Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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IL TERREMOTO E…

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

 

 

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

TERREMOTO E STORIA.

IL BELICE ED I TERREMOTI NELL’ERA MODERNA.

TERREMOTO: CORSI E RICORSI STORICI.

ISCHIA. TERREMOTO, POLEMICHE E LA SINDROME DEGLI ABUSI EDILIZI.

L’ITALIA DEGLI ABUSI EDILIZI PER NECESSITA’.

I PASTICCI OLTRE LE POLEMICHE.

TERREMOTO. SULLA PELLE DEI DISGRAZIATI.

RIGOPIANO: L’INEFFICIENZA E L’INCAPACIATA’ DELLE ISTITUZIONI.

TERREMOTO ED IMPREPARAZIONE.

TERREMOTO E PREVISIONE.

IL TERREMOTO E L'INFORMAZIONE.

TERREMOTO E SATIRA.

TERREMOTO E SPETTACOLARIZZAZIONE.

TERREMOTO E BUFALE.

TERREMOTO E SOCCORSI.

TERREMOTO, RAZZISMO E SCIACALLAGGIO.

TERREMOTO. SCIACALLAGGIO ED OMERTA’.

TERREMOTO, IMBECILLITA’ E SOLIDARIETA’.

TERREMOTO E SOCIAL NETWORK.

TERREMOTO E BENEFICENZA.

TERREMOTO E TRUFFE.

TERREMOTO E BUROCRAZIA.

TERREMOTO COME VOLANO DELL'ECONOMIA.

TERREMOTO ED ADEGUAMENTO ANTI SISMICO.

TERREMOTO E LOBBY.

TERREMOTO E SPRECHI.

TERREMOTO E MONOPOLIO.

IL TERREMOTO, GLI SGRAVI FISCALI ED I FONDI EUROPEI.

TERREMOTO E FONDI PER LA RICOSTRUZIONE.

TERREMOTO E RESIDENZE.

TERREMOTO: ANTE E POST DI ILLEGALITA'.

TERREMOTO E GIUSTIZIA.

TERREMOTO E CASE SICURE.

IL TERREMOTO E LA LUNA.

ANIMALI SENSITIVI. PRECURSORI DEI TERREMOTI.

TERREMOTO E MISURAZIONI.

IL TERREMOTO E LA GENTE.

IL TERREMOTO ED IL PATRIMONIO ARTISTICO.

IL TERREMOTO, L'AUTONOMA SISTEMAZIONE E L'AFFARE DELLE CASETTE PREFABBRICATE IN LEGNO.

IL FRACKING: TERREMOTO E PETROLIO.

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Quando il più importante sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ai primi del ‘900 scoprì che tra le voci di spesa era stata inserita in bilancio, la TRIPPA, necessaria secondo alcuni addetti agli archivi del comune, per nutrire i gatti che dovevano provvedere a tenere lontani i topi dai documenti cartacei, prese una penna e barrò la voce di spesa, tuonando la celeberrima frase: NON C'È PIÙ TRIPPA PER GATTI, il che mise fine alla colonia felina del Comune di Roma. 

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere, scrive Angelo Mincuzzi il 19 giugno 2016 su L’urlo del “Il Sole 24ore”. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate? “Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) non è stato ancora tradotto in italiano ma meriterebbe di esserlo se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia. Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto? Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello. Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco». Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata. È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre. Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista”. Comportamenti che servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. Alla fine dei conti, si tratta di atteggiamenti che tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo. All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault (nella foto qui sopra) – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo. La governance è in definitiva – sostiene Deneault – una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia. Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori. E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. È quello che Denault definisce con un equilibrismo grammaticale «l’estremo centro». Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica. La mediocrità rende mediocri, spiega Denault. Una ragione di più per interrompere questo circolo perverso. Non è facile, ammette il filosofo canadese. E cita Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”: «Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe». Senza scomodare Musil, viene in mente il racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P”, pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn. In un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: è il perfetto uomo medio. Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e dopo di lui i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero. Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono gli uomini da riporto. Fantascienza, certo. Ma per evitare un futuro di cui faremmo volentieri a meno, Deneault indica una strada che parte dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occuperò quella funzione, non accetterò quella promozione, rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.

TERREMOTO E STORIA.

I terremoti più gravi in Italia, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 25 agosto 2016. Dal terremoto di Messina e Reggio, fino a quello dell’Emilia del 2012, passando per il sisma che ha distrutto l’Aquila nel 2009, ecco gli eventi sismici più gravi avvenuti in Italia a partire dal 1908.

- 28 dicembre 1908: un terremoto di magnitudo 7,2 rade al suolo Reggio Calabria e Messina e tutti i villaggi nell’area, causando quasi 100.000 morti. Si tratta della più grave sciagura naturale in Italia per numero di vittime e per intensità sismica.

- 13 gennaio 1915: un sisma di magnitudo 6,8 distrugge Avezzano e tutto il territorio della Marsica. I morti sono circa 30.000.

- 26 aprile 1917: Umbria e Toscana sono colpite da un terremoto di magnitudo 5,8. Distrutte Monterchi, Citerna e Sansepolcro. Danni a tutti i centri urbani dell’alta valle del Tevere. Tra i 30 e 40 i morti.

- 7 settembre 1920: Sisma di magnitudo 6,5 in Garfagnana e Lunigiana, in Toscana, con epicentro a Fivizzano. 300 i morti.

- 23 luglio 1930: terremoto di magnitudo 6,7 in Irpinia, in Campania: 1.425 morti.

- 15 gennaio 1968: Nella Valle del Belice, in Sicilia, vengono rasi al suolo da un terremoto di magnitudo 6,1 Gibellina, Poggioreale, Salaparuta in provincia di Trapani, e Montevago in provincia di Agrigento. Le vittime accertate sono 231.

- 6 febbraio 1971: nel Lazio la cittadina di Tuscania viene semidistrutta da un terremoto di magnitudo 4,5. 31 i morti. - 6 maggio 1976: alle 21,00 un terremoto di magnitudo 6,1 nel Friuli provoca circa 1.000 vittime. La zona più colpita è quella a nord di Udine. Ulteriori scosse l’11 e 15 settembre.

- 19 settembre 1979: un terremoto di magnitudo 5,9 colpisce la Valnerina, provocando gravi danni a Norcia, Cascia e le aree limitrofe, tra Umbria e Marche. Danni a Rieti ma anche a Roma, dove subiscono lesioni il Colosseo, l’Arco di Costantino e la colonna Antonina. Cinque i morti.

- 23 novembre 1980: alle 19,38 l’Irpinia viene sconvolta per 90 secondi da un terremoto di magnitudo 6,5. Colpita un’area di 17 mila km quadrati tra Campania e Basilicata. I morti sono 2.914.

- 7 e 11 maggio 1984: Sisma di magnitudo 5,2 in Molise, Lazio e Campania, con epicentro a San Donato Val di Comino. 7 i morti.

- 13 dicembre 1990: Sisma di magnitudo 5,1 a Santa Lucia nella Sicilia sud-orientale. Gravi danni ad Augusta e Carlentini e nella Val di Noto. 16 le vittime.

- 26 settembre 1997: Un terremoto di magnitudo 5,6, seguito da altre forti scosse nei giorni successivi colpisce di nuovo l'Umbria e le Marche: danneggiate Assisi, Colfiorito, Verchiano, Foligno, Sellano, Nocera Umbra, Camerino. 11 i morti.

- 31 ottobre-2 novembre 2002. Terremoto di magnitudo 5,4 in Molise e Puglia. A San Giuliano di Puglia crollata una scuola dove muoiono 27 bambini. In tutto i morti sono 30.

- 6 aprile 2009: Alle 3,32 L’Aquila e le zone circostanti sono colpite da un sisma di magnitudo 6,3. La scossa principale è seguita da decine di repliche di assestamento. 309 morti e 23 mila edifici distrutti.

- 20 maggio 2012: Alle 4.04 un sisma di magnitudo 5,9 colpisce per venti secondi le province di Modena e Ferrara, provocando la morte di sette persone. La scossa viene avvertita in tutto il Nord e parte del Centro Italia. Il sisma, che era stato preceduto da due forti scosse nel gennaio precedente, si ripete il 29 maggio con una magnitudo 5,8 e il 3 giugno con una nuova forte scossa da 5,1. In tutto sono sette i terremoti con magnitudo superiore a 5 e provocano complessivamente 27 morti e danni ingenti in tutta l’area.

- 24 agosto 2016: È di 296 morti il bilancio del sisma di magnitudo 6 che alle 3,36 della notte ha scosso il centro Italia, devastando una serie di centri tra Lazio, Umbria e Marche. La prima violentissima scossa ha colpito Amatrice, Accumoli (Rieti) e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno); una seconda di magnitudo 5.4 è stata registrata alle 4,33 con epicentro tra Norcia (Perugia) e Castelsantangelo sul Nera (Macerata). Le scosse sono state avvertite anche a molti chilometri di distanza, fino a Roma e Napoli. Una devastazione «peggiore di quella dell’Aquila, mai vista una cosa così», è stata la reazione dei soccorritori. Tra le vittime ci sono molti bambini.

- 26-30 ottobre 2016. Terremoto in centro Italia. Nessun morto.

- 18 gennaio 2017. Tre violente scosse di terremoto nel centro Italia. Epicentro nella zona di Amatrice.

26-30 ottobre 2016. Terremoto in centro Italia. Momenti di panico sugli spalti dell’Adriatico di Pescara. Dopo mezzora dal fischio iniziale a gara tra i padroni di casa e l’Atalanta è stata interrotta un minuto per una scossa di terremoto, con alcuni spettatori che si sono alzati e hanno lasciato lo stadio. Alle 19:11 la prima scossa di magnitudo 5.4 con epicentro a Castelsantangelo e Visso. Poi un’altra forte scossa di 5.9 tra Perugia e Macerata con epicentro a Ussita. Durante il secondo tempo i tifosi della Curva Nord hanno abbandonato per protesta la parte superiore centrale del settore contro la decisione di far proseguire la gara nonostante il terremoto.

Terremoto, la terra trema ancora. Sindaco di Ussita: "Intero paese zona rossa". Obbligo per gli abitanti di lasciare le abitazioni. Rinaldi: "Andate via per almeno due mesi". Nelle aree colpite scuole chiuse fino al 31 ottobre. Martina: "Contributi raddoppiati per allevatori". Arrestati due "sciacalli" a Ussita, scrivono Piera Matteucci e Corrado Zunino il 28 ottobre 2016 su “La Repubblica”. È stata una notte difficile per le popolazioni del Centro Italia colpite dal sisma di due giorni fa. Oltre che con il freddo, che inizia a farsi sentire, gli sfollati, circa quattromila della provincia di Macerata, sistemati in strutture provvisorie, palazzetti dello sport e qualche tenda, hanno dovuto fare i conti con un centinaio di scosse di terremoto, la più forte di magnitudo 3.5 alle 4,13, vicino Ussita. E cresce la paura, che dal terremoto del 24 agosto non è mai sparita. Ussita, tutto il paese è zona rossa.  Marco Rinaldi, sindaco di Ussita, epicentro della scossa, ha deciso, insieme alla Protezione civile, di dichiarare l'intero paese, abitato da 400 persone, zona rossa. Una decisione senza precedenti, non adottata neanche per Amatrice, devastata dal sisma della scorsa estate. Come Ussita, zona rossa diventano anche le 15 frazioni, tra cui Frontignano, che fanno parte del comune. I vigili del fuoco andranno casa per casa, nelle abitazioni rimaste agibili e, quindi, ancora abitate, per avvertire la popolazione sull'obbligo di lasciare gli edifici. Infatti, anche se i palazzi non hanno subito danni strutturali, le microscosse (repliche del sisma principale o di assestamento), stanno causando cedimenti nelle parti non portanti. Per le 17 il primo cittadino ha indetto un'assemblea per radunare gli sfollati ospitati nei due campeggi a un chilometro dal paese, dove ora si trovano 200 persone e nei quali, dopo l'entrata in vigore dell'ordinanza, si sistemeranno in 350: a loro verrà comunicata la notizia che Ussita chiude per almeno per due mesi. Tutti gli abitanti sono invitati a spostarsi altrove, preferibilmente negli alberghi sulla costa. Alcuni gruppi sono già stati trasferiti negli alberghi della costa, come gli sfollati di Visso. Oggi saranno spostati anche altri terremotati. Non si può affrontare l'inverno nelle tende, ha ripetuto ieri anche il premier Renzi in visita a Camerino, uno dei centri più colpiti. Il problema però è che in tutta l'area del sisma ci sono tantissimi edifici inagibili e non sarà facile trovare una sistemazione adeguata e di lunga durata per così tante persone. Chiuse fino al 31 ottobre numerose scuole, per verifiche e sopralluoghi. Raddoppiati aiuti per allevatori. Contributi raddoppiati per gli allevatori. Ad annunciare la misura è il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, illustrando una decisione nell'ambito delle nuove misure d'intervento per la zootecnia nazionale: "Abbiamo stabilito il raddoppio degli aiuti per gli allevatori colpiti dal sisma, con un plafond dedicato oltre a quanto stabilito già con il decreto terremoto. La zootecnia è un pezzo fondamentale dell'identità di questo territorio, da qui dobbiamo ripartire nonostante la paura delle ultime ore". Per le aziende dei comuni terremotati, che allevano circa 22mila bovini, in sostanza la decisione si tradurrà in un raddoppio del contributo concesso per ogni capo di bestiame posseduto al 31 luglio 2016, in modo che il calcolo non danneggi chi ha perso gli animali durante il sisma. Questo aiuto, si sottolinea al ministero delle Politiche agricole, è aggiuntivo rispetto a quanto previsto dal decreto terremoto che ha stanziato 221 milioni di euro per un piano di rilancio delle attività agricole e agroalimentari, oltre alla previsione del rimborso fino al 100% dei danni subiti anche dagli agricoltori.

La rabbia del sindaco di Caldarola: "Qui non s'è visto nessuno".  Rabbia e polemiche nelle parole di Luca Giuseppetti, sindaco-farmacista di Caldarola, un borgo di 1.800 abitanti vicino alle zone epicentro del sisma. "Ho cento sfollati ricoverati in un capannone privato, il Municipio inagibile, la scuola e tutte le chiese chiuse, ma qui non s'è visto nessuno: due tecnici della Protezione civile che sono andati via subito, e a levare le macerie ci devo pensare io...". Il primo cittadino ce l'ha con le istituzioni: "Per loro sembra che Caldarola non esista: chiamo i vigili del fuoco di Macerata, ma il centralino è sempre occupato. Se poi rispondono, non hanno una gru da mandare. Per gli sfollati ci siamo dovuti organizzare con brande e lettini, ma la situazione delle case peggiora di giorno in giorno con le nuove scosse. Nella mia non riesco neppure ad aprire la porta, porto gli stessi pantaloni e le scarpe di tre giorni fa, e sono fortunato perché mia moglie ha una casetta in campagna: ci siamo trasferiti lì in otto". Quello che Giuseppetti contesta è la presunta "disattenzione verso i centri più piccoli".

Federalberghi: "A disposizione 1.600 posti letto". Ha superao quota 1.500, ma il numero dei posti letto messi a disposizione dalle strutture alberghiere della costa cambia di ora in ora. "La disponibilità che abbiamo raccolto per accogliere gli sfollati nelle strutture alberghiere è di circa 1.600 posti letto. È un numero in continua evoluzione, perché stiamo verificando, d'accordo con la Protezione civile, la disponibilità delle strutture e invitiamo poi a comunicarla direttamente tramite una mail dedicata della Protezione civile nazionale", ha detto il direttore di Federalberghi Marche, Massimiliano Polacco. Questi posti letto vanno ad aggiungersi, specifica Polacco, "a un elenco di 190 strutture disponibili che era stato stilato dalla Regione Marche dopo il terremoto di agosto e che abbiamo girato alla Protezione civile che sta procedendo autonomamente nel contattarle".

Montanari: "Arte si poteva salvare". "I danni al patrimonio culturale sono gravissimi. E se si fosse intervenuti, come si doveva, dopo il sisma di agosto, molti dei monumenti lesionati allora e crollati oggi si sarebbero salvati". La denuncia arriva dallo storico Tomaso Montanari, che cita i casi di Sant'Eutizio di Piedivalle vicino a Preci e San Salvatore in Campi di Norcia "entrambe danneggiate ad agosto. Potevano forse essere salvate se si fossero consolidate", dice. Mentre chiama in causa il ministro di Beni Culturali e Turismo: "Franceschini deve smetterla con la propaganda sui caschi blu della cultura e deve urgentemente dare risorse a quel poco che resta del sistema della tutela. Stiamo perdendo un pezzo del nostro volto". Sant'Eutizio e San Salvatore in Campi, insiste lo storico, "potevano forse essere salvati. È impossibile non chiederselo. E ora le rovine giacciono in terra e nessun personale tecnico del Mibact sta intervenendo". È invece decisivo intervenire nelle prime ore, conclude, "come tutta la storia dei terremoti italiani insegna. E non c'è alcuna incompatibilità con l'assistenza alle persone. Si possono, si devono fare in parallelo e subito".

Presidente emerito della Commissione Grandi Rischi: "Aperta faglia rimasta silente dopo Amatrice". "Sulla base delle migliaia di scosse registrate a partire dal 24 agosto era possibile ipotizzare che si verificassero nuovi terremoti. Quelle scosse hanno attivato faglie attigue, una in particolare, che era stata silente durante il sisma di Amatrice, e' come si fosse improvvisamente svegliata". Ad affermalo è Giuseppe Zamberletti, fondatore della Protezione Civile, e presidente emerito della Commissione Grandi Rischi che è riunita oggi per fare il punto sul nuovo sisma nell'Italia centrale. "Nel disastro di questi giorni - dice Zamberletti- conservo la piccola soddisfazione di vedere che la macchina dei soccorsi, attraverso il sistema della protezione civile da noi inventato dopo i terremoti del Friuli e dell'Irpinia, funziona in maniera eccezionale. Lo dimostra anche il fatto che il Parlamento europeo, un anno fa, lo abbia individuato come modello di riferimento per la Protezione civile europea".

Più di 700 scosse dal 26 ottobre. Sono state quasi 700 le scosse finora registrate dalla rete sismica dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) nella zona fra Perugia e Macerata. Dopo quella delle 19.22 di ieri, non sono state rilevate altre scosse di magnitudo superiore a 4,0. Considerando il legame fra il terremoto del 26 ottobre e quello nel Reatino del 24 agosto, è stata calcolata a 17.800 la somma complessiva delle repliche dei due terremoti, ha detto il sismologo Massimo Cocco, dell'Ingv. Nuovi danni alla chiesa di S. Agostino di Amatrice. Sono ripresi stamani da parte dei vigili del fuoco i lavori di consolidamento della facciata della chiesa di S. Agostino di Amatrice, già gravemente lesionata dal sisma del 24 agosto scorso. La facciata della chiesa, che negli ultimi due mesi è stata interessata da diversi interventi di puntellamento, ha subito ulteriori danni. Sarà necessario un nuovo progetto, riferiscono i vigili del fuoco sul loro account Twitter, per scongiurare ulteriori crolli. Ascoli, richieste a vigili del fuoco 100 verifiche. Anche se le scosse del 26 ottobre non hanno causato particolari danni ad Ascoli, sono più di 100 le richieste di verifiche statiche arrivate ai vigili del fuoco da cittadini che vogliono essere rassicurati sulla tenuta delle loro abitazioni. E visto che lo sciame sismico non si ferma, le telefonate al Comando provinciale del pompieri aumentano di giorno in giorno, soprattutto dalla zona di Amandola, al confine con la provincia di Macerata. Arrestati due sciacalli. A Ussita sono stati arrestati due "sciacalli" di origine romena e moldava a Ussita. La Polizia di Macerata e il Reparto Mobile di Padova, durante un controllo, ha fermato i due giovani, di 24 e 26 anni, senza documenti, che si aggiravano per le vie deserte del paese. Uno dei due, con precedenti penali anche per reati contro il patrimonio, aveva all'interno dell'auto cacciaviti, pinzi e altri arnesi. Inoltre i due avevano in tasca due ricetrasmittenti perfettamente funzionanti e sintonizzate sullo stesso canale. I due stranieri sono stati denunciati per il reato di possesso ingiustificato di arnesi per lo scasso e per il reato di inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità per essere entrati in una zona interdetta. Nei loro confronti è stato emesso un foglio di via con obbligo di presentazione all'Autorità di pubblica sicurezza del Comune di provenienza e divieto di fare ritorno per tre anni. Sopralluoghi in dieci scuole di Roma, aule chiuse. Sono una decina finora le scuole di Roma controllate dai vigili del fuoco dopo le scosse di terremoto avvertite nei giorni scorsi nella Capitale. Gli interventi sono stati effettuati in seguito a richieste da parte dei presidi. I pompieri non hanno chiuso scuole, ma hanno interdetto, a scopo precauzionale, l'accesso ad alcune aule. Sono in corso verifiche per accertare se le cause delle lesioni siano legate al sisma o siano precedenti. Proprio per affrontare il problema della sicurezza degli edifici e delle scuole di Roma, a Roma il Campidoglio creerà un'apposita 'direzione sulla sicurezza urbana' all'interno del dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana (Simu), un pool di esperti e tecnici, dagli ingegneri geotecnici ai geologici.

30 ottobre 2016. Terremoto, a Roma torna la paura: gente in strada, metro A e B chiuse. Danni a San Paolo e San Lorenzo. Nuova scossa, molto forte, avvertita anche nella capitale dove le persone sono scese in strada: duecento interventi dei vigili del fuoco. Verifiche al Colosseo, ferme le visite al Quirinale. Chiusa la Salaria al km 112. Sui social testimonianza di terrore, scrive Carlotta Di Leo su “Il Corriere della Sera il 30 ottobre 2016. La scossa, violentissima, delle 7:40 (magnitudo 6.5) è stata avvertita distintamente anche a Roma. Paura nella Capitale: gente in strada, metro A e B chiuse per «verifiche tecniche», crepe nei palazzi, un ascensore crollato e la Salaria chiusa al chilometro 112. Si segnalano danni alle basiliche di San Paolo e San Lorenzo Fuori alla Mura dove sono caduti calcinacci e stucchi. Migliaia le telefonate arrivate ai vigili del fuoco soprattutto dai quartieri a est e sudest (Tuscolano, Prati, Nomentano e La Rustica): oltre duecento i sopralluoghi dei pompieri. La sindaca Raggi è in Campidoglio per seguire la situazione, in costante contatto con la Protezione Civile. I danni più gravi sono quelli alla Basilica di San Paolo che è stata chiusa per effettuare le verifiche. Si segnala crepe, cornicioni e stucchi caduti, anche il distacco di uno dei supporti che tiene un grosso candelabro che rischia di cadere per una grossa crepa nel soffitto. Sul posto vigili del fuoco e polizia. Nella Basilica di San Lorenzo invece, il parroco ha lanciato l'allarme per i calcinacci caduti dalle navate. Chiuse le linee Metro A e B per «verifiche tecniche» dopo la scossa di terremoto, per lo stesso motivo forti rallentamenti sulle altre linee. Solo in tarda mattinata sono tornate regolari la linea C e le altre linee Roma-Lido, Termini-Centocelle e Roma—Viterbo. Verifiche sono in corso sul Colosseo e sull'intera area archeologica di Roma in seguito al terremoto che questa mattina ha colpito il centro Italia. Al momento non si riscontrano conseguenze. Disposta, in via precauzionale, la sospensione delle visite al Palazzo del Quirinale e di rinviare il concerto previsto per oggi alla Cappella Paolina per consentire i necessari controlli di sicurezza sulle strutture. Controlli e verifiche anche in Vaticana: le squadre di vigili del fuoco vaticane hanno effettuato sopralluoghi anche nella Basilica di San Pietro e tutto è risultato a posto. Altre verifiche sono in corso nelle basiliche romane di competenza dalla Santa Sede, in particolare a Santa Maria Maggiore. San Pietro, comunque, è rimasta regolarmente aperta al pubblico. Segnalate diverse crepe: in via Ulderisi da Gubbio si è aperta una grossa crepa verticale che ha praticamente «scollato» il palazzo da quello accanto. Luceverde Roma segnala a Portuense, in via Bartolomeo Cristofori, la caduta di un ascensore: sono in atto accertamenti sulla stabilità dell'edificio. La polizia municipale ha controllato il cavalcavia di via Chierchia, a Ostia, nel quadrante sud di Roma a causa di una crepa che si è aperta in seguito alla forte scossa di terremoto; la strada comunque è risultata agibile. La polizia ha chiuso via Salaria al km 112 per chi viene da Roma, non percorrere via Salaria. La terra ha tremato per diversi secondi: molte persone sono uscite fuori casa in diverse zone della città. «È stata più forte di quella di qualche giorno fa, più forte anche di quella dell'Aquila» dicono in molti. Su Twitter, tante le testimonianze di paura: «Sono a Roma e ora ho sentito per la prima volta un #Terremoto. Dio mio sto tremando dalla paura! Sono in mezzo alla strada e non so cosa fare» scrive Roberto Facchinetti sul social. La fortissima scossa di terremoto ha causato nuovi crolli e lesioni anche nei territori colpiti dal sisma del 24 agosto, Amatrice, Accumoli e in tutte le frazioni. Alcune zone sono momentaneamente senza corrente. In corso sopralluoghi per valutare l'entità dei nuovi danni: sono parzialmente crollate la Torre civica e la chiesa di Sant'Agostino. «Ci sono stati dei crolli» conferma il sindaco di Amatrice Pirozzi. «Crolli anche ad Amatrice. Sono in contatto con Protezione civile e sindaci del nostro territorio» scrive il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Sono in corso verifiche anche a Rieti per valutare eventuali danni provocati dal violento terremoto delle 7.41, che ha fatto riversare gente in strada. Il sindaco Simone Pietrangeli ha convocato una riunione urgente con il Prefetto Valter Crudo.

Terremoto, scossa più violenta dal 1980. «Quanta energia deve ancora uscire? Impossibile saperlo». Le divergenze iniziali dei dati, tra sistemi di rilevazione, derivano dal fatto che un terremoto genera onde acustiche che viaggiano nella crosta terrestre a diverse velocità. Alessandro Amato, dell’Ingv: «La sequenza è imprevedibile», scrive Giovanni Caprara il 30 ottobre 2016 su “Il Corriere della Sera”. La terra in Umbria sembra non smetta mai di tremare, raggiungendo ora un nuovo livello inquietante. Alle 7.40 una nuova scossa di terremoto è stata registrata con intensità di 6,5 della Scala Richter, secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Il sito dell’USGS, il servizio geologico americano — dopo aver inizialmente parlato di una scossa di grado 7,1 della scala Richter, riporta in seguito un dato analogo a quello degli studiosi italiani — 6,6. Le elaborazioni con i diversi sensori distribuiti nel territorio sono evidentemente ancora in corso per definire il giusto grado della scala. Più forte del terremoto in Irpinia. La scossa di terremoto nel centro Italia registrata questa mattina alle 7.40 è una delle più forti dell’ultimo secolo in Italia, sicuramente quella con la magnitudo maggiore dal 1980, anno del terremoto in Irpinia, a oggi, surclassando persino il sisma dell’Aquila del 2009. Il terremoto dell’Aquila aveva raggiunto i 5.9 della Scala Richter. Un terremoto genera delle onde acustiche che viaggiano negli strati della crosta terrestre a diverse velocità a seconda delle caratteristiche geologiche che incontrano. Queste attraversano il pianeta e dunque nei primi momenti il dato può essere diverso. Incerta anche la profondità: si va da 10 chilometri dell’Ingv a 1,5 chilometri dell’USGS. «Stiamo precisando la faglia all’origine della nuova scossa — dice Alessandro Amato dell’Ingv — ma l’ipocentro, cioè il punto più profondo di origine, si colloca tra Amatrice e l’ultimo terremoto più a nord. Purtroppo non è possibile dire quanta energia debba ancora liberarsi dal sottosuolo tanto da riuscire a generare scosse così forti. La sequenza è imprevedibile». L’area interessata è dunque sempre la stessa e la terra continua a tremare perché le faglie si influenzano fra di loro. Il terremoto più violento mai registrato è avvenuto in Cile il 22 agosto 1960 arrivando a 9.5 della Scala Richter.

Alle 7,40 la terra ha tremato ancora con violenza. Il capo della Protezione civile: "Nessuna vittima, decina di feriti, uno grave". Norcia, collegamenti difficili, crollata la Cattedrale di San Benedetto. Rinaldi, sindaco di Ussita: "Dormivo in macchina, ho visto l'inferno". Sospeso il servizio metro a Roma. Scossa più forte in Italia dal 1980, più forte di quella all'Aquila, scrive il 30 ottobre 2016 “La Repubblica”. Una nuova fortissima scossa di terremoto è stata avvertita questa mattina alle 7,40 in tutto il Centro Italia. Secondo i primi dati si tratta di un sisma di magnitudo 6,5 e profondità 10 km con epicentro tra Marche e Umbria, nella zona già duramente colpita dagli eventi del 24 agosto e di questa settimana. Alle 9,45, il capo della Protezione civile fa un primo punto sul nuovo sisma: "Al momento non risultano vittime, ma ci sono decine di feriti, almeno uno grave".  Ancora crolli e danneggiamenti nel cuore dell'Italia, è venuta giù anche la chiesa di San Benedetto di Norcia. Sospeso il servizio metro a Roma. Scossa più forte in Italia dal 1980, più forte di quella all'Aquila. Il terremoto è stato avvertito distintamente in tutto il centro Italia, con gente in strada a Roma. Le località prossime all'epicentro, spiega la Protezione civile, sono nuovamente Castelsantangelo, Norcia e Preci. Ma il terremoto è stato sentito dal Nord al Sud d'Italia, e anche in Austria. Crolli a Preci. Diversi i crolli nella zona di Preci dove il sindaco Pietro Bellini sta verificando le condizioni della popolazione. "La mattina la gente torna nelle abitazioni per prendere le cose che gli servono. Stiamo verificando che nessuno sia stato colpiti". Bellini ha parlato di "crolli, anche di chiese, nelle frazioni e negli altri centri minori di Preci". "Drammatica situazione a Norcia". Sono "notizie drammatiche" quelle che stanno giungendo da Norcia alla presidente della Regione Catiuscia Marini. La presidente sta raggiungendo il centro di Protezione civile di Foligno per seguire la situazione. I vigili del fuoco parlano di un quadro ancora non chiaro, ma di "nuvole di polvere" che si sono viste alzarsi a Norcia, Cascia e Preci. Oltre ad incontrare posti di blocco in diverse delle possibili strade che portano a Norcia e nelle frazioni vicine, le testimonianze di chi le sta percorrendo in questo momento raccontano di crepe e massi in vari punti. I mezzi di soccorso sono stati dirottati su piccole strade rurali. Tre estratti vivi dalle macerie a Tolentino. Tre persone sono state estratte vive dalle macerie a Tolentino, dove si sono avuti diversi crolli a seguito dell'ultima scossa. Lo si apprende da fondi della Protezione civile. Non vengono segnalate al momento vittime.

LA CRONACA IN DIRETTA MINUTO PER MINUTO IN DIRETTA.

10:17 - 30 Ott. Massi sulla Salaria ad Accumoli, strada chiusa. È momentaneamente interrotto il traffico lungo la Salaria all'altezza di Accumoli, dove alcuni massi sono caduti sulla carreggiata provocando crepe e lesioni. Sono in corso verifiche da parte del personale di Anas. Il traffico è consentito ai soli mezzi di soccorso. Piera Matteucci

10:16 - 30 Ott. Danni alla chiesa di San Giuseppe a Jesi. Danni alla chiesa di san Giuseppe a Jesi (Ancona), dopo la scossa di terremoto di magnitudo 6.5, con lesioni al tetto, che in parte ha ceduto, e crepe nella zona dell'altare. L'edificio è stato transennato e interdetto l'accesso, la messa si sta celebrando nel teatrino parrocchiale adiacente. Fortunatamente al momento del crollo non c'erano persone all'interno della chiesa. In città sono in corso sopralluoghi, non si registrano al momento altri danni. Scuole chiuse domani. Piera Matteucci

10:15 - 30 Ott. Crolli a Fermo, chiuse due chiese. A Fermo dopo la scossa di terremoto più forte di oggi si sono avuti crolli di intonaci e cornicioni, e di un tetto nel vicolo Marziale. Le chiese di Sant'Agostino e Santa Caterina sono state chiuse. Piera Matteucci

10:14 - 30 Ott. Sei feriti estratti da macerie a Norcia da vigili del fuoco. Le squadre dei vigili del fuoco hanno recuperato 6 feriti dalle macerie a Norcia. E' quanto si legge sul profilo Twitter ufficiale. Piera Matteucci.

10:12 - 30 Ott. Due ore dopo scossa Norcia altre 20 sopra magnitudo 3. Altre 20 scosse di magnitudo superiore a 3 sono state registrate nelle due ore successive a quella delle 7,41 di magnitudo 6.5 che ha abbattuto la basilica di San Benedetto a Norcia. L'Ingv registra, fra queste, nove scosse di magnitudo compresa fra 4 e 4,6. Piera Matteucci

10:11 - 30 Ott. Crepe in basilica San Paolo a Roma, chiusa. Crepe e cornicioni caduti nella basilica di San Paolo a Roma in seguito al terremoto avvertito stamattina. Secondo quanto si è appreso, la basilica è stata chiusa per effettuare le verifiche. Segnalato anche il distacco di uno dei supporti che tiene un grosso candelabro. Sul posto vigili del fuoco e polizia. Piera Matteucci

10:09 - 30 Ott. Controlli in San Pietro e Vaticano, tutto ok. Controlli e verifiche anche in Vaticano dopo la forte scossa di questa mattina. Le squadre di vigili del fuoco vaticane hanno effettuato sopralluoghi anche nella Basilica di San Pietro e tutto è risultato a posto. Altre verifiche sono in corso nelle basiliche romane di competenza dalla Santa Sede, in particolare a Santa Maria Maggiore. San Pietro, comunque, è rimasta regolarmente aperta al pubblico. Piera Matteucci

Messe in salvo due persone ad Amatrice. Due persone sono state salvate subito dopo la forte scossa di terremoto a Poggio Vitellino una frazione di Amatrice. Secondo quanto riferiscono i soccorritori, crolli di massi ci sono stati sulla Salaria, mentre è in corso una verifica nella frazione di Casali di Ussita dove sono stati segnalati crolli importanti e dove erano presenti ancora degli abitanti. E ad Amatrice è crollata la chiesa di Sant'Agostino. Su Twitter il governatore del Lazio Nicola Zingaretti scrive: "In contatto con Protezione Civile e sindaci del nostro territorio. Ci sono crolli ad Amatrice e Accumoli". "Si è aperta la terra". Drammatico il racconto del sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci: "Io sono a Fano, dove vivo, ma mi dicono che ci sono stati crolli, che è un disastro! Si è aperta la terra, c'è fumo, un disastro. Spero che i testoni che erano rimasti a Santangelo si siano spostati nella notte". "Vedo colonne di fumo, è crollato tutto". Il sindaco di Ussita, Marco Rinaldi: "È crollato tutto, vedo colonne di fumo, è un disastro, un disastro. Dormivo in auto, ho visto l'inferno." "Spero non ci sia nessuno sotto le macerie". "Ho molti crolli nelle frazioni, speriamo che non ci sia nessuno sotto le macerie", ha detto Sante Stangoni, sindaco di Acquasanta Terme. "Il centro era stato già evacuato, spero che il lavoro fatto in questi giorni abbia salvato delle vite umane". "Sono relativamente tranquillo, perché spero che il lavoro fatto in questi giorni sia stato sufficiente per salvare vite umane: il centro è stato evacuato, gli edifici dei quartieri più a rischio dichiarati inagibili, ma ho 47 frazioni, casolari sparsi, finché non ho riscontri qualche timore ce l'ho". Così il sindaco di Camerino Gianluca Pasqui, che parla di nuovi crolli in città, dopo quelli causati dal sisma del 26 ottobre. Terremoto Centro Italia. Il sindaco di Accumoli: " Tutto crollato, i ponti sono sollevati di 20 centimetri". Ospedale di Cascia in corso di evacuazione: E' in corso in questi momenti l'evacuazione dell'ospedale di Cascia, centro situato a una decina di chilometri da Norcia.

Terremoto, nuova scossa di magnitudo 6.5 nel centro Italia: epicentro nella zona di Norcia. Il sisma si è verificato a dieci chilometri di profondità alle 7.40. Avvertito anche a Roma dove è stata chiusa la metropolitana. Il capo della protezione civile delle Marche ha dichiarato: "E' stata una scossa molto forte. Ci segnalano crolli a Muccia, Tolentino, in tutto l’entroterra Maceratese, stiamo cercando di capire se ci sono persone sotto le macerie", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 30 ottobre 2016. Un terremoto di magnitudo 6,5 è stato registrato alle 7.40 nella zona compresa fra Perugia e Macerata, precisamente tra Norcia, Preci e Castel Sant’Angelo sul Nera. Il sisma è stato a 10 chilometri di profondità. La magnitudo è la prima stima fornita dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. La scossa è stata avvertita distintamente anche a Roma (dove è stata chiusa la metropolitana per effettuare verifiche), ma anche nel Nord Italia e nel Meridione. Si tratta della scossa più forte registrata in centroItalia, anche di quella che il 24 agosto scorso ha distrutto Amatrice e Accumuli. Altre due scosse sono avvenute a distanza di pochi minuti da quella delle 7,40. La prima, di magnitudo 4,6, è stata registrata dalla rete sismica dell’Ingv alle 7,44, e la seconda, di magnitudo 4,1, è avvenuta alle 8,00. La gente è scesa in strada nelle Marche, nelle zone terremotate, ma anche ad Ancona, dopo l’ultima violentissima scossa. Al momento non è possibile avere una stima di eventuali nuovi danni, ma ci sono notizie di crolli un po’ ovunque nei paesi colpiti dal nuovo fenomeno tellurico. A Norcia, in pieno centro, alcune suore corrono verso un luogo sicuro e vengono aiutate dai vigili del fuoco a scappare dall’edificio dove si trovavano. Nella centralissima piazza dedicata a San Benedetto da Norcia, patrono d’Europa, ci sono nuove crepe a terra e si teme per la caduta del campanile. La Basilica di San Benedetto e la cattedrale di Santa Maria argentea sono crollate: sono rimaste in piedi parte delle facciate e delle strutture. Secondo quanto appreso dall’Ansa, sono “notizie drammatiche” quelle che stanno giungendo da Norcia alla presidente della Regione Catiuscia Marini. “E’ stata una scossa molto forte. Ci segnalano crolli a Muccia, Tolentino, in tutto l’entroterra Maceratese, stiamo cercando di capire se ci sono persone sotto le macerie” ha detto il capo della Protezione civile delle Marche Cesare Spuri. “La scossa – ha aggiunto – è stata molto forte anche ad Ancona”. “Io sono a Fano, dove vivo, ma mi dicono che ci sono stati crolli, che è un disastro! Si è aperta la terra, c’è fumo, un disastro”. Sono queste le parole di Mauro Falcucci, sindaco di Castelsantangelo sul Nera, centro abitato già devastato dal sisma del 26 ottobre. “E’ venuto tutto giù, ormai non ci stanno più i paesi” ha detto invece il primo cittadino di Arquata del Tronto Aleandro Petrucci dopo l’ultima scossa. “Per fortuna che erano zone rosse – ha aggiunto aggiunge – La poca gente che è rimasta è scesa in strada, si sta abbracciando. Adesso stiamo andando in giro per le frazioni per vedere quello che è successo”. ORA PER ORA:

09.09 – Salaria bloccata. Massi sulla strada. La Salaria è bloccata all’altezza di Trisungo, per la caduta di massi che ostruiscono la carreggiata e a causa di un cavalcavia pericolante. Lo si apprende da fonti della Protezione civile delle Marche.

09.14 – Scossa avvertita anche in Austria. Il terremoto è stato nettamente avvertito in vaste zone dell’Austria. L’istituto geofisico di Vienna (Zamg) ha ricevuto numerose segnalazioni dalla Carinzia, dalla Stiria e dal Salisburghese. Ai piani alti dei condomini si muovevano i lampadari, alcune persone sono state addirittura svegliata dalla scossa.

09.15 – Precipita ascensore in palazzo a Roma. Un ascensore è precipitato in un palazzo di via Bartolomeo Cristofori, in zona Marconi a Roma, dopo la scossa di terremoto. Sul posto vigili del fuoco e polizia municipale. Sono in corso verifiche dei pompieri per accertare le cause dell’incidente. Dalle prime informazioni sembrerebbe che fosse vuoto.

09.22 – Verifiche su Colosseo e area archeologica a Roma. Verifiche sono in corso sul Colosseo e sull’intera area archeologica di Roma in seguito al terremoto che questa mattina ha colpito il centro Italia. Al momento non si riscontrano conseguenze.

09.24 – Tre persone estratte vive dalle macerie a Tolentino. Tre persone sono state estratte vive dalle macerie a Tolentino, dove si sono avuti diversi crolli a seguito dell’ultima scossa. Lo si apprende da fondi della Protezione civile. Non vengono segnalate al momento vittime.

09.25 – Al momento nessuna vittima. Al momento non risultano vittime del terremoto di oggi. Lo si apprende dai primi controlli dei carabinieri e degli altri soccorritori.

09.26 – Renzi cancella i suoi appuntamenti pubblici. Dopo le nuove scosse di questa mattina, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha deciso di cancellare gli appuntamenti pubblici che aveva in agenda oggi. Lo si apprende da fonti di Palazzo Chigi. Renzi avrebbe dovuto partecipare al Congresso nazionale di oncologia e poi al programma L’intervista di Maria Latella.

09.31 – Scossa più forte dal 1980. La scossa di terremoto nel centro Italia registrata questa mattina alle 7.40 è una delle più forti dell’ultimo secolo in Italia, sicuramente quella con la magnitudo maggiore dal 1980, anno del terremoto in Irpinia, a oggi, surclassando persino il sisma dell’Aquila del 2009. Per ritrovare una magnitudo di 6.5, registrata oggi dall’Ingv, bisogna andare per l’appunto al 1980, quando una scossa di identica magnitudo devastò i comuni tra il Vulture e l’Irpinia causando oltre 2.900 vittime.

09.32 – Presidente Regione Lazio: in corso verifiche su strade ed edifici. Sono in corso verifiche su edifici, strade e infrastrutture nei Comuni dell’area coinvolta” dal terremoto di questa mattina. Lo scrive su Twitter il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

09.34 – Nessun crollo a Rieti. Cade la torre civica ad Amatrice. Per il momento non ci sono segnalazione di crolli a Rieti. E’ quanto ha spiegato il sindaco Simone Petrangeli. E’ invece crollata, secondo quanto conferma la protezione civile, la torre civica di Amatrice.

09.35 – Il Cnr non esclude altra forte scossa. Purtroppo non siamo in grado di prevedere quando e come tale sequenza sismica andrà a scemare, né possiamo in linea teorica escludere altri terremoti forti come e più di quelli avvenuti fino ad oggi in aree adiacenti a quelle colpite in questi mesi”. A sottolinearlo in una nota è il Cnr, Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria in seguito alla scossa di terremoto che ha colpito nuovamente il Centro Italia. Se da una parte questa sequenza “è fortemente preoccupante”, sottolinea ancora il Cnr – Igag, dall’altro lato “la propagazione laterale fa sì che si verifichino una serie di terremoti forti ma non fortissimi”. Molto peggio sarebbe se tutti questi segmenti della faglia (Amatrice, Visso, Norcia) “si fossero mossi tutti insieme generando un terremoto di magnitudo almeno 7.0”.

09.39 – Crollata basilica di San Benedetto a Norcia. Crollata la basilica di San Benedetto nella piazza principale di Norcia. Rimaste solo alcune mura della facciata. 

09.41 – Curcio: “Al momento non risultano vittime”. Al momento ci sono diversi feriti, ma non abbiamo notizie di vittime. Lo ha detto il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio.

09.43 – Sindaco Norcia: stiamo verificando se ci sono persone sotto le macerie. Stiamo verificando se ci sono persone sotto le macerie e stiamo mettendo in salvo la gente in strada”. Lo afferma all’Adnkronos il sindaco di Norcia, Nicola Alemanno.

09.45 – Feriti trasportati con gli elicotteri. “I feriti vengono portati via con gli elicotteri per ovviare i problemi di viabilità”. Lo ha detto il capo del Dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio.

09.46 – Consigliere Ancona: pazienti portati fuori dall’ospedale. “I pazienti dell’Inrca sono stati portati fuori dalla struttura nonostante il freddo pungente perché sono presenti crepe diffuse in molti reparti dell’ospedale”. Lo afferma il consigliere comunale di Ancona Daniele Berardinelli (Fi), che ha diffuso anche una foto. “Ricordo – aggiunge – che gli ospedali dovrebbero essere, insieme agli altri edifici strategici come il Comune, tra i luoghi più sicuri in caso di eventi sismici. La nostra città, nonostante gli appelli costanti, non garantisce la sicurezza necessaria per i cittadini. Oltre agli ospedali, anche le scuole necessitano di interventi strutturali in grado di garantire tranquillità ai genitori che affidano a quegli edifici il loro bene più prezioso, i loro figli”.

09.47 – Curcio: “Una decina di feriti di lieve entità, uno è più grave”.

09.50 – Crepe in reparto nell’ospedale di Ascoli e Fermo. I vigili del fuoco di Ascoli Piceno riferiscono che ci sono crepe nel reparto di Chirurgia dell’ospedale di Ascoli Piceno, e qualche danno anche nell’ospedale di Fermo.

09.53 – Curcio: “Viabilità fortemente compromessa in tutta Italia. Ci sono problemi di viabilità dappertutto. La viabilità è fortemente compromessa, per gli aiuti bisogna muoversi attraverso i canali istituzionali per non intasare le strade”. Lo ha detto il Capo della Protezione civile Fabrizio Curcio nel corso di un punto stampa. 

09.54 – Curcio: “Siamo in grado di gestire emergenza”. “Siamo in grado di gestire questa cosa, le squadre di soccorritori stanno arrivando, il sistema è in grado di reggere”. Lo ha detto il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio, invitando a non mettere in atto iniziative non concordate. “Per ora – ha aggiunto Curcio – la priorità sono le persone”.

09.55 – Vigili del fuoco salvano donna da una casa crollata ad Ascoli. Una donna rimasta intrappolata nel crollo della sua abitazione, nella frazione di Pianaccerro di Ascoli Piceno, è stata tratta in salvo da una squadra dei vigili del fuoco. Fortunatamente non è ferita.

09.56 – Esercito mobilitato nei comuni più colpiti dal terremoto. L’Esercito è mobilitato nei Comuni più colpiti dal terremoto per fornire assistenza alla popolazione e per un monitoraggio della situazione, anche del sistema idrografico. Nell’area di Visso, ad esempio, si stanno controllando eventuali movimenti franosi in prossimità dei corsi d’acqua con il rischio di allagamenti.

09.57 – In corso evacuazione ospedale di Cascia. È in corso in questi momenti l’evacuazione dell’ospedale di Cascia, centro situato a una decina di chilometri da Norcia.

09.59 – Atac: Metro C regolare. Il traffico della metro C di Roma è tornato “regolare” dopo le verifiche tecniche in seguito alla scossa di terremoto delle 7.40 che ha colpito il centro Italia. Lo riferisce l’Atac. Anche la linea Termini-Centocelle è tornata “regolare” come è tornata “regolare” anche la tratta urbana della linea Roma-Viterbo. 

10.00 – Schulz: “Solidarietà all’Italia”. “Solidarietà all’Italia ancora una volta colpita dal forte terremoto. Molto tristi le immagini di distruzione e eredità perduta. Grazie ai soccorritori”. Lo scrive su Twitter il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. 

10.02 – Roma, crepe nella basilica di San Paolo: chiusa – Crepe e cornicioni caduti nella basilica di San Paolo, a Roma. Secondo quanto si è appreso, la basilica è stata chiusa per effettuare le verifiche. Segnalato anche il distacco di uno dei supporti che tiene un grosso candelabro. Sul posto vigili del fuoco e polizia.

10.03 - Crolli a L’Aquila nella zona rossa – “Nella zona rossa c’è stato un crollo di una casa già gravemente lesionata, che doveva essere demolita”. Lo dice il sindaco de L’Aquila, Massimo Cialente che racconta anche di “qualche calcinaccio, sempre nella zona rossa e sempre da edifici già danneggiati dal terremoto”.

Terremoto, paura e gente per strada a Roma. Raggi: "Lunedì scuole chiuse per verifiche". Panico nella Capitale dopo la scossa delle 7:40 che ha sconvolto il centro Italia. Metro chiuse per ore e poi riaperte. Chiuso un tratto della Tangenziale, palazzo Senatorio, il Quirinale, la Galleria Pasa e il ponte di Ariccia, scrivono Rory Cappelli e Lorenzo D'Albergo il 30 ottobre 2016 su “la Repubblica”. Tanta paura anche nella Capitale per la forte scossa di terremoto che stamani alle 7:40 ha sconvolto il centro Italia. Molta gente per strada, anche in pigiama, sia in centro che nelle periferie. Numerose le chiamate ai vigili del Fuoco. Un ascensore, per fortuna vuoto, si è disallineato in un palazzo di via Bartolomeo Cristofori, in zona Marconi. Sul posto vigili del Fuoco e polizia municipale, che hanno accertato le cause dell'incidente. I vigili urbani sono intervenuti anche in via Caravaggio per un edificio che presenta lesioni. Dalle 7.40 alle 14.15 circa sono stati effettuati su tutto il territorio di Roma e Provincia 120 interventi di cui 90 per verifica statica e 30 di soccorso ordinario. Scuole chiuse. "Scuole chiuse domani" annuncia intanto la sindaca Virginia Raggi in un post su Facebook. Precisando che "l'amministrazione intende chiudere le scuole domani in via cautelativa in modo tale che i tecnici e i responsabili della sicurezza possano andare ad effettuare tutte le verifiche per vedere e valutare se il terremoto ha comportato lesioni o comunque danni gravi". Trasporti e viabilità. Nel corso della giornata è stato chiuso un tratto della tangenziale, da scalo di San Lorenzo a viale Castrense in direzione San Giovanni per verifiche tecniche sulla strada. È stata momentaneamente chiusa anche via Flaminia, da via Fracassini a via Canini per la caduta di cornicioni. Riaperte poco dopo le 14 metro A e metro B dopo le per verifiche tecniche. La metro C già nel primo pomeriggio era tornata regolare, così come la Roma-Lido e la Roma-Viterbo. Sulla tratta extra urbana della linea Roma-Viterbo, il treno 1700 era stato cancellato da Catalano a Viterbo; il treno 1701 era stato cancellato da Riano a Montebello. Riaperto al traffico dopo una serie di controlli il cavalcavia di via Chierchia, a Ostia. Chiuso il ponte di Ariccia. A Tor Pignattara, sono state chiuse al traffico via Gabrio Serbelloni tra via Ciro da Urbino e via Muzio Oddi per verifiche alla stabilità. In serata è stato poi riaperto ponte Vittorio, chiuso in mattinata per consentire alcune verifiche tecniche. Sul ponte è ripresa regolarmente la circolazione dei bus. Chiusa anche la Galleria Pasa, il traforo Principe Amedeo di Savoia-Aosta che sottopassa il Gianicolo fuori dal Vaticano, tra porta Cavalleggeri e porta Santo Spirito, e il ponte omonimo. Chiusa Sant'Ivo alla Sapienza. Lesioni sulla cupola del Borromini, dopo un sopralluogo la Soprintendenza ha deciso di chiudere la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza. Piccoli crolli nella basilica di San Paolo. La chiesa è stata chiusa per effettuare verifiche e poi riaperta. Verifiche anche nella basilica di San Lorenzo per frammenti di calcinacci caduti dalla navata e ancora verifiche sull'intera area archeologica e sul Colosseo, però ha regolarmente aperto al pubblico. Clodia: inquilini rientrati dopo sgombero. Due palazzi di circonvallazione Clodia, nella zona nord-ovest di Roma, sono stati evacuati a scopo precauzionale per una evidente crepa tra due palazzine. Sul posto erano intervenuti carabinieri, vigili del Fuoco e polizia municipale, che poi hanno fatto rientrare gli inquilini dopo le verifiche. Caduti cornicioni da un palazzo di via Merulana, in centro, e di via del Vignola, dove sono intervenuti i carabinieri per verifiche danni a un edificio privato. Altro intervento in piazzale della Radio 7 per verifica stabile, in via Flaminia per caduta cornicione. Sospese visite Quirinale e Palazzo Senatorio. L'ufficio stampa della Presidenza della Repubblica, inoltre, ha comunicato che è stata disposta, in via precauzionale, la sospensione delle visite al Palazzo del Quirinale. È stata anche transennata una parte della scalinata che da via della Dataria porta a piazza del Quirinale a causa dello spostamento di una parte di un gradino. Un'altra scalinata, quella che da via di San Vitale conduce a via Nazionale e lambisce il Palazzo delle Esposizioni, è stata transennata per verifiche. È stato inoltre deciso di rinviare il concerto che era previsto alla Cappella Paolina per consentire i necessari controlli di sicurezza sulle strutture. Sospese anche le visite a Palazzo Senatorio: la sindaca Virginia Raggi è scesa in piazza del Campidoglio per informare personalmente i cittadini e i turisti che aspettavano di entrare. Le testimonianze. Anche nel quartiere Trieste è tremato tutto. Sono caduti libri, si sono rotte cornici, i letti hanno ballato, gli alberi si sono scossi come in mezzo a una tempesta tropicale. In un attimo l'intero quartiere si è riverso per strada, erano quasi le otto di domenica e in piazza Verbano sembrava mezzogiorno. Anzi: così tanta gente insieme non si era mai vista. Il parco Virgiliano era pieno di famiglie e bambini. Laura era ancora in pigiama. Era scesa con il figlio di cinque anni e il marito, tutti in pigiama. Un bambino stava seduto sconsolato e assonnato su una panchina. Era senza scarpe. "Stavamo facendo colazione quando è partito il primo botto" ha raccontato Giovanna. "Ci siamo messi sotto i muri portanti accanto alla porta, come ci hanno spiegato. È stato terribile. Adesso aspettiamo la seconda. Su non ci torniamo". "Parlare e condividere". Marta Nardone, architetto, era in strada con il marito Stefano e il figlio: "Non sapevo cosa fare: la prima cosa che mi è venuta è stata aprire la porta, spalancarla. Poi ho preso il bimbo in braccio e mi sono resa conto che non sarebbe servito: ho sentito le urla della gente nel palazzo e mi sono spaventata ancora di più. Ci siamo messi sotto un muro portante perché ci siamo resi conto che non potevamo scendere né dalle scale né con l'ascensore. Potevamo soltanto aspettare. Quando siamo arrivati in strada c'era tutto il quartiere. Per fortuna è una bella giornata. E per ora non torniamo: incontriamo tante persone e ne parliamo con tutti, perché forse sentirsi uniti e condividere, in questi momenti è l'unica cosa che fa sentire meglio".

Un secolo di terremoti. Da Messina ad Amatrice, scrive Franco Insardà il 29 ago 2016 su “Il Dubbio”. Gli eventi sismici più gravi, che hanno sconvolto il nostro paese dal 1908 al 2016. Paesi distrutti, facce tese, occhi persi nel vuoto e richieste di aiuto. Poi gli appelli, i soccorsi e dopo un po' le polemiche. La storia si ripete drammaticamente a ogni terremoto che, purtroppo, da secoli sconvolge la nostra penisola. Dal Friuli alla Sicilia. Improvvisamente i nomi di piccoli paesini come Gibellina, Montevago, Gemona, Conza della Campania, Lioni, Balvano, Massa Martana, San Giuliano di Puglia, Mirandola, Medolla, diventano drammaticamente famosi e familiari agli italiani e all'estero. Oggi tocca ad Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto. Passata, poi, la prima onda emotiva si comincia ad analizzare l'intensità della scossa, il luogo dell'epicentro, le zone colpite e poi la pietosa conta dei morti, dei feriti, dei dispersi dei senzatetto. Si fanno i confronti con quello che è successo nelle altre zone, con i finanziamenti stanziati e a che punto è la ricostruzione. E se il terremoto del Friuli, così come quello dell'Umbria e delle Marche, viene ricordato come esempio di efficienza e serietà nell'utilizzo dei fondi per la ricostruzione la stessa cosa non si può dire della Valle del Belice, dell'Irpinia e di San Giuliano di Puglia. Dal 1908 a oggi la lista degli eventi sismici è lunghissima, così come quella dei paesi distrutti e il numero delle vittime è da brividi.

Quel 28 dicembre 1908 una scossa di magnitudo 7,2 della scala Richter fece tremare per 37 secondi l'area dello Stretto di Sicilia. Le scosse e il successivo maremoto rasero al suolo Messina, Reggio e i paesi vicini. Centomila le vittime, 80mila nella sola Messina, su 140mila abitanti.

13 gennaio 1915. Un terremoto di magnitudo 7 sconvolse la valle del Fucino, distruggendo Avezzano e molti paesi della Marsica, del Lazio e della Campania. Il bilancio fu pauroso 32.160 vittime, su circa 120mila residenti. 9000 solo ad Avezzano su una popolazione complessiva di 11mila abitanti.

24 novembre 1918. Furono cento i morti a Giarre, in provincia di Catania.

29 giugno 1919. Colpita l'area del Mugello con una scossa di intensità 6,2. Circa cento le vittime.

7 dicembre 1920. Una scossa di magnitudo 6,5 con epicentro a Fivizzano, provocò danni nell'area della Garfagnana e oltre 300 morti.

23 luglio 1930. Terremoto notturno nella zona del Vulture. Morirono 1404 persone nelle province di Avellino e Potenza.

30 ottobre 1930. Le Marche, e soprattutto Senigallia, furono interessate da una scossa di 5,9 con 18 vittime.

26 settembre 1933. Grazie a una serie di scosse precedenti le popolazione abruzzesi della Majella furono avvertite e la scossa più forte (5,7 della scala Richter) provocò solo 12 morti.

18 ottobre 1936. L'altopiano del Cansiglio tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone furono interessate da una scossa di 5,9 con 19 vittime.

13 giugno 1948. La zona interessata fu quella dell'Alta valle del Tevere con una serie di scosse. Morì per fortuna solo una donna.

21 agosto 1962. Una serie di scosse, con epicentro tra Montecalvo e Savignano Irpino di 6,2, fecero 17 vittime, ma ad Ariano Irpino l'80% degli edifici furono danneggiati.

15 gennaio 1968. Gibellina, Salaparuta e l'intera Valle del Belice furono interessati da un terremoto di 6,4 di magnitudo. 370 i morti, un migliaio i feriti e circa 70mila i senza tetto.

6 febbraio 1971. Il centro di Tuscania fu parzialmente distrutto: 31 morti.

6 maggio 1976. Alle 21.06 un terremoto di intensità 6,4 sconvolse il Friuli. Il sisma fu avvertito nell'Italia settentrionale e centrale, in Slovenia e Austria. Le vittime furono 989 e 75mila le case danneggiate. Per la prima volta venne organizzata la Protezione civile e in cinque anni la zona fu ricostruita.

19 settembre 1979. Fu la Val Nerina a essere colpita da una scossa di 5,9 di magnitudo, con epicentro a Norcia. I danni più gravi li subirono gli edifici più antichi. Decine i feriti e cinque i morti.

23 novembre 1980. In Irpinia e in Basilicata si registrò il più grave terremoto dopo la Seconda guerra mondiale. Alle 19,34 una scossa di magnitudo 6,9 di circa 90 secondi provocò 2914 morti, 8848 feriti e 280mila sfollati. Dei 679 comuni delle otto province interessate, 508 furono danneggiate. In 36 comuni della fascia epicentrale circa 20mila alloggi andarono distrutti o divennero irrecuperabili. I soccorsi in alcuni casi arrivarono dopo cinque giorni. Dal 7 aprile 1989. Oscar Luigi Scalfaro guidò la Commissione parlamentare d'inchiesta della ricostruzione.

13 dicembre 1990. Un sisma al largo di Augusta, nel golfo di Noto, colpì la provincia di Siracusa, Catania e Ragusa provocò 12 vittime e altre cinque persone morirono d'infarto nei paesi vicini. Gli abitanti protestarono perché si sentirono abbandonati.

15 ottobre 1996. La provincia di Reggio Emilia fu interessata da una scossa di magnitudo 5,1: due morti e cento feriti.

26 settembre 1997. Il terremoto colpì Umbria e Marche, anticipato da uno sciame sismico, che ebbe inizio il 5 maggio con una scossa di intensità 3,7 e si concluse il 28 giugno 1998. Il 26 settembre una prima scossa fece crollare una casa di due anziani che morirono. La mattina dopo alle 11,40 morirono 9 persone, quattro delle quali sepolte dal crollo delle volte della basilica di San Francesco ad Assisi.

17 luglio 2001 Un sisma di magnitudo 5,2 colpì Merano e interessò la provincia di Bolzano. Due persone furono uccise da una frana e una donna morì d'infarto. Pochi i danni grazie alla solidità degli edifici, molti dei quali in cemento armato.

31 ottobre 2002. San Giuliano di Puglia (Campobasso) rimarrà nella memoria di tutti per il crollo della scuola, dove morirono 27 bambini e una maestra in seguito a una scossa di magnitudo 5,6. In paese ci furono altre due vittime. Sette persone furono indagate e sei, dopo tre gradi di giudici, furono condannate.

6 aprile 2009. Una scossa di intensità 5,8 alle 3.32 provocò vittime e danni a L'Aquila e in molti paesi della provincia. Onna fu quasi rasa al suolo e la Casa dello studente de L'Aquila crollò uccidendo otto ragazzi. In tutto i morti furono 308, i feriti 1600 e 65mila gli sfollati.

29 maggio 2012. La zona compresa fra Mirandola, Medolla e San Felice sul Panaro in Emilia fu interessata da una scossa di magnitudo 5,8. Il 31 maggio 2012 una nuova scossa di magnitudo 4,0 fu colpita la zona della Bassa reggiana e dell'Oltrepò mantovano. I due eventi sismici principali causarono 27 vittime (22 nei crolli, tre per infarto e due per le ferite riportate).

Terremoto: da Pantelleria al Friuli, la memoria corta del sottosuolo. L'analisi.  Percorrendo la dorsale appenninica non c'è area che non sia a rischio sismico tra vulcani silenti, piattaforme che si incontrano e l'incubo di un ipotetico "big one", scrive Paolo Rumiz il 31 ottobre 2016 su “La Repubblica”. Non so quanto ci vorrà perché noi si prenda seriamente atto di appartenere a un Paese sismico. Eppure basta un'occhiata. Soprattutto in Appennino, nei giorni chiari o nelle notti di luna, capita di sentirla respirare, la dea degli Abissi. Succede quando ti si apre a perdita d'occhio una processione inconfondibile di alture arcigne, inquiete e irregolari. Alture simili al mare quando il vento cambia direzione. E' lì che si intuisce di appartenere a un Paese speciale, dove la lettura di superficie non basta, e si ha bisogno di sapere cosa c'è sotto. Anche senza conoscere la sequenza delle catastrofi, ci si accorge che lì si cela la chiave di tutto. Forse l'anima stessa dell'Italia. Qualcosa che parte dal profondo. Proviamo a sorvolarla, la schiena del Paese, dalle porte dell'Africa alla fine della Alpi. C'è Pantelleria, che fuma e sfiata dalle fessure, relitto contorto di un cratere esploso come l'isola di Santorini, nel quale poco più di un secolo fa il mare ribollì e sputò luminarie come di fuochi artificiali, per vomitare un'escrescenza incendiaria vista fino in Tunisia. La Sicilia, segnata di cicatrici, con Persefone che ti dà il benvenuto dalle rovine ciclopiche di Selinunte, i templi greci squassati dai terremoti davanti a un mare blu cobalto. Il Belice, con i branchi di cani che, decenni dopo il disastro, popolano i paesi abbandonati dagli umani, forse per dirti che il peggio deve ancora venire, verso Ragusa, dove le meraviglie del barocco siciliano nascono dal sisma che nel 1693 - in una notte di pioggia, folgori e maremoti - fece cinquantamila morti nell'isola sud-orientale. E da lì continui, di monte in monte, come sulla cresta di un drago, verso il cono fumante dell'Etna, con gli sterminati campi di lava coperti di pistacchio, con la vista che si apre sull'intero Sud dall'orlo della voragine di fuoco che per millenni ha indicato alle navi la rotta degli Stretti. Poi ancora, verso Taormina, storte rocce rossastre emerse da profondità spaventose, baricentro di un gorgo di forze plutoniche che, ruotando, spingono il Tirreno a espandersi, mentre lo Jonio si accartoccia e l'Adriatico spinge a Nordovest con tutta la Puglia e la Dalmazia e la pianura Padana verso la cordigliera alpina. E avanti ancora, verso Messina, dove lo tsunami d'inizio Novecento fu tale da spingere le barche sui tetti delle case crollate. Calabria, regione di cui nessuno parla ma che resta la capitale sismica d'Italia, con un pedigree da far paura e un territorio segnato da una teoria infinita di abbandoni, crolli e smottamenti. Dall'alto dell'Aspromonte, un'altra pazzesca visione totale. Scilla, dove nel 1783 (anno segnati da cinque terremoti), crollò la montagna costiera per una fascia di oltre due chilometri. Al largo, le lingue infernali di Stromboli e Vulcano. Dall'altra parte, verso Nicastro e su tutta la costa grecanica, l'epopea dei paesi di montagna abbandonati e ricostruiti sul mare, con lo stesso nome. Visto da lassù, nemmeno il profondo del Tirreno dà segni di tregua, con le topografia sconosciuta dei grandi vulcani sottomarini, uno dei quali - il Marsilli - grande come due volte l'Etna, dà allarmanti segni di risveglio dopo millenni di letargo. E si continua, senza tregua, come sulla gobba di un leviatano, fino alla Lucania, con il grandioso massiccio del Pollino, le cui fondamenta sembrano annunciare terremoti ma dove, inspiegabilmente, i sismografi tacciono, e nemmeno i sismologi sanno se tutto questo sia sintomo di una tregua duratura o di un possibile, catastrofico "big one" come quelli californiani. E ormai siamo al femore dello Stivale, con la cosiddetta Fossa Bradanica, linea sismica sulla quale la piattaforma eurasiatica si scontra nientemeno che con quella africana, la Grande Madre dei terremoti che galoppa verso Nordovest e ha generato il sisma in Irpinia degli anni Ottanta, poi quello dell'Aquila e ora quello tra Marche e Umbria. Non è una mappa, è un percorso di guerra, lungo tutta la dorsale appenninica, fino in Liguria. C'è il Vesuvio, naturalmente, primo di una serie di crateri che, sfiorando Roma, arrivano fino in Toscana a fil di Tirreno. Ma il Vesuvio è niente rispetto al calderone dei Campi Flegrei, fumante porta dell'Averno per gli antichi, che 400 secoli fa esplose generando una nube che cambiò il clima mondiale. La bestia è ancora viva: l'ultimo dei vulcani flegrei si è aperto solo cinquecento anni fa, senza parlare della vicina Ischia, che negli ultimi tremila anni si è alzata di settecento metri a furia di terremoti, mentre l'isola di Procida si è staccata dalla terraferma per un impressionante abbassamento dei fondali davanti a Pozzuoli. E non è finita, perché l'ultimo terremoto in Emilia ci ha appena ricordato che la pianura non significa silenzio sismico. Abbiamo imparato che le faglie vanno semplicemente in immersione sotto il mare ghiaioso della Padania e continuano imperterrite verso settentrione. Rimini, Ferrara, Reggio, Bologna, Brescia, in anni diversi, hanno ballato esattamente come Avellino, Norcia, l'Aquila e Amatrice. Per non parlare di ciò che abbiamo alle frontiere del Nordest, con la lezione tremenda del Friuli 1976, i sismi ripetuti in Carinzia e in Slovenia. Nella quale rimane a rischio la centrale atomica di Krsko, a soli 150 chilometri da Trieste. Davvero non serve che siano gli scienziati a dirci che l'Italia è un paese che balla. Ci basta un colpo d'occhio.

Nel ’900 un terremoto ogni 3 anni. La schiena fragile del Paese. Dal 1315 gli Appennini sono stati scossi da 148 eventi sismici superiori a 5,5 della scala Richter. E dalla prima casa antisismica di Pirro Ligorio (1570) si discute di regole, scrive Gian Antonio Stella il 26 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera". «La città è stata cancellata di un soffio dalla superficie terrestre. Non esistono rovine; non esiste che un immenso strato di polvere, da cui sbucano strani, esilissimi, quasi trasparenti spettri di mura. Cancellate le case, cancellate le chiese, cancellate le piazze, cancellate le vie. Avezzano non è che un cimitero su cui mani pietose già incominciano a piantare croci». Era il 16 gennaio del 1915. E Umberto Fracchia, sceso nella notte dal treno che lo aveva portato nella cittadina della Marsica epicentro di un terremoto devastante e così vicina all’Aquila e ad Amatrice, aveva la mano che tremava mentre scriveva il suo reportage per «L’Idea Nazionale»: «Non un palmo di terra fu risparmiato: nessuno riuscì a trovar salvezza nella fuga. Quelli che erano in casa ebbero tetti e mura addosso; quelli che erano per le vie furono schiacciati tra il doppio crollo degli edifici che avevano ai due lati. La città era costruita di fango; è ritornata fango». È passato un secolo, da allora. E gli Appennini non hanno mai smesso di dare spaventosi scossoni. La storica Emanuela Guidoboni, che con Gianluca Valensise e altri studiosi ha raccolto in vari libri come «L’Italia dei disastri, dati e riflessioni sull’impatto degli eventi naturali 1861-2013» la memoria storica delle nostre calamità naturali (aggravate da superficialità, incuria, sciatteria amministrativa e legislativa) ha fatto i conti. Da far accapponare la pelle. La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare (come spiega la mappa elaborata dal ricercatore Umberto Fracassi) 148 terremoti superiori a 5,5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale». Per capirci: di uno scossone non basta sapere la magnitudo. Occorre anche conoscere la quantità di danni che ha prodotto. Un calcolo complicatissimo che si può riassumere così: con l’ottavo grado di intensità epicentrale crolla o diventa inabitabile il 25% degli edifici, con il nono la metà, con il decimo l’intero patrimonio immobiliare. L’undicesimo è l’apocalisse. Come a Messina nel 1908. In pratica, da quando la scienza ha potuto studiare più approfonditamente le attività sismiche e più ancora da quando sono state conservate precise memorie storiche dei disastri, la catena che, come scrisse Arrigo Benedetti, «si stacca dal colle di Cadibona, arriva in Calabria, si immerge e riaffiora in Sicilia», ha dato 19 pesantissimi strattoni nel 1600, 33 nel 1700, 29 nel 1800, 30 nel 1900 e già sei, con il cataclisma del 23 agosto scorso, in questo primo scorcio del secolo. In pratica, gli Appennini cantati da Dante Alighieri come monti di grande fascino ma impervi («Noi divenimmo intanto a piè del monte; quivi trovammo la roccia sì erta, che indarno vi sarien le gambe pronte») sono stati squassati da improvvisi e terrificanti sussulti, mediamente, una volta ogni tre anni. La catena che scende dal Nord fino all’estremo Sud offre panorami di grandissima bellezza. E prima di Francesco Guccini, che lì «tra i castagni» ha vissuto gli anni più intensi della vita coltivando un amore sconfinato («La mia è una montagna in cui la cima più alta arriva sui 2100 metri, dove non c’è roccia, dove i boschi di castagno e faggio coprono tutto fino a duemila metri») hanno affascinato molti viaggiatori. Come Wolfgang Goethe. «Gli Appennini sono per me un pezzo meraviglioso del creato», scrisse nel suo «Viaggio in Italia». Spiegando che «se la struttura di questi monti non fosse troppo scoscesa, troppo elevata sul livello del mare e così stranamente intricata; se avesse potuto permettere al flusso e riflusso di esercitare in epoche remote la loro azione più a lungo, di formare delle pianure più vaste e quindi inondarle, questa sarebbe stata una delle contrade più amene nel più splendido clima, un po’ più elevata che il resto del Paese. Ma così è un bizzarro groviglio di pareti montuose a ridosso l’una dell’altra; spesso non si può nemmeno distinguere in quale direzione scorra l’acqua. Se le valli fossero meglio colmate e le pianure più regolari e più irrigue, si potrebbe paragonare questa regione alla Boemia; con la differenza che qui le montagne hanno un carattere sotto ogni aspetto diverso. (…) I castagni prosperano egregiamente; il frumento è bellissimo e le messi ormai verdeggianti. Lungo le vie sorgono querce sempre verdi dalle foglie minute; e intorno alle chiese e alle cappelle agili cipressi». Montagne stupende, montagne inquiete. Maledette troppe volte, giù per i secoli, dai nonni dei nostri nonni. Costretti a ricostruire ciò che era stato raso al suolo. Eppure già dal 1570, quando Pirro Ligorio presentò la prima casa «antisismica» dopo il terremoto di Ferrara, i governanti più accorti avrebbero dovuto sapere che il rischio andava affrontato con regole precise. Tant’è che nel 1783 la Commissione Accademica napoletana denunciava che la popolazione calabrese, pur «avvezza alle scosse di tremuoti», non capiva che occorreva «pensare ad un modo onde formare le case in guisa che le parti avessero la massima coesione e il minimo peso» mentre «qui si vedeva precisamente il contrario…». Passarono, le borboniche «Normative Pignatelli» che puntavano a mettere ordine nel caos. Ma solo per qualche anno. E quando Pio IX chiese nel 1859 ai suoi ingegneri di predisporre un nuovo piano edilizio per Norcia, prostrata da un sisma, ci fu un braccio di ferro fra le autorità e il Comune. Recalcitrante a rispettare le regole perché vincolavano troppo i proprietari. Si è detto e ridetto anche in questi giorni: occorre una svolta, bisogna adeguare le leggi a una realtà difficile, è necessario intervenire con la prevenzione prima che le catastrofi avvengano… Giusto. Sono passati però 107 anni da quell’aprile 1909 in cui Vittorio Emanuele III firmò il primo decreto con alcune prescrizioni per le aree a rischio sismico o idrogeologico. Vietava di «costruire edifici su terreni paludosi, franosi, o atti a scoscendere, e sul confine fra terreni di natura od andamento diverso, o sopra un suolo a forte pendio, salvo quando si tratti di roccia compatta». Concedeva qualche deroga ma mai a edifici «destinati ad uso di alberghi, scuole, ospedali, caserme, carceri e simili». Ordinava che i lavori dovessero «eseguirsi secondo le migliori regole d’arte, con buoni materiali e con accurata mano d’opera» e proibiva «la muratura a sacco e quella con ciottoli»… Puro buon senso. Eppure un secolo dopo, davanti alle macerie di Pescara del Tronto, Accumoli, Amatrice e le sue contrade, siamo ancora a chiederci: possibile? Possibile che per decenni si siano continuate a costruire case destinate a crollare rovinosamente, magari sotto pesantissimi tetti in cemento armato, al primo dei numerosi terremoti? Il guaio è, spiega Emanuela Guidoboni, che già allora «non furono previste sanzioni. Dal 1909 ebbe sì inizio la classificazione sismica del territorio italiano, ma questa classificazione si faceva solo “dopo”. A disastro avvenuto». Peggio: per decenni «si è proceduto a macchia di leopardo, con vicende alterne e clamorose retromarce. Vari comuni classificati a rischio (come Rimini dopo il terremoto del 1916) chiesero infatti negli anni ‘40 e nel dopoguerra di essere de-classificati. E sapete con che scusa? Far crescere il turismo!» A farla corta: sì, forse sono necessarie nuove regole per contenere i danni di questi Appennini stupendi ma collerici. Più importante ancora, però, è farle poi rispettare. Gian Antonio Stella.

IL BELICE ED I TERREMOTI NELL’ERA MODERNA.

La Sicilia ricorda il dramma del Belice. 50 anni dopo il terremoto. Una serie di iniziative in vista del 50esimo anniversario del terremoto di magnitudo momento 6.4 che colpì la Sicilia occidentale la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 causando oltre 300 morti e centomila sfollati. 50 anni fa il terremoto del Belice, un museo per non dimenticare 50 anni fa il terremoto nella valle del Belice in Sicilia, scrive Rai News il 12 gennaio 2018. Uno dei grandi traumi della Sicilia, il terribile terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 seminò morte e distruzione tra i paesi della Valle del Belice, viene commemorato con una serie di eventi che andranno avanti per tutto il 2018. Il momento più significativo sarà la cerimonia che si svolgerà domenica 14 gennaio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e di tutti i sindaci del Belice, nell'auditorium "Giacomo Leggio" di Partanna. Durante la cerimonia Mattarella consegnerà targhe in ricordo di personalità simbolo che hanno perso la vita nell'aiuto alle popolazioni terremotate.

Ma accanto al momento istituzionale sono numerose le iniziative promosse dal Coordinamento dei sindaci per mantenere viva la memoria e contribuire al recupero di identità e patrimonio culturale della comunità locale. Come il MuDiA, uno dei Poli espositivi della Diocesi di Agrigento che ha inaugurato il 5 gennaio a Sambuca di Sicilia un Museo d'Arte sacra nella seicentesca Chiesa del Purgatorio, restaurata dopo i danni provocati cinquant'anni fa dal terremoto. E sempre a Sambuca di Sicilia la Chiesa Madre, costruita nel 1420 sulle rovine del castello arabo, potrà finalmente riaprire i battenti nelle prossime settimane in seguito a un primo stralcio di lavori che renderanno finalmente fruibile e aperto al culto il monumento.

La tragedia del terremoto rivivrà anche attraverso numerose mostre fotografiche, la prima delle quali sarà inaugurata il 12 gennaio a Chiusa Sclafani, ed ad alcuni spettacoli teatrali. In particolare una performance di Alessandro Preziosi, che si esibirà la sera di Sabato 13 gennaio sul palcoscenico del Teatro Comunale di Sambuca, un piccolo gioiello architettonico costruito nel 1848 e che si è miracolosamente salvato dalla furia del sisma. L'attore, accompagnato musicista Lello Analfino, leggerà testi di Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Don Antonio Riboldi, Giovanni Paolo II, Ludovico Corrao e Vincenzo Consolo, ma anche l'appello di solidarietà che Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Bruno Cagli e altri firmarono per le piagate popolazioni che da quel gelido gennaio furono costrette a vivere in tende e in container di fortuna, per molti anni. Sul palcoscenico del teatro di Sambuca la sera successiva, domenica 14 gennaio, anche Enrico Lo Verso con una riduzione di "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello.

Ma il ricordo del sisma attraverserà tutti i paesi colpiti, da Salaparuta a Santa Margherita di Belice, da Gibellina a Montevago dove il 14 gennaio sarà celebrata una Messa in suffragio delle vittime dal cardinale di Agrigento, Mons. Francesco Montenegro e dai vescovi di Monreale e Mazara del Vallo, Michele Pennisi e Domenico Mogavero. In programma, sempre nella stessa giornata, anche la proiezione di un cortometraggio di Domenico Occhipinti.

Il 27 gennaio le celebrazioni si spostano a Palermo, a Palazzo Sant'Elia, con una mostra dal titolo "1968-2018 Paura Sismica", organizzata dalla Fondazione Orestiadi Gibellina, che sarà visitabile fino al 13 marzo. A Maggio il 101° Giro d'Italia di ciclismo farà tappa a Santa Ninfa, per rendere omaggio a quei territori. E, infine, ad ottobre, la Valle del Belice, farà parte della manifestazione "Le vie dei Tesori", che rende fruibili i luoghi d'arte più prestigiosi della Sicilia.   Belice: una ferita ancora aperta dopo mezzo secolo La prima scossa fu avvertita alle 13:28 del 14 gennaio. Poi ne arrivò una seconda e più tardi una terza. Tra spavento e agitazione tanta gente si riversò sulle strade e molti decisero di passare la notte all'aperto o in rifugi di fortuna. Fu per questo che sotto le case abbattute e sbriciolate si contarono "solo" 300 morti quando la terra tornò a tremare, e stavolta con una violenza devastante, alle 2:33 e alle 3:01 del 15 gennaio. Le vittime potevano essere di più di fronte alla terrificante ondata di scosse che in un baleno cancellò interi paesi della Valle del Belice. Epicentro del terremoto era l'area tra Gibellina, Poggioreale, Salaparuta e Montevago. Ma le scosse furono avvertite fino a Palermo.

Cinquant'anni fa il Belice subì una ferita profonda che ancora oggi non si è completamente rimarginata. La percezione dei danni non fu immediata. Le vecchie strade ritardarono gli interventi. E comunque il terremoto mise in luce subito le carenze di un Paese che non era preparato per l'emergenza ma neanche per gestire la ricostruzione, se è vero che per 40 anni migliaia di persone sono sopravvissute nelle baracche di legno o di lamiera e di eternit. Agli occhi dei cronisti e delle squadre di intervento cinquant'anni fa si stagliarono immagini terrificanti: cadaveri estratti dalle macerie e allineati in luoghi improvvisati, feriti che aspettavano i soccorsi, strade piene di detriti, monumenti perduti e opere d'arte irrimediabilmente sfregiate. Le lacerazioni dei tessuti urbani dei paesi erano aggravate dal fatto che le case del Belice erano di tufo e di impasto con le canne. E per questo si polverizzarono quando le scosse si fecero più forti.

