Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

 

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ARTICOLI PER TEMA

 

 Di Antonio Giangrande

 

 

INDICE

 

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Il difensore civico giudiziario.

Due cose su amnistia, indulto ed ipocrisia.

Le spiego la Giustizia in Italia.

Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre o gli altri.

La responsabilità civile delle toghe.

La riforma farlocca della responsabilità civile delle toghe.

La Irresponsabilità dei Magistrati

I Referendum abrogativi

In Italia la giurisprudenza domestica legittima l’ingiustizia e la corruzione.

La Corte di Cassazione

Istanza di Rimessione nel processo Scazzi

La Rimessione del Processo Ilva

La Rimessione dei Processi per legittimo sospetto

La Rimessione dei Processi per legittimo sospetto: una norma mai applicata

Legge Pinto: legge truffa.

L'Istituto dell'Insabbiamento.

Le confessioni estorte dalle procure

Fatti di Cronaca, Disfatti di Giustizia

Giustizia carogna.

Editoriale. Parliamo un po’ della Giustizia italiana. La Giustizia dei paradossi.

L'Italia degli ipocriti

Omicidi di Stato

Giustizia e legalità: una chimera

Il Garantismo: di Sinistra?

I parenti dei carcerati

Quello che la Stampa e la Tv non dicono sul delitto di Carmela “Melania” Rea.

Lettera a Pietrino Vanacore, ucciso dallo Stato e dalla Stampa.

 

 

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.
Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.
Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.
Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

 

Il difensore civico giudiziario.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci.

PER LA TUTELA DEL CITTADINO CONTRO GLI ABUSI E LE OMISSIONI DEGLI OPERATORI DELLA GIUSTIZIA

"Presso ogni sede di Corte d’Appello è istituita la figura del DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO DISTRETTUALE.

Esso svolge un ruolo di Garante della legalità, imparzialità e buon andamento dell’amministrazione della Giustizia, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze e i ritardi degli operatori amministrativi, degli operatori giudiziari e degli operatori forensi, nei confronti del cittadino.

Il Difensore Civico Giudiziario deve essere onorato, competente, capace, libero, indipendente e motivato nell’interesse del cittadino.

Il difensore civico Giudiziario, ha i poteri d’indagine riconosciuti dal Titolo VI bis del C.P.P..

La nomina è disposta direttamente dal cittadino su base elettiva e contestuale alle elezioni amministrative regionali.

Ogni Presidente di Corte d’Appello si attiva, affinché il Difensore Civico Giudiziario possa avere la facoltà operativa e logistica per poter operare.

Presso il Ministero della Giustizia è istituita la figura del DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO NAZIONALE, come organo superiore al Difensore Civico Amministrativo e Giudiziario, con compiti di controllo e coordinamento. La nomina è disposta direttamente dal cittadino su base elettiva e contestuale alle elezioni politiche nazionali.

Il difensore Civico Giudiziario d'ufficio presenta denuncia penale presso gli organi competenti per le illegalità riscontrate e di ciò ne rende conto pubblicamente, senza proroga, al termine dei sei mesi, previsti per le indagini preliminari.

La carica del Difensore Civico Giudiziario dura l’intero periodo di mandato, rispettivamente, dell'assise regionale e nazionale, salvo riconferma, tenuto conto dei risultati ottenuti."

PER LA TUTELA DEL CITTADINO CONTRO GLI ABUSI E LE OMISSIONI DEGLI UFFICI PUBBLICI E GLI UFFICI DI PUBBLICA UTILITA'

Ogni funzionario, pubblico o privato, addetto ad uno sportello aperto al pubblico, deve essere identificato con cartellino di riconoscimento. 

"Il comma 1 dell’art. 11, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 è così modificato: (Ogni Comune, deve istituire la figura del Difensore Civico Amministrativo, con compiti di garanzia della legalità, dell’imparzialità e del buon andamento della Pubblica Amministrazione territoriale in generale e di ogni attività di Pubblica Utilità, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni ed i ritardi nei confronti del cittadino. Il Difensore Civico Amministrativo deve essere onorato, competente, capace, libero, indipendente e motivato nell’interesse del cittadino. La nomina è disposta direttamente dal cittadino su base elettiva e contestuale alle elezioni amministrative comunali ).

Il comma 2 dell’art. 11, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 è così modificato: (Il Difensore Civico Amministrativo ha i poteri d’indagine riconosciuti dal Titolo VI bis del C.P.P.. Il difensore Civico Giudiziario d'ufficio presenta denuncia penale presso gli organi competenti per le illegalità riscontrate e di ciò ne rende conto pubblicamente, senza proroga, al termine dei sei mesi, previsti per le indagini preliminari).

Il comma 3 dell’art. 11, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 è così modificato: (La carica del Difensore Civico Giudiziario dura l’intero periodo di mandato del Consiglio Comunale, salvo riconferma, tenuto conto dei risultati ottenuti)".

Le norme precedenti si applicano anche presso i Consigli Provinciali e Regionali.

 

Due cose su amnistia, indulto ed ipocrisia.

“Gli italiani, giustizialisti? No! Disinformati ed ignoranti. Se l’amnistia e l’indulto serve a ristabilire una sorta di giustizia riparatrice per redimere anche i peccati istituzionali: ben vengano.”

E’ chiaro e netto il pensiero di Antonio Giangrande, scrittore e cultore di sociologia storica ed autore della Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che Siamo” edita su Amazon.it con decine di titoli.

Gli italiani non vogliono né l’indulto né l’amnistia. A mostrarlo e dimostrarlo il sondaggio Ispo per il Corriere: il 71 per cento degli intervistati ha detto no a ogni provvedimento di clemenza. Un vero e proprio plebiscito contro che unisce, trasversalmente, l’elettorato da sinistra a destra. Sempre secondo Ispo tra chi vota Pd è la maggioranza (il 67%) a essere contraria. Così come nell’elettorato del Pdl dove, nonostante ci sia di mezzo il futuro politico e non solo di Berlusconi, qualunque idea di “salvacondotto ” non piace per nulla. Il 63 (% contro 35) dice no. Allineanti sulla linea intransigente anche gli elettori M5s: contrari 3 e su 4. Questi sondaggi impongono ai politicanti l’adozione di atti che nel loro interesse elettorale devono essere utili, più che giusti.

Da cosa nasce questo marcato giustizialismo italico?

Dall’ignoranza, dalla disinformazione o dall’indole cattiva e vendicativa dei falsi buonisti italici?

Prendiamo in esame tre fattori, con l’ausilio di Wikipedia, affinchè tutti possano trovare riscontro:

1. Parliamo dei giornalisti e della loro viltà a parlare addirittura delle loro disgrazie. Carcere per aver espresso la loro libertà di stampa scomoda per i potenti.  Dice Filippo Facci: «Siamo una masnada di fighetti neppure capaci di essere una corporazione, anzi peggio, siamo dei professionisti terminali e già «morti» come direbbe un qualsiasi Grillo. La Corte di Strasburgo ha sancito che il carcere per un giornalista – Maurizio Belpietro, nel caso – costituisce una sproporzione e una violazione della libertà di espressione. È una sentenza che farà giurisprudenza più di cento altri casi, più della nostra Cassazione, più degli estenuanti dibattiti parlamentari che da 25 anni non hanno mai partorito una legge decente sulla diffamazione. Il sindacato dei giornalisti si è detto soddisfatto e anche molti quotidiani cartacei (quasi tutti) hanno almeno dato la notizia, che resta essenzialmente una notizia: ora spiegatelo ai censori  del Fatto Quotidiano, a questi faziosi impregnati di malanimo che passano la vita a dare dei servi e chi non è affiliato al loro clan. Non una riga. Niente». Bene. I giornalisti, censori delle loro disgrazie, possono mai spiegare bene cosa succede prima, durante e dopo i processi? Cosa succede nelle quattro mura delle carceri, laddove per paura e per viltà tutto quello che succede dentro, rimane dentro?

2. Parliamo dei politici e della loro ipocrisia.

Sovraffollamento e mancanza di dignità. «È inaccettabile, non più tollerabile, il sovraffollamento delle carceri italiane». La presidente della Camera Laura Boldrini visita Regina Coeli, nel quartiere di Trastevere, a Roma, dove lei vive. «Dignità, dignità», urlano i detenuti della terza sezione, le cui celle ospitarono durante il fascismo Pertini e Saragat, al passaggio della presidente della Camera denunciando le condizioni «insostenibili» di sovraffollamento in cui sono costretti a vivere. «Il tema carceri è una cruciale cartina di tornasole del livello di civiltà di un Paese», dice Boldrini, che si ferma ad ascoltare storie e istanze. «Chi ha sbagliato è giusto che paghi, non chiediamo sconti – aggiunge – ma che ci sia la rieducazione del detenuto: che chi entra in carcere possa uscirne migliore. E invece con il sovraffollamento, che è come una pena aggiuntiva, si crea tensione, abbrutimento, promiscuità e si tira fuori il peggio delle persone. Questo, come ha detto il presidente della Repubblica, è inaccettabile in un Paese come l’Italia». Boldrini invoca «quanto prima» una «risposta di dignità» per superare «una condizione disumana che non fa onore al Paese di Beccaria».

Innocenti in carcere. Ma soprattutto, secondo la presidente della Camera, bisogna «ripensare il sistema della custodia cautelare, perché non è ammissibile che più del 40% dei detenuti sia in attesa di condanna definitiva, con il rischio di danni irreparabili se innocenti. E bisogna pensare a misure alternative alle pene detentive».

3. Parliamo della sudditanza alla funzione giudiziaria e della convinzione della sua infallibilità.

Il giustizialismo. Nel linguaggio politico e giornalistico italiano indica una supposta ideologia che vede la funzione giudiziaria al pari di un potere e come tale il più importante e lo sostiene, o anche la presunta volontà di alcuni giudici di influenzare la politica o abusare del proprio potere. Esso si contrappone al garantismo, che invece è un principio fondamentale del sistema giuridico: le garanzie processuali e la presunzione di non colpevolezza hanno un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza di esercizio e pubblicità dell’azione penale anche nella sua fase pre-giudiziale; tale principio è sancito anche dalla Costituzione: « La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.»

La negazione dell’errore giudiziario e la idolatria dei magistrati.

E’ certo che gli umani siano portati all’errore. E’ certo anche che gli italiani hanno il dna di chi è propenso a sbagliare, soprattutto per dolo o colpa grave. E’ palese l’esistenza di 5 milioni di errori giudiziari dal dopo guerra ad oggi. E’ innegabile che il risarcimento per l’ingiusta detenzione dei detenuti innocenti è un grosso colpo all’economia disastrata dell’Italia. Nonostante l’idolatria è risaputo che i magistrati italiani non vengono da Marte.

Sin dal Corpus iuris il reato di denegata giustizia era oggetto di previsione normativa. La novella 17 colpiva quei magistrati che obbligavano i sudditi ad andare ad implorare giustizia dall’imperatore, perché gli era stata negata dai magistrati locali. La novella 134 puniva con la multa di 3 libbre d’oro il giudice di quella provincia, che, malgrado avesse ricevuto lettere rogatorie, trascurasse l’arresto di un malfattore che si fosse rifugiato nella detta provincia; la medesima pena era comminata agli ufficiali del giudice. In tempi più recenti, nonostante il plebiscitario esito della consultazione referendaria tenutasi sul tema nel 1987, la legge n. 117 del 1989 di fatto snaturò e vanificò il diritto al conseguimento del risarcimento del danno per una condotta dolosa o colposa del giudice. Essa stravolse il risultato del referendum e il principio stesso della responsabilità personale del magistrato, per affermare quello, opposto, della responsabilità dello Stato: vi si prevede che il cittadino che abbia subìto un danno ingiusto a causa di un atto doloso o gravemente colposo da parte di un magistrato non possa fargli causa, ma debba invece chiamare in giudizio lo Stato e chiedere ad esso il risarcimento del danno. Se poi il giudizio sarà positivo per il cittadino, allora sarà lo Stato a chiamare a sua volta in giudizio il magistrato, che, a quel punto, potrà rispondere in prima persona, ma solo entro il limite di un terzo di annualità di stipendio, (di fatto è un quinto, oltretutto coperto da una polizza assicurativa che equivale intorno ai cento euro annui). Quella legge ha così raggiunto il risultato di confermare un regime di irresponsabilità per i magistrati. L’inadeguatezza della legge n. 117 del 1989 è dimostrata dal fatto che, a decenni dalla sua entrata in vigore, non si registra una sola sentenza di condanna dello Stato italiano per responsabilità colposa del giudice, nonostante le numerosissime sentenze con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha acclarato inadempimenti dello Stato italiano. L’esigenza di rivedere la legge n. 117 del 1989 viene ora avvertita anche al fine di dare piena attuazione alla novella costituzionale approvata sul tema del giusto processo, nonché al fine di dare concreta esecuzione del principio consacrato dall’articolo 28 della Costituzione: tali norme subiscono ingiustificabili limitazioni in riferimento alla responsabilità dei giudici.

Il sistema della responsabilità civile dei magistrati in Italia deroga quindi alla “grande regola” della responsabilità aquiliana, secondo quanto è riconducibile agli altri pubblici funzionari (ai sensi dell’articolo 28 Cost. e con la possibilità di agire in regresso verso lo Stato). La peculiarità giustificata ai magistrati è quella della delimitazione al dolo ed alla colpa grave (articolo 3), e la garanzia di insindacabilità (articolo 2) che fu riconosciuta nella citata sentenza n. 18 del 1989, per la quale “l’autonomia di valutazione dei fatti e delle prove e l’imparziale interpretazione delle norme di diritto (…) non può dar luogo a responsabilità del giudice”. Il rapporto tra questa peculiarità e la denegata giustizia è però assai problematico. La responsabilità civile del giudice sussiste in un giudizio procedurale, non del merito, ad esempio per la violazione di termini perentori per l’uso delle intercettazioni, custodia cautelare, notifica di atti o precetti, prescrizione dei reati. Stante questo vincolo, con la normativa attuale restano necessari comunque due procedimenti separati (coi relativi tre gradi di giudizio), uno per l’ammissibilità, perché la richiesta non deve sindacare l’autonomia del giudice, e uno vero e proprio per la richiesta di risarcimento.

Detto questo, cosa ne sa la massa di come si abilita alla funzione giudiziaria e quali siano le capacità, anche psicologiche di chi giudica? Cosa ne sa la massa di cosa significa errore giudiziario e questo riguarda prima o poi una persona (anche se stessi, non solo gli altri) e la sua dignità nella società ed in carcere, dove torture e violenze sono relegate all’oblio o al segreto del terrore? Cosa ne sa la massa se chi (i giornalisti), dovendo loro dare corretta e completa informazione, non sa tutelare nemmeno se stesso?

Ed ecco allora che l’ultimo sport dei giustizialisti è attaccare Balotelli.

Il commissario della Nazionale Prandelli ha deciso di portarlo ugualmente a Napoli, nonostante Balotelli fosse infortunato, per la sfida contro l’Armenia. Qualcuno ha scritto che ci sarebbe andato anche come testimonial anti-camorra perché prima del match l’Italia avrebbe giocato su un campo sequestrato ai clan. Senza dire questo qualcuno, però, come il campo sia stato assegnato ed a chi. Questo qualcuno si è arrogato il diritto di dare una funzione a Balotelli, senza che questo sia consultato. Lui ha letto e ha spiegato su Twitter: «Questo lo dite voi. Io vengo perché il calcio è bello e tutti devono giocarlo dove vogliono e poi c’è la partita». Questo è bastato a scatenare la reazione indignata di politici, parroci, pseudointellettuali. Tutti moralisti, perbenisti e giustizialisti. Perché, secondo loro, questa affermazione sarebbe scorretta, volgare non nella forma ma nella sostanza, perché ci si legge un sottotesto che strizza l’occhio ai clan.

Poi, naturalmente c’è chi va sopra le righe, per dovere di visibilità. Perche? Bisogna chiederlo a Rosaria Capacchione, senatrice Pd e giornalista che è stata la prima ad attaccarlo: «È un imbecille». Subito dopo al parroco don Aniello Manganiello: «Mi chiedo se Balotelli abbia ancora diritto a essere convocato nella Nazionale». Aggiungetevi una serie di insulti sui social network, le dichiarazioni dei politici locali e avrete il quadro della situazione. Napoli. In terra di Camorra spesso è difficile diversificare il camorrista da chi non lo è. C’è chi sparla e c’è chi tace; c’è chi spara e c’è chi copre. A voi sembra che meriti tutto questo (il bresciano Balotelli)? Si chiede Giuseppe De Bellis su “Il Giornale”. È tornato quello stanco ritornello dei personaggi popolari che devono essere da esempio. Dovere, lo chiamano. È un insulto all’intelligenza di chi queste frasi le dice.

C’è il legittimo sospetto che Balotelli sia soltanto uno straordinario capro espiatorio. Un bersaglio facile: lo attacchi e non sbagli, perché tanto qualche sciocchezza la fa di sicuro. Siamo alla degenerazione della critica: sparo su Balotelli perché così ho i miei trenta secondi di popolarità. È questo ciò che è accaduto. Lui sbaglia, eccome se sbaglia. In campo e fuori è già successo un sacco di volte. Questa sarà solo un’altra, devono aver pensato i professionisti dell’anticamorra: buttiamoci, perché noi siamo i giusti e lui è quello sbagliato. Coni, Federazione, Nazionale non hanno avuto nulla di meglio da dire che «Balotelli se le cerca», oppure, «poteva risparmiarsela». Avrebbero dovuto dire solo una cosa: non usate lo sport e gli sportivi per le vostre battaglie partigiane. Ci vuole coraggio per stare al proprio posto. A ciascuno il suo e l’anticamorra non spetta al centravanti della Nazionale. Lui vuole solo giocare a pallone. Lui deve solo giocare a pallone. Il resto è ipocrisia. Balotelli l’ha solo svelata una volta di più.

Cosa ne sanno gli italiani della mafia dell’antimafia, o degli innocenti in carcere. Gli italiani bevono l’acqua che gli danno ed è tutta acqua inquinata e con quella sputano giudizi sommari che sanno di sentenze.

E la colpa è solo e sempre di una informazione corrotta ed incompleta da parte di una categoria al cui interno vi sono rare mosche bianche.

Quindi, ecco perché “Gli italiani, giustizialisti? No! Disinformati ed ignoranti. Se l’amnistia e l’indulto serve a ristabilire una sorta di giustizia riparatrice per redimere anche i peccati istituzionali: ben vengano”.

 

Le spiego la Giustizia in Italia.

DIRETTORE. IO, ANTONIO GIANGRANDE, LE SPIEGO LA GIUSTIZIA IN ITALIA.

20 anni di studi sociologici su disfunzioni e vizi del sistema che nessuno osa sanare. Libertà e democrazia paralizzati da privilegi e poteri intoccabili di una casta fossilizzata.

Sui media prezzolati e/o ideologicizzati si parla sempre dei privilegi, degli sprechi e dei costi della casta dei rappresentanti politici dei cittadini nelle istituzioni, siano essi Parlamentari o amministratori e consiglieri degli enti locali. Molti di loro vorrebbero i barboni in Parlamento. Nessuno che pretenda che i nostri Parlamentari siano all’altezza del mandato ricevuto, per competenza, dedizione e moralità, al di là della fedina penale o delle prebende a loro destinate. Dimenticandoci che ci sono altri boiardi di Stato: i militari, i dirigenti pubblici e, soprattutto, i magistrati. Mai nessuno che si chieda: che fine fanno i nostri soldi, estorti con balzelli di ogni tipo. Se è vero, come è vero, che ci chiudono gli ospedali, ci chiudono i tribunali, non ci sono vie di comunicazione (strade e ferrovie), la pensione non è garantita e il lavoro manca. E poi sulla la giustizia, argomento dove tutti tacciono, ma c’è tanto da dire. “Delegittimano la Magistratura” senti accusare gli idolatri sinistroidi in presenza di velate critiche contro le malefatte dei giudici, che in democrazia dovrebbero essere ammesse. Pur non avendo bisogno di difesa d’ufficio c’è sempre qualche manettaro che difende la Magistratura dalle critiche che essa fomenta. Non è un Potere, ma la sinistra lo fa passare per tale, ma la Magistratura, come ordine costituzionale detiene un potere smisurato. Potere ingiustificato, tenuto conto che la sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle norme. Potere delegato da un concorso pubblico come può essere quello italiano, che non garantisce meritocrazia. Criticare l’operato dei magistrati nei processi, quando la critica è fondata, significa incutere dubbi sul loro operato. E quando si sentenzia, da parte dei colleghi dei PM, adottando le tesi infondate dell’accusa, si sentenzia nonostante il ragionevole dubbio. Quindi si sentenzia in modo illegittimo che comunque è difficile vederlo affermare da una corte, quella di Cassazione, che rappresenta l’apice del potere giudiziario. Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Lasciando perdere Berlusconi, è esemplare il caso ILVA a Taranto. Tutta la magistratura locale fa quadrato: dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Buffa, al suo Procuratore Generale, Vignola, fino a tutto il Tribunale di Taranto. E questo ancora nella fase embrionale delle indagini Preliminari. Quei magistrati contro tutti, compreso il governo centrale, regionale e locale, sostenuti solo dagli ambientalisti di maniera.

Per Stefano Livadiotti, autore di un libro sui magistrati, arrivano all’apice della carriera in automatico e guadagnano 7 volte più di un dipendente”, scrive Sergio Luciano su “Il Giornale”.

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Affaritaliani.it a Stefano Livadiotti realizzata da Sergio Luciano. Livadiotti, giornalista del settimanale l’Espresso e autore di Magistrati L’ultracasta, sta aggiornando il suo libro sulla base dei dati del rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa). Livadiotti è anche l’autore di un libro sugli sprechi dei sindacati, dal titolo L’altra casta.

La giustizia italiana non funziona, al netto delle polemiche politiche sui processi Berlusconi. Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa) inchioda il nostro sistema alla sua clamorosa inefficienza: 492 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni di procedimenti pendenti. E magistrati che fanno carriera senza alcuna selezione meritocratica. E senza alcun effettivo rischio di punizione nel caso in cui commettano errori o illeciti. «Nessun sistema può essere efficiente se non riconosce alcun criterio di merito», spiega Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale l’Espresso e autore di Magistrati-L’ultracasta. «È evidente che Silvio Berlusconi ha un enorme conflitto d’interessi in materia, che ne delegittima le opinioni, ma ciò non toglie che la proposta di riforma avanzata all’epoca da Alfano, con la separazione delle carriere, la ridefinizione della disciplina e la responsabilità dei magistrati, fosse assolutamente giusta».

Dunque niente meritocrazia, niente efficienza in tribunale?

«L’attuale normativa prevede che dopo 27 anni dall’aver preso servizio, tutti i magistrati raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei circa 9.000 magistrati ordinari in servizio era appunto all’apice dell’inquadramento. E dello stipendio. E come se un quarto dei giornalisti italiani fosse direttore del Corriere della Sera o di Repubblica».

E come si spiega?

«Non si spiega. Io stesso quando ho studiato i meccanismi sulle prime non ci credevo. Eppure e così. Fanno carriera automaticamente, solo sulla base dell’anzianità di servizio. E di esami che di fatto sono una barzelletta. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008 al 31 luglio 2012 sono state fatte, dopo l’ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2.409 valutazioni, e ce ne sono state soltanto 3 negative, una delle quali riferita a un giudice già in pensione!».

Tutto questo indipendentemente dagli incarichi?

«Dagli incarichi e dalle sedi. E questa carriera automatica si riflette, ovviamente, sulla spesa per le retribuzioni. I magistrati italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell’Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio parti a 7,3 volte lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti italiani».

Quasi sempre i magistrati addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia.

«Macché, il rapporto Cepej dimostra che la macchina giudiziaria costa agli italiani, per tribunali, avvocati d’ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all’anno (dato 2010, ndr) contro una media europea di 57,4. Quindi molto di più».

Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari?

«Assolutamente no, di fatto. Il magistrato è soggetto solo alla disciplina domestica, ma sarebbe meglio dire addomesticata, del Csm. E cane non mangia cane. Alcuni dati nuovi ed esclusivi lo dimostrano».

Quali dati?

«Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa al filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di Cassazione, che stabilisce se c’è il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 – un dato che fa impressione – sugli 8.909 magistrati ordinari in servizio, sono pervenute a questa Procura 5.921 notizie di illecito: il PG ha archiviato 5.498 denunce, cioè il 92,9%; quindi solo 7,1% è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm».

Ma poi ci saranno state delle sanzioni, o no?

«Negli ultimi 5 anni, tra il 2007 e il 2011, questa sezione ha definito 680 procedimenti, in seguito ai quali i magistrati destituiti sono stati… nessuno. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, i magistrati ordinari destituiti dal Csm sono stati 4, pari allo 0,28 di quelli finiti davanti alla sezione disciplinare e allo 0,044 di quelli in servizio».

Ma c’è anche una legge sulla responsabilità civile, che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito!

«In teoria sì, è la legge 117 dell’88, scritta dal ministro Vassalli per risponde al referendum che aveva abrogato le norme che limitavano la responsabilità dei magistrati».

E com’è andata, questa legge?

«Nell’arco 23 anni, sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per responsabilità dei giudici. Di queste, 253 pari al 63% sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Ben 49, cioè 12% sono in attesa di pronuncia sull’ammissibilità, 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità, 34, ovvero l’8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di queste ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise: lo Stato ha perso solo 4 volte. In un quarto di secolo è alla fine è stato insomma accolto appena l’1 per cento delle pochissime domande di risarcimento».

Cioè non si sa quanto lavorano e guadagnano?

«Risulta che da un magistrato ci si possono attendere 1.560 ore di lavoro all’anno, che diviso per 365 vuol dire che lavora 4,2 ore al giorno. Sugli stipendi bisogna vedere caso per caso, perché ci sono molte variabili. Quel che è certo, un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, e lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, quindi 12 giorni al mese, guadagna 2.700 euro per ogni giorno di lavoro effettivo».

TRALASCIANDO L’ABILITAZIONE UNTA DAI VIZI ITALICI, A FRONTE DI TUTTO QUESTO CI RITROVIAMO CON 5 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

MAGISTRATI CHE SONO MANTENUTI DAI CITTADINI E CHE SPUTANO NEL PIATTO IN CUI MANGIANO.

Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.

Tutti hanno sentito le parole di Ilda Boccassini: “Ruby è furba di quella furbizia orientale propria della sua origine”. «E’ una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema. Questo obiettivo – ha proseguito la Boccassini – ha accomunato la minore “con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi. In queste serate – afferma il pm – si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo».

Fino prova contraria Ruby, Karima El Mahroug, è parte offesa nel processo.

La ciliegina sulla torta, alla requisitoria, è quella delle 14.10 circa del 31 maggio 2013, quando Antonio Sangermano era sul punto d’incorrere su una clamorosa gaffe che avrebbe fatto impallidire quella della Boccassini su Ruby: “Non si può considerare la Tumini un cavallo di ….”, ha detto di Melania Tumini, la principale teste dell’accusa, correggendosi un attimo prima di pronunciare la fatidica parola.

Ancora come esempio riferito ad un caso mediatico è quello riconducibile alla morte di Stefano Cucchi.

“Vi annuncio che da oggi pomeriggio (8 aprile 2013) provvederò a inserire sulla mia pagina ufficiale di Facebook quanto ci hanno riservato i pm ed avvocati e le loro poco edificanti opinioni sul nostro conto. Buon ascolto”, ha scritto sulla pagina del social network Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. E il primo audio è dedicato proprio a quei pm con i quali la famiglia Cucchi si è trovata dall’inizio in disaccordo. «Lungi dall’essere una persona sana e sportiva, Stefano Cucchi era un tossicodipendente da 20 anni,…….oltre che essere maleducato, scorbutico, arrogante, cafone». Stavolta a parlare non è il senatore del Pdl Carlo Giovanardi – anticipa Ilaria al Fatto –, ma il pubblico ministero Francesca Loy, durante la requisitoria finale. Secondo lei mio fratello aveva cominciato a drogarsi a 11 anni…”, commenta ancora sarcastica la sorella del ragazzo morto. Requisitoria che, a suo dire, sembra in contraddizione con quella dell’altro pm, Vincenzo Barba, il quale “ammette – a differenza della collega – che Stefano potrebbe essere stato pestato. Eppure neanche lui lascia fuori dalla porta l’ombra della droga e, anzi, pare voglia lasciare intendere che i miei genitori ne avrebbero nascosto la presenza ai carabinieri durante la perquisizione, la notte dell’arresto”.

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati.

“Il carcere uno stupro. Ora voglio la verità”, dice Massimo Cellino, presidente del Cagliari calcio, ad Ivan Zazzaroni. «Voglio conoscere la vera ragione di tutto questo, i miei legali l’hanno definito “uno stupro”. Cassazione e Tar hanno stabilito che non ci sono stati abusi, dandomi ragione piena. – Ricorda: riordina. – La forestale s’è presentata a casa mia alle sette del mattino. Ho le piante secche?, ho chiesto. E loro: deve venire con noi. Forza, tirate fuori le telecamere, dove sono le telecamere? Siete di Scherzi a parte. L’inizio di un incubo dal quale non esco. Sto male, non sono più lo stesso. A Buoncammino mi hanno messo in una cella minuscola, giusto lo spazio per un letto, il vetro della finestra era rotto, la notte faceva freddo. Un detenuto mi ha regalato una giacca, un altro i pantaloni della tuta, alla fine ero coperto a strati con in testa una papalina. Mi hanno salvato il carattere e gli altri detenuti. Un ragazzo che sconta otto anni e mezzo perché non ha voluto fare il nome dello spacciatore che gli aveva consegnato la roba. Otto anni e mezzo, capisci? “Se parlo non posso più tornare a casa, ho paura per i miei genitori”, ripeteva. E poi un indiano che mi assisteva in tutto, credo l’abbiano trasferito come altri a Macomer. Mi sento in colpa per loro, solo per loro. Ringrazio le guardie carcerarie, si sono dimostrate sensibili… Mi ha tradito la Sardegna delle istituzioni. Ma adesso voglio il perché, la verità. Non si può finire in carcere per arroganza». Una situazione di straordinario strazio per un uomo fin troppo diretto ma di un’intelligenza e una prontezza rare quale è il presidente del Cagliari. «Non odio nessuno (lo ripete più volte). Ma ho provato vergogna. Non ho fatto un cazzo di niente. Dopo la revoca dei domiciliari per un paio di giorni non ho avuto la forza di tornare a casa. Sono rimasto ad Assemini con gli avvocati, Altieri e Cocco – Cocco per me è un fratello. E le intercettazioni? Pubblicatele, nulla, non c’è nulla. Mi hanno accusato di aver trattato con gente che non ho mai incontrato, né sentito; addirittura mi è stato chiesto cosa fossero le emme-emme di cui parlavo durante una telefonata: solo un sardo può sapere cosa significhi emme-emme, una pesante volgarità (sa minchia su molente, il pene dell’asino). Da giorni mi raccontano di assessori che si dimettono, di magistrati che chiedono il trasferimento. Mi domando cosa sia diventata Cagliari, e dove sia finita l’informazione che non ha paura di scrivere o dire come stanno realmente le cose. Cosa penso oggi dei magistrati? Io sono dalla parte dei pm, lo sono sempre stato!»

VEDETE, E’ TUTTO INUTILE. NON C’E’ NIENTE DA FARE. SE QUANTO PROVATO SULLA PROPRIA PELLE E SE QUANTO DETTO HA UN RISCONTRO E TUTTO CIO’ NON BASTA A RIBELLARSI O ALMENO A RICREDERSI SULL’OPERATO DELLA MAGISTRATURA, ALLORA MAI NULLA CAMBIERA’ IN QUESTA ITALIA CON QUESTI ITALIANI.

 

Amministrazione della Giustizia e responsabilità civile dei magistrati. La posizione di un addetto ai lavori.

La verità di Matteo Di Giorgio. Il magistrato di Taranto arrestato dalla Procura di Potenza. Quello che la stampa non osa riportare. Così come fanno tutti i giornalisti locali e nazionali con il dr Antonio Giangrande, soverchiato da magistrati indegni della toga che indossano e coperti mediaticamente da giornalisti omertosi. La verità del magistrato Matteo Di Giorgio dopo l’arresto pubblicate in video ed in testi alla pagina territoriale di Taranto su http://www.telewebitalia.eu. Cose che Giangrande è da anni che le grida al mondo, accusando infami ritorsioni. Giudici contro. Della serie: anche i sostituti procuratori della Repubblica di Taranto provano l’onta dell’ingiustizia e subiscono la gogna mediatica. La voce agli imputati, presunti innocenti, in un sistema dove voce non hanno. La sua Verità di giudice arrestato e buttato nella bolgia infernale come i comuni mortali a provare la legge del contrappasso. Bene Matteo Di Giorgio ha dichiarato: «Il procedimento che mi riguarda prende le mosse proprio da una denuncia di Italo Pontassuglia, 22 settembre 2007. In questa denuncia, signori, si dice di tutto sul mio conto. Non si parla delle sciocchezze che sono emerse nell’ordinanza, perché poi vedremo sono comunque delle sciocchezze, anche se fossero vere e non lo sono. Ora, io non ho molto tempo per spiegarvi l’enormità, però devo far notare che quello che dice Pontassuglia è smentito da tutti gli atti del processo. Amministratore di fatto significa prendere le decisioni in luogo dell’amministratore formale, di colui il quale il Sindaco, o la Giunta, o il Consiglio Comunale, si sostituisse di fatto agli stessi. Ebbene. Signori sapete quante intercettazioni telefoniche ed ambientali hanno visto oggetto la persona del sottoscritto? Quasi cinquantamila. E io dico, meno male che ci sono le intercettazioni. Dico meno male che ci sono le intercettazioni, perché dalle intercettazioni non è emerso nulla. Perché la procura di Potenza, consentitemi da questa vicenda è strabica. Perché da un lato ha messo sotto processo Rocco Loreto per la minaccia rivolta a mio figlio, dall’altra ha arrestato me perché ho detto “ha minacciato mio figlio”. Io sono stato arrestato perché mi si dice “non è vero, tu hai diffamato Loreto, dicendo che ha minacciato tuo figlio”. Questo è l’oggetto dell’arresto mio, signori. Questo è. Ed è la prova che ho detto che c’è una certa contiguità tra gli investigatori ed i miei denuncianti. Volete un’altra prova? La disponibilità dell’ordinanza in originale. Questa è una copia dell’originale. E’ una copia che qualcuno ha avuto al più tardi il 18 novembre 2010, cioè una settimana dal mio arresto, quando l’ordinanza era coperta dal segreto istruttorio. E sapete da dove proviene questa ordinanza? Signori, sta scritto qua. E’ il signor Pontassuglia Italo: il mio denunciante. Questo è un avviso di accertamento tecnico irripetibile notificato il 15 novembre 2010 a Pontassuglia. Questo significa che Pontassuglia ha creato questo file, ha avuto l’ordinanza al più tardi il 18 di novembre 2010. Questo significa che una settimana dopo il mio arresto il mio accusatore aveva l’ordinanza. Chi gliel’ha data? Io certo no. Signori, questo è agli atti del processo, poi tutto il resto è inutilmente, perché a Potenza le porte sono chiuse. Questa è la prova che Pontassuglia ha una corsia preferenziale con Potenza, perché non può che averla ricevuta da Potenza. Non sono sospetti, questa è una prova. Io ho denunciato Potenza. Ci sarà un motivo se io ho denunciato gli Uffici giudiziari di Potenza. Perché a Potenza non sono tutelato. Io ho detto alla dottoressa Triassi, ho detto, quando mi ha fatto una valutazione giuridica, ho detto lei mi fa paura, ho detto. Come cittadino io ho paura di lei. Sapete perché? Perché quando la Cassazione ha annullato il capo d’imputazione della vicenda Coccioli, ha detto la Cassazione “me la date sta prova che Di Giorgio sta d’accordo con l’amministrazione comunale?”. E s’è rifatta l’udienza. Viene la dottoressa Triassi e dice “ecco la prova dell’accordo”. La prova dell’accordo è questo. In una telefonata tra il dottor Di Giorgio e l’assessore allo Sport, si tratta di Alfredo Cellammare, che nei 6 mesi successivi al fatto, in cui io ed Alfredo Cellammare parliamo di tutt’altra cosa. Non parliamo del contributo, parliamo di tutt’altro. E dice la dottoressa Triassi “ecco, questa è la prova che Di Giorgio e Cellammarre si conoscono. Io gli ho detto “guardi che avrebbe potuto chiedermelo, glielo avrei detto io, perché ci conosciamo da quando avevamo i calzoncini corti. Ma se la prova del concorso in un reato, scusatemi devo fare un discorso tecnico, risiede nel mero rapporto di conoscenza, allora io sono complice di tutti i reati commessi dai castellanetani, perché li conosco un po’ tutti. Quindi io verrò chiamato a rispondere in qualsiasi reato possa commettere un castellanetano. Questa è un anormità; un’aberrazione giuridica. E io alla dottoressa Triassi dissi” lei mi fa paura. Io ho paura di una che ragiona così. Come uomo”. Se parliamo dell’amministrazione della Giustizia dobbiamo uscirne, se ciascuno di noi recupera il proprio ruolo. Che cosa voglio dire: la nostra magistratura vive di correnti, di amicizie. Io non sono iscritto a nessuna corrente ed ho sbagliato, perché se fossi stato iscritto, non mi sarebbe successo niente. Ve lo dico!!  No, forse bisognerebbe anche avere il coraggio in Italia, io lo dico contro tutta la categoria, di introdurre il principio della responsabilità civile del magistrato, perché io devo avere paura di sbagliare. Ci devo pensare cento volte prima di far qualcosa. Perché signori il magistrato ha il compito più alto: decide della libertà delle persone; ha in mano la vita delle persone. Tutti possono sbagliare, ma purchè ci sia la buona fede e purchè ci sia il rispetto di alcune regole. Spesso ciò non avviene. L’altro giorno a chi a detto, e rispondo a quest’avvocato, che il rinvio a giudizio, parlo dell’avvocato Giuseppe Clemente, faccio nome e cognome, Clemente, il quale impazza su Facebook contro di me dicendo delle cose invereconde, delle quali io mi vergognerei. Quest’avvocato ha detto che un rinvio a giudizio è praticamente una affermazione di responsabilità penale. Ecco vorrei ricordare all’avvocato Clemente che in Italia ancora esiste l’articolo ventisette della Costituzione e quindi la presunzione di innocenza, tecnicamente di non colpevolezza, e che questa presunzione vale fino al terzo grado di giustizia. Io ancora non sono stato giudicato e gli ricordo Raniero Busco. Ce l’ho qua. L’altro giorno. E’ stato condannato in primo grado a ventotto anni di reclusione. E’ stato assolto dalla Corte d’Appello. Buon per lui che non sia stato sottoposto alla misura cautelare. Però io vi voglio leggere soltanto un passo di un’intervista di Raniero Busco, che la dice tutta. “Cosa ha imparato da questo processo? Che in queste aule non si trova niente di umano. Ognuno è proiettato a salvaguardare la propria idea, la propria posizione. Nessuno è disposto a fare un passo indietro in nome della verità. Questa sentenza però mi restituisce un po’ di fiducia nella Giustizia”. Ed è quello che dico io: perché a fronte di tutto ciò che è emerso dal processo potentino, dei tentativi di inquinamento, dei tentativi di agganciare i testimoni, non è successo niente. Perché ciascuno si innamora della propria posizione e la difende fino alla fine anche contro l’evidenza dei fatti. E questo un magistrato non lo deve fare mai. Il magistrato deve avere l’onestà di dire “ho sbagliato, faccio un passo indietro” e non deviare da alcune regole che sono indefettibili e che a Potenza sono state violate. Io lo dico qua perché l’ho già detto, l’ho già scritto e non posso tediarvi, perché è tardissimo, se no lo farei volentieri. E vi dimostrerei tutte le violazioni che sono avvenute nel mio caso. Tutte.»

Ogni commento è superfluo: basta non essere dalla parte sbagliata

 

La negligenza dei PM. Marianna Manduca e le altre o gli altri.

Per la Corte di Cassazione 12 denunce disattese valgono “la negligenza inescusabile” dei PM.

Commento di Antonio Giangrande. Scrittore e sociologo storico.

Trattare il caso di Marianna Manduca, anche in video, è come trattare miriadi di casi identici, così come ho fatto in “Ingiustiziopoli. Disfunzioni del sistema che colpiscono i singoli”, e mi porta ad affrontare un tema che tocca argomenti inclusi in vari saggi da me scritti e pubblicati su Amazon e su Lulu.

Per la verità la decisione della Corte di Cassazione, tanto enfatizza dai media, è intervenuta solo per affermare un principio giuridico formale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso con il quale il tutore dei tre bambini (Carmelo Calì che è un cugino della loro mamma che vive a Senigallia, nelle Marche) ha fatto valere il diritto dei piccoli a ottenere giustizia. La Corte di Appello di Messina non potrà più respingere la richiesta sostenendo che sono scaduti i termini e che l’azione andava esercitata entro i due anni dalla morte di Marianna. Per la Cassazione invece le argomentazioni dei magistrati messinesi «non hanno giuridico fondamento» perchè – spiegano i supremi giudici – il termine biennale, in un caso del genere, non può decorrere dal giorno della morte della donna ma «dal momento in cui i minori stessi avessero acquistato la capacità di agire», ovvero dal giorno in cui un adulto veniva ufficialmente nominato loro tutore.

La Corte Suprema, sulla base della legge del 1988 sulla responsabilità civile dei magistrati, ha affermato che i figli di Marianna ora potranno avere un risarcimento dallo Stato per la «negligenza inescusabile» dei pm che avrebbero dovuto invece occuparsi di quelle denunce.

Tanto si è parlato del caso di Marianna Manduca. Per la Cassazione i magistrati non diedero importanza alle denunce della donna poi uccisa dal marito ed è per questo che i suoi tre figli hanno diritto ad un risarcimento. Il padre uxoricida è stato condannato a soli venti anni di reclusione. Le aggressioni alla ex moglie erano tutte avvenute in pubblico. Ciò nonostante nessuno condusse indagini e nemmeno prese provvedimenti a tutela della donna in pericolo, nonostante le sue richieste di aiuto.

«Spesso la legge non tutela le donne, ma in questo caso anche quelle previste non sono state applicate – denuncia l’avvocato Corrado Canafoglia – è incredibile che 12 dodici aggressioni avvenute in strada, pubblicamente e alla presenza di testimoni l’uomo non sia stato allontanato». Ergo: sbagliano le toghe, pagano gli italiani, muoiono le vittime.

Ma a tutti è sfuggito un particolare importante che porta a chiederci: per le toghe quante denunce insabbiate valgono una vita umana? Una, due, tre, dieci…Oppure fino a che punto lo stantio o l’inerzia provoca l’inevitabile evento denunciato?

E perché, come ai poveri cristi, alle toghe omissive non viene applicato il reato di omissione d’atti di ufficio, ex art. 328 C.P.? Non si paventa il dolo omissivo?

Non si pensi che la morte di Marianna Manduca sia un caso isolato e riferito solo alla trinacride magistratura. Per i miscredenti vi è un dato, rilevato dal foro di Milano tratto da un articolo di Stefania Prandi del “Il Fatto Quotidiano”. “Per le donne che subiscono violenza spesso non c’è giustizia e la responsabilità è anche della magistratura”. A lanciare l’accusa sono avvocate e operatrici della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano che puntano il dito contro la Procura della Repubblica di Milano, “colpevole” di non prendere sul serio le denunce delle donne maltrattate. «La tendenza è di archiviare, spesso de plano, cioè senza svolgere alcun atto di indagine, considerando le denunce manifestazioni di conflittualità familiare – spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi – Una definizione, questa, usata troppe volte in modo acritico, che occulta il fenomeno della violenza familiare e porta alla sottovalutazione della credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. Un atteggiamento grave da parte di una procura e di un tribunale importanti come quelli di Milano». Entrando nel merito della “leggerezza” con cui vengono affrontati i casi di violenza, Garisto ricorda un episodio accaduto di recente: «Dopo una denuncia di violenza anche fisica subita da una donna da parte del marito, il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione de plano qualificandola come espressione di conflittualità familiare e giustificando la violenza fisica come possibile legittima difesa dell’uomo durante un litigio».

La sua storia è esemplare: è il padre di Carmela. «Una ragazzina di 13 anni – scrive Alfonso – che il 15 aprile del 2007 è deceduta volando via da un settimo piano della periferia di Taranto, dopo aver subito violenze sessuali da un branco di viscidi esseri», ma poi anche le incompetenze e la malafede di quelle Istituzioni che sono state coinvolte con l’obiettivo di tutelarla», perché «invece di rinchiudere i carnefici di mia figlia hanno pensato bene di rinchiudere lei in un istituto (convincendoci con l’inganno) ed imbottendola di psicofarmaci a nostra insaputa». Carmela aveva denunciato di essere stata violentata; e nessuno, né polizia, né magistrati, né assistenti sociali le avevano creduto o l’avevano presa sul serio. Ma le istituzioni avevano anche fatto di peggio. Hanno considerato Carmela «soggetto disturbato con capacità compromesse» e, quindi, poco credibile.

Invece di perseguire chi l’aveva violentata, hanno di fatto perseguito una bambina rinchiudendola in vari istituti in cui Carmela non voleva stare. E, come ha denunciato il padre, usando il metodo facile di «calmarla» con psicofarmaci.

Fin qui la questione attinente al femminicidio.

L’uomo orco da scotennare? No! C’è un paradosso da non sottovalutare. Se i Pm insabbiano, i giudici sono punitivi.

«Giudici punitivi, sempre dalla parte delle madri. E padri disperati: troppe le storie quotidiane di sofferenza atroce». E’ agguerrito Alessandro Poniz di Martellago (Ve), coordinatore Veneto dell’associazione Papà Separati. Esprime la rabbia e la frustrazione che ogni giorno tanti genitori «vessati dall’ex coniuge» riversano su di lui. «Ci si scontra continuamente con madri “tigri” tutelate dalla legge – accusa Poniz – . Non mi stupisce il dramma del papà di Padova. Sì, sono convinto che per la disperazione si possa arrivare a togliersi la vita. Sapete quanti padri si presentano puntuali a prendere i figli, secondo le sentenze stabilite dai tribunali, suonano il campanello e vengono mandati via dalla madre con la scusa che il bimbo è ammalato? Escamotage simili vanno avanti per anni… E quanti scontano l’odio e il rancore di figli “plagiati” dalle madri?».

«Il sistema non è mai pronto a intervenire tempestivamente», sostiene Alessandro Sartori, presidente Veneto dell’associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori (Aiaf). «Ci vorrebbe una formazione specifica sia per i giudici che per i servizi sociali. A volte sono chiamati a pronunciarsi su questa materia delicatissima giudici che fino al giorno prima si occupavano di diritto condominiale…».

Divorzi e paternità: ecco come la donna violenta l’uomo. False denunce e false accuse tra violenze fisiche, verbali e paternità negate. Nella coppia la donna diventa sempre più violenta. Ecco i risultati sconcertanti del questionario, scrive Nadia Francalacci su “Panorama”. “Sono prive di fondamento le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice”. Ad affermarlo è la psicologa forense Sara Pezzuolo, dopo aver condotto in Italia la prima “Indagine conoscitiva sulla violenza verso il maschile”. “Dal questionario emerge come anche un soggetto di genere femminile sia in grado di mettere in atto una gamma estesa di violenze fisiche, sessuali e psicologiche – continua a spiegare a Panorama.it, l’esperta – che trasformano il soggetto di genere maschile in vittima”.

E quando gli affidi diventano scippi e le vittime sono i figli ed entrambi i genitori?

Ci sono i falsi abusi, ma che realizzano vere tragedie. Solo 3 denunce su 100 si concludono con una condanna.

Minori strappati dalle mura domestiche e rinchiusi all’interno di comunità. Storie di sofferenze, abusi, maltrattamenti, ma anche di errori giudiziari, che segnano indelebilmente la vita di minori, costretti a vivere e crescere in comunità o famiglie affidatarie lontane dall’affetto dei genitori.

Da quanto detto si estrae una semplice conclusione. Il sistema esaspera gli animi ed il debole soccombe. Non vi è differenza di sesso od età. Solo i media esaltano il fenomeno del femminicidio. Lo fanno per non colpire i veri responsabili: i magistrati.

Bene. Anzi, male. Perché se è vero, come è vero, che questo sistema della stagnazione delle denunce o la loro invereconda procedibilità viene applicato anche per qualsiasi altro tipo di reato violento, allora si è consapevoli del fatto che ogni vittima è rassegnata al peggio. Si badi bene. Qui si parla anche di vittime di estorsioni. Quindi vittime di mafia. Senza parlare poi delle vittime di errori giudiziari.

Ecco, allora, chiedo a Voi toghe. Quando scatterebbe la “la negligenza inescusabile” dei PM che provoca morte o rassegnazione, dopo una, due, tre, dieci…denunce? Ce lo dite con una vostra alta sonante pronuncia, in modo che noi vittime, poi, teniamo il conto di quelle già insabbiate. Se poi, in virtù dell’indifferenza sopravviene la morte, chissà, forse i nostri figli si potranno rivalere economicamente, non sui responsabili, come sarebbe giusto, ma, bontà vostra, sui nostri e vostri concittadini che pagano le tasse anche per quei risarcimenti del danno. Danni riferiti a responsabilità dei magistrati, ma non a questi addebitati.

 

La responsabilità civile delle toghe.

LA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E LE RIFORME TRUFFA.

Nel libro scritto da Antonio Giangrande, “IMPUNITOPOLI, LEGULEI ED IMPUNITA’”, un capitolo è dedicato alla Responsabilità Civile dei magistrati.

Su questo Antonio Giangrande, il noto saggista e sociologo storico che ha pubblicato la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, ha svolto una sua inchiesta indipendente. Giangrande sui vari aspetti dell’impunità in Italia ha pubblicato un volume ““IMPUNITOPOLI, LEGULEI ED IMPUNITA’”.

LA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E LE RIFORME TRUFFA.

Negli ultimi 50 anni si valutano 5 milioni di cittadini vittime di errori commessi dai magistrati. Responsabilità civile dei magistrati? 7 casi accertati in 26 anni. Tanto poi paga l’assicurazione con polizza del costo di 150 euro circa l’anno. Il filtro posto dalle toghe contro le toghe funziona. Ecco i dati dell’avvocatura generale dello Stato, aggiornati al febbraio 2014. Dimostrano che il sistema sanzionatorio non funziona. Dal 1988, quando entrò in vigore la legge Vassalli che (in teoria) avrebbe dovuto sistematizzare la normativa alla luce di quanto i cittadini avevano richiesto a gran voce con il referendum abrogativo dell’anno precedente, sono state proposte in tutto 410 cause civili nei confronti di altrettanti magistrati, ritenuti «responsabili» di una qualche colpa grave da cittadini incorsi in un procedimento giudiziario.

Secondo un calcolo compiuto dall’Eurispes nell’arco degli ultimi cinquant’anni sarebbero 5 milioni gli italiani vittime di svarioni giudiziari: dichiarati colpevoli, arrestati e solo dopo un tempo più o meno lungo, rilasciati perché innocenti. Un dato che al ministero dl Giustizia non confermano, e che è stato ricavato da un’analisi delle sentenze e delle scarcerazioni per ingiusta detenzione nel corso di cinque decenni. Ci si arriva con un’interpretazione ampia ma corretta di “errore giudiziario”, che in senso stretto si verifica quando, dopo i tre gradi di giudizio, un condannato viene riconosciuto innocente in seguito a un nuovo processo, detto di revisione. Sui giornali si parla di storie di uomini detenuti per molti anni ma innocenti. Gente del sud, dove l’errore giudiziario è più frequente del doppio rispetto al resto d’Italia (statistica evinta dai risarcimenti, riconosciuti nel 54% dei casi da giudici delle procure del Meridione). Ma la macchina della giustizia s’inceppa a ogni curva della penisola: i dati “freschi” dell’ultimo rapporto Eurispes sul processo penale diagnosticano una crisi strutturale del sistema: il 75% dei procedimenti fissati per il dibattimento vengono rinviati. Così si dilata il tempo d’attesa per la giustizia, producendo un altro pericolo per la tenuta dello Stato di diritto: in carcere abitano più presunti innocenti che detenuti condannati con pena definitiva. Per la Costituzione, la presunzione d’innocenza accompagna l’imputato fino alla sentenza definitiva.

“Quando si è chiusi dentro per cose che non hai mai fatto, il tempo ti mangia lo stomaco. Provi a fare una vita normale, ma ci vuole forza. Sai di essere innocente, e aspetti convinto che prima o poi qualcosa accada”. Dal ‘92 c’è la possibilità per gli innocenti ritenuti colpevoli e poi rimessi in libertà, di chiedere e ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione. L’uomo innocente ha una speranza da coltivare, che il tempo consuma giorno dopo giorno come il moccolo di una candela. E se la storia dell’errore giudiziario potrà essere risarcita in sede civile, questo finale è vietato a chi è ingiustamente incolpato e poi prosciolto. Nel nostro ordinamento non esiste una norma che “indennizza l’ingiusta imputazione. Al contrario andrà risarcito chi è stato detenuto per errore, anche nel caso di custodia cautelare”. Lo ha confermato la sentenza della Cassazione del 13 marzo 2008, sollecitata dalla richiesta di risarcimento di un professionista accusato di bancarotta fraudolenta e poi assolto. Nel “giro” si seppe dell’incriminazione, e gli affari del tizio andarono in malora.

Si stima che, dal 1988, circa 50 mila persone siano state vittima di ingiusta detenzione e errore giudiziario, e che dal 1991 lo Stato abbia risarcito per circa 600 milioni di euro questi innocenti – viene spiegato a tempi.it dal presidente dell’Unione Camere Penali, Valerio Spigarelli Eppure, dal 1988, su 400 cause presentate per la responsabilità civile dei magistrati, solo 4 magistrati sono stati condannati. Com’è possibile e cosa ne pensa? La somma delle vittime e dei risarcimento è al ribasso. Si tenga conto che per l’ingiusta detenzione non sempre lo Stato concede il risarcimento, anche a fronte di una sentenza di assoluzione totale dell’ex detenuto. Purtroppo, anche la legge attuale sulla responsabilità civile è fatta male: c’è un filtro preliminare alle cause, di cui si occupa ovviamente la magistratura stessa. La legge oggi prevede la responsabilità solo per dolo o colpa grave, cioè solo per gravissimi casi. Restano esclusi ad esempio tutti gli errori di interpretazione delle prove o delle leggi, per cui se anche ci fosse un magistrato che compisse un errore clamoroso, come inventarsi una legge, paradossalmente non avrebbe responsabilità civile.

Entriamo nel mondo degli insabbiamenti e dell’impunità. Adesso andiamo a “mettere il naso” in casa dei magistrati: il Csm, Consiglio superiore della magistratura. Il Csm si occupa anche di sanzionare disciplinarmente i magistrati che violano le regole e la legge. Una sorta di “organo interno” per i “colleghi che sbagliano”, scrive “The Frontpage”. Vediamo dal sito del Csm cosa prevede l’azione disciplinare. La legge ha introdotto, infatti, l’applicazione del criterio tale crimen talis poena, come conseguenza doverosa della tipizzazione degli illeciti.

Le varie sanzioni previste dalla legge sono:

a) l’ammonimento, che è un richiamo all’osservanza dei doveri del magistrato;

b) la censura, che è una dichiarazione formale di biasimo;

c) la perdita dell’anzianità, che non può essere inferiore a due mesi e non superiore a due anni;

d) l’incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, che non può essere inferiore a sei mesi e non superiore a due anni;

e) la sospensione dalle funzioni, che consiste nell’allontanamento dalla funzioni con la sospensione dello stipendio ed il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura;

f) la rimozione, che determina la cessazione del rapporto di servizio.

Vi è poi la sanzione accessoria del trasferimento d’ufficio che il giudice disciplinare può adottare quando infligge una sanzione più grave dell’ammonimento, mentre tale sanzione ulteriore è sempre adottata in taluni casi specificamente individuati dalla legge. Il trasferimento d’ufficio può anche essere adottato come misura cautelare e provvisoria, ove sussistano gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare e ricorrano motivi di particolare urgenza. Secondo l’Anm, l’Associazione nazionale magistrati, l’Italia sarebbe tra i primi posti a livello europeo in termini quantitativi di provvedimenti disciplinari, con 981 casi in nove anni dal 1999 al 2008. Il dato viene confortato dalla ricerca del CEPEJ che dice che il numero delle sanzioni disciplinari applicate ogni 1000 magistrati in Italia è 7,5. Al secondo posto dopo l’Austria con un fattore 8. A parte che questo significa che i nostri magistrati sono quelli che a questo punto sbagliano più di tutti, il CEPEJ non dice il resto. Così come furbescamente non lo dice l’Anm. E noi adesso lo diremo. Siamo cattivelli. Lo stesso rapporto dell’Anm dice all’interno (badando bene da non riportare il dato nei comunicati stampa) che sì, è vero che il Csm ha vagliato 981 posizioni in nove anni, ma di queste le condanne sono state solo 267 (il solo 27%). Praticamente solo tre magistrati su dieci sono stati “condannati” dal Csm. Già questo dovrebbe far ridere o piangere a secondo il punto di vista. Ma non finisce qui.

Di quei 267 condannati dal Csm:

a) 157, quasi il 59%, sono stati condannati alla sanzione minima dell’ammonimento (vedi capo a dell’elenco dei provvedimenti disciplinari);

b) 53, il 20% circa, alla censura (vedi capo b dell’elenco dei provvedimenti disciplinari);

c) 1 solo, lo 0,4 % circa, alla incapacità (temporanea) delle funzioni direttive (vedi capo d dell’elenco dei provvedimenti disciplinari);

d) 9 soltanto, il 3% circa, sono stati rimossi (vedi capi e-f dell’elenco dei provvedimenti disciplinari);

Il resto sono al capo c o semplicemente trasferiti d’ufficio. Ma l’Anm, anche se i dati sono sconfortanti, non la dice tutta. Dagli studi di Bianconi e Ferrarella sui dati del 2007 e del 2008 esce un dato a dir poco “offensivo” per il comune senso della giustizia. Prima di giungere sul tavolo di Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, la “pratica disciplinare” passa per altre vie. L’esposto di chi vi ricorre viene presentato alla Procura generale presso la Corte di Cassazione che vaglia la posizione e se ravvisa fondati motivi nell’esposto passa la pratica al Csm, che poi prende l’eventuale provvedimento. Bene, anzi male: nel 2007 la Cassazione ha ricevuto 1.479 esposti e ne ha passati al Csm solo 103, poco meno del 7%. Stessa musica nel 2008. Dei 1.475 fascicoli presentati in Cassazione, solo 99 passano al Csm, circa il 7%. Quindi prendere ad esempio i dati del CEPEJ sic et simpliciter è improprio, per due motivi: se i dati fossero analizzati (e non lo sono) sulla base del rapporto tra fascicoli aperti e condanne, il risultato sarebbe impietoso per l’Italia; secondo: all’estero non esistono sanzioni disciplinari come l’ammonimento o la censura, bensì si passa dalla sanzione di rimozione in alcuni paesi (inclusa una sanzione pecuniaria rilevante e il pagamento dei danni morali e materiali alle vittime) sino alla condanna in carcere in alcuni altri. Ma non è ancora finita. Il periodo 1999-2008 è stato un periodo “di comodo” perchè il meno peggiore, e inoltre i numeri non sarebbero veritieri per come riportati dall’Anm. Secondo un’analisi di Zurlo, mai contraddetta, i casi vagliati dal Csm dal 1999 al 2006 sono stati 1.010, di cui 812 sono finiti con l’assoluzione e solo 192 con la condanna (il 19% circa).

Di queste “condanne”:

– 126 sono stati condannati con l’ammonimento (circa il 66%!);

– 38 sono stati condannati con la censura (circa il 20%);

– 22 sono stati condannati con la perdita da 2 mesi a due anni di anzianità (circa l’11%);

– 6 sono stati espulsi dall’ordine giudiziario (il 3%);

– 2 sono stati i rimossi (l’1%);

Ora, che cosa si evince? Una cosa semplice. Un magistrato, specie inquirente, può consentirsi quello che vuole e commettere ogni tipo di errore o abuso, tanto cosa rischia?

Vediamolo in numeri semplici:

– oltre 9 volte su 10 può contare sul fatto che l’esposto presentato contro di lui presso la Procura generale della Cassazione non venga passato al Csm;

– qualora anche passasse al vaglio del Csm può contare sul fatto che dalle 7 alle 8 volte su 10 verrà assolto dal Csm stesso;

– qualora anche venisse condannato dal Csm rischierebbe 9 volte su 10 solo un “tirata d’orecchie” o “una lavata di capo”.

Insomma ha solo dalle 7 alle 8 possibilità su mille di venire cacciato dalla magistratura, senza contare che per lui le porte del carcere non si apriranno mai. Potremmo dire: ho visto giudici trattati con così tanto riguardo che voi normali cittadini non potreste nemmeno immaginarvi.

