di sangue: una bara e il “Teschio” ossia un teschio su due femori incrociati.

Ci sono tantissimi luoghi nel mondo dove è possibile trovare nell’architettura simboli massonici. Ad esempio la cappella di Rosslyn in Scozia, già sito prediletto dai cercatori del Santo Graal: due colonne sembrano essere quelle del Primo Grado, un’immagine di una testa ferita ricorda l’uccisione di Hiram, una scultura sembra rappresentare un Templare che amministra riti massonici. Sembra che i massoni abbiano partecipato alla progettazione di intere città, come Washington D.C., progettata seguendo viali diagonali, che formano triangoli e che sono allineati secondo eventi astronomici. Il viale diagonale principale, infatti, è la Pennsylvania Avenue, che pare allineata secondo tale evento: la sera del 10 agosto il sole tramonta esattamente alla fine del viale, mentre mezz'ora più tardi nello stesso punto tramonta una costellazione che include quella della Vergine. Intorno a questa costellazione c'è un triangolo rettangolo formato dalle stelle Regolo, Arturo e Spica, che ricalca quello formato da Pennsylvania Avenue, il Mall (vasto viale diretto ovest verso il fiume) e una linea che passa lungo il Monumento a Washington. Innegabile è l'influenza della Massoneria nella storia degli Stati Uniti, essendo massoni gran parte dei firmatari della Dichiarazione d'Indipendenza ed essendo lo stesso Washington membro della Loggia Alexandria. Il monumento a Washington è costruito sul modello di un obelisco egiziano, simbolo molto usato dalla Massoneria; una statua dedicata al presidente Garfield mostra uno zodiaco; il Gran sigillo degli Stati Uniti (quello che si vede sul dollaro) raffigura una piramide sormontata dall'Occhio-che-Tutto-Vede. Anche molte associazioni universitarie utilizzano un simbolismo massonico: il più lampante esempio è la confraternita Teschio e Ossa di Yale, della quale fecero parte molti politici e personaggi in vista, tra i quali George H. W. Bush e George W. Bush. Esiste una città vicino a noi che sembra nascondere tra le sue vie ed i suoi monumenti chiari riferimenti massonici, Torino.

Il capoluogo torinese è notoriamente considerato un “città magica”, dove proliferano le sette e i sedicenti maghi. Torino sarebbe, infatti, un omphalos primordiale, un centro d’irradiazione di energia tellurica e spirituale, sorgendo su un nodo geomantico, cioè in un punto d’intersezione tra correnti enrgetiche dette leys (le stesse dove potrebbero essere sorti i luoghi di culto delle civiltà antiche, specialmente quelli dedicati alla Dea Madre). Torino farebbe, dunque, parte di un doppio triangolo magico, i cui vertici sarebbero altre città magiche del mondo: Lione, Praga, Londra e San Francisco. A Torino sono segnalati da chi si diletta di magia ed occultismo 33 punti magici, negativi e positivi. Il punto di maggiore positività si situa in piazza Castello, dove si trova la meridiana astrologica sulla prima colonna di destra del Duomo e la cancellata della Piazzetta Reale su cui sono rappresentati i Dioscuri, simboli dell’opposizione tra luce e tenebre, Sole e Luna, secondo un dualismo caro ai massoni. Il punto di maggiore negatività sarebbe Piazza Statuto, rivolta ad Ovest, dove si eseguivano le condanne capitali. Nella storia di Torino è anche rilevante il legame con l’Egitto, i cui simboli si ritrovano in alcuni rituali massonici: la città sembra, infatti, aver dato asilo al principe eretico Eridano, che avrebbe scelto questo sito per fondare una città nel XV secolo a. C., perché il Po gli ricordava il suo Nilo. Anche il nome stesso della città potrebbe essere di origine egizia, ricollegandosi al culto del Toro sacro di Menfi. La chiesa della Gran Madre di Dio (indicata come uno dei luoghi del Santo Graal) si dice sia stata costruita sulle rovine di un antico tempio di Iside. Vi è, inoltre, in Piazza Solferino, un’opera d’arte palesemente ispirata dal simbolismo massonico, la Fontana Angelica. Essa era stata progettata per essere collocata davanti al Duomo, mentre nella posizione attuale ha perduto parte del suo significato simbolico, non essendo rivolta ed est. Le statue rappresentano due figure maschili, l’Autunno e l’Inverno, che si possono identificare con Jaquim e Boaz. Essi versano l’acqua da due otri, uno a forma d’Ariete, l’altro d’Acquario. L’acqua rappresenta la conoscenza, mentre l’Ariete è il Vello d’Oro cercato dagli Argonauti, ma anche la trasformazione della materia verso la perfezione (la Massoneria è considerata depositaria di segreti alchemici); l’Acquario, invece, rappresenta l’Era dell’Acquario a cui deve tendere l’umanità. Le  due figure maschili, però, possono anche rappresentare la divinità egizia Osiride, e allora quelle femminili, la Primavera e l’Estate sarebbero la sua compagna Iside. Se poi ci si pone di fronte alla fontana si vedrà che tra l’Autunno e l’Inverno si apre un varco: quello che l’iniziato deve attraversare per giungere alla vera conoscenza. Ecco che una città dalle antiche tradizioni di magia è stata eletta da una società segreta come luogo privilegiato per esprimere i propri riti e forse svelare i propri segreti all’attento osservatore.

La Massoneria in Italia. Essa visse stentatamente fra le persecuzioni fino alla occupazione napoleonica. Si ha notizia dì qualche Loggia in Firenze, Napoli, Torino, Cremona e Milano. Il 5 marzo 1805 si costituì in Milano il primo Supremo Consiglio d'Italia, ad opera dei fratelli massoni Francesi di 33° Grado, appartenenti alla Armata Napoleonica, e furono eletti a Sovrano Gran Commendatore il Viceré d'Italia Principe Eugenio Beauharnais e Gran Cancelliere il Principe Gioacchino Murat. Nel 20 giugno dello stesso anno si formò il Grande Oriente d'Italia, pure in Milano col quale si fusero le Logge Francesi del Grande Oriente e della Divisione Militare del Regno d'Italia. Nel 1806 furono pubblicati gli Statuti della Franca Massoneria in Italia ed i Rituali dei primi tre Gradi; nel 1809 la Costituzione Generale del Grande Oriente in Italia; nel 1812 una nuova edizione degli Statuti, da cui derivano gli Statuti generali del Rito Scozzese Antico ed Accettato, stampati in Napoli; nel 1820 ed ancor oggi in uso.

Dal 1806 al 1808 si ebbero nell'Italia settentrionale più di 30 Logge, composte dai migliori elementi della società del tempo, tra i quali il filosofo RomagnosiVincenzo Monti, ed il musicista Paganini. Nei documenti ufficiali Napoleone era chiamato " Potentissimo Fratello Protettore dell'Ordine".Nel 1808 si costituì il Grande Oriente di Napoli con Gioacchino Murat Gran Maestro; l'anno successivo fu fondato il Grande e Supremo Consiglio per le due Sicilie dei Potentissimi Grandi Ispettori Generali, con sede in Napoli e Murat Sovrano Gran Commendatore. Il Colletta riferisce che nel 1813 la Massoneria meridionale contava 94 Logge. Caduto Napoleone, il Supremo Consiglio di Milano si sciolse, mentre continuò il fervido lavoro segreto delle Logge nell’Italia meridionale. Dopo il 1848 sembra che vi fosse in Torino uno Supremo Consiglio, che però non fu molto attivo fino al 1862; nel 16 dicembre di quell'anno si costituì in Torino un Concistoro del 32° Grado, che funzionò fino al 1866, anno in cui si ebbe un Supremo Consiglio per l'Italia, che continua il suo lavoro ancora nel 1883. Nel 1861 la Massoneria funzionava ancora in Napoli, ove la Loggia "Sebezia" assumeva il titolo di Gran Loggia Madre per affermare la sua diretta discendenza dal Supremo Consiglio di Napoli; a Palermo si creavano altre due Massoneria, una delle quali si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino nel 1867, è l'altra nel 1862 eleggeva alla carica di Sovrano Gran Commendatore Giuseppe Garibaldi.Divenuta Firenze capitale del Regno, nel 1864 molti membri della Supremo Consiglio di Torino vi si trasferirono; ivi veniva fondato nel 1869 un nuovo Supremo Consiglio, che nel 1872 si trasferiva a Roma. In tale data veniva nominato Sovrano Grande Commendatore Giorgio Tamayo. Nel 1863 la situazione della Massoneria italiana era la seguente: un Supremo Consiglio a Torino con a capo il Generale Milbitz, un Supremo Consiglio a Firenze con a capo Francesco De Luca, un Grande Oriente a Napoli, un Supremo Consiglio a Palermo. Una ispezione del Potentissimo Fratello Albert G. Goodall del Supremo Consiglio di Boston dichiarava illegittimi i Supremi Consigli di Palermo e di Firenze, e regolare il solo Supremo Consiglio di Torino, cui spettò di partecipare al Congresso di Losanna del 1875. Circa nel 1869 il Grande Oriente di Napoli si fondeva con il Supremo Consiglio di Torino, nel 1875 auspice Giuseppe Garibaldi si fondevano i Supremi Consigli di Roma e di Torino, creandosi un nuovo Supremo Consiglio per l'Italia con sede a Roma, al quale aderiva nel 1876 il Supremo Consiglio di Palermo. Ma varie vicende, specie per il fatto di dover trasferire la sede a Roma, rompevano l'accordo; però nel 1879, per iniziativa di alcuni Supremi Consigli esteri tutti i fratelli italiani di 33 Grado, convocati a Roma, creavano il Supremo Consiglio per l'Italia ed il nuovo Sovrano Gran Commendatore nella persona di Giorgio Tamayo. Però la Massoneria piemontese si tenne ancora in disparte, cessando di essere regolare. La fusione completa avveniva poi nel 1887 per opera di Adriano Lemmi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia in Roma: morti nel 1895 il Riboli di Torino è nel 1897 il Tamayo di Roma, veniva nominato Sovrano Gran Commendatore della Massoneria italiana il Lemmi, che tenne la carica fino alla sua morte, avvenuta nel 1906. Dopo il 1860, parallelamente al Rito Scozzese, e sul tipo della Massoneria francese, si era formata in Italia una Grande Loggia Simbolica, che non riconosceva Gradi superiori al 3°. Ne furono Grandi Maestri Costantino NigraGiuseppe GaribaldiFrancesco De Luca, e il Marchese CordovaAdriano Lemmi si adoperò perché il Rito Scozzese ed il Rito Simbolico si riunissero, delegando i due poteri ad un Grande Oriente d'Italia per la sovranità sulle Logge; il patto potè dirsi perfetto nel 1882 quando Adriano Lemmi, già Sovrano Gran Commendatore, fu eletto anche Gran Maestro del Grande Oriente. Morto Adriano Lemmi nel 1906, gli succedevano come Gran Maestro Ettore Ferrari e come Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori, il quale aveva come Luogotenente Saverio Fera. Nel 1908 la Massoneria si divise in due a causa di un conflitto sorto, essendo un gruppo di Deputati al Parlamento stato minacciato di espulsione per non essersi schierato con sufficiente energia circa un progetto di Legge sulla laicità dell'insegnamento. In sostanza, si contestava la inopportunità dell'intervento ed il diritto del Gran Maestro E. Ferrari di imporsi sulla coscienza dei massoni Deputati in questioni politiche e religiose che non toccavano direttamente l'Ordine. Perciò il Supremo Consiglio, quale tutore della regolarità delle Rito Scozzese, minacciò di demolizione il Grande Oriente. Il Sovrano Gran Commendatore A. Ballori in un primo momento si schierò contro E. Ferrari, ed in secondo tempo si alleò a questi avendo contro di sé tutto il Supremo Consiglio, lasciò la carica al Luogotenente Saverio Fera. Questi creò allora secondo gli Statuti Scozzesi una Gran Loggia Nazionale d'Italia, di cui venne nominato Gran Maestro. Si ebbero così due Massonerie, che dalle rispettive sedi furono dette Piazza della Gesù (Fera) e di Palazzo Giustiniani (Ballori). Una ispezione allora a nome dei vari Supremi Consigli Esteri ed a mezzo del Potentissimo Fratello Belga De Paepe riconobbe regolare la prima, tale decisione venne confermata dalla Conferenza di Washington del 1912; così nel mentre la Massoneria regolare di Piazza del Gesù rimaneva federata con le 56 Potenze massoniche di Rito Scozzese, quella di Palazzo Giustiniani rimaneva collegata con alcuni Grandi Orienti irregolari, fra i quali il Grande Oriente di Francia e la Gran Loggia Simbolica di New York. Morto Saverio Fera, furono Gran Maestri della Massoneria Scozzese Italiana i Sovrani Gran Commendatori Leonardo RicciardiWilliam Burgess e Raoull Vittorio Palermi. La posizione delle due Massoneria venne definitivamente regolata dalla Conferenza di Losanna del 1922 il delegato di Palazzo Giustiniani non venne ricevuto, perché ritenuto irregolare, e Raoul Vittorio Palermi, delegato di Piazza delle Gesù, fu nominato Presidente della prima Sezione, ottenendo il riconoscimento da parte di tutti i Supremi Consigli rappresentati alla Conferenza, della sua regolarità. Tra il 1919 ed il 1922 le due Massoneria presero posizione contro i movimenti estremisti, che avevano fatto piombare il Paese nell'anarchia. Giunto al potere Benito Mussolini, con un programma costruttivo di disciplina nazionale, tanto il Palermi, che Domizio Torrigiani Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, gli resero pubblico omaggio, e malgrado il divieto fatto ai fascisti di essere massoni, tutti gli uomini più eminenti delle fascismo erano iscritti a Logge dell’una o dell'altra parte. A causa del delitto Matteotti e del discorso del 3 gennaio 1925, la Massoneria assunse verso il regime un atteggiamento di aperta sfiducia: mentre però il Torrigiani si chiuse in una rigida opposizione, il Palermi cercò di salvare il salvabile; ma nulla potè conseguirne, infatti fu promulgata la legge 20 novembre 1925 contro le Società Segrete. Ma la Massoneria non era morta: gruppi di massoni si tenevano in contatto nelle varie città. Alla fine del conflitto bellico le Logge servirono a far divampare la Sacra fiamma massonica che, sopita ma non spenta, brilla di luce antichissima: essa potrà e dovrà di nuovo riverberarsi nella vita italiana, riportare il contributo dello splendore dello Scozzesismo alla ricostruzione della Patria ed al suo ritorno nel Consesso delle Nazioni.

Torino capitale, covo di massoni. La città incarna le ragioni del laicismo contro quelle della chiesa. Dopo la fine del sogno rivoluzionario quarantottino, a decine di migliaia gli esuli della libertà vanno a Torino, nuova e impensabile capitale italiana. Impensabile è la parola giusta: da sempre la classe dirigente torinese ha avuto il francese come eloquio privilegiato, esclusivo per le buone occasioni. Non è un caso che Cavour abbia fatto esercitazioni di italiano prima di affrontare i dibattiti in Parlamento. Torino diventa la capitale morale d’Italia facendo proprie le ragioni del mondo civile contro quelle della barbarie medioevale, incarnate dalla Chiesa cattolica. Non solo: Torino diventa Gerusalemme. Il Paragone non sembra ardito a Roberto Sacchetti: "Torino saliva allora al colmo del suo splendore. Era stata forte e diventava grande - bella, balda di una gioia viva e seria come una sposa a cui preparano le nozze. La Mecca d’Italia diventava la Gerusalemme". A Torino, nuova capitale morale e religiosa d’Italia, si trasferiscono, e non può che essere così, tutti i liberal-massoni (Free-Mason, Franc-Maçon, Libero-Muratore, liberalismo e Massoneria sono nell’Ottocento praticamente sinonimi) del resto d’Italia. I regnanti sardi offrono ai "fratelli" italiani un’accoglienza tanto calorosa da riservare loro (a tutto discapito dei locali) alcuni dei posti più prestigiosi nelle università, nei giornali, nella diplomazia, nello stesso Parlamento. Ecco come il siciliano Giuseppe La Farina, una delle più eminenti personalità massoniche emigrate a Torino, racconta l’accoglienza riservata agli esuli in una lettera alla "carissima amica" Ernesta Fumagalli Torti, spedita il 2 giugno 1848. "Arrivati appena a Torino - scrive - stavamo spogliandoci, quand’ecco il popolo preceduto da bandiere venire sotto le nostre finestre, e farci una dimostrazione veramente magnifica. Mi affacciai alla finestra, ringraziai; fui salutato con mille prove ed espressioni d’affetto. La mattina seguente, dopo essere stati da’ ministri, ritorniamo a casa; e dopo un momento, chi viene a visitarci? Tutta la Camera de’ Deputati col presidente. Onore insigne, che i parlamentari non sogliono concedere né anco ai propri re". L’accoglienza "regale" offerta alla generosa emigrazione italiana, permette ai Savoia di incassare un importante obiettivo politico: li rende preziosi e credibili alleati degli stati che contano. Offre garanzie ai liberali - protestanti e massoni di tutto il mondo - che sono intenzionati a fare sul serio. Che hanno davvero deciso di rompere con la tradizione cattolica del proprio stato e della nazione cui quello stato appartiene. I Savoia per amore di regno e quindi per furto - come scrive D’Azeglio nei suoi ricordi - diventano fautori dell’ideologia massonica e della religione protestante che apertamente combattono la cultura e la religione nazionali. Grazie a questa scelta strategica che rende il Piemonte docile feudo della cultura inglese, americana, tedesca, di parte del Belgio e dell’imperatore Napoleone III, i Savoia godono dell’appoggio incondizionato dell’una o l’altra di queste potenze e realizzano l’unità d’Italia sfruttando fino in fondo e con grande spregiudicatezza l’unico elemento in proprio favore: la radicale disomogeneità culturale e religiosa con il resto della penisola.

L’anima massonica del regno sardo, e in particolare del Parlamento subalpino, viene mai apertamente alla luce? No, perché l’associazione è pluri-scomunicata e perché il primo articolo dello Statuto vincola i parlamentari all’ossequio della fede cattolica definita religione di stato. L’11 novembre 1848, però, un brillante intervento del deputato Cavallera rende palpabile la "fraternità" quasi come l’aria che si respira. Si sta discutendo di sollevare le finanze dello stato, esauste per la campagna militare, ricorrendo all’esproprio e alla vendita dei beni delle corporazioni religiose. Contrario alla proposta Cavallera fa un discorso brevissimo, allusivo, singolare e sintomatico insieme, che dopo un primo momento di sconcerto suscita la generale ilarità. Ecco le poche battute del curioso intervento. Gli ordini religiosi - osserva il deputato - sono nati in Italia dove esistono da "più di dodici secoli". Bisogna dedurne che "necessariamente corrispondono ad un bisogno reale della società (rumori) [chiosa degli Atti del Parlamento subalpino]; e per conseguenza se si volessero abolire, altre se ne dovrebbero sostituire; infatti i moderni che vollero abolire i frati, vi sostituirono un’altra specie di frati: e cosa sono i circoli politici, se non vere fraterie? (Sorpresa e scoppio generale di risa prolungate). Perciò posto che non si sa stare senza frati, ai moderni preferisco gli antichi (Segue ilarità e mormorio di voci diverse)".

PARLIAMO DI MASSONERIA DEVIATA, MAFIA, SERVIZI SEGRETI E SETTE SATANICHE.

Carlo Palermo (Avellino 1947) è stato magistrato, avvocato, politico italiano, già sostituto procuratore a Trento dal 1975 al 1984 e poi a Trapani fino al 1989. Entrato in Magistratura, diventò noto al grande pubblico quando, a Trento, aprì un'indagine su un ampio traffico di armi e droga che - per il tramite del finanziere Ferdinando Mach di Palmstein - coinvolse il segretario del PSI, Bettino Craxi. Il sospetto fu che i traffici illeciti avvenissero con l'appoggio di alcuni esponenti politici, in cambio di finanziamenti illeciti. Oltre a Bettino Craxi, venne sfiorato dal coinvolgimento nell'inchiesta pure il banchiere socialista (poi parlamentare di Rifondazione Comunista e PDCI) Nerio Nesi. L'inchiesta si concluse con un nulla di fatto e, dopo una fortissima reazione degli indagati e di Craxi in particolare, culminata in una denuncia al CSM il magistrato fu trasferito nel 1985 a Trapani, dove le sue indagini si erano incrociate con il collega Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso nel 1983, dove intendeva continuare a indagare sui traffici di armi e droga. Nella città siciliana, dopo solo 50 giorni dal suo arrivo, la mafia reagì e tentò di ucciderlo con un'autobomba a Pizzolungo, una frazione del trapanese. Il magistrato restò ferito, poiché al momento dell'esplosione l'auto del magistrato stava superando una vettura su cui si trovavano Barbara Rizzo e i suoi due piccoli gemelli Salvatore e Giuseppe Asta, che morirono dilaniati, investiti in pieno dall'esplosione. Ma l'attentato, visto il breve tempo, non fu solo una storia di mafia. Pochi mesi dopo l'attentato Carlo Palermo si trasferì per qualche tempo a Roma al ministero, poi lasciò la magistratura e intraprese l'avvocatura, oltre a impegnarsi in politica. Per La Rete è stato dall'aprile 1992 deputato alla Camera nel collegio Trento-Bolzano, fino a quando, nel novembre 1993 fu dichiarato incompatibile.

L’inchiesta ‘armi e droga’ condotta dal giudice Carlo Palermo che fornisce spunto all’articolo di Luigi Cipriani riportato di seguito, finì come noto travolta dalle assoluzioni generalizzate per tutti gli inquisiti, descritte in calce all’articolo con altre brevi notizie e indicazioni bibliografiche per chi non avesse seguito la vicenda sulla stampa.

Luigi Cipriani, Armi e droga nell'inchiesta del giudice Palermo, in Democrazia proletaria maggio 1985. Riportata sul sito della Fondazione Cipriani.

Il traffico di eroina pura e morfina base scoperto dal giudice Carlo Palermo agli inizi del 1980, proveniente dai luoghi di produzione in Turchia, arrivava in Italia passando dall'Austria o dalla Jugoslavia. La droga veniva rilavorata in Italia e distribuita in tutto l'Occidente dalla grande mafia siculo-statunitense. Molto spesso la droga veniva scambiata con armamenti, in connessione con servizi segreti, industrie belliche, finanzieri, partiti e governi. I capi della mafia turca Abuzer Ugurlu e Bekir Celenk (entrambi padrini dell'attentatore del papa, Ali Agca) dirigevano i loro traffici dalla capitale bulgara Sofia. Entrambi, per poter agire in tranquillità, fungevano da informatori per i servizi segreti dell'est e dell'ovest, erano cioè agenti doppi. Ciò spiega anche le molte perplessità manifestate dalla Cia quando, in Italia, il giudice Martella si mise a seguire la pista bulgara in merito all'attentato al papa. Al trasporto della 'merce' via terra provvedevano Karafa Mehmet Alì (con una dozzina di autotrasportatori jugoslavi, raggiungeva le piazze di Trento, Verona e Milano) e un dirigente della narcotici turca, su auto della polizia. Al trasporto via mare, che raggiungeva gli Usa, provvedeva l'armatore Mehemet Cantas con la società panamense Sutas. Del trasporto di eroina negli Usa via mare si occupava anche l'altro capomafia turco Cil Huseyn. L'armatore Mehemet Cantas, per gestire meglio i propri traffici, si era trasferito a Los Angeles, dove era in contatto con la mafia siciliana. Interrogato dal giudice Palermo, dichiarò di avere venduto navi sia a Bekir Celenk che al grande trafficante Henry Harsan. In Germania agiva il trafficante d'armi turco Tegmen Herten, agente della Dea (agenzia antidroga Usa) residente a Monaco di Baviera: trattava ogni tipo di armamenti in stretto rapporto coi servizi tedeschi e la Nato. In Germania veniva anche riciclato il denaro sporco, Francesco Coll e Rodolfo Corti trasportavano la valuta da Bolzano verso la Dresdmer Bank di Monaco di Baviera, il cui direttore Kriske è stato arrestato. A Zurigo trafficava in armi, in collegamento con agenti dei servizi italiani, il finanziere Hans Kunz, che fu tra gli organizzatori dell'ultimo viaggio di Roberto Calvi. Nell'area mediorientale, sotto la copertura della società svizzera Petrocom, trafficava il fratello del presidente siriano, Hassad Rifaat, assieme ad alcuni agenti dei servizi siriani. Trafficante di armi e di droga sull'asse Berlino-Varsavia era il turco-siriano Derki Badi, anch'egli legato al trafficante milanese Arsan.

L'Italia centro del traffico mondiale di armi e di droga.

Ma il vero centro del traffico di armi e di droga è risultato essere il nostro Paese. Le richieste di ogni tipo di armamenti, dalle pistole alle tecnologie nucleari, pervenivano da ogni parte del mondo, assieme a grandissime quantità di eroina e di cocaina. Le contrattazioni internazionali fra i trafficanti avvenivano in Bulgaria all'hotel Giapponese di Sofia e all'hotel Marmara di Monaco di Baviera. Quel che sorprende, infatti, è il numero delle società commerciali italiane che operano con la Bulgaria, ben 776 contro le 800 che operano con l'intera Urss. La catena di trafficanti italiani scoperta dal giudice Palermo inizia appunto dalla frontiera est, da Bolzano. Nel giardino della villa di Herbert Hoberhofer, terrorista, 'eroe' sudtirolese, in realtà informatore del servizio segreto della nostra Guardia di finanza, sul finire del 1979, vennero ritrovati 130 chili di eroina. Centro del traffico a Bolzano era l'hotel Grifone. L'Hoberhofer venne arrestato insieme al giardiniere Meraner. Già da allora l'inchiesta di Palermo incontrò le prime, violente reazioni. La stampa locale e le associazioni sudtirolesi fecero pressioni fin quando l'Hoberhofer venne rimesso in libertà provvisoria dal tribunale di Trento. Successivamente riarrestato dal giudice Palermo, Hoberhofer è stato condannato a diciotto anni. Nella provincia di Verona, responsabile del traffico era Giorgio Malon, anch'egli condannato a diciotto anni dal tribunale di Trento, presidente Antonino Crea. Il vero capozona del traffico di armi e di droga era però Karl Kofler di Trento. Il Kofler era collegato a Milano con i grandi trafficanti di armi e con la grande mafia che, tramite Angelo Marai e Leonardo Crimi, portava alla famiglia di Gerlando Alberti. Tramite Leonardo Crimi, legato alla mafia trapanese, Kofler si incontrava all'hotel des Palmes di Palermo con Gerlando Alberti. Va ricordato che all'hotel des Palmes venne portato Sindona dalle famiglie Gambino, Inzerillo e Spatola, all'epoca del famoso rapimento del finanziere della mafia, con lo scopo di fargli rivelare la lista dei cinquecento. A quei tempi, in particolare con Totò Inzerillo, si incontrava anche Francesco Pazienza, sempre al famoso hotel des Palmes. Kofler era quindi un testimone importante, disposto a parlare molto e, puntualmente, venne eliminato. Siamo al secondo episodio di attacco all'inchiesta Palermo: il 7 marzo 1981, nel carcere di Trento, benché sottoposto a sorveglianza stretta, Karl Kolfer fu assassinato e mai venne scoperto l'assassino. Dal carcere di Trento riuscì a fuggire un altro testimone del traffico, l'industriale turco Nehiz Hasan, in realtà boss mafioso.

Tutte le vie portano a Milano.

Karl Kofler fece al giudice Palermo il nome di una società milanese, la Stibam che, caso strano, aveva sede in una palazzina di proprietà del Banco ambrosiano di Calvi e nella quale abitava anche il vicepresidente del Banco, Rosone. Perquisendo la sede della Stibam, Palermo trovò montagne di ordini, offerte, richieste di armamenti provenienti da tutto il mondo. Molte delle operazioni si avvalevano della 'consulenza' finanziaria dell'Ambrosiano. Socio maggioritario della Stibam era un siriano residente da molti anni in Italia e, forse non casualmente, a Varese, Henry Arsan. Altri soci erano Mario Cappiello, Giuseppe Alberti ed Edmondo Pagnoni. Il siriano-milanese Arsan si rivelò essere uno dei maggiori trafficanti d'armi del mondo in combutta, come vedremo, con agenti dei servizi segreti italiani. A titolo di esempio, basti notare che in una ventina di trattative vennero smerciati 116 carri armati e 20 elicotteri per la Somalia, 238 carri armati per Taiwan, altri 10 elicotteri da combattimento antisom, missili Tow, aerei C-130, missili Arpoon e relativi lanciatori, tre fregate della classe Battista de Andrade, 100 carri Leopard, 50 elicotteri Elios, 30 carri Leopard Mk-2, 60 cannoni 155/175, 10.000 proiettili C16, 60 elicotteri Bell Ah-16 residuati dal Vietnam e destinati al Kuwait, 100 motori per carri R-16, 33 chili di plutonio e 1.000 chili di uranio. Arsan era anche un grande trafficante di droga e disponeva di due navi, la Anika e la Golden sun, acquistate dalla società panamense Sutas dell'armatore e trafficante turco Mehemet Cantas. Nel solo 1981, Arsan fece arrivare a Milano 4.100 chili di eroina purissima, sufficiente per oltre 100.000 dosi che, distribuita sul mercato, fruttò circa 400 miliardi. Eppure, nel 1981, la Criminalpol conosceva benissimo Henry Arsan: era un agente della Dea, li aveva informati fin dal 1977 il responsabile dell'agenzia antidroga Tom Angioletti, sia pure con cinque anni di ritardo, da quando, nel 1972, era diventato loro informatore. A Milano, la Stibam di Arsan è collegata ad alcune società di copertura di mafiosi turchi, come la Ital Orient di Mohamed Nabir e la Wapa, gestita da due turchi, Salah Al Din e Pannikian Onnik, che distribuiva eroina in Lombardia e in Calabria. Ma il collegamento più interessante, come vedremo, è quello fra il turco Salah Aldin Wacekas ed Angelo Marai, uomo di Gerlando Alberti, che ci condurrà alla grande mafia siciliana. Altra società che operava nel traffico d'armi a Milano era la Comin di via Canova i cui proprietari, Antonio De Mitri e il fratello, facevano la spola con la Bulgaria, smerciando carri armati e missili di fabbricazione occidentale. In Bulgaria, a trattare partite d'armi ben più consistenti, si recava anche, per conto di Arsan, un noto armiere della Valtrompia (Brescia), Renato Gamba. Con Renato Gamba, entra in scena una vecchia società, quotata alla borsa di Firenze e Milano, la Broggi Izar, specializzata nella lavorazione di metalli preziosi. Con l'ingresso di nuovi proprietari, la Broggi Izar realizzò un consistente settore bellico, acquistando piccole industrie, tra le quali quella di Renato Gamba. Dall'interrogatorio del presidente della Broggi Izar, Cesco della Zorza, emerse che i capitali erano stati investiti dalla finanziaria Cepim, legata a Vittorio Emanuele di Savoia, iscritto alla P2 e noto trafficante di armi. Responsabile del settore armi della Broggi Izar era un americano, Reginald Allas, introdotto sia al Pentagono che al Cremlino. Entrambi i dirigenti della Izar furono fatti arrestare dal giudice Palermo: in sostanza, la Broggi Izar fungeva da paravento per il traffico illegale di armi, coperto da autorizzazioni ottenute per il commercio di armamento leggero. La società Broggi Izar appare anche nella attività di investimento di uno dei quattro 'cavalieri' di Catania, il Graci, assieme all'altro 'cavaliere', il Rendo, accusati di investire i denari della mafia.

