CHI PAGA LE TASSE ??

"L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. L'Italia delle truffe e dell'evasione fiscale, ma anche delle tante tasse, tributi e contributi e se non basta, inoltre delle cartelle pazze. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi".

di Antonio Giangrande

(Inchiesta basata su atti pubblici e/o di pubblico dominio. Le fonti sono lincate).

Si è sempre detto che al Sud Italia vi sia omertà. Non è vero!! Nel meridione, da masochisti, si ha la propensione a parlar male di se stessi, dando, spesso, un’immagine distorta. Al contrario, mentre più si sale, più si tace sui propri difetti. Da sempre si è reputata la Germania come il paese rispettoso delle regole, tanto da indicarla come esempio. Mentre invece: Evadere le tasse è la passione dei tedeschi. Trenta miliardi frodati all'anno. Inchiesta di di Enzo Piergianni su “Libero Quotidiano”. Il leader dei sindacati tributari: trecento miliardi nascosti all'estero e il governo fa finta che sia una cosa da nulla. La strenna di Natale di Angela Merkel è a scoppio molto ritardato. Il tanto atteso taglio delle tasse è stato finalmente deliberato dal Consiglio dei ministri, ma sarà attuato soltanto a partire dal 2013. Guarda caso, l’anno in cui la cancelliera si gioca la poltrona nelle elezioni politiche. Gli sgravi non saranno un granché, appena 6 miliardi per una platea di oltre 38 milioni di contribuenti. Però faranno colpo sul piano propagandistico e potranno forse avere anche qualche effetto come disincentivo psicologico contro l’evasione fiscale. E sì perché evadere le tasse non è cosa solo italiana. Anzi. «Frodare il fisco è diventato purtroppo il nostro sport nazionale. È un comportamento diffuso che, anziché essere additato come una vergogna, purtroppo viene trattato come una bagattella, un peccatuccio veniale» sostiene con toni allarmistici Thomas Eigenthaler, presidente dello Steuer-Gewerkschaft, il sindacato del personale tributario. «Ormai è una questione di mentalità» prosegue Eigenthaler, In Germania, la morale fiscale della gente continua a peggiorare». Sono iscritti alla sua organizzazione 70mila dei 120mila dipendenti degli uffici centrali e periferici del Finanzamt (agenzia delle entrate). «Non sono ancora abbastanza. Servirebbero altri diecimila uomini per affrontare efficacemente il problema», spiega Eigenthaler raggiunto ieri per telefono da Libero nella sua abitazione alle porte di Stoccarda. «Siamo arrivati al punto che persino i nostri arbitri di calcio nascondono i soldi in Svizzera», si arrabbia. L’ultima stima del 2008 ha quantificato in 30 miliardi la perdita annua del fisco in Germania per colpa degli evasori. «Quest’anno il danno è stato ancora maggiore, perché abbiamo avuto una forte ripresa economica e bisogna calcolare anche l’inflazione», fa i conti il presidente Eigenthaler. È un buco vertiginoso che corrisponde a più del doppio dell’intero bilancio del ministero federale della Sanità (14,4 miliardi programmati per il 2012) e alla spesa del ministero della Difesa (31,8 miliardi, compresa la discussa missione in Afghanistan). Un’audizione della commissione Finanze del Bundestag ha accertato che, anno dopo anno, i tedeschi hanno accumulato illegalmente all’estero più di 300 miliardi di euro (142 miliardi in Svizzera). L’evasione è un morbo epidemico, trasversale nella società. La Germania non fa eccezione. Se si trova un sotterfugio più o meno doloso per farla in barba al fisco, pochi se lo fanno scappare. «Siamo un popolo di peccatori», ha titolato settimane fa la Süddeutsche Zeitung. Tra gli evasori spiccano celebrità insospettabili, come l’ex tennista Boris Becker o il super-manager Klaus Zumwinkel, fino alle manette numero uno delle Poste e proprietario di un castello sul lago di Garda. Condannati entrambi al carcere, si sono salvati con la condizionale. Un trucco classico è l’occultamento delle entrate attraverso depositi cifrati in compiacenti banche all’estero. I rifugi più ricercati sono la Svizzera e il Liechtenstein, ma adesso sono meno frequentati per paura degli 007 federali che hanno pagato i guardiani e sono riusciti a penetrare fin nei forzieri più segreti dei paradisi fiscali. L’elenco trafugato dalla banca Lgt in Liechtenstein è costato 4,5 milioni ai servizi segreti di Berlino, ma poi la riscossione delle multe agli evasori smascherati ha fruttato 200 milioni al fisco tedesco. «Approvo queste incursioni all’estero dei nostri agenti – dice Eigenthaler – Quello che non mi sta bene sono gli accordi bilaterali, come quello con la Svizzera, che fanno cassa lasciando nell’anonimato i capitali fuggiti. Qui, il nostro governo dovrebbe appoggiare invece l’azione dell’Unione Europea per ottenere un accordo comunitario con Berna». Poi, sputtanati i tedeschi, passiamo agli evasori fiscali italiani. Ci si chiede: possono essere grandi evasori fiscali quei morti di fame e parassiti dei meridionali ?? Si pensa proprio di no. Evade chi ha molti redditi e quindi molti soldi da nascondere. Ergo: i soldi li hanno gli imprenditori o le società del Nord Italia, che pagano le tasse al nord, ma spesso hanno gli stabilimenti al Sud, dove creano reddito. In questo modo risulta che la ricchezza sia stata prodotta nel settentrione d’Italia, mentre in effetti la produzione è avvenuta altrove, spesso con conseguenze nocive per l’ambiente del territorio ospitante, come per esempio a Taranto con l’Ilva.

Perché vincono gli evasori, di Corrado Giustiniani su “L’Espresso”. I mezzi per recuperare 125 miliardi di tasse l'anno ci sarebbero. Quello che manca è la volontà politica. E alla fine, un condono tira l'altro. Impossibile proporre nuovi sacrifici, e magari nuove imposte, senza assestare un colpo ai furbi che non pagano le tasse. Per propinare l'amara medicina, si dovrà rivestire il cucchiaio con la glassa dell'equità, e la lotta all'evasione sarà forse il più importante banco di prova per il nuovo premier. Certo, nessuno può pretendere che, con il poco tempo a disposizione, arrivi a scalare il picco dei 125 miliardi di imposte evase annualmente (la stima è della Confindustria). Ma che riesca a piazzare qualche chiodo per una via ferrata di medio periodo, questo sì. Perché oggi, visto che il fisco può analizzare cinque annualità di imposta (e dunque pescare in un mare di 625 miliardi di evasione), i 10 miliardi e mezzo di euro recuperati nel 2010 appaiono davvero pochi. «In realtà, se togliamo interessi, sanzioni e minutaglie come gli errori nelle deduzioni mediche, è tanto se si arriva a tre miliardi di ricchezza nascosta recuperata», osserva Raffaello Lupi, professore di Diritto tributario a Roma Tor Vergata. La stima della Corte dei Conti, nel Rapporto 2011 sul coordinamento della Finanza pubblica, non si discosta molto: il recupero di imposta evasa sarebbe circa la metà di quello vantato ufficialmente dal direttore dell'Agenzia delle Entrate. Ma anche partendo da 10 miliardi di recupero, se si considera che sono cinque le annualità recuperabili, di questo passo, ci vorrebbero almeno 60 anni per arrivare in vetta. Come mai? Ci mancano i Walter Bonatti del caso? Non abbiamo corde e moschettoni? O quei monti sono nascosti da una malefica cortina di vapori velenosi che ostacola ogni ascensione tanto che, se per caso un governo ci si avventura, il successivo fa un rapido ritorno al campo base? Proviamo a capirlo. Strumenti tecnici e risorse umane per indurre gli evasori a più miti consigli, ne avremmo. L'Anagrafe tributaria, nata quasi cinquant'anni fa, è una banca dati di dimensioni mostruose, che contiene tutte le dichiarazioni dei redditi - circa 40 milioni ogni anno - le transazioni immobiliari, gli atti di successione, le operazioni doganali, è collegata col catasto e con le utenze Enel e Telecom, ed elabora 200 milioni di documenti l'anno. Ora tutti i dati sono nei computer dell'Agenzia delle Entrate, che ha festeggiato all'inizio del 2011 i suoi dieci anni di vita, è dotata di grande autonomia e di 32 mila dipendenti (non più di 15 mila, però, addetti ai controlli sostanziali). Inoltre, il fisco può disporre dei militari della Guardia di Finanza, 60 mila in tutto, un terzo dei quali impegnati sulle tasse. Ma allora, perché i risultati sono così scarsi? E' il più grave handicap del fisco italiano. A causa sua, la lotta all'evasione si blocca, a volte, per anni interi. Come è accaduto con il condono fiscale del 2002: un colpo di spugna che ha cancellato tre anni di attività degli uffici e ripulito la "fedina fiscale" di evasori incalliti. Ma in quel condono è accaduto qualcosa di ancora più grave: poiché per sottrarsi ai reati tributari bastava versare la prima rata, molti si sono fermati lì. E il 20 per cento delle somme dovute non è mai arrivato, con il risultato che si è aperto un buco di 4-5 miliardi di euro rispetto alle previsioni di incasso. Lezione inutile: a luglio, è stata partorita l'ennesima sanatoria del governo di centro-destra sulle liti pendenti per le controversie sino a 20 mila euro. L'aspettativa di sempre nuovi condoni (anche sotto mentite spoglie: dichiarazione integrativa, chiusura liti pendenti, deflazione del contenzioso) è un disincentivo potente a pagare le tasse, un inquinamento letale di sistema. Si cura in un solo modo: inserendo il divieto di condoni fiscali nel testo della Costituzione. E' una variante del condono che si applica a chi mette i soldi in Svizzera e nei paradisi fiscali. Il primo scudo, del 2001, riservato a grandi capitalisti che avevano i soldi all'estero, ha fatto venire l'acquolina in bocca ai medio-piccoli, che hanno iniziato a portare fuori dell'Italia soldi in nero (basta arrivare a Lugano), in attesa di un immancabile nuovo provvedimento. Sono loro ad aver colto in pieno la chance dello scudo ter di Tremonti, che garantiva anonimato e un mini-pagamento del 5 per cento. In questo modo 180 mila contribuenti hanno regolarizzato 104,5 miliardi di euro, che al fisco hanno fruttato appena 5 miliardi. In 65 casi su cento i valori "scudati" sono stati inferiori a 250 mila euro. Su poco più di 700 mila controlli sostanziali effettuati nel 2010 dall'Agenzia delle Entrate, ben 317 mila sono stati del tipo automatizzato. Nella grande maggioranza piccole omissioni, per lo più dovute a errori o dimenticanze, chiamate in gergo "36 bis e ter", dall'articolo che le contempla. Gli accertamenti veri e pesanti non sono più di 200 mila: possono passare dunque fino a 25 anni senza che un esponente del popolo delle partite Iva (che sono circa 5 milioni) cada sotto le grinfie del fisco. Ma cosa rischia chi viene sottoposto ad accertamento? Il pagamento dell'imposta evasa per quell'anno (o al massimo per due, poi i controlli si spostano verso altri contribuenti), più una sanzione che, in caso di adesione all'accertamento, con Vincenzo Visco ministro era pari al 25 per cento, e che Tremonti ha prima dimezzato al 12,25 e poi, nel 2010, rialzato al 16,66. "Non c'è però soltanto la sanzione irrisoria", osserva Salvatore Tutino, consulente scientifico del Centro Europa Ricerche di Giorgio Ruffolo, "è l'imposta stessa su cui si calcola la sanzione che, nella trattativa col fisco, può essere ridotta". In alcuni casi anche del 50 per cento. C'erano una volta le verifiche sulla mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali. Adesso non vanno più di moda: dal 2009 al 2010 si sono ridotte del 28 per cento, da 64.500 alle 46.300. Parola della Corte dei Conti. Annullata la norma che imponeva la chiusura temporanea dell'esercizio, con tanto di affissione sulla saracinesca del provvedimento, per tre scontrini non emessi anche in una sola giornata. Oggi le violazioni debbono essere almeno quattro nel giro di cinque anni, e commesse in tempi diversi. In pratica, non si chiude mai. Dal 2007, da quando è stato abolito il segreto bancario, il fisco ha uno strumento potentissimo: l'anagrafe dei rapporti finanziari, che contiene i dati su tutti i conti correnti e gli investimenti mobiliari degli italiani. Denunci poco? Guardo quanto hai in banca e quanto investi in Bot, e ti concio per le feste. Peccato che praticamente non venga utilizzato. Le indagini finanziarie, nel 2010, sono state appena 9 mila 371, nemmeno lo 0,2 per cento di tutte le partite Iva. Di questo passo, ci vorrebbero sei secoli per avere la sicurezza che bussino a tutti i conti. L'anagrafe dei rapporti finanziari è come una Ferrari tenuta in garage, perché il segreto è stato rimpiazzato da una micidiale trafila burocratica: l'impiegato deve chiedere il permesso al direttore regionale delle Entrate (e lì la pratica si ferma un bel po'); se l'ottiene, la banca ha 30 giorni per rispondere: rinnovabili. E così passano i mesi. Ovvero gli studi di settore, che dovevano funzionare su dati di fatturato forniti dalle categorie professionali. Sono entrati in vigore nel 1998 e oggi si ammette che sono stati un fallimento. Una sorta di "minimum tax" che ha fatto recuperare ben poco e che si è accanita contro i soggetti più deboli all'interno delle professioni. Nel 1981, su proposta di Franco Reviglio, erano nati gli 007 del fisco, chiamati a indagare sulla grande evasione e anche a controllare che gli uffici del ministero da un lato, e la Guardia di Finanza dall'altro, facessero il loro mestiere nel migliore dei modi. Ma il Secit, così si chiamava il servizio dei superispettori fiscali, non è mai andato a genio ai ministri che sono seguiti a Reviglio. Così nel 2000-2001, con la riforma che ha dato vita all'Agenzia delle Entrate, Vincenzo Visco li ha allontanati dalla grande evasione, togliendo loro anche il controllo degli uffici e riducendoli a semplici esperti. Nel 2008 Giulio Tremonti ha completato l'opera, abolendo il Secit. L'intera macchina dei controlli è mossa dalla direttiva annuale del ministro. Un singolo funzionario non può di testa sua salire su uno yacht e indagare sul proprietario. E, se un ristoratore non gli dà la ricevuta, non può fare altro che muoversi come un cittadino qualsiasi, denunciandolo alla Guardia di Finanza. La quale, a sua volta, non ha alcun obbligo di tenerne conto, ma a discrezione può inserire il segnalato in un calderone ove attingere attuando la direttiva del ministro, oppure in una piccola quota di "controlli d'iniziativa" riservati alle Fiamme Gialle. L'evasione fiscale muoverebbe in totale almeno 10 milioni di voti. Eppure l'81,7 per cento degli italiani la ritiene inaccettabile, secondo un'indagine condotta dal Censis per conto del Collegio nazionale dei dottori commercialisti. "Un governo che volesse davvero debellarla, dovrebbe decidere subito due misure: vietare il cash per tutti i pagamenti a professionisti dai 100 euro in su, e ripristinare l'elenco dei clienti e dei fornitori introdotto da Visco nel 2006 e poi soppresso da Tremonti", consiglia al nuovo governo Oreste Saccone, animatore del sito www.fiscoequo.it ed ex dirigente dell'Agenzia delle Entrate. Tutte queste somme dovrebbero finire in un conto dedicato all'attività professionale. Attualmente la tracciabilità dei pagamenti (bonifici, carte di credito, assegni non trasferibili) è obbligatoria solo dai 1.000 euro in su e senza che vi sia un conto dedicato. L'elenco clienti e fornitori, ovviamente telematico, potrebbe evitare che un imprenditore o un professionista rilascino al cliente una regolare fattura, ad esempio per 500 euro, ma poi non la registrino o lo facciano solo per 50 euro, confidando nella scarsa probabilità di incappare in un controllo incrociato. Con l'elenco telematico, invece, l'evasione verrebbe intercettata automaticamente dall'Anagrafe tributaria, attraverso l'incrocio tra i dati dell'elenco dei fornitori e di quello dei venditori. Sta perdendo appeal un vecchio sogno: concedere al contribuente di dedurre tutte le sue spese, dal falegname all'avvocato all'idraulico, costringendo costoro a rilasciare un documento fiscale. Se la deduzione fosse totale, il gettito fiscale crollerebbe, senza essere compensato dal recupero di evasione. Perché? "Se guadagno 1000 e dimostro costi per 800", spiega Ruggero Paladini, docente di Scienza delle Finanze alla Sapienza, "alla fine verranno tassati solo i 200 euro che non ho speso". Alla gran parte dei contribuenti, dimostra Alessandro Santoro, autore per Il Mulino di "Evasione fiscale, quanto come e perché", conviene accettare lo sconto che il professionista gli propone, 120 in nero anziché 150 con la ricevuta; solo per chi ha aliquote marginali dal 43 per cento in su conviene viceversa insistere per la fattura: mille euro di spese dal medico, per esempio, produrrebbero una minore imposta di 500. I servizi sociali che funzionano male continueranno a fornire un alibi potente per non pagare le imposte, e pare tuttora inossidabile la convinzione espressa negli anni Cinquanta dal grande scienziato delle Finanze Cesare Cosciani: per gli inglesi un evasore è un reprobo; per gli italiani è un furbo. L'equità fiscale richiede dunque un impegno di lungo periodo. "Perché allora non far iniziare sui banchi delle scuole medie la lotta all'evasione?", suggerisce Tutino, "inculcando nei ragazzi l'articolo 53 della Costituzione: tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva". E' davvero il minimo che si possa sperare.