Quanto alla responsabilità civile, alias il rischio di sanzioni disciplinari, per gli esposti presentati contro i magistrati è previsto un filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di cassazione. Tra il 2009 e il 2011, sempre sui circa 9.000 magistrati ordinari in servizio, alla Procura generale sono pervenute 5.921 notizie di illecito, di cui 5.498 (il 92,9%) sono state archiviate. Ciò vuol dire che solo il 7,1% delle denunce è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm. Che strano… 

9. E la responsabilità civile?

Quanto alla responsabilità civile dei magistrati, in teoria, ci sarebbe la Legge n. 117/1988, voluta dall’allora ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, che stabilisce un limite di 2 anni per l’esercizio dell’azione; prevede un filtro di ammissibilità per i ricorsi e attribuisce allo Stato la possibilità di rivalersi, per i danni liquidati a risarcimento di un errore giudiziario, sullo stipendio del magistrato colpevole (con il tetto massimo di 1/3). Stefano Livadiotti, autore del libro Magistrati l’ultracasta, ci fa notare come, in ossequio a tale Legge, dal 1988 al 2011 in Italia siano stati presentati solo 400 ricorsi (in 23 anni!!!) per risarcimento danni da responsabilità dei giudici. Di questi, il 63% sono stati dichiarati inammissibili; il 12% sono in attesa di pronuncia sull’ammissibilità; il 16,5% sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità e solo l’8,5% sono state dichiarate ammissibili. Di questo 8,5%, vale a dire di 34 ricorsi, 16 sono ancora pendenti e 18 sono stati giudicati: lo Stato ha perso solo 4 volte, pari all’l,1% dei già pochissimi ricorsi presentati.

10. Da zero a uno: meno di 0,5.

Dulcis in fundo. Il World Justice Project è un’organizzazione non profit, indipendente, che ogni anno, al pari della Commissione europea, stila un indice, denominato «Rule of Law Index», di valutazione dell’aderenza del sistema giudiziario degli Stati alle regole del diritto. In particolare, le valutazioni sono svolte sulla base di 4 parametri: l’affidabilità, la credibilità e l’integrità morale dei giudici; la chiarezza e la capacità delle Leggi di garantire i diritti fondamentali, tra cui la sicurezza di persone e cose; il grado di accessibilità, efficienza ed equità del processo; la competenza e l’indipendenza dei magistrati e l’adeguatezza delle risorse messe a loro disposizione. I punteggi per gli Stati sono compresi in un range che va da zero a uno. Per nessuno dei 4 indicatori l’Italia supera lo 0,5, eccezion fatta per l’adeguatezza delle risorse… Se la qualità, l’indipendenza e l’efficienza della giustizia giocano un ruolo fondamentale nel riportare fiducia negli Stati e ritornare a crescere, come ci ha detto il commissario Reding, rimbocchiamoci le maniche: lavoriamo per migliorarla. Con la raccolta delle firme, ma anche, in parallelo, dando veste normativa alle proposte di riforma della giustizia avanzate dalla commissione dei saggi voluta, prima della formazione del governo Letta, dal presidente Napolitano. Dipende solo da noi.

Magistratura italiana: verità e omissioni. L’Associazione Nazionale dei Magistrati ha pubblicato sul proprio sito il documento “La verità dell’Europa sui magistrati italiani” basato su dati raccolti dalla ANM e parametrati su quelli della Comunità Europea. Un rapporto talmente lacunoso da essere sospetto. Ecco perché, scrive “Agora Vox”. La Costituzione italiana assegna alla Magistratura il privilegio dell’autogoverno, cosicché essa si autogestisce senza rispondere a nessun altro che non a se stessa. Gestione del personale, organizzazione del lavoro, retribuzioni e rendiconti dei costi sono opzioni autonome prese dal Consiglio Superiore della Magistratura e fuori dal controllo dei cittadini.

Chi giudica i giudici? Nessuno a quanto pare, perchè non sono trasmesse le notizie dei procedimenti a carico. Il Consiglio Superiore della Magistratura, nella seduta del 28 settembre 1995, ha approvato la circolare in oggetto, (CSM. Circolare n. 13682 del 5 ottobre 1995) che di seguito si riporta:

“Con deliberazione n. 151/91 in data 13 gennaio 1994 il Consiglio Superiore della Magistratura ha richiesto ai Procuratori Generali ed ai Procuratori della Repubblica:

a) di dare immediata comunicazione al Consiglio, con plico riservato al Comitato di Presidenza, di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio;

b) prescindendo dall’obbligo di informazione previsto dall’art. 129 disp. att. c.p.p. di informare di loro iniziativa il Consiglio, oltre che dei fatti cui il procedimento si riferisce e del suo inizio, anche del suo svolgimento, nelle varie fasi e nei diversi gradi, salvo che sussistano e vengano comunicate ragioni che possono rendere inopportuna la immediata comunicazione, per il positivo sviluppo delle indagini e/o per la sicurezza delle persone;

c) di trasmettere di loro iniziativa i provvedimenti più rilevanti e quelli conclusivi nelle diverse fasi e nei vari gradi dei procedimenti e dei processi a carico di magistrati.

Con la deliberazione in data 17 maggio 1995, concernente lo svolgimento di ispezioni ed inchieste ministeriali, il Consiglio ha ribadito il suo costante orientamento sul punto della non opponibilità in linea di principio del segreto investigativo e della rimessione alla valutazione del magistrato procedente della sussistenza di specifiche ragioni per il mantenimento del segreto anche nei confronti degli organi titolari del potere-dovere di vigilanza.

Si sono dovute constatare notevoli difficoltà di adempimento da parte di numerosi uffici. Talora sono del tutto mancate le dovute comunicazioni ed il Consiglio ha dovuto prendere conoscenza attraverso la stampa di procedimenti riguardanti magistrati, addirittura già pervenuti alla conclusione della indagine preliminare.

Quasi mai gli uffici del pubblico ministero provvedono ad una informativa sui fatti cui il procedimento si riferisce, né trasmettono di loro iniziativa gli atti conclusivi delle fasi e gradi del procedimento, né i provvedimenti di misura cautelare a carico di magistrati. Quasi sempre gli uffici trasmettono elenchi cumulativi di procedimenti privi di indicazioni utili al Consiglio.

Accade anche che le comunicazioni al Consiglio non siano nel medesimo tempo fatte ai titolari della azione disciplinare, con evidente pregiudizio per l’esigenza di pronta informazione del Ministro di Grazia e Giustizia e del Procuratore Generale della Repubblica presso la Suprema Corte di Cassazione.

Tale stato di cose impedisce al Consiglio di svolgere le proprie funzioni e si traduce in uno spreco di attività di comunicazione, richiesta, sollecitazione, ecc..”

Chi giudica i giudici? Si chiede Enzo Rosati su “Panorama”. Meglio di qualsiasi convegno, meglio di ogni polemica tra politici e magistrati, la realtà, se conosciuta, apre gli occhi all’opinione pubblica su come funziona la giustizia in Italia. E cioè male. Un solo lato positivo: molti hanno potuto rendersi conto dell’esistenza e dell’importanza di vari, differenti e stavolta antagonisti ruoli e livelli di indagine e giudizio anche in un’inchiesta all’inizio, prima dell’arrivo in tribunale. Procura, polizia giudiziaria, giudice delle indagini preliminari, tribunale del riesame. Ognuno ha giocato la sua parte, e questa è stata evidenziata, analizzata, sviscerata. Finora agli occhi dell’opinione pubblica esisteva in pratica una verità: quella dei pubblici ministeri, cioè della procura. Dell’accusa. Un indagato diventava quasi automaticamente un colpevole. Un indagato messo in galera, poi, un colpevole doppio, perché il carcere in nessun altro modo era (e purtroppo è) percepito se non come l’anticipo della “giusta” pena. “Giusta” sulla base delle indiscrezioni fatte filtrare dalle stesse procure e dalla polizia giudiziaria. Un circuito perverso, è stato detto inutilmente mille volte; la condanna morale e materiale emessa non da un giudice ma da una parte in causa. Quanti si ricordano della presunzione d’innocenza, che nessuno può essere dichiarato e considerato colpevole prima dei tre gradi di giudizio? Quanti tra la gente comune sanno che anche l’operato di una procura è soggetto alla verifica di un gip e di un tribunale del riesame? Non è certo la prima volta che un’inchiesta viene sconfessata, una sentenza ribaltata. Non raramente si è assistito a un contrasto così forte a palese sui fondamenti stessi di come si debba condurre un’indagine, di come si possa mettere in carcere una persona o semplicemente additarla al pubblico sospetto. È evidente che qualcuno ha sbagliato. La procura? I carabinieri? Il gip? Il Tribunale del riesame? Può capitare. Ma che cosa suggerirebbe la logica? Che chi sa di non disporre di prove e indizi certi per accusare una persona di un reato si rimetta al lavoro per capire gli errori, coprire le lacune o, se è convinto di ciò che fa, andare avanti. Ma soprattutto che taccia. Non per punizione, ma perché lo impongono l’etica professionale, il dovere d’ufficio, il rispetto degli altri e il semplice buon senso. «Non commentiamo, non rilasciamo dichiarazioni, proseguiamo il nostro lavoro». Ottima idea. Smentita 24 ore dopo da una raffica di interviste. E che interviste. 1) far capire che il gip è forse troppo giovane ed esuberante, e per questo «non ha dato adeguatamente conto del lavoro dei carabinieri»; 2) che la procedura del Tribunale del riesame «è del tutto nuova»; 3) che «a forza di dubbi finiremo per dubitare che un delitto ci sia stato. Meno male che abbiamo prove incontestabili che ci sia un moti. Mi scuso della battuta macabra, però…». Nomi, persone, vite private. Tutto in piazza. E non per il lavoro della stampa; no, con il sigillo di magistrati che forse pensano di risolvere così contrasti e vendette interne. Perché proprio questo si intuisce dietro il profluvio di dichiarazioni, di allusioni, di «non mi sembrerebbe generoso», di «non vorrei dirlo», di «non mi faccia fare nomi». E lasciamo stare criminologi e psichiatri vari, con la verità in tasca da settimane: la loro unica scusante è che non sono pubblici ufficiali. Il problema ora è: qualcuno pagherà per gli errori? Chi è ancora in grado di risolvere credibilmente le indagini? Certo, questi contrasti dimostrano che la magistratura ha una dialettica al proprio interno e ciò può essere considerato una garanzia per i cittadini. Purtroppo una sfilza di precedenti dimostrano che la situazione della giustizia non è rassicurante. C’è dunque qualcosa che non va. Senza considerare i processi vip, quelli ai politici, è la giustizia che riguarda la gente comune che non va. Ma i magistrati, come categoria (anzi, come corporazione), continuano ad autoassolversi. Non accettano riforme, non accettano di essere giudicati, se non da loro stessi. Ma come si vede i giudici sbagliano, e dunque il nodo è inesorabile: chi giudica i giudici?

Chi sbaglia paghi: anche i giudici si adeguino, scrive Marco Ventura su “Panorama”. In tutti i settori della vita pubblica occorre una nuova rivoluzione che metta al centro il principio della responsabilità e il contrappeso dei poteri. Chi controlla i controllori? Gli arresti e le inchieste ai vertici della Guardia di Finanza offrono una risposta semplice: la magistratura. Ma chi controlla i magistrati? Qui la risposta diventa più complessa, perché non è risolutivo che a controllare i magistrati siano altri magistrati. Le toghe formano una casta o corporazione che dietro lo scudo dell’indipendenza nasconde una struttura e meccanismi di potere politico-correntizio che con l’esercizio della “giustizia” hanno poco a che vedere. Intanto, infuria la polemica per l’inaspettato “sì” a un emendamento leghista alla Camera dei deputati che introduce la responsabilità civile dei magistrati, equiparandoli a tutti gli altri cittadini nell’obbligo di risarcire le vittime degli errori commessi , nel loro caso per “violazione manifesta del diritto” oppure con dolo o colpa grave. Una norma che sarebbe di civiltà, e in linea con un’esplicita e grave condanna europea nonché col referendum che nel 1987 consegnò alle urne la volontà dell’80.2 per cento di italiani favorevoli al principio che “chi sbaglia paga” anche per i giudici, e se non cadesse in coda alla ventennale polemica sull’uso strumentale, politico, della giustizia. Che il dibattito sia inquinato dall’attualità dello scontro politico è provato non soltanto dalla ormai pluridecennale querelle berlusconiana, ma dall’imbarazzo di Matteo Renzi che il 27 ottobre 2013 lanciò la riforma della giustizia portando a esempio “la storia di Silvio”. Che non era Silvio Berlusconi ma Silvio Scaglia, patron di Fastweb che noleggiò un aereo privato per rientrare in Italia e spiegare la propria posizione ai giudici che lo indagavano, ma finì in carcere innocente per 3 mesi, più 9 ai domiciliari. Oggi Renzi dissente dalla responsabilità civile per i magistrati, dall’Asia fa sapere che la norma sarà ribaltata al Senato. Cioè, la riforma può aspettare. L’eguaglianza fra i cittadini anche. Ma il problema è più vasto di quello che può sembrare.

Chi controlla i controllori? Questo è il punto. Interrogativo che si pone per qualsiasi posizione “di controllo”. La parola chiave è proprio “controllo”. Nelle società di cultura anglosassone il metodo applicato alla formazione delle istituzioni e alla giurisdizione è quello che risale a Montesquieu e va sotto il nome di “checks and balances”, ossia “controlli e contrappesi”. È il principio per cui il sistema non riserva a alcun potere una licenza assoluta, incontrollabile e incontrollata. Il succo della democrazia, in paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, sta proprio nel contrappeso tra poteri che si controllano a vicenda. In Italia lo sbilanciamento è sotto gli occhi di tutti e insieme allo strapotere della magistratura (che giudica e sanziona se stessa in termini di carriera e procedimenti disciplinari), emerge il problema della effettiva indipendenza e credibilità. Non basta che un magistrato che ha esagerato nel disprezzo delle regole sia sottoposto a vaglio disciplinare. Occorre che i controllori siano anch’essi controllati e al di sopra di ogni sospetto. La politica deve riconquistare dignità e autorevolezza. Vanno superati dogmi inattuali e smentiti dai fatti (in ultimo dall’inchiesta sul Mose che ha coinvolto il sindaco Pd di Venezia) riguardo a una supposta e inesistente “superiorità morale della sinistra”. Bisogna che accanto a un’effettiva applicazione del principio del “checks and balances” si affermi un altro principio, quello dell’“accountability”. Cioè della verifica. I controllori sono gli insegnanti nelle scuole o professori nelle Università? Bene, chi li valuta? Chi ne controlla i risultati? Chi tiene l’inventario dei risultati concreti e misurabili? Per esempio, qual è il numero di laureati di quella Università che trovano lavoro e ottengono un successo? Qual è il numero di diplomati di un certo istituto che ha conseguito la laurea, e la specializzazione, e il dottorato? E se i controllori sono i super manager di aziende pubbliche, potrà mai esserci una relazione diretta tra la carriera e i risultati anche nel loro caso, o conferme e siluramenti dipenderanno ancora una volta dalla rete di amicizie e dai clan politici? Nella pubblica amministrazione, quando si passerà dal concetto dei premi come parte integrante e automatica dello stipendio, a quello di “premio” realmente selettivo e ponderato, fondato sul conseguimento di obiettivi verificati? In tutto il mondo, specialmente nelle compagnie private, vige il principio dei risultati da conseguire. Si fissano gli obiettivi, a posteriori si valuta se siano stati centrati. Altrimenti non si viene pagati, o addirittura si viene “fired”, licenziati. Non rinnovati. Forse appartiene a questa mentalità anche la sanzione che peserebbe di più sui pubblici funzionari infedeli: la perdita del diritto alla pensione. Se mai il processo sancirà che un reato è stato commesso, perché i pubblici funzionari dovrebbero conservare il diritto alla pensione visto che loro per primi hanno tradito il loro ruolo? Controlli e contrappesi. Verifica dei risultati. Premi e sanzioni. A quando la rivoluzione culturale? Gli italiani favorevoli alla responsabilità civile dei giudici.

Un sondaggio rivela come l’87% vuole che i magistrati paghino per i propri errori, scrive Arnaldo Ferrari Nasi su “Panorama”. Il governo è stato battuto a favore di un emendamento che modifica l’articolo 2 della legge 117/88 sul risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie. Cos’è la 177/88? E’ la cosiddetta Legge Vassalli sul “risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”. Comporta che, al pari di altre professioni, i magistrati possano rispondere risarcendo il danno qualora compiano un atto con dolo o colpa grave, parificando la loro responsabilità a tutti gli impiegati civili dello Stato. In caso di colpa semplice o errore è lo Stato a risarcire le vittime. Una legge che, quando promulgata, venne giudicata troppo morbida da diverse parti e, soprattutto, che travisava i risultati del referendum dell’anno precedente. Referendum che stravinse con l’80% dei “Sì”. Referendum presentato dai Radicali allo scopo di abrogare le opportune norme per stabilire che ci esistesse una responsabilità civile anche per i giudici. Del resto, dopo oltre venticinque anni, i casi di risarcimento effettivo da parte di magistrati si possono contare sulla punta delle dita. Invece, i cittadini sono oggi della stessa opinione di venticinque anni fa. Sia quelli che sono nel frattempo invecchiati, sia quelli che nel 1987 non erano ancora nati. Più precisamente il nostro ultimo dato a rilevato lo scorso anno ci dice che l’87% degli italiani maggiorenni è d’accordo con l’affermazione: “un magistrato che sbaglia dovrebbe essere responsabile della propria azione”. Il dato è perfettamente concorde con la nostra rilevazione precedente del 2010, i cui risultati davano 86%. Sul tema, dunque, il pensiero degli italiani è chiaro e non muta almeno da un quarto di secolo. Ma non ce l’anno fatta vincendo un referendum e non ce l’anno fatta con un Berlusconi fortissimo. Ci riusciranno oggi?

Insorgono Anm e Csm: “A rischio la nostra indipendenza”. Duro scontro Pd-5S. Renzi: “Correggeremo in Senato”, scrive “La Repubblica”. Il governo e la maggioranza sono stati battuti, in un voto a scrutinio segreto, nell’esame sulla legge europea 2013-bis alla Camera sulla responsabilità civile delle toghe. E’ infatti passato un emendamento della Lega, a prima firma di Gianluca Pini, e a cui governo e relatore avevano dato parere contrario. Riscrive l’articolo 26 sulla responsabilità civile dei magistrati, inasprendo di fatto le pene nei confronti dei giudici. I voti favorevoli sono stati 187, mentre 180 i contrari. Sette voti di differenza che pesano, visto che alla Camera governo e maggioranza contano su un ampio sostegno. L’emendamento modifica l’articolo 2 della legge dell’88 sul risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati. Una questione sulla quale il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricorda che l’indipendenza dei giudici non è un privilegio. Il premier Matteo Renzi però, parlando con i suoi da Pechino, del voto con il quale la maggioranza è stata battuta, minimizza:”E’ una tempesta in un bicchiere d’acqua, il voto segreto è occasione di trappoloni, ma le reazioni che vedo sono esagerate”, dice il premier per il quale la norma sarà modificata a scrutinio palese al Senato.

LA RESPONSABILITA’ CIVILE IN EUROPA. La responsabilità civile secondo l’Unione Europea. Colpa semplice e dolo sono forieri di responsabilità.

L’Ue all’Italia: se i giudici sbagliano, lo Stato paga, scrive Guido Scorza su “Il Fatto Quotidiano”. È incompatibile con la disciplina europea il principio stabilito nella legge italiana secondo il quale lo Stato non risponde nei confronti dei cittadini per gli errori commessi dai giudici – con provvedimenti definitivi e, quindi, non ulteriormente impugnabili – ogni qualvolta si tratti di un errore di interpretazione della legge e/o di valutazione delle prove ovvero non vi sia la prova che i magistrati hanno agito con dolo o colpa grave. È questa la conclusione cui è pervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione europea all’esito di un procedimento promosso dalla Commissione nei confronti del nostro Paese. L’Italia, “escludendo qualsiasi responsabilità dello Stato italiano per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione imputabile a un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo, e limitando tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave… è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del principio generale di responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado.” Inequivocabile la posizione della Ue: non c’è ragione per la quale lo Stato debba sottrarsi al principio del “chi rompe, paga”, quando a “rompere” – o meglio a violare i diritti di un cittadino – siano i giudici. A leggere la sentenza, peraltro, si scopre una circostanza curiosa e, al tempo stesso, antipatica. Prima di avviare il procedimento dinanzi alla Corte di Giustizia che ha poi portato alla sentenza di condanna dell’Italia, facendoci fare la solita pessima figura, la Commissione ha dapprima ripetutamente sollecitato il nostro Governo a fornire spiegazioni con lettere del febbraio e dell’ottobre del 2009 e, quindi, con una comunicazione del 22 marzo 2010, lo ha diffidato dall’adottare una serie di provvedimenti per riallineare il diritto interno a quello dell’Unione. Il nostro Governo, tuttavia, evidentemente preoccupato di questioni ben più serie legate alla sorte dei processi contro il premier, non ha mai risposto. Curioso che l’ex premier sempre pronto a chiedere la testa di questo o quel magistrato non abbia condiviso la battaglia di civiltà giuridica promossa da Bruxelles e vergognoso che un Paese si permetta il lusso di ignorare comunicazioni su questioni tanto delicate provenienti dalla Commissione Ue. A questo punto, però, giustizia è fatta: se i giudici sbagliano – con una sentenza definitiva – lo Stato paga senza eccezioni e limitazioni. All’Italia, tocca ora adeguarsi alle regole Ue a pena, in caso contrario, di pesanti sanzioni economiche delle quali, francamente, non si avverte il bisogno. Peccato che una regola tanto elementare ce l’abbiano dovuta prima spiegare e poi, visto il nostro ostinato silenzio, imporre i giudici europei con una condanna.

LA RESPONSABILITA’ CIVILE IN ITALIA. La responsabilità civile secondo l’Italia. Colpa grave e dolo sono forieri di responsabilità, ma solo se rilevata dalle stesse toghe contro i colleghi.

Si dice spesso che in nessun Paese europeo esista e sia prevista la responsabilità diretta del magistrato, ma in essi non c’è neppure un articolo 28 della Costituzione che espressamente la preveda; né in nessun altro Paese europeo i pubblici ministeri hanno l’autonomia e l’indipendenza che hanno quelli italiani, dato che in tutta Europa gli stessi rimangono – chi più, chi meno – al riparo dal potere esecutivo. Una volta chiuso il processo, nulla impedisce che si possa agire nei confronti del magistrato, non allungando in tal modo alcun tempo né moltiplicando le cause. È utile ricordare che a oggi la categoria della colpa grave è stata identificata dai giudici di legittimità in maniera talmente restrittiva e spesso miope che, nella realtà, è stata resa invocabile in sparuti casi. In definitiva, la Corte di Cassazione ha sempre fatto rientrare le ipotesi giunte alla sua attenzione o in un ambito prettamente interpretativo facendolo poi sfociare nella inammissibilità, o interpretando la colpa grave con il carattere aberrante dell’interpretazione. La responsabilità è un valore assoluto – non può essere un privilegio a danno degli italiani – pertanto è sacrosanta l’introduzione della responsabilità civile personale dei magistrati e, nel farlo, si tenga ben presente che lo stato della giustizia in Italia è tale per cui, lungi dal “confidare” in essa, si è tutti esposti ad iniziative giudiziarie discrezionali e variabili da Paese incivile. Nel 1987, sulla scia del “caso Tortora”, più dell’80% degli italiani votò perche fosse introdotta la responsabilità civile dei magistrati. Un anno dopo, dietro l’impulso dell’allora Ministro della Giustizia Vassalli nacque la legge del 13 aprile 1988 sul “risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio nelle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati“.

Il 2 febbraio 2012, il colpo di scena con Governo battuto a scrutinio segreto. La Corte di Giustizia aveva chiesto, anzi “intimato” più volte all’Italia di cambiare la legge Vassalli a causa della sua mancata corrispondenza con quanto previsto dal diritto comunitario poichè la responsabilità andava estesa anche agli errori commessi dal magistrato per un’interpretazione errata delle norme europee e per una valutazione sbagliata di fatti o prove. In realtà, questo è stato il pretesto per modificare invece un principio ben più rilevante per il nostro ordinamento: non più solo lo Stato a rispondere degli errori commessi dal magistrato ma anche la responsabilità diretta del giudice, con conseguente risarcimento del danno. In particolare, l’emendamento Pini approvato dalla Camera stabilisce che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento” di un magistrato “in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia”, possa rivalersi facendo causa sia allo Stato che al magistrato per ottenere un risarcimento.

Invece il Governo Renzi, con il Ministro Orlando propone una contro riforma.

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, COMUNICATO 4 AGOSTO 2014.

Un corretto funzionamento della responsabilità civile dei magistrati costituisce un fondamentale strumento per la tutela dei cittadini ed un necessario corollario all’indipendenza ed all’autonomia della magistratura. Il meccanismo previsto dalla legge Vassalli adottato in esito al referendum abrogativo del 1987 ha funzionato in modo assolutamente limitato. La legge, infatti, pur condivisibile nell’impianto, prevede una serie di limitazioni per il ricorrente che, di fatto, finiscono per impedire l’accesso a questo tipo di rimedio e rendono poi aleatoria la concreta rivalsa sul magistrato ritenuto eventualmente responsabile. Si tratta, quindi, d’intervenire per rendere effettivo questo strumento. Un’ulteriore esigenza di intervento è rappresentata dalle pronunce della Corte Europea di Giustizia, che sollecita una maggiore effettività nelle procedure previste per il riconoscimento delle responsabilità conseguenti alla errata applicazione del diritto comunitario da parte del giudice.

Ampliamento dell’area di responsabilità. L’intervento sull’attuale disciplina di settore riguarda in primo luogo il profilo dell’ampliamento dell’area di responsabilità su cui possa far leva chi è pregiudicato dal cattivo uso del potere giudiziario, in linea con il diritto dell’Unione europea che include le ipotesi di violazione manifesta delle norme applicate ovvero manifesto errore nella rilevazione dei fatti e delle prove. In secondo luogo la responsabilità sarà estesa, nella ricorrenza dei medesimi presupposti, al magistrato onorario. I giudici popolari resteranno responsabili nei soli casi di dolo.

Superamento del filtro. Uno degli obiettivi del progetto è il superamento di ogni ostacolo frapposto all’azione di rivalsa, nei confronti del magistrato, che lo Stato dovrà esercitare a seguito dell’avvenuta riparazione del pregiudizio subito in conseguenza dello svolgimento dell’attività giudiziaria.

Certezza della rivalsa nei confronti del magistrato. L’azione di rivalsa nei confronti del magistrato, esercitabile quando la violazione risulti essere stata determinata da negligenza inescusabile, diverrà obbligatoria.

Incremento della soglia della rivalsa. Sarà innalzata la soglia dell’azione di rivalsa, attualmente fissata, fuori dei casi di dolo, a un terzo dell’annualità dello stipendio del magistrato: il limite verrà incrementato fino alla metà della medesima annualità. Resterà ferma l’assenza di limite all’azione di rivalsa nell’ipotesi di dolo.

Coordinamento con la responsabilità disciplinare. Saranno rafforzati i rapporti tra la responsabilità civile del magistrato e quella disciplinare.

Per armonizzarsi con l’Europa, scrivono in via Arenula, bisogna innanzitutto includere tra le ipotesi di responsabilità civile del giudice «la violazione manifesta delle norme applicate ovvero il manifesto errore nella rilevazione dei fatti e delle prove», una sorta di punizione per la negligenza grave. Punizione che riguarderà sugli stessi presupposti anche i magistrati onorari, mentre i giudici popolari (cioé i cittadini aggregati alle Corti d’Assise) resteranno responsabili solo per i casi di dolo. Nel progetto dell’esecutivo salta il filtro a protezione dei magistrati: una volta che lo Stato sia stato condannato a riparare il danno da denegata/errata giustizia, «dovrà» esercitare l’azione di rivalsa contro la o le toghe responsabili, azione che in sostanza diventa «obbligatoria». La rivalsa dello Stato sarà, da un punto di vista patrimoniale, «illimitata» nei casi di comprovato dolo del magistrato, mentre se gli sia addebitabile solo una negligenza lo Stato potrà rivalersi solo fino alla metà (oggi è un terzo, ma l’azione non è obbligatoria) dello stipendio annuale. Resta comunque esclusa l’azione diretta del cittadino nei confronti del giudice. Le linee guida creano infine un legame diretto e necessario tra responsabilità civile e azione disciplinare. Una condanna per negligenza costerà al giudice anche un procedimento amministrativo che, pare di intuire, non potrà prescindere dall’esito della prima. Quanto alla riduzione del filtro per l’azione volta a ottenere il risarcimento, «bisogna stare attenti perché è alto il rischio di azioni strumentali, cioè di reazione a un provvedimento sgradito del magistrato. Se si toglie il filtro, occorre evitare la proliferazione di azioni infondate, attraverso disincentivi o forme di sanzioni», ha detto il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli».

“L’Anm grida al lupo, quando il lupo, di fatto, ha fatto marcia indietro”. Esordisce così il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo del Partito Socialista Italiano (PSI) in Commissione Giustizia a Palazzo Madama, interpellato dal Velino, a proposito della reazione del sindacato delle toghe alle linee guida del Governo sulla riforma della giustizia in materia di responsabilità civile dei magistrati. Buemi, che è relatore della norma al Senato e che sulla responsabilità civile dei magistrati ha presentato la pdl n. 1070, spiega che la sanzione applicabile in caso di colpa grave del magistrato “è molto limitata rispetto all’elaborazione fatta in commissione Giustizia, dove si profilava che il minimo recupero economico potesse essere intorno al 50% del danno arrecato”. Mentre nelle linee guida della riforma del ministro della Giustizia Andrea Orlando è previsto che il risarcimento per chi ha subito il danno può arrivare fino al 50% dello stipendio annuo netto del magistrato al momento in cui sono avvenuti i fatti. “Una briciola di incremento – commenta Buemi – rispetto a una situazione che prima era irrisoria. Stiamo infatti parlando di qualche migliaio di euro di incremento, passando dal 30% al 50% dello stipendio, e cioè a 25/30 mila euro di risarcimento del danno, in più col vincolo del prelievo mensile di un massimo del quinto dello stipendio”. Il risarcimento previsto dal ministero non e’ proporzionale al danno. “Di fronte a un danno che potrebbe essere di decine di migliaia di euro, penso in particolare ai magistrati del civile, c’è una non proporzionalità, tra il danno arrecato e la sanzione applicata”, osserva Buemi. Un discorso che vale anche per i comportamenti che prevedono la limitazione della libertà. “I magistrati – spiega ancora Buemi – non hanno mai risposto civilmente per gli arresti prolungati nel tempo che hanno generato azioni di risarcimento da parte di coloro che li hanno subiti. In 25 anni di applicazione della norma Vassalli – ricorda il senatore Psi – solo quattro casi sono andati a compimento, ma nessuno ha avuto un’azione di rivalsa”. Insomma “il lupo non c’è e nessuno c’è l’ha con i magistrati che svolgono azione meritoria – osserva Buemi rispondendo alle preoccupazione dell’Anm – inoltre è sempre un giudice che deve stabilire se un altro giudice ha commesso o no colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni”. Quando la riforma passerà all’esame del Parlamento “chiederò ai colleghi un atteggiamento coerente e lo chiederò anche al presidente del Consiglio, che in più riprese ha detto che ci deve essere lo stesso tipo di recupero rispetto al danno arrecato. Non dico che ci debba essere un recupero al cento per cento, ma ci deve essere una proporzionalità – ribadisce Buemi – tra il danno arrecato e l’azione di concorso all’indennizzo della parte che ha subito il danno, un indennizzo che non può essere irrisorio”.

Rita Bernardini, segretario dei Radicali italiani, intervistata da Andrea Barcariol su “Il Tempo” accoglie positivamente le linee guida sulla riforma della Giustizia ma con una grande riserva sul testo finale: «Dubito che rimanga così». Ampliata la responsabilità civile dei magistrati, in linea con le direttive europee, anche se non ci sarà responsabilità diretta.

Soddisfatta?

«Si tratta di una serie di intenzioni che mi sembrano piuttosto serie. Essendo passati 27 anni da quando il popolo italiano decise che voleva la responsabilità civile dei magistrati (legge Vassalli ndr), mi auguro che questa sia la volta buona».

Si aspetta dei cambiamenti tra la bozza e il testo finale?

«Le pressioni che farà l’Anm (associazione nazionale magistrati) saranno pesanti, come è normale in uno Stato dove non è affermata in modo chiaro la separazione dei poteri. Basti pensare a tutti i magistrati fuori ruolo che sono distaccati, in particolare presso il ministero della Giustizia. Affermare la responsabilità civile è giusto ma è necessario intervenire anche in altri settori come quello dell’obbligatorietà dell’azione penale che oggi lascia completamente nelle mani della magistratura la scelta dei processi da celebrare e quelli da far cadere in prescrizione che sono circa 140 mila all’anno».

Il presidente Sabelli dell’Anm ha già parlato del rischio di cause strumentali.

«Saranno sempre i magistrati a giudicare… Cause strumentali ci possono sempre essere, a volte sono strumentali quelle che vengono fatte nei confronti dei cittadini che subiscono processi inutili».

Quali sono gli aspetti che la convincono di più del testo?

«Voglio vedere quanto regge il testo rispetto alle pressioni, ciò dimostrerà anche la determinazione del governo. L’aver previsto la violazione manifesta del diritto è un passaggio importante su cui c’era forte opposizione da parte dei magistrati. Sull’azione di rivalsa è vero che è sempre indiretta però lo Stato deve obbligatoriamente rivalersi nei confronti del magistrato quando c’è una negligenza inescusabile».

Quindi, secondo lei è stato centrato l’obiettivo dichiarato di togliere le limitazioni del ricorrente per facilitare l’azione di rivalsa?

«Se il testo rimane questo mi sembra un enorme passo avanti, ma io ne dubito».

Hanno troppo potere i magistrati…

«Comandano loro. Loro si scelgono i reati da perseguire e quelli da far cadere in prescrizione».

La responsabilità civile dei magistrati? Il Governo esclude quella diretta, e avrebbe già pronto un ddl che riscrive la responsabilità civile per i magistrati: via il filtro e una rivalsa dello Stato sulla toga non più di un terzo, ma della metà; e dunque chissenefrega di quanto ha approvato la Camera dei deputati accogliendo l’emendamento Pini. Del resto lo si è fatto tranquillamente con il referendum Tortora, i cui risultati erano inequivocabili, e venne varata una normativa che andava in senso opposto…

La Camera ha dato il 2 febbraio 2012 l’ok alla norma sulla “responsabilità civile dei giudici” con un voto trasversale: 264 sì. Anche parlamentari di Pd, Idv, Terzo polo e gruppo misto quindi hanno votato a favore dell’emendamento proposto dal leghista Gianluca Pini. “Partendo da un pronunciamento della Corte di giustizia europea, introduce il principio per cui «chi ha subito un danno ingiusto da un magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave» possa chiedere il risarcimento non solo allo Stato ma anche al «soggetto colpevole», ovvero al giudice che l’ha mandato ingiustamente in carcere o che gli ha causato problemi materiali, morali e psicologici” La responsabilità civile diretta preoccupa i magistrati. Per ora, se sbagliano, è lo Stato a punirli (può prelevare non oltre 1/3 dello stipendio), scrive “Tempi”. Dal 1988 al 2012, i casi in cui è stata applicata la responsabilità (indiretta) sui magistrati si contano sulle dita di una mano più un dito: 6. La giustizia è chiaramente blanda con le toghe. E ciò sembra confermato da una recente sentenza sulle punizioni dei magistrati delle Sezioni Unite della Cassazione. Nelle motivazioni di una sentenza di aprile 2014, depositate ieri, a poche ore dal sì della Camera all’emendamento Pini, le toghe supreme affermano che è troppo penalizzante la legge che obbliga il trasferimento di un giudice o di un pm per ogni condotta contraria al suo dovere di magistrato, anche se il magistrato in questione ha violato i suoi doveri. Per questo la Cassazione ha chiesto un parere alla Corte Costituzionale. La Cassazione si è espressa sul caso di un magistrato del tribunale di Cesena (anonimo) che nell’autunno 2010 dimenticò di liberare due persone dalla custodia cautelare. Soltanto 56 giorni dopo la scadenza dei termini di custodia, i due cittadini furono liberati dal giudice. Il caso finì al Csm, che condannò il giudice di Cesena al trasferimento di sede per avere agito «con negligenza inescusabile» e perché «arrecava un ingiusto danno ai predetti imputati che sono stati ingiustificatamente ristretti sine titulo per un mese e venticinque giorni». Il giudice, prosciolto dall’accusa di «grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», ma “condannato” al trasferimento, fece ricorso in Cassazione. Nella sua difesa in Cassazione, il giudice condannato ha spiegato che la dimenticanza era un fatto di «scarsa rilevanza», che «era conseguenza delle carenze organizzative dell’ufficio». Un fatto che «non aveva compromesso la sua immagine di magistrato». La risposta della Cassazione? Ha sospeso la pena del magistrato e bocciato la legge che prevede il trasferimento dei giudici, impugnandola davanti alla Corte Costituzionale. Secondo la Cassazione, infatti, «la misura del trasferimento di sede o di ufficio è particolarmente afflittiva per il magistrato, sotto il profilo sia morale che materiale». Non può dunque essere sempre e automaticamente prevista, nemmeno nel caso in cui il magistrato violi i diritti degli imputati e i propri obblighi di «imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio».

Responsabilità civile dei giudici. Il leghista Pini: «Non si può difendere l’impunità assoluta delle toghe». Intervista di Francesco Amicone su “Tempi” al deputato del Carroccio, che primo firmatario dell’emendamento approvato alla Camera. «I magistrati paghino i propri errori come tutti. Almeno in caso di dolo». È passato alla Camera (187 voti a favore contro 180) l’emendamento che riscrive l’articolo 26 sulla responsabilità civile dei magistrati. Di seguito riproponiamo la lettura dell’intervista che facemmo a Gianluca Pini (Lega), primo firmatario. Perché i magistrati che sbagliano non dovrebbero risarcire le vittime dei propri errori? «Non si fanno sconti a tutti gli altri professionisti, anche quelli che svolgono lavori delicati», denuncia il deputato leghista Gianluca Pini a tempi.it. «Dal medico chirurgo al professore di scuola – spiega il vice-capogruppo alla Camera della Lega Nord – se un dipendente pubblico (e ovviamente un privato) commette uno sbaglio nello svolgimento delle proprie mansioni, può subire una causa civile. I magistrati sono gli unici a godere dell’immunità». La deduzione di Pini, che ha presentato alla Camera un emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati, è logica: «Se la legge è uguale per tutti, i magistrati devono rispondere direttamente del proprio operato e risarcire le vittime dei propri errori dolosi».

Onorevole Pini, la sua “domanda di eguaglianza” è disattesa dal 1987, quando a favore della responsabilità civile delle toghe si espresse il 80 per cento degli elettori. Ad oggi, né il Parlamento né la Corte costituzionale hanno saputo dare risposta: perché?

«Quando si parla di magistrati si cerca di stare molto attenti e molto spesso si finisce per non cambiare nulla. I detrattori della responsabilità diretta oppongono a una legge giusta, che toglie l’immunità totale ai magistrati, fantomatiche questioni sull’indipendenza e sull’autonomia dell’ordine, messe in discussione – secondo questa curiosa teoria – dal desiderio di giustizia delle vittime degli errori giudiziari. Mi chiedo cosa c’entri la terzietà dei magistrati con l’impossibilità per un cittadino di fare causa a pm e giudici che commettono errori dolosi nei suoi confronti».

Si dice, per esempio, che i giudici, spaventati dal rischio di una causa, avrebbero timore di fare il loro mestiere.

«Mi scusi, fare il chirurgo forse è un lavoro meno delicato del magistrato? Fra l’altro, i magistrati sono già dotati di una copertura assicurativa e a giudicarli sarebbero altri magistrati. L’obiezione è risibile».

All’estero però non si prevede la responsabilità diretta dei magistrati.

«Vero, ma si dimentica di ricordare che all’estero rimuovere giudici e pm che sbagliano è molto più semplice. In Inghilterra, per esempio, basta il voto della maggioranza del Parlamento. Vogliamo farlo anche in Italia? Vogliamo introdurre la chiamata diretta dei giudici da parte di organismi politici? Oppure vogliamo eleggere i procuratori e i giudici come avviene in alcuni stati americani? Da noi è l’organo di autogoverno dei magistrati a giudicare i comportamenti dei magistrati e a decidere della loro carriera. Ed è risaputo che non sia particolarmente duro nei confronti dei colleghi che sbagliano. In qualche modo, bisogna riequilibrare il sistema».

Il suo tentativo di “responsabilizzare” giudici e pm è già stato affossato nel 2012. E poche settimane fa è stato bocciato un secondo emendamento sulla responsabilità civile, grazie ai voti del Movimento 5 Stelle. Perché lo ripresenta?

«Perché il voto si terrà a scrutinio segreto, come è avvenuto nel 2012, quando l’emendamento passò alla Camera grazie ai voti della sinistra. Non diventò legge a causa dell’opposizione del governo Monti e del Pdl. Ora vedremo cosa diranno i nuovi partiti Forza Italia e Ncd. Il mio emendamento è molto meno “duro” nei confronti dei pm e dei giudici rispetto a quello bocciato di recente. Spero che possa essere accolto anche dai 5 Stelle. Beppe Grillo un tempo si diceva a favore della responsabilità diretta dei magistrati: ha cambiato idea, come sul reato di immigrazione clandestina?»

In cosa consiste l’emendamento?

«Si tratta dell’applicazione di una sentenza di condanna allo Stato italiano della Corte di giustizia europea e mai applicata. La Corte denuncia che in Italia è quasi impossibile chiamare in causa i magistrati che non applicano una norma comunitaria favorevole al cittadino, nonché che la normativa è inefficace e restrittiva nel sanzionare il singolo magistrato. L’emendamento si limita a estendere la norma in applicazione della sentenza a tutti i casi e non solo in merito a quelli europei, aggiungendo che l’errore per chiamare in causa – direttamente – il magistrato deve essere fatto con dolo. In pratica, un giudice può essere chiamato in sede civile dal cittadino solo se va volontariamente contro la legge. Nel 2013 l’Europa ha aperto una procedura di infrazione per non aver applicato la sentenza. Cosa vogliamo fare?»

Sta dicendo che lo Stato oltre a rispondere per gli errori dolosi dei magistrati potrebbe essere costretto a pagare una multa perché non si rivale su di loro? Cosa impedisce ai magistrati italiani di indignarsi di fronte a questa iniquità che danneggia i cittadini contribuenti e favorisce i colleghi che sbagliano?

«Di certo c’è che i bravi magistrati non hanno alcuna ragione di opporsi alla norma. Infatti si applicherebbe soltanto in caso di dolo e di manifesta violazione dei diritto. La legge è necessaria, visto che il principio della malatissima giustizia italiana è classificare un imputato come colpevole fino a prova contraria. Nel frattempo i processi durano anni e, anche quando finiscono in niente, la vita degli innocenti è rovinata. Una norma sulla responsabilità civile diretta come questa sarebbe utile a rendere davvero indipendente e terzo il magistrato che valuta i casi e ad applicare la normativa europea. Servirebbe anche a eliminare qualsiasi “fumus persecutionis”. Ci sono tanti esempi, purtroppo, di come i magistrati italiani evitano di applicare una legge “in favor rei”, trascinando il processo fino in Cassazione. Quando poi i cittadini si rivolgono allo Stato per ottenere i risarcimenti e agire indirettamente sui magistrati, nella maggior parte dei casi non succede nulla».

La responsabilità civile diretta dei magistrati riuscirà a diventare legge? A favore ci sono anche molti esponenti della sinistra, come Giuliano Pisapia. Oppure prevarrà l’ala degli strenui difensori della corporazione?

«Spero nel buon senso. L’emendamento arriverà in Parlamento, probabilmente, nella settimana successiva al voto per le europee. Grazie allo scrutinio segreto, la sinistra potrà emanciparsi dalle posizioni di alcuni guardiani del sindacato presenti nelle sue schiere, ex pm e giudici, magistrati in aspettativa, oggi parlamentari. Non si può difendere l’assoluta impunità delle toghe, anche quando commettono errori dolosi.

Responsabilità civile dei magistrati, Mantovano: “Ora o mai più”, diceva l’8 febbraio 2012 a Chiara Rizzo su “Tempi”. “Qualsiasi professionista, un medico, un avvocato, un ingegnere è responsabile per i suoi atti. Che lo diventi personalmente anche un giudice, che questi sia messo sullo stesso piano di un altro professionista, non scalfisce alcun un principio di responsabilità”. Il deputato e magistrato Alfredo Mantovano spiega perché è giusto che un giudice paghi se sbaglia. Il deputato Alfredo Mantovano (Pdl) è stato magistrato di Cassazione, e dal 2008 al novembre 2011 sottosegretario all’Interno. Ora è tornato a Montecitorio, dove, lo scorso 2 febbraio ha votato favorevolmente all’emendamento Pini: quello cioè che, con 264 voti favorevoli, prevede la responsabilità civile dei magistrati. Dopo il voto, sono fioccate le polemiche. A tempi.it, Mantovano spiega perché ha deciso di votare a favore del provvedimento.

Mantovano, avete forzato la mano?

«È difficile parlare di forzature 25 anni dopo un referendum che è rimasto praticamente inattuato. Nell’87 gli italiani votarono favorevolmente all’introduzione della responsabilità civile per i magistrati. Da allora, al momento di intervenire a livello legislativo, si dice sempre che non è il momento adatto e si trova una ragione per rinviare. Questo ha fatto sì che il parlamento, quando si è presentata una situazione valida come quella attuale (con una sentenza della Corte europea che chiedeva all’Italia di intervenire sul tema e una procedura avviata nei confronti del nostro paese per l’infrazione, ndr), abbia risposto “ora o mai più”. Abbiamo rimediato ad una situazione intollerabile».

Dopo il referendum dell’87 però è stata fatta una legge, la Vassalli dell’88, che interviene sulla responsabilità dei magistrati prevedendo che il cittadino possa rivalersi e costringere lo Stato a pagare.

«Io ero magistrato quando è uscita la legge Vassalli: l’effetto che ha prodotto è che il giorno dopo l’entrata in vigore ogni magistrato di buon senso ha sottoscritto una bella polizza assicurative Rc: essendo all’epoca noi magistrati in settemila, ci fecero anche dei prezzi di “favore”, con un acconto annuale di 120 mila lire. Con l’adeguamento oggi quell’assicurazione si aggira sui 150 euro: persino un magistrato può sopravvivere pagandola. Il problema della Vassalli è che quella legge ha un meccanismo così filtrato da giustificare, alla fine, qualsiasi operato. L’emendamento appena votato non va all’estremo opposto. Si fa valere la colpa grave del magistrato, si ampliano le maglie per chiedere il riconoscimento di una responsabilità, ma non al punto che il magistrato si terrorizzi, come ha sostenuto qualcuno. Lo si fa solo al punto che anche il magistrato sia tenuto a conoscere il diritto che deve applicare, cosa che oggi non sempre avviene. Qualsiasi professionista, un medico, un avvocato, un ingegnere è responsabile per i suoi atti. Che lo diventi personalmente anche un giudice, che questi sia messo sullo stesso piano di un altro professionista, non scalfisce alcun un principio di responsabilità».

Michele Vietti, il vicepresidente del Csm non la pensa così. Dice che i giudici «rappresentano un unicum non paragonabile agli altri professionisti», perché devono decidere chi abbia ragione tra due persone. E con questa nuova norma, secondo Vietti, «non è difficile immaginare una predisposizione a non imicarsi la parte più forte».

«Rispondo citando due casi reali. Primo caso. Un magistrato fa spendere allo Stato migliaia di euro in intercettazioni per un’indagine che all’udienza preliminare crolla con decreti di archiviazione per quasi tutti gli indagati, anche a fronte di decine di misure cautelari già emesse. Tutto questo oggi non porta a nessuna conseguenza per i magistrati. Secondo caso. Mi è capitato di leggere una sentenza di dichiarazione di fallimento di un’azienda. Il proprietario dell’azienda, però, è stato citato in aula per potersi difendere nel giorno sbagliato. Così non si è potuto difendere, è stato dichiarato il fallimento senza che nessuno si opponesse, l’azienda è saltata in aria e i dipendenti hanno perso il lavoro. Rispetto a questi casi concreti, cosa dice il vicepresidente del Csm Vietti? Secondo lui questo chi risarcisce questi danni? E perché, secondo lui, dobbiamo accollarli alla collettività?»

Le toghe però protestano. Con l’Anm in testa che dice che questo provvedimento è incostituzionale. Perché secondo lei non è vero?

«Ho fatto il giudice per 13 anni e l’esponente di governo per 10. Perché la mia firma in calce a provvedimenti di governo mi espone subito alla responsabilità civile e quella da magistrato no? Incostituzionale semmai è trattare diversamente situazioni che rispondono alla stessa logica: due rappresentanti dello Stato perché dovrebbero essere trattati diversamente in base al ruolo che occupano?»

In Aula gran parte delle forze politiche erano d’accordo sulla sostanza dell’emendamento, ma hanno sostenuto che non fosse quello il modo giusto di trattare la vicenda. Perché il Pdl non ha fatto qualcosa in questi ultimi anni e nelle giuste sedi deputate, a cominciare dalla Commissione giustizia?

«La stessa presidente della Commissione alla Camera, Giulia Bongiorno, prima del voto, ha detto che si sarebbe dovuto intervenire in altre sedi. È singolare che proprio lei dica questo: lo chiediamo a lei, perché non lo ha fatto sinora. Non toccava a me convocare la Commissione giustizia per intervenire prima. A me pare che sia come se uno si rifiutasse di dichiararsi all’amato, e rinviasse sempre il momento. Parto da una considerazione tutta politica: al momento del voto, i partiti che avevano deciso di votare favorevolmente erano a ranghi ridotti. Ci sono stati 60 voti dati da altri partiti: è un segnale politico pesante e trasversale. Penso che non vada ignorato o peggio disprezzato. È questo il momento di intervenire. Ora, al Senato, si potrà rendere il testo dell’emendamento migliore. Non dubito che i tecnici del governo, che son più bravi di tutti, lo sapranno fare. Ma non potrà cambiare la sostanza politica: cioè deve rimanere il fatto che lo Stato non ha più la discrezionalità ma il dovere di rivalersi sul magistrato. Non vedo perché nei casi di errore che ho citato prima devono pagare i contribuenti».

Responsabilità civile dei magistrati: 7 casi accertati in 26 anni. Ecco i dati dell’avvocatura generale dello Stato, aggiornati al febbraio 2014. Dimostrano che il sistema sanzionatorio non funziona, scrive Maurizio Tortorella su “Panorama”. Da anni si parla di introdurre una più realistica responsabilità civile per i magistrati italiani. Ma qual è la situazione effettiva? Quanti sono stati i giudici raggiunti da un’azione civile? Panorama.it, finalmente, è in grado di pubblicare dati ufficiali dell’Avvocatura generale dello Stato: e sono anche dati aggiornatissimi, visto che risalgono al 7 febbraio 2014. Dal 1988, quando entrò in vigore la legge Vassalli che (in teoria) avrebbe dovuto sistematizzare la normativa alla luce di quanto i cittadini avevano richiesto a gran voce con il referendum abrogativo dell’anno precedente, sono state proposte in tutto 410 cause civili nei confronti di altrettanti magistrati, ritenuti «responsabili» di una qualche colpa grave da cittadini incorsi in un procedimento giudiziario. Le domande sono di per sé pochissime: poco più di 16 all’anno. Il motivo di una così rarefatta richiesta di giustizia da parte delle presunte vittime di malagiustizia, che invece stando alle cronache sono tantissime, sta nella complessità della procedura, ma anche nella scarsa fiducia nella capacità di ottenere effettivamente giustizia, e in certi casi forse anche nel timore di aggredire legalmente un magistrato. Del resto, fra tutti i ricorsi presentati, solamente 266 sono stati ritenuti inammissibili, mentre 71 sono ancora in attesa di ottenere la complicatissima patente di «ammissibilità» da parte di un tribunale. Altri 25 procedimenti già cassati sono stati ri-presentati con un’impugnazione da parte della presunta vittima di ingiustizia. In totale, insomma, le richieste presentate e ammesse al vaglio di un tribunale sono state 35 in un quarto di secolo: sono appena l’8,5% del totale. Mentre altre 44 sono ancora pendenti (generalmente dopo lunghi anni dalla presentazione). E come sono terminati i giudizi? Malissimo per i ricorrenti: perché anche alla fine del tormentatissimo iter legale, quasi metà delle richieste di accertamento della responsabilità civile di un magistrato sono state respinte: ben 17. E soltanto 7 sono state accolte. Sette in totale, sulle 410 avviate: ovverosia l’1,7%. A guidare la classifica dei giudizi negativi per i magistrati è il tribunale di Perugia, con 2 casi. Un caso a testa riguarda invece le avvocature di Brescia, Caltanissetta, Lecce, Reggio Calabria e Trento. Al momento, dei 44 ricorsi pendenti, 10 riguardano l’avvocatura di Messina, al primo posto; altri 7 sono a Salerno, altri 4 a Roma e altrettanti a Trento. Tre casi si segnalano a Potenza e ad Ancona. Due a testa sono pendenti davanti alle avvocature di Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Firenze, Genova. Una riguarda Napoli, un’altra Brescia, l’ultima Venezia. I dati, se mai ce ne fosse stato bisogno, dimostrano che il sistema sanzionatorio varato 26 anni fa non funziona affatto.

La responsabilità civile dei Magistrati esiste dal 1988, in 26 anni solo 4 condanne. «Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione» Voltaire. Da quando esiste la legge sulla responsabilità civile i magistrati non hanno mai sborsato un euro. C’è una legge che regola la responsabilità civile dei giudici. Esiste dal 1988 ed è nota con il nome di “Legge Vassalli”, scrive Enrico Novi su Il Garantista del 6 agosto 2014. Quella norma prevede in teoria che lo Stato, se costretto a risarcire un cittadino per un errore giudiziario, possa rivalersi sul giudice. In teoria, appunto. Perché in pratica quest’ultima circostanza si è verificata zero volte. Da 26 anni cioè non è ma successo che un magistrato abbia pagato per un proprio errore. Il che fa comprendere per quale motivo il ministro della Giustizia Andrea Orlando intenda rivedere la norma. Meno comprensibili sono le resistenze opposte dall’Anm. Soprattutto se si pensa che ogni anno vengono intentate, per esempio, decine di migliaia di cause per errori sanitari (circa 600mila dal 1994), e che di queste un terzo si conclude con una condanna. Su una cosa il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli batte con insistenza, riguardo alla responsabilità civile: non vanno toccati i filtri di ammissibilità. Il che di fatto equivale a dire che la legge Vassalli deve sopravvivere così com’è. Perché i “filtri” – cioè la valutazione di ammissibilità delle cause per danno giudiziario – rappresentano il punto decisivo: se non si tolgono quelli non cambia niente. E se non cambia niente i giudici continueranno a non risarcire un euro. Un euro che sia uno, e non è un’iperbole. Dall’introduzione della legge Vassalli sulla responsabilità civile dei magistrati, infatti, non è mai successo che lo Stato si rivalesse su un giudice. Mai, neppure una volta in 26 anni, perché la Vassalli è dell’88. Venne approvata per recepire l’esito di un referendum promosso dai radicali l’anno prima. Dopo 26 anni, con tutto il rispetto del grande giurista di cui porta il nome, si può dire che quella legge è una presa in giro. Non nelle intenzioni, evidentemente, ma nei fatti sì. In 26 anni solo 4 volte è capitato che arrivasse a sentenza definitiva una causa di risarcimento intentata contro lo Stato per un errore giudiziario. Parliamo di 4 volte in 26 anni, cioè in media viene condannato un giudice ogni 6 anni e mezzo. Dopodiché neppure in queste 4 misere occasioni il giudice in questione ha tirato fuori un soldo. Perché? Lo si deve proprio alla formulazione della legge Vassalli. Che su un punto si è rivelata particolarmente vaga: l’obbligo di rivalsa da parte dello Stato. Tale obbligo è formulato in modo talmente vago che di fatto non esiste. Cosicché neppure in una delle 4 occasioni in cui lo ha dovuto pagare un cittadino per colpa di un giudice, lo Stato ha provveduto ha rivalersi sul responsabile. Certo, seppure lo avesse fatto, il giudice non avrebbe comunque tirato fuori un euro dalle proprie tasche. Dalle buste paga di tutti i magistrati italiani infatti viene trattenuta una piccola quota che serve a pagare l’assicurazione sulla responsabilità civile. A quanto ammonta? “Io ho smesso di fare il giudice nel 2001: all’epoca la trattenuta era di 100mila lire l’anno”, ricorda il presidente della commissione Giustizia del Senato Francesco Nitto Palma. Oggi si arriva a circa 150 euro l’anno. Cifra davvero bassa: per una categoria di medici particolarmente esposta alle cause civili come quella dei chirurghi possono scattare premi assicurativi superiori ai 15mila euro, come segnala l’Ordine dei medici di Pavia. In pratica per ogni euro pagato all’assicurazione da un giudice, un chirurgo ne paga 100. Come si può intuire la posizione rigida assunta dall’Anm su questa materia rischia di perpetuare un effetto paradossale, di certo non voluto: ossia di preservare non solo l’intangibilità delle toghe ma anche il lucro delle assicurazioni. In 26 anni di legge Vassalli le compagnie hanno occupato il tempo a stappare champagne. Due conti: oggi a ogni magistrato vengono trattenuti in media 150 euro l’anno per la polizza; moltiplicato per i 9.000 magistrati italiani fa un milione e 350mila euro l’anno; moltiplicato per 26 anni, pure a tenere conto dell’inflazione, siamo intorno ai 30 milioni di euro. Una cifra regalata alle assicurazioni, pulita. Perché come detto, in questi 26 anni le compagnie non hanno mai dovuto pagare neppure un risarcimento. È pur vero che in qualche modo l’interesse delle toghe coincide con quello degli assicuratori. Se infatti le maglie della responsabilità civile fossero allargate, come vorrebbe fare il ministro Andrea Orlando, e aumentasse il rischio di veder condannati gli errori giudiziari, da una parte le compagnie comincerebbero finalmente a risarcire qualche danno, dall’atra aumenterebbero anche i premi assicurativi. Cioè potrebbe succedere che lo Stato debba trattenere dalla busta paga di un magistrato una cifra un po’ più consistente degli attuali 150 euro. Sempre di soldi si tratta, dunque. Di soldi e di rischi: roba da broker più che da guardasigilli. Ecco perché nella riforma di Orlando ci sono almeno altri due aspetti, oltre all’eliminazione dei filtri di ammissibilità, che tengono in allarme l’Associazione nazionale magistrati. Il primo è la definizione precisa dell’obbligo di rivalsa da parte dello Stato. Secondo la scheda tematica pubblicata l’altro ieri sul sito del ministero della Giustizia, la rivalsa sarebbe automatica non solo nel caso estremo del dolo (lo è già oggi) ma anche di fronte a una particolare fattispecie di colpa grave: la cosiddetta “mancanza per negligenza inescusabile”. Il secondo motivo di tensione tra governo e giudici è l’estensione dei casi nei quali un giudice può essere citato in giudizio: l’esecutivo pensa di recepire un’indicazione della Corte europea, secondo cui la responsabilità civile di un giudice deve essere prevista anche in caso di mancata adesione alla giurisprudenza comunitaria. L’Anm vorrebbe che questa casistica venisse limitata il più possibile. Il match, come si vede, è destinato ad andare avanti per parecchie riprese.

Che anche le toghe paghino per i loro errori: adesso lo pretende la Ue, chiede “Libero Quotidiano”. La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia perchè non adegua la sua normativa sulla responsabilità civile dei giudici al diritto comunitario. Bruxelles si aspetta che il governo nostrano estenda la casistica per i risarcimenti “cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie”. Casistica regolata da una legge del 1988 e assai stretta: il legislatore prevede che le toghe rispondano in prima persona solo in caso di dolo o colpa grave nel compimento dell’errore giudiziario. All’Ue non sta bene, e il procedimento di infrazione non è un fulmine a ciel sereno. E’ del novembre 2011 la condanna all’Italia da parte della Corte di Giustizia Ue per l’inadeguatezza della nostra normativa in materia di responsabilità civile dei giudici, mentre già nel settembre 2012 la Commissione aveva chiesto al governo aggiornamenti sull’applicazione del decreto di condanna. Ma non è bastato. In due anni i governi di Mario Monti e Enrico Letta non hanno adeguato la legge italiana a quella europea, e ora l’Ue passa ai provvedimenti sanzionatori. L’Italia è responsabile della violazione del diritto dell’Unione da parte di un suo organo (in questo caso giudiziario), e per questo sarà chiamata a pagare. Qual è il problema per l’Ue? Che i giudici italiani sono chiamati a pagare per i propri errori in casi troppo ristretti, godendo di una normativa che non solo li avvantaggia rispetto ad altri lavoratori e professionisti italiani, ma anche rispetto ai propri colleghi europei. La legge italiana 117/88 restringe la responsabilità dei giudici ai soli casi di errore viziato da “dolo e colpa grave”. E, come se non fosse abbastanza, il legislatore assegna l’onere della prova (ovvero la dimostrazione del dolo e della colpa del giudice) al querelante che chiede risarcimento per il danno subito. Per l’Ue troppo poco. La Commissione Ue chiede all’Italia di conformarsi al diritto comunitario. Innanzitutto via l’onere della dimostrazione del dolo e della colpa. E poi estensione della responsabilità del giudice di ultima istanza anche ai casi di sbagliata interpretazione delle leggi e di errata valutazione delle prove, anche senza il presupposto della malevolezza della toga verso l’imputato. Anche per colpa semplice, insomma. Interpellate da Bruxelles nel settembre 2012, le autorità italiane avevano risposto in maniera rassicurante: cambieremo la legge. In dodici mesi non si è mossa una foglia, e ora il Belpaese va incontro a un procedimento di infrazione, cioè a una cospicua multa. Insomma, non pagano i giudici, paghiamo noi.