Entrano in campo i servizi segreti.

Collegati al milanese Arsan, vi erano altri trafficanti internazionali di armi, legati ai servizi segreti: il giudice Palermo li fece arrestare e cominciò a ricevere telefonate minacciose. Essi erano:

-GLAUCO PARTEL: ex ufficiale di Marina, grande esperto in missilistica, direttore di un centro di ricerca privata di Roma. Il Partel era agente del Nsa (National security agency) statunitense; contemporaneamente, egli lavorava per il ministero della Difesa a Roma, come direttore del Centro studi trasporti missilistici. Lo stesso Partel, nella sua duplice funzione di trafficante d'armi planetario ed agente dei servizi, era in grado di fornire notizie interessanti sulla funzione degli eserciti, in particolare nei Pvs. Ad esempio, durante la guerra delle Falkland, per conto dei servizi segreti britannici e tramite la P2, contattò il maresciallo di vascello argentino Alfredo Corti, iscritto alla P2, per offrirgli dei missili Exocet che non furono mai trovati, facendo perdere tempo agli argentini.

-MASSIMO PUGLIESE: monarchico, massone P2, agente del Sifar e del Sid, andato in pensione, ma rimasto collegato al generale Santovito capo del Sismi, a sua volta massone P2. Uscito dal Sid, andò a fare il consulente per alcune ditte nazionali produttrici di armi. Pugliese gestiva il traffico internazionale di armi per mano di due società, la Horus e la Promec, in quanto monarchico era in rapporti stretti con Vittorio Emanuele di Savoia. Tramite l'attore Rossano Brazzi, massone a sua volta, Pugliese ebbe la possibilità di mandare messaggi al presidente Reagan, ad esempio per favorire le concessioni di crediti alla Somalia, necessari per l'acquisto di armi. Il Pugliese, assieme al bresciano Rolando Pelizza, fondò la società lussemburghese Transpresa per la vendita del 'raggio della morte'. Tramite i servizi italiani, il 'raggio della morte' venne proposto al governo italiano: il Pugliese si incontrò con Andreotti, Piccoli, Loris Fortuna. A quanto pare, i politici si convinsero di avere messo le mani sulla superarma, visto che interessarono il governo Usa, il quale organizzò un esperimento, del cui esito si sono perse le tracce. Il giudice Palermo sottopose a lunghi interrogatori i politici citati dal Pugliese, attirandosi altre maledizioni. Tra le carte di Massimo Pugliese, venne ritrovato un dettagliato dossier sulle attività del giudice Palermo. Fin dall'inizio, l'inchiesta era seguita con molta attenzione da parte dei servizi segreti. 

-ROSSANO BRAZZI: ex attore, amico personale di Reagan, massone, in contatto col mafioso Robert Vesco, voleva fondare su un'isola deserta la 'nuova Aragona', occasione di investimento del denaro frutto del traffico d'armi. Il Brazzi è anche indicato come personaggio legato alla Oto Melara.

-CARLO BERTONCINI: proprietario della Seric di Pomezia, specializzata in strumentazione elettronica per l'esercito, agente del Sismi dal 1970, quando venne scoperto che spediva materiale elettronico ai paesi dell'est.

-ENZO GIOVANNELLI: (ex partigiano nella brigata Osoppo Friuli)  fornitore della base Usa della Maddalena in Sardegna. Il Giovannelli apre la serie degli spedizionieri (operava a Olbia) legati al traffico di armi con la copertura del Sismi di Santovito. Un dossier della Guardia di finanza indicò il Giovannelli, con suo cognato Sebastiano Sanna, ex contrammiraglio, ed altri, implicati in un traffico d'armi favorito dalla Nato (comprendente 43 caccia F-101, 10 aerei scuola Tf-104 G, quattro fregate ed alcuni simulatori di volo) in combutta con Flavio Carboni e Francesco Pazienza.

-MAURIZIO BRUNI: massone P2, operava come spedizioniere a Livorno. Di lui si serviva il trafficante Arsan per spedire armi e droga in tutto il mondo. E' stato inquisito anche dal giudice fiorentino Pierluigi Vigna.

-ALESSANDRO DEL BENE: cassiere della P2 in Toscana, grande elettore del Psi, legato al ministro della Difesa Lagorio e spedizioniere anch'egli a Livorno. Tra l'altro, il Del Bene è stato coinvolto in un traffico di congegni di puntamento segreti della Nato che, prodotti dalle officine Galileo finivano, tramite Gelli, alla Romania.

-ANGELO DE FEO: agente Sid dell'ufficio Ris, competente per la concessione del benestare di fattibilità per la vendita di armi italiane. Interrogato dal giudice Palermo, ha affermato che tutto il traffico di armi è controllato dai servizi segreti. Ad esempio, ha affermato De Feo, i ricognitori Usa scoprirono 4 carri Leopard nel deserto libico: erano stati venduti dall'Italia, con autorizzazione del contrammiraglio Martini del Sismi. Il trasporto fu controllato dal colonnello D'Agostini del Sismi, iscritto alla P2. De Feo ha denunciato anche la vendita proibita di ingenti quantità di armi (anche navi) al Sudafrica, di 300 aerei Siai Marchetti e Aermacchi alla Libia e centinaia di missili venduti alla Mauritania, trasportati sul posto da un aereo della Cia decollato da Ciampino militare. Sulla base di tutte queste deposizioni, il giudice Palermo chiese l'incriminazione del capo del Sismi generale Santovito, iscritto alla P2, a sua volta accusato dal giudice Sica insieme al colonnello Giovannone, agente del Sismi in Libano, iscritto alla P2 e cavaliere di Malta, per avere dichiarato il falso sulla scomparsa dei giornalisti Toni e Di Palo. I due giornalisti, recatisi in Libano per seguire le tracce di un traffico d'armi e droga, scomparvero nel nulla.

Come abbiamo visto, la società Stibam di Milano e il suo proprietario Arsan erano al centro di un vastissimo traffico di armi e droga. Per questo motivo l'Arsan, molto opportunamente, morì nel carcere di san Vittore a Milano nel novembre 1983: per arresto cardiaco, questa fu la diagnosi.

C'era anche Gheddafi.

Il 29 gennaio 1985, su mandato del giudice Palermo, è stato arrestato Gabriel Tannouri, finanziere libico intimo di Gheddafi e di Nixon. Tannouri venne chiamato in causa per un contratto di fornitura di materiale fissile ed attrezzature per confezionare piccole bombe atomiche, messi in vendita da due sudamericani, Diego Arias e Helio Guerrero. Sembra una favola, ma il giudice Palermo sforna pacchi di documenti autentici: il contratto venne firmato a Ginevra da Tannouri e Mared Pharaon, fratello del saudita trafficante internazionale Gait Pharaon. Il Pharaon avrebbe dovuto fornire parte dei finanziamenti per un contratto che si prospettava da un miliardo e duecentomila dollari nel 1980. In garanzia del finanziamento, 1l 23 dicembre 1980, a Lugano, di fronte al notaio Alida Andreoli, il Tannouri depositò ben 203.785 azioni da 4.000 lire e 203.478 azioni da 3.000 lire delle Assicurazioni generali. Una quota elevatissima che solo i maggiori azionisti come Mediobanca, Euralux, la Banca d'Italia, il servizio Italia della Bnl e la Comit erano in grado di esibire. Le azioni nel 1978 erano intestate alla società Claus Fin di Milano, sciolta nel 1984 e all'epoca del contratto vennero depositate dalla filiale svizzera della banca Lambert di Bruxelles. Dagli atti presso il notaio Andreoli di Lugano risultò che a depositare le azioni presso la banca Lambert furono gli italiani Achille Caproni e Flavio Briatore. Ad un certo punto il Pharaon, che ha cominciato a versare accrediti per mezzo della banca Morgan di Ginevra, prelevandoli dal Credito svizzero di Ginevra e Parigi, chiede a Tannouri maggiori garanzie. Entrano in campo i trafficanti italiani, Capogrossi, lo spedizioniere Giovannelli e l'agente della Nsa Glauco Partel. Con Partel entra in campo anche la Cia tramite l'agente australiano Eugene Bartolomeus, coinvolto nel fallimento della banca della Cia, la Nugan hand bank, trafficante d'armi legato alla mafia Usa ed australiana. Di fronte alla possibilità che le bombe finissero ai libici o ai siriani, il trasportatore e agente del Sismi Giovannelli ebbe dei problemi di coscienza ed avvertì il console d'Israele a Milano. La trattativa finì nel nulla, probabilmente si trattò di un colossale 'pacco' giocato dalla Cia alla Libia. Fatto sta che Tannouri risultò disporre proprio di un conto da 1.200.000 dollari presso la società Rexine Sa certificata dalla Deutsche bank. Molti telex rivelarono altresì contatti con altri clienti presso la Trade developement bank del Lussemburgo, spesso citata nel traffico d'armi internazionale. Molto probabilmente, giocato il 'pacco' alla Libia, la Cia dirottò il materiale fissile verso clienti più affidabili.

Da Milano alla Sicilia.

Come abbiamo visto, il duo dei trafficanti milanesi Arsan e Partel era collegato alla mafia turca tramite Salah Aldin Wacekas e a quella siciliana tramite Angelo Marai, entrambi operanti a Milano. A sua volta, Marai era collegato a Leonardo Crimi e alla grande mafia siciliana tramite Gerlando Alberti. Quest'ultimo lavorava l'eroina nei laboratori siciliani e la spediva negli Usa e ai marsigliesi incaricati di rifornire i mercati del Nordeuropa. Assieme all'Alberti, il giudice Palermo rinviò a giudizio i mafiosi Matteo Bricola, Rosario d'Agostino e Nicolò Puccio. Gerlando Alberti porta alle grandi famiglie mafiose siculo-statunitensi dei Gambino, degli Inzerillo e degli Spatola, i padrini di Sindona. La filiale trapanese delle grandi famiglie palermitane è rappresentata dai clan di Minore, Evola, Bonanno, Magaddino, originari di Trapani. Trapani è stata definita la 'Svizzera della mafia' perché, pur avendo un'economia molto debole, in essa affluisce il 40% dei depositi bancari di tutta la Sicilia. A Trapani sono presenti sei banche di interesse regionale, 28 banche provinciali ed un centinaio di casse rurali. Inutile aggiungere che gli amministratori delle banche sono tutti uomini della Dc. I Bonanno, originari di Castellammare del Golfo (Trapani) da molti anni si sono trasferiti negli Usa, entrando a fare parte delle grandi famiglie mafiose. Il giudice Ciaccio Montalto, prima di essere ucciso dalla mafia, aveva scoperto un colossale traffico di droga e di armi che, partendo da Trapani, raggiungeva il Nordafrica e gli Usa. Fiduciari del traffico per conto dei Bonanno erano i fratelli Di Chiara, originari di Castellammare del Golfo: Lorenzo operava negli Usa e Antonio in Sicilia, a Mazara del Vallo. I fratelli Di Chiara erano collegati al clan dei Minore di Trapani: ancora una volta, il cerchio delle inchieste dei giudici Palermo e Montalto si chiude intorno ai medesimi personaggi. Gli stessi nomi si riscontrano in attività di riciclaggio del denaro sporco: Leonardo Crimi, trafficante di armi e droga in società con il clan dei Minore e con i cavalieri del lavoro catanesi Rendo e Costanzo, eseguirono lavori nel Belice terremotato e nel trapanese. Cominciarono ad emergere anche nomi di insospettabili. Il giudice Palermo, indagando su un grosso traffico d'armi in partenza per l'Africa, si imbattè nella società Coprofin, controllata dal Psi e gestita dal finanziere Ferdinando Mach di Palmenstein, la quale stava trattando la vendita illegale di aerei da combattimento al Mozambico. Nello stesso tempo, dal porto di Livorno era in partenza una nave ufficialmente carica di liofilizzati destinati al Mozambico. Ad organizzare la spedizione era la medesima società di Ferdinando Mach, mentre i liofilizzati erano di proprietà di una ditta del cav. Mario Rendo di Catania. Fatto strano, ma è successo che appena il giudice Palermo ha cominciato a indagare sulle attività del finanziere del Psi Ferdinando Mach, il trasporto degli innocui liofilizzati per il Mozambico è stato annullato. Il nome di Mario Rendo è comparso anche nella truffa dei petroli come uno dei padrini del comandante della Guardia di finanza, il generale Raffaele Giudice (P2) e nel traffico di armi e petrolio con la Libia, emerso dal fascicolo segreto del Sid, il famoso Mi.Fo.Biali.

C'erano anche Pazienza e Carboni.

Francesco Pazienza iniziò il suo viaggio nei servizi segreti occidentali a partire dallo Sdece francese, passò alla Nato e al Dipartimento di Stato Usa quando il suo capo, Alexander Haig, divenne segretario di Stato di Reagan, per arrivare al Sismi del generale Santovito (P2). Fin dal 1978, il Pazienza trafficava in armi con la copertura dei servizi segreti, avvalendosi di una società lussemburghese, la Se. Debra, assieme a Nico Schaffer, ex amministraore della Fasco di Sindona e al grande trafficante arabo Kashoggi. Un rapporto del Sisde segnalò un incontro all'hotel de Paris di Montecarlo tra Francesco Pazienza e il trafficante d'armi Trapolus, il mafioso Francesco Gallo, l'ex magistrato genovese Giorgio Righetti e Licio Gelli. In qualità di amministratore dei beni della famiglia dell'ex scià di Persia, Pazienza era introdotto nelle grandi banche Usa che riciclano il denaro della mafia. Pazienza era amico di Totò Inzerillo, ucciso nel 1981, ed era in contatto con le grandi famiglie della mafia Usa: i Gambino, gli Inzerillo, gli Spatola, i Bonanno ecc. Quando costoro, nel 1979, organizzarono il finto rapimento di Sindona, il Pazienza fece numerosissimi viaggi in aereo verso Palermo e Catania, utilizzando i mezzi messi a disposizione dalla Cai del Sismi e quelli dell'Ata del mafioso milanese Carmelo Gaeta. Il super-agente si incontrava con Totò Inzerillo, probabilmente per conoscere a che punto erano le trattative per la famosa lista dei cinquecento. Sui medesimi aerei viaggiava un altro personaggio molto noto a Pazienza, don Masino Buscetta. Pazienza era legato al malavitoso romano Domenico Balducci, ucciso il 16 ottobre 1981, terminale della mafia palermitano-calabrese nella capitale, legato al cassiere della mafia Pippò Calò, arrestato recentemente. Pippo Calò investiva il denaro della mafia per mezzo del costruttore romano Danilo Sbarra in Sardegna, nelle numerose società immobiliari facenti capo alla Sofint di Flavio Carboni, legato quest'ultimo alla Dc (Roich, De Mita) e all'Opus dei, socio dell'editore dell'Espresso, organizzatore con Pazienza dell'ultimo viaggio di Roberto Calvi. Carboni era collegato al trasportatore e trafficante d'armi di Olbia, Enzo Giovannelli, che a sua volta riconduce ai grandi trafficanti Glauco Partel ed Henry Arsan di Milano.

I quattro dell'apocalisse in Sudamerica.

I quattro dell'apocalisse - Gelli, Ortolani, Marcinkus, Calvi - si affacciarono per far affari nel continente sudamericano quando questo era in preda ad una crisi disastrosa, con tassi di inflazione del 200%. Ma gli affari che essi trattavano non conoscono crisi, attraverso la P2 erano in contatto con i dittatori militari e civili del continente, notoriamente anche grandi trafficanti di armi e droga. Obiettivo dei quattro non era solo quello di fare affari, ma di sostenere regimi autoritari ferocemente antimarxisti sui quali puntano sia il presidente degli Usa che il Vaticano, impegnato in una 'nobile' battaglia contro la teologia della liberazione. Il 1 gennaio 1980, a Buenos Aires in Argentina, Roberto Calvi inaugurò la nuova sede del Banco ambrosiano de America del Sud. Nel medesimo palazzo verranno installati gli uffici del generale Massera (P2) e di Videla. Gelli e Ortolani, attraverso i loro rapporti coi gerarchi fascisti fuggiti in Argentina, erano da molti anni in rapporti di amicizia con Peron e con il capo degli squadroni della morte, Lopez Rega; lo stesso Gelli era incaricato d'affari argentino in Italia. Il generale Massera era un grande trafficante d'armi ed era in contatto con l'ammiraglio Torrisi (P2) in Italia. Grazie alla mediazione di Massera, buona parte dei 6.000 miliardi di armamenti spesi dal generale Videla, dal 1976 in avanti, sono affluiti alle industrie italiane. Ortolani aveva preceduto Calvi in Sudamerica con il proprio Banco financiero di Montevideo in Uruguay, divenuto insufficiente alla bisogna: si rendeva necessaria la rapida espansione dell'Ambrosiano, con le garanzie dello Ior del Vaticano. La prima banca ad installarsi fu la Cisalpina Overseas bank delle Bahamas, trasformata in Banco ambrosiano Overseas, seguita dalla Ultrafin di New York, Il Banco ambrosiano andino a Lima in Perù, l'Ambrosiano representacao y servicios in Brasile, l'Ambrosiano group banco commercial di Managua in Nicaragua, l'Ambrosiano group promotion a Panama. In Cile, l'Ambrosiano partecipava al più grande gruppo finanziario sostenitore di Pinochet, il Banco hypotecario, detto 'Piranas' dagli esuli cileni. Il Banco ambrosiano ha finanziato, nel 1976, la vendita di 6 fregate da parte del Cnr della Fincantieri alla Marina del Venezuela, di corvette all'Equador, di 4 fregate Lupo al Perù nonché di numerosi elicotteri Agusta, mentre i piduisti installati all'Ufficio italiano cambi e alla Sace concedevano autorizzazioni e crediti. In Guatemala, l'Ambrosiano finanziò il governo di destra del generale Vernon, ex agente Cia, legato al Dipartimento esteri Usa di Alexander Haig, attraverso la società Brisa, fondata per lo sfruttamento delle risorse minerarie del Paese. Nel 1978 il dittatore del Nicaragua, Somoza, era in forte crisi sotto la pressione della rivoluzione sandinista. A partire da quella data il Banco ambrosiano, per mezzo della propria filiale di Managua, trasferì centinaia di milioni di dollari nel Paese. Da un'altra banca del Sudamerica dell'Ambrosiano, il Banco andino di Lima, sono passate molte delle operazioni di traffico d'armi e di petrolio con Cile, Nicaragua, Argentina, Brasile, Nigeria ed i traffici con la Tradeinvest dell'Eni, fino al finanziamento di 21 milioni di dollari concesso al Psi. Esaminando i conti dell'Andino, alla fine del 1981, gli ispettori della Banca d'Italia scoprirono un 'buco' da 1.000 miliardi, inizio della fine di Calvi. Nel medesimo periodo, anche il gruppo Rizzoli ebbe una grande espansione editoriale in Sudamerica, mentre il Corriere della Sera in Italia pubblicava le interviste di Roberto Gervaso (P2) a Videla e Somoza e censurava gli articoli sui desparecidos del corrispondente dall'Argentina. Giova solo ricordare che il duo Massera-Videla viene processato in Argentina, accusato di aver organizzato centri di tortura in tutto il Paese e di aver assassinato trentamila oppositori, bambini compresi.

Il caso Psi-Argentina.

Durante la perquisizione degli uffici di uno dei trafficanti d'armi, tale Michele Jasparro, arrestato il 16 giugno 1983, titolare di una fabbrica di giubbotti antiproiettile legato all'Agusta, il giudice Palermo venne in possesso di una lettera proveniente dall'Argentina. A scriverla era Gaio Gradenigo, amministratore della Comte srl di Buenos Aires. Il Gradenigo informava Jasparro che "Bettino Craxi è furibondo per il fallimento delle trattative per la costruzione della metropolitana di Buenos Aires" e parlava dell'interesse del Psi per la costruzione della fabbrica di elicotteri che l'Agusta avrebbe dovuto realizzare in Argentina, dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland. Sull'interesse del Psi nelle due operazioni esistono riscontri obiettivi: la metropolitana milanese (il cui presidente Natali, padrino del giovane Craxi nel Psi, è attualmente in carcere per tangenti) realizzò lo studio di progetti per il metrò di Buenos Aires. Per la realizzazione del metrò erano in gara la Fiat, l'Ansaldo e la Breda, ma il generale Gualtieri preferì destinare i fondi al potenziamento degli armamenti e alle autostrade, facendo arrabbiare Craxi. Per quanto riguarda la fabbrica di elicotteri Agusta, che fa capo all'Efim, presidente Fiaccavento di area Psdi, nel 1983 subì l'offensiva del ministro delle Pp.Ss. De Michelis. Il Psi nell'Agusta aveva già un'importante pedina, l'amministratore delegato Raffaele Teti, ma De Michelis propose di portare l'Agusta sotto il controllo dell'Iri, liquidando la quota rimasta al vecchio proprietario, il conte Agusta, scaricando contemporaneamente i debiti della società sull'Iri. Per l'acquisizione della quota del conte Agusta (20%), il Psi aveva già un'acquirente di fiducia, tale Pietro Fascione, al prezzo di 80 miliardi. In poche parole il Psi, per via pubblica e privata, puntò al controllo totale dell'Agusta, proprio nel periodo in cui si prospettava la costruzione della società di elicotteri in Argentina. Ma vi è di più. Durante la guerra delle Falkland una delegazione di maggiorenti argentini, guidata dal segretario del partito socialista argentino, Pasquale Ammirati, si incontrò con Craxi per ottenere la revoca dell'embargo posto dal presidente del Consiglio Spadolini e dal ministro degli Esteri Colombo. Cosa che puntualmente avvenne, con il sostegno di Psi e Pci. Della delegazione che incontrò Craxi facevano parte anche i fratelli Macrì, i maggiori industriali argentini, rappresentanti degli interessi della Fiat. I Macrì sono due fratelli, Antonio e Franco, sono accusati di aver messo sul tappeto la questione della fabbrica di elicotteri e di traffico illegale di armi. I Macrì controllano con la loro holding oltre 50 imprese, hanno acquisito il controllo della filiale Fiat argentina in forte perdita. Durante il periodo delle dittature militari hanno costruito strade ed autostrade, hanno l'appalto per la pulizia di Buenos Aires e rappresentano la Techint (Fiat). I Macrì erano strettamente legati ai militari P2 dell'Argentina, Massera e Mason, e sono imparentati con uno dei dirigenti del peronismo, Carlos Grosso. Un documento dei servizi segreti inglesi accusò i fratelli Macrì di aver cercato in Italia l'appoggio per l'acquisto di missili Exocet, formalmente destinati al Perù, durante il periodo dell'embargo posto dalla Francia. La delegazione argentina, prima di incontrare Craxi, fece tappa a Zurigo, dove operava il trafficante Hans Kunz, in contatto con Roberto Calvi durante il suo ultimo viaggio nel giugno 1982. Nello stesso frangente le banche argentine, tra le quali l'Ambrosiano, trasferirono grossi capitali nelle loro filiali svizzere. Il governo argentino era disposto a pagare per un missile più di 2 milioni di dollari, contro i 700.000 dollari normalmente richiesti sul mercato ufficiale. Il periodo della trattativa sugli Exocet coincise con il viaggio di Calvi il quale, prima di approdare a Zurigo, venne portato da Pazienza a Carboni in Austria, a Klagenfurt, dove operava il trafficante d'armi Sergio Vatta, inquisito dal giudice Palermo. Il Vatta era in contatto con il trafficante e agente del Nsa Glauco Partel, il quale da un lato attirò gli argentini in una trattativa fasulla (per gli Exocet) e contemporaneamente informò i servizi segreti inglesi. Molto probabilmente, una delle cause della morte di Roberto Calvi sta nel ruolo svolto dall'Ambrosiano e dalla P2 in appoggio all'Argentina durante la guerra delle Falkland. Dobbiamo ricordare che i servizi segreti britannici sono strettamente legati alla massoneria inglese della quale Calvi, molto probabilmente, faceva parte, perché esistono fotografie che lo ritraggono a fianco della regina Elisabetta, notoriamente gran patronesse della massoneria. Del resto, il ritrovamento nelle tasche della giacca e sui genitali del cadavere di Calvi di alcuni mattoni (oltre al nome del ponte Frati neri) nel simbolismo massonico starebbe a indicare tradimento. Tornando al caso Argentina-Psi, sulla base degli elementi emersi, il pubblico ministero di Trento, Enrico Cavaliere, avrebbe voluto emettere subito mandati di comparizione e convocare Bettino Craxi come testimone. Il giudice istruttore Palermo lo convinse a pazientare, chiedendo di poter approfondire le indagini e interrogando l'ex addetto stampa di Craxi, il piduista Vanni Nisticò, ed un personaggio introdotto nell'industria bellica, Giancarlo Elia Valori. Elia Valori, amico personale di Peron, contendeva a Gelli il controllo della P2 in Argentina e per questo ne fu espulso. In Italia Elia Valori è legato agli ambienti della Dc nelle Pp.Ss., è stato vicepresidente della Italstrade, attualmente forlaniano legato al cardinale Palazzini dell'Opus dei e agli ambienti golpisti della Fiat (Chiusano e Scassellati). Dopo essere stato ad indagare in Argentina, il giudice Palermo tornò in Italia con un nome: Ferdinando Mach di Palmenstein, amministratore di alcune società facenti capo al Psi, già comparso nel caso Eni-Petromin. Le società sono: la Sofinim, al 99% del Psi, fondata nel 1976 da Nerio Nesi, presidente della Bnl; Vincenzo Balsamo e Rino Formica, tutti del Psi; la Coprofin, con sedi a Bucarest e Maputo in Mozambico; la Promit, con sede a Roma. Il Mach è anche presidente di una società di Firenze, la Promec, specializzata nella acquisizione di appalti e forniture pubbliche. Ferdinando Mach, nelle sue molteplici attività e traffici, era in stretto rapporto con Francesco Pazienza (esistono numerose registrazioni telefoniche) e fu per suo tramite che Pazienza si incontrò più volte con Bettino Craxi, con Michael Leeden, spione e provocatore della Cia, organizzatore con lo stesso Pazienza, assieme ai servizi libici, del Billygate che assestò un duro colpo al presidente Carter, favorendo l'elezione di Reagan nel 1981.

Il caso Psi-Somalia.

I rapporti del Psi con la Somalia di Siad Barre sono molto stretti; lo stesso cognato di Craxi, Pillitteri, è console onorario di Somalia a Milano. Famoso, nei rapporti Psi-Somalia, è stato il caso del piano regolatore di Mogadiscio. Nel 1975, l'ingegner Luciano Ravaglia, con il patrocinio della regione Lombardia, iniziò a interessarsi del piano regolatore di Mogadiscio. Nel 1978, il Ravaglia si incontrò con Siad Barre ed ottenne l'avvallo alla prosecuzione dello studio. Il 5 agosto 1981, il progetto Ravaglia venne inserito negli accordi firmati a Mogadiscio dal ministro degli Esteri, Colombo, entrando così nella fase operativa. Improvvisamente, l'11 novembre 1981, il sottosegretario agli Esteri Roberto Palleschi del Psi avocò a sé con effetto immediato il carteggio del piano, che venne sospeso. Nel marzo 1982, il progettista Ravaglia ricevette una comunicazione dal sottosegretario Palleschi, nella quale si affermava che "d'accordo col ministro somalo Habib, il piano regolatore di Mogadiscio è stato affidato all'architetto Portoghesi" del Psi. Ma le attività di mediazione nel territorio africano da parte delle società facenti capo al Psi sono numerosissime: oltre al piano regolatore, esse hanno trattato la costruzione di dighe, impianti siderurgici, allevamenti di bestiame, impianti per surgelati ecc. Tutto ciò sempre in rapporto con le industrie pubbliche, le banche dell'Iri e col ministro degli Esteri. Ferdinando Mach si interessò anche della vendita di aerei da guerra e da trasporto G-222 al Mozambico, riuscendo strumentalmente a fare sì che il presidente Pertini si incontrasse con la delegazione degli acquirenti. Il Mach è accusato di avere venduto aerei G-222 alla Nigeria, un affare da 170 miliardi per il quale ottenne una tangente del 20%. Allo scopo di agevolare i propri traffici, lo stesso Mach scrisse al Psi per ottenere che all'Ufficio italiano cambi venisse nominato un uomo fidato, carica che venne ricoperta da uomini della P2. L'occasione dell'affare più ghiotto venne offerta, come sempre, dalla Somalia che aveva ottenuto un finanziamento Usa per l'acquisto di 116 carri H18-A5 e 20 elicotteri Cobra HgS con 1.000 missili Tow per un totale di 600 miliardi nel 1982. Non potendo esporsi direttamente, gli Usa attivarono il canale della Cia e del Sismi, vale a dire Santovito, Pugliese e Partel. Il 17 ottobre 1982 avrebbe dovuto essere firmato il contratto a Mogadiscio, contemporaneamente nella città era presente una delegazione del Psi, guidata da Pillitteri e comprendente Ferdinando Mach. Occasionalmente, nello stesso giorno, era in visita in Somalia il ministro della Difesa, il Psi Lagorio. Sfortunatamente, tutto andò in fumo perché il giudice Palermo, con mandato di cattura, aveva provveduto ad arrestare i trafficanti Partel e Pugliese. A questo punto, il giudice decise di rompere gli indugi, accusando Ferdinando Mach di associazione per delinquere al fine di traffico di armi e, contemporaneamente, il segretario del Psi di violazione dell'art.7 della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Nel mandato di perquisizione a carico della società Sofinim, Palermo commise però l'errore di citare i nomi di Craxi e Pillitteri senza avere ottenuto l'autorizzazione a procedere dal Parlamento e dalla Commissione inquirente. Avvertito tempestivamente, Bettino Craxi scrisse su carta intestata il famoso telex al Procuratore capo Tamburrino, il quale bloccò la perquisizione (che non verrà mai più effettuata) e diede inizio al provvedimento disciplinare nei confronti di Carlo Palermo.