Così esportano i capitali di Gianfrancesco Turano su “L’Espresso”. In Svizzera, come sempre. Ma anche a Singapore, in Irlanda, a Cipro. Ecco come migliaia di super benestanti italiani stanno nascondendo i loro soldi. Spaventati dal rigore del governo e dalla fine del segreto bancario. Palazzo Chigi, abbiamo un problema. Si chiama fuga di capitali all'estero. E' ripartita tra giugno e luglio, quando il beneficio effimero dello scudo fiscale è stato sommerso dalle paure di default dell'Italia e dai timori di stretta fiscale. E si sta accentuando in queste settimane sulla scia della manovra di Mario Monti. Il decreto in discussione in Parlamento gira attorno al convitato di pietra che ha promesso di presentarsi tra febbraio e aprile del 2012, quando scadranno 92 miliardi di euro di obbligazioni dello Stato e bisognerà pregare tutti i santi perché le aste di rinnovo vadano a buon fine. Ma se per quella data i grandi patrimoni nazionali si saranno trovati un rifugio sicuro e redditizio nei soliti paradisi svizzeri, lussemburghesi o caraibici, ci sarà poco da fare. Riforma delle pensioni, privatizzazioni e altri provvedimenti della manovra si mostreranno per ciò che sono: palliativi. La squadra economica di Monti, da Piero Giarda a Vittorio Grilli, è troppo preparata per non saperlo. E il prelievo aggiuntivo sui capitali scudati nella misura dell'1 per cento nel 2012 e 2013 (e del 4 per mille in seguito) non è tanto mirato a recuperare qualche centinaio di milioni di euro. I tempi supplementari dello scudo servono a fare il punto delle ricchezze italiane all'estero a partire dall'unico elemento di identificazione certo che è il database di conti correnti, immobili e cassette di sicurezza con gioielli o quadri d'autore legalizzati tra la fine del 2009 e la prima metà del 2010. La salvezza dei conti pubblici sta nel blocco della nuova emorragia. Peccato che l'arsenale di chi può scansare la manovra sia sempre ben fornito. Nella partita fra guardie e ladri dove si gioca il futuro dell'Italia, i cattivi hanno molti soldi e molte vie di fuga. La scappatoia più vicina, come da tradizione, è la Svizzera. A giugno del 2011 la stima dei depositi bancari nei vari cantoni era di 4.253 miliardi di franchi, oltre il doppio del Pil italiano, con una crescita del 10 per cento rispetto al 2010. Oltre metà di questa ricchezza, per un valore di 2.254 miliardi di franchi, è straniera. La stima del tesoro salva-Italia depositato nei cantoni elvetici oscilla fra i 150 e i 400 miliardi di euro. Se si applicasse un prelievo del 25 per cento come quello stabilito qualche mese fa dagli accordi bilaterali Svizzera-Germania e Svizzera-Regno Unito, il fisco italiano recupererebbe una cifra tra 37,5 e 100 miliardi di euro. Ci sono state guerre per molto meno. Ma invadere la Confederazione Elvetica non è solo poco etico. E' anche inutile. La Svizzera è l'equivalente finanziario di una portaerei. I soldi arrivano lì in prima battuta. Spesso in Canton Ticino. Ma chi esporta capitali ormai non si sente sicuro. Il segreto bancario svizzero è sotto assedio da ogni lato. Quindi, meglio decollare in fretta verso cieli più sicuri. Quali sono le tappe successive della fuga di denaro? "L'Espresso" lo ha chiesto a chi dà la caccia al denaro e a chi il denaro cerca di nasconderlo. I 105 miliardi di euro legalizzati con l'ultimo scudo fiscale sono passati attraverso gli intermediari autorizzati. Cioè, fiduciarie, sim, sgr e banche che agiscono da sostituto di imposta. E' stato Giulio Tremonti a chiedere loro di sborsare tra il 5 e il 7 per cento. E sarà a loro che Monti chiederà l'ulteriore prelievo. Gli intermediari hanno tenuto per sé i nomi di chi aderiva allo scudo e hanno proceduto al rimpatrio fisico, con ritorno dei beni in Italia, oppure giuridico, con il mantenimento dei beni all'estero. Primo problema: chi ha sciolto il rapporto con l'intermediario dopo avere pagato la somma prevista dalla legge può sfuggire al prelievo aggiuntivo purché abbia interrotto per tempo il rapporto e abbia trasferito i beni altrove. Il testo della manovra ha previsto che si possa chiedere all'intermediario di rivelare all'Agenzia delle entrate il nome del cliente che ha terminato il rapporto. Insomma, soldi in cambio di anonimato. Ma è un intervento di dubbia efficacia. Oltre la metà degli scudi fiscali realizzati nel 2010 sono esterovestiti. Chi ha dovuto legalizzare una casa a Lugano, l'ha conferita a una società che ha affidato le quote in gestione a una delle 700 fiduciarie ticinesi che hanno fatto perdere le tracce del proprietario finale. Lo schema si chiama scudo a ombrello e si può ripetere sotto forme ancora più sofisticate, spostando i soldi in paesi non collaborativi come il Liechtenstein o gli Stati delle Antille. Lì l'anonimato è garantito. La nuova mecca del binomio evasione-riciclaggio è Singapore dove ogni banca svizzera che si rispetti ha aperto una branch. Il caso Enelpower, un processo per 27 milioni di euro di tangenti avviato da Francesco Greco nel 2003 e arrivato alla sentenza di primo grado nello scorso settembre, ha mostrato che gli istituti di credito elvetici provvedevano a trasferire il denaro dei corrotti per via telematica verso il paradiso asiatico. Lì l'azione di recupero dei fondi si è rivelata impossibile anche per la magistratura. Ma ormai tutti i circuiti di alto livello funzionano con le compensazioni tra banche che sfuggono alle maglie del monitoraggio fiscale dei movimenti valutari e consentono di applicare commissioni robuste. La Svizzera ha dovuto cercarsi nuove sponde in quanto Paese segnato sulla lista nera del fisco italiano. La black list comporta l'inversione dell'onere di prova: gli italiani con patrimoni o attività industriali oltre la dogana di Ponte Chiasso devono giustificarne l'esistenza e la legittimità. Una società italiana che paga una fattura a una società elvetica deve essere in grado di fornire le prove dell'attività economica. L'Austria non ha questo problema. Il governo di Vienna ha varato una legge che prevede una sorta di pedaggio dell'1 per cento se il denaro in arrivo dall'estero viene immediatamente trasferito altrove. Basta quindi che una società austriaca stipuli un contratto fasullo con un'impresa italiana, si faccia pagare la fattura e giri subito il denaro in Liechtenstein o nella stessa Svizzera. In questo caso, dovrà essere il fisco italiano a provare che il rapporto è fittizio. Il che complica parecchio le cose. La portaerei svizzera è efficiente nella prima fase, quando garantisce il segreto. In seconda battuta, sono meglio i trucchi garantiti dai Paesi in regola, dove spetta al fisco italiano provare l'evasione. Lo si vede in altre pratiche alla moda. Ci si può organizzare una polizza vita in Irlanda per mascherare una gestione patrimoniale. Si manda a Dublino un gruzzolo di euro e la legge locale permette di investirli in prodotti ad alto rischio, cosa che è vietata alle assicurazioni in Italia. In più, il capital gain applicato a una polizza gode di una tassazione vantaggiosa rispetto a quella applicata agli altri investimenti mobiliari. Sempre in ambito Unione stanno avendo un grande successo i trust di diritto britannico. L'Assofiduciaria, che raccoglie le 300 fiduciarie autorizzate dal ministero dello Sviluppo economico, ha calcolato che ben 700 di questi trust sono presenti nelle catene di controllo delle imprese italiane, con preferenza per le società di shipping o del settore armamenti. La legge di Londra stabilisce che se il co-trustee, uno degli amministratori fiduciari, è straniero, per esempio neozelandese, il trust diventa apolide e tutto quello che c'è dentro è esente da tasse. Anche le holding lussemburghesi sono una sicurezza per chi evade, visto che consentono di schermare il beneficiario fisico con numerosi intermediari. Ma questo è un vecchio cavallo di battaglia dell'evasione. La nuova frontiera - e l'Inps non mancherà di apprezzarlo - sono i pensionati con trattamenti da centinaia di migliaia di euro annui che fingono di andare a vivere a Cipro sulla falsariga dello schema londinese del "resident but not domiciled" che già ha inguaiato la star del MotoGp Valentino Rossi. Chi ha investito i soldi dello scudo fiscale in attività poco liquide avrà parecchi problemi. Lo stesso vale per quei pochi che hanno usato i tesoretti esteri a beneficio dell'azienda. E' il caso di un imprenditore in crisi del Nord-est che ha recuperato i soldi dal Canton Ticino e li ha messi sui conti dell'azienda a titolo di prestito non fruttifero. La somma scudata era intorno ai 20 milioni di euro, che oggi sono già stati in parte erosi dai debiti dell'azienda. L'imprenditore è ora a corto di liquidità e con l'aggiunta dell'1 per cento di "tassa sull'anonimato" deve pagarne altri 400 mila nel biennio 2012-2013. Non avendoli, dovrà chiederli in prestito. In ogni caso, il suo intermediario procederà al prelievo per girare la somma all'erario. Su questo, infatti, non c'è da avere dubbi. I sostituti di imposta si rivarranno sui clienti sia girando allo Stato denaro dalle disponibilità liquide sia disinvestendo denaro impegnato. E se erano titoli della Borsa a picco, la minusvalenza teorica diventerà perdita effettiva. In attesa che la manovra si definisca con i vari emendamenti, fra i quali un possibile prelievo dello 0,1 percento annuo su attività finanziarie estere regolari di cittadini italiani, le società di servizi specializzati in esportazione dei capitali moltiplicano le loro offerte. Gli evasori con canali sperimentati sanno già a chi rivolgersi. La lista Pessina, con 500 nomi affidati alle cure dell'avvocato svizzero Fabrizio Pessina e a Mario Merello, il marito della cantante Marcella Bella, è il prototipo di una rete di servizi di consulenza a 360 gradi. L'intervento della Guardia di Finanza e gli arresti disposti dalla magistratura ha un po' guastato l'alone di efficienza di questo genere di network. Ma la corsa ai conti esteri non si è fermata per un incidente di percorso. Per i debuttanti e per chi non ha conoscenze, c'è sempre la Rete. Il Web pullula di offerte a pacchetto di weekend a Lugano con visita al casinò e alla fiduciaria. Sembrano tanto stangate per i desperados dell'evasione. Se così è, nessuno salvo i diretti interessati ci piangerà sopra. Forse, però, ci sono sistemi migliori per arrivare all'equità fiscale.

Numero di connazionali residenti in paesi a fiscalità privilegiata:

29158 ITALIANI IN PARADISO

http://speciali.espresso.repubblica.it/popup/evasori/img/paradiso3.jpg

La lista completa, paese per paese

PAESI

ITALIANI RESIDENTI

Andorra

250

Antigua e Barbuda

62

Antille Olandesi

101

Atollo di Niue

2

Bahrein

137

Belize

40

Brunei

15

Costarica

1434

Gibilterra

98

Ecuador

1601

Emirati Arabi Uniti

1702

Filippine

564

Gibuti

56

Grenada

7

Guernsey

5

Hong Kong

637

Isola di Anguilla

548

Isola di Aruba

3

Isola di Barbados

40

Isola di Dominica

7

Isola di Man

6

Isola di Santa Lucia

4

Isole Bahama

72

Isole Bermuda

925

Isole Cayman

29

Isole Cook

5

Isole Maldive

23

Isole Marshall

3

 

PAESI

ITALIANI RESIDENTI

Isole Normanne

14

Isole Samoa

13

Isole Seychelles

89

Isole Tonga

12

Isole Turks E Caicos

6

Isole Vergini Britanniche

8

Jersey (Isole del Canale)

30

Libano

564

Liberia

21

Liechtenstein

1262

Macao

9

Malesia

286

Mauritius

123

Monaco

4648

Monserrat

2

Oman

66

Panama

456

Polinesia Francese

34

Saint Christopher e Nevis

5

Saint Vincent e Grenadine

4

San Marino

8490

Singapore

887

Taiwan

196

Uruguay

3553

Vanuatu

7

 

Una vergogna chiamata off-shore, di Giorgio Ruffolo su “L’Espresso”. Dal Vaticano alle Isole britanniche: un sistema economico parallelo, segreto e sempre più fiorente. Sono i paradisi fiscali. Valgono un quinto del Pil mondiale. E nessuno se ne occupa. I am lost in paradise, cantava nostalgicamente Johanna Wang in una canzone divenuta famosa: mi sono smarrita in paradiso. Suggerirei ai governi di adottarla all'apertura del prossimo G20, quando si tratterà di affrontare il tormentato problema dei paradisi fiscali. Da quando il mondo è stato scosso dalla più violenta crisi economica degli ultimi ottant'anni si susseguono le lamentazioni e le indignazioni sul ruolo che nella crisi hanno svolto i circa 50 paradisi fiscali (anche il loro numero è controverso) esistenti nel mondo, i quali - cito da una recente risoluzione del Parlamento europeo - "incitano a praticare l'evasione fiscale, la frode fiscale e la fuga dei capitali". Tanto vibrata la denuncia, quanto fiacca e irresoluta la risoluzione: l'Unione, afferma l'europarlamento, "condanna con forza (tipica espressione usata da chi è consapevole di mancare di forze) il ruolo svolto dai paradisi fiscali". Che cosa propone il Parlamento europeo all'Unione? Assolutamente, niente: "L'Unione è invitata a rafforzare la sua azione e a prendere misure concrete e immediate, come, ad esempio, sanzioni contro i paradisi fiscali" (!). Immagino che i signori dei paradisi avranno tremato leggendo queste righe. In un altro progetto di risoluzione, presentato da Cohn Bendit e Rebecca Harms a nome del gruppo dei Verdi si leggono considerazioni più sensate. Si constata l'impotenza della denuncia e il vuoto della volontà. In particolare, si rileva la scandalosa assurdità delle conclusioni dell'Ocse che ha cancellato dalla sua "lista nera" la maggior parte dei paradisi contro la semplice promessa di aderire ai principi relativi agli scambi di informazione: come dire, scagionare i delinquenti mafiosi da ogni accusa in cambio della loro assicurazione di comportarsi bene. Ma vediamo le dimensioni del fenomeno più crudo che si nasconde dietro i paradisi. Che non è la pur gigantesca evasione fiscale. E' la criminalità internazionale. Qualche cifra. Il prodotto lordo mondiale (Plm) ammonta a 4 mila miliardi di dollari. Il Plc, il prodotto lordo criminale, a mille miliardi, un quinto del totale. Di che si tratta? Di tutto: droga, racket, rapimenti, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione, traffico di rifugiati, di oggetti d'arte, di specie protette, di organi umani...Il prodotto di questo enorme giro di affari bisogna, ovviamente, riciclarlo. E a questo si provvede grazie all'anonimato dei paradisi, che si sottraggono ad ogni seria informazione. Si calcola che il riciclaggio di denaro sporco ammonti a 600 miliardi di dollari all'anno. Il giro d'affari dei paradisi fiscali è di 1.800 miliardi di dollari. Le società off shore presenti in paradiso sono 680 mila. Le banche, attraverso le loro filiali sono, dichiaratamente, 10 mila. Ma esistono sistemi bancari paralleli che operano completamente al di fuori del sistema ufficiale, sfuggono anche agli obblighi formali e agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo delle autorità competenti. Questi assumono denominazioni folkloristiche. In Cina si parla di sistema Chop Shop. In India di sistema Hundi, in America latina di Stash house. L'Inghilterra è senza dubbio la madre di tutti i paradisi. La finanza britannica domina più di 20 paradisi dell'arcipelago off shore, dalle lontane isole Cayman alla vicinissima isola di Man. Ed è istruttivo constatare come alle denunce frementi di Blair del terrorismo, definito come la guerra del secolo, corrisponda il protettorato britannico dei 20 casinò che lo finanziano. La doppiezza politica in tema di criminalità internazionale non è però una prerogativa britannica. Non vi si sottrae certamente l'istituzione che più di ogni altra al mondo ha a che fare col paradiso: la Chiesa cattolica. Nel Vaticano opera una delle banche più misteriose del mondo, l'Istituto delle Opere di Religione, Ior. Le sue operazioni sono identificate solo attraverso un codice. Non si rilasciano ricevute, non esistono assegni intestati allo Ior. I suoi bilanci e i suoi investimenti sono noti solo al papa, al Collegio dei cardinali e, naturalmente, alla direzione e ai revisori dell'istituto. Poiché il Vaticano è uno Stato sovrano, ogni richiesta di rogatoria allo Ior deve essere indirizzata attraverso il governo dello Stato cui appartiene il richiedente. Non si sa se e quante siano state le rogatorie richieste. Ma è certo che nessuna rogatoria è stata concessa dallo Stato del Vaticano. Il Paradiso è ben custodito. Del resto, non risulta che il Vaticano aderisca a organismi internazionali impegnati nella lotta al riciclaggio. Una vicenda intricata, la sparizione del tesoretto del santuario della Madonna di Loreto, frutto della benevolenza dei fedeli, affidato dall'arcivescovo di Loreto a un consulente finanziario già imputato per bancarotta fraudolenta e di lì sparito attraverso banche marchigiane, e poi svizzere e poi brasiliane, nel paradiso delle Cayman, getta una luce indiscreta sul ruolo che queste ultime svolgono nel mondo della finanza vaticana. Secondo un articolo diffuso sul Web, "i segreti finanziari del Vaticano vengono conservati nelle isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico spiritualmente guidato (!) dal cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano". E' falso? E' vero? E non sarebbe il caso che, nello spirito della trasparenza evocato rispetto ad altre e ben diverse accuse, si facesse luce sulle ragioni che giustificano, dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l'ingresso in paradiso di così illustri trafficoni? Forse, la Madonna di Loreto ha le sue buone ragioni per piangere. Quel che è certo è che la Chiesa cattolica opera finanziariamente non solo in condizioni di totale assenza di controlli, ma anche di straordinario privilegio fiscale. Gli aiuti economici dello Stato italiano, di varia natura, ammontano complessivamente a un miliardo di euro all'anno, e sono finiti nel mirino dell'antitrust europeo, con la possibilità dell'apertura di una inchiesta per aiuti di Stato illegali. Torniamo alla cosiddetta mobilitazione del mondo politico contro i paradisi fiscali: grandi discorsi, un mare di ipocrisia. Se i governi avessero intenzione di eliminare questa verminaia potrebbero farlo in ventiquattr'ore, attraverso l'eliminazione completa e rigorosamente osservata del segreto bancario. Ma non possono, perché la criminalità è parte integrante del processo di accumulazione capitalistico. Non la più importante, ovviamente, ma comunque determinante. E' un aspetto organico del mercato mondiale. Si può dire che lo è sempre stato. La novità di questi ultimi decenni è che la imprescindibile presenza della criminalità sta aumentando. L'aumento è dovuto in larga misura alla globalizzazione, che ha ampliato enormemente le dimensioni dell'impresa criminale e che ha determinato, con la libera circolazione dei capitali, un varco crescente tra il mercato, diventato mondiale, e il governo politico, rimasto, malgrado ogni tentativo di "coordinamento", locale. In questo varco si inseriscono le zone franche, che assicurano al capitalismo mondiale protezione dal fisco e riparo da ogni pretesa di controllo. Come suona un disinibito slogan, move your money and fuck the system: fa circolare il tuo denaro e fotti il sistema. In conclusione, tre verità sembrano inoppugnabili. La prima. L'impegno solenne dei governi democratici alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna. Basterebbe la reale abolizione del segreto bancario per renderli inutili. I governi non possono permetterselo perché in tal caso inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena. La seconda. Il libero (e segreto) movimento dei capitali è al tempo stesso fonte di due esiti contraddittori. Da una parte, esso mobilita imponenti risorse che consentono di strappare milioni di uomini e di donne a un destino di miseria. Dall'altra, consegna altre risorse imponenti nelle mani della criminalità mondiale organizzata. La terza. Questa contraddizione non potrà essere eliminata finché esisterà un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finché non ci sarà una qualche forma di governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali "liberati". In tali condizioni risultano penosamente ipocriti le grida rivolte ai paradisi fiscali; e al di là di quelle, le chiacchiere edificanti sull'etica degli affari e i vasti silenzi che le accompagnano. Delle prime si può dire ciò che diceva agli imprenditori il pragmatico Mac Millen: se volete l'etica dovete chiederla all'arcivescovo. Degli altri, salta agli occhi in particolare il silenzio della Chiesa e del pontefice romano sul paradiso del Vaticano che non è propriamente quello di Adamo ed Eva. Anche la Chiesa è posta di fronte alle sue contraddizioni. Così come, nel caso dell'aborto, essa tuona contro l'assassinio di bambini inesistenti, pretendendo che vengano al mondo bambini veri votati agli stenti e alla morte, nel caso delle conseguenze sociali dell'economia, alla vibrante condanna del mercatismo esasperato e al mirabile impegno di milioni di cattolici operanti nelle imprese umanitarie si contrappone la tacita complicità con il crimine organizzato che si realizza nei paradisi del denaro.