La proposta di aprire una nuova procedura d’infrazione è stata preparata dal servizio giuridico della Commissione che fa capo direttamente al gabinetto del presidente Josè Manuel Barroso, scrive “La Repubblica”. Bruxelles si è in pratica limitata a constatare che a quasi due anni dalla prima condanna, l’Italia non ha fatto quanto necessario per eliminare la violazione del diritto europeo verificata nel 2011. La prima sentenza emessa dai giudici europei ha decretato che la legge italiana sulla responsabilità civile dei magistrati li protegge in modo eccessivo dalle conseguenze del loro operato, ovvero rispetto agli eventuali errori commessi nell’applicazione del diritto europeo (oggi circa l’80% delle norme nazionali deriva da provvedimenti Ue). Due in particolare le ragioni che hanno portato Commissione e Corte a censurare la normativa italiana giudicandola incompatibile con il diritto comunitario. In primo luogo, osservano fonti europee, la legge nazionale esclude in linea generale la responsabilità dei magistrati per i loro errori di interpretazione e valutazione. Inoltre, la responsabilità dello Stato scatta solo quando sia dimostrato il dolo o la colpa grave. Un concetto, quest’ultimo, che secondo gli esperti Ue la Cassazione ha interpretato in maniera troppo restrittiva, circoscrivendola a sbagli che abbiano un carattere “manifestamente aberrante”.

Ciò che l’Unione Europea contestava, e ancora contesta, è l’eccessiva protezione garantita alla magistratura italiana, scrive “Il Giornale”. Per eventuali errori commessi nell’applicare il diritto europeo, non è infatti prevista responsabilità civile, che entra in gioco per dolo o colpa grave, ma non per errori di valutazione o interpretazione. Una differenzia importante, se si considera che circa l’80% delle norme italiana deriva ormai da provvedimenti comunitari. Pronta la replica delle toghe: guai a toccare i magistrati. Nessun “obbligo per l’Italia di introdurre una responsabilità diretta e personale del singolo giudice”: l’Europa “conferma che nei confronti del cittadino l’unico responsabile è lo Stato”. Il vice presidente del Csm Michele Vietti commenta così la notizia dell’avvio di una procedura da parte dell’Ue. “L’Europa ha parlato di responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario; non entra invece nella questione della responsabilità personale dei giudici perché é un problema di diritto interno, regolato diversamente nei vari Stati membri”, ha puntualizzato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Rodolfo Sabelli, che sin da ora avverte: “Denunceremo ogni tentativo di condizionamento dei magistrati attraverso una disciplina della responsabilità civile che violi i principi di autonomia e indipendenza”.

Tutti uguali davanti alla legge. Tutti uguali? Anche i magistrati? E invece no. I magistrati sono al di sopra della legge, ci si tengono – al di sopra – con pervicacia, si rifugiano sotto l’ombrello dell’autonomia, indipendenza dalla politica, in realtà tenendosi stretto il privilegio più anacronistico che si possa immaginare: l’irresponsabilità civile. O irresponsabilità incivile, scrive Marco Ventura su “Panorama”. La Commissione Europea ha deciso di avviare una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per l’eccessiva protezione offerta dalle norme ai magistrati, per i limiti all’azione di risarcimento delle vittime di palesi e magari volute ingiustizie. Per l’irresponsabilità del magistrato che per dolo o colpa grave rovini la vita delle persone con sentenze chiaramente errate, se non persecutorie. Succede che in capo direttamente al presidente della Commissione UE, Barroso, è partita la proposta di agire contro l’Italia per aver totalmente ignorato la condanna del 2011 della Corte di Giustizia che fotografava l’inadeguatezza del sistema italiano agli standard del diritto europeo rispetto alla responsabilità civile delle toghe. Dov’è finita allora l’urgenza, la fretta, quel rimbocchiamoci le maniche e facciamo rispettare la legge e le sentenze, che abbiamo visto negli ultimi giorni, settimane, mesi, come una battaglia di principio che aveva e ha come bersaglio l’avversario politico Silvio Berlusconi. Perché dal 1987, anno del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, c’è stata solo una legge, la Vassalli dell’anno successivo, che serviva purtroppo per introdurre una qualche responsabilità ma non troppa, per non pestare i piedi alla magistratura, forte già allora di uno strapotere discrezionale nella sua funzione inquirente e nella sua vocazione sovente inquisitoria. Adesso che l’Europa ci bacchetta (e la minaccia è anche quella di farci pagare per l’irresponsabilità dei nostri magistrati, dico far pagare a noi contribuenti che sperimentiamo ogni giorno le inefficienze e i ritardi della giustizia civile e penale), l’Europa non è più quel mostro sacro che ha sempre ragione. Non è più neanche il depositario del bene e del giusto. È invece la fonte di una raccomandazione che merita a stento dichiarazioni di seconda fila. E l’Associazione nazionale magistrati stavolta non tuona, non s’indigna, non incalza. Si limita a scaricare il barile al governo, dice per bocca dei suoi vertici che la Commissione non ha infilzato i singoli magistrati ma lo Stato italiano per la sua inadempienza al diritto UE, comunitario. Come se i magistrati e la loro associazione corporativa non avessero avuto alcuna voce in capitolo nel tornire una legislazione che non è in linea con lo stato di diritto di un avanzato paese europeo. Come se in questo caso le toghe potessero distinguere le loro (ir)responsabilità da quelle di una parte della politica che ha fatto sponda alle correnti politiche giudiziarie e alla loro campagna ventennale. Come se i magistrati più in vista, più esposti, non avessero facilmente e disinvoltamente travalicato i confini e non si fossero gettati in politica facendo tesoro della popolarità che avevano conquistato appena il giorno prima con le loro inchieste di sapore “politico”. Ma quel che è peggio è l’odissea di tanti cittadini vittime di ingiustizia che si sono dovuti appellare all’Europa, avendo i soldi per farlo e il tempo di aspettare senza morire (a differenza di tanti altri). A volte ho proprio l’impressione di non trovarmi in Europa ma in altri paesi che non saprei citare senza peccare di presunzione. L’Italia, di certo, non appartiene più al novero dei paesi nei quali vi è certezza del diritto. Per quanto ancora?

Di altro parere rispetto a quello espresso dalle toghe, invece è il Presidente della Repubblica e capo del CSM. L’opposizione dei giudici alla riforma della giustizia è eccessiva, spiega “Libero Quotidiano”. Se ne è accorto anche Giorgio Napolitano che, il 20 settembre 2013 intervenendo alla Luiss per ricordare Loris D’Ambrosio, riflette sul rapporto tra magistratura e politica: entrambi i poteri sbagliano, ma la magistratura è troppo piegata sulle sue posizioni ed una rinfrescata ai codici sarebbe cosa buona. Secondo Napolitano, le critiche che le piovono addosso, vero, sono eccessive; ma ai punti a perdere sono i magistrati, sempre più convinti di essere intoccabili. La politica e la giustizia devono smettere di “concepirsi come mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco”, dice Napolitano che sogna, invece, l’esaltazione di quella “comune responsabilità istituzionale” propria dei due poteri. “Ci tocca operare in questo senso – precisa Napolitano – senza arrenderci a resistenze ormai radicate e a nuove recrudescenze del conflitto da spegnere nell’interesse del Paese”. Per superare quelle criticità emerse con foga negli ultimi vent’anni (prendendo Tangentopoli come primo e vero momento di scontro tra politica e magistratura), secondo Napolitano, la soluzione si può trovare “attraverso un ridistanziamento tra politica e diritto” ma soprattutto non senza la cieca opposizione ad una riforma completa della magistratura. Il presidente della Repubblica sembra non sapersi spiegare perché proprio i magistrati siano sulle barricate per difendere il loro status. Tra i giudici, dice Napolitano, dovrebbe “scaturire un’attitudine meno difensiva e più propositiva rispetto al discorso sulle riforme di cui la giustizia ha indubbio bisogno da tempo e che sono pienamente collocabili nel quadro dei principi della Costituzione repubblicana”. Sul Quirinale non sventola mica la bandiera di Forza Italia, ma bastano le lampanti criticità ad illuminare il discorso di Re Giorgio. “L’equilibrio, la sobrietà ed il riserbo, l’assoluta imparzialità e il senso della misura e del limite, sono il miglior presidio dell’autorità e dell’indipendenza del magistrato”. Così Napolitano non si lascia sfuggire l’occasione di parlare indirettamente a quei magistrati che fanno del protagonismo la loro caratteristica principale. Pm, come Henry John Woodcock, o giudicanti, come il cassazionista Antonio Esposito, che si sono lasciarti sedurre da taccuini e telecamere quando, invece, avrebbero dovuto seguire quei dettami di “sobrietà e riserbo”. Il presidente, poi, ricorda che nessun lavoro è delicato quanto quello del giudice perché sa che dalla magistratura dipende la vita (o la non-vita) degli indagati.

La negazione dell’errore giudiziario e la idolatria dei magistrati. E’ certo che gli umani siano portati all’errore. E’ certo anche che gli italiani hanno il dna di chi è propenso a sbagliare, soprattutto per dolo o colpa grave. E’ palese l’esistenza di 5 milioni di errori giudiziari dal dopo guerra ad oggi. E’ innegabile che il risarcimento per l’ingiusta detenzione dei detenuti innocenti è un grosso colpo all’economia disastrata dell’Italia. Nonostante l’idolatria è risaputo che i magistrati italiani non vengono da Marte. Sin dal Corpus iuris il reato di denegata giustizia era oggetto di previsione normativa. La novella 17 colpiva quei magistrati che obbligavano i sudditi ad andare ad implorare giustizia dall’imperatore, perché gli era stata negata dai magistrati locali. La novella 134 puniva con la multa di 3 libbre d’oro il giudice di quella provincia, che, malgrado avesse ricevuto lettere rogatorie, trascurasse l’arresto di un malfattore che si fosse rifugiato nella detta provincia; la medesima pena era comminata agli ufficiali del giudice. In tempi più recenti, nonostante il plebiscitario esito della consultazione referendaria tenutasi sul tema nel 1987, la legge n. 117 del 1989 di fatto snaturò e vanificò il diritto al conseguimento del risarcimento del danno per una condotta dolosa o colposa del giudice. Essa stravolse il risultato del referendum e il principio stesso della responsabilità personale del magistrato, per affermare quello, opposto, della responsabilità dello Stato: vi si prevede che il cittadino che abbia subìto un danno ingiusto a causa di un atto doloso o gravemente colposo da parte di un magistrato non possa fargli causa, ma debba invece chiamare in giudizio lo Stato e chiedere ad esso il risarcimento del danno. Se poi il giudizio sarà positivo per il cittadino, allora sarà lo Stato a chiamare a sua volta in giudizio il magistrato, che, a quel punto, potrà rispondere in prima persona, ma solo entro il limite di un terzo di annualità di stipendio, (di fatto è un quinto, oltretutto coperto da una polizza assicurativa che equivale intorno ai cento euro annui). Quella legge ha così raggiunto il risultato di confermare un regime di irresponsabilità per i magistrati. L’inadeguatezza della legge n. 117 del 1989 è dimostrata dal fatto che, a decenni dalla sua entrata in vigore, non si registra una sola sentenza di condanna dello Stato italiano per responsabilità colposa del giudice, nonostante le numerosissime sentenze con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha acclarato inadempimenti dello Stato italiano. L’esigenza di rivedere la legge n. 117 del 1989 viene ora avvertita anche al fine di dare piena attuazione alla novella costituzionale approvata sul tema del giusto processo, nonché al fine di dare concreta esecuzione del principio consacrato dall’articolo 28 della Costituzione: tali norme subiscono ingiustificabili limitazioni in riferimento alla responsabilità dei giudici. Il sistema della responsabilità civile dei magistrati in Italia deroga quindi alla “grande regola” della responsabilità aquiliana, secondo quanto è riconducibile agli altri pubblici funzionari (ai sensi dell’articolo 28 Cost. e con la possibilità di agire in regresso verso lo Stato). La peculiarità giustificata ai magistrati è quella della delimitazione al dolo ed alla colpa grave (articolo 3), e la garanzia di insindacabilità (articolo 2) che fu riconosciuta nella citata sentenza n. 18 del 1989, per la quale “l’autonomia di valutazione dei fatti e delle prove e l’imparziale interpretazione delle norme di diritto (…) non può dar luogo a responsabilità del giudice”. Il rapporto tra questa peculiarità e la denegata giustizia è però assai problematico. La responsabilità civile del giudice sussiste in un giudizio procedurale, non del merito, ad esempio per la violazione di termini perentori per l’uso delle intercettazioni, custodia cautelare, notifica di atti o precetti, prescrizione dei reati. Stante questo vincolo, con la normativa attuale restano necessari comunque due procedimenti separati (coi relativi tre gradi di giudizio), uno per l’ammissibilità, perché la richiesta non deve sindacare l’autonomia del giudice, e uno vero e proprio per la richiesta di risarcimento. Detto questo, cosa ne sa la massa di come si abilita alla funzione giudiziaria e quali siano le capacità, anche psicologiche di chi giudica? Cosa ne sa la massa di cosa significa errore giudiziario e questo riguarda prima o poi una persona (anche se stessi, non solo gli altri) e la sua dignità nella società ed in carcere, dove torture e violenze sono relegate all’oblio o al segreto del terrore? Cosa ne sa la massa se chi (i giornalisti), dovendo loro dare corretta e completa informazione, non sa tutelare nemmeno se stesso?

Un sondaggio rivela come l’87% vuole che i magistrati paghino per i propri errori, scrive Arnaldo Ferrari Nasi su “Panorama”. Il governo è stato battuto a favore di un emendamento che modifica l’articolo 2 della legge 117/88 sul risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie. Cos’è la 177/88? E’ la cosiddetta Legge Vassalli sul “risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati”. Comporta che, al pari di altre professioni, i magistrati possano rispondere risarcendo il danno qualora compiano un atto con dolo o colpa grave, parificando la loro responsabilità a tutti gli impiegati civili dello Stato. In caso di colpa semplice o errore è lo Stato a risarcire le vittime. Una legge che, quando promulgata, venne giudicata troppo morbida da diverse parti e, soprattutto, che travisava i risultati del referendum dell’anno precedente. Referendum che stravinse con l’80% dei “Sì”. Referendum presentato dai Radicali allo scopo di abrogare le opportune norme per stabilire che ci esistesse una responsabilità civile anche per i giudici. Del resto, dopo oltre venticinque anni, i casi di risarcimento effettivo da parte di magistrati si possono contare sulla punta delle dita. Invece, i cittadini sono oggi della stessa opinione di venticinque anni fa. Sia quelli che sono nel frattempo invecchiati, sia quelli che nel 1987 non erano ancora nati. Più precisamente il nostro ultimo dato a rilevato lo scorso anno ci dice che l’87% degli italiani maggiorenni è d’accordo con l’affermazione: “un magistrato che sbaglia dovrebbe essere responsabile della propria azione”. Il dato è perfettamente concorde con la nostra rilevazione precedente del 2010, i cui risultati davano 86%. Sul tema, dunque, il pensiero degli italiani è chiaro e non muta almeno da un quarto di secolo. Ma non ce l’anno fatta vincendo un referendum e non ce l’anno fatta con un Berlusconi fortissimo. Ci riusciranno oggi?

Eppure in Italia c’è sempre chi, per ideologia o per timore di ritorsioni, è genuflesso alle toghe. Ue, il governo delle toghe battuto alla Camera sulla responsabilità civile toghe toghe. Norme più dure per gli errori dei giudici. Insorgono Anm e Csm: “A rischio la nostra indipendenza”. Duro scontro Pd-5S. Renzi: “Correggeremo in Senato”, scrive “La Repubblica”. Il governo e la maggioranza sono stati battuti, in un voto a scrutinio segreto, nell’esame sulla legge europea 2013-bis alla Camera sulla responsabilità civile delle toghe. E’ infatti passato un emendamento della Lega, a prima firma di Gianluca Pini, e a cui governo e relatore avevano dato parere contrario. Riscrive l’articolo 26 sulla responsabilità civile dei magistrati, inasprendo di fatto le pene nei confronti dei giudici. I voti favorevoli sono stati 187, mentre 180 i contrari. Sette voti di differenza che pesano, visto che alla Camera governo e maggioranza contano su un ampio sostegno. L’emendamento modifica l’articolo 2 della legge dell’88 sul risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati. Una questione sulla quale il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricorda che l’indipendenza dei giudici non è un privilegio. Il premier Matteo Renzi però, parlando con i suoi da Pechino, del voto con il quale la maggioranza è stata battuta, minimizza:”E’ una tempesta in un bicchiere d’acqua, il voto segreto è occasione di trappoloni, ma le reazioni che vedo sono esagerate”, dice il premier per il quale la norma sarà modificata a scrutinio palese al Senato. Dura la reazione dell’Associazione nazionale magistrati che ha definito il voto “un fatto grave”. Il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, ha detto che : “in un momento che vede la magistratura fortemente impegnata sul fronte del contrasto alla corruzione nelle istituzioni pubbliche, questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione”. Con l’emendamento votato oggi “si vorrebbe reintrodurre ciò che non si riuscì ad approvare nel 2012 – sottolinea Sabelli – cioè un’introduzione dell’azione diretta di responsabilità civile che non ha eguale in nessun ordinamento occidentale e che presenta evidenti profili di incostituzionalità”. Parte all’attacco anche il vice presidente del Csm, Michele Vietti che dice: “E’ in gioco non un privilegio, ma l’indipendenza di giudizio del magistrato”. Mentre, secondo l’Associazione magistrati della Corte dei conti “l’emendamento all’art. 26 della legge comunitaria, che prevede l’azione diretta di responsabilità civile nei confronti del magistrato, rileva come la stessa, oltre ad essere non in linea con la legislazione della maggior parte degli Stati membri dell’Ue, costituisce un gravissimo vulnus all’autonomia e all’indipendenza dei giudici”. Critico anche il legale Gianluigi Pellegrino. “Si crea un cortocircuito che può bloccare ogni giudizio. Se è giusto, come chiede l’Europa prevedere sistemi più efficaci di ristoro per gli errori giudiziari, è assurdo e tribale prevederlo con azioni dirette della parte contro i giudici e peraltro anche per mero errore di diritto – spiega l’avvocato Pellegrino – . Piuttosto bisogna proporre un ulteriore rafforzamento del controllo disciplinare per tutte le giurisdizioni e nel rispetto dei principi di autogoverno”. Nell’emendamento approvato dall’assemblea si legge, che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto”. “La norma è passata con almeno 80 voti del Pd, quindi prima di sfidare la volontà popolare invito i democratici a sfidarsi internamente, mettendo d’accordo la parte destra del cervello con quella sinistra, per poi formulare una proposta alternativa sul tema”, ha detto Pini, dopo il voto. Prova a gettare acqua sul fuoco il Pd: il provvedimento deve “ancora passare al Senato e lì modificheremo la norma”, garantisce in Aula Ettore Rosato. Mentre Roberto Speranza, presidente dei deputati Pd parla di “un vero e proprio colpo di mano del centrodestra con la complicità del M5S”. “In parlamento esistono proposte sulla responsabilità civile dei magistrati e ritengo siano maturi i tempi affinchè la questione venga affrontata in modo serio e rigoroso – aggiunge Speranza – . Penso sia oltremodo sbagliato trattare tale tema in modo frettoloso, attraverso un emendamento alla legge comunitaria”. Forza Italia, come del resto la Lega, esulta. “Quando il centrodestra trova i contenuti batte il parlamento e batte anche Renzi”, dice la deputata azzurra Daniela Santanchè, che aggiunge: “Al bando dunque le poltrone e gli organigrammi della sinistra, la forza delle nostre idee riflette fedelmente la volontà degli italiani. D’altro canto, l’astensione del M5S è del tutto vergognosa e ribadisce la natura giustizialista dei grillini”. Anche i 5 Stelle mostrano soddisfazione: “La nostra decisione di astenerci ha tirato fuori tutta l’ipocrisia del Pd”, dice il grillino Andrea Colletti.A fine aprile era stato bocciato il disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, voluto dal centrodestra. I senatori del Pd, i parlamentari grillini e gli ex 5 Stelle avevano approvato, in commissione Giustizia del Senato, l’emendamento del M5S che cancella l’art.1, cioè il cuore del testo. Giudici, Giachetti (Pd): “Ho votato sì perché norma non colpisce magistrati perbene”. “Pensiamo ai casi di Tortora e Scaglia”, dice il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, Pd, che oggi ha contribuito con il suo voto (palese) a far passare l’emendamento leghista sulla responsabilità civile dei giudici e quindi a battere il governo, 187 a 180. “Il tempo per una scelta è maturo anche nel Partito democratico”, aggiunge, “non so perché nel gruppo non ci sia stato un dibattito. Nessuno scambio con il centrodestra”.

E comunque in ogni giornalista c’è il comunista che è in sè, ed in queste occasioni esce fuori. Camera, passa la responsabilità civile dei Pm. Il “messaggio” della politica alle inchieste. La responsabilità civile dei magistrati, contro il parere del Governo, passa a Montecitorio con 187 sì e le decisive astensioni di M5S e Sel. Il centrodestra esulta, il Pd annuncia cambiamenti al Senato. Ma già nel 2012, con la maggioranza di centrodestra, l’emendamento era stato approvato, scrive Susanna Turco su “L’Espresso””. L’Anm parla di fatto grave, il centrodestra esulta, il Pd piuttosto imbarazzato fa sapere che al guasto si riparerà al Senato, senz’altro, mentre il senatore Maurizio Gasparri promette di combattere “strenuamente” per tenerlo così come è. Pare una giornata d’altra epoca, alla Camera. Proprio mentre la giunta per le Autorizzazioni, presieduta da Ignazio La Russa, apre il faldone relativo alla richiesta di arrestare Giancarlo Galan (e dal sì all’arresto di Francantonio Genovese è passato meno di un mese) in Aula, contro il parere del governo, i deputati approvano una norma che introduce la responsabilità diretta dei magistrati. Il principio, cioè, secondo cui se un magistrato sbaglia ci si può rivalere direttamente su di lui, invece che sullo Stato come accade ora secondo la procedura (peraltro complessa) della legge Vassalli. Il magistrato che ha sbagliato paghi: è uno dei caposaldi classici del berlusconismo che fu, mentre i democratici – pur concordando sulla necessità di rinnovare la norma del 1988 – hanno tutta un’altra idea su come farlo. A presentare il testo incriminato, come emendamento alla legge comunitaria in discussione a Montecitorio, è il leghista Gianluca Pini. Ma la sua approvazione in Aula, con 187 sì contro 180 no, e l’astensione dichiarata dei Cinque stelle, suona almeno in parte come una risposta della politica all’accanirsi della magistratura con inchieste di ogni ordine e grado, dall’Expo e Mose in avanti. “In questo momento, questa norma costituisce un grave indebolimento della giurisdizione”, dice il presidente Anm Rodolfo Sabelli. “Un vero e proprio atto intimidatorio”, aggiunge il presidente Pd in commissione Giustizia Donatella Ferranti, puntando l`indice contro chi, “proprio ora, cerca di intimorire i magistrati che con coraggio hanno aperto vari fronti di indagine sui fenomeni corruttivi dilaganti negli appalti pubblici”. Interpretazione, questa, valida fino a un certo punto. E’ tragicamente vero, infatti, che lo stesso testo sulla responsabilità dei magistrati, sempre firmato da Gianluca Pini, sempre come emendamento alla legge comunitaria, era stato presentato ed approvato poco più di due anni fa. Era il 2 febbraio 2012, a Palazzo Chigi regnava Monti, e l’Aula di Montecitorio dava il via libera al testo Pini con 264 sì e 211 no (un solo astenuto). Allora come ora il voto era segreto. Ma il rapporto di forze tra centrosinistra e centrodestra era invertito. E i Cinque Stelle, in Parlamento, nemmeno ci stavano. Dunque se è vero che si tratta di un segnale ai magistrati, è un segnale più trasversale e meno legato al momento di quanto non paia sulle prime. Tanto più che, mentre la responsabile giustizia del Pd Alessia Morani giura che oggi il gruppo è stato compatto nel votare contro, è pur vero che il vicepresidente democratico della Camera Roberto Giachetti rivendica il suo sì (quella sulla responsabilità civile è una antica battaglia radicale), e soprattutto che i deputati del centrodestra presenti in Aula, secondo i calcoli del forzista Simone Baldelli che è uno preciso, non sono più di ottanta. Per arrivare a 187 mancano, dunque, un centinaio di voti all’appello: e anche mettendo un punto interrogativo sui vari gruppi minori, i conti non tornano. La crepa, comunque, sarà sanata. Al Senato la norma verrà cancellata dalla legge comunitaria, in attesa che il tema sia affrontato a parte. I numeri ci dovrebbero essere perché anche i Cinque stelle, tutti contenti per il blitz che ha “permesso di svelare l’ipocrisia del Pd”, dicono che al Senato torneranno a votare no alla responsabilità civile diretta dei magistrati, come hanno fatto a fine aprile a Palazzo Madama, in asse col Pd e contro il centrodestra. Finirà insomma come due anni fa: anche allora la norma Pini fu cancellata dall’altro ramo del Parlamento. Resta da capire quando è che Renzi si deciderà a dare il via libera alla riforma di questo come di altri punti dolenti del capitolo giustizia. Proprio a fine aprile, a Porta a porta, il premier – pur favorevole a cambiare la Vassalli – spiegò che “finché c’è un clima da derby” e “finché ci sarà chi dice che la magistratura è il cancro dello Stato”, “non ci potrà essere nessun intervento sulla giustizia”. Ecco, insomma, un altro punto sul quale il rapporto con Berlusconi contiene una pericolosa ambivalenza.

I sinistroidi vogliono tutelare i magistrati incapaci ed in malafede. Toghe sporche. Pd e M5S bocciano la responsabilità delle toghe. In commissione Giustizia si forma una nuova maggioranza. Il Pd vota un emendamento del M5S che boccia la responsabilità civile dei magistrati, scrive Sergio Rame su “Il Giornale”. Guai a toccare la magistratura. La sinistra si schiera compatta e boccia il disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati fortemente voluto dal centrodestra. Democratici, grillini ed ex Cinque Stelle hanno approvato in commissione Giustizia del Senato l’emendamento degli stellati che cancella l’articolo 1, cuore del testo del ddl. “Per i seguaci di Renzi e Grillo – tuona il senatore di Forza Italia, Lucio Malan – i magistrati devono continuare ad essere gli unici cittadini che non subiscono alcuna conseguenza per i danni provocati dai loro errori, anche se clamorosi”. “Siamo al paradosso. Ma qual è la maggioranza di questo governo?”. A chiederlo è la senatrice di Forza Italia Elisabetta Alberti Casellati. Perchè sistematicamente in commissione Giustizia il Partito democratico vota insieme al Movimento 5 stelle, mentre Ncd, Udc e Scelta civica vengono a trovarsi all’opposizione. Lo stesso schema si è verificato oggi. Con un colpo di mano in commissione Giustizia a Palazzo Madama, piddini e grillini hanno affossato il ddl sulla responsabilità civile dei magistrati votando un emendamento del gruppo Cinque Stelle che sopprime il cuore del provvedimento. “A parole i grillini dicono che la responsabilità dei magistrati va affermata – continua la Casellati – non si può continuare così. Quando le promesse prendono il posto dei programmi vuol dire che andiamo verso la decadenza”.

Quanto alla responsabilità civile dei magistrati, in teoria, ci sarebbe la Legge n. 117/1988, voluta dall’allora ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, che stabilisce un limite di 2 anni per l’esercizio dell’azione; prevede un filtro di ammissibilità per i ricorsi e attribuisce allo Stato la possibilità di rivalersi, per i danni liquidati a risarcimento di un errore giudiziario, sullo stipendio del magistrato colpevole (con il tetto massimo di 1/3). Stefano Livadiotti, autore del libro Magistrati l’ultracasta, ci fa notare come, in ossequio a tale Legge, dal 1988 al 2011 in Italia siano stati presentati solo 400 ricorsi (in 23 anni!!!) per risarcimento danni da responsabilità dei giudici. Di questi, il 63% sono stati dichiarati inammissibili; il 12% sono in attesa di pronuncia sull’ammissibilità; il 16,5% sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità e solo l’8,5% sono state dichiarate ammissibili. Di questo 8,5%, vale a dire di 34 ricorsi, 16 sono ancora pendenti e 18 sono stati giudicati: lo Stato ha perso solo 4 volte, pari all’l,1% dei già pochissimi ricorsi presentati. Da zero a uno: meno di 0,5. Dulcis in fundo. Il World Justice Project è un’organizzazione non profit, indipendente, che ogni anno, al pari della Commissione europea, stila un indice, denominato «Rule of Law Index», di valutazione dell’aderenza del sistema giudiziario degli Stati alle regole del diritto. In particolare, le valutazioni sono svolte sulla base di 4 parametri: l’affidabilità, la credibilità e l’integrità morale dei giudici; la chiarezza e la capacità delle Leggi di garantire i diritti fondamentali, tra cui la sicurezza di persone e cose; il grado di accessibilità, efficienza ed equità del processo; la competenza e l’indipendenza dei magistrati e l’adeguatezza delle risorse messe a loro disposizione. I punteggi per gli Stati sono compresi in un range che va da zero a uno. Per nessuno dei 4 indicatori l’Italia supera lo 0,5, eccezion fatta per l’adeguatezza delle risorse… Se la qualità, l’indipendenza e l’efficienza della giustizia giocano un ruolo fondamentale nel riportare fiducia negli Stati e ritornare a crescere, come ci ha detto il commissario Reding, rimbocchiamoci le maniche: lavoriamo per migliorarla. Con la raccolta delle firme, ma anche, in parallelo, dando veste normativa alle proposte di riforma della giustizia avanzate dalla commissione dei saggi voluta, prima della formazione del governo Letta, dal presidente Napolitano. Dipende solo da noi.

La vera anomalia italiana: l’impunità di tutti i giudici. Un referendum promosso dai radicali punta a riconoscere la responsabilità civile dei magistrati: in vent’anni sono stati ritenuti colpevoli per danni ai cittadini appena 4 volte, scrive Andrea Cuomo su “Il Giornale”. Attualmente i magistrati in Italia sono praticamente irresponsabili da un punto di vista sia civile sia penale per i danni arrecati al cittadino nell’esercizio delle loro funzioni. In realtà un referendum del 1987 aveva abrogato gli «articoli 55, 56 e 74 del codice di procedura civile approvato con regio decreto 28 ottobre 1940, n. 1443» introducendo il principio della responsabilità civile. Ciò in seguito all’onda emotiva sollevata dalla incredibile vicenda di Enzo Tortora, vittima del più clamoroso (ma non dell’unico) errore giudiziario del dopoguerra. La volontà popolare si espresse forte e chiara in quell’occasione: votò il 65,10 per cento del corpo elettorale e i «sì» vinsero con l’80,20 per cento anche grazie all’impegno dello stesso Tortora, che da parlamentare radicale si impegnò in prima persona perché ad altri non toccasse quello che era capitato a lui per un’incredibile somma di equivoci, casualità e leggerezze. Un successo, quello del referendum di 26 anni fa, sbianchettato da una legge confezionata in fretta e furia: la legge Vassalli, varata il 13 aprile 1988 (un mese prima della morte di Tortora) e tuttora in vigore, che formalmente ammette il risarcimento per il cittadino vittima di malagiustizia, ma di fatto lo rende una chimera. La legge Vassalli, infatti, ammette che chiunque abbia «subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia» possa agire per vedersi riconosciuto un risarcimento, ma agendo non contro il magistrato bensì contro lo Stato, che può poi rivalersi a sua volta contro il magistrato colpevole nella misura di un terzo. Non può però dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove, ciò che di fatto esclude gran parte delle fattispecie. In pratica si può dar luogo a risarcimento solo in casi eccezionali (dolo o colpa grave), ciò che rende di fatto non esercitabile l’azione risarcitoria da parte dei cittadini. Il mancato riconoscimento della responsabilità civile dei giudici è tra l’altro costata all’Italia anche le censure della Corte di Giustizia dell’Ue. La questione è da anni oggetto di un dibattito acceso tra i fautori della responsabilità, che vedono in questo principio un inderogabile segnale di civiltà, e coloro che invece vedono come il fumo negli occhi la possibilità che un magistrato che sbagli possa rimborsare il cittadino vittima della sua negligenza. Il «partito dei giudici» vede infatti il referendum come l’ennesima minaccia all’indipendenza del potere giudiziario e fa notare come in molti Paesi, come la Gran Bretagna, la magistratura goda di totale immunità. In coda alla precedente legislatura un emendamento alla legge del 13 aprile 1988 che intendeva allargare il risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio nelle funzioni giudiziarie anche ad alcuni casi di «interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove» (come quando ci si trova di fronte a negligenza inescusabile che porta all’affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento) non fece in tempo però a terminare felicemente il suo iter parlamentare, lasciando in vita un’anomalia tutta italiana.

Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa) condanna il nostro sistema giudiziario. Da noi occorrono 493 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni e milioni di procedimenti pendenti, scrive “Il Giornale”. La situazione viene ben descritta da Stefano Livadiotti,una delle firme più note di “L’Espresso” nel suo libro “Magistati-l’Ultracasta”, dive svela particolari e retroscena inquietanti su quelle toghe che da sempre detengono il potere in Italia. Vostro Onore lavora 1.560 ore l’anno, che fanno 4,2 ore al giorno. Gli esami per le promozioni? Una farsa per il giornalista. Che racconta come i giudici si spartiscono le poltrone e riescono a dettare l’agenda alla politica. Merita pure di essere sottolineato che l’attuale normativa prevede che dopo 27 anni di servizio, tutti i magistrati – indipendentemente dagli incarichi e dai ruoli – raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Solo sulla base della “anzianità”, quindi. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008, al 31 luglio 2012, sono state fatte, dopo l’ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2409 valutazioni sotto questo aspetto. Quante sono state giudicate negative? Tre. I magistrati del Belpaese guadagnano più di tutti i loro colleghi dell’Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio pari a 7,3 volte quello dei lavoratori “medi”. Gli inquirenti tedeschi si accontentano di un multiplo più ragionevole: 1,7. Ma quanto costa la macchina giudiziaria agli italiani? Per tribunali, avvocati d’ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all’anno (dato pubblicato nel 2010 dal Cepej), contro una media europea di 57,4. Perché così tanto? Eppure i quattrini ci sono. Peccato, però, che come tutto il resto, i “piccioli” vengano gestiti male. Da noi ci sono 2,3 Palazzi di Giustizia ogni 100 mila abitanti; in Francia uno. Ogni togato dispone di 3,7 addetti tra portaborse e presunti factotum dei quali si potrebbe tranquillamente fare a meno. In Germania, 2,7. Uno in meno quindi. Non pagano né civilmente né penalmente, come già detto. Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari? No, spiega Livadiotti, neanche quelle. Cane non mangia cane. Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa prima al filtro preventivo della Procura Generale della Cassazione, che stabilisce se c’è o no il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 sugli 8.909 magistrati in servizio, sono pervenute 5.921 notizie di illecito. Quante ne avrà mai potute archiviare il PG? Ben 5.498, cioè il 92,9%. Numeri imbarazzanti. Ma non basta. Quanti giudici sono stati sanzionati? Nessuno. Tra il 2001 e il 2011, il giornalista spiega che i giudici ordinari destituiti sono stati appena 4. Sì, esattamente, quattro. Lo 0,28%. Quelli rimossi negli ultimi 11 anni dal Csm? 8 in totale. E la legge sulla responsabilità civile che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito? In poche parole, va a farsi benedire. E’ la norma 117 dell’88, scritta dal ministro Vassalli. Nell’arco di 23 anni sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per colpe specifiche dei togati. Di queste, 253, pari al 63%, sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Solo 49, cioè il 12%, sono in attesa di pronuncia. 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione. 34, ovvero l’8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di quest’ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise. Peccato che lo Stato abbia perso solo 4 volte. Ma quanto guadagnano, in definitiva, i giudici? Un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, guadagna 2.700 euro per ogni giorno effettivo di impiego. Su questi dati, Livadiotti non è mai stato smentito. Né con i fatti, né con le parole. Ebbene sì, tutto questo è lo scandalo degli scandali. La macchina della giustizia dovrebbe cambiare in tutto e per tutto, essere rivoltata come un calzino. I veri privilegiati, anche in tempo di crisi, sono loro, i magistrati. La vera grande colpa di Berlusconi è quella di non aver mai introdotto, in 10 anni di governo, una legge che prevedesse almeno in parte la responsabilità dei giudici. Questa, nel 2013, ancora non è prevista. E tutti, politici compresi, in Italia sono costretti a sottostare al potere incontrastabile dei magistrati. Prigionieri di una casta che rifiuta di autoriformarsi per conservare privilegi, poteri e un’immunità che non ha pari al mondo.

I Radicali utilizzano come bandiera di questa parte del referendum Enzo Tortora, il presentatore tv vittima di un gravissimo caso di malagiustizia a causa del quale, innocente, passò anni in carcere e morì poco dopo la sentenza che lo assolveva definitivamente. Il quesito quindi ha lo scopo di “rendere più agevole per il cittadino l’esercizio dell’azione civile risarcitoria (indiretta) nei confronti dei magistrati”. La responsabilità civile del magistrato non è assolutamente sanzionata dal nostro ordinamento, nonostante il referendum del 1987 (dove votò per il Si oltre l’80% degli elettori) e la legge che ne scaturì (l.13 aprile 1988 n. 117) fu semplicemente una legge truffa, che non ha affatto risolto il problema. Anche lo scandalo dei magistrati “fuori ruolo” deve cessare senza starci troppo a pensare: in un paese dove c’è un arretrato mostruoso di processi e dove una sentenza civile ci mette mediamente 8 anni per arrivare in porto, ci permettiamo il lusso di centinaia di magistrati collocati fuori ruolo, perché applicati presso i ministeri o perché eletti in Parlamento o per cento altre strane ragioni. Bisogna stabilire una volta per tutte che i magistrati possono candidarsi solo dopo essersi dimessi dalla magistratura (ed ovviamente non rientrarci dopo). Quanto a quelli applicati presso i ministeri, appare evidente quanto sia inopportuno questo intreccio fra esecutivo e giudiziario, anche sul piano della separazione dei poteri, così spesso invocata a proposito ed a sproposito. Chi è contrario a questa norma sottolinea come in questo modo i magistrati non si sentirebbero più liberi di svolgere la loro azione penale, temendo di dover pagare (in senso lato e in senso letterale) per ogni loro errore.

E a proposito di privilegi, benché non sia mai stata applicata la norma sulla responsabilità civile dei magistrati (la 177 del 1988 varata sull’onda dell’emozione che suscitò il caso Tortora), le toghe nostrane sono riuscite anche a stipulare un accordo molto vantaggioso con le assicurazioni. Siglato da una parte dall’ ANM e dall’altra dalla BNL Broker Assicurazioni: con soli 138,60 euro all’anno, si sono così messi al riparo dalla possibilità di dover risarcire di tasca propria l’eventuale vittima di errori giudiziari. Eventualità invero remota visto che la legge voluta da Vassalli e Craxi (a cui gli interessati dimenticarono di attestare eterna gratitudine), mette a carico della collettività l’eventuale errore per colpa grave del singolo. Ma nella vita non si sa mai.

Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata. Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.

Scherzi della politica e dell’informazione: ipocriti e codardi. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si era mossa foglia. Ogni tentativo era andato a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che avevano il comune obiettivo di abbattere Berlusconi. Ricordate? Toccare i giudici era considerato un attentato alla Costituzione. Poi all’improvviso, quando meno te lo aspetti, cioè il 2 febbraio 2012, ecco arrivare un voto segreto che introduce la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia pagherà di persona, come avviene per qualsiasi cittadino lavoratore. L’idea, cioè l’emendamento alla legge comunitari 2011, è della Lega, ma coperti dal segreto l’hanno sostenuta in massa a destra come a sinistra, come probabilmente addirittura da alcuni esponenti dell’IDV. Quei furbetti del governo Monti, per bocca del Guardasigilli, hanno fatto la parte degli indignati perché anche a loro i pm fanno un po’ paura. Prima hanno chiesto al parlamento di votare contro. Poi, smentiti dalla loro maggioranza Pd-Pdl, si sono augurati, sempre per bocca della ministra della Giustizia Severino, che il Senato bocci la legge. I magistrati sono furenti, ovviamente. Traditi pilatescamente dal governo dei professori e da una parte della sinistra che dopo averli usati in chiave antiberlusconiana adesso li scarica. Ma hanno poco da urlare, le toghe. Non si capisce perché possano essere toccati presunti privilegi di tassisti, benzinai, farmacisti, pensionandi e non i loro. Del resto la Camera non ha fatto altro che accogliere, con 25 anni di ritardo, la volontà degli italiani che in un referendum del 1987 avevano (invano) deciso che i magistrati dovevano pagare personalmente per i loro errori e per dolo o colpa semplice. Sulla responsabilità civile la Camera vota in linea con l’Europa, facendo passare un emendamento della Lega che prevede la possibilità di fare ricorso contro giudici solo nel caso agiscano con dolo o colpa grave. Una posizione sacrosanta, che garantisce il giusto processo e tutela i cittadini e, questa l’indicazione dei vertici Ue, può sanare un grave difetto di sistema della giustizia italiana che allontana gli investitori stranieri. Ecco perché migliorare il processo civile può significare più competitività e non solo più “civiltà” (basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, senza contare gli errori giudiziari.

Sì alla responsabilità civile dei magistrati. La Camera ha approvato l’emendamento presentato dal leghista Gianluca Pini votando contro il parere del Governo. A scrutinio segreto voluto dalla Lega, l’emendamento è passato con 264 sì e 211 no. Immediata la reazione delle opposizioni. Il leader Idv Antonio Di Pietro ha invocato il ricorso ai “forconi” da parte degli italiani, mentre il futurista Italo Bocchino ha definito il voto di Montecitorio “la vendetta della Casta” nei confronti della magistratura. Anche l’Associazione Nazionale Magistrati ha usato toni assai aspri criticando la decisione dei deputati. Si sa. In Italia i magistrati dovrebbero applicare la legge, e spesso non ci riescono, ma vorrebbero anche emanarla. La norma prevede che “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave (non semplice colpa come per i comuni mortali, compresi i medici, gli ingegneri, ecc.) nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto”. “Ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto – si legge nel testo presentato dal deputato Pini – deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell’errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell’Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un’istituzione dell’Unione europea, non abbia osservato l’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, nonchè se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea”.

Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, semmai si acclamerà l’errore da parte di un suo collega (sic), mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori. “Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici”, ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell’Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave. “Di queste 400 – aggiunge Costa – 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l’impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte”. Il governo, come scritto, si era detto contrario all’emendamento leghista ribadendo però “l’impegno ad affrontare il tema della responsabilità dei magistrati nel quadro di una discussione organica ed in tempi rapidi, in una logica di insieme nella debita sede e in maniera organica”. Lo ha ribadito il ministro per le Politiche comunitarie Enzo Moavero prima del voto, spiegando che “la legge comunitaria mal si presta ad affrontare tematiche di respiro più ampio rispetto al mero recepimento di normative. La sentenza della Corte di Giustizia Ue richiamata dall’emendamento – ha aggiunto – si riferisce a questioni di diritto europeo”. Con l’approvazione dell’emendamento è finita con Antonio Di Pietro a gridare contro una «maggioranza trasversale piduista» e l’Associazione nazionale magistrati a denunciare una «norma incostituzionale» contro la quale il sindacato delle toghe è pronto alle «più estreme forme di protesta». A partire dallo sciopero. A far infuriare l’ex pm e l’Anm, il via libera dell’Aula di Montecitorio all’emendamento del leghista Gianluca Pini che introduce la responsabilità civile dei magistrati modificando la “legge Vassalli” del 1988, che finora ha consentito al cittadino, in caso di errore grave delle toghe, di rivalersi esclusivamente sullo Stato. I sì sono stati 264, i voti contrari si sono fermati a 211. Uno l’astenuto: l’ex ministro prodiano Giulio Santagata (Pd). Un esito che ha scatenato la caccia al franco tiratore con accuse incrociate tra Pdl e Pd. In mezzo il governo, in realtà il vero sconfitto: in Aula Enzo Moavero, ministro per gli Affari europei, aveva espresso parere contrario al provvedimento. Moavero prende la parola perché Pini presenta l’emendamento all’interno della legge comunitaria 2011. Motivazione: la sentenza della Corte di giustizia europea del 24 settembre 2011 che ha condannato l’Italia, «uno dei pochissimi Stati occidentali che non permette ad un cittadino che ha subìto un’ingiustizia o un danno» di ricorrere contro le toghe. Moavero, però, commette l’errore di schierare l’esecutivo contro l’emendamento. Meglio affrontare la materia, spiega, «in una logica di insieme, nella debita sede e in maniera organica». Un autogol perché di lì a poco Gianfranco Fini accoglierà la proposta della Lega di votare a scrutinio segreto: si tratta, spiega il presidente della Camera, di un tema che «incide sull’articolo 24 della Costituzione». Protetti dal segreto, i deputati si liberano dal vincolo dell’obbedienza al governo e l’emendamento passa addirittura con 26 voti in più della maggioranza richiesta. È il finimondo: Dario Franceschini, capogruppo del Pd, accusa il Pdl di aver disatteso gli impegni. «Non possiamo veder rispuntare la vecchia maggioranza», rincara la dose il segretario, Pier Luigi Bersani. Attacchi che Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, bolla come «ingiustificati». I numeri gli danno ragione: sulla carta l’ex maggioranza (più i Radicali e l’intero gruppo Misto) disponeva di 227 voti. Lo stesso Pdl, inoltre, scontava 55 deputati assenti e 12 in missione. Conclusione: il testo non sarebbe potuto passare senza i franchi tiratori di Pd e Terzo polo. Una ricostruzione sposata da Di Pietro, che infatti denuncia l’esistenza di «cinquanta traditori che hanno votato in modo difforme dai loro gruppi. E cinquanta è un numero troppo grosso perché siano tutti di un solo gruppo: vanno cercati tra quanti si erano dichiarati contro l’emendamento Pini. Ovvero Pd, Udc, Fli e Idv». Fatto sta che il governo, incalzato dall’Anm che parla di «ritorsione contro la magistratura», non ci sta e invoca un intervento del Senato per correggere la norma. «Prendo atto della volontà del Parlamento. Confido però che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento», avverte Paola Severino, ministro della Giustizia, che dice no a «interventi spot». E Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, risponde all’appello: «La norma si potrà correggere. I magistrati aspettino a scioperare». Parole che non piacciono ad Alfredo Mantovano, ex sottosegretario all’Interno, che in Aula ha difeso l’emendamento: «Non vogliono questa norma? Ne scrivano una migliore. Ad esempio un disegno di legge organico al quale possa essere assicurata una corsia preferenziale. Il governo dia seguito alla pronuncia di una larga parte della maggioranza che sostiene l’esecutivo». Il Guardasigilli è nel mirino del Pdl, dove non sono passate inosservate le sue ultime nomine. Dopo la scelta di due esponenti di Magistratura democratica, la corrente più a sinistra dell’Anm, per le poltrone di capo di gabinetto e capo degli ispettori di via Arenula, Filippo Grisolia e Stefania Di Tomassi, il consiglio dei Ministri potrebbe rimuovere Franco Ionta dal vertice del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al suo posto, Severino è pronta a proporre la nomina di Giovanni Tamburino, presidente del tribunale di sorveglianza del Lazio. Negli anni Ottanta, Tamburino è stato tra i fondatori del “Movimento per la giustizia”, altra corrente di sinistra delle toghe.

Anche i magistrati italiani sbagliano, come tutti i comuni mortali. Spesso violando la legge. E’ raro, però, trovare il nome di un magistrato inquisito, sbattuto nelle prime pagine delle cronache. Casi unici, poi, sono i magistrati condannati dai colleghi. A questa genuflessione si sono adeguati i nostri parlamentari, bacchettati dalle Autorità comunitarie. Sussiste la responsabilità dei magistrati anche per colpa semplice secondo la Corte di Giustizia europea. Il rapporto tra i cittadini e tra i cittadini e gli organi dello Stato è regolato dalla legge. L’art. 3 della Costituzione esplicita che tutti hanno pari obblighi e diritti di fronte alla legge, senza che vi siano immunità ed impunità per nessuno. Solo al Presidente della Repubblica è riconosciuta la mancata responsabilità dei suoi atti, non privati. Analizzando l’ambito del rapporto di prestazione di servizi manuali o intellettuali si denota che il lavoratore subordinato, che con colpa reca danno a qualcuno, è sottoposto alla legge penale, civile e disciplinare. Lo stesso dicasi per il lavoratore autonomo o il professionista. Il medico che sbaglia diagnosi o cura, risponde di omicidio o lesioni colpose e ne paga le conseguenze civili e deontologiche. L’ingegnere, l’architetto, il geometra, che per colpa sbaglia i progetti e causa dei crolli, risponde di omicidio, o lesioni, o disastro colposo e ne paga le conseguenze civili, ecc. ecc. L’avvocato, il commercialista, il notaio, l’assicuratore ecc, che per colpa reca danno al suo cliente, paga le conseguenze civili e deontologiche. Al dirigente pubblico, o al funzionario pubblico, o all’amministratore pubblico, o addirittura al Presidente del Consiglio dei Ministri, o ai singoli Ministri e Sottosegretari, che per colpa recano danno ai cittadini, la Corte dei Conti chiede la rivalsa per il risarcimento del danno riconosciuto. Da quanto detto pare che la legge sia uguale per tutti. Ad una attenta analisi della realtà ci si accorge, però, che la legge è uguale per tutti, meno che per i magistrati. I magistrati sono liberi di incarcerare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per ingiusta detenzione, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per sequestro di persona. I magistrati sono liberi di condannare i cittadini innocenti, tanto c’è l’indennizzo per l’errore giudiziario, pagato dallo Stato, ma a carico dei cittadini, salvo rivalsa, ma non sono perseguiti per calunnia e diffamazione. Al cittadino, che per anni ha subito ingiustamente e per accanimento un procedimento penale che lo ha visto prosciolto, ovvero da persona offesa ha visto il reato archiviato o prescritto per inerzia, non c’è risarcimento riconosciuto, ne vi è abuso od omissione d’atti d’ufficio a carico dei magistrati. Lo stesso dicasi per il cittadino che è impedito alla giustizia civile per l’annosità dei processi. C’è stato un referendum, approvato dalla quasi totalità dei cittadini italiani, che formalmente ha stabilito la responsabilità civile dei magistrati. Ossia: i magistrati che sbagliano devono risarcire i danni. Invece, il rappresentante eletto dal popolo, ma lontano dagli interessi dei cittadini, con l’art. 2 della legge n. 117/88 ha previsto:

«1. Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.

2. Nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove.

3. Costituiscono colpa grave:

a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;

b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;

b) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;

c) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione».

Ai sensi dell’art. 3, n. 1, prima frase, della legge n. 117/88, costituisce peraltro un diniego di giustizia «il rifiuto, l’omissione o il ritardo del magistrato nel compimento di atti del suo ufficio quando, trascorso il termine di legge per il compimento dell’atto, la parte ha presentato istanza per ottenere il provvedimento e sono decorsi inutilmente, senza giustificato motivo, trenta giorni dalla data di deposito in cancelleria». Ad una lettura attenta della norma si palesa la volontà di non perseguire alcun Magistrato, specie se a decidere sul comportamento del singolo è la stessa corporazione di cui esso fa parte. D’altronde basta poco a giustificare un diniego di giustizia. Se, come da molti è considerato, il magistrato è Dio in terra, infallibile e perfetto nelle sue azioni, mai incorrerà nel dolo o colpa grave, tanto meno sarà ammissibile la semplice colpa, dalla legge esclusa, così come è per i comuni mortali. Secondo la conformità del pensiero dominante, l’appello accolto o il ricorso cassato da altro magistrato, non sono frutto di errori giudiziari penali risarcibili, ma oneri a carico dell’innocente, perseguito ingiustamente. Per il diniego di giustizia, poi, secondo il modo di pensare conforme di gente codarda e collusa, l’impedimento è oggettivo. Non è responsabilità del Magistrato, quando amministra la giustizia, o quando è seduto in Parlamento a farsi le leggi, ma è colpa dello Stato, quindi del cittadino, che fa mancare all’apparato la sussistenza economica, ovvero è colpa degli utenti, che in massa, si rivolgono alla magistratura per chiedere giustizia. I magistrati devono meritarlo il rispetto e non pretenderlo. L’art. 3 della costituzione non prevede cittadini unti dal Signore, al di sopra della legge. Non è certo l’azione di rivalsa del Presidente del Consiglio dei Ministri, non superiore ad un terzo dello stipendio del responsabile, di cui all’art 13 della stessa legge, ad equilibrare gli interessi in campo. L’azione di rivalsa opera solo in caso di indennizzo per ingiusta detenzione ed errore giudiziario, casi in cui rientra l’operatività della legge. Per tutto il resto non opera l’indennizzabilità dello Stato. La Corte di giustizia Europea censura la disciplina italiana della responsabilità dei magistrati e la mancata applicazione dell’art. 234 CE. Lo fa con la sentenza del 13 giugno 2006, nel procedimento C-173/03, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’art. 234 CE, dal Tribunale di Genova, con ordinanza 20 marzo 2003, pervenuta in cancelleria il 14 aprile 2003, nella causa Traghetti del Mediterraneo SpA, in liquidazione, contro Repubblica Italiana. La sentenza si inquadra in un risalente filone, nell’ambito del quale il giudice comunitario da decenni ribadisce la responsabilità degli Stati per mancato rispetto del diritto comunitario da parte di tutte le loro istituzioni, in qualsiasi forma perpetrata. In questo caso la Cassazione italiana aveva dato torto alla società Traghetti del Mediterraneo, ricorrente per il risarcimento nei confronti della Tirrenia, non avendo tenuto conto della disciplina comunitaria relativa agli aiuti di Stato. Nel fare ciò la Cassazione aveva, inoltre, rifiutato di sollevare questione pregiudiziale, ai sensi dell’art. 234. Ed è questo forse un punto rilevantissimo nella sentenza pur densa di motivi interessanti (tra cui quello del colpo inferto alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati). Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara: “Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado, per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale. Il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale, che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler” A questo punto non si può pretendere che il cittadino, già tartassato, debba subire e tacere. Almeno che ci rimanga il diritto di lamentarci, se non, addirittura, di ribellarci.

LA RESPONSABILITÀ CIVILE DEI MAGISTRATI. TRA GARANZIE COSTITUZIONALI, MONITI EUROPEI, SUSSULTI REFERENDARI E LEGISLATIVI. Relazione resa dal Cons. Nicola Durante (Magistrato amministrativo) al convegno sul tema “Giustizia oggi”, organizzato presso la Prefettura di Catanzaro il 3 dicembre 2013. SOMMARIO: 1. La disciplina vigente; 2. Principali peculiarità e fondamento costituzionale del sistema; 3. Problematiche di compatibilità col diritto comunitario; 4. Spinte innovatrici e proposte referendarie.

1. La disciplina vigente. La materia della responsabilità civile dei magistrati è oggi regolata dalla legge 13 aprile 1988, n. 117 (c.d. “legge Vassalli, dal nome del ministro guardasigilli dell’epoca), emanata a seguito dell’abrogazione referendaria degli artt. 55, 56 e 74 c.p.c., avvenuta nel 1987. In precedenza, poteva aversi responsabilità civile del magistrato solo in caso di dolo, frode o concussione. In forza dell’art. 28 Cost., la responsabilità si estendeva poi allo Stato, per immedesimazione organica. Rispetto a tale schema, la disciplina vigente si fonda sul principio opposto: l’illecito civile del magistrato obbliga verso il danneggiato esclusivamente lo Stato che, se condannato, esercita la rivalsa nei confronti del proprio dipendente. Analizzando per sommi capi il testo normativo, si rileva che, ai sensi degli artt. 2 e 3 della legge, l’illecito può avere forma attiva od omissiva (c.d. “diniego di giustizia”). L’art. 2 pone, tuttavia, tre importanti limitazioni all’insorgere della responsabilità. Anzitutto, il danno deve avere natura tendenzialmente patrimoniale, essendo quello non patrimoniale risarcibile solo se conseguente ad un’ingiusta privazione della libertà personale. Quindi, la fattispecie illecita dev’essere sorretta dall’elemento psicologico del dolo o della colpa grave, riguardo alla quale ultima, il comma 3 dell’art. 2 tipizza quattro distinte ipotesi: a) la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile; b) l’affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento; c) la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento; d) l’emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione. Infine, per effetto della c.d. “clausola di salvaguardia” di cui al comma 2, «nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove». Secondo l’art. 4 della legge, l’azione di risarcimento si esercita, nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, quando il provvedimento causativo del danno è divenuto definitivo. La stessa decade, in genere, dopo due anni dal momento in cui l’azione è diventata esperibile. Competente sul giudizio è il tribunale del capoluogo del distretto della corte d’appello determinato a norma dell’art. 11 c.p.p., il quale deve preliminarmente valutare se l’azione è inammissibile rispetto ai termini od ai presupposti di cui agli artt. 2, 3 e 4, ovvero se è manifestamente infondata, provvedendo in tal caso con decreto motivato, impugnabile in corte d’appello e successivamente per cassazione. Se la domanda è ammissibile, gli atti sono trasmessi ai fini dell’azione disciplinare, che va esercitata entro due mesi e nel cui ambito rileva anche la colpa semplice. Il magistrato che ha causato l’illecito non può essere assunto come teste, né può essere chiamato in causa, ma può intervenire in ogni fase e grado del procedimento. La condanna fa stato nel giudizio di rivalsa solo se il magistrato è intervenuto volontariamente in giudizio. Non fa stato nel procedimento disciplinare. In nessun caso, fa stato la transazione raggiunta dallo Stato con il danneggiato. L’azione di rivalsa è promossa dal Presidente del Consiglio dei ministri, entro l’anno dalla definitività della condanna. Il foro è lo stesso della causa principale e la misura della rivalsa non può superare il terzo dello stipendio percepito dal magistrato nell’anno in cui è proposta l’azione di risarcimento. Tale limite non si applica al fatto commesso con dolo. Se l’illecito scaturisce da una decisione collegiale, non ne risponde il magistrato che abbia fatto constare a verbale il proprio dissenso succintamente motivato. Detta facoltà non è in contraddizione con la generale regola di segretezza del contenuto della discussione sulle questioni affrontate dal collegio al fine di pervenire alla decisione, dal momento che il verbale va inserito in un plico sigillato, le cui modalità di conservazione sono tali da escludere la conoscibilità all’esterno dell’esistenza del dissenso.

2. Principali peculiarità e fondamento costituzionale del sistema. La prima peculiarità del sistema dianzi succintamente descritto deriva dalla scelta del legislatore di traslare l’azione di rivalsa – e, cioè, il giudizio sulla responsabilità amministrativa del magistrato – dalla sua sede naturale (la Corte dei conti) al giudice ordinario. La deroga, per la sua specialità, opera nel solo ambito della responsabilità civile, con la conseguenza che, ai sensi dell’art. 13 della legge, in presenza di un danno da reato, commesso dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, l’azione di responsabilità è esperibile direttamente nei confronti di quest’ultimo ed anche in sede penale, mentre l’azione – questa volta chiamata «di regresso» – dello Stato, tenuto al risarcimento nella qualità di responsabile civile, è mantenuta in capo alla Corte dei conti ed è assoggettata alle regole ordinarie sul pubblico impiego. Ma ogni qual volta un’ipotesi di reato non si configuri, la controversia sul danno erariale causato nell’esercizio di funzioni giudiziarie è devoluta al giudice ordinario ed il magistrato può essere chiamato a rispondere solo a titolo di rivalsa con i limiti di cui all’art. 3, salvi i casi di dolo. Questo reca con sé importanti riflessi non solo processuali, ma anche sostanziali, impedendo che trovino efficacia, quanto meno diretta, per la categoria dei magistrati, tutta una serie di istituti favorevoli che la Corte dei conti applica, invece, ai pubblici impiegati in genere, come il principio di parziarietà dell’obbligazione, la sua intrasmissibilità agli eredi (tranne il caso di loro indebito arricchimento), l’esercizio del potere riduttivo da parte del giudice e la definizione agevolata della lite, ai sensi dell’art. 1, commi 231-233, della legge 23 dicembre 2005, n. 266. Venendo alla struttura dell’illecito, un’altra particolarità consiste nel fatto che il danno cagionato dal magistrato non determina la responsabilità di costui verso il terzo, ma quella dello Stato. Ciò costituisce eccezione al criterio ordinario, ritraibile dall’art. 28 Cost., secondo cui del danno cagionato al privato sono solidalmente responsabili e l’impiegato e l’ente pubblico di appartenenza, in virtù del rapporto d’immedesimazione organica. Almeno apparentemente, la previsione dell’elemento soggettivo in termini di dolo o colpa grave, e non di colpa semplice, non modifica la regola generale di cui all’art. 23 del D.P.R. 10 gennaio 1957, n. 3 (T.U. sul pubblico impiego), che pure riconnette la responsabilità civile personale dei funzionari e dipendenti pubblici – e, di riflesso, quella dell’ente – ai soli casi di violazione dei diritti dei terzi commessi con dolo o colpa grave. Tuttavia, a ben vedere, è la sostanza della colpa grave desumibile dalla legge del 1988 a differenziarsi da quella di tipo ordinario, a causa della tipizzazione dei casi in cui essa può essere ravvisata. Insomma, la colpa grave del magistrato, lungi dal coincidere con la nozione comune di mancato uso della diligenza, della perizia e della prudenza professionali esigibili in relazione al tipo di servizio pubblico o ufficio rivestito, assurge ad una sorta di lata culpa piane dolo comparabitur, di antica memoria. Di modo che, non basta che la violazione della legge commessa dal magistrato sia grave, perché essa dev’essere anche ascrivibile a “negligenza inescusabile”, dovendosi presentare come “non spiegabile”, e cioè senza agganci con le particolarità della vicenda atti a rendere l’errore comprensibile, anche se non giustificato. In altre parole, questa forma di responsabilità è sì incentrata sulla colpa grave del magistrato, ma per come tipizzata dalle ipotesi specifiche ricomprese nell’art. 2, le quali sono riconducibili al comune fattore della “negligenza inescusabile”, che implica la necessità di configurare un quid pluris rispetto alla colpa grave delineata dall’art. 2236 c.c.: pertanto, l’errore rileva quando il giudice pone a fondamento del suo giudizio elementi del tutto avulsi dal contesto probatorio di riferimento e non quando ritiene sussistente una determinata situazione di fatto senza elementi pertinenti, ovvero sulla scorta di elementi insufficienti, che però abbiano formato oggetto di esame e valutazione, trattandosi in tal caso di errato apprezzamento dei dati acquisiti. Pare tuttavia rimanere nell’alveo generale della colpa grave l’ipotesi tipizzata sub d), che si concretizza nell’«emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione»; e lo stesso dicasi per il diniego di giustizia ai sensi dell’art. 3, che dev’essere «senza giustificato motivo». E non è ancora tutto, perché un’ulteriore franchigia si realizza nei casi coperti dalla c.d. “clausola di salvaguardia” di cui all’art. 2, comma 2, secondo la quale «nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove». La compatibilità costituzionale di tali previsioni non è in dubbio, avendo la Consulta ripetutamente affermato che la legge n. 117 del 1988 rappresenta un punto di equilibrio tra le esigenze di tutela del soggetto danneggiato e dei valori dell’indipendenza della magistratura, della sua autonomia e della pienezza dell’esercizio della funzione giudiziaria. L’indipendenza garantisce infatti l’imparzialità del giudice, assicurandogli una posizione super partes che escluda qualsiasi, anche indiretto, interesse alla causa da decidere. La disciplina dell’attività del giudice deve perciò essere tale da renderlo immune da vincoli che possano comportare la sua soggezione, formale o sostanziale, ad altri organi, mirando altresì, per quanto possibile, a evitare forme di prevenzione, timore, influenza che possano indurre il giudice a decidere in modo diverso da quanto a lui dettano scienza e coscienza. L’equilibrio sta, dunque, nel contemperare indipendenza e responsabilità. Termini che solo apparentemente sembrano dare vita ad un’inconciliabile antinomia, non potendo concepirsi che il primo si traduca in una sostanziale irresponsabilità degli organi della magistratura o che determini la nascita di un potere operante al di fuori dell’organizzazione statale ed al di sopra delle sue leggi.