Oltre centomila sfollati vagavano tra strutture di accoglienza precarie e molti vennero sopraffatti o da malattie respiratorie, che provocarono altre vittime, o dalla disperazione. Una condizione che li spinse verso l'emigrazione da una terra che aveva già mandato molti giovani all'estero e nelle fabbriche del Nord. La prima risposta dello Stato fu quella di incoraggiare le partenze. Ai terremotati furono offerti biglietti ferroviari gratis e passaporti rilasciati a vista. Chi restava nelle baracche viveva in condizioni degradanti.   Leonardo Sciascia, in un reportage per L'Ora, paragonò le baraccopoli ai "più efferati e abietti campi di concentramento". La protesta esplose subito ponendo non solo la questione della pronta ricostruzione, che invece imboccò il calvario dei tempi lunghi, ma soprattutto quella della rinascita. Le popolazioni dei 21 paesi colpiti si mobilitarono con manifestazioni e marce di protesta guidate dagli amministratori, dal sindaco di Santa Ninfa, Vito Bellafiore, dal parroco don Antonio Riboldi, da Danilo Dolci. Dal marzo 1968 furono approvate più di venti leggi ma, nonostante il fervore politico, i finanziamenti arrivarono con il lumicino. Si calcola che da cinquant'anni a questa parte siano stati investiti meno di 13mila miliardi di vecchie lire e servono altri 300 milioni di euro circa per finanziare gli ultimi interventi. Pochi i progetti dei privati ancora giacenti negli uffici comunali, il resto riguarda opere di urbanizzazione.   I ritardi sono in parte dovuti a quella che Danilo Dolci definì la "burocrazia che uccide il futuro" ma soprattutto alla discussa gestione dei piani di ricostruzione. Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero ricostruiti in altri posti. Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile di migliaia di persone venne sconvolta. Cambiò anche il paesaggio del Belice: da un lato le "new town" con le grandi piazze e le lunghe strade, dall'altro le tracce di ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. Simbolico è il caso di Poggioreale: tutto l'assetto del paese è rimasto al suo posto e il tempo sembra essersi fermato nella città fantasma svuotata dagli abitanti. A Gibellina invece, su impulso di Ludovico Corrao, si è costruita una "città d'arte" con il Cretto di Burri, un sudario di calce bianca che ricopre le macerie del vecchio abitato, e un circuito di eventi e testimonianze che ruotano attorno alle Orestiadi.   Il segno distintivo della ricostruzione ritardata è dato in primo luogo dalla progettazione, più attenta alla sperimentazione che alla concretezza, e dallo spreco di risorse per opere imponenti ma inutili. Un caso emblematico di spreco è dato dall'Asse del Belice, una grande strada che attraversa la Valle e si ferma in aperta campagna.   Questo comunque è il passato. Il Belice che troverà il presidente Sergio Mattarella domenica 14, giorno del ricordo e delle cerimonie, è quello di un territorio che si è rimesso in piedi. "Lo ha fatto da solo e con le proprie forze", dice con orgoglio Nicola Catania presidente del comitato dei sindaci. Il sogno della rinascita, sostiene, è a portata di mano. Le attività produttive sono state rilanciate, l'agricoltura è stata modernizzata. Sono stati promossi i beni culturali e aperti nuovi musei come luoghi della memoria civile.   Il Belice chiede solo di chiudere con poche risorse la pagina del terremoto. Vuole cancellare le ultime ferite e invoca condizioni di sviluppo per quella che il sindaco Catania definisce una "concorrenza leale" con il sistema Italia.

50 anni fa il Belice: l’inferno e poi la lotta di Danilo Dolci, scrive Carola Susani il 14 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 un violento terremoto devasta la regione del Belice nella Sicilia occidentale, un’area compresa tra le province di Palermo, Trapani e Agrigento. Cinquanta anni fa, in Sicilia occidentale, nella valle del fiume Belìce, a Gibellina e Salaparuta, Montevago, Poggioreale, Partanna e in molti altri paesi a ora di pranzo si avvertì la prima scossa. Sesto grado della scala Mercalli. Tremarono tavoli, lampadari, scale; erano paesi antichi, e ci furono i primi crolli. Presto ne arrivò una seconda più forte. C’è chi lasciò le vecchie case, le tavole ancora imbandite. Era un inverno molto freddo quello del 1968, in Sicilia c’era la neve; molti decisero lo stesso di passare la notte in macchina. C’erano file e file di macchine per ogni tornante che portava ai paesi. C’è chi si trasferì nelle case di campagna costruite di recente. Altri ancora che avevano muri senza lesioni, cornicioni intatti, la sera scelsero di rientrare sperando che le scosse che avevano interrotto il pranzo non annunciassero nessuna catastrofe. Attorno a mezzanotte, ci fu un avvertimento, una scossa del quinto grado. Molti ancora scesero per via. Fra le due e mezza e le tre, le scosse dell’ottavo e nono grado della scala Mercalli rasero al suolo paesi interi, sradicarono alberi, aprirono crepe nelle strade. Chi si era rifugiato in campagna sentì le mura tremare, uscì al freddo, nella notte tersa vide sparire di colpo ogni luce nei paesi. Poi la terra tremò ancora. Nei giorni successivi la tv e i quotidiani locali e nazionali raccontarono i 300 morti, le città distrutte, le storie singolari dei salvati. Sfogliando le pagine dei quotidiani e delle riviste dell’epoca si nota un’insistenza, coppole, coppole e scialli, come se di fronte agli occhi dei fotografi si fosse scoperchiato un mondo contadino immobile da secoli. Foto di padri e madonne, bambini sdentati in frotte. Rappresentazioni di un dolore che veniva alla luce, che pareva emergere da un mondo immobile inaspettato, rimosso, nell’Italia del boom. Da subito tutta Italia, l’Europa, il mondo reagirono, si scatenò la solidarietà, e ci mise un bel pezzo a finire. In realtà la valle del Belìce, con le sue coppole e gli scialli, tutto era all’epoca tranne che immobile. L’anno prima era stata attraversata dalla Marcia per la Sicilia Occidentale, per la Pace e per un Nuovo Mondo. L’aveva promossa il Centro Studi per la Piena occupazione di Danilo Dolci, poeta e attivista nonviolento che ha segnato la storia di questo paese. Accanto a lui, a Lorenzo Barbera, a Paola Buzzola, suoi collaboratori, sfilavano braccianti, famiglie a piedi e sulle Ape, ragazzi e ragazze, poeti, intellettuali, pittori, c’era Buttitta, c’era Levi, c’era Treccani, marciava persino Vo Van Ai, poeta e intellettuale vietnamita, che si batté contro gli Usa in Vietnam e dopo la sconfitta degli Stati uniti continuò a combattere per la democrazia nel suo paese. C’era Peppino Impastato, giovanissimo. Era una marcia lunga, lenta che attraversava una Sicilia in parte ancora granaria, in parte piena di vigne. La marcia teneva insieme mondi diversi, il mondo della nonviolenza, il mondo cattolico (almeno in parte), il mondo comunista; ma era la nonviolenza di Dolci che guidava. Così, per capire cosa successe dopo il terremoto, come mai la Sicilia occidentale terremotata divenne un crocevia, fu per un momento capace di proporre una cultura e persino un modello di sviluppo, fu meta di architetti, studenti, sociologi, attivisti, mi tocca fare qualche passo indietro, andare a vedere cosa c’era dietro quella marcia. La Sicilia non è mai stata immobile, semmai teatro di conflitti, in molta sua parte ostinatamente, tragicamente eroica: nella memoria di molte famiglie negli anni Sessanta c’era ancora la lotta per la terra che aveva lasciato morti sul terreno e che aveva avuto come esito un po’ risibile la riforma agraria con le sue casette tutte uguali sparse nella campagna e spesso presto abbandonate. Nel 1952 Danilo Dolci era sceso alla stazione di Trappeto, si era disteso sul letto di un bambino morto di fame, Benedetto Barretta, aveva raccolto attorno a sé gente di buona volontà. Dolci era stato capace di lavorare a fianco con chi già si impegnava, la Camera del lavoro, la sezione del Pci di Partinico, che in quegli anni fioriva di giovani. Nel 1958 era nato a Partinico il Centro studi e iniziative per la Piena Occupazione. A partire dalle prime iniziative soprattutto simboliche di Dolci e del suo gruppo, lo sciopero alla rovescia dei disoccupati impegnati a rimettere in sesto una trazzera nel 1954 che portò all’arresto di Danilo e al processo (se ne può leggere nel volume edito da Sellerio. Processo all’art. 4 con la postfazione di Pasquale Beneduce), il Centro studi aveva messo in piedi una struttura solida, di comitati cittadini, comitati intercomunali, formatori. Erano nate per l’impegno del Centro studi cooperative e cantine sociali, erano stati fatti partire i lavori per la Diga sul fiume Jato. Facendo base a Roccamena, un comune del Belìce interno, Lorenzo Barbera aveva suscitato l’impegno attivo di studenti, contadini. Insieme avevano prodotto una grande inchiesta individuando i problemi dell’area, dalla viabilità, a rimboschimento, dalle esigenze idriche ai patti agrari. Paola Buzzola aveva ragionato con le donne sulla scuola. Come funzionasse questo impegno di presa in carico dei problemi, questa “pianificazione dal basso” è raccontato ne La diga di Roccamena di Lorenzo Barbera edito da Laterza nel 1964 e ripubblicato nel 2016 dai Quaderni del Battello con la prefazione di Goffredo Fofi. Quando arrivò il terremoto il lavoro era nel pieno del suo sviluppo. Il mio legame con questa storia data da allora. I miei genitori, architetti in Veneto, decisero di lasciare un’attività professionale avviata e di trasferirsi nella valle. Quando giungemmo, nel settembre del 1969, erano successe molte cose: su pressione popolare era stata varata, il 5 marzo 1968, una Legge per la ricostruzione e lo sviluppo ma la legge giaceva inapplicata, la popolazione terremotata abitava negli insediamenti di baracche dove aveva ricreato una vita comunitaria intensa, ma era una vita precaria e incerta, le baracche erano umide e fredde, si scoperchiavano per il vento. Fra Danilo e Lorenzo c’era stata una frattura. Il Giudizio popolare di Roccamena ne era stata la causa (sulla vicenda e sulla storia che racconto è appena andato in onda su RaiStoria un documentario di Matteo Berdini, Il sisma dei poveri cristi). Gli impegni del governo e delle istituzioni regionali erano stati disattesi. La legge giaceva inapplicata. La gente raccolta nei comitati ricordava anche gli impegni disattesi in precedenza, sullo sviluppo, le dighe, il sistema viario. Così nacque il cosiddetto comitato dei Cento, che poi proprio cento non erano, e si impegnò a individuare le responsabilità, dei ministri, del presidente della regione e così via. Lorenzo Barbera aveva partecipato e sostenuto il loro lavoro. Ne uccide più la burocrazia che il terremoto, recitava la scritta su una casa diroccata. E i Cento facevano lo sforzo di sciogliere la burocrazia in facce e teste, attribuire la responsabilità dell’emigrazione, della disoccupazione, della miseria. A novembre del 1968 nella piazza di Roccamena avvenne il Giudizio: i ministri, il presidente della regione e così via, vennero invitati a discolparsi. E i ministri arrivarono, riconobbero la legittimità della piazza. Vennero condannati a pene simboliche, per esempio: vivere un mese nelle tendopoli ministro e famiglia procurandosi il pane guidando camion. Non era previsto che le pene fossero applicate. Dolci rifiutò il Giudizio popolare, lo inquietava il tribunale del popolo, temeva le assemblee come entità incontrollabili, a rischio di derive aggressive, al limite violente, oggi si direbbe populiste; Danilo preferiva il lavoro in piccoli gruppi responsabili, azioni controllate come parole di una frase. Chiese a Lorenzo, a Paola, agli altri collaboratori, di disconoscere il Giudizio popolare. Lorenzo e gli altri sentivano di non poterlo fare, consideravamo l’impegno che con la popolazione più importante, e avevano poi un’idea diversa, arendtiana della politica. Lorenzo Barbera la sintetizza così: da cosa nasce cosa e poi mette radici. Così da uno che era nacquero due Centri studi, Lorenzo e i suoi fecero base a Partanna, nella baracca Martin Luther King donata dai sostenitori olandesi. Gli anni successivi furono anni di grandi battaglie, l’obiettivo era sempre l’applicazione della legge e del controllo dal basso sulla sua applicazione. Attorno a Lorenzo e Paola, ai vecchi collaboratori di Dolci, si erano raccolti architetti, intellettuali, attivisti, ragazzi di Partanna – c’erano nonviolenti, comunisti, anarchici – che animavano le assemblee. Il governo continuava a non applicare la legge così durante un’assemblea popolare venne fuori l’idea che il governo fosse fuori legge, e la conseguenza che ne derivava: a un governo fuori legge non si pagano le tasse. Era una forma di pressione: la popolazione della valle del Belìce smise di pagare bolli e bollette, le bollette, raccolte, venivano mandate ai ministeri, i ministeri le rimandavano ai comuni, i comuni le rimandavano agli utenti, che di nuovo le raccoglievano e le rimandavano indietro. Un circolo potenzialmente infinito. Ai terremotati fu concesso di non pagare tasse e utenze. Poteva essere considerata una vittoria, ma il Centro studi l’avvertì come una sconfitta: la legge per la ricostruzione e lo sviluppo rimaneva inapplicata. Si alzò il tiro. Lorenzo racconta che un ragazzo ebbe l’intuizione: a uno stato fuorilegge non è giusto fare il servizio militare. Partì così la battaglia più dura, quella antileva, che vide coinvolti i diciottenni maschi di tutta la valle e i loro genitori, ragazzi (come Vito Accardo) incarcerati e il sostegno naturale delle associazioni antileva per il servizio civile. Si chiedeva che i ragazzi non facessero il servizio militare ma un servizio civile per la ricostruzione e lo sviluppo. Nei propositi del Centro studi anche quello era uno strumento di pressione; quando i ragazzi dei paesi terremotati furono esentati dalla leva, alla baracca Martin Luther King non si festeggiò, l’arma per far pressione era stata rotta. Eppure quel risultato fu un tassello importante della lotta per il servizio civile. Da cosa nasce cosa e poi mette radici, magari in tutt’altro posto (nei Ministri dal cielo di Lorenzo Barbera, ripubblicato da Due punti nel 2011 con interventi di Alessandro La Grassa e Goffredo Fofi potete leggere vivacissime testimonianze su queste vicende). Già nel 1972 il Centro studi si sciolse, chi era legato al Pci si sottrasse (erano tempi di compromesso storico), gli altri si ricoverarono chi in una chi nell’altra formazione dell’estrema sinistra. La storia del Centro studi potrebbe sembrare semplicemente una sconfitta. La ricostruzione nelle forme estenuanti e opache in cui poi avvenne non tenne conto dell’idea di pianificazione e di controllo attivo dal basso che i comitati popolari e il Centro studi avevano messo a punto. Eppure, passando per l’Irpinia e il suo terremoto, dove Lorenzo Barbera pure intervenne usando quegli strumenti, la pianificazione e il controllo dal basso in quella precisa forma sono state studiate, messe a confronto con altre esperienze simili, elaborate nei progetti di sviluppo dell’Unione europea, ripensate, riconosciute come strumenti imprescindibili per affrontare le crisi e i cambiamenti.

Francesco Vitale su un servizio del Tg2 Rai del 12 gennaio 2018 e domenica 6 novembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano": Sono nato in Sicilia e per questo ho una insana abitudine al terremoto. Fin da quando avevo cinque anni (Belice1968) faccio i conti con questa malefica espressione della Natura e forse per questo nonne ho mai avuto timore. Nonostante fossi piccolissimo, ricordo benissimo, come se fosse avvenuto ieri, tutte le fasi concitate dell’abbandono della casa di famiglia a Palermo in quella tragica notte tra il14 e il 15 gennaio 1968 in pigiama e smarrito, mano nella mano con mia sorella e mia madre mentre mio padre raccoglieva in fretta e furia poche e disordinate cose che all’alba provocheranno l’ira della mamma. Da allora sono stato per lavoro su diversi terremoti e sono stato colto, come tanti colleghi, delle scosse (anche toste) successive a quelle che avevano già devastato tutto. E non ho mai avuto paura. Dolore tanto come (ma è solo uno degli esempi) per la strage dei bambini di San Giuliano di Puglia rimasti uccisi dal crollo della loro scuola di “carta velina” dopo la prima scossa, ma paura mai.

Belice, 50 anni dopo: storia di Cudduredda, la bambina diventata un simbolo. Eleonora Di Girolamo, morta a sei anni, fu l'icona della tragedia, scrive Francesco Nuccio il 14 gennaio 2018 su "La Repubblica”. "Ricordo ancora i suoi occhi, quello sguardo perso nel vuoto...". La voce di Leonarda Fontana, 88 anni, si incrina per la commozione mentre a stento tenta di trattenere le lacrime. Al collo ha appeso un medaglione con la foto della figlioletta, Eleonora Di Girolamo, per tutti "Cudduredda", il nome di un dolcetto siciliano a forma di cuore con il quale a Gibellina era conosciuta quella bimba di sei anni dagli occhioni neri che diventò il simbolo stesso del terremoto del Belice. Quasi un'icona della tragedia che cinquant'anni fa sconvolse la Sicilia occidentale, seminando morte e distruzione. Le immagini sgranate della Rai girate da una troupe di Sergio Zavoli ripresero Cudduredda mentre veniva estratta ancora viva dalle macerie la mattina del 17 gennaio 1968, tre giorni dopo il sisma. A sentire un flebile lamento fu un giovane vigile del fuoco di Reggio Emilia, Ivo Soncini, che cominciò a scavare con le mani fino ad afferrare quelle della bimba. Un miracolo, scrissero i giornali dell'epoca, destinato però a svanire come quando ci si risveglia bruscamente da un sogno. Due giorni dopo la piccola morì nell'ospedale Villa Sofia di Palermo, forse a causa di una polmonite, tra le braccia della madre. Una foto di Nicola Scafidi ritrae la donna, chinata sul corpo della figlioletta, con il capo coperto dal velo. Quasi una Madonna siciliana inconsolabile che portava però già in grembo il 'miracolo' di una nuova vita. Qualche mese dopo, quando già la famiglia abitava in una baracca, nacque un'altra bimba che fu chiamata proprio come la sorella scomparsa. "E' come se l'avessi conosciuta, il suo ricordo è stata una presenza costante per me e per i miei familiari" dice Eleonora, che oggi ha tre figli, mentre sfoglia i temi e i dettati di prima elementare della sorella conservati in casa come una reliquia. "Questo è l'ultimo porta la data dell'11 gennaio, tre giorni prima di quella domenica". Poi solo pagine bianche. Accanto ad Eleonora c'è il fratello maggiore Nicola, che allora aveva 14 anni. La notte del terremoto era in ospedale a Marsala, insieme ai genitori, per sottoporsi ad un intervento chirurgico. Il padre Salvatore, che faceva il contadino, dopo le prime scosse tornò in fretta e furia a Gibellina in treno ma in paese non trovò nessuno. Cudduredda e l'altro fratello, Francesco, che aveva 12 anni, si erano rifugiati con altri familiari in una casa di campagna dove pensavano di essere al sicuro. Quando il papà li raggiunse si abbracciarono, sembrava tutto finito. E invece alle 3:01 la terra tremò ancora con un boato cupo che squassò il silenzio e fece crollare il casolare mentre l'abitazione in paese, per un tragico scherzo del destino, rimase in piedi. Francesco udì i lamenti della sorella; riuscì a liberarsi dai detriti e cominciò a vagare come un fantasma chiedendo aiuto. Il padre, che aveva una gamba fratturata, fu trasportato in ospedale dai soccorritori. Cudduredda, strappata alla morte dopo 60 ore da un angelo con la divisa di vigile del fuoco, sopravvisse solo due giorni. La famiglia Di Girolamo fu segnata per sempre da quella tragedia. La piccola Eleonora trascorse la sua infanzia nelle baracche, insieme ai fratelli e ai genitori. Papà Salvatore, morto nel 2004, non riusciva a darsi pace per quella figlia che gli era stata tolta in un modo così tragico e beffardo. Così come Mamma Leonarda che cinquanta anni dopo continua ad accarezzare il medaglione con la foto della sua Cudduredda. "Come posso dimenticare?", continua a ripetere tra le lacrime.

50 anni dal terremoto del Belice, scrive Enzo Boschi l'11 Gennaio 2018 su "Il Foglietto". Nella notte fra il 14 e 15 gennaio del 1968, la Valle del Belice fu colpita da una sequenza di forti terremoti. La prima forte scossa ci fu alle ore 13:28 del 14 gennaio, con gravi danni a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, una seconda alle 14:15; nelle stesse località ci fu un'altra scossa molto forte, che fu sentita fino a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Nella notte, alle 02:33 del 15 gennaio, una scossa molto violenta causò gravissimi danni e si sentì fino a Pantelleria. Ma la scossa più forte si verificò poco dopo, alle ore 3:01, quella che causò gli effetti più gravi. A questa ne seguirono molte altre minori. L’evento fece molto scalpore. Nessuno sapeva che quella zona potesse provocare terremoti fino a magnitudo elevate. A memoria d’uomo e per un’assoluta mancanza di dati storici si era convinti che la zona fosse tranquilla. Si pensava che la sismicità siciliana si concentrasse tutta nella parte orientale, naturale continuazione della fortissima sismicità calabrese. Nel 1693 vi si era verificato il terremoto detto della Val di Noto, di magnitudo sicuramente superiore a 7, che rase al suolo quasi tutto, e nel 1908 ci fu il notissimo terremoto di Messina che provocò un devastante maremoto e che ebbe grande risonanza internazionale. In realtà, pochi in Italia si dedicavano allo studio sistematico della Sismologia nel 1968. Bisognerà aspettare i terremoti del Friuli, 1976, e dell’Irpinia, 1980, perché si cominciasse a studiare in maniera organizzata la distribuzione e le caratteristiche fisiche dei nostri terremoti. Il terremoto è una frattura che si propaga con una velocità di qualche chilometro al secondo nella crosta terrestre. La crosta è lo strato sottile, con uno spessore più o meno fra i 5 e i 30 km, che contiene tutta la Terra. Le rocce che compongono la crosta sono fragili. Il termine "fragile" è da intendersi in senso tecnico: è fragile ciò che si può fratturare. L’opposto di “duttile" che è un mezzo che si può modificare, che può anche fluire, ma che non si può fratturare. Una zona della crosta terrestre viene sottoposta ad azioni molto energiche da forze interne al Pianeta. Viene deformata. Il processo di deformazione può durare decenni, secoli, addirittura millenni ma ad un certo momento le rocce si romperanno e alla frattura sarà associata la produzione di onde meccaniche: le onde sismiche, che, andando a sollecitare le fondamenta di edifici mal costruiti, ne provocano un rapidissimo crollo. Troppe immagini di crolli sono nella nostra mente per terremoti, anche non particolarmente violenti, che si verificano sistematicamente nel nostro Paese. Dal 1600 ad oggi, in Italia si sono verificati 200 terremoti di magnitudo pari o superiore a 5.5. In media, uno ogni due anni. La magnitudo 5.5 è quella a cui si cominciano ad avere vittime e danni importanti. Di questi 200 terremoti, 69 sono di magnitudo pari o superiore a 6.0: si ha una scossa 6.0 mediamente ogni sei anni. 30 hanno magnitudo 6.5 o superiore e si verificano ogni 14 anni. Dal 1600 ad oggi, quindi ogni 50 anni circa, abbiamo avuto 8 terremoti con magnitudo 7.0 e oltre. Quando si verificò in Belice, non esisteva una conoscenza organizzata della sismicità italiana: una zona veniva classificata sismica solo dopo che era stata colpita da un terremoto. A partire dal terremoto irpino del 1980, si comincia a pensare ad una mappa ufficiale della sismicità italiana. Molti furono i tentativi ma solo nel 2006 la Mappa di Pericolosità Sismica ebbe una veste formale, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Fu redatta, su richiesta della allora Commissione Grandi Rischi, per adempiere a una norma finalmente emanata dallo Stato. Fu elaborata principalmente dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. Venne anche coinvolta il più possibile la comunità scientifica esterna all'Ingv. L’elaborazione venne monitorata costantemente da un panel internazionale di ricercatori, che ne rilasciò un giudizio finale molto lusinghiero. Divenne riferimento dello Stato con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri 3519/2006 e costituì la base per la attuale normativa sismica con il consenso formale della comunità degli ingegneri sismici. La Mappa è il punto di partenza per la determinazione del rischio sismico di qualunque edificio o agglomerato di edifici, in qualunque luogo si trovino. È, quindi, il passo fondamentale verso una seria prevenzione per la messa in sicurezza del nostro patrimonio edile che richiede anche altri passaggi tecnici, amministrativi e, soprattutto, politici. Spesso si sente parlare di previsione dei terremoti. La cosa non è sensata perché i fenomeni geofisici che caratterizzano il verificarsi di un terremoto sono caratterizzati da una grande complessità e sono inaccessibili, all'interno della Terra, all’osservazione diretta. La previsione dello svolgimento di un processo fisico non può che essere il risultato dell'inserimento di dati di osservazione in un modello consistente. Questi dati rappresentano i valori numerici delle grandezze fisiche che compaiono nella teoria, comprese le condizioni iniziali del sistema studiato. Quando un sistema fisico è governato da leggi non lineari, come avviene in Sismologia, una piccola imprecisione nelle condizioni iniziali può alterare completamente l'evoluzione del sistema: è questo il caso della meccanica delle fratture applicata allo studio dei terremoti. Tale comportamento, chiamato caotico, preclude la possibilità di previsioni deterministiche: sono possibili solo previsioni di tipo probabilistico. Allora non resta che fare come hanno fatto la California, il Giappone, la Turchia, il Cile, la Nuova Zelanda ... che hanno prodotto e stanno producendo un'edilizia che salvaguarda la vita e i beni. Solo l'Italia, fra i Paesi sviluppati, nulla sta facendo per difendersi dai terremoti. Anzi è sempre più forte l'impressione che la bassa qualità costruttiva sia voluta per poter ricostruire più spesso e così avere benefici economici più frequenti. Concludendo, dal terremoto del Belice di cinquant’anni fa le nostre conoscenze sismologiche hanno avuto uno sviluppo impressionante ma il rischio sismico a cui siamo sottoposti è rimasto lo stesso. Anzi è peggiorato perché si è continuato a costruire molto e in modo dissennato.

Addendum. Alla fine dell’anno passato è stata rinnovata la Commissione Grandi Rischi. Il professor Gabriele Scarascia Mugnozza è stato nominato Presidente. Aveva ricoperto la carica di Vice Presidente della Commissione dal 2013 al 2017, quando si dimise per protestare contro una delle incongrue esternazioni del suo predecessore particolarmente grave. Quella delle dighe di Campotosto in Abruzzo equiparate alla tragedia del Vajont, che provocò tanta ilarità ma anche molta preoccupazione in tutti coloro che hanno a cuore le sorti della Protezione Civile. Scarascia Mugnozza è ordinario di Geologia Applicata presso La Sapienza di Roma. Alla Sapienza è anche Prorettore per i rapporti con il territorio e per l’ambiente. I suoi interessi scientifici vertono nel campo dei rischi geologici. Principalmente si interessa alla pericolosità idrogeologica e alla pericolosità sismica. Su tali argomenti ha pubblicato su riviste Internazionali numerosi importanti lavori. Scarascia Mugnozza è ancora giovane, è molto equilibrato, rigoroso e competente. Saprà affrontare con serenità, decisione ed efficacia il delicato incarico che gli è stato affidato. Al nuovo Presidente della Grandi Rischi giungano le congratulazioni e gli auguri di tutto Il Foglietto della Ricerca e miei personali.

Dal Belice ad Amatrice sprechi e corruzione restano i protagonisti del post-sisma. Il terremoto in Sicilia ha inaugurato decenni di sprechi e malapolitica. E creato un modello d’affari marcio che dall'Isola si è esteso alle altre aree colpite dai terremoti, dall’Irpinia all’Abruzzo. Fino agli ultimi in Centro Italia, scrive Piero Melati il 15 gennaio 2018 su “L’Espresso”. Si chiama Valle del Belìce, con l’accento sulla i. Dalla notte del terremoto del 1968, per un refuso, diventò per tutti gli italiani Valle del Bélice, con l’accento sulla e. Questa terra martoriata perdette anche il suo nome, sotto le macerie del più doloroso dei primati: fu il teatro del primo grande sisma del dopoguerra. Oggi, a mezzo secolo di distanza, e almeno sette maxi-catastrofi naturali dopo, la Valle del Belìce sa di contare un altro record: ha tenuto a battesimo il sistema nazionale di corruzione basato sull’emergenza, quello del “terremoto infinito”. La terra trema. Tutto comincia da lì. Quando nel 1948 Luchino Visconti traspose al cinema “I Malavoglia” di Giovanni Verga, gli italiani applaudirono un capolavoro del neorealismo. Ma quando, all’indomani della notte tra il 14 e il 15 gennaio del ’68, immagini tanto simili a quel film irruppero in tutte le case, grazie alla tv in bianco e nero, fu uno choc collettivo. La Sicilia di Verga, trasformata in immagini da Visconti, e ora documentata nei telegiornali da Sergio Zavoli, non era dunque solo fiction. Una scossa di magnitudo 6,4 aveva mostrato la carne e il sangue di Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale, Santa Ninfa, Santa Margherita Belìce, mietendo circa 400 vittime in tre province (Trapani, Agrigento, Palermo), distruggendo sei paesi, con oltre mille feriti e tra 70 e 90 mila sfollati. Uno degli inviati del quotidiano palermitano L’Ora, Bruno Carbone, partito a bordo di una jeep, riuscì in quelle ore a raggiungere Montevago, un centro di tremila abitanti raso al suolo. Venne circondato da una muraglia di profughi che invocava cibo e coperte. «I bambini muoiono per strada», gli urlavano. Più tardi, tra le macerie della scuola, il cronista trovò i disegni e i temi dei ragazzi, che nel corso di una lezione avevano descritto il proprio paese. Il servizio che ne trasse (“Com’era bella Montevago nella fantasia dei suoi scolari”) fece il giro del mondo. Ora la tragedia aveva un volto e un nome, quello dei figli di Montevago, il paese che non c’è più. «Un clima da anno Mille», lo definì Leonardo Sciascia. Lo scrittore scrisse a caldo: «Dodici ore dopo la sciagura, a Santa Margherita Belìce, non era arrivata né una tenda, né una pagnotta, né una coperta... per quelli lì, a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui restano soltanto gli occhi per piangere la diaspora dei figli, pulviscolo umano disperso nel vento dell’emigrazione; quelli che ancora faticano con l’aratro a chiodo e con muli; quelli che non hanno né scuole, né ospedali, né ospizi, né strade... la Sicilia è stanca, muore ogni giorno, anche senza l’aiuto delle calamità naturali».

Una profezia, una delle tante, dello scrittore inascoltato. Infatti, placatasi la terra, non fu più la natura ostile ad affilare la falce, ma la mano dell’uomo. «La burocrazia uccide più del terremoto», dovette dire un altro scrittore, Danilo Dolci. Erano appena sorte le prime baraccopoli. Nel 1973, a sette anni dalle scosse, le baracche ospitavano 48 mila persone. Tre anni dopo ne imprigionavano ancora 47 mila. Le ultime baracche sono state smontate solo nel 2006. Nel ’95 è stato calcolato che in 27 anni erano stati spesi almeno sei miliardi di euro. L’ultimo intervento per il Belìce era nella legge finanziaria del 2013. Nacque così l’affare del terremoto, che ci avrebbe accompagnato fino ad oggi. Con costi non soltanto economici. Nel 1970 un pugno di intellettuali (Sciascia, Guttuso, Zavattini, Caruso, Treccani, Cagli, Zavoli, Levi, Damiani, Corrao) insieme ai sindaci della Valle firmarono un appello che descrisse la situazione: «Ad altro non si pensò che alla costruzione delle baracche. Gli effetti non sono dissimili da una vera e propria soluzione finale. Annientamento psicologico, morale e fisico che i lager nazisti più direttamente e sbrigativamente esplicavano». Dovranno passare altri dodici anni, e altri tremila morti e 80 mila sfollati, perché un presidente della Repubblica, Sandro Pertini, visitando i luoghi di un’altra catastrofe, quella dell’Irpinia, con i sepolti vivi ancora sotto le pietre, si ricordasse della sua precedente visita in Sicilia e di quel parroco di Santa Ninfa che gli aveva chiesto: «Perché viviamo ancora nelle baracche e non ci sono state mai date le case promesse?». Pertini nell’occasione tuonò: «Mi chiedo: dove è andato a finire quel denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belìce? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere? Perché l’infamia maggiore è speculare sulle disgrazie altrui». Le crude cifre ci dicono che, nel XX secolo in Italia, le vittime di terremoto sono state centomila. La mappa dei grandi sismi più recenti conta 31 morti in Tuscania (Lazio) nel ’71, mille in Friuli nel ’76, quasi tremila in Irpinia nell’80, sette in Molise nell’84, sedici a Santa Lucia (Sicilia) nel ’90, undici in Umbria e Marche nel ’97, trenta in Puglia e Molise nel 2002, 309 a L’Aquila nel 2009, 27 in Emilia nel 2012, 299 nel 2016 ad Accumuli e Amatrice. Eppure la situazione è persino peggiorata, da quel primo assalto alla diligenza nel Belìce e dopo il grido di Pertini, se è vero che in due distinte occasioni (sisma aquilano del 2009 e di Amatrice nel 2016) due imprenditori impegnati nei lavori di ricostruzione, intercettati nel corso delle loro conversazioni, hanno addirittura esultato per le catastrofi, euforici grazie alle prospettive che gli si erano aperte. Anche qui, bastino le cifre, quella della Commissione ambiente del Senato: quattromila i morti, nei sette grandi sismi italiani seguiti al Belìce. Ben 121,6 miliardi di euro la spesa autorizzata (stima parziale, che non calcola gli imponenti costi indiretti). Sarà anche vero, come disse Pertini in Irpinia, che non c’è infamia peggiore di speculare sulle altrui disgrazie. Ma è altrettanto vero che se le “disgrazie altrui” nessuno le conosce, sarà difficile fermare i demoni che se ne vogliono nutrire. Anni dopo il terremoto del Belìce, Leonardo Sciascia accettò di scrivere la prefazione al “Quaderno di Montevago” che raccoglieva i lavori degli alunni ritrovati sotto le macerie della scuola. E annotava: «Nessuno fuori dalla Sicilia sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere». Ma questo non vale forse per quasi tutti i luoghi italiani colpiti dalla “zampata di una belva immane” negli ultimi decenni? E non vale ancor di più per il disinteresse che ne segue dopo, immancabilmente, quando le popolazioni ferite si trovano sottoposte a incredibili vessazioni? Per la verità, c’è stata di recente una variante tecnologica dell’infamia, rispetto a mezzo secolo fa. La scrittrice Loredana Lipperini, alla vigilia dello scorso Natale, ha diffuso sui social una notizia di agenzia che denunciava la nascita di una rete di account fake legati alle iniziative post-terremoto nel rietino. Questa rete aveva lo scopo di twittare a migliaia di persone (grazie a un programma automatico) la gioia dei cittadini per l’avvenuta consegna di una casa. Consegna, inutile dire, mai avvenuta e solo virtuale. Misterioso l’account di partenza. Il sospetto è che sia legato a qualche ditta impegnata nella ricostruzione. La circostanza fa riflettere. Dopo il 1968 lo sdegno per le baraccopoli siciliane provocò (almeno) una mobilitazione nazionale. Paolo Mieli scrisse allora che nel sisma siciliano era affondata la vecchia Italia con i suoi difetti. Se invece oggi, dopo un sisma, si riuscisse persino a truccare la realtà del dopo, grazie a un bombardamento di fake news, chi se ne avvantaggerebbe? Una volta alla Camera il ministro dell’Interno Virginio Rognoni, nel riferire sull’ennesima interpellanza a proposito del Belìce, disse: «Nelle zone colpite dal sistema». Si interruppe e immediatamente si corresse: «Volevo dire dal sisma». Leonardo Sciascia commentò: «Andava meglio, in ordine alla verità, il lapsus. Ne uccide più il sistema che il sisma. Ma quale sistema? Credo lo si possa definire con brevità e precisione: il sistema della corruzione».

TERREMOTO: CORSI E RICORSI STORICI.

I Borbone? 200 anni fa sconfissero i terremoti, scrive il 30/08/2016 Flaminia Camilletti su “Il Giornale”. Sono passati 7 giorni dalla notte tra il 23 e il 24 Agosto, notte in cui la terra ha tremato così forte da far implodere e scomparire due paesi ricchi di storia e tradizioni come Amatrice ed Arquata del Tronto, portandosi via 292 vite umane e una decina di persone scomparse. I danni agli edifici e i morti non sono confinati nei paesi sopracitati, ma si diffondono in tutta la zona di confine tra Umbria, Marche e Lazio, tre regioni diverse e numerosi comuni diversi, sintomo che se qualcosa è andato storto è da ricondurre ad un sistema Italia che in questo momento così com’è, non funziona. Neanche il tempo di levare le macerie e di salutare i propri cari, che già si scoprono decine di casi di mala-gestione edilizia. Addirittura i pm sospettano che i documenti che dichiaravano che le strutture fossero a norma, siano stati falsificati. I casi più noti: la scuola Capranica e l’hotel Roma di Amatrice indicati entrambi come punto di accoglienza del piano di protezione civile, e invece venuti giù. E poi il campanile di Accumoli, come la Torre Civica e la caserma dei carabinieri. Parallelamente alle inchieste, il tema principale del dibattito verte sulla ricostruzione: è possibile rendere antisismici dei centri storici così antichi, senza snaturarne l’identità ed il patrimonio architettonico? Molti esperti e opinionisti rimandano all’esempio certamente virtuoso del Giappone, ma qualcuno, in Italia, rende noto che anche la nostra storia vanta modelli di ingegneria antisismica di livello, messa in atto già due secoli fa. Uno studio condotto dal Cnr-Ivalsa (Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Consiglio Nazionale delle Ricerche) di San Michele all’Adige (Trento) in collaborazione con l’Università della Calabria ha dimostrato che le tecniche antisismiche usate 200 anni fa dai Borbone sono ancora attuali e che integrate con tecnologie moderne, potrebbero essere usate per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio esistente. Dopo il terremoto del 1783, che distrusse gran parte della Calabria meridionale e fece circa 30.000 vittime fu emanata una normativa estremamente di avanguardia per l’epoca. L’efficacia di queste disposizioni è stata confermata dalla resistenza che ebbero i palazzi costruiti con queste regole nei terremoti del 1905 e del 1908 che colpirono la Calabria. Il Cnr ha chiarito che gli edifici costruiti con queste regole subirono danni non significativi, con limitate porzioni di muratura collassate e nessun crollo totale. Ulteriore conferma è stata data anche dal test antisismico condotto su una parete del palazzo del Vescovo di Mileto (Vibo Valentia), ricostruita fedelmente in laboratorio. “L’invenzione” è dell’ingegnere La Vega che con abilità di sintesi unisce le più avanzate teorie antisismiche dell’Illuminismo e una diffusa e antica tradizione costruttiva lignea presente in Calabria. Il sistema borbonico è caratterizzato infatti dalla presenza di telai di legno.” “Le tecniche – continua Nicola Ruggieri (l’architetto che ha prodotto lo studio) – si basavano sull’idea che la rete di legno, in caso di scossa, potesse intervenire a sostegno della muratura. Adesso quelle tecniche potrebbero ispirare sistemi antisismici per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio esistente «magari – ha rilevato l’esperto – sostituendo il legno con alluminio e acciaio, per i quali l’industria è più preparata”.

La “casa baraccata”: il primo regolamento antisismico d’Europa è dei Borbone, scrive il 25 agosto 2016 Claudia Ausilio su “Vesuvio on line”. Il territorio italiano e soprattutto quello dei paesi a ridosso della dorsale appenninica sono tra i più esposti al mondo ad attività sismica e da secoli hanno dovuto fare i conti con i terremoti e i danni da esso causati. Pochi sanno che le prime case antisismiche furono fatte costruire dai Borbone che redassero il primo regolamento antisismico d’Europa. Tutto iniziò dopo il 5 febbraio del 1783, una data terribile per la Calabria e per il sud intero. Uno degli eventi più tragici della storia e un terremoto di un magnitudo elevatissimo, tra i più alti che l’Europa abbia mai visto. Le zone colpite furono quelle di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catanzaro che videro la morte di 30.000 persone. Il governo borbonico subito si mise all’opera per la ricostruzione emanando un regolamento antisismico, il primo della storia. Questo prevedeva la costruzione di una muratura rinforzata da un telaio di elementi lignei “inventata” dall’ingegnere Francesco La Vega, definita poi nel corso dell’Ottocento “casa baraccata”. Questo sistema si basava sugli ultimi studi dell’ingegneria settecentesca e su una tecnica costruttiva antica già in uso in Calabria. Ma l’ingegnere spagnolo come ideò questa tecnica antisismica? In realtà non si trattava di niente di nuovo, ci avevano già pensato gli antichi romani. Agli inizi del XVIII secolo Carlo III di Borbone decise di avviare un’intensa campagna di scavo ad Ercolano e successivamente a Pompei e Stabia. Le attività di recupero e lo studio dei reperti archeologici furono dirette dal 14 marzo 1780 proprio da Francesco La Vega. Durante queste operazioni l’ingegnere ebbe modo di osservare, proprio nelle città vesuviane, il cosiddetto Opus Craticium (opera a graticcio) cioè pareti intelaiate da elementi lignei. Grazie all’impiego di questa soluzione, le costruzioni successive al 1738, tra le quali anche il Palazzo del Vescovo di Mileto (Vv), riuscirono a resistere anche ai terremoti più devastanti, come quelli che colpirono la Calabria nel 1905 e nel 1908 con magnitudo 6.9 e 6 della scala Richter. Così come le abitazioni turche (Hımış) costruite con la tecnica dell’intelaiatura lignea hanno sfidato il sisma del 1999.

ISCHIA. TERREMOTO, POLEMICHE E LA SINDROME DEGLI ABUSI EDILIZI.

Sciacallaggio mediatico. Il terremoto? Colpa dell’abusivismo.

È così che l’Italia ipocrita si assolve.

In tutte le parti d’Italia da sempre si vede dalle immagini che le costruzioni crollate a causa delle scosse telluriche erano tenute su con gli sputi: pietra su pietra. Ma quando si tratta del terremoto nel Sud Italia scatta la polemica per gli abusi edilizi.

TERREMOTO ISCHIA. Burocrazia e abusivismo, le ambiguità che provocano tragedie. Un terremoto ha causato morti e feriti a Ischia. Inevitabile qualche riflessione su una scossa lieve che causa tanti danni in un territorio a rischio, scrive Alfonso Ruffo il 23 agosto 2017 su "Il Sussudiario". Di fronte ai morti (due), ai feriti (39) e agli sfollati (2.600) non c'è nulla di più antipatico che fare la predica. Eppure nel caso del terremoto a Ischia, località Casamicciola, le ragioni ci sarebbero tutte per distribuire rimproveri a destra e manca. Come giustificare altrimenti che un movimento della terra classificato di quarto grado sulla scala Mercalli, e dunque lieve, possa aver combinato il disastro al quale abbiamo dovuto assistere? Che quello fosse un territorio a rischio era risaputo. E infatti tutte le cronache riportano il ricordo del famoso e famigerato sisma del 1883 che rase letteralmente al suolo il piccolo comune isolano inghiottendo tra i tanti anche i parenti di Benedetto Croce e Giustino Fortunato in persona, che tanto aveva tuonato contro lo sfasciume urbanistico del Mezzogiorno e pertanto pure della ridente, fino a prova contraria, località balneare. Altrettanto risaputo era che la qualità delle costruzioni, senza generalizzare ma di certo in gran parte, non fosse delle migliori. Non è la prima volta infatti che di fronte a un evento della natura - la scorsa volta si trattò di un'alluvione - qualche abitazione è destinata a crollare e più di una vita a spegnersi. Conseguenza della fretta e dell'approssimazione che derivano dalla necessità di costruire di nascosto perché senza permesso. Tempi accelerati per l'abusivismo, manufatti scadenti, caratteristiche geologiche dei luoghi sono elementi sufficienti a far ritenere un miracolo che le cose nel tempo non siano andate peggio: per il disappunto dei buontemponi che hanno avuto lo stomaco di scrivere in rete, in disprezzo dei napoletani. Speravamo nel Vesuvio, ma va bene anche così. Il danno e la beffa per un popolo che ha fatto dell'arte di arrangiarsi un codice di vita. Non a caso proprio in Campania il governatore De Luca sta combattendo con il ministro Delrio per difendere la propria legge che distingue tra abusi di speculazione e abusi di necessità nel tentativo di salvare questi ultimi dalle ruspe che il governo avrebbe intenzione di azionare per radere al suolo quello che non andava edificato. Questa sciagura sarà ora un ostacolo ulteriore al raggiungimento di una, semmai, possibile intesa. Il fatto è che l'eccesso di vincoli e burocrazia - di cui tutti sono oggi consapevoli, ma che nessuno riesce davvero a contrastare - è un propellente formidabile e fornisce anche un alibi culturale per chi, già allergico di suo al rispetto delle regole, decide di passare all'azione senza sottostare alle forche caudine di un'amministrazione vissuta come occhiuta nemica e avida divoratrice di risorse. Chiedere una licenza, in questi casi, è tempo perso. E allora al di là dei risvolti di cronaca che nella loro logica e sequenza si somigliano un po' tutti -compreso l'eroismo di chi scava nelle macerie e salva vite o l'altruismo dei medici in vacanza che apprestano volontariamente le prime cure - bisognerebbe fare finalmente di necessità virtù e uscire dall'ambiguità di un rapporto così fragile tra la norma e il suo rispetto, il bisogno e l'azzardo, che basta uno starnuto a provocare una tragedia.

Sisma, la rabbia dei residenti additati come abusivi. Ad Ischia ci sono 600 case abusive con ordine definitivo di abbattimento e 27 mila pratiche di condono presentate in occasione di tre sanatorie nazionali. Una situazione, fotografata da Legambiente, che ha aumentato gli effetti della scossa di magnitudo 4.0 sull’isola, insieme alla particolare struttura morfologica del territorio. Ma gli ischitani reagiscono con rabbia ad accuse che, dicono, fanno ricadere la colpa solo su di loro. “Noi siamo dei cittadini sempre martoriati, sempre additati, e ci dicono abusivi, ma noi siamo nati qui, i nostri nonni ci hanno lasciato la casa abbiamo fatto cuci e scuci come dice lo Stato perché altrimenti non puoi costruire e allora? Fortunatamente non ci è caduta addosso la casa”, dice una signora. “Fate in modo che cittadino abbia la possibilità di costruire facendo le cose per bene non additandoci”. “Se voi non ci date delle regole e volete che noi facciamo i figli, questi figli da una parte devono andare ad abitare – aggiunge una concittadina – tu mi dai la residenza in Comune? E allora tu accetti questa cosa, non puoi venire a dire a me che sono io sempre l’abusivo. Non ci dare la luce, non ci allacciare niente e noi non costruiamo la casa. Siamo abusivi leciti, da parte di Comune e Stato”.

Carlo Conti, polemica sui social dopo il sisma di Ischia. Subito dopo il sisma di Ischia, Conti ha commentato così la notizia su Instagram. Ma le sue parole hanno scatenato gli utenti, scrive Luca Romano, Martedì 22/08/2017, su "Il Giornale". Un post, poi gli attacchi sui social. Non è stata una serata facile quella di ieri per Carlo Conti. Subito dopo il sisma di Ischia, il conduttore Rai ha commentato così la notizia su Instagram: "C'è stata una scossa piccola di terremoto a Ischia. Tutto bene, c'è un mio amico, la situazione è tranquilla". In realtà la situazione a Ischia era non proprio "tranquilla" e così i follower di Conti non hanno perso tempo e lo hanno messo nel mirino. "Alcune volte sarebbe meglio tacere piuttosto che scrivere tanto per far vedere di essere presenti, soprattutto quando si è personaggi definiti 'vip'", si legge in un commento. E ancora: "Ci sono morti, feriti, case crollate. Non c'è nulla di tranquillo". Ma c'è anche chi difende il conduttore: "Rilassatevi, evidentemente quando ha scritto non si era ancora a conoscenza dei danni". Dopo gli attacchi Conti ha deciso di rispondere agli utenti: "Voi che attaccate sempre! Senza sapere la situazione d'Ischia, isola dove ho una abitazione! Ecco il commento del sindaco che smentisce tutte le false notizie che stanno portando solo panico sull'isola". Conti a questo punto posta le parole del primo cittadino: "In queste ore l'isola è vittima di una forma di sciacallaggio mediatico è importante sottolineare che gli immobili che sono crollati nel comune di Casamicciola sono di vecchia fattura ed è solo ed esclusivamente per questo che si sono registrati danni ingenti. Sull'intera isola i trasporti pubblici non si sono mai interrotti, le strutture turistico-ricettive e gli esercizi pubblici sono tutti aperti e a disposizione degli ospiti che possono continuare in tranquillità la loro vacanza". Ma queste parole non bastano a placare i commenti de follower contro Conti che alla fine molla la presa sotto i colpi degli "haters" del web. 

Fra distruzione e letteratura. La tragica bellezza di Ischia. Auden, Ibsen, Pasolini e Capote hanno cantato l'isola che li ha ospitati. Il sisma del 1883 colpì Benedetto Croce, scrive Giancristiano Desiderio, Mercoledì 23/08/2017, su "Il Giornale". «O tell me the truth about love», cantava il poeta inglese Wystan Hugh Auden sull'isola d'Ischia negli anni Cinquanta e la sua più nota poesia, La verità, vi prego, sull'amore, ben si presta alla parafrasi: la verità, vi prego, su Ischia. Perché il nome dell'isola cara alla bellissima Lucrezia d'Alagno è legata più di ogni altro scoglio dell'arcipelago delle isole Flegree all'amore e all'amore per la letteratura. Giovanni Boccaccio, che s'intendeva dell'uno e dell'altra, fa raccontare a Pampinea, nella quinta giornata del Decamerone, una storia ricavata dalla leggenda di Fiorio e Biancifiore e così inizia: «Ischia è un'isola assai vicina di Napoli, nella quale fu già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui nome fu Restituta». In fondo, il fascino dell'isola, che non è piccola come Capri, né grande come l'immensa Sicilia, è nella sua misteriosa concentrata varietà fatta di acqua salata e acqua termale ricercata da Garibaldi e Cavour, di storia e natura che uno scrittore come Giovanni Comisso rapito a Forio descriveva così: «Quando ci si volse dall'altra parte, su dal mare in tumulto, si vide definita e chiara tutta la costa dell'Italia, da Miseno fino al Circeo, con le cime dei monti bianche di neve al sole. Era la stessa visione che aveva avuto Enea e anche Ulisse e si decise di fermarci». La verità, vi prego, su Ischia. Certo, non si può sbarcare a Ischia un giorno e andar via. Chi ci va ci resta. Una volta Raffaele La Capria, legatissimo a Capri, ha raccontato che Truman Capote mentre scendeva dal vaporetto inciampò, cadde e ruppe l'orologio. Un chiaro presagio: l'isola non era fatta per la fretta e la furia delle cose e Capote, che vi rimase quattro lunghi mesi nel 1949, scriveva Summer Crossing attratto dall'isola, dal vino e dai pescatori: «Che posto strano, e stranamente incantato è questo. È un'isola al largo della costa di Napoli, molto primitiva, abitata per la maggior parte da viticultori e da pescatori di capre, da W.H. Auden e dalla famiglia Mussolini». Non era quella la Ischia di oggi, era un'altra isola ma Truman Capote se la passava bene senz'altro sul tetto della pensione con l'odore meridionale del glicine e le foglie di limone: «L'avevo decorato con delle lanterne giapponesi, ed erano venute circa cinquanta persone, compresi tutti i più bei pescatori dell'isola. Se la spassavano tutti. Tutti, cioè eccetto Wystan che non ballava con nessuno, e non parlava con nessuno e se ne stava seduto in un angolo da solo, con la faccia tetra». La verità, vi prego, su Ischia. Sulla spiaggia di Casamicciola ancora oggi si aggira un fantasma: Henrik Ibsen. Solo e pensoso, attratto e respinto dal mare, il Grande Norvegese era chiamato proprio così dai pescatori nell'Ottocento: il fantasma. Il suo eroe errabondo Peer Gynt prese corpo e anima ad Ischia e in fondo la capanna di Solvejg è nei castagneti di Casamicciola e la nordica e fredda Norvegia è la meridionale e calda Ischia. A star dietro a tutti i letterati che hanno messo piede sull'isola e, incantati, ne hanno scritto si rischia di scrivere una storia universale della letteratura. Lo si può capire Nietzsche che tra Sorrento e Ischia avrebbe voluto fondare un «piccolo convento laico» come scrisse Guy de Pourtalès in Nietzsche in Italia. E si può capire Alfonso V d'Aragona quando, innamorato dell'isola e ancor di più della sua bella Lucrezia, viveva e godeva nei boschi d'Ischia. Quegli stessi boschi sorgenti dal mare dal quale anche l'altra sera è venuto il boato sordo che annunciava il terremoto. Avvenne così la sera del 28 luglio 1883 - «rombo cupo e prolungato, e nell'attimo stesso l'edifizio si sgretolò» - quando il giovinetto Benedetto Croce, che l'amore di Alfonso e Lucrezia avrebbe poi raccontato, che soggiornava sulla collina di Casamicciola nella pensione Villa Verde perse la madre, il padre e la sorellina e rimase una notte e un giorno sepolto fino al collo: «Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi, e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre - scrisse nelle Memorie della mia vita - ; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo e sul mio capo scintillavano le stelle...». Il giorno dopo Benedetto fu estratto da due soldati e sulla sua salvezza è nata coi nostri tristi giorni anche una polemica tra Roberto Saviano e Marta Herling, nipote di Croce: secondo l'autore di Gomorra il giovinetto si salvò perché seguì il consiglio del padre che morente gli avrebbe detto «offri centomila lire a chi ti salva». Una leggenda infondata e del tutto vana perché l'importanza di quella notte non è nei soldi ma nella filosofia. Quel «tremuoto» di Casamicciola cambiò la vita del diciassettenne Croce e lo stesso pensiero filosofico, la verità, che, in fondo, è sempre venuta al mondo nel tentativo di superare provvisoriamente il «tremore» della Terra. La verità, vi prego, su Ischia.

Ischia, il terremoto del 1883 ed il racconto di Benedetto Croce. Il racconto del filosofo scampato a 17 anni alla catastrofe: «I miei anni più dolorosi», scrive Antonio Castaldo il 22 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". «È successa una Casamicciola», si dice ancora a Napoli per indicare un grosso disastro. Un modo anche scherzoso per parlare di un «guaio capitato» che dopo i fatti della serata di lunedì 21 agosto assume tutt’altra connotazione. Non è la prima volta che la terra trema e scuote fino alle fondamenta il borgo di mare sulla costa settentrionale dell’isola. Il 28 luglio del 1883 un sisma molto più devastante distrusse quasi completamente quello che all’epoca era un villaggio di pescatori e di villeggianti. In quel caso la magnitudo fu di 5,8 gradi, ci furono ben 2.313 morti, anche nei comuni di Lacco Ameno e Forio. Tra le vittime anche il padre, la madre e la sorella di Benedetto Croce. Il grande filosofo napoletano, allora 17enne, si salvò ma con gravi ferite che segnarono il suo corpo e la sua psiche in modo indelebile. Per tutta la vita, come ricordò la figlia Lidia, rivisse quei momenti: «Aveva appena conseguito la licenza liceale ed era in vacanza presso con la famiglia quando la terra tremò. Mio padre si salvò e fu estratto dalle macerie dopo due notti riportando la frattura di una gamba e di un braccio». Era stato lo stesso Croce a lasciare un resoconto di quelle drammatiche giornate. Raccontò il momento esatto della scossa. Si trovava nel soggiorno della Villa Verde, dove la famiglia del proprietario terriero Pasquale Croce risiedeva per le vacanze. Il terremoto fece sprofondare il padre ingoiato dalle macerie, Benedetto Croce vide la sorella sbalzata verso il soffitto, quindi raggiunse la madre che si era rifugiata sul balcone, e da lì entrambi precipitarono: «Rinvenni a notte alta - scrisse poi il filosofo nel Contributo alla critica di me stesso del 1915 - e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò ch’era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina (ma più tardi), fui cavato fuori, se ben ricordo, da due soldati e steso su una barella all’aperto. Lo stordimento della sventura domestica che mi aveva colpito, lo stato morboso del mio organismo che non pativa di alcuna malattia determinata e sembrava patir di tutte, la mancanza di chiarezza su me stesso e sulla via da percorrere, gl’incerti concetti sui fini e sul significato del vivere, e le altre congiunte ansie giovanili, mi toglievano ogni lietezza di speranza e m’inchinavano a considerarmi avvizzito prima di fiorire, vecchio prima che giovane. Quegli anni furono i miei più dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio».

Cronache dal terremoto, una scia dal 1883 fino a oggi. Casamicciola. Ora come allora, il cuore del sisma era intorno a piazza Maio, colpì un pugno di strade. Gli ischitani adesso vogliono divincolarsi da un racconto che dice: ve la siete cercata, scrive Andrea Fabozzi il 24.08.2017 su "Il Manifesto". «Il secondo disastro di Casamicciola» è il titolo di un giornale del 1883. Anche allora il disastro c’era già stato. Il terremoto aveva colpito il 4 marzo 1881, accompagnato da un rombo assordante, all’una e quindici minuti del pomeriggio. 126 morti, 249 case crollate, vittime e danni concentrati in un fazzoletto di strade: piazza Maio, il Purgatorio, Montecito, Maddalena, La Rita. Gli stessi nomi, gli stessi luoghi dove si contano i danni adesso, anno 2017. Gli stessi del resto già bersagliati nel 1828, allora i morti furono 30. Nel 1883 fu vera strage, 2.300 morti e la distruzione estesa alla parte più bassa di Casamicciola. Ma il cuore del terremoto era ancora una volta lì, intorno a piazza Maio, dove c’era la cattedrale della Maddalena. Distrutta, assieme all’altra chiesa, quella dell’Assunta nella più bassa piazza Bagni. Ragione per cui quando si trattò di ricostruire la parrocchia della Maddalena fu costruita a metà strada. Tirata su prima della fine dell’Ottocento, non ha subito alcun danno dall’ultima scossa. La vediamo intatta, neanche una crepa. Le vecchie carte con il progetto dell’ingegnere Giovanni Gambara svelano il segreto: fondamenta profonde e uno scheletro di legno elastico. Dell’altra chiesa completamente distrutta nel 1883 resta solo qualche pietra in piazza Maio. Ricostruita anche questa, la piccola chiesa del Purgatorio dà il nome alla zona e la sua madonna ieri ha fatto un giro in Apecar verso la marina. L’hanno messa in salvo dopo che la facciata è collassata sul sagrato e su una delle due vittime di questo terremoto. Di questo nuovo disastro annunciato.

«Dite come stanno realmente le cose – ha quasi gridato ai giornalisti ieri, per il secondo giorno, il sindaco di Ischia porto, Enzo Ferrandino – Ischia non è un’isola terremotata e la nostra non è una comunità di abusivi, state facendo più danni del terremoto». La preoccupazione, lo si capisce, è per la stagione turistica. Ed è vero che a distanza di cento metri dalle poche strade devastate dal terremoto, vacanze e affari vanno avanti come al solito. L’estate non sta finendo. Ma c’è di più, c’è l’urgenza degli ischitani di divincolarsi da un racconto che dice: ve la siete cercata. E magari meritata. Il sindaco, tutti i sindaci dell’isola, trovano facilmente alleati nei politici campani che hanno scoperto il vantaggio elettorale degli abusivisti «di necessità» quando Di Maio non era neanche nato. E nel «governatore» De Luca, che dà la colpa di tutto «agli ambientalisti». Eppure nemmeno la polemica con i giornalisti è inedita. Scrive nel 1883 il medico Andrea Giuochi, assiduo frequentatore dell’isola, casa distrutta dal terremoto: «Abbiamo il diritto di rivolgere una parola di rimprovero a quella parte della stampa che si mostrò troppo crudele verso gli abitanti, ritenendoli responsabili delle funeste conseguenze, mentre secondo essi avanti il disastro furono avvertiti segni non dubbi di una prossima catastrofe».

Il terremoto del 28 luglio 1883 arrivò alle 21.30, mezz’ora prima di quello di lunedì scorso. Allora era un sabato. «S’ode improvviso un rombo cupo e profondo, un boato orribile e tremendo o come una specie di mina che esplodendo sotto i piedi volesse sprofondare e inabissare la terra. In soli tredici secondi ebbe termine l’opera istantanea di distruzione». A parte la durata, allora molto più lunga, potrebbe essere la cronaca dell’ultima scossa e non la ricostruzione di De Andreis del 1883. Il racconto coincide. «Ho sentito un boato impressionante, lungo, come un tuono sotto la terra, poi la strada ha cominciato ad alzarsi come se ci fosse qualcosa che volesse uscire», raccontava ieri Angela, con altre due amiche è al porto di Casamicciola aspettando di partire. In quella serata di 134 anni fa Enrico Petito, uno dei più celebri Pulcinella dell’Ottocento, stava entrando in scena in piazza Bagni. Pare proprio con una parodia di chi ha paura del terremoto, a voler credere al racconto di Carlo Del Balzo – autore che però risulta aver romanzato parecchio. Fatto sta che il teatrino tirato su nella piazza, tutto in legno, fu una delle poche cose che restarono in piedi dopo la scossa. Assieme alle baracche costruite nel 1881 per ospitare gli sfollati, ancora oggi non del tutto scomparse dalla zona bassa del Perrone. Sono di legno anche queste.

Nel 1883 furono registrate sei scosse di assestamento durante la giornata successiva al disastro. Alla sera un improvviso temporale estivo contribuì a rallentare i soccorsi. I cadaveri erano ancora nelle strade quando arrivò a Casamicciola in visita il re Umberto I, era il 2 agosto. Tanti furono seppelliti sul posto, sotto la calce. Ieri splendeva il sole quando la ministra della difesa Pinotti è salita al secondo piano dell’ospedale Rizzoli per regalare una medaglia a Ciro, l’undicenne uscito per ultimo dalle macerie della sua palazzina, al Purgatorio. Tra cinque giorni il Consiglio dei ministri decreterà lo stato di emergenza per Ischia, la regione Campania ieri ha stanziato 2,5 milioni e l’Anci ha avviato una raccolta di fondi. Nel 1883 in diverse città italiane nacquero delle associazioni di solidarietà con Ischia che per raccogliere contributi diedero alle stampe racconti e poesie ispirate al terremoto. La biblioteca antoniana di Ischia ne conserva una bella raccolta. C’è anche un racconto di Giuseppe Verga che descrive l’isola dal mare.

A Casamicciola, lì dove c’era villa Verde che nel 1883 ospitava la famiglia Croce, c’è oggi l’hotel Coralba, tre stelle. Non ha subito danni. Sulla facciata una targa del 1954 ricorda la sventura di don Benedetto, allora diciassettenne, sopravvissuto al crollo nel quale morirono padre, madre e una sorella. Risalire all’intensità del terremoto di 134 anni fa non è semplice. Il vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo spiega che sulla base dei danni si può calcolare un’intensità superiore al quinto grado. Ma le stime comunemente accettate sono assai più basse, girano attorno al quarto grado. Lo stesso del terremoto di lunedì scorso. Giuseppe Luongo, vulcanologo e storico dei terremoti, ha scritto che per quanto la stima possa apparire troppo bassa è la superficialità degli eventi a spiegare la vastità dei danni. Anche il terremoto di lunedì è stato un terremoto superficiale. Una scossa più leggera, ma nella stessa zona, c’era stata anche alla fine dello scorso agosto. Qualche danno, nessuna vittima. Una vittima l’aveva fatta l’alluvione, portandosi via nel novembre del 2009 una ragazza di 15 anni. E sempre a Casamicciola, in piazza Bagni, nello stesso luogo di un’altra tragica inondazione del 1910. Le previsioni qui a Ischia si possono fare in biblioteca. Oggi nelle strade che scendono dalla montagna e otto anni fa si gonfiarono di fango – via Nizzola, via Ombrasco – non ci sono solo le tante costruzioni che c’erano allora, incastrate una nell’altra come un Tetris urbanistico, ma anche le macerie dei muretti a secco venuti giù per il terremoto e qualche grosso masso di tufo che ostruisce il passaggio. Tra poco arriveranno le piogge.

La cronaca più efficace del terremoto del 1883 è probabilmente quella di Ernesto Dantone, scritta a ridosso dei fatti. Con un’introduzione: «Non erano davvero mancati gli avvertimenti. Il più recente, il più terribile di tutti era stato il terremoto del 1881… si sapeva dunque che il mostro di fuoco rinchiuso nelle viscere dell’isola era desto e minaccioso: eppure non solo non si provvide prima, ma neppure si provvide dopo».

Ischia, The Day After, scrive Giuseppe Magaldi su "Ischia Blog" il 23 agosto 2017. Dopo una notte insonne o quasi, per molti, passata sotto una coperta di stelle, la popolazione ischitana, turisti compresi, si è svegliata e subito incollata ai televisori e ai social. Il ritratto fornito dai media è di gran lunga differente dalla realtà. Sull’isola d’Ischia la scossa sismica del 21 Agosto 2017 ha causato danni seri ad un numero di abitazioni limitatissimo dislocate per la stragrande maggioranza nel solo comune di Casamicciola Terme. Non vi è dubbio che chi ha perso la casa e gli affetti vive una tragedia infinita ed a tutti loro va un pensiero di solidarietà. Ma per fortuna è una piccolissima porzione di popolazione isolana. Ovvio che se si inquadrano o si fotografano le stesse macerie da angolazioni diverse, si ha l’impressione di una devastazione di dimensioni epocali, cosa che per fortuna non è stata. Questo non ha nulla a che vedere con le operazioni di recupero (ben riuscite) dei tre bambini vivi da sotto le macerie o con il recupero delle due salme. Un nugolo di feriti prontamente medicati e in pochi casi ricoverati in terra ferma perché in gravi condizioni completa il bilancio. Tutto grazie all’intervento massiccio dei soccorritori sia locali che giunti sul posto dal continente notte tempo. La spettacolarizzazione delle operazioni di soccorso e la loro enfasi non è giustificata anche perché per fortuna il sisma registrato è ben poca roba rispetto ai disastri degli scorsi anni, dove, è vero, ci furono soccorsi massivi ma spesso sottodimensionati rispetto alla dimensione della catastrofe ed in ritardo. Nel caso ischitano forse lo Stato ha voluto mostrare la sua efficienza nello spegnere un fuocherello con un fiume in piena… le immagini dei primi soccorritori che sbarcavano ad Ischia Porto mostravano vari automezzi dei pompieri e varie auto della Polizia di Stato, con al seguito volontari generosi (a tutti va il grazie e la riconoscenza dell’intera popolazione), ma forse se questa solerzia nell’intervento e queste competenze di prim’ordine si applicassero nella prevenzione i bilanci di fenomeni naturali come i terremoti risulterebbero meno pesanti e meno da prima pagina. Poi è stata montata la polemica sull’abusivismo, tutto grasso che cola per i giornalisti superficiali ed a caccia della notizia bomba. Non ci si nasconde dietro un dito, molte abitazioni a Ischia risultano essere abusive (guarda un po’ non sono quelle crollate con il sisma), ma nessuno si chiede il perché. L’abusivismo è diffuso sull’isola verde grazie al mal governo sia centrale che locale degli ultimi sessanta anni: centrale perché il legislatore ha spesso legiferato in maniera carente e poi concesso i condoni edilizi, condoni che sono una vera e propria istigazione a delinquere (fai… fai… poi si condona…); locale perché la mancanza di piani regolatori e di zone ad espansione urbanistica ha fatto comodo alle varie amministrazioni per ottenere una moneta di scambio elettorale ed un cravattino da tirare al momento giusto quando l’elettore “tirava la testa fuori dal sacco” paventando sequestri e abbattimenti. Il tutto con la quasi assenza di edilizia popolare (e che le regaliamo le case?) abituando il cittadino a chiedere il piacere per ciò che gli spetta e per ciò che non gli spetta.

Per ultimo ma non meno importante è il fattore terrore instillato nei turisti di ogni dove che avevano prenotato la vacanza ad Ischia o che volevano farla. Ischia è un’isola vulcanica con un rischio sismico al pari di tante altre località turistiche. Rischio non così alto visto che negli ultimi 130 anni sono stai due i terremoti con vittime e danni 1883 e 2017. Le strutture alberghiere e le case dell’isola d’Ischia hanno dimostrato di essere sicure e di superare indenni una scossa di magnitudo 4,0 quale altra prova si deve esibire? Ma è più facile parlare e prevedere catastrofi anziché rassicurare ed essere razionali. Per non dimenticare: 1881 terremoto a Casamicciola Terme, in quel caso il luminare chiamato ad esprimersi minimizzò sull’accaduto rassicurando tutti, tanto che le case lesionate (quasi la totalità delle abitazioni di Casamicciola) non furono in molti casi ristrutturate; 28 luglio 1883 nuovo terremoto di magnitudo modesta provocò oltre 2300 morti. La storia dovrebbe insegnare.

Ischia: le notizie esagerate sul terremoto distolgono l'opinione pubblica, scrive G.B.F. il 23 Agosto 2017 su "A Sud". Terremoto ad Ischia. Diciamolo pure che i media italiani stanno esagerando e che a qualcuno fa comodo creare polemiche che distolgono l'attenzione dell'opinione pubblica. Ischia non è sprofondata. Ad Ischia non è crollato tutto. Non si capisce perché ma i media italiani stanno esagerando alla grande per parlare di questo terremoto che ha provocato due morti, 40 feriti e 2.600 sfollati oltre a numerosi danni tra case piuttosto vecchie. A parlare è la popolazione di Ischia che se la prende con i giornalisti. Non è vero che è tutto crollato come non è vero che una parte dell'isola sia sprofondata. Troppi film catastrofici in tv, probabilmente. La fervida fantasia o la smodata ricerca della notizia han fatto sì di trasformare un evento come il terremoto in una sorta di mega catastrofe. E, guarda caso (trattandosi di Meridione), subito è scoppiata la polemica contro le case abusive, le concessioni e le autorizzazioni facili. Una bella polemica esagerata che distoglie l'attenzione dell'opinione pubblica dalle mancanze dello Stato a L'Aquila, di Amatrice e delle aree limitrofe. In Italia fa notizia solo l'ultimo fatto avvenuto. Più se ne parla e meno la gente si ricorda di ciò che era accaduto prima. A parte che, il buonsenso e il buongusto, avrebbero dovuto far slittare le polemiche a qualche tempo dopo, sembrerebbe che - trattandosi di Sud - sia necessario trovare subito un colpevole. E se dei colpevoli ci sono, non sono di certo tutti gli abitanti dell'isola, della Campania o dell'intero Sud. Vogliamo forse negare che casi di cattiva pubblica amministrazione siano piuttosto diffusi nel nostro Paese? Vogliamo forse negare che la maggior parte dei media nazionali hanno le sedi da Roma in su? E allora se quando si parla di Meridione si deve parlare sempre male perché fa "politicamente" bene ai media, io me ne tiro fuori cercando di ristabilire un po' di verità. Perché cose che non funzionano bene, al Nord, ce ne sono a bizzeffe solo che non se ne parla quasi mai perché fa più comodo addossare il problema al Sud non appena se ne presenta l'occasione. Del resto la Storia d'Italia, fin dai tempi dell'Unità, è piena di soprusi ai danni della gente del Sud. Solo chi non ha studiato (e non ha capito cosa studiava non lo sa). Prima delle polemiche, personalmente credo sia necessario pensare ai feriti e ai 2.600 sfollati. La stagione fredda è alle porte e bisogna fare in fretta. Ultima nota su quegli imbecilli che sui social network, siti che raccolgono la feccia dell'umanità e la mettono alla pari con persone normali, sperano e auspicano un'eruzione distruttiva del Vesuvio: siete da ricovero. Così come quelle persone del Sud che, invece, di dimostrare solidarietà puntano il dito contro "l'abusivismo" (così, in generale stile analfabeta funzionale), fregandosene delle persone in difficoltà. Dovreste vergognarvi.

Terremoto Ischia. Lite tra il sindaco e il conduttore de La Vita in Diretta: "questo è sciacallaggio!". Terremoto Ischia, il sindaco Ferrandino infuriato nel collegamento a La Vita in Diretta sbotta contro Paolo Poggio: "Questo è sciacallaggio mediatico", scrive il 22 agosto 2'17 Anna Montesano su "Il Sussidiario". Inevitabile che in tv e sui media sia il terremoto a Ischia il tema di cui discutere. Anche nell'odierno appuntamento con La vita in diretta su raiUno, i conduttori Benedetta Rinaldi e Paolo Poggio si sono dedicati all'analisi della situazione attuale sull'isola campana con esperti in studio e il sindaco Ferrandino in collegamento. I toni si sono però infuocati in breve, quando si è iniziato a parlare di migliaia di abitazioni abusive e Ferrandino ha accusato i media di sciacallaggio, cosa che ha portato un battibecco anche col conduttore del programma. D'altronde non sono le prime accuse del sindaco del comune di Ischia. Enzo Ferrandino, attraverso Facebook ci ha aggiornato sulla situazione attuale dell'isola: "Nel comune di Ischia la situazione si è normalizzata. Il sisma di ieri sera non ha causato danni a cose e/o persone. Come Amministrazione Comunale siamo vicini alle famiglie delle vittime e ci stringiamo ai cittadini che hanno avuto forti danni”. Il sindaco ha inoltre affermato che Ischia è vittima di un attacco mediatico ingiustificato. Il classico sciacallaggio. Per rassicurare i turisti ha inoltre aggiunto che: "Sull’intera isola i trasporti pubblici non si sono mai interrotti, le strutture turistico-ricettive e gli esercizi pubblici sono tutti aperti e a disposizione degli ospiti che possono continuare in tranquillità la loro vacanza". Per chiudere ha ringraziato i Vigili del fuoco, la Protezione Civile, le Forze dell’ordine e il personale medico e paramedico dell’Ospedale per la straordinaria opera di assistenza alla popolazione. “Il Vostro è terrorismo mediatico. Le vostre penne e le vostre telecamere rischiano di produrre un danno maggiore del terremoto. State presentando Ischia come un’isola di sfollati, ma nel comune di Ischia non ci sono sfollati, né edifici lesionati. Le case crollate neo erano abusive, ma vetuste”, afferma il sindaco. “Inaudito confondere l’informazione con il terrorismo mediatico - replica Paolo Poggio – anzitutto perché il terremoto ha causato delle vittime e poi anche in considerazione del sincero sentimento di dolore con cui l’intero paese ha vissuto la drammatica vicenda. Le nostre telecamere restano a disposizione delle Istituzioni isolane per ascoltarne le esigenze e diffonderne i messaggi, ma se lei insiste in un tale atteggiamento, è, evidentemente, che abbiamo sbagliato nella scelta dell’interlocutore”.

Lite col sindaco per il terremoto: Timperi lascia lo studio. Il conduttore di Uno Mattina ha lasciato lo studio durante l'intervista al primo cittadino per poi tornare e togliergli la linea, scrive Vincenzo Sbrizzi su "Napoli Today" il 24 agosto 2017. Un vero e proprio litigio con il sindaco di Ischia ha costretto Tiberio Timperi a lasciare lo studio di Uno Mattina. Il conduttore ha lasciato gli studi Rai nel corso della diretta durante un'intervista al primo cittadino ischitano. Spazientito dai modi del sindaco, il giornalista ha lasciato lo studio e la conduzione del programma. «Vabbé, non mi fa parlare? Faccia lei» ha detto al primo cittadino, diventato un fiume in piena, ed ha lasciato lo studio. Dopo è tornato sui suoi passi ma l'atmosfera in studio era tutt'altro che tranquilla ed ha chiesto alla regia di togliere l'audio all'ospite. Sono diverse ore che infiamma la polemica tra i cittadini dell'isola verde e i media nazionali, rei di aver ingigantito la situazione dopo il terremoto di lunedì sera. Un altro nervo scoperto è quello dell'abusivismo edilizio sull'isola su cui proprio il primo cittadino stava dibattendo al momento del litigio. Una polemica che non sembra essere destinata a placarsi a breve e di cui stanno spesso pagando le spese i giornalisti inviati sull'isola.  

"Basta sciacallaggio su Ischia, ci state rovinando". La rabbia del sindaco contro il conduttore Rai, scrive il 24 agosto 2017 "Tiscali". Mattina tra il conduttore Tiberio Timperi e il sindaco di Ischia Vincenzo Ferrandino, chiamato in collegamento a rispondere sulla situazione dopo il terremoto che ha colpito l'isola il 21 agosto. Il primo cittadino ha difeso il comune dalle accuse di abusivismo edilizio, sostenendo come la stampa italiana stia travisando i fatti offrendo informazioni sbagliate al pubblico. "Siamo 60mila operatori economici seri che con dignità stanno cercando di portare avanti un'economia che è un fiore all'occhiello dell'Italia intera e non è giusto che si travisino i fatti - ha detto il primo cittadino - Si parla di 4mila pratiche di condono nel comune di Ischia, è vero, ma non sono 4mila case abusive. Sono pratiche inerenti balconi, finestre, tettoie, perché abbiamo una normativa giustamente stringente da un punto di vista paesaggistico, per cui a volte delle piccole modifiche sulle facciate dei fabbricate devono essere condonate, allorquando realizzate senza i parametri". A quel punto, Timperi ha cercato di prendere la parola, ma inutilmente: Ferrandino ha continuato a parlare, tanto che il conduttore ha sbottato e ha lasciato lo studio con un "Prego, faccia lei. Arrivederci". Tornato dopo alcuni secondi, ha fatto togliere l'audio a Ferrandino chiedendogli di rispettare l'operato della stampa. "La invitiamo a rispettare il nostro lavoro, lei è da due mesi che è lì quindi non è colpevole - ha detto Timperi prima di abbandonare lo studio per protesta - Ha ereditato la situazione. Noi non siamo tecnici, ma abbiamo fatto parlare la protezione civile. Facciamo semplicemente informazione".

Ischia, il sindaco contro la Rai: “Ci fate più male del terremoto, siamo indignati!”, scrive Vesuvio Live il 23 agosto 2017. Dopo tre giorni di polemiche e veleni sul terremoto e l’abusivismo edilizio, il sindaco di Ischia, Enzo Ferrandino se la prende con i giornalisti, in particolare con la troupe della Rai. Il primo cittadino interviene al termine di un servizio di Uno Mattina dedicato proprio agli abusi commessi sull’isola verde e connessi al sisma e a voce grossa dice: “State raccontando cose non vere, le telecamere stanno facendo più danni del sisma, un gruppo di persone ci sta manipolando”. “Sono indignato a nome di tutti gli ischitani”, ha concluso Ferrandino chiedendo ai giornalisti di Rai Uno “di venire sul posto per guardare davvero e dal vivo, in prima persona come stanno le cose”.

Terremoto Ischia: a Casamicciola: "via i giornalisti sciacalli". "Via giornalisti sciacalli". E' quanto hanno urlato alcune persone a Casamicciola all'indirizzo dei cronisti giunti per raccontare quanto successo dopo il sisma di lunedì, scrive Antonella Petris il 23 agosto 2017 su "Meteo Web". “Via giornalisti sciacalli”. E’ quanto hanno urlato alcune persone a Casamicciola all’indirizzo dei cronisti giunti per raccontare quanto successo dopo il sisma di lunedì. A parere di chi contestava i giornalisti avrebbero fatto indebiti riferimenti all’abusivismo edilizio.

A Ischia, negli uffici comunali allestiti nell'ex bar Capriccio (nella zona del porto), un uomo inveisce contro i giornalisti. La protesta si trasforma in pochi secondi in una rivolta contro gli operatori dell'informazione presenti sul posto, per le notizie sull'abusivismo. Nella stanza accanto agli uffici è stata allestita infatti una sala stampa. Tra le urla emerge la rabbia per le conseguenze sul turismo nel post terremoto, scrive repubblica tv il 23 agosto 2017.

