foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

Dr Antonio Giangrande  

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE IN TESTO: TEMA - TERRITORIO

 

 

http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gif INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA - ANTONIO GIANGRANDE - TELEWEBITALIA

80x80 LIBRI: HTML - EBOOK - BOOK - GOOGLE BOOKS

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA   

 

MEDIOPOLI

L'ITALIA DELLA CENSURA, DELL'OMERTA' E DELLA DISINFORMAZIONE

ART. 21 DELLA COSTITUZIONE

LIBERTA' DI MANIFESTARE IL PROPRIO PENSIERO ???

"L’Italia della libera informazione, di parte e gossippara, che pende dalle veline giudiziarie e la notizia la fa, non la dà. L’editoria è la casta più importante. Gli editori sono i veri censori e i manipolatori della coscienza civile. Il sistema prima riconosce la libertà di manifestare il proprio pensiero e poi ne impedisce  l’esercizio”

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

MEDIA ED INFORMAZIONE: UNA VERGOGNA

LA VERGOGNA DI ESSERE GIORNALISTI

 

RADIO PADANIA: RADIO VERGOGNA

 

AVETRANA E' HOLLYWOOD

 

DISINFORMAZIONE, GOGNA MEDIATICA E DIFFAMAZIONE

 

FEDERICO ALDROVANDI: SUBISCI E TACI

 

INFORMAZIONE E DISINFORMAZIONE. GIORNALISTI PAGATI DA POLITICA ED ECONOMIA

 

INFORMAZIONE SOTTO RICATTO

 

SFRUTTAMENTO E MISTIFICAZIONE

VIDEO SULLA RAI

 

SOMMARIO

INTRODUZIONE

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

C’E’ CHI FA IL VERO GIORNALISTA, MA NON LO E’, C’E’ INVECE CHI GIORNALISTA LO E’, MA NON LO MERITA.

LA LIBERTA' DI STAMPA E' PRECARIA.

LA LIBERTA' DI STAMPA E' SVENDUTA.

I CLAN DEL GIORNALISMO.

PARLIAMO DEGLI IDOLATRI DELL’INFORMAZIONE. L’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE. PARLIAMO DI ROBERTO SAVIANO. PARLIAMO DI MARCO TRAVAGLIO. PARLIAMO DI MICHELE SANTORO.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO.

DENUNCIA CONTRO UN MAGISTRATO.

SPECIALE PAOLO PAGLIARO E TELERAMA.

SPECIALE CANALE 8 TV.

SPECIALE ANTENNA SUD.

A PROPOSITO DI GIORNALISTI.

IL COSTO DELL’ONESTA’ E DEL MORALISMO DELLA RAI E DEI SUOI GIORNALISTI.

FLOP TELEVISIVI: MILIONI DI EURO PER PROGRAMMI ANDATI IN ONDA UNA SOLA VOLTA.

RADIO RAI1: FACCIO FUORI LA GIORNALISTA PER METTERE LA FIDANZATA. E GLI ASCOLTI? PESSIMI.

LA STORIA DI SPRECHI DELLE EDIZIONI DEI FESTIVAL: TUTTI I CACHET DI CONDUTTORI E OSPITI.

GIORNALISTI SOTTO INCHIESTA PENALE.

SUBISCI E TACI.

GUAI A FARE SCOOP SULLE NEFANDEZZE DEI GIUDICI.

SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

RADIO PADANIA, RADIO VERGOGNA.

NAVIGATE PER INFORMARVI E NAVIGATE INFORMATI.

A PROPOSITO DI WIKIPEDIA, L'ENCICLOPEDIA CENSORIA.

GIOCA CON I FANTI, MA LASCIA STARE I SANTI. (I MAGISTRATI)

A CHI CREDERE E DA CHI DIFENDERSI? LIBERTA’ DI CRONACA E LIBERTA’ DI CRITICA.

MAFIA, MALA POLITICA, MALA GIUSTIZIA: ECCO COME TI IMBAVAGLIO!!

QUERELOPOLI. TI SPIEGO COME TI TACCIO.

DIFFAMAZIONI MEDIATICHE STRUMENTALI.

PARLIAMO DEI TG SATIRICI E DEI PROGRAMMI D'INCHIESTA. FORTI CON I DEBOLI E DEBOLI CON I FORTI?

ALDROVANDI, STAMPA ALLA SBARRA.

GIORNALISTA PREZZOLATO (MALE), CITTADINO DISINFORMATO.

PARLIAMO DI LIBERTA' RICONOSCIUTA SOLO AI GIORNALISTI.

"ALL'ALBO, SIAM FASCISTI!"

PARLIAMO DI CENSURA: VERA O PRESUNTA.

PARLIAMO DI “MOSTRI IN PRIMA PAGINA” E “BUFALE” GIORNALISTICHE.

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.

INFORMAZIONE INATTENDIBILE. ORDINE DEI GIORNALISTI LOMBARDI: PROFESSIONE MALANDATA, DEGRADATA, IN MALAFEDE.

LA TV PUBBLICA IN MANO AI PARTITI: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ??? RAI, L'ORGIA DEL POTERE.

90 MILIONI DI EURO DALLA POLITICA PER LA TV PRIVATA: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

FREQUENZE TELEVISIVE NAZIONALI NEGATE: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

1 MILIARDO DI EURO DALLA POLITICA PER I GIORNALI: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

GIORNALISTA PRECARIO, CITTADINO ACCECATO.

GIORNALISTI DI SERIE A E GIORNALISTI DI SERIE B.

 

INTRODUZIONE

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo.  

Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Ho vissuto una breve vita confrontandomi con una sequela di generazioni difettate condotte in un caos organizzato. Uomini e donne senza ideali e senza valori succubi del flusso culturale e politico del momento, scevri da ogni discernimento tra il bene ed il male. L’Io è elevato all’ennesima potenza. La mia Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” composta da decine di saggi, riporta ai posteri una realtà attuale storica, per tema e per territorio, sconosciuta ai contemporanei perché corrotta da verità mediatiche o giudiziarie. 

Per la Conte dei Conti è l’Italia delle truffe. È l'Italia degli sprechi e delle frodi fotografata in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti che ha messo insieme le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali. La Corte dei Conti ha scandagliato l'attività condotta da tutte le procure regionali e ha messo insieme «le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente».

A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua.

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

«La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera». Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Ognuno di noi antropologicamente ha un limite, non dovuto al sesso, od alla razza, od al credo religioso, ma bensì delimitato dall’istruzione ricevuta ed all’educazione appresa dalla famiglia e dalla società, esse stesse influenzate dall’ambiente, dalla cultura, dagli usi e dai costumi territoriali. A differenza degli animali la maggior parte degli umani non si cura del proprio limite e si avventura in atteggiamenti e giudizi non consoni al loro stato. Quando a causa dei loro limiti non arrivano ad avere ragione con il ragionamento, allora adottano la violenza (fisica o psicologica, ideologica o religiosa) e spesso con la violenza ottengono un effimero ed immeritato potere o risultato. I più intelligenti, conoscendo il proprio limite, cercano di ampliarlo per risultati più duraturi e poteri meritati. Con nuove conoscenze, con nuovi studi, con nuove esperienze arricchiscono il loro bagaglio culturale ed aprono la loro mente, affinché questa accetti nuovi concetti e nuovi orizzonti. Acquisizione impensabile in uno stato primordiale. In non omologati hanno empatia per i conformati. Mentre gli omologati sono mossi da viscerale egoismo dovuto all’istinto di sopravvivenza: voler essere ed avere più di quanto effettivamente si possa meritare di essere od avere. Loro ed i loro interessi come ombelico del mondo. Da qui la loro paura della morte e la ricerca di un dio assoluto e personale, finanche cattivo: hanno paura di perdere il niente che hanno e sono alla ricerca di un dio che dal niente che sono li elevi ad entità. L'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale, perché mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l'uomo è in continua competizione con gli altri uomini. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento  e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.

Tutti vogliono avere ragione e tutti pretendono di imporre la loro verità agli altri. Chi impone ignora, millanta o manipola la verità. L'ignoranza degli altri non può discernere la verità dalla menzogna. Il saggio aspetta che la verità venga agli altri. La sapienza riconosce la verità e spesso ciò fa ricredere e cambiare opinione. Solo gli sciocchi e gli ignoranti non cambiano mai idea, per questo sono sempre sottomessi. La Verità rende liberi, per questo è importante far di tutto per conoscerla. 

Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.).

Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti).

La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.

Non sono conformato ed omologato, per questo son fiero ed orgoglioso di essere diverso.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

Recensione di un’opera editoriale osteggiata dalla destra e dalla sinistra. Perle di saggezza destinate al porcilaio.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. Lo dice Beppe Grillo e forse ha ragione. Ma tra di loro vi sono anche eccellenze di gran valore. Questo vale per le maggiori testate progressiste (Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano), ma anche per le testate liberali (Panorama, Oggi, Il Giornale, Libero Quotidiano). In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci, questi eccelsi giornalisti, attraverso le loro coraggiose inchieste, sono fonte di prova incontestabile per raccontare l’Italia vera, ma sconosciuta. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia. Tramite loro, citando gli stessi e le loro inchieste scottanti, Antonio Giangrande ha raccolto in venti anni tutto quanto era utile per dimostrare che la mafia vien dall’alto. Pochi lupi e tante pecore. Una selezione di nomi e fatti articolati per argomento e per territorio. L’intento di Giangrande è rappresentare la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui il Giangrande è il massimo cultore. Questa è la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. 40 libri scritti da Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. In occasione delle festività ed in concomitanza con le nuove elezioni legislative sarebbe cosa buona e utile presentare ai lettori una lettura alternativa che possa rendere più consapevole l’opinione dei cittadini. Un’idea regalo gratuita o con modica spesa, sicuramente gradita da chi la riceve. Non è pubblicità gratuita che si cerca per fini economici, né tanto meno è concorrenza sleale. Si chiede solo di divulgare la conoscenza di opere che già sul web sono conosciutissime e che possono anche esser lette gratuitamente. Evento editoriale esclusivo ed aggiornato periodicamente. Di sicuro interesse generale. Fa niente se dietro non ci sono grandi o piccoli gruppi editoriali. Ciò è garanzia di libertà.

Grazie per l’adesione e la partecipazione oltre che per la solidarietà.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 40 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40%  dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

La Costituzione all’art. 104 afferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”

Ne conviene che il dettato vuol significare non equiparare la Magistratura ad altro potere, ma differenziarne l’Ordine con il Potere che spetta al popolo. Ordine costituzionalizzato, sì, non Potere.

Magistrati. Ordine, non potere, come invece il più delle volte si scrive, probabilmente ricordando Montesquieu; il quale però aggiungeva che il potere giudiziario é “per così dire invisibile e nullo”. Solo il popolo è depositario della sovranità: per questo Togliatti alla Costituente avrebbe voluto addirittura che i magistrati fossero eletti dal popolo, per questo sostenne le giurie popolari. Ordine o potere che sia, in ogni caso è chiaro che di magistrati si parla.

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

E facile dire pregiudicato. Parliamo del comportamento degli avvocati. Il caso della condanna di Sallusti. Veniamo al primo grado: l’avvocato di Libero era piuttosto noto perché non presenziava quasi mai alle udienze, preferendo mandarci sempre un sostituto sottopagato, dice Filippo Facci. E qui, il giorno della sentenza, accadde un fatto decisamente singolare. Il giudice, una donna, lesse il dispositivo che condannava Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4000 (più 30mila di risarcimento, che nel caso dei magistrati è sempre altissimo) ma nelle motivazioni della sentenza, depositate tempo dopo, lo stesso giudice si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva. Un’esagerazione? Si può pensarlo. Tant’è, ormai era andata: sia il querelante sia la Procura sia gli avvocati proposero tuttavia appello (perché in Italia si propone sempre appello, anche quando pare illogico o esagerato) e la sentenza della prima sezione giunse il 17 giugno 2011. E qui accadeva un altro fatto singolare: l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell’ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis. Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio – uno che passava di lì, letteralmente – sicché la sentenza cambiò volto: come richiesto dall’accusa, Monticone si beccò un anno con la condizionale e Sallusti si beccò un anno e due mesi senza un accidente di condizionale, e perché? Perché aveva dei precedenti per l’omesso controllo legato alla diffamazione. Il giudice d’Appello, in pratica, recuperò la detenzione che il giudice di primo grado aveva dimenticato di scrivere nel dispositivo.

Ma anche il Tribuno Marco Travaglio è stato vittima degli avvocati. Su Wikipedia si legge che nel 2000 è stato condannato in sede civile, dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti a causa di un articolo in cui Travaglio ha definito Previti «un indagato» su “L’Indipendente”. Previti era effettivamente indagato ma a causa dell'impossibilità da parte dell' avvocato del giornale di presentare le prove in difesa di Travaglio in quanto il legale non era retribuito, il giornalista fu obbligato al risarcimento del danno quantificato in 79 milioni di lire. Comunque lui stesso a “Servizio Pubblico” ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

Ma chi e quando le cose cambieranno?

Per fare politica in Italia le strade sono poche, specialmente se hai qualcosa da dire e proponi soluzioni ai problemi generali. La prima è cominciare a partecipare a movimenti studenteschi fra le aule universitarie, mettersi su le stellette di qualche occupazione e poi prendere la tessera di un partito. Se di sinistra è meglio. Poi c'è la strada della partecipazione politica con tesseramento magari sfruttando una professione che ti metta in contatto con molti probabili elettori: favoriti sono gli avvocati, i medici di base ed i giornalisti. C'è una terza via che sempre più prende piede. Fai il magistrato. Se puoi occupati di qualche inchiesta che abbia come bersaglio un soggetto politico, specie del centro destra, perché gli amici a sinistra non si toccano. Comunque non ti impegnare troppo. Va bene anche un'archiviazione. Poi togli la toga e punta al Palazzo. Quello che interessa a sinistra è registrare questo movimento arancione con attacco a tre punte: De Magistris sulla fascia, Di Pietro in regia e al centro il nuovo bomber Antonio Ingroia. Se è un partito dei magistrati e per la corporazione dei magistrati. Loro "ci stanno".

Rivoluzione Civile è una formazione improvvisata le cui figure principali di riferimento sono tre magistrati: De Magistris, Di Pietro e Ingroia. Dietro le loro spalle si rifugiano i piccoli partiti di Ferrero, Diliberto e Bonelli in cerca di presenza parlamentare. E poi, ci mancherebbe, con loro molte ottime persone di sinistra critica all’insegna della purezza. Solo che la loro severità rivolta in special modo al Partito Democratico, deve per forza accettare un’eccezione: Antonio Di Pietro. La rivelazione dei metodi disinvolti con cui venivano gestiti i fondi dell’Italia dei Valori, e dell’uso personale che l’ex giudice fece di un’eredità cospicua donata a lui non certo per godersela, lo hanno costretto a ritirarsi dalla prima fila. L’Italia dei Valori non si presenta più da sola, non per generosità ma perchè andrebbe incontro a una sconfitta certa. Il suo leader però viene ricandidato da Ingroia senza troppi interrogativi sulla sua presentabilità politica. “Il Fatto”, solitamente molto severo, non ha avuto niente da obiettare sul Di Pietro ricandidato alla chetichella. Forse perchè non era più alleato di Bersani e Vendola? Si chiede Gad Lerner.

Faceva una certa impressione nei tg ascoltare Nichi Vendola (che, secondo Marco Ventura su “Panorama”, la magistratura ha salvato dalle accuse di avere imposto un primario di sua fiducia in un concorso riaperto apposta e di essere coinvolto nel malaffare della sanità in Puglia) dire che mentre le liste del Pd-Sel hanno un certo profumo, quelle del Pdl profumano “di camorra”. E che dire di Ingroia e il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso. Il candidato Ingroia, leader rivoluzionario, da pm faceva domande e i malcapitati dovevano rispondere. Poi a rispondere, come candidato premier, tocca a lui. E lui le domande proprio non le sopporta, come ha dimostrato nella trasmissione condotta su Raitre da Lucia Annunziata. Tanto da non dimettersi dalla magistratura, da candidarsi anche dove non può essere eletto per legge (Sicilia), da sostenere i No Tav ed avere come alleato l'inventore della Tav (Di Pietro), da criticare la legge elettorale, ma utilizzarla per piazzare candidati protetti a destra e a manca. L'elenco sarebbe lungo, spiega Alessandro Sallusti. Macchè "rivoluzione" Ingroia le sue liste le fa col manuale Cencelli. L'ex pm e i partiti alleati si spartiscono i posti sicuri a Camera e Senato, in barba alle indicazioni delle assemblee territoriali. Così, in Lombardia, il primo lombardo è al nono posto. Sono tanti i siciliani che corrono alle prossime elezioni politiche in un seggio lontano dall’isola. C’è Antonio Ingroia capolista di Rivoluzione Civile un po' dappertutto. E poi ci sono molti "paracadutati" che hanno ottenuto un posto blindato lontano dalla Sicilia. Pietro Grasso, ad esempio, è capolista del Pd nel Lazio: "Non mi candido in Sicilia per una scelta di opportunità", ha detto, in polemica con Ingroia, che infatti in Sicilia non è eleggibile. In Lombardia per Sel c'è capolista Claudio Fava, giornalista catanese, e non candidato alle ultime elezioni regionali per un pasticcio fatto sulla sua residenza in Sicilia (per fortuna per le elezioni politiche non c'è bisogno di particolare documentazione....). Fabio Giambrone, braccio destro di Orlando, corre anche in Lombardia e in Piemonte. Celeste Costantino, segretaria provinciale di Sel a Palermo è stata candidata, con qualche malumore locale, nella circoscrizione Piemonte 1. Anna Finocchiaro, catanese e con il marito sotto inchiesta è capolista del Pd, in Puglia. Sarà lei in caso di vittoria del Pd la prossima presidente del Senato. Sempre in Puglia alla Camera c'è spazio per Ignazio Messina al quarto posto della lista di Rivoluzione civile. E che dire di Don Gallo che canta la canzone partigiana "Bella Ciao" sull'altare, sventolando un drappo rosso.

"Serve una legge per regolamentare e limitare la discesa in politica dei magistrati, almeno nei distretti dove hanno esercitato le loro funzioni, per evitare che nell'opinione pubblica venga meno la considerazione per i giudici". Lo afferma il presidente della Cassazione, nel suo discorso alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario 2013. Per Ernesto Lupo devono essere "gli stessi pm a darsi delle regole nel loro Codice etico". Per la terza e ultima volta - dal momento che andrà in pensione il prossimo maggio - il Primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha illustrato - alla presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche dello Stato - la «drammatica» situazione della giustizia in Italia non solo per la cronica lentezza dei processi, 128 mila dei quali si sono conclusi nel 2012 con la prescrizione, ma anche per la continua violazione dei diritti umani dei detenuti per la quale è arrivato l’ultimatum dalla Corte Ue. Sebbene abbia apprezzato le riforme del ministro Paola Severino - taglio dei “tribunalini” e riscrittura dei reati contro la pubblica amministrazione - Lupo ha tuttavia sottolineato che l’Italia continua ad essere tra i Paesi più propensi alla corruzione. Pari merito con la Bosnia, e persino dietro a nazioni del terzo mondo. Il Primo presidente ha, poi, chiamato gli stessi magistrati a darsi regole severe per chi scende in politica e a limitarsi, molto, nel ricorso alla custodia in carcere.  «È auspicabile - esorta Lupo - che nella perdurante carenza della legge, sia introdotta nel codice etico quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica e parlamentare, che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare». Per regole sulle toghe in politica, si sono espressi a favore anche il Procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani, che ha criticato i pm che flirtano con certi media cavalcando le inchieste per poi candidarsi, e il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli. Per il Primo presidente nelle celle ci sono 18.861 detenuti di troppo e bisogna dare più permessi premio. Almeno un quarto dei reclusi è in attesa di condanna definitiva e i giudici devono usare di più le misure alternative.

"Non possiamo andare avanti così - lo aveva già detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario 2009 - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria".

Questo per far capire che il problema “Giustizia” sono i magistrati. Nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". La denuncia arriva addirittura dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, sempre nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.

Ma è questa la denuncia più forte che viene dall'apertura dell'anno giudiziario 2013 nelle Corti d'Appello: «Non trovo nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche - ha detto il presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce. Ma ha aggiunto una stoccata anche ad alcuni suoi colleghi - Non mi piacciono - ha affermato - i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Parlano molto di sè e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell' imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all'acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano. I magistrati che si candidano esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini, ma Piero Calamandrei diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra».

Dove non arrivano a fare le loro leggi per tutelare prerogative e privilegi della casta, alcuni magistrati, quando non gli garba il rispetto e l’applicazione della legge, così come gli è dovuto e così come hanno giurato, disapplicano quella votata da altri. Esempio lampante è Taranto. I magistrati contestano la legge, anziché applicarla, a scapito di migliaia di lavoratori. Lo strapotere e lo straparlare dei magistrati si incarna in alcuni esempi. «Ringrazio il Presidente della Repubblica, come cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo». Sono le parole con le quali il presidente della Corte d'appello, Mario Buffa, ha aperto, riferendosi alla caduta del Governo Berlusconi, la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 nell'aula magna del palazzo di giustizia di Lecce. «Per fortuna il vento sembra essere cambiato – ha proseguito Buffa: la nuova ministra non consuma le sue energie in tentativi di delegittimare la magistratura, creando intralci alla sua azione». Ma il connubio dura poco. L’anno successivo, nel 2013, ad aprire la cerimonia di inaugurazione è stata ancora la relazione del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa. Esprimendosi sull’Ilva di Taranto ha dichiarato che “il Governo ha fatto sull’Ilva una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata in Italia negli ultimi venti anni, una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano a inquinare di notte”. Alla faccia dell’imparzialità. Giudizi senza appello e senza processo. Non serve ai magistrati candidarsi in Parlamento. La Politica, in virtù del loro strapotere, anche mediatico, la fanno anche dai banchi dei tribunali. Si vuole un esempio? "E' una cosa indegna". Veramente mi disgusta il fatto che io debba leggere sul giornale, momento per momento, 'stanno per chiamare la dottoressa Tizio, la stanno chiamando...l'hanno interrogato...la posizione si aggrava'". E ancora: "Perchè se no qua diamo per scontato che tutto viene raccontato dai giornali, che si fa il clamore mediatico, che si va a massacrare la gente prima ancora di trovare un elemento di colpevolezza". E poi ancora: "A me pare molto più grave il fatto che un cialtrone di magistrato dia indebitamente la notizia in violazione di legge...". Chi parla potrebbe essere Silvio Berlusconi, che tante volte si è lamentato di come le notizie escano dai tribunali prima sui giornali che ai diretti interessati. E invece, quelle che riporta il Corriere della Sera, sono parole pronunciate nel giugno 2010 nientemeno che del capo della polizia Antonio Manganelli, al telefono col prefetto Nicola Izzo, ex vicario della polizia. Ed allora “stronzi” chi li sta a sentire.

«L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete». «Come ha potuto Antonio Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce. Si vergogni». È il commento del procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, ai microfoni del TgLa7 condotto da Enrico Mentana contro l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ora leader di Rivoluzione civile. Non si è fatta attendere la replica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo che dagli schermi di Ballarò respinge le accuse della sua ex collega: «Probabilmente non ha letto le mie parole, s'informi meglio. Io non mi sono mai paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento» E poi. «Ho atteso finora una smentita, invano. Siccome non è arrivata dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca. Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo». «Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica». Un'ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Che sostanzialmente ha ammesso l'esistenza (per non dire l'appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: «Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico». L’ex pm ha poi affermato che «ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo. Si può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti, il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista». Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché "mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto", ha aggiunto Ingroia. Dice dunque Ingroia, neoleader dell'arancia meccanica: «Piero Grasso divenne procuratore nazionale perché scelto da Berlusconi grazie a una legge ad hoc che escludeva Gian Carlo Caselli». Come se non bastasse, Ingroia carica ancora, come in un duello nella polvere del West: «Grasso è il collega che voleva dare un premio, una medaglia al governo Berlusconi per i suoi meriti nella lotta alla mafia». Ma poi, già che c'è, Caselli regola i conti anche con Grasso: «È un fatto storico che ai tempi del concorso per nominare il successore di Vigna le regole vennero modificate in corso d'opera dall'allora maggioranza con il risultato di escludermi. Ed è un fatto che questo concorso lo vinse Grasso e che la legge che mi impedì di parteciparvi fu dichiarata incostituzionale». Dunque, la regola aurea è sempre quella. I pm dopo aver bacchettato la società tutta, ora si bacchettano fra di loro, rievocano pagine più o meno oscure, si contraddicono con metodo, si azzannano con ferocia. E così i guardiani della legalità, le lame scintillanti della legge si graffiano, si tirano i capelli e recuperano episodi sottovuoto, dissigillando giudizi rancorosi. Uno spettacolo avvilente. Ed ancora a sfatare il mito dei magistrati onnipotenti ci pensano loro stessi, ridimensionandosi a semplici uomini, quali sono, tendenti all’errore, sempre impunito però. A ciò serve la polemica tra le Procure che indagano su Mps.  «In certi uffici di procura "sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional. C'è stata una gara tra diversi uffici giudiziari, ma sembra che la new entry abbia acquisito una posizione di primato irraggiungibile». Nel suo intervento al congresso di Magistratura democratica del 2 febbraio 2013 il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha alluso criticamente, pur senza citarla direttamente, alla procura di Trani, l'ultima ad aprire, tra le tante inchieste aperte, un'indagine su Mps. «No al protagonismo di certi magistrati che si propongono come tutori del Vero e del Giusto magari con qualche strappo alle regole processuali e alle garanzie, si intende a fin di Bene». A censurare il fenomeno il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nel suo intervento al congresso di Md. Il procuratore di Milano ha puntato l'indice contro il "populismo" e la "demagogia" di certi magistrati, che peraltro - ha osservato - "non sanno resistere al fascino" dell'esposizione mediatica. Di tutto quanto lungamente ed analiticamente detto bisogna tenerne conto nel momento in cui si deve dare un giudizio su indagini, processi e condanne. Perché mai nulla è come appare ed i magistrati non sono quegli infallibili personaggi venuti dallo spazio, ma solo uomini che hanno vinto un concorso pubblico, come può essere quello italiano. E tenendo conto di ciò, il legislatore ha previsto più gradi di giudizio per il sindacato del sottoposto. 

La Repubblica delle manette (e degli orrori giudiziari). Augusto Minzolini, già direttore del Tg1, è stato assolto ieri dall'accusa di avere usato in modo improprio la carta di credito aziendale. Tutto bene? Per niente, risponde scrive Alessandro Sallusti. Perché quell'accusa di avere mangiato e viaggiato a sbafo (lo zelante Pm aveva chiesto due anni di carcere) gli è costata il posto di direttore oltre che un anno e mezzo di linciaggio mediatico da parte di colleghi che, pur essendo molto esperti di rimborsi spese furbetti, avevano emesso una condanna definitiva dando per buono il teorema del Pm (suggerito da Antonio Di Pietro, guarda caso). Minzolini avrà modo di rifarsi in sede civile, ma non tutti i danni sono risarcibili in euro, quando si toccano la dignità e la credibilità di un uomo. Fa rabbia che non il Pm, non la Rai, non i colleghi infangatori e infamatori sentano il bisogno di chiedere scusa. È disarmante che questo popolo di giustizialisti non debba pagare per i propri errori. Che sono tanti e si annidano anche dentro l'ondata di manette fatte scattare nelle ultime ore: il finanziere Proto, l'imprenditore Cellino, il manager del Montepaschi Baldassarri. Storie diverse e tra i malcapitati c'è anche Angelo Rizzoli, l'erede del fondatore del gruppo editoriale, anziano e molto malato anche per avere subito un calvario giudiziario che gli ha bruciato un terzo dell'esistenza: 27 anni per vedersi riconosciuta l'innocenza da accuse su vicende finanziarie degli anni Ottanta. L'uso spregiudicato della giustizia distrugge le persone, ma anche il Paese. Uno per tutti: il caso Finmeccanica, che pare creato apposta per oscurare la vicenda Montepaschi, molto scomoda alla sinistra. Solo la magistratura italiana si permette di trattare come se fosse una tangente da furbetti del quartierino il corrispettivo di una mediazione per un affare internazionale da centinaia di milioni di euro. Cosa dovrebbe fare la più importante azienda di alta tecnologia italiana (70mila dipendenti iper qualificati, i famosi cervelli) in concorrenza con colossi mondiali, grandi quanto spregiudicati? E se fra due anni, come accaduto in piccolo a Minzolini, si scopre che non c'è stato reato, chi ripagherà i miliardi in commesse persi a favore di aziende francesi e tedesche? Non c'entra «l'elogio della tangente» che ieri il solito Bersani ha messo in bocca a Berlusconi, che si è invece limitato a dire come stanno le cose nel complicato mondo dei grandi affari internazionali. Attenzione, che l'Italia delle manette non diventi l'Italia degli errori e orrori.

Un tempo era giustizialista. Ora invece ha cambiato idea. Magari si avvicinano le elezioni e Beppe Grillo comincia ad avere paura anche lui. Magari per i suoi. Le toghe quando agiscono non guardano in faccia nessuno. E così anche Beppe se la prende con i magistrati: "La legge protegge i delinquenti e manda in galera gli innocenti", afferma dal palco di Ivrea. Un duro attacco alla magistratura da parte del comico genovese, che afferma: "Questa magistratura fa paura. Io che sono un comico ho più di ottanta processi e Berlusconi da presidente del Consiglio ne ha 22 in meno, e poi va in televisione a lamentarsi". Il leader del Movimento Cinque Stelle solo qualche tempo fa chiedeva il carcere immediato per il crack Parmalat e anche oggi per lo scandalo di Mps. Garantista part-time - Beppe ora si scopre garantista. Eppure per lui la presunzione di innocenza non è mai esistita. Dai suoi palchi ha sempre emesso condanne prima che finissero le istruttorie. Ma sull'attacco alle toghe, Grillo non sembra così lontano dal Cav. Anche se in passato, il leader Cinque Stelle non ha mai perso l'occasione per criticare Berlusconi e le sue idee su una riforma della magistratura. E sul record di processi Berlusconi, ospite di Sky Tg24, ha precisato: "Grillo non è informato. Io ho un record assoluto di 2700 udienze. I procedimenti contro di me più di cento, credo nessuno possa battere un record del genere".

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

C’E’ CHI FA IL VERO GIORNALISTA, MA NON LO E’, C’E’ INVECE CHI GIORNALISTA LO E’, MA NON LO MERITA.

Le “Quirinarie” sul blog di Beppe Grillo hanno finalmente eletto quello che – salvo rinunce – sarà il candidato presidente della Repubblica per il Movimento 5 Stelle: Milena Gabanelli, giornalista televisiva.

Un po’ il colmo che la persona che i pentastellati andranno a votare faccia parte proprio di quella «casta» che Grillo il 29 marzo 2013 definì «peggiore di quella dei politici». Per la precisione, sul suo blog il comico divise i giornalisti in tre categorie: «gli indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati), gli schiavi (tantissimi, sfruttati e pagati 5/10/20 euro a pezzo) e i Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti e dalle lobby (direttori di testata, caporedattori, grandi firme, intellettuali per meriti sul campo)». La Gabanelli inoltre, viene fuori da quella stessa televisione di Stato che Grillo ha sempre definito una struttura «morta da un pezzo» nella quale «gli unici a non saperlo sono quelli che ci vanno». Curioso che quindi una formazione politica porterà in auge un rappresentante di quello stesso universo tanto criticato. In merito si ricorda Vito Crimi, capogruppo al Senato, che il 21 marzo affermò «i giornalisti e le tv li sto rifiutando tutti perché mi stanno veramente sul cazzo» a degli studenti per Radio 24. È dunque passata molta acqua sotto ai ponti dallo scorso 22 febbraio 2013, quando Grillo concluse la campagna elettorale a Piazza San Giovanni: allora, i giornalisti furono esclusi dal backstage, ora verranno portati al Colle.

Questa è “Mi-Jena Gabanelli” (secondo Dagospia), la Giovanna D’Arco di Rai3, che i grillini volevano al Quirinale. Milena Gabanelli intervistata da Gian Antonio Stella per "Sette - Corriere della Sera".

Sei impegnata da anni nella denuncia delle storture degli ordini professionali: cosa pensi dell'idea di Grillo di abolire solo quello dei giornalisti?

«Mi fa un po' sorridere. Credo che impareranno che esistono altri ordini non meno assurdi. Detto questo, fatico a vedere l'utilità dell'Ordine dei giornalisti. Credo sarebbe più utile, come da altre parti, un'associazione seria e rigorosa nella quale si entra per quello che fai e non tanto per aver dato un esame...».

Ti pesa ancora la bocciatura?

«Vedi un po' tu. L'ho fatto assieme ai miei allievi della scuola di giornalismo. Loro sono passati, io no».

Bocciata agli orali per una domanda su Pannunzio.

«Non solo. Avrò risposto a tre domande su dieci. Un disastro. Mi chiesero cos'era il Coreco. Scena muta».

Come certi parlamentari beccati dalle Iene fuori da Montecitorio...

«Le Iene fanno domande più serie. Tipo qual è la capitale della Libia. Il Coreco!».

Essere bocciata come Alberto Moravia dovrebbe consolarti.

«C'era una giovane praticante che faceva lo stage da noi. Le avevo corretto la tesina... Lei passò, io no. Passarono tutti, io no».

Mai più rifatto?

«No. Mi vergognavo. Per fare gli orali dovevi mandare a memoria l'Abruzzo e io lavorando il tempo non l'avevo».

Nel senso del libro di Franco Abruzzo, giusto?

«Non so se c'è ancora quello. So che era un tomo che dovevi mandare a memoria per sapere tutto di cose che quando ti servono le vai a vedere volta per volta. Non ha senso. Ho pensato che si può sopravvivere lo stesso, anche senza essere professionista».

LA LIBERTA' DI STAMPA E' PRECARIA.

La libertà di stampa è precaria? Migliaia di giornalisti muoiono di fame. Nicola Biondo è un giornalista freelance: ha lavorato nella redazione di "Blu notte" di Carlo Lucarelli e, nel 2009, ha pubblicato insieme a Sigfrido Ranucci, il libro "Il patto" (Chiarelettere). L'arguto collega ha scritto un esilarante articolo sulla "più bella professione", analizzando il concetto di libertà di stampa e lo stato di precarietà di troppi giovani: il suo "sfogo -testimonianza" è stato pubblicato sul famoso "Blog di Beppe Grillo" destando non pochi scalpori fra "gli addetti ai lavori". Dal Blog di Beppe Grillo riportato da “Lucca News”. Ve lo proponiamo pari pari, nell'intento, forse, di far riflettere, qualcuno...

"Dove vanno a finire i soldi che lo Stato da ai giornali? Di sicuro non servono a pagare i giornalisti. Anzi. Perché in Italia tranne rare eccezioni fare il giornalista significa rassegnarsi ad una vita da precario. Se c'è un microcosmo lavorativo che riassume tutti i difetti del sistema Italia è quello del giornalismo. E allora, dove finisce il finanziamento pubblico? Nei mega stipendi a direttori, capiredattori, amministratori delegati e a tutte quelle penne illustri (?) che si ergono a guide morali che da anni non portano un straccio di notizia, ma commentano, avvertono, monitano.

Vi hanno detto che la libertà di stampa è minacciata dalla mafia, da Berlusconi, dalle mille leggi bavaglio. Minchiate. La libertà di stampa è minacciata dalla miseria in cui vivono e lavorano migliaia di giornalisti sfruttati: dagli editori, dai direttori e, infine, dai loro stessi colleghi assunti con contratto a tempo indeterminato che quando scioperano, protestano, denunciano è solo per i loro privilegi di giornalisti professionisti e assunti mentre gli altri muoiono di fame.

Facciamo un esempio. Un articolo di cronaca, secondo una ricerca compiuta dall'Ordine dei giornalisti pubblicata nel 2011, viene pagato anche 5 euro lordi a 60-90 giorni dalla pubblicazione. Sono i numeri della vergogna, la cifra, vera, della censura. Ecco cosa dicono: La Repubblica a fronte di 16.186.244,00* euro di contributi dello Stato all'editoria elargisce un compenso che varia tra i 30 e i 50 euro lordi a pezzo. Il Messaggero, che riceve 1.449.995,00** euro di contributi pubblici, riconosce 9 euro di compenso per le brevi, 18 euro le notizie medie e 27 euro le aperture. Lordi, ovviamente. Il Sole 24 Ore: 19.222.767,00** euro di contributi pubblici e 0,90 euro a riga, con cessione dei diritti d'autore. Libero: 5.451.451** di finanziamenti pubblici e 18 euro lordi per un'apertura. Il Nuovo Corriere di Firenze (chiuso nel maggio 2012) riceve 2.530.638,81*** euro di contributi pubblici e paga a forfait tra i 50 e i 100 euro al mese, il Giornale di Sicilia a fronte di un finanziamento di quasi 500 mila euro (anno 2006) paga 3,10 euro.

Provate a immaginare quanti articoli servono per arrivare ad uno stipendio decente. Provate ad immaginare quale sarà la pensione di chi scrive con un simile onorario (?). Perché questi giornalisti, se iscritti all'ordine- sennò sono abusivi ed è un reato penale - i contributi devono versarli da sé, nella misura del 10 per cento del compenso netto più un due per cento di quello lordo. Che vanno a confluire nella "gestione separata" (mai nome fu più azzeccato) dell'ente pensionistico dei giornalisti, l'Inpgi. Una "serie B" della cassa principale che, invece, prevede pensioni, disoccupazione, case in affitto, mutui ipotecari, prestiti e assicurazione infortuni. Ma questa vale solo per quelli "bravi", quelli a cui viene applicato il contratto collettivo nazionale di lavoro giornalistico che, solo nel 2011, dopo 6 anni, è stato rinnovato. Insomma quelli assunti. Che ovviamente sono una piccola minoranza.

Ma, attenzione, questo solo per quanto concerne la parte economica. Perché il contratto collettivo non disciplina solo il trattamento economico ma regola a tutti gli effetti i rapporti fra datore di lavoro (editore) e lavoratore (giornalista). Fissa, insomma, diritti e doveri. Ma, ancora una volta, questo vale solo per chi il contratto ce l'ha e, quindi, tutti gli altri vivono nel far west, perché la loro posizione non è disciplinata da nulla. E si tratta della stragrande maggioranza dei giornalisti della carta stampata - da Repubblica fino al più piccolo foglio di provincia: precari, sottopagati, sfruttati, senza copertura legale, senza ferie, senza nulla. È questa moltitudine, oltre il 70% degli iscritti all'Ordine, che permette ai giornali cartacei e on-line, alle agenzie di stampa di produrre notizie 24 ore al giorno. Senza di loro le pagine bianche sarebbero molte di più di quelle scritte. La carta stampata riceve centinaia di milioni di euro di contributi dallo Stato ogni anno, ma lo Stato non chiede agli editori in cambio di garantire compensi minimi e tutele contrattuali ai collaboratori.

Poi arriva la Fornero, ministro al Lavoro (nero) e di fronte alla più elementare delle proposte di legge sull'equo compenso ai giornalisti precari dice: "Non mi sembra opportuno". Della serie siete precari, non siete figli di papà (giornalista), e allora morite. E qualcuno c'è anche morto, stufo di subire. Come Pierpaolo Faggiano, collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno, che nel giugno 2011 si è tolto la vita: non sopportava più, a quarantuno anni, di vivere da precario.

Chiara Baldi, da giornalista precaria ha scritto una tesi sul precariato: "i giornalisti sono "i più precari tra i precari" – scrive Baldi - "perché lo stipendio da fame li costringe anche a rinunciare ai principi deontologici a cui invece dovrebbero attenersi. Una buona informazione è possibile solo quando chi la fornisce non deve sottostare al ricatto di uno stipendio misero. Più è basso il guadagno del giornalista e più sarà alta la sua "voglia" di produrre senza professionalità, non tanto per un desiderio malato di non essere professionale, quanto per una necessità: quella di guadagnare".

Il potere, di qualsiasi colore, non ama i giornalisti e in Italia per disinnescare il problema è stato consentito che diventare giornalisti, essere assunti, sia un privilegio di pochi, così che la stampa diventi il cagnolino del regime e non il guardiano. Assumere il figlio del giornalista è come candidare il Trota, sangue vecchio sostituisce altro sangue vecchio. Altro che bavaglio. Provate voi ad essere liberi a 5 euro a pezzo (lordi)." Nicola Biondo, giornalista freelance.

LA LIBERTA' DI STAMPA E' SVENDUTA.

Giornalisti sul libro paga dell’Ilva? L’Odg chiede gli atti.

Uno scandalo nello scandalo dell'Ilva riguarda i rapporti fra la grande azienda e la stampa locale. Dalle intercettazioni, vengono fuori pratiche e connivenze disgustose. I giornalisti si dividono grosso modo in due categorie: i pochi che si ostinano a fare il proprio mestiere e vengono sottoposti a minacce e intimidazioni, e i molti che si mettono "a disposizione". Risulta avviata un'indagine da parte dell'Ordine dei giornalisti di Puglia. L’Ordine dei giornalisti della Puglia, presieduto da Paola Laforgia, ha annunciato che chiederà alla Procura della Repubblica di Taranto “l’invio degli atti dai quali emergano eventuali coinvolgimenti di colleghi in comportamenti illeciti”. Vari quotidiani nazionali, infatti, pubblicano notizie in cui si fa riferimento a intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta Ilva da cui risulterebbe che dirigenti dell’azienda siderurgica avrebbero progettato di pagare “tutta la stampa”.

“Taranto Oggi”, il giornale più odiato dall’Ilva, scrive Sandra Amurri inviata a Taranto (Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2012). I giornalisti di Taranto Oggi, uno dei quotidiani più diffusi in città e in Provincia, informano senza svendere la loro dignità all’Ilva in cambio della pubblicità. E per questo meritano un “sacco di legnate”, parola del professor Ilvo Allegrini che il 15 luglio 2010, scrive al Gip Todisco nell’ordinanza, dice ad Archinà che “dalla rassegna stampa emerge che Taranto Oggi fa degli attacchi ad personam molto pericolosi. Allegrini dice che se gli attacchi sono rivolti a lui poco male tanto nell’eventualità parla con degli amici di San Lorenzo e gli farà dare un sacco di legnate. Allo stesso modo Girolamo Archinà dice che anche lui è in buoni rapporti con dei calabresi e quindi si può regolare di conseguenza, il problema è di chi non ha amici. Poi Girolamo Archinà dice che il problema è che Taranto Oggi fa questa campagna solo perché vuole soldi”. Invece è il solo quotidiano a non averne mai accettati in cambio della pubblicità dell’Ilva. A parlare sono il chimico di fama Allegrini, membro del Cnr e del comitato scientifico del Centro Studi Ilva, consulente della difesa nel processo del 2005 in cui Riva sono stati condannati, e Girolamo Archinà, responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, arrestato per una mazzetta di 10 mila euro, che ad Allegrini dice: “É così che bisogna fare, più che prendersela con il sindaco… con il procuratore che lui l’azione penale è obbligatoria … nel momento in cui ti fanno le denunce, ti fanno le sollecitazioni, trovano una sporca stampa che fanno da cassa di risonanza… cioè io ho sempre sostenuto che bisogna pagare la stampa per tagliarle la lingua !”. Allegrini : “Sì”. Ma Taranto Oggi continua a denunciare ogni iniziativa dell’Ilva che cerca di accreditare l’immagine dell’azienda responsabile che sfama 12 mila famiglie. Per esempio il convegno organizzato dal Centro Studi sulla pericolosità del fumo di sigaretta, come dire che a Taranto il problema non sono i veleni dell’Ilva. Sotto il titolo “pubblicità progresso” Taranto Oggi pubblicò la foto di una sigaretta in una ciminiera a forma di mano. E ogni volta che il giornale non veniva invitato alle conferenze stampa dell’Ilva, pubblicava una pagina in bianco. Quando l’ex vescovo non partecipò alla marcia per l’ambiente, Taranto Oggi riportò le sue sconvolgenti parole: “Quello che non dovrebbe accadere è cavalcare la giusta tematica della salvaguardia dell’ambiente non tanto perché stia veramente a cuore questo problema, ma perché dalla protesta si possa ricavare un qualche utile personale o di gruppo. Qualora dovesse accadere questo, dovrei pensare che ci sia un inquinamento spirituale che è peggiore dell’inquinamento ambientale”. I giornalisti di Taranto Oggi hanno promosso la campagna di disincentivo all’acquisto presso le aziende che accettano la pubblicità dell’Ilva : la galleria commerciale Mongolfiera di Taranto, a causa delle lamentele dei clienti, ha dovuto rescindere il contratto. Hanno denunciato con il titolo “Tutti al Luna Par ” il tour guidato allo stabilimento presentato così: “Porte Aperte é l’occasione per scoprire una realtà che da oltre 50 anni è parte della vita sociale ed economica del territorio di Taranto. Non fermarti alle apparenze, vieni a vederlo con i tuoi occhi!”. E ancora l’articolo “Il silenzio degli innocenti” per denunciare il silenzio degli amministratori sul rapporto 2011 Ambiente & Sicurezza: “Il solo a parlare è il dottor Patrizio Mazza”, scrivono, che invita a leggere su “Il Ponte, edito dal siderurgico, l’intervista al vescovo Papa che tesse le lodi di Riva e consegna il Cataldus d’argento per il volontariato ad Archinà. E l’Ilva era fra i finanziatori dell’iniziativa”.

Ilva e giornalisti. Una questione che va oltre l’acciaio, spiega Massimiliano Martucci su “Martina News”. Carlo Vulpio ci ha scritto un libro, sull’Ilva. O contro l’Ilva. Cita dati, dossier spariti, morti. Fa interviste. E non è il primo. A cercare sul web, oppure semplicemente su Youtube, di filmati di denuncia ce ne sono a decine. Oppure basterebbe parlare con un operaio, uno dei tanti che non aspetta altro di rispondere alle domande che anche lui si pone. Carlo Vulpio però ha utilizzato l’Ilva per combattere Vendola e il suo messaggio ha perso di autenticità. Però i dati citati sono veri, dimostrati, confermati…L’Ilva è lì, maestosa, inquietante: il drago continua a sputare fumo e polvere e nessuno ha mai parlato, finora. Falso. Nessuno ha mai ascoltato. La stampa locale è sempre stata troppo presa a reperire inserzionisti per potersi occupare fino in fondo di quanto accadeva. E poi, perchè farlo? Per il misero stipendio da cronista alla Gazzetta o al Quotidiano? Rischiare di essere fatto fuori dalla redazione se si preparava un grafico con il numero di morti a causa di neoplasie? Non c’è giustificazione che tenga, se non l’amore per il territorio e la passione per il proprio lavoro, la coscienza che ogni riga pubblicata, sia su carta che sul web, influisce nello scorrere della quotidianità dei lettori, li informa e per questo ne modifica, anche impercettibilmente, le opinioni, i pensieri, le idee. Basti pensare che probabilmente tra i nostri lettori ce ne sarà uno che non sa che Paola Laforgia, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Puglia ha chiesto alla Procura di acquisire gli atti per capire meglio quella frase scambiata tra dirigenti: La stampa dobbiamo pagarla tutta. Un atto dovuto, da parte dell’Ordine, che non può rimanere con le mani in mano davanti ad una sciagura del genere, considerando che, la questione Ilva potrebbe portare degli sconvolgimenti in tutti gli ambiti. Non solo nelle dirigenze dei giornali, ma nei sindacati, in politica, in città. Ma la stampa collusa (parolone), meglio “embedded“, al seguito, ce n’è non solo dalle parti dei Tamburi, ma anche nei piccoli paesini di provincia. E da queste pratiche nessuno è immune, per due motivi. Il primo è che l’oggettività non esiste. Chi vi vende oggettività vi sta fregando, alla grande. E il secondo è che la stampa e l’editoria in generale sta vivendo un momento di crisi di cui nessuno vi parla, ma che ha inizio ben prima di Lehman Brothers e che non accenna a mutare, nonostante siano cambiati i mezzi di produzione del lavoro e le generazioni. Senza tediarvi oltremodo sulle difficoltà economiche di chi fa il mestiere del cronista, senza dirvi che nella professione si accede sempre meno per merito e sempre più per credito relazionale, ovvero raccomandazione, basti guardare i cognomi delle firme di Tg e articoli dei maggiori quotidiani e settimanali, il punto è che una parte di responsabilità ce l’ha il lettore che non pretende qualità dal nostro lavoro. Anzi, che spesso non premia la qualità, ma la quantità, senza rendersi conto che si alimenta in questo modo il circolo vizioso del giornalista embedded che non parla di fatti ma riferisce solo i commenti degli interessati. Un tipo di professionalità che premia subito ma contribuisce a distruggere in seguito. Adesso, però, è facile dirci quanto facciamo schifo. Basta mandare una mail, un tweet, un commento su Facebook. Aiutateci a migliorare. Naturalmente la maggior parte della responsabilità ce l’ha il livello dirigenziale, che non ha saputo trovare un modello economico alternativo a: pubblicità+vendite+abbonamenti, un modello ormai da accantonare, soprattutto perchè con il web l’informazione è gratuita e non avrebbe senso mettere un prezzo all’articolo. Rimane la pubblicità, quindi. E proprio per questo come si fa a scontentare un inserzionista che sostiene con i suoi soldi il lavoro? E’ una domanda che trova risposta solo se si accetta di assumere il punto di vista americano sulla questione: l’informazione è servizio pubblico, tanto quanto la sanità e l’educazione. Non può essere lasciata in mano a pochi gruppi di interessi privati, ma deve essere di sostenuta dal pubblico. E per pubblico intendiamo tutti coloro che leggono. Chiedetevi chi ci paga. Noi vi risponderemo per chi lavoriamo.

I CLAN DEL GIORNALISMO.

Il clan della Rodotà family tra spintarelle e salotti chic. Papà Stefano fa il moralista ma per la figlia Maria Laura chiese aiuto agli amici giornalisti, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. «Sia chiaro. Quello che segue è un clamoroso conflitto di interessi. Maria Laura Rodotà, direttrice di Amica, ha cominciato a fare la giornalista, come stagista, nel giornale che allora dirigevo, Panorama Mese. Suo padre Stefano è un mio amico, e fu lui a mandarmela. Sua madre Carla ebbe da me l'incarico di curare una rubrica sulla giustizia per l'Europeo». «Clamoroso» per modo di dire, un conflittino piccolo piccolo, quello confessato da Claudio Sabelli Fioretti su Rodotà padre, autore dell'Elogio del moralismo («Mi piace definirmi moralista» ha detto Rodotà). Affettuosità giornalistiche, giuridiche e parentali, riaffiorate dagli archivi nei giorni del Quirinale, con Rodotà padre candidato grillino al Colle, Rodotà figlia interpellata dal Pd come mediatrice telefonica per far desistere il padre dal Colle, e il giornalista Sabelli Fioretti (Un giorno da pecora, Radio2) che ha preso otto voti al terzo scrutinio per il Colle, due in più di Franco Marini, e che ha questo aneddoto sulla famiglia Rodotà nel cassetto delle sue famose interviste. Un'amicizia con Rodotà padre, che le raccomandò la giovane figlia quando era direttore, e con la moglie di Rodotà padre, Carla, che ebbe una rubrica in un successivo giornale diretto da Sabelli Fioretti. Che poi ebbe una rubrica, a sua volta, dal giornale, Amica, di cui Rodotà figlia, firma del Corriere, è stata direttrice: «È un orrendo incrocio di collaborazioni, di amicizie, di assunzioni» ironizza Sabelli Fioretti nell'intervista a Rodotà figlia, che risponde, con altrettanta amabile ironia molto glamour: «Non per mettere in difficoltà quel sant'uomo del garante, mio padre, ma è un dato di fatto che mio padre mi raccomandò per fare la stagista da te, e tu hai accettato la sua raccomandazione. Però tu mi hai fatto fare una vita di inferno, mi hai sfruttata per sei mesi». La raccomandazione, specie nella Casta dei giornalisti, dove ci sono i precari sfruttati senza santi in Paradiso e i figli di Rodotà che trovano lavoro: un perfetto argomento dei grillini, no? Che però si sono ritrovati in piazza a inneggiare proprio a Ro-do-tà, tutti probabili divoratori dei suoi volumi di diritto (il più citato, ovviamente solo il titolo, è Il diritto di avere diritti). La Casta dei Rodotà? Macché, solo un'élite di persone colte e per bene. Il loro salotto televisivo ideale è quello di Fabio Fazio. Che in effetti, su Twitter, ha fatto il tifo per il giurista: «Rodotà è da sempre impegnato per l'affermazione dei diritti di tutti. E i diritti sono il fondamento di ogni gesto e pensiero». Non ha fatto nessun endorsement pro Rodotà il collaboratore di Fazio, nonché prestigiosa firma della Stampa, Massimo Gramellini, ex marito della figlia di Rodotà, mentre ha firmato appelli e amache pro Rodotà Michele Serra, firma di Repubblica e autore di Che tempo che fa di Fazio. Nemico decennale della famiglia Rodotà è invece Antonio Ricci capo di Striscia la notizia. Con Rodotà figlia Ricci si è azzuffato per la storia del velinismo e «il corpo delle donne» offeso da Striscia (La Rodotà ha lavorato in settimanali con glutei e seni in copertina, gli ha rinfacciato Ricci), ma soprattutto col padre, imitato da Ballantini anni fa («so che non è stato contentissimo»). Lo scontro era nato nel 1998, quando il Garante Rodotà giudicò lesivo della privacy un fuorionda trasmesso da Striscia, dove Frattini dava dei «cialtroni» agli alleati centristi. Ricci si infuriò contro «l'ignobile censura», appoggiato da illustri direttori di giornale (da Giulio Anselmi a Ezio Mauro a Ferruccio de Bortoli). E da lì se l'è legata al dito, come ricordano da Striscia: «Rodotà è stato indicato da Grillo come uno dei pensionati d'oro della casta e ha raccomandato la figlia Maria Laura nella sua prima avventura giornalistica. Infine, venne addirittura chiamato "garante della Telecom" perché ne difese alcune decisioni a danno degli utenti. Insomma, tutti comportamenti in netto contrasto coi principi Cinque stelle».

Moralisti, ma senza elogio. Vi ricordate  de “L’Infedele” (La7) in cui la giornalista Maria Laura Rodotà afferma che grazie alle donne nude: “Ci si paga lo stipendio”?!? La scorsa primavera 2011 Striscia ha annunciato che avrebbe cancellato il previsto concorso estivo Veline, e che avrebbe rinunciato definitivamente alle Veline in trasmissione se la Rai non avesse mandato in onda il concorso “Miss Italia” e se il Gruppo L’Espresso avesse eliminato entro settembre le sue veline, ovvero il settimanale “D – la Repubblica delle Donne” e il mensile “Velvet”, dove la dignità delle donne è ridotta da sempre ad attaccapanni. Questa provocazione è stata la risposta a uno strumentale e plateale attacco durato mesi da parte di una cricchetta di giornalisti per venti secondi di balletto delle Veline in una trasmissione impegnata quotidianamente su temi importanti e seguitissima per le sue inchieste giornalistiche, per la sua totale indipendenza e per l’impegno civile. L’offensiva di Striscia contro questa vera e propria macchina del fango si è sviluppata in maniera organica dalla fine di novembre 2010 con ben 80 servizi e diverse iniziative vincenti, tra cui: Il controdocumentario “Il Corpo delle donne 2”, fatto tradurre in francese, inglese, greco, portoghese, spagnolo e tedesco, per dimostrare l’uso strumentale del corpo delle donne da parte della stampa progressista e provarne quindi la clamorosa ipocrisia. La Velina di Montecristo, cioè l’ex Velina Elena Barolo, che sotto mentite spoglie si è rivelata devastante soprattutto raccogliendo durante la manifestazione “Se non ora quando?” le reazioni sdegnate di alcune donne impegnate in politica, di attrici e conduttrici Tv di fronte a una pagina pubblicitaria de “la Repubblica” in cui il corpo femminile veniva svilito. L’introduzione a Striscia della rubrica “Svelate”, in cui le Veline accusavano settimanalmente la stampa di sfruttare il corpo delle donne per le pagine pubblicitarie. Al termine della carrellata di foto, veniva trasmesso il frammento de “L’Infedele” (La7) in cui la giornalista Maria Laura Rodotà afferma che grazie alle donne nude: “Ci si paga lo stipendio”. All’inizio della stagione di Striscia 2011-2012, visto che il concorso “Miss Italia” è stato regolarmente trasmesso e che il Gruppo L’Espresso non ha rinunciato alle sue veline, Costanza e Federica sono state riconfermate per la quarta stagione e, in segno di ringraziamento al loro “santo protettore” San Carlone De Benedetti, vengono ribattezzate “Carline” fino a marzo.

Continua il nuovo duello a distanza tra Striscia la notizia e la stampa progressista a proposito della condizione femminile in Italia. Fresco di debutto a Matrix, il documentario di Antonio Ricci "Il corpo delle donne 2" ha riacceso il dibattito cominciato da quello che può essere un prequel di riferimento della sinistra italiana – qualora questa fastidiose etichettature siano necessarie – "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo. Lo scopo dell’ideatore di Striscia e delle veline è dimostrare come la donna sia mercificata non solo nelle televisioni nazionali, ma anche e soprattutto dal Gruppo Repubblica – L’Espresso, alfiere della manifestazione femminile ‘Se non ora quando’ e particolarmente attento alle vicende relative al Bunga Bunga. E la lotta intrapresa da Striscia è davvero senza esclusione di colpi visto che proprio l’8 marzo, in occasione della giornata della donna, il documentario di Ricci è stato inviato persino al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Una campagna contro la mercificazione della donna iniziata come autodifesa dalle accuse di velinismo e proseguita con vigore contro i presunti moralisti che attaccano il mondo della tv e non ultimo l’esuberante presidente del Consiglio. Non proprio una negazione di quello che si vede nel piccolo schermo – donne poco parlanti e svestite, visi femminili uniformati dalla chirurgia – ma un rincaro della dose verso la carta stampata di sinistra, non evidentemente in grado di fornire un buon esempio. E tra una schioppettata e l’altra anche questo stato di cose – senza colore politico e purtroppo per le donne radicato nella società italiana – diventa normale e almeno nella pratica non condannabile ma solo un dato di fatto. Il corpo delle donne 2, com’è possibile vedere nei filmati, mostra una lunghissima sequenza di immagini di donne ‘desnude’ pescando dal sito di Repubblica e dalle pagine dei giornali del gruppo. Il risultato è un calderone in cui filmati di cattivo gusto si associano alle pubblicità di intimo e ai consigli per il trucco, ma anche a servizi fotografici di modelle che con il corpo lavorano volontariamente. Interessante sì ma un po’ confusionario forse, il documentario si conclude con una frase – ripetuta più volte in stile Striscia la notizia – pronunciata dalla giornalista Maria Laura Rodotà: Si mettevano le copertine con le donne nude, però si diceva "vendono di più", ci si paga lo stipendio. Proprio da questo presupposto – un attacco alla casta/martiri dei giornalisti – il tg satirico di Canale 5 ha lanciato alle dipendenti dei giornali Rizzoli, Condé Nast e Mondadori un provocatorio sondaggio: E’ disposta a mettere la sua faccia nella battaglia per cambiare l’utilizzo che anche il suo giornale fa del corpo della donna?. Interessante e forte iniziativa per smuovere le acque di quella che è diventata una vera e propria palude: la condizione femminile. Se poi la classe dirigente si tenesse lontana da situazioni imbarazzanti come il caso Ruby, il dibattito sulle donne potrebbe finalmente assumere la portata che merita senza le banali strumentalizzazioni di destra e sinistra.

PARLIAMO DEGLI IDOLATRI DELL’INFORMAZIONE.

L’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE.

Qui si vi presenta Don Ciotti, che agli occhi della gente, mediaticamente strabica, è il simbolo dell’antimafia militante e partigiana. Per tutti non è Leonardo Sciascia l’icona dell’antimafia, ma è un prete venuto dal nord. Si presenta con una sua intervista resa a Fabrizio Ravelli pubblicata su “La Repubblica”. Per fare corretta informazione bisogna che all’auto biografia si presenti il contraltare della biografia non autorizzata, ossia quello che su di lui dice chi ne conosce le più nascoste virtù o i più sordidi vizi. E’ importante conoscere colui il quale, di fatto, con la sua rete di associazioni e comitati che fanno capo a “Libera” e tutti vicini alla CGIL, ha il monopolio delle assegnazioni dei beni confiscati ai cosiddetti mafiosi, quindi un bene comune da condividere anche con chi non è di sinistra e non santifica i magistrati. Tra i tanti non appartenenti all’antimafia di regime troviamo il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente, che proprio sul tema dell’antimafia truccata ha scritto un libro “Mafiopoli. La mafia vien dall’alto. L’Italia delle mafie che non ti aspetti”. Libro inserito nella collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo, oltre che su Google libri. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. Va giù pesante Antonio Margheriti “Mastino” con un suo articolo pubblicato su “Papalepapale”. Si prendono le distanze dal tono dissacrante e satirico, a volte sprezzante, ma non diffamatorio, ma si condivide il contenuto di fondo, per questo, per diritto di critica e di cronaca, è indubbio che non si può tacere quello che altri non dicono, specialmente se lo scritto è il contraltare ad una intervista che racconta una verità personale.

Don Ciotti, prete di lotta e di governo: "Ho cominciato sui treni dei disperati". Incontro di Frabrizio Ravelli con il fondatore di Libera: "Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada. Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

«Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza».

E te ne sei andato a cinque anni.

«Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro».

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

«Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi».

E com'eri tu, bambino della baracca?

«L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Sai, tu puoi essere povero ma dignitoso, la dignità di andare a dire: guardi, non ce la faccio. Quindi io mi son trovato a essere diverso, dentro una scuola dove tutti avevano questo benedetto grembiule e questo fiocco interminabile, e tutti che ti chiedevano come mai tu non avevi il grembiule. Tu ti senti diverso, ti senti etichettato, ti senti giudicato. Al punto che quando qualcuno mi chiedeva dove abitavo, io non dicevo che abitavo dietro quello steccato, ma in un palazzo».

Finisce che il diverso si ribella.

«Dopo venti giorni di prima elementare, e io che già mi sentivo diverso e in difficoltà, la maestra è arrivata a scuola quel giorno nervosa, magari aveva litigato col marito. E mentre in fondo alla classe i miei compagni ridevano e scherzavano, lei non se l'è presa con loro, ma se l'è presa con me, che ero il più vulnerabile, il più visibile, mi aveva anche messo al primo banco. E io devo averle detto: ma che cosa vuoi, non c'entro niente. Lei chissà cosa ha capito, e le è scappata un'espressione che per me è stata una ferita: ma cosa vuoi tu, montanaro? Detto quasi con disprezzo. I miei compagni tutti a ridere, e quindi mi sentivo ancora più umiliato da quella affermazione. Allora io ho tirato fuori il calamaio dal banco, uno di quei vecchi banchi di scuola, e gliel'ho tirato. L'ho colpita in pieno. Espulso subito dalla scuola, dopo venti giorni. Portato a casa da un bidello. Io non l'ho mai più incontrato, ma mi ricordo quella mano che mi portava a casa, e io piangevo perché sapevo di avere sbagliato e perché sapevo che mi aspettava una punizione, e mia madre me la diede sonora. Anche se anni dopo mia madre mi disse: Luigi, io lo sapevo che tu avevi difeso la nostra dignità, però non si fa a questo modo. Il vero problema venne quando i miei compagni uscirono di scuola alle 12,30 - io ero già espulso - e avevano qualcosa di nuovo da raccontare ai genitori o alla cameriera. Lo sai mamma cosa è successo oggi a scuola? Dimmi, cicci. Un nostro compagno ha tirato il calamaio alla maestra. Ah, povera maestra. E come si chiama quel compagno? Ciotti. Guai se ti vedo con quel compagno. Sono diventato il compagno cattivo».

Montanaro e ribelle.

«Meno male che frequentavo la parrocchia. Andavo lì, eravamo un gruppetto, nella parrocchia di questo quartiere molto ricco di Torino. E' stato per me un momento importante, quando la tua vita viene segnata da quelle etichette. L'altro episodio che mi ha segnato è successivo, io dopo le medie andrò a scuola per prendere il diploma di radiotecnico, e lì avviene l'incontro con un signore su una panchina. Un disperato, che mi aveva colpito, perché io passando col tram lo vedevo sempre lì a leggere libri, sottolineando con una matita rossa e blu. Io avevo 17 anni, con gli entusiasmi e le fantasie di quell'età. Un giorno sono sceso dal tram, sono andato lì e gli ho detto: vuole che vada a prenderle un caffé? E lui niente. Torno alla carica: vuole un té? Lui zitto. Penso, sarà sordo, ma mi accorgo che non lo è. Era un medico, amato e stimato dalla gente, ed era successa una vicenda drammatica nella sua vita, che l'aveva portato su quella panchina. Era andato ubriaco in sala operatoria, e aveva provocato la morte di una donna, la moglie di un amico. Poi era uscito di testa, stava male. Però studiava ed era curioso. Dalla panchina lui vedeva dei ragazzi al bar di fronte, che entravano e uscivano - allora non c'era l'eroina - prendevano delle amfetamine, ci bevevano dei superalcolici e sballavano, facevano la bomba. Un giorno, quando alla fine nasce un rapporto fra me e lui, anche se stentato, mi dice: vedi, dovresti fare qualcosa per quei ragazzi. Lui era un uomo disperato e sofferente, morirà pochi mesi dopo. E io mi sono detto: questo incontro non sarà un incontro qualsiasi. Mi ha indicato una strada. Anche questo episodio ha lasciato un graffio nella mia vita».

E poi?

«Poi sono andato a vivere da solo. Ho fatto un gruppetto. Poi nasce il Gruppo Abele, che a Natale ha compiuto 45 anni. Io in seminario andrò dopo, avevo già il Gruppo Abele, avevo una storia dietro. Avevamo cominciato ad andare sui treni, dove i disperati senza casa dormivano: i treni arrivavano caldi. Ho pensato, caspita io incontro questa gente fuori, facciamo delle cose insieme, non li lascio soli. A volte la mattina eravamo così stanchi che il treno partiva, e ci trovavamo a Chivasso. Passavano i controllori, te la davi a gambe. Perché sai, se parli a tavolino non capisci questi mondi. E lì nasce la storia del Gruppo Abele, nasce sulla strada, poi le prime comunità, il lavoro al Ferrante Aporti, la casa di rieducazione del Buon Pastore. Le prime comunità in alternativa a quelle strutture. Una storia che è cresciuta, e che non è un Luigi Ciotti, è un noi: ho fatto questo perché l'ho fatto con altri. Io difendo questo noi, vuol dire che non è opera di navigatori solitari. E quando verrò ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, grande vescovo che si faceva chiamare padre, in una chiesa zeppa di mondo di strada, alla fine di quella celebrazione non volava una mosca, lui guardò tutti questi ragazzi e disse: Luigi è nato con voi, è cresciuto con voi, e io ve lo lascio. Però affido anche a lui una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada».

Michele Pellegrino, insigne grecista, vescovo coraggioso e innovatore.

«Lui veniva da noi. Ai nostri campi in montagna. Venne una volta e c'erano tutte le ragazze del mondo della prostituzione. Lui ascoltò e poi mi disse: quando hai una sera libera vieni a cena da me, tu mi hai aperto una finestra e io voglio capire di più questo mondo. Non giudicava, non semplificava, voleva capire. Un anno dopo andrà a celebrare il Natale con le prostitute del centro storico di Torino. Uno che non si è mai tirato indietro. E sarà lui quello che prenderà posizione quando il quotidiano La Stampa farà la grande campagna per ripulire la città dalle prostitute. La redazione si spaccò in due, per quella iniziativa di legge popolare. E lui fece quell'omelia nella notte di Natale, nel duomo di Torino, partendo dal Vangelo di Giovanni, e pose delle domande sulle cause, non solo sulle donne costrette a prostituirsi ma anche sui clienti, sulla prevenzione. Tu immagina un cardinale che fa questa omelia nel duomo, e si mette contro il quotidiano della città che raccoglieva firme. Pensa che venne Gina Lollobrigida con l'aereo per mettere la firma, e Claudio Villa il reuccio della canzone italiana. E poi la tenda di Porta Nuova, era il 1973, ti faccio vedere le foto con lui: disadattati e delinquenti non si nasce ma si diventa. Quando abbiamo preso posizione contro le carceri per minorenni, perché fossero solo l'extrema ratio, e si cercassero soluzioni diverse. Il Gruppo Abele cominciò un lavoro dentro le carceri, siamo andati dentro a vivere».

Dentro le carceri?

«Sì, a Roma al ministero c'era un direttore dell'Ufficio quarto, Umberto Radaelli, che ebbe l'intuizione e ci portò dentro. E dodici di noi hanno vissuto in carcere: fu la prima esperienza grande in Italia, di condivisione e di progetto dentro il carcere dei minorenni, qui al Ferrante Aporti. Poi a Roma qualcuno si agitò, fu costruita ad arte tutta una cosa per bloccare questa sperimentazione. Noi uscimmo facendo una denuncia, e Pellegrino verrà a quella denuncia del sistema, e con accuse false fummo messi sotto inchiesta col direttore, che fu sospeso. Noi uscimmo, ma dieci anni dopo quello diventò il grande progetto Ferrante Aporti. E una volta dimostrata la falsità delle accuse il direttore Antonio Salvatore fu promosso andò al Beccaria di Milano, e ne divenne il grande direttore. Ma la sua storia cominciò qui, con quell'atto di coraggio che abbiamo condiviso, con lui e con Umberto Radaelli».

Un momento indietro. Quando già c'era il Gruppo Abele sei andato in seminario.

«Sì, sono andato in seminario qui a Rivoli, uscivo ed entravo. Il cardinale Pellegrino capì che era un servizio per i poveri, per gli ultimi, per quelle fasce dimenticate. Il Gruppo Abele fu il primo in Italia ad aprire un centro droga sulla strada, trovando un gruppo di magistrati che avevano capito che la legge era un mostro giuridico. Noi ci siamo autodenunciati per aprire il centro droga. La legge stabiliva che tu dovevi denunciare, e le strade erano due: o il carcere o l'ospedale psichiatrico. Noi abbiamo aperto in via Giuseppe Verdi a Torino, giorno e notte, dove arrivava un sacco di gente anche per essere accudita, per mangiare e per dormire. Davamo i primi supporti in una città che negava l'esistenza di quel problema, che diceva fosse poca cosa. In due anni quattromila persone arrivarono, perché non c'era nulla, quindi si andavano ad aggrappare dove trovavano dei riferimenti. La città comincia a prendere coscienza, noi cominciamo a fare la battaglia politica per avere una legge diversa, che sfocerà nello sciopero della fame del '75 in piazza Solferino, che porterà il Parlamento italiano a far la legge con cui nascono i Sert, nascono i servizi. Pellegrino sarà presente in tutti questi momenti».

Poi quando succedono cose come la spedizione punitiva contro un campo rom ti cadono le braccia.

«Sì, io l'ho detto, sono stato lì. Mi sono stancato di sentir parlare di emergenze in questo Paese. Queste non sono emergenze, sono percorsi che si sono consolidati nel tempo. E se c'è uno sgombero da fare nel nostro Paese è lo sgombero dei pregiudizi, dell'ignoranza, della non conoscenza. Questo dei rom è un popolo che ha voglia di vivere, un popolo gioioso, un popolo poetico. Che dev'essere aiutato a poter vivere delle condizioni di legalità. Questi vivono la terra di nessuno. Non si può parlare di emergenza. Io mi arrabbio quando si scopre con un misto di sorpresa e di vergogna che la miseria, la segregazione, la discriminazione, la violenza sono un problema anche nostro. Qui a Torino è avvenuta un'aggressione razzista, spiace doverlo dire, una vendetta. Ci sono belle esperienze concrete che dimostrano come l'accoglienza e le regole possono mettersi insieme. Qui a Settimo, come a Reggio Calabria per la raccolta dei rifiuti. Noi ne abbiamo assunti alcuni: vai a rubare il rame, e allora vieni qui a lavorare il rame. Si guadagnano la pagnotta in maniera onesta».

A un certo punto hai cominciato a occuparti di terroristi che stavano in galera.

«Da me venne una figura stupenda, padre David Turoldo. E mi disse: dobbiamo fare qualche cosa per dare una mano a sbrogliare questa situazione, nel rispetto della legalità. Così ho accolto diversi di loro, alcuni sono ancora qui, a una condizione: che si mettessero in gioco, che lavorassero. Che ci fosse, nel rispetto dei percorsi della giustizia, un cambiamento dentro le persone. Il paradosso, se così si può dire, è che in questo settore lavorava come volontario il procuratore della Repubblica Gian Carlo Caselli. Coordinava un gruppo, e si trovava a lavorare con quelli che aveva mandato in galera. Cose che sono successe in questo Gruppo Abele. Come il fatto che oggi accompagniamo in grande silenzio storie di testimoni di giustizia, nella lotta alla criminalità e alle mafie».

E poi nella tua vita entra la mafia.

«E' stata una serie di tappe. A Torino è nato il coordinamento delle comunità di accoglienza. Poi quando scoppia il problema Aids nasce la Lila, la lega per la lotta all'Aids, e io sono stato il primo presidente. Dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio, mi sono chiesto: noi continuiamo a dare una mano ai giovani vittime delle dipendenze, alle ragazze sfruttate dalla prostituzione, ma chi guadagna dietro a questi? E ti dici: continuiamo a stare sulla strada, a lavorare all'accoglienza, però il problema della mafia attraversa tutto il nostro Paese. E quindi nasce Libera, per mettere insieme tante esperienze, per creare un fermento sociale. Ci chiediamo: cos'è che bisogna portare via a questi signori, i mafiosi? Il denaro, i beni, era il sogno di Pio La Torre, ma lo ammazzeranno quattro mesi prima che si facesse la legge. Però quella confisca dei beni mafiosi, che non parlava ancora di uso sociale, non funzionava, così raccogliamo un milione di firme per una legge ad hoc. E oggi ci sono più di quattrocento associazioni in Italia che gestiscono questi beni e li utilizzano. Cooperative che sono partite autofinanziandosi, tirando la cinghia, andandosi a cercare i soldi da sole. Una storia meravigliosa nata dal basso, dalla gente stufa di essere mortificata. La vendita dei beni mafiosi può esistere, ma dev'essere l'eccezione, non un dogma. Così come ho sentito che ci sono delle proposte: vendiamoli tutti e diamo il ricavato allo Stato. No, perché è uno schiaffo per il mafioso vedere i giovani che arrivano sulla tua terra, quella terra con cui hai gestito il tuo potere, la tua forza. E che sia uno schiaffo si vede dagli attentati. Quest'estate ci hanno fatto fuori trentacinque ettari di grano. Hanno bruciato olivi secolari in terra di Calabria. Distrutto impianti in provincia di Latina. Tagliate le pompe dell'acqua in un altro territorio. Eppure si è andati avanti, non s'è mai fatto un passo indietro, s'è dato lavoro a tanti giovani. Oggi qualcuno vorrebbe impossessarsene, tutti i giorni leggiamo di confische di denaro che non si sa dove finisca. Secondo me quel denaro liquido deve servire per i testimoni di giustizia, e per il risarcimento alla vittime di mafia».

Che vita fai, ti tocca correre di qua e di là come una trottola?

«Abbastanza. Ma vivo qua nel gruppo, in questa ex-fabbrica. Poi c'è il gruppo che dà lavoro a seicento persone. La mia vita è qui: stare con la gente è per me la cosa più importante e fondamentale. Poi s'è creata una rete di comunità, il lavoro di strada, il drop-in, il settore culturale, la casa editrice, la rivista Narcomafie, un centro di documentazione e ricerca, la sede dell'università della strada per la formazione degli operatori. Qui c'è tutto il lavoro per le vie di fuga che facciamo per la tratta e la prostituzione, le ragazze vengono nascoste e reinserite, in luoghi protetti perché questi le cercano. Per me l'accoglienza è fondamentale, se viene meno il faccia a faccia con le persone perdi la vita. Poi c'è Libera».

Un'ultima cosa. In questo Paese si parla del volontariato, straordinario e meritevole, come di un alibi per chi non fa niente. Non ti manda in bestia?

«Lo dico da sempre, mi auguro che ci sia meno solidarietà e più giustizia. Non verrà mai meno l'attenzione agli altri, l'accoglienza, la relazione. Però noi non possiamo diventare i delegati a occuparsi dei poveri e degli ultimi. Noi continueremo a occuparcene, perché non abbiamo mai chiuso la porta in faccia a nessuno. Ma in questo Paese, oggi, il sociale è mortificato: chiudono cooperative, chiudono associazioni. E si dimentica che la solidarietà è indivisibile dalla giustizia, non si deve dare per carità quello che spetta alla gente per giustizia. Guai se diventiamo il tappabuchi. Abbiamo anche il dovere della denuncia seria e documentata, il dovere di chiedere conto alla politica. E se è lontana dalla strada, dai problemi della gente, dalla sua fatica, allora la politica è lontana dalla politica. C'è un problema di democrazia nel nostro Paese, è una democrazia pallida che non ha senso di responsabilità».

Posizione antitetica ed aspramente critica sul personaggio pubblico è quella di Antonio Margheriti “Mastino” che, nel suo articolo,  definisce Don Ciotti come il prete da marciapiede: don Ciotti. Dolce&(volta)Gabbana e antimafia delle chiacchiere. Sottotitolo: riflessioni cattoliche a partire dall’attentato di Brindisi.

L’articolo è diviso in Paragrafi:

Siamo tutti “addolorati” col culo degli altri;

Il figlioccio di Michele Pellegrino, il cardinale rosso;

Ladri benefattori e derubati ladri. Una storiella su don Ciotti;

Il Dolce&(volta)Gabbana della Chiesa: Ciotti, il cappellaio… ops… cappellano delle mode;

Il radical-ciottismo porta infine laddove dall’inizio era stabilito dovesse portare: alla religione civile;

Diffidate dei preti pieni di patacche;

La mosca sarcofaga;

Il silenzio se non ti “uccide”, ti evita molte figure di merda;

Ciotti grida “è mafia!”. Ma i giudici chiedono aiuto proprio alla mafia;

Se per l’inchiesta Jacini al Sud “tutto è Africa” per Ciotti “tutto è mafia”;

Ciotti si scusa: gli è scappata una parolaccia: ha citato Gesù;

Dio, il Grande Sconosciuto d’Occidente;

“Ho visto pezzetti di carne sparsi”. Ma l’ha colpito solo “un quaderno di educazione civica”;

Sostituire il Decalogo con la costituzione, il confessore col magistrato;

“Non importa chi è Dio, ma da che parte sta”. Il mancato leader socialista;

Quegli studenti che marciano per marinare la scuola lecitamente: senza fantasia, senza sincerità;

E’ politicamente scorretto dire “la mafia non esiste”, anche se è vero che non esiste;

La vera mafia che pretende omertà è quella del professionismo dell’antimafia delle chiacchiere;

Dio è lui, don Ciotti. E “Libera” è il suo corpo mistico, la sua chiesa.

SIAMO TUTTI “ADDOLORATI” COL CULO DEGLI ALTRI. I fatti di Brindisi, dunque. Ognuno dice la sua, stante il fatto che gli strascichi mediatici caricaturali di stragi e delitti sono una passionaccia arcitaliana: non chiedono di meglio i teledipendenti che fare tifoseria colpevolisti-innocentisti, scoprire alla fine chi è l’assassino come in un giallo della Christie. Tanto siamo tutti “addolorati” col culo degli altri. Solo che invece di sfogliare libri gialli, fanno zapping da talk-show in talk-show nella tv delle lacrime, dei sentimentalismi, del macabro, e, subito dopo, delle sganasciate di risate mignottesche con la caccia al chi ha scopato chi, chi s’è lasciato con chi, chi ha incornato chi.

Brindisi, dunque. Napolitano e Bersani dicono: “E’ terrorismo”. Don Ciotti: “E’ mafia”. Criminologo: “Forse squilibrato”. Complottisti professionisti: “Strage di Stato” (anche se tecnicamente neppure strage c’è stata). Procura: “Non sappiamo”. Tutti insieme in comune hanno una cosa: parlano senza sapere di che parlano… e come potrebbe essere diversamente dal momento che 5 minuti dopo avevano già tutti il loro teorema buono per ogni evenienza?! Ognuno cerca di trascinare cadaveri entro la propria specializzazione e contingenze immediate, se politiche tanto meglio. Non mi meraviglierò se presto interverrà Radio Radicale a dire: “Preti pedofili”. Dopo tanti castelli costruiti sul fango di lussuose teorie politico-criminologiche, si scoprirà (come si scoprirà!) che si tratta d’un semplice sfigato di mentecatto, certamente qualche disoccupato nevrotizzato dalla mancata assunzione al bidellaggio, qualche altro che ce l’ha in modo parossistico con l’agenzia delle entrate, qualcuno che ce l’ha col prospiciente tribunale che gli ha fatto perdere o non ha mai discusso la causa che gli stava a cuore; qualche “inventore” pazzo. La banalità del male! Ma certo non è di questo che voglio parlare, non si occupa di cronaca questo sito. È un pretesto per dire d’altro.

IL FIGLIOCCIO DI MICHELE PELLEGRINO, IL CARDINALE ROSSO. Don Ciotti ha fatto tutti i suoi studi da prete, se così posso chiamarli, nel lustro peggiore della storia della Chiesa: fra il ’68 e il ’72, anni di autodemolizione, autopersecuzione, autocontestazione della Chiesa. Anni pazzi. Soprattutto anni rivoluzionari: i seminari erano diventati, in quel lustro, covi di pazzissimi sediziosi dottrinali, bordelli teologici, fucina di rivoluzionari spompati, evirati e inutili persino ai rivoluzionari al caviale laici. Ininfluenti sul mondo, ma funestissimi dentro la Chiesa. Ecco, quei cinque anni maledetti, sono tutta la formazione di Ciotti: psicologicamente, retoricamente tuttora là è fermo, non s’è mai mosso; e spesso proprio questo suo modaiolo anacronismo è travisato, in un qui pro quo ridicolo, scambiandolo per avvenirismo, futurismo. In realtà, da quaranta anni, è uno spacciatore abusivo di ricette (“salvavita”, buone parimenti per la Chiesa e per la “società”) scadute. A complicare le cose per l’allora seminarista Ciottino intervenne il fatto che il suo seminario si trovava nella Torino operaista e laicista, e per giunta il suo cardinale era il vescovo più rosso della storia d’Italia: Michele Pellegrino. Tutte le fortune, poveraccio! E allora ti spieghi tante cose. Il cardinale rosso della Torino di quel tempo infame che vide nascere proprio nelle sue fabbriche i teorici e la manovalanza del terrorismo comunista, Michele Pellegrino, definì bonariamente il suo comiziante pretino, il giovane Luigi Ciotti, “prete da strada”, e aggiunse: “la strada sarà il tuo altare”. Una permuta a tutto vantaggio non si sa bene di chi, della Chiesa dubito. Se è vero come è vero che il programma ciottesco è questo: “Non si va per la strada ad insegnare ma ad apprendere”: affascinante come slogan, bellissimo, non v’è dubbio, ideologico anche; l’apice del buonismo delle “anime belle”, di quelle che s’innamorano dell’idea già bella impacchettata e infiocchettata a prescindere da quello che c’è dentro il pacco (in questo caso: il vuoto), ignorando trasognati e poeticanti la realtà, quel sano realismo che deve essere sempre il compagno di viaggio del cattolico. Sostituito in questo caso con un tanto al chilo di sociologismo vittimistico, piagnone e melodrammatico. Che suona sempre la stessa sinfonia dagli anni ’70: “Le colpe della società!”, qualsiasi cosa uno abbia fatto, “è colpa della società”. Anche se oggi ha mutato un po’ registro: qualsiasi cosa succeda, foss’anche il crollo di Wall Street, il Nostro dice che è “colpa della mafia”. Almanacco del “clima sociale mafioso” e, va da sé, “omertoso”.

Ciotti, l’uomo che “apprendeva dalla strada”, dunque, invece che insegnare la Strada, che poi sarebbe Cristo. Senza contare che Cristo non è andato per le strade del suo tempo ad “apprendere” ma a insegnare, appunto. La stessa cosa che avrebbe dovuto fare Ciotti, insegnare le cose del Maestro, che aveva infatti detto “non chiamate nessuno maestro”, neppure una strada, “perché uno solo è il Maestro”, cioè Lui; e poi aggiunse che siccome Lui “era la via, la verità, la vita…” ai suoi toccava andare “per le strade” ad annunciarlo, a “insegnare le cose del Padre mio”. Ma siccome Ciotti è capitato in epoca materialista (infatti ripropone il “Gesù rivoluzionario” tipico degli anni ’60 e dell’agnosticismo), le cose si sono ribaltate: strada e asfalto son diventati “maestri”, Cristo un semplice passante. E uno sconosciuto. Mentre invece era Lui la Strada. E la vita. La sola salvezza possibile. Non l’antropocentrismo ideologico del Nostro. Se c’è una cosa che dalla bocca di Ciotti non s’è mai sentita è questa: “E’ peccato”. Proprio non manda giù l’idea che il singolo possa avere dei peccati, delle colpe agli occhi di Dio e che possa pagare per queste; che ci sia un Giudice Supremo diverso dal pubblico ministero. È proprio l’idea di peccato individuale che gli è estranea. Il libero arbitrio gli va bene per tutto, lo applica a tutto, ne fa uso abbondante egli stesso, è tutto un arbitrio Ciotti; però nel peccato no, l’uomo-individuo non pecca secondo “libero arbitrio”: “è la società che pecca”… anzi no (ha abolito pure la parola “peccato”) commette “ingiustizie”; è la società “che è sbagliata”, in ogni caso “è colpa della società” (quella che non vota comunista, almeno). Mai si dica che l’individuo “ha sbagliato”, peggio di peggio poi “ha peccato”, “ha scelto” liberamente di peccare.

LADRI BENEFATTORI E DERUBATI LADRI. VI RACCONTO UNA STORIELLA (PARADOSSALE E SATIRICA) SU DON CIOTTI. Se ti entra un ladro in casa, ti svuota casa, ti bastona il nonno: è colpa tua, pezzo di merda!, merdaccia che bivacchi e ti abbeveri in questo cesso di società!, sei tu che hai ridotto quel “poveraccio”, quella “vittima della società” a entrarti in casa, derubarti di tutto, bastonarti il nonnetto magari pure reduce della RSI (e un po’, quindi, se lo meritava!) e andarsi poi a ubriacare con gli amici gaglioffi, ossia le “altre vittime”. Sai che c’è di nuovo? Te lo dice un don Ciotti, uno che impara dalla strada invece che insegnare la retta via a quelli che per strada, quella sbagliata, ci stanno: sei tu il ladro, sei tu il bastonatore di tuo nonno; dovresti vergognarti e chiedere scusa al ladro bastonatore di tuo nonno, e se proprio vuoi essere perfetto, purgarti del tuo “peccato sociale” (tale perché nella società ci vivi), dovresti rendere al ladro pure quello che non ti ha ancora rubato, perché il possederlo da parte tua è un “furto”, verso tutte le altre “vittime della società”. Ossia tutti gli altri ladri. Ovvero, sei tu, in fondo, che hai rubato in casa dei ladri… perdon… delle “vittime della società”. Non è manco più il tuo un “peccato sociale”. È proprio mafia! Sei un mafioso. Cornuto e mazziato, dunque. La domanda curiosa che ti fai su questa de-forma mentis clericale ferma a sociologismi radical anni ’70, è una: perché tali principi di “vittimismo” sociale validi per qualsiasi criminale (o detta alla cattolica: peccatore), non possono valere, a sentire Ciotti, anche per la criminalità organizzata, per i mafiosi, appunto? Non sono criminali e dunque “vittime” l’uno e gli altri, il ladro e il mafioso? Perché no? Del resto, secondo dottrina cattolica entrambi violano lo stesso Decalogo, entrambi altro non sono che peccatori… e in questo il cattolicesimo è molto “democratico”. Perché no, Ciottino-ino-ino? Io un sospetto lo avrei, me che sono di natura maligna (realista): la mafia ha fama di essere anticomunista; un tempo persino d’essere “democristiana”; poi – dicono gli ex sputtanatori di Falcone vivo, ossia la sinistra al caviale che da morto ne ha fatto bandiera – divenne “berlusconiana”. Ha fama, cioè, di farsela coi “potenti”. Tutte cose che il Ciotti dovrebbe avere in gran dispitto. Dovrebbe. Ma pure lui, Ciotti, a suo modo è un “potente”: la potenza oggi non è data più solo dai soldi e dalle poltrone, ma dalla visibilità mediatica e dal servilismo plaudente (e ipocrita) dell’establishment televisivo nei tuoi confronti. È o non è il Ciotti un nuovo potente, “intoccabile” da qualsiasi schermo o palco appaia, qualunque cosa dica (ché poi: dice sempre le stesse cose)? È vero o no che per diventare un “intoccabile televisivo” del genere devi essere messo a contratto dalla sinistra radical-chic che di quella fanghiglia è padrona gelosa? È o non è sempre sotto telecamera? È o non è sempre in compagnia di potenti, purché comunisti o almeno catto-comunisti? Non sono i suoi commensali abituali ormai?

IL DOLCE & (VOLTA)GABBANA DELLA CHIESA: DON CIOTTI. IL CAPPELLAIO… OPS… IL CAPPELLANO DELLE MODE.

 Fine anni ’60. Per via dell’anarchismo “antiautoritario” e “antirepressivo” del ’68, in quegli anni era di gran moda la questione “abolizione del carcere”, da sostituire (diceva l’ideologo radical-chic) con “pene alternative”. Subito Ciotti se ne appassiona e fonda gruppi alternativi al carcere minorile per il “recupero dei piccoli carcerati” che spesso avevano un curriculum criminale poco sotto quello di Riina. Erano “vittime della società”. E fu la prima moda che condivise il suo talamo: tanto di applausi mondani e dell’intellighenzia radical ne derivarono. Poi la moda “abolizionista” decadde e Ciotti passò ad altro.

Primi anni ’70. Anni di piombo. L’ultima moda erano l’operaismo (in genere aizzato dalla ricca, balorda, annoiata borghesia radical, come eccentricità d’alta società) e le più assurde “rivendicazioni sindacali”. Torino ne era il sanguinoso epicentro. Il Ciottino si beccò la passione degli “operai”. Fondò associazioni e s’incoronò presidente. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Poi passarono di moda pure questi, e lui li abbandonò al loro destino, che era diventato terrorismo, nel frattempo.

Sul finire degli anni ’70. Dopo la sbornia anarcoide e marxista immaginaria del ’68, se ne ebbero i primi frutti fra quei giovincelli generosi “contestatori”: oltre al terrorismo portarono in Italia anche la “moda” e le abitudini “culinarie” dei figli dei fiori (oppiacei) d’oltreoceano: droga a colazione, pranzo e cena. Comparvero i primi tossici italiani, ex contestatori del sistema. L’ultimo Maritain, quello considerato “pessimista”, “e perciò rimosso”, scrive Messori, all’apparire di questo fenomeno fra la satolla (di pane e ideologie arruffone) gioventù d’Occidente, disse una cosa profonda e atroce, atroce perché vera, “profetica” direbbero i progressisti se non fosse null’altro che una constatazione: “Quel buco è il sacramento di Satana. E’ la cresima, è l’effusione dello spirito di una cultura che ha preso congedo dal Cristo per volgersi all’Ingannatore”. Tutte queste cose non disse e tantomeno pensò il Ciotti. Troppo affaccendato in chiacchiere, affari e presidenze pluripremiate, per pensare all’essenziale delle cose. L’affare era grosso, guadagnava ormai le prime pagine dei giornali, si facevano inchieste di grido, faceva notizia, insomma. Ciotti non se lo fece ripetere due volte: ci si buttò a capofitto, fondò associazioni, se ne incoronò presidente. I risultati sono dubbi, e più che altro contraddittori. Ossia al fondo c’era sempre e solo l’ideologia radical di Ciotti, il vero motore del suo chiacchierificio itinerante buonista e indignato speciale di professione; mentre tutto il resto era carrozzeria, pretesto e contorno, foglia di fico sulle vergogne. Illustrazioni di copertina del suo personale Capitale all’amatriciana. Leggo da una biografia del Nostro: “In quegli stessi anni, all’accoglienza delle persone in difficoltà l’Associazione comincia ad affiancare l’impegno culturale (con un centro studi, una casa editrice e l’“Università della strada”) e, in senso lato, politico, per costruire diritti e giustizia sociale, con mobilitazioni come quella che nel 1975 porta alla prima legge italiana non repressiva sull’uso di droghe, la 685”. Paraponziponzipò! Per aiutare i drogati, la prima cosa che questa anima bella propose, fu una “legge non repressiva” sull’uso di droghe. Pannella non avrebbe saputo fare di meglio. Come dire? Ci sono troppi malati di cancro ai polmoni in giro? Bene, abbassiamo il prezzo delle sigarette. I primi risultati di questo buonismo vittimista si videro un quinquennio dopo, quando in Italia scoppiò una vera pandemia di tossicodipendenza. Naturaliter: l’intellighenzia mondana e radical-chic, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Ciotti era ormai una star. Sulla pelle di chi lo divenne non sappiamo.