3. Problematiche di compatibilità col diritto comunitario. Una prima breccia alla conformità della legge n. 117 del 1988 col diritto comunitario si è aperta con la decisione assunta dalla Corte di giustizia CE il 30 settembre 2003, nella causa Köbler/Republik Österreich, dov’è stato affermato che «il principio secondo cui gli Stati membri sono obbligati a riparare i danni causati ai singoli dalle violazioni del diritto comunitario che sono loro imputabili si applica anche allorché la violazione di cui trattasi deriva da una decisione di un organo giurisdizionale di ultimo grado. Infatti, questo principio, inerente al sistema del Trattato, ha valore in riferimento a qualsiasi ipotesi di violazione del diritto comunitario commessa da uno Stato membro, qualunque sia l’organo di quest’ultimo la cui azione od omissione ha dato origine alla trasgressione». Dunque, in base alla pronuncia, uno Stato membro è obbligato a riparare i danni causati ai singoli, in presenza di una violazione del diritto comunitario ascrivibile, in forma attiva od omissiva, ad un organo giurisdizionale di ultimo grado. E’ stato inoltre notato che, a differenza delle pregresse decisioni in materia di responsabilità dello Stato membro per violazione del diritto comunitario da parte di organi interni, la sentenza Köbler enuncia il criterio d’imputazione della “violazione manifesta” e non della “violazione grave e manifesta”: cosa che lascerebbe trapelare la volontà di ampliare i margini della responsabilità statale, quando l’illecito è riconducibile ad un organo giurisdizionale di ultimo grado. La sentenza in parola, pur non riferendosi all’Italia, già pone il problema della compatibilità comunitaria dell’art. 2 della legge n. 117 del 1988, che da un lato prevede i diversi criteri della colpa grave (tipizzata) e del dolo e, dall’altro, esenta dalla responsabilità per danni le violazioni commesse in sede di interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove. Ma a sancire definitivamente il contrasto tra i due ordinamenti è intervenuta, a distanza di quasi tre anni, la sentenza della Grande Sezione della Corte di giustizia 13 giugno 2006, nella causa C- 173/03, Traghetti del Mediterraneo s.p.a. in liquidazione/Repubblica Italiana. Le conclusioni di tale arresto sono trancianti: «il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che escluda, in maniera generale, la responsabilità dello Stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale. Il diritto comunitario osta, altresì, ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza Köbler». E non è tutto, perché, non avendo la Repubblica italiana dato seguito alla statuizione, la Commissione ha aperto una procedura di infrazione ai sensi dell’art. 260 del Trattato, in base al quale «quando la Corte di giustizia dell’Unione europea riconosca che uno Stato membro ha mancato ad uno degli obblighi ad esso incombenti in virtù dei trattati, tale Stato è tenuto a prendere i provvedimenti che l’esecuzione della sentenza della Corte comporta». Quindi, la Sezione III della Corte, con sentenza del 24 novembre 2011, in causa C-379/10, Commissione europea/Repubblica italiana, accogliendo il ricorso, ha dichiarato che: «la Repubblica italiana, escludendo qualsiasi responsabilità dello Stato italiano per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto dell’Unione imputabile ad un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, qualora tale violazione risulti da interpretazione di norme di diritto o da valutazione di fatti e prove effettuate dall’organo giurisdizionale medesimo, e limitando tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2, commi 1 e 2, della legge 13 aprile 1988, n. 177, sul risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del principio generale di responsabilità degli Stati membri per violazione del diritto dell’Unione da parte di uno dei propri organi giurisdizionali di ultimo grado». In particolare, la Corte ha censurato la circostanza per cui, nell’ordinamento interno italiano, l’attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione di fatti e prove è esente da responsabilità anche nei casi di dolo o colpa grave, il che contrasta col diritto europeo. Inoltre, quanto meno nell’interpretazione seguìta dalla Corte di cassazione, il contenuto proprio del dolo e della colpa grave non è affatto equivalente a quello della violazione del diritto vigente di matrice comunitaria, ma è ben più rigoroso. Il richiamato distinguo operato dalla Corte di giustizia ha permesso di sostenere che essa, mentre ha ritenuto radicalmente contrario al diritto dell’Unione l’art. 2, comma 2, si è mostrata più concessiva nei confronti del comma 1, a patto, però, che la Corte di cassazione interpreti il requisito della colpa grave in termini tali da corrispondere al requisito di “violazione manifesta del diritto vigente”, come fissato dalla giurisprudenza europea. Quanto agli effetti della decisione, le conseguenze tratte dallo stesso autore sono nel senso che, attesa la natura di fonte del diritto attribuibile alle sentenze della Corte di giustizia e stante il fatto che la decisione del 24 novembre 2011 è stata adottata con i poteri dell’art. 260 del Trattato, le norme interne in contrasto col diritto sovranazionale non sono più applicabili. Questo, però, non deve condurre ad affermare un duplice livello di tutela per il cittadino leso da condotte illegittime di magistrati: maggiormente garantistico, quando si fa valere la trasgressione di norme comunitarie (posto che, in questo caso, è sufficiente che la violazione si caratterizzi in relazione ai requisiti individuati dalla Corte di giustizia nel caso Köbler) e più severo, ove la trasgressione riguardi la legge nazionale (occorrendo dimostrare il dolo o la colpa grave del magistrato e, soprattutto, che la violazione non possa essere ricondotta nell’alveo dell’interpretazione di una norma di diritto o della valutazione del fatto e delle prove). Una tale disparità determinerebbe infatti, nel diritto interno, un grado di protezione più basso di quello accordato alle violazioni del diritto comunitario, ponendo il problema della legittimità del diverso regime a fronte della medesima situazione soggettiva lesa, in relazione al canone di uguaglianza e ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. ed in relazione all’art. 54 Cost. che impone, al massimo livello, l’osservanza della Costituzione e delle leggi. Non di meno, occorre osservare che la prima decisione in tema della Corte di cassazione ha, sia pure incidentalmente, enunciato il divisamento opposto, essendosi ritenuto che l’esclusione della responsabilità per errata interpretazione di norme di diritto od errata valutazione del fatto e della prova continui a valere, laddove non venga in rilievo una violazione manifesta del diritto dell’Unione europea imputabile ad un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado, essendo soltanto quest’ipotesi in contrasto con gli obblighi comunitari dello Stato italiano, e ciò alla luce della Corte di giustizia del 24 novembre 2011, nella causa C-379/10. Dello stesso tenore è, infine, la proposta di modifica della legge n. 177 del 1988, inserita dal Governo nel disegno di legge comunitaria per il 2013 licenziato l’8 novembre 2013, dove la responsabilità dello Stato per violazione chiara e manifesta è prevista solo in relazione al diritto comunitario ed agli atti riferibili ad un organo giurisdizionale nazionale di ultimo grado.

4. Spinte innovatrici e proposte referendarie. E’ opinione diffusa che un’esegesi giurisprudenziale ritenuta troppo “partigiana” ha progressivamente contribuito a confinare la responsabilità civile dei magistrati ad un ruolo marginale, quasi si trattasse dell’extrema ratio per i casi di stridente ingiustizia, infondendo nel sentimento popolare un senso di tradimento dello spirito referendario del 1987. In proposito, a titolo di contributo interpretativo, si è avanzata la tesi per cui la “clausola di salvaguardia” debba trovare applicazione solo per l’error in iudicando e non per l’error in procedendo: sarebbero così assoggettati a responsabilità piena i casi in cui la norma violata non costituisce parametro di giudizio, ma semplice regola di condotta processuale. In queste ultime ipotesi, infatti, «il giudice non “decide”, ma opera la ricognizione dei propri comportamenti leciti e doverosi, come qualunque altro destinatario di una qualunque norma o, se si vuole, come qualunque altro soggetto il cui comportamento sia da quella norma disciplinato. Nello stabilire ciò che egli può o deve fare, il giudice non può “giudicare” in senso proprio, per l’assorbente considerazione che egli non è terzo imparziale e indifferente, ma è anzi il principale soggetto interessato all’esito del suo “giudizio”». La teoria richiamata, senza dubbio accattivante, deve tuttavia fare i conti non soltanto con le opinioni dottrinarie contrarie, ma soprattutto con i princîpi tralaticiamente espressi dalla Suprema Corte, a mente della quale la clausola di esenzione «non tollera riduttive letture, perché giustificata dal carattere fortemente valutativo della attività giudiziaria e, come precisato dalla Corte costituzionale (nella sentenza 19 gennaio 1989 n. 18), attuativa della garanzia costituzionale della indipendenza del giudice (e del giudizio)»; essa si applica «senza eccezioni per le norme processuali, e dunque includendo quelle che fanno carico al giudice d’esaminare i temi in discussione influenti per la decisione e di dare contezza delle ragioni della decisione stessa». A muovere verso un rinnovamento sono stati, in epoca recente, due quesiti referendari non ammessi alla tornata del 2014 per mancato raggiungimento del quorum di cinquecentomila sottoscrizioni, a mezzo dei quali si chiedeva l’abrogazione della legge 13 aprile 1988 n. 117, limitatamente all’art. 2, comma 2 (la c.d. “clausola di salvaguardia”) e/o all’art. 5 (in tema di delibazione di ammissibilità della domanda). In ambito legislativo, un concreto tentativo di superamento dell’assetto corrente è stato avanzato con un emendamento al disegno di legge comunitaria del 2011 presentato dal deputato Gianluca Pini della Lega Nord, il quale, sebbene respinto, ha trovato vasta eco nell’opinione pubblica. Esso, in sintesi, si concretizzava nella possibilità, per il danneggiato, di esperire l’azione risarcitoria direttamente nei confronti del magistrato, nella sostituzione dei requisiti del dolo e della colpa grave con quello della violazione manifesta del diritto e nell’assoggettamento a responsabilità dell’attività di interpretazione delle norme di diritto. Ciò non di meno, è stato notato come l’ipotesi di una responsabilità diretta del giudice, per altro estesa all’interpretazione del diritto, si ponga in contrasto non solo col principio di indipendenza della magistratura come sancito dalla Corte costituzionale, ma altresì con gli auspici degli organismi europei, contenuti nella raccomandazione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010 n. 12 e nella Carta europea sullo statuto dei giudici. Essa, inoltre, non avrebbe pari negli ordinamenti giuridici avanzati, che disciplinano la materia con l’immunità assoluta propria dei Paesi di common law (U.S.A., Gran Bretagna, Canada), o con limitazioni ancora più rigorose di quelle previste dalla legge n. 117 del 1988 (Germania), alla responsabilità del solo Stato con possibilità di rivalsa in ipotesi di carattere del tutto eccezionale (Francia, Belgio, Portogallo) od addirittura con esclusione della rivalsa (Paesi Bassi), mentre, nell’unico ordinamento che prevede una azione diretta (Spagna), vi è comunque un filtro preventivo subordinato alla verifica di requisiti particolarmente rigidi. Per ultimo, è stato posto in luce come, estendendosi la responsabilità del magistrato a qualsiasi forma di violazione manifesta del diritto, si darebbe occasione al giudice del risarcimento di valutare l’operato di giudici appartenenti ad altre giurisdizioni, vanificando di fatto la giurisdizione del giudice amministrativo, che verrebbe sottoposto ad un sindacato di merito ai fini risarcitori da parte del giudice ordinario, in spregio agli artt. 103 e 113 Cost. Presso la commissione giustizia della Camera dei deputati risultano attualmente pendenti:

– la proposta di legge C. 990, a firme Gozi, Bruno e Giachetti, del partito democratico, presentata il 17 maggio 2013, la quale, premesso che la combinazione dei vari filtri previsti dalla legge n. 117 del 1988 ha reso la stessa «pressoché inapplicata in più di venti anni dalla sua entrata in vigore», mira ad abrogare la clausola di salvaguardia e la tipizzazione dei casi di colpa grave e del diniego di giustizia, oltre che a consentire il risarcimento anche del danno non patrimoniale, a sottoporre l’azione di rivalsa alla giurisdizione della Corte dei conti ed a prevedere che questa sia esercitata dallo Stato nei confronti del magistrato per il rimborso dell’intero onere sostenuto in sede di condanna;

– la proposta di legge C. 1735, a firme Leva, Verini, Russomando e Ferranti, del partito democratico, presentata il 25 ottobre 2013, la quale, premessa l’intenzione «di farsi carico delle criticità che sono derivate dall’applicazione della legge n. 117 del 1988 e al tempo stesso cercare di recepire le indicazioni provenienti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea», vuole sottoporre a sindacato risarcitorio l’attività di interpretazione e di valutazione in caso di dolo, nonché di manifesta violazione di norme di diritto ovvero di travisamento del fatto o di una prova, che ledano i diritti fondamentali della persona, nonché eliminare le ipotesi tipizzate di colpa grave, il filtro preliminare di ammissibilità dell’azione ed il limite della rivalsa dello Stato sul magistrato.

Presso la commissione giustizia del Senato della Repubblica risulta pendente la proposta di legge S. 1070, a firme Buemi, Nencini e Longo, del gruppo autonomie, presentata il 1° ottobre 2013, dove, premesso come «la legge n. 117 del 1988 abbia avuto, per varie ragioni, una scarsissima applicazione», si prevede che la condanna contro lo Stato faccia stato nel giudizio di rivalsa e nel procedimento disciplinare anche se il magistrato non è intervenuto volontariamente nel processo contro lo Stato e si assegna alla Corte di cassazione il compito di valutare, nelle forme di cui all’art. 2043 c.c., la responsabilità civile dei magistrati che «salvo il caso di ignoranza inevitabile [omissis], si discostino dall’interpretazione della legge», assicurata dalla medesima Corte.

Va infine registrata la richiesta avanzata al C.S.M. l’8 ottobre 2013 dai consiglieri superiori Zanon e Nappi, di apertura di una pratica per la formulazione al Parlamento di una proposta di modifica delle norme sulla responsabilità civile dei magistrati. In particolare, le modifiche suggerite consistono, in sintesi, nel richiamo alla «violazione manifesta del diritto vigente» (piuttosto che al dolo od alla colpa grave) come criterio d’imputazione della responsabilità dello Stato e nell’abrogazione della clausola di salvaguardia. Verrebbe invece mantenuto in piedi il vaglio preliminare di ammissibilità dell’azione. Parallelamente, la clausola di salvaguardia ed i requisiti del dolo e della colpa grave andrebbero a refluire nel giudizio di rivalsa, operando a valle dell’eventuale condanna dello Stato, ossia nel rapporto interno tra Stato e singolo magistrato.

Naturalmente a giudicare i magistrati responsabili dell’errore grave o del dolo saranno sempre magistrati…come questi.

Milano, le cause del fisco le giudica il magistrato evasore. Si tratta di Maria Rosaria Grossi, assolta dalle accuse di tangenti perché ha dichiarato che i soldi erano frutto dell’affitto in nero delle sue case. E adesso è arbitro dei procedimenti per evasione nel capoluogo lombardo, scrive Paolo Biondani su “L’Espresso”. Chi può fare il giudice nei difficili processi contro gli evasori fiscali? In un Paese come l’Italia può farlo anche un ex magistrato che, ritrovatosi imputato in una storiaccia di tangenti e consulenze d’oro, è riuscito a conquistare una meritata assoluzione spiegando di essere solo un evasore delle tasse. Questo straordinario caso di specializzazione giudiziaria ha per protagonista una regina del diritto italiano, Maria Rosaria Grossi, per lunghi anni giudice della prima sezione civile e poi del tribunale fallimentare di Milano. Dopo aver gestito centinaia di procedure milionarie, nel 2009 la sua carriera sembrava stroncata: inquisita per tentata concussione e abuso d’ufficio, denunciata e accusata da una dozzina di giudici e avvocati, era stata sospesa dalla magistratura, prima in sede penale e poi per ordine del Csm. Nell’ottobre 2012, il colpo di scena: Maria Rosaria Grossi viene scagionata dal tribunale di Brescia «perché il fatto non sussiste». A caldo, l’ex imputata si dichiara perseguitata e annuncia che chiederà di tornare in magistratura. In novembre, però, i giudici di Brescia (presidente Roberto Spanò) pubblicano le motivazioni della sua assoluzione, che si rivelano molto imbarazzanti. Il tribunale infatti scrive di aver potuto processarla, dopo un’inchiesta «tormentata e mutilata», solo per «un rivolo» delle tante accuse che le erano state mosse, l’unico per il quale persino il pm si era già rassegnato a considerarla innocente. Ma nel ricostruire tutti i fatti, proprio la sentenza di assoluzione svela che l’allora giudice Grossi ha innegabilmente evaso le tasse, incassando «affitti in nero» su svariati immobili di sua proprietà, addirittura «per quasi un quarto di secolo». Il colmo è che questa non era la tesi dell’accusa: il tribunale precisa che era l’alibi raccontato dalla stessa imputata, per giustificare un fiume di contanti che rischiavano di esporla a reati più gravi. Ma ora si scopre che la signora Grossi, dopo aver evitato la condanna con quella motivazione, ha potuto tornare a fare il giudice della Commissione tributaria di Milano. Che è quella specie di tribunale a cui la legge italiana affida le cause per evasione fiscale, che nella capitale degli affari raggiungono importi elevatissimi. L’ex giudice civile, in particolare, fa tuttora parte della sezione numero 40, competente su Milano e provincia. “L’Espresso” ha scoperto tra l’altro che, nel decidere le vertenze tributarie, si è scontrata più volte con altri magistrati (mai indagati e tuttora in servizio): il problema è che, dopo tutte le ingiustizie che ha passato, lei proponeva di annullare le accuse di evasione anche quando i togati del suo collegio erano invece fermamente colpevolisti. Per gustare tutto il sapore di questa storia della presunta furbetta del fisco che diventa giudice degli evasori, è sufficiente mettere in fila i soli fatti che il tribunale di Brescia ha considerato dimostrati, pur non ravvisando alcun reato punibile. L’inchiesta parte nel febbraio 2009, quando due magistrati molto seri di Milano raccolgono e trasmettono a Brescia la testimonianza di un commercialista di alto livello, Giovanni La Croce. Il professionista si è sentito raccontare da una sua cliente, sorella del defunto avvocato Bruno Giordano, che l’allora giudice Grossi avrebbe «riempito di incarichi giudiziari» quel legale, che era anche il suo «amante». Un andazzo durato «circa un decennio», con i due fidanzati, giudice e avvocato, che «si dividevano i soldi» e diventavano sempre più ricchi. La sorella ha confidato questi segreti al suo commercialista solo dopo la morte del fratello, quando si è spaventata perché l’allora giudice le ha portato a casa «grosse somme in contanti». Convocata dal pm bresciano Fabio Salamone, la sorella del legale, Marina Giordano, conferma le sue confidenze al commercialista. E aggiunge che, quando il fratello era ormai in fin di vita, la Grossi le chiese di aprirle d’urgenza lo studio legale, reagendo così al suo rifiuto: «Allora ho perso tutto!». La testimone precisa che, scomparso il fratello, era diventata «molto amica» della Grossi, che «dall’inizio del 2008» ha cominciato a chiederle favori pericolosi: «Mi portava ogni mese 10mila euro in contanti e in cambio mi faceva firmare assegni di pari importo, intestati però a sua sorella». La stessa teste rivela che l’allora giudice Grossi ha accumulato un piccolo impero immobiliare: «Cinque appartamenti a Milano, due ville al mare in Liguria e Puglia, una casa sul Mar Rosso e una in Val d’Aosta». Riascoltata in seguito, la testimone tenta di annacquare le accuse all’amica, ma si tradisce confermando un retroscena: «Dopo la mia prima deposizione, la dottoressa Grossi si è presentata di sorpresa a casa mia alle otto del mattino. Spingendomi in cucina, mi ha detto che potevamo essere intercettate e ha iniziato a comunicare con biglietti a cui anch’io rispondevo per iscritto. Mi rimproverava di non averla avvisata dell’inchiesta. Io le ho riassunto cosa avevo riferito al pm, tra cui lo scambio di denaro tra me e lei. Il giudice Grossi mi scrisse che l’origine di quel contante erano i suoi affitti in nero. Dopo un’ora di colloquio scritto, la Grossi ha raccolto tutti i bigliettini e si è allontanata». Nella sentenza finale, il tribunale riporta tutta questa ricostruzione senza alcuna obiezione, come fatti indiscutibili. Ma poi spiega che il pm, pur avendo scovato sia gli immobili della Grossi sia il giro di assegni (per un totale di centomila euro), ha visto cadere le sue accuse una dopo l’altra. La morte dell’avvocato-fidanzato ha convinto la stessa procura a non azzardare ipotesi di reato sui processi più vecchi, comunque prescritti. Quindi il gip ha cancellato le accuse più recenti di abuso d’ufficio. È vero che ben sei avvocati hanno confermato che la Grossi assegnava ricchissime parcelle proprio all’avvocato Giordano. Mentre cinque magistrati hanno testimoniato che la loro ex collega li faceva «inviperire», per la sua ostinazione nell’assegnare i fallimenti ad altri professionisti suoi amici. Ma i giudici di Brescia concludono che «i poteri affidati dalla legge ai giudici fallimentari sono tanto ampi e discrezionali» da rendere «problematico» equiparare quei favoritismi a veri reati. Sotto processo è rimasta così solo una debole accusa di tentata concussione: nonostante le smentite dell’imputata, il tribunale conferma che la Grossi chiese a un altro avvocato, S.A., di «associarla nel suo studio», promettendo di «riempirlo di incarichi», ma conclude che probabilmente era solo una battuta, «uno sfogo da bar», che quel legale può avere equivocato «quando lei lo ha escluso dai successivi incarichi». Insomma, nessun reato punibile. Nella motivazione il tribunale avverte che la procura avrebbe potuto «approfondire» altre accuse, come il «riciclaggio» (per i soldi in nero scambiati con assegni puliti) o la «subornazione» (per le pressioni sulla testimone), ma visto che il processo riguardava solo «quel malinteso con l’avvocato S.A», l’imputata merita la piena assoluzione. La stessa sentenza però riconosce «sicure violazioni disciplinari» per «un magistrato del tribunale di Milano che per quasi un quarto di secolo ha riscosso personalmente e per contanti, da innumerevoli soggetti, canoni di locazione non dichiarati». Proprio questa motivazione spiega perché il Csm continua a respingere (l’ultimo verdetto è del luglio 2012) i tentativi della Grossi di rientrare nella magistratura normale. Ai requisiti di onorabilità dei giudici fiscali, invece, dovrebbe pensare lo speciale «Consiglio di giustizia tributaria», che però non si è mosso. E così i processi agli evasori li decide ancora oggi la signora degli affitti in nero.

 

La riforma farlocca della responsabilità civile delle toghe.

COME TI GABBO IL POPOLINO. RIFORMA FARLOCCA DELLA DISCIPLINA SULLA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI.

Un passo avanti nel nulla. Però, più del nulla assoluto di Silvio Berlusconi, che ci ha messo 20 anni per non metterci mano. Renzi ed il partito dei giudici, invece, ci mettono mano e gridano alla riforma per trasformare il niente. Non è stata nemmeno l’incompetenza giuridica del Ministro della Giustizia, che per altro non è nemmeno laureato, a partorire una nefandezza del genere, ma solo la voglia di far apparire importante una cosa inconsistente. La riforma di facciata attinente una legge esistente che a dire del viceministro alla Giustizia Enrico Costa “ha portato a risarcimento un numero di cause bassissimo, stimato tra 4 e 7, non di più”. E tale numero rimane agli annali. I magistrati sghignazzano divertiti dietro un’apparente disappunto. Tutto ciò si denota dalle blande contestazioni, che nascondono una malcelata soddisfazione dell’ennesima vittoria delle toghe.

La responsabilità soggettiva dell’errore giudiziario è troppo estesa, per renderne effettivo il risarcimento del danno causato, addebitandolo ai singoli. Sono troppi i gradi intermedi e troppi i livelli di verifica e di sindacato per prevenire il danno e se ciò non avviene è perché il sistema si conforma a se stesso. Quindi allo stato dei fatti è impossibile indicare il responsabile, se non coinvolgerli tutti. Accusare tutti significa condannare nessuno.

La responsabilità dell’evento dannoso è spalmata ed estesa tra troppi magistrati per poter rendere effettiva la pretesa di giustizia. E lasciare in mano loro l’efficacia della giusta applicazione delle norme di un equo e fattivo risarcimento del danno per responsabilità civile delle toghe sembra una utopia.

Il disegno di legge n. 1626/2014 sulla riforma della disciplina della Responsabilità civile dei Magistrati, presentato il 24 settembre 2014 dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, è strutturato in cinque articoli e interviene sulla legge 13 aprile 1988, n. 117, con la tecnica della novella.

Un escamotage per far procedere un testo che investe una materia su cui pendeva una procedura d’infrazione in sede Europea per mancata applicazione del diritto comunitario e per la quale l’Italia rischiava di pagare una multa stimata in 37 milioni di euro. Il Governo ha dato parere negativo a tutti gli emendamenti. Il testo, il 24 febbraio 2015, è passato alla Camera in via definitiva, dopo il sì del Senato, con 265 sì, 51 no e 63 astenuti. Astenuti Lega, Fi, Sel, Fdi e Alternativa Libera. M5S ha votato contro. Il M5S ha votato contro il nulla e quello che è grave è che non se ne rendono conto. La legge – dice il deputato M5S Alfonso Bonafede – è “una intimidazione ai magistrati”. “Rifiuto l’argomento dell’intimidazione”, ha risposto in Aula il ministro. “A chi parla del travisamento dei fatti e delle prove come di un’estensione impropria, dico che questa è un’indicazione europea, e non produce un automatismo sul magistrato, che può essere chiamato in causa solo in caso di negligenza inescusabile”. Di fatto nella relazione che accompagna il testo sono stati inseriti “dei correttivi, degli elementi di chiarificazione – ha spiegato la presidente della Commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti – che sulla base di un’interpretazione costituzionalmente orientata, esplicitano che il danno c’è solo nel caso in cui il travisamento sia macroscopico e evidente “.

In questa prospettiva, l’intervento normativo interviene sul sistema sino ad oggi disciplinato dalla legge 13 aprile 1988, n. 117, che regola il risarcimento dei danni cagionati dall’esercizio delle funzioni giudiziarie e la responsabilità civile dei magistrati. Disciplina adottata all’esito del referendum abrogativo degli articoli 55 e 56 del codice di procedura civile indetto con il decreto del Presidente della Repubblica 4 settembre 1987.

L’articolo 1 reca modifiche alla disciplina sui presupposti della responsabilità modificando l’articolo 2 della legge Vassalli.

Il comma 1 del richiamato articolo 2 della legge n. 117 del 1988 è riformulato richiamando espressamente la responsabilità dello Stato anche per le condotte dei magistrati onorari (fermo quanto si dirà sui giudici popolari) ed eliminando la superabile limitazione del danno risarcibile ai danni non patrimoniali prevista per la sola ipotesi di provvedimento cha abbia determinato la privazione della libertà personale (lettera a)).

La lettera b) dell’articolo 1 riscrive il comma 2 dell’articolo 2 della legge Vassalli, prevedendo che l’attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove non determina responsabilità se non nel caso di dolo del magistrato e laddove l’interpretazione si risolve in una violazione manifesta della legge o la valutazione dei fatti e delle prove in un travisamento degli stessi.

La lettera c) riscrive il comma 3 dell’articolo 2 della legge n. 117 del 1988 individuando, quale ipotesi di colpa grave predeterminata per legge, la violazione manifesta della legge e del diritto dell’Unione europea ovvero il travisamento del fatto o delle prove.

Va rilevato che, andando oltre alle esigenze di compatibilità col diritto dell’Unione, viene esteso l’ambito di operatività della responsabilità dei magistrati all’ipotesi di violazione manifesta anche del diritto interno da parte di organi giurisdizionali anche non di ultimo grado. Un’eventuale distinta considerazione, sotto questo profilo, del diritto dell’Unione europea e del diritto interno avrebbe potuto essere considerata del tutto improponibile sotto il profilo della razionalità e della ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione) e sotto l’ulteriore profilo, per quanto riguarda l’attività dei giudici, dell’osservanza della Costituzione e delle leggi (ovviamente anche interne) come sancita dall’articolo 54 della Costituzione.

Dalla lettera d) dell’articolo illustrato è aggiunto il comma 3-bis all’impianto originario dell’articolo 2 della legge n. 117 del 1988. Vengono individuati, sulla scorta della giurisprudenza della Corte di Lussemburgo, una serie di criteri volti a determinare i casi in cui sussiste la violazione manifesta della legge e del diritto dell’Unione europea.

Per la violazione manifesta della legge e del diritto dell’Unione i criteri predetti sono il grado di chiarezza e precisione delle norme violate, l’inescusabilità e la gravità dell’inosservanza. In particolare per la violazione manifesta del diritto dell’Unione europea deve inoltre tenersi conto della posizione adottata eventualmente da un’istituzione dell’Unione europea, nonché della mancata osservanza dell’obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’articolo 267, terzo comma, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

L’articolo 2 del provvedimento illustrato prevede l’abrogazione del procedimento di ammissibilità della domanda (il cosiddetto filtro all’azione di responsabilità) in chiave di semplificazione e maggiore effettività della tutela riparatoria accordata al danneggiato.

L’articolo 3 reca modifiche all’azione di rivalsa come disciplinata dagli articoli 7 e 8 della legge n. 117 del 1988, in particolare nel senso:

di mantenere il presupposto soggettivo di questa azione civile in termini di negligenza inescusabile;

di elevare a tre anni il termine entro cui lo Stato esercita l’azione nei confronti del magistrato;

di rendere espressamente obbligatoria l’azione di rivalsa stessa;

di razionalizzare il regime della rivalsa nei confronti dei magistrati onorari, ancorandola ai presupposti comuni di dolo e negligenza inescusabile, in tutti i casi diversi da quelli dei giudici popolari che resteranno responsabili solo per dolo (sul punto si veda la sentenza della Corte costituzionale n. 18 dell’11 gennaio 1989).

Modificando l’articolo 8, comma 3, della legge n. 117 del 1988, la misura della rivalsa viene elevata da un terzo alla metà di una annualità dello stipendio del magistrato responsabile. Analogamente viene elevata ad un terzo la rata mensile dello stipendio del magistrato la quota espropriabile con esecuzione forzata.

Sostituendo l’articolo 9 si stabilisce (mutuando una previsione dell’abrogato articolo 5 sul cosiddetto filtro di ammissibilità) che il tribunale adito per il giudizio di rivalsa ordina in ogni caso la trasmissione di copia degli atti ai titolari dell’azione disciplinare; per gli estranei che partecipano all’esercizio di funzioni giudiziarie la copia degli atti sarà trasmessa agli organi ai quali compete l’eventuale sospensione o revoca della loro nomina.

Resta ferma l’immutata autonomia del giudizio disciplinare (attivabile anche prima e a prescindere da quello civile) rispetto al processo civile anche in sede di rivalsa.

Le modifiche apportate all’azione di rivalsa intercettano anche un generale consenso parlamentare, evidenziato da iniziative attualmente in discussione nelle due Camere.

L’articolo 4 reca disposizione finanziaria con norma di copertura degli oneri derivanti dall’applicazione della legge. È prevista l’effettuazione del monitoraggio degli oneri ai sensi della legge n. 196 del 2009.

Il testo si chiude con la norma sull’efficacia della normativa (articolo 5), che è previsto che si applichi ai fatti illeciti posti in essere dal magistrato successivamente all’entrata in vigore della nuova normativa.

Più che un intervento legislativo a tutela dei cittadini è la tacitazione dell’opprimente e vessatoria ingerenza dell’Unione Europea negli interesso italiani.

Va rilevato che la sentenza Traghetti del Mediterraneo e la successiva Commissione/Repubblica italiana sono sulla stessa linea della legge n. 117 del 1988 sia sul punto che è lo Stato a dover rispondere degli errori dei giudici, sia sul punto che la responsabilità dello Stato per gli errori dei giudici si concretizza solo a seguito di una violazione «imputabile a un organo giudiziario di ultimo grado».

Piuttosto — secondo le due sentenze della Corte di Lussemburgo — ciò che urta contro il diritto dell’Unione europea, dei precetti contenuti nel vecchio articolo 2 della legge n. 117 del 1988, è che il danno risarcibile provocato da un giudice non possa derivare anche da interpretazioni di norme di diritto o da valutazioni di fatti e prove (comma 2); e che, in casi diversi dall’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e di prove, possano essere imposti, per la concretizzazione della responsabilità dei giudici, «requisiti più rigorosi di quelli derivanti dalla condizione di una manifesta violazione del diritto vigente» (comma 1).

Con l’intervento regolatorio che si è approvato, che conserva il sistema misto di responsabilità civile dei magistrati della legge Vassalli, strutturato cioè sulla responsabilità diretta dello Stato (in funzione compensativo-satisfattoria) e su quella, in sede di rivalsa, del magistrato (in funzione preventivo-punitiva), si intendono soddisfare le esigenze di compatibilità con l’ordinamento dell’Unione europea:

modulando lo spettro della responsabilità dello Stato sulla violazione del diritto ovvero sul travisamento del fatto e delle prove, purché manifesti, quali ipotesi paradigmatiche di colpa grave che qualifica l’illecito riferibile a tutte le magistrature, anche quella onoraria;

adeguando di conseguenza la cosiddetta clausola di salvaguardia per l’attività di interpretazione delle norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove nel senso di non prevederne l’operatività in caso di dolo del magistrato e laddove l’interpretazione si risolva in una violazione manifesta della legge e la valutazione dei fatti e delle prove in un travisamento degli uni e delle altre.

Ancora, l’intervento normativo incontra l’esigenza di rendere più immediata ed effettiva la responsabilità del magistrato, in specie per il recupero di quanto pagato dallo Stato, attraverso:

l’eliminazione del filtro oggi posto all’azione di risarcimento costituito da un procedimento di ammissibilità della domanda giudiziale;

la modifica della disciplina dell’azione di rivalsa che lo Stato responsabile è chiamato a promuovere nei confronti del magistrato autore della condotta illecita, per negligenza inescusabile, in tre direzioni:

chiarire la natura obbligatoria dell’azione che lo Stato promuove nei confronti del magistrato per il recupero di quanto pagato al danneggiato;

aumento del tempo utile per proporre la domanda di rivalsa da parte dello Stato;

congruo incremento della misura della rivalsa stessa, fino alla metà dell’annualità dello stipendio del magistrato;

la precisazione in senso rafforzativo dei rapporti tra responsabilità civile e disciplinare.

Ma ai neofiti del diritto prospettiamo l’applicazione esemplare e pratica della norma e quindi la sua inefficacia.

La responsabilità civile del magistrato consegue ad un danno riconducibile a colpa grave o dolo: si desume, quindi, che l’evento dannoso sia conclamato se non al grado definitivo. Ad un attenta analisi ci si accorge, però, che ci sono troppi gradi intermedi e troppi livelli di verifica e di sindacato per prevenire il danno e se ciò non avviene è perché il sistema si conforma a se stesso. Quindi allo stato dei fatti è impossibile indicare il responsabile, se non coinvolgerli tutti. Accusare tutti significa condannare nessuno.

L’indennizzo per questioni oggettive già c’è:

per le lungaggini del processo c’è la legge Pinto, anche se con le novelle intervenute è stata resa inefficace;

per la illecita detenzione c’è la soddisfazione monetaria da parte della Stato.

Ma se si va a pretendere il risarcimento soggettivo al singolo magistrato per il maggior danno dovuto ad errore giudiziario ecco che alzano le scuri a difesa della categoria togata.

Prendiamo per esempio un evento dannoso nel processo penale per un imputato risultato innocente per assoluzione o per revisione, ma che nelle trame del processo ha perso tutto: chi è il responsabile?

E’ il Pubblico Ministero che si è prodigato a sostenere un’accusa inconsistente fondata su teoremi farlocchi?

E’ il GIP che ha convalidato il suo operato?

E’ il GUP che ha confermato la sua accusa?

E’ il giudice monocratico o i giudici di Corte di Assise che hanno approvato la tesi accusatoria?

E’ il giudice d’appello o i giudici di Corte di Assise di Appello che hanno avvalorato la condanna?

Sono gli ermellini di Cassazione che hanno accreditato l’operato sottostante?

La responsabilità dell’evento dannoso è spalmata ed estesa tra troppi magistrati per poter rendere effettiva la pretesa di giustizia. E lasciare in mano loro l’efficacia della giusta applicazione delle norme di un equo e fattivo risarcimento del danno per responsabilità civile delle toghe sembra una utopia.

Cosa diversa sarebbe stata se si fosse prevista una autorità sanzionatoria slegata alla categoria delle toghe, come per esempio il difensore civico giudiziario, o almeno che fosse mista: magistratura, avvocatura, politica: Non sarebbe cambiato nulla, comunque, ma almeno una parvenza di imparzialità ci sarebbe stata.

Naturalmente legge vera di tutela del cittadino sarebbe stata adottata, se essa avesse preveduto la responsabilità civile dei magistrati per colpa semplice o dolo, partendo dall’effettivo dato oggettivo come è quello dell’evento dannoso, e da lì partire con la quantificazione monetaria dello stesso, da soddisfare con la polizza assicurativa che i magistrati già hanno e che dovrebbero pagare di tasca propria.

 

La Irresponsabilità dei Magistrati

Tanto fumo per niente. Il problema vero e taciuto non è chi paga per l’errore commesso dal magistrato (se solo lo Stato od anche il magistrato), ma se e quando la responsabilità è acclamata.

Per i poveri mortali il principio di responsabilità afferma che chi per dolo o colpa semplice arreca danno ingiusto ad altri: paga. Per i magistrati questo non vale. Sempre al di la ed al di fuori della legge. La normativa a cui tutti vogliono mettere mano, da sempre ed a parole, prevede che se il magistrato sbaglia, ma solo con colpa grave, quindi mai, non è lui a pagare, ma lo Stato, ossia noi cittadini.

Scherzi della politica e dell’informazione. Fanno apparire un cataclisma, quello che è una piccola toccatina. Dal 1987, con l’approvazione del referendum, si cerca di mettere argine all’abuso di potere della magistratura, ma niente: nonostante lodi e progetti di legge, non si muove foglia. Ogni tentativo va a sbattere sulla casta delle toghe e sui loro alleati politici e mediatici, che hanno il comune obiettivo di abbattere il nemico politico. Toccare i giudici è considerato un attentato alla Costituzione. Insomma nulla è cambiato confronto a prima, solo l’eventualità di chiamare in causa direttamente il magistrato che, con la statuizione vivente, mai sarà chiamato a rispondere per i suoi errori.

Basti ricordare che da gennaio 2001 a febbraio 2010 lo Stato ha sborsato 423 milioni di euro di risarcimenti per custodie cautelari e arresti preventivi illegittimi, oltre che per errori giudiziari.

Responsabilità dei magistrati: solo 4 condanne - «Dal 1988 ad oggi, su 400 cause avviate, ci sono state solo 4 condanne di giudici - ha spiegato Enrico Costa (Pdl) dopo il sì dell'Aula alla responsabilità civile dei magistrati oltre i casi di dolo e colpa grave - Di queste 400 - aggiunge Costa - 253 sono state dichiarate inammissibili, 49 attendono pronuncia di ammissibilità e 70 attendono l'impugnazione per la decisione di inammissibilità. 34 risultano ammissibili, ma di queste 16 sono pendenti e 14 respinte».

Qualcuno dice, va bè, ma lo Stato poi si rifà sul responsabile fino ad un terzo del suo stipendio.

Bene. Bisogna sapere che oggi per un magistrato la vita e la reputazione di una persona vale la stipula di una polizza assicurativa. E basta poco a tacitare le coscienze.

Nota: il premio viene stabilito in Euro 145,50= complessivi (polizza di Responsabilità Civile e polizza di Tutela Legale -non è possibile sottoscrivere le polizze separatamente) per le adesioni che avverranno nel periodo 15/04-15/10 di ogni anno, mentre è pari ad Euro 72,75= per le adesioni che avverranno nel periodo 16/10-14/04 di ogni anno. La Copertura assicurativa decorre dalla data del versamento.

I magistrati, specie di sinistra, si ribellano alla norma votata alla Camera: “attentato alla Costituzione!!!”

E c’è qualcuno di loro, noti rappresentanti della categoria che, intervistati, hanno il coraggio di dire: “è in contrasto con la normativa europea e la Costituzione Italiana” (Giuseppe Cascini, segretario ANM); ovvero “è difficile rispondere a chi non sa nemmeno di cosa si sta parlando” (Luca Palamara, presidente ANM).

A questi risponde il dr Antonio Giangrande, scrittore, autore della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie: «La sentenza 13 giugno 2006 della grande sezione della Corte di Giustizia del Lussemburgo afferma che la Legge 117/88 viola i principi dell’Ordinamento Comunitario nella parte in cui la norma limita arbitrariamente l’ambito della responsabilità civile dei Magistrati. Il diritto comunitario osta ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave ""inescusabile"" del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi (semplice colpa) in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto.»

I Magistrati dovrebbero solo applicare la legge, e dai risultati che appaiono sotto gli occhi di tutti spesso non ci riescono, ma questi vorrebbero anche emanarla.

E questo sì che è un attentato alla Costituzione!!!

 

I Referendum abrogativi

PERCHE’ I REFERENDUM ABROGATIVI SONO UNA STRONZATA.

Ogni anno in Italia si chiede la firma a sostegno di alcuni referendum per abrogare leggi, o parte di esse. Leggi avversate da questa o quella parte politica. Tale attività extra parlamentare è solo una “stronzata”, ossia una presa in giro per gli italioti. Spiego immediatamente il perché.

I REFERENDUM. L’ordinamento giuridico italiano prevede 3 tipi di referendum. Quello confermativo che permette agli elettori in ambito extraparlamentare di confermare la norma costituzionale che nella doppia votazione parlamentare non ha raggiunto la maggioranza assoluta. Quello propositivo, ma solo per la modifica di circoscrizioni territoriali. Quello abrogativo, che, appunto, abroga leggi, o parti di esse, già in vigore.

I PROMOTORI. I Promotori del referendum abrogativo, quasi sempre, sono gli stessi parlamentari che siedono in Parlamento e che, spesso, hanno la maggioranza per modificare la legge che vogliono abrogare. Questi signori, quando devono trattare norme in tema di Giustizia o in tema di riforme che collidono con gli interessi di casta o di lobby, per codardia non hanno il coraggio di legiferare, specie contro gli interessi ed i privilegi della magistratura. In questo caso promuovono il referendum delegando agli italioti la responsabilità di cambiare le loro sorti.

I COSTI. Sono centinai i milioni di euro spesi per una attività propria del Parlamento, che già di per sé costa una cifra sproporzionata rispetto alla sua utilità.

ESITO. L’esito della consultazione popolare, spesso, si traduce in un flop, ossia in un vero e proprio fallimento. Questo perché l’elettorato, sulla falsariga delle elezioni politiche, diserta i seggi, non avendo più alcuna fiducia nei loro pseudo rappresentanti politici. Resistono gli irriducibili nostalgici sinistroidi che votano sempre e comunque chi, dalla loro parte gli si presenta da votare. Quando, invece, la consultazione raggiunge il quorum ed è valida, allora la legge o parte di essa è abrogata. In questo caso si resuscita una legge stravecchia, se esistente o, addirittura si lascia sguarnita giuridicamente una questione delicata.

ESEMPIO. REFERENDUN ABROGATIVO SULLA RESPONSABILITA’ DEI MAGISTRATI.

Promotore è Marco Pannella con il Partito Radicale. Quel Marco Pannella che, proprio a difesa dei Magistrati, si operò contro il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che come capo del CSM non esitò a mandare i carabinieri a circondare il CSM stesso proprio per il rispetto della Legalità. Eppure Pannella denunciò il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga per alto tradimento e attentato alla Costituzione. Appoggiano il referendum i Berlusconiani che hanno un solo interesse, a detta dei loro detrattori, ossia da 20 anni legiferare leggi ad personam a tutela del loro leader Silvio Berlusconi e contro i magistrati di sinistra. Berlusconiani che prima votano la legge Severino sulla decadenza dei condannati e poi per Berlusconi ne pretendono l’incostituzionalità. Dall’altra parte si scontrano con i paladini degli interessi e dei privilegi dei magistrati, ossia i sinistroidi. Sinistroidi che cercano di far passare i magistrati di italica cooptazione per Potere (che è solo del popolo) quello che è solo un Ordine di funzionari dello Stato. Nessuno, al Parlamento, che si interessi dei problemi dei cittadini: carceri piene di innocenti o presunti tali (oltre il 40% secondo Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati), o dell’impunità dei Magistrati e dello strapotere di cui spesso e volentieri abusano. D'altronde i radicali già presentarono nel 1987 la richiesta di tre referendum per ottenere la responsabilità civile dei magistrati, l'abrogazione della Commissione inquirente e del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, come risposta ai sempre più frequenti problemi della giustizia. Bene. I referendum abrogativi dell'8 novembre 1987 si conclusero con una netta affermazione dei «sì», che di media nei 5 quesiti totali raggiunsero circa l'80% delle preferenze. Da quella vittoria ne uscì un obbrobrio. Dopo la scelta degli italiani circa la responsabilità civile dei giudici, il Parlamento approvava la Legge 13 aprile 1988 n. 117 sul "Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati", nota come «legge Vassalli», (votata da Pci, Psi, Dc) il cui disposto, secondo i Radicali, si allontanava decisamente dalla decisione presa dagli italiani nel referendum, facendo ricadere la responsabilità di eventuali errori non sul magistrato ma sullo Stato, che successivamente poteva rivalersi sullo stesso, ma solo entro il limite di un terzo di annualità dello stipendio. Dall'epoca della sua entrata in vigore, nessuna sentenza di condanna è mai stata pronunciata sulla base di tale legge. Comunque i magistrati hanno stipulato per se stessi una polizza di responsabilità civile. Il premio annuo, per ciascun Assicurato ammonta ad € 113,50 lordo – solo RC. Per dire, la controparte togata, ossia gli avvocati, sono obbligati per legge ad assicurarsi e pagano, in convenzione, un importo più che il doppio per danni infinitesimali inferiori rispetto ai danni che i magistrati causano allo Stato ed ai singoli. In ogni modo se passasse il referendum abrogativo della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, si tornerebbe allo stato anti obbrobrio e quindi al niente. Basta legiferare con onestà, coscienza e nell’interesse del cittadino rappresentato, prevedendo anche un organismo esterno alla corporazione per verificare errori e responsabilità, anziché rompere le balle ai cittadini, facendoli, oltretutto passare per fessi. Non solo. Nei dibattiti in tv o sui giornali chi si invita a sproloquiare in relazione al referendum di fronte ad inermi e assoggettati avvocati e ignavi politici? Le toghe rosse, ossia i magistrati iscritti a Magistratura Democratica o al Movimento per la giustizia e quando va bene a rappresentanti dell’Associazione Nazionale Magistrati, anch’essi di quella parte politica. Magistrati che non potranno fare altro, dall’alto della loro influenza, difendere le loro prerogative e suggestionare gli spettatori sulla bontà ed autorevolezza della loro opinione.

Questo per dire quanto sono una stronzata i referendum, quanta disinformazione interessata vi è in giro e quanto questa gente prenda in giro gli italioti con l’anello al naso.

Italioti che, invece stufi di questa mattanza, dovrebbero usar le matite sulle schede elettorali come forconi da infilar dal di dietro a questa gentaglia, che tradisce il mandato di rappresentanza elettorale.

 

In Italia la giurisprudenza domestica legittima l’ingiustizia e la corruzione.

E’ stato presentato il ricorso contro lo Stato italiano presso la Corte Europea dei Diritti Umani per la violazione alle norme della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali ed è stata inoltrata la denuncia presso la Commissione dell’Unione Europea e la petizione presso il Parlamento Europeo per infrazione al Trattato e attivazione presso la Corte di giustizia dell’Unione Europea di condanna dell’Italia per inadempimento.

In Italia si rileva che la Corte di Cassazione, sistematicamente, rigetta ogni istanza di rimessione da chiunque sia presentata e qualunque ne sia la motivazione.

La Corte di Cassazione – Supremo Organo di Giustizia Italiana – rigetta sistematicamente ogni istanza di rimessione dei processi per legittimo sospetto e ogni richiesta di ricusazione presentata dall’imputato per grave inimicizia con il magistrato che lo giudica. La Corte di Cassazione non applica mai le norme per il giusto processo e, sistematicamente, non solleva mai dalla sua funzione il giudice naturale, anche quando questo non è sereno nel dare i suoi giudizi.

Per quanto riguarda la Rimessione, la Cassazione penale, sez. I, 10 marzo 1997, n. 1952 (in Cass. pen., 1998, p. 2421), caso Pomicino: “l’istituto della rimessione del processo, come disciplinato dall’art. 45 c.p.p., può trovare applicazione soltanto quando si sia effettivamente determinata in un certo luogo una situazione obiettiva di tale rilevanza da coinvolgere l’ordine processuale – inteso come complesso di persone e mezzi apprestato dallo Stato per l’esercizio della giurisdizione -, sicché tale situazione, non potendo essere eliminata con il ricorso agli altri strumenti previsti dalla legge per i casi di alterazione del corso normale del processo – quali l’astensione o la ricusazione del giudice -, richiede necessariamente il trasferimento del processo ad altra sede giudiziaria … Consegue che non hanno rilevanza ai fini dell’applicazione dell’istituto vicende riguardanti singoli magistrati che hanno svolto funzioni giurisdizionali nel procedimento, non coinvolgenti l’organo giudiziario nel suo complesso”.

Per quanto riguarda la Ricusazione: « Evidenziato che non può costituire motivo di ricusazione per incompatibilità la previa presentazione, da parte del ricusante, di una denuncia penale o la instaurazione di una causa civile nei confronti del giudice, in quanto entrambe le iniziative sono “fatto” riferibile solo alla parte e non al magistrato e non può ammettersi che sia rimessa alla iniziativa della parte la scelta di chi lo deve giudicare. (Cass. pen. Sez. V 10/01/2007, n. 8429).

In questo modo la pronuncia della Corte di Cassazione discrimina l’iniziativa della parte, degradandola rispetto alla presa di posizione del magistrato: la denuncia del cittadino non vale per la ricusazione, nonostante possa conseguire calunnia; la denuncia del magistrato vale astensione.

Per la Cassazione per avere la ricusazione del singolo magistrato non astenuto si ha bisogno della denuncia del medesimo magistrato e non della parte.

Analogicamente, la Cassazione afferma in modo implicito che per ottenere la rimessione dei processi per legittimo sospetto è indispensabile che ci sia una denuncia presentata da tutti i magistrati del Foro contro una sola parte.

In questo caso, però, non si parlerebbe più di rimessione, ma di ricusazione generale.

Seguendo questa logica nessuna istanza di rimessione sarà mai accolta.

Inoltre qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità e buon andamento (efficienza).

La Corte Costituzionale: sentenza 8 giugno 2011, n. 175 in riferimento al concorso pubblico di avvocato: “Il voto numerico è una motivazione sintetica e costituisce legittima tecnica di motivazione delle motivazioni amministrative”. Con la sua sentenza essa legittima ogni arbitrario comportamento delle commissioni d’esame di avvocato, violando il diritto del candidato che vuol conoscere il motivo per cui è stato bocciato. Commissioni già sfiduciate dalla legge 180/2003, che ha cacciato i consiglieri dell’ordine dalle commissioni e manda in giro gli elaborati per non farli correggere dai magistrati locali.

La Corte Costituzionale impedisce al candidato di conoscere l’errore per non reiterarlo, o se il giudizio è infondato nega al candidato il diritto di rivolgersi alla giustizia amministrativa. Allo stato dei fatti su dei testi non corretti, ma dichiarati tali in pochi secondi, si legittima un voto non sostenuto da segni o glosse a supporto del voto medesimo.

La sentenza della Corte Costituzionale autorizza ogni forma di ritorsione o di favoritismo: insomma di corruttela. Non vi è più controllo sulle commissioni d’esame. L’arbitrio sarà il principio che guiderà un comportamento non più soggetto a sindacato.

Questa di cui si tratta non è questione da poco, tanto da restarne indifferenti. Ogni cittadino è sguarnito di tutela di fronte ad un magistrato astioso e vendicativo o in presenza di una commissione dedita a truccare un concorso pubblico.

Non è questione da poco se proprio le magistrature giudiziarie ed amministrative devono dare conto del loro operato, tenuto conto che sono investite da scandali per la cooptazione irregolare dei loro componenti.

 

La Corte di Cassazione

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI.

La sentenza contro il Cavaliere è zeppa di errori (di grammatica).

Frasi senza soggetto, punteggiatura sbagliata... Il giudizio della Cassazione è un obbrobrio anche per la lingua italiana. Dopodiché ecco l’impatto della realtà nella autentica dettatura delle motivazioni a pag.183: «Deve essere infine rimarcato che Berlusconi, pur non risultando che abbia trattenuto rapporti diretti coi materiali esecutori, la difesa che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione a  non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti, starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali senza possibilità. quindi, di pervernire...». Ecco. Di prim’acchito uno si domanda: oddio, che fine ha fatto la punteggiatura? Ma dov’è il soggetto? Qual è la coordinata, quante subordinate transitano sul foglio. «...ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti...». Eppoi, affiorano, «le prove sono state analiticamente analizzate». O straordinarie accumulazioni semantiche come «il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benfici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente da quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compito dai due gradi di merito..» E poi, nello scorrere delle 208 pagine della motivazione, ci trovi i «siffatto contesto normativo», gli «allorquando», gli «in buona sostanza», che accidentano la lettura. Ed ancora la frase «ha posto in essere una frazione importante dell’attività delittuosa che si è integrata con quella dei correi fornendo un contributo causale...». Linguaggio giuridico? Bene anch’io ho fatto Giurisprudenza, ed anch’io mi sono scontrato con magistrati ed avvocati ignoranti in grammatica, sintassi e perfino in diritto. Ma questo, cari miei non è linguaggio giuridico, ma sono gli effetti di un certo modo di fare proselitismo.

Qualcuno potrebbe definirla una famiglia “particolare” scrive “Libero Quotidiano”. Al centro c'è Antonio Esposito, giudice della Corte di Cassazione che in una telefonata-intervista al Mattino anticipò le motivazioni della condanna inflitta a Silvio Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset. E che in più occasioni è stato “pizzicato” da testimoni a pronunciare frasi non proprio di ammirazione nei confronti del Cavaliere. Poi c'è la nipote Andreana, che sta alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, cui i legali di Berlusconi vorrebbero far ricorso contro la sentenza emessa dalla Cassazione. Paradosso: a passare al vaglio la sentenza pronunciata da Esposito potrebbe essere la nipote. Non bastassero loro, c'è il papà di Andreana, che come scrive, mercoledì 28 agosto,  su Libero Peppe Rinaldi, è stato fotografato mentre prende il sole e fa il bagno presso il Lido Oasi di Agropoli, nel Cilento. Il problema è che il lido è abusivo ed è stato soggetto a indagini, interpellanze, ordinanze di abbattimento. In zona tutti sanno. Curioso che Vitaliano Esposito, ex procuratore generale della Cassazione, non sappia di mettersi a mollo in uno stabilimento balneare fuorilegge (abusivo a sua insaputa). Infine, della famiglia fa parte anche Ferdinando Esposito, Pubblico Ministero a Milano, che tempo fa finì sotto indagine del Csm (che poi archiviò) per le cene a lume di candela del giudice (ma va, anche lui?) in Porsche con Nicole Minetti, allora già imputata per istigazione alla prostituzione insieme a Lele Mora ed Emilio Fede.

Una famiglia, gli Esposito, una delle tante dinastie giudiziarie, che non fosse altro dimostra come la magistratura sia una vera, autentica, casta.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia, i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730!!!

 

Istanza di Rimessione nel processo Scazzi

ISTANZA DI RIMESSIONE NEL PROCESSO SARAH SCAZZI

Riguardo alla richiesta di Rimessione per incompatibilità ambientale presentata ai sensi dell’art. 45 ss C.P.P. dalla difesa di Sabrina Misseri per il processo sul delitto di Sarah Scazzi, il Dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro tutte le Mafie, esperto di cose giuridiche e prassi giudiziaria tarantina e nazionale afferma: «Apprezzo la richiesta fatta dall’avv. Franco Coppi, che delinea bene la sua capacità e il suo coraggio, tenuto conto che nel Distretto di Lecce e Taranto ben pochi avvocati dimostrano tali doti. Lo dimostra anche il fatto che a Roma la Camera Penale è stata pronta a difendere il loro collega inquisito a Taranto, mentre il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto ha pensato bene di non dire una parola a favore dei loro iscritti. A Taranto si parla di “Correttezza nei confronti degli “amici” magistrati”, a Roma, nei corridoi degli uffici giudiziari, si parla di “Codardia”. Bisogna tener presente che nel processo “Sebai, il killer delle 12 vecchiette” nessuno a Taranto ha avuto il coraggio di presentare rimessione per ben più gravi motivi (Foro che ha accusato e condannato dei soggetti e poi lo stesso Foro ha accusato e giudicato colui il quale li dichiarava innocenti con riscontri concreti. Creduto solo per i delitti senza colpevoli). Inoltre c’è da sottolineare che io stesso sono stato promotore a titolo personale di una istanza di rimessione, ma per legittimo sospetto, perché i magistrati di Taranto mi accusano e mi vogliono condannare per averli criticati con denunce penali e con articoli di stampa sul loro modo di amministrare la giustizia. Nessun avvocato mi ha sostenuto, anzi, mi hanno abbandonato nei processi di diffamazione a mezzo stampa quando ho chiesto la ricusazione dei magistrati denunciati. Io il 28 settembre a Roma presenzierò all’udienza sulla mia richiesta di rimessione per farmi giudicare dai Magistrati di Potenza, che ha avuto già il marchio preventivo di inammissibilità. Istanza basata sul fatto che i magistrati di Taranto siano poco sereni nel giudicare colui il quale li ha denunciati per abusi ed omissioni, senza che questi si tutelassero denunciandomi per calunnia. Si può considerare che effettivamente la mia richiesta possa essere infondata ed io essere un mitomane o un pazzo. Ma resta un fatto eclatante, e non voglio essere una “Cassandra”, ma la stessa cosa succederà a Franco Coppi. Si tenga presente che mai una istanza di rimessione è stata accolta dalla Corte di Cassazione, nemmeno per Berlusconi, o Dell’Utri, o per le vittime del terremoto dell’Aquila. L’art. 45 ss C.P.P. è una norma da sempre inapplicata perché delegittima il foro giudicante e questo in Italia non si deve fare: è lesa Maestà di chi effettivamente detiene il potere. La decisione negativa scontata che mi riguarda e che arriverà il 28 settembre, però, darà modo a me di potermi rivolgere alla Corte Europea dei Diritti Umani e presso le Istituzioni dell’Unione Europea perché in Italia, non solo non si applica una norma in vigore che danneggia i magistrati, ma si viola sistematicamente il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, anche tramite stampa, e si violano sistematicamente le norme del giusto processo.»

 

La Rimessione del Processo Ilva

A PROPOSITO DI RIMESSIONE DEL PROCESSO ILVA.

ISTANZA RESPINTA: DOVE STA LA NOTIZIA?

Lo chiediamo al dr Antonio Giangrande, sociologo storico che sul tema ha scritto : “Malagiustiziopoli. Ingiustizia contro la collettività”, ovvero “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire”.

«E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com, CreateSpace.com.

