CI SONO TESTIMONIANZE

foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

 

Dr Antonio Giangrande  

 

QUALE MAFIA ?!?!

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

LA MAFIA DELLA CENSURA ED OMERTA' GIUDIZIARIA

 

LA MAFIA, COME MAI L'AVETE CONOSCIUTA E CONSIDERATA. LA MAFIA COME MAI L'AVETE STUDIATA.

UN'OPERA FUORI DAL CORO: ESTEMPORANEA. PERCHE' LA MAFIA TI ROVINA LA VITA, LO STATO TI DISTRUGGE LA SPERANZA.

Per rimembrare ed a futura memoria si presenta al mondo la composizione e l'elaborazione di un'opera di didattica e di ricerca senza influenze ideologiche, territoriali e temporali. Opera di me medesimo, Antonio Giangrande, autore di decine di libri di inchiesta e di denuncia. Scrittore non omologato, quindi osteggiato da media ed istituzioni e per questo poco conosciuto.

La mia ricerca e la mia didattica, non per giudicare, ma per conoscere.

LA MAFIA NEL SENTIRE COMUNE

A dispetto di cosa ci inculca la cultura imperante, spesso di sinistra e sovente in modo interessato al fine di raccogliere consenso politico ed usufruire dell'assegnazione dei beni mafiosi confiscati, il parlare di mafia non può discernere da come sentono il fenomeno i cittadini che la subiscono. Ed a chi chiedere? A chi ha il giudizio inquinato da pregiudizi, ideologie o interessi economici, oppure a chi disinvoltamente può dire tutto quello che gli passa per la testa, in virtù del fatto che i suoi occhi innocenti vedono una realtà trasparente e non viziata da preconcetti?

E' giusto chiedere a chi nelle risposte non si nasconde dietro l'ipocrisia e non adotta "il politicamente corretto" (politically correct). I bambini sono la bocca della verità. La parola ai giovani. La camorra vista dai giovani: "Equitalia è peggio dei boss". Sondaggio shock a Napoli: per il 16% la malavita risolve problemi.

Equitalia è peggio della camorra. E' una delle risposte più inaspettate arrivata dai ragazzi delle scuole medie e superiori napoletani che hanno partecipato al questionario dell'Associazione Studenti napoletani contro la camorra, in collaborazione con l'associazione "Oblò".  “Ti senti più minacciato dalla Camorra o da Equitalia?” La risposta degli studenti delle scuole medie di Napoli e provincia è stata sconvolgente: il 57% ha risposto Equitalia. Forse sarà per l’ondata emotiva suscitata dai suicidi degli imprenditori strozzati dalle cartelle esattoriali. Certo è che Equitalia balza, primissima, in cima alla classifica dell’odio anche degli studenti napoletani, che pure avrebbero motivo di detestare un cancro maggiore e non estemporaneo: la criminalità organizzata. Interessanti i dati diffusi dal nuovo questionario anticamorra diffuso in 14 istituti medi inferiori di Napoli e provincia per un totale di oltre 2000 alunni. Alla domanda “ Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia?” il 57% degli intervistati, quindi ben più della metà, ha risposto “la seconda che hai detto”, cioè Equitalia. L’agenzia di riscossione è considerata come una vera e propria minaccia sociale che supera di gran lunga la mafia. La domanda faceva parte del nuovo questionario anticamorra diffuso in 14 scuole e somministrato a oltre 2000 ragazzi di un ‘età compresa tra 12 e 14 anni. Il 57% ha detto di sentirsi minacciato più dall'agenzia di riscossione crediti che dai boss.

Il responsabile della associazione “Oblò” Massimo Pelliccia commenta: “C’ è una percezione estremamente negativa dello Stato da parte delle nuove generazioni; le istituzioni vengono considerate in molti casi peggio della criminalità. Lo Stato viene subìto come qualcosa di ingiusto, secondo le risposte dei ragazzini interpellati, mentre la camorra è ineluttabile o addirittura più giusta. Da brivido – conclude – la risposta di uno studente di prima media che ha definito Equitalia “quella cosa che fa suicidare i grandi”. La camorra per il 16% dei ragazzi dà potere e risolve i problemi e potrebbe addirittura risolvere la crisi economica. La criminalità dunque più che come un pericolo viene vista come un'occasione per soldi facili: il 54% dei ragazzi ha dichiarato che se incontrasse un camorrista si farebbe raccomandare. Tutti temi su cui le associazioni chiedono anche alle istituzioni di intervenire per modificare la visione distorta che i ragazzi hanno di loro e che rischia di essere un volano per l'antistato.

Cosa succede quando un uomo con la pistola incontra uno con una cartella esattoriale? Quello con la pistola ha la peggio o almeno è questo che emerge dai dati del nuovo questionario anticamorra, diffuso in 14 scuole medie di Napoli e provincia e a cui hanno risposto oltre 2000 ragazzi tra i 12 ed i 14 anni. Grande stupore nel vedere le risposte alla domanda «Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia? E perché?». Il 57% ha risposto Equitalia, forse la spiegazione sta nell’idea che anche i bambini si stanno facendo all’interno delle proprie famiglie dello Stato e delle sue ramificazioni come le agenzie di riscossione. Lo Stato viene subito come qualcosa di ingiusto, che ti priva di qualcosa di tuo all'improvviso. «Il 18% degli studenti - spiega Simone Scarpati, neo presidente dell'associazione studenti napoletani contro la camorra - ha dichiarato di essere stato aggredito o derubato. Poco meno della metà degli studenti ha cercato di reagire alla violenza e ha denunciato tutto alle forze dell’ordine. Forze dell'ordine che nell'80% dei casi denunciati purtroppo non sono riuscite a garantire giustizia alle piccole vittime. La Polizia non gode di gran credito presso i giovanissimi napoletani, al pari delle istituzioni. Questo spiega la bassa fiducia che i giovanissimi napoletani hanno nei confronti delle istituzioni e delle forze dell'ordine come emerge dalle risposte. Infine, un filo di speranza: il 44% degli studenti ha dichiarato che la camorra può essere sconfitta e prevale sul 41% di quanti ritengono che invece ‘O sistema sia immortale. Il 15% del campione ha dichiarato che la camorra è identificabile addirittura come fenomeno positivo. L’8% degli studenti associa la figura dell’uomo d’onore e dell’eroe a quella del malavitoso». Il 24% dei giovani coinvolti ha riferito che si rivolgerebbe a un malavitoso, qualora ne conoscesse uno, per ottenere un favore e il 55% non esiterebbe a farsi raccomandare. Il 10% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver apprezzato la canzone «'O Capoclan» che inneggia allo stile di vita camorrista, esplicitamente a favore dell’organizzazione mafiosa. Dai dati pubblicati emerge una percezione estremamente negativa da parte degli adolescenti napoletani nei confronti dello Stato che viene considerato in molti casi in modo molto peggio della criminalità. La maggioranza degli studenti interpellati, infatti, se potesse dare un suggerimento alle Istituzioni per combattere la malavita, direbbe che è opportuno intervenire sull’istruzione, sul lavoro, sulla sicurezza, sulla lotta alla corruzione e sull’amministrazione della giustizia. Inoltre una percentuale molto elevata degli studenti crede che a spingere un ragazzo ad assumere comportamenti illegali sia il bisogno economico, la disoccupazione, la sete di potere il guadagno facile e l’ignoranza.

«Per la prima volta il sondaggio anticamorra, proposto ed ideato dall’Associazione Studenti Napoletani contro la Camorra, è stato proposto agli studenti frequentanti le scuole medie - spiega Francesco Emilio Borrelli, ex presidente dell’ associazione studenti napoletani contro la camorra - il motivo di tale scelta è dovuto alla nostra ferma volontà di comprendere come i nostri adolescenti percepiscono oggi, in piena crisi economica ed in una società mediatica, il fenomeno sociale denominato camorra. E le risposte sono davvero incredibili». Il 16% ha risposto che la camorra potrebbe garantire ricchezza e potere e potrebbe risolvere la crisi economica, dare lavoro e creare sviluppo. «Praticamente - racconta il responsabile di Oblò Massimo Pelliccia - tutti gli alunni delle scuole medie intervistati hanno dichiarato di conoscere la camorra. Conoscono più la camorra di ogni altro fenomeno sociale campano o nazionale. Non partecipano alle iniziative anticamorra, anche se conoscono i nomi di molte vittime, primo fra tutti quello del giornalista Giancarlo Siani.»

Parlare di mafia in una nazione, dove è insita la cultura socio mafioso e dalla quale il “potere” trae maggiore giovamento e sostentamento, è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Guai ad uscire fuori dal conformismo. Subisci e taci, ammonisce il “potere”. E tutti lì, collusi e codardi ad essere omologati. Prima o poi però doveva capitare che altre voci si unissero a me, Antonio Giangrande, autore della collana editoriale, in testi ed in video, “L’Italia del Trucco, l’Italia che Siamo”, che da sempre grida: «la mafia siamo noi!». Grillo si è prodotto in una metafora ardita paragonando lo stato alla mafia e, improvvisamente, si è trovato solo. Beppe Grillo e la mafia di Stato. Solo contro tutti. Solo contro tutti quei parassiti mantenuti dallo Stato. Quelli che se li conosci li eviti. Omertà e censura per tacitare la voce della verità. E giù a darle a Grillo: l’offesa meno grave è quella di dargli del comico, l’insulto peggiore è quello di dargli del mafioso. Certo che ha guardare le facce di chi contestava Grillo, mi vien da pensare. Rilievo mediatico a chi, parassita, si nutre delle tasse (o delle tangenti) pagate allo Stato. E’ facile indignarsi da mantenuti con i soldi della povera gente, che spesso sceglie la via del suicidio per liberarsi dalle catene del “pizzo di Stato”. Immancabile anche “lo sdegno dei parenti delle vittime”, parenti delle vittime sempre pronti ad essere referenziati on the fly ogni volta che c’è da esprime uno sdegno incontestabile proprio perché a sdegnarsi sono i “parenti delle vittime”.

Io, invece, sono contento. A dire che lo Stato agisce come una cupola mafiosa sono stato io stesso ed oggi, indipendentemente da Beppe Grillo e dello sdegno dei parenti delle vittime, la penso più che mai nello stesso modo. La classe dominante italiana in questo momento agisce con gli stessi metodi e le stesse finalità di un’organizzazione mafiosa. Depredare il sistema, tutelare e perpetuare sé stessa, castigando a sangue o uccidendo (praticamente e metaforicamente), chi si oppone a questo disegno. Il tutto, non nel quadro di prospettiva di salvare una nazione, ma solo allo scopo di procurarsi benefici nell’immediato, indipendentemente dai danni strutturali che questa azione può causare. E’vera e propria criminalità organizzata, per il codice associazione a delinquere di stampo mafioso. Ed il crimine organizzato fa paura. Se ne accorgerà presto Grillo i cui sodali già annusano il profumo delle fresche stanze del potere e, in un modo o nell’altro, troveranno il modo di aggiustarsi con i vecchi capi mandamento perché è meglio mangiare tutti, magari un po’ di meno, che scannarsi. Grillo ci crede ed è un uomo onesto, come può essere un italiano comune. Proprio per questo fra poco si troverà solo. Esaurita la sua azione propulsiva, saranno i suoi stessi figli a divorarlo, così come è successo a Bossi. A farlo fuori ci sarà quel mix diabolico di ingordigia e vigliaccheria che prenderà i suoi eletti appena inizieranno a frequentare gli ambienti con macchine blindate, uffici vellutati e leccapiedi ed escort a buon mercato. Per fare la rivoluzione e tagliare la testa al re non basta un Robespierre, ci vogliono anche i francesi incazzati. Ma qui siamo in Italia, aldilà di facebook non si incazza nessuno e tutti sono pronti a entrare in banca, ma non con una pistola, ma in giacca e cravatta per “far parte della grande famiglia”.

Palermo, 30 aprile 2012 – Nella sala gremita di giornalisti, all'hotel Cristal Palace, è arrivato quasi un'ora dopo la prevista conferenza stampa, perché prima doveva andare in camera a farsi una doccia. Poi, Beppe Grillo, si è avvicinato al tavolo e subito ha attaccato: "Ma cosa volete ancora da me? Avete tutti i comizi che ho fatto, cos'altro devo dire?". Passano pochi secondi e va alla carica contro tutti, dal Capo dello Stato ("non parli di demagoghi lui che non è stato eletto dai cittadini"), al Presidente della Camera Gianfranco Fini che definisce "una salma", poi se la prende con i giornalisti: "Anche voi avete avuto un finanziamento di un miliardo di euro". A Palermo, ovviamente, è arrivato il solito Beppe Grillo a sostenere il candidato sindaco Riccardo Nuti, del Movimento cinque stelle. Prima del comizio di piazza Croci, gremita fino all'inverosimile, ha incontrato la stampa, anche se dice ai giornalisti che gli fanno domande: "Cosa volete, non vi ho invitati io…". Poi, quando un cronista gli chiede se il Capo dello Stato, Giorgio Napoletano ce l'abbia con lui, dopo averlo definito "demagogo di turno", senza mai citarlo direttamente, Grillo replica seccamente: "Napolitano non ce l'ha con me. Ma deve fare il Presidente della Repubblica al di fuori di tutto, non può dire 'i demagoghi di turno'. Noi siamo un movimento politico con 150 eletti nei comuni. Lui non è stato eletto dai cittadini". Nelle sue parole poi finalmente è spuntata la Sicilia: "Il cambiamento partirà dalla Sicilia che subisce una emorragia drammatica di giovani. E' una terra che soffre particolarmente per quanto sta accadendo e saprà reagire. Non sappiamo quanto prenderemo. Di certo noi non mandiamo 350 mila lettere agli elettori (come Leoluca Orlando), disboscando un pezzo di Valle D'Aosta. Con noi i cittadini vanno su internet. E i nostri amici in campo sono cittadini normali che lavorano da 5/6 anni tra la gente, nella città sui temi concreti". Poi ha ricordato ancora di avere chiesto "i nomi dello Scudo fiscale. Non possono mettere tasse, Imu e altri balzelli e fare uno scudo fiscale del 5 per cento - dice - Oggi ho chiesto la pubblicazione dei nomi di chi sono questi che ci stanno portando al macello. Questo paese è al macello e noi vogliamo sapere chi sono i nomi dei macellatori che hanno evaso le tasse e portato il loro tesoretto all'estero. Prima di portare il Paese alla miseria per salvare lo spread e gli sprechi immani dei partiti nell'ultimo ventennio, che ci hanno regalato duemila miliardi di debito pubblico, vorrei sapere i nomi. E' un mio diritto di contribuente, è un diritto di tutti gli italiani che pagano le tasse senza un condono del 5%. E' un diritto di chi ha onorato sempre i suoi impegni di fronte al fisco senza fiatare", ha incalzato Grillo, secondo il quale anche esponenti dei partiti se ne sono avvalsi. "Se due indizi fanno una prova, si può dire in tutta tranquillità che lo Scudo Fiscale è stato usato anche per ripulire i finanziamenti elettorali dei partiti e i conti dei politici. Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita dell'inconsapevole Rutelli, li ha fatti rimpatriare dal Canada. Gianluca Pini, parlamentare e leader della Lega in Emilia Romagna, ha fatto un bonifico più ravvicinato, dalla Repubblica di San Marino, di 400.000 euro sottratti al fisco. Le leggi se le votano e se le cantano". "Lo scudo fiscale - ha concluso - è stato voluto sia dal Pdl che dal Pdmenoelle. D'Alema alla domanda sulla sua mancata presenza in aula al voto sulla incostituzionalità dello Scudo Fiscale rispose così: 'Sì, ero assente, perchè avevo una manifestazione e non mi era stato spiegato bene che era un voto importante'. Rigor Montis deve pubblicare i nomi degli scudati. Se andiamo al macello sociale dobbiamo sapere almeno chi ci ha portato! Non ci andremo da soli. Fuori i nomi dei piranha dello Stato, e presto!". A chi gli ha chiesto se il suo movimento sta togliendo voti agli altri partiti, ha risposto: "Ma togliere voti a chi? Non vedete si stanno dileguando in questa 'diarrea' politica, non hanno nemmeno il coraggio di andare nelle piazze". E riferendosi al Presidente della Camera Gianfranco Fini, che aveva detto: "Beppe Grillo chi?" manda a dire: "Mi domandate di morti...". Grillo ha ribadito anche: "Ci sono marescialli e poliziotti che si stanno iscrivendo al nostro movimento perché non ce la fanno più, si sentono vilipesi perché devono scortare questa gente, questi politici che fanno i burlesque. Ma presto questi politici rimarranno soli, senza finanziamenti, senza giornali, senza scorte e dovranno confrontarsi con i cittadini". E ancora: "La gente è arrabbiata. Io dico non arrabbiatevi, faremo un processo, non una Norimberga, un piccolo processo con una giuria estratta a sorte di incensurati e dovranno restituire i soldi e fare i lavori sociali". E poi, quando una giornalista gli dice: "Quando ha finito di darci lezioni, le posso fare una domanda", risponde: "Anche voi prendete i finanziamenti e non siete liberi". E poi conclude: "Pure voi a dire i programmi, dove sono i programmi. Ho organizzato un corso serale, due ore a sera, per insegnarvi ad andare sul nostro sito dove il nostro programma c'è. E poi sono trent'anni che dico le stesse cose". Discorso chiuso con i giornalisti, Beppe Grillo è corso poi a piazza Croci dove ad attenderlo c'erano migliaia di palermitani. In piazza Grillo non ha parlato di Palermo, dei problemi della città o del candidato a sindaco, ma ha ribadito i soliti concetti già ripetuti nei numerosi comizi fatti in giro per l'Italia. Dal palco ha attaccato l'ex premier Silvio Berlusconi: "Lo hanno visto a una partita del Milan e mi hanno detto che è irriconoscibile, sembra suo zio vecchio, senza trucco"; Mario Monti ed il ministro del Lavoro Elsa Fornero che chiama "Frignero" e fingendo di stupirsi che la piazza abbia subito capito di chi stava parlando: "In Calabria non l'hanno mica capito...". Grillo ha ripetuto che se "tornasse la liretta" staremmo meglio e che l'euro ha ammazzato l'Italia "che rischia di uscire dall'Europa". Molti, moltissimi gli applausi. "Per i rimborsi elettorali non serve una raccolta di firme, basta mettere le mani sul portafogli e restituire quello che hai rubato", oppure: "se tutti pagassero le tasse, gli altri ruberebbero il doppio". E quando ha chiesto alla folla: "chi di voi voterebbe per il Pdl o il Pd" la risposta è stata un "No" seguito da un sonoro "Vaffanculo". Alla fine ha lasciato il posto alle "facce pulite" che si candidano per il Movimento 5 Stelle in attesa di un nuovo comizio.

Che dire? Il solito Beppe Grillo che questa volta ha scatenato una polemica in più, spostando di una tacca la provocazione. "Palermo è una città che soffre più di altre. Noi abbiamo candidato Totò u curtu e u Malpassotu come vicesindaco, vediamo come va… La mafia non ha mai strangolato i propri clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un'altra mafia che strangola la sua vittima". La sortita di Grillo su partiti e mafia ha fatto insorgere il Pd che con Nico Stumpo gli ha dato del "ciarlatano". "C'è una crisi economica grave - ha detto -, ma non credo che Grillo ne sappia qualcosa. Come evidentemente non sa nulla di mafia. Anche per lui, in queste ore ricordiamo commossi Pio La Torre che trent'anni fa pagava con la vita la sua lotta alla sopraffazione e alla violenza. Non è negandola che si combatte la mafia, non è con la demagogia che si fa crescere il rispetto dei diritti e dei doveri. C'è in Grillo una povertà culturale che gli italiani non meritano". "Grillo - gli ha fatto eco Claudio Fava di Sel - parla come un mafioso senza essere nemmeno originale. Gli stessi argomenti prima di lui li hanno già utilizzati Vito Ciancimino e Tano Badalamenti. E come l'ultimo dei mafiosi non ha nemmeno il coraggio di confrontarsi pubblicamente sulle sue patetiche provocazioni". "Le parole di Beppe Grillo, pronunciate tra l'altro alla vigilia del trentennale dell'assassinio di Pio La Torre, sono uno schiaffo a tutte le vittime di mafia e a chi lotta ogni giorno per il riscatto del mezzogiorno. Si dovrebbe vergognare". Questa la reazione di Flavio Arzarello, della segreteria nazionale del Pdci, che ha aggiunto: "Questa volta è andato oltre i consueti sermoni populisti, ed è in sintonia con chi in questi 50 anni, proprio con questi atteggiamenti, ha assecondato il dominio mafioso".

“La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo. Ma qua vediamo un’altra mafia che strangola la propria vittima”. Con queste parole Beppe Grillo, a Palermo per sostenere il candidato sindaco Riccardo Nuti, ha parlato della crisi economica e dei provvedimenti per fronteggiarla. Parole che hanno scatenato una polemica proprio tra i familiari delle vittime e di tutti quelli che da sempre (secondo loro) si battono contro la Mafia.

Già perché per loro la lotta alla mafia e la confisca dei suoi beni è “cosa nostra”.

Grillo ha continuato scherzando: "Abbiamo candidato come sindaco Totò u curtu, e u Malpassotu come vicesindaco. Assistiamo a situazione drammatiche frutto di scelte che strangolano i cittadini, vere vittime”, ha concluso.

SEL: GRILLO PARLA COME UN MAFIOSO - “Grillo parla come un mafioso senza essere nemmeno originale. Gli stessi argomenti prima di lui li hanno gia utilizzati Vito Ciancimino e Tano Badalamenti. E come l’ultimo dei mafiosi non ha nemmeno il coraggio di confrontarsi pubblicamente sulle sue patetiche provocazioni”. Lo afferma Claudio Fava della Segreteria nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, dopo le parole di oggi dell’esponente politico Beppe Grillo a Palermo. Lo rende noto l’Ufficio stampa nazionale di Sel.

LOMBARDO: LEGITTIMA LA MAFIA BUONA, STUDI LEZIONE DI PIO LATORRE - “Grillo parla come un mafioso. Affermando che lo Stato è peggio di Cosa nostra, Grillo non solo si pone sullo stesso livello culturale che porta a legittimare la ‘mafia buona’ in opposizione alle ‘istituzioni cattive’, ma soprattutto offende la memoria di tutti quei servitori dello Stato che sono morti per sconfiggere Cosa nostra”. Lo ha detto Massimiliano Lombardo (Pd) in merito alle parole del comico genovese Beppe Grillo, secondo cui ‘la mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, lo Stato sì'’. “Grillo - continua - dovrebbe leggere un po’ di storia e informarsi meglio, magari ripassando la grande lezione di Pio La Torre. La mafia non solo strozza le proprie vittime con il pizzo, ma è un cancro dell’economia che sottrae risorse all’imprenditoria sana, uccidendola”. “Un conto è criticare la politica - conclude - un altro è delegittimare lo Stato e tutti quegli uomini delle istituzioni che rappresentano il più alto baluardo contro la mafia”.

LA SORELLA DI UNA VITTIMA DI MAFIA: GRILLO CI OFFENDE - ‘’Le parole di Beppe Grillo, che a Palermo ha detto che la mafia non strangola i suoi clienti limitandosi a prendere il pizzo, sono un’offesa nei confronti di tutti i familiari delle vittime di Cosa Nostra e un insulto al lavoro svolto in questi anni dai magistrati e dalle forze dell’ordine’’. Lo afferma Angela Ogliastro, sorella di Serafino Ogliastro, un ex poliziotto ucciso dalla cosca di Brancaccio nel ‘91 con il metodo della ‘’lupara bianca’’. Del delitto si è autoaccusato il pentito Salvatore Grigoli; nel processo che riguarda decine di omicidi di mafia la famiglia Ogliastro è stata l’unica a costituirsi parte civile. ‘’Io e i miei genitori - spiega la sorella dell’ex poliziotto - non abbiamo nemmeno il corpo di Serafino da potere piangere. Come si permette Grillo a fare l’elogio della mafia in una città che gronda sangue di vittime innocenti? Perché non era in piazza con noi il 21 marzo scorso, nella sua Genova, per la Giornata della memoria organizzata da Libera in ricordo di tutte le vittime della mafia? Io c’ero insieme ai parenti di 900 persone uccisa da Cosa Nostra che lui ha offeso’’.

LA VEDOVA DI GRASSI: GRILLO DIMENTICA - ‘’Grillo dice che la mafia non ha mai strangolato i suoi clienti limitandosi a prendere il pizzo? Forse dimentica che ha anche ucciso le persone che il pizzo non hanno voluto pagarlo’’. Pina Maisano, vedova di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso da Cosa Nostra per essersi ribellato al racket delle estorsioni, è sconcertata quando apprende delle dichiarazioni pronunciate ieri a Palermo dal comico genovese. ‘’Per fortuna non avevo ancora letto i giornali, altrimenti mi sarei sentita male’’, dichiara all’ANSA aggiungendo di ‘’condividere pienamente’’ il coro di proteste che si è levato dai familiari di vittime della mafia. ‘’Inizialmente - spiega - provavo una certa simpatia per Grillo. Adesso mi sembra solo un populista che cerca di cavalcare l’avversione della gente verso i partiti’’. Pina Maisano, che è stata anche parlamentare dei Verdi ed ha condotto numerose battaglie civili, contesta anche l’antipolitica di Grillo: ‘’La politica è la cura della Polis, la difesa dell’interesse dei cittadini. Insomma è qualcosa di nobile. Se la mafia uccide le persone, la corruzione e la cattiva politica uccidono il Paese. Io personalmente non ho ricette, ma quello di Grillo mi sembra davvero un modo di fare politica pressappochista e superficiale’’.

CLUB GRANDE SUD USA L'IRONIA - “Don Beppe, Vossia ha ragione. La mafia è solo un’invenzione dei giornalisti. Non esiste. E’ lo Stato il vero assassino”. Così la coordinatrice nazionale dei club di Grande Sud, Costanza Castello, replica ironicamente al comico Beppe Grillo che nel corso di un comizio ieri a Palermo ha detto che la mafia non uccide, mentre lo Stato sì. “Mi perdoni una vastasata, però. Ma Libero Grassi - aggiunge l’esponente del movimento arancione -, Raffaele Granata, Rocco Gatto, Fortunato Furore, Antonio Longo, Giuseppe Falanga, Raffaele Pastore, Antonino Buscemi, Salvatore Bennici, Giorgio Villan, Nicola Ciuffreda, Francesco Pepi, Luigi Staiano, Antonino Vicari, Luigi Gravina, Rocco Gatto e tanti altri non furono ammazzati dallo Stato ma da amici degli amici perché non pagavano il pizzo. Vossia deve stare accorto - prosegue - non è che dicendo quelle cose che ha detto ieri, poi, qualche cane di mannara se ne esce con: ‘Grillo viene a Palermo per uccidere di nuovo chi è stato vittima della mafia’, oppure ‘Grillo è un killer di memorie’. Uomo avvisato, mezzo salvato, don Beppe”.

Beppe Grillo viene accusato in modo pesante anche da Fiorello. “Dice cazzate sulla mafia”, racconta nel suo ultimo videoclip dell’edicola (recentemente è tornato anche su Twitter insieme alla sua “cricca” del bar). Nel corso della rassegna stampa, ha commentato le parole del comico e politico genovese, il quale avrebbe detto che i partiti sono peggio della mafia perché “la mafia non ha mai strangolato i suoi clienti ma si limita a prendere il pizzo”. Arrabbiatissimo, Fiore gli risponde per le rime e gli dice: “Mi sa che Grillo ne sa poco di mafia. Che si vada a vedere un po’ tutti i pilastri delle autostrade in Sicilia… Grillo te posso dì ‘na cosa? Ma vattela piglià ‘nder pizzo”. Il videoclip di sette minuti, che ha appena 1000 visite e che affronta ogni giorno i temi della politica e dell’attualità, è solo una delle reazioni forti dentro il mondo dello spettacolo alle parole del comico genovese. La stampa è in rivolta, ma in primis (quasi preventivamente) il noto critico Aldo Grasso, che sulle sue pagine e sulle sue provocazioni su Grillo scrive: In un mondo in cui tutti necessariamente recitano, secondo le regole della politica pop, il suo successo deriva dal fatto che lui è il più bravo a recitare. Insomma, non c’è pace per Beppe Grillo, difeso solo dal suo movimento anche sulle pagine di Youtube, accusa Fiorello di non aver visto in un’ottica più generale il discorso del comico che si prepara alle prossime amministrative con i suoi candidati (e relativa campagna), estrapolando, come la stampa avrebbe fatto oggi, una frase dal contesto.

Ecco cosa scrive Grillo poche ore fa sul suo blog, per chiarire la questione: La mafia ha tutto l’interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e anche morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato si spostano nel successivo. Questo è il senso delle mie parole di ieri a Palermo. Honi soit qui mal y pense (ovvero, Sia vituperato chi ne pensa male).

Il comico tuona ormai quotidianamente, dalle piazze che ospitano i comizi per le prossime amministrative, contro la classe dirigente che continua la sua corsa all’austerità senza guardare alla ripresa. Bersani :”Non si permetta di insultare Napolitano!” Ma sono tutti i politicanti a correre ai ripari dalla sempre maggiore popolarità del leader del M5S che è un fenomeno in crescita. Nel bene e nel male. Verrebbe da chiedersi se i Maya non avessero ragione: la fine del mondo è vicina, Grillo suscita dissensi pesantissimi, pari almeno alla percentuale di suffragi che i sondaggi ascrivono al suo movimento politico.

Paura: in occasione del 25 aprile 2012 il Presidente Napolitano non ha mancato di sferzare il comico genovese, seppur nello stile composto e mai eccessivo cui ci ha abituato. Dal Quirinale, una sorta di monito generico, ma dal tenore delle affermazioni non è difficile scoprire il velato riferimento a Grillo: “... si rinnovino i partiti per non dare fiato alla cieca sfiducia contro i partiti e a qualche demagogo di turno”. Il presidente sponsorizza i partiti: quelle formazioni che stanno cercando di rifarsi il trucco. E’ chiaro che anche Napolitano, anagrafe alla mano, è espressione di un vecchio modo di intendere la politica, un modo di cui gli italiani stanno dimostrando di volersi liberare. Bastano queste considerazioni a farci comprendere come l’intervento del vecchio del Quirinale sia fuori luogo, distante dalla realtà che vive il paese e vicino ad un modo ideale di vivere la politica, in cui la casta fa la casta ed i cittadini foraggiano la casta. La paura evidentemente c’è ed è tanta: si invoca una legge elettorale, si taccia di qualunquismo qualsiasi voce di dissenso. Coglie la palla al balzo sua incapacità Bersani, quel leader dell’opposizione che ciascun pessimo governante vorrebbe avere come avversario: "Non si permetta di insultare il capo dello Stato" e poi “I partigiani saprebbero benissimo da che parte stare anche oggi”. Non è difficile comprendere come abbia fatto Berlusconi a rimanere in sella per vent’anni, con personaggi simili all’opposizione. Anche Casini si pronuncia in modo analogo, lo stesso genero Caltagirone che ha ampiamente anticipato il pensiero di Napolitano pensando di rinominare la morente UDC con quell’assurdo “Partito della Nazione”, la stessa nazione che ormai risponde alle chiamate del capopopolo che spaventa i mestieranti della politica che corrono ai ripari e non crede alle parole dei cialtroni in auto blu. Angelino Alfano inizia a parlare di rinuncia ai finanziamenti pubblici, Gasparri addirittura minaccia di non votare la riforma del lavoro, qualora il progetto non venga modificato in alcuni punti ritenuti essenziali, Maroni querelerà chiunque assocerà la Lega alle tangenti. Conoscendo l’abilità dei professionisti della politica, è facile scoprire cosa ci sia dietro queste affermazioni: la tornata delle amministrative è alle porte, bisogna mettersi il vestito buono, non quello che quotidianamente viene mandato a quel paese dai disaffezionati della politica. Ormai va di moda dare del qualunquista, del demagogo, del populista a chiunque, quando questi strilla in piazza il pensiero di una maggioranza silenziosa. E’ il cercare di categorizzare chi esprime un dissenso, il provare a far credere al popolo che l’oratore (Grillo, in questo caso) stia parlando per attrarre a sé il consenso. Cavalca l’onda del malcontento, definisce Monti “spietato ragioniere che fa il bocconiano, fa il lord”, chiamandolo alle sue responsabilità quando sottolinea i rapporti che Mario Monti presidente del consiglio intratteneva con Cirino Pomicino, noto della prima repubblica, per le tangenti Enimont ed Eni. Si capisce perché è ormai considerato l’uomo qualunque: a parlare di temi cari al popolo, a parlare di concretezza e non di mirabolanti cifre virtuali (derivati, bot, bund, spread, btp e tutte le altre centinaia di sigle che la finanza utilizza per non far comprendere come si mantenga in cima alla piramide economica pur senza produrre alcunché) si corre il rischio di risvegliare le coscienze, si rischia di fare demagogia. E non che il dubbio non sussista, considerando le tematiche affrontate dal comico nei suoi comizi, sempre più simili agli svariati one-man-show cui ci ha abituato nel corso della sua carriera artistica. Grillo interpreta il pensiero di una larga maggioranza della popolazione ed in questo senso è sì qualunquista, nel senso che pronuncia a gran voce le parole che qualunque elettore pronuncia tra sé, scorrendo le colonne che parlano di politica di un qualsiasi quotidiano nazionale o apprendendo di nuove accise sui carburanti. Ma la politica è altro: non basta catalizzare il malcontento e sparare a zero su tutto. Scende da un camper, e non da un’auto blu come farebbero i leader consumati del nostro paese. Dà voce al pensiero dell’uomo medio, condanna l’euro e la partitocrazia: tutti elementi cui guardare con attenzione, benché non si possa basare la costruzione di un progetto politico solo su questi pochi punti, che poggiano essenzialmente la loro ragion d’essere sul malcontento che serpeggia nel paese. Critica gli accordi commerciali con la Cina, il modo di vivere all’occidentale, l’assoluta mancanza di servizi: a sentirne i discorsi si comprende perché i signorotti delle stanze del potere temano quest’uomo, scompigliato e sudaticcio, un vero leone in palcoscenico benché stia assumendo troppi difetti dei politicanti consumati, rifiutando a più riprese il confronto con gli antagonisti e sparando percentuali in uno stile che ricorda talvolta il Silvio dei tempi andati e talvolta quel Monti che ha una credibilità risibile, come i mercati stanno dimostrando. Le sue rimostranze sono più che legittime ma serve anche più compostezza e più contenuti, perché non si cada nella trappola dei libretti promozionali di Berlusconi e Prodi.

«Con questi leader non vinceremo mai», disse anni fa Nanni Moretti, davanti agli attoniti Rutelli e Fassino. Sicuramente, finora, hanno vinto loro: i leader. Sempre lassù, inamovibili. E pronti, oggi, a firmare apertamente il patto definitivo coi poteri forti per sacrificare l’Italia, come comandano i signori di Bruxelles, di Berlino e di Francoforte: lacrime e sangue per tutti, tranne che per loro. Rivista oggi, la coraggiosa invettiva di Moretti sembra quasi ingenua. Rispetto a ieri, però, sulla scena c’è un personaggio in più: la paura. I vecchi leader – sempre gli stessi – ora tremano: leggono i risultati dei sondaggi e si sentono sempre meno al sicuro. Temono addirittura un comico, Beppe Grillo, che li ha sfidati pubblicamente, facendo subito bingo: il “Movimento 5 Stelle” convince oltre il 7% dei futuri elettori. Senza contare tutti gli altri, cioè la vera grande incognita: quasi un italiano su due non ha più voglia di votare per i vecchi partiti, schiacciati tra la “cura Monti” e gli scandali del finanziamento pubblico che hanno travolto persino la Lega.

A testa bassa, il vecchio marketing politico italiano improvvisa una controffensiva. Grillo? «Uno spregevole demagogo di quart’ordine, che corteggia i leghisti per conquistare voti e giustifica coloro che non emettono lo scontrino», tuona Giuliano Ferrara, secondo cui il comico genovese rappresenta «il male assoluto», perché è un populista «che spiega agli elettori leghisti che Bossi è innocente e che tutto dipende da un processo mediatico». Gli fa eco l’ex ministro Altero Matteoli, del Pdl, che descrive Grillo come «un clown, un fenomeno da circo» talmente ridicolo da non essere «nemmeno querelabile». Fanno decisamente meno ridere i sondaggi: i “grillini” potrebbero diventare il terzo partito italiano a partire dalle prossime amministrative, in cui si presenteranno con 101 liste in altrettanti Comuni. Di fatto, dal 2010 Grillo è già sul podio: terza forza alle regionali in Emilia (7%) e in Piemonte (4%), terzo anche a Bologna (9,5%) e a Torino (5,4%). A maggio 2012 si prevede un boom, che alle politiche del 2013 potrebbe trasformarsi nello sbarco a Roma con qualche decina di parlamentari. Diretto concorrente sul fronte del voto “contro”, anche Nichi Vendola si preoccupa, definendo Grillo «un fenomeno mediatico inquietante». Per il leader di Sel, che almeno non sedeva nella tribuna-vip sferzata da Moretti, «quando ci si affida a urlatori a uomini della provvidenza, di solito questi preparano tempi peggiori, non tempi migliori». Ben diverso il tenore, irridente, della dichiarazione di Massimo D’Alema. Grillo? Un personaggio «a metà tra il Gabibbo e Bossi», specchio – addirittura – di chi «ha governato negli ultimi 15 anni». E dov’era, all’epoca, il signor D’Alema? Andava “a lezione” da un certo Jacques Attali, come ha recentemente raccontato l’economista francese Alain Parguez, già consulente del presidente François Mitterrand: Attali, che secondo Parguez indottrinò i famosi leader del centrosinistra italiano all’epoca del fatidico ingresso nell’euro, è il tipetto che firmò la battuta più sconcertante sul vero significato dell’introduzione forzata della moneta unica: «Ma cosa crede, la plebaglia europea: che l’euro l’abbiamo creato per la loro felicità?». Un golpe finanziario, attuato per gradi: Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact. Dopo clamorose polemiche, il giornalista Paolo Barnard è andato dai carabinieri a denunciare come “golpisti” Mario Monti e Giorgio Napolitano. Fine della sovranità nazionale e fine dello Stato come unico possibile salvatore dell’economia: chi ha ancora una propria valuta, come gli Usa e il Giappone, può attuare investimenti sociali attraverso il deficit protetto dalla moneta sovrana. L’Europa invece è finita in trappola, dicono autorevoli tecnici come Paul Krugman, premio Nobel per l’economia. E mai un referendum, naturalmente: cittadini mai chiamati a decidere del loro destino, mai ascoltati, mai neppure informati. Semmai, ipnotizzati: dal festival (truccato) dell’Europa unita ma non democratica, poi dal bunga-premier di Arcore, e ora dal “mago” della Bocconi, l’uomo che ha lavorato per le più micidiali e spietate oligarchie predatorie del pianeta, dalla Goldman Sachs al Bilderberg, dalla Commissione Europea alla Trilaterale.

«Con questi leader non vinceremo mai»? Noi no, sicuramente. Meno che mai oggi, verrebbe da dire, con in campo le loro controfigure, da Bersani ad Alfano. L’Italia va incontro a un suicidio storico, epocale? Si blatera di “crescita” comprimendo i salari e quindi i consumi? Si amputa la spesa vitale, senza uno straccio di idea sul futuro? Si taglia tutto, dalle pensioni agli ospedali, meno che i privilegi e gli sprechi? La Fiat perde i pezzi, ma nessuno azzarda un piano di riconversione: si pensa al massimo di privatizzare i servizi essenziali, per lucrarci sopra, alla faccia dei referendum sui beni comuni. E i famosi leader? Sono ancora là, naturalmente: occupano saldamente i media, presidiano le televisioni, balbettano i loro pigolii da salotto mentre la “premiata macelleria Monti” smantella anche la Costituzione, impedendo allo Stato di investire a favore dei cittadini. E intanto tremano, i leader: perché non hanno soluzioni. E ora temono apertamente persino il “buffone” Beppe Grillo.

Secondo Marco Travaglio su “Il Fatto Quotidiano” le accaldate dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi. Tutti contro uno, come contro la Lega delle origini. Sono talmente terrorizzati da non notare la ridicolaggine di un’intera classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi pubblici camuffati da rimborsi, padrona del governo e del Parlamento nonché di tutti gli enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e giornaloni, infiltrata in banche, assicurazioni, aziende pubbliche e private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali, università, sindacati, coop bianche e rosse, confindustrie, confquesto e confquello che strilla come un ossesso contro un comico e un gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui, ma armati solo delle proprie idee e speranze. Il presidente della Repubblica che commemora la Liberazione dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi contro un comico (“il qualunquista di turno”), è cabaret puro. Dice che “i partiti non hanno alternative”: ma quando mai, forse per lui che entrò in Parlamento nel ’53 senza più uscirne. Tuona contro l’“antipolitica” (e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60 anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai delegittimato i partiti e la politica quanto lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo di un governo con una sola caratteristica: nessun ministro eletto, tutti tecnici più qualche politico travestito da tecnico. E non se ne avvedono neppure i giornaloni che dedicano all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo “Il tempo è scaduto”. Se un comico parla del capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale, mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che parla di un comico, per giunta neppure candidato, per dirgli quel che deve fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da “Totò contro Maciste”. Ma il meglio, come sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a dire che Grillo gli ricorda “il fascismo”, anzi “il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi “Goebbels” in persona. Le pazze risate. Grillo dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il presidente dei partiti”: logica pura, ma per Bersani è “insulto”. Segue minacciosa diffida per leso monito: “Grillo non si permetta di insultare Napolitano, non si arrischi a dire cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque”. Brrr che paura. Livia Turco lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i politici e non si capacita del perché. Casini intima a Grillo di “entrare in Parlamento a misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla con le chiacchiere”. Perché se no? Forse dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre anni fa, per portare le firme di 300 mila cittadini su tre leggi d’iniziativa popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità dei pregiudicati, il limite di due legislature per i parlamentari e una legge elettorale democratica al posto del Porcellum, i partiti le imboscarono tutte e tre. Anche perché, con quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe estinta e gli altri partiti quasi. Siccome Dio acceca chi vuole rovinare, i partitocrati seguitano a confondere le cause con gli effetti. Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando porte e finestre, alzando i ponti levatoi per tenere lontani dalla politica i cittadini e rovesciando su di loro pentoloni d’olio, anzi di merda bollente. E ora che, al borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme il 2%, non trovano di meglio che fare l’ammucchiata: ABC, il Trio Alfanobersanicasini, vanno in giro a braccetto per far numero e volume, annunciando riforme elettorali, leggi sui partiti, tagli alla casta, norme anti-corruzione e misure per la crescita che nessuno farà mai. Più gli elettori si allontanano, più i capi si avvicinano, illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi creato. Sfilano al proprio funerale come se il morto fosse un altro.

Bisogna gridarlo ai quattro venti: la mafia ti rovina la vita; lo Stato ti ammazza la speranza!

Per coloro che dell’infamia e del vituperio fanno arte di vita: denigrando gli “infedeli”, riporto il pensiero del mio vate, che di mafia, egli sì era un dotto.

Leonardo Sciascia per zittire i corvi delle nostre vite, inibenti la sacra libertà.

direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l'intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D'Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l'imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di "impiegati d'ordine"; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri "cavalieri d'industria"; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia. (da Il Globo, 24 luglio 1982 [...] pp. 24-25)

...La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini. (da Il cavaliere e la morte)

...Cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia, qui, un cattolico vero: e sto per compiere novantadue anni... C'è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo a lupara alle reni di uno in buona salute. (da A ciascuno il suo)

....Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità. (citato in Sergio Ricossa, Straborghese, Editoriale Nuova, Milano 1980)

....È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. [...] e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini. [...] La nostra giornata è fatta, come tutta la vita, di misteriose rispondenze, di sottili collegamenti. [...] Quando c'è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l'uomo. [...] Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. [...] Soltanto l'intelligenza, l'intelligenza che è anche «leggerezza», che sa essere «leggera», può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità. [...] Tutti i nodi vengono al pettine. Quando c'è il pettine. [...] Un orologio che va male non segna mai l'ora esatta, un orologio fermo la segna due volte al giorno. Un'idea morta produce più fanatismo di un'idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. (da Nero su nero)

....Ricordando una frase che è nella voce «letterati» del dizionario di Voltaire – «la più grande sventura dell'uomo di lettere forse non è quella di essere oggetto della gelosia dei colleghi, vittima dell'intrigo, disprezzato dai potenti; ma quella di essere giudicato dagli imbecilli» – possiamo aggiungere, ricordando questa frase, che Borgese ebbe, davvero in questo senso, «tutto»: tanti altri scrittori lo invidiarono, qualche intrigo fu ordito a suo danno, qualche potente lo disprezzò al punto di volerlo perdonare. Ma sopratutto ebbe quella che, secondo Voltaire, è la sventura maggiore: che molti imbecilli lo giudicarono e forse ancora, senza conoscerlo, continuano a giudicarlo. (Nota di Leonardo Sciascia a Le belle, p. 176)

MAFIA? NO POLITICA: SOLO E SEMPRE MALEDETTA POLITICA.

«Darei un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia. Ha introdotto delle leggi che ci hanno consentito di sequestrare in tre anni moltissimi beni ai mafiosi. Siamo arrivati a quaranta miliardi di euro». Lo dice il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso alla Zanzara su Radio 24 del 12 maggio 2012. «Poi su altre cose che avevamo chiesto, norme anticorruzione, antiriciclaggio, stiamo ancora aspettando». Ma chi voterà come sindaco di Palermo? «Un magistrato - dice Grasso A Radio 24 - non deve far conoscere le sue preferenze politiche. Al primo turno delle comunali mia moglie mi ha chiesto per chi avessi votato e io le ho risposto: non te lo dico. Si è pure arrabbiata». Poi Grasso critica il pm Antonio Ingroia: «Fa politica utilizzando la sua funzione, è sbagliato. Come ha sbagliato ad andare a parlare dal palco di un congresso di partito (comunisti italiani). Deve scegliere. E per me è tagliatissimo per fare politica». Un'intervista, quella al procuratore nazionale antimafia, che alcuni hanno letto come il preludio di un suo impegno diretto in politica. Ma la reazione dei magistrati di sinistra, (come quella di Marco Travaglio che li osanna) che sono poi quelli che detengono le redini della magistratura, o comunque che fanno più rumore, non si fanno attendere. Per Magistratura Democratica sono 'sconcertanti' le parole del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso sulla politica del governo Berlusconi in tema di lotta alla mafia. «Sui sequestri -dice Piergiorgio Morosini, segretario generale di Magistratura Democratica- ci sono leggi collaudate già da qualche decennio e gli esiti positivi degli ultimi anni, in materia di aggressione ai patrimoni mafiosi, sono dipesi dallo spirito di abnegazione e dalla capacità professionale delle forze dell'ordine e della magistratura. Dobbiamo ricordarci, in proposito, che la denigrazione sistematica del lavoro dei magistrati non può essere certo annoverata tra le azioni favorevoli alla lotta alla mafia. Il Codice Antimafia, poi, varato nel biennio 2010-2011, a detta di esperti, a livello accademico e giudiziario, brilla per inadeguatezze e lacune. Inoltre -continua- il governo Berlusconi non ha fatto nulla in tema di evasione fiscale e lotta alla corruzione che sono i terreni su cui attualmente si stanno rafforzando ed espandendo i clan. Per non parlare delle leggi che hanno agevolato il rientro in Italia di capitali mafiosi nascosti all'estero e della mancata introduzione di norme in grado di colpire le alleanze nell'ombra tra politici e boss. Si aggiunga che non c'è stata nessuna novità in tema di lotta al riciclaggio e ci sono stati reiterati tentativi per indebolire il decisivo strumento investigativo delle intercettazioni. In altri termini -conclude Morosini- la politica antimafia del centrodestra ricorda piuttosto il titolo di un noto brano del cantautore emiliano Ligabue “Tra palco e realtà”: tanti proclami e poca sostanza». «Grasso non fa che affermare una evidente verità. È stato tutto il centrodestra a condurre una rigorosa e seria azione legislativa e politica antimafia che la sinistra non si è mai sognata di realizzare - ha commentato il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri - Voglio ricordare che abbiamo rafforzato il 41bis garantendo l’applicazione del carcere duro in maniera ampia, a differenza di quanto fecero Mancino, Scalfaro, Ciampi e Amato che arresero lo Stato alla mafia - ha proseguito Gasparri -. E vedere poi Giuliano Amato, sotto il cui regno il 41bis veniva cancellato.

Nella solita querelle, però Massimo Giletti nella puntata del 13 maggio 2012 ha reso omaggio a tre grandi figure della storia italiana, riaccendendo in tutti noi la voglia di non dimenticare. Persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Carlo Alberto Dalla Chiesa meritano, sempre e comunque, di essere ricordate. Anche se ormai sono passati diversi anni, le rispettive famiglie continuano a combattere per non render vana la morte dei propri cari. Purtroppo, per quanto possano cercare di andare avanti, i figli e le mogli di questi grandi uomini non riescono a cancellare in nessun modo il dolore e la paura di quei giorni. La loro vita è stata segnata indelebilmente perché il contatto diretto con la mafia li ha cambiati; probabilmente, alcuni non guarderanno mai più al futuro con occhi positivi, ma sono convinti del fatto che qualcuno, forse, lo farà al loro posto. Pertanto, è bene che esperienze simili non finiscano nel dimenticatoio perché anche le nuove generazioni hanno bisogno di sapere come agisce e come ha agito in passato la mafia. Ospiti della prima parte di Domenica In – L’Arena sono stati Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ex ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, l’inviato del Corriere della Sera Felice Cavallaro, il magistrato Roberto Piscitello e il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, in collegamento da Palermo. Durante la puntata sono stati trasmessi vari filmati che ripercorrevano la tragica vicenda di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Certo, molti di quei video sono famosissimi ma, ugualmente, non sono passati indifferenti a nessuno degli ospiti in studio. Ognuno si è sentito in dovere di esprimere la propria opinione e soprattutto di mostrare il forte dissenso nei confronti dell’argomento ‘mafia’. Dal dibattito è emerso che, nonostante le numerose indagini, si sa veramente poco su come andarono ufficialmente i fatti; sembra quasi che si voglia nascondere qualcosa che, purtroppo, potrebbe essere illuminante per molte persone. La stessa Rita Dalla Chiesa, sul punto di scoppiare in lacrime, prima ha ricordato che al funerale non ha accettato le condoglianze e stretto la mano a nessuna autorità, compreso il Presidente Sandro Pertini; poi ha affermato che il giorno del funerale una donna disse a lei ed ai suoi fratelli in procinto di partire dal finestrino della macchina che “non siamo stati noi palermitani ad uccidere tuo padre”; infine ha affermato che, ancora oggi, non ha saputo alcuni particolari e alcuni nomi legati all’uccisione del padre; nonostante siano passati 30 anni non è cambiato nulla e alcuni punti della vicenda restano ancora oscuri. Sarà mica colpa della giustizia italiana e dei giudici che l'amministrano?

23 MAGGIO 1992. È il giorno della morte di Giovanni Falcone e di sua moglie Francesca Morvillo, ma anche degli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. La scorta, come viene sommariamente liquidata nelle cronache, quasi a negare loro un volto, un'identità, una storia. In realtà sono soprattutto questi uomini il simbolo di una guerra che ha già lasciato sul campo oltre mille vittime fra chi ha detto No. Il simbolo di una solitudine di cui lo Stato è stato spesso complice. "Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. Io come tutti ho paura. Ma non sono vigliacco, altrimenti me ne sarei già andato". Antonio Montinaro sapeva di rischiare scortando Giovanni Falcone. Il 23 maggio 1992 anche lui è morto a bordo della Fiat Croma che esplose a Capaci. Non ha mai mollato, così come non lo hanno mai fatto tutti quei magistrati, giornalisti e agenti di Polizia che hanno sacrificato la propria vita in nome della lotta alla mafia. Facili bersagli perché lasciati da soli a combattere. Uomini isolati e per bene, come lo erano il segretario del partito comunista italiano della Sicilia Pio La Torre, assassinato il 30 aprile 1982; Carlo Alberto dalla Chiesa, generale dei carabinieri e prefetto ammazzato il 3 settembre 1982; Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giudici saltati in aria il 23 maggio e il 19 luglio del 1992. La storia di queste morti ha cambiato la società degli ultimi 30 anni. E Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica, ha deciso di tornare a Palermo per raccontarle. Le ha racchiuse in un libro (ed. Melampo) e in un film documentario di Paolo Santolini: "Uomini soli". Il viaggio del cronista, che per trent'anni ha raccontato la Sicilia e la sua mafia, parte dal quadrilatero dei cadaveri eccellenti. Da quelle strade della città mattatoio dove, nei primi anni Ottanta, persero la vita Calogero Zucchetto, l'agente della mobile di Palermo che 'cacciava' latitanti, il magistrato antimafia Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia. I quotidiani di quei giorni titolavano "Palermo come Beirut". Ma, secondo Bolzoni, era peggio di Beirut. "Ricordo i luoghi, gli odori, le facce. Sono cose che non ho mai dimenticato. Palermo mi ha lasciato delle cicatrici. E non c'è anestesia che lenisca il dolore". Dove c'erano i morti, ora ci sono le lapidi e le croci. Un cimitero a cielo aperto dove i drammi privati sono diventati pubblici. Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano quattro italiani fuori posto. Personaggi veri per un'Italia fatta di trame, di egoismi e di convenienze. Quattro persone che facevano paura al potere. Troppo diversi e soli per avere un'altra sorte. Bolzoni lascia da parte le date, le carte dei tribunali e le sentenze. Racconta questi uomini per bene attraverso le voci degli amici, dei colleghi, dei familiari, e di tutti quelli che hanno lavorato al loro fianco. Restituisce così un'istantanea di quegli anni in un film empatico e mai retorico. E fa rivivere i protagonisti raccontando il dolore di chi era al loro fianco. Il primo uomo solo è Pio La Torre. Il 1 maggio 1982 il segretario del partito comunista italiano della Sicilia non era in Piazza Politeama tra le bandiere rosse, ma dentro una bara. "Era un grande rompicoglioni - ricorda il figlio Franco - la sua ossessione non era la mafia, era il riscatto del popolo siciliano. E Cosa Nostra era l'ostacolo maggiore". Nelle immagini del suo funerale ci sono le lacrime del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e del segretario del Pci Enrico Berlinguer, il dolore della famiglia e del popolo palermitano. Bolzoni era lì tra quei volti stravolti, i brividi e la paura. Era diventato un uomo pericoloso Pio La Torre, racconta il cronista. Si era messo in testa che essere mafioso doveva diventare un reato. "Palermo - diceva - è una città dove si fa politica con la pistola". Non si conosce il motivo preciso per cui fu ucciso. Ma a lui dobbiamo la legge sul reato di associazione mafiosa. Carlo Alberto dalla Chiesa era un generale che non piaceva al potere. "La mafia è cauta - disse in un'intervista a Giorgio Bocca, pubblicata su Repubblica - è lenta, ti misura, ti verifica alla lontana. Si ammazza l'uomo di potere quando si crea questa combinazione fatale: "È diventato potente ma si può uccidere perchè è isolato". Quando ancora i cadaveri del generale e della sua giovane moglie erano in macchina, un cittadino attaccò una cartello che recitava: "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti". Il figlio Nando ricorda l'ultima vacanza trascorsa col padre, era l'estate del 1982 e lui si sentiva un uomo in gabbia. Cercava aiuto ma nessuno più gli rispondeva al telefono. Nella Palermo degli anni Ottanta si combatteva una lotta mafia personalizzata. Francesco la Licata, giornalista del quotidiano L'Ora, piangeva ai funerali delle vittime. "Ci sentivamo parte lesa. Eravamo sulla stessa barricata". Basti pensare che il commissario Cassarà usava la macchina del padre per i pedinamenti. Poi, però, anche Ninni morì il 6 agosto del 1985. "La storia peggiore è quella di Giovanni Falcone. Mi disse che si sentiva seviziato", racconta Nando dalla Chiesa. Un altro uomo lasciato solo. Faceva tremare la mafia e per questo fu ammazzato. Cercava di schivare i tormenti, ma erano i suoi stessi colleghi a guardarlo con sospetto. È stato celebrato come eroe nazionale solo quando è finito nella tomba. Leonardo Guarnotta, presidente del tribunale di Palermo, ex giudice del pool antimafia, torna nel bunker dove lavorava con Falcone e Borsellino. Lo fa dopo 17 anni e si commuove: "Qui è tutto come prima. Che rabbia pensare che Giovanni e Paolo non possono sapere come è cambiata la società dopo la loro morte". Morì 55 giorni dopo l'amico Giovanni Falcone. Paolo Borsellino fu tradito e venduto. L'amica magistrato Alessandra Camassa ricorda di averlo visto piangere. Sapeva di essere diventato un bersaglio e che a Palermo era arrivato l'esplosivo anche per lui. Era il 19 luglio 1992 quando una autobomba esplose in via D'Amelio, sotto casa della madre. Letizia Battaglia, che ha fotografato i morti delle stragi per il quotidiano L'Ora, ricorda i pezzi di carne sparsi dappertutto. "C'era chi piangeva, chi gridava. Mamma mia che cosa abbiamo avuto. Basta Attilio. Basta".

La Torre, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino. Quattro uomini soli, uomini di Stato: uccisi dalla mafia e dallo Stato.

Gli omicidi del segretario del Pci siciliano e del generale nell'82; quelli dei due giudici nel '92. Oggi, venti o trenta anni dopo, ci sono ancora molti misteri sulla loro uccisione. Però sappiamo perché li volevano morti. La testimonianza di Attilio Bolzoni su “La Repubblica” in occasione dell’ennesima ricorrenza.

«Quella mattina sono anch'io là, con il taccuino in mano e il cuore in gola. Saluto Giovanni Falcone, saluto Rocco Chinnici, non ho il coraggio di guardare Paolo Borsellino che è con le spalle al muro e si sta accendendo un'altra sigaretta con il mozzicone che ha già fra le dita. Mi avvicino al commissario Cassarà e gli chiedo: "Ninni, cosa sta succedendo?". Mi risponde, l'amico poliziotto: "Siamo cadaveri che camminano". Un fotografo aspetta che loro - Falcone e Cassarà, Chinnici e Borsellino - siano per un attimo vicini. Poi scatta. Una foto di Palermo. Una foto che dopo trent'anni mi mette sempre i brividi. Sono morti, uno dopo l'altro sono morti tutti e quattro. Ammazzati. Tutti vivi me li ricordo, tutti ancora vivi intorno a quell'uomo incastrato dentro la berlina scura e con la gamba destra che penzola dal finestrino. Sono lì, in una strada che è un budello in mezzo alla città delle caserme, vie che portano i nomi dei generali della Grande guerra, brigate e reggimenti acquartierati dietro il sontuoso parlamento dell'isola, Palazzo dei Normanni, cupole arabe e lussureggianti palme.

Chi è l'ultimo cadavere di una Sicilia tragica? È Pio La Torre, segretario regionale del Partito comunista italiano, deputato alla Camera per tre legislature, figlio di contadini, sindacalista, capopopolo negli infuocati anni del separatismo e dell'occupazione delle terre. È Pio La Torre, nato a Palermo alla vigilia del Natale del 1927 e morto a Palermo alla vigilia del Primo maggio del 1982. L'agguato non ha firma. Forse è un omicidio di stampo mafioso. Forse è un omicidio politico. Chissà, potrebbe anche avere una matrice internazionale. Magari - come qualcuno mormora - si dovrebbe esplorare la "pista interna". Indagare dentro il suo partito. Nella sua grande famiglia. Cercare gli assassini fra i suoi compagni. Supposizioni. Prove di depistaggio in una Palermo che oramai si è abituata ai morti e ai funerali di Stato, cadaveri eccellenti e cerimonie solenni. Il 30 aprile 1982, trent'anni fa. Uccidono l'uomo che prima di tutti gli altri intuisce che la mafia siciliana non è un problema di ordine pubblico ma "questione nazionale", il parlamentare che vuole una legge che segnerà per sempre la nostra storia: essere mafioso è reato. Chiede di strappare i patrimoni ai boss, tutti lo prendono per un visionario. Dicono che è ossessionato da mafia e mafiosi, anche nel suo partito ha fama di "rompicoglioni". Al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini propone di inviare a Palermo come prefetto il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il carabiniere che ha sconfitto il terrorismo. Non fa in tempo a vederlo sbarcare, l'ammazzano prima.

Pio La Torre aveva conosciuto dalla Chiesa nel 1949 a Corleone, lui segretario della Camera del lavoro dopo la scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto e il capitano volontario nel Cfbr, il Comando forze repressione banditismo. Il loro primo incontro avviene nel cuore della Sicilia. Quindici anni dopo si ritroveranno uno di fronte all'altro in commissione parlamentare antimafia, uno deputato e l'altro comandante dei carabinieri della Sicilia occidentale. Il terzo incontro non ci sarà mai. Destini che s'incrociano in un'isola che non è ricca ma sfrenatamente ricca, superba, inespugnabile. Il giorno dell'uccisione di Pio La Torre in Sicilia arriva il generale. "Perché hanno ucciso La Torre?", gli chiedono i giornalisti. "Per tutta una vita", risponde lui. È il cinquantottesimo prefetto di Palermo dall'Unità d'Italia. L'hanno mandato giù "per combattere la mafia". Informa il capo del governo che non avrà riguardi per la "famiglia politica più inquinata del luogo". È la Dc di Salvo Lima e di Giulio Andreotti. Non gli concedono i poteri promessi, solo contro tutti Carlo Alberto dalla Chiesa resisterà per centoventi giorni. Il 3 settembre 1982 tocca anche a lui. E alla sua giovane moglie Emmanuela. Omicidio premeditato, annunciato, dichiarato. Omicidio fortemente voluto per chiudere un conto con un generale diventato troppo ingombrante. Una leggenda per i suoi carabinieri, una minaccia permanente per un'Italia che sopravvive fra patti e ricatti. Dicono che a farlo fuori è stata la Cupola. Come per Pio La Torre. Un alibi perfetto per seppellire e dimenticare un generale fatto a pezzi dallo Stato. Nei giorni precedenti al 3 settembre le sabbie mobili siciliane se lo sono divorato Carlo Alberto dalla Chiesa. Le prime pagine del giornale L'Ora, sono fotocopie con numeri al posto dei titoli: 81...84...87... Gli omicidi a Palermo dall'inizio dell'anno. L'11 agosto sono già 93, il 14 sono 95. A fine mese l'inchiostro rosso si spande sulla foto dell'ultima vittima. Il titolo che va in stampa dice 100. "L'operazione da noi chiamata Carlo Alberto l'abbiamo quasi conclusa, dico: quasi conclusa", è la telefonata che arriva dopo una "sparatina" a Villabate. Una rivendicazione così a Palermo non l'hanno fatta mai. Sembra un proclama terroristico. Una dichiarazione di guerra, in stile militare. Sono a Casteldaccia quando arriva quella telefonata. Mi arrampico su una stradina che sale fino alla caserma dei carabinieri. Lì c'è già il capitano Tito Baldo Honorati, il comandante del nucleo operativo di Palermo. È davanti a un'utilitaria impolverata, la parte posteriore dell'auto è "abbassata", schiacciata verso l'asfalto. Ormai si riconoscono anche da lontano le macchine con un grosso peso nel bagagliaio. Significa che lì dentro c'è un uomo. Il capitano apre. È un "incaprettato", mani e piedi legati con una corda che gli passa intorno al collo. Quando i muscoli delle gambe cedono, la vittima finisce per strangolarsi. "È un altro regalo per il nostro generale", dice l'ufficiale mentre via radio gli arriva la notizia che è stato ritrovato un cadavere sulla piazza di Trabia. Ed è già morto anche lui - l'agguato a colpi di kalashnikov in via Isidoro Carini, una settimana dopo - Carlo Alberto dalla Chiesa, carabiniere figlio di carabiniere, nato a Saluzzo, provincia di Cuneo, Piemonte. Dall'altro capo dell'Italia.

Palermo è laboratorio criminale e terra di sperimentazione politica, è porto franco, capitale mondiale del narcotraffico, regno di latitanti in combutta con questori e prefetti, onorevoli mafiosi e mafiosi onorevoli. Il giudice Falcone indaga sui "delitti politici" siciliani, indaga sulla morte di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. Scopre tutto e niente. Sospetti. Trame. Mandanti sempre invisibili. Palermo è dentro una guerra permanente. Poi, l'atto finale. Nel 1992. Il 23 maggio, vent'anni fa. Alle 17, 56 minuti e 48 secondi gli strumenti dell'Istituto di Geofisica e di Vulcanologia di monte Erice registrano "un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci". Non è un terremoto. È una carica di cinquecento chili di tritolo che fa saltare in aria Giovanni Falcone. È il magistrato più amato e più odiato del Paese. Da vivo è solo. Da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. Sepolto in una piccola stanza dietro una porta blindata, in mezzo ai codici e alla sua collezione di papere di terracotta, è il primo italiano che mette veramente paura alla mafia. Prigioniero nella sua Palermo, è l'uomo che cambia Palermo. Porta i boss alla sbarra con il maxi processo. Vengono condannati in massa. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati e tranelli governativi. Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. È celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba. Mario Pirani lo descrive come l'Aureliano Buendìa di Cent'anni di solitudine, che ha combattuto trentadue battaglie e le ha perse tutte. Giuseppe D'Avanzo ricorda "l'umiliante sottrazione di cadavere" compiuta dopo la strage di Capaci. Chi l'ha violentemente intralciato in vita, lo invoca in morte. Ha cinquantatré anni e cinque giorni quando vede per l'ultima volta la sua Sicilia. Al suo funerale c'è una folla straripante nella basilica di San Domenico, il Pantheon di Palermo. Una pioggia violenta lava la città. Sono quasi le due del pomeriggio, la piazza adesso è deserta. C'è solo un uomo, inzuppato, che avanza guardando nel vuoto. È Paolo Borsellino, l'amico e l'erede di Giovanni Falcone. Altri due uomini con lo stesso destino.

Nascono alla Kalsa a distanza di pochi mesi uno dall'altro, da ragazzini si rincorrono fra i vicoli, si ritrovano trentacinque anni dopo in un bunker di tribunale. Se ne vanno insieme, nella stessa estate. Cinquantasette giorni di dolore. Per il fratello perso e per uno Stato che tratta. Paolo Borsellino si sente abbandonato, mandato allo sbaraglio da gente di Roma che nell'ombra sta negoziando la resa. Sono in molti a tremare per i suoi segreti. Sa che è già arrivato l'esplosivo anche per lui. Si getta nel vuoto il procuratore di Palermo, assassinato da un'autobomba e dal cinismo di un'Italia canaglia che l'ha visto morire senza fare nulla. Tradito e venduto. Il 19 luglio del 1992 salta in aria. Come Falcone. L'agenda rossa che ha sempre con sé non si troverà mai. Dicono che è stata ancora la Cupola. È sempre e solo la Cupola che ha deciso la sorte di tutti loro. Così ci hanno raccontato. Così ci hanno portato sempre lontano dalla verità. Depistando. Inventandosi falsi pentiti. Scaricando tutto addosso a Totò Riina e ai suoi corleonesi. Prima usati e poi sacrificati, sepolti per sempre nei bracci speciali. Trent'anni dopo, non sappiamo ancora chi ha voluto morti Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa. Vent'anni dopo, non sappiamo ancora chi ha voluto morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sappiamo solo che erano quattro italiani che facevano paura al potere.»

In ogni città vi è un gruppo di malavitosi comuni, organizzati o meno, che si dedica alle più svariate attività illegali. I componenti fanno capo a ben distinte famiglie-clan criminali, a cui si aggiungono gli affiliati. Fanno notizia e sono perseguiti solo coloro i quali commettono reati di mediatica utilità o contro la sicurezza pubblica: omicidi, rapine, spaccio di droga e per il sol fatto di associarsi.

In ogni città vi è un sistema di potere non meno criminale, organizzato o meno, fatto da stimati insospettabili, che si dedica illegalmente ai destini istituzionali, politici ed economici della comunità. Questa cupola è composta dalle famiglie più note, blasonate e rispettate, che da sempre ricoprono i posti chiave della società. In loco caste, lobby, mafie e massonerie decidono chi e come deve diventare magistrato, avvocato quotato, parlamentare di rango, ecc.. Spesso sono i figli dei notabili del posto a ricoprire gli incarichi dei padri. Per fare ciò serve una rete di connivenze, di servilismo e di omertà. Per ricoprire certi ruoli non serve la raccomandazione: basta il nome. I reati commessi da costoro sono spesso attinenti l’amministrazione della cosa pubblica o l’economia. Essi intaccano le libertà dei cittadini, per questo sono più gravi e più subdoli, ma sono taciuti ed impuniti, essendo gli stessi autori ad occuparsene.

Molte volte tra clan criminali e le cosiddette buone famiglie vi è commistione negli affari, specialmente quando si tratta di spartirsi e gestire i miliardi di euro in opere pubbliche che piovano dai finanziamenti dello Stato e della Comunità europea.

A livello centrale vi è l'oligarchia degli alti burocrati. Secondo Galli della Loggia: Una invisibile supercasta.

Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà.

Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.

È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l’oligarchia — come si è visto dalle biografie rese note dai giornali — si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità.

Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi. E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.

Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta. La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri.

Chi ha cercato di indagare sul sistema parallelo criminale in Italia, infiltrato in tutti i gangli del potere Legislativo, Giudiziario ed Amministrativo, ha fatto una brutta fine: Falcone e Borsellino uccisi; Cordova e De Magistris allontanati. Io, Antonio Giangrande, cerco di riportare i fatti sottaciuti attinenti una realtà fatta da tante mafie. Non ho paura, mi hanno già ucciso, condannato, affamato. Cerco di parlarne ai posteri, perché i contemporanei mi hanno isolato.

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LA MAFIA DEI MAGISTRATI CORROTTI: GIUDICI TRIBUTARI

LA MAFIA DEI MAGISTRATI CORROTTI: GIUDICI CIVILI E PENALI

IL RACKET DI STATO

LOTTA ALLA MAFIA: IPOCRISIA E DISINFORMAZIONE, OSSIA LOTTA DI PARTE O DI FACCIATA.

Secondo Filippo Facci su “Libero quotidiano” i soliti quattro scemi attendono la venuta di una nuova normativa anti-corruzione come se il problema stesse tutto lì, in una legge: e non in chi dovrebbe applicarla. Eppure uno come Piercamillo Davigo, che in genere viene citato per bastonare la classe politica, ha già evidenziato dei dati sorprendenti nel suo libro «La corruzione in Italia» scritto a quattro mani con Grazia Mannozzi. L’ex pm di Mani pulite ha spiegato che negli ultimi decenni la maggior parte delle condanne per corruzione sono intervenute a Milano, Torino, Napoli e - molto distanziata - Roma, che pure ha una giurisdizione vastissima; mentre in ben tre corti (Cagliari, Caltanissetta e Reggio Calabria) il dato è inferiore alle dieci condanne. «Stando alla rappresentazione giudiziaria», ha scritto, «la corruzione in alcune regioni d'Italia non esiste e non è mai esistita, e ciò mentre si susseguono, al riguardo, denunce circostanziate e precise».

Questo evidenzia due cose, forse. Una è che indagare dove c'è la criminalità organizzata è senz'altro più difficile. Ma la seconda è che la magistratura, oltreché della soluzione, fa parte del problema, fa parte del Paese, talvolta fa parte addirittura della corruzione. La quale abbonda non tanto dove ci sono le inchieste che la scoprono, come accade in Lombardia e dove pure indagano con le vecchie e care leggi; abbonda dove la pace regna sovrana. Molte competenze sono variate con l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura nel 1958, che ha sottratto al ministro di Grazia e Giustizia, tutti i poteri in relazione al reclutamento, nomina, trasferimento, promozioni, sanzioni disciplinari e dimissioni dei magistrati, tanto ordinari che onorari. Per combattere non contro i mulini a vento come don Chisciotte, ma contro la ‘ndrangheta, i colletti bianchi, la borghesia mafiosa, la zona grigia, l’imprenditoria collusa e corrotta, i servizi segreti deviati, la massoneria. Agostino Cordova, procuratore capo della Repubblica di Palmi ci provò: firmò, nel 1992, la prima grande inchiesta italiana sulla massoneria deviata.

Partendo dagli affari del clan Pesce, attraverso la scoperta di relazioni pericolose tra mafiosi, politici e imprenditori calabresi, Cordova finì nelle trame degli affari miliardari di Gelli e di una miriade di personaggi legati a logge massoniche coperte. Fu come aprire un vaso di Pandora, da cui continuavano a uscire nomi e connessioni. Il 27 maggio del 1993 Cordova inviò un rapporto al Csm sull’ingerenza dei massoni nel potere pubblico: consegnò i nomi di 40 giudici e due liste di parlamentari. Fioccarono come la neve a Madonna di Campiglio le interrogazioni parlamentari e le interpellanze, luogo comune, e venne… “promosso” alla Procura di Napoli, quarta città d’Italia; scusate se è poco. Promoveatur ut amoveatur (sia promosso affinchè sia rimosso). E dovette mollare barca, vela ed ormeggi. Ma il Gran Maestro venerabile, Giuliano Di Bernardo, lasciò il Grand’Oriente denunciandone le deviazioni. Il gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, archiviò tutta la sua indagine per l’assenza di “elementi significativi e concludenti in merito ai reati ipotizzati”. Una pietra tombale su nomi e vicende. Strumentale allontanamento dalla Procura di Palmi, ben documentato in “Oltre la cupola. Massoneria, mafia, politica” di Francesco Forgione e Paolo Mondani, con la prefazione di Stefano Rodotà e una postfazione di Agostino Cordova, edito da Rizzoli (1994). Tutto bene in Campania, finchè non mise il naso nella tangentopoli napoletana… Finchè non si mise contro il “re di Napoli” Antonio Bassolino, sindaco di sinistra, protetto da giornali di sinistra, politici di sinistra, giudici di sinistra“; finchè non fece quelle famigerate dichiarazioni all’Antimafia sui colleghi della Procura e dell’ufficio Gip …”Andai avanti, non me ne curai molto. Nel 2000, il Csm mi diede atto della “mia notevolissima capacità professionale”. Che avevo condotto “la Procura di Napoli a un’efficienza organizzativa mai raggiunta in passato” e che ero “un magistrato inquirente insensibile a pressioni condizionamenti o attacchi di qualsiasi tipo e genere”. Eppure un anno dopo, partì il trasferimento e fui espulso”. Defenestrato. Silurato. Epurato, in nome della “incompatibilità ambientale”, da quello stesso CSM, che prima lo aveva osannato con un elogio cerchiobottista. Quello stesso CSM, che lo…”promuoverà” Consigliere di Cassazione e lo trasferirà a Roma.

Un altro giudice (come il padre, il nonno ed il bisnonno) Luigi de Magistris, fu accolto in Calabria a Catanzaro, riverito, omaggiato, ringraziato ed idolatrato. Bravo, bravissimo, illuminato, terzo, obiettivo, lungimirante, deciso, fermo e risoluto, campione della legalità ed altra aggettivazione altisonante. Ma quando decise di mettere il naso nelle logge massoniche, nelle cupole mafiose, nei comitati d’affari, (Poseidone, Why Not, Toghe Lucane, SbP), un terremoto giudiziario simile ad una tangentopoli, invischiati: premiers, generali, ministri, segretari nazionali dei partiti, Governatori, avvocati, magistrati, imprenditori, funzionari ecc. fece la fine di Cordova. Anzi peggio, perché fu pure inquisito e rinviato a giudizio. Difeso a spada tratta dal Movimento “E adesso ammazzateci tutti”, galvanizzato da Aldo Pecora. Fecero epoca e cronaca gli scontri fra le Procure di Catanzaro e di Salerno con uno tsunami bis. Trasferito anche lui a Napoli, per incompatibilità ambientale, su richiesta del ministro della Giustizia, in illo tempore, Clemente Mastella; che combinazione! Come pure il procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, Mariano Lombardi, trasferito a Messina e rinviato a giudizio, ma non prese mai servizio. Preferì di mettersi in pensione. E poco dopo morì, ma per un male, ribelle ad ogni cura. Aveva 76 anni. Era stato alla guida della procura calabrese per circa 40 anni. Luigi De Magistris, fu eletto dapprima sindaco della città partenopea e poi europarlamentare nientemeno, (secondo candidato più votato d’Italia, dopo Silvio Berlusconi, con 415.646 preferenze); magari fra poco, anche deputato o senatore. Luigi De Magistris, intanto, pure rinviato a giudizio, si è dimesso dalla magistratura. Valle di lacrime anche per un altro giudice in gonnella, pure lui, anzi lei, trasferita, alla procura di Cremona, come giudice ordinario, per incompatibilità ambientale.

Donna di grande coraggio, che assurse alla cronaca con la famosa inchiesta sulle scalate bancarie dell’estate 2005. Unipol, che faceva capo a Consorte e Sacchetti; personaggi vicini all’ex Pci-Pds-Ds, che tentò la scalata a Bnl. Assieme a Fiorani, presidente della Bpi; appoggiato dell’allora governatore di Bankitalia Fazio.Il segretario dei Ds,del tempo, Piero Fassino si lasciò sfuggire la battuta galeotta, “Finalmente abbiamo una banca”, che scatenò l’inchiesta. Ma poi, dopo le palate di fango e tre anni d’inferno, il CSM, si è dovuto rimangiare tutto e restituirle l’onore e le funzioni di Gip a Milano. Giusta decisione e sentenza del TAR e del Consiglio di Stato. Clementina Forleo, che ospite della trasmissione tv ‘Annozero’ affermava: «Quando il re è nudo e si ha il coraggio di denudarlo, dove per re intendo i poteri forti, il potere politico, il potere economico e lo stesso potere giudiziario, il giudice è solo. “Chi tocca i fili muore”» -  alludendo al potere politico: Latorre, D’Alema (che si fece scudo dell’immunità di europarlamentare), Fassino?. Un brutto film… “La Prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, delibera all’unanimità l’apertura della procedura per incompatibilità ai sensi dell’art. 2 della Legge sulle Guarentigie nei confronti della dott.ssa Maria Clementina Forleo, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano. In relazione a situazioni di grave disagio determinatesi nell’ambiente nel quale ella svolge le proprie funzioni giudiziarie e a dichiarazioni pubbliche rese dal magistrato relativamente ad interferenze ed intimidazioni istituzionali subìte, che non hanno trovato riscontro nell’istruttoria svolta”. Il Vicepresidente della Commissione, prof. Letizia Vacca, disse alla stampa … “Le sue dichiarazioni hanno creato preoccupazione negli ambienti giudiziari e sono state lesive dell’immagine dei magistrati di Milano, che si sono sentiti offesi. La situazione appare completamente diversa da come è stata rappresentata da Forleo: non risulta nessun complotto e nessuna intimidazione”. Tutti segnali chiari, al di là di questa o quella storia, che dicono, che oltre un certo livello non si possa indagare. Chi lo fece, giudici coraggiosi, come Falcone e Borsellino, pagò con la vita. Ma non si sfugge alla Giustizia Divina. Là, non ci sono coperture, nepotismi, raccomandazioni, minacce e pressioni o Logge di Stato che tengano. La società civile? C’è, ma non si vede. Collusa o codarda, subisce e tace.

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica su “Il Giornale”  affermano che  il verbale al Copasir dell’ex braccio destro di De Magistris tira in ballo toghe e giornalisti per fughe di notizie "letali". Le accuse di Genchi colpiscono anche Annozero e i fratelli Ruotolo. L’audizione segretata al Copasir del super esperto informatico Gioacchino Genchi, a processo per abuso d’ufficio insieme all’ex pm Luigi De Magistris (la storia è quella dei tabulati telefonici di otto parlamentari controllati senza autorizzazione del parlamento) è una bomba. Rivela una vicenda di presunte, diaboliche, commistioni fra magistrati antimafia, protagonisti dello scandalo Telecom e giornalisti autori di scoop che Genchi definisce devastanti, letali, per le indagini sulla ’ndrangheta (strage di Duisburg, omicidio Fortugno, eccetera). L’ex braccio destro del pm De Magistris tira la croce addosso al numero due dell’Antimafia nazionale, Alberto Cisterna, ai pm calabresi Mollace e Macrì, scomoda e coinvolge giornalisti esperti come i fratelli Ruotolo, Guido (La Stampa) e Sandro (Annozero, poi Servizio Pubblico), e Paolo Pollichieni, ex direttore di Calabria Ora. Li mette tutti insieme nel frullatore e poi aziona l’interruttore. La miscela è esplosiva, con accuse da brivido di cui Genchi ripete di prendersi la piena responsabilità. A Genchi viene chiesto conto del perché vennero controllati anche i tabulati del procuratore Piero Grasso. L’esperto informatico parte da lontano, dall’inchiesta Poseidone, dalla teste Merante e dagli articoli che Pollichieni manda in edicola, col risultato che i traffici telefonici del cronista finiscono nel fascicolo. «Dal tabulato di Pollichieni viene fuori una serie di rapporti continui, quasi osmotici, con Cisterna. Con il dottor Mollace, con utenze della Dna, e tra Macrì e Mollace». Normale. «Ma vi è di più: lo scambio di cellulari, almeno quattro o cinque della procura nazionale antimafia con Pollichieni. Per scambio intendo che si sono scambiati le sim, i telefoni o entrambe le cose. È un rapporto telefonico che vi invito ad analizzare perché altamente preoccupante». Alcuni pm della Dda, prosegue Genchi, erano preoccupati dalle fughe di notizie sul pentimento di Novella nel caso Fortugno. Dai tabulati di Pollichieni, aggiunge Genchi, «emerse sostanzialmente questo rapporto continuo (coi magistrati) nelle fasi dinamiche dell’acquisizione della notizia del pentimento». E così anche per le fughe di notizie nelle indagini per la strage di Duisburg «che ha determinato l’interruzione di tutte le intercettazioni su persone di San Luca che si dovevano arrestare, che sono state rese latitanti e che probabilmente sono state uccise per intempestività di un’azione giudiziaria che è stata violentemente e bruscamente interrotta da quella fuga di notizie, di cui il protagonista ancora una volta è Pollichieni». La tecnica delle fughe di notizie, insiste Genchi, avveniva con la pubblicazione di anticipazioni su altri giornali «di chi le aveva recepite perché alcune giornalisti non hanno accettato il regalo, tipo l’immaginetta della santa che pubblica il giorno prima Ruotolo su La Stampa in un asse perfetto che ha collegato i due giornalisti di nome Ruotolo, e vi dirò moltissime cose sull’argomento. (...). In particolare a Ruotolo, che ritengo sia uno dei soggetti principali di questa vicenda, a tutto ciò che ha ruotato intorno all’asse Ruotolo come persona fisica della Stampa e il fratello, e questo anche il perfetto raccordo sincronico dell’articolo “Il Palazzo nelle mani del giudice” con la puntata di “Annozero” che era stata programmata. A questa trasmissione - continua il super consulente - io, il dottor Ingroia e altri amici abbiamo implorato De Magistris di non andare, per non prestarsi a quella che era una strumentalizzazione, anche dei giornalisti, per loro finalità, probabilmente anche nobili (quelle di Ruotolo sicuramente non lo erano, perché intendevano “realizzare”). Vi siete mai chiesti come mai il dottor Genchi non sia andato ad Annozero, nonostante tutte le volte che è stato invitato (solo una settimana dopo, il 5 febbraio 2009, Genchi sarà invece presente nella trasmissione di Michele Santoro)» mentre «non ho paura di andare a Matrix perché conosco l’onestà di Mentana, che so da che parte sta, non ho paura nemmeno dei mafiosi, perché so da che parte stanno. Ho paura di quelli che non sanno da che parte stare, mi spiego?». Genchi non si ferma. «Rutolo (Guido) c’entra perché è in rapporto organico con Pollichieni come fornitore di informazioni». Poi si lascia andare a incomprensibili considerazioni antropologiche: «Un medico mi ha spiegato che i gemelli, pur avendo due corpi e una struttura cerebrale autonoma, nel momento delle sinapsi mobili, ossia quando si realizza la massima evoluzione, hanno bisogno di essere insieme come nel grembo materno». E quando ti aspetti l’affondo finale per alcuni imprecisati «soggiorni in Calabria», Genchi torna sui suoi passi: «Secondo me i Ruotolo sono due persone per bene». Del giudice Mollace, il consulente dice che «ha utilizzato decine di cellulari (60-70, non conosco il numero preciso) ha poi denunciato il furto di uno di questi e se ne è fatti assegnare non so quanti dal Comune di Reggio Calabria». Guido Ruotolo, rintracciato dal Giornale, si dice incredulo. «È un delirio, sono cose insensate. Non voglio commentare. Domani mi tocca leggervi, poi andrò dall’avvocato e cercherò di capire come stanno effettivamente le cose». Pollichieni è più loquace: «È vero, facendo il giornalista ho rapporti con i magistrati e nessun rapporto con la ’ndrangheta. Le mie notizie non hanno rovinato alcuna indagine posto che per l’omicidio Fortugno/pentimento Novella (e lo scoop peraltro fu della Gazzetta del Sud, non mio) sono stati comminati 4 ergastoli, per Duisburg 6. Non sono mai stato imputato di nulla, mai ho ricevuto un avviso di garanzia, mentre lui si ritrova sotto processo. L’ho già citato in giudizio, ogni commento è assolutamente superfluo».

Ed ancora su “il Giornale” i rapporti ravvicinati di un certo tipo tra giornalisti e magistrati. Rapporti pericolosi che s’intersecano con fughe di notizie pilotate, scoop «criminali» e scambi di atti giudiziari, coperti dal segreto e non. Dal verbale bomba del superconsulente Gioacchino Genchi, segretato al Copasir, spuntano i nomi di Ilda Boccassini, del procuratore antimafia Piero Grasso, del suo vice Cisterna, dei pm calabresi Mollace e Macri, dell’ex capo degli ispettori Miller, di tante altre toghe controllate via tabulati. Rivelazioni devastanti quelle dell’esperto informatico Gioacchino Genchi che il 17 aprile 2012 sarà alla sbarra a Roma insieme all’ex pm Luigi De Magistris per rispondere dell’accusa di aver prelevato e utilizzato senza apposita autorizzazione i tabulati telefonici di Prodi, Mastella, Pittelli, Minniti, Pisanu, Gentile, Gozi e pure di Rutelli che quel 30 maggio 2009 guida l’audizione di Genchi in quanto presidente del comitato di controllo sui servizi segreti. Relazioni pericolose tra PM e giornalisti. L’anticipazione del sito Dagospia delle indiscrezioni raccolte dal settimanale Tempi invitano a spulciare nelle 150 pagine di audizione custodite in cassaforte. Nell’affrontare l’imbarazzante capitolo del perché si arrivò a controllare il traffico telefonico dell’ex capo dei Servizi segreti militari, Nicolò Pollari, Genchi si contrappone spesso ai presenti. Giura di non aver mai saputo che quell’utenza corrispondesse al numero uno dell’intelligence nonostante un preciso indizio uscisse, per tempo, dall’agenda elettronica del generale della guardia di finanza, Walter Cretella, perquisito da De Magistris. Gli domandano: «Quando lei ha visionato, come esperto della procura, la rubrica del generale Cretella e ha letto “Gen. Pollari” non le è venuto il dubbio che si trattasse del generale Pollari del Sismi?». Risposta lapidaria: «No». Seguita da altra singolare puntualizzazione: «Ho saputo che il tabulato era il suo solo quando l’hanno scritto i giornali». E nel mentre la discussione prosegue, da un lato, sul perché ci si concentrò tanto sul numero uno di Forte Braschi che nulla c’entrava con Why Not («non ho avuto niente contro Pollari e anzi, sulla base di altre risultanze processuali, ho maturato un sentimento di profonda ammirazione nei suoi confronti anche per le vicende di cui è oggetto») e dall’altro si dibatte di una sua vecchia intervista a Repubblica dove affermava che tutto sommato i tabulati di Pollari erano repliche dei tabulati già acquisiti dalla procura di Milano (il pm Spataro all’epoca lo smentì), Genchi tira in ballo cronisti amici che gli avrebbero passato carte sottobanco: «Mi sono procurato tramite alcuni amici giornalisti di avere i provvedimenti di Milano dai quali risultava il numero di Pollari nell’indagine Abu Omar. Volevo difendermi dagli attacchi...». Lì per lì Genchi non fa i nomi. Ma quando passa a parlare di oscure trame fra indagini di ’ndrangheta, fughe di notizie pilotate e scandalo Telecom, cita Lionello Mancini del Sole 24 ore, amico di Gianni Barbacetto del Fatto. Nell’anticipazione di Dagospia su Tempi si azzarda: «Chi fossero questi “amici giornalisti” non c’è scritto nella relazione del Copasir. Lo si può sospettare solo quando Genchi, nel vortice di un’audizione deragliata al caso Telecom-Tavaroli, riferirà ai commissari di una - a suo dire - misteriosa triangolazione telefonica riguardante un aspetto di quella storia». Nel verbale, riprendendo retroscena collegati a Mancini, il consulente afferma: «Posso anche dirvi chi è stato. Gianni Barbacetto (perché io ho molti amici giornalisti) che ho conosciuto a Palermo molti anni fa, il quale mi disse di essere amico di Ilda Boccassini, con cui sarebbero andati a casa sua». Barbacetto, contattato dal Giornale, cade dalle nuvole: «Così come si legge dal verbale non è chiaro quel che vuole dire Genchi. Io non ho mai preso documenti dalla Boccassini da girare a Genchi al quale, al massimo, posso aver detto di aver conosciuto Lionello Mancini (che a un certo punto si mise a scrivere contro Genchi «e Gioacchino era molto preoccupato») a una festa a casa della Boccassini, dove andai con mia moglie, ma anni e anni prima rispetto ai fatti di cui si parla e in un periodo in cui Ilda era ancora socievole coi giornalisti. Ere geologiche precedenti a questa». E Genchi? «L’ho conosciuto a Palermo, ma più recentemente per scrivere delle note inchieste che seguiva con De Magistris. Ma di Pollari non avevo né carte né numeri. Al massimo posso avergli girato qualche atto giudiziario vecchio, pubblico, in possesso di qualsiasi cronista».

A tal proposito Stefano Zurlo interviene sempre su “Il Giornale”. Qualcuno li considera pubblici ministeri di complemento. Giornalisti che non devono bussare in procura, perché vantano amicizie o liason con i magistrati titolari di delicatissimi fascicoli. Ma la verità è più sfumata: procuratori e opinionisti spesso hanno rapporti alla pari, s’influenzano a vicenda e alimentano un unico circuito mediatico-giudiziario, com’è normale fra persone che si stimano e si frequentano. Caso classico, da manuale, è il legame fra due big del giornalismo e della magistratura: Marco Travaglio e Antonio Ingroia. Travaglio ha firmato la prefazione del saggio di Ingroia «C’era una volta l’intercettazione » e l’ha incensato spiegando che «il libro è uno strumento per capirci qualcosa nella giungla delle leggi vergogna del regime berlusconiano», Ingroia si è presentato al forum di lancio del quotidiano travagliesco il Fatto, oggi imperdibile per la sinistra girotondina e giustizialista. Una cortesia, in sè un episodio quasi banale, che però ha acceso le micce della diffidenza dalle parti del centrodestra, abituato a duellare con Ingroia da sempre, come in un celebre racconto di Conrad. Nessuno, invece, ha notato che fra le leggi di Berlusconi, non importa se sacrosante o della vergogna, non c’è proprio quella sulle intercettazioni, fermata dal fuoco di sbarramento dell’apparato di cui Ingroia e Travaglio sono esponenti di punta. Se n’è andato il Cavaliere, il libro, pur se con il titolo declinato all’imperfetto, è ancora in circolazione. Insomma, la lobby intellettuale esercita un fascino e un potere di seduzione straordinari e che non possono essere misurati a colpi di verbali pubblicati da questa o quella gazzetta. E la premiata coppia Travaglio-Ingroia non è stata ammaccata nemmeno dall’infortunio capitato a uno stretto collaboratore del pm, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro che andò anche in vacanza insieme ai due. Si è scoperto che l’insospettabile sottufficiale, esempio classico di un certo mimetismo tutto italiano, era la talpa alla Direzione distrettuale antimafia di personaggi poco raccomandabili. Così mafia e antimafia hanno convissuto finché Ciuro è stato condannato a 4 anni e 8 mesi. La solita claque dei benpensanti, a parte i puntuti articoli di Repubblica, ha metabolizzato con disinvoltura il guaio. Ma la stessa benevolenza non sempre è stata accordata a toghe e firme della carta stampata, sfiorate da inchieste su P varie o da voci e sussurri malevoli. In Italia non c’è un clima di tolleranza bipartisan e anzi i giornalisti cosiddetti progressisti si perdonano tutto quel che viene condannato se il peccato arriva dall’altra parte, magari da un cronista d’assalto della fantomatica struttura Delta. Quella che, secondo i maestri della penna rossa, fabbricherebbe complotti su scala industriale per screditare i nemici del berlusconismo. Altra coppia chic, oggetto di infinite illazioni, è quella formata dal pm Henry John Woodcock, quello di innumerevoli inchieste ad alta densità di vip, e da Federica Sciarelli, la bella conduttrice del popolarissimo programma di Rai3 Chi l’ha visto?. C’è una foto, famosa, che immortala i due mentre fanno jogging per le vie di Roma. E un’altra che li riprende in barca, nell’estate del 2009, insieme a Sandro Ruotolo, il baffuto braccio destro di Michele Santoro e fratello del cronista giudiziario della Stampa, Guido. «La mamma dei Ruotolo e la mia erano grandi amiche», ha raccontato Woodcock per spiegare questo intreccio di rapporti. Nel 2009 un esposto anonimo accreditava l’ipotesi che la Sciarelli fosse l’autrice di scoop cuciti nell’ufficio di Wooodcock. Ma l’anonimo ha fatto cilecca, anzi si è rivelato un falso. Nessun cortocircuito e invece lui firma la prefazione al libro di lei "Il mostro innocente". Altro che fughe di notizie. Semmai un salotto che diventa un’icona per la solita opinione pubblica.

Anche Paolo Bracalini sull'argomento "Fughe di notizie impunite" interviene su “Il Giornale”. Ci sono inchieste in cui «un cittadino viene, in modo repentino, processato e condannato dai media, etichettato come un “mostro” e gettato in pasto all’opinione pubblica. Tutto ciò ancor prima della conclusione della istruttoria condotta dagli organi inquirenti e del processo, vero e proprio», che magari si conclude «con l'assoluzione» e quindi con la beffa più tremenda. Una professione di garantismo a firma di Henry John Woodcock, il pm dei vip, nella prefazione al libro (Il mostro innocente) di una giornalista amica con cui è stato più volte paparazzato, Federica Sciarelli, già Telekabul e conduttrice di Chi l'ha visto? su Rai3. «Solo un'amicizia» quella tra Woody e la bella Federica (prediletta di Cossiga e ammiratissima da Tinto Brass), spiegò Woody al cronista di Di Più, settimanale di gossip, curioso delle faccende private di quel magistrato dal cognome esotico, amante del sigaro, del jogging e delle Harley-Davidson. Ecco, forse la Sciarelli è uno dei nomi della PW, la rete (solo amicizia e qualche chiacchiera) di Woodcock, pubblico ministero dalla grande fantasia investigativa, con già tre famosi brevetti all’attivo: il Savoiagate, Vallettopoli e la P4. Ai giornali patinati raccontò che furono altri giornalisti amici ad introdurlo alla Sciarelli, i fratelli Ruotolo. Il primo, Sandro, è lo storico braccio destro di Santoro ad Annozero (che si è occupato spesso delle inchieste di Potenza), l’altro, Guido, è cronista di giudiziaria alla Stampa (che per il quotidiano Fiat segue proprio l’inchiesta sulla P4). Anche loro esponenti della Pw, la rete (per carità, solo di amicizie e chiacchiere) di HJW? «Io e Federica Sciarelli ci siamo conosciuti grazie ad amici comuni, tra i quali i fratelli Sandro e Guido Ruotolo. La mamma dei Ruotolo e mia mamma erano grandi amiche», raccontò Woodcock ai cronisti rosa, per spiegare l’origine della sua amicizia con la conduttrice. Un colpo di fulmine, professionale ed intellettuale, che sbocciò all’epoca dell’inchiesta su Vittorio Emanuele di Savoia, schiaffato in carcere per sette giorni come presunto capo di una cupola malavitosa, poi assolto «perché il fatto non sussiste». La Sciarelli si presentò in redazione, a Chi l’ha visto, coi faldoni dell’inchiesta ed un entusiasmo a fior di pelle: «Aho, ma quant’è fico Woodcock, non paga il biglietto della metropolitana, lui scavarca!» fece davanti ai colleghi, dopo un incontro a Roma col pm. Da lì Chi l’ha visto? si occupò più volte dell’inchiesta su Vittorio Emanuele, che pure non era scomparso, ma ben sorvegliato agli arresti domiciliari. Il 19 giugno 2006 le agenzie rilanciano l’intervista fatta dalla Sciarelli a Chi l’ha visto al gip di Potenza Alberto Iannuzzi, che assicura: «L’inchiesta su Savoia non è una bolla di sapone». Poi la Sciarelli ci torna la puntata successiva, il 26 giugno, con un’intervista al presidente dell’associazione antiusura sulle indagini relative al Casinò di Campione e sul sindaco Salmoiraghi, accusato insieme al principe. Un’amicizia ispiratrice, forse anche troppo secondo Felicia Genovese, pm di Potenza e arcinemica di Woodcook, che produsse una relazione sulle possibili connessioni tra le inchieste della Sciarelli su Rai3, le indagini di Woodcock e quelle di un pm amico, Luigi De Magistris, un altro elemento della PW. La pm racconta tra l’altro un episodio, «nel corridoio davanti alla stanza del dott. Woodcock, quest'ultimo in compagnia del dott. De Magistris. Di fronte al mio sguardo sorpreso, il collega Woodcock si è premurato di rivolgere agli addetti alla Sua Segreteria la richiesta di alcuni atti per il dott. De Magistris, il quale è rimasto in silenzio, limitandosi a rispondere al saluto». E poi che «nelle trasmissioni condotte dalla Sciarelli nei mesi scorsi (...) si ritrova il riferimento al dott. De Magistris come magistrato catanzarese che si occupa di note vicende di cronaca verificatesi in Basilicata...». Una connection solo a parole, chiarì Woodcock: «Mai nel corso della mia frequentazione con la giornalista Sciarelli, ho rivelato notizie sulle mie indagini». Solo di colleganza anche i rapporti con De Magistris. Chi ha seguito quelle inchieste racconta però che «De Magistris si arrabbiava quando lo paragonavano a Woodcock», e che in privato abbia manifestato più d’una perplessità sui talenti investigativi del collega. Un trait d’union tra i due pm è Gioacchino Genchi (che è anche vicino all’Idv di Di Pietro e De Magistris, ospite del congresso nel 2010 a Roma, e ospiti spesso di Santoro e Ruotolo, amici di...), consulente informatico di molte Procure, che inseriamo nella PW per un’intervista ad Antimafiaduemila dove racconta di «una riunione operativa alla quale hanno partecipato Woodcock, un ufficiale di polizia giudiziaria di Woodcock, il dottor De Magistris» e infine un consulente finanziario. Una riunione «che atteneva ad altri ambiti di collegamento investigativo con le indagini di Woodcock sulla massoneria in particolare». Collaboratore di Woodcock in diverse inchieste è il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, alias «Capitano Ultimo», capo del Noe (quello che ha perquisito il Giornale per la vicenda Marcegaglia, altra inchiesta Woodcock...). E chi l’ha anche visto De Caprio? La Sciarelli, che l’ha intervistato nel suo programma il 6 novembre 2009. Nella comitiva di amici che si telefonano, si chiedono e scambiano informazioni (solo innocue chiacchiere) compare anche Riaccardo Iacona (collega di Santoro, Ruotolo, amici di...), che sembra particolarmente ansioso di avere notizie in anteprima, anche riservate. E De Magistris lo riferisce in una audizione per una presunta fuga di notizie: «Mi chiede, Iacona, (...) è uscita la notizia e me lo potevi anche dire questo fatto. Ma quella è una notizia riservata, io non posso dire nulla». Tutti membri della PW, la P-Woodocock. Che è tutta un’invenzione, naturalmente. Non una cricca vera come la P4.

Sono da poco passate le 19.15 del 24 settembre 2008 all’ITC Battisti di Fano: nonostante il turno infrasettimanale del campionato di calcio, nonostante sia ora di cena e nonostante il traffico impazzito di questa sana città di provincia, l’aula magna dell’edificio scolastico è gremita in ogni ordine di posti. Il giornalista del Corriere della Sera, Carlo Vulpio, ha raccolto con entusiasmo l’invito dell’Associazione Res Publica Amici di Beppe Grillo e della Libreria Omnia a presentare il suo primo libro, “Roba Nostra”. E’ arrivato in mattinata per curare personalmente gli ultimi dettagli e aspetta insieme a noi l’arrivo dell’altro ospite illustre. Dopo pochi minuti, attorniata da tre poliziotti di scorta, si presenta Clementina Forleo, sul viso un sorriso appena accennato, affaticata da un lungo viaggio. E’ partita da Brindisi, nel primo pomeriggio, con un’autovettura non blindata, le auto di scorta erano già tutte prenotate, nonostante il suo livello di protezione sia così alto da renderne necessario l’uso per gli spostamenti sul territorio italiano. Si perché nonostante lei abbia rifiutato la scorta, lo Stato, quello stesso Stato che attraverso il CSM ha deciso la sua incompatibilità ambientale, togliendole di fatto le note inchieste sulla scalate bancarie per cui sono indagati parlamentari del PD come D’Alema, Fassino e Latorre, quello Stato le ha imposto una protezione, con le stesse modalità tipiche di una cosca mafiosa. Clementina Forleo da tempo, infatti, vive giorno e notte protetta da tre guardie di scorta, da quando cioè, svolgendo il proprio lavoro di brillante magistrato quale è, si è ritrovata in mano le intercettazioni telefoniche tra il senatore Latorre (PD) e l’ex numero uno di Unipol, Giovanni Consorte dalle quali risultò chiaro ai più, tranne che al CSM, e a tutta una pletora di politici, che i due erano non soltanto amici, ma soggetti operanti illecitamente nella scalata di Unipol alla BNL.

Ettore Marini, presidente di Res Publica introduce la serata, e chiede a Vulpio perché quel libro, perché fosse stato necessario un libro e non fosse bastata un’indagine giornalistica. «Certe faccende - replica Vulpio - non si possono scrivere sui giornali, i giornali li leggono molti italiani, e queste sono cose da tenere segrete». «Nei libri – prosegue – si può dire, ad esempio, che il presidente del Senato frequentava Nino Mandalà, mafioso e capomandamento di Villabate ("Tutti gli uomini di Cosa Nostra", di Lirio Abbate e Peter Gomez), ma nei quotidiani tutto ciò è impensabile». Vulpio è un giornalista fortunato perché a suo dire può pubblicare il 60-70% di quello che scrive, sempre dopo aver contrattato con il direttore Mieli ogni singola parola, di ogni singolo articolo.

La Forleo, pur non facendo mai menzione della sua vicenda personale, concorda con Vulpio quando, analizzando la situazione dell’informazione in Italia, la definisce in stato comatoso e completamente asservita ai poteri forti: politici, finanziari e giudiziari. Il magistrato, raccogliendo l’invito dell’ex Presidente Ciampi, seppur rivolto agli organi di informazione piuttosto che ai magistrati, ha sempre tenuto “la schiena dritta”, evitando accuratamente di iscriversi alle numerose correnti interne all’ANM (Associazione Nazionale Magistrati). Correnti che, come un sistema di vasi comunicanti, determinano gli equilibri del potere all’interno sia della magistratura che della politica. Una magistratura completamente da rifondare, secondo Vulpio, che è diventata organica alla politica e operante attivamente, con molti dei suoi più famosi esponenti, anche nella gestione del malaffare.

Roba Nostra”, infatti, è un “j’accuse” nei confronti del malaffare che si è fatto sistema. Non più la volgare e semplice mazzetta, data dall’imprenditore al politico, ai partiti. La nuova frontiera del malaffare ha un’etichetta di garanzia, CE, come quella stampata su tutti i prodotti che oggi circolano nella Comunità Europea. CE stavolta non è però sinonimo di sicurezza e di tutela di un prodotto manufatto e distribuito in Europa, ma il marchio infamante di una truffa ai danni dei cittadini italiani, per miliardi di Euro. Decine di miliardi di euro, scientificamente dirottati da Bruxelles nelle tasche di politici e imprenditori, con l’ausilio di prefetti, magistrati, poliziotti, carabinieri ed avvocati di tre regioni italiane, la Basilicata, la Campania e la Calabria. «“Roba Nostra” è un libro di nomi e di cognomi e luoghi geografici precisi - prosegue Vulpio - Non è assolutamente un trattato di sociologia, ma un’inchiesta di stampo anglosassone, come non se ne vedono più da decenni in Italia». Vulpio accenna alle tre inchieste sulle quali indagava De Magistris, “Why not?”, “Toghe Lucane” e “Poseidone”: «Le prime due – dice – sono state scippate dalle mani dello zelante magistrato; per la terza, visto che non potevano togliergli l’inchiesta, hanno tolto lui dall’inchiesta, chiedendone il trasferimento». Il giornalista quindi si sofferma sulla vicenda dei fidanzatini suicidi di Policoro, una storia parallela saltata fuori all’improvviso durante le indagini sui finanziamenti della Comunità Europea per costruire dei megavillaggi turistici sulla costa jonica lucana.

E’ il tragico il destino di due giovani fidanzati di 21 anni, colpevoli di sapere troppo. Nel marzo del 1988 vengono ritrovati cadaveri nella vasca da bagno: si parla di morte incidentale, dovuta al cattivo funzionamento di uno scaldabagno. Fatto strano, non viene mai eseguita l’autopsia. Otto anni dopo però i due cadaveri vengono riesumati per via di alcune rivelazioni fatte da una supertestimone e si scopre che i due sono stati brutalmente ammazzati. Si scopre poi una lettera di Marirosa in cui lei confessa a Luca di aver partecipato a festini a luci rosse e cocaina, in cui erano presenti noti professionisti tra cui, guarda caso, il pm di Matera Autera, titolare delle indagini dei fidanzatini e denunciato dei genitori delle vittime per non aver autorizzato l’autopsia sui loro cadaveri. Si scoprirà che anche l’avvocato, nonché senatore di AN Emilio Buccico - prima difensore dei genitori dei fidanzatini, poi guarda caso del Pm Autera – ed il segretario provinciale di AN Labriola, partecipavano a questi festini a base di sesso e coca. (Carlo Vulpio, Corriere della Sera 17 marzo 2007, p.25). Nel corso della ricostruzione di questo tragico evento la sala dapprima ammutolisce e poi tra i presenti si levano grida di protesta e di rabbia. Vulpio ricorda agli intervenuti che per questa vicenda è stata richiesta l’archiviazione, mentre Buccico nel 2006 faceva ancora parte della Commissione Parlamentare antimafia.

Vulpio quindi ritorna sulle modalità con cui le tre inchieste furono tolte dalle mani di De Magistris, e non ricorda nella storia d’Italia un atto analogo, nemmeno durante il fascismo. Mastella chiede il trasferimento di De Magistris, ma non quello dei magistrati inquisiti, e tutta la stampa tace su questo aspetto tutt’altro che secondario. Si riscontra cioè l’incompatibilità di un magistrato che onestamente fa il suo mestiere, ma non viene intrapresa nessuna azione disciplinare per quei funzionari dello Stato indagati dallo stesso De Magistris.

La Forleo a questo punto accenna l’unico riferimento alla sua vicenda e ricorda il giorno in cui comparve davanti al CSM e le parole della vicepresidente Letizia Vacca, che la definì un “cattivo magistrato”, dalla personalità psicolabile e fortemente emotiva. E’ inutile dire che i presenti in sala come me hanno apprezzato la forza morale e la estrema lucidità con cui la donna Forleo, il magistrato Forleo ha portato la sua testimonianza non parendoci affatto né emotiva né tantomeno psicolabile.

Pubblico il testo dell'intervista video di Claudio Messora a Clementina Forleo e Carlo Vulpio, pubblicata su You tube il 24 marzo 2009, sul tema dell'informazione. Testo dell'intervista.

Carlo Vulpio: "Le parole sono importanti, e con le parole ci imbrogliano. Un esempio è questo continuo utilizzo della parola legalità, trasformata immediatamente in giustizialismo. Cioè chiunque di noi, chiunque di voi chieda l'applicazione della legge per quel famoso Articolo 3 della Costituzione, perchè ritiene che la legalità è il potere dei senza poteri, per ciò stesso evocherebbe un intervento giustizialistico, un dispiegamento di forze giustizialiste che godono al tintinnar di manette. Ecco il primo imbroglio. Noi che stiamo qui a parlare adesso, siamo dei sovversivi. Se venisse qualcuno di questi tempi in Italia ad osservare un incontro di questo tipo e avesse sentito l'intervento della dottoressa Forleo, dedurrebbe che qui si sta lavorando alla costruzione di un covo di sovversivi, perchè si sta addirittura ponendo il problema della vigenza dell'articolo 3 della Costituzione. Niente di meno! Io l'altro giorno ho letto sul mio quasi ex giornale (Il Corriere della Sera) una filippica contro l'articolo 3 della Costituzione, e piano piano mi andavo convincendo che effettivamente anche io fossi dalla parte dei sovversivi, laddove arrivato al commento dell'articolo 3, secondo comma, della Costituzione, cioè quello che materialmente dovrebbe rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad un'uguaglianza effettiva, diceva il commentatore di cui non farò il nome per non fargli pubblicità, che era troppo generico quest'articolo 3 della Costituzione, era troppo ampio, era troppo! E' fondamentale questo passaggio. Si comincia così. Si comincia a gettare il sasso nello stagno. Si comincia con il grande giornale, il grande commentatore magari un tanto al chilo, che propone un articolo di questo tipo, si dice tecnicamente 'detta l'agenda', detta l'agenda politica, del dibattito pubblico, e una volta dettata l'agenda le pecore, il pubblico, l'opinione pubblica che non esiste, è un'invenzione, l'opinione pubblica non c'è, segue. E' proprio internet, è proprio la rete che in qualche maniera ci ha salvati. Ha salvato quelli come noi: giornalisti, magistrati, lavoratori comuni che non avrebbero più potuto far sentire la loro voce, sarebbero entrati definitivamente in un cono d'ombra, se non ci fossero stati i blogger, i blog, il cosiddetto popolo della rete. E grazie alla rete si è formata un'opinione pubblica nuova, con caratteristiche totalmente inedite, che ovviamente hanno allarmato i tradizionali poteri, anche quelli che editano i giornali. Se una nuova opinione pubblica si forma sulla rete, e se la rete ci salva, allora la rete diventa pericolosa. Se la rete non ci fosse stata noi non avremmo potuto parlare adesso, così, a centinaia, migliaia, milioni di persone, e probabilmente le nostre storie sarebbero state storie eccellenti, ma sarebbero deperite in questa loro eccellente solitudine."

Clementina Forleo: "Io credo che se siamo qui, se siamo qui questa sera a parlare di queste cose, che poi sono i temi fondamentali del libro Roba Nostra, è perchè ci sentiamo un poco intrappolati, perchè purtroppo la trappola, senza accorgercene, è scattata sulle regole, sulla democrazia, sulla legalità, sulla giustizia, sull'etica... cioè è scattata su quelli che dovrebbero essere i termometri di una democrazia moderna. E allora dobbiamo cercare di evitare di fare la fine appunto di quel famoso topolino di un altrettanto famosa metafora, il quale appunto preso in una trappola, ai suoi amici intenti a liberarlo diceva che non si lamentava poi della trappola, ma si lamentava della cattiva qualità del formaggio. E allora leggendo i giornali, soprattutto negli ultimi tempi, io ho paura appunto di questo, del fatto che ci stiamo convincendo che tutto sommato stiamo meno male di quanto si può stare. La rete ci salva e ci salverà. Io fino a poco tempo fa avevo una speranza. Avevo la speranza che alcune testate conservassero dei margini di libertà. Purtroppo mi sono resa conto che anche in questo campo sono stata un po' ingenua, e che ultimamente le testate più libere si sono un po' asservite, probabilmente perchè i tempi sono difficili e bisogna assecondare i poteri forti, dove per poteri forti in questo caso intendo i potentati economici e politici che sorreggono le grosse testate. Quindi i blog, internet e la rete, nell'immediato quanto meno (mi auguro che nel medio e lungo termine le cose possano cambiare) sono destinati a sostituire la classica informazione, che è un'informazione deviata, un'informazione deviante, un'informazione che non ci passa le cosiddette notizie."

Carlo Vulpio: "In Italia siamo, per libertà di informazione, agli ultimi posti in tutte le classifiche europee e mondiali. Questo non è un fatto grave in sè, è un fatto grave perchè attraverso l'informazione che è uno snodo strategico, passano mille altre cose, alcune delle quali fondamentali per il destino di un paese. Pensate a come è stata trattata la giustizia."

Clementina Forleo: "Sul caso Salerno - Catanzaro, per esempio, è stata forse volutamente fatta passare l'opinione, attraverso un'informazione non sempre fedelissima, l'idea di questo scontro, di questa guerra tra Salerno e Catanzaro. A mio avviso non si è trattato di uno scontro, perchè uno scontro presuppone due corpi in movimento. In questo caso Salerno aveva legittimamente, come è stato appurato dal Tribunale del Riesame, disposto una perquisizione e un sequestro di atti nei confronti appunto di Catanzaro. Catanzaro non poteva replicare con un contro-sequestro per il semplice motivo che i reati ipotizzati da Catanzaro dovevano essere denunciati all'autorità competente, cioè appunto un'altra autorità, perchè evidentemente i magistrati di Catanzaro non potevano autodifendersi. Quindi non tanto la politica ma la stessa magistratura ha voluto consegnare al potere dei magistrati che stavano facendo onestamente il proprio lavoro e avevano toccato, come aveva toccato poi in fondo Luigi de Magistris, dei nervi scoperti che toccavano anche lo stesso potere giudiziario in Calabria, e che avevano aperto uno squarcio sul terzo potere dello Stato, e che poteva poi far saltare dei nervi anche in altri territori dello Stato."

Carlo Vulpio: "Pensate a come è stata trattata l'economia, pensate a come è stato trattato il lavoro dall'informazione. Un'informazione addomesticata, un'informazione orientata non serve. Per entrare davvero in Europa noi abbiamo bisogno di una informazione a livelli europei. L'Italia ai livelli europei, da questo punto di vista, non è ancora arrivata. Tutto quello che accade nella sfera pubblica è affare nostro. Se noi non ce ne occupiamo, qualcun altro farà in modo di occuparsene al posto nostro."

Ecco il testo integrale della lettera contenuta sul Blog di Carlo Vulpio con cui il giudice Guido Salvini denuncia le riunioni segrete nel Palazzo di giustizia di Milano per far fuori il gip Clementina Forleo. Il Csm ha aperto un procedimento disciplinare sui presunti “congiurati”, Salvini è stato convocato per essere sentito, nessuna procura d’Italia ha aperto alcun procedimento per eventuali reati commessi e tutti i giornali e le tv, sebbene sappiano tutto, non danno la notizia.

“Caro Cosimo e cari colleghi,

anch’io sono contento, anche sul piano umano, per la sentenza del Consiglio di Stato (quella che conferma la pronuncia del Tar del Lazio e annulla la decisione del Consiglio superiore della magistratura di trasferire da Milano a Cremona, per “incompatibilità ambientale”, il gip Clementina Forleo, che quindi ora può tornare a Milano – ). Non conosco a fondo il caso UNIPOL e dintorni ma avevo letto la sentenza redatta dal consigliere Fabio Roia e l’avevo trovata povera sul piano giuridico e riferita a fatti del tutto inconferenti per un giudizio di “incompatibilità ambientale” che per un giudice è quasi la morte civile. Una sentenza di quattro paginette, concepita con la supponenza con cui di frequente il CSM motiva decisioni importanti ritenendo di aver comunque sempre ragione. Aggiungo che sono stato testimone diretto dello sviluppo dell’azione “ambientale” contro la collega (cioè, la Forleo) dato che all’epoca ero anch’io GIP presso il Tribunale di Milano. Ho assistito a scene desolanti quali l’indizione con passa parola di riunioni pomeridiane in alcune stanze per discutere la “strategia” contro la collega, guidate dai maggiorenti dell’ufficio tra cui un paio di colleghi “Verdi” più rancorosi di tutti, come spesso accade, anche se del tutto estranei al caso. Da simili iniziative, che mi ricordavano le “Giornate dell’odio” descritte da George Orwell nel romanzo “1984″, mi sono dissociato.