Con il primo lustro degli anni ’80 venne dopo la sbornia di “comunismo” al sangue, la sbornia di consumismo alla puttanesca. Con questo dilagarono sì i vizi tipici dei nuovi sazi e indifferenti, alcol, gioco e droghe (come risultato ultimo delle prediche “libertarie” radical post-68) e ottenevano i galloni della cronaca i “drogati” e i loro “recuperatori”. Venne pure dell’altro, però: il clima euforico e orgiastico, il culto del sesso sfrenato e promiscuo, nel quale il massimo della gloria effimera, della sbornia e quindi dell’indecente capovolgimento del mondo la raggiunsero gli omosessuali, nuova rumorosa e attivissima setta pagana. Che nel cuore di Ciotti dovevano immediatamente avere il sopravvento sui drogati. Infatti, manco fece in tempo a scoppiare, facendo un boato immane su tutti i media del mondo, la peste del XX secolo, l’Aids, che subito Ciotti ne divenne un “appassionato”, un santo patrono, la ennesima “voce dei senza voce” (con tutte le categorie sociali alle quali crede di aver dato “voce”, potrebbe doppiare l’intero cast di un film colossal del cinema muto). Qui pure, come aveva dato “voce” a tutti gli altri: con le chiacchiere e i tour di chiacchiere in giro per l’Italia. A confermare i “senza voce” nel loro errore, e, se battevano la strada, a “prendere lezioni da loro invece che insegnare”, senza mai affrontare la scaturigine di quell’epidemia mortifera. Ossia il peccato, quello contronatura in questo caso, la sessuomania di massa, che proprio i modaioli maitre a penser radical-chic avevano predicato e propiziato dal ’68. I risultati ultimi ora erano sotto gli occhi di tutti: ma Ciotti vedeva solo questi, ignorando come sempre le cause prime: un gatto che si morde la coda. E al solito fondò associazioni e se ne incoronò presidente. L’intellighenzia mondana, radical-chic, la stessa responsabile ideologica di questa strage, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte.

Poi viene il 1988. E diventa abortista. Se andaste a scovare le ciottate di quegli anni ne provereste brividi: posa il suo bacio bavoso su tutte le più infami mode ideologiche del tempo, indossa tutte le più spettrali, e melense al contempo, svergognate maschere dell’epoca, e diventa femminista, abortista, contraccettivista, divorzista. Ma sempre per “solidarietà umana”, è chiaro. Come i peggiori radicali, approfittando del dramma dell’Aids, fa sciacallaggio pro contraccezione, pro aborto, pro aborto selettivo: tutto questo, al solito, per “solidarietà”, per la “bella idea” dell’ideologo, per “buonismo”. Quella solidarietà, quella bella idea, quel buonismo che senza rimorso alcuno ora gli fanno sostenere il diritto di scelta per una donna di abortire un figlio malato; “per rispetto umano” verso i sieropositivi si mette a propugnare le più “umanitarie” teorie sull’aborto selettivo, che poi erano le stesse teorizzate e applicate dai nazisti (ché però quelli almeno ad un certo punto ebbero scrupoli, e si sottrassero: don Ciotti e gli abortisti no). Così così così arriva, con l’ambiguità tipica del Maligno che mescola la verità alla menzogna, ad ammettere che “abortire i bambini che potrebbero nascere sieropositivi è una possibilità che deve essere riconosciuta a una donna”. E poi naturalmente per “eliminare alla radice” il problema, cioè uccidere bambino e sieropositività, buttare bambino e acqua sporca. Ma non si rende conto che proprio la “radice”, proprio quella è il problema, non le fronde, la sieropositività: quella “radice” che questo prete vorrebbe “recidere” è la vita umana stessa, la maestà di Dio su di essa. Ma che prete è questo? Per chi lavora? Come fa a parlare così? Ah, non è affar suo dice lui, lui riconosce che v’è “una pluralità di vedute” e per non offenderne alcuna, non intende affermare quella della Chiesa. Che poi non è manco quella di Ciotti. Lui, intanto, “riconoscendo la pluralità di vedute” se ne sta in ogni organizzazione “umanitaria” fuori e radicale e abortista dentro: per dare “speranza”, pur nella “pluralità di vedute”. “Speranza” basata su cosa non è dato sapere. Il Nostro, racconta Luigi, un testimone di allora, “fece molte interviste pro contraccettivi e surrettiziamente pro aborto. Allora io scrissi ad Avvenire protestando: il direttore in persona mi onorò con una sua risposta in cui mi disse che ero inutilmente severo…”. Guardate, il discorso, giunti a questo punto, mi fa tanto schifo che lascio a voi la facoltà di approfondirlo cliccando sui ritagli di giornale del 1988 che l’amico Guido mi ha gentilmente mandato, sapendo che stavo affrontando questo articolo. Ma se proprio volete saperne di più sulle schifose prese di posizione su questi temi del Ciotti, nel fragore degli applausi delle sue platee di post-cristiani, post-comunisti, vetero-radicali, leggete online questo resoconto agghiacciante di Vittorio Agnoletto.

E siamo già a cavallo fra anni ’80 e ’90. Cominciò a scemare sui media l’interesse per drogati e sieropositivi, ed entrambi cominciavano a subire un “calo fisiologico”, che li rendeva ormai poco numerosi e perciò ancor meno appetibili. Dai media. Don Ciotti cercava altri stimoli mondani. Che infatti vennero sicuri come la morte. Iniziarono i primi flussi migratori, sino al botto scuro della nave che rovesciò miriadi di albanesi sulle coste di Brindisi. Che scappavano dai rottami di quel comunismo “nuovo” ossia “maoista” del quale proprio quelli come Ciotti & compagni radical-chic, qualche anno prima s’erano fatti cantori e sponsor, come “non plus ultra di civiltà” (era passata di moda la loro vecchia passione per l’Urss come paradiso terrestre e modello da imitare, anche per la Chiesa). Che ve lo dico a fa’? Ciotti subito andò in prima linea col suo solito armamentario chiacchierone: tour di convegni in giro a spiegarci quanto erano belli buoni e bravi i clandestini, e più ce n’erano meglio era; i soliti numeri verdi e telefoni amici, le solite leghe, associazioni e l’auto-incoronazione napoleonica del Ciotti a loro presidente-imperatore. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaudì e lo premiò molteplici volte. Ma dopo un po’, pure questa “moda” buonista con relativa retorica dell’accoglienza a prescindere, che aveva saturato tutti i media, i pulpiti e la bocca dei Ciotti e dei Tonino Bello, cominciò a scemare. Specie quando si vide che questa stessa retorica altro non aveva prodotto che un’infornata pazzesca di criminalità organizzata che invase tutte le città e che ancora scuote e insanguina la pacifica penisola e la sicurezza dei troppo generosi italiani. Generosità che nel frattempo, giustamente, s’era trasformata in risentimento.

Sentendo puzza di bruciato, mancando ormai di stimoli e di visibilità, don Ciotti stava col dito umido per aria per captare che altra corrente modaiola spirasse. Uomo fortunato, e contraddittorio, la trovò subito bella e pronta.

Contraddittorio, sì. Se è vero che alle sue spalle ora si lasciava la moltiplicazione di pani e pesci dell’immigrazione clandestina indiscriminata e persino aizzata; ossia un dilagare di manovalanza criminale anche al servizio delle mafie. E proprio adesso il Don, proprio lui, sta per buttarsi anema e core nell’oceano mediatico della “lotta”, a forza di mitragliate di logorrea, “alle mafie e alla criminalità” organizzate. Contraddittorio… Ma tant’è! Lo dico con un sorriso: sembra che prima di imbracciare una nuova moda solidaristica, si premuri, negli anni che la precedono, di coltivarne la potenziale clientela con cui “solidarizzare”. Fateci caso: per un tot di anni, come ogni radical, predica per una presunta “buona” cosa, poi quella cosa accade davvero e puntualmente è un disastro, dunque da predicatore diventa infermiere dello stesso male che ha coltivato (in buona fede, spero). Un ideologo consumato!

E infatti siamo nel 1992. Salta in aria il giudice Falcone e poi Borsellino: ne deriva un immane e giusto clamore, non sempre sincero (e mai da dove te l’aspetti) da parte di troppi . È l’argomento di fine secolo. E qui Ciotti darà il meglio e dunque, alla fine, il peggio di sé. Fonda Libera, e inizia allora un chiacchiericcio che dura da vent’anni. Ma siccome spesso manca di pretesti per gridare “al lupo al lupo”, alla fine è diventato una specie di don Villa dell’antimafia delle chiacchiere: come don Villa vede massoneria dappertutto foss’anche in un circo equestre, alla stessa maniera il Nostro grida “è mafia è mafia”, anche dinanzi a un petardo natalizio. Purché se ne parli. L’intellighenzia mondana, qui pure, plaude e molteplici volte lo premia. Ormai è un abbonato speciale.

IL RADICAL-CIOTTISMO PORTA INFINE LADDOVE DALL’INIZIO ERA STABILITO DOVESSE PORTARE: ALLA RELIGIONE CIVILE. Tuttavia nel nuovo millennio pure la mafiologia e la mafiopolite acuta da talk-show, l’antimafia delle chiacchiere, ha cominciato a scricchiolare, almeno nell’interesse dei media. Vuoi perché i successori di Falcone e Borsellino erano palesemente indegni e marchiati a sangue di ideologia radical-comunista, e la lotta alla mafia è rimasta tale solo sulla carta diventando invece nei fatti un gioco sporco al massacro di lobby togate estremiste ai danni di Berlusconi; vuoi anche perché il fenomeno mafioso, almeno in Sicilia, per così come lo abbiamo conosciuto sta mostrando un fisiologico calo di peso, un ridimensionamento e una trasformazione, essendo prossimo a diventare qualcosa d’altro, per ragioni che non sto qui a spiegare. E allora, stante tutte queste magre vacche mediatiche, Ciotti ha rimesso il dito per aria per capire dove tirava il vento giornalistico. E in men che non si dica… l’ha indovinato.

Porta laddove sin dalle origini era stabilito dovesse portare, perché era inscritto nel suo Dna, l’ideologia radical-ciottista, fatta passare per clericato “impegnato”. Alla religione civile. Al culto del dio Stato; al feticcio della Costituzione; all’estremismo legalista; alle liturgie politiche; alla sociologia come nuova teologia. All’ideologia che è alla base della fine della civiltà cristiana: quella sorta dalla Rivoluzione Francese. Con tutto il corollario trombone ma pericoloso che ne deriva: mondialismo, ecologismo, monetarismo, pacifismo da paci-finti, umanitarismo ateo e peloso, filantropismo rapace ed esibizionista. È scritto ne Il Nome della Rosa: “Il Diavolo sa dove va, e andando va sempre da dove è venuto”. Perciò le mode del mondo, ossia le ideologie, anche clericali, sono la Sua strada e il Suo arco trionfale. E il trionfo di chi ne viene a patti. Quei “falsi trionfi” dettati dalle mode, che sono lo spirito del mondo e lo spirito del mondo è Lucifero, e che hanno la forza di far perdere la testa ai saggi ai potenti ai preti. “Trionfi” contro i quali Gesù stesso ci metteva in guardia. Lo stesso Gesù che ripetutamente nei vangeli ci ammonisce a guardarci dalla “gloria del mondo”, perché è un inganno. Soprattutto perché non è questo il destino del cristiano; poiché, ha predetto il Signore, il suo destino vero sarà sempre, fino alla fine dei tempi, la persecuzione e il martirio, l’infamia e non gli onori del mondo. “Hanno perseguitato me: perseguiteranno anche voi. Ma io vi dico: beati voi quando a causa mia diranno di voi, mentendo, ogni sorta di male”. Da questo si può discernere fra il vero e il finto cristiano, fra il vero servo di Dio e il servo del Mondo, fra l’agnello e il lupo travestito da agnello.

DIFFIDATE DEI PRETI PIENI DI PATACCHE . Io l’ho per regola. Diffido sempre di quei (rari, va detto) cattolici che sono ospiti “d’onore” ovunque, travolti da applausi, specie da parte di chi più è lontano dalla Chiesa, dai suoi nemici più spietati talora; diffido dei preti invitati a tutte le trasmissioni e a tutti i convegni, premiati con ogni patacca e in ogni circostanza pacchiana. Lì qualcuno sta barando: la gloria del mondo ha per compagna la menzogna. E poi la “tristezza”, dice l’Ecclesiaste. Mi fido dei martiri e dei perseguitati, dei preti umiliati a causa della loro fede, di coloro che parlando delle cose sante suscitano scalpore, sdegno, rifiuto, oltraggio dal mondo. Non dei pavoni che fanno sempre la ruota nel giardino zoologico dei preti da baraccone per la gioia del documentarista e per arruffianarsi la sazia apostasia di questo mondo che prima si è fatto nemico e poi estraneo a Dio. Lo spirito del mondo, le mode ideologiche, sono un’attrazione irresistibile per Ciotti. Questo intendo dire quando ribatto al suo definirsi “prete di strada” con un “prete da marciapiede”. Badate, non sono così cretino da mendicare in giro querele che a questo punto sarei io stesso a consigliare alla parte “offesa”: non intendo dire che don Ciotti è una puttana o una persona di costumi equivoci (e anzi, da quel punto di vista lì – spero di non sbagliarmi – credo sia stato sempre pulito). Niente di tutto questo. Intendo dire proprio che sta sul marciapiede ad aspettare che passino le carrozze con a bordo le nuove mode ideologiche: andrà con quella che offre di più. “La gloria del mondo ha per compagna la tristezza”, dice l’Ecclesiaste, dunque. Al momento, però, il Nostro ci pare abbastanza su di giri. Lo è da 40 anni.

LA MOSCA SARCOFAGA . Stavo vedendo uno dei brutti film horror anni ’70 di Dario Argento. In uno, un tale, una specie di sbirro, alleva delle grosse mosche sarcofaghe, o meglio: la mosca sarcophaga carnaria. Ora, chi come me s’intende di medicina legale e fenomeni cadaverici, sa che questa strana mosca è affamata di cadaveri, ne è la principale cliente e devastatrice: ci depone sopra le sue larve. Ma soprattutto ha un fiuto infallibile nello scovarli. Ecco perché lo strano sbirro le allevava: liberandole e inseguendole, riusciva a ritrovare nei boschi i corpi degli assassinati. M’è saltato in mente don Ciotti: pure lui appena succede qualche plateale e misterioso fatto di sangue, da Roma in giù, non si sa come questo qui mezz’ora dopo è già sul posto. Naturalmente, subito dopo i fotografi. Più fulmineo delle mosche sarcofaghe. E, in tutto questo macello di Brindisi, non poteva che piombare come mosca sarcofaga sul luogo della tragedia, don Ciotti, con la sua “Carovana” carioca, di post-cattolici, post-comunisti, post-femministi, post-brigatisti, post-figli dei fiori, post-conciliaristi, post-preti, post-italiani, post-tutto. Il carro variopinto degli hobbisti dell’antimafia delle chiacchiere, con i loro slogan a misura unica, unisex e buoni per tutte le stagioni: per protestare indistintamente e con la stessa disinvoltura, a suon di chiacchiere, contro la mafia immaginaria, contro i terroristi, la guerra, la pena di morte, il carcere, il capitalismo, Berlusconi, il fascismo, l’antisemitismo, per la “pace” (da quando non c’è più l’Urss a invadere paesi inermi, almeno… da quei paci-finti che sono), l’acqua, il vino, la pagnotta, la patonza… per tutti, meno pene ai carcerati, più pene ai mafiosi, più pene e basta, più marce e meno messe (e forse, visto il senso della liturgia del Nostro, è pure meglio), più “strada” e meno altare. Ma la cosa che fa più ridere di questi professionisti del carnevale permanente e di questo post-prete, don Ciotti e i suoi fratelli e fratelle, è una in particolare. Che sinistramente schiamazzanti come avvoltoi piombano in tempo reale laddove sentono odor di carne bruciata, non importa se umana o da kebab o da arrosto di fiera della porchetta. È ininfluente. Loro imperterriti ci piombano addosso, la impugnano con gli artigli, la sollevano in aria sventolandola e qualunque cosa sia, foss’anche un gatto morto, a prescindere, si mettono isterici a gracchiare “è mafia!”; e via con gli stessi slogan, le stesse sentenze apocalittiche, le stesse soluzioni ideologiche, le stesse frasi ad effetto (lassativo), gli stessi cartelli appesi al collo usati per qualsiasi altro evento negli anni passati, magari contro Berlusconi: “E adesso uccideteci tutti!”, “La mafia uccide, il silenzio anche”, per tacer dei barattolini Manzoni-style con su scritto “La mafia è merda”.

IL SILENZIO SE NON TI “UCCIDE”, TI EVITA MOLTE FIGURE DI MERDA. Tuttavia, molte volte, il silenzio se non ti “uccide” ti evita molte figure di… merda, giacché siamo in tema. E non è un caso che appena il Ciotti ha saputo che c’era “carne sul fuoco” a Brindisi, non si sa come, in pochi minuti ci è atterrato su, gridando ai quattro venti: “Mafia! È mafia! La mafia uccide! Il silenzio pure! Venite allo scoperto mafiosi!”. Ancora si dovevano spegnere le fiamme, che lui già denunciava a tutti i microfoni “l’omertà” della popolazione brindisina che, appena sveglia e stordita com’era per il botto, non riusciva a capire manco cosa fosse successo. Anche quando già da subito a tutti era evidente che la Sacra Corona non c’entrava una mazza perché non erano cose che rientrassero nel suo stile quelle, né aveva la forza politica ed economica per osare tanto, il Nostro non ha desistito: non avendo da trent’anni altri slogan, passando solo questo il convento, essendo solo quello il suo repertorio circense, lo usa indiscriminatamente ad ogni replica e in ogni situazione: “Mafia purchessia!”. Però siccome il senso del ridicolo, infine, lo ha pure lui, ha annacquato dopo 24 ore il “sola Mafia” (variante del “Sola Scriptura” di Lutero) con “e anche la massoneria”. A quel punto non restava che ridere! Se non altro perché la prassi politicamente corretta e la filantropia pelosa di Ciotti, nel quale ogni residuo di Dio cristiano scompare nel solo umano, anzi, nel solo sociale, disciolto nell’acido della “società civile” insomma, altro non è che la quintessenza, la realizzazione pratica manu sacerdotali delle più viete teorie della più classica massoneria.

CIOTTI GRIDA “E’ MAFIA!”. MA I GIUDICI CHIEDONO AIUTO PROPRIO ALLA MAFIA. La situazione diventa ancora più paradossale se si pensa che la stessa (non sai se più stravagante o imprudente) magistratura pugliese, attraverso il procuratore Cataldo Motta, che – almeno dicono – essere il “massimo esperto di questo fenomeno criminale” (la Sacra Corona Unita), cioè  ha (papale papale) chiesto alla mafietta pugliese di “collaborare” in qualche modo con la giustizia per scovare gli attentatori. Non basta. Mentre il prete con la “carovana” ancora sbraita a destra e manca, “mafia… omertà… c’è la mafia e pure un poco di massoneria”, mentre avviene tutta questa pretesca ridicola sceneggiata, avviene pure un’altra cosa. Vi leggo dal giornale: “Raffaele Brandi, ritenuto uno dei capi più rappresentativi della frangia brindisina della Sacra Corona Unita, ha avvicinato il caposcorta del pm Milto de Nozza e gli ha comunicato non solo che la SCU non c’entra ma che si muove in parallelo alla giustizia. ‘Dite al procuratore che se li prendiamo noi gli attentatori, ce li mangiamo vivi, è questo il messaggio’”. E mò? Che dire? Mentre don Ciotti straparla di “mafie”, pure il capo della Sacra Corona Unita “cerca il colpevole”. E lo va a dire direttamente al capo della scorta del procuratore di Brindisi De Nozza. Oltre a notare che dinanzi ai teledrammi (che non sono mai il dramma vero) tutte le istituzioni dello Stato italiano, mafie comprese, sono unite; oltre a capire che tutti hanno capito che il colpevole deve essere un pazzo isolato che non conta una mazza; oltre tutto questo, viene da domandare una cosa, al caro Milto de Nozza in primis: a Brindisi esiste ancora il reato di associazione mafiosa? Siamo o non siamo qui in presenza di un capomafia reo-confesso? Non è per arrestare questi qui che gli paghiamo la scorta? E allora: perché è a piede libero il capomafia di Brindisi? Dunque, dinanzi a tutto questo, a questi professionisti, a questi acchiappafantasmi dell’antimafia delle chiacchiere, che precipitano ogni tragedia in farsa e in carnevale… ma come fai a no ride’?

SE PER L’INCHIESTA JACINI AL SUD “TUTTO È AFRICA” PER CIOTTI “TUTTO È MAFIA”. Ma don Ciotti non ride. Insiste. Celebra la messa – se così posso chiamarla – a Mesagne, presente il povero padre della vittima. Dal pulpito urla, sbraiti, tempeste di slogan antimafia; sussultano ammutoliti i tabernacoli e le incolpevoli sacre statue, al gracchiare del prete “da strada”, del cappellano degli acchiappafantasmi contro l’immaginaria “omertà” (a indagini in corso) del popolo brindisino. Anche ora che è chiaro non c’entri nulla la mafia, che anzi è oltremodo, oltre la legalità persino, collaborazionista; ora che tutti cominciano a vedere chiaro che di qualche psicopatico deve essersi trattato.

Mentre accade tutto questo ti chiedi cosa centri questo post-prete con Mesagne? E quell’omelia, se così posso chiamarla, col solito bollito misto riscaldato, che c’entra con Mesagne, Brindisi, Melissa? “La malattia da sconfiggere è l’indifferenza” dice il presidente di Libera, nella piazza di Mesagne dove ha fatto tappa la Carovana contro tutte le mafie, Berlusconi compreso, è chiaro. “La forza sta in chi si rialza, e noi ci rialzeremo”. “Il problema della criminalità, della mafia, della massoneria è un problema di tutti ed ecco perché la Carovana continuerà a ‘sgrattare’ le coscienze”. Poi ha invitato tutti a “non avere paura”: “Bisogna evitare che tutto diventi terrore, paura, è necessario reagire”. Mafia? Massoneria? Omertà? Ma cosa crede questo acchiappafantasmi che Mesagne sia El Salvador? Giacché è un torinese, come tutti i torinesi dabbene per quanto “da strada”, crede che da Roma in giù, tutto quello che si incontra, fosse anche un vigile urbano, tutto è mafia. Da vero epigono dell’altro nordico, Stefano Jacini, quello dell’Inchiesta meridionale famigerata e insolente, che andando al Sud era convinto di trovarci l’Africa, e tanto ne era convinto che standoci altro non vedeva che “Africa” davvero, e dopo esserci stato, tornando a Torino, scrisse nell’Inchiesta parlamentare: “E’ Africa! Anzi, no: l’Africa al confronto è fior di civiltà”. Sono invasati da strisciante razzismo tutto torinese e dai più vieti e spocchiosi pregiudizi sebbene spacciati per compassionevoli, e non se ne rendono conto. “Omertà” poi… Se c’è mai luogo dove si fa più chiasso intorno a ‘sta roba è proprio la Puglia! Basti pensare ai casi di Avetrana, dei fratellini di Gravina, della piccola Maria Geusa, solo per citare i più noti. “Omertà”, “indifferenza”, dice: se i brindisini davvero sapessero chi è il colpevole dell’attentato, lo andrebbero a prelevare e lo squarterebbero vivo. Persino la mafietta locale ha garantito farebbe lo stesso. Tutto ‘sto solito casino parolaio, tutte queste carovanate, per una tragedia provocata da nient’altro (a quanto pare) che un matto! Se vai da don Ciotti e gli dici, “sai chi è stato? Uno psicopatico”. Sapete cosa dirà don Ciotti, appena individua una telecamera? “E’ il clima mafioso che genera questa follia!”. È un po’ come i medici ciarlatani degli anni ’30, che per qualsiasi malattia, dalla febbre alla varicella al cancro maligno, prescrivevano sempre e solo una cura: una purghetta di olio di ricino. Così come pure, qualsiasi fossero i sintomi psicosomatici, la malattia che diagnosticavano aveva un solo nome: “esaurimento nervoso”. Così Don Ciotti, qualsiasi cosa accada, ovunque accada, in qualsiasi forma accada, anche un incidente stradale, ha una sola diagnosi: “mafia!”; e una sola cura: “antimafia!”… della chiacchiere. Che permettono di fare pubblicità in ogni caso alla sua florida e ricca creatura: l’associazione Libera.

CIOTTI SI SCUSA: GLI È SCAPPATA UNA PAROLACCIA: HA CITATO GESÙ.  Mi raccontava un mio amico veneto, Federico: “E’ venuto a parlare da noi don Ciotti. Sono andato a sentirlo per curiosità. Ha fatto un sacco di chiacchiere, ha detto un sacco di parole a getto continuo e a ruota libera, cose che poteva dire qualsiasi laico, laicista persino. Ad un certo punto si è bloccato, è sembrato vacillare, incerto e ha detto timidamente: ‘Vi chiedo scusa se mi permetto di citare per una volta una frase di Gesù’”. Lui, prete, si è scusato per essersi fatto scappare una frase di Gesù invece che di Gaetano Salvemini! Sì è scusato per l’eventuale equivoco e confusione che avrebbe potuto ingenerare nella folla di comunisti trinariciuti, arcobalenisti, pacifinti, cattolici adult(erat)i e post-cattolici adult(erin)i, dicendo qualcosa di cristiano, invece che, magari, di sociologia fatta in canonica; se ha citato Cristo, invece che, chessò, il Dalai Lama. La verità è che è un uomo e un prete nato vecchio, è il seminarista sessantottino di sempre, progressista ma non aggiornato: è fermo ad arrugginiti luoghi comuni e sulfurei schematismi ideologici degli anni ’70. Quella poltiglia di “buoni sentimenti” e “sensibilità sociali”, umori viscerali e sociologismi, classisti e al contempo umanitaristi, che, proprio in quegli anni, nella Chiesa si trasmutarono in apostasia, con i preti contestatori; nella politica, in proiettili, con i terroristi: i primi volevano “liberare” la Chiesa e la “coscienza individuale”, i secondi il “popolo” e la “coscienza operaia”. Gli uni demolirono mezza Chiesa, gli altri mezzo Stato. Nel sangue molto spesso. E infatti vedi che in alcune nazioni, i primi si unirono ai secondi: ne nacquero i preti guerriglieri. E chiamarono tutto questo “teologia della liberazione”. Oggi abbiamo Libera. Dice l’amico Francesco da Bari: “Mafioso e omertoso. Per Libera questi termini equivalgono ad eretico e scomunicato, laddove invece legalitario ha preso il posto di santo, e sull’ambone invece che le Scritture trovi il codice penale. Il Padre eterno non è il Giudice, è un semplice presidente di corte d’Assise”. Sì, è vero. Come è vero che nella sua logorrea incontenibile, in questi 40 anni, c’è una sola parola che Ciotti non ha mai usato: “Cristo”. Abbiamo visto: gli è scappata una sola volta e se n’è scusato. Ma è un’altra la parola che non gli è mai “scappata”, che proprio non riesce a pronunciare, gli si blocca in gola: “peccato”! E tutto quello che ne deriva: pentimento, penitenza, conversione. E pur di non pronunciarla mai ha sostituito la parola “peccato” con quella di “reato”, “peccatori” con “mafiosi”, “colpa” con “imputato”, “confessore” con “magistrato”, “penitenza” con “pena”, “comandamenti” con “codice penale”, “legge divina” con “costituzione”, “convertito” con “pentito o collaboratore di giustizia”. Per lui, fermo com’è agli schemi arrugginiti degli anni ’70, non esiste il peccato individuale, ma solo la “colpa sociale”. Per questo, per non dover usare la parola “peccato” si è messo a marciare, ha sostituito le messe con le marce, la Chiesa con Libera, la coscienza cristiana con la coscienza civile (ridotta a farsa pure questa). Ed è così che gli sfugge la vera madre di tutti gli eccessi, l’origine d’ogni male: il Peccato. Che egli ha abolito motu proprio. Come mi scrive un mio amico, Vincenzo, riferendosi sardonico al Nostro: “Ma che confessione… non c’è bisogno: basta una chiacchierata mentre sei in un corteo!”.

DIO, IL GRANDE SCONOSCIUTO D’OCCIDENTE. Proprio adesso ascoltavo le parole del Papa, su Cristo che in Occidente è diventato il “Grande Sconosciuto”. E ho pensato al Ciotti che chiede scusa perché gli è scappato di citare Gesù. Dice Benedetto XVI: “Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede (…). E mentre molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. (…) Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso. In questo contesto, come possiamo corrispondere alla responsabilità che ci è stata affidata dal Signore? (…) In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio”.

“HO VISTO PEZZETTI DI CARNE SPARSI”. MA LO HA COLPITO SOLO “UN QUADERNO DI EDUCAZIONE CIVICA”. Due giorni dopo don Ciotti è a Cecina: essendo prete “da strada” batte tutti i marciapiedi della nazione. A parlare di se stesso. Dei suoi “secondo me”. Di fantasmi. Di carovane e associazioni acchiappafantasmi. Di Costituzione. Di tutto, meno che della sola cosa della quale dovrebbe parlare: di Cristo, del peccato, della conversione. Ho spesso informatori volontari, che mi si fanno vivi con notizie fresche che non ho richiesto ma che poi mi tornano sempre utili. Un amico di Cecina, infatti – dove il Ciotti è andato dopo Mesagne a “predicare” le meraviglie del costituzionalismo – mi manda un essenziale ed espressionista quadretto della situazione. Lascio a lui la parola. “Se ti interessa ieri il Ciotti ha raccontato un aneddoto sulla sua visita a Mesagne: ‘Ho chiesto alla scientifica di sorpassare l’area che avevano recintato, mi hanno fatto passare, sono rimasto impressionato dai pezzi di carne sparsi su tutto il piazzale, ma mi sono soffermato su un particolare: un quaderno scritto da una delle ragazze coinvolte nell’attentato, ho sfogliato le pagine ho trovato che avevano fatto una lezione sulla nostra Costituzione (aria commossa), sì, avete capito bene, avevano fatto lezione di educazione civica a scuola. È proprio da qui che il nostro paese deve ripartire‘. Standing ovation.” Chi ha ucciso, non ha violato l’apposito comandamento divino, no: ha violato la Costituzione; chi uccide non è un peccatore, ma un reo; non la dottrina, ma l’educazione civica. L’uomo si salva da sé attraverso le sue leggi e i suoi organigrammi, le sole cose che possano giudicare e salvare gli uomini. Dio è un attore impotente, e anzi, è giudicabile persino attraverso quelle stesse leggi. Se quelle leggi sono contro Dio, non sono sbagliate le leggi, è “sbagliato” o è stato “malinterpretato” Dio stesso. Cosa sta strisciando nelle vene di Ciotti, oltre al peccato di orgoglio, l’archetipo dei peccati, il primordiale, il primo che fu commesso e che ha lambito persino l’arcangelo Lucifero, precipitandolo dai cieli, e Adamo ed Eva, precipitandoli dal paradiso terrestre? Che cos’è a strisciare sibilante nelle sue vene se non il riemergere di antiche eresie, soprattutto gnostiche e pelagiane?

SOSTITUIRE IL DECALOGO CON LA COSTITUZIONE, IL CONFESSORE COL MAGISTRATO. Come avrete notato da voi stessi, non sembra particolarmente interessato ai “pezzetti di carne”: sono un dettaglio secondario ai suoi fini ideologici. Ciò che gli interessa è la Costituzione, il culto di quella carta giuridica che è il totem, il sancta sanctorum, il vitello d’oro dei nuovi pagani di oggi, i laicisti con corollario di post-preti “adulti” sino al punto di essere ormai anche post-cristiani. E qui viene fuori anche tutto il cinismo inconsapevole dell’ideologo. Erano un’occasione quei “pezzetti di carne” per riflettere e far riflettere sul Decalogo, sul peccato, la morte, gli assoluti. Ma no, gl’interessava impugnare il feticcio dell’ideologo, la “Carta”, la nuova Rivelazione: la Costituzione. Ossia una banalissima lezione scolastica di educazione civica in un istituto professionale, fatta alla meno peggio nell’ora prevista, immaginiamo nella totale catalessi degli studenti col pensiero rivolto alla campanella. Ma siccome il Nostro è un ideologo fermo agli anni ’70, non gli interessa la banale e demitizzante realtà dei fatti, il tran-tran quotidiano, le cose viste nella loro reale giusta misura, no: gli interessa la “bella idea”. E così nella sua testa dal capello sempre unto, quel quaderno di svogliati appunti della lezione di educazione civica, diventa una gran cosa, immagina studenti dall’acuto senso civico, novizi ardenti del neo-costituzionalismo pendenti dalle labbra dell’insegnante precario che gli annuncia le verità rivelate e le secrete cose che da quella Carta secernono. Immagina un popolo di giovani eroi, che, Costituzione alla mano, commossi e coraggiosi marciano invitti per tutta la nazione incontro alla Città del Sole, la nuova Gerusalemme della religione civile.

NON IMPORTA CHI È DIO, MA DA CHE PARTE STA”. IL MANCATO LEADER SOCIALISTA. L’amico di Cecina, infatti, aggiunge: “Riassunto della serata: Culto della Costituzione, dello Stato, della democrazia, della legalità (tranne che per la Bossi-Fini) e soprattutto della Scuola (statale, ca va sans dire); dice cose condivisibili (no alla mafia, all’illegalità) e mi parla male di Eminenze e sottolinea che senza lavoro non si è liberi. Parla con un certo carisma e ha ottime doti di recitazione e buona oratoria: sarebbe stato un ottimo leader del Partito Socialista Italiano. Slogan della serata: Non importa sapere chi è Dio ma da che parte sta, cantato da un menestrello napoletano con voce solista di un sacerdote toscano di Libera”. Non importa chi è Dio, ma da che parte sta. Naturalmente, non avendo più nessun connotato, essendo Uno Nessuno Centomila, amorfo e sfigurato come l’hanno fatto diventare questi qui, non può che stare da qualunque parte lo si voglia portare, “trascinato da tutte le parti secondo ogni nuovo vento di dottrina”, dirà il cardinale Ratzinger alle esequie di Wojtyla. Per questo don Ciotti lo sente sempre dalla sua. Il suo dio minore non è altri che il “secondo me”, la cui rivelazione è contenuta nella carta costituzionale, nuovo libro sacro. Egli ne è il cappellano. Non è un caso che l’ultima volta che l’ho incontrato, è stato davanti alla bara del sommo pontefice della religione fatta di carta… costituzionale: Oscar Luigi Scalfaro.

QUEGLI STUDENTI CHE MARCIANO PER MARINARE LA SCUOLA LECITAMENTE: SENZA FANTASIA, SENZA SINCERITÀ.  Vedo il tg e leggo l’Ansa a una settimana dalla tragedia di Brindisi. E noto con fastidio alcune cose. La prima è la canonicissima ennesima “marcia” all’italiana: la liturgia madre, la messa cantata del politicamente corretto di piazza, negli ultimi tempi. Che naturalmente si tiene nella città che ha dato i natali a me e a Melissa: Mesagne. Chi marcia sono gli studenti. E la prima cosa che ti domandi è se non sia (siamo realisti!) più un marinare la scuola e una scampagnata, per giunta illuminata da flash e telecamere. Basta fare un calcolo: una marcia che non significava niente e che pestava acqua nel mortaio, la si tiene un mattino di un giorno scolastico. Eppure potevano farla in un giorno festivo, o meglio ancora nel pomeriggio, quando le scuole son chiuse. E invece no. Quella marcia in cui dei brufoloni berciavano e blateravano di “mafia” senza una logica, un fondamento, e anzi con già pesanti indizi che la discolpavano del tutto, quella marcia lì priva di senso, un senso lo avrebbe avuto se il marciare avesse comportato anche un sacrificio: la mattina andare a scuola, il pomeriggio invece che andare in giro a cazzeggiare, impegnarlo per marciare. Così non è stato: dunque era, a mio avviso – ché studente brufolone pure io son stato, e ben le conosco queste babbiate – , un marinare la scuola. Con l’aggravante dell’ipocrisia. E del cinismo. Ma poi. Bastava guardare i loro slogan per capire che non erano sinceri: la solita roba usata da vent’anni in tutte le salse: “Io non ho paura”, “E adesso uccideteci tutti”, “La mafia è una montagna di merda”, “La mafia uccide, il silenzio pure” e bla bla bla. Slogan senza fantasia, solita frittata parolaia, solita minestra a merenda, pranzo e cena. Da qui t’accorgi che non erano sinceri: dalla mancanza di fantasia (oltre che dall’aver marinato la scuola). E’ quando le cose ti coinvolgono, le senti veramente, che la fantasia si scatena. Ma in questa stanca parata delle vanità? Questo usare a casaccio il solito repertorio ciottesco senza fare uno sforzo d’immaginazione, metterci del proprio, adattarlo al contesto, indica che non sapevano di che stessero parlando, che avvertivano l’artificiosità della situazione. Perché non erano sinceri. Sapevano bene che era tempesta in bicchier d’acqua, simulazione a uso e consumo dei media. Che di altro non si trattava che sindrome da marcite cronica, nella variante mediterranea di chiacchierite da antimafiosite mitomane.

È POLITICAMENTE SCORRETTO DIRE “LA MAFIA NON ESISTE”, ANCHE SE È VERO CHE NON ESISTE. Naturalmente, in questa marcia, c’era pure tutto il resto dell’armamentario giornalistico standard per i casi falsi o presunti di “mafia”. C’era pure in questa occasione un’altra volta don Ciotti a sbraitare nella Mesagne che mi ha visto nascere “contro la mafia”, “l’omertà”, “la gente che ha paura della mafia” e “tace”… e tace soprattutto perché di tutte quelle porcherie sopra elencate non ce n’è manco l’ombra, e quindi che deve dire? C’era pure l’immancabile altro classico della tv italiana, il solito giornalista imbecille e, direbbe Sgarbi, “raccomandato e rottinculo”, che accosta col microfono un povero vecchio che ignaro prende il sole davanti al BarSport a domandagli d’improvviso: “La mafia a Mesagne esiste?”. E quello cade dalle nuvole, ma avvertendo subliminalmente, dinanzi alla tirannia nazista del microfono sciacallo, che è politicamente scorretto dire che la mafia non c’è anche se è vero che non c’è, nell’imbarazzo tace, tanto se dicesse la verità, che la mafia a Mesagne non c’è non solo non sarebbe creduto, ma passerebbe pure per “omertoso”, forse “colluso” e certamente un poco “fascista”. E dalla sera alla mattina un contadino ottantenne che ha lavorato onestamente la terra per una vita, si troverebbe “uomo d’onore”; e infatti, l’altro vecchio, più spigliato, dice giustamente “io non l’ho mai vista”. Risultato: giornalista Rai grida ai quattro venti: “Aveva ragione don Ciotti, ecco la città mafiosa, la gente ha paura della mafia, l’omertà dilaga”. Retorica da antimafia delle chiacchiere. E che, chiacchierando chiacchierando, calunnia. Mesagne non è la prima vittima dei professionisti dell’antimafia delle chiacchiere: le sue vittime, più numerose ormai di quelle della mafia stessa, contano nomi sempre più eccellenti: da Andreotti a Berlusconi. Tutti, naturalmente, assolti con formula piena da tribunali non certo di destra. Mentre quelli che davvero torturarono in vita giudici come Falcone, per poi farselo “amico” appena saltato in aria, quelli non li processa nessuno, anzi, sono fra i massimi notabili dell’antimafia della chiacchiere: parlo per esempio di Leoluca Orlando, o anche del giornale la Repubblica. E infatti scopri che chi ha tentato di aiutare Falcone, con leggi durissime che la mafia l’hanno messa in crisi sino a spingerla a sparargli addosso e a passare allo stragismo terrorista pur di farsele abolire; che chi ha tentato di salvare per amicizia Falcone dall’orda infame, calunniatrice e vigliacca dei suoi colleghi magistrati rossi siciliani, sino a prospettarne la candidatura al Senato per la DC, per strapparlo a quell’ambiente avvelenato di futuri professionisti dell’antimafia delle chiacchiere e dei comizi, furono proprio due personaggi a loro volta perseguitati dai persecutori di Falcone: Andreotti e Calogero Mannino. Guardacaso gli stessi che poi i professionisti dell’antimafia dichiararono “mafiosi” e trascinarono, naturalmente senza una prova, in tribunale. Per sfregio, per odio ideologico. Guardacaso i soli (insieme a Martelli) su cui Falcone potè contare.

LA VERA MAFIA CHE PRETENDE OMERTÀ È QUELLA DEL PROFESSIONISMO DELL’ANTIMAFIA DELLE CHIACCHIERE. Da oggi, quindi, per bolla pontificia di don Ciotti, sommo pontefice dell’antimafia delle chiacchiere, l’attentato di Brindisi è opera della mafia, e la Mesagne che diede i natali al Mastino, ossia a me, è città di mafia. E non lo sapevo. Per riflesso condizionato, quindi, occhio e croce dovrei essere mafioso pure io. Potrebbe essere. Ma voi ve lo immaginate un Mastino “omertoso”?! E proprio perché non sono né mafioso né omertoso, la dico tutta: l’unica mafia, l’unico atteggiamento mafioso e che pretende omertà qualunque cosa dica o faccia, è proprio il professionismo dell’antimafia delle chiacchiere, con tutte le su “Carovane” donciottesche. Dulcis in fundo, leggo l’Ansa del 29 maggio, attenti alle sottolineature: Marcia della legalità a Mesagne (Brindisi), il paese di Melissa Bassi. ”Melissa – ha detto Don Luigi Ciotti, presidente di Libera – è viva, anche se fisicamente non c’é più. Stamani al cimitero ho visto che qualcuno ha attaccato due pezzi di carta. C’era scritto: Melissa vive dentro di noi. Noi ci sentiamo un po’ tutti Melissa”. No, non è vero: i morti sono morti, morti per davvero per il mondo, fisicamente e prestissimo anche “dentro” tutti: solo i genitori si porteranno dentro un dolore che appartiene solitario allo scrigno del loro cuore. Tutto il resto sono chiacchiere. Se non sei una grande mistica, una grande leader, una maitre a penser, che ha segnato la storia, le cose stanno così: sei morta davvero. Mi fa schifo l’ipocrisia che dice le cose “che si devono dire” in determinate circostanze anche se non sono vere: l’ipocrisia sui morti, la menzogna invece della preghiera sparsa sui loro resti, sono sacrilegio e blasfemia.

DIO È LUI, DON CIOTTI. E “LIBERA” NE È IL SUO CORPO MISTICO, LA SUA CHIESA. Come vedete, Ciotti è capace di dire di tutto, persino cose tra il pagano e lo gnostico, purché abbastanza sentimentalistico e formato La Vita in Diretta; tutto, compreso che è “viva” e magari “dentro di noi”, anziché ammettere l’unica cosa che, da prete, avrebbe dovuto dire, la più semplice: “E’ morta, è risorta in Cristo, finalmente ha visto il Suo Santo Volto”. Non lo dice perché è fuori moda, perché in fondo non ci crede, perché se ne vergogna, perché in definitiva gli sembra irrilevante ai suoi fini. Soprattutto perché gli interessa il consenso dell’intellighenzia, delle platee, i galloni della cronaca. Gli applausi del mondo. E per ottenerli è necessaria l’apostasia silenziosa: che non consiste più (solo) nella negazione plateale delle verità cattoliche, quanto piuttosto nella rimozione discreta di Dio. Da ogni contesto. Dalla propria lingua, anzitutto. Perché Dio è lui, don Ciotti. E Libera ne è il suo corpo mistico, la sua chiesa. Costruita sulle sabbie mobili delle mode del mondo. Dello spirito del mondo, cioè. Che poi, come detto, è sempre Lucifero. Tra donchisciottismo e donciottismo non vedo la differenza: Don Chisciotte combatte contro tutti i mulini a vento, scambiati per mostri dalle braccia rotanti; don Ciotti pure, credendo però di combattere la mafia. Ho qui davanti a me Il Mercante di Venezia di Shakespeare. Lo sfoglio a caso e leggo, pensando immediatamente a Ciotti e a quelli come lui: “Le forme esteriori possono ingannare, sempre l’ornamento inganna il mondo. Nei processi, quale causa disonesta e corrotta che, sostenuta da una voce graziosa, non maschera il volto del male? Nella religione, quale colpa tanto maledetta che una fronte grave non la benedica e approvi usando un testo sacro, con una bella frase celando l’ignominia? Non c’è vizio elementare che non assuma qualche segno di virtù sulle sue parti esterne. Quanti codardi hanno cuori ingannevoli come gradini di sabbia, eppure portano sul mento la barba di Marte corrucciato e di Ercole, loro che, frugati dentro, hanno fegati bianchi come il latte. L’ornamento così, non è che l’insidiosa riva d’un mare periglioso, il velo sfarzoso che nasconde una bellezza barbarica: in una parola, la falsa verità che i tempi astuti indossano per intrappolare i più saggi”. Non a caso ho sotto gli occhi una frase rivelatrice di don Ciotti, a proposito della causa di beatificazione di Tonino Bello, suo omologo pugliese, con un curriculum simile: “Occorrono due miracoli per la beatificazione di don Tonino? Ci sono! Il primo è stato l’elezione di Vendola a governatore della Puglia; il secondo, la sua rielezione”. Non c’è niente da aggiungere.

Dopo il prete cosiddetto antimafia parliamo dello scrittore cosiddetto antimafia.

PARLIAMO DI ROBERTO SAVIANO.

Prima di Gomorra. Saviano: "La rivoluzione va fatta col fucile", l'audio di quando aveva 20 anni. Lotta armata, terrorismo e anni di piombo. L'intervento dell'autore di Gomorra a un convegno quando era studente universitario, scrive “Libero Quotidiano”. Pensare che oggi è il volto rassicurante della sinistra progressista: ieri era un filoterrorista marxista senza pietà che declamava: "La rivoluzione si fa con il fucile". Parliamo di Roberto Saviano, l'autore di Gomorra e coprotagonista con Fabio Fazio di Che tempo che fa. Ora siamo abituati a vederlo denunciare le ingiustizie nel mondo con prediche grondanti moralità, ma i suoi giovanili interventi in pubblico grondavano altro. Nel 2000, quando era uno studente universitario di 21 anni, Saviano prese la parola in un convegno dal titolo "Terrorismo ieri, oggi, domani?" presso la Federico II di Napoli. A un anno dall'omicidio (firmato Brigate Rosse) del giuslavorista Massimo D'Antona, il virgulto Saviano si lancia in una disanima degli anni di piombo il cui leit motiv è "la rivoluzione comunista in Italia è mancata per una questione di metodo". "I terroristi - diceva - hanno sbagliato semplicemente forma: la rivoluzione non si fa, si dirige. Loro hanno cercato come piccola cellula di individui isolati di generare un processo rivoluzionario non ancora maturo e quindi anche castrandolo". Dal momento che il convegno, cui partecipavano magistrati e cattedratici, poneva anche interrogativi sul futuro, Saviano concludeva il suo intervento con un auspicio: "Vorrei soltanto fosse focalizzato il problema sul capitalismo e sulle sue crisi che generano e genereranno rivoluzioni e di nuovo colpi di fucile nel futuro immediato”. Possiamo riascoltare il Saviano-pensiero grazie a Radio Radicale. Secondo il giovane Roberto, i terroristi “Erano parte sensibile di un grande movimento operaio che si sentiva tradito dal Pci, che aveva tradito con la sua scelta socialdemocratica le aspettative rivoluzionarie“. Gli anni di piombo sono dovuti quindi, stando al piccolo Saviano, a un naturale riequilibrarsi della lotta proletaria: "E così – prosegue – i terroristi prendono le armi per cercare in qualche modo portare avanti questo progetto che era stato tradito dal Pci”. Non era spaventato dalla scia di sangue e morte rimasta sull'asfalto: quella dei terroristi era autodifesa di classe. "Un magistrato, un poliziotto, un politico - argomentava - non fanno qualcosa di più lecito se parliamo di etica di quello che fa un rivoluzionario sparando. Certo non ho vissuto quegli anni ma non sto certo dalla parte della magistratura - incredibile a sentirsi oggi - non sto certo dalla parte di chi in qualche modo rivendica le radici democratiche di chi ha sconfitto il terrorismo". E' un combattente vero l'autore di Gomorra negli anni pre-Gomorra. “La rivoluzione - arringava la platea di studenti della sua età - è la modificazione dell'attuale stato di cose presenti diceva Marx, quindi si fa col fucile. La polizia era armata, chi faceva resistenza doveva armarsi”. L'origine dei problemi, in ogni caso, non era la repressione degli organi dello Stato: “Il problema – tagliava corto Saviano – rimane il capitalismo”.

E Saviano? Perde la causa su Peppino Impastato: Saviano non ci sta e attacca. In un articolo del 2008 l'autore di Gomorra parla di una telefonata avuta con la mamma Impastato. Persichetti, all'epoca cronista di Liberazione, la mise in dubbio e per questo fu querelato, scrive “Today”. Saviano ha perso la causa per diffamazione contro Paolo Persichetti ma lo scontro tra i due (e non solo) sembra destinato a continuare fuori dalle aule di tribunale.

Questi i fatti: in un articolo del 2008, poi pubblicato all'interno del libro del “La bellezza e l’inferno” edito da Mondadori nel 2009, l'autore di Gomorra parla di una telefonata tra lui e la mamma di Peppino Impastato, Felicia, morta nel 2004. Dichiara di averla sentita "un pomeriggio, in pieno agosto". A chiamare fu lei. "Roberto? Sono la signora Impastato" scriveva Saviano.

“Non dobbiamo dirci niente - continua l'articolo di Saviano - dico solo due cose una da madre ed una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua.”

Persichetti, all'epoca cronista di Liberazione, scrisse un articolo in cui mise in dubbio che questa telefonata fosse mai avvenuta e per questo fu querelato. Sempre nello stesso pezzo era contenuto l'altro motivo di tensione tra i due. "Si parlava del libro di Saviano "La parola contro la camorra" causa di rottura anche con il Centro Peppino Impastato. Nel libro si attribuisce un ruolo importante nella riapertura del caso Impastato al film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana senza il quale la vicenda sarebbe rimasta quasi sconosciuta. Il Centro Impastato non veniva neppure menzionato. Saviano dimostrava di non avere buone fonti e dava mostra di non essere informato correttamente cosa che scrissi nel mio pezzo", spiega Persichelli.

La sentenza del tribunale, e in particolare del Gip Barbara Callari, del gennaio 2013 che ha dato torto all'autore di Gomorra avrebbe dovuto chiudere la faccenda ma così non è stato.

Secondo il Gip Persichetti avrebbe smentito Saviano facendo uso di dichiarazioni fatte da fonti attendibili: riprese un'intervista di Umberto Santino, presidente del Centro siciliano di documentazione "G. Impastato" che a sua volta aveva ripreso Felicia Vitale, nuora di Felicia Bartolotta da sposata Impastato, e moglie di Giovanni Impastato, fratello di Peppino.

Ecco la sua testimonianza scritta inviata in aula (vedi allegato): "La madre di Peppino non aveva il telefono e faceva le telefonate tramite me. Non mi risulta che abbia telefonato a Roberto Saviano. Faccio notare che mia suocera è morta nel 2004 e il libro Gomorra è uscito nel 2006". Oltre alla sua in aula sono arrivate le testimonianze di Giovanni Impastato e di Umberto Santino. Nella sentenza del gip NON si dice che la telefonata non c'è mai stata ma semplicemente si dice che Persichetti ha esercitato correttamente il diritto di cronaca.

La sentenza è di qualche mese fa ma circola solo ora. "A gennaio quando ci fu la sentenza del gip solo Facci scrisse un articolo su Libero", racconta Persichetti. "Il 9 maggio poi, in occasione dell'anniversario dell'assassinio di Peppino la vicenda poi venne ripresa dal blog Baruda e piano piano cominciò a fare il giro del web", continua il giornalista.

E sulla sua pagina Facebook Roberto Saviano ha deciso di dire la sua scrivendo un lunghissimo post. Eccone una parte: "Di solito mi scrollo il fango di dosso, pensando che sia il prezzo da pagare, ma su questo non ce la faccio. Su questo ho deciso di non tacere, per il rispetto profondo che provo per la memoria di Felicia Impastato e per il disprezzo profondo per chi, odiando me, lorda chiunque trovi sulla sua strada".

Le celebrità dovrebbero andarci pianissimo con le querele, perché rischiano l’accusa di lesa maestà anche quando hanno ragione, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano” riportato da "Insorgenze". Figurarsi se la ragione non ce l’hanno, come nel caso che andiamo a raccontare e che riguarda un querelante di nome Roberto Saviano. Figurarsi, poi, se il giornalista querelato (e assolto) si chiama Paolo Persichetti, ex brigatista latitante in Francia, condannato a 22 anni per l’omicidio del generale Licio Giorgieri e ora in regime di semi-libertà: un personaggio, insomma, che per ottenere ragione da un giudice potrebbe faticare più di altri. Ma vediamo il caso. Persichetti, su Liberazione, nel 2010 scrisse due articoli. Il primo riguardava i contenuti del libro di Saviano «La parola contro la camorra» e, soprattutto, la disputa che ne seguì con il Centro Peppino Impastato. La polemica in effetti ci fu: il Centro rivendicava un ruolo nella riapertura del caso di Giuseppe Impastato – ucciso dalla mafia a Cinisi nel 1978 – dopo che Saviano, nel libro, aveva attribuito ogni merito al film «I cento passi» di Marco Tullio Giordana senza il quale, parole sue, la vicenda sarebbe rimasta «una storia minore confinata nelle pieghe degli anni Settanta». Il Centro non veniva neppure menzionato. Tornando all’articolo: Persichetti oltretutto forniva la ricostruzione di una presunta telefonata tra Saviano e Felicia Impastato (madre di Giuseppe) e giungeva a sostenere che la conversazione non era mai esistita: e citava, come fonti, due parenti della madre (che nel frattempo è morta, e non può confermare o smentire) ma anche Umberto Santino, direttore del Centro Impastato: «Ma lui, Saviano, non ha avuto il coraggio di querelarlo», dice ora Persichetti, «perché ha preferito rivolgere i suoi strali contro il direttore di Liberazione e me, ritenendomi forse l’anello più debole e delegittimato della catena».

Forse lo status di un brigatista condannato per assassinio, in effetti, potrebbe sembrare inferiore a quello di un mostro sacro dell’antimafia. Sta di fatto che la cosa non impedì a Persichetti, nei suoi articoli, di metterla giù molto dura: «Quando Saviano non abbevera i suoi testi alle fonti investigative», scriveva, «dà mostra di evidenti limiti informativi». La critica si faceva più stringente nel concentrarsi sul «ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali», qualcosa che l’ha trasformato in «un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica». Il contrario dell’antimafia «sociale» promossa da Giuseppe Impastato, la cui vera storia «venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio dei carabinieri e della magistratura. Un passato che Saviano non può raccontare». Diciamo che non le mandò a dire, Persichetti. Non bastasse, nel secondo articolo se la prese con l’impostazione autocelebrativa dello scrittore nel programma «Vieni via con me» andato in onda sui Raitre nel novembre 2010. La sua prestazione veniva definita «imbarazzante» a margine di una «memoria selettiva e arrangiata», di «pochezza culturale», di «un monologo melenso di trenta minuti, senza contraddittorio, privo di senso del ritmo… accompagnato solo da uno smisurato e pretenzioso egocentrismo». Poi l’accusa forse più sanguinosa: l’essere Saviano «un derivato speculare dell’era berlusconiana». Da qui la querela. L’avvocato di Saviano la depositava il 12 gennaio 2011 ai danni di Persichetti e del suo direttore Dino Greco, personaggi che non avrebbero fatto altro che «vomitare il proprio odio ossessivo e ossessionato». La querela è lunghissima (30 pagine) e non risparmia il tentativo di buttare nel mucchio anche la condanna a 22 anni che Persichetti sta scontando: le parole del giornalista contro Saviano, infatti, sono definite come «una condanna inappellabile, come inappellabile fu la condanna a morte che dovette subire il generale Giorgieri». Parole come proiettili, come si dice. Dulcis in fundo, le critiche di Persichetti parevano al legale «senza alcuna finalità di pubblico interesse».

Il 6 luglio 2012, tuttavia, il pm Francesco Minìsci non era dello stesso avviso: e chiedeva l’archiviazione. La notizia di reato a suo dire era «infondata» proprio perché ricorreva l’interesse pubblico del caso. E forse proprio per ravvivarlo, il caso, ecco che Saviano il 15 gennaio scorso compariva in aula a Roma: la presenza fisica, in questi casi, riveste sempre una giusta considerazione. La sua testimonianza ha un che di grave: «Intendo qui difendere la memoria della signora Impastato che ebbe con me una conversazione telefonica (negata nell’articolo querelato)… nella quale mi esprimeva la sua solidarietà… Negare l’esistenza della telefonata non costituisce una critica, ma un attacco teso a minare il mio stesso impegno sociale e civile». Lunedì scorso, tuttavia, il gip Barbara Càllari si è presa il rischio di minare l’impegno sociale e civile di Saviano: ed ha archiviato. Il giudice ha fatto propri i rilievi mossi nella richiesta di archiviazione anche a proposito della presunta telefonata: «Nessun intento diffamatorio può essere attribuito a Persichetti, che si è limitato a fornire una diversa ricostruzione della vicenda, basata su fonti attendibili… Ricorre senza dubbio l’obiettivo interesse pubblico delle questioni sollevate… Malgrado il tono dei due articoli sia a tratti aspro… le valutazioni dell’autore attengono a circostanze precise e ben definite».

E una querela è andata. Resta in ballo, per ora, la causa civile che Roberto Saviano ha promosso ai danni di Marta Herling, nipote di Benedetto Croce e segretario dell’Istituto Italiano di Studi storici: lo scrittore ha chiesto un risarcimento di quasi cinque milioni di euro (a lei e a Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno) per via delle contestazioni ricevute dopo la sua ricostruzione del salvataggio di Benedetto Croce durante il terremoto di Casamicciola. Questione, siamo certi, al centro dei vostri pensieri.

Santo o bugiardo? Si chiede “La Rosa Nera”. Roberto Saviano e le sue verità nascoste. Nell’incertezza di questi tempi moderni, solo uno stolto può credere che la verità stia da una parte sola. Come ci insegnano i saggi, quasi sempre la verità sta nel mezzo, in quel limbo di sottintesi e non detti, omissioni e bugie, che molto spesso sono più veritiere delle verità proclamate a gran voce.

La lezione l’abbiamo imparata un po’ tutti, soprattutto quando si tratta di personaggi pubblici. Sappiamo tutti che esiste l’altra faccia della medaglia, quella oscura, quella che non viene mostrata ai più e che molto spesso nasconde inganni, accoglie compromessi, cela menzogne che si fa di tutto per non far venire alla luce. Questa lezione sembrano averla imparata i più, ma non i fans di Roberto Saviano.

Da quando, nel 2006, Gomorra ha superato i 10 mln di copie vendute nel mondo (diventando poi anche un film di successo, girato proprio nei luoghi di camorra), di cui 2 mln 250mila solo in Italia, generando (verità o leggenda?) un’invasione mai vista prima di turisti per le strade napoletane (quelle del centro storico, sì, ma di Secondigliano; nei quartieri residenziali, sì: a Scampia), dove con libro di Saviano alla mano lo sprovveduto, impavido turista tipo “avventuroso” se ne andava in giro domandando alla gente dove potesse trovare il Terzo Mondo o visitare le fabbriche parallele, dare un’occhiata ai Visitors o fare un tour a Parco Verde, ebbene, da allora, da quando con il suo collage sul Sistema camorristico, che altro non è – e lo dicono gli esperti – una raccolta di articoli di giornale e informazioni varie reperite per vie assolutamente risapute e accessibili a chicchessia, Roberto Saviano ha fatto il botto, Roberto Saviano è diventato l’uomo simbolo della lotta alla criminalità organizzata nel mondo: l’uomo minacciato dalla camorra che paga il suo gesto di denuncia vivendo sotto scorta ma che nonostante la paura non smette di denunciare “la verità” ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltare, sui giornali, nelle trasmissioni tv, in pubblici comizi nelle piazze e nelle librerie, l’indiscusso, indiscutibile paladino della giustizia e della legalità, modello di coraggio e di virtù, orgoglio partenopeo, acclamato come Maradona e rispettato come san Gennaro, un uomo senza precedenti che, da solo, ha avuto il coraggio di aprire la porta e gettare la luce sugli oscuri traffici della camorra che infetta la nostra splendida terra, oscura il sole, contagia tutti noi.

Encomiabile, certo. Che Roberto Saviano sia stato il primo a realizzare un’opera omnia sulla camorra, svelandone funzionamento e meccanismi, non è certo in discussione. Che quest’atto sia stato malvisto da alcuni esponenti della criminalità organizzata, in particolare dal clan dei casalesi, che pare l’abbia condannato a morte, salvo poi dedicarsi nell’immediato ad affari di maggiore urgenza che non fare fuori uno scrittore, come per esempio, negli anni, realizzare altre 2 o 3 esecuzioni (Domenico Noviello, per esempio, imprenditore di Baia Verde ribellatosi al pizzo e giustiziato, nonostante fosse sotto protezione, il 20 maggio del 2008; oppure Raffaele Granata, padre del sindaco di Calvizzano ucciso sempre nel 2008 e sempre perché si rifiutava di pagare il pizzo; e ancora Angelo Vassallo, il sindaco attivista e ambientalista di Pollica ucciso nel 2010, probabilmente – ma le indagini sono ancora in corso – proprio perché dava fastidio alla camorra), tutte successive alla data in cui Roberto Saviano è stato posto sotto scorta (2006).

Allo stesso modo è vero che con il suo primo libro, che è subito diventato un best-seller, Roberto Saviano ha attirato l’attenzione internazionale, dei media e della gente, su Napoli e sulla Campania, raccontandole come un far west preda della criminalità organizzata, una terra di nessuno in cui la Camorra spadroneggia a piacimento, in cui il pericolo si cela dietro l’angolo (perché è facile rimanere uccisi per sbaglio in un agguato o in un regolamento di conti), provocando di fatto con l’uscita del suo libro, in una sfortunata concomitanza con uno dei picchi dell’emergenza rifiuti, l’arresto quasi totale della macchina turistica ed economica dell’intera regione.

Tuttavia, ciò su cui mi preme puntare l’attenzione non è tanto la credibilità di quest’uomo in quanto scrittore, giornalista e denunciatore, quanto piuttosto sul modo in cui la sua presunta credibilità venga recepita e acriticamente accettata dal popolo di seguaci della legalità, che nella sua scelta di raccontare (che cosa, poi?) ha colto l’impeto sacro di un uomo illuminato dalla ragione da osannare come un profeta. Portato alla ribalta dai media, come dicevamo Roberto Saviano è diventato un guru della cultura della legalità; ma, come si rifletteva all’inizio di questo articolo, è impossibile, o comunque altamente improbabile ritenere che la verità assoluta risieda univocamente da una parte sola. Esiste sempre l’altra faccia della medaglia, e, nel caso di Roberto Saviano, l’altra faccia della medaglia è quella delle bugie. Deliberate o commesse per distrazione o imprecisione, negli anni il paladino della giustizia, imperituro oppositore dell’illegalità Roberto Saviano, ne ha collezionate un bel po’.

La discussione in merito si riapre in seguito alla recentissima notizia che ha visto Roberto Saviano perdere la causa per diffamazione intentata nei confronti di Paolo Persichetti, giornalista ed ex br, per alcuni articoli pubblicati su Liberazione. La querela risale al gennaio 2011: gli articoli firmati da Persichetti e incriminati erano 2, e contenevano alcuni fatti di “rilevanza giornalistica”. Noi ci soffermeremo su uno solo di questi fatti: ne “La bellezza e l’Inferno”, suo secondo libro, Roberto Saviano racconta di una telefonata avvenuta tra lui e la madre di Peppino Impastato, attivista e giornalista siciliano ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, in cui la donna l’avrebbe spinto a continuare la sua azione di denuncia della criminalità organizzata, invitandolo alla prudenza.

“Non dobbiamo dirci niente, dico solo due cose, una da madre e una da donna. Quella da madre è stai attento, quella da donna è stai attento e continua”.

In uno dei suoi articoli su Liberazione, per i quali è stato poi querelato da Saviano, Paolo Persichetti afferma, documentandosi alla fonte (ovvero stando alle dichiarazioni della nuora di Felicia Impastato), che questa telefonata non è mai avvenuta. Felicia Impastato infatti non aveva il telefono. Le telefonate le faceva a casa del figlio Giovanni, fratello di Peppino, passando per la moglie di lui. Alla quale non risulta che la signora Impastato abbia mai chiamato Roberto Saviano. Anche perché Felicia è morta nel 2004, ovvero due anni prima che l’uscita di Gomorra rendesse celebre il suo autore.

Ora, questo recente avvenimento di cronaca ha portato alla ribalta altre notizie simili, risalenti agli anni passati, che riguardano quella che sembra essere una certa tendenza dell’autore di Gomorra, se non alla spudorata menzogna, quantomeno alla “rivisitazione” della verità, o (non si sa se meglio o peggio, trattandosi di un giornalista) alla mancata verifica delle fonti. Cosa che un personaggio del suo calibro non potrebbe proprio permettersi.

Un altro episodio risale al 2010, quando nel corso del suo monologo “Il terremoto a L’Aquila” andato in onda durante la quarta puntata della trasmissione “Vieni via con me” e successivamente raccolto insieme agli altri in un volume dal titolo omonimo uscito nel 2011, Roberto Saviano racconta l’esperienza di Benedetto Croce sotto le macerie, anch’egli vittima e unico superstite della sua famiglia del terremoto che colpì l’isola di Ischia nell’estate del 1883. Travisando completamente il racconto del filosofo, contenuto nelle “Memorie della mia vita”, (1902), come si legge nella lettera di protesta inviata da Marta Herling, la nipote di Benedetto Croce.

Ancora, sempre nel 2010, ospite al Festival dell’Economia di Trento, Roberto Saviano sollevò un vespaio affermando che la ‘ndrangheta calabrese aveva tentato, per fortuna senza successo, la scalata al settore della distribuzione delle mele altoatesine, tramite l’appoggio di alcuni mediatori trentini.

“C’è stata un’inchiesta, che potete studiare, partita dalla Calabria dove hanno tentato attraverso mediatori trentini di poter entrare, le organizzazioni aspromontine, nella gestione e distribuzione della mela trentina”.

Così aveva tuonato Roberto Saviano dal palco del Festival dell’Economia di Trento. Peccato che quest’inchiesta non ci sia mai stata. La smentita clamorosa di Saviano è arrivata poco dopo, quando la lettera aperta di Luigi Ortolina, rappresentante del Gruppo degli agenti ortofrutticoli della Provincia di Trento in seno all’Associazione mediatori e agenti di affari della Provincia di Trento aderente Fimaa, che chiedeva giustamente al giornalista di fare i nomi dei corrotti in seno alle organizzazioni di imprenditori locali affinché fossero espulsi, ha sollevato un’indagine (stavolta sì, che c’è stata davvero) da parte dei carabinieri del Ros di Trento, che in merito alle presunte infiltrazioni aspromontine in Trentino Alto Adige hanno voluto sentire il giornalista. In quell’occasione il Saviano nazionale se ne è uscito dicendo che le sue affermazioni, che pure parevano tanto sicure e certe e verificate, erano solo un “monito” che voleva avere un “effetto di sensibilizzazione”, insomma: non una verità confermata dai fatti, ma un’affermazione (una supposizione, potremmo dire) da prendere con le pinze. E chissà quante altre sono le affermazioni che, uscite da quella bocca da grande oratore, ammaliatore di serpenti e di folle, vanno prese con la dovuta circospezione.

Lo sappiamo noi, lo sanno quanti sfortunatamente si sono trovati, loro malgrado, implicati o travolti nella centrifuga di menzogne (lui, che soleva citare la macchina del fango!) attivata da Roberto Saviano; lo sanno quanti della sua univocità di santo hanno sempre dubitato. Chi proprio non lo sa, o non vuole saperlo, sono i suoi sfegatati seguaci. Quelli che, nonostante tutto, continuano a venerare il mito di Roberto Saviano, con la vergognosa complicità degli organi di informazione di massa che continuano a tacere queste informazioni.

Tutto ciò, per tornare alla riflessione iniziale, insegna proprio questo: che non esiste una sola verità. Così come non esiste un solo modo di fare “camorra”. La verità non sta mai da una parte sola, anzi. Quasi sempre la verità sta nel mezzo, in quel limbo di sottintesi e non detti, omissioni e bugie, sull’altra faccia della medaglia, quella oscura, che non viene mostrata ai più, e che molto spesso nasconde inganni, accoglie compromessi, cela menzogne che tutti fingono di non vedere. Il perché è semplice: chi ha provato a smascherarle è stato messo a tacere, in tutti i modi possibili, da chi non vuole che un’altra versione della verità venga a galla. La verità l’hanno uccisa sulla bocca di chi ha provato a dirla. A noi comuni mortali, per onorare quanti per amore della verità hanno pagato davvero (e con la vita), spetta almeno il compito di non smettere mai di dubitare.

Daniele Sepe scrive un rap anti Sviano: “E’ più intoccabile del Papa”. Il musicista, «comunista» napoletano, accusa lo scrittore di non accettare il contraddittorio e di essere manovrato, scrive Antonio Fiore su “Il Corriere della Sera”. Roberto Saviano bugiardo e imbroglione, costruttore del proprio mito, showman interessato più al diritto d’autore che al dovere della verità: se il libro di Dal Lago era una critica all’«eroe di carta», Cronache di Napoli di Daniele Sepe è un attacco senza precedenti all’autore di Gomorra.

Sepe, ma perché ce l’ha tanto con Saviano?

«Non c’è nessuna polemica verso di lui».

Alla faccia: nel suo testo gliene dice di tutti i colori.

«Contesto innanzitutto il fatto che Saviano sia un esperto di mafia».

Nega che a partire dal libro di Saviano sia cambiata nell’opinione pubblica non solo nazionale la percezione del fenomeno camorra?

«Ricordo una bellissima copertina di Der Spiegel negli anni Settanta, quella con la pistola sul piatto di spaghetti. Sin da allora la mafia faceva notizia».

Già, ma quella fu una trovata giornalistica, di costume.

«E anche Gomorra è un libro di costume. Con dentro tante imprecisioni e inesattezze che nessuno si è però preso la briga di verificare».

La storia del container pieno di cinesi morti, va bene. Però Saviano le risponderebbe che...

«Risponderebbe che il suo è un romanzo. D’accordo, anche Sciascia scriveva (straordinari) romanzi sulla mafia. Ma non mi risulta che fosse considerato un esperto di mafia».

Saviano, però, ha portato alla luce gli intrighi di un clan pericolosissimo eppure mediaticamente sottovalutato come quello dei casalesi. Almeno questo, glielo possiamo riconoscere?

«Perché, oltre a quello dei conosciutissimi boss ha fatto mai qualche nome? Se lui sa che i casalesi fanno affari con i grandi della politica e della finanza, perché non ci dice chi sono? Oppure i casalesi il business li fanno con i cinesi morti? Dice di sapere tutto dello scandalo-rifiuti in Campania. Ma quali aziende ha denunciato? Nessuna. Per attaccare un politico - vedi il caso Cosentino - aspetta che i giudici tirino fuori le carte. Saviano è solo una bella cortina fumogena. Se devo informarmi su che cosa è la camorra, scelgo sempre il buon vecchio Napoli fine Novecento. Politici, camorristi, imprenditori di Francesco Barbagallo».

Da un uomo di sinistra, anzi di sinistra radicale, non si sente politicamente scorretto?

«Da comunista dico: quando da decenni la politica è fatta da governi presieduti dagli editori di Saviano, e quando i provvedimenti finanziari si accaniscono sulla povera gente, sicuramente chi ci guadagna è la camorra. La povera gente qualcosa deve pur mangiare, e la legalità è una cosa bellissima, ma non si mangia. Il problema criminale, in Campania e in tutto il Sud, va analizzato tendendo conto che qui sono 20 anni che le aziende chiudono per favorirne altre al Nord, e che la malavita attecchisce per mancanza di alternative, non perché qui vivono scimmie malvage dedite al cannibalismo».

Intanto Saviano, per aver lanciato la sua sfida ai clan, è costretto a vivere sotto scorta. Ma lei ha da ridire anche su questo.

«A me risulta che, a suo tempo, il capo della Mobile dette parere negativo alla concessione della scorta. E per avere espresso questo punto di vista è stato rimbrottato addirittura dal capo della Polizia. Ma allora io mi chiedo: in Italia non c’è solo Padre Pio tra gli intoccabili? Possibile che si possa criticare il Papa, e Saviano no? Che persino Berlusconi accetti il contraddittorio, e Saviano no? Perché non posso dirgli guaglio’, stai dicenno ’na strunzata?».

Forse perché incrinerebbe un fronte di solidarietà verso una persona minacciata di morte?

«Ma chi minaccia Saviano, e perché? Da cittadino italiano avrei il diritto di saperlo: quali sono ’ste minacce? Le telefonate anonime? Non che la cosa mi scandalizzi: in Italia ci sono tante scorte inutili, una in più, una in meno...».

Ma lo sa che cose simili le ha dette Emilio Fede, uno con il quale non credo che lei sia in sintonia?

«Fede è sotto scorta da 15 anni, però continuiamo a criticarlo. E invece Saviano no, è incriticabile?».

Lei comunque non si fa pregare: nel finale della canzone definisce Berlusconi il capo burattinaio che paga l’affitto a Saviano.

«Non sono il capo dei servizi segreti e non ho prove da portare, anche se prendo atto che Saviano è sempre molto deferente verso il suo editore. Del caso Saviano io faccio un’analisi politica: ciò che sta accadendo intorno a questo autore è funzionale a una destra populista, in cui il fenomeno della camorra è ridotto alla cattiveria innata di ceti popolari dediti al malaffare e al loro desiderio di fare soldi il più in fretta possibile. Secondo questa analisi il problema si risolve con più 41 bis, con più esercito, più polizia come vuole Maroni, non a caso amatissimo da Saviano».

E ora come si aspetta che valuteranno a sinistra questa sua presa di posizione?

«Ormai il savianismo è una religione. Credo che come minimo mi scorticheranno vivo».

PARLIAMO DI MARCO TRAVAGLIO.

Ci voleva Daniela Santanché, scrive “Libero Quotidiano”, per mettere a nudo il moralismo ipocrita di Marco Travaglio e della sinistra. Nella puntata Del 16 maggio 2013 di Servizio Pubblico Michele Santoro imbastisce l'ennesima, noiosa, puntata sul processo Ruby. Nella bolgia rosso fuoco dei giustizialisti, ospite unico della serata è Daniela Santanché. Parla per primo Travaglio, che elenca, come fa da anni, i motivi della colpevolezza di Silvio Berlusconi, per poi lanciarsi in una difesa all'ultimo sangue di Ilda Boccassini e della sua requisitoria. La Santanché però non ci sta e ribatte a muso duro: "Le cose che ha detto Travaglio non mi stupiscono, ma gli sfugge una cosa: la vittima dov'è? Io sono contenta che lei abbia così tante certezze, io vivo nel dubbio: non c'è una sola ragazza che ha detto di essere stata costretta a fare qualcosa contro la loro volontà". E ancora: "Le sue parole di condanna sono una pulizia etnica contro tutti coloro che non la pensano come lei". Travaglio pare in difficoltà, ma subito giunge il soccorso rosso di Santoro, che spiattella in diretta televisiva alcune intercettazioni telefoniche che riguardano Berlusconi e Nicole Minetti. Dura, la replica della Santanché: "Siete degli uomini, avete conosciuto delle belle ragazze, siete ricchi, ma non vi è mai capitato, essendo ricchi, di fare dei regali a qualche ragazza? Non avete mai conosciuto una donna che vi frequentava per avere vantaggi?". Santoro e Travaglio, che si ritengono per definizione monopolisti della verità, però non si scompongono e ricominciano con la solita tiritera, rievocando tutte le fasi del processo, evadendo però la domande della Santanché. La chiusa della Santanché è fulminante: "Non si può processare uno stile di vita, queste ragazze non si possono definire puttane. Rischiamo di passare dal processo a Berlusconi a quello alle idee. Durante la requisitoria mi ha fatto paura l'accanimento, la voglia di scagliare dentro. Possiamo parlare di scelte di vita, di morale, etica. Ma non di reato". Una lezione di vita. La discussione scivola poi sulla grave affermazione della Boccassini su Ruby ("Furbizia orientale", aveva affermato durante la requisitoria, criticandone quindi i suoi comportamenti). Dichiarazioni che la Santanché bolla senza giri di parole come "razziste".

E Travaglio? Marco Travaglio ora rompe pure con gli amici, i magistrati, scrive “Libero Quotidiano”. Al centro della bufera tra Marco Manetta e le toghe c'è sempre il Cav e il caso Ruby. Ieri il Csm ha sanzionato con censura il pm minorile di Milano Anna Maria Fiorillo. La tirata d'orecchie per il magistrato arriva per le sue dichiarazioni alla stampa dopo la notte del 27 maggio 2010, quando Ruby fu identificata e trattenuta per accertamenti alla questura di Milano. Lo ha deciso la sezione disciplinare del Csm per violazione del riserbo. ''L'avevo messo in conto, ma lo rifarei'', ha commentato Fiorillo, aggiungendo che presenterà ricorso. Fin qui i fatti. Ma Travaglio non digerisce il buffetto del Csm al magistrato. Così con un editoriale di fuoco spara alzo zero sulle toghe. "Fate schifo. C'è un limite alla vergogna. La Fiorillo ha forse insabbiato un'indagine? Non riesco a capire perchè il Csm ha agito così. Contro di lei è stata avviata un'azione disciplinare per aver violato il dovere di riserbo. Cioè per aver osato dire la verità". Alla stampa. Travaglio è un fiume in piena e va giù duro contro i magistrati: "Il plotone di esecuzione del Csm l'ha punita con la censura. Guai a chi dice la verità in questo paese di merda". Travaglio ormai ha perso la bussola. In effetti la condanna della Fiorillo per lui è un colpo basso. Sanzionare una delle fonti principali di Travaglio è uno sgarbo senza precedenti. Ora Marco come farà a riempire il suo giornale senza gli spifferi delle procure?

Ecco il casellario giudiziario di Travaglio, il grande inquisitore, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. Previti, Confalonieri, Del Noce, Schifani: ecco tutte le condanne per diffamazione subìte dal fondatore del Fatto Quotidiano e lette in tv a Servizio Pubblico sa Michele Santoro da Berlusconi. La letterina con l’elenco delle condanne di Travaglio - letto molto parzialmente da Berlusconi - rimarrà nella piccola storia della nostra televisione come una nemesi straordinaria: le sedie e le parti invertite, lui che legge e l’altro non può replicare, il clima da mattinale di questura. A chi non è piaciuta, non piace Travaglio. Il che non toglie che i contenuti della lettera siano assolutamente veri.

• Nel 2000 è stato condannato in sede civile per una causa intentata da Cesare Previti dopo un articolo su L’Indipendente del 24 novembre 1995: 79 milioni di lire, pagati in parte attraverso la cessione del quinto dello stipendio.

• Nel giugno 2004 è stato condannato dal Tribunale di Roma in sede civile a un totale di 85.000 euro (più 31.000 euro di spese processuali) per un errore contenuto nel libro «La Repubblica delle banane» scritto assieme a Peter Gomez e pubblicato nel 2001. Nel libro, a pagina 537, così si descrive «Fallica Giuseppe detto Pippo, neo deputato Forza Italia in Sicilia»: «Commerciante palermitano, braccio destro di Gianfranco Miccicché... condannato dal Tribunale di Milano a 15 mesi per false fatture di Publitalia. E subito promosso deputato nel collegio di Palermo Settecannoli». Dettaglio: non era vero. Era un caso di omonimia tuttavia spalmatosi a velocità siderale su L’Espresso, su il Venerdì di Repubblica e su La Rinascita della Sinistra: col risultato che il 4 giugno 2004 sono stati condannati tutti a un totale di 85mila euro più 31mila euro di spese processuali; 50mila euro in solido tra Travaglio, Gomez e la Editori Riuniti, gli altri sparpagliati nel gruppo Editoriale L’Espresso. Nel 2009, dopo il ricorso in appello, la pena è stata ridotta a 15.000 euro.

• Nell’aprile 2005 eccoti un’altra condanna di Travaglio per causa civile di Fedele Confalonieri contro lui e Furio Colombo, allora direttore dell’Unità. Marco aveva scritto di un coinvolgimento di Confalonieri in indagini per ricettazione e riciclaggio, reati per i quali, invece, non era inquisito per niente: 12mila euro più 4mila di spese processuali. La condanna non va confusa con quella che il 20 febbraio 2008, per querela stavolta penale di Fedele Confalonieri, il Tribunale di Torino ha riservato a Travaglio per l’articolo Mediaset «Piazzale Loreto? Magari» pubblicato sull’Unità del 16 luglio 2006: 26mila euro da pagare; né va confuso con la citata condanna a pagare 79 milioni a Cesare Previti (articolo sull’Indipendente) e neppure va confuso con la condanna riservata a Travaglio dal Tribunale di Roma (L’Espresso del 3 ottobre 2002) a otto mesi e 100 euro di multa per il reato di diffamazione aggravata ai danni sempre di Previti, reato - vedremo - caduto in prescrizione.

• Nel giugno 2008 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Roma al pagamento di 12.000 euro più 6.000 di spese processuali per aver descritto la giornalista del Tg1 Susanna Petruni come personaggio servile verso il potere e parziale nei suoi resoconti politici: «La pubblicazione», si leggeva nella sentenza, «difetta del requisito della continenza espressiva e pertanto ha contenuto diffamatorio».

• Nell’aprile 2009 è stato condannato dal Tribunale penale di Roma (articolo pubblicato su L’Unità dell’11 maggio 2007) per il reato di diffamazione ai danni dell’allora direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce. Il processo è pendente in Cassazione.

• Nell’ottobre ottobre 2009 è stato condannato in Cassazione (Terza sezione civile) al risarcimento di 5.000 euro nei confronti del giudice Filippo Verde, che era stato definito «più volte inquisito e condannato» nel libro «Il manuale del perfetto inquisito», affermazioni giudicate diffamatorie dalla Corte in quanto riferite «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata».

• Nel giugno 2010 è stato condannato civilmente dal Tribunale di Torino (VII sezione civile) a risarcire 16.000 euro al Presidente del Senato Renato Schifani, avendo evocato la metafora del lombrico e della muffa a «Che tempo che fa» il 10 maggio 2008.

• Nell’ottobre 2010 è stato condannato civilmente per diffamazione dal Tribunale di Marsala: ha dovuto pagare 15mila euro perché aveva dato del «figlioccio» di un boss all’assessore regionale siciliano David Costa, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e successivamente assolto in forma definitiva.

• Ora la condanna più significativa. Si comincia in primo grado nell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Previti. L’articolo, del 2002 su l’Espresso, era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo era un classico copia & incolla, dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari, ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri». Il giudice condannò Travaglio ai citati otto mesi: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione». In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare. La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010 e confermava la condanna, ma gli furono concesse attenuanti generiche e una riduzione della pena. La motivazione, per essere depositata, non impiegò i consueti sessanta giorni: impiegò un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione. «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito... (vi è) prova del dolo da parte del Travaglio». Il quale, ad Annozero, ha bofonchiato di un ricorso in Cassazione: attendiamo notizie.

Filippo Facci a "Sua Vanità" Travaglio: "Nascondi ai tuoi fan i reati". Vi spiego quello che il vicedirettore del "Fatto" non spiega in tv: in particolare vi parlo di quella prescrizione di cui Marco non vuole parlare nemmeno sotto tortura, scrive su “Libero Quotidiano”.

Sua Vanità, Marco Travaglio, è tornato sul tema a lui caro (economicamente) delle sue condanne per diffamazione. L’ha fatto a Servizio Pubblico, ovviamente, parlando da solo, ovviamente.

L’ha fatto per via dei lettori e teleutenti che chiedevano chiarimenti: segno che non ne aveva mai dati. Delle condanne di Travaglio hanno appreso da Berlusconi.

Il presunto collega ha mostrato il suo casellario giudiziale - è il quarto anno di fila che lo fa - dove «c’è scritto nulla», quindi ha gongolato come se stringesse in mano un’indulgenza per l’altro mondo. Penalmente, è incensurato: esattamente come Silvio Berlusconi. Però Berlusconi è prescritto: anche Travaglio, visto che l’ultima sua condanna penale è andata in prescrizione il 4 gennaio 2011.

Nei sette minuti supplettivi da lui sequestrati a Servizio Pubblico, in sostanza, Travaglio ha spiegato di essere il migliore come sempre: migliore dei colleghi e direttori berlusconiani «condannati per diffamazione», loro sì, e migliore dei giudici che «non hanno capito» perché l’hanno condannato, migliore dell’intera stampa italiana che dopo Servizio Pubblico «la differenza tra penale e civile non l’hanno capita neanche loro». A meno che a questa differenza, più semplicemente, i giornali italiani non abbiano dato l’importanza che Travaglio le attribuisce. Il presunto collega, infatti, continua a parlare (da solo) come se le condanne civili non nascessero comunque da un illecito e da un cattivo giornalismo, e come se il primo a mischiare e pubblicare le condanne penali e civili dei colleghi, a suo tempo, non fosse stato lui. Ora che la sua stessa arma gli si ritorce contro, tuttavia, ecco fiorire distinguo su distinguo: e così giovedì sera ha cercato di separarsi dai «direttori berlusconiani, loro condannati più e più volte, loro sì diffamatori professionali», gente diversa da «noi, che non abbiamo nessuna condanna per diffamazione». Interessante. Ma una risposta a tono, purtroppo, implicherebbe l’elenco dei suoi amici e colleghi che sono incappati pure loro in condanne per diffamazione, magari con la specifica che anche il grande Indro Montanelli ne ha collezionate a bizzeffe, di condanne. E così pure tutti i grandi del giornalismo. Per rispondere a tono, cioè, dovremmo contribuire al gioco idiota e prediletto da Travaglio in tutti questi anni: sostituire la fedina penale alla carta d’identità, spiegare ai più beoti tra i suoi fans che un giornalista condannato per diffamazione sia tutta ‘sta cosa. Meglio di no. Meglio lasciare a Travaglio il suo certificato di purezza, glielo lasciamo noi e glielo lasciano tutti i suoi direttori regolarmente condannati per diffamazione.

1) Solo, ecco: si difenda un po’ meglio, almeno. Giovedì sera ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

2) Poi ha detto che una causa - persa col magistrato Filippo Verde - gli è andata male «perché il giudice ha capito» una cosa sbagliata. Colpa del giudice. Il quale, a dir il vero, nella sentenza ha scritto che Travaglio si era espresso «in maniera incompleta e sostanzialmente alterata». Ma questo non c’era bisogno di dirlo a Servizio Pubblico.

3) Però ha detto, Travaglio: «Avevo scritto che Confalonieri doveva vergognarsi di accusare la sinistra di voler espropriare Mediaset come a Piazzale Loreto», e questa semplicemente è stata ritenuta dal giudice «una critica eccessiva». Tutto qui. Agli amici di Servizio Pubblico non ha detto altre cose, però. Non ha detto che, secondo il giudice, lui - Travaglio - aveva dato per certe «ipotesi d’accusa non ancora accertate», che aveva riferito «illeciti non veritieri», che le notizie riferite da Travaglio «devono ritenersi non conformi al principio della verità e pertanto devono ritenersi sussistenti gli estremi del reato di diffamazione». Ops, scandalo, il giudice ha scritto «reato» nonostante fosse una causa civile. Un altro ignorante da segnare sul quadernino, Marco.

4) Poi Travaglio ha detto: «Ho scritto che Confalonieri era imputato assieme a Berlusconi nel processo Mediaset, ma non che era imputato per un altro reato. Il giudice ha capito che gli avessi detto che era imputato per lo stesso reato». Colpa del giudice.

5) Travaglio ha spiegato, poi, d’esser stato condannato per aver evocato «la metafora della muffa e del lombrico» riferita al presidente del Senato, Renato Schifani. Una metafora, ha detto il presunto collega, che era riferita eventualmente al successore di Schifani, non a Schifani. E però - ha detto agli amici di Servizio Pubblico - «il giudice o non ha capito o non ha apprezzato la battuta». Colpa del giudice. Non ha capito.

6) Travaglio ha poi riassunto nel seguente modo la condanna civile per causa della collega Susanna Petruni: «Una giornalista della Rai, berlusconiana di ferro, mi ha denunciato perché ho detto che è una berlusconiana di ferro. Dodicimila euro m’è costata». Eh no. Travaglio l’aveva definita «non obiettiva e asservita al potere della maggioranza di governo...», con episodi specifici di cronaca politica «narrati con evidente parzialità». Poteva dirlo.

7) Infine: Travaglio ha parlato di una condanna (penale, ma prescritta) elargita «perché avevo riassunto troppo un verbale di ottanta pagine in una pagina dell’Espresso... bastava che Previti mi mandasse una rettifica... ». Fine. E così non ha sentito il bisogno di riferire, ai gonzi di Servizio Pubblico, le parole utilizzate dal giudice: «Accostamento insinuante», «omissione evidente», «significato stravolto», «distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Questo in primo grado. In Appello: «È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria!, «vi è prova del dolo da parte del Travaglio».

Prova. Dolo. Travaglio. 

PARLIAMO DI SANTORO.

Santoro indagato per abusi edilizi nella sua villa. Il giornalista fustigatore finisce nel mirino della Procura di Salerno per le opere di ristrutturazione della casa sul golfo di Amalfi. Tre piani vista mare con terreno, acquistata nel 2009 per 950mila euro. Gli interventi edili sarebbero stati fatti senza la necessaria denuncia e in zona sismica, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale"  «Lavori abusivi», questo dice l’articolo di legge violato dal proprietario, dal titolare della ditta esecutrice e dal direttore dei lavori in quella bella casa con vista mozzafiato sul golfo di Amalfi. Ma chi è il proprietario? Lui, il fustigatore massimo dei pubblici peccati, Michele Santoro. A lui, e agli altri due, è stato appena recapitato dalla Procura di Salerno l’avviso di conclusione delle indagini preliminari sui lavori di ristrutturazione della villa comprata nel 2009 dal conduttore di Annozero, per 950mila euro più spese. L’atto (che pubblichiamo qui a fianco) rivela qualcosa che non si sapeva fino ad oggi (né si poteva sapere, valendo il segreto istruttorio) e cioè che Santoro fosse indagato dalla procura salernitana, nella persona del sostituto procuratore Carmine Olivieri, un magistrato che tutti, da quelle parti, definiscono «uno tosto». Nel mirino della procura ci sono due ordini di fatti: una serie di opere edili realizzate nella villa senza la necessaria denuncia all’organo competente, e poi una seconda omissione che riguarda invece le specifiche indispensabili per costruire in zona sismica. Questo configurerebbe, secondo il pm, una contravvenzione ex articolo 113 del codice penale (Cooperazione nel delitto colposo) e poi da quattro diversi articoli del Testo unico dell’edilizia. Scrive il pm nell’avviso di conclusione indagini: «Cooperando colposamente il Santoro quale committente», insieme al progettista e al titolare della ditta esecutrice, «eseguivano opere edili (edificazione di un arco e di un pilastro esterno al piano terra; demolizioni di pareti trasversali interne al piano terra; apertura di un vano di passaggio in un muro al primo piano) afferenti la statica del fabbricato, senza averne fatto previa denuncia allo Sportello unico e/o all’Ufficio del Genio civile». Cioè, abusivamente. Non solo, «eseguivano i lavori indicati in zona sismica senza darne preavviso scritto, omettendo il contestuale deposito dei progetti ed omettendo di attenersi ai criteri tecnico-descrittivi prescritti per le zone sismiche». Ora, la legge prevede che l’indagato abbia venti giorni per presentare una memoria difensiva, chiedere di essere interrogato, rendere spontanee dichiarazioni, o chiedere al pm di disporre nuove indagini. Di solito, però, quando il pm non archivia ma avvisa della conclusioni indagini, è perché ravvede gli estremi per andare in giudizio. E così potrebbe essere anche per Santoro. A meno che, spiega una fonte coinvolta, «non venga depositato il progetto in sanatoria», cioè non venga sanato l’abuso in extremis. Ma sono solo ipotesi di scuola: il procedimento penale, intanto, va avanti. Anche se certamente si tratta di un fatto di poco conto, dal punto di vista giudiziario. È più la curiosità, come conferma la velocità con cui si diffonde la notizia tra Salerno e la costiera, per il coinvolgimento di un personaggio pubblico come Santoro, che da quelle parti è un grande vip. L’indagine della Procura è scattata dopo la denuncia del responsabile di un’associazione di consumatori, Cittadinanza Attiva.

Il suo coordinatore locale, Andrea Cretella, ha raccolto e analizzato una montagna di documenti su quella villa, dopo che diversi cittadini - racconta lui - avevano fatto segnalazioni in merito. L’abitazione, con annesso terreno, è «disposta su tre livelli, composta da quattro vani al piano terra, da tre vani con cucina bagno ingresso ripostiglio e terrazzo al primo piano», si legge nel rogito. Al momento dell’acquisto però la casa non era messa granché, e dunque Santoro ha avviato una serie di lavori di ristrutturazione. La maggior parte di queste opere riguardano il primo piano, i cui locali pare fossero accatastati come stalla e come cantina. Su questo il responsabile di Cittadinanza attiva ha qualcosa da aggiungere: «Apprendo con soddisfazione che tutto quello che avevo denunciato all’autorità giudiziaria è stato riscontrato a verità - commenta l’instancabile Cretella - non perché abbia qualcosa contro gli indagati, ma per un atto di giustizia. Poi nel corso delle indagini, sarebbe emerso che nei locali del primo piano, censiti al catasto come cantina e stalla, non potevano essere effettuati lavori di trasformazione urbanistica in quanto la legge non prevede il cambio di destinazione d’uso. Questa potrebbe rappresentare una sorta di speculazione edilizia». Supposizioni tutte da provare. La casa acquistata da Santoro, peraltro, ha già goduto di un condono edilizio, che ha avuto una lunga storia e un rapidissimo epilogo. La domanda di condono presso il Comune di Amalfi era sta presentata moltissimi anni prima, nel marzo 1986, senza nulla di fatto. Finché la casa non è stata comprata dal noto conduttore, e nel giro di pochi mesi l’abuso è stato sanato. Una velocità che aveva generato dei sospetti in qualcuno, prima che Santoro spiegasse che tutto era stato fatto secondo le regole.