Il terremoto? Colpa dell’abusivismo. È così che l’Italia ipocrita si assolve, scrive Gioacchino Rossello mercoledì 23 agosto 2017 su " Il Secolo d’Italia". Insomma, la colpa del terremoto è l’abusivismo. Meno male che c’è stato, perciò, questo sisma a Casamicciola così che siamo tutti consapevoli del problema: eliminiamo l’abusivismo e scompariranno i terremoti. L’Italia è magnifica anche per questo. Si trova sempre un colpevole per qualunque evento. Cosicchè, mentre un gruppo di Vigili del Fuoco (gli unici davvero e sempre encomiabili) scavava per salvare quei tre ragazzini sepolti dalle macerie cadute loro addosso da un paio di piani evidentemente costruiti a risparmio, tutto il resto del Paese si accapigliava su chi è più o meno abusivo e su di chi è più o meno la colpa. Certo, la Chiesa di Santa Maria del Suffragio un cui cornicione ha travolto la signora Lina che pure portava tra le mani una Bibbia non si può dire abusiva. È del XVII secolo, ma pare che fosse recente il manufatto crollato. Il cornicione, appunto. Dal che se ne dovrebbe evincere che non l’abusivismo o la vetustà, ma la scadente qualità dei manufatti provoca, in caso di terremoto, danni e morti. Per cui l’obbligo, per tutti, dovrebbe essere di restaurare e costruire con norme antisismiche. Lo dicono, ma chi lo fa? In questa nostra Italia si può sempre soprassedere alla realtà, soprattutto se non ha risvolti clamorosi. Più facile e pure più redditizio ululare contro l’abusivismo tout court, perciò. Fa più trendy, è più in linea. E poi, alla fin fine se lo dicono tutti vorrà pur dire che è vero. Perciò sarà facile credere che sanare l’abusivismo farà sparire i terremoti. Qualcuno che ci crede lo si troverà sempre. Più di qualcuno. Che magari creda che abusiva era la Messina del 1908, spazzata letteralmente via; abusivo il Belice e l’Irpinia e il Friuli fino all’Emilia e poi l’Abruzzo e Amatrice. Ci vuol poco. Tutti i giornali, tutte le tv, tutta la fuffa via internet e il risultato è servito: il terremoto si batte eliminando l’abusivismo. Fino alla prossima scossa. Che non si sa dove e quando ci sarà. Ma che spazzerà via anche quest’ennesima ipocrisia.

[L'intervista] “Smettetela, le case crollate erano vecchie ma non abusive". La rivolta di Ischia dopo il sisma. Parla Benedetto Valentino, organizzatore del Premio Ischia: "Le case crollate? Sono di fine Ottocento, non c'entrano nulla con l'abusivismo. Non alla criminalizzazione dell'isola", scrive Antonio Menna il 23 agosto 2017 su "Tiscali notizie". “L'abusivismo e le mancate demolizioni non c'entrano nulla con i danni del terremoto. Le case crollate sono di fine Ottocento. Evitiamo strumentalizzazioni”. A parlare è Benedetto Valentino, giornalista storico di Ischia, organizzatore da decenni del Premio internazionale di giornalismo intitolato proprio all'isola verde. Risponde con gentilezza alle domande mentre è al bar con alcuni amici. “Prendiamo un caffé e siamo sereni. Non c'è un clima da fine del mondo, qui – racconta -. Una buona parte dell'isola non ha subito danni e sta vivendo la sua giornata senza agitazione. Naturalmente, c'è paura, c'è apprensione. Il pensiero fisso sulle vittime, sugli sfollati. Ma c'è anche grande lucidità e nessun allarmismo”.

I numeri, però, sull'abusivismo a Ischia sono drammatici.

«Non voglio minimizzare. Nessuno di noi dice che non ci sono stati abusi. Ma prima di stabilire una correlazione così diretta tra i danni di ieri sera e il fenomeno abusivismo bisogna vedere quali sono le case che hanno subito danni e per quali motivi».

Ce lo dica lei.

Una delle vittime è una signora anziana colpita dal crollo di una chiesa. Si tratta della chiesetta di Santa Maria dei suffragi, detta del Purgatorio. E' un edificio costruito nel 1695. Poi crollato nel famoso terremoto del 1883 e ricostruita con le stesse pietre, nello stesso posto. Lo stesso vale per molte delle case crollate. Alcune di esse erano già venute giù con il sisma di fine Ottocento e poi rifatte lì, con gli stessi materiali. Non c'entrano molto con i condoni, l'abusivismo e le demolizioni».

Ma ricostruire nello stesso posto di un crollo, con le stesse pietre e senza rispetto di alcuna normativa non è rischioso?

«Questo è un discorso vero ma è un altro tema. Certamente è mancata una politica seria di programmazione sul territorio. Con leggi urbanistiche vetuste, nessuna pianificazione. Evidentemente, in questo contesto, si costruisce male, senza criterio. Lo fanno i palazzinari, gli speculatori, e lo hanno fatto anche i piccoli contadini che si sono fatti la casa sul loro terreno»

Hanno quale responsabilità anche loro?

«La responsabilità individuale esiste e ciascuno prende le sue. Ma il tema va affrontato nelle sue linee generali. Possiamo prendercela sempre con gli ultimi? Esiste un clima generale da cui non possiamo prescindere»

L'abusivismo a Ischia, però, c'è. E le demolizioni mancate mettono a rischio le persone.

«Nessuno lo nega. Il tema c'è a Ischia come altrove. L'abusivismo è un fenomeno complesso. Ci sono responsabilità pubbliche e sottovalutazioni individuali. Ma, in questa fase, con il terremoto di ieri sera, non c'è una correlazione diretta ed è giusto farlo notare»

Un piccolo terremoto con grandi danni. Non è uno scandalo?

«Bisogna conoscere il territorio per capire. L'Osservatorio Vesuviano ha condotto studi chiarissimi su questo. Cito solo quello di Carlino ma ce ne sono altri. Vanno studiati i terremoti storici. Casamicciola ha già vissuto un sisma simile. Quella è un'area con particolarità geologiche. Ha un sottosuolo che amplifica i fenomeni»

E poi c'è la cattiva edilizia.

«C'è anche un patrimonio abitativo vetusto, diffuso sul territorio, che ne ha risentito anche a causa delle caratteristiche morfologiche della zona. Ripeto, non neghiamo gli abusi e le situazioni di fatto. Ma la cosa va analizzata con equilibrio. Evitiamo lo scaricabarile sui più deboli»

Com'è il clima, adesso, a Ischia?

«L'isola, per buona parte e per fortuna, non ha registrato danni. I problemi sono circoscritti e definiti. Ma la paura c'è. E' questo oggi il sentimento più forte. I terremoti sono imprevedibili e questo proietta sempre, per istinto, il timore che ti arrivi addosso all'improvviso. Ma c'è anche molto ragionamento, molta solidarietà e fermezza. La popolazione sta reagendo in maniera equilibrata»

Allarmismo mediatico, quindi?

«La notizia c'è, ci sono i crolli. Ci sono le vittime, gli sfollati e c'è una parte emotiva forte. Ma evitiamo sia di generare un clima di esasperazione sia di fare pericolose generalizzazioni. Ischia uguale abusivismo, non è così. Vanno capiti i fenomeni storici e scientifici. Non aggiungiamo danno al danno, per favore. Ok».

E ora gli isolani si ribellano alle critiche: «Costretti agli illeciti dalla burocrazia». Gli abitanti accusano: imposti vincoli che impediscono pure di restaurare, scrive Massimo Malpica, Giovedì 24/08/2017, su "Il Giornale". La mano della natura contro la mano dell'uomo. E il braccio di ferro, comunque impari, si trasforma in una piccola rivolta quando gli abitanti di Casamicciola e Lacco Ameno se la prendono con i media che avrebbero sposato l'equazione che lega i danni provocati dal terremoto agli abusi edilizi che incontestabilmente sono una delle piaghe dell'isola, che «vanta» 33mila richieste di condono ancora in attesa di essere evase, più o meno due ogni tre abitanti. A incendiare gli animi nel centro di coordinamento dei soccorsi, nella marina di Casamicciola, ieri mattina, il confronto tra alcuni cronisti e i sindaci di Lacco Ameno e della stessa Casamicciola, Giacomo Pascale e Giovan Battista Castagna. I due primi cittadini criticavano l'associazione tra abusivismo edilizio e bilancio del sisma, quando un gruppetto di residenti presenti ha cominciato a inveire contro i giornalisti lamentando il danno per il turismo seguito al terremoto. Che, comunque, non ha molta attinenza con il tema del «peso» dell'edilizia selvaggia. Ma certo qui, vista la situazione dei condoni e la presenza di 600 abitazioni sotto la spada di Damocle di un ordine di demolizione, il partito del cemento raccoglie facili proseliti. Per strappare il condono ci sono percorsi ormai codificati, con soldi da pagare e avvocati specializzati per questo. Dopo lustri di inerzia della Regione Campania, nel 1995 il governo provvide a varare un piano urbanistico per l'Isola, sostanzialmente aggiungendo solo vincoli e divieti, col paradosso di incentivare gli abusi invece di contenerli, perché un territorio che vive di turismo non poteva e non voleva restare immobile sul fronte immobiliare. Il tema, però, torna attuale quasi solo dopo ogni disastro, che sia una frana, un allagamento o appunto un terremoto. E spacca subito il fronte tra chi vive qui e gli altri, che siano ambientalisti, giornalisti o politici. La crescita selvaggia ha certo generato mostri. E, va detto, anche i tentativi di arginarla hanno spesso provocato più danni che benefici. Come ricordavano ieri i sindaci e i residenti, per esempio, è complicato ristrutturare un edificio, quasi impossibile adeguarlo sismicamente, soprattutto se d'epoca. Colpa dei vincoli, che rendono il parere della soprintendenza una sorta di spiaggia dove invece di prendere il sole si fanno arenare le domande. E il risultato è un disastro, perché non potendo demolire e ricostruire - e spesso nemmeno ottenere il nulla osta per spostare una finestra - va di moda il fai da te con dribbling dei lacci burocratici. Così le case vengono «ristrutturate» a pezzetti, un pilastro alla volta, un ambiente dopo l'altro. Con evidenti limiti di qualità costruttiva e tenuta. Che magari non saranno collegati al tragico bilancio del sisma di lunedì, ma rendono questo gioiello del Mediterraneo una triste capitale dell'abusivismo.

Il dolore di Casamicciola (che difendeva l'abusivismo). Nel 2010 insulti e sassaiole contro la polizia per impedire che le ruspe abbattessero gli edifici fuorilegge, scrive Lodovica Bulian, Mercoledì 23/08/2017, su "Il Giornale". C'è la prevenzione del giorno dopo. Ci sono le accuse dei geologi e il muro di gomma dei sindaci. C'è il mea culpa dell'abusivismo e la sua negazione nel day after di Ischia e di un comune, Casamicciola, che trema e piange le due vittime restituite da una notte trascorsa a scavare. Eppure questo paese ferito è lo stesso che pochi anni fa fu teatro di una violenta guerriglia urbana scatenata da residenti scesi in piazza come black block per fermare le ruspe e salvare gli abusi edilizi. E per impedire con le sassate agli agenti di polizia giunti in tenuta antisommossa, di abbattere una delle 600 case dichiarate fuori legge da sentenze passate in giudicato. Sono trascorsi sette anni da quegli scontri e 599 abitazioni sono ancora lì. Scheletri di ciò che resta di una battaglia persa dallo Stato davanti alle barricate degli abitanti. I poliziotti spediti sull'isola il 28 gennaio del 2010 su mandato della Procura di Napoli per far rispettare le esecuzioni, finirono in ospedale con una prognosi da due a sei giorni per i colpi incassati da un esercito di trecento abitanti inferociti. Determinati a sbarrare con ogni mezzo l'accesso a una villetta da 60 metri quadrati che la magistratura aveva stabilito di demolire perché fuori legge. Pedane di legno, scaldabagni, massi e roghi incendiari, tra cui quello di una roulotte, bottiglie contro i poliziotti. Il manto stradale cosparso di nafta. Finì tutto dopo 24 ore di scontri e nove persone denunciate per resistenza a pubblico ufficiale. Le cariche della polizia ebbero la meglio sulla villetta, che rimase la prima e l'ultima a finire sotto la ruspa. Oggi al procuratore aggiunto di allora, Aldo De Chiara, non resta che constatare che a quegli edifici illegittimi si sono aggiunte pure «molte delle costruzioni che non avrebbero mai dovuto esistere», ha detto al Corriere. La sua non è che una voce nel coro di accuse che si leva contro «l'impunità» della piaga che da decenni regna nell'isola: «Ischia è da sempre simbolo di abusivismo edilizio, di cementificazione disordinata», denuncia Legambiente. Su 60mila abitanti, «sono 600 le case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento e 27 mila le pratiche di condono presentate negli ultimi 30 anni in occasione delle tre leggi nazionali sulle sanatorie edilizie». I sei sindaci isolani non accettano di finire sulla graticola delle responsabilità. In una nota congiunta «deplorano le notizie false relative a presunti danni e crolli in tutta l'isola e alle inesistenti connessioni tra l'evento sismico e i fenomeni legati all'abusivismo edilizio». Ribattono che le macerie «hanno interessato per lo più strutture antiche, tra le quali finanche una chiesa già distrutta dal terremoto del 1883 e poi riedificata». Eppure l'allarme di geologi e urbanisti in queste ore è chiaro: l'abusivismo, per Sandro Simoncini, docente della Sapienza, non è affatto questione marginale come sostenuto dagli amministratori: «Al netto delle peculiarità geologiche di quel territorio, che rendono il sottosuolo particolarmente fragile, non si può non rimarcare come si sia costruito anche là dove leggi e buon senso non lo avrebbero permesso e, in molti casi, lo si è fatto utilizzando materiali e tecniche di scarsa qualità». Sotto accusa, dal coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli, c'è anche la legge regionale approvata a giugno dal consiglio regionale della Campania governata dal Vincenzo De Luca: «Dovrebbe avere l'onestà intellettuale di ritirarla». Nella regione, dati Legambiente, in dieci anni sono sorte 60mila case abusive: «Non abusi di necessità, ma soggetti organizzati che hanno tirato su interi quartieri».

Quando nel 2010 a Casamicciola si difendevano le costruzioni abusive. Clamoroso episodio sette anni fa quando in via Montecito, nel comune ischitano, centinaia di persone si scontrarono con la polizia che doveva demolire una casa abusiva. Lanci di pietre e bottiglie. A nulla valsero gli appelli a rispettare la legalità, scrive Katia Riccardi il 22 agosto 2017 su "La Repubblica". L'isola di Ischia paga oggi - colpita da un terremoto di magnitudo 4 che non avrebbe dovuto far crollare nulla -  il conto dei suoi errori, quelli di un territorio disseminato di abusi e segnato da inchieste giudiziarie di cemento. Con case su case incastrate, dai rilievi fino al mare. Più abitazioni, più turismo, una terra che in questi giorni di fine agosto era in overbooking. E che sette anni fa lanciava pietre per difendere abusi. È Casamicciola oggi la località più fragile, la più colpita. Avrebbe dovuto ricordare, nel 1883 le scosse del decimo grado della scala Mercalli, uccisero 2.313 persone. Eppure alla fine di gennaio del 2010, in via Montecito circa 300 manifestanti alzarono barricate e lanciarono pietre contro 150 poliziotti e alcune decine di carabinieri sbarcati da Napoli che avevano l'ordine di demolire una villetta abusiva a Casamicciola Terme. Una sentenza passata in giudicato, sospesa per qualche giorno dopo manifestazioni pacifiche di protesta che piano piano urlarono più forte. Un "muro umano" davanti all'accesso della casa da abbattere, un picchetto fisso, perfino una veglia di preghiera. Infine gli scontri e poi, comunque, le ruspe. L'isola è soggetta a vincolo paesaggistico e ambientale ed è spesso teatro di frane e smottamenti che in alcuni casi fanno anche vittime. Ci sono tantissimi edifici che rischiano di essere abbattuti, non solo giganti di cemento ma anche comuni abitazioni. Quella notte del 2010 finì con nove dimostranti arrestati, sei agenti feriti, un vicequestore colpito alla testa da una bastonata. "I poliziotti erano stati disposti in linea orizzontale, un posizionamento per far capire ai manifestanti che dovevano sgomberare, dovevano consentire che le operazioni iniziassero e per lanciare un segnale a chi aveva posto di traverso un automezzo. Nel giorno dell'azione che ci condusse allo sgombero, sul posto erano dislocati oltre centoventi uomini compresi quelli del commissariato di Ischia" ha raccontato al processo l'agente Luigi Peluso, allora dirigente che coordinava le operazioni. "Quei manifestanti - continua Peluso - erano là col solo intento di impedire un'attività di polizia. Occupando l'intera area stradale per diverso tempo. Io comunque ribadisco che non ho visto chi abbia lanciato gli oggetti. Ma quelli identificati erano tra i più attivi nel manifestare, nell'impedire il lavoro delle forze dell'ordine". I fatti risalgono a oltre sette anni fa e tra non molto si giungerà al traguardo dei sette anni e mezzo che ne sancisce la prescrizione, salvo che non vi siano rinvii per degli impegni presi dal collegio difensivo o per l’impossibilità di uno o più dei nove imputati, accusati di resistenza e minaccia a pubblico ufficiale nonché lesioni aggravate. Solo quell'anno nell'isola di Ischia sarebbero dovute essere abbattute 600 abitazioni. Secondo le stime di Legambiente, "da Ischia provengono la maggior parte delle richieste di condono edilizio (27mila in 30 anni) dovute ad anni in cui le amministrazioni locali hanno lasciato fare". Nel 2010 a nulla valsero neanche gli appelli della diocesi di Ischia contro l'abusivismo: "Ischitani fermatevi, in nome di Dio evitiamo l'illegalità" chiedeva don Gaetano Pugliese. "I 600 abbattimenti previsti rappresentano un disastro anche ambientale ed economico, mentre c'è chi soffre perché non trova casa e non riesce a mettere su famiglia. L'emergenza isola d'Ischia va portata all'attenzione del governo italiano e delle massime cariche istituzionali. Ma ciascuno di noi deve fare la sua parte. Non è possibile scaricare su poche persone la responsabilità di tirarci fuori dal tunnel e continuare a costruire illegalmente. Ogni bene personale che danneggia il bene comune è un male che, prima o poi, si paga, materialmente e in vari altri modi: la vita insegna". Ma stavolta la scossa è stata lieve in confronto a quella di fine Ottocento. E "i danni provocati sono assolutamente inaccettabili, data l'intensità del sisma" incalza il segretario generale della Filca-Cisl Nazionale, Franco Turri, "le vittime di questo terremoto sono il tragico e doloroso risultato della mancata cultura della prevenzione, più volte annunciata e mai attuata. La prevenzione e un'edilizia di qualità avrebbero evitato una nuova strage e danni ingenti". E oggi che i turisti scappano dalle macerie e dalla paura, l'appello dell'Abbac, associazione dei B&B e affittacamere della Campania, suona disperato: "Siamo disponibili a fornire soggiorni in alloggi e B&B a Napoli nell'intero comprensorio che non sono state coinvolte dalle scosse telluriche - dice Agostino Ingenito -, garantiamo agevolazioni e sconti in accordo con i nostri soci gestori disponibili per evitare l'abbandono anche della Campania". "Ricordo - continua Ingenito invitando i turisti a spostarsi senza tornare indietro - che molte strutture ricettive alberghiere non sono più agibili e l'isola in questi giorni era in overbooking. La Regione provveda ad emanare gli atti amministrativi necessari per decretare lo stato di calamità o altra formula adoperata nel caso di emergenza e in accordo con gli armatori operanti nel golfo di Napoli proceda a garantire passaggi gratuiti per favorire il decorso dei turisti verso la terraferma".

E poi c’è il solito Tozzi…Terremoto a Ischia: perché è stato così devastante. L'incredulità dei geologi "Uccisi da una piccola scossa". Mario Tozzi, ricercatore del Cnr: «In Italia manca la cultura della prevenzione. Eppure basterebbe poco», scrive Francesco Curridori, Mercoledì 23/08/2017, su "Il Giornale". «Vi prego, piantiamola di chiamarlo terremoto forte, questo è debole/medio-basso. Di forte non c'è proprio nulla». Mario Tozzi, geologo e ricercatore del Cnr, non ha dubbi: un sisma di magnitudo 4.0 come quello che ha colpito Ischia non avrebbe dovuto provocare tutti questi danni. Invece, purtroppo, il bilancio parla di due morti, decine di feriti e tre bambini salvati per miracolo dalle macerie. Secondo Tozzi «ignoranza, malaffare e scarsa memoria» sono le cause che stanno alla base di costruzioni eseguite male e della manutenzione inadeguata. L'intensità, stavolta, non è un fattore determinante. «Il terremoto del 1883 sì che è stato forte, questo non lo è», ricorda il geologo che non si sbilancia sugli sviluppi futuri che potrebbe avere questo sisma. Al momento, infatti, non è possibile sapere se e quante scosse di assestamento potranno esserci nei prossimi giorni. Tutto «dipende dall'attività della camera magmatica». «I terremoti è impossibile prevederli ma è bene tenere l'attenzione alta», spiega Tozzi parlando dell'eventualità che il Vesuvio si risvegli: «Non capisco perché pensiamo al vulcano come a un elemento dormiente, continua a manifestare la sua attività e bisogna tenerla sotto controllo». «Se il Vesuvio facesse un'eruzione come quella del 79 dopo Cristo, cioè quella di Pompei ed Ercolano, avremmo un esodo più che un'evacuazione perché nessuno torna indietro da una cosa del genere», ammonisce il ricercatore del Cnr. Se, viceversa, ci fosse un'eruzione come quella del 1531, allora avremmo uno scenario meno catastrofico ma in entrambi i casi «ci sarebbe il tempo per organizzare dei piani di evacuazione anti-esodo», anche se non sempre ci sono delle avvisaglie dell'arrivo di un terremoto. «Normalmente tutti gli sciami sismici, per il 90%, finiscono senza dare un terremoto forte. Non è una regola che ci sia un avvertimento prima», chiarisce Tozzi. Quali siano le aree più a rischio, però, si sa da tempo: «C'è tutto l'arco appenninico dalla Garfagnana fino allo Stretto di Messina. Poi tutta l'Irpinia, l'Aspromonte, la Calabria e la zona di Catania, forse quella più a rischio, e infine l'area della Pianura padana come abbiamo visto nel 2012». In sintesi, tutta Italia è un territorio sismico, eccetto, forse, la Capitale. «È vero che tutti i laghi attorno a Roma sono vulcani la cui attività è tarda, cioè non sono spenti ma precisa Tozzi - le loro ultime attività importanti sono state migliaia di anni fa e perciò non destano preoccupazioni». La Capitale rischia solo di incorrere nel risentimento dei terremoti dell'Appennino anche se «in questo caso conta più la resistenza del patrimonio costruttivo». Per mettere in sicurezza le zone più a rischio basterebbe fare la giusta prevenzione. Che, però, ha un costo. Ma, a volte, la mancanza di soldi è solo una giustificazione che non ha motivo di esistere: «È possibile fare prevenzione anche con poco. Non c'è mica bisogno di ricostruire da capo dice Tozzi -. Bisogna fare piccoli interventi e monitorare gli edifici pubblici: scuole, ospedali, sedi governative, amministrative e comunali». Ma non è sufficiente. Anche i privati devono fare la loro parte e non sono sempre necessari interventi costosi. «Per evitare i morti in quella casa di Ischia, forse, bastava infilarci delle chiavi e dei tiranti che tenessero i solai solidali con le mura», spiega il geologo che, in fondo al tunnel, vede una speranza. «Amatrice e Ischia ci dicono che ci siamo mossi male, mentre Norcia viene ripopolata perché si è ricostruito bene». Tozzi, infine, rivolge un invito anche ai sindaci dei Comuni a rischio: «Sarebbe un bel segnale se, insieme alla ricostruzione, pretendessero la demolizione degli immobili abusivi in territori a rischio. Ma credo che non la vedrò».

La morfologia dei terreni vulcanici amplifica la magnitudo. L'intervista a un vulcanologo dell'Università di Pisa, scrive il 22 agosto 2017 Nadia Francalacci su Panorama. “Quando si parla dell’Isola di Ischia e di fenomeni sismici, si fa riferimento sempre a eventi particolari in quanto si tratta di una formazione di origine vulcanica e come tale ha dei terreni che amplificano moltissimo la magnitudo”. A fare il punto sul terremoto che ha colpito ieri sera l’isola al largo delle coste partenopee, è il geologo Mauro Rosi, professore ordinario di Vulcanologia presso l’Università di Pisa. “Gli effetti del sisma in terra vulcanica sono decisamente maggiori rispetto ad un terremoto di pari magnitudo in terra appenninica- prosegue il professor Rosi -  e questo per due ordini di motivi. Il primo è la morfologia del terreno vulcanico che, per natura, amplifica enormemente ogni movimento del sottosuolo rispetto ad un terreno di tipo roccioso o a quelli di origine alluvionale. Il secondo aspetto è la presenza in queste aree di fattori concorrenti, ovvero, il calore e fluidi, come il magma, nel sottosuolo”. Il professor Rosi, che per anni è stato anche Direttore generale, con la mansione di Direttore dell'Ufficio Rischio sismico e Vulcanico, del Dipartimento Nazionale di Protezione Civile, conosce perfettamente l’area campana dei Campi Flegrei e dell’isola di Ischia. “Nei terremoti tettonici che avvengono, ad esempio, in zone appenniniche, si cominciano a rilevare dei danni importanti a partire da un magnitudo 4.6, questo è, infatti, il livello minimo indicato- continua- diverso invece per i terremoti di tipo vulcanico dove una magnitudo di 4.0, come si è potuto vedere, ha degli effetti già importanti sulle strutture senza considerare, ovviamente, quelle che possono essere le fragilità ‘proprie’ dei singoli edifici”. Il professore è cauto a parlare di faglia tirrenica.  “Questo terremoto che sembra essere di origine tettonica, potrebbe essersi originato nella faglia Nord- Sud che si trova ad ovest dell’isola che non sembrerebbe essere legata a quella tirrenica. Bisogna ancora attendere dati e rilievi esatti. Ma nell’area interessata dal sisma di ieri sera vi è un complesso “sistema vulcanico” proprio di Ischia, un sistema in grado di originare terremoti di natura diversa in conseguenza allo spostamento di gas o di magma”. “Questi terremoti sono classificati come “a bassa frequenza” perché hanno oscillazioni lente, rispetto a quelle di origine tettonica, ovvero attorno al secondo- spiega Rosi – ma sempre a causa della morfologia del terreno, e alla presenza importante di sorgenti termali, risultano essere più devastanti negli effetti”. Il professore, inoltre, esclude che vi possano essere collegamenti con i movimenti sismici registrati negli scorsi mesi nei Campi Flegrei. E le scosse di assestamento? “Dipende dall’origine del terremoto, conclude il professore, c’è da augurarsi, calcolando la non prevedibilità dell’evento sismico, che avvenga come nel terremoto di fine secolo scorso che fece registrare una forte scossa iniziale e poi una lieve attività di assestamento”.    

Terremoto a Ischia: il "rebus" della magnitudo. Alla base delle difficoltà nel rilevare la corretta intensità del sisma c'è la sua origine vulcanica, più superficiale di quella tettonica, scrive il 22 agosto 2017 Panorama. I primi calcoli automatici del sisma che ha colpito ieri Ischia segnalavano una magnitudo 3.6: un valore che non tornava con le prime testimonianze, che parlavano di un terremoto "fortissimo", e le macerie sotto le quali sono rimaste uccisa due persone e ferite altre 39. Successivamente il calcolo è stato rivisto, con un valore di 4.0, grazie ai dati registrati dalla rete sismica dell'Osservatorio Vesuviano dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Come è accaduto? Qualcuno, forse, ha temuto un altro errore del sistema, come quello che il 15 giugno scorso aveva associato la magnitudo 5.1 di un terremoto nelle Filippine al sisma di magnitudo 1.6 registrato a Pieve Torina (Macerata). Niente del genere, questa volta. Non c'è stato in realtà alcun errore, ma solo la grande difficoltà di dover calcolare la magnitudo di un terremoto che appartiene a uno dei tipi più rari e anomali: quelli che avvengono sotto i vulcani. Non sono certamente studiati come lo sono quelli tettonici che scuotono continuamente la penisola e può accadere, come nel caso di Ischia, che i primi sismografi a registrare l'evento siano distanti alcuni chilometri. Sulla base di queste prime rilevazioni viene di solito calcolata la magnitudo locale (ML), che nel caso dei terremoti tettonici, come quelli che avvengono lungo l'Appennino, è un valore molto affidabile. Quando il terremoto avviene sotto un vulcano, però, la situazione è molto diversa. Per questo dopo il primo calcolo di 3.6, sono stati utilizzati i dati della rete sismica dell'Osservatorio Vesuviano per ricalcolare la magnitudo sulla base della durata dell'evento, ottenendo il valore di 4.0. Un valore ancora provvisorio in quanto quello definitivo, relativo alla "magnitudo momento", viene calcolato dai ricercatori e si basa sulla stima del momento sismico, ossia su una durata più ampia del sismogramma, fino a 30 minuti. I nuovi dati della rete sismica dell'Osservatorio Vesuviano hanno inoltre permesso di ricalcolare la profondità dell'evento, correggendo a cinque chilometri il valore iniziale di dieci. E' stata un'ulteriore conferma di quanto si sa finora dei terremoti vulcanici. "Una caratteristica comune a tutti è di essere molto più superficiali, al punto da superare molto difficilmente la profondità di cinque chilometri", ha osservato il sismologo Gianluca Valensise, dell'Ingv. "Questo - ha proseguito - accade perché al di sotto di cinque chilometri la crosta diventa troppo calda per generare una rottura". Il fatto che i terremoti che avvengono sotto i vulcani siano superficiali spiega anche perché si risentano maggiormente.

Sisma a Ischia, 2 morti e polemiche. Case vecchie o abusivismo? Italia ostaggio del solito tormentone, scrive Andrea Zambrano il 23-08-2017 su "La nuova Bussola Quotidiana”. Nell’estate delle granite (il caldo), le granate (gli attentati terroristici) non potevano non mancare i calcinacci del terremoto. Prendiamo a prestito il successo di Francesco Gabbani perché, purtroppo, raccontare i terremoti in Italia è diventato ormai un tormentone. Non avevamo ancora finito di fare il punto sul devastante crollo di Amatrice di un anno fa esatto quando ecco che a Ischia la terra ha tremato. Così, puntuale, assieme alla macchina dei soccorsi è partita la macchina della speculazione politica. Alla fine il bilancio è di due morti, una madre di sei figli residente nell’isola e una turista bresciana, 39 feriti e più di 2000 sfollati. Il più coinvolto il comune di Casamicciola. Poteva andare peggio, si dice. Ma peggio di così non è una consolazione. L’unica cosa certa è la magnitudo del sisma di lunedì sera: 4.0. troppo poco per poter fare crolli e morti. Troppo poco per evacuare ospedali e alberghi. Si racconta che nel corso del sisma di 6.3 che toccò la Bassa emiliana nel 1996 e che fece parecchi danni, alcuni dirigenti giapponesi di una multinazionale impegnati in una visita in uno stabilimento chimico si stupirono di fronte al fuggi fuggi dei dipendenti terrorizzati. Perché a loro non sembrava nemmeno una scossa di terremoto, tanto erano abituati alla terra ballare sotto i loro piedi. Così rimasero al loro posto mentre tutti scappavano. Eppure quei giapponesi non sapevano che l’Italia è il Paese dove basta un crollo per trasformare una scossa in una tragedia. Colpa delle costruzioni fragili, si dice perché non è il terremoto a fare danni, ma le cattive costruzioni. Infatti anche questa volta è partito puntuale il balletto sulle responsabilità. Sotto accusa l’abusivismo che nell’isola è cresciuto negli ultimi 50 anni vorticosamente con un turismo di massa a fronte di un’isola modeste dimensioni. Case costruite a ridosso sul mare senza rispettare i vincoli paesaggistici e soprattutto condoni. Tanti condoni per terrazze, sottotetti e pareti allargate. La denuncia l’ha fatta la Protezione Civile, che ha notato come un sisma di 4.0 non possa fare morti: “Molte costruzioni sono realizzate con materiali scadenti che non corrispondono alla normativa vigente, per questo alcuni palazzi sono crollati o rimasti danneggiati”, ha detto il neo capo della Protezione Civile Angelo Borrelli al suo esordio alla guida dell’agenzia del Governo alludendo alla costruzione di case con materiali scadenti. Spalleggiato dal presidente del Consiglio nazionale dei Geologi Francesco Peduto: "È francamente allucinante che un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese. Che si conferma estremamente vulnerabile. Quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”. E qui entra in gioco la politica, proprio quando pochi giorni fa il Governo e la Regione Campania avevano avviato un braccio di ferro per una legge regionale che avrebbe concesso criteri più generosi alle abitazioni abusive da condonare in una terra, che conta 67mila case da demolire. Anche un ex magistrato napoletano, Aldo De Chiara ha sottolineato ciò che da anni denuncia: che a Ischia l’abusivismo avrebbe potuto creare dei disastri anche con un terremoto di modesta entità. E’ puntualmente successo, ma difficilmente si potrà ascrivere il giudice in pensione tra le Cassandre. «Al momento non so bene cosa sia crollato. Mi dicono una chiesa e varie abitazioni. Non so a che epoca risalgono e mi voglio augurare che anche la chiesa non sia abusiva», è lui stesso a mettere le mani avanti. Intanto però la palla della lotta all’abusivismo è stata lanciata. Ognuno ha ottenuto il suo quarto d’ora di celebrità, da Legambiente al Governo che per bocca del ministro Delrio ha ribadito la necessità della prevenzione. Insomma: ad ogni terremoto c’è un colpevole da ricercare. Ad Amatrice il dibattito e le polemiche si erano concentrate sulla previsione. Posto però che un terremoto non si può prevedere, bisogna passare a puntare il dito sulla mancanza di prevenzione. E qui casca l’asino. Certo, che le abitazioni siano crollate non c’è dubbio. Ma di quali abitazioni stiamo parlando? I crolli circoscritti alla zona colpita, hanno interessato per lo più strutture antiche tra le quali una chiesa già distrutta dal terremoto del 1883 e poi riedificata. E’ la chiesa crollata nel sisma in cui rimase illeso il giovane Benedetto Croce. Dunque, una prevenzione-previsione c’è ed è attendibile: la storia. Ogni geologo che si rispetti non si stancherà mai di ripeterlo: l’unico modo per prevenire i terremoti è quello di studiarne la storia. Se c’è stato un sisma, tranquilli che questo si ripeterà. Ma non sappiamo quando. Ecco il punto. Nel frattempo bisogna attrezzarsi garantendo alle strutture la miglior tenuta agli edifici. Però i sindaci sono forse gli unici a caldo a testimoniare la tipologia delle abitazioni crollate. Non alberghi sulla costa, ma case nei centri cittadini – dicono -, sufficientemente vecchie per essere obsolete dal punto di vista strutturale, ma non per questo abusive. Perché ci può essere una costruzione abusiva che resta in piedi e un’altra, perfettamente in regola con le leggi dell’epoca in cui è stata fatta, che si sbriciola come cartapesta. E i materiali scadenti con i quali sono state costruite alcune case poi crollate, cui allude la Protezione Civile potrebbero essere non frutto di illeciti urbanistici o di costruzione, ma semplicemente manufatti antichi che non hanno retto in assenza di manutenzione e pertanto sono oggi giudicati scadenti. L’inchiesta sarà lunga e sarà volta ad accertare se le abitazioni crollate fossero davvero costruite con cemento impoverito. Ma dalle prime verifiche sembra che a crollare siano state le abitazioni, come accade spesso, costruite nei secoli scorsi e che non hanno mai avuto interventi di manutenzione straordinaria delle travi o delle fondazioni. Si può incolpare una scarsa cultura italica nel prevenire e nel non essere riusciti in tempo, per indisponibilità o incuria, a prepararsi al big one, ma non che si sia speculato con mafie e piani regolatori ad hoc. Perché quello è un altro problema, non necessariamente protagonista nei terremoti.  

Terremoto in Centro Italia un anno dopo: cosa non ha funzionato, scrive il 22 ed il 23 agosto 2017 Tele Ischia. “E’ assurdo strumentalizzare, come sta accadendo da più parti, tragedie come quella che hanno colpito Ischia a fini politici. In questo momento le istituzioni dovrebbero dimostrare unità e fare fronte comune per risolvere con solerzia la situazione di emergenza che attanaglia l’isola e la sua popolazione”. Così, in una nota, il senatore Ciro Falanga del gruppo Ala-Scelta Civica. “In particolare – aggiunge – destano stupore le dichiarazioni del dottor De Chiara, magistrato che si è prestato a un’operazione politica di sciacallaggio. De Chiara chiarisca se la chiesa crollata a Casamicciola era abusiva e, insieme a Bonelli e altri, dia uno sguardo alle notizie relative al terremoto del 1883 in cui persero la vita i genitori di Benedetto Croce, in un epoca in cui non esisteva l’abusivismo. Sono quindi lieto che i sindaci dei comuni ischitani abbiano tentato immediatamente di stroncare le polemiche relative a un presunto legame tra i danni causati dal sisma e gli abusi edilizi”. “Ad ogni modo, sono d’accordo con il ministro Delrio nel sostenere che i manufatti abusivi debbano essere demoliti, ma sono tanto più vicino alla posizione del titolare del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti che si è detto favorevole all’individuazione di criteri atti a stabilire delle priorità negli abbattimenti. È precisamente questo lo scopo del Ddl a mia prima firma che attende il via libera definitivo alla Camera”, conclude Falanga. 

“L’abusivismo non c’entra niente in questo terremoto, i giornalisti che lo dicono sono dei disgraziati. Non nego che ci sia abusivismo, come in tutta Italia”, ma “definirci capitale dell’abusivismo è un affronto al popolo di Casamicciola. Quelle venute giù son case vecchie di cent’anni”. Così il sindaco di Casamicciola, Giovan Battista Castagna. “A Casamicciola ci sono sicuramente case condonate. E allora? Condonate significa messe in regola, il proprietario ha ammesso di aver costruito qualcosa in difformità e ha pagato una sanzione, come previsto dalla legge. Vogliamo criminalizzarli per questo?”, dice Castagna. “Noi siamo zona sismica quindi tutte le nuove case e gli interventi sulle case esistenti sono a norma”, o almeno “dovrebbero essere fatti a norma”, prosegue il sindaco. “Se qualcuno non lo fa, e ci sarà pure, sbaglia. Ma da qui a gettare la croce addosso su Casamicciola, ce ne corre”.

Ischia: De Luca, abusivismo non c'entra. Sono venute giù una casa vecchia e cornicioni secolo scorso, scrive l'Ansa il 22 agosto 2017. "In Italia siamo abituati ad avere due facce delle tragedie, quella drammatica, dei feriti, dei morti, delle attività economiche messe in crisi, e un'altra faccia che è quella dello sciacallismo, delle strumentalizzazioni, della confusione tra questioni che non c'entrano niente con il terremoto. È crollata un'abitazione vecchia e sono crollati dei cornicioni di un immobile costruito nel secolo scorso. Nessuna connessione tra questi fatti e l'abusivismo". Così il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, stasera sui luoghi del terremoto.

“Non ho mai parlato di sanatoria o di condono. Io sostengo che si deve uscire dalla situazione di impasse attuale con scelte secche. Quel che va abbattuto, si abbatta. Quel che si deve salvare, si salvi. Però si deve prendere una decisione. Io voglio uscire da questo ambientalismo parolaio, perché a furia di fare finto ambientalismo, in questi 25 anni gli immobili sono rimasti lì e gli sversamenti sono finiti nei terreni. Ma si sono tutti ripuliti la coscienza con grandi chiacchiere”. Così il governatore della Campania, Vincenzo De Luca. “La nostra legge sostiene che bisogna distinguere. Ci sono quattro casistiche che non si possono ammettere: se si è costruito in zone di vincolo idrogeologico, se c’è un vincolo assoluto di inedificabilità, se hanno costruito imprese colluse con la camorra, se il proprietario ha altre proprietà, allora bisogna abbattere”, spiega De Luca. “Con queste demolizioni, già un 30 o 40% delle case abusive verrebbe demolito. Il resto, a discrezione dei Consigli comunali, può essere requisito e destinato a edilizia sociale”. Ad Ischia, dove c’è un vincolo di inedificabilità, secondo questa legge si dovrebbe demolire. “Se c’è un vincolo assoluto, bisogna abbattere. Così come – prosegue De Luca – non possiamo mica ammettere che ci sia una casa costruita su un soffione. È buonsenso. Ma il resto deve venire alla luce. Non è possibile che, siccome sono abusivi, non possono collegarsi alla fogna e così versano dove capita. Non è possibile che non paghino gli oneri della Bucalossi”. “La nostra non è una collettività di abusivi. Ora basta”. Lo ha detto il sindaco di Ischia (Napoli), Enzo Ferrandino, che ha lanciato un appello alla stampa: “Dite come realmente stanno le cose”. “L’Isola d’Ischia non è un’isola terremotata – ha proseguito – una diversa rappresentazione della vicenda sta arrecando più danni del terremoto”.

Il sindaco di Procida continua a manifestare la suo grande solidarietà al popolo ischitano e fotografa con grande obiettività il dopo terremoto. Ecco una sua dichiarazione.

“Avevamo detto che saremmo stati vicini agli ischitani secondo le loro necessità.  Per i soccorsi, la Protezione Civile ha dimostrato ancora una volta che è capace ed insostituibile.  Per la comunicazione, occorre aiutare a far capire che al momento l’isola d’Ischia è un luogo sicuro allo stesso livello del resto d’Italia.  Non sono stati decisi piani di evacuazione che altrimenti avrebbero dovuto riguardare anche i residenti! Dico questo perché addirittura a Procida chiamano turisti allarmati chiedendo informazioni sul terremoto. E Procida è un’isola piatta che mai nella sua storia ha subito particolari danni dai movimenti della terra! La scossa di ieri non ha avuto da noi alcuna conseguenza, come è stato per la grandissima parte del territorio di Ischia. Per questo abbiamo l’obbligo di rassicurare i residenti e gli ospiti che non c’è alcuna ragione per considerare le nostre isole a rischio più di quanto non lo siano altri comuni d’Italia. Ischia è viva e Ischia continua ad essere una terra eccezionale”.

Sindaci di Ischia: non c'è correlazione tra i crolli e l'abusivismo, scrive il 22 Agosto 2017 "La Gazzetta del Mezzogiorno". I sei sindaci dei comuni dell’isola di Ischia, in una nota congiunta, «deplorano le notizie false relative a presunti danni e crolli in tutta l'isola e alle inesistenti connessioni tra l’evento sismico e i fenomeni legati all’abusivismo edilizio, rilevando che i crolli circoscritti alla zona colpita, hanno interessato per lo più strutture antiche e risalenti tra le quali finanche una chiesa già distrutta dal terremoto del 1883 e poi riedificata». I sei sindaci dell’isola di Ischia, in una nota congiunta, «esprimono vivo cordoglio e vicinanza alle famiglie delle vittime del terremoto che ha colpito la zona nord-occidentale dell’isola e in particolare il comune di Casamicciola terme». Ringraziano inoltre «i soccorritori, i Vigili del fuoco, la Protezione civile e le forze dell’ordine per la straordinaria opera di assistenza alla popolazione». Invitano infine «la popolazione residente e gli ospiti dell’isola a stringersi ai soccorritori non facendo mancare il sostegno della vicinanza e della solidarietà».

Terremoto, l’urbanista: “chi parla oggi di abusivismo a Ischia strumentalizza”, scrive "L'Adnkronos il 22 Agosto 2017. Oliviero, Casamicciola è storicamente la zona di Ischia più vulnerabile ai terremoti. “La zona di Casamicciola è storicamente la più vulnerabile ai terremoti a Ischia. Lo dicono i dati storici. Parlare di abusivismo edilizio in questi casi vuol dire strumentalizzare la vicenda”. Così Antonio Oliviero, architetto urbanista che sta redigendo il piano urbanistico di Forio, uno dei comuni di Ischia, commenta con Labitalia il terremoto che ha colpito ieri sera l’isola. Secondo Oliviero “l’abusivismo edilizio va contrastato seriamente: esiste sull’isola, in Campania e nel resto d’Italia, ma parlarne adesso non credo che sia corretto, è banalizzare la vicenda”. Per l’esperto “il territorio va gestito con interventi nel tempo e non aspettando le calamità, come avviene in Italia. Qui da noi al dibattito dopo i crolli e le tragedie non seguono mai interventi concreti con investimenti di risorse”.

L’ITALIA DEGLI ABUSI EDILIZI PER NECESSITA’.

L'Italia dei condoni. Mansarde, villette e seminterrati. Regione che vai, sanatoria che trovi. La motivazione è sempre la stessa: "Contenere il consumo del suolo”. In realtà spesso è la formula usata dalla politica per aggirare le norme e aggiustare gli abusi edilizi, scrive Sergio Rizzo il 31 luglio 2017 su "La Repubblica". La foglia di fico è sempre la stessa, e quando la mettono si aspettano persino l'applauso: "Contenere il consumo del suolo". C'è scritto questo nella sanatoria delle mansarde, che la Regione Lazio sta prorogando da otto anni a questa parte, e c'è scritto questo pure nella sanatoria delle cantine, fresca di pubblicazione sul bollettino ufficiale della Regione Abruzzo. Avete capito bene: le cantine. Chi non sottoscriverebbe una legge regionale sul "Contenimento del consumo del suolo attraverso il recupero dei vani e locali del patrimonio edilizio esistente"? Leggendo il titolo si potrebbe immaginare un provvedimento per favorire il riuso degli immobili abbandonati, spesso così belli da lasciare senza fiato, dei quali l'Italia è piena. Prima però di aver scorso il testo, scoprendo che delimita invece quel recupero ai "vani e locali seminterrati " da destinare "a uso residenziale, direzionale, commerciale o artigianale ". Ma non religioso: sia chiaro. Perché la sanatoria delle cantine decretata dalla Regione Abruzzo esclude invece espressamente, all'articolo 3, la possibilità di cambiare la destinazione d'uso dei seminterrati "per la trasformazione in luoghi di culto". Insomma, fateci tutto, anche un bed & breakfast (non è forse attività residenziale?). Tranne che una moschea. Certo, per ottenere questo curioso condono (termine che di sicuro i proponenti rigetteranno sdegnati) bisognerà pagare gli "oneri concessori". Se però l'intervento riguarda la prima casa è previsto uno sconto del 30 per cento. Va pure da sé che i locali debbano avere determinate caratteristiche. Per farci abitare gli esseri umani sono necessari impianti di "aero-illuminazione" (testuale nella legge) e l'altezza dei locali non può essere inferiore a due metri e quaranta. Ma a trovarle, cantine così alte... Niente paura. Anche in questo caso la legge della Regione Abruzzo offre una elegante scappatoia. Eccola: "Ai fini del raggiungimento dell'altezza minima è consentito effettuare la rimozione di eventuali controsoffittature, l'abbassamento del pavimento o l'innalzamento del solaio sovrastante ". Il vostro scantinato tocca a malapena uno e novanta? Niente paura: scavate un altro mezzo metro o alzate il solaio di cinquanta centimetri. Sempre rispettando "le norme antisismiche ", però. Dopo quello che è successo in Abruzzo, è il minimo. Già... Ma colpisce che nemmeno il terremoto sia stato capace di frenare lo stillicidio delle sanatorie. Anzi. Qualche mese fa c'è stato chi ha rivelato che i contributi pubblici per il sisma non avrebbero discriminato le case abusive. Suscitando la reazione risentita delle strutture commissariali, anche se nessuna smentita ha potuto cambiare la realtà dei fatti: per ottenere i denari statali è sufficiente autocertificare che l'abitazione andata distrutta non era interamente abusiva. E poi presentare domanda di sanatoria. La prova, se ce ne fosse ancora il bisogno, che abusivismo e condoni se ne infischiano anche delle scosse telluriche del settimo grado. Il vecchio caro condono edilizio ha così pian piano cambiato pelle. Sbarrata la strada in Parlamento, si è aperto la via nelle pieghe delle leggi regionali assumendo le forme più subdole e creative. Non soltanto per i sottotetti, come nel Lazio e in Lombardia (Regione che ha deliberato anch'essa il salvataggio delle mansarde), o per le cantine, come in Abruzzo. Emblematico è il caso della Campania, dove il Consiglio regionale ha appena sfornato una legge per l'adozione di "linee guida per supportare gli enti locali che intendono azionare misure alternative alla demolizione degli immobili abusivi". Tradotto dal burocratese, sono le direttive alle quali si devono attenere i Comuni per evitare di buttare giù le costruzioni illegali. Per esempio, si deve valutare "il prevalente interesse pubblico rispetto alla demolizione". Come pure tenere debitamente conto dei "criteri per la valutazione del non contrasto dell'opera con rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell'assetto idrogeologico ". E che dire dei "criteri di determinazione del requisito soggettivo di 'occupante per necessità"? Ecco dunque gli abusivi per bisogno, quella figura mitica capace di spazzare via ogni tabù ambientale con relativo senso di colpa. In Campania sono il corpo elettorale fra i più consistenti e la tentazione di grattargli la pancia, tipica di certa destra, ha ormai fatto breccia anche presso certa sinistra. I Verdi hanno adesso chiesto al governo di Paolo Gentiloni di impugnare la legge votata dalla Regione governata dal suo compagno di partito Vincenzo De Luca e di stroncare insieme anche la sanatoria delle cantine che ha fatto breccia nel cuore dell'Abruzzo presieduto da un altro dem: Luciano D'Alfonso. Arduo prevedere con quali speranze di successo. Probabilmente non più di quante ne abbiano gli oppositori di una recentissima leggina della Regione Sardegna, ora governata dal centrosinistra di Francesco Pigliaru, per bloccare la possibile invasione delle coste dell'isola con bungalow e casette di legno. Nel provvedimento sul turismo è spuntata infatti la possibilità per i camping isolani di piazzare costruzioni mobili (ma nella versione iniziale erano ammesse anche nella versione non amovibile) al fine di "soddisfare esigenze di carattere turistico". Le quali, precisa il disegno di legge, "non costituiscono attività rilevante ai fini urbanistici ed edilizi". Sono quindi case vere e proprie, ma è come se non lo fossero. Bisogna ricordare che questa non è una novità assoluta. Anche in precedenza le leggi regionali consentivano di impiantare strutture del genere nei camping. Ma all'inizio non si poteva superare il 25 per cento della capacità ricettiva di un campeggio. Poi si è saliti al 40. E ora al 45. Arrivare al 100, di questo passo, sarà uno scherzo...

E' facile parlare di lotta all'abusivismo edilizio da parte di chi l'abitazione ce l'ha, per eredità, per censo o per occupazione/assegnazione di una casa di edilizia popolare a spese della collettività. Ma chi tutela chi la casa non ce l'ha per colpa di amministratori negligenti ed incompetenti, che mai predispongono i piani urbanistici generali o i servizi urbanistici primari?

Questa deriva comunista-giustizialista fa diventare reato anche un sacrosanto diritto di avere un tetto sulla testa.

Diritto all'abitazione. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo (...) all'abitazione.» (Articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani).

Il diritto all'abitazione (conosciuto anche come "diritto alla casa" oppure "diritto all'alloggio") è il diritto economico, sociale e culturale ad un adeguato alloggio e riparo. È presente in molte costituzioni nazionali, nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali art. 31, uno dei primi documenti a farne menzione esplicita, nel Trattato di Lisbona art. 34.3.

Il diritto all'abitazione viene riconosciuto in una serie di trattati internazionali sui diritti umani:

L'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e l'articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR) riconoscono il diritto alla casa come parte del diritto ad un adeguato standard di vita. Nel diritto internazionale dei diritti umani, il diritto all'abitazione è considerato un diritto indipendente; infatti il Commento Generale n.4/1991 sullo "adeguato alloggio" approvato dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali fornisce un'interpretazione autorevole in termini legali e ai sensi del diritto internazionale.

I Principi di Yogyakarta sull'applicazione del diritto internazionale dei diritti umani in materia di orientamento sessuale ed identità di genere afferma che "ognuno ha il diritto ad un alloggio adeguato, compresa la protezione dallo sfratto, senza discriminazioni e che gli Stati membri devono prendere tutte le necessarie misure legislative, amministrative e di altro tipo per garantire la sicurezza del possesso e per l'accesso a prezzi convenienti per case abitabili, accessibili, culturalmente appropriate e sicure, comprese i ripari ed altri alloggi di emergenza, senza discriminazioni derivanti dall'orientamento sessuale, identità di genere o dallo status materiale o familiare;

adottare tutti i provvedimenti legislativi, amministrativi e altre misure per vietare l'esecuzione di sfratti che non siano conformi agli obblighi internazionali sui diritti umani e garantire che i rimedi legali idonei siano adeguati, efficaci e disponibili per colui che ritenga che il diritto alla protezione contro gli sfratti forzati è stato violato o è sotto la minaccia di violazione, compreso il diritto di reinsediamento, che include il diritto ad una alternativa di migliore o uguale qualità e ad un alloggio adeguato, senza discriminazioni.

Il diritto alla casa è altresì sancito anche dall'articolo 28 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, dall'articolo 16 della Carta sociale europea (articolo 31 della Carta sociale europea riveduta) e nella Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli. Secondo il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, gli aspetti del diritto alla casa includono: la sicurezza legale del possesso; la disponibilità di servizi, materiali, strutture e infrastrutture; l'accessibilità; l'abitabilità; l'adeguatezza della posizione e della culturale. Come obiettivo politico, il diritto alla casa è stato dichiarato nel celebre discorso del 1944 di Franklin Delano Roosevelt sul Second Bill of Rights, ed è sostenuto da varie associazioni di cittadini. La disciplina francese e tedesca della locazione abitativa costruiscono dagli anni '80 un modello di locazione a tempo indeterminato con recesso del locatore solo per giusta causa, in cui il diritto all'abitazione è trattato come un diritto soggettivo perfetto, essendo il locatario destinato a essere maggiormente tutelato quale parte contrattuale debole rispetto al locatore. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha considerato che la perdita dell'abitazione costituisce una violazione al diritto al rispetto del (la libertà di) domicilio (Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea art. 7) e che qualsiasi persona che rischi di esserne vittima avrebbe diritto, in linea di principio, a poter far esaminare la proporzionalità di tale misura (v. sentenze Corte EDU, McCann c. Regno Unito, n. 19009/04, § 50, CEDU 2998, e Rousk c. Svezia, n. 27183/04, § 137).

Nella Costituzione italiana il diritto all'abitazione è richiamato all'art. 47 e in ripetute sentenze della Consulta:

<<è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione>> (n. 49/1987);

<<Il diritto all'abitazione rientra infatti, fra i requisiti essenziali caratterizzanti la socialità cui si conforma lo Stato democratico voluto dalla Costituzione>> (Corte cost., sent. n. 217 del 1988.);

<<il diritto a una abitazione dignitosa rientra, innegabilmente, fra i diritti fondamentali della persona>> (Corte cost. sent. n. 119 del 24 marzo 1999);

<<Creare le condizioni minime di uno Stato sociale, concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all'abitazione, contribuire a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l'immagine universale della dignità umana, sono compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso>> (Corte cost. sent. n. 217 del 25 febbraio 1988);

<<indubbiamente l'abitazione costituisce, per la sua fondamentale importanza nella vita dell'individuo, un bene primario che deve essere adeguatamente e concretamente tutelato dalla legge>> (sentenza n. 252 del 1983)

Con sentenze 310/03 e 155/04 il blocco degli sfratti è dichiarato giustificato solo in quanto di carattere transitorio e per <<esigenze di approntamento delle misure atte ad incrementare la disponibilità di edilizia abitativa per i meno abbienti in situazioni di particolari difficoltà>>, senza che esso possa tradursi in una eccessiva compressione dei diritti del proprietario, interamente onerato dei costi relativi alla soddisfazione di tale diritto.

DDL Falanga, fine dei giochi a settembre diventa legge! La gradualità che “salva” le case stabilmente abitate. Scrive Gaetano Di Meglio il 2 agosto 2017 su "Il Dispari Quotidiano”. Con la dichiarazione di irricevibilità degli emendamenti proposti in Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, si è conclusa oggi l’ultima tappa dell’iter legislativo del Disegno di legge “Disposizioni in materia di criteri di priorità per l’esecuzione di procedure di demolizione di manufatti abusivi”, prima del suo approdo nell’Aula di Montecitorio previsto per i primi di settembre. Lo annuncia l’onorevole Carlo Sarro (FI), componente dell’organismo parlamentare, che ha ricevuto dalla Commissione Giustizia il mandato di Relatore d’Aula unitamente all’onorevole Marco di Lello (Correlatore). “Con la calendarizzazione a settembre del provvedimento – spiega l’esponente di Forza Italia -, si chiude definitivamente l’iter di approvazione del disegno di legge e, quindi, si potrà finalmente fare riferimento a criteri oggettivi e preventivi per stabilire l’ordine di priorità nell’esecuzione delle demolizioni”. “Dunque – conclude l’onorevole Sarro -, non più arbìtri ma riferimenti oggettivi e certi”. Per quanti credono nella bontà della legge voluta dal senatore azzurro Ciro Falanga sì ad un passo dal traguardo. Ora che la Commissione Bilancio e la Commissione Giustizia della Camera hanno dato il via libera alla calendarizzazione in aula del testo la strada si fa tutta in discesa.

Insieme con il senatore Falanga e l’onorevole Carlo Sarro, da sempre, l’avvocato Bruno Molinaro è uno di quelli che ci hanno messo la faccia e si sono esposti, in maniera chiara, anche davanti alle posizioni della Procura, dei Verdi e di quanti, senza considerare l’aspetto umano legato alla tragedia dell’abusivismo edilizio, riescono solo a restare fermi, come cani legati, ad abbaiare, rabbiosi, contro ogni iniziativa che sappia contemperare anche l’aspetto umano di molte RESA. Non c’è solo la camorra, non c’è solo la speculazione. Ma tra tanta camorra e tanta speculazione c’è anche una fetta di umanità e di necessità che merita di essere tutelata. «Apprendo con soddisfazione – ci ha detto l’avvocato Molinaro – che anche la VII Commissione della Camera dei Deputati ha confermato la piena legittimità costituzionale del DDL FALANGA, soprattutto alla luce del fatto che il principio di obbligatorietà dell’azione penale non ne risulta minimamente intaccato, vieppiù se si considera che trattasi non già di sanare abusi edilizi ma di eseguire piuttosto, sia pure secondo modalità predefinite, sentenze di condanna passate in cosa giudicata e che, in ogni caso, allorquando il DDL elegge a criterio di priorità (“di regola”) quello della demolizione dei fabbricati in corso di costruzione, non fa altro che rafforzare la volontà del legislatore di evitare che gli illeciti accertati vengano portati a conseguenze ulteriori. Da notare che il parere appena licenziato si segnala anche per l’esplicita ammissione secondo cui la norma in questione “riduce l’insorgenza di eventuale contenzioso e di incidenti di esecuzione”. Molti ricorderanno – evidenzia Molinaro – che qualche tempo fa il Procuratore Generale di Napoli Luigi Riello, in una intervista al quotidiano La Stampa, aveva invece affermato che la “legge”, per oggettive difficoltà interpretative ed applicative, finisce per determinare un vertiginoso aumento del contenzioso, con gli avvocati chiamati a fare il loro mestiere, e nuovi carichi di lavoro per i magistrati. Personalmente sono sempre stato convinto del contrario perché un avvocato serio ed intellettualmente onesto non ha alcun interesse a consigliare al proprio cliente di proporre un incidente di esecuzione per opporsi alla demolizione di un fabbricato allo stato grezzo. E di fabbricati grezzi, scheletri ed ecomostri incompleti il territorio italiano, purtroppo, soprattutto nella fascia costiera, è pieno. Dunque, con il DDL Falanga, una volta approvato, si fa giustizia di queste brutture, si aiuta l’ambiente e si riduce il numero delle cause. Il DDL Falanga, inoltre, contrariamente a quanto sostenuto da qualche parlamentare sprovveduto, non vanifica affatto, né ridimensiona in qualche modo gli effetti dell’ottima proposta di legge volta all’azzeramento del consumo del suolo entro il 2050, già approvata alla Camera. Quest’ultima, infatti, prevede, a grandi linee, incentivi alla rigenerazione urbana ed il riuso degli edifici sfitti e delle aree dismesse, occupandosi, altresì, della riqualificazione energetica e della demolizione e ricostruzione degli edifici energivori. Si tratta, quindi, di una “legge” che va ad incidere sul patrimonio edilizio esistente ma – beninteso – solo su quello legittimo, non anche su quello abusivo, oggetto, peraltro, di sentenze irrevocabili. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, in quanto il patrimonio edilizio abusivo non può nemmeno formare oggetto di interventi di manutenzione, dovendo essere demolito. Rigenerazione, riuso e riqualificazione sono, per forza di cose, termini assolutamente incompatibili – conclude l’avvocato ischitano – con la gestione delle opere abusive la cui unica sorte è soltanto quella di essere eliminate prima o poi».

All’articolo 1 del decreto legislativo 20 febbraio 2006, n. 106, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 6, dopo la lettera c) è aggiunta la seguente: « c-bis) i criteri per l’esecuzione degli ordini di demolizione delle opere abusive disposti ai sensi dell’articolo 31, comma 9, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e degli ordini di rimessione in pristino dello stato dei luoghi disposti ai sensi dell’articolo 181, comma 2, del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, nell’ambito dei quali è data adeguata considerazione:

1) agli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o in zona soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico o a vincolo sismico o a vincolo idrogeologico o a vincolo archeologico o storico-artistico;

2) agli immobili che per qualunque motivo costituiscono un pericolo per la pubblica e privata incolumità, nell’ambito del necessario coordinamento con le autorità amministrative preposte;

3) agli immobili che sono nella disponibilità di soggetti condannati per i reati di cui all’articolo 416-bis del codice penale o per i delitti aggravati ai sensi dell’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, o di soggetti ai quali sono state applicate misure di prevenzione ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, e del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 »; b) dopo il comma 6 è inserito il seguente: « 6-bis. Nell’ambito di ciascuna tipologia di cui alla lettera c-bis) del comma 6, determinata con provvedimento del titolare dell’ufficio requirente, tenendo conto dei criteri di cui alla medesima lettera e delle specificità del territorio di competenza, la priorità è attribuita, di regola, agli immobili in corso di costruzione o comunque non ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado e agli immobili non stabilmente abitati».

De Luca: “Salvo l’abusivismo di necessità”, scrive il 6 giugno 2015 "Il Dispari Quotidiano". Ai microfoni di Radio24 dopo le anticipazioni al “Dispari”: «Una sanatoria per le case non a rischio». De Luca, come ci ha abituato da sempre, non le manda certo a dire. “Non vendo fumo e al di là delle chiacchiere da salotto noi siamo già qui a lavorare” ha commentato deciso, in queste ore, al giornalista di Radio24 che lo ha intervistato sui grandi temi della sua campagna elettorale. E così Vincenzo De Luca, che è in attesa della proclamazione ufficiale per insediarsi come governatore della Regione Campania, ha le idee ben chiare anche per quanto riguarda l’abusivismo, con una sanatoria che investirebbe tutti meno tre categorie di abuso ben precise. Pratico come sempre, dichiara – come aveva peraltro anticipato in un’intervista al Dispari – che è materialmente impossibile abbattere tutto ciò che è stato giudicato abusivo. “Se potessimo abbattere tutto lo avremmo già fatto – ha aggiunto ai microfoni di Radio24 – noi viviamo di ipocrisia, abbiamo in Campania credo la legislazione vincolistica più stringente del mondo, tremila leggi. Con il risultato che abbiamo il tasso più alto di abusivismo. 80.000 alloggi abusivi. Lei mi sa dire chi è in grado di demolire 80.000 alloggi? Faccio solo un esempio, avete le cave dove portare il materiale di risulta?”. Ed ecco la soluzione firmata De Luca: “Bisogna fare una cosa di grande buon senso. Nella mia ipotesi escludo la possibilità di sanatoria per tre categorie: primo abusivismo in luoghi di vincolo assoluto, se hai costruito sotto Ravello o Sorrento devi essere demolito; impossibilità di sanatoria per chi ha costruito in zone con pericolo per la pubblica incolumità, se costruisci sul greto del fiume devi essere demolito e non puoi essere sanato se avevi già un alloggio di proprietà e hai fatto l’abuso. Per il resto si approvano leggi per consentire, nell’ambito di piani di recupero, di mettere ordine e far pagare il dovuto a chi ha fatto abusivismo di necessità.” Un progetto lineare che non è da considerarsi come un condono. Ma come sanatoria “per quelli che non rientrano nelle tre categorie. Poi se c’è un povero cristo che in una zona interna della Campania senza danneggiare il paesaggio ha fatto un abuso siccome non abbiamo alternative, verrà applicata una legge – continua De Luca – a me non piace la sanatoria, ma mi confronto con la realtà: è materialmente impossibile demolire 80.000 alloggi. Se c’è qualcuno che ha una idea in proposito io sono il primo a mettermi avanti e non dietro per metterla in atto.”

"In Sicilia abusivismo di necessità". E Mannino attacca Cancelleri, scrive Salvo Cataldo Mercoledì 9 Agosto 2017 su "Live Sicilia". Giancarlo Cancelleri distingue tra "l'abusivismo che non è tollerabile" e "l'abusivismo di necessità", e la deputata alla Camera Claudia Mannino, grillina della prima ora ma autosospesa dal gruppo parlamentare M5s per via dell'inchiesta sulle presunte firme false di Palermo, va all'attacco del candidato governatore pentastellato: "Sono davvero sorpresa nel prendere atto che il M5S abbia cambiato posizione sull'abusivismo edilizio, allineandosi al pensiero di vari sostenitori di una categoria di comodo, talvolta inesistente, che essi definiscono 'abusivismo di necessità'", sono le parole che la deputata scrive sul suo profilo Facebook. Parole che arrivano all'indomani del collegamento televisivo della trasmissione 'In Onda', su La7, nel corso della quale Cancelleri aveva affrontato il tema dell'abusivismo edilizio. "Dobbiamo distinguere tra due canali: il primo è un abusivismo che non è tollerabile e che ha invaso le nostre coste, che è a meno di 150 metri dal mare e che insiste in zone di inedificabilità assoluta - afferma -. Poi c'è un abusivismo di necessità, perché in questa regione non sono mai stati fatti i piani casa, perchè L'Istituto autonomo case popolari non ha dato la casa a chi ne aveva bisogno e allora - aggiunge Cancelleri - chi non aveva soldi ma aveva un po' di arte la casa se l'è fatta". Secondo Cancelleri "i territori non sono tutti uguali. A Bagheria - prosegue - abbiamo fatto un regolamento comunale che non butta giù le case della povera gente che però non insistono nei 150 metri o nelle zone di vincolo e inedificabilità assoluta". E infine aggiunge: "Davanti a una ordinanza di demolizione della magistratura saremo i primi a portarla a termine". Parole che accendono la risposta di Mannino, componente della commissione sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. "Parlare di abusi di necessità significa non affrontare un cancro che devasta quotidianamente la Sicilia e tante altre regioni d'Italia. Non è solo una questione di legalità e rispetto dell'ambiente ma anche di sicurezza. Non lamentiamoci poi quando dopo qualche precipitazione le case vengono giù". Secondo Mannino "gli argomenti di Cancelleri sono gli stessi di chi tenta di far passare l'ipotesi dell'ennesima sanatoria e del governatore campano De Luca". La deputata palermitana poi chiede ironicamente: "Se dovesse essere eletto anche Cancelleri assisteremo ad un regno abusivo delle due Sicilie?". Critiche anche sulla frase delle ordinanze di demolizione: "La Regione non se ne occupa, le emettono magistratura e comuni, e non eseguirle costituisce reato. Il modello Bagheria? Non esiste, c'è una legge e va rispettata....sempre che non si pensi ad una nuova sanatoria regionale". E infine l'affondo contro Cancelleri: "Schierarsi improvvisamente dalla parte degli abusivi, dopo anni di lotte spesi per contrastare questo grave problema, è un voltafaccia inaspettato, che ha sapore di opportunismo elettorale.

Di Maio: "Se l’abusivismo è colpa della politica la casa resta un diritto". Il leader M5S. La linea dalla Sicilia: "Si abbatta quando lo ordina il giudice, ma non si voltino le spalle a chi paga l'assenza di pianificazione", scrive Annalisa Cuzzocrea il 13 agosto 2017 su "La Repubblica". "Se un giudice dice che un immobile va abbattuto, si fa. Ma non possiamo voltare le spalle a chi ha una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere". Luigi Di Maio spiega così le parole del candidato governatore M5S in Sicilia Giancarlo Cancelleri sugli "abusivi di necessità ". "La prima casa è un diritto, con noi al governo non si potrà pignorare", dice il vicepresidente della Camera. Che è ancora sull'isola, nonostante il tour con Cancelleri e Alessandro Di Battista sia sospeso per qualche giorno. Il tempo di passare ferragosto in famiglia e ricaricare i pulmini elettrici.

Con l'abusivismo edilizio bisogna essere intransigenti o no?

"La polemica sulle parole di Cancelleri è incomprensibile. Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere, cioè piano casa e piani di zona. Sia chiaro, la casa è un diritto e se andremo al governo introdurremmo anche l'impignorabilità della prima casa, da parte dello Stato e delle banche. Uno Stato democratico deve garantire i diritti primari dei suoi cittadini".

Il banale giornalismo dell’ambientalismo. Riflessione di Giuseppe Mazzella su Teleischia il 7 agosto 2017. Roberto Della Seta è un giornalista, saggista e politico italiano di 58 anni che è nato e vive a Roma.E’ stato presidente di Legambiente, membro dell’assemblea costituente del PD, senatore del PD nel 2008 e non ricandidato nel 2013, ha fondato un movimento ecologista che si chiama Green Italia. Ha un blog dove dichiara che ha una laurea in storia contemporanea. Ha scritto un articolo su “ Repubblica” domenica 6 agosto 2017 dal titolo “ Il condono declassato” in cui esprime la sua contrarietà alla cosiddetta “ Legge Falanga”, già approvata al Senato ed ora al voto finale alla Camera.“ La norma è apparentemente banale, fissa una gerarchia di priorità per gli interventi di demolizione degli immobili abusivi: per primi vanno abbattuti quelli in costruzione, poi gli edifici realizzati in aree demaniali o in zone di pregio paesaggistico o a rischio idrogeologico dopo ancora quelli in uso a mafiosi e camorristi” spiega Della Seta che afferma anche che “ per la prima volta in una legge dello Stato verrebbe istituzionalizzato il principio dell’ abusivismo “ di necessità”.“ Ora, chiunque conosca un poco la storia dell’ abusivismo edilizio in Italia – continua il giornalista, saggista e politico –sa bene che proprio l’ abusivismo “ di necessità” è stato il pretesto con cui si sono giustificate le grandi sanatorie e con cui centinaia di amministratori hanno colpevolmente, spesso dolosamente chiuso gli occhi davanti al fenomeno”. De Seta ritiene che “abusivismo “di necessità e “abusivismo speculativo” sono il più delle volte indistinguibili” e per dimostrarlo cita il caso dell’isola d’ Ischia dove “le case abusive sono sorte come i funghi per poi affittarle a 1000 o 2000 euro a settimana”. De Seta esprime anche la sua contrarietà ai “condoni edilizi” ricordando che in Italia ce ne sono stati tre di cui gli ultimi nel 1994 e nel 2003 firmati da Berlusconi. Ancora. De Seta critica il PD che vuole votare la “Legge Falanga” e chiede un “ripensamento” poiché sostiene che “la logica delle grandi intese è nemica dell’interesse generale”. Francamente ritengo questo giornalismo “banale” dell’ambientalismo italiano capace solo di dire NO a tutto ed incapace di dire “SI MA…” e cioè di mettere in esecuzione una seria e realistica Pianificazione Territoriale. De Seta – da laureato in storica contemporanea – dovrebbe conoscere la storia della “ mancata “ pianificazione territoriale proprio nell’ isola d’ Ischia, esempio paradigmatico di un lunghissimo periodo – circa 70 anni – in cui le classi politiche di tutti i colori della prima e della seconda Repubblica sono state incapaci di mettere in esecuzione una REALISTICA Pianificazione Territoriale con una altrettanto REALISTICA Programmazione Economica perché l’ isola d’ Ischia non ha mai avuto un Piano Regolatore Generale in esecuzione ed ha avuto un Piano Paesistico solo nel 1942 “ inapplicato” per 28 anni e cioè fino al 1970 mentre ha avuto un Ente di Diritto Pubblico nel 1952 con durata ventennale preposto alla “ Valorizzazione” con una incentivazione finanziaria dello Stato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno affinchè si costruissero alberghi, terme, case vacanze, attività commerciali per permettere lo sviluppo economico dell’ isola. De Seta troverà la storia di uno sviluppo edilizio ed economico senza programmazione dal 1949 al 2012 nel mio libretto “Ischia, la pianificazione mancata (OSIS-2012). La mancanza di una SERIA Pianificazione Territoriale quella che avrebbe dovuto dire “SI MA…” e cioè costruire per lo sviluppo ma difendere l’ambiente e conciliare le due cose apparentemente inconciliabili – ma è questo è il compito della Politica – ha favorito l’ “abusivismo” perché era la strada obbligata in assenza di norme per l’ edificazione sia per chi voleva “ speculare” sia per chi voleva costruire una casa per se stesso o per i propri figli. Per avere un nuovo Piano Paesistico Urbanistico Territoriale che è strumento di tutela “ passiva” del territorio e non “ attiva” come dicono gli urbanisti bisogna aspettare il 1995 quando un Ministro “ tecnico” di un Governo “ tecnico” ( il Ministro dei Beni Culturali Paolucci del Governo Dini) approva con decreto e su dati obsoleti un Piano che si limita a vietare ogni modifica del territorio “ ingessando” uno sviluppo economico che per definizione non può essere “ ingessato” in una “ economia aperta” come dicono gli economisti. Il Ministro Paolucci lo fece esercitando i poteri “surrogatori” del Governo nei confronti della Regione Campania “inadempiente” per 11 anni ai sensi della “Legge Galasso” del 1984. In un anno i sei Comuni dell’isola avrebbero dovuto approntare un piano di “dettaglio” per le due leggi di condono edilizio del 1984 e del 1994 che hanno prodotto oltre 20mila pratiche di condono che NON è mai stato né fatto né approvato. Se oggi la Soprintendenza ai Beni Ambientali “approva” una “domanda di sanatoria” per i due condoni edilizi lo fa in modo del tutto “discrezionale”. Il condono del 2003 – per decisione del consiglio regionale della Campania – non si applica all’isola d’ Ischia considerata nella sua interezza di 46Km2 area di particolare interesse ambientale. Al dottor De Seta consiglio di leggere e studiare con attenzione il capitolo decimo della monumentale monografia sul terremoto di Casamicciola nell’ isola d’ Ischia del 28 luglio 1883 ( 1999- Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato) dal titolo “ la ricostruzione tra cronaca e storia” curato dall’arch. prof.ssa Ilia Delizia dove in dettaglio scrupoloso potrà conoscere la storia dei piani regolatori dei cinque Comuni colpiti dal 1884 al 1891, il ruolo dell’ ufficio distaccato del Genio Civile, il lavoro della commissione edilizia dell’ isola d’ Ischia soppressa il 26 aprile 1891. Bisogna vivere una realtà per poter capire un sistema economico e sociale, studiarne le contraddizioni e chiedere ma ottenere norme di civiltà praticabili in un quadro di un Diritto Certo e non sottoposto alla “discrezionalità” dei poteri pubblici. Da almeno 30 anni le popolazioni dell’isola – siamo circa 63 mila residenti – vivono in una “incertezza” del diritto che finisce per favorire la “speculazione edilizia” – fra l’altro praticamente estinta in questi ultimi 10 anni a causa di una visibile recessione economica – e punire proprio l’ “abusivismo di necessità” che invece si distingue, a mio parere, chiaramente dall’ “ abusivismo di rapina” praticato soprattutto negli anni ‘ 70 del ‘ 900. Se si spara nel mucchio si finisce di colpire l’innocente. 

Che cosa hanno in comune Ischia e Roma, scrive Roberto Arditti il 26 agosto 2017 su "Formiche.net". Sono o non sono la stessa cosa le vicende dello sgombero del palazzo abusivamente occupato a Roma e del terremoto a Ischia che colpisce e uccide anche a causa dell’abusivismo edilizio?

Purtroppo sono esattamente la stessa cosa, anche se è doloroso ammetterlo. Certo, lo sgombero ci porta alla complessa vicenda dei flussi migratori, mentre il terremoto, lasciati da parte gli aspetti imprevedibili, attiene alla gestione del territorio e di come costruiamo case e edifici pubblici.

In comune c’è però il modo tutto italiano di fare, autorizzare, condonare. Un modo dove le scartoffie sono tutto e i fatti seguono raramente alle parole vergate su carta bollata.

Prendiamo lo sgombero attuato a Roma, atto sacrosanto anche se maldestramente gestito. Punto primo quell’immobile è rimasto illegalmente occupato per quattro anni, un tempo scandaloso. Punto secondo a Roma sono oltre cento gli edifici in analoghe condizioni. Punto terzo abbiamo visto un palleggio scandaloso di responsabilità tra forze dell’ordine, comune e regione. Con il risultato che oggi il ministro Minniti ci informa che ha disposto (comprensibilmente) un stop agli sgomberi in attesa di definirne meglio i metodi.

Andiamo a Ischia. Sull’isola (divisa in sei comuni, ripeto sei comuni diversi) giacciono negli uffici oltre 20.000 domande di condono per ogni tipo di intervento sugli edifici. Questa è la Caporetto nazionale della gestione degli immobili, perché significa alzare la braccia di fronte al mostro che finisce per creare, quello secondo cui ognuno fa quel che vuole, poi si vedrà in sede di sanatoria. Per finire poi al paradosso più grave, che è quello delle demolizioni. Già perché pochi sanno come funziona, anche se è semplicissimo (in teoria). La demolizione viene disposta dall’autorità giudiziaria ma eseguita dal comune. Il quale spesso non vuole e qualche volta non può per mancanza di fondi. Con il risultato che nulla accade e la decisione resta valida solo sulla carta. Proprio come sulla carta sono gran parte delle attività amministrative in materia di sgomberi.

Ecco che il cerchio si chiude. È la Repubblica della carte bollate ipocrite e inconcludenti quella che andrebbe rasa al suolo. Sarebbe uno sgombero da Oscar.

Abusivi buoni e cattivi. Non tutti gli abusivi sono evidentemente uguali: quelli ischitani, quelli dei piani rialzati, sono da condannare senza processo, quelli africani che occupano un palazzo al centro di Roma sono da tollerare, scrive Nicola Porro, Sabato 26/08/2017, su "Il Giornale". Non tutti gli abusivi sono evidentemente uguali: quelli ischitani, quelli dei piani rialzati, sono da condannare senza processo, quelli africani che occupano un palazzo al centro di Roma sono da tollerare. Eppure entrambe le categorie sono illegali. Ed entrambe le categorie hanno a che fare con la casa e il suo diritto di proprietà. Ma come negli anni '70 un'infelice legislazione ha stabilito che nei rapporti di lavoro c'è una parte debole (il lavoratore) che gode di una presunzione di innocenza in un'eventuale controversia, così l'«occupante abusivo» di uno stabile gode di una protezione superiore al legittimo proprietario dello stesso. Se poi l'occupante è un centro sociale (ultimo il caso scandaloso di Bologna e del sindaco Merola) o un emigrante, la posizione debole si rafforza. Dicevamo che al centro di tutto vi è il diritto di proprietà. Gli abusivi ischitani lo hanno interpretato in senso estensivo e contro una legge di ordine pubblico. Costruiscono dove non devono o ampliano senza permesso. Ci si trova, i giuristi sofisticati ci perdoneranno, nel campo del diritto amministrativo-pubblico. Gli occupanti africani dello stabile a Roma violano invece una norma fondante del diritto privato: e cioè la tutela della proprietà. Per un liberale il diritto privato è alla base della nostra convivenza civile. Per farlo rispettare abbiamo inventato lo Stato, i tribunali, e abbiamo concesso loro il monopolio della violenza. Se potessimo fare una classifica degli orrori illiberali, verrebbe decisamente prima il furto della proprietà (ciò che banalmente succede quando un immobile viene occupato) rispetto all'utilizzo contro le norme pubblicistiche della stessa (l'apertura di una finestra, l'innalzamento di un piano). Non si capisce dunque come sia possibile tutta questa comprensione per i poveri cittadini sgomberati (il discorso non vale solo per gli eritrei di piazza Indipendenza) e l'implacabile pugno di ferro per gli abusivi ischitani e non solo. Non prendiamo le parti né dei primi né dei secondi. Ma cerchiamo semplicemente di dire che per un liberale la differenza tra il sindaco Merola che concede locali pubblici ad un centro sociale dopo averli sgomberati da un altro edificio, e il sindaco che non procede alle demolizioni, non esiste. Anzi Merola commette un delitto ancor maggiore.

Ps. Vivi complimenti al prefetto di Roma che ha rivendicato lo sgombero senza nulla cedere al piagnisteo collettivo.

Ischia, dalla magnitudo all'epicentro: i dati sbagliati sul terremoto, scrive il 26 agosto 2017 "Skytg24". La relazione dell'Ingv alla Commissione grandi rischi rivede la localizzazione del sisma: non in mare, ma a 1 km a sud ovest da Casamicciola Terme (dove ci sono stati i danni maggiori e le vittime) e a circa 2 km di profondità.

Confermata la forza, già salita da 3.6 a 4. Prima la magnitudo, poi l’epicentro e la profondità. Il terremoto di Ischia, che ha provocato due vittime, decine di feriti e diversi crolli, è anche il sisma degli errori degli scienziati. I dati sulla scossa del 21 agosto, infatti, sono stati rivisti dagli esperti a giorni di distanza: dopo la magnitudo corretta, l’epicentro è passato dal mare a Casamicciola e la profondità è diminuita.