Il processo all’Ilva resterà a Taranto e non sarà trasferito a Potenza: lo ha deciso la Corte di Cassazione la sera del 7 ottobre 2014. A presentare la richiesta di rimessione ad altra sede, per legittimo sospetto, erano stati i difensori di alcuni dei 52 imputati per disastro ambientale. I legali di Riva Fire, Ilva spa e di 13 imputati (tra i quali gli avvocati Franco Coppi, Francesco Mucciarelli, Adriano Raffaelli, Nerio Diodà, Stefano Goldstein e Marco De Luca) avevano depositato l’istanza il 5 giugno 2014. Il rigetto è avvenuto il 7 ottobre 2014. In poco meno di 200 pagine, i legali avevano cercato di far perno sull’articolo 45 del codice di procedura penale. Ovvero, come recita l’articolo, “la sicurezza o l’incolumità pubblica”, o ancora “la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo sono pregiudicate da gravi situazioni locali” che possono turbare lo svolgimento del processo stesso e non sono neppure eliminabili. Ovvero per “legittimo sospetto”. Dopo l’annuncio i colpevolisti hanno festeggiato, pensando di trovare a Taranto un humus giudiziario favorevole per le loro aspettative.

Ma quale è la notizia? Il rigetto scontato dell’istanza? Non ne era convinto del buon esito il buon Franco Coppi, che già ci aveva provato per Sabrina Misseri per il processo sul delitto di Sarah Scazzi. Ma ciò non gli ha impedito di presentare l’istanza insieme agli altri legali. Tarantini non lo sono e per questo hanno avuto il coraggio di presentare l’istanza di rimessione per legittimo sospetto che i magistrati del foro di Taranto non potessero essere sereni per il clima generato dalle campagne di stampa che hanno sobillato l’opinione pubblica. Quella stampa che prima era prona alla grande industria e come escort foraggiata.

In attesa delle ovvie motivazioni degli ermellini, i giornalisti, degni di tale titolo facciano una ricerca approfondita dei precedenti ricorsi di Rimessione fatti in tutta Italia. Se non vi è capacità o volontà possono sempre attingere ai miei saggi di inchiesta: “Malagiustiziopoli. Ingiustizia contro la collettività”, ovvero “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire”. Il tema è stato trattato e ci si accorgerà che la legge Cirami mai è stata applicata. Perché la legge si applica per i poveri cristi e si interpreta per i poteri forti, specie se corporativi. Una norma disapplicata in abuso di potere ed a spregio dei diritti di difesa.

“L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) – spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. – E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. Nella rinnovata attenzione sull’istituto della rimessione, determinata dalla discussione della proposte di modifica (2002, legge Cirami), numerosi commenti – comparsi sulla stampa – rischiano di aver indotto nell’opinione pubblica l’impressione che l’istituto del trasferimento dei processi trovi applicazione ampia e che dunque la magistratura italiana ricorrentemente non sia in grado di operare con serenità di giudizio. Vi fu una sola difficile stagione dei primi decenni della nostra Repubblica, in cui numerosi processi per fatti di mafia furono trasferiti dalle sedi giudiziarie siciliane in altre regioni: era il segno umiliante della fragilità delle istituzioni, di uno Stato incapace di assicurare serenità allo svolgimento del processo e di garantire protezione ai giudici popolari di fronte alle minacce. Era una stagione in cui i processi, pur trasferiti ad altra sede, si concludevano pressoché ineluttabilmente con le assoluzioni per insufficienza di prove. Superata questa fase, e pur sotto la vigenza della norma del Codice di procedura penale del 1930 – che prevedeva la formula del «legittimo sospetto» –, in un periodo di diversi decenni i casi di rimessione sono stati pochissimi: intendo dire poche unità. I casi più noti di accoglimento, di norma ad iniziativa degli uffici del Pm, determinarono polemiche e reazioni. (Ad esempio, i fatti di Genova del luglio 1960, la strage del Vajont, la strage di Piazza Fontana, l’appello sul ‘caso Zanzara’, il caso delle schedature alla Fiat). Avanzava tra i giuristi la tesi che fosse necessaria una più puntuale e rigorosa indicazione dei motivi suscettibili di determinare il trasferimento. Il Parlamento, dopo le polemiche per il trasferimento del processo per la strage di Piazza Fontana da Milano a Catanzaro, interveniva per dettare dei criteri stringenti per la designazione del nuovo giudice (legge 773/1972 e successivamente legge 879/1980, che introdusse il criterio automatico tuttora vigente). La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state solo due.»

Di queste due istanze accolte, però, non ve ne si trova traccia per farne un attendibile riferimento.

Il collegio della prima sezione penale è stato presieduto da Umberto Giordano, consigliere relatore Margherita Cassano che entro trenta giorni, circa, depositerà i motivi del «no» al trasloco del processo Ilva. Senza successo, quindi, i difensori degli imputati – tra i quali il professor Franco Coppi – hanno sostenuto che i giudici tarantini non sarebbero sereni nell’affrontare una vicenda che coinvolge tanta popolazione della città pugliese dove sorgono gli insediamenti dell’acciaieria che riversa le sue polveri sui quartieri vicino agli stabilimenti.

Via libera al Gup Vilma Gilli, allora. Alla sbarra compaiono non solo i vertici Ilva, accusati di aver creato un’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale della città, ma anche politici, amministratori, funzionari regionali e del ministero dell’Ambiente: dal presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, all’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, al sindaco della città, Ippazio Stefano, per arrivare ad avvocati (c’è anche un legale Ilva), un poliziotto, un carabiniere e un sacerdote.

Per i manettari: Tutti dentro!!

L’accusa è portata dalla Procura della Repubblica di Taranto, guidata da Franco Sebastio, al quale sono affiancati in questa inchiesta il procuratore aggiunto, Pietro Argentino, e quattro sostituti procuratori.

Da ricordare che mina la credibilità del pool d’accusa l’indagine della procura di Potenza a carico di Pietro Argentino per falsa testimonianza, come tutti sanno, per una deposizione resa a favore del’ex Pm di Taranto Matteo di Giorgio, condannato a 15 anni di carcere dal Tribunale di Potenza.

Come ne sono tutti a conoscenza del conflitto interpersonale tra Sebastio ed Argentino. Nel processo sulla malasanità di Bari compaiono intercettazioni telefoniche fra il dott. Sebastio e il consigliere regionale dell’area del P.D. ostile al sindaco di Bari Michele Emiliano, Michele Mazzarano, nel corso delle quali il dott. Sebastio esprimeva sfavore per la nomina a Procuratore Aggiunto del dott. Pietro Argentino.

Quindi un iter giudiziario travagliato che, data la mia esperienza, mi permette, così come ho fatto per il processo Sarah Scazzi, di prevederne il finale: condanna per tutti, salvo prescrizione».

 

La Rimessione dei Processi per legittimo sospetto

PROPOSTA DI LEGGE ALL’ATTENZIONE DELL’ON. PARLAMENTARE, CON FACOLTA’ D’USO.

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA. CONTRO LO STRAPOTERE DELLE TOGHE (MAGISTRATI ED AVVOCATI) DISPONETE L’ISTITUZIONE DEL DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO. PROPOSTA DI LEGGE IN CALCE.

PREMESSA

Il Popolo della libertà scende in piazza sabato 11 maggio 2013 a Brescia "in difesa di Silvio Berlusconi". Alle numerose esternazioni di esponenti del suo partito su un "uso politico della giustizia" segue quella dello stesso Berlusconi: "La sentenza di ieri è davvero una provocazione preparata dalla parte politicizzata della magistratura che da vent'anni cerca di eliminarmi come principale avversario della sinistra e il rinvio a giudizio di Napoli fa parte di questo uso politico della giustizia". Da una parte vi è Silvio Berlusconi che si presenta come vittima sacrificale della magistocrazia e dall’altra il solito Marco Pannella con i suoi scioperi della fame e della sete per denunciare la detenzione dei carcerati nei canili per umani. Puntano l’indice su aspetti marginali del problema giustizia. Eppure loro sono anche quei politici che da decenni presentano le loro facce in tv. Tutto fa pensare che non gliene fotte niente a nessuno se i magistrati sono quelli che sono, pur se questi, presentandosi e differenziandosi come coloro che vengono da Marte, sono santificati dalla sinistra come unti dall’infallibilità. Tutto fa pensare che se si continua a dire che Berlusconi è una vittima della giustizia (e solo lui)  e che le celle sono troppo piccole per i detenuti, non si farà l’interesse di coloro che in carcere ci sono, sì, ma sono innocenti. Bene, Tutto questo fa pensare che dopo i proclami tutto rimarrà com’è. E tutto questo nell’imperante omertà dei media che si nascondo dietro il dito dell’ipocrisia. Volete un esempio di come un certo modo di fare comunicazione ed informazione inclini l’opinione pubblica a parlare di economia e solo di economia, come se altri problemi più importanti non attanagliassero gli italiani?

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: «Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!»

«La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera». Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di procedura penale. L'articolo 45 c.p.p. prevede che "in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11".

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo, dell'imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti. Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall'art. 37 c.p.p. in quanto derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell'eccezionalità, necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il giudice superiore, per decidere sull'ammissibilità della rimessione lo è solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) - spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. - E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. Nella rinnovata attenzione sull’istituto della rimessione, determinata dalla discussione della proposte di modifica (2002, legge Cirami), numerosi commenti – comparsi sulla stampa – rischiano di aver indotto nell’opinione pubblica l’impressione che l’istituto del trasferimento dei processi trovi applicazione ampia e che dunque la magistratura italiana ricorrentemente non sia in grado di operare con serenità di giudizio. Vi fu una sola difficile stagione dei primi decenni della nostra Repubblica, in cui numerosi processi per fatti di mafia furono trasferiti dalle sedi giudiziarie siciliane in altre regioni: era il segno umiliante della fragilità delle istituzioni, di uno Stato incapace di assicurare serenità allo svolgimento del processo e di garantire protezione ai giudici popolari di fronte alle minacce. Era una stagione in cui i processi, pur trasferiti ad altra sede, si concludevano pressoché ineluttabilmente con le assoluzioni per insufficienza di prove. Superata questa fase, e pur sotto la vigenza della norma del Codice di procedura penale del 1930 – che prevedeva la formula del «legittimo sospetto» –, in un periodo di diversi decenni i casi di rimessione sono stati pochissimi: intendo dire poche unità. I casi più noti di accoglimento, di norma ad iniziativa degli uffici del Pm, determinarono polemiche e reazioni. (Ad esempio, i fatti di Genova del luglio 1960, la strage del Vajont, la strage di Piazza Fontana, l’appello sul ‘caso Zanzara’, il caso delle schedature alla Fiat). Avanzava tra i giuristi la tesi che fosse necessaria una più puntuale e rigorosa indicazione dei motivi suscettibili di determinare il trasferimento. Il Parlamento, dopo le polemiche per il trasferimento del processo per la strage di Piazza Fontana da Milano a Catanzaro, interveniva per dettare dei criteri stringenti per la designazione del nuovo giudice (legge 773/1972 e successivamente legge 879/1980, che introdusse il criterio automatico tuttora vigente). La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state due.»

«Per quanto concerne la remissione per motivi di legittimo sospetto occorre che i capi delle procure generali si attengano a una concezione rigorosamente ristretta dell'istituto». La circolare ministeriale che abbiamo citato non esce dagli archivi del governo Prodi e neppure dal cassetto del terribile ex procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli. Si tratta invece di una direttiva piuttosto chiara che il ministro fascista Dino Grandi inviava a tutti i tribunali italiani nel 1939, consigliando loro di usare la legittima suspicione con cautela. Eppure se si dà uno sguardo alla storia giudiziaria italiana, se si ritorna su quei casi in cui la legittima suspicione è stata accolta vengono i brividi e si capisce perché la legittima suspicione si trasformi nel legittimo sospetto contro giudici, pubblici ministeri, tribunali. Il caso più drammatico, più doloroso, in cui l'accettazione della legittima suspicione fece danni incalcolabili fu il processo per la strage di piazza Fontana. Non è il caso di soffermarsi più di tanto su quel buco nero della nostra storia. E' tristemente noto: la legittima suspicione riuscì a strappare il processo ai giudici di Milano in un clima golpista e lo trasferì a Catanzaro. Per trent'anni la verità sulla strage rimase sotterrata dalla collusione tra servizi, governi e apparati militari. Il processo di piazza Fontana è il caso più clamoroso ma non certo il primo. Basta scartabellare negli archivi giudiziari per trovare le vittime della legittima suspicione. A due anni dalla fine della guerra si giunge al drammatico processo per la strage di Portella delle Ginestre. Il processo viene spostato da Palermo a Viterbo: la banda di Salvatore Giuliano viene condannata ma i mandanti assolti. Nel 1963 ci imbattiamo nel disastro del Vajont: il processo da Venezia viene trasferito a L'Aquila dove la strage viene definita «evento imprevedibile» e dove governo e Enel vengono assolti. Nello stesso anno il processo per la strage di Ciaculli viene trasferito da Palermo a Catanzaro. Buscetta viene condannato ma altri mafiosi del peso di Pippò Calò se la cavano. Se si leggono gli atti dei processi per mafia si scopre che la richiesta di legittima suspicione viene utilizzata a man bassa, come una chiave magica usata per ottenere in sedi più consone assoluzioni totali o per insufficienza di prove. Il caso più clamoroso è quello di Luciano Liggio, precursore e maestro di Totò Riina. Dopo l'esordio del 1948 con l'uccisione del segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto, Liggio nel `58 ammazza il boss concorrente Michele Navarra. Liggio viene processato ma prevale la legittima suspicione: nel processo di Bari il fondatore della corrente dei corleonesi viene assolto dal tribunale di Bari per insufficienza di prove. Un altro caso clamoroso fu quello delle schedature Fiat. Negli anni `60 fu proprio Milano il luogo in cui si celebrò il processo alla Zanzara. Quelli sopra i cinquant'anni si ricorderanno che la Zanzara era un giornalino fatto dagli studenti del Liceo Parini usato per contestare ante litteram le regole del conformismo e dell'educazione borghese. In base a denunce e lamentele della parte più reazionaria dei genitori e dell'opinione pubblica ne nacque un processo che fece grande scandalo. Per evitare che nello scandalo finisse il buon nome di qualche famiglia milanese fu invocato addirittura l'ordine pubblico e per legittima suspicione il processo finì a Genova. Nel 1989, comunque, il legislatore decide che le maglie della legittima suspicione sono troppo larghe e discrezionali e soprattutto che vengono usate come strumento per impedire la celebrazione dei processi. A spingere al cambiamento sono proprio i numerosi processi per mafia finiti con l'assoluzione per insufficienza di prove. Viene introdotta una nuova norma, quella attuale. L'introduzione di questa norma restrittiva taglia le unghie a coloro che usavano la legge come un grimaldello, ma limita anche i diritti di coloro che hanno sospetti fondati . Per tutti gli anni `90 i ricchi avvocati dei ricchissimi imputati per tangenti tentano di utilizzare la legittima suspicione per farla franca. Il caso che tutti ricordano è quello di Bettino Craxi che durante la bufera di tangentopoli chiede attraverso i suoi legali ai giudici della Cassazione di spostare da Milano i numerosi processi a suo carico. La richiesta viene presentata in tutte le sedi processuali ma viene respinta proprio perché la suprema Corte si trova a dover fare i conti con una norma restrittiva che lascia poco scampo a chi vuole fare il gioco delle tre carte.

Il 6 maggio 2013 è stata respinta l'istanza di Berlusconi di trasferimento a Brescia dei suoi processi a Milano. La richiesta di trasferimento è basata sul legittimo sospetto che ci sia un accanimento giudiziario, “un’ostilità” da parte della sede giudiziaria del capoluogo lombardo (che giudica sul caso della giovane marocchina) e da parte della Corte d’Appello, che si occupa del processo Mediaset, nei confronti del Cavaliere. In quaranta pagine, stilate dai legali e giunte in Cassazione a metà marzo, vengono rappresentate una serie di decisioni, atteggiamenti e frasi pronunciate in aula dai giudici che sarebbero la dimostrazione dell’accanimento nei confronti del leader del Pdl; tra queste le ordinanze con cui sono stati negati i legittimi impedimenti, le visite fiscali a carico di Berlusconi ricoverato al San Raffaele per uveite, la sentenza del caso Unipol dove gli non sono state concesse le attenuanti generiche, la fissazione di 4 udienze in 7 giorni nel processo Ruby, e alcune affermazioni in aula del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del presidente del collegio, Giulia Turri. Nel 2003 la richiesta di trasferire da Milano a Brescia i processi del cosiddetto filone toghe sporche (Imi-Sir/Lodo Mondadori), in cui era imputato Cesare Previti (mentre Berlusconi era stato prosciolto per prescrizione) fu respinta dai giudici, i quali ritennero che la situazione prospettata non potesse far ipotizzare un concreto pericolo di non imparzialità a Milano.

A volte però non c'è molto spazio per l'interpretazione. Il sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di individuare un'emotività ambientale tale da contribuire all'alterazione delle attività di acquisizione della prova». È l' ennesimo colpo di scena sul caso Avetrana. Mazzotta parla davanti alla prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di rimessione del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto a Potenza perché il clima che si respira sull'asse Avetrana-Taranto «pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non c'è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate. Per spiegare in che cosa consiste la «grave situazione locale» che «turberebbe lo svolgimento del processo», Mazzotta si dilunga sull'arresto di Cosima (la madre di Sabrina) avvenuto praticamente in diretta tivù dopo la fuga di notizie che l'aveva preannunciato («Fu un tentativo di linciaggio» dice il professor Coppi), parla di testimoni presenti a raduni di piazza che contestavano Cosima, ricorda le pietre e le intimidazioni contro Michele Misseri, il marito di Cosima e padre di Sabrina che fece ritrovare il cadavere di Sarah e confessò di averla uccisa dopodiché cambiò versione più volte, accusò sua figlia dell'omicidio e tornò di nuovo al primo racconto («Ho fatto tutto da solo, Sabrina e Cosima sono innocenti»). Per riassumerla con le parole di Coppi: «L'abbiamo sempre detto, in questo procedimento sono avvenuti fatti di una gravità oggettiva e se non c'è serenità è giusto trasferirlo». Per argomentare meglio la sua richiesta, Coppi ha citato la sentenza Imi-Sir/lodo Mondadori del 2003 (imputati Previti e Berlusconi) con la quale le Sezioni Unite della Cassazione stabilirono che in quel procedimento non ci fu legittima suspicione. Tutti i punti che in quel processo motivarono la mancanza del legittimo sospetto, nel caso Avetrana dimostrano, secondo Coppi, esattamente il contrario: cioè che esiste la legittima suspicione.

Eppure nonostante il dettato della legge fosse chiaro, la Corte di Cassazione per l'ennesima volta ha rigettato l'istanza.

Nel novembre del 2002 fu approvata la legge Cirami che riformulò i criteri del legittimo sospetto ampliando le possibilità di togliere un processo al suo giudice naturale. Nonostante ciò da allora non sono stati registrati casi di legittima suspicione. I più noti riguardano trasferimenti ottenuti con la vecchia legge Piazza Fontana ll processo non si tenne a Milano, luogo della strage del 1969 (foto), ma a Catanzaro. La Suprema Corte temeva che a Milano fosse a rischio la sicurezza: il Palazzo di giustizia sarebbe stato assediato dalle contestazioni di piazza Vajont. Il processo per il disastro del Vajont (nel 1963) fu trasferito da Belluno all'Aquila. La Cassazione vide pericoli, anche qui, per l' ordine pubblico Salvatore Giuliano Il bandito accusato di essere l' esecutore della strage di Portella della Ginestra (1947) fu rinviato a giudizio a Palermo ma poi la Cassazione spostò il processo a Viterbo.

L'imputazione di quattro avvocati nelle indagini per l’omicidio di Sarah Scazzi è "sconcertante e inquietante". L’Unione delle camere penali scende in campo contro i pubblici ministeri del caso di Avetrana e chiede al ministro della Giustizia l’invio di ispettori alla procura di Taranto. Lo fa nel silenzio assordante della Camera Penale e dell'intero Consiglio dell'ordine degli avvocati di Taranto, assuefatti o collusi alle anomalie del foro tarantino. Anomalie su cui vi è una coltre di omertà forense e giudiziaria e di censura mediatica. Per l’Ucpi è “assurdo che nel medesimo procedimento si trattino questioni riguardanti il delitto e questioni relative all’indagine sul delitto stesso”. Ma "ancora più grave è che alcune contestazioni mosse a due avvocati letteralmente s'intromettono indebitamente nelle scelte e nelle strategie difensive, le quali dovrebbero, al contrario, costituire un recinto invalicabile e coperto dal segreto professionale".

C'è dunque una "grave violazione del diritto di difesa" da parte dei pm. E in particolare è “sconcertante quanto capita all’avvocato De Cristofaro, il quale per aver sostenuto l'assunzione di responsabilità del proprio assistito, da quest’ultimo reiteratamente dichiarata, si ritrova indagato per 'infedele patrocinio dai pubblici ministeri che si prefiggono l'obiettivo di provare la responsabilità di altra e diversa persona". Secondo i penalisti, "si è verificato un 'corto circuito all’interno del quale i pm che sostengono l'accusa hanno elevato un’imputazione, per un reato riguardante in astratto le condotte del difensore che si pongono in contrasto con l’interesse del proprio assistito, che già a una prima lettura appare addirittura paradossale, poiché‚ si fonda su fatti che dimostrano in maniera lampante il contrario, e cioè che il difensore ha viceversa dato seguito alle richieste del proprio assistito.

In realtà, i pm procedenti hanno valutato come contrastante con l’interesse dell’imputato, puramente e semplicemente, una versione dei fatti da questi offerta che confligge con l’ipotesi di accusa e lo hanno fatto sulla scorta della loro ricostruzione dei fatti". Insomma, "oltre a ergersi arbitri della formulazione dell’accusa, i pm pretendono di determinare anche l’interesse dell’imputato a sostenere l’una o l’altra tesi, e nel far questo criminalizzano l’attività del difensore, il che appare una intollerabile violazione del diritto di difesa oltre che l'espressione di una cultura apertamente inquisitoria. Con il risultato, inquietante e certamente non ignorato, che attraverso la contestazione elevata si vorrebbe determinare, allo stato, un obbligo deontologico di astensione da parte del difensore che, in consonanza con il proprio assistito, ha sostenuto una tesi avversa rispetto a quella caldeggiata dalla Procura". Non solo: "Nel corso dell’indagine le attività difensive - lamenta l’Ucpi - sono state costantemente oggetto di controllo da parte della autorità giudiziaria, e anche di decisioni assai stravaganti quale quella di autorizzare l’espletamento di un atto di parte, come l’assunzione di informazioni, 'alla presenza dei pm procedenti oppure di imporre il potere di segretazione nei confronti di persone sottoposte alle indagini". Tutto ciò si riverbera nell'ipotesi di affrancarsi il diritto di poter far scegliere agli imputati i difensori che più aggradano ai Pm. L'avv. De Cristofaro, per forza di cose prenderà in considerazione la concreta possibilità di rilasciare l'incarico trovandosi in una situazione di contrasto con il suo cliente, mentre per i P.M. l'operato del suo predecessore, l'avv. Galoppa era conforme se non strumentale alle loro attività.

Tutto questo lo sa bene il dr Antonio Giangrande di Avetrana, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, che nel denunciare codeste anomalie, viene perseguitato dai magistrati criticati, con il benestare della Corte di Cassazione, che non rileva affatto il legittimo sospetto che i loro colleghi tarantini possano essere vendicativi contro chi si ribella. 

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa».

Intanto Sabrina Misseri si sente come Amanda Knox. Era inevitabile che la ragazza americana, assolta dall’accusa di omicidio di Meredith Kercher dopo quattro anni di carcere, sarebbe diventata il simbolo dell’accanimento giudiziario. Tutti coloro che pensano di trovarsi in prigione ingiustamente usano lei come termine di paragone. L’ha fatto Sabrina Misseri, in carcere per l’altro delitto mediatico italiano, quello di Sarah Scazzi. Sabrina, dal carcere di Taranto, ha detto: “Mi sento come Amanda“. La ragazza di Avetrana, come l’americana e come l’italiano Raffaele Sollecito, sostiene di essere innocente e di essere stata arrestata ingiustamente.

Censurato dalla stampa è che la Corte di Cassazione, di fatto, a vantaggio della magistratura disapplica una legge dello Stato. L’art. 45 c.p.p. parla di Rimessione del processo in caso di emotività ambientale che altera l’acquisizione della prova o ne mina l’ordine pubblico, ovvero per legittimo sospetto che l’ufficio giudiziario non sia sereno nel giudicare, anche indotto da grave inimicizia. Di fatto la legge Cirami non è mai stata applicata, nonostante migliaia di istanze, anche di peso: Craxi, Berlusconi, Dell’Utri. Rigetto ad oltranza: sempre e comunque. Nel novembre del 2002 fu approvata la legge Cirami che riformulò i criteri del legittimo sospetto ampliando le possibilità di togliere un processo al suo giudice naturale. Da allora non sono stati registrati casi di legittima suspicione. I più noti riguardano trasferimenti ottenuti con la vecchia legge:

Piazza Fontana, il processo non si tenne a Milano, luogo della strage del 1969, ma a Catanzaro. La Suprema Corte temeva che a Milano fosse a rischio la sicurezza: il Palazzo di giustizia sarebbe stato assediato dalle contestazioni di piazza. Per Piazza Fontana, in cui vi era sospetto che fosse una strage di Stato: è il primo e più famoso caso di "rimessione". Tutti i processi collegati furono trasferiti a Catanzaro a partire dal 1972, proprio mentre i magistrati milanesi D'Ambrosio e Alessandrini imboccavano la pista della "strage di Stato". Curiosità: il primo dei ricorsi accolti dalla Cassazione fu proposto dall'imputato Giovanni Biondo, che dopo l'assoluzione diventò sostituto procuratore.

Per il Generale della Guardia di Finanza Giuseppe Cerciello, le cui indagini contro la Guardia di Finanza furono svolte dai propri commilitoni: il 29 novembre 1994 la Cassazione ha spostato da Milano a Brescia il processo per corruzione contro il generale Cerciello. L'avvocato Taormina aveva messo in dubbio tutte le indagini sulle tangenti ai finanzieri, in quanto svolte dai commilitoni. Quella rimessione è però rimasta un caso unico, poi citato da Di Pietro tra i motivi delle sue dimissioni.

Vajont. Il processo per il disastro del Vajont (nel 1963) fu trasferito da Belluno all'Aquila. La Cassazione vide pericoli, anche qui, per l' ordine pubblico.

Salvatore Giuliano. Il bandito accusato di essere l' esecutore della strage di Portella della Ginestra (1947) fu rinviato a giudizio a Palermo, ma poi la Cassazione spostò il processo a Viterbo.

Da dire che il 28 settembre 2011 anche allo stesso dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, di Avetrana, è stata rigettata l’istanza di rimessione. I magistrati di Taranto sono stati denunciati a Potenza e criticati sui giornali per i loro abusi ed omissioni. Per la Corte di Cassazione è giusto che siano gli stessi a giudicare, nei processi penali per diffamazione a mezzo stampa e nel concorso pubblico di avvocato, chi li denuncia e li critica. Oltre al rigetto è conseguita sanzione di 2 mila euro, giusto per inibire qualsiasi pretesa di tutela.

Questa di Avetrana è sempre più una storia difficile da raccontare. È infatti una storia senza punti e piena invece di virgole, parentesi e soprattutto di punti interrogativi. Per esempio: i carabinieri dei Ris hanno depositato una relazione sostenendo che non c'è alcun riscontro scientifico all'omicidio di Sarah. Niente tracce della ragazza nel garage. Niente tracce nella macchina, niente sulla corda con la quale Misseri ha raccontato di averla calato nel pozzo, niente nemmeno sulle cinture, presunte arme di delitto. È una storia così complicata, questa, che si arriva al paradosso costruito involontariamente dalla Cassazione che disegna tre "soppressori" di cadavere (Michele Misseri, Sabrina Misseri e Cosima Serrano), ma nemmeno un assassino come se la povera Sarah si fosse ammazzata da sola e poi gli zii e la cugina l'avessero calata nel pozzo. Pozzo che appare un po' una metafora di tutto il resto: questa di Avetrana è sempre più una storia piena di buchi neri. La procura è convinta che a uccidere Sarah siano state Sabrina e Cosima. In realtà, però, come ha sottolineato la Cassazione, Sabrina è in carcere anche per aver ucciso Sarah insieme con il padre Michele: quella ordinanza non è mai stata annullata. Non solo. Non c'è nessuna traccia che inchioda madre e figlia: manca l'arma del delitto. Non ci sono testimoni. L'unico, il fioraio Buccolieri, ha raccontato prima informalmente di aver visto Sarah mentre veniva trascinata nell'auto di Cosima. E poi però ha smentito tutto: "Era solo un sogno". In compenso, però, c'è zio Michele, che mentre si infuria a mezzo stampa con la moglie ("quando ero in carcere ha tagliato male tutta l'uva, ha combinato un disastro"), continua ad autoaccusarsi dell'omicidio di Sarah. Ma non gli crede nessuno. "Il soffocamento avviene ora in casa Misseri, ora nel garage, ora nella macchina di Cosima" scrive la Cassazione. Ed effettivamente non è chiaro dove Sarah sia stata ammazzata, visto che le ricostruzioni si sovrappongono tra loro, ma spesso non combaciano. Questo è il paradosso tutto italiano: da una parte Michele Misseri, un reo confesso di omicidio in libertà che, se pur considerato inattendibile, da lui si prendono per buone solo le versioni che fanno comodo alla tesi della procura; dal’altra parte Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che professano la loro innocenza, ma sono in carcere senza prove. Prove che nemmeno la polizia scientifica ha trovato. 

Paradossale è anche il fatto che è stato assegnato a Franco Coppi il premio della Camera Penale di Bari “Achille Lombardo Pijola per la Dignità dell'Avvocato”. La decisione di assegnare il premio al prof. Coppi è per lo stile che ha saputo dare, quale difensore in un delicatissimo processo in terra di Puglia, esempio luminoso di professionalità e di dignità dell'Avvocato. Il riferimento è, appunto al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi, in cui Coppi difende Sabrina Misseri, cugina della vittima. Processo la cui levatura professionale rispetto ad altri si è contraddistinta nell’assunzione di due atti fondamentali: richiesta di rimessione del processo per legittimo sospetto e minaccia di ricusazione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini.

Per quanto innanzi detto sarebbe auspicabile la predisposizione di un difensore civico giudiziario a tutela dei cittadini. Senza sminuire le prerogative ed i privilegi dei magistrati a questi doverosamente si dovrebbe affiancare, come organo di controllo, una figura istituzionale con i poteri dei magistrati, senza essere, però, uno di loro, perché corporatisticamente coinvolto. Tutto ciò eviterebbe l’ecatombe di condanne per l’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

La Rimessione dei Processi per legittimo sospetto: una norma mai applicata

LA RIMESSIONE DEI PROCESSI PER LEGITTIMO SOSPETTO (SUSPICIONE): UNA NORMA MAI APPLICATA. CONTRO LO STRAPOTERE DELLE TOGHE (MAGISTRATI ED AVVOCATI) DISPONETE L’ISTITUZIONE DEL DIFENSORE CIVICO GIUDIZIARIO. PROPOSTA DI LEGGE IN CALCE.

PREMESSA

Il Popolo della libertà scende in piazza sabato 11 maggio 2013 a Brescia "in difesa di Silvio Berlusconi". Alle numerose esternazioni di esponenti del suo partito su un "uso politico della giustizia" segue quella dello stesso Berlusconi: "La sentenza di ieri è davvero una provocazione preparata dalla parte politicizzata della magistratura che da vent'anni cerca di eliminarmi come principale avversario della sinistra e il rinvio a giudizio di Napoli fa parte di questo uso politico della giustizia". Da una parte vi è Silvio Berlusconi che si presenta come vittima sacrificale della magistocrazia e dall’altra il solito Marco Pannella con i suoi scioperi della fame e della sete per denunciare la detenzione dei carcerati nei canili per umani. Puntano l’indice su aspetti marginali del problema giustizia. Eppure loro sono anche quei politici che da decenni presentano le loro facce in tv. Tutto fa pensare che non gliene fotte niente a nessuno se i magistrati sono quelli che sono, pur se questi, presentandosi e differenziandosi come coloro che vengono da Marte, sono santificati dalla sinistra come unti dall’infallibilità. Tutto fa pensare che se si continua a dire che Berlusconi è una vittima della giustizia (e solo lui)  e che le celle sono troppo piccole per i detenuti, non si farà l’interesse di coloro che in carcere ci sono, sì, ma sono innocenti. Bene, Tutto questo fa pensare che dopo i proclami tutto rimarrà com’è. E tutto questo nell’imperante omertà dei media che si nascondo dietro il dito dell’ipocrisia. Volete un esempio di come un certo modo di fare comunicazione ed informazione inclini l’opinione pubblica a parlare di economia e solo di economia, come se altri problemi più importanti non attanagliassero gli italiani?

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: «Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!»

«La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera». Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di procedura penale. L'articolo 45 c.p.p. prevede che "in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11".

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo, dell'imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti. Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall'art. 37 c.p.p. in quanto derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell'eccezionalità, necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il giudice superiore, per decidere sull'ammissibilità della rimessione lo è solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) - spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. - E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. Nella rinnovata attenzione sull’istituto della rimessione, determinata dalla discussione della proposte di modifica (2002, legge Cirami), numerosi commenti – comparsi sulla stampa – rischiano di aver indotto nell’opinione pubblica l’impressione che l’istituto del trasferimento dei processi trovi applicazione ampia e che dunque la magistratura italiana ricorrentemente non sia in grado di operare con serenità di giudizio. Vi fu una sola difficile stagione dei primi decenni della nostra Repubblica, in cui numerosi processi per fatti di mafia furono trasferiti dalle sedi giudiziarie siciliane in altre regioni: era il segno umiliante della fragilità delle istituzioni, di uno Stato incapace di assicurare serenità allo svolgimento del processo e di garantire protezione ai giudici popolari di fronte alle minacce. Era una stagione in cui i processi, pur trasferiti ad altra sede, si concludevano pressoché ineluttabilmente con le assoluzioni per insufficienza di prove. Superata questa fase, e pur sotto la vigenza della norma del Codice di procedura penale del 1930 – che prevedeva la formula del «legittimo sospetto» –, in un periodo di diversi decenni i casi di rimessione sono stati pochissimi: intendo dire poche unità. I casi più noti di accoglimento, di norma ad iniziativa degli uffici del Pm, determinarono polemiche e reazioni. (Ad esempio, i fatti di Genova del luglio 1960, la strage del Vajont, la strage di Piazza Fontana, l’appello sul ‘caso Zanzara’, il caso delle schedature alla Fiat). Avanzava tra i giuristi la tesi che fosse necessaria una più puntuale e rigorosa indicazione dei motivi suscettibili di determinare il trasferimento. Il Parlamento, dopo le polemiche per il trasferimento del processo per la strage di Piazza Fontana da Milano a Catanzaro, interveniva per dettare dei criteri stringenti per la designazione del nuovo giudice (legge 773/1972 e successivamente legge 879/1980, che introdusse il criterio automatico tuttora vigente). La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state due.»

«Per quanto concerne la remissione per motivi di legittimo sospetto occorre che i capi delle procure generali si attengano a una concezione rigorosamente ristretta dell'istituto». La circolare ministeriale che abbiamo citato non esce dagli archivi del governo Prodi e neppure dal cassetto del terribile ex procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli. Si tratta invece di una direttiva piuttosto chiara che il ministro fascista Dino Grandi inviava a tutti i tribunali italiani nel 1939, consigliando loro di usare la legittima suspicione con cautela. Eppure se si dà uno sguardo alla storia giudiziaria italiana, se si ritorna su quei casi in cui la legittima suspicione è stata accolta vengono i brividi e si capisce perché la legittima suspicione si trasformi nel legittimo sospetto contro giudici, pubblici ministeri, tribunali. Il caso più drammatico, più doloroso, in cui l'accettazione della legittima suspicione fece danni incalcolabili fu il processo per la strage di piazza Fontana. Non è il caso di soffermarsi più di tanto su quel buco nero della nostra storia. E' tristemente noto: la legittima suspicione riuscì a strappare il processo ai giudici di Milano in un clima golpista e lo trasferì a Catanzaro. Per trent'anni la verità sulla strage rimase sotterrata dalla collusione tra servizi, governi e apparati militari. Il processo di piazza Fontana è il caso più clamoroso ma non certo il primo. Basta scartabellare negli archivi giudiziari per trovare le vittime della legittima suspicione. A due anni dalla fine della guerra si giunge al drammatico processo per la strage di Portella delle Ginestre. Il processo viene spostato da Palermo a Viterbo: la banda di Salvatore Giuliano viene condannata ma i mandanti assolti. Nel 1963 ci imbattiamo nel disastro del Vajont: il processo da Venezia viene trasferito a L'Aquila dove la strage viene definita «evento imprevedibile» e dove governo e Enel vengono assolti. Nello stesso anno il processo per la strage di Ciaculli viene trasferito da Palermo a Catanzaro. Buscetta viene condannato ma altri mafiosi del peso di Pippò Calò se la cavano. Se si leggono gli atti dei processi per mafia si scopre che la richiesta di legittima suspicione viene utilizzata a man bassa, come una chiave magica usata per ottenere in sedi più consone assoluzioni totali o per insufficienza di prove. Il caso più clamoroso è quello di Luciano Liggio, precursore e maestro di Totò Riina. Dopo l'esordio del 1948 con l'uccisione del segretario della Camera del Lavoro di Corleone, Placido Rizzotto, Liggio nel `58 ammazza il boss concorrente Michele Navarra. Liggio viene processato ma prevale la legittima suspicione: nel processo di Bari il fondatore della corrente dei corleonesi viene assolto dal tribunale di Bari per insufficienza di prove. Un altro caso clamoroso fu quello delle schedature Fiat. Negli anni `60 fu proprio Milano il luogo in cui si celebrò il processo alla Zanzara. Quelli sopra i cinquant'anni si ricorderanno che la Zanzara era un giornalino fatto dagli studenti del Liceo Parini usato per contestare ante litteram le regole del conformismo e dell'educazione borghese. In base a denunce e lamentele della parte più reazionaria dei genitori e dell'opinione pubblica ne nacque un processo che fece grande scandalo. Per evitare che nello scandalo finisse il buon nome di qualche famiglia milanese fu invocato addirittura l'ordine pubblico e per legittima suspicione il processo finì a Genova. Nel 1989, comunque, il legislatore decide che le maglie della legittima suspicione sono troppo larghe e discrezionali e soprattutto che vengono usate come strumento per impedire la celebrazione dei processi. A spingere al cambiamento sono proprio i numerosi processi per mafia finiti con l'assoluzione per insufficienza di prove. Viene introdotta una nuova norma, quella attuale. L'introduzione di questa norma restrittiva taglia le unghie a coloro che usavano la legge come un grimaldello, ma limita anche i diritti di coloro che hanno sospetti fondati . Per tutti gli anni `90 i ricchi avvocati dei ricchissimi imputati per tangenti tentano di utilizzare la legittima suspicione per farla franca. Il caso che tutti ricordano è quello di Bettino Craxi che durante la bufera di tangentopoli chiede attraverso i suoi legali ai giudici della Cassazione di spostare da Milano i numerosi processi a suo carico. La richiesta viene presentata in tutte le sedi processuali ma viene respinta proprio perché la suprema Corte si trova a dover fare i conti con una norma restrittiva che lascia poco scampo a chi vuole fare il gioco delle tre carte.

Il 6 maggio 2013 è stata respinta l'istanza di Berlusconi di trasferimento a Brescia dei suoi processi a Milano. La richiesta di trasferimento è basata sul legittimo sospetto che ci sia un accanimento giudiziario, “un’ostilità” da parte della sede giudiziaria del capoluogo lombardo (che giudica sul caso della giovane marocchina) e da parte della Corte d’Appello, che si occupa del processo Mediaset, nei confronti del Cavaliere. In quaranta pagine, stilate dai legali e giunte in Cassazione a metà marzo, vengono rappresentate una serie di decisioni, atteggiamenti e frasi pronunciate in aula dai giudici che sarebbero la dimostrazione dell’accanimento nei confronti del leader del Pdl; tra queste le ordinanze con cui sono stati negati i legittimi impedimenti, le visite fiscali a carico di Berlusconi ricoverato al San Raffaele per uveite, la sentenza del caso Unipol dove gli non sono state concesse le attenuanti generiche, la fissazione di 4 udienze in 7 giorni nel processo Ruby, e alcune affermazioni in aula del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e del presidente del collegio, Giulia Turri. Nel 2003 la richiesta di trasferire da Milano a Brescia i processi del cosiddetto filone toghe sporche (Imi-Sir/Lodo Mondadori), in cui era imputato Cesare Previti (mentre Berlusconi era stato prosciolto per prescrizione) fu respinta dai giudici, i quali ritennero che la situazione prospettata non potesse far ipotizzare un concreto pericolo di non imparzialità a Milano.

A volte però non c'è molto spazio per l'interpretazione. Il sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di individuare un'emotività ambientale tale da contribuire all'alterazione delle attività di acquisizione della prova». È l' ennesimo colpo di scena sul caso Avetrana. Mazzotta parla davanti alla prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di rimessione del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto a Potenza perché il clima che si respira sull'asse Avetrana-Taranto «pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non c'è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate. Per spiegare in che cosa consiste la «grave situazione locale» che «turberebbe lo svolgimento del processo», Mazzotta si dilunga sull'arresto di Cosima (la madre di Sabrina) avvenuto praticamente in diretta tivù dopo la fuga di notizie che l'aveva preannunciato («Fu un tentativo di linciaggio» dice il professor Coppi), parla di testimoni presenti a raduni di piazza che contestavano Cosima, ricorda le pietre e le intimidazioni contro Michele Misseri, il marito di Cosima e padre di Sabrina che fece ritrovare il cadavere di Sarah e confessò di averla uccisa dopodiché cambiò versione più volte, accusò sua figlia dell'omicidio e tornò di nuovo al primo racconto («Ho fatto tutto da solo, Sabrina e Cosima sono innocenti»). Per riassumerla con le parole di Coppi: «L'abbiamo sempre detto, in questo procedimento sono avvenuti fatti di una gravità oggettiva e se non c'è serenità è giusto trasferirlo». Per argomentare meglio la sua richiesta, Coppi ha citato la sentenza Imi-Sir/lodo Mondadori del 2003 (imputati Previti e Berlusconi) con la quale le Sezioni Unite della Cassazione stabilirono che in quel procedimento non ci fu legittima suspicione. Tutti i punti che in quel processo motivarono la mancanza del legittimo sospetto, nel caso Avetrana dimostrano, secondo Coppi, esattamente il contrario: cioè che esiste la legittima suspicione.

Eppure nonostante il dettato della legge fosse chiaro, la Corte di Cassazione per l'ennesima volta ha rigettato l'istanza.

Nel novembre del 2002 fu approvata la legge Cirami che riformulò i criteri del legittimo sospetto ampliando le possibilità di togliere un processo al suo giudice naturale. Nonostante ciò da allora non sono stati registrati casi di legittima suspicione. I più noti riguardano trasferimenti ottenuti con la vecchia legge Piazza Fontana ll processo non si tenne a Milano, luogo della strage del 1969 (foto), ma a Catanzaro. La Suprema Corte temeva che a Milano fosse a rischio la sicurezza: il Palazzo di giustizia sarebbe stato assediato dalle contestazioni di piazza Vajont. Il processo per il disastro del Vajont (nel 1963) fu trasferito da Belluno all'Aquila. La Cassazione vide pericoli, anche qui, per l' ordine pubblico Salvatore Giuliano Il bandito accusato di essere l' esecutore della strage di Portella della Ginestra (1947) fu rinviato a giudizio a Palermo ma poi la Cassazione spostò il processo a Viterbo.

L'imputazione di quattro avvocati nelle indagini per l’omicidio di Sarah Scazzi è "sconcertante e inquietante". L’Unione delle camere penali scende in campo contro i pubblici ministeri del caso di Avetrana e chiede al ministro della Giustizia l’invio di ispettori alla procura di Taranto. Lo fa nel silenzio assordante della Camera Penale e dell'intero Consiglio dell'ordine degli avvocati di Taranto, assuefatti o collusi alle anomalie del foro tarantino. Anomalie su cui vi è una coltre di omertà forense e giudiziaria e di censura mediatica. Per l’Ucpi è “assurdo che nel medesimo procedimento si trattino questioni riguardanti il delitto e questioni relative all’indagine sul delitto stesso”. Ma "ancora più grave è che alcune contestazioni mosse a due avvocati letteralmente s'intromettono indebitamente nelle scelte e nelle strategie difensive, le quali dovrebbero, al contrario, costituire un recinto invalicabile e coperto dal segreto professionale".

C'è dunque una "grave violazione del diritto di difesa" da parte dei pm. E in particolare è “sconcertante quanto capita all’avvocato De Cristofaro, il quale per aver sostenuto l'assunzione di responsabilità del proprio assistito, da quest’ultimo reiteratamente dichiarata, si ritrova indagato per 'infedele patrocinio dai pubblici ministeri che si prefiggono l'obiettivo di provare la responsabilità di altra e diversa persona". Secondo i penalisti, "si è verificato un 'corto circuito all’interno del quale i pm che sostengono l'accusa hanno elevato un’imputazione, per un reato riguardante in astratto le condotte del difensore che si pongono in contrasto con l’interesse del proprio assistito, che già a una prima lettura appare addirittura paradossale, poiché‚ si fonda su fatti che dimostrano in maniera lampante il contrario, e cioè che il difensore ha viceversa dato seguito alle richieste del proprio assistito.

In realtà, i pm procedenti hanno valutato come contrastante con l’interesse dell’imputato, puramente e semplicemente, una versione dei fatti da questi offerta che confligge con l’ipotesi di accusa e lo hanno fatto sulla scorta della loro ricostruzione dei fatti". Insomma, "oltre a ergersi arbitri della formulazione dell’accusa, i pm pretendono di determinare anche l’interesse dell’imputato a sostenere l’una o l’altra tesi, e nel far questo criminalizzano l’attività del difensore, il che appare una intollerabile violazione del diritto di difesa oltre che l'espressione di una cultura apertamente inquisitoria. Con il risultato, inquietante e certamente non ignorato, che attraverso la contestazione elevata si vorrebbe determinare, allo stato, un obbligo deontologico di astensione da parte del difensore che, in consonanza con il proprio assistito, ha sostenuto una tesi avversa rispetto a quella caldeggiata dalla Procura". Non solo: "Nel corso dell’indagine le attività difensive - lamenta l’Ucpi - sono state costantemente oggetto di controllo da parte della autorità giudiziaria, e anche di decisioni assai stravaganti quale quella di autorizzare l’espletamento di un atto di parte, come l’assunzione di informazioni, 'alla presenza dei pm procedenti oppure di imporre il potere di segretazione nei confronti di persone sottoposte alle indagini". Tutto ciò si riverbera nell'ipotesi di affrancarsi il diritto di poter far scegliere agli imputati i difensori che più aggradano ai Pm. L'avv. De Cristofaro, per forza di cose prenderà in considerazione la concreta possibilità di rilasciare l'incarico trovandosi in una situazione di contrasto con il suo cliente, mentre per i P.M. l'operato del suo predecessore, l'avv. Galoppa era conforme se non strumentale alle loro attività.

Tutto questo lo sa bene il dr Antonio Giangrande di Avetrana, presidente dell'Associazione Contro Tutte le Mafie, che nel denunciare codeste anomalie, viene perseguitato dai magistrati criticati, con il benestare della Corte di Cassazione, che non rileva affatto il legittimo sospetto che i loro colleghi tarantini possano essere vendicativi contro chi si ribella. 

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa».

Intanto Sabrina Misseri si sente come Amanda Knox. Era inevitabile che la ragazza americana, assolta dall’accusa di omicidio di Meredith Kercher dopo quattro anni di carcere, sarebbe diventata il simbolo dell’accanimento giudiziario. Tutti coloro che pensano di trovarsi in prigione ingiustamente usano lei come termine di paragone. L’ha fatto Sabrina Misseri, in carcere per l’altro delitto mediatico italiano, quello di Sarah Scazzi. Sabrina, dal carcere di Taranto, ha detto: “Mi sento come Amanda“. La ragazza di Avetrana, come l’americana e come l’italiano Raffaele Sollecito, sostiene di essere innocente e di essere stata arrestata ingiustamente.

Censurato dalla stampa è che la Corte di Cassazione, di fatto, a vantaggio della magistratura disapplica una legge dello Stato. L’art. 45 c.p.p. parla di Rimessione del processo in caso di emotività ambientale che altera l’acquisizione della prova o ne mina l’ordine pubblico, ovvero per legittimo sospetto che l’ufficio giudiziario non sia sereno nel giudicare, anche indotto da grave inimicizia. Di fatto la legge Cirami non è mai stata applicata, nonostante migliaia di istanze, anche di peso: Craxi, Berlusconi, Dell’Utri. Rigetto ad oltranza: sempre e comunque. Nel novembre del 2002 fu approvata la legge Cirami che riformulò i criteri del legittimo sospetto ampliando le possibilità di togliere un processo al suo giudice naturale. Da allora non sono stati registrati casi di legittima suspicione. I più noti riguardano trasferimenti ottenuti con la vecchia legge:

Piazza Fontana, il processo non si tenne a Milano, luogo della strage del 1969, ma a Catanzaro. La Suprema Corte temeva che a Milano fosse a rischio la sicurezza: il Palazzo di giustizia sarebbe stato assediato dalle contestazioni di piazza. Per Piazza Fontana, in cui vi era sospetto che fosse una strage di Stato: è il primo e più famoso caso di "rimessione". Tutti i processi collegati furono trasferiti a Catanzaro a partire dal 1972, proprio mentre i magistrati milanesi D'Ambrosio e Alessandrini imboccavano la pista della "strage di Stato". Curiosità: il primo dei ricorsi accolti dalla Cassazione fu proposto dall'imputato Giovanni Biondo, che dopo l'assoluzione diventò sostituto procuratore.

Per il Generale della Guardia di Finanza Giuseppe Cerciello, le cui indagini contro la Guardia di Finanza furono svolte dai propri commilitoni: il 29 novembre 1994 la Cassazione ha spostato da Milano a Brescia il processo per corruzione contro il generale Cerciello. L'avvocato Taormina aveva messo in dubbio tutte le indagini sulle tangenti ai finanzieri, in quanto svolte dai commilitoni. Quella rimessione è però rimasta un caso unico, poi citato da Di Pietro tra i motivi delle sue dimissioni.

Vajont. Il processo per il disastro del Vajont (nel 1963) fu trasferito da Belluno all'Aquila. La Cassazione vide pericoli, anche qui, per l' ordine pubblico.

Salvatore Giuliano. Il bandito accusato di essere l' esecutore della strage di Portella della Ginestra (1947) fu rinviato a giudizio a Palermo, ma poi la Cassazione spostò il processo a Viterbo.

Da dire che il 28 settembre 2011 anche allo stesso dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, di Avetrana, è stata rigettata l’istanza di rimessione. I magistrati di Taranto sono stati denunciati a Potenza e criticati sui giornali per i loro abusi ed omissioni. Per la Corte di Cassazione è giusto che siano gli stessi a giudicare, nei processi penali per diffamazione a mezzo stampa e nel concorso pubblico di avvocato, chi li denuncia e li critica. Oltre al rigetto è conseguita sanzione di 2 mila euro, giusto per inibire qualsiasi pretesa di tutela.

Questa di Avetrana è sempre più una storia difficile da raccontare. È infatti una storia senza punti e piena invece di virgole, parentesi e soprattutto di punti interrogativi. Per esempio: i carabinieri dei Ris hanno depositato una relazione sostenendo che non c'è alcun riscontro scientifico all'omicidio di Sarah. Niente tracce della ragazza nel garage. Niente tracce nella macchina, niente sulla corda con la quale Misseri ha raccontato di averla calato nel pozzo, niente nemmeno sulle cinture, presunte arme di delitto. È una storia così complicata, questa, che si arriva al paradosso costruito involontariamente dalla Cassazione che disegna tre "soppressori" di cadavere (Michele Misseri, Sabrina Misseri e Cosima Serrano), ma nemmeno un assassino come se la povera Sarah si fosse ammazzata da sola e poi gli zii e la cugina l'avessero calata nel pozzo. Pozzo che appare un po' una metafora di tutto il resto: questa di Avetrana è sempre più una storia piena di buchi neri. La procura è convinta che a uccidere Sarah siano state Sabrina e Cosima. In realtà, però, come ha sottolineato la Cassazione, Sabrina è in carcere anche per aver ucciso Sarah insieme con il padre Michele: quella ordinanza non è mai stata annullata. Non solo. Non c'è nessuna traccia che inchioda madre e figlia: manca l'arma del delitto. Non ci sono testimoni. L'unico, il fioraio Buccolieri, ha raccontato prima informalmente di aver visto Sarah mentre veniva trascinata nell'auto di Cosima. E poi però ha smentito tutto: "Era solo un sogno". In compenso, però, c'è zio Michele, che mentre si infuria a mezzo stampa con la moglie ("quando ero in carcere ha tagliato male tutta l'uva, ha combinato un disastro"), continua ad autoaccusarsi dell'omicidio di Sarah. Ma non gli crede nessuno. "Il soffocamento avviene ora in casa Misseri, ora nel garage, ora nella macchina di Cosima" scrive la Cassazione. Ed effettivamente non è chiaro dove Sarah sia stata ammazzata, visto che le ricostruzioni si sovrappongono tra loro, ma spesso non combaciano. Questo è il paradosso tutto italiano: da una parte Michele Misseri, un reo confesso di omicidio in libertà che, se pur considerato inattendibile, da lui si prendono per buone solo le versioni che fanno comodo alla tesi della procura; dal’altra parte Cosima Serrano e Sabrina Misseri, che professano la loro innocenza, ma sono in carcere senza prove. Prove che nemmeno la polizia scientifica ha trovato. 

Paradossale è anche il fatto che è stato assegnato a Franco Coppi il premio della Camera Penale di Bari “Achille Lombardo Pijola per la Dignità dell'Avvocato”. La decisione di assegnare il premio al prof. Coppi è per lo stile che ha saputo dare, quale difensore in un delicatissimo processo in terra di Puglia, esempio luminoso di professionalità e di dignità dell'Avvocato. Il riferimento è, appunto al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi, in cui Coppi difende Sabrina Misseri, cugina della vittima. Processo la cui levatura professionale rispetto ad altri si è contraddistinta nell’assunzione di due atti fondamentali: richiesta di rimessione del processo per legittimo sospetto e minaccia di ricusazione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini.

Per quanto innanzi detto sarebbe auspicabile la predisposizione di un difensore civico giudiziario a tutela dei cittadini. Senza sminuire le prerogative ed i privilegi dei magistrati a questi doverosamente si dovrebbe affiancare, come organo di controllo, una figura istituzionale con i poteri dei magistrati, senza essere, però, uno di loro, perché corporatisticamente coinvolto. Tutto ciò eviterebbe l’ecatombe di condanne per l’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Legge Pinto: legge truffa.

RISARCIMENTO PER I PROCESSI LUNGHI. LEGGE PINTO? NO! LEGGE TRUFFA!

Mini trattato del dr Antonio Giangrande, scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Le accuse di Renzi ai magistrati lucani. Il premier alla direzione Pd del 4 aprile 2016: «Non arrivano mai a sentenza. Se è reato sbloccare le opere lo sto commettendo. Vedo che i giornalisti dicono che ho attaccato la magistratura. Ma non li sto attaccando, dico solo che non ci vogliono otto anni per andare a sentenza. Se è reato sbloccare le opere pubbliche, io sono quello che sta commettendo reato. Ma se si decide che un’opera va fatta nel 1989, c’era ancora il muro di Berlino, 27 anni dopo, lo scandalo non è che l’emendamento venga approvato ma che si siano buttate delle occasioni». E ancora: «Io chiedo alla magistratura non solo di indagare ma di arrivare a sentenza: perché ci sono state indagini sul petrolio in Basilicata con la stessa cadenza delle Olimpiadi, 2000-2004-2008, ci sono stati anche arrestati, ma non si è giunto mai a sentenza». All’indomani delle parole del Presidente del Consiglio Matteo Renzi arriva, dura, la replica del presidente della sezione della Basilicata dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Salvatore Colella: «Le dichiarazioni di Renzi sono inopportune nei tempi ed inconsistenti nei fatti. Inopportune perché arrivano in un momento molto delicato dell’inchiesta, con un intervento “a gamba tesa” e le sue insinuazioni sono quantomeno viziate da un interesse di parte, inconsistenti perché smentite, solo poche ore dopo, da un pesante verdetto di condanna contro i vertici della Total nel processo “Totalgate” (dopo 8 anni, con inchiesta nata nel 2008 per mani di Woodcock). Se è vero che in un paese civile, come dice il Presidente Renzi, “i processi arrivano a sentenza”, e noi abbiamo dimostrato di saperlo fare – ha continuato l’Anm lucana – è anche vero che in un Paese civile “il governo rispetta i lavoro dei magistrati”, sempre, anche quando toccano la propria parte politica. Ci saremmo aspettati la stessa intransigenza e fermezza di condanna annunciata dal Presidente in occasione di altre inchieste di rilievo nazionale». Renzi sceglie Facebook per rispondere alle critiche sulle sue affermazioni sulla Procura di Potenza: «Oggi leggo che Renzi accusa i magistrati, noi stiamo incoraggiando i magistrati a fare il più veloce possibile. Non accuso i magistrati, accuso un sistema che non funziona, voglio mettere in galera i ladri, per questo incalzo i magistrati perché siano veloci», ha detto Matteo Renzi in diretta da Palazzo Chigi utilizzando Facebook Mentions.

Ma a prescindere dalla diatriba farsesca, tra parti che si coprono a vicenda, parliamo dei danni inflitti alla comunità dalle lungaggini processuali ed a cui nessuno vuol porre rimedio per non inimicarsi “le sacre toghe”.

Per porre rimedio alle condanne inflitte dalla CEDU il legislatore italiano ha inventato la Legge Pinto, ossia la legge che, man mano annacquata da riforme restrittive, è a tutti gli effetti una legge truffa.

Chi è stato coinvolto in un processo – civile, penale, amministrativo, pensionistico, militare, in una procedura fallimentare o concorsuale ovvero, a certe condizioni, tributario, ecc. – per un periodo di tempo considerato «irragionevole», cioè troppo lungo, può richiedere, in base alle disposizioni della legge 24 marzo 2001, n. 89, meglio conosciuta come “legge Pinto”, una equa riparazione, cioè un risarcimento del danno allo Stato italiano, nella misura determinata dalla legge stessa in ragione degli anni o frazione eccedenti la durata ragionevole.

Secondo l’art. 2-bis, si considera rispettato il termine ragionevole per la durata del giudizio «se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità».

La legge Pinto è stata modificata col D.L.8 aprile 2013, n. 35, convertito con modificazioni nella L. 6 giugno 2013, n. 64 e col D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134. È stata poi modificata dalla legge di stabilità 2016. L’ammontare effettivo del risarcimento concesso dipende dalla materia del procedimento e dalla sede territoriale della Corte: di solito vengono liquidati risarcimenti più alti per questioni in materia di famiglia o status della persona, per procedimenti penali o pensionistici, meno per altre questioni; inoltre le corti d’appello che si trovano al Nord sono, solitamente, più di manica larga rispetto a quelle del meridione, parallelamente alla differenza del costo della vita, almeno tendenzialmente. In materia, valgono inoltre le regole poste dall’art. 2 bis della legge Pinto. Il risarcimento può essere chiesto anche se il giudizio è terminato con una transazione e cioè mediante un accordo tra le parti (Cass. 8716/06, Cass. 11.03.05 n. 5398). Il risarcimento va chiesto con ricorso alla Corte d’Appello territorialmente competente e viene deciso dalla corte con un decreto che poi va notificato al ministero, con una procedura simile a quella prevista per l’ingiunzione di pagamento.

La legge 24 marzo 2001, n. 89 – nota come legge Pinto – (dal nome del suo estensore, Michele Pinto) è una legge della Repubblica Italiana. Essa prevede e disciplina il diritto di richiedere un’equa riparazione per il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subìto per l’irragionevole durata di un processo. La norma nacque come ricorso straordinario in appello qualora un procedimento giudiziario ecceda i termine di durata ragionevole di un processo secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), in base all’art. 13 della Convenzione che prevede il diritto ad un ricorso effettivo contro ogni possibile violazione della Convenzione. In tal modo, si introduce un nuovo ricorso interno, che i ricorrenti devono avviare prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo. Tuttavia le Corti d’Appello inizialmente non hanno applicato i parametri della CEDU per la definizione dell’irragionevole durata del processo, ma hanno chiesto ai ricorrenti la dimostrazione dell’aver subito un danno (cosa che, secondo l’art.6 CEDU, è incluso nel fatto stesso). Tali casi sono stati quindi ri-appellati alla Corte CEDU di Strasburgo per scorretta applicazione della Legge Pinto. Nel 2004 la Corte di Cassazione ha stabilito che i giudici nazionali devono applicare i criteri di Strasburgo nel decidere in casi relativi alla legge Pinto, senza poter richiedere la prova del danno subito dal ricorrente. La sentenza Brusco della CEDU ha infine statuito che tutti i casi pendenti a Strasburgo dal 2001 (sui quali non sia ancora stato dato un giudizio di ricevibilità da parte della Corte) debbano tornare in Italia per l’appello interno secondo la legge Pinto. La sentenza Brusco è stata criticata per gli alti costi processuali presenti nella procedura interna italiana, ed inesistenti a Strasburgo. L’art. 55 del Dl. 22 giugno 2012 n. 83, contenente “misure urgenti per la crescita del paese” (c.d. decreto sviluppo del governo Monti), ha apportato importanti modifiche alla legge, volte a porre un freno alle richieste di risarcimento. Infatti, la riforma introdotta dal c.d. DL Sviluppo 2012 è stato profondamente mutato il procedimento delineato dalla Legge Pinto per permettere un più agevole ed efficace accesso al giudizio di equa riparazione ed ottenere in tempi più rapidi (che non siano a loro volta “irragionevoli”) il giusto risarcimento.