Intimidazioni, suicidi, fughe, provocazioni, errori, avocazioni e repressione.

Sin dall'inizio della sua inchiesta, il giudice Palermo ricevette intimidazioni e minacce, sicché gli dovettero raddoppiare la scorta. Altri fatti intervennero per disinnescare la portata dell'inchiesta internazionale su armi e droga. Karl Kofler, uno dei testimoni chiave, benché in carcere isolato, venne trovato 'suicidato': gli avevano infilato uno spillone nel cuore e tagliato la gola. Altri imputati, testi, riuscirono misteriosamente ad evadere dal carcere mentre il principale imputato, l'agente della Dea Henry Arsan, morì per arresto cardiaco nel carcere di san Vittore. Vi è poi il caso degli avvocati Roberto Ruggiero e Bonifacio Giudiceandrea, figlio del Procuratore della repubblica di Bolzano, entrambi difensori del trafficante Giovannelli di Olbia. L'avvocato Ruggiero che, da intercettazioni telefoniche, risulta essere conoscente di Bettino Craxi, è stato accusato da Palermo di traffico d'armi e indicato come collaboratore del libico Tannouri, al pari del commercialista Arnaldo Capogrossi, legato a sua volta al trasportatore Giovannelli. Nel giugno del 1983, durante un interrogatorio da parte di Palermo del Giovannelli, l'avvocato di questi, Ruggiero, interruppe continuamente il giudice, il quale commise l'errore di perdere le staffe, accusando l'avvocato di condurre in modo disonesto la professione. L'avvocato Ruggiero fece verbalizzare il tutto e lo trasmise al Procuratore generale della Cassazione Tamburrino. Due mesi più tardi, i carabinieri fecero avere al giudice Palermo il testo dell'intercettazione di una telefonata tra gli avvocati Ruggiero e Giudiceandrea, dalla quale erano ravvisabili i reati di favoreggiamento e divulgazione di segreti d'ufficio. Il giudice Palermo fece arrestare i due avvocati, scatenando la reazione dei colleghi romani che scesero in sciopero.

Stranamente e solo dopo gli arresti, i carabinieri si accorsero di aver commesso un errore nella trascrizione della registrazione, nel senso che, laddove l'avvocato Giudiceandrea affermava "ho preso il fascicolo", si doveva intendere "ho appreso dal fascicolo". Un errore molto opportuno. Il giudice Palermo venne sommerso da un'ondata di critiche, screditandosi il valore di tutta l'inchiesta su armi e droga.

Il 1 maggio 1983, il giudice istruttore di Trento prosciolse Ruggiero e Giudiceandrea dai reati di favoreggiamento e corruzione e il 24 ottobre il pretore Vettorasio dichiarò non doversi procedere contro i due per rivelazione di segreti d'ufficio. Il 15 novembre l'avvocato Giudiceandrea inviò un esposto al Tribunale di Trento contro Palermo per "avere effettuato intercettazioni non autorizzate e per non aver informato il Pm e il Procuratore generale sui cambiamenti avvenuti nell'inchiesta". Il 13 gennaio 1984, sulla base della denuncia di Giudiceandrea, il giudice Palermo venne indiziato di interesse privato dal Procuratore della repubblica di Venezia. Di fronte a tanti attacchi, i magistrati di Trento scesero in campo rendendo pubblico un documento di solidarietà nei confronti di Palermo. Gli avvocati di Gerlando Alberti, sfruttando la situazione, chiesero la ricusazione del tribunale di Trento, che venne accordata. In questo modo, tutto il filone mafia dell'inchiesta Palermo venne stralciata e trasferita al tribunale di Brescia, dove tuttora giace dal 17 giugno 1984. Un altro imputato, la spia della Guardia di finanza Oberhofer, chiese ed ottenne la ricusazione del tribunale di Trento dal Procuratore generale Capriotti che già l'aveva negata nel 1981. Dopo il Procuratore generale Tamburrino, scese in campo anche il ministro Martinazzoli, il quale avviò un'inchiesta disciplinare nei confronti dei giudici trentini, investendo anche il Csm. Da quando, con la sua inchiesta, il giudice Palermo aveva chiamato in causa i massimi livelli politici del Psi, gli sono piovuti addosso attacchi di ogni genere e il suo lavoro venne smembrato in mille rivoli. Nel giugno 1984, Palermo chiese di lasciare l'inchiesta armi e droga. In suo appoggio intervenne il presidente del Tribunale di Trento, Rocco La Torre. Il presidente del Tribunale dichiarò: "Ci sono state velenose e virulente reazioni determinate dal processo a causa dei sudici, sotterranei, colossali interessi colpiti. Contro la persona di Palermo ci sono stati molesti, incessanti e frustranti attacchi". Lo stesso Palermo denunciò che, da quando aveva imboccato la pista politica, erano stati riesumati provvedimenti già dati per archiviati. Nel giugno 1984, di fronte al magistrato di Venezia che lo interrogava, Palermo affermò: "Non pare fuori luogo notare fin d'ora che le più pesanti accuse mosse nei miei confronti da parte di avvocati, imputati e politici sono seguite al sequestro di documenti operato il 16 giugno 1983, in cui compariva, per la prima volta, il nome dell'onorevole Craxi in relazione al commercio illecito di armi con l'Argentina e sono proseguite con maggiore spinta, dando luogo a procedimento penale e disciplinare nei miei confronti allorché, il 10 dicembre 1983, sequestrai la documentazione da me trasmessa alla Commissione inquirente". Nel luglio 1984, il giudice Palermo inviò una memoria difensiva al Procuratore della Repubblica di Venezia dottor Naso, affermando: "Successivamente all'intervento del Procuratore generale Tamburrino (su sollecitazione di Craxi) il dottor Naso ha emesso comunicazione giudiziaria nei confronti del sottoscritto, dopo che egli stesso aveva chiesto l'archiviazione delle denunce degli avvocati Ruggiero e Giudiceandrea perché ritenute infondate. Lo stesso dottor Naso mi riferì che anche la Procura generale di Milano aveva chiesto l'archiviazione dell'esposto presentato dall'avvocato Ruggiero perché infondato". Nonostante tutto ciò, nell'agosto del 1984, dopo che Palermo ebbe inviato alla Commissione P2 e all'Inquirente gli incartamenti sul coinvolgimento dei politici nell'inchiesta armi e droga, la Corte d'appello di Trento decise di accogliere la richiesta dell'avvocato Ruggiero, togliendo l'inchiesta al giudice Palermo.

La Commissione parlamentare inquirente ha scagionato Bettino Craxi e il cognato Pillitteri. Ancora una volta, la rete protettiva attorno a Bettino Craxi ha funzionato; rimangono aperte le inchieste nei confronti delle finanziarie del Psi e di Ferdinando Mach, l'accusa di traffico d'armi nei confronti dell'avvocato Ruggiero ed il procedimento penale nei confronti del giudice Palermo.

Da Trento a Trapani.

Isolato, sottoposto a provvedimento disciplinare, espropriato dell'inchiesta armi e droga, il giudice Palermo chiese 'spontaneamente' di essere trasferito da Trento alla Procura di Trapani. La città dalle mille banche non ha un palazzo di giustizia funzionante, quello vecchio è cadente, quello nuovo è in costruzione dal 1958 e la Dc domina la città. Carlo Palermo è andato a prendere il posto di Ciaccio Montalto, il Procuratore assassinato dalla mafia perché stava seguendo la pista del traffico di droga internazionale. Anche Ciaccio Montalto, sentendosi completamente isolato a Trapani e a Roma, chiese di lasciare la Sicilia per trasferirsi a Firenze, da dove avrebbe voluto proseguire le indagini, seguendo una pista che collegava la famiglia Minore con uno dei cavalieri del lavoro, Carmelo Costanzo. Prima di andarsene, nel dicembre 1982, da una serie di intercettazioni telefoniche trovò le prove che un Procuratore della repubblica, Enzo Costa (poi arrestato) era un uomo della mafia, legato ai Minore. Un mese dopo, il 25 gennaio 1983, alcuni killer venuti dagli Usa, assieme ai trapanesi, assassinarono il giudice Montalto. In passato, Ciaccio Montalto si era scontrato coi politici locali, mettendo sotto accusa gli ex parlamentari dc Diego Playa, consigliere provinciale, Giuseppe Magaddino e il repubblicano Francesco Grimaldi. I fratelli Minore, accusati di essere i mandanti dell'assassinio di Montalto, opportunamente avvertiti, sono riusciti a fuggire e sono tuttora latitanti, dopo che furono assolti grazie all'intervento del Procuratore Enzo Costa. L'indagine innescata dal giudice assassinato era però destinata ad avere un seguito. Le bobine delle intercettazioni telefoniche da lui ordinate (ben 26) furono fatte sparire dal commissario Collura. Le ritrovò, parecchio tempo dopo, il Procuratore capo di Caltanissetta, Patanè, che le consegnò a quello di Trapani, Lumia. Quest'ultimo, in procinto di essere trasferito per procedimento disciplinare dal Csm a causa dei suoi rapporti con il Procuratore Costa, probabilmente per rivalsa nei confronti dei politici, diede incarico al nuovo arrivato, Carlo Palermo, di occuparsi appunto delle intercettazioni telefoniche. Le conseguenze furono immediate: Carlo Palermo fece incarcerare Calogero Favata, un finanziere della mafia, Salvatore Bulgarella, presidente dei giovani industriali siciliani e legato al clan dei Minore. In galera finiscono anche un funzionario dell'Agip, Jano Cappelletto, ed un armatore di Messina, Antonio Micali, accusati di voler acquisire con tangenti l'esclusiva per i collegamenti con la piattaforma dell'ente petrolifero. Colpiti i personaggi minori, Carlo Palermo si trovò nuovamente sulla pista dei politici. Infatti, su Panorama del 15 aprile 1985, sono stati indicati i nomi di costoro, menzionati nelle intercettazioni che il giudice Patanè ha provveduto ad inviare alla Procura generale di Palermo.

Essi sono: Francesco Camino, dc; Aldo Baffi, dc; Domenico Cangelosi, dc; Calogero Mannino, dc; Guido Bodrato, dc; Aristide Gunnella, Pri; Gianni De Michelis, Psi; Vincenzo Costa, Psdi. Le registrazioni avevano dormito per lungo tempo, con l'arrivo di Palermo si sono messe in moto le inchieste, anche quelle della Guardia di finanza sui fondi neri e le false fatturazioni dei cavalieri Rendo, Costanzo, Graci, industriali da tempo in odore di mafia, che nessuno aveva mai osato inquisire. Il Procuratore capo Lumia, in procinto di andarsene, avocò a sé l'inchiesta riguardante i cavalieri del lavoro che Palermo chiedeva di arrestare. Alcuni giorni dopo, il 2 aprile 1985, è avvenuto l'attentato contro Carlo Palermo.

Il seguito lo conosciamo, sono partiti i mandati di cattura contro Rendo, Costanzo, Graci. Puntualmente, sono arrivati dal Palazzo gli inviti a Carlo Palermo perché desista, arrivano anche le reazioni indignate della Confindustria e dei Cdf delle industrie di proprietà degli arrestati, preoccupati per l'economia dell'isola e per il posto di lavoro. Mentre il Tribunale di Venezia conferma l'istruttoria di Palermo contro 33 mafiosi italiani e turchi, rincarando la dose delle accuse ed emettendo nuovi mandati di cattura, e viene scoperta un'importante raffineria di morfina base a Castellammare del Golfo (Trapani), gli avvocati dei pezzi da novanta, profittando del discredito buttato sul giudice, tentano di far saltare il processo. Dopo aver subito l'attentato, Palermo ha dovuto denunciare ancora una volta l'isolamento nel quale lo Stato lo lascia, riducendogli addirittura la scorta ed ha aggiunto che la mafia e i servizi segreti "hanno formato un potere parallelo pericolosissimo" per le stesse istituzioni. Fatto gravissimo, Bettino Craxi, spalleggiato dal ministro degli Interni Scalfaro, è nuovamente sceso in campo contro il neo sostituto Procuratore di Trapani, esprimendo preoccupazione per i mandati di cattura emessi da Palermo (contro i Rendo, Graci, Costanzo, Parasiliti) durante il suo discorso di fronte all'Assemblea regionale siciliana, il 30 aprile 1985. Il gioco del segretario del Psi e presidente del Consiglio si fa sempre più scoperto e pesante, segno di nervosismo e difficoltà.

Il seguito.

L’assoluzione degli inquisiti in sede giudiziaria avvenne in passaggi successivi. In primo grado, il Tribunale di Venezia, cui fu assegnata la cognizione della causa dalla corte di Cassazione, dopo 30 udienze e 10 ore di camera di consiglio, mandò assolti 22 imputati, condannandone altri 9 : Glauco Partel, a 7 anni e 8 mesi più la interdizione dai pubblici uffici per associazione a delinquere e violazioni della legge sulle armi del 1967; con le stesse accuse Carlo Bertoncini a 6 anni, Ivan Galileos a 5 anni e 4 mesi, Renato Gamba a 5 anni e 8 mesi; a pene più lievi sotto il profilo delle sole violazioni di legge, lo spedizioniere Vincenzo Giovannelli a 3 anni, a 2 anni e 8 mesi ciascuno Vincenzo Corteggiani, il colonnello Massimo Pugliese, il turco – tedesco Ertem Tegmen e il siriano Nabil Moahamed Al Maradni (sentenza del 1 febbraio 1988, presidente Giuseppe La Guardia, p.m. Nelson Salvarani). Contro la sentenza di primo grado si appellarono i 9 condannati e la Corte d’appello di Venezia assolse anche loro con la motivazione della insussistenza, per i primi 4, della associazione a delinquere e, per tutti, che ‘il fatto non costituisce reato’ in merito alle violazioni della legge sulle armi ritenute in primo grado. La Corte accolse le tesi avanzate dallo stesso rappresentante dell’accusa, Ennio Fortuna, secondo cui la intermediazione destinata allo smercio di armi non è prevista come reato dalla legge italiana se concerne gli stati esteri, senza transito in Italia, né abbisogna in questo caso di autorizzazioni; alle tesi del p.m. si rimisero i difensori, rinunciando alle arringhe in aula (sentenza del 12 aprile 1989, presidente Giuseppe Di Leo).  

Mentre era in corso il processo a Venezia e nei giorni della sentenza, la stampa pur riferendone dava maggior risalto ad altri fatti, quali gli attacchi di Martelli a Leoluca Orlando che si apprestava ad aprire le porte di ‘Palazzo delle Aquile’ al Pci, e l’esito del terzo processo contro ‘Cosa nostra’ a Palermo, che il 15 aprile 1989 mandò assolti i componenti della cosiddetta ‘cupola’ (fra cui i Greco, Provenzano, Riina) così che l’esito del processo ‘armi e droga’ non suscitò particolare clamore. Esito peraltro quasi scontato in un Paese come l’Italia che non criminalizza né la intermediazione né il commercio di armamenti ma li protegge in conformità con i propri fini politici, non certo pacifici, e l’inserimento nella Nato.

Appena intervenuta l’assoluzione, l’ex ufficiale dei carabinieri Massimo Pugliese che ha smentito di aver trafficato in armi, asserendo la non veridicità del rapporto del servizio che lo indicava come personaggio centrale nel traffico e fu alla base della sua incriminazione, iniziò una lunga polemica contro il giudice Palermo, dai toni accesissimi, sia in sede giornalistica che giudiziaria, denunciandolo unitamente ai giudici che collaborarono all’inchiesta, con l’accusa di essere un “sequestratore” per aver fatto carcerare innocenti e financo della morte di Arsan, avvenuta in carcere per cardiopatia, il che definisce “omicidio bianco”. Citò inoltre a giudizio gli allora ministri delle Finanze Colombo, della Difesa  Zanone e il presidente del Consiglio De Mita, nell’intento di ottenere un risarcimento di 9 miliardi, giungendo per non aver trovato ascolto in Italia, fino alla corte di Strasburgo. Più interessante è l’oggetto di una ulteriore denuncia, anch’essa archiviata dal Tribunale dei ministri, contro gli on. Spadolini e Capria per “180 miliardi trasferiti a Zurigo, con l’autorizzazione dell’on. Spadolini, come compenso di mediazione a M. Al Talal per le navi da guerra ‘vendute’ all’Iraq, che non le pagò e le lasciò sul gobbo di Pantalone per 2.500 miliardi di lire” (cfr. il suo volume Perché nessuno fermò quel giudice editrice Adriatica e La rivincita del colonnello, ne L’Espresso 5 marzo 1989).  Il giudice Palermo dal canto suo, continuò a difendere la sua inchiesta non nascondendo l’amarezza per l’esito finale, e a denunciare i traffici di armi e droga anche in sede politica (fu deputato della Rete) e giornalistica (cfr. fra gli altri i servizi pubblicati da  Avvenimenti il 2 ottobre 1991 Ecco il cuore dei crimini di Stato. Le banche dei servizi segreti che prende spunto dallo scandalo della Bbci, e il 19 febbraio 1992). Egli si è ritirato dalla magistratura per esercitare la professione. La sua inchiesta è pubblicata per ampi stralci in Armi e droga. L’atto di accusa del giudice Carlo Palermo, Editori riuniti 1988, con saggio introduttivo di Pino Arlacchi ed è descritta nelle varie fasi fino alla vigilia dell’esito assolutorio, in Fermate quel giudice, di Maurizio Struffi e Luigi Sardi, Reverdito editore, Trento 1986.

PALERMO: DALLA MASSONERIA ALLA MAFIA.

Da quanto si apprende da “La Repubblica” la struttura organizzativa della massoneria italiana subisce una radicale mutazione durante il Risorgimento. L'esoterismo e la speculazione filosofica sono messi in secondo piano sovrastati dai processi politici e sociali di costruzione dell'Unità d'Italia. Il nuovo corso massonico in Sicilia nasce con la scelta di Garibaldi di fondare nel 1860 il "Supremo Consiglio Grande Oriente d'Italia di rito scozzese antico e accettato Valle dell'Oreto sedente all'Oriente di Palermo" assumendone la guida (in una sola seduta è investito di tutti i gradi del Rito Scozzese, dal 4° al 33°). Il progetto è di creare un soggetto politico che, facendo perno su Palermo, supporti il processo che porterà all'unità d'Italia con Roma capitale. Il gran maestro Garibaldi, infatti, in un suo decreto del 1865 ribadisce che il Grande Oriente d'Italia ha «sede provvisoria a Palermo, finché Roma non sia capitale degli Italiani». I massoni siciliani, sotto l'attenta regia di Crispi, plaudono formalmente al progetto di Garibaldi, ma, di fatto, si rendono conto che non possono essere il motore dell'unificazione dei liberi muratori italiani e preferiscono ripiegare sulla dimensione regionale consolidando una struttura alla quale si affida la costruzione del consenso elettorale di Crispi e del partito democratico. È quanto emerge dalla lettura di alcuni fascicoli dell'archivio dell'Oriente palermitano ritrovati casualmente e contenenti una documentazione che va dal 1861 al 1900. Il braccio operativo di Francesco Crispi, maestro venerabile ad vitam 33, a Palermo è Giovan Battista Chianello barone di Boscogrande, maestro venerabile 33 della Loggia Centrale, non solo consigliere provinciale e comunale, ma anche responsabile della segreteria elettorale del presidente del Consiglio. La sua capacità organizzativa è messa alla prova soprattutto nelle elezioni anticipate del 1892: Crispi e il suo gruppo sono in affanno in quanto gli avversari si battono contando sull'appoggio dei presidenti del Consiglio Rudinì prima e Giolitti poi. Boscogrande agisce, in continuo contatto epistolare e telegrafico con Crispi, con grande accortezza raccordando l'impegno dei fratelli con quello dei profani. Sul fronte della massoneria il 28 maggio 1892 organizza un incontro con il maestro venerabile Francesco Crispi 33° presso «il punto geometrico accessibile solo ai liberi muratori regolari della Massoneria universale» (Tempio massonico), posto in via Biscottari nel palazzo Conte Federico, alla presenza dei fratelli delle Logge: Centrale (maestro venerabile Chianello di Boscogrande 33°), Alighieri (maestro Carmelo Trasselli 33°), Risveglio (Giovanni Lucifora 33°), Triquetra (Giuseppe Masnata 30°), Ercta (Francesco Paolo Tesauro 30°), Cosmos (Giorgio Maggiacono 18°). La lettura del resoconto degli interventi della serata fornisce un vivido ritratto delle posizioni politiche sia di Crispi sia dei massoni che operano su Palermo. Boscogrande, inoltre, organizza comitati, promuove banchetti elettorali come quello che si svolgerà all' hotel delle Palme con presenze significative come quelle di Girolamo Ardizzone direttore del Giornale di Sicilia, di Artese direttore del Corriere del Mattino, di Michele Serra direttore dell'Amico del Popolo o dell'avvocato Gioacchino Seminara. L' obiettivo è quello di raccogliere fondi per la campagna elettorale affidandone la tesoreria al fratello massone Napoleone La Farina. Il giorno delle elezioni segue lo spoglio e invia il seguente telegramma a Crispi: «Congratulazioni auguri sinceri a vostra eccellenza rieletto con voti 2138». In realtà, i risultati non sono esaltanti: Crispi è eletto, ma Muratori, altro candidato crispino, soccombe sotto i colpi dello spregiudicato Trabia. Crispi, nel frattempo, si era reso conto che il progetto di Garibaldi di utilizzare l'Oriente palermitano come strumento per il processo di unificazione della massoneria italiana era diventato impraticabile e appoggia il progetto di un Grande Oriente romano al quale aderiscano tutte le altre realtà regionali. Nel 1877 Tamajo, massone di sicura fede crispina (senatore prima e prefetto poi), quale rappresentante della Comunione massonica italiana sedente in Roma, e l'avvocato Pietro Messineo 33, in nome del Grande Oriente d'Italia sedente a Palermo, stipulano un concordato in base al quale l'Oriente di Palermo è dichiarato Sezione del Supremo Consiglio della massoneria italiana sedente in Roma capitale della nazione. Tra le adesioni si trovano numerosi protagonisti della politica palermitana quali il senatore Gaetano La Loggia, l'avvocato Pietro Messineo, Camillo Finocchiaro Aprile, il principe Pietro Vanni di San Vincenzo. Un altro filone che emerge dalle carte dell'Oriente palermitano è quello relativo alla sua attenzione nei confronti della vita universitaria. Il barone di Boscogrande diventa interlocutore privilegiato del mondo accademico siciliano per due motivi: il primo per interloquire con il Consiglio superiore della pubblica istruzione per la gestione dei concorsi; il secondo per governare i finanziamenti che il Comune e la Provincia di Palermo danno al Consorzio costituito per la realizzazione di laboratori scientifici. Le affiliazioni alla Loggia Centrale di professori universitari sono numerose fra le quale si trova traccia di quella del professor Damiano Macaluso, ordinario di fisica, che si affilia nel settembre del 1888 e ha come garante il confratello 30 professore Gaetano Giorgio Gemmellaro. I massoni Gemmellaro (1874-76 e 1880-83) e Macaluso (1890-93) saranno eletti Magnifici Rettori, mentre Boscogrande, come maestro venerabile della Loggia Centrale, diventa il referente per la gestione degli "affari" universitari. Il vissuto dell'Oriente di Palermo non è soltanto gestione del potere, ma anche scontro politico sul programma, sul processo di riunificazione, sulle alleanze. La spedizione dei Mille spazza via non solo i borbonici, ma anche il vissuto delle logge dei liberi muratori del Settecento siciliano intorno al quale si aggrega la cultura democratica siciliana e il complesso progetto riformatore che fa capo a viceré massoni come Caracciolo e Caramanico. Garibaldi è colui che apparentemente si carica della responsabilità di avviare il cambiamento, ma, in realtà, queste carte permettono di ipotizzare un'ipotesi di ricerca che veda in Crispi il vero motore del progetto di rifondazione massonica in Sicilia.

Ma cosa ha sviluppato tanto impegno della massoneria in Sicilia?!?

Dalla stampa si apprende che otto persone tra poliziotti, medici, imprenditori, boss e iscritti a logge massoniche sono stati arrestati dai carabinieri di Trapani e Agrigento in diverse città. L'accusa è di essersi accordati per ottenere di ritardare l'iter giudiziario di alcuni processi in cui erano imputati affiliati a cosche delle due città siciliane. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo. Gli arrestati, tra i quali figurano un'agente della polizia di Stato, un ginecologo di Palermo, imprenditori di Agrigento e Trapani, un impiegato del ministero della Giustizia in servizio ad una cancelleria della Cassazione e un faccendiere originario di Orvieto, sono tutti accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici giudiziari e rivelazione di segreti d'ufficio. L'operazione, per la quale sono state anche svolte decine di perquisizioni, è stata denominata "Hiram", vede impegnati anche i carabinieri, non solo di Agrigento e Trapani, ma anche quelli di Palermo, Roma e Terni. Dall'inchiesta emerge che boss mafiosi, grazie all'aiuto di persone appartenenti a logge massoniche, avrebbero ottenuto di ritardare l'iter giudiziario di alcuni processi in cui erano imputati affiliati a cosche di Trapani e Agrigento. L'indagine ha preso il via da accertamenti svolti sulle famiglie mafiose di Mazara del Vallo e Castelvetrano, in provincia di Trapani. Oltre alle perquisizioni controlli vengono svolti anche su conti correnti bancari intestati agli indagati. Avviso di garanzia a un sacerdote. I pm hanno inviato un avviso di garanzia anche a un sacerdote, gesuita, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Il religioso vive a Roma. La sua abitazione è stata perquisita. Secondo l'accusa il prete, su indicazione di uno degli indagati, avrebbe predisposto lettere inviate a giudici, al fine di condizionare l'esito di procedimenti penali nei quali erano coinvolti esponenti vicini a Cosa nostra. Il peso e l'autorevolezza del sacerdote che apponeva la sua firma alle lettere inviate ai magistrati, per l'accusa avrebbero influito sull'esito dei ricorsi giurisdizionali proposti a diverse autorità giudiziarie. Perquisiti gli uffici della Cassazione. Nell'ambito della stessa operazione sono state effettuate anche perquisizioni in alcuni uffici della Cassazione. Secondo quanto si apprende da indiscrezioni, fra le persone arrestate vi sarebbe anche un impiegato del ministero della Giustizia in servizio proprio in una cancelleria della Cassazione.

E non è tutto.

Un'analisi organica dei rapporti fra massoneria deviata e cosche mafiose è contenuta nella relazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante.

"Il terreno fondamentale sul quale si costituiscono e si rafforzano i rapporti di Cosa nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche. Il vincolo della solidarietà massonica serve a stabilire rapporti organici e continuativi". Questo il punto di partenza dell'analisi proposta.

"L'ingresso nelle logge di esponenti di Cosa nostra, anche di alto livello, non è un fatto episodico ed occasionale, ma corrisponde ad una scelta strategica - spiega la Commissione antimafia - Il giuramento di fedeltà a Cosa nostra resta l'impegno centrale al quale gli uomini d'onore sono prioritariamente tenuti. Ma le affiliazioni massoniche offrono all'organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere, per ottenere favori e privilegi in ogni campo; sia per conclusione di grandi affari sia per "l'aggiustamento" dei processi, come hanno rivelato numerosi collaboratori di giustizia. Tanto più che gli uomini d'onore nascondono l'identità dei "fratelli" massonici ma questi ultimi possono anche non conoscere la qualità di mafioso del nuovo entrato" (punto 57 della citata Relazione). 

Rapporti fra Cosa nostra e massoneria sono comunque emersi anche nell'ambito dei lavori di altre due Commissioni parlamentari d'inchiesta: quella sul caso Sindona e quella sulla loggia massonica P2, che già avevano approfondito la vicenda del finto rapimento del finanziere e della sua permanenza in Sicilia dal 10 agosto al 10 ottobre 1979. Agli atti, le indagini della magistratura milanese e di quella palermitana, che avevano svelato i collegamenti di Sindona con esponenti mafiosi e con appartenenti alla massoneria. Il finanziere era stato aiutato da Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontade, capomafia della famiglia palermitana di Santa Maria di Gesù e da Joseph Miceli Crimi: entrambi aderenti ad una comunione di Piazza del Gesù, "Camea" (Centro attività massoniche esoteriche accettate).

Nel gennaio 1986 la magistratura palermitana dispone una perquisizione e un sequestro presso la sede palermitana del Centro sociologico italiano, in via Roma 391. Vengono sequestrati gli elenchi degli iscritti alle logge siciliane della Gran Loggia d'Italia di Piazza del Gesù. Fra gli iscritti figurano i nomi dei mafiosi Salvatore Greco e Giacomo Vitale. 

Nel mese di gennaio dello stesso anno, la magistratura trapanese dispone il sequestro di molti documenti presso la sede del locale Centro studi Scontrino. Il centro, presieduto da Giovanni Grimaudo, era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d'Alcamo, Cafiero, Hiram. L'esistenza di un'altra loggia segreta trova poi una prima conferma nell'agenda sequestrata a Grimaudo, dove era contenuto un elenco di nominativi annotati sotto la dicitura "loggia C". Tra questi, quello di Natale L'Ala, capomafia di Campobello di Mazara. Nella loggia Ciullo d'Alcamo risultano essere affiliati: Pietro Fundarò, che operava in stretti rapporti con il boss Natale Rimi; Giovanni Pioggia, della famiglia mafiosa di Alcamo; Mariano Asaro. Nel processo, vari testimoni hanno concordato nel sostenere l'appartenenza alla massoneria di Mariano Agate, capomafia di Mazara del Vallo. Alle sei logge trapanesi e alla loggia "C" erano affiliati imprenditori, banchieri, commercialisti, amministratori pubblici, pubblici dipendenti, uomini politici (la Commissione antimafia, nella citata relazione, ricorda come l'onorevole democristiano Canino, nell'estate del '98 arrestato per collusioni con Cosa nostra, abbia ammesso l'appartenenza a quella loggia, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati). 