Rivisti epicentro e profondità. Nella relazione presentata dall’Ingv alla Commissione grandi rischi, l’epicentro del terremoto non è più in mare e a 10 chilometri di profondità, ma è a 1 chilometro a sud ovest da Casamicciola Terme e a circa 2 chilometri di profondità. In pratica, nella zona in cui si sono registrati i danni maggiori e le vittime. “Il forte danneggiamento rilevato nella zona alta di Casamicciola con intensità macrosismica VIII, oltre alla scarsa resilienza del costruito, è dunque imputabile sia alla superficialità dell’evento, che all’amplificazione locale dei terreni”, ha spiegato l’Ingv. A poche ore dal sisma, l’istituto aveva rivisto anche la magnitudo: era passata da un iniziale 3.6 a 4.

La spiegazione dell’Ingv. Per giustificare i dati rivisti, l’Ingv ha spiegato che, “per poter essere localizzati con precisione, i terremoti in zone vulcaniche richiedono modelli di velocità specifici dell’area. Tali modelli sono disponibili e ben verificati per l’area vesuviana e quella etnea, ma non per l’Isola d’Ischia perché, per essere messi a punto e calibrati, deve essere utilizzata la sismicità locale stessa. Dal 1999 a Ischia vi sono stati in media meno di 5 terremoti l’anno, insufficienti per elaborare un modello di velocità di riferimento affidabile”. I primi risultati, quindi, “erano approssimativi” e sono stati corretti dopo analisi più approfondite.

Polemiche sui dati sbagliati. Le polemiche sui dati sbagliati, però, non si fermano. Soprattutto perché fin da subito alcuni scienziati hanno messo in dubbio i numeri, ma ci sono voluti giorni perché gli errori venissero riconosciuti e corretti. “Il terremoto è necessariamente più superficiale”, aveva detto a Sky TG24 a ridosso del sisma Giuseppe Luongo, professore emerito di Vulcanologia all’università Napoli. In un’intervista al Mattino, l’ex presidente dell’Ingv Enzo Boschi attacca: “È inammissibile sbagliare così la magnitudo, la direzione del sisma, l'epicentro, e soprattutto la profondità focale del sisma con un margine di errore così ampio. Inconcepibile, senza precedenti”. “Se si fosse detto da subito che l'epicentro del terremoto era circoscritto a una piccola porzione di Casamicciola, proprio com'era intuibile soltanto guardando la tv, migliaia di turisti non avrebbero lasciato Ischia in preda al panico”, ha aggiunto Boschi. Concetto ripreso ai microfoni di Sky TG24 anche da Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale dei Verdi in Campania. Oltre a chiedere le dimissioni dei vertici dell’Osservatorio Vesuviano, Borrelli ha sottolineato come la “comunità ischitana sia stata massacrata perché un piccolo terremoto di basso magnitudo ha fatto cadere le case”, mentre i nuovi dati hanno mostrato che “le case sono cadute perché è come se fosse esplosa una bomba lì in mezzo”.

Verifiche sull’abusivismo. Nonostante i nuovi dati, comunque, continua il lavoro della magistratura per accertare se le responsabilità dei crolli siano non solo delle scosse ma anche dell’abusivismo edilizio, di lavori non a norma, di materiali scadenti utilizzati. Sull’isola d’Ischia, come spiega un’inchiesta di Sky TG24 sugli abusi edilizi, ci sono complessivamente 28mila richieste di condoni edilizi.

Terremoto di Ischia, magnitudo giusta solo dopo 4 giorni, scrive Mariagiovanna Capone, Sabato 26 Agosto 2017, su "Il Messaggero". Quattro giorni per ottenere la rilevazione del terremoto di Ischia. Quattro giorni di dati ballerini, di vulcanologi e sismologi allibiti da valori incongruenti rispetto a quello che la storia sismica del luogo insegnava. Ma come è andata davvero?

LA MAGNITUDO. Venti minuti dopo la scossa delle 20.57 di lunedì scorso, avremo magnitudo locale (Ml) 3.6, profondità ipocentrale 10 chilometri, epicentro a mare, al largo di Forio nel settore Ovest come dirà l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, basando il dato sull’elaborazione di 197 stazioni della rete nazionale. Poco dopo la mezzanotte dall’Osservatorio Vesuviano, sede napoletana dell’Ingv, arrivano i dati rielaborati con magnitudo durata (Md) 4.0, ipocentro a 5 chilometri di profondità e un epicentro sempre a mare ma stavolta a circa 3 chilometri dalla costa Nord. La comunità scientifica immediatamente reagisce storcendo il naso perché vada per la magnitudo, essendo misurata con parametri differenti poiché una e Ml e un’altra Md, ma le differenze tra epicentro ed ipocentro appaiono troppo diverse tra loro e il dubbio si insinua anche tra illustri scienziati come Enzo Boschi, ex presidente Ingv fin da quando si chiamava ancora Ing, e Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Ov. Un dubbio che all’indomani diventa conferma poiché negli uffici di via Diocleziano che ospitano i ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano, chi ha studiato la sismicità dell’isola di Ischia trova i dati troppo discordanti rispetto a quelli storici e rielabora personalmente i valori dell’evento di martedì. Risultato? Magnitudo 4.0, epicentro a poche centinaia di metri dalla via Borbonica a Casamicciola alta, e profondità di circa 2 chilometri. Anche altri colleghi fanno la stessa rielaborazione usando altri modelli e il risultato è praticamente identico. Il tam tam negli ambienti di ricerca è immediato ma resta circoscritto. Da mercoledì mattina, quindi, sono in molti a sapere dell’effettiva rilevazione del sisma ischitano, e seppure comunicandolo a chi di dovere, hanno visto il dato invariato. Cambierà quattro giorni dopo appunto, ufficializzando ieri pomeriggio una magnitudo durata di 4.0, una profondità ipocentrale di 1 chilometro 730 metri e un epicentro su via Santa Barbara, nella parte alta di piazza Bagni. È chiaro che qualcosa non ha funzionato. Cosa è avvenuto, dunque? Un errore molto semplice e non affatto strano: nei minuti immediatamente successivi alla scossa chi era di turno all’Ov ha usato un modello di velocità 3D dei Campi Flegrei che tocca solo marginalmente Ischia. Il dato finale quindi ha completamente spostato il posizionamento, trascinandolo verso la costa flegrea. Per l’elaborazione avvenuta nella mattinata di mercoledì e ufficializzata soltanto ieri, invece, si è usato un modello di velocità «1D». Nel software usato dall’Osservatorio Vesuviano, chiamato NonLinLoc, sono stati immessi cioè dei riferimenti e delle formule diverse, valide proprio per Ischia, poiché ogni luogo ha caratteristiche differenti in superficie e nel sottosuolo, per intenderci, e a maggior ragione in aree vulcaniche. Rilievi ottenibili nel giro di minuti, al massimo ore, ma di certo non in quattro giorni come si vuole far credere.

I DATI. Ufficialmente, invece, Ingv e Ov lo hanno divulgato soltanto ieri. «Compito di un istituto di ricerca è di fornire una prima elaborazione per permettere alla macchina della Protezione Civile di mettersi in moto e inviare i soccorsi» spiega la direttrice dell’Ov Francesca Bianco. «Poi si studia il fenomeno, anche con differenti approcci, rielaborando i dati con differenti algoritmi, modelli di velocità, e così via. Non ci siamo infatti fermati e oggi (ieri, ndr) abbiamo ottenuto un dato che riteniamo più valido. Non perché fosse sbagliato quello precedente, ma perché i modelli usati erano diversi. Non lo abbiamo localizzato, che so, a Stromboli, sempre a Ischia era. Mi chiedo, che scienziati saremmo se ci fermassimo alla prima elaborazione? È aggiungo altro che continuiamo a considerarlo preliminare perché le elaborazioni proseguono». La comunità scientifica ha tirato un sospiro di sollievo alla vista dei dati corretti e pubblicati ieri pomeriggio. «Pare che si siano convinti 4 giorni dopo. Adesso è ufficiale finalmente» esulta Giuseppe De Natale, ex direttore dell’Ov. «Molti mi hanno chiesto - continua - se sia possibile che un modello di velocità non appropriato possa causare uno spostamento dell’epicentro di vari chilometri, in un’area come Ischia e con stazioni sismiche localizzate entro pochi chilometri una dall’altra. Da sismologo, rispondo che in teoria è possibile, ma solo se il modello di velocità errato, completamente campato in aria. Quindi, in un contesto ragionevolmente equilibrato, da sismologo risponderei senz’altro: è impossibile. Ciò che invece sarebbe possibile, ma è cosa diversa, è che, senza utilizzare le stazioni sismiche vicine per la localizzazione, si fossero usate solo stazioni molto lontane (rete nazionale). Ma non sarebbe comprensibile, perché almeno tre stazioni di Ischia funzionavano bene, ed indicano chiaramente l’epicentro sotto Casamicciola, a circa 2 chilometri di profondità».

Il terremoto di Ischia ha fatto sprofondare il terreno di 4 centimetri. I satelliti italiani ed europei hanno mostrato con chiarezza la deformazione del suolo. L'epicentro del sisma non era in mare come annunciato in un primo momento, ma molto vicino al centro di Casamicciola. Piccolo sciame sismico registrato anche sull'Etna, scrive Elena Dusi, il 26 agosto 2017 su "La Repubblica". Il terremoto di Ischia ha fatto abbassare il suolo di 4 centimetri a Casamicciola. Le immagini dallo spazio mostrano lo sprofondamento di una porzione del versante nord del vulcano Epomeo. Il movimento della terra durante la scossa del 21 agosto è stato registrato dai satelliti europei Sentinel-1 e italiani Cosmo-SkyMed, che sono passati sopra all’isola prima e dopo il sisma. I dati acquisiti dall’Agenzia Spaziale Italiana (che gestisce la flotta Cosmo-SkyMed insieme alla Difesa) sono stati elaborati dall’Istituto per il rilevamento elettromagnetico dell’ambiente del Cnr e forniti alla Protezione Civile. E’ proprio sotto il versante sprofondato che la scossa probabilmente ha avuto origine. L’istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha ricalcolato la posizione, che è stata aggiornata anche nelle mappe dell’Usgs, il servizio geologico americano. Il nuovo ipocentro si trova un chilometro a sud-ovest di Casamicciola e a 1,7 chilometri di profondità. Le stime della magnitudo si sono assestate su tre valori. La magnitudo Richter è stata 3.6. Si tratta del metodo di calcolo più rapido, che viene usato immediatamente dopo ogni scossa nella sala sismica dell’Ingv a Roma e ha sempre un'incertezza di 0,2 gradi. L’Osservatorio Vesuviano di Napoli (una sezione dell’Ingv) ha calcolato anche la magnitudo durata, che tiene conto di quanto tempo i sismografi hanno oscillato, ed è stata 4.0. L’Usgs infine, che utilizza una propria rete di stazioni sismiche installate in tutto il mondo ed è in genere meno precisa rispetto alle reti locali per le piccole scosse, ha pubblicato un valore di 4.2 di magnitudo di onde di volume (un terzo metodo di calcolo). A seconda del tipo di rocce e della loro temperatura infatti le onde sismiche si propagano a velocità diverse (tre chilometri sotto all’Epomeo si raggiungono i 400 gradi e la terra è già simile a cioccolato fuso). I segnali dei sismogrammi vanno dunque interpretati sulla base delle variazioni delle caratteristiche della crosta. Quel che sappiamo da tempo è che il monte Epomeo sta lentamente abbassandosi, soprattutto sul versante sud. La scossa di lunedì sera potrebbe essere la risposta all’accumulo delle tensioni sotterranee causate da questi spostamenti di lungo periodo. Purtroppo però due delle quattro stazioni sismiche installate sull’isola non sono riuscite a trasmettere le loro registrazioni alla rete nazionale a causa del black out elettrico. L’Ingv, in una nota di venerdì sera, ha spiegato che “per essere localizzati con precisione, i terremoti in zone vulcaniche richiedono modelli di velocità delle onde sismiche specifici dell’area. Tali modelli sono ben verificati per l’area vesuviana e quella etnea, ma non per l’isola di Ischia. Per metterli a punto e calibrarli, infatti, bisogna sfruttare la sismicità locale del passato. Dal 1999 a Ischia ci sono stati in media meno di 5 terremoti all’anno e tutti di magnitudo inferiore a 2.5, insufficienti per elaborare un modello di velocità affidabile”. La scossa di lunedì sera, proprio perché poco profonda, vicinissima al centro abitato e in parte amplificata da un terreno leggero e franoso, è stata comunque molto violenta. Ha scosso il suolo a una velocità di quasi 18 centimetri al secondo, con un'accelerazione pari a 0,28 volte la gravità. Sull'Etna intanto la notte di venerdì si è verificato un piccolo sciame di una quindicina di scosse. La più intensa ha raggiunto una magnitudo Richter 3.3. La zona interessata è stata quella del versante sud (Santa Maria di Licodia, Ragalna, Pedara), su una faglia ben nota ai ricercatori. Gli abitanti dei paesi sono usciti in strada dallo spavento. I tremori indicano probabilmente dei movimenti di magma nel sottosuolo. Il fenomeno è considerato normale, visto che l'Etna è il secondo vulcano più attivo del mondo, dopo il Kilauea alle Hawaii.

«Errori di calcolo inammissibili e assenza di trasparenza. È evidente che da qualche tempo nell'istituto qualcosa non funziona più a dovere». La sentenza del sismologo Enzo Boschi, ventotto anni di carriera all'Ingv di cui dodici anni alla presidenza, è lapidaria, scrive il 26 agosto 2017 "Il Mattino.

Lei è stato il primo, poco dopo il sisma, a dire che la magnitudo e l'ipocentro erano stati sottostimati. E lo ha fatto sulla base delle semplici immagini televisive. Perché invece chi aveva a disposizione dati e strumenti ha fatto valutazioni errate?

«Chi ha un minimo di competenza sulla sismicità dell'isola, sa bene che lì si sono verificati in passato terremoti poco profondi a breve distanza da Casamicciola. Evidentemente, chi quella notte nell'istituto si è occupato delle rilevazioni, non era in possesso di nozioni e competenza sufficiente. È solo una questione di stupidità e ignoranza».

L'Ingv ha imputato gli errori al fatto che le valutazioni di terremoti che avvengono in zone vulcaniche sono più complesse e più soggette ad errori.

«Si tratta di operazioni di calcolo semplicissime, con un margine di errore quantificabile nello 0,2 di magnitudo. Per le valutazioni di terremoti in aree vulcaniche sono a disposizione modelli internazionali che funzionano benissimo. Basta applicarli, e saperli leggere correttamente. Ma lei comprende che danno è stato fatto all'Isola?».

Ce lo spieghi.

«Se si fosse detto da subito che l'epicentro del terremoto era circoscritto a una piccola porzione di Casamicciola, proprio com'era intuibile soltanto guardando la tv, migliaia di turisti non avrebbero lasciato Ischia in preda al panico».

Ipotizza quindi che qualcuno chiederà i danni?

«È già accaduto in passato. Una class action contro chi ha diffuso dati errati, con conseguenti danni d'immagine al territorio interessato».

Perché tanti errori?

«Già il 15 giugno scorso avvenne un fatto incredibile, quando l'istituto associò la magnitudo 5.1 di un terremoto nelle Filippine al sisma di magnitudo 1.6 registrato a Pieve Torina, vicino Macerata. Probabilmente c'è qualcosa che non va nella nuova gestione».

Problemi di risorse?

«I fondi ci sono, circa 50 milioni all'anno, di cui 15 dalla Protezione civile. Credo si tratti piuttosto di problemi di organizzazione interni. Ad agosto ci sono le ferie: la pratica sarà finita nelle mani di qualcuno che forse non aveva l'esperienza sufficiente per gestirla. È inammissibile sbagliare così la magnitudo, la direzione del sisma, l'epicentro, e soprattutto la profondità focale del sisma con un margine di errore così ampio. Da un ipocentro stimato a 10 km di profondità siamo passati a uno di 1,75. Inconcepibile, senza precedenti».

Mai successo niente di simile, nei dodici anni che ha guidato l'Istituto?

«Qualche errore fu commesso, ma mai nulla di simile. E quando si verificò ne rendemmo immediatamente conto. Chiedemmo scusa, nella più totale trasparenza».

Dice che c'è stato anche un cortocircuito comunicativo?

«Suppongo che si siano voluti tenere gli errori sottotraccia, onde evitare di dovere licenziare i responsabili del pasticcio. Ma era meglio dire: scusate, abbiamo sbagliato. La trasparenza è la maniera migliore per preservare la credibilità scientifica».

La doppia articolazione Ingv-Osservatorio vesuviano può avere provocato un cortocircuito nel coordinamento?

«È plausibile, ma non ne ho contezza. So per certo che nel corso della mia presidenza è sempre filato tutto liscio».

TERREMOTO DI ISCHIA E SISMICITA' INDOTTA: ALCUNE CONSIDERAZIONI. Scrive Albina Colella sabato 26 agosto 2017. Terremoto di Ischia del 21 agosto 2017: mentre sui media si accendeva la polemica sulle rilevazioni iniziali di INGV secondo alcuni sbagliate, con stime della profondità focale e dell'epicentro del sisma riviste in maniera sostanziale, e con comunicazioni di magnitudo diverse, non si può fare a meno di pensare se il problema della sismicità indotta/innescata c'entri qualcosa in questa vicenda o meno. Il motivo? La fattibilità dell'Impianto Pilota Geotermico "Serrara Fontana" a Ischia, che potrebbe essere compromessa da una valutazione poco favorevole delle condizioni geologiche del sottosuolo. Nel 2015 la società Ischia GeoTermia s.r.l. ha infatti avviato le pratiche autorizzative per la realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica sfruttando fluidi geotermici: esso prevede la realizzazione di una centrale di produzione elettrica, di due pozzi di produzione e di un pozzo di reiniezione di tale fluido, con una profondità verticale dei pozzi dal piano campagna di circa 1.300 m. L'impianto ricade nell'area del permesso di ricerca "Ischia Forio" in cui è compreso anche il territorio di Casamicciola Terme, dove si sono verificati i maggiori danni del terremoto suddetto. Di sismicità indotta in Italia si è sempre parlato poco, tranne recentemente: l'argomento è sempre stato scomodo, contestato, quasi tabù. Il motivo è che essa può a volte porre serie limitazioni alle attività industriali di sfruttamento delle risorge energetiche del sottosuolo, come quelle geotermiche e petrolifere, dove ci sono grandi interessi economici in gioco. Cosa è la sismicità indotta? E' una sismicità generata da attività umane e non da processi naturali legati alla deformazione tettonica della crosta terrestre. Come avviene? Alcune attività antropiche alterano l'equilibrio meccanico del sottosuolo modificandone lo stato di sforzo e possono portare alla rottura delle rocce o causare movimenti lungo faglie preesistenti, con lo sviluppo di terremoti in genere di bassa magnitudo. In territori ad alta pericolosità sismica c'è il rischio tuttavia che, lì dove nel sottosuolo sono presenti faglie sismogenetiche e condizioni favorevoli, la sismicità indotta inneschi, anticipandoli, terremoti naturali di origine tettonica con elevati valori di magnitudo. Quali sono le attività antropiche che possono causare sismicità indotta? Le più importanti sono: 1) reiniezione di fluidi nel sottosuolo, 2) sfruttamento dell'energia geotermica, in cui la sismicità è indotta da iniezioni ed estrazioni di fluidi per il trasporto del calore, 3) estrazione di idrocarburi, 4) stoccaggio di gas, 5) variazioni di carico nei bacini idrici, 6) attività mineraria, 7) costruzione di strutture massicce, ecc. In Italia ci sono casi acclarati di sismicità indotta? In un rapporto del 2014 l'ISPRA ha documentato/ipotizzato 16 casi di sismi indotti da attività antropica a partire dal 1960, ma il problema per alcuni di questi è discusso. Il pubblico dibattito tra esperti che è seguito al sisma del 21 agosto 2017 ha delineato uno scenario geologico molto meno tranquillizzante rispetto a quello iniziale. Se infatti in una intervista a Quark dell'aprile 2017 la direttrice dell’Osservatorio Vesuviano (INGV) Francesca Bianco aveva dichiarato che “la sismicità a Ischia era estremamente rara”, il Prof. Franco Ortolani ha invece recentemente ricordato i vari eventi sismici ischitani (circa 14) a partire dal 1228 fino a quello devastante del 1883, che avrebbe provocato circa 2000 vittime. Se le valutazioni iniziali dell'INGV ponevano la profondità focale del sisma a oltre 10 km e l'epicentro ad alcuni chilometri in mare a nord di Ischia, quelle attuali le pongono a poco meno di 2 km di profondità e a 1 km a SO di Casamicciola Terme. Ciò rafforza l'ipotesi che la struttura sismogenetica dell’evento del 21 agosto 2017 sia ubicata proprio nel sottosuolo delle zone alte di Lacco Ameno e Casamicciola alle pendici del Monte Epomeo e non ad alcuni chilometri di distanza dalla costa in mare a nord dell’isola. Se la società Ischia GeoTermia s.r.l. nello Studio di Impatto Ambientale dichiara che nell'area del previsto impianto (vicina a Casamicciola) sono assenti strutture tettoniche sismogenetiche, secondo il Prof. Ortolani invece gli effetti al suolo del sisma del 2017 sono correlabili con quelli dell’evento del 1883 causato da una faglia sismogenetica ubicata a circa 2 km di profondità nel sottosuolo di Casamicciola e Lacco Ameno. E' dunque ovvio che tale nuovo scenario è molto meno favorevole alla realizzazione dell'impianto geotermico, in quanto la sua attività di estrazione e reiniezione di fluidi in prossimità di una faglia sismogenetica potrebbe causare non solo sismicità indotta di bassa magnitudo ma anche sismicità innescata con i relativi danni alle strutture e alle persone. Sarebbe interessante conoscere, come dichiara il Prof. Boschi, cosa è successo nelle sale di sorveglianza dell'INGV di Roma e di Napoli la sera del 21 agosto e soprattutto chi ha materialmente fatto e comunicato le prime valutazioni, e se è vero quel che si dice, e cioè che la rete sismica nell'isola di Ischia durante il sisma funzionava molto parzialmente.

"Terremoto ad Ischia magnitudo 4.0. Ischia docet?" Scrive il Coordinamento associazioni Orvietano, Tuscia e Lago di Bolsena aderente alla Rete Nazionale "No Geotermia Elettrica Speculativa e Inquinante", venerdì 25 agosto 2017. Nessuno ha detto che nell'Isola è prevista una centrale geotermica a Serrara Fontana secondo il piano Berlusconi-Scajola (e che il Governo di centrosinistra non ha modificato). Saggiamente la Regione Campania a giugno scorso ha bocciato tale impianto per la prevedibile sismicità indotta (e si appresta a bocciarne, per gli stessi motivi un altro identico previsto ai Campi Flegrei), mentre dopo il terremoto di Castel Giorgio del 30.05.2016 di magnitudo 4.1 la Regione Umbria - che pure è stata tra le regioni ampiamente colpite dal terremoto appenninico di un anno fa - ancora non si decide a bocciare l’impianto geotermico previsto a Castel Giorgio, ma anzi recentemente ha autorizzato altre ricerche geotermiche sulla Piana dell'Alfina! La motivazione di fondo della bocciatura dell’impianto geotermico di Serrara Fontana, uno dei sei comuni dell’isola di Ischia, sta nella sismicità indotta e danni rilevanti al turismo. Dice infatti la decisione della Regione Campania (Decreto Dirigenziale n. 15 del 16/06/2017 in allegato geo.1669): “Il modello geologico-geotermico e sismo-tettonico presentato dal proponente, anche a seguito delle indagini magnetotelluriche effettuate, è inadeguato e non consente di escludere con ragionevole certezza il verificarsi di sismicità indotta/innescabile connessa all’esercizio dell’impianto, con particolare riferimento alle fasi di estrazione e re-immissione dei fluidi geotermici….Ed ancora: “In base ai dati presentati dal Proponente, l’avvertibilità e i potenziali effetti del terremoto indotto considerato dal progetto (M=2,5) sono da ritenere non del tutto trascurabili. Lo stesso Proponente evidenzia che i terremoti sarebbero avvertibili già per una magnitudo di 1,5 se con ipocentro entro 1 km di profondità. Gli effetti della percezione dei terremoti da parte della popolazione non sono stati adeguatamente considerati, come pure non sono stati considerati i potenziali impatti sull’economia turistica dell’isola, aspetti che allo stato attuale non sembrano essere stati approfonditi adeguatamente”. Ed inoltre: In tale siffatto contesto ambientale, antropico e socio economico il proponente non solo non ha adeguatamente indagato gli stress introdotti dall’attività geotermica (sismicità indotta/innescabile) e i possibili effetti negativi sul sistema delle acque minerali e termali, al fine di escluderli con ragionevole certezza, ma inoltre non ha previsto nessuna garanzia economica in caso di danni a beni e persone derivanti dall’esercizio dell’impianto, ritenendo quindi implicitamente che tutte le esternalità negative debbano essere assunte, nel caso, dalla collettività a fronte di un “interesse pubblico” finalizzato alla produzione di soli 5 MW …”. Continua così il Decreto Dirigenziale: “Allo scarso rilievo strategico dell’impianto, in termini di contributo all’energia da FER producibile in Campania, si associa, invece, un elevatissimo rischio antropico che impatta negativamente sul rischio ambientale, già alto nell’Isola d’Ischia, con conseguenze negative anche sul contesto socio economico, determinato dagli impatti che, in assenza di adeguate indagini e caratterizzazioni come nel caso di specie e considerato il contesto di riferimento, produce in termini di sismicità indotta/innescabile, impatti sul sistema delle acque minerali e termali, impatto paesaggistico, rischio idrogeologico nonché sul rischio vulcanico. Per concludere così: “…Per tutto quanto rappresentato si ritiene che l’impianto, nel contesto ambientale, antropico e socio economico che caratterizza l’Isola d’Ischia, determina rilevanti impatti negativi, in termini di sismicità indotta/innescabile e conseguenti danni a beni e persone, non mitigabili di alcun modo, nonché, conseguentemente, anche al sistema socio economico fondato sul turismo”. Le stesse motivazioni indotte dalla Regione Campania per “bocciare” Serrara Fontana e cioè: sismicità, assenza di garanzia economica in caso di danni a beni e persone derivanti dall’esercizio dell’impianto, scarso rilievo strategico dell’impianto (produzione di soli 5 MW!), impatti negativi sul sistema socioeconomico fondato sul turismo, potrebbero valere anche per “bocciare” il previsto impianto di Castel Giorgio ( e di Torre Alfina), come richiedono tutti i sindaci dell’area ed anche il Consiglio Regionale dell’Umbria. Peraltro il terremoto del 30 maggio del 2016 ha avuto proprio l’epicentro nella aree individuate da ITW-LKW per gli impianti pilota di Castel Giorgio e di Torre Alfina. Questa ennesima posizione della Giunta regionale Campania è un ulteriore dimostrazione che “bocciare “gli impianti pericolosi si può, tutelando i cittadini: se la Regione Umbria, anche dopo tale sollecitazione, non lo farà ai cittadini non rimarrà che punire alle prossime elezioni politiche e regionali il Partito della Presidente (che ha la responsabilità della gestione della regione Umbria), nonostante che a livello locale e regionale il PD hanno preso posizione contro le centrali geotermiche nella piana dell’Alfina. Quanto è successo ad Amatrice e ora a Ischia mostra la gravità della situazione sismica del nostro Paese: non tenerne conto è puramente criminale. Il nostro paese è sismico di per sé: vanno perciò eliminate le cause “antropiche” non essenziali come la produzione di 5 MW di energia elettrica (su un totale di 130.000 MW nazionali)! Riportiamo alcune dichiarazioni a caldo – apparse sul Corriere della Sera del 23.08.2017 (da cui è derivata la immagine di Ischia sopra riportata) - del prof. Doglioni, presidente dell’INGV:” La ferita di Amatrice può ripetersi anche in altre parti d’Italia. La penisola si dilata di 3-4 millimetri l’anno, che ogni qualche secolo determinano movimenti di qualche metro. Potrà capitare di nuovo. Il fenomeno è lo stesso: a chiazze, il terreno sprofonda” e alla domanda di quanto ci vuole a mettere in sicurezza l’Italia Doglioni risponde così:” Non basterebbero cinquant’anni per come siamo messi. I terremoti si dimenticano presto, è naturale eliminare un dolore. Questo aiuta la ricostruzione, ma non la prevenzione, perché induce atteggiamenti fatalisti e a non far nulla. Gli italiani metteranno in sicurezza le case solo quando avranno paura”. E i cittadini che debbono fare? Contare solo i danni ed i morti? La presidente della Regione Marini e l’assessore Cecchini ci rispondano finalmente!

Ischia, traghetti a pagamento: scoppia il caos sul web, scrive il 22/08/2017 "Adnkronos.com". "E' uno schifo, i biglietti per i traghetti per lasciare Ischia erano a pagamento". Divampa la polemica sul web dopo il terremoto che ha scosso Ischia. A far discutere, in particolare su Facebook, la partenza precipitosa di centinaia di turisti dall'isola, con traghetti presi d'assalto e biglietti, a quanto pare, regolarmente venduti in una situazione di panico. "Vergogna ad Ischia. Stanotte la gente, a migliaia, nel panico più totale, è stata costretta a pagare prima il biglietto e poi ci si poteva imbarcare dopo ore ed ore di attesa alle biglietterie. Molte persone hanno fatto a botte per accaparrarsi un biglietto. Quello che andava fatto, era invadere le navi e buttare a mare chiunque si permetteva di chiedere il titolo di viaggio. E' uno schifo. Spero che ci siano avvocati pronti ad intervenire per fare causa alle compagnie di navigazione, al comune di Ischia, allo stato italiano. In una situazione di altissimo stato di emergenza, questa cosa è imperdonabile", si legge in un post pubblicato da Gaetano Di Vaio, che spiega: "Mia nipote è ancora ad Ischia con il marito e i due bambini piccoli. Mi ha riferito tutto lei". "Ora bisogna agire. Oltre alla restituzione dei soldi dei biglietti, vanno chiesti i danni alle compagnie di navigazione e alle istituzioni che non sono intervenute", dice ancora. Le affermazioni innescano un dibattito acceso. Molti utenti condividono la posizione critica nei confronti delle compagnie. Altri, però, non concordano. "Perché la compagnia non doveva farsi pagare il biglietto? Tra l'altro il ticket va fatto un ogni caso per ordine pubblico...immaginate cosa sarebbe accaduto se fosse stato possibile prendere la nave senza biglietto...", fa notare qualcuno. "Ma perché avreste dovuto salire a bordo tutti gratuitamente???", domanda un'altra persona. "Il problema sono i 18 euro di una nave che offre un servizio ??? Tu e chi ti sostiene siete fuori di testa. Questo è il modo per creare altra tensione in un momento molto delicato". Contattata via email e telefonicamente, la compagnia chiamata in causa direttamente dal post pubblicato su Facebook si limita a far sapere che "siamo tutti al lavoro per l'emergenza". Un'altra compagnia, la Snav, dalla propria pagina Facebook "informa l'utenza che, di concerto con l’Assessorato ai Trasporti della Regione Campania e la Prefettura di Napoli, ha immediatamente rinforzato la linea veloce Casamicciola – Napoli con proprie unità aventi trasportabilità di circa 700 passeggeri. E' stata data disposizione di monitorare il flusso alle biglietterie di Casamicciola, che al momento è regolare, rinforzando o raddoppiando le corse nel momento in cui ci fosse reale richiesta di maggiore trasportabilità". "La SNAV è fortemente solidale con la popolazione di Ischia ed è pronta a soddisfare tutte le richieste di assistenza all’isola come sempre avvenuto in caso di necessità", si legge nel messaggio firmato dal Comandante Raffaele Aiello, amministratore delegato della società. Dopo il sisma, anche Alilauro -si legge su Facebook- "ha prontamente allertato i propri uomini affinché nell'immediato si fossero resi disponibili a salpare dai porti di Ischia e Forio verso la terraferma. La celerità degli interventi istituzionali ha sino a questo momento garantito che le operazioni di soccorso procedessero nel migliore dei modi. L'Alilauro a sostegno della popolazione terremotata garantirà la mobilità di quanti lo chiederanno effettuando partenze verso la terraferma ogni 30 minuti. Alla Regione Campania e alle Istituzioni Locali e' stata resa nota la disponibilità del personale tutto a collaborare alla grave emergenza sismica che ha colpito l'isola Verde". Anche Medmar, con un post, nelle ore immediatamente successiva al sisma ha disposto "corse straordinarie per la terraferma dall'isola d'Ischia" da Casamicciola e da Ischia, entrambe per Pozzuoli.

Terremoto Ischia, i furbetti della paura: «fuggiti» senza pagare il conto, scrivono Ciro Cenatiempo e Massimo Zivelli il 24 agosto 2017 su “Il Mattino”. Ischia. La scossa di terremoto e la paura. Per molti villeggianti l’occasione è stata colta al volo. Una buona scusa per scappare senza saldare il fitto della casa delle vacanze, in alcuni casi anche quello pendente presso alberghi e pensioncine. È accaduto anche questo l’altra notte a Ischia, quando nelle ore successive all’evento sismico che ha interessato l’isola, interi eserciti di villeggianti si sono riversati in maniera caotica sui porti di Ischia e Casamicciola con l’intento di partire in tutta fretta alla volta della terraferma e quindi sottrarsi al terremoto e ai suoi effetti. Con le forze dell’ordine completamente impegnate nei soccorsi e nello sgombero dalle aree maggiormente colpite, e contando anche sull’immancabile clima di confusione generale, per tanti l’esodo anticipato di qualche giorno ha fornito l’alibi perfetto per abbandonare senza pagare le case prese in fitto per le vacanze di agosto. O quanto meno, senza completare il pagamento, dopo aver versato solo la caparra all’arrivo. Parecchi i casi che si sono verificati, anche se la notizia è venuta fuori solo adesso, con i riflettori che gradatamente si vanno spegnendo sui fatti principali della drammatica notte di lunedì, mentre arriva il tempo delle valutazioni e dei bilanci. Soprattutto di quanto è costato e quanto peserà in negativo nelle prossime settimane sul bilancio della più importante realtà turistica campana. È venuta fuori ieri, questo storia dei «furbetti» della paura, quando alcuni proprietari di case delle vacanze e anche qualche piccolo albergatore si sono presentati al commissariato. «L’altra notte si sono pure presi a botte sulle banchine pur di trovare un posto sulle navi, e adesso sappiamo perché. Non era il panico per nuove scosse di terremoto, quanto piuttosto la paura di non riuscire a scappare in tempo senza aver pagato il conto» raccontano non senza ironia al commissariato di Ischia, dove qualcuno dei creditori beffati alla fine si è rivolto. La vicenda dei fitti non pagati fa il paio con quella relativa alla pretesa, avanzata sempre l’altra notte dai tanti in fuga dall’isola, di non pagare il biglietto del traghetto, perchè «evacuati dal terremoto». La prima furbizia è andata bene. Ma dopo il lauto pranzo gratis, i soliti furbi almeno il caffè sono stati costretti a pagarlo. Le compagnie marittime infatti si sono fatte pagare regolarmente la trasferta e al massimo hanno convertito senza costi di transazione i biglietti prenotati per fine agosto, anticipandoli alla data dell’altra notte. Non è certo la prima volta che villeggianti o clienti d’albergo in vacanza a Ischia, si dileguano prima di aver saldato il conto della vacanza. È sicuramente però la prima volta che i furbetti della vacanza hanno trovato nel terremoto un complice che ne ha avallato la fuga. «Ci dobbiamo tenere la beffa - è il commento amaro di un locatario - perchè con soggetti del genere anche tentando di far valere il nostro diritto per vie legali, ci sarebbe poco o addirittura niente da recuperare. Quanto accaduto serve da lezione a tutti, in futuro bisognerà riscuotere tutto il fitto con largo anticipo». D’altronde, cofre alla mano, non c’è dubbio che il sisma ha assestato un colpo pesante all’economia dell’isola. Che di turismo vive, e poco più. «Il buco nell’indotto si aggira intorno ai quattrocentomila euro». Secca, lapidaria la considerazione di Ermando Mennella, presidente di Federalberghi delle isole di Ischia e Procida. «La quantificazione – aggiunge – non si regge su basi scientifiche, è ovvio, ma su una serie di fattori comunque chiari. Sono cinquemila le persone che hanno lasciato le strutture alberghiere prima della conclusione della vacanza, in seguito alla paura generata dalla scossa. E altrettante sono andate via dalle seconde case, dalle abitazioni di proprietà o da quelle prese in affitto per questo periodo. Poi bisogna aggiungere un migliaio di pendolari della nuotata che non stanno più affollando traghetti e aliscafi secondo lo schema classico del mordi e fuggi». C’è un altro aspetto da non sottovalutare in prospettiva di medio e lungo termine e riguarda 1.200 i posti letto non disponibili, per un periodo imprecisato, negli alberghi di Casamicciola e Lacco Ameno. «Sono una quindicina in tutto, gli hotel che hanno chiuso per mancanza di prenotazioni o perché, dopo essere stati evacuati, devono essere sottoposti alle necessarie verifiche di agibilità, o a lavori di ristrutturazione. In tale ottica non si possono fare previsioni sui trend di settembre». Sull’altro fronte, quello delle attività commerciali, lo scenario non è catastrofico.

I PASTICCI OLTRE LE POLEMICHE.

Ritardi, pasticci e dimissioni. Tra "casette" non abitabili, norme kafkiane sulle macerie, scuole sempre chiuse, tutti i motivi del flop post-sisma, scrive il 15 agosto 2017 Laura Della Pasqua su Panorama. «Ci hanno assicurato che le casette saranno pronte al massimo entro ottobre. Vogliamo riaprire la scuola a settembre». Il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini, non sa più come rassicurare il suo migliaio di concittadini. Ultime parole famose, tuttavia: quasi di sicuro le scuole non riapriranno dato che i cantieri per adeguare le strutture - una novantina, con interventi importanti - sono quasi tutti fermi. È passato un anno dal sisma che ha devastato il Centro Italia e dalle promesse di Matteo Renzi che si aggirava con la felpa «Amatrice» per le città colpite, ripetendo: «Le casette entro Natale». Dopo la scossa dell’ottobre scorso, la più distruttiva, il termine allunga di sei mesi: «In primavera tutti avranno un tetto». Ma a febbraio si capisce che si tratta del solito spot politico. Anche il Commissario per la ricostruzione, Vasco Errani, in un incontro a porte chiuse con i sindaci rivelato da Panorama, ammette che l’operazione per i moduli abitativi è stata un fallimento. Da quell’episodio cominciano le difficoltà per il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, dimessosi martedì scorso 8 agosto. E proprio la Protezione civile che ha fissato per la fine dello scorso aprile la conclusione dei sopralluoghi sui danni, è smentita dai fatti. Paolo Gentiloni, rispetto a Matteo Renzi, ha mutato solo i messaggi: dalle promesse si passa ai rimpalli sui ritardi. Errani in una intervista sottolinea che «leggi e soldi ci sono, ora vanno fatti progetti». Come dire: il governo la sua parte l’ha fatta ma se tutto marcia a rilento è colpa dei sindaci che non individuano le aree per le casette, delle Regioni che non fanno le urbanizzazioni e dei professionisti che non presentano i progetti di ricostruzione. Le leggi infatti, quelle, non mancano. In una bulimia normativa, il governo ha varato ben quattro decreti e il Commissario per la ricostruzione 35. Insomma, la situazione resta congelata. Ci sono da eseguire circa 20 mila verifiche sui danni. Le «casette» sono ancora un sogno per gran parte dei paesi. Su 3827 Sae, le Soluzioni abitative di emergenza richieste da 51 comuni, ne sono state consegnate circa 534. In alcuni comuni delle Marche i prefabbricati arriveranno addirittura a ottobre. Nella maggior parte, però, solo il prossimo anno. Tant’è che il governo, prendendo atto di questa débâcle, ha dovuto prolungare lo «stato di emergenza» al 28 febbraio 2018 in modo da garantire il contributo per una sistemazione autonoma a quanti sono ancora in affitto. Intanto, si registrano anche i primi problemi nei moduli già consegnati. Succede per esempio nelle 25 casette di Amatrice del cosiddetto Campo zero. Qui i residenti già lamentano infiltrazioni d’acqua dal pavimento, problemi nelle fognature più vari altri malfunzionamenti. L’altro grave problema è che procede a rilento lo sgombero delle macerie. Finora ne sono state rimosse meno del dieci per cento. E la vera ricostruzione non può iniziare: un solo cantiere aperto nelle Marche, 50 interventi leggeri avviati in Umbria, nessuno «pesante». Anche qui il governo ha fatto slittare di cinque mesi, al 31 dicembre prossimo, la scadenza per presentare i progetti e le relative richieste di contributi per la ricostruzione. Se si chiede conto dei ritardi alle istituzioni la risposta è sempre la stessa: è stato un terremoto straordinario (come ce ne fossero di ordinari) e l’area è vasta. Comuni e Regioni, dal canto loro, accusano l’iperburocratizzazione.

Ecco davvero cosa e perché non ha funzionato.

Le macerie? Come spazzatura. Sì, i detriti sono stati considerati alla stregua dei rifiuti solidi urbani. Ciò significa che per la rimozione sono state coinvolte le imprese che abitualmente si occupano della spazzatura. Se poi viene trovato dell’amianto, tutto si blocca in attesa della ditta specializzata. Lo stesso vale se ci sono resti con valore artistico e storico. Allora bisogna avvertire la Soprintendenza. È stata adottata una procedura ordinaria per una situazione straordinaria. Se le macerie sono in un’area privata, occorre il consenso del proprietario per portarle via. Trovarlo non è sempre semplice, perché può anche essere all’estero o può accadere che la proprietà sia divisa tra più persone. L’autorizzazione è inoltre necessaria per le demolizioni. Nonostante internet il Comune deve ancora usare la raccomandata per informare il cittadino. Di Pec, la comunicazione via mail certificata, nemmeno a parlarne. Per la Confartigianato imprese di Macerata sarà necessario gestire questo smaltimento almeno per i prossimi 6-8 anni.

Sopralluoghi al rallentatore. Il 22 febbraio scorso la Protezione civile assicurato, anche in polemica con le stime di Panorama, che entro due mesi si ultimeranno le verifiche sui danni del sisma. Risultato: a oggi ne mancano circa 20 mila. Non potrebbe essere altrimenti, visto il tortuoso percorso normativo, disseminato di improvvisi cambiamenti. Come quello delle schede di rilevazione sugli effetti del terremoto; prima il meccanismo complesso delle Aedes (che indicano l’entità del danno in base a una classifica), poi quello più semplice delle Fast (che dicono solo se un edificio è agibile o no). Queste ultime, però, non sono valide per ottenere i contributi pubblici alla ricostruzione. E quindi bisogna comunque passare per le Aedes, istruendo così una doppia ispezione. Naturalmente a monte di tutto questo c’è il lavoro preparatorio a carico del Comune, che deve compilare un fascicolo per ciascun immobile con le caratteristiche e i dati catastali, indicando eventuali condoni edilizi...

Nuove tecnologie sì, ma in tilt. Internet, mail, comunicazioni via Pec, piattaforme informatiche: anche con questo sisma sono state tutte battuti dalla burocrazia. Per avvisare i proprietari di un immobile che occorre eseguire una demolizione, il Comune deve comunque mandare una raccomandata cartacea. Il sistema informatico «Mude», su cui gli ingegneri e i geometri caricano i progetti per trasmetterli all’ufficio ricostruzione, è rimasto inattivo per mesi. Eppure non è una novità, dal momento che è stato usato per il terremoto dell’Emilia del 2012. Il blocco ha costretto i professionisti a sobbarcarsi un doppio lavoro: i progetti trasmessi via Pec non sono entrati in automatico sul Mude, una volta attivato. Gli ingegneri hanno quindi dovuto rispedire tutte le pratiche. Poi c’è «Erikus» il software per condividere le informazioni sui sopralluoghi tra più enti: è andato avanti tra mille difficoltà perché richiede personale esperto e tempestività nelle comunicazioni. Gran parte delle amministrazioni locali hanno un organico ridotto all’osso, impreparato ad affrontare l’emergenza.

La casetta e il suo labirinto. Si fa presto a dire casette. Innanzitutto un sindaco deve decidere quanti prefabbricati richiedere. Poi deve individuare le aree dove posizionarle. L’operazione non è facile perché il primo cittadino deve vedersela con i vincoli ambientali se si trova in un parco nazionale e, più in generale, con i rischi idrogeologici. La parola quindi passa alla Regione per il giudizio di idoneità. Ma la pratica torna poi al Comune che deve occuparsi dell’esproprio. Va convocato il proprietario e occorre preparare un fascicolo per ogni fabbricato. Quando anche questi adempimenti sono stati espletati, la Regione consegna le aree al Consorzio (Cns) responsabile della fornitura dei prefabbricati, che deve preparare il «layout», cioè il progetto. Questo va all’approvazione di Comune e Regione. Dopodiché la ditta prepara il progetto definitivo che rifà lo stesso percorso di autorizzazioni. E non è finita. Prima di montare le casette, bisogna effettuare i lavori di urbanizzazione, cioè portare gli allacci delle utenze. E di questo se ne deve occupare la Regione che indice le gare per individuare le imprese. Se poi nell’area ci sono anche centri commerciali o spazi sociali dedicati a bambini e anziani, occorrono ulteriori specifiche autorizzazioni. Franz Kafka non avrebbe saputo fare di meglio.

Fuori dalle aule. Tra un mese comincia l’anno scolastico, ma la maggior parte delle strutture per l’insegnamento nell’area del sisma è inagibile o distrutta. Eppure i fondi per il recupero ci sono: molti provengono da donazioni di enti e imprese private e da quegli italiani che hanno aderito alle campagne di solidarietà e che ora vorrebbero sapere come sono stati spesi i loro contributi benefici. A costoro bisognerà spiegare come mai il piano straordinario per la riapertura delle scuole a settembre, varato nel gennaio scorso dal Commissario Errani, è utopistico e come mai non è stata trovata una soluzione in tempo utile. Le gare per ristrutturare una novantina di edifici scolastici sono andate quasi tutte deserte, nonostante la cifra stanziata fosse ragguardevole: 230 milioni di euro. A scoraggiare le imprese sarebbero state le regole stringenti che prevedevano la presentazione del progetto insieme all’offerta economica e tempi ravvicinati. Così sono passati sette mesi per capire che il meccanismo era da cambiare: il 31 luglio, infine, il Commissario ha presentato un’ordinanza che modifica la sua precedente di gennaio. Il progetto esecutivo ora va presentato solo dall’impresa che si è aggiudicata i lavori e il contratto definitivo di appalto sarà firmato dopo l’approvazione delle Conferenze permanenti. Le Marche avevano previsto 38 interventi, per un costo di 139 milioni di euro, l’Umbria 22 (31 milioni), l’Abruzzo 15 (24 milioni), il Lazio 12 (35 milioni). Ma siamo fuori tempo massimo. Già si sta pensando a un piano B, ovvero all’ipotesi di sistemare le aule in tensostrutture temporanee, potenziando il sistema di navette e scuola-bus per trasportare gli studenti dai luoghi dove ora risiedono. Ma c’è anche un altro problema. Ammesso che si riesca nell’impresa di rendere agibile qualche edificio scolastico tra settembre e ottobre, intorno ad essi ci sarà un deserto di macerie. Senza le casette, i ragazzi saranno comunque costretti a faticosi pendolarismi da alberghi e appartamenti provvisori, dove sono sistemati da un anno.

Freni da «sindrome dell'abuso». Nonostante l’emergenza molti vincoli urbanistici - anche assurdi, durante una situazione di emergenza - rimangono. Le zone del «cratere» fanno parte di due parchi nazionali, dei Monti Sibillini e dei Monti della Laga. Significa che ogni intervento, sia la messa in sicurezza dell’argine di un fiume a rischio di esondazione come l’installazione di roulotte o case mobili, è soggetto a regole ferree. Le aree sono sottoposte anche a normative europee di tutela ambientale. Nessuna deroga anche al Testo unico sull’edilizia. Non è consentito dunque mantenere su terreni di proprietà privata una casetta comprata di tasca propria per più di tre mesi. Pena, l’incorrere nel reato di abuso edilizio.

Ricostruzione ad ostacoli. Anche la presentazione dei progetti per la ricostruzione vera e propria è sottoposta a passaggi macchinosi. Il professionista deve appunto inoltrare all’Ufficio tecnico della ricostruzione 15 gruppi di certificati, ognuno dei quali include altri documenti. Finita l’istruttoria, il progetto viene trasmesso al Comune che deve verificare che il progetto di ricostruzione rispetti il piano urbanistico. Ma qui, senza tenere in alcun conto l’emergenza, la pratica viene messa in coda alle altre che non riguardano specificamente il terremoto. Non c’è infatti una norma che dia priorità alla ricostruzione post-sisma. Numerosi progettisti si sono lamentati, ma non c’è stato niente da fare. Gli impiegati si attengono a quanto previsto. Negli uffici le schede dei sopralluoghi si stanno accumulando, anche perché numerose sono sbagliate, e dovrebbero essere rimandate indietro al tecnico per correzioni e integrazioni. Tutto ciò crea ulteriore blocco della ricostruzione.

Stalle: chi le ha viste? Dopo un anno risulta pronta solo una stalla su tre. Su 247 richieste ne sono arrivate, e ne funzionano, appena 82. Anche in questo caso, inadempienze e ritardi. L’appalto per realizzarle affidato dapprima alla ditta veneta Lmv è stato deludente. Come riferisce la Coldiretti, l’impresa avrebbe dovuto consegnare entro il 9 gennaio scorso 69 stalle mobili. A quella data, ne risultavano completate due. Preso atto della situazione, a febbraio la Regione Marche ha risolto il contratto con la Lmv e ha dato l’incarico alla Frimat. A marzo per accelerare i tempi è stato coinvolto, su proposta di Coldiretti, il Consorzio di Bonifica. A Castelsantangelo sul Nera la prima stalla si è vista a luglio. Dopo undici mesi.

Nel caos delle scadenze. Succede nella richiesta dei contributi pubblici per la ricostruzione leggera. Alcune date sono state aggiornate addirittura quando il termine era stato superato. Si è creato così il caos. La domanda andava presentata, insieme alla ormai famigerata scheda Aedes con la descrizione dell’entità dei danni, entro il 31 luglio 2017. Ma a quella data mancavano ancora numerosi sopralluoghi. Ecco che il governo ha deciso di posticipare la scadenza al 31 dicembre. La procedura però resta uguale, lunga e complessa. Dopo che l’ispezione ha certificato la non agibilità della casa, il Comune deve emanare una ordinanza di sgombero. Poi occorre un controllo più approfondito, riportato sulla scheda Aedes che va inviata via posta elettronica certificata alla Protezione civile per l’esame. L’ufficio ricostruzione avvia un’istruttoria per capire se gli interventi di «ricostruzione leggera» sono compatibili con il livello di danno in che misura il proprietario ha diritto al contributo. Un iter, ha spiegato un ingegnere a Panorama, richiede almeno un mese. Il percorso è fitto di insidie, perché l’amministrazione può richiedere documenti aggiuntivi. Il professionista deve attendere che la verifica sia ultimata per presentare il progetto. Ecco perché l’originale scadenza di luglio è saltata. Sono stati superati anche i termini per definire le aree più colpite dal sisma - che è il primo passo per avviare la procedura di ricostruzione. L’ordinanza del 23 maggio di Vasco Errani dava alle Regioni un mese per concludere l’operazione. Nulla invece è stato fatto.

Se una modifica scaccia l'altra. Una metà delle 35 ordinanze del Commissario per la ricostruzione Errani contengono modifiche alle precedenti. Come quelle che riguardano le delocalizzazioni di attività imprenditoriali. Le aziende agricole, la maggioranza in queste aree, erano state escluse. Sono poi state incluse, ma a termini scaduti per presentare la richiesta di spostamento delle attività. È stata necessaria quindi un’altra ordinanza che ha fissato la data ultima al 31 maggio. Modificate più volte anche le misure per la riparazione e il ripristino degli immobili a uso produttivo. Un altro atto di Errani ha cambiato all’improvviso i contratti per i professionisti impegnati nei progetti di ricostruzione, creando ulteriore e defatigante confusione.

TERREMOTO. SULLA PELLE DEI DISGRAZIATI.

Le scarpe nuove per i terremotati? Vanno ai migranti. Scandalo in Abruzzo. Dopo averle abbandonate in un magazzino, 5mila paia di scarpe "Vans" raccolte da CasaPound finiranno alle associazioni che si occupano di accoglienza, scrive Giuseppe De Lorenzo, Mercoledì 01/02/2017, su "Il Giornale". Oltre 5mila scarpe di marca destinate ai terremotati sono state donate alle associazioni che si occupano di accoglienza. Ovvero ai migranti. È l'ultima, assurda puntata di una storia di sprechi e mancati controlli, burocrazia e negligenze, che ha finito col penalizzare gli sfollati del sisma dell'Aquila del 2009. Privandoli di scarpe, giacche e pantaloni che ora verranno indossati dagli immigrati. Facciamo un passo indietro e torniamo a quei drammatici momenti della primavera del 2009, quando una scossa di magnitudo 6.3 piegò il capoluogo abruzzese. Nel pieno dell'emergenza, il 5 agosto CasaPound riceve dall'azienda di abbigliamento statunitense «Vf International Sagl» un'ingente donazione destinata ai terremotati. Si trattava di 5.493 paia di calzature della «Vans», un vero e proprio tesoro in una situazione in cui un paio di scarpe avrebbero potuto fare davvero la differenza. CasaPound le affida all'amministrazione del Comune di Poggio Picenze che, in attesa di poterle distribuire, le stipa nel bocciodromo del paese. Per qualche motivo, però, nessuno si occupa di consegnarle agli sfollati e così inizia un tour di spostamenti infinito: a gennaio 2011 le calzature vengono portate in un magazzino comunale a l'Aquila e nel 2012 approdano nell'Autoparco Comunale. Un viavai ingiustificato con l'unica conseguenza di far cadere nel dimenticatoio quei doni dal valore complessivo di 39.175 euro. E infatti, col tempo, il magazzino si riempie di sampietrini e materiale elettorale, nascondendo le scarpe sotto la sporcizia. Solo nel febbraio dell'anno scorso gli agenti del Nipaf della Forestale si accorgono, casualmente, degli scatoloni colmi di beni intonsi e mai utilizzati. L'assurdo ritrovamento fa scattare le indagini coordinate dal pm Roberta D'Avolio. Nessuno però si assume la responsabilità di tanto spreco e nel fascicolo non ci sono indagati. Così, nel frattempo, i mesi passano e l'attenzione mediatica sollevata dal consigliere di circoscrizione Francesco De Santis pian piano si spegne. Fino a quando, pochi giorni fa - nel bel mezzo dell'emergenza neve che ha investito l'Abruzzo -, le autorità decidono di liberare le «Vans» dal blocco burocratico che le aveva imprigionate e di donarle ai bisognosi. Una nota positiva, direte. Certo, ma con una sorpresa. Alcune scarpe, infatti, sono state destinate ad associazioni impegnate nell'emergenza del recente sisma del Centro Italia, ma la maggior parte sono finite alle associazioni che gestiscono l'accoglienza. E andranno così a rivestire i richiedenti asilo ospitati nei centri profughi dispersi in tutto l'Abruzzo. La decisione di «preferire i migranti agli italiani» ha irritato (e non poco) i vertici abruzzesi di CasaPound che quelle scarpe si era impegnata a raccogliere: «Siamo sconcertati - scrive in una nota il responsabile abruzzese, Simone Laurenzi -. La volontà degli italiani di aiutare i propri compatrioti è stata tradita ancora una volta dalle istituzioni».

I 28 milioni donati con gli sms ai terremotati non sono ancora arrivati a destinazione, scrive il 19/01/2017 Ilario Lombardo su "La Stampa”. Nel giorno in cui la terra è tornata a tremare con forza nelle zone dell’Italia centrale, già fiaccate da uno sciame infinito, si viene a scoprire che i 28 milioni di euro donati dagli italiani per i terremotati di Marche, Lazio e Abruzzo sono ancora fermi nel conto aperto presso la Tesoreria Centrale dello Stato. Il Movimento 5 Stelle ha chiesto conto al governo di questi soldi raccolti attraverso sms e bonifici bancari durante il question time alla Camera, in un botta e risposta tra la deputata Laura Castelli e il neo-ministro dei Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. E così veniamo a sapere che, per una logica che appare puramente burocratica, i soldi ci sono ma non si possono toccare: il «protocollo d’intesa per l’attivazione e la diffusione dei numeri solidali», firmato con le società di telefonia che raccolgono gli sms solidali, e disponibile sul sito della Protezione civile, prevede un percorso preciso che sembra non tener conto del freddo, della neve, delle esigenze del territorio, dei bisogni della popolazione, del terrore delle nuove scosse. Come ricorda Finocchiaro in aula, prima si deve predisporre un’analisi dei danni nelle singole regioni e poi si sottopone a un comitato di garanti, che deve verificare il rispetto delle norme nell’utilizzo dei fondi. Alla fine, i soldi dovrebbero arrivare. «Una procedura incredibilmente lenta che stride rispetto all’emergenza - spiega Castelli – il paradosso è che la solidarietà resta ostaggio della burocrazia». In effetti, la particolare conformazione montuosa del territorio, la prevedibilità della stagione rigida dalla quale non si scappa, avrebbe dovuto rendere la macchina della solidarietà più flessibile per mettere a disposizione i 19 milioni di euro raccolti (in due tranche, al 30 novembre 2016) via sms tramite il numero 45500, e i quasi 8 milioni arrivati con bonifico bancario al 10 gennaio 2017. Il primo terremoto, di questa lunga serie che ha sconvolto il cuore del Paese, è del 24 agosto. Se si tiene conto solo di questo evento, quello più indietro nel tempo, e delle prime donazioni via cellulare chiuse il 9 ottobre, si contano 15 milioni fermi da oltre tre mesi. E tre mesi valgono come tre anni per chi non ha una casa e vede la neve sommergere le macerie senza che dia l’illusione di dimenticare. Per dire, altre forme di raccolta fondi, promosse da aziende private, hanno già prodotto risultati concreti e visibili. Il 29 gennaio, salvo proroghe, si chiuderà la terza donazione tramite sms, che, partita il 31 dicembre, ha già fruttato oltre un milione di euro. Sono 2 euro per ogni messaggio. Servono per ricostruire case, scuole, per salvare allevamenti e colture. L’importante è farli arrivare presto a chi sono destinati.

Quando, dove e perché si usano i soldi degli sms solidali. Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio: 28 milioni di euro raccolti finora, scrive Monica Rubino il 19 gennaio 2017 su "La Repubblica". La polemica è montata sui social ma il caso è stato sollevato dai 5stelle che, dopo il nuovo sisma che ha scosso il Centro Italia flagellato dalla neve, hanno accusato il governo di aver messo in naftalina i fondi per i terremotati raccolti dalla Protezione civile con gli sms solidali invece di utilizzarli subito per fronteggiare l'emergenza. Ma come funziona veramente il meccanismo delle collette di solidarietà per le popolazioni colpite dal terremoto? Quando e come si possono usare quei soldi? Ecco le risposte della Protezione civile.

Dove vanno a finire i soldi raccolti con gli sms? Le donazioni raccolte tramite il numero solidale 45500, nonché i versamenti sul conto corrente bancario attivato dal Dipartimento della protezione civile, confluiscono nella contabilità speciale intestata al commissario straordinario aperta presso la Tesoreria dello Stato.

A che cosa servono? Le somme servono a finanziare gli interventi di ricostruzione nei territori. Quindi è esclusa ogni utilizzazione per scopi emergenziali. Alla fine della raccolta viene nominato un Comitato di garanti, che ha il compito di valutare e finanziare i progetti presentati dalle Regioni in accordo con i Comuni interessati. Del progetto viene seguito anche tutto l'iter della realizzazione. Ad esempio in Emilia, dopo il terremoto del 2012, i fondi solidali sono stati usati per ricostruire scuole e palestre.

Quando si possono usare? Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, che raccolgono gli sms solidali e versano i proventi senza alcun ricarico sul conto corrente della Protezione civile, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio. Fino a che non si sa con esattezza quanti soldi siano stati raccolti (finora la cifra si aggira attorno ai 28 milioni di euro) non si può decidere quali progetti finanziare. Gli operatori che hanno aderito all'iniziativa senza scopo di lucro sono Tim, Vodafone, Wind, 3, Postemobile, Coopvoce, Infostrada, Fastweb, Tiscali, Twt, Cloud Italia e Uno Communication. 

Terremoto Amatrice, il sindaco Pirozzi: soldi per la ricostruzione del terremoto? La gestione degli sms è stata scandalosa, scrive il 24 settembre 2017 "Il Corriere TV". Terremoto di Amatrice, le parole del primo cittadino di Amatrice ospite ad Atreju 2017 sui soldi donati per la ricostruzione via sms. Sergio Pirozzi sindaco di Amatrice ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, attacca: nemmeno un euro dei 33 milioni che gli italiani hanno donato attraverso sms da 2 euro l’uno o attraverso bonifici di solidarietà è finito a beneficio delle popolazioni terremotate di Amatrice, Accumoli, Arquata o Pescara del Tronto e degli altri comuni terremotati il 24 agosto 2016. Quanto agli sms Pirozzi rivela che quei fondi sono utilizzati per tutt’altro scopo, e che inizialmente perfino destinati a fare una pista ciclabile nelle Marche in un paese non compreso nelle zone devastate dal sisma. «Io comunque ho avuto la fortuna”, ci spiega dopo Pirozzi, “di avere tanta solidarietà diretta da parte degli italiani. Però con la gestione di quelle donazioni degli sms si sta dando un messaggio profondamente sbagliato. Perché io penso che tante persone in quelle giornate e quelle settimane intendevano dare un aiuto diretto a quelle persone e a quei paesi che vedevano devastati. Il fatto di non indirizzarli là è devastante, perché poi la gente non crede più a nulla. La destinazione di quei fondi è stata decisa da una commissione di saggi che tanto saggi non sono. Io credo che dopo averli usati così bisogna chiedere scusa agli italiani...»

Lo scandalo degli sms solidali: neanche un euro ad Amatrice. La denuncia del sindaco Pirozzi: "Dal governo norme inutili". I 33 milioni raccolti destinati ad altre opere, scrive Anna Maria Greco, Domenica 24/09/2017, su "Il Giornale". La denuncia del sindaco di Amatrice scuote la festa di Atreju 2017. «Nemmeno un euro - dice Sergio Pirozzi- dei 33 milioni che gli italiani hanno donato attraverso sms da 2 euro l'uno o attraverso bonifici di solidarietà è finito a beneficio delle popolazioni terremotate di Amatrice, Accumoli, Arquata o Pescara del Tronto e degli altri comuni terremotati il 24 agosto 2016». Parla di fondi utilizzati per tutt'altro scopo, di gestione scandalosa delle offerte via sms, perfino di denaro inizialmente destinato a fare una pista ciclabile nelle Marche, in un paese non compreso nelle zone devastate dal sisma. Se la ciclovia è stata bloccata dopo le proteste, sono rimasti 7 eliporti notturni, una grotta nelle terme e, nel Lazio, alcune scuole in comuni che non rientrano nel cratere. «La destinazione di quei fondi - afferma Pirozzi - è stata decisa da una commissione di saggi che tanto saggi non sono. Io credo che dopo averli usati così bisogna chiedere scusa agli italiani». E il sindaco spiega che la grande solidarietà degli italiani per le popolazioni colpite dal sisma si è scontrata con decisioni amministrative che provocano nei donatori rabbia e sfiducia nelle istituzioni. Perché il «giallo» degli sms si aggiunge al calvario imposto ai comuni disastrati con i provvedimenti del governo sulla ricostruzione, «fatti male e inutili, perché ispirati dai vari clientes di riferimento». Per Pirozzi, con la gestione delle donazioni degli sms «si sta dando un messaggio profondamente sbagliato. Perché penso che tante persone in quelle giornate e quelle settimane intendevano dare un aiuto diretto a persone e paesi che vedevano devastati. Il fatto di non indirizzarli là è devastante, perché poi la gente non crede più a nulla». Per la vicenda delle Marche la polemica è scoppiata a luglio, anche con interrogazioni parlamentari, quando nell'elenco dei primi progetti di ricostruzione finanziati con un piano di 17,5 milioni di euro degli sms solidali si è scoperto che l'Ufficio ricostruzione di Macerata aveva inserito 5,5 milioni per costruire il primo tratto di una pista ciclabile tra Civitanova Marche e Sarnano. Una scelta troppo «turistica», per i comitati terremotati, ma difesa da Regione e sindaci interessati nel nome del turismo come opportunità di ripartenza. Non era il solo intervento contestato: 1,5 milioni per 7 elisuperfici attrezzate per voli notturni; 5 milioni per ammodernamento Valdaso tratto Comunanza - Ponte Maglio e 3 milioni per il recupero della grotta sudatoria di Acquasanta Terme, chiusa da 20 anni e non danneggiata dal sisma. «Insomma di 17,5 milioni di euro, 15 andrebbero per opere che non riguardano i terremotati», attaccava uno dei coordinatori dei comitati dei terremotati, Francesco Pastorella. Chiedeva al comitato dei garanti di non approvare le proposte della regione Marche, che avrebbe utilizzato il 70 se non l'80% delle donazioni per opere «che non c'entrano nulla con il dramma del terremoto, mentre la regione Umbria destina il 90% dei fondi degli sms solidali al sociale e alle popolazioni colpite». Ad agosto, altra denuncia per quasi 4 milioni di euro degli sms che sarebbero stati assegnati dalla Regione Lazio alle scuole di comuni fuori dal cratere. Ad esempio, alla scuola di Poggio Bustone circa 2 milioni e 700 mila euro, a quella di Collevecchio oltre un milione, a quella di Rivodutri 192 mila euro. Anche in questo caso a protestare è stato il Coordinamento del Comitato Terremoto Centro Italia, pure con una petizione online. «Troppe scelte scellerate - dice Pirozzi al Giornale- che provocano disaffezione nella gente. Per la pista ciclabile ci hanno messo una toppa, ma è una cosa grave. Le scuole laziali? Ce ne sono alcune in comuni, come Collevecchio, che non hanno avuto danni e sono fuori dal cratere. E dire che il cratere è stato allargato già a cani e porci. L'edilizia scolastica non si fa con le donazioni per i terremotati. Questo comitato dei saggi doveva garantire e invece...».

Terremoto Centro Italia, dei soldi donati nemmeno un euro per i comuni colpiti, scrive il 24 settembre 2017 tgcom24. Erano stati raccolti più di 33 milioni di euro con gli sms dopo il terremoto che nellʼagosto 2016 ha sconvolto Marche e Lazio. La Procura ha aperto unʼinchiesta. Grazie alla solidarietà degli italiani più di 33 milioni di euro erano stati raccolti con gli sms l'indomani del terremoto che il 24 agosto 2016 ha fatto crollare diversi comuni del Centro Italia. Nemmeno un euro di questi soldi sono giunti nelle casse del comuni colpiti. A dirlo è Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, dal palco di Atreju, la festa di Fratelli d'Italia. La Procura ha aperto un'indagine - lo riporta Il Fatto Quotidiano - e il pubblico ministero di Rieti sentirà nei prossimi giorni Pirozzi sulle donazioni mai arrivate. “Io penso che tutte le persone che hanno versato due euro con gli sms l’abbiano fatto per Amatrice, per Norcia, per Arquata…per tutti quei comuni che il 24 agosto hanno subito il dramma”. Sono le parole che il sindaco di Amatrice pronuncia ad Atreju. E continua: “Hanno deciso di non dare nulla non rispettando la volontà popolare. E questo è devastante perché poi la gente non crede più a nulla”. Addirittura -  sempre a detta di Pirozzi - quella che lui chiama “una commissione di saggi che tanto saggi non sono” aveva deciso di destinare parte di quei soldi per una pista ciclabile a Civitanova, comune non colpito da sisma. Il primo cittadino di Amatrice ringrazia gli italiani per i soldi donati perchè lui "ha sentito tanta solidarietà", ma conferma che purtroppo "i fondi degli sms non sono giunti". Secondo Il Fatto Quotidiano nei prossimi giorni Pirozzi sarà convocato dai magistrati che apriranno un fascicolo contro ignoti e avvieranno indagini specifiche sugli sms solidali. La Procura di Rieti, infatti, avrebbe avviato un'indagine per verificare la correttezza o meno della raccolta e dell'assegnazione dei fondi attraverso i messaggi da 2 euro che molti hanno inviato subito dopo il terremoto.

I soldi degli sms terremoto «mai finiti ad Amatrice». Il sindaco Pirozzi ritorna a polemizzare sui 33 milioni di euro raccolti con gli sms di solidarietà per i terremotati del 24 agosto 2016 non sono “mai arrivati alle popolazioni colpite dal sisma". Vediamo come stanno davvero le cose, scrive Alessandro D'Amato, domenica 24 settembre 2017 su "Nextquotidiano". I33 milioni di euro raccolti con gli sms di solidarietà per i terremotati del 24 agosto 2016 non sono “mai arrivati alle popolazioni colpite dal sisma”. A dirlo è il sindaco di Amatrice Luca Pirozzi alla festa di Atreju aggiungendo che quei fondi sono stati destinati ad altri interventi “estranei alle aree pertinenti”, addirittura per “una pista ciclabile in un paese delle Marche non colpito dalle scosse”. Il Fatto, in un articolo di Davide Vecchi, dice che il sindaco di Amatrice sarà convocato nei prossimi giorni dai magistrati della procura di Rieti guidata da Giuseppe Saieva, che aprirà un fascicolo contro ignoti e avvierà indagini specifiche sugli sms solidali. Eppure l’attacco di Pirozzi alla festa della Meloni ricalca una polemica già vissuta: sulla gestione dell’emergenza non hanno alcun peso i fondi raccolti con gli SMS solidali, che saranno invece destinati alla ricostruzione. Più di qualcuno, ad esempio il MoVimento 5 Stelle, ha chiesto che venissero spesi subito paventando il rischio che quei soldi fossero in qualche modo ostaggio delle banche, ma non è così. Semplicemente saranno utilizzati per altri progetti che partiranno quando cesserà la fase di emergenza e si potrà procedere a pensare come ricostruire i paesi distrutti e le abitazioni danneggiate (ad oggi anche i confini dell’area del Cratere, ad esempio, devono ancora essere stabiliti in modo definitivo). Per le emergenze invece lo Stato attinge al Fondo Emergenze del Ministero dell’Economia e quelli stanziati a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza (25 agosto 2016) che ammontano a 50 milioni di euro per il sisma del 24 agosto, 80 milioni per gli eventi sismici di ottobre ai quali il governo ha aggiunto ulteriori 30 milionidestinati a far fronte esclusivamente ai primi urgenti interventi di soccorso legati alla fase di emergenza. Lo stanziamento andrà a valere sulle disponibilità del Fondo per le Emergenze Nazionali. Il 1 dicembre l’Unione Europea ha sbloccato 30 milioni del Fondo di Solidarietà. C’è poi la storia della pista ciclabile, di cui si è parlato a luglio e il cui progetto è stato successivamente ritirato dalla Regione Marche. La Protezione Civile ha sempre specificato il denaro raccolto serve per la ricostruzione e il sostegno alle popolazioni colpite ma non per l’emergenza. Ma parte dei fondi destinati alla Regione Marche verranno spesi non per la ricostruzione ma la costruzione di una pista ciclabile il cui tracciato non interessa solo le aree del cratere. L’assessore regionale Angelo Sciapichetti ha illustrato nel luglio scorso all’assemblea dei sindaci i setti interventi che saranno finanziati con i soldi degli sms solidali. Tra tutti spiccava il progetto – del valore di 5 milioni e 450 mila euro – per la realizzazione del “primo stralcio” di una pista ciclabile che collega Civitanova Marche a Sarnano. Altri interventi riguardano la ricostruzione della scuola media ed elementare di Pieve Torina e l’adeguamento sismico di quella di quella a Montegallo. Inoltre è prevista la realizzazione di 7 elisuperfici attrezzate per il volo notturno e il recupero della grotta sudatoria ad Acquasanta Terme. Secondo Sciapichetti la Regione ha deciso di investire sul turismo, per poter aiutare uno dei settori trainanti dell’economia regionale. Il motivo è che i finanziamenti per le scuole (15 milioni di euro) ci sono e che sono in arrivo 60 milioni di euro che saranno investiti per la prima tranche della ricostruzione delle opere pubbliche. C’è però da rilevare che Franco Ceregioli il sindaco di Sarnano (che è uno dei comuni del cratere) era all’epoca d’accordo con la decisione della Regione. Secondo il primo cittadino di Sarnano dal momento che la ricostruzione verrà fatta con risorse pubbliche (ad esempio la scuola materna di Sarnano è stata ricostruita con i fondi raccolti dalla Regione Friuli Venezia Giulia) la decisione di utilizzare i fondi degli sms solidali per finanziare iniziative di rilancio economico del territorio offriva “possibilità uniche” per i sette comuni attraversati dalla pista ciclabile. Secondo Ceregioli la realizzazione della pista ciclabile e il rilancio del turismo sarebbero stati una forma di sostegno alle popolazioni colpite che avrebbero consentito di non far morire il territorio. Si poteva fare altro? Sicuramente sì, ma anche quell’altro probabilmente non sarebbe stato condiviso da tutti. Rimane però la questione dell’immagine: davvero non si poteva evitare di far credere agli italiani che la Regione sta usando “in modo sbagliato” i fondi delle donazioni?

Terremoto in Centro Italia: perché i fondi per l’emergenza non sono il vero problema. Si sta facendo abbastanza per fronteggiare l'emergenza in Centro Italia? Quanti soldi ha stanziato il Governo da quanto è stato dichiarato lo stato d'emergenza? Che fine hanno fatto gli elicotteri della Forestale e i soccorsi sono arrivati in ritardo all'hotel Rigopiano? Scrive Giovanni Drogo venerdì 20 gennaio 2017 su "Next Quotidiano". Le tre scosse di terremoto della mattina del 18 gennaio hanno per la terza volta fatto scattare l’emergenza in Centro Italia. A rendere difficile la vita di terremotati e sfollati e a rallentare la macchina dei soccorsi non è stato però il sisma ma un evento meteorologico ampiamente previsto la cui portata però è stata – colpevolmente accusano alcuni – sottovalutata dalle autorità e dalla Protezione Civile. Come è possibile che la Protezione Civile, che già si trova ad operare in emergenza da ottobre (e in alcune aree da agosto) non sia riuscita a far fronte in maniera tempestiva alla situazione? Il primo equivoco da chiarire riguarda il denaro raccolto in questi mesi con le sottoscrizioni volontarie da parte dei cittadini italiani: sulla gestione dell’emergenza di questi giorni non hanno alcun peso i fondi raccolti con gli SMS solidali, che saranno invece destinati alla ricostruzione. Più di qualcuno, ad esempio il MoVimento 5 Stelle, in questi giorni ha chiesto che venissero spesi subito paventando il rischio che quei soldi fossero in qualche modo ostaggio delle banche, ma non è così. Semplicemente saranno utilizzati per altri progetti che partiranno quando cesserà la fase di emergenza e si potrà procedere a pensare come ricostruire i paesi distrutti e le abitazioni danneggiate (ad oggi anche i confini dell’area del Cratere, ad esempio, devono ancora essere stabiliti in modo definitivo). Quei circa 28 milioni di euro raccolti dalla Protezione Civile sono al sicuro, e se proprio non volete donare tramite telefono cellulare ci sono altre raccolte fondi: Un aiuto subito è quella lanciata da Corriere della Sera e La 7. Anche in questo caso il denaro raccolto (ad oggi siamo a 1.432.852 euro) verrà utilizzato per finanziare progetti di ricostruzione: ad Amatrice verrà realizzata una mensa scolastica e cittadina e un villaggio del cibo, progettati dall’architetto Stefano Boeri, ad Arquata del Tronto invece è stata realizzata e consegnata alla cittadinanza il 29 Novembre 2016 una scuola. Per le emergenze invece lo Stato attinge al Fondo Emergenze del Ministero dell’Economia e quelli stanziati a partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza (25 agosto 2016) che ammontano a 50 milioni di euro per il sisma del 24 agosto, 80 milioni per gli eventi sismici di ottobre ai quali oggi il governo ha aggiunto ulteriori 30 milioni destinati a far fronte esclusivamente ai primi urgenti interventi di soccorso legati alla fase di emergenza. Lo stanziamento andrà a valere sulle disponibilità del Fondo per le Emergenze Nazionali. Il 1 dicembre l’Unione Europea ha sbloccato 30 milioni del Fondo di Solidarietà. 

Nella Legge di bilancio 2017 il Governo ha previsto inoltre: 6,1 miliardi di euro (100 milioni di euro per l’anno 2017 e 200 milioni di euro annui dall’anno 2018 all’anno 2047) per la concessione del credito d’imposta maturato in relazione all’accesso ai finanziamenti agevolati, di durata venticinquennale, per la ricostruzione privata (di cui all’art. 5 del D.L. 189/2016); 1 miliardo di euro (200 milioni di euro per l’anno 2017, 300 milioni di euro per l’anno 2018, 350 milioni di euro per l’anno 2019 e 150 milioni di euro per l’anno 2020) per la concessione dei contributi per la ricostruzione pubblica (di cui all’art. 14 del D.L. 189/2016).

La Protezione Civile si occupa al momento dell’assistenza agli sfollati, in totale sono 10.098 così ripartite: 6.569 nelle Marche, 1.976 in Umbria, 547 nel Lazio e 1.006 in Abruzzo. Si tratta di dati in evoluzione perché l’ultimo aggiornamento risale al 16 gennaio (quindi due giorni prima dell’ultimo terremoto): In particolare, sono oltre 8.200 le persone ospitate in alberghi e strutture ricettive, di cui quasi 3.200 sul proprio territorio e oltre 5mila lungo la costa adriatica e sul lago Trasimeno. Sono oltre settecento gli alloggiati nei moduli e negli appartamenti realizzati in occasione di terremoti del passato, in Umbria, nelle Marche e in Abruzzo, mentre circa 450 sono coloro che trovano accoglienza nel proprio comune in container, moduli abitativi prefabbricati rurali emergenziali e camper allestiti in questi mesi dalla Protezione Civile. Sono, infine, circa meno di settecento gli assistiti in palazzetti, centri polivalenti e strutture allestite ad hoc nel proprio comune.

Degli oltre 6.500 assistiti nella Regione Marche, quasi 2.000 sono in strutture ricettive sul territorio e circa 3.800 negli alberghi della costa adriatica. In Umbria, invece, sono ospitati nelle strutture ricettive sul territorio in oltre 500, mentre poco più di 900 sono alloggiati negli alberghi individuati in altre aree nella stessa regione e sul lago Trasimeno. Per quanto riguarda i cittadini del Lazio assistiti direttamente, poco più di 300 hanno trovato alloggio negli alberghi della costa adriatica e oltre 200 presso gli alloggi del piano CASE e MAP messi a disposizione in Abruzzo. Nella Regione Abruzzo, infine, gli assistiti sono circa mille: oltre 200 presso gli alloggi del piano C.A.S.E. e MAP sul territorio, e quasi 800 in strutture ricettive distribuite sul territorio.

Questo calcolo non tiene conto dei SAE, le cosiddette “casette”, destinate a chi non ha voluto (o non ha potuto perché molti sono allevatori che non possono abbandonare le proprie stalle e i propri animali) abbandonare le zone colpite dai terremoti: i primi moduli sarebbero dovuti arrivare in questi giorni ma la sistemazione di tutti coloro che ne hanno fatto richiesta è ben lontana da essere completata. In definitiva i soldi ci sono, il problema è far arrivare i contributi a chi ne ha bisogno e questo – come faceva notare il MoVimento 5 Stelle – non sempre è avvenuto in maniera tempestiva. Secondo il M5S diversi milioni di euro non sono ancora stati spesi: I fondi destinati allo svolgimento dell’anno scolastico 2016/2017 al Miur (5 milioni) e quelli destinati al programma infrastutture ambientali per l’anno 2016 (3 milioni) non sono ancora stati spesi.

I fondi destinati all’indennità per lavoratori dipendenti (124,5 milioni) e lavoratori autonomi (134,8 milioni) per il solo 2016 sono fermi per via della predisposizione della convenzione con il Ministero del Lavoro e Politiche Sociali.

I fondi destinati alle assunzioni a tempo determinato nei comuni per il 2016 (1,8 milioni) non sono ancora arrivati al Ministero dell’Interno.

I fondi destinati al parco mezzi del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco per il 2016 (5 milioni) sono fermi al Ministero dell’Interno.

Come si può vedere dall’elenco si tratta di denari non immediatamente utili per fronteggiare le fasi attuali dell’emergenza e che avrebbero dovuto essere utilizzati per interventi strutturali, difficili in una situazione in cui molte infrastrutture devono essere ricostruite da zero oppure per le assunzioni di personale o per l’erogazione di indennità. Ma probabilmente sono i fondi destinati al parco mezzi dei VVFF che forse avrebbero potuto rendere più semplici gli interventi di soccorso agli sfollati.