Non solo grandi evasori privati. L’evasione fiscale viene anche dal pubblico. Consulenze e incarichi privati. Il doppio lavoro degli statali. Inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Il rapporto della Guardia di Finanza: già scoperti 3.300 casi. Consulenze e incarichi privati. Il doppio lavoro degli statali. Il rapporto della Guardia di Finanza: già scoperti 3.300 casi. C'è chi timbra il cartellino ed esce subito dopo, chi sbriga in ufficio le pratiche dei suoi clienti privati. Addirittura chi accetta consulenze su progetti che poi dovrà valutare per conto dell'Amministrazione. Sono i dipendenti pubblici che svolgono il doppio lavoro senza aver ottenuto l'autorizzazione. E in questo modo causano un grave danno all'erario. Sono i numeri a dimostrarlo. Negli ultimi tre anni sono circa 3.300 gli impiegati e i funzionari, anche di livello alto, scoperti dalla Guardia di Finanza e dagli ispettori della Funzione pubblica a svolgere attività esterne. Hanno guadagnato illecitamente oltre 20 milioni di euro, causando un danno alle casse dello Stato che sfiora i 55 milioni di euro. Il settore degli sprechi nella spesa pubblica si conferma, dunque, quello dove maggiormente bisogna intensificare controlli e verifiche per recuperare denaro e soprattutto evitare ulteriori perdite. La dimostrazione è nella relazione annuale delle Fiamme gialle sul fenomeno dei «doppi stipendi» che evidenzia i dati relativi al periodo che va dal 2009 al 2011 e soprattutto fa emergere i casi più eclatanti. E nella quale viene sottolineata «l'importanza di intervenire nel settore degli sprechi della spesa pubblica che da un punto di vista ragionieristico pesa quanto e forse più di quello delle entrate fiscali. Un'importanza che oggi traspare in maniera ancor più evidente in ragione del perdurante momento di crisi e degli impegni politici assunti dall'Italia nei confronti della comunità internazionale, i quali impongono che le risorse disponibili siano spese sino all'ultimo euro per sostenere l'economia e le classi più deboli, eliminando sprechi, inefficienze e - nei casi più gravi - distrazioni di fondi pubblici che rappresentano un ostacolo alla crescita del Paese». La legge che disciplina «le incompatibilità, il cumulo degli impieghi e gli incarichi» consente ai dipendenti pubblici di eseguire attività professionali al di fuori dell'orario di lavoro, «purché lo svolgimento del lavoro venga preventivamente portato a conoscenza della Pubblica amministrazione di appartenenza ai fini della valutazione della sussistenza di situazioni di incompatibilità o di conflitto d'interesse con la stessa». Ed è proprio questo il nodo che ha evidentemente impedito a queste migliaia di persone di chiedere l'autorizzazione. Nel dossier gli analisti della Finanza sottolineano come «non sia possibile stereotipare il profilo del dipendente pubblico che viola queste norme, perché si va dai lavoratori con bassa qualifica fino a dirigenti con posizioni apicali», ma chiariscono che «i doppi lavori esercitati sono dei più eterogenei, spaziando dai lavori più umili alle alte consulenze professionali e tecniche prestate in cambio di laute retribuzioni. In sostanza si va da chi tenta di arrotondare magri stipendi a chi invece con il doppio lavoro incrementa redditi già invidiabili». Tra le denunce del 2011 spicca quella di un geometra in servizio in un'amministrazione provinciale che ha percepito consulenze per 885 mila euro senza aver mai chiesto alcun nulla osta. Ma la circostanza più grave è che i pareri riguardavano nella maggior parte dei casi le pratiche che doveva poi esaminare nello svolgimento del proprio incarico presso l'Ente locale. Poco meno ha guadagnato un ingegnere che è riuscito a ottenere compensi extra per poco più di 514 mila euro grazie al rapporto che aveva con alcuni studi specializzati.  Sembra incredibile, ma persino alcuni dirigenti dell'Agenzia delle entrate hanno accettato di svolgere mansioni per cittadini e società private in materia fiscale. Il record spetta a un alto funzionario che senza chiedere alcuna autorizzazione ha svolto incarichi per 850 mila euro. Introiti di tutto rispetto anche per un professore universitario che oltre alle lezioni presso l'ateneo, ha percepito 266 mila euro di compensi aggiuntivi. Nel suo caso - come spesso accade - è stato l'organo di vigilanza interno ad attivare l'Ispettorato, ma molto più spesso i controlli vengono effettuati su segnalazioni di cittadini - talvolta colleghi di chi risulta al lavoro e invece non si presenta - oppure grazie a indagini autonome attivate dalla Guardia di Finanza. Nel 2009 le Fiamme gialle hanno effettuato 738 interventi. Risultato: «Sono stati 738 soggetti verbalizzati, 15 milioni e mezzo di euro le sanzioni contestate a fronte di 1 milione e 161 mila euro di compensi percepiti senza autorizzazione». L'anno del boom è stato certamente il 2010, quando l'allora ministro Renato Brunetta chiese un'intensificazione delle verifiche proprio in questo settore. Il dato registra «983 interventi effettuati, 1.324 denunce e ben 28 milioni 296 mila euro in sanzioni, a fronte di introiti illegittimi che superano i 13 milioni di euro». Buoni risultati anche nei primi 10 mesi di quest'anno (il dato contenuto nella relazione arriva fino agli inizi di novembre). Pur essendo calato il numero dei controlli a 722, le persone scoperte sono state 1.029 e 10 milioni e mezzo di euro l'ammontare complessivo delle contestazioni a fronte di cinque milioni e mezzo di euro guadagnati dai dipendenti pubblici senza autorizzazione». È proprio nella relazione pubblicata a fine ottobre scorso dagli ispettori del ministero allora guidato da Brunetta che viene citato il caso di «dodici tra funzionari e dirigenti in rapporto di lavoro con Aziende sanitarie che hanno ricevuto compensi superiori a 100 mila euro ciascuno» per attività extra. Ma il vero record l'ha raggiunto un dipendente statale citato in giudizio dalla magistratura contabile. Si legge nella relazione della Funzione pubblica: «Anche il procuratore capo della Corte dei conti della Regione Lazio ha citato durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 la "vicenda paradossale" di un dipendente sottoposto a giudizio per un'ipotesi di danno erariale di 2 milioni e mezzo di euro. Il dipendente è risultato titolare contemporaneamente di più rapporti di pubblico impiego, espletando altresì in un arco temporale di qualche anno ben 62 incarichi e consulenze professionali, figurando come avvocato e fatturando con la partita Iva della quale era titolare in quanto intestatario - tra l'altro - di un'attività commerciale di ristorazione». La direttiva d'intervento del comandante generale della Guardia di Finanza per il prossimo anno impone che l'attività dei vari reparti debba essere intensificata - oltre che nella lotta all'evasione fiscale - proprio sugli sprechi della spesa pubblica, così come del resto è stato più volte sollecitato dal governo. E quello dei doppi stipendi è certamente uno dei settori in cima alle liste di priorità per incrementare i «fondi di produttività» dei dipendenti pubblici (che servono tra l'altro a pagare gli straordinari); la legge prevede infatti che vengano incamerate non soltanto le somme ingiustamente percepite dai lavoratori, ma anche «gli introiti delle sanzioni comminate ai soggetti committenti, per lo più privati, che si avvalgono irregolarmente delle prestazioni dei pubblici dipendenti».

E poi, per ultimo ci sono i piccoli evasori-truffatori. L'esercito dei finti disoccupati. I costi dei raggiri all'Inps. Inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Rimborsi non dovuti, assegni e pensioni di parenti deceduti. L'esercito dei finti disoccupati. I costi dei raggiri all'Inps. Rimborsi non dovuti, assegni e pensioni di parenti deceduti. Quello delle truffe all'Inps è certamente il settore che genera maggiore allarme visto che l'ammontare del deficit continua ad aumentare, nonostante l'intensificazione dei controlli. Perché è vero che il lavoro «nero» rappresenta una vera e propria piaga, ma anche gli illeciti compiuti grazie a false certificazioni o alla complicità di dipendenti dell'istituto di previdenza - soprattutto nelle sedi periferiche - provocano una vera e propria emorragia di fondi pubblici. In attesa dei dati consolidati per il 2011, sono le segnalazioni di infrazione già trasmesse al comando generale della Guardia di Finanza a dimostrare quale sia il livello degli illeciti compiuti. C'è chi ritira la pensione del parente morto e chi continua a percepire l'indennità di accompagnamento nonostante sia ricoverato in una struttura di lungodegenza a totale carico dello Stato. C'è chi ha ottenuto il rimborso per la sospensione della propria attività dopo il terremoto in Abruzzo e ci sono le migliaia e migliaia di falsi braccianti che causano ogni anno una perdita milionaria all'Erario. Il fenomeno è molto più esteso di quanto si creda: nel 2011 la Guardia di Finanza ha scoperto complessivamente più di 6.500 falsi braccianti agricoli che hanno provocato un danno alle casse dell'Inps di oltre 42 milioni di euro. L'indagine più capillare è stata certamente quella condotta dalla tenenza di Capo d'Orlando, in Sicilia, che ha esaminato circa 33.000 istanze di disoccupazione. I risultati sono stati sorprendenti. È stato infatti accertato come «1.759 individui avevano ottenuto circa 7,5 milioni di euro dalle casse dell'Inps, in quanto - pur essendo in realtà titolari di partita Iva e svolgendo attività professionali, commerciali o imprenditoriali - avevano presentato all'Istituto false autocertificazioni in cui dichiaravano di versare nella condizione di "disoccupato". Tutti i soggetti, che hanno percepito assegni che variavano tra i 1.500 e i 9.000 euro annui, sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per falso e truffa ai danni dello Stato». Gli stessi reati sono stati naturalmente contestati ai datori di lavoro che, «al fine di dimostrare l'esistenza del rapporto facevano spesso ricorso a transazioni commerciali coperte da fatture false, utili da una parte a giustificare l'operatività di quei braccianti e, dall'altra, ad abbattere il reddito delle imprese». E questo ha fatto anche individuare «69 evasori totali e redditi non denunciati per circa 30 milioni di euro». Chi percepisce l'indennità di accompagnamento deve segnalare un eventuale ricovero in lungodegenza se si tratta di una prestazione erogata dal servizio sanitario nazionale. Una procedura che non sempre viene rispettata, come è stato scoperto dal nucleo di polizia tributaria di Lecce che ha effettuato 1.467 controlli sui «soggetti ricoverati in strutture sanitarie in regime di lungodegenza con retta a totale carico dell'Asl o di altre pubbliche amministrazioni, che risultavano essere anche percettori dell'"indennità di accompagnamento"». Alla fine delle verifiche sono state denunciate 443 persone per aver percepito complessivamente oltre 3 milioni e 800 mila euro di indennità non dovute. In particolare «26 persone hanno riscosso l'indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale, di fatto, risultavano ricoverate in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello Stato. Gli stessi soggetti, attraverso la dissimulazione di circostanze esistenti hanno indotto in errore l'Inps che ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 270.823 euro. Gli altri 417 soggetti hanno riscosso l'indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale erano anch'essi ricoverati in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello stato. A differenza dei primi, hanno omesso di comunicare all'Inps le informazioni dovute - in particolate l'avvenuto ricovero con pagamento della retta a totale carico dello Stato - e hanno indotto in errore il medesimo Istituto di previdenza che, pertanto, ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 3.550.892». La più determinata è una donna di Palermo che è riuscita a percepire la pensione della madre morta dieci anni prima. Ma sono decine e decine i casi scoperti dai finanzieri di Palermo di persone che grazie a un'autocertificazione con dati fasulli sono riusciti a riscuotere per lungo tempo la pensione del familiare morto. Le verifiche sono state effettuate ricostruendo i flussi finanziari transitati su centinaia di conti correnti postali e bancari per individuare il reale beneficiario e hanno consentito di scoprire che numerosi soggetti, proprio per sviare eventuali indagini, avevano fittiziamente spostato la residenza in altri Comuni del territorio nazionale o addirittura all'estero. Alla fine degli accertamenti sono state denunciate 441 persone con un danno erariale che supera gli 800 mila euro. «Il sistema di frode - è scritto nella segnalazione - ha consentito agli indagati di percepire le somme di danaro, con riscossione direttamente allo sportello, attraverso la redazione e sottoscrizione di una dichiarazione con cui si attestava falsamente l'esistenza in vita del titolare della pensione. In altri casi, invece, la morte del titolare della pensione veniva completamente taciuta e, quindi, mensilmente, continuava ad avvenire l'accredito diretto su conti correnti postali o bancari». Tra le agevolazioni concesse alle vittime del terremoto in Abruzzo del 2009 c'era anche l'indennità per chi era stato costretto a sospendere la propria attività. Ed è proprio per verificare il rispetto delle procedure che la Finanza ha avviato controlli su tutti coloro che ne avevano fatto richiesta. Si tratta di professionisti, lavoratori autonomi, artigiani e piccoli imprenditori, coltivatori diretti e commercianti, che avevano presentato l'istanza allegando «autocertificazioni attestanti danni a immobili, impianti e macchinari o altri impedimenti». Ma per 56 di loro quella documentazione si è rivelata falsa: gli investigatori hanno accertato che - nonostante avessero percepito indennità per 300 mila euro - avevano continuato a svolgere regolarmente il proprio lavoro». Sciacallaggio come quello compiuto da sei persone, denunciate nel corso della stessa operazione, che hanno ottenuto i 600 euro mensili previsti per chi non aveva più l'abitazione agibile con un danno complessivo già quantificato in 50 mila euro.

Ci impongono il rispetto della legalità dal basso...dai cittadini.

Perchè non pretendiamo il rispetto della legalità dall'alto, da chi dovrebbe dare l'esempio?

Il ministro dell'economia fu indagato nel 1996 per evasione fiscale. Un'inchiesta poi archiviata, ma rimasta nascosta per 15 anni. E in cui giocò un ruolo anche Milanese. 'L'Espresso' ha scoperto e ricostruito tutta la vicenda.

L'interrogatorio di un super ministro che resta segreto per 15 anni. Mentre l'indagine muore sepolta da un'archiviazione molto contestata, con il risultato, fino a ieri raggiunto, di rendere inaccessibili le notizie più imbarazzanti. Come una fragorosa denuncia di Giulio Tremonti, poi ritrattata, contro Silvio Berlusconi. O la scoperta che l'operazione Bell-Telecom, cioè la più colossale evasione fiscale mai accertata in Italia, fu architettata dallo stesso avvocato lussemburghese che aveva gestito la cassaforte estera del professor Tremonti.

L'Italia è una Repubblica fondata sui segreti. Un sintomo inedito di questo male nazionale è nascosto in una vecchia inchiesta penale, in apparenza innocua. Tra la caduta del primo (1994) e la nascita del secondo governo Berlusconi (2001), il ministro dell'Economia ha dovuto deporre come indagato, per una spiacevole accusa di evasione fiscale, davanti a un ex pm della procura di Milano. Finora nessuno aveva potuto informare i cittadini neppure dell'esistenza di questo interrogatorio. Dopo varie peripezie, anch'esse rimaste segrete, l'indagine si è chiusa con un proscioglimento controverso. E ora si scopre che i più delicati risvolti politici e fiscali dell'inchiesta su Tremonti furono gestiti da un capitano della Guardia di finanza allora ignoto ai più: Marco Milanese.

Il politico e l'ufficiale. Entrato nelle Fiamme gialle nel 1981, Milanese è diventato dal 2001 il braccio destro del ministro Tremonti e dal 2008 è parlamentare del Pdl. Inquisito a Napoli per più corruzioni, violazioni di segreti istruttori e associazione per delinquere, ha evitato il carcere solo grazie all'immunità votata in luglio 2011 da Pdl e Lega. I giudici di Napoli accusano Milanese di aver intascato tangenti, tra il 2004 e il 2010, per oltre un milione di euro: 450 mila in contanti, altrettanti vendendo a prezzi gonfiati ville in Francia e barche di lusso, oltre a farsi pagare gioielli, orologi, vacanze a New York, Ferrari e Bentley. In cambio, il deputato garantiva favori ministeriali: usava il suo potere sulla Guardia di finanza per spiare le intercettazioni antimafia e piazzava i propri corruttori ai vertici di aziende pubbliche. L'inchiesta di Napoli ha spinto Milanese a svelare anche giri di denaro con Tremonti: era lui a finanziare l'affitto della casa di Roma abitata dal 2009 dal ministro, che a quel punto ha dovuto dichiarare che gli restituiva "mille euro in contanti alla settimana". Il 16 dicembre 2010, sentito come testimone dal pm Vincenzo Piscitelli, il ministro ha descritto così l'origine del rapporto: "Ho avuto occasione di conoscere Marco Milanese intorno al 2001, in occasione della sua applicazione come "aiutante di campo" al ministero dell'Economia". E "non c'è mai stata una collaborazione professionale di Milanese con lo studio di cui sono stato socio".

Carriera in orbita. Altre fonti, rintracciate da "l'Espresso", retrodatano il legame. Un generale della Finanza ricorda di aver inserito Milanese "tra i militari del nucleo a diretto servizio di Tremonti già dal '94, ma in via occasionale, senza ruoli formali". Un ex ministro aggiunge che "già nel '96" Milanese si presentò al suo staff come "tremontiano di ferro". Stando ai documenti interni delle Fiamme gialle, Milanese viene "distaccato" ufficialmente a Milano, come addetto militare di Tremonti, il 28 giugno 2001. Vari ufficiali dell'epoca precisano però che la sua nomina fu un colpo di scena: a quel posto era destinato un capitano già pronto a partire dal Friuli. Motivazione comunicata in caserma: "Tremonti ha voluto Milanese". Fin qui, le diverse versioni potrebbero dipendere solo da cattiva memoria.

Di certo un aggancio precedente al 2001 porta a Dario Romagnoli, preparatissimo ex ufficiale della Finanza (primo in graduatoria) che era amico di Milanese fin dai tempi dell'Accademia e che tuttora è una colonna dello studio tributario fondato da Tremonti. Romagnoli però è stato assunto dal professore nel '90. Eppure fino a tutto il '95 Milanese è rimasto un oscuro "capitanicchio", come lo etichettano due ufficiali già allora vicini a Tremonti. Di fatto la sua carriera entra in orbita solo a partire dal '96, quando diventa maggiore, compra la sua prima villa a Cap Martin e soprattutto si fa largo come factotum del nuovo comandante del nucleo di Milano, un fedelissimo del generale Nicolò Pollari. A quel punto riesce a entrare nella Scuola di Ostia che seleziona i vertici della Finanza e dal 2000 è tenente colonnello a Roma. Finora però s'ignorava che il balzo in avanti di Milanese fosse coinciso con due anni di indagini su Tremonti, gestite tanto riservatamente che i passaggi più delicati furono tenuti segreti perfino all'allora procuratore Francesco Saverio Borrelli.


AFFITTI IN NERO

Denunciare all'Agenzia delle Entrate l'affitto in nero conviene e questo grazie al decreto legge 23 del marzo 2011. Lo dimostra il secondo caso avvenuto in tutta Italia quello di Salvo, un palermitano che vive con la moglie e un figlio piccolo nella zona del porto, che si ritrova con 366 euro in più al mese sul conto in banca, dopo aver denunciato all'Agenzia delle entrate il proprietario di casa che aveva registrato un contratto fittizio. Oggi paga 84 euro al mese anziché 450 per un appartamento di tre vani nel centro di Palermo. “Ho scoperto per caso – racconta il protagonista - che la proprietaria aveva registrato un contratto di locazione da 2700 euro, cioè 225 euro al mese, esattamente la metà". Dopo un po' di paura iniziale, il giovane ha deciso di denunciare. Il suo è il primo caso in Sicilia, il secondo in Italia. Il decreto legge in materia di affitti prevede che chi denuncia ottiene un contratto della durata di quattro anni, con possibilità di rinnovo per altri quattro, e un canone pari al triplo della rendita catastale, uno sconto dell'80 per cento rispetto al valore di mercato. I proprietari irregolari avevano tempo fino al 6 giugno 2011 per sanare la loro posizione. Da quella data l'inquilino può denunciare un contratto non registrato o fittizio, presentando le prove che attestino il suo domicilio nell'appartamento. Bastano una copia del bonifico del canone mensile e le bollette delle utenze intestate a suo nome.