Già nel processo di Trapani e poi successivamente in quello celebrato nel '95 a Palermo contro Giuseppe Mandalari (accusato di essere il commercialista del capo della mafia, Totò Riina) sono emersi contatti fra le consorterie mafiose e massoniche di Palermo e Trapani. Mandalari, "Gran maestro dell'Ordine e Gran sovrano del rito scozzese antico e accettato" avrebbe concesso il riconoscimento "ufficiale" alle logge trapanesi che facevano capo a Grimaudo. 

Le indagini sui rapporti mafia-massoneria continuano. Seppur fra tante difficoltà. L'unica condanna al riguardo, ottenuta dai pm palermitani Maurizio De Lucia e Nino Napoli, riguarda proprio Pino Mandalari, il commercialista di Riina attivo gran maestro. Solo nel febbraio del 2002, è stata sancita in una sentenza la pesante influenza dei "fratelli" delle logge sui giudici popolari di un processo di mafia: la Corte d'assise stava seguendo il caso dell'avvocato palermitano Gaetano Zarcone, accusato di avere introdotto in carcere la fiala di veleno che doveva uccidere il padrino della vecchia mafia Gerlando Alberti. Non è stata facile la ricostruzione del pm Salvatore De Luca e del gip Mirella Agliastro, che poi ha emesso sette condanne: non c'erano mai minacce esplicite, solo garbati consigli a un "atteggiamento umanitario". Questo il volto delle intimidazioni tante volte denunciate. 

Il caso più inquietante di cui si sono occupate le indagini è quello di una misteriosa fratellanza, la Loggia dei Trecento, anche detta Loggia dei Normanni. Il pentito Angelo Siino ha fugato ogni dubbio: il divieto per gli aderenti a Cosa nostra di fare parte della massoneria restò sempre sulla carta. "Le regole erano un po' elastiche - spiega - come la regola che non si devono avere relazioni extraconiugali". Erano soprattutto i boss della vecchia mafia, Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ad avere intuito l'utilità di aderire alle logge.

Rosario Spatola seppe da Federico e Saro Caro che Bontade "stava cercando di modernizzare Cosa nostra. Vedeva più in là, vedeva la potenza della massoneria, e magari riteneva di potere usare Cosa nostra in subordine, come una sorta di manovalanza". Per questo aveva creato una sua loggia. Era appunto la Loggia dei Trecento. Anche Siino riferisce di "averne sentito parlare: si diceva che ne facevano parte parecchi personaggi quali i cugini Salvo, Totò Greco "il senatore" e uomini delle istituzioni. La loggia non era ufficiale e non aderiva a nessuna delle due confessioni, né a quella di Piazza del Gesù né a quella di Palazzo Giustiniani".

Correvano a Palermo i ruggenti anni Settanta. Il pentito Spatola conferma il ruolo di Bontade come gran maestro della Loggia dei Trecento. E spiega: "Ne facevano parte soggetti appartenenti alle categorie più disparate, e per questo era molto potente. E troppa potenza si era creata anche attorno a Stefano Bontade, per questo andava eliminato lui ma anche la loggia". Il 23 aprile 1981, Bontade fu ucciso dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ha svelato Spatola che fu proprio Provenzano, capo dell'organizzazione mafiosa, a prendere l'iniziativa di sciogliere la Loggia dei Trecento. Particolare davvero inedito e curioso. Quale autorità aveva mai don Bernardo per intervenire d'autorità su una fratellanza tanto riservata? Forse era massone anche lui? Forse, già allora, aveva ben presenti rapporti e complicità eccellenti che da lì a poco avrebbero fatto a gara per riposizionarsi e ingraziarsi i nuovi potenti?

LE RIVELAZIONI DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA

Tommaso Buscetta
Nel 1984 parla per la prima volta del rapporto fra mafia e massoneria nel contesto del tentativo golpista di Junio Valerio Borghese del dicembre 1970.
Il collegamento tra Cosa nostra e gli ambienti che avevano progettato il colpo era stato stabilito attraverso il fratello massone di Carlo Morana, uomo d'onore. 
La contropartita offerta a Cosa nostra consisteva nella revisione di alcuni processi.

Leonardo Messina
Sostiene che il vertice di Cosa nostra sia affiliato alla massoneria: Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate, Angelo Siino (oggi collaboratore di giustizia pure lui). Ritiene che spetti alla Commissione provinciale di Cosa nostra decidere l'ingresso in massoneria di un certo numero di rappresentanti per ciascuna famiglia.

Gaspare Mutolo
Conferma che alcuni uomini d'onore possono essere stati autorizzati ad entrare in massoneria per "avere strade aperte ad un certo livello" e per ottenere informazioni preziose ma esclude che la massoneria possa essere informata delle vicende interne di Cosa nostra. Gli risulta che iscritti alla massoneria sono stati utilizzati per "aggiustare" processi attraverso contatti con giudici massoni. 

Le conclusioni della Commissione antimafia presieduta da Luciano Violante:
"Il complesso delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia appare essere concordante su tre punti:
- intorno agli anni 1977-1979 la massoneria chiese alla commissione di Cosa nostra di consentire l'affiliazione di rappresentanti delle varie famiglie mafiose; non tutti i membri della commissione accolsero positivamente l'offerta; malgrado ciò alcuni di loro ed altri uomini d'onore di spicco decisero per motivi di convenienza di optare per la doppia appartenenza, ferma restando la indiscussa fedeltà ed esclusiva dipendenza da Cosa nostra;
- nell'ambito di alcuni episodi che hanno segnato la strategia della tensione nel nostro paese, vale a dire i tentativi eversivi del 1970 e del 1974, esponenti della massoneria chiesero la collaborazione della mafia;
- all'interno di Cosa nostra era diffuso il convincimento che l'adesione alla massoneria potesse risultare utile per stabilire contatti con persone appartenenti ai più svariati ambienti che potevano favorire gli uomini d'onore".

Cosa ne è scaturito da tutto ciò?

Alla Regione Sicilia finora si andava dal peculato alla concussione, dal voto di scambio all’intestazione fittizia di beni. Stavolta scattano la frode e l’esercizio abusivo dell’attività finanziaria con gli ultimi due deputati della Regione Sicilia finiti nella maglie di un’inchiesta giudiziaria. Due deputati del Pdl, Roberto Corona in cella e Fabio Mancuso ai domiciliari. Da aggiungere ai 26 già inquisiti fino a ottobre, quando il deputato Mario Bonomo di «Alleati per la Sicilia» risultò indagato per concussione nell’ambito dell’inchiesta in cui era stato già arrestato a marzo il suo ex compagno del Pd Gaspare Vitrano, fermato mentre intascava una mazzetta di dieci mila euro da un imprenditore del fotovoltaico.

Si sta per sfiorare così il record del 30 per cento di inquisiti nel parlamento più antico del mondo dove il presidente Francesco Cascio cerca di spingere il dibattito e il disegno di legge sulla riduzione degli “onorevoli” siciliani da 90 a 70. Ma intanto lo spettacolo è sempre più indecoroso nella regione che ha visto condannare per mafia il governatore Totò Cuffaro e che da un anno e mezzo è in fibrillazione per il suo successore, Raffaele Lombardo, indagato per favori alla mafia dalla procura di Catania che ne ha poi chiesto l’archiviazione.

Si arriva al paradosso che i finanzieri della Polizia Valutaria in collaborazione con lo Scico notifichino un ordine di custodia ai domiciliari a un loro ex collega, appunto Fabio Mancuso, un tempo maresciallo della Guardia di Finanza impegnato nella caccia alle cooperative fasulle e ai dirigenti corrotti. Ormai considerato un problema e non certo una risorsa per le Fiamme Gialle, tre legislature all’Assemblea debbono aver lasciato il segno. Come è accaduto per l’onorevole Vitrano, anch’egli parlamentare da guinness dei primati visto che non s’era mai visto un deputato in “esilio” a Roma, con “obbligo di dimora fuori dalla Sicilia”. Lui fa parte del drappello dei quattro finiti dentro negli ultimi tre anni. Un panorama desolante se si considera che c’è pure chi, come il deputato di Forza del Sud Franco Mineo, è addirittura ritenuto prestanome dei boss del quartiere palermitano dell’Acquasanta.

Ma ci sono altre cose che non si sanno.

Sono le 12.48. E' il 18 aprile 2011, un lunedì. Sul Pianoro di Colle San Marco, luogo di scampagnate e di giochi sopra Ascoli Piceno, un uomo si aggira disperato. Tiene in braccio una bambina e cerca sua moglie. L’uomo è il caporalmaggiore dell’esercito Salvatore Parolisi, la donna scomparsa è Carmela Rea, che tutti chiamano familiarmente Melania.

"Lo strano caso di Melania Rea" (edito da da Fivestore - R.T.I S.p.A e collana di una serie di Quarto Grado) è il primo libro su un mistero fatto di bugie, tradimenti, segreti. Un delitto che divide l'Italia.

Tutto parte da una misteriosa sparizione e dal successivo ritrovamento del cadavere. Da lì, da quel bosco, inizia uno dei casi più intricati, contraddittori delle nostre cronache giudiziarie, un giallo in cui tradimenti, segreti, bugie e sesso sfociano purtroppo in un finale orribile. La penna è quella attenta di un abile scrittore e cronista di nera, Antonio Delitala, giornalista professionista, saggista, che è mancato all’improvviso poco prima di veder pubblicata la sua opera. “Scrivere di un delitto non è motivo di morbosità. E' il desiderio di capire le cose, di scoprire l’umanità sofferente che li ha generati”. Particolari inediti, trascrizioni degli interrogatori, confessioni di Salvatore Parolisi (unico indiziato dell’omicidio di sua moglie) allo stesso Delitala, arricchiscono il racconto di questo giallo che è ancora un mistero assoluto della cronaca nera italiana. Lo Strano Caso Di Melania Rea non è dunque solo un triste eufemismo col quale appellare uno dei casi di cronaca nera più tremendi ed inspiegabili dell’ultimo anno. E’ una tragedia che porta a sondare i numerosi dubbi che l’opinione pubblica si pone sulle coincidenze e le contraddizioni del caso. Ma soprattutto è un libro in cui l'autore cerca di mostrare l’interiorità di Salvatore Parolisi, un Parolisi diverso e leggermente psicanalizzato da colui il quale era diventato suo speciale confidente, Antonio Delitalia appunto, un giornalista che si era appassionato al caso dell’omicidio Rea ed aveva da sempre portato avanti l’innocenza del Parolisi. Si mostra nel testo tutta la visione più sofferente di un Parolisi che ha vissuto barcamenandosi tra due storie incompatibili, quella con la moglie e quella con l’amante. E, tra sogni premonitori ed incubi nei quali rivede il volto della moglie, Parolisi non sembra chiarire i punti ancora oscuri di questa vicenda. Ed è proprio questo non saper spiegare o non voler spiegare a rendere poco credibile la sua innocenza.

"Scarsa sensibilità per il dolore di una famiglia che ancora non si capacita della perdita di Melania", spiega l'avvocato Mauro Gionni per esprimere il proprio disappunto circa l'iniziativa dei giornalisti Ilaria Mura e Antonio Delitala. Questi ultimi hanno infatti realizzato il progetto di pubblicazione del volume "Lo strano caso di Melania Rea", in cui si narra delle vicende relative all'omicidio della giovane donna di Somma Vesuviana scomparsa il 18 Aprile e ritrovata accoltellata dopo due giorni nel Bosco delle Casermette in zona Ripe di Civitella. Il rappresentante legale di parte dei Rea ha chiarito che il libro è "una pubblicazione inopportuna, considerando che le indagini sono ancora in corso, e che - sostiene l'avvocato - contiene solo riferimenti ad atti parziali, frasi mai dette, o comunque riportate non fedelmente di agenti, avvocati, e altri.

L'uomo, secondo quanto riferito dai colleghi del caporalmaggiore, mentre amici e parenti cercavano la povera Melania, trascorreva le sue ore in caserma. Gli stessi colleghi hanno suggerito a Parolisi: "Forse tua moglie aveva una relazione con un altro uomo, forse è scappata con un altro". I militari, peraltro, alle forze dell'ordine nel corso di un interrogatorio hanno riferito che Parolisi tra il 18 e il 20 era molto preoccupato in parte per la scomparsa della moglie, ma soprattutto per la possibilità che le recenti vicissitudini potessero portare allo scoperto le relazioni extraconiugali che intratteneva con altre donne.

Nel corso delle indagini è stato sentito l'ex sostituto procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ferraro; il suddetto aveva portato avanti delle indagini sulle eventuali presenze massonico-sataniche entro l'ambito militare. Per dar credito alle testimonianze raccolte, l'uomo sarebbe stato sottoposto a due perizie psichiatriche che l'hanno identificato come individuo sano di mente. Tali accertamenti si sono resi necessari in quanto il Consiglio superiore della magistratura lo aveva sospeso per quattro mesi per presunta infermità mentale.

Secondo quanto dichiarato dall'uomo, le sue problematiche si sarebbero sviluppate in concomitanza con l'inizio di quel tipo di indagini all'interno del contesto militare nella caserma romana della Cecchignola. Ferraro, in presenza dei pm Davide Rosati e Greta Aloisi, ha dichiarato di aver visto una donna molto simile alla vittima in prossimità della Procura di Roma un po' di tempo prima della inspiegabile scomparsa. Non è ancora stata resa nota l'attendibilità delle dichiarazioni, ma tale avvenimento potrebbe trovar riscontro nella dichiarazione rilasciata da una amica di Melania, Imma Rosa, la quale aveva sostenuto che la donna dopo aver scoperto la relazione extraconiugale del marito con una collega di lavoro, aveva in un primo momento pensato al suicidio e successivamente pensato di procedere per via offensiva denunciando pubblicamente la storia dei due amanti. 

Obiettivamente la denuncia avrebbe danneggiato a livello lavorativo tanto il marito della vittima, Salvatore Parolisi, quanto la sua amante, Ludovica Perrone. Quest'ultima avrebbe infatti riferito agli inquirenti di aver ricevuto minacce dalla vittima nel corso di una conversazione telefonica.

Unico indagato del delitto è il marito della vittima, il caporalmaggiore Parolisi, con l'accusa di omicidio. Intanto vi è un evento strano a danno degli investigatori. É un lavoro da esperti professionisti, ribadiscono gli investigatori: sono state prese di mira due colonne della magistratura e delle forze dell'ordine teramane. Il maresciallo ha condotto le indagini per tutti gli eventi criminosi avvenuti a Teramo. Il giudice ha esaminato il caso Enichem, l'omicidio Fadani e Rea. Nella notte tra venerdì 18  e sabato 19 novembre 2011 chi ha cosparso di benzina le auto lo ha fatto in modo per così dire professionale, professionisti che hanno operato sapendo esattamente cosa e come fare,  ben conoscendo i possessori delle due macchine parcheggiate in via Colombo e via Brescia a Martinsicuro. Marina Tommolini, è stata giudice monocratico a Giulianova e Teramo prima di diventare giudice per le indagini preliminari. È stata anche pretore a Manfredonia, si è occupata di indagini importanti legate alla Enichem, e dell'omicidio Fadani, ed è anche il gip che si dovrà occupare del caso di Salvatore Parolisi. Il maresciallo Spartaco De Cicco è un uomo di spicco del reparto operativo provinciale dei carabinieri. Ha condotto le indagini su tutti gli omicidi degli ultimi tempi, dal caso Fadani a quello di Adele Mazza. Oltre che a vaste operazioni antidroga effettuate in provincia. Gli orari del doppio attentato si possono desumere dalle telefonate di allarme giunte ai vigili del fuoco: la prima alle 5.14, quando in via Brescia brucia l’Audi A4 del maresciallo De Cicco poi alle 5.35,  l'allarme per l'incendio in via Colombo che interessa l’Audi A6 bianca del magistrato. I piromani hanno scavalcato il recinto di cemento cospargendo di benzina la vettura, immediatamente prendono fuoco carrozzeria e pneumatici. In seguito all'allarme giungono il prima possibile i vigili del fuoco da Teramo, Nereto e Roseto degli Abruzzi spegnendo il rogo, ma oramai le auto sono carbonizzate. Le indagini si concentrano nei fascicoli delle indagini tenute dal  giudice e dal sottufficiale, si cerca anche un solo indizio che unisca i due attentati.  L'unica cosa certa per adesso è il chiaro messaggio intimidatorio che è stato lanciato come una sfida alle istituzioni dalla malavita.

Un magistrato di Teramo e un ufficiale dell'arma di Teramo, che si occupano del caso Melania Rea, sono stati entrambi vittime di due attentati incendiari ai danni delle loro vetture, realizzati alle cinque di mattina del 20 Novembre. Pochi giorni prima era stata acquisita per tre ore dalla Procura di Teramo la testimonianza dettagliata del magistrato dott. Paolo Ferraro, in merito: alla denunciata "presenza di sette esoterico sataniche a partire dall'esercito; alle possibili connessioni e coperture; al coinvolgimento di magistrati, avvocati, e psichiatri arruolati; alle indicazioni relative alla inquadrabilità del fenomeno in un contesto più ampio, che lascia intravedere rapporti e intrecci tra massonerie, satanismo, poteri deviati, aldilà delle correlazioni con il "caso" Melania Rea. E sono stati depositati dati e banca dati che illustrano altresì ascendenze internazionali con utilizzo di tecniche e strumenti elaborati in ambiti militari e dei servizi ". Intimidazioni a giornalisti, silenzio della stampa ufficiale e una miriade di piccoli fatti fanno da corollario, oltre alle intimidazioni e persecuzioni subite dal detto ultimo magistrato. Allontanato dal C.S.M. per una presunta e mai dimostrata "Infermità", il dott. Ferraro è il Pubblico Ministero che indagava su una organizzazione militare che coinvolgerebbe gli alti vertici del potere in massoneria occulta, pedofilia, sette sataniche. La reazione dei cosiddetti poteri forti nei confronti del P.M. non è tardata ad arrivare. Ma anche gli interrogativi.

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06272 
Pubblicato il 17 novembre 2011 Seduta n. 637

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e della difesa. - Premesso che:

il pubblico ministero di Roma, Paolo Ferraro, ha condotto in prima persona un’indagine su una presunta setta satanica, a cui avrebbero aderito anche alcuni esponenti dell’esercito, un gruppo segreto che si riunirebbe in eventi dove confluirebbero riti esoterici e banchetti a base di sesso e droga. Ad avvalorare questa pista ci sarebbero anche dei file audio che contribuirebbero a dissolvere qualsiasi dubbio sulla tesi del magistrato;

l’indagine di Ferraro potrebbe, a detta dello stesso, intrecciarsi anche con il delitto di Ripe di Civitella dove il 20 aprile 2011 fu ritrovata morta Melania Rea, moglie di un caporalmaggiore del 235° Reggimento Piceno;

successivamente il Consiglio superiore della magistratura (CSM), nella seduta del 16 giugno 2011, come si legge su “giustizia quotidiana.it”, ha deliberato di collocare in aspettativa per infermità, per quattro mesi, il pubblico ministero di Roma Paolo Ferraro. Il provvedimento è stato adottato con una procedura d’urgenza, motivata dalla asserita gravità ed attualità dell’inidoneità del magistrato ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio»;

dopo la decisione del CSM di sospenderlo per quattro mesi dal servizio per gravi motivi di salute, il magistrato decide di rendere pubblica la sua vicenda cominciata quando nel 2008 andò a vivere nella città militare della Cecchignola, a Roma;

pertanto ad oggi Paolo Ferraro rimane sospeso per quattro mesi per motivi di salute, nonostante lui si dichiari perfettamente abile e a suo sostegno ci siano diverse perizie mediche che lo certificano;

i difensori del pubblico ministero denunciano l’anomalia dell’azione del CSM e hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per denunciarne l’illegittimità. In particolare gli avvocati Mauro Cecchetti e Giorgio Carta hanno espresso forti critiche verso il modus operandi del CSM nei confronti del loro assistito;

si legge sul sito sopra citato: “Il procedimento cautelare seguito dal Csm risulta non solo costellato di violazioni delle garanzie difensive, ma addirittura atipico, perché non previsto da alcuna norma. Non risulta fondato su alcuna perizia medica, se non una risalente al 2008 che, peraltro, attestava l’idoneità allo svolgimento di attività professionali anche complesse”. Un particolare alimenta ulteriori sospetti nei due legali: “Il Csm – hanno riferito gli avvocati – ha stranamente ritenuto ininfluenti le numerose perizie mediche di parte, private e pubblica del 2011, attestanti la specifica idoneità ed anzi qualità intellettuale del magistrato, ed ha ignorato una denuncia analitica e argomentata depositata in atti, che evidenzia fatti gravissimi a suo danno patiti dal 2009 in poi”. Il pubblico ministero Paolo Ferraro non ha mai avuto provvedimenti disciplinari di alcun tipo, mentre ha sempre avuto giudizi di ottimo rendimento, occupandosi di inchieste anche importanti;

considerato che la signora Milica Cupic, cittadina italiana, lamenta una serie di comportamenti quanto meno opinabili di organi della giustizia militare e civile in ordine a fatti da lei denunciati;

in più occasioni ed in data 4 ottobre 2003, la signora Cupic ha denunciato gravi fatti a sua detta ascrivibili a personaggi identificati e identificabili. In particolare riferiti al suo ex marito, generale a due stelle e dunque alta carica dell’Esercito italiano, che ella ebbe a denunciare già nel 1996 in relazione alla morte violenta della propria figlia e di un sottoufficiale dell’Esercito avvenuta il 3 febbraio 1986;

secondo quanto riferito dalla stessa signora Cupic ella avrebbe altresì avuto modo di segnalare come un alto grado della Guardia di finanza avrebbe favorito la promozione al suo ex marito. Tale personaggio sarebbe poi diventato Comandante Generale della Guardia medesima;

la Procura della Repubblica di Roma, dopo aver ricevuto l’esposto firmato dalla signora Cupic, lo avrebbe trasmesso al Procuratore Aggiunto, dottor Ettore Torri, come esposto anonimo, mentre, ad avviso dell’interrogante, ne risultava esattamente identificato il soggetto che lo aveva inviato;

tali denunce sono state archiviate, ma è evidente che in tal caso la signora Cupic avrebbe dovuto essere indagata per calunnia, cosa che non è mai avvenuta;

sembra per la verità che la denuncia della signora Cupic in merito alla morte del Sottoufficiale e della propria figlia siano state archiviate, giustificandole con il fatto che la signora sarebbe affetta da «sindrome delirante lucida» e che di ciò la procura militare, per quanto riferito dall’interessata, sarebbe stata informata nel 1996, in modo improprio dal Tenente Colonnello dottor Corrado Ballarini di Bologna. La Cupic ha avuto più incontri, di sua spontanea volontà con il Capitano psichiatra criminologo Marco Cannavici nel 1995 presso il Policlinico Militare Celio di Roma, il quale fece in effetti un rapporto al direttore del Celio pro tempore sullo stato psicologico della signora, nel quale tuttavia mai pronunciò la diagnosi che avrebbe portato all’archiviazione;

in data 15 gennaio 2005, la signora Cupic presentò alla procura militare di Roma una formale denuncia contro il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Giulio Fraticelli, per «omissioni in atti d’ufficio», in relazione alle denunce presentate nei confronti dell’ex marito ed alla documentazione a suo dire inviata al generale Pompegnani. Il generale Fraticelli avrebbe comunicato alla signora Cupic di aver relazionato al procuratore Intellisano, il quale, peraltro, in un incontro avvenuto con la Cupic il 7 dicembre 2004, negò di aver mai ricevuto alcuna cosa;

della denuncia di cui sopra esiste traccia nella lettera che la Procura militare della Repubblica presso il tribunale militare di Roma ha inviato allo studio legale Lombardi in data 16 maggio 2005, (Numero 8/C/04INT «mod. 45» di protocollo) a firma del Procuratore Intellisano;

nel dicembre 2004 la Cupic ebbe a presentare una denuncia alla Procura Militare contro il Tenente Colonnello Ballarini inviandola al A.G. Maresciallo Cervelli;

considerato infine che la sospensione del dottor Ferraro, improvvisamente ritenuto inadatto ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio, appare all’interrogante di dubbia legittimità, si chiede di sapere:

di quali informazioni disponga il Governo sui fatti esposti in premessa;

quali iniziative di competenza intenda adottare.

Intervista a Paolo Ferraro, magistrato sospeso misteriosamente dal CSM.  Su Agenzia Stampa Italia

Salve e benvenuto. In queste settimane, il caso mosso intorno al nome del Magistrato Paolo Ferraro ha lasciato esterrefatta la pubblica opinione. Come rivelato ai microfoni di SkyTg24, Lei sostiene di aver riscontrato in prima persona, durante il Suo periodo di residenza presso la cittadella militare della Cecchignola, comportamenti ed attività “non normali”, scoprendo un mondo “sotterraneo, sconosciuto, poco chiaro, ambiguo, fumoso”. Attenendoci chiaramente ai limiti imposti dal segreto istruttorio, può dirci più nel dettaglio cosa ha scoperto attraverso le sue indagini?

Sporsi a suo tempo nel Novembre 2008, una Denuncia immediata, avendo proceduto ad un primo ascolto di registrazioni audio relative a sei mattine e due pomeriggi, registrazioni che effettuai avendo acquisito una serie di elementi  che lasciavano sospettare una “situazione ambientale” inquietante. Ebbi dichiarazioni conformi che la disegnavano a grandi linee, e feci ascoltare l’audio sia ad un ufficiale di P.G. particolarmente qualificato, che ad una psicologa incaricata tramite avvocato che ritenevo di fiducia, psicologa cui avevo conferito il compito di un sostegno esterno e affiancamento, ovviamente alle persone da me ritenute vittime dirette o indirette. La qualità dell’audio non era ottimale, anzi era mediocre, sicché indicai subito la necessità di procedere ad elaborazione del volume ed ad un attento ascolto tramite programmi adeguati. Sia l’Ufficiale di P.G., a titolo di amicizia e stima personale, che la psicologa, vagliarono la evidente anormalità della situazione ed anzi quest’ultima in un ascolto durato più di due ore e mezza fornì valutazioni, preoccupate, mentre l’Ufficiale di P.G. parlò di un fenomeno collettivo complesso e allarmante. Dall’ascolto attento emergevano attività già indicate nella conferenza, ma più in particolare la possibilità di individuare uso di sostanze, tecniche o procedure verbali a prima vista inquadrabili come volte al condizionamento dei soggetti che li ricevevano, ma soprattutto un contesto veramente anomalo con ingresso di numerose persone di varie età, senza suonare prima, ed utilizzando chiavi in loro possesso ed una posizione di soppesabile assoggettamento della persona che abitava nell’appartamento. Il tutto secondo una analisi fonica poi progressivamente approfondita da me e da un perito fonico, cui diedi il solo incarico di trascrivere quanto emergeva dalla sola prima registrazione. Comunque alcune frasi apparivano curiosamente pronunciate dagli astanti con tono metrico cadenzato o musicaleggiante, in un paio di casi per fonemi riconducibili a linguaggio “medievalistico”, e colpivano altresì alcune frasi tipiche sintetiche espresse come comandi brevi, cui di norma le risposte erano un assenso implicito ovvero dei “si” che colpivano per atonia ed inespressività. Tra i  comandi ricorrente una espressione “nessuno vi è adesso” ovvero “ se andiamo via non c’è nessuno”, ovvero “ dobbiamo apparire, dobbiamo riapparire”, ma l’elenco sarebbe lungo. Il contesto sembrava ad un ascoltatore inesperto come io ero farneticante, torbido, non riconducibile ad esperienze ordinarie. Anche le modalità di interazione verbale dei soggetti erano talmente inusuali, talvolta cupe, e vocalmente atipiche  da lasciare interdetti. Tutto ciò non fu sentito dalla P.G. incaricata. Ma vi erano complessivamente nelle registrazioni più di dieci tra adulti, maschi e donne, e almeno quattro non adulti. Almeno otto i nomi pronunciati. Nelle registrazioni “per decreto” emergevano “frasi, parole e rumori riconducibili alla normale attività quotidiana di una persona all’interno della propria abitazione”. E la persona autrice dei racconti, ma assoggettata, negò poi tutto. Nessuno gli contestò quello che si sentiva. Ma io avevo altri accertamenti fatti, alcune registrazioni di telefonate o colloquio tra presenti, sms ed e-mail utilmente valutabili, feci accertamenti ricordando particolari a suo tempo raccontati, e, dopo l’archiviazione del procedimento, rimasto sbalordito, elaborai le basi audio potenziandone il volume ed estrapolando  circa 45 frasi e contesti divisibili sulla base di una precisa griglia logica di classificazione. Non posso dire altro, oltre che a suo tempo solo alcuni amici miei ascoltarono e mi confermarono l’ascolto mediante adeguato strumento audio. Feci una parziale discovery con gli “interessati” e come mi era successo nel Gennaio del 2009 accadde un qualcosa, uno strano incendio sul terrazzo della mia casa in villetta che mi spinse ad andarmi a lamentare della circostanza con l’ufficio mio, che mai mi aveva ascoltato direttamente, né aveva valutato in alcun modo la massa del materiale di prova o indiziario da me raccolto. Il giorno dopo, trasecolando, subii una proposta di TSO eseguita a tempo di blitz in forma coattiva, in assenza di ogni presupposto di legge formale e sostanziale. Quanto segue è anche oggetto di procedimento penale, solo poi scopersi di rapporti intrecciati a mia totale insaputa e alle mie spalle e del ruolo di uno psichiatra che aveva preparato per lo strumento alcuni miei  parenti in rapporti comprensibilmente complessi con me. Oggi so che modalità, tempistica, organizzazione e metodi hanno clamorose conferme anche in clamorosi precedenti, basta documentarsi. Ad oggi molte persone hanno valutato, condiviso valutazioni e pubblicato articoli coraggiosi, fedeli e suggestivi per la suggestività della storia, su internet, nel silenzio assordante di una certa stampa cartacea ufficiale.

Se fosse confermato un simile quadro dei fatti, questo sconvolgente scenario esoterico potrebbe allargarsi anche ad altri ambienti militari ed è pertinente ipotizzare dei collegamenti internazionali con simili organizzazioni “deviate” nel resto del mondo?