I ritardi nei soccorsi all’Hotel Rigopiano e i problemi della gestione ordinaria dell’emergenza. Riguardo alla tempestività degli interventi in questi giorni si è molto parlato: già nella settimana precedente al sisma era stato diramato l’allerta arancione in Abruzzo, allerta confermato anche nella giornata del 16 gennaio. Si tratta di uno stato di emergenza imminente per fronteggiare il quale la Protezione Civile prevede che venga attivata la sala operativa regionale e che le Prefetture attivino le strutture periferiche. Emblema dei problemi organizzativi la situazione paradossale vissuta dal Sindaco di Ussita che si è visto arrivare (con due giorni di ritardo) la turbina per aprire la strada senza catene da neve. La Protezione Civile infatti aveva inviato il mezzo sprovvisto dei dispositivi per procedere sul terreno fortemente innevato e ghiacciato e così le operazioni di sgombero si sono dovute interrompere fino a che non è stato recuperato un paio di catene da neve (in teoria ne servirebbero due paia). Qualcosa senza dubbio non ha funzionato a dovere perché è impensabile che un mezzo che deve operare su strade ghiacciate venga bloccato per la mancanza di catene. Si tratta di un problema che va al di là della situazione eccezionale e dell’emergenza terremoto in sé. Anche Enel e Terna sono sotto accusa per i ritardi nel ripristino della fornitura di energia elettrica alle abitazioni: sono decine di migliaia le persone (alcune delle quali isolate) che sono senza corrente elettrica a causa delle forti nevicate.

L’allerta e le criticità oggi in Abruzzo e nelle Marche. Per i bollettini consultare il sito regionale. Diversa invece è la questione, che ha scatenato molte polemiche, degli elicotteri del Corpo Forestale rimasti a terra dopo che la Forestale è stata assorbita dall’Arma dei Carabinieri. Il Conapo, sindacato dei vigili del fuoco, attacca, parlando di situazione “gravissima”, con un “patrimonio di esperienza e professionalità” tenuto inutilizzato, “mentre l’Italia è in piena emergenza e piange, altro che riforma dello Stato, il ministro Madia dovrebbe riflettere”. Fonti degli ex sindacati del Cfs sostengono che gli elicotteri del Corpo erano abilitati all’uso civile e la riconversione all’uso militare – richiesta con il transito ai Carabinieri – sarebbe oltremodo complessa oltre che costosa. Da parte sua l’Arma precisa che la base Ciuffelli, acquisita dall’1 gennaio, non è chiusa, ma gli elicotteri del Cfs, di base a Rieti e Pescara, comunque non volano. Questo perchè gli NH500, efficienti, “non sono nelle condizioni di operare nelle zone innevate nelle condizioni climatiche attuali, mentre dei tre AB 412 trasferiti all’Arma uno è operativo al Nord Italia e gli altri due sono inefficienti da mesi, in attesa di interventi straordinari di manutenzione, così come i tre A 109”. I parlamentari M5S Patrizia Terzoni, Massimiliano Bernini ed Elena Fattori, con un’interrogazione, chiedono “l’immediato sblocco di quegli elicotteri della forestale, che sono perfettamente attrezzati per atterrare sulla neve e portare soccorso in situazioni critiche come quella nella quale si trova l’area colpita da terremoto e maltempo, difficilmente raggiungibili coi mezzi terrestri”. Il Fatto Quotidiano riporta le accuse di Antonio Di Lizia, ex pilota della Forestale: L’ex base degli elicotteri del Corpo forestale dello Stato presso l’aeroporto Ciuffelli, è chiusa, tre elicotteri sono rinserrati negli hangar. Fermi, inutili. La ragione? Motivi burocratici, ci confermano operatori da noi interpellati, legati al passaggio del Corpo ai carabinieri. Si tratta di personale altamente specializzato, elicotteristi abituati a operare in zone di montagna e a volare di notte anche in condizioni difficili. In più, aggiungono gli operatori, sull’uso della base ci sarebbe un braccio di ferro tra Corpo dei Vigili del Fuoco e Arma dei Carabinieri.

Brutta situazione, confermata su Notizie.Tiscali da Antonio Di Lizia, ex pilota della Forestale ora nei Vigili del Fuoco: “I nostri elicotteri sono tutti fermi, non possono essere utilizzati perché ci sono delle lentezze burocratiche che ci hanno impedito di andare in volo”. Forse, quegli elicotteri avrebbero potuto tentare di raggiungere l’Hotel Rigopiano, forse potrebbero essere utili per portare mangime e acqua agli allevamenti allo sbando. Forse…La realtà è che sono fermi. “Non ci sta uccidendo la neve, non il terremoto, ma la burocrazia”, è l’accusa lanciata da Gianluca Pasqua, sindaco di Camerino, un uomo mite che in questi mesi di emergenza non ha mai fatto polemiche, “ma tutto ha un limite”. Che senso ha tenere, in un’area soggetta a forti nevicate, elicotteri non idonei ad operare nelle zone innevate? Di chi è la responsabilità nell’aver acquistato mezzi che non possono essere sempre utilizzati?

La ricostruzione dell’emergenza all’Hotel Rigopiano di Farindola (Corriere della Sera, 20 gennaio 2017). È invece ancora da accertare se e perché i soccorsi all’hotel Rigopiano, colpito da una slavina che l’ha completamente sommerso, siano partiti in ritardo. Il ritardo nei soccorsi sarebbe stato determinato da una sottovalutazione della gravità della situazione causa di una catena di comando farraginosa che, tra la prima segnalazione al 118 del disastro, le 17.40, e l’invio della colonna di soccorso, poco dopo le 19.30, ha perso quasi due ore. Questa ricostruzione è stata in parte contestata dalla prefettura di Pescara, che sostiene che i soccorsi sono partiti nei tempi compatibili con una strada bloccata dalla neve. Secondo alcune versioni la macchina dei soccorsi si sarebbe mossa, alle 18,50 secondo altre (la richiesta di aiuto era delle 18). E qui bisognerà comprendere perché gli elicotteri ci abbiano messo molte ore a mettersi in volo. Scrive il Messaggero che “quelli della Forestale-ormai confluita nei carabinieri erano in manutenzione. Quelli dei carabinieri sono partiti più tardi. Infine, ieri il sindacato Conapo ha denunciato: «Assurdo che i Vigili del Fuoco ancor oggi nel 2017 non si siano dotati delle strumentazioni e del numero di piloti necessari per far volare di notte. E parliamo di quegli elicotteri che già il 24 agosto 2016 hanno dovuto attendere la luce per trasportare i Vigili del Fuoco nelle zone terremotate. Quegli stessi elicotteri che anche questa mattina, non prima dell’alba, hanno trasportato i soccorritori all’hotel Rigopiano». Nella ricostruzione di Repubblica, a firma di Marco Mensurati, si parla anche di spazzaneve che finiscono il gasolio e ulteriori ritardi. Se le ipotesi venissero confermate saremmo di fronte a problemi e ritardi causati dalla mancanza di mezzi e da una macchina dei soccorsi che non è in grado di muoversi tempestivamente nelle emergenze.

"Solita mangiatoia delle coop rosse". I comitati dei terremotati: «Finanziati appalti che non ci riguardano», scrive Elena Barlozzari, Lunedì 25/09/2017, su "Il Giornale". Quei soldi dovevano servire «a supportare la ricostruzione dei territori colpiti e non a finanziare la mangiatoia degli appalti». Parla così Francesco Pastorella, marchigiano di adozione e coordinatore del network «Comitati Centro Italia», il primo ad aver denunciato che, solo nelle Marche, «l'86 per cento delle donazioni rischiava d'esser speso, dietro indicazione della Regione Marche, in opere che con i terremotati non hanno nulla a che vedere». La scoperta risale allo scorso 28 giugno. Pastorella ed una manciata dei «suoi» sono al cospetto del «gotha» della ricostruzione marchigiana: l'ingegner Cesare Spuri, responsabile dell'ufficio per la ricostruzione nelle Marche, Angelo Sciapichetti, assessore regionale alla protezione civile, e David Piccinini, capo dipartimento della protezione civile regionale. Pastorella esordisce, subito, con una domanda diretta: «Abbiamo saputo che avete incontrato la commissione dei garanti che gestisce i soldi degli sms solidali, ci dite come intendete utilizzarli?». Non crede alle sue orecchie quando scopre che «l'input politico è stato molto chiaro, le Marche hanno scelto». E lo hanno fatto per conto loro, infischiandosene delle finalità solidali, l'obiettivo prosegue a chiare lettere Spuri è: «Dare valore aggiunto al turismo». I passaggi di questa conversazione sono stati meticolosamente trascritti dallo stessi Pastorella che, ora, ha deciso di tirarli fuori. Nasce così la folle idea di tradire la fiducia degli italiani e usare il paniere delle donazioni per costruire una pista ciclabile. «Invece di pensare al futuro del turismo tuona Pastorella perché non pensate nell'immediato a chi si trova nei guai e non gli date una mano anziché fare piste ciclabili?». Ed uno di quelli che è dalla parte dei comitati gli fa eco: «Questi sono soldi destinati ai terremotati, gente che ha perso casa e non ha più futuro, gli italiani li hanno donati per loro. Come ve lo devo dire, mi devo dar fuoco?». La ciclovia, spiega oggi Pastorella, «Siamo riusciti a boicottala ma non abbiamo potuto far nulla per fermare l'ammodernamento della Valdaso». Che dire, invece, del recupero da 3 milioni della grotta sudatoria di Aquasanta Terme? Ai terremotati verrà dato in omaggio un carnet di ingressi? Per non parlare della costruzione di «due nuovi centri commerciali dove verranno delocalizzati i vecchi negozi». Per chi ha perso l'attività sarà una boccata d'ossigeno «ma per il ripristino del commercio esistono già dei fondi ad hoc, perché usare quelli degli sms?». Così facendo, infatti, si levano risorse a chi non ne ha. «Avrebbero dovuto effettuare dei versamenti diretti agli artigiani». Ma un'idea simile «cozzerebbe con la cattiva abitudine di destinare risorse agli habitué degli appalti». Questo spiegherebbe perché «si è preferito finanziare opere inevitabilmente assegnate a grosse società a scapito delle piccole imprese locali». Insomma, il sisma del 1997 sembra non averci insegnato nulla: «All'epoca vennero concesse commesse a cooperative e grosse aziende del sud che hanno subappaltato alle imprese locali strozzandole e generando un abbassamento della qualità del lavoro». Un giochetto che conoscono bene in Centro Italia, soprattutto quelli che vivono nelle «casette». «La commessa è stata assegnata alla solita coop rossa, sono costate 2 mila euro circa al metro quadro e già ci piove dentro».

Quanti sospetti ad Amatrice: "Sono spariti anche altri soldi". Viaggio tra i terremotati alle prese con macerie e spese: "Mai visti neppure i 980mila euro donati dai giapponesi", scrive Massimo Malpica, Lunedì 25/09/2017, su "Il Giornale". «Meglio se non parlo, guardi. Ma tanto gli occhi ce li ha pure lei, no?». Anna fuma una sigaretta sulla veranda della casetta di legno che occupa col marito da giugno. Ha sempre vissuto qui, ad Amatrice, «poi quella notte ci siamo ritrovati senza più una casa. Abbiamo dormito in macchina, poi in tenda, poi in una casa a Poggio Castellano, poi c'è stata l'altra scossa e abbiamo ricominciato: auto, tenda, e ora almeno ci hanno dato questa casetta. Dove sono i milioni degli sms? E che, devo saperlo io?». La nuova polemica lanciata dal sindaco, Sergio Pirozzi, sul destino dei 33 milioni di euro raccolti con gli sms solidali all'indomani del sisma che ha piegato Amatrice, Arquata, Accumoli e gli altri comuni del cratere è solo una goccia in un mare di sconforto per i tanti che aspettano ancora che le parole e le promesse arrivate in elicottero insieme ai vertici dello Stato alla fine di agosto dello scorso anno si trasformino in qualcosa di concreto. Restano una città in macerie e le storie di chi, tra queste rovine, vuole continuare a svegliarsi ogni giorno, perché è casa. «Mai andata via in 61 anni, sono amatriciana», spiega Carmen Bizzoni, che indossa la felpa rossa con la scritta blu «Amatrice». «Qui - spiega - avevo due case, ora inagibili, da abbattere. Adesso io e mio marito viviamo a Rieti, mia madre sta qui in una casetta, mio padre nel frattempo è morto, mio fratello vive in una baracca». Una diaspora familiare come danno collaterale del sisma. «Lavoravo all'Alberghiero. Ci hanno trasferito a Rieti assicurandoci che per il successivo anno scolastico, quello appena cominciato, saremmo già tornati qui. Non è successo. Abito ancora a Rieti e mi faccio 90 chilometri almeno due volte a settimana per venire a trovare mia madre». E gli sms non sembrano il primo problema. «Io - sbuffa la donna - sono dipendente della regione Lazio. Eravamo in 13 a lavorare all'Alberghiero, tutti trasferiti d'imperio e senza un centesimo di incentivo, altro che aiuti. Abbiamo chiesto almeno ci fosse un anticipo sulla liquidazione, soldi nostri, e ci hanno risposto picche. E anzi, per un cavillo burocratico, prendiamo 200 euro in meno al mese in busta paga. Pensa che mi stupisca la sparizione dei soldi degli sms? Anzi, posso aggiungere un nuovo giallo? Nell'autunno scorso un gruppo di ristoratori giapponesi che erano stati mesi prima ospiti dell'Alberghiero per imparare l'amatriciana sono tornati qui, consegnando alla regione Lazio 980mila euro che avevano raccolto per la ricostruzione dell'Alberghiero. Dove saranno?». E dove saranno i soldi che servono per i lavori di restauro delle cosiddette «case B», quelle inagibili ma riparabili? Se lo chiede Roberto, affacciandosi sulle macerie che ancora ricoprono quello che un tempo era il centro storico di «uno dei borghi più belli d'Italia», come si ostinano a ribadire i cartelli all'ingresso del paese. «Casa mia è lesionata. Ma i fondi per ristrutturare non ci sono. Però io alla casetta non ho diritto. Per restare qui mi sono dovuto costruire di tasca mia una casa prefabbricata di 18 metri quadrati, e sono in tanti nelle mie condizioni. Sono passati tredici mesi, ma così come si fa a far rinascere un paese raso al suolo?». Non c'è ombra di ottimismo nemmeno nelle parole di Jessica Gabrielli, barista nell'unico caffè aperto nel centro della cittadina, a pochi passi da quel che resta della chiesa di Sant'Agostino. «Certe polemiche nemmeno le seguo più», attacca scuotendo la testa, a proposito della denuncia di Pirozzi. «In questa storia non salvo nessuno, tutti, dal sindaco ai vertici dello Stato, hanno responsabilità. Io avevo una casa e un bar lungo il corso, non esistono più, e nessuno mi ha dato un singolo euro finora. Meno male che dicevano che si sarebbe dovuto ripartire dai giovani». Come lei, che almeno ora ha avuto una casetta. «Ci si sta meglio che in camper, certo. Ma tra i miei vicini io vedo gente che in 25 anni ad Amatrice non ho mai visto, come mai gliel'hanno data? E mio padre, che ha due case inagibili, invece non ne ha diritto. Ma di che cosa stiamo parlando?».

Il business marcio della ricostruzione: lavori mai fatti, casette fantasma e sfruttamento. Un'indagine della Procura di Napoli punta il dito sui lavori post sisma in due comuni. Si sospetta l'esistenza di un'associazione a delinquere messa in piedi dalle aziende, con ricorso a documenti falsi e caporalato, scrivono Cristiana Mastronicola ed Elena Testi il 12 ottobre 2017 su "L'Espresso". Ventiquattro agosto 2016, ore 3.36. Una scossa di magnitudo 6 colpisce il centro Italia. Oltre trecento comuni vengono sconvolti dal terremoto, interi paesi rasi al suolo. Solo tre mesi dopo la stessa terra torna a tremare, ancora più forte, mettendo in ginocchio definitivamente quella parte di Italia già ferita. Questa volta la devastazione arriva con una magnitudo di 6.5, paragonabile solo a quella del 1980. La stessa che devastò l'Irpinia. È il 30 ottobre. Le immagini della basilica di San Benedetto di Norcia completamente distrutta fanno il giro del mondo. L'Umbria si piega ancora di fronte alla forza devastante e imprevedibile della terra. Cascia diventa una città fantasma, con oltre l'80 per cento delle abitazioni inagibili. La macchina dell’emergenza, già in moto dal sisma di fine estate, accelera le operazioni. Vasco Errani viene nominato commissario alla ricostruzione e disegna un piano di riabilitazione delle aree colpite promuovendo il programma Sae, Soluzioni di emergenza abitative. È passato un anno. Un anno di rimpalli di responsabilità e sporadiche inaugurazioni in pompa magna di edifici restituiti alla popolazione. La stessa che dovrà affrontare un nuovo inverno al gelo. Il perché forse lo spiegherà la Procura di Napoli che ha aperto in questi giorni un'indagine sulle famose "casette" e non soltanto per i ritardi che hanno caratterizzato l'iter. Le indagini dei NAS parlano di «inquietanti indizi» relativi all’esistenza di una associazione a delinquere messa in piedi dalle aziende appaltatrici che stando agli atti della Procura avrebbero subappaltato i lavori ad aziende con a capo prestanomi: tutti pregiudicati campani. «I titolari delle imprese edili - come si legge - avrebbero emesso fatture per opere e lavori mai realizzati». Si parla di frodi in pubbliche forniture perché le fatture cui la Procura fa riferimento sono quelle legate agli interventi di emergenza della Protezione civile avviati proprio per il sisma dell’agosto dello scorso anno. Come, appunto, la realizzazione delle famose SAE. Le indagini scoperchiano il vaso di pandora delle “casette”. Il sistema è semplice e da tempo collaudato in Italia: società importanti dell’imprenditoria del settore delle costruzioni avrebbero fatto “sistematicamente” ricorso aa aziende subappaltatrici che si sarebbero prese anche la premura di falsificare documenti. Ma non soltanto. Si allunga sulla vicenda l’ombra densa del caporalato. Operai sottopagati, sfruttati e lasciati senza cibo per ore. Stipati in furgoni, raggiungevano i cantieri e lavoravano giornate intere per una manciata di euro, in condizioni lontanissime da qualsivoglia norma di sicurezza sul lavoro. «Esposti a gravi situazioni di pericolo per la loro incolumità», si legge nelle carte. Ma gli illeciti non finiscono. Gli indagati avrebbero anche fatto ricorso a false certificazioni mediche e professionali che attestavano il possesso dei requisiti previsti dalle norme in materia di sicurezza. Certificazioni rilasciate secondo gli inquirenti da scuole di formazione e studi professionali compiacenti. Una sfilza di reati quelli contestati dalla Procura di Napoli alle società coinvolte che contrasta aspramente con la prevenzione messa in campo dopo il terremoto e regolata dalla norma sulle infiltrazioni della criminalità organizzata negli interventi di ricostruzione (art. 30 del decreto legge n. 189/2016). Il caso di Cascia e Preci - l’unico, per il momento - fa sorgere qualche dubbio sull’effettiva efficienza delle white list, gli elenchi in cui compaiono gli operatori economici interessati agli interventi di ricostruzione pubblica o privata dei quali è stata accertata l’assoluta estraneità ad ogni connivenza col malaffare. Basta cliccare nei siti delle prefetture per vedere quali aziende siano idonee o meno. Qualcuna decide pure di esporre l'attestato di white list in bella vista nella home page del proprio sito perché, si sa, nell'Italia degli scandali è sempre bene apparire candidi. Ed eccolo qui l'elenco delle aziende immacolate finite nel mirino degli inquirenti: Cogeco7; Seprim dell'Ing Santini Giuseppe sas; Giacchini srl; Minicucci Cairo srl; Marinelli Costruzioni srl; Europa Service snc di Novaco Sabino e Pacilio Vincenzo; Termo Tecnica di Narcisio Antonio; R.C. Costruzioni srl. Ma intanto proprio ieri sono finalmente iniziati i lavori per montare le “casette” che ospiteranno gli sfollati. Già promesse a luglio, le 96 Soluzioni abitative di emergenza stanziate per il piccolo comune umbro e assegnate alla piccola frazione di Padule dovrebbero essere montate proprio in questi giorni. Il vicesindaco Gino Emili fa sapere che altre sei dovrebbero arrivare a breve. Nel frattempo, nelle frazioni di Avendita e Colle di Avendita, maggiormente colpite dal sisma, sono in corso gli ultimi collaudi per far sì che gli assegnatari possano finalmente metterci piede dentro. Un notizia che arriva agli inizi di un'indagine che promette di aprire tanti, troppi, nuovi scenari oscuri.

«Noi, sopravvissuti al sisma di Amatrice, vi raccontiamo cosa è successo nell'ultimo anno». A dodici mesi dal terremoto che ha sconvolto il centro Italia, siamo tornati a intervistare le stesse persone che avevamo incontrato dopo il disastro. Per scoprire dai loro racconti cosa è stato fatto. E come cambia la vita, scrive Federica Bianchi il 23 agosto 2017. Specchiarsi in quei volti. I volti del 24 agosto 2016. I volti del terremoto. La tragedia che ha colpito i territori di quattro regioni e devastato i comuni di Amatrice, Accumoli, Pescara e Arquata del Tronto. E farlo un anno dopo tornando a incontrare gli uomini e le donne che avevamo ritratto allora. Simboli di un dolore che ha spezzato il cuore dell’Italia. Vittime di un mostro invisibile che non hai mai davvero dato loro tregua, tornando ad accanirsi il 30 ottobre, il 18 gennaio e, in forma minore, anche qualche giorno fa. Complicando e allungando ancora i tempi dell’opera di ricostruzione.

Gara di solidarietà. Ritrovare Giuseppe, il maggiore dei tre fratelli Milano, proprietari della Thermomilano, una società di impianti idraulici, a un anno di distanza vuol dire imbattersi in difficoltà spicciole, ma anche in uno straordinario intreccio di storie di solidarietà. Lui e la moglie Elisabetta, proprietaria del ristorante La Conca, che sta riaprendo nell’“area food” tanto voluta dal sindaco Sergio Pirozzi, sono oggi ospiti di un’elegante coppia di pensionati di Modena, che all’ombra di una frazione di Amatrice ha trovato il suo buon ritiro. Dopo anni passati a viaggiare, Talal Kaadana, siriano emigrato in Italia una vita fa ed ex direttore commerciale della Marazzi per Africa e Medio Oriente, aveva progettato di passare gli ultimi anni in semi solitudine tra alberi centenari, libri, musica e qualche bottiglia di ottimo vino, ospitando d’estate gli amici di sempre, con cui condividere lunghe chiacchierate. Poi l’imprevisto. Con il terremoto lui e la moglie modenese si sono resi conto che la loro è una delle poche case antisismiche di Amatrice. E che l’appartamento per gli ospiti ben si prestava ad accogliere nuovi conoscenti come i Milano e i loro anziani genitori. «Adesso la casa è un porto di mare», sospira tra il divertito e lo stanco Maria Gabriella Longoni. Modena e Amatrice, due città tanto diverse quanto le loro genti, l’idraulico e il manager, unite da una tragedia che crea inaspettate geometrie. E inaspettato è stato anche il regalo di Ignazio Catalano, il vigile del fuoco che si è commosso davanti alla bicicletta del nipote di Giuseppe distrutta dalla scossa del 30 ottobre, breve e violenta. E che, a qualche giorno dalla fine del suo turno di lavoro, tornato a casa, ne ha spedita al ragazzo una nuova di zecca. O quello di un gruppo di vigili del fuoco di Verbania, che ai Milano hanno addirittura regalato un container-magazzino, dopo avere racimolato i soldi spogliandosi per un calendario fatto in casa. E ancora, quello ricevuto da Elisabetta, a cui alcuni clienti di San Sepolcro hanno portato non solo medicinali veterinari per l’azienda agricola di famiglia, ma anche una scatola piena di soldi, tutti versati dai loro amici durante una camminata per Amatrice.

Burocrazia cieca. Festine Dinushi, una cinquantenne albanese che, tra un lavoro da badante e un altro da donna di fatica, ha cresciuto le figlie a Grisciano, vicino Accumoli, non ha mai smesso di piangere. L’avevamo incontrata in un tendone blu della Protezione civile mentre faceva colazione a caffè e biscotti con la figlia minore Daniela, studentessa liceale con gravi disturbi del metabolismo. Era intontita dal dramma, quasi non potesse appartenerle. A distanza di un anno, insieme con la casa, il terremoto le ha portato via anche l’anima. E quell’isola di felicità che aveva trovato tra gli Appennini del reatino. «Mi hanno distrutto tutto», spiega mentre guarda ancora una volta quel cumulo di sassi che chiamava casa. Dopo la seconda scossa, quella terribile del 30 ottobre, la casa è diventata pericolante ed era necessario abbatterla insieme alle due vicine. «Doveva avvenire un venerdì mattina e noi ci eravamo organizzati per arrivare con il pullman da San Benedetto del Tronto», dove la famiglia è alloggiata in albergo dall’estate scorsa in attesa dell’abitazione provvisoria. «E invece hanno abbattuto la mia casa il giovedì pomeriggio, senza avvertirci e così abbiamo perso tutte le nostre cose, che avevamo radunato in cantina. Ci avevo provato nelle settimane precedenti ad andarle a recuperare, ma i vigili mi dicevano di aspettare il mio turno». Un turno che non è mai arrivato. «Non siamo bravi a fare male e subiamo il male», sussurra con un filo di voce. «Non ho nemmeno fatto in tempo a prendere il lampadario bianco con il bordo azzurro». Il sindaco di Accumoli, Stefano Petrucci, spiega che è un problema dei Vigili del Fuoco. Il coordinatore del Centro operativo intercomunale (Coi) di Amatrice e Accumoli, Fabrizio Cola, dice che tutto è andato secondo quanto previsto dall’ordinanza. Certo, l’abbattimento della particella dei signori Dinushi sarebbe dovuta avvenire il venerdì, ma avendo finito di demolire le unità circostanti in anticipo, i vigili hanno aggredito l’edificio il giovedì pomeriggio. Niente di grave per la macchina degli aiuti. Un vero dramma per chi sotto quelle macerie aveva tutte le proprie cose. «Quando sono arrivata il venerdì mattina ho visto la busta delle camicie che avevo preparato sotto la ruspa. Mi dispiace tanto». Gli occhi sono rossi sulla maglietta da lavoro. «Ho avuto tre disgrazie nella vita: l’emigrazione, le malattie delle mie figlie e il terremoto. Ma io sono una sola».

Forzati del mare. Giovanni Adduci, la moglie e il figlio Federico hanno un enorme sorriso stampato sul volto quando si accomodano sulla veranda dell’hotel Parco a San Benedetto del Tronto in un caldo pomeriggio estivo. I bagnanti in costume tornano dalla spiaggia affollata di uomini e di ombrelloni, ordinatamente disposti su dodici file. Adduci senior si tocca il ventre voluminoso. «Lo so, sono ingrassato ma come devo fare? Qui ci danno ogni ben di Dio e non si può mica buttare nulla», esclama mentre afferra una bruschetta dal piatto dell’aperitivo. Non tutti, non sempre nelle campagne di Accumoli mangiavano tre portate più volte al giorno, racconta Federico: «E ora invece c’è chi si lamenta della sistemazione in albergo, ma poi mette i soldi della pensione da parte perché è tutto pagato, vitto e alloggio. Nessuna bolletta. Perché lamentarsi?» Gli Adduci vorrebbero restarci fino all’inverno a San Benedetto, nonostante il sindaco dica che a fine agosto alla maggior parte della popolazione sarà assegnata una casa temporanea nel paese dove abitava. Ma loro, a differenza di altri, non hanno fretta di tornare a Villanova. Nessuno ha un lavoro che lo attende. Nemmeno Federico, che un’occupazione la cerca anche, ma non è disperato per il fatto di non trovarla. Il pensiero di tutti è superare il trauma della morte di Rosella, la figlia ventenne che lavorava in un negozio di Amatrice e che quella sera in cui il destino le si è accanito contro era ospitata a casa di un’amica lungo il corso principale. Lei non c’è più e il momento in cui ne parla è l’unico in cui gli occhi della madre luccicano mentre tira fuori un santino con la foto della giovane ragazza dalle méches rosa. Ma qui è lontana dai luoghi del trauma, dalle macerie di pietra. «Non li ho mai portati al mare i miei figli. Una volta volevo, ma la pediatra mi disse “Non abiti in montagna? La montagna è meglio del mare. Vai più in alto, non in basso”». Nessuno in famiglia sa nuotare. «Una volta a nove anni andai a fare fieno in calzoncini corti», ricorda lui: «La sera fu un dramma. Le gambe erano rosse e facevano un male incredibile. Ho giurato che non avrei mai più indossato i calzoncini corti. E non l’ho più fatto. Ma con i pantaloni lunghi in acqua non ci posso mica andare». Pini e sale hanno comunque fatto tornare il colore sulle guance di Giovanni, lo stesso che avevamo incontrato accanto all’obitorio di Amatrice quando ancora le sorti della figlia erano incerte. Di quell’incontro nella sua memoria non rimane nulla. Avvolto come era in un impermeabile blu, resistente alla pioggia ma non al dolore.

Business macerie. Seduto su una panchina sul lato opposto della strada rispetto all’hotel Bruna a Martinsicuro, un paesino poco a sud di San Benedetto del Tronto, Giuseppe Di Girolamo, detto Beppe, è l’icona dell’attesa. Attende che gli venga data una casa. Attende di tornare a lavorare. Attende che si sblocchi la pratica per la ricostruzione (provvisoria) del suo bar. Niente funziona come vorrebbe. Ad Accumoli il sindaco ha scelto di non distribuire una parte delle donazioni ricevute sotto forma di contributo per il mancato reddito a tutti i commercianti, come invece ha fatto Pirozzi ad Amatrice. Ci devono pensare direttamente i privati donatori. Ma la cosa non è semplice. Se la Confederazione nazionale dell’Artigianato ha ricostruito il bar chiavi in mano a un altro operatore di Grisciano, la Confcommercio ha solo offerto i soldi per la costruzione delle mura di legno del bar di Di Girolamo, senza però mettere a disposizione un tecnico per le pratiche burocratiche, richiesta del certificato di stabilità presso il Genio civile inclusa. Di Girolamo ha sì assunto un suo tecnico, Tonino Priori, ma questi, fino al giorno del nostro arrivo, era lontano dal riuscire a sbrigare in fretta le pratiche per riaprire l’attività. Eppure rimettere in moto i vecchi esercizi non è certo una questione di denaro. I soldi sono arrivati in abbondanza in questo territorio piccolo e fragile. Ma la burocrazia italiana non è famosa per essere semplice e in tempi di emergenza le inefficienze a cui ci siamo ipocritamente abituati pesano più del normale. E poi ci sono le invidie di paese e i tentativi di incassare più soldi del dovuto, magari ingigantendo con i tecnici della Regione la vera entità delle perdite subite, ad esempio negli arredi della propria attività, nella speranza che con quattro soldi in più si possa ripartire meglio. Sempre che non si sia costretti a certificare ogni euro di spesa futura. Un gioco del cane e della volpe che finisce però con allungare i tempi del disagio per tutti.

All’Aquila è meglio. Occorre scendere a valle per andare a trovare Elena Serafini, la signora settantenne che piangeva senza sosta il giorno dopo il terremoto del 24 agosto nel giardino della casa di un vicino, a pochi metri dalle crepe devastanti del suo appartamento, frutto dei risparmi di una vita. A valle verso l’Aquila e verso la sua ampia spianata, dove nel 2009 il governo Berlusconi, dando un calcio a ogni regolamento che garantisse l’assenza di corruzione, diede in pochi mesi un tetto a 70mila persone. Le famose “casette”. Alcune - molte sono oggi in rovina - stanno godendo di una seconda vita: qui, a Pagliari di Sassa, dopo avere rifiutato una stanza di albergo sulla costa adriatica, hanno scelto di vivere alcuni abitanti di Amatrice. Cambio di città e di prospettiva. In attesa delle casette vere, le loro. Ma l’attesa, si sa, può riservare sorprese. «Quando Berlusconi consegnò queste casette io vidi in televisione la gente che ci entrava e rimasi incantata, condividendo le loro emozioni come se me lo sentissi che ci sarei venuta pure io», racconta Elena: «D’inverno la casa è caldissima. La rimpiangerò. E poi nei dintorni non manca nulla. I supermercati sono riforniti di qualsiasi cosa. Da qui Amatrice sembra un paesetto. E senza i romani che portano soldi e vita, è proprio vero che morirà». Serafini è un fiume in piena. Come l’anno scorso. Ma questa volta le acque non sono più nere. «Una coppia di Amatrice si è trasferita con il bambino autistico, che ora va in una scuola dove gli insegnanti sono gentili e preparati. Il bimbo ha cominciato a parlare. Sta molto meglio. Loro indietro non ci vogliono più tornare». Sopra e accanto alla stufa nera nell’angolo del saloncino i ninnoli a lei così cari sono tornati a vivere: la foto del matrimonio, quando era una diciassettenne dal volto tondo, un trullo in ceramica, un vecchio orologio da tavolo, un cestino di limoni bianco e giallo, qualche angioletto, una matrioska, lo scudetto della Roma. «Molti si sono rotti per sempre, ma conosco una signora di qui che forse alcuni li può riparare».

Agricoltori fortunati. All’allevatore Antonio Filodei di Arquata del Tronto la casetta temporanea è appena arrivata, completa di cucina, televisore, ferro da stiro e persino di phon per i capelli. Unico problema: le dimensioni. In base alle norme, una famiglia di quattro persone con due figli di sesso diverso dovrebbe vedersi assegnare una casetta di 80 metri quadrati, non di sessanta, più adatta a una coppia con un figlio solo o con due dello stesso sesso. «Lo dice lei che è colpa dell’invidia», si sfoga la moglie Tiziana. Il problema è che a Pescara del Tronto, nella disgrazia, i più fortunati di tutti sono stati proprio gli allevatori: hanno ricevuto in donazione stalle e fieno per gli animali, veicoli da lavoro, soldi liquidi. E perfino bestie nuove. Ma Antonio non è contento. Scende dal trattore in quel campo che, dall’altra parte della Salaria, si affaccia ogni giorno sulla valanga di macerie in cui si è trasformato il paese. «Prima di avere la casetta stavamo ad Ascoli Piceno in affitto, con i soldi del contributo regionale», racconta. I figli erano entusiasti, aveva detto la moglie sull’uscio di casa. «Un disastro», dice Antonio. Lui sta per riaprire la macelleria che gestisce con la moglie all’interno di uno dei container che faranno da centro commerciale di Pescara del Tronto. Lì sulle sponde del fiume, vicino a dove presto aprirà i battenti un nuovo stabilimento della Tod’s «Quando c’è stata quell’orribile nevicata di gennaio la zona è rimasta isolata per una settimana e le mie capre sono morte di sete e di fame. Le ho dovute portare a braccia giù a valle». Adesso le capre e le pecore è riuscito a recuperarle grazie a una donazione. Rimane, però, l’indignazione. «È mai possibile che all’Aquila in tre mesi abbiano risolto il problema e qui riusciamo ad entrare solo un anno dopo?».

La verità su Peppina. Intervento del deputato Sergio Pizzolante del 09 Ottobre 2017. Vedo tanta ipocrisia e tanta cattiva informazione. La storia di Peppina è il paradigma, l'esempio archetipo, della deriva dei poteri e della cultura democratica in Italia. Leggo pagine di indignazione verso la politica, ma qui la politica non ha colpe specifiche ma generali.  Cioè, non ha potere di intervento e la sua colpa (gravissima) è nel non aver potere. Non nel non esercitarlo. Un sindaco di un Comune vicino a quello di Bettina ha autorizzato tre case mobili in un campeggio per l'emergenza terremoto. Risultato, inchiesta della Procura, dimissioni del sindaco, fine. Un albergo è stato sepolto dalla neve dalla slavina, prima di andare a salvare i sopravvissuti, già la Procura apriva l'inchiesta e le telecamere erano quasi sul luogo a cercare i colpevoli, per non aver previsto la catastrofe. Le colpe, i colpevoli.  Vengono prima del soccorso. Questo appassiona gli italiani. Nel terremoto in Abruzzo gli scienziati vennero incriminati per non aver previsto il terremoto!  Il terremoto non si può prevedere. I sindaci vogliono avere mille autorizzazioni prima di scegliere i luoghi per le casette. Non arrivano, perché chi deve autorizzare aspetta altre autorizzazioni, che non arrivano, naturalmente.  Le macerie non vengono sgomberate perché (nessuno lo dice) ci sono le inchieste delle Procure, i sequestri, le competenze sulle opere, ma anche sulle pietre, della Sovrintenza. Siccome questa vicenda assurda di Peppina riguarda una vecchietta di 95 anni, tutti si emozionano e si appassionano. Ma se un sindaco avesse autorizzato la casetta e ci fosse stata lì, proprio in quel luogo, una scossa, tutti avrebbero partecipato al massacro dell'uomo e della politica. Ci sarebbe voluto un po' di buon senso.  Il Pm, il sindaco, il Sovrintendente, il direttore del giornale e del telegiornale, dovevano andare a portare un pensiero a Peppina. Un regalino, una carezza.  Ma questa non è più l'Italia del buonsenso e tanto meno del pensiero. Sergio Pizzolante, Deputato vice presidente gruppo Area Popolare (ncd-udc) presso Camera dei Deputati

Se la giustizia mostra il volto più feroce, scrive Stefano Sepe Martedì 10 ottobre 2017 su “L’Eco di Bergamo". La legge come insulto all’etica civile e come segno di totale mancanza di buon senso. Una vicenda dalla quale trasuda, oltre alla disumanità di fondo, l’immagine di un Paese sbilenco, nel quale le ragioni si mutano in torti e sembra prevalere la logica di un potere sordo e cieco. Sordo all’ascolto dei bisogni, cieco nel prendere decisioni che si riflettono pesantemente sull’esistenza delle persone. Peppina Fattori (95 anni) si vedrà demolito un piccolo chalet di legno – costruito a spese della famiglia su un terreno di loro proprietà – nel quale abitava dopo che il terremoto di un anno fa l’aveva costretta a lasciare la sua casa, dichiarata inagibile. Dopo una vicenda che ha del paradossale, è arrivata la sentenza: lo chalet deve essere demolito perché manca l’autorizzazione paesaggistica. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, dice un vecchio proverbio. Nel mentre gran parte degli abitanti delle zone colpite dal terremoto del Maceratese ancora non riesce a rientrare nelle case, la giustizia, veloce, ferrea, implacabile raggiunge e snida una vecchietta che non ha chiesto un’autorizzazione prevista dalla legge di tutela del paesaggio. Quello stesso paesaggio nel quale, da un anno, campeggiano le macerie. Di fronte a una vicenda del genere cosa si può dire? Certo, esiste l’esigenza di tutela del bene paesistico e paesaggistico. E a garantire tale tutela vi sono leggi apposite, meritorie nelle finalità per le quali sono state varate. Ma esistono anche altri beni da salvaguardare. Nel caso presente il diritto a vedere tutelata la dignità umana e le condizioni di vita di una persona molto anziana. Quella casetta è stata costruita per sottrarre un’anziana a condizioni di enorme precarietà, violando una norma di tutela del paesaggio. Ma quella violazione andava commisurata all’esigenza di tutelare concretamente un bene primario. Il vero nodo sono i «diritti negati». La Procura della Repubblica e il Tribunale del riesame hanno preso una decisione palesemente ingiusta. Un provvedimento con il quale la giustizia ha mostrato il suo volto più tetro e feroce: una giustizia che sa essere implacabile principalmente contro i deboli, contro coloro che, per ragioni diverse, non sono attrezzati a difendersi adeguatamente e le cui ragioni non trovano ascolto adeguato. Si sarà, ci deve essere, qualcuno – all’interno della stessa magistratura – che si prenda la responsabilità di cancellare una decisione che non soltanto è contraria al senso comune, ma è anche uno schiaffo ai principi più elementari di equità sociale. Se ciò non dovesse accadere, a uscirne ammaccata non sarà soltanto la reputazione dei magistrati, bensì la credibilità della giustizia. Ci troviamo, infatti, di fronte a un caso eclatante di legalità illegale, di arbitrio legale da parte di un potere pubblico. Da molti anni si discute dell’intrinseca «politicità» dell’attività giudiziaria, derivante dal fatto che il magistrato è chiamato a giudicare, valutando – sempre nel rispetto della legge – le implicazioni sociali, civili, morali della sua decisione. Se ciò è vero, i magistrati avrebbero dovuto valutare lo stato di bisogno della signora alla quale è stato imposto lo sfratto e la demolizione della casetta. Oggi i suoi parenti sono costretti a invocare un diritto «naturale», a ricorrere a qualche autorità superiore di uno Stato patrigno. Anzi, di uno Stato nemico, lontano dalle persone, incapace di ragionare in termini di buon senso. Forse un Solone del diritto spiegherà alla vecchietta, ai suoi parenti affranti, a noi tutti, che «esiste una norma». E – ironia della sorte – non c’è nemmeno la possibilità di sperare che ci sia un giudice a Berlino, perché è stato proprio un giudice a volere questo obbrobrio civile. Stefano Sepe

La 95enne sfrattata due volte: dal sisma e ora dai magistrati. La casa di legno va abbattuta, manca un certificato, scrive Stefano Vladovich, Lunedì 25/09/2017, su "Il Giornale". Sfrattata a 95 anni. Respinta la richiesta di una sospensiva per nonna Giuseppina. All'anziana di San Martino di Fiastra, Macerata, i magistrati hanno negato la possibilità di restare nel paese dove ha vissuto tutta una vita. Entro la metà di dicembre, i giudici sono categorici, la casetta di legno donata dalle figlie in attesa di una sistemazione definitiva, verrà abbattuta dalle ruspe. Eccola la storia che nessuno avrebbe voluto ascoltare fra le centinaia di contraddizioni e scandali del post terremoto. Il governo non le ha ancora assegnato una casa vera e propria a distanza di un anno dal terribile sisma che ha devastato l'Italia centrale e Giuseppina Fattori, classe 1922, ha cercato di arrangiarsi pur di non lasciare la terra in cui ha vissuto 70 anni. Prima in un container poi in un prefabbricato di legno. Abusiva per necessità, mai come in questo caso la definizione corrisponde al vero, in mancanza dell'autorizzazione «paesaggistica» e in zona sismica. Tant'è. Lei, però, non ne vuol sapere di andarsene e attende solo il ricorso al Tar contro la decisione degli inquirenti. «Da qui io non mi muovo!» giura. Una storia come tante altre nei paesi colpiti dal terremoto dell'agosto e dell'ottobre 2016, tanto che si pensa addirittura a una sanatoria per tutte le casette abusive, circa 300, tirate su per affrontare l'inverno. Soprattutto in assenza delle abitazioni promesse e ancora da realizzare. Pronta a sfidare le istituzioni pur di restare davanti le macerie della sua abitazione, nonna Giuseppina. Nonostante i carabinieri forestali già la scorsa settimana le abbiano notificato il decreto ingiuntivo, la vecchina non molla. Ed è diventata il simbolo di una popolazione lacerata dagli eventi naturali quanto dall'assurda burocrazia. A raccontare la storia la figlia Gabriella, farmacista. «Nell'agosto scorso - spiega la donna -, dopo averla ospitata a turno per 7 mesi abbiamo capito che il suo desiderio era di tornare a San Martino». L'idea è quella di costruire una nuova abitazione su un terreno edificabile di loro proprietà ma, visti i tempi biblici per le concessioni, i familiari della 95enne decidono di piazzare una semplice casa di legno. Rispettando tutte le norme, sottolineano: nulla osta geologico, corretta distanza dalla sede stradale, autorizzazione della Comunità Montana. Ma nonostante ciò, in mancanza dell'autorizzazione paesaggistica, arriva lo sfratto.

Casette per i terremotati: 18 e piene di bla bla bla. Mentre la gente dell'Italia centrale crepa guardando una casa che nessuno gli sistema, la malapolitica impera e il populismo ne detta l'agenda, scrive Giorgio Mulè il 3 marzo 2017 su Panorama. Dovremmo vivere il tempo della palingenesi della politica, e cioè un tempo del rinnovamento. Un’esigenza di rinascita legata principalmente alla necessità di depotenziare la disaffezione verso il Palazzo e con alcune derivate specifiche per ogni schieramento riassumibili così: nel centrosinistra Matteo Renzi sa di dover riparare al disastro del referendum e alla caduta della sua leadership; i 5Stelle, alla luce dell’avvilente gestione del Campidoglio, sono coscienti della crisi scatenata dall’accusa di incapacità di governare; il centrodestra non può sfuggire all’obbligo di tornare a essere un fronte unito e coeso se vuole riproporsi come forza di governo. Ad oggi, quel che manca in assoluto è la capacità di adempiere al primo compito che ci si aspetta dalla politica: scrivere un’agenda e rispondere così al compito principale richiesto a chiunque aspiri a guidare il Paese: qual è la visione dell’Italia? Invece, è il populismo a dettare l’agenda con la rincorsa spasmodica a inseguire l’avversario sul terreno del consenso immediato. Valga per tutti il mistificazionismo dei vitalizi, che rappresenta certamente un’odiosa stortura del sistema ma che non dovrebbe essere collocata in cima ai pensieri di partiti e movimenti. E invece il dibattito è tutto concentrato lì con uno scambio interminabile di accuse sterili, di battute ottime per i social network e i programmi televisivi. Se invece l’agenda fosse quella del Paese reale, tanto per restare ai fatti della stretta attualità, pensate che dopo quasi due lustri non si sarebbe approvata la legge sul fine vita? O che il provvedimento su concorrenza e liberalizzazioni starebbe ancora a galleggiare, non a caso, dentro un minestrone chiamato "decreto milleproroghe"? O che altri correttivi sulla giustizia (ragionevole durata dei processi, intercettazioni, diffamazione) non riuscirebbero a vedere la luce? Non è "colpa" del bicameralismo se per approvare una legge sono necessari in media almeno sette mesi: la responsabilità è in capo solo e soltanto alla malapolitica. E nulla c’entra il bicameralismo se il terremoto, con la tragedia della gestione dell’emergenza e della ricostruzione, non viene issato dagli schieramenti come vessillo della capacità di dare risposte concrete al Paese. Ma vi rendete conto che dopo sei mesi sono state consegnate agli sfollati soltanto 18 casette di legno? Che allevatori, artigiani e cittadini senza più un tetto sono ancora abbandonati al loro destino? Quale iniziativa concreta si è vista dopo che Panorama ha fatto ascoltare l’ammissione unilaterale della sconfitta da parte di Vasco Errani, commissario straordinario del governo per la ricostruzione? Nessuna, il vuoto pneumatico. L’incapacità della politica è rinchiusa tutta in quelle 18 casette di legno perché nessuno ha saputo tagliare le unghie alla burocrazia e nessuno ha pensato di predisporre una reale corsia di emergenza per rimettere in moto le regioni colpite dal sisma. Nell’agenda attuale trovate invece formulette semantiche vuote: al reddito di cittadinanza si oppone il lavoro di cittadinanza. Oppure alla palingenesi si preferisce il palindromo: al Pd si contrappone il Dp. Fino al prossimo insulto sui vitalizi. Mentre la gente dell’Italia centrale crepa, proprio così crepa, mentre guarda una casa che nessuno gli rimette in piedi. 

Amatrice, il villaggio donato agli sfollati rimasto nei container. Posti letto per quattrocento persone. Il piano appoggiato dalla Croce Rossa. Ma tutto si è arenato. L'ira del sindaco. Dietro lo stop i dubbi della Protezione civile, anche se ufficialmente nessuno ha detto no. Alla fine la società che si era offerta di realizzare il campo ha deciso di rivolgersi altrove, scrive Fabio Tonacci il 5 marzo 2017 su “La Repubblica”. La più grossa donazione ai comuni terremotati del Centro Italia non s'ha da fare. E non si capisce perché. Si tratta di un intero campo di moduli abitativi che potrebbe ospitare 400 persone: 14 palazzine per un totale di 5mila metri quadrati di camere con bagno e riscaldamento, spazi comuni, cucine. Un piccolo villaggio smontabile e multiuso, dunque. Che sarebbe stato utilissimo durante l'ultima emergenza maltempo, quando chi aveva finalmente trovato il coraggio di rientrare nelle propria casa piombò di nuovo nella paura per i terremoti del 18 gennaio e finì a dormire nelle tende della Protezione civile, sotto un metro di neve. Eppure, la pratica della donazione finora più consistente (il campo vale un milione di euro) si è persa nel labirinto della burocrazia. "Io m'arrendo... ma che devo fare?", ringhia Sergio Pirozzi, il primo cittadino di Amatrice. Da due mesi insegue quei moduli, senza successo. E ora non sa nemmeno più con chi si deve arrabbiare. Il "campo dono" non è nuovo. È stato fabbricato otto anni fa e utilizzato prima in Somalia e poi, più di recente, nei cantieri della metropolitana di Milano. Da tre anni giace impacchettato in 37 container da quaranta piedi all'Interporto di Livorno. E da qui che bisogna cominciare a raccontare questa storia. Da Livorno, dove ha sede la Ciano International, un'azienda che si occupa del catering nelle basi della Nato e delle Nazioni Unite. A inizio anno i dirigenti della Ciano si rivolgono a Maurizio Scelli, ex deputato di Forza Italia ed ex capo della Croce Rossa italiana: vogliono donare quei container ad Amatrice, sostengono che siano conservati molto bene. Scelli, con il quale hanno collaborato già in Iraq, li mette in contatto con Pirozzi. "Ero entusiasta della proposta", ricorda il sindaco. "La mia idea era di farne due centri di Protezione civile nei comuni vicini ad Amatrice: a Posta e a Cittareale. Due aree attrezzate al servizio dell'Alta Valle del Velino, che potevano ospitare i volontari e, alla bisogna, gli sfollati". Siamo a metà gennaio, e tutto lascia presupporre che la donazione andrà a buon fine. Un'azienda con una certa reputazione internazionale regala un intero campo smontabile ai terremotati. Si offre pure di montarlo gratuitamente nel cratere. Con l'intercessione di Scelli, la Croce Rossa mette a disposizione i tir per trasportarlo da Livorno nel Lazio. E ci sono i sindaci di Posta e Cittareale che hanno trovato sia i terreni dove installarlo, sia chi getterà il cemento dove saranno piazzati. Ancora Pirozzi: "A quel punto decido di coinvolgere la Protezione civile nazionale, che mi rimanda a quella del Lazio. Da lì in avanti, le cose sono diventate confuse". Il primo a esprimere dubbi pare essere in realtà un dirigente della Protezione civile Toscana, tanto che l'ingegnere della Ciano Andrea Chiesa scrive un messaggio a Scelli: "La tipologia della nostra donazione (non essendo moduli abitativi pronti alla consegna) non rientra nei loro interessi visto che hanno acquistato e che stanno continuando ad acquistare moduli abitativi nuovi". Da Amatrice, però, insistono per averli. Allora da Roma, intorno a metà febbraio, sempre la Protezione civile manda a Livorno due funzionari per verificarne lo stato di conservazione. "Li ho portati all'Interporto e ho fatto vedere loro il materiale", dice l'ingegner Chiesa. "Mi hanno detto che avrebbero scritto una relazione per i loro superiori entro un paio di giorni. Da allora non li ho più sentiti". Da Amatrice lo staff del sindaco si agita e sollecita più volte la Protezione civile del Lazio per il trasferimento. Oggi no, domani no, dopodomani forse. Nell'attesa, si diffonde la convinzione che non vogliano il campo perché non è nuovo. Che esista, cioè, una precisa disposizione che vieti, nonostante l'emergenza, l'acquisizione di materiale usato. "Assolutamente falso", dichiara a Repubblica Carmelo Tulumello, direttore dell'Agenzia regionale di Protezione civile del Lazio. "La verità è che quel campo è una struttura mastodontica che richiede cementificazione e opere di urbanizzazione. Non c'era la garanzia dello stato in cui si trova, perché durante l'ispezione i moduli erano visibili soltanto in parte. E poi chi li avrebbe smaltiti 37 container navali?". Il punto è che non si riesce a capire chi abbia materialmente fermato l'operazione. Perché da una parte Tulumello sostiene di non avere posto alcun veto, e di aver fatto "solo delle osservazioni ai Comuni su cui ricadeva l'onere della gestione del campo". Dall'altra Pirozzi e gli altri sindaci aspettavano un via libera, che non è arrivato. Nessuno ha detto formalmente no, ma nessuno si è preso la responsabilità di accettare la donazione. L'epilogo è di pochi giorni fa: la Ciano sta cercando qualcun altro cui potrebbe servire un campo abitabile da 5mila metri quadrati e 400 posti.

RIGOPIANO: L’INEFFICIENZA E L’INCAPACIATA’ DELLE ISTITUZIONI.

Dio non è abruzzese. Dopo il terremoto e la tragedia all'hotel Rigopiano, lo schianto dell'elisoccorso. Dio, perché tante piaghe sull'Abruzzo? Scrive Tony Damascelli, Mercoledì 25/01/2017, su "Il Giornale". Dal libro del profeta Isaia: «Ricordatevi i fatti del tempo antico, perché io sono Dio e non ce n'è altri. Sono Dio, nulla è uguale a me. Io dal principio annunzio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto; io che dico: Il mio progetto resta valido, io compirò ogni mia volontà! Io chiamo dall'oriente l'uccello da preda, da una terra lontana l'uomo dei miei progetti. Così ho parlato e così avverrà; l'ho progettato, così farò». Il progetto, dunque. Ma quale progetto? Dove è Dio in Abruzzo? Non si hanno notizie da quelle parti della presenza del Creatore perché ormai tutto è distrutto, esistenze e dimore, natura e oggetti, il Creato formato dal nulla, nulla è tornato a essere. Il terremoto di Montereale, la valanga di Rigopiano, l'elicottero precipitato nella nebbia di Campo Felice, il tempo malvagio, il buio del lutto e dell'assenza di elettricità, il freddo, il gelo, il silenzio della morte e quello del mattino disperato, quando la luce fa capire che non è stato un incubo ma è vero tutto, maledettamente vero, tragicamente effettivo come il passare dei secondi, dei minuti, di ore che sembrano ormai inutili da vivere. Non nominare il nome di Dio invano, secondo comandamento. Ma non è invano che oso nominarlo, è proprio perché il pontefice di Roma ha detto che Dio è vicino all'Abruzzo. In che senso è vicino? A chi è vicino? Quando lo è stato? Durante il tempo imprevisto e terribile dei terremoti, che sono stati e sono ancora mille e più di mille? Quando la montagna di neve si è staccata per correre giù, sconvolgendo e travolgendo tutto quello che avrebbe incontrato lungo il pendio? Quando l'aria umida si è fatta nebbia fitta così ingannando l'elicotterista, precipitando nel vuoto. Nelle preghiere di chi chiede a che ora tutto questo sarà finito? Nelle candele accese, presenze di calore e di fede, fragile memoria per chi è scomparso? Nei volti dei disgraziati, sfigurati dallo strazio, dal dolore eterno? Uomini e donne che hanno perduto figli, madri, mogli, mariti e, insieme, la grazia, la benevolenza di Dio, perché questa è davvero la disgrazia, l'assenza di quell'atto di amore divino. La colpa è degli uomini, d'accordo, la responsabilità è degli atti delinquenziali, di chi costruisce abusivamente sulle macerie, di chi sfrutta la miseria altrui, di chi commette reati e, maledetto lui, trova la via d'uscita a differenza di quelle povere vite sotto la slavina dell'albergo o ancora altrove, sepolte prigioniere della neve mortale. Dove era, ancora, Dio, sull'autostrada verso Verona, sopra, di fianco, dentro quell'autobus magiaro che ha bruciato i corpi dei ragazzi in gita? Prevedo la risposta, la ascolterò ma è la stessa che viene ripetuta quando un fatto luttuoso colpisce e cancella in modo feroce, ingiusto anche, un'esistenza. Poi rileggo la Bibbia e il passo di Isaia (46:9) e chiedo perché «io compirò ogni mia volontà». La volontà di cancellare la vita di un infante o quella di un uomo di grandi speranze? No, non credo, non penso, lo escludo. Allora diventa un esercizio impossibile, un muro da scalare ogni minuto, con il vento cattivo che soffia contro. È il destino, è un Dio anonimo, che nessuno conosce, l'alibi per proseguire.

GLI ANGELI DI RIGOPIANO TRADITI DAL CAMBIO TURNO: BUCCI E DE CAROLIS NON DOVEVANO ESSERE SUL VELIVOLO, scrive Mercoledì 25 Gennaio 2017, Stefano Dascoli su "Leggo". Walter Bucci e Davide De Carolis, abruzzesi di L'Aquila e Teramo, su quell'elicottero non dovevano esserci ieri mattina: due cambi turno hanno disegnato un destino tragico. Ettore Palanca, romano, aveva scelto Campo Felice per trascorrere il suo giorno di riposo: il suo infortunio sulla neve ha innescato il drammatico schianto dell'elisoccorso del 118 dell'Aquila. Sono tre delle sei storie di questa assurda vicenda, di un velivolo che si alza come tante volte, atterra sulle piste da sci, soccorre un ferito, ma al momento del decollo percorre pochi chilometri e si schianta. Tra le vittime c'è, appunto, il romano Ettore Palanca, 50 anni, sposato con Roberta, un figlio piccolo. Il suo è un destino doppiamente sfortunato. Si è infortunato mentre sciava, riportando la frattura di tibia e perone. Una volta visitato, la centrale del 118 dell'Aquila ha optato per l'intervento dell'elicottero. Quell'elicottero che avrebbe dovuto soccorrerlo e che invece si è trasformato nella sua tomba. Ettore lavorava come maitre al ristorante L'Uliveto del Rome Cavalieri, l'albergo a cinque stelle di Monte Mario. La moglie è una sua collega, al front desk. Uno strazio nello strazio: ha saputo della morte del marito mentre era al lavoro. Capelli brizzolati, tifoso della Juventus, era attaccato alla famiglia e appassionato di sport: Ettore amava la corsa, che lo aveva portato a partecipare alla Roma-Ostia, e il calciotto. Ma soprattutto amava la montagna. «Proprio l'altro giorno mi ha detto che sarebbe andato perché amava sciare, mentre non gli piaceva molto il mare. Era un tipo allegro, salutava sempre tutti» ha ricordato ieri un suo collega. L'Abruzzo, ovviamente, ha pagato il prezzo più alto. Tra le sei vittime c'è Walter Bucci, una sorta di eroe della montagna: centinaia di interventi alle spalle, una disponibilità e una passione che non hanno mai conosciuto confini. Un dato, su tutti: era stato tra i primi ad arrivare a Rigopiano, una volta appresa la notizia della valanga che ha spazzato via l'hotel. Lì era rimasto ulteriormente, per giorni, come medico del 118. Rianimatore, 57 anni, sposato e con due figlie, ieri non doveva essere su quel volo: fatale è stato un cambio turno. Stessa sorte per Davide De Carolis, il 39enne teramano, sposato e con una figlia piccola, che a 13 anni era già nel Cai e a 21 gestiva un rifugio sul Gran Sasso. Anche la sua è stata una vita tutta dedicata alla montagna: gestiva un ristorante nella sua Santo Stefano di Sessanio che, sebbene sepolta dalla neve, non ha esitato ad abbandonare nei giorni scorsi per andare a scavare a Rigopiano. A Roma aveva trascorso la sua infanzia Giuseppe Serpetti, 58 anni, aquilano. Un omone buono cresciuto con la passione del soccorso in elicottero, coltivata fin da giovanissimo. Lascia la moglie Lucia e due figli piccoli, di 7 e 8 anni. Alla guida dell'elicottero c'era Gianmarco Zavoli, 47 anni, di San Giuliano a Mare (Rimini), dove viveva. Pilotava l'Agusta modello Aw139. Era un appassionato ciclista, iscritto alla Cicli Matteoni. Nel tempo libero partecipava a escursioni su strada con il team amatoriale. Mario Matrella, 42 anni, di Foggia, tecnico di volo, era l'esperto del verricello. Viveva a Putignano, in provincia di Bari. Lascia la moglie e quattro figli. Dipendente della Inaer Aviation spa, ma con un passato da tecnico dell'Alidaunia, faceva parte anche del soccorso alpino.

STRAGE HOTEL RIGOPIANO: DOPO UNA SETTIMANA E’ FINITA, scrive il 26 Gennaio 2017 "Prima Da Noi". La parola fine arriva ad una settimana esatta dalla valanga che ha travolto tutto: attorno alle 23 di ieri i vigili del fuoco tirano fuori da quel groviglio di macerie, neve, tronchi d'albero e detriti i corpi degli ultimi due dispersi. Quel che resta dell'hotel Rigopiano, a questo punto, è ormai solo un monumento all'orrore sotto il Corno Grande del Gran Sasso d'Italia. Che fosse questo, il finale, lo si era capito ormai da un paio di giorni e mercoledì se ne è avuta la certezza: nei discorsi ufficiali, nelle dichiarazioni ai tg, non c'erano neanche più quelle parole formali che servivano a lasciare aperta comunque una seppur minima speranza. E l'unico obiettivo rimasto a chi stava scavando senza sosta da giorni, era quello di trovare prima possibile tutti i corpi sepolti sotto la neve e le macerie. Per chiudere finalmente la macabra conta delle vittime, restituire i corpi alle famiglie e abbandonare prima possibile quella montagna piena di dolore. La svolta è arrivata lunedì notte e da allora, in 48 ore, i vigili del fuoco hanno tirato fuori da quel che resta dell'hotel 18 vittime; 9 le hanno estratte martedì e 9 mercoledì. Queste ultime sono sei donne e tre uomini: i loro corpi, come la maggior parte di quelli usciti da quell'inferno poche ore prima, erano incastrati tra pilastri, pezzi di cemento, neve e tronchi. Ed erano tutti in un unico ambiente: quello dove, prima che sul Rigopiano si abbattessero centinaia di tonnellate di neve, era il bar. I vigili del fuoco, in quella zona, c'erano arrivati due giorni fa. Erano entrati passando dalle cucine e lì avevano avuto già un brutto presentimento: alcuni di quegli ambienti erano rimasti miracolosamente intatti, ma non c'era nessuno. «Speravamo di trovare qualcuno ancora vivo - hanno ripetuto fino a ieri - anche se sapevamo bene che stavano per lasciare l'albergo e dunque erano tutti radunati da un'altra parte. Però magari qualcuno era tornato indietro, o si era attardato per qualche motivo in cucina. E se fosse stato così si sarebbe forse salvato». Concluse le verifiche nelle cucine, gli Usar, gli specialisti delle ricerche tra le macerie, sono passati al bar. Un'ampia zona tra la sala del camino, dove c'erano alcuni dei sopravvissuti, e l'area ricreativa, dove sono stati estratti vivi i tre bambini. Ma lì dentro la situazione era molto peggio: un unico groviglio di macerie e neve. E di corpi. Qualcun altro, invece, lo hanno recuperato nella zona dove erano le camere: quattro piani venuti giù completamente e schiacciati uno sull' altro. E gli ultimi due, un uomo e una donna, li hanno trovati sempre lì: nella zona tra il bar e la hall. Dove tutti gli ospiti e i dipendenti dell'albergo attendevano l'arrivo dello spazzaneve che avrebbe dovuto portarli via. Ma il mezzo non si è mai visto e al suo posto è arrivata la valanga maledetta. Alla fine di una giornata lunghissima, i morti sono quindi 29, quindici uomini e quattordici donne. Sommati agli 11 sopravvissuti, fanno tutte e quaranta le persone che mercoledì pomeriggio si trovavano nel Rigopiano. Non c'è più nessuno da cercare. Almeno non c'è più nessuno di ufficiale da rintracciare. Per questo le ricerche sono state sospese ieri notte, anche se è probabile che riprenderanno in mattinata per bonificare l'intera area ed escludere con certezza che non vi siano altre persone che non erano finite in nessun elenco. Delle 29 vittime, 20 sono state identificate: si tratta di 9 donne e 11 uomini: Rosa Barbara Nobilio e suo marito Piero di Pietro, Nadia Acconciamessa e il marito Sebastiano di Carlo, l'estetista dell'hotel Linda Salzetta, Paola Tommasini, Ilaria De Biase, Luana Biferi, Jessica Tinari, Sara Angelozzi, Marinella Colangeli, il maitre dell'hotel Alessandro Giancaterino, il cameriere Gabriele D'Angelo, Stefano Feniello, Marco Vagnarelli, l'amministratore dell'hotel Roberto Del Rosso, il receptionist Alessandro Riccetti, il rifugiato senegalese Faye Dame, Claudio Baldini, Emanuele Bonifazi. Gli ultimi 9 corpi da identificare sono all'obitorio dell'ospedale di Pescara, dove i parenti attendono di poterseli riportare finalmente a casa. Per i duecento uomini che hanno scavato per giorni, dopo aver capito che non ci sarebbe stato più nessuno vivo, ritrovarli tutti era l'unico obiettivo. E ci sono riusciti. E' finito lo strazio di una macabra e luttuosa contabilità, non finirà tanto presto, invece, lo stillicidio delle ricostruzioni di eventuali responsabilità che sembrano annidarsi ovunque. Uno stillicidio di omissioni e sviste che tutte insieme hanno creato la valanga che è venuta giù. Marco Tanda, il pilota 25enne della Ryanair originario di Gagliole (Macerata) e la fidanzata Jessica Tinari, di Lanciano, sono fra le vittime della slavina di Rigopiano. Il corpo di Marco è stato riconosciuto ieri sera dal fratello Gianluca: «ora che Marco non c'è più - le sue uniche parole - è il momento del silenzio». I due fidanzati sono stati ritrovati senza vita nella sala tv dell'albergo distrutto. Tanda era cresciuto a Castelraimondo, ma si era poi trasferito a Roma con la famiglia.

HOTEL RIGOPIANO. SOPRAVVISSUTI E VITTIME: TUTTI I NOMI. E' finita. Undici sopravvissuti, 29 morti, zero dispersi.

Tra la notte di mercoledì 25 gennaio e giovedì 26 la tragica contabilità della strage all'hotel Rigopiano è terminata. L'ultimo disperso è stato trovato. Cadavere, come tutti gli altri da sabato mattina in poi. Sono quindi 29 le vittime in quel resort travolto da una slavina mercoledi' di una settimana fa. Non ci sono più dispersi da cercare, le ultime speranze - già molto, molto ridotte - sono cadute intorno a mezzanotte, quando la prefettura di Pescara ha dato notizia del recupero del corpo di un uomo e di una donna. Degli ultimi corpi che mancavano all'appello. Un comunicato, due righe per dire appunto 29 vittime e 0 dispersi.

I SUPERSTITI SONO 11

I superstiti recuperati in macchina, all’esterno dell’hotel:

Il cuoco Giampiero Parete (che ha lanciato l’allarme) e il manutentore dell’hotel Fabio Salzetta.

I superstiti recuperati vivi sotto le macerie:

Adriana Vranceanu, 37 anni, (moglie di Parete) e il figlio Gianfilippo sono stati i primi ad essere stati estratti il 20 gennaio, venerdì mattina, e sono arrivati all’ospedale di Pescara nel primo pomeriggio.

Nella serata del 20 gennaio sono arrivati altri tre bambini: Ludovica Parete (che si è ricongiunta così ai suoi parenti già in salvo), Edoardo Di Carlo, 9 anni di Loreto e Samuel Di Michelangelo, 7 anni.

Sabato mattina, 21 gennaio, poco prima delle 6, in ospedale a Pescara sono arrivati Francesca Bronzi 25 anni di Montesilvano e i fidanzati di Giulianova Vincenzo Forti di 25 anni e Giorgia Galassi di 22 anni.

Alle 10.30 è arrivato in ospedale anche Giampaolo Matrone di 33 anni di Roma. I soccorritori lo hanno trovato grazie alla strumentazione della Scientifica che ha segnalato la presenza del suo cellulare.

LE VITTIME SONO 29

Mercoledì 25 gennaio, poco prima della mezzanotte, si sono spente definitivamente tutte le speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita e sono stati recuperati tutti i 29 corpi dei dispersi. 

Il primo ad essere stato trovato è stato Alessandro Giancaterino, 42 anni, meitre dell’hotel Rigopiano. Lascia la moglie Erika e un bimbo di 9 anni.

Seconda vittima identificata Gabriele D’Angelo, 30 anni, cameriere del resort e volontario della Croce Rossa.

Deceduti anche Nadia Acconciamessa, e Sebastiano Di Carlo, genitori del piccolo Edoardo, ricoverato in ospedale da venerdì sera. I due gestivano due pizzerie, una Loreto Aprutino e l'altra a Penne, aperta da poco. Oltre al piccolo Edoardo, che era in vacanza con loro, lasciano altri due figli, uno di 16 anni e l'altro di 20 al quale sarà affidato il sopravvissuto. 

Non ce l'ha fatta nemmeno Barbara Nobilio, di 51 anni, anche lei di Loreto Aprutino.

Identificati martedì 24 gennaio anche il marito Piero Di Pietro, 53 anni, dirigente di Tua, l'azienda unica di trasporto regionale abruzzese. I due coniugi erano partiti per questa breve vacanza insieme ai loro amici Di Carlo. 

Lunedì 23 gennaio era stata invece estratta dalle macerie, senza vita, Linda Salzetta, 31 anni di Penne che lavorava al centro benessere dell'hotel. Per il prossimo 7 maggio erano in programma le sue nozze. Linda era la sorella di Fabio, il manutentore che insieme a Parete ha dato l'allarme. «Ci mancava solo il terremoto, spero di tornare a casa ma non so come. Non ci libereranno», il suo ultimo sms ad un’amica. 

Identificato dopo un lungo strazio per la famiglia anche Stefano Feniello, 28 anni, della provincia di Salerno, fidanzato di Francesca Bronzi (salvata). Nei giorni scorsi i familiari per quasi 24 ore avevano atteso l’arrivo del ragazzo in ospedale perchè la prefettura, per errore gli aveva annunciato che era stato trovato in vita.

Senza vita sono stati ritrovati anche Paola Tomassini, 44 anni, e Marco Vanarielli. I due avevano terminato la loro vacanza e stavano per far ritorno nelle Marche, dove vivevano. Vagnarelli era un dipendente dell'Ariston, mentre la compagna, originaria di Montalto Marche, lavora per la società Autogrill.

«Non ci posso credere, noi rimaniamo quassù per sempre», aveva detto lei la mattina del 18 gennaio, in un video che la ritrae immersa nella neve a poche ore dalla valanga che ricoprirà l'hotel Rigopiano. Il loro ultimo segnale è stato un accesso su Whatsapp alle 16.35 di mercoledì. Poco dopo, la valanga che ha travolto tutto e tutti.

L’ultimo corpo identificato nella giornata di martedì è stato quello del proprietario dell'hotel Roberto Del Rosso. Il suo ultimo messaggio alla moglie era stato inviato il giorno della tragedia, due minuti prima delle 17. L’uomo aveva raccontato che non si era quasi accorto delle forti scosse di terremoto della mattina perché impegnato a spazzare la neve.

La giornata più drammatiche sono state sicuramente quelle di martedì 24 di mercoledì 25 gennaio. Le macerie dell'hotel hanno continuato a restituire in rapida successione solo cadaveri. I soccorritori hanno estratto l'ultimo corpo, il 29° poco prima della mezzanotte. 

Dunque non ce l'ha fatta Valentina Cicioni, 32 anni, moglie di Matrone, ancora in ospedale dopo un intervento al braccio. La donna era di Mentana, infermiera al blocco operatorio del policlinico 'Gemelli' di Roma. Su Facebook aveva pubblicato poche ore prima della tragedia le immagini del resort innevato.

Tra le vittime anche Tobia Foresta, 60 anni, dipendente della direzione provinciale dell’Agenzia delle Entrate di Pescara e sua moglie Bianca Iudicone, 50 anni, ClaudioBaldini e la moglie Sara Angelozzi di Atri.

Nell'hotel c'erano anche Domenico Di Michelangelo, 40 anni, di Chieti e Marina Serraiocco, 36 anni di Popoli. Loro sono i genitori di Samuel, il bimbo tratto in salvo nella sala da biliardo insieme ad altri due bambini. Nei giorni scorsi il sindaco di Osimo, che aveva citato fonti di polizia e della famiglia, i due adulti si sarebbero salvati ma i loro nomi non sono mai comparsi nella lista diffusa dalla Prefettura.

Recuperati anche Marco Tanda, 25 anni, di Macerata, pilota di Ryanair e la fidanzata Jessica Tinari, 24 anni, di Vasto. E poi ancora i coniugi Luciano Caporale, 54 anni, Castel Frentano e Silvana Angelucci, 46 anni, entrambi parrucchieri di Castel Frentano. 

Sepolti dalla valanga anche Emanuele Bonifazi, 31 anni, di Pioraco, e il portiere della struttura Alessandro Riccetti, 33 anni, di Terni, l’estetista dell’hotel Cecilia Martella, la responsabile del centro estetico Marinella Colangeli, Ilaria Di Biase, 22 anni, era da tre anni impegnata nell’attività di cuoca e aveva vinto la selezione per prestare servizio in hotel, Luana Biferi dello staff e calciatrice dell'Acqua e  Sapone, di Bisenti che poco prima della tragedia aveva scritto su facebook agli amici «Sono bloccata a Rigopiano con tre metri di neve... e il terremoto». 

Il 22 gennaio una coppia di turisti tornata a casa prima della tragedia ha segnalato la probabile presenza all’interno dell’hotel di un extracomunitario che non figura in nessuna lista. Parlavano di Faye Dame, impiegato tuttofare arrivato dal Senegal con la voglia di crearsi una nuova vita.

Rigopiano, da Giorgia Galassi e Stefano Feniello, storie di chi torna e di chi non ce l'ha fatta. Il 28enne originario di Salerno è l'unico, tra le due coppie intrappolate nella stanza dell'hotel, ad essere morto, scrive L'"Ansa" il 25 gennaio 2017. Speranze, illusioni, gioia, rabbia. La vicenda di Rigopiano ha incrociato destini diversi per storie simili. Tanto da scatenare analogie e confronti. Nel ventre della montagna di neve che ha mangiato il Rigopiano c'erano anche due coppie di fidanzati, intrappolati a pochi metri di distanza: Giorgia Galassi e Vincenzo Forti, Francesca Bronzi e Stefano Feniello. Tra loro l'unico a non essere sopravvissuto è Stefano Feniello, 28enne originario di Valva (Salerno). Già prima che il corpo privo di vita venisse estratto dalle macerie, suo padre Alessio gridava la sua disperazione: "Quelli che sono morti sono stati uccisi, quelli che ancora non si trovano sono stati sequestrati contro il loro volere. Avevano le valigie pronte e volevano rientrare". E intanto aspettava notizie del figlio. Proprio lui, a cui venerdì sera, forse a causa di un errore nelle comunicazioni, le autorità, tra cui il Prefetto, avevano detto che Stefano era vivo e faceva parte di un gruppo di cinque persone in arrivo in ospedale. "A sentire il nome di mio figlio sono caduto faccia a terra - racconta - il giorno dopo ho penato fino al pomeriggio e ho atteso che qualcuno mi venisse a dire guardate abbiamo sbagliato". Poi la rabbia nel giorno dell'identificazione del corpo del figlio: "È una settimana che sono qui in ospedale". A non darsi pace era anche Francesca Bronzi, la 25enne di Pescara. La sua vita è cambiata mentre beveva un tè col fidanzato Stefano. Lo sconforto aveva di nuovo preso il sopravvento, dopo la gioia esplosa quando erano stati comunicati i nomi di cinque persone estratte dai resti dell'hotel, tra cui quello di Stefano. Un errore di comunicazione, forse, all'origine dell'informazione errata. Era la prima vacanza insieme per Stefano e Francesca. Lui aveva compiuto 28 anni martedì e lei, per il compleanno, gli aveva regalato due giorni di relax nella storica struttura di Rigopiano. Subito dopo la notizia della valanga, i due papà si erano messi in marcia per cercare di raggiungere il luogo del disastro. "E' una tragedia, ho mia figlia lì sotto - aveva detto Gaetano Bronzi con le lacrime agli occhi - era andata a fare una giornata con il ragazzo, c'è suo padre qui accanto a me. Volevano passare un week end, ma sono rimasti su". "Non erano mai venuti qui - aveva detto papà Alessio - Ma la speranza c'è ancora e noi aspettiamo. Non ce ne andremo". E ora le due famiglie criticano i metodi di comunicazione e le poche informazioni. Parlano di "mancanza di organizzazione", i Bronzi. "Nessuno ci fa sapere niente, apprendiamo informazioni solo dai giornalisti. Nessuno si degna di dirci nulla", ripetevano i Feniello. E non potevano fare altro che attendere. Tra muri di neve in quella stessa stanza d'albergo, immobili, al buio, senza poter comunicare con gli altri e senza udire alcun suono o rumore, neanche quelli dei soccorritori. Vincenzo era insieme alla fidanzata, Giorgia Galassi, 22 anni, per passare qualche giorno all'insegna del relax. Entrambi sono stati recuperati e ora sono in buone condizioni. Ora tutto è affidato a testimonianze, acquisizioni, documenti, autopsie. E se in quell'albergo a stabilire la sorte di Stefano è stata la roulette del caso, lo decideranno i magistrati.

Hotel Rigopiano, Francesca Bronzi scopre in diretta a Porta a Porta che il suo fidanzato è morto, scrive “Libero Quotidiano” il 26 gennaio 2017. Il lutto e una beffa tremenda. La tragedia dell'Hotel Rigopiano arriva nello studio di Porta a Porta, dove c'è Francesca Bronzi, che intervistata parla del suo fidanzato, Stefano Feniello, e della speranza di ritrovarlo vivo. Ma la speranza si spegne nel corso della diretta di martedì sera: arriva la conferma che uno dei corpi recuperati in serata è proprio di Stefano, riconosciuto grazie a un tatuaggio.

Bufera a Porta a Porta: Francesca parla del fidanzato disperso, ma lui è già morto. Bruno Vespa segue la tragedia di Rigopiano ma con una puntata registrata. Quando va in onda su Rai1 l'intervista alla sopravvissuta Francesca Bronzi, che spera di ritrovare ancora vivo il fidanzato, arriva la conferma: Stefano Feniello è tra le vittime, scrive Chiara Cecchini il 25 gennaio 2017 su "Today". Era l'ottobre 2010. Davanti a milioni di telespettatori la madre di Sarah Scazzi fu informata in diretta che sua figlia non era scomparsa, come si temeva e in fondo ancora si sperava in quel momento, ma era stata uccisa e del suo omicidio si era autoaccusato lo zio Michele Misseri. Successe a "Chi l'ha visto?", la tv-verità per eccellenza. Il bello e l'osceno della diretta, la necessità di fare informazione e servizio pubblico (mentre i concorrenti mandavano in onda puntate registrate su altri temi) ma anche il dilemma etico e il buonsenso di chiudere in tempo il collegamento, di allontanare le telecamere, di non riprendere il viso impietrito di Concetta Serrano. Sul Corriere della Sera Aldo Grasso difese la scelta di Federica Sciarelli. "Con le telecamere ormai accese 24 ore su 24, in una società organizzata attorno ai media, nella piena consapevolezza che ormai gli strumenti multimediali rappresentano il nuovo ambiente in cui viviamo, è inutile chiedersi se questo strazio collettivo in diretta andasse fermato o no. Da tempo viviamo nel post-Vermicino", scrisse il critico di via Solferino, cercando di contestualizzare un episodio che aveva aggiunto una nuova pagina alla lunga e atroce storia della spettacolarizzazione del dolore in tv. Sono passati sette anni. Altri milioni di telespettatori seguono con il cuore in gola i tremendi aggiornamenti dall'hotel Rigopiano, che ormai continua a restituire solo morti. Bruno Vespa e il suo Porta a Porta sono "sul pezzo", ma con una puntata registrata. Nessun collegamento fiume dai luoghi della tragedia modello Vermicino, niente "telecamere ormai accese 24 ore su 24", solo l'intervista a Francesca Bronzi, una dei sopravvissuti alla tragedia del resort distrutto dalla slavina. La giovane, estratta viva e trasportata all'ospedale di Pescara, racconta quelle 50 ore passate nel buio e al freddo, stringendo la mano del fidanzato Stefano Feniello. Al momento della registrazione della puntata, Feniello era ancora nella lista dei dispersi. Mentre il racconto di Francesca, e la sua speranza di poter riabbracciare il suo Stefano, si diffonde su Rai1 arriva la tragica conferma: il ragazzo è morto, suo padre lo ha riconosciuto ufficialmente da alcuni tatuaggi. Aveva un senso quell'intervista, in quel momento, in quel contesto, "nella piena consapevolezza che ormai gli strumenti multimediali rappresentano il nuovo ambiente in cui viviamo"? Tra gli "strumenti multimediali" citati da Grasso ormai c'è anche Twitter e proprio sul social network si è sfogata la rabbia di chi ha assistito all'ennesimo scollamento tra realtà e informazione. "#francesca scusa per come sei stata USATA da #vespasciacallo credimi non siamo tutti così!..non tutti gli #abruzzesi sono così #portaaporta", tuona un utente.