Non ci si comporta così tra magistrati ed è facile e privo di rischi accerchiare una persona in un ufficio e magari in questo modo anche portarla a sbagliare, visto anche il carattere poco “diplomatico” della vittima. L’incompatibilità ambientale, che si ignora cosa in realtà sia di preciso, e che spesso è semplicemente l’accanimento dell’ “ambiente” contro una singola persona, è quasi sempre una procedura barbara e prettamente inquisitoria. Il suo raggio d’azione, per fortuna, con le modifiche che conosciamo, si è ridotto, ma dovrebbe esserlo ancora di più, sopratutto nella pratica, sino a quasi scomparire come dovrebbe scomparire la prassi, in qualche modo speculare, delle ”pratiche a tutela”.

Un caro saluto a tutti

Guido Salvini (domenica 19 giugno 2011, 23:09)

GIUSTIZIA E MAFIA: UNA GRANDE IPOCRISIA. LA MAFIE E’ POTERE: ERGO, LOTTA ALLA MAFIA: LOTTA DI PARTE IDEOLOGICA O DI FACCIATA.

Questo è un dogma, perché mi sarei aspettato che la Cassazione avesse definitivamente assolto con tante scuse per il fastidio procurato, o avesse mandato in galera, una volta per tutte, e con codazzo di carabinieri, il senatore Marcello Dell’Utri, il gran commis di Silvio Berlusconi per vent’anni.

Sì, voglio dire: mi sarebbe piaciuta, per questo cosiddetto «processo politico», una sentenza totalmente evangelica. Una sentenza ispirata alla parola di Gesù: «Il vostro parlare sia “ sì, sì; no, no”. Il sovrappiù viene dal Maligno» (Matteo, capitolo quinto, versetti 37-38). L’argomento adoperato dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Francesco Iacoviello, per annullare la sentenza di condanna di secondo grado a sette anni a carico di Dell’Utri, lungi dall’essere improntato alla chiarezza evangelica, appare piuttosto di brutalità luciferina: “un reato indefinito, quello del concorso esterno, al quale ormai non crede più nessuno”. Il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, ha definito gli argomenti di Iacoviello: “alquanto imbarazzanti”. Il magistrato ed ex procuratore capo a Palermo, intervistato da Repubblica, ha dichiarato che "la requisitoria del sostituto procuratore generale della Cassazione Iacovello non ha ferito solo me, ma Giovanni Falcone, che ha teorizzato e concretizzato nei maxiprocessi il concorso esterno in associazione mafiosa. Le affermazioni di Iacoviello sono quantomeno imbarazzanti". Secondo quanto riportato da Repubblica, Caselli avrebbe anche invocato una punizione nei confronti del sostituto procuratore, chiedendo un intervento del Csm.

Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, colonna dell’antimafia siciliana e accusatore da una vita del senatore e bibliofilo, senza aspettare di leggere le motivazioni del verdetto che ordina la celebrazione di un nuovo processo. Anzi, in qualche modo Ingroia prova a riscrivere la sentenza in un’intervista senza freni de 13 marzo 2012 al programma di Radio24 la Zanzara. Per lui Dell’Utri era e resta «un ambasciatore di Cosa nostra nel mondo imprenditoriale e finanziario milanese, un portatore di interessi della mafia». Un giudizio durissimo che, evidentemente, scavalca la Cassazione e le sue preoccupazioni. Il parlamentare infatti è finito sotto inchiesta per concorso esterno e la Suprema corte, per superare una sorta di nouvelle vague giudiziaria e processi basati su suggestioni più che su prove, aveva fissato a suo tempo paletti rigidi. Ora i giudici hanno stracciato il verdetto di Palermo ritenendolo non in linea con gli standard della Suprema corte. Questo non significa che Dell’Utri sia innocente, ma la Cassazione afferma in sostanza che le prove non reggono.
Un ragionamento esplosivo che non modifica di una virgola il convincimento di Ingroia: Dell’Utri lavorava per Cosa nostra. Di più, l’avventura politica del senatore «nasce per gli interessi di Cosa nostra. L’idea della costituzione di Forza Italia è del senatore Dell’Utri ed è anche nell’interesse della mafia». Ingroia non arretra di un millimetro: già la sentenza della Corte d’Appello, che pure aveva condannato il senatore a 7 anni di carcere, l’aveva assolto per gli episodi successivi al 1992 e dunque collegati alla nascita di Forza Italia e alla presunta trattativa fra Cosa nostra e spezzoni dello Stato. Ora la Cassazione va oltre e contemporaneamente la magistratura fiorentina, al termine del processo contro un boss condannato per la bomba agli Uffizi, spiega che non ci sono riscontri all’ipotesi che Forza Italia abbia dialogato con i capi di Cosa nostra. Non importa. Per Ingroia, invece, le prove «non ci sono» su Silvio Berlusconi che pure è stato sotto i riflettori della magistratura per anni e anni. Ora il magistrato tende a distinguere i ruoli, ma al Cavaliere riserva una stilettata ancora più graffiante: «Berlusconi ha detto che Dell’Utri ha sofferto 19 anni di gogna? Si potrebbe replicare che quando lui era al governo poteva fare una riforma per accorciare i tempi dei processi, invece ha fatto esattamente il contrario. Anche il processo Dell’Utri è durato così tanto per colpa di Berlusconi, questo è sicuro». Dunque, comunque si rigiri la questione, per Ingroia, che pure si sente «sconfitto» dalla Cassazione, questo non è il tempo della prudenza. Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, riferendosi al reato di concorso esterno, ha parlato di “innovative idee giurisprudenziali”, fondate da Falcone e Borsellino. Nessuno si è riferito alla motivazione della sentenza della Cassazione che non si conosce. E nell’attesa di leggerla, quando diventerà pubblica. Parole assai evangeliche, le loro. Quasi garbate, pur nell’esemplare chiarezza.

Ma noi, che non siamo magistrati fra i magistrati, ma semplicissimi cittadini fra i cittadini, vorremmo formulare questo interrogativo: chi ci sta ad accusare ed a giudicare????

Il tris di sentenze che a stretto giro ha visto prevalere Silvio Berlusconi e gli uomini a lui vicini sul partito degli anti-Cav deve aver lasciato un bel segno nella mente di Marco Travaglio, che di quel partito è da quasi vent'anni uno dei principali e indefessi agitatori. Perchè l'editoriale scritto il 14 marzo 2012 su "il Fatto quotidiano" è quello di una persona colpita nell’orgoglio. Fino a poco tempo fa c'era Silvio: corruttore, evasore, puttaniere e persino (o soprattutto) mafioso. Poi è arrivata la sentenza d'appello sul caso Mills. Poi quella della Cassazione su Marcello Dell'Utri. Infine le motivazioni della sentenza di condanna di un boss del Brancaccio, nella quale i giudici (i giudici) escludono che da parte di Forza Italia (definita in sentenza come "nuova entità politica") abbia avuto un qualche ruolo nelle stragi di mafia del '92 e del '93. Ecco, questo deve essere stato il colpo di grazia. Perchè sulle "origini mafiose" del "miracolo Forza Italia", il partito nato in pochi mesi e capace di sbaragliare tutti nel '94, Travaglio ha sempre messo la mano sul fuoco. E adesso? Adesso se la prende con i politici (di tutti gli schieramenti tranne Vendola e Di Pietro), il Quirinale, le alte cariche dello Stato, i ministri tecnici, persino i giudici, che ha sempre difeso a spada tratta. Colpevoli di non voler fare luce, anzi di ignorare proprio, il biennio della strategia delle stragi e la trattativa Stato-mafia. Per la verità si è indagato e si sta indagando, si sono fatti processi ed emesse sentenze. Ma a lui, Travaglio, tutto questo non interessa. Dice: "Fate schifo". Chi? Tutti. Tranne lui, ovviamente. 

Un reportage sulle traversie legali di Dell’Utri.

Sono quattro i procedimenti giudiziari aperti a carico del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri:

CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. Il 29 giugno 2009 la Corte d'appello di Palermo ha condannato Dell'Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. La corte, riformando la sentenza di primo grado, ha invece assolto Dell'Utri limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoca successiva al 1992 perchè "il fatto non sussiste". In primo grado al parlamentare del Pdl erano stati inflitti nove anni di reclusione. Il Pg aveva chiesto la condanna di Dell'Utri a 11 anni.

ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E VIOLAZIONE LEGGE ANSELMI. Il senatore Dell'Utri è stato indagato a Roma nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3, nata da uno stralcio dell'indagine degli appalti sull'eolico in Sardegna. Dell'Utri è accusato di associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulla costituzione delle associazioni segrete. Nell'ambito dell'inchiesta, l'8 luglio 2010 i carabinieri avevano arrestato l'imprenditore Flavio Carboni, l'ex esponente della Dc campana, Pasquale Lombardi e l'imprenditore napoletano, Arcangelo Martino. Per il gip i tre avevano messo su una organizzazione caratterizzata "dalla segretezza degli scopi" volta "a condizionare il funzionamento degli organi costituzionali nonchè degli apparati della pubblica amministrazione".

PROCESSO CALUNNIA PER SCREDITARE DEI PENTITI. Il 21 luglio 2010 gli avvocati di Dell'Utri hanno sollevato istanza di rimessione, per legittimo sospetto, del processo d'appello a Palermo, in cui il senatore è imputato di calunnia. L’Istanza è stata rigettata. Dell'Utri è imputato di avere ordito un piano per screditare alcuni pentiti palermitani che l'avevano accusato nel dibattimento in cui era imputato di concorso in associazione mafiosa. Per lo scopo Dell'Utri si sarebbe servito di un esponente della Sacra Corona Unita, ora deceduto, che assieme a lui fu rinviato a giudizio per calunnia. Il 31 marzo 2011 la prima sezione della corte d’appello di Palermo ha confermato l’assoluzione per il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri accusato di calunnia aggravata. Dell’Utri era accusato di aver cercato di screditare i pentiti palermitani Francesco Di Carlo, Francesco Onorato e Giuseppe Guglielmini che l’avevano accusato nel dibattimento in cui era imputato di concorso in associazione mafiosa (conclusosi in appello con la condanna del politico a 7 anni). Per lo scopo l’ex manager Fininvest si sarebbe servito di Cosimo Cirfeta, esponente della Sacra Corona Unita, che assieme a lui fu rinviato a giudizio per calunnia e che è deceduto poco prima della sentenza di primo grado.

PALLACANESTRO TRAPANI, TENTATA ESTORSIONE. Il 28 maggio 2010 la Cassazione ha stabilito che alla Corte d'appello di Milano ci sarà un nuovo processo per il senatore Dell'Utri, coinvolto con il boss Vincenzo Virga nella vicenda di minacce ai danni dell'imprenditore siciliano Vincenzo Garaffa, ex patron della Pallacanestro Trapani. La Suprema Corte ha così annullato con rinvio la sentenza della Corte di Milano del 2009 con la quale i giudici avevano riqualificato la precedente accusa di tentata estorsione in minacce gravi e avevano dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione.

"La grave situazione giudiziaria esistente a Palermo ha condizionato e condiziona la libera determinazione e la serenità dei giudici". Lo sostengono gli avvocati del senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, sotto processo per calunnia, davanti alla prima sezione della corte d'appello del capoluogo, nell'istanza di rimessione del dibattimento per legittimo sospetto. Nella memoria, già trasmessa alla Cassazione, che dovrà decidere sulla richiesta, i difensori ripercorrono la storia del processo in corso e le vicende relative all'altro giudizio a cui Dell'Utri è stato sottoposto a Palermo e che si è concluso con una condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa. Nell'atto i legali descrivono "un clima pesante" che limiterebbe l'imparzialità dei magistrati. Giudici indotti ad astenersi in seguito a pesanti interventi politici e "campagne mediatiche", magistrati costretti a difendersi, "con inusuali comunicati", da accuse e pressioni della stampa priverebbero l'autorità giudiziaria di quella serenità necessaria alla celebrazione del processo. Nell'istanza i legali fanno riferimento sia alle vicende relative al processo per calunnia, che a quelle dell'ormai concluso processo per concorso in associazione mafiosa. I difensori ricordano il caso scoppiato dopo la nomina a consulente della commissione Antimafia del presidente del primo collegio che cominciò il dibattimento per la calunnia: Salvatore Scaduti, costretto ad astenersi dopo una pesante campagna mediatica. Parte della stampa sostenne che la nomina all'Antimafia fosse stata sollecitata dal centro-destra nella speranza che il magistrato ritenesse di essere incompatibile con la prosecuzione del dibattimento e che questo venisse rinnovato col rischio della prescrizione delle accuse. "Il forte condizionamento riconosciuto dal presidente del tribunale (che accolse la richiesta di astensione) - si legge nell'istanza - non può limitarsi alla figura del solo presidente, coinvolgendo automaticamente anche i due consiglieri e questo anche in assenza di una loro rituale richiesta di astensione". I legali si riferiscono al fatto che i due giudici a latere che affiancavano Scaduti restarono gli stessi. "Il magistrato - si legge - non è un'entità astratta avulsa dalla società. E ciò appare tanto più vero in un contesto giudiziario particolare come quello siciliano e palermitano ove si incentra la lotta investigativa e processuale alla mafia". I penalisti bacchettano poi le decisioni della corte di bocciare l'ingresso nel processo delle indagini difensive fatte: indici di una "preconcetta posizione della Corte diretta a non esplorare temi scottanti come quello dei pentiti". Infine, parte della istanza riguarda i giudici che hanno condannato Dell'Utri per concorso in associazione mafiosa. Anche loro, secondo i legali, vittime di attacchi che hanno leso la loro serenità "tanto da indurli a leggere un inusuale quanto anomalo comunicato in cui rassicuravano le parti e l'opinione pubblica sulla loro imparzialità". Nella memoria di 21 pagine depositata ai giudici della I sezione della corte d'appello di Palermo, che processano il senatore, da trasmettere alla Corte di Cassazione, competente ad adempiere, i legali scrivono: "vi è fondato motivo di ritenere che l'ufficio giudiziario di Palermo, per quanto riguarda la posizione processuale di Dell'Utri, non sia in grado di determinarsi autonomamente sia nei componenti che esercitano funzioni inquirenti, sia in quelli che esercitano la funzione giurisdizionale e/o che sussistano comunque fondati motivi di legittimo sospetto". Marcello Dell'Utri è imputato di avere ordito un piano per screditare i pentiti palermitani Francesco Di Carlo, Francesco Onorato e Giuseppe Guglielmini che l'avevano accusato nel dibattimento in cui era imputato di concorso in associazione mafiosa (dibattimento conclusosi in appello con la condanna del politico a 7 anni). Per lo scopo l'ex manager Fininvest si sarebbe servito di Cosimo Cirfeta, esponente della Sacra Corona Unita, che assieme a lui fu rinviato a giudizio per calunnia e che nel frattempo è deceduto.

In relazione alla istanza di remissione vi è la nota del dr. Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo e presidente del “Associazione Contro Tutte le Mafie” ONLUS riconosciuta dal Ministero dell’Interno, oltre che presidente di Tele Web Italia. «Censurato dalla stampa è che la Corte di Cassazione, di fatto, a vantaggio della magistratura disapplica una legge dello Stato. L’art. 45 c.p.p. parla di Remissione del processo in caso di emotività ambientale che altera l’acquisizione della prova o ne mina l’ordine pubblico, ovvero per legittimo sospetto che l’ufficio giudiziario non sia sereno nel giudicare, anche indotto da grave inimicizia. Di fatto la legge Cirami non è mai stata applicata, nonostante migliaia di istanze, anche di peso: Craxi, Berlusconi, Dell’Utri.

Rigetto ad oltranza: sempre e comunque. Nel novembre del 2002 fu approvata la legge Cirami che riformulò i criteri del legittimo sospetto ampliando le possibilità di togliere un processo al suo giudice naturale. Da allora non sono stati registrati casi di legittima suspicione. I più noti riguardano trasferimenti ottenuti con la vecchia legge:

*      Piazza Fontana, il processo non si tenne a Milano, luogo della strage del 1969, ma a Catanzaro. La Suprema Corte temeva che a Milano fosse a rischio la sicurezza: il Palazzo di giustizia sarebbe stato assediato dalle contestazioni di piazza. Per Piazza Fontana, in cui vi era sospetto che fosse una strage di Stato: è il primo e più famoso caso di "rimessione". Tutti i processi collegati furono trasferiti a Catanzaro a partire dal 1972, proprio mentre i magistrati milanesi D'Ambrosio e Alessandrini imboccavano la pista della "strage di Stato". Curiosità: il primo dei ricorsi accolti dalla Cassazione fu proposto dall'imputato Giovanni Biondo, che dopo l'assoluzione diventò sostituto procuratore.

*      Per il Generale della Guardia di Finanza Giuseppe Cerciello, le cui indagini contro la Guardia di Finanza furono svolte dai propri commilitoni: il 29 novembre 1994 la Cassazione ha spostato da Milano a Brescia il processo per corruzione contro il generale Cerciello. L'avvocato Taormina aveva messo in dubbio tutte le indagini sulle tangenti ai finanzieri, in quanto svolte dai commilitoni. Quella rimessione è però rimasta un caso unico, poi citato da Di Pietro tra i motivi delle sue dimissioni.

*      Vajont. Il processo per il disastro del Vajont (nel 1963) fu trasferito da Belluno all'Aquila. La Cassazione vide pericoli, anche qui, per l' ordine pubblico.

*      Salvatore Giuliano. Il bandito accusato di essere l' esecutore della strage di Portella della Ginestra (1947) fu rinviato a giudizio a Palermo, ma poi la Cassazione spostò il processo a Viterbo. »

Da dire che il 28 settembre 2011 anche allo stesso dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, di Avetrana, è stata rigettata l’istanza di rimessione. I magistrati di Taranto sono stati denunciati a Potenza e criticati sui giornali per i loro abusi ed omissioni. Per la Corte di Cassazione è giusto che siano gli stessi a giudicare, nei processi penali per diffamazione a mezzo stampa e nel concorso pubblico di avvocato, chi li denuncia e li critica. Oltre al rigetto è conseguita sanzione di 2 mila euro, giusto per inibire qualsiasi pretesa di tutela.

Riguardo alla richiesta di Rimessione per incompatibilità ambientale presentata ai sensi dell’art. 45 ss C.P.P. dalla difesa di Sabrina Misseri per il processo sul delitto di Sarah Scazzi, il Dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie, esperto di cose giuridiche e prassi giudiziaria tarantina e nazionale afferma: «Apprezzo la richiesta fatta dall’avv. Franco Coppi, che delinea bene la sua capacità e il suo coraggio, tenuto conto che nel Distretto di Lecce e Taranto ben pochi avvocati dimostrano tali doti. Lo dimostra anche il fatto che a Roma la Camera Penale è stata pronta a difendere il loro collega inquisito a Taranto, mentre il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto ha pensato bene di non dire una parola a favore dei loro iscritti. A Taranto si parla di “Correttezza nei confronti degli “amici” magistrati”, a Roma, nei corridoi degli uffici giudiziari, si parla di “Codardia”. Bisogna tener presente che nel processo “Sebai, il killer delle 12 vecchiette” nessuno a Taranto ha avuto il coraggio di presentare rimessione per ben più gravi motivi (Foro che ha accusato e condannato dei soggetti e poi lo stesso Foro ha accusato e giudicato colui il quale li dichiarava innocenti con riscontri concreti. Creduto solo per i delitti senza colpevoli). Inoltre c’è da sottolineare che io stesso sono stato promotore a titolo personale di una istanza di rimessione, ma per legittimo sospetto, perché i magistrati di Taranto mi accusano e mi vogliono condannare per averli criticati con denunce penali e con articoli di stampa sul loro modo di amministrare la giustizia. Nessun avvocato mi ha sostenuto, anzi, mi hanno abbandonato nei processi di diffamazione a mezzo stampa quando ho chiesto la ricusazione dei magistrati denunciati. Io il 28 settembre a Roma presenzierò all’udienza sulla mia richiesta di rimessione per farmi giudicare dai Magistrati di Potenza, che ha avuto già il marchio preventivo di inammissibilità. Istanza basata sul fatto che i magistrati di Taranto siano poco sereni nel giudicare colui il quale li ha denunciati per abusi ed omissioni, senza che questi si tutelassero denunciandomi per calunnia. Si può considerare che effettivamente la mia richiesta possa essere infondata ed io essere un mitomane o un pazzo. Ma resta un fatto eclatante, e non voglio essere una “Cassandra”, ma la stessa cosa succederà a Franco Coppi. Si tenga presente che mai una istanza di rimessione è stata accolta dalla Corte di Cassazione, nemmeno per Berlusconi, o Dell’Utri, o per le vittime del terremoto dell’Aquila. L’art. 45 ss C.P.P. è una norma da sempre inapplicata perché delegittima il foro giudicante e questo in Italia non si deve fare: è lesa Maestà di chi effettivamente detiene il potere. La decisione negativa scontata che mi riguarda e che arriverà il 28 settembre, però, darà modo a me di potermi rivolgere alla Corte Europea dei Diritti Umani e presso le Istituzioni dell’Unione Europea perché in Italia, non solo non si applica una norma in vigore che danneggia i magistrati, ma si viola sistematicamente il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, anche tramite stampa, e si violano sistematicamente le norme del giusto processo.» 

Nelle vicende giudiziarie è utile dare anche voce agli avvocati, cosa che certa stampa non fa.

«Caso Dell'Utri: "Dai pm attacchi virulenti e fuori luogo alla Corte di Cassazione. Chi entra a piedi uniti sulla Corte di Cassazione ha la coda di paglia?»

Comunicato Unione Camere Penali contro gli attacchi virulenti e scomposti alla Corte di Cassazione . “La sentenza Dell'Utri ha causato reazioni scomposte e attacchi virulenti nei confronti del PG e della Corte di Cassazione. L'Unione denuncia questi comportamenti, che vanno ben oltre il normale diritto di critica, e sono strumentali a condizionare il giudizio dei giudici che non si vogliono allineare alle direttive imposte dalla magistratura militante. Criticare le sentenze emesse dai Tribunali è un sacrosanto diritto, delle parti, dei cittadini, della stampa, non ci stancheremo mai di ripeterlo. Anche criticare gli esiti di un processo è un diritto, sebbene, in assenza di una sentenza ancora non scritta, perlomeno gli uomini di legge dovrebbero mostrare un minimo di cautela nel suo esercizio. Si può ovviamente dissentire anche dalle requisitorie dei pm o dalle arringhe degli avvocati, e censurarle, magari aspramente, ma ciò che sta avvenendo in queste ore nei confronti del PG della Cassazione e del Presidente della sezione della Corte che hanno concluso il processo Dell'Utri è qualcosa che va al di là del diritto di critica, e che deve far riflettere. Un magistrato di grande esperienza e di riconosciuta indipendenza, come il sostituto procuratore generale Iacoviello, è stato oggetto di un attacco virulento e scomposto da parte di alcuni suoi colleghi appartenenti, o ex appartenenti, all'ufficio di procura che aveva istruito il processo. Non si è esitato a definire "gravi, irresponsabili, imbarazzanti" le opinioni giuridiche espresse nel corso della requisitoria, per il sol fatto di avere osato valutare un reato dagli incerti confini, come il concorso esterno in associazione mafiosa, sulla cui conformazione la dottrina giuridica italiana, con buona pace dei nuovi e vecchi crociati di una giustizia che deve ragionare a furor di popolo e con invocazioni alla piazza, esprime dubbi da decenni. Ma quel che è più grave è stato registrare attacchi, venati di un sottile e sprezzante qualunquismo, al giudizio di legittimità ed agli uffici che lo amministrano. Alcuni, come il dottor Caselli, che per il vero ha una certa consuetudine alla critica della decisioni di legittimità non molto favorevoli alla sue tesi, si è spinto a citare una frase di Gaetano Costa secondo il quale "il funzionario onesto che voglia combattere i soliti onorevoli usi a trescare con le cosche mafiose rischia sempre che a Roma qualcuno gli rivolti la frittata". E' una citazione fuori luogo, incauta, questa sì imbarazzante per un magistrato se rivolta ad un collega, ovvero ad un diverso ufficio giudiziario. Così come doppiamente imbarazzante è sentire dire da altri, come il PM Ingroia, a proposito del Presidente della Corte che ha annullato con rinvio la sentenza Dell'Utri, che la decisione è "coerente con la sua giurisprudenza: c’è chi ha avuto come maestro Carnevale, chi Falcone e Borsellino". Qui l'imbarazzo è non solo per la verifica di una aperta intolleranza verso la funzione giurisdizionale ma anche per il richiamo esplicitamente dispregiativo nei confronti di un magistrato, come Corrado Carnevale, prima lapidato mediaticamente per la sua giurisprudenza e poi ingiustamente sottoposto a giudizio nel pubblico ludibrio, per il quale neanche l'assoluzione e la reintegrazione servono ad evitare le insinuazioni. Ed allora, in attesa che qualcuno, magari dalle parti del CSM, rifletta sulla singolare deriva che nel nostro Paese permette ad alcuni (ma non a tutti) magistrati di rivolgersi alla piazza, mediatica e non, per impartire lezioni sulla ortodossia della legalità di propria personale concezione, e per condizionare le decisioni dei giudici, non resta che a noi avvocati porre un quesito questo sì imbarazzante: "Ma questi pm, che invocano equivocamente la cultura della giurisdizione nei convegni quando fanno propaganda contro la separazione delle carriere, che idea ne hanno?" Roma, 11 marzo 2012 La Giunta.

Giuliano Ferrara su “Panorama” dice la sua opinione: «Marcello Dell’Utri mi è sempre parso una persona a posto, non priva di malinconico garbo, e con tante amicizie sbagliate. Ma le amicizie sbagliate, specie per un palermitano cresciuto disordinatamente nella vita imprenditoriale e pubblica, sono uno dei prezzi dell’esistenza, e nulla più. Per trasformarle in reato, in anni di carcere, in infamia bisogna che siano dimostrati la malavita e il suo misfatto, non basta il fumo alla Orwell, il mondo chiuso e opaco in cui giudici e spioni vedono nel sospetto l’anticamera della verità. Il pubblico ministero che accusa Dell’Utri era circondato nel suo stesso ufficio da poliziotti che sussurravano alla mafia mentre davano la caccia al colletto bianco, e Palermo è una città radicalmente ferita dall’apparenza ingannatrice, e una vita originata tra quelle sensuali e aspre bellezze, in quel profumo assurdo di ciclamini e fritti vari, si porta appresso il dubbio, la doppiezza, quel vissuto letterario che fa della Sicilia e della mafia un caso unico, un multisecolare luogo comune dello spirito e una venatura profonda della carne. Per uno come me, banalmente cittadino e romano, o per un uomo del Nord come Adriano Celentano, la frase «ho anch’io amici criminali», pronunciata dal Molleggiato a San Remo, in difesa di Tony Renis, è vaudeville. Per i palermitani l’amicizia è abisso e amore, colluttazione con il bene e con il male, dovere e verità, verità e menzogna. E l’antropologia non si processa, se non in un mondo di rieducazione totalitaria. Non esiste quel reato: il concorso esterno in un’associazione è un paradosso, una tautologia, un uso illogico del diritto. L’accusa, quando non sia suggestione inquisitoria, esige la chiarezza e la semplicità, la geometria che allinea fatti, comportamenti, responsabilità su un asse in cui sono tassativamente escluse le zone grigie, i confini incerti, le circostanze allusive. È tipicamente mafioso immaginare un concorso esterno in un’associazione per delinquere, e sarebbe stata giusta una grande battaglia di avvocati, giuristi, costituzionalisti, cittadini e politici eletti per sradicare dal nostro codice o dal nostro modo di usare il codice questo scandalo giuridico vivente, questo ibrido insulto alla logica e al senso di giustizia. La sentenza Dell’Utri farà epoca. Con Giulio Andreotti è stata malamente processata la vecchia politica, gettata in una discarica e bruciata molto al di là delle sue colpe e delle sue collusioni. Con Dell’Utri è la nomenclatura nuova a essere processata, sono gli italiani cresciuti ai margini del vecchio sistema dei partiti, che in qualche modo l’hanno sostituito, a essere giudicati. Spero che il tribunale capisca l’inconsistenza della fattispecie addebitata all’imputato. E che finisca una buona volta la falcidie di una classe dirigente largamente imperfetta, moralmente discutibile come tutti i ceti di comando, ma costruita sul consenso popolare. Nessuno dovrebbe essere condannato per essersi associato con altri, senza che sia dimostrata la sua partecipazione diretta a un delitto puntualmente ricostruito. Che si possa essere condannati per avere concorso a un’associazione, è temerario.»

Pietro Mancini su “Affari Italiani” parla di Toghe, anti-mafia ed errori della politica. L'errore storico dei capi del nuovo PDS, l'intelligente D'Alema e il mediocre Occhetto, fu quello di liquidare, nel 1992, due dirigenti lucidi ed esperti, come il siciliano Macaluso e il campano Chiaromonte. Ad Emanuele, come capolista alla Camera, in Sicilia, Achille preferì un giovane dirigente padovano, Pietro Folena, mentre al vertice dell'Anti-mafia Gerardo fu sostituito dal torinese Luciano Violante. E, da allora, la politica del primo partito della sinistra, nel contrasto ai poteri illegali e mafiosi, fu guidata da don Luciano, in collaborazione con Giancarlo Caselli, il sociologo Pino Arlacchi e quello che Giulianone Ferrara ebbe a definire il "Signore dei pentiti", il calabrese, nemico di Giacomo Mancini, Gianni De Gennaro. E' auspicabile che il centro-destra, con l'ex Guardasigilli, l'agrigentino Angelino Alfano, non commetta lo stesso errore, rinunciando a una linea autonoma, ma limitandosi a "santificare" le pur corrette e rigorose toghe d'ermellino, che hanno - attirandosi l'odio imperituro di Travaglio, Caselli, Bolzoni e Ingroia - cestinato le stangate palermitane a Dell'Utri. Ma gli alti magistrati di piazza Cavour non sono stati coerenti fino in fondo, annullando, senza rinvio, la sentenza d'Appello che, con un compromesso, stabiliva che il senatore sarebbe stato, come "zu Giulio" Andreotti, colluso con i boss, ma solo un po'... Nel PDL, peraltro, si passa dal super-garantismo dell'ex Guardasigilli, Nitto Palma, al governatore della Campania, Caldoro, che non ha speso una parola di solidarietà nei confronti del giovane sindaco di Pignataro Maggiore, Magliocca, che, dopo 11 mesi in cella, è stato prosciolto dal GUP e del sindaco di Casapesenna, scarcerato, per mancanza di indizi, solo pochi giorni dopo il suo arresto.

SCHEDA - Le tappe del processo. L'annullamento con rinvio, da parte della Cassazione, della sentenza d'appello per il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri è solo l'ultima ( per ora) tappa di un iter che ha avuto avvio nel 1996. A Palermo il parlamentare era stato condannato a 7 anni per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La vicenda giudiziaria di Marcello Dell'Utri continua da sedici anni, un processo che sembra interminabile com'è accaduto in molti dei più controversi casi della storia repubblicana. Il primo atto formale è del 2 gennaio del 1996 quando la Procura di Palermo apre un'inchiesta su Dell'Utri, in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Tullio Cannella. Ma il primo a fare il nome del senatore del Pdl, nel 1994, era stato un altro pentito, Salvatore Cancemi, interrogato dalla Procura di Caltanissetta. Il processo di Palermo, apertosi il 5 novembre del 1997, si conclude dopo 256 udienze protrattesi per sette anni. Con Dell'Utri, siede sul banco degli imputati anche Gaetano Cinà, incensurato ma secondo l'accusa mafioso del clan di Malaspina, ma considerato il trait-d'union di Cosa Nostra tra Palermo e Milano. L'istruttoria dibattimentale è complessa, con l'innesto anche di un intricato filone relativo alle holding da cui nacque Fininvest, oggetto di una ponderosa consulenza del perito Gioacchino Genchi. Ben 270 i testimoni ascoltati, e fra loro una quarantina di collaboratori di giustizia, da Salvatore Cancemi a Francesco Di Carlo, fino a Gaspare Mutolo, Nino Giuffrè, Giovanni Brusca e Tommaso Buscetta, quest'ultimo citato dalla difesa. Al termine della requisitoria, per Dell'Utri i pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo chiedono 11 anni mentre è di 9 anni la richiesta per Cinà. Il Tribunale di Palermo presieduto da Leonardo Guarnotta, pronuncia la sentenza l'11 dicembre del 2004, dopo 13 giorni di camera di consiglio: 9 anni a Dell'Utri, per concorso esterno in associazione mafiosa, 7 anni a Cinà. Nelle 1.786 pagine delle motivazioni, il collegio di primo grado scriveva tra l'altro: "La pluralità dell'attività posta in essere da Marcello Dell'Utri, per la rilevanza causale espressa, ha costituito un concreto, volontario, consapevole, specifico e prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di cosa nostra, alla quale è stata, tra l'altro offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Marcello Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti della economia e della finanza, così agevolandola nel perseguimento dei suoi fini illeciti, sia meramente economici che politici". I giudici ricordavano di aver preso in esame "fatti, episodi ed avvenimenti dipanatisi dai primissimi anni '70 e fino alla fine del 1998", e profilavano "la funzione di garanzia svolta da Dell'Utri nei confronti di Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l'assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore, quale 'responsabile' e non come 'mero stalliere'".
Il 30 giugno del 2006 parte il processo d'appello davanti alla Corte presieduta da Claudio Dall'Acqua. A sostenere l'accusa, il pg Antonino Gatto. Marcello Dell'Utri è rimasto l'unico imputato perché Cinà e' frattanto deceduto, e davanti ai giornalisti va subito all'attacco, parlando di "accuse politiche" contro di lui. La Corte respinge la richiesta unanime del Pg e dei difensori di ascoltare Silvio Berlusconi, che in primo grado era stato convocato dai giudici ma si era avvalso della facoltà di non rispondere, essendo indagato di reato connesso. Nel 2009, mentre il processo di secondo grado è in corso, piombano sul senatore del Pdl i verbali dell'allora 'dichiarante 'Gaspare Spatuzza, che riferisce commenti che gli sarebbero stati fatti nel gennaio del 1994 del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano: "Abbiamo ottenuto quello che volevamo: abbiamo il Paese in mano. E non sono stavolta quei crastazzi dei socialisti, ma Silvio Berlusconi e il nostro compaesano". Il compaesano sarebbe stato appunto Dell'Utri. Per sentire Spatuzza la Corte si sposta a Torino dove il 4 dicembre del 2009 ricorda un incontro al bar Doney di via Veneto: "Graviano mi disse che chi ci garantisce 'è quello di Canale 5' e che tra i nostri referenti 'c'era un nostro compaesano'". Una settimana dopo, l'11 dicembre, è il momento dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano che sono ascoltati in videoconferenza e non confermano le dichiarazioni di Spatuzza. Intanto, il 26 febbraio, deponendo al processo Mori, Massimo Ciancimino sostiene che "Dell'Utri sostituì" suo padre Vito Ciancimino come mediatore nella trattativa tra Stato e mafia e che è lui il "senatore" citato nei 'pizzini' che il padre si scambiava con Provenzano. Massimo Ciancimino si spinge fino a dire che tra il politico e il boss "c'erano contatti diretti". Ma la Corte non ritiene di citare Ciancimino junior in aula e il 5 maggio rigetta per la seconda volta la richiesta di citarlo, perché lo giudica contraddittorio e sostanzialmente non credibile. "Dell'Utri contribuì alla trattativa e Provenzano si fidava di lui", dice però nella requisitoria il Pg che chiede la condanna a 11 anni per l'imputato. I giudici si ritirano in camera di consiglio il 24 giugno e prima di farlo, irritualmente dichiarano: "Siamo indifferenti alle pressioni medianiche e rispondiamo solo di fronte alla legge e alla nostro coscienza". La sentenza d'appello viene emessa cinque giorni più tardi, il 29 giugno del 2009. Dell'Utri viene condannato, ma la pena viene ridotta a 7 anni. Secondo la Corte, Dell'Utri è responsabile di concorso esterno in associazione a delinquere semplice fino al 1982, e di concorso esterno in associazione mafiosa fino al '92.

La requisitoria di Mauro Iacoviello su Marcello Dell’Utri - IL DOCUMENTO

“Non si tocca il fatto, se non nella misura in cui si tocca il diritto. In altri termini, non si intende contestare ciò che dicono i pentiti. Non si valutano le prove e non si prospettano ricostruzioni alternative. Anzi, si prende - faticosamente - per vero tutto ciò che hanno detto. I fatti sono quelli. Ma quali? Gli anglosassoni parlano di teoria del caso per indicare la sintesi logica del fatto incriminato. Un public prosecutor statunitense riassumerebbe così il caso: “te la sei fatta con i mafiosi e hai procurato per tanti anni un sacco di soldi alla mafia. Se non è concorso esterno questo… Dove è il problema?”. Il problema c’è. Inizia così il procuratore generale della Cassazione Mauro Iacoviello nella sua requisitoria al processo nei confronti di Marcello Dell’Utri.

Tutti ne parlano, molti per sentito dire. Dopo tante chiacchiere e infinite polemiche (in prima fila il j’accuse di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia) ecco lo schema della requisitoria del procuratore generale Iacoviello accolto dalla V sezione penale della Cassazione che ha deciso di annullare con rinvio la sentenza.

Francesco Iacoviello, un eroe dei nostri tempi: "Se c'è un imputato, deve esserci un'imputazione". La requisitoria del sostituto procuratore generale al processo Dell'Utri pubblicata da “Il Foglio”.

PROCESSO DELL’UTRI: LA REQUISITORIA DEL CONSIGLIERE IACOVIELLO.

Schema di requisitoria integrato con le note d’udienza del Sostituto Procuratore Generale Cons. Francesco Iacoviello (Cass. pen., sez. V, ud. 9 marzo 2012, imp. Dell’Utri).

Premessa.

Non si tocca il fatto, se non nella misura in cui si tocca il diritto. In altri termini, non si intende contestare ciò che dicono i pentiti. Non si valutano le prove e non si prospettano ricostruzioni alternative. Anzi, si prende -faticosamente- per vero tutto ciò che hanno detto. I fatti sono quelli. Ma quali ? Gli anglosassoni parlano di teoria del caso per indicare la sintesi logica del fatto incriminato. Un public prosecutor statunitense riassumerebbe così il caso: “te la sei fatta con i mafiosi e hai procurato per tanti anni un sacco di soldi alla mafia. Se non è concorso esterno questo… Dove è il problema?”. Il problema c’è.

L’imputazione che non c’è. C'è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina. Ebbene, dopo averlo letto, possiamo metterlo da parte. Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. Quell’imputazione è un fiore artificiale in un vaso senza acqua. Ma non ci doveva essere una pronuncia di assoluzione per quelle imputazioni dal momento che era emerso (in base all’attività integrativa) un fatto nuovo ? In questo processo la cosa più difficile è trovare l’imputazione. Bisogna andarsela a cercare nelle pagine del processo. Estrarla da una mezza frase, da un verbo, da un sostantivo. E’ un processo ad imputazione diffusa. Le cripto-imputazioni, le imputazioni implicite, le imputazioni vaghe sono state poste al bando dal giusto processo. Se c’è un imputato, ci deve essere un’imputazione. Qui abbiamo un imputato, un reato. Ma non un’imputazione. O meglio, un’imputazione liquida. Per una condanna solida.

Un cambio di prospettiva: dalla violazione dei diritti di difesa al vizio di motivazione. Probabilmente la giurisprudenza CEDU è ancora un futuribile giuridico, a fronte di una granitica giurisprudenza nazionale che ammette una contestazione mediante prove e non mediante testo linguistico. Ma qui si intende proporre una diversa prospettiva: l’esiziale effetto che la mancanza di una formale imputazione ha sulla motivazione della sentenza. In altri termini, la mancanza di imputazione va vista non sotto il profilo della violazione del diritto di difesa, bensì sotto quello del vizio di motivazione. Perchè senza le parole precise dell’imputazione l’accusa diventa fluida, sfuggente. Si altera l’ordine logico del processo, riflesso nella struttura della sentenza: imputazione-motivazione-decisione. Qui dalla motivazione si ricava l’imputazione. Ma come si può ritenere valida una motivazione se manca il parametro di riferimento dell’imputazione ? Si sovrappongono i piani della descrizione del fatto e della argomentazione sulle prove del fatto. Si motiva dando per scontato un fatto e si trae il fatto da spezzoni di frasi, da un verbo, da un sostantivo. La motivazione diventa assertoria, non indica -non dico le prove- ma neppure i fatti, sovrappone i piani della condotta, dell’evento e del dolo, copre i vuoti logici con slittamenti semantici. E’ quello che è avvenuto.

Alla ricerca della imputazione. Il paradosso di un concorrente esterno che dà il suo contributo in una vicenda estorsiva, ma non concorre nell’estorsione. Qui abbiamo pacificamente un’estorsione continuata. Il contributo dell’imputato (concorrente esterno) è un contributo al realizzarsi dell’evento estorsivo perché si inserisce nei momenti cruciali della trattativa tra vittima ed estorsori. Il risultato è che l’imputato risponde di concorso esterno ma non di estorsione ! Si potrà dire: è un affare del Pm il fatto di non aver contestato l’estorsione. Ma non è evidentemente questo il punto. Il problema non è di diritto processuale, ma di diritto sostanziale. Si tratta di definire la condotta del concorrente esterno. Il quesito giuridico è il seguente: “se il contributo del concorrente esterno consiste (come in questo caso) nel portare a buon fine una estorsione, la sua condotta deve avere i caratteri del concorso all’estorsione o deve avere un quid pluris o un quid minus ?”. L’imputato partecipa ad un’estorsione, ma la sentenza non si pone il problema se la condotta dell’imputato deve avere i caratteri tipici di colui che concorre nell’estorsione. Ma se in sentenza non si parla di estorsione, dovremmo giungere a questo: la condotta dell’imputato si inserisce in una estorsione ma è un quid minus rispetto al concorso in estorsione. Questo quid minus non è tale da integrare l’estorsione, ma è tale da integrare il concorso esterno…

Ora. Come si sa, il semplice fatto di concorrere in un reato-fine non è di per sé sufficiente ad integrare il concorso esterno. Perfino partecipare ad un omicidio (a meno che non sia di quelli c.d. strategici) non basta per il concorso esterno. La sentenza avrebbe dovuto seguire il seguente protocollo logico: a) l’imputato ha concorso nell’estorsione; b) trattandosi di un’estorsione strategica continuata per molti anni, possiamo argomentare che il concorso nel reato-fine è condotta di concorso esterno. La sentenza ignora clamorosamente il problema. Questo dimostra quanto andavamo dicendo a proposito di mancanza di una formulazione dettagliata dell’imputazione. Dobbiamo ritenere che l’imputato ha posto in essere una condotta che è un quid minus rispetto all’estorsione ma è sufficiente ad integrare il concorso esterno. Ma è logicamente e giuridicamente possibile ? Se la Mannino (metodicamente ignorata dalla sentenza) ci dice che il contributo del concorrente esterno deve essere concreto, effettivo e rilevante, il quesito giuridico è: “come è possibile un contributo concreto effettivo e rilevante ad una estorsione, che però sia qualcosa di meno del concorso in estorsione ?”. La sentenza impugnata non si è posto l’interrogativo.

Ma trattandosi di una questione di diritto sostanziale, la Corte deve porselo. Anche di ufficio (arg. ex art. 129 cpp.).

La fondamentale distinzione delle condotte di concorso esterno: concorso consistito in attività illecita o in attività lecita. Il concorso esterno può consistere in un’attività illecita o in un’attività lecita. Concorrente esterno può essere colui che compie un omicidio o un’estorsione per conto dell’associazione. E può essere il medico che sistematicamente cura in clandestinità i latitanti di mafia. Sotto il profilo della contestazione le cose cambiano. Se la condotta del concorrente esterno consiste nella commissione di un reato-fine o di un reato strumentale all’associazione, la tipizzazione della condotta del concorrente esterno è definita dal reato compiuto (per esempio, omicidio o estorsione). Qui il deficit di tipicità è ridotto. Il deficit di tipicità è massimo invece dove la condotta del concorrente esterno consiste in un’attività lecita. Infatti, l’illecito penale è tipizzato. Il lecito no. Nel caso in esame cosa abbiamo ? Pacificamente la condotta dell’imputato si iscrive in una vicenda estorsiva. Quindi si sarebbe dovuto applicare un protocollo logico lineare e usuale in situazioni del genere: contestare estorsione e concorso esterno. Il contributo del concorrente esterno è la sua partecipazione all’estorsione. Dal reato-fine dell’estorsione si passa poi al concorso esterno.

Si sarebbero ottenuti due risultati: a) tipizzare il contributo del concorrente esterno; b) adeguare l’imputazione al fatto e la pena alla gravità delle imputazioni. Il rischio era che se cadeva la partecipazione all’estorsione cadeva tutto. Si è seguita una diversa strada: a) non si è contestata la partecipazione all’estorsione; b) si è contestato in fatto il concorso esterno. Si è passati così da un’imputazione che poteva essere ben determinata (l’estorsione ha profili scolpiti) ad un’imputazione indeterminata. Il risultato è questo: nel primo caso l’imputato doveva difendersi da due accuse determinate, ora si difende da una sola accusa. Ma indeterminata. L’indeterminatezza dell’accusa non giova alla difesa. E’ vero che se gli va male, prende una condanna minore. Ma il rischio che gli vada male è enormemente aumentato. 5. E’ ammissibile la contestazione in fatto del concorso esterno in associazione mafiosa? La sentenza dice per rispondere ad una eccezione della difesa: c’è la contestazione in fatto. Ed ha ragione. Ma fino ad un certo punto. La giurisprudenza della Corte EDU impone una profonda revisione della giurisprudenza corrente. La Convenzione europea ci dice che l’accusa deve essere dettagliata. Dettagliata non vuol dire che è sufficiente che io contesti all’imputato cosa hanno detto i pentiti. Sarebbe come dire: “io ti contesto le prove, tu difesa trai da tutte le informazioni probatorie i possibili fatti che ti possono venire ascritti”. Non si può sub-delegare al pentito di formulare l’accusa. Nè è l’imputato che deve estrarre dai fatti l’accusa. Per poi sapere -solo al momento in cui è condannato- ciò di cui è accusato. implica una riformulazione linguistica dell’imputazione. Non è formalismo ma sostanza: se il fatto è un omicidio, l’imputazione è per così dire, in re ipsa. Ma se il fatto è il concorso esterno le cose cambiano drammaticamente.  Rilievo importante: la giurisprudenza in materia di contestazioni in fatto ha sempre riguardato fattispecie tradizionali, cioè ad alto tasso di tipicità. Fattispecie ben strutturate: come ricettazione e falso, appropriazione indebita e truffa e così via. Cioè sono tutti casi in cui l’emersione del fatto dalle contestazioni avveniva -per così dire- per forza di inerzia. Ma qui siamo in presenza di una fattispecie intrinsecamente vaga. L’imputazione è la proiezione processuale del principio di tipicità penale. Già il concorso esterno è ferocemente contestato in dottrina e giurisprudenza sotto il profilo della sua tipicità sfuggente. Tre SS.UU. hanno cercato di tipizzarlo. Ammettere una contestazione in fatto significa platealmente aggirare il principio di tipicità. Cioè la principale conquista dell’illuminismo giuridico. Dunque, ci deve essere un atto (esame o altro) in cui l’accusa mi dica dettagliatamente e in forma chiara e precisa la condotta criminosa che avrei commesso.

Rimettere la questione nelle mani delle SS.UU. Non credo che risultino precedenti della contestazione in fatto di un’accusa di concorso esterno. Aggiungerebbe oscurità ad un reato già di per sé oscuro. Saremmo ad una doppia indeterminatezza: l’indeterminatezza del reato e l’indeterminatezza della contestazione in fatto. Nel corso degli anni sono intervenute tre volte le SS.UU. per cercare di dare determinatezza alla fattispecie del concorso esterno. Il problema era restringere l’area del concorso esterno riportandolo nei confini della tipicità. Con la teoria della fibrillazione si è tentato di porre un freno. Il secondo intervento delle SS.UU. è stato sul versante del dolo. Il terzo intervento (la Mannino) ha operato sul versante della causalità. E’ tutto inutile se si aggirano i limiti posti da queste tre sentenze operando sul piano semantico della formulazione della fattispecie. La vicenda è nota. L’aggiramento della tipicità può avvenire usando termini vaghi (la famosa o famigerata disponibilità, per esempio). La Mannino si è resa conto di questa insidia e ha bollato con termini aspri -ha parlato testualmente di “vaghezza semantica e retorica”- la formulazione dell’imputazione in termini vaghi. E’ proprio questo spunto importante della Mannino che autorizza ed anzi impone di rimettere alle Sezioni Unite un quesito che riguarda un pericolo ancora maggiore rispetto alla vaghezza dell’imputazione: la contestazione in fatto. La questione è di straordinaria importanza e farebbe davvero fare alla giurisprudenza un balzo in avanti sulla strada della civiltà giuridica e potrebbe completare il ciclo degli interventi delle SS.UU. su questa tormentata e dolorosa fattispecie, evitando le più insidiose forme elusive della tipicità penale e quindi dei diritti dell’imputato a difendersi da un’accusa definita. Si è rimessa alle SS.UU. il quesito se la formula “indisponibilità degli impianti” fosse rispettosa delle prescrizioni dell’art. 268 cpp. Dunque, un problema linguistico. Qui la posta in palio è enormemente superiore. E le conseguenze di enorme portata. Va aggiunta un’ulteriore fondamentale considerazione: la contestazione in fatto di una fattispecie sfuggente come il concorso esterno imporrebbe alla Cassazione di ricostruire dagli atti e dalle prove l’imputazione, prima di procedere alla soluzione della quaestio iuris: cioè della qualificazione normativa del fatto. Cioè, la Cassazione prima dovrebbe cercare di estrarre l’imputazione dalle contestazioni in fatto e poi stabilire se l’imputazione così ricostruita corrisponde alla fattispecie astratta di reato. La prima operazione esorbiterebbe dai poteri cognitivi tradizionalmente fissati al giudizio di questa Corte. Dunque chiedo che vengano investite le SS.UU. dei seguenti quesiti: “a) se ai fini della validità della c.d. contestazione in fatto è sufficiente la contestazione all’imputato delle fonti di prova e degli elementi di prova o se si richieda comunque la formulazione dell’accusa in un atto comunicatoall’imputato; b) se, alla luce dei principi costituzionali e della giurisprudenza convenzionale, possa ritenersi valida la contestazione in fatto dell’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, trattandosi di fattispecie già intrinsecamente caratterizzata da un deficit di tipicità”. Si dirà: ma il quesito è stato da sempre risolto dalla giurisprudenza nel senso che la contestazione è valida se non è leso il diritto di difesa. Ma il quesito è diverso.

Non confondiamo due problemi: a) il problema della contestazione; b) il problema della correlazione tra accusa e sentenza. Prima occorre accertare che vi sia stata una contestazione. E poi vedere se c’è correlazione. Se nell’imputazione mi contesti la partecipazione ad associazione e poi nel corso del processo mi contesti il concorso esterno, descrivendomi la condotta incriminata, allora si porrà un problema di correlazione tra accusa e sentenza (pacificamente risolto dalla giurisprudenza nel senso della correlazione. Ma qui si contesta formalmente il concorso esterno, indicando determinati comportamenti. Poi si ignorano completamente questi comportamenti e mi si condanna -senza alcuna contestazione- per il medesimo titolo di reato, ma per un fatto completamente diverso. Prima ancora di un problema di correlazione, si pone un problema di contestazione. Distinguendo i due problemi, si può allora affrontare correttamente il problema della violazione del diritto di difesa. Si dice: il diritto di difesa è salvo se all’imputato vengono contestate tutte le prove a carico. E’ evidente l’errore di prospettiva: si fa coincidere la salvaguardia del diritto di difesa con il fatto stesso che ti vengono contestati i fatti. Così si identificano due problemi che vanno scissi: a) innanzitutto ci deve essere una contestazione in fatto; b) una volta che si è accertata questa contestazione in fatto, bisogna accertare che questo modo di contestazione non abbia leso il diritto di difesa. L’accertamento in concreto della violazione del diritto di difesa non può esaurirsi tautologicamente nel fatto che ti sono stati contestati tutti gli elementi del fatto. Altrimenti sarebbe sempre e comunque ammessa la contestazione in fatto perché essa sarebbe in re ipsa non lesiva dei diritti di difesa. Al contrario, se dalla contestazione in fatto la difesa non riesce a trarre un’accusa dettagliata, chiara e precisa-come in questo caso- la lesività sarebbe evidente.  E comunque - sempre secondo la giurisprudenza costante - il mancato pregiudizio del diritto di difesa va accertato in concreto, cioè caso per caso. Non può essere presunto. E questo accertamento nel caso concreto non è stato fatto. Il quesito allora è fondamentale, perché nel caso di contestazione in fatto di una fattispecie intrinsecamente vaga, la lesività sarebbe in re ipsa.

Quale è il contributo dato da concorrente esterno all’associazione mafiosa? Poiché non abbiamo un’imputazione, siamo per forza costretti ad elaborare molteplici teorie del caso, cercando di trovare quella più adeguata al fatto e conforme a diritto. Ma è un’operazione che non competerebbe alla Cassazione. Doveva essere fatta nei gradi precedenti.

La teoria dell’arricchimento dell’associazione mafiosa mediante le prestazioni di denaro estorto? E' chiaro che la mafia ha ricevuto per anni un contributo rilevante e si è rafforzata. Ma non possiamo dire che la condotta del concorrente esterno è consistita nel dare soldi alla mafia. I soldi alla mafia li ha dati la vittima. Ogni vittima di estorsione mafiosa contribuisce -pagando- al rafforzamento dell'associazione. Perchè la vittima non è allora concorrente esterno ? Perchè è appunto vittima. Allora non possiamo dire che il contributo dell’imputato è consistito nel dare soldi alla mafia. Avremmo il paradosso che condotta della vittima e condotta dell’imputato coinciderebbero. Occorrerebbe quindi dimostrare che l’imputato ha dato un contributo diverso da quello dato dalla vittima.

La teoria dell’istigazione o agevolazione? Va rilevata una improprietà semantica della sentenza. A pag. 319 si addebita all’imputato di aver indotto l’amico-vittima a soddisfare le pressanti richieste estorsive di cosa nostra: “..inducendo l’amico..”. Ora, il diritto è tecnica e la parola “induzione” ha una lunga tradizione alle spalle. Indurre la vittima a pagare significa che la vittima era in dubbio se pagare o no e l’imputato l’ha spinta a superare il dubbio e a decidersi a pagare. Su questo punto convergono due vizi della sentenza: a) la contraddittorietà logica (coesistenza di affermazioni incompatibili): alla stessa pag. 319 dove si dice:”…l’imprenditore Berlusconi, disposto a pagare pur di stare tranquillo..”. Come può l’imputato avere indotto la vittima, quando questa era già disposta a pagare ? b) travisamento del fatto. Qui non siamo nel travisamento della prova (una prova c’è e la interpreto male). Qui siamo proprio nel travisamento del fatto (asserisco l’esistenza di un fatto che dagli atti non risulta). Di induzione nessun pentito ha mai parlato. La sentenza fa un’affermazione ma non motiva. Non esiste né prova logica, né prova storica. Inutile dire che non è questione di merito. Una questione di merito (per chi ancora crede alla distinzione legittimità-merito) si potrebbe porre rispetto al vizio di motivazione. Ma non rispetto alla mancanza di motivazione. Ecco qui un esempio clamoroso di come un’imputazione indefinita danneggi la difesa. Mettiamo che l’accusa fosse stata consolidata in un’espressione del l tipo “condotta di concorso esterno consistita nell’avere indotto la vittima a cedere alle richieste estorsive..”. La difesa poteva limitarsi a dire: “questa è l’accusa ? Bene, dammi le prove”. E il processo era finito.

La teoria del garante o – meglio - dell’affidamento della mafia sulla collaborazione dell’imputato? A pagina 317 la sentenza palesa una variante linguistica (quando un’imputazione è vaga, sono le parole che ti condannano). Si usa questa espressione a carico dell’imputato ”..adoperandosi affinchè il gruppo imprenditoriale.. pagasse cospicue somme di denaro alla mafia”. Adoperandosi ? Cosa significa ? Mancando una descrizione della condotta, la sentenza avrebbe dovuto dirci in cosa concretamente sarebbe consistito questo adoperarsi. Ancora la Mannino ci dice che il contributo deve essere concreto ed effettivo. Qualificare il contributo come concreto ed effettivo è quaestio iuris (è qualificazione normativa del fatto). Ma come facciamo a dire che il contributo è stato concreto ed effettivo se non sappiamo in cosa è consistito l’adoperarsi ? Avanziamo un’ipotesi: che senza l’adoperarsi dell’imputato, la vittima non avrebbe pagato ? Cioè l’imputato avrebbe garantito l’esito sicuramente positivo dell’accoglimento delle richieste estorsive ? Nessuno ha mai detto questo. Né la sentenza ci indica qualcuno che l’abbia detto. E’ ben possibile che la mafia facesse affidamento sulla disponibilità (chiamiamola collaborazione) dell’imputato. Siamo alla teoria dell’affidamento. Quali fossero i calcoli della mafia è irrilevante. Bisogna stabilire quali garanzie avrebbe dato l’imputato alla mafia. E’ un salto logico dedurre dal possibile affidamento della mafia l’esistenza di una garanzia data dall’imputato. La motivazione della sentenza è un’asserzione senza argomentazione. Forse perché è difficile sfuggire al dubbio che la forza persuasiva dell’estorsione sia consistita - più che nelle parole dell’imputato - nelle bombe della mafia.

La teoria della riduzione del rischio mafioso? A pag. 320 troviamo un’altra variante. L’apporto dell’imputato alla mafia sarebbe consistito nel fatto che la mafia poteva avere un canale sicuro di collegamento con la vittima, senza il rischio di possibili denunce e interventi delle forze dell’ordine. Affermazione dal senso logico sfuggente. Il collegamento può essere lecito o illecito a seconda della direzione. Se io -per conto dei familiari del sequestrato- mi metto in contatto con i sequestratori per trattare la liberazione dell’ostaggio, sono nel lecito. Se io -per conto dei sequestratori- comunico alla famiglia del sequestrato- le richieste estorsive, sono nell’illecito. Nel nostro caso il collegamento sarebbe illecito se le richieste estorsive fossero state iniziative della mafia che si è servita dell’imputato per inviare messaggi estorsivi alla vittima ed indurla a pagare senza fare tante storie e denunce. Ma dagli atti emerge la prova del contrario. Fu la vittima servirsi dell’imputato per contattare la mafia e trovare un gentlemen’s agreement. Quindi la presenza dell’imputato non ha ridotto il rischio dell’impresa mafiosa. A meno che non vogliamo pensare che la mafia abbia scelto come bersaglio quella vittima confidando proprio sul fatto che braccio destro della vittima fosse l’imputato. Ma Galileo diceva: “ hypothesis non fingo”. Non costruisco ipotesi. Meno che mai possiamo farlo noi.

La teoria del canale di collegamento o tramite tra mafia e imprenditore famoso? La giurisprudenza della Mannino ha fatto giustizia dei termini vaghi (disponibilità, frequentazioni e simili). Canale di collegamento,tramite sono metafore. La tipicità dell’imputazione richiede condotte concrete (la CEDU parla di accusa dettagliata) Cosa ha fatto in concreto l’imputato, dove quando e come ? Dimmi prima cosa ho fatto e poi vediamo se la mia condotta può essere qualificata come tramite, canale, tunnel e simili. Le metafore non possono sostituire la condotta. Non si condanna sulle parole, ma sui fatti.

La teoria del prestigio interno di Bontate per effetto del canale Dell’Utri: cioè il rafforzamento interno? Anche qui la Mannino ostruisce ogni percorso. Ma c’è di più. Cioè non c’è nulla. Manca la prova che ci fosse questa circolazione interna della notizia dell’esistenza di un canale di collegamento costituito dall’imputato. Eppoi, qualcuno potrebbe ironizzare: si è tanto rafforzato Bontate che dopo qualche anno è stato ammazzato. Si è tanto rafforzato come prestigio interno Riina che il capo dei capi fino all’85 neppure sapeva che l’imprenditore era estorto.

La teoria del mediatore? L’imputato viene qualificato mediatore dalla sentenza. Le metafore sono pericolose, bisogna sceglierle con cura. Occorrerebbe prima descrivere cosa ha fatto l’imputato e poi qualificare la sua condotta come mediazione. Ma perché mediatore e non -per rimanere nella metafora civilistica- mandatario con procura per conto della vittima ? Questa idea della mediazione è paradossale. Si è mai visto che in un’ estorsione (per di più mafiosa) c’è una mediazione tra autore e vittima ? Che estorsione è ? La mediazione implica parti contrapposte in posizione di autonomia negoziale che contrattano. Sarebbe una singolarità strepitosa che la mafia abbia bisogno di un mediatore. Un mediatore che strappi un pizzo maggiore ? Se un mediatore c’è, è per conto della vittima. Criminologicamente è la vittima di un’estorsione o di un sequestro di persona che cerca una mediazione per spuntare un prezzo migliore e condizioni di pagamento -rateali- migliori. Anche qui c’è travisamento del fatto e mancanza di motivazione. L’imputato non fu scelto dalla mafia, ma dalla vittima come mediatore. Dunque, la sentenza ha affermato un fatto che non esiste. Ma c’è anche mancanza di motivazione: perché mediatore e non nuncius della vittima ? La sentenza avrebbe dovuto rispondere a questo interrogativo: pacificamente il mero nuncius della vittima non è concorrente esterno. Ora che c'è nella condotta dell'imputato di più rispetto a quella del nuncius ? Che conosceva due mafiosi ? Ma questo la vittima lo sapeva e anzi ha scelto l’imputato proprio per questo. In altri termini cosa avrebbe dovuto fare l'imputato per aiutare la vittima senza diventare concorrente esterno? Per usare un paradosso: essendo un mediatore in-civile, doveva essere ricusato dalla vittima. O doveva astenersi. Addebitiamo all’imputato l’omessa astensione ? Dunque, il quid pluris è dato dal fatto che l'imputato conosceva , era amico ed è rimasto amico di due mafiosi. Si badi: di due mafiosi che non hanno fruito dei profitti dell'estorsione (che andavano a Riina) e che sono stati solo tramiti tra l'imputato e la mafia ricattante. Il quid pluris è dunque l'amicizia mafiosa.

Un esperimento mentale. La giurisprudenza (dalla Franzese alla Mannino) ci ha abituati ormai a ragionare in termini controfattuali. Ora applichiamo il controfattuale e facciamo il caso che l’imputato non fosse amico dei mafiosi. Nessuno lo condannerebbe. La sua condotta sarebbe lecita, perché a favore della vittima. Ma allora quale è questo misterioso sortilegio per cui la medesima condotta passa subitaneamente dal lecito all’illecito? L’amicizia mafiosa. Ma la storica Mannino (e in quel caso le amicizie mafiose dell’imputato erano molto più intense e vaste) ha con parole aspre confinato nell’irrilevante giuridico le frequentazioni mafiose. Al massimo, possono costituire uno spunto investigativo.

Il dolo. Ovvero il paradosso del dolo diviso. Monotonamente, va citata ancora la Mannino. La Mannino ci dice: il concorrente esterno sa e vuole il rafforzamento dell’associazione criminosa. Occorre il dolo diretto, non basta il dolo eventuale. Dunque, occorre dimostrare che non solo l’imputato sapeva che la sua condotta (quale condotta?) avrebbe potuto rafforzare la mafia, ma ha agito volendo rafforzare la mafia. (Anzi, ad intendere bene la Mannino il concorrente esterno agirebbe con un doppio dolo: dolo diretto rispetto all’evento-rafforzamento dell’associazione mafiosa, dolo specifico rispetto all’evento ulteriore dato dalla realizzazione almeno in parte del programma criminoso). Quindi, non basta dire: “l’imputato sapeva che così facendo rafforzava la mafia”. Occorre dire: “l’imputato ha agito sapendo e volendo rafforzare la mafia”. Qui non si tratta semplicemente di prevedere ed accettare il rafforzamento della mafia: questo è automatico in ogni fattispecie estorsiva. Qui si tratta di volere il rafforzamento della mafia e di agire a tal fine (siamo nel dolo intenzionale del rafforzamento). Nel caso dell’imputato dove è la prova del dolo ? Mi correggo: dove è la motivazione relativa all’esistenza del dolo. Se l’imputato ha agito con l’intenzione di aiutare la vittima, sapendo così di aiutare la mafia: siamo fuori del dolo. Occorre dimostrare che l’imputato ha agito volendo aiutare la mafia. Ma qui abbiamo un altro paradosso. L’imputato agisce con un dolo diviso a metà. Vuole aiutare al tempo stesso la vittima e gli estorsori. Ma come è possibile ? Nel momento in cui vuoi aiutare la mafia, non vuoi danneggiare la vittima ? La sentenza valorizza l’amicizia dell’imputato con i mafiosi (che -oltretutto- non sono beneficiari dei profitti dell’estorsione). Qui c’è un doppio errore. Il primo errore: il dolo non è un atteggiamento interiore del tipo desiderio, speranza e simili. Il dolo è conoscenza e volontà che filtra nell’azione e la irrora come un vaso sanguigno. In altri termini, l’azione dolosa è diversa dall’azione senza dolo. Se io mi limito a portare i soldi del riscatto ai sequestratori per conto dei familiari della vittima, posso anche odiare il sequestrato e fare il tifo per i sequestratori. Ma questo non sposta di un millimetro il fatto che non sono un complice. Il secondo errore: diamo pure rilevanza all’amicizia. La cosa potrebbe pure funzionare: se ci fosse solo quell’amicizia.

Ma l’imputato -nessuno lo nega- è legato fortemente alla vittima. Ora perché privilegiare l’amicizia per i mafiosi non beneficiari e non l’amicizia per la vittima ? E’ chiaro che la posizione della vittima e quella della mafia estorcente sono l'una contro l'altra. Qui si tratta di parteggiare per la vittima o per la mafia. Ma lasciamo da parte i sentimenti e consideriamo l’homo oeconomicus. A lui giovava di più aiutare la vittima o la mafia ? E’ razionale che l’imputato - amico e collaboratore della vittima da cui veniva pagato - preferisca favorire la mafia contro B. ? Voleva ingraziarsi la mafia ? E allora come mai, quando si è trattato di fondare un nuovo partito proprio in Sicilia non ha chiesto i servigi della mafia ? E prima ancora: come mai l'imputato (questo è un fatto incontroverso) si è più volte lamentato che la vittima era tartassata, tanto che è dovuto intervenire Riina ? E come mai Riina ha dovuto riprendere a fare minacce e attentati alle aziende della vittima per indurla a pagare ed anzi ha raddoppiato il prezzo ? La sentenza - con la solita metodica delle asserzioni non argomentate - dice (pag. 320): ”..la cordialità di rapporti delineando una vera e propria complicità assoluta…perché sarebbe altrimenti inspiegabile perché chi è amico della vittima continui a tenere una tale cordialità di rapporti. . tali da non disdegnare pranzi e riunioni conviviali con gli estortori..” Dunque, le famose frequentazioni nella storia del concorso esterno hanno avuto una vicenda tormentata. Prima erano la condotta del concorrente esterno. Dopo sono diventate la prova del contributo causale (frequentazione=disponibilità). Ora sono diventate la prova del dolo…

Ma è la logicità dell’argomento che traballa, prima ancora che la sua giuridicità. Innanzitutto, va ripetuto: Mangano e Cinà non hanno preso un soldo e non sono stati loro a fare materialmente le estorsioni. Erano il canale (per usare l’abusata metafora) di cui l’imputato si serviva per trattare con i Capi. Ma analizziamo l’argomento logico della sentenza. Esso si sostanzia nel seguente criterio di inferenza: “se tu sei amico della vittima tronchi ogni rapporto con gli estorsori e con i loro emissari, altrimenti sei complice”. Basta mettere in forma linguistica il criterio di inferenza per vedere quanto sia implausibile. E perché non dovrebbe essere più razionale il criterio di inferenza opposto: “la vittima e gli amici della vittima cercano di conservare buoni rapporti con gli estorsori perché in questo modo sperano di poter strappare condizioni migliori o comunque di non peggiorare la situazione ? 10. Un po’ di curiosità per i precedenti giurisprudenziali. In effetti, non guasterebbe citare un po’ di giurisprudenza, dal momento che il concorso esterno è di fatto una creazione giurisprudenziale. Un precedente recente potrebbe essere questo: Sez. F, Sentenza n.38236del 03/09/2004 Cc. (dep. 28/09/2004 ) Rv. 229649 Ai fini della configurabilità dei reati di favoreggiamento personale e reale occorre, sotto il profilo soggettivo, che la condotta favoreggiatrice sia stata posta in essere ad esclusivo vantaggio del soggetto favorito, per cui i suddetti reati restano esclusi qualora l'agente abbia avuto di mira il conseguimento di interessi propri. (Principio affermato, nella specie, con riguardo alla condotta tenuta da un imprenditore il quale, pur avendo assunto, secondo l'accusa, un ruolo di cerniera tra la criminalità organizzata locale e le imprese disposte a venire a patti con la medesima, aveva tuttavia agito essenzialmente al fine di assicurare la tranquillità delle imprese che a lui facevano capo).  La condotta dell’indagato (siamo in fase cautelare: si badi gip e riesame avevano ritenuto il favoreggiamento personale e non il concorso esterno)) viene così riassunta: “la figura di imprenditore camorrista dello Iovino, che non si sarebbe limitato a subire la pressione dei clan camorristici della zona (attestata dall'estorsione subita nel cantiere della ditta da lui gestita) ma avrebbe assunto il ruolo di cerniera tra la criminalità organizzata locale e le imprese disposte a venire a patto con la camorra, attivandosi per raccogliere nell'ambito degli imprenditori che stavano effettuando lavori nella zona di Sarno, a seguito della nota alluvione del 1998, una maxi tangente collettiva di L. 80.000.000, così rendendo più difficili le investigazioni sulle associazioni camorristiche, delle quali avrebbe favorito la mimetizzazione attraverso la sua interposizione nella riscossione della somma ed aiutando i componenti dei clan mafiosi ad assicurarsi il profitto del reato di associazione”. Ora, anche l’imputato di questo processo è un imprenditore (amministratore delegato di una fondamentale società del gruppo societario della vittima), che sarebbe una cerniera tra la vittima (amministratore della holding del gruppo) e la mafia. Dove è l’iniziativa personale, dove è il profitto personale ? La sentenza non se lo pone neppure il problema. Dunque, mancanza di motivazione su un punto decisivo. La sentenza nelle poche pagini cruciali in cui tratta del concorso esterno dell’imputato non cita neppure una -ripeto una-sentenza. Eppure il concorso esterno ha vissuto stagioni climatiche estreme nella giurisprudenza. Si potevano citare almeno le SS.UU. Mannino. criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti.

Ma in questo processo esiste il ragionevole dubbio? Abbiamo un’accusa non descritta. Un dolo diviso. Asserzioni non argomentate. Precedenti che non ci sono. Sentenza delle Sezioni Unite che c’è ma viene ignorata. Ma soprattutto nelle centinaia di pagine della sentenza c’è un’espressione che non compare mai. E che forse ha una qualche importanza: ragionevole dubbio.

Un problema di diritto: è ammissibile il concorso esterno in associazione semplice? La sentenza tratta la tematica come se si trattasse di una successione di condotte di partecipazione. E cita giurisprudenza pacifica sul punto. Ma qui si tratta di successione di condotte di concorso esterno. A meno che non si voglia sostenere che l’imputato prima dell’82 era un partecipe e dopo è diventato concorrente esterno ! Qualcuno dovrebbe spiegarci come sia avvenuta questa trasfigurazione… Qui la legge non si limita ad introdurre reati, cambia pure le condotte storiche. E allora si sarebbe dovuto affrontare un tema preliminare e cruciale: il concorso esterno -per come è stato configurato dalle sentenze delle SS.UU.- è ammissibile anche per il 416 cp. ? Gli effetti sarebbero devastanti.  Il 416 cp è una norma ancora in vigore.  

Un altro problema di diritto: il concorso esterno è un reato permanente? La sentenza parla di concorso esterno Ma poi quando va a discutere della permanenza o meno del reato, parla di partecipazione. E’ l’ennesimo effetto perverso dell’imputazione che non c’è. Come si sa, non sono la stessa cosaRitenere che la condotta del concorrente esterno (quale condotta ?) è permanente perché permanente è il reato associativo è affermazione che stride con la logica prima ancora che con il diritto. Perché porterebbe all’ennesimo paradosso: il partecipe può mettere fine alla permanenza recedendo dall’associazione, il concorrente esterno non potrebbe farlo. Dunque la sentenza commette vistosi errori di diritto. L’accusa è di concorso esterno. Si chiede quando è cessato il reato. La sentenza risponde: la partecipazione è reato permanente. Che risposta è ? Un quesito giuridico rimasto senza risposta. Essendo una quaestio iuris, deve farlo questa Suprema Corte. Dunque, il quesito è: il concorso esterno è reato permanente ? La risposta più ovvia dovrebbe essere questa: dipende dal tipo di contributo (può essere un contributo permanente, istantaneo, frazionato). E questo quesito si intreccia con un altro: se io a distanza di anni do due contributi rilevanti all’associazione, commetto un unico o più reati di concorso esterno in associazione mafiosa ? Come si vede, il concorso esterno ormai pone problematiche diverse da quelle dell’associazione mafiosa. Nato dall’art. 416 bis cp, ormai è un reato autonomo. Un reato autonomo creato dalla giurisprudenza. Che prima lo ha creato, usato e dilatato. E ora lo sta progressivamente restringendo fino a casi marginali. In cassazione sono ormai rare le condanne definitive per concorso esterno. Dall’entusiasmo allo scetticismo. Ormai non ci si crede più. Qui l’imputato partecipa alle trattative di un’estorsione e materialmente consegna periodicamente i soldi. E’ reato permanente ? Non direi proprio per molteplici ragioni. E’ reato unico a condotta frazionata ? Quindi è iniziato nel ‘77 e si è concluso nel ‘92 ? Sarebbe davvero singolare: non c’è dubbio che siamo in presenza di un’estorsione continuata. Per il concorrente esterno (che -in qualche modo rimasto indefinito- partecipa a questa estorsione) avremmo un reato unico ad esecuzione -per così dire- permanente. Il che è davvero difficile da costruire. Nel campo del lecito esistono contratti di durata. Ma nel campo dell’illecito no. Ogni volta che deve pagare la vittima può decidere di non farlo (ecco perché l’estorsione è continuata). Ma c’è di più: l’imputato per vari anni (dal ‘79 all’82-83) ha smesso di lavorare per la vittima ed è andato a lavorare altrove. Dobbiamo ritenere che anche in quegli anni è continuata la condotta di concorrente esterno ? Se è così, allora davvero l’imputato non ha scampo. Ma non ha scampo neppure il diritto.

Conclusione: annullamento con rinvio. Si sono trattate solo questioni di diritto, cioè di qualificazione normativa del fatto. In questo campo la Suprema Corte se trova che nessuna fattispecie concreta risponde alla fattispecie incriminatrice, ha una strada obbligata: l’art. 129 cpp. E questa sarebbe la soluzione se ci fosse una imputazione definita. Ma qui si affastellano una serie di ipotesi provvisorie sulla condotta criminosa. Si tratta di questioni miste di fatto e di diritto: la mancata descrizione del fatto impedisce alla Cassazione la qualificazione normativa del fatto. Per dirla con un’espressione elaborata da un secolo e mezzo dalla Cassation francese, siamo in presenza di un défaut de base légale. La scelta dell’ipotesi criminosa non compete alla Cassazione, ma appartiene alla sovranitè du juge du fond. Dunque, la soluzione conforme ai poteri cognitivi e decisori della nostra Cassazione sarebbe quella dell’annullamento con rinvio. Il giudice di rinvio avrebbe il compito di:

a) parametrare l’imputazione (precisando la condotta, il contributo materiale e il dolo);

b) chiarire se la condotta del concorrente esterno debba presentare o meno i requisiti del concorso in estorsione;

c) stabilire se si sia in presenza di un reato unico o di un reato continuato (anche ai fini di una eventuale, parziale prescrizione);

d) adeguare la motivazione all’imputazione così determinata, seguendo un ordine logico, senza sovrapposizione di piani tra condotta, effetto causale e dolo e –soprattutto - senza slittamenti semantici, espressioni vaghe volte a coprire un vuoto argomentativo.

L’annullamento con rinvio per vizio di motivazione non vuol dire che l’imputato è innocente.
Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione sia sbagliata.

E’ un annullamento fatto non a favore dell’imputato. Ma a favore del diritto.

Roma, 9.3.2012 Il Sostituto Procuratore Generale Francesco Mauro Iacoviello

"La trattativa tra mafia e istituzioni dello Stato c'è stata, ma Forza Italia non c'entra con le stragi di Cosa Nostra del 1992 e del 1993". Lo dice, per la prima volta, la sentenza di un processo per mafia, quello a carico del boss del Brancaccio Francesco Tagliavia. Nelle motivazioni della sentenza di ergastolo emessa lo scorso 11 ottobre 2011 si sostiene che l'iniziativa di trattare coi vertici della criminalità organizzata fu assunta addirittura da rappresentanti delle istituzioni e non dai boss e che fu impostata, almeno inizialmente, sul principio del "do ut des". L'obiettivo che si prefiggeva, si legge nella sentenza, "era di trovare un terreno con Cosa nostra per far cessare la sequenza delle stragi" del '92 e del '93, dall'attentato di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone alla bomba di via dei Georgofili, a Firenze.

Dalla "disamina" delle dichiarazioni "di soggetti di così spiccato profilo istituzionale esce una quadro disarmante che proietta ampie zona d'ombra sull'azione dello Stato nella vicenda delle stragi", continua la sentenza del processo svoltosi a Firenze dove sono stati ascoltati come testimoni anche gli ex ministri Nicola Mancino e Giovanni Conso. "Ombre che questo processo non ha potuto dipanare". Non ha invece trovato consistenza, secondo i giudici, "l'ipotesi secondo cui la nuova entità politica (Forza Italia) si sarebbe addirittura posta come mandante o ispiratrice delle stragi". Tutto questo a pochi giorni dalla sentenza che fa ripartire da zero il processo d'Appello contro il senatore Pdl Marcello Dell'Utri in quanto la condanna a 7 anni non era sostenuta da prove reali e consistenti. Le motivazioni del Tribunale di Firenze, ora, danno un nuovo colpo alle tesi degli anti-Berlusconi che per anni hanno giocato la carta di presunti rapporti amichevoli, se non di collaborazione e sostegno, tra Cosa Nostra e il partito fondato dal Cavaliere di cui Dell'Utri era la lunga mano in Sicilia. 

Se procure e giornalisti calpestano la giustizia dice  Vittorio Sgarbi su “Il Giornale”. Dunque non si rispettano le sentenze. Una vera e propria associazione di magistrati, di medesimi orientamento e ideologia, con il concorso esterno di giornalisti che ne propagandano le idee, minaccia e sovverte le leggi e l’ordine dello Stato. A questo schema sovversivo mette il cappello Gian Carlo Caselli titolare di numerosi fallimenti, dopo ingiusti arresti, in processi per mafia. Caselli addirittura chiede un’azione disciplinare e una punizione da parte del Csm per il suo collega di Cassazione Francesco Iacoviello che ha riconosciuto violati i diritti di difesa di Dell’Utri e l’assenza di atti e fatti che si configurassero come reati. Ci stiamo avviando a un paradosso della giustizia. Da un lato magistrati di vasta esperienza dichiarano che «al concorso esterno non crede più nessuno»; dall’altro una serie di giornalisti infoiati gridano, come tifosi, a un gruppo di esecutori: «Ammazza! Ammazza!». Ovvero, dalli all’untore! Era infatti appena uscita la sentenza che riconosceva nei magistrati di Palermo un grave pregiudizio per non avere «rispettato neanche il principio del ragionevole dubbio», che subito il pm Domenico Gozzo (di cui ho personalmente verificato la insufficienza di inquirente) dichiara, incredibilmente: «Le indagini e due processi hanno fugato ogni dubbio». Di «prove autonome, documentali e testimoniali» parla anche Marco Travaglio affermando, contro la Cassazione, che «il processo dell’Utri è il più solido tra tutti quelli celebrati per concorso esterno per associazione mafiosa». Nell’atteggiamento della Procura di Palermo, e di alcuni giornalisti, si ha la sensazione che il processo debba essere fatto non per ricercare la verità, ma per attaccare, diffamare e infine condannare un nemico. Sono rimasto molto colpito dall’articolo di Attilio Bolzoni, colpevolista per tifo, ma incapace di fornire, sul piano giornalistico, indizi o elementi di prova alle sue considerazioni. Mi viene di rispondergli: ma perché uno deve essere colpevole per forza? Non si gioca con la vita e la libertà degli altri. La mafia non può essere riconosciuta in uno stato d’animo o in un contagio per cattive frequentazioni. Dopo aver definito il calvario di Dell’Utri, una delle più incredibili vicende del nostro paese, Bolzoni insiste ironicamente: «Dell’Utri aveva relazioni con uomini vicini alla Cupola, ma che importa, mica c’è la prova del suo “contributo” all’associazione criminale denominata Cosa Nostra...». Ma un’ulteriore aggravante, per Bolzoni, sono le origini siciliane di Dell’Utri: un peccato, evidentemente originale. Si è colpevoli del proprio destino, non dei propri atti. La tutela e il rispetto dei diritti, richiamati dalla Cassazione, sono «sofisticate acrobazie giuridiche». Ci si chiede: ma la mafia esiste ed esisterà sempre, in quanto realtà ontologica e psicologica, o esiste in quanto agisce, per ciò che fa? Il reato prevede il fatto, non il sospetto o l’atmosfera. Forse Bolzoni ha dimenticato il precetto di Gian Battista Vico: «Verum ipsum factum». Niente da fare. Per lui, come per alcuni suoi colleghi che scrivono sull’«Infetto», la sentenza della Cassazione e i principi giuridici sono carta straccia.

Filippo Facci su “Libero quotidiano”: Dell'Utri e il concorso esterno, quante balle su Falcone e Cosa Nostra. La polemica sulla giustizia: sul concorso esterno il giudice anti-mafia (Giovanni Falcone) procedeva con cautela. Oggi è strumentalizzato. Prendete questa frase di Sergio Lari, procuratore capo a Caltanissetta, a proposito della famigerata inchiesta sulla «trattativa»: «Non sono emersi elementi per dire che ci sono responsabilità di uomini politici... È sbagliato parlare di mandanti esterni, casomai si può parlare di concorso di soggetti esterni». Concorso, esterni: voilà, ecco servito un trait d’union con le polemiche sul processo Dell’Utri e relativo canaio sul «concorso esterno». Il quale va corretto, disciplinato, uniformato, tipizzato: balle. Va cancellato, perlomeno così com’è, anche perché come reato - è stato ripetuto ad nauseam - non esiste, è un’invenzione giurisprudenziale, ecco perché ha particolarmente senso che sia stato proprio un procuratore della Cassazione a farlo a pezzi: e chi altri? Del resto non è un caso che nel Nuovo Codice del 1989 non ce lo vollero: infatti il famigerato «concorso esterno in associazione mafiosa» è diventato la libera somma di due ipotesi di reato (il «concorso» previsto dall’art. 110 e l’«associazione mafiosa» prevista dall’art. 416 bis) ) a mezzo del quale la magistratura ha ritenuto di colmare una lacuna legislativa: col risultato, noto, di aver creato una configurazione molto generica le cui applicazioni sono continuamente reinventate e stilizzate dalle sentenze appunto della Cassazione, e questo ben fregandosene dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della stessa Suprema Corte hanno cercato più volte di disciplinarlo. Questo mostriciattolo giuridico dovrebbe realizzarsi, in teoria, quando una persona pur non inserita in una struttura mafiosa svolga un’attività anche di semplice intermediazione che sia utile a questa struttura; le sezioni unite della Cassazione, il 5 ottobre 1994, dapprima la misero giù così: il concorso doveva riguardare «quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita». Ergo, il concorrente esterno doveva aver manifestato una chiara volontà di partecipare all’associazione nella consapevolezza di concorrere a programmi criminali. Il semplice supporto (agevolazione, fiancheggiamento, compartecipazione in un singolo reato) perciò non poteva e doveva bastare. Poi ci fu la citata sentenza Mannino del 2005, quella che il pm Antonio Ingroia - secondo il procuratore della Cassazione - ha finto che non esistesse: si stabiliva che il «partecipe» fosse colui che risultasse inserito organicamente in un’associazione mafiosa, «da intendersi non in senso statico, come mera acquisizione di uno status», ma con un «concreto, specifico, consapevole, volontario contributo». Detto malissimo, le ricostruzioni dei pm palermitani potrebbero anche essere vere - secondo lo scrivente lo sono in buona parte - ma non costituiscono reato, tutto qui. L’opposizione a questo non-reato è sempre stata trasversale da destra a sinistra. Un’opinione doc, per capirci, è sempre stata quella dell’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: da presidente della Commissione giustizia della Camera, anni addietro, fece una proposta di legge di un solo articolo «volta a superare l’equivocità giuridica sull’ipotesi definita “concorso esterno in associazione mafiosa”… una nuova figura di reato non prevista da alcuna norma di legge e in contrasto con il principio di tassatività della norma, che è uno dei cardini dello Stato di diritto». Questa norma inesistente, secondo Pisapia, determinava «la contestazione nei confronti di medici responsabili di aver curato persone ritenute partecipi a un’associazione mafiosa, di sacerdoti per aver prestato presenza spirituale alle medesime persone, e, addirittura, a vittime di estorsioni» (Camera, atto n. 854, 14 giugno 2001). Chissà che ne pensa, oggi, quella stessa sinistra che oggi fa finta di nulla. Del resto una sinistra garantista esiste ancora: l’abolizione del concorso esterno fu proposta nel 1996 anche dal diessino Pietro Folena: il quale, poi, malvoluto da Veltroni, lasciò i Ds nel 2005. Pisapia invece ebbe modo di riproporre l’abrogazione del concorso esterno dopo che ci avevano lavorato anche le commissioni Pagliaro, Grosso e Nordio: ma niente da fare. Il leitmotiv risuonò e risuonerà anche oggi: abolire quel «reato» significa fare il gioco della mafia. Per sostenere questo mostriciattolo impalpabile (che non esiste in nessun altro Paese del mondo, ovviamente) come al solito si scomoda impunemente Giovanni Falcone, continuamente. È vero, il 17 luglio 1987 c’era la sua firma in una delle prime sentenze che prefiguravano il concorso esterno in associazione mafiosa; nell’ordinanza del cosiddetto maxi-ter il giudice si pose effettivamente «il problema dell’ipotizzabilità del delitto di associazione mafiosa anche nei confronti di coloro che non sono uomini d’onore, sulla base delle regole disciplinanti il concorso di persone nel reato» (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione, 1987, p. 429). Ma, nei fatti, Falcone non si sognò mai di contestare questo reato da solo, senza un corollario di altre e individuate ipotesi. Ecco perché, in un suo libro scritto con Marcelle Padovani, Falcone vedeva lungo anche sull’applicazione del 416bis: «Non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta». Tanto che la definizione specifica del «reato», in mano ai presunti epigoni di Falcone, è diventata indefinibile, creta nelle mani del magistrato: è stato imbracciato per cercar di sanzionare ogni presunto e opinabile collaborazionismo della politica, dell’amministrazione, dell’imprenditoria, delle professioni, della stessa magistratura. E comunque questo continuo e vigliacco rifarsi a Falcone è stucchevole: le leggi non valgono per il proposito che si davano da principio, ma per l’applicazione che ne è stata fatta. Da altri, nel caso. Per dirla con Dante: «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?».

DIRITTO CERTO E UNIVERSALE. CONTRADDIZIONI DELLA CORTE DI CASSAZIONE: CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA, UN REATO CHE ESISTE; ANZI NO!!.

Tre ore di camera di consiglio poi il verdetto: la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d'appello di condanna a sette anni di reclusione per il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di secondo grado dovrà essere rifatto a Palermo davanti ad altri giudici. La conclusione era già apparsa probabile durante l'udienza. Perché anche il sostituto procuratore generale presso la Cassazione Francesco Iacoviello aveva chiesto l'annullamento con rinvio o in alternativa che la vicenda fosse trattata dalle sezioni unite penali. Il procuratore Iacoviello ha parlato di «gravi lacune» giuridiche della sentenza d'appello per mancanza di motivazione e mancanza di specificazione della condotta contestata a Dell'Utri, che a suo avviso deve essere chiarita. Il pg inoltre ha voluto dare atto alla V sezione della Cassazione di essere di «grandissimo e indiscusso profilo professionale». Rispondendo in modo esplicito alle critiche di quanti avevano indicato il presidente Aldo Grassi come un fedelissimo di Corrado Carnevale detto «ammazzasentenze». «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell'Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio». Ha aggiunto Iacoviello nella sua requisitoria. E ancora a suo dire «l'accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza 'Mannino della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere». Per questo ha chiesto l'inammissibilità del ricorso della procura di Palermo che aveva chiesto addirittura un inasprimento della pena. «Il concorso esterno è ormai diventato un reato autonomo, un reato indefinito al quale, ormai, non ci crede più nessuno! - da detto inoltre Iacoviello rivolto ai giudici- Spetta a voi il compito di smentirmi».

Secondo Marco Ventura su “Panorama” In Italia non c’è Stato di diritto. Un Paese nel quale un cittadino accusato di un reato gravissimo come il concorso esterno in associazione mafiosa deve attendere 17 anni solo per sentirsi dire che il processo va rifatto, che bisogna ripartire da zero, è un Paese ingiusto, incivile, inaffidabile. Uno Stato incapace di garantire la giustizia in tempi ragionevoli appartiene alla fascia dei sistemi non democratici, quelli che finiscono a ragione nella lista nera della violazione dei diritti fondamentali. Nel girone del Terzo mondo. Un Paese che non sa dare garanzie alle vittime né agli imputati non può avere l’ambizione di figurare degnamente in Europa. Tempi della giustizia dilatati fino al paradosso attraversano la vita delle persone (siano vittime o presunti innocenti) devastandole e accompagnandole verso la depressione e la morte.

L’Italia è un Paese che non ha rispetto per se stesso: nega la giustizia alle vittime non riuscendo a riconoscere un colpevole e punirlo, ma anche agli imputati perché non garantisce in tutte le fasi il diritto alla difesa e il rispetto equilibrato delle regole. E non si dica che l’Italia è così garantista che alla fine la Cassazione ha tirato un colpo di spugna. Se ci sono voluti 17 anni per questo, la giustizia ha comunque fallito.

Oggi il presunto innocente si chiama Marcello Dell’Utri. Le indagini su di lui sono cominciate nel 1994. Nell’ottobre 1996 il rinvio a giudizio. L’11 dicembre 2004, sette anni dopo, la prima condanna. A 9 anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (per un parlamentare che ha dato un contributo fondamentale alla nascita del primo partito italiano). In appello la condanna viene confermata, ma gli anni di carcere ridotti a sette. E sette anni dopo la prima condanna, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione annulla con rinvio la sentenza d’appello. Tutto da rifare.

Il Procuratore generale dell’Alta Corte, Francesco Iacoviello (l’accusa, non la difesa), ha sostenuto che “nessun imputato deve avere più diritti degli altri, ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio”. E ancora: “Non si fanno così i processi, si devono descrivere i fatti in concreto”.

Argomentazioni accolte dalla sezione della Cassazione presieduta da Aldo Grassi. La difesa di Dell’Utri aveva indicato da parte sua ben 20 motivi di nullità del verdetto d’appello. Ma lo scandalo vero sono i tempi, soprattutto se valutati in proporzione a quello che agli occhi di molti appare come un vero e proprio accanimento. Che non produce, alla fine, condanne. Ma la loro cancellazione. La stessa economia italiana soffre oggi non tanto degli effetti dell’articolo 18, ma di quelli di una giustizia negata e davvero troppo lenta. Gli investitori non torneranno in Italia, se non potranno contare su un sistema giudiziario che abbia regole certe e tempi ragionevoli.

Una giustizia rapida ed efficiente è notoriamente uno dei pilastri della competitività. La sentenza di Dell’Utri prova una volta di più che l’Italia non è civile, né competitiva. E che l’amministrazione fallimentare della giustizia, indipendentemente da una singola sentenza, a fronte dello strapotere di un nucleo di intoccabili protetti dalla loro casta/corporazione, è la tragica cartina di tornasole di un Paese incapace di crescere. In giustizia, democrazia e forza economica.

Il resoconto di “Libero quotidiano”. Una storia lunga e complicata, dal 1994 al 2012. Sedici anni di accuse, di condanne, per poi scoprire che è tutto da rifare. E' il calvario giudiziario di Marcello Dell'Utri, bibliofilo, grande organizzatore politico, senatore Pdl e braccio destro di Silvio Berlusconi, di cui ha condiviso avventure e disavventure. E parallelamente al quale è passato dalle forche caudine della magistratura italiana. Il procuratore generale Iacoviello lo ha definito un "perseguitato" perché la condanna in Appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa non era supportata da prove concrete. La Cassazione lo ha confermato: l'Appello deve ripartire da zero. A Dell'Utri non è mai mancata l'autoironia. Lui stesso spiegava di essere "un politico per legittima difesa". Palermitano, del '41, Dell’Utri dal '61 è a Milano e lì conosce Berlusconi, del quale diventa via via sempre più stretto collaboratore. La transazione sulla tenuta e la presenza di Vittorio Mangano legano a Dell'Utri l'ormai famosa casa di Arcore, quartier generale di Berlusconi, e la figura dello 'stalliere' considerato vicino alla mafia. La vicenda esploderà più avanti. Prima, nell'82, è presidente e ad di Publitalia, la concessionaria di pubblicità Fininvest, gruppo del quale diventa ad nell'84. Nel '93 l'ingresso in politica, con la discesa in campo di Berlusconi, ed è per unanime riconoscimento che la mente organizzativa dell’operazione Forza Italia sia proprio Dell’Utri. Escogita per primo l'uso dei manifesti 6x3 che faranno la fortuna delle campagne elettorali del Cavaliere. L'esordio quando ancora Forza Italia non esiste e Tangentopoli infuria. "Fozza Itaia", dicono una serie di bambini con le mani alzate in segno di vittoria. E' l'annuncio della discesa in campo e del successo del 27 marzo 1994. Berlusconi se lo porta in parlamento e lo elogia in pubblico. Vicende parallele, quelle di Dell'Utri e Berlusconi. E, caso della sorte, nel giro di poche settimane entrambi sono usciti dall'incubo delle toghe. Prima Berlusconi prosciolto per prescrizione dall'accusa di corruzione al processo milanese incentrato sulla figura dell'avvocato inglese David Mills. Ora, in Sicilia, Dell'Utri e il suo diritto riconosciuto ad un processo più equo, con prove provate. Vince il garantismo, perdono i pm contro Berlusconi e i suoi uomini, anche a costo di ignorare l'evidenza.

Marcello Dell’Utri non è un mafioso. Lo sfogo de "Il Giornale". La sentenza di condanna a 7 anni di galera è annullata. Via a un nuovo processo. Perché tutto è sbagliato, e dunque, tutto è da rifare. Di fronte agli obbrobri investigativi e alle carenze processuali la Quinta sezione penale della Cassazione dispone un altro processo per il senatore del Pdl. Poco dopo le 20 del 9 marzo 2012 i giudici con l’ermellino annullano con rinvio la sentenza di due anni prima accogliendo il ricorso della difesa sull’onda di una clamorosa requisitoria del procuratore generale che ha fatto letteralmente a pezzi anni di antimafia col paraocchi, senza prove, con meno diritti agli imputati e più credibilità per i pentiti. Ai giacobini in servizio permanente effettivo era già venuto un colpo ascoltando, nel pomeriggio, le parole di Francesco Iacoviello, che no, non è il presidente della Corte Aldo Grassi, additato carinamente nei giorni scorsi come l’amico dell’ex giudice «ammazza-sentenze» Corrado Carnevale con in più qualche vecchio problemino giudiziario (poi superato). Il pg Iacoviello aveva spiazzato i presenti chiedendo un nuovo processo d’appello o in subordine che se ne occupasse la Cassazione a Sezioni riunite. Nel sollecitarlo definiva inammissibile il ricorso della procura di Palermo (che chiedeva una pena maggiore rispetto ai 7 anni inflitti in appello) e a proposito della sentenza di condanna, oltre a gravissime lacune, evidenziava come apparisse poco motivata perché non precisava il «contributo specifico dato dal senatore al sistema mafioso». Per il procuratore Iacoviello, considerato una sorte di «faro giurisprudenziale» della Suprema Corte, il processo non solo non ha fornito uno straccio di prova sulla colpevolezza dell’imputato ma ha consacrato la violazione, palese, dei diritti di Dell’Utri: «Nessun imputato deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri: e nel caso di Dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio». E questo è solo l’antipasto: «Al processo per concorso esterno - continua - l’accusa non viene descritta, il dolo non è provato, precedenti giurisprudenziali non ce ne sono e non viene mai citata la sentenza “Mannino” della Cassazione, che è un punto di riferimento imprescindibile in processi del genere» perché mette paletti certi alla contestazione del reato. Di più: «La sentenza impugnata - insiste il Pg - sostiene l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione semplice fino al 1982, poi parla di concorso esterno in associazione mafiosa fino al ’92. Nessuno ha mai sostenuto una tesi del genere, e voi, giudici della Corte, sareste i primi». E poi giù mazzate sul concorso esterno mafioso «che è diventato un reato autonomo in cui nessuno crede. Io ne faccio una questione non a favore dell’imputato, ma a favore del diritto». Descrivere il senatore siciliano come il «referente o il terminale politico della mafia», non significa nulla per Iacoviello: «Non si fanno così i processi, si devono descrivere i fatti in concreto». Sempre lui critica l’appiattimento delle toghe sulle dichiarazioni dei pentiti non corroborate da riscontri, e già che c’è se la prende col collaboratore Di Carlo a proposito del fantasmagorico incontro fra il boss Bontade e Berlusconi. Chiede inoltre alla Corte di mettere per sempre la parola fine a indagini basate su «referenti» e «terminali». Se alla sentenza su Dell’Utri «togliamo tutte le frequentazioni e le conoscenze, non rimane niente, e la Cassazione, con la sentenza Mannino ha detto che queste cose sono irrilevanti (...) Vi invito a rileggere la sentenza Mannino nella quale le frequentazioni di persone mafiose o contigue ai clan sono molte di più di quelle che ricorrono nella vicenda di Dell’Utri, e vi esorto a ricordare che le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno fatto piazza pulita dell’importanza attribuita dai giudici di merito a questi elementi». Alla lettura della sentenza esulta la difesa con gli avvocati Krogh, Federico e Di Peri che sin lì aveva parlato di «sentenze acrobatiche» su fatti mai commessi. La prescrizione non scatterà prima del 30 giugno 2014 «ma non è tra i nostri obiettivi» assicura Di Peri. Dell’Utri vuole giustizia. L’ha avuta alla faccia dei professionisti dell’antimafia. Lassù, ne siamo certi, pure Sciascia è contento.

''La sentenza della Corte di Cassazione sul senatore Dell'Utri riveste una grandissima importanza per molteplici ragioni. In primo luogo essa ha evidentemente condiviso le osservazioni del sostituto procuratore generale Iacoviello a proposito di indagini superficiali nelle quali 'l'accusa non viene descritta, il dolo non e' provato'. In secondo luogo, essa ha contestato alla radice questo falso reato del concorso esterno in associazione mafiosa che ha dato una incredibile discrezionalità a magistrati giudicanti e a pubblici ministeri faziosi di fare il bello e cattivo tempo''. E' quanto afferma Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, che aggiunge: ''In terzo luogo, essa mette in evidenza che la Procura di Palermo è un serio problema perchè è il luogo giudiziario dove a occuparsi dei più delicati rapporti fra la mafia e la politica sono dei militanti politici che ostentano il loro impegno politico a tempo pieno. In quarto luogo però, come è stato già rilevato dal senatore Quagliariello, essa impedisce a magistrati e a giornalisti faziosi di riscrivere la storia di questo Paese a loro piacimento, magari utilizzando un falso pentito come Ciancimino jr''.

In questa diatriba non può mancare l’intervista rilasciata da Ingroia a “La Repubblica” che spiega a suo modo in che mani il povero cristo potrebbe andare a parare. "Ho la sensazione che l'ultima sentenza della Corte di Cassazione su Marcello Dell'Utri e il dibattito che strumentalmente ne sta scaturendo rientrino in quel processo di continua demolizione della cultura della giurisdizione e della prova che erano del pool di Falcone e Borsellino". Non usa mezzi termini Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto di Palermo che fu tra i pubblici ministeri del primo processo al senatore Dell'Utri. Questo a Repubblica.it è il suo primo commento ufficiale sulla decisione della Cassazione che venerdì sera del 9 marzo 2012 ha annullato la condanna per il parlamentare Pdl e ha disposto un nuovo processo d'appello.

Il migliore avvocato del senatore Dell'Utri sembra essere stato il procuratore generale, che ha criticato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Come commenta la ricostruzione di Iacoviello?

«A tutti quelli che cantano vittoria come se fosse stata dichiarata l'innocenza di Dell'Utri, dico: non è affatto così. I giudici hanno deciso infatti per un annullamento con rinvio della sentenza d'appello. Solo un annullamento senza rinvio sarebbe equivalso a un riconoscimento di non colpevolezza dell'imputato. Attendiamo comunque di leggere le motivazioni. Per quanto riguarda il procuratore generale, ho letto le sue conclusioni. Lui stesso dice che chiedere l'annullamento con rinvio non significa che l'imputato sia innocente. Significa solo che la motivazione della sentenza d'appello è viziata ed è illogica. E per la verità lo sosteneva anche il pubblico ministero, che aveva fatto ricorso. Le illogicità di quella motivazione riguardavano soprattutto l'assoluzione di Dell'Utri dopo il 1992».

Il procuratore generale ha espresso però pesanti perplessità sul reato di concorso esterno contestato a Dell'Utri.

«Curioso che l'abbia detto, ed è anche incoerente con le sue conclusioni. E' la stessa Cassazione a credere al concorso esterno, visto che più volte a sezioni unite, sia con la sentenza Carnevale che con la sentenza Mannino, ha ribadito la configurabilità di questo reato e ha fissato i presupposti per l'applicazione. Sarebbe triste che proprio nel ventennale della strage Falcone e Borsellino si debba mettere una pietra tombale su una delle più importanti e innovative idee giurisprudenziali che proprio Falcone e Borsellino hanno fondato».

Vogliamo spiegare in quali occasioni Falcone e Borsellino parlarono del concorso esterno?

«Nella sentenza ordinanza del maxiprocesso ter ci sono delle frasi chiarissime. Falcone e Borsellino scrivono che la figura del concorso esterno è la figura più idonea per colpire l'area grigia della cosiddetta contiguità mafiosa. Dunque, il concorso esterno non è un'invenzione della Procura di Palermo, è un insegnamento di Falcone e Borsellino su cui si è continuato a lavorare in questi vent'anni, producendo sentenze di condanna definitive, piccole e grandi. Ora, che si voglia con un colpo di spugna tornare indietro mi pare davvero enorme».

Si aspettava questa decisione della Cassazione?

«Non posso dirmi sorpreso, conoscendo la cultura della prova dimostrata dal presidente Grassi. E' una decisione coerente con la sua impostazione di sempre. C'è chi ha avuto come maestri Corrado Carnevale, chi invece Falcone e Borsellino. E mi sembra pure normale che all'interno della magistratura convivano culture della giurisdizione e della prova diverse. Insomma, c'è una dialettica in corso. Però, sono preoccupato».

Perché?

«La mia sensazione è che questa sentenza e poi il dibattito che strumentalmente ne è scaturito possano rientrare in quel processo di continua demolizione della cultura della giurisdizione e della prova che fu del pool di Falcone e Borsellino. E' triste che ciò avvenga nel ventennale della loro morte, e soprattutto in un periodo così delicato in cui si scoprono e si confermano delle coperture e dei depistaggi che a lungo hanno impedito l'accertamento della verità su quelle stragi vent'anni fa».

Si farà dunque un nuovo processo a Marcello Dell'Utri. Pensa che le accuse reggeranno ancora?

«Mi spiace che il procuratore generale abbia liquidato l'impianto probatorio nei confronti di Dell'Utri come un insieme di amicizie e frequentazioni, come se la contestazione principale a Dell'Utri fosse di essere stato amico di mafiosi. Basta conoscere il processo per trovare una miriade di fatti specifici e di contributi concreti che Dell'Utri ha portato negli anni al consolidamento e al potenziamento di Cosa nostra».

Il procuratore generale ha parlato anche di violazione dei diritti dell'imputato.

«Mi pare davvero paradossale che si voglia ergere Dell'Utri a vittima di violazioni di diritti o chissà che, quando tutti i diritti di garanzia dell'imputato Dell'Utri sono stati rispettati. Questo è stato un processo pieno di prove e fatti specifici. In assoluto, uno dei processi per concorso esterno con più prove rispetto a quelli che si sono fatti in questi ultimi vent'anni».

Secondo “Il Giornale” Iacoviello, la toga rossa, fa infuriare i forcaioli.

Il giudice indipendente ha ottenuto l’annullamento del processo al senatore Pdl. Da magistrato modello è diventato il nuovo nemico di sinistra e giustizialisti.

Libertà di pensiero, correttezza, preparazione: secondo i suoi colleghi sono queste qualità che fanno di Francesco Iacoviello un «grande» magistrato. Il sostituto procuratore generale della Cassazione che ha chiesto e ottenuto dai supremi giudici l’annullamento del processo Dell’Utri è una delle toghe più stimate. Per la sua indipendenza di giudizio, prima ancora che per i suoi studi e le sue battaglie in difesa dei diritti dell’uomo e delle regole del «giusto processo». Non può certo essere sospettato di favoritismi politici, perché viene da una militanza nelle fila del «Movimento per la giustizia» e quattro anni prima fu candidato senza successo da «Area», la lista che riunisce le due correnti di sinistra, al Consiglio direttivo della Cassazione (l’organismo di autogoverno dei magistrati della Suprema Corte). Oggi che è diventato scomodo per la sinistra, liquidando 15 anni di inchieste e di giudizi e ottenendo un nuovo processo d’Appello per Marcello dell’Utri, è diventato un bersaglio.

Il Fatto lo critica aspramente, definendolo «estroso» per le sue posizioni personali, il «Pg smonta-prove» che mina la lotta alla mafia. In tanti agitano contro di lui il fantasma di Giovanni Falcone, che ideò il concorso esterno in associazione mafiosa, definito da Iacoviello «un reato autonomo, indefinito, al quale non crede più nessuno». E Nando Dalla Chiesa parla di «una vendetta postuma» nei confronti del magistrato ucciso dalla mafia. Il leader di Magistratura Democratica, Piergiorgio Morosini, definisce «sorprendenti» le parole del Pg sul concorso esterno: «Ci credono tre sentenze delle Sezioni unite della Cassazione e molti procedimenti si basano su questo istituto».

Ma solo 15 giorni prima, al Csm, era tutto un peana su di lui. Dalla Terza Commissione è arrivata in plenum la proposta appoggiata da molti di sceglierlo come rappresentante della Procura generale della Cassazione nel «Comitato dei saggi» che deve valutare la professionalità, le capacità scientifiche e di interpretazione delle norme dei nuovi magistrati che vogliono accedere alla Suprema Corte. Togati delle diverse correnti, laici di centrodestra e centrosinistra, per una volta hanno concordato sulle qualità di equilibrio e preparazione di Iacoviello. «È senza alcuna ombra di dubbio - disse allora all’assemblea il procuratore generale Vitaliano Esposito - uno dei migliori magistrati che ho conosciuto nella mia lunga carriera». Una frase condivisa a larghissima maggioranza. La proposta è passata e il 15 marzo 2012 Iacoviello sarà a Palazzo de’ Marescialli per la prima riunione della Commissione tecnica (composta da 3 toghe, un avvocato e un docente universitario) che incontrerà la Terza Commissione del Csm per avviare i lavori. Meno di 60 anni, nato a Giugliano di Campania, per anni sostituto procuratore a Ravenna, moglie consigliere di Cassazione nel settore civile e due figlie, giovanile e sportivo, di Iacoviello raccontano che per rilassarsi e tenersi in forma ama fare footing appena può. Di processi delicati e controversi nella sua carriera ne ha seguiti molti. E ogni volta si è attirato lodi e critiche, ma sempre accompagnate dal riconoscimento della sua statura professionale. Iacoviello è quello che ha ottenuto l’annullamento delle condanne del giudice Renato Squillante nel processo Imi-Sir e del capo della polizia Gianni De Gennaro per la vicenda della scuola Diaz al G8 di Genova. È quello che ha voluto la conferma dell’assoluzione di Calogero Mannino e ha bocciato il ricorso dei magistrati di Milano contro il proscioglimento di Silvio Berlusconi per il Lodo Mondadori. Convinto della mancanza di prove sui rapporti tra Giulio Andreotti e la mafia, ha chiesto la conferma dell’assoluzione con prescrizione per i fatti ante 1980 e ha bollato come «indagine sociologica» la sentenza della Corte d’appello. Posizioni in cui si può seguire il filo logico di una coerenza non minata da pregiudizi ma fondata su solide convinzioni. Un filo che spiega la sua posizione anche nel caso Dell’Utri. Uomo di cultura dai molti interessi, Iacoviello è anche professore all’Università di Cassino, relatore di conferenze e convegni, autore di molte pubblicazioni scientifiche di alto livello e studioso soprattutto di procedura penale e delle regole del «giusto processo». La sua passione sono i diritti umani e l’approfondimento di tutti gli aspetti giuridici che li riguardano. Infatti, segue in modo particolare la Corte europea di Strasburgo e ha pubblicato degli studi sulla sua giurisprudenza. «Nessun imputato - ha detto nella sua requisitoria in Cassazione - deve avere più diritti degli altri ma nessun imputato deve avere meno diritti degli altri e nel caso di dell’Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio».

Già. Si spera che questo assioma valga per tutti, anche per i poveri cristi, che non si chiamino Dell'Utri. Questo valga per tutti, anche per coloro i quali non hanno le loro mogli colleghe in magistratura.

Da Andreotti a Berlusconi i 101 politici nel tritacarne per il reato che non c’è. Ecco l’elenco stilato da Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo su “Il Giornale”. Il «virus giudiziario» creato in laboratorio ne ha fatti di danni. Nell’ultimo quarto di secolo, il concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che «non esiste» (Giuliano Pisapia, novembre 1996), è servito solo a stroncare carriere e isolare uomini politici (Emanuele Macaluso, giugno 2000). Percentualmente più nel centrodestra, ma anche a sinistra non mancano casi eclatanti. Quelli censiti sono 101, ma la lista è interminabile.Tra i big Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Calogero Mannino, Antonio Gava (pure risarcito per ingiusta detenzione), Carmelo Conte, Nicola Cosentino, Corrado Carnevale, Bruno Contrada, Mario Mori e decine e decine di altri sono passati per le forche caudine di una legge «bastarda» da cui sembra quasi impossibile sfuggire. E dentro ci sono caduti tutti: politici, giudici, magistrati, prefetti, sbirri. Qualche esempio: oltre al Cavaliere c’è la nota vicenda del Divo Giulio a cui è andata pure peggio: a processo addirittura per associazione mafiosa, dopo l’iniziale contestazione di concorrente esterno. Com’è finita, lo sanno tutti. Un altro dc: Calogero Mannino. Sbattuto in galera e, dopo un tira e molla tra appello e Cassazione, arriva la sentenza che lo scagiona. Un verdetto che fa scuola sul tema dei rapporti tra politica e mafia. Totò Cuffaro è invece in galera per favoreggiamento aggravato, dopo una condanna a sette anni, anche se l’iniziale accusa di concorso esterno è caduta. E don Antonio Gava? Dopo 12 anni di processi, i giudici ammettono: i pentiti Alfieri e Galasso hanno detto il falso. Idem per Carmelo Conte, ex potente ministro socialista delle Aree urbane. Il suo compagno di partito, Giuseppe Demitry, ex sottosegretario negli anni Ottanta e Novanta, s’è visto annullare senza rinvio la condanna dalla Cassazione solo nel 2003. Incappati incidentalmente nel concorso esterno anche l’ex senatore Pietro Fuda e Nino Strano. La lista delle assoluzioni e dei proscioglimenti è infinita: l’ex sottosegretario Santino Pagano, l’ex leader del Garofano Giacomo Mancini, l’ex presidente della Calabria Agazio Loiero, l’ex europarlamentare Francesco Musotto, Pino Giammarinaro, David Costa, Filiberto Scalone, Gaspare Giudice, l’ex sottosegretario alla Giustizia Salvatore Frasca, Sisinio Zito, Paolo Del Mese, l’ex sindaco di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, il senatore Pdl Sergio De Gregorio, gli ex deputati regionali siciliani Nino Dina, Salvatore Cintola, Nino Amendolia, l’ex vicepresidente della Sicilia Bartolo Pellegrino. Peggio è andata al defunto ex senatore Francesco Patriarca (9 anni), a Gianfranco Occhipinti (4 anni), a Franz Gorgone (7 anni, è in carcere), a Giancarlo Cito (4 anni), a Roberto Conte (4 anni) e a Vincenzo Inzerillo (5 anni e 4 mesi) e tantissimi altri consiglieri comunali, provinciali, regionali. Posti in piedi nell’affollato limbo dove si aggirano quelli ancora indagati: si va dall’ex ministro Saverio Romano all’ex sottosegretario Nicola Cosentino, al governatore della Sicilia Raffaele Lombardo (con fratello), al senatore Antonio D’Alì (caso folle, più unico che raro: dopo ben due richieste di archiviazione i pm hanno cambiato idea, chiedendo il rinvio a giudizio!), all’avvocato Nino Mormino (storico difensore di Marcello Dell’Utri, già archiviato nel 1995), all’ex assessore comunale di Palermo Mimmo Miceli (che attende un nuovo processo d’Appello). Che dire, poi, del presidente del Senato Renato Schifani indagato secondo il settimanale l’Espresso ma non per la procura di Palermo che ha smentito l’iscrizione sul registro degli indagati. E, nel mare magnum del reato che non esiste, finirono nel 1994 pure Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo – all’epoca deputati – prosciolti in un’inchiesta partita dalle sballate dichiarazioni del pentito ’ndranghetista Franco Pino. A finire nel tritacarne, molto spesso, sono state anche le toghe: di Corrado Carnevale si sa di tutto e di più. Il giudice ammazza-sentenze s’è ripreso la sua personale rivincita dopo un decennio di fango. Ma chi ricorda Ciro Demma, Giuseppe Prinzivalli, Pasquale Barreca, Carlo Aiello, Mario Pappa, Giacomo Foti, Antonio Pelaggi, Giovanni Lembo? Tutta gente indagata e, in alcuni casi, finanche arrestata per concorso esterno. Pure il pm di Brescia Fabio Salamone, l’anti-Di Pietro, si ritrovò tra le mani un avviso di garanzia per lo stesso genere di accuse. E che dire degli sbirri e dei carabinieri che, dopo aver lottato contro la Piovra, come ricompensa si sono ritrovati alla sbarra? La bastonata più dura è andata a un poliziotto esemplare come Bruno Contrada in tandem con quel galantuomo di vicequestore di Ignazio D’Antone. Condannato il primo sulla base delle parole (mai, dicasi mai, riscontrate) dei pentiti, detenuto a lungo il secondo a Santa Maria Capua Vetere. Ci sono poi Mario Mori e l’ex capo del Ros Antonio Subranni. Ai tempi fu processato e assolto il tenente Carmelo Canale, collaboratore di Borsellino, cognato del maresciallo Lombardo morto suicida per le vigliacche e false insinuazioni sul suo conto mentre stava per riportare in Italia il boss Badalamenti. Le eccellenze dell’Arma dei carabinieri sotto processo come i mafiosi cui davano la caccia. E tutto per un reato autonomo, a cui non crede più nessuno (pg Francesco Iacoviello, marzo 2011). Va detto che il concorso esterno è stato contestato anche a Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo jr. Il che è tutto dire. Il Pm “partigiano” di Palermo, Antonio Ingroia a citato Falcone e Borsellino per esternare la sua disapprovazione alla sentenza “Dell’Utri”. Vediamo come stanno veramente le cose. Il reato di cui è accusato Dell’Utri è da anni al centro delle polemiche per colpa di pentiti strumentalizzati, testimonianze dubbie, prove ambigue. In realtà, il codice penale prevede soltanto il reato di «associazione mafiosa» all’articolo 416 bis, introdotto nel 1982. Ma dalla fine degli anni Ottanta «l’associazione esterna» è una consuetudine nei processi e una specie d’intoccabile reliquia, proprio perché è considerata un’invenzione di Falcone.