MICHELE SANTORO INDAGATO, TRAVAGLIO TACE….IL POPOLO CONSENTE?

Strano silenzio totale dei media sul fatto che, il difensore dell’onestà, il manettaro di sinistra, il giustizialista del giovedì, il sig. Michele Santoro, è indagato per lavori abusivi nella sua villa milionaria. Ma gli abusi edilizi e l’uso del territorio a fini personali non sono spesso stati discussi nelle puntate delle trasmissioni di Santoro? Nessuno parla della sua villa (da un milione di euro), dei lavori di ristrutturazione, delle specifiche non rispettate pur trovandosi la villa in una zona sismica, delle opere che non sono state denunciate all’organo competente. Travaglio ovviamente rimane zitto, la lobby de l’Espresso-Repubblica tace. Certi sinistri signori sono sempre belli, bravi, onesti e… manettari nei confronti degli altri….

False accuse in tv adesso Santoro rischia la condanna: "Concorso in diffamazione", il conduttore di "Annozero" a giudizio ad Aosta.

L'ospite che mentì sul rivale deve già pagare 25mila euro, scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. «Il danno peggiore l'ha subito mio figlio, ancora più di me. Era un pilota promettente, selezionato per la nazionale di automobilismo al Gp, ma dopo quell'accusa sbattuta in prima serata sulla Rai, senza verifica...

Lo sponsor del suo team era pubblico, i Monopoli di Stato, e di fronte a quel sospetto, insinuato in tv, di aver preso una tangente, è chiaro che la carriera va in pezzi» racconta Mario Gatto, ex dirigente di Forza Italia in Piemonte, ora presidente dell'associazione Globoconsumatori. L'accusa era falsa, l'accusatore, Carmelo Tomasello, ex vicesindaco forzista di Legnano, è stato condannato per diffamazione nel maggio 2012, dal Tribunale di Aosta, a sei mesi di reclusione (pena sospesa) e 25mila euro di risarcimento per danno morale. E Michele Santoro, che ha mandato in onda quel servizio nel 2008, ad Annozero, è stato rinviato a giudizio per «concorso in diffamazione», sempre dal Tribunale di Aosta, decreto emesso tre giorni fa dal gup Marco Tornatore. Nel servizio di Annozero l'ex vicesindaco fornì un piatto prelibato al menù serale di Santoro. Raccontò di aver girato parte di una mazzetta di 180mila euro (per questo è poi finito in carcere) al signor Gatto, che in cambio gli avrebbe procurato un appuntamento con l'allora ministro Claudio Scajola, uomo forte di Forza Italia nel Nord Ovest. Quei soldi dati a Gatto, spiegò l'ex vicesindaco ad Annozero, servivano a finanziare le gare automobilistiche del figlio di Gatto, pilota professionista. Un intreccio di soldi, corruzione e politica, con al centro Scajola. Un colpo da sparare in prima serata, come in effetti Santoro fece. Il servizio, peraltro, riesumava una storia già raccontata da Marco Travaglio, editorialista di Annozero, due anni prima, sull'Unità, dove riportavano le dichiarazioni di Tomasello, il quale «finanziava le gare automobilistiche del figlio di Gatto, che gli promise in cambio di lanciarlo nel firmamento parlamentare grazie alle sue entrature presso Dell'Utri, Pescante, Scajola. Infatti, intascati i primi 90mila euro, Gatto...» etc.

Una storia avvincente, con un unico problema: è falsa. «Dell'Utri non l'ho mai conosciuto, Pescante l'ho visto forse una volta come sottosegretario, Scajola sì lo conosco, e l'ho anche presentato a Tomasello, che allora era vicesindaco. Ma mai avrei chiesto un centesimo per farlo, né ho mai chiesto soldi per mio figlio, com'è stato dimostrato dai magistrati. È stata una accusa infamante, del tutto infondata - racconta Gatto, assistito dall'avvocato Andrea Serlenga del Foro di Torino - Quando vidi quel servizio ad Annozero rimasi basito, fecero parlare Tomasello, che tirava in ballo me, mio figlio e anche Scajola, senza il minimo contraddittorio, senza verifica alcuna. Ricordo che fui costretto a spegnere il cellulare per giorni. Può immaginare che problemi mi ha creato, come presidente di una associazione consumatori, essere considerato un corrotto...».

L'inizio del processo a carico di Santoro, come responsabile della testata Annozero, è previsto per il 27 giugno 2013, la parola al giudice di Aosta, Davide Paladino (non all'amico Antonio Ingroia, trasferito proprio lì, ad Aosta, controvoglia, per decreto ministeriale, ma a fare il procuratore).

Non bastavano Berlusconi e Mastella, a mettere sotto accusa Michele Santoro, scrive Varese News. Ci si è messo anche il tribunale di Varese, che ha condannato per diffamazione con il mezzo televisivo, il popolare giornalista, in un processo in cui aveva come controparte una associazione vicina alla Lega e i suoi aderenti. Santoro ha rimediato mille euro di multa, e un risarcimento stimato in 10mila euro per ognuna delle tre parti civili, l’associazione leghista “Terra insubre” , il suo fondatore Andrea Mascetti (difeso dall’avvocato Attilio Fontana) e l’ideologo del carroccio Gilberto Oneto (difeso all’avvocato Alberto Zanzi). Oltre a questo, 2500 euro di risarcimento per le spese processuali, a testa. Assolti invece i due giornalisti della Rai che in quella puntata de “Il Raggio Verde”, del 2000, realizzarono i servizi: Maurizio Torrealta, vicedirettore di Rainews24 e Paolo Mondani, oggi conduttore di inchieste nella fortunata trasmissione Report.

L’argomento della puntata in oggetto era la destra xenofoba italiana. La trasmissione aveva mostrato una serie di episodi di intolleranza contro gli stranieri e di esplicito antisemitismo, visioni di naziskin e altre ricostruzioni su una serie di fatti inquietanti accaduti nel 2000. In quel contesto, Torrealta condusse una ricostruzione in studio delle vicende accadute, dando poi la parola al servizio realizzato materialmente da Paolo Mondani. Il leghista Andrea Mascetti, nella registrazione visionata la scorsa udienza, veniva raggiunto per telefono e si poteva ascoltare la sua voce negare l’intervista a Mondani. Che, in effetti, non accusava esplicitamente i leghisti di avere tendenze xenofobe. Il giudice Chiara Valori, assolvendo i due collaboratori, ha riconosciuto che nelle parole dei due giornalisti non vi erano elementi diffamatori, ma ha lo stesso attribuito a Santoro la responsabilità di una diffamazione. Per capire esattamente il motivo, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, anche se, secondo i legali della parte civile, è ipotizzabile che la costruzione della puntata - la cornice cioè entro la quale hanno operato i due giornalisti e di cui era responsabile Santoro - possa essere stata percepita come diffamatoria.

Giustizia a senso unico. Santoro può svelare telefono di Silvio. Noi, scrive “Libero Quotidiano”, condannati per aver mostrato il suo.

Nel gennaio 2011 Libero replicò ad Annozero pubblicando il cellulare del teletribuno. Costretti dal tribunale a risarcirlo per "danno esistenziale". Ora c'è anche tanto di sentenza del tribunale: mostrare il numero di telefono di Silvio Berlusconi si può. Invece, se si mostra quello di Michele Santoro, si viene condannati per "danno esistenziale". A dirlo sono i giudici di Roma, che hanno condannato il nostro giornale e il collega Andrea Morigi a risarcire in solido il teletribuno di Annozero (ora di "Servizio pubblico" dei danni non patrimoniali per complessivi 8mila euro, più le spese sostenute nel procedimento di 2.500 euro.

La vicenda risale al 22 gennaio 2011, quando in una puntata di Annozero, Santoro mostrò alla telecamera il cellulare dell'allora premier Silvio Berlusconi. In risposta, Libero titolò: "Lui dà il numero del Cav. Il suo è 348/3406101". Santoro denunciò il nostro quotidiano, sostenendo di aver "subito per alcuni giorni molestie e quindi un danno da turbamento del normale svolgimento della vita".

Denominato giuridicamente come "danno esistenziale". Bastava cambiare numero di cellulare, ma a Michele non è bastato. La corte ha valutato che "Santoro, da giornalista, ha diritto alla tutela della privacy e della riservatezza". Una cosa verrebbe da chiedere ai giudici: non aveva diritto ad analoghe privacy e riservatezza anche Silvio Berlusconi?

PARLIAMO DI MILENA GABANELLI.

Cause Rai per 300 milioni. Il cavallo di viale Mazzini azzoppato dalle denunce. "Report" raccoglie il maggior numero di querele. Contenziosi anche per "Annozero" e "Chi l’ha visto?". Una richiesta danni per diffamazione anche alla "Prova del cuoco", scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. Circa 46 milioni di euro, accantonati per il contenzioso civile della Rai nell’ultimo anno: ecco la provvista dedicata all’eventuale risarcimento delle molte e spesso gigantesche cause che incombono sulla testa del cavallo morente di viale Mazzini (soldi pubblici). Diciamo subito che la cifra messa da parte dalla tv di Stato è molto inferiore al petitum, cioè a quanto viene richiesto da aziende o privati che si sentono diffamati dalla Rai. Lì si arriva a cifre spaventose, che sfiorano (stima nostra) i 300milioni di euro. Oltre ai 5 milioni in ballo con la Fiat (che ne chiedeva 20) per un servizio di Annozero decisi dal tribunale di Torino ma già impugnati dai legali Rai, il grosso delle cause riguarda Report di Milena Gabanelli. Il suo programma di inchieste ha il record di citazioni in tribunale (ma la Gabanelli è un drago anche in difesa, ne ha persa una sola in 15 anni, per 30mila euro), seguita dall’ex programma di Santoro (che per il giudice non c’entra nel caso Fiat, perché «non è esperto di autovetture» e non c’è «nesso psichico» col servizio di Formigli!), e quindi da cifre fisiologiche di contenzioso per Presa diretta di Iacona, Chi l’ha visto, Tg1 e il Tg3, e una causa (annunciata) persino per La prova del cuoco, per una frase della Clerici su un ristorante di Mondello («lì si mangia da schifo»).

Spiccioli in confronto alla montagna di euro chiesti alla Rai per Report. È stata la stessa Gabanelli a fornire un elenco completo delle cause che la riguardano, per un totale spaventoso di 246 milioni di euro richiesti dai presunti diffamati. Da Report, e quindi dalla Rai, chiedono più di 40 milioni di euro (per cinque diverse puntate) gli Angelucci, ramo sanità privata. Pretende 10 milioni di euro dalla Rai il «furbetto del quartierino» Stefano Ricucci, così come l’industriale delle carni Luigi Cremonini, fondatore della Cremonini Spa, che ne chiede 12 di milioni, come risarcimento per un servizio sempre della Gabanelli.

L’operatore telefonico Tre stima in 137 milioni di euro il risarcimento adeguato per una inchiesta di Report, mentre Wind si accontenta di 10 milioni, quanto chiedono sia Cesare Geronzi che il vicepresidente dell’Ansa Mario Ciancio Sanfilippo, il doppio di quanti, invece, ne voleva Ligresti (5 milioni), che però si è visto dare torto dal tribunale di Milano, condannato pure al rimborso delle spese sia della Gabanelli (10mila euro) che dell’autrice del servizio Giovanna Corsetti (7mila).

E poi un’altra decina di cause, per 246 milioni totali che si accollerebbe interamente la Rai. Anche se l’ultimo contratto della Gabanelli ha una novità non da poco, un clausola di manleva solo parziale, per cui se il tribunale riconosce il dolo o la colpa grave con sentenza passata in giudicato, l’azienda può rivalersi sull’autore della diffamazione.

Una limitazione della libertà dei giornalisti o una tutela giusta per un’azienda pubblica? È un nodo su cui il Cda dell’epoca Masi e poi con la Lei ha dibattuto molto, trovando un compromesso con la «clausola parziale». Ed ora la direzione generale - dopo la mazzata Fiat-Annozero - è decisa a portare in Cda la proposta di estendere a tutti i giornalisti Rai la formula trovata per la Gabanelli (mutuata dal contratto nazionale dei dirigenti). Ma su che basi? Per via della natura particolare della Rai, che in recenti sentenze è stata riconosciuta come soggetto di diritto pubblico (non a caso è stato designato un magistrato della Corte dei conti apposta per il Cda Rai), e quindi - come ha osservato Feltri sul Giornale e come ci confermano in termini giuridici fonti di viale Mazzini - «un danno economico alla Rai potrebbe costituire la fattispecie di un danno erariale», perché i soldi della Rai sono soldi pubblici. Resta da risolvere un problema non da poco: quale giornalista della Rai farebbe più un’inchiesta seria, se corresse il rischio di dover pagare di tasca sua l’eventuale causa civile? Si può davvero equiparare un’impresa editoriale, per quanto pubblica, ad un Comune o all’Anas? Al Cda Rai - attuale o venturo - l’ardua soluzione.

Ma una risposta serve, perché le cause in Rai proprio non mancano, anche da dentro l’azienda. Il conduttore dell’«Italia sul Due» Milo Infante fa causa alla Rai per mobbing, perché si sente oscurato dalla Bianchetti. Il Comune di Portogruaro fa causa perché non arriva bene il digitale terrestre, e poi centinaia di cause di lavoro. Azzoppato dalla cause questo povero cavallo di viale Mazzini.

60 processi, 300 milioni richiesti, una condanna (non definitiva). Questa è “Mi-Jena Gabanelli” (secondo Dagospia), la Giovanna D’Arco di Rai3, che i grillini volevano al Quirinale intervistata da Gian Antonio Stella per "Sette - Corriere della Sera".

«Ma tu come sei, davvero?», le chiese anni fa Giancarlo Perna per Amica. E lei: «Culo basso, poche tette, 48 chili, un metro e 60». Così è fatta la «Gaba»: ti spiazza sempre. Le viene così naturale, ormai, che lo fa perfino involontariamente. Come quando, dopo le «quirinarie» on-line che l'avevano vista vincere con 5.796 voti davanti a Gino Strada e a Stefano Rodotà, le hanno offerto di essere la candidata del MoVimento 5 Stelle alla Presidenza della Repubblica. Giusto il tempo di riprendersi dallo sbalordimento e rideva: «Pensa un po' che il prossimo servizio di Report è proprio sulle onorificenze distribuite dal Colle...».

Come l'hai vissuta questa candidatura?

«Sulle prime mi sono messa a ridere. L'ho trovata divertente. Dopo un quarto d'ora mi sono piombate addosso tante e tali pressioni che ho capito che la dovevo prendere sul serio».

Insomma, non era una boutade.

«Un quarto d'ora dopo c'era un'agenzia. Diceva che Grillo aveva telefonato a Bersani: "Questo è il nostro nome e se lo votiamo insieme poi possiamo metterci d'accordo sulle successive riforme". Non potevo più pensare che fosse una boutade. Solo che era molto più adatto di me Rodotà. Il mio problema era trovare il modo per declinare l'offerta con un riconoscimento adeguato a chi mi aveva scelto».

Insomma, erano voti di stima difficile da respingere...

«Il problema sono state le pressioni intorno (e non credo c'entrasse il MoVimento) del genere "non puoi tirarti indietro, non devi mostrarti vigliacca". Mi era chiara una cosa: che se fai un passo del genere anche se poi non vieni eletto non è che puoi tornare a fare quello che facevi prima. Quindi...».

Ma tu li avevi votati?

«Chi?».

I grillini...

«Per me un giornalista non deve dire cosa vota. In un altro Paese si, ma qui non si può. Perché qui tutto viene strumentalizzato. Te lo buttano addosso. È evidente che ho le mie preferenze, le mie insofferenze, il mio disgusto. Ma parlo attraverso il mio mestiere. Che è una rivendicazione d'indipendenza. Nel momento in cui dico cosa ho votato non son più indipendente. È così. Non vorrei, ma è così».

Quindi, per la delizia di chi finisce sotto i tuoi cingoli, continuerai a fare la cronista.

«Sì».

Sei impegnata da anni nella denuncia delle storture degli ordini professionali: cosa pensi dell'idea di Grillo di abolire solo quello dei giornalisti?

«Mi fa un po' sorridere. Credo che impareranno che esistono altri ordini non meno assurdi. Detto questo, fatico a vedere l'utilità dell'Ordine dei giornalisti. Credo sarebbe più utile, come da altre parti, un'associazione seria e rigorosa nella quale si entra per quello che fai e non tanto per aver dato un esame...».

Ti pesa ancora la bocciatura?

«Vedi un po' tu. L'ho fatto assieme ai miei allievi della scuola di giornalismo. Loro sono passati, io no».

Bocciata agli orali per una domanda su Pannunzio.

«Non solo. Avrò risposto a tre domande su dieci. Un disastro. Mi chiesero cos'era il Coreco. Scena muta».

Come certi parlamentari beccati dalle Iene fuori da Montecitorio...

«Le Iene fanno domande più serie. Tipo qual è la capitale della Libia. Il Coreco!».

Essere bocciata come Alberto Moravia dovrebbe consolarti.

«C'era una giovane praticante che faceva lo stage da noi. Le avevo corretto la tesina... Lei passò, io no. Passarono tutti, io no».

Mai più rifatto?

«No. Mi vergognavo. Per fare gli orali dovevi mandare a memoria l'Abruzzo e io lavorando il tempo non l'avevo».

Nel senso del libro di Franco Abruzzo, giusto?

«Non so se c'è ancora quello. So che era un tomo che dovevi mandare a memoria per sapere tutto di cose che quando ti servono le vai a vedere volta per volta. Non ha senso. Ho pensato che si può sopravvivere lo stesso, anche senza essere professionista».

Lo conservi ancora l'assegno con cui ti pagarono il primo articolo?

«Certo. Era di Cineforum: 5.000 lire. Lo tengo appeso in bacheca. Mai ritirato. Non puoi pagare la gente così».

Potrebbe venirti buono per rispondere di qualche querela: a quante sei arrivata con Report?

«Le querele non sono tante, le cause civili quasi una sessantina».

La più incredibile?

«H3G, la società di telefonia, ci ha chiesto 137 milioni».

Cosa è successo: li hai demoliti in Borsa?

«Io credo d'aver lavorato bene. Loro pensano, a leggere la citazione, che la diffamazione sia cominciata quando ho detto "buonasera" e sia finita quando ho detto "arrivederci". E anche questi toni, per loro, erano diffamatori. Ho accompagnato la mia memoria difensiva con una richiesta dei danni: la loro, per me, è una lite temeraria».

Ci torniamo dopo: al secondo posto?

«L'Eni, che di milioni ne vuole 25».

Perché?

«Abbiamo fatto una puntata a dicembre sulla gestione di Paolo Scaroni e "non è stata apprezzata". Non gli è andato bene niente. Ha fatto una citazione di 145 pagine: dal prezzo del gas alla campagna pubblicitaria, dalla questione ambientale in Basilicata alla busta paga dell'amministratore delegato... Centoquarantacinque pagine! Non una cosa che gli sia andata bene. Niente».

È offensivo ricordare che prende 5 milioni e mezzo di euro?

«Ho letto che sono saliti a sei...».

Quindi ricordandolo in questa intervista lo offendiamo di nuovo?

«Cosa devo dire? Quello che abbiamo raccontato è il meccanismo con cui era arrivato a queste cifre, vale a dire il pagamento delle stock option per cassa. Perché lo stipendio sarebbe più basso. A quelle cifre è arrivato perché le stock option sono state pagate con un sistema a nostro avviso discutibile. Possiamo dirlo?».

Al terzo posto?

«Le Ferrovie dello Stato ci hanno chiesto 26 milioni di euro più due che Mauro Moretti ha chiesto a me personalmente. Ma quella si è risolta bene perché hanno dovuto pagare anche le spese legali».

Poi?

«Poi ne ha chiesti dieci Cesare Geronzi, poi cinque Salvatore Ligresti...».

E Berlusconi, che aveva annunciato una causa per la puntata sulla sua villa ad Antigua?

«Mai vista. L'aveva annunciata, ma poi non l'ha fatta».

Quanti le annunciano, le querele, senza poi farle?

«Non tanti. In genere quando lo dicono, purtroppo, le fanno. Poi ci sono le lettere preventive: "Sappiamo che fate una puntata su questo, sappiamo che avete parlato con Tizio di Caio, sappiate che se intendete nominare questa cosa dando l'interpretazione che noi intuiamo che voi darete, poiché l'azienda quotata in Borsa e questa cosa ci danneggerebbe, bla-bla bla...". Poi magari vedono la puntata e capiscono che non hanno appigli e lasciano perdere. Ma ci provano sempre».

La causa più assurda?

«Una ditta olearia sosteneva che io avessi detto una determinata frase che non mi ero mai sognata di dire. C'erano le registrazioni, che senso aveva querelare?».

Per intimorire.

«Appunto».

Ma in totale a quante richieste danni sei arrivata?

«In milioni di euro?».

Certo.

«Quasi 300 milioni».

Tuo marito e tua figlia resteranno indebitati per l'eternità...

«Un po' di cause le abbiamo già vinte. Adesso saremo intorno a 200».

Ne hai persa qualcuna?

«Una: in quindici anni di Report. Per 30mila euro. C'è ancora l'appello, però. Vediamo».

Tornando alla «lite temeraria»...

«Nei Paesi anglosassoni funziona così: tu mi fai causa chiedendomi una cifra enorme per farmi perdere un sacco di tempo, spingere l'avvocato a consigliarmi a fermare altri eventuali servizi fino alla fine del processo (dieci anni!) e insomma intimorirmi? Se il giudice stabilisce che mi hai trascinato in tribunale per niente colpendo un diritto sacro come la libertà di stampa rischi di pagare il multiplo di quello che hai chiesto come risarcimento».

Tanto per capirci...

«Se il giudice accertasse che H3G ci ha chiesto 137 milioni per motivi pretestuosi e solo per intimorirci, potrebbe condannare l'azienda a pagarne 274. Stai sicuro che ci penserebbero due volte. È una battaglia da vincere. Articolo 21 ha raccolto on-line 120mila firme per chiedere d'inasprire l'articolo 96 del codice di procedura civile e punire in modo più corposo queste liti temerarie adeguandoci al rito anglosassone. Firme già consegnate alla Boldrini».

Tema particolarmente spigoloso soprattutto per le tv, le emittenti radio, i giornali più piccoli...

«Davanti alla minaccia di una causa milionaria il piccolo editore non può reggere le intimidazioni. Anche perché la legge prevede che lui debba accantonare nel fondo rischi una parte di quanto viene chiesto. Sapendo che le cause civili in Italia durano anche una dozzina di anni quanti sono a potersi permettere il lusso di passare anni sotto questa spada di Damocle per combattere fino in fondo una battaglia? Un processo sbagliato e il piccolo rischia di chiudere. Per quello è essenziale cambiare la legge. Il che non vuol dire...».

...che il giornalista può fare quello che gli pare.

«Ovvio. Io non credo che il giornalista debba godere di una particolare clemenza. Un conto è l'errore in buona fede che è sempre dimostrabile, un altro è sputtanare volontariamente qualcuno senza fare i dovuti controlli. Hai sbagliato? Devi pagare. Se colpisco uno in malafede devo essere arrestata. Perché sono pericolosa. Ciò detto non può essere che chiunque abbia la facoltà di trascinarti in tribunale chiedendoti delle cifre insensate. Questo è oggi il più grave problema della libertà d'informazione. E non va mischiato con tutto il resto, a partire dalle intercettazioni... Tutte questioni importanti, per carità. Ma quella centrale è la lite temeraria».

Sempre lì si finisce, sulle intercettazioni: tu sei per pubblicare tutto?

«No. Non credo che abbiamo il diritto assoluto di scrivere sempre comunque tutto».

Per capirci, lo scambio di Sms di coccole tra Anna Falchi e Stefano Ricucci...

«Se servono solo ad alimentare il gossip o la curiosità pruriginosa, no, non devono essere pubblicati».

E chi li pubblica va sanzionato?

«Perché no? Pensiamoci. Decidiamo come, quanto, in che forma perché poi...».

...c'è il rischio che con la scusa di tutelare la privacy sacrosanta dei messaggeri d'amore...

«...ti inventano una leggina per bloccare tutto il resto. Non si può discutere di queste cose in astratto. Va visto caso per caso. Non si può generalizzare. È sempre una questione di buon senso. Non è facile stabilire dove comincia la privacy».

Quella di Peter Arnett, il celeberrimo inviato della Cnn, finì sotto la tua telecamera mentre rimorchiava una prostituta ragazzina.

«Stavo facendo un servizio sui grandi inviati di guerra e mi aveva trascinato per le strade di Saigon fino alla zona dei bordelli. Quando ha cominciato a fare il cascamorto con una ragazzina cosa dovevo fare: spegnere la telecamera? Ho continuato a girare...»

Fu per quella serie che litigasti con Oriana Fallaci?

«Litigare? Non riuscii neanche a parlarci. Con grande fatica arrivai a recuperare il telefono della segretaria. Feci in tempo soltanto a dire: "Buongiorno, mi chiamo Milena Gabanelli, sono una collega". Rispose gelida: "La signora Fallaci non ha colleghe". Clic».

E tu?

«Ho capito che quando contatti qualcuno devi pensare prima che parole usare. Un approccio sbagliato ti brucia ogni possibilità».

Possono essere antipatici, i grandi giornalisti.

«Certo, molti sono costretti anche a difendersi dalla pletora di colleghi che dalla mattina alla sera chiedono interviste, pareri, opinioni... Anch'io posso sembrare antipatica a tanti colleghi che chiamano dalla radio privata o dei siti web di Vipiteno o di Canicattì a tutte le ore. Non è che non voglio, è che a volte proprio non ce la faccio. E magari risulto una odiosa che è arrivata...».

La cosa che ti dà più fastidio?

«Mi dà un fastidio insopportabile che qualcuno sospetti che io abbia fatto questo o quel servizio per fare un piacere alla destra o alla sinistra. Preferisco che pensino che sono una bastarda. Ma che possa essere strumento di qualcuno, no, questo no».

Magari a tua insaputa...

«Ma dai!».

A Stefano Lorenzetto, del Giornale, raccontasti di aver provato «le più grandi antipatie per uomini di sinistra» spiegando che «sono stupidi»: perché?

«Per queste cose qua. Ti telefonano: "Ma come, non me lo sarei mai aspettato da voi!". Cosa vuol dire "da voi"? In tutti questi anni abbiamo mostrato di non guardare in faccia nessuno. Nessuno».

Esempio, l'inchiesta su Di Pietro.

«Appunto».

Visto che potevi essere in lizza, come ti sono sembrate le elezioni per il Quirinale?

«Faccio fatica a trovare le parole adatte. Le hanno già usate tutte».

Hai la tentazione di pensare che un po' di questi politici siano perfino peggiori di come sono stati descritti?

«Sì. Sono interessati a loro stessi. È una battaglia per il posto. Quello che sono lo hanno già dimostrato. È ora che vadano a casa. E non vogliono andarci. Tutto quello che fanno, in troppi, lo fanno solo per restare attaccati lì».

Ce l'ha, qualche amico politico?

«Dici amico personale?».

Sì.

«Non mi pare. Ne conosco, ovvio. Ad alcuni do del tu. Con il sindaco di Bologna. O Franceschini. Ma li incontro solo per motivi di lavoro».

Napolitano se l'è presa anche con alcune campagne di stampa particolarmente sguaiate.

«Non c'è dubbio che ci siano dei giornali molto schierati che non fanno cronaca ma comizi. Ma qui il nodo è la cultura profonda di questo Paese. Se l'informazione è così schierata è difficile avere la percezione della "verità". Questa forse è la nostra maggior colpa».

Fatto sta che, per quanto critichi alcuni aspetti del giornalismo, questo è quello che vuoi fare.

«Certo. Vorrei poter rinascere per rifare esattamente quello che ho fatto».

C'è qualche inchiesta che ti dispiace non aver fatto?

«Forse sui sindacati. Ne abbiamo parlato, si capisce. Ma non come avrei voluto...».

Tema incandescente: ci si scotta?

«Non è che avrei paura di scottarmi. Ma si tratta di un tema così complesso... È un mondo dove è elevato il rischio di sporcarne la parte buona e di non riuscire a essere abbastanza duri con la parte cattiva».

V-DAY PER TUTTI.

Il V-Day di Belle Grillo è diventato argomento di discussione nazionale. A tale proposito, riceviamo e pubblichiamo un'opinione di Antonio Giangrande. Combattendo le mafie e le illegalità, con la cognizione di causa acquisita e con le ritorsioni subite, posso affermare: "il sistema Italia" è marcio in tutte le sue componenti sociali ed istituzionali, nessuna esclusa. Alle denunce penali presentate da giurista è conseguito ingiustamente il reato di calunnia e sempre l'insabbiamento giudiziario. Agli articoli di denuncia redatti da pubblicista è conseguito il reato di diffamazione e di violazione della privacy dei delinquenti. Agli articoli di denuncia redatti da giornalista è conseguito il reato di violazione del segreto istruttorio, quando la notizia non era passata sottobanco dall'ambiente giudiziario. Agli studi sociologici pubblicati da ricercatore è conseguito l'illecito civile del mancato compenso a titolo di diritto d'autore degli articoli di stampa citati. Nonostante tutti gli impedimenti citati, da mie e altre coraggiose inchieste giornalistiche e non giudiziarie, si è provato che i nostri parlamentari sono: pregiudicati, drogati, evasori fiscali, ignoranti, falsi, voltagabbana, vecchi, insabbiatori e puttanieri. Tenendo conto che il Parlamento è lo specchio della società civile italiana e che gli italiani hanno i rappresentanti che si meritano, a questo punto non farei una rivoluzione, che nessuno vuole, nemmeno la massa che prima ti applaude e poi ti lascia solo. A me basterebbe avere in Parlamento non solo tutori di lobby, caste e furbi, ma qualcuno che rappresentasse, veramente e non solo a parole, gli interessi e le aspettative dei disabili, dei disoccupati, dei carcerati e delle vittime del crimine. A me basterebbe che i partiti non fossero proprietà occulta o palese di qualcuno, ma veri strumenti di emancipazione sociale ed economica con perenne ricambio generazionale di competenze. Quindi, il "V. Day", va dedicato a tutti o a nessuno.

IL DELITTO DI SARAH SCAZZI: PROCESSO AI MISSERI; PROCESSO ALL’ITALIA.

ITALIA, TARANTO, AVETRANA: IL CORTOCIRCUITO GIUSTIZIA-INFORMAZIONE. TUTTO QUELLO CHE NON SI OSA DIRE.

«Giusto processo in Italia. E’ solo una stronzata. E l’intercalare rende bene l’idea sull’indignazione dei giuristi con un po’ di dignità. A Taranto ci hanno messo 6 giorni per accogliere pari pari le richieste dell’accusa. Ufficio della Procura di cui la presidente Trunfio ne faceva parte. Tutti abbiamo diritto al Giusto Processo, ma a Taranto tale diritto è negato. Sabrina Misseri e Cosima Serrano colpevoli del delitto? Forse sì e forse no. Ma anche loro meritano un giusto processo. Per la morte di Sarah Scazzi una sentenza di condanna per tutti gli imputati accolta da un’Italia plaudente. E’ una vergogna. E’ disumano ed incivile rallegrarsi per le disgrazie altrui. Una sentenza di condanna così come da me ampiamente prevista anche per l’appello. Previsione pubblicata sui giornali in tempi non sospetti. E non poteva essere altrimenti. Una trappola strategica ordita dall’accusa. I Giudici sono stati obbligati ad emettere sentenza di condanna. Al contrario ci sarebbe stato il paradosso di non aver avuto nessun colpevole per quel delitto, essendo stato estromesso Michele Misseri dall’accusa di omicidio. Con un’assoluzione e senza responsabili del delitto la Procura di Taranto in Italia avrebbe fatto ridere pure i polli. Una sentenza emessa dal popolo italiano e non “in nome del popolo italiano”. Un popolo che ha giudicato non solo i protagonisti, ma tutta una comunità. Un popolo plasmato da media morbosi e gossippari. Nei film la trama ed il regista ci fanno sapere chi è l’assassino, che la polizia ed il giudice non conosce. Se il colpevole viene assolto o non indagato perché non ci sono prove, lo spettatore ci rimane male. Eppure, attraverso i comportamenti ritenuti corretti da parte dei protagonisti del film, la morale è chiara. Niente prove, niente condanna. La morte di Sarah Scazzi è realtà. Come in un film i media morbosi ci hanno indotto a credere, convincendoci, che Sabrina Misseri e Cosima Serrano fossero le colpevoli. Potrebbero esserlo, nulla è escluso, ma dobbiamo farcene una ragione: non ci sono prove. Indizi contestabili, sì, ma prove niente. Addirittura per Cosima meno di nulla. L’art. 533, primo comma, c.p.p. impone il principio di Diritto per cui si condanna “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Questo perché in un paese civile meglio un reo in libertà, che un innocente in galera. E, a quanto pare, l’Italia pur essendo la culla del diritto, non figura tra i paesi civili.»

Intervista esclusiva al dr Antonio Giangrande, avetranese doc.  Egli, avendo vissuto la storia del delitto di Sarah Scazzi sin dall’inizio, conosce bene fatti e persone, protagonisti della vicenda. Corso degli eventi seguiti e documentati sin dal principio in un libro e con video. Un punto di vista interessante ed alternativo, sicuramente non omologato. Un personaggio che non si fa certo intimorire dalla magistratura e dall’avvocatura e che bistratta quell’informazione corrotta culturalmente. Per conoscerlo meglio basta andare su www.controtuttelemafie.it.   

Dr Antonio Giangrande sembra sicuro di quello che dice.

«Via Poma, Garlasco, Perugia, il caso Yara Gambirasio. I casi più celebri. Orrori senza fine e quando, per caso, il colpevole salta fuori, si scopre che la soluzione era a portata di mano, quasi banale, e perfino ovvia: come nella vicenda dell'Olgiata con il maggiordomo filippino. E invece la nostra giustizia e i nostri apparati investigativi continuano, spesso e volentieri, a perdersi dietro congetture dietrologiche e teoremi labirintici, ma soprattutto le troppe inchieste finite in nulla e i troppi processi impantanati. Gli esperti arrivano tardi, quando le prove sono già state compromesse, contaminate, sprecate. Polizia e carabinieri sono spesso in disaccordo fra di loro, secondo una trita consuetudine centenaria, e la polizia giudiziaria esplora le piste possibili con il guinzaglio corto impostole dalla legge che le ha messo addosso il collare della dipendenza dalla magistratura. Per restare sulla cronaca: da una parte c’è Michele Misseri, difeso dagli avvocati Luca Latanza da Taranto e Fabrizio Gallo da Roma. Quest’ultimo che accusa a Quarto Grado del 19 aprile 2013 il primo avvocato di Misseri, Daniele Galoppa, di essere stato ripreso dal GIP perché suggeriva a Michele Misseri le risposte che accusavano la figlia Sabrina in sede di Incidente Probatorio. Il contadino di Avetrana che si dichiara colpevole del delitto e della soppressione del corpo della nipote, non risparmia dichiarazioni e interviste ai vari corrispondenti delle testate televisive nazionali che presidiano costantemente la villa di via Deledda. In una di queste, al Graffio di Telenorba, prima ha spiegato per l’ennesima volta le modalità del delitto e poi ha mostrato la valigia già pronta per quando sarà trasferito in carcere al posto – così lui spera fino in Cassazione – della figlia e di sua moglie. Dall’altra parte, dopo aver rispedito alla Corte d'Appello il processo sul delitto di Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata a Perugia nella notte tra il primo e il due novembre 2007, la Cassazione ha annullato anche la sentenza di assoluzione di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco (in provincia di Pavia). Da quando Chiara Poggi venne uccisa e ritrovata senza vita il 13 agosto del 2007 nella sua casa di Garlasco, errori soprattutto nelle prime 24 ore ci sono stati. Così come a Perugia; così come ad Avetrana. Innanzitutto troppe persone sono entrate nella casa, inquinando la scena del crimine. Poi il primo interrogatorio di Alberto, che poteva essere determinante, è stato condotto prima da un maresciallo dei CC, poi interrotto, e continuato da un Capitano arrivato più tardi. Non è stata cercata immediatamente l'arma del delitto. E' stato acceso e spento troppe volte il pc di Alberto, che, per la Procura, doveva essere la prova regina. Non sono state sequestrate subito le famose scarpe di Alberto, né la bicicletta. Non è stato fatto un sopralluogo a casa sua o nell'officina del padre dove poteva nascondersi l'arma del delitto. I cellulari di alcune persone legate ai due sono stati messi sotto controllo solo dopo mesi e non immediatamente. Tutto questo davanti ad una Procura che è parsa inadeguata fin dal principio come gli investigatori. Perché solo con la parola "inadeguatezza" si può spiegare il fatto che nella casa sotto sequestro e con la "scena del crimine" ancora da analizzare (lo ricordiamo era quasi ferragosto e persino la scientifica era in ferie) venne lasciato libero di circolare il gatto di casa e qualcuno si è pure permesso di fumare, lasciare cenere sul pavimento, calpestare tracce ematiche. Il 18 aprile 2013 la Cassazione ha conferma questi dubbi ed ha deciso che il procedimento va rifatto per questioni di "metodo". L'accusa chiede la condanna a 30 di reclusione. Diversi gli indizi raccolti contro l'ex fidanzato: le scarpe “candide”, i pedali della sua bicicletta con tracce ematiche della vittima, le sue impronte miste al Dna di Chiara trovate sull'erogatore del sapone nel bagno dove l'assassino si è lavato. Nessun alibi, secondo l'accusa, per l'ex fidanzato: non era al computer mentre Chiara veniva uccisa. Innocente al di là di ogni ragionevole dubbio in primo grado ed in Appello. A questo punto mi si deve spiegare una cosa: a chi dare ragione? Ai giudici che assolvono od a quelli che condannano? Perugia, Garlasco, Avetrana: il ragionevole dubbio per motivare l’assoluzione se non sovviene in questi casi, allora quando?»

Ma chi è Antonio Giangrande. Nessuno da Avetrana ha mai parlato di lui, né, tantomeno, tv e giornali hanno richiesto i suoi commenti.

«Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui sono massimo cultore. Conosciuto nel mondo come autore ed editore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo, oltre che su Google libri. 50 saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Ho dei canali youtube e sono anche editore di Tele Web Italia: la web tv di promozione del territorio italiano. Bastone e carota. Denuncio i difetti  e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché  non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso! Il fatto che nessuno mi ha mai interpellato sul delitto di Sarah Scazzi, nonostante che tutti ad Avetrana abbiano avuto l’occasione per farsi intervistare (alla faccia dell’omertà), non me ne cruccio, probabilmente i giornalisti non ritengono interessante il personaggio e le sue opinioni. D’altronde mi vanto proprio di essere diverso per i miei convincimenti e per il mio spirito libero e responsabile. Di parere diverso dai miei detrattori sono i miei sostenitori, che, in centinaia di migliaia, invece, seguono i miei video e leggono i miei testi,  ritenendoli importanti, alternativi e fondamentali per farsi un’opinione corretta sui fatti. Oltretutto su internet seguono più me e le mie inchieste che il lavoro di tante redazioni stereotipate e finanziate da una certa politica, che, pur pensando di essere unici, navigano nel mare dell’informazione insieme a migliaia di simili. Mi da fastidio solo una cosa: snobbare me può essere giustificato dalla codardia, ma ignorare l’associazione antimafia che rappresento, a tutto vantaggio di altri sodalizi ben sponsorizzati politicamente, descrive bene la professionalità di certi giornalisti».

Che coincidenza: nascere ad Avetrana, il paese dei Misseri, e vivere di luce riflessa!

«Ognuno di noi è nato in qualche posto che sicuramente non era voluto dal nascituro. Poi sta a noi rendere quel posto dove siamo nati degno di essere vissuto, né quel posto può essere l’alibi dei nostri fallimenti. Per dire: Chi nasce a Roma non diventa automaticamente Presidente della Repubblica. Io vivo in questa vita con dei compagni di viaggio. Qualcuno scenderà  dal treno prima, qualcun altro dopo di me. Scenderanno comunque tutti dal treno della vita, anche coloro che saliranno dopo, così come hanno fatto quelli che son saliti prima. E non osta il fatto di avere nobili natali.  Sono le fasi della vita. Io faccio di tutto per tutelare e onorare il posto dove sono nato. Località né peggio, né meglio di altre. Non vivo sotto i lampioni, per cui non rifletto né la mia, né l’altrui luce. Anche perché ognuno di noi vive il suo spazio e con il web questo mio spazio è il mondo. Solo gli ignoranti sminuiscono la forza che la mente ha nel superare lo spazio ed il tempo. Il miglior riconoscimento ricevuto è il ringraziamento da parte del Commissario Governativo per le iniziative contro la lotta alla mafia e all’usura, il quale mi ha invitato, anche, a partecipare all’incontro tenuto a Napoli con i Prefetti del Sud Italia per parlare di Sicurezza, mafia ed usura. Ciò significa considerarmi degno interlocutore, mentre le Autorità locali mi ignorano, mi emarginano, mi perseguitano. Appunto. L’avv. Santo De Prezzo, di Avetrana, conferma in una sua denuncia (in seguito alla quale per me è scaturita assoluzione più ampia perché il fatto non sussiste e di cui si è chiesto conto a lui ed anche nei confronti dei magistrati che l’hanno agevolata), che il Presidente dell’Associazione Contro Tutte Le Mafie, Dr Antonio Giangrande, è considerato dalle Forze dell’Ordine di Avetrana un mitomane calunniatore. Tale affermazione spiega bene il perché degli insabbiamenti e le archiviazioni che seguivano le mie denunce, sol perché si denunciavano i reati degli intoccabili. Spiega bene altresì, l’ostracismo dei media. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.»

Dr Antonio Giangrande, con le sue opere letterarie, la sua web tv ed i suoi canali youtube ha voluto documentare in testi ed in video pregi e difetti della società italiana. Ma chi sono gli italiani?

«Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.»

A scrivere delle malefatte dei poteri forti a lei cosa ne consegue?

«Per prima cosa le sto a segnalare il fatto, già segnalato ai precedenti Parlamenti, che è impossibile in Italia svolgere l’attività di assistenza e consulenza antimafia se non si è di sinistra e se non si santificano i magistrati. In Italia l’antimafia è una liturgia finanziata dallo Stato in cui vi è l’assoluto monopolio in mano a “Libera” di Don Ciotti e di fatto in mano alla CGIL, presso cui molte sedi di “Libera” sono ospitate. La sinistra, i media, gli insegnanti ed i magistrati artatamente han fatto di Don Luigi Ciotti e di Roberto Saviano le icone a cui fare riferimento quando ci si deve riempir la bocca con il termine “legalità”. “Libera”, con le sue associate locali, è l’esclusiva destinataria degli ingenti finanziamenti pubblici e spesso assegnataria dei beni confiscati. Di fatto le associazioni non allineate e schierate (e sono tante) hanno difficoltà oltre che finanziaria, anche mediatica e, cosa peggiore, di rapporti istituzionali. Si pensi che la Prefettura di Taranto e la Regione Puglia di Vendola a “Libera” hanno concesso il finanziamento di progetti e l’assegnazione dei beni confiscati a Manduria. A “Libera” e non alla “Associazione Contro Tutte le Mafie”, con sede legale a 17 km. A “Libera” che non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, perchè ha sede legale a Roma, e non dovrebbe essere iscritta a Bari, perché a me è stato impedita l’iscrizione per mancata costituzione dell’albo. Altra segnalazione di una mia battaglia ventennale riguarda l’esame truccato dei concorsi pubblici ed in specialmodo quello di abilitazione forense, che poi è uguale a quello del notariato e della magistratura. Ho anche cercato di denunciare l’evasione fiscale e contributiva degli studi legali presso i quali i praticanti avvocato sono obbligati a fare pratica. I “Dominus” non pagano o pagano poco e male ed in nero i praticanti avvocati e per coloro che non hanno partita iva non gli versano i contributi previdenziali presso la gestione separata INPS. Agli inizi, facendo notare tale anomalia al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, mi si disse: “fatti i cazzi tuoi anche perché vedremo se diventi avvocato. Appunto. Da anni mi impediscono di diventarlo, dandomi dei voti sempre uguali ai miei elaborati all’esame forense. Elaborati mai corretti. Mi hanno condannato all’indigenza. Tenuto conto che i miei libri si leggono gratuitamente, da scrittore non ho nessun introito. A dover scrivere la verità, purtroppo, non posso essere amico di magistrati, avvocati e giornalisti. Essere amico su chi avrei da scrivere, inficerebbe la mia imparzialità di giudizio. Avendo avuto l’occasione di svolgere l’attività forense per 6 anni senza abilitazione ma con il patrocinio legale, ho sì vinto tutte le cause, ma si sono imbattuto in tutto quello che è più malsano del mondo della giustizia: la corruzione morale e materiale delle toghe, siano essi magistrati od avvocati. E nessuno ne parla. Io ne parlo e ne subisco le ritorsioni. Non mi abilitano e sono investito da processi per diffamazione. Sempre assolto, ma per esserlo sono stato costretto a denunciare e ricusare il giudice naturale. Il giudice Rita Romano di Taranto, tra le altre cose, ha assolto chi mi aveva aggredito in casa mia con l’intento di far male a me, a mia moglie ed ai miei figli, affinchè non presenziassi ad un’udienza in cui difendevo la moglie dell’aggressore, vittima di stalking. Le prove dell’aggressione non sono state prodotte dalla procura, né ammesse dal giudice. A questo punto l’assoluzione dell’aggressore fu così motivata: “la testimonianza di Antonio Giangrande non possa ritenersi pienamente attendibile”. La Procura di Taranto chiede ed ottiene l’archiviazione delle denunce contro loro stessi. La Procura di Potenza archivia tutte le mie denunce contro i magistrati di Taranto ed accoglie tutte le denunce dei loro colleghi tarantini contro di me per quanto scrivo su quello che succede a Taranto. Un modo di tacitarmi per quanto scrivo anche su quello che succede  Potenza. In virtù della mia esperienza il mio assunto è: la mafia vien dall’alto!»    

Perché parla di cortocircuito Giustizia-Informazione?

«I giornalisti ci hanno inculcato la convinzione della santità, della infallibilità e della intoccabilità della magistratura. Il mondo della comunicazione e dell’informazione fa passare il principio per il quale i magistrati, preparati, competenti ed equilibrati, non sbagliano quasi mai e per di più, quando lo fanno, non devono essere criticati, in quanto le colpe delle disfunzioni giudiziarie vanno ricondotte sempre e comunque al sistema, quindi alla politica. Insomma: i magistrati sono di un’altra razza. Gli avvocati, anche per colpa della propria viltà, anziché imprimere l’assioma della indispensabilità e della parità della loro funzione, sono fatti passare per comprimari. Agli occhi della gente incarnano coloro che con sotterfugi e raggiri fanno uscire i rei dalla galera. Il dogma che dovrebbe valere per tutti i Magistrati e tutti i Giornalisti è: non avere ideologia, né amici. Questo per dare un’apparenza di imparzialità. Invece l’ideologia non gli manca, né tantomeno gli amici. Ed ottimi amici, spesso, sono proprio tra di loro, i Magistrati con i Magistrati ed i Magistrati con i Giornalisti, in un rapporto di reciproca mutualità. Amici ed ideologia, a iosa, spesso in un rapporto vicendevole: eccome! I magistrati ed i giornalisti hanno un ego smisurato che li rende autoreferenziali, presuntuosi ed arroganti, dimenticando che il potere, che gli uni e gli altri hanno, è stato assunto in virtù di un concorso pubblico, come può essere quello italiano. I Magistrati ed i Giornalisti non vengono da Marte, pertanto senza natali e casato e con un DNA differente dal resto dei cittadini. I primi, quindi, non sono la voce della Giustizia, i secondi non sono la voce della Verità. Tutto questo crea un vulnus all’esistenza di tutti noi. Prova ne è la sorte di Pietro D’Amico. Si è tolto la vita assistito dal personale di una clinica Svizzera. Pietro D'Amico era un magistrato per bene, una «toga buona» e fuori dai giochi di potere. Messo in croce sui giornali per un sospetto suffragato da indizi labili. Pietro D'Amico, autore di saggi di Filosofia del Diritto e Diritto romano adottati come libri di testo da alcune università, era stato indagato, insieme ad altri magistrati dalla Procura di Salerno, per una fuga di notizia per la perquisizione di un parlamentare nell'ambito dell'inchiesta Poseidone sui presunti illeciti nella gestione dei fondi per la depurazione. Ne era uscito indenne, ma totalmente disgustato. Aveva deciso di abbandonare la toga commentando: "Questa magistratura non mi merita". Tutto ciò fa pensare una cosa: se è successo a lui, figuriamoci cosa succede ai poveri cristi. Non esiste un solo Paese democratico e moderno nel quale uno dei poteri che regge l’architettura dello Stato è sottratto a qualsiasi controllo e sul quale vige una sorta di impunità che si è trasformata, negli anni, in un delirio di onnipotenza senza strumenti di comparazione nell’intero mondo occidentale; uno Stato nello Stato, regolato da leggi autonome, sottratto ai più elementari controlli democratici e autoimmunizzato contro ogni critica. Guai a chi si permette di criticare un magistrato, l’operato di un giudice o la conduzione di un’indagine: il rischio automatico è quello di attirare gli strali dei “pasdaran” del giustizialismo con ondate di fango mediatico; gli stessi per i quali un magistrato in esercizio della sua funzione, e magari nel tempo libero, può criticare liberamente lo Stato suo datore di lavoro, dare giudizi estremi sul Parlamento che vota le leggi (che un magistrato dovrebbe applicare e che invece vorrebbe lui dettare) e ridurre il tutto ad un mero esercizio di presunta democrazia, mentre se è lo Stato o il Parlamento, o anche un semplice cittadino, a criticare un magistrato si grida al complotto, o, addirittura, si è condannati per diffamazione dagli stessi magistrati criticati. Ma si sa. La coerenza è il segno distintivo dei limitati encefalici.»

Perché tra le sue opere a carattere generale ha scritto il libro su una vicenda particolare “SARAH SCAZZI, QUELLO CHE NON SI OSA DIRE. IL RESOCONTO DI UN AVETRANESE”?

«Avetrana, e per questo non si ha alcuna spiegazione logica, stranamente ed a differenza di altre sparizioni di persone, sin dal primo giorno della scomparsa di Sarah Scazzi è stata oggetto di attenzione mediatica morbosa. Sin dal primo momento è stata invasa dai camion con le paraboliche tv, come se una regia occulta avesse predisposto l’evento ed avesse previsto l’imponderabile, misterioso e drammatico seguito. Sin da subito sono arrivati i migliori consulenti forensi e gli eccelsi avvocati dai fori più importanti con la conseguente domanda logica: chi li paga? Per propaganda e pubblicità: chissà? Sono calati avvocati propostisi (vietato dalla deontologia; divieto che pare valga solo per l’avv. Vito Russo di Taranto), o avvocati consigliati da parenti od amici interessati. Solo per gli imputati minori si son visti avvocati riconducibili a conoscenza personale. Si son visti, addirittura, avvocati che si sono arrogati la funzione di pubblici ministeri: la ricerca della verità. In questo coinvolgendo i consulenti salottieri che alla tv, in programmi che dovevano trasparire imparzialità, invece, propinavano la loro convinzione personale ospiti di conduttrici compiacenti. Poi alle accuse di Michele di essere stato plagiato rispondevano: io non c’ero! Si son visti giornalisti vagare per Avetrana intenti ad intervistare appositamente ignoranti nullafacenti nei bar, con l’intento di estorcere delle considerazioni dotte. Si son visti giornalisti aspiranti scrittori, con il sogno di scrivere sul delitto di Avetrana un esclusivo Best Sellers, arrogandosi la elitaria genitura della verità. Generalmente da tutta Italia mi si chiede aiuto, essendo riconosciuta la mia competenza per aver seguito tutti i casi giudiziari analoghi. Ad Avetrana, da avetranese, sono stato tra i primi ad offrire la mia consulenza gratuita, dopo aver segnalato alle autorità alcuni personaggi che gironzolavano intorno alla famiglia Scazzi. Personaggi che hanno conosciuto i fatti dall’interno della famiglia nell’imminenza dell’evento, ma che non sono stati mai chiamati a testimoniare. Con Concetta e Giacomo Scazzi vi è stato un’incontro, qualche consiglio. Presente era Cosima e Valentina. Le ho viste affiatate con Concetta. Successivamente, con l’arrivo degli avvocati di Perugia (in quella fase non vi era alcun assoluto bisogno di assistenza legale) si era sottoposti al loro vaglio per parlare con la Famiglia Scazzi. Si è erto un muro. Da allora nessun incontro vi è più stato, né nessun grazie si è dato alle associazioni avetranesi che si sono attivate per la ricerca di Sarah e per la fiaccolata in suo onore. Le luci della ribalta sono un’illusione anche nel dolore, in special modo se c’è qualcuno che illude. In quei frangenti caotici si veniva a formare la trama intrigante, oscura, imperscrutabile e misteriosa di un film più che “giallo”. “Giallo” è la definizione italiana, poiché negli Stati Uniti non esiste questa parola per definire lo specifico genere cinematografico che va sotto i nominativi di “crime story”, “noir”, “mistery” e “thriller”. Avetrana è diventata, suo malgrado, l’ombelico del mondo. E’ conosciuta ormai in tutto il pianeta. Tutti parlano di Avetrana, degli avetranesi, degli Scazzi, dei Serrano e dei Misseri. E tutte le altre località se ne dovranno fare una ragione. Eppure tanta notorietà (subita) provoca immenso rancore. La sventura altrui rappresenta per l’invidioso ciò che la cioccolata è per il goloso e il sesso per il lussurioso. Il nostro cervello, infatti, tratta le esperienze sociali e quelle fisiche in modo più simile di quanto si pensi. Chi ha sete chiede acqua. Chi ha freddo, un riparo. Chi non è soddisfatto di se stesso anela a sentirsi migliore attraverso la svalutazione degli altri. Studi scientifici dimostrano come spesso l’invidioso ha la sensazione di non poter raggiungere con le proprie forze ciò che vorrebbe per sé e per riportare l’equilibrio nel confronto sociale deve passare per la distruzione materiale o simbolica dell’altro. Le ingiustizie sono ovunque anche nella nostra vita: c’è chi nasce ricco e ha la strada spianata, chi lo diventa con la spregiudicatezza, chi detiene il potere o posti di responsabilità pubblica senza averne le capacità, chi non paga le tasse, chi lavora meno di noi e ottiene di più, chi non ha arte ne parte, ma ha le luci della ribalta (come i personaggi del gossip o, come nel nostro caso, i protagonisti delle cronache giudiziarie). Infastidirsi è normale, soprattutto se il fortunato ci assomiglia: magari abita nell’appartamento vicino, ha fatto la nostra stessa scuola, ha scelto la nostra stessa carriera. Insomma ci ricorda quello che avremmo potuto essere e non siamo. Ma giornali e tv hanno allargato la nostra comunità di riferimento, aumentando esponenzialmente anche il numero di confronti sociali con persone di cui spesso non conosciamo né gli sforzi né le pene. Per questo si odia tanto Avetrana e Sabrina Misseri. Loro malgrado hanno un successo planetario che altri (gli invidiosi) vorrebbero per sé, finanche per le stesse ragioni, ma non lo possono mai avere. Allora scatta il meccanismo di delegittimazione e di denigrazione, fino ad arrivare al vilipendio di una comunità. Quando si parla del delitto di Sarah Scazzi, non si parla del danno che il sistema banale, superficiale e poco professionale dell’informazione e della comunicazione ha arrecato alla comunità colpita. State sicuri: nessuno vuol parlarne e nemmeno può. Bisogna essere Avetranesi con dignità ed orgoglio per sentire sopra la propria pelle il disprezzo di gente stupida ed ignorante che quando sa che tu sei di Avetrana nella migliore delle ipotesi sghignazza: “ahhaaaa…., ahhaaaa…”. Oppure di gente cattiva che lancia epiteti e che ti apostrofa: “ahhaa…, siete quelli che hanno ucciso Sarah”; “ahhaaa…, il paese omertoso e mafioso che ha ucciso la bambina”. Come al solito, poi, in questa Italia dove il migliore c’ha la rogna, te lo dice gente che a parlar di loro o della loro comunità dovrebbero mettersi la maschera in faccia per coprirsi per la vergogna. Certo che ad Avetrana vi è un inspiegabile accanimento mediatico. Finanche lo sport ha parlato di Sarah Scazzi. Un servizio della “Domenica Sportiva” della Rai il 7 aprile 2013 parla, sì, di calcio ad Avetrana, ma (pure qui con retro pensiero) evidenzia anche il malessere che comporta l’essere di Avetrana in trasferta. Ma noi avetranesi ad  aver grande intelletto e ad insegnare cultura adottiamo il celebre verso della Divina Commedia del sommo poeta Dante Alighieri “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. E proprio per passare oltre, il mio compito è quello di svelare il corto circuito informazione-giustizia. In questa Italia pregna di banalità e pregiudizi, frutto di ignoranza e disinformazione, e a volte di malafede, ognuno di noi dovrebbe chiedersi. La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!" «Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio. «Dovete sapere – dice a un certo punto Salvatore Borsellino al convegno a Bari per la presentazione del libro di Giuseppe Ayala - che mio fratello Paolo dopo il 1° luglio 1992 chiese varie volte al Procuratore della Repubblica di Caltanisetta di essere ascoltato come testimone per riferire circostanze decisive per l'accertamento della verità della strage di Capaci, in cui perirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta, ma questi, il Procuratore della Repubblica di Caltanisetta, si rifiutò di ascoltarlo.» Al che Giuseppe Ayala, sorridendo, ha commentato: “Eh si! In effetti c’è anche questa!”. Sono piene le aule dei Tribunali di tesi accusatorie, spesso strampalate dei PM, imbastite in modo a dir poco criticabile, poi accolte dai loro colleghi giudici. Il caso di Salvatore Gallo è di quelli destinati a passare alla storia degli errori giudiziari più clamorosi. Fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del fratello Paolo che in realtà, sette anni dopo, si ripresenta vivo e vegeto. Ed ancora la Iena Mauro Casciari, che ha preso a cuore la vicenda della morte di Giuseppe Uva, ha ricevuto una querela per diffamazione per un servizio andato in onda ad ottobre nel 2011, che conteneva un'intervista a Lucia Uva, la sorella di Giuseppe Uva anch'essa querelata per diffamazione. Giuseppe Uva il 43enne morto a Varese, nel giugno del 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese per alcune ore. Un’altra “vittima di Stato”, come si denuncia da anni, come Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Lucia Uva chiede solo giustizia e si ribella contro gli insabbiamenti delle denunce. Stessa sorte, querela per diffamazione, è toccata alla mamma di Aldrovandi, come stessa sorte è toccata ad Alfonso Frassanito, padre adottivo di Carmela, la ragazzina di Taranto morta perché stuprata e non creduta dai magistrati. In Italia devi subire e devi tacere. Da sempre, inascoltato, combatto per istituire il “Difensore Civico Giudiziario” con i poteri dei magistrati, ma senza essere uno di loro. Solo nel 2012 l’Italia ha aggiunto un nuovo record alla lista di primati negativi collezionati nel tempo a Strasburgo sul fronte della giustizia. Dopo essersi aggiudicata per anni la maglia nera come Paese, tra i 47 del Consiglio d’Europa, con il più alto numero di sentenze della Corte per i diritti dell’uomo non eseguite (arrivato ora a quota 2569, dietro di noi ci sono la Turchia con 1780 sentenze non eseguite e la Russia con 1087), l’Italia è diventata anche lo Stato che spende di più per indennizzare i propri cittadini per le violazioni dei diritti umani subite: ben 120 milioni di euro. Una cifra pari a circa cinque volte il contributo annuo versato al Consiglio d’Europa e più del doppio di quanto nel 2012 hanno pagato complessivamente, come indennizzi, tutti gli altri Stati membri dell’organizzazione. Senza parlare poi di quegli errori giudiziari che costano come una manovra. Indagini approssimative. Magistrati ed avvocati che sbagliano. Innocenti in cella. Enormi risarcimenti da pagare. Uno spreco umano ed economico insostenibile, che arriva a costare allo Stato diverse decine di milioni di euro ogni anno. L'ultimo, in arrivo, l'indennizzo per gli accusati della strage di via d'Amelio, ingiustamente condannati all'ergastolo e ora liberi dopo 18 anni di carcere in regime di 41bis. C'è già un altro cittadino italiano pronto a entrare in una classifica "poco onorevole" per il nostro Stato: si chiama Raniero Busco e ha 46 anni, assolto dalla condanna a 24 anni per l'omicidio della sua ex fidanzata, Simonetta Cesaroni, la ragazza del "delitto di via Poma" avvenuto nella capitale il 7 agosto 1990. Il caso di Busco, difeso proprio da Franco Coppi difensore anche di Sabrina Misseri nel processo sul delitto di Sara Scazzi, rientrerebbe nel nutrito elenco degli errori giudiziari. Una realtà che pesa, anche sotto il profilo economico, sull'amministrazione della giustizia nel nostro Paese. Solo nel 2011, lo Stato ha pagato 46 milioni di euro per ingiuste detenzioni o errori giudiziari. L'ultima vicenda di questo tipo, forse la più eclatante nella storia della Repubblica, è quella dei sette uomini che erano stati condannati come autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta, il 19 luglio 1992. Nell'autunno 2012, sono stati liberati: dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi tra l'altro in regime di 41 bis. La strage non era cosa loro. Il risarcimento? È ancora da quantificare. Il 13 febbraio 2011, invece, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. La cosa sconcertante è che, nel 1977, fu ucciso a Ficuzza (Palermo) anche l'ufficiale che aveva condotto quell'inchiesta con modi tutt'altro che ortodossi, il colonnello Giuseppe Russo: l'indagine sul suo omicidio ha prodotto un altro errore. Per la sua morte, infatti, sono stati condannati tre pastori e, solo vent'anni dopo, si è scoperto che esecutori e mandanti erano stati invece i Corleonesi. Ma il caso forse più paradossale di abbaglio giudiziario risale al 2005. Ne fu vittima Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini: condannata a quattro anni con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Ma quanti sono, in Italia, gli errori giudiziari? Quante persone hanno scontato, da innocenti, anni e anni di carcere? Quante vite e quante famiglie sono state distrutte? "Una statistica ufficiale, ministeriale, ci dice che tra il 2003 e il 2007 ci sono stati circa ventimila errori giudiziari, un numero enorme del quale non si parla mai, se non nei casi che fanno notizia. Ci sono poi vicende famose, e sconcertanti, rilanciate ogni volta che si scoprono nuovi episodi: dal caso Tortora al caso Barillà. Ottomila richieste di risarcimento negli ultimi 10 anni. Le ingiuste detenzioni e l'enorme costo economico che comportano sono ormai al centro di una battaglia politico-legale avviata dalle associazioni contro gli errori giudiziari. Analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, Eurispes e Unione delle Camere penali italiane hanno rilevato che sarebbero cinque milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Bisogna che qualcuno dica alla gente che quello che succede ad Avetrana succede in tutta Italia. Tante le similitudini con i fatti di cronaca riportati dai media. Informazione e giustizia. Simbiosi cinica e bara, sadismo allo stato puro. Parliamo di Franco Califano. È stato arrestato due volte per cocaina, una volta nell’ambito del caso Chiari-Luttazzi (una serie di personaggi dello spettacolo messi in cella per droga nel 1970 e poi tutti assolti), un’altra all’interno del caso Tortora (l’inchiesta della magistratura napoletana che accusò falsamente il popolare presentatore di essere un boss della Camorra, uno dei più grandi scandali giudiziari degli anni Ottanta). In tutto s’è fatto per questo tre anni e mezzo di carcere. Suo commento: «Negli anni Settanta sono finito nel processo di Walter Chiari, negli anni Ottanta in quello con Tortora: possibile che alla mia età, con la mia carriera non me ne sono meritato uno tutto per me?». Stranamente, o forse no - scrive Valter Vecellio su “L’Opinione” - sarebbe stato strano il contrario, quasi tutti i giornali (non più di un paio le eccezioni), ricordando Franco Califano, hanno fatto cenno alle disavventure giudiziarie del “Califfo” limitandole alla vicenda che portò in carcere Walter Chiari e Lelio Luttazzi, per uso e spaccio di droga. E anche su questo si potrebbe dire: che ogni volta che richiama in causa Luttazzi si dovrebbe aver cura di ricordare che “el can de Trieste” era assolutamente estraneo ai fatti contestati, solo tardivamente venne riconosciuto innocente, patì una lunga e ingiusta carcerazione, e da quell’esperienza ne uscì schiantato. Luttazzi a parte, Califano venne coinvolto, ficcato a forza è il caso di dire, nella vicenda che in precedenza aveva portato in carcere Enzo Tortora, nell’ambito di quell’inchiesta che doveva essere il “venerdì nero della camorra” e fu invece un venerdì (e non solo un venerdì) nerissimo per la giustizia italiana. Califano ci raccontò che ad accusarlo erano due "pentiti": Pasquale D' Amico e Gianni Melluso, "cha-cha". Ma D' Amico poi aveva ritrattato le sue accuse. Melluso, invece le aveva reiterate, raccontando di aver consegnato droga a Califano in un paio di occasioni: nel sottoscala del "Club 84", vicino a via Veneto, a Roma; e successivamente nell'abitazione del cantante a corso Francia, sempre a Roma. Solo che nel "Club 84" il sottoscala non c’era; e Califano in vita sua non ha mai abitato a corso Francia. Infine Califano, in compagnia di camorristi, avrebbe effettuato un viaggio da Castellammare fino al casello di Napoli, a bordo di una Citroen o di una Maserati di sua proprietà; automobili che Califano non ha mai posseduto. Califano ci raccontò che le accuse nei suoi confronti erano solo quelle di cui s’è fatto cenno; e che non si siano svolte indagini e accertamenti per verificare come stavano le cose non sorprende col senno di poi, e a ricordare come l’inchiesta in generale venne condotta. E sulle modalità investigative, può risultare illuminante un episodio in cui sono stato coinvolto. Anni fa, chi scrive venne convocato a palazzo di Giustizia di Roma, per chiarire – così si chiedeva da Napoli – come e perché in un servizio per il “Tg2”, “in concorso con pubblici ufficiali da identificare”, avevo rivelato «atti d’indagine secretati consistenti in stralci della deposizione resa in una caserma dei carabinieri dal pentito Gianni Melluso sulla vicenda Tortora». Ed ero effettivamente colpevole: avevo infatti raccontato che Melluso aveva ritrattato tutte le sue accuse; e che assieme a Giovanni Panico e Pasquale Barra aveva concordato tutto il castello di menzogne e calunnie; un segreto di Pulcinella, tutto era già stato pubblicato dal settimanale “Visto”; e il contenuto degli articoli anticipati e diffusi da “Ansa”, “Agenzia Italia” e “AdN Kronos”. Dunque, sotto inchiesta per aver ripreso notizie (vere) pubblicate da un settimanale e da agenzie di stampa. Evidentemente dava fastidio la diffusione in tv... Queste le indagini; e dato il modo di condurle, non poteva che finire in una assoluzione piena: per Tortora, per Califano, e per tantissimi di coloro che in quel blitz vennero coinvolti. Ma a prezzo di sofferenze indicibili e irrisarcibili. Indagini che la maggior parte dei cronisti spediti a Napoli, presero per buone, e furono pochi a vedere quello che poteva essere visto da tutti. È magra consolazione aver fatto parte di quei pochi; e non sorprende che questa vicenda la si preferisca occultare e ignorare. Ed ancora. Per i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy, Stefano Cucchi «è morto di fame e di sete». "Tutti volevano farsi grandi con la morte di Cucchi", ha accusato il pubblico ministero Vincenzo Barba. Che ha ricordato le difficoltà affrontate nel corso delle indagini a causa ''del clamore mediatico insopportabile'' e in particolare per proteggere quello che ritiene essere il testimone ''credibile'', l'immigrato Samura Yaya. "Abbiamo avuto l'esigenza di tutelarlo come fonte di prova - ha continuato Barba - A un giorno dall'incidente probatorio tutti hanno tentato di raggiungerlo, anche il senatore Stefano Pedica. Noi abbiamo dovuto fare una lotta impari per difendere la nostra fonte di prova da un attacco politico e giornalistico, tutti volevano farsi grandi con la morte di Cucchi. Il processo è stato difficile - ha detto il pm Barba - anche a causa di varie rappresentazioni dei fatti che sono state portate fuori dal processo. I mass media hanno influito sull'opinione pubblica. C'è chi ha voluto dare una rappresentazione della realtà diversa da quella emersa dal processo''. «Riteniamo inaccettabile e gravemente offensive le dichiarazioni del pm Barba sul conto di Stefano e di tutti noi - commenta la sorella Ilaria Cucchi - Continuo a chiedermi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello. Non posso accettare che non venga riconosciuta la verità su quello che è successo a Stefano tutto il resto non mi interessa - ha aggiunto con gli occhi lucidi - La verità la sanno tutti. Io, speravo che entrasse anche nell'aula di giustizia e continuo ad avere fiducia nella Corte: ripongo in loro tutta la mia fiducia, perché ogni risposta che non sia coerente con quanto accaduto a Stefano, ogni risposta ipocrita noi non la possiamo accettare. L'atteggiamento che abbiamo notato oggi in aula è perfettamente coerente con quello che e stato l'atteggiamento della procura per tutta la durata del processo, tanto che spesso viene da chiedersi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello. La responsabilità dei medici è assolutamente gravissima e innegabile, loro non sono più degni di indossare un camice, questo lo abbiamo sempre detto e continueremo a sostenerlo fino alla morte. Loro avrebbero potuto salvare mio fratello e non lo hanno fatto, si sono voltati dall'altra arte e non si può far finta di niente, come non si può far finta che Stefano sarebbe finito in quell'ospedale per cause che non c'entrano con il pestaggio. Non si può negare che Stefano fino a prima del suo arresto conduceva una vita assolutamente normale. Abbiamo discusso per anni con la procura della frattura di l3. Ora apprendo che si è concordemente riconosciuto che gli accertamenti ed i prelievi sono stati fatti sulla maggior parte della vertebra lasciando fuori proprio quella in discussione. In particolare i consulenti del Pm hanno prelevato tessuto osseo della vertebra nella parte opposta ed interna dove, guarda caso , vi era una vecchia frattura . Non solo, ma poi è emersa evidente un'altra frattura ad l4, cioè così vicina e sotto ad l3 da non poter non far pensare che entrambe siano state procurate a Stefano con un calcio od un colpo diretto proprio in quella zona. Tutti i medici che lo visitarono notarono segni evidenti e particolare dolore lamentato da mio fratello proprio lì. Gli stessi consulenti del Pm hanno fotografato abbondante sangue sui muscoli della stessa zona, che, visti al microscopio, risultano anche lacerati. Insomma la schiena di Stefano è massacrata di fratture e la procura procede per lesioni lievi. Ora, dopo aver detto che la frattura di l3 su cui i miei consulenti discutevano, era in realtà vecchia, mi aspetto che su quella di l4 si dica che se l'è procurata da morto. Siamo veramente stanchi di questo teatrino tragicomico». Ed ancora. La madre di Yara Gambirasio, Maura Panarese, ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a più di due anni dalla morte della figlia. Il testo della lettera parla di "Scarsa collaborazione degli investigatori con la parte lesa". E' quanto rivela la puntata "Quarto Grado" andata in onda venerdì 25 gennaio 2013. Secondo quanto riferito dalla trasmissione, nella lettera inviata al Capo dello Stato, la madre di Yara esprime le proprie critiche nei confronti di chi ha eseguito l’inchiesta. Un’indagine che si è concentrata, prima sul cantiere di Mapello, poi sull’ipotetico figlio illegittimo di un autista bergamasco morto da anni, basandosi sul Dna. La donna manifesta dunque al Presidente Napolitano tutto il dolore e lo sconforto perchè, dopo anni d’indagini, la figlia non ha ancora avuto giustizia. A proposito del delitto di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio e gli autogol della giustizia e del giornalismo italiano. Vi ricordate il caso di Giusy Potenza, antesignano del delitto di Avetrana? Giusy Potenza viene uccisa a Manfredonia con una grossa pietra. Il suo corpo è ritrovato il pomeriggio successivo all'omicidio sulla scogliera, vicino allo stabilimento ex Enichem. In un bar del centro di Manfredonia Carlo Potenza, padre di Giusy, accoltella per vendetta Pasquale Magnini, padre di una delle ragazze arrestate con l'accusa di aver indotto Giusy alla prostituzione. Il suicidio di Grazia Rignanese madre di Giusy Potenza è l'ultimo episodio di un caso che ha sconvolto l'esistenza della famiglia Potenza e scosso la cittadina di Manfredonia, in provincia di Foggia. Il caso scuote la città del Gargano che viene assediata nei giorni successivi dalle tv nazionali e locali in cerca di risoluzioni per quello che diviene un caso di cronaca nazionale. È stato un periodo di tensione e terrore, quello che si è consumato a Manfredonia, sessantamila abitanti, una quarantina di chilometri da Foggia. Per mesi questa fetta del Gargano è stata sotto shock per la tragica fine di Giusy, uccisa a colpi di pietra da Giovanni Potenza, un pescatore di 27 anni, che 40 giorni dopo (il 23 dicembre 2004) venne arrestato dalla polizia e che confessò l'omicidio: l'uomo, un cugino del padre della ragazza, ha ammesso di aver colpito la vittima con una pietra perché tra loro c'era una relazione e lei minacciava di raccontare tutto a sua moglie se l'avesse lasciata. Il ricordo della povera Giusy è ancora vivo in tutta la comunità accusata a suo tempo di omertà come tutte le comunità che subiscono vicende analoghe. Una vicenda drammatica con molti colpi di scena seguitissima da stampa e tv. Speciali tv sono stati dedicati al caso dalla solita Rai Tre con il programma “Ombre sul giallo”, ideato, scritto e condotto da Franca Leosini. Entrano nell'inchiesta altre due ragazze: si tratta di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, che vengono arrestate con l'accusa di favoreggiamento e false dichiarazioni, oltre che di induzione e sfruttamento della prostituzione. Intanto l’8 ottobre 2011 per quel delitto il pianto liberatorio delle due amiche accompagna la lettura della sentenza del presidente della sezione “famiglia” della corte d’appello di Bari, che ribalta il verdetto di primo grado di condanna a 4 anni di carcere a testa per favoreggiamento della prostituzione emessa dal Tribunale di Foggia l’11 ottobre del 2007. Sabrina Santoro, 30 anni, e Filomena Rita (Floriana) Mangini di 25 anni, non hanno favorito la prostituzione di Giusy Potenza, la quattordicenne sipontina ammazzata a pietrate il 13 novembre del 2004 da un procugino con il quale aveva una relazione clandestina, che lei minacciava di rivelare se lui non avesse lasciato la moglie. Le due imputate sono state assolte per non aver commesso il fatto, dopo due ore di camera di consiglio; pg e parte civile chiedevano la conferma della condanna a 4 anni, la difesa l’assoluzione. Le ragazze accusate malamente in vario modo si rammaricano del fatto che i giornali e le tv pronti ad infierire con accanimento mediatico su di loro, nel momento in cui vi è stata per loro stesse una sentenza di assoluzione, omertosamente i medesimi giornalisti hanno censurato la notizia, tacitando gli errori dei magistrati. Sono loro a gridare con una testimonianza esclusiva al dr Antonio Giangrande, scrittore (autore anche del libro su Sarah Scazzi, già pubblicato sul web) e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. In sintesi il loro pensiero conferma un tema ricorrente identico a sé stesso: povero territorio e poveri protagonisti della vicenda, vittime sacrificali di un sistema mediatico che nell’orrore e nella persecuzione ha la sua linfa. Si inizia con uno strillio del citofono, con le forze dell’ordine che ti cercano. In quel momento ti casca il mondo addosso. E’ un uragano che ti investe. Ti scontri con procuratori della repubblica innamoratissimi della loro tesi di accusa, assecondati dal Tribunale della loro città e sostenuti da giornalisti che pendono dalla loro bocca o che si improvvisano investigatori. E l’opinione pubblica, influenzata dalla stampa, ti odia fino ad augurarti la morte. «Dalla sentenza che ha acclamato la nostra estraneità ai fatti, nessuno ci ha cercato per ristabilire la verità e per renderci la nostra dignità e la nostra reputazione. Chi è schiacciato dal tritasassi della giustizia, anche se innocente, è frantumato per sempre». E’ il pensiero di Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Magnini, ma possono essere le affermazioni di migliaia di innocenti che da queste vicende ne sono usciti distrutti. Certo Giusy Potenza merita la nostra attenzione, ma non meritano forse analoga compassione le altre vittime di questa vicenda? Sabrina Santoro e Filomena Rita (Floriana) Mangini additate da tutti come “puttane” che hanno indotto Giusy alla prostituzione e accusate di essere state responsabili indirettamente della sua morte. Bene se nessuno lo fa, sarò io a ristabilire la verità e a dar voce a quelle vittime silenti, che oltraggiate dalla gogna mediatica, non sono mai oggetto di riabilitazione da parte di chi ha infangato il loro onore. Quei media approssimativi e cattivi che si nutrono delle disgrazie altrui. La verità si afferma dall’alto di un fatto: una sentenza definitiva di assoluzione. La verità tratta da un fatto e non dedotta da un opinione di un giornalista gossipparo. Il fenomeno Vallettopoli era appena cominciato: un tormentone mediatico che aveva trasformato la tranquilla e sonnecchiante città di Potenza in un vero e proprio “ombelico del mondo”, scriveva Stella Montano sul “Quotidiano della Basilicata”. Giornalisti, reporter, fotoreporter, cameraman di testate giornalistiche e agenzie di stampa di tutt’Italia, tutti a Potenza, per studiare da vicino quella che sarebbe stata una delle inchieste più discusse degli ultimi anni; ma anche autisti, avvocati, segretari, agenti di spettacolo al servizio di veline e soubrette, di attori e calciatori, chiamati a rispondere alle difficili domande del pm che aveva aperto le indagini sulle presunte estorsioni ai danni di vip, attività che aveva fatto la fortuna dell’agenzia “Corona’s”, il cui logo, in quel periodo era diventato uno status symbol, consolidato persino dinanzi al carcere di Potenza, il 29 marzo del 2007, giorno del suo 33esimo compleanno, festeggiato dai suoi collaboratori più fedeli con una grande torta e con tanto di candeline. Albergatori e ristoratori felici del tutto esaurito; trovare un posto libero in un pub o in una pizzeria era diventata un’impresa. Esaurite sin dalle prime ore del mattino le copie di quotidiani, settimanali e periodici: la voglia di leggere era diventata dilagante, dirompente. Per i 3 tassisti in servizio in città, spola ininterrotta dalla stazione al tribunale, dagli alberghi al carcere: un lavoro così estenuante a Potenza non si era mai visto. Come non si era mai visto che qualcuno prendesse addirittura dei giorni di ferie dal lavoro per non perdersi uno spettacolo “live” senza eguali, tra le inferriate del Tribunale. Tra flash e microfoni buttati letteralmente in aria, il passaggio super scortato di Raoul Bova, Loredana Lecciso, Diego Della Valle, Fernanda Lessa, Nina Moric, aveva mandato in visibilio anche studenti, adolescenti e ragazzine, pronte ad immortalare con un flash quel passaggio dorato di vittime/carnefici del “sistema Corona”. Girandola di starlette e paillettes che in quei giorni avevano di fatto trasformato la visione del capoluogo lucano agli occhi del mondo mediatico. Merito di quel “pm biondo che faceva impazzire il mondo” che aveva scoperchiato le malefatte di un “ragazzo insolente” di nome Fabrizio Corona. Qualcuno aveva persino proposto di far diventare Henry John Woodcock «assessore al turismo del comune di Potenza». Starlette, gossip ed inchieste giudiziarie. Le tante Ruby dell’informazione e della giustizia italiana. Guerra, Berardi, Polanco, Faggioli… Che fine hanno fatto le “olgettine”? Qualche anno fa non si parlava che di loro, oggi sono quasi dimenticate. Da Barbara Guerra a Iris Berardi, da Marysthell Polanco a Barbara Faggioli. Che fine hanno fatto le cosiddette ragazze del bunga-bunga? E quelle che abitavano nell’ormai famigerato appartamento di via Olgettina, a Milano? Non si parlava d’altro, i quotidiani erano ricchi tutti i giorni di notizie e segnalazioni sulle loro imprese e i rotocalchi si contendevano le loro immagini «rubate» durante costosissime incursioni nel quadrilatero della moda, in centro a Milano, per l’immancabile shopping quotidiano. Erano tante le ragazze in qualche modo entrate nell’elenco delle donne attribuite a Silvio Berlusconi. “Oggi” le aveva contate una a una: da Nicole Minetti a Maryshtell Garcia Polanco, da Roberta Bonasia a Barbara Faggioli, da Alessandra Sorcinelli a Iris Berardi, per non parlare di Ruby Rubacuori. L’elenco, alla fine, ne conteneva ben 131. È passato, come dicevamo, solo qualche anno. Per qualcuno il ricordo di quelle ragazze è già sbiadito. Per altri sono rimaste nella memoria collettiva. «Subisco dai giudici violenza psicologica, una vera e propria tortura, una pressione insostenibile». Lo ha detto Ruby, all’anagrafe Karima El Mahroug, la giovane marocchina al centro del processo sui festini hard nella residenza di Silvio Berlusconi ad Arcore, che il 4 aprile 2013 ha inscenato una protesta contro i magistrati davanti al Palazzo di Giustizia di Milano. La giovane ha letto un comunicato stampa lungo sei pagine sulle scale del tribunale e si è presentata con un cartello che recitava 'Caso Ruby: La verità non interessa più?'. Protesta anche contro la stampa, che a suo parere strumentalizza la sua storia: «Per colpire Berlusconi la stampa ha fatto male a me. Oggi ho capito che è in corso una guerra contro Berlusconi e io ne sono rimasta coinvolta, ma non voglio che la mia vita venga distrutta». Ruby ha letto un comunicato che ha consegnato ai giornalisti presenti. «La colpa della mia sofferenza è anche di quei magistrati che, mossi da intenti che non corrispondono a valori di giustizia, mi hanno attribuito la qualifica di prostituta, nonostante abbia sempre negato di aver avuto rapporti sessuali a pagamento e soprattutto di averne avuti con Silvio Berlusconi. Non sono una prostituta. Nessuno ha voluto ascoltare la mia verità, l’unica possibile. Voglio essere ascoltata dai magistrati per dire la verità, sono la parte lesa in questa vicenda. Voglio protestare per non essere stata sentita. Non ne capisco la ragione e intendo dirlo pubblicamente. La violenza che più mi ha segnato è stata quella del sistema investigativo. Dei ripetuti interrogatori che ho subìto, soltanto alcuni sono stati messi a verbale. Trovo sconcertante e ingiusto che nessuno voglia ascoltarmi, soprattutto perché secondo l'ipotesi accusatoria io sarei la parte lesa, secondo la ricostruzione dei pm sarei la vittima. Oggi dopo aver sopportato tante cattiverie sono qui a chiedere di essere sentita. Sono vittima di uno stile investigativo e di un metodo fatto di domande incessanti sulla mia intimità, le propensioni sessuali, le frequentazioni amorose, senza mai tenere conto del pudore e del disagio che tutto ciò provoca in una ragazza di 17 anni. A 17 anni non sapevo nemmeno chi fossero i pm, non leggevo i giornali, a malapena sapevo chi fosse Berlusconi. Oggi ho capito che è in corso una guerra nei suoi confronti che non mi appartiene, ma mi coinvolge, mi ferisce. Non voglio essere vittima di questa situazione non è giusto. Chiedo che qualcuno ascolti quello che ho da dire, voglio raccontare l'unica verità possibile e lo voglio fare in sede istituzionale. La violenza che più mi ha segnato è stata quella di essere vittima di uno stile investigativo fatto di promesse mai mantenute di aiutarmi a trovare una famiglia e di proseguire gli studi. Alla pressione incessante dei magistrati ho ceduto: era più facile dire sì e raccontare storie inverosimili, piuttosto che farmi angosciare o peggio far accettare la verità che avrei voluto raccontare. Ho deciso di parlare per rispondere a chi, magistrati e giornalisti inclusi, mi ritiene una poco di buono. Sono spiaciuta di aver fatto una cavolata dicendo che ero parente di Mubarak». E contro i magistrati: «Non c’è la prova che mi prostituissi, l’atteggiamento degli investigatori fu amichevole poi cambiò quando capirono che non avrei accusato Silvio Berlusconi. A quel punto sono iniziate le intimidazioni subliminali, gli insulti nei confronti delle persone che mi avevano aiutato...una vera e propria tortura psicologica. Una volta - ha raccontato ancora Ruby - non potendone più sono addirittura scappata dalla comunità di Genova in cui mi trovavo per non dover subire ancora quella pressione e l'unico che si preoccupò e mi convinse a rientrare è stato un amico al quale sono tuttora affezionata. Sono rientrata e di fronte alla pressione incessante dei magistrati ho ceduto: era più facile dire sì e raccontare storie inverosimili piuttosto che farmi angosciare o peggio far accettare la verità che avrei voluto raccontare. Mi sono resa conto - ha continuato - che a loro non interessava nulla di me. Ho raccontato di aver incontrato persone che conoscevo solo grazie ai rotocalchi, come Cristiano Ronaldo o Brad Pitt e dentro di me mi domandavo come fosse possibile che non si accorgessero che erano frottole. Questa è stata la peggiore delle violenze che ho subito, oltre alle costanti diffamazioni riportate dalla stampa alle quali mi pento di non aver reagito prima. Ho  raccontato tante bugie, anche ai magistrati, perché mi vergognavo di me, del posto in cui sono nata, della mia famiglia, dei piccoli lavori di fortuna che sono stata costretta a fare per racimolare qualche spicciolo. Per questo ho raccontato bugie per sentirmi diversa e per convincere anche gli altri che lo fossi davvero, diversa come avrei voluto essere sempre. Mi spiace aver raccontato queste bugie anche a Silvio Berlusconi, il quale, oggi, sono sicura, si sarebbe dimostrato rispettoso e disposto ad aiutarmi anche se avessi detto la verità. La verità è che vengo da una paesino che si chiama Letojanni e che la mia famiglia vive in condizioni di grande precarietà. La verità è che per tanto tempo volevo essere un'altra persona e adesso pago il conto: il rischio di vivere il resto della mia vita con appiccicato il marchio infamante della prostituta che qualcuno ha voluto affibbiarmi a tutti i costi. Quanto alla finta parentela, «mi spiace di aver detto altre bugie sulle mie origini, ho giocato di fantasia perché il vecchio passaporto me lo ha permesso». E, per essere ancor più credibile, la giovane marocchina ha mostrato ai giornalisti un falso passaporto nel quale compariva il nome di Mubarak. «Presentarmi come la nipote di Mubarak - ha aggiunto Ruby - mi serviva a costruire una vita parallela, diversa dalla mia. Mi serviva a mostrare un’origine diversa, lontana dalla povertà in cui sono nata e cresciuta e dalla sofferenza che ho patito prima e dopo aver lasciato la mia famiglia in Sicilia. Ho subito un ennesimo episodio di intolleranza, quando la domenica di Pasqua una persona guardando mia figlia ha detto “spero che non diventi come sua madre”. Voglio che si sappia che la colpa è di quella stampa che per colpire Silvio Berlusconi ha fatto del male a me. Parlo di quei giornalisti che mi hanno violentato pubblicando le intercettazioni telefoniche che mi riguardavano». La ragazza ha spiegato di essere stata «umiliata per troppo tempo» e, ha aggiunto, «se questo è il Palazzo di Giustizia voglio che giustizia sia fatta». «Non voglio - ha concluso Ruby - essere distrutta, non voglio che venga distrutto il futuro di mia figlia a causa di un gioco pericolosissimo molto più grande di me nel quale sono stata trascinata con violenza quando avevo solo 17 anni. Voglio che mia figlia sia fiera di me». Intanto la «strega» diventa oggi l’ultima fatica letteraria di Mario Spezi in “L’angelo dagli occhi di ghiaccio” che sarà in libreria a fine marzo 2013 ma solo in Germania, perché gli editori italiani e quelli americani non lo hanno voluto stampare. Questa volta non è una ragazza chiamata Sabrina, ma una ragazza chiamata Amanda. Lasciatasi alle spalle la drammatica esperienza del Mostro, Spezi con il suo amico Douglas Preston, scrittore americano impegnato anche lui nella controinchiesta sui delitti di Firenze, in questo libro non raccontano solo la lunga vicenda giudiziaria di Amanda e Raffaele ma stabiliscono un inquietante collegamento fra l’inchiesta sul Mostro di Firenze e l’omicidio di Meredith. Due inchieste condotte dallo stesso Pm, Giuliano Mignini: «Con gli stessi argomenti», scrivono Spezi e Preston. «Rituali osceni, riti satanici, orge di sesso e sangue, omaggi a Satana, come aveva predetto una “santona” che, con le sue rivelazioni, aveva dato un contributo importante al magistrato nelle indagini sul Mostro». Amanda sembra non avere dubbi. «Contro di lei uno stillicidio che ha influito sulle persone». «L’aveva intuito anche Raffaele Sollecito che pochi giorni dopo la sua assoluzione mi confidò: “Ho capito benissimo che la mia storia è stata solo l’apice di quella di Mignini e dell’indagine perugina sul Mostro di Firenze”», rivela Spezi. Che aggiunge: «Senza l’antefatto del Mostro non si capisce fino in fondo cosa sarebbe avvenuto a Perugia nei quattro anni successivi. Un antefatto che aprì le porte dei tribunali a una nuova versione dell’antica caccia alle streghe». Ma come è stata costruita la «strega Amanda»? Spiega Spezi: «Con uno scientifico stillicidio di notizie a senso unico iniziato poche ore dopo il suo arresto. Non dimentichiamoci che quattro giorni dopo gli inquirenti annunciarono: “Il caso è chiuso”. Oggi sappiamo che nessuno di loro è colpevole. Ma in primo grado Raffaele e Amanda furono condannati. E l’opinione pubblica era colpevolista. Per loro fortuna i giudici dell’Appello fecero fare una nuova perizia scientifica e il risultato per l’Accusa fu uno tsunami: “Tutti gli accertamenti tecnici svolti prima non sono attendibili”, stabilirono i nuovi periti. Malgrado ciò fuori dal Tribunale la sera dell’assoluzione centinaia di persone accolsero la sentenza urlando: “Vergogna”. Evidentemente erano manipolati da una falsa informazione. Per loro la strega doveva finire al rogo. Tutti i mezzi di informazione diedero il massimo risalto all’assoluzione ma ben pochi indagarono sul perché era avvenuta una storia tanto grave. E ancora oggi in America chi osa difendere Amanda rischia addirittura l’incolumità. Ne sa qualcosa il mio amico Preston che sul suo blog riceve spesso pesanti minacce». Sul delitto di Sarah Scazzi sono stati scritti fiumi di parole e mandati in onda migliaia di ore di disquisizioni giornaliere sull’argomento, in salotti con gente che si improvvisava esperta di sociologia e di diritto. Avetrana è stata invasa da orde di giornalisti, ognuno portatore di pregiudizi e luoghi comuni. Sentimenti che hanno trasbordato ai loro lettori. Io conoscitore attento delle vicende umane in Italia in tema di violazione dei diritti umani in ambito della giustizia e dell’informazione, ho voluto riportare un punto di vista oggettivo che nessuno mai ha ed avrebbe avuto il coraggio di riportare. La storia di Sarah da me riportata è intrisa di storie analoghe alla sua. Ho rapportato il comportamento di media e magistratura per poter fare un parallelismo tra le varie vicende.  Chi legge i miei libri, e quello su Sarah Scazzi in particolare, non rimarrà deluso, ma si arricchirà di informazioni mai da alcuno riportate. Per esempio nessuno ha mai parlato di Valentino Castriota, il portavoce della famiglia Scazzi, che nelle prime settimane viveva in quella casa. Il Castriota non è stato mai chiamato a riferire quanto lui avesse saputo in quei giorni. Come strano è – così come ha sottolineato Franco De Jaco, difensore di Cosima Serrano, criticando l’operato della Procura – il perché, quando si è accertato che Sarah, uscita da casa, era arrivata in quella dei Misseri, non è stata sequestrata l’abitazione dei Misseri?» Tutto sbagliato, tutto da rifare: la disastrata malagiustizia all’italiana funziona così. E’ d’accordo con me Luca che scrive su “Menti Informatiche”. Processi che durano una vita e non concludono nulla; indagini che non finiscono mai; sentenze parziali e pasticciate che non reggono l’urto dell’analisi logica e costringono spesso a ricominciare tutto daccapo. Non a caso, nella speciale classifica redatta dalla Banca mondiale sul funzionamento della giustizia, l’Italia si piazza al 155° posto su 185 Paesi: siamo meglio dell’Afghanistan, ma peggio della Sierra Leone, del Malawi, dell’Iraq e della Bolivia. Per celebrare il più clamoroso processo penale di tutti i tempi, quello che nel 1946, a Norimberga, giudicò e condannò i crimini del Terzo Reich e dei gerarchi e militari nazisti, cioè 12 anni di storia, bastarono 11 mesi. Al 4 aprile 2013, dopo cinque anni e quattro mesi, noi ancora non sappiamo cosa successe veramente nella villetta di Perugia dove fu uccisa Meredith Kercher; dopo cinque anni e sette mesi, ignoriamo chi sia l’assassino di Chiara Poggi a Garlasco; dopo due anni e sette mesi dall’uccisione di Sarah Scazzi ad Avetrana si è ancora al primo grado; dopo due anni e quattro mesi, brancoliamo nel buio per l’omicidio di Yara Gambirasio a Brembate. Ci sono voluti 22 anni per ritrovarsi al punto di partenza sul mai risolto assassinio di Simonetta Cesaroni, in via Poma, a Roma; 20 anni per scoprire finalmente che l’omicida della contessa Alberica Filo Della Torre, all’Olgiata, è, nel la più classica tradizione giallistica, il maggiordomo filippino Manuel Winston, peraltro in chiodato da una intercettazione disponibile tre giorni dopo il delitto che però non fu mai ascoltata; 20 anni per avere la certezza che se le indagini sulla scomparsa di Elisa Claps a Potenza nel 1993 fossero state svolte con un minimo di competenza, il caso si sarebbe risolto in poche ore e forse Danilo Restivo non avrebbe ucciso nel 2002 in Inghilterra la sartina Heather Barnett. A proposito, qualcuno dovrà pur spiegare ai genitori della studentessa inglese Meredith Kercher, come mai un tribunale di Sua Maestà ha impiegato un anno e l i giorni per arrestare e condannare Restivo all’ergastolo, mentre noi siamo ancora in alto mare nel delitto di Perugia. Secondo le statistiche europee, i processi penali in Italia durano in media otto anni; negli altri Paesi dell’Unione, al massimo tre; negli Stati Uniti, invece, si va da un minimo di un giorno a un massimo di una settimana per la stragrande maggioranza dei casi. In Norvegia, sono bastate 10 settimane per processare e condannare Anders Breivik, autore della strage di Utoya (77 persone uccise a fucilate). Da noi ci sono processi, quelli privilegiati, accelerati perché illuminati dal faro mediatico, che avanzano faticosamente al ritmo di un’udienza a settimana e processi che si inceppano per fatti incredibili: a gennaio 2013 la Corte di Cassazione ha annullato per vizio di forma il deposito delle motivazioni del processo «Crimine infinito» sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia (110 persone condannate) perché la stampante si era rotta e mancavano 120 delle 900 pagine.