Ero concretamente a conoscenza di viaggi a nord, e verso Napoli. Del pari di una possibile forma, apparenza politico–militante del gruppo, della presenza ragionevole di ufficiali, alcuni dei quali individuabili foneticamente o perché da me osservati, della presenza tra essi di un uomo dalla voce autorevole arrogante la cui attribuzione a persona è possibile tramite un quadro indiziario concreto e riscontrabile. Fatti concreti, elementi verificabili, non altro. Incredibilmente quando, uscito da un silenzio costretto, raccontai di fatti, contesto, conseguenze patite, trovai un atteggiamento di assoluta volontà di non ascoltare. Fatti precisi indicati sarebbero diventati “frasi criptiche”, “allusioni incomprensibili”, o giudizi “sommari” di assoluta “inverosimiglianza”. Chi li ha pure riportati davanti al CSM, che ha fondato su tali giudizi un provvedimento grave di sospensione cautelare, a fronte di statistiche ineccepibili e numerose certificazioni di sostanziale perfetta salute, non ha tenuto conto di chi fossi, della mia storia, delle mie note capacità, della circostanza peraltro a loro non nota, che era stato depositato un memoriale analitico, chiaro e riferito a fatti oggettivi in una Denuncia a Perugia. La situazione derivatane è assurda, ma presagisco molto di più. È tutto quello che mi è accaduto dal 2009 in poi, pressioni, intimidazioni indirette, inviti ripetuti a tacere, e gli eventi dal Marzo ad oggi che hanno squarciato ulteriori veli. In particolare è vero che io ho notato una donna talmente tanto simile a Carmela Rea in un orario non d’ufficio nei corridoi della procura di Roma, da farmi affermare ancora oggi che era lei o potrebbe essere una sosia e comunque nessuno mi ha mai detto chi fosse, perché fosse accompagnata ad un colloquio riservato alle 19 di sera. Alcuni articoli su internet lanciavano ipotesi parallele alle mie rilevazioni, in Roma, ma soprattutto su internet venne fatto il nome di un alto Ufficiale dell’Esercito e qui debbo fermarmi.

Il provvedimento che ha più lasciato interdetti è stato indubbiamente la sospensione per un periodo di quattro mesi, stabilita dal CSM lo scorso 16 giugno 2011, ufficialmente “per gravi motivi di salute”. Come spiegate questa decisione e quali saranno le principali armi giuridiche cui ricorrerete per opporvi alla decisione?

La decisione, purtroppo si spiega da sola per abnormità, atipicità, essendo carenti entrambi i requisiti  rigorosamente chiesti per un provvedimento di dispensa dal servizio . Ma intendo precisare che in casi del genere disinformazione, assenza di conoscenza di dati reali e presunta attendibilità di indicazione fornite da vertici di uffici, o da presunti autorevoli soggetti con responsabilità “politiche” tra i  magistrati può avere influito. Il provvedimento allinea documenti, che risultano oggettivamente e criticamente essere destituiti di fondamento, allegando indizi concreti, prove documentali e informazioni ignote al CSM. Quello che colpisce è che sembra che nulla sia accaduto, tutto viene inanellato lasciando fermi, errori valutativi, disinformazioni su fatti precisi. Ma agli atti della commissione è stato depositato un memoriale approfondito, in copia, neanche letto, sembrerebbe.  Ma continuo ad avere fiducia che fatti e dati verranno realmente approfonditi. Se mancherà l’approfondimento necessario, ne potremo trarre varie altre conclusioni. In questa vicenda è a me apparsa evidente una particolare “collocazione” di due magistrati e ho dovuto fornirmene una approfondita spiegazione, che si riverbera sul rilievo e sulla importanza generale dei fatti. Un probabile epicentro. Ma è proprio la magistratura a dovere indagare e valutare. E se non si indaga a fondo non si valuta e se non si valuta non si indaga. Ma se si colpisce chi ha valutato a fondo per conto suo, e ormai indirettamente tutti quelli che condividono valutazioni ed altro, i ragionevoli inquadramenti e le ipotesi accertabili si fanno prospettive concrete. Inquietanti, e perciò io chiedo al CSM di dissipare veli e dubbi e di vagliare fino in fondo, a tutela  della immagine e credibilità dell’organo di autogoverno della magistratura.

Paolo Ferraro risulta essere, da più fonti, un magistrato integerrimo e molto stimato nel suo ambiente di lavoro. Dopo la sentenza del CSM, quali sono state le reazioni dei suoi amici e colleghi? Ha percepito degli improvvisi cambiamenti in alcuni dei suoi rapporti inter-personali?

Vi è stato sgomento, sbigottimento, incredulità , nei miei confronti, e preoccupazioni  per me, per sé e generali:  come starà, ammesso che stia male come dice il vertice dell’ufficio, ma  se la vicenda è vera in tutto od in parte riscontrabile,  se gli hanno fatto quello che ha poi denunciato, cosa può succedere anche a noi, se lo appoggiamo o se ci trovassimo per sbaglio in una situazione analoga?!.  Ma lo stupore nasce da un prevalente meccanismo di autodifesa psicologica: non voglio, non posso credere, ho paura di  credere e ragionare su questi fatti. Avete parlato mai con un malato terminale , che discetta di influenza non curata bene o di piccola bronchite, la speranza e la paura si tramutano in negazione psichica dei fatti, della  realtà. Ma chi ha mai parlato di credere. Ho detto, sappiate, verificate  ascoltate, valutate. La paura, per me, per la storia, per l’immagine dell’ufficio, per sé è per ora,  prevalsa, ma nell’ambito ristretto e solo in parte. Non sono invece mancati abbracci, in bocca al lupo, affermazioni di profonda stima, da magistrati, avvocati e proprio da carabinieri che non lavorano a stretto contatto con me. La frase detta circa quattro mesi fa, senza preavviso, “noi stiamo con lei” e accompagnata da una duplice forte stretta di mano. Io un po’ sbigottito, come ha fatto a spargersi la voce, visto il cupo silenzio che circondava la vicenda..?! Il tono ?! Di chi sa di che storia si tratti, e molti sanno, ritengo, della valenza generale della vicenda: un giovane brigadiere di una stazione  CC, sapeva tutto ed alla mia occasionale mera battuta sulle UAV ( unità di addestramento ) ha fatto dei cenni inequivoci. So per certo che molti sanno, e molti anche senza avere un ruolo qualunque. E allora se di una vicenda strana,  coinvolgente in apparenza solo due palazzine  sanno in tanti, in varie parti, come può essere un fatto solo locale? Non lo è, ragionevolmente, e molto dipenderà  dalle indagini  di Ascoli Piceno (e a Teramo un celebre processo ormai conclusosi in Cassazione sull’esercito bianco , a Roma un procedimento di fatti e luogo omologhi, del 2000, e altri avvocati stanno raccogliendo le tracce generali nella recente storia giudiziaria in merito a circostanze  che sembrano rinforzare la lettura unitaria del fenomeno).

Questa vicenda è appena agli inizi e la battaglia che si appresta ad affrontare potrebbe non essere delle più semplici. Nella rete, molti cittadini ed una parte dell’informazione non-mainstream si sono stretti intorno a lei, mostrando grande attenzione e stima per la sua storia. Quali sono le aspettative e le speranze di Paolo Ferraro, sia come magistrato sia come uomo?

Verificare e capire, allargando conoscenze e raccogliendo sensibilità e disponibilità. In fondo si tratta solo di una struttura a base di setta, di gruppi di militari, di impossibilità di  accertare, di un magistrato della capitale sottoposto a TSO, e su tutto il resto “trasversali dubbi”… un polpettone saporito non addentabile agevolmente, ma siamo a dieta, il cuoco è un “visionario”, meglio non fare indigestioni. I curiosi che credono alla democrazia ed ai suoi valori però non la pensano così.

STORIA DELLA MASSONERIA

Le massonerie sono ordini iniziatici e istituzioni gerarchiche rivolte alla conoscenza. I membri delle massonerie sono definiti massoni e condividono valori morali, filosofici e spirituali comuni. Nei secoli scorsi le massonerie sono sorte sotto forma di associazioni di mutuo soccorso e come società segrete. In seguito assumono una funzione più speculativa, trasformandosi in confraternite di tipo iniziatico e mistico, caratterizzate dal segreto rituale. Gli affiliati di una massoneria ne condividono gli ideali morali e le regole e sono organizzati in una rigida struttura gerarchica dominata dalla figura del Gran Maestro. Al Gran Maestro viene attribuito il più alto grado di conoscenza, a cui l'affiliato possa aspirare. Le massonerie nel mondo sono migliaia e non è possibile quantificarle, né qualificarle per i loro scopi, avendo ciascuna di esse un proprio regolamento e proprie precipue finalità. In molti casi le massonerie sono regolari e legalmente riconosciute dagli ordinamenti giuridici in cui operano (in Italia, per es., la Gran Loggia Regolare d'Italia). In altri casi vi sono massonerie spurie, che non hanno nulla a che vedere con le associazioni regolari, che mantengono il loro carattere segreto o fenomeni di associazionismo locale che celano il mero raggiungimento di interessi privati, favoritismo e aiuto reciproco tra affiliati.

Origine delle massonerie.

Dal punto di vista storico la massoneria esiste fin dall'antichità. In origine le società segrete hanno il fine di creare un Ordine, spesso parallelo, con obiettivi spirituali, religiosi, culturali, economici o politici. Nel corso della storia dell'uomo si sono avvicendate centinaia di migliaia di massonerie, tutte caratterizzate dal numero chiuso degli affiliati, da un rito di accettazione e dalla presenza di obiettivi comuni da perseguire. Durante il Medioevo le massonerie hanno avuto anche il compito di conservare la conoscenza delle tecniche e del sapere. Le più note sono le corporazioni di muratori composte dalle maestranze bizantine. Da questo potrebbe derivare il simbolismo muratorio ancora oggi usato in molte corporazioni. Nel corso del periodo pre-industriale le confraternite di mestiere (corporazioni) perdono la loro ragion d'essere. Lo stesso accade con l'avvento dell'Illuminismo alle massonerie dedicate alla conoscenza e alla ricerca scientifica, le quali non devono più condurre in segretezza i propri studi e non devono più temere le accuse di eresia. E' difficile tuttavia dare una definizione generale della massoneria o riassumere un percorso storico del fenomeno in poche righe. Ad esempio, gli Ordini massonici con finalità spirituali o religiose non sono influenzati dall'illuminismo o dalla rivoluzione industriale, avendo scopi diversi dalle altre corporazioni appena citate.

Le massonerie moderne.

In genere gli storici distinguono le organizzazioni corporative più antiche da quelle più moderne nate alla fine del XVII secolo, in quanto non esiste un nesso di continuità tra le corporazioni di artigiani medievali e quelle speculative nate successivamente. Dal primo '800 all'epoca contemporanea le organizzazioni massoniche conservano perlopiù obiettivi politici, culturali, spirituali ed economico-finanziari.

La Piramide Massonica.

La piramide è un simbolo antichissimo dalle origini tuttora oscure; il triangolo con l'occhio (poi inglobato nel cristianesimo come simbolo divino) può essere fatto risalire alla prima massoneria. L'utilizzo combinato di questi simboli si realizza sostituendo al vertice della piramide il Delta Luminoso ed ha origine nel 1776, quando il primo di maggio Adam Weishaput (che al tempo insegnava diritto canonico all'università di Ingolstadt) fonda una società segreta nota come Ordine degli Illuminati di Baviera. Weishaput definì l'occhio al vertice della piramide "The Insinuating Bretheren" ma nell'ambiente era più conosciuto come "Occhio Gnostico di Lucifero", od "Occhio Onnisciente". Il significato complessivo della Piramide del Potere è l'ambizione stessa dell'ordine: un governo mondiale guidato da una ristretta elite di sapienti, ovvero loro stessi. Tra gli altri scopi dell'ordine vi era la trasformazione del cristianesimo in una religione "scientifica", in cui la ragione prendesse il posto del divino.

Notare come la Piramide abbia tredici livelli e alla base scritto MDCCLXXVI: questo simbolo è stato studiato accuratamente in modo che chiunque conosca i significati delle metafore utilizzate sia in grado di interpretarlo. MDCCLXXVI non è che 1776 scritto in numeri romani, l'anno in cui nacquero gli Illuminati e in cui venne dichiarata l’indipendenza degli Stati Uniti d’America; le tredici file di mattoni rappresentano le 13 fasi di 13 anni l'una che gli Illuminati avrebbero seguito per conquistare il potere: si parte dalla fondazione e si va fino al 1945. Tuttavia, risalendo la piramide anno per anno, nel 1945 non si raggiunge il vertice, ma lo spazio che separa il corpo della piramide (simbolicamente la "Prima Era") dall'occhio.

Questo intercapedine va interpretato in modo leggermente diverso: rappresenta infatti una fase di 26 anni (13+13) definita "Seconda Era" che inizia nel 1945 e termina nel 1971. Si raggiunge così il Delta Luminoso, ovvero la "Terza Era". In progressione geometrica, questa è formata da tre fasi di 13 anni l'una (39 anni in tutto) che vanno dal 1971 al 2010. A questo punto, secondo i progetti degli Illuminati, nessuno sarebbe più in grado di contestare l'ormai completo "Nuovo Ordine Mondiale".

Questa è solo una delle molte diverse interpretazioni di questo simbolo: il delta luminoso rappresenta anche un elemento “divino” nettamente separato dalla materia (la piramide), ad esso subordinata. Ingrandendo il Delta Luminoso si potrà notare come l’occhio sia in realtà ben poco “umano” in quanto attorniato da squame. Gli illuminati si consideravano infatti strettamente legati ad una antica specie rettile a cui attribuirebbero l’origine della specie umana.

La Piramide del Potere è oggi visibile a tutti sul fronte della banconota da un dollaro a sinistra del Gran Sigillo. Qui sono presenti due scritte: in basso "Novus Ordo Seclorum" ed in alto "Annuis coeptis". La prima è l'obbiettivo stesso degli Illuminati (il Nuovo Ordine Mondiale), la seconda è il loro motto: "la provvidenza ha favorito il nostro impegno" (tradotto anche come "Dio ha acconsentito"). La scritta in basso conterrebbe un grossolano errore ortografico: la scrittura corretta infatti sarebbe “Secolorum” e non “Seclorum”. In realtà questo non è un errore, quanto piuttosto uno stratagemma usato dagli Illuminati per far sì che la scritta sia composta da 13 caratteri.

La Piramide del Potere venne mostrata al mondo per la prima volta il 4 luglio del 1776 sulla bozza della banconota da un dollaro. Questa bozza verrà poi corretta varie volte invertendo tra l’altro la posizione dell’Aquila calva (il Gran Sigillo) e quella della Piramide (che al tempo si trovava a destra), prima della versione definitiva del 20 giugno 1782. Il Congresso approverà l’utilizzo del Gran Sigillo per rappresentare gli Stati Uniti il 15 settembre del 1792. Successivamente, il dollaro verrà modificato numerose altre volte, nel 1933 Franklin Delano Roosvelt (Presidente degli Stati Uniti dallo stesso 1933 al 1945, nonché massone del 32° grado) fece coniare la prima banconota americana da un dollaro con la Piramide ed il Gran sigillo sul lato posteriore (da allora ad oggi si è mantenuta questa impostazione). La Piramide del Potere era visibile anche sullo stemma del DARPA (Defence Advanced Reseach Projects Agency) prima che, nel 2004, questo venisse modificato.

SIGNORAGGIO: AL VERTICE DELLA PIRAMIDE

Che cos’è il signoraggio?

Si tratta di un diritto dei "signori", adottato fin dal passato. Oggigiorno è una delle maggiori cause di indebitamento pubblico e di ulteriore arricchimento dei potenti e dei ricchi. Se ne parla poco, ma esiste, da secoli. Il procedimento è molto semplice: la Banca Centrale Europea produce, ad esempio, una banconota con soli 5 centesimi di spesa, ma l’affitta alle varie nazioni a 100 €. Ciò significa che la società privata che stampa ed emette la banconota guadagna in pratica 95 €. Il signoraggio corrisponde quindi alla differenza tra il valore nominale della moneta (che troviamo scritto su di essa) e i costi di produzione della stessa.

Settimio Severo, imperatore romano vissuto nel III secolo d.C., adottò anch'egli questo metodo, dimezzando il materiale utilizzato per le sue monete, ma mantenendo identico il valore nominale scritto su di esse. La differenza, materiale inutilizzato, rimaneva nelle casse dello stato.

In Europa è la BCE (Banca Centrale Europea) che detiene il diritto esclusivo di battere moneta, arricchendosi alle nostre spalle. E, attenzione, si tratta di una banca privata! Lo stato paga l’affitto della moneta con Titoli di Stato, indebitandosi e, alla fine, chi ci rimette siamo sempre noi, poveri cittadini. Infatti, siamo noi a pagare questo debito, con le tasse. Se invece fosse lo stato a battere moneta, non vi sarebbero tasse. Ma si parla di abbattere un sistema ormai radicato da secoli.

In passato le cose erano diverse, perché un grammo d'oro valeva come un grammo d'oro. Una moneta d'oro aveva un valore intrinseco, pari al suo valore nominale. Solo in seguito i signori iniziarono a coniare monete utilizzando minor materiale prezioso, dando vita al signoraggio. Fin dall’antichità la plebe ha sempre dovuto sottostare alle scelte dei ricchi signori, uniti tra loro in logge di potere e società segrete. La maggior parte dei politici presenti nei vari paesi del mondo, sia che siano di destra sia che siano di sinistra, così come i grandi imprenditori e i fondatori di importanti multinazionali apparterrebbero in molti casi a logge massoniche, e dal vertice della piramide sociale controllerebbero il destino degli uomini.

Guardacaso, la prima banca centrale a livello mondiale fu proprio creata da un massone, William Peterson, che la fondò assieme ad alcuni Fratelli approfittando della situazione di debito pubblico nella quale si trovava il suo paese: si trattava della Banca d’Inghilterra, ed era l’anno 1694. Già Karl Marx ne Il Capitale denunciava senza mezzi termini le banche centrali, definendole “società di speculatori privati”. La Banca d’Inghilterra venne presa come modello di riferimento da tutti gli altri paesi del mondo.

Perfino il Vaticano godrebbe del diritto di signoraggio, per via delle molte medaglie ed emblemi messi in circolazione.

Nella storia dell’umanità ci furono persone che provarono ad abbattere questo sistema. Una di queste è John F. Kennedy.

Nel giugno del 1964 sfidò la Fed (Federal Reserve Note), società privata che deteneva, e detiene ancora oggi, il monopolio sul conio monetario. A novembre dello stesso anno, il presidente venne eliminato, e proprio a Dallas, una delle sedi delle dodici banche statunitensi. E prima di lui anche altri presidenti avevano tentato di imporre una banconota statale; tra questi ricordiamo Lincoln, McKinley e Roosevelt, tutti e tre uccisi.

L'ex questore di Genova Arrigo Molinari citò in giudizio Bankitalia per “la truffa del signoraggio”. Aveva l'udienza il 5 ottobre 2005, ma venne ucciso a coltellate il 27 settembre! Della serie: chi tocca il signoraggio muore.

In Italia, il signoraggio fino a pochi anni fa era diritto della Banca Centrale d’Italia e, in seguito, della Banca Centrale Europea, entrambe private. Ma c’è di più. Tra le banche socie di quest’ultima troviamo anche quella d’Inghilterra, di Danimarca e di Svezia, associate rispettivamente al 15,98 %, 1,72 %, 2,66 %, pur non avendo accettato di aderire all’Euro. Parte del signoraggio europeo finisce quindi nelle tasche di queste società private estere. In pratica, noi italiani stiamo aiutando questi tre paesi a pagare le loro tasse! Questi potenti, a parte il signoraggio, utilizzerebbero anche altri metodi utili al loro arricchimento, sempre alle spalle della povera plebe. I ricchi banchieri e i loro sostenitori sarebbero infatti collegati anche a fondazioni, multinazionali e sette di potere, come Scientology, l’Opus dei, e l’Amway corporation.

POLITICA E MASSONERIA.

Ma guarda un po’ cosa vai a scoprire da fonti notoriamente di sinistra, come può essere un’intervista di “Repubblica” a firma di A. Statera. "Quando nel mondo la canaglia impera, la patria degli onesti è la galera", recita ironico il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia Gustavo Raffi, avvocato ravennate dal profilo un po' risorgimentale, ex segretario locale del defunto Partito repubblicano di Ugo La Malfa, quando gli si chiede di commentare l'improvvisa fiammata antimassonica di parte del Partito Democratico. E l'Opus Dei? E Comunione e Liberazione? E tutti i mariuoli, clericali o non, ormai in circolazione per ogni dove? E tutti i seri problemi del paese che il Pd tende spesso a rimuovere imboccando improbabili vie di fuga? Il Gran Maestro se lo chiede, ma la delibera assunta dalla Commissione di Garanzia presieduta da Luigi Berlinguer, proveniente da una vecchia famiglia massonica il cui capostipite Mario, padre di Enrico e Giovanni, era Gran Maestro della Loggia di Sassari, in fondo non gli dispiace: "Al di là della temporanea sospensione dei fratelli pd iscritti - dice - c'è un percorso serio per capire la questione e non infliggere una censura dogmatica; è un percorso laborioso, ma simile a quello già tracciato saggiamente dal lodo di Valerio Zanone e Giovanni Bachelet". Ma non gli va giù che i problemi interni di un partito in cui si è rivelata difficile la convivenza tra l'anima cattolica ex democristiana con quella laica ex repubblicana, ex socialista ed ex comunista, tirino inopinatamente in ballo "una delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato dal suo seno la storia dell'occidente, come il professor Paolo Prodi ha efficacemente definito la massoneria".

Un fatto è certo, i massoni del Partito democratico, che dovranno ora rivelarsi, sono a bizzeffe, come garantisce l'ex sindaco comunista di Pistoia Renzo Baldelli. Col Gran Maestro recalcitrante, che giura di non aver mai chiesto di mostrare la tessera di partito ai suoi fratelli ("Se no verrei messo fuori dal consesso della massoneria mondiale") tentiamo un computo, che ci porta a un totale di oltre 4 mila su quasi 21 mila iscritti in 744 logge, il 50 per cento dei quali concentrati in Toscana, Calabria, Piemonte, Sicilia, Lazio e Lombardia, con la maggiore densità assoluta a Firenze e Livorno. Di questi almeno 4 mila diessini, molte centinaia ricoprono cariche politiche, amministrative o dirigenziali, come in passato il Gran Maestro aggiunto Massimo Bianchi, che è stato vicesindaco socialista di Livorno. Adesso dovranno rivelarsi ed è facile prevedere che non sarà un'operazione indolore.

Ma Gustavo Raffi pensa che potrebbe venirne persino un bene, cioè "la fine di questa leggenda della segretezza, frutto avvelenato delle gesta del materassaio di Arezzo, che non ha ragione di persistere. Ma come si fa - si accalora - a confondere il Grande Oriente, scuola di etica e di classe dirigente, con i mariuoli che infestano il paese anche in false massonerie? Il fascismo, perseguitandola, costrinse la massoneria al segreto, ma oggi siamo un'istituzione trasparente tornata nella storia. Lo dimostrano le decine di nostri convegni culturali con partecipanti del calibro di Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Umberto Galimberti, Giuseppe Mussari, Ignazio Marino, Paolo Prodi, Gian Mario Cazzaniga e tanti, filosofi, storici, accademici di reputazione e scienza preclare. Il Pd si accorge adesso che la sinistra è figlia anche della massoneria? Fanno fede i nomi dei fuorusciti a Parigi durante il fascismo, le Brigate partigiane in Spagna e la Costituente, dove su 75 membri 8 erano massoni, da Cipriano Facchinetti ad Arturo Labriola, Meuccio Ruini... ".

Gran Maestro - lo interrompiamo - per favore, non torniamo a Garibaldi e Bakunin e ai generi massoni di Marx, il fatto è che in un passato più recente le vicende della massoneria ufficiale non sempre sono apparse commendevoli. Tra l'altro, nel governo e nella attuale maggioranza di destra si dice ci sia la più alta concentrazione di massoni (e di Opus Dei) mai vista, come ha rilevato l'ex presidente Francesco Cossiga, che se ne intende. A parte Berlusconi, Cicchitto, che erano nella P2, e al consulente di Gianni Letta, quel Luigi Bisignani che ne era il reclutatore, ce ne sarebbero molti altri, a cominciare da Denis Verdini, che però ha smentito. Per non dire dei Lavori Pubblici, culla della Cricca degli appalti, considerato il ministero col maggior numero di dirigenti massoni. Il Gran Maestro non sfugge: "Io le posso dire in tutta coscienza che, tolti quelli che giocavano a nascondino col materassaio di Arezzo e che con noi non hanno nulla a che fare, abbiamo fatto un'attenta analisi dei nomi emersi come appartenenti alla Cricca e delle intercettazioni telefoniche pubblicate sui giornali. Abbiamo trovato solo un nome nelle nostre liste e l'abbiamo sospeso immediatamente. Se ne emergeranno altri, stia certo subiranno la stessa sorte". Inutile insistere per ottenere il nome, il Gran Maestro garantisce di non ricordarlo, ma promette di ricercarlo, perché dice di sognare una massoneria supertrasparente come quella americana, cui i fratelli sono fieri di appartenere, dove le logge sono indicate al centro delle città con grandi cartelli stradali, "come già abbiamo fatto a Ravenna mettendo la targa sulla nostra sede, perché se ti nascondi finisci alla gogna". Ma nulla autorizza la componente cattolica del Pd a confondere la massoneria storica con pseudomassonerie affaristiche, "se no è come se io dicessi non che un partito è degenerato, ma che tutti i partiti sono degenerati, mentre, pur se disastrati, continuano ad essere il cardine della democrazia. Mai dirò che i partiti inquinano la massoneria, ribaltando l'affermazione di quel parlamentare del Pd, il quale ha osato dire che la massoneria inquina il suo partito". Se la teoria del senatore di Magliano Sabina Lucio D'Ubaldo prendesse piede nel Pd, il Gran Maestro vi scorgerebbe un arretramento clericale e culturale quasi a due secoli fa, all'enciclica "Mirari Vos" di Gregorio XVI che condannò la separazione tra Stato e Chiesa e qualunque libertà di coscienza.

Chissà se la delibera dei garanti pd guidati da un Berlinguer frenerà ora le iscrizioni al partito, notoriamente non in splendida salute, o al Grande Oriente d'Italia, che conta 1600 "bussanti" all'anno, più di un terzo dei quali respinti in attesa di "passaggi all'Oriente Eterno" di anziani fratelli.

Bettino Craxi, l’ultimo uomo di Stato. La storia è talvolta così distante dalla realtà, i fatti vengono stravolti e la verità negata: così l’onore di un uomo viene sfibrato per cancellarne la memoria e la sua stessa vita. Mentre tutti gli scagliavano contro sentenze e ingiurie, mentre il magistrato Antonio Di Pietro spasimava per il grande momento e qualcuno gridava “Tonino facci sognare”, sicuramente nessuno di loro sapeva che lui aveva tentato di salvare l’Italia, e così non restava che un’unica soluzione: andare via il prima possibile, una fuga immediata.

I fatti erano ben diversi, alle spalle vi era un piano, chiamato “Apocalisse”, studiato nei minimi dettagli e gestito direttamente da Londra (Secondo David Icke Londra sarebbe il centro del controllo globale, ndr). Nacquero in quegli anni in Italia molte scuole di lingua inglese, come copertura dei servizi segreti; molti agenti del Sisde e del Sismi furono intimoriti, altri si suicidarono: la campagna mediatica dei giornali, e non solo delle televisioni, avanzò impietosa. L’obiettivo di fondo consisteva nel rovesciare i governi e porre al potere dei criminali, dei “contadini”, di destra e di sinistra, islamici e non, per poi privare uno Stato della sovranità monetaria, privatizzare ogni cosa e rastrellare le ricchezze esistenti, creando così un sistema economico completamente diverso, quello del “rent”, dell’affitto, basato dunque non più sul concetto di possesso, bensì su quello di uso. Un ambizioso progetto da realizzare mediante la svalutazione della moneta, la riduzione della spesa pubblica, la deregolamentazione del mercato con politiche liberiste, la fissazione di alti tassi di interessi, con la lotta alla corruzione, la privatizzazione del patrimonio statale e della Banca Centrale, ed infine la rifondazione della Nato come organismo militare per sabotare le iniziative dell’Onu.

In realtà il signoraggio non è il solo problema, ma è un anello di un meccanismo molto più complesso che si serve di una forma di potere centralizzata e piramidale, andando a creare quelle che molti studiosi definiscono società “rettiliane” o demagogie pure. Un sistema questo che si è rivelato efficace, dobbiamo riconoscerlo, in contesti medievali in cui non esisteva la comunicazione di massa, le attuali tecnologie e forme di crimine psicologico: la nostra società rimane tuttora ancorata a schemi di potere antichi e arcaici.

Craxi, come qualcuno prima di lui, aveva intuito che il sistema era concatenato perché ragionava come un uomo di Stato, ed è stato tradito dal serpente che è dentro in noi. Voleva salvare l’Italia, parlava di svolta, di cambiamento e di rinnovamento, parole che certamente hanno fatto tremare gli eminenti Banchieri di Londra. Craxi cercava di combattere uno degli anelli del sistema tramite la “lira pesante”, che consisteva nel coniare la “5 lire in argento” con l’effigie di Garibaldi, cosa che sicuramente non è stata ben gradita alle lobbies bancarie che scatenano guerre sanguinarie solo per imporre il costo di una commissione bancaria in un paese.

Mentre cercava di salvare l'Italia, si accorse cos’è veramente il “potere”. Ho sacrificato la mia vita e venti anni di studi e di ricerche per capire ciò che i politici sostanzialmente dicono in frasi del tutto accidentali. Egli intendeva rifondare il tessuto sociale, il modo di fare economia, e il concetto stesso di partecipazione politica perché aveva intuito che il mercato si stava trasformando: l’economia cresceva tra usura e collusione , e da tempo ormai era in atto un etnocidio, ossia lo sterminio dell’identità etnica, delle tradizioni, e della cultura mediante strategici piani di “globalizzazione” e l’appropriazione dell’intelligenza dei popoli.