Contratti non registrati a rischio: si passa a un regime imposto dall'alto su durata e canone. Questo vale anche nel caso di contratti di comodato simulati o di simulazione del canone (registrato in misura inferiore a quella effettiva). E basta la richiesta anche di uno solo dei contraenti e senza necessità di esibire particolare documentazione. È quanto prevede il decreto legislativo sulla cedolare secca (n. 23/2011). Anche se la registrazione entro il 6 giugno 2011 sbarra la strada al regime vincolistico. Quindi si regolarizza la situazione sottraendosi alle conseguenze descritte al comma 8 dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 23/2011. Vediamo, dunque, a cosa si va incontro se non si provvede alla registrazione. Ai contratti di locazione degli immobili ad uso abitativo, comunque stipulati, che, ricorrendone i presupposti, non sono registrati, il decreto legislativo (all'articolo 8) prevede la seguente disciplina: 1) la durata della locazione è stabilita in quattro anni a decorrere dalla data della registrazione, volontaria o d'ufficio; 2) al rinnovo si applica la disciplina di cui all'articolo 2, comma 1, della citata legge n. 431 del 1998; 3) a decorrere dalla registrazione il canone annuo di locazione è fissato in misura pari al triplo della rendita catastale, oltre l'adeguamento, dal secondo anno, in base al 75% dell'aumento degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli impiegati e operai. Se il contratto prevede un canone inferiore, si applica comunque il canone stabilito dalle parti. In base all'articolo 2 della legge 431/1998 il rinnovo varrà per un periodo di quattro anni, tranne i casi in cui il locatore intende adibire l'immobile agli usi o effettuare sullo stesso le opere di ristrutturazioni o sopraelevazioni, oppure vendere l'immobile. Inoltre il decreto legislativo prevede che le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 346, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (nullità del contratto non registrato), ed al comma 8 dell'articolo 3 del decreto legislativo si applicano anche ai casi in cui nel contratto di locazione registrato sia stato indicato un importo inferiore a quello effettivo e anche nel caso in cui sia stato registrato un contratto di comodato fittizio. Questo significa che con la registrazione si ottiene il risultato di assoggettare a un regime vincolistico il contratto in tutti i suoi elementi essenziali e quindi durata, compreso il rinnovo e quantificazione del canone. Chi va a registrare il contratto ha un grosso potere e valuterà caso per caso il proprio interesse a poter fruire delle condizioni di legge. Tra l'altro le modalità previste dalla circolare dell'agenzia delle entrate sono particolarmente facilitate, non richiedendo oneri formali e soprattutto non richiedendo la produzione di documenti.

Affitto in nero, ti denuncio di Roberta Carlini. Se siete inquilini con un contratto irregolare, potete autoridurvi il canone fino all'80 per cento. L'hanno già fatto in tanti. Ecco come.

Come autoridursi l'affitto dell'80 per cento in una settimana. Non è una pubblicità per gonzi, né un rigurgito degli espropri anni Settanta, ma una piccola rivoluzione legale che, in giro per l'Italia, è già cominciata. Basta mettersi in coda all'Agenzia delle entrate, o fare un giro tra i sindacati degli inquilini, per trovare traccia della legge 23, battezzata col nome ostico di "cedolare secca". Legge che, oltre a fare uno sconto fiscale ai padroni di casa onesti, quelli in regola col fisco, ha dato un grimaldello potente agli inquilini in nero. Che da giugno possono denunciare i proprietari, ottenere la riduzione del canone e un contratto stabile per otto anni. All'inizio, della novità si sono accorti in pochi, e qualcuno ha parlato di fallimento della legge. Ma adesso il passaparola sta girando: complice la crisi che morde, e i vari movimenti degli "occupy" che, oltre a Wall Street, hanno preso di mira anche il caro-casa e gli affitti in nero degli studenti.

"Deboli sì, ma non ignoranti". Stella Liberato ha 33 anni, di mestiere fa la consulente aziendale, e da qualche mese respira. Invece dei soliti 850, adesso sborsa 250 euro al mese per la sua casa in affitto, nella semiperiferia romana. E non le sembra vero. Davanti a un'assemblea di studenti alla Sapienza, sotto lo striscione della campagna Fuori dal nero, racconta la sua storia. Simile a quella della maggior parte dei ragazzi che la ascoltano, studenti fuori sede a 3-400 euro per stanza. "Anche io da studentessa sono sempre stata al nero, ma adesso basta. C'è questa legge, usiamola. Non dobbiamo essere complici dell'evasione, né avere paura dei padroni di casa". Stella parla delle nuove regole e dei trucchi per aggirarle; spiega che se paghi con un bonifico o un assegno o anche se hai un paio di testimoni del pagamento in nero il gioco è fatto. Racconta che non c'è niente da temere: "Il proprietario, nel mio caso, si è trovato di fronte al fatto compiuto, quando ha visto che gli è arrivato un bonifico più basso del solito. Si è arrabbiato, ma non poteva fare niente". Ormai l'affitto è quello, e durerà per otto anni. Senza contare il pericolo concreto che il fisco poi bussi alla porta per recuperare tutta l'evasione passata. Mentre gli inquilini dal punto di vista legale sono in una botte di ferro: "Alcuni padroni di casa cercano di mandarti via con soldi; altri si infuriano, minacciano; altri ancora si rassegnano. Dovevano pensarci prima", dice Stella. Ma se è così, perché non lo fanno tutti?

"Finora a Roma abbiamo aiutato 450 famiglie, che in media vengono a spendere 700 euro in meno al mese". Walter De Cesaris, segretario dell'Unione inquilini, è contento come una Pasqua. "In un mese, l'insieme di queste famiglie risparmia 315 mila euro. In otto anni, risparmieranno più di 30 milioni". E a chi obietta che 450 case sono una goccia nel mare degli affitti in nero a Roma, De Cesaris risponde: "Finora abbiamo avuto poco tempo, ma adesso il passaparola corre. Solo il nostro sindacato in tutt'Italia ha fatto registrare 2 mila contratti". Il Sunia, sindacato inquilini della Cgil, parla di 5 mila regolarizzazioni totali e denuncia l'inerzia dei comuni e degli uffici fiscali. In effetti, non è che tutte le sedi dell'Agenzia delle entrate siano altrettanto chiare e solerti, quando gli inquilini si presentano allo sportello.

"Qui a Roma noi mandiamo gli inquilini all'Agenzia dell'Aurelio, sono i più corretti", dice Fabrizio Ragucci, soldato di prima linea della battaglia degli affitti in nero. Nella sede romana dell'Unione inquilini, riceve e smista lunghe file di persone in cerca di informazioni, aiuto, protezione. Poche ore alla sua scrivania danno uno spaccato vivido della questione casa nella capitale, e dell'intreccio di piccole e grandi evasioni, complicità e conflitti che regge l'impalcatura enorme degli affitti in nero in Italia. Che secondo il Sunia sono almeno 1,5 milioni e che l'Agenzia del territorio non riesce a censire, ma classifica dentro la generica categoria "altri utilizzi" nelle sue tabelle, confusi dentro uno stock di 5 milioni di abitazioni del quale non si sa la destinazione.

Arrivano alcuni studenti di piazza Bologna, con un contratto semifalso in mano. Pagano 1.400 euro al mese in quattro, sul contratto c'è scritto 600. La differenza è versata in contanti, "vale come testimone l'amico, la sorella, il parente?". Sguardi preoccupati. Tornano Alessio e Giovanna, la loro pratica è quasi chiusa: sono andati a vivere fuori Roma per cavarsela, ma pagavano comunque 450 euro al mese più il condominio. Adesso sono a 160 euro puliti, e il figlio che sta per nascere starà in quella casa almeno fino all'ottavo compleanno. Non hanno sensi di colpa, "il nostro padrone di casa ha 23 appartamenti".

Invece Mario, anche lui abbastanza giovane e con un affitto in nero nell'hinterland di Roma, la denuncia non l'avrebbe neanche voluta fare: "Ma per una sola volta che ho tardato un pagamento perché avevo difficoltà, la padrona mi ha fatto scrivere dall'avvocato, intimandomi di andare via". Quella lettera ingenua è diventata una fonte di prova schiacciante, e adesso Mario resta lì con affitto al minimo. "Vengono soprattutto giovani coppie, ma anche molti studenti", racconta Fabrizio, "immigrati di meno, si sentono più ricattabili". A Firenze, per esempio, ha fatto rumore la storia di Occresio Borges, venditore brasiliano che si è trovato messo fuori casa, con la serratura cambiata e tutte le sue cose sul pianerottolo. Ha chiamato i carabinieri e ha avuto ragione.

"Abbiamo il 56 per cento degli affitti in nero in città, e riguardano soprattutto immigrati e studenti", dice Simone Porzio, del Sunia fiorentino, "per questo abbiamo fatto un patto d'azione con le reti degli universitari". Per evitare le ritorsioni fisiche e le minacce, i sindacati danno consigli strategici: cambiare la serratura e le utenze prima di tutto, non parlarne con nessuno finché non si ha il contratto regolarizzato in mano. A quel punto, ai proprietari resta solo la strada di un'azione penale che però è spesso accidentata e pericolosa per loro. Ma più che le minacce fisiche e legali, spesso a frenare le denunce è un impasto di quieto vivere, inconscia complicità, vecchie relazioni. Come nel caso di Michela e Silvia, due ragazze romane che da settimane meditano sul da farsi. Si dividono una casa al Pigneto, hanno due lavori precari e portano a casa sì e no 2 mila euro al mese. Quasi la metà se ne va in affitto. "E' in nero. Però il padrone di casa è sempre stato gentile, interviene se qualcosa non va, fa le riparazioni. Non è uno molto ricco, ha questa casa in più che affitta... un po' ci dispiacerebbe dargli questa botta". E però: "Ci pensi, risparmiare 5-600 euro al mese? Soprattutto di questi tempi, con il lavoro che va e viene? Ci cambierebbe la vita".

CONDONI IN ITALIA

PARLIAMO DELL’ITALIA DEI CONDONI.

Pornotax, archeocondono, condoni fiscali, edilizi, paesaggistici e ambientali, multe per eccesso di velocità. Fatti e norme fra loro in apparenza irrelati, ma sintomi di una tendenza comune.

L’Italia: Paese dei record per pressione fiscale o per numero di condoni? Probabilmente, tutte e due assieme, e non a caso. È proprio quando di tasse se ne pagano troppe, infatti, che la gente comincia a evaderle, e bisogna offrire allora qualche sconto per recuperarle. Comunque, sembra che sia stato proprio da noi che il condono fiscale sia stato inventato: con l’imperatore romano Adriano, che nel 118 cancellò tutti i debiti fiscali dei contribuenti per i 16 anni precedenti, facendo bruciare in una sola notte documenti contabili equivalenti a 900 milioni di sesterzi. Andando più vicino a noi, il primo “condono di pene pecuniarie” del XX secolo fu varato con il Regio Decreto numero 367 dell’11 novembre 1900. Se non ce ne siamo dimenticati qualcuno per strada, il che è peraltro probabile, fino allo scudo fiscale ne sono stati approvati dopo di quello altri 72. Cioè, 73 condoni in 109 anni, alla media di uno ogni ventina di mesi. Ventuno nei 46 anni dell’epoca monarchica, e 52 nei 63 anni di repubblica. Che poi ogni tanto si accelera pure: tra 1987 e 1992, sul finale della Prima Repubblica, si arrivò a uno ogni 18 mesi.

Il condono fiscale ha una lunga storia, a partire dal quarto governo Rumor (1973), quando ministro delle finanze era Emilio Colombo (poi senatore a vita), ma ha raggiunto il culmine coi condoni del 2003 e del 2005 (governo Berlusconi, ministro Tremonti), seguiti da un condono erariale (2006) che ridusse l’entità delle oblazioni comminate da condanne di primo grado. Il principio è chiaro: cittadini e imprese che hanno evaso le tasse (cioè violato la legge) vengono invitati a confessarlo, e pagando una frazione di quello che avrebbero dovuto vengono assolti dal peccato e dalle sue conseguenze. Il procuratore generale della Corte dei conti Pasqualucci nella relazione inaugurale 2008 ha stigmatizzato queste e altre sanatorie contabili come "incuranti dei loro effetti sui bilanci pubblici"; la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia (17 luglio 2008) per aver favorito mediante il condono la frode fiscale, violando il principio di eguaglianza fra i contribuenti degli Stati europei. Ma nulla assicura che altri condoni, più o meno "tombali", non siano in agguato.

Analogo il meccanismo sanatorio dei condoni edilizi, ambientali e paesaggistici. Cittadini che hanno violato la legge e sarebbero passibili di punizioni penali e pecuniarie (nonché dell’abbattimento di edifici abusivi) vengono istantaneamente assolti su pagamento di un’oblazione. In tal modo si legittima l’abuso col sigillo della legge, incoraggiando ulteriori abusi, perpetrati in attesa del prossimo, immancabile condono. Piombate a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004), queste sanatorie mostrano la loro logica in alcuni episodi illuminanti. Per esempio nel 2004, pochi mesi dopo l’approvazione del Codice Urbani che prescrive l’assoluto divieto di sanatorie paesaggistiche (art. 181), lo stesso governo Berlusconi approvava una legge (308/2004) con la totale sanatoria di ogni illecito ambientale e paesaggistico, anche i più gravi. Nessuno vorrà credere che (come scrissero alcuni giornali) questo voltafaccia fosse indirizzato a sancire abusi edilizi in una villa del presidente del Consiglio; ma nessuno ha mai spiegato come mai a distanza di pochi mesi lo stesso governo adottasse per legge due principi tra loro opposti, prima condannando l'abusivismo e poi premiandolo.

Il cosiddetto "archeocondono" è fratello (non tanto minore) di queste sanatorie, e può rispuntare a sorpresa come emendamento alla Finanziaria. Capovolgendo la legge secondo la quale il patrimonio archeologico è di proprietà pubblica, questa norma più volte presentata e finora mai approvata (un primo, timido tentativo si deve a Veltroni: Atti Camera 3216/1997), prevede che chiunque illecitamente detenga materiali archeologici possa, anziché esser perseguito dalla magistratura o arrestato dai Carabinieri, autodenunciarsi pagando un’oblazione volontaria e restando in possesso dei materiali (secondo una versione più ipocrita, la proprietà sarebbe dello Stato, che li concederebbe al collezionista, tombarolo o trafficante, in deposito più o meno perpetuo, con facoltà di trasferirlo a pagamento ad altri). Anche i reati penali legati al traffico illecito di oggetti archeologici verrebbero estinti da questa "multa". Vanificato il lavoro di magistratura, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ridicolizzata la nostra richiesta ai musei stranieri di restituire gli oggetti scavati illecitamente.

Una ratio comune lega queste norme e questi progetti: far cassa, ad ogni costo. Non ci sono soldi per l’opera lirica? Ricaviamoli dalla pornotax. Mancano finanziamenti per ridurre l’indebitamento pubblico? Ci aiuterà qualche sanatoria edilizia o ambientale, e se sarà al costo di disastri ecologici e paesaggistici, pazienza. Anche l’archeocondono, si sussurra, produrrebbe un gettito per ridurre (di poco) la voragine aperta dalla legge 133 nei conti del Ministero dei beni culturali. Stesso fine avrebbe il deposito ai privati di opere d’archeologia e d’arte su pagamento di canoni di concessione: il primo passo verso la vendita. Intanto qualcuno già corteggia emiri del Golfo Persico sperando in "depositi lunghi", pronto cassa, di qualche Botticelli o Caravaggio "minore" (?). Anche l’intensificarsi dei controlli sulla velocità nelle strade (lettori automatici, tutor, e così via) e il moltiplicarsi delle multe per assicurare introiti ai Comuni sempre più annaspanti ha, in piccolo, la stessa logica. Vuoi violare i limiti di velocità (o la legge sul patrimonio archeologico)? Tutto ok, purché sia a pagamento. Purché si inventino nuovi eufemismi: la pornotax diventa "tassa etica", le sanatorie vengono battezzate "programmazione fiscale", l’archeocondono pudicamente si traveste da "riemersione di materiali archeologici".

Si può ipotizzare l’estensione della medesima ratio ad altri ambiti. Pochi soldi per l’università dopo la legge 133? Semplice, vendiamo qualche esame e un po’ di lauree (magari ad honorem, rendono di più). Mancano i poliziotti, o la benzina nelle loro macchine? Facile, prendiamo i reati più comuni (furto, droga, violenze varie) e decretiamo che si estinguono sull’istante mediante autodenuncia e oblazione volontaria. E si potrebbe continuare. In tal modo, proprio come nel caso dell’archeocondono, il funzionamento della legge e delle istituzioni verrebbe garantito dai soldi di chi viola la legge e offende le istituzioni. Vi sarebbero da una parte gli impuniti che si arricchiscono violando la legge e si mettono al sicuro pagando oblazioni, dall’altra la massa dei cittadini tenuti (per mancanza di soldi) al rigoroso rispetto delle norme. Alle leggi ad personam che già offendono giustizia e diritto, si aggiungerebbe un pulviscolo di leggi a benificio di determinate categorie: ieri evasori fiscali, speculatori edilizi, distruttori del paesaggio, domani trafficanti di materiali archeologici, dopodomani chissà...

Fantapolitica? Forse. Ma fantasiose sarebbero apparse a chiunque, solo dieci anni fa, troppe cose che abbiamo visto accadere, incluse quelle di cui sopra. Se non è troppo tardi, fermiamoci a pensare. È proprio sicuro che la priorità assoluta debba essere far cassa, a costo di svuotare dall'interno le leggi che regolano la convivenza civile? È giusto che pagando si possa violare impunemente la legge? Che chi ha più soldi debba farla franca? Che, poiché la crisi economica impone di far cassa, nulla (ma proprio nulla) si debba fare per ridurre la gigantesca evasione fiscale, la più grande del mondo in valori assoluti (280 miliardi nel 2007 secondo l’Agenzia delle entrate)? È giusto che si rinunci ai maggiori introiti fiscali per poi tappare il buco tagliando gli investimenti sulla cultura? Siamo sicuri che invece di reprimere e punire chi non paga le tasse è giusto reprimere e punire, mediante tagli di bilancio sferrati alla cieca, chi fa ricerca, chi fa musica o teatro, chi insegna e chi studia, chi scava o vuol visitare in pace un piccolo museo? Dov’è finito il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione? Nella colpevole inerzia di troppe forze politiche (di maggioranza e "opposizione"), resta un soggetto che può e deve rispondere a queste domande.

Noi, i cittadini.

Esemplare, però, è la ipocrisia delle opposizioni. Prendiamo l’approvazione del cosiddetto “Scudo Fiscale”.

Il via libera al provvedimento arriva alla Camera a ora di pranzo con solo 20 voti di scarto (250 i no, 270 i sì e 2 astenuti, Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa). I ventinove assenti (22 del Pd, 6 dell’Udc e uno dell’Idv) in poche parole "graziano" il governo che ottiene il via libera al testo con soli 9 voti in più rispetti a quelli della maggioranza richiesta (261). E poi vanno in piazza ad aizzare il popolino travestendosi, come Di Pietro, da mafioso, per fare il verso a Berlusconi.

EVASIONE FISCALE IN ITALIA

EVASIONE FISCALE, 300 MILIARDI ALL'ANNO: Pari a dieci manovre finanziarie

È l'ammontare dell'imponibile. Imposte dirette evase per 115 miliari di euro, 40 per la criminalità organizzata

Dieci finanziarie ogni anno. È l'ammontare dell'evasione fiscale in Italia: ogni anno circa 300 miliardi di euro di imponibile vengono sottratte all’erario. Di queste, l'evasione di imposte dirette è 115 miliardi di euro, l'economia sommersa sottrae 105 miliardi, la criminalità organizzata 40 miliardi e 25 miliardi chi ha il secondo o terzo lavoro. La stima è stata fatta da Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it, Associazione contribuenti italiani, elaborando dati ministeriali e dell’Istat.