Da queste sue parole si evince che lei non ha remore a parlare degli errori, veri o presunti, commessi dai magistrati di Taranto.

«I magistrati di Taranto ed il loro operato. Il solo che si è ribellato allo strapotere dei magistrati tarantini in ambito locale è stato il dr. Antonio Giangrande, me medesimo. Io ho presentato svariate denunce a Potenza e presso altre procure competenti, quando Potenza non è intervenuta per abuso ed omissione commessi presso gli uffici giudiziari Tarantini. Naturalmente, lasciato solo, non potevo che subire l’onta del linciaggio, dell’accusa di mitomania o pazzia e dell’accanimento giudiziario, che nei miei confronti non ha prodotto alcuna condanna penale per reati d’opinione. Oggi non sono più solo. Anche l’Ilva con un esposto a Potenza denuncia i magistrati tarantini: "Accanimento contro di noi. Verificate se hanno commesso reati". La denuncia è stata depositata negli ultimi giorni di marzo 2013 da parte dell'avvocato Leonardo Pace per conto dello studio De Luca di Milano che segue l'azienda. Non dall’avvocato tarantino che segue gli interessi dell’azienda. Egidio Albanese, avvocato già presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto ed in buoni rapporti istituzionali con quei magistrati. D'altronde un ex prefetto e i magistrati erano fatti appositamente per lavorare a braccetto. Invece sono finiti in tribunale: il presidente dell'Ilva Bruno Ferrante, noto per la sua moderazione e la stima che ha nella magistratura, ex Prefetto di Milano già candidato a Milano proprio per il centrosinistra, ha denunciato in procura a Potenza i magistrati tarantini che si stanno occupando del siderurgico e i custodi incaricati di vigilare il sequestro. A Taranto i magistrati non applicano la legge: loro SONO LA LEGGE. Questo atteggiamento li ha portati a disapplicare le leggi dello Stato, ma per la Corte Costituzionale la legge salva-Ilva è legittima. E dunque il colosso dell'acciaio può continuare a produrre. Perché quelle norme varate per permette all'azienda di restare in vita "non hanno alcuna incidenza sull'accertamento delle responsabilità nell'ambito del procedimento penale in corso davanti all'autorità giudiziaria di Taranto". Un'interpretazione che fa a pugni con quella dei giudici tarantini per il quali autorizzare la produzione equivale a una autorizzazione a inquinare. Anzi, a continuare a inquinare.  Questa la decisione presa dalla Consulta sulla legge 231/2012 varata a dicembre a stragrande maggioranza dal Parlamento, che ha convertito il decreto del governo Monti, intervenuto dopo il sequestro dell'area a caldo dello stabilimento e l'apertura della querelle giudiziaria che ha visto contrapporsi magistratura e politica nella ricerca di una soluzione per Taranto e per la salute dei suoi cittadini. L’azienda che ha anche minacciato di chiedere i danni per i mancati introiti, appellandosi proprio al via libera concesso con la salva-Ilva. Il lungo conflitto sulla legge è partito lo scorso luglio 2012: da un lato i magistrati di Taranto che indagano per disastro ambientale, dall'altro il governo e il parlamento che con la legge hanno di fatto superato quel provvedimento per evitare il blocco dell'attività del siderurgico. Per la Corte Costituzionale sono in parte inammissibili, in parte infondate le questioni di legittimità sollevate. Secondo il Tribunale, la norma con i suoi tre articoli ne viola cinque della Costituzione. Il gip Todisco, invece, ha rilevato elementi per sostenere la violazione di ben diciassette articoli della carta costituzionale. Profili di incostituzionalità - tra cui quello sul diritto alla salute e quello sull'indipendenza della Magistratura - che però non hanno retto al vaglio della Consulta, per la quale lo stabilimento tarantino può proseguire l'attività produttiva e la commercializzazione dei prodotti nonostante i provvedimenti di sequestro disposti dall'autorità giudiziaria. Una puntualizzazione di diritto al fine di spiegare l’eventuale scontato esito della denuncia a Potenza. Il diritto non prevede l’istituto dell’insabbiamento: o rinvio a giudizio per i denunciati o procedimento per calunnia contro Ferrante e Buffo. Chiaro no?!? Sono passati giorni da quando (11 novembre 2010) un magistrato della Procura della Repubblica di Taranto Matteo Di Giorgio è stato rinchiuso in casa agli arresti domiciliari dai Magistrati del Tribunale di Potenza. Magistrati denunciati proprio da Di Giorgio. Premettiamo che a marzo 2010 il Magistrato Matteo Di Giorgio aveva denunciato sia il Magistrato della Procura della Repubblica di Potenza Laura Triassi (M.D.) sia l'ex maresciallo Leonardo D’Artizio alla Procura della Repubblica di Catanzaro per abusi nelle indagini contro di lui. In pratica la dott.sa Laura Triassi si serviva per le indagini contro il collega Matteo Di Giorgio del Maresciallo Leonardo D’Artizio, sottoufficiale dell’arma non più in servizio in quanto espulso dall’Arma perché imputato di maltrattamenti e di altri gravi reati, dai quali era scaturito anche un suicidio di un carabiniere, suo subalterno. La denuncia di Di Giorgio contro la dott.sa Laura Triassi e il maresciallo Leonardo D’Artizio provocò la reazione irata dei magistrati di Magistratura democratica, i quali intimarono a Di Giorgio di chiedere lui stesso il trasferimento presso la Procura della Repubblica di Pescara, dove c’era un posto libero, pena spiacevoli conseguenze per lui. Conseguenze che poi si sono puntualmente verificate. C’è una cittadina in provincia di Taranto di 17.000 anime che si chiama Castellaneta, in cui risiedono un parlamentare del P.D Rocco Loreto ed un magistrato della locale Procura della Repubblica di Taranto Matteo Di Giorgio, i cui parenti militano politicamente nell’area di centro-destra. Nell'anno 2000 infatti il parlamentare del P.D. dopo aver perso le elezioni comunali a Castellaneta, inoltra contro il Magistrato Matteo Di Giorgio ben tre denunce penali una di fila all’altra: 6 aprile 2000, 31 maggio 2000 e 2 giugno 2000. Le denunce però vengono dirottate a Potenza (sede competente a giudicare dei reati in cui è parte lesa un Magistrato che esercita le sue funzioni nel distretto di Taranto) e - fatto imprevisto - pervengono nelle mani di John Woodkock. Woodckock non è un Magistrato condizionabile, indaga da par suo e scopre che nel 2001 il parlamentare aveva contattato un imprenditore tal Francesco Maiorino, testimone nel processo affinché calcasse la mano su Di Giorgio e lo accusasse di fatti non veri per ipotizzare una sua possibile corruzione giudiziaria. Di fronte a fatti di questa gravità Woodckock arresta il parlamentare. Però, nonostante Woodckock, il processo per calunnia va avanti molto a rilento. Ancora nell’anno di grazia 2010 per fatti che risalgono nientedimeno che al 2001, non si è ancora concluso nemmeno il giudizio di primo grado. L'11 settembre 2009 interviene una novità. Woodckock si trasferisce a Napoli e nel Tribunale di Potenza si rafforza la presenza di M.D. Per Di Giorgio inizia presso il Tribunale di Potenza un autentico calvario. Altre denunce partano dalla penna del senatore del P.D. e l’11 novembre 2010 le parti si invertono. Di Giorgio rimane parte lesa di delitto di calunnia, ma diventa imputato di concussione in un altro processo che ha origine dalle denunce di cittadini di Castellaneta chiaramente di sinistra e viene posto lui questa volta agli arresti domiciliari. Si arriva così all’assurdo che nel processo per calunnia ancora in corso Di Giorgio magistrato e parte lesa dovrebbe comparire in catene e il parlamentare imputato di calunnia contro di lui, potrebbe irriderlo dal banco degli imputati. Uno scarno comunicato dei magistrati del Tribunale di Taranto colleghi di Matteo Di Giorgio all’indomani dell’emissione del mandato di cattura contro Di Giorgio (12 novembre 2010) esprime fiducia nell’operato dei giudici di Potenza e auspica però che la vicenda si chiarisca al più presto (ergo che in pochi giorni il collega Di Giorgio sia liberato). In un paese in cui i magistrati fanno interviste e pubblicano libri parlando delle loro inchieste ancora aperte, può sembrare surreale: eppure mercoledì 20 febbraio 2013 il Consiglio Superiore della Magistratura ha punito Clementina Forleo, giudice a Milano, negandole gli avanzamenti di carriera cui avrebbe avuto diritto non solo per anzianità ma anche per le valutazioni sulla sua professionalità («eccellente») fornite dal consiglio giudiziario di Milano e acquisite nel suo fascicolo. La colpa della Forleo è essere andata anni fa in televisione, ad Annozero, denunciando le pressioni dei «poteri forti» sull'inchiesta Bnl-Unipol, ovvero sulla scalata della assicurazione «rossa» alla Banca Nazionale del Lavoro. E l'inizio dei guai della Forleo iniziò quando chiese al Parlamento di poter trascrivere le intercettazioni delle telefonate di Massimo D'Alema e del suo compagno di partito Nicola La Torre, definendoli «complici consapevoli del disegno criminoso». La storia – si diceva una volta – è fatta di corsi e ricorsi storici. Con ciò si voleva dire che la storia è composta di vicende analoghe che di volta in volta nel tempo si ripetono. Quindi è presumibile che Clementina Forleo sia stata massacrata da una azione congiunta che ha visto convergere magistrati dalemiani di M.D. e magistrati finiani di M.I. Tra questi ultimi c’è anche quell’Alberto Santacaterina all’epoca Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Brindisi, affiliato a M.I., la corrente di destra delle toghe che fa capo a Gianfranco Fini, il quale in pratica si è clamorosamente e apertamente rifiutato di espletare indagini sulle minacce e sugli attentati subiti dalla famiglia della Forleo, non ultimo la morte dei genitori preannunciata da una lettera anonima (“i tuoi genitori moriranno e poi morirai anche tu“;) e puntualmente verificatasi venti giorni dopo a seguito di uno “strano” incidente stradale. Alberto Santacaterina finì sotto processo per questo motivo, fu a un passo dall’essere sottoposto a mandato di cattura da parte di un valoroso magistrato della Procura della Repubblica di Potenza Ferdinando Esposito per associazione a delinquere, falso, omissioni di atti d’ufficio, abuso in atti d’ufficio e altri reati. Poi, a seguito di un altro strano incidente stradale il giudice Ferdinando Esposito precipitò in una scarpata. Stette lì lì per morire, dovette abbandonare l’inchiesta che passò – provvidenzialmente per Santacaterina – nelle mani di un Magistarto di M.D. Cristina Correlae e tutto si sistemò. In seguito Alberto Santacaterina si troverà in premio a fare il Sostituto Procuratore distrettuale anti-mafia presso la Procura della Repubblica di Lecce. Alcuni Magistrati della stessa Procura della Repubblica di Lecce vorrebbero incriminare i valorosi magistrati della Procura della Repubblica di Bari Antonio Laudati, Ciro Angelillis e Eugenia Pentassuglia sulla base di una denuncia del magistrato sempre di Bari e di M.D. Giuseppe Scelsi. I Magistrati Antonio Laudati, Ciro Angelillis e Eugenia Pentassuglia sono i magistrati i quali, meritoriamente, hanno scoperchiato il pentolone puteolento della malasanità pugliese.  Anche i magistrati del Tribunale di Taranto si son visti recapitare un messaggio inquietante attraverso l’arresto disposto dal magistrato di MD della Procura della Repubblica di Potenza Laura Triassi del loro valoroso collega Matteo Di Giorgio già delegato su Taranto per le indagini anti-mafia dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce diretta dal valoroso magistrato Cataldo Motta. Il mandato di cattura è stato poi in gran parte annullato dalla Cassazione ma al dott. Matteo di Giorgio continua a essere imposta la misura del soggiorno obbligato e la sospensione dal servizio e dallo stipendio che dura ormai da anni. Per aver pubblicato sul mio sito web le vicende attinenti il caso di Clementina Forleo, la Procura, il GIP ed il Tribunale di Brindisi, prima, e la Procura, il GIP ed il Tribunale di Taranto, poi, hanno pensato di incriminarmi per violazione della Privacy e di oscurare l’intero sito di centinaia di pagine, con vicende estranee a quelle oggetto di processo. Ma “un giudice a Berlino” ha rimesso le cose a posto, pronunciando l’assoluzione perché il fatto non sussiste. In questo processo, ossia nel processo per il delitto di Sarah Scazzi, quel che salta agli occhi di chi ha anche poca dimestichezza con le cose di giustizia e che palesemente si evidenzia è la incoerenza assoluta del pensiero dei magistrati. I moventi del delitto secondo l’accusa: gelosia per Ivano, anzi, no; lesione dell’onore e della reputazione familiare, anzi, no; gelosia tra sorelle. Uno vale l’altro, c’è solo l’imbarazzo della scelta. La ricostruzione del delitto secondo la procura avallata dal Gip di Taranto, in base alle motivazioni delle custodie cautelari di Pompeo Carriere e Martino Rosati: 6 ottobre 2010, Michele Misseri confessa ai carabinieri, in un interrogatorio a Taranto, di aver ucciso Sarah, strangolandola nel garage di casa dopo un rifiuto alle sue avances, e di aver abusato del cadavere in campagna. Nella notte fa ritrovare il corpo, gettato in un pozzo-cisterna, anzi, no; Sabrina (d’accordo con il padre che uccide Sarah) ha trascinato con forza nel garage la cugina Sarah con il proposito di darle una lezione, al fine di evitare che la ragazzina potesse diffondere in paese la notizia delle attenzioni sessuali riservatele dallo zio, delle quali anche Sabrina era venuta a conoscenza, anzi no; l’omicidio è stato commesso esclusivamente da Sabrina, in garage, fra le 14.28.26 e le 14.35.37, anzi no; l’omicidio è stato commesso dalla sola Sabrina, in garage, prima delle ore 14.20, anzi, no; l’omicidio è stato commesso da Sabrina, in concorso con la madre, e non più in garage, ma in casa. Inoltre, i difensori degli imputati hanno lamentato di essersi trovati di fronte a una memoria di 599 pagine depositata dal pubblico ministero che, al contrario di quanto era stato assicurato, non sarebbe una mera riproduzione della requisitoria pronunciata in aula, ma conterrebbe alcuni fatti nuovi, che stravolgerebbero la stessa e presenterebbe delle contraddizioni. Quando si pensa che in un dato ufficio giudiziario giudicante vi possa essere il dubbio che il giudizio possa esser influenzato da fattori esterni al processo, la legge dà la possibilità al cittadino di presentare alla Corte di Cassazione il ricorso per rimessione in altro luogo del processo per legittimo sospetto che il giudizio non sia sereno. E’ il ricorso per legittima suspicione. Questo ricorso è stato presentato da Franco Coppi, e non poteva essere proposto se non da un avvocato estraneo al Foro di Taranto anche per ragioni di opportunità, oltre che di coraggio, così come è stato da me presentato per le mie vicissitudini ritorsive, proprio perché, io parlando senza peli sulla lingua sono molesto ai magistrati di Taranto che, da me criticati, pretendono di giudicarmi per quello che scrivo. Purtroppo la Corte di Cassazione mai ha accolto un ricorso del genere, disapplicando di fatto una legge dello Stato per tutelare i loro colleghi magistrati, a scapito della vita di un presunto innocente, dichiarato erroneamente colpevole. Condannate, in primo grado, all’ergastolo Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano per l’omicidio di Sarah Scazzi. La Corte di Assise di Taranto ha disposto anche l’isolamento diurno di 6 mesi in carcere per entrambe. 8 anni a Michele Misseri per concorso nella soppressione del cadavere della nipote e per furto aggravato del telefonino della vittima. Condannati a 6 anni Carmine Misseri e Cosimo Cosma, fratello di Michele Misseri il primo e nipote il secondo, per concorso in soppressione di cadavere. 2 anni a Vito Russo, ex avvocato di Sabrina, condannato per intralcio alla giustizia. 1 anno a Antonio Colazzo e Cosima Prudenzano e 1 anno e 4 mesi a Giuseppe Nigro, tutti testimoni del processo condannati per falsa testimonianza, con pena sospesa. La Corte di assise di Taranto ha condannato anche Michele Misseri, Cosima Serrano e Sabrina Misseri al risarcimento dei danni, da stabilire in separata sede, alla famiglia Scazzi e al Comune di Avetrana. Nello stesso tempo ha stabilito una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai genitori di Sarah, Giacomo Scazzi e Concetta Serrano, e di 30mila euro per il fratello Claudio. La sentenza è stata letta in aula dalla presidente Rina Trunfio che ha dovuto chiedere a forza il silenzio per fermare l’applauso spontaneo dei presenti in aula alla lettura della sentenza. Durissima la reazione alla sentenza della madre di Sarah Scazzi, Concetta Serrano Spagnolo: “chi uccide merita questo”. Le posizioni dei testimoni che non hanno testimoniato a favore dell’accusa saranno vagliate dallo stesso ufficio della procura. Come volevasi dimostrare e come già ampiamente anticipato a tutta la stampa e ad “Affari Italiani” del 15 novembre 2011 «posso profetizzare la condanna per gli imputati, in 1° e 2° grado, con assoluzione in Cassazione». D’altronde lo stesso Franco De Jaco, difensore di Cosima Serrano, aveva avvertito lo stesso sentore. «Perché qui commetterete un altro omicidio, oltre quello perpetrato in danno di una povera ragazzina. E un altro omicidio è quello di mettere in galera, all’ergastolo due innocenti, una giovanissima peraltro. E’ un altro omicidio. E’ inutile per la difesa arrampicarsi sugli specchi perché tanto la Corte, attenzione, non la gente, la Corte ha già la sentenza, ha già deciso. Quando io sento queste cose mi sento mortificato come cittadino, pur sapendo che ciò non è vero. Però quando viene trasferito questo segnale, quando viene trasferito questo pensiero, noi generiamo nella gente quello che sta avvenendo: la rivolta. Non la rivolta verso la politica; la rivolta verso le istituzioni.» Per quanto preannunciato a tutta la stampa ed ad “Oggi” il 16 febbraio 2012, senza intenti diffamatori ho chiesto agli avvocati in causa ed a tutta la stampa: come è possibile che a presiedere la Corte d’Assise di Taranto per il processo di Sarah Scazzi, in violazione al principio della terzietà ed imparzialità del giudice, sia il giudice Cesarina Trunfio, ex sostituto procuratore di Taranto, già sottoposta del Procuratore Capo di Taranto Franco Sebastio e collega dell’aggiunto Pietro Argentino e del sostituto Mariano Buccoliero. Ex colleghi oggi facenti parte dell’attuale collegio accusatore nel medesimo processo sul delitto di Sarah Scazzi dalla Trunfio presieduto? Qualsiasi decisione finale sarà presa, sarà sempre adombrata dal dubbio che essa sia stata influenzata dalla colleganza funzionale e territoriale. Ma avvisaglie ci erano già state. Non devono essere piaciute le risposte della testimone Liala Nigro alla giudice popolare. Troppo a favore di Sabrina Misseri? Certamente quella frase sfuggita ad alta voce e detta all’orecchio della sua collega di giuria popolare non è sembrata opportuna alla difesa, tanto che l’avvocato Nicola Marseglia ha fatto presente il fatto alla presidente Rina Trunfio chiedendo l’astensione della signora. E dopo una breve riunione la giudice ha letto la sua astensione «per motivi personali». Sarà!, commenta Maria Corbi, giornalista de “La Stampa”. E il fatto che la giudice si sia astenuta certo fa pensare. E che dire dei giudizi espressi dai giudici togati. Tutto tranquillo se non foss’altro che un fuorionda tra i giudici irrompe nel processo. Presidente Trunfio: «certo vorrei sapere, là, le due posizioni sono collegate. Quindi bisogna vedere se si sono coordinati… tra di loro e se si daranno l’uno addosso all’altro.» Giudice latere Misserini: «ah, sicuramente.» Presidente Trunfio: «bisogna un po’ vedere, no, come imposteranno… potrebbe essere mors tua via mea. Non è che negheranno in radice.» Il fuori onda semina imbarazzo al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Nelle mani della difesa è finito un dialogo, in aula, tra il giudice Rina Trunfio, presidente della Corte di Assise, e il giudice a latere Fulvia Misserini. Le due discutono delle imputate, Sabrina Misseri e sua madre Cosima, che potrebbero, secondo le supposizioni dei giudici - sembra dalla conversazione - optare per una strategia incrociata nella difesa che le porterebbe ad accusarsi a vicenda, La conversazione è stata catturata dai microfoni delle telecamere autorizzate a riprendere il dibattimento.  In particolare la frase che ha colpito gli avvocati è quella dove il presidente della corte d’assise, il giudice Cesarina Trunfio, dice: “(Non è che) negheranno in radice”. «Si evince che hanno già una ben definita opinione che non rinviene necessariamente da una valutazione attenta degli atti ma da un'idea precostituita». Spiega l'avvocato Franco De Jaco. Il professor Franco Coppi parte da solo all’attacco, e non poteva esser altrimenti, e viene seguito soltanto da un componente del collegio difensivo, Franco De Jaco, legale di Cosima, nella formulazione della richiesta di astensione dei giudici della Corte d’Assise. Ed è sulle iniziative da adottare dopo il fuorionda che si spacca l’ampio collegio difensivo. Uno degli avvocati di Cosima, Luigi Rella, dimissionario presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lecce, va via in netto anticipo rispetto alla fine dell’udienza. Marseglia nel corso del suo intervento spara a zero sugli inquirenti e sulla conduzione dell’inchiesta. «Vi stanno proponendo un errore giudiziario sulla base di prove acquisite in modo barbaro, in perfetto stile cubano. Sulla base di elementi forniti da testimoni che sostengono una giusta causa perché è una giusta causa, sono i metodi per sostenerla che non sono giusti, che fanno indignare e impegnano la difesa fino allo spasimo perché questo modello procedimentale, prima che processuale, non deve passare, perché questa inchiesta è stata condotta in maniera intollerabile in quanto ad acquisizione della prova. Un enorme errore giudiziario costruito su prove acquisite nel corso di deposizioni in cui gli inquirenti hanno usato metodo sbagliato che la legge vieta ». Ciò nonostante Marseglia lascia da solo il professore nell’iniziativa contro l’assise giudicante. «Non posso che invitarvi a valutare la possibilità e il dovere di astenervi», ha chiesto senza mezzi termini ai giudici. «Domani – ha aggiunto Coppi – siamo disposti a riprendere il cammino se ci verrà restituita quella serenità che in questo momento mi è stata tolta. Un difensore – spiega Coppi – non può non rappresentare ai giudici le sue perplessità e le sue preoccupazioni, il giudice ha diritto alla sua serenità ma anche il difensore ha diritto alla serenità di parlare con un giudice terzo, imparziale, che fino all’ultimo momento è disposto ad ascoltare le ragioni dell’accusa e della difesa. Con quale spirito continuiamo ad affrontare al processo? Vi chiediamo una dichiarazione che vi rassereni ma che ci chiarisca il senso di quelle frasi che suscitano preoccupazione. Ci aspettiamo dalla corte un chiarimento che ci restituisca serenità salvo decisioni diverse che potete assumere. Chiediamo che i giudici togati valutino la possibilità di astenersi». Coppi non ha gradito una frase relative a possibili strategie difensive in cui «si fa riferimento ad accordi fra i difensori, c’è cordialità ma non accordi». La presidente Trunfio, da parte sua, visibilmente contrariata, ha alzato le spalle dicendo che non dipendeva da lei tale decisione facendo così intendere di essere disposta al rischio di una ricusazione la cui ultima parola spetta, in questo caso, alla Corte d’appello del Tribunale. Medesima richiesta di astensione è stata fatta subito dopo dall’avvocato De Jaco mentre il suo collega del collegio difensivo, Luigi Rella, aveva lasciato inaspettatamente l’aula. Alla richiesta di astensione formulata dal professore si associa soltanto un componente del collegio difensivo. Ampio collegio, composto dai tantissimi avvocati, più del numero richiesto rispetto ai molti imputati. Avvocati locali, tra cui Lorenzo Bullo, difensore di Carmine Misseri e già praticante avvocato di Nicola Marseglia, di cui ha assunto il modus operandi. Franco De Jaco: «Sono frasi che ci hanno messo in allarme. E’ normale per noi che due colleghi si scambino delle opinioni ma quello che ci preoccupa è l’ultima frase, “non possono negare in radice i fatti”. Diamo la patente di buona fede a quelle dichiarazioni, non ci sono dubbi di nessun genere. Domani se noi la rivedremo qui e saremo rasserenati». Le affermazioni, che De Jaco definisce «imprudenti», anche per il difensore evidenzierebbero «una opinione già precostituita». «Non posso far finta di niente di fronte a certe affermazioni». Imbarazzante, infine, la posizione di Marseglia il quale è stato colto di sorpresa dalla mossa del professore. Da segnalare l’evidente scollamento del collegio difensivo di Sabrina Misseri. «Il mio intervento è a titolo individuale perchè non ho avuto modo e tempo di potermi consultare con l’avvocato Marseglia impegnato nella fatica della sua discussione», ha voluto precisare Coppi mentre il suo collega Marseglia dopo 7 ore di arringa lasciava il tribunale inseguito dai giornalisti ai quali ha confermato di essere all’oscuro di tutto. «Se le cose stanno come mi dite – ha poi dichiarato riferendosi al fuori onda galeotto – spero domani di sentire le spiegazioni della presidente Trunfio e di poter andare avanti con la mia arringa che è ancora impegnativa». Ma nessun avvocato del foro si associa. Solitamente sono i legali a lamentare il condizionamento ambientale dei magistrati presentando richiesta di rimessione. Evidentemente il condizionamento ambientale non vale soltanto per i magistrati. Da pensare è il fatto che un avvocato che si mette contro i giudici può rischiare di non esercitare più la professione forense (procedimenti penali pretestuosi o procedimenti disciplinari fittizi), ovvero rischia di perdere tutte le cause, ovvero rischia che i suoi protetti non passino l’esame di avvocato con i magistrati criticati nelle commissioni d’esame. Chi lo dice? Pasquale Corleto del Foro di Lecce che in riferimento all’esame di avvocato ebbe a dire: “non basta studiare e qualificarsi, bisogna avere la fortuna di entrare in determinati circuiti, che per molti non sono accessibili”. Questo deve far riflettere i profani del diritto. Riflessione generale sul mondo forense italico. A chiacchiere son tutti bravi. I veri avvocati si distinguono dagli “azzeccagarbugli” succubi del potere di manzoniana memoria, proprio nell’adozione di certi atti. Ma come disse don Abbondio  “se il coraggio uno non ce l’ha, non se lo può dare”. Appunto e proprio per questo a Franco Coppi va il premio della Camera Penale di Bari “Achille Lombardo Pijola per la Dignità dell'Avvocato”. La decisione di assegnare il premio al prof.Coppi – è detto in una nota – è “per lo stile che ha saputo dare, quale difensore in un delicatissimo processo in terra di Puglia, esempio luminoso di professionalità e di dignità dell'Avvocato”'. Il riferimento è al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi, in cui Coppi difende Sabrina Misseri, cugina della vittima. Peccato però che gli avvocati vili e ignavi continuano sì ad esercitare in combutta con i magistrati, ma intanto a pagarne le pene sono i loro clienti. Per esempio in questo caso si noterà chi è molte spanne sopra ai colleghi, presunti principi del Foro.  Chi lo dice questo? Lo dice chi principe del foro lo è davvero. Franco Coppi: «Poi c’è chi ritiene di far finta di niente e chi ha il coraggio di dire alla giudice che in questo momento non si fida.» «La difesa non è spaccata. Il professor Coppi ha sempre la forza e il coraggio di assumere tutte le posizioni che deve assumere un avvocato comode o scomode che siano». Così risponde, suo malgrado, Nicola Marseglia, l’altro difensore, con Coppi, di Sabrina Misseri. Naturalmente i media stanno lì a limitare la portata della gravità delle affermazioni ed ad affannarsi ad accusare i legali di difesa di prendere la palla al balzo per bloccare un processo terminale. Esemplare è l’editoriale pro magistrati del direttore di studio 100 tv, emittente tarantina e notoriamente vicina alla Procura di Taranto. « Insomma. Naturalmente tutti usano i mezzi possibili ed immaginabili per far vincere le proprie tesi. Sullo sfondo di queste tesi difensive, però, il ficcante lavoro della procura che abbiamo visto nelle udienze passate ha scandagliato con accuratezza la grande mole di indizi, intercettazioni, testimonianze e confidenze, entrando anche e soprattutto, non dimentichiamolo questo, nell’humus sociale, culturale e familiare nel quale si è realizzato il terribile omicidio.» Avetrana:”Humus sociale e culturale che ha prodotto il delitto; ambiente malsano scandagliato dai magistrati tarantini”, dice a mo di lacchè dei magistrati Walter Baldacconi, direttore del TG di Studio 100 tv, emittente “Padana” con sede a Taranto, diffamando il paese di Sarah Scazzi e dei Misseri, criticando le tesi difensive di Nicola Marseglia e le prese di posizione di Franco Coppi in merito al fuori onda che hanno dato l’imput all’astensione dal processo Scazzi della Trunfio e della Misserini. Sia mai che le imputate, ancora presunte innocenti, potessero uscire di galera. In seguito di ciò la Corte d’Assise di Taranto ha deciso di astenersi nel processo sull’omicidio di Sarah Scazzi trasmettendo gli atti al presidente del Tribunale dopo la diffusione del video con fuori onda tra presidente e giudice a latere. «Abbiamo chiesto ai giudici di valutare l’opportunità o meno di astenersi, abbiamo sollevato un problema come qualsiasi altro difensore degno di questo nome avrebbe fatto. I giudici hanno dato dimostrazione di scrupolo rimettendo la valutazione dell’astensione al presidente del tribunale. Non si tratta di ottenere o non ottenere qualcosa – ha aggiunto Coppi – non era un risultato al quale noi puntavamo. Abbiamo sollevato semplicemente un problema che ci sembrava non potesse non essere sollevato in relazione a delle frasi che erano state rese pubbliche. Ci atterremo alla decisione del presidente del tribunale. Chi dice che si tratta di un attacco strumentale alla Corte si deve vergognare di dirlo perchè io ero sceso a Taranto per discutere il processo. Ieri c'è stata questa sorpresa - ha aggiunto Coppi – e io, che ho insegnato sempre ai miei allievi che bisogna avere con la toga addosso di avere il coraggio di assumere tutte le iniziative che rientrano nell’interesse del cliente, ho fatto quello che la mia coscienza mi imponeva di fare. Non vado a cercare mezzucci, che me ne importa del rinvio di un giorno o di un mese in un processo dove si discute di ergastolo. Quindi chi dice queste cose è completamente fuori strada e dovrebbe anzi vergognarsi di dirle, se sono state dette.» Comunque il presidente del Tribunale di Taranto Antonio Morelli, come è normale per quel Foro, ha respinto l'astensione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini, rispettivamente presidente e giudice a latere della Corte d'Assise chiamata a giudicare gli imputati al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. I due magistrati si erano astenuti, rimettendo la decisione nelle mani del presidente del Tribunale dopo la diffusione di un video in cui erano “intercettate” mentre si interrogavano sulle strategie difensive che di lì a poco gli avvocati avrebbero adottato al processo. Secondo il presidente del Tribunale però dai dialoghi captati non si evince alcun pregiudizio da parte dei magistrati, non c'è espressione di opinione che incrini la capacità e serenità del giudizio e quindi non sussistono le condizioni che obbligano i due giudici togati ad astenersi dal trattare il processo. Il presidente del Tribunale di Taranto ha respinto l’astensione dei giudici dopo che era stata sollecitata dalle difese per un video fuori onda con frasi imbarazzanti dei giudici sulle strategie difensive delle imputate. E adesso si va avanti con il processo. Tocca all’arringa di Franco Coppi. Posti in piedi in aula. Tutti gli avvocati del circondario si sono dati appuntamento per sentire il principe del Foro. Coppi inizia spiegando il perché della loro richiesta di astensione: «L’avvocato De Jaco ed io abbiamo sollecitato l’astensione in relazione alle frasi note. Noi difensori non avremmo potuto fare nulla di diverso. Hanno detto che era un’ancora di salvezza insperata. Chi ha detto quelle cose offende quella toga che io indosso e che forse anche lui indossa. Nulla è stato fatto per rendere più difficile il cammino della giustizia. E da un mese che studiamo per l’arringa difensiva. Sono venuto a Taranto domenica scorsa con la voglia di discutere questo processo. Abbiamo appreso di questo scambio di battute, abbiamo fatto quello che tutti gli avvocati degni di questo nome avrebbero fatto. Ci siamo rimessi esplicitamente alla coscienza dei giudici, non c’era bisogno della ricusazione. Volevamo una risposta che ci acquietasse. …abbiamo parlato alle vostre coscienze…. Abbiamo messo in gioco la simpatia presso di voi, ma la toga impone iniziative di questo tipo. Noi dovevamo fare quello che abbiamo fatto. Abbiamo avuto una risposta che viene dalle vostre coscienze e spero che la vicenda sia chiusa così. Se ci saranno altri seguiti non dipenderà da noi. Credo di essere ugualmente legittimato di porre a lei il mio saluto e la dimostrazione del mio ossequio insieme all’augurio che la sentenza che voi state per pronunciare sia quale il popolo attende, ossia solamente espressione di verità e di giustizia». «Dunque ergastolo parola tanto attesa da un’opinione imbevuta di messaggi televisivi. Questa parola è stata finalmente pronunciata, non un dubbio scuote il pm e di ciò noi non abbiamo nessun dubbio. Altrimenti la richiesta sarebbe stata diversa. Dice di essere sereno, caso mai condito con un po’ di amarezza. Non importa che Michele Misseri abbia ripetuto in questa aula di essere stato lui l’unico assassino. E questo non è sufficiente a far venire un ragionevole dubbio, nonostante la sentenze della Cassazione che sottolineano come una condanna oltre ogni ragionevole dubbio debba esserci solo quando non esiste una ipotesi alternativa. E non vediamo come si possa parlare di una tesi oltre ogni razionalità umana, quando Misseri ha confessato, ha fatto ritrovare i vestiti, il cellulare, il luogo di sepoltura. Come si può pensare che questa ipotesi sia al di la della razionalità umana? …. Non riusciamo a comprendere come l’ipotesi di Michele Misseri colpevole non sia dotata di razionalità pratica. Altrimenti seguendo il ragionamento del pm dobbiamo dire che la Cassazione è ininfluente. E dobbiamo ricordare che due volte la corte di Cassazione ha dichiarato fragile l’indizio del movente gelosia, e che non ci sono sufficienti gravi indizi a carico di Sabrina. Ma questo non ha nessuna importanza per i pm. Anzi hanno la massima serenità nel chiedere la condanna all’ergastolo per questa ragazza. Un’accusa cieca che non si rende conto delle contraddizioni delle accuse con cui chiede la condanna al’ergastolo. Ha detto o non ha detto che è stato un movente d’impeto? E per questo si chiede l’ergastolo. E’ vero che viene contestato il sequestro in cui assorbe l’omicidio. Ma questo è il processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, non di sequestro. E l’omicidio è delineato come animato da un dolo d’impeto. Nonostante tutto ciò: ergastolo. Dico questo per sottolineare alcuni aspetti dell’intervento del pm, per spiegare poi tutto l’apparato critico che intendo dispiegare per dimostrare l’infondatezza dell’impostazione del pm. Ma iniziamo con il dire che la richiesta del pm coincide con una larghissima attesa dell’opinione pubblica. Nego che il pm abbia voluto compiacere all’opinione pubblica, ma certamente c’è una corrispondenza. E una corrispondenza con le sentenze emesse nei vari salotti televisivi. Non è detto che la vox populi sia anche una vox dei. Io ricordo l’ammonizione del presidente di questa corte che ci ha avvertito che a loro interessa solo quello che accade in questa aula». Il professor Coppi parla anche di conduttori, consulenti, qualche magistrato che vanno in televisione «che senza conoscere gli atti di questo processo hanno pontificato con quella sciocca sicumera che è figlia dell’ignoranza». «Abbiamo visto anche testimoni che hanno applaudito quando Cosima è stata arrestata. Voi dovreste essere solo i notai di queste sentenza di condanna popolare. Quest’aula, anche se non ha la responsabilità di quello che accade fuori di essa, ha comunque assorbito il fastidio e l’astio nei confronti dei difensori degli avvocati di Sabrina Misseri. Non abbiamo nessuna intenzione di trasformare questa discussione in una questione personale, lasciamo perdere gli insulti di cui siamo stati oggetti. Lasciamo stare le minacce. Che ci lasciano del tutto indifferenti. Lasciamo perdere tutte le sfide, tutti i paragoni, le domande impudenti volte a sapere chi è che ha retribuito la nostra attività. E quale sarebbe il tornaconto che a noi verrebbe? A tutti ricordo che io sono un vecchio avvocato innamorato della giustizia e mi sia concesso di ripetere a voce alta: solo questo m’arde e solo questo mi innamora. Sono qui soltanto per spirito di giustizia. Non accuserei mai di un omicidio Misseri sapendo che è colpevole la mia cliente. Se posso far passare sotto silenzio le offese che riguardano la mia persona non posso far passare le offese sul merito di questa causa». «Una barzelletta è stata definita la nostra ipotesi del movente sessuale. Vedremo se questa tesi è una barzelletta. Certo non posso negare che quel giudizio non sia anche una sorprendente offesa nei confronti della mia persona. Ne parleremo a lungo della responsabilità esclusiva di Michele Misseri. Il pm dice che hanno dovuto subire una istanza di remissione, come se questo costituisse un offesa. Ma vi siete chiesti signori del pm cosa abbiamo dovuto subire noi difensori? Vi siete chiesti perché l’abbiamo chiesta? Vogliamo ricordare i motivi di quella remissione? Ma vi rendete conto che quando noi abbiamo inteso svolgere investigazioni difensive, anche solo per andare in carcere a sentire Michele Misseri, che il giudice ha imposto la presenza del procuratore della Repubblica a una attività difensiva? C’è tutta l’Italia che ride. E non dovevamo proporre un’istanza di remissione? E vi siete chiesti perché la procura generale ha espresso parere favorevole alla remissione? E vogliamo ricordare le modalità con cui si è proceduto all’interrogatorio di Michele Misseri? “Ma Michele stai tranquillo, a Sabrina non succederà niente”. Vogliamo ricordare l’incidente del giudice popolare che si è dovuto dimettere? (per avere offeso una testimone della difesa). Vogliamo ricordare la lista dei testi messi sotto processo per falsa testimonianza e favoreggiamento? Non si può dire una parola a favore di Sabrina Misseri senza finire sotto processo. Vogliamo ricordare la nomina di una consulente di Michele Misseri che data la sua specializzazione non capiamo a cosa servisse, che addirittura partecipa all’interrogatorio, che sposta il difensore per procedere lei stessa a fare domande? Anche perché questa consulente si era già pronunciata dicendo che Michele era un pedofilo, l’unico responsabile del delitto. Aveva già conquistata la ribalta televisiva accusando il suo futuro cliente. Una nomina che mi porta a pensare all’articolo 64 secondo comma, all’articolo 188 … Io mi sono dovuto ben guardare di svolgere qualche attività non per paura ma per l’interesse della mia cliente. Noi abbiamo una sola speranza e per questo abbiamo valutato l’astensione. Noi vogliamo avere la fiducia che voi signori giudice saprete allontanarvi dalle suggestioni che vengono da fuori ma anche da dentro questa aula riconoscendo le ragioni della difesa. Le nostre ragioni sono basate sui fatti non alla fantasia e attingono alla logica e al buon senso. Manzoni diceva «Il buon senso c’è, ma è nascosto dal senso comune». Noi dobbiamo guardare agli atti sostituendo al senso comune il buon senso. Uno scrittore americano ha scritto che esistono quattro categorie di giudici quelli con il cuore ma senza testa, quelli con la testa ma senza cuore, quelli senza cuore e senza testa e quelli con il cuore e con la testa. Noi siamo convinti di parlare a giudici che fanno parte di quest’ultima categoria e testa e cuore significa coscienze e cuore di un giudice che ha la forza di sconfessare i pm e di assolvere un imputato per cui è stata chiesta la pena dell’ergastolo. Tutti i nostri testimoni sono sotto processo per falsa testimonianza. Brandelli di verità che sono importanti per noi. Va punita Sarah, e la prima idea che gli viene in mente per spiegare perché Sabrina porta Sarah in garage (una delle versioni di accusa) è proprio questa. Quale valore possono avere le sue dichiarazioni dopo tante versioni? La ritrattazione della ritrattazione? Potremmo dire che una ritrattazione annulla l’altra e si deve tornare alla confessione. Ma abbiamo ben altri argomenti. Iniziamo a chiederci il valore della confessione. Come si può definire prima di riscontri la sua confessione? Visto che ha fatto ritrovare telefonino, corpo, chiavi. La confessione è comunque una prova che non esige riscontri, come stabilisce la Cassazione. Non ha bisogno di riscontri esterni. Ma quanti ergastoli sono stati dati con una semplice confessione. Michele Misseri il 6 ottobre è ascoltato come persona informata sui fatti. I pm a quel punto hanno già sospetti su Sabrina, l’hanno già ascoltata il 30 e le hanno detto che sta dicendo delle falsità pazzesche. Questo è l’atteggiamento dei pm come risulta dall’interrogatorio del 30 settembre. I pm maturano l’idea che Sabrina sappia, che sia addirittura coinvolta bell’omicidio, Ma quel 6 ottobre Misseri inizia a cadere in qualche contraddizione, sugli orari, sulla raccolta dei fagiolini. E lo incitano a dire la verità. E il pm inizia a insinuare l’idea che possa essere capitato un incidente, una disgrazia. «Si liberi un po’, ci faccia capire». La confessione spiazza i pm, bisogna nominare un difensore d’ufficio, ma la pista Sabrina non viene eliminata. E i pm non hanno la capacità di eliminare una pista a cui si erano affezionati. E iniziano gli interrogatori. Michele prima coinvolge la figlia come spettatrice (papà cosa hai fatta) , poi c’è la chiamata in correità e infine la chiamata in reità. Mi chiedo se non si siano state tecniche persuasive che hanno vincolato la libera determinazione di Michele Misseri, che non aveva la forza di resistere alle domande di un pubblico inquisitore. E’ singolare, come i mutamenti di versione avvengono quasi sempre dopo una sospensione di un interrogatorio e dopo una serie di rassicurazioni e di inviti su Sabrina. «Questo per scagionare Sabrina, Miché, stai tranquillo….». Anche Nicola Marseglia per Sabrina Misseri, nonostante il suo smisurato rispetto per i magistrati tarantini  afferma che «Questo è un processo particolare, abbastanza atipico. E' il processo di Sabrina Misseri, a Sabrina Misseri. E' stato così sin dal primo momento. Il capitano Nicola Abbasciano, ex comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri, che fu posto al vertice delle indagini, l'aveva individuata fin dal primo momento insieme a Ivano Russo – dice l'avvocato Nicola Marseglia - Si coltiva questa ipotesi di lavoro dall'inizio. La confessione di Michele Misseri - ha aggiunto Marseglia - ha spiazzato l'ufficio del pubblico ministero e ha introdotto un elemento spurio di ipotesi di lavoro a cui non aveva pensato nessuno. Da qui nasce l'equivoco nei confronti di Sabrina, che subisce una serie di aggiustamenti nel corso delle indagini che non conoscono alternative.» Questo la dice tutta sul clima che si respira a Taranto e sulla conduzione dei processi. A Taranto poi, c’è il paradosso dei rei confessi in libertà e di chi, dichiarandosi innocente, senza cedimenti e da presunti innocenti nelle more del processo, rimane per anni in carcere. A Taranto sono troppi gli errori giudiziari ed i reo confessi che non sono creduti, in onore di una tesi accusatoria frutto di un personale modo di pensare proprio di un magistrato requirente, che non può pregiudicare anni d’indagine da lui condotte, ed in virtù di un appiattimento a questa tesi dovuto ad un libero convincimento di una persona normale, suo collega, che fa il magistrato giudicante avendo vinto un concorso pubblico. Magistrati inseriti in un ambiente dove si tifa per la colpevolezza di qualcuno sotto influenza mediatica locale e nazionale. La stampa, anziché riportare i fatti e concentrasi sul perché l’evento confessato sia avvenuto, si concentra a minare la credibilità del confessore. E meno male che la confessione nel codice di procedura penale è considerata una prova regina! Sembra, infatti, che la percezione che i giurati hanno della sicurezza di un testimone, sia responsabile per un 50% delle variazioni nel loro giudizio sulla credibilità del testimone e che, in ogni caso, la maggior parte delle giurie crede che la sicurezza e la precisione di un resoconto testimoniale siano tra loro correlate positivamente, reputando più attendibile la testimonianza resa dalle forze dell'ordine o di chi riferisce nel racconto molti dettagli marginali, sopravvaluta il tempo impiegato per commettere un crimine e la possibilità di riconoscere un volto a distanza di mesi. Detto questo e in riferimento alle confessioni si richiama un altro caso. Il “killer delle vecchiette”. Ma ormai il “killer delle vecchiette” è morto. E se dalla stampa era venuto questo appellativo di killer qualche omicidio doveva pur averlo commesso, sì, ma per i magistrati di Taranto era colpevole solo per quell’unico delitto per il quale non erano stati capaci di accusare qualcuno. E' morto il 15 dicembre 2012 nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Padova il detenuto tunisino 49enne Ben Mohamed Ezzedine Sebai, conosciuto come il 'serial killer delle vecchiette', trovato impiccato il giorno prima nella sua cella del carcere di Padova. Il legale di Sebai, l’avvocato veneziano Luciano Faraon, ha anche sollevato dubbi sul fatto che il suo assistito si sia effettivamente suicidato. Secondo il legale, dopo una recente sentenza della Cassazione che ha annullato con rinvio una condanna per un omicidio commesso da Sebai a Lucera, il tunisino era infatti nelle condizioni di ottenere la revisione dei suoi processi in quanto non in grado di intendere e volere a causa di una lesione cerebrale subita da piccolo. Aveva quindi, secondo il legale, molte speranze di potere tornare a casa o in un centro adatto alla sua patologia. Condannato a cinque ergastoli per altrettanti omicidi di donne, Ezzedine Sebai aveva confessato di essere l’autore di 14 omicidi di anziane, avvenuti in Puglia tra il 1995 e il 1997. Altra vergogna, altro precedente. 15 aprile 2007. Carmela volava via, dal settimo piano di un palazzo a Taranto, dopo aver subito violenze ed abusi, ma soprattutto dopo essere stata tradita proprio da quelle istituzioni a cui si era rivolta per denunciare e chiedere aiuto. «Una ragazzina di 13 anni - scrive Alfonso, il padre di Carmela - che il 15 aprile del 2007 è deceduta volando via da un settimo piano della periferia di Taranto, dopo aver subito violenze sessuali da un branco di viscidi esseri», ma poi anche le incompetenze e la malafede di quelle Istituzioni che sono state coinvolte con l’obiettivo di tutelarla», perché «invece di rinchiudere i carnefici di mia figlia hanno pensato bene di rinchiudere lei in un istituto (convincendoci con l’inganno) ed imbottendola di psicofarmaci a nostra insaputa». Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio. Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile. Altro precedente. È il più clamoroso errore giudiziario del dopoguerra. Ora il ministero dell’Economia ha deciso di staccare l’assegno più alto mai dato a un innocente per risarcirlo: 4 milioni e 500mila euro. Circa nove miliardi di lire, a fronte di 15 anni, 2 mesi e 22 giorni trascorsi in carcere per un duplice omicidio mai commesso. Il caso di Domenico Morrone, pescatore tarantino, si chiude qua: con una transazione insolitamente veloce nei tempi e soft nei modi. Il ministero dell’Economia ha capitolato quasi subito, riconoscendo il dramma spaventoso vissuto dall’uomo che oggi può tentare di rifarsi una vita. Così, per il tramite dell’avvocatura dello Stato, Morrone si è rapidamente accordato con il ministero e la Corte d’Appello di Lecce ha registrato come un notaio il «contratto». In pratica, Morrone prenderà 300mila euro per ogni anno di carcere. E i soldi arriveranno subito: non si ripeteranno le esasperanti manovre dilatorie già viste in situazioni analoghe, per esempio nelle vertenza aperta da Daniele Barillà, rimasto in cella più di 7 anni come trafficante di droga per uno sfortunato scambio di auto. Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono anche loro condannate per falsa testimonianza. Così funziona a Taranto. Vai contro la tesi accusatoria; tutti condannati per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’Assise d’Appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti. Altro precedente: non erano colpevoli, ora chiedono 12 mln di euro. Giovanni Pedone, Massimiliano Caforio, Francesco Aiello e Cosimo Bello, condannati per la cosiddetta «strage della barberia» di Taranto, sono tornati in libertà dopo 7 anni di detenzione e vogliono un risarcimento. Pedone, meccanico di 51 anni, da innocente ha trascorso quasi otto anni in cella prima di intravedere bagliori di giustizia. Ma gli elementi che hanno portato all’affermazione della sua innocenza e di altri tre imputati erano già parzialmente emersi nel corso del processo madre. «E’ certo - ha detto l’avvocato Petrone - che qualcuno sapeva di quanto avvenuto durante le indagini». Ora per gli innocenti si apre un lungo iter processuale per ottenere il risarcimento per ingiusta detenzione. Carlo Petrone è l’avvocato di Dora Chiloiro nel processo sul delitto di Sarah Scazzi, accusata anch’essa di falsa testimonianza.»

Come si è comportata la stampa e la televisione in questa vicenda che ha colpito, sì, la famiglia Scazzi e Misseri, ma anche tutta la comunità avetranese?

«Anche Hollywood fa la sua comparsa nel processo Scazzi. L’accurata arringa dell’avv. Franco De Jaco affida al potere delle immagini di un film in bianco e nero del 1957 il destino della sua assistita. La pellicola diretta da Sidney Lumet, intitolato “Parola ai giurati” e magistralmente interpretato da un superbo Henry Fonda, racconta l’accorata difesa di un ragazzo di diciotto anni accusato di aver ucciso il padre che lo picchiava. Nella pellicola, rivolgendosi ai giurati, riuniti in Camera di Consiglio, spetta all’avvocato del giovane dimostrare che non ci può essere una condanna quando sussista quel “ragionevole dubbio” di fronte al quale è impossibile emettere un verdetto di colpevolezza. “Avetrana non è Hollywood”. L’assedio di media e curiosi. «Non è Hollywood» c’è scritto su un muretto di mattoni che si trova a poca distanza dall’abitazione della famiglia Misseri, dove è stata uccisa, il 26 agosto 2010, Sarah Scazzi. Il messaggio è indirizzato alle numerose troupes televisive e di ‘fly’ (furgoni con le antenne paraboliche montate sul tetto) che presidiano da giorni l’abitazione in cui vivono la mamma e la sorella di Sabrina Misseri. Proprio davanti alla villetta di via Grazia Deledda vanno in onda, in diretta, diversi collegamenti televisivi e si montano ogni giorno i servizi per i telegiornali e gli speciali tv. Già Valentina Misseri aveva urlato in più occasione contro i giornalisti. La sorella di Cosima, Emma,per sfuggire all’assalto dei giornalisti ha colpito con uno schiaffo al volto un operatore tv; contro gli altri ha urlato: «Andate via, che c’entriamo noi!». E continuano anche i pellegrinaggi dei “turisti dell’orrore”: alcune famiglie arrivate dal Foggiano per visitare i luoghi in cui ha vissuto, è morta e ora riposa Sarah. Ma la storia si ripete. A Newtown come Avetrana. Tutto il mondo dei media è paese. La città della strage in Usa è assalita da orde di cronisti e camion tv. Almeno 27 morti, tra cui 20 bambini, tra i 5 e i 10 anni, sono stati falciati il 14 dicembre 2012 da un giovane con problemi mentali, Adam Lanza, poco più che ventenne. Dopo la sparatoria, non c’è tempo per il dolore. La piccola città è letteralmente invasa dai media e dai giornalisti. A denunciare tutto il racconto di un cronista della BBC, Johnny Dymond. “E ‘insopportabile. Che cosa vogliono tutti? Sono quattro o cinque famiglie che hanno perso i bambini ed è troppo per loro, con tutti i media qui. Che cosa cerchi?” gli racconta nella hall dell’albergo dove dorme, uno degli abitanti, infastidito dalla troppa attenzione.  Il villaggio della scuola di Sandy Hook, è cambiato. Tra camion, microfoni e crocevia di persone, le stradine non sono più le stesse. E poi Casa Grillo come ad Avetrana. Dal giorno della certificazione del successo del Movimento 5 Stelle alle politiche 2013 , una schiera di giornalisti e fotografi stanzia di fronte alla casa di Beppe Grillo. Accampati in attesa, nella speranza di una dichiarazione o di un’immagine dell’inafferrabile leader mentre scorrono, nei tg, le immagini del cancello che si apre e da cui esce, quando va bene, un’auto. Un modus operandi, un modo di fare giornalismo e di raccontare le cose che ricorda da molto vicino le più recenti pagine di cronaca del nostro Paese, con i cronisti accampati di fronte alla casa dell’assassino o della vittima di turno. E un modello che, quando Beppe Grillo non è in casa, come in occasione della trasferta romana per l’incontro e la catechizzazione dei neo eletti, si ripete puntuale fuori dall’hotel dove il leader grillino è atteso. Un corto circuito informativo in cui i fotografi vengono fotografati, in cui i leader non dichiarano e i giornalisti non comprendono che la loro attesa a microfono spianato della dichiarazione sarà vana. E così il modello applicato è e rimane quello classico: il modello ‘Avetrana’, un modello inadeguato che genera persino dei paradossi. E’ il caso dei fotografi fotografati, i fotografi cioè che, appostati per catturare le immagini del primo conclave grillino, si sono ritrovati ad essere i soggetti degli scatti divertiti dei neoeletti che con i loro cellulari immortalavano il loro primo momento di notorietà. Come è diversa Brembate di Sopra. Il sindaco di Brembate Sopra, Diego Locatelli, dopo la richiesta di silenzio stampa avanzata dalla famiglia Gambirasio sulla scomparsa di Yara, è intervenuto sulla vicenda e attraverso un comunicato ha invitato “gli organi di informazione ad abbandonare il suolo pubblico occupato e la cessazione delle attività finora svolte sul territorio di Brembate di Sopra”».

Dal punto di vista sociologico cosa ha dedotto dal comportamento dei media e dell’influenza che questi hanno sulla gente che li segue?

«Il delitto di Sarah Scazzi ha dato vita ad un fenomeno inspiegabile e mai avvenuto prima. La gente a casa partecipa ad un reality show e con il telecomando della tv decide chi è il colpevole. Quanto più le trasmissioni tv che si interessano al caso alzano il loro share adottando la linea giustizialista, tanto più quella trasmissione viene seguita dai telespettatori e tanto più si guadagna in pubblicità. Di conseguenza la trasmissione rincara la dose, concentrandosi sugli elementi, veri o artefatti, adducenti la colpevolezza del tapino di turno. Essere garantista in tv non paga e i giornali si adeguano. Lo hanno capito bene i magistrati aprendo un processo ed adottando le tesi accusatorie che più aggradano il pubblico.»

Da esperto giuridico: a punta di Diritto cosa ha da contestare?

«Il processo per il delitto di Sarah Scazzi è un processo con prove certe? No! E’ un processo con indizi precisi, gravi e concordanti, tali da formare una prova? No! E’ solo un processo alle intenzioni. Il processo per il delitto di Sarah Scazzi è un esempio. Questo è un PROCESSO INDIZIARIO. Ossia è un processo senza prove ma solo indizi, contrastanti e contestabili. Senza prove, nonostante vi siano innumerevoli intercettazioni ambientali, anche in carcere. Nulla traspare la prova regina. Mai vi sono state confessioni carpite, ma solo le confessioni genuine di Michele Misseri: la prima e l’ultima. Da parte della magistratura tarantina vi è solo l’esigenza di accontentare la bolgia popolina che chiede il sangue degli imputati e la dimostrazione che Avetrana è omertosa e collusa. Indotti a ciò da un giornalismo approssimativo ed ignorante, oltre che pregno di pregiudizi e luoghi comuni. A ben guardare con gli occhi imparziali la ricostruzione del delitto pare che sia più frutto di illazioni, supposizioni e congetture della Pubblica accusa, mal sostenute da prove oggettive. Tale ricostruzione è facilmente attaccabile dalla difesa degli imputati. Difesa composta da vecchi ed agguerriti volponi. Da quanto desunto e dalla mancanza della pistola fumante (prova certa) appare che le imputate (Cosima e Sabrina): o sono innocenti,  o siano talmente brave, le imputate, da non lasciar alcuna traccia del loro delitto. Nessuna prova; nessuna confessione. D’altro canto colui che si professa colpevole, inascoltato, lui sì, avendo fatto trovare prima il cadavere e poi il cellulare, è solidamente riconducibile al delitto ed alla soppressione del cadavere. E non si pensi che Michele sia uno sprovveduto. Le sue comparsate in tv e le lettere e quant’altro fatto senza la presenza dei parenti induce a pensare che “Zio Michele” sa il fatto suo. Ogni sua azione non può essere frutto di induzione ed istigazione di moglie e figlia tenuto conto che esse marciscono in galera da anni e quindi nessuna possibilità di regia. Ossequiosi e  servili, poi, sono state le parti civili. E non sono mancate i riporti ai luoghi comuni ed ai pregiudizi diffamatori alla comunità: “Delitto di mafia” ha sentenziato la difesa di Concetta Serrano; “Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona”. Così si è espresso con la sua arringa l’avvocato Pasquale Corleto il quale, in rappresentanza del Comune di Avetrana, ha fatto un’esposizione giuridica che ha ricalcato, potenziandola, la tesi dei pubblici ministeri. E MENO MALE CHE DIFENDE L'ONORE DI AVETRANA, perchè gli avetranesi non gettano i bambini nei pozzi!!!! Pasquale Corleto del Foro di Lecce che in riferimento all’esame di avvocato ebbe a dire: “non basta studiare e qualificarsi, bisogna avere la fortuna di entrare in determinati circuiti, che per molti non sono accessibili”. Amara verità per chi come lui denuncia, sì, ma non fa niente per cambiare le cose e per chi come me, invece, porta avanti una battaglia ventennale che riguarda l’esame truccato dei concorsi pubblici ed in specialmodo quello di abilitazione forense, che poi è uguale a quello del notariato e della magistratura. Ho anche cercato di denunciare l’evasione fiscale e contributiva degli studi legali presso i quali i praticanti avvocato sono obbligati a fare pratica. I “Dominus” non pagano o pagano poco e male ed in nero i praticanti avvocati e per coloro che non hanno partita iva non gli versano i contributi previdenziali presso la gestione separata INPS. Agli inizi, facendo notare tale anomalia al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, mi si disse: “fatti i cazzi tuoi anche perché vedremo se diventi avvocato”. Appunto. Da anni mi impediscono di diventarlo, dandomi dei voti sempre uguali ai miei elaborati all’esame forense. Elaborati mai corretti. Non solo, pur avendo già segnalato ai precedenti Parlamenti, è impossibile in Italia svolgere l’attività di assistenza e consulenza antimafia se non si è di sinistra e se non si santificano i magistrati. In Italia vi è l’assoluto monopolio dell’antimafia in mano a “Libera” di Don Ciotti e di fatto in mano alla CGIL, presso cui molte sedi di “Libera” sono ospitate. “Libera”, con le sue associate locali, è l’esclusiva destinataria degli ingenti finanziamenti pubblici e spesso assegnataria dei beni confiscati. Di fatto le associazioni non allineate e schierate (e sono tante) hanno difficoltà oltre che finanziaria, anche mediatica e, cosa peggiore, di rapporti istituzionali. Si pensi che la Prefettura di Taranto e la Regione Puglia di Vendola a “Libera” hanno concesso il finanziamento di progetti e l’assegnazione dei beni confiscati a Manduria. A “Libera” e non alla “Associazione Contro Tutte le Mafie”, con sede legale a 10 km. A “Libera” che non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, perchè ha sede legale a Roma, e non dovrebbe essere iscritta a Bari, perché a me, come presidente di una associazione antimafia, è stata impedita l’iscrizione del sodalizio per mancata costituzione dell’albo. Tornando al processo sono di tutt’altro tenore le difese degli imputati: “In questo processo chiunque ha detto cose in contrasto con la tesi accusatoria è stato tacciato di falso, mentre ben altri testi non hanno detto la verità e sono passati per super testimoni» ha detto Franco De Jaco difensore di Cosima Serrano. E’ così è stato, perché sotto processo non c’è solo Sabrina Misseri, Michele Misseri, Cosima Serrano Misseri, Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Giuseppe Nigro, Cosima Prudenzano Antonio Colazzo, Vito Junior Russo, ma c’è tutta Avetrana e tutti coloro che non si conformano alla verità mediatica-giudiziaria. Tant’è che i pubblici ministeri hanno chiesto alla Corte d’Assise la trasmissione degli atti riguardanti le deposizioni fatte durante il processo da Ivano Russo, il ragazzo conteso tra Sabrina e Sarah, Alessio Pisello, componente della comitiva delle due cugine, Anna Scredo, moglie di Antonio Colazzo, Giuseppe Olivieri, imprenditore di Avetrana datore di lavoro della moglie del testimone Antonio Petarra che vide il giorno del delitto Sarah Scazzi mentre si recava verso l’abitazione dei Misseri, Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri, e infine Giuseppe, Dora e Emma Serrano, fratelli e sorelle con Cosima e Concetta, schierate nelle loro testimonianza a favore della prima. Atti che arriveranno allo stesso ufficio della Procura che ne ha chiesto la trasmissione. Poi ci sono anche altri 3 avvocati, oltre a Vito Junior Russo, che, d'altronde, il 21 novembre 2011 sono stati assolti da Pompeo Carriere: Gianluca Mongelli accusato di tentato favoreggiamento personale insieme a Vito Russo. Per Emilia Velletri, ex difensore di Sabrina con il marito Vito Russo, le accuse di intralcio alla giustizia e di soppressione di atti veri. All’avv. Francesco De Cristofaro, del foro di Roma, ex legale di fiducia di Michele Misseri, la Procura contesta invece il reato di infedele patrocinio. Velletri, Mongelli e De Cristofaro sono stati giudicati e assolti con il rito abbreviato. La Procura ha chiesto un anno di reclusione per Emilia Velletri e Francesco De Cristofaro e sei mesi per Gianluca Mongelli. Non ci dimentichiamo poi che il processo ha altri tentacoli. Tra questi c'é quello che coinvolge Giovanni Buccolieri, il fioraio di Avetrana che raccontò di aver visto, il 26 agosto 2010, Cosima intimare in strada a Sarah di salire in auto (dove c'era presumibilmente, per l'accusa, anche Sabrina), salvo poi riferire due giorni dopo che si era trattato di un sogno. C’è sua cognata Anna Scredo, moglie dell’imputato Antonio Colazzo, poi prosciolta dal Gup, c’è il suo amico  Michele Galasso, c’è il funzionario di banca Angelo Milizia. E che dire della ex psicologa del carcere di Taranto Dora Chiloiro, citata come teste dalla difesa di Sabrina Misseri. La stessa, all’udienza del 10 dicembre 2012, ha dichiarato di essere stata "imprecisa" nell' udienza preliminare del 7 novembre 2011, quando riferì di aver avuto numerosi colloqui in carcere con Michele Misseri, di averlo sentito in carcere anche dopo l'incidente probatorio del 19 novembre e che Michele Misseri aveva detto di essere stato lui ad uccidere Sarah. Per questi motivi Chiloiro è stata già rinviata a giudizio per falsa testimonianza, avendo confermato le dichiarazioni dell'udienza preliminare anche nel processo dinanzi alla Corte di assise.»

Da esperto dell’informazione cosa ha da contestare?

«E la stampa cosa fa? E’ sadica e cinica. Da bollino rosso sono tg e approfondimenti giornalistici: il Comitato Media e Minori e L’Agcom hanno «bocciato» soprattutto servizi e dibattiti sui delitti con vittime minorenni: preoccupante lo stile usato nel trattare i casi di Sarah Scazzi, Yara Gambirasio ed Elisa Claps da Tg1 e Studio Aperto (sanzionati più volte); da censurare anche l’approccio di Chi l’ha visto? (Rai3) sull’omicidio Claps per le «immagini particolarmente impressionanti» o di Quarto grado (Rete4) per la «dettagliata galleria di casi criminosi». Il Comitato biasima la scelta di trattare crimini nella fascia protetta «spettacolarizzando la notizia» e «soffermandosi sugli aspetti più morbosi», come è accaduto nei contenitori pomeridiani delle principali reti. Violazioni sono state compiute da Pomeriggio Cinque e Domenica Cinque su Canale 5, e La vita in diretta (Rai1) dove si è giocato sull’«invasività e la ricerca di espressioni e filmati forti capaci di attirare l’attenzione dei telespettatori». Come volevasi dimostrare dopo la scorpacciata di immagini, interviste, servizi tv a favore della requisitoria dell’accusa e delle arringhe delle parti civili, farcite anche di gratuite ed impunite calunnie e diffamazioni o, come ha riferito Franco Coppi «Sono state dette troppe cose e non abbiamo apprezzato alcune battute poco eleganti.» Bene si diceva che dopo l’abbuffata di poco corrette prese di posizioni della stampa, a dare voce alla difesa non c’è nessuno. Eppure c’è stato il coinvolgimento di Ilaria Cavo, giornalista di Mediaset, l’unica insieme a Maria Corbi de “La Stampa”, a raccontare in modo corretto ed imparziale la cronaca di un processo emblematico. Ilaria Cavo, brava giornalista di Mediaset che per conto del programma Matrix si è occupata di celebri casi di cronaca nera. Decine di simili situazioni, nel suo libro “Il cortocircuito. Storie di ordinaria ingiustizia”. Le vicende contenute nel volume riguardano per lo più casi che non hanno attirato su di sé l’attenzione dei media. Sono passati abbastanza in sordina. E forse per questo sono ancora più sconcertanti. Il procuratore aggiunto Pietro Argentino ha fatto notificare l’avviso di chiusura delle indagini preliminari al 34enne di Ginosa Raffaele Calabrese, ingegnere, consulente della difesa di Sabrina Misseri, e alla giornalista di Matrix Ilaria Cavo. L’episodio in questione è quello avvenuto il 26 ottobre 2010, quando Calabrese avrebbe offerto ad alcuni giornalisti televisivi che stazionavano dinanzi al tribunale, alcune foto scattate nel garage della famiglia Misseri, quello che viene indicato negli atti ufficiali come il luogo del delitto di Sarah. Il giornalista del Tg2 Valerio Cataldi riuscì a registrare il colloquio con il consulente della difesa di Sabrina, rifiutando ovviamente ogni forma di trattativa economica. La stessa sera, quelle foto poi furono mandate in onda da Matrix. A Raffaele Calabrese il procuratore aggiunto Pietro Argentino contesta l’interferenza illecita nella vita privata dei Misseri perché «mediante l’uso di una macchina digitale, si procurava indebitamente immagini relative all’interno del «garage» dell’abitazione di Cosima Serrano e Michele Misseri, scattando almeno 16 foto delle quali tre le cedeva a Ilaria Cavo. Con l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di prestazione d’opera». La giornalista Ilario Cavo è indagata invece per ricettazione in quanto «a scopo di profitto acquistava e, comunque, riceveva da Raffaele Calabrese le foto del garage di sicura provenienza delittuosa». E sul fronte dell’informazione, va segnalato che la Procura ha avviato accertamenti anche sull’intervista a Michele Misseri fatta in carcere il 13 febbraio 2011  dalla giornalista di Libero Cristiana Lodi che entrò nella casa circondariale come collaboratrice di un parlamentare del Pdl, la deputata del Pdl Melania Rizzoli De Nichilo. Per Ilaria Cavo e Raffaele Calabrese il giudice monocratico Ciro Fiore il 22 maggio 2012 ha dichiarato l’assoluzione. Calabrese ha chiesto il processo con rito abbreviato, la Cavo rito abbreviato condizionato all'audizione di un altro giornalista. E poi ancora c’è il caso di Fabrizio Corona, condannato a cinque anni di detenzione per estorsione ai danni del calciatore David Trezeguet. Il 2 luglio 2013 da detenuto dovrà presentarsi al Tribunale di Manduria con l’accusa di violazione di domicilio. La denuncia è stata sporta da Concetta Serrano, mamma di Sarah Scazzi. La vicenda risale al 26 febbraio 2011, quando l’ex re dei paparazzi era entrato in casa della famiglia Scazzi passando da una finestra e spaventando la madre della ragazza. Nonostante le scuse alla donna, in televisione Corona ha raccontato un’altra versione dei fatti: disse di essere rimasto nell’abitazione di Concetta a chiacchierare per una mezz’oretta, e che Concetta gli aveva perfino offerto il caffè. Lo scopo del fotografo era quello di realizzare delle interviste in esclusiva ai protagonisti della tragica vicenda. Concetta Serrano non ha ritirato la denuncia e, come disposto dal pm Maurizio Carbone, il paparazzo dovrà presentarsi quest’estate al Tribunale di Manduria. Per l’accusa di violazione di domicilio, Fabrizio Corona rischia altri 3 anni di carcere. A proposito di interviste non autorizzate. Concetta Serrano, la mamma della 15enne Sarah Scazzi uccisa lo scorso 26 agosto 2010, il 9 aprile 2011 ha presentato una denuncia-querela contro il giornalista Mediaset Marcello Vinonuovo per la trasmissione di un’intervista non autorizzata andata in onda venerdì 8. L’episodio, sul quale non si sono appresi particolari, è stato denunciato ai carabinieri della Stazione di Avetrana. E’ andata in onda una nuova puntata di Studio Aperto Live, lo spazio di approfondimento di Studio Aperto che su Italia 1 si occupa delle vicende di cronaca più attuali. Quindi alla luce delle nuove notizie legate alla richiesta del Dna per quattro persone implicate nel caso con diversi ruoli si è deciso di tornare ad Avetrana per parlare con Concetta Serrano ed è stata mandata in onda un’intervista alla madre di Sarah che però non era stata autorizzata dalla donna. L’argomento dell’ultima puntata era ancora il caso dell’omicidio di Sarah Scazzi: tracce di Dna riaprono le indagini. E proprio questo particolare ha spinto Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, a presentare una querela contro il giornalista di Mediaset Marcello Vinonuovo presso i carabinieri della Stazione di Avetrana. Subito sono arrivate le repliche di Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto, e Mario Giordano, direttore di News Mediaset: i due hanno subito detto che quella realizzata da Vinonuovo non è un’intervista rubata, Toti dice: “Il cronista si è qualificato come tale, aveva il microfono in mano e accanto l’operatore con la telecamera in spalla. Le domande erano assolutamente rispettose: non c’era nulla che potesse ledere la dignità della madre di una vittima, anzi la signora Concetta ha avuto la possibilità di esprimere il suo punto di vista. La conversazione si è svolta senza alcuna tensione nè fraintendimento, nè sui contenuti nè sul ruolo di entrambi. Non vedo perchè non avremmo dovuto mandarla in onda”. Anche Giordano interviene sulla vicenda dicendo: “L’intervista è stata realizzata in luogo pubblico, da un giornalista che si è dichiarato tale, con il microfono ben in vista come dimostrano le immagini. La signora Concetta ha espresso ragionamenti sensati e condivisibili rispetto a un tema di interesse pubblico. Una persona può legittimamente non rispondere, ma se risponde e c’è interesse pubblico a quello che dice, non vedo perchè non lo si debba trasmettere”. Non turba a nessuno il fatto di sapere che Concetta Serrano, pur quasi ogni giorno sulla cronaca con la sua famiglia, rilasci interviste a iosa e, nonostante tutti i media siano con lei e artatamente contro sua sorella Cosima Serrano e sua nipote Sabrina Misseri, pretende di autorizzare o meno le interviste scomode e di denunciare Marcello Vinonuovo di Italia 1, forse perché collega di Ilaria Cavo. Ilaria Cavo è con Maria Corbi l’unica ad aver dato notizie con un minimo di imparzialità. Ad Avetrana non c’è modo di palesare la verità nonostante la multa per 400 programmi tv che si sono occupati in maniera morbosa del caso di Avetrana. L’Agcom ha voluto porre un freno a questa continua ricerca di fare ascolti in televisione sfruttando il dolore delle persone ed ha comunicato all’Ordine dei giornalisti l’intenzione di multare 400 trasmissioni che si sono occupate del caso Scazzi violando le norme. Ma secondo il presidente dell’Ordine, Enzo Iacopino i giornalisti sono stati trattati come burattini da burattinai: “Seminavano tutto e tutto noi giornalisti mandavamo in onda o pubblicavamo sui giornali”

A questo punto cosa vorrebbe che si sapesse?

«Ora basta!!! Bisogna far conoscere la verità. La verità storica alternativa a quella mediatico-giudiziaria. Il processo per l’omicidio di Sarah Scazzi non è contro i Misseri, ma contro Avetrana, anzi, contro il Sud Italia. Gelosia e Reputazione sono i traballanti moventi inquadrati da stampa e magistratura. La magistratura sin da subito è stata incapace di sbrogliare la matassa fino a quando la soluzione gli è stata offerta sul piatto d’argento proprio da Michele Misseri. Ed ancora si continua ad insinuare che Avetrana non ha collaborato. Ipotesi fomentate da giornalisti ignoranti e prezzolati da padroni senza scrupoli e dal finanziamento pubblico. Pennivendoli che alimentano stereotipi datati. Nel contesto territoriale (per loro omertoso e retrogrado) non emerge più il cafone con coppola e con lupara che per gelosia spara a destra ed a manca. Oggi ci rapportiamo con l’evoluzione del pregiudizio: donne baffute in nero nascoste da gonne lunghe e fazzoletto in testa che con il sangue lavano l’onta del tradimento e della maldicenza. Poco si parla dell’Avetrana tecnologica con i suoi giovani a navigare sul web ed a rapportarsi sui social network ed a passare il tempo libero fino a notte inoltrata nei Pub all’inglese maniere. No! Bisogna far immaginare Avetrana con i carretti trainati dai muli o meglio dagli asini di Martina Franca. Quante volte si è sentito nei salotti trash della tv italiana da improvvisati commentatori: “…non siamo a Milano o a Roma, siamo lì. Qui si parla di Avetrana, un piccolo paese del sud. Lì..un paese così…dove tutti si conoscono, dove tutti stanno a sparlare…un paese del profondo mezzogiorno. Mi sa tanto che quando si parla dei cervelli in fuga non ci si riferisce alle nostre eccellenze che sono costrette ad emigrare, ma ci si riferisca agli encefali fuggiti dai crani dei giornalisti che sono stati ospitati ad Avetrana, anziché cacciati così come hanno fatto a Brembate di Sopra. Giornalai, e non giornalisti, che per dare la loro verità sono stati pronti ad intervistare nullafacenti ed ubriaconi nei bar del paese. Nel film “Benvenuti al Sud” la frase ricorrente è che chi viene al sud piange due volte: nel venire e nell’andar via. Bisogna dire che, invece, è proprio certa stampa che fa venir da piangere, ma per la loro condizione professionale. Mi sa che fa bene Beppe Grillo a non voler rapportarsi con tutti loro, così come aveva ragione Malcom X. Disse Malcolm X, «Se non state attenti, e dico questo perché ho visto qualcuno di voi cascare nella trappola, se non state attenti finirete con l'odiare voi stessi e con l'amare il bianco che vi procura tanti guai. Se gli consentite di persuadervi, vi spingerà a credere che non è giusto usar violenza contro di lui quando lui la usa contro di voi. Se non state attenti i media vi faranno amare gli oppressori e odiare quelli che vengono oppressi. La stampa è capace di farvi amare gli assassini ed odiare le vittime». Giorgio Bocca (notoriamente antimeridionale) su “L’Espresso” se la prende anche con i giornalisti locali: «Ne esce male anche l'informazione, Avetrana è un villaggio del profondo Sud nella campagna di Taranto, i primi ad accorrere sono i corrispondenti locali che mandano fiumi di parole confuse, di rivelazioni contraddittorie che si aggiungono alla difficoltà di trovare una minima ragione nella caotica e irragionevole vicenda.» Avetrana, invece, ha capito da subito che le luci della ribalta volevano un paese maledetto, omertoso. «Ma quale omertà, qui è il contrario, nessuno si fa i fatti suoi» dicono ora che il virtuale è più forte della realtà. Adesso che i programmi televisivi si sono inseguiti in una corvée instancabile e ormai quasi mancano le comparse, a Sabrina tocca apparire a reti unificate: piange a Matrix e nello stesso tempo è a Porta a porta con la riedizione di un suo intervento a La vita in diretta. La prima a capire che solo la tv poteva salvarla è stata la madre di Sarah, Concetta. Da subito ha intuito che spalancando la porta ai media avrebbe conosciuto la sorte di sua figlia. E così è stato. Sospira il procuratore capo di Taranto Francesco Sebastio: «Ditemi un momento nel quale non era in televisione a dirci come condurre le indagini, come dovevamo fare... Non si poteva neppure dire all’assassino: aspetta a confessare che finisca la trasmissione. Ne sarebbe iniziata un’altra». E per 42 giorni, come nota un investigatore, «lei davanti alle telecamere si è fatta sempre trovare pronta e in ordine». Senza un filo di ricrescita, notano i maligni, «i capelli rossi, come se ogni giorno si rifacesse l’henné». Una famiglia diabolica, i Misseri, decimata dalle accuse ed Avetrana, bollata come omertosa, bugiarda, depistante. Questo il ritratto che il pm del caso Sarah Scazzi ha tracciato in quattro giorni di requisitoria chiedendo l’ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano, madre e figlia, zia e cugina della vittima accusate di concorso in omicidio e sequestro di persona. Non solo. I pubblici ministeri hanno chiesto alla Corte d’Assise la trasmissione degli atti riguardanti le deposizioni fatte durante il processo da Ivano Russo, il ragazzo conteso tra Sabrina e Sarah, Alessio Pisello, componente della comitiva delle due cugine, Anna Scredo, moglie di Antonio Colazzo, Giuseppe Olivieri, imprenditore di Avetrana datore di lavoro della moglie del testimone Antonio Petarra che vide il giorno del delitto Sarah Scazzi mentre si recava verso l’abitazione dei Misseri, Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri, e infine Giuseppe, Dora e Emma Serrano, fratelli e sorelle con Cosima e Concetta, schierate nelle loro testimonianza a favore della prima.  Ivano Russo in collegamento da Avetrana con “La Vita In Diretta” con Marco Liorni si è lamentato del fatto che lui ha rischiato di essere arrestato perché sospettato del delitto o comunque di essere reticente o falso, oggi verrebbe indagato, pur inquadrate le responsabilità del delitto, per essere stato reticente e falso. Il movente per i Pubblici Ministeri di Taranto? «La possibile rivelazione dei rapporti intimi con Ivano (amico delle due cugine) che avrebbe potuto compromettere l'immagine della famiglia Misseri in un piccolo centro provinciale come Avetrana». Come se la gente del piccolo centro come Avetrana non ha null’altro da fare che stare dietro alle vicende sessuali di una ragazza che non conosce e che non interessa conoscere tenuto conto di tutti i problemi che attanagliano i cittadini italiani. Naturalmente qui si parla di magistrati che, dai dati pubblici rilevabili da siti istituzionali, risultano essere anche loro del posto che degradano. Si parla  di BUCCOLIERO dott. Mariano Evangelista Nato a Sava il 7.4.1965 e di Argentino dott. Pietro di Torricella. Ma contro i pregiudizi non ci sono limiti. Da ultimo e non sarà l’ultima volta, un sedicente giornalista, tal Paolo Ojetti, il  7 marzo 2013 in riferimento al delitto di Sarah Scazzi ha scritto su “Il Fatto Quotidiano”: «Quello che alla fine lascia pensosi è il “contesto”, una alchimia di arcaico e ipermoderno, di barbarie da profondo sud e di spregiudicato uso dei media da parte di assassini e di comprimari…E il movente? Messaggini erotici da tenere segreti. Ricatti sessuali adolescenziali. Difesa della purezza familiare, valore dalla cintola in giù che giustifica tuttora violenza, stupro, incesto, femminicidio. Può anche darsi che la cronaca nera punti solo all’Auditel. Ma, almeno in questo caso, è stato uno schiaffo benefico che riporta con i piedi sulla terra di un paese arretrato». In riferimento al gruppo di Sarah Scazzi il sedicente giornale “padano” di Taranto, “Taranto Sera”, scrive «Un gruppo in cui non si sarebbe disdegnata qualche pratica parecchio ‘spinta’, inconfessabile, a maggior ragione in un contesto come quello di un piccolo paese del profondo Mezzogiorno, quale Avetrana.» Altra sedicente giornalista, tal Annalisa Latartara, non nuova ad exploit del genere (si pensi viene dalla nordica Taranto), lo stesso giorno e sempre a proposito ha scritto su “Il Corriere del Giorno” di Taranto: «Ma l’opera di depistaggio della famiglia Misseri è stata agevolata dall’omertà di chi ha visto e non ha raccontato nulla, né di sua spontanea iniziativa, né dinanzi agli investigatori. Di chi chiamato a deporre in aula non ha detto tutto quello che sapeva.» Ed ancora altro sedicente giornalista, tal Pasquale Amoruso e sempre a riguardo su “Il Quotidiano Italiano” (padano anch’esso) di Bari ha scritto: «L’omertà è il vero strumento di contrasto alla Giustizia nel caso Scazzi. L’omertà di Giovanni Buccolieri, il fioraio di Avetrana che dichiarò di aver visto zia e cugina costringere Sara in lacrime salire in macchina, salvo poi ritrattare la sua versione, dicendo di non aver visto effettivamente la scena, ma piuttosto, di averla sognata, e l’omertà di tre suoi parenti, indagati per favoreggiamento personale e intralcio alla Giustizia. L’omertà dei nove testimoni le cui dichiarazioni contrastano con le prove in mano agli inquirenti e l’omertà di chi, pur sapendo come stanno le cose, perché qualcuno c’è, non parla per preservare, non so cosa sia peggio, un assassino o una rispettabilità ormai perduta. Insomma, quante persone occorrono per uccidere una ragazzina? Tutte quelle che non parlano.» Ed ancora. «Sullo sfondo di queste tesi difensive, però, il ficcante lavoro della procura che abbiamo visto nelle udienze passate ha scandagliato con accuratezza la grande mole di indizi, intercettazioni, testimonianze e confidenze, entrando anche e soprattutto, non dimentichiamolo questo, nell’humus sociale, culturale e familiare nel quale si è realizzato il terribile omicidio.» Dice a mo di lacchè dei magistrati Walter Baldacconi, direttore del TG di Studio 100 tv, emittente “Padana” con sede a Taranto, criticando le tesi difensive di Nicola Marseglia e le prese di posizione di Franco Coppi in merito al fuori onda che hanno dato l’imput all’astensione dal processo Scazzi della Trunfio e della Misserini.»

Va bene, ma gli amministratori locali e con essi l’opposizione consiliare cosa hanno fatto?

«Nonostante lo smacco giudiziario e l’offesa mediatica a tutta la popolazione avetranese il sindaco della ridente località, Mario De Marco, del Popolo delle Libertà, e la sua giunta cosa fanno? Anziché prendersela con chi ci sputtana, le loro ire si rivolgono alle parti più deboli, forse responsabili di delitti che, però, niente hanno a che fare con le insinuazioni o le vere e proprie accuse di omertà ed arretratezza sociale e culturale della comunità. «Avetrana - si legge nell'atto di parte civile - si è guadagnata la triste fama di cittadina quasi omertosa, simbolo di un profondo sud, vittima ancora oggi di troppi luoghi comuni. Sono note le spedizioni dei cosiddetti turisti dell'orrore - continua l'avvocato Corleto - che si sono avventurati nei luoghi simbolo della vicenda: le vie in cui si trovano le abitazioni della famiglia di Sarah e della famiglia Misseri, lo stesso cimitero che ospita la tomba di Sarah, nonché il pozzo di campagna nel quale è stato rinvenuto il cadavere della ragazzina sono stati meta di veri e propri pellegrinaggi. In questa dolorosa vicenda ci sono due vittime. La prima è certamente Sarah, l'altra è la città di Avetrana». «Gli Avetranesi hanno nel cuore Sarah e sono offesi dal comportamento della famiglia Misseri. Perché a prescindere dalle singole responsabilità che saranno accertate nel dibattimento, sono stati loro a innescare la morbosa attenzione dei media su questo caso e la conseguente ripercussione negativa per l'immagine della nostra comunità»,  rincara la dose il vicesindaco Alessandro Scarciglia.  «In tutta questa situazione la popolazione di Avetrana è rimasta letteralmente disorientata, privata della propria serenità, impossibilitata ad osservare il dovuto silenzio e rispetto nei confronti della giovane vittima, nonché violentata in ogni aspetto della quotidianità, oltre che letteralmente assediata dai mezzi di informazione». Una «sete di giustizia», continua il documento della costituzione di parte civile, per «un’offesa enorme, una ferita profonda che merita di essere valutata e adeguatamente riparata in sede giudiziaria». Per gli amministratori che si dichiarano parte offesa, quindi, «il nome di Avetrana è ormai tristemente associato al crimine del quale sono chiamati a rispondere gli imputati» che dovrebbero così, se condannati, rifondere la somma «che sarà poi quantificata - ha spiegato il penalista Corleto - in un secondo tempo e in sede civilistica». Lo stesso avvocato che dovrebbe difendere la reputazione di Avetrana afferma inopinatamente  «Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona». E MENO MALE CHE DIFENDE L'ONORE DI AVETRANA, perchè gli Avetranesi non gettano i bambini nei pozzi!!!! L’avvocato Pasquale Corleto il quale, in rappresentanza del Comune di Avetrana, ha fatto un’esposizione giuridica che ha ricalcato, potenziandola, la tesi dei pubblici ministeri. Difendendo a suo parere subito la «parte sana» della comunità avetranese (e meno male se fosse stato il contrario?), per il cui danno all’immagine ha chiesto 300 mila euro di risarcimento danni, il penalista leccese ha esordito dicendo che «la popolazione di Avetrana non è omertosa, è fatta di persone buone», fatta eccezione, ha aggiunto diffamando gratuitamente, prima con un’intervista a Blustar TV e poi in aula, coloro che in giudizio non sono. «Il collegio dei Falsi, cioè Valentina (Misseri) e compagni, che buttando a mare tutti gli avvocati precedenti, hanno imposto questa linea  della banda del falso che come Ivano Russo sono i giganti del turpiloquio e del depistaggio: una serpe. E’ il soggetto più turpe, più viscido. La serpe che entra nel processo. Che parla fuori, dentro le aule, le interviste, alle telecamere e tutto ciò che sapete, quando deve dire qualcosa di concreto, è questo il vangelo dettato dalla regia. Quando si sono visti con le mani al collo non potevano più dire chiacchiere a gente con la toga e dicono non ricordo». Avetrana: omertà e mafia, luoghi comuni che si rincorrono. «Un massacro gestito con metodi mafiosi. Sarah Scazzi è stata massacrata ed è un massacro peggiore per le condotte successive al delitto che denotano un metodo mafioso, da 416 bis. Sarah non doveva essere solo uccisa - ha spiegato Nicodemo Gentile, l’avvocato degli Scazzi - ma doveva sparire ed essere annientata. Non doveva esistere più. Doveva diventare uno di quei tanti volti che fanno parte dell'esercito di scomparsi.» Chi rappresentava Avetrana avrebbe fatto meglio a cercare e catalogare in questi anni ogni articolo di stampa ed avrebbe dovuto registrare ogni intervento delle miriadi trasmissioni tv per far rendere il conto delle loro denigrazioni ai rispettivi responsabili, siano essi ignoranti giornalisti o che siano pseudo esperti improvvisati. Come non dar ragione all’altra parte politica di Avetrana: «Sono Cinzia Fronda, cittadina del paese di Avetrana e segretaria sezionale del Partito Democratico. Scrivo da cittadina di un paese devastato, maltrattato, violentato da tanto orrore. Ovviamente mi riferisco al caso Scazzi che da qualche giorno è tornato prepotentemente alla ribalta. Ho sentito diversi giornalisti che con una facilità pericolosa e poco professionale, secondo la mia opinione, continuano a denigrare Avetrana e i suoi abitanti facendoci passare per quelli omertosi, ignoranti e, perché no?, cittadini di serie C2! Sono veramente stanca di questo continuo maltrattamento mediatico, vorrei fare presente che la maggior parte dei cittadini di Avetrana sono persone normali, con una cultura normale, con una vita normale e che non mi sembra assolutamente giusto che si faccia di tutta l'erba un fascio. Con tutto il rispetto per gli abitanti di Brembate, che hanno anche amministratori di rispetto che ben si sono guardati dall'esporsi in maniera esagerata, non cedendo al fascino mediatico, vorrei far presente che lì la famiglia di Yara ha chiesto il silenzio stampa e allora tutti a parlarne bene mentre per il caso di Avetrana si continua a dare addosso agli abitanti perchè molti continuano ad amare intrattenersi con i giornalisti, anche quando sarebbe il caso di smettere di parlare a vanvera e lasciare che gli inquirenti facciano serenamente il loro lavoro. Basta violenze mediatiche, Avetrana non è il paese dei mostri, è un paese che ha voglia di riprendere a vivere normalmente e serenamente». Peccato che anche lei si è limitata a dire parole, parole, parole…..»

Va bene. Allora presenti lei Avetrana.

«Sorge su quella che era chiamata la “Via Sallentina”, Avetrana, l’antico tratto viario che in epoca messapica, e successivamente in quella romana, collegava Taranto, Manduria, Nardò, Leuca e Otranto. Con le sue 8.300 anime, il paese vanta origini antiche, ma sono in particolare le tracce di epoca romana a risaltare come il “canale romano”, che raccoglieva e faceva confluire le acque in quello naturale di San Martino. Sono numerose le ipotesi del suo toponimo, tra cui quella che lo fa derivare da “habet rana”, per via delle massiccia presenza di rane nella zona ricca di paludi o, ancora e forse più attendibile, l’ipotesi che risalga ad una distorsione di “terra veterana”, ovvero non coltivata. Certo è che Avetrana custodisce e mostra le sue vestigia con orgoglio a cominciare dal suo piccolo ma prezioso centro storico, nel quale ogni nobile e feudatario del suo tempo ha lasciato la propria firma: dai Pagano agli Albrizi fino agli Imperiale ed i Filo. Di quello che doveva essere un imponente castello si scorge oggi il torrione circolare e parte delle mura mentre i vezzi decorativi di alcuni palazzi come palazzo Torricelli e palazzo Imperiale, accanto alle architetture più modeste tra i viottoli del centro lasciano oggi intuire il potere della nobiltà nel piccolo e operoso borgo. Zona di grotte e depressioni carsiche dalle quali sono emersi anche resti del Neolitico, Avetrana, in epoche sicuramente più recenti, vanta un’ammirabile tradizione di resistenza: nel 1929 fu il centro di una rivolta dei contadini poi repressa dal regime fascista, mentre negli anni Ottanta si oppose strenuamente alla costruzione nel suo territorio di una centrale nucleare. Il paese dista dal mare appena quattro chilometri e dalla zona denominata “Urmo Belsito”, località marina abitata da moltissimi cittadini extraregionali e comunitari scelta da loro come dimora di relax, lo sguardo può spaziare dal mare all’orizzonte alla rigogliosa macchia mediterranea che la fa da padrone nell’entroterra. Il patrono di Avetrana è San Biagio e viene festeggiato il 29 aprile. Il comune dista 43 chilometri dal capoluogo,Taranto, e 37 chilometri da Lecce. Rispetto ad altri paesi Avetrana si è fatta sempre notare per la sua intraprendenza, emancipazione ed apertura mentale e per le indiscusse virtù di alcuni suoi concittadini. Si ricorda Antonio Giangrande, noto scrittore letto in tutto il mondo o suo figlio Mirko divenuto a 25 anni e con due lauree l’avvocato più giovane d’Italia. Ed ancora Biagio Saracino, Cavaliere della Repubblica; Leonardo Laserra, Tenente Colonnello, maestro della Banda della Guardia di Finanza nota in tutto il mondo. E poi Antonio Iazzi, professore dell’università del Salento, e Leonardo Giangrande, già vice presidente della Camera di Commercio di Taranto. Ed ancora Rita Rinaldi, soubrette e cantante o i duo artistico musicale Mimma e Giusy Giannini (in arte Emme e gy) con Miriana Minonne e Valentina Iaia (in arte Miry e Viky). Ed ancora Vito Mancini, concorrente del Grande Fratello 12. E tanti altri talenti ancora. Ma di questo i media ignoranti ed in malafede non ne parlano.»