Effettivamente fu lui, nel rinvio a giudizio del maxiprocesso ter del 1987, a sottolineare la necessità di una figura giuridica capace di reprimere le condotte che definiva «fiancheggiamento, collusione, contiguità». È in base a questa logica che, dall’unione tra gli articoli 416 bis e 110 del codice penale (concorso nel reato), si è affermato il «concorso esterno in associazione mafiosa». Ma nel 1992, pochi mesi prima di morire, ecco che cosa sosteneva lo stesso Falcone: «Col nuovo codice di procedura penale (introdotto alla fine del 1989), non si potrà ancora a lungo continuare a punire il vecchio delitto di associazione (mafiosa) in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici (cioè omicidi, riciclaggi, estorsioni). Con la nuova procedura, infatti, la prova deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per i delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa (…). C’è il rischio, con il nuovo rito, che non si riesca a provare nemmeno l’esistenza di Cosa nostra!». Ecco perché, da vivo, Falcone era osteggiato: più chiaro di così… Purtroppo, ha avuto ragione anche in una delle sue ultime frasi, amaramente profetica: «Per essere credibili, in questo Paese bisogna essere morti». Ancora meglio se falsificati.

MAFIA E STATO: DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO, CHE DAI NEMICI MI GUARDO IO. BORSELLINO. UN'ALTRA VERITA'. ANCHE QUESTA DI PARTE O DI FACCIATA?

Il giudice Paolo Borsellino sapeva dell'esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia. Ne sono convinti i magistrati di Caltanissetta e traspare dalle carte della nuova inchiesta sulla strage di via D'Amelio che ha portato all'arresto di quattro persone, tra cui il presunto mandante Salvuccio Madonia. Dalle indagini emerge "che della trattativa era stato informato anche il dottor Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest'ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all'ipotesi dell'esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale 'ostacolo' da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage". Così scrivono i pm nisseni facendo riferimento alla testimonianza di Liliana Ferraro, l'ex direttore generale del Ministero della giustizia. Secondo i magistrati nisseni il boss mafioso voleva "rivitalizzare" quella trattativa, che "sembrava essere arrivata su un binario morto", con una sanguinaria esibizione di potenza come fu in effetti l'omicidio di Borsellino e di 5 uomini della sua scorta, il 19 luglio 1992. "La tempistica della strage - scrivono i pm - è stata certamente influenzata dall'esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa Nostra". «Non bisogna mai abbandonare il percorso verso la verità, anche se è  passato tanto tempo e ci sono verità processuali definitive». Lo ha detto il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso l’8 marzo 2012 durante la conferenza stampa a Caltanissetta per gli arresti per la strage di via D'Amelio. «Auspico che continui questa strada verso la verità e la giustizia. Non si abbandonerà mai questa idea di giustizia - dice - bisogna sempre cercare elementi per raggiungere la verità». Il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, ha detto che Paolo Borsellino «era stato messo a conoscenza dei contatti con Vito Ciancimino da parte delle istituzioni. E' un dato accertato - ha spiegato - come è accertato il fatto che l'8 giugno del 1992 c'era già un decreto legge che istituiva misure altamente repressive nei confronti della mafia con il regime del 41 bis nelle carceri. Non ci fermeremo davanti a verità precostituite. La strategia della tensione non ha mai abbandonato l'Italia. Spesso in momenti di particolare destabilizzazione e confusione del quadro politico dopo Tangentopoli - dice Grasso - c'era il pericolo di una deriva che portasse a mutamenti politici magari non graditi. È un giorno particolare per me, sia dal punto di vista personale che professionale, perché ho avuto il privilegio di raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che hanno cambiato la prospettiva delle indagini sulla strage di via D'Amelio» ha aggiunto il procuratore nel corso della conferenza stampa a Caltanissetta sulle ordinanze di custodia cautelare per l'eccidio eseguite nell'ambito della nuova inchiesta scaturita appunto dalle rivelazioni del pentito. Grasso, riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza sulla scorta di quanto apprese dal boss Graviano, ha parlato di "un palinsesto di azioni già tracciate: un percorso che partì dall'omicidio Lima fino alla fallita strage dello stadio Olimpico di Roma del '94". Il procuratore antimafia ha indicato anche tre moventi della strage: la ventilata nomina di Borsellino alla guida della Dna; le azioni repressive che il ministero della Giustizia avrebbe adottato contro la mafia "e in questo contesto Borsellino avrebbe agito nel pieno delle sue funzioni con atti concreti"; infine l'ultima causale "di tipo eversivo-terroristico che la mafia voleva attuare - ha spiegato Grasso - per evitare mutamenti politici non graditi". Una strategia che la criminalità organizzata avrebbe proseguito per accelerare le trattative, tanto che – continua Grasso – nell’autunno 1992 sarebbe stato progettato un ulteriore attentato e questa volta l’obiettivo sarebbe stato lui stesso, l’attuale procuratore nazionale antimafia. Progetto saltato, ha detto Grasso, quando Totò Riina e i suoi collaboratori sono stati arrestati. «Non bisogna mai abbandonare il percorso verso la verità, anche se è passato tanto tempo e ci sono verità processuali definitive, neanche se confermate da sentenze di Cassazione - ha concluso Grasso. - Auspico che continui questa strada verso la verità e la giustizia. Non si abbandonerà mai questa idea di giustizia – dice – bisogna sempre cercare elementi per raggiungere la verità. Tuttavia l’indagine su uno degli episodi chiave di quel periodo (il fallito attentato dell’Addaura) è a rischio prescrizione, mentre - ha detto Grasso - non ci può essere la prescrizione su fatti del genere, in uno Stato civile e democratico». «Una cosa accertata è senz'altro che Borsellino era stato messo a conoscenza dei contatti con Vito Ciancimino da parte delle istituzioni. Altro dato accertato è che l'8 giugno dell'82 c'era già un decreto legge che istituiva misure altamente repressive nei confronti della mafia», ha detto ancora Grasso ai microfoni di Sky Tg24, in riferimento alla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Secondo la ricostruzione di Lirio Abate, fatta su “L’Espresso”, alla fine del 1991 Cosa nostra aveva dichiarato guerra allo Stato e aveva cominciato a eliminare i politici che non assecondavano più le loro richieste, uccidendo gli uomini delle istituzioni (Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) che erano di ostacolo all'avanzata dei mafiosi e avviando la ricerca di nuovi referenti politici. Totò Riina e il suo gruppo di eversivi stragisti che vanno dal cognato Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca, passando per i sanguinari Filippo e Giuseppe Graviano fino ad arrivare a Nino Madonia e a Matteo Messina Denaro, volevano farsi largo per ottenere benefici in favore dei mafiosi facendo in modo che Cosa nostra si sostituisse, nel meridione, allo Stato. L'uccisione di Paolo Borsellino e degli agenti della Polizia di Stato, addetti alla sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano,Vincenzo Li Muli,Walter Cusina e Claudio Traina, è inserita in questa guerra fra mafia e Stato. La uccisione di Borsellino tra la guerra tra mafia e Stato la inseriscono  i magistrati della procura di Caltanissetta che hanno rivisto l'inchiesta sulla strage di via d'Amelio, chiedendo ed ottenendo quattro ordini di custodia cautelare per personaggi legati alle cosche che mai fino adesso erano stati coinvolti nelle precedenti inchieste giudiziarie. E dopo quattro anni di indagini condotte dalla Dia di Caltanissetta si scoprono nuovi retroscena nella morte di Borsellino. Ma soprattutto per la prima volta un giudice riconosce l'aggravante del fine terroristico contestato agli indagati. Le indagini svelano le forme di pressione sullo Stato per ottenere vantaggi. Pressioni consistite in alcuni omicidi, a cominciare da quello dell'eurodeputato Salvo Lima, che si inserisce in una catena di sangue che si conclude nel 1993 con le bombe di Roma, Milano e Firenze. Il fine terroristico è legato alla trattativa avviata già nel 1991 tra mafia e Stato, di cui Borsellino poteva essere considerato un ostacolo. L'indagine coordinata dal procuratore Sergio Lari, dagli aggiunti Bertone e Gozzo e dai pm della Dda Marino, Paci e Luciani, parte nel 2008 grazie alle rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, arricchite da quelle di Salvatore Tranchina, entrambi fedelissimi dei fratelli Graviano. E si scopre che nelle passate inchieste c'è stato qualche depistaggio, a cominciare dal tassello principale: il furto della Fiat 126, caricata di tritolo e fatta esplodere in via d'Amelio. Di questo furto si sono subito accusati due falsi pentiti, Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino. Del primo nessun mafioso fino al 1992 aveva mai sentito parlare perché era un piccolo pregiudicato che girava filmini porno e faceva uso di sostanze stupefacenti. Candura si inventa di essere protagonista del furto, e le sue affermazioni spostano le indagini su altri obiettivi rispetto a quelli che erano coinvolti. A distanza di 18 anni, grazie alle rivelazioni di Spatuzza si è saputo che quelle affermazioni erano fasulle. Candurra aveva mentito. Spatuzza, infatti, confessa il furto dell'auto e le sue affermazioni vengono riscontrate in tutti i punti. Ma sulle dichiarazioni di Candura e Scarantino si sono basate tre sentenze ormai definitive che hanno condannato all'ergastolo innocenti. Processi da rifare. Per questo motivo il procuratore generale Roberto Scarpinato ha chiesto la revisione dei processi. Depistaggio? A questo interrogativo non è stato ancora data risposta. Le sentenze dei precedenti processi hanno mostrato un mosaico descrittivo di quel tragico avvenimento che presentava diverse tessere mancanti. Mancavano, infatti, risposte ad alcuni interrogativi irrisolti oggetto di investigazioni rimaste senza esito: dalla sospettata responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, alle ragioni per cui venne fatta sparire l'agenda rossa di Paolo Borsellino ed ancora ai motivi per cui venne attuata la strage a 57 giorni di distanza da quella di Falcone e dunque con una evidente - ed apparentemente anomala - accelerazione del programma stragista. E poi i vuoti d'indagine inerenti la identificazione di tutti coloro che parteciparono alla materiale esecuzione della strage: chi aveva posteggiata l'autovettura Fiat 126 imbottita d'esplosivo davanti la porta d'ingresso dell'edificio di via D'Amelio dove abitavano Rita Borsellino ed i suoi familiari? Chi e da dove aveva azionato il telecomando? Chi aveva risposto alla telefonata di Giovanbattista Ferrante che il pomeriggio del 19 luglio annunciava l'arrivo di Paolo Borsellino in Via D'Amelio? Ad alcuni di questi quesiti adesso i pm hanno dato una risposta. La necessità di dare una risposta a queste domande è stata sempre avvertita dalla procura di Caltanissetta che, su alcuni di questi temi, ha continuato ad indagare anche dopo la definizione dei processi precedenti, senza però approdare a significativi risultati anche per la mancanza di nuove fonti di prova in grado di consentire una svolta nell'approfondimento degli interrogativi rimasti irrisolti. Le nuove indagini che adesso hanno portato il gip ad emettere quattro ordini di custodia cautelare, non sono state avviate per ricomporre un mosaico investigativo alla ricerca dei pezzi mancanti, ma per dare una risposta a interrogativi di portata ben più dirompente nati, del tutto inaspettatamente, dalle dichiarazioni rese a cominciare dal 26 giugno 2008 dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che ha fornito una versione totalmente diversa di un importante segmento esecutivo della strage di Via D'Amelio del tutto incompatibile con le precedenti versioni processuali. A seguito di ciò, è apparso fin dal primo momento evidente che, se quanto affermato da Spatuzza fosse stato vero, non sarebbe bastato trovare le tessere mancanti di un mosaico, ma sarebbe stato necessario uno sforzo investigativo di ben maggiore portata consistente anche nella individuazione dei pezzi falsi che qualcuno vi aveva quasi certamente inserito. La ricostruzione, secondo i pm, "di quella vicenda si presentava, fin dal primo momento, di una complessità inaudita, poiché avrebbe richiesto la rivisitazione di tredici anni di indagini e processi, la ricerca di nuovi elementi di prova, l'individuazione di possibili interessi oscuri e di nuove responsabilità, ma anche di probabili vittime di errori giudiziari". A ben vedere, si prospettava la necessità di avviare una ricostruzione investigativa che, in considerazione della gravità dei fatti di reato da accertare e delle aspettative dei familiari delle vittime (oltre che dell'opinione pubblica da sempre sensibile all'accertamento della verità sulle stragi) occorreva svolgere con la massima celerità e determinazione. Tuttavia i pm hanno avuto la consapevolezza che, a distanza di tanto tempo, la ricerca della verità sarebbe stata molto più difficile e complessa. Adesso l'inchiesta ha portato ad accertare, quindi, una sola fetta di zona ancora poco chiara. Tutta quella parte che riguarda il depistaggio e il probabile interessamento nell'attentato di uomini "esterni" a Cosa nostra è ancora da accertare e dimostrare. E su tutto ciò le inchieste sono ancora aperte. Nonostante siano passati 20 anni da quei tragici fatti, siamo ancora in attesa di una seconda puntata su questa zona grigia.

«Dalle nostre indagini emerge che i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia nel '92. - Lo ha detto il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo nel corso della conferenza stampa per i quattro arresti per la strage di via D"Amelio. - Che ci fosse stata una trattativa ormai è un fatto accertato - dice Gozzo - ed è stato verificato che fosse comunicata ai più alti vertici dello Stato. Dalle nostre indagini emerge che i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia nel 1992, ma nessuno informò l’autorità giudiziaria. La dottoressa Ferraro (Liliana Ferraro, allora direttore degli Affari penali al ministero della giustizia) la comunicò all’allora ministro della giustizia Martelli e venne comunicata anche alla presidenza del Consiglio. Però non venne riferito nulla all’autorità giudiziaria.» Gozzo ha aggiunto che «non sono emerse responsabilità di politici, ma mi sconcerta il silenzio di alcuni politici. Se Massimo Ciancimino ha un merito è quello di avere fatto risvegliare la memoria a qualcuno». Sulla questione prescrizione sull'attentato dell'Addaura si è soffermato anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari: "Rischia la prescrizione perché non ci sono stati morti. Purtroppo gli anni passano e alcuni reati si prescrivono” ha detto Lari, che ha rivolto e un appello alla politica per allungare i termini delle indagini sui fatti più gravi. Resta infine il giudizio sospeso su Massimo Ciancimino: «Qualche riscontro delle sue parole è arrivato, soprattutto sui contatti tra gli ufficiali dei carabinieri e suo padre. Il suo contributo però non è stato decisivo come avrebbe potuto essere”. Più duro Lari: “E’ quasi nullo l’apporto che ha dato Massimo Ciancimino alle nostre indagini. Abbiamo ascoltato 190 files con le intercettazioni di Ciancimino per accertare il suo profilo di attendibilità. Ebbene, è venuto fuori che ha detto il falso».

Borsellino fu eliminato da Cosa nostra perché Totò Riina lo riteneva un "ostacolo" alla trattativa con esponenti delle istituzioni arenatasi "su un binario morto" e che quindi andava "rivitalizzata" con il gesto eclatante della strage. Lo ricostruisce il gip di Caltanissetta, Alessandra Bonaventura Giunta, che ha accolto le richieste della Dda nissena, nell'ambito della nuova inchiesta che ha portato alle ordinanze eseguite dalla Dia sulla strage. "La tempistica della strage è stata certamente influenzata - dice il magistrato - dall'esistenza e dall'evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa nostra". Per la Procura, "della trattativa era stato informato anche il dott. Borsellino il 28 giugno del 1992. Quest'ultimo elemento aggiunge un ulteriore tassello all'ipotesi dell'esistenza di un collegamento tra la conoscenza della trattativa da parte di Borsellino, la sua percezione quale 'ostacolo' da parte di Riina e la conseguente accelerazione della esecuzione della strage". Ad avvalorare questa tesi sono anche "le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca a proposito dell'ordine ricevuto da Salvatore Riina di sospendere, nel giugno 1992, l'esecuzione dell'attentato omicidiario nei confronti dell'on. Calogero Mannino perché c'era una vicenda più urgente da risolvere". Sono oltre 260mila le intercettazioni telefoniche ed ambientali registrate nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto di quattro persone per la strage di via D'Amelio. I decreti di intercettazioni firmati dai magistrati sono stati complessivamente 130. Inoltre sono stati sentiti oltre 300 testimoni e 30 collaboratori di giustizia. A snocciolare i dati e i numeri dell'inchiesta coordinata dalla Dda di Caltanissetta e condotta dalla Dia nissena è il colonnello Gaetano Scillia capo centro della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta. Sono 350 i faldoni sulla strage di via D'Amelio. Durante l'inchiesta è stata riesaminata dai magistrati l'ingentissima documentazione riguardante le precedenti acquisizioni investigative e processuali operate nell'ambito di 28 procedimenti penali, comprese le sentenze relative a tutti i gradi dei processi sulla strage di Capaci e di via D'Amelio. Sono stati eseguiti oltre 20 confronti, tutti rigorosamente videoregistrati fra i quali alcuni svolti tra i funzionari di polizia indagati per concorso in calunnia e i loro accusatori, cioè i pentiti Scarantino, Andriotta e Candura. E poi ancora numerose esecuzioni di atti di ricognizione fotografica e personali. Decine i sopralluoghi videoregistrati molti dei quali con gli stessi pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina per ricostruire il contenuto delle loro dichiarazioni. E poi oltre 100 deleghe di indagine conferite alla Dia di Caltanissetta, molte delle quali di elevata complessità. Alla conferenza stampa del 8 marzo 2012 hanno partecipato, oltre al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il sostituto della Dna Maurizio de Lucia, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, i due aggiunti Amedeo Bertone e Nico Gozzo, il direttore della Dia Alfonso D'Alfonso e il capo centro di Caltanissetta della Dia Gaetano Scillia.

Nella seconda metà di giugno del 1992, Paolo Borsellino ha un cedimento nervoso e, cosa inusuale per lui, si sdraia su un divano e piange: “Non posso pensare....non posso pensare che un amico mi abbia tradito”. A ricostruire l’episodio, riportato nell’ordinanza sulla strage di via D’Amelio, sono due magistrati che con il giudice avevano lavorato a Marsala: Alessandra Camassa e Massimo Russo, poi assessore alla Sanità della Regione Siciliana. Ai colleghi che la sentono Alessandra Camassa dice: «La mia impressione fu che Paolo si sentisse tradito da una persona adulta autorevole, con la quale vi era un rapporto d’affetto: pensai che potesse trattarsi di un ufficiale di carabinieri». La ricostruzione è stata confermata da Massimo Russo che aggiunge un’altra frase di Borsellino: «qui è un nido di vipere». Secondo la ricostruzione del Gip e della Procura di Caltanissetta, Borsellino avrebbe individuato il preteso traditore, “ma il nome era talmente sconvolgente – si spiega nell’ordinanza – che neanche gli amici più cari ne sono stati messi al corrente”. La moglie del giudice, Agnese Piraino, è più esplicita e in una deposizione resa il 27 gennaio del 2010 ricorda che suo marito alla metà di giugno del 1992 si sfogò rivelandole, testualmente, che “c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato”. Paolo Borsellino aveva preso l’abitudine di raccontare pochi particolari alla moglie per non metterla in pericolo. “Confermo però – fa mettere a verbale la vedova del giudice – che mi disse che il generale Subranni era ‘punciutu’. Era sbalordito, ma lo disse con tono assolutamente certo, senza svelarmi la fonte. Aggiunse che quando glielo avevano detto era stato tanto male da avere avuto conati di vomito: per lui l’Arma dei carabinieri era intoccabile…”.

A PROPOSITO DI ANTIMAFIA MILITANTE.

Quella che emargina e perseguita. Il Dr Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, direttore di “Tele Web Italia” e presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie", sodalizio antiracket ed antiusura riconosciuto dal Ministero dell’Interno, non è finanziato, né sostenuto da alcuno, ma addirittura. accusato reiteratamente dai PM di diffamazione a mezzo stampa, senza che sia conseguita mai alcuna condanna. La sua colpa: di non avere peli sulla lingua e sulla penna, di non essere di sinistra e di non santificare i magistrati. Lui vede, sente, parla.

Una volta un tal Leonardo Sciascia scrisse («I professionisti dell'antimafia» da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987) «... l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. ... chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno».

Che forse lo scrittore siciliano avesse visto lontano?

Falcone e Borsellino: due eroi, ma non per caso. Morirono il 23 maggio e il 19 luglio dello stesso anno, il 1992. Erano amici oltre che colleghi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la loro vita è trascorsa parallela nella Sicilia dello strapotere della mafia: i loro successi e il loro terribile isolamento, il loro senso del dovere e la burocrazia nemica, la fedeltà dei loro uomini e il tradimento, la conoscenza del fenomeno Mafia e l’omertà del popolo e delle Istituzioni, l’amore per la propria terra e il sacrificio della vita. Diceva Giovanni Falcone: “Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana”. Guardando con gli occhi di oggi a quel periodo nel quale la Mafia vincente dei Corleonesi compì quegli omicidi così eclatanti (con Falcone morirono la moglie e tre agenti dell’auto di scorta, con Borsellino furono trucidati cinque poliziotti), pare di assistere ad un improbabile gangsters movie: bastò l’annuncio dell’incarico prima a Falcone e poi a Borsellino di Responsabile della Superprocura Antimafia ad accelerarne la morte, già decisa da tempo. Falcone e Borsellino sapevano di essere segnati come gli untori ai tempi della peste, sapevano di essere scomodi ed isolati. Nell'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attesta la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere." Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, Borsellino che sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra ebbe a dire “Mi sento come un morto che cammina”. A distanza di 16 anni nessuno ricorda con quanta ostilità e con quanta miopia vennero giudicate le azioni riformatrici in materia giudiziaria di Falcone, a partire dall’intuizione della costruzione “sovradistrettuale” del Nucleo Investigativo e della Procura Antimafia, già dai tempi della costituzione con il giudice fiorentino Caponnetto del Pool Antimafia e nel suo incarico presso il Ministero della Giustizia. La gran parte della magistratura difese le competenze di ogni ambito territoriale con veemenza, addirittura con uno sciopero, contrappose alla nomina di Falcone quella di un altro giudice, perché chiunque era meglio “del giudice traditore della Costituzione” che voleva i “Tribunali Speciali” anche se contro la Mafia. La politica dell’antimafia militante contrastò Falcone fino ad addebitagli la sottovalutazione, anzi la sottrazione di prove, verso alcuni politici siciliani di nota obbedienza mafiosa. Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone si difese davanti al CSM da un esposto presentato da Leoluca Orlando, che parlava di “prove nei cassetti”, ribattendo alle accuse che definì ”un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario” e il clima di sospetto creatosi a Palermo su tutto e su tutti “come l’anticamera del khomeinismo”. Sono gli stessi concetti che espresse Paolo Borsellino: L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale..... Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni….. dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma …tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici…. non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. Queste frasi Paolo Borsellino andò a dirle agli studenti dell’Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa il 26 gennaio del 1989; non sembra anche questa la scena di una pessima fiction? quello che avrebbe dovuto essere uno dei migliori uomini della Sicilia va a parlare in una lontana scuola tra le Dolomiti della Mafia e dei politici “collusi” ma non condannabili. Fuori dalla Sicilia dei rancori, fuori dal clima del sospetto, lontano dagli omertosi dei palazzi del potere e dai professionisti dell’antimafia: sì Borsellino sapeva di essere un "condannato a morte". Per capire bene cosa è successo allora, occorre declinare quell’espressione oscura allora molto troppo comune: il clima dei veleni, al di là dei fatti penalmente rilevanti, era in sostanza una modalità di intendere la lotta alla mafia, il ruolo della magistratura e della politica. Certo c’erano due mondi contrapposti e ben visibili: quello che combatteva la Mafia e quello che o ne era colluso o ne negava ostinatamente l’esistenza come fenomeno criminale specifico, ma erano anche realtà molto sfaccettate al loro interno. Oggi sembra assurdo, ma gli uomini del mondo dell’Antimafia, non solo hanno poco collaborato, si sono anche apertamente combattuti: una parte della politica insisteva a dare alla Magistratura una funzione anomala di “pulizia” sociale e una parte della magistratura si intestardiva a ritagliarsi uno spazio tutto formale all’interno della comoda “coperta” di vecchie leggi di competenza. Questa è la storia dell’avversato Pool antimafia del Giudice Caponnetto, delle denunce di “inanità” a Falcone, della sua mancata nomina in favore di giudici più anziani, della battaglia anche sindacale che l’Associazione magistrati fece alla legge sulla Procura antimafia, della nomina a Prefetto di Palermo di Carlo Alberto dalla Chiesa con cui la politica tentò di salvarsi coscienza e reputazione lasciandolo senza mezzi e senza appoggi e decretandone di fatto la morte. E se l’omicidio di Falcone e Borsellino e la strage delle scorte mise fine a questa incredibile situazione italiana, consolidando la Procura Antimafia, le speciali competenze della polizia giudiziaria, il carcere “duro” cioè senza contatti esterni per i mafiosi, è ancora diffusa l’idea che la magistratura possa e debba fare quello che la politica non è capace a fare e che l’omertà sia solo paura. E’ bastata qualche eccellente assoluzione per trasformare politici notoriamente ambigui, se non collusi, in vittime dell’oscurantismo fanatico; è bastato un volto rugoso e sofferente per dimenticare le colpe del funzionario dello Stato che tradì Falcone, è bastato che la sorella del giudice Borsellino si candidasse alle elezioni per accusarla di sfruttare il nome di un “morto”, già di un morto perché era bene che rimanesse tale. Sono passati tanti anni, tante vittorie ci sono state contro la Mafia siciliana, e la sensibilità culturale nei confronti della legalità e dell’etica è fortemente cresciuta nella popolazione dell’isola e nelle istituzioni tutte, ma non sarebbe stato possibile senza questi due uomini, senza le cose che hanno fatto, gli incredibili successi conseguiti in quell’epoca e in quel clima; senza la loro stessa testimonianza di vita, e purtroppo di morte. Certo povero è un popolo che ha bisogno di Eroi, ma povero è un popolo che non conosce i suoi eroi. “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola” (Paolo Borsellino).

Su questo argomento vi è un intervento su “Il Giornale” di Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo : “L’Antimafia militante si dimentica del Pd”. Nella relazione al Parlamento riferimenti solo al Pdl. Omessi quelli al partito di Bersani su camorra e ’ndrangheta. E poi dicono che la magistratura non strizza l’occhio a una certa politica, facendolo nero all’altra parte. È uno strano torcicollo giudiziario quello della Direzione nazionale antimafia: quando c’è da menar fendenti sui rapporti tra clan e centrodestra scrivono nome e cognome dei politici coinvolti (e non ancora condannati). Appena ruotano la testa a sinistra cedono alla privacy, omettendo ogni riferimento al partito di Bersani. Sfogliando le 726 pagine della relazione consegnata al Parlamento la sigla «Pd» non compare mai mentre – sui procedimenti in corso – ripetutamente fa capolino la sigla «Pdl» e, in quattro occasioni, a scanso di equivoci, si legge per esteso «Popolo della libertà». Eppure non è che mancassero occasioni per collegare fatti di mala al Pd, come nel caso delle indagini sull’omicidio di Gino Tommasino, consigliere Pd di Castellammare di Stabia, ammazzato da un killer iscritto al Pd. Si cita senza problemi l’ex sottosegretario alla sbarra Nicola Cosentino nonostante poche righe prima i magistrati antimafia avessero scritto che «non si intende, in questa sede, far riferimento ai vari procedimenti in corso di trattazione». Nemmeno sentono il bisogno di ribadire quel che è noto a tutti, e cioè quanto è scaturito dal delitto del consigliere Pd Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale calabrese, col coinvolgimento, per altri versi, di Domenico Crea «consigliere regionale, votato, secondo l’accusa, dalle maggiori cosche di ’ndrangheta e subentrato in Consiglio dopo l’omicidio di Fortugno, in atto detenuto». A quale coalizione apparteneva Crea? Al centrosinistra, ma i pm non lo scrivono, così come per le indagini sulle cosche in Lombardia si dimenticano a quale partito facesse riferimento il circolo «Falcone&Borsellino» di Paderno Dugnano dove i capi della ’ndrangheta si davano appuntamento. E che dire di Franco La Rupa «consigliere regionale calabrese tra il 2004 ed il 2010», eletto in chissà quale area, «condannato a 5 anni per voto di scambio politico-mafioso». Al contrario si abbonda coi riferimenti Pdl: si parte da Quarto (Na) con il coinvolgimento di (nome e cognome) espressamente centrodestra. Oppure quel consigliere provinciale di Crotone (...) del quale i magistrati riportano oltre al nome addirittura il numero di preferenze. E basandosi sulle sole intercettazioni si stilano già sentenze nominative: «La coalizione che fa capo al presidente (...) si era avvantaggiata dell’appoggio elettorale anche della famiglia Arena di Isola Capo Rizzuto». E via così. Al Sud come in Liguria dove «è emersa l’operatività di un sodalizio che ha condizionato l’esito delle elezioni regionali del 2010 in favore dei candidati del Pdl (...)». Vengono riportate altre inchieste che riguardano entrambi gli schieramenti, ma la specifica doc colpisce esclusivamente il Pdl. Il caso più emblematico lo denuncia il membro Pdl Antimafia Amedeo Laboccetta. Che in un’interpellanza a più firme racconta di un boss, intercettato in cella, che parla di votare il candidato dell’Idv. Un fatto da approfondire, ma nessuno s’è preoccupato di farlo. Al contrario il sindaco del Pdl regolarmente eletto rischia la poltrona per alcuni esposti anonimi. Accade a Gragnano, nel Napoletano, dove la commissione d’accesso prefettizia richiesta dal sindaco Pdl, Annarita Patriarca, incredibilmente arriva a chiedere lo scioglimento del Comune sulla base di cattiva pubblicità e pregiudizi. Tornando al boss, la spiata nel carcere di Sulmona arriva a poche ore dal ballottaggio del 2009 tra la Patriarca e il rivale Michele Mascolo. Il boss Fabio Di Martino parla col padre, il capoclan Leonardo detto ’o lione: «Mo’ che con Michele vinciamo il ballottaggio...!» facendo intendere – secondo Laboccetta - che alle urne la «famiglia» opterà per il candidato anti-Pdl. Al ballottaggio s’imporrà la Patriarca, che ora si vuol far passare per quello che non è. Laboccetta chiede trasparenza nei controlli al Comune e invita i pm a darsi una svegliata, anche perché indagando su alcuni delinquenti di Gragnano è emerso che la camorra si sarebbe mossa per truccare le ultime primarie a Secondigliano. Il partito era il Pd, non il Pdl. Par-ti-to de-mo-cra-ti-co (tante volte i pm antimafia leggessero male).

Su queste basi nacque “MANI PULITE”.

Ruberie, complotti, casualità: Filippo Facci su “Libero Quotidiano” racconta Mani Pulite. Dall'amnistia che salvò il Pci al nuovo codice di procedura penale del 1989: ecco tutto quello che ha favorito la nascita di Tangentopoli. Tutto parte e riporta lì, sempre a Mani Pulite, genesi di una seconda Repubblica mai nata e già vecchia: è il nostro Prima e Dopo Cristo, è l’incubatrice di un presente politico eternamente incerto tra ieri e domani. Agli spauracchi genere «non è cambiato niente» si è progressivamente sostituita una consapevolezza terrificante: è cambiato tutto, nel senso che la politica di allora oggi appare superiore anche perché diversi erano i curricula, le professionalità, le investiture dal basso: roba che oggi ha ceduto il passo alla nomina di uno bravo ogni venti amici e parenti e servi. Avevi i voti o non li avevi: non c’erano carfagne e non c’era merito di guerra che potesse bastare. Nostalgia? Per niente. Nulla giustifica come il finanziamento illegale della politica, un tempo fisiologico e necessario, fosse degenerato a Milano come nel resto del Paese. Nella capitale morale ogni appalto doveva sovvenzionare la politica in quote prestabilite (tot alla Dc, tot al Psi, tot al Pci eccetera, secondo il consenso acquisito) e le imprese a loro volta potevano prestabilire i vincitori delle gare in barba al libero mercato, formando così un «cartello» che escludeva altra concorrenza e falsava i costi. Maggioranze e opposizioni conducevano un gioco delle parti che dietro le quinte diveniva complicità e spartizione degli affari: a Milano accadeva che per determinati appalti ci fosse un cassiere unico che poi ridistribuiva agli altri partiti, Pci compreso. Sistema oliato - Il sistema era talmente oliato da rendere praticamente impossibile comprendere chi, tra imprese e partiti, avesse il coltello dalla parte del manico. Gli imprenditori si definiranno come ricattati dai politici, i politici come assediati da imprenditori ansiosi di offrire: in concreto «era un sistema», come disse Bettino Craxi, o quantomeno una «dazione ambientale», come la descrisse Di Pietro: ispirato, in realtà, da un altro magistrato che si chiamava Antonio Lombardi. Era un sistema malato di elefantiasi e degenerato negli effetti pratici ed economici: più costose e durature erano le opere e più grande era la torta da spartire, il mercato era sfalsato e così pure la selezione delle offerte migliori e più convenienti. Tutto questo, naturalmente, in linea di massima: fioccavano le eccezioni e le isole felici, mentre le degenerazioni e un senso del limite si tenevano la mano in un Paese che in qualche modo tirava avanti. Grazie al debito pubblico? I numeri, ormai, hanno smentito anche questo. Dal 1946 al 1992, la Prima Repubblica ha accumulato un debito pubblico pari a circa 6-700 miliardi di euro: il restante - ossia i 1300 miliardi di euro che hanno portato il debito pubblico italiano alle cifre odierne - lo ha fatto la Seconda Repubblica dei vari governi Berlusconi, Amato, Ciampi, D’Alema e Prodi; la Prima Repubblica accumulava una media giornaliera di 47,5 milioni di euro di debito al giorno, la Seconda è arrivata a oltre 200 milioni di euro al giorno, quasi quintuplicando la cifra. Oscar Giannino, un collega quantomeno rigoroso, ha raffrontato i governi di centrodestra e centrosinistra sulla base dei dati della Banca d’Italia: il record di debito pubblico sono stati i 330 milioni al giorno del primo governo Berlusconi, che nell’ultimo governo è sceso a 207 milioni. Perfetto, ma perché Mani pulite nacque proprio allora? Qui in genere si scontrano versioni improbabili e micro - la favoletta del magistrato onesto che smaschera i corrotti - e altre non meno improbabili e complottarde e legate a scenari internazionali. Tra Montenero di Bisaccia e Washington, non manca chi sostenga che l’inchiesta avrebbe potuto nascere in ogni momento dal Dopoguerra in poi, anche se è vero che alla fine degli anni Novanta certe disinvolture avevano superato ogni limite e così pure la tolleranza di una popolazione in progressiva crisi economica. Noi voliamo basso. Gli scenari - È inutile ricostruire e contestualizzare tutti gli scenari che indubbiamente, più che dare origine all’inchiesta, da un certo punto poi non ne impedirono la nascita come in passato sarebbe probabilmente accaduto, anzi, come probabilmente avvenne. Si possono tuttavia menzionare pochi accadimenti chiave che prepararono il terreno.
- Uno, nell’aprile 1990, fu l’amnistia che contemplava vari reati compiuti sino al 24 ottobre 1989, e tra questi il finanziamento illecito ai partiti. La demarcazione si rivelerà essenziale per giustificare l’impunità di alcune parti politiche e soprattutto per depenalizzare ogni finanziamento illecito versato al Pci dall’Unione Sovietica. Dall’ottobre 1989 al marzo 1992 non passarono che una trentina di mesi: l’intero sconvolgimento del sistema politico italiano è stato realizzato in quel periodo.
- Dirompente, nel tardo 1989, fu poi l’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale Vassalli-Pisapia. Esso si proponeva, nelle intenzioni, pari dignità giuridica tra accusa e difesa, custodia cautelare come extrema ratio, segretezza delle indagini, pubblicità del processo e, soprattutto, prova che doveva formarsi rigorosamente in aula. Il totale stravolgimento delle velleità del nuovo Codice, con la complicità della classe politica e il palese dolo della magistratura, sarà una chiave di volta della prima e fondamentale parte di Mani pulite. "Troppo garantista" - Molti magistrati nei primi anni Novanta lanciavano grida d’allarme contro un nuovo Codice che paventavano come troppo garantista. Il procuratore generale della Cassazione Vittorio Sgroi, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 1992, definì le nuove norme addirittura «ipergarantiste» e lo stesso facevano i cronisti. Il professor Giandomenico Pisapia, presidente della commissione per la riforma del codice di procedura penale, intervistato dallo scrivente nel 1992, la mise così: «È il processo che è pubblico, non le indagini. Il nuovo Codice vieta la divulgazione di atti che sono in gran parte segreti: il segreto delle indagini c’è e serve a tutelare sia le indagini sia l’indagato che naturalmente teme che la divulgazione di notizie anticipate possa pregiudicare la sua immagine, immagine che una volta guastata non può essere ripristinata nemmeno in caso di assoluzione». L’allora vicepresidente del Csm Giovanni Galloni, sempre nel 1992, aggiunse: «La stampa deve intervenire solo a conclusione delle indagini, e l’avviso di garanzia deve essere protetto da segreto istruttorio». Sembra fantascienza.
- Il referendum sulla preferenza unica proposto da Mario Segni simboleggiò poi come anche Bettino Craxi, che invitò bonariamente gli elettori a disertare le urne, non avesse polso di quanto andava montando. Alle urne si recò il 65 per cento degli italiani e il referendum passò con il 95,6 per cento di sì. Il voto celava null’altro che una forte insofferenza contro i partiti.
- Altre date rilevanti, a Mani pulite iniziata, saranno il 5 ottobre 1992 e il successivo 29 ottobre, quando la lira cioè scese al minimo storico e fu ratificato anche in Italia il Trattato di Maastricht sull’unione monetaria. Qualsiasi peculiarità italiana, di lì in poi, avrebbe dovuto allinearsi a parametri ormai imprescindibili: anche da questo, il 10 luglio 1992, nascerà una manovra finanziaria da 30.000 miliardi di lire con cui il governo di Giuliano Amato tenterà un primo risanamento del disavanzo pubblico. Nello stesso periodo verrà avviata la privatizzazione di Iri, Eni, Enel e Ina: una strada obbligata e però gravida di conseguenze sociali e occupazionali che contribuiranno a riscaldare il clima. Castello di carte - L’Italia, all’inizio del 1992, era un castello di carte che aspettava solo un refolo di vento. Crisi varie, inflazione, la Fiat che annunciava prepensionamenti, carabinieri ammazzati dalla camorra, urla contro i politici durante i funerali, l’antipolitica che strepitava dai televisori: senza contare che il capo dello Stato, Francesco Cossiga, il 2 febbraio avrebbe sciolto le Camere. E Milano, da sempre laboratorio anticipatore di ogni brezza o tempesta destinata a spirare nel paese, era una polveriera rimasta incustodita. E Di Pietro? Di Pietro era un magistrato di non buonissima fama. Non aveva rapporti neanche coi giornalisti, o non erano buoni: lo sfotticchiavano per la pronuncia o addirittura fingevano un refuso e scrivevano «Antonio Di Dietro». I giovani cronisti lo chiamavano «il troglodita». Che avesse in mente tutto fuorché Mani pulite l’ha raccontato in più occasioni Elio Veltri, che l’incontrò nei primi giorni di febbraio: il magistrato gli disse che presto avrebbe abbandonato i reati contro la pubblica amministrazione e si sarebbe dedicato alle estorsioni; aveva archiviato il caso di un’intera famiglia di Parma scomparsa nel nulla e «Chi l’ha visto?» ci aveva montato una puntata intera. A lui era piaciuto, la tv lo faceva già impazzire. Ammetterà anche Francesco Saverio Borrelli: «Non immaginavo che dall’arresto di Chiesa potesse nascere quello che è nato, ma credo che non l’immaginasse nessuno. Non l’immaginava certamente Di Pietro».

Così furono nascoste le prove nell’inchiesta sul pool di Milano. Nel ’96 la procura di Brescia ordinò per tre volte alla Digos di recuperare i tabulati dei cellulari dei pm di Mani pulite. Ma sui telefonini di Di Pietro e compagni non fu mai fatto nessun controllo, di Giancarlo Lehner  su “Il Giornale”. L’articolo tre della Costituzione riguarda tutti i cittadini italiani, salvo i magistrati di Milano. La mia non è l’opinione di parte di un berlusconiano, perché, in qualche modo, di questo privilegio sono rimasto vittima: avvenne nel corso di uno dei procedimenti penali per diffamazione a mezzo stampa intentati contro di me proprio dai magistrati del pool di Mani Pulite. Al fine di difendermi io stesso e i miei avvocati avevamo fotocopiato gli atti dell’inchiesta che la procura di Brescia aveva condotto sulla fuga di notizie che il 21 novembre del 1994 permise al Corriere della Sera di ricevere dalla procura di Milano, in tempo reale e in copia cartacea, due delle tre pagine dell’invito a comparire dei magistrati milanesi a Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, all’epoca alla guida del suo primo governo, si trovava a Napoli per partecipare da «padrone di casa» a un convegno internazionale sulla criminalità organizzata. Fotocopiando dunque il faldone «Buccini - Di Feo» (dal nome dei giornalisti del Corriere che grazie alla fuga di notizie misero a segno lo scoop, Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo) mi era capitato tra le mani un fascicolo vuoto. Il frontespizio recitava: «Tabulati utenze cellulari magistrati milanesi». Il pm bresciano che indagava sulla fuga di notizie aveva insomma ordinato alla polizia giudiziaria di raccogliere i tabulati dei cellulari dei pm del pool per verificare date, orari, periodicità delle eventuali telefonate intercorse tra le toghe milanesi ed i cronisti del Corsera. Ma, nei faldoni dell’inchiesta, questi dati non c’erano: la polizia giudiziaria aveva, dunque, disatteso l’ordine del magistrato. Senza, peraltro, esserne chiamata mai a rispondere. Il 6 ottobre 2000 il mio avvocato, Pietro Federico, pone la questione in tribunale, dicendo: «Su nostra istanza la Procura della Repubblica di Brescia, ha scritto al dottor Mariconda (dirigente della Digos alla questura di Brescia) chiedendo chiarimenti sulla mancanza di questi atti». Il dottor Mariconda, il 29 giugno 2000, aveva risposto: «In riferimento alla delega del 13 marzo 1996, a firma del dottor Salamone e dottor Bonfigli (i pm che indagavano sulla fuga di notizie), l’ufficio aveva rappresentato al pubblico ministero l’oggettiva difficoltà ad acquisire presso la Procura di Milano le utenze dei cellulari dei magistrati di quel capoluogo, in particolare il dottor Borrelli, D’Ambrosio, Colombo, Greco, Davigo e Di Pietro. Con ulteriore delega del 13 giugno 1996 il dottor Bonfigli richiedeva l’acquisizione presso il Comune di Milano dell’elenco delle utenze cellulari assegnate dal Comune alla Procura di Milano nel periodo settembre-dicembre 1994. L’ufficio, con nota del 9 ottobre 1996, forniva l’elenco delle utenze fornite dal Comune senza poter indicare a quali magistrati fossero assegnate. In data 11 novembre 1996, il dottor Bonfigli conferiva all’ufficio ulteriore delega per verificare se dalle utenze in uso ad alcuni giornalisti erano state effettuate o ricevute chiamate presso utenze in uso ai magistrati della Procura di Milano. Alla delega veniva allegata una nota dell’allora procuratore di Milano, dottor Borrelli, con l’elenco dei magistrati e delle utenze a loro assegnate. È doveroso precisare - aveva dichiarato l’uomo della Digos - che l’ufficio ha esaminato esclusivamente i tabulati relativi ai giornalisti segnalati, mentre nessuna attività di riscontro è stata svolta riguardo ai tabulati delle utenze dei magistrati». L’avvocato Federico prima a Cles, quindi in appello a Trento e, di nuovo, nella reiterazione dell’appello a Bolzano, chiese che fosse ascoltato il dirigente Digos Mariconda perché rispondesse alla seguente domanda: «È vero che mai nessun controllo venne da lei effettuato sulle utenze in entrata, in uscita, in partenza dai cellulari dei magistrati del pool di Milano querelanti, e comunque implicati e interessati ai procedimenti oggetto di causa, pur essendo stato disposto un accertamento dal dottor Bonfigli di Brescia?». Ma Mariconda non si degnò mai di venire in processo, nessuno lo costrinse a testimoniare e, alla fine il tribunale, specificamente quello di Bolzano, ritenne irrilevante ai fini dell’accertamento della verità la presenza del Mariconda. Io, naturalmente, fui condannato. *Deputato Pdl.

Ecco l'alfabeto di Mani pulite tra pigiamini e Tonino Zanza, di Luca Fazzo su “Il Giornale”.

A come Armani All’inizio di Mani Pulite, nel 1992, i cronisti giudiziari scrivono un po’ quel che gli pare, anche perché i loro capi non capiscono bene cosa sta accadendo. La prima volta che i cronisti vengono invitati alla cautela è quando il pool indaga per corruzione Giorgio Armani e gli altri stilisti del made in Italy. «Ragazzi andateci piano che questi ci danno un sacco di pubblicità».

B come Borrelli Di tutto il pool Mani Pulite, il procuratore Borrelli è l'unico al quale i cronisti danno del Lei. Non fa mai niente per caso (tranne, a volte, indossare un incredibile principe di galles a quadri rossi e verdi). L’unica volta che esce davvero dai gangheri è quando il ministro della giustizia Alfredo Biondi dichiara a Repubblica che da ragazzo il padre lo ammoniva, «Studia studia figlio mio, che altrimenti ti tocca fare il magistrato». Borrelli si infuria e esce in corridoio gridando «Trovatemi Buccini!». Arriva Goffredo Buccini, cronista del Corriere, la penna preferita dal procuratore. E Borrelli gli fa una lunga intervista in cui dà a Biondi dell’ubriacone.

C come Cinghialone È Paolo Brosio (che fingeva di essere uno sfigato ma in realtà era un cronista con i fiocchi) la mattina del 15 dicembre 1992 a dare per primo la notizia: «Hanno sparato al Cinghialone». Nel gergo, vuol dire che è partito il primo avviso di garanzia per Craxi. Sette anni dopo il procuratore Gerardo D’Ambrosio cercherà invano di convincere il resto del pool a consentire a Craxi, gravato da condanne a trent’anni di carcere, di tornare in Italia a curarsi senza passare per San Vittore. Craxi morirà due mesi dopo, latitante ad Hammamet.

D come Disgraziatamente «Disgraziatamente sono il tesoriere del Pds perché avrei preferito restare un modesto dirigente di partito»: così, seduto su una panca di pietra davanti alla sala stampa del Tribunale, si confida con i giornalisti Marcello Stefanini. L’avviso di garanzia al dirigente della Quercia spacca il pool. Di lì a poco Stefanini muore.

E come Ecolibri La pista che porta il pool Mani Pulite a indagare sui finanziamenti dalla Germania Est al Pci-Pds passa per una semisconosciuta casa editrice di nome Ecolibri, presieduta dalla sorella di Achille Occhetto, il segretario della svolta. L’inchiesta finisce con una rogatoria in Germania, condotta dal pm Ielo con folto codazzo di cronisti al seguito. La rogatoria non approda praticamente a nulla, a Berlino in compenso Paolo Brosio «cucca».

F come Frigorifero È il nome in codice di Vincenzo Pancrazi, comandante del nucleo operativo dei carabinieri, così detto per il suo carattere non tanto espansivo. La mattina presto Pancrazi convoca i giornalisti e dirama il bollettino degli arrestati della notte precedente. Molti di loro saranno già a casa la sera stessa, dopo avere confessato le proprie colpe e tirato in ballo amici e nemici, destinati a finire nel bollettino degli arrestati del giorno dopo.

G come Greco Domenica 19 giugno 1999, in una Procura deserta, Silvio Berlusconi incontra i pm Paolo Ielo e Francesco Greco. L’incontro dovrebbe servire a svelenire i rapporti tra il Cavaliere e il pool Mani Pulite, e lì per lì sembra che tutto vada bene. «È stata una svolta - spiega il procuratore, Gerardo D’Ambrosio - perché dopo anni di contrapposizioni Berlusconi ha riconosciuto il nostro ruolo. Noi abbiamo dato la garanzia che la Fininvest sarà trattata come qualunque altro indagato». È noto come è andata a finire.

I come Intercettazioni Durante tutta Mani Pulite non è mai stata fatta neanche una intercettazione telefonica.

L come Lacrime Un pomeriggio qualunque del 1993, due cronisti chiacchierano con Di Pietro nella sua stanza. Senza motivo apparente, Di Pietro si mette a piangere. I cronisti se ne vanno increduli, «sarà stanco, avrà problemi a casa». In realtà, è già partita la controinchiesta di Brescia che porterà Di Pietro alle dimissioni dalla magistratura.

M come Moroni Sergio Moroni, deputato socialista, finisce nelle cronache di Mani Pulite un giorno dell’estate del 1992, quando viene raggiunto da un avviso di garanzia. Moroni chiama un cronista per precisare la sua posizione: lo fa con garbo, quasi con timidezza. Il cronista a stento lo sta ad ascoltare: è uno dei tanti. Il 2 settembre, nella sua casa, Moroni si spara col fucile da caccia. Lascia una lettera al presidente della Camera, Giorgio Napolitano: «Ho commesso un errore accettando il sistema», scrive. «Ma non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima da pogrom nei confronti della classe politica».

N come Notte La differenza tra Mani Pulite e le altre inchieste è che buona parte del lavoro si fa di notte. Di giorno gli arrestati confessano, di notte Di Pietro manda le nuove richieste di arresto al giudice che gliele firma. Quando i cronisti arrivano in Procura, di solito trovano Di Pietro in ciabatte e con la barba da fare.

O come Oscar Il 16 giugno 1994 il cassiere democristiano Severino Citaristi, recordman degli avvisi di garanzia, riceve l’ennesimo ordine di cattura. Ai domiciliari gli arriva la telefonata di consolazione del presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Gli chiedono i cronisti: non è strano che il capo dello Stato esprima solidarietà a un arrestato? «Io credo, anzi sono sicuro, che Scalfaro mi abbia chiamato come amico, visto che siamo amici da vent’anni».

P come Pigiamino Nel gergo dei cronisti di Mani Pulite, è l’intervista collettiva ai futuri arrestati. Quando si capisce che ai polsi di qualcuno stanno per scattare le manette, si va a trovarlo in ufficio e gli si fanno un po’ di domande. Il malcapitato non capisce il motivo di tanto interesse fino alla mattina dopo, quando arrivano i carabinieri a portarlo via.

Q come Questura L’inchiesta più importante della storia della Prima Repubblica viene condotta dai carabinieri. La polizia, come si può immaginare, rosica. Dalla questura vengono rivolte accorate richieste alla Procura perché anche la Squadra Mobile sia coinvolta in qualche modo nell’indagine. Ma non c’è niente da fare, alla polizia vengono lasciate solo le briciole.

R come Roccia Uno Negli anni di Mani Pulite ascoltare in redazione le radio dei carabinieri è ancora un peccato veniale. Quando le radio dicono: «Un plico per Roccia Uno» vuol dire che i carabinieri hanno arrestato qualcuno e lo stanno portando a San Vittore. Per i cronisti diventa un’abitudine bivaccare nell’androne del carcere milanese, chiacchierando con le guardie.

S come Sisde Cosa hanno fatto i servizi segreti durante Mani Pulite? Hanno dato una mano? Hanno remato contro? Non si è mai saputo. Nell’archivio di Craxi verranno però trovati appunti dei «servizi» su Di Pietro, con le stesse accuse che porteranno all’incriminazione del pm.

T come Tortura «Siamo a un passo dalla tortura», dicono il 5 agosto 1992 i difensori di Salvatore Ligresti. Gherardo Colombo ai cronisti: «Vedete un po’ voi, siete sempre davanti alla porta, sentireste qualcosa...». Tra le presunte vittime degli interrogatori, il manager Bruno Binasco, che lavora per un socio di Ligresti: che non rimane molto traumatizzato, visto che vent’anni dopo riemergerà nell’inchiesta sulle tangenti a Filippo Penati dei Ds.

U come Uccidiamo Nel 1993 il pool comincia a indagare sulla Guardia di finanza. È il troncone che porterà al primo avviso di garanzia a Berlusconi. Sui giornali cominciano a circolare i primi articoli sul giro delle mazzette all’interno delle fiamme gialle milanesi. Un colonnello, che diventerà poi generale, incontra due cronisti davanti all’ascensore di servizio della Procura. «Voi siete nostri nemici - gli dice - e noi siamo soldati. Quindi i nostri nemici li rispettiamo e li uccidiamo». Stupore.

V come Verbali Chi passa i verbali ai giornalisti? Praticamente tutti, perché Borrelli ha spiegato pubblicamente che quando vengono allegati a un’ordine di cattura non sono più segreti. Così si è creato un allegro clima da figurine Panini, in cui le carte dell’inchiesta vengono scambiate alla luce del sole. Un occhio di riguardo viene dato solo ai settimanali, Espresso e Panorama, che altrimenti il venerdì non saprebbero cosa scrivere.

W come Walter La vulgata popolare vuole che l’unico imputato di Mani Pulite finito a espiare la pena sia stato Sergio Cusani. Non è vero: anche Walter Armanini, ex assessore socialista del Comune di Milano, quando la pena divenne definitiva dovette presentarsi in carcere. Essendo un bon vivant, scelse quello di Orvieto, una antica rocca ristrutturata. In carcere riceveva i cronisti (con i quali si metteva a piangere, «sono l’unico fesso che ha pagato») ma anche le lettere d’amore della sua fidanzata, la bella attrice Demetra Hampton. In carcere si ammala di tumore, viene scarcerato e muore.

Z come Zanza «Zanza» o anche «Zanzone» è il nome in codice che i cronisti di Mani Pulite affibbiano a Di Pietro: nel gergo della malavita milanese «Zanza» sta per truffatore. E Di Pietro se lo conquista per la sua abitudine, quando i cronisti lo assillano, di toglierseli di torno rifilando loro «soffiate» che quasi sempre si rivelano dei depistaggi. Ma i cronisti, tranne qualcuno, lo adorano ugualmente.

"LO STATO": MAFIOSO, PAVIDO E BUGIARDO.

L'epistemologia è quella branca della filosofia che si occupa delle condizioni, sotto le quali si può avere conoscenza scientifica, e dei metodi per raggiungere tale conoscenza, come suggerisce peraltro l'etimologia del termine, il quale deriva dall'unione delle parole greche Epistema ("conoscenza certa", ossia "scienza") e logos (discorso). In un'accezione più ristretta l'epistemologia può essere identificata con la filosofia della scienza, la disciplina che si occupa dei fondamenti delle diverse discipline scientifiche. In epistemologia, un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento. Il termine dogma (o domma) è utilizzato generalmente per indicare un princìpio fondamentale di una religione, o una convinzione formulate da filosofi e poste alla base delle loro dottrine, da considerarsi e credere per vero da chi si reputa loro seguace o fedele. Il termine può essere applicato in senso estensivo a discipline diverse da quelle religiose.

Bene, anzi male. In tema di mafia vi è un assioma elevato a dogma per il quale chi non è comunista, o comunque chi non è di sinistra, è per forza di cose un mafioso, un para mafioso o un sostenitore della mafia. Questo si evince dalle tante inchieste emerse in tutta Italia e dalla piega che ha assunto la cosiddetta lotta "Antimafia": lotta di parte o di facciata. E’ difficile trovare degli esponenti politici di sinistra che siano stato colpiti da inchieste di mafia, specialmente quanto i titolari delle indagini siano Pubblici Ministeri di una certa area politica. Di contro vi sono evidenti ed ostinati tentativi giudiziari di coinvolgere esponenti politici governativi del centro-destra, nonostante tutti gli schieramenti siano stati investiti di responsabilità governativa, dimostrando nei fatti di essere tutti uguali. Hanno cercato di colpire Andreotti e Berlusconi e i loro referenti istituzionali locali. Molti deputati, ma anche uomini servitori dello Stato. Come Giovanni Falcone, Bruno Contrada, Mario Mori, colpevoli di essere stati promossi a ranghi istituzionali al posto di chi altri aspirava ad occuparli: Falcone e Contrada nominati dall’area Adreottiana-craxiana; Mori da Berlusconi.

Giovanni Falcone, medaglia d’oro al valor civile. Palermo 5 agosto 1992. «Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del 'pool antimafia', dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni.»

Nel gennaio '90, Falcone coordina un'altra importante inchiesta che porta all'arresto di trafficanti di droga colombiani e siciliani. Ma a maggio riesplose, violentissima, la polemica, allorquando Orlando interviene alla seguitissima trasmissione televisiva di Rai 3, Samarcanda dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore, scagliandosi contro Falcone, che, a suo dire, avrebbe "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre al procuratore Pietro Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti. Si asseriscono responsabilità politiche alle azioni della cupola mafiosa (il cosiddetto "terzo livello"), ma Falcone dissente sostanzialmente da queste conclusioni, sostenendo, come sempre, la necessità di prove certe e bollando simili affermazioni come "cinismo politico". Rivolto direttamente ad Orlando, dirà: "Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati". La polemica ha continuato ad alimentarsi anche dopo la morte del giudice Falcone. In particolare, la sorella Maria Falcone in un collegamento telefonico con il programma radiofonico "Mixer" ha accusato Leoluca Orlando di aver infangato suo fratello, « hai infangato il nome, la dignità e l'onorabilità di un giudice che ha sempre dato prova di essere integerrimo e strenuo difensore dello Stato contro la mafia[...]lei ha approfittato di determinati limiti dei procedimenti giudiziari, per fare, come diceva Giovanni, politica attraverso il sistema giudiziario». In un'intervista a Klauscondicio, Leoluca Orlando ha dichiarato di non essersi pentito riguardo alle accuse che rivolse a Falcone. In un'intervista del 2008 al Corriere della Sera il Presidente emerito Francesco Cossiga ha imputato al Csm grosse responsabilità riguardo alla morte del Giudice Falcone, ha infatti affermato: «i primi mafiosi stanno al CSM. [Sta scherzando?] Come no? Sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la DNA e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal CSM e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al Ministero della Giustizia.» La polemica sancì la rottura del fronte antimafia, e da allora in poi Cosa Nostra si avvantaggerà della tensione strisciante nelle istituzioni, cosa che avvelenò sempre più il clima attorno a Falcone, isolandolo. Alle seguenti elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura del 1990, Falcone venne candidato per le liste collegate "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88", ma non viene eletto. Fattisi poi via via sempre più aspri i dissensi con Giammanco, Falcone optò per accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l'azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l'appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone. Falcone in realtà profuse tutta la propria professionalità nel preparare leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato, ed in particolare sulla procura nazionale antimafia. Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario». Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, affermò che «non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo». In questo contesto fortemente negativo, nel marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima, omicidio che rappresenta un importante segnale dell'inasprimento della strategia mafiosa la quale rompe così gli equilibri consolidati ed alza il tiro verso lo Stato per ridefinire alleanze e possibili collusioni. Falcone era stato informato poco più di un anno prima con un dossier dei Carabinieri del ROS che analizzava l'imminente neo-equilibrio tra mafia, politica ed imprenditoria, ma il nuovo incarico non gli aveva permesso di ottemperare ad ulteriori approfondimenti. Il ruolo di "Superprocuratore" a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell'autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati e nella decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che per la carica gli oppose inizialmente Agostino Cordova. Sostenuto da Martelli, Falcone rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo, presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli fu sempre più solo all'interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, Falcone ottenne i numeri per essere eletto Superprocuratore il giorno prima della sua morte. Nell'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attesta la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Bruno Contrada. Entrato in Polizia nel 1958, frequentò a Roma il corso di istruzione presso l’Istituto superiore di polizia. Dopo alcuni ruoli nel Lazio, nel 1973 gli venne affidata la direzione della squadra mobile di Palermo. Nel 1982 transitò nei ruoli del SISDE con l’incarico di coordinarne i centri della Sicilia e della Sardegna. Nel 1986 fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE. Il 24 dicembre 1992, venne arrestato perché accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso (estensione giurisprudenziale dell'art. 416 bis Codice penale) sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (tra i quali Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi) e rimase in regime di carcere preventivo fino al 31 luglio 1995. Il primo processo a suo carico, iniziato il 12 aprile 1994, si concluse il 19 gennaio 1996, quando, al termine di una requisitoria protrattasi per ventidue udienze, il pubblico ministero Antonio Ingroia chiese la condanna a dodici anni. Il 5 aprile 1996 i giudici disposero dieci anni di reclusione e tre di libertà vigilata. Il 4 maggio 2001 la Corte d'Appello di Palermo lo assolse con formula piena. Il 12 dicembre 2002 la Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado, ordinando un nuovo processo davanti ad una diversa sezione della Corte d'Appello di Palermo. Il 26 febbraio 2006 i giudici di secondo grado confermarono, dopo 31 ore di camera di consiglio, la sentenza di primo grado che condannava Bruno Contrada a 10 anni di carcere e al pagamento delle spese processuali. Il 10 maggio 2007 la Corte di cassazione ha confermato la sentenza di condanna in appello. Contrada venne rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Il 24 settembre 2011 la Corte d'appello di Caltanissetta ha ammesso la revisione del processo in cui Bruno Contrada è stato condannato a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di revisione comincerà davanti alla Corte d'appello di Caltanissetta. Due richieste analoghe, presentate dal difensore di Contrada, l'avvocato Giuseppe Lipera, erano state rigettate.

SENATO: PRESENTAZIONE LIBRO "GIUSTIZIA ASSISTITA" DI PIERO MILIO. Roma, 06 giugno 2011 - Sala Conferenze ex Hotel Bologna in via di Santa Chiara 5, presentazione di "Giustizia assistita", volume che raccoglie scritti e interventi dell'avvocato Piero Milio, ex senatore radicale e storico avvocato difensore di Bruno Contrada e del generale Mario Mori, deceduto nel 2010 a Palermo. (relatori: Pierluigi Winkler, presidente della Koiné Nuove Edizioni, avv. Basilio Milio, sen. Emanuele Macaluso, direttore de "Il Riformista", sen. Luigi Compagna, dott. Massimo Bordin, giornalista di "Radio Radicale". Moderatore dott. Massimo Martinelli, giornalista de "Il Messaggero". Saluto di Maurizio Gasparri, presidente del Gruppo Pdl al Senato. Tra i presenti, l'ex ministro Interni Nicola Mancino, il gen.le Mario Mori, Ida e Pupa, sorelle del generale Bruno Contrada, Marina Salvadore del Comitato Bruno Contrada Napoli, la quale dà un dettagliato resoconto.

«Dall’umido esilio di Liternum marciava, ieri, verso il Senato di Roma imperiale un manipolo sgangherato dei “bona fides” di Scipione Bruno Contrada. Accadeva che in contemporanea con l’ennesima archiviazione della Procura dell’ennesimo esposto del generale contro i calunniatori ed i mistificatori, la contraddizione palese della sua piena riabilitazione morale e professionale sarebbe fiorita, per contro, sulle bocche dei più alti rappresentanti istituzionali, ripresi anche dalle telecamere. Il Camel Trophey degli impavidi invecchiati accanto al generale, arrancava motivato alle porte di Roma Sud, riannusandone la grandezza e la potenza. La speranza! Provenienti dalla bidonville del Mezzogiorno reietto, oltre la Porta romana li confondeva in quel caos urbanistico l’assenza totale di pattume, creando in loro la suggestione d’essere proiettati in un'altra realtà, in un altro mondo, in un’altra vita. Troppo era durato l’esilio da Roma, da non riconoscerla più! L’occasione propizia, utile a riaccendere ceri votivi per evocare la luce nel lungo tunnel buio dell’oblio ed a rigenerare gli esuli in un’istantanea reincarnazione, come esperienza mistica, esoterica, si doveva alla generosità biodinamica, ancora attiva, di chi della Verità, nel Senato di Roma, s’era fatto testimone e maestro, l’avvocato Piero Milio che – ancora – dalla quarta dimensione faceva udire distintamente la sua voce, consentendo alla platea di visualizzarlo con la toga gettata in spalla, l’indice puntato ai calunniatori ed il braccio sinistro – quello del cuore – a cingere le spalle di Bruno Contrada e Mario Mori! L’eredità di un suo libro di memorie, rinvenuto tra i files del computer dal suo degno figliolo, il giovane e capace avvocato Basilio, veniva così, ieri, equamente divisa a vittime e carnefici: ad ognuno onori ed oneri, a seconda del ruolo da loro rivestito nella italica “Giustizia Assistita”. Parole come sassi levigati dal mare, memorie del 2001 attualissime, dacché niente è cambiato nel “sistema” ma ad oggi, in progressione geometrica, lievitando l’una sull’altra, pagine di Mafia e Giustizia incombono come la nuvolaglia nera che ingrossa sempre più il diluvio delle iniquità! L’Italia del Diritto, dalla culla alla bara. La circostanza della presentazione del libro, voleva essere il giusto tributo al ricordo di Piero Milio, scomparso da un anno; invece, si è tradotto nel tributo del grande avvocato alla Giustizia Giusta, come per un’ultima appassionata arringa, a perenne monito. Sentire risuonare in quella sede prestigiosa di nuovo il nome di Bruno Contrada, il racconto delle sue eroiche imprese, é stato emozionante fino alla lacrime, seppure una strana rabbia formicolasse nel palmo della mano che avrebbe voluto levarsi per chiedere d’essere auditi, per dire la propria, partecipando di DIRITTO, come in un agorà o in un sacro conclave e non solo quale muto spettatore. Diciotto anni di persecuzione ambivano a trovare riscatto almeno in un fotogramma di umana rivendicazione… ma il prodigio era già tutto racchiuso, avaro, nel privilegio unico della condivisione spartana dell’evento: vietate le repliche e il contraddittorio, il dibattito ed addirittura non previsto un opportuno banchetto promozionale dei libri all’editrice Koinè, tanto che il nostro canuto manipolo di reduci della Silva Gallinaria, mostrava in quel consesso, ad uso di reliquia trasportata lungo la via Capuana e la via Appia fino in Roma imperiale, una copia del libro; come Saul, noto come san Paolo di Tarsia, che da Pozzuoli a Roma recò seco le sue lettere da spedire ai Corinzi. Prescelti, nevvero? Pochi ma buoni gli invitati al rito di ufficiosa riabilitazione, quasi che gli anfitrioni istituzionali provassero ancora ancestrale imbarazzo a trattare di certe vergogne nazionali, seppure nel pieno possesso, ora, dei più ampi poteri conferiti loro dal Governo della Nazione. Pertanto, l’evento è stato di portata eccezionale, con la maggioranza assoluta di relatori insigni ed augusti ospiti, da ridurre in minoranza la sorpresissima platea, oltremodo zittita nel disagio di “eccesso di grazia” non previsto. Il senatore Macaluso, autentico istrione, bene ci appassionava alla sua Lectio Magistralis sulla degenerazione della sinistra storica in sinistra complottista, rendendo onore ai servitori dello Stato ingiustamente intrappolati nel ruolo di capri espiatori, ricordando con estrema lucidità l’uso consapevole e riservato che dei “pentiti” di mafia il giudice Falcone intendeva, fino all’abominio odierno dell’abuso mirato e relative strumentalizzazione di questi, da parte di certe procure, con i risultati che ridondano nelle cronache giustiziere quotidiane. Riferendosi al vergognoso processo Contrada, Macaluso evidenziava come il ruolo degli investigatori dei “servizi” non abbia mai goduto delle opportune protezioni dovute ai professionisti di rango che, necessariamente, nel loro pericoloso ed esclusivo lavoro, al pari dei militari cosiddetti “infiltrati” devono impattarsi e relazionarsi con criminali pericolosissimi; questa assenza di misure speciali a tutela di uomini coraggiosi mandati allo sbaraglio dallo Stato medesimo, si è rivelata un’arma a doppio taglio, finendo col conferire autorevolezza più ai criminali che agli esponenti delle forze dell’ordine e allargando ancor più il solco tra lo Stato e “certe” Procure innegabilmente politicizzate, col risultato che i migliori uomini impegnati nella lotta alla Mafia e al Terrorismo si sono trovati, come Contrada e Mori, esposti al pubblico ludibrio e messi alla sbarra quando non ristretti nelle galere di quello Stato che sarebbe stato in dovere solo di ringraziarli e di premiarne l’audacia. A Macaluso faceva eco il senatore Compagna sul ruolo giocato da Ciancimino junior in due anni di pubbliche audizioni quasi quotidianamente divulgate con evangelici titoli sensazionali e che lo trasformavano in star televisiva da reality-show, salvo, poi, il sancire da altra procura concorrente l’inidoneità e l’inadeguatezza di questi al ruolo di “collaboratore di giustizia”. Come non sottolineare che ad un comune delinquente era stata posta sul capo l’aureola di “eroe romantico” e che ai Ciancimino, agli Spatuzza, ai Brusca e compagnia, lanciatori di coltello, si offrivano addirittura spade affilate per esercitare il ricatto, volgarmente ostentato quale riscatto. Emblematico il riferimento al micidiale quantitativo di esplosivo rinvenuto nel giardino di casa del finto fesso Ciancimino che… chissà perché, per cosa e da quando lo deteneva… e che solo un mese dopo il suo casuale rinvenimento è stato regolarmente denunciato quale reato, laddove ad un comune mortale non celebre quanto il fighetto in questione, le porte del carcere si sarebbero spalancate per direttissima. Ebbene, ad un soggetto di tal tipo si è consentito, per anni, di infamare ignobilmente, con racconti fantastici persone come il generale Mori, presente anch’egli al convegno e signorilmente premuroso con la non vedente signora Ida, sorella di Bruno Contrada delle cui condizioni si informava, pregandola di portargli un solidale saluto. L’intervento di Compagna non poteva non scivolare sulla necessità di una riforma della Giustizia, sulle dolenti note della separazione delle carriere e dei controversi rapporti tra polizia giudiziaria e magistrati. A quel punto, avremmo voluto urlare la necessità dell’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul Pentitificio di Stato e ricordare anche che gli italiani, molti anni fa, con referendum votarono già a favore della responsabilità civile dei magistrati e sull’onda del breve intervento di rito di Maurizio Gasparri in ordine alla necessità di trattare le responsabilità di chi accusa e di chi giudica, tanto noialtri profughi del litorale domitio quanto l’inossidabile senatore Mauro Mellini sussultavamo sulla sedia, pensando al trasferimento, al momento inopportuno, del ministro Alfano dalla Giustizia alla segreteria del partito, con guizzi di riforma congelati sul nascere ed un futuro – eccetto i soliti imprevisti – di soli due anni per consentire al suo successore di realizzare appieno la riforma medesima. Poteva mancare all’illustre consesso che godeva dell’armonia perfetta di quegli illustri uomini di sinistra, di destra… di sopra e di sotto l’inquietante convitato di pietra? L’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino, seduto in prima fila, immobile come un animale a sangue freddo nell’autunno avanzato, ascoltava, senza emettere suono, senza battere ciglio… e ripensando, noialtri, alla recente riesumazione del primo patto Stato-Mafia, ripescato dagli annali occulti dell’annus orribilis 1992, un brivido lungo la schiena ci coglieva nonostante l’afa insopportabile della inoltrata primavera romana. Un brivido di paura, sì, al solo pensare – stante le cronache politiche alquanto bizzose; anzi, bislacche – ad una più violenta e perniciosa riedizione di quel fallito golpe sinistro del ’92. Tuttavia, la rassicurante presenza del senatore Milio aleggiava nell’aula, percepibile ancora attraverso l’umiltà e l’eleganza cortese di suo figlio Basilio che serenamente blandiva relatori, ospiti e spettatori, rammentando senza ostentazione il coraggio della dignità messo nelle numerose ed impegnative lotte civili da suo padre, in tempi e su territorio pericolosissimi. Di lui, proprio nel ’92, Giovanni Falcone disse: “L’avvocato Milio fa parte di quella eletta schiera, in verità abbastanza esigua, di avvocati palermitani che sono pronti anche ad addossarsi questo sacrificio e i pericoli non lievi che comporta l’assunzione di certe difese”; Falcone, occorrerebbe sempre ricordarlo, aveva precedentemente gratificato con un encomio scritto anche Bruno Contrada e il risultato dell’equazione è che – certamente – tutti coloro che ora sfruttano ideologicamente la memoria di Falcone (e di Borsellino) sono gli stessi che – in puro stile mafioso – se ne liberarono. Non a caso in “Giustizia assistita” Milio, come su un Golgota ideale, ricompone una trinità di martiri: Falcone, Contrada e Mori… ed il suo libro, pronto da anni ed ostacolato per anni nella debita divulgazione è quantomai attuale. Qualcuno, tra i relatori, faceva anche un rapido accenno alla denuncia fatta a Borsellino, dopo la morte di Falcone, degli intrallazzi tra partecipazioni statali e mafie… ah! se avessimo avuto l’opportunità di intervenire avremmo chiesto ai senatori della Repubblica perché allo sfortunato ex sindacalista UIL della Fincantieri Palermo, Gioacchino Basile, che da anni chiede inutilmente di essere audito dalla Commissione Antimafia, non gli si riconosce un briciolo solo dell’autorevolezza che permea i brutti ceffi “pentiti” nell’immaginario collettivo di certi PM rampanti… La ricca performance volgeva alla fine. Il senatore Gasparri, spariva veloce dietro una porta, per impegni di rango o perché tormentato al pensiero delle domande che leggeva sulle labbra di noialtri cafoni della Silva Gallinaria. Gradevolmente, l’aristocratica e gentile direttrice editoriale della Koiné, Madrilena Lioi e gli altri relatori si attardavano cordialmente con noi, prestandosi anche al rito delle foto-ricordo. Ida Contrada, affetta da cecità, percepiva più intensamente i sentimenti di chi la circondava e rideva felice. Di ritorno al paesello, mi confidava d’essersi divertita molto al pensiero che tutti quei politici importanti s’erano lasciati fotografare con una dei “Contrada”, richiamando alla memoria, sorniona, l’episodio degli scatti fotografici di Di Pietro alla medesima mensa di Bruno Contrada, nella prenatalizia del ’92… e tutto il casino che ne scaturì!... In realtà era felice per aver di nuovo, dopo tanto tanto tempo, sentito dire così bene ed in un contesto così importante, del suo adorato fratello, il generale Bruno Contrada.»

Mario Mori è un generale e prefetto italiano. È stato comandante del ROS e direttore del SISDE.

Quel che pensa davvero del gip che l’ha rinviato a giudizio d’imperio nonostante la richiesta d’archiviazione del pm, l’ormai ex ministro all’Agricoltura, Saverio Romano, lo rende noto nel libro-intervista La Mafia addosso (il Borghese editore). Prima, però, fa una premessa a buon intenditor: dal 1991 al 2000 ho fatto di tutto, dal consigliere provinciale al presidente di banca, ero conosciutissimo e mai è girata una chiacchiera. Dal 2001 sono diventato tre volte deputato e parlamentare europeo. A un certo punto, però, arrivano le «delazioni» del pentito Campanella che - sostiene Romano - si annullano coi riscontri in atti, con alcune sentenze e con le delazioni di un altro pentito di Villabate, Mario Cusimano. «Insomma, fino a settembre dell’anno scorso (2010) ero un parlamentare dell’opposizione. Il 29 settembre ho votato la fiducia e a novembre è stato riesumato il mio caso giudiziario, che ormai era un cadavere nel quale non si poteva che chiedere l’archiviazione». Aver fatto da salvagente al governo Berlusconi - dice - è la causa di tutto. Nel libro Romano non va a caccia di colpevoli, ma riserva critiche al gip che ha proceduto con l’imputazione coatta: «In generale, i magistrati non ce l’hanno con me, ma con Berlusconi. La cosa grave è che qualcuno vorrebbe alimentare lo scandalo nei confronti di questo (ex) governo dopo otto anni di indagine e due richieste di archiviazione del mio caso, rimasto tre anni in un cassetto senza che nessuno se ne curasse più. Un caso ormai chiuso, riesumato da un’ordinanza illogico-deduttiva». Proprio così: illogico-deduttiva. «Un’ordinanza che gli esami di magistratura avrebbe provocato la bocciatura del candidato perché è frutto di personalissime convinzioni, legate a una realtà virtuale, che solo questo giudice è riuscito a partorire». E giù con gli esempi, a cominciare dalle frequentazioni con mafiosi, tipo Guttadauro, «che le carte dei pm dimostrano non esserci mai state (...)». L’unico «persuaso dell’incontro con Guttadauro è il gip, ma solo sulla base di un suo convincimento personale formato su mere illazioni e smentito da tutti gli elementi acquisiti». L’ex ministro non parla di malafede del gip Castiglia. Però non può far a meno di notare che «è stato iscritto ai Verdi e Md, dove non hanno una buona opinione di Berlusconi. Non lo dico io, ma è lui stesso a dirlo. Basta andare su alcuni blog e leggere come si è espresso nei confronti del governo e dei suoi provvedimenti». In un intervento pubblico in materia di intercettazioni, il 10 giugno 2008, su toghe.blogspot.com Castiglia «osanna un post» dove si dice che «il terrore delle intercettazioni è un problema che hanno solo i potenti e i corrotti» e poi che la legge «è la prima vera legge vergogna che riguarda i processi di Berlusconi». In un altro blog, il 15 novembre 2009, il gip loda uno studente che prende di petto l’allora Guardasigilli Alfano («complimenti, complimenti, complimenti») poi sottoscrive un duro «appello per la giustizia civile» di Md contro la riforma dell’ordinamento giudiziario. «Non voglio dimostrare la sua acrimonia verso di me - chiosa Romano - però poi leggo un’altra sua ordinanza su tizio che inequivocabilmente partecipa a un vertice di Cosa nostra, e ne archivia il caso perché partecipare a un summit mafioso non equivale a essere mafioso. Per me, invece, pur non avendo uno straccio di prova di un mio semplice contatto con la mafia, ha chiesto l’imputazione coatta».

LA VERSIONE DEL GENERALE E PREFETTO MARIO MORI.

La vera storia di un grande carabiniere sotto processo, Mario Mori, raccontata da Claudio Cerasa, tratta da “Il Foglio”.

Se Leonardo Sciascia avesse conosciuto il generale Mario Mori prima di scrivere “Il giorno della civetta” il suo capitan Bellodi non sarebbe stato un giovane poliziotto con gli occhi chiari, i capelli scuri, il viso tirato e l’accento emiliano, ma sarebbe stato piuttosto un piccolo brigadiere triestino con i capelli bianchi, i baffi corti, la voce bassa, gli occhi azzurri, un curriculum da sballo, il vaffanculo facile facile e sei numeri che hanno cambiato la sua vita: 2789/90. Quelle del generale Mori e del capitan Bellodi sono due storie che viaggiano su binari paralleli: un uomo sceso dal nord per andare in Sicilia disposto a rompersi la testa per combattere la mafia, e che dopo essere riuscito ad arrestare il più temuto dei capi-cosca improvvisamente si ritrova contro ora i politici, ora gli avvocati, ora i magistrati, ora i giudici, ora le procure e ora naturalmente i giornali. E i giornali ne riparleranno presto del generale, e c’è da scommettere che non ne parleranno bene. Il 16 giugno del 2008 la procura di Palermo ha aperto un’indagine contro Mori per “favoreggiamento aggravato” a Cosa Nostra, e gran parte dei prossimi anni il generale le dedicherà a quel processo.

Di che cosa è accusato il capitan Bellodi? La procura di Palermo ha indagato Mori come responsabile della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, ma il processo per favoreggiamento nasconde una storia molto particolare. A Mori è successa la stessa cosa capitata all’eroe di Sciascia: si è ritrovato di fronte a qualcuno che vuole riscrivere la storia di un periodo cruciale per l’Italia e che vuole offrire a uno dei protagonisti di quei giorni la parte dell’antagonista brutto, sporco, cattivo e, perché no?, pure compromesso. Il processo a Mori è un modo come un altro per tentare di dimostrare che una parte della stagione delle stragi, nel 1992, in particolare quella che coinvolse il giudice Paolo Borsellino, fu causata dallo stesso generale che “voleva a tutti i costi trattare con la mafia”. Ma molti non conoscono un particolare. In quegli anni Mori iniziò a raccogliere i suoi giorni in 29 agende a righe con la copertina rigida: dagli anni 80 a oggi non c’è appuntamento che Mori non abbia segnato su questi fogli, e dalla lettura di quelle pagine, tenute segrete per molto tempo, emergono delle verità molto interessanti.

Roma, due dicembre 2009. Mario Mori siede dietro la scrivania al terzo piano di un ufficio che si affaccia a strapiombo su Piazza Venezia: ha lo sguardo vispo, gli occhi un po’ scavati, i capelli tagliati corti, le mani distese poggiate sulle cosce e un libricino aperto a pagina 37 con una “x” segnata a matita accanto a un aforisma di uno degli scrittori più amati dal generale, Giacomo Leopardi. Il dettato piace molto a Mori: “La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua rarità, non l’è data fede”.

Il generale accetta di riceverci nel suo piccolo studio privato e inizia a raccontare come è cambiata la sua vita. Sono tante le ragioni per cui la carriera di Mori risulta affascinante ma vi è un aspetto che rende la sua storia molto significativa. Ed è la prima cosa che ti colpisce quando ti ritrovi di fronte a lui: ma come è possibile che un super sbirro, un grande carabiniere che ha acciuffato i capi di Cosa Nostra, che ha messo in galera tipacci come Totò Riina e che ha contribuito a smantellare numerose cupole mafiose sia, e sia stato, processato con le stesse accuse degli stessi criminali che per anni ha perseguito e arrestato? Vuoi vedere che forse c’è qualcosa, qualcosa della sua vita, qualcosa dei suoi anni a Palermo, qualcosa della sua esperienza al Sisde, che sfugge ai grandi accusatori di Mario Mori? Mori si è chiesto più volte le ragioni per cui la magistratura siciliana gli si è accanita contro, il perché di quelle pesantissime inchieste costruite con le parole di pentiti non proprio affidabili, i motivi per cui, dovendo scegliere se credere alle sue parole o a quelle di un pentito, i pm tendano a dare retta al secondo anziché al primo. E quando glielo chiedi il generale Mori che fa? Alza un po’ lo sguardo, gioca con i polsini della camicia, si dà un colpetto all’indietro sulla poltrona, allarga le braccia e poi sussurra: “Non so. Davvero. Proprio non so”.

A Roma il generale c’è tornato: alla fine del 2008 il sindaco Gianni Alemanno gli ha offerto la direzione delle Politiche della sicurezza della Capitale e Mori ha accettato di tornare in quella città dove ha studiato per cinque anni al liceo classico (era al Virgilio nella sezione C negli stessi anni in cui Adriano Sofri era nella sezione D), dove ha seguito le lezioni dell’accademia delle Armi, dove ha lavorato con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e da dove ha iniziato a costruire la sua carriera, diventando nel corso degli anni prima comandante del gruppo carabinieri di Palermo (dal 1986 al 1990), poi comandante dei Ros (dal ’96 al 2000) e infine numero uno del Sisde (fino al 2006). Sono proprio questi – gli anni del Sisde, gli anni dei servizi segreti, gli anni in cui condusse le indagini sulla morte di Massimo D’Antona, sull’omicidio di Marco Biagi, sulle conseguenze italiane dell’undici settembre – i tempi in cui Mori rimase affascinato da alcune sottili ma importanti differenze tra il combattere la mafia e combattere il terrorismo. Mori era sorpreso dalla capacità di fare gruppo dei brigatisti, e da quel loro cerchio chiuso, quasi impenetrabile. Nei brigatisti – racconta Mori – vi era un livello culturale superiore alla media della criminalità e il loro era un legame ideologico non un legame familistico, di cosca o di sangue.

Era proprio per questo che Mori riteneva fosse più semplice combattere il terrorismo piuttosto che Cosa nostra. “La mafia è come un tumore che si autoriproduce: è un mondo che resiste da molto tempo non tanto per la sua forza ma perché è una forma di costume che è legata a certe forme di cultura. I poliziotti e i magistrati potevano e possono arrestare tutti i mafiosi del mondo ma l’unico modo per distruggere alle radici la mafia – come già scritto anche da Marcelle Padovani in Cose di Cosa Nostra – è il tempo, la trasformazione dei costumi, la rivoluzione della cultura”. “Le Brigate rosse e tutte le forme di terrorismo italiane sono state invece una cosa diversa: una malattia circoscritta difficile sì da individuare ma per cui una cura esisteva: bastava solo trovarla”. Quando nella primavera del 2001 Claudio Scajola, ministro dell’Interno per un anno, chiamò Mario Mori per comunicargli che Silvio Berlusconi lo aveva appena nominato a capo dei servizi segreti, il generale pensava fosse uno scherzo. E lo credeva per due ragioni.

La prima è che il presidente del Consiglio che l’aveva appena scelto Mori non lo aveva mai visto prima, se non una sera alla fine di una cena a Monza. La seconda era invece una ragione caratteriale. Il generale sostiene che le tecniche strategiche di chi lavora nell’arma e di chi lavora nell’intelligence presentano pochi punti di contatto, e offrire dunque a uno sbirro la gestione dell’intelligence nazionale, in teoria, potrebbe nascondere alcune difficoltà non solo metodologiche. “Siete pazzi! – disse senza neanche scherzare troppo Mori a Scajola – io di intelligence non ne so nulla, al massimo, se volete, potrei guidare il Sismi”.

Racconta chi con Mori al Sisde ha lavorato a lungo che “il modo più semplice per spiegare i due diversi approcci alla criminalità che hanno forze dell’ordine e intelligence è che il poliziotto spera di catturare Osama bin Laden mentre l’uomo di intelligence, semplicemente, spera di acquisirlo come fonte. Sono due piani paralleli che non si vanno mai a incontrare. Perché l’immagine del James Bond che si arrampica sulle gru per sconfiggere le forze del male non esiste. Semmai, il rischio maggiore per un uomo di intelligence che passa le giornate a colazione, a pranzo e a cena per coltivare le fonti è quello di prendersi una cirrosi epatica”. Mori ha sempre sostenuto che individuare un grosso criminale, pedinarlo, poterne seguire le tracce e circoscriverne il raggio d’azione nasconde un problema non da poco. Che si fa? Si arresta subito il bandito o lo si segue per un po’ usandolo come esca per intrappolare nella rete della giustizia tutto ciò che lo circonda? Mori non lo confesserà mai, ma tra la prima e la seconda opzione lui sotto sotto ha sempre preferito la seconda.

Chi ha vissuto a lungo a fianco di Mario Mori racconta che quando il generale arrivò al Sisde fu rivoluzionata l’intera impostazione del lavoro. Prima di Mori, i servizi segreti tendevano a lavorare con quella che in gergo è definita “pesca a strascico”: una gigantesca rete che intrappola tutti i pesci, grandi e piccoli, che nuotano nel raggio d’azione dell’intelligence. Quando Mori arrivò al Sisde spiegò che la pesca doveva diventare subacquea. Perché la tecnica a strascico – era questa l’idea del generale – funziona quando un servizio segreto dispone di centinaia di migliaia di uomini, ma quando il numero delle truppe è parecchio inferiore la raccolta di informazioni deve essere più precisa, più mirata. E così, non appena arrivato, Mori scrisse un libriccino di cento pagine di procedura investigativa, lo fece pubblicare e lo inviò ai dirigenti dei servizi. A poco a poco, i risultati iniziarono ad arrivare.

Negli anni passati al Sisde c’è un arresto particolare che il generale ricorda più degli altri. Il 13 luglio 1979 una scarica di pallettoni sparati da un’auto in corsa ferì a morte il comandante del Nucleo carabinieri del tribunale di Roma Antonio Varisco; e quel comandante Mori lo conosceva molto bene. Per anni e anni, i servizi segreti italiani hanno tentato di arrestare il killer, e il 15 gennaio del 2004 il Sisde diede istruzione a venti poliziotti egiziani di fermare due persone all’aeroporto del Cairo: i nomi erano quelli di Rita Algranati e Maurizio Falessi, ricercati, tra le altre cose, per l’omicidio di Varisco. Fu uno dei giorni più gratificanti della carriera del generale. Il perché lo spiega lui stesso: “Non dobbiamo essere sciocchi. Chi dice che la pretesa punitiva dello stato non esiste non capisce nulla. Quel giorno passò un messaggio molto importante. Fu un arresto chiave per disgregare la rete terroristica ma fu un anche un segnale chiaro: ci sono alcuni reati che più degli altri non possono essere impuniti. E uccidere un carabiniere è esattamente uno di quelli”.

Gli anni che però formarono davvero il generale Mori furono altri. Furono quelli che trascorse in Sicilia: prima nel nucleo provinciale dei carabinieri e poi nei Ros. Non appena arrivato a Palermo, il generale comprese subito quanto fosse importante riuscire a creare una sorta di sintonia linguistica tra sbirri e mafiosi. Mori ci riuscì, ma solo dopo aver preso una piccola batosta. La prima lezione per Mori arrivò da un piccolo appartamento sulla costa occidente della Sicilia: ad Altavilla. Dopo aver ricevuto la notizia della morte di un carabiniere, i suoi uomini andarono sul posto, entrarono con i guanti di paraffina dentro una vecchia casa colonica, perquisirono le stanze, fecero perizie, raccolsero più notizie possibili e interrogarono molti testimoni: la maggior parte dei quali diceva di non aver visto nulla. Alla fine della giornata, Mori si ritrovò a parlare con un vecchio abitante del paese che al termine del colloquio – a lui che era un triestino con mamma casalinga emiliana, padre ufficiale dei carabinieri a La Spezia, bisnonni inglesi e, come ama ripetere il generale, una formazione culturale sfacciatamente mitteleuropea – gli disse: “Piemontese, chi minchia voi da noi?”. Quelle parole Mori se le ricorderà a lungo e il significato profondo dell’essersi sentito dare del piemontese lo comprese poco più avanti quando fu nominato comandante del primo comando territoriale di Palermo.

Mori ricorda infatti che in quegli anni capitava spesso che la notte le pareti della caserma non trattenessero le parole degli sbirri che interrogavano i mafiosi, e ascoltando quei dialoghi, dagli accenti così marcatamente differenti, si rese improvvisamente conto che in quel nucleo operativo che lavorava nella Sicilia occidentale, beh, il più meridionale tra i suoi colleghi era un campano. Non parlare il linguaggio della Sicilia, e più in particolare non entrare a fondo nel lessico dei mafiosi, secondo il generale era il modo migliore per non capire come portare avanti un’indagine, e questo Mori se lo mise bene in testa: lavorò molto sulla sua pronuncia, iniziò a studiare il siciliano e alla fine ottenne buoni risultati, riuscendo a poco a poco a entrare sempre di più a contatto anche con la grammatica della mafia.

“In quegli anni – racconta un uomo che ha lavorato a lungo a fianco di Mori nei Ros – il generale diceva che far proprio il linguaggio dei mafiosi significava non solo avere le carte in regola per lavorare con maggiore efficienza ma anche avere la possibilità concreta di salvare con un certo successo il culo.

Le lezioni di Mori erano due. Lui, che aveva imparato a non fidarsi eccessivamente dei collaboratori di giustizia, diceva che per definizione il pentito mafioso va preso con le pinze perché un pentito resta sempre un mafioso, e alla fine – qualsiasi cosa ti dirà e qualsiasi verità racconterà – in un modo o in un altro tenterà sempre di compiere un atto utilitaristico per la sua famiglia. La seconda cosa che ripeteva era che il mafioso ti faceva ammazzare solo quando il, chiamiamolo così, rapporto tra sbirri e criminale diventava un rapporto personale: tra me e te. Per questo, Mori ci diceva che tu puoi umiliare un mafioso magari ammanettandolo davanti a una moglie, ma non era il caso di farlo quando veniva acciuffato nel cuore della sua vera intimità: per esempio davanti alla sua amante”.

Il più grande successo ottenuto da Mori arrivò il 15 gennaio 1993 di fronte al numero 54 di via Bernini, a Palermo, quando il generale fece arrestare lui, il capo dei capi: Totò Riina. Paradossalmente, però, accadde che l’arresto del mafioso più ricercato al mondo coincise con la proiezione delle prime ombre attorno alla carriera del generale. Tutto cominciò poco dopo l’arresto. Per quindici giorni, l’abitazione del boss corleonese non fu perquisita e in molti sostennero che la mancata perlustrazione di quelle stanze fosse un modo come un altro per dare la possibilità ai mafiosi di ripulire l’abitazione e cancellare le proprie tracce. Mori – ricordando che le indagini vengono sempre coordinate dalla procura e che qualsiasi imput, prima ancora che dai capi dell’arma, deve arrivare da lì – sostiene che fu la procura a non dare l’ordine di perquisire, ma nonostante ciò nel 1997 la procura di Palermo aprì un’inchiesta sulla vicenda a carico di ignoti, “per sottrazione di documenti e favoreggiamento”.

L’indagine andò fino in fondo: nel 2002 i magistrati chiesero l’archiviazione ma il gip dispose nuove indagini. Due anni dopo stessa storia: i pm chiesero ancora una volta l’archiviazione, ma questa volta lo fecero in un modo originale: poche paginette per chiedere di archiviare e cento pagine per picchiare duro sull’indagato. A firmare quella richiesta furono i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Michele Prestipino, che chiesero di chiudere il caso con queste concilianti parole: gli indagati, non perquisendo per diversi giorni il covo, “fornirono ai magistrati indicazioni non veritiere o comunque fuorvianti”. Inoltre, la sospensione dell’attività di osservazione del covo “determinerà un’obiettiva agevolazione di Cosa nostra”. Il nome di Mario Mori entra così nel registro degli indagati il 18 marzo 2004: pochi mesi più tardi – era il 18 febbraio 2005 – Mori e il suo braccio destro Sergio De Caprio (Capitano Ultimo, l’ufficiale dei carabinieri che ha lavorato a lungo a fianco del generale e che il 15 gennaio 1993 ammanettò Totò Riina) vengono rinviati a giudizio e un anno dopo il processo si conclude con un’assoluzione.

Tutto finito? Macché.  

Dopo essere stato assolto dall'accusa di favoreggiamento aggravato per non aver perquisito l’abitazione – e non il covo, che è cosa diversa – in cui è stato arrestato Salvatore Riina, Mori si trova costretto a difendersi da altre accuse. E da una in particolare. Perché il generale non ci gira attorno, e quando ha saputo di essere indagato ancora una volta per favoreggiamento dice che è stato certamente quello il giorno più brutto della sua vita: perché è come se la procura lo avesse sostanzialmente accusato di essere stato la causa scatenante della strage di via D’Amelio.

Nel processo in cui Mori dovrà difendersi in aula, il principale testimone dell’accusa è il colonnello dei carabinieri Michele Riccio. L’eroe della procura di Palermo, nonché principale testimone del processo contro il generale Mori, è però un personaggio dal passato molto controverso. Controverso perché il grande accusatore di Mori è uno degli uomini che fu denunciato dallo stesso generale. La storia è nota ma può essere utile ricordarla. Il generale Mori contribuì all’arresto di Riccio e fu uno dei primi a denunciare i reati commessi dal colonnello a metà degli anni 90. All’origine dei guai di Riccio vi fu la famosa Operazione Pantera. In quell’occasione – erano gli anni 90 – fu sequestrata una partita di pesce congelato da 33 tonnellate. Nascosto tra il pesce vi erano 288 chili di cocaina proveniente dalla Colombia. Tre mesi dopo il pesce fu venduto sottobanco dai carabinieri per 54 milioni.

L’operazione Pantera costò a Riccio due reati. Non soltanto contrabbando aggravato ma anche detenzione e cessione di stupefacenti: perché nel corso dell’operazione, secondo l’accusa, il colonnello occultò cinque chili di cocaina sottratti alla distruzione del reperto da uno dei suoi uomini (si chiamava Giuseppe Del Vecchio). Così, dopo essere stato condannato in primo grado a 9 anni e mezzo e poi, in secondo grado, a 4 anni e 10 mesi, nel 2001 Riccio chiese di essere sentito dal pm Nino Di Matteo su “gravi fatti riguardanti la mancata cattura di Provenzano e la morte di Luigi Ilardo”. E’ una storia complicata quella di Riccio: l’ex colonnello sostiene che nel 1995 il suo confidente Ilardo (trovato morto pochi mesi dopo) offrì la possibilità di catturare Bernardo Provenzano; racconta che i suoi uomini avrebbero seguito Ilardo fino al bivio di Mezzojuso – un piccolo comune di 3.711 abitanti a 34 chilometri da Palermo – che si sarebbero appostati in attesa del via libera e che Mori disse di non voler agire. Mentre – dice Riccio – noi “eravamo pronti e non ci voleva una grande scienza per intervenire”. Le deposizioni di Riccio sono però contestate. Uno dei testimoni dell’accusa, l’ufficiale dei carabinieri Antonio Damiano che nel ’95 prestava servizio al Ros di Caltanissetta, ha raccontato una versione diversa.

Damiano sostiene infatti di essere stato incaricato da Riccio di effettuare “un’osservazione con rilievi fotografici” al bivio di Mezzojuso, ma il punto è che in quello che Riccio considera il mancato arresto di Provenzano non solo era già stato concordato preventivamente che l’operazione avrebbe avuto la finalità di studiare il territorio, ma il grande accusatore di Mori, nonostante la relazione di servizio di quel giorno riportasse la sua presenza, in realtà – lo ammette Damiano – non era affatto presente: era rimasto in ufficio. Ad ogni modo, le parole di Riccio hanno offerto alla procura la possibilità di fare due calcoli rapidi rapidi: la mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 più la mancata cattura di Provenzano nel 1995 sarebbero “strettamente connesse” alla presunta trattativa tra apparati dello stato e Cosa nostra. E’ proprio questa la tesi di uno degli uomini che alla fine di gennaio verrà ascoltato come teste dell’accusa nell’aula bunker del carcere Ucciardone: Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito. Tesi che in sostanza si potrebbe riassumere così: Borsellino sarebbe stato ucciso dopo che il giudice venne a conoscenza della trattativa portata avanti tra la mafia e lo stato condotta in prima persona da suo padre e dal generale Mori. Borsellino era contrario alla trattativa e per questo, per evitare problemi, la mafia lo fece saltare in aria.

La cronaca di quei mesi offre, però, una storia un po' diversa e gran parte della verità di tutta la vicenda sembrerebbe proprio girare attorno a quel codice lì: 2789/90. Il codice fa riferimento a una delle inchieste più delicate che le forze dell’ordine portarono avanti durante gli anni 90 in Sicilia. Tutto nacque nel corso del 1989: in quegli anni Mori era già a capo del gruppo dei carabinieri di Palermo e sotto la direzione di Giovanni Falcone avviò l’inchiesta sul sistema di condizionamento degli appalti pubblici da parte di Cosa nostra. Il primo plico contenente le informative sull’indagine fu consegnato il 20 febbraio del 1991 da Mori al procuratore aggiunto di Palermo Giovanni Falcone. Ancora oggi Mori ricorda che “Giovanni sollecitò insistentemente il deposito dell’informativa rispetto ai tempi che ci eravamo prefissati per una ragione semplice: perché – diceva Falcone – non tutti vedevano di buon occhio l’indagine, e alcuni sicuramente la temevano”. In quei giorni, il giudice stava però per essere trasferito alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia, e da Palermo dunque si stava spostando a Roma. Ma quell’inchiesta – ricorda il generale – lui voleva seguirla lo stesso e per questo Mori continuò a mantenere i contatti con Falcone. E fu proprio il giudice a riferire al generale che l’inchiesta “Mafia e appalti” non interessava più di tanto al nuovo procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Giammanco. Era davvero così?

Fatto sta che al termine dell’inchiesta “Mafia e appalti” i Ros di Mori avevano evidenziato 44 posizioni da prendere in esame per un provvedimento restrittivo, ma il 7 luglio del 1991 la procura ottenne soltanto cinque provvedimenti di custodia cautelare. Mori si arrabbiò e chiamò subito Falcone. La reazione del giudice è riportata dai diari consegnati alla giornalista di Repubblica Liana Milella, e fu questa: “Sono state scelte riduttive per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”. Non solo. Pochi giorni dopo che Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno consegnarono il rapporto alla procura di Palermo vi fu una fuga di notizie. De Donno ne venne a conoscenza attraverso il suo informatore Angelo Siino (il così detto ex ministro dei Trasporti pubblici di Cosa nostra) che raccontò ai Ros di aver saputo dell’inchiesta da fonti vicine alla procura. “Mai come in quei mesi – racconta Mori – ebbi la sensazione di agire da solo e senza referenti certi a livello giudiziario”. Successivamente, ci furono altre due valutazioni che fecero infuriare il capitano dei Ros. La prima fu quando il Tribunale del riesame consegnò agli avvocati difensori degli indagati e degli arrestati non uno stralcio dell’informativa relativa ai singoli indagati, come da prassi, ma qualcosa di più: ovvero tutte le 890 pagine di testo. “In quel modo – ricorda Mori – furono svelati i dati investigativi fino a quel momento posseduti dall’inquirente e furono chiare le direzioni che le indagini stavano prendendo”.

La seconda fu quando la procura di Palermo – ravvisando la competenza sul caso di più procure – inviò i fascicoli in mezza Sicilia ottenendo il risultato di moltiplicare il numero di occhi che osservavano da vicino quell’inchiesta. Ecco: secondo Mori il filo che lega le stragi di quell’anno – l’anno in cui furono uccisi nel giro di poche settimane prima Falcone e poi Borsellino e poi ancora un comandante della sezione di Perugia che insieme con i Ros aveva iniziato a lavorare su “Mafia e appalti”: Giuliano Guazzelli – sarebbe legato all’attenzione che Mori e Borsellino credevano fosse opportuno dare a quell’inchiesta, a quel codice maledetto. Poco prima di essere ucciso, infine, Borsellino partecipò a un incontro molto importante. Era il 25 giugno 1992 e il magistrato convocò in gran segreto nella caserma di Palermo – dunque negli uffici dei Ros – Mario Mori e il capitano De Donno. Borsellino confessò ai due che riteneva fondamentale riprendere l’inchiesta “Mafia e appalti”. Perché – sosteneva Borsellino – quello “era uno strumento per individuare gli interessi profondi di Cosa nostra e gli ambienti esterni con cui essa si relazionava”. Qualche anno più tardi, nel novembre 1997, nel corso di un’audizione alla Corte d’assise di Caltanissetta, a confermare che Paolo Borsellino credeva che studiando il filone “Mafia e appalti” si poteva giungere “all’individuazione dei moventi della strage di Capaci” fu uno dei pm che oggi indaga su Mori: il dottor Antonio Ingroia.

Le ragioni per cui l’incontro nella caserma dei carabinieri di Palermo fu mantenuto segreto vennero ammesse in quelle ore dallo stesso Borsellino. Ricorda Mori che Borsellino “non voleva che qualche suo collega potesse sapere dell’incontro”. “E nel salutarci – prosegue Mori – il dottor Borsellino ci raccomandò la massima riservatezza sull’incontro e sui suoi contenuti, in particolare nei confronti dei colleghi della procura della Repubblica di Palermo”. Secondo il generale, in quei giorni Borsellino era molto preoccupato per una serie di fatti accaduti. Uno in particolare era legato a una data precisa. Il 13 giugno 1992 uno dei mafiosi arrestati dalla procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta “Mafia e appalti” – il geometra Giuseppe Li Pera – si mise a disposizione degli inquirenti dicendo di essere disposto a svelare “gli illeciti meccanismi di manipolazione dei pubblici appalti”, ma i magistrati di Palermo risposero dicendo di non essere interessati. “Sì, è vero: i fatti di quei tempi – ricorda Mori – mi portarono a ritenere che anche una parte di quella magistratura temesse la prosecuzione dell’indagine che stavamo conducendo”.

Pochi giorni dopo l’attentato in cui rimase ucciso Paolo Borsellino, Mori iniziò a stabilire contatti con l’uomo che all’epoca impersonificava meglio di tutti la sintesi perfetta dei legami collusivi tra mafia, politica e imprenditoria: l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Tra il 5 agosto e il 18 ottobre 1992, Ciancimino e Mori si incontrarono quattro volte (prima di quella data con Ciancimino vi furono dei contatti preliminari del braccio destro di Mori, De Donno) e iniziarono così a costruire un rapporto confidenziale senza renderlo però noto alla procura di Palermo. Mori non comunicò subito i contatti che aveva stabilito con Ciancimino per tre ragioni. Primo perché – e lo dice la legge – i confidenti delle forze dell’ordine non devono essere necessariamente rivelati alla procura. In secondo luogo – e queste sono parole di Mori – fu fatto “per evitare premature e indesiderate attenzioni sulla persona e per tentare di acquisire elementi informativi sicuramente nella disponibilità del Ciancimino e cercare di giungere a una piena e formale collaborazione”. Infine, è ovvio: se ci fosse stato Borsellino, dice Mori, “glielo avrei detto subito”. Ma quando Mori parlò con Ciancimino, Borsellino era già stato ammazzato.

Nonostante in molti sostengano che Mori avesse mantenuto a lungo segreti quei colloqui, in realtà gli incontri tra Mori e Ciancimino non sono una novità di oggi. Nell’autunno 1993 fu lo stesso Mori a raccontare all’allora presidente della Commissione antimafia Luciano Violante non soltanto dei suoi incontri con Ciancimino ma anche della volontà di quest’ultimo di essere ascoltato dalla commissione. Mori lo disse più volte a Violante e ogni volta che Violante se lo sentiva ripetere gli rispondeva più o meno allo stesso modo. Ponendo una condizione: “L’interessato – disse Violante il 20 ottobre 1992 nel corso di un incontro riservato con Mori – deve presentare un’istanza formale a riguardo”. Il 29 ottobre 1992, quindi, Violante convocò la commissione per spiegare qual era il suo programma di lavoro sulla materia che riguardava le inchieste sulla mafia e la politica. Nel verbale di quella seduta, tra le altre cose, si legge quanto segue: “E’ necessario sentire quei collaboratori che possono essere particolarmente utili”.

Violante fece un lungo elenco di “collaboratori”, e tra questi c’era anche Vito Ciancimino. Ecco però il giallo: giusto tre giorni prima che Violante riunisse la commissione, Ciancimino si decise a scrivere una lettera. Una lettera datata 26 ottobre 1992 indirizzata a Roma, alla sede della commissione antimafia di Palazzo San Macuto. In calce alla lettera – che negli archivi della commissione sarà registrata solo diversi anni dopo con il numero di protocollo 0356 – c’è la firma di Vito Ciancimino. Il quale sostiene di essersi messo a disposizione della commissione già dal 27 luglio 1990, e di aver ormai accettato le condizioni che aveva posto per l’audizione il predecessore di Violante (Gerardo Chiaromonte): audizione sì ma senza quella diretta televisiva che secondo Ciancimino era necessaria per essere “giudicato direttamente e non per interposta persona”. Scrive l’ex sindaco di Palermo: “Sono convinto che questo delitto (quello di Lima, ex sindaco di Palermo ed ex eurodeputato della Democrazia cristiana che il 12 marzo 1992 fu ucciso a colpi di pistola di fronte la sua villa di Mondello) faccia parte di un disegno più vasto. Un disegno che potrebbe spiegare altre cose, molte altre cose. Ancora oggi sono, pertanto, a disposizione di codesta commissione antimafia, se vorrà ascoltarmi”. Nonostante Violante avesse detto che avrebbe ascoltato Ciancimino solo se questi avesse fatto una richiesta formale alla Commissione, la commissione antimafia ricevette la lettera ma decise di non ascoltarlo.

C’è poi un altro aspetto che della storia di Mori non può essere trascurato. Perché la storia di Mori è l’esempio di come una visione burocratica della lotta alla mafia non contempli la possibilità che un super sbirro possa imparare a combattere il nemico studiandolo, osservandolo da vicino, tentando persino di parlare con il suo stesso linguaggio. E con ogni probabilità il grande peccato originale di Mori è stato quello di essere diventato un simbolo della lotta alla mafia senza aver avuto bisogno di indossare l’abito del professionista dell’antimafia. Anzi, quell’antimafia con cui Mori ha lavorato fianco a fianco per anni è stata spesso ferocemente criticata dallo stesso generale. E sulla testa di Mori la scomunica dell’antimafia palermitana arrivò quando il generale testimoniò nel processo Contrada: l’ex agente del Sisde è stato arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Quando Mori fu sentito come teste non si scompose affatto e, dopo aver detto che Contrada era il “miglior poliziotto antimafia che abbia mai avuto a Palermo”, il generale disse quello che la procura di Palermo non voleva sentire. Gli chiesero se Giovanni Falcone avesse mai sospettato di Contrada e lui rispose secco così: no. La procura aveva un’altra idea e indagò persino Mori per falsa testimonianza.

Ma dietro alle accuse di connivenza fatte nei confronti del lavoro siciliano di Mori esiste anche un filone di critica culturale di cui ultimamente si è fatto portavoce lo scrittore Andrea Camilleri. La visione burocratica della lotta alla mafia ti trascina spesso anche verso conclusioni molto avventate e ti porta a credere che stabilire contatti con il nemico, studiare da dentro il suo mondo, arrivando persino a parlare il suo lessico, significhi sostanzialmente diventare suo complice. In una recente intervista, Camilleri sostiene che Leonardo Sciascia era molto affascinato da quella mafia che sembrava invece combattere. La dimostrazione pratica è nascosta dietro alcune parole del protagonista del Giorno della civetta. Sempre lui: il capitano Bellodi. “Sciascia – dice Camilleri – non avrebbe mai dovuto scrivere ‘Il giorno della civetta’: non si può fare di un mafioso un protagonista perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del romanzo, invece giganteggia. Quella sua classificazione degli uomini – ‘omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà – la condividiamo tutti. Quindi finisce coll’essere indirettamente una sorta di illustrazione positiva del mafioso e ci fa dimenticare che è il mandante di omicidi e fatti di sangue.

E il fatto che Sciascia faccia dire dal capitano Bellodi a don Mariano mentre lo va ad arrestare ‘Anche lei è un uomo’ è la dimostrazione che in fondo Sciascia la mafia l’ammira e la stima”. La mafia sembra invece che non apprezzò le inchieste portate avanti da Borsellino e da Mori. Pochi giorni dopo aver tentato di accelerare le indagini sull’inchiesta “Mafia e appalti”, in una 126 rossa parcheggiata in via d’Amelio, nel cuore ovest di Palermo, esplosero cento chili di tritolo e uccisero il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti della scorta. Era il 19 luglio 1992. Solo un giorno dopo, quando ancora la camera ardente di Paolo Borsellino non era stata neppure aperta, la procura di Palermo depositò un fascicolo con una richiesta di archiviazione. Sopra quel fascicolo c’era un codice fatto di sei numeri: 2789/90.
Era l’inchiesta “Mafia e appalti”.

La versione di Mori.

Mario Mori, Giovanni Fasanella, “Ad alto rischio”, Mondadori. Il libro di chi, settentrionale paracadutato in Sicilia, era al comando di un gruppo di carabinieri del quale il più meridionale era di Caserta.

Mario Mori, generale dei Carabinieri, è stato ufficiale del controspionaggio sin dall'inizio degli anni Settanta e poi con Carlo Alberto Dalla Chiesa nei nuclei speciali antiterrorismo. È il fondatore dell'Anticrimine e del ros dell'Arma e nei primi anni Duemila ha diretto il sisde, il Servizio segreto civile. Ha condotto con successo molte operazioni sotto copertura, tra cui la cattura del boss mafioso Totò Riina.

Giovanni Fasanella, giornalista, documentarista e sceneggiatore. È autore di molti libri sulla storia segreta italiana. Tra i più noti: Segreto di Stato (con Giovanni Pellegrino e Claudio Sestrieri, Einaudi), Che cosa sono le Br (con Alberto Franceschini, Bur-Rcs),Intrigo internazionale (con Rosario Priore, Chiarelettere), 1861 (con Antonella Grippo, Sperling&Kupfer), Il golpe inglese (con Mario J. Cereghino, Chiarelettere).

Il percorso professionale di Mario Mori ha attraversato da vicino le più drammatiche e oscure stagioni della nostra Storia recente. Pupillo del generale Dalla Chiesa, nominato comandante della Sezione anticrimine di Roma il 16 marzo 1978, giorno del sequestro Moro, è stato, negli anni seguenti, uno dei massimi protagonisti della lotta al terrorismo. Dalla metà degli anni '80 è a Palermo a combattere la mafia fino a entrare nel 1990 nel Ros, l'organismo centrale dedicato alla criminalità organizzata e al terrorismo, (di cui diventerà direttore nel 1998). Oltre ad altri arresti di spicco, contribuisce alla cattura di Totò Riina. Uscito dall'Arma, andrà a dirigere il Sisde, coordinando le indagini sul terrorismo dopo l'11 settembre. (Processato e assolto per presunto favoreggiamento con Cosa Nostra, oggi è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa). In questa eccezionale autobiografia professionale, scritta con Giovanni Fasanella, racconta per la prima volta la sua verità su quasi un quarantennio di storia italiana, dal caso Peci, al sequestro D'Urso, dalle "stragi di Stato" alla cattura del "capo dei capi" Riina. Una vera e propria immersione nelle pagine più misteriose di quel periodo e la testimonianza di quanto importante, nonostante tutto, sia stata la funzione delle Istituzioni per allontanare pericolose derive.

Mario Mori, generale dei Carabinieri. All'opinione pubblica il mio nome probabilmente dirà qualcosa. Evocherà dei ricordi, vicende per certi aspetti anche spiacevoli di cui si è molto scritto sui giornali e parlato nelle aule giudiziarie. La mia, però, è una storia lunga. Da raccontare. E quella di un militare e dei suoi uomini che hanno combattuto per quarant'anni terrorismo e mafia. Nei reparti d'eccellenza dell'Arma. E ai vertici dell'intelligence, quei Servizi segreti in Italia sempre così chiacchierati." Scritta con Giovanni Fasanella, questa è la straordinaria storia "professionale" di un uomo che è stato al centro di tutti i grandi eventi italiani. Ufficiale del controspionaggio al SID, il Servizio segreto militare nei primi anni Settanta, nei nuclei speciali comandati dal generale Dalla Chiesa dopo il delitto Moro, comandante della sezione Anticrimine a Roma durante gli anni di piombo, Mori è stato uno dei protagonisti della lotta al terrorismo. A metà degli anni Ottanta è a Palermo, con Falcone e Borsellino, a combattere la mafia; nel 1998 diventa comandante del ROS, il reparto speciale dei Carabinieri, che aveva contribuito a creare. Uscito dall'Arma, dirigerà infine il sisde, il Servizio segreto italiano, che ritrova un ruolo decisivo per la sicurezza nazionale dopo i fatti dell'11 settembre. Nel corso della sua lunga carriera ha combattuto il terrorismo, arrestato Riina, messo a punto nuove tecniche d'investigazione, gestito infiltrati, ascoltato pentiti."

Crocevia di molti misteri italiani, il generale dei carabinieri Mario Mori ha scritto un libro autobiografico, che si legge come una spy story, ma al quale ha affidato il suo grido d'innocenza contro i magistrati di Palermo che lo processano per favoreggiamento della mafia, accusandolo di non avere volutamente arrestato Bernardo Provenzano dopo avere messo le manette a Totò Riina. Del processo nel libro si tace; ma la tesi che attraversa le 149 pagine equivale a una linea di difesa: contro le grandi organizzazioni criminali è necessario adottare strategie «border line», a partire da spregiudicati contatti sotto copertura per indurre l'avversario a fidarsi, e scoprirsi. Strategie che però, con una magistratura non altrettanto flessibile, possono costar care agli uomini dello Stato che le adottano.

Pioniere in Italia di queste tecniche fondate sull'uso di infiltrati fu Carlo Alberto Dalla Chiesa, del quale Mori (nato a Postumia nel 1939, prima al Sid, poi numero uno del Ros e del Sisde), fu allievo. Narrate in prima persona con efficacia giornalistica, il lettore troverà la cronaca di alcune delle più brillanti operazioni compiute dalle forze dell'ordine italiane negli ultimi decenni. A cominciare da quella – e qui davvero pare di stare al cinema – durante la quale a Napoli un ufficiale del Ros, fingendosi un imprenditore corrotto, convoca in un lussuoso albergo esponenti delle ditte legate alla camorra e ai partiti per discutere – sotto l'occhio di una telecamera nascosta – come spartire la torta dei subappalti per la Tav. O l'operazione nella quale il mafioso Giovanni Bonomo, rifugiato a fare il mercante d'arte in Costa d'Avorio (senza trattato di estradizione con l'Italia), viene attirato con la prospettiva di un affare, e arrestato, nel vicino Senegal.