Tutto quello che si è realizzato con il Trattato di Maastricht è stato accuratamente programmato nel 1978 da un piano strategico e complesso, che già allora fece le sue prime vittime. Maastricht si è appropriato del potere democratico per antonomasia in quanto va incidere sulla redistribuzione della ricchezza reale, trasferendo in maniera illegittima e incostituzionale la sovranità monetaria ad un ente non rappresentativo della volontà sovrana dei cittadini. L’unione monetaria ha creato una macchina che distrugge, depreda e porta guerra tra i popoli; la banca, dal canto suo, si finge un’istituzione, che entra come un parassita nell’azienda per alimentare un sistema di denaro virtualizzato. I Grandi Banchieri si sono resi responsabili dell’olocausto, senza che nessun tribunale internazionale li abbia mai condannati, e continuano a sterminare popoli in maniera sempre più subdola in forma di etnocidio.

L’eurosocialismo è caduto. Tutte le colonie del regime comunista sono state attaccate perché i sistemi economici ibridi tra comunismo e capitalismo andavano eliminati ad ogni costo in modo da evitare anche lo scontro diretto con la civiltà araba: ed ecco perché Craxi era considerato un filo arabo.

Nel 1992 non era più possibile salvare l’Italia e Craxi aveva un compito tanto complicato quanto impossibile da portare a termine. Mentre Maastricht vedeva nascere l’Europa dei Banchieri Ladroni, la magistratura arrestava Mario Chiesa, e procedeva con gli avvisi di garanzia che avrebbero portato avanti la crociata contro “la corruzione”. Nel luglio del ’92 le parole di Craxi alla camera dei deputati denunciano una criminalizzazione della classe politica, un vero e proprio processo storico e politico ai Partiti, e "un finanziamento irregolare ed illegale al sistema politico,... non è e non può essere considerato ed utilizzato da nessuno come un esplosivo per far saltare un sistema, per delegittimare una classe politica”.

Il Buon Tonino probabilmente solo quando fece il grande gesto teatrale di togliersi la toga dinanzi alle telecamere e di rassegnare le dimissioni dalla magistratura, diede prova di aver capito che era stato usato e manipolato come una pedina in una guerra strategica senza scrupoli. Ma il nostro ex commissario doveva capire che il sangue sporco si deve mischiare con quello nuovo. Mani pulite è stato dunque qualcosa di più, aveva l’obiettivo di controllare le masse, eliminare la classe politica e sostituirla con soggetti dalla mente semplice e poco intelligente, assolutamente inadeguati a contrastare i veri poteri, mentre le privatizzazioni e il saccheggio dell’Italia proseguiva.

Il caso dunque volle che i folli avevano arrestato i sani, e la storia insegna che chi si mette contro questi poteri va eliminato : Jesus fu crocifisso perché chiedeva a Cesare perché sulla moneta veniva coniata necessariamente la sua immagine, l’oro in fin dei conti è sempre oro. “Dai a Cesare ciò che è di Cesare”, ma molti non sanno cosa vuol dire realmente e se lo sapessero credo che diventerebbero tutti improvvisamente kamikaze.

Nello stesso anno, Giovanni Falcone in una macabra esplosione accreditata alla mafia trova la morte; così come l’ingegnere Raul Gardini che muore per mano di un anomalo suicidio: episodi che in realtà nascondono ben altro. Lo stesso scenario che si è venuto a creare ultimamente in Libano con Hariri, che stava organizzando la borsa del Petrolio in euro. In quel periodo tutti gli ambasciatori e le Associazioni sconosciute millantavano democrazie sconosciute, e si meravigliavano scandalizzati della corruzione in Italia, ma non ricordano ciò che la Federal Reserve fece nel 1923, da cui il motivo che spinse gli americani a combattere una guerra mondiale.

A colpire Craxi è stata la finanza internazionale, i Banchieri, un mondo sconosciuto alle masse, gerarchie ristrette e estremamente chiuse, persone che non vedrete mai camminare tra la folla. Lo temevano così tanto che al pensiero che Craxi potesse trovarsi in suolo italiano e rilasciare scomode dichiarazioni li preoccupava seriamente, tanto è vero che era costantemente controllato ad Hammamet.

Le sue parole devono essere di insegnamento a questi politici contadini, diventati i camerieri di Banca Intesa e Unicredit e non più protagonisti della regolamentazione del sistema economico. Si sono autodefiniti pastori del gregge, ma bisogna ricordare che l’unico uomo di Stato che non è stato accettato dall’Inghilterra era Craxi, contrastato dagli stessi giornali che ora santificano Carla del Ponte e additano Slobodan Milosevic per aver condotto una pulizia etnica.

Oggi è l’era dei pappagalli, della civiltà schiavizzata dai banchieri, agganciati a loro volta ai servizi segreti, che hanno creato “comitati di controllo e gestione delle crisi”, utilizzando strutture come la Gladio, e Società di sicurezza per compiere qualsiasi tipo di attentato e di omicidio.

La velocità della magistratura nel vendere l’ Italia è stata strabiliante. Accusare Bettino Craxi è stato come chiudere la porta in faccia allo Stato stesso, per il quale si sono combattute guerre, alzate barricate, in nome di una bandiera si moriva con onore dinanzi al plotone di esecuzione, gridando “Viva l’Italia”. Tutto questo non è servito a riunire gli uomini, ma a distruggere la fratellanza, perché alla guida di una nazione erano stati posti piccoli uomini e non Statisti, banali intellettuali che non sapevano cos’è davvero il potere. Spero che oggi la nostra classe politica abbia capito che siamo posseduti dal sistema bancario, e che hanno venduto l’Italia a dei baroni Ladroni.

IL MISTERO SULLA MASSONERIA.

Massoneria, politica e criminalità. L’importanza dell’inchiesta di De Magistris, e la dimenticata inchiesta Cordova. Un resoconto del Prof. Paolo Franceschetti.

L’inchiesta portata avanti da De Magistris probabilmente tocca quello che a nostro parere è il problema più grosso del nostro Stato, da decenni: i rapporti tra criminalità organizzata, politica e finanza. Pochi si ricordano dell’inchiesta che nel 1992 Cordova fece sulla massoneria calabrese. E pochi hanno notato le similitudini con l’attuale inchiesta di De Magistris. Vale la pena di ricordarle. Prima però segnaliamo che oggi tutte queste inchieste – ma molto altro ancora - sono raccontate in un libro, Fratelli d’Italia, di Ferruccio Pinotti. Il libro è grande, 800 pagine circa. E’ ben documentato, e contiene anche interviste ad alcuni Gran maestri di diversi Riti. Ma da esso è possibile ricavare alcuni punti fermi che possono essere oggetto di approfondimento.

Analizzare il sistema massonico, e capire tutte le implicazioni che comporta questa istituzione, le interferenza con la società, con la giustizia, ecc., è una cosa impossibile da fare nelle poche righe di un articolo. Sarebbe un po’ come voler spiegare il funzionamento del mondo in poche righe. Il nostro scopo quindi è solo fornire alcuni spunti di riflessione per permettere poi un ulteriore approfondimento a chi lo vorrà fare, rimandando ad altri libri o testi. Evidenziando, in particolare, quei punti che vengono di solito trascurati quando si parla di massoneria, che sono importanti per capire realmente il sistema nel suo insieme.

In massoneria sono iscritte in Italia circa 50.000 persone, tra iscritti ufficiali e non ufficiali. Questo numero immenso di persone è costituito prevalentemente da militari, imprenditori, professionisti, docenti universitari, politici. In altre parole buona parte dell’inteligencia italiana e delle persone che ricoprono incarichi di potere. Tra questi ricordiamo come legati direttamente o indirettamente alla massoneria, Cossiga, Andreotti, Prodi, Berlusconi, De Benedetti, molti componenti legati alla famiglia Agnelli, Vittorio Valletta (dirigente Fiat per molti anni, l’uomo che ha portato la nostra fabbrica al successo degli anni d’oro), i governatori della Banca d’Italia Fazio, Ciampi, Carli, l’ex presidente di Mediobanca Cuccia, l’ex presidente del senato Marcello Pera, ma anche molti cardinali, vescovi, il Preside della facoltà di beni culturali di Bologna Panaino, ecc…

In particolare il mondo bancario, finanziario e imprenditoriale ha legami fortissimi con la massoneria. Oltre ai già citati Agnelli, De Benedetti, e molti presidenti della Banca d’Italia, troviamo Volpi, Joel, Toeplitz, Stringher, Caltagirone, De Bustis (che apparterrebbe agli illuminati, secondo il libro di Pinotti), secondo alcune voci Consorte, Fiorani e tanti altri.
D’altronde, per capire i buoni rapporti tra massoneria e cariche ufficiali dello stato, basti pensare che Prodi alla riunione di apertura del GOI (Grande oriente d’Italia) ha mandato un messaggio di augurio e benvenuto, di cui vale la pena riportare il testo: “La repubblica e il Governo vi salutano, la Repubblica si riconosce nei valori della massoneria”. Il saluto è stato portato dal sottosegretario alle politiche giovanili De Paoli.

Mentre l’ex Presidente della Corte Costituzionale e della RAI Baldassarre ha presenziato di recente ad una riunione del GOI, intervenendo sul tema della tripartizione dei poteri dello stato. In altre parole: i legami tra alte cariche dello stato e massoneria sono fortissimi ed indiscussi. Sono poco pubblicizzati e poco dichiarati, questo si. Ma sono ufficiali. Nulla di strano in ciò. Basti ricordare che il primo parlamento dell’Italia unita era composta in gran parte da massoni come Crispi, Depretis, Zanardelli.

Ogni tanto poi spuntano collegamenti con la massoneria deviata, addirittura da personaggi insospettabili. Pannella infatti tentò di candidare nelle sue liste nientemeno che Licio Gelli, il capo della famigerata P2 al fine, si presume, di fargli avere l’immunità parlamentare. Ma la sua spiegazione ufficiale fu che lo candidava perché in cambio Gelli prometteva di rivelargli i suoi segreti. Una spiegazione delirante, che Pannella dette addirittura in commissione parlamentare. Ma che dimostra come il potere politico vada a braccetto in tranquillità con personaggi che hanno cospirato contro lo stato, e commissionato delitti di ogni tipo, stragi comprese, fino a portarli dentro al parlamento.

La massoneria è un fenomeno mondiale, organizzato cioè su scala mondiale. Il vertice del Grande Oriente, in tutto il mondo, si trova nella corona inglese. Sono appartenuti alla massoneria quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti, e personaggi come Gheddafi e Arafat, presidenti Francesi, Re Del Belgio, di Olanda, e via discorrendo. Ovverosia i vertici del mondo. E’ una creazione della massoneria – come, perché, e in che misura, sarebbe un problema tutto da studiare e approfondire – l’ONU, ma anche la Croce Rossa , il WWF (il cui presidente è Filippo Di Edimburgo). Fu una creazione massonica il cosiddetto gruppo Bilderberg, e lo fu anche la cosiddetta commissione Trilaterale.

Per capire il problema che potenzialmente può crearsi, in virtù di questa fratellanza tra esponenti di spicco di ogni parte del mondo, si cita spesso l’episodio del Britannia, del 1992; in quell’anno, sul Piroscafo Britannia, della Corona inglese, si riunirono alcuni vertici della finanza e della politica mondiale, tra cui Draghi e Prodi e si decise che sarebbero state privatizzate alcune aziende italiane. Passarono in mani straniere dopo questa riunione la Buitoni, la Invernizzi, Locatelli, Ferrarelle, ecc... Inoltre in quell’occasione, stando a quello che riportano alcuni storici e giornalisti, pare – ma il condizionale è d’obbligo – che si decidesse l’affossamento della lira che infatti avvenne negli anni seguenti, ove la nostra moneta conobbe una svalutazione senza precedenti (fine della svalutazione era quella di far acquistare le nostre aziende ad acquirenti stranieri, per un prezzo irrisorio).

Si spiega probabilmente così – in virtù del legame massonico mondiale - la presenza della Banca d’Inghilterra (i cui vertici sono nominati dalla Corona Inglese) nella BCE con il 17 per cento delle quote (nonostante non sia un paese dell’area Euro); e si spiega così perché molte banche italiane effettuano investimenti ingenti in azioni di Chase Manhattan Bank, Barclayrd, Morgan Stanley, ecc., tutte legate direttamente o indirettamente alla Corona Inglese per mezzo di un complicato gioco di scatole cinesi, creando dei conflitti di interessi spaventosi.

La massoneria ha diverse sfaccettature. Esistono migliaia e migliaia di logge, e decine di istituzioni massoniche o paramassoniche (organizzate cioè come la massoneria, senza potersi chiamare ufficialmente con questo nome). Abbiamo il Grande Oriente, la più diffusa a livello mondiale. Poi abbiamo i Rosacroce, I cavalieri di Malta, i Templari, l’Opus Dei e chissà quante altre magari sconosciute. Tutte queste istituzioni sono caratterizzate dal segreto per quanto riguarda il loro funzionamento interno, e dal fatto di trasformarsi, spesso, in veri e propri comitati di affari, anche illeciti. Queste istituzioni sono diverse tra di loro, e talvolta sono in conflitto. Ma molto spesso collaborano e cooperano. Basti ricordare che Gelli apparteneva contemporaneamente alla P2, che tecnicamente era una loggia del Grande Oriente, ma era iscritto anche ai Cavalieri Di Malta e ai Templari, per sua stessa ammissione.

In teoria la massoneria è un istituzione in cui si entra per fare un percorso iniziatico di conoscenza e approfondimento dei temi principali dell’esistenza. Questo è senz’altro vero per alcuni o molti dei suoi iscritti e per numerose logge. In teoria poi la lista degli iscritti dovrebbe essere pubblica, essendo vietate dal nostro ordinamento le associazioni segrete. Ma in realtà esiste il fenomeno delle logge massoniche coperte, o segrete, dove si iscrivono uomini politici che non vogliono rivelare la loro appartenenza alla massoneria; e a queste logge si affiliano anche boss mafiosi come Inzerillo, Bontate, Riina, Bagarella, Lo Piccolo, Mandalari (il commercialista di Riina) che certamente non entrano in questa istituzione per una sete di conoscenza e approfondimento della ricerca interiore.

La ragione dell’esistenza delle logge coperte la spiega il Gran Maestro Di Bernardo, a pag. 396 del libro: “Le logge coperte sono sempre esistite. La loro funzione era quella di salvaguardare persone di particolare importanza istituzionale, politica e finanziaria, proteggendole da pressioni indebite da parte di altri fratelli”. Le logge massoniche coperte insomma sono il collante tra criminalità organizzata, politica, finanza e imprenditoria (non a caso i più grandi scandali finanziari italiani hanno visto come protagonisti dei massoni). E le logge massoniche coperte sono il motivo, o comunque uno dei motivi, dell’espansione della criminalità organizzata mafiosa nelle regioni del centro e del nord.

Un esempio chiarirà meglio la questione. Se un capo camorra deve costruire un grosso immobile al nord, qualora sia affiliato alla massoneria, chiederà aiuto ai “fratelli” del nord. Che, per il solo motivo di avere davanti un fratello, lo aiuteranno in questa impresa. Se deve riciclare denaro sporco, sono ancora una volta le collusioni con un banchiere massone che consentiranno questo riciclaggio. E il legame massonico è la spiegazione dell’espansione della mafia negli stati dell’Unione Europea. Considerando che la massoneria è una fratellanza “mondiale” non sarà difficile per un mafioso trovare appoggi in Russia, in America, o alle Cayman. Così come non è difficile, per massoni appartenenti alle varie mafie, entrare in collegamento tra loro e stringere patti di alleanza; di qui nascono i patti di alleanza tra mafia, ‘ndrangheta e camorra. Ecco il motivo per cui quando un magistrato inizia ad indagare sulle cosiddette logge massoniche coperte viene regolarmente silurato, fisicamente e/o lavorativamente.

Ora, qui sta il nodo centrale del problema massoneria, tra gli iscritti alla massoneria esiste un giuramento di fedeltà che li porta ad aiutarsi l’un l’altro. Questo è il nodo cruciale del problema massonico: è possibile che un pubblico ufficiale o un funzionario statale siano servitori dello stato ma, contemporaneamente, prestino fedeltà ad un’istituzione non statale? Il tema, ovviamente, è tutto da approfondire, perché ovviamente i più alti esponenti della massoneria negano che il loro giuramento di fedeltà prevalga sulle leggi dello stato. Ma, francamente, quando in una loggia coperta operano mafiosi, esponenti dei servizi segreti, imprenditori, e politici, c’è perlomeno da dubitare di queste affermazioni di lealtà allo stato. Occorre inoltre tenere presente una cosa che pochi sanno; all’interno la massoneria ha i propri tribunali, organizzati in tre gradi proprio come avviene nell’ordinamento giudiziario italiano.

La massoneria si configura quindi come un vero stato nello stato. Potremmo dire uno stato al di sopra dello stato. O perlomeno, per usare le parole della 32 Commissione parlamentare antimafia, “le logge coperte … sono in grado di determinare gravi interferenze nell’esercizio di funzioni pubbliche”. Ecco il motivo dell’allarme che suscita la possibilità che un presidente del Consiglio (Romano Prodi) possa appartenere ad una loggia coperta di San Marino o comunque avere interessi ad essa legati. Ecco la potenziale bomba che potrebbe scoppiare se l’inchiesta di De Magistris, nei suoi contenuti, fosse portata alla luce. Ed ecco perché il clamore mediatico si preferisce dirottarlo sul problema del suo “presenzialismo” in TV, per stornare l’opinione pubblica da un problema immenso, che coinvolge il problema dei rapporti tra politica e criminalità organizzata.

C’è un dato importante poi che non bisogna trascurare: i servizi segreti sono quasi sempre stati diretti da appartenenti alla massoneria, con tutte le conseguenze del caso. E’ documentalmente accertato che furono diretti per quasi 30 anni da appartenenti alla massoneria, oggi non si sa poiché mancano elenchi di iscritti recenti. Ma non a caso è coinvolto nell’inchiesta di De Magistris l'odierno capo della sezione calabrese del Sismi, oltre a vari politici. Per qualche decennio i servizi segreti non rispondevano, insomma, al Governo, ma a Gelli. Ed è probabilmente per questo – per la presenza dei servizi segreti deviati - che in tutti i fatti giudiziari più gravi di questi ultimi anni, quando erano presenti i servizi segreti, i testimoni sono morti in modo misterioso e sempre con le stesse tecniche (suicidi in ginocchio; incidenti stradali; infarti improvvisi). Diciamo “probabilmente” perché il dubbio è sempre un obbligo, quando si tenta di ricostruire un sistema di potere senza avere prove documentali certe (cosa peraltro estremamente facile quando chi deve indagare è legato a quel gruppo di potere e per non tradire il giuramento fatto non indaga). Tuttavia è un fatto che nei principali episodi stragisti dell’Italia di questi ultimi decenni (solo per far qualche esempio: Italicus, Ustica, Moby Prince, Piazza Fontana; Strage di Bologna; strage di Via D’Amelio e strage di Capaci) i servizi segreti deviati erano sempre coinvolti in vario modo; e i testimoni sono sempre morti nello stesso identico modo: con una tecnica che oltre ad essere sempre uguale, è indizio dell’intervento di persone che adottano tecniche sofisticate (ecco il significato dell’espressione “menti raffinatissime” usata da Falcone riguardo al suo attentato all’Addaura). Ciò indica che probabilmente c’è un filo conduttore tra tutte queste stragi. E questo filo conduttore probabilmente lo si troverebbe nello logge massoniche deviate.

In conclusione: le logge massoniche coperte sono il collante che lega tra di loro criminalità, finanza e politica. Il giuramento massonico, e i vari legami che in queste sedi si creano, sono la spiegazione dell’espansione della criminalità organizzata in tutti i campi della vita sociale e politica. Ai vertici della finanza, della politica, dell’imprenditoria, ci sono molto spesso persone legate, direttamente o indirettamente alla massoneria. E i servizi segreti deviati sono stati, da sempre, il braccio armato della massoneria deviata.
Ma su queste logge è impossibile indagare, perché, appunto, chi tocca questi fili muore, o viene delegittimato. Per questo motivo è importante seguire da vicino, per tutti noi che ci occupiamo di queste vicende, le vicende di De Magistris, Woodcock e Forleo. Perché, consapevolmente o inconsapevolmente, hanno toccato i vertici del potere. Hanno toccato cioè quel filo sottile che lega politica e criminalità, ove risiede la spiegazione della maggior parte dei disastri che affliggono il nostro paese da decenni.

GLI INTRECCI AFFARISTICI TRA POLITICA, IMPRENDITORIA, MASSONERIA E POTERI OCCULTI RAPPRESENTANO ORMAI UN SISTEMA COLLAUDATO...EMERGE DA ESSO LA SPARTIZIONE DEL DENARO PUBBLICO, IL FINANZIAMENTO AI PARTITI, IL RUOLO DI LOBBY E POTERI OCCULTI DEVIATI. (Dagli atti del P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris).

Nel mese di luglio 2007, le maggiori agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris, nell'ambito di un'indagine sull'assegnazione dei fondi comunitari, a carico di soggetti appartenenti a logge massoniche, aveva inviato un avviso di garanzia al Presidente del Consiglio, Romano Prodi, sospettato di appartenere alla loggia di San Marino, chiamando in causa alcune figure vicine ai massimi vertici istituzionali. Da allora, stiamo assistendo ad una violenta campagna di delegittimazione della parte sana della magistratura, ad opera di vasti settori della politica, delle istituzioni e del C.S.M. che mirano, senza mezzi termini, a paralizzare ogni indagine in corso sul rapporto tra affari, mafia, politica e massoneria.

Secondo l'ex Gran Maestro venerabile Giuliano Di Bernardo, in un'intervista rilasciata a Ferruccio Pinotti, collaboratore della CNN e dell'International Herald Tribune, pubblicata nel recente volume, "Fratelli d'Italia", edito dalla Biblioteca Universale Rizzoli, uscito nelle librerie lo scorso novembre, vi è un'analogia tra l'attuale situazione politica italiana e quella ai tempi della prima indagine sulle logge massoniche dell'ex Procuratore Capo del Tribunale di Palmi, Agostino Cordova, nel 1992. Nell'analisi dell'ex maestro reggente che, anni orsono, lasciò il "Grande Oriente d'Italia", denunciandone le deviazioni, per fondare la comunione dei cd. "Illuminati", la situazione della massoneria in Calabria "è esattamente quella di allora, dai tempi di Cordova, per quanto riguarda la collusione mafia - massoneria". Solo in Italia, continua Di Bernardo, dalla sua posizione di esperto conoscitore del problema: "la massoneria continua a nascondersi...". "La realtà massonica è rimasta immutata". "La differenza, oggi, potrà farla solo la magistratura, in termini di qualità delle indagini. Quello che è accaduto con l'inchiesta di Catanzaro è la riprova del fatto che i problemi sui quali avevo cercato di intervenire, senza riuscirvi, sono rimasti gli stessi di allora"... "Simili anche le condizioni ambientali."

Non è casuale, secondo Giuliano Di Bernardo, il periodo in cui questa nuova inchiesta esplode. "Se noi andiamo con la memoria all'inchiesta Cordova, vediamo che inizia nel 1992, proprio quando la crisi politica era totale e si preparavano situazioni fino ad allora imprevedibili. Secondo alcuni analisi il trasferimento dell'inchiesta Cordova al "porto delle nebbie" romano concise con la "pax mafiosa", seguita all'assassinio di Falcone e Borsellino del 1992". "Il 5 febbraio di quell'anno, il Sisde inviava una nota al ministro dell'Interno: "non è da sottovalutare la possibilità che frange eversive stipulino con la criminalità organizzata accordi di collaborazione a fini operativi per la destabilizzazione del Paese". Mentre al giudice istruttore di Bologna, Leonardo Grassi, arrivava il 4 marzo una segnalazione di "fatti intesi a destabilizzare l'ordine pubblico, al fine di instaurare "un nuovo ordine massonico deviato"(...)".

Secondo Di Bernardo oggi ci ritroviamo alle prese con le stesse identiche situazioni politiche, lo stato di crisi è esattamente quello che caratterizzava l'epoca in cui Silvio Berlusconi scese in politica per "sopperire" ad una situazione che appariva drammatica, come quella che stiamo vivendo adesso. La politica era in crisi, la gente non aveva più fiducia della classe dirigente, "ecco che allora applaudì l'uomo forte, lo portò sugli scudi e lo fece eleggere". In tale ottica è indubbio sia in atto uno scontro tra un "nuovo ordine massonico" e uno "vecchio" (sui quali vige un assoluto divieto d'indagare, senza soluzione di continuità), nonché tra una "nuova mafia emergente" e una "vecchia" (i cui capi dei capi dopo oltre 40 anni sono stati consegnati alla giustizia per sedare la pubblica indignazione e ridisegnare gli equilibri del potere mafioso). Uno scontro del tutto sommerso e dagli oscuri contorni, dove chiunque prevalga, non c'è logicamente spazio per la legalità e la verità, a cui un Paese civile dovrebbe ambire, ovvero per quella "differenza" in termini di qualità di indagini poc'anzi citata.

Come noto, l'inchiesta di Cordova sulle logge massoniche, dopo il trasferimento del magistrato alla procura di Napoli (promuovere per rimuovere), venne infatti affossata dalla procura di Roma nel giugno 1994 e affidata ai P.M., Lina Cusano e Nello Rossi. Il procedimento restò pressoché fermo per quasi sei anni, eppoi nel dicembre 2000 il giudice per l'indagine preliminare Augusta Iannini dispose la formale archiviazione dell'inchiesta, nonostante fossero stati raccolti ben 800 faldoni e innumerevoli fonti di prova sulle attività illecite delle più importanti logge italiane con ben 61 indagati, coinvolgenti influenti personaggi del mondo imprenditoriale, finanziario, politico e istituzionale, nonché della stessa magistratura, collusi con la ‘ndrangheta con cui avevano costituito delle vere e proprie società di affari, attraverso le quali si spartivano e, tuttora, continuano a spartirsi impunemente, i proventi leciti e illeciti derivanti dagli accordi perversi del sodalizio criminale ("Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica" di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con prefazione di Stefano Rodotà, 1994, Rizzoli).

A distanza di oltre 16 anni dalla strage di Capaci la "pax mafiosa" rischiava nuovamente di incrinarsi sotto i colpi delle nuove investigazioni delle procure di Catanzaro, Potenza e del G.I.P. di Milano, Clementina Forleo, ma con l'illegittima avocazione delle indagini del P.M. De Magistris, da parte del Procuratore Generale e le strumentali procedure di trasferimento avviate dal C.S.M., anche nei confronti del G.I.P. di Milano, Forleo, la storia si ripete, dando un segnale forte alla magistratura non asservita alle logiche delle logge e dei partiti di regime, che oltre un certo livello non si può indagare.

Chi lo fece, come Falcone e Borsellino, pagò con la vita. Nel nuovo ordine sociale "massomafioso" il prezzo è il pubblico discredito, la delegittimazione, la procedura di trasferimento, le minacce velate, gli incidenti mortali... E' ciò che puntualmente accade quando si toccano i poteri forti e l'intreccio tra affari, mafia, politica, massoneria.

All'interrogativo se Stato, mafia, massoneria siano divenuti una "cosa sola" è pertanto legittimo rispondere che sono divenuti parte di un unico sistema, attraverso il quale si riproduce il controllo capillare del territorio e delle logiche di governo delle istituzioni democratiche, soffocando in radice la legalità e ogni anelito di giustizia. Tale concezione paradigmatica costituisce una nuova prospettiva teorica per analizzare il fenomeno mafioso e il degrado delle istituzioni, fornendo una chiave per realizzare un mutamento epocale dei rapporti tra governati e governanti. E' indubbio che a taluni potrà risultare ostico digerire che Stato, mafia e massoneria si siano coesi, tanto da fare parte di un unico sistema di malaffare criminale. In specie, per chi vive troppo lontano - o troppo vicino - all'agone politico e giudiziario, subendone il retaggio e rimanendo, in entrambi i casi, vittima di un distorto senso dello Stato e di una cultura dogmatica delle istituzioni che, nell'accezione più diffusa e non condivisibile, "vanno difese ad oltranza e a qualsiasi costo per non pregiudicare i cardini dello Stato di diritto e le basi sociali della pacifica convivenza". In verità, così facendo, si ottiene l'effetto opposto di distruggere nei cittadini il senso di appartenenza e di identificazione nello Stato. Si distrugge la credibilità delle istituzioni e della magistratura, alimentando la storica diffidenza dei cittadini verso il potere. D'altronde, l'esistenza di una "cupola mafiosa" che controlla anche la vita giudiziaria, da sud a nord del Paese, in grado di neutralizzare il lavoro dei magistrati onesti, non è frutto di illazioni o di mere ipotesi sociologiche, bensì il risultato di appronfondite indagini a cui sono approdati, ancora prima del P.M. di Catanzaro, Luigi De Magistris, il Procuratore Antimafia di Reggio Calabria, Salvo Boemi e il suo sostituto Roberto Pennini e l'ex Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.

I primi, denunciarono, ripetutamente, in alcune interviste a Panorama e L'Espresso, tra il 1995 e il 1998, di essere stati abbandonati e boicottati dal C.S.M. e dallo Stato, in quanto ritenuti "rei" di "non essersi accontentati di colpire il braccio militare della ‘ndrangheta" e di "avere denunciato i magistrati massoni che a Reggio Calabria avevano deciso di mettere una pietra sui processi anticosche". In proposito, il Dr. Boemi racconta a Panorama: "come dopo lo scandalo della P2, nella massoneria fossero incominciati ad entrare i parenti stretti dei magistrati (i quali volevano evitare in tal modo un coinvolgimento diretto) e come le logge avessero sempre contrattato a Roma chi dovessero essere i capi degli uffici giudiziari", aggiungendo, infine, di essere scampato a un attentato alla sua vita, solo grazie alle rivelazioni di un pentito (Panorama 21.9.95 e L'Espresso 16.7.98).