La stampa. L’informazione cartacea e video come hanno riportato i fatti storici e giudiziari?

«Con la loro verità mediatica. Come volevasi dimostrare dopo la scorpacciata di immagini, interviste, servizi tv a favore della requisitoria dell’accusa e delle arringhe delle parti civili, farcite anche di gratuite ed impunite calunnie e diffamazioni o, come ha riferito Franco Coppi ad Anna Gaudenzi su Affari Italiani, « Sono state dette troppe cose e non abbiamo apprezzato alcune battute poco eleganti.» Bene si diceva che dopo l’abbuffata di poco corrette prese di posizioni della stampa, a dare voce alla difesa non c’è nessuno. Sono passate sotto silenzio le udienze dedicate agli imputati. Addirittura le tv locali, a turno, hanno ignorato l’evento. Poche righe dedicate e servizi assenti o striminziti. Rimasugli dedicati a Michele Misseri. Solo la malasorte difende Avetrana. Tempi duri per gli operatori dell’informazione. Rovinose cadute, strani malori, telecamere che si spengono, fari che esplodono, cassette inceppate. E ancora serrature d’auto che s’inchiodano, incidenti stradali e bucature multiple delle ruote. Una sospetta concentrazione d’infortuni scuote il popolo dei media che ha preso domicilio ad Avetrana per documentare il giallo dell’uccisione della piccola Sarah Scazzi. Nella graduatoria della iella, la categoria che ha avuto la peggio è quella dei giornalisti. Le donne sono più sfigate dei loro colleghi. Sono molti, anzi troppi i processi sotto la lente mediatica. Si parla troppo spesso di processo mediatico, di quanto possa influenzare quello giudiziario, soprattutto quando l'opinione pubblica non accetta i fatti e le sentenze. Il problema, secondo alcuni, è che anche nei processi si preferisce soffermarsi sugli aspetti scandalistici o curiosi delle vicende anziché addentrarsi sul merito dei reati. Il processo del terzo millennio si offre oramai senza veli allo sguardo mediatico che imbastisce processi paralleli fuori dalle aule di giustizia e dai suoi riti, i cui improvvisasti ed imperiti pubblici ministeri sono i giornalisti od i conduttori di trasmissioni trash tv ed i giudici sono i loro lettori o telespettatori, godenti peccatori delle altrui disgrazie. Nessuno spazio alla difesa dei malcapitati. Fa niente se poi i tapini sono prosciolti nei processi veri. Ha ragione Massimo Prati quando dice che questo fa capire in maniera netta come tanti nostri magistrati non sappiano, o per diversi motivi non vogliano, leggere allo stesso modo le “'tavole” dei codici penali e come tanti di loro si sentano ancora parte attiva di un'altra epoca storica. Fa capire come i nostri magistrati non siano stati preparati, da chi doveva insegnargli ed aiutarli mentalmente, ad entrare da uomini giusti negli anni duemila. Fa capire come siano rimasti ancorati agli albori della giustizia, a quando chi giudicava comminava pene in base alle possibilità economiche ed al ceto sociale. Nella Babilonia di quasi quattromila anni fa, durante il regno di Hammurabi, il povero, a parità di reato, era obbligato alla morte, mentre chi aveva possibilità economiche, per tornare un “uomo libero” si limitava a pagare un'ammenda. Nel basso Medioevo, nella futura italica terra, si procedeva con un trattamento simile, trattamento che teneva conto non solo dei beni posseduti, ma anche delle amicizie altolocate e del ruolo che il reo ricopriva nella sua comunità. Ad oggi nel terzo millennio pare proprio che nulla sia cambiato. Da anni la nostra “giustizia” è divisa in tronconi colorati. E sempre più spesso capiamo di avere a che fare con enormi disparità di trattamento. Già nel '71 con il film “In nome del popolo italiano” ci fu chi puntò il dito (Dino Risi) contro quei magistrati, allora idealisti e squattrinati, che abusavano del potere concesso loro dal popolo italiano. Qualcosa è cambiato da allora? Difficile rispondere sì, visto che fra il “certo colpevole” e chi si dichiara innocente la disparità di trattamento è enorme e tutta in favore del “certo colpevole”, visto che i trattamenti cambiano da procura a procura, da tribunale a tribunale, visto che con alcuni imputati c'è chi usa il guanto di velluto mentre, per reati simili se non identici, da altre parti c'è chi usa il pugno di ferro. Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono rimasti quattro anni in carcere in attesa di un verdetto “giusto”. Sabrina Misseri e sua madre sono chiuse in galera da anni senza essere dichiarate colpevoli in modo definitivo. Sabrina Misseri è stata arrestata perché non ha ammesso di amare e di essere gelosa del “Delon di Avetrana”, perché non ha ritenuto di aver litigato con la cugina la sera precedente la scomparsa. Questo è bastato ad impedire si facesse un minimo di indagine che convalidasse i sospetti. Di logica le accuse, siano di estranei o di un “caro genitore”, vanno verificate prima di mandare i carabinieri ad eseguire un ordine di arresto... non si dovrebbe arrestare e sperare di trovar prove successivamente, si dovrebbero trovar prove e poi arrestare. Sua madre ha subìto la stessa sorte: ha seguito la figlia in carcere perché un fiorista l'ha sognata e perché c'è chi ha notato un'ombra grigia sfrecciare per Avetrana. Un sogno ed un'ombra possono giustificare il carcere in canili umani? Non inserirò altre storie di presunti colpevoli, arrestati e carcerati preventivamente e senza prove, basta cercare in internet per trovare migliaia di innocenti risarciti della reclusione ingiusta con soldi statali... e non con quelli privati di chi ha sbagliato a chiudere in carcere, senza avere prove, un incensurato. Rovinare la vita delle persone comuni è fin troppo facile, questo è quanto l'italiano, che non ha mai avuto guai con la giustizia, deve capire. Non deve credere di essere immune perché onesto, e non deve pensare che a lui ed ai suoi figli non capiterà mai quanto capitato ad altri. Lo sbaglio è sempre dietro l'angolo. Lo sa bene Giuseppe Gullotta, che di anni in galera ne ha fatti ventuno, compresi i preventivi, a causa delle torture riservate a chi lo ha accusato (poi impiccatosi in carcere seppure avesse un solo braccio). Ed anche se un domani il danno verrà scoperto e riparato, non ci sarà mai un risarcimento che possa compensare la psiche, che possa riportare in vita i genitori morti dal dolore, che possa ridare la “salute” alle mogli che per la vergogna e il dispiacere sono invecchiate anzitempo (sempre siano restate accanto ad un marito che non c'era), che possa far tornare l'infanzia e l'adolescenza nei figli cresciuti senza un padre accanto, cresciuti col marchio dell'infamia che porta il dover parlare di un genitore non presente perché in carcere. Non inserirò altre vergogne italiche, non le inserirò perché anche se narrassi mille e una storia, nulla cambierebbe e nessuno modificherebbe il proprio modo di operare e di giudicare gli altri, siano essi giudici o pubblico di talk show. Per questo servirà tempo e una buona capacità di insegnamento da parte di chi formerà i nuovi giudici ed i nuovi magistrati. Ma non c'è da stupirsi, in fondo la nostra giustizia rispecchia la maggioranza del popolo italiano... quella maggioranza che succhia la notizia senza accorgersi che il gusto lascia l'amaro in bocca. A un mese dalla sentenza di primo grado sull'omicidio di Avetrana, Michele Misseri torna ad autoaccusarsi. Ospite in collegamento di Barbara D'Urso a Domenica Live, zio Michele ha nuovamente confessato la sua colpevolezza scagionando la moglie Cosima e la figlia Sabrina. “Loro sono innocenti – ha ripetuto più volte Misseri – io sono l’assassino, ma nessuno mi vuole credere. Ho i rimorsi e devo pagare per quello che ho fatto.” L'uomo ha poi minacciato il suicidio se la moglie e la nipote verranno condannate in via definitiva. Per chi se lo fosse perso: Barbara D'Urso e le sue faccette il 3 marzo 2013 hanno intervistato Michele Misseri a Domenica Live su Canale 5. Tempo concesso all'occultatore del cadavere di Sarah Scazzi e reo confesso del delitto: un'ora circa, nemmeno fosse Silvio Berlusconi. Senza lasciare nulla al caso, la D'Urso si è vestita a righe per l'occasione e lo ha intervistato per la seconda volta nel giro di pochi mesi (la prima era stata a dicembre 2012); da Avetrana, collegata in diretta, Ilaria Cavo. Perché a Michele Misseri, nello spazio domenicale che un tempo era rivolto alle famiglie, si concede la diretta. Ma lo scandalo è la piega che prendono certe trasmissioni trash e disinformative: Quarto Grado, La Vita in Diretta, Porta a Porta, Chi la Visto? ecc. E' interessante notare l'evoluzione della figura di Michele Misseri; all'inizio era lo “zio orco”, poi è diventato - per i giornalisti - la povera vittima di moglie e figlia, e allora la sua immagine è stata in parte ripulita. Così per i tg è tornato semplicemente ad essere un uomo: lo zio Michele. Contemporaneamente il processo sull'omicidio di Avetrana si era spostato dalle aule giudiziarie in televisione; la sovraesposizione delle persone coinvolte era stata tale da renderli personaggi televisivi, Sabrina e Michele Misseri in particolare. La voglia di sangue del pubblico. Il Colosseo come gli studi televisivi. La parzialità dei conduttori è spudorata e non fanno niente affinchè non prevalga la voglia di giustizialismo a danno di Sabrina Misseri e Cosima Serrano: Mara Venier e tutti gli altri, compreso l’ipocrisia di Barbara D’Urso che si dichiara  “vicina a Concetta e alla sua battaglia”. Mai nessuno di loro, però, a raccontare la verità. La verità storica ed incontestabile è che il processo è ancora al primo grado, manca il certo appello e la Cassazione e, cosa che rimarca un certo senso di malessere nei confronti di certi magistrati, è che Michele Misseri si dichiara colpevole ma è libero, mentre la moglie e la figlia che si professano innocenti sono in carcere. Si dichiarano colpevoli l’uno ed innocenti le altre da sempre e con coerenza, come se fossero criminali esperti ed incalliti. Non solo: prima la D'Urso lo invita per impennare lo share (e per cos'altro sennò?), poi lo cazzia per quello che ha fatto, (confessare il delitto che secondo lei non ha commesso o aver commesso il delitto?). “I padri non diventano assassini” dice la D’Urso, giusto per appagare le voglie del pubblico guardone e schierarsi dalla parte di chi pensa che Michele menta per coprire Sabrina.»

La mamma di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo Scazzi, come si è comportata?

«Comunque, per colpevoli che possano essere agli occhi dei giustizialisti, è pur vero che la colpevolezza va provata e nessuno, dico nessuno, può essere condannato senza prove che adducano ad una colpa al di là di ogni ragionevole dubbio. Eppure c’è chi si ostina a tener ferma la sua posizione, senza ombra di dubbio, mossa da sentimenti prosaici e poco religiosi. Eppure nessuno, oltre al sottoscritto, osa parlare contro il sentimento comune, se non Ilaria Cavo con i suoi atteggiamenti, la giornalista Mediaset indagata proprio dalla procura di Taranto, e Maria Corbi con i suoi articoli, giornalista del “La Stampa” di Torino. La nostra colpa è vedere le cose con imparzialità senza essere genuflessi e succubi ai magistrati tarantini. Il processo al delitto di Sarah Scazzi è il processo ad Avetrana. Alla richiesta da parte di Argentino e Buccoliero della condanna per tutti gli imputati, specialmente per l’ergastolo a Sabrina Misseri ed alla madre Cosima Serrano, tutta l’Italia forcaiola ha applaudito. Si sentono ancora gli applausi registrati nello studio di “La vita in diretta” con Marco Liorni e di “Pomeriggio cinque” con Barbara D’Urso. A tutti i testimoni che hanno testimoniato contro la tesi accusatoria si prospetta la condanna per falsa testimonianza. L’Italia forcaiola che per soddisfare l’aspettativa di vendetta pretende la tortura e l’omicidio di Stato per lavare l’onta di un efferato delitto. A scanso di essere lapidati da falsi moralisti si tiene a precisare che si può essere d’accordo, ma non bisogna mai emettere giudizi affrettati e sommari, prima di ascoltare cosa ha da dire la difesa, tenuto conto che nei processi italiani, fino a che non tocchi ai difensori la parola, hanno voce solo i pubblici ministeri ben ammanicati con giornalisti approssimativi e parziali. Per chi conosce bene il sistema della giustizia in Italia ed i magistrati italiani prima di emettere sentenze popolari bisogna essere cauti e con cognizione piena di causa. La mamma di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo, ha accolto le richieste di ergastolo con mezza soddisfazione. «Sono cose che non fanno gioire nessuno e che non servono a ridare la vita strappata di una bambina. Chi uccide merita l'ergastolo - ha dichiarato la mamma di Sarah, Concetta - è stato il processo delle menzogne ed è anche giusto che coloro che hanno detto tutte queste menzogne paghino per quello che hanno detto. Non hanno avuto pietà per una bambina che stava anche piangendo». «Ho sempre detto che il movente della gelosia di Ivano non mi convinceva, che c'era qualcosa di losco e quello che è emerso ieri lo conferma». Lo ha detto Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi. Concetta ha fatto riferimento, con quel 'losco', alle abitudini a sfondo sessuale che aveva la comitiva di cui faceva parte Sabrina Misseri, come fare spogliarelli o andare a vedere le coppiette, coinvolgendo presumibilmente anche Sarah. Certo che ognuno di noi ci si potrebbe anche chiedere cosa facesse una ragazza di 15 anni insieme ad una comitiva di maggiorenni ed avere orari di rientro non compatibili per una ragazza della sua età. Concetta ha aggiunto che «è possibile» che Cosima abbia inseguito Sarah e abbia partecipato al delitto, secondo la tesi dell’accusa, perchè «lei è di altra tradizione, di altra generazione e non accettava questo stile di vita di Sabrina». «Non è vero, come hanno detto – ha aggiunto – che io odio Sabrina e Cosima. Mi fa rabbia che loro ce l’abbiano ancora con Sarah e continuino a dire che sono innocenti nonostante l'evidenza».» Un giornalista chiede a Concetta: “Signora Concetta Serrano (madre di Sarah Scazzi), dopo trentasette udienze e tanti testimoni, quali cose ha capito di questo processo? E che cosa si aspetta?” «Ho trovato eccellente la presidente della Corte d’Assise Rina Trunfio, bravi anche i pubblici ministeri Mariano Buccoliero e Pietro Argentino che hanno condotto indagini puntuali e puntigliose. Come andrà a finire non lo so, non ho molta fiducia nella giustizia degli uomini. I magistrati, anche loro, si devono attenere a certi dettami di legge che non ci proteggono. Anche se gli imputati prenderanno il massimo della pena, tra indulti e buona condotta li rivedremo in giro dopo pochi anni. Così, tanti sacrifici, tanto lavoro e tanti soldi di noi cittadini a che cosa saranno serviti? A niente. Ieri sono andata a comprare delle caramelle e il negoziante mi ha fatto notare la stranezza delle leggi: Fabrizio Corona deve stare in carcere cinque anni per reati tutto sommato banali, mentre mio cognato Michele, che ha gettato il corpo di una bambina in un pozzo, lo vediamo girare libero in paese come se niente fosse. Non solo io, ma tutto il paese è indignato per questo». Critiche alla giustizia in senso lato ed apprezzamenti ai magistrati, che poi non sono altro che il corpo e l’anima della giustizia e per gli effetti gli unici responsabili dell’ingiustizia e della malagiustizia. La ricerca di un colpevole e non del colpevole e la pena dura e certa da far scontare in canili umani per soddisfare il bisogno di vendetta e non di giustizia, pare che sia l’opinione di Concetta Serrano. Le convinzioni di Concetta Serrano sui magistrati italiani non sono certo condivise da altre mamme come lei, certo non traviate dal turbinio mediatico, ma artatamente i media usati da quest’ultime come strumento per una lotta dura e costante mirante alla ricerca della verità. «Ci sono in Italia "inefficienze gravi" nelle indagini che riguardano i sequestri dei bambini, "qualcosa che non funziona" su cui il governo deve intervenire, altrimenti "i bambini continueranno a sparire e non verranno mai trovati".» L’accusa arriva da Piera Maggio e Maria Celentano, rispettivamente la madre di Denise Pipitone  – scomparsa a Mazara del Vallo il 1 settembre del 2004 – e di Angela Celentano, sparita sul Monte Faito il 10 agosto 1996. Intervenute a ‘Buona Domenica’ su Canale 5 del 1 marzo 2008 le due madri hanno preso spunto dalla vicenda di Ciccio e Tore. «Il mio pensiero va a quei due bambini che purtroppo non ci sono più. Ringrazio Dio perché ho ancora la speranza di riabbracciare Angela e invece quei due bambini sono lassù - dice Maria Celentano per attaccare investigatori e inquirenti. «C’é in Italia un’inefficienza grave nelle indagini sui sequestri di bambini – afferma Piera Maggio – Nel 2007 abbiamo scoperto una cosa allucinante. Ci sarebbe stata la risoluzione del caso di Denise, e nessuno se ne era accorto. La sfortuna maggiore di mia figlia è stata quella di avere delle persone che la cercavano che forse non avevano le competenze per svolgere determinate indagini. Ho perso e mi hanno fatto perdere la fiducia nella giustizia italiana. Le famiglie - aggiunge la mamma di Denise - possono fare poco e niente, non hanno mezzi, aiuti necessari. Sono sole psicologicamente e moralmente e a pagare sono sempre i bambini». Parole simili arrivano da Maria e Catello Celentano. «Forse dodici anni fa non c’erano i mezzi che ci sono oggi – dice Maria – ma la realtà e sempre quella: i bambini spariti non si trovano. Non so perché, forse c’é poco impegno e poca responsabilità da parte degli adulti, ma qualcosa che non funziona c’é perché i bambini continuano a sparire. E poi si ritrovano in questo modo qua che è una cosa veramente atroce». «In Italia - aggiunge il marito - ogni volta che scompare un bambino si impiegano persone che non sono attrezzate, non hanno capacità e mezzi. E invece bisogna fare di più per loro». La madre di Yara Gambirasio, Maura Panarese, ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a più di due anni dalla morte della figlia. Il testo della lettera parla di "Scarsa collaborazione degli investigatori con la parte lesa". E' quanto rivela la puntata "Quarto Grado" andata in onda venerdì 25 gennaio 2013. Secondo quanto riferito dalla trasmissione, nella lettera inviata al Capo dello Stato, la madre di Yara esprime le proprie critiche nei confronti di chi ha eseguito l’inchiesta. Un’indagine che si è concentrata, prima sul cantiere di Mapello, poi sull’ipotetico figlio illegittimo di un autista bergamasco morto da anni, basandosi sul Dna. La donna manifesta dunque al Presidente Napolitano tutto il dolore e lo sconforto perchè, dopo anni d’indagini, la figlia non ha ancora avuto giustizia.  Il mio libro “Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana. Il resoconto di un Avetranese. Tutto quello che non si osa dire”, fa parte integrante della collana editoriale “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” composta da 50 opere trattanti, appunto, la sociologia storica, di cui io sono profondo cultore: ossia rappresentare e studiare il presente, rapportandolo al passato e riportandolo al futuro. Il libro su Sarah Scazzi è la vicenda soggettiva ed oggettiva che rappresenta l’Italia. Sarah Scazzi può essere Yara Gambirasio, Elisa Claps, Ciccio e Tore, Denise Pipitone, e tutte quelle vicende misteriose che hanno interessato i media. Se l’Italia dei media ha giudicato Avetrana, influenzando il pensiero dei più, un Avetranese giudica l’Italia dei media e le sue patologie: omertà, censura, disinformazione. E lo fa con una certa e non indifferente perizia, adottando un sistema inoppugnabile. Non riportare le proprie opinioni, che non interessano a nessuno ed a scanso di accuse di mitomania o pazzia, ma affidarsi ai fatti certi ed incontestabili, citandone la fonte. Il libro work in progress aggiornato periodicamente come tutti gli altri libri si può trovare da leggere gratuitamente sul sito dell’associazione di cui sono presidente nazionale www.controtuttelemafie.it in cui vi sono pure i filmati di riferimento, ovvero a minimo costo su Google libri, su Amazon per l’E-Book o su Lulu per il cartaceo.»

E sui magistrati in generale cosa ha da dire?

«Toghe rosse, toghe nere, toghe rotte. I giudici come le seppie e i polpi: cambiano colore a seconda degli imputati?

Il problema forse non è tanto nel colore delle toghe ma nella loro insita incapacità di cogliere la verità storica nelle vicende umane. La loro presunta superiorità morale e culturale rispetto alla massa, avallata dal concorso truccato che li abilita, li pone talmente in alto che miseri loro non riescono a leggere bene la realtà che li circonda. Insomma loro son loro e noi “non siamo un c….”. Le strade italiane, oramai, sono diventate molto più transitabili, quasi deserte, non perché le persone son diventate improvvisamente più casalinghe e pantofolaie, ma semplicemente perché certuni PM e Giudici di casa nostra amano sbattere nelle patrie galere chiunque gli giri intorno: quindi, tutti dentro appassionatamente! La Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo accusa ad alta voce il nostro Paese, che viene giustamente condannato per il trattamento inumano e degradante dei carcerati detenuti nelle infernali galere italiche. Pensate che tale richiamo abbia minimamente scosso gli uomini dalla galera facile? I pubblici ministeri, i Gip, i Gup e i Procuratori Capo? I giudici monocratici o riuniti in assise. Neanche per idea! Al minimo dubbio, al fresco, nei Grand Hotel Italiani a -7 stelle; le cui stanze di meno di 3 metri quadrati possono contenere anche tre o quattro detenuti. Ma, a loro cosa può interessare; per le tenebrose toghe nere ciò che conta è apporre tacche su tacche alle loro pistole fumanti. Tanto chi paga quest’ammasso di carne sovrapposta in loculi invivibili è il cittadino italiano. I tantissimi processi, indagini, rinvii a giudizio per chi non ha fatto un emerito c…., e i tantissimi suicidi che si verificano settimanalmente in tali luoghi di tortura, non contano niente. L’importante è che di fronte a una ridottissima controversia ci si copra le spalle, ammanettando coloro che - di fatto - potrebbero a tutti gli effetti, e molti lo sono, essere innocenti. Tanto i Giudici, i PM e compagnia bella non verranno mai toccati, né verranno mai chiamati a rispondere in solido (pecuniariamente, moralmente, penalmente) dei misfatti compiuti. Solo nei casi eclatanti di magistrati pedofili, di giudici che usano il proprio ufficio per ricattare sessualmente viados o donne della mala, o di quelli conniventi con le varie mafie, si arriva a arrestarli, sed post breve tempus tutto viene subdolamente fatto passare nel dimenticatoio. Questa, purtroppo, è la disperata situazione della legge italiana, a voler continuare a non separare le carriere, a rimandare da tempo immemore la riforma della giustizia, e all’equiparare reati inferiori, quello, per esempio, di Fabrizio Corona, a reati gravissimi come l’omicidio, altro esempio la sentenza vergognosa del macellaio Jucker che si è fatto solo 10 anni per aver trucidato la fidanzata. In campagna elettorale si parla di tutto, meno della libertà del cittadino italiano che sta scomparendo, terrorizzato dalle cupe toghe nere. Il rischio della rappresentanza politica è sbagliare il rappresentante, perché questi signori nominati dall’alto si presentano in un modo e poi si comportano al contrario.»

Che rapporto ha lei con i magistrati locali e se ha fiducia nel loro operato, tenendo conto anche dell’esito del processo sul delitto di Sarah Scazzi?

«C’E’ SEMPRE UN GIUDICE A BERLINO. IL FUTURO AFFIDATO ALLA SORTE PER CHI RACCONTA LA VITA SENZA PARAOCCHI. La condanna o l’assoluzione affidata alla fortuna per la quale ti viene assegnato un magistrato dedito alla giustizia e non al culto della propria personalità. Quando, per poter esercitare il diritto di critica e di cronaca, senza pagare fio, ti tocca essere giudicato dal giusto giudice assegnato per sorte (e non per normalità come dovrebbe essere). «Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Questa premessa per raccontare le mie e l’altrui vicissitudini giudiziarie per aver scritto la verità  e l’esito differenziato dei processi  in virtù del giudice che ha deciso sulle cause.  Per raccontare come può cambiare il senso della vita dell’imputato le cui sorti sono pendenti dal volere  di una persona,  il cui giudizio può essere falsato da un criticabile modus operandi. E’ un giorno come gli altri in quel Tribunale. Tribunale di Manduria, sezione staccata di Taranto. Ma è come se fossi in qualunque Tribunale d’Italia. E’ il 21 febbraio 2013, ma può essere qualsiasi altro giorno dell’anno che fu o che sarà. Sono lì da imputato per l’ennesimo processo per diffamazione a mezzo stampa, uno dei tanti senza soluzione di continuità. E’ il prezzo da pagare per non essere pecora in un immenso gregge. In attesa del mio turno, tra i tanti procedimenti chiamati, seguo il processo a carico dei dirigenti della Banca di Credito Cooperativo di Avetrana ed a carico di un noto politico dello stesso paese, la cui moglie si presenta alle elezioni per la Camera dei Deputati. Sono molteplici i reati contestati, in riferimento ad un assegno incassato ante datato e firmato per somme di denaro riferibili ad un defunto. La stessa banca è coinvolta, tramite il suo funzionario, anche nella vicenda di Sarah Scazzi. Nel proseguo dei procedimenti penali sento il nome dell’imputato di un altro processo, Giovanni Caforio, anche lui perseguito per diffamazione a mezzo stampa. Anche lui una mosca bianca nel sistema disinformativo locale. Accusato e giudicato per aver scritto sul suo giornale di Sava, Viva Voce, il resoconto critico della mal amministrazione cittadina a vantaggio personale, facendo riferimento ad un procedimento penale a carico di un amministratore, avvocato. L’avvocato Romoaldo  Claudio Leone, sentendosi diffamato, ha querelato il direttore del giornale. Nel processo è stato difeso come parte civile dall’avv. Gianluigi De Donno. Il giudice titolare Rita Romano non è lei a decidere ed allora in quel processo accade una cosa che non ti aspetti: il suo sostituto, il giudice togato Simone Orazio, dopo un’attenta ed approfondita analisi della questione giuridica, assolve l’imputato, visibilmente commosso. Strano quel che è successo in quel giorno in quell’aula. In precedenti udienze il direttore Giovanni Caforio era già stato più volte condannato per lo stesso reato, ma per altri fatti, proprio dal Giudice Rita Romano. Sentenze naturalmente appellate. Per la Corte di Appello di Taranto, che assolve Giovanni Caforio perché il fatto non costituisce reato, è da assolvere "perchè nella critica, la verità esprime un giudizio che, in quanto tale, è sì, l’elaborazione soggettiva di un avvenimento ma non può del tutto essere scollegata dalla realtà". Ancora mi rimbomba in testa quel che accadde il 12 luglio 2012: assolto con la formula più ampia nel Tribunale di Manduria dove è titolare Rita Romano, ma da lei non giudicato: per non aver commesso il fatto. Assolto dal giudice onorario della sezione distaccata di Manduria, avv. Frida Mazzuti, su richiesta del Pubblico Ministero Onorario avv. Gioacchino Argentino. Nulla di che, se non si trattasse dell’epilogo di un atto persecutorio da parte della magistratura tarantina. Questa è una esperienza che insegna e che va raccontata. L’oscuramento del sito web effettuato con reiterati atti nulli di sequestro penale preventivo emessi dal Pubblico Ministero togato Adele Ferraro e convalidati dal GIP Katia Pinto. Lo stesso GIP che poi diventa giudice togato del dibattimento e che alla fine del processo proclamerà la sua incompetenza territoriale. Dopo anni il caso passa al competente Tribunale di Taranto. Qui il Gip Martino Rosati adotta direttamente l’atto di reiterazione del sequestro del sito web, senza che vi sia stata la richiesta del PM. Il reato ipotizzato è: violazione della Privacy. Non diffamazione a mezzo stampa, poco punitiva, ma addirittura violazione della privacy, reato con pena più grave. E dire che gli atti pubblicati non erano altro che notizie di stampa riportate dai maggiori quotidiani nazionali. Era solo un pretesto. Di fatto hanno chiuso un portale web di informazione e d’inchiesta di centinaia di pagine che riguardava fatti di malagiustizia, tra cui il caso di Clementina Forleo a Brindisi e una serie di casi giudiziari a Taranto, oggetto di interrogazioni parlamentari. Tra questi il caso di un Pubblico Ministero che archivia le accuse contro la stessa procura presso cui lavora; che archivia le accuse contro sé stesso come commissario d’esame del concorso di avvocato ed archivia le accuse contro la sua compagna avvocato, dalla cui relazione è nato un figlio. Fatti di malagiustizia conosciuti e scaturiti da esperienze vissute personalmente o raccontate dalle vittime, fino a quando mi hanno permesso di svolgere la professione di avvocato e successivamente in qualità di presidente di un’associazione antimafia. Dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, nonostante i più noti avvocati di quel foro abbiano rifiutato di difendermi e sebbene tutti i miei avvocati difensori mi abbiano abbandonato, eccetto l’avv. Pietro DeNuzzo del Foro di Brindisi. Qualcuno si è fatto addirittura pagare da me, nonostante abbia percepito i compensi per il mio patrocinio a spese dello Stato. Ed ancora dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, anche in virtù del fatto che il giudice naturale, Rita Romano, sia stata ricusata in questo processo, perché non si era astenuta malgrado sia stata da me denunciata. A dispetto di tutte le circostanze avverse vi è stata l’assoluzione, ma i magistrati togati hanno ottenuto comunque l’oscuramento di una voce dell’informazione. Voce che in loco è deleteria al sistema giudiziario e forense tarantino e contrastante con la verità mediatica locale. Da rimarcare è il fatto che tutte, dico tutte, le mie denunce od esposti presentati agli organi competenti sono state regolarmente insabbiati: archiviati o di cui non si è più avuto notizia pur chiedendo esplicitamente l’esito. Far passare per mitomane o pazzo chi è controcorrente è la prassi, per denigrarne nome ed attività. Nonostante non vi sia mai stata condanna per calunnia.»

Quindi ritiene che, nonostante la sua opera moralizzatrice, alcuni magistrati del posto la perseguitano?

«Non  dimentico il 18 aprile 2013. Due processi a Manduria, sezione staccata del tribunale di Taranto. In quei processi scomodi, che nessuno vuol fare, più giudici togati di Taranto si avvicendano: Rita Romano, Vilma Gilli, Maria Christina De Tommasi; oltre a 2 giudici onorari: Frida Mazzuti e Giovanni Pomarico. Processi a mio carico costruiti ad arte senza che vi sia stata la querela necessaria o la denuncia di attivazione. Alla prima giudice, Rita Romano, si è presentata ricusazione per la denuncia presentata contro di lei. In seguito di ciò l’avv. Gianluigi De Donno rinuncia alla mia difesa. Ha avuto le stesse remore di Nicola Marseglia nel momento in cui Franco Coppi ha presentato istanza di astensione alla Misserini ed alla Trunfio, i giudici di Sabrina Misseri. Per il primo sono accusato di calunnia in concorso con mia sorella, per aver presentato una denuncia contro un sinistro truffa, in cui era coinvolta un’avvocatessa stimata dai magistrati di Taranto, compreso  un sostituto procuratore della Repubblica dello stesso Foro in cui esercitava, e sono accusato di diffamazione a mezzo stampa per aver pubblicato un esposto penale ed amministrativo a varie istituzioni denunciando questo ed altri casi di malagiustizia. Per l’altro processo sono accusato di diffamazione a mezzo stampa per aver pubblicato una denuncia contro le perizie false in Tribunale, da chi, Giuseppe Dimitri, mio cliente che ho difeso da avvocato fino all’estremo, mancava di legittimazione a farlo, in quanto il presunto diffamato era altra persona, cioè il denunciato. In udienza il danneggiato ha confermato che non ha mai presentato querela contro di me, né aveva avuto mai intenzione di farlo. Per quella denuncia il giudice Rita Romano ha condannato per calunnia Dimitri, nonostante il Consulente Tecnico del Tribunale, proprio per il reato di cui era accusato, era già stato depennato dalla lista tribunalizia dei CTU. Nel primo processo mi si accusa di aver calunniato, in concorso con mia sorella, un avvocato, Nadia Cavallo, accusandola, sapendola innocente, di aver chiesto ed ottenuto illecitamente i danni per un sinistro truffa e con testimoni falsi in suo atto di citazione che indicava come responsabile esclusiva Monica Giangrande. In effetti Monica Giangrande non era responsabile di quel sinistro. Eppure è stata condannata dal giudice Rita Romano. La condanna per calunnia a carico di mia sorella inopinatamente non è stata appellata dai suoi avvocati, pur sussistendone i validi motivi. La giudice, Rita Romano, è stata da me denunciata, così come Salvatore Cosentino, sostituto procuratore a Taranto e poi trasferito a Locri . Salvatore Cosentino, come tutti i magistrati di Taranto aveva molta stima per Nadia Cavallo. Rita Romano ha condannato mia sorella pur indicando in sentenza che altra persona era responsabile esclusiva del sinistro, così come mia sorella andava attestando. Va da sé che tale sentenza contenente illogicità e contraddizioni sarebbe dovuta essere appellata. Salvatore Cosentino era il Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto che ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione della denuncia contro la Procura di Taranto. Procura che ha archiviato le denunce presentate riguardo proprio a quel sinistro truffa. I processi civili inerenti il sinistro sono stati tutti soccombenti, nonostante le prove indicassero palesemente il contrario. La Nadia Cavallo ha ottenuto il risarcimento danni del sinistro dall’assicurazione, oltre che 25,000 mila euro di danni morali da Monica Giangrande proprio per la condanna di calunnia. Per questo procedimento la mia posizione sin dall’inizio è strana. Non sono convocato nella prima udienza preliminare con mia sorella, quindi è nullo il mio rinvio a giudizio. Dopo anni, nella seconda udienza preliminare, il GUP chiede al PM gli atti di prova a mio carico, in tale sede mancanti. Alla risposta negativa gli concede ulteriore termine di 6 mesi per trovare la prova della mia colpa, al termine dei quali, durante la terza udienza preliminare vi è comunque il Rinvio a Giudizio. All’ultima giudice devo provare se il fatto sussiste, se l’ho commesso, se è previsto come reato. Ebbene. Io, come mia sorella sapevamo benissimo che l’avvocato era colpevole: perché non era attendibile la versione fornita dell’evento. Ma questo non lo dicevamo solo noi, io e mia sorella, ma anche l’avvocato della compagnia assicurativa costituita nei vari giudizi. Eppure questi non è stato perseguito dello stesso reato. Per la compagnia non era verosimile il fatto che un signore che tocca lo sportello di un’auto non identificata e condotta da signora diversa dalla Monica Giangrande, si alzi e se ne vada, per poi chiamare un’ambulanza per farsi portare a casa e non in ospedale. Eppure negli atti di citazione non viene chiamata in causa la vera responsabile del presunto sinistro ed il vero proprietario dell’auto. Ciò nonostante si conoscesse il responsabile esclusivo del sinistro, veniva chiamata in causa mia sorella che acclamava a gran voce la sua estraneità. Ma il fatto eclatante è che sono stato accusato di calunnia io che quella denuncia non l’ho mai presentata, né ho indotto mia sorella a farlo, non essendo il suo avvocato. Sono stato accusato di calunnia io, che se l’avessi fatto, sapevo benissimo che la denuncia era fondata. Per quanto riguarda la seconda accusa, di diffamazione a mezzo stampa, c’è da dire che il sito web, su cui vi era l’articolo che faceva riferimento ai fatti, non era mio, né l’articolo era a me riferibile. Io per scrivere le mie inchieste ho moltissimi miei canali di divulgazione facilmente riconducibili a me e di quelli io ne rispondo. Né tantomeno la Polizia Postale si è prodigata sotto gli ordini del PM di sapere dall’azienda web provider che gestisce il server di pubblicazione chi fosse il vero proprietario del sito web e quindi responsabile delle pubblicazioni. E bene sapere, comunque, al di là di questo, che è lecita la pubblicazione delle denunce penali, così come stabilito dalla Corte di Cassazione. Per questi processi, come volevasi dimostrare, con il giusto giudice l’esito è scontato: Assoluzione piena da parte del Giudice Togato Maria Christina De Tommasi e da parte del GOT Giovanni Pomarico. Anzi, meglio ancora. Giovanni Pomarico, nel processo della presunta diffamazione per le perizie false, non ha fatto altro che registrare la remissione della querela delle parti. Di chi non aveva legittimazione a presentarla contro di me e di chi addirittura non l’aveva presentata affatto. Con il giudice naturale, se non vi fosse stata la ricusazione, sarebbe stata condanna certa. Quanto successo a Caforio mi conforta di un fatto: aver adottato i rimedi giusti per potermi salvare da sicura condanna. Il giudice titolare Rita romano è stata da me denunciata per fatti attinenti l’attività giudiziaria, scaturenti condanne per me, che nel proseguo si sono estinti, e per i miei familiari, e per tale denuncia è stata ricusata. Le ricusazioni presentate contro il giudice nei successivi processi che mi riguardavano, ha permesso a me di cambiare il mio destino e comunque di essere giudicato da giudici diversi e per gli effetti di essere dichiarato assolto. Per le ricusazioni presentate per palese mio interesse, però, lo stesso avvocato Gianluigi De Donno, mio difensore, ha rimesso il suo mandato. Motivo: la Ricusazione non si doveva fare. C’è da sottolineare che successivamente il Giudice Rita Romano, ogni qualvolta era investita dei miei procedimenti,  si asteneva,  tacendo della mia denuncia contro di lei, non mancando, però, di sottolineare ad alta voce nelle udienze affollate che l’astensione era dovuta al fatto che io ero stato da lei denunciato per calunnia. Denuncia che avrebbe scaturito un procedimento, di cui io non avevo avuto notizia. Non solo. Il 18 febbraio 2013 il Pm Ida Perrone, sostituta di Pietro Argentino (entrambi denunciati a Potenza) nella sua requisitoria in un procedimento per il reato di usura a carico di un Giangrande (poi non condannato) ha pensato di dichiarare: «i Giangrande sono ben noti in Avetrana per essere considerati usurai e per aver io stessa trattato alcuni procedimenti». In quello stesso collegio giudicante la medesima Rita Romano ha dovuto astenersi per grave inimicizia con il sottoscritto per i suddetti motivi riferiti. Le stesse affermazioni diffamatorie sono state proferite in altro procedimento penale in sede di conclusioni dall’avvocato Pasquale De Laurentiis, difensore di un individuo giudicato e condannato proprio per diffamazione in udienza ed anche lui per aver pronunciato proprio la stessa frase. Evidentemente questi signori lo possono fare, legittimati a farlo dal loro ruolo ed agevolati dal farlo da chi in toga lo permette, senza alcun controllo alcuno, tanto meno se le vittime in tale sede non possono alcunchè obbiettare, né tali dichiarazioni offensive, denigratorie e diffamatorie rese in udienza, vengono verbalizzate dai cancellieri per poter querelare i responsabili, sempre che si trovi un loro collega disposto a perseguirli. E’ chiaro che i magistrati e gli avvocati di Taranto e provincia hanno il dente avvelenato contro di me. L’intento è colpire i Giangrande per colpire il Giangrande, ossia me. Ma una cosa è certa. In Avetrana vi sono centinaia di persone con il cognome Giangrande. Nessuno di loro è stato mai condannato in via definitiva per il reato di usura. Quindi nulla si può dire sul nome Giangrande, ne tanto meno si può dire qualcosa su di me, Antonio Giangrande, che, oltretutto, sono il presidente nazionale proprio di una associazione antiracket ed antiusura, il quale ha fatto l’errore di battersi contro l’usura bancaria e l’usura di Stato. E’ quello che a Taranto è stato il primo ad attivarsi contro le bufale dei titoli MyWay e 4you della Banca 121 poi Banca Monte Paschi di Siena. Quello che ha lottato a tutela degli incapaci e delle perizie false. Quello che ha denunciato i concorsi pubblici truccati e i sinistri stradali falsi. Denunce regolarmente archiviate. Certo è che io, sì, invece, ho scritto libri sui miei detrattori. Specialmente quelli operanti sul foro di Taranto. Che sia per questo il motivo di tanto astio? Ed è questo il motivo che non vogliono che faccia l’avvocato e da decenni non mi abilitano alla professione forense? Ed è questo il modo di collaborare con chi ha il coraggio di mettersi contro la mafia e di affermare che comunque la mafia vien dall’alto e per gli effetti aver denunciato le malefatte dei poteri forti e presentato altresì a Potenza le denunce contro i magistrati di Taranto, che tra l’altro si son archiviati una denuncia a loro carico anziché girarla proprio a Potenza? Per questo forse non vi è alcuna collaborazione istituzionale e sostegno morale e finanziario, per il modo di pormi nei confronti dei poteri forti? Ed è per tutto questo che i loro amici giornalisti ignorano e denigrano me così come fanno con Beppe Grillo?»

Lei ha altri esempi di contrastanti giudizi riferibili all’attività dell’informazione?

«Certo. Il 21 febbraio 2013, un altro fatto. Dopo la richiesta di assoluzione da parte dell'accusa, il giudice del Tribunale di Casarano dott. Sergio Tosi, ha assolto Maria Luisa Mastrogiovanni per tutti e 12 i capi di imputazione. Il fatto non sussiste. E' la sentenza con la quale è stata assolta dall'accusa di diffamazione a mezzo stampa la giornalista Maria Luisa Mastrogiovanni, direttore del Tacco d'Italia. A portarla davanti al Tribunale penale di Casarano, presidente Sergio M. Tosi, è strato Paolo Pagliaro, editore televisivo salentino molto noto di Tele Rama, a sua volta protagonista di alcune vicissitudini giudiziarie, ma come imputato. Proprio queste vicende (l'uomo subì anche gli arresti domiciliari per un'inchiesta della procura barese, il cui processo è stato stralciato dal troncone principale nel quale è stato invece condannato l'ex ministro Fitto), insieme ad una serie di irregolarità e stranezze nella conduzione della sua azienda, costituirono l'oggetto di una corposa inchiesta di copertina de Il Tacco d'Italia, andato in edicola nel dicembre 2005. La stessa sorte non è toccata per Enzo Magistà e Antonio Procacci. Il gip di Bari Gianluca Anglana ha disposto l’imputazione coatta per i giornalisti di Telenorba Enzò Magistà e Antonio Procacci coinvolti nell’inchiesta scaturita dalla messa in onda del filmato girato dalla polizia scientifica di Perugia che mostrava il cadavere di Meredith Kercher. Meredith Kercher fu uccisa nel novembre del 2007 a Perugia e, nella casa in cui viveva, fu girato un video dalle forze dell’ordine per esaminare la scena del crimine che in seguito fu mostrato da Telenorba, una emittente pugliese. Il gip ha invece archiviato le posizioni dei familiari di Raffaele Sollecito, assolto in secondo grado dall’accusa di omicidio volontario insieme ad Amanda Knox. Il pm di Bari aveva chiesto l’archiviazione per tutti gli indagati perché «la diffusione di alcune parti del filmato relativo al sopralluogo effettuato dalla polizia scientifica nell’abitazione in cui venne rinvenuto il cadavere di Meredith Kercher – è stato scritto nella richiesta di archiviazione – , nel quale viene ripreso il corpo denudato della vittima, è avvenuto nell’ambito dell’esercizio del diritto di cronaca senza alcun intento offensivo della reputazione della studentessa uccisa». “Leso il diritto alla riservatezza ed alla tutela dell’immagine della ragazza e, per lei, dei suoi familiari”. E’ scritto, invece, in un passaggio dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Bari Gianluca Anglana ha accolto l'opposizione proposta dalla famiglia di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia la notte tra il primo e il 2 novembre 2007, con riferimento alla richiesta di archiviazione per due giornalisti pugliesi che nel marzo 2008 mandarono in onda le immagini del corpo nudo della vittima.  Il giudice, nel disporre l’imputazione coatta per Enzo Magistà, direttore di Telenorba, e per il giornalista Antonio Procacci, ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Bari in relazione ai reati di diffamazione a mezzo stampa e violazione del codice della privacy. In particolare è “pacifica la sussistenza dei requisiti della verità dei fatti rappresentati”, secondo il gip, e “non sembra rispettato il requisito della continenza nella esposizione del servizio”. Per il giudice, “risultano obiettivamente raccapriccianti le immagini delle ferite” e “tali da turbare il comune sentimento della morale”. L'inchiesta, nata dalla denuncia della famiglia Kercher, è approdata a Bari dopo che, in udienza preliminare, il gup di Perugia ha dichiarato la propria incompetenza territoriale. Il procuratore di Bari, Antonio Laudati, nel luglio 2012, aveva chiesto l’archiviazione del procedimento per tutti gli indagati (oltre Magistà e Procacci, anche i familiari di Raffaele Sollecito), ritenendo per i giornalisti “che gli stessi avessero agito nel legittimo esercizio del diritto di cronaca” e per gli altri l’insufficienza di elementi per sostenere l'accusa a dibattimento. Il giudice ha accolto la richiesta di archiviazione per padre, madre, sorella e due zii di Sollecito, condividendo le conclusioni della procura.»

Per le mie battaglie di civiltà e giustizia, che nonostante tutto creano un certo seguito nazionale, non potrei mai trovare una candidatura in qualsiasi partito tradizionale, reazionario e conservatore, da destra a sinistra. Eppure, in questa situazione di emarginazione e persecuzione, neanche in un movimento come quello di Grillo ho potuto trovare un posto in Parlamento per battermi per quello che so e per quello che sono a vantaggio dei più. Motivo? Perché i nuovi giustizialisti e moralisti della domenica hanno pensato bene di inibire le candidature a chi è indagato o condannato. Fa niente se trattasi di ritorsione giudiziaria al diritto sacrosanto di critica al malgoverno ed alla corruzione. Nel 2013 i grillini, primo partito a Taranto e secondo in provincia, catapultano a Roma ben due deputati. Oltre al più noto Alessandro Furnari, c’è anche Vincenza Labriola. La neo deputata 32 anni, mamma, laureata in Scienze della Comunicazione, prima delle politiche è stata già candidata al Consiglio comunale. Nel 2012 raccolse un solo voto di preferenza, oggi invece lo ‘tsunami’ di Grillo che ha investito il paese, l’ha lanciata in Parlamento. Precedenti risultati elettorali? Un voto. Sì, proprio così. Un solo voto di preferenza alle comunali di maggio 2012. È questo il «precedente» elettorale della neodeputata del Movimento Cinque Stelle, Vincenza Labriola, che insieme ad Alessandro Furnari, rappresenta i «grillini» parlamentari della provincia ionica. Ma se Alessandro Furnari, ex candidato sindaco alle comunali (prese l’1.6 per cento), bene o male lo si conosce, chi è mai Labriola? Alla «Gazzetta» lei si presenta così: «Sono laureata in Scienze della comunicazione ed ho discusso una tesi sullo sviluppo dell’arco ionico. E poi, trovare un lavoro confacente al titolo acquisito è risultata un'impresa praticamente impossibile nella mia città. Sono sposata - continua - ed ho scelto di rimanere nella mia città per amore». Quell’unico voto (anche se, un anno fa era diventata madre per la seconda volta e non aveva tempo per fare campagna elettorale) conferma, in maniera plastica, le tante contraddizioni del Porcellum. Ovvero, di una legge elettorale che (nonostante le primarie «democratiche e le parlamentarie degli stessi grillini) premia comunque i «nominati». Mandando a Montecitorio e a Palazzo Madama chi, di fatto, non ottiene un solo voto dagli elettori ma conquista il seggio in virtù della posizione in lista. Anzi, no. Labriola, un voto (ma proprio uno) l’ha comunque avuto...

LETTERA AL DEPUTATO MAI ELETTO

Signore Onorevole Cittadino Parlamentare,

avrei bisogno per un attimo della sua attenzione. Dedichi a me un suo momento,così come io dedico le mie giornate alle vittime di mafia e delle ingiustizie. Questa mia segnalazione non è spam, né tantomeno l’istanza di un mitomane o di un pazzo e quindi da cestinare.

Sono il dr Antonio Giangrande, presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, riconosciuta dal Ministero dell’Interno come associazione antiracket ed antiusura, e scrittore-editore dissidente, che proprio sulle varie tematiche sociali ha scritto 50 libri letti in tutto il mondo facenti parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo, oltre che su Google libri. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare.

Mi rivolgo a voi perché nuovi, in quanto i parlamentari delle legislature precedenti non si sono mai degnati di dare dovuto  riscontro alle mie segnalazioni di interesse pubblico. Nell’ambito della mia attività sempre io ho dato risposte ai miei interlocutori pur se a volte erano persone disperate e fuori di testa e quindi pretendenti risposte che io, senza potere, potessi dare.

Per prima cosa le sto a segnalare il fatto, già segnalato ai precedenti Parlamenti, che è impossibile in Italia svolgere l’attività di assistenza e consulenza antimafia se non si è di sinistra e se non si santificano i magistrati. In Italia vi è l’assoluto monopolio dell’antimafia in mano a “Libera” di Don Ciotti e di fatto in mano alla CGIL, presso cui molte sedi di “Libera” sono ospitate. “Libera”, con le sue associate locali, è l’esclusiva destinataria degli ingenti finanziamenti pubblici e spesso assegnataria dei beni confiscati. Di fatto le associazioni non allineate e schierate (e sono tante) hanno difficoltà oltre che finanziaria, anche mediatica e, cosa peggiore, di rapporti istituzionali. Si pensi che la Prefettura di Taranto e la Regione Puglia di Vendola a “Libera” hanno concesso il finanziamento di progetti e l’assegnazione dei beni confiscati a Manduria. A “Libera” e non alla “Associazione Contro Tutte le Mafie”, con sede legale a 17 km. A “Libera” che non può essere iscritta presso la Prefettura di Taranto, perchè ha sede legale a Roma, e non dovrebbe essere iscritta a Bari, perché a me è stato impedita l’iscrizione per mancata costituzione dell’albo.

Altra segnalazione di una mia battaglia ventennale riguarda l’esame truccato dei concorsi pubblici ed in specialmodo quello di abilitazione forense, che poi è uguale a quello del notariato e della magistratura. Ho anche cercato di denunciare l’evasione fiscale e contributiva degli studi legali presso i quali i praticanti avvocato sono obbligati a fare pratica. I “Dominus” non pagano o pagano poco e male ed in nero i praticanti avvocati e per coloro che non hanno partita iva non gli versano i contributi previdenziali presso la gestione separata INPS. Agli inizi, facendo notare tale anomalia al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, mi si disse: “fatti i cazzi tuoi anche perché vedremo se diventi avvocato. Appunto. Da anni mi impediscono di diventarlo, dandomi dei voti sempre uguali ai miei elaborati all’esame forense. Elaborati mai corretti.

Il sistema di abilitazione truccato riguarda tutte le professioni intellettuali: magistrati, avvocati, professori universitari, giornalisti, ecc. La domanda che ci si dovrebbe porre è: dov’è il trucco?

COMMISSIONI D’ESAME: con la riforma del 2003, (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180), dopo gli scandali e le condanne sono stati esclusi dalle commissioni d’esame i Consiglieri dell'Ordine degli Avvocati, competenti per territorio, mentre i Magistrati e i Professori universitari non possono correggere gli scritti del loro Distretto. Le commissioni locali fanno gli orali e vigilano sullo scritto, mentre gli elaborati sono corretti da altre commissioni estratti a sorte. Questa riforma, di fatto, mina la credibilità delle categorie coinvolte. Le Commissioni  e le sottocommissioni hanno un diverso metro di giudizio, quindi alla fine bisogna affidarsi anche alla buona sorte per avere una commissione più benevola. Naturalmente, le Commissioni del nord continuano ad avere un atteggiamento pro lobby, limitando l’accesso all’avvocatura al 30% circa dei candidati, per paura che i futuri avvocati del sud emigrino al nord. A riguardo ci sono state interrogazioni scritte al Ministro della Giustizia da parte di deputati (n. 4-10247, presentata da Pietro Fontanini mercoledì 16 giugno 2004 nella seduta n. 478 e n. 4-01000 presentata da Silvio Crapolicchio mercoledì 20 settembre 2006 nella seduta n. 038). Dubbi sono sorti anche sul modo di abbinare le commissioni. Il deputato lucano Vincenzo Taddei (PdL) ha presentato un’interrogazione scritta al Ministro della Giustizia. Il motivo della richiesta di intervento è preciso: per ben tre anni consecutivi, nel 2005, 2006 e 2007, da quando sono entrate in vigore le modifiche sullo svolgimento dell’esame di avvocato, le prove scritte dei candidati della Corte d’Appello di Potenza stranamente sono state sempre corrette presso la Corte d’Appello di Trento con percentuali di ammessi all’orale sempre molto basse (nel 2007 circa il 18%).

LE TRACCE: sono conosciute giorni prima la sessione, tant’è che il senatore Alfredo Mantovano ha presentato una denuncia penale ed una interrogazione al Ministro della Giustizia (n. 4-03278 presentata il 15 gennaio 2008 Seduta n. 274).

INIZIO DELLE PROVE: la lettura delle tracce avviene secondo le voglie del Presidente della Corte d’Appello, che variano da città a città. Nel 2006 la lettura delle tracce a Lecce è stata effettuata alle ore 11,45 circa, anziché alle 09,00 come altre città. In questo modo i candidati hanno tempo di farsi dettare le tracce e i pareri sui palmari e cellulari, molto prima della lettura ufficiale.

IL MATERIALE CONSULTABILE: nel 2008, tra novembre e dicembre il caos. Se al concorso di magistratura succede di tutto, a quello di avvocatura è ancora peggio. Due concorsi diversi, stessa sorte. Niente male per essere un concorso per futuri magistrati ed avvocati. Niente male, poi, per un concorso organizzato dal ministero della Giustizia. Dentro le aule di tutta Italia, per il concorso di avvocati che si svolge in ogni Corte d'Appello italiana, è entrato di tutto: fotocopie, bigliettini con possibili tracce e, soprattutto, palmari e cellulari. Ma sul concorso in magistratura svolto a Milano c’è ne da parlare. Sopra i banchi i codici «commentati» vietati, con il timbro del ministero che ne autorizzava l'utilizzo. Relazione pubblicata sul sito del Ministero della Giustizia e protocollata con il n. 19178/2588 del 24/11/2008, in cui il presidente denuncia l'atteggiamento «obliquo e truffaldino da parte di non pochi candidati e, tra questi, un vicequestore della Polizia di Stato, trovata in possesso di una rilevante dose di appunti, nascosta tra la biancheria intima». Eppure le regole dovevano essere più rigide. Dovevano esserci più controlli. Era stato assicurato dal ministero della Giustizia. Con tanto di sanzioni e espulsioni.

IL MATERIALE CONSEGNATO: per norma si dovrebbe consegnare ogni parere in una busta, contenente anche una busta più piccola con i dati del candidato. Ma non è così. Le buste con i dati si possono aprire prima della lettura degli elaborati. A Roma, venerdì 13 marzo 2009, alla fine è dovuta intervenire la polizia penitenziaria. Al grido di “Buffoni! Buffoni!” centinaia di esaminandi del padiglione 6 al concorso di notaio si sono scagliati contro la commissione. “Questo esame è una farsa – hanno gridato – ci sono gli estremi per poterlo annullare”. Si è visto “gente che infilava un nastro rosso nella busta” per farsi riconoscere, gente che “aveva le tracce già svolte” e gente che, dopo aver chiacchierato con i commissari, “si faceva firmare la busta in modo diverso”.

CORREZIONE DEGLI ELABORATI: la legge 241/90 e il Ministero della Giustizia dettano le regole in base alle quali si deve svolgere la correzione, per dare i giudizi. Essi attengono alla rappresentanza delle categorie degli avvocati, magistrati e professori universitari, oltre all’attenzione data alla sintassi, grammatica, ortografia e sui principi di diritto del parere dato.

Cosa fondamentale, la legge regola la trasparenza dei giudizi e la Costituzione garantisce legalità, imparzialità ed efficienza.

Di fatto, le commissioni da sempre adottano una percentuale di ammissibilità, che contrasta con un concorso a numero aperto: 30% al nord, 60% al sud.

Di fatto, le commissioni sono illegittime, perché mancanti, spesso, di una componente necessaria.

Di fatto, i tre compiti non sono corretti, ma falsamente dichiarati tali, perché sono immacolati e perché non vi è stato tempo sufficiente a leggerli. (3/5 minuti per elaborato: per aprire la busta con il nome e la busta con l’elaborato, lettura del parere di 4/6 pagine, correzione degli errori, consultazione dei commissari per l’attinenza ai principi di diritto, verbalizzazione, voto e motivazione).

Di fatto, i voti dei tre elaborati sono identici e le motivazioni sono mancanti o infondate. Su tutti questi notori rilievi vi è stata interrogazione presentata dal deputato Giorgia Meloni (n. 4-01638 mercoledì 15 novembre 2006 nella seduta n.072). Oltre che quella n. 4-01126 presentata da Giampaolo Fogliardi mercoledì 24 settembre 2008, seduta n.054, e quella n. 4-07953 presentata da Augusto di Stanislao mercoledì 7 luglio 2010, seduta n.349. Illegale ed illegittimo è anche il ritardo con cui sono consegnate dalle commissioni di esame le copie degli elaborati, al fine di impedire la presentazione in termini dei ricorsi al Tar, in quanto la maggior parte di questi ricorsi sono accolti dalla giustizia amministrativa. Solo, però, se presentati in modo ordinario, in quanto le commissioni impediscono l’accesso al beneficio del gratuito patrocinio.

Di fatto, il Ministero non risponde alle interrogazioni parlamentari, né ai ricorsi dei candidati. Le denunce penali contro gli abusi e le omissioni, poi, sono gestite dai magistrati, componenti delle stesse commissioni contestate, per cui le stesse rimangono lettera morta.

Di fatto, gli ispettori in loco del Ministero della Giustizia sono componenti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che come tali non possono far parte delle Commissioni, in quanto dalla riforma del 2003 sono stati esautorati per il loro comportamento.

Di fatto, alcuni candidati superano l’esame al primo tentativo. Chi presenta le denunce penali circostanziate e provate, invece, deve rinunciare a causa delle ritorsioni. Sulla home page di www.controtuttelemafie.it al link dossier vi sono tutti gli atti giudiziari di riferimento.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi, tanto chi mi conosce sa cosa faccio anche per l’Italia e per la sua città. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da venti anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presento l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei miei compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farmi partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il mio ricorso va rigettato, ma devono spiegare non a me, ma a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal sottoscritto e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti? 

Questa è la denuncia penale, così come richiesta in sede di avocazioni delle indagini alla procura Generale della Corte di Appello di Potenza, e per la quale è stata presentata (a dire di Rita Romano) denuncia per calunnia.

DENUNCIA ALLA S.V.

Rita Romano, giudice monocratico del Tribunale di Taranto, sezione staccata di Manduria,

domiciliata in viale Piceno a Manduria,

per i reati di cui agli artt. 81, 323, 476, 479 c.p., con applicazione delle circostanze aggravanti, comuni e speciali ed esclusione di tutte le attenuanti,

IN QUANTO

Essa, abusando del suo ufficio, ha adottato continuamente atti del suo ufficio, con “INTENTO PERSECUTORIO”, lesivi degli interessi, dell’immagine e della persona del sottoscritto, motivati da pregiudizio ed inimicizia e non sostenute da prove.

Nei procedimenti che riguardavano direttamente o indirettamente il Giangrande Antonio, quando questi esercitava la professione forense, essa ha condannato quando le prove erano evidenti riguardo l’innocenza, o essa ha assolto quando le prove erano evidenti sulla colpevolezza.

PREMESSO CHE:

Giangrande Antonio, da difensore, è stato vittima di un aggressione in casa da parte del marito di una sua assistita in un procedimento di separazione, al fine di impedirgli la presenza all’udienza del giorno successivo. Nel processo penale n. 10354/03 RGD, in data 14 febbraio 2006,  la Romano assolveva l’aggressore Mancini Salvatore. In un processo istruito, in cui il PM non ha richiesto l’ammissione di alcun testimone, pur indicanti in denuncia Giangrande Antonio, sua moglie Petarra Cosima e il figlio Giangrande Mirko, la Romano sente solo i coniugi ai sensi del’art. 507 c.p.p. su indicazione del Giangrande, ma rinuncia alla testimonianza di Mirko, il vero testimone. Tale abnorme decisione di assoluzione è stata assunta disattendendo i fatti, ossia le lesioni e le testimonianze, e definendo testimoni inattendibili il Giangrande e la Petarra.

Giangrande Antonio era accusato di esercizio abusivo della professione forense e per gli effetti di circonvenzione di incapace. Nel processo penale n. 7612/01 RGPM, in data 06/03/2007, nonostante lo stesso PM riteneva il reato di esercizio abusivo della professione forense infondato e inesistente, essendovi regolare abilitazione al patrocinio legale, chiedendone l’assoluzione, la Romano condannava il Giangrande per circonvenzione di incapace. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante le tariffe forensi prevedevano l’obbligatorietà dell’onorario per il mandato svolto. Tale abnorme decisione è stata assunta nonostante più volte si sia denunciata la violazione del diritto di difesa per mancata nomina del difensore, per impedimento illegittimo all’accesso al gratuito patrocinio. E’ seguito appello. Da notare che il giorno della sentenza era l’ultimo processo ed erano presenti solo il PM, il giudice Romano, il cancelliere e il difensore dell’imputato. Dagli uffici giudiziari è partita la velina. Il giorno dopo i giornali portavano la notizia evidenziando il fatto che il condannato Giangrande Antonio era il presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Era la prima volte che le vicende del Tribunale di Manduria avevano degna attenzione.

Giangrande Antonio era difensore di Natale Cosimo in una causa civile di sinistro stradale. Il testimone Fasiello Mario dichiara di non sapere nulla del sinistro. Esso era denunciato per falsa testimonianza. Nel processo penale n. 1879/02 PM , 1231/04 GIP, 10438/05 RGD, in data 27 novembre 2007, la Romano lo assolveva. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante lo stesso rendeva testimonianza contrastante a quella contestata. Lo assolveva nonostante affermava il vero e quindi il contrario di quanto falsamente dichiarato in separata causa. Lo assolveva nonostante a difenderlo ci fosse un difensore, Mario De Marco, impedito a farlo in quanto Sindaco pro tempore di Avetrana. Il De Marco e Nadia Cavallo hanno uno studio legale condiviso.

Giangrande Antonio e Giangrande Monica erano accusati di calunnia, per aver denunciato l’avv. Cavallo Nadia per un sinistro truffa, in cui definiva, in reiterati atti di citazione, Monica “RESPONSABILE ESCLUSIVA” del sinistro. Atti presentati due anni dopo la richiesta di risarcimento danni, che la compagnia di assicurazione ha ritenuto non evadere. Il Giangrande Antonio non aveva mai presentato denuncia. Antonio era fratello e difensore in causa di Monica. La posizione del Giangrande Antonio era stralciata per lesione del diritto di difesa e il fascicolo rinviato al GIP. Nel processo penale n. 10306/06 RGD, in data 18 dicembre 2007, la Romano condannava Giangrande Monica e rinviava al PM la testimonianza di Nigro Giuseppa per falsità. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante la presunta vittima del sinistro non abbia riconosciuto l’auto investitrice, si sia contraddetto sulla posizione del guidatore, abbia riconosciuto Nigro Giuseppa quale responsabile del sinistro, anziché Giangrande Monica. Tale abnorme decisione è stata assunta, nonostante Nigro Giuseppa abbia testimoniato che la presunta vittima sia caduta da sola con la bicicletta e che con le sue gambe sia andato via, affermando di stare bene. E’ seguito appello.

Giangrande Antonio era difensore di Erroi Cosimo, marito di Giangrande Monica, sorella di Antonio. In causa civile, in cui difensore della contro parte era sempre Cavallo Nadia, tal Gioia Vincenzo ebbe a testimoniare sullo stato dei luoghi, oggetto di causa. Il Gioia, in chiara falsità, palesava uno stato dei luoghi, oggetto di causa, diverso da quello che con rappresentazione fotografica si è dimostrato in sede civile e penale. Il Gioia, denunciato per falsa testimonianza veniva rinviato a giudizio in proc. 24/6681/04 R.G./mod 21.  Difeso da Cavallo Nadia in proc. 10040/06 RGD. In data 16 aprile 2008 il giudice Rita Romano, pur evidenti le prove della colpevolezza, assolveva il Gioia Vincenzo.

"La pubblicazione della notizia relativa alla presentazione di una denuncia penale e alla sua iscrizione nel registro delle notizie di reato, oltre a non essere idonea di per sé a configurare una violazione del segreto istruttorio o del divieto di pubblicazione di atti processuali, costituisce lecito esercizio del diritto di cronaca ed estrinsecazione della libertà di pensiero previste dall'art 21 Costituzione e dall'art 10 Convenzione europea dei diritti dell'uomo, anche se in conflitto con diritti e interessi della persona, qualora si accompagni ai parametri dell'utilità sociale alla diffusione della notizia, della verità oggettiva o putativa, della continenza del fatto narrato o rappresentato. (Rigetta, App. L'Aquila, 10 Marzo 2006)". (Cass. civ. Sez. III Sent., 22-02-2008, n. 4603; FONTI Mass. Giur. It., 2008).

UNA CONDANNA E UNA SANZIONE ECONOMICA. QUESTO HA DECISO IL GIUDICE DI MANDURIA, scriveva al momento della condanna da parte di Rita Romano il direttore Giovanni CaforioArrivati alla fine gli ultimi due processi che mi vedevano imputato per il reato di “diffamazione a mezzo stampa” e quindi il Giudice, martedì 3 luglio, con sentenza di primo grado mi ha ritenuto colpevole del reato sopra citato. La prima, quella che mi vedeva accusato dall’ex sindaco Aldo Maggi è stata alquanto severa: un anno e due mesi di reclusione (con i benefici di legge, ndr), la seconda quella intentata dall’ex delegato amministrativo Claudio Leone è stata sanzionata con 900 euro di multa. Certo entrambi i verdetti di primo grado verranno appellati e quindi aspetteremo intanto le motivazioni della sentenza che mi verranno date entro i classici 90 giorni. E poi si riparte presso la Corte d’appello di Lecce. E in questo appello avremo la possibilità di ribaltare queste due sentenze, cosa che è avvenuta diverse volte. E’ normale che si accusa il colpo, e questo è innegabile, ma subito dopo mi sono rialzato e credo che nella vita a tutto si paga un prezzo e in questo prezzo c’è tutta la consapevolezza di aver fatto, e anche scritto, tutto ciò che ho ritenuto giusto. Poi le aule di Tribunale sono un altro aspetto, certo non trascurabile. Ma sono un altro aspetto. Credo fortemente nella ragione delle cose, nell’indagare sui fatti, nello scrutare i comportamenti di chi ha amministrato questo paese solo ed esclusivamente per ciò che gli era affine. Non mi sento ne un Masaniello e tanto meno un Robespierre ma mi sento un giornalista che ha fatto, e lo sta facendo tutt’ora, ciò che giustamente ritiene importante per mettere a conoscenza del lettore tutti i fatti che sono avvenuti nella nostra Casa comunale in questi ultimi passati 5 anni. Leggendo le classiche carte e messo in moto il meccanismo della legalità che, questo è scontato, è sul tavolo della Procura della Repubblica di Taranto con sorprese che stupiranno moltissimo i nostri lettori e i savesi in genere, a brevissimo tempo. Non ho mai voluto aureole o encomi per quello che ho fatto, e che sto facendo, ho solo creduto che fare questo mestiere è stato dettato solo dalla passione e dall’amore verso questo paese. Credo che il giornalista somigli molto ad un maratoneta e quindi il suo lavoro di indagine, e di inchiesta, non si vede subito. Ma si vede comunque. L’ex sindaco Aldo Maggi ha dalla sua una posizione processuale per nulla invidiabile: rinviato a giudizio, proposte di rinvio a giudizio e diversi avvisi di garanzia. L’altro, Leone Claudio Romualdo, è indagato per Truffa aggravata e abuso e omissione di atti in ufficio. La posizione processuale di entrambi sta per arrivare alla fine e credo che quanto prima avremo le risposte a tutto questo. Oggi, per me, è andata così. Non mi scoraggio affatto. Anzi, mi metto a ridere pure quando “qualcuno” a mò di sfottò, appena ha saputo della sentenza di condanna in primo grado, telefonandomi mi ha detto testualmente: “Giovanni? Devo portarti le arance?” Io sempre sulla stessa linea. Dello sfottò, gli ho detto: “Grazie per l’offerta. Mancano solo le torte nella lista delle cose che mi mancano. Quanto alle arance, faresti bene a portale a qualcuno che ti è caro e che ti è stato vicino nella passata competizione elettorale”. Vado avanti, con audacia, con coraggio e senza paura. Senza guardare in faccia a nessuno. Questo sono io. Posso non piacere a più di qualcuno, normale questo. Ma sono così …

PROFONDO SUD: IL SOGNATORE E L’AVVOCATICCHIO … scrive Giovanni Caforio su “Viva Voce Web”. Russia. Ottobre 1917. Viene demolito l’impero dello zar Nicola II, i bolscevichi prendono il potere e vengono impiantati i soviet. I soviet rappresentano, nell’ideologia socialista di Trotski e di Lenin il primo passaggio che prevede la dittatura del proletariato, nella dottrina marxista, il quale deve portare dopo questa transizione all’anarchia. Impiantati i soviet nei quartieri russi e subito iniziano a ed emergere le prime figura politiche, socialiste, le quali si sentono già in grado di saper amministrare una nazione che ha appena lasciato un impero e che, faticosamente, dovrebbe avviarsi a un nuovo modello sociale, o meglio alla dittatura del proletariato.  Un rampate avvocato bolscevico, un autentico felino, crede di già che può fare tutto ciò che crede. Eletto in uno dei diversissimi soviet moscoviti gli viene dato l’incarico della gestione del bene comune. Il felino, o fellone, comincia già a capire che la sua vocazione sono i soldi, se pur nelle casse del nuovo regime erano quasi scarsi. Convinto di saper fare tutto si appropriò, direttamente o indirettamente, di tutte quelle agevolazioni economiche che il suo incarico poteva dare. Oltre il felino, però, c’era un sognatore, il quale lo teneva a debita distanza e lo controllava nel suo operato all’interno del soviet. Il sognatore collezionò ben diverse notizie su di lui e le diffuse nel quartiere. L’avvocaticchiò si arrabbiò di brutto e convocò immediatamente l’organo centrale del soviet.

Viene fissato l’incontro collegiale tra l’avvocaticchio e il sognatore con i giudici supremi del soviet a valutare l’accusa del sognatore. I giudici moscoviti ascoltano l’avvocaticchio, il quale dice: ”Compagni, è innegabile la mia vocazione socialista. Sono nato socialista e continuo in quest’opera ideologica come hanno insegnato i nostri padri comunisti. Il sognatore ha parlato di me, rappresentante del popolo, in modo ignobile e denigrandomi davanti a tutti in un incontro pubblico. Chiedo che codesto organo popolare espelli, e lo condanni in modo esemplare, dalla nostra comunità il sognatore”. Dopo l’arringa dell’avvocaticchio, ecco quella del sognatore: “Giurati popolari, sapete benissimo che il mio credo comunista era solo in giovane età. Poi sono cresciuto, come è normale per ogni essere umano. Ho visto le cose in modo diverso e da come le ho viste le ho narrate ai miei conoscenti e amici, quindi non credo di avere colpe alcune sul diritto di parlare. Se voi credete all’avvocaticchio condannatemi. Lo accetto, seppur controvoglia. Ma sappiate che l’operato dell’avvocaticchio è stato alquanto scabroso”. I giudici, dopo aver ascoltato entrambi, si ritirano nelle loro stanze. Rientrano nell’aula del soviet e decretato l’assoluzione per il sognatore. L’avvocaticchio, sentito il verdetto delle toghe rosse, si mette le mani nei capelli e comincia a strapparsi quei pochi capelli che gli sono rimasti. E’ nervoso e al passaggio casuale del sognatore davanti a lui gli batte le mani in segno di sfottò. Il sognatore è calmo e di rimando, al battito della mani provocatorio, gli risponde: ”Li mani và battili an facci a mammta. Pizzarroni cà nò se otru!”. Il 21 febbraio 2013, presso il Tribunale di Manduria, sezione staccata di Taranto, il giudice Orazio Simone mi ha assolto perchè il fatto non costituisce reato, scrive il direttore di Viva Voce Web di Sava. I fatti: nell’inverno del 2009 il Consiglio comunale savese concorda, con l’opposizione, la formazione di una Commissione bipartisan, la quale vuole indagare sulla voragine economica che si è aperta nell’Ufficio Contenzioso del nostro Comune. Il delegato amministrativo è l’avvocato Claudio Romualdo Leone, in quota PSI nella passata amministrazione Maggi. Nel 2007 il Contenzioso savese aveva sborsato, quindi dalle nostre casse comunali, la cifra di 80 mila euro ma nell’anno successivo si registrò un esborso del nostro Ente comunale di qualcosa come 500 mila euro. Alla luce di questa esorbitante differenza, l’opposizione chiese alla maggioranza del centrosinistra savese di far luce su questo enorme sbalzo economico. Costituita la Commissione, la quale si mette subito al lavoro o meglio a leggere le classiche carte e di seguito i vari pagamenti fatti dal nostro Comune a chi batte cassa per buche stradali o, in ultima ipotesi, per danni fisici derivati proprio da queste buche. Un paio di mesi di lavoro ed ecco redatto il lavoro della Commissione comunale. Detto lavoro viene consegnato direttamente all’ex presidente del Consiglio comunale Giuseppe Brigante il quale preso atto di ciò non invia tutto il carteggio alla Procura della Repubblica di Taranto. L’opposizione di allora, attuale Sindaco in testa, invia direttamente tutto il lavoro di inchiesta al Magistrato, e in questo caso si registra il defilarsi vergognoso del Partito Democratico savese, comunisti compresi, i quali non mettono la loro firma nell’Esposto che viene inviato alla Procura! Il magistrato, una volta ricevuto il carteggio, mette immediatamente in evidenza due reati: Truffa aggravata e abuso e omissione di atti in ufficio contro l’avvocato Claudio Romualdo Leone. Il nostro giornale riceve il lavoro di inchiesta e si accerta che effettivamente stanno così le cose, ovvero le indagini del magistrato che riguardano il delegato amministrativo sopra citato. Ora, cosa dicevano queste carte ricevute dalla Procura tarantina? Andiamo per ordine: il delegato amministrativo Claudio Leone aveva liquidato danni derivati dalle buche in diverse situazioni. Una buca riparata, con rilievo fotografico esibito dal pretendente, il giorno ics veniva liquidata, per il danno “subito” il giorno zeta. Quindi se la buca veniva riparata ad esempio il giorno 15 di un determinato mese ecco pronta la richiesta di danno subito il giorno 25 sulla stessa buca, la quale risultava di fatto già riparata! E su questo caso, e non era solo un caso, il magistrato ha puntato la sua indagine. In altri casi sono stati liquidati danni, sempre in virtù di stè maledette buche stradali, vedendo l’avvocato Claudio Leone sia avvocato dell’accusa (cliente) sia avvocato della difesa (nostro Comune) e questo deontologicamente non si può fare, o meglio non si è mai visto che un avvocato difende sia l’accusatore che l’accusato. Mai! Andiamo avanti, ma divento riduttivo in quanto di esempi nel lavoro della Commissione sono tantissimi, risulta anche che la figlia dell’avvocato Leone, sempre in virtù di una buca stradale, si fa male (forse andando in bicicletta o altro) e chiama ai danni il nostro Comune. Bene, o meglio vediamo bene come funziona questo. Il padre, Claudio Leone, liquida il danno subito dalla figlia in diverse migliaia di euro e in questa liquidazione è compresa anche la percentuale di invalidità (o di danno fisico subito). Voi vi direte: siamo d’accordo con quanto sopra, ma che centra questa ultima citazione? Certo tutti i nostri figli possono cadere in una buca stradale, e Sava è la regina delle buche, e quindi può farsi male anche la figlia del Leone. Ma nella liquidazione dei danni fisici subiti dalla ragazza, i quali corrispondono a diverse migliaia di euro, non è consentito il solo parere del delegato amministrativo (e qui credo che ci sarebbe anche un conflitto evidentissimo di interessi, in quanto il padre liquida un danno subito dalla figlia) ma ben sì il parere di una Commissione medica la quale è la sola in grado di valutare se c’è un danno fisico o meno e di che portata pure. Finita questa descrizione, sommaria per la verità, il nostro giornale riportò in prima pagina la notizia delle indagini che vertevano su Claudio Leone. Chiedevamo le dimissioni del Leone in attesa che il magistrato facesse luce sul suo operato amministrativo. Il nostro giornale appone un dazebao in Piazza San Giovanni (incriminato in questo mio rinvio a giudizio). Apriti cielo! Fioccano denunce! Andiamo a questa assoluzione: sono stato difeso egregiamente dall’avvocato Salvatore De Felice (il quale spesso scherzosamente, e volentieri, mi dice, che oltre a tagliarmi la lingua sono le mani che devono esserlo per prima cosa!) il quale nella sua arringa ha posto in prima battuta il diritto di cronaca, seppur con toni forti ma correlati dai fatti, o meglio delle indagini in corso che vedevano il Leone indagato per Truffa aggravata e Abuso ed omissione di atti in ufficio. La difesa del Leone ha voluto a tutti i costi voler dimostrare che la data del dazebao era antecedente alla decisione del magistrato sul carteggio inviato dall’opposizione savese di allora. Il giudice Orazio Simone ha sospeso il dibattimento chiedendo al Cancelliere la richiesta da inviare immediatamente, via fax, alla Procura di Taranto, per accertarsi di questo. Richiesta avvenuta: il dazebao aveva data maggio 2010, la Procura di Taranto aveva già iscritto nel registro degli indagati il Leone nel settembre del 2009. E’ stata una bella assoluzione ma, ricordo ai nostri lettori, che nelle cose ci vuole coraggio, solo coraggio. E non dobbiamo mai abbassare la testa quando vediamo che in genere, chi è stato designato al bene comune, di seguito ne fa un bene proprio. Destra o sinistra non ci importa affatto! E non ci dobbiamo lamentare sempre con il classico”tutti sono uguali, tutti sono alla stessa maniera”. No, non ci dobbiamo mai abituare a questo concetto. Altrimenti la nostra democrazia perde punti e quando una democrazia perde punti non li perde soltanto un direttore garibaldino come me, ma li perdete tutti e tutti saremo meno liberi. Pensateci bene …

E non è tutto: lo stesso giorno anche Maria Luisa Mastrogiovanni è assolta. Casarano. 'Il fatto non sussiste'. Il giudice Sergio M. Tosi ha assolto con formula piena la direttora del Tacco dall'accusa di diffamazione verso Paolo Pagliaro. Dopo la richiesta di assoluzione da parte dell'accusa, il giudice del Tribunale di Casarano dott. Sergio Tosi, ha assolto Maria Luisa Mastrogiovanni per tutti e 12 i capi di imputazione. Il fatto non sussiste. E' la sentenza con la quale è stata assolta dall'accusa di diffamazione a mezzo stampa la giornalista Maria Luisa Mastrogiovanni, direttore del Tacco d'Italia. A portarla davanti al Tribunale penale di Casarano, presidente Sergio M. Tosi, è strato Paolo Pagliaro, editore televisivo salentino molto noto, a sua volta protagonista di alcune vicissitudini giudiziarie, ma come imputato. Proprio queste vicende (l'uomo subì anche gli arresti domiciliari per un'inchiesta della procura barese, il cui processo è stato stralciato dal troncone principale nel quale è stato invece condannato l'ex ministro Fitto), insieme ad una serie di irregolarità e stranezze nella conduzione della sua azienda, costituirono l'oggetto di una corposa inchiesta di copertina de Il Tacco d'Italia, andato in edicola nel dicembre 2005. Un servizio molto ampio, dettagliato e documentato come bella consuetudine di questa testata, corroborato anche da autorevoli testimonianze, come quelle del giornalista Marco Travaglio e dell'allora presidente dell'Ordine dei giornalisti di Milano, Franco Abruzzo. Nell'udienza odierna il pm ha chiesto l'assoluzione dell'imputata, non avendo ravvisato nel dibattimento gli elementi che avevano invece indotto il pm dell'istruttoria, dottor Antonio De Donno, ad individuare ben 12 punti sui quale chiedere (e poi ottenere) il rinvio a giudizio di Mastrogiovanni. La parte civile, rappresentata dall'avvocato Angelo Pallara, ha chiesto la condanna della giornalista, sostenendo il suo reiterato intento "persecutorio" nei confronti del suo assistito; la difesa, rappresentata dall'avvocato Massimo Manfreda, ha invece rivendicato non soltanto la correttezza dell'impianto giornalistico dell'inchiesta su Pagliaro (il cui titolo era "L'impero virtuale") ma, soprattutto, il sacrosanto diritto dell'informazione a dare notizie ed elaborare critiche. "Specialmente quando l'oggetto dell'attenzione professionale è un uomo pubblico", ha sottolineato Manfreda. Oggi, più di ieri, Pagliaro è "pubblico" essendo addirittura candidato alla Camera con un partito di destra, dopo essere stato candidato nelle primarie per diventare sindaco di Lecce.
Massimo Manfreda ha concluso con la famosissima battuta di Humphrey Bogart, giornalista nel film L'ultima minaccia, del 1952. "E' la stampa, bellezza".