1) Non è più investita della decisione la Corte d’Appello in composizione collegiale. A decidere sarà un giudice monocratico di Corte d’appello con una procedura modellata su quella del decreto ingiuntivo e quindi, senza inutili appesantimenti procedurali (a titolo di esempio basti pensare che per la fissazione dell’udienza, specie avanti le Corti di appello più oberate, occorrono mesi o anni di attesa).

2) Viene fissato un preciso tetto oltre il quale la lunghezza del processo diventa “irragionevole” facendo così sorgere il diritto all’equa riparazione. Il processo non è svolto in termini ragionevoli quando supera i sei anni (tre anni in primo grado, due in secondo e uno nel giudizio di legittimità).

3) Sono stati puntualmente fissati gli importi per gli indennizzi commisurati in 1.500 euro per ogni anno o frazione di anno superiore a sei mesi che eccedente rispetto al termine di ragionevole durata.

4) In ogni caso la domanda può essere proposta a pena di decadenza entro sei mesi dalla sentenza definitiva che definisce il giudizio durato oltre il termine “ragionevole”.

La Legge, 28/12/2015 n° 208, G.U. 30/12/2015, detta “Legge di Stabilità 2016”, introduce rilevanti modifiche alla cosiddetta Legge Pinto (L. n° 89 del 2001) regolamentando alcuni aspetti ma, fondamentalmente, riducendo ancor di più la possibilità di ottenere l’indennizzo e riducendo, altresì, la quantificazione dell’indennizzo stesso. Contenimento degli effetti della Legge Pinto pare essere il leit motiv che, a partire dal corposo intervento sull’articolato operato dal Governo Monti, contraddistingue ogni intervento sulla materia.

SCHEMA ESEMPLIFICATIVO.

IL DANNO

Danno da lungaggine del processo per la Cedu: patrimoniale o non patrimoniale.

Danno da lungaggine del processo per lo Stato Italiano: Forfettario. Prima, da 500 euro a 1500 euro, dopo, da 400 euro a 800 euro.

IL DIRITTO

Diritto al risarcimento per la CEDU: è incluso nel fatto stesso (onere della prova a carico dello Stato, an e quantum) senza valutazione ed interpretazione.

Diritto al risarcimento per lo Stato Italiano: ai ricorrenti tocca la dimostrazione dell’aver subito un danno (onere della prova a carico dei ricorrenti, an e quantum) e valutazione data dai magistrati responsabili essi stessi del danno. Il giudice infatti, nell’accertare l’entità della violazione valuta: la complessità del caso, l’oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice collega durante il procedimento, nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione.

DURATA

Durata ragionevole del processo per la Cedu: ragionevole inteso in senso oggettivo europeo.

Durata ragionevole del processo per lo Stato Italiano: 3 anni per il primo grado; due anni per il secondo grado; un anno per il terzo grado. Precisando che il processo si considera iniziato, nell’ambito dei procedimenti civili, con il deposito del ricorso o con la notifica dell’atto di citazione; penali, con l’assunzione della qualità di imputato e non di indagato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero, quando l’indagato ha legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari.

ITER

Iter risarcitorio per la Cedu: procedimento amministrativo semplificato, veloce e gratuito.

Iter risarcitorio per lo Stato Italiano: procedimento giudiziario di competenza dell’ordine professionale foriero del danno attivato. Prima presso la Corte di Appello competente ex art. 11 c.p.p., poi, presso la Corte di Appello foriera del danno in composizione monocratica ed inaudita altera parte. Le nuove norme assicurano senz’altro una più equilibrata ed efficiente distribuzione dei carichi di lavoro (condizione indispensabile per evitare il moltiplicarsi di procedimenti c.d. “Pinto bis”o, perfino, “Pinto ter”!), ma determinano anche un grave vulnus ai principi costituzionali di terzietà ed imparzialità della magistratura, che, per accrescere la fiducia dei consociati nel sistema giustizia, richiedono di essere perseguiti e realizzati anche semplicemente sul piano dell’apparenza.

ATTIVAZIONE

Attivazione dell’iter per la Cedu: semplice domanda.

Attivazione per lo Stato Italiano: Prima semplice ricorso giudiziario, dopo una domanda modellata sulla forma del ricorso per ingiunzione di pagamento.

GRAVOSITA’ DELL’ONERE DELLA PROVA

Onere della prova per la Cedu: Fascicolo acquisito d’ufficio.

Onere della prova per lo Stato Italiano: copie fascicolo conformi all’originale con oneri di bollo e diritti.

DIFFICOLTA’ ARTEFATTE

Intoppi ed ostacoli per la Cedu: nessuno.

Intoppi ed ostacoli per lo Stato Italiano: La novità più rilevante consiste nella introduzione del concetto di “rimedio preventivo”; la parte deve dimostrare fattivamente di avere intrapreso le strade più brevi per l’ottenimento della sentenza, attraverso istanze di accelerazione, (insomma, solo se ha chiesto al giudice di accelerare in ogni modo la causa, come se fosse colpa sua e non del sistema che scricchiola), istanze di prelievo, riunione delle cause, utilizzo di riti sommari, trattazione orale ex art. 281-sexies, ecc. Gli esperti sostengono che sul versante civile questa clausola potrebbe portare ad una situazione drammatica: la rinuncia al rito ordinario e la decisione allo stato degli atti, questa la dizione tecnica, col rischio di perdere la causa. Fondamentale la regola introdotta dal prima comma dell’art. 2 secondo la quale “È inammissibile la domanda di equa riparazione proposta dal soggetto che non ha esperito i rimedi preventivi all’irragionevole durata del processo di cui all’articolo 1-ter”.

TERMINE DELLA DOMANDA

Termine della domanda per la Cedu: ragionevole.

Termine della domanda per lo Stato Italiano: In ogni caso la domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro sei mesi dalla sentenza definitiva che definisce il giudizio durato oltre il termine “ragionevole”.

PAGAMENTO

Pagamento per la Cedu: immediato e semplice.

Pagamento per lo Stato Italiano: gli indennizzi potranno essere erogati entro il limite delle risorse disponibili di un apposito capitolo del ministero della Giustizia. Per fortuna sarà possibile un‘anticipazione di tesoreria, ma solo nel caso venga attivata l’esecuzione forzata. In quel caso sarà Banca d’Italia a provvedere registrando il pagamento in “conto sospeso” in attesa che il ministero regolarizzi la partita contabile non appena abbia le risorse per farlo. Con l’introduzione del nuovo art. 5-sexies viene completamente regolamentata a nuovo la fase del pagamento. Vi è ora la necessità di formulare ripetutamente una istanza che potremo chiamare di precisazione del credito con la quale si ricorda allo Stato che non ha ancora pagato.

TERMINI DEL PAGAMENTO

Termini ragionevoli di adempimento per la Cedu: due anni.

Termini ragionevoli di adempimento per lo Stato Italiano (Pinto su Pinto): prima 4 mesi, dopo, 6 anni ordinari, dopo le pronunzie giurisprudenziali, 2 anni e tre anni. 2 anni. La Corte di Cassazione, sesta sezione civile, con sentenza n. 8283/2012, è intervenuta, limitando a due anni la durata massima, fra appello e Cassazione, entro cui deve concludersi il processo ex lege Pinto, istaurato al fine di ottenere l’equo ristoro per i danni subiti da un “processo lumaca”. Superato tale limite la vittima ha diritto a ottenere un secondo e differente ristoro. Infine 2 anni, primo grado, 1 anno, legittimità. I giudizi risarcitori per irragionevole durata del processo devono essere molto più che “di ragionevole durata”. E’ quanto si ricava dalla sentenza n. 36 del 19 febbraio 2016, con la quale la Corte Costituzionale si è pronunciata in merito alla cd. “legge Pinto” (legge n. 89/2001). Tuttavia, con impeto chiaramente burocratico, teso a creare un percorso ad ostacoli, si prescrive che “nel caso di mancata, incompleta o irregolare trasmissione della dichiarazione o della documentazione di cui ai commi precedenti, l’ordine di pagamento non può essere emesso”. L’amministrazione provvede al pagamento nel termine di sei mesi. In questo periodo “… i creditori non possono procedere all’esecuzione forzata, alla notifica dell’atto di precetto, né proporre ricorso per l’ottemperanza del provvedimento”.

SANZIONI

Sanzioni per la Cedu: nessuna, se non la pronuncia di rigetto della domanda.

Sanzioni per lo Stato Italiano: qualora infatti la domanda sia, agli occhi del giudicante, inammissibile o manifestamente infondata, il ricorrente potrà essere condannato al pagamento di una somma non inferiore a 1000 euro e non superiore a 10.000 euro in favore della Cassa delle Ammende! Tutto “merito” del legislatore italiano, che – con un decreto legge! – è riuscito a trasformare un diritto tutelato dalla Corte europea dei Diritti dell’uomo in un nuovo eventuale introito per le Casse dello Stato!!

 

L'Istituto dell'Insabbiamento.

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.
In Italia, spesso, ottenere giustizia è una chimera. In campo penale, per esempio, vige un istituto non previsto da alcuna norma, ma, di fatto, è una vera consuetudine. In contrapposizione al Giudizio Perenne c’è l’Insabbiamento.
Rispetto al concorso esterno all’associazione mafiosa, un reato penale di stampo togato e non parlamentare, da affibbiare alla bisogna, si contrappone una norma non scritta in procedura penale: l’insabbiamento dei reati sconvenienti.
A chi è privo di alcuna conoscenza di diritto, oltre che fattuale, spieghiamo bene come si forma l’insabbiamento e quanti gradi di giudizio ci sono in un sistema che a livello scolastico lo si divide con i fantomatici tre gradi di giudizio.
Partiamo col dire che l’insabbiamento è applicato su un fatto storico corrispondente ad un accadimento che il codice penale considera reato.
Per il sistema non è importante la punizione del reato. E’ essenziale salvaguardare, non tanto la vittima, ma lo stesso soggetto amico, autore del reato.
A fatto avvenuto la vittima incorre in svariate circostanze che qui si elencano e che danno modo a più individui di intervenire sull’esito finale della decisione iniziale.
La vittima, che ha un interesse proprio leso, ha una crisi di coscienza, consapevole che la sua querela-denuncia può recare nocumento al responsabile, o a se stessa: per ritorsione o per l’inefficienza del sistema, con le sue lungaggini ed anomalie. Ciò le impedisce di proseguire. Se si tratta di reato perseguibile d’ufficio, quindi attinente l’interesse pubblico, quasi sempre il pubblico ufficiale omette di presentare denuncia o referto, commettendo egli stesso un reato.
Quando la denuncia o la querela la si vuol presentare, scatta il disincentivo della polizia giudiziaria.
Ti mandano da un avvocato, che si deve pagare, o ti chiedono di ritornare in un secondo tempo. Se poi chiedi l’intervento urgente delle forze dell’ordine con il numero verde, ti diranno che non è loro competenza, ovvero che non ci sono macchine, ovvero di attendere in linea, ovvero di aspettare che qualcuno arriverà………
Quando in caserma si redige l’atto, con motu proprio o tramite avvocato, scatta il consiglio del redigente di cercare di trovare un accordo e poi eventualmente tornare per la conferma.
Quando l’atto introduttivo al procedimento penale viene sottoscritto, spesso l’atto stanzia in caserma per giorni o mesi, se addirittura non viene smarrito o dimenticato…
Quando e se l’atto viene inviato alla procura presso il Tribunale, è un fascicolo come tanti altri depositato su un tavolo in attesa di essere valutato. Se e quando….. Se il contenuto è prolisso, non viene letto. Esso, molte volte, contiene il nome di un magistrato del foro. Non di rado il nome dello stesso Pubblico Ministero competente sul fascicolo. Il fascicolo è accompagnato, spesso, da una informativa sul denunciante, noto agli uffici per aver presentato una o più denunce. In questo caso, anche se fondate le denunce, le sole presentazioni dipingono l’autore come mitomane o pazzo.
Dopo mesi rimasto a macerare insieme a centinaia di suoi simili, del fascicolo si chiede l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari. Questo senza aver svolto indagini. Se invece vi è il faro mediatico, allora scatta la delega delle indagini e la comunicazione di garanzia alle varie vittime sacrificali. Per giustificare la loro esistenza, gli operatori, di qualcuno, comunque, ne chiedono il rinvio a giudizio, quantunque senza prove a carico.
Tutti i fascicoli presenti sul tavolo del Giudice per l’Udienza Preliminare contengono le richieste del Pubblico Ministero: archiviazione o rinvio a giudizio. Sono tutte accolte, a prescindere. Quelle di archiviazione, poi, sono tutte accolte, senza conseguire calunnia per il denunciante, anche quelle contro i magistrati del foro. Se poi quelle contro i magistrati vengono inviate ai fori competenti a decidere, hanno anche loro la stessa sorte: archiviati!!!
Il primo grado si apre con il tentativo di conciliazione con oneri per l’imputato e l’ammissione di responsabilità, anche quando la denuncia è infondata, altrimenti la condanna è già scritta da parte del giudice, collega del PM, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. La difesa è inadeguata o priva di potere. Ci si tenta con la ricusazione o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.
Il secondo grado si apre con la condanna già scritta, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. Le prove essenziali negate in primo grado, sono rinegate.
In terzo grado vi è la Corte di Cassazione, competente solo sull’applicazione della legge. Spesso le sue sezioni emettono giudizi antitetici. A mettere ordine ci sono le Sezioni Unite. Non di rado le Sezioni Unite emettono giudizi antitetici tra loro. Per dire, la certezza del diritto….
Durante il processo se hai notato anomalie e se hai avuto il coraggio di denunciare gli abusi dei magistrati, ti sei scontrato con una dura realtà. I loro colleghi inquirenti hanno archiviato. Il CSM invece ti ha risposto con una frase standard: “Il CSM ha deliberato l’archiviazione non essendovi provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare, trattandosi di censure ad attività giurisdizionale”.
Quando il processo si crede che sia chiuso, allora scatta l’istanza al Presidente della Repubblica per la Grazia, ovvero l’istanza di revisione perchè vi è stato un errore giudiziario. Petizioni quasi sempre negate.
Alla fine di tutto ciò, nulla è definitivo. Ci si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che spesso rigetta. Alcune volte condanna l’Italia per denegata giustizia, ma solo se sei una persona con una difesa capace. Sai, nella Corte ci sono italiani.
Per i miscredenti vi è un dato, rilevato dal foro di Milano tratto da un articolo di Stefania Prandi del “Il Fatto Quotidiano”. “Per le donne che subiscono violenza spesso non c’è giustizia e la responsabilità è anche della magistratura”. A lanciare l’accusa sono avvocate e operatrici della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano che puntano il dito contro la Procura della Repubblica di Milano, “colpevole” di non prendere sul serio le denunce delle donne maltrattate. Secondo i dati su 1.545 denunce per maltrattamento in famiglia (articolo 572 del Codice penale) presentate da donne nel 2012 a Milano, dal Pubblico ministero sono arrivate 1.032 richieste di archiviazione; di queste 842 sono state accolte dal Giudice per le indagini preliminari. Il che significa che più della metà delle denunce sono cadute nel vuoto. Una tendenza che si conferma costante nel tempo: nel 2011 su 1.470 denunce per maltrattamento ci sono state 1.070 richieste di archiviazione e 958 archiviazioni. Nel 2010 su 1.407 denunce, 542 sono state archiviate.
«La tendenza è di archiviare, spesso de plano, cioè senza svolgere alcun atto di indagine, considerando le denunce manifestazioni di conflittualità familiare – spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi – Una definizione, questa, usata troppe volte in modo acritico, che occulta il fenomeno della violenza familiare e porta alla sottovalutazione della credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. Un atteggiamento grave da parte di una procura e di un tribunale importanti come quelli di Milano». Entrando nel merito della “leggerezza” con cui vengono affrontati i casi di violenza, Garisto ricorda un episodio accaduto di recente: «Dopo una denuncia di violenza anche fisica subita da una donna da parte del marito, il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione de plano qualificandola come espressione di conflittualità familiare e giustificando la violenza fisica come possibile legittima difesa dell’uomo durante un litigio».
Scarsa anche la presa in considerazione delle denunce per il reato di stalking (articolo 612 bis del codice penale). Su 945 denunce fatte nel 2012, per 512 è stata richiesta l’archiviazione e 536 sono state archiviate. Per il reato di stalking quel che impressiona è che le richieste di archiviazione e le archiviazioni sono aumentate, in proporzione, negli anni. In passato, infatti, la situazione era migliore: 360 richieste di archiviazione e 324 archiviazioni su 867 denunce nel 2011, 235 richieste di archiviazione e 202 archiviazioni su 783 denunce nel 2010. Come stupirsi, dunque, che ci sia poca fiducia nella giustizia da parte delle donne? Manuela Ulivi, presidente Cadmi ricorda che soltanto il 30 per cento delle donne che subiscono violenza denuncia. Una percentuale bassa dovuta anche al fatto che molte, in attesa di separazione, non riescono ad andarsene di casa ma sono costrette a rimanere a vivere con il compagno o il marito che le maltrattata. Una scelta forzata dettata spesso dalla presenza dei figli: su 220 situazioni di violenza seguite dal Cadmi nel 2012, il 72 per cento (159) ha registrato la presenza di minori, per un totale di 259 bambini.
Non ci dobbiamo stupire poi se la gente è ammazzata per strada od in casa. Chiediamoci quale fine ha fatto la denuncia presentata dalla vittima. Chiediamoci se chi ha insabbiato non debba essere considerato concorrente nel reato.
Quando la giustizia è male amministrata, la gente non denuncia e quindi meno sono i processi, finanche ingiusti. Nonostante ciò vi è la prescrizione che per i più, spesso innocenti, è una manna dal cielo. In queste circostanze vien da dire: cosa hanno da fare i magistrati tanto da non aver tempo per i processi e comunque perché paghiamo le tasse, se non per mantenerli?

 

Le confessioni estorte dalle procure

I MICHELE MISSSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

Confessione falsa estorta. Quando l’interrogato è costretto a confessare.

Quando la verità su cosa ci circonda ci è suggerita dalla fiction straniera.

Centinaia di migliaia di errori giudiziari, in minima parte riconosciuti. E grazie ad Alberto Matano alcuni dei quali portati alla conoscenza del grande pubblico, con il suo programma “Sono Innocente” su Rai tre.

L’inchiesta del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul delitto di Sarah Scazzi ha scritto un libro, così come ha scritto su tutti i principali delitti andati agli onori delle cronache, specialmente a Taranto. Saggi inseriti in un contesto di malagiustizia dove ci sono inseriti esempi di confessioni estorte e di cui si può parlare senza subire ritorsioni. Uno tra tutti: Giuseppe Gullotta. Questi libri fanno parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” che si compone di decine di opere: saggi periodici di aggiornamento temporale; saggi tematici e saggi territoriali. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. “L’Italia del Trucco, l’Italia che Siamo”. Collana editoriale di decine di saggi autoprodotta da Antonio Giangrande su Amazon, Create Space, Lulu, Google Libri. ecc.

Quasi nessuno sa, ed i media colpevolisti hanno interesse a non farlo sapere, che vi è una vera e propria strategia per chiudere in fretta i casi illuminati dalle telecamere delle tv. Strategia, oggetto di studio americana, ignorata da molti avvocati nostrani e non accessibile alla totalità degli studiosi della materia.

Tecniche di interrogatorio consapevolmente torturanti. Manipolare, distorcere le parole, convincere che la confessione è una liberazione. Spingere un uomo a confessare il falso.

Come estorcere una confessione. HOW TO FORCE A CONFESSION:

Sfinimento psicologico per rendere vulnerabile il soggetto. MENTAL EXHAUSTION. La stanchezza. Molte ore di interrogatorio con la reiterata accusa di colpevolezza.

La promessa di una via d’uscita. THE PROMISE OF ESCAPE. Farlo sentire in trappola quando è stanco, esausto, in disagio, claustrofobia.

Offrire una ricompensa. OFFER A REWARD. Lo stato di disagio psicologico o bisogno fisico (fame, sete, freddo, caldo, andare al bagno) o per salvare una persona amata da un imminente pericolo di coinvolgimento o con la concessione a questa di uno sconto di pena.

Suggerire le parole per la confessione. FORCING LANGUAGE

Studio tratto da Bull. Stagione 1. Episodio 5: Vero o falso? Mandato in onda da Rai 2 Domenica 5 marzo 2017 ore 21,00.

Bull e la sua squadra prendono le difese del giovane Richard Fleer che ha confessato di avere ucciso la sua ricca fidanzata, messo sotto pressione dall’interrogatorio della Polizia…

 

Fatti di Cronaca, Disfatti di Giustizia

Quello che la gente non capisce……e quello che non si osa dire.

Colloquio con il dr Antonio Giangrande, scrittore e sociologo storico, noto per i suoi saggi d’inchiesta letti in tutto il mondo e per i suoi articoli pubblicati in tutta Italia, ma ignorato dai media generalisti foraggiati dallo Stato.

«Da anni racconto ai posteri ed agli stranieri quello che in Italia non si osa dire. In tema di Giustizia la gente si spella le mani ad osannare quelli che certa politica e certa informazione ha santificato: ossia, i magistrati. Dico questo senza alcun pregiudizio e, anzi, con il rispetto che devo ad amici e magistrati che stimo ed ai quali questa percezione, che non credo sia mio esclusivo patrimonio, non rende il giusto merito. Bene. Io, nei miei testi e nei miei video, parlo di chi, invece da innocente non ha voce. Racconto le loro storie, affinchè in un’altra vita venga reso a loro quella giustizia che in questa realtà gli è negata. Un indennizzo o un risarcimento per quello che gli è stato tolto e mai più gli può essere reso. La dignità ed ogni diritto. Specialmente se poi le pene sono scontate nei canili umani. Cosa orrenda se io aborro questa crudeltà e perciò, addirittura, non ho il mio cane legato alle catene. Ogni città ha le sue storie di ingiustizie da raccontare che nessuno racconta. La mia missione è farle conoscere, pur essendo irriconoscenti le vittime. Parlo di loro, vittime d’ingiustizia, ma parlo anche delle vittime del reato. Parlo soprattutto dell’ambiente sociale ed istituzionale che tali vicende trattano. Vita morte e miracoli di chi ha il potere o l’indole di sbagliare e che, con i media omertosi, invece rimane nell’ombra o luccica di luce riflessa ed immeritata. Sul delitto di Sarah Scazzi ad Avetrana, il mio paese, ho raccontato quello che in modo privilegiato ho potuto vedere, ma non è stato raccontato. Ma non solo di quel delitto mi sono occupato. Nel libro su Perugia mi sono occupato del delitto di Meredith Kercher. Per esempio.

FIRENZE. 30 gennaio 2014. Ore 22.00 circa.  Come volevasi dimostrare. Ogni volta che un delitto si basa su indizi aleatori che si sottopongono a contrastanti interpretazioni, i magistrati condannano, pur sussistendo gravi dubbi che lasciano sgomenti l’opinione pubblica. Condannano non al di là del ragionevole dubbio e lo fanno per non recare sgarbo ai colleghi dell’accusa. I sensitivi hanno delle sensazioni e li palesano, spesso non creduti. I pubblici ministeri, in assenza di prove, anch’essi hanno delle sensazioni. Solo che loro vengono creduti dai loro colleghi. Sia mai che venga lesa l’aurea di infallibilità di chi, con un concorso all’italiana, da un giorno all’altro diventa un dio in terra. Osannato dagli italici coglioni, che pur invischiati nelle reti dell’ingiustizia, nulla fanno per ribellarsi.

«Grazie a quei giudici coscienziosi e privi di animosità politica che spero sempre di trovare – ha detto Silvio Berlusconi riferendosi ai suoi guai giudiziari – gli italiani potranno comprendere appieno la vera e propria barbarie giudiziaria in cui l’Italia è precipitata. Una degenerazione dei principali capisaldi del diritto – ha, infine, concluso – che ha riservato a me e alle persone che mi stimano e mi vogliono bene un’umiliazione e, soprattutto, un dolore difficilmente immaginabili da parte di chi non vive l’incubo di accuse tanto ingiuste quanto infondate».

Se lo dice lui che è stato Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana?

Silvio Berlusconi: «Venti anni di guerra contro di me. In Italia giustizia ingiusta per tutti».

Raffaele Sollecito: «Io sono innocente. Come mi sento? Vorrei che gli altri si mettessero al mio posto. E’ così…».

Sabrina Misseri: «Io non c’entro niente, sono innocente».

Alberto Stasi: «Io sono innocente».

Queste sono solo alcune delle migliaia di testimonianze riportate nei miei saggi. Gente innocente condannata. Gente innocente rinchiusa in carcere. Gente innocente rinchiusa in carcere addirittura in attesa di un giudizio che arriverà con i tempi italici e rilasciato da magistrati che intanto si godono le loro ferie trimestrali.

Questo può bastare a dimostrare la mia cognizione di causa?

Quale altro ruolo istituzionale prevede l’impunità di fatto per ogni atto compiuto nell’esercizio del proprio magistero? Quale altro organo dello Stato è il giudice di se stesso?

Di questa sorte meschina capitata ai più sfortunati, la maggioranza dei beoti italici se ne rallegra. Il concetto di Schadenfreude potrebbe anche venire parafrasato come “compiacimento malevolo”. Il termine deriva da Schaden (danno) e Freude (gioia). In tedesco il termine ha sempre una connotazione negativa. Esiste una distinzione tra la “schadenfreude segreta” (un sentimento privato) e la “schadenfreude aperta” (Hohn). Un articolo del New York Times del 2002 ha citato una serie di studi scientifici sulla Schadenfreude, che ha definito come “delizia delle disgrazie altrui”.

Ecco perché Antonio Giangrande è orgoglioso di essere diverso.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Noi siamo animali. Siamo diversi dalle altre specie solo perché siamo viziosi e ciò ci aguzza l’ingegno.

Al di là delle questioni soggettive è il sistema giustizia ed i suoi operatori (Ministri, magistrati, avvocati e personale amministrativo) che minano la credibilità di un servizio fondamentale di uno Stato di Diritto.

Noi, miseri umani, prima di parlare o sparlare dei nostri simili, facciamo come dice il nostro amico Raffaele Sollecito: “Vorrei che gli altri si mettessero al mio posto”. Quindi, facciamolo! Solo allora si vedrà che la prospettiva di giudizio cambia e di conseguenza si possono cambiare le cose. Sempre che facciamo in tempo, prima che noi stessi possiamo diventare oggetto di giudizio. Ricordiamoci che quello che capita agli altri può capitare a noi, perché gli altri, spesso, siamo proprio noi. Oggi facciamo ancora in tempo. Basta solo non essere ignavi!»

 

Giustizia carogna.

Errori giudiziari e controversi indennizzi per l’ingiusta detenzione.

Raffaele Sollecito e Giuseppe Gulotta. Quando la giustizia è strabica, permalosa e vendicativa.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto i libri che parlano della malagiustizia e della ingiustizia, in generale, e del delitto di Perugia, in particolare.

Giustizia carogna, scrive Fabrizio Boschi il 31 gennaio 2017 su “Il Giornale”. Nel febbraio 2012 ci provò un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: presentò una proposta di legge per obbligare lo Stato a rifondere le spese legali del cittadino che viene imputato in un processo penale e ne esce assolto con formula piena. Non venne mai nemmeno discussa. Eppure affrontava una delle peggiori ingiustizie italiane.

Raffaele Sollecito, in seguito alla sua definitiva assoluzione, ha deciso di chiedere solo l’indennizzo per ingiusta detenzione, scartando l’idea di chiedere anche il risarcimento danni per responsabilità civile dei magistrati, consigliato dalla magnanimità ed accondiscendenza dei suoi legali verso i magistrati di Perugia.

“Nelle prossime settimane valuteremo eventuali istanze relative all’ingiusta detenzione”. Lo ha detto uno dei legali di Raffaele Sollecito all’Agi il 30 marzo 2015, Giulia Bongiorno, spiegando che eventuali azioni di “risarcimento e responsabilità civile non saranno alimentati da sentimenti di vendetta che non sono presenti nell’animo di Sollecito”. Quanto alla responsabilità civile dei magistrati inquirenti, “quello della responsabilità civile dei magistrati è un istituto serio che non va esercitato con spirito di vendetta – ha aggiunto il legale – e allo stato non ci sono iniziative di questo genere”.

Ciononostante la bontà d’animo di Raffaele Sollecito viene presa a pesci in faccia.

Raffaele Sollecito non deve essere risarcito per i quasi quattro anni di ingiusta detenzione subiti dopo essere stato coinvolto nell’indagine l’omicidio di Meredith Kercher, delitto per il quale è stato definitivamente assolto insieme ad Amanda Knox. A stabilirlo è stata la Corte d’appello di Firenze l’11 febbraio 2017 che ha respinto la richiesta di indennizzo ritenendo che il giovane abbia «concorso a causarla» rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere». Il giovane arrestato assieme ad Amanda Knox e poi assolto per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher, aveva chiesto 516mila euro di indennizzo per i 4 anni dietro le sbarre.

Alla richiesta di risarcimento si erano opposti la procura generale di Firenze e il ministero delle Finanze. Nella richiesta di risarcimento i legali di Sollecito avevano richiamato la motivazione della sentenza della Cassazione nelle pagine in cui venivano criticate le indagini secondo la Suprema Corte mal condotte dagli inquirenti e dalla procura di Perugia. In primo grado, nel 2009, Raffaele Sollecito e l’americana Amanda Knox erano stati condannati dalla Corte d’Assise di Perugia a 25 anni e 26 anni di carcere per omicidio. Nel 2011 vennero poi assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello dal reato di omicidio (alla Knox fu confermata la condanna a tre anni per calunnia). Nel 2013 la Corte di Cassazione annullò poi l’assoluzione e rinviò gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze che condannò (2014) Sollecito a 25 anni e Knox a 28 anni e 6 mesi. Infine, il 27 marzo 2015, il verdetto assolutorio della Cassazione.

Prima dei commenti ci sono i numeri. Sconcertanti, scrive Alessandro Fulloni il 31 12 2016 su “Il Corriere della Sera”. Il dato complessivo lascia senza parole. Il risarcimento complessivo versato alle vittime della «mala-giustizia» ammonta a 630 milioni di euro. Indennizzi previsti dall’istituto della riparazione per ingiusta detenzione, introdotto con il codice di procedura penale del 1988, ma i primi pagamenti – spiegano dal Ministero – sono avvenuti solo nel 1991 e contabilizzati l’anno successivo: in 24 anni, dunque, circa 24 mila persone sono state vittima di errore giudiziario o di ingiusta detenzione. L’errore giudiziario vero e proprio è il caso in cui un presunto colpevole, magari condannato in giudicato, viene finalmente scagionato dalle accuse perché viene identificato il vero autore del reato. Situazioni che sono circa il 10 per cento del totale. Il resto è alla voce di chi in carcere non dovrebbe starci: custodie cautelari oltre i termini, per accuse che magari decadono davanti al Gip o al Riesame. In questo caso sono previsti indennizzi, richiesti «automaticamente» – usiamo questo termine perché la prassi è divenuta inevitabile – dagli avvocati che si accorgono dell’ingiusta detenzione. Il Guardasigilli ha fissato una tabella, per questi risarcimenti: 270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in gattabuia e 135 ai domiciliari. Indennizzi comunque in calo: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47. Mentre nel 2004 furono 56. Ridimensionamento – in linea con una sorta di «spendig review» – che viene dall’orientamento della Cassazione che applica in maniera restrittiva un codicillo per cui se l’imputato ha in qualche modo concorso all’esito della sentenza a lui sfavorevole – poniamo facendo scena muta all’interrogatorio – non viene rimborsato. In termini assoluti e relativi, gli errori giudiziari si concentrano soprattutto a Napoli: 144 casi nel 2015 con 3,7 milioni di euro di indennizzi. A Roma 106 casi (2 milioni). Bari: 105 casi (3,4 milioni). Palermo: 80 casi (2,4 milioni). La situazione pare migliorare al Nord: per Torino e Milano rispettivamente 26 e 52 casi per 500 mila e 995 mila euro di indennizzi. Alla detenzione si accompagna il processo, che può durare anni. Quando l’errore subito viene accertato, la vita ormai è cambiata per sempre. C’è chi riesce a rialzarsi, magari realizzando un obiettivo rimasto per tanto tempo inespresso. E chi resta imbrigliato nell’abbandono dei familiari, nella perdita del lavoro, nella necessità di tirare a campare con la pensione.

Carceri “Negli ultimi 50 anni incarcerati 4 milioni di innocenti”. Decine di innocenti rinchiusi per anni. Errori giudiziari che segnano le vite di migliaia di persone e costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell’Eurispes e dell’Unione delle Camere penali, scrive Romina Rosolia il 29 settembre 2015 su “La Repubblica”. False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona. E’ così che decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse – ingiustamente – dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell’Eurispes e dell’Unione delle Camere penali italiane. Quanto spende l’Italia per gli errori dei giudici? La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con formula piena. Solo nel 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3% dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012, lo Stato ha dovuto spendere 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente detenuti negli ultimi 15 anni. In pole position nel 2014, tra le città con un maggior numero di risarcimenti, c’è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi). Errori in buona fede che però non diminuiscono. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sarebbero 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Sui casi di mala giustizia c’è un osservatorio on line, che dà conto degli errori giudiziari. Mentre sulla pagina del Ministero dell’Economia e delle Finanze si trovano tutte le procedure per la chiesta di indennizzo da ingiusta detenzione. Gli errori più eclatanti. Il caso Tortora è l’emblema degli errori giudiziari italiani. Fino ai condannati per la strage di via D’Amelio: sette uomini ritenuti tra gli autori dell’attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta il 19 luglio 1992. Queste stesse persone sono state liberate dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi in regime di 41 bis. Il 13 febbraio scorso, la Corte d’appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l’omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent’anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com’era andata davvero. Altri casi paradossali. Nel 2005, Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini, venne condannata con l’accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire “un’atomica fatta in casa”. Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l’ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano “risibili” e “ridicole”. Tra gli ultimi casi, la carcerazione e la successiva liberazione, nel caso Yara Gambirasio, del cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l’omicidio della ragazza. Sono fin troppo frequenti i casi in cui si accusa un innocente? Perché la verità viene fuori così tardi? Perché non viene creduto chi è innocente? A volte si ritiene valida – con ostinazione – un’unica pista, oppure la verità viene messa troppe volte in dubbio. Forse, ampliare lo spettro d’indagine potrebbe rilevare e far emergere molto altro.

Ma veniamo al caso “Sollecito”.

I rischi della difesa, scrive Ugo Ruffolo il 12 febbraio 2017 su”Quotidiano.net”. La decisione sembra salomonica: Sollecito, assolto per il rotto della cuffia, viene liberato ma non risarcito per la ingiusta pregressa detenzione. Quattro anni, per i quali chiede 500.000 euro. Sollecito dovrebbe ringraziare il cielo di essere libero e non forzare la mano, per non fare impazzire i colpevolisti. Ma Salomone non abita nei codici. I quali sarebbero un sistema binario. O tutto, o niente. Se sei assolto, non importa come, la ingiusta detenzione ti deve essere risarcita. C’è però l’articolo 314 del c.p.c., il quale prevede una sorta di concorso di colpa del danneggiato, che neutralizzerebbe la sua pretesa al risarcimento. Come dire: se sei assolto, ma per difenderti hai mentito o ti sei contraddetto, allora sei tu ad aver depistato polizia e giudici, o ad aver complicato il loro lavoro. Se ti hanno prima condannato e poi assolto, e dunque se hai fatto quattro anni di carcere ingiustamente, la colpa è anche tua; e questo ti impedirebbe di chiedere il risarcimento (come dire: un po’ te la sei voluta). Sembrerebbe giusto, almeno in linea di principio. Ma sorge il problema che, assolto in penale l’imputato, in sede civile viene processata la sua linea difensiva, ai fini di accordargli o meno risarcimento da ingiusta detenzione. In altri termini ciascuno è libero di difendersi come crede, anche depistando o mentendo (potrebbe essere talora funzionale alla difesa nel caso concreto). Ma chi sceglie questa linea si espone al rischio di vedersi poi rifiutato il risarcimento. È quanto obbietta a Sollecito l’ordinanza della Corte d’Appello, ricostruendo quella storia processuale come costellata di depistaggi, imprecisioni, contraddizioni e menzogne. Che talora Sollecito aveva ammesso, giustificandosi con l’essere stato, al tempo, “confuso”. I suoi avvocati annunciano ricorso in Cassazione, per contestare come erronea quella ricostruzione processuale. Dovrebbero avere, credo, scarsa possibilità di vittoria. Salomone, così, rientrerebbe dalla finestra ed i colpevolisti eviterebbero di impazzire. Ma quel che turba, è un processo che si riavvolta su se stesso, cannibalizzandosi: processo del processo del processo (e anche, processo nel processo nel processo). Come riflesso fra due specchi all’infinito.

Sollecito, no ai risarcimenti. Non è abbastanza innocente. La Corte d’appello di Firenze nega 500mila euro per 4 anni di cella: «Troppi silenzi e menzogne», scrive Annalisa Chirico, Domenica 12/02/2017, su “Il Giornale”. Per la giustizia italiana puoi essere innocente e, a un tempo, colpevole. La Corte d’appello di Firenze ha rigettato la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito. Il dispositivo, pubblicato dal sito web finoaprovacontraria.it, s’inserisce nel solco della cosiddetta giurisprudenza sul concorso di colpa. In sostanza, il cittadino che, ancorché assolto, abbia contribuito con dolo o colpa grave a indurre in errore inquirenti e magistrati, vede ridimensionato il proprio diritto a ottenere un risarcimento per la detenzione ingiustamente inflitta. Nel caso di Sollecito, quattro anni di carcere e un’assoluzione definitiva, questo diritto si annulla, si polverizza, nessun risarcimento, non un euro, niente. Per i giudici della terza sezione penale, «le dichiarazioni contraddittorie o false e i successivi mancati chiarimenti» da parte del giovane laureatosi ingegnere dietro le sbarre avrebbero contribuito all’applicazione e al mantenimento della misura cautelare. Ma quali sarebbero le dichiarazioni «menzognere»? «Io non mi sono mai sottratto agli interrogatori – commenta al Giornale il protagonista, suo malgrado, dell’ennesimo colpo di scena in un’odissea giudiziaria durata quasi dieci anni Ho letto la decisione, sono sbigottito. Avverto l’eco della sentenza di condanna, forse sono affezionati agli errori giudiziari». Sollecito è scosso, non se l’aspettava. «Credevo di aver vissuto le pagine più nere della giustizia italiana. Devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata». Nelle ore successive al ritrovamento del cadavere di Meredith Kercher, la studentessa inglese barbaramente uccisa nell’appartamento di via della Pergola nel 2007, Sollecito risponde alle domande di chi indaga, cerca di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti suoi e di Amanda, la ragazza americana che frequenta da una settimana, prova a fissare gli orari di ingresso e uscita dal suo appartamento perugino, se Amanda si sia mai assentata nel corso della notte, se il padre gli abbia telefonato dalla Puglia verso l’ora di cena o prima di andare a dormire, Raffaele non si sottrae ma fatica a ricordare con esattezza, si contraddice, giustifica l’imprecisione ammettendo di aver fumato qualche canna come fanno gli universitari di mezzo mondo, nel corso dell’interrogatorio di garanzia dinanzi al gip dichiara: «Ho detto delle cazzate perché io ero agitato, ero spaventato e avevo paura. Posso dire che io non ricordo esattamente quando Amanda è uscita, se è uscita non ricordo». Ma c’è di più. Nell’ordinanza di 12 pagine, si legge che il silenzio mantenuto dall’indagato dopo l’interrogatorio di garanzia Sollecito fu tenuto per sei mesi in isolamento avrebbe contribuito a indurre in errore i giudici. In altre parole, l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di un’innocenza a metà: Sollecito è ancora sotto processo. Per spazzare via ogni dubbio, si afferma che la stessa sentenza di assoluzione emessa dalla Cassazione avrebbe rinvenuto «un elemento di forte sospetto a carico del Sollecito» a causa delle dichiarazioni contraddittorie. Non vi è traccia invece delle censure espresse dai supremi giudici sull’operato dei pm: «clamorose défaillance o amnesie investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine», scrivono gli ermellini. Per l’omicidio della Kercher un cittadino ivoriano sconta una condanna definitiva a sedici anni di carcere. Ormai la cultura del sospetto ha inghiottito quella del diritto, è la stessa che fa dire candidamente al presidente dell’Anm Davigo che pure gli innocenti sono colpevoli.

Innocenti di serie B, scrive Claudio Romiti il 14 febbraio 2017 su “L’Opinione. Destando un certo scalpore, soprattutto tra quei cittadini avvertiti che credono in una visione garantista della giustizia, la Corte d’Appello di Firenze ha negato qualunque risarcimento a Raffaele Sollecito per l’ingiusta detenzione. Quattro interminabili anni passati dietro le sbarre che, per una persona vittima di una ricostruzione dei fatti a dir poco surreale, devono essere sembrati un inferno. Così come un inferno, che in alcuni aspetti continua a sussistere per il giovane ingegnere informatico pugliese, è stato il lunghissimo iter processuale, fortemente inquinato da un forte pregiudizio mediatico che ancora oggi fa sentire i suoi effetti presso una parte dell’opinione pubblica disposta a bersi qualunque pozione colpevolista. In estrema sintesi i giudici di Firenze hanno stabilito, bontà loro, che il comportamento iniziale del Sollecito, considerato eccessivamente ambiguo e, in alcuni casi, menzognero, avrebbe indotto gli inquirenti perugini in errore, convincendo questi ultimi – aggiungo io – a mettere in piedi un castello di accuse fondato sul nulla, visto che nella stanza del delitto non furono ritrovate tracce dei due fidanzatini dell’epoca, contrariamente alle decine e decine di evidenze schiaccianti a carico di Rudy Guede. Quest’ultimo, considerato ancora oggi da molti analfabeti funzionali di questo disgraziato Paese solo un capro espiatorio dell’atroce delitto di Perugia, vittima dei soliti poteri forti capitanati dalla Cia, fino a coinvolgere la longa manus di Donald Trump, il quale in passato si era interessato del caso.

Sta di fatto che Raffaele Sollecito, pur essendo scampato ad uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana, viene considerato oggi, negandogli alcun risarcimento, un innocente dimezzato. Un mezzo colpevole che avrebbe cagionato le sue disgrazie per non aver fornito in modo chiaro le ragioni della sua innocenza. Tant’è che persino il silenzio mantenuto dall’imputato dopo l’interrogatorio di garanzia, come sottolinea Annalisa Chirico sul “Il Giornale”, avrebbe indotto i giudici nell’errore. “In altre parole – commenta la stessa Chirico – l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di una innocenza a metà”. E se la decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti viene valutata in questo modo, ciò significa che nelle nostre aule giudiziarie ancora aleggia quell’idea molto medievale dell’inversione della prova. In un evoluto sistema giudiziario, al contrario, spetta sempre all’accusa dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di qualunque imputato. E se questo non accade, proprio perché siamo tutti innocenti fino a prova contraria, le conseguenze fisiche, morali e finanziarie di una accusa caduta nel nulla non possono ricadere sulla testa di chi l’ha pesantemente subìta. Da questo punto di vista, dopo l’annuncio del ricorso in Cassazione presentato dall’avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, dobbiamo sempre sperare, al pari del mugnaio di Potsdam, che ci sia sempre un giudice a Berlino.

Ma quale è il comportamento contestato a Raffaele Sollecito?

Si legge il 11 Febbraio 2017 su “Il Tempo”. “Credevo di aver vissuto le pagine più nere della Giustizia Italiana, ma nonostante la Cassazione mi ha dichiarato innocente, devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata. Ripeto, la Cassazione aveva sottolineato l’esistenza di gravissime omissioni in questo processo e di defaillance investigative”. Così Sollecito – assolto dall’accusa di aver partecipato all’omicidio di Meredith Kercher – commenta sul suo profilo Facebook. “Riprendono in toto la sentenza di condanna di Firenze, piena di errori fattuali ingiustificabili – scrive ancora Sollecito – Adesso questi giudici non tengono minimamente conto di sentenze in cui è acclarato il clima di violenza durante gli interrogatori. Non mi sono mai sottratto ad un interrogatorio e dire che non mi hanno ascoltato è soltanto una scusa, visto che ho fatto mille dichiarazioni spontanee”. Per l’avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, la decisione della Corte d’appello di Firenze «si caratterizza per una serie consistente di errori. Basterebbe pensare che esclude il diritto al risarcimento sulla base delle dichiarazioni che avrebbe reso Sollecito e dimentica che esistono delle sentenze in cui è stato attestato che addirittura, nell’ambito della questura, furono fatte pressioni e violenze alla Knox e Sollecito proprio nel momento in cui rendevano queste dichiarazioni». «Non c’è un solo cenno sulla situazione in questura – aggiunge il legale – Inoltre, l’ordinanza dimentica che le dichiarazioni non possono in nessun modo aver inciso sull’ingiusta detenzione perché non sono state citate come decisive nei provvedimenti restrittivi in cui si faceva invece riferimento ad altri elementi. Infine, in sede di dibattimentale, Sollecito non ha reso alcun esame quindi non si vede come le sue dichiarazioni possano aver causato il diniego di libertà in quella fase. È una sentenza – conclude il legale – che verrà immediatamente impugnata in Cassazione».

Insomma, la Corte di Appello di Firenze, volutamente e corporativamente non ha tenuto conto del clima di violenza e coercizione psicologica che sollecito ha subito nelle fasi in cui gli si contesta un atteggiamento omissivo e non collaborativo.

In ogni modo. Se a Firenze a Sollecito si contesta un comportamento in cui abbia «concorso a causarla» (l’illegittima detenzione), rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere», come se non fosse nel suo sacrosanto diritto di difesa farlo, ancor più motivato, plausibile e condivisibile sarebbe stato il diniego alla richiesta dell’indennizzo di fronte ad una vera e propria confessione.

Invece si dimostra che in Italia chi esercita impropriamente un potere, pur essendo solo un Ordine Giudiziario, ha sempre l’ultima parola per rivalersi da fallimenti pregressi.

Giuseppe Gulotta, risarcito con 6,5 milioni di euro dopo 22 anni in carcere da innocente. Il muratore di Certaldo (Firenze) è stato condannato nel 1976 per duplice omicidio e assolto nel 2012. La Corte d’appello di Reggio Calabria ha riconosciuto l’indennizzo. L’avvocato aveva chiesto 56 milioni di euro, scrive “Il Fatto Quotidiano” il 14 aprile 2016. Sei milioni e mezzo di euro di risarcimento per aver trascorso 22 anni in carcere da innocente. La corte d’appello di Reggio Calabria ha stabilito l’indennizzo per Giuseppe Gulotta, il muratore di Certaldo (Firenze) accusato di aver ucciso due carabinieri e poi assolto nel 2012. La richiesta di Gulotta, attraverso il legale Pardo Cellini, ammontava a 56 milioni di euro. “Stiamo valutando un ricorso in Cassazione”, ha spiegato l’avvocato. “Se da un lato siamo soddisfatti perché con la decisione dei giudici di Reggio Calabria finisce questo lungo percorso, dall’altro non ci soddisfa che sia stato riconosciuto un indennizzo e non un risarcimento”. “Per trentasei anni sono stato un assassino”, aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta, “dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere”. Nel 1976, a 18 anni, Gulotta fu condannato per il duplice omicidio di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, avvenuto nella caserma Alkmar di Alcamo Marina, in provincia di Trapani.

In carcere in Toscana da innocente, crea una fondazione per le vittime degli errori giudiziari. Giuseppe Gulotta fu condannato per l’omicidio di due carabinieri. Dopo 40 anni ha ricevuto i 6,5 milioni di indennizzo dallo Stato, scrive Franca Selvatici il 17 gennaio 2017 su “La Repubblica”. È arrivato finalmente l’indennizzo dello Stato per Giuseppe Gulotta e per la sua vita devastata da un tragico errore giudiziario. In tutto 6 milioni e mezzo di euro, che dopo anni di carcere, di disperazione e di difficoltà economiche permetteranno all’ex ergastolano, accusato ingiustamente dell’atroce esecuzione di due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, trucidati il 26 gennaio 1976 nella piccola caserma di Alcamo Marina, di assicurare un po’ di agiatezza alla moglie Michela e ai figli e di aiutare chi, come lui, è finito in carcere innocente. Giuseppe Gulotta, nato il 7 agosto 1957, aveva poco più di 18 anni quando finì nel “tritacarne di Stato”. Chiamato in causa con altri da un giovane che, dopo essere stato trovato in possesso di armi, fu torturato, costretto a ingoiare acqua, sale e olio di ricino e a subire scosse elettriche ai testicoli, anche lui fu incatenato, circondato da “un branco di lupi”, picchiato, insultato, umiliato e torturato, finché – come ha raccontato nel libro Alkamar scritto con Nicola Biondo e pubblicato da Chiarelette – “sporco di sangue, lacrime, bava e pipì” – non ha firmato una confessione che, seppure ritrattata il giorno successivo, gli ha distrutto la vita. Il 13 febbraio 1976 fu arrestato e dopo ben nove processi il 19 settembre 1990 fu condannato definitivamente all’ergastolo. Scarcerato nel 1978 per decorrenza dei termini della custodia cautelare, era stato allontanato dalla Sicilia. I genitori lo mandarono in Toscana, a Certaldo, e qui – fra un processo e l’altro – Giuseppe ha conosciuto Michela, sua moglie, che gli ha dato la forza di resistere nei 15 anni trascorsi in carcere. Nel 2005 ha ottenuto la semilibertà. Sarebbe comunque rimasto un “mostro” assassino se nel 2007 un ex carabiniere non avesse deciso di raccontare le torture a cui aveva assistito. Da allora Giuseppe – assistito dagli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini – ha intrapreso l’impervio percorso della revisione del processo. Il 13 febbraio 2016 – esattamente 40 anni dopo il suo arresto – è stato riconosciuto innocente e assolto con formula piena dalla corte di appello di Reggio Calabria. Quattro anni più tardi, il 12 aprile 2016, dopo altre estenuanti battaglie gli è stato definitivamente riconosciuto l’indennizzo di 6 milioni e mezzo a titolo di riparazione dell’errore giudiziario. Anche gli altri tre giovani condannati come lui sono usciti assolti dal processo di revisione, incluso Giovanni Mandalà, morto in carcere disperato nel 1998. Per i suoi familiari lo Stato si appresta a versare un indennizzo record, il più alto mai riconosciuto in Italia: 6 milioni e 600 mila euro.

Ecco come la giustizia in Italia sia strabica. A Firenze il silenzio vale il diniego all’indennizzo; a Reggio Calabria una confessione di colpevolezza vale una elargizione del medesimo.

 

Editoriale. Parliamo un po’ della Giustizia italiana. La Giustizia dei paradossi.

Le maldicenze dicono che gli italiani sono un popolo di corrotti e corruttori e, tuttavia, scelgono di essere giustizialisti e di stare dalla parte dei Magistrati.

L’Opinione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Sui media la Giustizia ha sempre un posto in primo piano nella loro personale scaletta, ma non sempre sono sinceri.

Parliamo del premier Matteo Renzi che, in occasione del 25 aprile 2016, celebra la “liberazione” dai pm con una lunga intervista a Repubblica. Il nocciolo del suo pensiero è tutto raccolto in poche frasi: “I politici che rubano fanno schifo. E vanno trovati, giudicati e condannati. Dire che tutti sono colpevoli significa dire che nessuno è colpevole. Esattamente l’opposto di ciò che serve all’Italia. Voglio nomi e cognomi dei colpevoli. Una politica forte non ha paura di una magistratura forte. È finito il tempo della subalternità. Il politico onesto rispetta il magistrato e aspetta la sentenza. Tutto il resto è noia, avrebbe detto Califano. Adesso la priorità è che si velocizzino i tempi della giustizia”.

Poi, invece, si legge che sono stati denunciati i pm del caso Renzi: “Omesse indagini sulle spese pazze”. Depositata l’accusa contro i pm che hanno archiviato il caso delle spese di Renzi: “Non hanno voluto indagare”, scrive Giuseppe De Lorenzo, Martedì 05/01/2016, su “Il Giornale”.

Parliamo del Ministro della Giustizia Andrea Orlando che parla, tra le altre cose, di riforma della Prescrizione. Andrea Orlando. Primo guardasigilli non laureato che nel 2010 gli è stata ritirata patente per guida in stato di ebbrezza, scrive Federico Altea su “Elzeviro” il 27 febbraio 2014. Quaranticinquenne, non ha mai toccato la giustizia in incarichi pubblici, ma è stato nominato responsabile in materia in seno alla direzione del partito di cui fa parte, nominato da Bersani di cui è fedele compagno nella corrente nei Giovani turchi. In un’intervista al Foglio si disse favorevole al carcere duro. Non è di un politico “esperto” né di un tecnico intrallazzato che il dicastero della giustizia ha bisogno, ma di un giurista serio che conosca e riformi completamente il sistema penale e civile e restringa il più possibile la facoltà dei giudici di interpretare a loro piacimento il sistema giuridico. Una persona che abbia le competenze per riformare il sistema penitenziario. Andrea Orlando, sempre parlando di competenze in ambito di Giustizia o giuridiche in senso lato, non solo non ha la laurea in giurisprudenza, ma non ha ottenuto un diploma di laurea di alcun genere. Nella storia della Repubblica italiana è la prima volta che il Ministero della Giustizia viene affidato ad un non laureato. Tutti i trentatré predecessori di Orlando, infatti, erano laureati e ben ventisette guardasigilli erano laureati giurisprudenza. Da questo c’è da desumere che possa pendere dalle labbra degli esperti e tecnici interessati.

Parliamo delle toghe. Diceva Piero Calamandrei: “L’avvocato farà bene, se gli sta a cuore la sua causa, a non darsi l’aria di insegnare ai giudici quel diritto, di cui la buona creanza impone di considerarli maestri”. “I magistrati – diceva ancora Calamandrei – sono come i maiali. Se ne tocchi, uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione”. Il giudice rappresenta il funzionario dello Stato, vincitore di concorso all’italiana, cui è attribuito impropriamente il Potere dello iuris dicere. Ossia di porre la parola fine ad una controversia, di attribuire ad uno dei contendenti il bene della vita conteso nel processo giurisdizionale, di iniziare e/o far finire i giorni della vita di un cittadino in una struttura penitenziaria. Il giudice è per sé stesso “un’Autorità”: ossia un Pubblico Ufficiale. L’avvocato, invece, non lo è. La considerazione è così banale, tanto è ovvia. L’avvocato è solo un esercente un servizio di pubblica necessità, divenuto tale in virtù di un criticato esame di abilitazione.

Il processo non può essere mai giusto, come definito in Costituzione, se nulla si può fare contro un magistrato ingiusto giudicato e giustificato dai colleghi, ovvero se in udienza penale l’avvocato si scontra contro le tesi dell’inquirente/requirente collega del giudicante.

La magistratura in Italia: ordine o potere? Secondo la classica tripartizione operata dal Montesquieu, i poteri dello Stato si suddividono in Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante al Governo e Potere giudiziario spettante alla Magistratura. Questo al tempo della rivoluzione francese. Poi il diritto, per fortuna, si è evoluto. In Italia la Magistratura non può in nessun caso esercitare un potere dello Stato (Potere, nel vero senso della parola), infatti per poter parlare tecnicamente di Potere, e quindi di imperium, è necessario che esso derivi dal popolo o, come accadeva nei secoli passati, da Dio. Nelle moderne democrazie occidentali il concetto di potere è strettamente legato a quello di imperium proveniente dalla volontà popolare, quindi è del tutto pacifico affermare che gli unici organi – seppur con tutte le loro derivazioni – ad essere legittimati ad esercitare un Potere sono soltanto il Parlamento (potere legislativo) ed il Governo (potere esecutivo). In effetti l’art. 1 della Costituzione, nei principi fondamentali, recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Per rendere chiaro il concetto è sufficiente comprendere che nel momento in cui il Parlamento ed il Governo esercitano i propri poteri, lo fanno “in nome” e “per conto” del popolo da cui ne deriva l’investitura, quindi la Magistratura non può essere in alcun modo considerata un potere – in senso stretto – dello Stato; essa è solo un Ordine legittimato ad esercitare – “in nome” del popolo e non anche per conto di questo – la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e, soprattutto, nel fedele rispetto della legge approvata dai soli organi deputati ad adottarla, quindi dal Parlamento e dal Governo, seppur quest’ultimo nei soli casi tassativamente previsti dalla Carta costituzionale. A dimostrazione di quanto premesso, la nostra Costituzione – della quale i giudici si dichiarano spesso i soli difensori – parla, non a caso, di Ordine Giudiziario e non di Potere. Difatti il Titolo Quarto della Carta costituzionale riporta scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale”, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost.: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Di questo, però, la sinistra politica non se ne capacita, continuando ad usare il termine Potere riferito alla magistratura, smentendo i loro stessi padri costituenti. Se fino alla fine degli anni Ottanta, quando vi erano veri politici a rappresentare il popolo, questo tipo di discussione non era neppure immaginabile, a partire dal 1992 – vale a dire da quando è iniziato un periodo di cronica debolezza della politica, ovvero quando la politica ha usato l’arma giudiziaria per arrivare al potere – la Magistratura ha cercato (come quasi sempre è accaduto nella Storia) di sostituirsi alla politica arrivando addirittura ad esercitare, talune volte anche esplicitamente, alcune prerogative tipiche del Parlamento e del Governo: un vero colpo di Stato. Non possiamo dimenticarci quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – Decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti (il cosiddetto Decreto Conso), violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E che dire della crociata classista, giacobina e corporativa racchiusa nelle parole “resistere, resistere, resistere…”! E poi i magistrati con la Costituzione tra le braccia al fine di ergersi ad unici difensori della stessa contro presunti attacchi da parte della politica. E che dire, poi, di alcune sentenze della Corte di Cassazione? Nascondendosi dietro l’importantissima funzione nomofilattica, la Suprema Corte spesso stravolge sia l’intenzione del Legislatore che il senso e la portata delle leggi stesse, se non addirittura inventarsi nuove norme, come per esempio “il concorso esterno nell’associazione mafiosa”: un reato che non esiste tra le leggi. Per non parlare, poi, della mancata applicazione della legge, come quella della rimessione del processo in altri fori per legittimo sospetto di parzialità. Spesso la Magistratura si difende affermando di non svolgere nessuna attività politica, ma si smentisce perché all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura ci sono delle vere e proprie correnti. Ma le correnti non sono tipiche dei partiti politici? E poi, per quale motivo gli organi rappresentativi dell’associazione nazionale magistrati vanno di frequente in televisione per combattere la crociata contro un qualsiasi progetto di riforma della giustizia che investa anche l’ordine giudiziario? E perché, questi stessi, i più animosi tra le toghe, inducono i politici a loro vicini ad adottare leggi giustizialiste ad uso e consumo della corporazione? Ma i magistrati non sono tenuti soltanto ad applicare le leggi dello Stato? Per quale ragione alcuni magistrati, pur mantenendosi saldamente attaccati alla poltrona di pubblico ministero o di organo giudicante, scelgono di fare politica, arrivando addirittura a candidarsi alle elezioni senza avere neppure la delicatezza di dimettersi dalle funzioni giudiziarie?

Parliamo infine delle vittime della malagiustizia. Si parla poco, ma comunque se ne parla, inascoltati, del problema degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, così come della lungaggine dei processi. Così come si discute poco, ma si discute, inascoltati, del problema dei risarcimenti del danno e degli indennizzi, pian piano negati. Delle vittime della malagiustizia si parla di un ammontare di 5 milioni dal 1945. Ogni anno in Italia 7 mila persone arrestate e poi giudicate innocenti. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016. Queste vittime della malagiustizia li vedi, come forsennati, a raccontare perpetuamente sui social network, inascoltati, le loro misere storie. Sono tanti, come detto 5 milioni negli ultimi 60 anni. Poi ci sono i parenti e gli affini da aggiungere a loro. Un numero smisurato: da plebiscito. Solo che poi si constata che in effetti nulla cambia, anzi si evolve, con ipocrisia e demagogia, al peggio, spinti dai media giustizialisti che incutono timore con delle parole d’ordine: “Insicurezza ed impunità. Tutti dentro e si butta la chiave”. Allora vien da chiedersi con un intercalare che rende l’idea: “Ma queste vittime dell’ingiustizia a chi cazzo votano, se vogliono avere ristoro? Sarebbe il colmo se votassero, da masochisti, proprio i politici giustizialisti che nelle piazze gridano: onestà, onestà, onestà…consapevoli di essere italiani, o che votassero i politici giustizialisti che, proni e timorosi, si offrono ai magistrati. Quei magistrati che ingiustamente hanno condannato o hanno arrestato le vittime innocenti, spinti dalla folla inneggiante e plaudente, disinformata dai media amici delle toghe! Sarebbe altresì il colmo se le vittime innocenti votassero quei politici che stando al potere non hanno saputo nemmeno salvare se stessi dall’ingiusta gogna.

Se così fosse, allora, cioè, si fosse dato un voto sbagliato a destra, così come a sinistra, con questo editoriale di che stiamo parlando?

 

L'Italia degli ipocriti

L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. FABRIZIO MICCOLI: LA VITTIMA DI TURNO DEI BENPENSANTI IPOCRITI.