CINQUE AREE - Le aree di evasione fiscale analizzate nello studio sono cinque: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese. I lavoratori in nero sono circa 2 milioni, di questi 800 mila sono dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro (con un'evasione d’imposta di 25 miliardi di euro). La seconda area di evasione è quella dell’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose che, in almeno tre regioni del Mezzogiorno, controllano buona parte del territorio. Il giro di affari della criminalità è di 120 miliardi di euro all’anno con un’imposta evasa di 40 miliardi di euro.

SOCIETÀ DI CAPITALI - La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese: secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, il 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (52%) o meno di 10 mila euro (26%). In pratica su un totale di circa 800 mila società di capitali il 78% non versa quanto dovuto di imposte dirette. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 15 miliardi di euro l’anno. La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre chiude il bilancio in perdita e non paga le tasse. Inoltre il 92% delle big company abusano del «transfer pricing» per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei Paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 27 miliardi di euro. Infine c’è l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8 miliardi di euro l’anno.

l'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo.

Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare".

Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento.

Affitti, i conti dell'evasione: 500mila contratti in nero

Una metropoli in cui vivono un milione e 200mila persone, tutte in affitto esentasse. Anzi, intere Regioni: l'evasione fiscale sugli affitti è tale che corrisponde alle case locate in tutto il Triveneto, o se preferite in Campania, oppure nelle Marche e nel Lazio messi insieme. Mezzo milione di appartamenti, oltre il 15% dell'intero stock delle case affittate da privati, sfugge completamente al Fisco.

Sono 2,8 milioni gli affitti regolarmente registrati e dichiarati da persone fisiche nel 730 o in Unico, cui si sommano 122mila immobili affittati da società o imprese e circa 850mila case di proprietà di Stato ed enti pubblici vari. In totale 3,8 milioni di unità immobiliari locate "in chiaro". Peccato che le famiglie in affitto siano 4,3 milioni: mezzo milione di abitazioni sono quindi locate con una stretta di mano e tanti saluti al Fisco, che ci perde almeno un miliardo all'anno. Il 3% delle entrate fiscali totali derivanti da immobili. E senza considerare i finti comodati, le locazioni estive e gli stranieri irregolari.

E questo è solo il dato più eclatante nel libro immobiliare dell'Italia, un'Italia di prime case e di immobili nascosti. Che emerge dai dati diffusi dall'agenzia del Territorio, in collaborazione con Sogei e dipartimento delle Finanze. Si tratta del primo tentativo ufficiale di mappatura completa del patrimonio immobiliare italiano. Il primo in cui le banche dati catastali e quelle sulle dichiarazioni dei redditi siano state incrociate, facendo emergere alcune certezze e parecchie incertezze.

Il nodo dei non dichiarati. I 55 milioni di fabbricati censiti (non dimentichiamo che ce ne sono altri due milioni di case fantasma) sono stati analizzati sotto il profilo dell'utilizzo, in base a quanto dichiarato da 19 milioni di contribuenti nei quadri B ed RB dei modelli 730 e Unico. I 31 milioni di abitazioni sono quindi risultati essere, per quasi la metà (14.596.735) abitazioni principali, mentre 4,14 milioni sono case tenute a disposizione e solo 2,8 milioni risultano locate. Per 732mila l'utilizzo non è stato ricostruito e ben 2,89 milioni di abitazioni regolarmente censite non sono state riscontrate in dichiarazione. E fin qui stiamo parlando di abitazioni di proprietà di persone fisiche. Ma considerando i dati complessivi, cioè i 55 milioni di fabbricati totali, le unità non riscontrate in dichiarazione sono ben 6,02 milioni, il 10,9% del totale.
Come si spiega questa massa di mattoni conosciuti al Catasto, ma non all'agenzia delle Entrate? In parte con la presenza di molti contribuenti "sotto soglia", che cioè incassano solo il proprio stipendio e sono proprietari della casa d'abitazione o poco più, che quindi non risultano (legittimamente) nella dichiarazione. In parte sono immobili strumentali di imprese o immobili di enti pubblici che (sempre legittimamente) non li devono dichiarare. Ma nel resto si annida altra evasione, ancora non quantificabile.

Le azioni di contrasto. Resta da chiedersi come arginare il malcostume. Mentre le associazioni di proprietari chiedono la cedolare secca, cioè un'aliquota fissa con cui tassare i proventi delle locazioni, la Guardia di Finanza si impegna sul territorio.
All'Aquila, racconta il comandante provinciale Leonardo Matera, sono stati inviati speciali questionari ai neolaureati residenti fuori città e fuori regione. E nel 25% dei casi si è scoperto che gli studenti avevano abitato "in nero", spesso in cambio di uno sconto sul canone. Anche a Siena si lavora sulle case per studenti, ma qui la GdF segue un'altra via: controlli incrociati tra le banche dati (anagrafe tributaria, Catasto, utenze domestiche, tassa rifiuti) seguiti da sopralluoghi porta a porta. Ma non solo. Altro fronte delicato, spiega il colonnello Giovanni Padula, sono i falsi prestiti: «Il contratto di comodato registrato è un indice di grande rischio. Il più delle volte gli accertamenti bancari evidenziano entrate che il proprietario non è in grado di giustificare».
A Bologna la GdF collabora con Comune e Università, ma gli ultimi controlli hanno evidenziato anche altro: «Abbiamo individuato un patrimonio - commenta il comandante provinciale Piero Burla - costituito anche da uffici e capannoni, spesso affittati a extracomunitari e registrati dichiarando l'importo di un mese anziché di un anno». E sugli affitti agli stranieri si è concentrata anche la Gdf di Roma, come dice Massimiliano Mora, comandante del I Gruppo di Roma: risalendo agli alloggi in cui vivono gli extracomunitari coinvolti in altre indagini si è scoperto un tasso di affitti in nero del 90%, con canoni da 4mila a 6mila euro per appartamento.

I dati di partenza. L'elaborazione del Sole 24 Ore è partita dai dati presentati dall'agenzia del Territorio, fra cui quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi, cui sono stati aggiunti i dati sul Trentino Alto Adige, che il Territorio non aveva considerato.

Il confronto. Le abitazioni locate con contratto regolare (libero mercato, patti in deroga e convenzionati) da persone fisiche sono state confrontate con il numero di famiglie in affitto in base ai dati Istat. Considerando anche le famiglie alloggiate in case locate da imprese o enti pubblici (che si presumono regolarmente dichiarate), all'appello ne mancano 507mila, ed è ragionevole presumere che a ogni famiglia corrisponda un'abitazione.

EVASIONE FISCALE LEGALIZZATA

EVASIONE FISCALE: PER PAGARE C’E’ SEMPRE TEMPO

GLI ITALIANI COSI’ BEFFANO LO STATO E LA FANNO FRANCA

NON SI INCASSA IL 90 % DELL'EVASO

6,5 milioni di famiglie, 1 su 4, non pagano il canone RAI

606 grandi morosi con debiti oltre  mezzo miliardo di euro

Per pagare c’è sempre tempo, soprattutto se a batter cassa è lo Stato. Il quale insegue spesso invano i cittadini debitori, con ammende, multe, bollette e canoni scaduti che si accumulano e rischiano di finire nel dimenticatoio. Se l’assenteismo nella pubblica amministrazione costa quasi un punto annuo di pil, i mancati incassi pesano ben di più.

I dati sono sconfortanti: lo Stato incassa appena il 3-7 per cento delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie inflitte ai cittadini condannati; si arriva a un modesto 10 per cento dei tributi iscritti a ruolo della Equitalia da Agenzia delle entrate, Dogane, Inps e Inail. Nel 2007 sono stati recuperati solo 5,4 miliardi di euro.

E ci sono 606 grandi morosi, con debiti di oltre mezzo miliardo di euro ciascuno, che frappongono ogni cavillo per evitare le incursioni dell’unità speciale creata per loro.

Ancora: 6,4 milioni di famiglie non pagano il canone Rai (una su quattro), equiparato a una tassa, con una perdita secca di oltre 550 milioni annui.

La lista è infinita. Con code tragicomiche persino su casa e acqua. In Puglia un popolo di clandestini fa sparire ogni anno 71 milioni di metri cubi d’acqua (tra contatori obsoleti e abusivi) mentre i morosi devono importi per bollette non pagate per 268 milioni. In altre regioni non cambia granché: in Sicilia ci sono acquedotti che vantano crediti dagli utenti per 200 milioni di euro.

L’odiata Ici: prima della cancellazione i comuni si dannavano nel recupero spiando gli italiani persino con l’ortofotogrammetria, cioè con fotografie aeree a rilievo matematico: in Liguria, così, sono spuntate ville censite come ruderi, nel Sud sono apparsi resort accatastati come campeggi. In tutto sfuggivano 2 milioni di case fantasma con un’evasione stimata intorno a 1,4 miliardi di euro.

Un contribuente con moglie e figlio a carico e un reddito di 25 mila euro per effetto della riforma delle aliquote Irpef dovrebbe avere un vantaggio di 444,73 euro rispetto al 2006. Ma bastano leggeri aumenti dei tributi locali, da parte di comune e regione, per vedere dissolversi quasi 150 euro.

Le cause sono diverse. Anzitutto c’è il mancato dialogo fra le banche dati delle varie amministrazioni a rendere lenti e faticosi gli accertamenti e a lasciare sfuocata l’identità dei responsabili. La scarsa riscossione, inoltre, sviluppa interessi, clientele, rapporti grigi tra politici, amministrazioni e territorio. Anche perché spesso a non pagare sono proprio gli enti pubblici. Per oltre il 50 per cento i debitori dell’Acquedotto pugliese sono comuni e consorzi.

I grandi numeri arrivano dalle cartelle esattoriali della Equitalia. Che in 2 anni ha portato il riscosso da 2,5 miliardi del 2006 a 5,4 miliardi dello scorso anno. Ancora poco: si era partiti dal 7 per cento dell’evasione e oggi siamo al 10 per cento. Resta ancora il 90 per cento da incassare.

Come la Guardia di finanza, anche la Equitalia ha strutture che danno la caccia soprattutto ai grandi debitori. Da questi sono arrivati 850 milioni nel 2007 e in 108 hanno versato 136 milioni nei primi mesi del 2008.

Un caso a parte sono i crediti di giustizia, per i quali l’amministrazione fa sforzi enormi per ribaltare la situazione. «Fino a un anno fa» spiega Claudio Castelli, capo dipartimento del ministero, «nemmeno sapevamo quante erano le somme recuperabili, mentre dal 2006 è partita un’azione ricognitiva per recuperare queste somme per l’autofinanziamento della giustizia».

Si è scoperto che del mezzo miliardo di euro da recuperare nel 2007 lo Stato aveva incassato appena 12,6 milioni ovvero un misero 2,5 per cento. «I dati consolidati arrivano al 7 per cento» puntualizza Castelli «ma siamo ancora lontani dall’obiettivo. I rimedi? Una società di recupero che si occupi di questo come previsto nell’ultima Finanziaria e incentivi a personale e uffici che li spingano a un concreto interesse per il recupero». Anche perché in tribunali sotto organico del 13 per cento la percezione del valore del credito di giustizia sfugge: il 73 per cento dei giudici di pace e il 46 per cento degli uffici di sorveglianza non hanno ancora trasmesso al ministero i dati del primo semestre 2007.

Il tesoretto non incassato lievita di circa mezzo miliardo ogni anno. Con un residuo, comprensivo di multe amministrative, schizzato oltre i 4,4 miliardi. Questa somma rischia di rimanere virtuale: «Diversi crediti diventano poi inesigibili perché o cadono in prescrizione o sono imputati a persone irreperibili, a immigrati clandestini o senza domicilio certo».

Infine il canone Rai: lo Stato non lo dice ma su questo fronte ha di fatto rinunciato alla battaglia. È di oltre 6,5 milioni lo scarto tra le famiglie censite dall’Istat e quelle abbonate (16,394 milioni al 31 dicembre scorso) e così i controlli sono simbolici: nel periodo gennaio-maggio 2008 sono stati 1.076 i soggetti individuati dalla Finanza per un totale di 181.371 euro contestati (sono stati 300 mila in tutto il 2007).

Qualche sforzo in più viene compiuto nelle indagini penali per truffa, falso ideologico e falso nell’ autocertificazione, una prassi necessaria per ottenere agevolazioni come l’esonero dal pagamento del ticket sanitario, per ottenere l’assegno per famiglie numerose, per avere l’assegno di maternità, sino all’ottenimento dell’alloggio popolare. Ma i controlli vengono spesso vanificati dai tempi della giustizia e dalle prescrizioni.

RIFIUTI: DAI MINISTERI EVASIONE PER 45 MILIONI

Non pagano la tassa rifiuti da anni, a volte non concedono nemmeno risposte a richieste di saldi. Tutti morosi. Dai ministeri, alla polizia, alla Fao, alla procura, fino alla Soprintendenza dei beni ambientali: le grandi istituzioni a Roma «evadono» l’imposta sull’immondizia, alcune da quando è nata la tassa. Hanno un maxi debito con l’Ama, la Spa dei rifiuti del Campidoglio, per quasi 46 milioni di euro. Con questi soldi l’azienda che si occupa di raccolta e spazzatura nella prima città italiana potrebbe acquistare 250 compattatori o assumere 1.500 spazzini. In totale a Roma non si paga la tassa Tari (tra aziende grandi e piccole) per 700 milioni di euro. Le grandi istituzioni contribuiscono per quasi l’8% a questo debito stellare che, se saldato, potrebbe trasformare il servizio di raccolta nella Capitale. Venticinque enti hanno arretrati per più di 500mila euro.

Non versare la tassa sulla spazzatura è una consuetudine che a Roma sembra piuttosto diffusa nei palazzi dello Stato, una pratica che negli anni ha creato situazioni paradossali: fino a poche settimane fa era morosa persino l’Agenzia delle entrate. L’ufficio che riscuote le tasse dei cittadini non pagava la tassa sull’immondizia per 3 milioni 200mila euro. Recentemente ha estinto il debito.

La lista nera di chi ignora la Tari, aggiornata al 30 aprile 2008, parte con la Fao: l’agenzia delle Nazioni Unite, che da domani celebrerà la conferenza sulla sicurezza alimentare con quasi 3mila delegati, ha una morosità di 5 milioni 337mila milioni di euro. Record. In genere si tratta di debiti accumulati nel corso dell’ultimo quinquennio: alcuni enti hanno mostrato spiragli di dialogo per un prossimo pagamento, altri, come l’organizzazione dell’ Onu, non offrono segnali di trattativa.

Non si salva dall’evasione la giustizia, di nessun grado, non si salvano i ministeri, tutti. Procura generale, Appello e Cassazione: nessuno paga la tassa rifiuti. La Suprema Corte ha un debito di 281mila euro, la Corte d’Appello di 805mila euro, la Procura di 139mila.

Non versano la Tari il comando generale dei carabinieri del Lazio, la Guardia di Finanza, con la sua scuola di polizia tributaria. Tra i palazzi governativi, è morosa anche la presidenza del consiglio: pagamenti scaduti per 158mila euro. La Camera dei deputati deve più di 243mila euro secondo i dati dell’Ama, anche se a Montecitorio assicurano di aver saldato il dovuto per la spazzatura. Nell’elenco dei morosi ci sono poi la Motorizzazione, la Marina, la Pontificia Università Gregoriana. La Soprintendenza dei Beni Ambientali, dove la cura della pulizia cittadina dovrebbe essere una priorità, ha un’inadempienza di 217.293 euro.

Dall’elenco si scopre che «evade» la tassa sull’immondizia anche il ministero delle Finanze: gli arretrati superano i 2 milioni e 200mila euro per differenti immobili, anche se il dicastero è al momento «in trattativa». Risultano evasioni a parte per il ministero del Tesoro, ragioneria generale: più di 383mila euro.

L’Ama ha ricevuto generiche garanzie di pagamento (meglio del silenzio di altri) dalla Farnesina, che ha una morosità superiore al milione e 700mila euro, e dal ministero della Difesa, dove non si versa la tassa per quasi 2 milioni di euro. I debiti più alti tra i ministeri vanno al Viminale, dipartimento di Pubblica sicurezza (quasi 2 milioni e mezzo) e al dicastero delle Comunicazioni (più di 3 milioni).

Nel corso degli anni alcuni ministeri hanno cambiato nome, si sono accorpati o spacchettati, ma senza perdere la morosità. Come il ministero dei Beni Culturali, che oltre a debiti più recenti intorno ai 350mila euro, ne ha per altri 155mila di quando deteneva anche le competenze ambientali. Ma non pagava la tassa sui rifiuti.

ONLUS CHE TRUFFA

Ristoranti, alberghi, santoni, club erotici. Oltre 3 mila finte organizzazioni non profit sono state scoperte in tre anni. E altre frodi spuntano ovunque. per rubare fondi o evadere le tasse. Ai danni del fisco e dei veri volontari

Entri in un locale, ha tutta l'aria di un normalissimo pub, e ti portano una tesserina da riempire coi tuoi dati. Una firmetta et voilà: ne sei diventato socio e nemmeno te ne accorgi, perché bevi e mangi spendendo più o meno lo stesso degli altri locali in zona. Ma ad accorgersene è il proprietario, che sui tuoi soldi non paga le tasse perché in realtà ha travestito il suo pub da Onlus, ossia Organizzazione non lucrativa di utilità sociale. È solo un esempio, come ce ne sono tanti, di associazioni che fanno da paravento ad attività assolutamente profit, spaziando da palestre a prezzi vantaggiosi mimetizzate come circoli sportivi; a cinema che si presentano come centri culturali o circoli ricreativi per persone sole, anziani o stranieri che lucrano sul bar. Altri mascherano l'assistenza prezzolata alla terza età, le agenzie matrimoniali e persino case d'appuntamenti.

Insomma, benvenuti nel lato oscuro del Terzo Settore, un sottobosco dove le eccezioni viziose abbondano. Vere truffe ai danni dello Stato o ai danni degli ignari cittadini che fanno loro donazioni. Oppure organizzazioni che l'etichetta Onlus la sfruttano semplicemente a fini elusivi. Perché il riconoscimento permette di godere di notevoli agevolazioni fiscali: una concessione che premia le tante associazioni sane, punto di forza del volontariato nel nostro paese. Le Onlus infatti non pagano l'imposta sul reddito, perché i proventi non sono soggetti all'Ires. Poi ci sono molte operazioni senza Iva e l'esenzione da altre tasse, minori ma ugualmente onerose. Insomma, un bouquet di vantaggi per sostenere chi ha un reale impegno sociale. Ma che diventa un'occasione prelibata per i malintenzionati. Un ristorantino travestito da Onlus può battere sul prezzo qualunque concorrente in regola, oppure (a listino invariato) far più profitti. Per non parlare, infine, del 5 per mille cui queste associazioni hanno titolo, e c'è il rischio che finiscano per attingervi, nonostante i controlli. Aggiungendo al danno la beffa.

Non è una questione secondaria: solo nell'ultimo triennio ne sono state smascherate più di 3.200. Le prime finte Onlus sono nate assieme alle vere, dieci anni fa, sfruttando l'ignoranza delle norme e l'impreparazione dei controllori. Nel '97, infatti, l'Agenzia delle entrate ancora non aveva gli strumenti per tenere d'occhio soggetti nuovi dal punto di vista giuridico, una realtà che richiedeva, sì, i soliti controlli fiscali, ma anche l'analisi di aspetti di civilistica, societaria e associazionistica. Negli ultimi tempi, però, l'aria è cambiata.