SPECIALE PAOLO PAGLIARO E TELERAMA

L'impero virtuale

SPECIALE PAGLIARO STORY. Le inchieste incriminate e assolte, le 20 (suppergiù) querele e diffide. Il dovere d'informazione e il diritto di sapere. Gli scheletri nell'armadio e le ombre di un uomo politico che è anche un editore. Da Il Tacco d'Italia n.21. Pubblichiamo la prima parte dell'inchiesta su Paolo Pagliaro, uscita sul numero 21 del Tacco d'Italia. Pagliaro: l'impero virtuale. Il gruppo Mixer Media Management, i suoi paraventi e i suoi problemi. Un impero di facciata. Cioè maestoso nella sua struttura, ridondante nell'autoreferenzialità, ma fragile nelle sue fondamenta cartacee. Fragile, perché virtuale, perché parte di ciò che è dichiarato essere vero, vero non è. E quello che sembra a posto contiene elementi di dubbio. Proponiamo subito il sommario di quest'inchiesta che, probabilmente, non riusciremo ad esaurire in una sola puntata, avvertendo che quanto abbiamo scritto siamo in grado di documentarlo: i direttori dei telegiornali di Paolo Pagliaro non sono responsabili davanti alla legge ma soltanto, nella migliore delle ipotesi, coordinatori e organizzatori del lavoro giornalistico; una delle due testate televisive (leggi Tg) addirittura non esiste in base alle norme; la proprietà effettiva di una televisione è messa in discussione in un processo in corso che si annuncia molto complicato per l'attuale editore; la cooperativa dei giornalisti e di quasi tutti i dipendenti è controllata dall'editore-cliente tramite le nomine dei suoi vertici, la pattuizione e l'erogazione dei compensi individuali; i locali di una rete tv e di tutte le radio del gruppo non rispettano le basilari norme sulla sicurezza del lavoro, sono subissate da carte bollate e sono l'obiettivo di prossime ispezioni da parte della Asl e dei Vigili del Fuoco, perché in odore di "inagibilità"; le società che costituiscono il "Gruppo Mixer Media Management" - che comunque non risulta da una "visura Cerved" - sono riconducibili tutte ad un unico soggetto: Paolo Pagliaro. Proprietario, editore e, tramite l'amico e sodale Max Persano, controllore diretto di tutte le testate, televisive e radiofoniche, persino una di "agenzia giornalistica", la "Comunication" (con una sola "m"). Il Gruppo. Paolo Pagliaro è un imprenditore che deve parte del successo alla sua fantasiosità. Molte delle intuizioni di marketing sono diventate dei veri e propri brand; alcuni sono innocui, come il roboante "Gruppo Mixer Media Management", e la concessionaria di pubblicità "K.&C.". Sono entrambe sigle, tecnicamente si chiamano "insegne", che è facile trovare su carte e buste intestate, modulari di contratti, perfino negli spot autopromozionali. Altri sembrano meno innocui. Queste le società che la cosiddetta "visura Cerved" (accessibile via Internet molto facilmente) attribuisce a Paolo Pagliaro in quanto amministratore unico, socio unico o presidente del Consiglio di amministrazione: Telerama (srl con socio unico, capitale sociale 998mila euro, ricavi per un milione e mezzo di euro, una perdita d'esercizio di quasi 100mila euro al 31/12/03. In quel 2003 nessun dipendente dichiarato, nel 2001 ne risultavano 4. Un indice di liquidità del 106,5%); Radiosalento (srl, amministratore unico); Radiorama (srl, amministratore unico); Broker p.r. (srl, amministratore unico); Techno (srl socio unico); Comunicazione & servizi (srl socio unico); Consorzio circuito Top Tv Puglia (presidente del consiglio di amministrazione); Sestante (srl, amministratore unico); Editoriale Il Corsivo spa (Presidente del consiglio di amministrazione. Dichiarata fallita). Telerama ha un capitale sociale di quasi un milione di euro. Nell'ultimo esercizio ha perso oltre 97mila euro. I direttori irresponsabili. L'emittente Rts fa informazione giornaliera tramite tg ogni ora e il programma "Talk Sciò" è condotto con grande successo dal direttore Giuseppe Vernaleone. Entrambi, emittente e direttore, andrebbero catalogati nelle categorie dei Sedicenti o dei Virtuali, perché né Rts né questo collega sono registrati presso il Tribunale di Lecce. Almeno fino alla tarda mattinata del 17 novembre 2005. Rts nasce sulle spoglie di Telesalento, il cui direttore era (ed è, dal 2003) quel Massimo (Max) Persano, amico di sempre di Pagliaro, l'unico della vecchia guardia di professionisti e collaboratori (insieme a Titti Carratu e a pochissimi altri, due o tre che incontreremo più avanti con incarichi "sociali" di una certa rilevanza). A sua volta Telesalento è rinominata così dopo essere stata acquistata con il nome Tv 10. Come e da chi? Più avanti i divertenti dettagli, anch'essi "incartati" in un processo civile in corso di celebrazione. Qui proseguiamo con l'elenco dei Sedicenti o Virtuali perché dobbiamo tirar dentro anche una collega che stimiamo, Gabriella Della Monaca che non è, purtroppo per lei e per i telespettatori che ogni sera ne hanno letto il nome con questa qualifica sul "gobbo" di chiusura di ogni edizione (nella nuova impaginazione è stranamente scomparso), il direttore responsabile di TeleRama, la maggiore testata televisiva locale del Salento, ma al più, il facente funzioni. Ed anche in questo caso, fatta la verifica di rito, abbiamo scoperto che: per il Tribunale, "direttore responsabile" è Max Persano. Da ben 12 anni. Scopriamo che neanche il compianto Domenico Faivre, benché potesse insegnare giornalismo, ha mai avuto questa qualifica. Il vero direttore responsabile di Telerama non è Gabriella Della Monaca, ma Max Persano. Da 12 anni. Quindi, concludendo, è Paolo Pagliaro per interposte persone ad avere il controllo delle sue due emittenti, pur poggiandosi su due figure "tecnico-professionali", una giuridica del suo amico più caro Persano che firma entrambe le Testate, l'altra bicefala: i due giornalisti che dirigono quel che al padrone non interessa dirigere. Le controlla anche visivamente, le sue emittenti, l'attento padrone: di fronte alla sua scrivania ha un pannello di otto o dieci monitor sintonizzati sulle sue e sulle tv concorrenti e nazionali. Per far capire meglio, lettori e avvocati: se qualcuno querela per diffamazione TeleRama, a risponderne è, in solido con l'azienda, Massimo Persano non Gabriella Della Monaca; se la querela arriva a Rts non ne risponde nessuno, a meno che il diffamato non si dia da fare a ricostruire, a ritroso, tutto il percorso che Pagliaro ha fatto compiere alla vecchia Tv 10, poi Telesalento, infine Rts. Tanto meno, in tal caso, ne risponderebbe lo zelante Vernaleone che è davvero il più virtuale del mazzo. Per completezza d'informazione, abbiamo sentito il dovere di documentarci anche in questo caso. Da due presidenti regionali dell'Ordine dei Giornalisti ci è stato risposto che l'editore non può nel modo più assoluto trasmettere un tg non registrato, quindi clandestino a tutti gli effetti. Rischia la sospensione o addirittura la revoca della concessione e una serie di sanzioni pecuniarie che, presumibilmente, terranno anche conto delle movimentazioni economiche legate a questa tv, che si vede benissimo, ha successo eppure non è improprio definire "virtuale"; come "virtuale" è il direttore responsabile, il quale, a parte la brutta figura, rischia molto meno: un procedimento disciplinare se il caso viene sollevato anche davanti all'Ordine professionale, lievi sanzioni pecuniarie se viene individuato come soggetto agente in concorso con l'editore. Se veramente l'editore pubblica la dicitura "direttore responsabile" e questo fosse certamente dimostrabile, potrebbe andare incontro anche all'accusa di falso in atto pubblico e alla violazione delle norme relative alla registrazione dei giornali e alla dichiarazione dei mutamenti, previste dagli art. 5 e 6 della legge sulla stampa (n. 47 del 1948). Vale per Gabriella (finché è stata qualificata così), non per Vernaleone. Il giornalista ripetiamo non va incontro ad alcuna sanzione, del falso potrebbe essere chiamato a rispondere disciplinarmente davanti all'Ordine o potrebbe rispondere di concorso nel momento in cui si accerti che il collega era d'accordo con l'editore. Tutto molto tecnico, vero? Forse addirittura fastidioso, ma se si vuole informazione non truccata occorre stare nelle regole, di forma e di sostanza: e qui c'è molto cattivo odore di illegalità. Saremmo curiosi di sapere come reagirebbe Pagliaro se un suo concorrente fosse giuridicamente così male attrezzato, come è la sua RTS. Cioè: noi lo sappiamo bene (sappiamo di un tentativo posto in essere ad altissimo livello per far cessare l'attività di un competitore salentino), ma lo lasciamo immaginare ai lettori. E a proposito di regole, ecco un'altra perla. La Cooperativa C.C.C. Per i giornalisti, così come per quasi tutti i dipendenti di Pagliaro, il rapporto di lavoro è gestito da una Cooperativa, la seconda nella storia del "virtuale" Gruppo Mixer Media Management, perché la prima fu dichiarata fallita in seguito a vicende di cui sappiamo molto ma che, per ragioni di spazio, anche in questo caso non approfondiamo, perché lontane nel tempo (ché, se dovessimo andare indietro, troveremmo, ben più importante, lo scandalo delle false fatturazioni di Telerama, per cui andò in galera una mezza dozzina di personaggi eccellenti). Le Cooperative giornalistiche sono spesso un escamotage, sono attaccabili solo da qualcuno dotato di autorità ispettiva (come l'Inps, l'Inpgi, l'Ispettorato del Lavoro, eccetera) o dai lavoratori, ciò non di meno moralmente riprovevole; serve a sottopagare il lavoro, non avere doveri contrattuali rispetto ad orari e carichi, non riconoscere i diritti sindacali, non garantire pienamente e puntualmente le contribuzioni previdenziali. I ragazzi della C.C.C., nessun professionista e non tutti pubblicisti, che vivono l'effimera soddisfazione della notorietà televisiva (la formidabile leva che Pagliaro sa brandire con grande e riconosciuta sagacia, anche all'esterno), producono la materia prima della fortuna imprenditoriale del capo, ben sapendo, costoro, che hanno un futuro personale e previdenziale solo se se ne vanno da lì. Molti l'hanno fatto, molti vorrebbero farlo ma non possono perché non c'è mercato, e debbono accettare tutto. Siamo rimasti colpiti dalla posizione assunta dalla collega Della Monaca (che si firmava in calce "direttore responsabile") in occasione dello sciopero generale dei giornalisti: la redazione di TeleRama aderiva non perché la categoria è sfruttata dagli editori, come in tutta Italia, con lavoro precario, sommerso e senza garanzie, ma perché c'è il rischio che la Finanziaria tolga un po' di finanziamenti delle emittenti private! La Cooperativa funziona così: ciascun dipendente-collaboratore (cioè i giornalisti delle varie testate, i tecnici, i registi, tutto il personale che ruota attorno al Gruppo) stipula con essa un contratto per la prestazione di servizi. La C.C.C. a sua volta, per il tramite dei suoi vertici, stringe accordi con l'editore per l'erogazione di quei servizi (non solo giornalistici ma anche tecnici, amministrativi, ecc.). Tra i vertici, con la carica di vicepresidente del CdA, il solito Max Persano il quale aveva a suo carico, nel 2004, pignoramenti esattoriali e ipoteche legali per più di 800mila euro (non sappiamo se collegabili alla Cooperativa o ad altre aziende) che nel 2005 spariscono. Evidentemente pagati. Persano sta al timone effettivo del polmone lavorativo del Gruppo, decide praticamente tutto insieme a Pagliaro. E' direttore responsabile di ben cinque testate giornalistiche: Telerama, Telesalento (ovvero Rts), Comunication-agenzia d'informazione quotidiana, Caribe news, Jet Radio (tanto risulta al Tribunale al 17 novembre). Uno stress pazzesco. TeleRama. E' l'ammiraglia che va a gonfie vele, è il punto di riferimento assoluto e riconosciuto dell'informazione locale, blandita e temuta dal potere politico, arma letale ("Telearma", è rinominata dagli addetti ai lavori: ne sanno qualcosa in questo periodo importanti amministratori del Comune di Lecce) se qualcuno si mette di traverso, possente macchina di consenso e amplificatore di ogni iniziativa se qualcun altro va d'accordo con Pagliaro (dalla Provincia invece non ci sono giunte lamentazioni). La società è per il 100% di Pagliaro, il suo capitale sociale depositato sfiora il milione di euro. Drena migliaia di ore di pubblicità ogni anno, tabellare e di favore, palese e indiretta perfino negli spazi dell'informazione. Insomma è una potenza totale, perfetta e bellissima. Eppure è in perdita. Non tanto, ma quanto basta per tenere in vita gli altri parametri. Guardiamo dentro alle cifre ufficiali, sia pure parzialmente per non annoiare il lettore, ed anche perché parte delle risorse vengono permutate in beni e servizi, secondo la formula del "cambio merce", una tecnica triangolare di fatturazioni che Pagliaro utilizza appena può per pagare con pubblicità e non con denaro sonante fornitori, consulenti, prestatori d'opera, negozi, concessionarie d'auto eccetera. Dal conto economico, ultimo per noi disponibile, risulta che al 31/12/2003 la perdita di esercizio è stata di 97.807 euro; il suo Roe, return on equity, cioè il rapporto fra utile d'esercizio e patrimonio netto, cioè la redditività dell'azienda in relazione all'investimento è di -8,2 %, mentre l'indice di liquidità, il coefficiente che mette in relazione l'attivo e le rimanenze con il passivo, è 106, 5 %. Piccola perdita, né infamia né lode sugli altri fronti. Uno dei collaboratori di rango defenestrati da Pagliaro in questi ultimi anni, ci ha detto che nel solo 2004, al lordo dei costi di gestione, il Gruppo Pagliaro ha prodotto pubblicità e servizi per oltre sei milioni. Detratti i costi, quasi tutti conglobati in favore della cooperativa C.C.C. (bollette, oneri vari e affitti a parte), come abbiamo visto, l'emittente-corazzata non riesce a fare attivo. RTS. Si vede ma non c'è. Come già detto, per il Tribunale di Lecce-Registro della stampa, questa testata giornalistica che va in onda quotidianamente con programmi di informazione e pubblicità non esiste. Il presidente dell'Ordine di Lombardia, il mitico Ciccio Abruzzo, la definisce "clandestina" (rammentiamo che la legge istitutiva dell'Ordine dei giornalisti italiani è legge dello Stato). Esiste però "Studio 10 News TS Telegiornale Salento" (di fatto si tratta di TeleSalento, ex Tv 10); direttore responsabile del telegiornale è dal 2003 Max Persano, proprietario è "Il Circolo srl", oggi "Comunicazione & Servizi srl" di cui è amministratore Massimo Pezzuto, un collaboratore factotum di Pagliaro. Rts trasmette sulle frequenze dell'ex Tv10, che la "Punto casa servizi immobiliari" di Lecce ha acquistato da Antonio Fasano e Carmine Mosticchio per una cifra pattuita di un miliardo e 400 milioni di lire. La "Punto casa" ha ceduto tutte le quote de "Il Circolo" alla Broker srl di Pagliaro che, tramite Maria Antonietta Carratu (la fida Titti) e Massimo Pezzuto, diventa il vero proprietario e amministratore unico. RTS trasmette, fa informazione e profitti, ma per la legge non esiste. Direttore responsabile? Persano. Da notare che queste due persone sono qualificate "prestanome" in un atto depositato. E' tuttora in corso presso il Tribunale civile di Lecce un processo per la riappropriazione di tutte le quote de "Il Circolo", e dunque di Telesalento, da parte della "Punto casa": motivo? Il più scolastico: Pagliaro non ha pagato con la puntualità prevista le rate. Ma, nel frattempo, il nostro, sempre secondo documenti in nostro possesso, ha venduto una preziosissima frequenza su Otranto (un'area molto appetita per le difficoltà di irradiazione che presenta), che era nella disponibilità della società che possedeva Tv10. Insomma un guazzabuglio cui il Tribunale metterà ordine ripristinando diritti e doveri. La 488. Pagliaro fa lavorare anche i penalisti, non solo i civilisti, i fiscalisti e gli amministrativisti. Tutti di gran nome. E' imputato di concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato, in seguito ad indagini di p.g. condotte dal pm Imerio Tramis dopo l'arresto di Gianfranco Napolitano, il noto consulente aziendale accusato di essere al crocevia di una serie di truffe milionarie (all'epoca erano miliardarie) messe in atto grazie alla Legge 488 che erogava finanziamenti alle imprese; l'inchiesta, partita all'inizio dell'estate 2004, ha già portato all'arresto di una decina di persone, tra imprenditori, dipendenti e funzionari di varie zone d'Italia, naturalmente oltre alla cattura di Napolitano che ha fatto due periodi di detenzione a San Nicola: dopo il primo, durato meno di dieci giorni, ha scritto un libretto leggero ed autoironico, dopo il secondo ha dettato pagine e pagine di verbale alla Procura, avendo deciso di collaborare quando ha capito, definitivamente, che il cosiddetto impianto accusatorio di Tramis era inattaccabile. Per capire meglio il contesto, è bene soffermarsi in breve su quest'inchiesta, la mamma di tutte le truffe recenti, una vicenda che non sta certamente aiutando l'immagine del Salento. Per venire a capo della montagna di informazioni contenute nella preziosa memoria del personal computer dell'avvocato Napolitano (il consulente non è dottore commercialista), la Procura ha ingaggiato un perito, tra i più stimati e preparati in circolazione, il quale è stato praticamente precettato, insieme ad una squadra di p.g. della Guardia di Finanza, fino al 2011, tale essendo la data-limite stimata entro la quale il lavoro dovrebbe essere completato. Non si tratta, infatti, soltanto di verificare l'elenco delle pratiche 488 istruite dallo Studio Napolitano, ma di accertare quali di esse contengano "fumus" di irregolarità, poi entrare in ciascuna di esse, disporre perizie sulle attrezzature, verificare ed incrociare le fatture fra acquirenti e fornitori, gli anni di produzione eccetera. Ecco come l'obiettivo prescrizione, come vedremo fra poco, non è più un miraggio per gli imputati. Lo schema della linea difensiva di Pagliaro (Studio Corleto), per come l'ha ricostruita il Tacco d'Italia, sembra semplice quanto concreta. Abbandonata ogni ipotesi di "resistenza" si è percorsa quella più ragionevole dell'ammissione delle responsabilità contestate e della collaborazione con il giudice dell'accusa, il cui primo passaggio, "dolorosissimo" per l'editore Pagliaro (il cui attaccamento al denaro è proverbiale), non poteva essere che restituire il malloppo nell'esatta misura in cui è stato incassato: la conversione in euro di 2.050.000.000 di lire. Può essere il primo passo verso il patteggiamento ma non è detto, quel che è certo, rifondere lo Stato serve ad alleggerire la propria posizione ed evitare il rischio delle manette. Per la verità l'accordo bonario doveva essere perfezionato in tempi solleciti, come è accaduto per altri, ma, tardando l'oblazione pattuita, il pm si è visto costretto alla prova di forza ordinando l'apposizione dei sigilli su macchinari ed attrezzature di TeleRama e RadioRama, lasciandone all'editore l'uso, fino a quando il Pagliaro non ha, appunto, risarcito lo Stato (del maldestro quanto grave tentativo di soffocare questa grossa notizia, per altri casi trattata con il dovuto risalto dai mezzi di Pagliaro, il Tacco ha dato conto il mese scorso nel commento di Adolfo Maffei). Truffa in ambito 488. Per evitare il carcere Pagliaro ha restituito i soldi del finanziamento: un milione di euro. Primo passaggio si diceva. Gli altri saranno calibrati per raggiungere l'obiettivo dell'agognata prescrizione e ritmati dal calendario e dal carico di lavoro del dottor Tramis il quale ha la completa potestà, per "motivi di giustizia" che sono nella sua esclusiva competenza, di decidere se dare impulso maggiore alle indagini in cui non vi è la collaborazione degli indagati. Per dirla con un'immagine giornalistica, pensiamo che i fascicoli delle truffe per la 488 compongano una pila: più in basso sarà, meno propulsione riceverà e più tempo sarà disponibile all'imputato per raggiungere la prescrizione prevista dall'art.157 del codice penale. Se lo scenario è verosimile, a conti fatti, l'editore di Telerama non corre eccessivi rischi di vedersi alla sbarra di un dibattimento imbarazzante accanto all'ex amico Gianfranco Napolitano. Per una questione di tempi tecnici: se lo aiuta il carico di lavoro del dottor Tramis (la collocazione nella famosa "pila") se si va al processo, se l'editore viene condannato in primo grado, in Appello ed infine in Cassazione, tutta questa storia sarà vicina al limite della prescrizione. A meno che il diavolo non rimetta la coda dove non dovrebbe e si materializzi sotto forma di qualcuna delle altre grane che l'editore ha qua e là. Come il decreto ingiuntivo che gli ha spedito a mezzo ufficiale giudiziario una società riferibile a Gianfranco Napolitano per un compenso di 30mila euro di parcella per la pratica 488 dello scandalo, mai pagata (Pagliaro, ovviamente, ha opposto il decreto stesso). Locazioni. Un'altra di queste grane, finora solo civilistica, è legata al complesso rapporto di Pagliaro con l'avvocato Fabio Chiarelli, già consulente del nostro, nonché proprietario degli immobili di via Marugi, sede storica delle aziende dell'editore. Lì è rimasta TeleRama dalla nascita al recente trasferimento alla zona industriale, lì si trovano ancora tutte le radio e gli studi di RTS. Lunghi anni di locazione non sempre facile (primo contratto intestato alla prima moglie di Pagliaro, per la Publipi, la concessionaria di allora: 1/12/1989, 300mila lire mensili), rapporti che s'incrinano sino ad interrompersi in maniera brusca contemporaneamente alla fragorosa rottura di Pagliaro con un altro dei suoi storici collaboratori e soci (diretti o indiretti): Antonio Bruno, amministratore unico della sas "J&B", il ramo del gruppo che si occupa di eventi, sfilate di moda e spettacoli. Dall'oggi al domani alla sua scrivania gli fa trovare Ezio Candido; in pratica lo mette in mezzo ad una strada. Bruno non se ne starà con le mani in mano, naturalmente. E' un professionista affermato, il suo valore è riconosciuto ed è già al lavoro. Inoltre si sta tutelando a dovere. Questa vicenda sembra la fotocopia di tantissimi altri rapporti personali e professionali interrotti, alcuni brutalmente, da Pagliaro. Basti citare i più importanti: Pompilio Guerrieri, Renato Gorgoni, Adolfo Maffei, Pino Fasanelli, Giovanni Rizzo, Giuseppe Dell'Anna, Ennio De Leo, Sileno Bray e, l'ultimissimo in ordine di tempo, il direttore generale Ezio Candido. Ma nella vicenda dei contratti d'affitto, apparentemente banale, c'è un piccolo baco che non è insignificante come sembra: è il contratto d'affitto della sede della società di cui Antonio Bruno è amministratore, al primo piano di via Marugi, dove si trovano anche l'ufficio del presidente Pagliaro, la sede della concessionaria di pubblicità (che nel frattempo ha cambiato nome e si chiama Broker p.r., amministratore unico Pagliaro), lo studiolo del direttore generale e altri ufficietti e stanzini vari, alcuni dei quali ricavati da lavori di copertura di terrazzi e terrazzini effettuati abusivamente da Pagliaro e, solo in parte, condonati da Chiarelli. I locali di via Marugi che ospitano la redazione e gli studi di RTS, nonché le radio del Gruppo, sono fuori legge. Che cosa è accaduto? Che Bruno, allontanato in malomodo e senza preavviso, ovviamente non paga più l'affitto dei locali e Chiarelli sfratta l'inquilino moroso, cioè il legale rappresentante della sas "J&B", con sede legale in via Marugi 32. Il proprietario non esegue materialmente lo sfratto perché si trova di fronte ad una difficoltà oggettiva: il possessore del suo immobile (una società di Pagliaro) è diverso dal conduttore (Antonio Bruno). Infatti, alcuni mesi dopo, il 18 giugno 2003, si presenta un ufficiale giudiziario che pretende la restituzione dei locali per conto dell'avvocato Chiarelli, e vi trova Maria Antonietta Carratu (la Titti, 46 anni, segretaria particolare e custode di quasi tutti i segreti del capo) la quale afferma che il possessore dell'immobile è la concessionaria di pubblicità del gruppo radiotelevisivo, la Broker p.r., che possiede anche gli impianti di condizionamento, di illuminazione, i computer eccetera. Il relativo verbale di sfratto contiene anche la rilevazione di "un vano cucina abusivo"; l'ufficiale giudiziario prende nota, effettua un sopralluogo stanza per stanza per verificarne le buone condizioni generali e se ne va. Quindici giorni dopo lo stesso funzionario si ripresenta e trova l'immobile svuotato di tutto e quasi completamente devastato al suo interno: annota e fotografa buchi nel pavimento, nei muri, serrature divelte e stima i danni in circa 20mila euro che entrano nella denuncia penale dettagliata che l'avvocato Chiarelli, presente ad entrambi i sopralluoghi, sporge contro Paolo Pagliaro pochissimi giorni dopo, chiedendo l'imputazione dell'editore per appropriazione indebita e danneggiamenti. Collateralmente la polizia giudiziaria compie una perquisizione nella villa dell'editore, a due passi dagli uffici nel Complesso Marugi, e vi trova un paio di serrature che non dovevano stare là. Nell'ottobre 2003 il Tribunale civile dispone un accertamento tecnico preventivo sulle condizioni dell'immobile che conferma la stima di circa 20 mila euro di danni. E la pratica va. Due anni dopo, ecco un'accelerazione inopinata. Il pomeriggio dell'11 ottobre 2005 una squadra del Nucleo di vigilanza edilizia del Comune di Lecce, sezione di Polizia giudiziaria, bussa alla porta degli studi di RTS, RadioRama e altre radio, al piano interrato di via Marugi e al primo piano dove hanno sede gli uffici della Broker. Allarme generale e panico incontrollato: il grancapo è fuori città, il "direttore" Vernaleone ordina ad un cameraman di riprendere gli ufficiali che si apprestano a fare l'accertamento, accompagnati da un tenente della Polizia municipale, contro la loro volontà, si convoca il (nuovo) legale di fiducia avvocato Fabio Valenti, noto volto televisivo, il quale non può far altro che assistere al sopralluogo per conto del suo cliente e verbalizzare alcune precisazioni in favore del suo assistito. La squadra della Vigilanza rileva alcune irregolarità: chiusura di balconi non condonati, costruzione di un vano di quasi 25 metri quadrati abusivo, altezza dei locali dei seminterrati di soli due metri e mezzo, unificazione degli studi televisivi con box e sottonegozi in difformità delle licenze edilizie originarie, modificazioni con strutture murarie, opere verticali in cartongesso e vetro. Non è competente questo organismo a sanzionare il mancato rispetto degli standard di sicurezza per le persone che lavorano in quella specie di bunker sotterraneo che, nelle ore di maggior impegno, supera le 12/15 unità, tra giornalisti, tecnici, operatori radiofonici: tutti collegati con l'esterno da una sola via di fuga, passando per un'angusta scala a chiocciola della larghezza di un metro. Ma può segnalarlo a chi di dovere e tre giorni dopo, il 14 ottobre scorso, parte una segnalazione "d'urgenza" alla Asl-Dipartimento di prevenzione e ai Vigili del Fuoco in cui, tra l'altro, si denuncia che le attività degli studi radiotelevisivi si svolgono al piano terra e nel seminterrato senza "le più elementari misure di sicurezza ed in violazione delle più elementari normative sulla salubrità degli ambienti". Inoltre i locali sono privi di certificato di agibilità per uso studio radiotelevisivo. L'ultima tegola di questa frana è di pochissimi giorni fa. Il 21 novembre il Settore urbanistica del Comune di Lecce invia a Radiorama, a Pagliaro, quindi, all'avvocato Chiarelli, proprietario degli immobili e al Nucleo di vigilanza dello stesso Comune di Lecce, un rapporto dettagliatissimo in cui si evidenzia una lunga serie di motivi per i quali l'ordinanza dell'allora sindaco Corvaglia, che autorizzava la società Radiorama a svolgere attività radiotelevisiva, viene annullata d'ufficio. Quella nota sindacale, depositata senza data presso un notaio a suo tempo, "si caratterizza per l'atipicità dei suoi contenuti, il suo carattere sommario, l'assenza di data e di riferimenti a qualsivoglia attività istruttoria, ed in ogni caso, per la sua inidoneità sia formale sia sostanziale, a disciplinare in maniera definitiva i rapporti giuridici sottesi". Insomma, secondo questa relazione, il buon don Ciccio Corvaglia, firmò una cosa che non doveva firmare. La signorina Carratu dichiarò a verbale che comunque, il 31 gennaio 2006, tutti i locali sarebbero stati lasciati liberi. Nel frattempo le radio vanno e RTS pure. Cuore amico. Come la vendemmia, l'iniziativa solidaristica del gruppo Pagliaro è stagionale: inizia in sordina a fine settembre e si conclude con uno sforzo concentrato ai primi di dicembre. Siamo già alla quinta edizione. Funziona così: c'è un Comitato scientifico che prende in esame le richieste di aiuto di bambini portatori di handicap (concorso nelle spese per interventi, protesi, carrozzine, automobili speciali, eccetera), parallelamente inizia la raccolta di fondi tramite salvadanaio, donazioni e iniziative collaterali organizzate in tutto il Salento e finalizzate allo stesso, nobile scopo. Ogni anno si toccano cifre importanti e i risultati sono veramente encomiabili. Poi ci sono i main sponsor, un gruppetto di aziende che garantisce molte decine di migliaia di euro per far andare la "macchina". Ma, mentre le cifre delle donazioni per i bambini sono monitorate e, sostanzialmente, controllate da tre "garanti" (che prestano anche la loro faccia per gli spot), quelle per l'organizzazione no. Il Tacco, anche in questo caso, ha cercato di documentarsi; abbiamo chiesto informazioni al Comitato di Cuore amico su incassi, spese, personale utilizzato. Non abbiamo avuto risposta in tempo utile per la stampa di questo numero, nonostante l'abbiamo sollecitata, se arriverà la utilizzeremo per il prossimo. Cuore amico è un'operazione trasparente, tranne per la voce "costi di gestione". Gli spot sono gratuiti? In particolare ci interessa sapere, per quel dovere di trasparenza che Pagliaro non manca mai di sottolineare: a quanto ammonta il contributo totale degli sponsor; se gli spot su radio e tv del gruppo sono gratuiti, come dovrebbe essere, essendo il Gruppo mixer media management la "casa" di Cuore amico, ovvero (Dio non voglia) a pagamento: cioè le aziende di cui Pagliaro è amministratore unico (Telerama e Broker pr) traggono profitto dagli spot di Cuore Amico o quanto percepiscano in più i collaboratori per dirette, non-stop, ecc.; quante sono le persone che vengono aggiunte ai dipendenti soci della cooperativa C.C.C. per prestare la loro opera professionale per Cuore Amico; infine se i garanti sono a conoscenza delle cifre suddette o se il loro apporto di "garanzia" è richiesto solo per i salvadanai e il resto, esplicitamente destinato ai bambini. Insomma, caro Pagliaro, quel Cuore è Amico solo dei bambini con handicap o anche suo?

"RTS è clandestina".

SPECIALE PAGLIARO STORY. Pubblichiamo la seconda parte dell'inchiesta, al centro del procedimento penale per diffamazione intentato dall'editore nei confronti della direttora del Tacco. Assolta perché il fatto non sussiste. Da Il Tacco d'Italia n.22.  "Rts è clandestina". Abbiamo chiesto a Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei Giornalisti di Lombardia, un parere tecnico su quello che il Tacco d'Italia ha scoperto a proposito di due reti televisive locali, Telerama ed RTS, delle cui irregolarità abbiamo dato conto all'interno dell'inchiesta "Pagliaro, l'impero virtuale", pubblicata sullo scorso numero. Quell'inchiesta ha fatto il tutto esaurito in tutta la provincia, dando spunti alle conversazioni per strada, sotto l'albero di Natale, intorno ai tavoli di baccarà, man mano che si spargeva la voce… e le fotocopie. Le confidenze, le rivelazioni, i grazie accorati, hanno riempito le nostre orecchie fino a coprire i toni sinistri di alcune telefonate, quando ci sono giunte. La domanda più frequente è stata: "Perché un'inchiesta sul Gruppo Mixer media management"? La risposta: "Perché no? Non dovrebbe essere ‘normale' che un giornale scavi dietro la facciata"? E' ciò che abbiamo fatto nell'inchiesta sull'Edisu di Lecce, quando abbiamo denunciato le irregolarità nella lunga "prorogatio" del Consiglio di amministrazione presieduto da Giovanni Garrisi: a causa della prorogatio diventavano "nulli" per legge tutti gli atti del Consiglio degli ultimi due anni, quantificabili in 12 milioni di euro. Nessuno si è chiesto perché lo abbiamo scritto. Nell'inchiesta sul futuro parco regionale di Ugento uscita in quattro puntate (a pagina 12 la quinta) abbiamo denunciato l'avvio di lavori infrastrutturali finalizzati alla costruzione di un complesso turistico da 800 posti letto, senza concessione edilizia, in piena zona umida e sotto tutela ambientale. Nessuno si è chiesto perché lo abbiamo scritto. Nell'inchiesta sul Gruppo di Paolo Pagliaro, tra le altre cose, denunciavamo il fatto che RTS da due anni manda in onda un telegiornale non registrato al Tribunale di Lecce, mentre Telerama in innumerevoli occasioni pubbliche, durante le trasmissioni, nel gobbo di chiusura del telegiornale, scriveva (ora non più) che il direttore è Gabriella Della Monaca mentre in realtà, da ben 12 anni, è Max Persano (tanto risultava al Tribunale di Lecce il 17 novembre scorso). La domanda posta a Franco Abruzzo era: "RTS è fuori legge"? La risposta è arrivata concisa e inequivocabile, lontana, anche geograficamente, da qualunque influenza. M.L.M. "Cara Marilù, la risposta è nell'articolo 32 del dlgs 177/2005. C'è un obbligo di legge dal 1990 (legge 223), che impone la registrazione anche delle testate radiotelevisive. Ed è ineludibile. In caso contrario, la testata tv è fuori legge ed è assimilabile alla stampa clandestina (art. 16 della legge n. 47/1948 sulla stampa). Cordiali saluti". prof. Franco Abruzzo presidente Ordine Giornalisti Lombardia. La Legge. Legge 8 febbraio 1948, n. 47 Disposizioni sulla stampa art. 5. Registrazione. Nessun giornale o periodico può essere pubblicato se non sia stato registrato presso la cancelleria del tribunale, nella cui circoscrizione la pubblicazione deve effettuarsi. Art. 16. Stampa clandestina. Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall'art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000 (la valuta delle 500mila lire è del 1948, anno della legge. ). Pubblichiamo solo alcune delle lettere, o parti di esse, giunte in redazione. Tutte firmate. Avete fatto quello che un "normale" giornale dovrebbe solitamente fare. Ma adesso ci aspettiamo lo facciate con tutti. E con tutto. Ci serve. Perché avete fatto una cosa che "normale" non è. Avete scritto l'Inchiesta. Nomi, cognomi, date, tutto quanto. L'Inchiesta, parola che ammutolisce nessuno se pronunciata nei corridoi di una procura. Ma che non sarebbe presa nemmeno in considerazione dentro un comune giornale di provincia lasciato blindato dai papà fuori per affari. Di questa provincia parliamo. L'Inchiesta, a Lecce, e oltre le mura, a saperla fare, ti mette in cattiva luce con gli editori, imbarazza il direttore che non vuole guai e poi ci sono gli inserzionisti. Da queste parti l'Inchiesta rischia di farti diventare il rompicoglioni di turno, un po' andato, sfigato, sempre squattrinato, mai saputo cosa è lo stipendio fisso, che si incatena sotto la colonna di Sant'Oronzo e che come nel film "Nuovo cinema paradiso" si lascia andare a "la piazza è mia, la piazza è mia". Uno così, a Lecce, cosa vuoi che valga? Quanto una Panda. E chi sale dentro una Panda? Invece avete fatto tutto questo. Siete saliti sulla Panda. E siete andati in giro. Va bene così. Avete risposto alle domande che in tanti, in questi anni, si sono poste, ma solo tra i pensieri o al massimo biascicandole. Perché poi? Una tra tutte va dritta verso "Cuore amico", per esempio, e il suo indotto. Domanda blasfema: è possibile quantificare l'introito pubblicitario televisivo marciante e il suo trend legati alla lodevole campagna a sostegno di chi soffre? Eppure è una domanda semplice, che non è diffamatoria e che ci abitua a dirci le cose così come stanno, che serve a fare chiarezza, a smentire le nostre cattiverie e che aiuta soprattutto a nominarci fuori dalle citazioni inutili perbeniste. Tutto questo avete fatto. Con dovizia di particolari, riferimenti, dati. Un lavoro lungo e difficilissimo, immaginiamo, che prelude ad altre inchieste coraggiose nel rispetto del Giornalismo-Inchiesta e della libertà di stampa d'altri tempi. Grazie. Lettera firmata da un "cronista provinciale". Vorrei fare i complimenti per l'inchiesta su Pagliaro. Mancavano queste inchieste nella nostra terra, che fanno luce su punti oscuri che molti fanno finta di non vedere. Lettera firmata. Ce l'ho. L'ultimo numero del Tacco è qui e sto leggendo l'inchiesta. FANTASTICA!!!!! C'è da saltare sulla sedia. Avanti con le inchieste, ne vogliamo ancora, ancora, ancora... Lettera firmata. Ho visto l'inchiesta su Tele Rama e gruppo. Io che sono stato dentro vi dico che corrisponde al vero. Complimenti per il coraggio. Lettera firmata. Cara Marilù, ti prendo pochissimo spazio per rendere pubblica la circostanza che tanto ci ha fatto divertire in queste settimane. Molti leccesi che non conoscevano il Tacco d'Italia hanno pensato che dietro la tua inchiesta ci fosse la mia penna. Non è vero, anche se la cosa mi ha inorgoglito perché vuol dire che i lettori non hanno colto troppa differenza stilistica fra noi due ed io, come sai, ho un'alta considerazione professionale di me stesso! Confermo pubblicamente che, per ovvie ragioni di competenza e di conoscenza del personaggio, sono stato tra le fonti da cui hai attinto il tuo materiale. E che potevo fare: negarmi? Adolfo Maffei.

SPECIALE CANALE 8 TV.

Basta col precariato. Dimissioni in diretta per il direttore di Canale 8, scrive “Lecce Sette”. Dimissioni in diretta per il direttore di Canale 8, Gaetano Gorgoni. Con un gesto pubblico, nell'edizione serale del Tg8 del 26 settembre 2012, Gorgoni ha infatti denunciato pubblicamente le condizioni lavorative dell'emittente che nell'ultimo anno ha gradualmente svuotato la redazione televisiva ritardando anche di 8 mesi gli stipendi di coloro che erano rimasti al loro posto. Le dimissioni del direttore arrivano come ultimo atto di una vicenda iniziata già durante le elezioni di maggio dalla denuncia del coraggioso cameramen Vincenzo Siciliano che su Facebook propose di boicottare le dirette televisive delle amministrative in segno di protesta e per questo venne immediatamente licenziato. Da quel momento nel Salento le coscienze dei molti giornalisti e operatori di tv,carta stampata, siti di notizie e web tv, si sono unite nel gruppo chiamato Informazione Precaria, che si batte per sensibilizzare l'opinione pubblica e la politica sul precariato in ambito giornalistico, piaga troppo spesso taciuta.  La solidarietà di Assostampa. "La denuncia del direttore di Canale 8, che nel rassegnare in diretta le dimissioni ha evidenziato la situazione di illegalità in cui continua a navigare l’azienda, non può non avere un seguito", scrive Nico Lorusso da Assostampa. "Quanto succede nella tv salentina Canale 8 è il sintomo evidente della patologia del sistema dell’emittenza locale in cui, a fronte di poche realtà editoriali degne di questo nome, continuano a imperversare imprenditori senza scrupoli, il cui unico scopo è accedere ai contributi pubblici destinati al settore. Ristabilire la legalità, nel caso di Canale 8, significa perseguire la violazione delle leggi sul lavoro, l’esercizio abusivo della professione giornalistica e fare luce su strani e fantasiosi intrecci societari, attivandosi per la revoca dei contributi e delle frequenze di cui – a giudizio del sindacato dei giornalisti pugliesi – sussistono da tempo i presupposti. Soltanto in questo modo si potrà iniziare a mettere ordine in cui la presenza di aziende-zavorra minaccia la sopravvivenza di chi rispetta le regole, dei giornalisti e di tutti i lavoratori, a discapito della qualità e della credibilità dell’informazione".

SPECIALE ANTENNA SUD

Continua l’azione di protesta dei giornalisti di Antenna Sud che, dopo i cinque giorni di sciopero già proclamati prima di Natale, hanno deciso di incrociare le braccia, con uno sciopero a oltranza, per lamentare il mancato pagamento delle mensilità (l’ultimo stipendio percepito è quello di agosto) e stigmatizzare la decisione dell’Editore, che il 31 dicembre 2012 ha ufficialmente avviato le procedure di mobilità per tutto il personale dell’emittente. La redazione si scusa con i telespettatori, privati della consueta informazione quotidiana che, ne siamo certi, comprenderanno le ragioni che hanno spinto i giornalisti a fermarsi per difendere il loro futuro e il sacrosanto diritto alla retribuzioni. I giornalisti dell’emittente televisiva regionale pugliese “Antenna Sud” sono in sciopero ad oltranza per la “assoluta mancanza di chiarezza sulle strategie aziendali” e l’“incapacità dell’editore di assicurare il pagamento degli stipendi”. Lo rende noto l’Associazione della Stampa di Puglia. “Il sindacato dei giornalisti è al fianco dei colleghi di Antenna Sud e ne sosterrà la vertenza in ogni sede”, assicura il presidente dell’Assostampa di Puglia, Raffaele Lorusso, intervenuto ieri, 31 dicembre, ad un’assemblea dei lavoratori in lotta. “Non è accettabile – prosegue Lorusso – il comportamento di un editore che, anteponendo gli interessi delle banche a quelli dei lavoratori della propria azienda, continua da mesi a non pagare gli stipendi, nella speranza di evitare il fallimento. Dopo lunghi mesi di sacrifici, con retribuzioni decurtate e cassa integrazione, i giornalisti rischiano ora di perdere tutto a causa di una situazione che non può essere addebitata soltanto alla crisi economica generale”. L’Assostampa respinge, di conseguenza, il piano annunciato dall’azienda “che da un lato – sostiene Lorusso – pretende di fare dell’informazione il ‘core business’ dell’emittente e dall’altro porta l’editore ad avviare le procedure di mobilità per otto giornalisti su undici in organico”. Il presidente dell’Assostampa auspica quindi che, “nel prendere in esame la richiesta di concordato preventivo, i giudici della sezione fallimentare tengano conto anche delle sacrosante rivendicazioni dei lavoratori, vittime incolpevoli di un editore che, al netto delle criticità del sistema dell’emittenza radiotelevisiva locale e della congiuntura negativa globale, mentre afferma di aver accumulato sette milioni di debiti, si pone alla testa di nuove iniziative imprenditoriali in altri settori”.

A PROPOSITO DI GIORNALISTI

Alessandro Camilli su “Blitz Quotidiano” dice la sua a proposito del tema. A Casa Grillo come ad Avetrana. Dal giorno della certificazione del successo del Movimento 5 Stelle alle politiche 2013 , una schiera di giornalisti e fotografi stanzia di fronte alla casa di Beppe Grillo. Accampati in attesa, nella speranza di una dichiarazione o di un’immagine dell’inafferrabile leader mentre scorrono, nei tg, le immagini del cancello che si apre e da cui esce, quando va bene, un’auto. Un modus operandi, un modo di fare giornalismo e di raccontare le cose che ricorda da molto vicino le più recenti pagine di cronaca del nostro Paese, con i cronisti accampati di fronte alla casa dell’assassino o della vittima di turno. E un modello che, quando Beppe Grillo non è in casa, come in occasione della trasferta romana per l’incontro e la catechizzazione dei neo eletti, si ripete puntuale fuori dall’hotel dove il leader grillino è atteso. Un corto circuito informativo in cui i fotografi vengono fotografati, in cui i leader non dichiarano e i giornalisti non comprendono che la loro attesa a microfono spianato della dichiarazione sarà vana. Per la cronaca, sia detto per la cronaca, il circo e il circuito dell’informazione italiana di Grillo, di M5S e del “grillismo” non capiscono un sacco di cose. Si ostinano a pensare a Grillo e al suo M5S come a un Bettino Craxi e a un Psi, oppure ad una Lega e a un Bossi, comunque un qualcuno e un qualcosa che risponde alla logica del “retroscena” giornalistico e della “manovra” politica. Che Grillo e M5S siano una rivolta, letteralmente una eversione dell’assetto esistente circo e circuito dell’informazione non ce la fanno neanche a pensarlo, non dispongono delle categorie concettuali per pensarlo ed eventualmente esprimerlo. Per cui stanno…come ad Avetrana. A mendicar frasi, a rubare immagini, a inventare sceneggiature…Qualcosa tra il lavavetri al semaforo, il piazzista ambulante di calzini, i cantastorie di strada. Che Grillo non ami i giornalisti, soprattutto quelli italiani, è cosa nota. L’esclusione, temporanea grazie ai carabinieri, dei giornalisti dal palco del comizio di San Giovanni è cronaca recente. Così come fresca nella memoria è la cacciata del cameraman Rai dal palco di un altro comizio. Un’antipatia antica ma non antichissima, dichiarava tempo fa anche Grillo, e concedeva anche lui le sue interviste. Tutto prima di scoprire il web che è diventato il suo veicolo principe di comunicazione, più globale, più diretto ma anche senza contraddittorio. Veicolo insomma ma anche nascondiglio. Ricorda non a caso Pierluigi Battista sul Corriere della Sera una serie di ‘grillinate’ da Grillo sparate e dal mondo dell’informazione rilanciate. Grillinate qui elencate: “Un florilegio che non può non cominciare con una nefandezza che oggi si dimentica con troppo facilità e cioè con la ‘vecchia puttana’ con cui il sempre elegante Grillo insultò Rita Levi Montalcini, accusata di aver ottenuto il Nobel ‘grazie a una ditta farmaceutica amica che le aveva comprato il Nobel’ (condannato per diffamazione). Si passa alla negazione dell’esistenza dell’Aids, considerata una creatura delle case farmaceutiche interessate a fare dell’allarmismo per incrementare i loro profitti. Si continua con il ‘Cancronesi’ con cui Grillo, paladino della cosiddetta ‘cura Di Bella’, bollò con disprezzo Umberto Veronesi, accusato di boicottare non meglio precisate cure alternative nella guerra contro i tumori. Ci si inoltra poi nei meandri di uno spettacolo in cui Grillo esorta a trattare con ‘due schiaffetti’ in caserma, lontano da occhi indiscreti ‘i marocchini che rompono i coglioni’ (…) Radio Radicale ha appena mandato in onda un’intervista dei primi anni Novanta in cui Grillo demonizzava le bottiglie di vetro per magnificare quelle in plastica: tutto il contrario di ciò che si dice oggi. In uno spettacolo propose di distruggere i computer. In Sicilia esorta il suo movimento a scatenare la guerra santa contro il latte di mucca per favorire con apposite politiche il latte d’asina. Naturalmente è contro il latte pastorizzato, e chissà quale nomignolo Grillo vorrebbe affibbiare a quel bugiardo di Pasteur. E le donne saranno contente di sapere (ha scritto Serena Sileoni dell’istituto Bruno Leoni) che nell’ideologia grillina gli assorbenti femminili sono il demonio che inquina il mondo mentre si dovrebbe imporre l’uso della ‘mooncup’ da lavare ogni volta e prestare alle amiche per risparmiare. Grillo ha anche detto che la stampa mondiale è controllata da una ‘lobby ebraica’ e che tifa per Ahmadinejad”. Motivi comprensibili dunque quelli per cui Grillo evita il tradizionale mondo dell’informazione dedicandosi al web e riassumibili nel “voi giornalisti non capite”. Motivi però anche di mascheramento nel negarsi, nel tuffarsi nel “silenzio stampa”. Perché un circo e circuito dell’informazione meno isterici e più autocoscienti farebbero uso, parlando con Grillo, della memoria, della plausibilità e di tanti altri parametri che a Grillo e M5S stanno scomodi.  Quali che siano i motivi però, per così dire, i media non riescono a farsi una ragione dell’antipatia che Grillo nutre nei loro confronti e, cosa più grave, non riescono a comprendere di dover sviluppare un modello differente per raccontare e per rapportarsi ai grillini. E così il modello applicato è e rimane quello classico: il modello ‘Avetrana’, un modello inadeguato che genera persino dei paradossi. E’ il caso dei fotografi fotografati, i fotografi cioè che, appostati per catturare le immagini del primo conclave grillino, si sono ritrovati ad essere i soggetti degli scatti divertiti dei neoeletti che con i loro cellulari immortalavano il loro primo momento di notorietà. O ancora i take d’agenzia apparsi nei giorni scorsi, lanci con titoli a volte esilaranti come ‘Grillo: la colf ‘non è in casa’, il racconto cioè della dichiarazione della collaboratrice domestica che, beccata con la busta della spazzatura in mano, risponde alle pressanti domande dei cronisti ‘no, il signore è uscito’, come ad un qualsiasi testimone di Geova. Grillo non fa poi mistero della sua voglia di non comunicare tramite i canali tradizionali, non vuole che il suo movimento sia un partito, aborre l’idea di leader o leaderini che di volta in volta rilasciano la dichiarazione al microfono in attesa, e ha, in questo, anche qualche ragione. Ha in mente altro Grillo, e lo dimostra anche quando per non aver niente a che fare con quel manipolo che di fronte alla sua casa è accampato, si rende irriconoscibile con piumino ed occhialoni, in una sorta di fantasioso incrocio tra il subcomandante Marcos che non ha identità e un ‘discotecaro’ un po’ su di giri. Ma Grillo è così: non ama avere a che fare con i giornalisti e sa che, nel migliore dei casi, non ha nulla da guadagnare nel parlare con loro. Ma il bisogno di dichiarazione del mondo dell’informazione italiana, non riuscendo ad essere placato, sta trasformando Sant’Ilario nella nuova Avetrana.

IL COSTO DELL’ONESTA’ E DEL MORALISMO DELLA RAI E DEI SUOI GIORNALISTI.

Questa non è (più) la Rai. Chi ricorda il programma “Balls of steel”? Probabilmente nessuno, dato che gli ascolti furono pessimi. Eppure è costato 2 milioni 900 mila euro. Chi, invece, “Wild West”? È costato 2.722 euro al minuto, pari a un milione 470 mila euro complessivi per sole tre puntate andate in onda. Chi ancora “Votantonio”, costato un milione 350 mila euro nonostante sia andato in onda una sola volta? Sono questi gli sprechi della Rai segnalati in un dossier dal Codacons e consegnato alla Corte dei Conti, per un totale di 62 milioni di euro. E poi i cachet delle varie edizioni dei Festival (incredibili anche quelli degli ospiti), le fregature del televoto per i telespettatori. E due episodi che gettano pesanti ombre sul servizio pubblico. A Radio Rai 1 si è fatta fuori una giornalista per far posto ad un’altra conduttrice “molto vicina” al direttore del Gr (nonostante gli ascolti pessimi rispetto ai precedenti). E, infine, il caso di concussione: il costo di un programma sarebbe stato gonfiato fino a 100 mila euro perché 30 mila era la fetta da spartirsi. Così scrive Carmine Gazzanni su “L’infiltrato”. Un danno da 62 milioni, euro più euro meno. Questo è quello che si evince dall’esposto presentato dal Codacons pochi giorni fa alla Corte dei Conti contro la Rai per danno erariale. Una nuova pesante tegola sul servizio pubblico dopo l’’indagine avviata dalla stessa Corte sul programma di Milly Carlucci Ballando con le stelle sul compenso stellare destinato a Christian Vieri: 800 mila euro inizialmente pattuiti, che poi sarebbero scesi a 600 mila. Ma l’azienda parla di una cifra inferiore, circa 450 mila euro per il suo impegno a cavallo tra il 2011 e 2012.  Secondo l’accusa, però, “la cifra sarebbe comunque eccessiva”. Quanto oggi viene denunciato dal Codacons, però, è ancora più grave. Nel fascicolo – che Infiltrato.it è riuscito a recuperare – si trova di tutto: dagli incredibili cachet delle varie edizioni del Festival di Sanremo, agli impressionanti costi dei tanti flop confezionati dalla Rai; dai format esterni costati un occhio della testa (invece di servirsi delle strutture interne) ai danni derivanti dal televoto per programmi poi abbandonati (cosa che peraltro andrebbe contro una sentenza della Cassazione). Fino ad altri due particolari che, se dovessero essere accertati, butterebbero la Rai in acque più che torbide: a Radio Rai 1 si è fatta fuori una giornalista per far posto ad un’altra conduttrice “molto vicina” al direttore del Gr (nonostante gli ascolti pessimi rispetto ai precedenti).  E, infine, il caso di concussione (provato da una mail consegnata alla Corte) tra un produttore e un direttore: il costo di un programma sarebbe stato gonfiato fino a 100 mila euro perché 30 mila era la fetta da spartirsi. LE STRANE SPARTIZIONI TRA PRODUTTORI E DIRETTORI. CONCUSSIONE? - Una segnalazione molto particolare riguarda, come si legge nel rapporto, “strane spartizioni di proventi Rai tra produttori e direttori”. È il caso di un “produttore onesto” (il nome è tenuto segreto per privacy) il quale si sente proporre da un direttore una spartizione del compenso previsto per un programma televisivo. Questi, incredulo, tende una trappola al direttore e gli invia una mail fingendo di non aver capito (sebbene avesse coscienza di essere stato vittima di quello che nei fatti era un tentativo di concussione). Nella mail – che il Codacons ha consegnato alla Corte - il “produttore onesto” chiede come ripartire i 100.000 euro previsti per il programma da produrre. E scrive l’assurdo: “7 me 3 altri???”. La trappola funziona. E il direttore – che peraltro, informa il Codacons, è ancora nel pieno delle sue funzioni – abbocca. “Ovviamente c’è un errore. A te 3. Fammi sapere….”, scrive. La concussione è evidente. Ma non finisce qui. Il produttore, infatti, sdegnato, rifiuta la proposta. Per tutta risposta, il direttore gli dice: “tanto c’è la fila fuori della mia porta per accettare…”. Insomma, l’usus è proprio questo: c’è sempre un fetta per tutti. E i conti, ovviamente, si ingrossano. A tal proposito il Codacons ha fatto i suoi calcoli: “il costo per l’erario delle somme distratte con questo metodo si può calcolare al 70% dell’introito”. Cosa vuol dire questo? Settecentomila euro ogni milione di spesa, ovvero 70.000 euro ogni contratto da 100.000 euro pagato dall’azienda. Una bella sommetta, insomma.

FLOP TELEVISIVI: MILIONI DI EURO PER PROGRAMMI ANDATI IN ONDA UNA SOLA VOLTA - Il capitolo flop televisivi è immenso. Le cifre sono incredibili. Tutte pesantissime per la Rai che nell’epoca pre-Gubitosi non avrebbe badato a spese (tanto, come si sa, sono spese del cittadino contribuente). Prendiamo il caso di Balls of steel (Palle d’acciaio), costato al minuto 1.611,11 euro, per una somma totale di 2 milioni 900 mila euro. Il tutto con un risultato di share descritto, dagli stessi dirigenti della rete, come “deludente”. Ancora, la trasmissione Stile Libero Max che, con il suo share medio di 6.39, è costato alla Rai ben 1 milione 607 mila euro. Ovvero, sottolinea il Codacons, 178.600 euro a puntata e 2.551 euro al minuto. L’elenco è infinito. Wild West, con il suo costo di 2.722 euro al minuto, pari a 490.000 euro a puntata e un milione 470 mila euro complessivi, ha totalizzato, durante le tre puntate andate in onda, uno share inferiore al 10%. Non differenti risultano i dati relativi alla trasmissione Donne, costato alla rete 489 mila euro a puntata per uno share del 9%. Per arrivare poi alla trasmissione Votantonio, costato ben 450 mila euro per ognuna delle 3 puntate realizzate, per un totale di un milione 350 mila euro eassurdità delle assurdità andato in onda una sola volta. Sotto la lente d’ingrandimento, poi, anche gli appalti esterni di format o programmi che potrebbero invece essere realizzati senza il concorso esterno. Come nel caso di Che tempo che fa di Endemol. O in quello de I Soliti ignoti, “profumatamente pagato dalla Rai” (si stima 27 milioni di euro) nonostante, come segnalato anche da Striscia la Notizia, fosse sostanzialmente simile a un’idea che Gianni Ippoliti ebbe oltre vent’anni fa con il programma La Vela d’Oro (a cui peraltro, ironia della sorte, partecipò lo stesso Fabrizio Frizzi come conduttore).  In più, nel fascicolo si fa riferimento ad arricchimenti indebiti con il televoto, come nel caso di Star Academy, sospeso dopo tre puntate. Scrive il Codacons: non possono considerarsi valide le singole sessioni di televoto se poi non si raggiunge lo scopo finale. Quanto di più vero dato che il telespettatore vota da casa – versando un euro a sms e/o chiamata – sperando che il suo beniamino arrivi alla vittoria finale. In altre parole, il Coordinamento per la difesa dei diritti dei consumatori si chiede che fine abbiano fatto quei soldi. La questione del televoto, per il Codacons, è tutt’altro che secondaria. “L’obbligazione di natura restitutoria a vantaggio dei consumatori e utenti che hanno mandato sms digitando da telefonia fissa o mobile la numerazione ad hoc abilitata – si legge nel fascicolo - dovrebbe costituire un must, valevole quale rimedio successivo che avrebbe lo scopo di tutelare l’utente”. Oggi non è così. Nonostante una sentenza della Cassazione (la numero 27092 del 22.12.2009) chiarisca che un ente pubblico come la Rai abbia l’obbligo di trasparenza ed efficienza nei confronti dei telespettatori quando manda in onda programmi nei quali i consumatori e utenti – a determinate conosciute e chiare condizioni – corrispondono prestazioni economiche in cambio della certezza di poter concorrere alla formazione del finale esito di quel programma televisivo. E sull'ipotesi “Affari Tuoi” che sia «pilotato» vengono disposti accertamenti: gli inquirenti esaminano tutti i passaggi del programma. Il risultato delle verifiche è chiaro: per la Procura nel periodo preso in esame «il meccanismo di predisposizione dei pacchi era stato modificato, consentendo ad alcuni concorrenti di individuare dove fossero nascosti i premi in denaro». Circostanza confermata da qualche concorrente: tra gli altri, Annalisa Luzzi che - ricorda il pm - «affermava di aver appreso il meccanismo attraverso il quale, in alcune occasioni, sarebbe stato possibile individuare i pacchi contenenti i premi più sostanziosi». Secondo la Procura, però, «dimostrare il dolo non è possibile» e, pertanto, viene chiesta l'archiviazione. Nel 2010 il gup accoglie la richiesta, allungando però molte ombre sulla regolarità della trasmissione: per il giudice Valerio Savio, però, «non è possibile ricostruire in quale segmento delle operazioni di gioco, puntata per puntata, può essersi verificata l'alterazione della sua alea». Ma la sua censura è inequivocabile: sottolinea «i difetti di un gioco che, per garantire trasparenza, avrebbe dovuto avere ben altre modalità di svolgimento».

RADIO RAI1: FACCIO FUORI LA GIORNALISTA PER METTERE LA FIDANZATA. E GLI ASCOLTI? PESSIMI - La questione riguarda la storica trasmissione di Radio Rai1 Italia: Istruzioni per l’uso di Emanuela Falcetti. Ebbene, la giornalista, dopo trent’anni di lavoro precario, è stata licenziata con un avviso in bacheca. Ma prescindiamo per un attimo dai metodi vergognosi utilizzati. Perché mai la sua trasmissione sarà stata cancellata? Ascolti bassi? Pare proprio di no. In base ad alcune rilevazioni erano un milione e trecento mila gli ascoltatori, pari al 28% di share. E allora? Cos’è successo? Secondo il Codacons la questione sarebbe per così dire amorosa. Al posto di Italia: Istruzioni per l’uso, infatti, viene inserito in scaletta il programma Prima di tutto, “all’interno del quale lavorerebbe una giornalista (Susanna Lemma, ndr) secondo alcuni troppo vicina al Direttore Antonio Preziosi”. Le perplessità sono più che fondate dato che da 1,3 milioni di ascoltatori pari al 28% di share si è scesi a 642mila ascoltatori con uno share del 15,42%. Denuncia pertanto l’associazione: da tale accadimento vi è il serio timore che ne sia derivato un danno, non solo al servizio pubblico, ma anche erariale, imputabile a chi ha deciso la sostituzione del programma facendo crollare ascolti e introiti pubblicitari. Soprattutto se si dovesse accertare “se esistano rapporti personali che travalichino quelli professionali tra la sig.ra Susanna Lemma che ha sostituito la Falcetti e il direttore del GR Antonio Preziosi”.

LA STORIA DI SPRECHI DELLE EDIZIONI DEI FESTIVAL: TUTTI I CACHET DI CONDUTTORI E OSPITI - Non potevano non finire nel fascicolo gli incredibili stipendi che assicura la Rai – spesso “in maniera immotivata” – ad alcuni conduttori. È il caso, ad esempio, dei compensi elargiti a Paolo Bonolis e Roberto Benigni per il Festival di Sanremo 2009 (secondo indiscrezioni riferite dal Codacons 1 milione di euro al primo e per Benigni la cessione dei diritti delle sue partecipazioni sulla rete pubblica, valutati tra i 350mila euro e i 2 milioni di euro). Tutti compensi che non dipendono in alcun modo dall’andamento degli ascolti. Ma, d’altronde, non è una novità: il Festival è sempre costato tanto. Nel 2006 500 mila euro andarono a Ilary Blasi , una delle donne del Festival di Giorgio Panariello - peraltro tra i più negativi sotto il profilo dell’audience – il quale a sua volta portò a casa un milione di euro. E se Simona Ventura nel 2004 si accontentò di 320 mila euro (in un’edizione, anche questa, segnata da scarsi ascolti) e Tony Renis, direttore artistico, di 500 mila euro, un milione di euro fu il compenso record per Paolo Bonolis nel 2009. Un po’ meno di un milione di euro si disse che fu la cifra presa anche da Michelle Hunziker nel 2007, al fianco di Pippo Baudo (800 mila euro). E poi gli ospiti. Nel 2004 180 mila dollari furono dati a Dustin Hoffman per due performance imbarazzanti, compresa una in cui parlò della “cacca”; 250 mila euro vennero elargiti a Sharon Stone che si esibì al cospetto di Pippo Baudo; tra i 400 e i 500 mila euro furono dati nel 2006 a John Travolta in una partecipazione criticata dallo stesso conduttore del Festival, Panariello. Addirittura 800 mila furono quelli elargiti a Jennifer Lopez nel 2010, anno in cui Antonio Cassano prese 150 mila euro per farsi intervistare da Antonella Clerici. Un vero e proprio scandalo lo provocarono poi i 90 mila euro dati al condannato per violenza carnale Mike Tyson , per un’intervista concessa nel Festival 2006 di Paolo Bonolis. Per non parlare dei 500 mila euro dati nel 2005 a Hugh Grant per prendere un tè sul palco dell’Ariston e rivelarsi anche piuttosto infastidito durante un brevissimo scambio di battute a monosillabi. Le cose non sono cambiate con l’ultimo Festival (come Infiltrato.it ha già documentato): 600mila euro a Fazio e 350mila alla Littizzetto. Certamente non un buon biglietto da visita per il risparmio.

Rai, falsi notturni: giornalisti intoccabili, ci vuole la Procura. La notizia apparsa su “Giornalettismo” l’11 marzo 2013 è che agenti della Polizia hanno perquisito gli uffici della sede Rai a Viale Mazzini, prelevando le carte sugli stipendi dei giornalisti direttamente all’Ufficio Personale. Il corollario inquietante è che per venire a capo dell’incresciosa ipotesi (è un reato) secondo cui un nutrito gruppo di “stelle” del servizio pubblico barava sui turni per guadagnare di più, l’audit, l’indagine imposta dal direttore generale, non è servito a niente. Pure in presenza di elementi fondati sul raggiro. Non c’è niente da fare: il contratto giornalistico parla chiaro, le garanzie sindacali anche, contro i “furbetti” è impossibile procedere. Di qui, per disperazione, la trovata finale, il ricorso al magistrato. “I giornalisti onesti del Tg1″. E’ la strana firma del mittente di una lettera anonima che il 21 novembre 2012 viene recapitata ai vertici della Rai, alla Corte dei Conti e alla Procura di Roma. Dice l’anonimo: 35 grandi firme si assegnano presenze inesistenti per lucrare stipendi più alti. La notizia arriva anche alla stampa, il dg Gubitosi avvia l’indagine interna. Si scopre che sui 10 dei 35 giornalisti su cui ci si è concentrati, i sospetti si rivelano più che fondati. Per esempio (apprendiamo da Repubblica dell’11 aprile) un volto molto noto della tv avrebbe lavorato 78 giornate in tre mesi, delle quali 76 con il benefit del lavoro notturno (se entri prima delle 5 e 30 prendi il 25% in più al giorno, se esci dopo le 23 e 30 il 20% in più, 16 notturni valgono un mensile parecchio più pesante). Il badge del giornalista dice cose molto diverse: al momento dello scatto del surplus, sovente il titolare se ne stava a casa o da qualche altra parte, ma non in Rai. Le prove raccolte durante i tre mesi di audit interno descrivono un malcostume radicato. Ma i risultati non possono essere resi pubblici senza infrangere una miriade di codici a tutela dei giornalisti incriminati. Che fare? Il dg Gubitosi si rivolge all’avvocato, in particolare allo Studio Severino, quello del ministro della Giustizia e fra i papabili al Quirinale. L’avvocato Maurizio Bellacosa consiglia di rompere gli indugi e contrattaccare coinvolgendo la Procura di Roma, la stessa che aveva già aperto un fascicolo. Solo che prima l’indagine era circoscritta a 35 nomi. Adesso, l’irruzione della Polizia negli uffici Rai sembra preludere a una catastrofe imminente: tutti i giornalisti Rai sono finiti sotto osservazione. Occhio al badge. Secondo Giancarlo Cologgi sul sito del Codacons la Rai è nel mirino di due inchieste da parte della Procura di Roma e della Corte dei Conti per stipendi gonfiati e sprechi. E il Codacons annuncia di costituirsi parte civile nelle due inchieste. La procura di Roma ha aperto un' inchiesta sui presunti pagamenti della Rai ad alcuni giornalisti del Tg1 per turni notturni, giornate festive e straordinari mai svolti. Il fascicolo è intestato "atti relativi a", senza ipotesi di reato e indagati. Gli accertamenti sono partiti da una denuncia anonima indirizzata sia ai vertici della Rai sia a varie autorità, tra cui la procura. Sulla vicenda è in corso anche un' indagine interna di viale Mazzini. Secondo l' anonimo le irregolarità si sarebbero verificate in gran parte quando a dirigere il Tg1 era Alberto Maccari (dicembre 2011-novembre 2012) e, in misura minore, durante la gestione di Augusto Minzolini (giugno 2009-dicembre 2011). Il reato che potrebbe configurarsi è la truffa. «Siamo allibiti e sconcertati - dice il presidente del Codacons Carlo Rienzi -. Se saranno confermati i fatti contestati ci troveremmo di fronte ad una gravissima truffa a danno della Rai e quindi degli utenti. Il servizio pubblico, infatti, è finanziato dai cittadini attraverso il pagamento del canone e un utilizzo scorretto delle risorse Rai, come il pagamento di turni mai svolti, danneggia in primis la rete di Stato, e subito dopo i teleutenti che la finanziano». Il comitato di redazione del Tg1, la rappresentanza sindacale, fa sapere di aver sempre sposato «la linea della trasparenza, della correttezza e del rigore nel rispetto delle regole, ma anche della salvaguardia di tutti i colleghi». E l' Usigrai, ribadendo la richiesta di «correttezza e trasparenza», si dice però contraria alla «macchina del fango». Codacons e Associazione Utenti hanno anche presentato un esposto che, secondo quanto anticipato dal Corriere della Sera, ha portato altri problemi alla Rai. La Corte dei Conti ha infatti aperto un' inchiesta sulle spese per i palinsesti, in particolare sul maxi-compenso per il calciatore Bobo Vieri (si parla di 600mila euro) per la partecipazione al programma Ballando con le stelle . Oggi «porteremo al Procuratore Generale della Corte dei Conti un corposo dossier e chiederemo di estendere l' inchiesta a 360 gradi», ha detto al riguardo Rienzi. Nel mirino dell' associazione, episodi a giudizio del Codacons «emblematici»: tra questi, il caso della trasmissione di Radio 1 Italia: Istruzioni per l' uso di Emanuela Falcetti, «chiusa nel 2011 senza alcun motivo e sostituita con il programma Prima di tutto con conseguente crollo degli ascolti». Il Codacons cita anche «il caso dei compensi elargiti a Paolo Bonolis e Roberto Benigni per il Festival di Sanremo 2009 (secondo indiscrezioni, un milione di euro al primo e al secondo la cessione dei diritti delle sue partecipazioni sulla rete pubblica, valutati tra i 350 mila euro e i 2 milioni). Nel dossier anche Balls of steel (Palle d' acciaio), Votantonio , Wild West , Star Academy , «trasmessi e chiusi dopo poche puntate» e trasmissioni come Che tempo che fa o In mezz' ora , «appaltate a società esterne nonostante la Rai abbia tutte le risorse per realizzarle internamente». Ma In mezz' ora , precisa Lucia Annunziata, da circa sei anni è prodotto dalla Rai. 12/03/2013.

Il vizietto cronico, però, viene da lontano. A pagina 11 (20 luglio 1995) il “Corriere della Sera” scriveva: Chiesta l'archiviazione per Carmen Lasorella e altri due inviati.  Note spese gonfiate, giornalisti quasi "assolti". Tutto regolare, nessuna ruberia sulle trasferte ad alto rischio nelle zone di guerra. Per i magistrati, lo scandalo delle note spese gonfiate da giornalisti e tecnici inviati in prima linea dalla Rai sarebbe stato un'autentica bolla di sapone. E il senso della decisione del pm Maria Teresa Covatta che, al termine della prima fase dell'inchiesta messa in moto oltre un anno prima dal collega Francesco Misiani, ha chiesto l'archiviazione della posizione di altri tre reporter dopo quella di Maria Giovanna Maglie. Il nome più illustre fra quelli che dovrebbero uscire definitivamente di scena nel giro di qualche mese è quello di Carmen Lasorella. Nel minielenco ci sono anche il cronista Romano Gennaro Cervone e l'operatore Mauro Maurizi. Il gip ha inoltre già archiviato il fascicolo su Enrico Massidda, il giornalista che per la vicenda fu licenziato dalla Rai. L'accusa contestata inizialmente a tutti era quella di truffa. Nessuna indiscrezione sui motivi per i quali il pm Covatta ha deciso di mettere la parola fine sul capitolo istruttorio riguardante questi quattro inviati. "La situazione di Carmen Lasorella, per esempio, è estremamente chiara ed è stata accertata in ogni suo aspetto - ha spiegato l'avvocato Domenico D'Amati, difensore di buona parte dei giornalisti Rai finiti sotto inchiesta per le note spese presentate al ritorno dalle trasferte in Bosnia e in Somalia. - E stato verificato che le ricevute da lei allegate alle note spese erano state emesse per servizi effettivamente goduti, come i pasti o l'alloggio". Conclude l' avvocato D' Amati: "Mi auguro che il gip sia dello stesso parere del pubblico ministero e che quest'ultimo arrivi alle stesse conclusioni anche per tutti gli altri indagati". Gli accertamenti non sono ancora conclusi per un'altra trentina di persone. Nel dicembre del '93 l'allora direttore generale della Rai, Gianni Locatelli, si presentò in Procura con un elenco di cento rimborsi sui quali c'erano forti sospetti. Nel calderone dell'inchiesta finirono nomi noti del giornalismo televisivo, inviati molto conosciuti dal pubblico ai quali l'azienda contestava le somme di denaro sborsate per affittare auto e assoldare interpreti. Fra le altre, finirono sotto accusa le ricevute esibite per giustificare l'ingaggio delle scorte armate e, addirittura, per sminare le strade dove dovevano passare le troupe. E alcuni ispettori furono spediti a Mogadiscio e a Sarajevo per cercare di verificare le spese. In alcuni casi i controlli sono stati possibili, in altri no.

Ed ancora Daniele Mastrogiacomo il 4 febbraio 1993 su “La Repubblica”. Orchestre ingaggiate a suon di decine di milioni, registi presi all' esterno, programmi realizzati in sedi distanti centinaia di chilometri con lucrose trasferte di personale. E poi comodi servizi esterni con spese folli e del tutto ingiustificate. Esplode lo scandalo Rai e sull' onda dell' inchiesta avviata dal giudice Antonino Vinci, escono allo scoperto piccole e grandi storie dello spreco e del malcostume quotidiano. Protagonista dell' ultima denuncia è lo Snater, il sindacato nazionale autonomo Telecomunicazioni radiotelevisioni da tempo in prima fila nella battaglia contro lo spinoso tema degli appalti esterni gestiti in casa Rai. Ore dieci di ieri mattina. Piazzale Clodio, quarto piano della Procura della Repubblica. Il segretario generale dello Snater, Antonio Lovato e l'avvocato Carlo d' Inzillo si presentano davanti alla stanza del giudice Antonino Vinci. In mano stringono una grossa borsa zeppa di documenti. Si fanno annunciare e vengono ricevuti. Resteranno chiusi per oltre un'ora. Escono tranquilli e soddisfatti. Distribuiscono un comunicato ai giornalisti presenti a Palazzo di Giustizia. Una cartellina e mezza per esprimere gratitudine a quello che stanno facendo i magistrati romani: "Lo Snater-Cisal palude all' iniziativa del Pm Vinci che ha già acquisito un primo risultato e merito: quello cioè di spazzare via definitivamente l'impunità di cui ha goduto gran parte della dirigenza Rai che in questi anni ha compromesso la salute economica e morale dell' azienda coinvolgendo nello sfascio". Aggiunge l' avvocato Carlo d' Inzillo: "Abbiamo discusso a lungo sulla questione degli appalti. Sono il cuore della corruzione e del malcostume. Da anni denunciamo la filosofia assurda che regola la gestione di questo settore". Non è la prima visita che i rappresentanti del forte sindacato interno Rai si presenta a Palazzo di giustizia. Già in passato, sin dall' insediamento del Procuratore capo, d'Inzillo e Lovato avevano chiesto e ottenuto un colloquio con Vittorio Mele. L'alto magistrato si era fatto consegnare la documentazione raccolta dall' organizzazione di categoria impegnandosi a riunificare la diverse inchieste già avviate in passato. Ieri si è infatti scoperto che da tre mesi erano stati aperti tre procedimenti, nati proprio sulla base delle denunce del sindacato Snater. Il primo era stato affidato al giudice Roselli, il secondo e il terzo al giudice Geremia. Riguardano episodi illuminanti del sistema degli appalti esterni alla Rai. Vediamoli. Il dossier avviato dal pm Roselli apre i riflettori sulla trasmissione "Scommettiamo che", condotta da Fabrizio Frizzi e Milly Carlucci. Secondo gli accertamenti svolti dal magistrato, la rete uno della Rai avrebbe ingaggiato un'orchestra esterna pagata fior di quattrini. Tre milioni e 500 mila lire a musicista per ogni puntata del sabato sera. Roselli ha voluto scavare più a fondo e ha scoperto che l’ingaggio era avvenuto attraverso una licitazione privata. Niente gara, solo un contatto e l'assegnazione definitiva. Questo in palese contrasto con una circolare più volte diffusa all'interno della Tv di Stato che invitava a usufruire del personale dipendente. Ed è noto che la Rai dispone di orchestre qualificate, piene di professionisti affermati ma inutilizzati. Il giudice ha indagato e ha scoperto un altro particolare. Curioso ed esemplificativo di come vanno le cose nel mondo degli appalti esterni: gli orchestrali gravitavano nel giro del maestro Mazza, apparso nella trasmissione di Renzo Arbore "Indietro tutta", e ogni sabato sera alla tastiera del piano proprio nella trasmissione di Frizzi e Carlucci. Il giudice Geremia si dedica invece ad un'altra trasmissione di punta di Rai uno: "Domenica in". Secondo gli accertamenti, la regia è stata affidata a Riccardo Donna, esterno alla Tv di Stato. Nulla di strano, anche se è noto che ci sono decine e decine di registi interni senza impegni e che si lamentano di questa loro sottoutilizzazione. Condotto da Toto Cotugno e Alba Parietti, il programma si svolge nella sede Rai di Napoli. E si scopre che per attrezzare l' ufficio stampa di "Domenica in", si spostano da Milano ben 40 persone, ovviamente ben retribuite e spesate. E ancora: gli arrangiamenti musicali della trasmissione vengono registrati presso uno studio di Milano che risulta essere di proprietà di una società dello stesso Toto Cotugno. L'ultimo e terzo caso riguarda invece la trasferta di un giornalista sportivo Rai. Per seguire la partita Bari-Brescia avrebbe noleggiato una macchina con autista per la modica somma di 7 milioni. Dagli incartamenti risulterebbe averlo fatto più volte. Sempre con lo stesso autista e la stessa autonoleggio. Tutto questo quando a Milano, a pochi chilometri da Brescia, ci sono oltre cento giornalisti Rai.

Il contraltare ai giornalisti truffatori o presunti tali ci sono i giornalisti precari in Rai con contratti truffa e "clausole di gravidanza, scrive Fabia Scanisich su “Mainfatti”. Il coordinamento "Errori di stampa", giornalisti precari che lavorano in Rai, attraverso il loro blog scrivono una lettera aperta al direttore generale Lorenza Lei chiedendole "non solo di eliminare i contratti-truffa di consulenza, ma anche di cancellare l'insopportabile 'clausola gravidanza' ". Lavoratori assunti con "contratti-truffa", in questo caso giornalisti con contratti da "consulente", "presentatore-regista" o "programmista-regista". Mentre il governo Monti con il suo ministro del Lavoro Elsa Fornero discute come aumentare la flessibilità, non solo in entrata ma anche in uscita, un gruppo di giornalisti precari riuniti nel coordinamento "Errori di stampa" denuncia l'ennesimo sopruso nei confronti non solo della categoria ma in generale di tutti quei giovani e meno giovani costretti, pur di lavorare, a sottoscrivere contratti "capestro". Lo scandalo questa volta investe la Rai, visto che il coordinamento "Errori di stampa" denuncia non solo che il servizio pubblico fa firmare dei contratti che indicano una mansione che non corrisponde "nella gran parte dei casi" al lavoro che invece si andrà a svolgere, e cioè "redattori che svolgono attività puramente giornalistica, assunti però senza uno straccio di tutela, pagati a partita IVA e a puntata, a fronte di fatture in cui è vietata inserire la voce Inpgi, l'istituto di previdenza sociale giornalistica". A questo si aggiunge la "penosa 'clausola gravidanza' contenuta al punto 10 del contratto di consulenza", che come da immagine pubblicata sul blog del coordinamento "Errori di stampa" stabilisce: "Nel caso di Sua malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore od oltre altre cause di impedimento insorte durante l'esecuzione del contratto, Ella dovrà darcene tempestiva comunicazione. Resta inteso che, qualora per tali fatti Ella non adempia alle prestazioni convenute, fermo restando il diritto della RAI di utilizzare le prestazioni già acquisite, Le saranno dedotti i compensi relativi alle prestazioni non effettuate. Comunque, ove i fatti richiamati impedissero, a nostro parere, il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella presente, quest'ultima potrà essere da noi risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a Suo favore".  "In Rai, quindi, - continua il coordinamento "Errori di stampa" nella lettera aperta al direttore generale Lorenza Lei - l’azienda editoriale che lei dirige, non solo i giornalisti sono 'consulenti', pagati a cottimo e costretti a versare Inps o Enpals al posto dell'Inpgi. Ma hanno anche l’umiliazione di sapere che scegliere un figlio potrebbe implicare la rinuncia coatta al lavoro". I giornalisti del coordinamento "Errori di stampa" chiedono quindi al direttore Lorenza Lei "non solo di eliminare i contratti-truffa di consulenza, ma anche di cancellare da tutti i contratti Rai l’insopportabile 'clausola gravidanza' " perché "retrograda e illegale" nonché "ostacolo formale vergognoso al raggiungimento di condizioni di reale eguaglianza fra lavoratori (precari) e lavoratrici (precarie): una palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione". La notizia è rimbalzata su tutti gli organi di stampa, anche se molti di questi, soprattutto quelli più mainstream (e nonostante si parlasse di colleghi), hanno evidenziato solo il problema della "clausola gravidanza", tanto che anche il dg Lorenza Lei in una nota si limita ad affrontare questo problema: "Ho dato agli uffici competenti l’incarico di valutare interventi sulla clausola, anche se tengo a sottolineare che in Rai non c’è mai stata alcuna discriminazione o rivendicazione in merito, né certamente sono mai emersi, fin qui, dubbi di legittimità". Nessun accenno ai "contratti-truffa", che sembrano simili, come potrebbe forse notare qualcuno, a quelli adottati in tante altre aziende (pubbliche e private) per evitare assunzioni a tempo indeterminato come anche il pagamento dei contributi previdenziali. Anche la nota della Rai conferma solamente di "essersi sempre scrupolosamente attenuta al rispetto delle norme a tutela della maternità" sostenendo che "non esiste quindi alcuna clausola che possa consentire la risoluzione anticipata dei rapporti lavorativi del personale con contratto, anche a termine, di natura subordinata". "Quanto ai contratti di lavoro autonomo, ai quali come noto non si applica lo Statuto dei Lavoratori né le relative tutele, la RAI precisa di non essersi mai sognata di interrompere unilateralmente contratti di collaborazione a causa di maternità, a meno che questo non sia stato richiesto dalle collaboratrici interessate per ragioni attinenti allo stato di salute o alla loro sfera personale - conclude la nota - Ogni qualvolta si sia determinata l’esigenza di interrompere i contratti, si ripete su richiesta delle collaboratrici, RAI si è sempre adoperata per assicurare loro futuri impegni professionali al venir meno della ragione impeditiva pur senza aver alcun obbligo di legge al riguardo". Forse nel prossimo futuro in Rai verrà eliminata la parola "gravidanza" al "punto 10 del contratto di consulenza", ma il problema del giornalista assunto come "programmista-regista" sembra essere destinato a perdurare.

SUBISCI E TACI.

OGGI CHI PERQUISIAMO? I GIORNALISTI - La libertà di stampa è il cassetto della biancheria rovesciato sul pavimento. È l’agente in divisa che fruga tra i giocattoli di tuo figlio. È il guanto di lattice agitato per minacciare un’ispezione corporale - È nitido l’affresco che emerge dal quaderno dell’Ordine dei giornalisti - Si chiama “Le mani nel cassetto (e a volte anche addosso)”…

"Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano".

E' il titolo dell'interessante volume edito dall'Ordine dei giornalisti, che ospita le testimonianze dirette di numerosi colleghi di tutta Italia, i quali raccontano la propria esperienza di perquisizioni e sequestri subiti a seguito di articoli e inchieste pubblicate. Il libro ospita anche gli interventi di due giornalisti veneti, Carlo Mion (Nuova Venezia) ed Enzo Bordin (Mattino di Padova). Prefazione del presidente dell'Odg, Enzo Iacopino. Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Spiati, indagati, denudati Se anche i giornalisti sono vittime della casta. Vietato disturbare i potenti: le firme scomode finiscono nella rete delle procure. Ora un libro denuncia gli attentati alla libertà di stampa. Prima vittima: il Giornale. Un trattamento speciale: "Chi ti perquisisce si comporta come se avesse di fronte Riina", scrive Giacomo Susca su “Il Giornale”. La libertà di stampa è il cassetto della biancheria rovesciato sul pavimento. È l’agente in divisa che fruga tra i giocattoli di tuo figlio. È il guanto di lattice agitato per minacciare un’ispezione corporale. Elementare la professione del giornalista, si tratta «solo» di cercare e pubblicare notizie. A patto di non toccare i fili. Allora scrivere si trasforma in un’avventura, in certi casi in disavventure. È nitido l’affresco che emerge dal quaderno dell’Ordine dei giornalisti Le mani nel cassetto - (e talvolta anche addosso). I giornalisti perquisiti raccontano. Chi dà fastidio ai poteri forti finisce nella rete, da Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera a Emiliano Fittipaldi dell’Espresso. Tante le firme del Giornale: forse un quotidiano un po’ più uguale (cioè più scomodo) degli altri, visto che nel libro torna almeno cinque volte nei racconti in prima persona di Vittorio Feltri, Nicola Porro, Gian Marco Chiocci, Anna Maria Greco e Stefano Zurlo. Il Grande fratello giudiziario si materializza in via Negri 4 nel settembre 2010. Ricorda Feltri: «Un imprecisato numero di militari irruppe negli uffici del Giornale su mandato della Procura di Napoli. Cercava un dossier sulla Marcegaglia, presidente di Confindustria». Ma «si dà il caso che Porro fosse stato indebitamente intercettato. La sua conversazione con il collaboratore della Marcegaglia era stata interpretata non già come un cazzeggio tra amici, bensì quale minaccia alla presidente. Sicché la Procura di Napoli era partita lancia in resta contro la supposta macchina del fango da me diretta. (...) Non venni nemmeno interrogato. Perquisito anche Nicola Porro. Fisicamente. Carabinieri dappertutto: al Giornale e nelle abitazioni dei reprobi. Roba da matti. Ventiquattr’ore dopo pubblicammo davvero un dossier sulla Marcegaglia: si trattava di una raccolta di servizi denigratori sulla famiglia Marcegaglia recuperati in archivio; tutti pubblicati su impeccabili quotidiani e settimanali progressisti. Dell’inchiesta - conclude Feltri - non s’è saputo più niente». Quella mattina d’inizio autunno la ripercorre lo stesso Porro: «Una dozzina di carabinieri vengono a trovarti nei due tre posti dove hai messo piede e frugano dappertutto (...). Prendono in consegna i tuoi computer, e per sovra mercato anche quelli non tuoi: mio padre, mia madre, e mia moglie sono stati un paio di mesetti senza pc. E poi, alla ricerca di prove, non si fanno negare nulla: dal portafoglio, alla doccia che non può essere fatta dal sospettato se non in compagnia». La morale è immediata. «Intercettateci tutti, perquisiteci tutti, indagateci tutti. Sì buonanotte. In un mondo perfetto. A casa nostra - osserva Porro -, un giornalista che venga perquisito si trova nudo di fronte a una dozzina di carabinieri o poliziotti che hanno il mandato di comportarsi con le stesse procedure che adotterebbero di fronte a Totò Riina». Il Giornale, si diceva, per i pm è un posto dove andar a ficcare il naso alla ricerca di chissà quali comportamenti illeciti. L’inviato Gian Marco Chiocci lo sa bene. La prima e l’ultima volta gli è toccata per questioni di... case, dall’inchiesta su Affittopoli nella metà degli anni Novanta al recentissimo scoop sull’appartamento di Montecarlo. «Mi è costato una perquisizione in albergo, due interrogatori a distanza di poche ore, foto-segnalamento nella caserma della polizia monegasca con invito a lasciare immediatamente il Principato...». All’estero o a Roma, il trauma è lo stesso. Pochi mesi fa se n’è resa conto la nostra cronista Anna Maria Greco. «Da me cercavano gli atti di un vecchio procedimento disciplinare del Csm nei confronti del procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini. Ne avevo scritto sul Giornale il 27 gennaio 2011 e quella, evidentemente, era la mia colpa grave. Mi hanno detto che dovevano procedere alla perquisizione personale. Non volevo capire, ma mi sono preoccupata seriamente quando la donna carabiniere ha infilato i guanti di lattice. Mi ha fatto entrare in bagno e mi ha detto di spogliarmi. “Anche la biancheria intima”, ha precisato. Non volevo crederci...». Ma i danni maggiori li senti a «controllo» passato. Testimonia la Greco: «Molti di quelli che prima mi parlavano liberamente, ora non rispondono nemmeno più al cellulare; c’è chi si preoccupa se mi incontra e addirittura finge di non conoscermi». Delle toghe di Milano è anche la regia del blitz a casa di Stefano Zurlo, il 28 settembre 1996. «La perquisizione fu ordinata da Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, due celebri pm del Pool, anche se Mani pulite è finita da un pezzo. A mio figlio Giacomo, 4 anni, qualcuno in un impeto di zelo chiede: “Papà dove nasconde le carte?”». La pena per lesa maestà. Zurlo aveva scritto che «Antonio Funetta, l’autista di Chicchi Pacini Battaglia, era anche lo chaffeur dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Imbarazzante». Come lo è il diritto di cronaca per troppi potenti. Vietato disturbare i manovratori.

Lettera aperta al presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino, da parte di Alessandro Sallusti su “Il Giornale”. Questa è una lettera aperta al presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti, Enzo Iacopino. I fatti. Lo scorso anno il Consiglio nazionale dell'Ordine decise di editare un libro con le testimonianze di numerosi giornalisti che hanno subìto in carriera perquisizioni giudiziarie. Il volume si intitola: «Le mani nel cassetto, e talvolta anche addosso». Lo stesso Iacopino nella prefazione scrive: ma se non trova mai nulla, perché la magistratura le fa? Intimidazione, bavaglio? È bene che i cittadini sappiano. Opera meritoria, ma ora, caro presidente, c'è un problema. Due ex magistrati del pool Mani pulite, ora signori ricchi e potenti, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo, mi hanno denunciato in sede penale. E uno zelante loro collega, il pm Vincenzo Fiorillo, ha deciso di chiedere il mio rinvio a giudizio. Ci sarà un processo (la condanna la diamo per già scritta, tra magistrati funziona così) spese legali e quant'altro. Lei, Presidente, dirà: e che c'entra Sallusti? Nulla, questo è il bello. Mi sono limitato a pubblicare, anche per cortesia a lei, una recensione del libro, compreso stralci della pagina con la testimonianza del mio collega Stefano Zurlo che ricordava come nel 1996 venne perquisito, su ordine dei due suddetti pm, per uno scoop che riguardava l'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Le assicuro: quella pagina del libro, e la recensione, non contengono il benché minimo insulto o falso. È un racconto che corre sul filo della memoria, ricco di aneddoti e autoironia. Leggere per credere. E allora le chiedo, presidente Iacopino: a che serve l'Ordine dei giornalisti se ci è pure impedito di ricordare? Io le dico che cosa farei d'istinto. Primo: denunciare in sede civile i pm Davigo e Colombo per causa temeraria. Secondo: denunciare in sede penale i pm Davigo e Colombo per tentata estorsione. Terzo, stracciare per protesta la tessera di un Ordine dei giornalisti che sta inerme di fronte a magistrati arroganti e boriosi e non difende tutti noi che non saremo santi ma almeno paghiamo le quote associative. Quarto: denunciare al Csm il pm che ha firmato la richiesta di rinvio a giudizio per spreco di denaro pubblico (le motivazioni dell'avviso di garanzia sono ridicole oltre che incomprensibili). Mi dicono che sono tutte ipotesi non previste dai codici, mi limiterò quindi a fare come sempre il mio lavoro, ma mi creda, come dimostrano le note e recenti vicende, è sempre più dura. Non è che lei può darmi una mano, visto che nei pasticci sono finito un po' per colpa sua, magari non al telefono ma pubblicamente?

"Perquisito anche l'Ordine: dai pm attacchi inquietanti". Il presidente dei giornalisti Enzo Iacopino si dice sconcertato dopo l'ultima querela contro il Giornale, scrive Anna Maria Greco su “Il Giornale”.

Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti, che ne dice? Ci siamo attirati un'altra querela per diffamazione recensendo il libro di testimonianze dell'Ordine dei giornalisti, Le mani nel cassetto (e talvolta anche addosso), proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

«Sono sconcertato. Leggo, parola per parola, l'articolo del Giornale sulla perquisizione del 1996 a Stefano Zurlo e non trovo nulla che mi sembri diffamatorio. Vogliamo una spiegazione. E non so se stavolta siete soli o in buona compagnia».

Perché dice questo?
«Perché pochi giorni fa è venuta nella nostra sede la polizia giudiziaria e ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, me compreso che dell'Ordine sono il rappresentante legale. Il nostro avvocato è andato ad informarsi, ma gli hanno detto che sugli atti c'era il segreto. Ha appreso solo che tutto partiva da Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Abbiamo pensato ad un'iniziativa di risposta, ma non avevamo ancora gli elementi. Non ho saputo più nulla, finché non è uscita sul Giornale la lettera aperta di Sallusti, indirizzata a me. Speriamo che sia il vostro legale a darci qualche informazione».

Per ora, c'è l'avviso del tribunale di Monza al direttore Alessandro Sallusti e all'autore del pezzo, Giacomo Susca, che sono indagati per aver offeso la reputazione di Davigo e Colombo.
«Vogliamo conoscere i fatti, ne abbiamo il diritto e il dovere. Ma intanto, a Sallusti che mi chiede di dargli una mano assicuro che l'Ordine non lascerà il direttore e Il Giornale soli in questa vicenda, anche se non ci sarà un coinvolgimento diretto contro di noi. D'altronde, il libro è nostro, pubblicato con il logo dell'Ordine e la mia prefazione. E ce ne assumiamo la responsabilità».

La visita all'Ordine fa pensare che l'obiettivo, prima dell'articolo, sia il libro stesso. O no?
«In tutti i casi non ci gireremo dall'altra parte fingendo di non sapere, come ha fatto qualcun'altro».

Parla di Renato Farina, autore sotto pseudonimo del pezzo per cui Sallusti è stato condannato a 14 mesi di carcere?
«Sì di lui, che ora dice ai giornalisti di non aver saputo niente su una notizia pubblicata in prima pagina dai giornali, diffusa da tv e radio. Se si fosse autodenunciato prima, per Sallusti sarebbe stato tutto diverso».

Che quest'ultima querela venga da due ex toghe del pool di Mani pulite, che impressione le fa?
«Mi inquieta, soprattutto, che a querelare un giornale, senza prima cercare un chiarimento o sollecitare una rettifica, sia uno come Colombo, che siede nel consiglio d'amministrazione della Rai, la maggiore azienda d'informazione del Paese».

Tutto questo succede mentre in Senato non si riesce a migliorare la legge sulla diffamazione.
«Questo ddl è una pistola puntata alla nuca dei giornalisti, soprattutto i più deboli e non contrattualizzati, all'inizio di una campagna elettorale che sarà carica di tensioni. Ha il fine di tenere sotto ricatto permanente decine di migliaia di colleghi proprio quando è prevedibile che riprenda l'onda di notizie devastanti per la Casta dei politici».

Andrà avanti o no?
«Il Senato non recupererà la dignità e finirà con l'approvarla, per responsabilità diffuse di tutti i partiti. Confido che la uccida la Camera».

Intanto, Sallusti andrà in galera.
«Ci andrebbe anche con le nuove norme, che non risolvono il suo problema. D'altronde, sono contro la grazia che sarebbe una formidabile via di fuga per il Parlamento».

Perché da noi non si viene condannati per querela temeraria, come in altri Paesi?
«Nel ddl la proposta c'era, ma è stata accantonata. Per centinaia di querele si chiede la remissione alla vigilia della prima udienza. Ma per 2 anni il giornalista scrive azzoppato. Forse, proprio questo vuole una certa politica. E quante ville al mare si sono fatte con le querele».

GUAI A FARE SCOOP SULLE NEFANDEZZE DEI GIUDICI.

Fa uno scoop sui giudici: indagato e perquisito per ore. Il cronista di Repubblica si era occupato della lettera dei pm scritta ai superiori. Accusato di ricettazione scrive Massimo Malpica su “Il Giornale”. Quelli in toga litigano, e chi dà le notizie si ritrova indagato e perquisito. Stavolta succede a Bari, dove la polizia venerdì sera ha bussato alla redazione locale di Repubblica e a casa di un redattore del quotidiano, Giuliano Foschini, «reo» di aver rivelato il contenuto di una lettera scritta da due pm baresi alla stessa procura per chiedere lumi sul perché il gip che a fine ottobre ha assolto Vendola, Susanna De Felice, non si sia astenuta, visto che sarebbe amica della sorella del governatore, Patrizia. La storia è vera, la lettera c'è e denuncia esattamente quello che Repubblica, e altri quotidiani tra cui questo, hanno scritto. Però mentre i veleni spaccano la procura, il primo a intossicarsi è il malcapitato Foschini, che adesso è iscritto nel registro degli indagati della procura di Lecce (che si occupa della vicenda) addirittura per ricettazione, e l'altra sera s'è sorbito a domicilio lo spiacevolissimo rito del setaccio di armadi, cassetti e computer da parte dei poliziotti. Proprio l'ipotesi di reato è il dettaglio più odioso dell'intera vicenda, e fa pensare a scenari di vendetta più che di giustizia. Invece di capire in che modo, e grazie a chi, il contenuto di quella missiva - vera, val la pena di ribadire - è finito fuori dalla procura, ci si accanisce su chi di quella lettera è venuto a conoscenza, e che poi ha fatto nient'altro che il proprio dovere: raccontare un fatto che aveva tutti i crismi della notizia. Una notizia, appunto, non un'autoradio rubata. Anche se di fronte alla possibilità per i giornalisti di opporre il segreto professionale e tutelare le fonti, e in mancanza di qualsiasi elemento anche lontanamente diffamatorio (reato per il quale come è noto il Senato ha ora reintrodotto l'arresto), qualcuno avrà pensato che dare del ricettatore (di notizie) a un cronista era un'ideona, abbassando ancora un po' l'asticella del sistema giustizia nel nostro Paese. Un giornalista che dà conto di un documento ufficiale dal quale emergono con chiarezza le spaccature interne a una procura, ovviamente, non sta ricettando proprio niente. Semmai sta solo alzando meritoriamente il tappeto sotto al quale qualcun altro ha nascosto la polvere. Sta solo informando. Indagarlo per questo, accusandolo per di più di ricettazione, sembra una reazione muscolare e invasiva, un tentativo nemmeno velato di intimidire, lasciando lo spazio aperto ad altri metodi di indagine, intercettazioni comprese, in grado di disarmare una penna. Un dubbio sollevato anche dal segretario della Fnsi, Franco Siddi, che si dice «interdetto», e ricorda come un cronista abbia «il dovere del segreto professionale e di rendere noto ai cittadini le notizie di pubblico interesse»: «Immaginare che un giornalista possa essere messo sotto inchiesta per ricettazione - aggiunge Siddi - è un'operazione che, ancorché proceduralmente legittima, appare impropria e incomprensibile». Anche perché, conclude il segretario Fnsi, «i cittadini debbono sapere che in casi del genere l'indagato può essere messo anche sotto intercettazione e, nel caso del giornalista, vulnerato nelle sue fonti». Duro anche il commento del presidente dell'assostampa pugliese Raffaele Lorusso, che quanto alla ricettazione parla di «situazione inquietante e intollerabile»: «L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa».

Secondo “La Gazzetta del Mezzogiorno” Il pretesto è una indagine aperta a tempo di record con le ipotesi di violazione della corrispondenza e rivelazione di segreto. Ma è un modo per individuare chi ha passato alla stampa la lettera in cui i pm Francesco Bretone e Desiree Digeronimo hanno formulato accuse al giudice che ha assolto Vendola. I veleni della procura di Bari non si fermano, e stavolta ci vanno di mezzo i giornalisti: venerdì sera, su ordine del procuratore di Lecce, Cataldo Motta, la polizia ha perquisito per alcune ore Giuliano Foschini, di «Repubblica», che per aver pubblicato quella lettera dovrà rispondere di ricettazione. Un pretesto, appunto. A sporgere querela a Lecce è stato Bretone: dopo la pubblicazione della lettera sono piovute le critiche degli altri pm baresi, del presidente del Tribunale, della Anm e della camera penale. Nella missiva, datata 8 novembre, Bretone e Digeronimo sollevavano dubbi sull'imparzialità del giudice Susanna De Felice, che essendo amica della sorella di Vendola avrebbe dovuto astenersi nel processo per abuso d’ufficio contro il governatore concluso con l’assoluzione. I due pm avevano scritto al pg Antonio Pizzi, al procuratore Antonio Laudati e all’aggiunto Giorgio Lino Bruno. La perquisizione a Foschini, svolta - dice il giornalista - «con estrema cortesia», si è conclusa con esito negativo. L’atto - spiega il decreto firmato da Motta - era «necessario a fini probatori e per tentare di identificare da quale originale sia stata estratta ed eventualmente sottoporla ad accertamenti tecnici che consentano di ricondurla ad uno dei tre originali». Va sottolineato che al giornalista non è contestato il furto e che la lettera aveva tra i destinatari solo tre magistrati: ecco perché anche questo episodio va ascritto alla guerra interna al palazzo di giustizia barese, che vede il procuratore Laudati indagato a Lecce e la Digeronimo parte offesa. Mercoledì 14 novenbre 2012 la missiva non è stata pubblicata solo da «Repubblica». Ma Foschini (secondo la denuncia) aveva telefonato a Bretone informandolo «di essere in possesso» della missiva e chiedendogli un commento: da qui l’accusa di ricettazione, che consente ai magistrati di effettuare intercettazioni per tentare di scoprire le eventuali fonti.

E’ la stessa “La Repubblica” a parlarne. Perquisizioni sono state compiute dalla polizia, nella tarda serata di venerdì, nella redazione barese di Repubblica e nell'abitazione del cronista giudiziario Giuliano Foschini, indagato per ricettazione dalla Procura di Lecce in relazione ad articoli sui 'veleni' al palazzo di giustizia di Bari. Ne dà notizia il presidente dell'Assostampa di Puglia, Raffaele Lorusso. L'inchiesta è stata aperta dopo una denuncia presentata dal pm Francesco Bretone che assieme alla collega Desirèe Digeronimo, aveva scritto la lettera contenente le accuse mosse dai due pm al gup di Bari che ha assolto il governatore pugliese, Nichi Vendola, dall'accusa di abuso d'ufficio, sostenendo che il giudice è amico della sorella del leader di Sel. La perquisizione è avvenuta nell'ambito della massima correttezza da parte degli agenti e con la totale collaborazione del cronista. L'Associazione della Stampa di Puglia esprime "sconcerto e preoccupazione per la decisione della Procura della Repubblica di Lecce di sottoporre a perquisizione il collega Giuliano Foschini, giornalista di Repubblica". Lo afferma in una nota il presidente, Raffaele Lorusso. "Con un tempismo raramente riscontrabile in analoghe vicende in cui sono cittadini comuni a rivolgersi alla magistratura - prosegue - la Procura di Lecce, poche ore dopo la denuncia di uno dei sostituti procuratori della Repubblica di Bari protagonisti dello scontro, ha disposto la perquisizione da parte della polizia nell'abitazione del collega Foschini e nella redazione barese di Repubblica, dove lavora. Il collega Foschini, cui va la piena solidarietà del sindacato dei giornalisti pugliesi, ha fatto soltanto il proprio dovere, informando i cittadini su una vicenda che, indipendentemente da come andrà a finire, non contribuisce a rafforzare nell'opinione pubblica la fiducia nella giustizia e in coloro che l'amministrano. L'approccio nei confronti dei giornalisti da parte una certa magistratura inquirente non può non destare preoccupazione perché le passerelle delle forze di polizia nelle redazioni nascondono sempre il tentativo di mettere il bavaglio alla stampa. Ancor più grave, in questo caso, appare la contestazione al collega Foschini del reato di ricettazione". "Essendone poco chiari, se non fantasiosi i contorni - prosegue Lorusso - sarebbe grave se l'ipotesi di reato fosse stata formulata soltanto per risalire alle fonti del giornalista, attraverso perquisizioni e intercettazioni, e quindi per impedire a quest'ultimo di lavorare e di dare notizie scomode". "Quello di indagare per ricettazione i giornalisti in presenza di fughe di notizie chiaramente ascrivibili ad altri e non a chi ha il dovere di divulgarle nell'interesse esclusivo dei cittadini ad essere informati - conclude - è ormai uno schema cui la magistratura inquirente ricorre con sempre maggiore frequenza e verso il quale non si può restare inermi e silenti. Si tratta di una situazione inquietante e intollerabile, che riporta ai tempi della censura di cui, evidentemente, in tanti, non soltanto in Parlamento, sentono la nostalgia".