Antonio Giangrande: “Fabrizio, vieni con noi. Vieni a fare da noi il Testimonial della legalità!”

L'Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, "Io ti fotto" di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell'arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l'altro - una parola più tenue non renderebbe l'idea - è un vizio che è quasi un vanto, "lo ti fotto" è una legge: di più, un comandamento.

Sulle dichiarazioni rese da Fabrizio Miccoli su Giovanni Falcone interviene Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie”, riconosciuta dal Ministero dell’Interno come sodalizio antimafia, se non che grande esperto di mafia, sul cui tema ha scritto un saggio fonte di molte tesi di laurea.

«Fabrizio, vieni con noi. Vieni a fare da noi il Testimonial della legalità! Il calciatore leccese in forza al Palermo, in una intercettazione in privato parla con un amico. I due sono stati registrati mentre, in macchina, cantavano "Quel fango di Falcone". In un'altra intercettazione, parlando con una terza persona, ribadiscono: "Vediamoci davanti all’albero di quel fango di Falcone". Intercettazioni, per la verità, la cui dazione e pubblicazione comporta violazione del segreto istruttorio, quindi un reato. Ma va là, chi persegue i legulei di Stato? Comunque si tratta, peraltro, dello stesso Miccoli che ha partecipato a diverse partite del cuore, in cui dedicava i suoi gol proprio al magistrato ucciso dalla mafia e al collega Paolo Borsellino. 

Quindi Miccoli è buono o Miccoli è cattivo?

L’ex capitano rosanero, indagato per estorsione e accesso abusivo a sistema informatico, peraltro, ha tenuto una conferenza stampa durante la quale ha manifestato tra le lacrime tutto il suo rammarico e pentimento per le parole che ha detto, poi ha ribadito di non essere un mafioso e di aver dato la sua amicizia a tutti.

Ognuno di noi, se spiato h24, commette e dice, gesti e cose sensate, insensate, stupide, lesive, simpatiche, etc...però, tra il dire ed il fare c'è sostanziale differenza. Che dire delle telefonate tra la prima carica repubblicana e l'ultimo "pezzo pregiato" della prima repubblica? O delle infinite telefonate "stralciate" da processi per stupidi errori formali? E quante volte ci è scappata una bestemmia contro le icone religiose. Certo, questo non è meno grave che offendere la memoria di Falcone, che agli altari della santità non ci è ancora arrivato.

Eppure proprio a Lecce, in cui si prospetta un suo ritorno calcistico nella squadra di calcio locale, c’è chi sputa sentenze contro Fabrizio Miccoli. A cominciare dall’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, magistrato ed ex aennino di Lecce. Nessuna possibilità di equivocare il suo messaggio: “Per quanto mi riguarda — dice a Francesca Mandese del Corriere della Sera — Miccoli non dovrebbe più mettere piede su nessun campo di calcio e mi auguro che il presidente della Figc, Giancarlo Abete, faccia seguire alle parole i fatti con un provvedimento di sospensione per Miccoli”. Poi, ecco venire fuori il magistrato. “Miccoli — dice ancora Mantovano — è indagato per riciclaggio ed estorsione in concorso con un’associazione di stampo mafioso. E questo è un dato di fatto. La sua frequentazione con ambienti mafiosi è stata costante e consapevole. Vederlo in campo avrebbe un grave effetto diseducativo”. Gli fa eco, sia pure con molto più distacco ma con tono sibillino, la senatrice Adriana Poli Bortone, sindaca di Lecce per nove anni, anche lei proveniente da An. “Non voglio entrare in certe questioni — dice — ma credo che debbano essere le autorità cittadine a suggerire come sarebbe meglio comportarsi”.

Questi signori dovrebbero sapere che Miccoli è solo indagato e loro non dovrebbero ergersi a giudici o a Ponzio Pilato.

Comunque da sempre si usano diversi pesi e diverse misure. Esami di stato per avvocati: gli studenti hanno barato? Problemi a Lecce: oltre la metà degli studenti avrebbero copiato la prova di abilitazione. "Una cosa mai vista", dicono i commissari. Esami di stato per la professione di avvocato: a Lecce ci sono problemi abbastanza seri, se è vero che sono moltissimi i compiti da annullare, depennare completamente e anzi, sarebbero più i compiti invalidi che quelli validi. In breve, gli studenti avrebbero copiato alla grande, e anche in maniera grossolana l'intera prova d'esame di abilitazione. Le prove di esame di abilitazione spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati e proprio per questo vi fu denuncia penale proprio del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce. Di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati, magistrati e notai d’Italia. Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video. Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali? In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri. Eppure dopo l’invito a denunciare la Commissione di esame di avvocato di Catania e l’interrogazione parlamentare da presentare al Ministro della Giustizia inviata al Parlamento, né i cosiddetti rappresentanti del popolo, ne i minchioni dei candidati accusati di plagio hanno fatto qualcosa. La cosa che più dovrebbe far imbarazzare i benpensanti e gli ipocriti è che, per un motivo o per un altro, una coltre di omertà è calata sulla vicenda dei 100 presunti copioni. Se i scribacchini e pennivendoli per parlar male dell’avversario politico o del povero cristo, lo sbattono come mostro in prima pagina, per codesti signori nessuna attenzione è stata data, né la notizia è stata divulgata. Censura ed omertà assoluta: “minchiaaaa……nudda sacciu”.

Comunque tornando a Miccoli. Vedo il tg e leggo l’Ansa a una settimana dalla tragedia di Brindisi: Melissa Bassi uccisa dalla Mafia!!! E noto con fastidio alcune cose. La prima è la canonicissima ennesima “marcia” all’italiana: la liturgia madre, la messa cantata del politicamente corretto di piazza, negli ultimi tempi. Questo succede perché io non seguo la logica nazionale delle celebrazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, specialmente fatta da chi ne ha causato la morte. L’ostracismo c’è perché non mi sottometto a questa antimafia e non mi associo alla liturgia di questa antimafia che poi è forse solo propaganda e speculazione. Si farebbe cosa nobile, invece, svelare la verità sulla morte di Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa e gli altri e disincentivare tutti quei comportamenti socio mafiosi che inquinano la società italiana. Come si farebbe onore alla verità svelare chi e come paga l’ambaradan di carovane e carovanieri.

E’ celebre il “vada a bordo, cazzo” del comandante De Falco. L’Italia paragonata al destino ed agli eventi che hanno colpito la nave Concordia. Parafrasando la celebre frase di De Falco mi rivolgo a tutti gli italiani: ““TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Il tema è “chi giudica chi?”. Chi lo fa, ha veramente una padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? Iniziamo con il parlare della preparazione culturale e professionale di ognuno di noi, che ci permetterebbe, in teoria, di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui vigerebbe la meritocrazia tutto ciò ci consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. Piccoli ducetti seduti in poltrona che gestiscono il loro piccolo potere incuranti dei disservizi prodotti. La massa non è li ha pretendere efficienza e dedizione al dovere, ma ad elemosinare il favore. Corruttori nati. I politici non scardinano il sistema fondato da privilegi secolari. Essi tacitano la massa con provvedimenti atti a quietarla. Panem et circenses, letteralmente: "pane e giochi del circo", è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.

Tornando alla parafrasi del “TUTTI DENTRO, CAZZO!!” si deve rimarcare una cosa. Gli italiani sono:  “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. Così è scritto sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma. Manca: “d’ingenui”. Ingenui al tempo di Mussolini, gli italiani, ingenui ancora oggi. Ma no, un popolo d’ingenui non va bene. Sul Palazzo della Civiltà aggiungerei: “Un popolo d’allocchi”, anzi “Un popolo di Coglioni”. Perché siamo anche un popolo che quando non sa un “cazzo” di quello che dice, parla. E parla sempre. Parla..…parla. Specialmente sulle cose di Giustizia: siamo tutti legulei.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

In tema di persecuzione giudiziaria, vi si racconta una favola e per tale prendetela.

C‘era una volta in un paese ridente e conosciuto ai più come il borgo dei sognatori, un vecchietto che andava in bicicletta per la via centrale del paese. Il vecchietto non era quello che in televisione indicano come colui che buttava le bambine nei pozzi. In quel frangente di tempo una sua coetanea, avendo parcheggiato l’auto in un tratto di strada ben visibile, era in procinto di scendere, avendo aperto la portiera. Ella era sua abitudine, data la sua tarda età, non avere una sua auto, ma usare l’auto della nipote o quella simile del fratello. Auto identiche in colore e marca. Il vecchietto, assorto nei suoi pensieri, investe lo sportello aperto dell’auto e cade. Per sua fortuna, a causa della bassa velocità tenuta, la caduta è indolore. Assicurato alla signora che nulla era accaduto, il vecchietto inforca la bicicletta e va con le sue gambe. Dopo poco tempo arriva alla signora da parte del vecchietto una richiesta di risarcimento danni, su mandato dato allo studio legale di sua figlia. L’assicurazione considera che sia inverosimile la dinamica indicata ed il danno subito e ritiene di non pagare.

Dopo due anni arriva una citazione da parte di un’altro avvocato donna. Una richiesta per danni tanto da farsi ricchi. Ma non arriva alla vecchietta, ma a sua nipote. Essa indica esattamente l’auto, la zona del sinistro e la conducente, accusando la nipote di essere la responsabile esclusiva del sinistro.

E peccato, però, che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto la targa, pur posti a pochi metri del fatto; che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto l’auto distinguendola da quella simile; che nessun testimone in giudizio ha disconosciuto la vecchietta come protagonista; che nessun testimone in giudizio ha ammesso che vi siano stati conseguenze per la caduta.

E peccato, però, che l’auto non era in curva, come da essa indicato.

Peccato, però, che la responsabile del sinistro non fosse quella chiamata in giudizio, ma la vecchietta di cui sopra.

Una prima volta sbaglia il giudice competente ed allora cambia l’importo, riproponendo la domanda.

Tutti i giudici di pace ed onori (avvocati) fanno vincere la causa del sinistro fantasma alla collega.

La tapina chiamata in causa afferma la sua innocenza e presenta una denuncia contro l’avvocato. La poveretta, che poteva essere querelata per lesioni gravissime, si è cautelata. La sua denuncia è stata archiviata, mentre contestualmente, alla stessa ora, i testimoni venivano sentiti alla caserma dei carabinieri.

La poveretta non sapeva che l’avvocato denunciato era la donna del pubblico ministero, il cui ufficio era competente sulla denuncia contro proprio l’avvocato.

Gli amorosi cosa hanno pensato per tacitare chi ha osato ribellarsi? L’avvocato denuncia per calunnia la poveretta, ingiustamente accusata del sinistro, la procura la persegue e gli amici giudici la condannano.

L’appello sacrosanto non viene presentato dagli avvocati, perché artatamente ed in collusione con la contro parte sono fatti scadere i termini. L’avvocato amante del magistrato altresì chiede ed ottiene una barca di soldi di danni morali.

La poveretta ha due fratelli: uno cattivo, amico e succube di magistrati ed avvocati, che le segue le sue cause e le perde tutte: uno buono che è conosciuto come il difensore dei deboli contro i magistrati e gli avvocati. I magistrati le tentano tutte per condannarlo: processi su processi. Ma non ci riescono, perché è innocente e le accuse sono inventate. L’unica sua colpa è ribellarsi alle ingiustizie su di sé o su altri. Guarda caso il fratello buono aveva denunciato il magistrato amante dell’avvocato donna di cui si parla. Magistrato che ha archiviato la denuncia contro se stesso.

La procura ed i giudici accusano anche il fratello buono di aver presentato una denuncia contro l’avvocato e di aver fatto conoscere la malsana storia a tutta l’Italia. Per anni si cerca la denuncia: non si trova. Per anni si riconduce l’articolo a lui: non è suo.

Il paradosso è che si vuol condannare per un denuncia, che tra tante, è l’unica non sua.  

Il paradosso è che si vuol condannare per un articolo, che tra tanti (è uno scrittore), è l’unico non suo e su spazio web, che tra tanti, non è suo.  

Se non si può condannare, come infangare la sua credibilità? Dopo tanti e tanti anni si fa arrivare il conto con la prescrizione e far pagare ancora una volta la tangente per danni morali all’avvocato donna, amante di magistrati.

Questa è il finale triste di un favola, perché di favola si tratta, e la morale cercatevela voi.

Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase  processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.

Ma si sa in Italia tutti dicono: “tengo famiglia e nudda sacciu, nudda vidi, nudda sentu”. I magistrati, diceva Calamandrei, sono come i maiali. Se ne tocchi uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione.

Ciononostante viviamo in un’Italia fatta così, con italiani fatti così, bisogna subire e tacere. Questo ti impone il “potere”. Ebbene, si faccia attenzione alle parole usate per prendersela con le ingiustizie, i soprusi e le sopraffazioni, le incapacità dei governati e l’oppressione della burocrazia,i disservizi, i vincoli, le tasse, le code e la scarsezza di opportunità del Belpaese. Perché sfogarsi con il classico  "Italia paese di merda", per quanto liberatorio, non può essere tollerato dai boiardi di Stato. E' reato, in quanto vilipendio alla nazione. Lo ha certificato la Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 4 luglio 2013 n. 28730.

A questo punto ognuno di noi ammetta e confessi che, almeno per un volta nella sua vita, ha proferito la fatidica frase “che schifo questa Italia di merda” oppure “che schifo questi italiani di merda”.

Bene, allora cari italiani: TUTTI DENTRO, CAZZO!!

 

Omicidi di Stato

OMICIDI DI STATO. COLPEVOLE INDIFFERENZA. QUANDO GLI ALTRI SIAMO NOI

Stefano Cucchi, arrestato perché deteneva venti grammi di droga. Dopo una settimana in carcere è finito in ospedale, dove è spirato.

I familiari, quando gli è stato permesso, hanno trovato il corpo in condizioni spaventose. Il padre alla stampa parla di «una frattura alla mandibola, di un occhio rientrato in un’orbita, di costole rotte» e di «un volto nero come se fosse bruciato».

Purtroppo Stefano non è da solo a morire di carcere. Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall’Associazione Contro Tutte le Mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di cui 56 per suicidio.

Le condizioni inumane della vita carceraria, ovvero la consapevolezza di essere innocente, spinge chi, spesso è un povero cristo senza sponsor e senza difesa, a scegliere la via più breve verso la libertà. Tutto questo nell’indifferenza di chi addita in altri le proprie colpe o collusioni.

Sui network nazionali spesso si fanno battaglie per i canili lager, per difendere i diritti degli animali. Ma un’informazione foraggiata e politicizzata si dimentica di illuminare le nefandezze perpetrate dal sistema sugli umani. Così come non si capisce il silenzio o la diplomazia delle associazioni tematiche.

Gli ultimi dati ministeriali disponibili ci parlano di 64.595 detenuti, a fronte di una capienza sui 205 istituti di 43.186 unità. Ben 21.409 detenuti in più stipati uno sull’altro, come cavie.

Il dato allarmante, che mette all’indice il sistema giudiziario, è che solo il 48,5 % di questi ha subìto condanna (31.363). Il resto, si badi bene, è formato da persone presunte innocenti (33.232)!!

Ma un dato salta agli occhi. Se da un lato gli italiani in carcere presunti innocenti sono il 47 %, per gli stranieri il dato balza al 58 %.

Indigenza è sinonimo di difesa inadeguata, quindi il parallelismo: povero = colpevole.

Dal 1945 al 1995 in cella vi sono stati 4 milioni di innocenti. Dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. La percentuale di persone prosciolte è risultata pari al 43,94 per cento di quelle sottoposte a giudizio. In cifre assolute, più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E ancora: di questo milione e mezzo sono più di 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Tradotti in cifre, i mali della giustizia fanno rabbrividire. Si chiamano errori giudiziari e in 50 anni di storia repubblicana hanno travolto 4 milioni di italiani. Per omonimia, perizie errate, calcoli approssimativi sulla permanenza in carcere. Errori o distrazioni che hanno avuto costi altissimi per le casse dello Stato. Non per niente il rapporto che l'Eurispes ha preparato e che è stato presentato a gennaio del 2006, si intitola: "Un popolo a rischio. Gli italiani e la macchina della giustizia".

Ad oggi non vi sono a riguardo dati statistici ufficiali da parte del Ministero della Giustizia, per ovvie ragioni, ma ormai siamo vicini ai 5 milioni di vittime del sistema. Adesso quasi ogni giorno, sostiene il rapporto dell'Eurispes, "lo Stato si vede costretto a riconoscere i propri errori e a rifondere cittadini innocenti".

Ai ben pensanti, giustizialisti e garantisti a senso unico, è bene rammentare un fatto: uno stato di diritto ad elevata civiltà giuridica deve pretendere “pena certa e riabilitativa in giusto processo”.

Solo così si può dare rispetto a quelle istituzioni che lo pretendono senza meritarlo.

 

Giustizia e legalità: una chimera

GIUSTIZIA E LEGALITA’: CHIMERE IRRAGGIUNGIBILI. ANOMALIA SOTTACIUTA DAI MEDIA E LEGITTIMATA DALLE ISTITUZIONI.

Dai pochi dati ufficiali pubblicati, elaborati dall’Associazione Contro Tutte Le Mafie risulta che solo 3 reati su 100 vengono perseguiti. 8 su 100 quelli denunciati dalle Forze dell'Ordine. Dai dati risulta, anche, che secondo i magistrati gli italiani sono mitomani, ma, anche, onesti, salvo qualche colpevole, guarda caso, povero.

Diamo i numeri: non si denuncia il 31% dei reati perché sfiduciati da questa giustizia, in quanto al restante 69 % dei reati denunciati consegue l’85,8 % di archiviazione, il 9,93 % di proscioglimenti e solo il 4,27 di condanne. Restano escluse dal conteggio le denunce presentate, ma mai registrate.

Le richieste cautelari personali accolte sono il 54,67 %. Nonostante ciò vi è una popolazione detenuta pari al 61,2 % presunta innocente e pari all’ 81,7 %  in stato di indigenza.

Sebbene solo 3 reati su 100 sono perseguiti (8 su 100 denunciati delle Forze dell'Ordine), si rilevano 5 milioni di errori giudiziari negli ultimi 50 anni.

La magistratura, oltre a rilevare la mitomania degli italiani e, al contempo, la loro onestà, perseguendoli per calunnia salvo qualche fesso, sta attenta a perseguire le toghe che delinquono. Di più non può fare, data l’impunità della casta, oltre a causare dal 2003 ad oggi 40.031 procedimenti per indennizzo di "equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo l.89/01", senza contare gli indennizzi per “ingiusta detenzione” e per “errore giudiziario”.

Ci si aspetta di più dalla magistratura italiana, pronta a pretendere rispetto, se si pensa che il costo per la collettività degli stipendi dei circa 9 mila magistrati italiani è di più di  1 miliardo di euro. Circa il 30% superiore a quello che la Francia spende per i loro omologhi di Oltralpe e con altri risultati.

 

Il Garantismo: di Sinistra?

IL GARANTISMO E’ DI SINISTRA, MA DA LORO E’ RINNEGATO.

Nel libro scritto da Antonio Giangrande, “IMPUNITOPOLI, LEGULEI ED IMPUNITA’”, un capitolo è dedicato al garantismo.

Su questo Antonio Giangrande, il noto saggista e sociologo storico che ha pubblicato la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”, ha svolto una sua inchiesta indipendente. Giangrande sui vari aspetti dell’impunità in Italia ha pubblicato un volume ““IMPUNITOPOLI, LEGULEI ED IMPUNITA’”.

IL GARANTISMO E’ DI SINISTRA, MA DA LORO E’ RINNEGATO.

Il giovane Pippo Civati, giovane piddino intelligente e scaltro, ha rilasciato una intervista a “Repubblica” per dire due o tre cose che – a suo giudizio – renderanno più forte la sua posizione dentro il partito, e magari daranno fastidio a Renzi. Per essere esatti ha detto cinque cose. Ha detto che la riforma della giustizia va fatta senza Berlusconi. Che la riforma della giustizia va fatta, invece, insieme ai magistrati. Poi ha detto anche che la riforma della giustizia va fatta con Grillo. E infine si è scagliato contro indulto e amnistia, giudicandole iniziative demagogiche, e si è detto invece soddisfatto del decreto carceri che – a suo giudizio – alleggerisce la condizione dei carcerati, scrive Piero Sansonetti su “Il Garantista”. Dei carcerati stipati nelle celle: come lo alleggerisce, onorevole? Con gli otto euro al giorno, che sono l’equivalente di 8 secondi della sua diaria da parlamentare? Il giovane Pippo Civati, che politicamente è nato insieme a Renzi, alla Leopolda, ma poi si è distaccato dal fiorentino scegliendo di diventare – così mi dicono – il leader dell’ala sinistra del Pd, probabilmente sa poco della storia della sinistra e della destra in Italia, e non è il solo. E ignora – a occhio – che le sue posizioni favorevoli alle galere, contrarie alle amnistie, e desiderose di lasciare che siano i magistrati a riformare la giustizia, assomigliano parecchio a quelle che furono di un certo Mario Scelba e pochissimo a quelle che furono di un certo Umberto Terracini. Visto che il giovane Civati, come è logico, è giovane, è possibile che non sappia nulla di Scelba e Terracini (del resto molti intellettuali di sinistra più anziani di lui ne sanno pochissimo, o vogliono saperne pochissimo, o fingono di saperne pochissimo). Dunque riassumo: Mario Scelba, siciliano, nato nel 1901. Fu il segretario particolare di don Sturzo, poi legò con De Gasperi che lo fece ministro dell’Interno. Comunisti e socialisti lo chiamavano ministro di polizia. Usò la mano dura, seminò le piazze di morti e feriti e le prigioni di militanti politici, pensò la legge-truffa e la difese, poi divenne presidente del Consiglio dopo De Gasperi in un governo nel quale il vicepresidente era Saragat, e che Nenni, scherzosamente ma non tanto, usando le iniziali dei due leader, definì il governo “S.S”. Poi Scelba fece una legge che stabiliva che il fascismo fosse un reato d’opinione, per fortuna mai applicata, ma questa legge non gli conquistò –come lui si aspettava – simpatie a sinistra, perché le sinistre intuivano che nella sua testa c’era l’idea di fare una legge successiva, che trasformasse anche il comunismo in reato d’opinione. Insomma, onorevole Civati, capito che tipo era questo Scelba? A lui non piacevano indulto e amnistia, amava le celle ben stipate e voleva che la giustizia fosse forte e salda nelle mani dei magistrati. Umberto Terracini invece era un avvocato ebreo genovese – il padre si chiamava Jair, come la mitica ala destra dell’Inter – di sei anni più vecchio di Scelba, era nato nel 1895, amico di Gramsci, fondatore del partito comunista, antistalinista, espulso dal Pci negli anni trenta e poi riammesso, sempre anticonformista, sempre libertario, e quando era già vecchio, negli anni Settanta, si batté ferocemente contro la legge Reale e altre leggi speciali e liberticide volute dal governo e appoggiate dal Pci per colpire il dissenso di sinistra (e anche un po’ di destra). Terracini – oratore fantastico – è quel signore che nel dicembre del 1947 firmò la Costituzione Repubblicana. Capito? Terracini si batté contro Scelba nelle piazze, si batté contro Scelba nei tribunali, si batté contro la legge truffa, fu sempre favorevole alle amnistie e agli indulti, combatteva all’arma bianca contro le sopraffazioni dei magistrati, si trovò a battagliare spalla a spalla con Marco Pannella. Scelba mise in prigione molte persone. Terracini andò lui in prigione, per una decina d’anni. Ora torniamo un momento alle sue tesi. Fare la riforma della giustizia escludendo Berlusconi – cioè l’opposizione liberale – ed includendo i magistrati, è qualcosa di terrificante. Lei pensa che affidando ai magistrati il compito di autoriformarsi si difende l’indipendenza tra i poteri? Lei pensa che non esista un conflitto di interessi se una riforma viene decisa da chi dovrebbe essere l’oggetto di questa riforma? Lei pensa che escludere i liberali dalla riforma della giustizia sia una cosa saggia? E poi, posso farle un’altra domanda che nasce da una pura curiosità): ma come mai non le è neanche venuto in mente, allora, di chiamare gli avvocati a collaborare? I magistrati sì, gli avvocati no. Forse perché gli avvocati non sono un potere? Quanto a Grillo, e alla proposta di collaborare con lui sul terreno della giustizia, mi sembra proprio una bella idea: ieri Grillo ha detto che preferisce Pinochet al partito democratico, ed effettivamente se l’Italia diventasse come il Cile di Pinochet, il problema giustizia sarebbe risolto e anche il problema carceri (magari si porrebbe una nuova questione: dove far giocare la seria A di Tavecchio, con tutti gli stadi occupati dai prigionieri…). Vabbè, Onorevole, veda un po’ lei. Io però torno per un attimo alle biografie di quei due padri della patria dei quali le parlavo, per porle un’ultima domanda: Scelba o Terracini? Lei chi preferisce? Perché il partito democratico, sarà un paradosso, ma è così: è erede di entrambi. Di uno dei massimi leader della Dc e di uno dei massimi leader del Pci. Si tratta di decidere il proprio punto di vista. Quello che un po’ mi preoccupa è che lei, che vuole fare il capo della sinistra del Pd, mi sembra molto più vicino a Scelba che a Terracini. Non so spiegarmi perché. Forse perché ormai il modo è girato tutto alla rovescia, i valori si sono invertiti, i pensieri aggrovigliati. O forse invece è per calcolo politico. Perché qualcuno immagina che per essere di sinistra bisogna essere coi giudici contro Berlusconi, e dunque per le galere contro la libertà, e poi per Grillo e tutto il resto, e anche se a Grillo piacciono Le Pen e i golpisti cileni va bene lo stesso…si, si, però voi siete sicuri che questa sia ancora sinistra?

Il garantismo è di sinistra, scrive Piero Sansonetti su “Il Garantista”. Può esistere il garantismo di sinistra? Può esistere, per una ragione storica: è esistito, ha pesato, ha avuto una influenza notevole sulla formazione degli intellettuali di sinistra. Tutto questo è successo molto, molto tempo fa. Soprattutto, naturalmente, quando la sinistra era all’opposizione, o addirittura era “ribelle”, e quando i magistrati – qui in Italia – erano prevalentemente legati ai partiti politici conservatori o reazionari, e in gran parte provenivano dalla tradizione fascista. Allora persino il Pci, che pure aveva delle fortissime componenti staliniste, e quindi anti-libertarie, coltivava il garantismo. Il grande limite del garantismo, in Italia – e il motivo vero per il quale oggi quasi non esiste più alcuna forma vivente di garantismo di sinistra – sta nel fatto che non è mai stato il prodotto di una battaglia di idee – di una convinzione assoluta – ma solo di una battaglia politica (questo, tranne pochissime eccezioni, o forse, addirittura, tranne la unica eccezione del Partito radicale). La distinzione tra garantismo e non garantismo oggi si determina calcolando la distanza tra un certo gruppo politico – o giornalistico, o di pensiero – e la casta dei magistrati. Il “garantismo reale”, diciamo così, non è qualcosa che si riferisce a dei principi e a una visione della società e della comunità, ma è soltanto una posizione politica riferita a un sistema di alleanze che privilegia o combatte il potere della magistratura. Per questo il garantismo non riesce più ad essere un “valore generale” e dunque entra in rotta di collisione con il corpo grosso della sinistra – moderata, radicale, o estremista – che vede nella magistratura un baluardo contro il berlusconismo, e al “culto” di questo baluardo sacrifica ogni cosa. Tranne in casi specialissimi: quando la magistratura, per qualche motivo, diventa nemico. Per esempio nella persecuzione verso il movimento no-tav. Allora, in qualche caso, anche spezzoni di movimenti di sinistra diventano “transitoriamente” garantisti, e contestano il mito della legalità, ma senza mai riuscire a trasformare questa idea in idea generale: quel garantismo resta semplicemente uno strumento di difesa. Di difesa di se stessi, del proprio gruppo delle proprie illegalità, non di difesa di tutta la società. Il garantismo può essere di sinistra, per la semplice ragione che il garantismo è una delle poche categorie ideal-politiche che non ha niente a che fare con le tradizionali distinzioni tra di sinistra e destra. La sinistra e la destra – per dirla un po’ grossolanamente – si dividono sulle grandi questioni sociali e sulla negazione o sull’esaltazione del valore di eguaglianza; il garantismo con questo non c’entra, è solo un sistema di idee che tende a difendere i diritti individuali, a opporsi alla repressione e a distinguere tra “legalità” e “diritto”. Può essere indifferentemente di destra o di sinistra. A destra, tradizionalmente, il garantismo ha sempre sofferto perché entra in conflitto con le idee più reazionarie di Stato- Patria- Gerarchia- Ordine- Obbedienza- Legalità. A sinistra, in linea teorica, dovrebbe avere molto più spazio, con il solo limite della scarsa “passione” della sinistra per i diritti individuali, spesso considerati solo una variabile subordinata dei diritti collettivi. E quindi, spesso, negati in onore di un Diritto Superiore e di massa. Ed è proprio in questa morsa tra destra e sinistra – tra statalismo di destra e di sinistra – che il garantismo rischia di morire. Provocando dei danni enormi, in tutto l’impianto della democrazia e soprattutto nel regime della libertà. Perché il garantismo ha molto a che fare con la modernità. Ormai si stanno delineando due ipotesi diverse di modernità. Una molto cupa, ipercapitalistica. Quella che assegna al mercato e all’efficienza il potere di dominare il futuro. E questa tendenza – che a differenza dalle apparenze non è affatto solo di destra ma attraversa tutti gli schieramenti, compreso quello grillino – passa per una politica ultra-legalitaria, che si realizza moltiplicando a dismisura le leggi, i divieti, le regolazioni, le punizioni, le confische e tutto il resto. L’idea è che moderno significhi “regolato”, “predeterminato” e che per fare questo si debba separare libertà e organizzazione. E anche, naturalmente, libertà e uguaglianza (uguaglianza sociale o uguaglianza di fronte alla legge, o pari opportunità eccetera). E che la libertà sia “successiva” agli altri valori. Poi c’è una seconda idea, del tutto minoritaria, che vorrebbe che il mercato restasse nel mondo dell’economia, e non pretendesse di regolare e comandare sulla comunità; e vorrebbe organizzare la comunità su due soli valori: la libertà piena, in tutti i campi, e il diritto, soprattutto il diritto di ciascuno. Questa idea qui è l’idea garantista. E non ha nessuna possibilità di decollare se non riesce a coinvolgere la sinistra. Rischia di ridursi a un rinsecchito principio liberista, o individualista, che può sopravvivere, ma non può volare, non può prendere in mano le redini del futuro. E’ la sfida essenziale che abbiamo davanti. Chissà se prima o poi qualcuno se ne accorgerà, o se continuerà a prevalere la sciagurata cultura reazionario-di-sinistra dei girotondi.

Pubblichiamo ancora qui di seguito l’intervista che il direttore Piero Sansonetti ha rilasciato a editoria.tv e ripubblicata da “Il Garantista”. “La sinistra non ha un’idea di libertà”. In un editoriale di due anni fa su Gli Altri, Piero Sansonetti sintetizzava così la sua posizione. Hanno scelto il liberismo, diceva, perchè è l’unica via possibile, quando non sai – tu, Stato – governare il mercato, indirizzarlo, farci i conti. Altro che “liberal” americani. Da noi non esistono. Quelli lì, oltreoceano, sono chiamati in questo modo dai conservatori “con lo stesso sdegno con cui Berlusconi dà ogni tanto a qualcuno del comunista”. Qui da noi è un’altra storia. Qui la sinistra è fuori da tutto, non esiste, e quella che si spaccia per tale “è di destra”, come recita il titolo del suo ultimo libro. E allora che si fa? Come s’articola il discorso politico nuovo? Con quali voci, con quali forze? Sansonetti, giornalista d’altri tempi, da una vita ai vertici dei quotidiani “rossi” storici (dall’Unità, a Liberazione, al Riformista, fino a Gli Altri) mette in riga le questioni e porta in edicola una nuova testata. Un foglio di carta di nome Garantista. Uscirà il prossimo 18 giugno 2014 (tra poco scoprirete con che formula) e nasce dalle ceneri di Liberal (a volte il destino…) del forzista Ferdinando Adornato e andrà a giocare la sua partita in questo mare impazzito che è il mercato di oggi, con la pubblicità che è una bestia in estinzione, i lettori (o clienti) che hanno scoperto l’eden del gratuito sul web e i fondi pubblici che sono diminuiti fino quasi scomparire. Il Garantista riparte senz’altro dal contributo pubblico, ma quello – si sa – ormai ti può dar sangue per vivere un po’. E poi?

Direttore, ci vuole coraggio a fondare un giornale di carta in questo caos di oggi. Dove lo ha trovato?

«Nella consapevolezza che esiste uno spazio, sebbene non vasto, dove poter affermare dei ragionamenti diversi. Delle idee.»

E perché crede di potercela fare? In fondo i numeri dicono che il mercato dell’editoria è un disastro.

«Sì, ma la questione è più complessa. Io credo che la crisi dei giornali vada indagata a partire da due ragioni. La prima è senz’altro l’avvento di internet. Il web ha dato una direzione diversa al mercato, della quale si deve prendere atto e sulla quale non si ha potere di intervento. La seconda ragione è che in Italia si è smesso di pensare. Non ci sono idee. Non ci sono novità da decenni. L’ultimo caso “innovativo” è forse Repubblica, ed era il 1976. Poi più niente, a parte il Fatto Quotidiano, forse.»

Perché forse?

«Perché per me non è una grande novità. E’ la diretta conseguenza di una via giustizialista, sulla quale camminano anche gli altri, dal Corriere in giù.»

E il Garantista? In un’intervista rilasciata proprio al sito del giornale di Padellaro e Travaglio, Adornato, l’editore di Liberal, dice che lei ha proprio in mente un anti-Fatto. E’ vero?

«Ma no. Noi siamo molto più di un anti-Fatto, siamo un anti-tutto. Vogliamo affermare un giornalismo che va alla verità. E la parola stessa Garantismo suona come un insulto di questi tempi. Noi però quest’idea la portiamo sul mercato ben sapendo che è minoritaria. Siamo sicuri, tuttavia, che conquisteremo il nostro spazio sapendo che di voci nuove c’è bisogno.»

Ma facciamo un po’ di storia. Quand’è che la sinistra s’accoda ai magistrati? Quand’è che nasce quest’amore?

«Di certo negli anni ’70. Quando si decide di cancellare la lotta armata. Anzi, si può dire di più. C’è una data precisa che è la legge Reale (la legge 152 del 1975, Disposizioni a tutela dell’ordine pubblico, ndr).»

Poi?

«Il giustizialismo nasce lì e poi l’idea si consolida. Il giustizialismo è la realizzazione di un’alleanza che si salda, ancora di più, con Tangentopoli, quando si decide di cacciare quelli che fino ad allora avevano governato con la clava.»

Ma da dove nasce questa tendenza? Quale origine culturale ha?

«E’ un rigurgito stalinista. E’ da lì che proviene questo metodo. E’ lì che affonda la sua radici.»

Lei, nei suoi pezzi, differenzia i liberal dai liberisti. I primi sono tipica espressione della sinistra americana: pensano che lo Stato debba intervenire sul mercato per garantire le libertà di tutti. I secondi sono di destra, e pensano che il mercato si debba autoregolamentare, e che sia questa la vera libertà. Detto questo: Renzi è un liberal o un liberista?

«Lui bisogna aspettarlo al varco. Non lo so che sarà. Ma di certo l’andazzo è lo stesso. Se così non fosse, Renzi non parlerebbe usando termini come “li cacciamo tutti a calci”. Non le pare? Ho l’impressione che siamo sempre lì: la sinistra non sa scegliere e piega l’idea di libertà al mercato. E’ più facile così.»

A proposito di questioni immanenti. Lei dopo Liberazione è andato a dirigere dei giornali in Calabria. Che idea s’è fatto del Sud?

«Il Mezzogiorno è la parte più povera del Paese. I meridionali non hanno strumenti di potere. E in quell’area non c’è stata alcuna affermazione della cultura dei diritti. Le condizioni attuali sono il risultato di questo.»

E allora? Che si fa?

«Si deve ripartire dallo stato di diritto. Non ci sono altre vie. Il Nord ha portato al Sud le prigioni, le manette, nient’altro. Ma alla modernità s’arriva con un’altra cultura. Quella che noi, soprattutto in quelle aree, cercheremo di proporre. Anche se – ripeto – la nostra è una battaglia minoritaria.»

Che macchina state mettendo in piedi? Che giornale sarà?

«Dei contenuti ho già parlato. Per quanto attiene all’organizzazione, le redazioni saranno distribuite a Reggio Calabria, a Cosenza, a Catanzaro e poi a Roma. Il giornale nazionale avrà 24 pagine. E le redazioni locali 20 pagine, per ognuno dei posti che ho menzionato. Puntiamo molto sulla dimensione locale.»

A Cosenza ci sarà dunque un giornale diverso rispetto a quello di Reggio Calabria.

«Esatto. E sarà un giornale di 44 pagine. Avremo, poi, 16 pagine in più per Napoli e Salerno. Quindi i posti dove avremo una presenza più capillare, all’inizio, saranno la Calabria e la Campania.»

E sul web?

«Sarà online il sito del giornale e sarà possibile scaricare il pdf, abbonarsi e acquistare le copie, come è ormai consuetudine. La nostra sfida, ripeto, si gioca sulle idee non sulle tecniche.»

IL GARANTISMO E’ DI SINISTRA, scrive Simonetta Fiori su “La Repubblica”.

«Perché tanta resistenza all’indulto, soprattutto tra gli elettori democratici? Credo si tratti di un meccanismo perverso, che porta a sospettare sempre e comunque della politica. Un pregiudizio che naturalmente può essere spiegato con l’ultimo ventennio della storia italiana. Quello proposto dal presidente della Repubblica è un atto sacrosanto, che andrebbe illustrato nella sua banale umanità».

Settantatré anni, fiorentino, Luigi Ferrajoli è il filosofo del diritto italiano più conosciuto all’estero, forse più famoso nella scena internazionale che nel nostro paese. Ha scritto saggi fondamentali che hanno definito una nozione complessa di garantismo, non solo come sistema di divieti e obblighi a carico della sfera pubblica a garanzia di tutti i diritti fondamentali (dunque sia i diritti di libertà che i diritti sociali), ma anche come sistema di divieti e obblighi a carico dei poteri privati del mercato. Il suo percorso intellettuale è cominciato alla scuola di Norberto Bobbio, di cui è considerato tra gli eredi più autorevoli, ed è proseguito negli anni Sessanta in veste di giudice dentro Magistratura democratica, dove confluivano culture politiche diverse. Ferrajoli s’identifica nel “costituzionalismo garantista” che poi significa «una scelta di campo a sostegno dei soggetti più deboli, come impongono i principi di giustizia sanciti dalla Costituzione». Le sue posizioni – anche nel terreno delicatissimo della riforma della giustizia – sfidano alcuni tabù della sinistra. Difende la separazione delle carriere tra giudice e Pm, ferma restando l’assoluta indipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico («La sinistra è caduta in un equivoco, anche perché all’epoca di Craxi la separazione fu proposta con l’intento di assoggettare i pm all’esecutivo»). E questo suo ultimo prezioso libro-intervista con Mauro Barberis, filosofo del diritto altrettanto competente, contiene giudizi originali sulla crisi della politica e della democrazia, di cui il tema della giustizia è parte essenziale. A cominciare dal “populismo penale” in voga nel dibattito pubblico (Dei diritti e delle garanzie, il Mulino).

Professor Ferrajoli, che cos’è il populismo giudiziario?

«È il protagonismo dei pubblici ministeri poi passati alla politica. Sono rimasto colpito dall’esibizionismo e dal settarismo di alcuni magistrati, sia durante i processi che in campagna elettorale. Ho proposto anche una sorta di codice deontologico che richiama ai principi di sobrietà e riservatezza, oltre che al dubbio come costume intellettuale e morale. Temo molto quando il magistrato inquirente è portato a vedere nella conferma in giudizio delle ipotesi accusatorie una condizione della propria credibilità professionale. Cesare Beccaria lo chiamava “il processo offensivo”, nel quale il giudice anziché essere un “indifferente ricercatore del vero” diviene “nemico del reo”».

Lei sottolinea il carattere “terribile” del potere giudiziario.

«Sì, carattere “terribile” e “odioso”, dicevano Montesquieue Condorcet. È il potere dell’uomo sull’uomo, capace di rovinare la vita delle persone. Purtroppo i titolari di questo potere possono cedere alla tentazione di ostentarlo. Cosa sbagliatissima. Quanto più questo potere diventa rilevante, tanto più si richiede una sua soggezione alla legge e al principio di imparzialità. Un obbligo che è a sua volta fonte di legittimazione del potere giudiziario».

Il populismo penale, le fa notare Barberis, è di fatto l’opposto del garantismo.

«Sì, in realtà l’opposto del garantismo è il dispotismo giudiziario, che è presente in tutte le forme di diritto penale con scarse garanzie, in particolare caratterizzate – come avviene in Italia – da una legalità dissestata».

Cosa intende?

«È il vero problema oggi. Disponiamo di leggi incomprensibili perfino ai giuristi, mentre la chiarezza è l’unica condizione della loro capacità regolativa, sia nei confronti dei cittadini che nei confronti dei giudici. Per prima cosa il Parlamento dovrebbe far bene il proprio mestiere, ossia scrivere le leggi in modo chiaro e univoco. È questo il solo modo per contenere l’arbitrio del potere giudiziario. Un obiettivo che non si raggiunge certo riducendo l’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri a vantaggio del potere esecutivo».

Forse è anche per difendere la propria autonomia minacciata che alcuni magistrati sono arrivati ad eccessi.

«Non c’è alcun dubbio. Derisi e pressati da un potere irresponsabile, alcuni talvolta hanno agito per autodifesa. Anche la martellante campagna diffamatoria promossa dalla destra sull’uso politico della giustizia ha finito per inquinare la stessa cultura giuridica dei magistrati che hanno reagito in modo corporativo all’accusa. Non dimentichiamoci che in tutti questi anni la riforma della giustizia ha ruotato esclusivamente attorno ai problemi personali di Silvio Berlusconi, riducendosi a un assurdo corpus iuris ad personam. E la parola garantismo ha finito per significare la difesa dell’impunità dei potenti».

Un’accusa che viene rivolta alla sinistra, anche da parte non strettamente berlusconiana, è di aver cavalcato quel potere terribile a cui alludeva prima, sostituendo Marx con le manette.

«Mi sembra una ricostruzione ingiusta. La caratterizzazione “giustizialista” – parola che detesto – di una parte della sinistra è stata provocata dallo scandalo dell’anomalia di questo ventennio. Non la giustifico, ma posso spiegarla. Siamo stati governati da una persona che è al centro di una quantità enorme di processi, una parte dei quali forse infondata ma altri fondatissimi. Da qui anche l’enorme aspettativa verso il diritto penale, da cui si pretende che assicuri l’eguaglianza delle persone davanti alla legge».

Non è così?

«Purtroppo da luogo dell’eguaglianza formale il diritto penale è diventato il luogo della massima diseguaglianza. Quella che viene più facilmente colpita è la delinquenza di strada, con la sostanziale impunità dei potenti. Quasi il 90 per cento delle condanne per fatti di corruzione negli ultimi vent’anni è stato inferiore ai due anni, con conseguente sospensione condizionale della pena. Anche l’evasione fiscale di fatto resta impunita».

Forse questo spiega perché l’opinione democratica tema l’indulto. Per una volta che viene applicato il principio dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, si teme che l’indulto possa cancellarlo.

«Sì, ma si tratta di un sospetto tanto velenoso quanto infondato. Naturalmente spetta al Parlamento evitare che a beneficiare dell’indulto siano i reati di corruzione o frode fiscale, reati che non sono mai entrati nella tradizione dell’amnistia. E, per le ragioni che ho ora esposto, a chi si oppone al provvedimento bisognerebbe ricordare che la criminalità dei colletti bianchi è di fatto assente dalle carceri. Le celle sono piene di povera gente, tossicodipendenti e immigrati clandestini. Sarebbero loro a trarne vantaggio».

Anche per snellire la macchina giudiziaria, lei ha proposto la soppressione di alcuni reati come l’immigrazione clandestina. Pochi giorni fa è cominciato in Senato l’iter per la sua abolizione.

«I nostri tribunali sono paralizzati da un marasma di figure di reato che si potrebbero cancellare. Quello di immigrazione clandestina è poi un’assoluta vergogna. Teorizzato nel 1539 da Francisco de Vitoria, per giustificare conquista e colonizzazione del nuovo mondo, lo ius migrandi è rimasto per secoli, fino alla Dichiarazione universale del 1948, un principio fondamentale del diritto internazionale. Oggi che il processo s’è invertito – sono le popolazioni povere da noi depredate a venire nei nostri paesi – il diritto s’è capovolto in reato. Il risultato è una terribile catastrofe umanitaria. Potrei definirle “le leggi razziali” di questi anni».

 

I parenti dei carcerati

INCHIESTA. IL CARCERE, I CARCERATI, I PARENTI DEI CARCERATI ED I RADICALI…..

I radicali da anni si distinguono con il Satyagraha per la loro lotta non violenta a favore dei diritti dei detenuti. I risultati sono scarni e su questo Antonio Giangrande, il noto saggista e sociologo storico che ha pubblicato la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” ha svolto una sua inchiesta indipendente. Giangrande sui vari aspetti della giustizia ha pubblicato dei volumi: “Ingiustiziopoli, ingiustizia contro i singoli”; “Malagiustiziopoli, malagiustizia contro la collettività”; “Impunitopoli, legulei ed impunità”. Egli afferma: «Una lotta impari destinata alla sconfitta. Forse perché sono sempre le stesse facce a rappresentare lo sparuto gruppo radicale o forse perché l’Italia è in mano a quattro pennivendoli che scrivono le stesse cose, od in mano a quattro legulei che fanno le stesse cose, od in mano a quattro politicanti che dicono le stesse cose. Dov’è il nuovo che avanza, che si è palesato come la brutta copia dei forcaioli? Fatto sta che è inutile lottare a favore degli italiani. Un popolo sodomizzato, che da masochista tace sulle sofferenze subite e non si ribella alla sua situazione. Difatti, come mai si lasciano a sparute rappresentanze di cittadini questo enorme aggravio di denuncia sulla giustizia, mentre i parenti dei detenuti sono centinaia di migliaia? Sarebbero milioni se si considera che a loro si aggiungono i parenti di quei 5 milioni di italiani che negli ultimi 50 anni sono rimasti vittima di errore giudiziario o ingiusta detenzione. Sarebbero il primo partito in Italia, pronto a metter mano a quelle riforme tanto auspicate e reclamizzate, ma mai approvate dalle lobbies e caste al potere. La masso-mafia che tacita le coscienze ed uccide la speranza.»

Nella città invisibile, dove il sovraffollamento delle carceri e i diritti dei detenuti sono temi su cui raramente ci si sofferma, c’è chi opera anche tacitamente affinché questo muro del silenzio crolli definitivamente. Ciò nonostante un’informazione non democratica e poco veritiera determina i sentimenti rancorosi. I tg si basano su fatti di sangue. Si tocca la pancia degli italiani e non li si fa ragionare con fatti di verità su una semplice questione: di carcere si muore.

28 luglio 2014, l’AGI diffonde. “Ore di grande tensione si sono vissute nella mattinata di ieri all’interno del carcere di Taranto ove un paio di detenuti dopo aver distrutto la loro stanza avrebbero incitato tutti gli altri detenuti a rivoltarsi contro il personale di Polizia Penitenziaria”. Lo denuncia in una nota il Sappe, il sindacato degli agenti della Polizia Penitenziaria. “Fortunatamente – è scritto nella nota del Sappe – è giunto prontamente sul posto il comandante di reparto che dopo aver parlato con i rivoltosi ha risolto il tutto non senza conseguenze per i poliziotti penitenziari poiché un paio sarebbero dovuti ricorrere alle cure dell’ospedale. Ormai il problema della sicurezza del carcere di Taranto, considerata l’irresponsabilità dell’Amministrazione penitenziaria, a cominciare dal Dap a Roma e per finire al provveditore regionale a Bari, non consente più perdite di tempo”. Per il Sappe, “è necessario che il prefetto di Taranto prenda in mano la situazione e convochi con urgenza un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica sulla situazione del carcere di Taranto alla presenza dell’Amministrazione penitenziaria e dei sindacati che tutelano i lavoratori su cui ricade la tragicità della situazione. Ormai – conclude la nota – è tempo di fatti poiché è in gioco oltreché la sicurezza del carcere e dei lavoratori quella della città di Taranto e dei propri cittadini”.

Nonostante tutti sappiano, sono pochi, però, i familiari dei carcerati disposti a metterci la faccia. Delegano ai pochi di buona volontà l’arduo compito di denuncia.

31 luglio 2014: Cronaca del presidio dello Slai Cobas sindacato di classe di Taranto in solidarietà coi detenuti del carcere. Dai pochi familiari dei detenuti intervenuti la testimonianza della pesante condizioni nel carcere di Taranto.

«Sul sovraffollamento, sono costretti a stare in 5/6 nelle celle previste per due, massimo tre persone; d’estate si muore dal caldo, d’inverno piove acqua dentro le celle. C’è degrado. I detenuti che vengano mandati giù in isolamento, sono poi abbandonati. Il letto è sporco, pieno di polvere. Il cibo qui viene portato dopo. Vengono puniti perchè si ribellano? Perchè hanno protestato per le condizioni in cui vivono? Al di là dell’impegno del personale sanitario, possono passare anche mesi prima che vengano visitati; anche se i detenuti hanno problemi urgenti, per es. ai denti, gli viene detto che provvederanno ma poi niente. Certo gli agenti sono pochi, ce ne vorrebbero di più e neanche loro stanno bene, ma sono i detenuti quelli che stanno male e, invece, non hanno voce. Per loro non c’è alcun intervento di recupero, quando escono non c’è lavoro. Soprattutto i giovani stanno perdendo gli anni più belli. Vi sono ragazzi che non hanno fatto cose gravi eppure restano per mesi e mesi, anche anni. Certo i nostri familiari che stanno in carcere hanno sbagliato, nè pensiamo che possano stare in carcere come se stessero in villeggiatura, ma devono essere trattati come persone non come animali.»

Analoghe iniziative, manifestazioni, picchetti, “presidi” e richieste di impegno sono in corso in altre realtà, dall’Abruzzo a Napoli, in Veneto, Emilia Romagna…ad opera dei Radicali italiani, con il difficile Satyagraha con i mezzi (scarsi), le risorse (fantasia tantissima, denaro assai poco), e cercando di insinuarsi negli spazi sempre più stretti di istituzioni e mezzi di comunicazione, “armati”, come si diceva un tempo, di nonviolenza.

Eppure tutti sanno. Carcere: storie di ordinaria follia, scrive Valter Vecellio su “L’Indro”. Rita Bernardini, Segretaria di Radicali italiani, racconta alcune delle vicende ai limiti della realtà. Che si fa, si ride o si piange? Questa storia l’ha scoperta la Segretaria di Radicali italiani Rita Bernardini, Segretaria di Radicali italiani; è una storia paradossale, ma lasciamola raccontare alla stessa Bernardini. “Mentre si scaricano sui Magistrati di Sorveglianza e sui loro uffici ulteriori compiti ai quali adempiere, e mentre da anni i Tribunali di Sorveglianza non riescono a seguire nemmeno l’ordinaria amministrazione, all’Ufficio di Sorveglianza di Modena può accadere che una signora da tempo stia cercando di interloquire con il Magistrato, stressata da telefoni che non rispondono, da uffici che non chiariscono e che rimandano sine die gli adempimenti che competono loro per legge”. Bisogna dire che da tempo a Modena non c’è il Magistrato di Sorveglianza che ha la competenza anche degli internati di Castelfranco Emilia; questo significa che nessuno si occupa delle istanze dei detenuti dei due istituti; significa, solo per fare qualche esempio, niente permessi, niente licenze, niente ingressi nelle comunità terapeutiche. Dopo giorni e giorni di peripezie alla signora l’Ufficio di Sorveglianza fa sapere che “neanche loro sanno quando arriverà da Roma il sostituto magistrato, e che è tutto fermo fino al suo arrivo”. Decisa a non mollare, la signora telefona al Ministero della Giustizia; le viene consigliato di telefonare al Consiglio Superiore della Magistratura. Una signora ostinata, alla fine ce la fa a parlare con la sezione Settima del CSM; e le riferiscono che a loro risulta che il magistrato ha già preso l’incarico, si tratta del dottor Sebastiano Bongiorno. Forte di questa notizia ritelefona all’ufficio di Modena dove finalmente le dicono che effettivamente il magistrato ha preso l’incarico… ma è andato in ferie e, comunque, anche dopo le ferie non rientrerà perché… andrà in pensione! “Quando la signora in questione mi ha raccontato questo fatto”, dice Bernardini “non ci volevo credere. Constato, attraverso una ricerca fatta al volo su internet, che in effetti il dottor Bongiorno, magistrato e politico eletto nel 1994 nella lista dei Progressisti, ha assunto servizio l’8 luglio scorso e che la decisione del Csm risale al 19 febbraio. Faceva parte della vasta schiera di Magistrati fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia (Dap): la pacchia pertanto avrebbe dovuto finire, ma il dottor Bongiorno, come abbiamo visto, ha trovato un’alternativa. Dal canto suo, il magistrato Dal canto suo, il magistrato di Reggio Emilia – che in teoria sostituisce quello di Modena – non firma le licenze, quindi il risultato è che tutti i semiliberi che regolarmente usufruiscono di licenze, proprio nei mesi più caldi di luglio, agosto e settembre, non avranno la possibilità di esercitare un loro diritto. Inoltre, in molti avevano già prenotato le ferie per andare nei loro paesi di origine a trovare i genitori, che a loro volta aspettavano da tutto l’anno questo momento. Di fronte a questa situazione, il Ministero della Giustizia tace, così come tacciono al Csm e la Procura Generale della Corte di Cassazione: è estate, i magistrati vanno in ferie e quanto prescritto dalla legge può attendere, in un Paese pluricondannato per violazione dei diritti umani fondamentali”. E ora la storia di una persona che viene sottoposta ad anni di carcere, li sconta, viene assolto e per l’ingiusta detenzione non viene risarcito. Si chiama Giulio Petrilli, questa vittima della giustizia ingiusta italiana. Ha scritto una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi. Attende risposta. “Gentile Presidente Renzi”, scrive il signor Petrilli, “visto che la legge attuale sulla responsabilità civile dei magistrati prevede di inoltrare il ricorso e anche il risarcimento al presidente del consiglio dei ministri, le inoltro la richiesta di risarcimento danni, quantificabile in dieci milioni di euro, per l’errore giudiziario commesso dal procuratore del tribunale di Milano e la Corte dello stesso tribunale che mi condannò in primo grado. Da anni mi batto per avere giustizia sulla mia vicenda giudiziaria. Una vicenda che mi vide arrestato nel 1980 con l’accusa di partecipazione a banda armata (Prima Linea) e rilasciato nel 1986, dopo l’assoluzione in giudizio d’appello presso il tribunale di Milano. Uscii innocente dopo cinque anni e otto mesi di carcere, da un’accusa di banda armata, che prevedeva anche la detenzione nelle carceri speciali e sotto regime articolo 90, più duro dell’attuale 41 bis. Anni d’isolamento totale, blindati dentro celle casseforti insonorizzate, senza più poter scrivere, leggere libri, anche quelli per gli studi universitari, qualche ora di tv ma solo primo e secondo canale. Sempre, sempre soli, con un’ora d’aria al giorno, in passeggi piccoli e con le grate. Un’ora di colloquio al mese, con i parenti, ma con i vetri divisori. Dodici carceri ho attraversato in questi sei lunghi anni. Ebbi la sentenza di assoluzione dalla Cassazione nel 1989”. Chissà se Renzi ha risposto, anche un solo twitter.

«Ecco perché proseguo il Satyagraha, dice Rita Bernardini. Vi spiego perché proseguo il Satyagraha insieme a Marco Pannella con il sostegno attivo di oltre 200 cittadini. Marco Pannella sta praticando il Satyagraha nella forma dello sciopero della sete, nonostante i medici glielo sconsiglino nel modo più assoluto:

– è inconcepibile per uno Stato che si definisca democratico che il boss di “cosa nostra” Bernardo Provenzano sia ancora detenuto in regime di 41-bis (carcere duro). Occorre immediatamente interrompere questa vergogna che mette lo Stato italiano a un livello di criminalità superiore a quello dei peggiori mafiosi o terroristi.

– occorre intervenire immediatamente per garantire le cure oggi negate a migliaia di detenuti che non possono essere “curati” nelle strutture carcerarie. Responsabili di questa situazione sono il Ministero della Giustizia, quello della Sanità e i magistrati di sorveglianza.

– il decreto sulle carceri in fase di conversione alla Camera, nel prevedere le misure risarcitorie per i detenuti che hanno subito trattamenti inumani e degradanti – che noi radicali abbiamo definito “il prezzo della tortura” – non ha corrisposto minimamente a quanto previsto dalla Corte EDU e a principi elementari di costituzionalità. Questo non lo affermiamo solo noi radicali, ma anche la Commissione Affari Costituzionali della Camera che ha espresso seri dubbi circa queste misure chiedendo alla Commissione Giustizia se “siano pienamente rispondenti ai principi stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella richiamata sentenza dell’8 gennaio 2013 (causa Torreggiani e altri contro Italia, ricorsi 43517/09 più altri riuniti) ed al principio di proporzionalità di matrice costituzionale”.

– Oltretutto, gli 8 euro per ogni giorno di trattamenti inumani e degradanti subiti in violazione dell’art. 3 della CEDU, o il giorno di sconto di pena ogni 10 giorni passati in carcere nella condizione suddetta, costituiscono misure inapplicabili per una Magistratura di Sorveglianza già sotto organico e non in grado -da tempo- di affrontare i doveri quotidiani ai quali è chiamata; lo stesso vale per i Giudici civili che dovrebbero ricostruire giorno per giorno e per ciascun detenuto le condizioni di carcerazione nei diversi spostamenti che i reclusi subiscono durante la permanenza nei penitenziari italiani: cambio di cella, di sezione, di istituto.

– occorre che Televisioni pubbliche e private rimedino all’ignobile censura che hanno riservato agli esiti della visita effettuata in Italia (dal 7 al 9 luglio) da parte delle Nazioni Unite tramite il “Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria”. Nel documento redatto e nelle richieste rivolte al nostro Paese dall’ONU ci sono tutti gli obiettivi della nostra lotta e tutti i contenuti del Messaggio al Parlamento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, amnistia e indulto compresi. Gli esperti ONU hanno anche avuto da recriminare su un argomento tabu in Italia come quello del 41-bis, al quale solo noi radicali ci opponiamo. Secondo l’ONU non ci siamo ancora “adeguati ai requisiti internazionali per i diritti umani.

Troppo pochi 8 euro al giorno ai detenuti che hanno sofferto una carcerazione inumana. Il rischio è che l’Europa ci sanzioni anche per questa maniera di mettere pezze ai danni già fatti. Non lo dicono solo i radicali italiani di Rita Bernardini e Marco Pannella, che di questa battaglia hanno fatto da tempo una ragione di vita e di verità, ma lo hanno messo nero su bianco i membri del Csm, con un voto che quasi all’unanimità, 19 voti favorevoli e due astenuti, ha bocciato il decreto del ministro Andrea Orlando.

“L’obiettiva esiguità del quantum risarcitorio da liquidarsi – si legge nel parere messo a punto dalla Sesta Commissione (relatrice la togata di Unicost Giovanna Di Rosa) – senza che alcuna discrezionalità sul punto residui al giudicante, potrebbe infatti essere sospettata di svuotare di contenuto la tutela offerta dalla disposizione sovranazionale, la cui violazione non darebbe luogo ad un effettivo ristoro per equivalente da parte dell’amministrazione”.

“Al di là della evidente esiguità della somma – ha osservato il Csm – chiaramente riconducibile al timore che il riconoscimento di importi assai cospicui a favore dei danneggiati possa gravare eccessivamente sulle finanze dello Stato, la previsione di un siffatto limite appare discutibile anche sotto il profilo della rigidità del tasso di risarcimento previsto per legge, senza che sia prevista alcuna possibilità di graduarlo in ragione della gravità del pregiudizio eventualmente accertato”.

Rita Bernardini sul Satyagraha in corso: ”Serve la mobilitazione anche dei detenuti”. Nelle carceri, intanto, ci si continua ad ammalare e a morire. Sono 82 i morti dall’inizio dell’anno, dei quali 24 per suicidio, riporta “Espresso on line”. La puntata di Radio Carcere andata in onda martedì 29 luglio 2014 ha visto la presenza in studio della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, e quella di Marco Pannella. Come ricordato dal conduttore del programma, Riccardo Arena, Rita Bernardini è giunta a quota 29 giorni di sciopero della fame contro la “morte per pena” e affinché lo stato la smetta di comportarsi come “il peggiore dei criminali” in riferimento anche alla vicenda umana di Bernardo Provenzano e la sua permanenza al 41 bis in condizioni pressoché larvali. La puntata ha inoltre ananlizzato i contenuti dell’interrogazione presentata giovedì scorso dal vicepresidente della Camera, On. Roberto Giachetti (Pd) su sovraffollamento carcerario e capienza degli istituti. Arena ha quindi ricordato che venerdì scorso c’è stato un nuovo suicidio al carcere Due Palazzi di Padova. Un morto è morto per impiccagione nella propria cella, il suo nome era Giovanni Pucci, 44 anni di Lecce, che stava scontando una pena di 30 anni di reclusione. A questo detenuto era stato da poco negato il permesso di lavoro esterno al carcere, a causa di una rissa dietro le sbarre in cui sarebbe stato coinvolto e su cui è in corso un’indagine. Si tratta dell’82 esimo detenuto morto nelle carceri italiane nel 2014. Tra questi 24 sono i suicidi. Il deputato ha ribadito la necessità di amnistia e indulto, citando gli interventi di Giovanni Paolo II in Parlamento (2002 e in qualche modo prodromico all’indulto del 2006) e il più recente messaggio di Giorgio Napolitano alle Camere, datato otto ottobre dello scorso anno. Il Parlamento però, secondo Melilla, non ha il coraggio di prendere certe decisioni per paura dell’opinione pubblica che confonde “l’esigenza di sicurezza con una lotta disumana nei confronti di chi ha sbagliato”.