Lo dimostrano casi come quello di una Onlus dal nome suggestivo, Lo Spazio del Tempo, ufficialmente dedita all'assistenza socio-sanitaria. Scoperta dal Fisco, l'organizzazione in questione si è rivelata la facciata di un bed & breakfast senza nessun libro contabile, che tutto faceva tranne perseguire l'attività sociale indicata. La sfacciataggine era tale che il b&b aveva un proprio sito (oggi 'in rifacimento'), e andava comprando inserzioni pubblicitarie su riviste di settore. Rivelando, in una dinamica da dottor Jekyll e mister Hyde, anche il suo alias turistico: Villa del Sole.

Il giro di vite sulle finte Onlus comincia nel 2003, a sei anni dalla loro nascita, quando un decreto ministeriale finalmente fornisce al Fisco le armi di cui aveva bisogno, a partire dalla possibilità di cancellare le organizzazioni 'distratte' o fraudolente. I risultati non tardano ad arrivare. E quasi in progressione geometrica: l'eliminazione di Onlus che non hanno i requisiti ha presto oltrepassato quota mille all'anno (1.434 nel 2005 e 1.151 nel 2006), un bel salto rispetto al biennio precedente (101 nel 2003, 583 nel 2004). Sono dati forniti dall'Agenzia governativa per le Onlus, che opera a stretto contatto col Fisco fornendo pareri obbligatori ma non vincolanti sulle cancellazioni.

A detta di Stefano Zamagni, presidente dell'ente governativo che vigila sul Terzo Settore, l'emersione si spiega "non tanto con l'aumento dei casi di frode fiscale, ma con la migliore messa a punto del sistema di caccia agli enti di volontariato posticci". E anche con una migliore collaborazione fra 'cacciatori', dovuta ai "protocolli d'intesa firmati con la Guardia di finanza e l'Agenzia delle Entrate". Tanto che ora la macchina viaggia a pieni giri, con sommo dispiacere di chi per anni non solo ha carpito la buona fede dei cittadini, e i loro soldi, ma anche sottratto fondi a quelle organizzazioni che la solidarietà la fanno davvero. Per non parlare del danno d'immagine all'intera categoria, anche perché, conclude Zamagni, "una mela marcia può infettare un'intera cesta".

Mela marcia lo era anche una tale Federazione Mondiale Tutela dei Diritti e delle Libertà con sede legale a Torino, meglio nota con il ben più trasparente acronimo di Federsex. Cancellata dal registro nel 2005, era un'associazione che dietro alle mentite spoglie di ente assistenziale, ai limiti della legalità, e probabilmente giocando sui tenui contorni del concetto di 'persona svantaggiata', aveva come scopo effettivo il supporto e la consulenza per la gestione di club privé, ed era punto di riferimento per locali erotici.

Evidentemente non è un caso che, secondo i dati dell'Agenzia delle entrate, i soggetti iscritti all'anagrafe delle Onlus, dopo il boom iniziale del '97, siano andati regolarmente scemando negli ultimi anni: dagli oltre 18 mila del 2004, ai 17.387 del 2005, ai 16.459 del 2006. E questo anche perché dal 2003 il Fisco i controlli li fa prima dell'iscrizione. E sono molto rigidi, visto che più della metà delle richieste viene respinta: l'anno scorso su 3.843 domande ne sono state rigettate ben 2.063.

Ma quello delle Onlus che nascondono un'attività puramente commerciale è solamente una delle tipologie fraudolente. Altre truffe grandi e piccole vengono ordite attraverso la raccolta di donazioni, che è più informale e lascia meno tracce, da parte di finti enti solidaristici. Come quell'Associazione Salvadanai beccata a San Remo nel 2005, che sfruttava dei disabili per rastrellare 'fondi a scopo di beneficenza' con i salvadanai piazzati nei negozi. E poi lasciava gli spiccioli ai soggetti veramente bisognosi, pro forma, mentre i soci 'reinvestivano' il grosso dei proventi nell'acquisto di auto e beni di lusso. E non diversamente da quel Centro Cooperazione Sviluppo genovese assurto ai disonori delle cronache, che prometteva di "cambiare la vita di milioni di bambini" in Mozambico attraverso il sostegno a distanza, e invece era un'associazione per delinquere che intascava migliaia di euro e li spendeva in Mercedes e appartamenti. O, ancora, dall'associazione Amore del bambino, che a Milano raccoglieva denaro per far operare all'estero i bambini affetti da gravi patologie, e che aveva fagocitato 450 mila euro attraverso collette raccolte coi soliti salvadanai. Tutti casi che però, presto o tardi, sono stati smascherati.

Sarà, c'è da sperarlo, il destino di esempi come quello della famigerata Croce Verde Brixia, che ha truffato gli ospedali di Bergamo, Mantova e Cremona per un milione e mezzo di euro: più del triplo dei costi realmente sostenuti gestendo postazioni del 118 e occupandosi dei servizi di assistenza e trasporto malati. O di una truffa dal valore di 800 mila euro che in Toscana aveva visto sorgere non una, ma un'intera galassia di sigle (dieci in tutto, da Co.Mo.Va. a Euroinvalidi) con un unico denominatore comune: raccogliere abiti usati per profitto, e naturalmente chiedere contributi porta a porta, presso supermercati, negozi e abitazioni di privati. Interessante infine la mappa dei soggetti fraudolenti: in testa la Campania, con 456 bocciature, staccando di gran lunga il Lazio, 268, e la Sicilia, 156 casi. Le più virtuose risultano Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia, entrambe con otto richieste a testa. E tuttavia è proprio in Emilia Romagna che è recentemente saltato fuori il caso di una sedicente guaritrice di Saludecio, in provincia di Rimini, che difende a spada tratta lo status di Onlus della sua associazione, L'Angelo. E rifiuta la richiesta dell'Agenzia delle entrate di rilasciare fattura per le sue prestazioni: "Ho ricevuto un dono Da dio, e i doni di Dio non si tassano". Nemmeno le Onlus.

Fanno il bene, ma non sempre fanno bene. Bussano alle nostre tasche, proponendo mille cause nobili: la lotta senza quartiere ad una malattia inguaribile, l’aiuto ai bambini malati, una crociata contro le infinite piaghe della nostra società. Non sempre, però, i soldi che finiscono nelle mani di enti e organizzazioni vengono spesi con i migliori criteri. Sprechi, inefficienze, il peso soffocante della burocrazia che uccide anche i migliori sentimenti, quando non ammanchi, ruberie, truffe delle più odiose. Il mondo della carità, o della solidarietà, è una foresta dove si trova di tutto. Straordinari esempi di altruismo e storie di furbizia e di cinismo che fanno a pugni con la nostra coscienza.

Per questo, “Il Giornale” è entrato in questo mondo e l’ha esplorato. Ha analizzato e smontato le più grandi macchine raccogli soldi dell’Italia col cuore in mano e ha posto domande scomode a trecentosessanta gradi. Non certo per scandalizzare, ma per capire se i nostri soldi sono in buone mani. Ha cercato di verificare le destinazione finale ed effettiva di quel che quotidianamente diamo per le cause più disparate. Vogliamo sapere come vengono spese le nostre offerte, fino alla virgola e fino al centesimo. Attenzione: non si tratta di spiccioli, ma di una montagna di denari. Solo il 5 per mille, scelto nell’ultimo anno dal 61 per cento degli italiani, vale quasi trecento milioni di euro; e solo le grandi campagne di solidarietà, che spesso passano con messaggi martellanti attraverso la televisione, raccolgono 100-150 milioni di euro l’anno. Ma quei 400-450 milioni di euro sono solo una parte di una torta molto più grande. I soldi che circolano sono molti, molti di più. E non sempre la carità è trasparente.

Il Giornale ha messo il naso in questo mondo. Ha fatto le pulci all’Airc, la benemerita e blasonata Associazione italiana per la ricerca sul cancro. Ha letto e controllato i bilanci e sono andati a vedere quanti soldi finiscono effettivamente nella ricerca e quanti si fermano prima: per pagare stipendi, computer, telefoni, bollettini postali, comitati regionali. Le sorprese non mancano.

Il Giornale ha verificato anche i conti dell’Anlaids, l’associazione nazionale per la lotta all’Aids. Nel week end di Pasqua le piazze d’Italia sono un tripudio di alberelli nani, ornati col fiocchetto rosso. In cambio, gli acquirenti lasciano un’offerta. Dove va in concreto questa offerta?

È la domanda chiave di questa inchiesta. Va bene dare, ma anche la generosità ha i suoi parametri, i suoi standard ottimali, le sue regole virtuose.

Nel cestone del volontariato ha trovato di tutto. E di tutto ha dato conto, privilegiando sprechi e ruberie. Senza tabù: dedicheremo spazio anche alla Fao. E ci occuperemo anche dell’opaca gestione dei generi alimentari, destinati alle popolazioni più sfortunate, colpite da calamità naturali.

Il caso classico è quello della Onlus accalappia solidarietà: si promette un aiuto ai bambini brasiliani o a ragazzini bisognosi di delicate operazioni chirurgiche. Si mostrano foto sconvolgenti, di quelle che spingono inesorabilmente al pianto. Ma poi i soldi intercettati evaporano verso auto di lusso, serate al night e allegre compagnie. Purtroppo, il mondo del terzo settore si porta sulla schiena parassiti e truffatori di ogni genere che approfittano, ci si scusi il bisticcio, del non profit per riempire il portafoglio. Le forze dell’ordine, in particolare la guardia di Finanza, e l’Agenzia per le Onlus, fanno la loro parte e passano il tempo a togliere le mele marce dal mondo della beneficenza.

È una sfida continua. I criminali hanno una fantasia sfrenata e le studiano tutte pur di incantare l’opinione pubblica. Basta sfogliare i giornali per rimanere a bocca aperta. C’è chi si mette nella scia di Padre Pio, come faceva una sedicente onlus intitolata al santo di Pietrelcina, in realtà mai esistita. I suoi rappresentanti però si facevano precedere dalle immagini delle stimmate e parlavano di terzo mondo e di aiuto ai Paesi poveri. Come non dare loro una mano? Invece, le donazioni andavano dritte nelle tasche degli artefici dell’imbroglio.

Più terra terra, l’attività della onlus casertana «Servizi terra di lavoro», in realtà un tentacolo della camorra: incredibilmente questa società paravento gestiva per conto della criminalità organizzata i parcheggi della Reggia di Caserta. Alla fine del 2007 gli arresti. Due. E la fine di uno scandalo all’ombra della storia. Come è vergognosa la trama venuta a galla a Genova: il «Centro cooperazione sviluppo» si proponeva di raccogliere risorse per i bambini africani. Ma non si andava al di là delle intenzioni; la realtà era mortificante: i soldi servivano per lucidare lo scintillante tenore di vita degli inventori di questa macchina mangiasoldi.

C’è chi ha speculato perfino sul trasporto dei malati. La «Croce Verde Brixia», una sigla che farebbe pensare ad un’organizzazione seria e scrupolosa, triplicava le parcelle presentate agli ospedali di Bergamo, Mantova, Cremona. Una parte serviva per coprire le spese realmente sostenute, il resto era mancia. Anzi, una cresta inqualificabile sulla sofferenza dei malati. I soldi, soldi del contribuente, prendevano un’altra strada. Lontanissima da quella indicata nello statuto.

Il Progetto Bonsai è il fiore all’occhiello dell’Anlaids, l’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids. Si svolge dal 1993 il venerdì, sabato e domenica di Pasqua: le piazze di tutta Italia, nelle grandi città e nei piccoli paesi affollati di turisti in quel weekend festivo, come pure i piazzali di ospedali e centri commerciali, si riempiono di volontari e tavolinetti per distribuire gli alberelli nani ornati dal fiocchetto rosso. In cambio è chiesta un’offerta.

È la manifestazione che consente la sopravvivenza dell’Onlus: nell’edizione 2008 ha fruttato 2.366.009,47 euro, che rappresentano l’84 per cento dei proventi dell’organizzazione. Il resto affluisce da altri contributi liberi e finanziamenti legati agli specifici progetti. Con questi denari, spiega l’Anlaids, è possibile attuare gli scopi statutari: borse di studio, premi scientifici, progetti di ricerca, momenti di formazione, campagne informative, mantenimento di case alloggio, cooperazione allo sviluppo dei Paesi in via di sviluppo flagellati dalla peste del 2000.

Eppure il Progetto Bonsai è un affare più per i vivaisti che per i ricercatori. Per raccogliere quei due milioni e 300mila euro, se ne spendono la bellezza di due milioni per acquistare, trasportare e distribuire i bonsai. Significa che per ogni euro donato ai banchetti pasquali dell’Anlaids, 87 centesimi finiscono nelle tasche dei coltivatori. Soltanto una minima parte di quella gara di generosità rimane nelle casse dell’associazione, e un rivolo ancora minore riesce ad alimentare la vera lotta contro l’Aids, perché quelle di approvvigionamento non sono le uniche spese da sostenere: la struttura organizzativa assorbe 168mila euro.

Così, alle attività istituzionali dell’Anlaids restano poco più che le briciole: 75mila euro per borse di studio, 64mila per l’informazione, 57mila per la giornata del 1° dicembre (che ne frutta 126mila), 48mila per le case alloggio, 43mila per progetti di ricerca, 32mila per il progetto scuole, 22mila per dottorati di ricerca e cifre minori per progetti di cooperazione internazionale oltre ad «altri costi» non meglio precisati dal bilancio 2008, enormemente saliti rispetto ai 562mila euro del 2007. In definitiva, meno del 20 per cento dei denari spesi dall’Anlaids è destinato agli scopi per cui quei soldi vengono raccolti.

L’associazione ha anche risparmiato qualcosina, realizzando un avanzo di gestione di 81.251 euro. E detiene una notevole liquidità: 306mila euro sono depositati in banca o alle poste mentre 50mila sono investiti in Bot. La situazione patrimoniale segnala anche la presenza di debiti per 215mila euro, ma non è dato sapere di che cosa si tratti: a differenza di altre grandi Onlus, sul sito internet non sono pubblicate le note integrative al bilancio (e anche i conti del 2008 sono apparsi soltanto dopo la segnalazione de il Giornale), mentre l’ultimo bilancio patrimoniale a disposizione dei donatori è quello del 2005.

Quello dell’Anlaids appare un caso limite. Le principali Onlus italiane presentano rapporti tra ricavi e relative spese molto minori anche se assai diversi tra loro. Telefono Azzurro dichiara proventi per sette milioni e mezzo, di cui spende il 22 per cento nella raccolta fondi e il 60 nel personale, in gran parte impegnato nei centri di ascolto. All’Airc (associazione per la ricerca sul cancro) si scende al 18 per cento. Inferiore l’indice di efficienza registrato da Telethon, la maratona televisiva che rastrella denaro per combattere la distrofia muscolare e altre malattie genetiche: secondo il rendiconto 2008, per incassare oltre 33 milioni e mezzo di euro ne sono stati spesi quasi sei, con un indice di efficienza del 17 per cento cui si aggiungono i costi di supporto generale.

Ancora migliore è la «performance» di Actionaid: 15,5 per cento, con 34 milioni spesi in programmi di cooperazione su quasi 44 raccolti soprattutto con le adozioni a distanza. L’associazione si mostra particolarmente oculata nella gestione finanziaria: 2.899.000 euro investiti in operazione pronti contro termine (alta liquidità a rischio nullo, spiegano gli amministratori), 1.200.000 in certificati di deposito della Bpm, 1.046.000 in conti correnti bancari e postali, 499.000 in quote di un fondo di investimento della Banca popolare etica.

Gli ambientalisti di Greenpeace spendono il 32 per cento del loro bilancio nella raccolta fondi e il 21,6 nella struttura, destinando all’attività istituzionale attorno al 45 per cento. Il «fundraising» garantisce a Emergency, l’ente fondato da Gino Strada, che gestisce ospedali in zone di guerra, entrate per 22 milioni di euro con i quali amministrare macchinari e strutture sanitarie, acquistare medicinali e protesi, pagare il personale: difficile catalogare con precisione gli indici di efficienza.

Non si può dire che sia irregolare il modo di operare dell’Anlaids, il cui fondatore e presidente onorario è il professor Fernando Aiuti e la cui presidente Fiore Crespi siede nella Commissione nazionale Aids guidata dal già viceministro Ferruccio Fazio. Per le Onlus non è sancito l’obbligo di pubblicare il bilancio per dare conto agli italiani di come sono stati impiegati i fondi raccolti. E non è nemmeno fissata la percentuale delle sottoscrizioni da destinare ai bisognosi: si può andare dal 78,5 di Telethon al 20 dell’Anlaids. Le linee guida fissano un minimo del 70 per cento. Per ora, nessuno può alzare un dito se un ente di utilità sociale raccoglie 100 e trattiene 80. Gli unici che possono intervenire sono i donatori. Chiudendo i rubinetti.

TASSE NON RISCOSSE

«Guardi che sono problemi che risalgono a ben prima del mio governo»: esordisce così, il premier Romano Prodi, incalzato da Moreno Morello, inviato di Striscia la Notizia, che gli chiede ragguagli sugli ormai famosi 98 miliardi di euro.

Di quel tesoro, insomma, che - secondo i calcoli della Corte dei Conti - le società concessionarie delle slot-machine tra tasse non riscosse e multe non pagate dovrebbero allo Stato.

Così l’inchiesta del Secolo XIX arriva sino all’inquilino di Palazzo Chigi: dopo mesi di insistenze, dopo che anche il blog di Beppe Grillo aveva sposato la causa del nostro giornale, “Striscia” ha deciso di andare fino in fondo.

Determinanti sono state soprattutto le migliaia di e-mail che i lettori del Secolo XIX e i frequentatori del blog di Grillo hanno mandato all’inquilino di Palazzo Chigi; lo ammette lo stesso Prodi: «Ho ricevuto un sacco di e-mail su questo problema».

Adesso il governo ha preso impegni precisi. Certo, la risposta di Prodi arriva dopo molte insistenze. E, come hanno mostrato le immagini di “Striscia”, non è stata esattamente spontanea: Moreno Morello, tipico smoking bianco ed espressione vagamente beffarda, si è prima appostato per giorni davanti a Palazzo Chigi, inseguendo il premier che filava via a bordo della sua Lancia Thesis.

TRUFFA LEGALIZZATA

Nell'estate del 2001, la cessione a Marco Tronchetti Provera del pacchetto azionario di controllo di Telecom Italia ha sottratto al Fisco 600 milioni di euro, (1.266 miliardi delle vecchie lire). E per l'amministrazione delle Finanze, è arrivato il tempo che quel denaro rientri nelle casse dell'Erario.

L'Agenzia delle entrate ha notificato un avviso di accertamento fiscale ai soci e agli amministratori pro-tempore della società "Bell", la cassaforte lussemburghese del finanziere bresciano Emilio Gnutti che di Telecom aveva il controllo e attraverso cui ne venne perfezionata la vendita. Sei anni fa, i soci di "Bell" raccolsero dalla transazione plusvalenze esentasse per 2 miliardi di euro (3.500 miliardi delle vecchie lire). Dovranno ora versare 600 milioni di euro a titolo di "maggiore imposta" evasa e 1 miliardo di euro "a titolo di sanzioni". Quell'esenzione non gli spettava, perché Bell era una società italiana a tutti gli effetti, e fu ingiustamente favorita.

"Considerata l'entità del danno erariale, nonché la distrazione del patrimonio sociale di "Bell" - scrive l'Agenzia delle entrate nel provvedimento - si rende opportuna l'iscrizione di ipoteca sui beni dei trasgressori e dei soggetti obbligati in solido, con conseguente sequestro dei loro beni, compresa l'azienda".