Ma non è tutto. Le nefandezze giudiziarie non solo non vanno pubblicate, ma nemmeno criticate. Assoluzione Vendola, veleni in Procura: «Csm valuti se trasferire Digeronimo», scrive Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La guerra tra toghe non conosce pause. Dopo il Procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati (su di lui, dopo una prima archiviazione pende un nuovo fascicolo), nel mirino del Consiglio superiore della magistratura potrebbe finire un altro magistrato barese. Nel Palazzo dei Marescialli, infatti, c’è chi vorrebbe trasferire d’ufficio il Pm antimafia Desirèe Digeronimo per «incompatibilità ambientale» dagli uffici giudiziari baresi. A chiedere l’avvio della procedura per verificare se sussistano i presupposti previsti dalla legge, i consiglieri togati di Area (Magistratura Democratica e Movimenti). Tempi duri, dunque, per il Pm in qualche modo isolata anche dai suoi colleghi baresi che hanno inviato all’Associazione nazionale magistrati una lettera indirettamente critica nei suoi confronti e nei confronti del Pm Francesco Bretone. Pomo della discordia la «riservata» personale in cui Digeronimo e Bretone avevano fatto riferimento all’amicizia che esisterebbe tra il giudice Susanna De Felice e la sorella del governatore Nichi Vendola, Patrizia. Una missiva che, dopo avere scatenato le dure reazioni e le critiche del presidente del Tribunale di Bari Vito Savino, dell’Anm distrettuale e della Camera Penale, dunque, potrebbe avere un pesante strascico disciplinare. Il giudice De Felice, nel settembre scorso, prima di decidere a proposito del reato per il quale Vendola era imputato (un presunto abuso d’ufficio in relazione alla riapertura per un concorso da primario nell’ospedale San Paolo di Bari), aveva scritto al presidente facente funzioni del suo ufficio, Antonio Diella, dicendogli di conoscere Patrizia Vendola per averla incontrata ad alcune cene a casa di amici, una delle quali organizzata nell’abitazione del Pm Digeronimo. E il presidente ad interim della sezione le aveva confermato l’assegnazione del fascicolo. Digeronimo, Bretone e l’aggiunto Lino Giorgio Bruno avevano chiesto una condanna per Vendola e per l’ex direttore generale dell’Asl di Bari Lea Cosentino a 20 mesi di reclusione. Il giudice De Felice ha invece assolto entrambi con la formula più ampia («perché il fatto non sussiste»). La lettera «riservata» a firma di Digeronimo e Bretone e inviata a Laudati, al Procuratore generale Antonio Pizzi e all’aggiunto Bruno, non è l’unico elemento su cui poggia la richiesta di avviare l’iter per un trasferimento d’ufficio. I consiglieri del Csm, infatti, intendono chiedere l’apertura del procedimento a carico del solo Pm Digeronimo (escludendo quindi il Pm Bretone) anche per approfondire eventuali altri aspetti emersi dagli atti dell’inchiesta della Procura di Lecce che, nelle scorse settimane, ha fatto notificare a Laudati, un avviso di conclusione delle indagini per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale. Dopo un lungo interrogatorio in cui si è difeso dalle accuse, il Procuratore salentino Cataldo Motta sta valutando se chiedere il rinvio a giudizio. Spetterà al comitato di presidenza del Csm decidere se aprire oppure no una pratica davanti alla prima Commissione. A «pesare» potrebbero essere anche le dure dichiarazioni dell’Anm distrettuale e, chissà, la lettera di solidarietà al giudice De Felice inviata al sindacato delle toghe e firmata da tutto l’ufficio inquirente barese, fatta eccezione per Bruno (cotitolare del fascicolo su Vendola) e Laudati. Nella missiva i 26 Pubblici ministeri esprimono «fiducia» nell’operato degli uffici giudicanti, «la stessa fiducia che chiediamo ai cittadini di nutrire in tutta la magistratura». «Crediamo fermamente – prosegue il documento – che i magistrati abbiano il dovere di utilizzare esclusivamente nella sede processuale, nei tempi e nelle forme stabilite dalla legge, le informazioni di cui dispongono, così come di promuovere, nei tempi e nelle forme previste, ogni contestazione che abbia ad oggetto le decisioni giudiziarie. Soltanto il rispetto delle regole costituisce garanzia irrinunciabile dei diritti di ogni cittadino e fonda la legittimazione delle istituzioni». Un Pm - dicono in sostanza - ha a disposizione altri strumenti giuridici se sospetta che un giudice non sia imparziale o se non condivide un provvedimento. Quanto basta per confermare, qualora ce ne fosse bisogno, che negli uffici giudiziari il clima è davvero pesante.

Le mani della giustizia sull'informazione. Non è la prima volta che succede.

SE SI DENUNCIANO ERRORI DEI MAGISTRATI: SCATTA LA REAZIONE.

Si sono concluse il 5 aprile 2008 le perquisizioni operate dalla Polizia nella sede di Telenorba, a Conversano, in provincia di Bari, nell'ambito delle indagini sull'omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher e sulla trasmissione "Il Graffio", che ha mostrato le immagini girate dalla Polizia Scientifica subito dopo il ritrovamento del corpo della vittima. Secondo quanto si apprende, oltre a un'indagine della procura del capoluogo umbro per violazione della privacy (sarebbero indagati il direttore responsabile della testata giornalistica e conduttore della trasmissione Enzo Magistà e un altro giornalista impegnato in alcuni servizi per "il Graffio"), sarebbe stata aperta un'azione penale anche da parte della Procura di Bari per pubblicazione di atti osceni (articolo 528 del Codice Penale). “Abbiamo dato tutta la nostra disponibilità, perché non abbiamo nulla da nascondere”: è il commento del direttore del TgNorba, Enzo Magistà, alla perquisizione a Telenorba fatta dalla polizia su disposizione della procura della Repubblica di Perugia in relazione alla trasmissione, il 31 marzo scorso, delle immagini dei sopralluoghi della scientifica nella casa dove venne uccisa Meredith Kaercher: nel filmato si mostrava tra l'altro il corpo della studentessa inglese. Alla perquisizione Magistà non ha assistito: in risposta a una domanda su quanto sia stato acquisito nella perquisizione, ha detto di ritenere che siano stati acquisiti i filmati andati in onda.

RADIO PADANIA, RADIO VERGOGNA.

Radio Padania. Radio Vergogna. Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania“, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. In attesa del giusto premio, ecco una gallery delle ultime dieci perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali. Dopo il tentativo di "invadere" Alessano, in provincia di Lecce, Radio Padania ci riprova con Brindisi, dove sembra che l'emittente radiofonica della Lega abbia "occupato" le frequenze di Idea Radio. L'allarme è lanciato proprio dal legale rappresentante di Idea Radio, Tommaso D'Angeli. «Radio Padania sbarca e colonizza quella che ancora risulta essere la provincia di Brindisi, occupando e fortemente disturbando le trasmissioni di Idea Radio nel comune di Brindisi sulla frequenza dei 97.800 Mhz. Per l'ennesima volta Radio Padania attiva un impianto nel Salento per le proprie trasmissioni». D'Angeli spiega che «questa volta l'emissione parte dal comune di Villa Castelli, noto per la grande concentrazione di impianti radiotelevisivi e di telefonia». L'emittente della Lega Nord, osservano ancora da Idea Radio, «trasmette in qualità di radio comunitaria nazionale, che le permette, in virtù di un decreto legge creato dal governo Berlusconi, di attivare impianti su tutto il territorio nazionale senza acquistarli, ma semplicemente comunicandone l'attivazione al competente ministero dello Sviluppo Economico». Unica prerogativa, spiegano, è di non interferire con altre emittenti. Una prerogativa che sembra sia stata però disattesa. La protesta dell'emittente brindisina è partita, indirizzata sia al sindaco di Villa Castelli che al direttore dei Servizi territoriali di Arpa Puglia. In attesa di sviluppi, i brindisini potranno ascoltare Radio Padania tranquillamente seduti in poltrona. Così facendo disturba le frequenze di Idea Radio, che prende posizione pubblicamente attraverso questo comunicato del legale rappresentante di Idea Radio, Tommaso D'Angeli. «Mentre si discute sul riordino delle province, se appartenere a Lecce, Taranto o Bari, mentre si discute se realizzare un'unica macro provincia o la Regione Salento, il partito di Bossi, dalla Padania per mezzo della sua espressione più diretta “RADIO PADANIA” sbarca e colonizza quella che ancora risulta essere la provincia di Brindisi, occupando e fortemente disturbando le trasmissioni di Idea Radio nel comune di Brindisi sulla frequenza dei 97.800 Mhz. Per l’ennesima volta Radio Padania attiva un impianto nel Salento per le proprie trasmissioni. Questa volta l’emissione parte dal Comune di Villa Castelli, noto per la grande concentrazione di impianti radiotelevisivi, di telefonia e di altri soggetti, anche militari, già in passato oggetto di proteste da parte della città per la difesa ambientale e della popolazione soggetta alle emissioni elettromagnetiche. Radio Padania trasmette in qualità di Radio Comunitaria Nazionale che le permette in virtù di un Decreto Legge creato dal governo Berlusconi di attivare impianti su tutto il territorio nazionale senza acquistarli, ma semplicemente comunicandone l’attivazione al competente Ministero dello Sviluppo Economico-Comunicazioni. Unica prerogativa concessa è quella di non interferire con altri legittimi utilizzatori dello spettro radioelettrico. E così sorgono i problemi per le emittenti interferite, le quali dovranno, con notevole aggravio di spese, documentare con campagne di misure radioelettriche e perizie, le interferenze subite nell'ascolto delle proprie trasmissioni. Idea radio si è già attivata presso il competente Ministero dello Sviluppo Economico-Comunicazioni per tutelare le proprie trasmissioni. Al contempo con la presente si invitano il Sindaco di Villa Castelli e l’Arpa Puglia sezione di Brindisi a voler verificare se Radio Padania abbia mai inoltrato istanza ai sensi di quanto disposto dal D.L. n.259/03, L.R. 05/92 e dal R.R. 14/06, per l'installazione delle antenne e dell'impianto nel comune di Villa Castelli, diversamente si prega di intervenire con urgenza secondo la propria autorità per la rimozione dell’impianto».

“Radio Padania, colonizzatori per interesse”. E’ questo quello che i brindisini potranno ascoltare… e sì, perchè Radio Padania ci riprova a colonizzare il Salento, questa volta attraverso l’installazione di un’antenna a Villa Castelli, un po’ più a nord. Ci avevano già provato, ricorderete, partendo da Alessano. Ed anche in quell’occasione si scatenarono le proteste contro l’occupazione abusiva delle frequenze e, soprattutto, contro gli insulti ai meridionali nei quali potrebbero imbattersi i brindisini che si troveranno ad ascoltare l’emittente radiofonica che fa capo al partito politico fondato dal Senatùr Umberto Bossi. La scoperta è avvenuta quando una radio locale, Radio Idea, ha notato delle interferenze sulle frequenze, da lì all’infelice scoperta il passo è stato breve. Ed, ovviamente, Radio Idea si è già attivata per tutelare i propri spazi seguendo l’iter indicato dalla legge, ma ora l’appello è al territorio ed alle sue istituzioni anche perchè, molto probabilmente, e su questo in molti si troveranno d’accordo, il discorso è più economico che politico. Immediatamente si è scagliato contro quest’ennesimo tentativo di colonizzare il Salento, il Presidente del Movimento Regione Salento Paolo Pagliaro “Basta con questo sopruso! Radio Padania spenga l’impianto e rispetti questa terra!”. La sua opinione trasmessa e pubblicata sulla sua emittente “Tele Rama” e su youtube. «Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo. Violenti, perché hanno ottenuto grazie alla gestione del potere con una legge ‘ad personam’ del Governo Berlusconi a trazione leghista, l’opportunità di un sopruso-abuso: accendono la frequenza che desiderano e questa diventa di loro proprietà se ‘non disturba’ e se entro 90 giorno non vi sono reclami. Voraci ed arraffoni, perché intendono invadere un mercato scavalcandone le regole. Illiberali, perché i contenuti di questa Radio Padania sono volgarmente e qualunquisticamente anti-meridionali, perdendo così l’occasione del confronto positivo e costruttivo. Sono furbacchioni perché, in qualche caso, pare che abbiano acquisito gratuitamente le frequenze (con le complicità romane) per poi rivenderle ai privati. Solidarietà a Idea Radio, basta con questi soprusi!».

NAVIGATE PER INFORMARVI E NAVIGATE INFORMATI. In nome della «Polizia di Stato» c’è un virus truffa che terrorizza gli internauti e blocca i pc, questo è l'avviso lanciato da Antonio Giangrande su "Il Corriere della Sera". La richiesta: Cento euro per sbloccare il pc «infetto». Questa richiesta potrebbe apparire sul monitor del vostro computer se nelle calde serate estive per «sbaglio» navigherete sui svariati siti hard, ma non solo. E quindi provare lo stesso tuffo al cuore delle migliaia di persone a cui la cosa è successa. Sullo schermo appare nientemeno un avviso della polizia di Stato di cui non riuscirete più a liberarvi. «Sgamati», colpiti e affondati «con materiale pedopornografico», dice l'avviso, rischiate fino ad otto anni di carcere e multe di centinaia di migliaia di euro. Ma se pagate subito non vi succede niente e tutto si risolve in 72 ore. Superate i primi momenti di smarrimento... siete davanti all'ennesima truffa informatica. Già, perché non di polizia di Stato si tratta ma dell'ennesimo virus truffa che ha mutato le sembianze dopo aver indossato anche la finta divisa della Guardia Finanza e il cappello dei carabinieri.

LA MINACCIA - Sebbene non sia ancora diffuso, la Polizia Postale invita gli utenti a munirsi di software antivirus aggiornato e consiglia di navigare sul web con un account utente senza diritti amministrativi sulla macchina, per limitare l’effetto del malware. Antonio Giangrande, presidente dell’ «Associazione Contro Tutte le Mafie» spiega in un comunicato stampa che la schermata intestata alla “Polizia di Stato” richiama la violazione di un fantomatico e non qualificato reato telematico (spam, violazione diritto d’autore, violazione privacy, ecc.) ed intima di pagare 100 euro entro 72 ore, con la minaccia dell’attivazione di un procedimento penale da parte della Polizia Postale di Stato con aggravio di pena. Il documento poi avvisa che se si paga 100 euro con una carta prepagata (il codice da inserire nel documento) il funzionamento del pc verrà riattivato».

LA TRUFFA - Ma bisogna pagare? «Ovviamente no. Il consiglio - afferma l'Associazione Contro Tutte le Mafie - è quello di rivolgersi al proprio assistente telematico di fiducia per debellare il virus dal proprio pc e di informare, chi ha tempo e voglia, la Polizia Postale (quella vera) del tentato reato di estorsione, minaccia e truffa perché a quanto pare molti malcapitati vi sono incappati». Per i più bravi a smanettare col pc basta seguire le procedure a questo link oppure provare i consigli di chiccheinformatiche. L'importante è farlo presto. Prima che vostra moglie torni dalle vacanze e accenda il computer.

Cultura, Informazione e Società. A proposito di Wikipedia, l’enciclopedia censoria.

Wikipedia, secondo la presentazione contenuta sulla sua home page web, è un'enciclopedia online, collaborativa e gratuita. Disponibile in 280 lingue, Wikipedia affronta sia gli argomenti tipici delle enciclopedie tradizionali sia quelli presenti in almanacchi, dizionari geografici e pubblicazioni specialistiche. Wikipedia, a suo dire, è liberamente modificabile: chiunque può contribuire alle voci esistenti o crearne di nuove. Ogni contenuto è pubblicato sotto licenza Creative Commons CC BY-SA e può pertanto essere copiato e riutilizzato adottando la medesima licenza. La comunità di Wikipedia in lingua italiana è composta da 771.190 utenti registrati, dei quali 8.511 hanno contribuito con almeno una modifica nell'ultimo mese e 105 hanno un ruolo di servizio. Gli utenti costituiscono una comunità collaborativa, in cui tutti i membri, grazie anche ai progetti tematici e ai rispettivi luoghi di discussione, coordinano i propri sforzi nella redazione delle voci. Quello che non si dice di Wikipedia, però, è che, pur lagnandosi essa stessa del pericolo della censura, i suoi utenti con ruolo di servizio svolgono proprio un’attività censoria. Non tutti i contenuti inseriti, nuovi o di rettifica, sono pubblicati sulla cosiddetta enciclopedia libera. Wikipedia ha una serie di regole e di linee guida per la pubblicazione, ma poi ti accorgi che sono puri accorgimenti per censurare contenuti e personaggi non aggradi all’utente di turno con mansioni di servizio. Censura dovuta ad ignoranza o mala fede. Un esempio: provate a cercare Antonio Giangrande, o i suoi 40 libri, o Associazione Contro Tutte le Mafie. Non troverete nessuna pagina a loro dedicata, e si potrebbe capire non reputandoli degni di attenzione, ma non troverete anche alcun riferimento a contenuti attinenti ed esistenti ed inclusi in altre pagine. Per esempio, alla voce mafia tra le associazioni antimafia non vi è l’Associazione Contro Tutte le Mafie. Addirittura hanno tolto il riferimento bibliografico al libro con il titolo “Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana. Il resoconto di un Avetranese”, scritto da Antonio Giangrande ed inserito alla pagina “Il Delitto di Avetrana”. Ognuno, comunque, può verificare da sé con i propri contenuti. Alla fine ti accorgi che, mancando alcune opere, fatti, personaggi o contenuti nuovi o di rettifica, proprio perché vi è impedimento al loro inserimento, Wikipedia proprio un’enciclopedia libera non è.

Ma tutto ciò è avvalorato da quanto scrive su “Il Giornale” Alessandro Gnocchi.

Wikipedia come Mao: fa censura per cercare di riscrivere la storia. La popolare enciclopedia on line cancella gli interventi degli utenti che non si attengono alla "linea politica". «L’egemonia culturale è un concetto che descrive il dominio culturale di un gruppo o di una classe che “sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo”». La definizione, con ampia citazione di Gramsci, è prelevata da Wikipedia, l’enciclopedia on line ormai egemone nel fornire informazioni a navigatori, studenti, giornalisti e perfino studiosi. Nel mondo di Wikipedia le gerarchie sono quasi inesistenti. Chiunque può contribuire a creare o modificare una voce. La garanzia dell’accuratezza poggia su una doppia convinzione: il sapere collettivo è superiore a quello individuale; la quantità, superata una certa soglia di informazioni, si trasforma in qualità. Molto discutibile, e non solo in linea di principio. Infatti in Wikipedia esiste un problema di manipolazione del consenso, in altre parole è attivo un «sistema di controllo» simil-gramsciano (in sedicesimo, si intende). Le posizioni faziose passano quindi per neutrali, e il collaboratore che obietta può andare incontro a sanzioni che vanno dalla sospensione alla radiazione. Di recente, ad esempio, è stato espulso Emanuele Mastrangelo, caporedattore di Storiainrete.com, sito specialistico, e autore di alcuni studi sul fascismo. La pena «all’utente problematico» è stata comminata, dopo processo non troppo regolare, per un «reato» d’opinione gravissimo: aver affermato che in Italia la fine della Seconda guerra mondiale assunse anche il carattere di una «guerra civile». Opinione, quest’ultima, largamente maggioritaria tra gli storici di ogni orientamento, salvo forse quelli che hanno ancora il mitragliatore del nonno sepolto in giardino. «Guerra civile», per Wikipedia.it, non merita neppure una voce a sé: l’espressione è citata di passaggio all’interno di «Resistenza». Stesso trattamento è riservato alle forze armate che rifiutarono di aderire alla Rsi, facendosi deportare dai tedeschi: un accenno e via. Quanto alle «esecuzioni post conflitto» operate dai partigiani, si sfiora il giustificazionismo. Il paragrafo è preceduto da una imparzialissima (si fa per dire) dichiarazione di Ermanno Gorrieri, sociologo attivo nella Resistenza: «I fascisti non hanno titolo per fare le vittime». E accompagnato da una precisazione imparzialissima (si fa per dire) di Luciano Lama: «Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra. Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il “cessate il fuoco”. Quella no». Ecco, questo si può dire, è super partes al contrario di «guerra civile», definizione «non enciclopedica» solo per caso usata da una tonnellata o due di studiosi e scrittori di sinistra da Pavone a Pansa. Di conseguenza, dopo qualche giorno di discussione on line, arriva la sentenza: «A un utente che è stato bloccato sei mesi e non ha ancora compreso che la comunità non tollera atteggiamenti di questo tipo, è il momento di dire basta. Con tanto dispiacere, ci mancherebbe, né ho “corda e sapone pronta da lunga pezza”». In effetti l’impiccagione sarebbe stato troppo anche per un revisionista come Mastrangelo. «Pertanto - prosegue il giudice - procedo a bloccare per un periodo infinito l’utente». Al di là di questo caso personale, sono parecchie le voci contestate per una certa parzialità. Da quella sulla malga di Porzûs (dove nel febbraio 1945 i partigiani comunisti massacrarono quelli cattolici dell’Osoppo) a quella sull’attentato di via Rasella, che i wikipediani preferiscono chiamare «attacco», piena di lacune, a esempio sulle polemiche scatenate dall’azione gappista anche all’interno del Pci e degli altri partiti del Comitato di Liberazione a Roma. Oggetto di accese discussioni anche Cefalonia, Pio XII, l’Olocausto, la religione cattolica in generale. Anche in voci meno calde come quelle inerenti il liberalismo, il libero mercato, il neoliberismo emerge nettamente una visione assai orientata contro il capitalismo. Nella voce dedicata all’economista Milton Friedman si legge addirittura un giudizio morale: «Pur ricordando che né Milton Friedman né José Piñera sono stati coinvolti con le torture ed i crimini commessi dal governo Pinochet, la loro correità morale non viene per questo diminuita di fronte alla gravità dei crimini commessi contro l’umanità». Non si direbbe una valutazione «enciclopedica». Il sapere «democratico» di Wikipedia sembra un aggiornamento digitale del maoismo.

GIOCA CON I FANTI, MA LASCIA STARE I SANTI. DELLA SERIE: SUBISCI E TACI, SE NO TI TACCIO. MA IN CHE MANI SIAMO?

«Silvia mia carissima, mi regge feroce la certezza della mia onestà totale. Lo sbigottimento per questa mascalzonata, o errore, o macchinazione, o non so cosa. L’unica cosa che so è che sono innocente. Voglio, devo vivere fino a sentirlo dire. Dopo non mi importerà più di nulla. Mia dolcissima Silvia aspetto con tanta ansia in questo zoo di disperati un tuo scritto. Qui non faccio che vedere gente che da sette mesi od un anno aspetta un interrogatorio. Questo te lo confermo è un paese infame. Se c’è un posto dove sorge automatico il disgusto per questo Italia, beh questo posto è proprio la galera. Sai qui si vive come i malati di un ospedale lugubre. O come scoiattoli che girano sempre alla stessa ruota. Sento la radio e non ho più colpi al cuore quando mi accorgo che il mio nome è diventato il grottesco pretesto per una macabra pulcinellata. Così è, Silvia. Così è andata. Mai come adesso ho fatto appello a quel poco che so di filosofia e di stoici. Io sono, certe volte, proprio disperato. In questo paese non succede nulla. E’ questo che mi avvelena e mi dispera. Una ad una le speranze di una rigenerazione morale se ne vanno. Una Stampa stupida, serva, incline solo al pettegolezzo ed ai circensi. Aliena ai problemi veri e reali. Uno spettacolo immondo. Quanto dovrà passare per la riforma dei codici e per la riduzione della carcerazione preventiva? Sono deluso Silvia. Mi pare di aver gettato via la mia vita e debbo fare anche autocritica. Credevo nella legge, nei magistrati e nelle istituzioni. Non promettete mai una lettera, una visita, se poi non mantenete. Il carcere corrompe anche i sogni. Ho sognato di far parte, comportandomi benissimo, di una banda di svaligiatori di appartamenti. Quello che non si sa è che una volta gettati in galera non si è più cittadini, ma pietre. Pietre senza suoni, senza voce, che a poco a poco si ricoprono di muschio. Una coltre che ti copre con atroce indifferenza. Ed il mondo gira: indifferente a quest’infamia.» Questa, per chi non lo sapesse è la testimonianza di Enzo Tortora alla figlia Silvia. La testimonianza di un innocente sbattuto in quell’inferno auspicato dai tanti benpensanti. Questi sono coloro che, quando le disgrazie capitano agli altri godono, se non che sbraitano quando gli altri sono loro.

Prendendo spunto dalla parole di chi è diventato la luce per gli innocenti in carcere ed al fine di contestualizzare il processo di Taranto sul delitto di Sarah Scazzi in un quadro nazionale e locale, evidenziando l'ignominia dei giornalisti sulla tv e la carta stampata nei rapporti con la verità e con la sudditanza all'alterigia dei magistrati permalosi, è utile conoscere alcuni risvolti riguardanti i magistrati ed i giornalisti con cui ci rapportiamo ogni giorno. Si legge sul “Il Corriere della Sera” che sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini per abuso d'ufficio al procuratore di Bari, Antonio Laudati, e al suo ex sostituto Giuseppe Scelsi. Il caso riguarda il procedimento penale sulle escort che l'ex imprenditore barese, Gianpaolo Tarantini, ha portato dall'ex premier Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Lo stesso atto, che solitamente prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, è stato notificato anche a sei giornalisti accusati di diffamazione. L'inchiesta a carico del procuratore di Bari è stata avviata dopo che Laudati è stato accusato da un suo ex pm, Scelsi (ora sostituto procuratore presso la Corte d'appello di Bari), di aver di fatto rallentato l'indagine sulle escort. Dopo i primi accertamenti, la procura di Lecce aveva indagato Laudati per favoreggiamento personale, abuso d'ufficio e tentativo di violenza privata. I sei giornalisti indagati per diffamazione sono stati invece denunciati dal procuratore Laudati nel corso del tempo. A proposito del procuratore di Bari, Antonio Laudati, la procura di Lecce ipotizzando il reato di abuso d'ufficio scrive: «Nello svolgimento delle funzioni di procuratore avrebbe intenzionalmente arrecato ingiusto danno ai magistrati Giuseppe Scelsi e Desirèe Digeronimo consistito nella indebita aggressione alla sfera della personalità per essere stati i due magistrati illecitamente sottoposti da parte della guardia di finanza ad investigazioni e ad abusivo controllo della loro attività professionale e della loro immagine». Ed ancora è scritto nell'avviso di conclusione delle indagini Laudati avrebbe «delegato, senza alcun atto scritto, al personale di polizia giudiziaria della guardia di finanza attività d'indagine - seguendone personalmente gli sviluppi - sulle modalità di conduzione delle indagini sulla sanità pubblica pugliese svolta dai sostituti procuratori Giuseppe Scelsi e Desirèe Digeronimo e sulle irregolarità e criticità di esse in violazione sia dell'articolo 11 del codice di procedura penale, sia delle disposizioni del decreto legislativo n. 109/2006 in materia di accertamento della responsabilità disciplinare nonché della relativa normativa secondaria del Csm che non consentivano di avviare di iniziativa indagini per accertare eventuali profili di legittimità svolte dai magistrati del suo ufficio». Il procuratore di Bari, Antonio Laudati, è anche accusato di favoreggiamento personale per aver aiutato sia «Gianpaolo Tarantini ed altri indagati» ad eludere le indagini sulle escort, sia «aiutato» Silvio Berlusconi ad eludere le stesse indagini «dirette ad accertare anche l'eventuale suo concorso nei suddetti reati». A Laudati viene contestato di aver disposto «arbitrariamente», il 26 giugno 2009, due mesi e mezzo prima di insediarsi nell'incarico di procuratore di Bari, che le indagini sulle escort portate da Tarantini nelle residenze di Berlusconi «venissero sospese e non si adottasse alcuna iniziativa fino a quando non avesse assunto le funzioni» di capo della procura. L'incontro avvenne nella scuola allievi della Guardia di finanza di Bari alla presenza del pm inquirente, Giuseppe Scelsi, e di ufficiali della Gdf a cui erano state delegate le indagini. L'insediamento di Laudati avvenne il 9 settembre 2009. Dando quelle disposizioni - secondo l'accusa - «con abuso dei poteri e violazione dei doveri di magistrato» Laudati, tra l'altro, ha impedito «l'assunzione di sommarie informazioni dalle altre escort non ancora ascoltate» e ha causato «ritardo ed intralcio nello svolgimento delle investigazioni per la maggiore difficoltà di accertamento di fatti e circostanze conseguente alla maggiore distanza temporale del momento investigativo dal loro verificarsi». In questo si è concretizzato - secondo i magistrati salentini - il reato di favoreggiamento personale aggravato contestato al procuratore di Bari. Laudati avrebbe quindi - è scritto nell'avviso di conclusione delle indagini - «aiutato Gianpaolo Tarantini e gli altri indagati» ad «eludere le indagini» nel procedimento per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione delle «cosiddette escort» avviato dal pm Giuseppe Scelsi «nel quale era coinvolto quale fruitore delle prestazioni sessuali il presidente del Consiglio dei ministri, on. Silvio Berlusconi (al fine di favorire indirettamente quest'ultimo preservandone l'immagine istituzionale) ed aiutato anche quest'ultimo ad eludere le suddette indagini, dirette ad accertare anche l'eventuale suo concorso nei suddetti reati». Avrebbe «intenzionalmente arrecato ingiusto danno» ad un altro pm della procura di Bari, Desirèe Digeronimo, e a un'amica di quest'ultima, Paola D'Aprile, attuando una «indebita aggressione alla sfera della loro personalità» intercettandone le conversazioni «per fini estranei alla funzione giurisdizionale»: è con questa motivazione che la procura di Lecce contesta al pm barese Giuseppe Scelsi (ora sostituto procuratore generale) il reato di abuso di ufficio nell'avviso di conclusione delle indagini a suo carico e a carico del procuratore di Bari, Antonio Laudati. La vicenda attribuita a Scelsi nel capo di imputazione è estranea alle indagini escort che riguardano il suo ex capo Antonio Laudati. La contestazione del reato all'ex pm riguarda invece le inchieste sulla sanità della Regione Puglia che tra il 2008 e il 2009 conducevano sia Digeronimo (che aveva tra gli indagati l'ex assessore Alberto Tedesco) sia Scelsi stesso, che avrebbe agito per «ripicca», secondo la procura di Lecce, e per «costringere» la collega ad astenersi. Per perseguire le proprie finalità «estranee alla funzione giurisdizionale», Scelsi, infatti, avrebbe più volte usato «surrettiziamente» elementi acquisiti durante altre intercettazioni, che lui stesso alcuni mesi prima aveva ritenuto penalmente irrilevanti. Sempre per perseguire il proprio intento, avrebbe anche coinvolto la guardia di finanza chiedendo informative che giustificassero le sue richieste di intercettazione di D'Aprile, che sapeva amica di Digeronimo. L'accusa dei confronti di Antonio Laudati per abuso di ufficio è invece legata alla costituzione di un'aliquota di finanzieri voluta dallo stesso procuratore e che aveva l'incarico di lavorare esclusivamente ai suoi ordini. Secondo la denuncia presentata a suo tempo da Scelsi quei finanzieri avrebbero però svolto una sorta di indagine parallela sul modo in cui veniva condotta l'indagine su Tarantini. La Procura di Lecce sostiene oggi che di fatto Laudati "spiò" il pm Scelsi e la collega Desierè Digeronimo eseritando nei loro confronti una vera e propria violenza privata, deleggitimandone anche la funzione agli occhi dei finanzieri incaricati di controllarli. Sul caso era intervenuta anche la commissione disciplinare del Csm che aveva tuttavia archiviato il fascicolo. L'avviso di conclusione delle indagini è stato notificato anche a sei giornalisti accusati di diffamazione a mezzo stampa al procuratore di Bari, Antonio Laudati. I cronisti indagati sono di Massimiliano Scagliarini de "La Gazzetta del Mezzogiorno" per un articolo che riguarda la stessa materia per la quale oggi la procura ha indagato Laudati. Poi Gianni Lannes, accusato di aver offeso in un articolo la reputazione di Laudati, del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e dell’allora capo di gabinetto di quest’ultimo, Francesco Manna. L’articolo faceva riferimento ad un finanziamento concesso dalla Regione ad un convegno sulla giustizia organizzato a Bari da Laudati. Gli altri 'pezzi' ritenuti diffamatori per la reputazione del procuratore Laudati sono quelli della cronista di "Repubblica-Bari", Mara Chiarelli, (di omesso controllo risponde il direttore del quotidiano Ezio Mauro), e di Nazareno Dinoi del "Corriere del Mezzogiorno-Puglia" e direttore de “La Voce di Manduria” (di omesso controllo è accusato il direttore della testata, Marco De Marco).

Quando si dice la legge del contrappasso. Nazareno Dinoi, citato pocanzi è il giornalista di Manduria ben informato sulle carte del processo Scazzi, tant’è che ha pubblicato le famose foto della ragazza morta. Lui come i suoi colleghi non disdegna di sbattere il mostro in prima pagina. E’ incline a pubblicare le disgrazie degli altri. Oggi tocca a lui essere il mostro di turno sbattuto sulle prime pagine dei giornali nazionali: un po’ poco su quelli locali, molto attenti al rispetto della colleganza ed al rispetto per i magistrati. In loco la notizia è apparsa sul tg di Antenna Sud e sul tg di Tele Norba (con critiche del direttore ai magistrati di Lecce), niente di niente su TRNews, il tg di Tele Rama di Lecce. Nazareno Dinoi non ha avuto alcuno scrupolo nel scrivere, sui giornali che gli consentivano di farlo, della condanna in primo grado per abusivo esercizio della professione e per circonvenzione d’incapace a carico del sottoscritto dr Antonio Giangrande, per aver difeso una sua cliente nell’esercizio della professione forense, con regolare abilitazione. Condanna infondata e che non poteva essere altrimenti né in cielo, né in terra. Condanna generata dalla grave inimicizia con i magistrati di Taranto per non aver adottato la comune omertà in riferimento ai grossolani errori ed abusi che questi commettono. Non solo ha scritto della condanna, ma ha evidenziato il fatto che il Giangrande fosse il Presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, sodalizio notoriamente non di sinistra. Questo per creare nocumento al Giangrande ed ancor di più alla sua associazione. Il Giangrande era lo stesso che ha denunciato magagne ai concorsi pubblici quando Manduria era sostenuta da una Giunta di Sinistra. Denuncie ben censurate sulla stampa di Manduria. Certamente Nazareno Dinoi ha pensato bene di non scrivere, però, sullo stesso giornale in cui ha dato la notizia a caratteri cubitali della condanna, che in appello la condanna non è stata confermata e che il magistrato del primo grado è stato denunciato a Potenza perché non nuova a sentenze ritorsive contro lo stesso Giangrande. Ha pensato bene di non scrivere di questa assoluzione come di tutte le altre assoluzioni per non aver commesso il fatto riguardo alle incriminazioni del reato di diffamazione a mezzo stampa. Reato che tocca proprio i giornalisti e che è il loro spauracchio. Oggi tocca a lui e di questo mi dispiace, perché non si augura a nessuno quello che si prova ad essere vittima di gogna mediatica.

Ma i giornalisti sono vittime od artefici di questo sistema informativo-giudiziario censorio od omertoso. «Con un’informazione libera l’Italia cambierebbe in 24 ore. I giornalisti italiani si suddividono in tre categorie: gli indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati), gli schiavi (tantissimi, sfruttati e pagati 5/10/20 euro a pezzo) e i Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti e dalle lobby (direttori di testata, caporedattori, grandi firme, intellettuali per meriti sul campo). - E’ quanto scrive Beppe Grillo sul proprio blog, nell’iniziativa "Intervistiamo i giornalisti". - Il conflitto di interessi tra informazione e potere economico e politico è diventato insopportabile - sottolinea il comico - Siamo manipolati dai partiti, dalle banche e dalle industrie che, attraverso i media, stravolgono la realtà. L'Italia è un'Isola dei Famosi, un reality show di sessanta milioni di persone che ascoltano favole, racconti fantastici in dosi così massicce e da così lungo tempo da aver trasformato il Paese in un gigantesco Truman Show in cui la verità è menzogna e la menzogna è verità. Più il Sistema si decompone, più i media ne diventano l'ultimo feroce baluardo (dopo infatti non c'é più alcuna difesa) perdendo ogni ritegno e vergogna. La maggior parte degli italiani è informata da sette televisioni e tre giornali. Rai1, Rai 2 e Rai 3 sono occupate dai partiti, Canale 5, Italia 1 e Retequattro sono di proprietà di Berlusconi, a capo di un partito, la7 appartiene a Telecom Italia. La Repubblica è di De Benedetti, tessera numero uno del Pdmenoelle, La Stampa è della famiglia Agnelli, gli azionisti di riferimento del Corriere della Sera sono le banche e Confindustria. Siamo manipolati dai partiti, dalle banche e dalle industrie che, attraverso i media, stravolgono la realtà - aggiunge il fondatore del Movimento 5 Stelle. - Vorremmo però sapere qualche cosa di più su chi ci informa. Una questione di reciprocità. Il perché talvolta non riportano i fatti, se sono costretti o se è una loro attitudine. Vorremmo sapere quali direttive ricevono da parte dei loro giornali o telegiornali. Perché fanno le domande che fanno (talvolta tendenziose per dimostrare una tesi a priori). Vorremmo conoscerli più da vicino: i loro nomi, il loro curriculum, i loro pensieri» conclude Grillo.

Riguardo alla violazione del diritto di cronaca su “Il Giornale” c’è un appunto di Filippo Facci Quando una campagna tipo «Sallusti libero» mette d’accordo praticamente tutti (destra e sinistra, da Libero a Ingroia, dal Giornale a Di Pietro) vien voglia di rimettere qualche puntino sulle i e di sforzare la memoria prima di rincoglionire del tutto. Allora:

1) Non è vero che il caso Sallusti accomuna tutti i giornalisti nello stesso modo: il cosiddetto «omesso controllo» riguarda solo i direttori della carta stampata ed esclude invece i direttori delle testate online e delle testate televisive.

2) Non è vero che siano finiti in galera per diffamazione solo Giovanni Guareschi e Lino Jannuzzi. A parte che Jannuzzi finì solo ai domiciliari (prima di essere graziato) finirono dentro altri colleghi tra i quali ricordiamo solo Stefano Surace (che finì dentro a 70 anni per una diffamazione di trent’anni prima: Libero ci fece una campagna) e poi Gianluigi Guarino (direttore del Giornale di Caserta) per non parlare dei casi di Vincenzo Sparagna e Calogero Venezia del periodico Il Male.

3) Non è vero che Sallusti mercoledì potrebbe finire in carcere: in caso di conferma della condanna, essendo la sua pena inferiore ai 3 anni e non essendo quindi immediatamente esecutiva, occorrerebbe attendere che la Cassazione notifichi la sua decisione alla procura di Milano (e già qui passa del tempo) e poi che la Procura faccia eguale notifica ai legali di Sallusti (altro tempo che passa) sinché da quel momento, cioè dalla ricezione, gli avvocati avrebbero altri 30 giorni di tempo per proporre delle pene alternative come per esempio il classico affidamento ai servizi sociali. La semi-libertà no, perché la pena supera i sei mesi. Insomma, tempo per fare qualcosa ce n’è.

4) Non è vero che i giudici si sono limitati ad applicare la legge. Il tribunale può giostrarsi tra sospensione della pena e riconoscimento delle attenuanti generiche, e, anche se la pena non fosse sospesa, possono decidere se infliggere il carcere in totale discrezionalità: in genere infatti si limitano a una pena pecuniaria. Così non è stato.

5) Non è vero, purtroppo, che le cause intentate dai magistrati corrano in corsia di sorpasso surrettiziamente: l’hanno addirittura codificato e previsto da una circolare del Csm (la n. 5245 dell’11 giugno 1981) che teorizza «la trattazione più sollecita» dei procedimenti riguardanti i magistrati. Chi l’ha deciso? I magistrati.

6) Non è vero, o pare strano, che i legali del giudice diffamato, ora, dicano che ingabbiare Sallusti non gli interessa e che a fronte di un «equo risarcimento» ritirerebbero la querela: la sentenza della Corte d’Appello ha già previsto multe e quantificazione del danno (5000 Sallusti, 4000 Montinone, altri 30mila generici) e quindi non è chiaro perché la querela non la ritirino subito, visto che il pagamento è obbligato. Se ingabbiare Sallusti non fosse stato tra gli obiettivi, dunque, non è chiaro perché non si siano limitati ad un’azione civile (che puntasse solo ai soldi) e perché il pm che rappresenta l'accusa, soprattutto, abbia formulato Appello e dunque richiesto che carcere fosse.

7) È vero che molti giornalisti e molti giornali, ormai, tendono a considerare le cause per querela come un costo ordinario da mettere a bilancio: i tempi e i costi della giustizia portano a transigere (si paga una cifra e buonanotte) e si rinuncia a far valere le proprie ragioni. Qui le colpe sono da ripartire tra la lentezza della giustizia e una certa pigrizia di qualche avvocato e giornalista, non c’è dubbio.

8) È vero che la situazione di Sallusti è stata peggiorata da recenti decisioni dei governi di centrodestra: anche se è vero che tutti i governi, negli ultimi lustri, se ne sono fottuti. Per diffamazione semplice non si può finire in carcere, ma per quella «a mezzo stampa» sì in quanto è quasi sempre «aggravata» dall’attribuzione di un fatto determinato. Dalla famigerata «ex Cirielli» del 2005 in poi, peraltro, è impedito ai recidivi (come Sallusti, colpevole di altri «omessi controlli») di ottenere la sospensione del carcere per le pene che non superino i tre anni; non bastasse, sono state introdotte delle restrizioni nell’accedere alle pene alternative per chi abbia dei precedenti come i citati «omessi controlli». Nel caso di Sallusti, tuttavia, va detto che di precedenti che prevedano la carcerazione non ce ne sono: il direttore ha solo delle condanne indultate o trasformate in pena pecuniaria, nessuna delle quali per articoli scritti da lui.

9) È vero che la solidarietà tra penne d’ogni bandiera è una buona cosa, ma certi toni di sufficienza fanno prudere la penna. Il Giornale - direttore Maurizio Belpietro - nell’estate 1998 pubblicò la prima inchiesta in assoluto sul tema della diffamazione a mezzo stampa: 9 puntate, 60.277 battute a cura dello scrivente. Seguirono pochi servizi di Panorama e del Foglio mentre la Fnsi, sollecitata, fece solo sapere che: «Abbiamo chiesto agli editori l’istituzione di un fondo per coprire le spese legali». Traduzione: per risolvere il problema delle querele, basta pagare; come a dire che per risolvere il problema della malagiustizia basta andare in galera. Fu il Giornale a pubblicare regolarmente i monitoraggi del professor Vincenzo Zeno-Zencovich (anche qui, silenzio) e furono giornalisti di centrodestra o comunque non di sinistra (Roberto Martinelli, Alessandro Caprettini) a promuovere incontri e convegni. Di una fantomatica proposta di legge annunciata da Luciano Violante non si seppe più nulla, di un’altra presentata dal senatore radicale Pietro Milio, pure ispirata dalle inchieste del Giornale, pure nulla. Analogo destino ebbe una proposta del senatore Marcello Pera di Forza Italia. Tutto questo sempre nel silenzio: tranne un paio di casi (forse uno solo, nel 2009) in cui il condannato era di sinistra e allora c’è stato un po’ di baccano.

10) È vero che Antonio Di Pietro ora fa il buono e invoca un decreto per salvare Sallusti. Ma andrebbe ricordato che un suo progetto di legge prevedeva il «decreto cautelare di rettifica» oltreché la rilettura obbligatoria dei virgolettati agli intervistati, nonché - inevitabile - un inasprimento delle pene per il reato di diffamazione: alle testate che di tale diffamazione si macchiassero, a suo dire, doveva appunto essere imposta un’esponenziale sospensione delle pubblicazioni: più diffamazioni ergo più sospensioni, ogni volta più prolungate. Se per salvare Sallusti finiamo nelle mani del molisano, uh, siamo a posto.

A questo punto ci tocca dare la parola all'indagato. Cosa che nè i giornali fanno, nè i magistrati consentono. Laudati contrattacca con una intervista a di Giovanni Longo su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Mi accingo a chiedere formalmente alla Procura di Lecce di essere sentito. Non si possono condurre indagini sull'attività di un procuratore senza ascoltarlo». Amareggiato, ma al tempo stesso combattivo. Il Procuratore della Repubblica di Bari Antonio Laudati, indagato dalla Procura di Lecce, respinge le accuse e fa quadrato intorno all’ufficio inquirente che dirige da tre anni. L’inchiesta è quella partita dalla denuncia del Pm Giuseppe Scelsi (oggi alla Procura generale), il magistrato che per primo ha indagato sulle escort reclutate da Gianpaolo Tarantini per partecipare a feste esclusive in residenze private dell’ex premier Silvio Berlusconi.

Procuratore, due giorni fa alcuni suoi sostituti sono stati sentiti come persone informate sui fatti dal procuratore di Lecce Cataldo Motta. Come commenta la notizia?

«Ho il massimo rispetto delle procedure istituzionali e sono convinto che chi svolge una funzione come la mia pubblica e di rilievo deve essere sottoposto a ogni forma di controllo. Sono sicuro di non avere nulla da temere perché ho improntato il mio comportamento al rispetto della legge, all’imparzialità della mia funzione e al perseguimento della giustizia».

Prima il Csm, poi gli ispettori ministeriali (i cui accertamenti al momento sono finiti con un nulla di fatto), infine la Procura di Lecce. Le verifiche sul suo operato non finiscono mai?

«Non posso non rilevare che questo tipo di accertamenti è iniziato un anno fa, ma un’indagine a carico di un procuratore non può durare tanto. Occorre dare risposte rapide sia che siano stati commessi reati, sia che non siano stati commessi, soprattutto per la credibilità dell’ufficio».

La pensano allo stesso modo migliaia di persone indagate che vivono in un «limbo» e che chiedono senza fortuna di potere dire la loro. La giustizia non è uguale per tutti?

«Capita a me quello che accade a tanti cittadini. Rappresento, però, che, indipendentemente dalla vicenda personale, la questione si riverbera sull'intero ufficio. Non sostengo che la mia posizione è diversa, ma lamento che così si mette a rischio la credibilità della giustizia e delle istituzioni. Una situazione che deve essere definita in tempi rapidi. Per questo voglio subito essere interrogato».

In realtà l’inchiesta di Lecce sembra volere accendere un faro non tanto o non solo sulla sua attività, ma anche su quella di alcuni suoi sostituti. Qual è il clima che si respira nel Palagiustizia?

«Non so se la vicenda riguarda altri magistrati, e comunque, leggendo i giornali, si tratta di cose avvenute prima del mio arrivo a Bari. Sono dispiaciuto della rappresentazione che viene data del nostro ufficio. In questi tre anni abbiamo svolto una grande mole di lavoro in rapporto all’organico e alle scarse risorse disponibili. Occorrerebbe guardare quello che facciamo tutti i giorni e mandare in soffitta tutti i veleni».

Eppure proprio l’indagine più delicata sarebbe stata rallentata. E poi ci sono l’aliquota e la banca dati volute da lei.

«Al mio arrivo mi sono posto due obiettivi: trasparenza ed efficienza. Ho istituito pool di magistrati, un coordinatore, è stata potenziata la polizia giudiziaria, ho applicato alla Procura di Bari quanto ho imparato in Antimafia: si lavorava in pool per garantire maggiore correttezza possibile delle decisioni (sei occhi guardano meglio di due) e per evitare la sovraesposizione di un singolo Pm».

Alla luce delle accuse che le vengono mosse, considera gli obiettivi raggiunti?

«L’inchiesta Tarantini è stata divisa in sette tronconi tutti a processo, prima che arrivassi non era stato neanche arrestato. Il processo Tedesco è all’udienza preliminare, prima del mio arrivo non era stata notificata neanche un’informazione di garanzia. Per tutti questi processi c'è la valutazione di Gip, del Riesame e della Cassazione. Trovo una certa amarezza nel fatto che il lavoro dei miei colleghi, al prezzo di grandi sacrifici anche personali, passi in secondo piano. Nessun rallentamento, dunque, per non parlare della fantomatica ricostruzione della “aliquota”. Sono solo stati creati gruppi “ad hoc” di Carabinieri (per Tedesco) Gdf (per Tarantini) e Polizia (per le fughe di notizie) decisi dai vertici della forze di polizia. L’accusa è smentita dai fatti».

Pensa di avere commesso qualche errore?

«Sì, per esempio, con il senno di poi, non avrei trasmesso al Procuratore generale presso la Cassazione la “relazione Sportelli”, in cui venivano evidenziate tutte le anomalie commesse prima del mio arrivo. Pensavo fosse mio dovere segnalarle, e, invece, la relazione si è ritorta contro di me».

Prima dello scandalo si parlava di lei come possibile Procuratore di Napoli o Roma o come prossimo Procuratore nazionale antimafia. Tutto sfumato? Pentito, oggi, di avere scelto Bari?

«Chi assume un ruolo come il mio in un distretto importante come Bari accetta anche il rischio della sovraesposizione. Sono stati anni pesanti, ma ho fatto una scelta di cui non mi pento. Sono convinto che il tempo è galantuomo e mi darà ragione».

Tra un anno scade il suo primo «mandato». Ne seguirà un altro? Cosa farà da grande?

«Chi fa il Procuratore ha incarichi a termine, indipendentemente dalla propria volontà. La legge stabilisce quanto devo rimanere, ma è un problema che non mi pongo adesso anche perché fino a quando non avrò dimostrato ai cittadini l'assoluta infondatezza di tutte le questioni sollevate nei miei confronti, mai penserò di cambiare incarico. Credo di dovere dare ai cittadini la sicurezza che hanno avuto un Procuratore al di sopra di ogni sospetto e che non ha commesso alcun reato».

Perquisizioni e spogliarelli: le intimidazioni ai cronisti, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. Uno studio rivela i metodi dei magistrati, dai blitz alle ispezioni "personali". Scrivere per il Giornale, o per qualsiasi altro giornale, sta diventando rischioso. Se adesso si va dritti in galera non è che fino a ieri la magistratura ci andasse leggera e non avesse altri strumenti per renderti la vita e la professione impossibili. Utilizzava (e utilizza) intercettazioni a strascico e soprattutto si avvale di uno strumento invasivo, ritorsivo, intimidatorio: quello della perquisizione-sfregio, a casa e in ufficio, nelle stanze dei tuoi bimbi o in redazione, a ficcare il naso nelle tue agende, aprendo i libri, i cd, tra la biancheria, in garage o in frigorifero, nell'appartamento di mamma e papà, perfino dai tuoi nonni. Tutto per scoprire la «fonte» e sequestrare il documento - che non trovano mai - all'origine di quella rappresaglia. Ormai è routine: si presentano all'alba, ti sequestrano fisicamente spesso fino a notte fonda, con decine di sbirri a mettere Le mani nel cassetto (e talvolta anche addosso), come titola uno studio del Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti rintracciabile su internet sui cronisti perquisiti. Storie drammatiche e paradossali. Il Giornale ovviamente la fa da padrone con Vittorio Feltri e Nicola Porro a raccontare la violenza del blitz che colpì anche Sallusti, sulla farsa del ricatto all'ex presidente di Confindustria. «La Procura di Napoli era partita lancia in resta contro la supposta macchina del fango da me diretta - racconta Feltri - nel frattempo però mi ero dimesso, cedendo il comando a Sallusti (...) e al mio posto fu perquisito lui che non c'entrava nulla, al tempo dei fatti, salvo aver firmato il pezzo. Fu perquisito anche Nicola Porro. Fisicamente. Carabinieri dappertutto: al Giornale e nelle abitazioni dei reprobi. Roba da matti. Ventiquattr'ore dopo pubblicammo davvero un dossier sulla Marcegaglia». Era un falso, collezionato con gli articoli dei giornali illuminati e progressisti. Porro non se lo scorderà più quel giorno. Nudo davanti ai carabinieri come un boss mafioso. «Sono stato perquisito per un'intercettazione telefonica. Il sottoscritto all'epoca dell'intercettazione non era indagato. Il reato di cui mi sarei macchiato (violenza privata) non è di quelli per cui il codice prevede le intercettazioni. Con questi criteri anche Babbo Natale sarà presto messo sotto controllo (...)».Tra i racconti dei cronisti del Giornale inseriti nel pamphlet anche quello di chi scrive, recordman del triste settore (una ventina di perquisizioni all'attivo, l'ultima in albergo a Montecarlo per la casa Fini-Tulliani). Poi c'è il nostro Stefano Zurlo, anzi suo figlio Giacomo (all'epoca aveva 4 anni) a cui le forze dell'ordine piombate in cameretta chiesero dove papà nascondesse le carte di uno scoop su Pacini Battaglia. E che dire di Anna Maria Greco «colpevole» di aver recentemente pubblicato su questo quotidiano un atto sulla pm Boccassini: perquisita davanti alla famiglia schierata, invitata a spogliarsi e sottoporsi a ispezione personale («...Mi dicono: "ci dia i documenti, così la finiamo qui: dove li ha nascosti?". Ho risposto: "Non ce li ho". Mi hanno detto che dovevano procedere anche alla perquisizione "personale". Mi sono preoccupata seriamente quando la donna carabiniere ha infilato i guanti di lattice. Mi ha fatto entrare in un bagno e mi ha detto di spogliarmi. "Anche la biancheria intima", ha precisato. Non volevo crederci. "E che, nascondo documenti segreti nelle mutande?"». Sull'onda del trattamento-Greco passiamo ai perquisiti degli altri giornali, come Roberta Catania di Libero, anche lei invitata a togliersi tutto per accertare che non nascondesse una chiavetta-dati coi segreti dell'inchiesta sul G8. Idem Carlo Mion de la Nuova Venezia che a quattro mesi dalla pubblicazione di un video dell'inchiesta Unabomber, è sollecitato a denudarsi: «Eh no, mi offendete! Ma pensate che per quattro mesi vado in giro col dischetto infilato da qualche parte?». Lo spogliarello è evitato, la perquisizione no. A Fabio Amendolara della Gazzetta del Mezzogiorno, per il caso Claps, e ad Enzo Bordin del Mattino di Padova, per una storia di trafficanti di droga, in assenza della pistola fumante sequestrarono interi archivi e fascicoli estranei al caso. Quanto capitato nel 2008 a Emiliano Fittipaldi e a Gianluca Di Feo de l'Espresso, per inchieste su camorra e politica, non ha eguali: «Ho subito due perquisizioni a una settimana l'una dall'altra su due inchieste differenti», racconta il primo. Anche Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera è stata perquisita due volte in una settimana, nel 2002, «perché nel primo controllo non era stata trovata la mia agenda personale». Nella casetta delle Barbie delle figlie della brava Alessandra Ziniti di Repubblica il Ros cercò l'identikit del capomafia Provenzano. L'appartamentino venne smontato, senza alcun riguardo per i vestitini, le scarpe e le borse delle bambole. La faccia del boss non saltò fuori. Quella della figlia Giulia, arrabbiatissima per il mini guardaroba in disordine, i carabinieri non la scorderanno. Le pagine del rapporto curato dall'Ordine dei giornalisti nel 2011 sui cronisti fatti perquisire dai magistrati è sotto gli occhi di tutti.

Direttori plurindagati in tutte le redazioni: non solo al Giornale, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Anche a carico di chi guida "Corriere" e "Repubblica" decine di inchieste per diffamazione. La pena più dura? Sotto i sei mesi. Ventisei nell'arco di due anni. E solo al tribunale di Milano.  È il numero degli articoli del Corriere della sera finiti sotto processo insieme ai giornalisti che li hanno scritti e al direttore della testata. Un record, ma in una graduatoria affollata di imputati. Il Giorno è a quota 17, Panorama segue a ruota a 15, poi via via tutti gli altri. Fa parte del mestiere, una professione che si svolge su un confine difficile, mai fissato con chiarezza. Basta poco e scatta l'accusa di diffamazione. L'avvocato Sabrina Peron ha sviluppato nel 2007 uno studio approfondito, uno dei pochi sul tema, per conto dell'allora presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia Franco Abruzzo. La fotografia è un po' datata ma molto interessante perché al setaccio del legale sono passate tutte la cause arrivate al tribunale di Milano fra il 2003 e il 2004 e poi tutti i procedimenti definiti dalla corte d'appello del capoluogo lombardo nel triennio 2003-2005. Le cifre del contenzioso sono imponenti: un flusso continuo di carte bollate che ritorna nelle aule in cui si discutono i procedimenti di secondo grado. Qua troviamo il Giornale che sfuggiva al rilevamento precedente perché gran parte delle sentenze che lo riguardano arriva dal tribunale di Monza. E il Giornale è al vertice di questa poco invidiabile classifica con 55 processi, ma gli altri vengono dietro, sia pure a distanza: Panorama è a 19, Repubblica a 16, il Corriere della sera a 13, la Padania a 8, le tv di Mediaset a 7. Non è possibile generalizzare, ma si può affermare che i processi per diffamazione sono all'ordine del giorno, per non parlare di quelli civili che richiedono alti conteggi. Attenzione: una sentenza come quella che riguarda Alessandro Sallusti si fa però fatica a trovarla. In tribunale, nel giro di 24 mesi, la punizione più dura è sempre sotto i 6 mesi. E in corte d'appello si scende ancora, anche se su un calendario spalmato su tre anni: il massimo della pena è di 4 mesi e 15 giorni, a correzione di un verdetto precedente, non di matrice ambrosiana, che aveva appioppato al giornalista una pena pesantissima di 24 mesi di carcere. In secondo grado, come si vede, la punizione è stata mitigata, il contrario di quel che è accaduto ad Alessandro Sallusti che in prima battuta era stato condannato a pagare 5mila euro, ovvero una pena pecuniaria. La multa è la pena standard di questi processi, il carcere l'eccezione. Si è chiuso a colpi di euro il 94 per cento dei processi in tribunale, solo il 6 per cento delle querele è finito con la condanna al carcere, ma sempre con una pena poco più che simbolica. In corte d'appello le proporzioni cambiano ma non di molto: il 72 per cento delle condanne non va oltre la multa e solo il 20 per cento si traduce in una condanna detentiva. Insomma, il caso Sallusti è in controtendenza: è raro che la pena salga passando dal primo al secondo grado. È ancora più difficile trovare una condanna a 14 mesi e, anche se mancano dati specifici, sembra davvero un unicum la mancata concessione della condizionale. Non sorprende invece il fatto che a querelare il direttore dimissionario del Giornale sia stato un magistrato. In tribunale, dove già sono di casa, i giudici sono parte offesa nel 18 per cento dei procedimenti per diffamazione. Le persone giuridiche, quindi società e associazioni, rappresentano il 14 per cento del totale, contro il 9 per cento dei politici. In appello i magistrati svettano con il 19 per cento delle querele, ma i politici li appaiano con la stessa percentuale, mentre gli amministratori delle persone giuridiche si fermano al 9 per cento. I custodi della legge sono dunque fra le categorie più attente nel non farsi pestare i piedi. L'alluvione di numeri può anche risultare indigesta, ma aiuta a far capire lo guerriglia che si combatte su quel confine inquieto. In particolare sul terreno della cronaca dove spesso si accende la scintilla della disputa: nel 46 per cento dei casi in tribunale, un po' meno in secondo grado. Certo, nove sentenze su dieci puniscono l'assenza del criterio di verità, insomma la pubblicazione di notizie false. Patacche. Ma in appello emerge un altro fenomeno allarmante che rischia di mandare al macero tutti gli altri numeri: un quarto dei processi svanisce nella nuvola della prescrizione. Le cancellerie sono ingolfate, ma col passare del tempo le accuse si assottigliano e le pene scendono. Con Sallusti è successo tutto il contrario. Ma, si sa, le statistiche non hanno la faccia del direttore del Giornale.

A CHI CREDERE E DA CHI DIFENDERSI?

LIBERTA’ DI CRONACA E LIBERTA’ DI CRITICA.

“Taranto: non solo Scazzi, Serrano e Misseri. Quel Tribunale è il Foro dell’ingiustizia.” Libertà di stampa violata ed adozione di atti intimidatori e persecutori per chi ha il coraggio di raccontare la verità. Antonio Giangrande, il noto scrittore di Avetrana, accusato di violazione della Privacy, il 12 luglio 2012 è stato assolto con la formula più ampia: per non aver commesso il fatto. Una sentenza che crea un precedente nel campo della libera informazione. E’ stato assolto dal giudice onorario della sezione distaccata di Manduria, avv. Frida Mazzuti, su richiesta del Pubblico Ministero Onorario avv. Gioacchino Argentino. E’ stato disposto, altresì, il dissequestro del sito web d’informazione inopinabilmente oscurato per anni dalla magistratura brindisina e tarantina. Nulla di che, se non si trattasse dell’epilogo di un atto persecutorio da parte della magistratura tarantina. E la notizia dell’assoluzione si deve dare senza remore, così come si fa se, invece, fosse stata una condanna. «Questa è una esperienza che insegna e che va raccontata – dice il dr Antonio Giangrande, autore di 40 libri pubblicati su “Amazon” e su “Lulu” - Il fatto risale al 2006 quando improvvisamente la Procura di Brindisi chiude completamente il portale web d’informazione dell’ “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Sodalizio nazionale antimafia non allineato a sinistra. L’oscuramento del sito web effettuato con reiterati atti nulli di sequestro penale preventivo emessi dal Pubblico Ministero togato Adele Ferraro e convalidati dal GIP Katia Pinto. Lo stesso GIP che poi diventa giudice togato del dibattimento e che alla fine del processo proclamerà la sua incompetenza territoriale. Dopo anni il caso passa al competente Tribunale di Taranto. Qui il Gip Martino Rosati adotta direttamente l’atto di reiterazione del sequestro del sito web, senza che vi sia stata la richiesta del PM. Il reato ipotizzato è: violazione della Privacy. Non diffamazione a mezzo stampa, poco punitiva, ma addirittura violazione della privacy, reato con pena più grave. E dire che gli atti pubblicati non erano altro che notizie di stampa riportate dai maggiori quotidiani nazionali. Era solo un pretesto. Di fatto hanno chiuso un portale web di informazione e d’inchiesta di centinaia di pagine che riguardava fatti di malagiustizia, tra cui il caso di Clementina Forleo a Brindisi e una serie di casi giudiziari a Taranto, oggetto di interrogazioni parlamentari. Tra questi il caso di un Pubblico Ministero che archivia le accuse contro la stessa procura presso cui lavora; che archivia le accuse contro sé stesso come commissario d’esame del concorso di avvocato ed archivia le accuse contro la sua compagna avvocato, dalla cui relazione è nato un figlio. Fatti di malagiustizia conosciuti e scaturiti da esperienze vissute personalmente o raccontate dalle vittime, fino a quando mi hanno permesso di svolgere la professione di avvocato e successivamente in qualità di presidente di un’associazione antimafia. Dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, nonostante i più noti avvocati di quel foro abbiano rifiutato di difendermi e sebbene tutti i miei avvocati difensori mi abbiano abbandonato, eccetto l’avv. Pietro DeNuzzo del Foro di Brindisi. Qualcuno si è fatto addirittura pagare da me, nonostante abbia percepito i compensi per il mio patrocinio a spese dello Stato. Ed ancora dopo anni i magistrati togati di Taranto non hanno ottenuto la mia condanna, anche in virtù del fatto che il giudice naturale, Rita Romano, sia stata ricusata in questo processo, perché non si era astenuta malgrado sia stata da me denunciata. A dispetto di tutte le circostanze avverse vi è stata l’assoluzione, ma i magistrati togati hanno ottenuto comunque l’oscuramento di una voce dell’informazione. Voce che in loco è deleteria al sistema giudiziario e forense tarantino e contrastante con la verità mediatica locale. A tutti coloro, che in apparenza gridano alla libertà di stampa, direi di essere meno ipocriti, codardi, collusi  e partigiani, perché i giornalisti e gli operatori dell’informazione locale, anziché esprimere solidarietà ad un collega, hanno pensato bene di trattarmi come appestato e recidere quelle collaborazioni che avevo con loro. A tutti quelli che spesso rappresentano un potere criminogeno e ciò nonostante proclamano “fuori i condannati dal Parlamento” direi: se i condannati sono coloro i quali sono perseguitati per le opinioni espresse, allora direi fuori le caste e le lobbies e le mafie e le massonerie dal Parlamento, che a quanto a pericolosità sociale non sono seconde a nessuno».

A PROPOSITO DI LIBERTA’ DI STAMPA

MAFIA, MALA POLITICA, MALA GIUSTIZIA: ECCO COME TI IMBAVAGLIO!!

Regione Puglia, Lazio, Sicilia e tutte le altre. Per favore non chiamatele Mafia.

«Un certo tipo di giornalismo, che va per la maggiore, produce un certo tipo di politica imperante. Questi promuovono un certo tipo di antimafia monopolista: di parte e di facciata. - spiega il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” www.controtuttelemafie.it , scrittore dissidente che proprio sul tema della mafia e della mala politica e della mala amministrazione ha scritto dei libri, tra i tanti libri scritti dallo stesso autore e pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. - I soliti giornalisti promuovono ed i soliti politici finanziano iniziative della solita antimafia monopolista. Iniziative volte a dare un’immagine della mafia come la manovalanza del crimine organizzato. Per loro la mafia deve essere il cafone analfabeta con la lupara in mano che chiede soldi a strozzo o denaro in cambio di sicurezza. Come dire: affidati allo Stato che con i soldi estorti con le tasse esso sì ti presta i soldi e ti assicura benessere, istruzione, cultura, salute, giustizia e sicurezza (sic).  Invece per me la mafia siamo tutti noi: omertosi, emulatori, collusi e codardi. Questo tipo di giornalismo e questo tipo di antimafia, che addita gli avversari politici o la manovalanza criminale come mafiosi, è foraggiato da questo tipo di politica, spesso regionale. Ed è foraggiato con i nostri soldi estorti con le tasse. Invece di denunciare lo sperpero di denaro pubblico per amicarsi un certo sistema d’informazione ed un discutibile sistema antimafia, ai consiglieri ed agli assessori regionali si dà la colpa di dilapidare i nostri soldi. Ed i cittadini lì ad imprecare. Però si fa finta di non sapere che quei soldi, di cui a volte facciamo finta di chieder conto, non sono altro che quelli usati (per voto di scambio) per attirare favori e benevolenza da parte di quell’elettorato, che oggi è indignato. Quei soldi servono per comprare il consenso per la rielezione di quei politici che oggi si manda all’inferno. Fa niente se per mantenere lor signori si chiudono ospedali e tribunali. Ma tanto per il sistema tutto ciò non è racket, anche perché è omertosamente taciuto. Sulle emittenti tv vi sono sempre servizi di parte, se non servizi che raccontano altre realtà (su Studio Aperto alle 12.47 circa di tutti i giorni vi è un servizio sulla famiglia reale inglese). Certo che a fare vera informazione si rischia l’oscuramento del portale web o la galera (ma solo per il direttore de “Il Giornale”, Alessandro Sallusti, vi è stato il polverone). Anche di questo una certa politica si deve fare carico. Sul nostro canale Youtube MALAGIUSTIZIA abbiamo dovuto montare e produrre un video sugli scandali alle Regioni. Un video tratto da servizi caricati sul web dal TG3, dal 884c25tv e dal TRnews di Tele Rama. Un video che è bene far vedere a tutti perché si dimostra che tutte le regioni sono uguali. Spezzoni video di tv anche locali. Vi è anche una parte riferita alla Regione Puglia di Nicola Vendola (dispensatore di sogni e di speranze), affinchè ci si renda conto con che tipo di informazione e di antimafia e di politica il cittadino si deve confrontare e che con questo sistema informativo è dura debellare.»

QUERELOPOLI. TI SPIEGO COME TI TACCIO. Sono le toghe la categoria che fa aprire più procedimenti per diffamazione. In Italia nessun cronista è in cella. Alessandro Sallusti sarebbe il primo. Qui l’inchiesta di Paolo Bracalini su “Il Giornale”. Occhio a scrivere di magistrati, moderare il tono, calibrare bene gli aggettivi, misurare ogni sillaba, omettere critiche al loro operato, attenersi rigidamente al fatto, non esprimere valutazioni se non generiche, sennò arriva la querela e si rischia il carcere come un delinquente abituale. Sono loro la categoria che querela di più in Italia, dove peraltro la citazione per danni ai giornali è sport nazionale e una speranza di introiti facili per parecchie migliaia di presunti diffamati (a cui poi viene dato torto una volta su due). Nelle indagini dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia commissionate fino al 2007, presidente Franco Abruzzo, si analizzano le sentenze emesse dai Tribunali civile e penale e dalla Corte di Appello di Milano. Parliamo solo di Milano, e parliamo solo di diffamazione a mezzo stampa, e parliamo soltanto delle cause che arrivano in giudizio, ma parliamo lo stesso di una quantità enorme, da vera «Querelopoli»: 116 sentenze penali nel biennio 2003-2004, 216 sentenze civili, 195 in Appello nei due anni successivi. Chiedono montagne di soldi e punizioni, galera compresa, per semplici giornalisti (ma se non sono direttori la cosa non fa notizia) per tornare a una vita serena dopo i turbamenti della presunta diffamazione: in media 9 milioni di euro (!) di petitum per ristabilire l'onore offeso (contro una media di 15mila euro liquidati per davvero, fortunatamente). In quei dossier ci sono le tipologie di articoli incriminati (soprattutto cronaca, ma anche commenti e interviste), la tempistica, l'esito, e soprattutto le tipologie dei querelanti, divise per categorie professionali. E qui, appunto, si vede che non è la casta politica (che pure è la più presa di mira dalla stampa, anche violentemente) quella più permalosa e intollerante alle critiche, ma la magistratura, che al minimo graffio ti porta in tribunale. Nelle 157 sentenze emesse dal Tribunale Civile di Milano nel 2001-2002, la professione della «parte attrice» è quella di magistrato nel 18% dei casi, la percentuale più alta tra le categorie, seguita da politici (12%), imprenditori/manager (8%), artisti (6%) e infine, curiosamente, gli stessi giornalisti (4%). La percentuale di magistrati sale nel secondo grado di giudizio. Se restiamo al biennio 2001-2002 ma passiamo alla Corte d'Appello di Milano, troviamo 46 sentenze di diffamazione a mezzo stampa. E qui ci sono di mezzo magistrati, come parte offesa, nel 45,6%, contro un misero 7% di politici, 7% di manager, 3,5% di amministratori di enti pubblici. Quanto chiedono? Riportano gli avvocati Sabrina Peron ed Emilio Galbiati, consulenti dell'Odg: «Media delle richieste di risarcimento danni (morali e patrimoniali) della parte appellante attrice in primo grado: 9.563.089,50». Passiamo al penale, articolo 595 del codice, «diffamazione», che prevede multa ma anche reclusione. Qui vengono prese in considerazione 116 sentenze Tribunale Penale di Milano, tra il 2003 e il 2004. Anche in questo caso i magistrati sono la fetta più ampia tra le categorie querelanti, il 18%. Il doppio dei politici (9%), più del quadruplo di avvocati e medici (4%), di sindacalisti (3%), militari (3%), imprenditori (2%), artisti e uomini di spettacolo (2%). Dato allarmante: nel 17% dei casi il Pm ha chiesto la reclusione per il giornalista (da sei mesi a un anno, tre volte su quattro), e non soltanto della multa. Domanda che è stata accolta, a Milano, il 6% delle volte (in un caso si è tradotta in condanna a 4 mesi di carcere), anche se nessun giornalista è attualmente nelle carceri italiane (statistica di «Reporter senza frontiere»). L'avvocato Roberto Martinelli ha fatto la stessa ricerca ma a livello nazionale, passando in rassegna citazioni civili e querele presentate contro quotidiani e settimanali dal 1997 al 2004. Ebbene, su un totale di 657 cause civili, 133 sono proposte da magistrati, mentre su 402 penali sono 91 i magistrati (la maggioranza). «Le domande di risarcimento - commenta Martinelli - trovano una buona accoglienza nelle aule dei tribunali, i magistrati decidono di altri magistrati e spesso emanano sentenze in favore dei loro colleghi. Siamo di fronte a una giustizia domestica». Se guardiamo alle statistiche sugli esiti dei procedimenti penali a Milano, non sembra confermato il sospetto che i magistrati si diano più facilmente ragione tra di loro. Ad avere più percentuale di successo sono gli imprenditori e gli amministratori di aziende (75%) e i politici (67%), meno i magistrati (43%). Cosa che può significare l'imparzialità del collega che li giudica. O che le loro querele sono spesso infondate.

«Potrei difendermi dalle accuse sostenendo che quell’articolo non l’ho scritto io. Non lo farò, perché sono convinto che nessuno debba andare in carcere per una opinione - scrive su “Il Giornale Alessandro Sallusti. - Eccomi. Sono quel soggetto «socialmente pericoloso », così è scritto nella sentenza, che mercoledì 26 settembre 2012 sarà arrestato se la Cassazione confermerà il verdetto emesso contro di me da un giudice di Milano. Un anno e due mesi di carcere per aver pubblicato, anni fa su Libero che allora dirigevo, un articolo critico nei confronti di un magistrato che aveva autorizzato una tredicenne ad abortire. Non ho precedenti penali (come tutti i direttori, che in base a una assurda legge rispondono personalmente di tutto ciò che è scritto, sono stato condannato più volte a risarcimenti pecuniari), non ho mai fatto male volontariamente a una mosca né mai lo farei. Combatto da oltre trent’anni su quel magnifico ed esaltante ring democratico che è l’informazione. Ne ho più prese che date ma non mi lamento, mai ho risposto con querele a insulti e minacce. Ho lavorato al fianco di grandi giornalisti, da Indro Montanelli a Paolo Mieli, da Giulio Anselmi a Giuliano Ferrara. A ognuno ho rubato qualcosa. Uno di loro, Vittorio Feltri, da tredici anni è anche un fratello maggiore che mi aiuta e protegge e di questo gli sarò per sempre grato. Ho combattuto anche con durezza le idee di tante persone potenti e famose, ma non ho alcun nemico personale. A volte ho sbagliato? Certo che sì, e ho sempre pagato in tutti i sensi. Sono un liberale, amo e mi batto per la libertà mia e di tutti, e per questo sono orgoglioso di dirigere oggi il quotidiano della famiglia di Paolo Berlusconi, famiglia che la libertà ce l'ha nel sangue, fin troppo direbbero alcuni. Potrei difendermi dalle accuse sostenendo, come è vero, che quell’articolo non l’ho scritto io, o cose del genere. Non lo farò perché ho la profonda convinzione che nessuno, dico nessuno, debba andare in carcere per una opinione, neppure la più assurda. Se danno c’è stato che venga quantificato e liquidato. Ma nulla di più è dovuto. L’errore ha un prezzo, un principio no. E il principio che non ha prezzo è che nessun giudice può mandare in carcere qualcuno per le sue idee. Se accettassimo questo sarebbe la fine della democrazia, tutti noi saremmo in balia di pazzi, di uomini di Stato in malafede, di ricattatori. Io sono disposto a pagare un equo indennizzo, ma non baratto la mia libertà. Per questo ho detto no a scorciatoie che i miei nuovi e bravissimi avvocati mi hanno proposto. La classe dei magistrati che ha partorito questo obbrobrio abbia il coraggio di correggersi o l’impudenza di andare fino in fondo. Non ho paura. Io sono un nulla rispetto al problema in questione. Vogliono fare concludere il settennato di Napolitano (l’ho aspramente criticato in passato, se sarà il caso lo rifarò ma lo rispetto e ringrazio per l'interessamento annunciato ieri) che dei magistrati è anche il capo, con una macchia indelebile per le libertà fondamentali? Vogliono mandare Monti in giro per l’Europa come il premier del Paese più illiberale dell'Occidente? Lo facciano, se ne hanno il coraggio. Per questo, non per il mio destino personale, sarebbero dei criminali alla pari di chi ha stilato la sentenza che vuole impedirmi di scrivere ciò che penso per il resto della mia vita. Rinuncio al salvacondotto per rispetto alle persone con le quali condivido la vita, ai lettori, ai miei tre vicedirettori che si fidano di me, dei cento giornalisti che dirigo e che hanno il diritto di lavorare in un giornale secondo i principi non negoziabili stabiliti dal suo fondatore Indro Montanelli.»   

Certo è che finchè si parla di Antonio Giangrande, non gliene fotte (l’intercalare ci sta) niente a nessuno. Giangrande come tutti i pinchi pallini liberi e coraggiosi che decidono di denunciare verità sottaciute e di questo ne pagano le conseguenze. Ma poi quanto tocca ai grandi papaveri tutti si indignano, per poi finire tutto là e lasciare in mano ai magistrati il potere di decidere quanto e cosa scrivere, e cosa più importante, a discapito di chi.

Vogliono arrestare Sallusti: democrazia negata per legge scrive Vittorio Feltri su “Il Giornale”. Stanno per arrestare il direttore de il Giornale: Alessandro Sallusti rischia 14 mesi in cella per un articolo neppure firmato. La corte d'Appello di Milano lo ha condannato in tempi record per diffamazione aggravata e non solo per omesso controllo. Nel testo non appariva nemmeno il nome del magistrato che si è sentito offeso. Il 26 la Cassazione decide se dovrà andare in carcere. La colpa? Non è dei giudici, ma dei politici che non hanno mai cambiato una legge antidemocratica. Un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia. Infatti l'Italia non è un Paese democratico né liberale: l'unico in Occidente a non esserlo. Noi siamo uguali alla Corea del Nord, simili alla fallita Unione Sovietica. Tutto dalla vita mi sarei aspettato, tranne che di scrivere questo articolo. Mi tremano le mani sulla tastiera della Olivetti. Vi racconto ciò che sta per accadere: il nostro direttore responsabile, Alessandro Sallusti, è sul punto di essere arrestato. Ha ucciso un persona, premeditando il delitto? Ha rapinato una banca? Ha violentato una bambina? Ha scritto un articolo contro Gesù o contro Maometto? Nossignori. Nel 2007, in quanto gerente di Libero, aveva la responsabilità oggettiva di quanto quel quotidiano pubblicava. Poiché un dì vennero stampati sul medesimo foglio un pezzo e un commento su una vicenda giudiziaria, nei quali era citato un giudice tutelare, Giuseppe Cocilovo, questi, ritenendosi diffamato, sporse querela. Il commento in questione non era stato vergato da Sallusti, ma da un altro autore che lo aveva firmato con uno pseudonimo. Non importa. La legge considera responsabile di ogni riga storta (uscita sul giornale) il direttore. Il quale pertanto è stato processato a sua insaputa. Perché a sua insaputa? L'avvocato dell'azienda editoriale si era distratto e non aveva tutelato l'imputato. Che, in primo grado, fu condannato a una pena pecuniaria: 5mila euro. Routine. Si paga, di solito, e buona notte. Incidenti di percorso. La sentenza però fu appellata dalla parte lesa. Trascorre un po' di tempo, e si celebra il processo di secondo grado, ancora senza l'avvocato di fiducia, assente ingiustificato: ha disertato l'aula per smemoratezza o altro, non si sa; lui non è più rintracciabile. Automaticamente, gli subentra un legale d'ufficio che forse non si prende molto a cuore la storia, cosicché il verdetto è micidiale. La pena pecuniaria di 5mila euro, e sottolineo 5mila euro, viene trasformata in pena detentiva: un anno e due mesi di prigione. Uno pensa: vabbè, c'è la condizionale. Col cavolo. Niente condizionale, perché i direttori di giornale - tutti - sono pieni di cause, ne perdono molte, quindi accumulano precedenti su precedenti, e addio sospensione della pena. Mercoledì 19 settembre 2012 di sera, a Sallusti - che cade dalle nuvole - comunicano che il 26 settembre, cioè mercoledì venturo, la Cassazione esaminerà il caso; non entrerà nel merito, ma controllerà la regolarità formale del giudizio di secondo grado. Se non avrà nulla da eccepire, la sentenza sarà immediatamente esecutiva. E il nostro direttore verrà arrestato e chiuso in una cella come un delinquente e dovrà scontare il castigo. Inammissibile, assurdo. Segnalo ai lettori che l'Italia è l'unico Paese europeo - che dico? occidentale - in cui i reati a mezzo stampa sono valutati dalla giustizia penale anziché da quella civile. Solo le dittature più efferate usano sistemi di questo tipo: un modo violento allo scopo di reprimere ogni tentativo di criticare il regime. Nelle democrazie appena appena decenti, la persona offesa da un giornale si rivolge al tribunale civile e chiede un congruo risarcimento, poi, eventualmente, accordato dal giudice. D'altronde - esemplifico - se qualcuno mi dà gratuitamente del cretino, o mi attribuisce un'azione cattiva che non ho commesso, non ho interesse che chi mi ha insultato o diffamato vada in galera; mi preme piuttosto che egli paghi in soldoni il suo errore. In effetti, ripeto, succede così in tutto il mondo civile, o quasi, tranne che nella nostra piangente penisola. Ma non per colpa dei magistrati, che si limitano ad applicare la legge. A volte la applicano con mano lieve, altre con mano pesante. Ma non si inventano nulla. Applicano il codice e basta. La legge fornisce loro dei mezzi e delle armi, che vanno dal temperino al mitra. In alcune circostanze adoperano il primo, in altre il secondo. Ma non si tratta di abusi. Essi rimangono nell'ambito del consentito. Non è con loro che noi (io) polemizziamo. Ma con i dementi che, dopo 60 e passa anni di finta democrazia, mantengono in vita, per accidia e menefreghismo, alcune pagine del codice fascista. Sì, fascista. Non vanno linciati i giudici «esagerati», che agiscono comunque in base alle regole, ma chi quelle regole non ha mai avuto il coraggio, e la sensibilità civile, di modificare, adeguandole ai canoni della democrazia liberale. Tra costoro metto anche Silvio Berlusconi che, incoscientemente, non ha provveduto quando avrebbe potuto farlo, imponendosi sui fetenti da cui era circondato, a revisionare il succitato codice. Giuro: a me aveva promesso che avrebbe depenalizzato i reati di opinione. Invece non è riuscito a combinare niente perché la lobby degli avvocati, potente e massiccia in Parlamento, si è opposta. Già: cause che pendono, cause che rendono. Risultato. I giornalisti vanno in galera perché i rischi del mestiere sono questi in Italia: non di pagare con i risarcimenti, come sarebbe giusto, ma di pagare con la detenzione. Vergognatevi tutti, politici dei miei stivali. Si vergognino Berlusconi, Prodi, D'Alema, Amato, Ciampi, Fanfani (anche se è morto), Andreotti, Emilio Colombo, Craxi (anche se è morto), De Mita. Tutti i governi, di destra, di centro e di sinistra. Non solo hanno mandato in malora il Paese: hanno anche ucciso la libertà di stampa nella culla. Io me ne frego. Mi ribello a questa gente che ha pensato solo ai fatti propri, e ha abbandonato i giornalisti, lasciandoli alla mercé di una legge iniqua, fascista e tirannica, pur pretendendo che continuino a fare il loro mestiere. Ma quale mestiere? Come si fa a lavorare serenamente se uno di noi, Alessandro Sallusti, per un articolo che neppure ha scritto, è in procinto di finire dietro le sbarre per un anno e due mesi? Qui non c'entrano le posizioni politiche di ciascuno di noi. Possiamo essere nel giusto o no, possiamo essere simpatici o antipatici, ben retribuiti o ridotti alla fame: non è questo che conta. Conta piuttosto che si distingua fra criminali e gente che nella propria attività, pur sbagliando, non merita il carcere. Cari politici del menga, svegliatevi. Date un segnale che non siete lì a difendere l'indifendibile, e se non potete salvare l'Italia dalla crisi, salvatela almeno da certi obbrobri. Cambiare una legge odiosa non costa niente: due righe da depennare comportano sì e no l'investimento di 20 euro. Non c'è più un centesimo perché avete già raschiato il fondo della cassa? Ve li do io. Attenzione: se Sallusti sarà associato alle carceri, non la passerete liscia. Oltre a non fare bella figura, rischierete gli sputi di tutti noi. P.S.: caro Alessandro, siamo solidali con te, e come te ci sentiamo vittime di una classe politica capace di tutto e buona a nulla (Leo Longanesi).

Alessandro Sallusti è pericoloso. Se il direttore del Giornale venisse lasciato in circolazione potrebbe commettere altri reati. Così è l’articolo di Luca Fazzo su “Il Giornale”. Per questo, per impedirgli di continuare a diffamare il prossimo, l'unica soluzione è chiuderlo in carcere. È questo il ragionamento in base al quale la Corte d'appello di Milano ha stabilito che Sallusti deve finire in galera. Quattordici mesi, senza condizionale. Solo la decisione della Cassazione, fissata per mercoledì 26 settembre 2012, separa ormai Sallusti da una cella. La sentenza che candida il giornalista alla galera è stringata. Sette pagine firmate dal giudice Pierangelo Guerriero per dare ragione ad altri due giudici: il suo collega Giuseppe Cocilovo, in servizio a Torino, che si era sentito diffamato da un corsivo di Libero (diretto allora da Sallusti) in cui il suo nome nemmeno compariva; e il sostituto procuratore generale Lucilla Tontodonati, che aveva fatto ricorso contro la sentenza di primo grado, che aveva condannato Sallusti ad appena cinquemila euro di ammenda. La procura generale milanese fa appello, invocando per Sallusti la pena detentiva. E la Corte d'appello le dà ragione. Anche se negli atti non c'è nulla che dica che il corsivo firmato “Dreyfus” sia stato scritto da Sallusti, scatta la condanna: e non per «omesso controllo», ma proprio come supposto autore dell'articolo. Articolo polemico, duro, in cui si contestava la decisione del tribunale di Torino di autorizzare una tredicenne ad abortire: e la ragazzina, come aveva scritto il giorno prima La Stampa, era poi finita in manicomio. «Con riferimento alla posizione di Sallusti - scrive la Corte d'appello - va riaffermata non solo la natura diffamatoria dell'articolo a firma Dreyfus, ma anche la falsità della ricostruzione dei fatti». Secondo la querela, a decidere di abortire sarebbe stata la ragazzina, e il giudice si sarebbe limitato a ratificarne la decisione: in questo consisterebbe la falsità. «E - aggiunge la sentenza - gli altri organi di stampa si erano affrettati a correggersi ben prima dell'uscita degli articoli» di Libero. La difesa di Sallusti ha sottolineato la incongruità di questo passaggio: il primo articolo della Stampa sul caso della ragazzina è del 17 febbraio 2007, il corsivo di Dreyfus è del 18, il giorno successivo. Quando sarebbe avvenuta la rettifica? La sentenza risolve sinteticamente un altro tema importante del processo, e cioè il fatto che l'articolo incriminato non porti la firma di Sallusti, e che Sallusti non ne sia l'autore: il direttore viene condannato «per avere, in qualità di direttore responsabile del quotidiano Libero e quindi da intendersi autore dell'articolo redazionale a firma Dreyfus, offeso la reputazione di Cocilovo Giuseppe». Per la Corte d'appello è del tutto irrilevante che il giudice Cocilovo non venga mai citato nell'articolo, neanche velatamente: «il suo nome era stato indicato in precedenza in varie sedi, cosicché era facile leggendo gli articoli di cui è processo ricollegare alla sua persona il giudice indicato in maniera anonima negli stessi». D'altronde al corsivo firmato Dreyfus viene attribuita anche la colpa delle «minacce ricevute dalla parte civile nei giorni seguenti alla pubblicazione degli articoli (...) proprio quest'ultima circostanza evidenzia in maniera incontrovertibile la facile riconoscibilità del giudice di cui si parla negli articoli, anche se non ne è esplicitamente indicato il nome». La severità della sentenza viene motivata anche col fatto che la presunta vittima è un magistrato: «La soglia di lesività si presenta molto elevata ove si consideri che la parte civile svolgeva all'epoca dei fatti la funzione di giudice tutelare, figura professionalmente volta alla tutela degli interessi dei soggetti deboli». Infine la questione cruciale, che rende questa sentenza diversa da ogni altra in materia di reati a mezzo stampa: la decisione di negare a Sallusti le attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, ordinando (Cassazione permettendo) la sua carcerazione. «Le attenuanti vanno concesse in presenza di elementi positivi quali la giovane età, una condotta processuale improntata a particolare lealtà o qualunque altra condizione personale o sociale meritevole di attenzione. Nel caso di specie non si ravvisa alcuna circostanza che possa essere in tal modo valutata (...) Pena equa sembra alla Corte per Sallusti quella di anni uno e mesi due di reclusione e di euro 5mila di multa alla luce dei criteri di cui all'articolo 133 c.p. (quello che fa riferimento della “capacità a delinquere del colpevole”) avuto riguardo alla gravità dei fatti nonché alla personalità dell'appellante, non incensurato come risulta dal certificato penale». La condizionale viene negata perché sostanzialmente i giudici lo considerano socialmente pericoloso: «Per Sallusti non è possibile formulare una prognosi favorevole e ritenere che egli si asterrà dal commettere in futuro ulteriori episodi criminosi avuto riguardo alle numerose condanne da lui già riportate per reati della stessa specie».

Sentiamo il parere di Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. "Vediamo di aprirlo bene, il ventaglio delle responsabilità che potrebbero portare in galera Alessandro Sallusti. Riassunto per i disinformati, cioè quasi tutti: nel febbraio 2007 su Libero uscirono un articolo e un commento in cui si parlava indirettamente - nel senso che non veniva neppure nominato - del giudice tutelare Giuseppe Cocilovo; la vicenda, rivelata da La Stampa e commentata il giorno dopo da molti giornali, riguardava una 13enne che il tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire ma che poi era finita in una clinica psichiatrica per le conseguenze della vicenda. L’articolo di Libero era firmato da Andrea Monticone mentre il commento era firmato dallo pseudonimo «Dreyfus», il quale concludeva scrivendo che «se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice». Un’esagerazione? Si può pensarlo", spiega Filippo Facci su Libero. Sallusti venne querelato per diffamazione da un magistrato torinese. In primo grado il direttore viene condannato a un'ammenda di 5mila euro. Dopo il ricorso in Appello, la condanna diventa di un anno e due mesi di reclusione. Mercoledì 26 settembre 2012 è atteso il verdetto della Cassazione: Sallusti rischia di andare in galera. Per un articolo che non ha scritto. Sallusti pericolo pubblico? Una vergogna italiana.

Sentiamo il parere di Giovanni Valentini su “La Repubblica”, giornale antagonista de "Il Giornale" di Sallusti e definito da molti "giustizialista e pro magistrati". Per commentare l'inverosimile caso di Alessandro Sallusti, ultima vittima designata di una giustizia ingiusta, basterebbe citare una celebre frase: "Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle". Qui però non si tratta soltanto di una divergenza d'opinioni, di un dissenso politico o culturale. Né tantomeno di una malintesa solidarietà professionale, da manifestare a un collega come un obbligo di categoria o una difesa d'ufficio. La vicenda tocca un nervo scoperto del rapporto fra giustizia e informazione, coinvolgendo tutti noi cittadini di questa Repubblica. Il rischio che mercoledì 26 settembre 2012 il direttore del "Giornale" possa finire in carcere per un articolo scritto da un altro giornalista nel 2007, quando lo stesso Sallusti era reggente di "Libero" e ne aveva quindi la cosiddetta responsabilità oggettiva, rappresenta un'aberrazione giuridica che non può appartenere alla civiltà del Diritto. Non è solo malata una giustizia in grado di produrre una tale mostruosità. È una giustizia che contraddice e nega se stessa, la propria legittimazione democratica, la propria autorevolezza e credibilità. Rispetto al principio fondamentale per cui la responsabilità penale è necessariamente personale, appare già di per sé mostruoso l'istituto della responsabilità oggettiva che incombe sul direttore di un giornale, per tutto ciò che viene scritto e pubblicato,  anche indipendentemente dalla sua impossibilità fisica o materiale di controllarne il contenuto. È una presunzione giuridica ormai inaccettabile, un automatismo intimidatorio e vessatorio, che configura una forma indiretta di censura preventiva. E rappresenta perciò una grave limitazione - questa sì, davvero oggettiva - alla libertà di stampa. Anche il diritto d'informazione, inteso come diritto dei cittadini a essere informati più che dei giornalisti a informare, dev'essere sottoposto naturalmente a regole e limiti. A cominciare dal rispetto dell'onore e della reputazione altrui. E quando la pubblicazione di una notizia o di un articolo supera indebitamente questo confine, il Codice contempla il reato di diffamazione, con la possibilità di comminare pene pecuniarie o anche di stabilire un risarcimento sul piano civile. Ma in un Paese democratico non è ammissibile che nel caso di un reato d'opinione, cioè di un reato che si realizza attraverso la manifestazione di una tesi o di un giudizio, si arrivi a sanzionare tali comportamenti addirittura con il carcere. C'è un'evidente sproporzione tra l'offesa e la difesa, tra il danno prodotto da un'azione diffamatoria e la privazione ancorché temporanea della libertà personale. Oltre a ripristinare l'onore e la reputazione altrui, la "giustizia giusta" è tenuta a punire il responsabile con rigore ed equità, senza spirito di vendetta o di persecuzione. Sono dunque norme liberticide quelle che ora minacciano di mandare in cella Sallusti, per un reato che lui non ha commesso o peggio ancora per un disguido procedurale in cui sarebbero incorsi i suoi difensori. Già in un'altra occasione è dovuto intervenire il Capo dello Stato con un provvedimento di grazia, per evitare il carcere al collega Lino Jannuzzi. Ma nel frattempo il Parlamento non è stato ancora capace di riformare questa assurda disciplina che minaccia l'esercizio della libertà di stampa. Tocca perciò al ministro della Giustizia, Paola Severino, penalista di grande esperienza e prestigio, trovare adesso una soluzione corretta e ragionevole, per impedire che "in nome del popolo italiano" un cittadino giornalista venga condannato alla reclusione. Il "caso Sallusti" ripropone però all'attenzione un altro aspetto delicato del rapporto fra giustizia e informazione, troppo a lungo trascurato, ma non meno grave e preoccupante. Quello del trattamento privilegiato di cui spesso godono i magistrati da parte dei loro stessi colleghi, quando ritengono di difendersi in tribunale dalle critiche o dalle accuse dei giornali. Processi con "corsie preferenziali", sentenze-lampo ed esemplari, risarcimenti abnormi. Anche questa è una forma di intimidazione, tanto più inquietante perché subdola e occulta. Non risulta, invece, che i magistrati siano mai condannati a risarcire direttamente qualcuno, neppure quando sbagliano nello svolgimento delle loro funzioni o vengono riconosciuti colpevoli addirittura di "dolo soggettivo". Al posto loro, semmai, paga il ministero di Grazia e Giustizia. Cioè noi stessi, cittadini e contribuenti, che dovremmo essere il "popolo sovrano". Nel nostro sciagurato Paese, collocato non a caso agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali della libertà d'informazione, sono già troppi i vincoli e i condizionamenti che gravano sulla stampa. Non c'è bisogno di mandare in galera i giornalisti per difendere l'onore e la reputazione di nessuno. E neppure di riservare trattamenti di favore ai magistrati, come se fossero una casta di intoccabili, per tutelare le prerogative di una categoria composta da tanti rispettabili servitori dello Stato.