“L’informazione determina i sentimenti rancorosi evocati da Melilla – ha proseguito la Bernardini – un’informazione non democratica e poco veritiera. Il centro d’ascolto ha documentato che i tg si basano su fatti di sangue quando è risaputo che gli omicidi sono in netto calo rispetto ad alcuni anni fa. Si tocca la pancia degli italiani e non li si fa ragionare con fatti di verità su una semplice questione: ovvero che in realtà se si fa un carcere diverso, se si usano misure alternative c’è più sicurezza per tutti. Quando non si mandano direttamente le persone nelle carceri illegali italiane, la recidiva si abbassa drasticamente”.

Anche il tema della sanità in carcere è tornato al centro della discussione: “Non è solo una questione di metri quadrati – ha dichiarato la Bernardini – ma anche di sanità e in generale di mancanza di cure. Una percentuale intorno al 30% dei detenuti ha problemi psichiatrici e in carcere c’è un’alta probabilità di veder manifestare problemi psichiatrici proprio per le condizioni in cui si è costretti a vivere. Poi ci sono il 32% che sono tossicodipendenti e hanno già problemi di loro. Anche se sei sano ti ammali, il carcere è un luogo dove ci si ammala spesso gravemente e troppe volte si muore per mancanza di cure e perché indagini urgenti tipo le Tac non vengono eseguite se non dopo quattro mesi o un anno, quando ormai è troppo tardi. Inoltre ci sono detenuti che vengono accusati di fare scena, non vengono creduti e muoiono in carcere. Non tutte le carceri hanno la guardia medica h24, pochissime hanno il defibrillatore e anche dove c’è non sanno usarlo. Andrebbero fatti dei corsi per gli agenti e per chi è presente in carcere ma non vengono svolti”.

“C’è da occuparsi e preoccuparsi di questo – ha poi dichiarato Pannella entrando nel merito delle questioni – Renzi non si rende conto che, con queste condanne formali e quando il massimo magistrato costituzionale (Presidente della Repubblica) manda un messaggio alle Camere in cui scrive che quanto viene detto da Cedu, Corte Costituzionale (e perfino dall’Onu, benché in un momento successivo) è qualcosa che crea l’obbligo, questo parlamento non ha neppure discusso e in questo dà la misura di se stesso”. Ha sentenziato l’anziano leader che si è soffermato anche sulla vicenda riguardante l’irragionevole durata dei processi ricordando che: “Già nel 1976 mi schieravo contro i comunisti che erano contrari all’amnistia preferendo le prescrizioni”. Quindi Pannella ha letteralmente tuonato contro l’indegnità del nostro paese a far parte di quella stessa Unione Europea che pure ha contribuito a fondare: “L’Italia andrebbe espulsa dalla comunità europea per la somma e per il prodotto delle violazioni commesse – Pannella ha evocato in proposito una ricerca sul costo economico delle procedure d’infrazione contro l’Italia, a cura di Massimiliano Iervolino – e con la nonviolenza dobbiamo giocare al massimo la partita per il diritto e per i diritti”. Tra questi il diritto costituzionale alla salute in carcere.

A proposito viene i aiuto la toccante testimonianza di Davide Grassi su “Il Fatto Quotidiano”. Sovraffollamento delle carceri: Michele se n’è andato. È una calda giornata di luglio. Le imponenti mura di recinzione che circondano l’edificio principale sono la prima cosa che mi lascio alle spalle quando oltrepasso il massiccio portone blindato, che sembra ruggire mentre si apre e si richiude a battente. Prima di arrivare alle “sezioni” che ospitano i detenuti devo percorrere alcuni metri a cielo aperto, interrotti da almeno altri due fabbricati di cemento armato e acciaio, all’interno dei quali vengo sottoposto a rapidi controlli dalle guardie carcerarie che mi riconoscono subito e si limitano ad una superficiale occhiata al “pass” che il loro collega mi ha rilasciato all’ingresso. Mi capita spesso di addentrarmi dentro “l’inferno”. Lo chiamano così, quelli che ci finiscono dentro, per colpa loro o, in certi casi, anche per un errore giudiziario. Dentro “l’inferno” ci trovi quelli che sono gravati da una misura cautelare e che, secondo il magistrato, finché il procedimento non si conclude, potrebbero inquinare le prove, tentare la fuga o commettere un altro reato. Tra di loro anche chi sta scontando una condanna definitiva. Ho superato l’ultimo controllo e percorro gli ultimi metri all’aperto. Inevitabilmente alzo lo sguardo. Dalle inferiate saldate al perimetro di una finestra fuoriescono le braccia a penzoloni di un detenuto. Scorgo i suoi occhi rassegnati che fissano il vuoto. Dietro di lui credo di aver intravisto le ombre dei compagni che si agitano dentro la cella. Proseguo ancora. Davanti a me sento il fischio del motorino elettrico che fa scattare la serratura dell’ultima porta d’acciaio che mi separa dall’”inferno”. Sono dentro. Noto che alcuni agenti della penitenziaria parlano tra di loro in modo concitato. Capita a volte quando ci sono problemi con i detenuti. Il piantone mi fa segno di andare. Mi accomodo in una delle stanze messe a disposizione per i colloqui e attendo. “Oggi è una giornata molto pesante.” Esordisce Marco che è appena sceso dalla seconda sezione. Marco ha 22 anni ed è nato in Marocco ma è in Italia da quando aveva dieci anni. Parla un italiano impeccabile. È cresciuto con gli zii e non ha mai conosciuto i suoi genitori. È dentro da 11 mesi per una rapina aggravata. Ha preso una condanna in primo grado di 3 anni. Abbiamo appellato la sentenza. Marco è la prima volta che finisce in carcere e mi ha nominato da poco. È stato Michele ad avergli consigliato di nominarmi ed io sto facendo un favore a Michele, un mio cliente, che ha da scontare delle vecchie condanne per spaccio. Roba vecchia, ma con le quali prima o poi Michele sapeva di doverci fare i conti. Michele ha sessant’anni e dal carcere ci era già passato. Visto che era uno dei più anziani aveva deciso di prendere sotto la sua ala protettiva quelli come Marco che fanno il carcere per la prima volta. Michele si è affezionato a Marco. Sarà per la differenza d’età. Marco potrebbe essere suo figlio. Michele mi ha chiesto di difendere Marco gratuitamente ed era molto contento quando gli ho detto che avrei accettato. “Ne hanno portati altri due e adesso nel “buco” siamo in otto.” Mi dice Marco. Lo guardo per niente sorpreso. Quel carcere aveva già avuto qualche problema: condizioni igienico sanitarie pessime e sovraffollamento. Soprattutto quando arriva l’estate e si riempie di ladruncoli e piccoli spacciatori. “Hanno dovuto aggiungere un letto a castello. Siamo stipati come delle sardine. Con questo caldo non gira l’aria e mi sembra di soffocare. Facciamo a turno per stare in piedi, anche solo per dare un’occhiata fuori dalla finestra. Abbiamo una sola tazza del cesso per otto persone. E’ giusto secondo te?” Marco è un ragazzino intelligente, più maturo della sua età. Lo guardo e ascolto senza fiatare. Annuisco soltanto e non posso fare altro che prenderne atto. Dopo lo sfogo iniziale parliamo d’altro. Di cosa farà un giorno quando sarà fuori e che dovrà cercarsi un lavoro. Ha deciso che si rimetterà in contatto con gli zii che non vede da un paio d’anni. Da quando ha deciso di vagabondare da una città all’altra. Nessuno da quando è dentro è mai passato a trovarlo. Forse nessuno dei suoi familiari sa che lui è dentro. Noto che Marco non ha molta voglia di parlare, allora provo a cambiare discorso e a quel punto lui mi interrompe. “Michele se n’è andato…” “Michele se n’è andato?”, ripeto come un automa. Provo a spiegargli che è impossibile che Michele se ne sia andato, perché mi sarebbe arrivata una comunicazione in studio e comunque la sua posizione doveva essere ancora vagliata dal magistrato di sorveglianza. Mi sembra ridicolo dovergli spiegare che uno non può andarsene dal carcere quando gli pare. Ma subito mi rendo conto che sono io quello ridicolo. Marco ha gli occhi lucidi. In un istante realizzo e mi sento un groppo in gola. “Quando è successo?” “Questa mattina. Durante l’ora d’aria. Nella cella in cui era stato trasferito le finestre del bagno erano abbastanza alte..” Era bravo con i nodi Michele. Li aveva imparati sul lavoro. Per molti anni era andato per mare. Imbarcato su un peschereccio. Michele era un pescatore. Michele quella mattina aveva atteso che la cella si liberasse. Aveva preso un lenzuolo e aveva fatto un cappio ad una estremità. Poi lo aveva girato attorno al collo. L’altra estremità l’aveva già legata alle inferiate della finestra. Quindi si era arrampicato sul piccolo lavabo d’acciaio. Prima di andarsene aveva dato un’occhiata attraverso le sbarre. Fuori il cielo era di un limpido azzurro. Si era lasciato sfuggire un sorriso. Era una splendida giornata d’estate.

Morte naturale, qualcuno dirà. No. E’ omicidio di Stato. Quel reato abbietto di cui nessuno parla.

Così si muore nelle “celle zero” italiane. Dai pestaggi ai suicidi sospetti. Le foto incredibili, scrive Antonio Crispino su “Il Corriere della Sera”. Per quando questa inchiesta sarà tolta dal sito del Corriere (più o meno 48 ore), in carcere sarà morta un’altra persona. Sono 2230 decessi in poco più di un decennio. Quasi un morto ogni due giorni. Morte naturale, arresto cardio-circolatorio, suicidio. Queste le cause più comuni. Quelle scritte sulle carte. Poi ci sarebbero i casi di pestaggio, di malasanità in carcere, di detenuti malati e non curati, abbandonati, le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali, le impiccagioni a pochi giorni dalla scarcerazione o dopo un diverbio con il personale carcerario. Sono le ombre del sistema. La versione ufficiale è che il carcere è “trasparente”, sono tutte fantasie, storie metropolitane. «I detenuti, ormai, l’hanno presa come una moda quella di denunciare violenze». Parola di Donato Capece, leader del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Per essere credibili bisogna portare le prove, le testimonianze. In che modo? «Il carcere è un mondo a parte, un sistema chiuso dove si viene a sapere quello che io voglio che si sappia e dove le carte si possono sistemare a piacimento. Il sistema tende a proteggere se stesso» sintetizza Andrea Fruncillo, ex agente penitenziario di Asti. Lo avevamo incontrato già qualche anno fa. Grazie anche alla sua denuncia (caso più unico che raro) venne alla luce il sistema di pestaggio organizzato all’interno del carcere dove prestava servizio. In primo grado non si trovò nessun responsabile. In secondo grado sono arrivate le condanne. E’ una lotta impari, una fatica di Sisifo. «Anche lì dove riusciamo faticosamente a reperire delle prove finisce quasi sempre con una prescrizione» spiega l’avvocato Simona Filippi. È uno gli avvocati di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Carte alla mano, ci mostra come i reati per cui si procede sono attinenti alle sole lesioni. I tempi di prescrizione sono facilmente raggiungibili rispetto a un reato di tortura. Se fosse introdotto nel nostro ordinamento. Ad oggi, infatti, questo reato non esiste. Come praticamente non esistono condanne passate in giudicato. Esistono, invece, foto e documenti agghiaccianti che pochi dubbi lascerebbero sulla natura della morte del detenuto. Ma tutto è interpretabile e la scriminante è sempre dietro l’angolo. Lo avevamo testato anche noi, nel 2012, dopo l’aggressione ricevuta da parte del comandante degli agenti penitenziari di Poggioreale che minacciò: «Se non spegni questa telecamera te la spacco in testa… I detenuti li trattiamo anche peggio, lo puoi anche scrivere». Anche in quel caso chiedevamo di presunti casi di violenza. Tante scuse per l’accaduto, la richiesta – cortese – di non denunciare da parte della direttrice e promesse di azioni disciplinari da parte del Dap. Nulla di concreto. Anzi. Sul sito della polizia penitenziaria il comandante viene descritto come un ‘martire della battaglia’, in puro stile corporativo, provocato da giornalisti in cerca di scoop. «Nessuna prova». Qualche foto gira su internet per la pervicacia di genitori che chiedono giustizia: sono i casi di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi (la mamma ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e periti. Ultimamente ha messo in vendita il proprio rene per poter pagare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. La battaglia legale va avanti da 10 anni) o Federico Perna. Gli altri non li conosce nessuno. Come Manuel Eliantonio, Carlo Saturno, Bohli Kaies, Raffaele Montella, Aldo Tavola, Stefano Guidotti, Antonino Vadalà, Mauro Fedele, Gregorio Durante, Giuseppe Rotundo e troppi altri. Raccogliamo tutto quello che si può documentare. Lo mostriamo, in una miscellanea di orrore e terrore, al garante dei detenuti della Lombardia Donato Giordano, la regione con il più alto numero di carcerati. «E’ una follia, se è vero come è vero quello che ho visto siamo messi peggio del nazismo». Eppure casi di pestaggio sulla sua scrivania non sono mai arrivati. Nemmeno uno. Invece da mesi ci arrivano via posta segnalazioni dal carcere di Opera. «Fate luce sulla cella 24», ci scrivono. Cos’è la cella 24? «Solo una cella come tante altre dove mettono drogati e alcolizzati. Il direttore del carcere mi ha detto che è vuota per evitare che si facciano male. Indagherò» ci fa sapere il garante Giordano. In tutta Italia la cella 24 ha tanti nomi. Ogni detenuto, a seconda della provenienza geografica, la apostrofa in modo diverso, ma il senso è quello: cella 0, cella interrata, cella frigorifera, cella nera, cella estiva/invernale… Ogni termine ha una spiegazione. Incontriamo un poliziotto di Poggioreale per chiedergli del sovraffollamento ma il discorso vira inevitabilmente sull’esistenza della “cella zero”, la cella dove verrebbero portati i detenuti da punire. Non sa di essere ripreso. Spaventa la normalità con la quale afferma cose di una certa gravità: «Poggioreale è stato scenario di tante cose violente, dentro Poggioreale si è sparato, ci sono stati i morti, sono girate pistole… fino a quando non c’è stata la svolta autoritaria delle forze dell’ordine. Nella gestione di una popolazione del genere, permetti che c’è anche il momento di tensione, che si superano dei limiti, da ambo le parti e si interviene in questo modo? Penso che è naturale… E’ un po’ come lo schiaffo del padre in famiglia, no?». La denuncia che il garante si aspetta sulla scrivania dovrebbe partire da un detenuto pestato che si trova all’interno del carcere e convive con altri detenuti che non vogliono problemi. La stessa denuncia prima di essere spedita passerebbe tra le mani del sistema carcerario. Dopodiché il detenuto dovrebbe continuare a convivere con i suoi presunti carnefici, ogni giorno. Il tutto partendo dal presupposto che un detenuto, per definizione, ha una credibilità pari allo zero e una possibilità di documentare quello che dice praticamene nulla. «Anche se viene trasferito dopo la denuncia, il detenuto sa che le prende lo stesso. Tra di noi arrivava la voce di chi aveva fatto l’infame e si trovava ugualmente il modo di punirlo. Chi sa sta zitto, anche i medici. Ad Asti dicevamo noi al medico cosa scrivere sulla cartella clinica dopo un pestaggio. Ovviamente nei casi in cui lo portavamo da un medico. Ci sono tanti bravi agenti che fanno solo il loro dovere ma seppure assistessero ai pestaggi non potrebbero parlare. Sarebbero mandati in missione in chissà quale carcere sperduto d’Italia, gli negherebbero le licenze, i permessi, farebbero problemi con le ferie, verrebbero discriminati… Insomma il carcere è un mondo con le sue regole» ricostruisce così la sua esperienza, Fruncillo. «Ci aveva provato Carlo Saturno a denunciare le violenze subite nel carcere minorile di Bari» ricorda Laura Baccaro autrice con Francesco Morelli del dossier “Morire di carcere” pubblicato su Ristretti Orizzonti. E’ stato sfortunato. Era l’unico testimone ed è morto impiccato una settimana prima dell’udienza in cui doveva deporre. Il processo si è chiuso per mancanza di prove. Katiuscia Favero. Anche lei aveva denunciato: un medico e due infermieri dell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. La avrebbero violentata ripetutamente. «Dopo la denuncia viene trovata impiccata a un albero in un recinto accessibile solo al personale medico-infermieristico. Sfortunata anche lei. Perché spariscono anche le perizie ginecologiche effettuate dopo la denuncia». Caso chiuso. Nel 2008 verranno assolti sia il medico che gli infermieri denunciati da Katiuscia, per mancanza di prove. Cristian De Cupis diceva che alcuni agenti della Polfer di Roma lo avevano picchiato durante l’arresto. Denuncia tutto al Pronto soccorso. Muore prima ancora che gli convalidino l’arresto. Aveva 36 anni. Manuel Eliantonio viene fermato all’uscita di una discoteca. Aveva fumato, usato droghe. Gliene trovano alcune in tasca e lui scappa. L’agente lo rincorre e lo porta nella caserma della Polizia stradale di Carcare, provincia di Savona poi in carcere. Ufficialmente muore per «arresto cardiaco» ma il giorno prima aveva scritto alla mamma: «Mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo, se non li prendo mi ricattano». Anche qui, nessuna prova. Nessuna prova e nessuna testimonianza neppure per Bohli Kaies. E’ uno spacciatore tunisino morto per «arresto cardiocircolatorio». La perizia disposta dal procuratore di Sanremo precisa: «Avvenuta per asfissia violenta da inibizione dell’espansione della gabbia toracica». In pratica: soffocato. Così il procuratore Roberto Cavallone decide di indagare i tre carabinieri che procedettero all’arresto. Dirà: «E’ una morte della quale lo Stato italiano deve farsi carico. Chi ha visto si faccia avanti e i tre militari raccontino come è andata». Non si saprà mai come è andata nemmeno per Rachid Chalbi. Trovato morto in cella per “suicidio”. Qualche giorno prima era stato punito con il trasferimento nel penitenziario di Macomer. Quando i parenti si recano all’obitorio notano ecchimosi sul volto e sul petto. I parenti si chiedono: «Nonostante la richiesta del consolato e dei legali l’autopsia non è stata eseguita. Perché?».

Poggioreale, l’incubo “cella zero”. Le denunce sui pestaggi dei detenuti. Dopo l’inchiesta dell’Espresso di qualche mese fa, con il racconto di un ex detenuto su botte e minacce ricevute da un gruppo di guardie carcerarie, ora sono diventate oltre cinquanta le confessioni raccolte dai magistrati napoletani sui maltrattamenti nella famigerata “cella zero”, scrive Arianna Giunti su “L’Espresso”. C’è “melella”, che si è guadagnato questo soprannome perché “quando beve le guance gli diventano rosse come due mele mature”. C’è “ciondolino”, che quando arriva nelle celle, a notte fonda, lo riconosci da lontano per via di quel tintinnio “proveniente da un voluminoso mazzo di chiavi che gli ciondola attaccato ai pantaloni”. Poi c’è “piccolo boss”. Non è molto alto di statura, è silenzioso, però “picchia forte e zittisce tutti”. Insieme sono “la squadretta della Uno bianca”. Almeno, è così che li chiamano i carcerati di Poggioreale, il carcere di Napoli. In memoria di un terribile caso di cronaca nera degli anni Novanta. Solo che in questa vicenda i protagonisti non sono feroci killer che vestono la divisa della polizia di Stato ma un piccolo gruppo di agenti della penitenziaria che – secondo le testimonianze di alcuni detenuti – si sarebbe reso responsabile di ripetuti pestaggi notturni, minacce, vessazioni e umiliazioni nei confronti dei carcerati “disobbedienti”. Rinchiusi nudi e al buio per ore intere, in una cella completamente spoglia ribattezzata la “cella zero”. Sono salite a 56 le denunce dei detenuti del penitenziario napoletano che hanno messo nero su bianco, davanti ai magistrati della Procura di Napoli, le presunte violenze subite dietro le mura di una delle carceri più sovraffollate d’Europa. La punta di un iceberg fatto di sistematiche violazioni dei diritti umani che l’Espresso aveva documentato già lo scorso gennaio , riportando tra l’altro la testimonianza esclusiva di una delle vittime, un ex detenuto di 42 anni che ha riferito di aver subito durante la sua permanenza di cella “pestaggi e trattamenti disumani in una cella con le pareti sporche di sangue”. Il corposo dossier presentato due mesi fa dal garante dei detenuti della regione Campania, Adriana Tocco, nel frattempo si è dunque arricchito di decine di altre testimonianze, sempre più drammatiche e sempre più ricche di dettagli. Per l’esattezza, si tratta di 50 nuove denunce e altri 6 esposti, contenute in due diversi fascicoli che ora sono al vaglio dei procuratori aggiunti Gianni Melillo e Alfonso D’Avino. Un’inchiesta, questa, che potrebbe far vacillare i vertici dell’istituto penitenziario partenopeo e gettare nell’imbarazzo l’intero dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, proprio alla luce dell’ennesima stroncatura ricevuta pochi giorni fa dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, con la quale Strasburgo ha mandato a dire al nostro Paese – senza tanti giri di parole – che i provvedimenti presi finora dall’Italia per sanare la piaga carceri (il recente decreto approvato da Camera e Senato) sono insufficienti a riabilitare il nostro sistema carcerario. E così a maggio il nostro Paese – condannato un anno fa con la storica sentenza Torreggiani – potrebbe vedersi costretto a pagare una maxi multa. Le deposizioni dei detenuti ed ex detenuti napoletani, intanto, sono già iniziate e continueranno anche nelle prossime settimane. Testimonianze ancora tutte da verificare, questo è certo, ma che per ora sembrano dipingere un abisso di soprusi e vessazioni. Nei loro racconti davanti alle toghe i carcerati ricostruiscono la punizione della “cella zero” – una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere – con tanto di linguaggi in codice da parte del gruppo di agenti che avrebbe preso parte alle violenze. Un gruppo ristretto di “mele marce”, visto che a onore del vero la maggior parte dei poliziotti in forza al carcere partenopeo viene descritta dagli stessi detenuti come “sana” e composta da agenti coscienziosi e votati al sacrificio che non si risparmiano con ore e ore di straordinari in condizioni usuranti. Questa piccola squadretta, invece, avrebbe compiuto negli ultimi anni abusi di potere continui. “La punizione della cella zero”, raccontano i detenuti nelle loro denunce, “consiste nell’essere confinati in una cella isolata, completamente vuota, nudi e al buio, per intere ore, sottoposti a pestaggi e minacce”. Poi c’è qualche terribile eccezione. Uno dei detenuti che ha da poco presentato un esposto davanti ai magistrati napoletani, infatti, un ragazzo italiano di 35 anni finito in carcere per reati di droga, racconta di essere stato rinchiuso nella cella zero “tre giorni consecutivi”. La dinamica appare la stessa per tutti i detenuti. “Ci portano lì dentro di notte, quando molti di noi già dormono”, raccontano, “e ci picchiano uno per volta”. “Tempo fa”, mette nero su bianco un ex detenuto, “ci hanno portati lì in otto, ma poi il ‘trattamento’ è stato fatto uno per volta”. Già, ma in cosa consiste – esattamente – questo “trattamento”? I detenuti lo raccontano con tragica naturalezza. Innanzitutto, parte l’ordine: Scinne a ‘stu detenuto, “fai scendere questo detenuto”. In pochi minuti, il prescelto viene portato nella cella zero, e viene spogliato di tutto. La cella è umida, vuota, ha le pareti e il pavimento sporche “di sangue ed escrementi”. A questo punto secondo i racconti partirebbero le percosse. “Ci picchiano a mani nude o con uno straccio bagnato, per non lasciare segni sul corpo”, verbalizza nella sua denuncia uno dei detenuti, “alcuni di loro hanno in mano un manganello, ma lo usano solo per spaventarci”. Mentre incassano le botte, i detenuti iniziano a sanguinare. La paura di entrare in contatto con liquidi infetti è enorme. Ecco perché “tutti gli agenti mentre picchiano indossano guanti di lattice”. Ai pestaggi seguirebbero quindi le minacce. Racconta un detenuto: “Uno di loro mi ha detto: ‘ se provi a riferire quello che hai visto te la faccio pagare’”. Quindi, a botte concluse, da parte degli agenti della penitenziaria arriverebbe anche un’offerta: “Vuoi andare a farti medicare in infermeria?”. “Inutile aggiungere che nessuno di noi ha il coraggio di farsi portare dagli infermieri ma sopporta il dolore in silenzio”, racconta uno dei detenuti negli esposti, “o al limite si fa medicare alla meno peggio dai compagni di cella”. La squadretta secondo i detenuti sarebbe composta da tre o quattro agenti, ai quali i carcerati hanno assegnato appunto diversi soprannomi. Come “ciondolino”, “melella”, “piccolo boss”. Tutti riconoscibilissimi, visto che avrebbero agito a volto scoperto. Questo è il motivo per cui i magistrati napoletani vogliono proteggere con grande discrezione l’identità dei testimoni in attesa di verificare che le loro accuse siano attendibili, precise e concordanti. Anche confrontando la cronologia dei presunti pestaggi subiti dai detenuti con i fogli di turno e i registri di presenza degli agenti. Di sicuro, secondo i racconti dei detenuti, a far divampare la rabbia delle “guardie” basterebbe un pretesto. Una risposta sbagliata, un atto di disobbedienza, un banale battibecco. Ed eccoli scaraventati nell’inferno “cella zero”. Uno scenario nero che nelle prossime settimane potrebbe arricchirsi di nuove testimonianze e accuse e che quasi certamente culminerà con un’ispezione carceraria a Poggioreale.

Dopo tutto questo si sente l’opprimente bisogno di scomunicare “solo” i mafiosi. “Ora Bergoglio venga qui a spiegarci se possiamo prendere l’ostia”, scrive Giuseppe Caporale su “La Repubblica”. «A questo punto, vogliamo incontrare il Papa. Solo lui può dirci se possiamo ricevere o no i sacramenti. E questo noi dobbiamo saperlo ». Quando, alle cinque di ieri pomeriggio, nella “sala della socialità” del reparto Alta sicurezza 3 del carcere di Larino, prende la parola uno dei quindici ‘ndranghetisti, il vociare che fino a quel punto aveva accompagnato la visita ispettiva al penitenziario dell’assessore regionale alle Politiche sociali del Molise, Michele Petraroia, si spegne. «Noi, tutti insieme — dice il boss, indicando con il dito il gruppo di detenuti calabresi intorno a lui e guardando l’assessore — due settimane fa, dopo la scomunica del Papa alla ‘ndrangheta durante la visita in Calabria, abbiamo posto una domanda al nostro prete (il cappellano del carcere don Marco Colonna, ndr). E, visto che siamo tutti condannati per reati di mafia, gli abbiamo chiesto se potevamo continuare a prendere i sacramenti. Don Marco ha preso tempo, giustamente — prosegue il detenuto — Ha detto che si doveva informare, che non aveva sentito bene le parole del pontefice e che le aveva ascoltate solo distrattamente alla televisione. Ci ha detto che ne avrebbe parlato con il vescovo (don Gianfranco De Luca della diocesi di Larino-Termoli, ndr). Noi, nel dubbio, a messa non ci siamo andati fino a quando non è venuto il vescovo a parlarci, e a darci con le sue mani la comunione. Ma quando, dopo la messa di domenica, abbiamo posto la stessa domanda anche a lui, ci ha detto che c’è ancora bisogno di riflettere e approfondire. Poi ci ha lasciato da leggere il discorso integrale del Papa a Sibari». Quindi il boss rivolge un invito all’assessore: «Visto che è qui per conoscere questa vicenda da vicino, faccia sapere fuori che vogliamo incontrare Papa Francesco. Che da lui vogliamo la risposta alla nostra domanda». Petraroia annuisce e prende appunti con un’assistente: «Capisco il vostro turbamento e non sono la persona adatta per parlarvi di pentimento o conversione. Conosco questo carcere e le persone che ci lavorano e sono certo che potranno aiutarvi». Nella sala c’è anche Carmelo Bellocco, capo cosca di una potente ‘ndrina di Rosarno: «Assessore, faccia anche arrivare un messaggio alle nostre famiglie. Dica loro che noi non abbiamo offeso la chiesa, mai», dice. «Abbiamo solo fatto una domanda, tutti insieme. Non c’è nessuna rivolta come dicono invece i telegiornali. Noi non siamo come quelli dell’inchino… (con un chiaro riferimento alla vicenda della sosta della statua della Madonna davanti all’abitazione di un boss a Oppido Mamertina, ndr )». A quel punto i detenuti rompono il silenzio e cominciano a prendere la parola uno alla volta. «Perché esce questa immagine di noi? Perché ci vogliono far passare per rivoltosi? », si sfoga uno di loro, seduto accanto al boss della Sacra corona unita Federico Trisciuoglio: «Ci vogliono punire », dice. «Tutti questi articoli di giornale e servizi della tv ci fanno solo del male». Nella “sala della socialità” dovrebbe esserci anche Giuseppe Iovine, fratello del boss del clan dei Casalesi pentitosi da un mese, ma non c’è: è rimasto in cella e non ha voluto partecipare all’incontro. Ma nemmeno quando Petraroia passa attraverso il reparto Z (dove si trovano i parenti dei collaboratori di giustizia che devono scontare una pena in carcere) Iovine si avvicina. La direttrice del penitenziario, Rosa La Ginestra, che segue la visita, illustra all’assessore le attività dell’istituto: «Facciamo tante iniziative per fare socializzare i detenuti e per recuperarli. Hanno ragione quando dicono che tutto questo clamore non ci aiuta. Una parte dei nostri ospiti, quelli che frequentano il corso di studi interno, ogni anno si reca in visita a Roma per ascoltare il Papa in piazza San Pietro». Quando, dopo un’ora di ispezione dei reparti, Petraroia esce dal penitenziario, è stato appena stato diffuso l’ultimo messaggio di monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Campobasso. Che sulla vicenda dice: «Occorre chiudersi a riflettere su come conciliare la forza della misericordia con il dramma della scomunica». Nessuna rivolta, spiega poi il presule: i detenuti, sostiene, hanno voluto porre una «questione».

  

Quello che la Stampa e la Tv non dicono sul delitto di Carmela “Melania” Rea.

Un’inchiesta di Antonio Giangrande su http://www.controtuttelemafie.it al link “massoneria”, ovvero nel suo libro “L’Italia delle Mafie”.

Sono le 12.48. E’ il 18 aprile 2011, un lunedì. Sul Pianoro di Colle San Marco, luogo di scampagnate e di giochi sopra Ascoli Piceno, un uomo si aggira disperato. Tiene in braccio una bambina e cerca sua moglie. L’uomo è il caporalmaggiore dell’esercito Salvatore Parolisi, la donna scomparsa è Carmela Rea, che tutti chiamano familiarmente Melania.

“Lo strano caso di Melania Rea” (edito da da Fivestore – R.T.I S.p.A e collana di una serie di Quarto Grado) è il primo libro su un mistero fatto di bugie, tradimenti, segreti. Un delitto che divide l’Italia.

Tutto parte da una misteriosa sparizione e dal successivo ritrovamento del cadavere. Da lì, da quel bosco, inizia uno dei casi più intricati, contraddittori delle nostre cronache giudiziarie, un giallo in cui tradimenti, segreti, bugie e sesso sfociano purtroppo in un finale orribile. La penna è quella attenta di un abile scrittore e cronista di nera, Antonio Delitala, giornalista professionista, saggista, che è mancato all’improvviso poco prima di veder pubblicata la sua opera. “Scrivere di un delitto non è motivo di morbosità. E’ il desiderio di capire le cose, di scoprire l’umanità sofferente che li ha generati”. Particolari inediti, trascrizioni degli interrogatori, confessioni di Salvatore Parolisi (unico indiziato dell’omicidio di sua moglie) allo stesso Delitala, arricchiscono il racconto di questo giallo che è ancora un mistero assoluto della cronaca nera italiana. Lo Strano Caso Di Melania Rea non è dunque solo un triste eufemismo col quale appellare uno dei casi di cronaca nera più tremendi ed inspiegabili dell’ultimo anno. E’ una tragedia che porta a sondare i numerosi dubbi che l’opinione pubblica si pone sulle coincidenze e le contraddizioni del caso. Ma soprattutto è un libro in cui l’autore cerca di mostrare l’interiorità di Salvatore Parolisi, un Parolisi diverso e leggermente psicanalizzato da colui il quale era diventato suo speciale confidente, Antonio Delitalia appunto, un giornalista che si era appassionato al caso dell’omicidio Rea ed aveva da sempre portato avanti l’innocenza del Parolisi. Si mostra nel testo tutta la visione più sofferente di un Parolisi che ha vissuto barcamenandosi tra due storie incompatibili, quella con la moglie e quella con l’amante. E, tra sogni premonitori ed incubi nei quali rivede il volto della moglie, Parolisi non sembra chiarire i punti ancora oscuri di questa vicenda. Ed è proprio questo non saper spiegare o non voler spiegare a rendere poco credibile la sua innocenza.

“Scarsa sensibilità per il dolore di una famiglia che ancora non si capacita della perdita di Melania”, spiega l’avvocato Mauro Gionni per esprimere il proprio disappunto circa l’iniziativa dei giornalisti Ilaria Mura e Antonio Delitala. Questi ultimi hanno infatti realizzato il progetto di pubblicazione del volume “Lo strano caso di Melania Rea”, in cui si narra delle vicende relative all’omicidio della giovane donna di Somma Vesuviana scomparsa il 18 Aprile e ritrovata accoltellata dopo due giorni nel Bosco delle Casermette in zona Ripe di Civitella. Il rappresentante legale di parte dei Rea ha chiarito che il libro è “una pubblicazione inopportuna, considerando che le indagini sono ancora in corso, e che – sostiene l’avvocato – contiene solo riferimenti ad atti parziali, frasi mai dette, o comunque riportate non fedelmente di agenti, avvocati, e altri.

L’uomo, secondo quanto riferito dai colleghi del caporalmaggiore, mentre amici e parenti cercavano la povera Melania, trascorreva le sue ore in caserma. Gli stessi colleghi hanno suggerito a Parolisi: “Forse tua moglie aveva una relazione con un altro uomo, forse è scappata con un altro”. I militari, peraltro, alle forze dell’ordine nel corso di un interrogatorio hanno riferito che Parolisi tra il 18 e il 20 era molto preoccupato in parte per la scomparsa della moglie, ma soprattutto per la possibilità che le recenti vicissitudini potessero portare allo scoperto le relazioni extraconiugali che intratteneva con altre donne.

Nel corso delle indagini E’ stato sentito l’ex sostituto procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ferraro; il suddetto aveva portato avanti delle indagini sulle eventuali presenze massonico-sataniche entro l’ambito militare. Per dar credito alle testimonianze raccolte, l’uomo sarebbe stato sottoposto a due perizie psichiatriche che l’hanno identificato come individuo sano di mente. Tali accertamenti si sono resi necessari in quanto il Consiglio superiore della magistratura lo aveva sospeso per quattro mesi per presunta infermità mentale.

Secondo quanto dichiarato dall’uomo, le sue problematiche si sarebbero sviluppate in concomitanza con l’inizio di quel tipo di indagini all’interno del contesto militare nella caserma romana della Cecchignola. Ferraro, in presenza dei pm Davide Rosati e Greta Aloisi, ha dichiarato di aver visto una donna molto simile alla vittima in prossimità della Procura di Roma un po’ di tempo prima della inspiegabile scomparsa. Non è ancora stata resa nota l’attendibilità delle dichiarazioni, ma tale avvenimento potrebbe trovar riscontro nella dichiarazione rilasciata da una amica di Melania, Imma Rosa, la quale aveva sostenuto che la donna dopo aver scoperto la relazione extraconiugale del marito con una collega di lavoro, aveva in un primo momento pensato al suicidio e successivamente pensato di procedere per via offensiva denunciando pubblicamente la storia dei due amanti.

Obiettivamente la denuncia avrebbe danneggiato a livello lavorativo tanto il marito della vittima, Salvatore Parolisi, quanto la sua amante, Ludovica Perrone. Quest’ultima avrebbe infatti riferito agli inquirenti di aver ricevuto minacce dalla vittima nel corso di una conversazione telefonica.

Unico indagato del delitto è il marito della vittima, il caporalmaggiore Parolisi, con l’accusa di omicidio. Intanto vi è un evento strano a danno degli investigatori. É un lavoro da esperti professionisti, ribadiscono gli investigatori: sono state prese di mira due colonne della magistratura e delle forze dell’ordine teramane. Il maresciallo ha condotto le indagini per tutti gli eventi criminosi avvenuti a Teramo. Il giudice ha esaminato il caso Enichem, l’omicidio Fadani e Rea.

Nella notte tra venerdì 18 e sabato 19 novembre 2011 chi ha cosparso di benzina le auto lo ha fatto in modo per così dire professionale, professionisti che hanno operato sapendo esattamente cosa e come fare, ben conoscendo i possessori delle due macchine parcheggiate in via Colombo e via Brescia a Martinsicuro. Marina Tommolini, è stata giudice monocratico a Giulianova e Teramo prima di diventare giudice per le indagini preliminari. È stata anche pretore a Manfredonia, si è occupata di indagini importanti legate alla Enichem, e dell’omicidio Fadani, ed è anche il gip che si dovrà occupare del caso di Salvatore Parolisi. Il maresciallo Spartaco De Cicco è un uomo di spicco del reparto operativo provinciale dei carabinieri. Ha condotto le indagini su tutti gli omicidi degli ultimi tempi, dal caso Fadani a quello di Adele Mazza. Oltre che a vaste operazioni antidroga effettuate in provincia. Gli orari del doppio attentato si possono desumere dalle telefonate di allarme giunte ai vigili del fuoco: la prima alle 5.14, quando in via Brescia brucia l’Audi A4 del maresciallo De Cicco poi alle 5.35, l’allarme per l’incendio in via Colombo che interessa l’Audi A6 bianca del magistrato. I piromani hanno scavalcato il recinto di cemento cospargendo di benzina la vettura, immediatamente prendono fuoco carrozzeria e pneumatici. In seguito all’allarme giungono il prima possibile i vigili del fuoco da Teramo, Nereto e Roseto degli Abruzzi spegnendo il rogo, ma oramai le auto sono carbonizzate. Le indagini si concentrano nei fascicoli delle indagini tenute dal giudice e dal sottufficiale, si cerca anche un solo indizio che unisca i due attentati. L’unica cosa certa per adesso è il chiaro messaggio intimidatorio che è stato lanciato come una sfida alle istituzioni dalla malavita.

Un magistrato di Teramo e un ufficiale dell’arma di Teramo, che si occupano del caso Melania Rea, sono stati entrambi vittime di due attentati incendiari ai danni delle loro vetture, realizzati alle cinque di mattina del 20 Novembre. Pochi giorni prima era stata acquisita per tre ore dalla Procura di Teramo la testimonianza dettagliata del magistrato dott. Paolo Ferraro, in merito: alla denunciata “presenza di sette esoterico sataniche a partire dall’esercito; alle possibili connessioni e coperture; al coinvolgimento di magistrati, avvocati, e psichiatri arruolati; alle indicazioni relative alla inquadrabilità del fenomeno in un contesto più ampio, che lascia intravedere rapporti e intrecci tra massonerie, satanismo, poteri deviati, aldilà delle correlazioni con il “caso” Melania Rea. E sono stati depositati dati e banca dati che illustrano altresì ascendenze internazionali con utilizzo di tecniche e strumenti elaborati in ambiti militari e dei servizi “. Intimidazioni a giornalisti, silenzio della stampa ufficiale e una miriade di piccoli fatti fanno da corollario, oltre alle intimidazioni e persecuzioni subite dal detto ultimo magistrato. Allontanato dal C.S.M. per una presunta e mai dimostrata “Infermità”, il dott. Ferraro è il Pubblico Ministero che indagava su una organizzazione militare che coinvolgerebbe gli alti vertici del potere in massoneria occulta, pedofilia, sette sataniche. La reazione dei cosiddetti poteri forti nei confronti del P.M. non è tardata ad arrivare. Ma anche gli interrogativi.

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06272

Pubblicato il 17 novembre 2011 Seduta n. 637

LANNUTTI – Ai Ministri della giustizia e della difesa. – Premesso che:

il pubblico ministero di Roma, Paolo Ferraro, ha condotto in prima persona un’indagine su una presunta setta satanica, a cui avrebbero aderito anche alcuni esponenti dell’esercito, un gruppo segreto che si riunirebbe in eventi dove confluirebbero riti esoterici e banchetti a base di sesso e droga. Ad avvalorare questa pista ci sarebbero anche dei file audio che contribuirebbero a dissolvere qualsiasi dubbio sulla tesi del magistrato;

l’indagine di Ferraro potrebbe, a detta dello stesso, intrecciarsi anche con il delitto di Ripe di Civitella dove il 20 aprile 2011 fu ritrovata morta Melania Rea, moglie di un caporalmaggiore del 235° Reggimento Piceno;

successivamente il Consiglio superiore della magistratura (CSM), nella seduta del 16 giugno 2011, come si legge su “giustizia quotidiana.it”, ha deliberato di collocare in aspettativa per infermità, per quattro mesi, il pubblico ministero di Roma Paolo Ferraro. Il provvedimento è stato adottato con una procedura d’urgenza, motivata dalla asserita gravità ed attualità dell’inidoneità del magistrato ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio»;

dopo la decisione del CSM di sospenderlo per quattro mesi dal servizio per gravi motivi di salute, il magistrato decide di rendere pubblica la sua vicenda cominciata quando nel 2008 andò a vivere nella città militare della Cecchignola, a Roma;

pertanto ad oggi Paolo Ferraro rimane sospeso per quattro mesi per motivi di salute, nonostante lui si dichiari perfettamente abile e a suo sostegno ci siano diverse perizie mediche che lo certificano;

i difensori del pubblico ministero denunciano l’anomalia dell’azione del CSM e hanno presentato ricorso al Tar del Lazio per denunciarne l’illegittimità. In particolare gli avvocati Mauro Cecchetti e Giorgio Carta hanno espresso forti critiche verso il modus operandi del CSM nei confronti del loro assistito;

si legge sul sito sopra citato: “Il procedimento cautelare seguito dal Csm risulta non solo costellato di violazioni delle garanzie difensive, ma addirittura atipico, perché non previsto da alcuna norma. Non risulta fondato su alcuna perizia medica, se non una risalente al 2008 che, peraltro, attestava l’idoneità allo svolgimento di attività professionali anche complesse”. Un particolare alimenta ulteriori sospetti nei due legali: “Il Csm – hanno riferito gli avvocati – ha stranamente ritenuto ininfluenti le numerose perizie mediche di parte, private e pubblica del 2011, attestanti la specifica idoneità ed anzi qualità intellettuale del magistrato, ed ha ignorato una denuncia analitica e argomentata depositata in atti, che evidenzia fatti gravissimi a suo danno patiti dal 2009 in poi”. Il pubblico ministero Paolo Ferraro non ha mai avuto provvedimenti disciplinari di alcun tipo, mentre ha sempre avuto giudizi di ottimo rendimento, occupandosi di inchieste anche importanti;

considerato che la signora Milica Cupic, cittadina italiana, lamenta una serie di comportamenti quanto meno opinabili di organi della giustizia militare e civile in ordine a fatti da lei denunciati;

in più occasioni ed in data 4 ottobre 2003, la signora Cupic ha denunciato gravi fatti a sua detta ascrivibili a personaggi identificati e identificabili. In particolare riferiti al suo ex marito, generale a due stelle e dunque alta carica dell’Esercito italiano, che ella ebbe a denunciare già nel 1996 in relazione alla morte violenta della propria figlia e di un sottoufficiale dell’Esercito avvenuta il 3 febbraio 1986;

secondo quanto riferito dalla stessa signora Cupic ella avrebbe altresì avuto modo di segnalare come un alto grado della Guardia di finanza avrebbe favorito la promozione al suo ex marito. Tale personaggio sarebbe poi diventato Comandante Generale della Guardia medesima;

la Procura della Repubblica di Roma, dopo aver ricevuto l’esposto firmato dalla signora Cupic, lo avrebbe trasmesso al Procuratore Aggiunto, dottor Ettore Torri, come esposto anonimo, mentre, ad avviso dell’interrogante, ne risultava esattamente identificato il soggetto che lo aveva inviato;

tali denunce sono state archiviate, ma è evidente che in tal caso la signora Cupic avrebbe dovuto essere indagata per calunnia, cosa che non è mai avvenuta;

sembra per la verità che la denuncia della signora Cupic in merito alla morte del Sottoufficiale e della propria figlia siano state archiviate, giustificandole con il fatto che la signora sarebbe affetta da «sindrome delirante lucida» e che di ciò la procura militare, per quanto riferito dall’interessata, sarebbe stata informata nel 1996, in modo improprio dal Tenente Colonnello dottor Corrado Ballarini di Bologna. La Cupic ha avuto più incontri, di sua spontanea volontà con il Capitano psichiatra criminologo Marco Cannavici nel 1995 presso il Policlinico Militare Celio di Roma, il quale fece in effetti un rapporto al direttore del Celio pro tempore sullo stato psicologico della signora, nel quale tuttavia mai pronunciò la diagnosi che avrebbe portato all’archiviazione;

in data 15 gennaio 2005, la signora Cupic presentò alla procura militare di Roma una formale denuncia contro il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Giulio Fraticelli, per «omissioni in atti d’ufficio», in relazione alle denunce presentate nei confronti dell’ex marito ed alla documentazione a suo dire inviata al generale Pompegnani. Il generale Fraticelli avrebbe comunicato alla signora Cupic di aver relazionato al procuratore Intellisano, il quale, peraltro, in un incontro avvenuto con la Cupic il 7 dicembre 2004, negò di aver mai ricevuto alcuna cosa;

della denuncia di cui sopra esiste traccia nella lettera che la Procura militare della Repubblica presso il tribunale militare di Roma ha inviato allo studio legale Lombardi in data 16 maggio 2005, (Numero 8/C/04INT «mod. 45» di protocollo) a firma del Procuratore Intellisano;

nel dicembre 2004 la Cupic ebbe a presentare una denuncia alla Procura Militare contro il Tenente Colonnello Ballarini inviandola al A.G. Maresciallo Cervelli;

considerato infine che la sospensione del dottor Ferraro, improvvisamente ritenuto inadatto ad adempiere convenientemente ed efficacemente ai doveri del proprio ufficio, appare all’interrogante di dubbia legittimità, si chiede di sapere:

di quali informazioni disponga il Governo sui fatti esposti in premessa;

quali iniziative di competenza intenda adottare.

Intervista a Paolo Ferraro, magistrato sospeso misteriosamente dal CSM. Su Agenzia Stampa Italia

Salve e benvenuto. In queste settimane, il caso mosso intorno al nome del Magistrato Paolo Ferraro ha lasciato esterrefatta la pubblica opinione. Come rivelato ai microfoni di SkyTg24, Lei sostiene di aver riscontrato in prima persona, durante il Suo periodo di residenza presso la cittadella militare della Cecchignola, comportamenti ed attività “non normali”, scoprendo un mondo “sotterraneo, sconosciuto, poco chiaro, ambiguo, fumoso”. Attenendoci chiaramente ai limiti imposti dal segreto istruttorio, può dirci più nel dettaglio cosa ha scoperto attraverso le sue indagini?

Sporsi a suo tempo nel Novembre 2008, una Denuncia immediata, avendo proceduto ad un primo ascolto di registrazioni audio relative a sei mattine e due pomeriggi, registrazioni che effettuai avendo acquisito una serie di elementi che lasciavano sospettare una “situazione ambientale” inquietante. Ebbi dichiarazioni conformi che la disegnavano a grandi linee, e feci ascoltare l’audio sia ad un ufficiale di P.G. particolarmente qualificato, che ad una psicologa incaricata tramite avvocato che ritenevo di fiducia, psicologa cui avevo conferito il compito di un sostegno esterno e affiancamento, ovviamente alle persone da me ritenute vittime dirette o indirette. La qualità dell’audio non era ottimale, anzi era mediocre, sicché indicai subito la necessità di procedere ad elaborazione del volume ed ad un attento ascolto tramite programmi adeguati. Sia l’Ufficiale di P.G., a titolo di amicizia e stima personale, che la psicologa, vagliarono la evidente anormalità della situazione ed anzi quest’ultima in un ascolto durato più di due ore e mezza fornì valutazioni, preoccupate, mentre l’Ufficiale di P.G. parlò di un fenomeno collettivo complesso e allarmante. Dall’ascolto attento emergevano attività già indicate nella conferenza, ma più in particolare la possibilità di individuare uso di sostanze, tecniche o procedure verbali a prima vista inquadrabili come volte al condizionamento dei soggetti che li ricevevano, ma soprattutto un contesto veramente anomalo con ingresso di numerose persone di varie età, senza suonare prima, ed utilizzando chiavi in loro possesso ed una posizione di soppesabile assoggettamento della persona che abitava nell’appartamento. Il tutto secondo una analisi fonica poi progressivamente approfondita da me e da un perito fonico, cui diedi il solo incarico di trascrivere quanto emergeva dalla sola prima registrazione. Comunque alcune frasi apparivano curiosamente pronunciate dagli astanti con tono metrico cadenzato o musicaleggiante, in un paio di casi per fonemi riconducibili a linguaggio “medievalistico”, e colpivano altresì alcune frasi tipiche sintetiche espresse come comandi brevi, cui di norma le risposte erano un assenso implicito ovvero dei “si” che colpivano per atonia ed inespressività. Tra i comandi ricorrente una espressione “nessuno vi è adesso” ovvero “ se andiamo via non c’è nessuno”, ovvero “ dobbiamo apparire, dobbiamo riapparire”, ma l’elenco sarebbe lungo. Il contesto sembrava ad un ascoltatore inesperto come io ero farneticante, torbido, non riconducibile ad esperienze ordinarie. Anche le modalità di interazione verbale dei soggetti erano talmente inusuali, talvolta cupe, e vocalmente atipiche da lasciare interdetti. Tutto ciò non fu sentito dalla P.G. incaricata. Ma vi erano complessivamente nelle registrazioni più di dieci tra adulti, maschi e donne, e almeno quattro non adulti. Almeno otto i nomi pronunciati. Nelle registrazioni “per decreto” emergevano “frasi, parole e rumori riconducibili alla normale attività quotidiana di una persona all’interno della propria abitazione”. E la persona autrice dei racconti, ma assoggettata, negò poi tutto. Nessuno gli contestò quello che si sentiva. Ma io avevo altri accertamenti fatti, alcune registrazioni di telefonate o colloquio tra presenti, sms ed e-mail utilmente valutabili, feci accertamenti ricordando particolari a suo tempo raccontati, e, dopo l’archiviazione del procedimento, rimasto sbalordito, elaborai le basi audio potenziandone il volume ed estrapolando circa 45 frasi e contesti divisibili sulla base di una precisa griglia logica di classificazione. Non posso dire altro, oltre che a suo tempo solo alcuni amici miei ascoltarono e mi confermarono l’ascolto mediante adeguato strumento audio. Feci una parziale discovery con gli “interessati” e come mi era successo nel Gennaio del 2009 accadde un qualcosa, uno strano incendio sul terrazzo della mia casa in villetta che mi spinse ad andarmi a lamentare della circostanza con l’ufficio mio, che mai mi aveva ascoltato direttamente, né aveva valutato in alcun modo la massa del materiale di prova o indiziario da me raccolto. Il giorno dopo, trasecolando, subii una proposta di TSO eseguita a tempo di blitz in forma coattiva, in assenza di ogni presupposto di legge formale e sostanziale. Quanto segue è anche oggetto di procedimento penale, solo poi scopersi di rapporti intrecciati a mia totale insaputa e alle mie spalle e del ruolo di uno psichiatra che aveva preparato per lo strumento alcuni miei parenti in rapporti comprensibilmente complessi con me. Oggi so che modalità, tempistica, organizzazione e metodi hanno clamorose conferme anche in clamorosi precedenti, basta documentarsi. Ad oggi molte persone hanno valutato, condiviso valutazioni e pubblicato articoli coraggiosi, fedeli e suggestivi per la suggestività della storia, su internet, nel silenzio assordante di una certa stampa cartacea ufficiale.

Se fosse confermato un simile quadro dei fatti, questo sconvolgente scenario esoterico potrebbe allargarsi anche ad altri ambienti militari ed è pertinente ipotizzare dei collegamenti internazionali con simili organizzazioni “deviate” nel resto del mondo?

Ero concretamente a conoscenza di viaggi a nord, e verso Napoli. Del pari di una possibile forma, apparenza politico–militante del gruppo, della presenza ragionevole di ufficiali, alcuni dei quali individuabili foneticamente o perché da me osservati, della presenza tra essi di un uomo dalla voce autorevole arrogante la cui attribuzione a persona è possibile tramite un quadro indiziario concreto e riscontrabile. Fatti concreti, elementi verificabili, non altro. Incredibilmente quando, uscito da un silenzio costretto, raccontai di fatti, contesto, conseguenze patite, trovai un atteggiamento di assoluta volontà di non ascoltare. Fatti precisi indicati sarebbero diventati “frasi criptiche”, “allusioni incomprensibili”, o giudizi “sommari” di assoluta “inverosimiglianza”. Chi li ha pure riportati davanti al CSM, che ha fondato su tali giudizi un provvedimento grave di sospensione cautelare, a fronte di statistiche ineccepibili e numerose certificazioni di sostanziale perfetta salute, non ha tenuto conto di chi fossi, della mia storia, delle mie note capacità, della circostanza peraltro a loro non nota, che era stato depositato un memoriale analitico, chiaro e riferito a fatti oggettivi in una Denuncia a Perugia. La situazione derivatane è assurda, ma presagisco molto di più. È tutto quello che mi è accaduto dal 2009 in poi, pressioni, intimidazioni indirette, inviti ripetuti a tacere, e gli eventi dal Marzo ad oggi che hanno squarciato ulteriori veli. In particolare è vero che io ho notato una donna talmente tanto simile a Carmela Rea in un orario non d’ufficio nei corridoi della procura di Roma, da farmi affermare ancora oggi che era lei o potrebbe essere una sosia e comunque nessuno mi ha mai detto chi fosse, perché fosse accompagnata ad un colloquio riservato alle 19 di sera. Alcuni articoli su internet lanciavano ipotesi parallele alle mie rilevazioni, in Roma, ma soprattutto su internet venne fatto il nome di un alto Ufficiale dell’Esercito e qui debbo fermarmi.

Il provvedimento che ha più lasciato interdetti è stato indubbiamente la sospensione per un periodo di quattro mesi, stabilita dal CSM lo scorso 16 giugno 2011, ufficialmente “per gravi motivi di salute”. Come spiegate questa decisione e quali saranno le principali armi giuridiche cui ricorrerete per opporvi alla decisione?

La decisione, purtroppo si spiega da sola per abnormità, atipicità, essendo carenti entrambi i requisiti rigorosamente chiesti per un provvedimento di dispensa dal servizio . Ma intendo precisare che in casi del genere disinformazione, assenza di conoscenza di dati reali e presunta attendibilità di indicazione fornite da vertici di uffici, o da presunti autorevoli soggetti con responsabilità “politiche” tra i magistrati può avere influito. Il provvedimento allinea documenti, che risultano oggettivamente e criticamente essere destituiti di fondamento, allegando indizi concreti, prove documentali e informazioni ignote al CSM. Quello che colpisce è che sembra che nulla sia accaduto, tutto viene inanellato lasciando fermi, errori valutativi, disinformazioni su fatti precisi. Ma agli atti della commissione è stato depositato un memoriale approfondito, in copia, neanche letto, sembrerebbe. Ma continuo ad avere fiducia che fatti e dati verranno realmente approfonditi. Se mancherà l’approfondimento necessario, ne potremo trarre varie altre conclusioni. In questa vicenda è a me apparsa evidente una particolare “collocazione” di due magistrati e ho dovuto fornirmene una approfondita spiegazione, che si riverbera sul rilievo e sulla importanza generale dei fatti. Un probabile epicentro. Ma è proprio la magistratura a dovere indagare e valutare. E se non si indaga a fondo non si valuta e se non si valuta non si indaga. Ma se si colpisce chi ha valutato a fondo per conto suo, e ormai indirettamente tutti quelli che condividono valutazioni ed altro, i ragionevoli inquadramenti e le ipotesi accertabili si fanno prospettive concrete. Inquietanti, e perciò io chiedo al CSM di dissipare veli e dubbi e di vagliare fino in fondo, a tutela della immagine e credibilità dell’organo di autogoverno della magistratura.

Paolo Ferraro risulta essere, da più fonti, un magistrato integerrimo e molto stimato nel suo ambiente di lavoro. Dopo la sentenza del CSM, quali sono state le reazioni dei suoi amici e colleghi? Ha percepito degli improvvisi cambiamenti in alcuni dei suoi rapporti inter-personali?

Vi è stato sgomento, sbigottimento, incredulità , nei miei confronti, e preoccupazioni per me, per sé e generali: come starà, ammesso che stia male come dice il vertice dell’ufficio, ma se la vicenda è vera in tutto od in parte riscontrabile, se gli hanno fatto quello che ha poi denunciato, cosa può succedere anche a noi, se lo appoggiamo o se ci trovassimo per sbaglio in una situazione analoga?!. Ma lo stupore nasce da un prevalente meccanismo di autodifesa psicologica: non voglio, non posso credere, ho paura di credere e ragionare su questi fatti. Avete parlato mai con un malato terminale , che discetta di influenza non curata bene o di piccola bronchite, la speranza e la paura si tramutano in negazione psichica dei fatti, della realtà. Ma chi ha mai parlato di credere. Ho detto, sappiate, verificate ascoltate, valutate. La paura, per me, per la storia, per l’immagine dell’ufficio, per sé è per ora, prevalsa, ma nell’ambito ristretto e solo in parte. Non sono invece mancati abbracci, in bocca al lupo, affermazioni di profonda stima, da magistrati, avvocati e proprio da carabinieri che non lavorano a stretto contatto con me. La frase detta circa quattro mesi fa, senza preavviso, “noi stiamo con lei” e accompagnata da una duplice forte stretta di mano. Io un po’ sbigottito, come ha fatto a spargersi la voce, visto il cupo silenzio che circondava la vicenda..?! Il tono ?! Di chi sa di che storia si tratti, e molti sanno, ritengo, della valenza generale della vicenda: un giovane brigadiere di una stazione CC, sapeva tutto ed alla mia occasionale mera battuta sulle UAV ( unità di addestramento ) ha fatto dei cenni inequivoci. So per certo che molti sanno, e molti anche senza avere un ruolo qualunque. E allora se di una vicenda strana, coinvolgente in apparenza solo due palazzine sanno in tanti, in varie parti, come può essere un fatto solo locale? Non lo è, ragionevolmente, e molto dipenderà dalle indagini di Ascoli Piceno (e a Teramo un celebre processo ormai conclusosi in Cassazione sull’esercito bianco , a Roma un procedimento di fatti e luogo omologhi, del 2000, e altri avvocati stanno raccogliendo le tracce generali nella recente storia giudiziaria in merito a circostanze che sembrano rinforzare la lettura unitaria del fenomeno).

Questa vicenda è appena agli inizi e la battaglia che si appresta ad affrontare potrebbe non essere delle più semplici. Nella rete, molti cittadini ed una parte dell’informazione non-mainstream si sono stretti intorno a lei, mostrando grande attenzione e stima per la sua storia. Quali sono le aspettative e le speranze di Paolo Ferraro, sia come magistrato sia come uomo?

Verificare e capire, allargando conoscenze e raccogliendo sensibilità e disponibilità. In fondo si tratta solo di una struttura a base di setta, di gruppi di militari, di impossibilità di accertare, di un magistrato della capitale sottoposto a TSO, e su tutto il resto “trasversali dubbi”… un polpettone saporito non addentabile agevolmente, ma siamo a dieta, il cuoco è un “visionario”, meglio non fare indigestioni. I curiosi che credono alla democrazia ed ai suoi valori però non la pensano così.

 

Lettera a Pietrino Vanacore, ucciso dallo Stato e dalla Stampa.

Pietrino,

ai tuoi funerali, intorno alla tua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che ti vuole bene. Chi non era lì con il corpo, vi era con il pensiero. Da tutta Italia per starti vicino.

Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla comunità a te vicina: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!»

La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza.

Intorno alle tue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti.

La tua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma ti ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che ti indicava come l’orco, pur senza condanna.

Tu non puoi dirti vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni.

Per venti anni sei stato perseguitato da innocente acclamato. Volevi l’ultima parola per dire basta.

Non te l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto continuano ad infangare il tuo onore.

Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare.

Io, noi italiani, per te diciamo basta!!!

La tua morte è un omicidio di Stato e di Stampa.

Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina. 

Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.

Pietrino, la tua morte dignitosa e coraggiosa non è stata vana. Ci fa capire che Pietrino, prima o poi, può essere ognuno di noi.

Ti renderò immortale con i miei scritti.

Quando i contemporanei ipocriti non ci saranno più, i posteri conosceranno la tua storia, senza contaminazioni e corruzioni.

Addio Pietrino, un amico mai conosciuto.