Morte di Stefano Feniello all’hotel Rigopiano, lo straziante racconto della fidanzata, scrive Angela Bonora su "Info Cilento" il 25 gennaio 2017. La giovane Francesca Bronzi, durante un noto programma Rai, racconta la sua testimonianza della valanga all’Hotel Rigopiano. Lei e il suo fidanzato Stefano Feniello avevano deciso di passare una notte fuori per festeggiare in modo romantico il compleanno di lui. A Stefano, originario di Valva provincia di Salerno, questo compleanno però gli è costato la morte. È stato il padre infatti, a riconoscere il suo corpo attraverso un tatuaggio. Francesca durante l’intervista a “Porta a Porta”, racconta che tutti gli ospiti dell’Hotel Rigopiano erano terrorizzati per aver avvertito circa 5 scosse fino a quel momento. Erano stati più volte rassicurati dal personale della struttura sulla stabilità dell’albergo, ma nonostante questo erano tutti in attesa che arrivasse uno spalaneve per liberare la strada. Francesca continua dicendo che prima del boato, lei era di fronte al suo fidanzato davanti al caminetto, quando hanno avvertito un forte rimbombo ed un urto che ha fatto spostare lei di alcuni metri in avanti, da quel momento riusciva a vedere solo il braccio di Stefano attraverso la torcia del cellulare. Durante le 50 ore passate sotto le macerie Francesca dichiara “ero al buio, in uno spazio piccolissimo, senza acqua né cibo, sono stata sempre rannicchiata con le ginocchia al petto”, per fortuna accanto a lei c’era un’altra coppia di fidanzati Vincenzo Forti e Giorgia Galasso, che le passano della neve per potersi dissetare. I giovani, appena hanno sentito dei rumori provenire dalla superficie, hanno gridato aiuto molte volte fino a quando i vigili del fuoco li hanno salvati. La giovane Francesca con le lacrime agli occhi, dopo aver raccontato l’orribile tragedia che l’ha divisa per sempre dal suo amore, conclude rivolgendo un ringraziamento ai suoi soccorritori, in particolare ad alcuni di loro.

Gossip Barbara D'Urso criticata in tv da Giorgia Galassi dell'hotel Rigopiano, scrive il 25 gennaio 2017 Domenico Mungiguerra, Esperto di Tv e Gossip su "it.blastingnews.com". Giorgia Galassai, sopravvissuta alla tragedia dell'Hotel Rigopiano attacca Barbara D'Urso in tv. Colpo di scena durante la diretta tv di oggi 25 gennaio di #Pomeriggio 5, la trasmissione di #Barbara D'Urso che in questi giorni sta continuando a tenere alta l'attenzione sulla tragedia dell'Hotel Rigopiano: diverse le vittime che sono state estratte morte dalla struttura così come diversi sono state anche le persone che miracolosamente sono state estratte vive dall'Hotel. Ebbene durante la diretta di oggi di Pomeriggio 5 la D'Urso ha avuto la possibilità di intervistare la coppia di sopravvissuti di questa tragedia: parliamo di Giorgia Galassi e del suo fidanzato Vincenzo Forti, i quali al termine della conferenza stampa ufficiale che hanno fatto per parlare alla stampa di quanto è accaduto in quelle ore in cui sono stati sommersi sotto la neve all'interno dell'albergo, hanno concesso un'intervista alla conduttrice del talk show di Canale 5. Ebbene le gossip news rivelano che nel momento in cui Giorgia Galassi si è collegata in diretta con Barbara D'Urso ha subito mosso una critica alla conduttrice di Pomeriggio 5 per una lettera che lei avrebbe letto nel corso dei giorni scorsi, presentandola al pubblico da casa come una missiva scritta da Vincenzo Forti, fidanzato della Galassi. Ebbene la donna ha precisato che quella lettera non è stata scritta dal suo compagno e quindi quanto letto dalla D'Urso non era vero. A quel punto, però, ecco che la padrona di casa di Pomeriggio 5 ha preso la parola e si è difesa dalle accuse e dalle critiche di Giorgia Galassi, affermando che in realtà lei si è solo limitata a leggere quanto riportato in questi giorni sui vari quotidiani, tra cui Corriere della Sera e La Repubblica. A quel punto la reazione della sopravvissuta dell'#hotel Rigopiano è cambiata e ha precisato che non sapendo questo particolare, muoveva la sua crtica contro chi ha riportato queste false notizie, affermando di non avere nulla contro la D'Urso e ringraziandola per la possibilità che le è stata data di fare chiarezza in diretta tv.

Rigopiano, trovati due corpi nel caminetto trascinati della valanga. Le persone recuperate, tutte senza vita, sono salite a 29 e all'interno dell'albergo non dovrebbe esserci più nessuno, scrive Marta Proietti, Giovedì 26/01/2017, su "Il Giornale". Il bilancio delle vittime dell'hotel Rigopiano è salito a 29 e quasi sicuramente all'interno della struttura non c'è più nessuno. Nella straziante ricerca, i vigili del fuoco hanno trovato due persone dentro il caminetto, con le mani davanti al volto probabilmente per proteggersi dai crolli del soffitto. Dalle prime ricostruzioni sembra sia stata la forza della valanga a spingerli dentro a quella che è diventata la loro tomba. Al momento non è ancora possibile identificarli perché i volti sono totalmente sfigurati.

La mappa dell'hotel-cimitero: uno per uno, dov'erano i morti, scrive il 27 gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. Una mappa agghiacciante e allo stesso tempo commovente. E' quella che pubblica oggi il quotidiano Il Messaggero sulle vittime dell'hotel Rigopiano. Una per una, nome per nome con tanto di numerino, il quotidiano romano mostra dove sono state trovate le vittime della slavina dello scorso 28 gennaio. Stanza per stanza: si scopre così che ben 13 di loro erano distribuite tra la reception la hall, dov'erano in attesa dello spazzaneve che avrebbe dovuto arrivare per aprirgli la strada verso la fuga e la salvezza, ma che non è mai arrivato lassù. Dieci erano nella zona bar, una tra quella e la sala biliardo. Una al bancone del bar e tree in cucina, al lavoro. Nessuno al ristorante. Nelle camere stavano in pochi. E quelli si sono salvati, perchè stavano più in alto, nella parte di hotel colpita solo in parte dalla massa di neve. Tutti quelli che invece erano giù in attesa di partire sono invece morti.

Rigopiano, alcune vittime trovate con il cellulare in mano altre con il volto coperto dal gomito. Le operazioni per il recupero dei corpi all'hotel Rigopiano sono ormai concluse. Ora, i soccorritori raccontano dettagli agghiaccianti su come sono state trovate quelle 29 persone prive di vita, scrive Serena Pizzi, Venerdì 27/01/2017, su "Il Giornale". La tragedia dell'hotel Rigopiano è una di quelle tragedie che si farà fatica a dimenticare, due giorni dopo dal recupero di tutti i corpi rimasti sepolti sotto la slavina che ha travolto il resort, emergono particolari terribili di quella morte arrivata all'improvviso. I soccorritori hanno raccontato alla stampa scene che rimarranno impresse nella memoria per la loro drammaticità e allo stesso tempo per la loro quotidianità. Sì perché gli ospiti dell'hotel Rigopiano, che mercoledì 18 gennaio hanno perso la vita sotto cumuli di macerie e neve, stavano trascorrendo un normale mercoledì pomeriggio. "Gli angeli" che hanno salvato 11 persone, ma che non hanno potuto fare nulla per altre 29, hanno confessato di aver trovato nella tomba glaciale dell'hotel Rigopiano corpi totalmente schiacciati dalle macerie e dal peso della valanga. Nella cucina, invece, - si legge su il Messaggero - c’erano le due cuoche ancora intente nella preparazione dei cibi. La slavina le ha colte all'improvviso e allo stesso modo la morte se le è portate via. Anche l’addetto al ricevimento si trovava sul posto di lavoro, nella reception della struttura. Il giovane, probabilmente si occupava anche del bar, collocato nella stessa stanza, perché aveva ancora in mano il braccio della macchina del caffè quando è stato trovato. Gli ospiti, invece, erano radunati nella hall del resort. Alcuni di loro erano seduti accanto al camino che in quel momento ardeva. Quel camino che tanto era amato perchè riscaldava, probabilmente, è costato la vita a quelli che gli sono finiti contro. Altri ancora sono stati trovati dai soccorritori con in mano il cellulare. Forse stavano aspettando il segnale per mandare un messaggio per rassicurare i parenti o forse per inviare messaggi di aiuto. Tanti forse e nessuna risposta. La furia della slavina non ha risparmiato nessuno. Alcuni corpi sono stati trovati fra le ante delle porte. Poi, c’è stato anche chi è morto con il volto coperto dal gomito per ripararsi dai crolli. Un'immagine terribile. Quasi tutte le vittime indossavano un abbigliamento sportivo da montagna. Altre, invece, sono state estratte senza indumenti. Tra le macerie sono emersi molti effetti personali di uomini e donne rimasti sepolti e dei sopravvissuti. C’era una bambola, un accendino, dei fogli, brandelli di borse, materassi, scarpe, valige, giochi, tanti giochi. Tutti testimoni di vite vissute e spezzate. Ora, le operazioni di recupero delle vittime si sono concluse. La "zona rossa" sarà presidiata ancora per qualche giorno, per consentire di concludere la seconda fase, cioè quella dello smontaggio di tutte le attrezzature utilizzate dai soccorritori. "Le operazioni di soccorso all’hotel Rigopiano sono state tra le più complesse che abbiamo mai gestito - ha dichiarato il direttore centrale delle emergenze dei Vigili del fuoco, Giuseppe Romano - un crollo di un edificio di 4 piani sotto una valanga in uno scenario di terremoto, con l’impossibilità di arrivare sia via terra che via aria e con le comunicazioni difficili".

Il racconto dei superstiti a Rigopiano: "Salvi mangiando neve". Giorgio e Vincenzo prigionieri per 58 ore della neve al Rigopiano: "Quando sono arrivati i soccorsi abbiamo urlato", scrive Claudio Cartaldo, Giovedì 26/01/2017, su "Il Giornale". Il tavolino, la tazza di tè, la tranquillità di una vacanza particolare. Sì, c'era tanta neve. Ma quando cadono i fiocchi pensi solo a qualcosa di bello, forse romantico. Non ad una tragedia. Giorgia Galassi e Vincenzo Forti invece hanno vissuto la tragedia della valanga che ha travolto l'hotel Rigopiano. Erano lì sotto. A lottare tra la vita e la morte. In attesa che qualcuno, come poi successo, li salvasse. Di fronte ai microfoni dei giornalisti, Giorgia e Vincenzo hanno ripercorso quelle drammatiche ore. "Quando la batteria del telefonino si è scaricata siamo piombati in un buio profondissimo, ermetico - dice Vincenzo - Non si vedeva più nulla e ci si poteva orientare solamente con la voce". Grazie a quella flebile luce i due fidanzati sono riusciti a capire dove si trovassero e a vedere la parete di ghiaccio che sarebbe diventata la loro fonte di acqua necessaria per sopravvivere. Con loro c'era anche Francesca Bronzi, la fidanzata di Stefano Feniello morto intrappolato sotto le macerie. "Il terremoto di quella mattina si era sentito molto forte e aveva terrorizzato gran parte degli ospiti. Piangevo di paura", ammette Giorgia. La sua mano è sorretta da quella di Vincenzo: "Quelli dell’albergo — dice il ragazzo, riportato da Repubblica — ci ripetevano che non c’era pericolo. Poi ci hanno invitato ad aspettare nella sala grande, accanto al camino, il posto più sicuro della struttura. Eravamo seduti su un divanetto a bere un tè. Che ci potesse essere un rischio valanghe? Nessuno ne ha parlato, non ci abbiamo pensato. Abbiamo sentito un boato tremendo, abbiamo pensato a un sisma, ma in un baleno ci siamo trovati sotto la neve". Sotto quella coltre di detriti, neve e alberi la più grande sofferenza, dicono i superstiti, era la sete. "Per fortuna che abbiamo trovato subito la parete di ghiaccio e neve - racconta Giorgia - Ogni volta che ne staccavo un pezzo — racconta Giorgia — ne passavo la metà a Francesca: soffrivamo maledettamente la sete". Ma dicono di non aver mai avuto paura di non farcela: "Sapevamo che qualcuno sarebbe arrivato, prima o poi". E infatti li hanno tirati fuori. Un miracolo. Quando hanno capito che li avevano individuati hanno "urlato come dei matti". "Un pompiere toscano che ci ha aiutati e sorretti - ricorda Giorgia - e parlato con noi per tutto il tempo. 'State tranquilli, ci ha detto subito, noi non ce ne andremo mai di qui, se non insieme a voi'. Non me lo dimenticherò mai". Sulla morte di Stefano Feniello perdurano alcune polemiche. Il padre nei giorni scorsi ha denunciato la poca chiarezza con cui sono state date le comunicazioni ai familiari su dispersi, morti e sopravvissuti. Ma soprattutto Francesca, la fidanzata di Stefano, continua a dire che lui era lì accanto a lei. Che ha visto la sua mano con l'orologio che gli aveva regalato. Eppure, Giorgia e Vincenzo dicono che lì con loro il ragazzo non era presente. Ma solo Francesca. "Probabile che si tratti di una sorta di piccola allucinazione", spiegano dall’ospedale di Pescara Repubblica. Un modo per riempire il vuoto dell'assenza di Stefano. Quel fidanzato che ora purtroppo nessuno le riporterà indietro.

Rigopiano, i superstiti: “Così siamo sopravvissuti”, scrive Maddalena Carlino su "L'Unità TV" il 22 gennaio 2017. Le storie di chi è riuscito a sopravvivere si mescolano a quelle di chi non ce l’ha fatta. Undici sopravvissuti, cinque corpi senza vita recuperati e 24 dispersi segnalati: è questo il bilancio attuale della tragedia dell’hotel Rigopiano. Le storie di chi è riuscito a sopravvivere si mescolano a quelle di chi non ce l’ha fatta. Dolore e sollievo si uniscono così nel dramma dell’Hotel Rigopiano. Drammatiche le testimonianze di chi è rimasto imprigionato per 58 ore sotto i ghiacci: “La paura, il buio, la fame. Ci siamo salvati succhiando neve”, racconta Giorgia Galassi, la donna giuliese scampata insieme al fidanzato Vincenzo Forti dopo due giorni di prigionia sotto le macerie de Rigopiano di Farindola. “Il momento peggiore – racconta Giorgia – è stato il secondo giorno lì sotto. Eravamo chiusi in una scatola, senza la cognizione del tempo. Non sentivamo rumori da fuori. Continuavamo a dissetarci succhiando ghiaccio, ma non mangiavamo, e le forze e le speranze cominciavano a venire meno”. Poi quei rumori che non erano più solo scricchiolii del ghiaccio, le voci. “Allora abbiamo cominciato a bussare sul soffitto a più non posso. Loro ci hanno chiamati. Io subito ho urlato “sono Giorgia e sono viva”. Ed è stata la cosa più bella che abbia mai detto”. “E’ stata una bomba, mi sono ritrovato i pilastri addosso. Ero seduto sul divano e i pilastri sono scivolati in avanti tagliandolo in due. Ci siamo salvati per questo”. Così invece Vincenzo Forti ha raccontato all’amico Luigi Valiante, l’esperienza della valanga. Con l’amico pescatore che è andato a trovarlo ha ripercorso tutti i momenti della tragedia: “Io sono rimasto senza scarpe. Indossavo i leggings che mi aveva prestato la mia fidanzata. In un attimo ci siamo ritrovati in tre in un metro quadrato. Ci siamo abbracciati, nutrendoci di neve”. Poco distante Forti sentivano anche le voci di un altro ragazzo e dei bambini, con i quali non è stato possibile comunicare. “La paura è stata tanta e abbiamo pregato”, ha detto il sopravvissuto. Triste e drammatico il destino che unisce Edoardo e Samuel, anche se per il secondo c’è ancora la speranza che possa riabbracciare entrambi i genitori. Otto e sette anni, i due bambini sono ora al caldo e coccolati dopo la tragedia che li ha travolti il 18 gennaio quando l’immensa valanga ha spazzato via l’hotel di Farindola, dove erano in vacanza con le loro famiglie. Sono riusciti a venire fuori da quell’inferno di neve. Tratti in salvo dai soccorritori, sono stati portati all’ospedale di Pescara. Fisicamente stanno bene. La loro tempra è forte. Hanno superato anche una leggera ipotermia ma, dicono i medici che li tengono sotto osservazione “psicologicamente sono provati”. I due bimbi in ospedale attendono le loro mamme e i loro papà. Solo nel tardo pomeriggio di sabato la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Viene riconosciuta la terza vittima: è la mamma di Edoardo, Nadia Acconciamessa, 48 anni, moglie di Sebastiano Di Carlo. Lei dipendente della Asl di Pescara, lui titolare di una pizzeria a Loreto Aprutino (Pescara). Di Sebastiano nessuna notizia, fino a stasera: è lui una delle vittime recuperate nelle ultime ore. Nessuna informazione, invece, sui genitori di Samuel Di Michelangelo, il piccolo della famiglia del poliziotto, Domenico, 41 anni, di Chieti, e Marina Serraiocco, che vivono a Osimo (Ancona). Risultano ancora tra i dispersi. Nella notte sono poi state estratte vive altre quattro persone, due uomini – Giampaolo Matrone (lievemente ferito) e Vincenzo Forti – e due donne, Francesca Bronzi e Giorgia Galassi. “Abbiamo altri segnali da sotto la neve e le macerie – ha detto il funzionario dei vigili del fuoco Alberto Maiolo – stiamo verificando. Potrebbero essere persone vive, ma anche le strutture dell’albergo che si muovono sotto il peso della neve”. “Le tenevo la mano, poi nulla” riferisce Giampaolo Matrone uno degli 11 sopravvissuti. Ha raccontato con parole strazianti ai soccorritori di come ha dovuto lasciare la moglie lì. “Le stringevo la mano e le parlavo per tenerla sveglia perché volevo che rimanesse sempre vigile. La chiamavo, poi a un certo punto non l’ho sentita più e ho capito che mi stava lasciando”. Vicino a lui, Matrone ha raccontato di un’altra donna che non dava segnali di vita. Parla anche il manutentore, Fabio Salzetta: chiamavo ma nessuno ha risposto “Ho cercato di chiamare qualcuno fino a quando ha fatto buio. Ma nessuno rispondeva. Poi ha continuato a nevicare, è venuto giù un altro mezzo metro di neve. Era troppo rischioso rimanere là”. Fabio Salzetta, il manutentore dell’hotel Rigopiano, racconta per la prima volta quei momenti maledetti. “Erano tutti raggruppati nella speranza di andarsene ma non avevamo paura, nessuno si immaginava che potesse succedere una cosa cosi'”. Ma cosa ricordi? “Neve, neve e basta”. Nella serata di venerdì, la prefettura di Pescara aveva fornito un elenco di cinque nomi, indicandoli come quelli che si trovavano sotto le macerie, erano stati individuati e dovevano essere estratti vivi: oltre a Matrone, Bronzi, Forti e Galassi anche Stefano Feniello, del quale al momento non ci sono notizie. Il bilancio ufficiale delle vittime è salito a cinque: ai primi due corpi recuperati, quello del maitre dell’hotel Alessandro Giancaterino e del cameriere Gabriele D’Angelo, si sono aggiunti quelli estratti nella notte dai soccorritori: Nadia Acconciamessa e Sebastiano Di Carlo, genitori del piccolo Edoardo, che si è salvato e Barbara Nobilio, 51 anni, di Loreto Aprutino (Pescara), che era in vacanza con il marito, di cui non si hanno ancora notizie. All’appello, infine, secondo quanto reso noto dalla prefettura di Pescara mancherebbero 23 persone, tutte disperse.

Estratta viva dall'hotel di Rigopiano, Giorgia viene insultata su Facebook. Giorgia Galassi è stata estratta viva dalle macerie dopo 58 ore insieme al fidanzato Vincenzo Forti. Entrambi sono in buone condizioni, scrive Marta Proietti, Mercoledì 25/01/2017, su "Il Giornale". È una dei sopravvissuti alla tragedia dell'hotel Rigopiano e ha voluto condividere su Facebook la sua gioia e gratitudine. Ma il popolo del web, invece di essere felice per lei, ha deciso di riempirla di insulti. "Giorgia Galassi si sente rinata". Inizia così il post della studentessa di Giulianova che ha fatto infuriare gli utenti. La ragazza è stata estratta viva dalle macerie dell'hotel Rigopiano dopo 58 ore sotto la slavina insieme al fidanzato Vincenzo Forti e condotta all'ospedale di Pescara in condizioni di salute buone. Ha continuato Giorgia: "Volevo ringraziare tutte le persone che si sono preoccupate per me in questi giorni e che mi sono state vicine col pensiero. Grazie a tutti". E un cuoricino rosso. Gli internauti hanno accusato Giorgia di mostrare poca empatia verso i suoi compagni di vacanza di cui ancora non si conoscono le sorti. "Ma un minimo di sensibilità per chi è ancora là sotto non le passa per il cervello e per il cuore?" commenta uno degli iscritti a Facebook sotto il post della studentessa di scienze dalla comunicazione. Mentre invece un altro non ha preso bene neanche i ringraziamenti della ragazza: "Non ringraziare le persone che ti sono state vicine con il pensiero, ma ringrazia Dio e i soccorritori", le suggerisce. Fortunatamente molte altre persone hanno preso le difese di Giorgia. "Se questa ragazza ha già trovato la forza, almeno apparente, di andare avanti e vivere la sua vita normalmente, tanto di cappello!" commenta una donna, mentre un'altra spiega: "E come sempre tutti bravi a parlare, criticare e giudicare quando non si è dentro una situazione".

Rigopiano, dalla neve recuperate tutte le vittime: sono 29. Gentiloni: "Sui soccorsi fatto tutto il possibile". Recuperati tutti corpi, tra loro anche l'amministratore dell'albergo Roberto Del Rosso e il receptionist Alessandro Riccetti.  11 le persone tratte in salvo. Il premier difende la macchina dei soccorsi. In un colloquio col nostro giornale, la funzionaria che disse: "La valanga sull'albergo inventata da imbecilli" risponde alle accuse. Procura: "Nei risultati delle prime sei autopsie, molti morti per schiacciamento, altri per varie concause: schiacciamento, asfissia, ipotermia. Nessuno deceduto per solo assideramento", scrive il 25 gennaio 2017 "La Repubblica". E' il bilancio finale: 29 vittime, 11 sopravvissuti. Non c'è più nessuno da salvare all'hotel di Rigopiano è un immenso cantiere che di ora in ora ha fatto emergere nuove vittime.  Nella notte sono stati recuperati i corpi di tre uomini e questa mattina i vigili del fuoco hanno estratto all'interno della struttura crollata due donne e un altro uomo senza vita, non ancora identificati.  Nel pomeriggio, poi, il cadavere di un'altra donna e, in serata, gli ultimi. Sono 11 le persone salvate. Tra le vittime recuperate c'è anche l'amministratore del Gran Sasso Resort Roberto Del Rosso. "Viveva praticamente lì, non lo abbandonava mai" dicevano a Contrada Mirri, l'avamposto più vicino all'hotel. Fino a sei, sette anni fa era in società con i fratelli. Poi si era ricomprato tutto e aveva ristrutturato il resort con la piscina, la spa, il centro benessere. Ed è stato trovato anche il corpo del suo collaboratore, Alessandro Riccetti, 33 anni, il receptionist ternano dell'albergo. Nelle ore precedenti erano stati identificati anche i corpi di Paola Tomassini, Marco Vagnarelli, Piero Di Pietro e Stefano Feniello, quest'ultimo erroneamente inserito in una prima lista di persone salvate. E mentre il premier Gentiloni, in audizione al Senato, difende la macchina dei soccorsi, con "una capacità di reazione del sistema all'altezza di un grande paese", anche la Procura oggi 'assolve' i soccorsi dalle accuse di eventuali ritardi: "Dalle autopsie su sei vittime risulta che nessuno di loro è morto solo per assideramento. Molti hanno perso la vita subito per schiacciamento". La pm: "Autopsie per sei vittime, nessuno morto per solo ipotermia". "Abbiamo i risultati delle prime sei autopsie: molti morti per schiacciamento, altri per varie concause concorrenti: schiacciamento, asfissia, ipotermia. Nessuno, a quanto ci risulta, morto per solo assideramento", così riferisce nel punto pomeridiano con la stampa il procuratore aggiunto di Pescara, Cristina Tedeschini. Dunque, aggiunge la pm, in questi primi sei casi eventuali ritardi nei soccorsi non sarebbero stati causa diretta di morte. "Ma altre sei autopsie sono in programma, e comunque le eseguiremo su ogni vittima", aggiunge Tedeschini. La pensa diversamente il legale di parte della famiglia di una delle vittime, Gabriele D'Angelo: "Sul mio assistito non ci sono segni di traumi, né di asfissia come emorragie congiuntivali - spiega Domenico Angelucci, medico di parte della famiglia D'Angelo, "secondo noi è morto per assideramento e se fosse stato soccorso entro due ore probabilmente poteva essere salvato". In un palatenda gremito da centinaia di persone si sono svolti a Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, i funerali religiosi di Sebastiano Di Carlo, 49 anni, e Nadia Acconciamessa, 47 anni. In prima fila il figlio della coppia, Edoardo, di 8 anni, scampato alla sciagura e fino a ieri ricoverato all'ospedale di Pescara. Accanto a lui i parenti, tra cui il fratello Riccardo poco più che ventenne, al quale il bambino dovrebbe venire ora affidato. C'é anche l'altro fratello, Piergiovanni, sedicenne. Tra le due bare di legno marrone una foto dei Di Carlo abbracciati e sorridenti. E Loreto Aprutino, poche migliaia di abitanti, piange da ieri quattro vittime, dopo il riconoscimento del corpo di Piero Di Pietro, che si va ad aggiungere tra le vittime alla moglie Barbara Nobilio. Le due coppie erano amiche ed erano andate assieme in vacanza all'albergo sul Gran Sasso. Gentiloni al Senato "Soccorritori esemplari, no capri espiatori": "Siamo orgogliosi dei soccorritori. All'inizio le azioni sono state ritardate in modo drammatico per l'impossibilità di usare elicotteri, per il rischio di altre slavine e per le condizioni della viabilità. E avete visto in che modo l'albergo è stato poi raggiunto alle 4,30 del mattino. Da allora, è stato messo in atto ogni sforzo possibile umano, organizzativo e tecnico per raggiungere l'albergo, per trovare i dispersi e cercare di salvare vite umane. Abbiamo mostrato una capacità di reazione del sistema all'altezza di un grande paese. Nella nostra memoria rimarranno impresse le immagini dei lutti che ci hanno colpito ma anche le immagini dei soccorritori, cittadini italiani esemplari, due di loro hanno perso la vita". Così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni riferendo in aula al Senato sulla situazione di emergenza in Centro italia e sulla slavina dell'hotel Rigopiano. "Ci sono stati ritardi, malfunzionamenti, responsabilità? Saranno le inchieste a chiarire questo punto. La verità serve a fare meglio, ma non ad avvelenare i pozzi. Non condivido la voglia di capri espiatori e giustizieri". E ancora: "A Rigopiano c'è stata una coincidenza micidiale che non si ricorda a memoria d'uomo, con le scosse di terremoto e una nevicata di dimensioni eccezionali". Dighe, 40 in tutta l'area del sisma ma no a voci incontrollate: "Abbiamo lavorato con il ministero delle Infrastrutture per la verifica della tenuta delle 40 dighe nella zona interessate dal sisma, dighe che vengono verificate di prassi ogni volta che si verifica una scossa di magnitudo superiore a quattro. E che quindi sono state ripetutamente verificate negli ultimi mesi. Evitiamo il diffondersi di voci incontrollate su rischi esagerati". "Black out di energia, cause da verificare": "Nel momento di picco della crisi, il 19 gennaio, le utenze non allacciate hanno raggiunto il numero considerevole di 177mila, oggi ne sono rimaste solo alcune centinaia nel Teramano. E' giusto, da parte del governo, verificare quanto abbiano inciso le circostanze eccezionali o quanto ciò abbia messo in luce problemi più generali di manutenzione", dice Gentiloni. La protesta del senatore-sindaco "Basta! Ditemi quanto tempo ho a disposizione per parlare, altrimenti sfascio tutto e me ne vado! Come si fa a parlare con questa lucetta che ti lampeggia davanti!". Così sbotta in aula il senatore marchigiano di Fi, Remigio Ceroni, sindaco di Rapagnano, comune della provincia di Fermo colpito dalle scosse, "apprezziamo i toni di Gentiloni" dice Ceroni "ma noi sindaci vogliamo essere consultati". Intanto, in un colloquio con Repubblica, risponde alle polemiche la funzionaria della prefettura che aveva ignorato l'allarme sulla valanga, la telefonata disperata di Quintino Marcella, definendola una "bufala" inventata da imbecilli. "Ci saranno modi e tempi per chiarire tutto. L'importante è avere la coscienza a posto, e io ce l'ho".

HOTEL RIGOPIANO, LA TRAGEDIA MINUTO PER MINUTO. I punti fermi di quella giornata maledetta, scrive il 24 Gennaio 2017 Alessandra Lotti su "Prima da Noi".

HOTEL RIGOPIANO, 6° GIORNO SPERANZE DIETRO UN MURO. 15 MORTI, 11 SALVI, 14 DISPERSI. Ore lunghissime, passate dai sopravvissuti ad aspettare aiuto, vissute con fatica e lavoro da parte dei soccorritori impegnati a fronteggiare condizioni meteo estreme, trascorse via via con maggiore apprensione da parte di chi aspettava notizie. E' la giornata che ha portato alla tragedia dell'hotel Rigopiano, iniziata con un altro dramma, un nuovo sciame sismico che per la quarta volta dal 24 agosto ha squassato l'Italia centrale.

ORE 5.00 – Esonda il fiume Pescara, segnale evidente di quella ondata di maltempo che ha colpito in modo particolare l'Abruzzo pescarese, con nevicate anche a bassa quota e pioggia che ha appesantito la neve caduta in abbondanza nelle ore precedenti.

18 GENNAIO 2017

ORE 9.00 – L’hotel Rigopiano scrive sulla propria pagina Facebook un post "Causa maltempo le linee telefoniche sono fuori servizio! Vi invitiamo a contattaci all'indirizzo info@hotelrigopiano.it".

ORE 10.25 - Prima scossa di terremoto, di magnitudo 5.3, con epicentro nell'aquilano. Scattano i soccorsi in tutto il centro Italia ma ci si accorge subito che il problema maggiore non sono i nuovi crolli, ma le condizioni meteo.

ORE 11-14 – Seconda forte scossa con epicentro, ancora una volta nell’aquilano. Magnitudo 5.4. La neve alta in molte zone, compreso il versante adriatico del Gran Sasso, impedisce di operare agli uomini della protezione civile, mentre continua a nevicare.

ORE 11.27 – Terza forte scossa. Magnitudo 5.3. Altro problema la mancanza di corrente, che disturba anche le comunicazioni.

ORE 13.00 – Alcuni clienti, tra i quali Stefano Feniello, chiamano a casa per informare i parenti che hanno già caricato le auto e pagato il conto perché torneranno a casa. Aspettano il passaggio dello spazzaneve. Sono tutti radunati nella hall.

ORE 13.30 – E’ questa l’ora precisa in cui il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, sostiene di aver scritto al Governo Gentiloni per ottenere nuovi mezzi spazzaneve.

ORE 13.57 – I clienti pranzano e il direttore dell’hotel Rigopiano, Bruno Di Tommaso che si trova a Pescara, invia una email alla polizia provinciale (che poi la inoltrerà al presidente della Provincia alle 15.44) nella quale si chiede l’intervento dello spazzaneve perché «la situazione è diventata preoccupante». In quel momento in contrada Rigopiano c’erano 2 metri di neve, i telefoni fuori uso, e i clienti «terrorizzati per le scosse» come scrive Di Tommaso sono disposti a trascorrere la notte in macchina. A quest’ora con le pale e il loro mezzo lo staff dell’hotel era riusciti a pulire il viale d'accesso, dal cancello fino alla Ss42.

ORE 14 - La sorella del proprietario Roberto Del Rosso incontra il presidente della Provincia, Antonio Di Marco, e viene rassicurata sul fatto che entro sera sarebbe andata una turbina a liberare la strada.

ORE 14.33 – Quarta forte scossa. Magnitudo 5.1.

ORE 15.00 - L'arrivo dello spazzaneve viene posticipato alle 19.00. I clienti si agitano. Stefano Feniello chiama alla mamma arrabbiato e racconta, come riferito dal padre: «non riusciamo a tornare a casa perché quei pezzi di merda che dovevano pulire non si sono degnati di arrivare».

ORE 15.44 - La Polizia Provinciale di Pescara inoltra alla Provincia l’email di aiuto firmata da Di Tommaso quasi 2 ore prima. Il presidente Di Marco la leggerà comunque il giorno seguente ritenendola superata perché dopo l’invio del direttore lui aveva avuto un colloquio diretto con la sorella del titolare.

ORE 17.08 - Parte la prima chiamata di Giampiero Parete dall'Hotel Rigopiano: viene agganciata da un operatore del 118 di Chieti, che chiede a Parete di attendere in linea, ma la linea cade immediatamente.

TRA LE 17.08 E LE 18.20 - Parete riesce a contattare il 113 e lancia l'allarme: in questo stesso arco di tempo Di Tommaso viene contattato per sapere se è vero che si è verificata una valanga. Ma lui non sa niente perché si trovava a Pescara.

ORE 17.40 - «E' caduto, è caduto l'albergo», è l'appello disperato di Giampiero Parete al telefonino con Quintino Marcella, suo datore di lavoro.

ORE 18.00 - Inizia ad arrivare l'allarme alle centrali operative: «C'è un hotel completamente isolato in una frazione di Penne». Marcella ha difficoltà a farsi credere, in particolare dalla prefettura di Pescara che due ore prima aveva ascoltato il direttore dell'albergo non riscontrando problemi.

ORE 19.00 - Le avanguardie dei soccorritori arrivano in contrada Cupoli a 11 km da Rigopiano. Ma la neve raggiunge già i due metri e i telefoni non prendono.

ORE 22.00 – La colonna dei mezzi imbocca l'ultimo tratto di strada: mancano 9 km all'hotel ma la salita si ferma.

ORE 23.00 - Ultimo contatto della notte di Giampiero Parete con Quintino Marcella. Lo richiama la mattina, una volta raggiunto dai soccorritori e messo sull'elicottero.

19 GENNAIO 2017

ORE 0.00 - Quattro uomini del soccorso alpino e della Guardia di Finanza partono con gli sci con le pelli di foca per raggiungere sotto la bufera di neve Rigopiano.

ORE 4.00 - Dopo avere letteralmente scalato muri di neve arrivano all'hotel e si rendono conto della situazione. Ma, intanto, salvano i due superstiti Fabio Salzetta e Giampiero Parete.

ORE 6.30 – E’ l'alba quando arrivano i primi elicotteri che portano a valle i due uomini: inizia la faticosa ricerca dei dispersi.

ORE 9.30 – Viene estratto il corpo della prima vittima. E’ Alessandro Giancaterino, dipendente dell’hotel.

ORE 12.00 - La colonna dei mezzi dei soccorsi arriva a poche centinaia di metri dall'albergo. Dopo 20 ore, facendo l'ultimo tratto a piedi, raggiungono il luogo del disastro.

ORE 15.00 – I primi soccorritori arrivati ritornano verso valle dopo aver ricevuto il cambio: «Non c'è più niente».

Hotel Rigopiano: chi sono le vittime e i dispersi della slavina. È salito a 15 il bilancio dei morti: 9 uomini e 6 donne. 14 le persone di cui non si hanno notizie. Compreso un giovane senegalese, scrive Ilaria Molinari il 24 gennaio 2017 su Panorama. Sono 6 giorni che la tragedia dell'Hotel Rigopiano, resort a 4 stelle di Farindola in provincia di Pescara sommerso sotto una slavina, tiene con il fiato sospeso l'intera Italia. Il lavoro instancabile dei Vigili del Fuoco e del Soccorso Alpino ha consentito finora di estrarre vive 9 persone (oltre alle 2 scampate alla slavina) e tre cuccioli di cane figli delle due mascotte della struttura, ma restano ancora 14 dispersi, tra turisti e personale. C'erano 40 persone nell'hotel Rigopiano quando la valanga, nel pomeriggio di mercoledì, ha investito la struttura: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compreso il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. E la tragedia c'è. È la tragedia del piccolo Edoardo, vivo, ma che ha perso sotto la neve i genitori Nadia e Sebastiano. È la tragedia di Gabriele e Alessandro, cameriere e capo dei camerieri dell'Hotel, morti nel luogo a cui dedicavano la maggior parte della loro giornata. È la tragedia di tutte le famiglie che ancora non sanno se i loro cari sono vivi o meno.

Le vittime. Sono 15 i corpi estratti senza vita dalla neve, 9 uomini e sei donne: quelli di Nadia Acconciamessa e di Sebastiano Di Carlo, madre e padre del piccolo Edoardo tratto in salvo, quello di Barbara Nobilio, 51 anni, di Loreto Aprutino (Pescara) in vacanza con il marito di cui non si hanno tracce. A queste tre vittime si aggiungono Gabriele D'Angelo, cameriere dell'hotel e Alessandro Giancaterino, capo dei camerieri e del bar dell'albergo. D'Angelo, volontario della locale Croce rossa, era conosciuto da diversi soccorritori presenti nel centro di coordinamento allestito al Palazzetto dello Sport di Penne.  Infine, 5 uomini e tre donne estratte morte il 23 e il 24 gennaio e ancora non identificate insieme al corpo di Linda Salzetta, l'estetista del Rigopiano e sorella di Fabio, il tuttofare dell'hotel. Linda "si doveva sposare il 5 maggio". Lo ha detto una parente della giovane dopo il funerale a Farindola di Alessandro Giancaterino, dello stesso paese di Linda. "Per guadagnarsi un pezzo di pane, guarda che fine che ha fatto", ha commentato la parente della ragazza morta.

I dispersi. Ancora 14 i dispersi tra cui il titolare della struttura Roberto Del Rosso. Tra loro ci sono Marco Vagnarelli e Paola Tomassini di Castignano (Ascoli Piceno) che si trovavano nella località abruzzese per una vacanza di due giorni e stavano per ripartire alla volta del Piceno. Vagnarelli è un dipendente dell'Ariston, mentre la compagna, originaria di Montalto Marche, lavora per la società Autogrill. Nessuna notizia anche di Stefano Feniello indicato come una delle persone che avevano dato segni di vita sotto le macerie, di Domenico Di Michelangelo, 41enne poliziotto, e dalla moglie Marina Serraiocco, entrambi di Osimo in vacanza con il figlio Samuel estratto vivo. Non si hanno notizie poi di Emanuele Bonifazi, 31 anni, di Pioraco, dipendente dell'hotel, e Marco Tanda, 25 anni, residente a Macerata. Era con la fidanzata abruzzese Jessica Tinari, anche lei dispersa. Tra i dispersi c'è anche un altro cittadino umbro: è Alessandro Riccetti, 33 anni, di Terni. Risulta dispersa anche una coppia di Castel Frentano (Chieti). Si tratta di Luciano Caporale, 54 anni, e la moglie, Silvana Angelucci, 46 anni, entrambi di professione parrucchieri. La coppia era giunta in hotel domenica pomeriggio per ripartire martedì sera ma, a seguito del peggioramento delle condizioni meteorologiche, ha deciso di trattenersi fino a mercoledì. I figli della coppia, unitamente ad altri famigliari, sono già in viaggio verso Penne al centro di coordinamento per avere notizie certe sulla sorte degli scomparsi.  All'appello manca anche un giovane senegalese, Faye Dame, che aveva da poco rinnovato il suo permesso di soggiorno presso gli uffici della Questura di Torino dove risulta residente. L'uomo, 42 anni, aveva ottenuto il rinnovo del permesso esibendo il contratto di lavoro con l'albergo. Incensurato, agli uffici della Questura risulta regolare in Italia dal 2009. 

Le testimonianze. "Sono salvo perchè ero andato a prendere una cosa in automobile" ha riferito ai medici Giampiero Parete, 38 anni, che ieri ha lanciato l'allarme per la valanga che ha travolto l'hotel. La moglie e i due figli di Parete sono sotto le macerie dell'albergo. "È arrivata la valanga - ha detto ancora ai sanitari il 38enne, ricoverato in Rianimazione - sono stato sommerso dalla neve, ma sono riuscito a uscire. L'auto non è stata sepolta e quindi ho atteso lì l'arrivo dei soccorsi". L'uomo residente a Montesilvano (Pescara), è cosciente ed è assistito dal personale della Rianimazione dell'ospedale di Pescara e dagli psicologi della Asl. È arrivato in stato di ipotermia, ma il quadro clinico non è preoccupante. È stato lui ieri a lanciare l'allarme al suo datore di lavoro. Poi la lunga attesa dell'arrivo dei soccorsi, insieme all'altro superstite. "Giampiero e tutti gli altri ospiti dell'albergo avevano pagato ed avevano raggiunto la hall, pronti per ripartire non appena sarebbe arrivato lo spazzaneve" ha raccontato poi Quintino Marcella, ristoratore. Gli avevano detto che sarebbe arrivato alle 15, ma l'arrivo è stato posticipato alle 19. Avevano preparato già le valigie, tutti i clienti volevano andare via". Così Quintino Marcella, ristoratore e datore di lavoro di Giampiero Parete, superstite della valanga sull'hotel Rigopiano. E' proprio al ristoratore che Parete ha lanciato l'allarme dopo la valanga.

I giornali stranieri. La tragedia segna l'apertura dei più importanti siti web di informazione del mondo: dalla Cnn alla Nbc News, dalla Bbc ad Al Jazeera, dal Telegraph al Guardian, da El Pais alla Vanguardia. I titoli rispecchiano l'ansia dei soccorritori: "Molti dispersi", scrive la Bbc, "si temono molti morti dopo che una valanga ha sepolto un hotel in seguito ad una scossa di terremoto", riferisce la Cnn. Con un taglio poco più basso la notizia è riportata anche dal Washington Post, che a sua volta titola su "decine di dispersi", così come il New York Times, il Wall Street Journal e Le Monde, mentre Le Figaro titola con "numerosi morti". La tragedia è riportata in homepage anche su Times of India, Russia Today, il Japan Times.

Rigopiano: allarme ignorato, spazzaneve in ritardo, mezzi senza gasolio, elicotteri fermi, le 4 falle dei soccorsi. Le istituzioni respingono però le accuse: situazione eccezionale, scrive Michael Pontrelli su Tiscali News il 19 gennaio 2017. La Procura di Pescara ha aperto una indagine per omicidio colposo sulla vicenda della valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano a Farindola sul Gran Sasso. Le cose da chiarire sono tante in particolar modo sulla tempestività dei soccorsi. Secondo le prime ricostruzioni uno dei superstiti, Giampiero Parete, avrebbe raccontato che tutti i clienti erano pronti a lasciare l’hotel già dal primo pomeriggio perché in un primo momento era stato detto loro che lo spazzaneve sarebbe arrivato alle 15. L’arrivo è stato successivamente posticipato alle 19. Quattro ore di ritardo fatali dato che la prima notizia sull’avvenuta tragedia è stata data da Parete tramite sms ad un amico, Quintino Marcella, alle 17.40. Perché l’invio dello spazzaneve è stato ritardato? Seconda area grigia riguarda poi la tempestività della messa in moto della macchina dei soccorsi. "Quando ho dato l’allarme all’inizio non volevano credermi, la dirigente della prefettura di Pescara per due volte mi ha risposto che non era successo nulla" ha raccontato Quintino Marcella (come testimoniato dall'audio video di sopra). La partenza della carovana dei soccorsi è avvenuta intorno alle ore 20 come documentato dalla diretta dell'emittente televisiva locale Il Centro. Dal momento dell'invio dell’sms di allarme di Giampiero Parete a Quintino Marcella alla messa in moto dei soccorsi sono trascorse perciò oltre 2 ore. Si poteva fare più in fretta? I primi soccorritori sono giunti all’Hotel poco prima delle 4 e mezzo del mattino. Sulle operazioni hanno inciso le terribili condizioni meteorologiche. I mezzi di soccorso, comprese le ambulanze, diretti all'hotel Rigopiano sono rimasti bloccati a circa 9 chilometri dall'albergo. La neve caduta, almeno due metri, ha impedito loro di proseguire. I soccorritori hanno dovuto marciare per ore nella neve. Durante le operazioni non sono però mancati gli imprevisti. La prima colonna di soccorsi è rimasta bloccata per mancanza di gasolio e ha potuto riprendere grazie alla taniche di carburante trasportate a piedi dagli uomini della Protezione Civile. Questo rallentamento era evitabile? Secondo quanto appreso dall'Ansa l'ex base operativa degli elicotteri del Corpo Forestale dello Stato di Rieti, presso l'aeroporto Ciuffelli, nonostante l'emergenza risulta chiusa con ben tre elicotteri fermi. Il blocco, che si protrae da giorni, sarebbe dovuto al passaggio, dopo la riforma Madia, di uomini e mezzi della Forestale ai Carabinieri e ai Vigili del Fuoco. Durante l'emergenza sisma del 24 agosto la base e il suo personale avevano garantito l'operatività con decine di interventi di soccorso nelle zone terremotate, anche a supporto delle squadre del Soccorso Alpino. Sarebbe stato possibile superare gli impedimenti burocratici e far volare gli elicotteri? Altro aspetto poco chiaro che sarà sicuramente approfondito dalla magistratura riguarda l'allerta valanghe emesso giorni fa dal Meteomont, cioè il servizio nazionale prevenzione neve e valanghe, che indicava livello 4, il massimo è 5, di pericolo nella zona del Gran Sasso. Il rischio emesso è stato rispettato o valutato? C'erano le condizioni per far emettere dagli enti locali le ordinanze di evacuazione nelle zone a rischio? Gli uomini delle istituzioni hanno respinto qualsiasi accusa. “In azione uomini valorosi che hanno lavorato in condizioni al limite” ha affermato il numero uno della Protezione Civile Fabrizio Curcio. “Situazione eccezionale” gli ha fatto eco il ministro dei Trasporti Graziano Delrio. Per il premier Gentiloni si è creata una "tenaglia senza precedenti" tra terremoto e maltempo e “di fronte a questa morsa tutte le istituzione dello Stato si sono mobilitate". Ma il fronte istituzionale non è compatto. La presidente della Camera, Laura Boldrini ha definito “intollerabili le inefficienze e i ritardi sugli aiuti”. Anche l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha utilizzato parole dure riferendosi all’emergenza maltempo che imperversa nelle zone terremotate parlando di “Stato assente” e di "punto più basso" per la macchina dei soccorsi. Gli uomini che ieri hanno marciato tra muri di neve e un vento gelido per arrivare il prima possibile all'hotel Rigopiano sono degli eroi. Questo va detto senza se e senza ma. Purtroppo però l'eroismo dei singoli non basta se chi guida la macchina dei soccorsi non è efficiente al 100%. Sarà compito della magistratura fare chiarezza su quanto accaduto e dare una risposta ai dubbi che purtroppo rimangono nonostante le rassicurazioni dei vertici istituzionali. 

Soccorsi in ritardo. La scoperta imbarazzante: la verità sulla turbina rotta, scrive il 22 gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. Sarà l'inchiesta della procura di Pescara a chiarire se la tragedia dell'hoterl Rigopiano poteva essere evitata e chi non ha fatto fino in fondo il proprio dovere. Nel giorno dei primi interrogatori e del sopralluogo dei magistrati sull'area del disastro, il procuratore Cristina Tedeschini concentra l'attenzione su chi aveva il compito di disporre l'evacuazione dell'albergo, dopo che era stata diramata l'allerta meteo, e chi poi doveva liberare le vie d'accesso. Nel mirino ci sono le comunicazioni partite dall'hotel nelle ore precedenti la slavina di mercoledì scorso, oltre che quelle partite dalla provincia verso Palazzo Chigi. Tra le attrezzatture a disposizione della provincia di Pescara è noto che ci fosse una sola turbina del 1988, oltre che un Unimog, un camioncino in grado di tagliare l'erba d'estate e spalare la neve d'inverno, nelle disponibilità dell'ente pescarese dal 2000. Questo mezzo però si è rotto lo scorso 7 gennaio e da allora nessuno avrebbe autorizzato la spesa, variabile tra i 10 mila e i 25 mila euro, per poterlo riparare, nonostante la neve fosse cominciata a cadere copiosa. Uno dei dettagli che i magistrati dovranno chiarire è il motivo per cui dopo le richieste d'aiuto siano passate diverse ore prima che i mezzi di soccorso si muovessero. L'allarme del cuoco di Rigopiano è partito alle 17.40, raccolto dal suo datore di lavoro, Quintino Marcello che a sua volta ha chiamato la Prefettura. Alle 18, quando ormai l'emergenza è conclamata, l'Anas riceve la richiesta di una turbina idonea, l'unica funzionante in zona, visto che quella della provincia è inutilizzabile. Quel mezzo però doveva fare gasolio e svolgere tutta una serie di adempimenti tecnici, quindi è arrivato sulla strada provinciale solo alle 19.30. Ha dovuto superare 28 km ostruiti da neve, detriti, rami sechi per raggiungere la destinazione 12 ore dopo.

L'inchiesta: una turbina rotta da 12 giorni e l'altra ferma nel parcheggio. I primi testimoni rivelano: nessun mezzo a Rigopiano e uno lasciato spento a Penne. L'ansia dei clienti dopo le scosse, la mail del direttore: "Sono terrorizzati, vogliono stare fuori", scrive il 22 gennaio 2017 “La Repubblica”. Nel giorno della valanga sull’Hotel Rigopiano, una turbina della Provincia di Pescara avrebbe dovuto ripulire la neve proprio nella zona del resort di Farindola. Ma è stato impossibile: quella turbina è rotta dal 6 gennaio scorso ed è ferma in un’officina. Un’altra turbina sarebbe stata pronta a intervenire già dal primo pomeriggio dello stesso mercoledì ma è rimasta ferma a Penne in attesa di ordini che non sono mai arrivati. Sembra una favola e, invece, lo hanno raccontato i primi testimoni chiamati dai carabinieri del Nucleo investigativo e dai forestali. L’inchiesta, per omicidio colposo plurimo e disastro colposo, punta dritta alla strada bloccata da un muro di neve. Quel muro che ha rallentato la corsa dei soccorsi. Turbina rotta e strada bloccata: la procura va a caccia dei responsabili. E presto potrebbero partire i primi avvisi di garanzia. Quello che è successo dopo le scosse di terremoto della mattina e prima della slavina (intorno alle 17) è scritto nella mail spedita dall’amministratore dell’albergo Bruno Di Tommaso alla Provincia, alla Prefettura, alla polizia provinciale e al Comune di Farindola intorno alle 13. La mail, sequestrata dagli investigatori, racconta la paura dei clienti: «I clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche e hanno deciso di restare all’aperto. Abbiamo cercato di fare il possibile per tranquillizzarli ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchina. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d’accesso, dal cancello fino alla ss 42». E poi, «chiediamo di predisporre un intervento al riguardo». I racconti dei testimoni dicono che la Provincia ha due turbine: una a Passo Lanciano e l’altra a Rigopiano. Ma la turbina di Farindola è rotta dal 6 gennaio scorso e la Provincia non avrebbe i soldi per aggiustarla: una cifra compresa tra 10 e 25 mila euro. E, dal 6 fino al 18 gennaio, giorno della tragedia, nessuno ha pensato di sostituire quel mezzo con un altro e lasciando scoperta la zona di Farindola. Nonostante l’allerta meteo della Protezione civile sulle forti nevicate in arrivo; nonostante l’allerta valanghe che a partire da lunedì scorso segnala un pericolo sempre crescente; nonostante le scosse di terremoto del 18 gennaio che a Farindola si sono sentite forti. Dodici giorni di niente, poi, la tragedia. Eppure, proprio nella mattinata di mercoledì, un’altra turbina, dell’Anas, ha spalato neve anche nell’area vestina, lungo la strada statale 81 a Penne che è di competenza dell’Anas. Poi, in attesa di indicazioni dalla Prefettura di Pescara, nel primo pomeriggio, la turbina è rimasta ferma nel parcheggio della casa cantoniera di Penne. Impossibile non notarla e così hanno riferito i testimoni agli inquirenti. Se fosse stata avvertita, la turbina dell’Anas avrebbe potuto pulire in tempo anche la strada per Rigopiano? Forse sì: secondo l’Anas, nella stessa giornata, la turbina ha lavorato anche a Guardiagrele, Bucchianico, Fara Filiorum Petri, Pianella e, infine, a Penne. Farindola dista da Penne 20 chilometri. Ieri mattina, il procuratore capo Cristina Tedeschini e il pm Andrea Papalia sono andati sul luogo della tragedia, accompagnati dal comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri Massimiliano Di Pietro e dal tenente colonnello dei carabinieri forestali Annamaria Angelozzi. Una visita per studiare di persona l’albergo distrutto dalla slavina. «È una ferita grande per l’Abruzzo, questi sono morti nostri». Poi, la Tedeschini ha parlato del rischio valanghe e del conseguente disastro colposo: «Le valanghe sono cicliche: prima o poi ritornano. Ci sono luoghi dove le valanghe sono elemento costituente. Ecco perché bisogna capire cosa sia stato fatto al di là del semplice censimento del rischio, ossia: chi censisce i rischi e come li gestisce. Il solo censimento di un luogo a rischio valanga potrebbe non bastare». Il pm Papalia ha conferito al medico legale Ildo Polidoro l’incarico delle autopsie. 

Terremoto Centro Italia, sindaci del Teramano: “Lasciati soli, senza elettricità. Gli spazzaneve? Abbiamo dovuto noleggiarli”. Tanti Comuni abruzzesi sono senza energia elettrica e con i cittadini bloccati dalla neve alta 3 metri. "Impreparazione imbarazzante nel coordinare i lavori. La nevicata era prevista, mica come il terremoto", dice il primo cittadino di Valle Castellana. A Prati di Tivo un assessore ha accolto tutti gli abitanti del paese nel suo hotel. La turbina che dovrebbe liberarli è ferma a Pietracamela. Antonio Paride Ciotti, che amministra Villa Santa Lucia: "Case a rischio slavina", scrive Valerio Valentini il 21 gennaio 2017 "Il Fatto Quotidiano". “Rigopiano è senz’altro la tragedia peggiore. Ma non è sola”. Tra le poche cose che Giuseppe Del Papa, il sindaco di Cellino Attanasio, riesce a dire, prima che la comunicazione s’interrompa, c’è questa. La linea è molto disturbata: c’è tempo solo per comunicare le informazioni più importanti. Ed evidentemente, per il primo cittadino di questo piccolo Comune del Teramano, rivendicare l’attenzione dei media è una priorità: “Non possiamo permettere che un solo evento, per quanto impressionante, oscuri la sofferenza di altre migliaia di persone”.

Non c’è solo Rigopiano. Parlando con i cittadini e gli amministratori di tanti Comuni abruzzesi arroccati tutt’intorno al massiccio del Gran Sasso, sui versanti aquilano e teramano, ce lo si sente ripetere decine di volte. “Raccontate anche i nostri drammi”. Storie di paesi e frazioni isolate, di strade sommerse dalla neve, di attese e di rabbia per aiuti che sembrano non giungere mai, o che quando finalmente arrivano si presentano sotto la forma di mezzi vecchi e inadeguati, ruspe che non servono o turbine che s’inceppano dopo pochi minuti di lavoro. Drammi che piccoli lo sono soltanto se si fa riferimento alla dimensione dei paesini che li vivono; storie periferiche solo perché i nomi di certi Comuni – Cermignano, Pietracamela, Capitignano – suonano così strani, quasi esotici. Ma l’emergenza che queste comunità stanno affrontando è reale: terremoto e maltempo hanno condannato all’isolamento e al buio, per giorni, un numero impensabile di cittadini dell’entroterra abruzzese. E se nel nord della provincia dell’Aquila, nei pressi dell’epicentro delle scosse del 18 gennaio, la situazione va lentamente migliorando, alle pendici dei Monti della Laga, ai confini con le Marche, e un po’ dovunque nella Val Vomano le testimonianze che si raccolgono sono preoccupanti. “L’emergenza è grave, e le forze in campo per risolverla insufficienti”, ammette chi è impegnato in queste ore nella sala operativa allestita dalla Prefettura di Teramo. “Inutile girarci intorno. Se si evita di fare polemica, è solo per calcoli politici: molti sindaci, e magari anche qualche alto dirigente della Provincia, non se la sentono di sparare contro il proprio stesso partito”.

Valle Castellana. L’intero paese isolato con una bimba malata. Il sindaco: “Ieri ho sbroccato con la Protezione civile, ma non è servito” – Era già stato duramente colpito dai terremoti del 24 agosto e del 20 ottobre scorsi, questo Comune teramano di meno di mille abitanti a una manciata di chilometri dal confine marchigiano. “Ma la tragedia, stavolta, è anche peggiore”, dice al telefono un residente di Valle Castellana, prima che la telefonata s’interrompa. Da lunedì 16 gennaio, gli abitanti del paese sono tagliati fuori dal mondo, privi di energia elettrica e bloccati da cumuli di neve alti fino a 3 metri, nelle frazioni più montagnose. Come Pietralata, dove una bimba soffre da giorni, pare, di febbre altissima. Pare, perché le notizie sono frammentate: riuscire a parlare con chi si trova lì è praticamente impossibile. A risponde subito, al telefono, è invece il sindaco, Vincenzo Esposito, che è a Teramo per richiedere l’intervento dell’Esercito e della Protezione civile. Ed è furioso: “Ieri ho sbroccato durante una riunione qui alla sala operativa. C’è una impreparazione imbarazzante nel coordinare i lavori. Le attese sono enormi, e la nevicata era abbondantemente prevista: mica come il terremoto”. Il tutto aumenta la frustrazione. “Ricevo telefonate dei miei concittadini che mi rivolgono preghiere, lacrime, insulti. Non ce la faccio più”. Solo nella serata di venerdì, tramite un elicottero dell’esercito, sono stati portati i primi medicinali ai residenti di Pietralta e Valle Castellana. Ma per aprire una via d’accesso, e di fuga, ci servirà ancora tempo. I tecnici dell’Enel parlano di lavori che procedono a rilento anche per il rischio continuo di slavine e valanghe. Da Trento sono arrivate delle turbine: ma sulla strada da Ascoli a Valle Castellana hanno subìto dei guasti e sono state costrette a fermarsi.

Prati di Tivo. L’assessore accoglie tutti nel suo albergo: “Siamo 23, tra cui un cardiopatico. Siamo salvi, ma c’è il rischio di slavine” – Mirko De Luca è l’assessore al Turismo di Pietracamela, borgo montano di 271 abitanti: il comune più piccolo della provincia di Teramo. Ma Mirko De Luca è anche il gestore di un hotel che si trova nella frazione di Prati di Tivo, a due passi dagli impianti sciistici. È in questo hotel che De Luca ha accolto tutti gli abitanti del paese: “Con il nostro gatto delle nevi siamo andati a recuperare casa per casa, residence per residence, tutte le 23 persone che ora stanno qui da noi. Da più di 5 giorni, con 4 metri di neve e le minime che sfiorano i meno 10. Per fortuna siamo riusciti a far partire il generatore elettrico del mio albergo, e ora attendiamo i soccorsi”. Che però tardano ad arrivare. “Venerdì mattina siamo stati raggiunti da un elicottero dei Vigili del Fuoco: ne sono scesi 4 pompieri per verificare quale fosse la nostra condizione. Ci sarebbe poi una turbina, che però è ferma a Pietracamela e, ci dicono, dovrà lavorare almeno per 20 ore, salvo imprevisti, per venirci a liberare”. Prima del tardo pomeriggio di sabato, dunque, inutile sperare. “Tra noi c’è anche un cardiopatico: non accusa gravi problemi, per ora, ma comunque non stiamo tranquilli. E poi c’è l’altro rischio”. Quale? “Quello delle slavine. Nelle scorse ore se ne è già staccata una molto grande, che fortunatamente non ha investito il centro abitato. Ma altre potrebbero verificarsene. La situazione è molto difficile”.

Isola del Gran Sasso, dove l’isolamento è totale. “Un anziano è morto sotto un capannone. Strutture d’emergenza allertare in ritardo” – Se negli altri Comuni sommersi dalla neve un contatto, benché a fatica, lo riesce a stabilire, con Isola del Gran Sasso – 5mila abitanti e il santuario di San Gabriele come centro di gravità – non sembra proprio possibile. Neppure per la stessa Prefettura di Teramo. “Il sindaco? Neanche noi riusciamo a comunicarci in modo stabile. Sono saltati i ponti radio. Non funzionano né i fissi né i mobili”. Soltanto nella mattinata di sabato una residente, che a Isola gestisce un ristorante, riesce a rispondere via WahtsApp: “La situazione è drastica. Un uomo anziano è morto sotto un capannone. Intere frazioni sono del tutto isolate. Le linee telefoniche sono saltate. Vediamo arrivare solo adesso i primi soccorsi, grazie all’Esercito”. Dopo 6 giorni dall’inizio dell’emergenza. Come se lo spiegano, a Isola del Gran Sasso, questo ritardo? “Le nevicate sono state oggettivamente straordinarie. Ma qui erano previste. Le strutture dei soccorsi sono state allertare in ritardo”. Il cellulare del primo cittadino Roberto De Marco, nel frattempo, continua a risultare irraggiungibile. Ma tutto ciò non vale solo per i giornalisti. Roberto è un universitario nato e cresciuto a Isola che ora studia a Bologna: “E’ da giorni che va avanti così. Provo ad avere notizie dei miei famigliari, ma non riesco a parlarci a telefono”. La ricerca di amici e parenti corre allora su Facebook, su pagine collettive dove si chiede conto di una cugina, di una amica invalida, di una zia ultranovantenne, dove s’invoca l’intervento di un medico. Si organizzano perfino delle staffette: “Per favore, ogni due ore qualcuno si rechi nella stazione dei Carabinieri a riportare ciò che ci diciamo online, perché lì sono senza telefono e senza internet”.

Cellino Attansaio e Cermignano. “Siamo abbandonati a noi stessi. Proviamo a sbrigarcela da soli” – Quando scopre che a contattarlo è un sito web, il sindaco di Cermignano non trattiene un urlo di sollievo: “Finalmente! Ma allora esiste qualcuno che s’interessa di noi!”. È un sollievo amaro, però, quello di Santino Di Valerio, che subito si corrompe in protesta: “Siamo stati abbandonati da tutti. C’è un’incapacità a tutti i livelli: non capiscono il dramma che stiamo vivendo. Gli aiuti arrivano in ritardo, e calati dall’alto. Il risultato è che l’emergenza viene gestita da persone che qui non hanno mai messo piede”. Cermignano è un Comune di circa 1.700 abitanti a metà strada tra Teramo e Atri. L’isolamento in cui si trova da domenica notte è lo stesso che patisce, pochi chilometri più a est, Cellino Attanasio. Il primo cittadino, Giuseppe Del Papa, al telefono sfoga una rabbia che è quasi desolazione: “Ma che Italia è questa? Non sappiamo più nemmeno affrontare una nevicata a gennaio che, per quanto straordinaria, era comunque ampiamente prevista? Riceviamo aiuti col contagocce, senza un minimo di coordinamento e per giunta attraverso macchinari obsoleti”. A Cellino una turbina è arrivata, infatti, ma si è rotta dopo pochi minuti di attività. “Era vecchissima”, sentenzia Del Papa, che prosegue: “Ci sentiamo lasciati soli. Alla fine abbiamo provveduto in proprio: abbiamo noleggiato da ditte private dei mezzi spalaneve. Ma aprire così le vie nel centro storico sarà difficilissimo. E nel frattempo, da ormai quasi una settimana, restiamo senza energia elettrica”. Chi può, da questi paesi scappa, nell’attesa che si superi la crisi. Come Cesare, che venerdì mattina è riuscito a raggiungere la Statale e ha portato i suoi genitori sulla costa: “Ma io sono fortunato, perché abito vicino alla strada principale. Chi sta nelle frazioni interne, è condannato a restare”.

Villa Santa Lucia, a pochi chilometri da Farindola. “Una slavina minaccia il centro abitato” – “Magari la valanga non investirà le case: ma preferisco lanciare un allarme di troppo piuttosto che correre il rischio di dover contare i morti”. Antonio Paride Ciotti, sindaco di Villa Santa Lucia, risponde così quando gli si chiede se davvero il suo Comune possa essere travolto dalla slavina staccatasi da Monte Cappucciata. E del resto Rigopiano è a pochi chilometri di distanza, impossibile non fare paragoni. Anche se qui siamo in provincia dell’Aquila, non lontani dalla Rocca di Calascio, set di molti film e pubblicità. “Per il momento la slavina è a distanza dalle case. Ma per precauzione ha chiesto una verifica alle forze dell’ordine. Monitoriamo l’evolversi della situazione”. Gli abitanti di Villa Santa Lucia, poco più di cento, da giovedì hanno ritrovato anche la corrente elettrica, grazie a dei gruppi elettrogeni. Una delle strade che porta a paese è ormai sgombra: “Si va verso il meglio, speriamo”.

Capitignano e Campotosto: “Non più isolati, ma le scosse non si fermano. Situazione difficilissima” – Sull’altro versante del massiccio del Gran Sasso c’è l’epicentro del terremoto del 18 gennaio. Montereale è rimasto bloccato per quasi 2 giorni, la strada che saliva dall’Aquila era bloccata all’altezza di Arischia. Ancor più grave, però la situazione a Campotosto, Comune di 540 abitanti sparsi nelle varie frazioni tutt’intorno all’omonimo lago: a 1.400 metri d’altitudine. La vicesindaco Gaetana D’Alessio mercoledì aveva protestato: “Sentiamo scosse in continuazione, ma siamo impossibilitati a uscire: siamo bloccati dentro casa, come i topi”. Due giorni dopo appare più serena. Quando risponde al telefono sono le 18 di venerdì: la strada Provinciale da Aringo ormai è percorribile, la Statale 80 quasi. Solo la via verso la frazione di Mascioni rimane in parte non accessibile. Roberto, che lì ha la sua seconda casa, è arrivato dall’Aquila per recuperare alcune cose all’interno: “Non mi è stato permesso. Ma spero che tutto si sblocchi entro il fine settimana”. D’Alessio precisa: “I ritardi sono stati tanti e gravi. Ma c’è da dire che l’emergenza era davvero estesa. La cosa più pesante da sopportare, ora, è il prolungarsi dello sciame sismico. La situazione, pure dal punto di vista psicologico, è difficilissima”.

Anche a Capitignano, nel fondovalle tra Campotosto e Montereale, è ormai la paura il nemico peggiore. Le vie d’accesso al paese sono state aperte, agli sfollati sono stati assegnati degli alloggi nei progetti C.A.S.E. dell’Aquila: quelli costruiti dopo il terremoto del 2009, e ora in parte vuoti. “Il disagio c’è, ma è sempre meglio che restare in un palazzetto dello sport ammassati tutti insieme”, confessano i residenti. Luigi, uno di loro, mentre è in fila per fare richiesta di un alloggio, precisa: “Per le perizie e i controlli alle strutture ci sarà tempo. Ora pensiamo a smaltire il ricordo di quello che abbiamo vissuto pochi giorni fa: sentire le mura della propria casa tremare sotto i colpi del terremoto e sapere di non poter scappare perché fuori dal portone ci sono cumuli di neve, non è bello. Ma tutto si supera”.

Rigopiano, la rabbia del papà di Stefano: ​"Se è morto faccio una strage". Dopo la disgrazia dell'hotel di Rigopiano, la rabbia dei familiari per le mancate comunicazioni e le lamentele per la gestione dell'emergenza, scrive Claudio Cartaldo, Martedì 24/01/2017, su "Il Giornale". Non si dà pace Alessio Feniello, il papà di Stefano, 28enne ancora disperso sotto la valanga dell'hotel di Rigopiano. Già ieri, dopo aver parlato con Francesca Bronzi, la fidanzata di suo figlio, aveva esternato tutta la sua rabbia per la gestione dell'emergenza. "I morti sono stati uccisi", ha urlato ai microfoni dei giornalisti, mettendo in stato di accusa chi non era riuscito a salvare i morti e i dispersi. La fidanzata di suo figlio, infatti, gli ha spiegato di essere stata a fianco del ragazzo per molto tempo e di averlo illuminato con una torcia del cellulare finché ha retto la batteria. A far scattare la rabbia di Alessio Feniello è stato un errore della Protezione Civile nel comunicare l'elenco dei superstiti. Stefano sarebbe finito nella lista dei miracolati per errore, quando invece ancora lottava tra la vita e la morte sotto la coltre di neve. Alessio ora parla di "arroganza e prepotenza" delle Istituzioni. "È arrivato il prefetto, insieme al presidente della Regione Abruzzo e del Questore, che con arroganza ci ha detto: 'È vero solo ciò che vi diciamo noi, tutto il resto sono cazzate", racconta. Il prefetto ha fatto i nomi dei superstiti, inserendo anche quello di Stefano. Ma il giorno successivo, all'arrivo delle ambulanze, nessuna di queste trasportava Stefano. Perché in realtà non era tra i superstiti. "Hanno agito con arroganza e senza umanità verso un padre che ha il figlio sotto le macerie", urla il papà. Poi aggiunge: "Mi aspettavo che qualcuno mi dicesse che si era trattato di un errore". Da tre giorni i familiari dei dispersi e dei defunti attendono comunicazioni ufficiali. Vorrebbero sapere se i loro cari sono vivi, se ci sono speranze o se tutto è ormai perduto. "Quelli che sono morti sono stati uccisi e quelli che ancora non trovano sono stati sequestrati contro la propria volontà, perché volevano ripartire e avevano già fatto le valigie. Li hanno messi tutti nella sala camino come carne da macello - incalza - la responsabilità è delle autorità", aveva detto ieri il papà di Stefano. Ma ora, come riporta il Messaggero, affonda: "Se mio figlio è morto faccio una strage".

Strage Hotel Rigopiano, il papà di Stefano: «andrò avanti all’infinito per avere giustizia». «A chi devo dire grazie Al presidente di regione? Al prefetto? Al direttore dell’hotel?», scrive il 26 Gennaio 2017 "Prima da Noi". Identificato anche Stefano Feniello, il giovane inserito nella lista dei vivi. Il dramma doppio dei Feniello: «mio figlio sotto le macerie, nessuno è sceso a recuperarlo». «Perché nessuno si è attivato per tempo e li ha liberati? Perché lassù non c’era il figlio del prefetto, non c’era il figlio di un magistrato, non c’era il figlio del senatore. C’era solo la povera gente che si faceva una vacanza con i risparmi guadagnati con i sacrifici». Alessio Feniello, papà di Stefano, tra le vittime già estratte da quello che resta dell’hotel Rigopiano, è tornato nuovamente a gridare la sua rabbia per quello che è accaduto a Farindola. Dopo la tragica beffa dei giorni scorsi, quando la prefettura gli ha annunciato per errore che il figlio era vivo, adesso chiede con tutta la voce che ha in corpo che venga fuori la verità. E ha fatto una promessa: «andrò avanti all’infinito, mi venderò tutte le proprietà che ho se serve. Non voglio soldi, voglio solo giustizia, voglio che in Italia non accada più quello che è successo lì sopra». Secondo Feniello le responsabilità sono molteplici, non solo da parte delle istituzioni ma anche dei gestori dell’hotel perché «un 4 stelle deve avere un gatto delle nevi, deve avere un trattore, anche quello dei contadini. Non esiste che si fa ridurre quella strada in quello stato. Se l’Abruzzo non è in grado di gestire questa situazione deve chiudere gli alberghi». Papà Feniello è stremato. Ormai da una settimana vive nell’ospedale di Pescara. Così anche ieri quando il corpo di suo figlio è stato trasportato a Chieti per l’autopsia. Le sale del nosocomio di Pescara sono infatti impraticabile perché in ristrutturazione e quindi è stato necessario il trasferimento. La mamma non affronta le tv ma ieri ha voluto incontrare i vigili del fuoco perché ha voluto sapere come sono andate veramente le cose, se il suo Stefano ha sofferto. «Ho al polso l’orologio di mio figlio e il suo braccialetto. Al collo ho la sua catenina. Questo è tutto quello che mi è rimasto di lui. Chi devo ringraziare? Grazie a Bruno, il direttore dell'hotel? Grazie al presidente della Regione? Grazie al prefetto?» Feniello vuole verità e giustizia e si domanda chi dovesse intervenire prima della tragedia a recuperare quelle persone lassù in montagna: «chi sono i responsabili? Chi deve evitare che accada questo nel 2017? Di chi è la responsabilità? Non dovevano farli salire. Mio figlio prima di partire ha mandato una mail all'hotel che gli ha risposto di non preoccuparsi perchè garantivano il servizio. Al cantante del Volo, Gianluca Ginoble, invece, lo stesso giorno l'hotel ha mandato un messaggio in cui si diceva di non andare. E' una vergogna. Il sindaco ha chiuso le scuole per la neve, ma non ha chiuso l'hotel. Perche'?». Alessio Feniello poi ha parlato di «un prefetto che mi viene ad annunciare la sera che tra i cinque nomi dei superstiti c'è anche quello di mio figlio e che fino alla sera del giorno dopo non ha avuto la dignità e il coraggio di venirmi a dire 'ci siamo sbagliati'. Gli ho chiesto informazioni e mi ha risposto con arroganza, mi ha liquidato come uno straccio. Che persone sono queste? A chi paghiamo lo stipendio? A delle persone disumane». Feniello se la prende anche con il sindaco di Farindola che ha incontrato la mattina del 19 gennaio quando è arrivato a 50 metri dall’hotel insieme alla carovana dei soccorsi: «mi ha detto ‘siamo abituati a questa cosa. In caso di emergenza mandiamo i viveri su’. Ma quali viveri… si doveva preoccupare di liberare quelle persone. Ora qualcuno dovrà pagare, non voglio soldi, voglio solo giustizia».

L'ira dei parenti in lacrime «Morti? Ce li hanno uccisi» I pm: «Ritardi da valutare». A Rigopiano estratto il corpo della settima vittima La Procura indaga per omicidio e disastro colposo, scrive Stefano Zurlo, Martedì 24/01/2017, su "Il Giornale". Ora la cronaca lascia il posto all'inchiesta. E al corredo di polemiche che la tragedia si porta puntualmente dietro, come tutti i disastri italiani. Certo, si scava ancora fra le rovine del Rigopiano ma la fiammella è quasi spenta. E la contabilità del dolore si muove appena: dopo il ritrovamento vicino alla zona cucina di una donna, i morti ufficiali non sono più 6 ma 7 e di conseguenza calano i dispersi, termine sempre più logoro, scesi a 22. Undici i sopravvissuti. Dunque, in primo piano c'è l'indagine, alimentata a sua volta da retroscena, rivelazioni, persino dagli sfoghi dei parenti delle vittime. Alessio Feniello, il papà di Stefano che per qualche ora era stato dato per vivo e invece è svanito nelle viscere dell'hotel, è durissimo: «Quelli che sono morti sono stati uccisi. Sì, li hanno sequestrati contro il loro volere perché volevano rientrare. Li hanno sequestrati. Avevano le valigie pronte. Li hanno riuniti tutti vicino al caminetto come carne da macello». Gli ospiti, questo ormai è assodato, attendevano con ansia l'arrivo dello spazzaneve che avrebbe dovuto liberare la strada. Tutti, dopo le ripetute scosse, volevano andarsene al più presto ma, fra ritardi e difficoltà, il mezzo tanto atteso non è mai arrivato. O meglio, è stato anticipato dall'immane valanga che nel pomeriggio di mercoledì si è abbattuta sulla struttura, travolgendola. E ora il padre attende una parola definitiva sul destino del figlio. La fidanzata di Stefano, Francesca Bronzi, si è salvata e dall'ospedale di Pescara sembra cancellare anche quell'ultimo dubbio: «Con la luce del telefonino, finché la batteria ha retto, ho illuminato il braccio di Stefano. Si lamentava, lo chiamavo ma non rispondeva. Poi non l'ho sentito neanche più lamentarsi». Comprensibile che il genitore, illuso per qualche ora dalle autorità su un probabile lieto fine, erutti tutta la tensione accumulata. E si chieda come mai l'hotel non sia stato «liberato» in tempo dall'assedio del ghiaccio. Anche la mail spedita alle 7 del mattino dal direttore dell'albergo Bruno Di Tommaso a un nugolo di autorità accende gli animi con la sottolineatura di una «situazione preoccupante» e la richiesta di un «intervento urgente». La procura, che procede per omicidio colposo plurimo e disastro colposo, valuta tutti gli elementi ma frena nel tirare conclusioni che sarebbero premature. In particolare sul versante delle comunicazioni e dell'avvio delle ricerche nella serata di mercoledì: «Ci sono state inefficienze e interferenze - spiega il procuratore aggiunto Cristina Tedeschini - sono però da valutare gli effetti di eventuali ritardi». Il riferimento è alle telefonate fatte a ripetizione da Quintino Marcella al 118 senza però essere creduto. «Che ci sia stata - aggiunge Tedeschini - una serie di disfunzioni e magari di ritardi da parte della sala operativa nel recepire l'importanza di una segnalazione da parte di un soggetto non istituzionale è un fatto registrato. Che questo possa aver avuto una qualunque conseguenza causale sull'efficacia dell'azione di soccorso, è da vedere». Si studia il dossier senza clamori. Senza teoremi. E si aprono nuovi capitoli. Secondo la denuncia di Forum H2O Abruzzo l'hotel è stato realizzato su accumuli di detriti e precedenti valanghe. Insomma, sarebbe marchiato da un peccato originale gravissimo. D'altra parte, in un clima che a posteriori pare di incoscienza collettiva, si scopre che la mappa del rischio valanghe, prevista dalla legge del 1992, non è stata completata. Vale per l'Abruzzo come per molte altre Regioni. Ora, solo ora, tutti i nodi vengono al pettine.

Rigopiano, l’email con l’Sos ignorata dell’hotel: “I clienti sono terrorizzati, intervenite”. Il 18 gennaio, dopo le forte scosse di terremoto e poche ore prima della terribile valanga, Bruno Di Tommaso, amministratore unico e direttore dell'hotel Rigopiano, aveva inviato una mail al Prefetto di Pescara, alla polizia provinciale, al presidente della provincia ed al sindaco di Farindola, con cui si richiedeva assistenza immediata ed un intervento urgente, scrive Andrea Antinori il 23 gennaio 2017 su "Bergamo News". Il 18 gennaio, dopo le forte scosse di terremoto e poche ore prima della terribile valanga, Bruno Di Tommaso, amministratore unico e direttore dell‘hotel Rigopiano, aveva inviato una mail al Prefetto di Pescara, alla polizia provinciale, al presidente della provincia ed al sindaco di Farindola, con cui si richiedeva assistenza immediata ed un intervento urgente. “La situazione è diventata preoccupante” si legge, ed ancora: “Abbiamo cercato di fare il possibile per tranquillizzare i clienti, ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchina. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d’accesso, dal cancello fino all ss 42”. E inoltre “chiediamo di predisporre un intervento al riguardo”. Il presidente della Provincia Di Marco ha letto l’email dell’hotel Rigopiano il giorno successivo, giovedì 19 Gennaio. “Nessuno l’ha sottovalutata – dice Di Marco – io alle 14 avevo incontrato la sorella del proprietario ed avevo dato loro rassicurazioni che entro la serata sarebbe arrivata una turbina a liberare le strade. Ai fini dell’emergenza avevo già spedito una lettera al Governo nella quale chiedevo aiuto e mezzi per liberare anche quelle zone. Per me è una mail ininfluente: non ci siamo mai fermati”. La Provincia di Pescara, tuttavia, sapeva che Rigopiano era isolata, che gli spazzaneve non sarebbero potuti arrivare all’hotel e che per raggiungerlo sarebbe servita una turbina già la mattina del 18 Gennaio, grazie alle segnalazioni da parte degli operatori degli spazzaneve, intenti a pulire già alle 3 di notte e che, bloccati dalla troppa neve, si erano dovuti fermare ad un bivio che porta all’albergo. A quel punto è scattata la ricerca di una turbina, rintracciata alle 13 nell’Aquilano, ma alla quale sarebbero occorse ore per giungere nel Pescarese. A tal proposito, Di Marco afferma: “La turbina dell’Anas di Penne, che ha poi materialmente liberato la strada per Rigopiano nella notte, nel pomeriggio non era ferma ma stava ripulendo la ss 81.” Queste informazioni sono entrate nel fascisolo dell’inchiesta condotta dalla Procura di Pescara per disastro ed omicidio colposo plurimo. Intanto a Rigopiano continua incessantemente la corsa contro il tempo delle operazioni di ricerca, nonostante la nebbia e la pioggia che indurisce la neve. Il conto dei dispersi, nonostante l’accertamento della sesta vittima (si tratta di un uomo), è rimasto fermo a ventitrè: si è aggiunto, infatti, Faye Dame, senegalese regolare di 30 anni che lavorava nell’hotel.