Ora il parere di Valerio Cattano su “Il Fatto Quotidiano”, giornale additati dai più come “manettaro” e “pro magistrati”. L’Italia è l’unico Paese europeo dove un giornalista rischia il carcere per ciò che scrive. Nelle democrazie occidentali, e negli Stati Uniti, il reato di diffamazione è regolato dal codice civile. Nel Regno Unito, è stata approvata una riforma, tre anni fa, a conclusione di un dibattito acceso; un confronto duro fra opposte fazioni, ma alla fine, la legge è passata. In Italia un giornalista può andare in galera anche per vicende surreali come quella che sta vivendo Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, per una vicenda che risale al 2007. All’epoca Sallusti era direttore responsabile del quotidiano Libero (Vittorio Feltri, invece, era direttore editoriale); in qualità di responsabile Sallusti fu querelato da un magistrato di Torino, Giuseppe Cocilovo, per un articolo che non era stato firmato dal professionista. In primo grado il direttore fu condannato a una sanzione pecuniaria di 5.000 euro e a un risarcimento di 30.000. Il 26 settembre 2012 saranno i giudici della Cassazione a occuparsi della condanna di Sallusti. La Suprema Corte entra nel merito di possibili vizi procedurali, non può certo riformulare la condanna. La sorte del giornalista è dunque legata a possibili storture giuridiche; se non ve ne fossero, la Cassazione non potrà che confermare la sentenza d’appello. Si dirà: cosa volete che siano un anno e due mesi, da scontare ai domiciliari, per un professionista? Non è così facile, perché le conseguenze per il giornalista sarebbero gravi. E il caso è emblematico per riportare sotto i riflettori il fatto che l’Italia è l’unico paese occidentale dove i reati a mezzo stampa si perseguono in via penale. I giudici fanno il loro mestiere: ci sono le norme e loro le applicano. Il punto sta in una riforma mai fatta, che doveva essere un punto fermo di qualsiasi governo, di destra, di centro o di sinistra. A chi ritiene che depenalizzare significa dare carta bianca ai giornalisti, che così potranno scrivere qualsiasi nefandezza, si può portare ad esempio ciò che è avvenuto proprio in Gran Bretagna con i tabloid di Murdoch. Nelle democrazie moderne la libertà di stampa è requisito fondamentale: l’Onu e il Consiglio d’Europa hanno più volte sottolineato l’anomalia italiana, l’ennesima che fa dello Stivale una nazione di serie B.

Un altro messaggio di solidarietà. Da un mittente inaspettato, questa volta. Da Marco Travaglio così come riportato da "Il Corriere della Sera". Già, perché Marco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, additato come "il manettaro per eccellenza" ed uno dei più acerrimi critici di Sallusti e della linea politica del suo giornale, gli ha dedicato un editoriale. Titolo «Salvate il soldato Sallusti». «Che cosa pensiamo di Sallusti i lettori lo sanno benissimo perché l'abbiamo scritto e mille volte lo scriveremo», attacca Travaglio. Che spiega: «Si dirà: i giornalisti sono cittadini come gli altri (eccetto i politici, si capisce) e non c'è nulla di strano se, in caso di condanna, la scontano. Vero: ma questo dovrebbe valere per delitti dolosi. Cioè per reati gravi e intenzionali. Sallusti è stato condannato per aver diffamato su Libero un giudice tutelare di Torino, Giuseppe Cocilovo, in un articolo del 2007 scritto da un altro sotto pseudonimo, ma di cui gli è stato attribuito l'"omesso controllo" in veste di direttore responsabile. Non so cosa fosse scritto in quell'articolo, ma non dubito che fosse diffamatorio, vista la normale linea Sallusti. Però ora non m'interessa, perché ciò che conta è il principio». Poi Travaglio ricorda di essere incappato in un episodio simile nel 2001 per un articolo scritto per l'Espresso. È una difesa a tutto campo, dunque quella di Travaglio. E se Sallusti commenta così la condanna: «Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee, di metterle in carcere», l'oggetto di tante difese non fu però altrettanto generoso nei confronti di Travaglio. Nel marzo del 2011 Sallusti pubblicò proprio su Il Giornale il casellario giudiziario dell'allievo di Montanelli, accusandolo di essere un professorino del giornalismo. E celebri sono le schermaglie televisive nelle tribune politiche, a base di accuse reciproche («Inciti all'odio», «Sei un cretino», sono solo alcuni dei complimenti che i due si sono rivolti in passato) evidentemente tra i due pare essere stata fatta la pace. O, meglio, un armistizio.

No al carcere per Alessandro Sallusti, direttore del Giornale, e sì al diritto alla libertà di informazione. A lanciare l'appello sono la Federazione Nazionale della Stampa e l'Ordine dei giornalisti. «È inaccettabile che un giornalista per fare il suo lavoro e per le sue opinioni rischi la galera - si legge in una nota diffusa dall'Fnsi -. Non è da Paese civile. Succede solo in Italia e questa è una delle ragioni principali per cui siamo così in basso nelle graduatorie mondiali sulla libertà di stampa. La condanna al carcere, senza condizionale, per il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, è mostruosa e non può essere accettata come atto di giustizia giusta, ancorché dovesse risultare coerente con il codice penale italiano».

L'Ordine dei Giornalisti, dal canto suo, invoca l'intervento del ministro della Giustizia Paola Severino per capire come sia possibile che una sanzione passi nei due gradi di giudizio da 5.000 euro di multa al carcere e - si legge in un comunicato - «viene da domandarsi se era davvero impossibile differire quell'udienza per riconoscere a Sallusti il sacrosanto diritto ad una difesa non rituale. In un mondo, quello della giustizia, che accumula ritardi di anni, che cosa ha impedito un rinvio?». "L'ipotesi che il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, finisca in carcere per diffamazione induce a chiedersi se l'Italia è davvero la culla del diritto". E' quanto si legge in una nota dell'ordine dei giornalisti. "In quale Paese al mondo si può essere condannati a 14 mesi di detenzione per omesso controllo, in relazione ad un articolo scritto da altri, con una sanzione che passa nei due gradi di giudizio da 5.000 euro di multa al carcere?". "Gli è stato impedito di difendersi" - "Emerge poi, a quanto si legge, che in Appello Sallusti non è neanche stato assistito dal suo difensore di fiducia, che non sarebbe stato reperibile. Prima ancora di chiedersi che fine abbia fatto quel legale e se il suo Ordine professionale ne sa qualcosa - si legge ancora nel documento - viene da domandarsi se era davvero impossibile differire quell'udienza per riconoscere a Sallusti il sacrosanto diritto ad una difesa non rituale. In un mondo, quello della giustizia, che accumula ritardi di anni, che cosa ha impedito un breve rinvio? Qualcuno risponderà? Ad esempio il ministro della Giustizia, Paola Severino".

DIFFAMAZIONI MEDIATICHE STRUMENTALI.

I nostri giornalisti/imbonitori sono soliti ingiuriare, diffamare, calunniare, dileggiare, irridere impunemente i poveri cristi. Anche se il nostro codice penale ha una matrice fascista, storicamente datata e sciovinista, si tratta di capire se reati sistematici di questo tipo possano essere perseguiti e denunciati da chi li subisce. Le ingiurie, le diffamazioni, le calunnie, il dileggio e le irrisioni mediatiche a danno dei più deboli si susseguono impuniti senza che i responsabili – giornalisti, testate, gestori di canali radio e TV, autori  – siano sanzionati o perseguiti. Tali reati – più gravi se commessi da pubblici ufficiali incaricati di servizio pubblico (es. RAI) - tendono a indurre disprezzo, criminalizzazione, ripudio popolare contro persone senza potere o che lo hanno già perduto. Tali reati sono contemplati nel nostro codice penale, come ingiuria (art. 594), falsità (art.493), abuso della credibilità popolare (art.661), diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose (art. 656),diffamazione, più grave se attuata contro “un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una Autorità costituita in collegio” (art.595). La diffamazione è perseguibile a querela della parte offesa e condannabile se basata su falsità e bugie.

Già ma la diffamazione non è uguale per tutti.

Berlusconi: “Diffamazione senza limiti contro di me”. Così riporta il “Fatto Quotidiano”. Prima su "Il Giornale", poi a "La Telefonata" di Maurizio Belpietro: l'ex premier si scaglia contro i magistrati di Milano, a suo dire colpevoli di una "persecuzione giudiziaria" che ha come obiettivo la sua "distruzione". Accuse ai magistrati che lo ‘vogliono distruggere’, plauso a Napolitano che ha invitato i giudici a moderare le loro esternazioni pubbliche. E’ un Silvio Berlusconi "vecchio stile" quello che è tornato ad attaccare la magistratura del Paese. Lo ha fatto prima con una lettera a Il Giornale, poi ribadendo a La Telefonata di Canale5 i concetti espressi nella missiva pubblicata dal quotidiano del direttore Sallusti. ”Ho la coscienza di avere servito in questi anni con tutte le mie forze il Paese e ne sono ripagato con un accanimento da parte di alcuni magistrati che non ha eguali nella storia” ha scritto l’ex presidente del Consiglio sul giornale di famiglia. Berlusconi, inoltre, ha detto di soffrire per essere finito “nell’ingranaggio disumano di una giustizia che sembra non rispondere più alle leggi”, sottolineando la “speranza” che “giudici integerrimi e devoti unicamente alla legge e alla verità decidano in piena coscienza e nel pieno rispetto della realtà dei fatti” dopo che il pm ha chiesto per lui una condanna a 5 anni per il caso Mills. E poi ancora, in ordine sparso: “Si vuole distruggere la mia immagine di uomo, di imprenditore e di politico” e “sono trattato peggio di un delinquente, con accuse che non trovano corrispondenza nei fatti e che sono state smentite nel corso del processo dibattimentale”. “Quello che più mi amareggia in questo momento” ha sottolineato Berlusconi, ribadendo la sua “totale estraneità” a quanto gli viene addebitato, è “constatare fino a che punto la giustizia può essere piegata a pregiudizi di carattere politico e ideologico”. Per motivare questa presa di posizione, l’ex premier ha collegato l’accanimento giudiziario nei suoi confronti dalla decisione di impegnarsi nella vita pubblica, “cercando di trasformare questo Paese”. Decisione che “non mi è mai stata perdonata da tutti quei poteri che si sono visti insidiati nei loro interessi e nelle loro ambizioni”. Per quanto riguarda il processo Mills, poi, l’ex capo del governo a La Telefonata di Belpietro ha parlato di ”persecuzione giudiziaria”, ovvero di una “operazione di diffamazione senza limiti che ha fatto del Tribunale di Milano un tribunale speciale che vuole far fuori Berlusconi dalla politica e distruggerlo come persona”. ”Tutte le prove dimostrano il contrario – ha proseguito il fondatore del Pdl a proposito del processo milanese – perché mai avrei dovuto ringraziare e compensare un signore che proprio per le sue deposizioni è stato determinante per due condanne in primo grado; perché – ha continuato – avrei dovuto pagare seicento milioni di dollari a chi aveva testimoniato contro di me, tutto questo fa a pugni con la logica e le stesse dichiarazioni di Mills”. Poi il ringraziamento a Napolitano, con Berlusconi che ha plaudito all’intervento del Presidente della Repubblica al Csm, il quale ha invitato i giudici ad esternare di meno. 

PARLIAMO DEI TG SATIRICI E DEI PROGRAMMI D'INCHIESTA. FORTI CON I DEBOLI E DEBOLI CON I FORTI?

Partiamo da Striscia la Notizia". Secondo Giovanni Panunzio, fondatore dell'Osservatorio Antiplagio, il programma satirico va a caccia di astrologi, senza però toccare chi compra spazi pubblicitari sul teletex di Mediaset. Condannato in primo grado per diffamazione, è stato assolto in appello. E ora finisce nei guai il Gabibbo: per un giudice il pupazzo è uguale a una mascotte americana. Questo è quanto racconta “Il Fatto Quotidiano”. Affollamento di tapiri in tribunale. Sembrava scontato l’epilogo della telenovela tra cacciatori di ciarlatani che va in onda nelle aule di giustizia di mezza Italia a suon di querele e richieste di risarcimento esorbitanti. Da una parte Giovanni Panunzio, insegnante di religione e fondatore dell’associazione Osservatorio Antiplagio che dal 1994 dichiara guerra a sedicenti maghi, astrologi, cartomanti e satanisti. Dall’altra Antonio Ricci e un plotone di avvocati del Biscione mobilitato in difesa del buon nome di Striscia la Notizia, prodotto di punta delle reti di Silvio Berlusconi non meno impegnato sullo stesso fronte. Panunzio e Ricci da dieci anni si fronteggiano in tribunale per stabilire il curioso primato su chi combatte di più i parolai nostrani dell’occultismo. Golia che fa poltiglie di Davide. Stava andando proprio così, con l’insegnante rimasto senza un soldo per far fronte alle spese delle cause piovute da Segrate, ben dieci in dieci anni, e con il quinto dello stipendio (260 euro) pignorato per sette anni su richiesta dei legali del Biscione in attesa della sentenza definitiva in Cassazione. Pochi giorni fa, però, la corte d’Appello di Milano ha segnato un punto a favore del professore. I giudici in primo grado lo avevano condannato per diffamazione aggravata a pagare 500 euro di multa e 5mila euro di risarcimento. Il 15 giugno 2012 i giudici della Prima sezione penale hanno ribaltato quella sentenza e lo hanno assolto con formula piena, provocando lo sgomento della controparte che ha subito annunciato ricorso. La vicenda risale al lontano 16 febbraio 2006. A Milano è in corso il processo a Vanna Marchi. Panunzio è chiamato a deporre perché fin dal 1995 ha presentato 21 esposti in altrettante procure contro la teleimbonitrice più famosa d’Italia che sarà condannata dieci anni dopo, soprattutto grazie al clamore mediatico sollevato dai servizi del programma di Ricci. Durante il suo intervento il professore rivendica la primogenitura sul caso Marchi e si scaglia contro Ricci e la sua squadra accusandoli di usare due pesi e due misure, di perseguitare cioè tutti i ciarlatani d’Italia tranne quelli che fanno inserzioni a pagamento su Mediavideo, pubblicizzati in otre 200 pagine del teletex di Mediaset. “Durante il processo – spiega Panunzio – Ricci ha dichiarato di non essere mai stato a conoscenza di quelle inserzioni commerciali e questo ha indotto il pubblico ministero a darmi ragione”. E ora la guerra riparte, ma ad attaccare è l’ex insegnante che tramite l’avvocato Vittorio Amedeo Marinelli annuncia una rivalsa legale per abuso del diritto, lite temeraria, stalking giudiziario e calunnia. Ricci, contattato da ilfattoquotidiano.it, preferisce non commentare, convinto che il professore sia animato solo dal desiderio di ottenere visibilità. Ma precisa che Striscia non ha fatto sconti a nessuno, che ha messo nel mirino anche la holding più forte di sensitivi e guaritori d’Italia (“Grandi veggenti italiani”) anche quando era pubblicizzata su Pagine Utili, la directory telefonica che fino al 2008 faceva parte di Fininvest. Il programma poi – spiegano i legali di Striscia – non va a caccia di ciarlatani, quando se ne occupa lo fa seguendo circostanziate segnalazioni dei telespettatori. E in ogni caso il ricavato degli asseriti danni, in caso di condanna, sarà devoluto in beneficenza. Ma per Striscia non è l’unica spina giudiziaria conficcata nel fianco dall’ex insegnante. In tribunale infatti continua l’Sos Gabibbo. Panunzio segnalò per primo la straordinaria somiglianza tra il pupazzo di Ricci e la mascotte Usa “Big Red”, attirando così la curiosità degli americani che da tempo ne rivendicano paternità e diritti (intorno al suo personaggio è nato un vero e proprio mercato che spazia dalla linea di oggetti per la scuola, ai gioielli “Mondo Gabibbo” sino ad arrivare ai costumi di carnevale che lo raffigurano). Nel 2003 la Western Kentucky University ha fatto causa a Mediaset-RTI e a Giochi Preziosi per 250 milioni di dollari, sostenendo che il pupazzo fosse copiato dalla mascotte dell’università. In due gradi di giudizio Ricci l’aveva spuntata, ma il 6 aprile 2012 il giudice Paola Maria Gandolfi di Milano ha dato ragione, in un’altra causa, all’ex studente americano che avrebbe creato il vero Gabibbo nel 1979, ben 11 anni prima che la mascotte calcasse gli studi di Cologno Monzese con la sua inconfondibile inflessione genovese. Mediaset ha annunciato appello d’urgenza contro la sentenza chiedendo (e ottenendo) la “sospensione immediata dei suoi effetti”. Il giudice, contattato nelle scorse settimane, non ha voluto fornire notizie sullo sviluppo del procedimento in corso né confermare il valore del contenzioso. C’è un ultimo risvolto curioso nella strana guerra tra cacciatori di maghi. Per avere ragione in tribunale Rti e Mediaset hanno schierato i migliori legali sulla piazza (che poi sono quelli di Silvio Berlusconi). Spiccano, su tutti, Leandro Cantamessa Stefano Longhini. Quando Cantamessa chiede il quinto dello stipendio al Panunzio, ad esempio, mette in calce i nomi di ben dieci colleghi associati allo studio di via Montenapoleone 3. Da 27 anni lui è il legale del Milan e si occupa di questioni milionarie legate ai contratti dei calciatori rossoneri. Si materializza però personalmente anche nell’aula del Tribunale di Arezzo pur di avere ragione di Panunzio in un procedimento civile da 50mila euro. Cantamessa nel suo ambiente è soprannominato “l’avvocato del Diavolo”, non solo per il Milan ma anche per via della sua personalissima passione per l’astrologia: a 12 anni collezionava volumi rari e oggi ne ha oltre 5mila; nel 2007 ha scritto perfino un’opera omnia su 500 anni di culto astrologico (dal 1472 al 1900). Insomma, un esperto e bibliofilo della materia. Così il cacciatore pubblico di astrologi e il loro massimo cultore privato si sono trovati insieme in un’aula di tribunale. Uno contro l’altro. Se non è magia questa. D'altronde sul portale dell’Associazione European Consumers, di cui  è proprio presidente l’avvocato Vittorio Amedeo Marinelli che difende Panunzio  per la rivalsa legale si leggono le motivazione della sentenza di assoluzione. La Corte d'Appello di Milano ha reso pubbliche le motivazioni della sentenza di secondo grado del 15 giugno 2012 che, accogliendo totalmente le richieste della difesa, rappresentata dall'avv. Stefania Farnetani, ha assolto Giovanni Panunzio, fondatore di Osservatorio Antiplagio, dall'accusa di aver diffamato Antonio Ricci, assistito dall'avv. Salvatore Pino. Il 16 febbraio 2006 Panunzio aveva affermato, riferendosi all'autore di Striscia la notizia e alle sue battaglie contro i ciarlatani: "Bisogna bacchettare anche quelli di Mediaset, di Mediavideo. Bisogna bacchettarli, quelli voi non li bacchettate mai. I maghi di Mediavideo non li toccate mai. Tu sei scorretto. Usi due pesi e due misure". E in un successivo comunicato il fondatore di Osservatorio Antiplagio aveva aggiunto: "La trasmissione Striscia si dimentica di denunciare i ciarlatani appartenenti alla sua parrocchia, pubblicizzati in ben 200 pagine di teletext di Mediaset. Non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi". Per i giudici dell'appello il fatto non costituisce reato. "In relazione alla prima frase - scrive la Corte - la stessa non ha la minima valenza diffamatoria. Essa indica come la trasmissione televisiva, oggetto del giudizio del Panunzio, segua un criterio nella scelta dei propri obiettivi non del tutto uniforme, essendo evidente ed incontestabile che la medesima aggressività usata da "Striscia" nei confronti di alcuni obiettivi (tra cui, appunto, Vanna Marchi), non è stata usata nei confronti di altre situazioni e/o persone non meno suscettibili del medesimo interesse". In relazione alla seconda frase, la Corte d'Appello ritiene che: "L'espressione "non è azzardato affermare che parte dei compensi degli autori e conduttori di Striscia la notizia deriva dai proventi dei sedicenti maghi" è stata scritta a conclusione di un ragionamento, ove si dà conto dell'immenso ammontare degli introiti dei proventi pubblicitari derivanti dagli annunci di centinaia di soggetti del medesimo livello e "rango" della Marchi e soci, proventi che oggettivamente vanno ad integrare i bilanci dell'impresa da cui dipendono gli odierni querelanti o, comunque, dalla quale questi ricevono i loro compensi: si che l'associazione tra questi compensi e le varie "fonti", tra cui anche quella rappresentata dalla pubblicità dei "ciarlatani" - che, peraltro, non risulta "Striscia" abbia mai censurato - appare tutt'altro che diffamatoria, ed espressa all'interno di un giudizio critico corretto per continenza e pertinenza, in relazione ai principi elaborati dalla Giurisprudenza in materia di libertà di espressione". Secondo la Corte, inoltre: "Appare decisamente temeraria la querela proposta e contraddittoria nel suo "animus", rispetto a quella "aggressività" nei metodi, ed estrema libertà di opinioni, che l'autore di Striscia la notizia ed i suoi collaboratori hanno sempre ritenuto doveroso rivendicare a se stessi, come se però metodi analoghi e contenuti non meno critici fossero preclusi a soggetti diversi da loro". Per i giudici di secondo grado: "Se l'argomento rispetta il criterio della verità del fatto da cui muove la critica e se sussiste l'interesse sociale a conoscerla, è consentita dall'ordinamento l'esposizione di opinioni personali lesive dell'altrui reputazione una volta che l'agente abbia esposto il suo pensiero con linguaggio misurato. Nel caso di specie il Panunzio si è sicuramente mosso all'interno di tale perimetro". Nella sentenza infine si dice che il Gip, d.ssa Clementina Forleo, aveva imposto "del tutto immotivatamente" al PM, che aveva chiesto l'archiviazione, l'imputazione a carico del Panunzio, e che l'espressione "venduto e prezzolato" riferita al Ricci non era del Panunzio, che non l'ha mai pronunciata, ma del Giudice di primo grado, d.ssa Paola Braggion, che l'ha riportata "inopinatamente" nella sentenza. E dire che proprio per aver pubblicato notizie riferite al complotto ordito nei confronti del giudice Clementina Forleo i suoi colleghi brindisini hanno perseguito io dr Antonio Giangrande per violazione della Privacy ed oscurato il sito web dell'Associazione Contro Tutte le Mafie.

Proprio quella Clementina Forleo che scriveva a Luigi De Magistris. Lettera aperta di Clementina Forleo, gip di Cremona, all’ex pm di Catanzaro ora eurodeputato IdV rinviato a giudizio per omissione di atti d’ufficio (non aver indagato su altri magistrati di Lecce e di Potenza denunciati da una vittima dell’usura). Carlo Vulpio pubblica questa lettera aperta di Clementina Forleo, apparsa anche sul blog del destinatario della medesima, seminascosta tra una decina di commenti, perché aiuta tutti, ma proprio tutti, a capire molte, ma molte cose. A parte il “Caro Luigi”, sono naturalmente d’accordo sull’intero contenuto della lettera della dottoressa Forleo. "Caro Luigi, non scendo nel merito della vicenda processuale che ti riguarda. Mi auguro che tu possa uscirne indenne e sono d’accordo con te – a prescindere da tale accadimento – nel concludere che quando si pestano, per amore del proprio dovere, troppi calli ci si espone a ritorsioni di ogni tipo. Ti chiedo:

1) quanto vale per te, non credi debba valere per tutti? O la tesi, giusta o errata che sia, del complotto o della mera individuale ritorsione di qualche magistrato “poco serio” vale solo per alcuni?

2) sono solo i magistrati massoni o ufficialmente (ossia per la cronaca) “incriccati” ad essere i nemici delle persone perbene?

Come ben sai, dopo averti disinteressatamente difeso ad Annozero – ma in realtà dopo aver pestato i calli di signorotti che ben conosci – non solo sono stata esiliata in quel di Cremona (bella cittadina, per carità) e privata di ogni forma di protezione personale nonostante numerosissime minacce seguite puntualmente da episodi inquietanti, ma sono anch’io stata oggetto di procedimenti disciplinari e penali (che mai mi avevano sfiorato nella mia vita e nella mia carriera, sempre definita da “ottimo magistrato”), nei quali mi sono difesa e mi sto difendendo con non pochi disagi anche economici per me e per la mia famiglia. Nel mio caso la massoneria purtroppo, se c’entra, c’entra poco o quantomeno c’entra in parte (diciamo anche a metà). A volere la mia morte civile e il mio isolamento – come del resto quelli di Carlo Vulpio (che continuo a difendere disinteressatamente, sperando di non venire anche in tal caso delusa) – non sono state o non sono solo state – le cricche e cricchette cui ti riferisci. Sai bene chi mi ha voluto infliggere il colpo mortale:

squallidi personaggi politici che si oppongono al Caimano solo per brama di potere, ma che per la loro ipocrisia mi fanno ancora più paura;

insigni magistrati di correnti di “sinistra” che non sono diversi – lo sai bene – di quelli di “destra”, con la differenza che non si vergognano a sventolare la Costituzione che calpestano ogni giorno quando tocca inaugurare l’anno giudiziario, con farse che dovrebbero riguardare altre categorie. Basti pensare al dottor Bruti Liberati, ad esempio, leader della corrente Magistratura Democratica (si chiama ancora così?). Quello stesso Bruti Liberati nominato Procuratore di Milano con voti bipartisan, come “profetizzato” dalla signora Tinelli (Pd) in una nota telefonata, che è sempre lo stesso Bruti Liberati per il quale giorni fa in Questura non è successo nulla, e che dovrà prima o poi anche spiegare ufficialmente, qualunque sia la mia sorte:

a) da chi ricevette nel marzo 2008 le carte che arrivarono dal Parlamento relative al senatore Latorre;

b) perchè non me le si trasmise nell’immediatezza;

c) perchè le rispolverò, unitamente agli altri membri del pool proprio il 29.7.2008, trasmettendole al mio ufficio per decidere “con urgenza” quando casualmente ero assente per pochi giorni e – guarda caso – il giorno prima che venisse depositato il parere sulla mia professionalità, in cui un altro magistrato della stessa corrente (dopo essere stato peraltro pescato con le mani nella marmellata nell’interferire con le mie funzioni) dava atto del mio “deficit di equilibrio”, venendo subito promosso a Presidente di Sezione. Seguivano, inutile dirlo, promozioni di tutti i protagonisti della rocambolesca vicenda, con la quale, effettivamente, ero e sono – per la mia serietà e il mio rigore – “incompatibile”. Come vedi, dunque, non è solo un problema “tuo” quello di difendersi a vita per essere stati “scomodi”. Con l’amara differenza che nel mio caso, come nel caso di Carlo Vulpio, gli attacchi di cui parli – come i vergognosi e omertosi silenzi sugli stessi – vengono proprio da persone con cui hai preso ad accompagnarti e da ambienti che hai preso a reputare “amici”. Clementina"

Altra chicca su come si fa giornalismo d’inchiesta viene dalla polemica tra Paolo Barnard e Milena Gabanelli entrambi cofondatori di “Report” su Rai 3. Posizioni riportare sul sito web di Paolo Barnard.

"Cari amici e amiche impegnati a dare una pennellata di decenza al nostro Paese, eccovi una forma di censura nell'informazione di cui non si parla mai. E' la peggiore, poiché non proviene frontalmente dal Sistema, ma prende il giornalista alle spalle. Il risultato è che, avvolti dal silenzio e privi dell'appoggio dell'indignazione pubblica, non ci si può difendere. Questa censura sta di fatto paralizzando l'opera di denuncia dei misfatti sia italiani che internazionali da parte di tanti giornalisti 'fuori dal coro'. Si tratta, in sintesi, dell'abbandono in cui i nostri editori spesso ci gettano al primo insorgere di contenziosi legali derivanti delle nostre inchieste 'scomode'. Come funziona e quanto sia pericoloso questo fenomeno per la libertà d'informazione ve lo illustro citando il mio caso. Si tratta di un fenomeno dalle ampie e gravissime implicazioni per la società civile italiana, per cui vi prego di leggere fino in fondo il breve racconto. Per la trasmissione Report di Milena Gabanelli, cui ho lavorato dando tutto me stesso fin dal primo minuto della sua messa in onda nel 1994, feci fra le altre un'inchiesta contro la criminosa pratica del comparaggio farmaceutico, trasmessa l'11/10/2001 ("Little Pharma & Big Pharma"). Col comparaggio (reato da art.170 leggi pubblica sicurezza) alcune case farmaceutiche tentano di corrompere i medici con regali e congressi di lusso in posti esotici per ottenere maggiori prescrizioni dei loro farmaci, e questo avviene ovviamente con gravissime ripercussioni sulla comunità (il prof. Silvio Garattini ha dichiarato: "Dal 30 al 50% di medicine prescritte non necessarie") e spesso anche sulla nostra salute (uno dei tanti esempi è il farmaco Vioxx, prescritto a man bassa e a cui sono stati attribuiti da 35 a 55.000 morti nei soli USA). L'inchiesta fu giudicata talmente essenziale per il pubblico interesse che la RAI la replicò il 15/2/2003. Per quella inchiesta io, la RAI e Milena Gabanelli fummo citati in giudizio il 16/11/2004 da un informatore farmaceutico che si ritenne danneggiato dalle rivelazioni da noi fatte. Il lavoro era stato accuratamente visionato da uno dei più alti avvocati della RAI prima della messa in onda, il quale aveva dato il suo pieno benestare. Ok, siamo nei guai e trascinati in tribunale. Per 10 anni Milena Gabanelli mi aveva assicurato che in questi casi io (come gli altri redattori) sarei stato difeso dalla RAI, e dunque di non preoccuparmi. La natura dirompente delle nostre inchieste giustificava la mia preoccupazione. Mi fidai, e per anni non mi risparmiai nei rischi. All'atto di citazione in giudizio, la RAI e Milena Gabanelli mi abbandonano al mio destino. Non sarò affatto difeso, mi dovrò arrangiare. La Gabanelli sarà invece ampiamente difesa da uno degli studi legali più prestigiosi di Roma, lo stesso che difende la RAI in questa controversia legale. Ma non solo. La linea difensiva dell'azienda di viale Mazzini e di Milena Gabanelli sarà di chiedere ai giudici di imputare a me, e solo a me (sic), ogni eventuale misfatto, e perciò ogni eventuale risarcimento in caso di sentenza avversa. E questo per un'inchiesta di pubblico interesse da loro (RAI-Gabanelli) voluta, approvata, trasmessa e replicata. (la RAI può tecnicamente fare questo in virtù di una clausola contenuta nei contratti che noi collaboratori siamo costretti a firmare per poter lavorare, la clausola cosiddetta di manleva, dove è sancita la sollevazione dell'editore da qualsiasi responsabilità legale che gli possa venir contestata a causa di un nostro lavoro. Noi giornalisti non abbiamo scelta, dobbiamo firmarla pena la perdita del lavoro commissionatoci, ma come ho già detto l'accordo con Milena Gabanelli era moralmente ben altro, né è moralmente giustificabile l'operato della RAI in questi casi). Sono sconcertato. Ma come? Lavoro per RAI e Report per 10 anni, sono anima e corpo con l'impresa della Gabanelli, faccio in questo caso un'inchiesta che la RAI stessa esibisce come esemplare, e ora nel momento del bisogno mi voltano le spalle con assoluta indifferenza. E non solo: lavorano compatti contro di me. La prospettiva di dover sostenere spese legali per anni, e se condannato di dover pagare cifre a quattro o cinque zeri in risarcimenti, mi è angosciante, poiché non sono facoltoso e rischio perdite che non mi posso permettere. Ma al peggio non c'è limite. Il 18 ottobre 2005 ricevo una raccomandata. La apro. E' un atto di costituzione in mora della RAI contro di me. Significa che la RAI si rifarà su di me nel caso perdessimo la causa. Recita il testo: "La presente pertanto vale come formale costituzione in mora del dott. Paolo Barnard per tutto quanto la RAI s.p.a. dovesse pagare in conseguenza dell'eventuale accoglimento della domanda posta dal dott. Xxxx (colui che ci citò in giudizio) nei confronti della RAI medesima". Nel leggere quella raccomandata provai un dolore denso, nell'incredulità. Interpello Milena Gabanelli, che si dichiara estranea alla cosa. La sollecito a intervenire presso la RAI, e magari anche pubblicamente, contro questa vicenda. Dopo poche settimane e messa di fronte all'evidenza, la Gabanelli tenta di rassicurarmi dicendo che "la rivalsa che ti era stata fatta (dalla RAI contro di me) è stata lasciata morire in giudizio... è una lettera extragiudiziale dovuta, ma che sarà lasciata morire nel giudizio in corso... Finirà tutto in nulla." Non sarà così, e non è così oggi: giuridicamente parlando, quell'atto di costituzione in mora è ancora valido, eccome. Non solo, Milena Gabanelli non ha mai preso posizione pubblicamente contro quell'atto, né si è mai dissociata dalla linea di difesa della RAI che è interamente contro di me, come sopra descritto, e come dimostrano gli ultimi atti del processo in corso. Non mi dilungo. All'epoca di questi fatti avevo appena lasciato Report, da allora ho lasciato anche la RAI. Non ci sarà mai più un'inchiesta da me firmata sull'emittente di Stato, e non mi fido più di alcun editore. Non mi posso permette di perdere l'unica casa che posseggo o di vedere il mio incerto reddito di freelance decimato dalle spese legali, poiché abbandonato a me stesso da coloro che si fregiavano delle mie inchieste 'coraggiose'. Questa non è una mia mancanza di coraggio, è realismo e senso di responsabilità nei confronti soprattutto dei miei cari. Così la mia voce d'inchiesta è stata messa a tacere. E qui vengo al punto cruciale: siamo già in tanti colleghi abbandonati e zittiti in questo modo. Ecco come funziona la vera "scomparsa dei fatti", quella che voi non conoscete, oggi diffusissima, quella dove per mettere a tacere si usano, invece degli 'editti bulgari', i tribunali in una collusione di fatto con i comportamenti di coloro di cui ti fidavi; comportamenti tecnicamente ineccepibili, ma moralmente assai meno. Questa è censura contro la tenacia e il coraggio dei pochi giornalisti ancora disposti a dire il vero, operata da parte di chiunque venga colto nel malaffare, attuata da costoro per mezzo delle minacce legali e di fatto permessa dal comportamento degli editori. Gli editori devono difendere i loro giornalisti che rischiano per il pubblico interesse, e devono impegnarsi a togliere le clausole di manleva dai contratti che, lo ribadisco, siamo obbligati a firmare per poter lavorare. Infatti oggi in Italia sono gli avvocati dei gaglioffi, e gli uffici affari legali dei media, che di fatto decidono quello che voi verrete a sapere, giocando sulla giusta paura di tanti giornalisti che rischiano di rovinare le proprie famiglie se raccontano la verità. Questo bavaglio ha e avrà sempre più un potere paralizzante sulla denuncia dei misfatti italiani a mezzo stampa o tv, di molto superiore a quello di qualsiasi politico o servo del Sistema. Posso solo chiedervi di diffondere con tutta l'energia possibile questa realtà, via mailing lists, siti, blogs, parlandone. Ma ancor più accorato è il mio appello affinché voi non la sottovalutiate. In ultimo. E' assai probabile che verrò querelato dalla RAI e dalla signora Gabanelli per questo mio grido d'allarme, e ciò non sarà piacevole per me. Hanno imbavagliato la mia libertà professionale, ma non imbavaglieranno mai la mia coscienza, perché quello che sto facendo in queste righe è dire la verità per il bene di tutti. Spero solo che serva. Grazie di avermi letto. Paolo Barnard"

Replica la Gabanelli. "Ogni azienda, giornale o tv fornisce l'assistenza legale (ovvero paga l'avvocato) ai propri dipendenti, non ai collaboratori. Quando abbiamo iniziato (1997)nessuno di noi si era posto il problema, che invece abbiamo affrontato quando sono arrivate le prime cause (2000). Si trattava di querele per diffamazione. La sottoscritta e il direttore di allora chiedemmo assistenza legale e ci fu concessa. Fatto che si verificò in tutti i successivi procedimenti penali. Le prime cause civili arrivarono nel 2004, e lì scoprimmo che invece non ci sarebbe stata copertura legale. La tutela veniva fornita a me in virtù del contratto di collaborazione con la rai, ma "a discrezione", ovvero dovevo presentare una memoria difensiva con la quale dimostravo, punto per punto, di aver agito bene. Non avendo l'autore del servizio nessun contratto di collaborazione con la rai (poichè vende il pezzo), si assume i rischi in caso di richiesta di risarcimento danni. La realtà era questa: o prendere, o lasciare. Gli autori furono messi a conoscenza della questione e tutti decisero di continuare "l'avventura" con Report. Con tutte le angosce del caso, ma a dominare è stata la convinzione di tutti noi che lavorando bene alla fine le cause si vincono e il soccombente dovrà pure pagare le spese. Da parte mia ho iniziato una lunga battaglia per poter avere ciò che nessuna azienda normalmente fornisce ai non dipendenti: l'assistenza di un avvocato in caso di causa civile (nel penale, come ho già detto, ci è stata fornita fin dall'inizio). Dal 2004 in poi la tendenza è stata quella di farci prevalentemente cause civili, con tutto quel che ne consegue in termini di stress, tempo che perdi, e paure che ti assalgono. E' bene sapere che quando si va in giudizio ognuno risponde per la parte che gli compete: gli autori rispondono del loro pezzo, la sottoscritta per tutti i pezzi (in qualità di responsabile del programma), la rai in quanto network che diffonde la messa in onda. Qualora il giudice dovesse stabilire che c'è stato dolo da parte dell'autore, a pagare saranno tutti i soggetti coinvolti (la rai, la sottoscritta, l'autore). E questo vale per tutti, anche i dipendenti. La differenza è che prima di arrivare alla sentenza nessuno ti paga l'avvocato. Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare. Ma a luglio 2007 il direttore generale Cappon chiede all'ufficio legale della rai di garantire la piena assistenza legale a tutti gli autori di Report. Questo non ci toglie le ansie (finchè non c'è una sentenza non sai di che morte muori), però almeno sai che alle tue spalle c'è un'azienda che ha riconosciuto il valore del tuo lavoro e ti paga l'avvocato. E' stato difficile ottenere questo risultato, ma c'è stato e questo è oggi quello che conta. Certo, se su ogni puntata vieni trascinato in tribunale, alla fine può darsi che lasci la partita perchè non riesci più a reggere fisicamente. Ma questo non è colpa della rai di turno, bensì di un sistema giudiziario che permette a chiunque di fare cause pretestuose, senza che ci sia a monte un filtro (come avviene invece nelle cause penali) che valuti l'eventuale inconsistenza della causa stessa. Paolo Barnard. E' un professionista che stimo molto, ma purtroppo l'incompatibilità ad un certo punto era diventata ingestibile, e così a fine 2003 le strade si sono separate. Per quel che riguarda la questione legale che lo coinvolge, sono convinta della bontà della sua inchiesta e penso che alla fine ci sarà una sentenza favorevole. Ci credo al punto tale da aver firmato a suo tempo un atto (che lui possiede e pure il suo avvocato) nel quale mi impegno a pagare di tasca mia anche la parte sua in caso di soccombenza. Non saprei che altro fare. Non ho il potere di cambiare le regole di un'azienda come la Rai, credo di aver fatto tutto quello che è nelle mie modeste capacità. Il lavoro che io e gli altri colleghi di report abbiamo deciso fin qui di fare non ce lo ha imposto nessuno. E' un mestiere complesso che comporta molti rischi, anche sul piano personale. Si può decidere di correrli oppure no, dipende dalla capacità di tenuta, dal carattere e dagli obiettivi che ognuno di noi si da nella vita. Il resto sono polemiche che non portano da nessuna parte e sottraggono inutilmente energie. Un caro saluto a tutti. Milena Gabanelli".

La storia vera delle finte radio di partito raccontata da Paolo Soglia su “Il Corriere della Sera”. Ucciderne mille per mantenerne sei: il Governo ha tagliato i rimborsi previsti per le radio locali ma continua a regalare milioni alle cosiddette radio “di partito”. Contributi diretti, che arrivano al 70% delle spese messe a bilancio. Molto si è parlato delle ruberie perpetrate dai finti giornali di partito: per accedere ai contributi bastavano uno o due parlamentari compiacenti che dichiarassero (solo sulla carta) di rappresentare un movimento fittizio poi, come per incanto, compariva un giornale che ne diventava “organo” intascando i rimborsi. La legge editoria però prevede che i contributi possano essere: “corrisposti alternativamente per un quotidiano, un periodico o un'impresa radiofonica..”. Quando per i giornali venne abrogata la possibilità di ricevere i contributi col giochino del deputato disponibile, ci si dimenticò di fare lo stesso per il settore radio-tv. Nel 2007 il claudicante Governo Prodi pensò di intervenire stabilendo che anche le radio dovevano quantomeno: “essere organi di partiti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o due rappresentanti nel Parlamento europeo, eletti nelle liste di movimento…”. Subito dopo, però, ecco arrivare il salvagente per i furbetti. Nella stessa legge si stabilisce infatti che le emittenti “di partito” già inserite in graduatoria: “continuano a percepire in via transitoria con le medesime procedure i contributi stessi, fino alla ridefinizione dei requisiti di accesso”. Insomma, per chi ha già intascato continua la cuccagna e sparisce addirittura la scocciatura di cercarsi un onorevole che di anno in anno firmi la dichiarazione da allegare alla domanda.
In via transitoria, si capisce, d’altronde in Italia nulla è più stabile del transitorio…Dal 2004 al 2009 i contribuenti italiani hanno versato nelle casse di sei radio “di partito” circa 60 milioni di euro. In cima al podio, tra i fortunati vincitori della lotteria (sempre gli stessi) c’è Radio Radicale, voce della lista di “Marco Pannella”. Oltre alle decine di milioni erogati per un servizio di diretta parlamentare che fa pure la Rai, riceverà anche quest’anno più di 4 milioni di euro. Le radio di partito “verosimili", diciamo così, sarebbero finite qui: esiste anche Radio Padania ma i leghisti, gente accorta, preferiscono incassare i contributi per il giornale “La Padania” che costa ben di più… A seguire troviamo Ecoradio, un’invenzione dei Verdi di Pecoraro Scanio che entra nel club grazie alle firme dei deputati ambientalisti Cento e Lion a nome del “Movimento politico Italia e libertà”. I verdi si sfaldano, non così la scatola da soldi che passa a tal Marco Lamonica, proprietario di Ecomedia Spa, “voce” del movimento “ComunicAmbiente” (e chi non lo conosce…) che sta per incassare 3 milioni e 274 mila euro. Tra i deputati che si sono alternati negli anni a metter la firma per garantire i finanziamenti a Ecoradio troviamo Massimo Fundarò (Verdi), Cinzia Dato (Ulivo), Mauro Libè (Udc) e Sandro Gozi (Pd). In sei anni Ecomedia Spa ha portato a casa ben 18 milioni e 445 mila euro. Le spese di Ecoradio sono aumentate negli anni a dismisura: non così gli occupati che anzi son calati drasticamente. Dulcis in fundo, l’anno scorso il giudice del Lavoro ha condannato Ecomedia per comportamento antisindacale. Insomma, soldi spesi bene…Ottima performance anche per Radio Città Futura di Roma. L’ex emittente della sinistra extraparlamentare dopo tante vicissitudini è finita da alcuni anni nell’orbita di una nota agenzia di stampa radiofonica, storicamente vicina al Pd. Magicamente è diventata anche organo del movimento “Roma idee”. I rimborsi sono lievitati dai 366 mila euro del 2004 ai 2 milioni e 182 mila euro nel 2009. Tutto reso possibile dalle firme pesanti date a suo tempo da due nomi grossi del Pd, Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti. La rappresentanza del movimento “Roma Idee” ha fruttato a Rcf in sei anni oltre 10 milioni di euro. Quel movimento ovviamente esiste solo sulla carta, ma come idea per intascare soldi dallo Stato non è niente male…A metà classifica, con 496 mila euro, troviamo Radio Veneto 1 di Treviso di proprietà di Tr.ad Sas di tal Roberto Ghizzo, rappresentante del movimento “Liga fronte veneto nord-est Europa”. A “garantire” in questo caso sono prima il parlamentare leghista Antonio Serena e poi Simonetta Rubinato (Pd). Quasi lo stesso importo prende Radio Galileo di Terni, gestita dall’omonima cooperativa, che si è dichiarata "organo" di “Cittaperta” per gentile concessione del senatore Pd Leopoldo Di Girolamo. I contribuenti per finanziare questi famosissimi movimenti politici hanno già staccato un assegno rispettivamente di 3 milioni 227 mila euro e 2 milioni 412 mila euro. L’ultima ruota del carro è Radiondaverde di Cremona diventata organo del movimento “A viva voce” grazie alle firme dei deputati ulivisti Lucia Codurelli e Daniele Marantelli. Per il 2009 prenderà 170 mila euro. Poveretti, una vera e propria elemosina, che comunque negli anni ha fruttato un gruzzoletto di quasi un milione di euro. Piccolo neo: a dicembre 2010 il Gip Guido Salvini, nell’ambito di un’inchiesta su una megatruffa perpetrata da alcuni editori emiliani e lombardi sui contributi editoria, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare anche per l’amministratrice di Radiondaverde Raffaella Storti. Accusa successivamente archiviata e i soldi continuano ad arrivare…Ora il Governo Monti ha abbassato la percentuale del rimborso alle (finte) radio di partito dal 70% al 40% (che può però arrivare al 50% se hanno poca pubblicità). Bene, anzi male, malissimo. Vorrà dire che invece di regalare dieci milioni di euro all’anno ne regaleranno "solo" sette. Altro che spending review, i tecnici adottano la stessa linea di Tremonti: tagli lineari che limano i contributi a questi sedicenti “organi”, ma non mettono minimamente in discussione la legittimità a riceverli. Sarebbe invece il momento di presentare il conto, destinando risorse solo agli aventi diritto e non a chi prospera sfruttando amicizie politiche, costi quel che costi, anche al prezzo di ambiguità, compromessi, o veri e propri sotterfugi.

Roma, 10 maggio 2012. “La Corte di Cassazione annulla senza rinvio perchè il fatto non sussiste”. Alle ore 19 e 30 le Parole del Presidente della terza sezione della Cassazione risuonano nell’aula oramai vuota del Palazzaccio. Il Supremo Collegio emette cosi una sentenza molto attesa e pone cosi fine a cinque anni di dispute dottrinarie ed infuocati, dibattiti sulla natura dei blog giornalistici  e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale, assolvendo lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta accusato di diffamazione a mezzo stampa e stampa clandestina. Dunque i blog (anche giornalistici)  non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina, quindi non rientrano nemmeno nell'aggravante della diffamazione a mezzo stampa.

La III Sezione della Corte di Cassazione presieduta da Saverio Felice Mannino, con la relazione del magistrato Santi Gazzara e la presenza del sostituto procuratore generale Policastro, ha deciso in udienza pubblica sullo scottante caso degli obblighi di registrazione come testata telematica dei blog e sulla natura di stampa clandestina dei blog non registrati.

No, i blog non sono stampa clandestina. Parola della Cassazione, che con un «rinvio perché il fatto non sussiste» ha raso al suolo una sentenza che se confermata avrebbe potuto distruggere l'Internet italiano. La Corte di Cassazione con sentenza del 10 Maggio 2012 ha sancito che i blog non possono essere «colpevoli» del reato stampa clandestina. Semplicemente perché non sono «stampa». E’ una conclusione ovvia, scontata, normale per chiunque sia figlio di questo secolo ed abbia chiaro che fare informazione non è un privilegio di pochi, né una concessione dello Stato ma una libertà fondamentale di tutti, sancita sin dal 1789 nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è del cittadino. Storica sentenza della Cassazione che sancisce che i blog non sono da considerarsi "stampa clandestina". «È una sentenza che fissa un principio», dice Guido Scorza, avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie. La sentenza dice che non serve procedere alla registrazione della “testata” presso il Tribunale della Stampa per gestire un blog di informazione con la conseguenza che non si configura il reato di “stampa clandestina” previsto dalla vecchia legge sulla stampa.

LIBERTA' - «È una conclusione ovvia, scontata, normale», dice Guido Scorza. In pratica dicendo che non c'è obbligo di registrazione dice che ai blog non sarebbero applicabili le discipline sulla stampa. Prima fra tutti, l'obbligo alla rettifica. Un mannaia sulla libertà dei blogger. Ma in quanto a libertà di informazione, c'è poco da brindare. La sentenza che di certo pone oggi un paletto, potrebbe esse superata da nuove leggi, di cui si parla da mesi. «Questa sentenza, soprattutto non convalidando le precedenti, sgretola l’ennesimo tentativo di imbrigliare l’informazione sul web nella burocrazia pensata oltre mezzo secolo fa per i giornali di carta», dice Guido Scorza.

LA SENTENZA - Il "caso" è quello di un giornalista siciliano, Carlo Ruta, condannato nel 2008 dal tribunale di Modica per il reato di stampa clandestina (pronuncia confermata poi nel 2011 dalla Corte di appello di Catania). Il giornalista curava saltuariamente "Accade in Sicilia", blog impegnato a informare sui fenomeni mafiosi. Ed è proprio per un post pubblicato su "Accade in Sicilia" che un magistrato si era sentito offeso. Tocca tutti ma non toccare loro: lesa maestà, i magistrati. Soggetti che poi trovano sponda nei loro colleghi. E aveva querelato per diffamazione Carlo Ruta. L'uomo, storico, giornalista e autore del blog "Accade in Sicilia", era stato accusato dal procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera, che si era dichiarato anche parte lesa sentendosi danneggiato da certi interventi online di Ruta. Il tribunale di Modica, considerando il blog una vera e proprio testata giornalistica (e cioè un “prodotto editoriale” per la legge n. 62/2001, e in quanto “stampa periodica, avrebbe dovuto essere registrato presso il Tribunale competente) lo aveva condannato. Ora la Cassazione, con una sentenza dal valore storico, ha stabilito che un blog non è di per sé un prodotto editoriale e la figura del blogger non è sovrapponibile con quella del giornalista. Nella pratica significa che i blog, e i loro animatori (giornalisti e no), potranno continuare l'attività, senza obbligo di registrare la testa. Un primo passo per una maggiore libertà. Anche se le leggi che riguardano i nuovi media digitali sono tutt'altro che chiare. Il reato di "stampa clandestina" è previsto dalla legge sulla stampa, legge n. 47 dell'8 febbraio 1948, ma era da trent'anni che non portava ad una condanna: nonostante questo il primo(risalente al 2008) e secondo grado di giudizio avevano finora ritenuto colpevole Carlo Ruta, che era stato condannato a pagare un'ammenda di 150 euro e a subire il sequestro del suo blog, chiuso nel 2004.

Scherza con i fanti e lascia stare i Santi.

Mai dimenticare la saggezza dei proverbi! Come quello che dice «scherza coi fanti ma lascia stare i santi» e che dovrebbe mettere in guardia dalla difficoltà di raccontare (e rappresentare) adeguatamente la verità storica sui fatti di cronaca che diventeranno storia. Da piccolo mia madre mi ripeteva spesso questa massima popolare “Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi” e come tutte le massime anche questa contiene una filosofia spicciola, ma vitale; ciò che è “Santo” deve essere rispettato.

Vuoi fare satira sul Presidente del Consiglio o sui parlamentari o sui politici eletti dal popolo? Lo puoi fare.

Vuoi offendere a piacimento il Presidente del Consiglio ed i parlamentari o i politici eletti dal popolo? Lo puoi fare.

Puoi criticare l'operato del magistrato, che palesa pecche ed illogicità, foriero di errori giudiziari, ingiuste detenzioni, omessa giustizia e comunque evidente ingiustizia, esercitato nella veste di funzionario pubblico che ha vinto un concorso all'italiana? No. E' lesa maestà!!

Per questo chi santifica i magistrati e pende dalle loro labbra o dalle loro veline, vigendo l’impunità per loro riguardo la violazione del segreto di ufficio, è immune da qualsivoglia ritorsione.

Non è così per chi, invece, decide di raccontare i fatti al di là della verità giudiziaria e della cultura ideologica imperante. Esercitare in Italia il diritto di critica e di cronaca è pericoloso.

Antonio Giangrande, scrittore ed autore della collana editoriale “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo” è subissato di denunce per diffamazione a mezzo stampa e qualcuna, anche, per calunnia da parte di quei magistrati un po’ permalosi e megalomani che si sentono lesi nella loro maestà. Diffamazione attribuita al Giangrande per articoli scritti da altri e pubblicati autonomamente anche da giornali esteri (fino in Sud Africa) riferiti all'orinaria malagiustizia italiana o a risibili motivazioni di archiviazioni di denunce penali. Molti di questi magistrati sono gli stessi che hanno insabbiato le denunce di Giangrande contro i loro colleghi magistrati che insabbiano in terra di mafia. Peccato però che nessuna condanna sia conseguita, in quanto i medesimi denuncianti mai si sono presentati in udienza, causando il naturale proscioglimento.

Ma questo non è un fatto isolato e riferibile esclusivamente a chi è emarginato per il sol fatto che racconta ciò che vede e per questo accusato di mitomania o pazzia.

In giro ci sono altri mitomani o pazzi.

Da “La Stampa”: Rinviata a giudizio per aver criticato il primo pm che indagò sulla morte violenta del figlio. Eppure, non fosse stato per la sua ostinazione di madre, forse le indagini sulla fine di Federico Aldrovandi si sarebbero impantanate in quell’incredibile versione ufficiale per cui il ragazzo era deceduto in seguito all’assunzione di droghe, durante un controllo di polizia particolarmente movimentato. Invece Patrizia Moretti non si arrese, aprì un blog che attirò l’attenzione di tutta l’Italia sulla vicenda e di fatto riuscì a imprimere una svolta decisiva all’inchiesta: quattro poliziotti furono poi condannati in primo grado per eccesso colposo in omicidio colposo del giovane 18enne, morto per le botte prese mentre era ammanettato a terra. Non solo, lo Stato ha riconosciuto alla famiglia un risarcimento danni da due milioni di euro in cambio dell’impegno a non costituirsi parte civile.

Ma ora, il gup del tribunale di Mantova ha deciso di processare la madre di Federico per diffamazione a mezzo stampa. Insieme a lei sono stati rinviati a giudizio due giornalisti e il direttore del quotidiano La Nuova Ferrara. E così, con una capriola che ha il sapore del paradosso giudiziario la donna che era riuscita a ottenere giustizia per suo figlio ora si ritrova lei a subire un processo. La frase che le è costata l’incriminazione, pronunciata nel gennaio 2006 quattro mesi dopo la morte di Federico, quando le indagini ancora languivano, è questa: «È un fascicolo ancora vuoto». Patrizia Moretti si prepara a una nuova battaglia in tribunale: «Non avrei mai immaginato di ritrovarmi imputata per aver criticato chi non aveva fatto le prime indagini sulla morte di mio figlio. I giudici hanno deciso per il processo e noi lo faremo, e così come lo avevano fatto a Ferrara a Federico ora lo faremo noi al magistrato che mi ha denunciata». Si chiama Maria Emanuela Guerra la pm che condusse la prima parte dell’inchiesta prima di rinunciare all’incarico e che ha ritenuto lesive quelle dichiarazioni. La Moretti da parte sua non si aspettava né che il magistrato andasse a fondo nella querela né, tantomeno, che ieri il gup decidesse per il rinvio a giudizio: «Abbiamo prodotto documenti che dimostrano che le mie parole sono state dette in tribunale, durante due dei processi per l’omicidio di Federico, e che sono sancite in due sentenze. Eppure il Gup ha disposto il rinvio a giudizio». E’ addolorata ma non ha perde la sua determinazione: «Non mi tiro indietro. Io della dottoressa Guerra non volevo più sentir parlare, ma se mi tira per i capelli ci sarò, e allora dovrà dire lei perché ha aperto il fascicolo solo il 16 gennaio, perché non è andata sul posto e perché non ha sequestrato i manganelli». Il legale della Moretti, Fabio Anselmo, aggiunge che la pm «sarà il nostro principale teste a discarico” e ricorda come, stranamente, il docufilm del giornalista Rai Filippo Vendemmiati – «E’ stato morto un ragazzo», che a maggio sarà anche premiato dal presidente Napolitano -, pur riportando le stesse parole non sia stato oggetto di alcuna denuncia. «Tutto ciò è pazzesco ma a questo punto non vedo l’ora di andare a processo, così verrà fuori tutto quanto – aggiunge la madre di Federico – La cosa che mi dispiace è che l’udienza è stata fissata per il 1˚ marzo 2012…».

Aldrovandi, stampa alla sbarra. Ricordate il ragazzo di 18 anni ucciso da tre poliziotti a Ferrara nel 2005? Il giornale della città aveva sostenuto quella che poi è emersa come la verità, criticando il giudice che aveva fatto le prime, inconcludenti, indagini. E ora il suo direttore è sotto processo. Ecco che cosa scrive al “L’Espresso”.

Dal direttore del quotidiano “La Nuova Ferrara” riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore, è sempre bello tornare nella propria città. Non sarà così, però, il primo marzo: in Tribunale a Mantova, con alcuni colleghi, sono imputato in un processo per diffamazione. Dove sta la notizia? Il fatto è che siamo alla sbarra per aver dato voce a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi. Una donna coraggiosa che, grazie al suo blog, ha fatto emergere la verità sulla morte del figlio di 18 anni: non per un'overdose, ma per le conseguenze di un fermo di polizia. Quattro poliziotti sono stati condannati in primo e secondo grado. Ma questa è una guerra che non finisce mai, perché dall'altra parte della barricata c'è una pm, Maria Emanuela Guerra, che ci ha mitragliato di querele ogni volta che la Moretti parlava dell'inchiesta e dei suoi lati oscuri. Ne ho collezionato un pacco, che conservo sulla scrivania. Alla Guerra, prima titolare delle indagini, è stato rimproverato da più parti di non essere andata sul luogo in cui morì Federico il 25 settembre 2005 fidandosi della versione dei poliziotti. Poi abbandonò l'inchiesta, che in mano ad un altro pm, Nicola Proto, subì un'accelerazione decisiva. Nella motivazione della sentenza d'appello di Bologna, il giudice Luca Ghedini scrive tra l'altro:«...Le indagini preliminari? Iniziate nella sostanza vari mesi dopo i fatti e in seguito alla sostituzione del primo pm (la Guerra)». Ma gli aspetti oscuri sono tanti. Tanti giornali e televisioni hanno raccolto le stesse testimonianze, sul caso Aldrovandi è uscito un documentario ("E' stato morto un ragazzo", di Filippo Vendemmiati) che ha vinto il David di Donatello. Ma la Guerra ha querelato sempre e solo noi. Inoltre, in vista dell'udienza penale del primo marzo a Mantova, si è costituita parte civile chiedendo al nostro giornale almeno 300 mila euro per i gravi danni al suo onore e al suo prestigio. Somma che si aggiunge al milione e mezzo di euro che chiede nel processo civile in calendario il 21 marzo al Tribunale di Ancona. Non manca la beffa: oltre al sottoscritto sono imputati il collega Daniele Predieri e un nostro ex collaboratore, Marco Zavagli, che non è l'autore dell'articolo contestato, scritto invece dalla giornalista Alessandra Mura. Un grossolano errore che abbiamo fatto notare nell'udienza preliminare a Mantova, senza successo. Per la Procura è uno pseudonimo. Ma nel mio giornale nessuno ne fa uso, semplicemente hanno scambiato gli autori di due articoli. Il legale della Guerra ha chiesto un rinvio dell'udienza: il primo marzo l'avvocato Flora ha una lezione all'Università di Firenze. Non sappiamo ancora se sarà accolta. Mi chiedo cosa succederebbe in caso di condanna: quello che per due Tribunali (Ferrara e Bologna) è verità, per un altro (Mantova) sarebbe diffamazione. Per la giustizia e la libertà d'espressione sarebbe la fine. Paolo Boldrini, direttore della 'Nuova Ferrara'.

DELLA SERIE: SUBISCI E TACI, SIAMO IN ITALIA, TERRA DI POETI, NAVIGATORI E TIRANNI!!

A proposito di giustizia (omertà) ed informazione (censura), ossia della morale di magistrati e giornalisti, io Antonio Giangrande a chi mi legge non racconto la mia opinione o scrivo delle mie esperienze, in riferimento alle ritorsioni e le censure subite combattendo in prima linea contro i poteri forti. Poteri resi impuniti e coperti da cricche autoreferenziali. Processi senza condanna per diffamazione a mezzo stampa e archiviazioni delle mie denunce. Appunto. A proposito di giustizia ed informazione mi immedesimo nell’esperienza di Carlo Vulpio, che come me si batte in prima linea senza peli sulla penna e faccio mia la sua storia, identica in tutto e per tutto a quello che avrei potuto dire io, ma che proprio i media mi impediscono di farlo. Quei giornalisti che sono amici dei magistrati (e guai a parlar male di loro), o che quando parlo o scrivo di raccomandazioni in generale, quei giornalisti ti dicono: "io non sono raccomandato". Si pensi un po', questi poi con che spirito  scrivono articoli o formano trasmissioni tv in tema di giustizia o di lavoro. Vulpio si rivolge al Direttore de “Il Giornale”, il quale pubblica la lettera, non per lo scandalo in sé, ma solo perché è notoriamente antagonista della sinistra.

“Ecco la cricca di carta che "protegge" Nichi Vendola”. Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore. Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate. «Caro direttore, il vostro articolo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «incroci pericolosi» che vedono protagonista il governatore pugliese. A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di questo incrocio. Due vicende esemplari aiuteranno a capire meglio. La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera, scrivo che la giunta Vendola incarica un consorzio guidato dal gruppo Marcegaglia di realizzare in Puglia alcune discariche, tra le quali una a ridosso di un sito neolitico. Non vengo querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi viene trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola coglie al balzo l’occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fatwa » gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un esposto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la legge, il caso venga avocato dal procuratore generale a causa dell’inerzia nell’esercizio dell’azione penale da parte del pm a cui era stato assegnato. Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astenersi perché lei (è una signora) è molto amica di Vendola. Il pm è Romana Pirrelli in Carofiglio (pm anch’egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marzano (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l’archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir poco fantastica: «È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costituzione è diventato «provocazione». La seconda vicenda si svolge nel pieno dell’inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che avevo scritto sull’argomento. Ma poiché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ragione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che sono incensurato, mi definisce «noto diffamatore professionale». L’atto giudiziario viene pubblicato da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, oltre a querelarlo, poiché pure lui è un giornalista, lo deferisco anche all’Ordine dei giornalisti della Puglia. Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello presieduto dalla moglie del capo di gabinetto di Vendola. L’Ordine,esaminati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professionale »? Ah, saperlo... In ogni caso, c’è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, Annamaria Tosto. La quale chiede l’archiviazione con un’altra, meravigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamatorie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffamazione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un dettaglio), dando così a Vendola «licenza di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pronuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all’archiviazione. Intanto, tacciono tutti. Dai «paladini » della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bavaglio, dall’Ordine dei giornalisti nazionale alla Federazione nazionale della stampa, il cui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’Istituto Luce , al confronto, è il New York Times .»

GIORNALISTA PREZZOLATO (MALE), CITTADINO DISINFORMATO 1/2/3/4/5/6/7/8/9/10/11/12/13/14

 

Dal sito di LSDI (Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione) questa testimonianza. La videoregistrazione completa di ”Se cinque euro vi sembrano pochi, per un futuro radiosissimo”, l’incontro sul tema del precariato nel mondo dell’editoria giornalistica tenutosi domenica 17 aprile in occasione del Festival del Giornalismo di Perugia nell’ ambito del Journalism Lab curato da Lsdi. (la playlist dei 14 video, curati da Vittorio Pasteris con la collaborazione di Roberto Favini, è a questo indirizzo: http://bit.ly/midNMw ).

Ora pubblichiamo la trascrizione (ragionata e sintetica) degli interventi, a cura di Marco Renzi.

All’incontro, moderato da Roberto Zarriello (giornalista, autore di ‘’Penne Digitali 2.0’’) partecipavano: Paola Caruso (giornalista precaria), Raffaella Cosentino (giornalista freelance), Francesca Ferrara (giornalista e blogger freelance), Cristiano Tassinari (giornalista, autore di “Volevo solo fare il giornalista”), Roberto Natale (presidente Federazione Nazionale della Stampa Italiana), Enzo Iacopino (presidente Ordine Nazionale dei Giornalisti).

Dopo l’introduzione di Vittorio Pasteris e la presentazione dell’attività di Lsdi a cura di Marco Renzi, il dibattito entra immediatamente nel vivo quando il moderatore Roberto Zarriello passa il microfono al primo ospite in scaletta: Cristiano Tassinari, che, invitato da Zarriello a prendere la parola per presentare il suo libro “Volevo fare solo il giornalista”, glissa elegantemente, ed entra a piedi uniti sulle scottanti questioni all’ordine del giorno: «….una ricerca fatta in Italia tra i tanti collaboratori di quotidiani e non solo, – dice Tassinari – ha evidenziato come il prezzo medio di un articolo pagato ad un collaboratore free lance sia mediamente 5, e dico 5, euro! Se in Italia ci sono circa 90.000 giornalisti, quelli famosi – continua Cristiano Tassinari – sono pochi, pochissimi. Io sono riuscito a trovare uno straccio di contratto a più di 40 anni e dopo aver girato in lungo e in largo l’Italia e l’Europa. Vi voglio raccontare alcune piccole storie che mi sono accadute cercando di svolgere al meglio la mia professione. Io lavoro in una tv locale a Torino, mi hanno offerto di fare il testimonial per la pubblicità, mi davano 1.200 euro, per mezz’ora di riprese. Non si può! Mi han detto all’Ordine: deontologia professionale. Mi hanno chiesto di fare il doppiaggio per un documentario, mi davano 1.000 euro. Non si può! Mi hanno confermato all’Ordine: deontologia professionale! I responsabili del Co.recom del Piemonte, comitato regionale delle comunicazioni, mi hanno chiesto di presentare un convegno sul giornalismo, mi davano 300 euro. Non si può! Hanno tuonato ancora dall’Ordine: deontologia professionale! Allora la mia domanda è: ci volete puri, duri, cristallini e trasparenti, ma morti di fame?»

La domanda, tutt’altro che retorica di Cristiano Tassinari per il momento resta inevasa, e il dibattito riprende con un nuovo intervento del moderatore Zarriello che serve si a smistare e ordinare gli interventi degli altri ospiti dell’evento, ma che ci sembra doveroso riportare integralmente perchè solleva una problematica molto precisa in tema di precarietà e sfruttamento nel mondo del giornalismo, dice Zarriello: «Devo dirvi che il filo comune che lega tutte le esperienze che vi stiamo presentando è sicuramente una grande passione e un grande amore per questo mestiere. Ma…..! Il dato concreto è che questo purtroppo non basta! Qualcuno dice deve emergere la qualità. Certamente! Ma devono soprattutto esserci le condizioni, le opportunità affinchè si possa lavorare con dignità e professionalità.»

Prende la parola Francesca Ferrara, napoletana, giornalista e blogger free lance, 12 anni di lavoro alle spalle. Il curriculum di Francesca assomiglia al percorso professionale della maggior parte dei “giovani” con il pallino del giornalismo. 24 mesi di collaborazioni e tantissimi pezzi pagati pochi euro, per raccogliere la documentazione per diventare pubblicista, e poi subito alla ricerca di un editore che ti assuma, o alla peggio che ti assicuri il praticantato per poter avere accesso all’esame di Stato e diventare professionista. «Oramai – dice Francesca – lo spauracchio del praticantato d’ufficio è così presente nelle redazioni che anche quelli con cui collaboro e che mi pubblicano, non mi chiedono i miei dati bancari. Io ho quasi 37 anni – continua Francesca – e fino a tre anni fa c’era qualcuno, un collega con tanto di contratto, che si permetteva di chiamarmi “piccirella”, dall’alto del suo posto fisso. Questo non può e non deve succedere più. Una donna di 33 anni deve poter campare con i proventi del proprio lavoro, deve potersi fare una famiglia, deve potersi sentire orgogliosa di quello che fa. Per poter inserire nel mio curriculum determinate esperienze in redazioni diverse, sono stata costretta a pagare di tasca mia corsi di formazione. In realtà non ho acquistato l’accesso alla professione, bensì lo stage non retribuito presso il quotidiano o il settimanale. Io faccio parte – conclude Francesca Ferrara – del coordinamento dei giornalisti precari campani, negli anni, in tutta Italia, sono nati numerosi coordinamenti come il nostro: Presidente – rivolgendosi a Iacopino e Natale – se il Paese intero si è riempito di coordinamenti di giornalisti precari, credo sia perchè la Federazione e l’Ordine dei Giornalisti un buon lavoro non l’hanno fatto, c’è malcontento!»

La parola passa a Raffaella Cosentino, una delle giornaliste free lance più attive sul fronte della denuncia dello sfruttamento professionale. Dopo aver ringraziato gli organizzatori e aver premesso che il suo intervento al dibattito non sarà rivolto ai “pezzi grossi del giornalismo” che conoscono bene la drammaticità della situazione in cui versa la professione, ma al pubblico in sala che forse la conosce un poco meno, dice: «La situazione editoriale italiana in questo momento è una gigantesca macchina dello sfruttamento. I dati sono contenuti in un e-book da me stessa realizzato, che si intitola “4 per 5” pubblicato da terrelibere.org. Io non sono qui per parlare di precariato, ma di illegalità vera e propria in ambito giornalistico. In Calabria ad esempio la situazione è così grave che non occorre essere un giornalista famoso per ricevere minacce pesanti e subire intimidazioni dalla criminalità organizzata. Basta svolgere normalmente il proprio lavoro per dare fastidio. Gli editori calabresi hanno creato un “cartello” per poter pagare gli articoli dei collaboratori 4 centesimi a riga. Ma il fenomeno del mancato riconoscimento professionale è diffuso ovunque e ad ogni livello. Io stessa – prosegue Raffaella – ho seguito la vicenda di Rosarno in Calabria per il Manifesto, e poi ho dovuto lottare non poco per essere pagata per il lavoro svolto. Secondo loro, io non avevo preso accordi economici in precedenza. Abbiamo testate che fanno battaglie ipocrite contro il precariato di tutti gli altri, e poi non parlano di noi! Il collaboratore – prosegue la Cosentino – è cambiato nel suo ruolo, una volta era l’ultima ruota del carro, adesso è l’ingranaggio, è la macchina, è lui che fa il giornale. Il problema nostro – conclude Raffaella - è che siamo isolati, non riusciamo a risolvere il problema individuale come un problema collettivo, qualunque tema personale esponga un giornalista, crea un cortocircuito nel sistema dell’informazione. Quando il giornalista diventa lui stesso notizia, viene visto con diffidenza dalla categoria e si ritrova molto presto isolato. I coordinamenti fra colleghi nati dentro o fuori dal sindacato e/o dall’ordine, servono a vincere questo isolamento che causa debolezza e anche omertà.»

Paola Caruso è la quarta collega coinvolta nel dibattito. L’esempio di Paola precaria al Corriere della Sera, entrata in sciopero della fame per difendere il diritto al posto di lavoro, ha fatto balzare improvvisamente agli onori delle cronache il fenomeno del precariato anche nel “dorato” mondo del giornalismo. «Collaboro con il Corriere della Sera da quasi 8 anni – esordisce Paola – la mia storia è semplice. Ho chiesto di essere assunta e mi è stato detto che il giornale era in stato di crisi e non avrebbero assunto nessuno. Qualche giorno dopo ho visto una persona nuova prendere dimestichezza con il sistema editoriale del Corriere alla postazione di un collega che si era appena licenziato. Ho chiesto spiegazioni e nessuno me le ha date. Allora mi sono confrontata con i colleghi che mi hanno detto: “tu non sarai mai assunta”. Mi sono detta che faccio? Accetto di essere pagata a pezzo a vita, soprattutto dopo aver visto che comunque qualcuno riesce a entrare? Ho deciso di protestare e ho iniziato uno sciopero della fame, una protesta forte per denunciare un’ingiustizia. Ho avvisato tutti i miei capi prima di intraprendere la protesta per e-mail. Qualcuno mi ha chiamato prima dell’inizio della mia azione minacciandomi: “se inizi questa protesta non lavorerai mai più con noi!” Ho rischiato sulla mia testa, ho messo in gioco la mia carriera, la mia salute. Speravo che la mia azione potesse essere l’inizio di un qualcosa di più grande. La fiamma per alimentare un fuoco. In realtà non è andata così. L’unico modo per ottenere qualcosa – prosegue Paola – è quello di protestare. Io ho protestato e sono riuscita a conservare il posto. Mi terranno sempre come collaboratrice probabilmente, non importa. Avrò contratti annuali, niente tredicesima, ne quattordicesima, niente ferie pagate. Ok ci sto! Io sono bassa manovalanza, faccio quello che mi chiedono, faccio i pezzi scomodi che nessuno vuol fare, va benissimo. Il problema non è quello che faccio o i pezzi che scrivo. Io sono una collaboratrice e la mia figura professionale non è inquadrata da nessuna parte. Ogni editore per ogni collaboratore fa un contratto diverso, quello che gli conviene di più. Quello che vorrei sapere dal sindacato è: c’è la volontà di inquadrare all’interno del contratto nazionale della stampa la figura del collaboratore? Noi siamo una categoria. I precari, in tutte le categorie, salvo forse la scuola, sono coloro che, prima vengono assunti con un contrattino a tempo determinato, magari rinnovabile, e poi scatta il tempo indeterminato. C’è un percorso anche nel precariato, prima i contratti non tanto buoni e poi l’assunzione. Nel giornalismo non è così, i collaboratori che arrivano all’art.1 sono pochissimi, tutti gli altri rimangono collaboratori, e questa figura professionale non è tutelata da nessuno.»

Sul banco dei relatori sale il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino che viene introdotto dalla domanda del moderatore Roberto Zarriello: «…. chiederei al Presidente dell’Odg Iacopino: le storie raccontate sono queste, il mondo del giornalismo è sicuramente in difficoltà! E’ anche vero però che piangersi addosso e dire non si può fare più questo mestiere non serve a nulla. Che cosa possiamo fare, che cosa possiamo iniziare a fare, Presidente?»

Il Presidente inizia il suo intervento precisando che l’Odg non ha lasciato sola Paola Caruso durante la sua battaglia, «…la tentazione – dice Iacopino – che sento serpeggiare è come di creare quasi una figura del nemico tra di noi. Il nemico non è tra di noi, il nemico ha delle caratteristiche precise, io lo continuo a chiamare ladro, il nemico è fatto e rappresentato dagli editori. Se noi non ci chiariamo questa cosa e continuiamo a punzecchiare ora la Fnsi, ora l’Odg, perdiamo di vista quello che è il problema vero.» L’intervento del Presidente dell’Odg prosegue con un attacco a Giulio Anselmi in risposta alle dichiarazioni che il Presidente dell’Ansa aveva reso durante la sua lectio magistralis al Festival Internazionale del Giornalismo il giorno prima. Dopo i commenti alle dichiarazioni di Anselmi del giorno prima, Iacopino riprende: «Non voglio parlare io ma voglio far parlare voi, perchè noi – indicando se stesso e Roberto Natale – dobbiamo avere un quadro chiaro della situazione.»

A questo punto del suo intervento il Presidente Iacopino comincia ad illustrare leggendo da un copioso fascicolo che porta in grembo una serie di casi di sfruttamento del lavoro segnalati all’Ordine Nazionale:

1) faceva le pagine di cultura e spettacolo per il Domani della Calabria 150 euro per 2 mesi di lavoro;

2) 2 mesi di lavoro al Mattino di Napoli 325 euro lordi;

3) La Finanziaria editoriale quotidiano della Calabria 6 euro e 50 lordi al pezzo, tale compenso non potrà in ogni caso superare i 195 euro lordi mensili;

4) Il Giornale di Sicilia più di un mese di lavoro 422 euro;

5) Ciociaria Oggi ogni mese 150, 200 euro;

6) Finegil mese di marzo 119 pezzi 512 euro media di 4 euro e 30 lordi.

Interrompendo brevemente l’illustrazione dei casi di sfruttamento raccolti dall’Ordine il Presidente riferendosi all’intervento di De Benedetti all’ultimo Congresso Nazionale della Fnsi di Bergamo del gennaio scorso, stigmatizza: «… ha avuto l’impudenza di dire che lui non capiva perchè mai dovesse pagare un giornalista di Repubblica che collabora con l’on line : “non gli diamo forse maggiore visibilità?” , il passo successivo – prosegue Iacopino – sarà che vi daranno visibilità e li dovrete pagare voi! Io ho qui l’elenco delle aziende partecipate dall’Ing. Carlo De Benedetti, che fa milioni di euro di utili l’anno grazie all’azione che con i suoi giornali e le sue televisioni riesce a fare inevitabilmente ….»

L’intervento del Presidente dell’Odg prosegue con la citazione di nuovi esempi di episodi di sfruttamento:

7) una tv di Bergamo con un editore costretto a patteggiare una condanna per mobbing;

8) una emittente fa dei servizi li vende a Rai 3 che glieli paga 300 euro l’uno;

9) il Gazzettino di Venezia ci sono tre fasce: 4 euro per 999 caratteri, 9 euro e 50 tra 1000 e 2000 caratteri, 15 euro per 2000/3000 caratteri che nessuno scrive più, non so di che cosa stiano parlando;

10) ancora il Gazzettino 214 euro per una serie di pezzi scritti dal 2 al 30 gennaio;

11) la Voce della Romagna un giornale che riceve dallo Stato 2 milioni e 500 mila euro di contributo l’anno che dice di pagare 2 euro i pezzi a far data di un anno dalla pubblicazione;

12) un collega che viene dall’Ifc di Urbino quindi viene dalla scuola; il Quotidiano della Calabria lo ha pagato 6 euro e 50 lordi al pezzo per un massimo di 200 euro lordi al mese;

13) la Provincia Pavese 7 euro lordi per più di 40 righe, 5 euro lordi al di sotto, 3 euro per le brevi anche questo collega viene dall’Ifg di Urbino;

14) il Messaggero Veneto edizione di Gorizia cancellata da un giorno all’altro, il collega che segnala il caso stava in redazione scriveva una media di 6 pezzi al giorno per 200 euro mensili di media;

15) La Città di Salerno 1 euro e 55 al pezzo.

«Posso continuare fino a quando volete – sottolinea Iacopino – perchè io ho fatto questo appello e nel giro di 48 ore ho ricevuto più di 800 segnalazioni. Noi ci continuiamo a raccontare che il problema della libertà di stampa in questo Paese è dato dal conflitto di interesse, è una menzogna! Il conflitto di interesse c’è, non c’è ne uno solo, non c’è solo quello di Berlusconi, c’è quello di De Benedetti, c’è quello di Caltagirone con le sue attività nell’edilizia e i giornali! Guardateli i giornali: un indice di volumetria che cambia significa milioni di euro di incasso! Il problema principale, il vero attentato alla libertà di stampa nel nostro Paese è rappresentato da quei ladri che ci sono tra gli editori! Vi rubano la vita in questo modo e vi tengono in una condizione sistematica di schiavitù e quando tu dipendi solo da questi rettili non hai la possibilità di fare il tuo lavoro in maniera assolutamente libera responsabile….Rubano i vostri sogni e rubano la verità ai cittadini…»

«Allora Presidente – interviene Zarriello – siccome lì dietro c’è tanta gente che questo mestiere al di là di queste storie lo vuole fare lo stesso, io le chiedo e allora che si fa? Facciamo soltanto il rosario delle storie negative, oppure cerchiamo di fare una domanda cui noi tutti vogliamo una risposta: l’Odg e la Fnsi che hanno intenzione di fare?»

«Per quello che riguarda me – risponde Iacopino – noi abbiamo già in Parlamento 2 proposte di legge. C’è un impegno formale del Presidente Fini e della Presidente Aprea di incardinare in legislativa una proposta che è stata firmata da 42 deputati, mi pare anche di più, che specularmente è stata presentata in Senato a firma Vita-Lannutti. Gli tolgono i soldi, se non ricevono un bollino blu che certifichi che pagano in maniera dignitosa, questo prevede questa proposta di legge, gli tolgono i finanziamenti pubblici. Sono milioni di euro credetemi, dobbiamo colpirli nei soldi! E’ l’unica nostra speranza che abbiamo! E’ l’unico discorso che gli editori capiscono, devono essere toccati nel portafoglio!»

«Forse però – interviene il moderatore – le cose potevano essere fatte anche prima in questi anni…»

«Io non voglio cavarmela – replica Iacopino – dicendo che sono stato eletto a giugno del 2010 perchè non significa niente, però allo stesso modo non significa niente continuare a dirsi lo potevamo fare prima….Cerchiamo di capire che il nemico non è qui tra di noi, il nemico è fuori …»

A questo punto Marco Renzi di Lsdi sbotta dal pubblico e rivolto al Presidente dice: « Non c’è nessun nemico Presidente …..»

Dopo un breve attimo di tensione in sala è Zarriello a riprendere la parola per cercare di rimettere ordine fra gli interventi del seminario. «Noi non siamo qui – dice l’autore di Penne Digitali 2.0 – per dire alla gente lasciate stare il giornalismo perchè non ci sono le risorse, dobbiamo anzi affermare l’esatto contrario. Vogliamo dall’Odg e dalla Fnsi un momento di confronto pacato, per cercare di capire, siccome le cose non sono state fatte, in questi anni e ci sono sicuramente associazioni come la vostra che se ne sono occupate più volte! Però più che dire non le avete fatte, quindi puntiamo il dito contro di loro! Dobbiamo capire che cosa si può fare altrimenti andiamo in una direzione in cui non c’è un’uscita.» E passa la parola a Renzi.

«Mi dispiace molto – dice Marco Renzi – che l’intervento del Presidente Iacopino sia teso a demonizzare qualcun altro, non va bene! Presidente ci dica che cosa fa l’Odg, ci metta in condizione di lavorare, perchè siete voi i nostri referenti. Non solo di fatto, ma giuridicamente. Lo Stato italiano, ed è uno dei pochi stati nel mondo, ha un Ordine dei Giornalisti giuridicamente, noi per essere giornalisti siamo obbligati a pagare ogni anno un obolo, come lo vogliamo chiamare. Il mio obolo, l’obolo di tutti noi dove viene investito nella nostra professione? Che cosa viene fatto per valorizzare la nostra professione? Non voglio demonizzare nessuno, sono contento di fare il giornalista, purtroppo non lo faccio quasi mai. Ho 50 anni, non 5 minuti, ma solo per 5 minuti della mia vita ho fatto il giornalista il resto del tempo l’ho passato arrabattandomi come fanno quasi tutti……..»

Prende la parola Roberto Natale Presidente della Fnsi : «Non trovo motivi per essere in polemica con il Presidente dell’Odg – esordisce Natale – abbiamo grossissimi problemi nel rapporto con gli editori, abbiamo grossissimi problemi di libertà. C’è un conflitto di interessi monumentale che riguarda Berlusconi, ci stanno tanti altri conflitti di interessi – De Benedetti, Caltagirone – ne parliamo da anni sempre al plurale, e credo che mettere insieme i problemi drammatici di lavoro e i problemi drammatici di libertà…..«C’è la faccia di quel ragazzo – lo interrompe Zarriello indicando una persona del pubblico – che dice ne parliamo solo? » «Seconda premessa – riprende Natale – non ho nessuna intenzione di dire a chicchessia qui dentro “non fare il giornalista”, ma non mi sentirei nemmeno di non dirvi come Presidente della Fnsi cosa sta facendo il sindacato….»

A questo punto l’alto esponente sindacale legge all’assemblea alcune delle dichiarazioni rilasciate da Giulio Anselmi e riportate dalle agenzie di stampa: «L’unico modo per allargare l’accesso alla professione giornalistica è abolire l’Odg uno sbarramento senza senso e castale. Gli stipendi medi dei giornalisti non sono eccessivamente alti anche se all’interno della categoria ci sono differenze abissali. Ma è vero i giornalisti sono iper garantiti e troppi e anche il sindacato è responsabile di aver gonfiato gli organici. In media dalle redazioni in stato di crisi sono usciti 50/60 giornalisti ma avrebbero dovuto uscirne di più. Tuttavia fra i giovani giornalisti vedo emergere più il desiderio di far parte dei privilegiati piuttosto che di cambiare le cose, può darsi che mi sbagli».

«Riforma radicale dell’accesso alla professione – riprende Natale – questo è uno dei temi di cui siamo convinti come sindacato in sostegno all’azione dell’ordine. Martedì 19 aprile, dopodomani, ore 12,00 andiamo da Bonaiuti sottosegretario all’editoria. E’ il primo incontro che facciamo con il Governo dopo il Congresso di Bergamo della Fnsi del gennaio scorso. C’è un solo tema all’ordine del giorno, questo: la tutela del lavoro autonomo, la tutela dei free lance, la tutela dei collaboratori, un piano straordinario per l’uscita dal precariato. Le rappresentanze di categoria, forse tardi, ma l’hanno capito che qui si gioca una partita decisiva. E a Bonaiuti parleremo della proposta di legge cui faceva riferimento Iacopino: la legge sull’equo compenso. L’editore che non rispetta i livelli minimi di decenza – l’art. 36 della Costituzione – deve perdere il diritto ad avere contributi. Dobbiamo cercare di ottenere, come organismi di categoria, queste leggi che vincolino gli editori a uscire da forme di caporalato quali sono autenticamente quelle che praticano. Servono leggi di tipo diverso altrimenti gli editori non li vincoli. Serve insieme a questo: migliorare i contratti e dunque ottenere, come stiamo cominciando a ottenere, che finalmente il lavoro autonomo entri nella contrattazione …..»

Interviene Paola Caruso: «…siamo noi, è il nostro interesse parlare, è il nostro interesse denunciare, se quando ci sono i controlli dell’Inpgi in redazione il capo ti dice non devi venire perchè oggi ci sono i controlli, tu non ci vai…non ci vai (applausi)..è questo il punto! Siamo noi i primi a dover denunciare…»

Riprende Natale: «Che tu lo dica è cosa nobile e giusta, io non me la sento di buttare la croce su colleghi e colleghe chiamandoli ad atti di eroismo, c’è in sala un collega veneto che, scoperto dall’editore a far azione di coordinamento sui collaboratori è stato licenziato. Il sindacato e l’ordine servono ad evitare che ci sia necessità di atti di eroismo, che quando ci sono, sono apprezzabilissimi, ma noi dobbiamo dirvi quello che stiamo facendo per impedire che ci sia bisogno di questi atti. Ci troviamo in una fase nuova. Grazie alla vs. insistenza (precari, coordinamenti, free lance, autonomi), la situazione sta cambiando. Le cose che sono state fatte a Roma al Messaggero e in Veneto al Gazzettino, testimonianze di solidarietà concreta delle redazioni dei garantiti nei confronti dei collaboratori; questo è il livello essenziale, insieme alle leggi e ai contratti. Fino a che di fronte a forme di sfruttamento, di schiavismo, di caporalato, noi garantiti facciamo finta che non succeda nulla, la situazione non potrà cambiare. Quello che sta cambiando è: che finalmente c’è una categoria che comincia a capire. Concludendo due cose: metteteci alla prova; ed evitiamo di creare al nostro interno contrapposizioni.»

La parola va a Vittorio Pasteris, creatore dei Journalism Lab del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: «Devo dire che i due rappresentanti delle Istituzioni giornalistiche presenti in sala meritano tutta la nostra stima e rispetto, non vi do i loro indirizzi e-mail per motivi di privacy – alla voce di Pasteris si sovrappone quella di Natale che scandisce i due indirizzi: roberto.natale@fnsi.it – enzo.iacopino@odg.it , – il problema non siete voi – riprende Pasteris – e io penso anche, che non siano solo gli editori. E’ un sistema complesso che va riveduto. Il problema sta in una parte della categoria giornalistica che sfrutta gli altri. La difficoltà delle persone che stanno dentro/fuori delle redazioni è quella di avere protezione come quelli che lottano contro la mafia. Chi si mette contro il sistema si trova da solo. Io propongo da oggi l’istituzione di un ufficio di pronto soccorso presso Odg e Fnsi cui potersi rivolgere direttamente per denunciare vessazioni, mobbing, sfruttamento, ed avere accesso ad una task force di Inpgi, e quant’altro per esercitare le opportune pressioni nei confronti degli editori inadempienti senza rischiare il posto. Se un quarto dei precari, sfruttati, vessati dell’editoria italiana si presentassero a testa bassa contro gli editori adeguatamente supportati dalle istituzioni giornalistiche scoppierebbe un pandemonio. Però si farebbe un poco di pulizia.»

Riprende brevemente la parola Iacopino, che torna a polemizzare contro gli editori e in particolare contro Giulio Anselmi, presidente dell’Ansa, accusandolo espressamente di rimettere sotto contratto i pensionati all’Ansa invece di assumere nuovi giornalisti, pratica diffusa fra tutti gli editori, precisa lo stesso Presidente. «Siamo diventati troppi – conclude il Presidente dell’Odg – adesso nell’ultimo anno 2010 sul 2009 il calo dei nuovi professionisti è stato significativo. Per la prima volta nella sessione d’esami dello scorso 5 aprile i partecipanti sono stati 190 contro i 400/800 della media delle ultime sessioni».

Torna a parlare Raffaella Cosentino per raccontare l’ennesimo esempio di sfruttamento: «Dice Raffaella: giornalista professionista, laurea, master in comunicazione, corsi di perfezionamento, due lingue parlate, in dieci anni migliaia di pezzi all’Ansa (cronaca nera, bianca, emergenze, politica, sanità), lavorato notte e giorno, pagato 3 euro lordi a pezzo, 2 euro e 50 in busta paga, subiamo ritorsioni e minacce ogni giorno solo per dire che siamo precari e vogliamo essere regolarizzati – e prosegue rivolta alla platea – Non ci credete che se scrivete due anni gratis o a 3 euro, qui abbiamo l’esempio della collega che per 10 anni ha collaborato con l’Ansa, non si va da nessuna parte. O si riesce a farsi pagare onestamente o non si va da nessuna parte. Il punto è proprio che non ci sono regole certe e a questo servono il Sindacato e l’Ordine. Io lavoro per l’on line di Repubblica e vengo pagata 50 euro a pezzo, ma se un pezzo che ho scritto salta, solo il buon cuore del collega che mi “passa” il pezzo e che si impegna a farmelo pagare ugualmente, mi può garantire, non ci sono regole certe. Si può fare questo lavoro però, tenete a mente queste esperienze; non lavorate sottopagati, e se avete notizie, state sicuri che all’editore servono, e quindi vi deve pagare di conseguenza se le vuole pubblicare.»

Torna a prendere brevemente la parola il Presidente della Fnsi auspicando che i coordinamenti dei giornalisti nati fuori dal sindacato possano far tesoro delle loro esperienze sul campo e le riconducano al più presto in seno al sindacato unico dei giornalisti per far fronte comune. Rispetto alla domanda sul “pronto soccorso” auspicato da Pasteris, Natale risponde citando il lavoro della commissione lavoro autonomo della Fnsi. «Tutti i riferimenti sono sul sito della Federazione Nazionale della Stampa Italiana – conclude Natale – e alla commissione si possono segnalare casi anche in perfetto anonimato. Le testimonianze individuali sono importantissime ma sono i Cdr che devono svolgere l’azione sindacale assieme al sindacato stesso».

Parla il pubblico: «36 anni provengo dalla scuola del giornalismo. Se dietro gli editori c’è la classe politica, come tutti sappiamo, come pensiamo di far passare una legge dalla politica se poi sappiamo che ci sono gli editori a spalleggiare gli stessi politici, bisognerebbe fare un’azione più pesante fra Odg e Sindacato?» «Non