E ci sono, naturalmente, gli episodi più controversi. La ricerca di un contatto con Vito Ciancimino per ottenere «informazioni di prima mano» sui piani della mafia, di cui Mori decide di tacere con la Procura nella grave convinzione che «non tutti i pm di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra». O il rinvio della perquisizione di casa Riina dopo l'arresto del 1993 (oggetto di un altro processo e di un'assoluzione), deciso, sostiene, «perché se fosse avvenuta immediatamente tutte le persone che la frequentavano si sarebbero sentite bruciate». O la mancata cattura nel 2006 del super boss mafioso Matteo Messina Denaro, che il Sisde era riuscito ad agganciare tramite un doppiogiochista, a causa dell'intervento della Procura di Palermo che mette quest'ultimo sotto inchiesta in quanto «non si è fidata».

Nelle ultime pagine, un'altra goccia di veleno indirizzata al comando generale del l'Arma: «Io, e credo anche molti altri carabinieri, avremmo gradito non una difesa delle singole persone, ma del Ros». Perché pure alla militaresca consegna del silenzio, evidentemente, c'è un limite.

Mario Mori, Giovanni Fasanella, “Ad alto rischio”, Mondadori. Su “Panorama” presentando il libro l’amaro sfogo del Generale Mario Mori.

«Più che un’ipotesi accusatoria, quella della Procura di Palermo è un castello di carta. Mancano completamente le prove dei reati che mi vengono attribuiti». È amareggiato, e molto, il generale dei carabinieri Mario Mori. Sotto processo per «collusione mafiosa», assieme al colonnello Mauro Obinu, s’è appena visto contestare dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l’aggravante della mancata cattura di Bernardo Provenzano, come fosse il prezzo pagato al boss in cambio dei suoi favori nel corso di una presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, all’inizio degli anni Novanta. Amareggiato, sì, ma tutt’altro che rassegnato a un destino che ritiene ingiusto e paradossale. La sua, del resto, è la storia di un combattente; la storia di un uomo che ha servito il proprio Paese per 40 anni, prima contro il terrorismo e poi contro la mafia, e che infine si è ritrovato sul banco degli imputati. Ora è un libro, Ad alto rischio, pubblicato da Mondadori. È il racconto di tante operazioni coperte, condotte con tecniche e mentalità da uomo d’intelligence più che da ufficiale di polizia giudiziaria, e proprio per questo spesso sul filo del rasoio, borderline. Ma molto efficaci. Forse troppo.

Un castello di carta, lei dice, le nuove accuse che le vengono mosse a Palermo. Perché?
Carta, sì: buona solo per alimentare teoremi e polemiche politiche. Ma per quanto riguarda la responsabilità mia o di uomini appartenenti ai miei reparti, è priva di qualsiasi consistenza giudiziaria. Sono comunque pronto a contrastare sul piano processuale queste nuove accuse, visto che infine viene introdotto formalmente, e non solo mediaticamente, il tema della cosiddetta trattativa fra Stato e mafia. Sono sereno e determinato.

Qual è l’origine di questo processo palermitano?
Io ho già subito un processo con Sergio De Caprio, il mitico capitano «Ultimo», in seguito all’arresto di Totò Riina. Eravamo accusati di favoreggiamento per avere chiesto di ritardare la perquisizione nel covo del boss, dopo la sua cattura. Noi, in realtà, volevamo agire con discrezione per far cadere nella nostra rete altri pesci. Qualcuno, però, fece di tutto per enfatizzare notizie che non dovevano essere rese note. Col risultato che l’operazione rimase incompiuta e la colpa venne fatta ricadere su di noi. Fummo comunque assolti con formula piena. Però, da allora, le incomprensioni tra noi del Ros e alcuni pubblici ministeri palermitani divennero sempre più forti. Nonostante la sentenza, cominciò contro di noi una martellante campagna mediatica i cui effetti sono sotto i nostri occhi ancora oggi.

Dunque, è dai quei veleni che è nato questo secondo processo?
Proprio così. Quei pm del processo a me e a Ultimo, che pure avevano rinunciato a ricorrere in appello contro la sentenza di assoluzione, alimentarono poi la campagna mediatica contro di noi, sostenendo che la verità dei fatti era diversa da quella accertata nel corso del dibattimento. È fiorita così una sterminata letteratura complottistica in cui la cattura di Riina è rimasta sempre un «mistero», e le ombre sul nostro operato si sono allungate. Questo è il clima da cui è scaturito, nel 2008, il procedimento in corso ancora oggi a Palermo.

In questo secondo processo, il tema della «trattativa» fra Stato e mafia era sempre rimasto sullo sfondo. Ora, invece, è entrato anche formalmente nel dibattimento.
Questa è una storia molto più grave della prima. Perché le accuse nei nostri confronti sono pesantissime. E poi perché il procedimento a Palermo è stato avviato sulla base di testimonianze d’accusa fornite da personaggi a mio avviso con la coscienza non proprio adamantina, che hanno seguito una condotta non lineare e con una credibilità che si sta rivelando prossima allo zero.

Lei si riferisce a Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito, che lei avrebbe usato come canale per la presunta trattativa. Come stanno le cose, dal suo punto di vista?
Su Massimo Ciancimino che vuole che le dica? È stato accusato, a sua volta, per avere fabbricato false prove…

E su suo padre, Vito Ciancimino?
L’accusa nei nostri confronti è di averlo usato per consentirci la cattura di Riina grazie ai favori di Bernardo Provenzano, naturalmente da noi ricambiati… Non è il caso di affrontare in questa sede temi che discuteremo in dibattimento. Ma alcune cose voglio dirle. All’inizio degli anni Novanta, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, dove morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a Palermo c’era un clima d’impotenza, di generale rassegnazione e d’inerzia di fronte all’attacco mafioso. Quasi che la città si fosse fermata e aspettasse di sapere se avrebbe vinto la mafia o lo Stato prima di decidere da quale parte schierarsi.

Un clima analogo si respirava in Italia nel 1978, all’epoca del sequestro di Aldo Moro.
Proprio così. E noi, come accadde allora con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il mio mentore, non potevamo rimanere a guardare. Accettammo la sfida lanciata dalla mafia, consapevoli che anche lo Stato avrebbe dovuto alzare il tiro per vincerla. Era necessario, cioè, un salto di qualità nel modo d’investigare e di operare. Avevamo bisogno di trovare fonti autorevoli all’interno dell’organizzazione nemica, e al massimo livello. Fu in quel contesto che si stabilì un contatto fra noi e Massimo Ciancimino. Volevamo utilizzarlo per arrivare al padre. E volevamo utilizzare poi il padre, le cui disavventure giudiziarie in quel momento si stavano aggravando, per avere informazioni di primissima mano su Cosa nostra.

Ci eravate riusciti?
Eravamo ormai a un passo dal risultato. Ma, improvvisamente, fu ordinato l’arresto di Ciancimino senior per altri fatti. Un’iniziativa che ci danneggiò perché mandò in fumo tutto il nostro lavoro. Proprio come accaduto dopo la cattura di Riina.

Se ne deve dedurre che qualcuno tentò di mettervi il bastone fra le ruote?
Preferisco non rispondere a questa domanda, anche perché non ho elementi sufficienti. Tuttavia, l’effetto concreto dell’arresto di Vito Ciancimino fu proprio quello di chiuderci i varchi che stavamo faticosamente aprendo all’interno dei corleonesi. E quindi d’impedire che le nostre indagini arrivassero al livello alto e altissimo delle complicità e delle protezioni.

Scusi, generale, voi avevate informato qualcuno della vostra iniziativa, oppure operavate come un corpo totalmente separato?
Il processo verte proprio su questo punto: non avere comunicato tutte le nostre iniziative alla Procura di Palermo. Per questo sono accusato di avere agito «per inconfessabili motivi». Premesso che le mie facoltà mi consentivano di non comunicare proprio tutto alla Procura di Palermo, con la quale c’erano incomprensioni e della quale non ci fidavamo del tutto, in realtà ne informai, oltre al mio diretto superiore, una serie di personalità che all’epoca rivestivano precise cariche istituzionali.

Chi, esattamente?
Liliana Ferraro, collaboratrice di Falcone. Fernanda Contri, segretario generale della presidenza del Consiglio. Luciano Violante, presidente della commissione parlamentare Antimafia. E andai anche a Torino per parlarne con Gian Carlo Caselli, il quale in quei giorni stava per trasferirsi alla Procura di Palermo (la data d’inizio del suo incarico risale al 15 gennaio 1993). Tutti, compreso Caselli, hanno confermato. Il solo Violante ha fornito una versione diversa dei miei incontri con lui. Resta tuttavia il fatto che la versione che ho fornito al processo trova inoppugnabili riscontri negli stessi atti della commissione Antimafia, che tutti possono consultare.

Come spiega, allora, il comportamento della Procura di Palermo?
Non voglio commentare; attendo rispettosamente l’esito del processo. Tuttavia, siamo convinti di avere assolto sino in fondo il nostro dovere. Perché, a differenza di tanti altri che hanno usato per scopi personali le immagini, i nomi, la memoria dei morti di mafia, noi eravamo davvero al fianco di quei martiri quand’erano ancora in vita. Con loro abbiamo operato in perfetta sintonia e a rischio della vita. Ma c’è un tempo per ogni cosa. E arriverà anche quello, dopo la sentenza, di riprendere il discorso. Perché molti aspetti di questa bruttissima pagina della giustizia italiana meritano di essere approfonditi.

Nel marzo 1993 i parenti dei detenuti per mafia sottoposti al regime del 41 bis tentarono di fare pesanti pressioni sul presidente della Repubblica dell'epoca, Oscar Luigi Scalfaro. E non solo a lui. Lo fecero con una lettera che è stata prodotta dai pm nel processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, accusati della mancata cattura di Bernardo Provenzano. La lettera si prefiggeva di indurre Scalfaro a attenuare le "angherie" nei confronti dei detenuti. Adesso il contenuto della missiva viene messo in relazione con la "trattativa" tra lo Stato e la mafia avviata nel periodo intercorso fra la strage di Capaci, del 23 maggio 1992 (in cui vennero uccisi Falcone, la moglie, gli agenti di scorta), e quella di via D'Amelio (in cui vennero trucidati Borsellino e gli agenti della sua scorta), del 19 luglio 1992.

Una delle richieste contenute nel "papello" mirava proprio all'abolizione del 41 bis, il regime del carcere duro. Alcuni mesi dopo, in effetti, l'allora guardasigilli Giovanni Conso non rinnovò il regime carcerario duro nei confronti di alcune centinaia di detenuti. Conso ha sempre sostenuto che fu un'iniziativa personale. I magistrati di Palermo non escludono che fosse una forma di "apertura" nei confronti degli interlocutori della "trattativa" mediata da Vito Ciancimino. La lettera di pressioni era indirizzata a Scalfaro, ma fu inviata anche al Papa, al presidente del Consiglio, a Maurizio Costanzo (poi sfuggito a un attentato, a Roma) e a Vittorio Sgarbi ed altre personalità importanti.

Dopo avere elencato disagi e "angherie" i parenti dei detenuti, che comunque non si firmavano, si rivolgevano a Scalfaro come il più alto responsabile dell'Italia "civile": «Noi ci permettiamo di farle notare che, continuando di questo passo, di detenuti nei moriranno ma lei non si curi di loro tanto si tratta di carne da macello. Per noi e per loro resta solo la consolazione che un giorno Dio, che ha più potere di lei, sarà giusto nel suo giudizio.... lei si è vantato più volte di essere un autentico cristiano. Le consigliamo di vantarsi di meno e di amare di più. Non ci firmiamo non per paura, ma per evitare ulteriori pene ai nostri familiari .... Se lei ha dato ordine di uccidere, bene, noi ci tranquillizziamo, se non è così guardi che per noi è sempre il maggior responsabile, il più alto responsabile dell'Italia 'civile' che, con molto interesse, ha a cuore i problemi degli animali, i problemi del terzo mondo, del razzismo e dimentica questi problemi insignificanti perchè si tratta di detenuti, ovvero di "carne da macello". Al momento non crediamo che la volontà dello Stato che lei rappresenta sia così civile nel dare una risposta adeguata. La sfidiamo a smentirci».

Ecco le parole che terrorizzarono Oscar Luigi Scalfaro. Frasi scritte nel febbraio 1993 dai parenti dei mafiosi ristretti in regime di 41 bis a Pianosa e all’Asinara, rilette con inquietudine dal Presidente dopo gli attentati di Roma e Firenze. Un documento aspro nei toni, minaccioso nelle allusioni, che il 27 luglio 1993 porterà al colpo di spugna del governo di centrosinistra nella persona del ministro Giovanni Conso: niente più carcere duro per 334 detenuti, inclusi cinque esponenti di vertice di Cosa nostra. Altro che Ciancimino jr, le accuse al generale Mori, il ruolo della nascitura Forza Italia. La lettera, consegnata ai pm di Palermo dall’ex capo del Dap Sebastiano Ardita, dà una chiave di lettura plausibile all’incomprensibile decisione di revocare l’inasprimento delle regole penitenziarie attuato sull’onda della strage di via D’Amelio. Non solo. Offre un formidabile riscontro a quanto rivelato a verbale da monsignor Fabbri, aiutante del capo dei cappellani delle carceri, sollecitato da Scalfaro a supportare Conso nel defenestramento al Dap del «duro» Nicolò Amato (sollevato dall’incarico a giugno ’93) con il più morbido Adalberto Capriotti.

La lettera, per conoscenza, è inviata al Papa, a Maurizio Costanzo, al vescovo di Firenze, a Sgarbi, a magistrati e giornalisti vari. «Siamo un gruppo di familiari di detenuti - è l’incipit - sdegnati e amareggiati per tante disavventure, ci rivolgiamo a Lei non per chiedere chissà quale forma di carità o di concessione (…) ma perché riteniamo si è responsabili in prima persona, quale rappresentante e garante delle più elementari forme di civiltà». I familiari ritengono Scalfaro responsabile della violazione dei diritti minimi dei detenuti in 41 bis, ristretti in condizioni allucinanti al cui confronto «la Bosnia è un paradiso». E all’inquilino del Quirinale domandano con sarcasmo quante volte al giorno «cambi la biancheria intima», perché sa com’è, chi sta dentro ha diritto a «solo 5 chili di biancheria» a settimana. Ma «ancor più grave, e crediamo che lei debba vergognarsi di essere capo dello Stato» è che lo Stato «permette ai secondini, specialmente a Pianosa, di avere comportamenti uguali a quelli di sciacalli o teppisti della peggior specie, nel senso che trattano i detenuti peggio dei cani, usando metodi della peggior tradizione fascista. Tutto questo è vomitevole, vergognoso, indegno. Sono killer. Fanno quello che vogliono» ai detenuti, riservando «cibo schifoso» e maltrattamenti cui «si lascia libera immaginazione». Di seguito. «Immaginiamo che Ella, sotto Natale, quando l’Italia veniva stretta dal freddo gelido se ne stava al calduccio» mentre ai detenuti di Pianosa «più faceva freddo e più toglievano loro le coperte». Ora, «se lei ha dato ordine di uccidere, noi ci tranquillizziamo, se non è così, guardi che per noi è sempre il maggiore responsabile» verso chi è considerato «carne da macello». Gli autori della lettera chiedono a Scalfaro una sorta di dissociazione dal 41 bis col consequenziale stop alle torture degli «squadristi agli ordini del dittatore Amato». Continuando di questo passo, concludono rivolgendosi a Scalfaro, altri detenuti moriranno. «Non se ne curi, per noi e per loro (i detenuti) resta solo la consolazione che Dio, che ha più potere di Lei, sarà giusto nel suo giudizio (…). Lei si è vantato più volte di essere un autentico cristiano, le consigliamo di vantarsi meno e AMARE di più (…). Pensiamo che a Lei non interessino le firme, quanto verificare e trovare giusti rimedi. Al momento non crediamo che la volontà dello Stato da lei rappresentata sia così civile nel dare una risposta adeguata. La sfidiamo a smentirci». Nei fatti, smentiti.

La mafia, la politica, il 41 bis: un magistrato racconta gli angoli bui della “trattativa”. Nel libro "Ricatto allo Stato", il pm catanese Sebastiano Ardita ripercorre la storia del carcere duro per i mafiosi e dei tentativi per smantellarlo. Dai 334 beneficiati dal ministro Conso per "frenare le stragi" alla legge del governo Berlusconi "dettata" in parte dai detenuti. E nel 1993, una lettera a Scalfaro anticipava i bersagli delle stragi organizzate da Cosa nostra. C’è un tema che sopra tutti sta a cuore ai boss mafiosi, ed era contenuto nel famoso “papello” presentato allo Stato da Totò Riina per mettere fine alla stagione delle stragi: il 41 bis, il regime del carcere duro concepito da Giovanni Falcone per isolare davvero i padrini detenuti dal mondo esterno. Un regime che di rinnovo in rinnovo è tuttora in vigore, ma negli anni ha subito modifiche sostanziali che molti addetti ai lavori leggono come un ammorbidimento. Se la politica abbia mai ceduto alle richieste dei boss è materia – tra l’altro- delle inchieste avviate sulla presunta “trattativa” tra lo Stato e Cosa nostra. Nel frattempo, ognuno può farsi una propria idea leggendo "Ricatto allo Stato" (Sperling & Kupfer), scritto dal magistrato catanese Sebastiano Ardita, ex capo della Direzione generale detenuti e trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. Da “tecnico” che ha vissuto in prima persona molti momenti chiave di questa vicenda, Ardita racconta diversi episodi inquietanti. Ricorda per esempio che nel 1993, contro il parere dei magistrati e degli investigatori antimafia, furono sollevati dal 41 bis ben 334 detenuti in un colpo solo, tra i quali diversi esponenti di Cosa nostra. Compresi “personaggi di primissimo piano quali Antonino Geraci, Vincenzo Buccafusca e Giuseppe Farinella, e di altri che sarebbero divenuti in seguito esponenti di vertice, tra cui Diego Di Trapani e Vito Vitale”. Insieme al celebre bandito Renato Vallanzasca. “A riprova del fatto che tra costoro vi fossero mafiosi di prim’ordine”, scrive ancora Ardita, “sulla base delle successive attività investigative, ben 58 di quei 334 detenuti negli anni a seguire ritornarono nel circuito speciale. E 18 di costoro sono ancora attualmente detenuti al 41 bis”. E’ l’episodio sul quale è intervenuto in tempi più recenti, nel 2010, l’allora ministro della Giovanni Conso, che in Commissione antimafia ha dichiarato di avere preso personalmente la decisione “in un’ottica, diciamo così, non di pacificazione (con certa gente, con certe forze, non si può neanche iniziare un discorso in questi termini), ma di vedere di frenare la minaccia di altre stragi”. Dal centrosinistra al centrodestra, in "Ricatto allo Stato" si trova un altro episodio significativo. Nel 2002 il governo Berlusconi prepara un disegno di legge per rendere stabile il 41 bis. Ma quando nel leggono il testo, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria restano di sasso. Era spuntato a sorpresa un articolo che riprendeva pari pari una richiesta inoltrata da un gruppo di detenuti tramite il parlamentare radicale Sergio D’Elia, relativo al meccanismo con cui il 41 bis veniva rinnovato periodicamente per ciascun singolo detenuto. Una norma garantista, “ma nessuno in quel momento avrebbe potuto immaginare quali effetti sconvolgenti avrebbe portato con sé quella sacrosanta modifica, se il Dap si fosse fatto cogliere impreparato”, si limita a commentare Ardita. Il legame fra le stragi e le vicende del 41 bis attraversa molte pagine del libro. Nel 1993 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro riceve un esposto da un gruppo di familiari dei detenuti di Pianosa, carcere che ospita molti detenuti in regime “duro”. Un testo dal tono aggressivo e perentorio, che denuncia abusi, disagi e regole troppo ferree. Tra gli altri destinatari dell’esposto, elencati per conoscenza, figuravano il Papa, il vescovo di Firenze e Maurizio Costanzo. Pochi giorni dopo, il 14 maggio, il giornalista di Mediaset scampa per poco a un’autobomba a Roma. I successivi attentati di Firenze e, di nuovo, Roma, sembrano diretti proprio contro gli altri destinatari dell’esposto. Ecco un brano su quest’ultima vicenda tratto da "Ricatto allo Stato". <Rimane di grande interesse notare chi fossero gli altri destinatari di quell’esposto. Si trattava di nominativi aggiunti «per conoscenza», ma appariva chiaro che anche a essi veniva richiesto un intervento contro il 41 bis. Tra di essi spiccavano i nomi del papa, del vescovo di Firenze, di Maurizio Costanzo. Non a caso, pochi giorni dopo, il 14 maggio, lo stesso Costanzo sarebbe stato oggetto di un attentato all’uscita dal Teatro Parioli, dove conduceva il suo talk show televisivo. Si trattava evidentemente di un avvertimento nei confronti di un giornalista impegnato contro la mafia, ma anche di una richiesta di aiuto per rendere pubblico il problema dei detenuti sulle isole. Non può escludersi che l’inerzia di Costanzo alle sollecitazioni di Cosa Nostra e il suo risoluto impegno antimafia venissero ritenuti meritevoli di una punizione esemplare. E altrettanto inquietante appare la circostanza che il successivo attentato, sempre nel maggio 1993, ebbe come teatro Firenze. Mentre il terzo attentato risultò direttamente rivolto al papa, perché avvenne proprio ai danni del Vaticano nel successivo mese di luglio. Insomma, quell’indirizzario, ben guardato, aveva tutto l’aspetto di una victim list, se non proprio di persone, almeno di luoghi a esse collegati, e la figura del presidente della Repubblica rimaneva in cima a quell’elenco di bersagli possibili. Ma Scalfaro, così come gli altri destinatari che avevano già subìto un attentato, mantenne un profilo rigoroso e distaccato rispetto a quelle sollecitazioni, negandosi a ogni richiesta di intervento. Non una parola, non un commento, non un intervento istituzionale per attenuare il regime 41 bis e allontanare da sé quei pericoli. Se quell’esposto-minaccia venne preso in considerazione ai fini del mantenimento o della revoca del 41 bis nel successivo mese di novembre 1993, e quanto peso vi venne attribuito, non è facile dirlo, anche perché non se ne fa cenno in nessun atto ufficiale. Certo è che, anche alla luce degli attentati che ne seguirono, avrebbe dovuto essere oggetto della massima attenzione.>

BORSELLINO, L'ULTIMA VERITÀ.

E la verità è servita. A tacitare i gli ipocriti ed i collusi. La mafia è nello Stato o è proprio questo Stato?

Una nuova verità sulle stragi di mafia del 1992 e sui depistaggi delle relative indagini spunta dagli atti della revisione del processo per Via D'Amelio. Il collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino parla delle minacce che lo convinsero ad autoaccusarsi dell'attentato. Gaspare Spatuzza, l'uomo che rubò la Fiat 126 servita per la strage, racconta come la portò fino al garage in cui fu imbottita di esplosivo. Inchiesta di “La Repubblica”.

Con le torture un balordo di quartiere si inventò killer di Borsellino. Scarantino:"Mi promettevano soldi. Devi diventare come Buscetta". Vincenzo Scarantino, palermitano "malacarne" senza quarti di nobiltà mafiosa, restituisce una sconvolgente ricostruzione che affiora dagli atti sulla revisione del processo per l'attentato di via Mariano D'Amelio. Nelle carte l'interrogatorio del 28 settembre 2009, davanti al procuratore Sergio Lari, gli aggiunti Nico Gozzo e Amedeo Bertone, i sostituti Nicolò Marino e Stefano Luciani. Alle ore 19,40, in una stanza del centro Dia di Caltanissetta, dopo una giornata di contestazioni, il pentito crolla. "Io non sapevo neanche dov'era via D'Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano...". Vincenzo Scarantino e altri due falsi pentiti raccontano ai magistrati di Caltanissetta come Arnaldo La Barbera, superpoliziotto a capo del Gruppo Falcone Borsellino, deviò l'indagine costruendo una falsa verità. Quello che era considerato il testimone più importante della strage Borsellino comincia così il suo racconto: "Io non sapevo neanche dov'era via D'Amelio. Ho parlato solo per paura: mi torturavano, mi picchiavano, mi facevano morire di fame". Il balordo di borgata è diventato "superpentito" sotto sevizie di poliziotti e agenti penitenziari, depistando l'indagine su uno dei grandi misteri d'Italia. E' questa la verità di Vincenzo Scarantino, palermitano "malacarne" senza quarti di nobiltà mafiosa, una sconvolgente ricostruzione che affiora dagli atti della revisione del processo per l'attentato di via Mariano D'Amelio. Nella denuncia di Scarantino viene descritta una "Guantanamo prima di Guantanamo" qui in Italia, crudeltà e violenze per far confessare retroscena di massacri mai compiuti. Dopo tanti anni s'indaga ancora su quelle torture ma non c'è certezza sui personaggi implicati: da una parte le confessioni di un pentito costruito sicuramente "a tavolino" e dall'altra la difesa di poliziotti che negano tutto. E' in un drammatico interrogatorio del 28 settembre 2009 che Vincenzo Scarantino, per la prima volta, spiega con quali metodi è stato costretto ad autoaccusarsi della strage Borsellino: "Per non farmi mangiare, mi facevano trovare mosche nella pasta. Una volta a Pianosa sentì due guardie che parlavano... un tipo con i baffi, un brigadiere siciliano, diceva all'altro: "Piscia, piscia". Una volta quel brigadiere mi alzò pure le mani. Un'altra volta, dopo che andai dal dentista, mi fecero credere che avevo l'Aids, mentre si trattava di una semplice epatite". Poi entra in scena Arnaldo La Barbera, il poliziotto che con decreto della Presidenza del Consiglio è stato messo capo del "Gruppo Falcone Borsellino", la struttura investigativa che indagava sulle stragi siciliane del 1992. E' ancora Scarantino che parla: "E lui mi disse: "Tu devi confessare". Ma io gli ripetevo: "Non so niente". Lui insisteva: "Tu devi diventare come Buscetta, importante come Buscetta. E allora, poco a poco, io sono entrato nel personaggio, cominciavo ad accusare tutti. Avevo 27 anni, stavo male. La Barbera mi disse pure che lo Stato avrebbe acquistato alcuni magazzini, alcune case che avevo: "Ti diamo 200 milioni, esci dal carcere e non ci entri più"...". Il balordo di borgata ha cominciato a fare nomi: "Mi venivano suggeriti, non è che me li dicevano in modo esplicito. Si parlava e mi dicevano: "Ma questo c'era, ma quest'altro c'era pure?". Il dottore La Barbera mi faceva capire... E così m'inventai la storia di una riunione, volevano trovare i colpevoli attraverso me. E io gli ripetevo: ma cosa vi devo dire che non saccio niente". Iniziano gli interrogatori con i magistrati. E Scarantino viene "preparato" dai poliziotti: "Prima di ogni incontro vedevo La Barbera, quando poi arrivavano i magistrati non riuscivo mai a ritrattare".

Iniziano le udienze del processo per la strage di via D'Amelio: "Prima un certo Michele leggeva i miei verbali, e io li mettevo in memoria... Una volta mi ricordo che avevo bevuto... una volta nell'aula bunker ho pianto di birra... Ma io ci stavo male, avevo i figli, avevo mia madre, ci stavo bene fuori, ma non vivevo, non ero in pace con me stesso. Io, scusando il termine, quando andavo in bagno piangevo e speravo sempre che potesse uscire un pentito che mi smentiva". Un giorno Scarantino vuole dire la verità. E' il 1995. Ma non ce la fa: "Arrivò il dottore Bo. Gli dissi: io voglio tornare in carcere. Il rimorso mi stava mangiando il cervello. Non riuscivo a stare tranquillo. Il dottore Bo mi disse: 'Va bene ti portiamo in carcere". Iniziò una discussione. Un poliziotto che era con lui mi acchiappa per il collo e mi punta la pistola addosso. Gli altri poliziotti che erano là gli dicevano: no, queste cose no davanti ai bambini".

L'inchiesta dei procuratori di Caltanissetta che indagano sull'uccisione di Paolo Borsellino - il capo Sergio Lari, Domenico Gozzo, Amedeo Bertone, Nicolò Marino e Stefano Luciani - ha concentrato tutti i sospetti del depistaggio su Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002 per un tumore al cervello.  Ma insieme a lui sotto accusa per calunnia ci sono oggi anche tre funzionari, ragazzi al tempo, appena usciti dalla scuola di polizia: Mario Bo, Salvatore La Barbera, Vincenzo Ricciardi. Tutti esecutori di ordini, poliziotti che non potevano fare un solo passo senza l'autorizzazione del loro capo. Per i pubblici ministeri non è ancora chiaro il ruolo che avrebbero avuto i tre (loro smentiscono, naturalmente, ogni circostanza riferita da Scarantino)  e fino ad ora le investigazioni "non hanno consentito di trovare sufficienti elementi di riscontro alle accuse formulate nei loro confronti dagli ex collaboratori". L'inchiesta però non è chiusa. I magistrati decideranno se archiviare o chiedere per i tre poliziotti il rinvio a giudizio. Il resto delle carte sulla strage di via D'Amelio sono state trasmesse per la revisione del processo alla Corte di Appello di Catania e sette imputati, in carcere dal 1993 per le false accuse di Scarantino, sono stati scarcerati. Dentro l'indagine di Caltanissetta non c'è solo la testimonianza del balordo della Guadagna ma anche quelle di due suoi amici, Salvatore Candura e Francesco Andriotta, anche loro minacciati per fare confessare una strage della quale sapevano niente.

Candura: "Non sono un mafioso. La Barbera mi minacciava". Neanche due mesi dopo la strage di via d'Amelio fu arrestato per un furto di una 126 e per violenza carnale. Fu il primo a fare il nome di Scarantino: "Mi ha commissionato il furto dell'auto". E' stato anche il primo a ritrattare, il 10 marzo 2009, davanti ai magistrati di Caltanissetta. E racconta: "Mi diceva tu devi sostenere sempre questa tesi, non ti creare problemi. Ti prometto che ti farò dare un aiuto dallo Stato, 200 milioni, ti faccio aprire un'attività, ti faccio sistemare per tutta la vita". E' lo stesso copione. Pressioni, minacce, sevizie. Ecco la confessione di Salvatore Candura, un altro dei testi chiave della strage Borsellino, quello che avrebbe rubato la Fiat 126 poi usata per fare saltare in aria il magistrato. Interrogatorio del 10 marzo 2009: "La Barbera mi diceva: tu devi sostenere sempre questa tesi, non ti creare problemi. Ti prometto che ti farò dare un aiuto dallo Stato, 200 milioni, ti faccio aprire un'attività, ti faccio sistemare per tutta la vita. Un giorno dovevo essere interrogato. E' venuto prima La Barbera e mi disse: "Scarantino dice che tu hai riportato l'auto alla Guadagna. Tu devi insistere che hai portato la macchina dove hai sempre detto. Tu devi dire sempre questa tesi". Ho passato anni d'inferno". E ancora: "Io quella 126 non l'ho mai rubata. Io sono stato suggerito di tutte queste cose. Il giorno che fui arrestato per violenza carnale, vengo portato in questura e interrogato dal dottore Arnaldo La Barbera che mi chiese: 'Tu ne sai parlare di macchine? Ne sai parlare di 126?".  Io sono un ladro di macchine, non sono un mafioso. I poliziotti mi rassicuravano: se il dottore La Barbera ti ha detto che devi stare tranquillo... noi ti imposteremo, ti faremo aprire un'attività, ma che cazzo vai cercando?".

Poi c'è anche la confessione di  Francesco Andriotta, un ergastolano che ha giurato nel 1993 di avere sentito - in cella - dalla voce di Scarantino che era stato lui a fare la strage. Interrogatorio del 17 luglio 2009: "C'erano delle volte che io volevo ritrattare. Ho preso anche delle botte dentro, in carcere... Io non sapevo nulla della strage di via d'Amelio, ma non sono io che ho costruito le cose. Il tutto è stato costruito dal dottore La Barbera e dal dottore Bo. Mi avevano promesso che mi avrebbero fatto togliere l'ergastolo. Me lo disse anche un giovane funzionario, che si chiamava pure La Barbera". E giura: "Scarantino non mi ha detto nulla su via D'Amelio, anzi parlando con me si è sempre protestato innocente. Mi disse che era sottoposto a violenze fisiche e psichiche per confessare di avere partecipato alla strage. Io prima inventai che il colore della 126 era celeste. Poi dissi che era bianco. Ma il colore mi fu suggerito. Loro scrivevano degli appunti, e poi io dovevo bruciare il biglietto". Andriotta: "Nudo alle tre del mattino, all'aria aperta e con un cappio al collo". Anche Francesco Andriotta parla delle violenze subite nell'interrogatorio del 17 luglio 2009. Francesco Andriotta racconta anche delle violenze degli agenti penitenziari: "Mi fecero una perquisizione, intorno alle tre e mezza del mattino. Mi hanno fatto uscire nudo all'aria. Qualcuno mi ha messo un cappio e diceva: tu devi collaborare. Ma io non ho niente da collaborare, dicevo. Sentivo anche le urla di Scarantino. Stavo male, perché lui mi ha sempre detto che non c'entrava niente con la strage". Alla fine, Andriotta dice ai procuratori di Caltanissetta: "Io ho paura, ho l'ergastolo, ma io voglio vivere, voglio pagare la mia pena. Però da vivo, non da morto".

L'assassinio del giudice Paolo Borsellino torna a far notizia grazie alle rivelazioni del colonnello Umberto Sinico, sentito come teste della difesa al processo Mori.

«Borsellino - rivela in aula l'ufficiale - sapeva dell'attentato ma scelse il sacrificio».

Alla fine di giugno del 1992 i carabinieri erano andati dal giudice a dirgli che un informatore aveva rivelato alcune voci, che giravano nell'ambiente carcerario, di un attentato nei suoi confronti. Borsellino avrebbe così risposto: «Lo so, lo so, devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia». Nel giro di pochi giorni, il 19 luglio, in via D’Amelio, a Palermo, saltò in aria un'auto imbottita di tritolo che fece morire Borsellino e altre cinque persone.

"Borsellino scelse il sacrificio". Qual è la novità che emerge da queste affermazioni? Sostanzialmente è questa: il magistrato si sarebbe votato consapevolmente al sacrificio lasciando qualche lato scoperto nella sua sicurezza ed esponendosi ai rischi di un attentato, nella speranza di preservare la sua famiglia dal rischio di possibili ritorsioni. L’informatore, ha detto Sinico, era Girolamo D’Anna, di Terrasini, "in confidenza" con il maresciallo che comandava la stazione del paese a 40 chilometri da Palermo, Antonino Lombardo, poi morto suicida nel marzo del ’95. «A sentire D’Anna, nel carcere di Fossombrone, andammo io - ha detto Sinico - Lombardo e il comandante della compagnia di Carini, Giovanni Baudo, ma Lombardo fu il solo a parlare con Girolamo D’Anna, che disse dell’esplosivo e dell’idea di attentato. Subito ripartimmo e andammo dal procuratore a riferirglielo e lui ci rispose in quel modo, di saperlo e di dover lasciare qualche spiraglio. Procuratore, risposi io, allora cambiamo mestiere».

Secondo quanto racconta Sinico D’Anna era un uomo d’onore "posato", cioè estromesso, perché vicino a Gaetano Badalamenti: "Era persona di grande carisma, veniva interpellato dai vertici della sua parte criminale".

Nessun contrasto coi carabinieri. Quanto riferito in aula da Sinico esclude sia che vi fossero contrasti tra Borsellino e la sezione Anticrimine dei carabinieri di Palermo, sia le tesi secondo cui al magistrato fu nascosto dai carabinieri che fosse arrivato l’esplosivo per compiere l’attentato ai suoi danni.

Il giorno prima di morire Paolo Borsellino confidò alla moglie Agnese inquietanti convinzioni sulla propria fine, che considerava imminente: «Era perfettamente consapevole che il suo destino era segnato, tanto da avermi riferito in più circostanze che il suo tempo stava per scadere». Coltivava sensazioni fosche, condivise in uno degli ultimi colloqui con la donna della sua vita: «Ricordo perfettamente che il sabato 18 luglio 1992 andai a fare una passeggiata con mio marito sul lungomare di Carini, senza essere seguiti dalla scorta. Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere. In quel momento era allo stesso tempo sconfortato, ma certo di quello che mi stava dicendo». A nemmeno ventiquattr'ore da questi cupi presentimenti, alle 16.58 di domenica 19 luglio, dopo una nuova gita nella casa di Carini il giudice saltò in aria insieme a cinque agenti di scorta in via Mariano D'Amelio, davanti all'abitazione palermitana di sua madre.

Le dichiarazioni di Agnese Borsellino riportate sul “Il Corriere della Sera” sono contenute in due verbali d'interrogatorio davanti ai pubblici ministeri di Caltanissetta titolari della nuova inchiesta sulla strage di via D'Amelio, nell'agosto 2009 e nel gennaio 2010, trasmessi alla Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra. La testimonianza della signora Borsellino consegna altri frammenti di verità su sospetti e turbamenti del magistrato assassinato quasi vent'anni fa. Dalla fretta di acquisire elementi sulla strage di Capaci in cui era morto il suo amico Giovanni Falcone, nella consapevolezza che presto sarebbe a toccato anche lui - «prova ne sia che, pochi giorni prima di essere ucciso, si confessò e fece la comunione», dice la moglie - ai dubbi sui contatti fra rappresentanti delle istituzioni e della mafia.

Alla domanda se il marito le abbia mai detto di aver saputo «di una trattativa tra appartenenti al Ros dei carabinieri e Vito Ciancimino o altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra o a servizi segreti "deviati"», la signora Borsellino risponde: «Non ho mai ricevuto tale tipo di confidenza da Paolo, che mai mi riferì di trattative in atto tra Cosa Nostra e appartenenti al Ros e ai servizi "deviati". Non posso tuttavia escludere che egli fosse venuto a conoscenza di una vicenda del genere e non me l'avesse riferita, in quanto era in genere una persona estremamente riservata».

Ciò nonostante, in un altro colloquio riferì alla moglie l'improvviso indizio su una presunta connivenza con Cosa Nostra dell'allora comandante del Ros, che conosceva da tempo: «Notai Paolo sconvolto, e nell'occasione mi disse testualmente "ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu (cioè affiliato a Cosa Nostra)...". Mi ricordo che quando me lo disse era sbalordito, ma aggiungo che me lo disse con tono assolutamente certo. Non mi disse chi glielo aveva detto. Mi disse, comunque, che quando glielo avevano detto era stato tanto male da aver avuto conati di vomito. Per lui, infatti, l'Arma dei Carabinieri era intoccabile».

Poi ci furono la frase sul timore di essere ucciso con la complicità o la colpevole indifferenza di altri soggetti, addirittura di «colleghi», e la rivelazione di un ulteriore sospetto: «Ricordo che mio marito mi disse testualmente che "c'era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato". Me lo disse intorno alla metà di giugno del 1992. In quello stesso periodo mi disse che aveva visto la "mafia in diretta", parlandomi anche in quel caso di contiguità tra la mafia e pezzi di apparati dello Stato italiano. In quello stesso periodo chiudeva sempre le serrande della stanza da letto di questa casa (l'abitazione palermitana dei Borsellino) temendo di essere visto da Castello Utveggio». Mi diceva "ci possono vedere a casa"». Il castello è sul Monte Pellegrino, sede di un centro studi ritenuto una copertura del servizio segreto civile, su cui si sono appuntate molte indagini. Ma gli ultimi accertamenti svolti dai pm di Caltanissetta portano a escludere collegamenti tra quella località e la strage di via D'Amelio.

Che Borsellino fosse a conoscenza dei contatti del capitano Giuseppe De Donno e del colonnello Mario Mori (all'epoca ufficiali del Ros, poi indagati nell'inchiesta sulla trattativa) con l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino è un dato acquisito dopo le dichiarazioni dell'ex direttore generale del ministero della Giustizia Liliana Ferraro, che ne parlò allo stesso Borsellino alla fine di giugno del '92. Il colloquio avvenne in una saletta dell'aeroporto di Fiumicino. C'era anche la moglie del magistrato, che ai pubblici ministeri ha dichiarato: «Mio marito non mi fece partecipare all'incontro con la dottoressa Ferraro. Anche successivamente, non mi riferì nulla, salvo quanto detto dal ministro Andò (titolare della Difesa, presente anche lui a Fiumicino) che, per quello che mi venne riferito da mio marito, disse che era giunta notizia da fonte confidenziale che dovevano fare una strage per ucciderlo, e che ciò sarebbe avvenuto a mezzo di esplosivo. Mi disse che era stata inviata una nota alla Procura di Palermo al riguardo, e che Andò, di fronte alla sorpresa di mio marito, gli chiese: "Come mai non sa niente?". In pratica, la nota che riguardava la sicurezza di mio marito era arrivata sul tavolo del procuratore Giammanco, ma Paolo non lo sapeva. Paolo mi disse, poi, che l'indomani incontrò Giammanco nel suo ufficio, e gli chiese conto di questo fatto. Giammanco si giustificò dicendo che aveva mandato la lettera alla magistratura competente, e cioè alla Procura di Caltanissetta. Mi ricordo che Paolo perse le staffe, tanto da farsi male a una delle mani che, mi disse, batté violentemente sul tavolo del procuratore».

Agnese Borsellino aggiunge che dopo la riunione di Fiumicino «mio marito non mi disse nulla che riguardava Ciancimino». I dissapori tra il magistrato antimafia, allora procuratore aggiunto a Palermo, e il capo dell'ufficio Pietro Giammanco si riferivano anche alla gestione di nuovi pentiti, come Gaspare Mutolo. Ecco perché, a proposito dei timori confessati durante l'ultima passeggiata sul lungomare, la signora Agnese spiega: «Non mi fece alcun nome, malgrado io gli avessi chiesto ulteriori spiegazioni; ciò anche per non rendermi depositaria di confidenze che avrebbero potuto mettere a repentaglio la mia incolumità... Comunque non posso negare che quando Paolo si riferì ai colleghi non potei fare a meno di pensare ai contrasti che egli aveva in quel momento con l'allora procuratore Giammanco».

La strage di via D’Amelio, il diritto che si rovescia, le gravi accuse dell’avvocato Di Gregorio. Il Pensiero di Valter Vecellio, giornalista vice-caporedattore del TG2 RAI e direttore del giornale telematico Notizie Radicali, uno degli organi ufficiali del movimento dei Radicali Italiani.

La notizia crimine c’è tutta, eppure nulla si muove, tutto tace. E dire che l’intervista è stata rilasciata a un settimanale tra i più diffusi, ed è da credere che sia stata attentamente letta e soppesata. Niente. Niente dal Consiglio Superiore della Magistratura, e niente di niente da chi, pur sovente loquacissimo, questa volta sembra non aver colto l’occasione.

L’intervista è quella che Andrea Marcenaro ha realizzato con l’avvocato Rosalba Di Gregorio, e pubblicata su “Panorama”, titolo: “Quel pasticciaccio orribile di via D’Amelio”. Il sommario spiega che Di Gregorio “ha difeso quattro dei sette condannato all’ergastolo per la strage mafiosa, tutti scarcerati grazie a nuove indagini. Ma non è contenta. Perché ha vissuto ingiustizie terribili. Anche sulla sua pelle”. Si può aggiungere che Di Gregorio, assieme al marito Francesco Marasà, anche lui avvocato, nel 1990 ha pubblicato un libretto di utile lettura allora, di ancor più utile lettura oggi: “L’altra faccia dei pentiti”, pubblicato da “La Bottega di Hefesto”. Libretto che coglie i “pentiti” in “alcune delle loro contraddittorie dichiarazioni, scoperti a dire bugie, pronti a chiedere vantaggi, ricattatori ed arroganti quando si rifiutano di parlare”, e che agli autori hanno fatto nascere un dubbio: «Ci siamo chiesti, leggendo centinaia e centinaia di pagine, alla ricerca del materiale necessario per preparare la difesa di cittadini imputati nel processo: ma è proprio vero che i pentiti sono ‘collaboratori di giustizia’?». La conclusione cui si giunge è che certo, il “pentito” può collaborare, ma “solo se, come elemento d’accusa è attendibile”. Ed è questo, evidentemente, il punto dolente.

E dolenti s’arriva all’intervista a “Panorama” e alla strage di via D’Amelio a Palermo. Quando il 19 luglio del 1992 – era domenica – il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, vengono dilaniati da una Fiat 126 imbottita di tritolo. Per quella strage, grazie soprattutto alle dichiarazioni di un “pentito”, Vincenzo Scarantino, nel 2002 sono condannati all’ergastolo Natale Gambino, Giuseppe La Mattina, Gaetano Murana, Salvatore Profeta, Gaetano Scotto, Giuseppe Urso, Cosimo Vernengo, oltre allo stesso Scarantino. Il 27 ottobre 2011 la Corte d’Appello di Catania, sulla base delle dichiarazioni di un altro “pentito”, Gaspare Spatuzza, e di nuove indagini svolte dalla procura di Caltanissetta ha sospeso l’esecuzione della pena per sette di loro. L’unico che resta in cella è Scotto, che deve scontare residui di pena per altri reati.

«Dovevano essere scarcerati 17 anni fa», dice lapidaria Di Gregorio. Si dirà: dichiarazione ovvia, dato che difende quattro degli imputati. Però il racconto fa sobbalzare: «Estate 1995: fase istruttoria del processo Borsellino-bis. Il pentito Scarantino telefona a un giornalista di Mediaset, che registra la conversazione, e gli dice di voler ritrattare le accuse: ho detto fesserie, sono tutte balle, voglio ritrattare tutto».

L’avvocato Di Gregorio sostiene che il testo di questa conversazione non le è mai stato dato, «perché i pubblici ministeri lo sequestrarono». L’avvocato presenta istanza per fissare i termini di un incidente probatorio: «Non venni degnata di risposta, fecero finta di nulla. A tutt’oggi la difesa non è in possesso del nastro», e accusa esplicitamente la pubblica accusa di aver nascosto e sequestrato gli elementi a favore degli imputati. Si converrà che non è cosa da poco. Forse i tre pubblici ministeri Carmelo Petralia, Anna Maria Palma e Nino Di Matteo avranno e hanno le loro buone, ottime ragioni. Piacerebbe conoscerle. Piacerebbe sapere se le cose sono andate come Di Gregorio le racconta, o se si tratta di forzatura e “invenzione”; piacerebbe che qualcuno glielo domandasse…

Dice altro, l’avvocato Di Gregorio: «Fra centinaia di migliaia di pagine, era mi pare il 1995, scopriamo quasi per caso una lettera del procuratore aggiunto di Caltanissetta al suo omologo di Palermo: ti trasmetto i confronti tra Scarantino e i tre pentiti Cancemi, Di Matteo e La Barbera…Se sono stati messi a confronto, ho dedotto io, vuol dire che ci sono tre pentiti che, in tutto o in parte, contestano le dichiarazioni di Scarantino. Non si procede a un confronto, se no. Per cui chiedo di avere il testo dei tre confronti».

La risposta è che i confronti non ci sono. Di Gregorio insiste: «E arriva una seconda risposta: gli atti non vi riguardano, perché non parlano degli imputati in questo processo».

Il fatto è che invece ne parlavano. Lo spiega lo stesso Di Gregorio: «Quando nel 1997 verranno spiccati i mandati di cattura per il Borsellino ter, tra gli indagati c’è anche Cancemi. Abbiamo scoperto allora la bugia che il confronto non avesse riguardato gli imputati di cui sopra. Altrochè se li aveva riguardati. E qui viene il bello. Eravamo in udienza a Torino e i PM ribadirono in aula la loro affermazione. A quel punto chiedemmo l’invio degli atti a Torino per denunciare i PM stessi per false dichiarazioni in atto pubblico. I PM chiesero a loro volta la trasmissione degli atti a Torino per procedere contro di noi per calunnia. Conclusione: la procura di Torino ha archiviato tutto. Come ha fatto? O noi calunniavamo loro, o loro falsavano. In mezzo non c’era niente. Non poteva esserci niente. Eppure la Procura di Torino ha archiviato per tutti. Lì ho capito che Scarantino era sacro».

A questo punto occorre chiedersi che cosa sta scritto nel verbale del confronto tra Scarantino e Cancemi; e conviene lasciare sempre la parola a Di Gregorio: «Cancemi aveva detto a Scarantino: ma che dici? Che ne sai tu? Chi ti ha raccontato tutte queste balle su via D’Amelio? Chi ti ha messo in bocca tutte queste minchiate? Scarantino non fece migliore figura di quella che avrebbe fatto nell’aula di Como nel 1998, quando chiese di togliere il paravento e dichiarò: non so niente, mi hanno costretto, mi hanno obbligato. Poi ritrattò la ritrattazione, poi di aver ritrattato la ritrattazione. Scarantino era Scarantino. Un poveretto. Ma il processo restava appeso a un oracolo così: 17 anni in questo modo».

Di Gregorio poi racconta episodi che la riguardano direttamente: tra i suoi clienti Giovanni Bontate, fratello del boss Stefano. «Imparentato con lui figurava un tale Di Gregorio, e qualcuno in procura pensò di avere fatto 13. Aprirono un’indagine, solo che quello non c’entrava un accidente con me». Senza aprire un’indagine era sufficiente andare a chiedere all’anagrafe. C’è poi un altro “pentito”, Gaspare Mutolo: sostiene che due fratelli di Di Gregorio sono mafiosi. Ma Rosalba Di Gregorio non ha fratelli. Poi tocca al marito Francesco Marasà, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: «Ricordo bene tutto, ricordo perfettamente anche il contesto in cui uscì fuori questa notizia. Nacque appena facemmo la denuncia a Torino su quei confronti con Scarantino messi ‘in sonno’». Di Gregorio dice di voler credere alla coincidenza. Per inciso: Marasà viene assolto in primo, secondo e terzo grado.

Conclusione? «Si può rimanere devastati, si può essere annullati. O si può, nonostante tutto, andare avanti come ho fatto io. Mi sono fatto tatuare uno scorpione sul polso. L’ho fatto dopo l’ennesima assoluzione di mio marito. E’ stato un gesto d’istinto, per esorcizzare il passato e dare un messaggio: attenti, d’ora in poi mordo anch’io».

Il libro di Di Gregorio e Marasà cui si è fatto cenno all’inizio, si apre con un brano dalle “Storie” di Erodoto: «La calunnia è una cosa tremenda: sono due quelli che commettono ingiustizia, e uno quello che la subisce. Infatti il calunniatore commette ingiustizia denigrando una persona in sua assenza, e colui che ascolta commette egualmente ingiustizia accettando quello che gli viene detto prima di essersi potuto accertare del vero». Profetico.

Dall’inchiesta de “Il Corriere della Sera”. L'appunto del Servizio segreto civile partì dal centro Sisde di Palermo il 13 agosto 1992, nemmeno un mese dopo la strage di Via D'Amelio che aveva ucciso il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Protocollo numero 2298/Z.3068, diretto a Roma. C'era scritto che da «contatti informali» si potevano prevedere imminenti sviluppi sugli autori del furto della macchina imbottita di tritolo e «sul luogo ove la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell'attentato».

Oggi quell'appunto è senza padre. Nessuno degli agenti all'epoca in servizio tra Palermo e Roma ha saputo spiegarne origine e significato. Nemmeno colui che probabilmente lo firmò, il quale sostiene di non ricordare nulla di quello strano documento. Strano e «inquietante», come lo definiscono i pubblici ministeri della Procura di Caltanissetta nella memoria conclusiva stesa a tre anni dalla riapertura dell'inchiesta sulla strage. Perché a quella data non c'era ancora l'ombra di un pentito che parlasse del garage che avrebbe nascosto la Fiat 126 rubata per l'attentato. Solo un mese più tardi, il 13 settembre, Salvatore Candura cominciò a parlare della macchina fino ad autoaccusarsi del furto «commesso su incarico di Vincenzo Scarantino che gli aveva promesso un compenso di 500.000 lire». Poi arrivò l'altro «collaboratore di giustizia» Francesco Andriotta, decisivo per la successiva confessione di Scarantino. Falsa come quelle di Andriotta e Candura, ma tutte giudicate attendibili e messe a fondamento di condanne definitive. Finché tre anni fa è arrivato il vero ladro della 126, Gaspare Spatuzza, a riscrivere la storia della strage di via D'Amelio.

Dunque la teoria dei pentiti bugiardi fu anticipata da un documento del Sisde sugli imminenti risultati della Squadra mobile palermitana guidata da Arnaldo La Barbera, investigatore sagace e stimato successivamente divenuto questore di Palermo, Napoli e Roma, assurto ai vertici dell'antiterrorismo e dell' intelligence fino alla prematura scomparsa nel 2002. Un depistaggio sul quale continuano a interrogarsi i magistrati di Caltanissetta: fu un «complotto istituzionale» per chiudere in fretta l'indagine sulla morte di Borsellino, oppure un grave ma «semplice» errore investigativo, commesso dopo aver imboccato una strada che era «doveroso» esplorare?

La storia dell'indagine sbagliata, per come è stata ricostruita dalla Procura nissena, non ha sciolto il mistero. Che si alimenta con la clamorosa ritrattazione (successiva al pentimento di Spatuzza) del falso collaboratore Candura. Il quale nell'interrogatorio del 10 marzo 2009 ha ammesso che diciassette anni prima s'inventò tutto. Trasformando la sua confessione in un atto d'accusa.

Riassumono i pm nella memoria inviata alla commissione parlamentare antimafia: «Egli dichiarava di non aver affatto rubato l'auto; di essere stato indotto ad accusarsi del furto e a chiamare in causa lo Scarantino a seguito delle pressioni fattegli dal dott. Arnaldo La Barbera, che l'aveva "messo con le spalle al muro" dopo che lo stesso era stato arrestato per violenza carnale; di aver conseguentemente, a seguito delle minacce fattegli dal dott. La Barbera oltre che della promessa di un consistente aiuto economico da parte dello Stato, deciso ad autoaccusarsi del furto chiamando in causa lo Scarantino che peraltro gli era stato indicato dallo stesso La Barbera come committente del furto; di aver patito durante il periodo della sua "collaborazione" con lo Stato varie minacce da parte dei funzionari di polizia che riguardavano ora la propria incolumità personale, ora quella dei propri figli».

Tre funzionari di polizia che all'epoca collaboravano con La Barbera nel gruppo investigativo Falcone-Borsellino sono tuttora indagati per calunnia in un procedimento parallelo a quello sulla strage che non s'è concluso. Interrogati, hanno negato qualsiasi irregolarità nelle indagini, e tantomeno i maltrattamenti denunciati dai falsi pentiti. Le cui dichiarazioni più recenti presentano ancora, secondo gli inquirenti, elementi di ambiguità e di incertezza. Tuttavia una spiegazione alle bugie ci deve essere. Anche a quelle di Francesco Andriotta, che raccontò di aver ricevuto in carcere le confidenze di Scarantino sulla sua partecipazione all'attentato di via D'Amelio, ne riferì ai poliziotti finché lo stesso Scarantino si convinse a collaborare con i magistrati. Ma dopo la nuova verità di Spatuzza, pure Andriotta ha fatto marcia indietro. Precisando, tra l'altro, che «nulla sapeva della strage, di non essere stato lui a "costruire le cose" bensì il dott. Arnaldo La Barbera, e che mai Scarantino gli aveva rivelato particolari sulla strage per la quale, anzi, si era sempre protestato innocente».

Nell'ultimo interrogatorio del 24 febbraio scorso, riferendosi a un particolare delle indagini di 17 anni fa, il falso pentito ha detto: «Feci quelle dichiarazioni perché i poliziotti che le Signorie Loro mi menzionano mi diedero degli appunti che contenevano ciò che avrei dovuto riferire ai magistrati». E ai pm che gli domandavano se confermava quanto aveva riferito in un precedente verbale, «e cioè che ogni volta che incontrava i magistrati per essere interrogato, poco prima aveva un colloquio con i funzionari di polizia che gli suggerivano gli argomenti di cui avrebbe dovuto parlare», Andriotta ha risposto: «Confermo».

A conclusione degli accertamenti svolti finora, gli inquirenti affermano che «non si evidenziano elementi decisivi per riscontrare o cestinare l'ipotesi di una "eclatante forzatura investigativa" spintasi sino alla creazione delle false dichiarazioni di Andriotta in merito alle confidenze dello Scarantino sotto la regia degli uomini del cosiddetto Gruppo Falcone-Borsellino». Tuttavia, gli stessi pubblici ministeri scrivono: «Il probabile innamoramento di quel tortuoso sentiero che non si volle più abbandonare, nonostante alcune più o meno palesi incongruenze che provenivano dalle prime fonti di accusa, autorizza oggi questo Ufficio ad avanzare anche l'ipotesi che gli investigatori possano aver operato "forzature" più o meno spregiudicate, facendo ricorso all'aiuto di personaggi che non si possono definire certo "disinteressati"». E infine: «Accanto alle altre ipotesi prospettate, è con pari logica sostenibile che possa esservi stato un vero e proprio "indottrinamento" di Andriotta da parte degli investigatori».

Insomma, resta l'alternativa tra errore in buona fede e falsa pista costruita a tavolino. E a gettare un'ulteriore ombra è la deposizione di un ex poliziotto che all'epoca faceva parte del gruppo Falcone-Borsellino e in seguito ne fu allontanato, Gioacchino Genchi, discusso consulente di molte inchieste giudiziarie: «Ricordo che nel maggio 1993 Arnaldo La Barbera, piangendo, mi disse che doveva diventare questore e che le indagini sulle stragi, faccio riferimento a quella Borsellino, dovevano prendere una certa piega, nel senso che non si poteva più mantenere un'ampia impostazione delle stragi, ma bisognava focalizzare solo quei dati concreti che potevano portare ad immediati risultati, più limitati, ma concreti...».

Come quello garantito dalla pista Candura-Andriotta-Scarantino, oggi sconfessata da Spatuzza. Ma le dichiarazioni di Scarantino non preoccupavano affatto Giuseppe Graviano, il capo-mafia autentico regista della strage di via D'Amelio. Forse gli facevano persino comodo, poiché spostavano l'attenzione dalla sua cosca ad altre. L'ha ricordato uno degli ultimi pentiti considerato attendibile dagli inquirenti, Fabio Tranchina, autista del boss di cui ha svelato il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio Borsellino. Del presunto mafioso che riempiva verbali su verbali, Giuseppe Graviano disse: « Parrassi, parrassi quantu vuoli ». Parlasse, parlasse quanto vuole. Lui sapeva che la verità era un'altra.

Da un’inchiesta di “La Repubblica”. Ecco, nelle oltre mille pagine con cui i magistrati di Caltanissetta hanno chiesto la revisione del processo sulla strage di via D'Amelio e di cui Repubblica è venuta in possesso, quella che potrebbe essere la definitiva ricostruzione sull'autobomba che uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La racconta il pentito Gaspare Spatuzza, l'uomo che rubò la Fiat 126 servita per la strage e che la portò, tappa dopo tappa per dieci giorni, fino al garage in cui fu imbottita di esplosivo alla presenza di un misterioso personaggio estraneo a Cosa Nostra.

La Corte d'appello di Catania respinge la richiesta di revisione del processo per la strage di via d'Amelio del 19 luglio 1992 e sospende, però, l'esecuzione della pena per otto imputati, sette dei quali condannati all'ergastolo. L'istanza di revisione, presentata dal pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato, è nata dalle nuove rivelazioni di Gaspare Spatuzza che ha chiamato in causa i fratelli Graviano di Brancaccio, e riguardava Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Gaetano Murana (condannati all'ergastolo) e Vincenzo Scarantino, il collaboratore di giustizia la cui sentenza a 18 anni è diventata definitiva nonostante la ritrattazione. L'istanza di revisione riguardava anche Salvatore Candura, Salvatore Tomaselli e Giuseppe Orofino (condannati a pene fino a 9 anni) che hanno già espiato la condanna. Tutti sono stati scarcerati tranne Scotto, che resta in carcere per scontare altre condanne, e Profeta, che tornerà in libertà nelle ore successive. "Sono confuso. Non so come pagare, con questi soldi non sono pratico. Io sono rimasto alle lire": queste le prime parole di Murana fuori dal carcere. Murana ha chiamato il difensore, Rosalba Di Gregorio, appena libero. "Sono felice", le ha detto.

La versione di Scarantino, peraltro ritrattata, determinante per le condanne all'ergastolo dei sette è stata ritenuta totalmente inattendibile dalle nuove indagini avviate dopo la collaborazione con la giustizia di Spatuzza e a Caltanissetta si procede anche contro tre poliziotti del gruppo investigativo sulle stragi che avrebbero avallato la falsa ricostruzione di Scarantino. Secondo i giudici di Catania, però, occorre che ci sia una nuova sentenza, quantomeno a carico di Scarantino per il reato di calunnia nei confronti degli imputati condannati, prima di potere revisionare la sentenza. Reato di calunnia a rischio prescrizione. Intanto, però, al di là della questione tecnica, il verdetto di Catania segna un primo determinante traguardo sulla strada della verità sull'eccidio che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta. In sette, ad eccezione di Scotto saranno liberi. Scotto ha infatti un'altra condanna per droga e per tentato omicidio. L'ex pentito Scarantino ha finito di espiare una condanna a 8 anni inflittagli a Roma per la calunnia nei confronti dei pm che indagarono sulla strage a partire dalla sua confessione e un'altra a 9 anni per droga. 

Il primo dei condannati ora liberati ad essere stato arrestato è Salvatore Profeta, condotto in carcere nel 1993. Gli altri erano stati arrestati nel 1994. La Mattina e Gambino rimasero latitanti fino al 1997 quando furono catturati insieme con il boss Pietro Aglieri.

Chi aveva posteggiato l'autovettura Fiat 126 imbottita d'esplosivo davanti la porta d'ingresso dell'edificio di via D'Amelio dove abitavano Rita Borsellino e i suoi familiari? Chi aveva azionato il telecomando e da dove? Chi aveva risposto alla telefonata di Giovanbattista Ferrante che il pomeriggio del 19 luglio annunciava l'arrivo di Paolo Borsellino in Via D'Amelio? I magistrati di Caltanissetta rispondono a queste domande in 1135 pagine di memoria.

Nelle parole del pentito Gaspare Spatuzza il percorso della Fiat 126 che uccise Paolo Borsellino. L'automobile viene rubata, riparata e condotta in Villasevaglios. Spatuzza trova ad attenderlo due boss di Brancaccio, Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, e un misterioso personaggio sui cinquant'anni che non appartiene a Cosa Nostra. L'auto viene imbottita di esplosivo e "innescata". Giuseppe Graviano, alle 16 e 58, del 19 luglio '92 preme il pulsante che uccide il magistrato. "Io so di via D'Amelio perché l'auto imbottita di tritolo l'ho rubata io". Comincia così la narrazione con cui Gaspare Spatuzza riscrive la strage di Borsellino e della sua scorta e scagiona otto palermitani condannati all'ergastolo per quel reato. Una testimonianza ricca di dettagli, compresa la descrizione di un misterioso cinquantenne, "non di Cosa Nostra", che aspettava la Fiat 126 nel garage dove fu trasformata in autobomba: un uomo che potrebbe essere il collegamento con i servizi deviati.

Tutto cominciò con una soffiata. Ancora oggi non si sa esattamente da dove è venuta. Forse dal Sisde, il servizio segreto civile che l’ha trasmessa alla polizia di Palermo. O forse dalla polizia di Palermo, che l’ha trasmessa al Sisde. Era una soffiata fasulla. Sull’auto che aveva fatto saltare in aria Paolo Borsellino e sui mafiosi che l’avevano rubata. Dopo quasi vent’anni, è arrivato però Gaspare Spatuzza che ha riscritto la storia delle stragi siciliane. Lo  racconta lui come hanno ammazzato, il 19 luglio del 1992, l’erede di Falcone. Cancellando con le sue confessioni indagini pilotate e processi passati al vaglio della Cassazione, indicando depistaggi e piste ingannevoli. Un romanzo nero riscontrato punto dopo punto negli ultimi due anni. In una drammatica narrazione Gaspare Spatuzza rivela come i boss – e probabilmente qualcun altro – prepararono ed eseguirono il massacro."Io so di via D’Amelio perché l’auto imbottita di tritolo l’ho rubata io…". Comincia così il primo interrogatorio – il 26 giugno del 2008 – dell’uomo d’onore di Brancaccio con il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari. “La Repubblica” è venuta in possesso delle 1138 pagine della richiesta di revisione con la quale la magistratura di Caltanissetta ha chiesto la "sospensione della pena" per otto imputati ingiustamente condannati all’ergastolo, otto palermitani trascinati nel gorgo delle investigazioni da falsi collaboratori di giustizia e da un’inchiesta poliziesca che oggi è sotto accusa. Se quasi vent’anni fa, poliziotti e pubblici ministeri si erano fidati (dopo quella soffiata "inquietante", come la definiscono i procuratori siciliani) del picciotto di borgata Vincenzo Scarantino che li ha portati verso il nulla, adesso Gaspare Spatuzza spiega come andarono veramente le cose. E parla soprattutto di sé. Di quando lui – e non Scarantino, il bugiardo - rubò quella Fiat 126 che poi servì per l’attentato. Di come la portò in giro per Palermo. Fra garage e magazzini, dalla foce del fiume Oreto fin sotto la casa della madre del magistrato.Tutte le falsità del pentito Scarantino si erano concentrate proprio sul furto di quella 126. Ecco la nuova versione di Gaspare Spatuzza. Con un disegno di suo pugno del luogo dove rubò l’auto. Con tutte le foto del percorso dell’utilitaria attraverso Palermo: dal box dove fu custodita al box dove fu imbottita di esplosivo.

Parla Gaspare Spatuzza: «Io fui incaricato di un furto di una Fiat 126 da Fifetto Cannella, per ordine del boss Giuseppe Graviano. In quel momento ho pensato subito al giudice Rocco Chinnici, anche lui saltò su una 126... ma non sapevo ancora a cosa mi stavo prestando... L’ho rubata io insieme a Vittorio Tutino, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, dieci giorni prima della strage. Poi, l’ho tenuta in diversi magazzini - Il pentito racconta come preparano la strage, giorno dopo giorno - Cannella, mi disse che avrei dovuto rubare proprio una 126. Era prima di mezzanotte. L’abbiamo trovata in una stradina che collega via Oreto Nuova con via Fichi d’India… io rimango in macchina… vedendo che lui, il Tutino, aveva perso del tempo… cerco di andare a vedere cosa stava combinando… quindi scendo dalla macchina e gli dico: ‘Ma che fai?’… e lui mi dice: ‘Mi viene difficile a rompere il blocca sterzo’… rimango lì con lui che poi è riuscito a romperlo ma non ce la facciamo a metterla in moto perché aveva rotto tutti i fili, quindi decidiamo di portarla via a spinta». L’auto che ucciderà il procuratore Borsellino, dieci notti prima era una carcassa che neanche partiva. Ricorda ancora Spatuzza: «La macchina era sul rossiccio e tra l’amaranto e il sangue di bue… comunque era di un colore rosso spento… quindi attraversiamo verso Brancaccio e la portiamo in un magazzino di Fondo Schifano. Percorriamo via Fichi d’India, San Ciro, via San Gaetano fino al capannone dove io avevo già iniziato la ‘macinatura’ dell’esplosivo che era nascosto in alcuni fusti di metallo.-  Poi Spatuzza e Tutino avvertono Fifetto Cannella e Giuseppe Graviano - Abbiamo la macchina - Poi ancora Spatuzza incontra da solo il suo boss,Giuseppe Graviano, quello che lui chiama "Madre Natura". Dice - Mi fa un sacco di domande: mi chiede di questa 126… dove l’avevo rubata, se era intestata a persone di nostra conoscenza e gli ho detto di no, se qualcuno l’aveva già cercata e gli ho detto ancora di no. Gli ho spiegato che c’era la frizione bruciata, e per bruciare la frizione in quel genere… sicuramente la macchina era di una donna perché le donne portano i tacchi… quindi hanno il problema di staccare la frizione. E poi gli ho anche detto che ci ha… il problema della frenatura… che freni non ce ne ha… lui mi dice: ‘Puliscila tutta e di levare tutti i santini e anche l’immagine di Santa Rosalia’. Io quindi la pulisco tutta… levo tutti i segnali di riferimento che si poteva e ho bruciato i documenti, fogli, tutto quello che esisteva l’ho bruciato… anche un ombrello ».

Dopo due giorni Gaspare Spatuzza sposta l’auto in un altro suo magazzino di corso dei Mille, dove poi porta un meccanico. «Sono andato a cercare a questo Maurizio Costa e gli ho detto che dovevamo fare un lavoretto nella 126, gli ho spiegato che si doveva fare la frenatura ma non gli ho detto altro. Gli ho fatto capire che l’auto era di un latitante e gli ho fatto capire anche che non doveva parlare. Quindi sono andato a comprare i ganasci, olio e altri pezzi. Ho speso quasi centomila lire». Spatuzza riceve da Vittorio Tutino due batterie e un antennino da collegare a un telecomando. E anche l’ordine di rubare due targhe di altre Fiat 126 per metterle sopra all’autobomba. Il boss Graviano gli raccomanda di rubare le targhe il sabato mattina, il 18 luglio. Così il furto, probabilmente, verrà denunciato solo il lunedì successivo. Dopo la strage.E’ a quel punto che venerdì 17 luglio, verso le tre del pomeriggio, una Fiat 126 color amaranto scivola per le vie di Palermo carica di tritolo. Alla guida c’è Gaspare Spatuzza, accanto a lui Fifetto Cannella. Appena s’infila in corso dei Mille, Spatuzza incrocia con lo sguardo Nino Mangano, il capo del mandamento di Brancaccio che gli fa da battistrada su un’altra automobile. Spatuzza è sorpreso, poi capisce che è lì un po’ per controllarlo e un po’ per proteggerlo. Corso dei Mille, via Roccella, via Ventisette Maggio, piazza dell’Ucciardone dove c’è il vecchio carcere. Proprio, in quella piazza, c’è un posto di blocco della Guardia di Finanza. La staffetta Mangano avverte Spatuzza, che svolta all’improvviso verso il Borgo Vecchio. Si ferma a un chiosco, prende tempo. Quando Nino Mangano gli dice che la strada è libera, la Fiat 126 ritorna indietro, supera l’Ucciardone e punta verso la via Don Orione. Dopo poche decine di metri l’utilitaria sparisce dentro un garage di via Villasevaglios 17. C’è uno scivolo di cemento, c’è un cancello di ferro e poi una saracinesca. Quando sale, Gaspare Spatuzza infila il muso della Fiat 126 lì dentro, dove ci sono ad aspettarlo due uomini. Uno è Renzo Tinnirello della "famiglia" di corso dei Mille, l’altro è Ciccio Tagliavia di Brancaccio. Ma alle loro spalle, nell’ombra, c’è anche uno sconosciuto, un uomo di una cinquantina d'anni che non è un mafioso. Nel 2009 Gaspare Spatuzza aveva indicato quell’uomo, con nome e cognome, come un appartenente ai servizi segreti. Nel 2010 ha fatto marcia indietro, parlando solo "di una certa somiglianza". Spento il motore della Fiat 126, Tinnirello dice a Spatuzza di pulire lo sterzo per cancellare le sue impronte digitali. Poi Tinnirello e Tagliavia imbottiscono l’auto e preparano l’innesco. Gaspare Spatuzza torna verso la sua Brancaccio, passa dall’Ucciardone ("il posto di blocco della Finanza non c’era più") e intuisce - dalla vicinanza con la casa della madre di Paolo Borsellino - a cosa servirà quella Fiat 126.

Era dalla prima settimana di luglio che erano cominciati gli appostamenti in via Mariano D’Amelio. Il primo sopralluogo. Poi, il secondo sopralluogo "circa una settimana prima della strage". Li avevano fatti Fabio Tranchina e Giuseppe Graviano. Il boss aveva chiesto a Tranchina  di procurarsi anche un appartamento lì vicino ("senza agenzie, mi raccomando...") ma poi aveva visto un giardino dietro la casa della madre del magistrato e aveva deciso di piazzarsi lì con il telecomando. Sabato 11 luglio il boss Salvatore Biondino e i due cugini Salvatore Biondo e Giovan Battista Ferrante (uno detto "il  lungo" e l’altro "il corto") provano il telecomando in campagna. Lunedì 13 luglio i Ganci della Noce contattano Antonino Galliano e lo avvertono di "tenersi pronto per pedinare" Borsellino la domenica successiva. Il 16 luglio Salvatore Biondino dice a Giovanni Brusca che è "sotto lavoro" ma che non ha bisogno di aiuto per la strage. Il 17 luglio Biondino chiama Ferrante e gli ordina "di tenersi libero per domenica che c’è da fare". Sabato 18 luglio Raffaele Ganci informa Salvatore Cancemi che, il giorno dopo, Borsellino morirà.Alle sette del mattino di domenica 19 luglio i mafiosi delle "famiglie" della Noce, di San Lorenzo e di Porta Nuova sono "in osservazione" intorno a via Mariano D’Amelio. Alle 16,58 il procuratore salta in aria con cinque agenti della sua scorta. Sono stati solo i mafiosi? Scrive il procuratore Sergio Lari nella richiesta di revisione del processo Borsellino presentata alla procura generale di Catania: "Dopo diciannove anni, potrebbe sembrare singolare, se non addirittura anomalo, che siano state avviate nuove indagini destinate a mettere in discussione ‘verità’ che ormai sembravano acquisite". E, riferendosi alle false piste, il procuratore scrive: "Bisogna comprendere se con i depistaggi si volevano coprire la responsabilità di ‘soggetti esterni’ a Cosa Nostra riconducibili ad apparati deviati dei servizi segreti, ovvero ad altre Istituzioni o a organizzazioni terroristico-eversive".

IL PATTO MAFIA-STATO, LE ORIGINI. Al tempo delle stragi c'è stata una trattativa con Cosa Nostra per 'risparmiare' ministri e politici. Dopo 19 anni, i procuratori di Palermo ipotizzano che dopo l'uccisione di Salvo Lima (marzo 1992) altri fossero nel mirino dei Corleonesi. E il Viminale era così preoccupato da spedire un fax per lanciare l'allerta. Dal 2009 si indaga su "strategie destabilizzanti" ed "eventi omicidiari" che nel 1992 avrebbero potuto insanguinare il Paese. Secondo i magistrati, la trattativa tra Stato e mafia non è dipesa da Totò Riina, ma dalla volontà di evitare episodi stragisti, assassinii e sequestri di leader di partito e di governo: da Andreotti a Mannino, da Vizzini a Martelli, ecco chi era nel mirino delle cosche. I segreti di quei giorni in un documento del Viminale. Oggi sappiamo perché, al tempo delle stragi, c'è stata una trattativa con la mafia. Sappiamo che non l'ha voluta Totò Riina, ma l'ha voluta lo Stato: per salvare la vita di alcuni uomini politici. Erano in una lista nera. Un elenco di ministri.  E fra loro c'era anche - come riportava una nota del Viminale alla fine dell'inverno 1992 - quello che veniva considerato "il futuro presidente della Repubblica", ossia Giulio Andreotti. Dopo diciannove anni avvolti nell'omertà e nei depistaggi, su quel patto segreto i procuratori di Palermo stanno seguendo una pista che porta dritta a una conclusione: dopo l'uccisione dell'eurodeputato siciliano Salvo Lima e dopo quella del giudice Giovanni Falcone, qualcun altro era finito nel mirino dei Corleonesi e così ha ordinato - a uomini di fiducia dei reparti investigativi - di agganciare i boss per fermare i sicari e salvarsi la pelle. Pezzi da novanta della politica che i mafiosi, a torto o a ragione, consideravano "traditori". Amici o complici che non avevano rispettato accordi antichi, gente che in passato (nel migliore dei casi) si era presa i voti di Cosa Nostra e poi aveva voltato le spalle dimenticando tutto. La lista nera che hanno ricostruito i magistrati siciliani è il risultato di una lunghissima attività istruttoria iniziata nella primavera del 2009 e che è stata completata con l'acquisizione, un mese e mezzo fa, di un documento del ministero dell'Interno su "strategie destabilizzanti" e "eventi omicidiari" che nel 1992 avrebbero insanguinato il Paese. Il documento è diventato pubblico il 10 ottobre 2011, depositato dai pm al processo contro il generale Mario Mori, accusato di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Un dibattimento che è diventato, di fatto, un "pezzo" della trattativa fra Stato e mafia. Ma torniamo all'elenco dei bersagli della mafia scoperti dagli investigatori. Si apre con quello che era allora il ministro per gli Interventi Straordinari per il Mezzogiorno, Calogero Mannino, un ras in Sicilia. E poi Carlo Vizzini, palermitano, ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Il ministro della Giustizia Claudio Martelli, che da poco più di un anno aveva chiamato accanto a sé Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari penali al ministero di via Arenula. E Salvo Andò, catanese, socialista craxiano, ministro della Difesa. C'era anche Sebastiano Purpura, un politico siciliano che diciannove anni prima era assessore regionale al Bilancio e soprattutto era un fedelissimo di Salvo Lima. Sono loro i primi nomi che compaiono nell'indagine dei magistrati di Palermo. L'inchiesta sulla trattativa sembra arrivata a una svolta decisiva. Dalla montagna di carte - centinaia di interrogatori, confronti all'americana, deposizione di pentiti, sequestro di atti - sul negoziato cominciato subito dopo la strage Falcone e poco prima della strage Borsellino è affiorato il "movente", probabilmente è stata individuata la ragione che ha portato uomini degli apparati ad avvicinare personaggi come l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino e che ha convinto successivamente lo stesso Totò Riina a scrivere il "papello", quella piattaforma di rivendicazioni giudiziarie e carcerarie in favore di Cosa Nostra da sottoporre allo Stato. Sconti di pena, revisione del maxi processo, abolizione del carcere duro in cambio del silenzio delle armi. Il filo che seguono i pm siciliani - indagano Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido - parte dagli omicidi Lima e Falcone. Lima, uomo vicino a Cosa Nostra e vicerè siciliano di Giulio Andreotti, viene ucciso il 12 marzo 1992 fra i vialetti di Mondello. Colpito alle spalle, proprio come un traditore. Fatto fuori dai Corleonesi perché "non ha rispettato i patti". In sostanza, Lima paga il conto per non avere più "garantito" Cosa Nostra, in particolare muore "per non essere riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione". L'omicidio Lima cambia per sempre la storia di Palermo e fa saltare tutti gli equilibri politici in Italia. Il primo che paga un altro conto - che poi è sempre lo stesso - è Giulio Andreotti, presidente del Consiglio per la settima volta in quel 1992 e in pole position per l'elezione di fine primavera alla Presidenza della Repubblica. Ma il delitto Lima lo "brucia", gli sbarra per sempre la strada per il Quirinale, dove il 24 maggio - dopo tante fumate nere e a ventiquattro ore dalla strage di Capaci - salirà Oscar Luigi Scalfaro. E' comunque già all'indomani del delitto Lima che il ministero dell'Interno, a firma del potentissimo capo della polizia Vincenzo Parisi, dirama un telegramma di due pagine indirizzato a tutti i prefetti e a tutti i questori, all'alto commissario per la lotta alla mafia, al direttore della Dia, ai capi del servizio segreto civile e a quello militare "e per conoscenza al comando generale dell'Arma dei carabinieri e al comando generale della Guardia di finanza". Porta la data del 16 marzo del 1992, appena quattro giorni dall'omicidio di Palermo. Il capo della polizia cita alcune fonti che annunciano "nel periodo marzo luglio corrente anno, campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Quadro strategia comprendente anche episodi stragisti". Più avanti il telegramma di Parisi invita "at più attenta vigilanza" per il ministro Calogero Mannino e per il ministro Carlo Vizzini. Quello di Parisi non è un "avviso" di routine. Ed è subito evidente. Passano altri quattro giorni e il ministro dell'Interno Vincenzo Scotti riferisce di "un piano destabilizzante" in un'audizione alla commissione Affari Costituzionali del Senato. Ma tutti danno addosso a Scotti. Non gli credono. C'è anche una misteriosa fuga di notizie sul telegramma di Parisi e salta fuori il nome di una delle "fonti confidenziali" che segnala gli attentati: è un detenuto, tale Elio Ciolini, con un passato di depistatore e calunniatore. Ciolini in quel momento è nel carcere di Sollicciano, dove sconta una pena a nove anni per false rivelazioni sulla strage alla stazione di Bologna. Tutti dicono che è un bluff. Tutti tranne il ministro Scotti e il capo della polizia Parisi che nel suo dispaccio scrive di "fondati indizi sull'esistenza di un progetto di destabilizzazione del sistema democratico del nostro Paese". Probabilmente Parisi, oltre a Ciolini, ha altre "fonti". Ma il suo allarme cade incredibilmente nel vuoto.Il presidente del Consiglio Andreotti si precipita a parlare "dello scherzo di un pataccaro", il presidente della Repubblica Cossiga ridimensiona il pericolo. In quegli stessi giorni qualcuno, sfidando un imponente servizio di sicurezza, entra nello studio romano del ministro Scotti in via Pietro Cossa, a Prati, e mette a soqquadro tutto senza rubare nulla. Un avvertimento. Come siano andate le cose poi, è noto. Dopo Lima, il 23 maggio 1992 c'è la strage di Capaci. Dopo Falcone, il 19 luglio 1992, c'è la strage di via Mariano D'Amelio. E' fra Capaci e via Mariano D'Amelio - ne sono convinti i procuratori di Palermo - che inizia la trattativa fra Stato e mafia. Paolo Borsellino ne viene a conoscenza, si mette di traverso e lo uccidono. Alcuni di quegli uomini politici indicati nella lista dei pm siciliani sono sempre più spaventati, prendono contatti negli stati maggiori dei reparti investigativi e qualcuno trova il modo di "dialogare" con Cosa Nostra. Prima con l'ex sindaco Vito Ciancimino, poi con altri personaggi che sono ancora nell'ombra. Ma nei giorni e nei mesi successivi accade molto altro, fra Roma e Palermo. Vincenzo Scotti, che l'8 giugno insieme al Guardasigilli Martelli firma un decreto (il 41 bis) per il carcere duro ai mafiosi, a inizio luglio è improvvisamente dirottato alla Farnesina e il suo posto all'Interno è preso da Nicola Mancino. Neanche un anno dopo Giulio Andreotti finisce sotto processo per mafia, e alla fine si salverà con una prescrizione. Totò Riina viene venduto e catturato in circostanze misteriosissime nel gennaio 1993. E così Cosa Nostra, senza più delitti eccellenti, assicura allo Stato italiano una lunga stagione di "pace". Tutti gli uomini politici di quella lista nera sono vivi. E scomparsi dalla grande scena politica. E' il 16 marzo del 1992, quando questo documento, a firma del capo della Polizia Vincenzo Parisi, viene inviato a tutti: prefetti, questori, l’alto commissario per la lotta alla mafia, il direttore della Dia, i capi del servizio segreto civile e a quello militare. Quattro giorni prima, il 12 marzo, è morto a Palermo Salvo Lima, ucciso dalla mafia. Il ministero degli Interni, in questa nota, dichiara di temere che "Nel periodo marzo luglio corrente anno, campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonché sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Quadro strategia comprendente anche episodi stragisti". Più avanti il telegramma di Parisi invita "at più attenta vigilanza" per il ministro Calogero Mannino e per il ministro Carlo Vizzini. Nel mirino della criminalità c'è anche Giulio Andreotti.  La lista nera che hanno ricostruito i magistrati siciliani è il risultato di una lunghissima attività istruttoria iniziata nella primavera del 2009 e che è stata completata, un mese e mezzo fa, con l'acquisizione di queste due pagine che sono diventate pubbliche il 10 ottobre 2011.

"Il nemico è sempre lì, in attesa, pronto a colpire. Ma noi non riusciamo neppure a metterci d'accordo sull'elezione del presidente della Repubblica. Cosa Nostra delinque senza soste, mentre noi litighiamo senza soste". Era il 19 maggio 1992 quando Giovanni Falcone rilasciò la sua ultima intervista a “La Repubblica” di Napoli. Quattro giorni dopo, domenica 23 maggio 1992, il magistrato volò a Palermo. A Capaci, a pochi chilometri dall'aeroporto, 500 chili di tritolo fecero saltare in aria la sua macchina e quelle della scorta. Oltre al giudice Giovanni Falcone, persero la vita anche la moglie e i tre carabinieri che lo accompagnavano.

Il 1992 è l'anno delle stragi, quello degli attacchi del clan dei corleonesi contro lo Stato. È l'anno della violenza, delle bombe di Capaci e via D'Amelio e delle minacce. È l'anno della trattativa e del 'papello' in cui Cosa Nostra presenta un elenco di richieste per porre fine alla stagione stragista. È l'anno in cui le elezioni politiche del 5-6 aprile lasciano l'Italia in una crisi drammatica e profonda, che getta discredito sulle vecchie élite politiche travolte dai primi avvisi di garanzia della stagione tangentopoli. È l'anno in cui Giulio Andreotti vede sfumare la propria elezione al Quirinale, al suo posto si insedia Oscar Luigi Scalfaro. 

Il 17 gennaio la Camera, con voto di fiducia, approva il decreto che istituisce la Direzione nazionale antimafia. A volerla è Giovanni Falcone. Il magistrato era stato chiamato da Claudio Martelli alla direzione generale degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia. L'obiettivo è avere uno strumento utile a contrastare la criminalità organizzata e coordinare, in ambito nazionale, le indagini di tutte le procure.

Pochi giorni dopo, il 30 gennaio, la prima sezione penale della Cassazione pronuncia la sentenza definitiva che chiude il Maxiprocesso di Palermo: 360 condannati su 474 imputati. Il totale è da record: 2665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multe e 114 assoluzioni. Gli ergastoli invece sono 19, tutti per i principali killer e boss mafiosi: Michele Greco, Giuseppe Marchese, Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Micciché e Bernardo Provenzano.

Il 17 febbraio scatta l'ora delle manette di Mario Chiesa. Il faccendiere viene colto in flagrante mentre accetta una tangente di sette milioni di lire da un imprenditore. Bettino Craxi lo definisce "mariuolo". Antonio Di Pietro lo fa arrestare. Lui è inconsapevole ma diventerà il simbolo di Tangentopoli, quell'intreccio fra politica e affari, uomini dei maggiori partiti di governo e opposizione, grandi imprese, grandi imprenditori e manager.

Il 12 marzo è Palermo a tornare sotto i riflettori. La mafia uccide Salvo Lima, deputato della Democrazia cristiana al Parlamento europeo, ex sindaco di Palermo e capo della locale corrente andreottiana. Il cadavere del 'console' di Andreotti in Sicilia era ancora sul marciapiede quando tutti notarono l'atipicità del delitto. Troppe domande restavano senza risposta: "Perché hanno lasciato in vita i testimoni oculari? Perchè non hanno bruciato la motocicletta dopo l'omicidio? Perchè hanno sparato solo con una pistola?". Fu subito chiaro che si trattò di un delitto di stampo mafioso, restava incerto il movente. In realtà, si dirà qualche anno più tardi, Lima pagò il conto per non avere più "garantito" Cosa Nostra, in particolare morì "per non essere riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione". Il delitto di Lima non fu un caso isolato. Il giorno prima, l'11 marzo, a Castellammare di Stabia viene ucciso Sebastiano Corrado, un consigliere comunale del Pds. Due killer lo ammazzano con cinque colpi calibro 7.65, in una stradina del centro, in pieno giorno. 'Stava dalla parte giusta', dice chi lo conosceva. In realtà, più tardi, si scoprirà che Corrado era impegolato in traffici poco puliti con la malavita organizzata.

Giovedì 13 marzo, cinque pallottole calibro 45 uccidono Salvatore Gaglio, 50 anni, segretario della Federazione del Psi di Bruxelles. Erano le cinque e mezzo  del pomeriggio e Salvatore Gaglio, siciliano, usciva di casa per svolgere le sue incombenze abituali, prima di recarsi a Mons dove era atteso per una riunione di partito che avrebbe dovuto organizzare la partecipazione degli immigrati alle elezioni italiane del 5 aprile. I giornali parlano subito di "delitto di mafia".

Manca poco meno di un mese alle politiche. Il presidente del Senato Giovanni Spadolini denuncia "un assalto della criminalità organizzata tendente a piegare la Repubblica" e invita alla mobilitazione: "Bisogna avere il coraggio di dire che occorre ricostituire un Fronte morale nazionale dopo le elezioni, chiuse queste polemiche, volto principalmente a restituire allo Stato la sovranità che ha perduto su una parte delle sue regioni".

Il 5 aprile si vota: la Democrazia cristiana prende il 29,7% dei voti; il Pds 16,1%; Psi 13,6%; Lega Nord 8,7%; Prc 5,6%; Pri 4,4%; Pli 2,9%. Il 24 aprile si dimette il settimo governo Andreotti. Il giorno dopo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga annuncia le sue dimissioni in un discorso televisivo, due mesi prima del termine della sua carica. 

Il 2 maggio il Tribunale di Milano invia un avviso di garanzia a Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, socialisti, ex sindaci di Milano, sono indagati nell'ambito dell'inchiesta mani pulite. Simili provvedimenti giungeranno in maggio a numerosi imprenditori e politici lombardi. 

Il 23 maggio, sull'autostrada che collega Palermo all'aeroporto di Punta Raisi esplode una carica di tritolo che uccide il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta.

Il 19 luglio a Palermo, in via D'Amelio, un'autobomba massacra il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Dicono che fu ucciso perché sapeva ed era contrario alla trattativa Mafia-Stato. In particolare l'obiettivo di Cosa Nostra era l'abolizione del 41 bis e la revisione del maxi-processo. La prima vede protagonisti il boss Ciancimino e Mario Mori, vicecapo del Ros dei Carabinieri. La seconda invece Antonino Gioè (killer delle stragi) e Paolo Bellini, confidente dei carabinieri.

Il 10 agosto viene approvato in via definitiva un pacchetto di misure contro la mafia: invio in Sicilia di 7000 uomini dell'esercito; oltre 100 boss mafiosi vengono trasferiti nel carcere dell'Asinara.L'anno si conclude con il primo avviso di garanzia al segretario del PSI Bettino Craxi per corruzione, ricettazione e violazione del finanziamento pubblico ai partiti.

Tutto il resto è noto, la stagione di Tangentopoli mise alla porta o ridimensionò fortemente partiti storici come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il PSDI, il PLI e aprì la stagione della Seconda Repubblica.

Anche Totò Riina, il capo dei capi, da 18 anni "carcerato modello", rinchiuso nella prigione di Opera, parla in qualche modo di quei giorni cruciali del 1992. Lo fa nei due interrogatori del luglio 2009 e del luglio 2010 di cui Repubblica ha pubblicato i verbali poi oscurati da una decisione della Procura di Caltanissetta. Quei verbali, tutt'ora consultabili sul web (centinaia di siti li hanno scaricati prima del decreto di "oscuramento" e "sequestro preventivo") assumono un interesse anche maggiore alla luce della pista che, in questi mesi, la Procura di Palermo sta seguendo. Pista che porta al telegramma del 16 marzo 1992 in cui il capo della Polizia Vincenzo Parisi parlava di un'ipotesi stragista e di omicidi "eccellenti" che la mafia stava preparando: quelli di Andreotti, Vizzini, Mannino, Andò e Martelli. Il timore che la strage si concretizzasse avrebbe portato lo Stato a trattare con Cosa Nostra per salvare le loro vite. Negli interrogatori, Riina non parla esplicitamente di quei fatti e di quei giorni, ma qualcosa dice. Soprattutto dove afferma che qualcuno ha avuto interesse a venderlo e a farlo arrestare e che qualcuno non è Balduccio Di Maggio. Qui, infatti, Riina chiama in causa Nicola Mancino che, proprio in quelle settimane di luglio, subito dopo la strage di Capaci, era subentrato a Vincenzo Scotti sulla scomodissima poltrona di ministro degli Interni. E ricorda che Mancino "annunciò" la sua imminente cattura sei giorni prima che lo prendessero nel suo covo in pieno centro di Palermo nel gennaio 1993. Riina esclude che a tradirlo sia stato Balduccio Di Maggio, non esclude Provenzano (ma poi afferma che Provenzano ha la sola colpa di essere "troppo scrittore", insomma, di scrivere troppi pizzini). Il capo dei capi si chiede come facesse Mancino a sapere che stavano per mettergli le manette. E, implicitamente, sembra chiedersi se qualcuno dell'apparato dello Stato fosse in contatto con quelli che l'hanno venduto. In un altro punto, Riina parla del famoso "papello" di Ciancimino (una sorta di "minuta" dell'accordo Stato-mafia) negando di averlo mai visto ("sotto ci dovrebbe essere la mia firma") e tutto il resto della sua deposizione è teso a dire che lui con l'accordo non c'entra. E in altri momenti dei suoi incontri con i magistrati di Caltanissetta, Riina sembra quasi chiedere alla giustizia di rispondere ad alcuni suoi dubbi su come sono andate davvero le cose. E' come se, a distanza di anni, anche al Capo dei capi i conti non tornassero, almeno non del tutto: sull'eventuale trattativa, sugli autori e i mandanti delle stragi e delle bombe. Da Capaci a via D'Amelio, da Firenze (via dei Georgofili), a Roma (San Giovanni in Laterano) a Milano (Via Palestro), la mafia era certamente coinvolta, ma, oggi, neppure Totò Riina sembra sicuro di conoscere tutti i protagonisti. E, tra le righe, sembra chiedere, ancora una volta, una mano allo Stato.

Sequestro "preventivo" (dodici ore dopo la loro pubblicazione sul web) per i verbali dei due interrogatori di Totò Riina (luglio 2009 e luglio 2010) pubblicati (per ampi stralci) in versione cartacea e, contemporaneamente, in versione integrale, su Repubblica.it nella sezione "RE Le inchieste". La decisione è stata presa dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta che ha emanato un "decreto di sequestro preventivo" e ha indagato i giornalisti Attilio Bolzoni (Repubblica) e Lirio Abbate (L'Espresso) per violazione del segreto istruttorio in concorso con "pubblici ufficiali da individuare". Il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Domenico Gozzo hanno ordinato a due ufficiali di Polizia giudiziaria (che si sono presentati nella sede del Gruppo Espresso in via Cristoforo Colombo a Roma) di provvedere a "estrarre e copiare su supporto informatico le pagine oggetto di sequestro". Si tratta di nove file tra i quali ci sono effettivamente i verbali degli interrogatori, ma anche una serie di articoli a firma di Bolzoni e Abbate, una innocente ricostruzione della vita e della carriera criminale di Riina e una galleria di foto del "Capo dei capi". Un provvedimento clamoroso per l'informazione italiana su internet. Assolutamente particolare per l'importanza del media, per il carattere "preventivo" e per il tipo di reato ipotizzato, cioé la violazione del segreto istruttorio. E anche, apparentemente, privo di risultati pratici. A quest'ora, infatti, i verbali sono stati letti da almeno due milioni di utenti unici molti dei quali li hanno scaricati e ricopiati su altri siti e blog. Il risultato è che la lettura dei verbali è ancora possibile su centinaia di pagine web. Il decreto di sequestro recita: "Si deve evidenziare come la misura appaia necessaria per impedire l'aggravamento e la protrazione delle conseguenze del reato. In tal caso, le conseguenze sono ravvisabili in un aumento esponenziale della diffusione della conoscenza delle notizie riservate e segrete contenute nella documentazione pubblicata su internet". Ma la "diffusione" inevitabilmente continuerà e sarà praticamente impossibile fermarla.

Ma cosa contenevano i verbali dell'interrogatorio di Riina? Il boss di Cosa Nostra aveva chiesto di essere sentito in due diverse riprese. A novembre, il capomafia da 17 anni all'ergastolo in regime di isolamento, farà ottantuno anni. Nonostante i malanni dell’età - due infarti, l’ipertrofia prostatica, una cirrosi da epatite C - e il perenne isolamento, a sentirlo parlare sembra quello che era prima. Un capo. Forse il tempo non passa mai per lo "zio Totò". Vive fuori dal mondo e si sente al centro del mondo. E’ sepolto dal 1993 in un buco (una cella lunga tre metri e larga centottanta centimetri), si mostra duro e puro però sotto sotto nasconde qualche fragilità. Cedimenti mai, non è il tipo. Solo piccole debolezze. E’ sempre lui ma – da quello che si legge nei verbali – si può capire che un po’ gli si è sciolta la lingua. Dopo un’ esistenza di ostinato silenzio Salvatore Riina concede e si concede. Allude, ammicca, annuncia, nega, conferma, rettifica, pontifica su tutto e tutti. Difficile supporre che si tratti di strategia difensiva con i tredici ergastoli che ha da scontare, è più probabile che voglia levarsi qualche sassolino dalla scarpa. E mandare messaggi ad amici e nemici.Dalle sue parole – racchiuse in due verbali di interrogatorio top secret dei magistrati di Caltanissetta – affiora anche un autoritratto inedito del boss di Corleone. Con Totò Riina che racconta Totò Riina chiacchierando di stragi e di pubblici ministeri, di vecchi compari, di paesani suoi, di generali, spie, di senatori e di pentiti. Colloqui e sproloqui di alta mafiosità. Nel suo stile e in un molto approssimativo italiano, a modo suo Salvatore Riina si confessa per la prima volta. Ce l’ha con quel furbacchione di Massimo Ciancimino "che vi usa per recuperare i soldi perduti di suo padre". E’ risentito con il procuratore Gian Carlo Caselli "che non mi ha mai chiesto se ho baciato o no Andreotti". Ricorda Paolo Borsellino ed esorta ad indagare sulla scomparsa della sua agenda rossa. Ironizza su un Bernardo Provenzano "troppo scrittore" per quella mania dei pizzini ritrovati nei covi di mezza Sicilia. Chiede conto e ragione della chiaroveggenza dell’ allora ministro degli Interni Nicola Mancino sulla sua cattura. E poi parla e straparla. Di trattative e papelli, di traditori veri e presunti, della "tiratura morale" di Luciano Violante, della sua condizione carceraria - "Non mi pozzo fare neanche un bidè pei telecamere 24 ore su 24" - e naturalmente di sé: "Aio 80 anni e si hanno una volta sola. A 80 anni c’è morte. Gli anni sono gli anni". Però come vedete non sono proprio abbattuto.. penso che tirerò ancora un altro po’". Il pensiero di quello che ancora oggi viene indicato come il capo dei capi della Cosa Nostra siciliana è dentro un centinaio di pagine (settantatré nell’interrogatorio del 24 luglio 2009 e trentatré nell’interrogatorio del 1 luglio 2010) che di fatto – se si esclude un breve e brusco incontro del 22 aprile 1996 fra lui e il procuratore di Firenze Pier Luigi Vigna – rappresentano le uniche testimonianze ufficiali di Totò Riina dal giorno del suo arresto avvenuto nel gennaio del 1993. L’interrogatorio del luglio 2009 l’ ha voluto proprio lui, quando ha chiesto di presentarsi davanti al procuratore capo Sergio Lari "per fare dichiarazioni spontanee". Insomma, dopo tanto tempo abbiamo scoperto che lo "zio Totò" non è muto.

PARLIAMO DI MAFIA DENTRO LO STATO

Le talpe dentro la Procura, un'inchiesta di di Paolo Biondani su “L’Espresso”.

Carabinieri, vigili, funzionari al servizio delle cosche. Persino un uomo dei servizi segreti lavorava per il clan Pelle, quello del boss evaso dall'ospedale. E anche negli uffici dei pm di Milano c'è chi informava la 'ndrangheta.

La maxi-inchiesta sulla 'ndrangheta lombarda è ancora segretissima, quando una squadra di carabinieri dell'antimafia riesce a nascondere una telecamera di fronte alla villa di un capoclan. I pm milanesi vogliono scoprire (e poter documentare) chi incontra. La missione è difficile: l'inquisito per mafia, ufficialmente imprenditore, è molto guardingo, si circonda di collaboratori-sentinelle e abita in una via di Giussano, nella popolosissima Brianza, dove è difficile passare inosservati. Per giorni i militari si fingono operai al lavoro per strada e finalmente piazzano la telecamera in cima a un lampione. Il 20 gennaio 2009 le immagini cominciano ad essere registrate nella vicina stazione dell'Arma di Seregno. Ma appena sei giorni dopo, l'inchiesta è bruciata. Un complice avverte il mafioso di aver ricevuto "un'ambasciata dallo sbirro". Una soffiata precisissima: la descrizione esatta dell'inquadratura che arriva sul monitor dei militari. Un'immagine che può essere vista solo dall'interno della caserma. Da un traditore dello Stato. E dei tanti carabinieri onesti che rischiano la vita per poco più di mille euro al mese.

Un anno e mezzo dopo, nel luglio 2010, quando scatta la storica retata con trecento arresti tra Milano e la Calabria, anche i presunti mafiosi brianzoli finiscono in manette, incastrati da altre microspie. Ma la talpa in divisa resta tuttora senza nome. Insieme a troppi altri uomini dello Stato passati al servizio dell'Antistato. Al Sud come nell'insospettato Nord.

"L'Espresso" ha raccontato come l'emissario della cosiddetta P3 si è presentato dal procuratore aggiunto di Milano, Nicola Cerrato, cercando di carpire informazioni sull'inchiesta contro la 'ndrangheta: Pasqualino Lombardi voleva sapere se fossero indagati cinque politici del Pdl lombardo e domandò (invano) di incontrare il pm Ilda Boccassini. L'emissario disse che lo mandava il governatore Roberto Formigoni, con cui aveva rapporti diretti. Dei cinque, il più vicino ai boss era l'allora assessore regionale Massimo Ponzoni (l'unico indagato, ma per altre corruzioni), però anche gli altri quattro erano citati nelle intercettazioni antimafia. Come faceva Lombardi a sapere così esattamente quali politici comparivano in atti giudiziari ancora top secret?

Giudici come Giovanni Falcone hanno insegnato che la criminalità esiste in tutti i Paesi ed è contro lo Stato, ma in Italia la mafia è dentro lo Stato. Ora l'emergenza riguarda la 'ndrangheta, che è diventata l'organizzazione più ricca e potente. Esaminando solo le indagini più recenti sulle cosche in Lombardia, "l'Espresso" ha contato almeno 18 talpe: pubblici ufficiali che hanno svelato i segreti delle inchieste, ma sono rimasti in gran parte "non identificati", come denunciano i giudici sottolineando la "gravità", "pericolosità" ed "evidenza" dei loro tradimenti. Tra i tanti, c'è perfino un "militare in servizio alla Direzione distrettuale antimafia di Milano", ossia negli uffici della procura. Una talpa mai smascherata, ma attiva almeno fino al 2009, visto che a fine anno un mafioso del clan di Milano-Pioltello allertava i complici dicendo di aver "visto insieme a quello della Dda tutte le carte con i nostri nomi" e "le microspie in macchina".

La certezza che la 'ndrangheta è riuscita a infiltrarsi perfino nella loro inchiesta, i pm milanesi la ricavano quando sentono gli stessi affiliati parlare di una seconda talpa, che a differenza della prima ha un nome: "Michele, il carabiniere di Rho che ci passava informazioni sulle intercettazioni in cambio della mancia". A Rho, il comune dell'Expo 2015, l'inchiesta travolge quattro carabinieri accusati di corruzione. L'appuntato Michele, al secolo Berlingieri, viene arrestato addirittura per concorso esterno in associazione mafiosa. A incastrarlo è il video di un omicidio. Il 25 gennaio 2010 il figlio di un boss calabrese ammazza a colpi di pistola un giovane albanese in un bar. L'appuntato Michele, ignaro che i colleghi di Monza lo stanno filmando, entra nel locale, raccoglie i bossoli e li risistema per truccare la scena del delitto. Quando il killer passa la pistola a un complice, lo lascia uscire indisturbato. Poi stringe la mano al padre dell'assassino. Commento dei mafiosi: "Michele lo sbirro si è comportato benissimo".

Dalle stesse indagini saltano fuori storie di blitz antidroga organizzati tra Milano e Varese per togliere di mezzo gli spacciatori concorrenti della 'ndrangheta. Ignoti funzionari dell'Anas che, quando la procura deve farsi autorizzare una videoripresa sulla statale, avvisano in diretta un boss, che annulla un summit con decine di mafiosi. Cittadini derubati di auto o furgoni che, seguendo il loro Gps, guidano una pattuglia da uno sfasciacarrozze, che non viene controllato, ma salvato. E quando i carabinieri onesti arrestano tutti, si scopre che proprio lì c'era "un arsenale di armi da guerra della 'ndrangheta".

Nelle ordinanze del 2011 spunta perfino "suor talpa". Paolo Martino, boss reggino con ricchi interessi e molti amici tra politica e discoteche a Milano (il più famoso è Lele Mora), prima dell'arresto si ritrova una microspia in macchina. Al che si rivolge alla sorella, che è religiosa delle Paoline nonché vicedirettore sanitario dell'ospedale cattolico di Albano Laziale. "Informati dalla tua consorella", le dice furbescamente. Tre settimane dopo, la suora gli spiattella che c'è un pentito: "Ho sentito quella persona lì, mi ha detto di stare attenta... quel personaggio sta a cantà". Un aiuto alla mafia arriva pure dalle polizie municipali tanto amate dalla Lega: a Lurago d'Erba il comandante locale controlla le targhe delle auto dell'antimafia e avverte i boss (si spera ignorandone lo spessore criminale) riuniti nel loro maneggio.

Intanto il direttore sanitario del carcere di Monza chiede voti e favori a un mafioso appena scarcerato (e poi ammazzato). Mentre un maresciallo "non identificato" avverte un padrino di Pioltello, in teoria ai domiciliari, di "non girare sulla sua Bmw", dove in effetti i carabinieri hanno piazzato una cimice. E non manca "un sottufficiale in servizio alla procura di Monza" che non denuncia due ricettatori, pur sentendosi dire che "nascondono armi" poi finite alla 'ndrangheta.

Nei rapporti con le talpe, i mafiosi sembrano seguire un codice. Ogni boss protegge l'identità dei propri informatori: un tesoro da nascondere anche ai complici. Proprio le indagini di Milano e Reggio dimostrano però che la 'ndrangheta è un'organizzazione "unitaria e verticistica". Per cui la singola talpa rischia di favorire tutte la 'ndrine. E di manipolare anche le indagini più serie, come ha denunciato il procuratore Giuseppe Pignatone alla commissione Antimafia: il boss informato in anticipo ha il potere di decidere quali amici salvare e quali nemici far arrestare. Ora la scoperta di una rete di talpe così ramificata perfino a Milano rafforza i sospetti che la 'ndrangheta continui a beneficiare di un livello ancora segreto di complicità clamorose e inconfessabili.

"La vicenda più inquietante", secondo i giudici antimafia, almeno per ora è l'arresto di Giovanni Zumbo, ex custode giudiziario di immobili e società sequestrate alla mafia calabrese, nonché collaboratore del Sismi dal 2004 al 2006, quando il servizio segreto militare era in mano al generale Nicolò Pollari e al suo uomo forte Marco Mancini. Nel marzo 2010 l'allora insospettabile Zumbo, accompagnato da un mafioso, Giovanni Ficara, viene intercettato mentre racconta a un superlatitante, Giuseppe Pelle, tutti i particolari della maxi-inchiesta ancora top secret di Milano e Reggio. Non lo fa "per soldi", ma perché, come spiega lui stesso ai boss, "ho fatto parte e faccio tuttora parte di un sistema molto vasto", formato da uomini dello Stato che in realtà sono "i peggiori criminali": "Hanno fatto cose che solo a sentirle, a me viene freddo".

Dopo l'arresto per mafia, Zumbo è stato rinviato a giudizio, con il boss Ficara e due complici, anche per le armi e l'esplosivo fatti ritrovare a Reggio nel gennaio 2010, nel giorno della visita del presidente della Repubblica. Un depistaggio spettacolare, inscenato per accreditarsi come confidente con i magistrati della nuova guardia. E rubare altre soffiate. Ordinandone la cattura, i giudici avvertono che Zumbo si era messo a disposizione dei mafiosi "perché incaricato da qualcuno, interessato a entrare in rapporto con i boss a costo di vanificare le più importanti indagini dei carabinieri contro la 'ndrangheta".

Qualcuno "alla cui volontà non poteva sottrarsi".

Il procuratore Pignatone lo ha definito "il puparo". Il suo nome resta un mistero: le indagini documentano solo che i due boss dei clan Pelle e Ficara-Latella "convocarono" la loro talpa, dopo aver avuto una prima soffiata da un agente segreto, ex militare, in contatto con altri tre 007, con un passato nel Ros. Dopo un anno di carcere duro, Zumbo ha parlato una sola volta con i magistrati, ripetendo lo sfogo che aveva confidato a un ufficiale dei carabinieri fin dal giorno dell'arresto: "I servizi mi avevano lasciato in pace per un po', ma all'inizio del 2010 sono tornati a inquietarmi per collaborare. Se mi pento io, succede un terremoto". "Dal boss Pelle, io sono stato mandato", aveva aggiunto Zumbo, che si rifiuta però di fare il nome del suo "puparo" in divisa. Tra Milano e Reggio non si escludono sorprese esplosive sui complici eccellenti della 'ndrangheta.

Il coraggio di dire la verità. Mafia ed Antimafia: un tutt’uno. L'inchiesta che segue e che culmina con la resa dello Stato e lì a dimostrarlo. Il 4 novembre 1993 il 41 bis non fu rinnovato per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone. A rivelarlo, dinanzi alla commissione Antimafia, l’11 novembre 2010, è stato l'ex Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso, il quale rivestì la carica tra il 1993 e il 1994 nei governi di sinistra Amato e Ciampi. Conso ha spiegato di avere preso quella decisione «per fermare la minaccia di nuove stragi».

Certo è che sul tema tutti hanno perso la memoria. Una mano la offre Gaetano Gifuni, potentissimo segretario generale della Presidenza della Repubblica, sia con Oscar Luigi Scalfaro che con Carlo Azelio Ciampi. Un uomo che ha seguito e accompagnato, favorito e assecondato le vicende italiane, ricoprendo un ruolo chiave (è stato anche capace d'interrompere la carriera d'alto funzionario del Senato per andare a fare il ministro, per poi riprenderla e continuare a crescere). Nel mese di gennaio 2011 Gifuni è stato sentito, quale persona informata dei fatti, da magistrati della procura di Palermo. Gifuni dice: Scalfaro volle Alberto Capriotti alla direzione del Dipartimento amministrazione penitenziaria al posto di Nicolò Amato. Lo nominarono, di comune accordo, Giovanni Conso, Ciampi e Scalfaro, ma quest'ultimo era l'unico a conoscerlo. Gifuni non fa che confermare che il governo procedette ad una nomina importantissima, essendo, di fatto, eterodiretto. Capriotti, dodici giorni dopo la nomina, suggerirà al governo di alleggerire il carcere duro per i mafiosi, quale segno distensivo. Dice che fra Scalfaro e Nicolò Amato vi erano solo rapporti istituzionali. Nulla di significativo. In realtà il Presidente della Repubblica detestava l'allora direttore generale del Dap. Lo stesso Gifuni ce ne offre un indizio: Amato andò a chiedergli per quale motivo veniva fatto fuori, e lui poté rispondergli solo che la decisione era già stata presa. Com'è facile immaginare, non c'è nulla di normale, in ciò. Ad un certo punto, però, la memoria di Gifuni diventa un monumento al problema, che c'incaponiamo a segnalare: no, dice, nell'immediatezza degli attentati del 1993 non s'è mai parlato del 41 bis, ovvero del carcere duro, come possibile causa, non ne fecero cenno alcuno né Scalfaro né Ciampi. Peccato, però, che l'allora ministro degli Interni, Nicola Mancino, poi vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, abbia dichiarato il contrario: capii subito che le bombe erano mafiose e che dovevano mettersi in relazione con il regime carcerario. Peccato, inoltre, che lo capì il ministro della Giustizia, Conso, il quale, su suggerimento di Capriotti, voluto da Scalfaro, revocò il carcere duro per placare la mafia bombarola. Mancino e Conso erano ministri di Ciampi, e Ciampi, come correttamente Gifuni ricorda, lavorava a stretto contatto con Scalfaro. Com'è possibile che i primi due ricordino e i secondi abbiano un incolmabile vuoto? Eppure il 10 novembre del 1993 l'allora presidente della commissione bicamerale antimafia, il per nulla sprovveduto Luciano Violante, chiede lumi sulla gestione dei detenuti sottoposti a 41 bis. Domanda preveggente o gesto cautelante? Sta di fatto che pure lui, dopo, perde la memoria. Fortuna che provvide Conso, giurista anziano e servitore dritto, il quale, diciassette anni dopo, gettò fosforo nelle menti altrui: fu il governo Ciampi, nel 1993, a togliere i mafiosi dal carcere duro. Vero. Ancora uno sforzo, che la memoria comincia a tornare.

Intervistato ai microfoni del TG Rai Sicilia del 12 dicembre 2010, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari non ha dubbi sull’assassinio del magistrato Borsellino e sulla strage di via d’Amelio del 1992: «L’accordo ci fu e le nostre indagini, seppure dopo tanti anni, hanno potuto accertare inconfutabilmente che Paolo Borsellino fu informato dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia sin dal 28 giugno. Borsellino – e per Lari è rigoroso il condizionale -  potrebbe essere stato ucciso perchè intendeva contrastare quell’accordo. Ma un’altra ragione può essere ravvisata nell’ipotesi che Totò Riina autonomamente abbia deciso di accelerare una strage già programmata, in quanto la trattativa non stava andando in porto. In ogni caso, la trattativa, in un senso o nell’altro, ha avuto un ruolo nell’anticipazione della decisione di uccidere Paolo Borsellino. A informare il giudice Borsellino il 28 giugno 1992 era stata Liliana Ferraro, all’epoca capo di gabinetto del ministro Claudio Martelli e collaboratrice di Giovanni Falcone alla direzione Affari penali del Ministero della Giustizia. La dottoressa Ferraro, peraltro, ha confermato il colloquio con Borsellino durante il processo al generale Mario Mori. L’indagine in corso - ribadisce il procuratore Lari - mina alle fondamenta anni di altre indagini, arrivate anche a condanne definitive».

Tutto quanto detto è niente se poi i nuovi movimenti politici, nati per rinnovare, non sono altro che strumenti di restaurazione. Esemplare è il fenomeno della Lega Nord, assunta a fustigatrice di sprechi ed illegalità, con l’intento di tagliare fuori il sud canceroso e cancrenoso dell’Italia, per paura d’infettarsi.

«Quello che ho detto è documentato. L’incontro tra il consigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone. E ricordo al ministro Maroni della Lega Nord che l’unico direttore di una Asl arrestato per `ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provincia e regione sono amministrati anche dal suo partito: stiamo parlando di una Asl che gestisce strutture di eccellenza e fa girare 700 milioni di euro l’anno. E ricordo che l’ultimo sindaco arrestato in un procedimento per collusioni con le cosche calabresi è quello di Borgarello: un paese alle porte di Pavia non una cittadina della Locride».  Lo afferma Roberto Saviano in un colloquio che sarà pubblicato su L’Espresso, riferendosi a quanto affermato durante la trasmissione `Vieni via con me´ su Rai Tre il 15 novembre 2010. «La mia frase era chiara, chiunque può riascoltarla: “La ´ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega”. Non si tratta di illazioni, ma di elementi concreti che emergono dalle indagini e che devono essere sottoposti all’attenzione dell’opinione pubblica: in Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uomini delle cosche calabresi, attivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capitali nei cantieri dell’Expo 2015. È un’analisi della Superprocura antimafia, lungamente discussa nella commissione parlamentare proprio perché, per entrare negli appalti, loro hanno bisogno della politica e soprattutto della politica che controlla la spesa sul territorio. Per questo tutta la criminalità organizzata guarda con favore a una riforma federalista del Paese: vogliono centri di costo alla loro portata». La `ndrangheta al Nord? «Certo - dice Saviano - cerca di interloquire con la Lega, ma le inchieste mostrano come in tutte le Regioni si stia manifestando un fenomeno molto più inquietante, quello sì che dovrebbe indignare il ministro dell’Interno: le mafie scommettono sul federalismo». Alle mafie, spiega ancora Saviano nel colloquio con L’Espresso, «piace un certa idea di federalismo quella che potrebbe consegnargli gran parte del Sud. In passato Cosa nostra l’ha cavalcata per contrastare la prospettiva di un potere centrale troppo forte: meglio la secessione dell’isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a cancellare la mafia. E la stessa istanza è stata riproposta dall’ala dura dei corleonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repubblica Gianfranco Miglio, il `padre nobile´ della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti partitini autonomisti intrisi di massoneria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni». «Oggi la prospettiva è semplice - aggiunge - la mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c’è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l’essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero `cose nostre´, un nome che non è stato scelto a caso. Perchè oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza, ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale». «Io non mi arrendo - prosegue Saviano - Il risultato di pubblico di `Vieni via con me´ mi ha stupito e convinto di quanto sia importante continuare su questa strada. La gente vuole sapere, è avida di informazione, domanda verità, ma non trova risposte dalla televisione e si abbandona nella sfiducia che è l’elemento di cui si compone la palude in cui il Paese rischia di affondare: fango, solo fango, niente altro che fango».