Rigopiano, la prima drammatica telefonata del superstite al 118: “L’hotel non c’è più”. Giampiero Parete, il cuoco sopravvissuto alla tragedia del Rigopiano perché al momento della valanga si trovava fuori dall’hotel, è stato il primo a lanciare l’allarme. Al telefono ha detto che c’era stata una valanga, ma i soccorsi sono partiti solo ore dopo, scrive il 26 gennaio 2017 Susanna Picone su "Fanpage". La prima volta che Giampiero Parete, il cuoco sopravvissuto alla valanga sull’Hotel Rigopiano perché al momento del dramma si trovava fuori dalla struttura, è riuscito a mettersi in contatto con il 118 erano le 17.08 del 18 gennaio. Ma solo circa due ore dopo, alle 19.01, la macchina dei soccorsi ha capito che nella località abruzzese era successo qualcosa di grave. Lo si evince dai tabulati telefonici e dalle testimonianza rese agli inquirenti. A quell’ora, infatti, Parete riesce a parlare per la seconda volta con il 118. Nella prima di quelle drammatiche telefonate si sente Parete tentare di spiegare quanto appena accaduto a Farindola. La telefonata, agganciata dal 118 di Chieti, viene subito girata ai colleghi di Pescara. “Cosa è successo all’Hotel Rigopiano?”, chiede l’operatrice del 118 al superstite, che risponde: “C’è stata una bufera, l’hotel non c’è più, non c’è più niente. Ci sono dei dispersi, c’è stata una grossa valanga”, tenta di spiegare Parete che comunica di trovarsi insieme a un'altra persona. “È crollato l’hotel?”, chiede il 118, “è crollato tutto”, risponde il cuoco. “Per quello che può tenga il telefono libero”, si sente rispondere dal 118. Dopo la prima telefonata la Prefettura parte con le verifiche e cerca di ricontattare il cuoco ma non ci riesce, e a quel punto chiama al numero fisso dell'albergo che ovviamente non risponde perché sotto la valanga. Si cerca di allertare l'elicottero della Guardia Costiera, che però non può volare a causa del maltempo. Alle 17.40 la Prefettura riesce a contattare il direttore dell'albergo Bruno Di Tommaso che “depista” la sala operativa spiegando di aver “chattato mo' con l'albergo”, e che non gli risultava nulla di grave. Però il contatto risale almeno a un’ora prima ed è questo secondo gli inquirenti che dà vita al primo grave “equivoco” della vicenda. La sala operativa si convince che si tratta di un falso allarme. Alle 18.03 Parete riesce a mettersi in contatto con il suo amico Marcella il quale continua a chiamare 112 e 113. Ma anche questa seconda segnalazione viene considerata un falso allarme. Quando l’uomo alle 18.20 richiama gli viene risposto che è già stato tutto verificato. Poi arriva la telefonata di Parete alle 19.01. Giampiero Parete è stato poi salvato dai soccorritori arrivati con gli sci all’alba del 19 gennaio insieme all’altro superstite che come lui era fuori dall’albergo al momento della slavina, Fabio Salzetta. Il cuoco era in vacanza insieme alla moglie Adriana e i due figli Gianfilippo, di 8 anni, e Ludovica, 6 anni. Dopo oltre 40 ore di attesa l’uomo ha potuto riabbracciare tutti i suoi cari, che risultano tra gli undici sopravvissuti dell’hotel. Ventinove, invece, le vittime del dramma.

"Slavina? Inventata da imbecilli" Così è stato ignorato l'allarme. La telefonata tra Marcella e l'operatrice: "Questa storia gira da stamattina, non è successo nulla". Poi una serie di equivoci, scrive Franco Grilli, martedì 24/01/2017, su "Il Giornale". Non sono bastate quelle parole chiare al telefono che davano l'allarme per mettere in moto immediatamente la macchina dei soccorsi. Emerge adesso la trascrizione della telefonata tra il ristoratore, Quintino Marcella che per primo ha chiamato l'operatrice della Protezione Civile. Ecco la chiamata al 112. La telefonata chiave è quella di mercoledì 18 gennaio alle 18:20. "Sono Marcella di cognome, Quintino di nome", esordisce il ristoratore che aveva ricevuto un messaggio vocale da un amico che si trovava a Rigopiano.

Marcella: "Mi sente?"

Funzionaria: "Sì che la sento".

M: "Sono Marcella di cognome, Quintino di nome. Il mio cuoco mi ha contattato su WhatsApp cinque minuti fa, l'albergo di Rigopiano è crollato, non c'è più niente... Lui sta lì con la moglie, i bimbi piccoli... intervenite, andate lassù".

F: "Questa storia gira da stamattina. I vigili del fuoco hanno fatto le verifiche a Rigopiano, è crollata la stalla di Martinelli".

M: "No, no! Il mio cuoco mi ha contattato su WhatsApp 5 minuti fa, ha i bimbi là sotto... sta piangendo, è in macchina... lui è uno serio, per favore".

F: "Senta, non ce l'ha il suo numero? Mi lasci il numero di telefono (...). Ma è da stamattina che circola questa storia, ci risulta che solo la stalla è crollata. Che le devo dire?".

In questo scambio di frasi si consuma l'equivoco fatale: nella mattinata una scossa aveva fatto crollare il tetto di una stalla di un allevatore nei pressi di Farindola. L'operatrice quando sente la parola Rigopiano, come sottolinea Repubblica, pensa immediatamente alla stalla ed esclude l'ipotesi che ci sia qualche problema all'hotel. Così da questo momento in poi Marcella prova a far ragionare l'operatrice:

F: "Come si chiama quel cuoco?".

M: "Giampiero Pareti. È quello della pizzeria, è il figlio di Gino...".

F: "Sì, lo conosco benissimo il figlio di Gino, conosco lui, conosco la mamma. È da stamattina che gira 'sta cosa. Il 118 mi conferma che hanno parlato col direttore due ore fa, mi confermano che non è crollato niente, stanno tutti bene".

M: "Ma come è possibile?".

F: "La mamma dell'imbecille è sempre incinta. Il telefonino... si vede che gliel'hanno preso...".

M: "Ma col numero suo?".

F: "Sì".

A questo punto entra in campo un altro equivoco. Il direttore dell'hotel Di Tommaso era stato contattato dal centralino del Css per informarsi sulla situazione. Marcella aveva chiamato anche il 118 prima di chiamare il Css. Ma Di Tommaso quando viene contattato non è a Farindoli ma a Pescare e non può sapere cosa sia successo all'hotel. E così la funzionaria non crede alle parole di Marcella:

F: "Due ore fa, le confermo, al 118 hanno parlato con l'hotel. Non le dico una bugia! Ma se fosse crollato tutto, pensa che che rimarremmo qua?"

M: "Si metta in contatto col direttore...".

F: "Non so se si rende conto della situazione... Abbiamo gente in strada, gente con la dialisi, anziani. E io per lei... Provi lei a mettersi in contatto con il direttore. Non è scortesia. Arrivederci".

Il resto della storia è noto. Da lì a qualche ora la scoperta del disastro.

Hotel Rigopiano, la telefonata che frenò i soccorsi. L'amministratore alla prefettura dopo la slavina: "Li ho sentiti ora: è tutto a posto". Ma lui si trova altrove, scrive il 2 febbraio 2017 "Quotidiano.net". "L'albergo crollato? No è tutto a posto". Così l'amministratore dell'Hotel Rigopiano, Bruno Di Tommaso, risponde alla prefettura di Pescara che intende verificare le prime notizie arrivate al 118. La telefonata risale alle 17.40 di mercoledì 18 gennaio, quando la slavina ha già travolto la struttura. Di Tommaso in quel momento si trova altrove ma spiega alle autorità di avere da poco avuto contatti con il personale e assicura che nel resort la situazione, compatibilmente con l'enorme nevicata, è sotto controllo. Ecco la trascrizione dell'audio che viene diffuso oggi da alcune testate online. 

Funzionario prefettura: «Oh Bruno ciao, senti fammiti chiedere una cosa, tu fai il direttore su a Rigopiano?».

Di Tommaso: «Sono l'amministratore».

Funzionario: «Sai com'è la situazione su?».

Di Tommaso: «Tragica. Sto rientrando a casa in questo momento».

Funzionario: «La strada è chiusa?».

Di Tommaso: «Certo che è chiusa... ma pure Farindola».

Funzionario: «Io sto alla sala operativa della prefettura: ma tu riesci a parlare con qualcuno su?».

Di Tommaso: «No, solo whatsapp».

Funzionario: «Allora vedi un pochettino, perchè abbiamo ricevuto... aspetta un attimo che ti faccio parlare direttamente col direttore... abbiamo ricevuto una telefonata un pò strana, volevamo accertarci un attimino... Dottor Lupi dove sta? Aspetta che ti passo direttamente il dirigente, il responsabile».

Lupi: «Pronto? Sono il dottor Lupi... sono stato spesso ospite da voi, ultimamente proprio quando è successo il secondo terremoto e ho visto che la struttura è in cemento armato. Adesso abbiamo avuto una telefonata di una persona che diceva che all'hotel Rigopiano c'erano feriti per crolli, etc. Abbiamo una telefonata registrata alla nostra centrale operativa...»

Di Tommaso: «Ma no...chi l'ha fatta...»

Lupi: «...attenzione, questa telefonata registrata al nostro sistema 118... non risponde poi più.. a noi il numero ci appare sempre benchè ci si metta trucco, trucchetto, 'anonimò eccetera... Tu hai notizia?»

Di Tommaso: «Ma certo che ho notizia, no no..»

Lupi: «quindi tutto a posto...»

Di Tommaso: «cioè tutto a posto nel senso che...».

Lupi: «Benissimo, mi fa grande piacere. Tra poco a metà febbraio sarò di nuovo vostro ospite. Che devo dire? L'importante è che è sicuro che non ci sia niente».

Di Tommaso: «No.. Io sono stato fino a mò in collegamento tramite whatsapp...».

Lupi: «perfettissimo...» .

Di Tommaso: «...noi abbiamo una parabola per cui il segnale Internet è garantito, io riesco a comunicare con whatsapp. Tutto qua, insomma».

Lupi: «Perfetto…direttore mi dà un gran sollievo... Noi dobbiamo sempre accertarci, con l'aiuto qui del nostro amico comune. Va benissimo, grazie grazie».

Di Tommaso: «Niente, grazie, arrivederci».

L'allarme era arrivato al centralino di emergenza mezz'ora prima con la telefonata di Giampiero Parete, il cuoco scampato alla tragedia. Le parole di Di Tommaso tranquillizzano le autorità, che riterranno inattendibile anche l'sos successivo, quello lanciato da Quintino Marcella (documentato da un altro audio). 

Intanto prosegue l'inchiesta sulla tragedia, che al momento non vede nessun nome sul registro degli indagati. Gli esperti che hanno partecipato ai primi sopralluoghi raccontano che la valanga sarebbe stata causata dal distacco di uno strato di neve di quasi 3 metri, accumulatosi sopra un altro strato di neve particolarmente compatto che avrebbe fatto da piano di scorrimento. Un fatto re che aggiunto alla pendenza accentuata, avrebbe prodotto l'effetto slavina del 18 gennaio. 

Charlie adesso rincara la dose e pubblica la rabbia degli italiani. Dopo le polemiche per la vignetta di Charlie Hebdo sulla valanga di Rigopiano vengono pubblicati i messaggi pieni di rabbia degli italiani, scrive Luca Romano, Sabato 4/02/2017, su "Il Giornale". Dopo le polemiche per la vignetta di Charlie Hebdo sulla valanga di Rigopiano con la morte in tenuta da sci, diversi vignettisti di casa nostra hanno risposto con altrettanti disegni per sottolineare quel pugno allo stomaco ricevuto dalla Francia. Ma c'è anche chi sul web ha commentato e non poco il gesto di Charlie. Pareri, commenti ed opinioni forti cariche di rabbia per quella vignetta poco opportuna con 29 morti sotto la neve. E Charlie ha abbandonato l'autocritica per riaprire il duello con l'Italia pubblicando proprio quei commenti a caldo apparsi in Italia sul web dopo la vignetta. E linkiesta.it ne ha selezionati alcuni: "Questa provocazione - scrive la "Dottoressa Myriam Ambrosini" - è uno schiaffo all’italianità. Peccato che mentre NOI esportavamo la cultura nel mondo, VOI, francesi, portavate ancora i copricapi con le corna e le pelli delle bestie per coprirvi il corpo”. E ancora: "Senza bidet, culi sporchi. Razza bastarda. Ladri di opere d’arte e di territori. Falsi vincitori della guerra, leccaculo degli Alleati. Vi auguro di morire”. C'è chi la butta ancora sul calcio: “Il gol di Materazzi a Berlino nel 2006 vi fa ancora male al culo? Massa di merde". Un duello che non accenna a spegnersi...

Charlie Hebdo risponde (di nuovo) agli italiani, scrive Federico Iarlori il 3 Febbraio 2017 su “L’Inkiesta”. C’era da aspettarselo. Dopo la risposta alle polemiche sulle (audaci) vignette pubblicate da Charlie all’epoca del terremoto di Amatrice, anche questa volta il settimanale satirico francese non è rimasto a guardare. Nuovo polverone - a causa dell’ormai famoso disegno (anch’esso audace) con la morte sugli sci -, nuova reazione pubblicata sul numero in edicola questa settimana. Anche in questo caso, la redazione di Charlie ha dimostrato di sapere come si colpisce nel vivo l’orgoglio del nemico, lasciando perdere - come era avvenuto nell’editoriale di Gérard Biard - le argomentazioni politico-amministrative e le insinuazioni su eventuali infiltrazioni mafiose, e decidendo semplicemente di tradurre alcuni dei terribili commenti ricevuti da altrettanti “lettori” italiani. Ed eccoci ancora una volta ridicolizzati davanti ai francesi. E’ stata una mossa di una finezza spietata e crudelissima, quella di recuperare dei commenti scritti a caldo, sull’onda dell’indignazione, e di sbatterli sul giornale due settimane dopo la polemica. Per me, lettore italiano (e abruzzese), è stato un bel pugno nello stomaco. Lo ammetto. Ma c’è anche un lato positivo in questa bomba ad effetto ritardato: la possibilità di analizzare a freddo l’articolo e di rendersi conto che in Italia ci vuole davvero poco per trasformare un dibattito sui limiti della satira (e/o sulla qualità editoriale e la valenza ideologica di un prodotto come Charlie) in una partita di calcio tra due nazioni, Italia e Francia, che - diciamocelo chiaramente - non perdono occasione di massacrarsi a vicenda. “[...] questa provocazione [...] - scrive la "Dottoressa Myriam Ambrosini" (notare come abbiano riportato anche il "titolo" della persona che ha scritto il commento) - è uno schiaffo all’italianità. Peccato che mentre NOI esportavamo la cultura nel mondo, VOI, francesi, portavate ancora i copricapi con le corna e le pelli delle bestie per coprirvi il corpo”. Pincopallino Jack rincara la dose: “Senza bidet, culi sporchi. Razza bastarda. Ladri di opere d’arte e di territori. Falsi vincitori della guerra, leccaculo degli Alleati. Vi auguro di morire”. Mentre il commento di Davide Rivolta ci riporta esattamente al punto di cui sopra: “Il gol di Materazzi a Berlino nel 2006 vi fa ancora male al culo? Massa di merde". Insomma, è giusto indignarsi per la satira di cattivo gusto, ma perché continuiamo a confondere Charlie con i francesi?

Hotel Rigopiano, la telefonista che non ha creduto all'allarme: "Ho la coscienza pulita, del resto non me ne frega niente", scrive il 25 gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. Suo malgrado, è una delle protagoniste della tragedia dell'Hotel Rigopiano. Lei è la donna che ha ricevuto la telefonata che segnalava che la struttura fosse stata travolta bollandola come una bufala. La donna è stata individuata dagli investigatori: si tratterebbe di una dirigente del Ccs, il Centro di coordinamento dei soccorsi. A lei il 118 ha girato la famigerata telefonata da Quintino Marcello, amico di Giampiero Parete, lo chef superstite della tragedia. Come è noto, con toni sprezzanti, non ha voluto credere a quanto denunciato. E ora, quella donna, è stata interrogata, ascoltata dagli investigatori che stanno valutando la sua posizione. E quello che la signora ha detto, forse, fa ancor più rabbia che quella maledetta telefonata. "L'importante è essere a posto con la coscienza - ha spiegato secondo quanto trapelato da fonti investigative, indiscrezioni di stampa e dalla diretta interessata -. E io lo sono. Questo è quello che mi preme. Del resto non me ne frega niente". Dritta per la sua strada, insomma. Nessun pentimento e, soprattutto, la "coscienza pulita". E ancora, a verbale ha spiegato che "mercoledì ero appena rientrata in ufficio da una malattia. Prima è scoppiata l'emergenza della neve, poi quella del terremoto. C'era bisogno di gente nell'unità di crisi e io avevo dato la mia disponibilità. Il mio compito era rispondere alle chiamate che arrivavano dall'esterno". E ancora, prosegue la signora sulla hotel travolto a cui non ha creduto, sostenendo che si trattasse di una stalla: "La storia della stalla me l'ha ricordata, mentre ero al telefono, chi era con me nella sala operativa. Eravamo in tanti, non c'ero solo io". Un riferimento molto, troppo vago con il quale, in una qualche misura, la donna sembra tentare di scaricare le responsabilità. "Piuttosto che parlare coi giornalisti - ha aggiunto - preferirei parlarne col Padre Eterno. Comunque ci saranno modi e tempi per chiarire tutto. L'importante - ha ribadito - è essere a posto con la coscienza. Del resto, delle polemiche, non me ne frega nulla".

Rigopiano, la funzionaria: "Ho ignorato l’allarme? L’importante è avere la coscienza a posto". Il colloquio. La donna che non credette al primo Sos: "Chiarirò, basta polemiche", scrive Fabio Tonacci il 25 gennaio 2017 su "La Repubblica". La giornata più amara è cominciata con una telefonata all'ora di pranzo. "Era la questura, sono stata convocata", dice la funzionaria della prefettura di Pescara che ha confuso la slavina sull'hotel Rigopiano con il crollo di una stalla di pecore lì vicino. Si affaccia alla porta dell'ufficio del suo capo, comunica che deve essere sentita come testimone informata dei fatti, si infila la giacca nera pesante, prende la borsa, inforca gli occhiali neri. "Sì, sono io quella della telefonata...". Pallida in volto, evidentemente agitata, si avvia a spiegare alla polizia perché ha liquidato come bufala l'allarme di Quintino Marcella. Nei successivi 200 metri, tanta è la distanza tra prefettura e questura, la signora parla a malapena. Cerca di sfuggire alle domande, prova ad opporre un "assolutamente no" quando le si chiede di spiegare come sia potuto accadere un equivoco di tali proporzioni. "Piuttosto preferirei parlarne col Padreterno...", sbotta. Salvo poi riportare il discorso su un terreno più laico: "Ci saranno modi e tempi per chiarire tutto. L'importante è avere la coscienza a posto, e io ce l'ho. Tutto il resto, le polemiche di questi giorni, non m'interessa". Ecco. Un intero stato d'animo in una frase. Ne seguono altre, alla spicciolata. Perché è evidente che non ci sta a passare come il capro espiatorio di una gestione sicuramente discutibile delle comunicazioni tra chi, in quel giorno di neve, valanghe e terremoti, stava cercando di segnalare una disgrazia e chi doveva garantire i soccorsi in modo tempestivo. "Mercoledì ero appena rientrata in ufficio da una malattia. Prima è scoppiata l'emergenza neve, poi quella del sisma. C'era bisogno di gente nell'unità di crisi (il cosiddetto Ccs, Centro coordinamento soccorsi che si attiva quella mattina stessa al piano terra della Prefettura, ndr) e ho dato la mia disponibilità". Nella sala operativa la mettono a una scrivania, in una delle tre stanzette che in quelle ore sono una sorta di suk dell'emergenza. Gente che entra, gente che esce, il telefono che non smette di squillare, richieste d'intervento su urgenze reali e segnalazioni fasulle. "Il mio compito era rispondere alle chiamate dall'esterno", racconta. Quella delle 18.20 di Quintino Marcella però non era come le altre. È vero che il direttore dell'hotel, un'ora prima, vi aveva detto che non era successo niente a Rigopiano, ma come avete fatto poi a confondere la valanga col crollo della stalla? "Non devo dare spiegazioni a lei... Nella sala operativa eravamo in tanti, non c'ero solo io". Agli investigatori, più tardi, spiegherà: "La storia della stalla me l'ha ricordata, mentre ero al telefono, qualcuno più alto in grado che era con me". La persona in questione sarebbe una dirigente di area con incarichi al vertice della prefettura. Anche lei finita al Ccs per dare una mano alla macchina dei soccorsi in quella giornata convulsa. Si sente in colpa per quello che è successo? La funzionaria, che in prefettura si occupa del settore economico e contabile, accelera ulteriormente il passo verso la questura. "Senta, ho da fare... Arrivederci". Al momento non è indagata. È vero che alle 17.30, dal Ccs, chiamarono il direttore Bruno Di Tommaso per verificare la primissima segnalazione del superstite Giampiero Parete, che al 113 aveva parlato espressamente di una valanga, del crollo dell'hotel, e di dispersi. Ed è vero pure che Di Tommaso, che trovandosi a Pescara ignorava cosa fosse realmente successo, tranquillizzò gli operatori. In ogni caso rimarrà il tono, di quella conversazione tra Marcella e la funzionaria della prefettura. Assai fuori luogo.

Ida De Cesaris: “Telefonata su hotel Rigopiano? Eravamo in tanti, coscienza pulita…”, scrive la Redazione di "Blitz Quotidiano" il 25 gennaio 2017. “Non sono io il capro espiatorio che cercate non sono io ad aver preso quella telefonata, basta ascoltare la registrazione per averne conferma. A quel tavolo eravamo in tanti, noi della prefettura, i radioamatori, i rappresentanti delle forze dell’ordine e del soccorso pubblico”. Così il viceprefetto Ida De Cesaris, ricostruisce in un’intervista al Messaggero la mancata reazione dopo l’allarme di Quintino Marcella sull’hotel Rigopiano. Nel mirino dei mezzi di informazione è finita soprattutto una funzionaria della Prefettura che non avrebbe creduto alla telefonata, tanto da confonderla per una bufala o uno scherzo. L’equivoco era nato dal fatto che pochi minuti prima era stata segnalato un allarme per una possibile valanga su una stalla. “Per tutta la giornata sono entrata e uscita dalla stanza del prefetto, dove vertici e riunioni operative si susseguivano a getto continuo – afferma De Cesaris – A un certo punto ho chiesto di deviarmi sul cellulare di servizio soltanto le telefonate dei sindaci. Non ho valutato personalmente altre richieste di soccorso perché l’esperienza mi dice che in situazioni di tale gravità, specialmente nelle comunità più piccole il primo terminale delle popolazioni sono i sindaci”. “Nessuna superficialità nella gestione di un’emergenza estremamente complessa”, rivendica. Le procedure seguite sono state corrette? “C’è un’inchiesta in corso. Di certo – risponde – non tocca ai giornali distribuire patenti di colpevolezza”.

Rigopiano, falla nei soccorsi: "Quella chiamata ricevuta per errore". Un volontario della Protezione civile ha ricevuto "per errore" la chiamata di aiuto dal Rigopiano. E ha fatto partire i soccorsi, scrive Claudio Cartaldo, Giovedì 26/01/2017, su "Il Giornale". Che qualcosa non abbia funzionato nella catena dell'emergenza a Rigopiano è chiaro. I soccorsi non sono partiti immediatamente dopo la chiamata, allarmata, di Quintino Marcella, il capo di Giancarlo Parete, lo chef ospite dell'hotel tratto in salvo insieme alla sua famiglia. Nei giorni scorsi si è parlato della funzionaria che ha bollato come "bufala" la notizia della valanga caduta sull'albergo. Ora emerge anche la spiegazione di come si siano attivate, in ritardo, le procedure per il salvataggio dei superstiti. A spiegarlo è Massimo D'Alessio, volontario della protezione civile che ha ricevuto la chiamata di Quintino Marcella. "Avevo appena finito il turno - racconta alla Stampa - mi avevano mandato alla golena nord del fiume Pescara per monitorarne l'esondazione. Proprio per questo motivo ero passato in questura e avevo dato il cellulare. Ma non dovevo essere io a ricevere quella telefonata, è stato un errore...". La telefonata arriva "alle 18.57" e solo in quel momento scattano i soccorsi. Grazie alla rapidità di pensiero di D'Alessio. E pensare che alcune ore prima in Prefettura era stata bollata come menzogna "inventata da imbecilli". "La questura aveva il mio numero per le esondazioni - continua D'Alessio - È una procedura standard: al 113 lascia il proprio numero chi si trova più vicino all'emergenza. Solo che nel mio caso l'emergenza era il fiume, non una valanga in montagna a chilometri di distanza. È stato bravo Quintino a insistere". Quando riceve la chiamata di Quintino lo sente agitato ed "esasperato". "Gli ho detto 'aspetta un attimo, calmati, così non capisco' - racconta il volontario - Gli chiedo il nome e il cognome e cerco di tranquillizzarlo. Gli spiego che avevo necessità di avvisare almeno chi avevo intorno, non potevo certo dirgli che partivo subito io per il Rigopiano. Metto giù e chiamo il mio capo dei Volontari senza frontiere, Angelo Ferri che si attiva immediatamente, mentre io chiamo la prefettura". D'Alessio è stato sentito in questura come testimone. La procura vuole capire perché si sia atteso tanto prima di inviare i soccorsi al Rigopiano. Solo grazie a D'Alessio si è risvegliata la macchina. "Noi della Protezione civile non diciamo mai forse, non credo o cose così. Noi partiamo, subito".

Soltanto gli uomini. La tragedia e le macchine impotenti, scrive Marina Corradi venerdì 20 gennaio 2017 su "Avvenire”. l primo allarme, lanciato con un sms da un sopravvissuto. I telefoni che nell’albergo di Farindola suonano a lungo, ostinatamente muti. Ci sono più di trenta persone lassù, sotto al Gran Sasso, ma nessuno risponde. I soccorsi partono che è ormai buio. La strada è sepolta da oltre tre metri di neve, è travolta da massi, e da alberi con le radici per aria. Non ce la fanno le grosse jeep dell’Esercito, non ce la fanno nemmeno gli spazzaneve. Una colonna di mezzi di soccorso si blocca tra due muraglie di neve, i fari accesi, i lampeggianti che illuminano a intermittenza di un bagliore azzurrino la montagna ghiacciata. (E intanto, lassù, forse qualcuno è vivo, qualcuno prega, forse qualcuno aspetta). È allora che le squadre del soccorso alpino della Guardia di Finanza si mettono in marcia. C’è un video, sul web. È notte fonda ormai e attorno c’è tempesta. Si sente bene l’ululato torvo del vento fra le montagne, come una voce cattiva. Si vede bene la neve che cade, rabbiosa, a mulinelli; si immagina quasi come quei fiocchi, sulle guance degli uomini, brucino. Le jeep affondano, gli spazzaneve sono inerti, e adesso è l’ora degli uomini. Semplicemente dei piedi, delle gambe di uomini abituati alla montagna. I cingoli dei mezzi sono incrostati di ghiaccio, i motori potenti di centinaia di cavalli non muovono le ruote impantanate, l’energia elettrica è caduta. Ma le gambe degli uomini vanno invece, procedono tenacemente in questa notte d’inferno, dove il terremoto e un’onda di gelo artica si sono dati un maledetto convegno. Il cellulare di un collega inquadra i soccorritori, hanno una torcia sulla fronte e procedono a capo chino. La neve dura scricchiola sotto gli sci. Vanno di buona lena. Non c’è dubbio, almeno loro arriveranno. (I possenti motori dei mezzi di soccorso che girano in folle, il loro rombo impotente, nella notte). Quelle gambe, quelle facce in marcia sopra a tre metri di neve fanno pensare. Come anche le immagini di certi salvataggi di questi giorni, in contrade sperdute colpite dal sisma e dalla tempesta. Posti irraggiungibili perfino per le turbine degli elicotteri. Ma qualcuno dei soccorritori si è inerpicato fin lassù: le foto raccontano l’istante in cui con delicatezza sorreggono vecchi smarriti, avvolti in coperte, e tenendoli dolcemente per mano li tirano fuori dalle loro case. Le mani, ecco, quelle mani tese, dentro ai grossi guanti. Soltanto gli uomini restano, quando i motori e le tecnologie più potenti si fermano. Arrivano, certo, a fatica, con sforzi di cui non si sarebbero creduti capaci, con rabbia, in una drammatica sfida. Magari, a momenti, si teme che non ci sia più nulla da fare. (È inutile, è inutile, sibila quel vento cattivo). Eppure si va, per una testarda speranza. Chi è a casa, magari, stenta a capire. Magari si scandalizza che tante ore ci siano volute per raggiungere l’hotel sommerso dalla slavina. Chi è a casa forse arriva a polemizzare coi tempi della Protezione civile. Ma bisogna capire che cosa è un terremoto con sopra tre metri di neve, in zone impervie e disabitate o quasi. Quando i telefoni non funzionano, i motori tacciono, i cingoli si fermano, e i mezzi di soccorso si accodano, fermi, arresi. Solo pensando a questo si può capire la ostinazione di quegli uomini con gli sci ai piedi, cocciuti, nella notte. E, nei paesini feriti, lo scavare coi badili, e il prendere in braccio i vecchi intrappolati nelle cascine. Le gambe, le braccia, le mani: in una notte d’inferno restano solo gli uomini, infine. Che vanno avanti, e si affannano a rimuovere rovine. I cani non sentono più nulla, e non si muovono. Ma, forse, là sotto, protetto da una trave, qualcuno ancora respira? Quelle mani, quelle voci spezzate dalla fatica, che non si arrendono. È nei giorni d’inferno, che si riconoscono gli uomini.

L’Hotel Rigopiano costruito sui detriti della valanga del 1936. Aperta una nuova indagine sui lavori di ampliamento. Le ultime modifiche del Rigopiano avevano superato indenni l’esame della magistratura, scrive Marco Imarisio il 23 gennaio 2017 su "Il Corriere della Sera". Carta canta. Per almeno due volte. Nel 1991 la Regione Abruzzo decide di dotarsi di una mappa che segnala eventuali criticità sul proprio territorio. Si tratta di un debutto, reso necessario dalle alluvioni e dallo sciame sismico del biennio precedente. La carta ufficiale mostra come l’hotel Rigopiano sia al centro di un’area con colate detritiche, dette conoidi. A farla breve, un lembo di terreno rialzato rispetto alla superficie intorno per via dell’accumulo di materiale caduto dall’alto. Nel dicembre del 2007 quel documento diventa una specie di Vangelo ambientale, perché viene adottato tale e quale com’era dalla Giunta che sulla base delle sue segnalazioni approva il nuovo Piano di assetto idrogeologico. Con il senno di poi si può fare di tutto, ma è vero che quelli riportati sopra non sono giudizi, ma semplici dati rilevati dai documenti ufficiali presenti sul sito della Regione. Sono stati resi pubblici dal Forum H2O, filiazione diretta dei comitati per l’acqua pubblica. Attivisti, ingegneri e operatori ambientali militanti. I due puntini rossi che indicano il Rigopiano, ponendolo all’interno di una zona che gli esperti della Regione hanno considerato a elevato rischio di «anche precipitazione ambientale» sono il punto di partenza che ha portato la Procura di Pescara ad acquisire la loro denuncia. «L’elemento conoscitivo non è stato trasformato in un vincolo che avrebbe obbligato a non costruire o a farlo seguendo direttive che avrebbero fatto impennare i costi». Da qui in poi ogni elemento diventa opinione, quindi confutabile. Come quella di Augusto De Sanctis, presidente del Forum, convinto che non sia stata sciatteria, ma una pura questione di soldi. L’hotel Rigopiano era una struttura preesistente, in una zona dove nel 1936 si era verificata una valanga di portata paragonabile a quella che mercoledì scorso ha fatto strage. A quel tempo, nella valle sorgeva solo un rifugio. Secondo il Forum H2O questo non è importante, perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi sono molto lunghi. Come per le piene dei fiumi, possono avere una ciclicità plurisecolare, raggiungendo aree che ai non addetti ai lavori sembravano tranquille. «È per questo» aggiunge De Sanctis «che esistono le carte del rischio, basate sugli eventi già noti ma soprattutto sulle caratteristiche specifiche del terreno in questione». L’accusa esplicita è questa: l’ultima ristrutturazione, avvenuta tra il 2007 e il 2008, «ha ampliato le capacità ricettive della struttura e quindi il rischio intrinseco», quando invece c’erano tutti gli elementi per accorgersi dei problemi. Almeno una parte di colpa nel disastro sarebbe quindi da attribuire a quegli ultimi lavori, autorizzati da una delibera del comune di Farindola il 30 settembre 2008 che divenne oggetto di una inchiesta e di un processo per corruzione e abuso di ufficio, chiusi nell’aprile del 2016 con l’assoluzione «perché il fatto non sussiste» di tutti gli imputati. Sindaco, assessore e consiglieri comunali. I reati erano prescritti da tempo. «Ma la completezza dell’istruttoria impone il vaglio delle risultanze dibattimentali» scrissero i giudici nelle motivazioni della sentenza. La Del Rosso srl, titolare dell’hotel, aveva preso possesso di alcuni terreni limitrofi dei quali era proprietario il Comune, e li aveva utilizzati per espandere la ristrutturazione in corso. I magistrati ipotizzarono uno scambio di denaro in cambio della sanatoria, che si rivelò inesistente. La valutazione dei giudici su quei lavori differisce non poco da quelle di Forum H2O. «Non soltanto non emerge alcun profilo di illegittimità nella delibera adottata, ma non può ravvisarsi neppure un esercizio dei pubblici poteri non improntato a imparzialità e buon andamento. Infatti, l’occupazione abusiva, che riguardava una porzione di terreno piuttosto esigua (1.700 metri quadrati), tenuto conto della collocazione geografica, un’area di montagna totalmente disabitata e destinata a pascolo, fu sanata e stabilito per la sua occupazione un canone ritenuto congruo». Non è un precedente da poco. Le ultime modifiche del Rigopiano hanno superato indenni il verdetto dell’aula. Quelle meno recenti risalgono alla notte dei tempi. La nuova inchiesta della Procura su come e perché l’hotel Rigopiano sia stato costruito in un’area dove sono presenti colate di detriti, rischia di avere un valore esclusivamente storico.

"A quelli gli abbiamo dato pure il cu...". L'inchiesta dimenticata dietro l'hotel, scrive il 24 gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. La tragedia dell'hotel Rigopiano ha riportato a galla le vicende controverse legate agli ultimi anni della struttura di Farindola. Lo scorso novembre il Tribunale di Pescara ha assolto i cinque imputati - ex amministratori comunali e gli ex titolari dell'albergo - coinvolti nell'inchiesta sui presunti abusi avvenuti dopo gli ampliamenti del 2007. Oggi gli atti di quell'indagine, riporta il Tempo, sono stati acquisiti al fascicolo del procuratore capo Cristina Tedeschini e del sostituto procuratore Andrea Papalia che indagano per omicidio plurimo colposo e disastro colposo. L'inchiesta del pm Varone si basava sull'accusa che l'amministrazione comunale dell'epoca, guidata da una maggioranza del Partito democratico, era "piegata" alle richieste degli imprenditori, in quel caso i cugini Del Rosso, eredi della struttura alberghiera. In un'intercettazione, per esempio, gli inquirenti avevano raccolto uno sfogo emblematico: "C'hanno manipolato come gli pare e piace, qualsiasi cosa gli serviva, pronto, pronto, pronto (...) Gli è stato dato pure il culo a livello di amministrazione, ogni richiesta esaudita e... alla fine ecco il risultato!". Nel mirino degli inquirenti era finita per esempio la delibera che sanava l'ultimo ampliamento della struttura, approvata in cambio di "promessa di versamento di denaro destinato verosimilmente a finanziamento di un partito politico", oltre che "assunzioni preferenziali per propri protetti" nella società dei Del Rosso. L'unico che ha votato contro la suddetta delibera è stato un consigliere di minoranza che ha ricordato ai carabinieri come il giorno del consiglio comunale aveva ribadito la sua contrarietà: "La ditta Del Rosso, senza nessuna preventiva autorizzazione, aveva occupato abusivamente una parte del terreno". In quella seduta poi c'era un'altra situazione imbarazzante e riguardava altri membri del Consiglio: "C'erano delle incompatibilità che riguardavano alcuni consiglieri, i cui parenti all'epoca lavoravano presso l'Hotel Rigopiano: la figlia di... la nipote di..., la moglie di... e tutti e tre hanno votato favorevolmente". Dopo quella delibera, secondo la procura ci sarebbero state altre concessioni sospette e intercettazioni in cui c'erano amministratori che esortavano altri ad accelerare i tempi e a convincere anche l'opposizione perché i Del Rosso non subissero ritardi. L'assoluzione finale da parte dei giudici è stata piena con sentenza passata in giudicato, con la linea della difesa sposata in pieno: "L'ampliamento oggetto dell'indagine riguarda un terreno su cui non è stata costruita nessuna depandance dell'hotel - ha detto l'avvocato di Paolo Del Rosso, Romito Liborio - e comunque non è stato interessato dalla slavina". 

"Occhio, ci arrestano tutti quanti...". Horror: chi ha la coscienza sporca, scrive “Libero Quotidiano” il 25 gennaio 2017. Il clima tra i consiglieri di maggioranza del Comune di Farindola non appariva proprio disteso anche il giorno dopo l'approvazione della arcinota delibera che aveva permesso ai titolari dell'Hotel Rigopiano, i cugini Del Rosso, di occupare un'area di 3500 mq per 10 anni davanti alla struttura. Una situazione verificatasi nel 2007 e sanata il 30 settembre 2008 con un voto a maggioranza del Consiglio Comunale. Secondo l'accusa della procura, con quel voto favorevole dei consiglieri era arrivato in cambio di una "promessa di un versamento di denaro destinato verosimilmente a finanziamento di partito politico" e di "assunzioni preferenziali per propri protetti" nella struttura alberghiera. I cinque imputati, ricorda il Tempo, sono stati assolti dall'accusa di corruzione, con sentenza passata in giudicato. Dopo il disastro dopo la slavina che ha distrutto l'hotel Rigopiano, la Procura di Pescara ha aperto una nuova indagine, contro ignoti, per omicidio plurimo colposo e disastro colposo. In quei fascicoli, i procuratori Cristina Tedeschini e Andrea Papalia hanno voluto aggiungere anche gli atti del processo sull'ampliamento sospetto dell'hotel. In quelle carte, gli inquirenti avevano riportato le intercettazioni che hanno coinvolto alcuni politici locali, in particolare un ex assessore che, il giorno dopo l'approvazione della delibera - ha chiamato un ex consigliere del Pd, entrambi imputati e assolti nel processo. In quella telefonata, l'ex assessore chiedeva spiegazioni sulla telefonata della sera precedente: "Ti volevano prendere in giro - gli è stato risposto - e dirti che…te n'eri andato per consumare le ultime sere... a casa, visto che a breve mo' ci arrestano tutti quanti". Apparentemente parole dette in leggerezza, anche se i carabinieri di Penne non la pensavano così. Nell'informativa dei militari quelle dichiarazioni: "dimostrano in maniera emblematica quanto già emerso dall'attività investigativa, ovvero che la maggioranza dell'amministrazione comunale farindolese ha approvato la delibera favorevole ai Del Rosso con coscienza e volontà, sapendo perfettamente di violare leggi e regolamenti". Pochi giorni dopo, un'altra telefonata tra due politici farindolesi aveva insospettito i carabinieri: "A loro non succede niente - dice al telefono un consigliere - semmai succede a noi, ai consiglieri che hanno votato... ma a loro proprio no (i Del Rosso, ndr). Dovrebbero semmai apprezzare che questi consiglieri hanno votato... ulteriormente".

PARLA L'INGEGNERE DINO PIGNATELLI, CHE HA REDATTO IL PIANO PER IL MONTE TERMINILLO: ''AREA HOTEL NON DOVEVA ESSERE EDIFICABILE''. ''IN ABRUZZO NON ESISTE CARTA VALANGHE, LA TRAGEDIA DI RIGOPIANO ERA EVITABILE''. Scrive il 20 gennaio 2017 Marco Signori su "Abruzzo web”. "La Regione Abruzzo non ha mai adottato una Carta delle valanghe, che avrebbe ad esempio potuto scongiurare il dramma dell'hotel Rigopiano di Farindola". L'ingegnere Dino Pignatelli, esperto di impianti a fune ed esperto abilitato di valanghe con una formazione anche in Svizzera, non ha dubbi: "Anche da un'osservazione superficiale del posto si capisce che non è immune dal rischio valanghe, è sicuramente una zona esposta a valanghe, che poi negli ultimi anni non ce ne siano state non significa nulla". Mentre i soccorritori scavano ancora, nella speranza di trovare qualche sopravvissuto tra la trentina di persone che dovrebbero essere sepolte da neve e macerie, Pignatelli spiega ad AbruzzoWeb che "non c'è un serio Piano regionale valanghe, che si trasforma nella Carta che deve essere adottata dai Piani regolatori fatti dai Comuni". "Sul monte Terminillo abbiamo fatto esattamente questo, un paio d'anni fa: mappa del rischio che stabilisce le zone pericolose", racconta. "C'è tutto un sistema attraverso il quale si studiano le valanghe - spiega - Abbiamo metodologie di calcolo molto raffinate, riusciamo ad individuare con una certa precisione sia l'entità, sia l'altezza della neve accumulata, la pressione che esercita su quello che incontra e la velocità che raggiunge la neve". "Lo studio delle valanghe è oggi assolutamente puntuale e precisa nelle determinazioni", aggiunge, spiegando come "ci riferiamo alla normativa svizzera che è la più aggiornata". Tra le soluzioni che si possono adottare per difendersi, ci sono le protezioni attive e quelle passive. "Le prime vengono messe a monte - dice Pignatelli - ed impediscono la formazione di una valanga. Le seconde più a valle e sono dei deviatori, ma si tratta di opere importanti anche perché per deviare quella massa servono infrastrutture di un certo impatto". All'hotel Rigopiano di Farindola, insomma, interventi di questo tipo magari non sarebbero stati possibili, ma semmai ci fosse stata una Carta regionale delle valanghe, ragiona Pignatelli, "il Comune di Farindola avrebbe sicuramente messo quell'area tra quelle non edificabili". E la Carta delle valanghe "è sovraordinata rispetto al Piano regolatore, che deve recepirla altrimenti l'applicazione viene imposta per legge". Certo, un intervento edilizio preesistente "a livello urbanistico può essere sanato, ma possono essere imposte precauzioni e fatto un progetto per queste", come Pignatelli ha ad esempio fatto a Campo Staffi, nel comune di Filettino (Frosinone), dove "c'era un impianto che non si poteva aprire perché era stato denunciato un pericolo valanghe che in effetti c'era, e grazie a degli interventi ha potuto riaprire". Pignatelli non esclude poi che il distacco possa essere stato scatenato dalle forti scosse di terremoto registrate mercoledì mattina in Alta Valle Aterno, visto che "anche il passaggio di un aereo può produrre una valanga, quindi un elemento di trazione anomalo può senza dubbio esserci stato". "È strano che siano passate alcune ore ma anche questa è una cosa possibile", aggiunge. Non ha aiutato, nel ridurre l'impatto sull'albergo, neppure il bosco: "È troppo a valle, può aver prodotto il ritardo nell'arrivo della valanga, ma la massa di neve è un insieme compatto che tende a spingere". L'attenzione torna dunque ora sulla Carta delle valanghe che si attende dalla Regione Abruzzo: "È stato pubblicato un bando un paio d'anni fa per la sua redazione, ma è stata assegnata al massimo ribasso senza tener conto delle esperienze e dell'importanza di utilizzare metodologie di calcolo innovative", è l'amara considerazione dell'ingegnere.

"Rischio valanga su Rigopiano". Ma i lavori all’hotel partirono lo stesso. Gli allarmi degli esperti dal ‘99 fino al 2005. Poi smisero di riunirsi e scattò l’ampliamento, scrive Fabio Tonacci il 28 gennaio 2017 su "La Repubblica". Si afferra finalmente una certezza, nella storia dell'Hotel Rigopiano e della valanga che lo ha seppellito. Quel resort di lusso, vanto e serbatoio occupazionale per i cittadini di Farindola, è stato costruito su un versante montano conosciuto per essere "soggetto a slavine". Collegato da una viabilità provinciale che, d'inverno, rimaneva più chiusa che aperta. Oggetto di un report della guida alpina Pasquale Iannetti che nel 1999, dopo un sopralluogo, scriveva: "In merito alla possibilità di caduta di masse nevose, slavine o valanghe nell'area di Rigopiano, non vi è dubbio che sia il piazzale antistante il rifugio Acerbo che la strada provinciale che porta a Vado di Sole possano essere interessate da caduta di masse nevose o valanghe". Già, proprio il rifugio Acerbo. Quello che si trova a poche decine di metri dal resort e che è stato solo sfiorato dalle tonnellate di neve venute giù il 18 gennaio. A rileggerli ora i verbali della Commissione valanghe del comune di Farindola, istituita nel 1999 e per qualche strano mistero sciolta nel 2005 quando invece sarebbe servita di più, si incontrano molte inconsapevoli Cassandre. Ecco cosa scriveva Iannetti, appena nominato consulente della neonata commissione: "La zona (parla di Rigopiano, rifugio Acerbo e la provinciale 31, ndr) deve essere tenuta sotto stretto controllo". Era il 18 marzo 1999. "Vero è che si ha memoria di un fenomeno rilevante risalente al 1959, ciò non deve essere considerato un fatto che non si possa ripetere". E poi, quasi che l'istinto gli volesse suggerire qualcosa che allora nessuno immaginava, la guida alpina Pasquale Iannetti chiudeva così il suo primo verbale: "Con questi dati la Commissione valanghe potrà fornire indicazioni certe affinché per il futuro si possa garantire la sicurezza delle infrastrutture alberghiere, delle strade e dei parcheggi di Rigopiano". Nelle carte della Commissione (acquisite dalla procura di Pescara che indaga per disastro colposo e omicidio colposo plurimo) il nome del resort Rigopiano non appare mai. Né può esserci, visto che il vecchio alberghetto estivo viene comprato, ristrutturato e ampliato tra il 2006 e il 2007. Esattamente quando il Comune ritenne con decisione incomprensibile di disfarsi dello "strumento" Commissione. Eppure non erano pochi gli elementi già raccolti, che dovevano mettere in guardia sia chi voleva costruire, sia chi doveva autorizzare l'ampliamento. Verbale del 11 marzo 1999: "La montagna di Farindola risulta soggetta a valanghe, pertanto al fine di garantire la pubblica e privata incolumità la Provincia di Pescara ha ritenuto di chiudere la strada d'accesso alla località Vado Sole da Rigopiano". Verbale del 12 marzo 1999, anticipato ieri dal quotidiano il Tempo: "Si è ritenuto opportuno di tenere sotto controllo la zona di Valle Bruciata, piazzale di sosta Rigopiano in prossimità del bivio di accesso per Castelli e Fonte della Canaluccia mediante controlli quotidiani a vista nelle ore più calde, se si notassero distacchi e principi di scivolamento si potrà prendere tempestivamente precauzioni a garanzia di eventuali calamità". Verbale del 4 marzo 2003: "La Provincia ha ritenuto di non provvedere allo sgombero della neve tra Vado Sole a Rigopiano in modo da non consentire il transito, per garantire l'incolumità pubblica e privata ". Vado Sole, Castelli, Valle Bruciata. Tutte località che si trovano più o meno nei pressi del piccolo casolare isolato non ancora divenuto resort 4 stelle. Ancora nel febbraio 2003 la commissione sottopone il caso della provinciale a valle di Rigopiano alla Scuola di Montagna abruzzese. "Il rischio valanghe su entrambi i versanti risulta di livello 4, con condizione di pericolo forte, per cui sono da aspettarsi valanghe spontanee di medie dimensione anche singole grandi", si legge nella relazione finale. In Commissione, dunque, è noto a tutti che le vie d'accesso al sito dell'albergo e località ad esso molto vicine possono rappresentare un grave pericolo per l'incolumità delle persone in certi periodi dell'anno. L'ultimo verbale, datato 24 febbraio 2005, offre uno spunto di riflessione in più. Quel giorno presiede il sindaco Massimiliano Giancaterino, che il 18 gennaio scorso nella catastrofe ha perso un fratello. "La volontà politica del Comune di Farindola è quella di tenere sgombera dalla neve la provinciale fino alla località Fonte Vetica, al fine di non precludere le attività legate al turismo invernale nella zona". Fonte Vetica ospita un rifugio e si trova sul versante opposto. Ha con l'hotel Rigopiano un paio di similarità: è difficile da raggiungere quando nevica forte; stimola l'indotto. Dall'inverno del 2005 in poi, della Commissione valanghe di Farindola si perde ogni traccia. I carabinieri forestali che stanno indagando per conto della procura non hanno trovato ulteriori verbali in Comune. Per dieci anni di fila la Prefettura di Pescara ha ribadito ai sindaci la necessità di ricostituirla, ogni volta che ha dovuto trasmettere un bollettino Meteomont di rischio 4 (su scala 5). Lo fa ancora il 10 marzo 2015, con una lettera firmata dalla vice prefetto Ida De Cesaris: "Si prega di valutare l'eventuale attivazione della Commissione, prevista dalla legge regionale del 1992". Ma la Commissione non è più risorta.

Gran Sasso: il massiccio “magico” tra tragedie ed esperimenti nucleari. Il Gran Sasso non solo è il massiccio più alto degli Appennini continentali, ma è anche la montagna che ospita il traforo a doppia canna più lungo d'Europa, scrive Filomena Fotia il 20 gennaio 2017 su "Meteo Web". Il Gran Sasso non solo è il massiccio più alto degli Appennini continentali, ma è anche la montagna che ospita nelle sue viscere il traforo a doppia canna più lungo d’Europa e i laboratori di ricerca sotterranei più grandi del mondo. Oltre diecimila metri di lunghezza collegano Assergi a Colledara, e permettono un collegamento veloce tra Lazio e Abruzzo. Per scavare il primo tunnel negli anni ’60 ci sono voluti centinaia di uomini, macchinari e tonnellate di esplosivo per un costo di oltre 1700 miliardi di lire. Nella realizzazione dell’opera – ricorda Maria Elena Ribezzo per LaPresse – persero la vita 11 operai. Il massiccio abruzzese è costituito per lo più da calcare permeato da enormi falde di acqua – salvo la parte verso Teramo che è costituito da rocce marnose impermeabili -. Il 15 settembre 1970, durante gli scavi, per un errore di calcolo l’escavatrice bucò l’enorme serbatoio sotterraneo di acqua. Un getto di acqua e fango dalla pressione enorme di 60 atmosfere travolse ogni cosa. La parte bassa della città di Assergi fu allagata, costringendo a una evacuazione, e il corso di molte sorgenti fu compromesso. Il livello della falda acquifera si abbassò di 600 metri e la portata delle sorgenti del Rio Arno e del Chiarino fu quasi dimezzata.  I due versanti sono paesaggisticamente opposti: quello aquilano scosceso, ma prevalentemente erboso, e quello teramano, a maggior dislivello, più aspro e roccioso. Le operazioni di disboscamento intensivo, per restituire terreno alla pastorizia per nuovi pascoli, iniziarono già tra il 16esimo e il 17esimo secolo, sconvolgendo pesantemente il paesaggio. Tanto è vero, che più volte si dovette vietare alle popolazioni del luogo di insistere nel taglio degli alberi. Questo, nei secoli, ha portato a tantissime frane. Recentemente, il 22 agosto 2006 nella parete Nord-Est (il paretone) del Corno Grande, si è verificata una frana di grandi dimensioni: da 20mila a 30mila metri quadrati di roccia si sono distaccati dal quarto pilastro. Il 23 agosto scorso, dopo il primo terremoto che ha colpito Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri paesi dell’Appennino Centrale è franato un pezzo del Corno Piccolo. Gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Fisica pensarono di affiancare al traforo il Laboratorio di ricerca di Fisica Nucleare, creando i più grandi laboratori sotterranei del mondo. L’intuizione venne al professore Antonino Zichichi: i 1.400 m di roccia che sovrastano i Laboratori costituiscono infatti una copertura tale da ridurre il flusso dei raggi cosmici di un fattore un milione; inoltre, il flusso di neutroni è migliaia di volte inferiore rispetto alla superficie grazie alla minima percentuale di uranio e torio nella roccia dolomitica della montagna. Situati L’Aquila e Teramo, a circa 120 chilometri da Roma, sono utilizzati come struttura a livello mondiale da scienziati provenienti da 22 paesi diversi. Al momento ci sono circa 750 persone impegnate in circa 15 esperimenti in diverse fasi di realizzazione.

Gran Sasso: tutti gli incidenti della storia. Dal XVI secolo alla tragedia dell'hotel Rigopiano. Le sciagure all'ombra della montagna, dovute al clima, alla guerra, all'uomo, scrive il 20 gennaio 2017 Edoardo Frittoli su Panorama.  

Nell'inverno 1569 una grande valanga si staccò dalle pendici sopra il passo della Portella. Fu il primo incidente sul Gran Sasso riportato dalle cronache di Francesco De Marchi, ingegnere ed alpinista (fu il primo a compiere la scalata della cima più alta della catena appenninica). Le vittime dell'incidente furono 18, travolte dalla massa nevosa in seguito alle precipitazioni eccezionali di quell'inverno.

È rimasta impressa nella memoria locale la tragedia di Fonte Vetica, sotto il Monte Bolza. Era il 13 ottobre 1919 quando il pastore Pupo Nunzio di Roio fu colto da una improvvisa bufera di neve che anticipò un rigido inverno. Con il pastore morirono i suoi due figli piccoli e la moglie che aveva disperatamente cercato di raggiungerli e che non aveva retto al dolore. Nella tormenta persero la vita anche 5.000 pecore tra gli alpeggi del Gran Sasso.

Dieci anni dopo, nel 1929, fu la volta di due studenti alpinisti rimasti bloccati dalle avverse condizioni meteorologiche. Mario Cambi ed Emilio Cichetti rimasero isolati all'interno del rifugio Garibaldi, senza che i soccorritori potessero raggiungerlo. Cicchetti morì nel tentativo di raggiungere il paese di Pietracamela quando era a meno di 3 km dall'abitato. Nel 1942 la famosa guida ampezzana Ignazio di Bona fu travolto dalla valanga nel tentativo di soccorrere alcuni sciatori rimasti bloccati nella neve.

Venne la guerra ed il Gran Sasso fu teatro della liberazione di Benito Mussolini da parte dei parà tedeschi di Otto Skorzeny. Durante l'azione nota come "Operazione Quercia" furono uccisi il carabiniere Giovanni Natali e la guardia forestale Pasqualino Vitocco, oltre a diversi feriti tedeschi causati dallo schianto di uno degli alianti atterrati a Campo Imperatore.

Passano pochi giorni dalla liberazione di Mussolini quando le pendici del Gran Sasso echeggiano il rombo assordante dei B-25 dell'Usaaf. Il loro obiettivo sono gli snodi ferroviari de L'Aquila. Dalle pance dei bombardieri piovono le bombe che generano una tragedia nella tragedia. I convogli colpiti dagli ordigni trasportavano prigionieri alleati e italiani, tra cui alcune tra le famiglie deportate dal ghetto di Roma. Muoiono oltre 200 persone.

Il 15 settembre 1970, durante gli scavi per la costruzione del traforo del Gran Sasso, la "talpa" scavatrice provocò la foratura di un serbatoio sotterraneo naturale d'acqua. La pressione altissima provoca l'allagamento di parte dell'abitato di Assergi. 

Il 16 agosto 2002 un altro incidente generato dall'opera dell'uomo: dai Laboratori dell'INFN nelle viscere del Gran Sasso fuoriescono da un recipiente 50 litri di trimetilbenzene causando l'inquinamento della falda acquifera a valle del massiccio.

Tragedia Rigopiano, il pm: «Prefettura e Regione? Non ci sono condotte penalmente rilevanti». Lacchetta: «non sono un omicida», scrive il 28 Aprile 2017 "Prima Da Noi". Se tra gli indagati non compaiono persone fisiche, dipendenti o rappresentanti della Prefettura o della Regione Abruzzo, la spiegazione è che allo stato delle indagini non abbiamo individuato condotte di singole persone fisiche che sembrano penalmente rilevanti in relazione alle ipotesi di reato di cui oggi parliamo, cioè omicidio colposo e lesioni colpose». Lo ha detto il procuratore aggiunto della Repubblica di Pescara, Cristina Tedeschini, a proposito dell'inchiesta relativa alla tragedia dell'Hotel Rigopiano in cui il 18 gennaio scorso hanno perso la vita 29 persone. Nella vicenda sono indagate sei persone tra cui il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e Bruno Di Tommaso, gestore dell'albergo e amministratore e legale responsabile della società "Gran Sasso Resort & SPA". Gli indagati sono accusati di omicidio e lesioni colpose e di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. Alcuni parenti delle vittime hanno contestato nelle ultime ore come non ci siano indagati tra Regione e Prefettura. «La società civile discute», ha detto ancora il magistrato, «confronta le sue idee, ha i suoi dolori e i suoi problemi, ci sono bambini orfani e ci dispiace, perché questo è un disastro, ma noi facciamo il nostro lavoro, stiamo zitti e dobbiamo parlare solo con gli atti giudiziari».

NO PRECESSO AD ENTI. «La procura - ha aggiunto - non fa il processo agli enti, ma fa le indagini sui comportamenti di persone fisiche. Quando si chiede dove sono la Regione o la Prefettura, sono questioni che chiamano in causa riflessioni diverse dalle nostre. I piani di valutazione sono tanti e il mio piano di valutazione e' quello del penale, io non faccio responsabilità civile, non faccio responsabilità disciplinari e soprattutto non faccio responsabilità politica». In particolare, relativamente al comportamento della Prefettura, ha detto: «La mia indagine non mi ha portato lì. La mia indagine, che verte sulla ricostruzione dei fatti, sul capire chi doveva fare che cosa, chi stava dove e chi sapeva cosa, oggi mi porta su quelle sei persone fisiche».

«VOGLIAMO I NOMI PIU’ PESANTI». «Il sindaco Ilario Lacchetta e il direttore del resort di Rigopiano Bruno Di Tommaso sono pesci piccoli. Vogliamo prendercela con loro? Ok, va bene, ma non sono quelli che hanno causato il disastro. Non può essere Lacchetta il capro espiatorio. Nella lista mancano i nomi più pesanti come il presidente della Regione Luciano D'Alfonso e il prefetto Francesco Provolo. Mancano quelli che riteniamo i principali responsabili. Hanno abbandonato il territorio e l'hotel», ha detto al Messaggero Gianluca Tanda, fratello di una delle vittime della tragedia dell'hotel Rigopiano e portavoce del comitato vittime. «L'albergo andava evacuato», sottolinea. «Ora mi aspetto che, chi ha causato tutto questo, liberi la poltrona. Non lo dico alla luce degli avvisi di garanzia, ma per l'incompetenza dimostrata». Parla di incompetenza anche Simona Di Carlo, familiare di altre due vittime, intervistata da Repubblica. «Maggiore è l'incompetenza a ricoprire il tuo ruolo, maggiori i rischi che puoi procurare alle persone. Ed è ciò che è accaduto», dice. «La procura ha individuato molto bene la strada, sì. E ora spero allarghi la lista». Sentito dalla Stampa invece Giampiero Parete, il primo a lanciare l'allarme dopo la slavina. «Chi ha sbagliato deve pagare, comunque non sarò io ad emettere la sentenza al posto dei giudici», dice.

C’E’ UN ALTRO FILONE. Intanto la procura lavora anche su un altro filone dell'inchiesta, quello relativo al crollo, che riguarda l'iter autorizzativo e la realizzazione della struttura. «Questo filone di indagine si colloca in un tempo diverso rispetto ai decessi e andrà a cercare i nomi di persone lontane nel tempo - spiega il magistrato Tedeschini- Il crollo è avvenuto adesso e occorrerà andare a ricercare condotte colpose di chi, insieme naturalmente a una valanga, ha concorso a cagionare il crollo di un edificio, ovvero di chi ha preso le decisioni di realizzare quella struttura, del progettista, del geologo che forse doveva fare un esame del terreno».

LACCHETTA: «NON MI SENTO OMICIDA». «Non mi sento un omicida. Le accuse pesano sulla coscienza e proprio per questo sto lavorando con i miei legali perché voglio dimostrare la mia innocenza», commenta intanto il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, indagato. «Rifarei tutto quello che ho fatto. In piena emergenza ho gestito la situazione con tutte le mie forze e anche di più. Se avessi avuto la sfera di cristallo non staremmo qui a parlarne» ha aggiunto il sindaco, a margine di un convegno sulla sicurezza sul lavoro organizzato a Farindola da Confindustria Chieti-Pescara, ricordando che tutta la zona era coperta da metri di neve e che «c'erano persone, anziani, bambini e disabili bloccati in casa», mentre «l'albergo non era un'emergenza specifica, ma rientrava nell'emergenza complessiva». «Il fatto di essere indagato - ha proseguito - ha il valore procedurale di un atto dovuto per il ruolo che ricopro. È anche una garanzia per me che mi consentirà di dimostrare la mia innocenza. È giusto che gli inquirenti facciano le dovute indagini e che emerga la verità su questa tragedia. Mi aspettavo da mesi l'avviso di garanzia e ora è arrivato. Penso di aver fatto tutto quello che potevo fare - ha concluso - e insieme con i miei legali ricostruirò tutto il mio operato».

«LA VALANGA ERA PREVEDIBILE». «Sulla prevedibilità dell'evento valanghe sembrano confluire tante fonti di prova», ha detto ancora Tedeschini. «Se oggi fossimo arrivati alla conclusione che la valanga non era prevedibile - aggiunge Tedeschini - l'inchiesta l'avremmo chiusa, perchè l'evento imprevedibile, in base al codice, interrompe ogni nesso causale e a quel punto qualunque sciocchezza fosse stata commessa, sul piano penale sarebbe andata in archivio».

Rigopiano, il sopravvissuto affronta la funzionaria che non diede l’allarme: «Io disabile per colpa sua». Giampaolo Matrone contro chi non diede l’allarme, scrive Virginia Piccolillo il 19 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Sono Matrone Giampaolo. Non vittima di Rigopiano. Forse vittima per colpa sua. Lei è la signora che ha risposto al telefono. E che non ha dato subito l’allarme. E ha detto che aveva cose più importanti da seguire. Ed ecco la mia situazione. Ho una mano fuori uso. Lei sta continuando a lavorare qui. A prendere lo stipendio. Io invece ho una figlia e per colpa sua non lavoro più». Sono drammatiche le immagini del blitz, di Giampaolo Matrone, compiuto giovedì mattina nella prefettura di Pescara. Alla funzionaria che non ha valutato da subito la gravità dell’appello lanciato da Quintino Marcella, dando priorità ad altre emergenze, Matrone, senza gridare, ma con determinazione, ha portato di persona la protesta dei familiari delle vittime dell’Hotel che chiedono subito l’individuazione di «colpevoli». La funzionaria ha provato a dire qualcosa: «Allora...». Ma di fronte all’incalzare delle accuse di Matrone la donna è corsa via piangendo. «Non sono venuto con la pistola. Volevo solo che mi allacciasse le scarpe. Non posso farlo più», ha spiegato Matrone. E poi ha commentato: «Sono contento perché per la prima volta, dopo tutte le nostre lacrime, ho visto uno dei responsabili versare qualche lacrima».

Il dolore e la rabbia dopo Rigopiano, scrive Maria Teresa Camarda su "Live Sicilia" il 20 ottobre 2017. Il blitz di uno dei sopravvissuti dalla dipendente della Prefettura di Pescara che non avrebbe lanciato l'allarme in tempo. "Se fossero arrivati dieci ore prima io non avrei perso un braccio e una gamba". C'è tutta la disperazione di un sopravvissuto della tragedia dell'Hotel Rigopiano nelle parole di Giampaolo Matrone, rimasto sepolto sotto le macerie dell'albergo, con la moglie morta accanto. Oggi, rimasto senza lavoro, vedovo e con una figlia piccola da accudire, cerca giustizia e nelle lungaggini dei processi italiani, va a cercarla dove gli sembra più facile trovarla. Alla Prefettura di Pescara, dove lavora la donna che, stando alle indagini, ricevuta la telefonata di allarma dall'hotel avrebbe tardato a mandare i soccorsi, dando priorità a qualcos'altro. "Lei è la signora che ha risposto al telefono. E che non ha dato subito l’allarme. E ha detto che aveva cose più importanti da seguire. Ed ecco la mia situazione. Ho una mano fuori uso. Lei sta continuando a lavorare qui. A prendere lo stipendio. Io invece ho una figlia e per colpa sua non lavoro più", la incalza Matrone durante il "blitz" nella sua stanza, accompagnato da un amico con la telecamera. La funzionaria ha provato a dire qualcosa, Ma di fronte all’incalzare delle accuse di Matrone la donna è corsa via piangendo. "Non sono venuto con la pistola. Volevo solo che mi allacciasse le scarpe. Non posso farlo più".

Rigopiano: Matrone in Prefettura: «chiedetemi scusa, io invalido e mia moglie morta». Sit in dei parenti delle vittime in Procura, scrive il 19 Ottobre 2017 "Prima Da Noi". «Non è colpa mia», ed è scappata sotto shock. E' la reazione della funzionaria della prefettura di Pescara, che il 18 gennaio scorso non credette alle prime richieste d'aiuto arrivate via telefono dal cuoco Quintino Marcella per segnalare la tragedia avvenuta a Rigopiano, al blitz compiuto stamani in prefettura dal superstite Giampaolo Matrone, dai familiari delle vittime Gianluca Tanda e Marco Foresta. «Le ho fatto vedere in che condizioni e' la mia mano e le ho detto che mi ha rovinato la vita, visto che mia figlia non ha più la mamma - ha detto Matrone ai cronisti -. Sono contento perchè per la prima volta, dopo tutte le nostre lacrime, ho visto uno dei responsabili versare qualche lacrima».  «Sarà impossibile fare pace con le istituzioni, perché sappiamo tutti che non è stata colpa della natura, ma di un errore umano, a partire dalla centralinista che ha risposto alle prime richieste di aiuto per arrivare a chi governa questa regione e questo Paese», ha detto Gianluca Tanda, del "Comitato vittime di Rigopiano", nel corso della manifestazione davanti alla Procura di Pescara, per chiedere «risposte» e «giustizia», a nove mesi dalla tragedia che li ha colpiti. Molti i familiari delle vittime che indossano magliette bianche con le scritte "29 angeli" e "Hotel Rigopiano". Esposti inoltre diversi striscioni, tra i quali uno che recita: "I nostri angeli meritano giustizia. Noi la chiediamo per loro". «Qui si giustificano con i tagli - ha proseguito Tanda -. Ma se non hai i soldi chiudi la strada e fai andare via le persone dall'albergo».  Tanda ha detto che il «comitato si aspetta risposte, visto che la situazione è la stessa di nove mesi fa e non ci sono stati rapporti con le istituzioni». «Ci aspettiamo che qualcuno ci dica a che punto siamo su questa vicenda. L'ultimo rapporto che abbiamo avuto con le autorità risale al giorno in cui ci hanno riconsegnato le salme dei nostri familiari», ha detto invece Marco Foresta, un altro dei familiari. Nel frattempo i legali hanno incontrato il procuratore capo della Repubblica di Pescara Massimiliano Serpi, e il sostituto procuratore Andrea Papalia, per fare il punto della situazione sullo stato delle indagini. Foresta, che nella tragedia ha perso entrambi i genitori, ha sottolineato che «è importante per tutti noi arrivare alla ricostruzione della verità. Quello che ci fa arrabbiare è che nessuna autorità ci abbia chiesto come stiamo e se abbiamo dei problemi. Dopo nove mesi abbiamo le stesse incertezze di quei giorni». «I nostri legali - ha aggiunto - sono entrati a parlare con i procuratori. Non sappiamo cosa verrà detto e se verrà detto qualcosa, visto che ci sono le indagini in corso. Al momento non abbiamo speranza». Nella vicenda sono indagati il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il tecnico comunale Enrico Colangeli, il presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, Bruno Di Tommaso, gestore dell'albergo e amministratore e legale responsabile della società "Gran Sasso Resort & SPA", Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio, rispettivamente dirigente e responsabile del servizio di viabilità della Provincia di Pescara. Le ipotesi di reato sono omicidio e lesioni colpose e rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. 

Rigopiano, protestò per la gestione emergenza: superstite invalido segnalato dal prefetto alla Procura. Lui: “Atto vile”. Giampaolo Matrone è sopravvissuto alla tragedia in Abruzzo in cui persero la vita 29 persone, tra le quali la moglie. E' stato segnalato dopo la sua incursione in prefettura lo scorso gennaio: voleva chiedere spiegazioni alla funzionaria che ricevette la prima chiamata d'allarme e la snobbò, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 2 novembre 2017. Giampaolo Matrone è un superstite della tragedia dell’hotel Rigopiano. Nell’incidente ha perso la moglie ed è rimasto invalido, non muove più la mano destra e cammina a fatica. Adesso il prefetto di Pescara, Francesco Provolo, lo ha segnalato alla Procura. “Un atto vile, rido per non piangere”. Il prefetto contesta a Matrone di “aver destabilizzato l’ambiente e i funzionari” della prefettura quando il 18 gennaio Matrone si presentò al palazzo prefettizio per chiedere chiarimenti alla funzionaria che prese la telefonata di Quintino Marcella, il primo a lanciare l’allarme. “È successa una cosa molto grave, dovete mandare un elicottero”. Ma non era stato creduto. La macchina dei soccorsi si attivò soltanto due ore e mezza più tardi. Un cortocircuito che Matrone ha denunciato dopo aver ricevuto la nota del prefetto: “Ci si aspetterebbe che l’istituzione che rappresenta lo Stato nel territorio spieghi il proprio operato ai cittadini, mentre qui si arriva al punto che chi chiede spiegazioni rischia di essere segnalato alla magistratura”. La lettera, secondo il sopravvissuto, somiglia più che a una segnalazione a un “invito ai magistrati ad aprire un procedimento per l’accaduto, sarebbe qualcosa di davvero clamoroso”. Una scelta che è motivata soltanto dalla “paura delle indagini”. “Se hanno assunto questa iniziativa – continua Matrone – significa che hanno paura delle indagini. I regolamenti individuano nel prefetto il cardine della struttura di comando in caso di calamità naturale. A lui spetterebbe anche l’attuazione del Piano d’intervento della protezione civile, documento che a quanto pare fantasma in prefettura. Più che adoperarsi per sterili iniziative contro la mia persona – conclude Matrone – Gli consiglierei di dimostrare la sua non imputabilità oggettiva sotto questo ed altri aspetti”.

Rigopiano, prima di lasciare il prefetto Provolo denuncia Matrone per l’incursione. Probabile l’apertura di un fascicolo per violenza privata, scrive il 2 Novembre 2017 "Prima Da Noi". Tecnicamente una lettera (non un esposto) indirizzata al procuratore della repubblica di Pescara, Massimiliano Serpi, per informarlo sull’accaduto. E l’accaduto è l’incursione di Giampaolo Matrone nell’ufficio della funzionaria della Prefettura che il 17 gennaio 2017 rispose alla richiesta di aiuto di Quintino Marcella ma non credette all’uomo sottovalutando le informazioni fornite. I soccorsi, anche per questa ragione, partirono in ritardo. Matrone così alcuni giorni fa, munito di cellulare, ha filmato l’incontro con la funzionaria che è scappata poi in lacrime. Il prefetto Francesco Provolo ha preso carta e penna ed inviato una lettera al procuratore probabilmente con la speranza che un fascicolo a carico del superstite della strage di Rigopiano venga aperto (altrimenti avrebbe utilizzato altre forme…). Tra le cose scritte nella lettera anche la notizia che un provvedimento disciplinare sia stato già avviato a carico della donna. Il prefetto parla di in gesto inaccettabile non solo per i modi e il contenuto, ma anche per la diffusione mediatica che se n’è poi data attraverso il sito del Centro. Un video durato una manciata di minuti e riproposto da altri siti e tg nazionali. «È lei la signora che ha risposto al telefono, e che ha lasciato correre e che non ha dato l’allarme, perché aveva cose più importanti da seguire invece dell’albergo che era crollato? Le persone morte non si sarebbero salvate, ma se i soccorsi fossero arrivati prima, io non avrei perso l’uso della gamba e della mano», le ha rinfacciato Matrone. Sarà forse uno degli ultimi atti del prefetto Provolo a Pescara in quanto per lui è già stato deciso il trasferimento a Roma, all’ufficio centrale ispettivo del dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile con le funzioni di direttore dell’ufficio centrale. Insomma una promozione importante ed una scalata nella gerarchia nell’ambito proprio del «soccorso pubblico e della difesa civile» cioè il campo in cui la prefettura è pesantemente sotto assedio per la vicenda di Rigopiano e per vari aspetti che riguardano la prevenzione ed i soccorsi successivi. Una notizia che arriva quando la procura non ha ancora terminato le indagini per omicidio colposo e a meno di un anno dai fatti. «Un atto vile», ha commentato Giampaolo Matrone la nota che il Prefetto, «anche perché, a prescindere dalle responsabilità che saranno accertate, ci si aspetterebbe che l'istituzione che rappresenta lo Stato nel territorio spieghi il proprio operato ai cittadini, mentre qui si arriva al punto che chi le domanda, queste spiegazioni, rischia di essere segnalato alla magistratura.  Ci rido sopra, per non piangere – spiega Matrone – Secondo il prefetto avrei destabilizzato l'ambiente e i funzionari, che sono stressati per quanto successo. E io? Sono rimasto sepolto per oltre sessanta ore sotto le macerie, ho perso mia moglie, sono rimasto invalido: non posso più usare la mano destra e cammino a fatica. E sono nove mesi che mi batto per le vittime, per avere giustizia, tra mille ostacoli, come questo. Io no, non sono stressato.  Più che adoperarsi per sterili iniziative contro la mia persona, gli consiglierei di dimostrare la sua non imputabilità oggettiva sotto questo ed altri aspetti. Solo inutili allarmismi e interventi che lasciano l'amaro in bocca al pensare che, se si fosse agito con coscienza e carattere quel 17 gennaio 2017, anziché adesso, forse ci sarebbero stati 29 morti in meno, un invalido in meno e tantissime coscienze pulite. Invece, purtroppo, ci si veste anche di prepotenza e di saccenza, ed è questo, forse, che mi spinge a non arrendermi, né ora né mai». «Il nostro assistito non ha commesso alcun reato, non ha aggredito nessuno e non è stato in alcun modo offensivo nei confronti della funzionaria della Prefettura», spiega Ermes Trovò, Presidente di Studio 3A, la società specializzata nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, «le ha solo chiesto spiegazioni sul modo in cui ha gestito la vicenda, spiegazioni che riteniamo siano dovute ad una persona che ha pagato un prezzo così alto nella tragedia ma anche a tutta l'opinione pubblica: quel giorno a chiedere conto con lui c'era tutta l'Italia, ha agito come avrebbe fatto qualsiasi cittadino italiano. Ci auguriamo si sia trattato solo di un malinteso, perché crediamo che il Prefetto e i suoi funzionari abbiano altre cose a cui pensare su Rigopiano e vogliamo sperare che non mirino all'apertura di un fascicolo penale nei confronti di Giampaolo Matrone: dopo tutto quello che ha patito, sarebbe veramente il colmo».  Ora per le modalità e le contingenze la procura potrebbe aprire un nuovo fascicolo a carico di Matrone per reati che potrebbero essere quello di violenza privata, diffamazione o altro che si riterrà opportuno. La cosa comunque rimarrebbe del tutto distinta dall’altra indagine principale sul disastro anche se l’iniziativa del prefetto non mancherà di scatenare reazioni a catena e forse si trasformerà in un pericoloso boomerang.

Inchiesta Rigopiano, «superficialità e omissioni»: tutte le risposte che mancano sulla prefettura. L’errore del prefetto Provolo fu negato dal viceministro Bubbico che parlò di fraintendimento dei familiari, scrive l'8 Maggio 2017 "Prima Da Noi". «La circostanza che il Prefetto di Pescara non figuri tra gli indagati per la morte di quelle 29 persone può solo significare che il dottor Provolo, a differenza di tutti gli altri, abbia agito in maniera impeccabile, attivandosi con ogni mezzo e ponendo in essere ogni attività necessaria per evitare quanto accaduto. Poiché questa difesa non ritiene che ciò sia avvenuto, è evidente che le indagini sull’operato del Prefetto di Pescara non siano state approfondite o, in alternativa, che le determinazioni della Procura in ordine alla sua iscrizione nel registro degli indagati vadano riviste». Si conclude così una delle memorie a firma dell’avvocato Camillo Graziano, legale della famiglia Feniello, che in questi mesi ha depositato diverse sollecitazione su vari aspetti della tragedia per richiedere accertamenti su quanto fatto prima, durante e dopo la valanga che il 18 gennaio 2017 ha spazzato l’hotel Rigopiano con 40 persone rimaste in ostaggio a causa della neve abbondante e della strada bloccata. L’avvocato Graziano ha chiesto risposte ad una serie di domande dopo aver elencato nel dettaglio tutti gli obblighi di protezione civile che le normative pongono in capo al prefetto in caso di calamità o emergenze. Dunque secondo la procura quali delle tre opzioni è quella giusta?

La procura ritiene dopo gli accertamenti effettuati che il prefetto si è comportato in maniera impeccabile ed ha assolto a tutti gli obblighi;

Le indagini non sono state particolarmente approfondite al riguardo e dunque servono approfondimenti;

Le valutazioni effettuate dalla procura in prima battuta comunque vanno riviste.

La sensazione è che qualcosa non torni nonostante le parole chiare, perentorie e quasi scolpite nella pietra, dal procuratore Cristina Tedeschini che ha lasciato il suo incarico per la procura di Pesaro poco dopo l’annuncio dei nomi degli indagati. Nel primo incontro con la stampa il 25 gennaio Tedeschini non parlò del ruolo della prefettura nella tragedia. Il 28 aprile dopo le domande di Alessio Feniello sul perchè tra gli indagati non vi fossero prefetto e presidente della Regione, Tedeschini ha detto che non c’erano elementi a riguardo. Il 3 maggio ancora ha confermato che i soccorsi furono tempestivi ribadendo che non ci sono allo stato elementi utili per inquadrare altri indagati. Alle critiche o alle voci di particolare «timidezza» verso qualcuno Tedeschini ha smentito categoricamente. Rimane per ora sospeso nel vuoto lo strano episodio della doppia acquisizione di atti in prefettura, la prima della quale ebbe esito negativo circa la ricerca del piano di protezione civile della prefettura perchè un vice prefetto disse agli uomini della Squadra Mobile che quel documento non esisteva. Documento che spuntò solo in seguito. La cosa certa è che le indagini proseguono per cui allo stato si può parlare solo di un risultato parziale che con buona probabilità non sarà quello definitivo. Anche perchè alle domande della famiglia Feniello bisogna dare risposte:

quale piano di emergenza era stato predisposto dal Prefetto?

Quali comunicazioni sono state effettuate agli organi regionali e nazionali in ordine al piano di emergenza?

Ed alla luce del necessario coordinamento con la Provincia, era noto al Prefetto che quest’ultimo ente era sprovvisto della turbina, da giorni parcheggiata in officina?

E se era noto, cosa è stato fatto dal Prefetto per sopperire a tale carenza?

Quali comunicazioni sono state effettuate rispetto alla dotazione di mezzi adeguati per la pulizia delle strade delle zone montane?

Il 18 gennaio, poco prima delle 8,00, la Provincia riceveva la richiesta di intervento per la pulizia della strada provinciale che conduceva a Rigopiano. Nell’ottica di un coordinamento tra Provincia e Prefettura, quali sono stati gli interventi effettuati dal Prefetto, previsti dalla legge, a fronte di tale comunicazione?

C’è poi l’altra parte della tragedia, una tragedia aggiuntiva riservata esclusivamente alla famiglia Feniello e causata da «superficialità e dalla incapacità delle autorità», perchè «Stefano è stato ucciso due volte: dalla valanga prima, e dall'incompetenza dopo». Le accuse riguardano l’annuncio dato dal prefetto che il ragazzo fosse vivo e venne incluso nella lista di chi stava per essere recuperato. Il 20 gennaio 2017, venerdì, cominciarono ad arrivare notizie circa il ritrovamento di persone in vita, ma nessuno diede notizie precise ai familiari mentre filtrarono sui giornali (non senza qualche svarione e qualche strigliata da parte del prefetto).

Alle ore 20 del 20 gennaio il prefetto Francesco Provolo ai familiari disse: «siamo riusciti a farli parlare e a farci dire i loro nomi...loro stessi hanno parlato con i soccorritori e hanno detto mi chiamo Tizio, Caio e Sempronio...vi leggiamo i nomi di queste persone che stanno per essere aiutate a uscire». E poi aggiunse: «tutte le notizie che vi vengono date sono per suggestionarvi, non sono vere. Tutte le altre cose cortesemente io vi prego di non credere, vengo io con il Presidente della Regione e il Questore per dirvi la sacrosanta verità. Noi non abbiamo niente da nascondere». Poi fece leggere ad una funzionaria di nome Tiziana la lista:

1) Matrone Giampaolo,

2) Feniello Stefano, 

3) Bronzi Francesca, 

4) Giorgia Galassi, 

5) Edoardo Di Carlo.

Alle 21,40 il Prefetto, incontrò la stampa e disse di aver comunicato ai familiari il ritrovamento di 4 (non più 5!) persone vive. Incalzato circa l'identità di queste persone, il Prefetto incaricò nuovamente la funzionaria della Protezione Civile di leggere i nomi alla stampa, andando subito via. I nomi letti tuttavia erano di nuovo 5.