Tali misure cautelari dovrebbero essere effettuate anche nei confronti dei soci di Bell. In particolare, di "Hopa spa" e "GP Finanziaria spa" (entrambe controllate da Gnutti ndr.), i maggiori ed effettivi beneficiari della distrazione del patrimonio sociale".

Un miliardo e seicento milioni di euro (tremila miliardi, 292 milioni 371 mila 654 lire, nel computo dell'Agenzia delle Entrate) è un fiume di denaro. Lo 0,1% del Pil del nostro Paese.

Eppure, per quattro anni, l'amministrazione finanziaria che rispondeva al ministro dell'economia Giulio Tremonti ha rinunciato alla sua riscossione. Perché? La risposta è in una storia che, con l'evidenza dei documenti di cui "Repubblica" è in possesso, ricostruisce le mosse di un network di professionisti, dirigenti pubblici, militari della Guardia di Finanza di Milano che intorno a questo tesoro si è mosso, garantendone l'immunità fiscale. Vi si rintracciano significativamente alcuni protagonisti della partita mortale ingaggiata a partire dall'estate del 2006 con il viceministro Vincenzo Visco da un blocco di alti ufficiali della Guardia di Finanza con l'appoggio del centrodestra.

I fatti, dunque.

2001. Tronchetti ha acquistato Telecom comprando da "Bell" il 22,5 per cento delle azioni Olivetti che ne garantiscono il controllo. "Bell" è una holding con sede legale al 73 di Cote d'Eich, Lussemburgo. La controlla "Hopa spa", la finanziaria di Gnutti, la "bicamerale della finanza", in cui siedono tra gli altri il Montepaschi di Siena, Fininvest e l'Unipol di Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. A quella data, soci di "Bell" sono "Gpp International Sa" (a sua volta controllata per il 100 per cento da Hopa), "Gp finanziaria spa" (dello stesso Gnutti), "Interbanca spa", "Banca Antoniana popolare veneta", Chase Manhattan International, "Oak fund", "Financiere Gazzoni Frascara", "Finstahl", "Tellus srl", "Pietel srl", "Autel srl.", Ettore, Fausto e Tiberio Lonati, "Bc com" e gli stessi "Montepaschi" e "Unipol".

"Bell" non è stata nulla di più che una cassaforte in cui sono rimaste custodite le azioni di controllo Olivetti-Telecom. Esaurita la sua funzione, può essere svuotata e abbandonata. Come documentano i libri societari, nel novembre 2001, con la distribuzione ai soci dei 2 miliardi di euro di plusvalenze Telecom, il patrimonio netto della società scende a poco più di 34 milioni di euro, impiegati per "l'estinzione dei debiti contratti".

Di fatto, è una messa in liquidazione. Di cui ha la sostanza, ma non la forma. Perché, contabilmente, Bell deve continuare ad esistere. E' l'unico modo, infatti, per far rientrare in Italia i capital gain in regime di esenzione fiscale e aggirare le norme che vietano, anche in Lussemburgo, di ridistribuire utili di una società in liquidazione. La mossa soddisfa gli appetiti di tutti. Solleva soprattutto la cortina di fumo in cui Guardia di Finanza prima e Agenzia delle entrate, poi, possano volontariamente smarrirsi. E' ciò che accade di lì a breve.

Il 26 marzo del 2003, a Milano, dodici militari della Guardia di Finanza bussano in via dei Giardini 7, studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer", domicilio fiscale dichiarato dalla "Bell". Appartengono alla "quarta sezione" del "Primo gruppo Verifiche Speciali" del nucleo regionale di polizia tributaria della Lombardia. Devono accertare se i 2 miliardi di euro di plusvalenze della vendita Telecom non siano stati sottratti alla tassazione attraverso una "esterovestizione", come, con termine tecnico, viene definita la fittizia localizzazione all'estero della residenza fiscale di una società che, al contrario, ha di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia. L'accertamento su Bell è l'unica opportunità rimasta al Fisco per ficcare il naso in quella transazione, perché su "Hopa" (che controlla Bell) è sceso il buio del "condono tombale" (2002) cui Gnutti ha immediatamente aderito.

Il lavoro dei finanzieri porta via quattro mesi. In un contesto significativo. Nel 2003, lo spoil-system del centro-destra ha finito di ridisegnare la macchina della lotta all'evasione. Giulio Tremonti, ministro dell'economia, si è liberato del direttore generale dell'Agenzia delle entrate, Massimo Romano, apprezzato civil servant e architetto della riforma fiscale. Al suo posto ha voluto Raffaele Ferrara, un ex ufficiale della Guardia di Finanza legato a doppio filo con Marco Milanese, altro ex ufficiale scoperto da Tremonti a Milano e diventato capo della sua segreteria politica.

Ferrara (legato al direttore del Sismi Nicolò Pollari) arriva al vertice dell'Agenzia delle Entrate dalle Ferrovie del dopo Necci, dove ha lavorato per la società "Metropolis". Esattamente come Marco Di Capua, che diventa direttore dell'Accertamento dell'Agenzia delle Entrate a spese di William Rossi. Come e più di Ferrara, forse, Di Capua conta ancora molto nella Guardia di Finanza. E non solo lì, visto che il fratello, Andrea, altro ex ufficiale, è stato chiamato al Sismi da Nicolò Pollari per dirigere l'ufficio del personale.

Nella sua direzione "Accertamento", Di Capua ha aggregato Graziano Gallo, "dottore commercialista in Milano", cui è affidato l'incarico di responsabile dei "controlli sulle imprese di grandi dimensioni". Anche lui ha vestito l'uniforme della Guardia di Finanza, come il padre: il colonnello Salvatore Gallo, annotato negli elenchi della loggia P2 con tessera numero 933.

Le acque non si sono mosse soltanto a Roma. A Milano, è stato avvicendato il vertice della Guardia di Finanza. Il nuovo comandante del nucleo regionale di polizia tributaria è Stefano Grassi, che ha sin lì lavorato nell'ufficio dell'aiutante di campo del ministro Tremonti. Mentre nuovo comandante regionale è il generale Emilio Spaziante, altro "pollariano" di ferro, già capo dell'intelligence delle Fiamme Gialle, futuro capo di Stato maggiore e vicesegretario del Cesis, motore primo, nell'estate del 2006, dell'affare Visco-Speciale.

Ma torniamo ai nostri dodici finanzieri e alla loro verifica su "Bell". A scorrerne i nomi, ce n'è uno oggi più conosciuto di altri. Guida la squadra. E' il tenente colonnello Virgilio Pomponi. E' arrivato a Milano nel 2002 come "capo delle operazioni" del Nucleo regionale di polizia tributaria, ufficio che risponde direttamente al generale Spaziante, ed è destinato ad assumere presto il comando del nucleo provinciale di polizia tributaria. Soprattutto, è destinato a finire al centro dell'affare Visco-Speciale, perché nella lista degli ufficiali di Milano di cui, nell'estate 2006, verrà chiesto l'avvicendamento. Di Pomponi, alcune cronache diranno che il suo allontanamento da Milano avrebbe prodotto "contraccolpi nelle indagini su Unipol e la lussemburghese Bell, nemmeno valutabili" nella loro gravità. E' un fatto che se ad oggi non è dato sapere quale contributo investigativo personale l'ufficiale abbia dato alle due indagini, sono al contrario documentabili le conclusioni che il primo agosto 2003, rassegna nel "verbale di constatazione" che chiude appunto il primo accertamento su "Bell".

Il Fisco - osserva il tenente colonnello - non ha argomenti, né "evidenze probatorie" per aggredire Bell. Che - scrive - "ad avviso di codesto comando regionale" è e resta una "Societé de partecipation financières" di diritto lussemburghese. La sede della sua amministrazione e l'oggetto della sua attività sociale sono cioè regolarmente radicate in Lussemburgo. Il che la rende soggetta alla locale legislazione fiscale, che prevede l'esenzione sulle plusvalenze ottenute dalla cessione di partecipazioni azionarie. Eppure, sembrano esistere ottime ragioni per sostenere il contrario. Sulla scorta di 193 documenti acquisiti nello studio "Freshfields Bruckhaus Deringer", l'ufficiale dà atto, infatti, che "Bell appare essere sempre stata priva di proprio personale e di propri beni strumentali in Lussemburgo". Che "la maggioranza dei suoi soci ha residenza in Italia". Che lo studio legale "Freshfields Bruckhaus Deringer" di Milano "non si è limitato all'esame delle questioni legali riguardanti la società, ma ha predisposto le assemblee sociali e le riunioni del cda, redigendone ordini del giorno e verbali; ha steso contratti e accordi tra i soci; ha partecipato a riunioni dell'assemblea Olivetti e alla sottoscrizione di atti" ha lavorato ad operazioni cruciali in stretto contatto non con un ufficio in Lussemburgo, ma con un telefono di Brescia: quello della "signora Maurizia Gallia", segretaria di Gnutti.

Dunque? Le ragioni di "Bell" vengono argomentate dall'avvocato Dario Romagnoli e da Claudio Zulli. Non sono due professionisti qualunque. Romagnoli ha diviso il suo studio di diritto tributario ("Vitali-Romagnoli-Piccardi) con Giulio Tremonti fino al giorno in cui non è stato nominato ministro dell'economia. È anche lui un ex ufficiale della Guardia di Finanza ed è stato compagno di corso di Marco Milanese, che di Tremonti è capo della segreteria. Zulli è il commercialista di Gnutti, ma anche lui ha ottimi rapporti con il ministro. Come, nell'estate del 2005, documenta l'intercettazione telefonica di un suo colloquio con Consorte (nei giorni chiave della scalata Bnl, il numero uno di Unipol lo chiama per chiedere un incontro con Tremonti. "Devo ringraziarlo di due o tre cosette e gli devo spiegare un po' di roba perché mi deve dare una mano su cose importanti").

Per il comando regionale della Guardia di Finanza, Romagnoli e Zulli hanno argomenti irresistibili. In una memoria che diventa parte integrante del verbale, i due professionisti scrivono: "Bell non ha, né ha mai avuto residenza fiscale in Italia (...) il consiglio di amministrazione si è sempre riunito in Lussemburgo. L'assemblea dei soci si è sempre riunita all'estero (...) Nessuno dei soci ha mai esercitato il controllo della società (...)". Conclude dunque Pomponi: "Gli elementi raccolti hanno messo in luce, da un lato indici di collegamento diretto di Bell con il territorio dello Stato italiano, dall'altro che l'intera attività di amministrazione/gestione ordinaria e le principali decisioni straordinarie appaiono formalmente essere state poste in essere all'estero. Pertanto, a parere di questo Comando, non si ravvisa un quadro probatorio tale da far ritenere che Bell debba ragionevolmente ritenersi residente in Italia sotto il profilo fiscale".

Il 4 agosto 2003, il caso è chiuso. E, per quel che racconta alla Procura di Milano l'ex numero uno della Banca Popolare, Giampiero Fiorani, l'operazione costa ad Emilio Gnutti 25 milioni di euro. Li versa all'avvocato Romagnoli a titolo di parcella professionale. Uno sproposito, che Romagnoli nega negli importi (l'avvocato ha sempre sostenuto, di aver ricevuto "non più di 5 milioni di euro") e che Fiorani imputa a complessivo saldo del salvataggio fiscale di Bell, aggiungendo che per lui, come per Gnutti, dire studio Romagnoli significava dire Tremonti. Che Fiorani affermi o meno il vero, è un fatto che nel bilancio 2005 di Bell (l'anno, vedremo, è significativo) compare nelle voci a debito un'annotazione per 31 milioni di euro da saldare con Romagnoli e Zulli. Ed è un fatto che, esaurito il capitolo Guardia di Finanza, la pratica soffochi nelle spire dell'Amministrazione civile delle Finanze.

Il verbale di accertamento delle Fiamme Gialle su "Bell" viene trasmesso all'ufficio 1 dell'Agenzia delle Entrate di Milano, dove verrebbe dimenticato se non fosse per la notizia ricevuta il 25 febbraio 2004 dai pm di Milano Mannella e Nocerino che su Bell esiste un'istruttoria per evasione fiscale. Il 16 luglio 2004 - giorno in cui Domenico Siniscalco giura da ministro dell'Economia (Giulio Tremonti di era dimesso il 3) - l'Ufficio 1 di Milano scrive alla Procura: "Non sussistono prove sufficienti per affermare che Bell possa essere considerata fiscalmente residente in Italia. Pertanto, salvo che a seguito di più incisive attività istruttorie di codesta procura, non emergano elementi tali da condurre a soluzioni diverse, lo scrivente ufficio provvederà all'archiviazione". La pratica muore. Finché, aprile 2005, la Procura, che a sua volta sta per archiviare, torna a sollecitare.

L'ufficio 1 - è ormai giugno 2005 - interpella la Direzione regionale. Che impiega cinque mesi per stabilire che è necessario se la sbrighino a Roma, alla Direzione generale accertamento, quella di Marco Di Capua. La risposta arriva il 23 dicembre del 2005, quando Tremonti è ormai tornato a fare il ministro. La Direzione Accertamento informa di "essere già stata interessata dalla Procura di Milano" e di aver provveduto a individuare dei "consulenti" per i pm Mannella e Nocerino: il "dottor Pasquale Cornio", capo dell'ufficio soggetti grandi dimensioni area nord e il "dottor Graziano Gallo", capo settore nazionale dell'accertamento sulle grandi imprese. Il 10 aprile 2006, i due periti così concludono con la Procura: "I redigenti ritengono che la Bell sia da considerarsi fiscalmente residente in Italia secondo le regole di diritto interno". E tuttavia, "che difficilmente possa considerarsi residente fiscalmente in Italia secondo le regole di diritto convenzionale, prevalenti su quelle di diritto interno. Non essendo stati reperiti elementi sufficienti a dimostrare che la direzione effettiva della società abbia avuto sede in Italia".

Gnutti e soci sono salvi. Un'ultima volta. Ad aprile del 2006, al ministero torna Visco. La Procura di Milano decide di proseguire la propria istruttoria. All'agenzia delle entrare riacquistano i loro uffici Massimo Romano e William Rossi. La pratica Bell esce dall'archivio. A Milano deflagra il "caso Visco-Speciale".

PARLAMENTARI BARBONI O EVASORI ??

Presentano dichiarazioni Irpef che lasciano perplessi. E poi ci chiedono sacrifici -

Il mistero delle dichiarazioni dei redditi dei nostri parlamentari. Alcuni sono vicini allo zero, altri sono da fame. E allora mi viene un dubbio...

Piangono gli imprenditori, piccoli medi e grandi. Nessuno li aiuta, nessuno li incoraggia, nessuno provvede a rilanciare l'economia con incentivi adeguati. Piangono i cinesi perché obbligati a sottostare a regole che non conoscono o conoscono approssimativamente. Piangono i commercianti schiacciati dalla macrodistribuzione. Piangono i benzinai liberalizzati e incazzati. Piange Tronchetti Provera perché non gli lasciano vendere Telecom a chi lo imbottirebbe di denaro. Piangono i patrioti perché temono di perdere aziende su cui sventola il tricolore. Non avrei mai pensato che un giorno sarebbe scoppiato il patriottismo telefonico.

Sono commosso anche io. Piangono tassisti, farmacisti, commercialisti. Scusate, ma non dovevano piangere i ricchi secondo i programmi dell'Unione? Non ho ancora visto un banchiere asciugarsi gli occhi. Un bagno di lacrime invece per Coppola, che si è accodato a Ricucci e Fiorani, scomparsi dalla scena per aver fatto quel che fan tutti nel Belpaese: i furbetti.

Ma il quadro più struggente dell'indigenza nazionale ci viene fornito dall'elenco dei redditi denunciati dai parlamentari, 630 deputati e 315 senatori (esclusi quelli a vita che annegano nelle pensioni da pascià). Scorri la lista e sei colto da profonda malinconia. Eccetto alcuni signoroni che fan rima con Berlusconi, tutti gli altri son barboni che fan rima con terroni. Mamma mia che desolazione. C'è gente che ha denunciato zero euro all'anno, gente che prima di essere eletta non possedeva nulla e ci si chiede come abbia potuto sopravvivere fino all'ingresso nel Palazzo.

Volete i nomi? Eccoli: Caruso, comunista; Filippi, leghista; Fundarò, verde; Germontani, An; Khalil, comunista; Laratta, Ulivo; Poretti, Rosa nel pugno. Merlo, gruppo misto, ha invece guadagnato uno sproposito, 156 euro; Bafilé, Ulivo, 2763 euro; Capotosti, Udeur, 3674.

Ammazza che redditi. E dicono che i miracoli sono una invenzione dei preti.

Se non è un prodigio campare con meno di 3000 euro l'anno, quale altra spiegazione c'è?

A giudicare dalla media delle cifre dichiarate dai nostri rappresentanti politici, siamo di fronte a una categoria di sfigati che non si capisce come abbia sostenuto le spese folli della campagna elettorale. La maggioranza dei candidati al seggio sarà stata costretta a dedicarsi alla questua per saldare le fatture dei manifesti, dei santini, dei comizi eccetera. Un branco di accattoni salvati dal decesso per inedia dall'inserimento nelle liste.

Il plotone degli onorevoli e dei senatori ha tratto dalle attività professionali stipendiucci miserabili; urge una colletta per strapparlo a un futuro di stenti. Quasi quasi indiciamo una sottoscrizione in suo favore.

Se non sono barboni con tutti i crismi, cosa sono? Non ci posso credere: evasori, nuotatori nel sommerso?

Difficile rispondere. Il sospetto comunque sorge spontaneo all'esame dei numeri. Redditi avvilenti per una Repubblica fondata sul lavoro e sulle banane. Quale lavoro non consente di mettere insieme il pranzo con la cena?

C'è un aspetto drammatico da non sottovalutare. Come fa l'Unione a dire che i conti dello Stato sono migliorati per merito del governo in lotta contro l'evasione fiscale?

Come fa il fisco ad avere quattro occhi puntati sui nostri soldi e a chiuderli su quelli dei barboni o evasori (non giudico) del Parlamento?

Si predica che che il buon esempio deve venire dall'alto. Ok. Non esiste niente di più alto delle Camere in cui si esercita il potere legislativo. Per cui regolatevi cari amici lettori.

Osservate bene da quale pulpito viene la predica e tirate le somme.

Già. Le somme.

Sapete quanto ha denunciato Prodi, ex presidente della commissione europea? Qua i numeri: 89.514 euro.

Poi se la prendono con gli orefici, i salumieri e gli idraulici.

Almeno questi lavorano.

L'EVASIONE PER CATEGORIA

Ecco la classifica secondo l'Eures

Insegnanti privati, architetti, negozianti di piastrelle e materiali edili. Sono queste le professioni al top dell'evasione fiscale nelle tre categorie di servizi, professionisti e commercianti.

Gli insegnanti evadono sulle ripetizioni private, mentre imbianchini e idraulici, elettricisti e falegnami non rilasciano ricevuta per i loro interventi nelle case.

Ma tra i super-evasori ci sono anche professionisti come gli avvocati e gli psicologi, gli architetti e i dentisti, i veterinari e i notai.

Insomma, sono davvero molti i mestieri in cui compaiono gli artisti dell'evasione. E se la situazione migliora tra colf, commercianti e parrucchieri, gli evasori risultano invece in crescita in tutte le altre categorie. Ecco di seguito la classifica degli evasori fiscali, in base all'esperienza degli intervistati dall'Eures.