Le inchieste sulla mafia a Milano a partire dagli Anni '90 non sono mancate (“La mafia all'ombra del Duomo”, “Duomo Connection”). Ed è su sentieri di ragnatele infide, impastate di business e sangue, condizionamenti e infiltrazioni nella pubblica amministrazione, che avviluppano politica (eloquenti i capitoli dedicati alle responsabilità degli imprenditori del Nord che hanno aiutato i mafiosi), criminalità organizzata, economia e società che getta lo scandaglio, il nuovo e denso lavoro di Enzo Ciconte ('Ndrangheta Padana”, edito da Rubbettino). L'intento è dimostrare, carte giudiziarie alla mano (anzitutto la maxi-inchiesta delle Dda di Reggio e Milano di luglio 2010 con centinaia di arresti, operazione “Crimine”) che la Lombardia è infestata dalla mafia, dai suoi traffici e dai suoi soldi. Oggi Nord e Sud sono uniti da fenomeni predatori e dall'evanescenza di ogni etica pubblica. Scendere a patti con la 'ndrangheta e farla sedere al suo stesso tavolo come ha fatto il Nord, non è meno immorale delle coperture che essa ha avuto al Sud. Discutere di questione settentrionale o meridionale appare, in queste condizioni, un diversivo per non affrontare il cancro che uccide la democrazia italiana. In duecento pagine, Ciconte documenta attraverso quali canali gli 'ndranghetisti si sono infiltrati al Nord, «diventando interlocutori di primo piano di imprenditori e uomini politici». Sulla scorta di quanto - specie negli ultimi anni - asseriscono diversi magistrati calabresi e lombardi, e utilizzando i dati della più vasta operazione (luglio 2010) mai condotta nei confronti delle mafie, e della 'ndrangheta in particolare, nella storia del Paese (ivi incluso un filmato, cliccatissimo su Youtube, che viola i segreti e le ritualità delle riunioni di 'ndrangheta nella terra di Alberto da Giussano), il docente di Storia della criminalità organizzata all'Università di Roma Tre, ribadisce l'idea che la 'ndrangheta ha due capitali: Milano e Reggio Calabria. Una verità su cui la politica ha preferito, salvo lodevoli eccezioni, chiudere gli occhi. Al punto che, nonostante Bossi e l'orgoglio celtico, che a parole sembrano quanto di più distante dai riti criminali, la stessa Lega con il predominio mafioso ha convissuto. E non tanto perché ha accolto il consiglio dato a Palermo nel 2001 dal ministro Pietro Lunardi che auspicava una convivenza con la mafia, ma perché l'ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, teorizzava,  “la costituzionalizzazione” della mafia. Fanno riflettere alcune affermazioni di Ciconte: «Negli ultimi quindici anni la 'ndrangheta ha conteso alla Lega il controllo del territorio padano. Non è vero che al Nord c'è solo la Lega che controlla il territorio, c'è anche la 'ndrangheta che, esattamente nelle stesse località dove c'è un forte insediamento della Lega, gestisce potere, agisce economicamente, fa investimenti, interviene in vari campi anche sociali, ha una presenza in politica». In sostanza, spiega lo storico delle mafie «l'egemonia politico e territoriale della Lega non ha comportato la scomparsa della 'ndrangheta». E c'è di peggio: «A voler essere precisi, s'è realizzata una coabitazione tra Lega e 'ndrangheta esattamente negli stessi territori. Una presa di coscienza si avverte. La mafia nel Nord c'è. Ci si guarda bene, come s'è fatto per decenni, di dire che è un corpo estraneo, un'abitudine dei terroni. Il consiglio regionale della Lombardia ha tenuto una seduta straordinaria sull'inquinamento mafioso e due commissioni, quella lombarda che sta redigendo un unico testo di legge per garantire la trasparenza negli appalti e quella antimafia della Calabria, iniziano a dialogare. Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti lombardo e calabrese critico per come vanno le cose nel Mezzogiorno, asserisce che Milano «ha deciso nel bene e nel male, dal '700 ad oggi, tutte le svolte nazionali, dall'Illuminismo al Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la resistenza, il centrosinistra, tangentopoli, la Lega Nord e Forza Italia». In questo senso, ci si attenderebbe che arrivasse proprio dall'ex capitale morale un forte impulso culturale e politico per ridurre agli stremi “la politica barbarica”, le mafie e la corruzione. Ma oggi, come spiega “'Ndrangheta Padana”, la 'ndrangheta e le mafie subiscono nel Sud un arretramento, mentre gli agglomerati mafiosi diventano floridi e influenti nel Nord.

Ma ancora più interessante è quanto scrive Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano del 16 settembre 2010. Quello che segue è un riassunto delle parti più importanti degli articoli. Leggere per credere. Nei primi anni Novanta la Lega Nord ha predicato la divisione dell’Italia in tre “cantoni” (Nord, Centro, Sud). Proprio allora, un complesso meccanismo si è messo in moto per raggiungere quell’obiettivo. Lo racconta una vecchia indagine della Procura di Palermo chiamata “Sistemi criminali“. Mentre si disfaceva il sistema dei partiti della Prima Repubblica, che le indagini di Mani Pulite avevano rivelato essere il sistema di Tangentopoli, una serie disparata di forze e di poteri si erano messi all’opera per rimpiazzare il vecchio regime. Massoni, reduci della P2, uomini dei servizi segreti, fascisti ed eversori di lungo corso, boss di Cosa Nostra e della ’ndrangheta avevano cercato di far nascere le leghe del Sud. Contrapposte ma complici della Lega nord. Della composita compagnia facevano parte il Maestro Venerabile Licio Gelli e tanti altri massoni delle logge meridionali, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino e gli uomini di Cosa Nostra che riferivano a Leoluca Bagarella, i fascisti Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Giancarlo Rognoni. Il collaboratore di giustizia Leonardo Messina nel 1993 racconta ai pm di Palermo che con i suoi colleghi di Cosa Nostra gli era capitato di parlare di Bossi, che nell’autunno del 1991 era stato a Catania. “Io lo consideravo un nemico della Sicilia”, diceva Messina. “Perché un’altra volta che viene qua non lo ammazziamo?”. Gli altri lo fermano: “Ma che sei pazzo? Bossi è giusto”. E poi gli spiegano di aver saputo da Totò Riina che non tanto Bossi, quanto il senatore Miglio, era collegato a “una parte della Democrazia cristiana e della massoneria che faceva capo all’onorevole Andreotte a Licio Gelli (capo della P2, n.d.r.)”. E che era in corso un lavoro, a cui erano impegnati “Gelli, Andreotti e non meglio precisate forze imprenditoriali del Nord interessate alla separazione dell’Italia in più Stati“, con “anche l’appoggio di potenze straniere”. “Dopo la Lega del Nord sarebbe nata una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa Nostra, ma in effetti al servizio di Cosa Nostra; e in questo modo noi saremmo divenuti Stato”. Scrivono i magistrati: “Uno dei protagonisti dell’operazione sarebbe stato Gianfranco Miglio”. Farneticazioni? I pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato trovano qualche riscontro. Interrogano un ambiguo faccendiere, arrestato nel 1996 dalla Procura di Aosta per truffa internazionale: Gianmario Ferramonti, personaggio-chiave nella genesi del movimento leghista, amministratore della Pontidafin, la finanziaria del Carroccio, strettamente legato al professor Miglio; ma anche al centro di una fitta rete di relazioni con personaggi di spicco della massoneria italiana e internazionale e con insospettabili entrature istituzionali in ambienti dei servizi di sicurezza nazionali e stranieri. In seguito, è lo stesso Gianfranco Miglio, ideologo della Lega Nord, a confermare almeno parte delle “farneticazioni” di Leonardo Messina. In una clamorosa intervista al Giornale, nel 1999 conferma di essere stato davvero in contatto con Andreotti, proprio nel 1992: per svolgere una trattativa segreta che negoziasse l’appoggio della Lega alla candidatura del Divo Giulio alla presidenza della Repubblica, in cambio di una politica favorevole al progetto federalista del Carroccio (e a un posto di senatore a vita per Miglio). “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, confessa Miglio. Trattativa abortita per l’opposizione dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che nonostante le insistenze di Andreotti nega al professore la nomina a senatore a vita. Nella stessa intervista, Miglio parla anche di mafia: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. Ecco il progetto di Miglio: “Costituzionalizzare” la mafia, affidandole in gestione il Sud.

"Metastasi. Sangue, soldi e politica tra Nord e Sud. La nuova 'ndrangheta nella confessione di un pentito". Il libro Di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli.

“Quando un pentito racconta dei maneggi che stanno dentro il parlamento, dietro le regioni, nei comuni grandi e piccoli, deve prepararsi a essere attaccato e screditato. ti fanno passare da infame due volte. Io ho deciso: parlo.” Dalla testimonianza del collaboratore di giustizia Giuseppe Di Bella. La Pianura padana come l’Aspromonte. Ormai le ’ndrine controllano il Nord e fanno affari con chiunque. Il nuovo libro dell’autore di "VATICANO SPA" offre una prospettiva inedita per capire un fenomeno ormai “vecchio”. Di trent’anni. Solo che tutti hanno fatto finta di niente. Un esercito di 1500 persone che controlla dagli anni Settanta non solo il traffico di armi e di cocaina, ma anche un’importante quota della liquidità lombarda; sì. quella dei salotti buoni, dei politici, dei cavalieri del lavoro, delle camere di commercio, delle amministrazioni locali. Trent’anni di mazzette (e se necessario di omicidi) per ottenere licenze edilizie e controllare una buona parte degli immobili commerciali del Nord Italia (Varese, Lecco, Milano, Como), avendo un dominio ferreo del territorio anche grazie alla continua e capillare attività di estorsione. Adesso la testimonianza di un pentito qui raccolta permette di capire perché tutto ciò è stato possibile e di avere a disposizione verità e retroscena a volte incredibili. Il boss che si intrattiene con il futuro Ministro della Giustizia, il traffico d’armi con le Br, il commercio di uranio, l’incontro con Andreotti, il patto tra ’ndrangheta e cinesi, il caso di un industriale delle armi rapito, poi liberato, ed eletto in Parlamento per fare gli interessi della ’ndrangheta. Persino il caso di un famoso stilista ammazzato, ma che forse ammazzato non è. Anche qui c’entra la ’ndrangheta, gli amici di Coco Trovato trovano la soluzione per ogni problema. Soprattutto per riciclare denaro sporco e fagocitare le attività produttive più redditizie. Tutto fatto secondo rituali e regole che arrivano da lontano e che si appoggiano su codici famigliari e amicali che vanno rispettati. Sempre. Se no la punizione arriva, puntuale, anche a distanza di anni. E fa paura: la paura del nostro testimone che qui fa tutti i nomi e i cognomi delle storie che racconta, la paura di chi ha sfidato un codice d’onore e adesso è solo.

Un libro-confessione, “Metastasi”, un pentito di mafia che sceglie di rendere pubblico quello che sa, perché l’ha promesso alla moglie morente nel 2009. Nasce un atto d’accusa, a firma dei giornalisti Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli. E subito il libro è stato acquisito dalla procura della Capitale, perché contiene «molte importanti notizie», sulle quali il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, capo della Distrettuale antimafia, ha deciso di avviare le indagini. A scegliere di parlare è Giuseppe Di Bella, per 25 anni uomo di fiducia di Franco Coco Trovato, feroce narcotrafficante e boss di primo piano della ’ndrangheta del Nord Italia, che ha sempre agito tra il milanese e il lecchese e che dal 1992 è in carcere per scontare l’ergastolo.

Il collaboratore di giustizia, considerato attendibile, descrive di come la ’ndrangheta avesse allungato sempre di più le mani sugli affari del Nord. Parla di un ex ministro della Lega che nel libro è chiamato “Gamma”, e di due noti imprenditori della zona, “Alfa” e “Beta”, che avrebbero facilitato la scalata del boss calabrese in Padania, condividendo con lui affari e interessi. Ci sono dentro quattro delitti irrisolti, i presunti rapporti tra Giulio Andreotti e Brusca, la morte di Gianni Versace e i presunti contatti tra i capi clan e il fratello Santo. Del politico della Lega viene detto praticamente tutto, e cioè che è un ormai storico e affermato esponente del Carroccio, ma che nel 1990, quando era ancora un leader emergente, rincorreva i voti del narcotraffico. Il boss lo avrebbe incontrato un pomeriggio di vent’anni fa a Lecco, proprio alla vigilia del grande boom del partito del Senatùr. Da quel giorno Trovato disse ai suoi: «Votate Lega e fate buon pubblicità», dando il via al sodalizio. In casa Lega l’allarme è già scattato. Umberto Bossi e i suoi fedelissimi hanno approntato un crisis management per evitare che il caso si abbatta come un ciclone sul partito. Le nuove dichiarazioni di Di Bella, che già nel 2002 dopo 29 verbali ha contribuito a fare arrestare centinaia di persone, sono sulla scrivania del procuratore aggiunto Capaldo, mentre sia il Carroccio sia i Versace hanno smentito qualsiasi ipotesi di connivenze e collusioni. “Metastasi” recupera le origini, dagli acquisti di armi dai partigiani ai rapporti con le Br, offre chiavi di interpretazione inedite. Come quella della morte di Gianni Versace. È stato davvero Cunanan ad ammazzare lo stilista a Miami o forse è stata un’esecuzione, come sostiene il Buscetta della ’ndrangheta, Filippo Barreca? E sempre Di Bella svela di aver ricevuto l’incarico di recuperare le ceneri dello stilista in un giallo ancora da risolvere.

Sui legami tra criminalità organizzata e Carroccio spuntava un autorevole esponente del Carroccio. Sul Giornale lo dicono chiaro e tondo e accolgono la sua replica. Chi è l’esponente autorevole della Lega Nord che negli anni Novanta in quel di Lecco chiedeva i voti alla ‘ndrangheta secondo le parole di un pentito? "Il Fatto" lo adombrava, "Il Giornale toglie ogni dubbio: trattasi di Roberto Castelli.

Ecco quanto detto dal pentito Giuseppe Di Bella: «E il 1990 è l’anno in cui la Lega registra il suo primo boom in Lombardia: 1 milione 183 mila voti, il 18,9% delle preferenze. Un anno chiave, dunque». Immediata la reazione di Roberto Castelli: “Di Bella è uno dei tanti mistificatori che purtroppo abbondano nel mondo dei pentiti”. Il senatore del Carroccio ha deciso di intervenire in difesa del suo partito. “Leggo su alcuni quotidiani – ha scritto sul suo profilo facebook e immediatamente ripreso dalle agenzie di stampa – che sarebbe saltato fuori il solito pentito che parla di un esponente leghista che avrebbe fatto accordi con il clan Coco Trovato a Lecco nel 1990. In quegli anni soltanto la Lega combatteva la mafia ”, sostiene Castelli. “È troppo comodo lanciare accuse e insinuazioni a cui non si può ribattere, con l’evidente tentativo di fermare l’avanzata della Lega in Lombardia”, aggiunge. “Invito questo ’signor pentito’ a fare nomi e cognomi. I riscontri diranno se ha detto la verità o se è uno dei tanti mistificatori che purtroppo abbondano nel mondo dei pentiti. Da un lato ci sono le affermazioni di un mafioso, dall’altro la storia della Lega che è sotto gli occhi di tutti”.

Eppure, anche se Castelli - eletto a Lecco, suo feudo fino agli anni scorsi – si arrabbia, quanto racconta il pentito sembra avere una certa credibilità: Una realtà che Di Bella fotografa nel libro con dovizia di particolari. Racconta dell’ascesa al potere di Coco Trovato. Ricostruisce almeno quattro omicidi irrisolti e racconta episodi ormai finiti nel dimenticatoio dei “casi stravaganti”. Come il tentativo di trafugare le ceneri di Gianni Versace la notte di San Silvestro. “La ‘ndrangheta – riporta il Corriere della Sera – ci aveva dato un anticipo di 150 milioni di lire e ci aveva ordinato di rubare l’urna con le ceneri dello stilista”. La parte più rilevante del libro, stando alle anticipazioni, rimane quella dedicata ai rapporti con la politica. Con la Lega, di nuovo tirata in ballo. Con ancora gli echi della polemica scaturita dalle dichiarazioni di Roberto Saviano. Quella frase, “l’organizzazione mafiosa al nord interloquisce con la Lega”, che ha scaturito la reazione scomposta del ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Frase che il libro ripete, entrando nello specifico: città di Lecco, anno 1990, “gamma” grazie ai voti della ‘ndrangheta arriva a importanti incarichi di governo. “E’ assurdo, io ho sempre combattuto le cosche”, risponde però Castelli in un’intervista al Giornale. “I miei unici contatti con le cosche risalgono a quando li ho mandati al 41bis come ministro della Giustizia”, ribadisce. ‘Ho combattuto la ‘ndrangheta per tutta la vita, la Lega combatte la ‘ndrangheta da sempre, dagli anni in cui gli altri, tutti gli altri, dormivano e non si accorgevano del potere crescente dei boss trapiantati al Nord’. Le dichiarazioni del pentito Giuseppe Di Bella contenute nel libro ‘Metastasi’ di Nuzzi e Antonelli su un esponente leghista che avrebbe fatto accordi con il clan Coco Trovato a Lecco nel 1990 non lo toccano. ‘Coco Trovato – afferma l'ex Guardasigilli leghista – era il don Rodrigo di Lecco, un personaggio tutto in ombra’. E poi aggiunge: ‘Si fa riferimento a me? Lo dicano chiaramente’. Il ‘regno’ di Coco Trovato, sottolinea il senatore del Carroccio, ‘fini’ nel ‘92, quando la Lega si impadronì di Lecco e sindaco diventò Pogliani’. Trovato ‘fu sepolto al 41 bis’ e ‘il ministro che ha stabilizzato il 41 bis sono io’. Bah, a chi credere?? Comunque, per molto meno si sono costruiti teoremi giudiziari contro esponenti politici, con conseguente condanna.

CENTRO NORD: DOVE COMANDANO LE MAFIE.

Un’inchiesta di “Panorama”, periodico che certo non può essere tacciato di essere di sinistra come Saviano. Camorra e ‘ndrangheta, soprattutto, si espandono in territori considerati fino a ieri sconosciuti. Di mafia al Nord si è parlato molto e le operazioni di polizia hanno dimostrato che si tratta di una realtà radicata. L’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia ha descritto questa penetrazione. Anche regioni apparentemente poco appetibili per le cosche però sono ormai coinvolte.

Emilia Romagna. Qui la ‘ndrangheta ha “colonie” potenti e si è affiancata alla camorra, Casalesi in testa. Le cosche sono attive nelle province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma, dove il clan dei Grande Aracri ha una presenza stabile e dove vivono persone riconducibili alle ‘ndrine dei Barbaro, degli Strangio, dei Nirta e dei Bellocco. Anche nelle altre province della regione, come Ferrara, Forlì, Piacenza, ci sono stati tentativi di espansione da parte della mafia. Scrive la Dia che in una regione che è tra le più ricche d’Italia si moltiplicano “i rischi di inquinamento dell’economia legale”, la mafia ha “parzialmente ma visibilmente” messo da parte i metodi “criminali aggressivi”, per creare “vere e proprie holding imprenditoriali”. Più che un’infiltrazione sarebbe una vera fusione con l’economia regionale, grazie a cui i clan sono costantemente “in grado di aggiudicarsi gli appalti ed acquisire le concessioni”. A Rimini le cosche crotonesi “mantengono il controllo di bische clandestine, estorsioni, usura e traffico di stupefacenti”.

Liguria. Nella regione, spiega ancora la Dia, “è tradizionalmente radicata la presenza di note espansioni di ‘ndrine a Genova, nel ponente ligure e nella riviera di levante”. Traffico di stupefacenti, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, controllo dei locali notturni per lo sfruttamento della prostituzione “costituiscono i maggiori settori dell’arricchimento” per le cosche e “non meno importante è la significativa presenza, attraverso capitali di incerta provenienza, nei campi dell’imprenditoria edile e dello smaltimento dei rifiuti”. “In Liguria non amministrano i liguri, amministriamo noi calabresi”, giurava il boss Mimmo Gangemi durante un raduno con altri capi cosca nelle campagne del Reggino. Mentre Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano, ha definito la Liguria “prima porta della ‘ndrangheta al Nord”.

Piemonte. La Dia ha rilevato “una qualificata presenza di soggetti riconducibili alle ‘ndrine del vibonese, della locride, dell’area ionica e tirrenica della provincia di Reggio Calabria”, i clan calabresi “attraverso imprese controllate” fanno affari prevalentemente nel settore degli appalti pubblici dove, spesso, operano attraverso i subappalti. Un altro “settore primario” dei gruppi ‘ndranghetisti presenti in Regione è rappresentato dal traffico di droga. Tra le operazioni portate a termine nel primo semestre del 2010 la Direzione investigativa antimafia ricorda il sequestro di beni a due fratelli residenti a Tortona, figli di un noto esponente della ‘ndrangheta reggina ucciso nell’ambito della faida che negli anni ‘70 contrappose i Facchineri ai Raso-Albanese-Gullace.

Veneto. L’attenzione delle mafie sulla regione ai primi posti della produttività del Paese è inevitabile. La Dia ha registrato “segnali di interesse” della ‘ndrangheta in Veneto verso i settori dell’economia locale e “una significativa incidenza percentuale delle segnalazioni per operazioni finanziarie sospette”, tanto da indurre gli inquirenti a intensificare i controlli.

Lombardia. La regione è al centro dell’interesse di chi si occupa di mafia al Nord e lo scorso luglio l’operazione “Il Crimine”, con 300 arresti tra Calabria e Lombardia, ha definito chiaramente il contesto. Secondo la Dia, la ‘ndrangheta “interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi” e c’è “il coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative”. Per penetrare nel tessuto sociale, le cosche, che in Lombardia godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla regione d’origine, favorite da “una serie di fattori ambientali”, consolidano la “mafia imprenditrice calabrese” che con “propri e sfuggenti cartelli d’imprese” si infiltra nel “sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e in alcuni segmenti dell’edilizia privata”. La penetrazione nel sistema legale dell’area lombarda, è favorita, dice la Direzione investigativa antimafia, da “nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso” nelle gare d’appalto e la “decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere”. La Dia ha anche chiesto “un razionale programma di prevenzione” che consenta di bloccare le possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta “in previsione delle opere previste per l’Expo 2015”. La Direzione auspica che l’azione dello Stato “coinvolga non solo le autorità istituzionalmente deputate alla vigilanza, ma anche tutti i soggetti a vario titolo coinvolti e consenta di individuare per tempo eventuali criticità”. Il cosiddetto “ciclo degli inerti”, la cantieristica e la logistica collegata, la manodopera e le bonifiche ambientali “costituiscono i settori maggiormente esposti al rischio di infiltrazione dell’intero indotto che si muove attorno alle grandi opere, agli appalti pubblici e privati”. Gli esperti del Viminale concludono che “il condizionamento ambientale” della ‘ndrangheta su parte dell’economia lombarda, va inteso come “partecipazione ormai pacificamente accettata di società riconducibili ai cartelli calabresi a determinati segmenti, in espansione, del settore edile, sia pubblico che privato”.

Toscana. La Direzione investigativa antimafia avverte che la regione è diventata “territorio di elezione di alcune qualificate propaggini della ‘ndrangheta” e per quanto riguarda il tessuto socio economico ed imprenditoriale invita a “una realistica presa d’atto sulla rinnovata pericolosità delle presenze di elementi riconducibili alle cosche mafiose calabresi”, sull’aumento delle estorsioni e sugli intrecci societari e investimenti di provenienza criminale. Il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha spiegato che “se per infiltrazioni mafiose in Toscana si intende una presa di possesso del territorio, devo dire che non è così. Ma è ovvio che trattandosi di una regione con un tessuto denso di attività imprenditoriali, queste diventano appetibili per la criminalità organizzata. Indaghiamo sul trasferimento in Toscana di procedure, criteri, capitali delle mafie tradizionali di cui, però, questo non è territorio di elezione”.

Lazio. Secondo un rapporto della Confesercenti regionale, nel Lazio più di un commerciante su tre è stato vittima di usura, il centro storico romano, le sue attività imprenditoriali, i locali e i negozi sono il terreno scelto dalla ‘ndrangheta per fare affari, mentre centri commerciali e ipermercati della periferia sono un’esclusiva della camorra. Ma le infiltrazioni mafiose negli appalti e nelle altre attività economiche della regione non sono una novità. Il procuratore capo di Tivoli Luigi De Ficchy ha sottolineato che da più di trent’anni la ‘ndragheta investe nella capitale e che “le infiltrazioni mafiose si possono definire invisibili perché non si palesano con fatti di sangue, ma con investimenti, riciclaggio e usura”.

Molise. L’attenzione, anche mediatica, sulla nuova emergenza rifiuti in Campania ha costretto la camorra a spostare il traffico illecito di rifiuti tossici su un altro fronte, quello molisano. Se ne è occupata di recente anche la giornalista del Mattino, minacciata di morte dalla mafia, Rosaria Capacchione, che scrive: “Si sono trasferiti in Molise gli eco mafiosi collegati al clan dei Casalesi, gli uomini che hanno gestito il trasporto dei rifiuti tossici fino alle discariche, ormai sequestrate e inagibili, di Giugliano, Licola, Parete. Operano soprattutto in provincia di Isernia, non disdegnano quella di Campobasso dove corteggiano due impianti autorizzati dalla Regione: la discarica di Montavano e il depuratore Cosib di Termoli”. Dietro, un business molto redditizio per chi trasporta il percolato e i veleni accumulati in Campania ma non solo e che in buona parte non arrivano neppure agli impianti, ma vengono scaricati per strada, lungo le campagne e i boschi disabitati.

http://blog.panorama.it/italia/2010/11/25/centro-nord-dove-comandano-le-mafie/

LO STATO NON PUO' PROCESSARE SE STESSO.........

LA MAFIA AL NORD

COLLUSIONI GIUDIZIARIE MAFIOSE: parla De Magistris e Gratteri

MISTERI DI CAPACI

MISTERI DI VIA D'AMELIO 1 - 2 - 3

I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA 1 - 2 - 3

IL RACCONTO DI CAPONNETTO 1 - 2 - 3 - 4 - 5

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA TG2RAI

MAFIA ED ANTIMAFIA VERDE


VIDEO REPORTAGE DELLE ASSOCIAZIONI DI TIPO MAFIOSO

SICILIA

CALABRIA

PUGLIA

BASILICATA

CAMPANIA

COSA NOSTRA 1

COSA NOSTRA 2

STIDDA 1

STIDDA 2

'NDRANGHETA 1

'NDRANGHETA 2

'NDRANGHETA 3

SACRA CORONA UNITA

BASILISCHI

CAMORRA 1

CAMORRA 2

CAMORRA 3

CAMORRA 4

CAMORRA 5

CAMORRA 6

CAMORRA 7

CAMORRA 8


"I PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA"

L'associazione per delinquere di tipo mafioso è una fattispecie di reato prevista dal Codice Penale italiano, all'art. 416 bis e all'art. 416 ter, e quindi all'interno del V Titolo della Seconda Parte del codice stesso, ossia nella parte disciplinante i Delitti contro l’ordine pubblico.

Fino al 1982 per far fronte ai delitti di mafia si faceva ricorso all'art. 416 (associazione per delinquere), ma tale fattispecie è ben presto risultata inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafia. Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve ne erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all'applicazione dell'art. 416.

Il 19 settembre 1982 l’uccisione del Generale Dalla Chiesa e la immediatamente successiva reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica, portò lo Stato, nel giro di 20 giorni, a formulare l'art. 416 bis, dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e perseguendo l'obiettivo di porre freno al problema mafia.

La nuova fattispecie prevede l'individuazione dei mezzi e degli obbiettivi in presenza dei quali siamo di fronte ad una associazione di tipo mafioso. Il legislatore per la prima volta nel 1982 dà una definizione del concetto di mafia.

Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa una associazione è la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

  • il compimento di delitti

  • acquisire il controllo o la gestione di

    • attività economiche

    • concessioni

    • autorizzazioni

    • appalti o altri servizi pubblici

  • procurare profitto o vantaggio a se o a altri

  • limitare il libero esercizio del diritto di voto

  • procurare a se o ad altri voti durante le consultazioni elettorali

Gli ultimi due obiettivi sono stati inseriti nel 1992 nell'ambito delle misure adottate a seguito delle stragi di Capaci (attentato a Giovanni Falcone) e di Via D’Amelio (attentato a Paolo Borsellino).

Il 416 bis dispone inoltre la confisca dei beni, nonché l'applicabilità di tale fattispecie anche nell'ipotesi di Camorra o di altre associazioni riconducibili a quelle di tipo mafioso, comunque localmente denominate.

Ad un’attenta lettura della legge, essa non discrimina le attività devianti di lobby, caste e sodalizi istituzionali, ma per questi soggetti detentori del potere vale l’impunità e l’immunità. Al contrario, quando un soggetto al loro interno viene emarginato, per il medesimo scatta il reato che non è reato. Il Concorso esterno in associazione di tipo mafioso o Concorso esterno in associazione mafiosa, sono delle espressioni per indicare un particolare comportamento delittuoso non definito in sede legislativa. Alla carenza di definizione in sede legislativa formale è stato supplito con elementi di prassi giudiziaria. Ossia: la Magistratura si sostituisce al Parlamento.

LA MAFIA è una presenza discreta e silenziosa, che cerca di evitare i clamori della cronaca con lo spargimento di sangue. Ma la mafia c’è ed incombe pericolosamente sulla vita sociale e democratica dell’Italia, anche se di essa, per omertà dei media, non vi è adeguata consapevolezza nei cittadini e nelle istituzioni. C’è “la mafia bianca”, sodalizio massonico delle lobby e delle caste, insinuata nelle istituzioni e nei poteri dello Stato, che si attiva direttamente per influenzare le scelte e la gestione della cosa pubblica. Poi c’è “la mafia nera”, la criminalità organizzata comune che non ha cessato di mettere in discussione l’autorità dello Stato e continua la cura dei suoi tradizionali interessi: dal traffico di stupefacenti e di clandestini all’usura e al racket delle estorsioni, fino allo sfruttamento della prostituzione e del gioco d'azzardo. Entrambe le mafie, cosa ancora più grave, tentano di mettere le mani sulla gestione degli appalti pubblici finanziati da fondi nazionali od europei, insinuandosi nelle pieghe della vita politica e amministrativa, come dimostrano alcune indagini della magistratura su ipotesi di rapporti illeciti di taluni rappresentanti della pubblica amministrazione e del mondo dell’imprenditoria e della stessa magistratura con esponenti della criminalità organizzata, in vicende dal rilevante profilo economico e finanziate con i soldi dei cittadini.

Arrestare boss, assassini, estorsori, usurai è importante, ma per sconfiggere la mafia bisogna prevenirla, combattere il suo sistema di potere, incidere sulle sue complicità, estirpare le coperture che creano cultura, prassi e contesti mafiosi. L’uomo non è libero, la società è malata se le minacce e le intimidazioni creano nei cittadini paura, angoscia e terrore, alimentano un cancro morale che intorbida le coscienze, condiziona la democrazia e la convivenza civile. Ma l’insicurezza nei cittadini onesti viene talvolta alimentata anche dalla soggezione che impone la burocrazia, dall’arroganza che promana dal potere politico e amministrativo, dall’umiliazione che spesso gli eletti nelle istituzioni pubbliche impongono ai cittadini solo per ascoltare le loro esigenze, richieste o proposte. Consiglieri comunali, provinciali, regionali, assessori e parlamentari, sindaci e presidenti di ogni ordine e grado diventano spesso “irraggiungibili” una volta eletti, anche dai loro stessi più prossimi elettori. Segretari, addetti stampa, attendenti e portaborse creano filtri e contro-filtri, una cortina fumogena impenetrabile, tanto che per poterla squarciare bisogna farsi raccomandare. E la pratica della raccomandazione è il primo viatico alla cultura della mafiosità.

Prassi agevolata dall’inerzia e dall’indifferenza, se non addirittura dalla collusione della magistratura, spesso sorda alle richieste di intervento dei cittadini onesti e coraggiosi.

“La mafia nera”, che in Puglia prende le sembianze mediatiche della Sacra corona unita, come Cosa nostra in Sicilia, la ‘ndrangeta in Calabria e la Camorra in Campania, è innominata nelle regioni del nord Italia, dove è ben radicata e in commistione con quella dell’est Europa. Essa è ancora viva ed opera efficacemente anche quando non uccide. In realtà essa si articola in una miriade di consorterie malavitose in continuo rimescolamento conflittuale e alla ricerca della supremazia territoriale. Una presenza flessibile e tendenzialmente discreta, che evita il clamore degli episodi delittuosi estremi proprio per potersi mimetizzare e infiltrare nelle istituzioni. Esercita soprusi e prepotenze nei confronti di comuni cittadini, imprenditori, commercianti, ma anche giudici, politici, pubblici amministratori, giornalisti. Uno stillicidio quotidiano di notizie ne segnala continuamente la presenza preoccupante, ma troppo spesso vengono evitate, ignorate, dimenticate in fretta, forse per esorcizzare la paura di scoprire di vivere in una regione che rischia di essere dominata dalla mafia.

Ma vivere con gli occhi bendati, le orecchie tappate e le mani sulla bocca, come le tre famose scimmiette, non serve a nulla. La realtà è un’altra: è quella della paura e delle intimidazioni quotidiane subite da chi non vuole sottostare alle regole della mafia. Una sequenza impressionante di piccoli e grandi episodi che fanno correre il contachilometri della criminalità. Gli amministratori pubblici non ne sono esenti.

Nel campionario c’è di tutto: la testa di cavallo mozzata lasciata davanti all’abitazione, l’auto incendiata, la bomba esplosa all’esterno del Municipio, i colpi di pistola contro le finestre, la lettera minatoria con le cartucce di un fucile.

L'Italia sta scoprendo un nuovo modo di fare politica. Non attraverso le elezioni, ma con le intimidazioni. Difficile dare una lettura omogenea delle vicende, perché ogni Comune ha una storia a sé. Insomma, non è detto che tutti gli amministratori colpiti finiscano per pagare così l’impegno contro l’illegalità o la crociata per un’amministrazione trasparente.

Secondo gli investigatori, si può finire nel mirino anche per non aver rispettato - ad esempio - patti precedentemente stabiliti. Oppure perché singoli cittadini decidono di vendicarsi ricorrendo ai metodi tipici della criminalità organizzata, adottandone le modalità, pur essendo esterni ai clan. Tre chiavi di lettura diverse, che rendono ancora più difficile l’attività di chi cerca di dare nomi e cognomi ai mandanti. Ma gli esperti non tralasciano le piste investigative più inquietanti. Bombe, proiettili e minacce porterebbero o all’infiltrazione diretta nelle amministrazioni comunali o alla ricerca delle dimissioni di un amministratore per sostituirlo con un altro di fiducia della Piovra spa. D’altra parte, la criminalità di casa nostra ha sempre mostrato una spiccata flessibilità operativa. E l’atto intimidatorio non è altro che una prova di forza, una esibizione di muscoli da parte di chi è convinto di controllare il territorio. Un particolare non sfuggito, di recente, alla Direzione nazionale antimafia. In una relazione si sottolineavano, tra l’altro, alcune peculiarità. Come l’intervento di boss e picciotti nell’intercettare i flussi finanziari destinati alla realizzazione di grandi opere (contratti d’area, distretti tecnologici, energie alternative, smaltimento rifiuti), o attraverso la strategia del «doppio binario», adottata per infiltrarsi nei subappalti (movimento terra) e facendo pressioni (estorsioni) nei confronti di imprese affidatarie di lavori ad alto profilo tecnologico. Vanno di moda, anche, l’affidamento di servizi ai clan, la costituzione di società per la gestione di piccoli affari, le ingerenze e il controllo di attività come l’affissione dei manifesti elettorali, gli accordi di natura elettorale (richieste di voti in cambio di assunzioni).

Esemplare è il caso di Santi Cosma e Damiano (LT). Un consigliere comunale di quel comune, adempiendo al suo dovere di vigilanza e controllo sulla legittimità degli atti amministrativi degli enti territoriali, con altri associati dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie del posto, ha presentato vari esposti alle autorità competenti laziali. Esposti circostanziati e provati.

Da questa meritoria attività è conseguita una duplice interrogazione parlamentare e un intervento da parte del Direttore Regionale del Dipartimento del Territorio della Regione Lazio.

Di questo si è dato conto sul portale di informazione dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, per rendere coscienti i cittadini di una realtà sottaciuta.

Dalle risposte istituzionali scaturisce una vasta infiltrazione mafiosa e ripetute illegittimità perpetrate a danno del territorio locale e dei suoi abitanti, in particolare sul territorio del basso Lazio, in provincia di Latina, da qui la richiesta di scioglimento dei consigli comunali di Santi Cosma e Damiano e di Minturno.

Pur palesandosi la fondatezza delle accuse e il diritto-dovere costituzionale di informare i cittadini, oltretutto riportando fedelmente il contenuto di atti pubblici, la reazione è stata la presentazione di una denuncia per calunnia e diffamazione a danno del consigliere comunale e del Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, dr Antonio Giangrande.

Denuncia infondata in fatto e in diritto, ma per la quale la Procura di Roma ha proceduto, in palese incompetenza territoriale, riconducibile a Latina (domicilio consigliere) o a Taranto (luogo di pubblicazione). Nessuna informazione di garanzia e nessuna informazione sul diritto di difesa. Insomma, non si conosce il chi, il come, il quando e il perché della denuncia, oltre che ogni informazione utile al diritto di difesa.

Dato che la mafia ti uccide, o ti affama, o ti condanna, ci si chiede: ma in questa Italia alla rovescia, è conveniente uscire dalla conformità omologata per lottare a favore di ideali di giustizia?? Agli occhi dei giustizialisti a senso unico e di facciata, che vogliono al Parlamento Deputati incensurati, pur se incapaci ed inetti, quelli che lottano per la giustizia, l’uguaglianza e la libertà, se condannati in base alle denunce di cui sopra, sarebbero meritevoli di essere eletti in Parlamento ??

Citazioni di Leonardo Sciascia, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo, che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

  • «…l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... » (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

  • «.. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

  • «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole, vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

  • «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia ?» (Leonardo Sciascia, I professionisti dell'antimafia, da Il Corriere della Sera, del 10 gennaio 1987).

LA MAFIA NON E' UNA ENTITA' ASTRATTA A CUI DARE LA COLPA NEL MOMENTO IN CUI NON SI PUO' O NON SI VUOLE TROVARE IL RESPONSABILE DI UN REATO. LA MAFIA E' UN ATTEGGIAMENTO.

Al sud Italia ci sono organizzazioni mafiose italiane: "Cosa Nostra" in Sicilia; "Ndrangheta" in Calabria; "Sacra Corona Unita" in Puglia; "Basilichi" in Basilicata; "Camorra" in Campania.

Mario Portanova è nato a Milano nel 1967. Giornalista, lavora per il settimanale Diario. Ha pubblicato con Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, Mafia a Milano. (Editori Riuniti).

Abitualmente non si pensa al Nord Italia come vittima della criminalità organizzata, eppure le cose non stanno proprio così: puoi darci qualche elemento di comprensione in più?

"Le organizzazioni mafiose sono presenti e solide nel Nord Italia da decenni, soprattutto in Lombardia e Piemonte. Le analisi più recenti della Direzione nazionale antimafia segnalano consistenti presenze mafiose in Liguria, Valle d’Aosta e persino in Trentino-Alto Adige. A Milano, per esempio, l’arrivo di Cosa nostra risale agli anni Cinquanta, quando si stabilì in città Giuseppe Doto detto Joe Adonis, mafioso espulso dagli Stati Uniti. Luciano Liggio, il capostipite dei Corleonesi, abitava stabilmente a Milano quando fu arrestato nel 1974. E pochi ricordano che nel 1983 fu la ‘ndrangheta piemontese a uccidere il procuratore capo di Torino Bruno Caccia. Il consolidamento delle organizzazioni mafiose è avvenuto in parallelo con le grandi ondate migratorie dal Sud e con la pratica di mandare i mafiosi al soggiorno obbligato al Nord per allontanarli dai loro affari nelle terre d’origine. Le grandi operazioni antimafia in Lombardia degli anni Novanta hanno svelato le dimensioni del fenomeno: tra il 1990 e il 1994 gli arresti di mafia furono circa duemila. Tanto in Piemonte quanto in Lombardia, oggi l’organizzazione criminale più forte è indubbiamente la ‘ndrangheta, che controlla in particolare il traffico di droga ed è presente con le sue imprese anche nell’economia lecita."

Il denaro circola di certo a Milano più che altrove, i grandi capitali illeciti trovano un terreno interessante nel capoluogo lombardo. In quali settori, a tuo parere, vengono investiti e riciclati i guadagni "sporchi"?

"A Milano ci sono stati periodici allarmi sulla penetrazione dei capitali mafiosi in Borsa, ma non si è mai arrivati a nulla di concreto, probabilmente anche per la difficoltà di tracciare i soldi che circolano in piazza Affari. Negli anni Sessanta-Settanta ci fu il caso eclatante di Michele Sindona, i cui legami con la mafia siciliana sono stati accertati oltre ogni dubbio in sede processuale. Nel 1979 fu un killer della mafia italo-americana, William Arico, assoldato da Sindona, a uccidere a Milano l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore dell’impero del finanziere ormai travolto dalla bancarotta. L’ombra di Cosa nostra (e un ruolo certo della Banda della Magliana) appare anche nel caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano, per il quale ci sono procedimenti giudiziari ancora in corso. Le indagini hanno, però, dimostrato che la criminalità organizzata del Nord investe i suoi enormi guadagni illeciti sopratutto in attività economiche relativamente piccole: ristoranti e pizzerie, bar, negozi, imprese edili e immobiliari, concessionarie d'auto e in generale imprese che partecipano ad appalti pubblici. I patrimoni sono comunque enormi: nel 1993, alla famiglia "ndrangheta" dei Papalia, insediata a Buccinasco, nell'Hinterland sud di Milano, furono sequestrati beni stimati in 100-150 miliardi di lire."

Da qualche anno sono presenti nel nostro territorio altre "mafie" oltre a quelle nostrane: quali sono le più pericolose e in che modo operano?

"Certamente la mafia albanese, in particolare kosovara, ha un ruolo importante nel traffico di droga al Nord, così come le organizzazioni nordafricane. Nel traffico di droga, spesso le mafie straniere cooperano con quelle italiane. Come avviene nell’economia legale, agli immigrati stranieri vengono poi affidati i lavori di livello più basso, cioè il trasporto e lo spaccio. Gli investigatori guardano con sempre maggiore preoccupazione alla mafia cinese insediata nelle comunità del Nord Italia. È una mafia che opera quasi esclusivamente all’interno delle comunità cinesi, quindi molto difficile da perseguire. Le sue attività principali riguardano l’immigrazione clandestina, la droga, la prostituzione, la contraffazione, il lavoro nero in condizioni di schiavitù."

Nonostante l'evidenza dei fatti, con la cronaca che ci parla di continui arresti per associazione mafiosa con infiltrazioni in appalti pubblici e nel tessuto economico locale in tutto il territorio nazionale, qualcuno si ostina a relegare il fenomeno "Mafia" solo nel territorio del Sud Italia.

La camorra a Parma? "Continuo affiorare dei segnali di pericolose contaminazioni criminali del territorio regionale (con riferimento, soprattutto, alle province di Reggio Emilia, Modena, Parma e Piacenza) e all'influenza sia di gruppi mafiosi originari del crotonese e della provincia di Palermo sia, soprattutto, del potente cartello dei Casalesi". E ancora: "Ai protagonisti di tali insediamenti criminosi, attivi soprattutto nella zona di Modena, Reggio Emilia e Parma è risultata riconducibile la pressione estorsiva esercitata sul mercato dell'edilizia privata, attraverso l'esportazione dei moduli operativi tipici delle zone camorristiche, ormai non soltanto nei confronti di imprenditori edili provenienti dalla medesima area geografica, ma anche locali. L'obiettivo rilievo di tale pressione estorsiva di matrice mafiosa appare in sé dimostrato in plurimi ambiti investigativi, in ragione della loro obiettiva connessione con la struttura originaria dei Casalesi". Ci sono cose che un prefetto non può non sapere. Ci sono cose che il massimo rappresentante dello Stato in una provincia non può ignorare. Le frasi che descrivono la penetrazione camorristica nella provincia di Parma provengono dal più ufficiale dei documenti: la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, la superprocura che coordina e dirige la lotta alla criminalità organizzata.

Un prefetto come Paolo Scarpis, che è stato questore di Milano e ha passato una vita in polizia può ignorare queste cose? Il prefetto di Parma con due interviste ha attaccato e insultato Roberto Saviano. Scarpis ha dichiarato: "Non mi risultano indagini di nessun tipo che riguardino mafia, camorra e 'ndrangheta a Parma". E ha aggiunto, riferendosi allo scrittore campano: "Sono sparate di una persona che sta a ottocento chilometri di distanza, che ha visto Parma di passaggio. Il tentativo di allarmismo è fuori luogo e se qualcuno è così convinto di saperne di più dei professionisti del settore, si faccia avanti facendo nomi e cognomi".

Nomi e cognomi sono stati scritti in 'Gomorra' e negli articoli che Saviano ha firmato su 'L'espresso'. Sono stati scritti in un'inchiesta di copertina del giornale dedicata alla colonizzazione camorristica dell'Emilia Romagna che ha causato la perquisizione della redazione. Sono stati scritti in quattro libri pubblicati nell'ultimo anno. Ma soprattutto sono stati scritti nella sentenza di primo grado che ha condannato imprenditori parmensi come affiliati al clan dei Casalesi. Come poteva il rappresentante dello Stato a Parma ignorarli? Scarpis si è difeso sostenendo di avere prima chiesto informazioni alla Procura di Parma. Una dichiarazione che aumenta i dubbi sulla sua competenza: dal 1992 il codice affida le indagini di mafia e camorra nella regione esclusivamente alla Direzione distrettuale di Bologna. Quella che ha firmato la relazione citata e ha smentito pubblicamente il prefetto con una dichiarazione del procuratore Silverio Piro: "Sono sorpreso per quelle parole, le infiltrazioni ci sono e continuano".

Infatti quello che viene descritto dalla Procura nazionale nella sua relazione è solo l'aggiornamento: i fenomeni registrati nel corso del 2008, non la storia dello sbarco delle cosche lungo la via Emilia. Mentre nello stesso dossier si parla delle indagini su alcune grandi imprese di Parma accusate di avere fatto accordi con Cosa nostra per gestire gli appalti nel Sud. Può un prefetto ignorare tutto questo e insultare chi rischia la vita per averlo invece scritto e ribadito?

Da Parma il Siulp, il più importante sindacato di polizia, si è rivolto al ministro Roberto Maroni chiedendo le dimissioni di Scarpis: ha ricordato un illustre precedente, quello di Claudio Scajola che lasciò il Viminale dopo le frasi ingiuriose nei confronti di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle Br. Saviano invece è ancora vivo, grazie anche alla scorta che lo Stato gli garantisce, quello stesso Stato che permette ancora a Scarpis di rappresentarlo.

"Parlare di mafia in Veneto? Ma se qui la mafia non c´è". Quante volte si è detto e ripetuto: e in Veneto si lavora sodo. Eppure qui sono stati mandati al confino personaggi che hanno contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della mafia. Qui sono arrivati "Totuccio" Contorno, Salvatore Badalamenti, nipote di quel "Tano" che fece ammazzare Peppino Impastato. Qui Giuseppe Madonia ha potuto condurre i propri business, con la complicità di alcuni imprenditori locali. Ma il Veneto non ha solo importato mafia: l´ha pure creata. In nessun´altra regione italiana, al di fuori di quelle meridionali, è nata un´organizzazione con le caratteristiche del 416 bis. Il Veneto l´ha avuta e l´ha chiamata Mala del Brenta.

Questo è il sunto del libro “A casa nostra. Cinquant’anni di mafia e criminalità in Veneto” di Danilo Guarretta e Monica Zornetta.

Il clan Lo Piccolo puntava a Nordest. Aveva messo gli occhi su una serie di operazioni edilizie a Chioggia (Venezia) e nella zona termale di Abano (Padova). Sono gli sviluppi dell'indagine palermitana che, tra l'altro, ha condotto all'arresto dell'avvocato Marcello Trapani, che continuava a tessere le fila per conto dei Lo Piccolo. Obiettivi: mettere le mani sul Palermo calcio e, soprattutto, «diversificare» al Nord.

Ecco l'articolo pubblicato il 25 settembre 2008 su Nuova Venezia, Mattino di Padova e Tribuna di Treviso.

La mafia in Veneto. Infiltrazioni: un'emergenza nazionale. Lo si sospettava. Meglio, lo si temeva. Bastava ascoltare gli allarmi lanciati da Roberto Saviano, autore di «Gomorra». O prendere sul serio le analisi del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «La criminalità organizzata è ormai una realtà anche al Nord. E’ nelle regioni più ricche che cerca la maggiore redditività ai suoi investimenti». Bene, se ce ne fosse stato bisogno, ecco la prova provata: la mafia sta arrivando (è arrivata?) pure nel ricco Nordest. Il clan palermitano dei Lo Piccolo aveva messo gli occhi sulla riqualificazione del porto di Chioggia e puntava ad aggiudicarsi una serie di interventi edilizi nella città lagunare così come nella zona termale di Abano. Affari per diversi milioni di euro, messi in piedi con una rete di collusioni in sede locale.

Cosa nostra ha mille vite, come i gatti. E come lo stesso clan dei Lo Piccolo. Salvatore, erede di Bernardo Provenzano, è stato arrestato, insieme con il figlio Sandro, il 5 novembre 2007, dopo 25 anni di latitanza. Qualche giorno prima, per l’esattezza il 25 settembre, aveva fatto in tempo a costituire la società «Petra», quella che appunto doveva operare a Chioggia. Non solo il clan cercava di riorganizzarsi, ma non aveva cessato le mire espansioniste.

Per il Nordest è un brutto risveglio. È vero che la mafia del Brenta di Felice Maniero aveva provato a muoversi in collegamento con le famiglie del Sud. Ma sono vicende che si perdono negli anni e nelle cronache. Il tentato sbarco a Chioggia è un segnale forte, mette in evidenza una precisa strategia: la mafia, prima azienda italiana con 90 miliardi di fatturato (più dell’Eni, per intenderci), pari al 7 per cento del Pil (dati contenuti nel rapporto Sos impresa della Confesercenti), segue l’odore dei soldi. E nel Veneto, finalmente avviato a realizzare le grandi infrastrutture, di soldi da qui ai prossimi 10-20 anni ne gireranno parecchi.

Qualcuno, se vuole, può continuare a pensare che cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta siano problemi del Mezzogiorno. Di più, il cancro del Mezzogiorno, il vero freno al suo sviluppo, il motivo per cui le regioni meridionali non sono appetibili al capitale privato. Non è così. La mafia è un’emergenza nazionale e come tale va affrontata. Perché la piovra, in epoca di globalizzazione, va a caccia di affari ovunque. Figurarsi se si ferma al Sud. A Varese e in Brianza, di recente, è stato scoperto un traffico di rifiuti tossici, l’ultimo megabusiness della malavita. A Milano si sta discutendo sull’opportunità di creare una commissione che vigili sugli appalti dell’Expo 2015, dopo che la Procura di Busto Arsizio ha aperto un fascicolo sui rischi di infiltrazione mafiosa. Ora la storia di Chioggia.

Deve reagire lo Stato, certo. Ma anche per le associazioni degli imprenditori (in primis i costruttori dell’Ance) e dei commercianti è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti: bisogna scoprire ed espellere chi ha collusioni mafiose. È la scelta compiuta da Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana. Occorre estenderla a tutte le categorie. E a tutta Italia.

"Diverse persone mi hanno riferito, parlando dei loro problemi con le amministrazioni di tanti piccoli paesi, che la mafia c'è anche in Trentino". Parola del difensore civico della provincia di Trento Donata Borgonovo Re. Chi l’avrebbe mai detto che nella provincia di Trento c’è la mafia? Certo, non è la mafia intesa normalmente, quella assassina, più precisamente si tratta di comportamenti che hanno del mafioso soprattutto nei piccoli comuni del Trentino.

Il difensore civico ha detto che nei piccoli comuni chi ha un certo cognome e fa parte della maggioranza trova dappertutto le porte aperte, chi invece è escluso da questa cerchia non gode di determinate corsie preferenziali. Insomma, un comportamento di tipo mafioso.

Alla faccia dell’imparzialità della pubblica amministrazione, diciamo noi.

Esiste un modo di trattare la gente non alla stessa maniera, ma dividendo fra serie A e serie B in base a “legami, simpatie, leggi non scritte” e molti amministratori si comporterebbero come “padri-padroni sulle loro comunità”, afferma Borgonovo Re, la quale riporta l’opinione a lei espressa da molti cittadini per cui ritiene che tali affermazioni debbano essere verificate sul campo.

Dopo le reazioni stizzite del presidente della giunta provinciale Lorenzo Dellai e della sua Margherita, che ha chiesto le dimissioni del difensore civico, il difensore civico ha precisato che “mafia è un termine sicuramente esagerato: giovedì l’ho usato nella mia relazione semplicemente perché lo sentiamo ripetere spesso dai cittadini che vengono da noi a chiedere aiuto. Non posso negare che io e i miei collaboratori siamo rimasti colpiti dalla frequenza con la quale ci dicono ‘la mafia esiste anche in Trentino’ e questo vuol dire che c’è un problema. Credo che in Trentino sia diffusa una cattiva cultura dell’amministrare, per la quale il sindaco considera il Comune come ‘cosa sua’. E non si tratta di casi sporadici”.

Le affermazioni del difensore civico giungono a poche settimane da un’altra polemica sollevata da un Sindaco sempre del Trentino il quale aveva affermato che chi non è allineato alla maggioranza di Giunta provinciale viene in certo qual modo boicottato. Sono seguite precisazioni. Ma tant’è, un certo malcontento fra i Sindaci ci sarà: perché evidentemente anche qui ci saranno quelli di serie a e di serie b, quelli che vengono quasi sempre accontentati e quelli invece che per vari motivi vengono in qualche modo boicottati.

Presidente Dr Antonio Giangrande – ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

http://www.wuz.it/intervista/682/intervista-portanova.html

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/gomorra-non-esiste/2077195&ref=hpsp

http://sandromangiaterra.nova100.ilsole24ore.com/2008/09/mafia-a-nordest.html

http://cittadinanzattivabrentonico.blogspot.com/2008/09/trentinopoli.html 


LA MAFIA E L'ANTIMAFIA

L'ANTIRACKET PARTIGIANO

La "Associazione Contro Tutte le Mafie" - ONLUS è una associazione nazionale contro le ingiustizie e le illegalità, iscritta per obbligo di legge, ai fini dell'attività antiracket ed antiusura, solo presso la Prefettura - UTG di Taranto, competente sulla sede legale. Non ha sostegno politico perchè è apartitica e non nasconde gli abusi e le omissioni del sistema di potere, tra cui i magistrati, e la codardia della società civile. Per questo non riceve alcun finanziamento pubblico, o assegnazione da parte della magistratura dei beni confiscati. Il suo presidente è, spesso, perseguito per diffamazione, solo perchè riporta sui portali web associativi le interrogazioni parlamentari o gli articoli di stampa sugli insabbiamenti delle inchieste scomode. Le scuole non lo invitano, in quanto il motto "La mafia siamo noi" non è accettato dai professori di Diritto, che sono anche, spesso, avvocati e/o giudici di pace e/o amministratori pubblici, sentendosi così chiamati in causa per corresponsabilità del dissesto morale e culturale del paese. Pur affrontando questioni attinenti la camorra, la mafia, la 'ndrangheta, la sacra corona unita, la mafia russa, ecc; pur essendo stato ringraziato dal Commissario governativo per la collaborazione svolta ed invitato da questi a partecipare al forum tenuto a Napoli coi Prefetti del Sud Italia per parlare di Mafie e sicurezza, la Prefettura di Taranto, non solo non gli dà la scorta, ma gli diniega la richiesta del porto d'armi per difesa personale. La regione Puglia non iscrive la stessa associazione all'albo regionale, né il comune di Avetrana, città della sede legale, ha iscritto l'associazione presso l'albo comunale. Il sostegno mediatico è inesistente, tanto che vi è stata interrogazione parlamentare del sen. Russo Spena per chiedere perchè Rai 1 non ha trasmesso il servizio di 10 minuti dedicato all'associazione, autorizzato dall'apposita commissione parlamentare. L'editoria ha rifiutato le pubblicazione del saggio d'inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", il sunto e l'elenco degli scandali  e i misteri italiani, senza peli sulla lingua.

La associazione "Libera" è un coordinamento nazionale di tante associazioni e comitati locali. Queste, spesso hanno sede presso la CGIL, sindacato di sinistra, come a Taranto. I magistrati assegnano a loro i beni confiscati. Le scuole invitano i loro rappresentanti. Il sostegno mediatico è imponente, come se "Libera" fosse l'unico sodalizio antimafia esistente in Italia. La regione Puglia, con giunta di sinistra, riconosce a loro cospicui finanziamenti, pur non essendo iscritta all'Albo regionale.

200 mila euro. In favore della Cooperativa “Terre di Puglia – Libera Terra” (100 mila euro) e dell’Associazione Libera di don Luigi Ciotti (100 mila euro).

La cooperativa denominata «Terre di Puglia – Libera Terra» è formata da giovani pugliesi e si occupa della gestione dei terreni agricoli e degli altri beni confiscati alla Sacra Corona Unita. Attualmente, in partenariato con la Prefettura e la Provincia di Brindisi, con l’Associazione Libera ed Italia Lavoro Spa, gestisce un progetto che prevede l’impiego a fini agricoli dei terreni confiscati alle mafie nella provincia di Brindisi, nei comuni di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico.

L’Associazione Libera di don Luigi Ciotti in Puglia sosterrà il progetto MOMArt (Motore Meridiano delle Arti), che prevede la trasformazione di una ex discoteca di Adelfia (Ba), centrale di spaccio e illegalità, in un luogo generatore di sviluppo sociale e civile per i giovani pugliesi.

Per il raggiungimento di questo obiettivo la Giunta il 15 luglio 2008 ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione Puglia, Tribunale di Bari, Commissario governativo per i beni confiscati e Associazione Libera.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie denuncia una palese ingiustizia e discriminazione politica che viene perpetrata da parte della Giunta della Regione Puglia guidata da Nicola Vendola e dal suo assessore competente Loredana Capone.

«Sin dal 27 settembre 2008, avendone titolo anche in virtù di una verifica della Guardia di Finanza che ne attesta la reale attività, il sodalizio nazionale riconosciuto dal Ministero dell’Interno ha chiesto l’iscrizione all’Albo Regionale delle associazioni antiracket ed antiusura – dice il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie -. La risposta che è stata data è che l’Albo non è stato ancora costituito, nonostante in pompa magna si sia dato risalto della sua emanazione per legge. Intanto però la Giunta Vendola si prodiga a finanziare ed a promuovere “Libera” e le sue associate in ogni modo, pur non essendo iscritta all’albo non ancora costituito. Ciò che dico è confermato dalle varie determine di finanziamento delle varie convenzioni e così come appare su “Striscia La Notizia” 18 novembre 2011. In occasione del servizio di Fabio e Mingo in tema di favoritismi e privilegi l’assessore alle risorse umane, Maria Campese, pur non essendo competente sulla materia della mafia, in bella vista presso i suoi uffici sfoggiava un muro tappezzato di manifesti di “Libera”, da cui si palesava la scritta “I beni confiscati sono Cosa Nostra”.

Spero che questa ipocrisia antimafia cessi e la Giunta Vendola sia meno partigiana, perché oltre a discriminarle, perché non sono comuniste, nuoce a quelle associazioni che si battono veramente contro le mafie. Spero che sia dato dovuto risalto alla denuncia, in quanto abbiamo bisogno del sostegno istituzionale per poter continuare a svolgere la nostra attività.»  

In un'intervista a Magazine del Corriere della Sera, si rivela che non c'erano motivi perchè a Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, Mondadori editore, venisse assegnata la scorta. Vittorio Pisani, capo della Squadra Mobile di Napoli, è un poliziotto con gli “attributi” che ha ottenuto l'importante incarico all'età di 40 anni; rischia la pelle tutti i giorni e, persona seria in questo mondo di quaquaraquà e opportunisti. Intervistato da Vittorio Zincone ha detto le cose come stanno: “Resto perplesso quando vedo scortare persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”.

Da notare che Pisani non è il solo uomo d'azione in prima fila contro la criminalità organizzata ad esprimere perplessità sulla figura di Saviano. Ricordiamo il "precedente" del prefetto di Parma, Paolo Scarpis, già questore con al suo attivo importanti successi contro le mafie italiane e internazionali, che aveva liquidato come "sparate" certe uscite del giornalista napoletano.

All'ex collaboratore de “Il Manifesto” è però stata concessa l'assidua compagnia d'un folto manipolo di guardie del corpo, che oltrepassa ogni ridicolo, schierando persino cani anti-bomba; eppure, rivela Pisani, “a noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta”. In cosa consistevano le pretese minacce subite dal giornalista campano? Si parla di volantini e scritte sui muri: armamentario da studentelli, tutte cose che hanno ben poco a che fare con il modus operandi dei camorristi. Si arriva così al “fiore all'occhiello” di Saviano, il presunto attentato con autobomba che avrebbe dovuto consacrarlo come uomo da abbattere, proiettandolo nell'olimpo dei Falcone e Borsellino: una chiacchiera presa subito per buona, che venne completamente smontata dalle indagini rivelandosi una clamorosa bufala, tuttavia strombazzata ai quattro venti e senza alcun rigore dalla grancassa dell'informazione-spettacolo di sinistra.

D'altro canto, gli scritti del giornalista napoletano non tolgono certo il sonno alla criminalità organizzata, al punto che il film prontamente tratto da Gomorra viene clonato tale e quale dai camorristi e venduto nei circuiti della contraffazione. Tuttavia Roberto Saviano, sull'onda della popolarità antimafia e dell'autocommiserazione per la “vita sotto scorta”, è diventato un miliardario di fama mondiale che, oltre a sfornare libri alla moda e presenziare ovunque, collabora a testate come L'espresso e La Repubblica, negli Stati Uniti con il Washington Post e il Time, in Spagna con El Pais, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Gran Bretagna con il Times. Intanto continua a lamentarsi dell'opprimente presenza di autista e guardaspalle (un benefit per cui tanti vip fanno carte false) piangendo sul conto in banca che giganteggia.

Una domanda da scrittore a scrittore: se Saviano fosse uno scrittore antimafia di destra, avrebbe avuto tanta attenzione, tale da meritare film e scorta? E perché ad Antonio Giangrande, autore del saggio di inchiesta "L'Italia del trucco, l'Italia che siamo", che scrive 100 volte cose più gravi e pericolose, toccando gli interessi di mafie, lobby, caste e massonerie, oltre che denunciare il comportamento dei cittadini collusi o codardi, viene negato addirittura il porto d’armi ?

IL RACKET TARGATO ANTIRACKET

Sesso in cambio di una accelerazione nelle pratiche burocratiche per accedere al fondo vittime del racket e dell'usura. Le associazioni 'Sos racket e usura' e 'Sos Italia libera' hanno raccolto le testimonianze di sette giovani che denunciano le presunte violenze sessuali e ricatti subiti da un ex prefetto dell'anti-racket romano che controllava il fondo nazionale per le vittime dell'usura.

L'associazione 'sos racket e usura' - consorzio che raccoglie 70 associazioni - ha presentato un esposto al tribunale di Milano. Tra le presunte vittime vi sono due donne, una di Milano e un'extracomunitaria residente a Torino, che erano minorenni all'epoca dei fatti; una 38enne di Brescia, una bergamasca di 40 anni e alcune modelle ingaggiate per uno spot anti-usura, in realtà mai realizzato. L'associazione si era sciolta il 7 febbraio 2010 dopo le minacce rivolte al suo presidente Frediano Manzi.

Sul sito Sos-racket-usura.org, è stata pubblicata una lunga lettera, con video testimonianze. "Vi raccontiamo le storie delle vittime di usura e estorsione - si legge nella lettera - che si sono rivolte al comitato nazionale antiracket a Roma per accedere ai fondi, e che sono state oggetto di attenzioni sessuali da parte del commissario". "In sostanza emerge che in certi casi - racconta l'associazione - l'avere rapporti sessuali con il prefetto Carlo Ferrigno, condizionava l'accesso al fondo" e mettono in rete le sette testimonianze, a prova di quanto affermato. "Non potevamo più tacere - dicono - come associazioni antiracket abbiamo il dovere di denunciare questo scandalo fatto di ricatti, minacce, intimidazioni e richieste di natura sessuale, che sono state perpetrate nel tempo dal commissario straordinario antiracket, nominato dal governo in un periodo di tempo che va dall'anno 2003 all'anno 2006". In un video, una delle vittime (38 anni, bresciana, col volto oscurato per renderla irriconoscibile) ha raccontato la terribile parabola che l'ha trasformata da vittima dell'usura a vittima di ricatto e violenza sessuale. Nella testimonianza, la donna ripercorre tutte le fasi della vicenda, dal primo incontro col prefetto nel 2006 (che all'inizio chiama "sua eccellenza", per rispetto e riverenza), ai primi approcci di lui (le chiede di dargli del tu, poi la fa portare dal collaboratore nella sua abitazione privata per "guardare le carte" e si presenta con l'accappatoio slacciato, in evidenza i genitali). Fino ai due tentativi di forzare un rapporto sessuale con la donna, preceduti da minacce e violenza fisica.

Le vittime che l'associazione ha rintracciato e "che ci hanno confidato queste violenze sono originarie di Milano, Bergamo, Brescia e Roma; come i reati e le violenze si sono consumati a Milano, Torino, Roma". "Era abitudine del commissario antiracket inviare il suo fido segretario e autista, con la macchina in dotazione del ministero, a prelevare prostitute giovani e soprattutto minorenni - prosegue la clamorosa denuncia - per fare orge e festini presso l'abitazione del prefetto a Roma; si afferma che il prefetto facesse abitudinariamente uso di cocaina. Sempre Tonino, ha accompagnato più volte le vittime di usura presso l'abitazione del prefetto, e lo stesso autista gli avrebbe procurato sostanze stupefacenti".

L'associazione ha chiesto l'apertura immediata di un'inchiesta da parte della procura della Repubblica, "affinché accerti quanto da noi denunciato pubblicamente" e che si verifichi "come sono stati distribuiti i fondi e con quali criteri nel periodo in cui il funzionario è stato commissario straordinario antiracket". Infine, lanciano un appello "a tutti coloro che hanno subito ricatti, minacce o 'attenzioni' del genere. Abbiano il coraggio di parlare e prendano contatto con l'autorità giudiziaria".

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/02/17/news/sesso-usura-2334965/

http://www.ilgiornale.it/interni/la_denuncia_sesso_cambio_aiuti__prefetto_accusato_vittime_dellusura/18-02-2010/articolo-id=422864-page=0-comments=1

Un imprenditore depredato dalla mafia. Un risarcimento da incassare dallo Stato. E le richieste di denaro di chi avrebbe dovuto aiutarlo. Ora indagano i pm.

Sono le undici di mattina del 27 febbraio quando l'imprenditore edile siciliano Giuseppe Gulizia entra a Roma negli uffici del reparto operativo dei carabinieri. Ad accoglierlo c'è il maresciallo capo Alessandro Bitti: pronto ad ascoltarlo su una vicenda incredibile, al centro di un fascicolo del pm Angelantonio Racanelli. Una storia iniziata nel 2003 con la devastante estorsione imposta a Gulizia da un gruppo di mafiosi. E proseguita, secondo la denuncia dell'imprenditore, con un ricatto altrettanto odioso: quello messo in atto da protagonisti dell'antiracket, con tanto di mazzette versate al coordinatore siciliano della Fai (Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane) Mario Caniglia, a Paola Grossi del Commissariato nazionale antiracket e a Lino Busà, presidente dell'associazione Sos impresa di Confesercenti, "promossa per l'elaborazione di strategie di contrasto al racket delle estorsioni e all'usura".

L'ipotesi sostenuta da Gulizia, in altre parole, è che esista un racket nell'antiracket. Un mondo di ombre da cui spuntano favori equivoci e interferenze in atti pubblici. "Un incubo che mi ha devastato", dice l'imprenditore quarantenne, "ma che non basterà a fermarmi. Voglio giustizia, voglio la verità. Anche a costo di rischiare la vita".

E pensare che le cose erano partite bene, per Giuseppe Gulizia. Figlio di imprenditori agricoli cresce a Pedagaggi, frazione di Carlentini in provincia di Siracusa. Qui gli affari si fanno con le arance, i mitici tarocchi, ma lui preferisce ruspe e cemento armato. Nel 1996 lavora come carpentiere nella zona di Lentini. Poi tenta il salto al Nord, in provincia di Brescia. Si trasferisce nel comune di Mazzano con moglie e figlia nel 1999, e diventa capo cantiere in un'azienda di Giuliano Campana, poi presidente dei costruttori edili bresciani. "Lavoravo sodo e ci sapevo fare", racconta. "Così mi sono messo in proprio e ho avuto fortuna". Nel 2003 la sua Asia costruzioni srl fattura oltre 2 milioni di euro e ha un giro di lavoro che coinvolge decine di operai. È il successo, la soddisfazione di avercela fatta: "Mi ero costruito una villa con un grande giardino", dice. "Volevo espandere i miei affari, invece è crollato tutto".

Succede il 17 agosto 2003, mentre Gulizia è a casa dei genitori in Sicilia. Sta per sedersi a pranzo, quando sul videocitofono appare il volto di Maurizio Carcione, mafioso rampante della zona. Chiede di Giuseppe: "Tu sai chi sono, mi ha detto. Ho la terra che brucia sotto i piedi. Voglio che mi porti a lavorare con te a Brescia. E che sistemi la mia famiglia e cinque amici".

Gulizia sa di non avere scelta. Chiede tre giorni per organizzarsi, dopodiché parte. Il 21 agosto sale sulla sua Audi 2500 e raggiunge Brescia assieme a Carcione. La mattina seguente gli consegna le chiavi di un appartamento a Bedizole, vicino Brescia. Poi arrivano la moglie e i due figli del boss. Poi ancora sbarcano i cinque compari: assunti in regola e mantenuti. "Gli ho comperato mobili, lavastoviglie, auto e quant'altro", dice Gulizia. "Inoltre gli integravo la busta paga con soldi in nero, malgrado fingessero di lavorare. Arrivavano sui cantieri tardi, bevevano, giocavano a pallone. E nel giro di poche settimane sono salite dalla Sicilia altre 18 persone. Tutte imposte da Carcione e sistemate con appartamenti e stipendi".

Il piano del boss era semplice: sfilargli gli appalti e retrocederlo al rango di dipendente. Una manovra che non ammette intoppi. Quando l'imprenditore protesta, i mafiosi agiscono: "Una mattina sono uscito di casa alle cinque e mezzo per raggiungere un cantiere", spiega Gulizia. "Ho aperto la porta e davanti c'era una tanica di benzina". Il fatto viene denunciato alla polizia, ma Carcione non si ferma: continua a premere, diventa violento. "Diceva che se non avessi fatto ciò che voleva, mi avrebbe tagliato la testa e l'avrebbe spedita in Sicilia su un vassoio d'argento". Non solo: il 4 maggio 2004 il magazzino dei genitori di Gulizia viene incendiato, e nel rogo si perdono olio, vino e trattori di famiglia. "A quel punto non ci ho visto più", dice Gulizia: "Sono tornato dalle forze dell'ordine e ho raccontato tutto; anche la trattativa che avevo in corso con Salvatore Rossitto, un altro mafioso offertosi come intermediario tra me e Carcione". Il patto, per chiudere la partita, era di versare gli ultimi 28 mila euro a Carcione e 20 mila a Rossitto.Ma al momento della riscossione interviene la polizia. Colti in flagrante, finiscono in manette Rossitto e il killer Antonino Bellinvia, che lo accompagna. Dopodiché vengono arrestati e condannati il boss Carcione e Carmelo Santamaria, dipendente infedele di Gulizia.

Detta così, una storia virtuosa: il boss che ricatta l'imprenditore di successo, l'imprenditore che si ribella e la giustizia che trionfa. Ma le disgrazie di Gulizia non finiscono qui. Anzi: il capitolo Carcione introduce un secondo incubo. Il più imprevedibile, per Gulizia. E il più esplosivo per gli investigatori che se ne stanno occupando. "Tutto parte quando Carcione e gli altri finiscono in prigione", sostiene Gulizia. "Avevo voglia di ricominciare, di rialzare la testa. Ma ero in condizioni pietose. Mia moglie, esasperata, se n'era andata di casa con la bambina. Sul fronte economico ero dissanguato: nessuno voleva aiutarmi, neanche gli amici. Per fortuna un ufficiale dei Ros mi ha suggerito di accedere al fondo di solidarietà per le vittime di estorsioni: un capitale pubblico gestito a Roma dal Commissariato nazionale antiracket".

Per maggiori dettagli, viene messo in contatto con un'altra vittima delle estorsioni, dalla quale secondo Gulizia riceve il numero di cellulare di Lino Busà, dirigente nazionale di Confesercenti ("indicatomi come esperto di risarcimenti"), che a sua volta lo avrebbe indirizzato da Mario Caniglia, imprenditore agricolo noto per avere denunciato chi lo taglieggiava, e per essere in quel momento presidente dell'Associazione antiestorsioni di Scordia (provincia di Catania).

Con lui, sostiene Gulizia, tutto sembra facile. "Lo contattai al telefono", spiega ai carabinieri, "e successivamente mi fissò un appuntamento nel quale avrei consegnato parte della documentazione per accedere al fondo". All'incontro, continua la sua testimonianza Gulizia, si presenta tra fine agosto e inizio settembre 2004 con l'amico Salvatore Cicciarella: un agente della polizia municipale di Pedagaggi, che nel tempo libero fa da mediatore per Caniglia nella vendita delle arance. Una persona di fiducia, ideale per instaurare un dialogo costruttivo. E infatti l'inizio è positivo racconta Gulizia ai carabinieri: "Caniglia mi rassicurò sul fatto che avevo pienamente titolo ad accedere al fondo, e che comunque lui aveva già fatto deliberare altri fondi ad alcune persone della Sicilia".

Con tali premesse, il 20 settembre 2004 Gulizia presenta domanda di ammissione ai benefici. Chiede 116 mila euro di risarcimento per le somme estorte, e 910 mila per i mancati guadagni sugli appalti. Questa, secondo l'imprenditore, è la giusta ricompensa per essersi ribellato alla mafia. Ma la Guardia di finanza si spinge oltre: svolge accertamenti sulle società di Gulizia, e constatato il clamoroso danno aumenta il risarcimento a 2 milioni 508 mila 305, 64 euro. "Finalmente le cose marciavano", afferma Gulizia: "L'agente Cicciarella aveva contatti quasi quotidiani per la mia pratica con Caniglia. Intanto io mantenevo i rapporti anche con Busà e Paola Grossi del Commissariato antiracket, dai quali ricevevo indicazioni sulle cose da fare". Più volte, sostiene Gulizia, si presenta in via Cesare Balbo 39 a Roma (sede del Commissariato antiracket) a consegnare documenti. E in un'occasione Grossi lo accompagna "nell'ufficio del commissario in carica, Carlo Ferrigno, che seguiva la mia situazione".

Paradossalmente, stando a Gulizia, i problemi spuntano quando il lieto fine è vicino. "A metà novembre 2005 Caniglia, diventato coordinatore siciliano della Federazione nazionale antiracket e antiusura, mi annuncia l'imminente erogazione di una prima tranche del risarcimento. Ero al massimo della felicità, pensavo di avere svoltato: ma mi sbagliavo. In cambio delle sue attenzioni, Caniglia mi ha imposto di acquistare circa 3 mila 500 litri del suo olio. Come se non bastasse, al doppio del prezzo di mercato". Una richiesta che dovrà essere verificata, ovviamente, ma che è della categoria difficile da eludere: "Stavo per ricevere i soldi, vedevo l'inizio della mia nuova vita. Potevo rifiutare?", si giustifica Gulizia. Stando alla sua testimonianza, poi, invia il padre, il fratello e l'autista Orazio Rizzo al magazzino di Caniglia, dove l'olio viene travasato in quattro cisterne da mille litri l'una. "In totale, un'operazione che mi è costata 19 mila 300 euro. Naturalmente senza ricevuta o fattura".

"Ripeto", ha sottolineato Gulizia davanti ai carabinieri, "che tale acquisto è stato effettuato esclusivamente perché a 'richiesta', e credendo di dover estinguere un debito morale nei confronti del Caniglia". Il che esula da qualunque legge o senso etico, e anzi ci introduce in un mondo in cui si mischiano pericolosamente presunti estortori e estorti, ma porta i suoi risultati. Il 22 novembre 2005, il Commissariato nazionale antiracket stanzia effettivamente 637 mila euro per Gulizia: la famosa prima tranche. Ed è una festa, per Gulizia. Soddisfatto, racconta agli investigatori, si presenta a Scordia da Caniglia per ringraziarlo. "Ma a lui premeva un'altra cosa. Dopo i convenevoli, mi ha fatto notare che si avvicinava il Natale, ed era il momento di ringraziare chi si era adoperato per me". Ancora più concretamente, dice Gulizia ai carabinieri, Caniglia quantifica il 'ringraziamento' nel 10 per cento dell'erogazione ricevuta, circa 64 mila euro, dai quali andavano detratti gli oltre 19 mila dell'olio. "Gli altri 45 mila, ha detto Caniglia, dovevo suddividerli in parti uguali e portarli in tre bottiglie confezionate a lui, Paola Grossi e Lino Busà".

Il giorno stesso, secondo la versione di Gulizia, si precipita ad acquistare nel supermercato di Scordia una bottiglia di whisky Chivas. Poi, a suo dire, infarcisce la scatola con 15 mila euro in contanti e la consegna a Caniglia: "Di persona, come richiesto all'agente Cicciarella". Quindi Gulizia ha denunciato di essere tornato a Brescia, di avere acquistato due bottiglie di champagne, e di avere riempito i pacchetti con i rimanenti 30 mila euro per poi ridiscendere a Roma. "Ho portato uno champagne con i soldi in via Cesare Balbo a Paola Grossi", spiega, "e l'altro a Lino Busà, nel suo ufficio alla Confesercenti di via Nazionale 60". Un incontro che andrà dimostrato, ma che è rimasto impresso nella memoria di Giuseppe Gulizia: "Ho detto a Busà: 'Questo è per come mi ha detto il signor Caniglia. Auguri di Buon Natale'. Lui ha ringraziato ed è finita lì".

In seguito, Gulizia tace per quasi un anno su questi episodi. Un comportamento singolare, per chi ha la coscienza a posto: ma più che la trasparenza, dice, gli premeva risolvere la sua situazione. "Fosse arrivata la seconda tranche del risarcimento", ammette, "non avrei detto nulla". Invece le cose vanno diversamente. Nell'aprile 2006 la polizia si presenta nell'enoteca 'Antico inferno siciliano', aperta da Gulizia a Brescia con i soldi dell'antiracket, e nell'armadietto del pronto soccorso trova 30 grammi di hashish. Gulizia si dispera, giura sulla sua innocenza, sospetta una vendetta di Cosa nostra. Fatto sta che mentre gli investigatori indagano, la seconda rata del finanziamento viene congelata. Il 4 maggio 2007 Gulizia scrive una lettera a Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare Antimafia, pregandolo di intervenire. Ma non ottiene risposta. Stesso discorso per Tano Grasso, il presidente onorario della Federazione nazionale antiracket, già presentatogli da Caniglia.

"A fine ottobre", racconta Gulizia, "Grasso mi ha dato appuntamento sotto l'ufficio di Busà in via Nazionale, come può confermare l'imprenditore Antonino D'Anna che mi ha accompagnato (e che in effetti conferma, ndr). Gli ho detto che avevo rispettato tutte le procedure, che avevo comperato l'olio da Caniglia e avevo fatto il regalo di Natale anche a Grossi e Busà. Ma lui alla parola 'Busà' ha tagliato corto: 'Ti devo salutare', ha detto. Ha raggiunto la scorta e se n'è andato su un'Alfa Romeo".

A questo punto, il caso Gulizia accelera. "Caniglia", sostiene l'imprenditore, "mi ha fatto sapere che erano pronti altri 4 mila litri di olio. Però non ne potevo più. L'unica strada per avere giustizia, mi sono detto, era denunciare tutti: ed è quello che ho fatto". Il 2 novembre 2007 si presenta dai carabinieri di Augusta con un esposto contro Caniglia, Busà e Grossi. Il 27 novembre consegna un'altra denuncia alla polizia di Catania. E infine viene sentito dai carabinieri di Roma. Il tutto mentre Caniglia, a inizio marzo, si dimette da presidente dell'Associazione antiestorsioni di Scordia (pur rimanendo "punto di riferimento del direttivo regionale e nazionale della Federazione Antiracket nazionale"). "La verità", secondo l'agente di polizia municipale Salvatore Cicciarella, "è che Caniglia ha cercato di limitare i danni. Un pomeriggio è venuto nel mio ufficio, ha lasciato fuori la scorta e ha chiuso la porta: voleva che convincessi Gulizia a non sporgere denuncia. 'Spiegagli', ha detto, 'che quattro pietre al sole io le ho: lui arriverà al punto che non gli rimarrà un soldo'".

Un finale possibile, ma improbabile al momento. Gulizia ha un lavoro presso un'azienda nel settore del fotovoltaico. Quanto al pm Racanelli, aspetta le verifiche dei carabinieri per valutare la posizione degli indagati. Nomi protetti dalla più ferrea riservatezza.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2009329

ANTIMAFIA DOUBLE FACE

Il vice presidente di Confindustria. Il leader degli artigiani palermitani. Magistrati. Poliziotti. Tutti paladini anti-cosche. Ma con soci e legami pericolosi.

Sul sito di Confindustria c'è un dettagliato curriculum del vicepresidente Ettore Artioli. Una scheda in cui si spiega che è nato a Palermo nel 1960. Che è presidente di un gruppo di aziende attive in vari settori, da quello immobiliare alla ristorazione. E che in passato, tra le altre cariche, è stato leader di Confindustria Sicilia e membro dell'Agenzia provinciale energia e ambiente di Agrigento. Manca giusto un particolare: incredibile, vista la delega di Artioli per il Mezzogiorno. Non c'è traccia del suo attuale legame affaristico con Giuseppe Costanzo, ex presidente di Confindustria Sicilia, e Fabio Cascio Ingurgio, ex capo degli industriali palermitani. Due personaggi dal profilo inquietante: non soltanto indicati nel 2005 dai magistrati come soci di Francesco Paolo Bontate, figlio del capomafia Stefano e condannato per traffico di droga, ma anche già indagati nel 2006 per truffa, falso in bilancio e riciclaggio. I documenti parlano chiaro. Artioli è amministratore unico e socio (al 33,33 per cento tramite la Attilio Artioli e C., dove è socio accomandatario e rappresentante dell'impresa) di Costanzo (33,33) e Cascio (33,33) nella Uniholding srl, costituita il 19 marzo 2001 per la «gestione delle società di controllo finanziario». Ed è anche amministratore unico e socio (51 per cento, sempre tramite la Attilio Artioli e C.) di Costanzo (24,5) e Cascio (4,5) nella Eurowall srl, costituita il 17 novembre 2000, dedicata alla «locazione di beni immobili» e partecipata al 20 per cento dalla Eurosidi srl, nella quale compare ancora Cascio al 35 per cento.

Rapporti questi che stridono con l'immagine pubblica di Artioli, sempre agguerrito contro Cosa nostra, e con la politica generale di Confindustria, schierata da tempo contro la subalternità alla mafia. Più volte Luca Cordero di Montezemolo e Ivan Lo Bello, leader siciliano degli industriali, hanno spronato gli imprenditori a denunciare, a ribellarsi al racket. E qualche audace li ha seguiti, con il sostegno delle istituzioni.

Difficile, dunque, affrontare il caso Artioli. Difficile spiegare come un vertice di Confindustria sia rimasto in società con persone legate a un Bontate (condannato per traffico di stupefacenti), nonché indagate per il riciclaggio di denaro sporco. Fatti che sconcertano. E incrociano un tema scomodo: la trasparenza dell'antimafia e la sua versione double face. Da un lato attiva sul fronte della legalità, dall'altro oppressa da troppe ombre. «Una questione delicata», riconosce Lo Bello: «Molti applaudono la guerra al racket e seguono le nostre mosse. Il dubbio è che qualcuno lo faccia per controllarci. La Sicilia, non dimentichiamolo, è una terra complessa: c'è la mafia dello scontro duro, e c'è quella più sofisticata». Come dire: la prudenza è un dovere, in terra di mafia. Soprattutto quando si ricoprono ruoli pubblici e si parla di legalità. «Allora, più che mai, è difficile capire chi hai davanti», dicono gli imprenditori. «Indispensabile è verificare la ragnatela delle società, dei contatti occulti. Ma anche i legami familiari, che riservano imbarazzanti sorprese».

L'esempio più recente è dell'8 gennaio scorso, quando Confindustria, Confcommercio e Confartigianato hanno siglato a Palermo un decalogo antiracket. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della commissione parlamentare Antimafia Francesco Forgione, il questore di Palermo Giuseppe Caruso e i comandanti provinciali dei Carabinieri e della Finanza. Tutti impegnati nella lotta a Cosa nostra, e qualcuno turbato dalle parentele di Nunzio Reina, presidente locale di Confartigianato. Il quale è sposato con Giuseppa Spadaro, figlia del mafioso Vincenzo Spadaro e nipote del boss Tommaso Spadaro, a sua volta padre del Francesco Spadaro condannato a 16 anni per il pizzo all'Antica focacceria San Francesco. Lo stesso Reina, bisogna aggiungere, è stato eletto il 21 gennaio vicepresidente della Camera di commercio palermitana. E nove giorni dopo si è dimesso, per improvvisi e non specificati «motivi personali». «Tutto è possibile, quando si parla di potere e antimafia», dice l'avvocato Fabio Repici, parte civile nel processo per l'omicidio di Graziella Campagna, colpevole di avere letto l'agendina di un boss: «Basti pensare a cosa è successo il 10 gennaio nel tribunale di Catania. Giovanni Lembo, ex sostituto procuratore nazionale antimafia, è stato condannato a cinque anni per favoreggiamento al clan Alfano. L'ex capo dei gip di Messina, Marcello Mondello, ha avuto sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E altri due anni sono toccati al maresciallo Antonino Pinci, collaboratore di Lembo. Finalmente si è punita la finta antimafia. Ma tre quarti d'Italia non lo sa, perché la grande stampa ha sorvolato sulla notizia».

Un fatto è certo: mafia e antimafia a volte s'incrociano. Come nell'antiusura, colpita per giunta dal fenomeno delle finte vittime. «Nell'arco del 2007», dice il commissario nazionale antiracket Raffaele Lauro, «abbiamo risarcito 143 persone e bocciato 176 richieste». Idem per le estorsioni: «A fronte di 161 accoglimenti ci sono stati 147 rifiuti». In pratica 323 persone si sono dichiarate vittime, ma non lo erano. Il che confonde: in Calabria (42 sì al risarcimento, 26 no) come in Sicilia (62 sì, 28 no), in Puglia (16 sì, 18 no) come in Campania (24 sì, 19 no). E si somma a un'altra questione: la limpidezza delle organizzazioni impegnate contro mafia e pizzo.

A un certo punto, per esempio, sono spariti 100 mila euro dalle casse dell'associazione antiracket di Caltanissetta. Il presidente Mario Rino Biancheri si è dovuto dimettere, e il prefetto ha sciolto la struttura. Un caso limite, assicura Lauro: «Le associazioni e fondazioni iscritte alle prefetture svolgono un lavoro eccellente. E altrettanto vale per Tano Grasso, il presidente onorario della Fai, la Federazione delle associazioni antiracket e antiusura italiane». Una figura simbolo, Grasso, nella lotta al pizzo. Fondatore nel '90 dell'Acio (l'associazione dei commercianti di Capo d'Orlando contro le estorsioni), è stato deputato del Pds, membro della commissione parlamentare Antimafia e commissario nazionale antiracket. Eppure il suo è un caso emblematico di come in Sicilia frequentazioni e amici possano essere scivolosi, anche per un paladino dell'antiracket. Attualmente, infatti, il nome di Grasso è citato a Catania negli atti di un processo scomodo. Principali accusati sono Giuseppe Gambino, ex magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Messina, e il vicequestore di Messina Mario Ceraolo Spurio, ex ispettore del commissariato di Capo d'Orlando: entrambi sotto processo per vari reati, tra i quali avere manovrato il pentito Orlando Galati Giordano contro l'imprenditore Vincenzo Sindoni (oggi sindaco di Capo d'Orlando); il tutto per favorire Luciano Milio, suo concorrente in affari. Grasso, secondo le carte dei pubblici ministeri, ha frequentato sia Ceraolo che Gambino e Milio.

«Il pentito Giuseppe Cipriano», scrivono i magistrati, riferisce «di avere visto in un'occasione, a casa di Luciano Milio, il dottor Giuseppe Gambino e l'onorevole Tano Grasso». Non solo: racconta di averli visti «in più occasioni pranzare assieme presso il ristorante La Tartaruga di Capo d'Orlando». Il che sarebbe naturale e lecito, per un esponente dell'antiracket che frequenta giudici e imprenditori. Ma resta il fatto che mentre Grasso è commissario nazionale antiracket a Roma (1999-2001), nella sua squadra entra proprio Ceraolo, il quale dal 10 aprile 2000 risulta iscritto con Gambino nel registro degli indagati per «falso ideologico, falso materiale e calunnia con l'aggravante (...) per avere agevolato l'attività di un'associazione mafiosa». Tra l'altro, Galati inizia a parlare di Ceraolo con i giudici il 24 giugno 1999, riferisce delle false accuse suggeritegli da Ceraolo contro Sindoni il 12 ottobre 2000, in un'udienza del processo Mare Nostrum, e il 25 ottobre seguente è denunciato da Ceraolo stesso per calunnia. Dunque è impensabile che durante la permanenza al commissariato antiracket Grasso, e tantomeno Ceraolo, non ne siano al corrente.

Altrettanto delicato, poi, è l'altro capitolo che spunta dal processo di Catania: quello dell'amicizia tra il giudice Gambino, Grasso e Ceraolo. Un rapporto che, stando ai pubblici ministeri, sarebbe stato usato per intimorire un collaboratore di giustizia. «Sul tavolo di lavoro in ufficio», testimonia l'ex pm di Patti Antonio Sangermano, «(Gambino) teneva esposta un'unica fotografia che (lo) raffigurava (con) l'onorevole Tano Grasso e il Ceraolo, in occasione della laurea di quest'ultimo». Un'immagine innocente, di per sé. Ma Gambino, racconta il pentito Cipriano, gliela mostra quando lui si appresta ad accusare Ceraolo: «Gesto dall'inequivoco significato intimidatorio», scrivono i pubblici ministeri riassumendo il racconto del pentito. Un modo per ribadire «la cordialità dell'atteggiamento che traspariva tra il Gambino, l'onorevole Grasso e il Ceraolo». Se a questo si aggiunge che l'imprenditore Milio, il quarto uomo dei presunti pranzi di Grasso alla "Tartaruga", è stato indagato di concorso esterno in associazione mafiosa pur essendosi proclamato vittima del racket; se si considera che la Direzione distrettuale antimafia di Messina ha accusato lo stesso Milio di favoreggiamento alla latitanza del boss Cesare Bontempo Scavo; e se si pensa che Gambino e Ceraolo hanno citato Grasso come teste a difesa, allora si capisce l'antipatico intreccio in cui si trova il presidente onorario della federazione nazionale antiracket. «La verità», dice Luigi Schifano, ex presidente dell'Acio uscito dall'associazione, «è che nell'antiracket troppi si sentono intoccabili. Ormai è diventato un mestiere senza scadenza; un ruolo che dà visibilità e potere».

Significativo, in questo senso, è quanto accade a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, dove fin dall'inizio a guidare l'associazione antiracket Lacai (Libera associazione commercianti artigiani imprenditori, inclusa nella federazione di cui Grasso è presidente onorario) è stato Antonino Palano. A prima vista una vittima degli estorsori, mafiosi che ha denunciato e fatto condannare. Ma anche un protagonista di storie sgradevoli. Nel 2004, l'ex deputato Nichi Vendola ha denunciato in un'interrogazione gli abusi edilizi di Palano e le coperture politiche per non eliminarli. Da parte sua, l'ex guardasigilli Roberto Castelli ha definito la vicenda (tuttora aperta) «atta a indicare quale sia il livello di illegalità nella zona». E come se non bastasse, Palano è citato negli atti del processo Mare Nostrum, dove il mafioso Domenico Gullì elenca le imprese nell'orbita del boss Giuseppe Chiofalo: includendo, tra le altre, quella del presidente antiracket di Terme Vigliatore. Inutile stupirsi.

A illustrare il lato oscuro dell'antimafia, ci ha pensato il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate (20 chilometri a est di Palermo), complice di un piano per inscenare la finta guerra all'illegalità. In questa logica, ha favorito la nascita di un osservatorio permanente sulla criminalità e il fenomeno mafioso. E, ciliegina sulla torta, ha sponsorizzato la cittadinanza onoraria al Capitano Ultimo e Raoul Bova, suo alter ego televisivo. Risultato: un pedigree antimafia in sintonia con le cosche. «Una storia terribile», commenta Angela Napoli, membro della commissione parlamentare Antimafia, «ma agevolata da un atteggiamento diffuso: nessuno punta il dito contro la finta lotta all'illegalità. È un terreno minato, meglio tacere e lasciare campo libero». L'esatto opposto di quello che fa lei, protagonista in Calabria di una polemica con la coperativa agricola Valle del Bonamico, creata nel 1995 a Locri dal vescovo Giancarlo Maria Bregantini. Una struttura cresciuta, spiega il sito Internet, per strappare alla 'ndrangheta i giovani disoccupati. Ma anche una società «che dà lavoro ai figli dei boss», ha denunciato Angela Napoli, «nonché sede di cospicui finanziamenti, molti devoluti a rappresentanti delle cosche della 'ndrangheta di Platì e di San Luca».

Accuse che in Calabria hanno fatto scandalo. Durissima la replica del governatore Agazio Loiero. Altrettanto quella di Francesco Macrì, presidente regionale di Confagricoltura. Fatto sta che il nome di Pietro Schirripa, presidente della Valle del Bonamico e direttore sanitario della Asl di Vibo Valentia, è all'attenzione dei magistrati antimafia, impegnati in verifiche coperte dal segreto. Il tutto mentre a Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, la Direzione distrettuale antimafia s'interroga su un'altra realtà di spicco: la Fraternita di Misericordia. Un'organizzazione religiosa che spesso si è schierata contro la mafia, ma in cui i pm hanno trovato un mistero: il passaggio di denaro tra l'indagato per associazione mafiosa Anselmo Francesco Cavarretta e il governatore della Fraternita Leonardo Sacco. A favore di Cavarretta, svela inoltre una registrazione, si sarebbe mosso il crotonese don Francesco Giungata, parroco della chiesa di Santa Rita, attivandosi presso l'ex prefetto Piero Mattei. «Non c'è niente da fare», dice Sonia Alfano, figlia del giornalista siciliano Beppe, ucciso da Cosa nostra nel 1993: «Finché non si abbandonano le ipocrisie, e non si bonifica lo scandalo della finta antimafia, il malaffare avrà partita vinta. Certo è importante, quello che Confindustria sta facendo.

Il pizzo è un male del meridione, ma perché nessuno parla degli appalti, delle grandi aziende che come la Calcestruzzi fanno accordi con Cosa nostra? E ancora: perché non si analizza com'è gestito il finanziamento pubblico dalle associazioni antimafia?». Di recente, racconta, è stata contattata dai giornalisti di "Annozero". Con loro, per la puntata del 22 novembre, si è presentata alla sede della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone. «Volevamo chiedere a Maria Falcone perché non appoggiasse la protesta contro la mancata equiparazione tra le vittime del terrorismo e quelle della mafia e del dovere. Ma non abbiamo potuto: la sede era chiusa con un catenaccio. Non solo. Tutte le volte che ho telefonato, o mi sono presentata alla fondazione, non ho trovato nessuno. Possibile? Chi verifica, lì e altrove, come si fa antimafia?».

Per completezza va detto che "Annozero" non ha trasmesso il servizio, e Sonia Alfano non è stata avvertita dalla redazione: «L'ho scoperto in studio», spiega, «partecipando da ospite alla puntata». Quanto a Maria Falcone, replica che «tre pomeriggi alla settimana la sede è chiusa», e comunque la sua missione è «insegnare legalità nelle scuole italiane, e organizzare ogni 23 maggio un convegno con politici e esperti di mafia». Iniziative che hanno un forte significato simbolico, in Sicilia e fuori, ma fanno i conti con un clima ostico, dove la confusione impera anche nelle istituzioni. Esempio tipico, il bilancio della Regione Sicilia. All'interno, infatti, si legge che le «associazioni, fondazioni e centri studi impegnati nella lotta alla mafia» ricevono 580 mila euro l'anno. Ma non è così: 77 mila 468 euro sono stanziati per il centro studi Cesare Terranova, 180 mila 759 per la Fondazione Falcone, 77 mila 468 per la Fondazione Gaetano Costa e 50 mila al Centro studi Pio La Torre. Restano invece inutilizzati 194 mila 305 euro, che giacciono nelle casse regionali. Discutibile. E paradossale, pure, in una terra sempre a caccia di finanziamenti.

Ma meno stravagante di quanto è accaduto il 3 dicembre alla Regione Calabria. All'ordine del giorno c'era la costituzione della Consulta antimafia della giunta, una task force che affronta temi centrali: dal protocollo d'intesa sui beni confiscati alla 'ndrangheta fino al progetto "Scuola antimafia", per aiutare i docenti a «veicolare le migliori informazioni su legalità e sicurezza». Questioni, si legge, gestite dal presidente della Regione Agazio Loiero con (tra gli altri) il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì e con il prefetto di Reggio Calabria Francesco Antonio Musolino. Ma anche con Francesco De Grano: il dirigente generale del Dipartimento attività produttive «responsabile dell'Apq (Accordo programma quadro) legalità e sicurezza». Lo stesso De Grano indagato nell'indagine "Why not" sui poteri occulti calabresi e la spartizione dei fondi comunitari. Proprio come Loiero.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio//1988527


LA MAFIA E LA POLITICA

PIERO GRASSO: COLLUSIONE TRA MAFIA E POLITICA

Forti infiltrazioni della mafia nelle amministrazioni del Sud.

Presentata la relazione annuale della Direzione nazionale antimafia da cui emergono collusioni tra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.

Indagini in corso su scambio elettorale tra boss e politici meridionali.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione sono fortissime nelle regioni del Mezzogiorno. E soprattutto nel Meridione si indaga per intrecci politico-mafiosi e voto di scambio. E' quanto emerge dalla relazione annuale presentata dalla Direzione nazionale antimafia, guidata da Piero Grasso. Secondo la Dna, le maggiori inchieste giudiziarie avviate dalle procure Distrettuali antimafia riguardano collusioni fra boss e politici, ma soprattutto fra esponenti della criminalità organizzata e amministratori pubblici.

Infiltrazioni nella pubblica amministrazione nel Sud. Procedimenti penali che puntano a far luce sull'intreccio tra criminalità organizzata e amministratori pubblici sono stati avviati dai magistrati dei distretti di Napoli, Messina, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari. "Una parte rilevante dell'azione di contrasto - si legge nella relazione della Dna - risulta essere stata svolta dalla procura distrettuale antimafia di Palermo che, per numero e qualità delle investigazioni, ha assunto sicuramente una posizione di preminenza nella repressione delle condotte di contiguità politico-mafiosa".

Politici meridionali pagano boss per voti. I politici di diverse regioni meridionali avrebbero pagato somme di denaro ai boss delle organizzazioni criminali per ottenere voti nelle ultime consultazioni elettorali. I magistrati analizzano lo scambio elettorale politico-mafioso che ci sarebbe stato in diverse città del Sud. Nella relazione viene evidenziato "il soddisfacente numero di procedimenti d'indagine che puntano a contrastare uno dei settori di maggiore pericolosità dell'infiltrazione mafiosa". Nella fase delle indagini preliminari, nel periodo che prende in esame la relazione della procura nazionale, emerge che il maggior numero di procedimenti aperti sono a Napoli (8), segue Catanzaro (7), poi Palermo (2) e con un procedimento ciascuno Catania, Reggio Calabria, Bari e Lecce.

UNA PERSECUZIONE CHE ANDAVA EVITATA di Lino Iannuzzi

Più che condannarlo per mafia, ne volevano fare un pentito, il primo grande pentito della politica. Se ci fossero riusciti, probabilmente la storia dei grandi processi di mafia ai politici darebbe stata diversa, i professionisti dell'antimafia non ne sarebbero usciti così clamorosamente sconfitti.

Il processo a Mannino è stato il più "caselliano" dei processi per mafia, quello che più ha risentito dei teoremi, del climax e del metodo della procura diretta da Gian Carlo Caselli, più dello stesso processo a Andreotti. Ma ha avuto un protagonista eccezionale che ha oscurato la fama dei suoi colleghi più autorevoli e più famosi, dei Lo Forte, dei Natoli, degli Scarpinato, dello stesso Caselli.

I processi a Mannino sono durati più di 14 anni, il solo processo di primo grado è stato il più lungo processo per mafia celebrato a Palermo, è durato più di 5 anni e mezzo, 300 udienze, 400 testimoni, 25 "pentiti",oltre 50mila pagine di atti processuali: fino all'assoluzione con formula piena "per non aver commesso il fatto". E tre anni dopo il primo processo d'appello, la condanna a 5 anni e 4 mesi, l'annullamento della Cassazione, il secondo processo d'appello, la sospensione per attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale (che ha bocciata la legge che prevedeva che bastasse l'assoluzione in primo grado per chiudere la partita), e il secondo processo d'appello, fino a ieri sera.

Ebbene, per i due anni dell'inchiesta iniziale, per i cinque anni e mezzo del processo di primo grado, per i due anni del primo processo d'appello, per i due anni di attesa per l'annullamento della Cassazione, per la sospensione, per tutto il tempo del secondo processo d'appello, l'accusa contro Mannino è stata sostenuta sempre dallo stesso magistrato, il pm Vittorio Teresi, che ha fatto in tempo a fare le indagini preliminari, il processo di primo grado, il primo processo d'appello dopo tre anni, e si è trovato persino pronto, dopo altri tre anni, a sostenere l'accusa nel secondo processo d'appello, dopo l'annullamento e la sospensione.

Il processo a Mannino ha avuto un unico inquisitore, che è diventato anche requirente in primo e in secondo grado, e persino nel secondo grado: Vittorio Teresi ha praticamente dedicato la vita, la parte più importante della sua vita, a inquisire e ad accusare Mannino. Più dello Stato, più della procura di Palermo, è stato Teresi a processare Mannino.

E che cosa ha detto e ripetuto Teresi contro Mannino per 14 anni l'aveva già detto il Procuratore generale della Cassazione Vincenzo Siniscalchi nella requisitoria con cui ha chiesto e ottenuto l'annullamento della sentenza di condanna di Mannino, che aveva fatto proprie e trascritte testualmente le accuse pronunciate da Teresi: "Nella sentenza di condanna di Mannino non c'è nulla, mi sono trovato di fronte al nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c'è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici. Nulla che indichi un patto elettorale con la mafia, favori in cambio di voti, un patto così serio, preciso e concreto che la sua sola esistenza, con l'impegno e la coscienza da parte del politico, possa valere a sostanziare l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe mai essere scritta…".

Ma Vittorio Teresi non è né un folle, né un caso isolato.

Quando il Procuratore generale Siniscalchi ha bollato con parole di fuoco il sistema accusatorio di Teresi e i giudici della Corte d'Appello che le avevano fatte proprie (tutti delle correnti estreme della magistratura, un vero e proprio plotone d'esecuzione predisposto per cancellare l'assoluzione di Mannino), è insorta tutta la giunta esecutiva dell'Associazione magistrati di Palermo, e prima ancora che la Cassazione si pronunciasse sulle richieste di Siniscalchi: "Le espressioni pronunciate dal Procuratore generale - è scritto nel comunicato della giunta - hanno gettata una ingiusta e infondata ombra sulla professionalità dei colleghi che hanno emesso la sentenza di condanna di Mannino in netto contrasto con i doveri sanciti dal codice etico adottato dall'Associazione nazionale dei magistrati, e in particolare con il dovere sancito dall'articolo 13 comma III, che prescrive che il pubblico ministero debba astenersi da critiche e apprezzamenti sulla professionalità dei giudici".

E i magistrati di Palermo attraverso la loro giunta esecutiva chiedevano "l'intervento dell'Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura per quanto eventualmente di loro competenza: l'Anm e il Csm dovevano processare e punire il procuratore generale della Cassazione che si era permesso di criticare il pm e i giudici che avevano condannato Mannino (e di conseguenza la Cassazione che, con le stesse motivazioni del Pg annullerà la sentenza di condanna a Mannino).

Forse nessun altro processo come quello a Mannino serve a raccontare e a spiegare che cosa è successo a Palermo (Italia) negli ultimi quindici anni e che cosa sono stati i processi di mafia ai politici.

Il caso Teresi è solo più evidente, più scoperto e più sfacciato: il pm è sempre lo stesso, i pm dei processi politici sono sempre gli stessi, sempre gli stessi sono i "pentiti", stessa è la tecnica con cui si predispongono certe Corti d'Appello, veri e propri plotoni d'esecuzione, che devono annullare in fretta le assoluzioni conquistate in primo grado (straordinaria la somiglianza con la storia dei processi a Mannino il metodo con cui fu costituita la Corte d'Appello che annullò l'assoluzione in primo grado di Corrado Carnevale, e quella con cui la Corte d'Appello sporcò con la storia della prescrizione l'assoluzione in primo grado di Andreotti), gli stessi sono i teoremi di certe sentenze che, come disse Siniscalchi, sono un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, sentenze che non avrebbero mai dovuto essere scritte.

http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/rapporto-antimafia/rapporto-antimafia/rapporto-antimafia.html

http://iltempo.ilsole24ore.com/interni_esteri/2008/10/23/942733-persecuzione_andava_evitata.shtml


LA MAFIA E LA MAGISTRATURA

La lotta alla mafia è anche storia di martiri. Così la pensa Sgarbi con un suo editoriale del 29 ottobre 2010 su “Il Giornale”. «È una storia lunga e vergognosa. Comincio con le accuse naturalmente da Santoro di Leoluca Orlando nei confronti del maresciallo Lombardo, accusato di essere colluso con la mafia. Il maresciallo Lombardo era il comandante dei Carabinieri di Terrasini. Infamato, senza fondamento e senza prove, si uccise. Analoghe accuse furono fatte dal procuratore Caselli al tenente dei Carabinieri Canale, uomo capace, che godeva l'assoluta fiducia di Borsellino. Ucciso Borsellino, anche Canale fu ritenuto colluso con la mafia. Forte e coraggioso, ha resistito, per anni, difendendosi nei tribunali. Dopo essere stato mortificato e umiliato per anni, è stato riconosciuto innocente. Destino diverso è toccato a Bruno Contrada, condannato senza prove e difeso strenuamente da un avvocato «coraggioso e radicale» come Pietro Millio. Non si è mai capito che cosa abbia fatto Contrada, in che modo abbia favorito la mafia. Si sa soltanto che investigava in epoche e con metodi in cui non c'erano pentiti à gogo e intercettazioni ambientali capillari; e occorreva utilizzare i confidenti, garantendo loro favori e parziali impunità. Per la stessa ragione fu arrestato l’allora colonnello (poi promosso generale) Conforti, comandante dei Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio artistico. Cosa aveva fatto Conforti? Aveva, con grande abilità, ritrovato la reliquia della mandibola di Sant'Antonio da Padova sottratta al tesoro del santo dalla cosiddetta mafia del Brenta, per volontà di Felice Maniero detto "Faccia d'Angelo". Naturalmente Conforti ottenne lo straordinario risultato attraverso confidenti avvicinati con l'abilità di non farsi riconoscere e con gli espedienti del mestiere di ogni buon investigatore. Operazione non corretta. Dopo averlo difeso in televisione con grande veemenza, lo andai a trovare nel carcere militare di Peschiera dove stava in una cella stretta e profonda, come Silvio Pellico. Lo vidi in maniche di camicia, desolato, ma non umiliato, sconcertato ma non pentito, e lontano dall'idea di avere compiuto un qualsivoglia delitto. Era in carcere per aver compiuto il suo dovere. Sull'aereo che mi portava a Verona, il destino mi fece sedere a fianco di un ragazzotto dall'aria furba e tranquilla: era lo stesso Felice Maniero, pentito e quindi libero, autore del furto per cui il colonnello era in galera. Un rovesciamento tipico della giustizia malata. Avendomi riconosciuto, e conoscendo il mio temperamento, Maniero cercò di farsi piccolo nel suo sedile, forse temendo che io lo aggredissi. Ero più che indignato. Andavo a trovare un uomo onesto in galera, mentre il delinquente era libero e impunito. Dopo qualche tempo, a forza di urlare, Conforti fu liberato. Inutile dire che l'accusa era senza fondamento e che dopo qualche tempo fu completamente prosciolto (e, appunto, promosso). Erano comunque tempi difficili. Un uomo da tutti riconosciuto onesto e capace, e un valoroso magistrato, Luigi Lombardini, si convinse, al di là delle sue competenze dirette, a occuparsi del rapimento di Silvia Melis. La situazione appariva drammatica, perché non c'erano precedenti di rapiti in Sardegna che fossero stati liberati senza pagare il riscatto. Ci fu dunque una trattativa e Lombardini fece la sua parte, trattando e forse incontrando i rapitori. Nichi Grauso, con la tipica valentia dei veri sardi, mise la somma necessaria e andò direttamente a consegnarla. La Melis fu così liberata trovando il modo di far credere che fosse scappata. Indagati tutti, per non aver lasciato morire l'ostaggio e, in particolare, incriminato Lombardini per essersi messo in mezzo e aver tentato una trattativa. Fu così messo sotto inchiesta dalla Procura di Palermo, ancora una volta Caselli con quattro sostituti procuratori. Appena usciti dalla sua stanza i «colleghi» di Palermo, che erano ancora vicini, e in attesa di essere perquisito e magari arrestato, prese una pistola dal cassetto della sua scrivania e si sparò. La causa scatenante del gesto non mi pare dubbia; ma il Csm che si occupò della vicenda non osservò l’anomalia dell’irruzione e dello scioccante interrogatorio, ma concluse che tutto era stato regolare, che nessuno aveva commesso abusi, e che l'interrogatorio era stato formalmente corretto. Insomma, Lombardini si era ucciso perché era troppo sensibile. Cazzi suoi. In tempi più recenti abbiamo assistito a l'incriminazione e alla condanna di un altro generale, il generale Ganzer, che io ho anche incontrato e che, essendo stato tutta la vita diligente corretto e operoso nel combattere i trafficanti di droga, improvvisamente ha deciso di farsi complice dei suoi nemici e collaborare con loro a spacciare la droga. Un esempio di pentitismo alla rovescia. Si è pentito di essere onesto, ottenendo grandi risultati, nella zona grigia delle inchieste tra collaboratori e confidenti creandosi con ciò non imprevedibili nemici, è stato condannato a 14 anni di carcere, dunque dire che ha scelto di fare il carabiniere, non perché credeva nella giustizia e nell'onestà, ma perché non vedeva l'ora di avere l'occasione di diventare un criminale. Non diversamente aveva lavorato nei servizi segreti (da noi sempre sospettati delle peggiori infamie e, per così dire, fisiologicamente deviati) il generale Pollari, cercando di contrastare il terrorismo, non potendo pensare di farlo convertendo fanatici kamikaze islamici. Anche lui un genio del male, per di più servile nei confronti del governo. Perché non chiedere, per Pollari, 12 anni di carcere? Insomma, i criminali vanno cercati tra le forze dell'ordine. L'esempio più luminoso è il generale Mori. Torturato per anni, trascinandolo sotto processo per favoreggiamento aggravato in relazione alla mancata cattura di Bernando Provenzano, oggi viene incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente, a concorrere a questa attività criminosa, non poteva mancare anche un altro carabiniere, il colonnello Giuseppe De Donno, e anche il capitano Antonello Angeli. Insomma, tre carabinieri che avendo il compito di combattere la mafia, hanno pensato di favorirla. Per favorirla meglio, il generale Mario Mori ha catturato Totò Riina. E per farsi perdonare non ha perquisito bene il suo covo, così come il capitano Angeli non ha aperto la cassaforte di Massimo Ciancimino dove era custodito il «papello» con le richieste di Totò Riina allo Stato. Gente strana questi carabinieri: mettono in galera i mafiosi e non aprono le casseforti. Insomma il figlio e collaboratore del padre Vito Ciancimino mafioso, e il generale Mori, in questa insalata russa hanno le stesse responsabilità nel concorrere a sostenere la mafia. Ma di Ciancimino si capiscono le ragioni. Di Mori, di De Donno, e di Angeli restano misteriose. Inutile pensare alla missione compiuta. Occorre sputtanarli confondendo le carte in una assoluta mancanza di rispetto e di rigore morale per chi ha deciso da che parte del campo stare. Ma, inseguendo i criminali, si è fatto loro simile. Continuo a guardare con indignazione i professionisti dell'Antimafia e credo che la verità l'abbia intuita il colonnello De Caprio, il capitano «Ultimo», che, riconoscendo «le più raffinate manovre Corleonesi» parla di «un attacco da parte di forze oscure che dall'interno di Cosa nostra vogliono distruggere il valoroso generale Mori». Non sarà che Riina si vendica del generale Mori attraverso i magistrati che lo hanno incriminato?»

Filippo Facci, noto per la sua libertà intellettuale e il suo coraggio, su “Libero” del 12 aprile 2010,  ha scritto un articolo intervista, che fa capire tante cose sulla Mafia e sull’Antimafia e su come i cittadini vengono influenzati dalla disinformazione di regime  - Lui è quello delle «cattive frequentazioni» addebitate a Marco Travaglio, quello con cui divise una vacanza in Sicilia prima che l’arrestassero e poi condannassero per favoreggiamento. Non l’hanno condannato per mafia, però l’uomo che avrebbe favorito si chiama Michele Aiello, ex re delle cliniche, e lui sì, è stato condannato come prestanome di Bernardo Provenzano. È il maresciallo della Finanza Giuseppe Ciuro, detto Pippo: lui e il pm Antonio Ingroia, nei primi anni Duemila, dividevano la stanza dell’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia palermitano. Fu lui a indagare su Marcello Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, fu lui che il 26 novembre 2002 compartecipò all’interrogatorio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver vergato un’informativa sul Cavaliere, e fu lui, pure, a deporre al processo Dell’Utri e a sostenere che un nipote di Tommaso Buscetta fosse stato socio di Fininvest. Ai tempi girava sotto scorta. E che destino, ora: addivenire a celebrità per via di un paio di vacanzine con Marco Travaglio, anzi «Marco», quel bravo ragazzo torinese che nel marzo 2001 aveva combinato un pasticcio alla trasmissione «Satyricon» di Daniele Luttazzi: Marcolino aveva rispolverato le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri quali «mandanti esterni» della strage di Capaci, anche se la Procura di Caltanissetta aveva fatto richiesta d’archiviazione un mese prima della trasmissione. E chi fornì il materiale per «L’odore dei soldi», che pure oggi è spazzatura? Tutta farina di Ciuro. Pippo aveva fatto il suo lavoro, Travaglio stava facendo il suo.

L’incontro
Io faccio il mio, e incontro Pippo Ciuro per puro caso: anche se non è un caso se sono a Palermo a passeggiare con un amico avvocato. È Ciuro a riconoscermi, mi dice addirittura che uno dei suoi figli mi legge sempre. E si chiacchiera. Non so neppure come arriviamo a parlare del generale Mario Mori e del Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, l’uomo che arrestò Totò Riina.
«Sono due grandi, io lo so perché ho fatto le indagini, quindi lo so».
E allora perché li hanno messi in mezzo?
«La verità posso dirtela? È che volevano fottere Ingroia e Caselli, e io sono l’anello più piccolo di tutto questo marchingegno».
Non capisco neanche bene di che parla, ma questa non è un’intervista, Ciuro non ne rilascia mai. Questo è un colloquio rubato e registrato in piedi, per strada, alle 16 e 41 del 17 marzo.
Ingroia e Caselli però t'hanno mollato.
«Quando succede un casino del genere, e tu vieni messo all’angolo, prendi solo cazzotti. Se sei bravo esci alle lunghe, e io col passare del tempo ne sono sicuro che salterà fuori la verità. Ne sono veramente convinto... quand’era ora di andare a testimoniare, però, minchia, Pippo Ciuro andava bene per tutti... o quando c’era da andare a fare le cose più sporche, nel senso di andare a fare le indagini più complicate... Mi spedivano ovunque, in piena indagine sul covo di Riina, a sentire tutti... con ampia delega... ci sono i verbali...».
E perché ti avrebbero fatto fuori?
«Hanno voluto eliminarmi per qualcosa che devo aver fatto in buona fede, anzi ottima... non lo so, guarda, non l’ho ancora capito dopo 7 anni, te lo giuro sulla tomba dei miei genitori».