L'intensa e proficua attività investigativa del Dr. Agostino Cordova, soffocata con il suo strumentale allontanamento dalla Procura di Palmi è invece ben documentata in "Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica" di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con la prefazione di Stefano Rodotà e una postfazione di Agostino Cordova, edito da Rizzoli (1994). Il lavoro degli Autori non si limita a ricostruire l'opera del magistrato, ma ci introduce nella più larga dimensione dell'agire complessivo delle istituzioni e del modo in cui esse si intrecciano con la società. Il libro è il racconto delle vicende d'una regione, la Calabria, e del modo in cui venne perduta dallo Stato. Di come lì lo Stato, affermano gli Autori, "abbia cambiato natura, si sia ritirato, lasciando emergere un modo d'organizzazione dell'insieme dei poteri pubblici che perdeva progressivamente i caratteri della legalità e ad essa sostituiva una normalità modellata, invece, sull'accettazione di comportamenti illegali divenuti la norma fondante della società". L'opera ben descrive la sparizione dei confini tra Stato e Antistato, tra diritto e crimine e mette in luce come lo Stato perda i caratteri che dovrebbero caratterizzarlo e, quasi per una forma mimetica ormai obbligata, affermano gli Autori, assuma quelli dei suoi antagonisti, di quelli che dovrebbe avversare". Si perde insomma la possibilità di individuare l'Antistato perché è lo Stato ad essersi dissolto.

Nella postfazione, lo stesso Cordova si sofferma a sottolineare come le indagini sulla massoneria deviata, avviate dalla Procura di Palmi, siano state costellate da una serie di anomali contrattempi, mai avvenuti in altri procedimenti: dal divieto di utilizzare uffici provvisori a Roma (si tenga presente che i locali erano già stati reperiti sia dalla Polizia che dai Carabinieri) dove si trovava la sterminata mole di atti sequestrati, fatto che cagionò oltre tre mesi di ritardo durante la fase iniziale delle investigazioni, precludendo l'immediato sviluppo del materiale acquisito; alla soppressione della Procura Circondariale di Palmi, determinando l'utilizzo di soli tre dei sei magistrati applicati dal Csm, e tante altre difficoltà operative. Eppure i risultati conseguiti, pur tra tante difficoltà, ci ricorda il Dr. Cordova, avevano consentito di riferire alla Commissione parlamentare antimafia che "la massoneria deviata è il tessuto connettivo della gestione del potere, e ciò sia per la natura che per il numero delle attività illecite e degli interessi accertati, sia per la qualità e il numero dei personaggi coinvolti, tutti occupanti appunto posti di potere, e costituenti un enorme partito trasversale ramificato non solo in tutto il territorio nazionale, ma collegato con corrispondenti o analoghe organizzazioni in tutto il mondo".

In conclusione, chiosa, il dr. Cordova, "come ho ripetutamente affermato in ogni occasione, ritengo che la società italiana sia nelle mani di inesplorati gruppi occulti di potere e di altre consociazioni e congregazioni e che solo di tanto in tanto, e unicamente in occasione di vicende eclatanti, se ne renda conto. Per dimenticarsene immediatamente dopo, spesso perché l'attenzione è subito distolta o sviata da altre vicende: come abitualmente avviene nel nostro Paese, in cui la memoria è corta e non si va oltre l'episodio contingente".

E' indubbio, quindi, siamo di fronte a verità storiche ed oggettive che ci offrono il nucleo di quello che può definirsi un vero e proprio paradigma, da cui ripartire per analizzare i mali della società e individuare i rimedi più acconci; paradigma che non potrà tardare a venire recepito dalla comunità scientifica, prigioniera della decadente cultura politica masso-mafiosa, la cui sudditanza alle logiche dei poteri dominanti, appare, abbondantemente, suffragata dalla generale situazione di irreversibile degrado sociale ed economico, in cui versa il Paese, da oltre 40 anni, dove la società civile è, suo malgrado, costretta a convivere, fianco a fianco, della mafia e della corruzione politico-istituzionale. Il Paese ha, quindi, urgente bisogno di una magistratura indipendente e senza padrini politici, libera di indagare in ogni direzione, onde garantire le sue alte funzioni istituzionali di controllo della legalità, conferitegli dalla Costituzione, e il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il mahatma Gandhi affermava che "il livello di civiltà di un paese si misura dalla considerazione in cui viene tenuta la giustizia". Il problema è, quindi, quello di seguire le orme di Falcone e Borsellino e di non lasciare soli quei magistrati come la Forleo e De Magistris che si adoperano per fare il loro dovere fino in fondo, senza guardare in faccia nessuno, assicurando al Paese una giustizia efficiente e uguale per tutti.

LOGGIA PROPAGANDA 2

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti". Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia. Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo. Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile. La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas. La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di comunista e Gelli lo sapeva. Analizzare gli intrighi, la partecipazione a tentativi di colpo di stato o a colpi di stato riusciti, a stragi, attentati, omicidi, depistamenti, operazioni finanziarie sporche e' praticamente impossibile. Basti pensare che dopo il ritrovamento di una parte dei documenti relativi alle attività della loggia ad Arezzo il 17 Marzo 1981 e di altri a Montevideo in Uruguay e' stata costituita una commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Tina Anselmi, i cui atti sono raccolti in 76 volumi di dimensioni consistenti e che la documentazione raccolta occupa diverse scaffalature anch'esse di dimensioni consistenti. Semplicemente ci limiteremo a dare un parziale elenco delle vicende in cui la P2 e' implicata. Anche l'elenco degli iscritti che forniamo e' parziale, purtroppo però è l'unico conosciuto, si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000 e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo.

GLADIO.

Quella del gladiatore G.71 è una storia scomoda, per anni tenuta sotto silenzio. Una storia tipicamente italiana, fatta di spie, imprevedibili retroscena, rivelazioni importanti e supportate da documenti. Una vicenda talmente scomoda che anche quando, per frammenti, è arrivata sulle pagine di alcuni giornali nazionali, non ha causato alcun sommovimento politico: il solito muro di gomma l'ha fatta tornare nell'ombra. E’ la storia di Antonino Arconte, 47 anni di Cabras, che fin dal 1997 ha affidato al web il racconto della sua vita all'interno dell'organizzazione Gladio. Agente di una struttura militare segreta facente capo al Sid, Arconte è stato protagonista di operazioni che si sono svolte in mezzo mondo: dal Vietnam alla Russia, dalla Cecoslovacchia al Libano, dagli Stati Uniti all'Africa. Dalla sua testimonianza è emersa una struttura profondamente diversa da quella svelata in Parlamento da Giulio Andreotti il 2 agosto del 1990: non una rete ideata per fronteggiare una possibile invasione da parte delle truppe del Patto di Varsavia (la “Stay Behind”), ma una struttura informativa e operativa che agiva esclusivamente all'estero. La storia ha cominciato a emergere dall'ombra lentamente e a fatica. L'allora ministro della Difesa Sergio Mattarella, rispondendo a un'interrogazione del senatore di Rifondazione Giovanni Russo Spena sulla struttura supersegreta alla quale apparteneva Arconte, si è limitato a rispondere burocraticamente: «Dagli atti del Servizio non sono emerse evidenze in ordine a...». Risposta assolutamente insoddisfacente. Ma il racconto di Arconte non si ferma qui e qualche mese più avanti infittisce di nuovi particolari alcuni dei misteri italiani. Il "caso Moro" in particolare. G.71 ha infatti svelato che, nel marzo del 1978, venne inviato in missione in Libano per consegnare un documento al gladiatore G.219. Si trattava del colonnello Mario Ferraro, passato poi al Sismi, morto misteriosamente nel luglio del 1995, «suicidato», come si dice in gergo militare, visto che è stato ritrovato impiccato alla maniglia della porta del bagno benché fosse alto 1 metro e 90. Nel documento "a distruzione immediata" (Arconte non ha mai distrutto il documento e lo ha esibito alla magistratura inquirente, dalla quale attendiamo ancora un giudizio certo sull'autenticità) viene ordinato di «cercare contatti con gruppi del terrorismo mediorientale, al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell'onorevole Aldo Moro». L'aspetto inquietante di questa missione è che il documento è datato 2 marzo 1978. Cioé 14 giorni prima del rapimento del presidente della Dc. Qualcuno, quindi, sapeva che Moro sarebbe stato rapito.

GLADIO & CENTURIE. Facciamo qualche passo indietro. Gladio è il nome dato in Italia ad una struttura segreta, collegata con la Nato e istituita nel dopoguerra con la denominazione "Stay Behind" (stare indietro), che aveva il compito di attivare una resistenza armata in caso di invasione sovietica. L'esistenza di questa struttura segreta venne scoperta nel 1990 e successivamente confermata pubblicamente, nel febbraio del 1991, dall'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Secondo quanto riferito in quell'anno dall'ex primo ministro italiano, la Gladio "Stay Behind" sarebbe stata composta da 622 membri civili i quali avevano il compito di svolgere operazioni dentro il territorio nazionale riguardanti attività informative a carattere difensivo e sotto le direttive della Nato. Quella che racconta Antonino Arconte nel suo memoriale, invece, è tutta un'altra storia. Accanto alla cosiddetta Gladio "civile", infatti, sarebbe stata istituita nel nostro Paese una struttura armata dei servizi segreti militari, tenuta per 50 anni nascosta, che avrebbe operato al di là dei confini italiani attraverso un'attività regolata da direttive nazionali e non dalla Nato. Nel memoriale, Arconte spiega che Gladio era in realtà divisa in tre centurie. «La Prima Centuria era chiamata Aquile, erano cioé aviatori, alcuni paracadutisti della Folgore - scrive Arconte - la Seconda Centuria era chiamata Lupi, io appartenevo a questa, composta da quelli provenienti dalla Marina e dall'Esercito. Poi c'era la Terza Centuria detta Colombe. Non era composta da militari ma da civili, anche donne, che dovevano fare da supporto per le informazioni». Per conto dello Stato italiano, il "gladiatore" G-71 avrebbe partecipato a diverse operazioni estere: dalle repubbliche dell'Est comunista al Nord Africa, dal Sahara spagnolo al Vietnam. Arconte rivela, tra l'altro, del ruolo svolto dai nostri agenti segreti armati in Maghreb per la destituzione del presidente Burghiba. G-71 racconta anche di aver ricevuto un riconoscimento formale da parte di Bettino Craxi il quale lo avrebbe invitato, come si evincerebbe da documenti, a tacere per il bene del Paese. L'attività di questa Gladio si svolgeva presso il ministero della Difesa, direzione generale Stay Behind-personale militare della Marina e la mobilitazione dei gladiatori avveniva tramite Consubin (comando subaquei incursori di La Spezia). Un'attività segreta così come quella degli Ossi (operatori speciali servizio informazioni, alle dipendenze di Gladio) che operavano armati e i cui compiti sono stati ritenuti “eversivi dell'ordine costituzionale” da due pronunciamenti della magistratura.

DA ARCONTE A MORO. Arconte è forse depositario di alcuni dei segreti che formano il filo nero che ha cucito e legato il potere dello Stato allo Stato occulto, attraverso il terrorismo nazionale e internazionale, attraverso insabbiamenti e “suicidi” misteriosi. Il libro di Arconte, pubblicato qualche anno fa negli Stati Uniti (ottenendo peraltro un discreto successo e diventando oggetto di studio), ha aperto nuovi, inquietanti scenari sulla Gladio segreta. Vi compare anche l’immagine del documento top secret sul caso Moro. In quel documento si legge che il 2 marzo 1978 - e cioè 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell'uccisione della sua scorta - la X Divisione "S.B." (Stay Behind) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del capitano di vascello, capo della divisione stessa, inviava l'agente G71 appartenente alla Gladio "Stay Behind" (partito da La Spezia il 6 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare documenti all'agente G 129, ivi dislocato, dipendente dal capocentro, colonnello Stefano Giovannone, affinchè prendesse contatti con i movimenti di liberazione nel vicino Oriente, perchè questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro. Il nome del "gladiatore" G-71, Antonino Arconte, non figura nella lista dei 622 resa nota in Parlamento, lista risultata, comunque, "del tutto inattendibile". «Non è vero - ha scritto più volte Falco Accame, ex presidente della commissione difesa - che il "gladiatore" Arconte sia un "signor Nessuno": lo può testimoniare un altro agente di Gladio che operava come civile, il cui nome di battaglia è "Franz». Nel 1997 "Franz" si fece ricevere a Tunisi da Craxi e portò la lettera di Arconte e di un altro gladiatore, Tano Giacomina (ucciso in circostanze misteriose a Capoverde) che chiedeva al leader socialista di rendere pubblica la storia della "Gladio delle Centurie". Secondo "Franz", Craxi aveva chiesto di essere ascoltato dalla Commissione Stragi (cosa che era stata concessa al generale Maletti) e intendeva riferire in quella sede sulla Gladio, ma l'incontro con la commissione non fu mai possibile. L'ipotesi di una Gladio “segreta” che operasse all'estero con modalità di guerra non-ortodossa non è affatto peregrina, anzi, è in linea con modelli operativi ispirati a quelli della Cia. I contatti con la Cia sono documentati fin dall'inizio della nascita di Gladio, negli anni '50, e si svilupparono con il memorandum di Roma del 20 dicembre '72, di cui parla nel suo libro il generale Serravalle, capo dell’organizzazione dal '71 al '74”. Di Gladio come "scuola di eversione" aveva parlato, nel dicembre 1991, Antonio Maria Mira in un articolo sull'Avvenire, in relazione all'Operazione Delfino e a «uno strano documento di Gladio che - scriveva Mira - sta preoccupando i magistrati padovani e romani, il Comitato di controllo sui Servizi e la Commissione Stragi. E' datato aprile '66 e riguarda un'esercitazione denominata "Delfino" che si svolse nella zona di Trieste dal 15 al 24 aprile 1966, e che doveva procedere ad un programma di "attività provocatorie" coordinate dai servizi segreti ed in accordo con la Cia, che prevedevano la partecipazione delle unità di Gladio». Sull'argomento interveniva Antonio Garzotto nel '92, scrivendo: «La "Delfino" altro non sarebbe che un "vademecum per la guerriglia", messo a punto dalla Cia e concepito dal generale Westmoreland, il comandante Usa in Vietnam. Si trattava di un vero e proprio manuale di strategia della tensione: agenti della Gladio avrebbero dovuto infiltrarsi sia nelle file e nelle manifestazioni del Pci, ma pure nelle frange della sinistra estrema per provocare "azioni violente, moti di piazza, uccisioni". Fare, insomma, "insorgenza", in modo tale da sollecitare una forte reazione, la "controinsorgenza", e legittimare un intervento di "stabilizzazione del potere" da parte dell'Autorità di Governo».

GRADOLI STRASSE. Recentemente è sempre Falco Accame, in qualita' di presidente dell'Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, a sollecitare la commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin, per approfondire gli elementi riguardanti la vicenda Moro, che non si esauriscono con le dichiarazioni di Arconte. Nel silenzio generale, infatti, alle affermazioni di Arconte (ricordiamo, sempre supportate dal documento “a distruzione immediata” ancora da valutare), si sono aggiunte negli ultimi mesi anche le dichiarazioni di un altro dei gladiatori che operava all'Est in maniera segreta, Pierfrancesco Cangedda, il quale ha più volte dichiarato di aver ricevuto, mentre operava nella Repubblica democratica tedesca durante i 55 giorni del sequestro Moro, una informazione che proveniva dalla Stasi, contenente un'indicazione specifica sulla base dei brigatisti in via Gradoli. Una base che era situata in “Gradoli Strasse”. Questa informazione, come risulta anche da alcune inchieste ancora in corso alla Procura di Roma, venne raccolta dal “terminale” della struttura, l'ufficiale dei servizi segreti Tonino La Bruna, l'uomo che avrebbe reclutato personalmente lo stesso Arconte. Le due “metà” della storia sembrano combaciare perfettamente. Vista la portata di queste dichiarazioni, e le importanti conseguenze che potrebbero avere qualora ottenessero ulteriori riscontri, è giusto cominciare a fare chiarezza da subito senza tenere lontano i riflettori dei media nazionali dalla vicenda. Siamo a un bivio nella ricostruzione della storia italiana degli anni '70 e '80, a partire dalla genesi del terrorismo rosso fino al caso Moro. O i due gladiatori sono dei cialtroni mitomani, e vanno perseguiti dalla magistratura; oppure si dovrà tener conto di quello che dicono e finalmente si arriverà ad aprire un varco nel “muro di gomma”.

P3 E CRICCHE ANNESSE.

Giorgio Napolitano, il 22 luglio 2010, durante la cerimonia del Ventaglio, alla vigilia dell'approvazione finale alla Camera della manovra finanziaria, ha lanciato molti avvertimenti al Paese e, in particolare, alla classe politica. Uno prima di tutti gli altri: «Ci indigna e ci allarma l'emergere di fenomeni di corruzione e di trame inquinanti, anche ad opera di squallide consorterie».«Per ora sicuramente vedo tanto squallore. Poi vedremo cos'altro emergerà. L'importante è che si riesca a far fare alla magistratura il proprio lavoro fino in fondo per accertare fatti e responsabilità».

"Ha fatto bene il presidente della Repubblica a lanciare l’allarme sulle squallide consorterie dei modelli piduisti, ma che l’Italia abbia gli anticorpi è tutto da dimostrare". Lo afferma il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro in un’intervista rilasciata a Sky Tg24 il 23 luglio 2010.

Si parla della vicenda della cosiddetta P3, che vede coinvolti faccendieri, uomini di governo e magistrati. Magistrati che occupano posti di rilievo, importanti, il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, il presidente della Corte d’Appello di Milano Marra; e altri. Il ministro della Giustizia ha detto: “No alle streghe”. Poi ha aggiunto che il "sistema-giustizia" ha in se stesso "tutti gli anticorpi".

Non è questione né di streghe né di stregoni, dice Valter Vecellio, noto giornalista Rai e radicale di lungo corso. Il problema è che tra i collaboratori stretti del ministro della Giustizia troviamo personaggi i cui comportamenti sono perlomeno imbarazzanti. Per riassumere i termini della questione, così come la stampa ha dato ampio risalto. C’è questo Pasquale Lombardi che nel suo giro è conosciuto per l’incapacità di sedere a tavola senza sporcarsi di sugo, “quanno magna se sporca sempre”, si legge in un’intercettazione. Un tipo che sembra di casa in Cassazione, al ministero dell’Economia e a quello della Giustizia, al Consiglio Superiore della Magistratura, al consiglio regionale della Lombardia e alla presidenza della Regione Sardegna e in svariate procure. I suoi interlocutori li chiama amichevolmente “Fofò”, “Nicolino”, “Pinuccio”, “Giacomino”, fino ad arrivare a definire il vice-presidente del CSM Nicola Mancino “un cesso” (e cosa abbia fatto il vice-presidente Mancino per meritarsi questo poco encomiabile, ma inequivocabile titolo, Mancino per primo e noi con lui, dovremmo chiedercelo).

Questo Lombardi fa campagna all’interno del CSM per il suo amico “Fofò” Alfonso Marra che diventa capo della corte d’Appello di Milano, e per altri. E’ intimo del sottosegretario alla giustizia Giacomo Caliendo e del capo del Servizio di controllo interno del ministero della Giustizia Angelo Gargani; e quando, a proposito della esclusione della lista Formigoni dalle elezioni regionali, i magistrati di Milano non si comportano come la cricca desidera, chiede consiglio ad Arcibaldo Miller, altro magistrato, e capo degli ispettori del ministero della Giustizia, e invoca un’ispezione ministeriale. E questo Miller, invece di mandare Lombardi a quel paese, amichevolmente e in modo spericolato gli dà consigli su come fare per ottenere questa ispezione. Lo stesso Miller che viene invitato da Lombardi a riunioni, a pranzi a casa del coordinatore del PdL Verdini o in ristoranti per definire le strategie da adottare.

Ora va bene che viviamo in un paese dove un ex ministro come Claudio Scajola può dire che qualcuno gli paga la casa a sua insaputa, e ristruttura la stessa casa e il conto lo paga il SISDE; e un altro sottosegretario, Guido Bertolaso, può dire impunemente in televisione che lui non sa nulla delle operazioni poco limpide che si sono fatte all’ombra del vertice del G8, anche se quelle cose poco limpide erano state puntualmente denunciate in una dettagliata interrogazione di Elisabetta Zamparutti e degli altri parlamentari radicali un anno prima che la vicenda esplodesse. Però è davvero incredibile, letteralmente inaudito che il ministro della Giustizia parli di scongiurare una “caccia alle streghe”, invece di annunciare: ho convocato il sottosegretario Caliendo, il capo del servizio di controllo Gargani, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia Miller, e li ho pregati di farsi da parte fino a quando l’inchiesta sarà conclusa, e nel frattempo ho avviato un’inchiesta interna per accertare come sono andate le cose. Questo un ministro della Giustizia avrebbe dovuto fare. Questo il ministro della Giustizia Alfano non ha fatto. Altro che caccia alle streghe!

Se questi sono gli anticorpi in un sistema marcio, figuriamoci che fine possono fare gli esposti e le  denunce di semplici cittadini inviati al Ministero della Giustizia, che rilevano abusi ed omissioni di sistema causati da apparati giudiziari.

La prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di avviare il trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti del presidente della Corte d'appello di Milano, Alfonso Marra, a seguito del suo coinvolgimento nelle intercettazioni relative all'inchiesta sull'eolico. La decisione è passata con quattro voti a favore; in commissione ha votato contro soltanto il laico di centrodestra, Anedda. Non ha partecipato al voto Giuseppe Berruti, che nelle intercettazioni viene considerato il maggior ostacolo alla nomina di Marra.

In un'informativa datata 18 giugno 2010, parlando dell'attività svolta dal gruppo occulto, i carabinieri descrivono la "vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della Corte d'appello di Milano. Non appena Marra - riferiscono i militari - ha ottenuto, dopo un'intensa attività di pressione esercitata dal gruppo (e in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista Per la Lombardia". Marra ha commentato:  "Sono contento che il Csm abbia aperto la procedura così si chiarirà la mia posizione".

Intanto restano in carcere l'affarista sardo Flavio Carboni e il magistrato tributario Pasquale Lombardi. I giudici del tribunale del riesame di Roma hanno respinto, infatti, le istanze di remissione in libertà o concessione degli arresti domiciliari per i due indagati. I pubblici ministeri avevano dato parere negativo alle richieste dei legali.

In seguito a ciò, il 16 luglio 2010  è stato pubblicato l’editoriale del direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro dal titolo:  “La cricca dei giudici”. "Se uno di noi fosse sospettato di aver violato la legge e di essere al servizio di pericolosi criminali, il minimo che gli potrebbe capitare sarebbe di essere indagato, il massimo di finire in galera. Cosa che non accadrebbe se si trattasse di un magistrato. Nel qual caso infatti si verrebbe trattati con mille attenzioni, anzi, con mille attenuanti, perché la casta delle toghe è seria, non come quella dei politici, che fa finta di essere  potente e poi finisce alla berlina ogni giorno sulle prime pagine dei giornali. Dunque, cari lettori, non fatevi ingannare dal caso Marra, il presidente della Corte d’appello di Milano finito nelle intercettazioni telefoniche della P3. Il suo trasferimento per incompatibilità è infatti la manovra per mettere tutto a tacere o, peggio, per imbrogliare le carte. Mi spiego. Se Marra fosse per davvero un magistrato in combutta con la cricca di Flavio Carboni e si fosse macchiato della grave colpa di aver brigato per favorire la P3 - cosa a cui io non credo -  non dovrebbe essere trasferito ad altra sede, come si appresta a fare il Csm. Semmai, dovrebbe essere radiato, perché non ha le qualità morali per fare il magistrato. Il trasferimento al contrario stabilisce che Marra non faccia più il giudice a Milano, ma possa continuare a farlo altrove, come se nulla fosse accaduto. Del resto, il Consiglio superiore della magistratura è specialista nell’assolvere i suoi protetti.....".

Ma l'amico... l'amico Lombardi è in grado di agire?". Al telefono Roberto Formigoni è supplichevole. Teme che la sua lista venga esclusa dalle elezioni e invoca l'intervento dell'"amico Lombardi": "Ti prego!". Ignora chi sia l'uomo di cui sta invocando il sostegno: un geometra che fatica a parlare in italiano e fa replicare alla supplica del governatore con un "dicitangill pure a chill amic tui su a Milan (diteglielo anche a quell'amico tuo su a Milano)". Eppure l'irpino Pasquale Lombardi, celebre nel suo giro per l'incapacità di sedere a tavola senza imbrattarsi di sugo ("Il nostro comune amico che quanno magna se sporca sempre..."), con il suo eloquio da Pappagone riusciva ad entrare in tutti i palazzi del potere. Il suo motto era semplice: "Arriviamo, arriveremo dove dobbiamo arrivare". In Cassazione, nel ministero dell'Economia e in quello della Giustizia, nel Consiglio superiore della magistratura, nel Pirellone, nella presidenza della Sardegna, in ogni procura d'Italia, il geometra Lombardi trovava sempre le porte aperte. Snocciolava una serie di diminuitivi affettuosi - Fofò, Nicolino, Pinuccio, Giacomino - con cui si rivolgeva a sottosegretari, coordinatori di partito, governatori e procuratori della Repubblica. Fino a incontrare "Chillu cess' e Nicola", al secolo Nicola Mancino, vicepresidente del Csm e suo compaesano. E non era l'unico a godere di simili frequentazioni, intime e pericolose.

Democrazia limitata.
In pochi mesi gli italiani hanno scoperto l'altro volto del potere: le cricche, termine antico che indica "un gruppo informale e ristretto di persone che condividono degli interessi". Aggiunge il dizionario: "Generalmente in una cricca è difficile entrarvi". Invece di questi club esclusivi se ne sono emersi parecchi. Un'orda che si è infilata dovunque: hanno influito e interferito su ogni decisione importante degli ultimi dieci anni, dal Giubileo al G8, dalle nomine al vertice della magistratura alla designazione dei presidenti di Regione, dai processi nella Suprema corte al lodo Alfano. Centurie del malaffare, avversarie e alleate a seconda della posta in gioco e dei loro punti di forza, pronte a scambiarsi favori e tirarsi addosso dossier al veleno.

Deviazioni per tutti i gusti.
Ogni cricca ha la sua specialità. C'è quella degli appalti, con Diego Anemone - geometra sconosciuto al pari di Lombardi - che riunisce a tavola e negli affari il capo della Protezione civile Bertolaso, il gran commis di tutte le opere pubbliche Balducci, il ministro Scajola e l'ex Lunardi, il coordinatore pdl Verdini, il cardinale Angelo Sepe, un alto magistrato e una sterminata lista di beneficiati eccellenti. C'è quella del riciclaggio scoperchiata dal pm Giancarlo Capaldo, tra traffici sulla telefonia e sospetti di narcotraffico, del pregiudicato romanissimo Gennaro Mokbel e del suo senatore Nicola Di Girolamo, che muovono tanto denaro da non riuscire a contarlo ed esclamare "c'avete rotto il cazzo co tutti sti milioni". C'è poi la rete su scala minore dei fratelli De Luca, imprenditori campani delle ferrovie, con parenti al Csm, agganci in Vaticano e intrallazzi al ministero delle Infrastrutture. E il sogno infranto di Giampi Tarantini, che era entrato nelle notti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli, passando dai contratti della sanità pugliese alle holding internazionali come Finmeccanica. Senza dimenticare sullo sfondo la nebulosa di Why Not, la ragnatela di contatti messa a nudo dall'indagine di Luigi De Magistris: una mappa delle relazioni altolocate, senza risvolti penali ma comunque significative per capire cosa resta della democrazia.

Le regole dei clan.
Scordatevi delle tessere o dei cappucci: elenchi massonici come nella vecchia P2 sono ricordi del passato. E quanto c'entri la massoneria nel diffondere questo contagio ancora non è chiaro, anche se l'aura dei liberi muratori circonda molti protagonisti tra Toscana e Sardegna. Pur senza gran maestri e gerarchie, come in un gioco di ruolo ogni cricca per funzionare richiede alcune figure specializzate. C'è il tesoriere, in genere un imprenditore, che sostiene le spese del gruppo. Il clan degli irpini poteva attingere ai capitali di Arcangelo Martino, ex assessore socialista napoletano diventato un ras delle forniture ospedaliere: sede legale a Lodi, base operativa nel Casertano e oltre cento Asl nel carniere. Con Formigoni ha un filo diretto e non solo con lui: sono in molti a scommettere che il prossimo filone riguarderà la sanità e sarà dirompente. La gang degli appalti invece usava i fondi di Anemone, costretto a sudare quattro camicie per ragranellare il cash prima di cene con Bertolaso e generoso nel finanziare le dimore di Scajola, di un generale del Sisde e di altre perdine ministeriali. Ma Anemone spesso pagava in natura, ossia faceva lavori a gratis o a prezzo di costo a tutta la Roma che conta. In più c'era la santa alleanza con il cardinale Angelo Sepe che aveva offerto il catalogo di Propaganda Fide, con case da sogno a prezzi modici. Tutte le consorterie cercavano un padre spirituale con mire materiali. Sepe era intimo di Balducci, Bertolaso e company ma avrebbe tenuto relazioni intense anche con Arcangelo Martino e viene chiamato a benedire un convegno dei magistrati sedotti dal geometra Lombardi. Molto attivo e trasversale monsignor Francesco Camaldo, cerimoniere del papa e delle raccomandazioni. Invece i fratelli De Luca si rivolgono al cardinale Fiorenzo Angelini, ben introdotto tra i parlamentari cattolici e nell'ufficio di Bertolaso "che ha aiutato moltissimo...".

Quella nomina fu una ferita mai rimarginata. E con le intercettazioni sulle manovre sotterranee per ottenerla è tornata a sanguinare. Al punto da dover correre ai ripari in tutta fretta, per quanto si può. La decisione di far presiedere la corte d’appello di Milano ad Alfonso Marra divise a metà il Consiglio superiore. Era il 3 febbraio scorso. Marra ottenne 14 voti contro i 12 dell’altro candidato, Renato Rordorf. Fu una spaccatura trasversale, anche all’interno delle correnti. Dentro Unicost e Magistratura indipendente, i due gruppi «moderati», Berruti e Patrono si schierarono a favore di Rordorf, considerato «di sinistra». E tra i «laici» eletti dall’Ulivo, Celestina Tinelli preferì Marra. Come i tre membri dell’ufficio di presidenza (Mancino, il presidente della Cassazione Carbone e il procuratore generale Esposito); per motivi di opportunità, fecero trapelare, legati a un precedente voto unanime in favore dello stesso giudice, e perché Rordorf aveva lavorato al Csm.