ARTIGIANI E SERVIZI ALLA PERSONA

 

RIPETIZIONI

79,40%

MURATORE/PITTORE

73,20%

BABY-SITTER/BADANTE

72,70%

TAPPEZZIERE

72,40%

FALEGNAME

72,10%

FABBRO

67,10%

ELETTRECISTA

66,10%

COLLABORATRICE DOMESTICA

65,40%

IDRAULICO

64,90%

CARROZZIERE

50,60%

GOMMISTA

42,50%

MECCANICO

41,60%

ESTETISTA

37,40%

PARRUCCHIERE/BARBIERE

30,90%

LAVANDERIA

21,70%

 

 

LIBERI PROFESSIONISTI

 

ARCHITETTO

48,80%

PSICOLOGO/PSICHIATRA

46,50%

AVVOCATO

45,80%

GEOMETRA

44,10%

DENTISTA

32,90%

VETERINARIO

31,20%

NOTAIO

30,30%

MEDICO SPECIALISTA

26,70%

COMMERCIALISTA

22,50%

 

 

PUBBLICI ESERCIZI

 

MATERIALI EDILI/PIASTRELLE

37,00%

FERRAMENTA

19,10%

BAR

18,10%

PIZZA A TAGLIO/ROSTICCERIA

16,70%

RISTORANTE/PIZZERIA/PUB

14,60%

ALBERGO/CAMPEGGIO

12,50%

PASTICCERIA/GELATERIA

11,10%

GIOCATTOLI

11,10%

CARTOLERIA/ARTICOLI SCUOLA

10,40%

ARTICOLI SANITARI

8,40%

ABBIGLIAMENTO/ACCESSORI

8,00%

ALIMENTARI

7,50%

DISCHI/VIDEO

7,30%

LIBRERIA

7,00%

PROFUMI/ERBORISTERIA

6,30%

TELEFONIA/HI-FI

5,40%

FARMACIA

2,00%

PENSIONI DI INVALIDITA'

Pensioni di invalidità, false il 13 %.

L’Inps ha revocato il 13% delle pensioni d’invalidità e delle indennità di accompagnamento, con punte di quasi il 22% in Sardegna e Sicilia, del 19% in Calabria e del 15,5% in Campania e Puglia. Le prestazioni sono state annullate per il venir meno o per l’insussistenza dell’invalidità, accertata in seguito a una visita effettuata dai medici dell’Inps. Si tratta, dice il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, di «una campagna senza precedenti».

Come prevede l’articolo 80 della legge 133 del 2008, tutti e 200 mila i controlli previsti saranno conclusi, assicura il presidente. E si può stimare che, con una percentuale di revoche del 12-13%, si potranno risparmiare più di 100 milioni di euro all’anno. Le pensioni d’invalidità sono in tutto 2,6 milioni, per una spesa totale di circa 13 miliardi di euro. Se tutte fossero sottoposte a verifica, e pur scontando una percentuale complessiva di revoche inferiore (visto che il cam­pione sottoposto a controlli e stato selezionato tra le situazioni più a rischio), si potrebbe tranquillamente arrivare a un risparmio di almeno un miliardo di euro all’anno, dicono i tecnici dell’Inps.

Anche alla luce dell’esperienza in corso, annuncia Mastrapasqua, l’Inps presenterà al governo una serie di proposte per migliorare la situazione. «A partire dal contenzioso: oggi ci sono più di 400 mila cause pendenti tra cittadini che rivendicano la pensione d’invalidità e l’amministrazione. E nella maggioranza dei casi noi perdiamo per semplice inefficienza. Per esempio, perché i fascicoli presso le Asl sono ancora cartacei e spesso non si trovano più o perché l’ente in questione non si presenta durante la causa».

FONDI STRUTTURALI UE

2008. SEGNALAZIONI DI FRODE 2.116. CHIUSE 573

RICHIESTA UE RECUPERO FONDI: DA 200 MILIONI AL MILIARDO DI EURO.

Quasi tutto il recupero a carico dello Stato, per irrecuperabilità manifesta !!

FRODI, BRUXELLES PRESENTA IL CONTO

La piaga delle frodi comunitarie costituisce un tema discusso e studiato da tempo. Si discetta se l'Italia abbia il record delle irregolarità dell'Unione Europea perché ha più truffatori e più amministratori incompetenti degli altri Stati membri oppure perché, come ha sottolineato l'attuale Ministro per le Politiche europee Emma Bonino il 6 marzo scorso a Bruxelles, è il Paese con gli investigatori più bravi e più scrupolosi. Insomma, il primato italiano potrebbe non essere quello delle irregolarità bensì quello della sorveglianza, perché gli altri non controllano né denunciano quanto noi.

Il record di cui invece pochi parlano è quello del mancato recupero dei fondi elargiti ma poi risultati frutto di frodi o di irregolarità procedurali. Fino a poco tempo fa, il fatto che l'Italia trascurasse questo adempimento veniva per lo più ignorato da Bruxelles. Che si faceva perciò carico dei suoi costi. Ma non è più così. Da Bruxelles hanno cominciato a presentarci i conti. E sono salatissimi. Al Sole 24 Ore risulta che tra pochi giorni ne stia per arrivare uno da 200 milioni. Ma in totale sì parla di una cifra che potrebbe superare il miliardo.

In Italia l'approvazione del regolamento sui contributi comunitari, il 1290/2005, è passata del tutto inosservata. Nonostante includesse una novità molto significativa proprio sulla questione dei recuperi, una norma a prova di furbi. Nel senso che può essere ignorata ma non c'è modo di evitarne l'applicazione. Il regolamento prevede infatti che, dopo un certo periodo di tempo, il mancato recupero venga addebitato allo Stato membro attraverso una detrazione automatica dai contributi futuri.

La gravità delle possibili ripercussioni sull'Italia di questa nuova normativa è stata evidenziata dagli addetti ai lavori nel corso di una riunione tenuta il 30 gennaio 2007 presso il Dipartimento delle Politiche Comunitarie. Fu una sorta di summit dei massimi dirigenti delle amministrazioni statali interessate. Del quale Il Sole 24 Ore ha ottenuto un resoconto scritto a fini interni (e quindi senza remore).

A mettere a fuoco il problema fu Salvatore Vecchio, all'epoca direttore del Servizio autonomo interventi settore agricolo (Saisa), il dipartimento dell'Agenzia delle Dogane che gestisce le azioni giudiziarie relative all'accertamento delle frodi comunitarie e alla riscossione dei fondi agricoli indebitamente percepiti. Ecco cosa si legge nel resoconto: «Il dottor Vecchio (...) ha rappresentato che le conseguenze finanziarie previste dal Regolamento CE 1290/2005 si rendono applicabili a tutti i contesti di irregolarità e frode (...) per i quali non si è ancora conseguito il recupero totale alla data del 16 ottobre 2006 e non archiviati entro la suddetta data; conseguentemente, decorsi infruttuosamente otto anni decorrenti dalla data dell'accertamento dell'illecito, scatta un meccanismo finanziario automatico che comporta l'imputazione all'Erario nazionale di almeno il 50% dei relativi importi non riscossi. La Commissione si riserva peraltro di imputare al bilancio nazionale l'intero importo non recuperato qualora ravvisi situazioni di negligenza. Tale disposizione normativa determinerà dannose conseguenze finanziarie per quei Paesi, come l'Italia, nei quali i procedimenti giudiziari penali e soprattutto quelli civili (...) hanno una durata complessiva mediamente molto superiore ai 10 anni. La lunghezza dei processi italiani rappresenta una rilevante criticità, alla quale deve aggiungersi il dato statistico non particolarmente positivo dei risultati dell'attività dei recuperi dei crediti comunitari».

Per rendersi conto della situazione, basti sapere che il più antico credito non riscosso dell'Agea risale a ben 28 anni fa, che ci sono ancora da recuperare ben 553,5 milioni e che, nonostante gli sforzi fatti negli ultimi anni su stimolo anche della Corte dei conti, nel corso del 2007 l'Agea è riuscita a farsi restituire appena 1,38 milioni di euro (erano stati 5,6 nel 2006 e 8,4 nel 2005). Su altri 121,6 milioni ci si è invece arresi sono stati protocollati come "irrecuperabili" e quindi da accollare per intero a Bruxelles.

Questo per quel che riguarda i fondi agricoli, fronte sul quale Agea e Saisa hanno dato dimostrazione di grande trasparenza. Quanto ai cosiddetti fondi strutturali, al Sole 24 Ore non è stato invece possibile ottenere dati. Sebbene il Dipartimento delle Politiche Comunitarie ci abbia ufficialmente comunicato che «notizie in merito agli importi restituiti o dedotti possono essere acquisite all'Ispettorato generale per i rapporti finanziari con l'Unione Europea (Igrue) presso il ministero dell'Economia e delle Finanze», il ministero ci ha informato che «la divulgazione (dei dati) non è opportuna in quanto può portare a conclusioni errate sul fenomeno delle restituzioni». Come dire: per non confondere le idee agli italiani sul tema dei mancati recuperi, meglio tenere tutto nascosto.

Rimane poi ancora aperta la questione dei 310 milioni che, nell'ottobre 2006, la Commissione europea ha stabilito che l'Italia deve restituire. L'Avvocatura dello Stato ha fatto ricorso al Tribunale di primo grado delle Comunità europee a Lussemburgo. Il Sole 24 Ore ha acquisito una copia della bozza di tale ricorso. Seppure intenda dimostrare la buona fede e l'impegno dello Stato italiano, questo documento è dì fatto un atto di accusa contro il sistema pubblico.

La tesi, presentata con dovizia di particolari, è imbarazzante: Bruxelles non ha diritto di addebitarci il costo del degrado giudiziario-amministrativo italiano perché, seppur senza risultati, lo sforzo per recuperare i soldi l'Italia lo ha comunque fatto. «(La Commissione) ha riscontrato 59 casi che risalgono a prima del 1999 i cui procedimenti di recupero sono tuttora pendenti presso i tribunali nazionali benché le autorità nazionali si siano fatte finora parte diligente per la loro soluzione», scrive l'Avvocatura di Stato. Che poi cita casi specifici, come quello dell'azienda La Sorrentina, che dal 1989 deve restituire 3.153.808 euro: «Dagli atti si evince che l'Aima (agenzia che ha preceduto l'Agea, ndr) sospese a titolo di recupero la liquidazione del contributo per la campagna pomodoro-pesche 1986/87. Tale sospensione diede origine a un contenzioso che si concluse a favore di Agea. Tale giudizio è poi proseguito da parte degli eredi del legale rappresentante della società, conclusosi con sentenza del Tribunale civile favorevole all'Agea. Avverso tale sentenza è stato proposto appello, il cui procedimento è ancora in corso». Dal 1989!

Oltre i limiti del ridicolo è invece il caso dell'Eridania: «Con provvedimento del 21 dicembre 1998, il procedimento penale veniva archiviato in considerazione del fatto che non sussisteva l'ipotesi di reato. La frode segnalata (...) non aveva alcuna fondatezza. L'Agenzia nel corso degli anni ha tentato a più riprese di entrare in possesso del decreto di archiviazione, ma per motivi di trasferimento degli uffici i fascicoli presso il Tribunale di Ravenna erano introvabili», ricorda il testo dell'Avvocatura dello Stato.

Di fronte alla pesantezza delle possibili conseguenze economiche, il ministro Bonino e il Governo uscente non sono però rimasti con le mani in mano. L'iniziativa più recente è stata l'approvazione del decreto n. 59 (pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale l'8 aprile scorso) con cui s'impone una corsia preferenziale ai contenziosi comunitari, riducendo così il periodo che intercorre tra procedimenti cautelari e decisioni di merito nei ricorsi ai giudici civili e tributari.

Occorre dire che questo è solo l'ultimo dì una serie di passi intrapresi: negli ultimi 20 mesi Emma Bonino, essendo arrivata al Governo dopo un'esperienza alla Commissione europea, si è dimostrata sin dall'inizio particolarmente sensibile alla questione dell'immagine dell'Italia a Bruxelles. La sua prima decisione è stata quella di rivitalizzare un cadavere, e cioè il Comitato per la lotta contro le frodi comunitarie. «Fino al 2006, il Comitato è stato... in sonno. Alcuni membri erano morti, altri erano andati in pensione, altri ancora erano irreperibili oppure avevano lasciato l'amministrazione», ci spiega Maria Enrica Puoti, vice-capo gabinetto del ministro.

Seconda, importante decisione: la costituzione di un sottogruppo all'interno del Comitato con il compito di realizzare un "ambiente informatico comune", e cioè una banca dati alimentata da ogni singola amministrazione interessata. Perché oggi non esiste un registro nazionale delle frodi comunitarie, né tantomeno dei debitori. «È stata un'ottima iniziativa del ministro», ci spiega un funzionario statale che chiede l'anonimato. «Perché non è solo il sistema giudiziario a non funzionare. È anche la macchina amministrativa. Sulla gestione dei crediti c'è un caos totale e non esistono misure per impedire che un debitore di un'amministrazione ottenga finanziamenti da un'altra. L'unica misura disponibile contro chi truffa e non restituisce i fondi è il fermo amministrativo, un atto del tutto inutile. Mi spiego: il fermo deve essere inviato con modulo cartaceo riempito a mano a ogni singola amministrazione statale. Ma ammesso che lo si invii, la norma è che venga archiviato in un faldone dì quelli riservati agli incartamenti inutili. E sarebbe devastante se avvenisse il contrario, cioè se ognuno bloccasse somme equivalenti a quelle del fermo amministrativo.

Si congelerebbero infatti pagamenti per multipli dell'ammontare dovuto perché nessuno saprebbe chi altro ha bloccato i fondi. Ben venga quindi una banca dati nazionale elettronica. Perché per affrontare un problema bisogna innanzitutto conoscerlo. Oggi si conosce ben poco».

Sul fronte dei mancati recuperi, la stessa Puoti ammette però che la situazione rimane «disastrosa», e in particolare che l'incapacità delle Regioni a effettuare recuperi «è un problema enorme» . «I fondi comunitari vengono in generale trattati in modo distratto», commenta l'ex prefetto Bruno Ferrante, fino a luglio 2007 Alto commissario anti-corruzione. «E le amministrazioni regionali non sembrano avvertire l'esigenza di affrontare la problematica dei mancati recuperi, nonostante abbia dimensioni importanti e una ricaduta economica notevole».

A questo proposito, al Sole 24 Ore risulta che un'altra misura presa dal Governo non è stata invece accolta con entusiasmo da chi si occupa di lotta alle frodi comunitarie sia in Italia che a Bruxelles (anche se nessuno ha voluto rilasciare commenti ufficiali). Ci riferiamo alla circolare del 12 ottobre 2007 intitolata «Modalità di comunicazione alla Commissione europea delle irregolarità e frodi a danno del bilancio comunitario» con cui il Governo è voluto intervenire sulla "qualità" dei controlli e delle segnalazioni di frodi e irregolarità. Per evitare «l'inoltro alla Commissione europea di comunicazioni su presunte irregolarità che si rivelino a un più completo esame in tutto o in parte inesistenti», la circolare stabilisce che «prima di procedere alla comunicazione è da ritenere indispensabile una valutazione dei fatti emersi e degli elementi rilevati». E aggiunge che «tale valutazione non può che essere compiuta dagli organi decisionali preposti alle diverse provvidenze comunitarie, i quali, una volta ricevuto un atto o una segnalazione per un caso di sospetta irregolarità o frode, (ne) verificheranno (la fondatezza) senza ritardo». Che cosa si intenda per «senza ritardo» in un Paese in cui l'Avvocatura dello Stato è costretta a chiedere venia per l'incredibile lungaggine di qualsiasi pratica giudiziario-amministrativa, la circolare non lo spiega.

Non basta, la circolare attribuisce a quegli stessi organi dimostratisi del tutto inefficaci nei recuperi- cioè le Regioni - la responsabilità aggiuntiva di valutare la fondatezza delle segnalazioni fatte dagli organi della cui efficacia invece ci si vanta - cioè quelli investigativi. Senza peraltro stanziare nuovi fondi o prevedere alcuno strumento supplementare. Anche per questo il parere dell'ex Alto commissario anti-corruzione Ferrante non è affatto favorevole: «Dall'Italia partono indubbiamente molte segnalazioni, e questo fa scattare i tempi entro i quali occorre fare il recupero. Ma spostare i termini delle segnalazioni è un modo surrettizio per eludere il problema. La soluzione è piuttosto quella di riuscire a fare tempestivamente il recupero».

Il decreto dello scorso 8 aprile sarà senza dubbio di aiuto, ma tra gli addetti ai lavori circolano anche altre proposte per facilitare l'opera di recupero. Le elenchiamo in ordine sparso: prevedere un'azione immediata di sequestro e confisca di beni, imporre la liquidazione della somma in questione in sede penale anziché rinviarla al civile, indicare nei bandi che nel caso di irregolarità si risponde anche alla Procura della Corte dei conti, rivedere le regole delle fideiussioni che solitamente vengono lasciate scadere, valutare la possibilità di iscrivere ipoteca sui beni finanziati, e soprattutto interrompere i termini di prescrizione con l'inizio della procedura giudiziaria. L'importante adesso che è che il nuovo Governo non perda interesse per la questione, bensì continui l'opera avviata dal ministro Bonino. Con l'obiettivo di raggiungere una capacità d'intervento equivalente a quella degli altri grandi Paesi europei. Altrimenti, dopo la monnezza e la mozzarella, a screditarci ulteriormente agli occhi dei nostri partner arriverebbe la terza M: la melina. Sui recuperi dei fondi finiti a chi truffa l'Unione Europea.

Sono stati chiusi 573 casi di frode relativi ai fondi strutturali per un importo complessivo pari a 37 milioni di euro. Questi i dati illustrati oggi a Bruxelles dal Ministro per le Politiche Europee, Emma Bonino, relativi ai primi risultati ottenuti dall'Italia grazie anche al lavoro svolto dal rinnovato Comitato per la lotta contro le frodi comunitarie del Dipartimento Politiche Comunitarie.

Il nuovo metodo avviato, basato su azioni di coordinamento in ambito nazionale intraprese in stretto collegamento con le istituzioni europee e con la Rappresentanza permanente, ha permesso all'Italia di comunicare alla Commissione europea solo i casi accertati di frode permettendo così un risparmio di tempo e risorse.

"Eravamo il Paese col più alto numero di segnalazioni per frode ai fondi strutturali - ha spiegato il Ministro ai giornalisti, dopo l'incontro col Commissario UE antifrode, Sim Kallas - ma solo perché le comunicazioni per Bruxelles partivano subito, mentre ad esempio la Germania le invia solo al termine dei processi. C'era dunque una chiara disomogeneità con gli altri Stati membri nelle modalità di comunicazione. Ora, dopo la costituzione del Comitato frodi, il primo risultato è stata la chiusura di 573 casi segnalati all'UE, per 37 milioni di euro. E ci apprestiamo a chiuderne altri 244 per un importo superiore. Abbiamo fatto un bel pò di pulizia".

L'attività di riscontro e di parificazione dei dati informatici è stata svolta a dal Nucleo della Guardia di Finanza presso il Dipartimento Politiche Comunitarie, in stretta collaborazione con i servizi della Commissione europea, Unità C2 dell'OLAF, con il sostegno dell'Ufficio antifrode della Rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione Europea. Una collaborazione che si è concretizzata nell'analisi di tutti i dossier relativi ai "casi aperti" nel periodo 1995-2005, nella relativa proposta di chiusura e nella conseguente decisione adottata dalle competenti DG.

Casi segnalati dal 1995 al 2006 (1)

2.116

Chiusure intervenute negli anni

171 

Proposte di chiusura formulate il 5 ottobre 2007 

817 

Chiusure disposte dall'OLAF il 19 febbraio 2008 (2)

573 

Casi in attesa di chiusura

C-D 

244 

Casi aperti

A-(B+D)    

1.372 

 

 

 

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http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/15871/frodi-bruxelles-presenta-il-conto#uno

http://www.politichecomunitarie.it/comunicazione/15819/fondi-strutturali-ue-chiuse-573-segnalazioni-di-frode