La condanna
Pippo Ciuro fu arrestato il 4 novembre 2003 per concorso esterno in associazione mafiosa più altri reati: con lui un altro maresciallo, Giorgio Riolo. I due furono accusati d’aver sistematicamente informato delle indagini il citato Michele Aiello, anch’egli arrestato, ex primo contribuente siciliano, fondatore e patron della mitica clinica Santa Teresa a Bagheria dove fu curato anche Bernardo Provenzano. Ciuro, che sino a tre mesi prima era in vacanza con Travaglio e Ingroia, sarà definito «figura estremamente compromessa col sistema criminale» prima di essere condannato in Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento e violazione di segreti informatici. Le accuse più gravi sono cadute tutte. L’indagine era stata condotta dai pm Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo.
«Di Matteo... allora ti confido una cosa: nell’estate 2002 e 2003 c’era pure lui lì a farsi le vacanze. Non dormiva lì, ma veniva a mangiare a casa mia insieme a Ingroia e a Travaglio e a tutti gli altri... e faceva le indagini contro di me. Tanto per farti capire che bell’ambiente siamo».
Ma anche Ingroia, in vacanza con te, sapeva che eri indagato?
«No, Ingroia non è vero che lo sapeva».
L’ha scritto Travaglio: «Seppi da Ingroia che lui era al corrente delle indagini su Ciuro fin da prima dell’estate, ma che, d’intesa con il procuratore capo, aveva dovuto continuare a comportarsi con lui come se nulla fosse, per non destare sospetti».
«No, Ingroia non lo sapeva. Sai quando gliel’hanno detto? Tra luglio e agosto... vatti a vedere le carte. Andiamoci a pigliare un caffè».
Fa un freddo poco palermitano. Si chiacchiera di tutto un po’.
Appiccicarti l’amicizia con Aiello può essere servito a qualcuno?
«Michele Aiello, sino a quando è successo quello che è successo, era uno che i signori magistrati ci sono andati a cena, si sono fatti costruire le case, e quando lui aveva bisogno correvano. Ma non solo loro».
Gli accenno di quando Ingroia, che Ciuro chiamava «il Professore» o «il dottore», si fece ristrutturare da Aiello un vecchio casolare del padre, a Calatafimi.  Ingroia ne parlò al telefono con Aiello il 28 febbraio 2003, ore 9.36: discorsi su mattonelle, tramezzi e colori. Ingroia e D’Aiello cenarono anche assieme. Imbarazzante. Una vicenda poco approfondita, mi pare.
«E te lo sei chiesto perché? Ma non soltanto per la faccenda della casa di Ingroia, che è una minchiata. Il dottore Di Pisa: la casa gliel’ha costruita Aiello, gliel'ha ristrutturata... e ha pagato... anche a Paolo Giudice, oggi procuratore aggiunto, persona perbenissimo.... La domanda allora è: ma scusate, come vi rivolgete a uno, Aiello, che già dal 1996 compariva nei pizzini di Toto Riina? Ma nessuno niente sapeva?».
I magistrati credevano l’Aiello mafioso fosse un altro, un omonimo di Caltanissetta.
«E intanto l’altro, quello coimputato con me, continuava  fare la sua vita normale... ma tu l’hai vista mai la realtà che aveva costruito?»
Un centro medico all'avanguardia. Frequentato da tutti, magistrati compresi.
«La gente non aveva davvero bisogno di andare al Nord... vai a vederla adesso, la clinica, l’hanno distrutta... che schifo. La vuoi fare una bella indagine a Palermo? Allora vedi tutti i sequestri giudiziari in mano a chi sono... sempre gli stessi... Altro che Ciuro che faceva le ferie con Travaglio. Che poi, di quei giorni lì, sbagliano tutti l’anno. Giuseppe D’Avanzo ha scritto su Repubblica che nel 2002 io e Travaglio abbiamo fatto le vacanze insieme: ma Travaglio era all’Hotel Torre Artale, a Trabia, e io al residence Golden Hill... lui certo, è venuto ospite invitato da me, a pranzo o a cena, ma al Golden Hill in vacanza ci è venuto l’anno dopo, una decina di giorni in cui ci saremo visti in tutto tre volte, anche perché io la mattina me ne andavo a lavorare regolarmente come Ingroia, che era lì. Certo, eravamo tutti nello stesso residence e poi magari la sera ci vedevamo».

La querela
Più tardi, Pippo Ciuro mi invierà la querela che sporse contro D’Avanzo dopo l’articolo del 14 maggio 2008, quando mise in mezzo Travaglio e scrisse che il maresciallo aveva rivelato segreti utili a favorire la latitanza di Provenzano. E questo, in effetti, risulta falso. Nella querela, poi, si definisce pure falso che «il mafioso Aiello, per il tramite del suo complice Ciuro, avrebbe pagato il soggiorno a Trabia del Travaglio». Ipotesi che, va ripetuto, nessuno su Libero o sul Giornale ha mai scritto o minimamente creduto, e tantomeno ha scagliato contro Travaglio ad Annozero: epperò Marcolino non ha fatto che difendersi da un’accusa che nessuno, appunto, a parte D’Avanzo, gli aveva mai rivolto. Ed è giunto a scrivere, Travaglio, che dei colleghi come Maurizio Belpietro o Nicola Porro «sguazzano nella merda».
Allora la faccenda delle ferie pagate è una balla.
«È una minchiata di quelle grosse».
E perché l’avvocato di D’Aiello l’ha confermata?
«Ma no, ha smentito tutto».
Quando?
«Non mi ricordo, ma ha smentito. Ma poi: se c’era il regime di amministrazione controllata, come avrebbe potuto l’hotel emettere due fatture? Una l’ha esibita Travaglio, pagata con carta di credito, mi pare 5600 euro...».
Lascia stare. Una sola cosa mi ha sempre incuriosito: perché a Torre Artale Travaglio ha speso quella cifra mentre l’anno dopo, al residence con voi per dieci giorni, solo mille euro per quattro persone? Non è un po’ poco?
«Ma no, costa così. Torre Artale costava tanto perché è a cinque stelle».
Solo mille euro. Interessante.
«È un’oasi di pace, dovresti venirci».
Pippo Ciuro mi parla a lungo del suo caso giudiziario, mi svela retroscena inquietanti e risvolti anche intimi, familiari. Questo è un colloquio rubato e perciò non ne parlerò: quando vorrà, lo farà lui.
«Se io esplodo ne ho per tutti, altro che bomba atomica. Qualcuno mi ha anche chiesto: siccome conoscevi i cazzi di tutti, perché non ti sei difeso attaccando? Ma io mi devo difendere solo per quello di cui sono accusato. La mia salvezza è che da questo D’Aiello io non ho mai preso neanche una lira... la prima volta che sento Marco però glielo voglio dire: la vogliamo organizzare una bella trasmissione? Però si dovrebbero scagliare contro certi giudici...».
Sì, buonanotte. Ma il rapporto con Travaglio è rimasto buono? Vi siete più sentiti?
«No, non... forse una volta sola».
Si chiacchiera ancora del suo caso, di ristoranti, di cannoli, di cassate, di giornalisti.
«Io li rispetto molto, i giornalisti. Me li ricordo che venivano sempre lì, che uscivano tutte le notizie sottobanco... perché escono tutte di lì, eh? È inutile ci prendiamo per il culo».
Si parla di intercettazioni. Dell’inchiesta di Trani.
«Ma per favore, ma quali talpe... ma da dove volete che uscissero le notizie, scusa? Guarda, se volessero non avrebbero bisogno di intervenire sulle intercettazioni: basta che nel decreto scrivi chi sono i responsabili delle intercettazioni, come si faceva una volta. I nostri capitani o colonnelli ci dicevano: tu e tu siete responsabili delle intercettazioni. Facevano un ordine di servizio. E se usciva una notizia ti facevano un culo così. Caso strano, le intercettazioni non uscivano mai... C’erano tuoi colleghi che mi mandavano i pezzi e mi chiedevano: sono giusti? A una donna, una cretina sgrammaticata, glielo riscrissi tutto... È una categoria, la tua... Quando ho testimoniato al processo Dell’Utri, minchia, ce ne fosse stato uno che ha scritto le cose per come erano andate...».
E i magistrati?
«Hanno bisogno delle prime pagine, sennò non possono vivere... stanno male».
Tu davi le notizie a Travaglio?
«No, assolutamente... a me nessuno mi ha mai usato. Quando lui voleva qualcosa telefonava a Ingroia. Comunque diglielo, al tuo direttore: state tranquilli, Travaglio non mi frequentava... Io poi, per voi,  non sono un nemico, tu magari mi consideri un nemico, ma anzi... io compravo Libero, Il Giornale...».
Ecco perché ti hanno messo dentro. Sono prove a carico.

Una parte rilevante della magistratura calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari in Calabria.

Lo ha detto Luigi De Magistris, giudice del Riesame di Napoli, in un’intervista a Sky Tg24 del 18 ottobre 2008. E ha continuato: «Senza una parte della magistratura collusa, la criminalità organizzata sarebbe stata sconfitta. E il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte e ritengo che uno dei motivi principali del fatto che io sia stato allontanato dalla Calabria risiede proprio in questi fatti».

Luigi De Magistris ha perso il 16 settembre 2008 il suo incarico da pubblico ministero della Procura di Catanzaro per assumere quello di giudice del riesame a Napoli, prima di candidarsi con l'IDV alle elezioni europee. A chiedere il trasferimento di De Magistris era stato l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, circa presunte irregolarità da parte del pm nella gestione delle inchieste Why Not, Poseidone e Toghe Lucane. Solo gli atti di quest’ultima erano rimasti a De Magistris, mentre Why not fu avocata dalla Procura generale e la delega per Poseidone gli fu tolta dall’allora procuratore di Catanzaro, Mariano Lombardi.

Il Csm, al termine del procedimento, accogliendo solo in parte le richieste della Procura generale, ha deciso nel gennaio scorso la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato. Al magistrato, tra l’altro, erano stati contestati due provvedimenti «abnormi»: quello con cui aveva disposto che i nomi di due suoi indagati fossero chiusi in un armadio blindato e il decreto di perquisizione nei confronti di un magistrato di Potenza, in cui si riferivano fatti «non pertinenti come la relazione extraconiugale tra due magistrati».

Si è aperto un conflitto dagli esiti imprevedibili tra i magistrati di Salerno e quelli di Catanzaro: dopo il sequestro e le perquisizioni ordinati dalla Procura di Salerno a danno dei loro colleghi della Procura Generale e della Procura di Catanzaro è, infatti, scattata un'analoga azione nel capoluogo calabrese. Ma la questione Salerno-Catanzaro è diventato un enorme e senza precedenti caso nazionale che ha visto protagonisti il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il vicepresidente del Csm Nicola Mancino.

Il Capo dello Stato ha chiesto alla Procura di Salerno ed a quella di Catanzaro la trasmissione di "ogni notizia e - ove possibile - ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti", le perquisizioni e il sequestro degli atti delle inchieste Why Not e Poseidone, al centro dell'attuale battaglia giudiziaria, inchieste che aveva all'inizio Luigi De Magistris, poi avocate e revocate. L'iniziativa decisa dalla procura calabrese "ha introdotto - secondo una nota del Quirinale - elementi di ulteriore, grave preoccupazione sul piano delle conseguenze istituzionali, configurando un aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari".

Il Vice presidente del Csm, Nicola Mancino, è invece citato da De Magistris per una telefonata fatta ad Antonio Saladino, il principale indagato dell'inchiesta Why Not. Mancino, dopo aver precisato che quella telefonata fu fatta da un collaboratore del suo studio, si è detto pronto a lasciare il suo incarico. "Se una campagna di stampa - ha detto Mancino - dovesse incidere sulla mia autonomia, non esiterei a togliere l'incomodo". A Mancino hanno espresso solidarietà i componenti del Csm, secondo i quali gli attacchi al vicepresidente mirano a "colpire tutti noi" ed esponenti politici dei due schieramenti.

In una intervista a "Il Foglio", del 5 dicembre 2008, il Guardasigilli definisce lo scontro tra le due procure la dimostrazione che "siamo all'implosione di un ordine giudiziario, che non solo si trasforma in potere ma pretende anche di non incontrare limiti".

Ma è nel merito della vicenda che la guerra tra le due procure è aspra e non risparmia i magistrati di Salerno, sette in tutto, in testa il procuratore Luigi Apicella, che ora sono indagati per i reati di abuso e interruzione di pubblico ufficio. L'azione giudiziaria avviata dalla procura generale di Catanzaro è, secondo il procuratore Enzo Jannelli, una reazione ad un "provvedimento eversivo e finalizzato alla destabilizzazione di una istituzione dello Stato".

Mentre negli uffici giudiziari di Catanzaro l'attività diventava così frenetica, con un susseguirsi di incontri tra magistrati e carabinieri, a Salerno la notizia del sequestro e dell'indagine è stata appresa con sorpresa. Il commento del procuratore campano, Luigi Apicella, è secco e perentorio. "Non dico nulla - ha detto - non commento. La situazione è molto delicata direi delicatissima. Non abbiamo nulla da dire".

"Siamo sgomenti e preoccupati, ciò che è in gioco è la credibilità della funzione giudiziaria". E' quanto dichiarano il presidente e il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, in merito alla 'guerra' tra le procure di Catanzaro e Salerno sul caso De Magistris.

Che sia un caso «senza precedenti» lo ha scritto il Segretario generale del Quirinale, Donato Marra, nella lettera al Procuratore generale presso la Corte d'appello di Salerno. E «senza precedenti» è anche l'iniziativa di Giorgio Napolitano, che per ben due volte è intervenuto nella guerra tra Procure non in veste di Presidente del Csm, ma come Presidente della Repubblica, garante del buon funzionamento della giurisdizione e della sua «indefettibilità» sancita dalla Corte costituzionale. Il sequestro dell'inchiesta Why not da parte dei magistrati salernitani è un caso «con gravi implicazioni istituzionali» e la successiva reazione dei magistrati di Catanzaro, che hanno sequestrato gli atti sequestrati e iscritto nel registro degli indagati i colleghi di Salerno, conferma che è in atto un «aperto, aspro contrasto tra Uffici giudiziari». Il Capo dello Stato è «gravemente preoccupato» per il rischio, più che concreto, che il processo resti paralizzato sine die.

Il punto è che, già con il sequestro disposto dalla Procura di Salerno, gli atti di indagine rischiano di diventare pubblici prima del tempo. E questa è una delle tante anomalie di una vicenda che «ha mandato in tilt» il sistema giurisdizionale, spiegano al Colle. Si è verificato un corto circuito istituzionale per cui un processo è stato, di fatto, bloccato.

La vicenda, oltre che inquietante, è diventata surreale e grottesca. Salerno indaga sulle toghe di Catanzaro e sequestra l'inchiesta Why not (nessuna delle due Procure può proseguire le indagini); Catanzaro sequestra gli atti sequestrati e indaga sui colleghi salernitani; per motivi di competenza, l'inchiesta dovrebbe finire a Napoli dove, però, c'è Luigi De Magistris, parte offesa nel procedimento aperto a Salerno, per cui gli atti potrebbero dirigersi nella capitale... Ma se in questo bailamme ci fossero dei detenuti, che fine farebbero? A chi dovrebbero rivolgersi? Possibile che non ci fossero altri strumenti per acquisire le carte? È vero o no che Salerno aveva chiesto copia degli atti a Catanzaro e la risposta è stata negativa perché erano coperti da segreto? Oppure il rifiuto non stava in piedi?

Giovedì 4 dicembre 2008. È una data da annotarsi perché sotto questa luna la magistratura, come ordine (potere) dello Stato, autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere, raggiunge il punto più basso del suo prestigio istituzionale; livelli infimi di attendibilità, di rispetto di se stessa, di ossequio alle regole.

Si infligge da sola, come in preda a una follia autodistruttiva, un'umiliazione che lascerà tracce durevoli. Coinvolge nella mischia, ingaggiata irresponsabilmente da due procure (Salerno, Catanzaro) anche il capo dello Stato. Giorgio Napolitano chiede notizie e, se non segreti, atti dell'inchiesta che i due uffici, come bambini prepotenti e irresponsabili, si sequestrano e controsequestrano accusandosi reciprocamente di reato.

Non c'è nessuno che si salva in questa storia, da qualsiasi parte si guardi. La procura di Salerno indaga, su denuncia di Luigi De Magistris, sugli ostacoli che hanno impedito al magistrato di concludere le inchieste Why Not e Poseidone. Mette sotto accusa i procuratori di Catanzaro; il procuratore generale della Cassazione che ha promosso il provvedimento disciplinare contro De Magistris; il sostituto procuratore generale che ha sostenuto l'accusa al palazzo dei Marescialli; il vicepresidente del consiglio superiore e, nei fatti, l'intero Consiglio.

Con un decreto di perquisizione di 1.700 pagine porta via da Catanzaro i fascicoli delle inchieste ancora in corso. La procura di Catanzaro replica che l'iniziativa è "un atto eversivo". Mette sott'inchiesta, a sua volta, le toghe di Salerno per abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio e si riprende i fascicoli. E’ un abuso allucinante. Se vi fossero stati commessi dei reati non è Catanzaro competente su Salerno, ai sensi dell’art. 11 del Codice di Procedura Penale. Il Presidente della Repubblica, dinanzi all'inerzia di una procura generale della Cassazione, si muove. Con un'iniziativa senza precedenti e, secondo alcuni addetti impropria, chiede a Salerno notizie utili sull'inchiesta (contro Catanzaro) e più tardi lo stesso fa con Catanzaro (contro Salerno).

Sono ore di smarrimento per chi ha fiducia nella funzione giudiziaria. Un ufficio essenziale dello Stato di diritto pare affidato a bande che si fanno la guerra in modo così estremo e furioso da coinvolgere anche l'arbitro. Del tutto irresponsabilmente, stracciano ogni apparenza di decoro, di leale collaborazione istituzionale, ogni traccia di rispetto delle regole e delle sentenze già scritte. Un cittadino non può che pensare che la sua libertà personale, i suoi beni, la sua reputazione sono affidati a una consorteria scriteriata e incosciente. Non può che prendere atto che il "potere diffuso" della giurisdizione è fallito come si è rivelato una rovina la gerarchizzazione degli uffici. Non può che concludere che la magistratura (per l'imprudenza o l'arroganza di pochi) appare non consapevole che autonomia e indipendenza si declinano con responsabilità o si perdono per sempre.

A Marsala il 26 aprile 2009 si è tenuto un incontro con i cittadini per parlare di mafia, proprio con De Magistris, Salvatore Borsellino e Gioachino Genchi.

Tra le altre cose Salvatore Borsellino (fratello di Paolo) ci ha ricordato che il procuratore capo a Marsala, Di Pisa, era stato accusato di essere stato il famoso “corvo” che mandava le lettere anonime a Falcone e ci ha detto che l’allora sostituto procuratore generale Marianna Li Calzi lo assolse in appello e non si poté andare in Cassazione perché si ricorse alla inconsistenza delle prove (impronta digitale) raccolta dall’alto commissario antimafia Sica. La Li Calzi volò in parlamento con Forza Italia e successivamente divenne sottosegretario alla giustizia sotto il governo Amato.

De Magistris ha parlato chiaramente che in Italia ci sono fette di magistratura deviata e parti di essa avvezze ormai ad un certo tipo di conformismo che non “disturba” il potere dominante. Si è inoltre meravigliato per le mancate dimissioni del vice presidente del CSM, Nicola Mancino, non tanto per le vicende di cui lo stesso De Magistris è coinvolto, ma soprattutto per le cose che afferma Salvatore Borsellino, il quale accusa Mancino di mentire quando sostiene di non ricordare chi fosse Paolo Borsellino al ministero il primo luglio, 18 giorni prima della strage di via D’Amelio. Lo stesso Paolo Borsellino era stato richiamato urgentemente al ministero mentre stava acquisendo informazioni vitali dal pentito Gaspare Mutolo, il quale aveva fatto i nomi di Contrada ed il giudice Signorino. Giudice che sottoposto successivamente ad interrogatorio si suicidò.

Genchi ci ha informato che fra non molto tempo la verità su certi misfatti verrà fuori. “Verranno fuori tutte le porcherie che magistrati e politici corrotti e collusi hanno prodotto in questi decenni”. Quando c’era da accusarlo tutta la grancassa mediatica ha fatto uno scalpore unico, per il fantomatico “archivio” che non esiste. Quando il tribunale del riesame di Roma ha dichiarato che non c’era nulla di penalmente rilevante, nessuno che ne parla. I procuratori romani Tori e Rossi non ridanno indietro il materiale sequestrato, andando chiaramente contro la legge, e Genchi si è appellato addirittura a Napolitano. Pezzi di democrazia che cadono, come le case in Abruzzo.

Dalla vicenda "personale" di De Magistris, come quella di Salvatore Borsellino e Gioacchino Genchi passa gran parte del tessuto sociale, imprenditoriale-finanziario e ovviamente politico del nostro paese. Nessuno lo evidenzia però. Da quì emerge un quadro, che percorre con una linea di continuità i grandi affari, ma anche i misteri e le pagine buie della storia italiana.

Nei canali di comunicazione classici non viene detto questo, si cerca di confondere e di fare passare tutt’altri messaggi. No, non lo dicono che nelle indagini condotte dal vice-questore Gioacchino Genchi a poche ore dalla strage di via D’Amelio, con le tracce delle telefonate partite e ricevute dal Castello Utveggio (dove si trovava un centro dei servizi segreti) si percorreva passo passo l’itinerario che il giudice Borsellino stava facendo prima di avvicinarsi alla casa della madre. No, non lo dicono che nelle indagini che lo stesso Genchi stava portando avanti per le inchieste Why Not e Poseidone, commissionategli dalla Procura di Catanzaro da Luigi De Magistris, ci sono, ed è sconvolgente, gli stessi protagonisti, gli stessi personaggi nei quali il consulente informatico si era imbattuto nelle indagini successive alle due stragi del ’92. Entrambe queste inchieste, volte a fare chiarezza, l’una sui mandanti delle stragi e le altre più recenti, sui maxi-finanziamenti della comunità europea in Calabria hanno avuto uno stop.

No, non lo dicono che nelle indagini che lo stesso Genchi stava portando avanti per le inchieste Why Not e Poseidone, commissionategli dalla Procura di Catanzaro da Luigi De Magistris, ci sono, ed è sconvolgente, gli stessi protagonisti, gli stessi personaggi nei quali il consulente informatico si era imbattuto nelle indagini successive alle due stragi del ’92. Entrambe queste inchieste, volte a fare chiarezza, l’una sui mandanti delle stragi e le altre più recenti, sui maxi-finanziamenti della comunità europea in Calabria hanno avuto uno stop.

Il blocco che è stato dato, è chiaro che ha una stessa origine. Un altro punto cruciale del discorso di Salvatore Borsellino è quando parla del giudice Corrado Carnevale, il cui nome a molti non dice nulla, ma i cittadini devono sapere che è il giudice cosiddetto “ammazzasentenze”. Carnevale nella sua funzione di presidente della I sezione della Suprema Corte di Cassazione cancellò circa cinquecento sentenze di mafia, ma quando arrivò Giovanni Falcone alla direzione degli Affari Penali del Ministero, si accorse della sua posizione di monopolio, che lo poneva sempre con la stessa sezione a giudicare sui più grandi processi a “Cosa Nostra”.

Allora fu deciso un criterio di rotazione che portò alle sentenze del 30 Gennaio ’92, le quali confermavano le condanne di Palermo; stavolta però non c’era Carnevale a presiedere quel collegio. Dal giugno 2007 il giudice Carnevale, dopo la condanna, dopo quello che ha detto su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non solo nelle intercettazioni, ma confermandolo apertamente, e dopo una “piena assoluzione” è tornato a ricoprire il suo ruolo nella I sezione civile della Cassazione. Dire che tutto ciò è scandaloso, è dire poco.

Conoscere il fenomeno mediatico Luigi De Magistris significa conoscere l'intero sistema giudiziario.

Per farlo bene, senza essere accusati di faziosità da alcuno, presentiamo il personaggio così come viene visto da due giornalisti, che di lui hanno delle considerazioni opposte.

Marco Travaglio sull'"Unità.it" scrive di lui con un articolo denominato "Il coniglio superiore".

"Innocente. Capito? Innocente. Secondo la Procura di Salerno, che ha ricevuto per tre anni una raffica di denunce da parte dei suoi superiori e di suoi indagati, Luigi de Magistris non ha fatto nulla di illecito. Va archiviato perché s'è comportato sempre correttamente. Mai fughe di notizie, mai passato carte segrete a giornalisti, mai perseguitato né calunniato nessuno, mai abusato del suo ufficio. Semmai erano i suoi superiori a commettere contro di lui i reati che addossavano a lui.

«A causa delle sue inchieste - scrivono al gip i pm salernitani Nuzzi e Verasani - il dott. De Magistris ha subito costantemente pressioni, interferenze e iniziative volte a determinarne il definitivo allontanamento dalla sede di Catanzaro e l'esautorazione dei poteri inquirenti». Un complotto che coinvolge magistrati, politici, forze dell'ordine, ispettori ministeriali e forse membri del Csm, tutti allarmati dalla «intensità e incisività delle sue indagini».

Complotto andato a segno, se si pensa che i magistrati e i politici indagati da De Magistris, compresi quelli che hanno intercettato cronisti e agenti di polizia giudiziaria per indagare indirettamente sul pm, son rimasti al loro posto o han fatto carriera, mentre De Magistris è stato scippato delle inchieste più scottanti (Poseidone, Why Not e Toghe Lucane), poi trasferito dal Csm con espresso divieto di fare mai più il pm. Uno dei suoi indagati, l'ex magistrato ed ex governatore Fi Chiaravalloti, l'aveva previsto in una telefonata in cui proponeva di affidare lo scomodo pm alle cure della camorra: «De Magistris passerà gli anni suoi a difendersi». Ovviamente Chiaravalloti è rimasto al suo posto di numero due dell'Authority della Privacy. De Magistris invece, se la Cassazione non annullerà la condanna del Csm, dovrà sloggiare da Catanzaro e smettere di fare l'inquirente.

In un paese normale, ammesso e non concesso che queste vergogne possano accadere, ci sarebbe la fila sotto casa del magistrato per chiedergli scusa. Ma, nel paese della vergogna, non si scusa nessuno. Resta da vedere se finalmente, ora che le 900 pagine della Procura di Salerno sono depositate, il Consiglio superiore della magistratura si deciderà a fare qualcosa. Non contro De Magistris (ha già fatto abbastanza), ma contro chi «concertò una serie di interventi a suo danno», per infangare «la correttezza formale e sostanziale della sua azione inquirente»; contro quel «contesto giudiziario connotato da un'allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato da interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura»; contro chi l'ha bersagliato con «denunce infondate, strumentali e gravi; contro quegli alti magistrati, di Catanzaro e di Potenza, che spifferavano notizie segrete delle indagini di De Magistris per far ricadere su di lui la colpa delle indiscrezioni. Si dirà: queste cose si scoprono soltanto ora. Eh no: il Csm le sapeva dallo scorso ottobre, quando i pm Nuzzi e Verasani furono ascoltati a Palazzo dei Marescialli e anticiparono le prime conclusioni delle loro inchieste.

Anticiparono che le accuse a De Magistris erano frutto di un'abile orchestrazione (mentre le sue indagini erano «corrette e buone, senz'alcuna fuga di notizie»), e che gli unici illeciti, gravissimi, emersi riguardavano proprio i superiori e gli indagati di De Magistris. Fecero pure i nomi dei magistrati di Catanzaro, Matera e Potenza, degli ispettori ministeriali, dei giornalisti, dai politici e dei faccendieri indagati anche a Salerno per corruzione giudiziaria, minacce, calunnie, rivelazioni di segreti ai danni di De Magistris. Denunciarono le interferenze dei suoi capi, Lombardi e Murone, nelle indagini. Rivelazioni agghiaccianti che avrebbero dovuto suggerire l'immediata sospensione dei magistrati coinvolti e l'immediato stop a ogni procedimento disciplinare a carico del pm. La difesa di De Magistris questo chiese: che si attendesse l'esito delle indagini di Salerno. Il Csm non volle sentire ragioni e procedette con la foga di un plotone di esecuzione. Quasi che la sentenza di condanna fosse già scritta.

Per fortuna, contrariamente alla macabra profezia di Chiaravalloti, De Magistris ha finito di difendersi, e ora si spera che qualcun altro prenda il suo posto. C'è un giudice a Berlino. Anzi, a Salerno".

Di sponda opposta, invece, Filippo Facci scrive di lui su "Il Giornale".

Luigi De Magistris è candidato alle elezioni europee, ma anche alla poltrona di peggior magistrato italiano della storia recente. Sin dal 1996, appena insediato alla Procura di Catanzaro, si occupò di reati contro la pubblica amministrazione, però nessuno dei suoi indagati è stato mai condannato per reati, appunto, contro la pubblica amministrazione. Neanche uno. Mai. Luigi De Magistris ha perso tutti i processi da lui istruiti tra i pochissimi che non si sono arenati prima ancora di giungere in dibattimento: cancellati, polverizzati, distrutti da gip, organi del riesame, Corti d’Appello, di Cassazione, Tribunali, chiunque abbia avuto modo di verificare l’incredibile imperizia di questo magistrato che con le sue inchieste totalmente fallimentari, ma ben orchestrate sui giornali prima di scoppiare poi come bolle, ha distrutto vite, persone, famiglie, imprese, posti di lavoro e reputazioni. Il tutto facendo anche spendere milioni di euro per consulenze allucinanti (vedi caso Genchi) e così pure per rifondere tutti gli innocenti ingiustamente incarcerati in anni di disinvoltura scandalosamente impunita, o meglio: premiata, ora, con una candidatura che rappresenta la fuga finale da una corporazione che lo stava progressivamente espellendo.

Luigi De Magistris è stato candidato da Antonio Di Pietro nonostante persino Massimo Di Noia, avvocato storico proprio di Di Pietro, ebbe a invocare dei provvedimenti disciplinari contro De Magistris. A dimostrare tutto questo non è soltanto l’inchiesta con cui il Giornale ripercorre la storia del candidato dell’Italia dei Valori: è stata la stessa Magistratura nelle sedi opportune, come si dice. Basti leggere, per esempio, il parere con cui il Consiglio Giudiziario si espresse sulla nomina di De Magistris a magistrato di Corte d’Appello: doveva essere un passaggio scontato, solo un timbro per consacrare una progressione in carriera, che i Consigli Giudiziari tendono quasi sempre a rilasciare in positivo: i magistrati giudicati negativamente, di norma, non superano l’uno per mille del totale.

Ma nel caso di De Magistris, il 18 giugno 2008, il relatore Bruno Arcuri fece suonare una musica che raramente si era sentita in una sede come quella: «Prendendo possesso del mio ufficio di Procuratore generale, iniziavo la mia esperienza in Calabria con vivo interesse per il dr. De Magistris dopo aver letto di lui sulla stampa e averlo visto in televisione. Fui subito colpito dalle notizie che andavo apprendendo presso i colleghi tutti: i procedimenti da lui istruiti, di grande impatto sociale perché istruiti contro i cosiddetti colletti bianchi, erano quasi tutti abortiti con provvedimenti di archiviazione, con sentenze di non doversi procedere e con sentenze ampiamente assolutorie.

Voci che mi stupirono perché in contrasto con la rappresentazione che ne davano i media». Seguiva un’analisi che denotava «una serie numerosissima di insuccessi », la «anomalia dei provvedimenti adottati », «procedimenti infausti », «omessa indicazione dei reati e delle fonti di prova», questo mentre De Magistris, ogni volta, «perseverava nell’adozione di provvedimenti immotivati malgrado i continui insuccessi».

Poi l’affondo del Procuratore generale: «Di fronte a una tale patologia, forse unica nel panorama delle iniziative di un pm, a meno di configurare una magistratura disattenta se non collusa concentri di potere criminale (come ha configurato De Magistris con esternazioni mediatiche), non si sfugge a un’alternativa secca: o le persone indagate sono tutte esenti da responsabilità penali, o i giudici di Catanzaro sono tutti non professionalmente idonei se non corrotti». «Il dato certo è che il dr. De Magistris è del tutto inadeguato, sul piano professionale e sul piano dell’equilibrio e sul piano dei diritti delle persone solo sospettate di reato, a svolgere quanto meno le funzioni di pm». E questa, mai pubblicata come tutto il seguito, è solo la relazione introduttiva. Il parere finale, reperibile nel fascicolo personale di De Magistris, è a tal punto esplicito da meritare un’altra citazione testuale: «Le tesi accusatorie sono cadute spesso per errori evitabili ed evidenziati dall’organo giudicante», «Sono emersi rilievi negativi per l’anomalia di molti provvedimenti adottati.

I procedimenti di rilevante impatto sociale hanno trovato clamorose smentite», «Il rapporto statistico indagini/giudizio lascia emergere un’anomalia, poiché numerosi procedimenti non hanno condotto a nessuna fondatezza. Non solo: nei provvedimenti si configurano violazioni manifeste di legge (addirittura diritti costituzionali), ovvero si radicano prassi senza alcun fondamento normativo, come in materia di intercettazioni». La conclusione del Consiglio fu clamorosa: «Giudizio finale negativo. Le voci capacità e preparazione presentano profili di evidente deficit», «gravi vizio lacune; tecniche di indagine discutibili; procedimenti fondati su ipotesi accusatorie che non hanno trovato conferma, attività carente dal punto di vista dell’approfondimento e della preparazione». Il Consiglio giudiziario, oltretutto, aveva preso in esame solo il periodo 2002-2008 e aveva quindi tralasciato i devastanti buchi nell’acqua fatti da De Magistris a partire dal 1996, quando gli addetti ai lavori, a Catanzaro, cominciarono a soprannominarlo «Giginedduflop».

Il magistrato il 12 luglio rispose alla bocciatura nel solito modo: denunciando. Preparando, cioè, carte bollate contro chi si era permesso di criticarlo o contraddirlo. «Ho tempestivamente informato la Procura di Salerno dei numerosi profili di illiceità anche penali contenuti negli atti sopra citati». Cioè: denunciò il Consiglio giudiziario, il cui parere, pure, sarà condiviso anche dal Csm. Poi negò la pura evidenza: «Non si tiene conto dei provvedimenti che hanno confermato le ipotesi dell’accusa». Ma di questi provvedimenti non ne citò neanche uno. In compenso scrisse questo: «La mia condotta è stata irreprensibile e le indagini svolte con correttezza e professionalità», «chi mi conosce sa quanto sia rispettoso di tutte le persone. Del resto, una persona non diviene per caso un punto di riferimento per tanti». Tanti elettori, se possibile. Denunciare i colleghi che avevano respinto i suoi provvedimenti, per De Magistris, era una regola sistematica già da anni: ha denunciato gip, giudici del Riesame, magistrati d’Appello e di Cassazione. Il tutto per decisioni sgradite, ma contro le quali, spesso, non ha mai neppure proposto impugnazione. Invece di fare ricorso, cioè, denunciava direttamente i giudici. De Magistris ha denunciato un avvocato generale dello Stato che aveva revocato un suo procedimento, revoca poi confermata dalla Cassazione. Ha denunciato un ispettore che aveva rilevato gravi irregolarità nella gestione della sua inchiesta Toghe lucane. Ha denunciato un pubblico ministero di Matera che lo aveva messo sotto indagine. Ha denunciato il presidente del Tribunale del Riesame di Catanzaro che aveva annullato diverse sue richieste d’arresto: annullamenti poi confermati dalla Cassazione. De Magistris ha inquisito la madre di una sua collega di tribunale, Maria Teresa Carè, prima che ovviamente fosse prosciolta; poi ha indagato anche il marito della collega prima che fosse assolto pure lui.

Ha indagato il marito del giudice Abigaille Mellace senza neppure iscriverlo nel registro degli indagati, e chiedendone pure l’arresto: richiesta respinta dal gip, dal Tribunale della Libertà e dalla Corte di Cassazione; la casa della collega fu tuttavia perquisita. De Magistris, ai magistrati di Salerno, racconterà di quest’ultima sua indagine omettendo che il marito della collega era stato completamente assolto. I magistrati di Salerno, sul punto, non gli fecero domande. Forse già sapevano, e sennò lo ripetiamo, che nelle indagini sulla pubblica amministrazione fatte da Luigi De Magistris a Catanzaro nessuno è mai stato condannato. Nessuno. Mai.

Luigi De Magistris fu nominato magistrato di tribunale l'8 luglio 1996. Giunse a Catanzaro quell'anno stesso, ventinovenne, e si presentò ai colleghi incitando sin da subito alla «moralizzazione della cosa pubblica». Quest'ultima espressione comparirà nell'ordine d'arresto della sua prima inchiesta importante, la 1471/96.

La clinica degli orrori. Così ribattezzarono un'indagine grazie alla quale ventuno incensurati di una clinica privata, Villa Nuccia, finirono in galera con le accuse più turpi: violenza contro un centinaio di malati mentali, omicidio dei medesimi, favoreggiamento di latitanti, falsi certificati per esonerare dei figli di mafiosi dal militare, cose del genere. De Magistris mostrò già allora una certa disinvoltura nel contestare il peggio: sequestro di persona, omicidio, falso, maltrattamenti, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Il clamore mediatico fu enorme, e la stampa prese finalmente conoscenza del personaggio: La vita in diretta (Raidue) si soffermò sul caso per settimane. Tutto era fondato sulle confidenze rese a De Magistris da Mario Ammirato, un ex infermiere; oltre alle sue parole, il nulla. Le richieste d'arresto iniziavano così: «Nell’ambito dell’attività di indagine rivolta alla moralizzazione della cosa pubblica...». Era partita la lunga rincorsa di Luigi De Magistris verso fantomatiche lobby di potere da perseguire a tutti i costi.

Tra gli arrestati principali c'era il primario Antonino Bonura, già medico militare pluridecorato con alle spalle diverse missioni all'estero: peraltro era medico legale nella stessa Procura che l'aveva arrestato, e dopo la carcerazione gli venne un infarto. De Magistris, a un anno dal primo arresto, lo incarcerò una seconda volta: fu l'unico errore di cui il magistrato ebbe a scusarsi pubblicamente. È di allora anche un primo tentativo di coinvolgere in qualche modo Giuseppe Chiaravalloti, ai tempi avvocato generale presso la Corte d'Appello e futuro presidente della Regione: il pm lo tirò in ballo sul presupposto che in clinica avesse abbracciato Antonino Bonura.

De Magistris chiese i rinvii a giudizio del caso ma l’udienza preliminare sfociò in una sentenza di non luogo a procedere per tutti: Vittoria Palazzo, Corrado Decimo, Vincenzo Lombardi, Achille Tomaino, Massimo Aria, Giuseppe Giannini, Francesco Trapasso, Alfonso Colosimo, Salvatore Moschella e Giovanni Ferragina. Prosciolti. De Magistris impugnò la sentenza, ma il 22 gennaio 1999 la Corte d’Appello di Catanzaro confermò i proscioglimenti in toto. La vicenda, complicatissima, si inerpicherà in un totale di undici processi in dieci anni, e alla fine saranno assolti tutti gli imputati tranne uno: Mario Ammirato, proprio lui, il confidente di De Magistris. Il cardiopatico Bonura e il trapiantato di fegato Salvatore Moschella, invece, ricevettero rispettivamente 50mila e 180mila euro per ingiusta detenzione. Ma la clinica era ormai sputtanata e dovettero cederla. La Corte d'Appello liquidò ingenti riparazioni anche per gli altri.

Sono di allora i primi scontri con Giancarlo Pittelli, avvocato dei succitati e negli anni a venire parlamentare di Forza Italia: per De Magistris una sorta di nemico pubblico. Sempre in campo sanitario, Pittelli fronteggerà il magistrato in molti altri procedimenti tra i quali uno discretamente demenziale: De Magistris accusò di falso alcuni farmacisti comunali che a suo dire non avevano obliterato alcune fustelle, ossia i talloncini dei prezzi che ci sono sulle scatole dei medicinali; tuttavia verrà fuori che i farmacisti non avevano potuto obliterare le fustelle perché De Magistris, per altro procedimento, gli aveva già sequestrato l'apparecchietto per l’obliterazione. Archiviazione.

L'abuso che non c'era. Il secondo clamoroso buco nell'acqua fu il procedimento 496/97, in cui De Magistris accusò di abuso d'ufficio gli amministratori comunali Giovanni Alcaro, Giuseppe Mazzullo, Lucia Rubino, Valerio Zimatore, Domenico Tallini, Michelino Lanzo, Costantino Mustari e Fausto Rippa. L'accusa, in sostanza, fu quella d'aver riassunto in comune questo Fausto Rippa con una delibera irregolare. A stabilire che lo era, regolare, c'era già una sentenza del Tar, la numero 864 del 5 settembre 1995: ma De Magistris chiese il rinvio a giudizio lo stesso, e il 15 dicembre 1997 il giudice decise per il non luogo a procedere. Motivazione: insussistenza del fatto. L'appello di De Magistris verrà dichiarato inammissibile.

Provveditore, anzi procuratore. L'indagine sulla costruzione del nuovo palazzo di giustizia di Catanzaro (609/96) fu naturalmente un altro flop. De Magistris ipotizzò dei generici «tentativo di abuso d’ufficio» e «tentativo di truffa aggravata» ai danni di Giuseppe Gatto e Antonio Rinaldi e Valerio Zimatore. L'impostazione accusatoria implicava necessariamente la complicità dei vertici della magistratura catanzarese, che formalmente non furono però indagati. Era ancora presto. Ovviamente il sequestro del palazzo in costruzione venne subito revocato dal Tribunale della libertà, ma attorno a De Magistris cominciarono a succedere delle cose strane. La trascrizione delle intercettazioni telefoniche di Giuseppe Gatto, infatti, fu artefatta: non solo la frase «provveditore generale» fu sostituita con «procuratore generale», ma tra parentesi fu messo il nome di Giuseppe Chiaravalloti, appunto procuratore generale a Reggio Calabria. Quest'ultimo, stupito, trasmise una rimostranza al Comando Generale dei Carabinieri: ma fu lui che fu inquisito per calunnia e diffamazione ai danni del capitano responsabile della trascrizione telefonica. Ovviamente Chiaravalloti sarà prosciolto in udienza preliminare e anche in Appello, mentre il capitano responsabile della trascrizione se la caverà con delle sanzioni disciplinari; ma a questo buco nell'acqua, poi, si aggiungerà la richiesta di processare i succitati Gatto e Rinaldi e Zimatore con la decisione del giudice, il 25 febbraio 1998, di non processare nessuno. De Magistris fece appello. Respinto.

Non pago, De Magistris trasmise alla Procura di Messina (competente su Reggio Calabria) una nota dove si ipotizzava che Chiaravalloti avesse rivelato dei segreti d'ufficio: ma il giudice archiviò. Dalla sentenza peraltro si evinse che De Magistris aveva indagato su Chiaravalloti quando il medesimo era ancora avvocato generale a Catanzaro, ossia nella stessa sede giudiziaria dove operava De Magistris: una procura, cioè, aveva indagato su se stessa.

Come ti salto il giudice. Se molti giovani avvocati rammentano De Magistris anche se non l’hanno mai incontrato, è per via della sua inchiesta su presunte irregolarità negli esami di procuratore legale a Catanzaro. Più che presunte, le irregolarità erano certe: risultò evidente, su 2.301 partecipanti all'esame, che 2.295 avevano copiato. Il problema è che De Magistris, pur indagando praticamente tutti i 2.000 candidati, non ebbe modo di dimostrarlo: il procedimento finì in nulla. Restò notevole la pretesa del magistrato affinché i commissari d'esame, davanti ai carabinieri, aprissero anzitempo le buste degli elaborati col rischio di invalidarle tutte.

Era un De Magistris ancora acerbo, comunque. Certe fisse, come quella d'inquisire soprattutto politici e magistrati, erano già ben delineate: ma ogni volta sbatteva la capa contro i controlli di legittimità dei suoi colleghi, ossia giudici, gip, gup, riesame, Appello, Cassazione, annullamenti, assoluzioni, proscioglimenti. Il De Magistris che tornerà a Catanzaro nel 2002, dopo un interregno nella natia Napoli, risolverà ogni problema adottando soprattutto un genere di provvedimenti che per essere spiccati non abbisognano neppure della fastidiosa convalida di un giudice: perquisizioni, sequestri probatori, interdizioni, fermi di polizia eccetera. Anche la sua propensione a intercettare mezzo mondo, alleandosi con le fantasie spionistiche dei vari Gioacchino Genchi, era tutto sommato ancora timida. Si stava solo scaldando.

Di ritorno a Catanzaro dopo quattro anni a Napoli, nel 2002, Luigi De Magistris tornò a scatenarsi con inchieste caratterizzate da perquisizioni, fermi di polizia e soprattutto sequestri, atti che non abbisognavano di nessun controllo da parte dei colleghi. Tra le sue nuove fisse, quella di sequestrare grandi alberghi o maxi strutture turistiche ancora in costruzione, creando spaventosi danni economici e mandando a spasso quantità incredibili di lavoratori.

Nel 2003 sequestrò due villaggi turistici a Botricello (Catanzaro) e mise sotto indagine diciotto persone. Il sequestro durò quattro anni e ogni finanziamento europeo del caso, circa nove miliardi di lire, andò perso. Il 13 maggio 2007, dopo quasi tre anni di udienza preliminare, il giudice Tiziana Macrì proscioglierà tutti i malcapitati e ne citerà la «condotta corretta e trasparente». Non mancò la comica: mentre i villaggi erano sotto sequestro, affidati quindi a dei custodi giudiziari, capitò un avvelenamento collettivo dei villeggianti: ma De Magistris mandò un avviso di garanzia ai proprietari estromessi. Meno divertente sarà la maniera in cui De Magistris, in altri procedimenti, cercherà di delegittimare il giudice Tiziana Macrì a dispetto del suo noto impegno in processi contro la criminalità organizzata.

Altro sequestro, nel marzo 2004, fu quello dei cantieri per la costruzione del paese-albergo di Davoli Marina nonchè di una struttura abitativa in località Berenice: De Magistris si concentrò sulla concessione edilizia n. 15 del 23/5/2003 e indagò un po’ di persone, suo solito. Orbene: il Tribunale della libertà revocò il sequestro per totale insussistenza dei presupposti, e il dissequestro divenne definitivo perché De Magistris, come moltissime altre volte, non fece neanche ricorso. Incalcolabili i danni alle imprese e ai titolari del progetto. A casa 1800 lavoratori.

Ma il capolavoro di De Magistris, a margine dell’evanescente e mai conclusa inchiesta «Toghe lucane», resterà il sequestro del Centro Turistico Ecologico Marinagri. Si tratta di un grande comprensorio ecologico e turistico, in fase di ultimazione, che prevede un porto marino e imponenti strutture ricettive e residenziali. Il magistrato tentò di sequestrarlo una prima volta nel 2007, ma il Tribunale della libertà e la Cassazione gli risposero picche. De Magistris ottenne ugualmente il sequestro, un anno dopo, in virtù di presunte violazioni del Piano di Assetto Idrogeologico: piano che la competente Autorità di Bacino aveva già ritenuto assolutamente regolare. De Magistris, per farla breve, sosteneva che il centro turistico fosse a rischio inondazione. Marinagri è stato promosso dalla Regione Basilicata e finanziato dallo Stato con 15 milioni di euro; il suo iter procedurale iniziò nel 1987 ed è passato al vaglio di governi, regioni, comuni e competenze. Un gruppo di privati ha già costruito e contrattualizzato opere per 100 milioni di euro, di cui 80 già pagati a 47 imprese appaltatrici: si parla di 1726 lavoratori fermi da più di un anno (senza contare i 293 acquirenti italiani ed esteri) e questo perché De Magistris non ha concluso l’inchiesta prima di salutare e candidarsi. Ora si confida che l’inchiesta finisca un po’ come tutte quelle di De Magistris, e che insomma scatti il dissequestro. L’Autorità di bacino, una decina di giorni fa, ha ribadito che Marinagri non correrà rischi di inondazione per almeno 500 anni. Il nuovo pm che ha ereditato l’inchiesta, Vincenzo Capomollo, si è già detto favorevole al dissequestro. Ma tutto tace, anche perché a complicare le cose c’è che De Magistris, nella sua inchiesta a strascico, ipotizzò collegamenti illeciti tra gli amministratori della struttura e alcuni magistrati di Potenza e Matera, più politici vari. Le persone coinvolte furono 14, e tra queste il senatore Nicola Buccico di An e i procuratori Giuseppe Chieco, Giuseppe Galante, Felicia Genovese e Iside Granese. Tra le accuse, ovviamente, quelle di aver cercato d’insabbiare un’inchiesta che era di sabbia già di suo. A Policoro, dove vivono centinaia di famiglie investite dal sequestro di Marinagri, hanno addirittura costituito una «Associazione vittime di De Magistris» che ha già migliaia di iscritti. Il presidente di Marinagri, Vincenzo Vitale, ha chiesto al magistrato un risarcimento di 25 milioni di euro, mentre Antonio Tisci, capogruppo di An in Basilicata, l’ha messa così: «Sembra ormai un malvezzo di quella magistratura che segue le orme di Antonio Di Pietro quello di iniziare indagini, rendersi conto di non poterle portare a termine, gettare fango su un territorio e poi candidarsi utilizzando indagini incomplete come unico strumento di comunicazione». «De Magistris», ha scritto invece Nino Grasso, editorialista de La Nuova, «è come quei somari che a scuola fanno un uso disinvolto dei verbi e dell’ortografia, salvo addebitare ai professori l’incapacità di leggere tra le righe del suo tema».

De Magistris, nelle pause, sequestrava anche ospedali regionali. Agli albori del 2004, infatti, chiese il sequestro preventivo dell’intero Pugliese-Ciaccio di Catanzaro: ma il gip respinse la richiesta. Chiese anche l’arresto di dieci persone accusate di associazione per delinquere per via di un appalto di lavanderia: ma il gip concesse le manette solo per tre. Poi, il 24 febbraio 2004, De Magistris il sequestro se lo dispose da solo, con un provvedimento controfirmato anche da un altro magistrato. Immaginarsi il clamore: arrivarono anche le telecamere di Ballarò, e l’11 marzo Giovanni Floris dedicò al caso quasi un’intera puntata che fece molto arrabbiare i politici locali. Il Tribunale della libertà comunque revocò il sequestro dell’ospedale il 18 marzo successivo, ed evidenziò macroscopici errori di diritto. Il provvedimento fu definitivo anche perché De Magistris, dopo aver sequestrato un ospedale, non fece neanche ricorso perché fosse ri-sequestrato: forse aveva cambiato idea, e comunque le telecamere di Ballarò se n’erano già andate. Il procedimento, com’era chiaro sin dall’inizio, finì a Roma per competenza: e in quella sede, il 29 luglio 2007, il gip dichiarerà inutilizzabili tutte le intercettazioni disposte da De Magistris, e decreterà il non luogo a procedere per tutti. Prosciolti.

Ma non c’è spazio per elencare tutti i fallimenti di De Magistris, tutti gli innocenti sbattuti su giornali sempre informatissimi. A un certo punto il pm s’inventò che un giornalista di un periodico (subito arrestato) aveva ordito un piano per delegittimare alcuni magistrati di Reggio Calabria. Contestò l'associazione per delinquere all’ex parlamentare di Forza Italia Amedeo Matacena e anche agli avvocati Ugo Colonna e Francesco Gangemi, ma il Riesame annullò tutti gli arresti spiegando che le intercettazioni erano inutilizzabili anche perché tra gli interlocutori figuravano dei parlamentari. Informazioni di garanzia raggiunsero anche il sottosegretario Giuseppe Valentino (An), il presidente della Commissione antimafia Angela Napoli (Forza Italia), sinché il presidente dei gip archiviò tutto, denunciando gravi violazioni costituzionali nel comportamento di De Magistris. La Corte d’appello di Catanzaro s’incaricò di versare i danni a tutti gli innocenti arrestati.

Innocente era anche Rosa Felicetti, stimata professoressa catanzarese già protagonista di encomiabili iniziative nel mondo del volontariato. De Magistris la mandò ad arrestare assieme ad altre 56 persone con un’accusa da brivido: associazione per delinquere finalizzata all’introduzione di clandestini da avviare a lavoro, alla prostituzione e al traffico d'organi. L’accusa a Rosa Felicetti si tradurrà nell’aver assunto una badante clandestina per la madre morente, eventuale reato che, notò il gip, non prevedeva neppure il carcere. E in ogni caso reato non fu: le assoluzioni con formula piena furono la regola. Una delle regole di Luigi De Magistris, ormai maturo per affrontare le tre inchieste gemelle (Poseidon, Why not e Toghe lucane) che trasformeranno ogni sconfitta della giustizia in un suo successo politico.

E pensare che Luigi De Magistris su parentele e legami vari ci ha costruito intere e vagheggianti inchieste, tutte miseramente fallite. De Magistris, per dire, ha inquisito la madre di una sua collega di tribunale prima che ovviamente fosse prosciolta. De Magistris ha indagato il marito di un’altra sua collega prima che ovviamente fosse assolto anche lui. Tutte le sue istruttorie-patacca del resto sono intrise di «Tizio è molto amico di Caio», «ho visto Sempronio baciare Caia», poi varia gente «cugina di» e «parente di». Parentele e legami come preavvisi di colpevolezza. Il Consiglio giudiziario di Catanzaro, nel bocciare la sua nomina a magistrato di Corte d’Appello, nel giugno scorso stigmatizzò le sue «inconcludenti fonti di prova» in quanto corrispondenti a semplici «rapporti personali tra gli indagati». Legami e parentele, per lui, erano tutta roba buona.

E adesso? Che direbbe, ora, di uno come lui? Lui, mediaticamente, è stato fatto esplodere da Michele Santoro: e ora, a Salerno, è stato prosciolto da una cognata di Michele Santoro. Immaginarsi la connection che ci costruirebbe lui medesimo, considerando che un suo cognato (di De Magistris) è pm a Catanzaro e che una zia di sua moglie (la moglie di De Magistris) lavora proprio a Il quotidiano, giornale schieratissimo a suo favore. Chissà. Intanto è stato prosciolto dalla cognata di Santoro, anche se resta inquisito per calunnia a Firenze e per svariate altre imputazioni a Salerno. Sarà divertentissimo leggere le motivazioni scritte dalla cognata: anche perché le prove dei reati attribuiti a De Magistris (abuso d’ufficio e concorso in diffusione di notizie coperte da segreto) a noi mortali parevano davvero smaccate, perbacco.

Che Luigi De Magistris abbia fatto indagini anche a tempo scaduto non è un’ipotesi: è prova scritta, cartacea, stracerta. Per sapere che c’è stato uno scambio di notizie dalle inchieste di De Magistris ai giornalisti (Carlo Vulpio del Corriere incontrò De Magistris persino ad Eurodisney) basta leggere gli stessi giornali o, meglio ancora, le intercettazioni del caso. De Magistris, nell’agenda del suo cellulare, aveva memorizzato i numeri di Marco Lillo dell'Espresso, Sandro Ruotolo di Annozero, Carlo Vulpio del Corriere (una telenovela, la loro), e poi di Federica Sciarelli di Raitre (la incontrò in un albergo) e Antonio Massari della Stampa (che gli dedicò anche un libro) e Peter Gomez de l'Espresso (con cui cenò alla presenza di Gioacchino Genchi) e ancora Stefania Papaleo del Quotidiano: e molti, molti altri ancora. Due giornaliste andarono a casa sua, di De Magistris, a serata inoltrata; e una delle due preparò addirittura una rassegna stampa estiva personalizzata per il magistrato. Ma va tutto bene, non c’è stata violazione né niente. L’ha deciso la cognata di Santoro. Ci mancava pure lei.

Altro magistrato rappresentativo del sistema giudiziario è Clementina Forleo.

Le sue accuse in un libro: «Indagare sulla destra va bene, ma se cambi colore di caimano ti fai male».

«Fino a Tangentopoli, e fino a qualche anno fa, il problema era dell’indipendenza della magistratura dal potere politico, adesso è dell’indipendenza del magistrato rispetto alla magistratura ». Il «singolo magistrato » che «non si vuole allineare, non si vuole schierare, vuole essere libero, finisce per pagare i suoi errori. E li paga cari». Parola del gip Clementina Forleo, che il Csm ha trasferito a Cremona per incompatibilità ambientale, la quale vede questa situazione come la conseguenza degli «eccessi» di Mani Pulite, specialmente nell’uso del carcere, che hanno «rafforzato il consenso popolare verso certa politica» e minato «la fiducia» nei magistrati.

Torna sul tema dei «poteri forti», Forleo, in un libro-intervista di Antonio Massari ( "Clementina Forleo. Un giudice contro. 2008, Alberti editore). Nel '94, quando lei diventò giudice a Milano, i «magistrati erano uniti» nella «battaglia fisiologica e sempre in corso» contro un potere politico che «aveva un colore ben definito: c’era un nemico». «Berlusconi?», chiede l’autore. «Il pool si ribellò a un decreto del governo Berlusconi» risponde parlando in astratto. I fatti erano «gravissimi, ma lo strumento carcerario doveva essere limitato ai più gravi». E anche se «il sistema era talmente radicato che c’erano poche vie d’uscita», non farlo fu un errore. Il risultato del rafforzamento del potere politico è che ora i magistrati sono «più prudenti» e gli inquirenti «finiscono comunque per rispondere alle logiche di potere interne, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale», ragiona Forleo, gip dell’inchiesta Unipol-Antonveneta, firmataria della custodia per il banchiere Gianpiero Fiorani, chiedendosi retoricamente se «Fazio (indagato) e sua moglie sarebbero rimasti liberi all’epoca di Tangentopoli». «Fiorani, in galera, c’è finito. Fazio invece no. Né lui che all’epoca dei fatti era il governatore della Banca d’Italia, né sua moglie che, peraltro, non mi risulta sia stata indagata, neanche per favoreggiamento, nonostante fosse anch’ella in contatto con Fiorani» con cui scambiava «informazioni importanti».

«Oggi si è rotto l’idillio tra certa magistratura e certa politica e ciò ha causato autentici scempi, quale il silenzio dell’Anm di fronte alla vicenda di Luigi De Magistris», il quale aveva scoperto che tra i magistrati potevano esserci «personaggi conniventi con i potentati politici ed economici». La magistratura faccia «i conti con se stessa» affrontando «la questione morale», perché «oggi il singolo magistrato è più debole» e c’è il rischio che qualcuno possa «scivolare in comodi compromessi», come le è già capitato di vedere con amarezza. Le sue posizioni a difesa di de Magistris, per la separazione delle carriere, contro le correnti e la richiesta al Parlamento di usare nell’inchiesta Unipol le telefonate degli allora ds Latorre e D’Alema («consapevoli complici di un disegno criminoso», scrisse) hanno dato il via ai «vergognosi attacchi» contro di lei, anche dalla magistratura: «Si sono toccati i fili che fanno morire. Perché fino a quando s’era attaccato il nemico della magistratura, il nemico di destra, era andato tutto bene. Avevo avuto la solidarietà. La magistratura era stata compatta nel proteggere il giudice Forleo. Poi, quando spunteranno caimani d’altro colore, tutti si dilegueranno».

Tre giorni dopo, lesse l’appello ai giudici del presidente Napolitano alla «riservatezza» e a non inserire in atti «valutazioni non pertinenti» come «una pressione» che le fece «male», «un’offesa al Paese». In un altro passaggio definisce caimano «il potere esecutivo, qualunque colore abbia». Il libro ripercorre i procedimenti del Csm che l’avrebbe trasferita dopo «un processo sommario», «una pagina nera nella storia della magistratura » che l’ha fatta sentire come «un dissidente perseguitato», dichiara. Lì parlò dell’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio il quale, eletto senatore ds, si schierò «contro la trascrizione delle telefonate». Lo vide andare a pranzo con i pm delle scalate bancarie e la cosa la indignò: «Se qualcuno lascia la toga per diventare un politico, poi dovrebbe avere il buon gusto di non creare confusione di ruoli. Io non ho avuto dubbi sul rigore dei colleghi: colsi l’inopportunità del gesto di D’Ambrosio». L’ex procuratore ha sempre ribattuto che si trattò di un incontro occasionale e non si parlò delle inchieste. Una rivelazione, infine. Ha ricevuto la proposta di candidatura. Da chi? «Non dal centrodestra» né dall’Idv di Di Pietro.

Clementina Forleo diviene famosa come giudice quando scagionò dall'accusa di terrorismo internazionale due tunisini, Maher Boujahia e Ali Toumi, e il marocchino Mohamed Daki. Alcuni media italiani ed internazionali criticarono la sua decisione, motivata in base alla distinzione tra guerriglieri e terroristi (i primi compiono azioni contro obiettivi di natura militare, i secondi contro la popolazione civile). L'assoluzione fu poi annullata dalla Cassazione ed infine la seconda Corte d'Assise d'Appello, in data 23 ottobre 2007, ha rilevato la natura prettamente terroristica e non militare di alcuni dei piani contestati agli imputati ed ha condannato per terrorismo internazionale Mohamed Daki a 4 anni di reclusione mentre i due tunisini a 6 anni.

Altro fatto di dominio pubblico riguarda l'intervento della Forleo, in data 8 luglio 2005, in difesa di un extracomunitario, fermato in metropolitana senza biglietto da alcuni poliziotti, che hanno quindi tentato di arrestarlo. Il Gip è intervenuto, qualificandosi come magistrato, lamentando un eccessivo uso di violenza da parte degli agenti, che l'hanno successivamente querelata.

Il 28 agosto 2005 in un incidente automobilistico sulla strada tra Francavilla Fontana e Sava, nel brindisino, perde entrambi i genitori, il padre Gaspare Forleo, 77 anni, avvocato ed ex sindaco di Francavilla Fontana, e sua moglie Stella Bungaro, 75 anni, insegnante di matematica.

Nel 1992, Forleo venne criticata per non aver disposto il giudizio a seguito di una denuncia per diffamazione presentata dalla famiglia di Enzo Tortora contro il pentito Gianni Melluso, che in un'intervista ad un settimanale aveva ribadito le sue accuse nei confronti di Tortora. Nella vicenda Tortora il magistrato è stato investito da una bufera mediatica. “Quando la famiglia del giornalista – si racconta in  "Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora", il libro di Vittorio Pezzuto - querelò per diffamazione aggravata il pentito di camorra Gianni Melluso, che seguitava a sostenere la colpevolezza di Tortora, il gip Forleo nel dicembre 1994 assolse Melluso e se ne uscì con questa frase: ‘L’assoluzione di Enzo Tortora rappresenta in realtà soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto’. In sintesi, secondo la Forleo, Tortora, assolto in Appello e in Cassazione, poteva realmente essere stato un camorrista”.

A partire dall'estate 2005 Forleo ha cominciato ad occuparsi del caso Antonveneta, noto come Bancopoli. Il caso Antonveneta rappresenta la svolta fondamentale della carriera del magistrato che, nelle sue precedenti pronunce giudiziarie, aveva registrato critiche dall’esterno dell’ordine giudiziario ma era stata sempre difesa dagli organismi associativi della magistratura e dal CSM: è infatti alla luce degli sviluppi del caso che si è intrapresa una doppia azione nei suoi confronti, una per incompatibilità ambientale/funzionale e l’altra di tipo disciplinare.

La prima iniziativa, che ha prodotto la proposta di trasferimento e di affiancamento obbligatorio di Forleo con altri colleghi, ha avuto luogo nella prima commissione del CSM e reagisce alla bufera mediatica attivata da un’intervista resa dal GIP di Milano alla trasmissione di Rai-2 “Annozero”. Nella dichiarazione Forleo rendeva noto di sentirsi esposta a rappresaglie dei potenti per le inchieste da lei condotte, e di averne fatto menzione in un esposto presentato ai carabinieri e del quale era stata investita per competenza la procura della Repubblica presso il tribunale di Brescia. Nel corso della dichiarazione resa alla commissione consiliare del CSM presieduta dalla professoressa Vacca (autrice della proposta di trasferimento, accolta all’unanimità dei presenti), il giudice Forleo espose i fatti che avevano a suo modo di vedere corroborato la convinzione esposta nella trasmissione televisiva (colloqui con il suo superiore in Tribunale e con il giudice Imposimato), ma anche i suoi antichi sospetti in ordine alla scarsa professionalità delle forze dell’ordine pugliesi ed alle fonti che avrebbero passato ai giornali i contenuti di parte del suo esposto.

La seconda iniziativa ruota intorno alle inchieste del 2007 sui cosiddetti "Furbetti del quartierino". La procura aveva intercettato delle telefonate di imprenditori sotto inchiesta per reati finanziari e alcune di queste telefonate erano dirette a parlamentari. La Legge Boato imponeva in questo caso che le intercettazioni non potessero essere usate come prova senza che il parlamento avesse concesso l'autorizzazione. La procura passò quindi le telefonate a Forleo (in qualità di GIP) che doveva valutarne la rilevanza penale ed eventualmente richiedere al parlamento il permesso di usarle. Forleo chiese l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che coinvolgevano alcuni parlamentari (Piero Fassino, Massimo D’Alema, Romano Cominciali, Nicola Latorre, Salvatore Cicu) non soltanto come prova contro gli imprenditori inquisiti, ma anche come materiale indiziario per poter inquisire alcuni gli stessi parlamentari che, secondo quanto scrisse nella richiesta, "appaiono [...] consapevoli complici di un disegno criminoso". Il presidente della Giunta delle autorizzazioni della Camera, deputato Carlo Giovanardi, definì la richiesta un’inammissibile anticipazione di giudizio, in quanto preannunciava che l’autorizzazione sarebbe servita a consentire l’iscrizione dei cinque parlamentari sul registro degli indagati. Per il Procuratore della Cassazione Delli Priscoli ciò avrebbe violato il principio secondo cui l’azione penale procede dal pubblico ministero e non dal GIP (quale è Forleo), la quale avrebbe così compiuto un atto abnorme sanzionabile disciplinarmente. Nella medesima audizione dinanzi alla prima commissione del CSM Clementina Forleo ricordò che in Procura a Milano il procuratore aggiunto Greco (in un’intervista al Sole 24 ore) condivideva la tesi che per l’iscrizione a registro occorresse la previa autorizzazione parlamentare, che la legge obbliga a far richiedere dal GIP; una tesi, peraltro, non condivisa da altre Procure, come Catanzaro, dove il pm Luigi De Magistris iscrisse Clemente Mastella a registro degli indagati in virtù di un’intercettazione di una telefonata con l’indagato Saladino, senza che di questo utilizzo fosse previamente richiesta l’autorizzazione alla Camera di appartenenza di Mastella.

L’avvicinamento per approssimazioni alla strada corretta per utilizzare le intercettazioni è stato reso particolarmente difficoltoso dalla scarsa giurisprudenza sulla “legge Boato” (140/2003) e dalle molteplici e divergenti prassi esistenti tra le varie Procure. In più, il GIP Forleo era stata destinataria di moniti alquanto espliciti, in ordine alle conseguenze processuali di un utilizzo privo di autorizzazione, dall’unico documento approvato dal Parlamento nell’imminenza dell’esplosione del caso, la relazione del senatore Giovanni Crema a nome della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato nella XV legislatura. Il testo ammoniva anche la Procura di Milano alla tutela della riservatezza delle conversazioni dei parlamentari, cosa che aveva convinto la Procura per due anni a mai sbobinare le intercettazioni in questione (secondo una prassi sino ad allora seguita solo per le erronee intercettazioni dei colloqui avvocato-cliente). Clementina Forleo quindi fu particolarmente garantista, per la funzione parlamentare, nel rendere noto a che scopo intendesse utilizzare le intercettazioni (invece di richiedere l’autorizzazione “in bianco” che avanzarono altri giudici in passato), ma facendo ciò si espose alla critica di aver surrettiziamente reintrodotto l’abolita autorizzazione a procedere (allo scopo di dare massimo rilievo mediatico alla richiesta e precostituirne l’esito di accoglimento da parte della Camera, sotto l’impeto dell’opinione pubblica). La procedura di trasferimento d'ufficio, attivata presso il CSM, non ha riscontrato mala fede nella condotta di Forleo, ma ha ritenuto che le pubbliche dichiarazioni rese dall'interessata abbiano leso il decoro dell'ordine giudiziario e giustificassero il suo trasferimento in altra sede.

Anche in questo caso di convesso soccorre Marco Travaglio su "L'Unità" con l'articolo "Uliwood party".

"Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni. Due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa. E da Potenza giungono notizie analoghe sul cosiddetto «caso Forleo».

La Procura lucana, cui si era rivolta la gip di Milano, ipotizza un complotto architettato contro di lei da due pm e da un tenente dei Carabinieri di Brindisi. Nella primavera-estate del 2005, mentre Clementina intercetta lo sgovernatore Fazio e i furbetti a colloquio con i loro protettori politici, i suoi genitori vengono minacciati di morte con telefonate (o semplici squilli notturni) e lettere anonime, poi si vedono incendiare la tenuta agricola e la villa in campagna, infine perdono la vita in un incidente d’auto. Senza ipotizzare l’incidente doloso (alla guida c’era suo marito, salvo per un pelo), la Forleo ha denunciato da tempo alla Procura di Brindisi gli inquietanti episodi che l’hanno preceduto. Per scoprire chi ne siano gli autori, occorreva acquisire i tabulati telefonici non solo dei genitori della giudice, ma anche dei numeri chiamanti e soprattutto mettere sotto controllo il telefono di casa dei minacciati (gli squilli, non attivando il traffico commerciale, nei tabulati non risultano).

Ma il pm Alberto Santacatterina chiede ai carabinieri solo i tabulati, senza intercettazioni. E quelli fanno ancora meno: si limitano ad acquisire i tabulati di casa Forleo, non quelli ­fondamentali - delle chiamate in entrata. Lei chiama il tenente Pasquale Ferrari ­ lo stesso incaricato della sua tutela in Puglia - per sollecitarlo a fare il suo dovere. Telefonata burrascosa («si vergogni di indossare la divisa», avrebbe detto la giudice), che l’ufficiale segnala al procuratore di Brindisi, dottor Giannuzzi. Questi però l’archivia subito a «modello 45» (notizie non costituenti reato): un innocuo sfogo personale e nulla più. Intanto la Procura ha chiesto pure l’archiviazione sulle minacce ai genitori. Il gip però respinge la richiesta, ordinando indagini più approfondite. Che però non vengono fatte e il caso finisce definitivamente in archivio. Così si comincia a dire che Clementina, avendo denunciato ad Annozero «tentativi di delegittimazione da soggetti istituzionali e forze dell’ordine», è una pazza visionaria: s’è perfino inventata le minacce ai genitori. Il Csm, per la gioia di un Parlamento ancora sotto choc per l’ordinanza Unipol-Antonveneta, apre una pratica per trasferirla: per avere screditato integerrimi colleghi e ufficiali «con accuse infondate».

In realtà erano fondatissime, ma qualcuno ha fatto in modo di ridicolizzarle. È, appunto, il presunto complotto su cui lavora la Procura di Potenza, orchestrato «al solo fine di dare una lezione» alla Forleo. Occhio alle date. L’8 giugno 2007 il procuratore Giannuzzi archivia il caso della telefonata al tenente. Il 20 luglio la gip chiede alle Camere di poter usare le intercettazioni sulle scalate anche contro alcuni politici e finisce nella bufera. Il 14 agosto, mentre Giannuzzi è in ferie, il tenente Ferrari presenta una denuncia scritta contro la Forleo, ancora per la telefonata: guarda caso, proprio quand’è di turno per le questioni urgenti (per quelle ordinarie bisogna attendere la ripresa autunnale) il pm Antonino Negro, amico dell’ufficiale e del pm Santacatterina.

I tre, sempre secondo la Procura di Potenza, «concordano tra loro il testo della denuncia» e la data della presentazione per gestirla con le proprie mani e “dare una lezione” a Clementina, «esponendo una versione diversa da quanto sarebbe realmente accaduto nella conversazione telefonica tra Forleo e Ferrari». Negro, di turno proprio quel giorno, apre il fascicolo e se lo intesta. Ma non potrebbe: l’affare non è urgente. E poi dovrebbe avvertire il capo, che ha già archiviato il caso. Fortuna che la Forleo, in vacanza in Puglia, si arma di registratore, cerca di capire cosa le stanno facendo e scopre la tresca, subito denunciata a Potenza e al Csm. A quel punto pare che Ferrari si dica disposto a ritirare la denuncia.

Ma lei tira diritto e chiede al Pg di Brindisi di avocare l’inchiesta a Negro. Il quale, per tutta risposta, chiude le indagini a tempo di record e la rinvia a giudizio per minacce al tenente. Ora sulla strana triangolazione Ferraro-Negro-Santacatterina sta facendo luce il pm di Potenza Cristina Correale che, nell’invito a comparire inviato per interrogarli, li accusa di abuso d’ufficio (e Santacatterina anche di falso). Quale abuso? Presentando la denuncia «in periodo feriale, nella settimana in cui era di turno il dr. Negro per far sì che il predetto venisse designato titolare del procedimento in violazione delle tabelle in vigore in ufficio, veniva arrecato intenzionalmente a Forleo un danno ingiusto». Cioè l’apertura di un processo per un fatto già archiviato. Altro danno: le indagini lacunose sulle minacce ai genitori.

Lì Santacatterina e Ferrari «indebitamente omettevano di curare l’effettiva acquisizione dei tabulati», anche se poi il pm, nel chiedere l’archiviazione del caso, «attestava falsamente» di averli «acquisiti ed esaminati» e di non aver trovato «telefonate utili alle indagini» (ipotesi di falso). Un bel quadretto che, se confermato dalle indagini, costringerà un bel po’ di politici, giornalisti, magistrati, alte e basse cariche istituzionali a chiedere scusa alla Forleo. E magari a vergognarsi. Sempreché le scuse e la vergogna, nel frattempo, non siano cadute in prescrizione."

Carlo Vulpio, già inviato del Corriere della Sera è uno tra quelli che ha seguito passo passo le inchieste della procura di Catanzaro portate avanti dal Pm Luigi De Magistris. Le ha seguite così da vicino che è stato incriminato assieme al Pm e ad altri giornalisti per associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa. Lui, in particolare, per concorso morale. Capi d’accusa mai ipotizzati da quando esiste la Repubblica. Ma torniamo al libro.

Vulpio parte da una premessa che poi è l’intuizione dalla quale partono le inchieste Why Not e Poseidon, le due sottratte a De Magistris: dimenticate Tangentopoli, o almeno quella delle mazzette, quelle dei soldi sporchi che passano di mano in mano, e che magari alla fine finiscono in un cesso. Storia vecchia.

Oggi la nuova Tangentopoli si basa su fondi pubblici, soprattutto europei, che non arrivano in Italia e poi vengono spartiti, ma hanno già il timbro di appartenenza quando partono da Bruxelles. Chi prova a scoperchiare questo sistema politicamente tacito e trasversale è proprio il Pm campano, che con perfetta coscienza va incontro alla “profezia Chiaravalloti” (ex presidente della regione Calabria, premiato con la presidenza dell’Authority) intercettato mentre parla con la segretaria: “Lo dobbiamo ammazzare… no… gli facciamo le cause civili per il risarcimento danni e affidiamo la gestione alla camorra… Vedrai, passerà i suoi anni a difendersi”.

Il libro è un’ottima chiave di lettura per capire su cosa davvero stava indagando De Magistris prima di essere esautorato d’ufficio, e soprattutto perché fosse fisiologica una simile fine per quelle inchieste: fare luce su questi traffici di denaro pubblico avrebbe significato far saltare i piani alti della politica e della magistratura.

Vulpio ricompone pazientemente ogni singolo tassello di un puzzle che alla fine sviluppa uno scenario da golpe: magistrati che fanno parte di comitati d’affari e acquistano proprietà da costruttori che nel frattempo stanno indagando, tecnici e funzionari che collaborano con il Pm (Gioacchino Genchi, il mago delle tecnologie investigative, il maresciallo Pasquale Zacheo, insostituibile archivio vivente, il prototipo del Bellodi di Sciascia) vengono trasferiti e viene loro revocato l’incarico, il tutto in un habitat in cui la massoneria ha gli uomini giusti nei posti strategici.

Grande spazio, naturalmente, all’inchiesta regina, Why not, che ruota attorno all’uomo del destino, Antonino Saladino, amico di tutti, di tutti quelli che stanno al potere, si intende. Vulpio non dimentica di occuparsi di Toghe Lucane, l’unica inchiesta rimasta in mano a De Magistris (ma c’è tempo anche per quella), che indaga su un comitato d'affari di politici, magistrati, avvocati, imprenditorie funzionari che avrebbe gestito grosse operazioni economiche in Basilicata.

Nel libro vengono raccontati degli episodi che a prima vista non c’entrano nulla con la storia giudiziaria che si dipana tra Lucania, una volta Felix oggi Appetix, e la Calabria. Come quella dei “fidanzatini di Policoro”, in Basilicata, apparentemente morti in un incidente poi diventato duplice omicidio, causato forse dalla paura che la ragazza raccontasse di festini hard a base di coca ai quali partecipavano magistrati e politici.

Anzi, ormai è più che un sospetto.

Pagine e pagine dedicate alla “collega ideale” di Luigi De Magistris, Clementina Forleo, l’unica scesa veramente in campo per difendere il collega dalla canea che lo stava delegittimando. E l’unica, che assieme a De Magistris sta difendendo l’autonomia della magistratura, mentre altri colleghi sono sazi e soddisfatti del tacito accordo Mastelliano che accontenta tutti con posti al Ministero e favori amichevoli.

Carlo Vulpio racconta i fatti inediti delle devastazioni alle proprietà della famiglia Forleo in Puglia mentre Clementina si occupava di scalate a Milano: la villa demolita, il raccolto dato alle fiamme, e ultimo, lo strano incidente in cui morirono i suoi genitori.

Cose che il giudice, che secondo il Csm soffre di vittimismo, non ha mai raccontato.

E’ un libro pieno di circostanze, di date e di fatti, che si legge come un romanzo ma ha la struttura della migliore inchiesta giornalistica.

Quella che emerge è una nazione senza scrupoli, che lucra su ogni fonte di guadagno fregandosene delle leggi, della salute della gente e del territorio. Scorie tossiche nelle campagne, rigassificatori a un chilometro dai templi di Agrigento, la decadenza dei Sassi di Matera beneficiari di finanziamenti per la tutela di milioni di euro. L’annientamento di due giudici e dei loro tecnici, avviato e pianificato con precisione maniacale da politici e colleghi, e approvato senza batter ciglio da un Consiglio Superiore della Magistratura che anziché proteggerli dagli attacchi, li consegna agli sciacalli per voce di Letizia Vacca (non me ne voglia il bovino): “due cattivi magistrati”.

Il “non sapevo” oggi non è più tollerato, perché se un giorno De Magistris sarà punito dal Csm nonostante la Procura di Salerno dice che contro di lui è in atto un complotto, se la Forleo perderà la funzione di Gip per aver fatto scoprire all’Italia gli alpinisti della sinistra, questo avverrà di fronte ad una nazione cosciente, che forse allora reagirà. Ignorantia legis non excusat.

Al momento giusto nell’indagine sbagliata. Qualcuno ha definito più o meno così, la posizione di Gioacchino Genchi, il consulente delle procure (ormai) più famoso d’Italia. Le cui consulenze, anche se nessuno ama ricordarlo, sono risultate più di una volta utili anche alle difese, per scagionare cittadini, che altrimenti erano destinati ad essere colpevoli predestinati.

Proprio il caso Genchi – propaggine del caso De Magistris - è tornato infatti alla ribalta delle cronache quando gli uomini del Reparto Tecnico del Ros di Roma, guidati dal colonnello Pasquale Angelosanto, hanno fatto irruzione nella luminosa abitazione-ufficio dello stesso Genchi.

Le motivazioni del decreto di perquisizione non si discostano dalle accuse mosse da tempo da certa politica, dal Csm e più recentemente dal Copasir. E riguardano la presunta illecita acquisizione “di tabulati di comunicazioni di membri del Parlamento” e la presunta illecita acquisizione “di tabulati telefonici relativi ad utenze in uso ad appartenenti ai servizi di sicurezza”. Insomma, lo ricorda anche il legale del Dott. Genchi, Fabio Repici, tutte contestazioni infondate se si legge “il decreto di sequestro emesso qualche mese fa dalla Procura di Salerno a carico di magistrati catanzaresi”. Un documento nel quale, spiega Repici, non solo c’è “la prova della correttezza dell’operato del Dr. Genchi”, ma anche quella “degli esorbitanti errori commessi dal funzionario del Ros che ha operato prima su delega della Procura generale di Catanzaro e che oggi opera per conto della Procura di Roma”. Quel Pasquale Angelosanto, autore di informative che Repici, ancora, ritiene siano caratterizzate da “abnormi incongruenze” e “marchiani errori”.

Nel decreto di perquisizione di Salerno a danno dei magistrati di Catanzaro, giudicato perfettamente legittimo dal competente Tribunale del Riesame, si legge che “sulle attività di acquisizione, studio, elaborazione analitico-relazionale dei dati di traffico telefonico, gli esiti delle indagini tecniche condotte dai Carabinieri del Ros – Reparto Indagini Tecniche su delega del Generale Ufficio avocante e compendiate nella relazione del 12 gennaio 2008 a firma del Colonnello Pasquale Angelosanto, non trovano conferma nelle risultanze investigative acquisite da questo Ufficio”. Eppure ieri, lo stesso Angelosanto, sentito anche come testimone davanti alla Disciplinare del Csm, guidava i Carabinieri che si muovevano, alla ricerca di chissà quali documenti, in tutti i luoghi “nella disponibilità” del funzionario di polizia indagato. Mentre lo stesso si trovava a Milano, da dove è rientrato solo in serata.

E chissà se al Col. Angelosanto (e magari a qualcun altro) avrà fatto piacere la straordinaria concomitanza delle perquisizioni con l’uscita di un articolo sul settimanale “Left”. Nel quale sono riportate le dichiarazioni dello stesso Genchi che attacca proprio il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri nelle “porcherie” del quale, dice, “mi imbatto dal 1989”.

L’articolo, che avrebbe potuto suscitare scalpore e creare fastidi al Ros, è infatti passato a notizia di terzo o quarto piano, o addirittura ignorato dai media. E in quell’articolo, tra l’altro, il consulente ricorda il suo ruolo da protagonista nelle indagini svolte in seguito alla strage di Via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Mentre si accenna a quella presunta trattativa tra mafia e Stato sulla quale Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito, ha recentemente cominciato a rilasciare dichiarazioni alla Procura di Palermo. Partendo proprio da Via D’Amelio.

Gioacchino Genchi, l'esperto informatico indagato per abuso d'ufficio e violazione della privacy, in un'intervista al programma "Reality" che è andato in onda domenica, 15 marzo, alle 23.40 su La7, ha ricordato quelle indagini. “Il motivo della mia delegittimazione – ha detto – nasce dalle inchieste sui mandanti esterni a quella strage”. Perché “nell’inchiesta Why Not, in cui ho collaborato con il procuratore De Magistris, ho ritrovato, senza volerlo, le stesse persone in cui mi ero imbattuto nelle indagini di Caltanissetta”. Forse persone che appartengono ai cosiddetti poteri forti (forze dell’ordine e servizi segreti compresi) dei quali si fa cenno nei decreti di archiviazione delle indagini sui mandati esterni alle stragi o nel processo in corso a Palermo o nelle stesse indagini sottratte al Dott. De Magistris che, è lui stesso a dichiararlo, stavano svelando l’esistenza di una nuova P2. Molto più potente e organizzata della prima.

Da questo punto di osservazione, se fosse confermato, apparirebbero ancora più chiari i violenti attacchi perpetrati ai danni del Dott. Genchi. E la definizione di uomo al momento giusto nell’indagine sbagliata assumerebbe un altro significato. Inoltre in quella occasione Genchi parla anche di magistrati che vanno a cena con personaggi in cui sono coinvolti in inchieste tenute dagli stessi magistrati e di cui si è chiesta l’archiviazione giorni dopo.

In un comunicato stampa, l’avvocato Repici ha dichiarato, ancora, che “ciò che si sta compiendo è la prosecuzione di una strategia di delegittimazione nei confronti del dr. Genchi, quale funzionario di polizia e consulente dell’A.g., che trova ragione nei fondamentali accertamenti fatti dal dr. Genchi sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992”. Le indagini condotte oggi contro di lui, quindi, sarebbero soltanto il pretesto per fermare al momento giusto l’uomo che già in passato avrebbe arrecato non pochi fastidi.

A Palermo fa freddo. Anzi, c’è il gelo. Non è solo un fatto climatico, anche se fino a pochi giorni fa nevicava alle porte della città, ma è la bomba virtuale esplosa sulla testa del procuratore capo Francesco Messineo cha ha fatto precipitare la temperatura di colpo. Un articolo pubblicato su Repubblica ha ufficialmente riaperto la stagione dei veleni su uno degli uffici più delicati d’Italia. «Il cognato del procuratore è un uomo d’onore», titolava venerdì 6 marzo 2009 il quotidiano. E oltre all’inverno prolungato di quest’anno, a gelare le anticamere della Procura è sopraggiunta la memoria della “stagione dei veleni”, quella delle talpe e delle lettere anonime, quella dell’isolamento di alcuni magistrati, fra cui Giovanni Falcone, fra la fine degli anni Ottanta e l’estate delle stragi del Novantadue. Ovvio, il Csm apre subito un’inchiesta. Ovvio, i sostituti e i collaboratori di Messineo esprimono la propria solidarietà al capo. Il ministro Alfano sembra voler inviare un’ispezione immediata al palazzo di Giustizia di Palermo. Poi ci ripensa, gli ispettori rimangono a Roma.

Si comincia a pensare se non a una bufala intera a una “mezza” bufala, a una polpetta avvelenata a cui qualche cronista forse ha abboccato. Certo che quel titolo rimane. La carriera del procuratore di Palermo, dal 6 marzo 2009, probabilmente è segnata. Cosa è accaduto? Qualcuno ha fatto pervenire alla stampa l’informazione sul fatto che l’Arma dei carabinieri aveva intercettato due anni fa il cognato del procuratore capo, Sergio Maria Sacco, marito della sorella della moglie di Messineo, gettando sul parente l’ombra di concorso esterno a Cosa nostra. La vicenda era vecchia e archiviata, ma piove in forma di cronaca in questa gelida Palermo. Anche perché, si scopre dopo, Sacco non è stato neanche indagato per quella telefonata intercettata, e altre accuse dei decenni precedenti lo avevano visto assolto. Tutto a conoscenza anche del Csm da anni, appunto. Chi ha fatto la soffiata (che soffiata non è) alla stampa?

Mistero. Sono stati i carabinieri, o meglio i Ros, con cui comunque Messineo ha costruito un rapporto esclusivo tenendo fuori dal gioco grosso, a volte, le forze di polizia? Erano irritati che il loro primato sulle indagini a Palermo fosse messo in discussione dopo gli ultimi riassetti di nomine e promozioni in Procura? Oppure: la “gola profonda” va cercata nelle fila della polizia di Stato, nell’ottica dello scontro ormai sempre più palese fra le due forze? O ancora, si tratta di un’ulteriore offensiva da parte di chi ha già decapitato le procure di Catanzaro e Salerno, come raccontano gli stessi pm di Palermo in un comunicato? La vicenda Sacco è «molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore» e «non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio». E poi, sempre secondo i pm, la polpetta avvelenata viene servita in «coincidenza temporale col progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra». Qualcuno disse, decenni fa, «si sente tintinnare di sciabole». A farne le spese, l’intero ambiente.

«Una volta per toglierci di mezzo ci ammazzavano - spiega un tagliente Roberto Scarpinato, storico pm del processo a Giulio Andreotti, a lato di un convegno - ora non ne hanno bisogno. Ci sono altri modi per ridurci al silenzio. Chissà, forse dovremmo esserne pure grati». Ci pensa un po’ su e chiede al suo collega Antonio Ingroia, sostituto procuratore, che gli siede accanto: «Come si chiamava quel ministro dei Lavori pubblici che diceva che dovevamo conviverci con la mafia?». Ingroia sorride: «Lunardi, credo fosse Lunardi». Conclude Scarpinato: «Ecco, sì, forse dovremo imparare a conviverci con la mafia».

A Palermo si gela. Fa freddo anche a piazza Principe di Camporeale cercando il sotterraneo sede dello studio di Gioacchino Genchi, che da investigatore della polizia, prima, e consulente in quasi tutte le principali inchieste “di punta” delle procure italiane, poi, è diventato, nel giro di poche settimane, il nemico numero uno della democrazia italiana. L’uomo che avrebbe confezionato dossier, secondo alcuni politici e la stampa nazionale, su milioni di italiani.

Sulla rivista Left e su agoravox si legge la testimonianza autentica di Gioacchino Genchi.

L’intervista è stata realizzata da Pietro Orsatti il 7 marzo 2009.

Pietro Orsatti (PO): “Il tuo lavoro non é quello di intercettare qualcuno?”

Gioacchino Genchi (GG): “No, assolutamente.”

PO: “Tu non hai mai messo una microscopia?”

GG: “No, assolutamente no. Guarda, io ho fatto una sola intercettazione telefonica in vita mia. Quando abbiamo cambiato casa ed avevo il telefono nello studio, in cucina ed in camera da letto. Io ero nello studio, dovevo fare una telefonata, ho alzato il telefono, ed ho sentito mia moglie che parlava con sua madre. Però non ci ho capito nulla perché parlavano in sloveno. Questa é stata l´unica intercettazione fatta in vita mia. Ho chiamato subito il tecnico ed ho fatto cambiare l´impianto di modo che, anche a casa mia, se uno alzava il telefono, gli altri dovevano stare isolati. Se quella é un´intercettazione quella si l´ho fatta, ma comunque non ci ho capito nulla perché parlano in sloveno, perché mia moglie é di origine della minoranza slovena di Gorizia”.

PO: “Tu ti sei ritrovato a dover fare un incastro fondamentalmente di dati telefonici ed utenze e questo tu non lo fai solo per WHY NOT, tu lo fai da decenni.”

GG: “Si da sempre. È molto semplice, te lo riepilogo in due battute. Parliamo di WHY NOT ovviamente e non di altre indagini di De Magistris, perché io questo lavoro a Catanzaro lo facevo già da diversi anni, prima in processi di mafia ed omicidio con sentenze, che hanno dato ergastoli per stragi, facendo esattamente le stesse cose, anzi forse facendo qualcosa di molto di più in termini di acquisizione di dati e di intercettazioni. L´indagine WHY NOT non aveva nessuna intercettazione. De Magistris non ha fatto intercettazioni né sapeva di disporne, tanto che quando mi ha conferito l´incarico – leggi bene la relazione che io ho fatto a Salerno sulla presunta acquisizione del tabulato del cellulare di Mastella – nel conferimento dell´incarico di De Magistris non é stato inserito di analizzare ed incrociare le intercettazioni ed i tabulati, perché De Magistris non sapeva quando mi ha dato l´incarico che avrebbe acquisito le intercettazioni. Dopo che mi dato l´incarico, eravamo a fine marzo. De Magistris le ha acquisite dalla procura di Lamezia. Dei carabinieri si sono presentati da lui ed hanno detto “dottor De Magistris, anni fa noi abbiamo intercettato Saladino in un´indagine per delle minacce che aveva subito e ci sono delle intercettazioni importanti”. Quindi il conferimento dell´incarico é già il primo atto importante con i quesiti, che sono gli stessi quesiti che da più di vent´anni io ricevo da tutti i magistrati d´Italia, compresi i magistrati che siedono e si sono seduti al consiglio superiore della magistratura,. Quindi se De Magistris deve essere sanzionato, perché quei quesiti sono debordanti, illegittimi etc, bisogna annullare tutte le sentenze di ergastolo che sono state date sulla base di quegli incarichi e bisogna punire tutti i magistrati d´Italia, giudici, pubblici ministeri, presidenti di Corte d´Assise, magistrati, che sono ancora in Cassazione e che sono pure alla Procura Generale della Cassazione e che mi hanno dato lo stesso identico quesito e lo stesso identico incarico. L´incarico, ripeto, non prevedeva di analizzare le intercettazioni telefoniche perché le intercettazioni di Saladino sono sopravvenute al processo WHY NOT, sono arrivate dopo. Le intercettazioni di Saladino mi sono state consegnate da De Magistris quando é venuto a Palermo ed abbiamo avuto una riunione di due giorni (19-20 aprile 2007) a venti-trenta giorni dal conferimento dell´incarico, ed abbiamo fatto una riunione operativa in cui dovevamo trattare altri temi ed alla quale hanno partecipato Woodcock, un ufficiale di polizia giudiziaria di Woodcock, il dottor De Magistris ed il consulente finanziario, il dott. Sagona, un ispettore in pensione della Banca d´Italia. Abbiamo parlato di tutto tranne che di Mastella, di Saladino e dell´indagine WHY NOT perché la riunione atteneva ad altri ambiti di collegamento investigativo con le indagini di Woodcock sulla massoneria in particolare. Questo é forse il punto che ha preoccupato. Di questo comunque ne parliamo dopo. Quando é venuto De Magistris mi ha portato queste intercettazioni, che noi abbiamo trattato nelle settimane successive. Quando abbiamo acquisito i tabulati, io ho scritto fino alla noia nelle relazioni successive che bisognava chiedere l´autorizzazione al Parlamento per le intercettazioni e per i tabulati dei parlamentari, di cui frattanto erano state individuate le utenze. Noi potevano individuare le utenze dei parlamentari, che avevano un telefono intestato a loro. Per esempio Prodi aveva un telefono intestato a Romano Prodi, che non é stato acquisito perché Prodi era parlamentare. Il senatore di Pietro aveva un telefono intestato ad Antonio di Pietro, di cui non si potevano certamente acquisire i tabulati. Ma se un parlamentare utilizza dei telefoni, che saltano da una società ad un ente ad un ministero e poi un altro ministero e poi alla Camera e poi al Senato, se un parlamentare non utilizza i telefoni a sé intestati e cambia sedici apparecchi con la stessa SIM e la stessa SIM la cambia sei volte, intestandola da una parte all´altra, come si fa a stabilire che é un parlamentare? Aggiungo che se un parlamentare attiva a nome proprio decine di schede, come é successo per un altro parlamentare, di cui sono stati acquisiti i tabulati, e le proprie schede vengono date a diverse persone e magari le stesse schede le troviamo in una dinamica di un duplice omicidio, la protezione va a quel parlamentare, ma non può essere estesa a tutti i soggetti, i portaborse, i colleghi di studio, gli avvocati - e forse anche non avvocati – dello stesso parlamentare, che ricevono le schede ed usano le schede intestate al parlamentare. Poi si dice nel rapporto del ROS, falsamente, che la scheda era intestata alla Camera dei deputati mentre non é vero. La scheda era intestata al dipartimento dell´amministrazione penitenziaria e non solo era cambiata l´intestazione, ma era pure cambiata l´azienda telefonica da TIM a WIND e poi da WIND a TIM di nuovo. Quindi era una confusione ed era impossibile stabilire, se non si faceva il tabulato, di chi era quel cellulare, che é stato acquisito per ragioni assolutamente diverse. É stato acquisito perché risultavano dei contatti telefonici nel range delle intercettazioni, quando già sapevamo solo il periodo delle intercettazioni, mentre il cellulare di Saladino si muoveva a Roma ed aveva altri tipi di contatti telefonici prima e dopo che erano già stati rivelati come di interesse. Quindi si é acquisito immediatamente il tabulato per non perdere il tempo pregresso. Perché qual é il punto di partenza? La test dott.ssa Caterina Merante ha riempito decine di pagine di verbali, in cui ha fatto tutta una serie di dichiarazioni che riguardavano una serie di soggetti e di fatti molto gravi con collusioni istituzionali, che andavano dai servizi di sicurezza alla politica al giornalismo al mondo degli affari, dell´imprenditoria, della finanza, delle forze di polizia, della guardia di finanza, della polizia di Stato, del Ministero dell´Interno. Queste dichiarazioni dovevano essere riscontrate. Le dichiarazioni della Merante sono della primavera del 2007 – iniziano a fine marzo – e riguardano fatti precedenti risalenti ai primi anni 2000. Quindi noi avevamo 24 mesi di tempo per prendere i tabulati. Ecco quindi l´esigenza di acquisizione immediata dei tabulati senza poter eseguire quelle verifiche che, quand´anche fossero state fatte, le acquisizioni sarebbero state legittime. Il ROS dice “Genchi si doveva fermare - e lo stesso dice Rutelli - perché quel cellulare era intestato alla Camera dei deputati”. Ma il ROS non dice che fra le stesse acquisizioni di diversi mesi dopo risulta che quando io avevo già individuato che quel cellulare era di Mastella avevo scritto al Pubblico Ministero che bisognava chiedere l´autorizzazione al Parlamento. Ma non solo, avevo anche scritto che bisognava chiedere l´autorizzazione al Parlamento anche per le intercettazioni indirette, perché così diceva la legge Boato. Io non sapevo che di lì a qualche settimana la Corte Costituzionale avrebbe dichiarato illegittime quelle norme della legge Boato, che prevedevano l´impossibilità di utilizzare le intercettazioni indirette dei parlamentari. Quindi questo era il mio scrupolo, il mio zelo istituzionale e la mia perfetta conoscenza delle norme e tutela del mio lavoro e del lavoro del PM. Basta leggere le relazioni, che il ROS guarda caso non ha citato. Perché ha dato alla Procura Generale, che se l´é chiesto perché era su commissione il lavoro fatto, e poi al COPASIR e poi alla procura di Roma, una rappresentazione totalmente alterata della realtà”.

PO: “Ma perché il ROS ha puntato te e perché su WHY NOT ?”

GG: “Probabilmente si sono voluti pulire il coltello, perché io dal 1989 mi imbatto in delle porcherie fatte dal ROS”.

PO: “Quindi é qui la vicenda, chiamiamola il conflitto tra una parte dello Stato ed un'altra.”

GG: “Io ritengo che abbiano voluto colpire me ben oltre la mia funzione di consulente dell´autorità giudiziaria, per quello che io rappresento, ho rappresentato, per quello che io ho fatto in passato e per quello che é stato il mio ruolo anche all´interno della Polizia di Stato.”

PO: “Tu rappresenti te stesso ed il tuo lavoro.”

GG: “Io rappresento me stesso, il mio lavoro ed una massa enorme di persone per bene con le quali io ho lavorato, compresi ufficiali e sottoufficiali del ROS, magistrati e funzionari di Polizia.”

PO: “Raccontiamola questa storia”.

GG: “Nell´89 c'é l'attentato all'Addaura ed iniziano una serie di sospetti”.

PO: “L´attentato all'Addaura é quello della bomba a danno di Falcone, che poi dicono che non era una bomba.”

GG: “I sospetti si materializzano poi nel ´92, allorché viene riferito ai magistrati di Caltanissetta, e prima ai magistrati di Palermo da un maresciallo dei carabinieri, un artificiere, che il congegno esplosivo sarebbe stato consegnato a un funzionario di polizia, che si trovava presente sul posto. Io immediatamente con La Barbera svolgo degli accertamenti, che riguardavano questo funzionario di polizia, che già per la verità era indicato per la sua amicizia con Contrada e per alcuni suoi rapporti che aveva avuto a Palermo con qualcuno di molto sospetto e dimostro che quel funzionario di polizia non avrebbe mai potuto ricevere quel congegno, che viene maldestramente fatto esplodere e brillare e non consente di stabilire chiaramente come era stato congegnato effettivamente quell´attentato e se si trattava di un vero attentato, o se voleva essere solo un´intimidazione. Io dimostro che quel funzionario si trovava in tutt´altra sede in quel momento. Questo maresciallo dei carabinieri é stato condannato per false dichiarazioni al pubblico ministero. Poi le occasioni per aver lavorato sulla trattativa e per essere stato messo anche da parte, io e La Barbera, quando stava per arrivare l´onnipotenza del ROS a Palermo, che avrebbe assicurato, come ha assicurato, grandi successi. Sicuramente la cattura di Riina é stato un grande risultato. Però se si fossero fatte pure le indagini sul covo di Riina. Io mi preoccupo di più di come ci si é arrivati alla cattura di Riina e possibilmente del fatto stesso che Riina sia stato reso latitante per tanti anni. Perché vedi le catture sono certamente un successo dello Stato, ma sono allo stesso tempo un successo dello Stato, che dimostra l´insuccesso o le connivenze dello Stato per tutto il tempo in cui i latitanti, poi catturati, sono rimasti tali. Plaudire a chi ha catturato Provenzano, quando ormai si trovava in uno stato quasi larvale, é certamente giusto perché é il risultato di un´attività di intelligence di poliziotti, che hanno dato la vita e sacrificato affetti”.

PO: “É la fine di un percorso diciamo”.

GG: “Però io mi chiedo, se in uno Stato che si rispetti e che si chiami tale con la S maiuscola, possa essere consentito che un soggetto di quel genere possa restare per più di quarant´anni latitante. E' veramente un assurdo pensare a questo e che poi venga trovato sotto casa a mangiare ricotta e cicoria, solo perché si seguono un paio di mutande. Io non penso che Provenzano si sia cambiato le mutande solo quella volta negli ultimi quarant'anni. Penso che se le sia cambiate altre volte o qualcuno gliele lavava pure queste benedette mutande, no?”

PO: “Ti faccio una domanda. Ritorniamo al ´92. Il ´92 é un anno cruciale per la Repubblica italiana. Sei d'accordo?"

GG: “Si, però le cose cruciali del ´92 nessuno le dice. Tutti parlano di quello che c´é dopo le stragi e nessuno dice quello che c´é prima. Nel ´92 ci sono due attacchi concentrici al sistema politico: uno viene dalle inchieste su tangentopoli e dalla procura di Milano e da altre autorità giudiziarie che seguono, alcune bene altre meno bene e alcune addirittura male. L’esempio ed il metodo investigativo della procura di Milano ed un altro che viene da un Presidente della Repubblica, che inizia a picconare il sistema, di cui aveva fatto parte e che lo aveva generato e che si chiama Francesco Cossiga. Si tratta di un Presidente della Repubblica che é giunto al limite del suo mandato ed inizia a togliersi tutti i sassolini dalle scarpe e che fa, oggi si direbbe, “outing”. Un Presidente della Repubblica che viene attaccato concentricamente e viene messo pure in stato di accusa con l´impeachment ed é costretto a dimettersi. Ed é costretto a dimettersi, perché c´é un qualcuno che in Italia vuole accelerare, c´é un qualcuno che probabilmente già studiava, od era in pantaloncini corti e si allenava, come accade per i giocatori che sono in panchina, per prendere le redini dell´Italia. E magari, per prendere le redini dell´Italia, avrebbe voluto pure utilizzare i percorsi dell´autorità giudiziaria, strumentalizzare alcune iniziative ed inchieste giudiziarie. Ma é ancora presto per parlare di questo. I dati sono questi: un Presidente della Repubblica viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene mentre si sta votando l´elezione del Capo dello Stato, interrompendo quello che é il corso, che quel Parlamento di inquisiti e tutto quello che vogliamo, comunque un Parlamento eletto, si stava dando, con la proposta di un altro ben diverso Presidente della Repubblica. Questi sono i fatti di cui pochissimi parlano”.

PO: “Però tu ti ritrovi in quel momento ad essere vice-questore a Palermo.”

GG: “No io in quel momento ero appena commissario. Io sono entrato in polizia nel marzo dell´86 e nel ´92 ero commissario capo da poco. Dirigevo la zona telecomunicazioni per la Sicilia occidentale ed in concomitanza delle stragi Parisi mi vollero affiancare un ulteriore incarico operativo di direzione del nucleo anticrimine, cioè un gruppo di una sessantina di poliziotti dotati di autovetture velocissime, di armamento e di equipaggiamento per eseguire immediatamente dei blitz e dei controlli, quindi un´attività operativa. Infatti sono stati i miei ragazzi a trovare nella collinetta di Capaci il famoso bigliettino con il numero del telefonino del responsabile SISDE di Palermo “NECP300 portare in assistenza”. Vedi caso NECP300 é lo stesso telefono che noi trovammo poi clonato ad Antonino Gioè e La Barbera nel covo di via Ughetti dopo la cattura, che fu fatta grazie ad un´operazione di intelligence della Procura della Repubblica di Palermo, dai magistrati Lo Voi e Pignatone.”

PO: “Quindi il 19 luglio tu ti ritrovi un paio di ore dopo?”

GG: “No, un po' prima. Sono andato in via D'Amelio con il mio autista che ancora si ricorda. Ci guardiamo mentre ancora le macchine erano in fiamme. Borsellino ancora fumava per terra. I pezzi di Emanuela Loi cadevano dalle pareti, dall´intonaco del palazzo, e certamente là era scoppiato un ordigno, che non poteva essere stato azionato sul posto. Perché se fosse stato azionato sul posto chiunque…”

PO: “Sarebbe stato come minimo ferito o mutilato”

GG: “No, sarebbe stato un attentato kamikaze e là non erano stati trovati dei morti, se non dei poliziotti e Borsellino. É da escludere che gli stessi poliziotti si siano fatti essi stessi un attentato, e non poteva essere nei palazzi adiacenti perché sarebbe stato travolto dall'onda d'urto. Le modalità dell'acceleramento nella posa della macchina hanno pure escluso che ci potesse essere un effetto ritardato, cioè che si preme e scatta dopo 5 secondi, perché c'é stata l'osservazione diretta di Paolo Borsellino, che é uscito dalla macchina, si é avvicinato al citofono e la macchina era messa proprio all'ingresso del cancelletto di via D'Amelio e quindi é stata quasi collegata all'impulso del citofono.”

PO: “C´é un unico punto.”

GG: “Guardando e considerando che tutta la parte montuosa dell'altura di Monte Pellegrino é inaccessibile, eccetto le strade, da cui non si poteva certamente mettersi sul ciglio della strada ed aspettare che Borsellino arrivasse, ho realizzato due ragionamenti. Uno deve essere stato fondamentale l'elemento informativo, quando Borsellino sarebbe andato là, perché tieni conto che non ci si può appostare con il joystick in mano per aspettare per mesi e giorni che arrivi Borsellino, qualcuno te lo deve pure dire quando Borsellino sta arrivando. Due ci vuole un punto di osservazione: siccome in via D'Amelio era stata fatta anche l'intercettazione del telefono dell'abitazione per carpire questi elementi informativi e siccome l'intercettazione abusiva poteva essere eseguita solo in un ambito ristretto, non poteva essere eseguita da Londra o da Milano o da Bruxelles, doveva necessariamente essere eseguita da un ambito molto ristretto – allora abbiamo ipotizzato a questo punto che ci fosse un'unica postazione di ascolto clandestino e di avvistamento. Poi abbiamo anche riflettuto su una cosa importante: Borsellino andava da decenni a villeggiare a Villagrazia di Carini, dove si poteva uccidere pure con la fiocina di un fucile subacqueo, perché andava là e prendeva il bagno. Infatti aveva il costume blu da bagno di TERITAL nella borsa, che si é sporcata per l'incendio della macchina, ma che era intatta. Si trattava di una borsa in pelle marrone al cui interno c'erano il costume e la batteria di un cellulare MICROTAC, la batteria quella doppia, batteria che poi i familiari donarono al fidanzato della figlia e che ha utilizzato fino a qualche anno fa. Per dire come quell'incendio non ha distrutto la macchina di Borsellino, non ha distrutto la borsa, non ha distrutto la batteria, che é di per sé infiammabile. L'unica cosa che si é infiammata, forse perché era rossa, é l'agenda che non si é più trovata.”

PO: “Ma questa borsa che passeggia per via D´Amelio in quei momenti… quel video é impressionante.”

GG: “Certamente quel video c'é. Magari forse la contestazione di furto dell’agenda mi é sembrata pure a me un po' eccessiva, però, insomma, io non so se le cose che ha detto l'ufficiale – io non le ho lette, non conosco gli atti - siano perfettamente aderenti al vero. Quindi probabilmente la contestazione di furto non ci sta, come é stato correttamente osservato anche dalla Cassazione, però certamente c'é una grossa discrasia di una borsa, che conteneva un'agenda e di un'agenda che non si é più trovata. Non solo. E’ tutto l'elemento acceleratore della strage dietro questa agenda, che sparisce con il tentativo di cancellare gli ultimi giorni di vita di Borsellino. Se poi vai a considerare quando é stata rubata la macchina, la 126 utilizzata per la strage,…”

PO: “Tu ad un certo punto ti ritrovi lì, Castello Utveggio, capisci che sono circolate…”

GG: “Guarda, io ti leggo quello che ho già dichiarato in un'intervista, che poi é stata per esigenze tecniche tagliata a proposito della vicenda Castello Utveggio e della vicenda Spatuzza. Tieni presente che dopo la creazione dei gruppi Falcone-Borsellino, io li lascio a maggio 2003.”

PO: “Lasci o te li fanno lasciare?”

GG: “No no lascio. Sono stato io ad andarmene, non é assolutamente vero che mi la fanno lasciare, sono stato io volontariamente ad andarmene. Questo risulta nei processi, non é stato smentito, c'é la mia nota con la quale io rientro in servizio.”

PO: “Perché c'é un po' di pubblicistica che dice che sei stato allontanato, tu sei stato trasferito un periodo.”

GG: “No, io sono stato trasferito nell'ottobre precedente, quando ci fu il tentativo di allontanare me e poi La Barbera. Anche La Barbera fu trasferito. Ed i gruppi nascono perché la dott.ssa Boccassini ed il dott. Cardella, in particolare, si impongono sul Ministero dell'Interno e devo dire anche Tinebra, perché queste risorse investigative e queste persone – in particolare il dott. La Barbera, io e basta – potessimo rioccuparci delle indagini. Perché, dopo che apriamo il fronte sui servizi, in particolare dopo che apriamo il fronte su Contrada perché sia chiaro, noi siamo stati trasferiti. Ma non era tanto un trasferimento mio e di La Barbera, ma lo smantellamento di una struttura della Polizia di Stato, perché tutto doveva passare in mano al ROS. Questo é il disegno ancora più perfido di questa scelta che in quel momento fu fatta”.

PO: “Ma che cosa gli hai fatto ai ROS, che cosa gli hai toccato? C´é un pezzo del ROS che comunque ti ha puntato.”

GG: “Sì, sicuramente”

PO: “Non del ROS, dell'arma dei carabinieri.“

GG: „No, guarda, l'arma dei carabinieri lo escludo tassativamente, perché l'arma dei carabinieri é fatta di persone serie. Il pericolo é fatto da persone che entrano ed escono dai servizi di sicurezza e dal ROS e che, in questi vari passaggi, si dimenticano intanto di essere dei carabinieri. Perché é normale e fisiologico che una persona della Polizia possa andare nei servizi di sicurezza, alla DIGOS, all'UCIGOS, allo SCO e poi rientrare e fare il questore o qualunque cosa. Però la cosa importante é che questo poliziotto o carabiniere, che transita, che possa andare pure al RIS, alla territoriale, comandare una compagnia, poi comandare un reparto operativo, poi andare al ROS etc, sto carabiniere o ufficiale dei carabinieri non deve mai dimenticare di essere un carabiniere e di avere giurato fedeltà allo Stato in quanto carabiniere. Perché se dimentica questo, allora comincia ad essere molto pericoloso”.

PO: “Ma é una questione politica?”

GG: “Eh sì, é una questione politica. Io mi occupo di queste indagini con De Magistris e le tolgono a De Magistris, le tolgono a me ed affidano tutto al ROS ed il ROS combina il pataracchio, che ha combinato, secondo me, anche in danno dei magistrati di Catanzaro, perché Iannelli non é colui che ha avocato l'indagine. Iannelli é colui, a cui é stata prospettata una rappresentazione totalmente falsa di quelle indagini illegali, che il ROS ha fatto su De Magistris e su di me. Io vado da Mentana e Mentana subito dopo la mia trasmissione viene cacciato. Viene messo un nuovo conduttore di MATRIX, che la prima trasmissione che fa é con Mori del ROS. Un bravo giornalista, Nicola Biondo, fa un'inchiesta sul ROS sull'Unità e qualche giorno dopo stavano per chiudere l'Unità. Io adesso non vorrei, però comincia ad esser molto preoccupante. Qui il vero problema, ed io l'ho scritto nel mio blog, é l'attuazione della direttiva Napolitano. Io mi augurerei che Napolitano, che ha fatto quella splendida circolare, che voleva evitare concentramenti di potere e di informazione su questi organi di Polizia, che operano all'esterno dell´ambito istituzionale e giurisdizionale dello Stato, se non ha avuto la forza di farla valere come Ministro dell'Interno, quantomento, abbia la forza di farla valere come Presidente della Repubblica”.

PO: “Prima facevi un accenno alla massoneria.”

GG: ”La massoneria oggi bisogna porla in una dimensione diversa da come siamo stati abituati. Io mi sono occupato in numerosissime occasioni di indagini sulla massoneria ed ho realizzato una conclusione. Sono state fatte intercettazioni, sono state fatte perquisizioni e, per i ricordi che ho io, tutti i soggetti a cui sono stati trovati i paramenti massonici, i grembiulini, sono stati sempre prosciolti alla fine delle indagini. Magari c'erano condotte riprovevoli dal punto di vista morale e politico, però di reati nemmeno l'ombra. Il vero problema é invece quando i grembiulini non si trovano, i cosiddetti affiliati all'orecchio. I veri problemi non sono le singole logge, che poi tra l'altro sono sempre in lite tra di loro, i veri problemi sono quando queste logge vengono aggregate e si autoaggregano anche senza volerlo, per la sola volontà di chi sta facendo le indagini. Ritengo che in questo De Magistris, e nel mio piccolo forse anche io, abbiamo avuto il primato di aggregare delle logge e delle consorterie massoniche o paramassoniche, che possono poi anche chiamarsi Compagnia delle Opere o Opus Dei. Qualcuno, quando pensa alla massoneria, pensa solo ai compassi, solo a Gelli, pensa solo ad una cosiddetta massoneria laica. Io vi invito a leggere il libro di Pinotti, quello che c'é sull'Opus Dei, e vi assicuro che esce fuori un quadro di Gelli persino quale campione di democrazia al cospetto di quello che emerge dall'Opus Dei, se sono vere le cose, che sono scritte in quel libro”.

PO: “Quindi questa componente continua ad esistere, si parla addirittura di nuove possibili logge coperte.”

GG: “Sì sono tutta una serie di aggregazioni e sub-aggregazioni, che ormai utilizzano internet e non utilizzano più le regole della tessera, del numero e del codice e che utilizzano un sistema di accordi trasversali, specie con la frantumazione dei partiti e delle ideologie, con il valere degli accordi trasversali, dei sistemi degli inciuci, che partono dal mondo della politica per arrivare a quello della finanza, passando e controllando totalmente il mondo dell'informazione. È evidente che in una situazione di questo genere, specie se questi soggetti apparentemente disgiunti vengono attaccati contemporaneamente, é chiaro che si uniscano. Infatti l'unisono, anche parlamentare, degli attacchi che si sono avuti all'attività ed al lavoro del dottor De Magistris, ed in particolare al mio, con una mistificazione di numeri e nomi senza uguali che ha lasciato persino di stucco alcuni parlamentari. Io ovviamente non posso dire chi, ma io sono stato contattato da diversi parlamentari, che sono rimasti assolutamente stupiti di quello che é accaduto. Non riuscivano a capire il come ed il perché. Il come ed il perché sta nel fatto che pochi, ma buoni, si sono uniti ed hanno orchestrato l'inciucio”.

PO: “Davvero pochi?”

GG: “Fortunatamente si, sono pochi ma buoni nel senso di peggiori.”

PO: “Cioè che controllano comunque il sistema informativo”.

GG: “Si, controllano il sistema informativo ed hanno cercato di controllare il sistema parlamentare. Però secondo me non ci sono riusciti.”

PO: “Dici che qualche anticorpo c'é ancora?”

GG: “Si io credo che il nostro Parlamento e la nostra politica abbiano dei grossi anticorpi.”

PO: “Ma Mentana? Aveva già lanciato dei segnali.”