Spiegazioni che all’epoca non convinsero. Perché nei corridoi del palazzo dei Marescialli, sede del Csm, si sussurrò fin da subito che dietro i voti determinanti della Tinelli, di Mancino e di Carbone c’era qualcosa di strano. Niente di dimostrabile, ma molto di avvertito. Nell’abituale resoconto per gli aderenti alla sua corrente, la consigliera di Magistratura democratica Elisabetta Cesqui—già pubblico ministero nel processo alla Loggia P2 —sulla nomina di Marra si lasciò andare a considerazioni amare: «L’aria viziata delle pressioni si è sentita fortissima... Il Consiglio può fare tutti gli sforzi di rinnovamento che vuole, ma quando si parla di decisioni veramente importanti, l’esigenza di presidio di certi territori e di certi uffici prevale sistematicamente sulle logiche di merito effettivo».

Ora le registrazioni di alcuni colloqui messi a fondamento dell’arresto dei tre ispiratori della presunta «associazione segreta» che si sarebbe adoperata, fra l’altro, per la nomina di Marra, ha dato nuovi argomenti a chi sosteneva quella tesi. Al di là della loro rilevanza penale. I dialoghi fra Pasquale Lombardi, il «ministro della Giustizia» del gruppo, con lo stesso Marra e con il sottosegretario Giacomo Caliendo (ex magistrato di Unicost) sembrano dare concretezza ai sospetti. Come se avessero strappato un velo.

«Mi pare che ho concluso, per te, col capo», diceva Lombardi a Marra dopo un incontro con Carbone. «Ma bisogna avvicinare ’sto cazzo di Berruti... », ribatteva Marra. E Lombardi a Caliendo: «Per quanto riguarda Berruti te la devi vedere tu». Poi ancora a Marra: «Ho parlato con Giacomino e... stiamo operando». Alla Tinelli chiedeva: «È opportuno che ne parli un poco con il presidente Carbone?». E lei: «Sì, assolutamente». In altri dialoghi Lombardi faceva intendere che il voto di Carbone si poteva conquistare prolungando la sua permanenza al vertice della Cassazione, con un emendamento sull’età pensionabile; riferiva di incontri con Mancino, e consigliava Marra di rivolgersi all’ex ministro Diliberto per convincere la «laica» Letizia Vacca.

Tutte chiacchiere e millanterie, replicano gli interessati; Carbone avrebbe persino avvisato il ministro della Giustizia che non avrebbe accettato proroghe della sua presidenza. Ma è difficile districarsi tra intercettazioni e giustificazioni. Restano la puzza di bruciato che si avvertì al tempo della nomina e le conversazioni che oggi rivelano le pressioni. Almeno tentate, visto il tempo trascorso al telefono da Lombardi per il suo amico Marra. «Pasqualì, poi facciamo ’na bella festa, a Milano o a Roma», diceva il giudice. E l’altro: «Eh, ce la facimm’ ’na bella festa!». La rapidissima decisione del Csm — giunto a fine mandato, scadrà fra due settimane — di avviare la pratica per la rimozione di Marra sembra il tentativo di cancellare una pagina opaca della propria storia. Quasi certamente toccherà al prossimo Consiglio decidere il destino di quel giudice, ma chi l’ha nominato ha voluto mettere le basi per dissipare l’ombra di una scelta condizionata da un gruppo di potere occulto e illegale, almeno secondo l’accusa. Lo stesso Csm ha chiesto alla Procura di Roma «ogni utile informazione» su altri magistrati i cui nomi emergono dall’inchiesta. A cominciare da Arcibaldo Miller, il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, che—hanno scritto i carabinieri nel loro rapporto— «forniva il proprio contributo alle attività di interferenza». Al pari del sottosegretario Caliendo e dell’ex avvocato generale della Cassazione Antonio Martone, che però hanno abbandonato la toga.

Anche la decisione della Procura generale di aprire l’istruttoria per un procedimento disciplinare a Marra suona come uno squillo di riscossa rispetto alla «questione morale» nella magistratura; e così l’allarme del segretario dell’Associazione magistrati Giuseppe Cascini, che confessa di aver provato «vergogna, indignazione e rabbia» a leggere i dialoghi dei suoi colleghi intercettati. L’Anm ha chiesto ai probiviri di valutare sanzioni, fino all’eventuale espulsione. Come se ci fosse l’urgenza di fare pulizia nella corporazione, a costo di dividere i magistrati e le loro correnti, pure al proprio interno. Per dare un esempio alla politica, l’altro potere toccato dall’indagine giudiziaria, col quale le toghe (non tutte, a leggere i resoconti dell'intercettazioni) sembrano in perenne conflitto.

"Prendono parte alle riunioni nelle quali vengono impostate le operazioni e paiono fornire il proprio contributo alle attività di interferenza". Venti nomi che scottano. Quelli delle toghe coinvolte nell'inchiesta sull'eolico e sulla nuova loggia "P3". Il rapporto dei Carabinieri non lascia adito a equivoci. Era fitta la rete di giudici e procuratori attraverso la quale la banda Carboni portava avanti i suoi piani di "interferenza" sulle istituzioni. Tutto ruotava intorno al ruolo di Arcibaldo Miller (capo degli ispettori del ministero della Giustizia), Giacomo Caliendo (sottosegretario alla Giustizia) e Antonio Martone (ex avvocato generale in Cassazione). Loro gli incaricati di costruire la ragnatela da stendere sui magistrati.  Qualcuno aveva un ruolo di primissimo piano nell'attività dell'associazione segreta, altri davano informazioni preziose. Altri ancora erano semplicemente oggetto di tentativi di avvicinamento da parte della combriccola che - per perseguire i propri obiettivi illeciti - si avvaleva della copertura offerta dal centro studi "Diritti e libertà".

Sono sempre Miller, Caliendo e Martone i commensali del famoso pranzo a casa Verdini del 23 settembre scorso in cui sarebbe stato pianificato il condizionamento della Consulta per far approvare il Lodo Alfano. Martone era stato invitato senza giri da parole da Lombardi all'incontro a piazza dell'Aracoeli: "Noi ci dobbiamo vedere all'una meno un quarto". "Ma io sono impegnato con il procuratore....Mandalo affanc. che chisto non porta voti e vieni da noi...", insiste Lombardi mostrando una certa confidenza.

Caliendo poi è presente in tutte le manovre. Dopo il pranzo a casa Verdini, Lombardi raccomanda al sottosegretario di fare la conta dei giudici costituzionali a favore e contro il Lodo: "Ci dobbiamo vedere ogni giorno, ogni settimana, capire dove sta o' buono e dove o' malamente: vuagliò, ti hai la strada spianata per fare il ministro". Le carte raccontano che Caliendo, su pressione di Lombardi, ha sollecitato al vicepresidente del Csm Mancino la nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d'Appello di Milano. Nomina che si è rivelata poco decisiva: Caliendo infatti è poi intervenuto, senza fortuna, con lo stesso Marra per far accogliere il ricorso di Formigoni contro l'esclusione della sua lista nelle elezioni regionali lombarde. Successivamente, davanti alle pressioni dello stesso Lombardi per far inviare gli ispettori alla Procura di Milano, il sottosegretario ammetterà: "L'ho chiesto trenta volte al ministro!". Della stessa vicenda è protagonista anche Miller, chiamato confidenzialmente Arci dai membri della banda, che in una telefonata del 5 marzo 2010 suggerisce ad Arcangelo Martino cosa fare per ottenere l'ispezione: "Ci vorrebbe un esposto...".

Un magistrato vicino a Lombardi, Angelo Gargani, compare frequentemente nell'inchiesta: con il tributarista, dopo il pranzo a casa Verdini, parla della vicenda del Lodo e gli fornisce il numero di un ex presidente della Consulta da contattare, Cesare Mirabelli (che respingerà la "corte" del disinvolto faccendiere napoletano). Lombardi attiva di continuo la sua rete di contatti con i magistrati. Lo fa all'occorrenza e soprattutto in occasione dell'elezione di Marra che - secondo i carabinieri - è avvenuta proprio grazie all'interferenza della banda. Il tributarista ne parla il 21 ottobre 2009 con Celestina Tinelli, componente del Csm. Alla quale chiede informazioni anche sulle chances di altri due "amici" in corsa per incarichi di rilievo: Gianfranco Izzo per la Procura di Nocera e Paolo Albano per Isernia. Lombardi parla in quel periodo con diversi magistrati. Fra i voti da conquistare (e poi conquistati) per l'elezione di Marra, c'è quello di Vincenzo Carbone, primo presidente di Cassazione: il 22 ottobre Lombardi invita Caliendo a "lavorarselo per bene", e gli comunica di avere già prospettato un aumento dell'età pensionabile da 75 a 78 anni. Una modifica della legge che proprio in quei giorni il governo proporrà con un emendamento. Lo stesso Carbone, un mese prima, aveva chiesto a Lombardi: "Che faccio dopo la pensione?".

Un altro giudice, Francesco Castellano, il 31 gennaio 2010 conferma all'attivissimo Lombardi di avere segnalato alla Tinelli il nome di Marra. Ma intanto Lombardi aveva già parlato del caso Marra a Beppe ("verosimilmente il giudice Giuseppe Grechi", scrivono i carabinieri). Anzi, è quest'ultimo il 16 novembre 2009 a chiedere a Lombardi qual è l'intenzione del "comune amico" Carbone in vista del voto: "Tienilo sotto che lo tengo sotto anch'io", dice il tributarista.

Il 19 gennaio 2010 Lombardi parla con Gaetano Santamaria della candidatura di tale "Nicola" per la Procura di Milano. A Cosimo Ferri, altro componente del Csm, arriva a chiedere il rinvio di quella nomina. Ferri, in realtà, si ritrae imbarazzato. A Lombardi sta a cuore, in quel periodo, anche la candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Regione Campania. Vede due volte il procuratore di Napoli Giambattista Lepore per chiedergli informazione sulla situazione giudiziaria di Cosentino, indagato per rapporti con la camorra. Dopo l'incontro del 20 ottobre 2009, Lombardi riferirà, violando tutte le procedure, ad Arcangelo Martino che le prospettive per il sottosegretario (appena dimessosi) non sono buone: "Negativo al 90 per cento". Agli atti anche una telefonata fra Lombardi e il magistrato Giovanni Fargnoli: parlano del ricorso in Cassazione contro la richiesta di arresto a carico di Cosentino: Fargnoli assicura a Lombardi che gli farà sapere perché il ricorso è stato rigettato. Una conferma, l'ennesima, della rete che lega i componenti della combriccola, i politici e i magistrati: il 14 ottobre 2009 Ugo Cappellacci, presidente della Sardegna, chiama Martino per avere il numero di telefono di Cosimo Ferri: vuole evitare il trasferimento di Leonardo Bonsignore, presidente del tribunale di Cagliari, ad altra sede: "Perderemmo un amico carissimo e una persona valida". Martino si attiva subito e parla con la segretaria di Ferri. Secondo i carabinieri proprio per questo motivo Martino "poteva ritenersi creditore nei confronti di Cappellacci". 

Le P...Poteri occulti, ma non troppo!!.

La loggia di Licio Gelli.
Propaganda Due, nota come P2, è stata una loggia massonica segreta con fini eversivi. Dal 1970 venne guidata da Licio Gelli (sotto), nel 1982 fu sciolta per legge. Quasi mille gli iscritti alla loggia segreta. Il 17 marzo 1981 il colonnello Vincenzo Bianchi si presenta a Villa Wanda, a Castiglion Fibocchi, vicino ad Arezzo, residenza dell'allora quasi sconosciuto Licio Gelli. Ha in tasca un mandato di perquisizione dei giudici milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, che indagano sull'assassinio Ambrosoli e sul finto sequestro di Sindona, mandante del delitto. Dopo qualche ora di lavoro, l'ufficiale riceve una telefonata del comandante generale della Finanza, Orazio Giannini. Si sente dire: «So che hai trovato gli elenchi e so che ci sono anch'io. Personalmente non me ne frega niente, ma fai attenzione perché lì dentro ci sono tutti i massimi vertici». Poche parole, dalle quali Bianchi è colpito per la doppia intimidazione che riassumono. Cioè per quel «non me ne frega niente», che esprime un assoluto senso d'impunità. E per quel «tutti i massimi vertici», che capisce va riferito ai vertici «dello Stato e non del corpo» di cui lui stesso indossa la divisa. Ed è proprio vero: c'è una parte importante dell'Italia che conta, in quella lista di affiliati alla loggia massonica Propaganda Due, che il colonnello sequestra assieme a molti altri documenti e trasporta sotto scorta armata a Milano. Ci sono 12 generali dei carabinieri, 5 della guardia di Finanza, 22 dell'Esercito, 4 dell'Areonautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri in carica, un segretario di partito, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, giornalisti, magistrati. Insomma: nella P2 ci sono 962 nomi di persone che formano «il nocciolo del potere fuori dalla scena del potere, o almeno fuori dalle sue sedi conosciute». Una sorta di «interpartito» formatosi su quello che appare subito come un oscuro groviglio d'interessi dietro il quale affiorano business e tangenti, legami con mafia e stragismo, il golpe Borghese, omicidi eccellenti (Moro, Calvi, Ambrosoli, Pecorella) e soprattutto un progetto politico anti-sistema. Quando, dopo due mesi di traccheggiamenti, gli elenchi sono resi pubblici, lo scandalo è enorme. Il governo ne è travolto e il 9 dicembre 1981, anche per la spinta di un'opinione pubblica sotto shock e che chiede la verità, s'insedia una commissione parlamentare d'inchiesta, che la presidente della Camera, Nilde Jotti, affida alla guida di Tina Anselmi. Da allora l'ex partigiana di Castelfranco Veneto, deputata della Dc e prima donna a ricoprire l'incarico di ministro, comincia a tenere un memorandum a uso personale oggi raccolto in volume: «La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi», a cura di Anna Vinci (Chiarelettere, pag. 576, euro 16). Tra i primi appunti, uno è rivelatore del clima che investe la politica («i socialisti sono terrorizzati dall'inchiesta») e l'altro del metodo che la Anselmi intende seguire: «Fare presto, delimitare la materia, stare nei tempi della legge». Un proposito giusto. Lo sfogo del colonnello Bianchi le ha fatto percepire l'enormità dell'indagine e i livelli che è destinata a toccare. Diventa decisivo, per lei, sottrarsi all'accusa di «dar la caccia ai fantasmi» e di certificare quindi l'attendibilità delle liste (su questo si gioca la critica principale), come pure evitare che l'investigazione si chiuda con il giudizio minimalista accreditato da alcuni, secondo i quali la P2 sarebbe solo un «comitato d'affari». È un'impresa dura e difficile, per la Anselmi. Carica di inquietudini. Lo dimostrano i 773 foglietti in cui annota ciò che più la colpisce durante le 147 sedute della commissione. Riflette, ad esempio, il 14 aprile 1983: «Strano atteggiamento del Pci... non mi pare che voglia andare a fondo. La stessa richiesta loro di non approfondire il filone servizi segreti fa pensare che temano delle verità che emergono dal periodo della solidarietà. Ipotesi: ruolo di Andreotti, che li ha traditi? O coinvolgimento di qualche loro uomo? Più probabile la prima ipotesi. Mi pare che Br e P2 si siano mosse in parallelo e abbiano fatto coincidere i loro obiettivi sul rapimento e sulla morte di Moro». Altro appunto, del 26 gennaio '84, con l'audizione di Marco Pannella: «Com'è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?». Ragionando poi sul fatto che gli elenchi non sono forse completi e che Gelli potrebbe essere solo «un segretario», si chiede se la pista non vada esplorata fino a Montecarlo, sede di una evocata super loggia. E ancora, il 16 dicembre '81 mette a verbale che il parlamentare Giuseppe D'Alema (padre di Massimo) «consiglia di parlare» con un poco conosciuto giudice di Palermo che cominciava a conquistarsi le prime pagine sui giornali: Giovanni Falcone. S'incrocia di tutto in quelle carte. La fantapolitica diventa realtà. Ci sono momenti nei quali la commissione è una «buca delle lettere»: arrivano messaggi cifrati, notizie pilotate o false, ricatti. Parecchi riguardano la partita aperta intorno al Corriere della Sera, che era stato infiltrato (nella proprietà e in parte anche nella redazione) da uomini del «venerabile» e alla cui direzione c'è ora Alberto Cavallari, indicato da Pertini per restituire l'onore al giornale. In questo caso sono insieme all'opera finanzieri e politici, ossessionati dalla smania di controllare via Solferino. Si agitano anche pezzi del Vaticano, il cardinale Marcinkus, senza che la cattolica Anselmi se ne turbi e lo dimostra ciò che dice al segretario, Giovanni Di Ciommo: «Non ho fatto la staffetta partigiana per farmi intimidire da un monsignore». Ma a intimidirla ci provano comunque. La pedinano per strada. Qualche collega, passando davanti al suo scranno a Montecitorio, le sibila: «Chi te lo fa fare? Qua dobbiamo metterci i fiori». Fanno trovare tre chili di tritolo vicino a casa sua. Lei tira dritto. Quando, il 9 gennaio '86, presenta alla Camera la monumentale conclusione del suo lavoro, 120 volumi, definisce la P2 «il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale» (il piano di Rinascita Democratica di Gelli). Nel diario aveva profeticamente scritto: «Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4...». Sono passati trent'anni e la testimonianza di Tina Anselmi, dimenticata e da tempo malata, è da riprendere. Magari riflettendo su un dato: nella lista compariva anche il nome di Silvio Berlusconi. All'epoca era soltanto un giovane imprenditore rampante e i parlamentari non ritennero di sentirlo perché era parso un «personaggio secondario».

La cricca di Carboni
È stato ribattezzato P3 il presunto gruppo di potere occulto che ruotava intorno a Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi: avrebbe tentato di condizionare la Corte Costituzionale e altre istituzioni.
Dalla scoperta della P2 di Licio Gelli sono passati ormai trent'anni. E una legge, l'Anselmi, che ha bandito ogni organizzazione segreta. Eppure da le indagini di due Procure (di Roma e di Napoli) si sono concentrate sull'esistenza di nuovi circoli occulti, ribattezzati P3 e P4, finalizzati ad ottenere indebiti vantaggi (appalti, nomine, finanziamenti) tramite lo scambio di favori.

La Loggia P3
Il caso nasce nel 2010, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti per l’eolico che porta in carcere l’imprenditore Flavio Carboni, il geometra Pasquale Lombardi e il costruttore Angelo Martino. Nel registro degli indagati, per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete, finiscono anche il senatore del Pdl Marcello dell’Utri, il sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, il coordinatore del Pdl Denis Verdini e l’ex assessore all’avvocatura della Regione Campania, Ernesto Sica. La presunta loggia, guidata da Carboni, oltre a consorziarsi per bypassare la concorrenza nella vittoria di appalti pubblici avrebbe anche progettato di influenzare i giudici della Corte Costituzionale incaricati di pronunciarsi sul Lodo Alfano. Carboni, Lombardi e Martino avrebbero tentato persino di avvicinare i magistrati della procura di Firenze che stavano indagando sui Grandi Eventi e sugli appalti legati al G8. Secondo gli inquirenti, il gruppo "per acquisire e rafforzare utili conoscenze nell'ambiente della politica e della magistratura" utilizzava l'associazione culturale "Centro studi giuridici per l'integrazione europea Diritti e Libertà"di Lombardi.

E la Loggia P4
E’ il nome dato ad una presunta associazione segreta su indagine della Procura di Napoli. Il suo scopo sarebbe quello di “interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo”. L’inchiesta è condotta da due pm di Napoli, secondo i quali i membri dell’associazione si scambiavano favori nell’assegnazione di appalti, di nomine e di finanziamenti. Tra gli indagati ci sono un poliziotto partenopeo ed Enrico La Monica, maresciallo nella sezione anticrimine dei carabinieri di Napoli. I pm ritengono che La Monica abbia rivelato “in più occasioni notizie coperte da segreto, anche attinte da altri appartenenti alle forze dell’ordine”. Gli ultimi a finire nel registro degli indagati sono Luigi Bisigani, giornalista e consulente aziendale, da molti considerato il personaggio chiave della vicenda, arrestato per l'ipotesi di favoreggiamento in relazione alla rivelazione di notizie coperte da segreto, e il parlamentare Pdl Alfonso Papa. Secondo gli inquirenti la P4 sarebbe un sistema informativo parallelo, creato per ottenere notizie riservate su appalti e nomine., con ogni mezzo: dal dossieraggio clandestino al ricatto, anche attraverso organi costituzionali. Quello degli appalti pilotati è la parte più delicata sulla quale i sostituti procuratori napoletani stanno lavorando. La "cricca" avrebbe agito sostanzialmente in due modi. Da un lato, acquisendo, negli ambienti giudiziari, informazioni secretate relative a procedimenti penali in corso. Dall’altro, raccogliendo dati sensibili sulle alte cariche dello Stato. Informazioni e notizie che poi sarebbero state utilizzate in modo "illecito" con lo scopo di ottenere "indebiti vantaggi". Anche il direttore de
L’Avanti, Valter La Vitola era satto interrogato come teste riguardo alla faccenda legata alla casa di Montecarlo del presidente della Camera Fini. Ad insospettire gli inquirenti sarebbero stati alcuni scoop messi a segno dalla testata.

Il dossier di Bisignani
È stato chiamato P4 il «sistema parallelo» messo in piedi da Bisignani e Papa: un sistema finalizzato alla gestione di notizie riservate, appalti e nomine, anche attraverso interferenze su organi costituzionali.
P4, la rete di Bisignani e Papa: finanza, giudici e 007. Sui giornali nuove indiscrezioni sull’inchiesta sulla presunta associazione segreta che ha portato all’arresto dell’uomo d’affari e che coinvolge anche il deputato del Pdl. Tra i loro contatti ci sarebbero anche Pollari e Toro.

L'inchiesta sulla cosiddetta P4

Nuove indiscrezioni sui giornali
sull’inchiesta sulla presunta P4 che ha portato ai domiciliari Luigi Bisignani e alla richiesta di custodia cautelare in carcere per Alfonso Papa, deputato eletto nel Pdl. Un’inchiesta su una presunta associazione segreta, i cui membri avevano rapporti ad alti livelli nel mondo della politica, pubblica amministrazione e dell'impresa, che raccoglieva informazioni riservate e le usava per esercitare pressioni, ricatti e ottenere vantaggi personali. Una nuova bufera che ha coinvolto anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta che, secondo indiscrezioni, sarebbe stato il referente principale di Bisignani.

In primo piano sui quotidiani di venerdì 17 giugno 2011 i rapporti di Luigi Bisignani con la Guardia di Finanza e i giudici. Alfonso Papa sarebbe stato il suo contatto per costruire la rete. “Non c’è dubbio che i canali informativi di Alfonso Papa erano prevalentemente nella Guardia di Finanza. Al riguardo, lui aveva rapporti con ufficiali del Corpo”. Queste le parole che Bisignani avrebbe detto,
secondo quanto riporta Repubblica. Il legame tra Papa e la Guardia di Finanza risale al 2001 quando giovanissimo magistrato - pm, lascia Napoli per assumere l’incarico di vice-capo di Gabinetto del ministro di Giustizia Roberto Castelli. Da lì in avanti dieci anni di lavoro per agganciare lo stato maggiore della Guardia di Finanza. Secondo il quotidiano diretto da Ezio Mauro “il parlamentare del Pdl diceva di conoscere e vedere i generali Adinolfi, Barbi e Mainolfi”. Tra gli amici di Papa, secondo quanto riportano sia Repubblica sia il Corriere della Sera citando dichiarazioni di Bisignani, ci sarebbe anche l’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari. Non solo. L’ex parlamentare Alfredo Vito avrebbe messo a verbale: “La candidatura di Papa fu conseguenza di un intervento diretto di Pollari, lui era legato ai servizi segreti”. Il Corriere della Sera pubblica una pagina dei tabulati relativi alle intercettazioni in cui Papa farebbe riferimento a un appuntamento con “quel generale”. Per quanto riguarda invece i contatti con i pm, Papa avrebbe avuto stretti legami con le Procure di Roma, Napoli, Trani, Bari e Milano. In particolare, in un articolo di Repubblica a firma di Francesco Viviano, si citano i nomi del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo. L’ex presidente della Corte d’appello di Salerno Umberto Marconi, anche lui coinvolto nell’inchiesta sulla P3, avrebbe detto al collega Woodcock secondo quanto riportano sia Repubblica sia il Corriere della Sera: “Sono certo che Papa abbia spiegato e spieghi le proprie energie intrecciando rapporti con i carabinieri, con i servizi segreti.. concentrato sempre ad agire sull’ombra. Papa ha praticamente a disposizione delle truppe che utilizza per perseguire i suoi scopi personali”. La Stampa parla anche di ricatti che Papa avrebbe fatto ad alcuni imprenditori. Come Vittorio Casale, che "per un paio di anni ha pagato a Papa la garconnière di via Giulia a 800 euro al mese. In cambio Papa gli aveva promesso soluzione ai suoi problemi giudiziari. E' stato arrestato". Sul quotidiano anche un ritratto di Alfonso Papa dal titolo "Il trafficante di segreti che mancava alla destra". Sui giornali vicini al centrodestra continuano invece a sostenere che tutta l’inchiesta sia solo un modo per mettere in difficoltà il governo. “Svolazzano attorno a Berlusconi. E’ il momento dei corvi. Basta leggere Repubblica per capire: nell’inchiesta sulla presunta loggia P4 tirano in ballo Letta per colpire il premier” titola il Giornale. Libero invece riprende una storia pubblicata ieri da l’Espresso e gli dedica la prima pagina: “Il bunga bunga dell’Idv. Una giovane disoccupata accusa il senatore Pedica e il deputato Zazzera: “Mi hanno estorto sesso promettendomi un lavoro. Che non ho mai visto”.
Da Toro ad Arcibaldo Miller, "Così Papa controllava le procure". Molti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del Gip di Napoli sull'inchiesta su Bisignani che dice ai giudici: "Quando parlo di giri e giretti del deputato del Pdl mi riferisco all'ambito napoletano. Lì lui attingeva informazioni".di FRANCESCO VIVIANO su La Repubblica del 17 giugno 2011.

Roma, Napoli, Trani, Bari, Milano. Una rete che gli permetteva di entrare nelle procure di mezza Italia. Tra fascicoli e segreti d'ufficio. Alfonso Papa, già magistrato poi deputato Pdl, aveva amicizie importanti e, a quanto pare, loquaci. Tanto loquaci da procuragli, a suon di informazioni riservate, uno scranno in Parlamento. Un giro che partiva da Bisignani, toccava molti esponenti della maggioranza e arrivava dritto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Tanti i nomi di magistrati finiti nell'ordinanza del gip del tribunale di Napoli. Amici di una vita, colleghi di vecchia data, militanti della sua stessa corrente, Unicost, ma anche molte toghe che non sapevano di passare informazioni al collega assetato di potere. Che era interessato alle inchieste più importanti: la P3 di Roma, la P4 di Napoli e quella sul G8. Ma, più in generale, a qualsiasi fascicolo coinvolgesse qualche politico. Spuntano così il nome del procuratore capo di Bari, Antonio Laudati, con cui Papa diceva di essere in buoni rapporti e dell'ex procuratore aggiunto di Roma, Achille Toro, già coinvolto nell'inchiesta sui Grandi Eventi. L'amicizia tra i due era di dominio pubblico. Maria Elena Valanzano, assistente parlamentare di Papa, il 18 febbraio scorso, mette a verbale: "Per quanto riguarda l'ambito giudiziario romano, Papa spesso mi parlava dei suoi contatti e delle sue aderenze con il procuratore Achille Toro e con il figlio, Camillo". Un legame molto stretto, tanto da cercare di dare una mano all'amico caduto in disgrazia. Il 9 marzo 2011 Bisignani chiarisce: "Era molto amico dell'allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e del figlio Camillo. Al riguardo più volte mi chiese di poter trovare qualche incarico per Toro". Alcune delle toghe citate sono state sentite dal pm John Henry Woodcock. Come nel caso di Arcibaldo Miller che fu "maestro" proprio di Woodcock. Il capo degli ispettori di via Arenula, citato in alcune conversazioni si è difeso: "Voglio ribadire di non aver mai chiesto a Papa di interessarsi delle vicende processuali nella quali è comparso il mio nome". Dall'inchiesta emerge anche che l'onorevole avrebbe tentato di "contattare" il vice presidente del Csm, Michele Vietti. A raccontarlo è la sua ex assistente, Maria Roberta Darsena, una a cui Papa teneva parecchio, tanto da regalarle una Jaguar. È il 12 aprile, la donna spiega: "Dissi a Papa che ero stata a una cena con Vietti, al riguardo mi fece un sacco di domande e mi chiese con insistenza morbosa quale fosse il ristorante, che io non ricordavo, e tutti i dettagli della serata". La procura decide quindi di convocare Vietti, ritenuto una "possibile vittima dell'acquisizione di fatti privati a scopo di pressione". Le sue dichiarazioni non vengono nemmeno riportate. I contatti migliori erano, però, quelli partenopei. "Diceva che a Napoli, in ambito giudiziario, la "comandava lui"", ha spiegato Luigi Matacena ai magistrati. Rapporti consolidati, a detta dello stesso Bisignani. "Quando parlo di Papa, dei suoi "giri" o "giretti" e delle sue "fonti" dalle quali attingeva notizie riservate di matrice giudiziaria, faccio riferimento all'ambito napoletano, nel senso che mi ha sempre detto di avere amicizie e legami tra le forze di polizia e in procura a Napoli". Contatti continui, le informazioni sui procedimenti a carico dei politici sono merce di scambio. L'ex Presidente della Corte di Appello di Salerno, Umberto Marconi, coinvolto anche nell'inchiesta P3 per il falso dossieraggio nei confronti di Caldoro, ha detto al collega Woodcock: "Sono certo che Papa abbia spiegato e spieghi le proprie energie intrecciando rapporti con i carabinieri, con i servizi segreti... concentrato sempre ad agire nell'ombra. Papa ha praticamente a disposizione delle "truppe" che utilizza per perseguire i suoi scopi personali". La trama puntava dritto a palazzo Grazioli. Lo stesso Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, il 9 dicembre racconta: "Dopo le ultime elezioni il presidente Berlusconi, in una occasione, mi chiese notizie su Papa dal momento che aveva ricevuto qualche segnalazione diretta a fargli ottenere un incarico".

http://it.wikipedia.org/wiki/Utente:Ssspera/Signoraggio
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http://www.signoraggio.com
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http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nel-bunker-della-cricca/2130920

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http://www.repubblica.it/politica/2010/07/16/news/verbali_i_magistrati-5618571/