GG: “Mentana é stato un incontro-scontro interessante. Io non conoscevo Mentana, mi trovavo alla redazione della Sciarelli, a CHI L`HA VISTO, e stavamo per andare in trasmissione. Mi ha chiamato un mio amico, che é un regista della Sciarelli, dicendomi che un suo amico, che é un regista che lavora con Mentana, voleva contattarmi e voleva sentirmi, perché Mentana voleva fare una puntata di MATRIX con me. Contemporaneamente mi é giunto un messaggino di Mentana sul cellulare. Ci siamo sentiti, io gli ho dato la disponibilità e gli ho detto se aveva bisogno di qualche argomento. Mi ha detto che pensava a tutto lui e che stava organizzando. Gli ho chiesto allora di sapere cosa stava organizzando, anche per prepararmi, e mi ha detto che era tutto a sorpresa e non poteva dirmi nulla. Io non ho insistito, anzi ho apprezzato la serietà di un giornalista, che voleva lavorare sull'elemento sorpresa, anche per animare la trasmissione. Quindi mi ha invitato per il pomeriggio successivo per andare agli studi e registrare la trasmissione. A questo punto ho detto no: io vengo con piacere ed accetto qualunque tipo di sfida con lei, visto che sarà certamente una sfida da come si sta palesando, però io vengo in trasmissione solo a condizione che la trasmissione sia in diretta. Mi ha detto: “Ma dai che facciamo tardi, così poi la vediamo in TV e magari stiamo assieme la sera.” Io ho detto: “No, mi dispiace Mentana, ma io non vado in trasmissioni registrate.”

PO: “E lui ha accettato?”

GG: “Lui ha accettato ed ha detto “non c'é problema. Anzi così abbiamo pure un po' più di tempo per preparare i servizi e lavoriamo meglio anche nel pomeriggio”. Io non so che tipo di permessi abbia chiesto lui, però certamente lui voleva fare una trasmissione per rilanciare il Presidente del Consiglio. Lui probabilmente era andato sotto con l'intervista a Di Pietro e Saviano, ma con la mia si voleva riprendere, perché c'era un cartellone enorme, tanto che mi sono sentito male quando sono entrato in quello studio  nel vedere quella gigantografia con le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Tra l'altro, mi ha anche fatto dire prima, quello che io avevo già anticipato e cioè che, secondo me, Berlusconi era stato probabilmente depistato, quando ha detto “il più grande scandalo”, perché io l'ho sentito, quando lui in un'intervista per strada aveva detto “se sono vere le cose che riportano i giornali”, perché lui non era stato in Consiglio dei Ministri o al Copasir e non aveva sentito i servizi, ma si trovava in Sardegna, dove forse qualche entità dei servizi c'é pure, quantomeno quelli che stavano costruendo alla Maddalena e di cui mi stavo occupando, però Berlusconi non aveva modo di avere informazioni in tempo reale ed ha rilasciato una dichiarazione di assoluta gravità. Ma io che non ritenevo di avere un fatto personale con Berlusconi, anche perché devo dire con tutta onestà che, dall'indagine WHY NOT, Berlusconi non era assolutamente emerso e forse questo é stato il guaio, perché se fosse emerso, avremmo trovato più solidarietà. Quantomeno nella magistratura associata ed invece questo non c'é stato. Quindi il presidente Berlusconi si é scagliato diciamo contro di me. Allora Mentana, dopo che io difendo il presidente Berlusconi, nel senso di dire “secondo me il presidente Berlusconi é stato informato male”, io non posso prendermela con chi ha solo avuto la leggerezza nel riferire al presidente del consiglio un'informazione appresa dalla stampa - infatti io sono un uomo dello Stato e mi tocca difendere il Presidente del Consiglio indipendentemente dal fatto se l'ho votato o meno – mi lancia subito dopo il servizio di Berlusconi, che non parlava per strada con gli stessi giornalisti, a cui aveva detto le cose, che avevo sentito io, ma il comizio che aveva fatto dentro un teatro, nel quale non aveva assolutamente parlato dei giornali e se sono vere le cose che hanno riportato i giornali, ma ha dato per scontato che io avevo intercettato tutti gli italiani. Quindi tra l'altro, se avessi intercettato tutti gli italiani, avrei intercettato lui e quelli e quelle che parlavano con lui. Quindi avrei avuto quelle famose intercettazioni, che molti mi hanno chiesto quando lui ha detto “se esce una mia intercettazione io lascio l'Italia”. Io sono stato tempestato di telefonate “Genchi tira fuori le intercettazioni di Berlusconi perché così facciamo bingo”. Io ho detto mi dispiace, ma con tutta la buona volontà io il presidente Berlusconi non l'ho intercettato. Non solo: io non ho intercettato nemmeno le gentili signorine che si sarebbero intrattenute al telefono con il presidente Berlusconi. Con tutto quello che posso fare per l'Italia, io vi posso portare intercettazioni mafiose, di assassini, di criminali, degli amici di Saladino, che sono in Parlamento, ma il presidente Berlusconi purtroppo in questo non c'entra, perché se ci fosse entrato, forse i destini della nostra indagine, forse, sarebbero stati diversi. Però Berlusconi, insomma, certamente non devo insegnargli io come fare il Presidente del Consiglio. Lui si avvale delle sue fonti informative ed io gli auguro di avere buoni risultati. Però io devo dire una cosa: devono stare molto attenti a queste sirene che girano attorno ai palazzi. Un grande generale scrisse che un esercito che fonda le sue forze sull'arruolamento dei traditori vincerà le prime battaglie, ma perderà sicuramente la guerra”.

Ogni anno ricorre l’anniversario della strage di Capaci. Ma chi fa la festa a Falcone? Quelli che in vita lo attaccavano.

Al chilometro 4 tra Punta Raisi e Palermo, il 23 maggio 1992, esplosero 500 chili di esplosivo, che spazzarono via tre auto blindate, che non riuscirono a proteggere Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

Purtroppo è anche il giorno, in cui la triste ricorrenza viene imbracciata elettoralmente da un genere di militanza che Falcone detestava: come l’antipolitica di Beppe Grillo e l’antimafia di Sonia Alfano. Questi sono al servizio di quell’Italia dei valori che, non solo dà voce ad Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris e la stessa Sonia Alfano, ma da anni accoglie il maggior responsabile della campagna, che contribuì all’isolamento di Falcone poco prima che morisse: parliamo di Leoluca Orlando.

Il democristiano Leoluca Orlando era diventato sindaco di Palermo e aveva inaugurato una cosiddetta primavera che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni. Poi, nell’estate 1989, il pentito Giuseppe Pellegriti accusò l’andreottiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, una calunnia che Falcone fiutò subito.

Orlando cominciò a dire e non dire che Falcone volesse proteggere Andreotti. Durante una puntata di «Samarcanda» Orlando lo disse chiaramente: il giudice aveva dei documenti sui delitti eccellenti ma li teneva chiusi nei cassetti della Procura di Palermo. Una menzogna che verrà ripetuta a ritornello, dimostrata come falsa anche davanti al Csm. È di quel periodo anche un primo e sottovalutatissimo attentato a Falcone, una bomba ritrovata nella sua casa all’Addaura.

Poi, quando Falcone accettò l’invito del Guardasigilli Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse si fece ancora più infame. Dissero che si era venduto al potere politico e contro di lui si scagliarono la sinistra, gli andreottiani, il Giornale di Napoli («Dovremo guardarci da due Cosa Nostra») e poi Repubblica e anche il Giornale. Memorabile un titolo dell’Unità: «Falcone preferì insabbiare tutto». L’autunno di Falcone.

Poi, a macerie fumanti, ecco il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua a Mani pulite. Falcone morì un sabato, e il lunedì la Repubblica uscì in edizione straordinaria col titolo «L’ultima telefonata con Di Pietro». Svolgimento: «Provava un’affettuosa invidia per Colombo e Di Pietro», «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva l’inchiesta sulle tangenti», «una tonnellata di tritolo ha spezzato il suo contributo all’indagine milanese». Perfetto un riquadrino di Repubblica: «Arriva Antonio Di Pietro da Milano, il giudice delle tangenti, il Falcone del Nord... con lui c’è Leoluca Orlando». Falcone, in realtà, stava solo disponendo alcune rogatorie internazionali chieste dal Pool Mani pulite: era il suo lavoro. Saranno Claudio Martelli e Ilda Boccassini, da emisferi diversi, a spiegare che Falcone era affranto perché il Pool di Milano a quanto pare non si fidava di lui.

La verità processuale sulla sua morte la racconterà Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando che uccise il giudice e tutti gli altri: «Era il primo magistrato che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato... Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982... Non tramontò mai il progetto di ucciderlo».

Dal 23 maggio 1992 undici inchieste hanno affrontato la strage di Capaci, sei processi hanno inchiodato i corleonesi alle rivelazioni di Brusca, infinite altre indagini hanno esplorato e sfibrato la favola dei «mandanti» Berlusconi e Dell’Utri indagati a Palermo, Caltanissetta e Firenze: tutto sempre archiviato. L’inverno della giustizia. Ma non mai finita.

A Rebibbia corre appunto il processo a carico del prefetto Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, ex ufficiali del Ros accusati di favoreggiamento per aver impedito la cattura di Bernardo Provenzano nell’ottobre 1995: questa almeno l’accusa scaturita da una testimonianza del colonnello Michele Riccio dei Carabinieri. Difficile, ora, riassumere i passaggi pirandelliani che hanno portato a ciò che tanto affascina Antonio Ingroia: la già stra-affrontata, peraltro, tesi di un’improbabile trattativa tra Stato e mafia nel 1992-1993, qualcosa che avrebbe portato appunto lo Stato a trucidare Falcone e Borsellino.

Per capire il presente, a Palermo si ricorre sempre al passato. Così i conflitti di oggi si comparano con i veleni di ieri. Che si ripetono, come una maledizione che aleggia sul palazzo dell’antimafia. Il procuratore Piero Grasso, dopo aver estromesso dalle indagini su Cosa nostra gli uomini che ieri avevano lavorato con Giovanni Falcone, oggi «è ormai un generale senza esercito», ha commentato Massimo Russo, sostituto procuratore e presidente palermitano dell’Associazione magistrati.

Presente, passato: «Gli amici di Falcone sono stati sconfitti», ha commentato il procuratore aggiunto Gioacchino Natoli, dimettendosi dalla direzione distrettuale antimafia in contrasto con Grasso. Ieri, oggi: «Siamo tornati ai tempi del procuratore Pietro Giammanco», protestano molti sostituti procuratori. Giammanco, accusato di non voler fare le indagini antimafia e di emarginare Falcone, dovette dimettersi in seguito all’ondata d’indignazione (dentro e fuori il palazzo di Giustizia palermitano) che seguì alle stragi del 1992 in cui morirono Falcone e Borsellino. Se ne andò anche Giuseppe Pignatone, braccio destro di Giammanco, a cui Falcone aveva dedicato pagine terribili nei suoi diari. Un decennio dopo, proprio Pignatone, che non ha mai rinnegato il suo stile di lavoro contrario alle indagini in pool, è tornato a essere l’uomo fidato del capo (questa volta Grasso) e il plenipotenziario delle indagini su Cosa nostra a Palermo.

Oggi nessuno mette in discussione la correttezza di un uomo con la storia di Grasso. Ma il punto di crisi restano le indagini su mafia e politica: si possono mettere sotto inchiesta i potenti, si possono indagare i rapporti tra la mafia che spara e i signori della politica e degli appalti? Per un decennio, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, la procura di Gian Carlo Caselli (e di Roberto Scarpinato, di Guido Lo Forte, di Gioacchino Natoli, di Antonio Ingroia e di tanti altri) ha risposto sì. Sostenuta, almeno in un primo tempo, da un formidabile movimento antimafia nel Paese e perfino dal consenso, o almeno dal silenzio, di una politica debole, che attraversava un momento di crisi.

Oggi i tempi sono tornati difficili. La politica è tornata forte. E Grasso ha scelto la via di salvare il salvabile, di concentrarsi sulla mafia che spara, senza spingere l’acceleratore sui rapporti tra questa e i poteri. Così ha ostentato la sua discontinuità con la linea Caselli, per esempio non firmando il ricorso in appello contro l’assoluzione in primo grado di Giulio Andreotti.

Ha bluffato con Antonino Giuffrè, presentato come il nuovo Buscetta. Ha riorganizzato l’ufficio escludendo la vecchia guardia e concentrando le indagini più delicate nelle mani di Pignatone. Chi lo conosce bene spiega che su queste scelte hanno pesato anche motivi personali, come una sorta di complesso d’inferiorità nei confronti di Caselli e dei «caselliani», da cui vuole mostrarsi differente in tutto. Altri, invece, ricordano che anche Falcone, a metà degli anni Ottanta (ancora il passato per tentare di spiegare il presente) diceva che quando la politica è forte è meglio non entrare in rotta di collisione con il potere, «altrimenti non riesci ad arrestare nemmeno Nitto Santapaola».

Dove finisce la prudenza e comincia la connivenza? Oggi restano aperti i conti con il passato (rappresentato da Andreotti e dai suoi rapporti con gli uomini di Cosa nostra), ma anche con il presente: i «mandanti esterni» delle stragi del 1992-93, la mancata perquisizione del «covo» di Totò Riina, il ruolo di Marcello Dell’Utri, la nascita di Forza Italia in Sicilia, la gestione degli appalti, le indagini su Totò Cuffaro e su altissimi esponenti di Forza Italia... La nuova mafia si sta riorganizzando in simbiosi con la politica e gli oppositori di Grasso sostengono che se non si affrontano questi nodi, ha perfino poco senso «arrestare Santapaola». L’equilibrio tra prudenza e rigore è difficile.

Le accuse di Caponnetto a Andreotti, Lima, il procuratore Giammanco e i suoi alleati: in un libro la testimonianza dell' ex capo del pool antimafia di Palermo, “ ecco chi ha tradito Falcone e Borsellino.

Finalmente un testimone oculare, diretto e d' eccezione - al di sopra di ogni sospetto, insinuazione e veleno - racconta "dall'interno" la nascita, la vita e la distruzione del pool antimafia di Palermo. Ricorda le trappole che traditori, infidi come serpenti, sistemarono intorno a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che di quel pool furono le anime. Svela le pressioni che, in nome e per conto di Giulio Andreotti, furono fatte sugli uffici giudiziari per chiudere in fretta un' inchiesta pericolosa.

Annota il groviglio di interessi corporativi, correntizi e politici che ha paralizzato e paralizza il CSM. Indica con i nomi e i cognomi gli abitanti di quella "grande ed influente area grigia" del Palazzo di Giustizia, magistrati "che non emergeranno mai dal limbo dell' inefficienza, che hanno sempre una ragione in più per non indagare".

Il testimone d' eccezione si chiama Antonino Caponnetto, ha 72 anni, è stato consigliere istruttore a Palermo dal novembre del 1983 al marzo del 1988, è stato il magistrato che ha organizzato e diretto il pool antimafia, è stato padre amico e fratello per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La sua testimonianza è stata raccolta da Saverio Lodato e sarà in libreria con il titolo "I miei giorni a Palermo" (Garzanti, editore).

Antonino Caponnetto è sempre pacato, minuzioso nella documentazione, freddo nel ragionamento. Non è tenero. Non è tenero con nessuno. Non risparmia nessuno. Né i magistrati "poco convincenti" che sistemarono ogni genere di ostacolo sulla strada di Falcone, prima, di Borsellino, dopo. Né intellettuali, come Sciascia, che, ispirato "per meschina bega" da qualcuno, "si prestò al gioco senza capire la gravità delle sue affermazioni mentre era in atto una campagna di stampa volta a delegittimare il pool e il maxiprocesso". Né politici come Giulio Andreotti e Salvo Lima.

Caponnetto ricorda "due episodi singolari": "un paio di telefonate di Ombretta Fumagalli, già membro del Csm, e uno strano incontro con Riccardo Boccia, che allora era commissario per la lotta alla mafia". "La Fumagalli - racconta il Consigliere - mi sollecitava a prendere in esame il procedimento contro Andreotti per l' accusa di falsa testimonianza nel processo Dalla Chiesa, durante il suo interrogatorio reso a Roma". "Dovrebbe esserle giunto un processo di competenza", dice la Fumagalli nella sua prima telefonata. E aggiunge: "Riguarda l' onorevole Andreotti. Lei capisce la situazione, quindi la pregherei di esaminarlo celermente". Caponnetto ha già assegnato il processo al suo vice. La Fumagalli "si infastidì per questa decisione e me ne chiese la spiegazione". Caponnetto è costretto a ricordare al consigliere del Csm "i suoi poteri". "La Fumagalli discusse ancora e io risposi: "La mia impressione posso dirgliela fin d' ora. Noi non siamo competenti, dal momento che il reato è stato consumato a Roma...". La spiegazione non convinse la Fumagalli che telefonò e ritelefonò per sentirsi finalmente dire che "gli atti erano stati trasferiti alla pretura di Roma". Racconta Caponnetto: "La Fumagalli cominciò a farsi insistente: 'Ma come è possibile che non ravvisiate la vostra competenza per connessione' . Fui costretto a risponderle seccamente per evitare il ripetersi di quelle telefonate. La mia impressione è che volessero che il procedimento fosse definito a Palermo, e non a Roma. Può darsi che a Palermo si sentissero più sicuri".

Il secondo singolare episodio riguarda Salvo Lima. Alcuni parlamentari di Democrazia Proletaria consegnano all'Ufficio Istruzione un dossier sul viceré siciliano di Andreotti. E subito da Roma partono le contromosse. Sentiamo Caponnetto: "Qualche giorno dopo, sul Messaggero, uscì un articolo di Andreotti su Lima. Quella mattina Falcone entrò nel mio ufficio con quel giornale in mano e mi chiese cosa ne pensassi. 'Attenti a quello che fate' : fu questa l' impressione che ricavai dall'articolo. Giovanni fu tassativo: 'Per me è un chiarissimo segnale: Salvo Lima non si tocca' ". "Qualche giorno dopo - continua il Consigliere - si fece vivo Boccia e mi convocò nel suo ufficio. Dopo una serie di preamboli superflui e cordiali... mi chiese se ero in grado di confermargli o meno l' esistenza di procedimenti contro uomini politici. Non fece il nome di Lima, ma ritenni di poter collegare questo suo interessamento alle polemiche che si stavano sviluppando. Lo rassicurai che in quel momento non c' era niente... e così poté tranquillizzare chi di dovere". "Se i pentiti avessero parlato", conclude Caponnetto, "le cose con Lima sarebbero andate diversamente": "quell'uomo politico, per anni, ha svolto la sua funzione di mediatore, di garante, fra le cosche di mafia e il potere politico".

Non tutti, in quel Palazzo di Giustizia di Palermo, si comportavano come Caponnetto. Non tutti "si tenevano lontani da certe conoscenze, da certe lusinghe, da certe frequentazioni".

Ne sono la prova le difficoltà che, una volta ritornato a Firenze Caponnetto, incontrano Falcone e Borsellino.

Difficoltà che hanno nomi e cognomi. Caponnetto li elenca a cominciare da quello dell'ex procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco ("Falcone mi aveva parlato dei suoi rapporti di amicizia con Mario D' Acquisto - andreottiano -, con forti riserve e perplessità"). "Ma Giammanco non è stato il solo ostacolo che Falcone e Borsellino hanno incontrato sul loro cammino. Sono rimasti vittime di una situazione in cui Giammanco aveva l'appoggio dei sostituti Pignatone e Lo Forte, e quello dei due procuratori aggiunti, Aliquò e Spallitta.

Posso ricordare le amarezze che Falcone mi raccontava al telefono, quando mi diceva di sentirsi come un leone in gabbia, o di quando mi riferiva delle umiliazioni - testualmente - e dei contrasti che lo dividevano dal gruppo dirigenziale della procura. Parlava proprio di gruppo dirigenziale... Falcone mi diceva spesso: "Non pensavo di trovarmi in questa situazione, devo trovare come uscirmene in qualche modo". Giovanni Falcone decise di farla finita quando dovette ingoiare il rospo, l'ultimo, delle requisitoria sui delitti politici Reina, Mattarella, La Torre. "Falcone - svela Caponnetto - non voleva firmarla perché riteneva che fosse necessario dare seguito alla memoria della parte civile della famiglia La Torre.

Si trovò di fronte un muro di no: quelli del procuratore capo e dei suoi sostituti. Poi si adattò a firmare la requisitoria. Era stanco delle polemiche ed era un uomo delle istituzioni: si rendeva conto che negare la sua firma a quella requisitoria, in quel processo, avrebbe significato fare sprofondare il Palazzo di Giustizia di Palermo in un' altra estate di scandali. Così decise di andare a Roma... e solo gli stupidi potevano pensare che un uomo, un magistrato come Giovanni Falcone, potesse legarsi a un qualsiasi carro politico o comunque essere condizionato nel suo lavoro, anche in minima parte, da influenze politiche". La palude che inghiottì Falcone, dopo la sua morte a Capaci, si strinse anche intorno a Paolo Borsellino. Caponnetto: "Che cosa non va? gli chiedevo. Mi ritrovo più o meno nelle stessa situazione in cui si ritrovava Giovanni". Ed esprimeva valutazioni analoghe a quelle di Falcone sullo staff dirigenziale della Procura. Aggiungeva: "Come carattere, io e Giovanni siamo diversi. Io cerco di evitare scontri frontali, aperti, cerco di svolgere il mio lavoro, nel modo migliore, di adattarmi alla situazione, di crearmi una nicchia... Ma non è facile, non sono molti quelli su cui posso contare. Anzi, sono pochissimi...".

Dopo anni i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio - che hanno segnato le resa della giustizia di fronte alle Mafie - sono ancora sconosciuti. “A volto coperto”, come si dice in gergo giudiziario, visto che diverse inchieste per scoprire il terzo o quarto livello erano partite. Alcune si sono perse, ovviamente, per strada, altre archiviate, o con qualche brandello ancora in corso. E’ lo spaccato della giustizia nostrana, sempre pronta ad assicurare alla galere il mafioso o il camorrista che viene trovato con la pistola fumante in mano o col pollice sul detonatore: mai in grado di colpire più in alto, vuoi sul fronte degli affari (il mondo degli appalti), vuoi, soprattutto, su quello politico, storicamente e strettamente legato agli altri due. Ora si riparte dell’agendina rossa. Quella che Paolo Borsellino portava sempre con sé, nella sua borsa. Anche quel 19 luglio 1992, quando la sua auto saltò in aria. Scrive Marzio Tristano su Antimafia 2000, una delle poche, battagliere riviste rimaste sul campo nel contrasto alla delinquenza organizzata: «Di quella borsa, affumicata e bagnata dagli idranti dei vigili del fuoco, esiste un’immagine, scattata da un fotografo professionista palermitano, che è stata appena acquisita dalla Dia di Caltanissetta. La foto ritrae un ufficiale dei carabinieri nell’inferno di via D’Amelio. Dietro si notano le auto ancora in fiamme, in mano l’uomo ha una borsa di cuoio. La procura di Caltanissetta - prosegue Tristano - vuole adesso ricostruire a ritroso il percorso della borsa fino alla sua apertura, descritta nel verbale di sequestro che attesta l’assenza dell’agendina rossa di Borsellino». Aggiunge Tristano: «E’ la prima volta dopo tredici anni che si indaga sui misteri di quella agendina di Borsellino, la cui sparizione venne immediatamente denunciata da colleghi e familiari. Un’agenda da tutti ritenuta importante per ricostruire incontri, spostamenti e attività di quei frenetici 56 giorni, dalla strage di Capaci, in cui Borsellino si tuffò nelle indagini antimafia con la consapevolezza del martirio». «Un’agenda che potrebbe contenere la verità sulla morte di Borsellino», è il commento di Carmelo Canale, il più stretto collaboratore di Borsellino, accusato a sua volta di collusioni mafiose, assolto (ma la procura ha presentato appello).

Così ricostruisce Simone Falanca nel suo volume Alfa & Beta: «L’ufficiale (Canale,) ha ricordato che Borsellino, una settimana prima dell’attentato, era stato da lui visto mentre scriveva “nella stanza di un albergo di Salerno dove eravamo andati per il battesimo del figlio di un suo collega. Era preoccupato - prosegue il racconto di Canale ripreso nel suo libro da Falanca - avevo capito che quell'agenda era il suo testamento. In quell’agenda, ne sono sicuro, c’era anche la verità su chi e perché aveva ucciso Falcone”». Continua Falanca: «Il dato interessante è che quell’agenda non può essere stata sottratta dagli attentatori, che agirono da lontano, con un telecomando. E’ stata certamente sottratta da qualche investigatore giunto tra i primi sul posto. Anche in altri atti degli inquirenti che indagarono sulle stragi del 1992-1993 ricompare il nome di Lorenzo Narracci, vicecapo del Sisde a Palermo fino a 9 anni fa. Narracci, oltre ad essere stato raggiunto da una telefonata di Bruno Contrada partita 80 secondi dopo lo scoppio della bomba che uccise Paolo Borsellino, è anche l’utente cui apparteneva il il numero di cellulare annotato su un biglietto, trovato dagli investigatori sulla montagna dove fu premuto il telecomando per uccidere Giovanni Falcone. Una ulteriore coincidenza vuole che proprio in via Fauro, teatro dell’attentato a Maurizio Costanzo, abiti proprio lui, Lorenzo Narracci».

Passiamo al secondo, nuovo elemento sul fronte delle inchieste per le stragi di Capaci e Via D’Amelio. E’ fresco del 14 maggio il decreto di archiviazione con il quale il gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, mette una pietra sulla pista del Castello di Utveggio, secondo non pochi la chiave dei misteri per l’assassinio di Borsellino e della sua scorta. Proprio su quella pista, scrive ancora Falanca, a proposito di Gioacchino Genchi, l’esperto informatico al quale la stessa procura di Caltanissetta aveva affidato le indagini per decodificare i traffici telefonici (su rete fissa e cellulare) dopo la strage di via D’Amelio. «Genchi scopre che diverse persone (non mafiosi) hanno tenuto sotto controllo i telefoni di Borsellino, che erano stati clonati, e forse hanno controllato dall’alto, dal monte Pellegrino, la zona della strage». Continua Alfa & Beta: «Il Sisde - in quegli anni controllato a Palermo da Bruno Contrada - secondo Genchi aveva un suo centro all’interno del Castello Utveggio, un centro che operava sotto la copertura di un misterioso centro studi, il Cerisdi. Pochi secondi dopo l’esplosione (dell’auto in via D’Amelio, ndr), dalla sede Sisde di Utveggio - sempre vuota la domenica, tranne quella - parte una telefonata che raggiunge il cellulare di Contrada».E’ lo stesso Tona a rammentarla nel provvedimento di archiviazione del caso Contrada (ed è sempre Tona, poi, a firmare le archiviazioni per Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, sulla scottante inchiesta dei mandanti a volto coperto delle due stragi).

Nel recentissimo decreto di archiviazione, Tona ricorda come «la sentenza della corte d’assise d’appello segnalava l’esigenza di approfondire ulteriormente ipotesi ed elementi sin qui trascurati, nella prospettiva di individuare complici o mandanti esterni all’organizzazione mafiosa cosa nostra». E proprio Tona ribadisce: «A seguito di tale sentenza divenuta irrevocabile, il pm riprendeva le indagini, partendo proprio dalle dichiarazioni del Genchi. Rispondendo ad apposita delega la Dia di Caltanissetta procedeva a escutere nuovamente il Genchi, e individuava un cospicuo raggio di attività investigative aventi ad oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali di Castello Utveggio». Le indagini, però, partoriscono il classico topolino. E il pm Tona in poche, sbrigative parole, archivia il tutto. Come si trattasse di una bega condominiale.

L’ennesimo colpo di spugna. Ma restano, pesanti come macigni, gli interrogativi sulle due stragi. Irrisolti. Con la sola condanna per gli “esecutori”, tutti “regolarmente” condannati. La manovalanza di Riina e Provenzano, a partire da Brusca & company. Per i mandanti, è ancora tutto “coperto”… Raccontano alla procura di Palermo: «Hanno parlato i pentiti, Giovanni Brusca e Nino Giuffrè. Le verbalizzazioni in parecchi punti coincidono, in altri no. Sostanzialmente, c’è una differenza tra i due: Brusca parla soprattutto della “trattativa“ che sarebbe intercorsa con lo Stato, a inizio anni ’90, per ottenere vantaggi legislativi dalla nuova classe politica in favore di Cosa nostra; Giuffrè parla soprattutto di appalti, di rapporti tra imprenditori, politici e mafiosi».

Ecco cosa scrive il sito antimafia Città Nuove Corleone: «Il procuratore di Caltanissetta, Francesco Messineo, che coordina l’inchiesta contro ignoti, ipotizza che le motivazioni delle due stragi del ’92 siano coincidenti, ma l’attentato a Borsellino avrebbe subito un’accelerazione perché Riina era alla ricerca di nuovi referenti politici che tardavano ad arrivare». Continua, nella sua minuziosa disamina, il sito siciliano: «Gli inquirenti si chiedono ora se la ricostruzione di Giuffrè possa rappresentare un movente aggiuntivo, rispetto a quello indicato da Brusca, o se un’ipotesi esclude l’altra. I magistrati della Dda vogliono accertare il motivo per il quale Provenzano avrebbe ordinato la morte di Borsellino, se ciò sia legato agli appalti o alla “trattativa”. I pm sottolineano anche il fatto che Riina, come emerge delle dichiarazioni di numerosi pentiti, in quel periodo non sarebbe stato “in sintonia” con Provenzano. Perchè il boss latitante avrebbe dovuto aiutare Riina a dare un altro colpetto dopo Falcone?». La risposta di Giuffrè sarebbe stata: «la curiosità per i boss è l’anticamera della sbirritudine».

Le versioni di Brusca e Provenzano però non sono antitetiche, come alcuni oggi sostengono. Ecco, ad esempio, cosa scriveva, un paio d’anni fa, il giudice Paolo Tescaroli nel volume Perché fu ucciso Giovanni Falcone. «In Cosa nostra, secondo Brusca, esisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando procuratore nazionale antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti. Ha spiegato (Brusca, ndr) che le indagini in quel settore non erano iniziate “in quel momento”, Falcone aveva iniziato con i Costanzo e il comune di Baucina e proseguito con l’indagine nei confronti di Angelo Siino. Ha affermato che Falcone - attraverso questo tipo di investigazioni, che nel passato avevano attinto anche Vito Ciancimino - aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”. Specificatamente, Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere nel 1991, mirante proprio a impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali». Secondo la minuziosa ricostruzione di Tescaroli, dunque, le verbalizzazioni di Brusca non solo non indeboliscono, ma addirittura rafforzano la pista-appalti quale movente primo per l’eliminazione di Falcone (e, quindi, di Borsellino).

Ma esiste un testimone ben più importante per dimostrare la determinazione di Falcone sul fronte delle commesse arcimiliardarie che sanciscono il patto politica-mafia-imprese. E’ Antonio Di Pietro, a quel tempo sconosciuto pm alla procura di Milano, che da mesi ha puntato i riflettori sulle “portappalti”, imprese cioè create - o rilevate - ad hoc per fare man bassa di commesse sotto l’ala protettrice di un politico (se possibile, un ministro). Le strade investigative dei due magistrati, quindi, a un certo punto viaggiano su binari paralleli. Ecco cosa dichiara Di Pietro, sentito come teste al processo di via D’Amelio: «Cercammo di immaginare un meccanismo investigativo che potesse far capire cosa succedeva per gli appalti che le grosse imprese nazionali avevano non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e in Campania. Aprii, per esempio, su Foggia, aprii su Napoli, aprii su Reggio Calabria. Mi resi conto che bisognava guardare su tutti gli appalti». Di Pietro, su questo fronte, comincia a lavorare sia con Falcone che con Borsellino. L’attuale leader dell’Italia dei Valori ricorda, davanti ai giudici, una frase che Falcone pronunciava spesso: «E’ inutile che perdi tempo con le rogatorie, te lo ricordi com’è andata con il conto protezione…. Invece, individua l’appalto, individua l’appalto. Me lo ripetè anche due o tre giorni prima di morire».

Ma quali appalti, quali “imprese” potrebbero essere finite al centro delle indagini di Falcone e Borsellino (e poi anche di Di Pietro, che dopo solo tre anni ha, guarda caso, abbandonato la toga)? Una chiave del mistero può essere rintracciata nel dossier mafia-appalti, una montagna investigativa di 900 pagine commissionata al Ros di Palermo e finita sulla scrivania di Falcone - con tutto il suo carico, è il caso di dirlo, esplosivo - a febbraio ’91. Dopo un giro per la verità un po’ tortuoso: lo “intercetta” l’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, il quale pensa bene di smistarlo subito (senza un plausibile motivo) non a chi lo aveva commissionato, Falcone, ma al ministro della Giustizia Claudio Martelli, che un paio di mesi dopo chiamerà lo stesso Falcone a Roma. Misteri di Palazzo…

Ironia del destino, parecchie imprese che fanno capolino del maxi dossier “mafia-appalti” redatto nel ’90 e recapitato a Falcone a febbraio ’92, sono le stesse sulle quali sta indagando, sul versante milanese (con diramazioni svizzere per le esportazioni di capitali all’estero e i lavaggi di danaro) Di Pietro, e sulle quale poi punterà l’indice, in un infuocato intervento alla commissione Antimafia, nel ’95, l’ex magistrato Ferdinando Imposimato. E una maxi commessa, in particolare, entra nel mirino degli investigatori: quella per i lavori dell’Alta velocità, “decisi” a livello governativo nel ’90. A dieci anni esatti dal terremoto da 70 mila miliardi di vecchie lire che ha significato il decollo per tante portappalti e parecchi politici di casa nostra. Stesso copione per la Tav, ma qui la torta è molto più grossa. Tutti in carrozza, alla partenza, per la modesta cifra di 25 mila miliardi circa, che nel giro di un decennio andranno a oltrepassare i 150 mila (ma il pozzo continua a succhiare risorse).

Ecco cosa scrive Sandro Provvisionato nel volume Corruzione ad Alta Velocità, che ha raccontato per filo e per segno il saccheggio perpetrato alla casse dello Stato: «Il 2 marzo 1994 il processo mafia-appalti, che ha visto alla sbarra solo cinque imputati, si conclude con una serie di condanne. Il dato singolare è che nel ’95 Imposimato, occupandosi di ben altre vicende, torni ad inciampare in alcune di quelle stesse società oggetto delle attenzioni della magistratura di Palermo. Ed è anche singolare che sulla sua scrivania finisca un rapporto, quello dello Sco, che, trattando dell’oggi, riguarda ancora fatti di ieri». «In sostanza si afferma - continua Provvisionato - che nell’Alta velocità ci sono anche società, come la "Calcestruzzi", accusate di essere controllate da Cosa nostra. Come se dopo indagini, rapporti, inchieste e processi nulla fosse cambiato. E il sistema degli appalti si fosse bellamente spostato dalla Sicilia verso nord, in Campania e in altre regioni». E conclude: «Uno scenario che vede in primo piano il mai del tutto sconfitto sistema degli appalti, nel quale sarebbe maturata almeno una delle stragi che insanguinarono il 1992, quella in cui morì Paolo Borsellino, quasi ossessionato, nei giorni immediatamente precedenti la sua tragica fine, proprio da quel dossier, il dossier Mafia-appalti». parola ai massoni.

Precise le dichiarazioni di Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra, minuziosamente ricostruite da Tescaroli. «Siino ha posto in rilevo di ritenere che le indagini promosse da Falcone nel settore della gestione illecita degli appalti avevano “creato dei presupposti” che hanno portato alla sua eliminazione. Ha anche evidenziato che Borsellino, nel periodo immediatamente successivo all’uccisione di Falcone, aveva pubblicamente affermato che una pista da seguire era quella degli “appalti” e che “senza dubbio c’era stato un qualcosa che aveva determinato l’uccisione di Falcone a causa del suo volersi filare sulla questione degli appalti”». Nelle verbalizzazioni di Siino torna alla ribalta il nome di un’impresa, la Calcestruzzi, in odore di garofano. E non solo. Secondo u’ ministro, Falcone aveva compreso che dietro le quotazioni in borsa del gruppo Ferruzzi c’era effettivamente Cosa nostra e che tra quest’ultima e una frangia del Psi, quella riconducibile a Martelli, era intercorso un accordo.

Ma leggiamo altre dichiarazioni di Siino, questa volta raccolte dai magistrati partenopei nell’ambito di una grossa inchiesta (ora passata a Roma), su massoneria, mafia & appalti. In particolare, Siino ricostruisce il contenuto di diversi colloqui intercorsi con un confratello massone, il siculo-napoletano Salvatore Spinello (il cui nome ha fatto capolino anche nel caso Telekom Serbia). «Spinello mi parlò - dichiara il ministro di Cosa nostra - dei finanziamenti che dovevano affluire per la realizzazione dei lavori per la terza corsia (della Napoli-Roma) e della Tav. Mi disse nel 1991 che lui poteva decidere sui lavori della Tav perché aveva collegamenti con i personaggi che avevano tutti in mano. In occasione dei vari incontri, vantò rapporti di conoscenza con Craxi e Martelli, mi preannunziò il trasferimento di Falcone (al ministero della Giustizia), mi disse in particolare che aveva rapporti con gli onorevoli Pomicino e Di Donato, mi segnalò l’impresa Icla (la regina del dopoterremoto e non solo) che all’epoca aveva problemi in un lavoro sull’autostrada Messina-Palermo».

Le testimonianze di Chiaromonte, Patrono e Boccassini puntano il dito contro giudici e politici di sinistra. Nella sentenza della Corte di Cassazione sul fallito attentato dell'Addaura alla villa di Giovanni Falcone, si dice giustamente che il Giudice fu vittima di un "infame linciaggio" e di "torbidi giochi di potere"e di "improvvidi e sleali attacchi anche all'interno dell'ambito istituzionale", ma almeno a giudicare da ciò che hanno riportato le agenzie e i giornali, mancano i nomi giusti dei responsabili.

Chi furono gli autori del linciaggio di Giovanni Falcone?

E' possibile individuarli facilmente sulla scorta di ciò che hanno detto e hanno scritto tre testimoni d'eccezione, testimoni informati, documentati e insospettabili: il senatore comunista Gerardo Chiaromonte, all'epoca presidente della Commissione parlamentare antimafia; il professore Mario Patrono, Ordinario di Diritto pubblico all'Università di Roma e all'epoca membro del Consiglio superiore della magistratura, proprio il Csm che "processò" Falcone; e la dottoressa Ilda Boccassini, sostituto procuratore di Milano e di Falcone amica carissima.

Scrive nelle sue memorie il senatore del Pds Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione parlamentare antimafia: "Dopo la strage di Capaci tutti si proclamarono ammiratori di Giovanni Falcone.

Quante menzogne ascoltai in quei giorni! Fece bene Ilda Boccassini, giudice a Milano,in un'assemblea che si tenne il giorno dopo a Palazzo di Giustizia di quella città, a prendere la parola e a denunciare, con quella passione intransigente certo, ma anche un pò fanatica che la distingueva, a indicare con nome e cognome i giudici milanesi che si mostravano compunti e addolorati per la morte di Falcone, ma che fino al giorno prima avevano detto di lui cose pesanti e offensive (fra i nomi che fece c'era purtroppo anche qualcuno che oggi conduce l'indagine 'Mani pulite).

"Non giriamoci intorno: l'accusa principale che da parte di molti suoi colleghi e anche da parte di gruppi politici (non solo la Rete di Leoluca Orlando) era stata rivolta a Falcone era quella di aver di fatto abbandonato la lotta alla mafia e di essere diventato, più o meno, uno strumento del potere politico, per conseguire le sue sfrenate ambizioni personali e di protagonismo.

Ho parlato di gruppi e uomini politici (e la mia angoscia deriva dal fatto che non potevo escludere, da questi ultimi, personalità e parlamentari del Pds).

Conobbi Falcone nell'estate del 1988, prima a casa di Giuseppe Ayala, e poi a cena dal segretario della Federazione parlamentare del Pci che era allora Michele Figurelli. Era presente in questa seconda occasione anche Leoluca Orlando. Ricordo la discussione che si svolse tra Falcone e Leoluca Orlando su Andreotti. Orlando era implacabile. Il suo giudizio era durissimo e senza appello. Affermava che c'erano tutti gli elementi per agire contro Andreotti sul piano giudiziario. E Falcone si affaticava a spiegare che per condannare o anche solo per incriminare una persona, un giudice non può basarsi sui "si dice" e sui "ragionamenti politici". Deve avere le prove. E poi aggiungeva che di Andreotti non si poteva parlare solo per alcune sue amicizie, più o meno ambigue, ma per il complesso della sua personalità politica, per il prestigio di cui godeva fuori del nostro Paese,eccetera...

"Poi ci fu l'attentato fallito a Falcone nella casa sul mare all'Addaura. Mi telefonò Leoluca Orlando e mi invitò a partecipare a una riunione straordinaria del Consiglio comunale di Palermo. Orlando fece un lungo discorso. Qualche tempo dopo mi fece notare egli stesso che in quel discorso non aveva mai pronunciato la parola mafia. Io non capii bene cosa volesse dire. Ne riparlammo a Roma, quando lo incontrai nello studio del senatore Paolo Cabras, che era il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia, quando parlò di un attentato misterioso non attribuibile solo e semplicisticamente alla mafia. La cosa fu chiarita successivamente da alcuni seguaci di Orlando, i quali sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto, per farsi pubblicità e per rafforzare la sua candidatura a procuratore aggiunto...".

Scrive ancora Chiaromonte: "D'altra parte Falcone era assai cauto sul problema dei rapporti tra mafia e politica: certo non li negava, ma vedeva il rapporto esistente come capovolto rispetto al passato e metteva in dubbio l'esistenza di un terzo livello.

Le sue dichiarazioni su questo punto provocarono l'ira funesta di Leoluca Orlando, dei suoi seguaci e purtroppo anche di quegli esponenti del Pds che in modo assai schematico parlavano e sparlavano di cose di mafia. Questa polemica da sinistra scoppiò con virulenza in varie occasioni; quando Leoluca Orlando accusò i magistrati palermitani di tenere le prove nei cassetti e di non cacciarle fuori per non turbare i notabili politici (questa accusa era diretta soprattutto contro il procuratore Giammanco ma coinvolgeva anche Falcone); quando Falcone firmò la sentenza di rinvio a giudizio per alcuni omicidi eccellenti e soprattutto per quello di Piersanti Mattarella (e Pino Arlacchi scrisse che quella requisitoria era un documento giudiziario scadente sotto ogni aspetto, fuorviante, un grosso errore); quando Falcone interrogò il pentito Pellegriti, che aveva fatto il nome di Salvo Lima, e lo denunciò per calunnia, avendo riscontrato nelle dichiarazioni di Pellegriti una serie di falsità.

Si disse poi che Falcone avrebbe comunicato per telefono a Andreotti questa sua decisione e di recente Andreotti lo ha confermato. Ma in verità Falcone mi negò sempre questo fatto. Vero o falso che fosse, si scatenò un putiferio e Falcone divenne, da amico del Pci, amico di Andreotti, con Vitalone che gli faceva da tramite...

"Dal Pci a Andreotti e poi da Andreotti a Martelli: quando Falcone accettò l'invito rivoltogli dal ministro di andare a lavorare al ministero di Grazia e Giustizia. Qui Falcone lavorò a preparare le leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato e in particolare quelle sulle procure distrettuali antimafia e sulla procura nazionale antimafia e anche quella sulla Dia. Naturalmente si può discutere sulla giustezza e l'efficacia di tali leggi. Ma da questo a passare all'affermazione che Falcone agiva al servizio di Martelli, per attentare con tali leggi all'autonomia della magistratura ci corre molta strada. Ed è una strada che ancora oggi suscita in me sdegno per quelli che la imboccarono.

Da questa campagna non fu estraneo il Pds, o suoi importanti esponenti, e anche alcuni dirigenti siciliani. E questo mi dispiacque moltissimo. Anche alla Camera dei deputati, mentre si discuteva sulla procura nazionale antimafia, un esponente del gruppo degli indipendenti di sinistra presentò un emendamento ad hoc per escludere Falcone da questa carica e il gruppo del Pds votò a favore di tale emendamento. Poi si aprì il periodo delle candidature da presentare al Csm per l'incarico di Procuratore nazionale antimafia.

Molti autorevoli magistrati (fra i quali Pierluigi Vigna di Firenze) non presentarono la loro candidatura per non ostacolare la nomina di Giovanni Falcone. Ma la presentò invece il procuratore di Palmi Agostino Cordova, magistrato che io stimo molto e che vidi lo stesso giorno che aveva parlato con Martelli. Non mi disse nulla nè mi comunicò la sua decisione di presentarsi come candidato a Procuratore nazionale antimafia, notizia che appresi l'indomani leggendo i giornali.

La cosa mi apparve strana. Perchè Cordova si presentò candidato, praticamente in concorrenza con Falcone? Ci fu qualcuno che gli suggerì questo? Non lo so. Quel che so è che la sua candidatura servì al Csm per bocciare quella di Giovanni Falcone. Un autorevole membro del Csm, eletto al Parlamento su proposta del Pds, scrisse un articolo sull'' Unità' in cui si affermava che, è certo Falcone era il più adatto a ricoprire quell'incarico, ma che il Csm non poteva nominarlo perché amico e consigliere del potere politico, cioè di Martelli, che voleva colpire l'autonomia della magistratura. Se questo è stato l'argomento che ha ispirato la decisione di non nominare Falcone non ho alcuna esitazione a dire che si trattò di una totale assurdità e ingiustizia". (da "I miei anni all'Antimafia"di Gerardo Chiaromonte, Calice Editori,pag.77-87).

Scrive il professore Mario Patrono, ordinario di Diritto pubblico all'Università di Roma e membro del Csm, nelle sue memorie: "La vicenda del pentito Giuseppe Pellegriti, incriminato per calunnia da Falcone, fuoriesce da una dimensione strettamente giudiziaria, ma sarà destinata a funzionare come un autentico contropiede nei confronti di quella strategia che il Pci e tutto lo schieramento di coloro che Leonardo Sciascia definiva i professionisti dell'Antimafia andavano imbastendo con particolare riferimento agli omicidi eccellenti (Reina, Mattarella, La Torre), al fine di dimostrare l'esistenza, accanto e al di sopra della Cupola mafiosa, di un livello politico di fiancheggiamento della mafia, il famoso terzo livello.

Da Giovanni Falcone ci si attendeva, da parte di costoro, l'incriminazione, o quanto meno l'audizione di Salvo Lima, proconsole in Sicilia di Giulio Andreotti, che allora governava a Palazzo Chigi.

Il contropiede di Falcone fu tanto devastante quanto imprevisto.

Pochi giorni prima, in una finestra del quotidiano la Repubblica del 20 agosto 1989 dal titolo “Violante: Siamo vicini a una verità pericolosa”, si riportano i brani salienti di un editoriale di Luciano Violante. Questi scriveva: 'Siamo vicini a una verità pericolosa che può squarciare il sipario che finora ha nascosto il livello politico della strage di Bologna e degli assassini di Palermo.

Qual'era la verità nascosta di cui Violante si mostrava così sicuro profeta e soprattutto, come egli era riuscito a concepirla? Sta di fatto che sulla Repubblica del 29 luglio precedente (venti giorni prima veniva riportata la notizia di un convegno svoltosi a Mondello, vicino Palermo, del cosiddetto Coordinamento antimafia (quello stesso che aveva dato del “quaqquaraqà” a Leonardo Sciascia e ne aveva decretato l'espulsione dalla società civile), dove insieme ai soliti noti (il sindaco Orlando, il presidente del Coordinamento antimafia Carmine Mancuso, l'avvocato Alfredo Galasso, il prete sociologo Ennio Pintacuda), è presente anche il magistrato Libero Mancuso della procura di Bologna, quello stesso magistrato che, guarda caso, ha raccolto le dichiarazioni del pentito Pellegriti, che accusava Salvo Lima di essere il mandante dell'uccisione di Piersanti Mattarella.

E' dopo il caso Pellegriti che il clima intorno a Giovanni Falcone cambia quasi all'improvviso. Partono contro di lui una serie di attacchi provenienti dal fronte antimafia, guidato dalla Rete con il sostegno del Pci. Leoluca Orlando e Alfredo Galasso portano fin dentro il Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, un esposto con le accuse contro Falcone, colpevole di nascondere nei cassetti le prove della connivenza di certi politici con la mafia. Di fronte alla gravità di tali accuse Giovanni Falcone conosce l'umiliazione di doversi difendere dinanzi al Csm. Convocato il 15 ottobre 1991 dinanzi alla prima Commissione del Csm, quella competente per i trasferimenti d'ufficio dei magistrati, Falcone subisce un vero e proprio terzo grado.

Rintuzza le accuse di Orlando, definendole eresie, insinuazioni e un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario. Confina nel limbo dei sospetti le dichiarazioni emergenti dagli atti giudiziari, che riferiscono dei rapporti tra esponenti mafiosi e l'onorevole Lima. Accenna a tutta una serie di 'strane frequentazioni di Pellegriti e a convegni carcerari in cui certe persone hanno incontrato Pellegriti.

Grida che non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità. La cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo. Denuncia il linciaggio morale continuo nei suoi confronti, da quando ha emesso il mandato di cattura nei confronti di Vito Ciancimino, perchè quel mandato di cattura non è piaciuto, in quanto dimostra che, nonostante la presenza del sindaco Orlando, la situazione degli appalti del Comune continuava ad essere la stessa e Ciancimino continuava a imperare sottobanco.

E conclude: Orlando ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori. Questo è cinismo politico. Mi fa paura...

Ma l'accerchiamento di Falcone non è opera solo dei politici, della Rete, del Pci Pds. Incredibilmente i suoi più cari amici, i magistrati a cui è stato più vicino, non hanno esitazione a sottoscrivere pubblicamente contro di lui.

Il 28 ottobre 1991 sessanta magistrati firmano una lettera contro la “sua Superprocura”, definendola “uno strumento inadeguato, pericoloso, controproducente”: una lettera che tanta amarezza cagionò a Giovanni Falcone.

Le prime firme sotto il documento sono quelle di Antonino Caponnetto, di Giancarlo Caselli e di Elena Paciotti" (da "Il cono d'ombra di Mario Patrono, Cerri editore, pag. 103-105).

Dice il sostituto procuratore Ilda Boccassini nell'aula magna del Palazzo di Giustizia di Milano, il giorno delle celebrazioni in morte di Giovanni Falcone, rivolta ai suoi colleghi magistrati: "Voi avete fatto morire Giovanni Falcone, con la vostra indifferenza e le vostre critiche".

Voi lo avete infangato, voi diffidavate di lui. E adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali.

Mi sono chiesta a lungo se dovessi intervenire o no. Ma lo devo a Giovanni, devo parlare...Due mesi fa ero a Palermo in un'assemblea dell'Associazione magistrati.

Non potrò mai dimenticare quel giorno...Le parole più gentili, specialmente dalla sinistra, da Magistratura democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico...Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico...Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di lui, perchè sei andato ai suoi funerali?". (dal "Corriere della sera" del 24 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci).

Questi sono i nomi che mancano nella sentenza della Cassazione:

Leoluca Orlando in primo luogo e quelli che insieme a lui denunciarono Falcone al Csm perché nascondeva le prove delle collusioni dei politici con la mafia;

Luciano Violante e quelli che con lui costruirono la trappola del falso pentito Pellegriti per incastrare Andreotti e furono bloccati da Falcone;

Giancarlo Caselli e i magistrati che firmarono assieme a lui il manifesto contro la Superprocura di Falcone;

Elena Paciotti e i membri del Csm che votarono contro di lui per la carica di Superprocuratore;

Mario Almerighi che lo definiva "il nostro peggiore nemico";

Gerando Colombo che diffidava di lui e andò ai suoi funerali;

i magistrati di Magistratura democratica che accusarono Falcone di essersi venduto al potere politico.

Questi sono i nomi dei responsabili dell'"infame linciaggio", dei "torbidi giochi di potere", degli "improvvidi e sleali attacchi anche all'interno dell'ambito istituzionale" e della "manovra di isolamento e di delegittimazione".

La manovra che ha aperto la strada alla mafia, non solo per il fallito attentato all'Addaura, ma anche e soprattutto, tre anni dopo, per la strage di Capaci e il sacrificio supremo di Giovanni Falcone.

Ma falcone non è il solo a subire le ritorsioni.

Il procuratore della repubblica di Napoli accusò alcuni gip del distretto partenopeo di tenere nei cassetti richieste d'arresto per 700 camorristi.

Ottocento magistrati del distretto di Napoli, tutti chiamati a palazzo di giustizia dall'Anm. E per parlare di una cosa sola: le dichiarazioni esplosive del procuratore della Repubblica Agostino Cordova davanti alla commissione Antimafia. E' proprio lui a salire simbolicamente sul banco degli imputati. Mentre il ministro della Giustizia Roberto Castelli manda gli ispettori negli uffici giudiziari. Pm contro pm, giudici accusati di abbandonare nei cassetti richieste di arresto per 700 camorristi.

Questa è stata la denuncia a freddo di Agostino Cordova, lui che vide consegnare al Consiglio superiore della Magistratura un documento con le firme di 64 sostituti, più della metà, nel quale veniva contestata la sua gestione e l'organizzazione degli uffici giudiziari partenopei.

E non bisogna dimenticare i 4 processi del Capitano Ultimo.

Il giallo che non è mai stato un giallo, una storia che nessuno ha voluto ascoltare, un epilogo pressoché scontato, che vede il Capitano Ultimo l'unica persona processata quattro volte per aver svolto il proprio lavoro nonostante abbiano fatto di tutto per impedirglielo.

Il primo processo: dall'arma dei carabinieri.

Ultimo ha subìto il suo primo processo dalla sua famiglia, l'arma dei Carabinieri che ha servito con la massima professionalità, lealtà e a rischio della propria vita.

Subito dopo l'arresto di Riina il suo gruppo fu sciolto e furono abbassate le sue note caratteristiche da persona "eccellente" a "superiore alla media". Dopo una serie di richieste che Ultimo fatte all'arma per poter lavorare con il massimo rendimento, vedendo che l'unica cosa che otteneva era precarietà e mancanza di strutture e di personale, il "capitano" chiede un trasferimento ad un altro reparto. In risposta ad Ultimo, un comunicato all'ansa dell'ex comandante del Ros Sabato Palazzo, replica di aver dato la massima disponibilità a Sergio De Caprio. Il nome di Ultimo fino ad allora era sconosciuto per ovvi motivi di sicurezza.

A distanza di qualche anno, a seguito di un blitz anticamorra a Pozzuoli, Sabato Palazzo e' chiamato a rispondere per reati quali corruzione, falso, favoreggiamento aggravato e abuso di ufficio.

Il secondo processo: giudiziario.

Qui possiamo cominciare dalla fine: dopo un anno di processo e di tentativi di incriminare chi ha - di fatto - trovato e catturato il capo di Cosa Nostra, siamo tornati al punto di partenza. Il 19 febbraio 2005, esattamente un anno fa, i PM dichiararono "per noi sarebbe difficile andare a rappresentare un'accusa alla quale non crediamo".

I PM avevano chiesto già due volte l'archiviazione, il non luogo a procedere, perché "il fatto non costituisce reato, o, in subordine, il proscioglimento", ma il Gip , la scaltra Vincenzina Massa, (che ha combattuto con le unghie e con i denti per farci assistere a questo penoso spettacolo da circo), espertissima di antimafia, evidentemente, impose ai pubblici ministeri l'incriminazione coatta con l'ipotesi di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra, reato che non prevede prescrizione, stilando un rapporto in cui spiegava la assoluta necessità di incriminare i due ufficiali.

Nell'ordinanza di imputazione coatta il Gip fa riferimento al verbale di sopralluogo e alla documentazione fotografica che dimostrano l'esatto contrario di quel che sostiene nel provvedimento. In queste 35 pagine di motivazioni, la Gip si chiedeva che fine aveva fatto la cassaforte asportata dal muro, per esempio. Peccato però che la cassaforte non è mai stata asportata, nè tanto meno è stata trovata aperta dai carabinieri quando il 2 febbraio poterono finalmente eseguire la perquisizione. Fu usata infatti la fiamma ossidrica per aprire la cassaforte dal retro.

Ad un anno dal processo, i PM devono aver dimenticato il motivo del processo, perché il reato di cui vengono accusati gli imputati è quello di favoreggiamento a Cosa Nostra. Un solo reato, per cui però vengono fatte due richieste: una di assoluzione perché il fatto non sussiste, e l'altra di prescrizione perché il favoreggiamento potrebbe essere semplice, e non aggravato, citando anche la discussa legge Cirielli in realtà inapplicabile per questo processo.

Una cosa ci sfugge: se, come dice Ingroia, "favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra non c'è stato" nei confronti di chi c'è stato? Addirittura il pm Prestipino apre la requisitoria con elogi nei confronti degli imputati: «Quello che oggi si conclude è un processo particolare, sia per i due imputati rappresentanti delle istituzioni, le cui qualità professionali non sono mai state messe in discussione, sia per le note vicende procedimentali che lo hanno caratterizzato».

Se Ultimo non ha favoreggiato Cosa Nostra e nel caso del Covo di Riina ci sono delle ombre, chi sono i responsabili? Nel diario degli appuntamenti del sostituto procuratore Aliquò si legge in data 27 gennaio che nel corso di una riunione con i vertici del Ros, seppur la procura sollecitasse l'effettuazione di una perquisizione nella villa di via Bernini, l'allora colonnello Mori "sembra non avere urgenza e dice che l'osservazione del complesso di via Bernini stava creando tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione".

Peccato però che quel giorno il colonnello Mori stava interrogando Vito Ciancimino nell'aula bunker di Rebibbia, in compagnia proprio della sua pubblica accusa Antonio Ingroia (che tra le altre cose aveva lodato la "scrupolosa e minuziosa cronaca del dottor Aliquò in presa diretta").

Diverse inesattezze sono riportate nel famoso e scrupoloso diario, compreso l'avvenuto arresto della Bagarella. Ma non era un errore di data. La famosa riunione con Mori non c'è mai stata, ed a documentare il tutto sono i registri con le autorizzazioni dell'arma sui vari spostamenti di tutti.

Aliquò ha quindi prodotto documenti falsi? Purtroppo per lui questa non è un'opinione, ma un fatto inconfutabile provabile dai verbali degli interrogatori con Ciancimino. E che sarebbe giusto approfondire.

La storia, quella vera, quella che nessuno ha potuto smontare per l'ovvietà dell'andamento logico dei fatti, e per i documenti presentati in questo processo, e' che via Bernini, dopo l'arresto di Riina, doveva essere il punto di partenza di Ultimo per riuscire a catturare anche tutta l'imprenditoria che i fratelli Sansone stavano tenendo in piedi. Per continuare a tenere osservata via Bernini e a controllare le 8 utenze telefoniche riconducibili ai Sansone trovate in quel comprensorio, bisognava trovare un modo per depistare chi ci abitava dentro, per far credere che nessuno sapesse che quel covo era in una situazione di pericolo. Fu quindi deciso di fuorviare la stampa, di non dire che il covo di Riina era in via Bernini, e furono mandati inizialmente tutti i giornalisti altrove, mettendo così' Ultimo e il suo gruppo in condizioni di poter fare i lavori di polizia giudiziaria per effettuare i dovuti accertamenti bancari, intercettazioni telefoniche, pedinamenti ecc..

Malauguratamente all'interno dell'arma ci furono delle inopportune fughe di notizie che portarono giornalisti come Bolzoni e altri, a piantonare via Bernini, 54 per fare lo scoop, favoreggiando così Cosa Nostra. Chi viveva in quel comprensorio, ovviamente, avrà avuto modo di fiutare il pericolo vedendo giornalisti curiosi nei dintorni a fare domande su Riina, bruciando così tutta la copertura.

(Interrogatorio del 2003 durante le indagini preliminari: "[...]il Maggiore RIPOLLINO aveva avvisato i giornalisti di quale era l'abitazione di RIINA, mentre in Procura era stato deciso di non rivelarlo, infatti era stata fatta l'attività su Fondo Gelsomino per non svelare che invece sapevamo dove stava RIINA e quindi una farsa totale, cioè se noi decidiamo di non dirlo, quello invece lo dice, mi dice che senso ha, comunque l'esigenza nostra era quella di sparire, lasciarli quanto più possibile tranquilli e di riprenderli nel momento in cui loro, che sicuramente si saranno verificati cinquantamila volte, si ritenevano tranquilli, riprendevano la loro normale attività di Cosa Nostra e noi allora saremmo dovuti essere lì e avremmo fatto la stessa attività che avevamo fatto sui GANCI. Questo è quello in cui credo e su questo mi ci sono giocato la mia vita, la mia professionalità ".)

Un'altra domanda lecita è: se Ultimo non avesse insistito per tenere d'occhio via Bernini invece di Fondo Gelsomino, come richiesto dal procuratore aggiunto Aliquò e dal colonnello Cagnazzo, Riina sarebbe dietro le sbarre adesso?

Ci sono altri tasselli, oltre a tutto questo, meritevoli di attenzione. Un muratore, Angelo Parisi, ha raccontato che tra il 20 e il 22 gennaio gli venne confermato l'incarico dal padrone della casa di via Bernini, Giuseppe Montalbano, di svolgere di lavori di ristrutturazione «del bagno, coloritura, togliere carta da parati, eliminare umidità dalle pareti'». Per fare ciò «spostammo i mobili che abbiamo coperto per non impolverarli », «lavorammo due o tre giorni », dopodiché «una mattina andammo in via Bernini 54 e trovammo un sacco di carabinieri». La perquisizione è del 2 febbraio. Tutto torna.

Per quanto riguarda invece l'altro giallo, quello della mancanza di osservazione con le telecamere in via Bernini, il punto è che il metodo che Ultimo ha usato (e sempre con successo) non è quello di tutti, e cioè per tenere sotto controllo un'abitazione, non solo non e' necessario tenere puntate le telecamere 24 ore su 24, ma è un modo di fare vivamente sconsigliato. Un'attività consecutiva con il furgone per troppi giorni porta solo ad insospettire la "preda", quindi per tenere sotto controllo costante la zona, bisognava pedinare, fare ricerche bancarie (infatti il 26 fu trasmessa alla procura tutta la situazione patrimoniale dei Sansone che era stata richiesta) ascoltare le telefonate, seguire, all'occasione usare le telecamere, ma non in maniera troppo presente e ossessiva, perché se l'osservazione doveva essere costante nel tempo non potevano permettersi di farsi beccare in maniera idiota, magari montando un carrello elevatore sul palo della luce per montare una telecamera all'interno del comprensorio.

Questo si, sarebbe stato deleterio, oltre che stupido. Ma queste cose non sono informazioni che si sanno, perché c'è il processo. Sono tutti fatti che in fase istruttoria hanno convinto i PM alla non colpevolezza dei due ufficiali. Gli stessi fatti, poi, che hanno convinto i PM delle loro colpevolezza, e poi ancora della loro innocenza e "indiscussa capacità".

Il fine di Ultimo insomma, non era la cattura di Riina e basta, ma seguire i Sansone, e ricostituiremo i circuiti politico imprenditoriali. Un'operazione questa che in Sicilia deve essere o bloccata. I metodi sono stati quelli che vediamo adesso. Teniamo anche conto che questo processo ha giovato a Cosa Nostra perché adesso sanno come il gruppo di Ultimo opera (operava, è meglio), sanno anche i nomi e i cognomi di tutti gli appartenenti all'operazione dell'arresto di Riina.

Il terzo processo: da Cosa Nostra.

"Numerosi collaboratori di giustizia dal 1993 al 1997 riferiscono dell'esistenza di un progetto "aperto" di Cosa Nostra (Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella), finalizzato all'uccisione di Ultimo. Secondo Gioacchino La Barbera, Leoluca Bagarella avrebbe offerto ad un carabiniere (mai identificato) un miliardo di lire per ottenere notizie utili all'individuazione dell'ufficiale (fonte: L'azione - tecniche di lotta anticrimine)".

Ora però, dalle ultime testimonianze dei pentiti, Ultimo non doveva essere ucciso, doveva essere solo sequestrato. Per fare una partitina a carte, magari. A tressette col morto, forse. Pare che ad ogni modo, a quanto risulta dai pentiti, l'ufficiale e' stato individuato, e il progetto di "sequestro" fosse avallato anche dallo stesso Provenzano.

Brusca però di cose ne dice tante. Ha riferito che molti pensavano che Provenzano fosse un confidente dei Carabinieri. Ad ogni modo, chiedendo allo stesso Ultimo cosa pensasse delle esternazioni di Brusca su presunte collaborazioni di Provenzano, Ultimo risponde: "in Cosa Nostra non esiste il sospetto, se uno e' sospettato di essere collaboratore, muore. Non si fa salotto, ì', quella è una guerra. Si ammazzano tra familiari consanguinei stretti, solo per il sospetto che ci sia collaborazione con i Carabinieri. Ad ogni modo, se Provenzano, il capo di Cosa Nostra, fosse un nostro collaboratore, non ci sarebbe neanche la lotta alla mafia, non ci sarebbe la mafia. Ma poi, come mai Provenzano collabora con i carabinieri e Brusca lo cattura la Polizia, Bagarella la Dia, ecc ecc?"

E come Brusca, Giusy Vitale è stata una delle protagoniste di questo spettacolo, di cui vorrò farmi restituire il biglietto, perché e' stato uno spettacolo niente affatto divertente, niente affatto giusto, a prescindere dalle decisioni del giudice.

Il quarto processo: mediatico.

"I carabinieri del Ros che arrestarono Totò Riina abbandonarono la postazione nascondendo al procuratore Caselli che se n'erano andati, che avevano lasciato libera una squadretta di mafiosi di infilarsi là dentro e svuotare il covo del boss dei boss. Questa e' una vicenda molto italiana, Leonardo Sciascia l'avrebbe chiamata una "storia semplice". Questo è un pezzo di articolo di Bolzoni preso da antimafiaduemila. Ma dove le abbiamo sentite queste parole? Ah, si, da Ingroia, nella requisitoria. (La mancata perquisizione del covo del boss mafioso Totò Riina subito dopo il suo arresto e la cessazione dell'attività di osservazione decisi dal Ros senza avvertire la Procura ''altro non è che 'Una storia semplice'').

Si farà forse preparare i testi da Bolzoni? Scherzi a parte, Bolzoni non ha fatto altro che parlare di Ultimo come "l'uomo famoso grazie alla fiction", l'uomo che senza una soffiata non avrebbe mai preso Riina, affermando il falso con la storia dei mafiosetti entrati a svaligiare casa, ha solo buttato fango, mettendo a caratteri cubitali le colpe additate ai due ufficiali, perché "così dicono i pentiti". Questo perché? Perché ha scritto un libro che avalla la tesi della trattativa tra Stato e Mafia. Su queste dichiarazioni non ha mai voluto rilasciare nessuna fonte avvalendosi della facoltà di non rispondere tutelata dal segreto professionale.

Un pò come se si dicesse che Ferrara è un pedofilo senza poter mai provare nulla. Intanto il dubbio rimane, il libro vende, guadagna, ma la persona rimane infangata agli occhi di chi non ha fonti alternative ai giornali "enbedded", gli autorizzati a parlare di questi argomenti. Durante le udienze, tra bolzoni e Lodato c'era la gara tra i "non so, non ricordo". Addirittura Bolzoni non ha potuto confermare quanto scritto in un suo libro perché non l'aveva riletto!!! (leggi verbale).

Il processo mediatico non finisce con i giornali "Repubblica" o "L'unita' ", che titola l'articolo della requisitoria "Mori salvato dalla Cirielli" sapendo benissimo che la Cirielli non è neanche applicabile nè a questo processo nè per questo tipo di reato.

Il processo mediatico va oltre. Il giorno che è iniziato il processo, anticipando il palinsesto di una settimana, viene mandato in onda il film "L'uomo sbagliato", la storia di Daniele Barillà , condannato per errore giudiziario in una operazione portata avanti con l'aiuto dello stesso capitano Ultimo. Una cosa strana è che il regista del film è lo stesso che ha diretto la fiction "Ultimo", la prima serie, poi scalcato da Michele Soavi. Dopo essere stato scalzato da un altro regista, stranamente, fa un film che narra le gesta sbagliate del capitano di cui ha raccontato l'arresto di Riina. Rivalsa?

Al capitano Ultimo gli è andata bene. A Bruno Contrada è andata peggio.

Contrada entra in Polizia nel 1959 alla Questura di Latina.

Nel 1962 gli viene affidata la direzione della Sezione Volanti alla Questura di Palermo.

Successivamente ricopre diversi incarichi tra cui dirigente della Sezione Catturandi, della Sezione Antimafia e di quella Investigativa.

Dal 1973 all'ottobre 1976 dirige la Squadra della Questura di Palermo.

Dall'ottobre 1976 al gennaio 1982 dirige la Criminalpol per la Sicilia Occidentale.

Dal gennaio 1982 al settembre 1982 coordina gli uffici SISDE della Sicilia e della Sardegna.

Dal settembre 1982 al dicembre 1985 è capo di gabinetto dell'Alto Commissario per la lotta alla mafia, Emanuele De Francesco mantenendo l'incarico di coordinatore dei centri SISDE delle isole.

Nel gennaio 1986 viene trasferito a Roma e nominato responsabile del III reparto operativo del SISDE.

Nel 1987 gli viene inoltre affidata la direzione di una squadra di 20 uomini che acquisiscono notizie su latitanti del terrorismo e della criminalità organizzata, sempre all'interno del SISDE.

Tra l'agosto del 1991 e l'agosto 1992 coordina i centri SISDE del Lazio e dirige il gruppo "Roma 3" che si occupa di criminalità organizzata.

Il 22/2/1991 viene nominato dirigente generale di Pubblica Sicurezza.

Dall'agosto al novembre 1992 torna in Sicilia per coordinare un gruppo di indagine del SISDE sulle stragi di Falcone e Borsellino.

Il primo pentito ad accusare Contrada di collusione con la mafia fu Tommaso Buscetta nel 1984, il quale dichiarò: "Ho saputo da Rosario Riccobono che Contrada gli passava informazioni sulle operazioni della polizia".

Il giudice istruttore Giovanni Falcone, successivamente, archiviò il caso.

L'inchiesta è stata riaperta nel 1992 in seguito alle rivelazioni di Mutolo ("Riccobono mi disse che Contrada era a disposizione. Per questa ragione gli aveva regalato una macchina e messo a disposizione un appartamento") , Buscetta, Marchese ("Nel 1981 mio zio Filippo mi mandò ad avvertire Riina di una imminente perquisizione che era stata segnalata da Contrada. Mio zio mi disse che il poliziotto faceva avere le notizie a Salvatore e Michele Greco") e Spatola ("Vidi Contrada a pranzo con Riccobono in un ristorante di Sferracavallo").

Il 24 Dicembre 1992 Contrada viene arrestato. Il giorno dell'arresto di Bruno Contrada, l'allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi, prende le difese del poliziotto inquisito, avanzando sospetti sui pentiti: "Contrada è un funzionario che ha sempre fatto il suo dovere e per quanto consta all'amministrazione si tratta di un uomo assolutamente irreprensibile".

Nel frattempo si sono aggiunte le rivelazioni di Marino Mannoia ("Sono a conoscenza di uno stretto rapporto fra Riccobono e Contrada: l'uno faceva il confidente dell'altro. Lo stesso avveniva con Stefano Bontade"), Cancemi ("Giuseppe Calò e Giovanni Lipari mi hanno detto che Contrada era nelle mani di Stefano Bontade al quale aveva fatto avere patente e porto d'armi") e Scavuzzo.

Il processo a carico di Contrada inizia il 12 aprile 1994, la documentazione raccolta dalla Procura ammontava a 32.000 pagine, contenute in 18 fascicoli.

Nel corso del processo altri tre pentiti hanno accusato Contrada: Costa ("Appresa per televisione la notizia dell'arresto di Contrada, Vincenzo Spadaro, mio compagno di cella, ebbe ad esclamare: "nu cunsumarù (espressione siciliana che significa: ce lo hanno rovinato)", Pirrone ("Lavoravo in un locale di cabaret; una volta, insieme al mio titolare, che intratteneva rapporti con la malavita, mi recai da Contrada, in questura, per consegnargli alcuni biglietti di invito. Fu in quell'occasione che appresi che Contrada era vicino al clan Riccobono") e Pennino (" Contrada mi interrogò dopo l'omicidio del segretario regionale della DC Michele Reina: ebbi la sensazione che volesse depistare le indagini").

Il pentito Gaspare Mutolo, all'udienza dell'8 giugno 1994, dichiara: "Sino alla prima metà degli anni Settanta, Contrada, insieme ad altri integerrimi funzionari di polizia, Boris Giuliano, Ignazio D'Antone e Antonino De Luca, era per la mafia un nemico da eliminare.

C'erano due linee all'interno di Cosa nostra, quella morbida dei boss Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade che sosteneva di "avvicinare" i poliziotti e quella dura, del clan dei corleonesi che propendeva per un attacco frontale allo Stato.

Ebbi l'incarico di pedinare Contrada per scoprire le sue abitudini. Quando fui scarcerato, nel 1981 Rosario Riccobono mi disse che Contrada era a nostra disposizione. Cosa nostra poteva contare su una miriade di uomini delle istituzioni per ottenere protezioni e per "aggiustare i processi"e nell'udienza del 13/7/94 prosegue:"Riccobono mi diceva che Contrada gli dava notizie sulle operazioni di polizia. Quando era in arrivo una retata, lui lo chiamava e i mafiosi scappavano".

Nel luglio del 1995, gli avvocati difensori presentano una richiesta di scarcerazione, accolta dal Tribunale il 31 luglio. All'udienza del 29 settembre 1995, i PM chiedono l'acquisizione agli atti del processo di alcune pagine dei diari di Contrada relativi agli incontri avvenuti fra il 1979 e il 1980 con l'avvocato Bellassai, capo gruppo della loggia P2 in Sicilia.

Lino Iannuzzi sul sito di Bruno Contrada ha scritto la storie di due poliziotti. La storia delle vite parallele di Bruno Contrada e di Gianni De Gennaro.

Un singolare destino accomuna i due poliziotti, Bruno Contrada e Gianni De Gennaro. Un destino crudele e beffardo. Crudele per Contrada,la vittima, beffardo per De Gennaro, il carnefice. La carriera di Gianni De Gennaro è cominciata la vigilia di Natale del 1992, quando ha fatto arrestare il suo collega Bruno Contrada, e termina oggi, proprio quando le porte del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere si sono chiuse,forse per sempre, dopo 15 anni di processi,alle spalle di Contrada.: “Avevo pronta la pistola con il colpo in canna - mi ha detto Contrada,seduto sulla branda della cella - poi ho guardato la fotografia di mio figlio con la divisa della polizia,e non mi sono sparato. Morirò qui dentro,è come fossi già morto”. Il “morto” Contrada ha afferrato il vivo De Gennaro e l'ha consumato:la loro storia è cominciata insieme, e insieme finisce.

Era già stato scritto, come in un racconto di Borges. “Caino, sia maledetto Caino”, aveva urlato Adriana, la moglie di Contrada, nella stanza dell'ospedale di Palermo, dove avevano trasportato d'urgenza il marito, svenuto nell'aula del tribunale quando il pm aveva introdotto l'ennesimo “pentito” che lo accusava di intelligenza con la mafia. Bruno Contrada aveva riaperto gli occhi nella sala di rianimazione, aveva gridato: “Vogliono annientarmi...”, aveva implorato che lo lasciassero morire, aveva tentato di impadronirsi della pistola del carabiniere di guardia, aveva strappato dalle mani dell' infermiere la siringa infilandosela nel collo... E'stato in quel momento che la donna piccola e minuta ha preso a urlare: “Caino, maledetto Caino, è Caino che me lo ha ammazzato...”.

“Caino - ha spiegato ai giornalisti che, richiamati dalle urla, le si affollavano intorno Adriana Del Vecchio,insegnante di lettere e latino in pensione - è un collega di mio marito, è lui che ha voluto che Bruno finisse in carcere. E' qualcuno che ha capito che la Sicilia e la mafia potevano essere usate come trampolino di lancio per fare carriera. Ma non ha trovato il campo libero, perché davanti a lui, molto più avanti per anzianità e nei ruoli, c'era Bruno Contrada. Doveva eliminarlo, è lui l'autore della congiura, è lui che ha arruolato e ha imbeccato i ‘pentiti' che lo accusano...”. La maledizione di Adriana ha accompagnato Gianni De Gennaro, come l'ombra di Banco, per tutti questi lunghi 15 anni della sua brillante carriera e l'ha atteso, paziente e inesorabile, sulla soglia del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.

Le lotte di potere in seno agli apparati dello Stato - Come è nata la Dia, la nostra polizia politica, e come De Gennaro se ne è impadronita - La fabbrica dei ‘pentiti' - I processi politici mascherati da processi antimafia.

Bruno Contrada è stato il più famoso poliziotto di Palermo, la memoria storica della lotta alla mafia, uno spietato cacciatore di mafiosi, quando non c'erano ancora i “pentiti” e le intercettazioni ambientali, quando bisognava sporcarsi le mani con i “confidenti”, rischiando ogni giorno la vita e l'onore: ogni giorno si poteva venire uccisi dalla mafia assieme al confidente, o venire disonorati dall'antimafia con l'accusa di essere il confidente del confidente.

Gianni De Gennaro ha fatto fuori Contrada quando questi era già passato al Sisde e aveva preparato per incarico del governo il progetto di trasformare il servizio segreto civile in una direzione antimafia.

De Gennaro, allora dirigente della squadra mobile, aveva un altro progetto, caro a Luciano Violante e ai giustizialisti del Pci e ai magistrati professionisti dell'antimafia, quello di organizzare la Dia, una direzione antimafia svincolata dai servizi e dalla stessa direzione generale della polizia e dal governo: quella che presto il presidente Cossiga avrebbe definito, chiedendone la soppressione, “la nostra ‘polizia politica', la nostra Ovra, la nostra Gestapo, il nostro Kgb”, lo strumento più efficace per liquidare gli avversari con l'uso e l'abuso dei “pentiti” e dei processi politici.

Liquidato Contrada e il suo progetto, De Gennaro creò la Dia e ne assunse il controllo, e inventò la “fabbrica dei pentiti”, divenne il “Signore dei “pentiti”. De Gennaro è stato l'artefice vero della macelleria politica in nome dell'antimafia, più di Luciano Violante, più dei magistrati professionisti del giustizialismo.

Come avrebbe potuto Luciano Violante liquidare gli avversari politici con la commissione parlamentare antimafia; come avrebbero potuto le procure indagarli e i giudici di Palermo processarli, se De Gennaro, il suggeritore, non avesse fornito a getto continuo all'uno e agli altri i “pentiti”?

Come avrebbero potuto processare Contrada, il suo collega che gli dava ombra, e dopo di lui i politici, Andreotti e Mannino e Musotto e i magistrati garantisti, Corrado Carnevale e Barreca e Prinzivalli, e poi naturalmente Berlusconi, indagato per riciclaggio e per strage, e Marcello Dell'Utri, che è ancora sotto processo, e tutti gli altri, se De Gennaro, il regista, con la Dia non avesse reclutato, addestrato e pagato i “pentiti” per accusarli?

De Gennaro soffia Buscetta a Contrada e lo riporta in Italia - Le due facce e i due verbali di Buscetta - E' il boss Riccobono che fa da confidente a Contrada oppure è Contrada il confidente di Riccobono?

Il primo “pentito” su cui De Gennaro mette le mani è, niente di meno, Tommaso Buscetta.

Contrada è ancora in piena attività di servizio ed è proprio lui che ha scovato Buscetta in Brasile, lo ha contatto attraverso un suo collaboratore, il capo della squadra mobile Ignazio D'Antone, poi passato anche lui al Sisde, e si appresta a recarsi di persona a prelevarlo per portarlo in Italia.

De Gennaro lo precede, gli soffia Buscetta, come gli soffierà il progetto della direzione antimafia,lo porta in Italia e lo consegna a Giovanni Falcone. Lo consegna per modo di dire, perché Buscetta rimarrà sempre e soprattutto nelle mani di De Gennaro, per tutto il tempo che resterà in Italia,e anche quando, dopo il maxiprocesso, sarà spedito negli Stati Uniti, sotto la sorveglianza dei Marshall.

Buscetta rimarrà sempre sotto il controllo e la gestione di De Gennaro, che non lo molla per un momento,e lo presta a Falcone, prima, a Violante e a Caselli, otto anni dopo, solo dopo averlo confessato e comunicato, ed essere sicuro di ciò che il “pentito” dirà e di ciò che non dirà. Buscetta non è di Falcone, non è di Violante o di Caselli, Buscetta è di De Gennaro, e guai a chi glielo tocca.

De Gennaro è discreto,non compare, sta sempre dietro le quinte, e tace. Come il ventriloquo, De Gennaro parla per bocca di Buscetta, come parlerà, e accuserà e fare processare e farà condannare, con la voce di tutti gli altri “pentiti”.

Tanto per cominciare, De Gennaro, prima ancora di consegnargli Buscetta, metterà in guardia Falcone: non fidarti di Contrada, gli dice, Buscetta mi ha confidato che Contrada a Palermo è in combutta con Cosa Nostra, in particolare è il “confidente” del boss Rosario Riccobono. In realtà, Buscetta a Falcone, nel corso dei lunghi e riservatissimi interrogatori(se ne conoscerà il contenuto soltanto dopo mesi e solo al maxiprocesso:proprio come(non)è avvenuto e(non)avviene oggi, con i presunti “eredi” di Falcone,tutto è già sui giornali il giorno dopo)dirà, farà verbalizzare e firmerà il contrario: è Rosario Riccobono il confidente di Contrada e non viceversa, la mafia lo sa o lo sospetta, al punto che nell'ambiente parlano di Riccobono come dello “sbirro” (e presto lo uccideranno).

Sarà solo molti anni dopo, e dopo l'assassinio di Falcone, che Buscetta, ripescato da De Gennaro negli Stati Uniti, dove Falcone l'aveva spedito dopo il maxiprocesso, interrogato dagli “eredi” di Falcone che indagano su Contrada, cambierà radicalmente versione: è Contrada, dirà, che fa il confidente di Riccobono, lo informa delle indagini su di lui e lo avverte in anticipo delle retate predisposte per catturarlo(confrontare i due verbali di interrogatori, firmati da Buscetta a quasi dieci anni di distanza, per credere!) E' solo un gioco di parole, uno scambio di ruoli tra il boss e il poliziotto, il soggetto che diventa complemento oggetto e viceversa: ma basterà a fare di Contrada un rinnegato.

Richiesto di spiegare perché ha letteralmente ribaltato, a distanza di otto anni, le sue dichiarazioni, e ha detto a Caselli esattamente il contrario di ciò che aveva detto a Falcone, Buscetta risponde: “Quel verbale del 1984 fu una imposizione di Falcone. Io non volevo farlo, fu lui a costringermi. Il dottor Falcone,che mi aveva sempre interrogato da solo e scriveva personalmente il verbale, quel giorno mi propose di fare assistere all'interrogatorio il commissario Ninni Cassarà. Io rifiutai dicendo che non mi fidavo della polizia di Palermo, ché c'era corruzione e legami con Cosa Nostra: Falcone allora mi chiese di fare i nomi, e io di nome in nome arrivai pure a Contrada. Falcone insistette che bisognava verbalizzare. C'era grande tensione e il verbale venne così, era nato male...”. A questo punto, gli domandano perché, una volta che era stato costretto a parlarne, non aveva detto a Falcone di Contrada tutto quello che dirà, otto anni dopo, a Caselli. E Buscetta si giustifica così: “Effettivamente Falcone, che io stimavo, non approfondì l'argomento. C'è stata forse una manchevolezza da parte sua. Si vede che, se manca qualcosa fu Falcone che non fece le domande...”. Insomma, se Buscetta non accusò Contrada a Falcone, fu perché Falcone non gli fece la domanda giusta. Otto anni dopo, la domanda giusta gliel'ha fatta Caselli, e Buscetta gli ha finalmente risposto a tono, inguaiando Contrada.

Ignazio D'Antone sarà a sua volta punito per essersi permesso di contattate Buscetta in Brasile prima di De Gennaro:accusato a sua volta di intelligenza con la mafia, processato e condannato in via definitiva ancor prima di Contrada, è già da tempo rinchiuso nel carcere militare dove l'ha appena raggiunto Contrada. D'Antone venne anche coinvolto, e Contrada attraverso di lui, nell'attentato subito da Falcone nella sua casa all'Addaura. Si insinuò che lui, o chi per lui, avesse fatto sparire le prove che l'attentato poteva essere mortale. Era un tentativo di coinvolgere Contrada in qualcosa di ben altra portata che non fossero gli intrallazzi con i confidenti: come l'accusa che Contrada fosse stato personalmente presente sulla scena dell'attentato di via D'Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta. Contrada come il servizio segreto deviato dalla massoneria e dai “sistemi criminali” che, per conto di Giulio Andreotti, ammazza Falcone e Borsellino e con le stragi distrugge la prima Repubblica, per far posto a Marcello Dell'Utri e a Silvio Berlusconi.

Il processo a Contrada doveva essere la prova generale del processo a Andreotti, il processo a Andreotti non per associazione mafiosa, come fu, ma per strage e complotto contro la Repubblica. Ma questa è un'altra storia,la pista principale poi abbandonata, e se ne parlerà in un'altra puntata.

Totuccio Contorno doveva essere negli Stati Uniti, ma lo trovano in Sicilia,nel triangolo della morte,in mezzo a 17 cadaveri - Come e perché Luciano Violante per difendere De Gennaro ricatta Giovanni Falcone.

De Gennaro mette le mani anche sull'altro “pentito” del maxiprocesso, Salvatore Contorno.

Anche Contorno è, o dovrebbe essere, negli Stati Uniti, sempre spedito per precauzione da Falcone, e sotto la protezione della polizia americana. Ma non è così. Il 26 maggio 1989 Contorno viene sorpreso,a fatica e con sorpresa riconosciuto, e catturato dalla squadra mobile di Palermo in Sicilia, a migliaia di chilometri di distanza dal New Jersey, in un casolare e insieme a un suo cugino e a un gruppo di fuoco di picciotti armati di lupara e di mitra, nel triangolo della morte Bagheria-Altavilla-Casteldaccia, dove nei giorni precedenti sono stati ammazzati diciassette mafiosi, uno al giorno, e tutti appartenenti alle cosche dei “corleonesi”, nemici di Contorno e di suo cugino.

Chi li ha ammazzati? Cosa ci fa Contorno in Sicilia? Perché ha lasciato la protezione americana ed è tornato segretamente in Sicilia, all'insaputa della stessa polizia di Palermo? Chi lo ha chiamato? Chi lo ha protetto? Non si sa niente, non si capisce niente, finché alla commissione antimafia arrivano le bobine delle intercettazioni delle telefonate intercorse tra Contorno, proprio quando si trova in Sicilia, e De Gennaro, che all'epoca è già vicecapo della Dia. Non solo De Gennaro nelle telefonate mostra di conoscere perfettamente i movimenti del “pentito”, ma Contorno al telefono gli parla confidenzialmente e gli dà del “tu”, e lo sbirro gli chiede insistentemente se “ci sono novità”. Ce ne sarebbe già quanto basta per sospendere De Gennaro dal servizio e per sottoporlo al procedimento disciplinare, se non addirittura a un processo penale con l'accusa di favoreggiamento e di mandante di “assassinii di Stato”.

Invece, per interrogare Contorno si riunisce in seduta segreta un comitato ristretto della commissione parlamentare antimafia, e di esso entra a far parte Luciano Violante, che all'epoca è vicepresidente della commissione.

I verbali di questa riunione sono tuttora stranamente “segretati”, ma chi li ha letti ha scoperto che Violante per l'occasione non si è limitato a difendere a spada tratta De Gennaro (come ha sempre fatto e fa anche oggi che De Gennaro è stato licenziato), ma ha assediato Contorno di domande tanto documentate di notizie che al momento potevano conoscere solo De Gennaro e lo stesso Contorno, quanto oblique e capziose, nel tentativo di fargli ammettere che a conoscenza della sua fuga dagli Usa e del suo ritorno in Sicilia non era stato solo De Gennaro, ma lo sapeva (e magari l'aveva autorizzato) anche Giovanni Falcone, all'epoca alla direzione degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia.

Con un obiettivo fin troppo scoperto: quello di trasferire le responsabilità dell'affare da De Gennaro a Falcone, che da quando collabora con il ministro Claudio Martelli e con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti è considerato da Violante e dai suoi amici un “traditore”. E'un ricatto: prima di punire De Gennaro, dovete infamare e dovete far fuori anche Falcone. Esattamente come Violante farà molti anni dopo, in occasione della “macelleria messicana” al G8 di Genova.

Membro del comitato parlamentare che deve indagare (quando si indaga su De Gennaro, nell'organismo che deve indagare c'è sempre lui) Violante sostiene che,qualsiasi cosa sia successo a Genova, ”la responsabilità è politica e non amministrativa”, e che “il dottor De Gennaro ha rivestito un ruolo importante nella difesa della democrazia italiana”. Morale: De Gennaro è intoccabile, e il responsabile di quanto è successo a Genova non è il capo della polizia, ma il ministro dell'Interno,che è il forzaitaliota Scajola. Da allora Scajola, graziato per i fatti di Genova assieme a De Gennaro, non farà che difendere e lodare il suo capo della polizia. Fino ad oggi, fino a quando De Gennaro sarà destituito, Scajola continuerà a difenderlo e a lodarlo pubblicamente in ogni occasione.

Ricattato da Violante per conto di De Gennaro, Scajola è rimasto grato per la vita ai suoi ricattatori.

De Gennaro prima incastra Andreotti poi scarica Caselli. E De Gennaro non è un ingrato, e volentieri ricambia, ogni volta che Violante è in difficoltà, non esita ad esporsi per difenderlo. Come quella volta che Giovanni Brusca, il braccio destro di Totò Riina, catturato e “pentito”, racconta che ha viaggiato in aereo da Palermo a Roma con Luciano Violante e hanno concordato insieme la trappola per Andreotti (la prima cosa è provata,la seconda no). Quando esplodono le dichiarazioni di Brusca, De Gennaro si precipita a rintuzzarle dicendo tutto il male possibile del mafioso e tutto il bene possibile del suo compare del Pci. Ma esagera, e costringe Giorgio Napolitano, che al momento è ministro dell'Interno, a rimbrottarlo pubblicamente: non tocca a lei, che è un funzionario dello Stato, gli dice, intervenire pubblicamente in queste questioni.

Non altrettanto solidale De Gennaro sarà sempre con il terzo membro della combriccola, il procuratore Giancarlo Caselli, spedito in fretta da Torino a Palermo,giusto in tempo per processare Contrada, Andreotti, Carnevale e compagnia cantando.

E' stato lo stesso Andreotti a rivelare che fu proprio De Gennaro, che aveva arruolato e fornito a Caselli i “pentiti” per processarlo, a recarsi a casa sua per tranquillizzarlo: caro presidente, gli disse De Gennaro, non stia a preoccuparsi, perché a tutti questi “pentiti” e alle loro accuse mancano i riscontri e le prove, alla fine non potranno che assolverla.

Nei riguardi di Caselli, che ci fa la figura del tonto della compagnia, De Gennaro fa anche di peggio.

Nominato capo della polizia con il consenso anche della Casa della Libertà, ed essendo ormai scontata l'assoluzione di Andreotti, i giornalisti di “Repubblica” che a De Gennaro non hanno mai smesso di voler bene, prima durante e dopo, al punto da indurre Francesco Cossiga a presentare un'interrogazione al ministro degli Interni per accertare se addirittura di De Gennaro non fossero a libro paga, “per chiarire definitivamente come stanno le cose tra Caselli e De Gennaro”, scrivono: “E' già dal 1992 che i rapporti tra il nuovo capo della polizia e i magistrati di Palermo sono, se non agitati, per lo meno problematici.

Pur avendo lavorato di buona lena per incastrare Andreotti, De Gennaro non ha mai pensato che le prove raccolte fossero sufficienti e che fossero solidi i riscontri alle dichiarazioni dei ‘pentiti' ed ha sempre espresso i suoi dubbi, convinto come è sempre stato che Andreotti andasse prosciolto già nelle indagini preliminari. Ma rimase inascoltato e finì incastrato da protagonista nella vicenda, con sulle spalle il mantello del perfido burattinaio...”. Infatti, Andreotti non lo ha mai nominato direttamente e mai lo ha accusato, ma ha sempre parlato di un “suggeritore”: dei tre, scartato Caselli per insuperabile incapacità, non restavano che Violante o De Gennaro. Ma Violante è piuttosto l'ispiratore dell'operazione, il suggeritore dei pentiti indispensabili al processo non poteva essere che De Gennaro. Caselli farà anche l'errore di scrivere a “Repubblica” per respingere sdegnosamente le “illazioni” dei giornalisti: De Gennaro non mi ha mai manifestato i suoi dubbi, scrive, e comunque contro Andreotti le prove c'erano, e in abbondanza. Risate dei giornalisti, di Andreotti, di De Gennaro, e dei lettori.

Marcello Pera corre in soccorso di De Gennaro e impedisce a Contrada di denunciare i suoi carnefici.

Non sono solo Luciano Violante e i giustizialisti della sinistra ad accorrere a coprire i misfatti di De Gennaro e a maramaldeggiare su Contrada.

Dopo quasi dieci anni di processi, Contrada, condannato a 10 anni in primo grado, viene clamorosamente assolto in appello con formula piena e annuncia per il giorno dopo la lettura della sentenza una conferenza stampa: Contrada, scrivono i giornali e preannuncia la televisione domani rivelerà i retroscena della congiura ordita contro di lui e farà i nomi e i cognomi dei congiurati.

E' a questo punto che compare sul “Corriere della sera” una intervista del senatore Marcello Pera, all'epoca responsabile di Forza Italia per i problemi della Giustizia, che ha il sapore amaro di un invito a tacere, è a tutti gli effetti una censura e un veto:”Non è più il momento - dice Pera - delle polemiche e la decisione del tribunale di Palermo, che ha assolto il dottor Bruno Contrada, non deve servire ad avvelenare ancora il clima del Paese”.

Insomma, intende Pera, Contrada alla fine è stato assolto: che altro vuole? Si contenti di essersela cavata così a buon mercato, e se ne stia zitto e soprattutto non si azzardi a chiamare in causa il capo della polizia.

Quello che vorrebbe e dovrebbe essere il difensore e il garantista per antonomasia del Partito della Libertà è in combutta con lo sbirro dei “pentiti” e il carnefice degli stessi esponenti della Casa della Libertà, e chiude la bocca alla vittima. Non è un caso isolato: il connubio Pera-De Gennaro dura nel tempo e organizza anche convegni e dibattiti in comune, fino al punto di provocare la reazione indignata di Filippo Mancuso, illustre e stimato magistrato veramente garantista e poi ministro della Giustizia del governo Dini, epurato ad personam perché vuole mandare gli ispettori a Milano e a Palermo. Mancuso, invitato a fare da relatore a uno di questi convegni organizzati dal filosofo delle scienze e dallo sbirro, rovescia il tavolo: con De Gennaro no, esclama, e lo scaccia dalla tribuna.

Intanto Contrada disdice la sera stessa dell'intervista di Pera la conferenza stampa e contemporaneamente invia un telegramma al capo della polizia Gianni De Gennaro: ”Nel frastuono di voci dissonanti voglio che una sola si senta e sovrasti su tutte: quella della mia assoluta dedizione, passata presente e futura, alla polizia di Stato e al suo capo”. Questo è l'uomo, lo sbirro tutto di un pezzo che ha giurato che fin quando De Gennaro sarà il capo della polizia, non parlerà.

Rosario Spatola ‘testimone oculare' di un pranzo che non c'è stato nella saletta riservata che non è mai esistita - Alla procura di Palermo i ‘pentiti' si confessano e cambiano versione a volontà - Il ‘pentito' è tanto più credibile quanto più è assassino e quanta più gente ha ammazzato.

Contrada non parlerà mai più. Subirà in silenzio l'ignominia delle calunnie di una dozzina di “pentiti” reclutati dalla Dia di De Gennaro, che finiranno per smentirsi e per accusarsi a vicenda: come Rosario Spatola, che dice di averlo visto pranzare con Rosario Riccobono nella saletta riservata di un noto ristorante di Palermo che, si scoprirà con le planimetrie esibite dagli avvocati della difesa, non ha mai avuto una saletta riservata.

Spatola, oltre che clamorosamente smentito, finirà espulso dal programma di protezione perché con i soldi dello stipendio dello Stato fa uso e traffico di stupefacenti. A sua volta Spatola si vendicherà rivelando che lui e gli altri “pentiti” sono stati “combinati” e che Gaspare Mutolo, il “pentito” primo tra gli accusatori di Contrada (e sempre dopo aver fatto quattro chiacchiere con De Gennaro), riceve a cena a casa sua gli altri “pentiti” esibiti dall'accusa, per concordare le deposizioni, e i giornalisti portavoce della procura perché pubblichino le accuse a Contrada prima ancora che siano formulate nell'aula del processo.

Nella sentenza di condanna che conclude il processo di primo grado Mutolo è presentato come la “bocca della verità” ed è descritto come il “pentito” più attendibile perché è di tutti il più assassino, quello che ne ha ucciso più di tutti. Gli domandano: quanti omicidi ha fatto? E Mutolo risponde: “Ma guardi, io tra gli omicidi e gli strangolamenti, insomma, sono più di 30,30 omicidi che ho fatto in tre anni, dal '73 al '76, e in un piccolo periodo dall'81 all'82...”. Perché,scrivono i giudici nella sentenza di condanna, “un primo indice di affidabilità delle notizie riferite dal collaboratore di giustizia deve rinvenirsi nello spessore mafioso degli uomini d'onore”. Come dire che la credibilità di un “pentito” che accusa la si misura in proporzione agli omicidi che ha commesso e allo “spessore mafioso” dei compari che ha frequentato. Più il “pentito” è mafioso, più è scellerato, più è ignobile, più è assassino, più ne ha assassinati, più è credibile, più le sue accuse rispondono sicuramente a verità.

E chi è più credibile di Gaspare Mutolo, detto “u saittuni”, il topo di fogna?

Francesco Di Carlo accompagna Stefano Bontate e Mimmo Teresi a Milano a far visita e a baciare ilvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri - De Gennaro lo va a prendere nelle carceri inglesi e gli fa un'offerta che Di Carlo non può rifiutare - Cosimo Cirfeta viene ‘suicidato' in carcere con una bomboletta di gas.

Così Francesco De Carlo, reclutato da De Gennaro nelle carceri inglesi, dove era detenuto per traffico di stupefacenti, e dove gli inviati di De Gennaro gli hanno fatto un'offerta che non poteva rifiutare: se ci dici qualcosa su Contrada, ti tiriamo fuori di qui, facendoti risparmiare sette anni di carcere, e ti riportiamo libero e stipendiato in Italia... E' lo stesso Di Carlo che sosterrà di aver accompagnato a Milano da Berlusconi e da Dell'Utri i capi di Cosa Nostra Stefano Bontate e Mimmo Teresi, per trattare di “affari” e per garantire che la mafia non farà del male ai figli del padrone della Fininvest.

Si scoprirà e si proverà, ma soltanto dopo anni dalla deposizione e nel corso del processo d'appello a Dell'Utri, che nel periodo in cui Di Carlo avrebbe accompagnato Bontate e Teresi a far visita a Berlusconi (e ad abbracciarlo e baciarlo, Di Carlo testimone oculare), Bontate era recluso sotto costante sorveglianza al soggiorno obbligato a Pescara e poteva muoversi sotto scorta solo per presenziare al suo processo in corso a Palermo, e Teresi era al soggiorno obbligato a Foligno. Di Carlo sarà poi che sorpreso nel cortile del carcere in cui è detenuto mentre arruola a sua volta altri “pentiti” per accusare Dell'Utri e concordare le accuse. Cosimo Cirfeta, il “pentito” che ha sorpreso e denunciato Di Carlo e i “pentiti” suoi complici, è stato “suicidato” nella sua cella con una bomboletta di gas.

Francesco Marino Mannoia non sa niente di Contrada e lo dichiara a verbale, ma il verbale sparisce - Come è perché il mafioso Mannoia è più "uomo d'onore" dei pm di Palermo.

Il caso del “pentito” Francesco Marino Mannoia è ancora più clamoroso e scandaloso. Nel corso del processo di primo grado Mannoia depone che Contrada e Riccobono facevano i confidenti l'uno dell'altro”, e Contrada viene condannato. Al processo di appello gli avvocati di Contrada scoprono che esistono i verbali di due precedenti interrogatori di Mannoia, dove il “pentito”, richiesto dai pm se sa e può dire qualcosa di Contrada, dichiara di non saperne assolutamente nulla. Il presidente della Corte d'appello, la prima, quella che assolverà Contrada, domanda ai pm perché i verbali di quei due interrogatori sono stati nascosti e non sono stati portati al processo. Il pm Antonio Ingroia gli risponde che non hanno portato quei verbali perché “li avevamo ritenuti irrilevanti perché non riferivano alcuna circostanza a carico di Contrada” e perché l'accusa “è interessata solo ai documenti che sono a sostegno delle tesi accusatorie”.

Lo Stato di diritto e la Costituzione si declinano così nella cultura dei professionisti dell'antimafia. Persino Mannoia, mafioso e delinquente e assassino, dimostrerà di avere più senso della giustizia degli inquisitori della procura di Palermo, e in particolare di questo Ingroia che nasconde i documenti della difesa e si esalta solo con quelli che accusano. Richiamato a deporre due anni dopo dalla Corte d'appello che assolverà Contrada, Mannoia dichiara: tutto quello che vi ho raccontato non è mai stato a mia diretta conoscenza, l'ho solo sentito dire in giro, “mi auguro che voi vogliate restituire l'onore a quest'uomo”. Come quei giudici faranno, il 4 maggio del 2001, nove anni dopo l'arresto della vigilia di Natale del '92, lo assolveranno con formula piena, perché “il fatto non sussiste”.

E con questa motivazione: “La sola frequentazione di Contrada con i boss mafiosi, senza il corredo di ulteriori manifestazioni significative o indizianti, non costituisce prova della sua volontà di prestare sostegno all'associazione criminosa. Le accuse dei collaboranti, alcuni dei quali possono essere portatori di sindrome rivendicatoria, difettano in linea di massima della necessaria specificità, riducendosi a mere affermazioni basate su apprezzamenti personali o considerazioni soggettive, mentre le circostanze esaminate e considerate come elementi di riscontro,si rivelano prive di valore probatorio”.

L'assoluzione, in effetti, è valsa a Contrada solo la restituzione della sciabola d'ordinanza che gli era stata sequestrata, nove anni prima, al momento dell'arresto. Presto la Cassazione annullerà la sentenza di assoluzione e i giudici del nuovo processo d'appello gli rifileranno, pari pari, i dieci anni di galera che gli avevano inflitto i giudici di primo grado e che la prima Corte d'appello gli avevano tolti. In compenso, nonostante l'intervenuta condanna, non gli sarà sequestrata nuovamente la sciabola.

L'anfora rubata dalla mafia e che non è mai esistita, l'amante di Contrada a cui non è stata mai regalata l'Alfa Romeo, la parrucchiera che scopre i segreti dei boss sotto il casco della permanente, la medium che ha visto e sentito in sogno Giovanni Falcone, le notizie ricevute dai ‘pentiti' dall'oltretomba, il sorriso che inganna nella terra di Pirandello.

Degli altri “pentiti” non metterebbe nemmeno conto parlare, la tragedia viene sommersa dalla farsa. Tale Pietro Scavuzzo, più che rispettabile per il numero degli assassinii commessi, e quindi più che credibile, racconta che un giorno è salito in un appartamento di via Roma a Palermo, accompagnato da un esperto archeologo, presentatogli da un cittadino svizzero di nome Ludwig, e ricevuti da una signora dell'apparente età di 50-55 anni,che li fa accomodare in una stanza per valutare l'autenticità e il prezzo di mercato di un'anfora antica, che è stata regalata dalla mafia a Contrada, e che a sua volta Contrada deve regalare al vice questore di Trapani.

Mesi e mesi di indagini e di accertamenti, decine e decine di agenti alla caccia, milioni di spese per individuare l'appartamento, l'archeologo, lo svizzero Ludwig, la signora cinquantenne, l'anfora antica.

Senza risultato: l'appartamento, l'archeologo, Ludwig, la signora cinquantenne, l'anfora non si trovano, non se ne scopre l'ubicazione, il numero civico, né si trova il nome, né il cognome dei supposti protagonisti della seduta archeologica, il vice questore, perquisito lui, la casa del padre, le case dei fratelli, delle sorelle, dei figli, non si trovano anfore, niente di niente, non esistono.

Ma che significa? “Tuttavia - scrivono i giudici nella sentenza di condanna - la mancata individuazione dell'appartamento non è idonea a smentire la veridicità delle dichiarazione del collaborante, atteso che il periodo riportato colloca il momento dell'incontro in un periodo in cui era possibile la presenza di Contrada a Palermo...”. Nessuno l'ha visto, nessuno li ha visti, nessuno processualmente esiste, e tuttavia “ci poteva stare, si potevano incontrare,possono esistere” e possono aver nascosto, chi sa dove, l'anfora della mafia che non si trova e non sarà mai più trovata. Un altro “pentito” denuncia che sono scomparsi 15 milioni dai conti di Riccobono e che il boss in realtà li ha regalati a Contrada, che ci ha comprato un'auto AlfaRomeo per regalarla alla sua amante. Perché, come sostiene e anche dimostra l'accusa, a Contrada “piacciono le donne”, e la mafia gliene offre a bizzeffe e gli da i soldi per mantenerle. Ricerche per mesi dell'amante di Contrada e dell'AlfaRomeo, inchiesta a tappeto su tutte le signore di Palermo che posseggono un'AlfaRomeo, finché gli avvocati dimostrano che quei 15 milioni Riccobono li ha spesi per regalare un'auto alla moglie, otto milioni, e un'auto alla madre, sette milioni.

Tra i testi dell'accusa c'è pure una parrucchiera che avrebbe ricevuto le confidenze di una sua cliente, figlia di un boss “amico” di Contrada mentre le faceva la messa in piega, e una medium che ha visto in sogno Giovanni Falcone che l'avvertiva che sarebbe stato presto ammazzato anche Paolo Borsellino e che l'assassino dell'uno e dell'altro è Contrada. E accanto alla parrucchiera e alla medium c'è la famosa investigatrice svizzera Carla Del Ponte, che ha inquisito Oliviero Tognoli, un industriale riciclatore dei soldi della mafia, fuggito in Svizzera mentre stavano per arrestarlo a Palermo. La Del Ponte sostiene, e depone sotto giuramento in tal senso, che Tognoli ha confessato che ad avvertirlo per farlo fuggire in tempo è stato Contrada. Ma nel verbale dell'interrogatorio firmato da Tognoli l'accusa a Contrada non c'è: “Pare comunque inverosimile - scriveranno i magistrati della Camera dei ricorsi penali del tribunale di appello di Lugano - che un magistrato che ha controfirmato i verbali resi da Tognoli, deponga poi attribuendo allo stesso Tognoli dichiarazioni diametralmente opposte a quelle verbalizzate, come appare problematico dare rilevanza alle dichiarazioni di coloro che erano istituzionalmente presenti all'interrogato di Tognoli e che riferiscono di dichiarazioni che sarebbe state rese, ma non risultano riportate nel verbale”. Perché è successo anche questo, che i presenti all'interrogatorio hanno riferito che Tognoli non disse né verbalizzò nulla contro Contrada, ma a domanda estemporanea e fuori verbale di Giovanni Falcone (“Non sarà stato Contrada ad avvertirla...?”) aveva risposto con un sorriso:”un sorriso - arriva a dire lo stesso Falcone - che per chi conosce il linguaggio dei siciliani, e in specie della mafia, non poteva che avere un significato, quello di confermare che ad informarlo era stato Contrada...”.

Ecco il dilemma: che vorrà dire l'ambiguo sorriso di un siciliano? Vuole dire “sì” o vuole dire “no”? Alla risposta a questa domanda è appeso il destino di Bruno Contrada.

Sta di fatto che col tempo si scoprirà chi è veramente stato ad informare Contrada, non è stato il Tognoli, sfinge sorridente, ma un poliziotto di Palermo notoriamente suo amico da tempo. Nel frattempo, anche per quel “sorriso” alla siciliana, Contrada viene condannato a dieci anni di galera.

Contrada condannato in primo grado, assolto in appello, l'assoluzione cancellata dalla Cassazione, ricondannato nel secondo appello, la sentenza confermata dalla seconda Cassazione.

Quando poi Contrada sarà assolto in appello, la Cassazione annullerà “per mancanza di struttura logica nella motivazione” e dispone un nuovo giudizio per confermare o contestare la “logica” della motivazione della assoluzione.

Si scoprirà che i segugi di Palermo, appena dopo l'assoluzione di Contrada in appello, hanno intercettata una conversazione tra due presunti mafiosi, che è in loro possesso dall'11 novembre del 2001, da sei mesi dopo l'assoluzione di Contrada, e l'hanno tenuta nascosta fino a quando la Cassazione non ha annullato la sentenza di assoluzione. Nella conversazione intercettata uno dei due mafiosi dice all'altro: “Questo Contrada ha due palle d'acciaio, grosse come le ruote di un automobile...”. E l'altro replica: “Iddu ci fici scappare...”. Che significa? C'è una duplice esegesi, alcuni dei periti sostengono che vuol dire che Contrada aveva aperto le porte della cella per favorire la loro evasione, o quanto meno li aveva avvertiti alla vigilia di una retata; altri esperti sostengono che vuol dire che Contrada li ha sorpresi sul lavoro e li ha messi in fuga. Come che sia, al secondo appello Contrada verrà ricondannato anche per l'interpretazione controversa di una telefonata.

Le accuse a Contrada, tutte le accuse, nessuna esclusa, si basano sul “de relato”, nessun “pentito” sa le cose che dice di scienza propria, tutti riferiscono per sentito dire. Molti si basano persino sul “de relato” dall'oltretomba, quelli che le cose gliele avrebbero dette, sono tutti morti. Buscetta riferisce cose che dice di aver apprese da Riccobono e da Bontate: Bontate è morto ammazzato il 23 aprile del 1981, 14 anni prima del processo a Contrada e della deposizione di Buscetta; Riccobono è morto ammazzato il 30 novembre del 1982, 13 anni prima. Mutolo riferisce da Riccobono, morto. Marino Mannoia riferisce da Bontate e Riccobono, idem. Spatola riferisce del pranzo di Contrada con Riccobono in saletta del ristorante che non è mai esistita e con Riccobono che è morto,idem. Quando gli avvocati di Contrada esibiscono la planimetria del ristorante che smentisce Spatola, i pm richiamano il “pentito” e gli fanno cambiare versione: Contrada e Riccobono non mangiavano in una saletta, dirà Spatola, ma in un angolo appartato del ristorante, accanto al cesso.

Cinque capi della polizia, due capi del controspionaggio, tre alti commissari per la lotta alla mafia, due generali della Guardia di Finanza, venti tra questori e funzionari di Ps, dieci ufficiali dei Carabinieri, una cinquantina di agenti e due ministri difendono Contrada - Ma i giudici di Palermo credono solo agli assassini.

Contro le accuse di questi “pentiti” sono sfilati a deporre in difesa di Contrada cinque capi della polizia, Parlato, Coronas, Porpora, Parisi e Masone, e due capi del controspionaggio, Malpica e Voci, e tre alti commissari per la lotta contro la mafia, De Francesco, Boccia e Finocchiaro, due generali di divisione della Guardia di Finanza, Mola e Pizzuti, e 20 tra questori e funzionari di Ps, e 10 ufficiali dei carabinieri, e una cinquantina di agenti delle squadre mobili, e due ministri. Il più prestigioso dei capi della polizia che abbia avuto l'Italia, Vincenzo Parisi, proprio lui che ha preso a benvolere De Gennaro e lo ha protetto e agevolato nelle carriera, dichiara al processo: “Bruno Contrada è un investigatore straordinario: il suo è un curriculum brillantissimo ed egli ha sempre dimostrato una conoscenza straordinariamente approfondita del fenomeno mafioso, di cui è una memoria storica eccezionale. E per questo ha ricevuto per trentatrè volte elogi dall'amministrazione e dalla magistratura.

Bisogna far luce - concludeva Parisi - su eventuali interessi ed eventuali corvi che hanno ispirato ai ‘pentiti' le loro accuse e le loro rivelazioni così tardive. I fatti di cui loro parlano sarebbero avvenuti più di dieci anni fa: perché i ‘pentiti' parlano solo ora e chi li manovra?. Io vedo un pericolo per la democrazia...”. E a Giacomo Mancini, segretario del Psi, Parisi confiderà: “Questo De Gennaro mi preoccupa, si sta sempre più legando a Luciano Violante e ai comunisti, ed è sempre più spregiudicato nei metodi che adotta nelle indagini...”.

Il prefetto Emanuele De Francesco, che è stato il primo alto commissario antimafia e poi è stato direttore del Sisde, ha raccontato ai giudici dello “specioso malanimo” agitato contro Contrada, quando era il suo capo di Gabinetto, da certe “lobby” o “cordate”, così le ha chiamate, del ministero dell'Interno, e ha raccontato che a un certo punto il fenomeno divenne così evidente e scandaloso che fu costretto a scrivere una lettera(esibita al processo)all'allora presidente della Repubblica Scalfaro per denunciare questi attacchi a Contrada che “provenivano dall'interno della Questura”.

Un Altro prefetto, Angelo Finocchiaro, che è stato direttore del Sismi, era già andato a deporre dinanzi alla commissione parlamentare antimafia per denunciare “gli attacchi ripetuti e proditori” e “la campagna denigratoria” contro Contrada e il Sisde. Finocchiaro fece dinanzi ai giudici una clamorosa rivelazione: una notte c'era stata una misteriosa “irruzione” negli uffici del Sisde, il servizio segreto civile, degli agenti della Dia diretti da De Gennaro. Che cercavano? Cosa portarono via? Chi ce li aveva mandati? ”Contrada - dice Emanuele Macaluso, l'ex esponente del Pci che più ne sa della Sicilia e della mafia - si è trovato al crocevia di un periodo di transizione che naturalmente ha coinvolto anche gli apparati. Bisognerebbe scrivere un libro sulla guerra degli apparati, sulla guerra tra polizia e carabinieri, sulla guerra tra i servizi segreti e i vari corpi speciali, sulla guerra sferrata e vinta da De Gennaro...”.

Del resto, è stato il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga a chiedere, a un certo punto, lo scioglimento della Dia, accusandola di aver adottato i metodi propri di un servizio segreto di polizia politica”.

Ma i giudici di primo grado e quelli del secondo appello hanno creduto, piuttosto che al fior fiore dei funzionari e dei servitori dello Stato, agli assassini e ai peggiori lestofanti, senza riscontri e senza prove, ma sempre reclutati e addestrati e pagati per la bisogna dalla Dia diretta da De Gennaro. Gli hanno creduto e li hanno premiati, mettendoli in libertà, perché magari, come è avvenuto ed è stato giudiziariamente accertato per Spatola e Contorno, potessero tornare a delinquere, e finanziati dallo Stato. Il presidente della seconda Corte di appello, quella che a differenza della prima, ha condannato Contrada, si era già pronunciato per la colpevolezza di Contrada quando, cinque anni prima, in qualità di gip, gli aveva negato la scarcerazione, nonostante due anni e mezzo - due anni e mezzo! - già passati in isolamento a Forte Boccea, e le gravi condizioni di salute: era assolutamente incompatibile a partecipare e a presiedere la Corte, ma ce l'avevano messo appositamente.

15 anni di processi e di prigione a Contrada, 15 anni di splendida carriera a De Gennaro - Sempre d'accordo a sostenere De Gennaro la destra e la sinistra - Solo Cossiga lo accusa: uomo insincero, tortuoso, ipocrita, falso, cinico e ambiguo, la sua Dia è come l'Ovra, la Gestapo,il Kgb - Il ministro dell'Interno non risponde Cossiga presenta le sue dimissioni da senatore a vita - La Giustizia come la intende il pm Antonio Ingroia.

Arrestato alla vigilia di Natale del '92,alle 7 del mattino, la vittima del “Processo” di Kafka (“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché alle 7 del mattino bussarono alla sua porta...”), Contrada aveva allora 62 anni, è rimasto rinchiuso per due anni e sette mesi in un carcere militare riaperto solo per lui,e prima ancora che cominciasse il processo (intanto reclutavano i “pentiti”), e dopo 15 anni trascorsi tra il processo di primo grado, i due processi di appello,le due volte in Cassazione, è tornato in galera a 77 anni per scontare altri otto anni,e forse per non riuscirne più da vivo. Nel frattempo, Gianni De Gennaro ha fatto la sua splendida carriera. Dopo ogni sfornata di “pentiti”, dopo ogni processo politico, il suggeritore De Gennaro aveva uno scatto di carriera, vicecapo e capo della Dia prima, vicecapo e capo della polizia dopo, con gli uomini a lui fedeli sistemati in tutti i posti chiave, con quelli che non erano d'accordo emarginati, epurati, sempre con il rischio di fare la fine di Contrada.

Due poliziotti: a Contrada 15 anni di processi e di galera, a De Gennaro 15 anni di carriera. Con il centro sinistra e il centro destra sempre d'accordo, la sinistra lo ha nominato capo della polizia, la destra lo ha riconfermato, con tutti, o quasi tutti sempre a difenderlo: Scajola o Amato, Violante o Pera, giustizialisti di professione o garantisti da operetta. Era rimasto soltanto Cossiga a tener duro: “Farò di tutto per far cacciare De Gennaro - aveva gridato qualche mese fa in pieno Senato - un uomo insincero, tortuoso, ipocrita, falso, un personaggio cinico e ambiguo che usa spregiudicatamente la sua influenza, un losco figuro di tale bassezza morale che è passato indenne da manutengolo della Fbi americana, dalla tragedia del G8 di Genova, che è passato indenne dopo aver confezionato la polpetta avvelenata che ha portato alle dimissioni di un ministro dell'Interno,che è passato indenne da tante cose...”(Senato della Repubblica, XV legislatura,81°seduta, 23 novembre 2006, resoconto stenografico,pagina 72).

Cossiga ha presentato una decina di interrogazioni e di interpellanze.

Il ministro dell'Interno non gli ha mai risposto,il Parlamento non ne ha mai discusso, la stampa e la televisione hanno sempre taciuto. Anche l'ultima volta, dopo l'ennesima interrogazione e dopo le accuse più violente e clamorose che siano state mai pronunciate in un Parlamento, il ministro non ha risposto pubblicamente a Cossiga (soltanto ha inviato a Cossiga dopo un mese un biglietto “privato”, il cui contenuto è rimasto segreto). Cossiga ha presentato le dimissioni da senatore a vita: ”Tanto, non conto niente - ha dichiarato - il Senato della Repubblica non conta più niente”. E ha chiesto scusa.

Il Presidente emerito della Repubblica ha chiesto scusa allo sbirro, al carnefice di Contrada e di tanti altri. Il Senato ha respinto le dimissioni di Cossiga. Il Governo, dopo sette anni e un mese che ha diretto la polizia, ha destituito De Gennaro, non senza ricoprirlo di ringraziamenti e di elogi. Contrada ha bussato al portone del carcere militare di Santa Maria Capua Vetere e si è consegnato.

Il solito pm di Palermo Antonio Ingroia, quello che ha sostenuto l'accusa contro Contrada, ed è lo stesso che ha sostenuto l'accusa contro Dell'Utri nel processo di primo grado, e utilizzando gli stessi “pentiti”, si è dichiarato “soddisfatto” di come è finita per Contrada in Cassazione dopo 15 anni: “E' la dimostrazione - ha detto - che avevamo ragione,che il processo che gli abbiamo fatto era giusto”.

La storia dei giorni delle stragi così l'ha descritta in un interrogatorio del 7 aprile 2008, rimasto fino ad oggi segreto, Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco di Palermo, Vito. "Una ventina di giorni prima della strage Borsellino, mio padre mi disse che aspettava una persona - racconta il rampollo di don Vito, di recente condannato per riciclaggio - quell'uomo venne nella villa che avevamo affittato a Monte Pellegrino. La busta conteneva le richieste di Cosa nostra, il papello. Io non l'ho visto, ma mio padre me ne parlò: c'era un elenco di 10-12 richieste. C'era ad esempio qualche immunità: volevano che le famiglie dei mafiosi venissero lasciate in pace". "Mio padre si dannava - prosegue Massimo Ciancimino - perché su tre-quattro cose si poteva anche intavolare una discussione, ma su sette, otto, mi disse: saranno irricevibili".

Erano i giorni in cui Vito Ciancimino incontrava anche un ufficiale del Reparto operativo speciale dei carabinieri, il capitano Giuseppe De Donno: "Voleva un aiuto per la cattura dei superlatitanti", dice Massimo Ciancimino. Ma dopo quella misteriosa consegna del papello, il pensiero del vecchio Ciancimino fu uno solo: "Mi disse di contattare De Donno, siamo partiti per Roma. La busta è partita con mio padre".

Ciancimino junior accusa: "Prima della strage Borsellino, ci furono tre incontri con i carabinieri, di cui due alla presenza del generale del ROS Mario Mori, ex capo del SISDE".

Chiedono i pm nell'interrogatorio: "Suo padre riferì di queste richieste, di quel foglio di carta ai carabinieri?". Risposta: "Sì, le ha riferite. Anche perché lui tornò da Palermo con il preciso... di incontrare il generale Mori e di raccontare qual era stato il contenuto dell'incontro. Ma era amareggiato: vedrai che mi manderanno a fanculo perché sono richieste inaccettabili, improponibili". Ciancimino conclude: "Mio padre mi raccontò poi che la trattativa si era chiusa nel momento in cui i carabinieri avevano chiesto la consegna di Riina".

È stato condannato a una sfilza di ergastoli per decine di omicidi e per le più sanguinarie stragi di mafia, a cominciare da quelle di Capaci e via D'Amelio. Sa che ogni sua parola può essere interpretata come un messaggio obliquo. Ma quando il 19 luglio 2009 Totò Riina, il capo dei corleonesi, è uscito dalla cella a regime di carcere duro per incontrare in una saletta il suo avvocato, Luca Cianferoni, aveva bisogno di sfogarsi: «Ne so poco perché qui non mi passano nemmeno i giornali. Ma questa storia della "trattativa", di un mio "patto" con lo Stato, di tutti gli impasti con carabinieri e servizi segreti legati al fatto di via D'Amelio non sta proprio in piedi. Io della strage non ne so parlare. Borsellino l'ammazzarono loro». Un boato così fragoroso e inquietante nemmeno il suo avvocato se l'aspettava, proprio nel diciassettesimo avversario del massacro. Ovvia la domanda immediata: «Loro? Chi sono "loro"?». E arriva la risposta, a differenza di tante altre volte, dei silenzi ermetici di tante udienze dibattimentali: «Loro sono quelli che hanno fatto la trattativa, quelli che hanno scritto il "papello", come lo chiamano. Ma io della trattativa non posso saperne niente di niente. Perché io sono oggetto, non soggetto di trattativa. E la stessa cosa è per quel foglio con le richieste che qualcuno avrebbe presentato attraverso Vito Ciancimino. Mai scritto da me. Facciamo pure la perizia calligrafica appena viene fuori e scopriremo che io non ho niente a che fare con questa vicenda».

Evidente il richiamo al documento che il figlio di «don Vito», Massimo Ciancimino, sarebbe finalmente pronto a consegnare ai magistrati di Palermo e Caltanissetta, a loro volta impegnati in una revisione delle inchieste sulle stragi di Capaci e via D'Amelio. Fatti nuovi che per molti osservatori e anche per tanti familiari di vittime di mafia la stessa magistratura avrebbe potuto mettere a fuoco già alcuni anni fa, bloccata da omissioni e depistaggi denunciati negli ultimi giorni soprattutto dal fratello di Paolo Borsellino. Ma stavolta a pensarla così, per un paradosso tutto da interpretare, è proprio Salvatore Riina nello sfogo destinato a intercettare gli spinosi argomenti del processo in corso al generale Mario Mori e al colonnello Giuseppe De Donno: «Sono stati i giudici a bloccare l'accertamento perché ho chiesto io a Firenze quattro anni fa di sentire Massimo Ciancimino, per chiedergli quello che sta tirando fuori solo adesso. Ci ho provato a parlare di Ciancimino padre come tenutario di una trattativa con i carabinieri. E volevo che li sentissero tutti in aula, a Firenze. Ma i giudici non hanno ammesso l'esame. Ora parlano tutti di misteri. Ma ci potevamo arrivare, come dicevo io, quattro anni fa a parlare di una trattativa che io ho subito come un oggetto, sulla mia testa». E insiste con l'avvocato Cianferoni ricordandogli tutti i dubbi che gli vengono in cella ripensando a storie e personaggi vicini a Ciancimino padre: «La trattativa questi signori l'hanno fatta sopra di me. Non l'ho fatta io, estraneo ai patti di cui si parla».

Il boss dei boss, indicato come lo stragista più sanguinario di Cosa Nostra e come l'uomo che voleva fare la guerra per fare la pace, ribalta così il quadro. Forse anticipando una difesa da proporre negli eventuali nuovi processi determinati dalla possibile revisione, ma blocca ogni interpretazione: «Per me credo che non cambierà nulla anche con le nuove dichiarazioni di questo pentito, Spatuzza. Non sto facendo calcoli. Ma si deve almeno sapere che io la trattativa non l'ho coltivata». Sarà un modo per rovesciare la responsabilità sull'altro grande capo, Bernardo Provenzano? Riflette un po' Riina perché sa che molti dietro il suo arresto vedono proprio la mano di «don Binnu». «Mai detto e mai pensato», assicura a Cianferoni che trasferisce la convinzione. Aggiungendo l'ultima osservazione di Riina, pur esposta naturalmente a un basso tasso di credibilità: «Le dicerie su Provenzano sono false. Come la storia di Di Maggio. Trattativa, stragi e il mio arresto sono una faccenda molto più alta. Tocca i piani alti della politica. Bisogna capire che Borsellino è morto per mafia e appalti, non per i mafiosi». Politica? E qui riflette il legale di Riina che lo segue dal 1997, certo di interpretarne il pensiero: «Parla di politica intesa come "centri di interesse". E a quell'epoca erano tutti in fibrillazione. Insomma, per capire che cosa c'è dietro la morte di Borsellino bisogna risalire a Milano, non fermarsi a Palermo. E guardare al nesso fra Tangentopoli e le bombe della Sicilia. Quando volevano cambiare tutto».

Non è tutto. Due magistrati si sono presentati al procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e al suo vice Domenico Gozzo. Due giovani colleghi di Paolo Borsellino a Marsala, un uomo e una donna. Hanno messo a verbale: "Un giorno di quell'estate siamo andati a trovare Paolo nel suo ufficio a Palermo, era stravolto. Si è alzato dalla sedia, si è disteso sul divano, si è coperto il volto con le mani ed è scoppiato a piangere. Era distrutto e ripeteva: "Un amico mi ha tradito, un amico mi ha tradito..."".

La vedova Borsellino ai pm: "Ecco tutti i sospetti di Paolo". Lo stralcio dei verbali su un articolo de “La Repubblica”.

Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.

Il verbale di interrogatorio è del settembre 2009, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.

Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi". Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".

Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò".

Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".

Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno. Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".

Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'".

Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato.

Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri. E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti) a offrire garanzie concrete?...". E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.

Su “Il Tempo” le considerazioni di Salvatore Borsellino.

Ha visto che cosa l’ex ministro Vizzini ha dichiarato al Tempo? «Sì, ho letto». Dice che nel loro ultimo incontro, tre giorni prima della strage, Paolo si soffermò in particolare sui rapporti tra mafia e appalti... «In quel tempo gli interessi di mio fratello erano concentrati sul nesso mafia-appalti. E su quella trattativa con lo Stato, io ripeto. Comunque nelle carte, nell’agenda grigia di Paolo». «Ho anche trovato tracce di questi loro incontri. E vorrei chiedere a Vizzini se Paolo gli parlò del dossier che aveva appena ricevuto dal sindacalista Gioacchino Basile riguardo alle infiltrazioni del clan Galatolo nel porto di Palermo. Così...»

E che cosa pensa delle rivelazioni di Claudio Martelli che l'ex sindaco Ciancimino nel giugno del '92 si sarebbe offerto di collaborare in cambio di protezioni politiche? «Penso quello che penso per Violante. Tante persone cominciano a ricordare cose che se avessero detto 16, 15 anni fa non ci troveremmo al punto in cui ci troviamo... Non vorrei che questi improvvisi sussulti di memoria avvengano ora, magari prima di essere sentiti da questi magistrati che stanno portando avanti le indagini adesso».

Salvatore Borsellino è il fratello del magistrato ucciso con la sua scorta a via d'Amelio il 19 luglio '92. Ingegnere in pensione, vive a Milano da 40 anni. E io mi scuso con questo uomo mite, ma dalla volontà ferrea di fare chiarezza, se non tutto di quanto mi ha raccontato mi sembra condivisibile. Perché a volte il dolore può far aggrappare a certezze che tali non sono. Ma ci sono due o tre cose che ripete e che vanno ascoltate.

Da tempo insiste che vuole vedere nelle vesti di imputato Nicola Mancino, divenuto ministro dell'Interno poco dopo la strage di Capaci in cui furono uccisi Falcone, la moglie e tre agenti della scorta e poco prima che fosse ucciso Borsellino, poi vicepresidente del Csm. Perché? «Perché è reticente. Perché sull'incontro con mio fratello, il primo giugno del '92 a Roma, ha dato versioni inverosimili. Prima ha detto di non ricordarlo, l'incontro. Poi ha detto di averlo visto al ministero dell'Interno sì, ma di avergli solo stretto la mano. Cose diverse. Ogni tanto dice qualcosa in più. Se Paolo sull'agenda grigia al primo giugno scrive la parola "Mancino" è perché aveva un appuntamento preciso con lui. Un'agenda che compilava la sera, ora per ora con gli impegni della giornata, fino alla partenza da Fiumicino per tornare a Palermo». L'agenda grigia è quella che non è sparita, il magistrato vi annotava gli appuntamenti. Ad essere scomparsa dopo l'attentato è invece l'agenda rossa, secondo l'opinione più diffusa - e Salvatore Borsellino l'ha fatta sua - perchè conteneva «i segreti sulla strage di Capaci» in cui fu ucciso Giovanni Falcone.

Ma Lino Jannuzzi su questo giornale ha acutamente osservato che è un'offesa per un servitore dello Stato come Paolo Borsellino pensare che potesse confinare «segreti» di quella portata in un diario senza tradurli in atti e provvedimenti giudiziari). E invece? «Mancino ha sostenuto di non ricordare l'incontro perché non conosceva la fisionomia, fisicamente mio fratello, e Paolo non era uomo da andare ad omaggiare nessuno. È una menzogna. Dopo Falcone tutti si aspettavano che ammazzassero anche lui. Mancino, ministro dell'Interno, come fa a dire che non lo conosceva? Il suo predecessore al Viminale, Enzo Scotti, lo conosceva bene. Semmai sarebbe da chiedersi perché Scotti fu sostituito in fretta e furia...» Cosa vuol dire? «Che se Mancino sostiene ciò che non è credibile, sono portato a pensare che stia nascondendo qualcosa». Da 3-4 anni Salvatore Borsellino - «ma è un'opinione personale» - si è convinto che quel giorno il fratello Paolo andò da Mancino a parlargli «della trattativa che i Ros avevano avviato con la criminalità organizzata per mettere fine all'offensiva stragista della mafia».

«In cambio lo Stato avrebbe dovuto ammorbidire i provvedimenti presi dopo la morte di Falcone. Con Paolo vivo quella trattativa non sarebbe andata avanti». Ma ha l'onestà intellettuale di sottolineare che è «un'opinione personale». Al contrario di tanti mafiologi. Perché a distanza di anni e di molti processi la «trattativa» scellerata tra Stato e Antistato resta un teorema. Alla base del quale c'è il «papello» - ovvero l'elenco di richieste che sarebbe stato presentato dal boss Totò Riina - ma in origine lo ha visto e ne ha parlato solo Attilio Bolzoni di Repubblica, spalleggiato da Saverio Lodato dell'Unità, salvo poi non fare un'ottima figura nelle aule di giustizia una volta chiamati a darne conto. Aria fritta.

Ma torniamo ad ascoltare Salvatore Borsellino. Suo fratello lasciò trapelare qualcosa con i familiari? «È quasi offensivo quello che mi sta chiedendo. Paolo era una persona seria, non parlava in casa del suo lavoro anche per la tutela dei familiari. Però aveva ripetuto più volte che avrebbe detto ciò che sapeva della strage di Capaci ai magistrati di Caltanisetta». Ma non ne ha avuto il tempo? «No, non ne ha avuto il tempo». E bisogna seguire il ragionamento di quest'uomo che a distanza di 17 anni non ha visto diminuire, anzi, dolore e rabbia. Una rabbia, vissuta in modo molto borghese, molto composto, ma anche molto determinato. «Vede, l'assassinio di Paolo era stato progettato dalla mafia ma non per quel momento. Come ha rivelato Giovanni Brusca (collaboratore di giustizia) quando Riina disse che si doveva fare l'attentato di Capaci molti si opposero. Falcone era inviso all'interno della magistratura. Ma era molto sostenuto dall'opinione pubblica. La sua uccisione avrebbe provocato la reazione più forte dello Stato, come effettivamente fu».

Dopo il massacro di Capaci il Parlamento convertì in legge il cosiddetto decreto Falcone sui collaboratori di giustizia, furono trasferiti nelle carceri speciali 400 boss mafiosi. «Nel luglio '92 non era alla mafia che interessava l'eliminazione di mio fratello. La mafia doveva fare un favore a qualcuno. Quello che è accaduto non possiamo stabilirlo né io né lei. Io ho fiducia nella magistratura, in questi magistrati che ora stanno dimostrando di voler andare in fondo. E allora si capirà perché altri giudici, altri magistrati non hanno voluto vedere, non hanno voluto accertare, non hanno voluto capire».

Un atto di notifica o una lunga nota di spese. Questo, in siciliano, significa la parola “papellu”. Il conto che lo Stato avrebbe dovuto pagare per fermare le stragi di Cosa Nostra dopo la morte del giudice Giovanni Falcone è contenuto in un foglio di carta sgualcito scritto in stampatello, che Massimo Ciancimino, figlio di don  Vito, l'ex sindaco di Palermo morto nel 2002, dopo un lungo tira e molla ha fatto finalmente avere il 15 ottobre 2009 alla Procura del capoluogo siciliano.

Il foglio contiene 12 richieste: l’abolizione del 41 bis (il regime del carcere duro per i mafiosi); la revisione del maxiprocesso di Palermo che si era concluso con dodici condanne all’ergastolo per la cupola di Cosa Nostra con il ricorso, nientemeno, alla corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo; l’arresto per mafia solo in flagranza di reato (è la richiesta più curiosa: come si configurebbe quest’eventuale flagranza? Forse con un killer con coppola e lupara…); la scarcerazione per i detenuti 70enni; (la richiesta più previdente, vista la sorte di Riina e Provenzano); l’abolizione della legge Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni mafiosi; l’abolizione della censura carceraria della posta; il trasferimento dei boss in carceri vicini a casa; la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (è l’unica richiesta esaudita, anche se non certo per merito del “papello”); la riforma della legge sui pentiti; una misteriosa riforma della giustizia “all’americana”; defiscalizzazione della tassa sulla benzina in Sicilia (una richiesta effettivamente portata avanti da molti governi della Regione); c’è infine l’indicazione per la creazione di un “Sud partito”, anche questa di grande attualità.

A parlare per primo del “papello” era stato il pentito Giovanni Brusca, il 13 gennaio del 1998: interrogato nel corso del processo di Firenze sulle stragi del ‘93, Brusca aveva riferito dell’esistenza di una trattativa tra il capo di Cosa nostra, Riina, e lo Stato, intavolata dopo la strage di Capaci. Sarebbe stato lo stesso capo di Cosa nostra a informarlo di quel dialogo: «Si sono fatti sotto - gli avrebbe detto - gli ho presentato un “papello” di richieste lungo così».

La trattativa con la mafia nei primi anni ’90 c’è stata ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo Stato. A sostenerlo è il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervistato dal Tg3 del 18 ottobre 2009. «Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che "si sono fatti sotto" vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L’accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni», dice Grasso. Per il procuratore «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema - continua - è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato, ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze». In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».

L'intervista in serata al Tg3 ha fatto seguito a un'altra, uscita sulla Stampa, nella quale il procuratore nazionale antimafia sosteneva che la trattativa tra Stato e mafia «ha salvato la vita a molti ministri. Anche via D'Amelio -afferma Grasso- potrebbe essere stata fatta per "riscaldare" la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo - dice il magistrato - probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Grasso, cita le carte processuali e anche di un "papellino" comparso poco tempo prima del "papello": «Potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al col. Mori che nega l'episodio, da uno strano collaboratore dei servizi che chiedeva l'abolizione dell'ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullará, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perchè irrealizzabili».

«Stranamente negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio». È questo un passaggio dell'intervista rilasciata a La Storia Siamo Noi di Rai Educational, da Agnese Borsellino, la moglie del magistrato ucciso assieme agli agenti della scorta nella strage di via D'Amelio. L'intervista andrà in onda lunedì 19 ottobre 2009 alle 23.30 su RaiDue. Il castello Utveggio si trova sul monte Pellegrino e domina dall'alto la città di Palermo; secondo alcuni esperti di mafia, tra cui l'ex consulente di diverse Procure Gioacchino Genchi, sarebbe stato un punto di osservazione da parte di apparati dei servizi segreti.

L’interrogatorio a Palermo di Luciano Violante, a conoscenza della trattativa fra Stato e mafia (è già stato ascoltato dai Pm il 23 luglio 2009 sui suoi rapporti con Vito Ciancimino) indirettamente rispolvera vecchi interrogativi sul ruolo oscuro ricoperto dalla sinistra prima delle stragi del ’92. L’ex presidente della commissione Antimafia che sfilerà all’udienza del processo sui presunti favoritismi del Ros al boss Provenzano, dovrà spiegare perché con 17 anni di ritardo s’è ricordato improvvisamente di quella «trattativa». E dovrà spiegare molto altro: ad esempio, perché ha affermato il falso sulle «sole tre volte» in cui incontrò il generale Mori (sarebbero molte di più); perché ha detto di non aver mai voluto avere a che fare con Ciancimino, quando agli atti della commissione si scopre che proprio lui suggerì di ascoltare l’ex sindaco di Palermo che ne aveva fatto richiesta; perché poi non l’ha più ascoltato in coincidenza con le dichiarazioni del politico siciliano che aprivano squarci sulla sinistra locale e nazionale; perché, dunque, ha detto che Mori voleva farlo incontrare a tu per tu con Ciancimino, quando così non era. E perché non andò lui dai magistrati e denunciare l’esistenza di una trattativa segreta gestita dal generale Mori, anziché scaricare la colpa su Mori che non avrebbe dato seguito alle sue sollecitazioni di avvertire subito i Pm di Palermo.

Gli interrogativi crescono allorché si vanno a rileggere le dichiarazioni dei due Ciancimino, padre e figlio. Entrambi sostengono che Totò Riina di fronte al papello «con le proposte irricevibili» rispose picche «perché aveva le spalle guardate» o «coperte». Da chi le avesse coperte o guardate, già prima delle stragi, nessuno lo sa. Non lo sa Vito Ciancimino, ma ne prende atto quando viene trattato con sufficienza dalla persona a cui chiede disponibilità a dare a ascolto alle proposte del Ros. Lo conferma il figlio Massimo. Lo rivelano fior di pentiti, da Cangemi a Brusca fino a Giuffrè, allorché parlano dell’esistenza di «referenti istituzionali» che trattavano esclusivamente con Riina prima delle bombe, anche se loro non sanno chi diavolo siano. Prendete Giovanni Brusca, quello che ebbe la malaugurata idea di rivelare il suo incontro con Luciano Violante sul volo Roma-Palermo e che poi, fra mille polemiche che gli costarono lo status di pentito, ritrattò (il suo avvocato finì addirittura sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa!).

Al processo Dell’Utri se ne è uscito così: via via che facevamo le stragi da Capaci a via d’Amelio, fino alle stragi del ’93, «la sinistra sapeva». Sempre Brusca nei vari processi sulle stragi ha sostenuto che vi era una «concomitanza di interessi» nel senso che, per quanto riguardava Cosa nostra, questa non era interessata più di tanto a far perdere la presidenza della repubblica ad Andreotti, «ma che di fatto l’omicidio Lima non era bastato e così, ci venne detto, venne deciso di colpire Falcone». Secondo Cangemi, la morte di Falcone «servì a prendere due piccioni con una fava».

Ai suoi fedelissimi, infatti, Riina potè dire di aver vendicato il maxiprocesso con l’uccisione di Lima e di Falcone, ma in realtà - sibila Cangemi - l’interesse di Cosa nostra è «coinciso con interessi altri e diversi». Questi altri e diversi interessi potrebbero coincidere con l’intenzione, di cui parlano altri pentiti, di provare a uccidere Falcone all’uscita di un ristorante romano nel periodo in cui il giudice veniva bocciato nella corsa alla direzione dell’ufficio istruzione di Palermo. Quel giorno, all’improvviso, il commando viene bloccato. Se non se ne fa più nulla non è perché la soffiata sul ristorante dove il giudice mangiava è sbagliata. Riina, senza convocare la commissione, sposta l’attentato dal «cuore» politico di Roma al «cuore» della mafia, in Sicilia. Il botto sarà eclatante, dice, e fa niente che poi la reazione dello Stato si farà sentire, perché tanto vi è «l’assicurazione» che i danni fatti a Capaci dopo un po’ di anni di sofferenze «saranno ripagati» e «nulla di rilevante» ricadrà su di noi: sarà un caso, ma il 41 bis, il carcere duro per i boss, dopo Falcone non verrà attuato.

Per capire chi siano coloro i quali, a livello più alto, «avevano interesse a sbalzare di sella chi comandava» (copyright Brusca e Cangemi) si sarebbe dovuto indagare sulla «trattativa pre-stragi» che consentiva a Riina di piazzare tritolo avendo le «spalle coperte». L’indagine non s’è fatta forse perché non portava a Berlusconi, il quale oltre a non avere interesse a far sbalzare di sella il «Caf» che a quei tempi comandava (Craxi era suo amico), da Cosa nostra era minacciato - al contrario delle coop rosse che in quel periodo facevano affari a Bagheria per decisione di Provenzano - con estorsioni alla Standa e attentati alle antenne di famiglia.

Sempre Brusca ha riferito che la mafia aveva chiesto a Berlusconi di risolvere i loro problemi e di non preoccuparsi dei suoi avversari che non lo potevano tenere sotto schiaffo perché «non possono far finta di cadere dalle nuvole in quanto ci sono di mezzo anche loro». Tutto ciò accadeva, ripetiamo, in anni in cui Riina aveva le «spalle coperte» sulle bombe che portarono al disfacimento del «Caf», all’elezione di Scalfaro al posto di Andreotti, a quella di Napolitano alla presidenza della Camera, all’avvio di una nuova stagione politica che però abortì per la nascita, e la vittoria al voto, di Forza Italia.

Che avvenne dopo le stragi, con buona pace per chi non segue il filo rosso volendo Berlusconi mafioso a tutti i costi.

Signor Gianni Ienna, lei è stato un noto costruttore palermitano e ha subito una condanna come associato mafioso. Per la giustizia lei era al soldo della mafia. E secondo alcune accuse, attraverso i boss Graviano, in contatto con Berlusconi.
«Falsità, tutte dimostrate documentalmente al processo. Avrebbero voluto che tirassi in ballo Berlusconi, che mai avevo visto e conosciuto in vita mia. Se vuole vi spiego come nasce il maldestro tentativo di trascinare il premier in fatti di mafia».

Prego.
«Capisco solo oggi il perché tutte le mie sventure giudiziarie iniziarono nel 1994, anno di nascita di Forza Italia. Fino ad allora ero stato uno stimato imprenditore, conosciuto da tutti, avendo costruito più di 7.000 appartamenti a Palermo ceduti a giudici, esponenti delle forze dell’ordine, politici di destra e di sinistra. Addirittura il giudice Guarnotta, membro del primo pool antimafia spingeva perché acquistassi il Palermo calcio e lo riportassi ai fasti del passato. Durante la bufera delle prime indagini finanziarie su larga scala ero stato interrogato dal giudice Falcone il quale mi aveva rassicurato sulla mia estraneità alle dinamiche mafiose, e difatti alcun provvedimento di alcuna natura era stato mai preso contro di me».

E a Berlusconi come ci arriviamo?
«Il 1994, anno dell’apertura dell’hotel San Paolo Palace, avevo dato in concessione al tributarista Mario Buonadonna, la sala conferenze della struttura per una manifestazione connessa alla creazione di un club di Forza Italia, partito che stava per nascere in quei giorni. Per me era tutto all’insegna della legalità, vi era la presenza di molti giudici, tra i quali mi ricordo in particolare Alfonso Giordano, che aveva presieduto il primo maxi-processo. Gli diedi le sale a titolo gratuito e loro pagarono il rinfresco».

Non si è mai speso per Forza Italia?
«Mai interessato di politica, com’è stato dimostrato al processo. Quel maledetto circolo fu per me l’inizio della fine. Iniziarono i sequestri dei beni, fui sbattuto in carcere, ma la mia unica colpa era quella di pagare il pizzo ai boss, compreso ai Graviano di cui sarei stato alleato e tramite per Berlusconi».

Il pentito Giuffrè dice, appunto, che lei era il punto di contatto fra il premier e i boss Graviano.
«Io non ho mai conosciuto Giuffrè, sarei pronto a un confronto con lui, pure subito, non ho mai conosciuto l’onorevole Berlusconi. Minchiate».

E i Graviano?
«Escludo assolutamente che facessero riferimento a Forza Italia. Perché proprio in quel periodo mi fecero chiamare, per ordinarmi di sostenere un partito politico, ma non era quello che era dentro il mio albergo, è facile intuire che mi avrebbero detto di procedere con Forza Italia, se fosse stato quello, dato che loro sapevano che il circolo era stato fondato dentro l’albergo. Invece mi dissero di aspettare perché c’era un altro partito da sostenere poi, fui arrestato e non si disse più niente. L’ho detto in ogni sede, ma i magistrati volevano sempre sapere altro».

Cioè?
«Volevano che confessassi questo legame con Berlusconi, mai io non avevo nulla da confessare. A chiederlo con insistenza c’erano due pm, un uomo e una donna, interessatissimi a quel club di Forza Italia, pm che oggi vedo impegnatissimi in indagini sui politici. Nel 1996 stremato da due anni di carcerazione preventiva, mi fecero capire che se avessi parlato, sarei uscito dal carcere e mi avrebbero restituito il patrimonio. Le domande si fecero sempre più pressanti. Io non ce la facevo più, non ero un criminale, ero in carcere da due anni, sull’orlo di un esaurimento nervoso, e su suggerimento dell’avvocato di allora, feci delle dichiarazioni autoaccusatorie. Ma riguardanti solo me. Non me la sentivo assolutamente di dire falsità su Forza Italia o su Berlusconi, perché non avevo idea neanche di cosa i pm volessero sapere».

Certo è che la gente deve sapere come si svolgono i processi di mafia dopo Falcone e Borsellino e come si ottengono le condanne.

Pentiti ad orologeria, magistrati politicizzati e media asserviti: di chi aver paura, della mafia o dell’antimafia ??

Maurizio Costanzo, il re dei talk-show, anni fa subì un attentato al quale scampò per miracolo. L’autobomba, che doveva uccidere lui e la moglie Maria De Filippi, saltò in aria con qualche secondo di ritardo. Agguato di mafia.

Amico del giudice Giovanni, ospite alle sue trasmissioni su Canale 5, rete televisiva di Silvio Berlusconi, Costanzo si impegnò come uomo e giornalista nella lotta alla mafia. Proprio questo suo impegno sembra essere la causa, il 14 maggio 1993, di un attentato. Un'utilitaria imbottita di novanta chilogrammi di tritolo esplose in via Ruggiero Fauro (vicino al Teatro Parioli).

Tra gli attentatori c’era Gaspare Spatuzza, il pentito che ha accusato Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti dell’epoca stragista (Roma, Firenze, Milano). In un’intervista al Riformista, il conduttore Mediaset ha lanciato una bomba sulla sua bomba. Premette: «Io non ci crederei nemmeno se mi portassero davanti il pentito». Poi affonda. Confessa che «questa storia», cioè le accuse di mafia a Berlusconi, la conosce da tempo. «Dopo il processo di Firenze sulle stragi fui avvicinato nello stesso periodo, ma in diversi momenti da tre persone: D’Alema, Caselli e Violante. Tutti e tre - racconta - mi dissero più o meno la stessa cosa: “Guarda che il mandante del tuo attentato è Berlusconi”. Non ci ho mai creduto. Assolutamente».

Il processo di Firenze ha ricondotto la responsabilità delle bombe a Riina e Bagarella. Costanzo stesso è convinto che Cosa nostra voleva eliminarlo per il suo impegno antimafia, legato soprattutto a una trasmissione in tandem con Michele Santoro. Ma qualcuno vuol convincerlo che dietro la mafia c’è Berlusconi. Dicono a Costanzo che la mafia non è la mente degli attentati, ma solo il braccio: la tesi di Spatuzza è preannunciata prima che questi la rilasci anni dopo. Una «scossa» nel campo berlusconiano, che D’Alema è specialista a preannunciare.

Gente che ha ammazzato magistrati, sciolto nell’acido bambini, lastricato le strade di innocenti crivellati dal piombo, quando si mette a collaborare con la giustizia non lo fa quasi mai in modo serio, coerente, trasparente. A distanza di anni, ricorda improvvisamente ciò che aveva dimenticato, o negato di sapere, per mesi, giorni o anni interi. Gaspare Spatuzza, il pentito che solo dopo un anno e un’infinità di interrogatori (oltre tremila pagine) accosta il nome di Berlusconi alle stragi di mafia del ’93, incarna alla perfezione il prototipo del pentito che ritrova senno e memoria con sospetto ritardo.

Il primo interrogatorio è del 9 luglio 2008. Spatuzza racconta di come il boss Giuseppe Graviano gli parlò «genericamente di politica» senza mai fare nomi dei suoi referenti: «Ci dice se capivamo di politica, ci spiega che praticamente c’è in piedi una situazione che se va, alla fine ne avremo tutti i benefici». Nomi, niente. Parla del fallito attentato a Maurizio Costanzo, della bomba agli Uffizi di Firenze «perché eravamo in guerra totale con lo Stato», della strage mancata all’Olimpico di Roma, dell’intenzione di uccidere il pentito Contorno. In ballo c’è il progetto della dissociazione. La trattativa va a rilento. «Graviano mi dice: se non arriva niente da dove deve arrivare è bene cominciare a trattare coi magistrati». In un colloquio con il boss, continua Spatuzza, «parlammo genericamente di politica. Personalmente avevo avuto un solo contatto diretto con la politica, tramite i Graviano, nel 1986-87 allorquando ci fu detto di cercare voti per i socialisti, cosa che facemmo. In concreto furono eletti Martelli che altre tre siciliani, si disse che era quaterna».

Secondo interrogatorio, niente nomi eccellenti nemmeno stavolta. È il 17 luglio 2008: «A Graviamo dissi: ci stiamo portando dietro un po’ troppi morti, esprimevo il malessere di tutto il gruppo delle stragi (...) perché stavamo facendo attività di tipo terroristico estranee alle nostre abitudini». «C’era malessere in Cosa nostra verso gli stragisti perché veniva addebitata a noi un aggravamento delle condizioni della detenzione e in particolare del 41bis (carcere duro). Fu per questa ragione che Graviano volle chiarire che aveva questi contatti. Io trassi la convinzione che per come operava Graviano vi era un accordo diretto». Singolare. Per Spatuzza, mentre il governo Berlusconi inasprisce il carcere duro, Graviano (che è all’ergastolo in 41bis) dice che va tutto bene. Nomi? Nessuno. «Come ho già detto la volta scorsa Graviano non esternò chi fosse il politico con il quale aveva questo accordo di tipo politico, anche perché i Graviano furono arrestati e tutto finì lì». Il pm insiste. Fa presente che il mafioso Romeo sostiene che Spatuzza abbia fatto riferimento al premier. Macché: «Escludo di aver potuto fare con fondatezza qualsivoglia nominativo perché non potevo conoscerlo in quanto a suo tempo Graviano non me lo aveva svelato. Se avessi avuto contezza del nominativo l’avrei senz’altro detto nell'interrogatorio». Su Dell’Utri sa poco e niente. Ma poiché la famiglia Mangano aveva costituto una società che si occupava di pubblicità, per deduzione Spatuzza osserva che «si sapeva che questo era il settore nel quale operava Dell’Utri».

Di deduzione in deduzione arriviamo al terzo interrogatorio: 28 luglio 2008. Spatuzza, che è un soldato, dice di aver protestato furiosamente con Giuseppe Graviano (che è il boss) per i morti innocenti delle stragi. «Gli ho detto: noi siamo contrari a uccidere persone innocenti, è contrario alla nostra ideologia, alla nostra sottocultura, il mio sentimento vale per tutti». Al pm, però, interessa il filone politico: «Nel '94, periodo prossimo alle elezioni, come vi muovevate a livello spicciolo di gestire questa politica?».  Spatuzza non si scompone: «No, non ho avuto modo di gestire io, poi i Graviamo sono stati arrestati. Io ero una creatura di Graviano, hanno cercato di tenermi un po' distante». Spatuzza non sa, il pm chiede: «Ma c'era questo accordo?». Il pentito, spazientito: «Certo!». Ora è il pm a frenare: «Non voglio dirlo io, non voglio passare avanti alle sue parole... ». Spatuzza: «Se Graviamo mi diceva dobbiamo sostenere (alle elezioni, ndr) Tizio o a Caio, io lo avrei saputo». Il pm non si arrende. «Quando Graviano vi fa capire che c'è questo accordo la controparte cosa si aspettava? Cosa nostra voleva benefici, ma la controparte, fra virgolette politica, cosa si riprometteva? Ve lo disse Graviano? Ve lo fece capire?». Spatuzza: «No» I magistrati puntano poi a capire come mai i Graviano frequentassero tanto Milano, Spatuzza non se lo sa spiegare e all’ennesima insistenza, taglia corto in un italiano incerto. «Se io avrei saputo il mandante di quelle stragi non lo avrei nascosto. Cioè non l’avrei neanche dimenticato. Ma figuratevi se io so il nome del mandante!». Figuriamoci se lo sa. Il pm non si dà per vinto, ma poi, di fronte all’ostinazione di Spatuzza, esplode: «No, no, lasciamo perdere, quello l’ha bell’e detto che non sa niente».

Nuovo giro a verbale, altro interrogatorio: 10 settembre 2008. Messo a confronto col mafioso Lo Nigro, il Nostro viene smentito e ridicolizzato sull’incontro con Graviano: «Senti, io rispetto le tue scelte, ma sei sicuro di quel che dici?». Spatuzza si risente: «Ma così mi dai del bugiardo, e io non lo sono». Ennesimo interrogatorio, siamo al 14 settembre. Graviano è a confronto con Spatuzza che gli legge una lettera, dove non parla di politici. Invita solo il boss a pentirsi: «Caro Giusè, quello che mi ha spinto a scrivere è quell’essere cristiano che mi fa amare l'uomo come è stato creato a immagine e somiglianza di Dio».

L’essere cristiano di Spatuzza lo porta, il 17 dicembre 2008, a regalare altre perle sui colloqui col giudice Vigna fino al progetto di dissociazione portato avanti dal boss Calò. I magistrati chiedono ancora dei politici: «Per me quelli che si dovevano muovere e di cui Giuseppe Graviano poteva parlare erano gli stessi politici con cui lui aveva preso accordi dei quali ci riferì nel 1993. Questo è quanto capii in quel momento. Sull’identità, almeno a livello politico di questo interlocutore, anche solo come area di appartenenza, Filippo Graviano non mi dette in quella circostanza alcun dettaglio». Niente da fare, il nome di Berlusconi non esce ancora.

Il 16 marzo 2009 nuovo verbale: si discute della presenza milanese dei fratelli Graviano («insolita, era più sicuro se restavano nel loro quartiere») e degli affari dei boss al nord. Spatuzza giura di non sapere niente. Il pm torna sull’argomento più importante: i mandanti, vuole i politici delle stragi.  «Come ho riferito - taglia corto Spatuzza - non posso sapere, perché Graviano non me ne parlò mai, quale fosse l'interlocutore politico a fare le stragi. Ho poi pensato, ma è un mio pensiero, che le stragi fossero state fatte per creare un diversivo ai processi di Mani pulite». Un diversivo, «pensa» Spatuzza. Che aggiunge sibillino: «Posso dire che i Graviano sono ricchissimi e che non mi risulta che il loro patrimonio sia stato mai minimamente intaccato. In sostanza questa possibilità che loro hanno di riferire l’identità dell'interlocutore politico implicato nelle stragi è un jolly o un asso tenuto nella manica».

Finalmente arriviamo al 16 giugno 2009, giorno della liberazione. Spatuzza mette le mani avanti: «Da quando ho avviato la mia collaborazione ho paura che possano esserci problemi di sicurezza in relazioni alle dichiarazioni che sto facendo. Mi sono sempre posto il problema di una collaborazione nel modo più corretto perché non ho da chiedere niente a nessuno essendo stato, per me, un vero e proprio problema di coscienza. Quando maturai questo progetto all’inizio del 2008 sapevo che i temi che avrei affrontato erano molto pesanti e pericolosi, mi rendevo conto che sarei andato a toccare una decisione giudiziaria importante affondando temi politici (...). Non volevo in alcun modo che la mia eventuale ammissione al programma di protezione potesse essere legata a nomi di politici o comunque di altre personalità tirate in ballo per rendere più interessanti le mie dichiarazioni». Detto ciò, Spatuzza si libera del macigno: «Effettivamente Graviano disse che queste persone erano più affidabili dei quattro socialisti del 1989. Usò con entusiasmo la frase “abbiamo il paese nelle mani”. Circa i nomi con le quali l’accordo si era chiuso fece esplicitamente il nome di Berlusconi».

L’uomo che solo nel ’94 entrerà in politica, per Spatuzza è il mandante delle stragi del ’93. Bah!!

Ma allora ci si chiede: lotta alla mafia o lotta politica??

Dopo tre processi e 11 anni di udienze, il senatore a vita Giulio Andreotti è stato assolto definitivamente dall’accusa di associazione mafiosa. Ma resta ancora un ultimo passaggio per chiarire se la sua immagine potrà uscire completamente riabilitata dal processo del secolo: anche la Cassazione, infatti, assolve per i reati successivi all’82, ma conferma «il non doversi procedere per il reato di associazione a delinquere sui fatti precedenti all’82 a causa dell’intervenuta prescrizione». A sostenere l’accusa in primo grado del suo ultimo processo a Palermo fu Giancarlo Caselli. In quel primo grado Andreotti fu assolto per insufficienza di prove.

Quella che segue è una sintesi a cura di Enrico Bellavia dei temi affrontati nel corso del processo di primo grado, anche in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Enrico Bellavia giornalista a Palermo per il quotidiano "La Repubblica" e collaboratore del "L'espresso" e "MicroMega".

Ogni lettore emetta la sua sentenza in base a dati certi e non a riporti ideologici.

ACCUSA: nel 1968 - subito dopo le elezioni politiche - Salvo Lima aderisce alla corrente di Andreotti, che grazie al nuovo contributo si trasforma da semplice corrente laziale (2 per cento circa degli aderenti al partito della Dc) in corrente di rilievo nazionale (10 per cento circa), determinante per gli equilibri interni della DC.
DIFESA: L'apporto di Lima non ha mai modificato il peso di Andreotti dentro al partito. Il prestigio e la sua forza elettorale preesistevano. L'autorevolezza di Andreotti non derivava dalla corrente, come sostiene la Procura, perché gli incarichi di governo sono settoriali, limitati e temporanei. Gli incarichi di governo hanno coperto 39 anni su 50 di carriera politica.

ACCUSA: in quel periodo Salvo Lima, figlio dell'uomo d'onore Vincenzo Lima, è uno dei politici più fortemente appoggiati da Cosa Nostra (in particolare da Stefano Bontate), ed è legatissimo ai cugini Salvo, dei quali è il principale referente politico.
DIFESA: né a carico di Lima, né a carico dei Salvo era mai stato adottato alcun provvedimento giudiziario, né si aveva contezza delle frequentazioni dei Salvo, che Andreotti - peraltro - non ha mai conosciuto. I Salvo, oltretutto, avevano simpatie politiche per i dorotei.

ACCUSA: nel 1976, dopo Lima, Andreotti accetta un accordo con Vito Ciancimino, legatissimo ai "Corleonesi". Il patto viene stipulato a Palazzo Chigi, in un incontro cui partecipano Andreotti, Salvo Lima, Vito Ciancimino, Mario D'Acquisto, Giovanni Matta. Ciancimino viene anche finanziato dalla corrente andreottiana (tramite Gaetano Caltagirone) e a Palermo Lima gli paga le tessere. Questo accordo, in forme più o meno palesi, dura certamente fino al congresso regionale della Dc di Agrigento del 1983.
DIFESA: si tratta di normali accordi politici all'interno di un quadro politico locale, di cui Andreotti si disinteressava. Nessuno dei protagonisti era coinvolto, allora, in vicende giudiziarie. I rapporti con Ciancimino sono stati episodici e legati al ruolo politico-istituzionale di Ciancimino in Sicilia.

ACCUSA: i rapporti tra Andreotti e gli esponenti di Cosa Nostra dei quali Lima è già espressione si intensificano, e diventano diretti, nel periodo 1978-1979, quando si verificano delle situazioni gravemente critiche, che inducono Andreotti a servirsi di Cosa Nostra. Andreotti incontra segretamente alcuni capimafia.
DIFESA: Andreotti non ha mai incontrato alcun esponente di Cosa nostra, né poteva farlo, dato che essendo sempre sotto scorta, i suoi spostamenti e i suoi contatti non potevano passare inosservati. Inverosimili e contraddittorie le ricostruzioni dei collaboratori e della Procura.

ACCUSA: la prima di tali situazioni è il sequestro Moro. In una prima fase della vicenda, per input di Salvo Lima e dei cugini Salvo, Bontate si attiva per favorire la liberazione di Moro, e a tal fine incarica Buscetta di contattare le Br. Poi arriva il contrordine. Il motivo del contrordine si può individuare nel contenuto dei documenti scritti da Moro, in cui lo statista rapito attacca pesantemente Andreotti con rivelazioni che in parte saranno rinvenute soltanto 12 anni dopo il sequestro (nel covo di via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1990).
DIFESA: i giudizi di Moro sono di un uomo che sente la fine imminente, sotto la pressione dei carcerieri. La ricostruzione della Procura sugli scritti dello statista assassinato dalle BR non è corretta. Andreotti non poteva promuovere alcun genere di rapporti con Cosa nostra per intervenire sulle Brigate Rosse. Il suo governo era per la linea della fermezza.

ACCUSA: nel periodo compreso tra il dicembre 1978 ed il gennaio 1979, il generale Dalla Chiesa cerca di acquisire informazioni nel circuito carcerario anche sugli scritti di Moro ed ha contatti con Pecorelli, il quale è pure interessato allo stesso argomento. Pecorelli viene a conoscenza di parti omesse del memoriale Moro, e dall'ottobre del 1978 sulla rivista OP intensifica gli attacchi contro Andreotti e Vitalone (scandali Italcasse e Sindona).
DIFESA: quei contatti rientravano nell'ambito delle competenze del generale. Il decreto con il quale Dalla Chiesa fu nominato a capo del coordinamento delle attività contro il terrorismo e il crimine organizzato porta la firma di Andreotti e dei ministri Rognoni e Ruffini. Andreotti ha subito negli anni diverse campagne di stampa tese a delegittimarlo.

ACCUSA: Vitalone cerca di indurre Pecorelli a cessare gli attacchi (cena alla Famiglia piemontese ed Evangelisti gli offre denaro (subito 30 milioni datigli da Gaetano Caltagirone) per non fargli pubblicare il numero di OP con la copertina dedicata agli assegni del Presidente.
DIFESA: Pecorelli aveva chiesto un sostegno economico per la rivista. Altri, e non Andreotti, lo avevano sostenuto.

ACCUSA: Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a Roma da Massimo Carminati, un killer neofascista incaricato da Danilo Abbruciati (esponente della banda della Magliana ed uomo di Pippo Calò), e da Michelangelo La Barbera (uomo d'onore della famiglia di Boccadifalco, a quell'epoca assai vicino anche a Stefano Bontate). L'omicidio è stato commissionato a Cosa Nostra dai cugini Salvo per conto di Andreotti ed agli uomini della banda della Magliana da Claudio Vitalone.
DIFESA: Questa è l'impostazione accusatoria della Procura di Perugia ma non una verità processualmente accertata; è fondata essenzialmente sul racconto, riferitogli da Gateano Badalamenti, di Tommaso Buscetta. Badalamenti lo ha smentito. Numerose emergenze oggettive lo smentiscono.

ACCUSA: Nello stesso periodo del 1979, presumibilmente per gli stessi motivi che determinano l'omicidio di Pecorelli (segreti di Moro riguardanti Andreotti), Stefano Bontate "per ragioni legate a questioni che riguardavano ambienti politici cui lo stesso Bontate era vicino" matura il disegno di eliminare Dalla Chiesa, e tenta di organizzare il delitto facendo in modo che le Br se ne attribuiscano la paternità; Buscetta contatta le Br, ma queste rifiutano l'offerta.
DIFESA: Di questo parla solo Buscetta, i brigatisti lo smentiscono. Perché la mafia doveva avvertire preventivamente le Br?

ACCUSA: Sempre verso la fine del 1978 Andreotti, utilizzando come tramite Evangelisti (allora Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) fa ripetute pressioni sulla Banca d'Italia (in particolare su Mario Sarcinelli, allora Capo della Viglianza), in favore di Sindona.
DIFESA: Andreotti non si è mai interessato dei destini personali di Sindona.
Fu invece un avvocato di Sindona a consegnare ad Evangelisti lo schema su un possibile salvataggio della banca. Quando avvenne l'incontro, Andreotti era all'estero. Del progetto di intervento, il governo delegò l'ex ministro Gaetano Stammati. Verificata l'impossibilità di andare avanti, il caso fu archiviato.

ACCUSA: Sempre tra il 1978 ed il 1979 Andreotti incontra ben 10 volte (25 luglio 1978; 1o settembre 1978; 5 ottobre 1978; 15 dicembre 1978; 8 gennaio 1979; 23 febbraio 1979; 22 marzo 1979; 26 giugno 1979; 5 settembre 1979; 21 maggio 1980) il difensore di Michele Sindona, Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione. A favore di Sindona si muove, d'intesa con Andreotti, anche Licio Gelli.
DIFESA: Andreotti ha conosciuto superficialmente Gelli, ma non si è mai interessato dei suoi affari. Quanto a Sindona, lo ha conosciuto quando era uno stimato banchiere, ma non ha mosso un dito per condizionarne l'ascesa o il salvataggio dal crack economico.

ACCUSA: Nel 1979 nasce in Sicilia il caso Mattarella. Il presidente della Regione Siciliana, fino ad allora partecipe di equilibri politici con Lima e lo stesso Ciancimino, comincia ad andare concretamente contro gli interessi di Cosa Nostra e della "cattiva politica".
DIFESA: E' una ricostruzione - peraltro opinabile - che si basa su elementi di fatto con cui Andreotti non ha nulla a che vedere. La Procura intende creare uno scenario adatto, in cui poter calare il racconto di Marino Mannoia.

ACCUSA: Nella primavera-estate del 1979 (sicuramente dopo l'omicidio di Michele Reina, commesso a Palermo il 9 marzo 1979), Andreotti, in una riunione svoltasi in una riserva di caccia con Stefano Bontate, Salvo Lima, i cugini Salvo, viene informato del nuovo corso della politica di Mattarella. Prende tempo e Bontate commenterà: "Staremo a vedere". Sempre nella primavera-estate del 1979 (tra l'1 maggio e il 31 agosto), a riprova dell'intensità dei rapporti che ormai lo legano a Cosa Nostra, Andreotti ha a Catania un incontro con Benedetto Santapaola, cui partecipa Lima.
DIFESA: Andreotti non ha mai incontrato mafiosi; le date e le indicazioni fornite dalla Procura sono inconfutabilmente contraddette da documenti ufficiali che testimoniano la presenza dell'uomo politico in tutt'altra parte.

ACCUSA: verso la fine di ottobre del 1979 Mattarella, insistendo nella sua linea politica che lo ha ormai contrapposto agli interessi di Cosa Nostra e dei suoi referenti politici ha un incontro con Virginio Rognoni (allora Ministro dell'Interno) per manifestargli le gravi preoccupazioni che gli derivavano dall'interno del suo stesso partito; al suo capo di gabinetto, Maria Grazia Trizzino, riferisce: "Se dovesse succedere qualcosa di molto grave per la mia persona, si ricordi questo incontro con il Ministro Rognoni, perchè a questo incontro è da ricollegare quanto di grave mi potrà accadere". Proprio nello stesso periodo, si era infatti consolidato il rapporto di alleanza tra gli andreottiani e Ciancimino. Quest'ultimo, per input dei Corleonesi, aderisce alla corrente andreottiana. Il 6 gennaio 1980 viene ucciso a Palermo Piersanti Mattarella. L'omicidio, secondo quanto riconosciuto dalla recente sentenza della Corte di Assise di Palermo è deliberato dalla Commissione; sono d'accordo, anche se non formalmente partecipi della decisione, i cugini Salvo. Pochi mesi dopo, Andreotti ritorna in Sicilia e - in una villetta alla periferia di Palermo incontra Bontate, Lima, i cugini Salvo. Andreotti protesta per l'omicidio ma, quando Bontate lo minaccia di ritirare il sostegno elettorale di Cosa Nostra alla sua corrente politica, accetta la situazione.

DIFESA: la fonte degli incontri palermitani è solo Marino Mannoia, che mente e si contraddice. In un caso il racconto è indiretto. Mentre del successivo incontro palermitano, Marino Mannoia dice di essere stato testimone oculare. Secondo Mannoia Andreotti sarebbe arrivato dall'aeroporto di Trapani. Piloti e responsabili di compagnie aeree lo smentiscono. Ma, in generale, il capitolo dei viaggi è smentito dalla notorietà di Andreotti, che chiunque avrebbe potuto riconoscere.

ACCUSA: Andreotti, dopo aver ritenuto di poter utilizzare Cosa Nostra per i suoi fini di potere, e dopo le vicende del sequestro Moro, di Sindona e di Pecorelli, non può più ritrarsi dal patto criminoso con l'organizzazione mafiosa, ma è anzi costretto a consolidarlo. Infatti, anche dopo l'omicidio Mattarella, permangono intensi i suoi rapporti personali e politici non soltanto con l'onorevole Lima, ma anche con i cugini Salvo. Andreotti ha sempre negato, contro ogni evidenza, di conoscere i Salvo e ciò ben si comprende, poichè questi rapporti rappresentano un riscontro non soltanto dei suoi rapporti con Cosa Nostra, ma anche del suo possibile coinvolgimento in gravissimi fatti specifici quali gli omicidi di Pecorelli e del generale Dalla Chiesa. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo sono invece inconfutabilmente provati mediante fotografie, e numerose testimonianze. Così come saranno inconfutabilmente provati i rapporti intrattenuti con i cugini Salvo dal senatore Claudio Vitalone. Il 3 settembre 1982 viene ucciso a Palermo Dalla Chiesa. Il generale, in un colloquio avuto con Andreotti, il 5 aprile 1982, e sempre incredibilmente negato da Andreotti, aveva chiaramente detto a quest'ultimo che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingevano i suoi grandi elettori e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo la famiglia politica più inquinata del luogo, aggiungendo che gli andreottiani c'erano dentro fino al collo.
DIFESA: Andreotti non conosce i Salvo; era amico di Dalla Chiesa, lo stimava, tanto da volerlo a Palermo; criticò aspramente il mancato conferimento dei poteri speciali da lui chiesti e stigmatizzò che gli venisse sottratta la competenza sulla criminalità delle altre regioni del Sud. Nel colloquio che ebbe con Andreotti, richiesto dal generale, Dalla Chiesa gli comunicò che Mario D'Acquisto, allora presidente della Regione, lo aveva invitato a colazione e ad Andreotti che rispondeva che la cosa non gli appariva strana, il generale obiettò che non conosceva la diffidenza che al sud si ha per i carabinieri. Andreotti non sapeva delle resistenze ambientali che Dalla Chiesa ha riferito nel suo diario privato, sotto forma di dialogo con la moglie defunta; ma se vi fosse stato motivo per prendere le distanze da qualcuno, il generale lo avrebbe certamente avvertito.

ACCUSA: dopo la presa del potere in Cosa Nostra da parte dei Corleonesi, i rapporti tra Andreotti e Cosa Nostra diventano più difficili ma, quando la corrente andreottiana non si impegna a sufficienza contro il maxi-processo, e soprattutto quando viene approvata la legge Mancino-Violante del 17 febbraio 1987, che sostanzialmente preclude la possibilità della scarcerazione degli uomini d'onore detenuti, Cosa Nostra reagisce; in occasione delle elezioni politiche del 16 giugno 1987, indirizza i consensi elettorali a favore del Psi.
DIFESA: la Dc non ha mai risentito in Sicilia di flessioni determinate da accordi con Cosa Nostra. Andreotti, comunque, non si occupava delle vicende locali ed era impegnato nell'attività di governo. Non entrava nel merito della formazione delle liste. Confrontando i dati siciliani si passa dal 37,9 dell'83 al 38,8 del'87 contro un 41 per cento del '92. Il Psi ha avuto questo andamento: 13,3 (nell'83), 14,9 (nell'87) e 14 (nel '92).

ACCUSA: La posizione di Lima e di Ignazio Salvo che sono sopravvissuti alla guerra di mafia del 1981-82 proprio perchè utilizzati dai Corleonesi quali tramiti con Andreotti si fa pericolosissima. Andreotti è costretto ad incontrarsi con Riina, sia per salvare la vita a Lima, sia per non compromettere il potere della sua corrente. L'incontro con Riina, Lima, e Ignazio Salvo avviene a Palermo nell'autunno del 1987. In quel periodo, e precisamente il 20 settembre 1987, Andreotti si trova a Palermo per partecipare alla Festa dell'Amicizia, e nella sua giornata c'è un vuoto di circa 4 ore (dall'ora di pranzo al tardo pomeriggio) in cui nessuno, neppure il suo abituale personale di scorta, sa dove egli sia andato.
DIFESA: Per la Festa del 1987, Andreotti non si è mai mosso da Villa Igiea, dove risiedeva durante la sua permanenza a Palermo. La sua scorta avrebbe notato ogni spostamento e così la vigilanza predisposta da Polizia e Carabinieri. Il resto sono solo ricostruzioni di collaboratori inaffidabili, anche perché continuano a delinquere mentre si trovano sotto la protezione dello Stato (Di Maggio).

ACCUSA: nel 1987 inizia l'opera di sgretolamento del maxi-processo con una lunga serie di provvedimenti della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione basati su una tecnica di valutazione delle prove (e soprattutto delle dichiarazioni dei pentiti) "che apprezzava atomisticamente ogni singolo indizio, e concludeva per ciascuno che di per sè non era idoneo a confortare le circostanze che intendeva provare, nè a contribuire ad una valutazione di attendibilità del complesso indiziario". Nel maggio-giugno 1991 il Presidente Carnevale designa, per la trattazione in Cassazione del maxi-processo, un collegio che - secondo le previsioni dello stesso Carnevale non potrà che annullare le condanne. Questo disegno fallisce per iniziativa del Presidente Brancaccio che, nell'ottobre 1991, designa come Presidente del collegio Arnaldo Valente, il quale determina la conferma delle condanne, senza che gli altri componenti del collegio, come dirà lo stesso Carnevale, abbiano il coraggio di metterglisi contro. A riprova delle dichiarazioni dei collaboranti sulla esistenza di un canale politico diretto a condizionare l'esito del maxi-processo in senso favorevole a Cosa Nostra, si dimostreranno i rapporti tra Andreotti e Carnevale, diretti e per tramite di Claudio Vitalone (sempre negati dagli interessati), attraverso prove fotografiche, documentali e testimonianze.
DIFESA: Andreotti non aveva con Carnevale rapporti di conoscenza intensa, né di assidua frequentazione. Carnevale non ha mai ottenuto alcun incarico su interessamento di Andreotti, né per il premio della Fondazione Fiuggi, né per altro, contrariamente a quanto sostenuto da Vittorio Sbardella, (già vicino al senatore, le cui dichiarazioni furono raccolte in incidente probatorio prima di morire). Anzi, la testimonianza di Sbardella era molto condizionata dai contrasti interni della Dc. Tuttavia lo stesso Sbardella smentì che Andreotti conoscesse i Salvo. Quanto al premio Fiuggi, è probabile che Carnevale sia arrivato lì per i suoi pregressi rapporti di esperto con il ministero dell'Industria. Su alcune decisioni della sezione del giudice Carnevale, Andreotti intervenne pubblicamente. Dopo la scarcerazione di 40 boss, Andreotti, allora presidente del Consiglio, dichiarò pubblicamente che sarebbe intervenuto per "correggere un offesa al popolo italiano". Non subì affatto il decreto, come ha sostenuto l'ex guardasigilli, Claudio Martelli, ma anzi ne fu il promotore, prefigurando anche una modifica costituzionale che riducesse al primo grado la presunzione di innocenza. La difesa ha poi rintracciato numerose sentenze della prima sezione che smentiscono i collaboratori che parlano di processi aggiustati su interessamento di Carnevale. Il magistrato, oltretutto, ha chiarito che non decise sul maxiprocesso perché aveva già chiesto il trasferimento alla corte d'appello di Roma. E se Andreotti era interessato a che presiedesse la corte del maxiprocesso, perché avrebbe dovuto interessarsi del suo trasferimento. Vitalone ha smentito di avere mai affrontato la questione con Andreotti.

ACCUSA: il 30 gennaio 1992, quando la Cassazione conferma le condanne del maxi-processo, Riina scatena la vendetta di Cosa Nostra contro i politici che hanno tradito. Il 12 marzo 1992 viene ucciso a Palermo Salvo Lima. Nell'estate del 1992, dopo la strage di Capaci, Brusca e Bagarella concepiscono un attentato contro Andreotti, appunto perché, dopo avere usato Cosa Nostra, ha tradito. Il 17 settembre 1992 viene ucciso a Santa Flavia Ignazio Salvo.
DIFESA: le dichiarazioni dei pentiti che si riscontrano tra loro con aggiustamenti di tiro successivi offrono questa come spiegazione dei delitti, a corollario di un teorema accusatorio costruito sull'asse Andreotti-Salvo del quale non c'è prova.

È tutta da riscrivere la storia delle stragi siciliane. Le inchieste sono partite con quasi vent'anni di ritardo per disattenzioni investigative e deviazioni, un depistaggio che ha voluto Totò Riina e i suoi Corleonesi come unici protagonisti del terrore. Tutto era riconoscibile già allora: bastava indagare su quelle "presenze estranee" a Cosa Nostra. Ma nessuno l'ha fatto.

Vent'anni dopo è stata capovolta tutta la dinamica del fallito attentato dell'Addaura. Ci sono testimonianze che rivelano un'altra verità e che irrobustiscono sempre di più l'ipotesi di un "mandante di Stato".

La scena del crimine è da spostare di ventiquattro ore: la borsa con i candelotti di dinamite è stata sistemata sugli scogli non il 21 giugno del 1989 ma la mattina prima, il 20 giugno. E, da quello che sta emergendo dalle investigazioni, sembra che fossero due i 'gruppi presenti quel giorno davanti alla villa di Falcone. Uno era a terra, formato da mafiosi della famiglia dell'Acquasanta e da uomini dei servizi segreti. E l'altro era in mare, su un canotto giallo o color arancio con a bordo due sub. I due sommozzatori non erano di "appoggio" al primo gruppo: erano lì per evitare che la dinamite esplodesse. Non c'è certezza sull'identità dei due sommozzatori ma un ragionevole sospetto sì: uno sarebbe stato Antonino Agostino, l'altro Emanuele Piazza.

Il primo, Agostino, ufficialmente era un agente del commissariato San Lorenzo ma in realtà un cacciatore di latitanti. Venne ammazzato insieme alla moglie Ida Castellucci il 5 agosto del 1989, nemmeno due mesi dopo l'Addaura. Mai scoperti i suoi assassini. Anche Totò Riina ordinò una "indagine" interna a Cosa Nostra per capire chi avesse ucciso il poliziotto: "Anche lui non riuscì a sapere nulla", ha riferito il pentito Giovanbattista Ferrante. "È stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei", ha raccontato invece il collaboratore di giustizia Oreste Pagano. Per l'uccisione di Antonino Agostino, la squadra mobile di Palermo seguì per mesi un'improbabile "pista passionale". Qualche mese fa i magistrati di Palermo hanno ascoltato un testimone - un funzionario di polizia - che ha raccontato di avere ricevuto una confidenza proprio dal giudice Falcone, andato a trovarlo una sera nel suo commissariato: "Questo omicidio l'hanno fatto contro di me e contro di lei". Parlava dell'agente Antonino Agostino.

Il secondo sommozzatore, Piazza, era un ex agente di polizia che aveva anche lui cominciato a collaborare con i servizi segreti (il Sisde) nella ricerca dei latitanti. Emanuele Piazza è stato ucciso il 15 marzo del 1990. Una "talpa" avvisò i mafiosi che l'ex agente di polizia stava lavorando per gli apparati di sicurezza. I boss lo attirarono in una trappola e lo strangolarono. Anche per il suo omicidio, la squadra mobile di Palermo indirizzò inizialmente le ricerche su "una fuga della vittima in Tunisia, in compagnia di una donna".

Un depistaggio nelle indagini sul primo omicidio, un altro depistaggio nelle indagini sul secondo omicidio. Sul fallito attentato dell'Addaura sta affiorando un contesto sempre più spaventoso: un pezzo di Stato voleva Falcone morto e un altro pezzo di Stato lo voleva vivo. Ma chi ha deviato le indagini sugli omicidi di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza? Chi ha voluto indirizzare i sospetti verso la "pista passionale" per spiegare le uccisioni dei due poliziotti?

Un giallo nel giallo è nascosto fra altre pieghe del fascicolo sull'Addaura: si stanno cercando da mesi gli identikit dei due sommozzatori, ricostruiti attraverso le indicazioni di alcuni bagnanti che il 20 giugno del 1989 erano nella zona di mare dove volevano uccidere Giovanni Falcone. Quotidiani e agenzie di stampa avevano, al tempo, dato ampio risalto alla notizia di quegli identikit: oggi c'è il sospetto che non siano mai stati consegnati alla magistratura. Entrare nelle indagini dell'Addaura è come sprofondare nelle sabbie mobili.

Se l'affaire dell'Addaura è il punto di partenza di tutte le indagini sulle altre stragi siciliane, è un affaire con troppi morti. E molti interrogativi. Ad esempio, perché le indagini sull'attentato al giudice sono partite con vent'anni di ritardo? E chi ha ucciso tutti i testimoni dell'Addaura?

Morto è Francesco Paolo Gaeta, un piccolo "malacarne" della borgata dell'Acquasanta, che il giorno del fallito attentato aveva casualmente assistito alle manovre militari intorno alla villa del giudice. Qualche tempo dopo, Gaeta fu ucciso a colpi di pistola: il caso fu archiviato come regolamento di conti fra spacciatori.

Morto è il mafioso Luigi Ilardo. Era un informatore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, e all'ufficiale aveva detto: "Noi sapevamo che a Palermo c'era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino". Il mafioso Luigi Ilardo è stato assassinato qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

Morto Ilardo. Morto Falcone. Morto l'agente Nino Agostino. Morto il collaboratore del Sisde Emanuele Piazza.

È caccia aperta all'uomo con la faccia da mostro. Qualcuno dice che si è vicini a un riconoscimento, qualcun altro giura che quell'uomo non si troverà mai perché anche lui è morto da anni. Così come è caccia aperta ad altri "agenti dei servizi" legati ai boss di Corleone. Uno, in particolare, chiamato di volta in volta "Carlo" o "signor Franco": un uomo degli apparati che per una ventina di anni è stato al fianco dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Trattava con lui e con Totò Riina nell'estate del 1992.

Sono due i livelli del coinvolgimento degli apparati di sicurezza all'ombra delle stragi: ci sono i servizi sospettati di aver trattato con la mafia e ci sono i servizi sospettati di avere avuto un ruolo attivo negli attentati. Se non si scopriranno queste trame, non sapremo mai chi davvero ha ucciso Falcone e Borsellino e perché. C'è puzza di spie in ogni massacro siciliano. Misteri di mafia che si confondono con misteri di Stato.

Il 4 novembre 1993 il 41 bis non fu rinnovato per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone. A rivelarlo, dinanzi alla commissione Antimafia, l’11 novembre 2010, è stato l'ex Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Conso, il quale rivestì la carica tra il 1993 e il 1994 nei governi Amato e Ciampi. Conso ha spiegato di avere preso quella decisione «per fermare la minaccia di nuove stragi». L'ex guardasigilli ha continuato dicendo - «C’era già stato l’arresto di Riina, e si parlava di un cambio di passo della mafia con il nuovo capo, Provenzano. Il vice di Riina aveva un’altra visione: puntare sull’aspetto economico ed abbandonare le stragi. Ecco perché decisi di lasciar stare un atto che non era obbligatorio». E' questo un passaggio che merita attenzione e necessita di chiarimenti a parere dei parlamentari Luigi Li Gotti e Giuseppe Lumia, i quali si chiedono come potesse Conso conoscere "la linea adottata da Provenzano all’interno di Cosa Nostra se alla fine del ’93 Provenzano era ancora uno sconosciuto per gli investigatori". Numerose sono state le reazioni di stupore e indignazione dei parenti delle vittime delle stragi di mafia degli anni 1992 e 1993, mentre i giudici palermitani, che indagano sui quei fatti, hanno dichiarato che le rivelazioni di Conso rappresentano, per loro, delle autentiche novità. Solo per la cronaca è importante ricordare che il regime del carcere duro era uno degli argomenti cui faceva riferimento il cosiddetto "papello", il famigerato documento, che rappresenterebbe la prova della scellerata trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato, di cui ha parlato in modo particolareggiato Massimo Ciancimino. Sette mesi dopo la strage Borsellino, non c'era solo la linea della fermezza contro i boss di Cosa nostra. Una nota riservata dell'allora direttore dell'amministrazione penitenziaria Nicolo' Amato suggeriva al ministro della Giustizia Giovanni Conso di revocare il carcere duro ai mafiosi. L'appunto, il ''numero 115077 del 6 marzo 1993''. La nota del Dap non era solo un'iniziativa di Amato. E' lui stesso a scriverlo, citando una riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza convocato in quei giorni. Sarà forse perchè non chiama in causa Berlusconi, ma ben altri personaggi riconducibili a sinistra e tutta una altra storia politica, ma il fatto oggettivo è che le dichiarazioni di Conso a proposito della sospensione del 41bis a oltre 100 carcerati già sottoposti a questo tipo di regime di detenzione - notizia per molti aspetti di per sè sconvolgente - è passata in una sorta di silenzio stampa.

I rapporti della mafia con la politica, la trattativa, i contatti con Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, Nicola Mancino come destinatario del papello di Totò Riina: sono diversi i temi affrontati da Giovanni Brusca nella sua deposizione il 3 maggio 2011 a Firenze nell'aula bunker in occasione del processo sulla strage dei Georgofili, in cui il pentito sostiene, prima di tutto, che «nel 1992 Cosa nostra aveva rapporti con la sinistra, con politici locali, con Lima e a livello nazionale con Andreotti.»

E parla a lungo di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. «Con le stragi del '93 non c'entrano - dice Brusca - perché la situazione è collegata al passato. Non sono i mandanti esterni delle stragi di mafia del 1993». Il loro coinvolgimento come controparte per la criminalità organizzata si sarebbe manifestato subito dopo, secondo il pentito. «In una conversazione - ha precisato il pentito - si parlava di Berlusconi e di Dell'Utri quali mandanti esterni delle stragi, io dicevo che non c'entravano niente.» Brusca riferisce però di aver contattato Silvio Berlusconi nel 1993 attraverso Mangano e Dell'Utri, per avvertirlo che in mancanza di un accordo la stagione delle bombe sarebbe continuata. Nella seconda metà del 1993 «mandai Mangano a Milano ad avvertire Dell'Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate - ha detto il pentito - Mangano - ha aggiunto - tornò dicendo che aveva parlato con Dell'Utri, che si era messo a disposizione.» Un altro avvicinamento ci sarebbe stato nel 1994. «Nel 1994, con Bagarella ho un contatto con Dell'Utri, attraverso Mangano, per avere modo di "arrivare" a Silvio Berlusconi - dice ancora Brusca nella sua deposizione. A Dell'Utri fu detto che il governo, allora guidato dal centrosinistra, sapeva e che da lì in poi per avere benefici si era intavolato un altro rapporto politico. Mancino non c'era più. Questo contatto con Dell'Utri venne fuori perché Brusca sapeva che Mangano lavorava ad Arcore. A Mangano «chiesi se conosceva Berlusconi e lui disse di sì e che ci saremmo potuti arrivare tramite Dell'Utri, contattabile attraverso un uomo delle pulizie di Canale 5. La richiesta era l'allentamento del 41 bis. Era la fine del 1993 o l'inizio del 1994, dopo la vicenda Contorno, che è nel 1994». Dell'Utri e Vito Ciancimino si sarebbero offerti come tramite tra la mafia e la Lega e un altro soggetto politico: è quanto avrebbe riferito Totò Riina a Giovanni Brusca, dopo l'uccisione del giudice Giovanni Falcone, ha riferito poi il pentito. Fino all'attentato contro Falcone, ha spiegato Brusca, l'obiettivo di Totò Riina era di influenzare il maxi-processo di mafia a Palermo. In seguito, sarebbero subentrati Marcello Dell'Utri e Vito Ciancimino che volevano "portare" a Riina la Lega e un altro soggetto politico, che Brusca dice di non ricordare.

Nelle sue dichiarazioni Brusca tira in ballo Nicola Mancino, che, secondo il pentito, sarebbe stato destinatario delle richieste avanzate da Riina. Dopo l'uccisione di Falcone, Totò Riina consegnò un "papello", un foglio di richieste, all'allora ministro degli Interni Mancino (poi diventato vicepresidente del CSM, l'autogoverno dei magistrati), dice Brusca, che preferisce parlare di "un'offerta" piuttosto che di una "trattativa", precisando di non aver visto il papello, ma di sapere "quali erano le richieste: la revisione del maxi processo, l'applicazione della legge Gozzini, la legge sulla confisca". Il boss di Cosa Nostra non avrebbe poi riferito quale fosse "il tramite", ma solo il destinatario finale, «e fece il nome dell'onorevole Mancino, allora ministro dell'Interno». Il papello sarebbe stato recapitato quando, nelle parole di Riina riportate da Brusca, "finalmente si sono fatti sotto". Quanto all'esistenza di una "trattativa" vera e propria tra mafia e Stato, Brusca ha risposto alle domande del giudice Nicola Pisano, ripetendo che «per quel che mi riguarda, la base di tutto era il maxi-processo. Tutto il resto e il 41 bis è diventato in base agli sviluppi. La richiesta di attenuare o eliminare il regime di carcere duro sarebbe venuta dopo Borsellino - ha aggiunto: in quel momento si collocherebbe la cosiddetta trattativa, quest'offerta che arriva da Riina, per quelli che sono i miei ricordi». Il 41 bis sarebbe dunque diventato un aggravante dal punto di vista dei mafiosi. In particolare, Brusca ha fatto cenno ai "maltrattamenti nelle carceri": «C'erano sempre stati i maltrattamenti nei racconti degli uomini d'onore più anziani - ha risposto a una domanda del giudice - ma questa volta erano violenze generalizzate a Pianosa e l'Asinara. Con questo - ha concluso Brusca - non voglio giustificare o accusare».

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http://www.ilgiornale.it/interni/dalema_violante_caselli_nuovo_intrigo/28-11-2009/articolo-id=402419-page=0-comments=1

http://www.ecorav.it/arci/approfondimenti/scheda13/scheda13.htm

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/07/news/inchiesta_italiana_7_maggio-3876272/


LA MAFIA E L'INFORMAZIONE

I documenti del ministero dell’Interno che riportano il tentativo da parte del suo direttore di ostacolare le indagini; il «confino» al quale fu destinato quando i vertici del suo giornale lo spostarono inspiegabilmente dalla cronaca allo sport; i diari della figlia che denunciano l’indifferenza della direzione del quotidiano comunista L’Ora dopo la sua scomparsa; il ruolo oscuro, a margine del rapimento, di personaggi vicini al Pci e di avvocati di apparato. Tante ombre, sospetti, tradimenti.

Sull’omicidio di mafia di Mauro De Mauro, cronista de «L’Ora» di Palermo, «icona» della sinistra antimafia militante, vittima il 16 settembre 1970 di «lupara bianca», si addensano oggi nuovi e ingombranti sospetti. Proprio sul comportamento di colleghi, proprietari ed entourage di quel giornale «democratico e antifascista», come lo definiva il suo direttore, Vittorio Nisticò, si sviluppa il bel libro «Mauro De Mauro, la verità scomoda» (Aliberti editore) scritto con coraggio da Francesco Viviano, inviato di Repubblica.

Scavando nelle carte e nelle vecchie raccolte del giornale, Viviano si è imbattuto in una notizia destinata a fare rumore e riaprire le indagini: all’atto del sequestro, poco prima di essere ammazzato, De Mauro fu portato a casa di una persona che conosceva bene. E che molto probabilmente gli chiese conto di cose che solo il cronista conosceva. Chi interrogò De Mauro prima di ucciderlo? Chi fece da «talpa» per il sequestro?

Dopo aver esplorato i possibili moventi del rapimento (a cominciare dal golpe Borghese attraverso un documento inedito rinvenuto da Viviano nel quale De Mauro parlava appunto di «colpo di stato») Viviano si sofferma a lungo sul giornale de «l’Ora» e sulle accuse a «Mister X», il potente avvocato siciliano Vito Guarrasi, fondamentale amico dei comunisti siciliani ed ex consigliere d’amministrazione del quotidiano, che il giudice Rocco Chinnici aveva definito «la testa pensante della mafia in Sicilia». L'inviato di «Repubblica» spulcia ogni indizio, ogni testimonianza che possa dare concretezza a quelle che sono molto più che semplici teorie. «In quei giorni - scrive Viviano - pur sapendo che De Mauro stava lavorando a uno scoop sensazionale, il direttore lo aveva spostato allo sport». Sospetto sempre respinto da Nisticò, che in un articolo vergato tre anni dopo la scomparsa del suo cronista, prima spiega come quella scelta avesse alla base il semplice tentativo di rilanciare la cronaca sportiva, poi però getta ombre sullo stesso De Mauro, sottolineando i suoi rapporti con alcuni democristiani «personaggi-chiave di quel sistema clientelare impastato di mafia e politica (...)». Nello stesso articolo Nisticò si lamenta del fatto che mai nessuno gli ha chiesto nulla sulla personalità di De Mauro.

Da qui i dubbi di Viviano: perché mai il direttore e i colleghi del cronista ucciso si sono lamentati solo dopo anni? Perché, se avevano in mano qualcosa di utile, non si sono mai recati dagli inquirenti? L’autore del libro racconta anche di come il coinvolgimento di Guarrasi nell’«affaire» De Mauro, anche se non giudiziario, porti al deterioramento dei rapporti tra il direttore dell’«Ora» e la famiglia del cronista sparito nel nulla il 16 settembre 1970. Accade il giorno in cui Tullio De Mauro, il linguista fratello di Mauro, riceve una telefonata da un amico che lo mette in guardia proprio su Guarrasi. I De Mauro raccontano tutto ai due poliziotti che stavano seguendo il caso, Boris Giuliano e Bruno Contrada. Nisticò pare non prenderla bene: «Ancora oggi per me restano indefinibili i reali motivi che indussero i De Mauro ad affidarsi pienamente ed esclusivamente alla polizia». Inquietanti le pagine del diario della figlia di De Mauro pubblicati nel libro: «A partire dal terzo giorno del sequestro (...) il giornale aveva cominciato a tenere un contegno tra il prudente e (a parer mio) l’indifferente. Nessuno dell'“Ora”, sebbene casa nostra brulicasse di inviati e corrispondenti, era più venuto da noi; e gli articoli su un fatto tanto clamoroso e che toccava direttamente il giornale di mio padre erano affidati alle giovani leve del quotidiano (...)».

Sulla scena compare poi improvvisamente anche un «inquietante personaggio», come lo definisce Viviano. Si tratta di un commercialista palermitano amico di Guarrasi, che quando ancora nessuno sa del rapimento di De Mauro, telefona a casa sua tentando di indirizzare le indagini su una pista che non avrebbe portato a nulla. Il commercialista finì agli arresti, poi venne rimesso in libertà: gli indizi a suo carico caddero.

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LA MAFIA E LA BUROCRAZIA

MAFIA: BENI MAI CONFISCATI

Introdotta dalla legge Rognoni–La Torre del 13 settembre 1982, la confisca dei beni mafiosi si dovrebbe realizzare attraverso l’assegnazione dei beni immobili a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e così via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel Fondo unico per la giustizia.

Nel 1996 il parlamento votò all’unanimità la prima legge di iniziativa popolare contro le mafie, la legge 109, sostenuta da un milione di firme di cittadini raccolte dall’Associazione Libera. Secondo l’articolo 3 “i beni confiscati sono devoluti allo Stato”. I beni immobili confiscati possono essere “mantenuti al patrimonio dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile”, oppure “trasferiti al patrimonio del comune ove l'immobile è  sito, per finalità istituzionali o sociali”, o ancora “il comune può amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità, ad enti, ad organizzazioni di volontariato”, “a cooperative sociali” “o a comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti”.

Con la finanziaria del 2007 i beni confiscati possono essere assegnati anche a Province e Regioni. Detto questo, l’articolo 2 della finanziaria 2010 sancisce che i beni “di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per le finalità di pubblico interesse ivi contemplate entro i termini previsti – vale a dire 90 giorni – sono destinati alla vendita i cui proventi saranno destinati a finalità istituzionali e sociali”.

Don Ciotti, presidente di “Libera”: "Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra".

Antonio Giangrande, presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie: “I beni confiscati sono cosa di tutti, non degli apparati appoggiati dalla sinistra. Basta favoritismi ed ipocrisie. Ben venga la riforma. I proventi della vendita dei beni non assegnati vadano a finanziare i bisogni della Giustizia e non essere un peso al bilancio dello Stato”.

“Libera”, è un coordinamento di oltre 1500 associazioni o comitati locali, che spesso si appoggiano presso le sedi ARCI, ACLI, CGIL. Esse sono assegnatari dei beni confiscati e beneficiari dei finanziamenti per la fruizione e la funzionalità di immobili ed aziende. Loro santificano i magistrati e sono appoggiati dall’apparato dei media, dei docenti, degli intellettuali, dei politici e dei magistrati di sinistra. Con un apparato del genere e con molte Giunte che la sovvenzionano, “Libera” non ha bisogno di elemosinare sostegno, finanziamenti e visibilità.

“Noi non siamo di sinistra – dice il presidente dr Antonio Giangrande - ma vogliamo portare all’attenzione della collettività una verità alternativa a quella della sinistra militante dove vige il motto: La mafia sono gli altri e nessuno tocchi i “Dei” magistrati. Noi non abbiamo visibilità, nè sostegno, perché palesiamo una verità eclatante: la mafia è l’istituzione che collude, i media che tacciono e i cittadini che emulano. Mafie, lobbies, caste e massonerie gestiscono la nostra vita. E ne riportiamo gli esempi sui nostri siti e per sunto nel libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”. Noi non siamo tanto forti da rompere questo muro di gomma erto dalla “inteligentia” e dagli apparati di sinistra, ma siamo forti della nostra ragione. Per questo diciamo che i beni dei mafiosi, devono essere “cosa di tutti” e non “cosa di sinistra”.

Si può perdere la lotta alla mafia anche per burocrazia, inefficienza, inadeguatezza della macchina dello Stato. Succede da anni, e succede tutti i giorni, se si guarda ai patrimoni sequestrati ai boss mafiosi e mai entrati in possesso del Demanio. Sentenze dello Stato disattese, da un lato, rendite e benefici lasciati in possesso dei clan, dall'altro. Cioè soldi, finanziamenti e risorse di cui la mafia gode alla luce del sole. Anzi, all'ombra della burocrazia.

Centinaia di immobili sequestrati alle famiglie malavitose non possono diventare di proprietà pubblica perché gravati da ipoteche da 200 a 500 mila euro a edificio vantate da banche che in passato, con quelle garanzie immobiliari, hanno concesso linee di credito ai boss o ai loro familiari. A puntare l'indice a tal proposito contro il sistema bancario è stato il questore di Palermo, Giuseppe Caruso. Alla commissione Antimafia, che sul problema dei patrimoni delle mafie sta per approvare una relazione, ha dichiarato: "Le banche, spesso disponibili nei confronti dei mafiosi, chiedono talvolta all'amministratore giudiziario, cioè allo Stato, garanzie più onerose di quelle chieste all'imprenditore mafioso". "Nel corso delle indagini - ha ribadito il questore Caruso - sono state rinvenute concessioni di prestiti e fideiussioni decretate per conoscenze personali, ed ipoteche iscritte sui beni immobili già ipotecati 3 o 4 volte come garanzia reale per centinaia di migliaia di euro. Posso fare i nomi dei procedimenti in corso a Palermo: Santomauro, Lo Verde, Nangano, Sansone e altri".

Se la burocrazia e la "criticità normativa" rendono molto spesso vana e impervia l'aggressione dello stato ai patrimoni della criminalità organizzata, il questore di Napoli, Oscar Fiorolli, lancia un altro tipo di allarme. E denuncia i "limiti culturali" del Settentrione, una sorta di nota stonata in quella parte dell'Italia sempre pronta ad accusare il Sud di essere colluso con le mafie. E inoltre: "Il procedimento di confisca, destinazione e assegnazione giunge a dare frutti concreti su meno del 10 per cento degli immobili". Ma le responsabilità accertate dalla Commissione Antimafia sono ben ripartite, alcune riguardano, a sorpresa, la stessa Giustizia. Ancora il presidente Antimafia: "Su 123 tribunali in tutta Italia, ben 65 non hanno instaurato alcun procedimento di prevenzione patrimoniale fra il 2004 e il 2006. Tra questi, i tribunali di Crotone, Salerno e Siracusa. Nell'ultimo triennio Cosenza, Catania e Trapani hanno inserito una pratica, Catanzaro due. Mentre Palermo è passata da 32 procedimenti patrimoniali nel 2003, a soli 4 negli ultimi tre anni". In totale, in Italia, si è passati da 233 procedimenti del 2001 censiti dal ministero della Giustizia, a 28 nel 2006. Per lo Stato, una sconfitta.

 


LA MAFIA E LE BANCHE

MAFIA. FORGIONE: BANCHE, LA PIU' GRANDE RETE DI CONNIVENZA.

Le banche rappresentano la rete più estesa della connivenza con gli interessi finanziari della mafia. I soldi vengono ripuliti lì.

Ne è convinto Francesco Forgione, presidente della commissione Antimafia, in una intervista a Sintesi Dialettica.

"La politica - spiega Forgione - non ha avuto la forza di approvare una buona legge come quella sull'anagrafe dei conti correnti - legge Mancino del 1993, mai applicata in 15 anni. Da qui, quando si arresta un mafioso e gli si vogliono congelare subito i conti correnti, il mafioso, o l'amministratore del mafioso, ha tutto il tempo per svuotarli e movimentarli via internet in uno dei tanti paradisi fiscali del pianeta. Noi non abbiamo neanche la possibilità, attraverso l'anagrafe dei conti correnti e l'anagrafe degli immobili, di capire anche gli spostamenti di proprietà e le movimentazioni catastali. Manca, quindi, la possibilità di intervenire proprio lì dove si concentra il potere mafioso".

Insomma, per il presidente della commissione Antimafia il ruolo delle banche è centrale.

Per Forgione, dunque, è necessario aggredire "il santuario del mercato", altrimenti non si possono sconfiggere le mafie.

"100.000 milioni di euro all'anno è l'ammontare di movimentazione delle mafie di cui almeno il 60% entra nell'economia legale - dice ancora -. Da qui si apre il problema della rintracciabilità dei flussi e dei patrimoni. Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui "finanziarizzano" le loro attività. E per colpire questo livello di "finanziarizzazione" e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario".

Il tesoro delle mafie e dell'antimafie.

Inchiesta di Francesco Viviano ed Alessandra Ziniti su “La Repubblica”. Magistrati e forze dell'ordine hanno portato via a Cosa Nostra, camorra e ndrangheta 20 miliardi di euro. Ma l'Agenzia nazionale per i beni confiscati fa i conti con le banche. Ben l'80 per cento di questi beni è sostanzialmente ingestibile, al 65 per cento per i gravami ipotecari avanzati dagli istituti di credito. Quel patrimonio da 20 miliardi tenuto in 'ostaggio' dalle banche. Aziende, società, edifici, case, magazzini, terreni, auto di lusso, barche. Il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati, lotta per gestire al meglio il patrimonio ottenuto dei beni delle mafie. Ma sulla sua strada ha trovato le banche. L'80 per cento di questi beni è sostanzialmente ingestibile, al 65 per cento per i gravami ipotecari avanzati da decine di istituti di credito sui quali adesso Caruso ha deciso di fare chiarezza. Per apportare a quel latifondo una serie di migliorie, il Banco di Sicilia aveva concesso al "Papa" un mutuo di un miliardo e mezzo di lire senza battere ciglio. Erano altri tempi e le banche, specialmente in Sicilia, non andavano tanto per il sottile con i mafiosi soprattutto se, come Michele Greco, frequentavano i salotti bene e conoscevano le persone giuste. Quel miliardo e mezzo, tramutatosi in una pesantissima ipoteca, per 25 anni è stata "l'arma" con la quale, nonostante la confisca, Cosa nostra è riuscita ad impedire allo Stato di riprendersi e far fruttare un pezzo del suo patrimonio. Solo ora, grazie alle insistenti pressioni del prefetto Giuseppe Caruso che ha quasi obbligato Unicredit a rinunciare a buona parte del suo credito e a rateizzare il resto, nei 150 ettari del feudo di Verbumcaudo, sulle colline delle Madonie, vero e proprio emblema della forza economica della mafia siciliana, è già partita la semina del grano e sta per essere realizzato un impianto di produzione prima di olivi e poi di vini e sorgerà la prima Banca vitivinicola siciliana. Purtroppo una goccia nel tempestoso mare del riutilizzo dei beni mafiosi, la trincea più avanzata della lotta alla criminalità organizzata dal sud al nord del paese, che rischia di essere travolta dall'inarrestabile onda d'urto dei gravami finanziari sui beni confiscati.

Un patrimonio conteso dalle banche. È un tesoro da 20 miliardi di euro quello che è stato sottratto alle mafie: aziende, società, edifici, case, magazzini, terreni, auto di lusso, barche, che il lavoro incessante di anni di magistrati e forze dell'ordine è riuscito a portare via dai bilanci di Cosa nostra, camorra, 'ndrangheta. Il ministro della giustizia Paola Severino, alla commissione antimafia, ha dato una valutazione positiva dell'attività di contrasto fin qui svolta parlando di oltre il 50 per cento dei beni confiscati come già destinati ma il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati al quale è affidata la gestione di questo patrimonio, lotta contro un nemico a cui adesso ha dato un nome: le banche. Come è possibile, si è chiesto, che quasi l'80 per cento di questi beni è sostanzialmente ingestibile, al 65 per cento per i gravami ipotecari avanzati da decine di istituti di credito? "Ho già firmato oltre 200 istanze all'Avvocatura dello Stato per chiedere direttamente l'accertamento della buona o mala fede di chi ha concesso crediti ai mafiosi. È davvero impressionante constatare quante banche hanno erogato soldi senza verificare chi fosse il destinatario di questo fido". Oggi il rischio concreto è di mancare clamorosamente un obiettivo decisivo nel contrasto alla criminalità organizzata, la reimmissione in un circuito economico virtuoso dei soldi sporchi. Un bel problema considerato che adesso, a differenza di quando la competenza era del Demanio, l'Agenzia può destinare solo beni totalmente privi di criticità. Il che equivale a dire che un patrimonio da almeno 10-12 miliardi è totalmente a perdere. Un allarme rilanciato anche dal presidente di Libera, don Luigi Ciotti che con il circuito dei beni confiscati ha avviato un meccanismo virtuoso che produce e dà lavoro a centinaia di giovani. "Le banche dicono ai Comuni di pagargli l'ipoteca che il mafioso o il prestanome hanno fatto, ma le associazioni antimafia interessate al bene per un uso sociale non hanno i soldi per pagare un'ipoteca e le banche, salvo rare eccezioni, rivendicano il denaro. Questo è un nodo politico che va sciolto".

Mutui e danneggiamenti, ecco il "piano casa" dei boss. In testa ci sono le regioni meridionali. Tra terreni, giardini, ville e appartamenti detengono il primato dei beni sottratti alle cosche. Negli ultimi anni i boss, sapendo di essere sotto inchiesta, hanno acceso mutui sui loro beni immobili a rischio sequestro, incassando così soldi liquidi più facili da riciclare e rendendo estremamente complicata l'assegnazione definitiva di un bene. In alternativa c'è anche chi rende inutilizzabile l'immobile o chi lo occupa. La strategia dei boss. Sicilia, Campania, Puglia e Calabria detengono il primato dei beni sottratti alle cosche, ma purtroppo anche i casi più eclatanti dimostrano come troppo spesso le confische siano delle occasioni sprecate. L'ultimo in ordine di tempo è quello del Parco dei Templari e della ex masseria di Altamura, in provincia di Bari, un meraviglioso parco da 66 mila metri quadrati con fabbricati per 8.500 metri quadri, valore stimato 16 milioni di euro, confiscato nel 2007 e gestito fino ad ora in una sorta di partnership pubblico-privato tra l'Agenzia nazionale e lo chef Gianfranco Vissani che aveva accettato la scommessa di rilanciare la struttura con 36 dipendenti. Alta cucina per banchetti e ricevimenti aveva anche assicurato un certo introito ma un buco finanziario da 600 mila euro ha indotto l'Agenzia a fare un passo indietro e a chiedere alla Regione Puglia di intervenire. Ma chi dovrebbe accollarsi l'onere di gestione di un bene così indebitato con le banche? A Pomigliano d'Arco, la Masseria Castello, 8.000 metri di terreno e lo scheletro di un edificio, sequestrato al clan Foria, è in totale stato di abbandono. Confiscato a giugno del 2000 e assegnato al Comune, vede il progetto di realizzazione di un centro giovanile già finanziato con 3 milioni e 364 mila euro del Pon (programma operativo nazionale) sicurezza bloccato per un'ipoteca da 10 mila euro. A Villaricca, un appartamento confiscato tre anni fa e destinato a una casa accoglienza per disabili, anche questa finanziata con il Pon sicurezza, è stata stoppata da due azioni di pignoramento, una da 41 mila euro e l'altra da appena 1360 euro perché l'Enel intende riscuotere 20 anni di bollette non pagate. In Campania una recente ricerca del Consorzio Sole conferma: non più del 20 per cento dei beni acquisiti dallo Stato riescono ad essere rigenerati con finalità sociali. E quella dei gravami finanziari, ha spiegato Lucia Rea, responsabile del Consorzio, sembra essere una vera e propria strategia: i camorristi che sanno di essere sotto inchiesta accendono mutui sui loro beni a rischio sequestro, incassano soldi liquidi più facili da riciclare e rendono molto difficile la loro assegnazione definitiva. Case occupate e case inesistenti. Ci sono poi le decine di immobili già assegnati ai Comuni ma che restano occupati dai familiari dei boss che nessuno si azzarda a sfrattare. A Castellammare di Stabia, resta tranquillamente a casa sua la moglie del capo della cosca D'Alessandro perché l'appartamento è confiscato solo per metà e peraltro è abusivo. In Calabria è stata persino aperta un'inchiesta con oltre 350 indagati per far luce sulle centinaia di immobili, alcuni confiscati da più di 15 anni, che continuavano a rimanere nelle mani dei familiari dei boss, come un intero palazzo sottratto a Reggio Calabria nel '97 a Pasquale Condello ma nel quale risiedevano tutti i suoi parenti. Se non possono fare altro, poi, i Casalesi passano ai danneggiamenti di quelli che un tempo erano i bunker dotati di ogni comfort che ospitavano le latitanze dorate dei loro capi: così la villa di Walter Schiavone a Casal di Principe o i terreni di Lubrano a Pignataro Maggiore vandalizzati dagli stessi uomini del clan per renderli inutilizzabili, addirittura con la compiacenza del sindaco, il pidiellino Giorgio Magliocca, avvocato, arrestato a marzo dell'anno scorso proprio con l'accusa di aver consentito al clan Lubrano di continuare ad utilizzare beni confiscati assegnati in gestione al Comune. A Bologna Villa "la Celestina", tre piani in una zona di prestigio, sta ormai cadendo a pezzi, la via in cui sorge, ora via Boccaccio, ha cambiato nome ma la cosa non è mai stata comunicata al catasto. A rendere impossibile l'utilizzazione di un bene c'è una miriade di piccole quanto insormontabili difficoltà tecniche o burocratiche. Basta spulciare l'elenco dei beni assegnati al Comune di Palermo: un palazzo confiscato all'ex sindaco Vito Cancimino per metà occupato da inquilini e per l'altra metà da ristrutturare, un terreno da 1700 metri quadri a Ciaculli, il regno dei Greco, dove continuano a pascolare le pecore perché "senza confini", un altro confiscato ad uno dei killer di via d'Amelio, Gaetano Scotto, ufficialmente "inaccessibile".

Le confiscate non reggono il mercato, nove si dieci chiudono battenti. Quando un'azienda passa allo Stato iniziano i problemi di gestione. In fase di sequestro le banche revocano i fidi, i clienti ritirano le commesse e la regolare fatturazione porta ad un inevitabile innalzamento dei costi di gestione. Inoltre spesso gli amministratori giudiziari sono incompetenti. Ci sono poi decine di casi in cui le attività sono ingestibili perché il provvedimento della magistratura riguarda il patrimonio societario ma non le azioni. Le aziende decotte C'è poi un immenso patrimonio capace di dare occupazione a migliaia di persone che si perde giorno dopo giorno. È l'economia sommersa delle aziende delle mafie che, sequestrate, confiscate e affidate ad amministratori giudiziari non reggono l'impatto con il mercato e si avviano a un mesto fallimento. L'ultimo caso è quello del gruppo catanese Riela trasporti. Quella che tredici anni fa era la quattordicesima azienda più ricca della Sicilia, 30 milioni di fatturato, 250 dipendenti, ha avviato le procedure di liquidazione "perché non riesce a stare sul mercato", si legge nella determinazione adottata dall'Agenzia per i beni confiscati. I titolari ai quali era stata sottratta hanno fondato un nuovo consorzio che ha tolto i clienti alla Riela riuscendo persino a diventare il suo principale creditore per sei milioni di euro. D'altra parte l'azienda in amministrazione giudiziaria, rispettando tutti i parametri di legalità, era costretta a praticare prezzi superiori fino al 30 per cento rispetto ai concorrenti. E la Calcestruzzi Ericina, fiorentissima azienda che, fino a quando apparteneva al boss trapanese Vincenzo Virga, operava quasi in regime di monopolio, appena passata in amministrazione giudiziaria, ha visto prosciugarsi le commesse e persino parte del personale ha "preferito" rimanere fuori. Alla fine, prossima al fallimento, ha rialzato la testa grazie alla caparbietà di un gruppo di lavoratori riunitisi in cooperativa che, con il sostegno di Libera di Don Ciotti e delle istituzioni locali, è riuscito a mantenerla in vita. A Palermo l'avviatissimo Hotel San Paolo Palace, già dei Graviano, registra perdite su perdite. Ci sono poi decine di casi in cui le attività sono ingestibili perché il provvedimento della magistratura riguarda il patrimonio societario ma non le azioni. Accade così che in provincia di Novara il servizio di ristorazione del castello di Miasino, sottratto al boss camorrista Galasso, sia ancora in mano alla moglie. Ma perché un'azienda florida quando è nelle mani della mafia poi fallisce quando viene confiscata e passa allo Stato? Spiega il prefetto Caruso: "Già in fase di sequestro le banche revocano i fidi, i clienti ritirano le commesse e la regolare fatturazione porta ad un inevitabile innalzamento dei costi di gestione. In più molti amministratori giudiziari sono incompetenti. Come faccio a mettere a reddito aziende così?". E proprio dal primo congresso nazionale degli amministratori giudiziari arriva la conferma: su dieci aziende confiscate alla criminalità, nove muoiono. "Si tratta di aziende che fino a quel momento si sono mosse fuori dai confini della legalità - spiega il presidente Domenico Posca - e risulta quasi impossibile mantenerle sul mercato con l'inevitabile aumento del conto economico al quale si aggiunge quasi sempre un irrigidimento delle banche e dei fornitori. La scommessa dello Stato deve essere quella di salvare centinaia di posti di lavoro, know how e validi impianti produttivi. È assolutamente necessario intervenire favorendo il mantenimento delle linee di credito e prevedendo un regime fiscale e previdenziale agevolato". Vendere i beni inutilizzabili. Ecco perché anche il prefetto Caruso invoca la possibilità di vendere i beni confiscati anche ai privati. "Ovviamente con tutte le garanzie del caso sull'acquirente. Il nostro sistema è così avanzato che, anche se qualcosa dovesse sfuggire, saremmo in grado di riconfiscarli. D'altra parte ditemi cosa dovrei fare di particelle di terreno indivisibili o di due stanze divise fra cinque eredi o di edifici con un'errata indicazione di dati catastali?". Al Parlamento, Caruso chiede benzina per far girare una macchina da Formula 1. "La sfida immensa - dice - è quella di mettere in grado l'Agenzia di lavorare bene. Ma come si fa a gestire beni che raggiungono il valore di una finanziaria con un organico carente e inadeguato?". Trenta persone in tutto per la sede principale di Reggio Calabria (che Caruso chiede di cambiare per le difficoltà di collegamento) e gli uffici di Roma, Palermo, Milano e quelle di prossima apertura di Napoli e Bari. Un budget da 4 milioni di euro che comporterà un taglio persino alle retribuzioni del personale che, accettando di lavorare all'Agenzia, guadagna meno rispetto ai colleghi delle amministrazioni di appartenenza. E ora, con l'entrata in vigore dei regolamenti attuativi, un ulteriore aggravio di lavoro. Perché all'Agenzia toccherà fare da supporto alla magistratura anche nella fase di sequestro e non solo più della confisca. "L'unica strada - è la proposta di Caruso - è trasformare l'Agenzia in un ente pubblico economico".

Come ottenere un bene confiscato. Possono farne richiesta tutte le associazioni di volontariato e le cooperative sociali. Servono i documenti che ne attestino l'effettiva esistenza.

1. La legge 109 del 96 regola le modalità di assegnazione per usi sociali dei beni già consegnati agli enti locali dall'Agenzia nazionale dei beni confiscati.
2. L'assegnazione può essere chiesta da tutte le associazioni di volontariato o dalle cooperative sociali che devono presentare un'istanza corredata dalla documentazione che attesti i requisiti previsti dalla legge.
3. I documenti necessari sono: statuto, atto costitutivo, iscrizione all'albo di appartenenza (albo degli Enti locali per le associazioni di volontariato, Onlus della Prefettura per le associazioni no-profit, Camera di Commercio per le cooperative).
4. Tutte le richieste vengono passate al vaglio per la verifica dei requisiti e poi si procede all'assegnazione.

Così dice la Legge, ma in realtà l’assegnazione ha un canale privilegiato: basta essere di sinistra e santificare i magistrati e essere compiacente con il Prefetto competente.

«L’antimafia che ha potere, è come la mafia (..) I professionisti dell’antimafia evocano la mafia laddove non c’è, e a Salemi la mafia non c’è. Ci sono comportamenti mafiosi e omertosi, ma non esiste più una mafia attiva. Questa è la verità, e chi è contro la verità è contro la legalità».

Cose che si sanno, ma non si devono dire. Diavolo di uno Sgarbi. E giù botte dalla saccente sinistra che con i suoi plotoni d’esecuzione, media e social network, tacitano ed isolano anche il più duro degli intellettuali liberi.

“L’antimafia che ha potere, è come la mafia”. Si conclude così l’intervista con il critico d’arte Vittorio Sgarbi a margine della presentazione del suo ultimo libro presso lo Spazio Krizia a Milano il 25 novembre 2011. E’ stata l’occasione per chiedere a Sgarbi del ritiro, da parte dello Stato, della delega che permette di scegliere e assegnare i Beni sequestrati alla mafia nel comune di Salemi. A chi era stata assegnata la delega? Al sindaco del Comune siciliano, ovvero a Sgarbi stesso, che ha spiegato così i retroscena della vicenda: «Volevo fare qualcosa di diverso coinvolgendo Slow Food, ma servivano soldi, e non se ne è fatto nulla.... Mi stanno sui coglioni i preti, soprattutto quelli che si occupano e gestiscono la cosa pubblica....I professionisti dell’antimafia evocano la mafia laddove non c’è, e a Salemi la mafia non c’è. Ci sono comportamenti mafiosi e omertosi, ma non esiste più una mafia attiva. Questa è la verità, e chi è contro la verità è contro la legalità». Sgarbi una idea precisa l’aveva, la sua voce è stata intercettata mentre diceva, parlando di quel terreno con un assessore, “mai a Don Ciotti”. Il 16 ottobre 2009 Sgarbi fu intercettato a parlare con un suo assessore, Caterina Bivona, a proposito della sollecitazione giunta dalla Prefettura di Trapani che pretendeva l’immediata assegnazione di quel terreno agricolo. Sgarbi chiedeva al suo assessore chi avesse presentato domanda per l’assegnazione di quel terreno. Il sindaco apprendeva che l’interesse era stato dichiarato da Slow Food e da Libera, e Sgarbi fu sentito subito dire “a quelli di Don Ciotti no”. L’assessore, d’accordo con lui, allora gli ricordava “il volere di Giammarinaro”, cioè darlo in gestione ad una associazione che si prende cura dell’assistenza ai portatori di handicap, l’Aias, e al suo presidente, Francesco Lo Trovato. Sgarbi telefonava a Giammarinaro e questo gli ribadiva quello che l’assessore gli aveva detto, il terreno a “Don Ciotti mai”, ma semmai all’Aias, una associazione di assistenza a portatori di handicap. Non è comunque accaduto nulla. Immobilismo totale. E ora il terreno non sarà più nelle disponibilità del Comune.

Il 19 maggio 2011 a Roma, nella sala conferenze dell’Hotel Nazionale il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ha tenuto una conferenza stampa nel corso della quale ha affrontato la questione dei beni confiscati alla mafia: «Rivendico la decisione di non dare quei terreni a «Libera». Sono amico di don Luigi Ciotti, ma non credo che ci debba essere il monopolio della gestione dei beni confiscati alla mafia. E con lo stesso ragionamento non ho voluto darli a Padre Francesco Fiorino che in nome di una chiesa salvifica oggi gestisce quasi tutti i beni confiscati alla mafia».

Libera replica alle dichiarazioni di Sgarbi su terreni confiscati a Salemi. In riferimento a quanto ha sostenuto Vittorio Sgarbi nei giorno scorsi in una conferenza stampa riguardo la destinazione dei terreni confiscati alla mafia nei pressi di Salemi: «Rivendico la decisione di non dare quei terreni a Libera. Sono amico di don Luigi Ciotti, ma non credo che ci debba essere il monopolio della gestione dei beni confiscati alla mafia». si precisa che Libera è un coordinamento nazionale di circa 1600 associazioni che, nel segno della più ampia trasversalità culturale, condividono l'impegno per la giustizia sociale e la legalità. Nasce nel 1995, con la raccolta di 1 milione di firme per sostenere la legge 109 sulla confisca dei beni alla mafia e il loro riutilizzo sociale. Da quel momento Libera ha contribuito, in collaborazione con le Prefetture, i Consorzi di Comuni e altri enti, all'apertura e alla promozione di sei cooperative (tre in Sicilia, una in Calabria, una in Puglia, una in Campania) attraverso bando pubblico, per favorire in quelle regioni, insieme a realtà che si spendono sul territorio come la Fondazione San Vito Onlus di padre Francesco Fiorino, che da anni svolge attività umanitarie e di riscatto sociale promuovendo e gestendo iniziative caritatevoli e assistenziali in ambito diocesano su indicazione della Caritas, l'occupazione e il protagonismo dei giovani. L'unico bene confiscato che Libera ha avuto in assegnazione è quello di Via IV Novembre a Roma dove si trova la sede nazionale. Per la promozione dei prodotti del marchio "Libera terra" si è costituita "Cooperare con Libera terra", una realtà che vede circa 60 soggetti del mondo della cooperazione, "Slow food" e altri enti impegnati a qualificare e sostenere la diffusione di prodotti biologici che hanno un valore insieme etico e commerciale, dimostrazione di come il bene e l'utile possano coincidere. Anche in Provincia di Trapani si è avviato, in collaborazione con l'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, la Prefettura e il Consorzio trapanese per la legalità e lo sviluppo, il percorso per la nascita di una nuova cooperativa sociale, formata da giovani del territorio selezionati con bando pubblico, che andrà a gestire terreni confiscati nei Comuni di Paceco, Partanna e Castelvetrano. Tra i partner del progetto ci sono la Diocesi di Mazara del Vallo e il Parco archeologico di Selinunte. La proposta avanzata da Libera è stata quella di inserire i terreni di Salemi in questione in questo progetto e non di ottenerne l' affidamento diretto. In conclusione non c'è dunque nessun "monopolio" sulla gestione dei beni confiscati. Il progetto di Libera di contrasto sociale alle mafie attraverso la creazione di posti di lavoro, di percorsi educativi, di investimenti culturali, di scommesse sulle risorse morali di chi non vuole cedere al fatalismo e alla rassegnazione, si regge da sempre sul "noi". Con i suoi molti limiti, Libera continuerà ad essere espressione di corresponsabilità, nella convinzione che la lotta contro le mafie e le "zone grigie" di corruzione e illegalità che le alimentano, si può vincere solo se ciascuno di noi farà la propria parte.

Nella polemica sui beni confiscati alla mafia intercorsa tra Vittorio Sgarbi e il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero è intervenuta il neonato “Movimento dei Forconi”, una associazione di agricoltori, allevatori e pastori siciliani che si autoproclamano “stanchi del disinteresse quando non del maltrattamento da parte delle istituzioni”. In un documento inviato al vescovo Mogavero, al Presidente nazionale di «Libera», Don Luigi Ciotti e al Pontefice, gli agricoltori Ignazio Ardagna e Martino Morsello, in rappresentanza del movimento hanno manifestato solidarietà a Vittorio Sgarbi e lanciato un durissimo atto di accusa contro la «oscura e poco “socialmente utile” gestione dei terreni agricoli sequestrati alla mafia e affidati a società apparentemente benefattrici». Nel documento questi signori, uno dei quali crediamo sia un grosso viticoltore salemitano, denunciano, come «queste società, nella conduzione di tali terreni, attingono a fondi pubblici, nascondendo la redditività aziendale, falsando quindi il mercato con la scusa del reintegro sociale di giovani disagiati.” Il riferimento è alle cooperative di giovani che, sotto l’egida dell’ Associazione “Libera” di Don Ciotti, da alcuni hanno gestiscono i beni confiscati conducendo aziende agricole di produzione e di trasformazione. Ebbene, secondo questa organizzazione, tutto questo costituirebbe una “offesa per il mondo agricolo che vede disintegrate le sue famiglie e che non trova più sostegno da parte della politica, dei sindacati, del mondo intellettuale e tanto meno della chiesa che in questo momento di sgomento dovrebbe scendere in campo per difendere veramente le aziende agricole e non strumentalizzarle”. In precedenza, come si ricorderà, rispondendo a Mogavero che lo aveva accusato di «gettare discredito nei confronti di associazioni ecclesiastiche», Sgarbi aveva tuonato che “La legalità è verità. E la Sicilia, nell’azione attuale dell’antimafia, diffonde menzogne”. A cui l’alto prelato mazarese aveva prontamente controreplicato affermando “Il mio modello di verità, è Giovanni Paolo II”. Fin troppo evidente il riferimento alla celebre invettiva lanciata dal Pontefice all’ombra dei Templi agrigentini. Cessata quella con il vescovo, ecco ora accendersi una ennesima polemica. Questa volta il bersaglio del sarcasmo del Sindaco di Salemi è il Prefetto di Trapani Marilisa Magno. Colpevole per avere invitato Sgarbi allo scambio degli auguri di Natale per il 16 dicembre. Saranno tutti presenti i sindaci della provincia. Mancherà all’appello solo il critico ferrarese. E fa sapere che quel giorno andrà alla Sagra del Culatello. In quale località non è specificato. Sappiamo solo che quella più importante si tiene nel mese di giugno. Poco importa. Vittorio Sgarbi infatti precisa di non potere essere a Trapani “perché impegnato alla Sagra del Culatello. Non mancherò di suggerire di partecipare al concerto agli esponenti del Consiglio Comunale che garantiscono le suggestive infiltrazioni mafiose nella nostra Amministrazione. Come lei sa, si tratta di eletti. Lei, fortunatamente, è stata nominata”. Per poi molto diplomaticamente concludere “Sperando di non vederla presto a Salemi, le invio i miei auguri di buon anno”.

http://www.repubblica.it/news/ired/ultimora/2006/rep_nazionale_n_2509279.html?ref=hpsbdx1


 LA MAFIA E GLI ORDINI PROFESSIONALI

IL DISORDINE CHE FA COMODO AGLI ORDINI

A cosa servono gli Ordini se non tengono ordine tra i loro iscritti, pretendendo il rispetto delle regole deontologiche?

Era una domanda lecita dopo la scelta dell'Ordine degli Avvocati di non muover foglia contro i neo-colleghi imputati della truffa all'esame di Catanzaro, quando copiarono in 2.295 su 2.301 lo stesso tema.

E legittima dopo la scoperta che l'Ordine dei Medici non si era mai accorto (in venti anni!) che Girolamo Sirchia aveva al Policlinico una segretaria pagata non dall'ospedale ma da un'industria farmaceutica fornitrice.

Ma è una domanda obbligata oggi dopo la lettura di "La zona grigia/Professionisti al servizio della mafia"; edizioni «La Zisa». In cui Nino Amadore, del Sole 24 Ore, ricostruisce le ambiguità e i silenzi dei vari Ordini nei confronti degli associati coinvolti in faccende di mafia, camorra, 'ndrangheta.

Colletti bianchi che, a sentire il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, sono indispensabili ai criminali: «Cosa Nostra gode purtroppo di una vasta rete di fiancheggiatori nell'ambito di una certa borghesia mafiosa, fatta di tecnici, di professionisti, di imprenditori, di esponenti politici e della burocrazia».

Come potrebbero certi padrini potentissimi ma semi- analfabeti investire nell'edilizia in Lussemburgo, nell'acquisto di un pacchetto azionario alle Cayman o nell'acquisto di 12 miliardi di metri cubi di gas dall'azienda ucraina Revne per «un valore di mercato di tre miliardi di euro» senza «un'accorta analisi fatta da gente preparata, che conosce i mercati »?

Come potrebbero appropriarsi degli appalti pubblici senza la complicità di architetti, ingegneri, commercialisti, funzionari regionali e comunali ben decisi a regolarsi sul loro lavoro come le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano?

Amadore ricorda, tra gli altri, il caso del tributarista coinvolto nella «operazione Occidente» che vide l'arresto di 46 persone appartenenti in parte al giro di Salvatore Lo Piccolo. «Accusato di aver riciclato il denaro delle 10 famiglie mafiose si è difeso: "Ho solo fatto il mio lavoro di consulente, di certo non vado a chiedere la fedina penale di tutti i miei clienti". » Tema: i suoi «probiviri» non han niente da dire?

Sempre lì torniamo: «quando» un Ordine può intervenire? Nel caso del processo per il riciclaggio del «tesoro » (stima: 150 milioni di euro) di Vito Ciancimino, il libro segnala come i professionisti condannati siano stati due: il tributarista palermitano Gianni Lapis e l'avvocato internazionalista romano Giorgio Ghiron. Cinque anni e 4 mesi a testa. Ma se Lapis è stato subito sospeso dall'Ordine di Palermo, Ghiron risulta, molti mesi dopo la sentenza, ancora al suo posto. O così dice il sito dell'Ordine di Roma. Come mai? Il destino personale dell'uomo, va da sé, non c'entra: se è innocente lo dimostrerà in Appello. Auguri. Ma resta il tema: perché, come sostiene il presidente dell'Ordine dei Medici Annibale Bianco, un Ordine dovrebbe attendere la sentenza in Cassazione per censurare un iscritto? Che ce ne facciamo di una sanzione supplementare se c'è già una sentenza che magari espelle il condannato dalla professione?

Se un Ordine non serve a tenere ordine «al di là» degli iter giudiziari, a cosa serve? A organizzare belle cene in compagnia?

di Gian Antonio Stella (giornalista scrittore) Articolo estratto da Corriere della Sera del 2 gennaio 2008

http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=144&titolo=IL%20DISORDINE%20CHE%20FA%20COMODO%20AGLI%20ORDINI