1) Vincenzo Forti, 

2) Edoardo Di Carlo, 

3) Giorgia Galassi, 

4) Bronzi Francesca, 

5) Matrone Giampaolo.

Il calvario per la famiglia Feniello era solo all’inizio ed i dubbi aumentarono in fretta. Il papà Alessio travolto dall’angoscia condita a dubbi che nessuno sciolse. La mattina del 21 Feniello incrociò nuovamente il prefetto Provolo che viene definito come «scostante» e dice: «mi ricordo di lei, ho già parlato ieri sera, se ho novità ve le vengo a dire!». A quel punto Alessio diede in escandescenza ed i suoi video fecero il giro d’Italia. Sempre la stessa mattina la mamma di Stefano Feniello all’ospedale incrociò anche il sottosegretario alla giustizia Federica Chiavaroli che aveva già conosciuto un giorno prima al palazzetto di Penne. Chiavaroli rassicurò: «non si preoccupi signora, perché suo figlio si trova in un luogo difficile da raggiungere, ma viene comunque nutrito e riscaldato».

«Queste parole, pronunciate da un'alta carica dello Stato, tranquillizzavano l'esponente e i propri familiari, ma in realtà allungavano un'agonia che si sarebbe prolungata fino al 24 gennaio, giorno in cui veniva comunicato che il corpo di Stefano era stato recuperato privo di vita», scrive l’avvocato Graziano nella sua memoria alla Procura. La famiglia chiede chiarezza sull’accaduto, cosa che potrebbe essere certificata ora dal rapporto dei vigili del fuoco sui soccorsi dal quale si potrebbe capire se Stefano Feniello fosse vivo all’arrivo dei soccorritori, come prosumibilmente emergerebbe dalle testimonianze, era già morto. Andrebbero spiegate dunque le ragioni di un errore che -seppure spiacevole- poteva accadere in quei momenti ed il perchè una volta scoperto (secondo alcune testimonianze dopo pochi minuti) nessuno abbia avvertito il dovere morale di rettificare le informazioni date facendo seguire 4 mesi di silenzi.

In quei giorni pieni di tensione e dolore si registrarono veri e propri “strappi” e proteste da parte dei parenti piombati nell’angoscia e senza assistenza. Il governo inviò anche il viceministro Bubbico che spiegò «la grande professionalità dei soccorritori», e assicurò che ai familiari venivano date «informazioni precise», che però c’erano «difetti di comunicazione» e per questo offrì la possibilità alla stampa di inviare una mail per avere informazioni ufficiali. Dopo l’offerta del vice ministro però non seguirono le comunicazioni promesse nè da parte della segreteria di Bubbico nè mai dalla prefettura di Pescara che in quei giorni -almeno a questo quotidiano- non inviò più i comunicati ufficiali. Bubbico spiegò pure che l’incontro con i familiari era «aperto» ricevendo sonore smentite dai giornalisti. La tesi del rappresentante del governo però fu che non erano mai state date notizie sbagliate, che il fraintendimento era dovuto allo «stato di ansia e al dolore dei familiari che andavano compresi», eludendo o non rispondendo alle sollecitazioni di altri giornalisti che richiedevano maggiori dettagli e precisioni sul caso Feniello. Era il 21 gennaio ed oggi quella del vice ministro Bubbico appare come la prima difesa d’ufficio del prefetto Provolo. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia l’interessamento del governo, attraverso Bubbico, è proseguito e non sono mancati contatti e telefonate con le istituzioni locali e colloqui anche con la procura di Pescara.

Hotel Rigopiano. Buco nero prefettura: il mistero del documento non consegnato. Dopo il dolore, misteri e veleni avvolgono l’inchiesta: la paura dei familiari è che i veri responsabili non pagheranno, scrive il 3 Maggio 2017 "Prima Da Noi". «Mi spiace ma questo documento non posso darvelo perchè non esiste». E’ stata più o meno questa la risposta che uno dei dirigenti della prefettura di Pescara ha dato agli uomini della polizia giudiziaria della procura di Pescara che era andata nella sede di Piazza Italia a reperire alcuni documenti ritenuti fondamentali per l’indagine sulla strage dell’hotel Rigopiano. Gli investigatori cercavano documentazione relativa al piano di protezione civile della prefettura, un documento che non solo dovrebbe esistere in ogni prefettura (ma anche ente pubblico territoriale come Comune, Provincia e Regione) ma che dovrebbe essere anche di volta in volta aggiornato. Si tratta di un documento che serve in caso di calamità (anche la caduta di valanghe) e detta linee guida per i soccorsi ed il coordinamento degli enti coinvolti. Si tratta di un documento così importante che la cosa più incredibile che si possa solo ipotizzare è che non esista e che, dunque, non sia mai stato applicato.  Impossibile. Eppure qualcosa di strano sembra essere accaduto alcune settimane fa.

Omicidio hotel Rigopiano: nessuno è Stato. C'è un problema: a chi la procura contesterà reati di omicidio e disastro? La tragedia che ha spezzato 29 vite innocenti è riesplosa dopo che la procura di Pescara, dopo tre mesi, (comunque in anticipo rispetto a quanto si era ipotizzato precedentemente) ha notificato 6 avvisi di garanzia per i reati gravissimi di omicidio colposo e lesioni gravissime giunti tra gli altri al sindaco di Farindola e al presidente della Provincia di Pescara. Ufficialmente si tratta di un primo filone di indagine che il procuratore Cristina Tedeschini (con il collega Andrea Papalia) ha ritenuto di chiudere come ultimo atto da espletare da procuratore facente funzione prima di lasciare Pescara. Forse non è un caso che Alessio Feniello, padre di Stefano - vittima di un “errore di comunicazione” proprio della prefettura - aveva firmato una denuncia alcuni giorni dopo la sciagura chiedendo alla procura di verificare se e come fossero stati attuati i piani di emergenza in materia di protezione civile, piani che anche la prefettura doveva attuare.

Identificato anche Stefano Feniello, il giovane inserito nella lista dei vivi. Sindaco di Valva, «svanisce la speranza di un miracolo». Forse non è un caso che uno scritto anonimo si focalizzi proprio su quella visita della polizia alla ricerca di documenti, e parli di veleni, alimenti dietrologie o presunte linee morbide verso i residenti della prefettura.

HOTEL RIGOPIANO, LA TRAGEDIA MINUTO PER MINUTO. I punti fermi di quella giornata maledetta. Il clima intorno all’indagine si sta surriscaldando e questo alimenta malumori, incomprensioni, dietrologie, complotti e teoremi. Ieri per esempio gli avvocati del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta ed il tecnico comunale Enrico Colangeli hanno attaccato frontalmente la procura per aver interrogato gli indagati senza avvocati (presumendo però che lo fossero già a quel tempo…) accusando gli inquirenti di una grave violazione dei diritti costituzionali. E forse anche episodi come quello che stiamo focalizzando contribuiscono a confondere le idee.

LE CARTE NON CI SONO. Quando gli investigatori della Squadra Mobile vanno in prefettura -tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio- cercano il piano di protezione civile della prefettura, tecnicamente sono impegnati in una acquisizione di atti e non una perquisizione, ed è qui che un vice prefetto risponde alla richiesta che quell’atto non esiste, non c’è, non si riesce a trovare, dunque, non può consegnarlo. Eppure secondo la denuncia di Feniello almeno tre leggi pongono obblighi precisi in materia: la legge 225 del 1992, la legge 112 del 1998, la 100 del 2012 che ha riformato il sistema di protezione civile. Nelle norme vengono riportati gli obblighi precisi in capo al prefetto  il quale «predispone il piano per fronteggiare l'emergenza su tutto il territorio della provincia e ne cura l'attuazione», «assume, coordinandosi con il presidente della giunta regionale, la direzione unitaria dei servizi di emergenza da attivare a livello provinciale, coordinandoli con gli interventi dei sindaci dei comuni interessati» «adotta tutti i provvedimenti necessari ad assicurare i primi soccorsi» «vigila sull'attuazione, da parte delle strutture provinciali di protezione civile, dei servizi urgenti, anche di natura tecnica». Ma gli adempimenti previsti sono molteplici e per certi versi stratificati nel tempo.

LE CARTE SPUNTANO FUORI. Proprio per questo l’inesistenza degli atti richiesti relativi proprio al piano di protezione civile della prefettura (da attuare anche prima e dopo l’emergenza di Rigopiano) evidentemente non convince qualcuno tra investigatori dei carabinieri-forestali e procura perchè la cosa è a dir poco anomala. E’ per questo che c’è bisogno di una seconda visita in prefettura da parte dei carabinieri-forestali e diverse ore di tempo per ricercare negli archivi il piano di protezione civile datato 1993, tanto vecchio da essere stato perso di vista anche perchè non sarebbe mai stato nè aggiornato, nè adeguato e, vista l’amnesia, nemmeno applicato. Una vicenda che getta l’ennesima ombra su un’altra parte delle istituzioni, in questo caso la prefettura, che ha avuto l’onere e la responsabilità di coordinare tutti gli interventi di soccorso dopo la tragedia e che, secondo le norme, ha diversi obblighi anche nelle fasi precedenti la dichiarazione di emergenza. E’ allora possibile che vi sia stata una negligenza tale da parte di un ente per così tanti anni da non essere stata ravvisata da nessuno? Quello che però è certo è che questa vicenda è accaduta diverse settimane prima della notifica degli avvisi di garanzia e l’episodio -di certo non trascurabile- dovrebbe pur essere riscontrabile nei vari rapporti delle forze di polizia giudiziaria. Se così è, allora, risulta difficile comprendere il perchè tra gli indagati non vi siano anche esponenti della prefettura (proprio come aveva chiesto Feniello dopo 10 minuti dal lancio Ansa che annunciava gli avvisi di garanzia). Se è così si capisce da dove nascono le ipotesi “complottistiche” dell’anonimo estensore anche perchè le parole del procuratore Cristina Tedeschini sono state molto chiaramente (proprio per rispondere indirettamente a Feniello) «Prefettura e Regione? Non ci sono condotte penalmente rilevanti». Anzi ha precisato: «Se tra gli indagati non compaiono persone fisiche, dipendenti o rappresentanti della Prefettura o della Regione Abruzzo, la spiegazione è che allo stato delle indagini non abbiamo individuato condotte di singole persone fisiche che sembrano penalmente rilevanti in relazione alle ipotesi di reato di cui oggi parliamo, cioè omicidio colposo e lesioni colpose».

LE INDAGINI PROSEGUONO: SI DELINEANO I CONTORNI. Le indagini, però, non sono terminate ed è probabile che si stiano compiendo ancora tutta una serie di verifiche anche sui precisi obblighi del piano del 1993 per cercare di escludere l’ennesima valanga di omissioni colossali da parte di un ente pubblico. Inoltre si attendono i risultati dei periti che costituiscono forse oltre il 70% di tutto il lavoro investigativo il cui peso specifico è enorme e in grado di orientare le indagini e indicare responsabilità o dissolverle. Si attendono le perizie dell’anatomopatologo che spieghi come e quando le vittime sono morte con certezza anche se nei giorni scorsi si sono registrate già dichiarazioni ufficiali circa la morte improvvisa quasi per tutti. Oggi sappiamo che una delle vittime è rimasta in vita per almeno 40 ore, poi il suo cellulare si è spento definitivamente ma non abbiamo prove di quanto tempo ancora la donna abbia potuto resistere prima di essere ritrovata cadavere. E ci sarebbe almeno un’altra persona che potrebbe essere rimasta viva per ore: gli investigatori lo avrebbero sospettato, scandagliando il telefono recuperato e a confermarlo ci sarebbe anche il risultato autoptico. Si attendono gli esiti dei periti tecnici sulle eventuali difformità o irregolarità procedurali autorizzative dell’albergo spazzato via dalla valanga. Gli accertamenti tecnici sarebbero ancora in corso così come i periti impegnati sul fronte della prevedibilità della valanga, delle autorizzazioni alla struttura alberghiera. Su questo versante è già emerso, per esempio, che uno degli indagati Enrico Colangeli, risulta essere il dirigente che ha rilasciato il permesso di costruire all’Hotel Rigopiano, che è stato membro attivo almeno dal 1999 della commissione comunale valanghe di Farindola non più convocata dal 2005 e che sia anche redattore del piano di emergenza comunale dove non compare da nessuna parte alcun rischio valanghe. Una stranezza che andrà chiarita se è vero che il piano provinciale fino al 2015 prevedeva un rischio specifico di valanghe proprio a Rigopiano.

Rigopiano e rischio valanghe, le carte dimenticate che inchiodano il Comune di Farindola. Nel 1996 il sindaco De Vico voleva un nuovo Prg perchè quello vigente del 1987 era troppo vecchio. Ma..., scrive l'11 Settembre 2017 "Prima Da Noi". Una valanga si abbatte sull’hotel Rigopiano e ammazza 29 persone. «Evento naturale e imprevedibile» si dirà subito. Ma anche per molto tempo ancora la tesi sarà sostenuta per tentare di neutralizzare qualche responsabilità. La verità che emerge dalle carte è un’altra e racconta una storia molto diversa fatta di inerzia (chissà se colposa o dolosa) e di scelte amministrative incomprensibili le quali sembrano concorrere affinchè la tragedia del 18 gennaio 2017 si compia. La prima nota dolente è che queste carte sono tutte ben custodite negli archivi del Comune di Farindola, magari troppo impolverate, almeno fino a quando non sono arrivati i carabinieri forestali a sequestrarle per portarle in procura a Pescara. Carte che raccontano come nel 1996 la maggioranza guidata dal sindaco Antonio De Vico -l’uomo forte di Farindola per essere stato più volte primo cittadino e aver ricoperto vari incarichi politici per oltre 25 anni- decide che l’allora Piano regolatore non era più utile e doveva essere cambiato. Il Consiglio comunale vota la delibera il 5 luglio 1996 spiegando che il prg vigente, cioè quello del 1987 «non è più rispondente alle esigenze del territorio». Il punto è che il Piano regolatore oggi vigente a Farindola è quello del... 1987. In pratica venti anni non sono bastati per terminare quella procedura avviata nel 1996 spendendo anche molti soldi a fronte di un bel nulla. La giunta De Vico, infatti, incarica tecnici che devono tra le altre cose predisporre le varie relazioni preparatorie. L’avvocato Camillo Graziano che assiste la famiglia di Stefano Feniello, morto nella tragedia, in questi mesi ha lavorato molto svolgendo approfondite indagini difensive e passando ore negli archivi, facendo scoperte interessanti che saranno valutate anche dalla procura di Pescara e dagli investigatori dei carabinieri forestali che si avviano a chiudere formalmente l’inchiesta. In uno degli ultimi esposti (ne ha presentati una decina) l’avvocato Graziano deposita la delibera del 5 luglio 1996 con la quale il Consiglio comunale di Farindola votava di affidare ad un professionista l'incarico per la redazione del Piano Regolatore Generale: spesa preventivata di 60 milioni di lire oltre contributo integrativo ed IVA e veniva approvato uno schema di convenzione. Con delibera n. 324 del 4.9.1996 la Giunta Municipale del Comune di Farindola affidava l'incarico alla progettazione del P.R.G. all'Ingegner Marcello Romanelli. Con missiva del 31.12.1996 indirizzata al Sindaco del Comune di Farindola, con oggetto: “redazione progetto di P.R.G. - Reperimento documentazione di base”, il tecnico incaricato chiedeva l'autorizzazione ad affrontare spese per 16.400.000 lire IVA inclusa; buona parte di tali somme sarebbero state destinate alle «indagini geologiche, idrogeologiche e relativa relazione geologica», come si legge al punto 5 della missiva. Autorizzazione concessa con deliberazione della Giunta approvata lo stesso 31.12.1996. Il tecnico Romanellli con una missiva protocollata l'1.12.2001, chiedeva la liquidazione del rimborso per le spese sostenute per l’incarico svolto. Con determinazione n. 87 del 17.4.2002, il Responsabile del servizio tecnico, geometra Enrico Colangeli, determinava il rimborso per complessivi 3.615,20 euro in favore del tecnico Romanelli. Colangeli è indagato nell’inchiesta per omicidio colposo - insieme all’attuale sindaco Ilario Lacchetta-  che di fatto autorizza il pagamento per la redazione di una relazione geologica all’interno della quale si spiega come anche la zona di Rigopiano sia a rischio valanghe. Infatti dalla relazione geologica redatta dal geologo Angelo Iezzi realizzata e consegnata entro la fine del 2001 si evince chiaramente analizzando con attenzione una delle mappe allegate dove si indicano come a rischio i pendii delle montagne che sovrastano l’hotel. L’avvocato della famiglia Feniello sulla scorta della documentazione reperita ha chiesto alla procura di verificare e capire se per caso queste carte non avessero dovuto avere un ruolo nel 2006 quando la società Del Rosso chiese il permesso di ristrutturare. La tesi dell’avvocato è: se il rischio valanghe in quella zona viene individuata in maniera certa, ufficiale e professionale, se il documento viene protocollato al Comune, se questo documento serve per redigere uno strumento urbanistico, forse non si poteva autorizzare la ristrutturazione e l’ampliamento della struttura esistente perchè il rischio valanghe era certificato. Invece nulla e fu come quelle carte non fossero esistite anche se quella documentazione in realtà fu trasmessa dallo stesso geometra Enrico Colangeli all’Ufficio del Genio Civile della Regione Abruzzo, e per conoscenza al Sindaco, in data 11.11.2013 e il 25.5.2014 a seguito di richiesta di integrazione documentale. Era infatti il Suap della Regione che autorizzò l’ampliamento ed il centro benessere con una procedura che di fatto quasi non investì il Comune.

TROPPE INCONGRUENZE AMMINISTRATIVE. Alla luce delle nuove scoperte ci sarebbero allora troppe incongruenze -secondo la tesi dell’avvocato Graziano- tutte correlate ai fatti finiti nell’inchiesta, incongruenze che chiede di chiarire e accertare con le indagini (altre incongruenze erano già emerse e segnalate in un esposto del Forum H20). Una di questa per esempio è capire perchè nel 1996 si potè avviare un iter per aggiornare un prg ormai vecchio e dopo 20 anni non si è ancora riusciti a farlo. Perchè questo ritardo, perchè gli amministratori hanno abbandonato l’idea? Le relazioni tecniche vennero inoltre consegnate dopo quasi 5 anni dall’incarico nonostante la convenzione stabilisse tempi perentori diversi. Di chi è la responsabilità di questi ritardi e chi non ha preteso il rispetto dei tempi e perchè? «Secondo i tempi previsti in convenzione, nell'anno 2006 il nuovo P.R.G. avrebbe già dovuto essere operativo», scrive nell’esposto l’avvocato Graziano, «e, alla luce di quanto doverosamente contenuto in esso, quel progetto non sarebbe mai stato approvato, proprio perché la struttura insisteva in una zona a rischio valanghe». Tra le altre cose la convenzione stabiliva anche uno stretto rapporto continuativo con il tecnico per il supporto alle scelte di piano con riunioni operative. «Ci si chiede se, nel procedimento di autorizzazione alla realizzazione del progetto di ristrutturazione dell'Hotel Rigopiano, avvenuto nel 2007, l'Ing. Romanelli sia stato coinvolto, e soprattutto perché non si sia tenuto conto delle indicazioni contenute negli elaborati fino a quel momento raccolti, e doverosamente depositati, come imposto dalla Convenzione.  Va ricordato che nel 1999 era stata istituita a Farindola la Commissione Valanghe di cui faceva parte anche il Sig. Pasquale Iannetti; lo stesso Iannetti, che già nel 1999 aveva segnalato la pericolosità della zona di Rigopiano ed il pericolo slavine, risulta essere stato incaricato, tra il 2004 ed il 2005, di effettuare uno studio del territorio dall'allora sindaco Giancaterino». Uno studio redatto e consegnato ma pagato solo dopo una ingiunzione autorizzata dal giudice di Pace. Insomma le carte indicano che il Comune fosse bene a conoscenza del rischio valanghe, poi totalmente sparito dal 2006 fino a dopo la tragedia e riemerso solo faticosamente, scardinando un clima di solidarietà silenziosa e forte resistenza.

LE DOMANDE DELL’EX SINDACO GIANCATERINO. «Quell’albergo era già lì, non è stato costruito durante il mio mandato... che cosa avremmo dovuto fare, spostarlo? Si doveva farlo brillare? Il sindaco e la giunta sono chiamati ad adottare solo atti di indirizzo politico. Se il pericolo di valanga c’era, ci dovevano essere degli organi, magari sovraordinati al Comune e al sindaco, che avrebbero dovuto dire molto prima della istruttoria dell’ammodernamento dell’hotel che l’albergo lì non va bene, deve chiudere, perchè c’è questo rischio… siccome la vita umana è sacra non può essere immolata sull’altare dello sviluppo economico e dei posti di lavoro». Queste le parole a caldo a Servizio Pubblico dell’ex sindaco Massimiliano Giancaterino che ha perso un fratello sotto le macerie dell’Hotel Rigopiano ed oggi le sue parole evidenziano ancor di più le incredibili lacune e amnesie. Piccola precisazione: l’albergo Rigopiano è stato aperto dal 1974 al 1990 dunque «l’ente sovraordinato» invocato dall’ex sindaco (che non parla delle competenze e responsabilità comunali) sarebbe dovuto intervenire in quel periodo ma non lo ha fatto per una ragione semplicissima: quell’albergo di montagna, piccolo poi ampliato, rimaneva aperto da aprile a ottobre quando notoriamente la neve è scarsissima così come il pericolo di valanghe. E’ nel 2006, con le richieste di ristrutturazione e poi della variante per costruire il centro benessere, che iniziano i pasticci amministrativi e le sviste. Se così stanno le cose allora il vero punto di snodo delle responsabilità per omicidio colposo plurimo potrebbero ricercarsi nelle dinamiche intervenute “a latere” della autorizzazione della spa. E’, infatti, la spa costruita nel 2007 che costituisce la principale ragione e attrattiva per la struttura ricettiva. E’ questa che viene pubblicizzata ovunque, è questa che garantisce gli introiti maggiori e spinge i turisti alla permanenza in un luogo privo di infrastrutture turistiche o piste da sci. E’ la spa che teneva in piedi il bilancio d’impresa ma solo perchè l’hotel poteva rimanere aperto tutto l’anno a differenza del vecchio albergo…E’ per la Spa che Del Rosso decide di investire e tentare di guadagnare con l’impresa. E’ per la accogliente spa che gli ultimi 29 ospiti del Rigopiano decisero di fare la loro ultima tragica vacanza. E se proprio la spa si scoprirà non poteva essere costruita sapremo che certe condotte «sgradevoli ma non penalmente rilevanti» possono persino ammazzare qualche volta. Ha ragione da vendere l’ex sindaco: «la vita umana è sacra e non può essere immolata sull’altare dello sviluppo economico e dei posti di lavoro».

Rigopiano. Il dirigente: «Quattro dita di polvere sui documenti della carta valanghe». Carte abbandonate dentro uno scatolone. Ascoltato Carlo Giovani che ora rischia di essere indagato, scrive il 5 Luglio 2017 "Prima Da Noi". Carlo Giovani, dirigente Regionale ascoltato oggi in procura a Pescara, ha riferito come la Carta Storica delle Valanghe, al suo arrivo in Protezione Civile nel 2013, giacesse «'in uno scatolone', insieme a tutta la documentazione sulle valanghe in Abruzzo, 'con quattro dita di polvere sopra». Dopo queste frasi la sua audizione è stata interrotta. Carlo Giovani, all'epoca dei fatti responsabile dell'Ufficio Rischio Neve e Valanghe della Regione Abruzzo, questa mattina è comparso in Procura a Pescara, nell'ambito dell'inchiesta sul disastro dell'Hotel Rigopiano di Farindola, su richiesta dei legali Cristiana Valentini, Massimo Manieri e Goffredo Tatozzi, difensori del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, del tecnico comunale Enrico Colangeli e del Comune di Farindola. L'interruzione è avvenuta su segnalazione dei tre legali, in quanto a loro giudizio sarebbero emersi «precisi indizi di reità a carico del funzionario, per i reati di concorso in disastro e omicidio colposo plurimo. A questo punto - rimarcano gli avvocati - Giovani è passibile d'indagine e potrà essere ascoltato solo alla presenza del difensore». In questo caso Giovani da testimone passerebbe a rivestire il ruolo di indagato e per questo per essere ascoltato sarebbe necessario l’avvocato di fiducia. Sul punto tuttavia il pm Andrea Papalia, titolare delle indagini, si è riservato di compiere le proprie valutazioni e dunque al momento Giovani non risulta ancora iscritto nel registro degli indagati. Per i difensori del sindaco e del Comune di Farindola, invece, si tratterebbe di un atto dovuto. La Carta Storica delle Valanghe è propedeutica alla realizzazione della Carta di Localizzazione dei Pericoli da valanga (Clpv), che secondo la Regione Abruzzo era tenuta a realizzare sulla base della legge 170 del marzo 2014 e che a loro giudizio «se fosse stata realizzata, avrebbe evitato il disastro costato la vita a 29 persone». In tal senso Giovani questa mattina avrebbe inoltre confermato di avere ricevuto l'ordine di giunta, nel 2014, per redigere la Clpv, che poi non sarebbe stata realizzata per mancanza di soldi e che con l'arrivo della nuova giunta regionale sarebbe finita nel dimenticato. Elementi che inducono Valentini, Manieri e Tatozzi a ritenere che Giovani «consapevole dell'importanza della Carta, non possa non essere indagato». La difesa di Lacchetta e del Comune di Farindola contesta anche il rigetto dell'istanza di accesso alle intercettazioni telefoniche realizzate dalla Procura dell'Aquila e inviate a quella di Pescara per competenza, nelle quali è «possibile ascoltare soggetti Regionali, intercettati immediatamente dopo il disastro di Rigopiano, che parlano in merito al disastro e alla posizione regionale». A giudizio degli avvocati il rigetto della Procura, «è non solo contra legem, ma anche gravemente lesivo del diritto alla prova, e per di più costituisce un vero ostacolo al diritto all'accertamento della verità, degli indagati come delle vittime, nell'ambito dell'indagine difensiva».

Rigopiano: risate un'ora prima della valanga. Un dipendente Anas: "Se dobbiamo liberare la spa, facciamo pure il bagno", scrive ANSA il 29 novembre 2017. "E insomma, mica deve arrivare a Rigopiano? Perché se dobbiamo liberare la spa, al limite ci andiamo a fare pure il bagno". Queste le parole pronunciate al telefono dal dipendente dell'Anas, Carmine Ricca, alle 15.35 del 18 gennaio 2017, poco più di un'ora prima che una valanga travolgesse l'Hotel Rigopiano di Farindola. Ricca è a colloquio con il responsabile del settore viabilità della Provincia, Paolo D'Incecco, che ride della battuta del suo interlocutore. Anche Ricca, si legge nell'informativa della Squadra Mobile di Pescara inviata alla Procura di Pescara, ride e aggiunge: "Cioè, ho capito che dobbiamo arrivare fin lì, però insomma è una bella tirata, lo sai meglio di me". I due stanno parlando della possibilità di distaccare una turbina, che ritengono stia operando nel circondario di Penne e incidentalmente fanno dei riferimenti alla situazione dell'Hotel Rigopiano. D'Incecco chiede: "quanto tempo... oggi pomeriggio non si può fare niente?". Ricca risponde che "mò, penso... oggi... la Madonna che c'è qua... eh... mo' penso no". D'Incecco a quel punto chiede se se ne parli per la mattina seguente e il dipendente dell'Anas conferma che "sì, almeno domattina, anche perchè quello con la turbina fino a mò ha faticato...". In Abruzzo la Carta valanghe ancora non c'è - Ci vorranno 3 anni per avere la Carta Valanghe della Regione Abruzzo. La mappa, che se fosse esistita avrebbe probabilmente evitato i 29 morti di Rigopiano, verrà realizzata dal professor Roberto Nevini, geologo dell'università di Siena, che ha vinto l'appalto della Regione Abruzzo. Nevini è il riferimento dell'Aineva, associazione interregionale neve e valanghe, che mette insieme il Nord e il centro Italia, e si occupa espressamente di mappe del rischio in montagna. La base dell'appalto è stato assegnato ai primi di novembre, era di oltre un milione di euro e dovrà mappare oltre 4 mila chilometri quadrati. Nelle informative dei carabinieri Forestali sulla tragedia di Rigopiano si parla espressamente della ''consapevolezza del rischio'' da parte dei funzionari regionali. Già nel 2012, si legge, il direttore dei lavori pubblici Pierluigi Caputi aveva ''acquisito la cognizione dell'esistenza del rischio valanghe e della necessità di procedere alla redazione della Carta di localizzazione del pericolo come prevenzione del rischio''. Anche i successivi dirigenti regionali sono a conoscenza dei rischi, tanto che nel 2014 la Giunta Chiodi approvava ''il catasto storico delle valanghe e ordinava di realizzare la carta di localizzazione del pericolo''. ''In realtà il dirigente regionale Carlo Giovani sembra aver paventato al nuovo governo regionale insediatosi dopo le elezioni del maggio 2014 la necessità della realizzazione della CLPV su tutto il territorio regionale e la contestuale richiesta di fondi''. A rafforzare questa consapevolezza viene ricostruito quanto accaduto nelle forti nevicate del 2012 e che ''negli ultimi 20 anni sono stati oltre 20 i decessi dovuti a travolti da valanghe''. Ma ''la Regione Abruzzo oltre a non stanziare e programmare i fondi necessari per la CLPV ha lasciato l'Ufficio Rischi incendio boschivi e valanghe praticamente senza personale'', si legge, tanto che ''la mancanza di personale ha avuto un riflesso negativo sulla vicenda di Rigopiano''. Carenze segnalate al punto che ''i disservizi dovuti alla mancanza di personale presso l'ufficio si appalesa proprio nei giorni 17-18 gennaio 2017 quando a causa del maltempo un dirigente non può raggiungere il posto di lavoro e non può divulgare alla stampa il pericolo valanghe 4''. Dopo la tragedia i tempi si accelerano e si arriva all'appalto andato in porto a novembre.

Rigopiano, le frasi shock prima della tragedia: "Non devono rompere con l'albergo". La conversazione tra due indagati dimostra l'incapacità della Prefettura di gestire l'emergenza neve. Gli aiuti venivano distribuiti con un'ottica clientelare. Nella tragedia morirono 29 persone, scrive il 25 novembre 2017 "La Repubblica". "E poi c'è il direttore dell'hotel Rigopiano. Chiede una turbina per far ripartire gli ospiti bloccati dalla nevicata". È il 18 gennaio 2017, sono le 9.30 del mattino e l'Abruzzo è in ginocchio per le forti nevicate. Il funzionario della Provincia di Pescara Mauro Di Blasio è al telefono con il suo capo, Paolo D'Incecco, dirigente del servizio viabilità. Prima di concludere il mini briefing telefonico D'Incecco aggiunge che, tra le tante richieste, "poi" c'è pure quella del direttore di Rigopiano. Di Blasio però lo liquida subito: "Quello dell'albergo non deve rompere il c... Digli che deve stare calmo". È questa l'intercettazione shock, secondo quanto rivela un articolo de Il Messaggero, che racconta un retroscena inedito e mette in luce l'incapacità con cui, al tempo, fu gestita l'emergenza neve.

L'AIUTO CLIENTELARE. D'Incecco e Di Blasio, indagati dalla prima ora, sono tra le 23 persone per cui la Procura di Pescara ha chiesto il rinvio a giudizio. Una decisione maturata grazie a questa intercettazione e ad altre conversazioni che il gip ha ritenuto centrali. D'Incecco non lo poteva sapere, ma aveva il telefono sotto controllo per un'indagine della Procura aquilana legata agli appalti della Regione Abruzzo. La squadra mobile ha così potuto ascoltare in tempo reale la serie di decisioni prese per la gestione degli aiuti. Scelte improvvisate, dovute all'impreparazione tecnica della Provincia e alla mancanza di mezzi spazzaneve, in gran parte fermi per guasti. Ma anche per il fermo rifiuto di fare ricorso ad altri enti. In realtà c'è di più. Dai nastri acquisiti è stato possibile dimostrare che i pochi aiuti disponibili venivano gestiti in modo clientelare. A dettare la priorità degli interventi erano la politica e i favoritismi: "Il Presidente vuole la riapertura della strada per Passolanciano", si legge in uno stralcio di conversazione riportata da Il Messaggero.

· LE ALTRE CHIAMATE DELLA TRAGEDIA. Il nuovo nastro si aggiunge a quelli già noti, con cui la Procura sta cercando di ricostruire quanto accaduto dopo il terremoto di grado 5 che ha causato la slavina sotto cui sono rimasti sepolti gli ospiti e i lavoratori del Rigopiano. Rigopiano, la telefonata tra il ristoratore e la Prefettura: "La mamma degli imbecilli è sempre incinta". Tra queste c'è l'appello inascoltato di Quintino Marcella: alle 18:03 il ristoratore aveva chiamato l'Unità di Crisi dopo aver ricevuto l'allarme di un superstite, il cuoco Giampiero Parete. La funzionaria della Prefettura che aveva risposto al telefono però non gli crede e risponde che "la madre degli imbecilli è sempre incinta". Questo rifiuto contribuì a ritardare l'invio dei soccorsi all'hotel di circa un'ora e mezza. Poi c'è anche la chiamata che contribuì a smontare l'allarme. Dopo la prima allerta lanciata dal superstite Giampiero Parete alle 17.10 (il cuoco aveva chiamato il 118), il Centro di coordinamento soccorsi della Prefettura contatta il direttore dell'hotel Bruno Di Tommaso (intorno alle 17.40) per verificare la segnalazione. Lui però, che in quel momento si trova a Pescara, non sa della valanga, è concentrato sulle difficoltà del terremoto e sull'isolamento per neve del Rigopiano. Smentisce qualsiasi crollo. A causa di questa chiamata, viene ritenuto inattendibile l'allarme successivo di Quintino Marcella, il ristoratore di Silvi Marina al quale nel frattempo ha chiesto aiuto lo stesso Parete con una telefonata WhatsApp.

L'INCHIESTA. Omicidio e lesioni colpose le imputazioni principali per i 23 indagati, tra cui figurano anche il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e il presidente della Provincia Antonio Di Marco. Secondo i carabinieri forestali di Pescara che hanno condotto le indagini, la Prefettura si attivò troppo tardi nell'aprire il Centro coordinamento soccorsi e l'Unità di crisi. Lo fece solo dopo le 12 di quel 18 gennaio, il giorno stesso della valanga. A quel punto però non era più in grado di gestire le emergenze che si stavano accumulando, come ad esempio la rottura della turbina sgombraneve. E solo alle 18.28, quasi un'ora dopo che una montagna di neve aveva spazzato via l'hotel a Rigopiano, chiese l'intervento del personale e delle attrezzature dell'esercito per lo sgombero delle strade nei paesi montani del Pescarese.

Tragedia Rigopiano, lʼaccusa: "Soccorrevano solo i raccomandati", scrive Tgcom24 il 27 novembre 2017. Intercettazioni tra politici e soccorsi: "Quello dellʼalbergo non deve rompere". Nuove intercettazioni shock sulla tragedia di Rigopiano del gennaio scorso. Nell'informativa del Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri che, insieme agli atti dell'inchiesta, sarà a disposizione delle difese dei 23 indagati per disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali e altro, vi sono le telefonate tra la segreteria del presidente della Regione Abruzzo Luciano D' Alfonso dove si chiede che sia aperta subito la strada per Abbateggio, dove si spinge per avere uno spazzaneve per la strada di Passolancianno, mentre "Quello dell'albergo (di Rigopiano) non deve rompere il c..". Una sorta di soccorsi a richiesta per "raccomandati", riporta il Messaggero, a scapito di chia aveva davvero bisogno e viveva una drammatica emergenza. Non sono diverse nel tenore le pressioni arrivate fin dalle prime ore di quella mattina dalla segreteria del governatore. Su questa sorta di manuale Cencelli della protezione civile, che non ha tenuto conto degli ostaggi di Rigopiano, ma neanche di tanti anziani dializzati bloccati in vari centro dell'Abruzzo interno, i carabinieri hanno costruito buona parte delle contestazioni rivolte al filone provinciale del 23 indagati per la strage di Rigopiano: 29 morti tra gli ospiti e i lavoratori del resort di lusso alle pendici del Gran Sasso, 9 feriti con gravissime lesioni permanenti, due soli scampati al crollo della struttura investita dalla valanga. Più in generale, il capitolo delle telefonate della vergogna, quella della funzionaria della prefettura che snobba le richieste di soccorso rimbalzate dal cuoco Quintino Marcella, quella del responsabile del 118 Vincenzino Lupi, che induce in errore il direttore dell'hotel Bruno Di Tommaso, disegna un quadro di totale disorganizzazione della macchina dei soccorsi nelle ore cruciali che precedono e seguono di poco la valanga staccatasi dal Monte Siella intorno alle cinque del pomeriggio.

Rigopiano, le intercettazioni nella notte della tragedia: "Gente sta morendo non vi rendete conto". Intercettati dipendente Anas e funzionario della Provincia: "Se dobbiamo liberare la Spa al limite ci andiamo pure a fare il bagno", scrive il 28 novembre 2017 "la Repubblica". Le intercettazioni di Rigopiano, il presidente della Provincia Di Marco: "Basta compitini, c'è gente che può morire". "La gente sta morendo e voi non vi rendete conto". Questa, come scrive l'Ansa, una delle intercettazioni contenute nell' informativa del nucleo ecologico dei Carabinieri di Pescara, rientrata nelle carte dell'inchiesta dell'hotel Rigopiano, dove il 18 gennaio scorso sono morte 29 persone sotto la valanga che ha travolto la struttura nel comune di Farindola, in provincia di Pescara. A parlare è il consigliere regionale di Forza Italia, Lorenzo Sospiri, parlando con Claudio Ruffini, a quell' epoca segretario del presidente della Regione, Luciano D'Alfonso. Ruffini e D'Alfonso non sono indagati per Rigopiano, ma solo citati in queste conversazioni raccolte nell'ambito un'altra inchiesta sugli appalti della Regione. Dello stesso tenore della frase di Sospiri, quella di Giuseppina Manente, ufficio stampa della Provincia di Teramo, territorio in piena emergenza in quei giorni. "Qui conteremo i morti per carenza di soccorsi, forse non vi state rendendo conto", scrive in un sms inviato alle 21,45 a Ruffini, delegato da D'Alfonso per seguire tutte le operazioni. Ruolo evidenziato nero su bianco nell'informativa: "Deve essere rimarcato che il presidente Luciano D'Alfonso aveva delegato Claudio Ruffini alla gestione dei mezzi spazzaneve e delle cosiddette 'turbine'". L'informativa, ricostruisce le conversazioni avvenute a livello di dirigenza regionale nelle giornate del 17 e 18 gennaio, fino alle prime ore del 19 gennaio. La data di stesura della relazione è del 7 febbraio, 20 giorni dopo la tragedia. Il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, alle 15,01 del 18 gennaio chiama Ruffini "che non risponde e né richiamerà", rileva l'informativa che nelle considerazioni finali rileva: "Nessun commento è necessario ad evidenziare ulteriormente come Ruffini non abbia né risposto né richiamato il sindaco di Farindola quando questi aveva tentato di contattarlo ben prima della terribile nota slavina". Intanto, sempre nello stesso fascicolo si trovano le trascrizioni della telefonata, un'ora prima della tragedia, fra un operaio dell'Anas e il responsabile del settore viabilità della Provincia dove si legge una battuta che dà il senso della sottovalutazione della situazione. "E insomma - dice il dipendente dell'Anas - mica deve arrivare a Rigopiano? Perchè se dobbiamo liberare la Spa, al limite ci andiamo a fare pure il bagno". Con l'interlocutore che ride alla battuta.

Hotel Rigopiano: tutte le conversazioni shock. Le trascrizioni delle telefonate che hanno provocato il letale ritardo nei soccorsi al resort crollato in Abruzzo. 29 le vittime, 23 gli indagati, scrive il 29 novembre 2017 Matteo Politanò su Panorama. Continua l'inchiesta sul crollo dell'hotel Rigopiano, il resort spazzato via da una valanga che ha portato alla morte 29 persone. Per la tragedia sono stati iscritti a vario titolo nel registro degli indagati in 23 e l'indagine degli inquirenti parte dalle telefonate che hanno ritardato i soccorsi, un fattore determinante per l'escalation del dramma.

La telefonata al servizio viabilità. Ore 9.30 del 18 gennaio 2017 - La trascrizione della telefonata tra Il funzionario della Provincia di Pescara Mauro Di Blasio e il suo capo, Paolo D'Incecco, dirigente del servizio viabilità. Si discute sull'opportunità di far arrivare una turbina all'hotel per pulire l'unica via d'accesso.

MDB: "E poi c'è il direttore dell'hotel Rigopiano. Chiede una turbina per far ripartire gli ospiti bloccati dalla nevicata".

PD: " "Quello dell'albergo non deve rompere il cazzo. Digli che deve stare calmo".

La turbina per Rigopiano.

Ore 15,35 del 18 gennaio 2017 - Poco più di un'ora prima che una valanga travolgesse l'hotel i​l dipendente dell'Anas, Carmine Ricca, è al telefono con il responsabile del settore viabilità della Provincia, Paolo D'Incecco. I due parlano della possibilità di distaccare una turbina facendo riferimenti alla situazione dell'hotel Rigopiano.

CR: "E insomma, mica deve arrivare a Rigopiano? Perché se dobbiamo liberare la spa, al limite ci andiamo a fare pure il bagno".

PD: risata.

CR: "Cioè, ho capito che dobbiamo arrivare fin lì, però insomma è una bella tirata, lo sai meglio di me".

PD: "Quanto tempo... oggi pomeriggio non si può fare niente?

CR: "Mò, penso... oggi... la Madonna che c'è qua... eh... mo' penso no".

PD: "Ne parliamo per domattina?"

CR: "Sì, almeno domattina, anche perchè quello con la turbina fino a mò ha faticato...".

La telefonata al direttore dell'hotel.

Ore 17.40 del 18 gennaio 2017 - La telefonata tra il Centro di coordinamento soccorsi della Prefettura e il direttore dell'hotel Bruno Di Tommaso per verificare la segnalazione.

Funzionario: "Oh Bruno ciao, senti fammiti chiedere una cosa, tu fai il direttore su a Rigopiano?".

Di Tommaso: "Sono l'amministratore".

Funzionario: "Sai com'è la situazione su?".

Di Tommaso: "Tragica. Sto rientrando a casa in questo momento".

Funzionario: "La strada è chiusa?".

Di Tommaso: "Certo che è chiusa... ma pure Farindola".

Funzionario: "Io sto alla sala operativa della prefettura: ma tu riesci a parlare con qualcuno su?"

Di Tommaso: "No, solo whatsapp".

Funzionario: "Allora vedi un pochettino, perché abbiamo ricevuto... aspetta un attimo che ti faccio parlaredirettamente col direttore... abbiamo ricevuto una telefonata un pò strana, volevamo accertarci un attimino... Dottor Lupi dove sta? Aspetta che ti passo direttamente il dirigente, il responsabile".

Lupi: "Pronto? Sono il dottor Lupi... sono stato spesso ospite da voi, ultimamente proprio quando è successo il secondo terremoto e ho visto che la struttura è in cemento armato. Adesso abbiamo avuto una telefonata di una persona che diceva che all'hotel Rigopiano c'erano feriti per crolli, etc. Abbiamo una telefonata registrata alla nostra centrale operativa..."

Di Tommaso: "Ma no... chi l'ha fatta..."

Lupi: "...attenzione, questa telefonata registrata al nostro sistema 118... non risponde poi più.. a noi il numero ci appare sempre benché ci si metta trucco, trucchetto, 'anonimo' eccetera... Tu hai notizia?"

Di Tommaso: "Ma certo che ho notizia, no no.."Lupi: "Quindi tutto a posto..."

Di Tommaso: "cioè tutto a posto nel senso che...".

Lupi: "Benissimo, mi fa grande piacere. Tra poco a metà febbraio sarò di nuovo vostro ospite. Che devo dire? L'importante è che è sicuro che non ci sia niente".

Di Tommaso: "No.. Io sono stato fino a mò in collegamento tramite whatsapp..."

Lupi: "perfettissimo..."

Di Tommaso: "...noi abbiamo una parabola per cui il segnale Internet è garantito, io riesco a comunicare con whatsapp. Tutto qua, insomma".

Lupi: "Perfetto.. direttore mi dà un gran sollievo.. Noi dobbiamo sempre accertarci, con l'aiuto qui del nostro amico comune. Va benissimo, grazie grazie".

Di Tommaso: "Niente, grazie, arrivederci".

La telefonata all'unità di crisi.

Ore 18.03 del 18 gennaio 2017 - La trascrizione della tristemente famosa telefonata avvenuta tra Quintino Marcella, il ristoratore che aveva ricevuto l'allarme dal superstite Giampiero Parete, e la funzionaria della Prefettura che lavorava all'Unità di Crisi. Dopo tre interminabili minuti di attesa e passaggi telefonici Marcella non viene creduto.

Polizia: "Polizia buonasera".

QM: "Buonasera cinque minuti fa ho ricevuto un messaggio tramite Whatsapp da un mio cuoco, a Farindola, l'hotel Rigopiano dice che è crollato, ci sono i bambini in mezzo alla strada, c'è la neve, non si esce e non si passa, sono bloccati lì tutti".

Polizia: "Ma chi è che è crollato?"

QM: "L'hotel Rigopiano, sopra Farindola, molto molto grave".

Polizia: "Chi riusciamo a contattare?"

QM: "Non si riesce a contattare nessuno, lui è riuscito a malapena, in mezzo alla neve, la fonte è accreditata al cento per cento".

Polizia: "Un attimo in linea che le passo l'Unità di Crisi, rimanga in linea".

Operatore: "Mi dica".

QM: "Il mio cuoco, che è andato all'hotel Rigopiano con la famiglia per due giorni, adesso cinque minuti fa è riuscito a contattarmi per dirmi che l'hotel è crollato. Lì stanno senza niente..."

Operatore: "Un attimo che le passo, un attimo, un attimo..."

QM: "Pronto? Il mio cuoco mi ha chiamato cinque minuti fa tramite Whatsapp mi ha detto che l'hotel Rigopiano è crollato".

Funzionaria Prefettura: "Allora guardi, questa storia va avanti da stamattina. I vigili del fuoco hanno fatto le verifiche e non c'è nessun crollo all'hotel Rigopiano. I carabinieri si sono attivati, è crollata la stalla delle tegole di Martinelli, ma non Rigopiano".

QM: "Ma il cuoco mi ha mandato un messaggio cinque minuti fa, piangendo... È una persona seria. Io le lascio il mio cellulare. Tenga presente che è una persona che non scherza..."

FP: "Senta, noi abbiamo fatto tutte le verifiche dal caso. E ci risulta che è crollata solo la stalla, che le devo dire? Noi è da stamattina che siamo tutti qui, in sala operativa. Il 118 mi conferma che hanno parlato con il direttore dell'hotel Rigopiano due ore fa ed è tutto a posto. Non è crollato nulla e stanno tutti bene... Io non so che dirle".

QM: "Eh, neanche io..."

FP: "Putroppo la mamma degli imbecilli è sempre incinta, sarà qualcuno che si diverte, che avrà preso il numero non so come...Però le garantisco che da stamattina sono state fatte tutte le verifiche e me lo conferma il 118 che hanno parlato con il direttore dell'hotel. Fosse crollato secondo lei rimanevamo qua?"

QM: "Mi faccia mettere in contatto con il direttore allora..."

FP: "A chi? Ma lei lo sa qui come siamo messi? Gente intossicata, gente che non può uscire con la dialisi da casa... No, no, provi lei a mettersi in contatto con l'hotel..."

QM: "Non ci riesco..."

FP: "Ci riesce, ci riesce... C'è riuscito il 118 con un telefono normale non ci riesce lei? Sia gentile... Ora mi scusi ma la devo lasciare perché ci sono delle situazioni veramente gravi..."

L'sms alla Regione.

Ore 21,45 del 18 gennaio 2017 - ​Giuseppina Manente, ufficio stampa della Provincia di Teramo, territorio in piena emergenza in quei giorni scrive un sms a Claudio Ruffini, a quell' epoca segretario del presidente della Regione, Luciano D'Alfonso. 

Giuseppina Manente: "Qui conteremo i morti x carenza di soccorsi, forse non vi state rendendo conto".

Rigopiano e il prefetto che si contraddice sugli interventi eseguiti. Sale la tensione sull’inchiesta per la strage di Rigopiano e per i ritardi e le omissioni nei soccorsi. Emerge il caos che ci fu in Regione: «Qui la gente muore e voi non lo capite», scrive Virginia Piccolillo, inviata a Pescara, il 27 novembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Un indagato, Paolo D’Incecco, ricoverato per un malore. Un fascicolo aperto dalla Procura di Campobasso sulla fuga di notizie. Sale la tensione sull’inchiesta per la strage di Rigopiano, nel giorno in cui gli atti di indagine vengono consegnati alle difese dei 23 indagati e ai legali delle 29 vittime. Migliaia di pagine da cui emergono nuovi particolari sul caos della gestione dell’emergenza, ma anche su omissioni e bugie.

Le false versioni. «Evidenti contraddizioni nella ricostruzione dei fatti», a posteriori, secondo i carabinieri forestali emergono anche nella versione del prefetto Francesco Provolo e del suo staff. Gli investigatori fanno riferimento a una riunione specifica, cui prendono parte vertici dei Vigili del fuoco, comandanti provinciali dell’Arma e della Guardia di Finanza. È il 24 gennaio, sei giorni dopo la valanga. «Il prefetto Provolo — annotano i carabinieri forestali — secondo quanto riportato a sua firma, iniziava la riunione elencando tutte le operazioni effettuate dalla Prefettura di Pescara già dal 16: ovvero l’apertura della sala operativa e l’insediamento del centro di coordinamento dei soccorsi e la convocazione del comitato operativo viabilità». Ma, fanno notare, è una «circostanza già smentita nelle evidenze investigative». Anche il suo staff dice cose incongruenti. La viceprefetto, Ida De Cesaris, all’inizio nega alla squadra mobile «che sia mai esistito un piano neve». Parlerà anche di una «turbina dirottata da Villa Celiera a Rigopiano». «È accertato — annotano i carabinieri forestali — che l’unica turbina inviata a Rigopiano è quella Anas di Penne, allertata solo dopo le 19.30».

La sorella del generale. A smentire la versione del prefetto è una testimone che ha un cognome ben noto alle cronache di questi giorni: Silvia Conti, comandante della polizia stradale di Pescara nonché sorella dell’ex generale della Forestale, morto suicida due settimane fa. «Non ho ricevuto alcuna convocazione per il comitato di viabilità presso la prefettura di Pescara», dirà agli inquirenti, smentendo il prefetto. Nelle carte si fa un riferimento anche al generale Conti che in una delle tre lettere scritte prima di morire (una mai rinvenuta) accennava a un senso di colpa per Rigopiano. In realtà si dice che «il suo parere risulta rilasciato correttamente». Dagli atti appare evidente come la turbina che avrebbe dovuto sgombrare la via di fuga dall’Hotel sia stata mandata altrove. Nella informativa del Noe si sottolinea «come sia emerso con forza un “esubero” di mezzi in attività ad Atri il giorno 17», rispetto ad altri centri come Rigopiano. Ce n’è «uno messo a disposizione da Strada dei Parchi “rimandato indietro”».

Il caos in Regione. Chiaro anche il quadro di caos alla Regione Abruzzo. Il presidente Luciano D’Alfonso, scrive il Noe, prima di convocare il Comitato operativo regionale, delega Claudio Ruffini. Intercettato nell’ambito di un altro procedimento lui smista le turbine, spesso minacciando chi obietta. «Dobbiamo fare un tavolo sennò qua ci scappa il morto», lo avverte Liberatore della Protezione civile Abruzzo. Alle 16.10, quando Ruffini ancora temporeggia a inviare uno spazzaneve sulla zona di Rigopiano, il consigliere regionale Lorenzo Sospiri chiude dicendo: «La gente sta morendo e voi non vi rendete conto».

Rigopiano, i periti della Procura: «L'hotel andava evacuato», scrive Mercoledì 29 Novembre 2017 “Il Messaggero". Per salvare le vite umane era necessario evacuare l'hotel due giorni prima della tragedia. Lo scrivono i periti della Procura di Pescara: «Tale evacuazione avrebbe dovuto avvenire già dal primo pomeriggio del 16 quando sia i bollettini meteorologici e il relativo avviso di condizioni meteorologiche avverse sia il bollettino valanghe emesso dal Servizio Meteomont avevano confermato lo scenario di precipitazioni nevose intense e di possibile attività valanghiva». La valanga avrebbe comunque distrutto l'hotel, ma «la sospensione temporanea dell'esercizio dell'Hotel Rigopiano e la tempestiva evacuazione delle persone» avrebbe permesso di salvarli prima «ben prima che i quantitativi di neve al suolo rendessero ingestibile la percorribilità della strada provinciale». La zona dove era costruito l'Hotel Rigopiano era un'area soggetta a valanghe. È quanto emerge ancora dalla relazione dei periti della procura di Pescara che indaga su quanto avvenuto a Farindola il 18 gennaio 2017. Con 29 vittime, quella dell'Hotel Rigopiano è la più grave tragedia causata da una valanga avvenuta in Italia dal 1916. Secondo i periti inoltre la causa della slavina non furono le scosse di terremoto registrate quella mattina. «Si può concludere, con una ragionevole certezza, che le scosse sismiche non hanno giocato un ruolo causale diretto per il distacco della valanga, la quale viceversa è stata innescata per carico gravitativo». «L'evento del 18 gennaio - aggiungono - può essere considerato relativamente eccezionale per la sua entità e magnitudo ma certamente e oggettivamente prevedibile sulla base di analisi, anche routinarie, in materia di geologia, geomorfologia, nivologia, climatologia e ingegneria della montagna», concludono i periti. Uno di loro, Igor Chiambretti, al Tgr Abruzzo la scorsa settimana aveva anticipato come si potesse «evitare la perdita delle vite umane. Il danno all'edificio era non evitabile, anche se l'edificio era costruito secondo buoni criteri, ma le pressioni di impatto erano tali che avrebbero distrutto anche un bunker in cemento armato». «Il bacino valanghivo al termine del quale era ubicato l'Hotel Rigopiano dimostra di avere tutte le caratteristiche morfologiche, morfometriche, vegetazionali e nivologiche per poter essere catalogato quale un sito valanghivo soggetto a fenomeni di magnitudo anche elevata con tempi di ritorno estremamente variabili (indicativamente da 3 a 12 anni per gli eventi di media magnitudo e da 36 a 72 anni per gli eventi di magnitudo estrema)», si legge nel documento, redatto da Bernardino Chiaia, Igor Chiambretti e Barbara Frigo, che confermano quanto già emerso nel gennaio scorso a seguito dell'inchiesta svolta dal Forum H2O, che aveva per primo denunciato come l'hotel fosse stato costruito sui detriti conoidi delle valanghe. «L'analisi morfometrica sin qui svolta e la comparazione di diverse riprese aeree fotografiche (che coprono il periodo tra il 1945 e l'attuale) consentono di confermare la presenza di due conoidi miste i cui agenti morfogenetici e deposizionali sono ascrivibili, con sicurezza, ai processi gravitativi di versante (colate detritiche, valanghe, processi eluvio- colluviali e frane di crollo) - proseguono i periti - Si rileva altresì un'assoluta negligenza da parte dei soggetti preposti nel fatto di non aver considerato l'area in oggetto come area valanghivo, nonostante le notevoli storiche emergenti, anche in assenza di studi specifici commissionati. Ciò ha comportato l'omissione della messa in atto di procedure di protezione e/o di opere di difesa». Dalla lettura delle carte aeree quindi si comprende come «particolare il vallone che insiste sulla località di Rigopiano, mostri evidenti e numerose tracce di attività valanghiva avvenuta nel corso dell'inverno 1944-1945. Buona parte del bosco risulta rimosso lungo il percorso della valanga e la conoide è pressoché priva di alberi salvo alcune piante isolate - concludono i periti - Sono ben visibili, nelle valli limitrofe, numerose tracce penetranti (corridoi di deforestazione di colore grigio chiaro) causate dallo scorrimento di valanghe nella fascia occupata dalle faggete».

Le carte false di Rigopiano: l'ultimo abuso dell'hotel che non c'è più. L'albergo nel quale sono morte 29 persone non poteva essere costruito. Ma, secondo gli inquirenti, fu presentato un progetto con foto contraffatte, scrive Fabio Tonacci su "La Repubblica" il 29 novembre 2017. Quell'hotel quattro stelle con piscina all'aperto divenuto la tomba di 29 persone non doveva essere costruito lì, sotto a un canalone lungo cui già nel 1954 vennero giù tonnellate e tonnellate di neve. Soprattutto, non doveva essere un hotel quattro stelle con piscina all'aperto. Non poteva perché c'erano vincoli ambientali e relazioni geologiche che avrebbero dovuto bloccare anche solo l'idea di un ampliamento del vecchio rifugio. 

La tragedia di Rigopiano poteva essere evitata? Le situazioni di grande rischio furono ignorate o non comprese proprio da chi ufficialmente ne ha il compito, scrive Enzo Boschi il 28 novembre 2017 su "Agi". Il 18 gennaio scorso verso le 17:00, l'ora precisa non è nota, una valanga di neve e detriti di grandissime proporzioni si distaccò da una linea di cresta del monte Siella, parte del massiccio del Gran Sasso, e raggiunse l'Hotel Rigopiano attraverso un canalone. La valanga travolse l'albergo, sfondandone le pareti e spostandolo di una decina di metri, per poi precipitare ancora più a valle provocando ventinove vittime. Se ne riparla i questi giorni perché ventitré persone sono state raggiunte da avvisi di garanzia per vari possibili reati legati a quella terribile tragedia. Secondo i PM furono ignorati allarmi, si verificarono ritardi negli interventi e furono commessi abusi nella costruzione dell’albergo. Evidentemente ritengono che la tragedia avrebbe potuto essere evitata. Opinione che condividiamo anche se non abbiamo certo intenzione di esprimere giudizi di sorta sull’operato della Magistratura. Quello stesso giorno cinque scosse di terremoto, quattro delle quali superiori a magnitudo 5, interessarono una zona non molto lontana fra Campotosto, Montereale e Capitignano in Centro Italia. Più precisamente si verificarono scosse di magnitudo 5.3 alle 10:25. 5.4 alle 11:14. 5.3 alle 11:25. 5.1 alle 14:33. 4.3 alle 16:16. Nei principali mezzi di informazione venne subito affermato che la valanga non era stata provocata da terremoti. Questo perché, secondo gli esperti interpellati, le scosse si erano verificate alcune ore prima della valanga, anche se non era dato conoscere con precisione quando questa si fosse verificata. Secondo loro terremoti di quella magnitudo non potevano aver innescato valanghe a chilometri di distanza dall’epicentro. Non furono però forniti argomenti a sostegno di affermazioni tanto nette. Anche un geologo torinese, insieme a due ingegneri del Politecnico di Torino, incaricato dalla Procura di studiare il caso escluse immediatamente la correlazione valanga-terremoti. Anche in questo caso non è dato conoscere su quali basi si è arrivati tanto rapidamente a una conclusione così decisa. Su SkyNews una decina di giorni dopo, il 27 febbraio alle ore 10:20, il presidente dell'INGV dichiarò: “Quel giorno ci furono quattro scosse di magnitudo superiore anche a 5. Ci furono; però nell’intervallo di tempo in cui è caduta la valanga, non risultano scosse importanti. Cioè (la valanga, ndr) è caduta sicuramente dopo le 16:30, quando le grandi scosse erano già avvenute. Non possiamo fare una correlazione diretta tra la sismicità e la valanga. La valanga sarebbe caduta comunque. Può darsi che la sismicità di fondo abbia contribuito, ma sarebbe in ogni modo caduta proprio per il peso stesso della neve". Nel 2010 un gruppo di ricercatori dell’università giapponese di Nagoya aveva pubblicato uno studio sul Journal of Glaciology mettendo in relazione i database sismologici di tutto il mondo con tutte le valanghe verificatesi nel periodo compreso tra il 1899 e il 2010. Identificarono valanghe connesse con sismi per valori vari della magnitudo e della distanza dall’epicentro. Da quello studio emerge che terremoti anche non particolarmente violenti e abbastanza distanti sono in grado di innescare valanghe disastrose. In altre parole la distanza dall'epicentro non risulta essere un ostacolo per la generazione di un evento catastrofico come quello che ha distrutto l'albergo di Rigopiano. Questo sulla base di dati sperimentali. Si tenga conto che, nel caso di Rigopiano, la distanza fra gli epicentri e il luogo del distacco della valanga non è molto elevato. Le dichiarazioni degli esperti sono solo loro opinioni. Opinioni rispettabili come tutte le opinioni ma non provenienti da osservazioni scientifiche verificabili e certamente non da esperti di Sismologia moderna. Non risulta inoltre che la zona origine della valanga fosse dotata di sensori tali da permettere una valutazione quantitativa della sollecitazione sismica subita. Non vi è dubbio alcuno che le perturbazioni delle quattro scosse di magnitudo superiore a 5 siano arrivate, forti e chiare, alla massa di neve che poi è precipitata rovinosamente a valle. E senz'altro è arrivata anche la perturbazione della scossa di magnitudo 4.3 delle 16:16, scossa, questa, stranamente ignorata dagli esperti. Si tenga presente che non c'è alcuna ragione fisica che imponga una relazione istantanea fra terremoto e valanga. Il distacco della massa di neve è la conseguenza di un processo cumulativo di più fattori, fra i quali l'attività sismica ha senz’altro avuto un ruolo non trascurabile per la grande energia che i terremoti mettono un gioco. Sorprendono quindi il modo assertivo e la sollecitudine con cui la causa sismologica della catastrofe è stata scartata senza mostrare alcuna giustificazione scientifica. In quel terribile periodo di terremoti e grandi nevicate, il Presidente della Commissione Grandi Rischi non ascoltò mai la sezione che si occupa dei rischi meteo-idrologico, idraulico e di frana, come lo stesso coordinatore di quella sezione ebbe a dichiarare nonostante, una settimana prima del disastro, fosse stato diramato un serissimo allarme meteo: era prevista con certezza neve fra i 2 e i 4 metri! Anche se risultassero responsabilità gravi per coloro che hanno ricevuto l’avviso di garanzia, non va assolutamente dimenticato che le situazioni di grande rischio furono prima di tutto ignorate o non comprese proprio da coloro che hanno ufficialmente il compito e, in linea di principio, le competenze necessarie per individuare e valutare i rischi.

Rigopiano, Filippo Facci brutale il 29 Novembre 2017 su "Libero Quotidiano”. Spazza via le balle sulla strage: "Ecco chi sono i veri sciacalli". Si riparla della valanga di Rigopiano - che il 18 gennaio uccise 29 persone rimaste isolate in un hotel in provincia di Pescara - e i quotidiani ora tirano fuori alcune intercettazioni che fanno parte di un'altra inchiesta, ma che tendono a ricostruire la medesima falsa sceneggiatura che a suo tempo fu propinata agli italiani: che i clienti dell'hotel non furono salvati per inefficienza e sciatteria delle autorità, il tutto con un contorno di sottovalutazione e sfottò telefonici. Non è vero, anzi, è sicuramente falso - posto che c'è un processo da fare - e però ieri c' erano titoli come "Allarmi ignorati, battute e risate" e "Rigopiano, risate un'ora prima: c' è la spa? Facciamo il bagno". Posto che di difendere funzionari e dipendenti dell'Anas non ce ne frega niente, in sostanza la stampa continua con un canovaccio genericamente colpevolista e dimentica che i giorni successivi alla tragedia permisero di capire com' era andata davvero. Ma qualcuno non l'ha capito ancora oggi. Ci fu confusione, certo, prima della tragedia ci furono le battute che facciamo tutti quando tutto è ancora normale: ma vanno ricordate un paio di cose, visto che le scrissero in pochi e confusamente. Anzitutto: nel dire che la tragedia era "imprevedibile" non c'era niente di male, visto che in quella località in cui non cadevano valanghe da almeno 50 anni. Imprevedibili, soprattutto, furono quattro scosse di terremoto in quattro ore e vento a 90 all'ora e una valanga pazzesca: eppure dissero che la tragedia era "prevedibile" e che bastava guardare il meteo, dimenticando che i primi a non farlo furono il proprietario dell'hotel e gli ospiti coi loro bambini.

PRIORITÀ AI MALATI. Molti poi parlano come se la scelta di tenere l'hotel in coda ai soccorsi fosse stata una dimenticanza: quando invece fu una scelta. La prefettura diede infatti la "priorità" alla statale 81, dove c' erano residenti anziani, malati e disabili. Posto che gli spazzaneve disponibili erano quelli che erano (che poi ne servissero altri è un altro discorso: ma di fatto non c' erano) dovreste semmai chiedervi che scandalo sarebbe esploso, nel caos mediatico, se questi pochi mezzi fossero stati mandati prima dai turisti di un hotel isolato (qualcuno li avrebbe chiamati Vip) e solo dopo dai residenti anziani e malati. Le polemiche avrebbero fatto rotolare un'altra valanga. Ci furono delle legittime proteste sulle "turbine", ossia gli spazzaneve impiegati altrove, o rotti, o senza gasolio: ma, anche se presenti in massa e allertati con la massima tempestività, non sarebbero serviti a nulla, perché la valanga di Rigopiano li avrebbe anticipati. Nessuno, ancor oggi, si prende la briga di spiegarlo. Se ne dubitate, andate a prendere il quotidiano Il Centro dell'8 marzo 2015 (due anni prima della tragedia) e apprendete che all' Hotel Rigopiano in quei giorni si era presentata una situazione simile a quella che ha preceduto la valanga del gennaio scorso: due metri di neve, emergenza, strada impraticabile e niente rifornimenti. La differenza è che l'allarme, nel 2015, fu recepito immediatamente (senza tre ore di ritardo, tutte le accuse sono riconducibili a queste tre ore) e che le turbine furono spedite subito: ma poi per arrivare all' hotel impiegarono un'intera giornata nonostante i metri di neve fossero solo due, e non tre come nel 2017, quando peraltro c' erano anche altri impedimenti legati al terremoto e al vento. Insomma: nessuna turbina al mondo - neppure se spedita immediatamente, dopo tempestivo allarme - avrebbe potuto giungere in tempo per permettere un'evacuazione prima della famosa valanga.

ACCUSE INFONDATE. Basta rileggere la cronaca di allora. E questo semmai potrebbe riaccendere la questione della "prevedibilità", ma in senso inverso: imprevedibile, nel gennaio scorso, è stato il terremoto, ma il problema della neve e della strada impraticabile non poteva essere una sorpresa per nessuno, tantomeno per la proprietà dell' hotel che, tuttavia, si è presa la responsabilità di tenere aperta una struttura a ricorrente rischio di isolamento, o, ancora, la responsabilità di non invitare gli ospiti della struttura ad andarsene sinché erano in tempo. Poi, con tre metri di neve, non sarebbe cambiato nulla neppure se la turbina spazzaneve più vicina (un Fresia F90 ST che si trovava a una ventina di chilometri dall' albergo) avesse lasciato il percorso tra Penne e Guardiagrele per dirigersi immediatamente in direzione Farindola, e quindi al resort. Non avrebbe fatto in tempo. Viene meno, in sostanza, parte delle accuse che si attorcigliarono a suo tempo e che ancor oggi riecheggiano dalle intercettazioni: infatti, a meno di ipotizzare che le turbine potessero indirizzarsi verso Rigopiano (tralasciando gli altri comuni) ancor prima che fossero sollecitate dall' hotel, e ancor prima del terremoto, nessun mezzo avrebbe mai fatto in tempo a liberare la strada prima della valanga. Anche perché nella mattinata di mercoledì, quando il direttore dell'hotel inviava una mail alle autorità per sollecitare aiuto, e quando mancavano una decina di ore alla valanga, la neve era alta due metri che entro il pomeriggio sarebbero diventati tre. Ergo: anche senza ipotizzare l'imprevedibile, ossia le scosse e la valanga, l'ipotesi che il resort Rigopiano restasse ancora una volta isolato era probabilmente contemplata in primis dai proprietari e in secundis dalle autorità. Era già successo. C' è un'inchiesta, dicevamo, ma si dimentica che riguarda in primo luogo l'idoneità dell'albergo e il suo luogo di costruzione, oltre a un presunto ritardo dei soccorsi. L' Hotel di Rigopiano sorgeva in una zona a rischio, ma l'ultima valanga ipotizzata - perché non è neanche certo - risalirebbe al 1936. Si poteva non costruirci, ma parliamo di un Paese - l'Italia - che è a rischio idrogeologico nell' 88,3% dei comuni, senza contare le zone telluriche, vulcaniche e soggette a valanghe. Basti che la zona dell'Hotel Rigopiano non era neppure stata inserita come "a rischio" dal Piano di assetto idrogeologico. Dovremmo non costruire in tutto il Paese, insomma. Filippo Facci

Rigopiano, 7 indagati per depistaggio, anche l'ex prefetto. L'accusa è frode in processo penale. Tra le accuse che vengono mosse quella di aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del giorno 18 gennaio 2017, scrive il 28 dicembre 2018 "La Repubblica". Nuovo fascicolo di indagine sulla tragedia dell'Hotel Rigopiano: la Procura di Pescara ha notificato 7 avvisi di garanzia per il reato di frode in processo penale e depistaggio a carico del personale della Prefettura di Pescara, compreso l'ex prefetto. Le accuse che vengono mosse sono quelle di aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del giorno 18 gennaio 2017 alla Squadra Mobile di Pescara per nascondere la chiamata di soccorso fatta alle 11.38 dal cameriere Gabriele D'Angelo al centro coordinamento soccorsi. L'indagine è guidata dal Procuratore Capo della Repubblica di Pescara Massimiliano Serpi e del Sostituto Procuratore Andrea Papalia, con i Carabinieri Forestali di Pescara guidati dal tenente colonnello Annamaria Angelozzi. Tra gli indagati l'ex prefetto Francesco Provolo e i due viceprefetti distaccati Salvatore Angieri e Sergio Mazzia. Con loro i dirigenti Ida De Cesaris, Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva. Salvatore Angieri oggi è l'attuale vicario del Prefetto di Macerata, mentre Mazzia è il vicario del Prefetto di Crotone. Gli investigatori del Gruppo Carabinieri di Pescara stavano indagando su tale vicenda già da un anno dopo l'acquisizione di un'inedita conversazione avvenuta tra un carabiniere della sala operativa di Pescara e la funzionaria della prefettura Daniela Acquaviva, balzata a suo tempo alle cronache per la telefonata nella quale proferiva la frase "la mamma degli imbecilli è sempre incinta", in cui dice al carabiniere che l'intervento su Rigopiano era stato fatto in mattinata riferendosi proprio alla telefonata pervenuta da Gabriele D'Angelo. E' ipotizzabile che D'Angelo abbia chiesto l'evacuazione della struttura dopo le scosse di terremoto che avevano interessato la zona.  A mettere gli investigatori sulla traccia giusta c'è, agli atti della prima indagine, quella che ha portato ai 25 indagati, una telefonata tra i carabinieri e la Prefettura delle ore 18.09 del 18 gennaio 2017, quindi almeno un'ora e venti dopo la valanga. Il carabiniere di servizio riferisce di aver ricevuto una telefonata di Quintino Marcella: Quintino è il proprietario del ristorante di Silvi dove lavorava Giampiero Parete, scampato alla tragedia con la famiglia: il ristoratore dichiarava ai carabinieri che Parete gli aveva riferito della valanga. "Ho preso una telefonata adesso da un signore - dice il carabiniere - di un certo Quintino. Marcella. Questo qua mi ha detto che un cuoco di sua conoscenza che sta all'Hotel Rigopiano...", al che la dirigente Acquaviva lo ferma per dirgli che "l'Hotel Rigopiano è già stato fatto questa mattina. C'erano dei problemi. Sono stati raggiunti e sta tutto apposto". L'operatore del 112 di Pescara a quel punto chiede cosa sia stato fatto, perché a lui Marcella avrebbe detto che "è crollato l'Hotel". "Eh, sì questa mattina", è la risposta della Acquaviva, e il carabiniere all'oscuro di tutto ribatte "Ah, ma sto' deficiente mi ha fatto spaventare. Mi ha detto: guardi mi ha detto è crollato l'Hotel Rigopiano e che ci sono delle persone dentro". La funzionaria della Prefettura lo tranquillizza chiarendogli: "Ma no l'intervento sull'Hotel Rigopiano l'hanno fatto questa mattina". Ma di che intervento si tratta? Si tratta di un controllo evidentemente. Lo scambio di battute tra Prefettura e Carabinieri di fatto termina con un ambientale registrato nella telefonata nella quale la Acquaviva si rivolge ad una terza persona che si trova con lei e le chiede: "...scusa l'Hotel Rigopiano è stato fatto questa mattina l'intervento no? ...ai Carabinieri ha telefonato uno dicendo è crollato l'Hotel Rigopiano con dentro la gente ma... una voce maschile in ambientale dice: ma che stiamo scherzando. Donna: ma non è vero. Una voce maschile in ambientale dice: è uscito fuori che era uno scherzo...". L'operatore del 112 a quel punto tira un sospiro di sollievo "Ah addirittura è uscito fuori che era uno scherzo" si sente sempre nell'ambientale della telefonata. Altre voci di sottofondo della sala operativa della Prefettura dicono "Ho parlato pure io con un uno di Rigopiano... dice che siccome ci sono problemi con le linee telefoniche... scusa contattate là. Eh no io credo sia tutta una montatura". L'indagine parte proprio da qui: da questa telefonata di D'Angelo, che risulta aver chiamato la Prefettura, non c'è traccia in nessun brogliaccio, eppure è stata ricevuta.

Rigopiano, indagine per depistaggio: 7 sotto accusa. “Nascosero brogliacci delle richieste di soccorso dall’hotel”. La procura di Pescara guidata da Massimiliano Serpi sospetta che l'ex prefetto Francesco Provolo e altri funzionari della prefettura abbiano occultato il brogliaccio delle segnalazioni del giorno della tragedia alla squadra mobile di Pescara per nascondere la chiamata fatta dal cameriere Gabriele D'Angelo che richiedeva l'evacuazione della struttura diverse ore prime della valanga, scriv e"Il Fatto Quotidiano" il 28 dicembre 2018. Frode in processo penale e depistaggio. Con queste accuse 7 persone sono indagate in un nuovo filone d’inchiesta sulla tragedia dell’hotel Rigopiano, seppellito da una valanga il 18 gennaio 2017. La procura di Pescara guidata da Massimiliano Serpi sospetta che l’ex prefetto Francesco Provolo e altri funzionari della prefettura di Pescara abbiano occultato il brogliaccio delle segnalazioni del giorno della tragedia alla squadra mobile di Pescara per nascondere la chiamata fatta dal cameriere Gabriele D’Angelo – una delle 29 vittime – poche ore prima della valanga per chiedere aiuto al Posto di coordinamento avanzato di Penne. Una telefonata di cui avevano dato conto il TgR Abruzzo e Ilfattoquotidiano.it lo scorso 6 novembre (nell’immagine in evidenza il brogliaccio). “Gabriele D’Angelo, Rigopiano, evacuazione”, era appuntato nell’elenco. L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Andrea Papaliae affidata ai carabinieri forestali di Pescara guidati dal tenente colonnello Annamaria Angelozzi, vede tra gli indagati, oltre a Provolo, anche i due viceprefetti distaccati Salvatore Angieri eSergio Mazzia. Sotto accusa anche i dirigenti Ida De Cesaris, Giancarlo Verzella, Giulia Pontrandolfo e Daniela Acquaviva. Oggi Angieri è il vicario del prefetto di Macerata, mentre Mazzia è il vicario del prefetto di Crotone. Gli investigatori stavano indagando su tale vicenda già da un anno dopo l’acquisizione di un inedita conversazione avvenuta tra un carabiniere della sala operativa di Pescara e la funzionaria della prefettura Daniela Acquaviva, balzata a suo tempo alle cronache per la telefonata nella quale proferiva la frase “la mamma degli imbecilli è sempre incinta”, in cui dice al carabiniere che l’intervento su Rigopiano era stato fatto in mattinata riferendosi proprio alla telefonata pervenuta da Gabriele D’Angelo. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, D’Angelo avrebbe chiesto l’evacuazione della struttura dopo le scosse di terremoto che avevano interessato la zona. A mettere gli investigatori sulla traccia giusta c’è agli atti della prima indagine – quella chiusa nelle scorse settimane con 25 indagati – una telefonata tra i carabinieri e la Prefettura delle ore 18.09 del 18 gennaio 2017, quindi almeno un’ora e venti dopo la valanga. Il carabiniere di servizio riferisce di aver ricevuto una telefonata di Quintino Marcella, il proprietario del ristorante di Silvi dove lavorava Giampiero Parete, scampato alla tragedia con la famiglia: il ristoratore dichiarava ai carabinieri che Parete gli aveva riferito della valanga. “Ho preso una telefonata adesso da un signore – dice il carabiniere – di un certo Marcella Quintino. Questo qua mi ha detto che un cuoco di sua conoscenza che sta all’hotel Rigopiano…”, al che la dirigente Acquaviva lo ferma per dirgli che “l’hotel Rigopiano è già stato fatto questa mattina. C’erano dei problemi. Sono stati raggiunti e sta tutto apposto”. L’operatore del 112 di Pescara a quel punto chiede cosa sia stato fatto, perché a lui Marcella avrebbe detto che “è crollato l’hotel”. “Eh, sì questa mattina”, è la risposta della Acquaviva, e il carabiniere all’oscuro di tutto ribatte: “Ah, ma sto deficiente mi ha fatto spaventare. Mi ha detto guardi mi ha detto è crollato l’hotel Rigopiano e che ci sono delle persone dentro”. La funzionaria della prefettura lo tranquillizza chiarendo: “Ma no l’intervento sull’hotel Rigopiano l’hanno fatto questa mattina”. Ma di che intervento si tratta? Si tratta di un controllo evidentemente. Lo scambio di battute tra prefettura e carabinieri di fatto termina con un ambientale registrato nella telefonata nella quale la Acquaviva si rivolge ad una terza persona che si trova con lei e le chiede: “…scusa l’hotel Rigopiano è stato fatto questa mattina l’intervento no? …ai carabinieri ha telefonato uno dicendo è crollato l’hotel Rigopiano con dentro la gente ma…”. Una voce maschile in ambientale dice: “Ma che stiamo scherzando”. Donna: “Ma non è vero”. Una voce maschile in ambientale aggiunge: “È uscito fuori che era uno scherzo…”. L’operatore del 112 a quel punto tira un sospiro di sollievo: “Ah addirittura è uscito fuori che era uno scherzo”, si sente sempre nell’ambientale della telefonata. Altre voci di sottofondo della sala operativa della prefettura dicono: “Ho parlato pure io con un uno di Rigopiano… dice che siccome ci sono problemi con le linee telefoniche… scusa contattate là. Eh no io credo sia tutta una montatura”. L’indagine parte proprio da qui: di questa telefonata di D’Angelo, che risulta aver chiamato la prefettura, non c’è traccia in nessun brogliaccio, eppure è stata ricevuta. E c’è quell’appunto: “Evacuazione”.

Rigopiano, bimba orfana scrive lettera a Babbo Natale: "Portala alla mia mamma, che mi manca tanto". Gaia Matrone ha 7 anni e il 18 gennaio 2017 perse la madre Valentina, una delle 29 vittime della tragedia dell'Hotel Rigopiano, scrive Franco Grilli, Venerdì 28/12/2018, su "Il Giornale". Non è la classica e solita letterina a Babbo Natale. Gaia Matrone, 7 anni, ha perso la mamma Valentina nella tragedia di Rigopiano, il 18 gennaio 2017. Suo papà Giampaolo, invece, si salvò miracolosamente dopo 62 ore da sepolto vivo nel resort. La piccola ha scritto una lettera a Babbo Natale, nella quale la bambina più che chiedere giocattoli, chiede un grosso favore a Santa Claus: "Desidero tanto che porti questa lettera alla mia mamma, perché incontri gli angeli e quindi può recapitarla anche a lei. Cara mamma mi manchi tanto, ti voglio bene con tutto il mio cuore, ti penso sempre e so che sei la stella più luminosa che c'è in tutto il cielo. C'è una sorpresa per te, con affetto ti voglio bene". Allegate alla missiva, rivela il papà, due foto, per farle capire che stiamo bene. L'uomo, dunque, si sfoga in un video di YouMedia-FanPage: "La vita non è facile, devo inghiottire spesso bocconi amari per la tristezza di mia figlia, il suo vivere di ricordi della mamma che oggi possono essere solo delle foto o dei momenti passati assieme noi tre. Gaia dice sempre che a Gesù serviva una dottoressa e ha chiamato Valentina, che era un'infermiera". E ancora: "Ma è giusto che nella letterina a Babbo Natale la prima preoccupazione di una bambina di 7 anni, che dovrebbe ricevere dei regali, sia stata quella di chiedergli se poteva recapitare queste parole alla mamma?", si chiede Giampaolo Matrone, che oltre a Babbo Natale, la lettera vorrebbe consegnarla anche ad altri destinatari, ovvero tutti coloro per i quali la Procura di Pescara ha chiesto il rinvio a giudizio, ma anche altri le cui posizioni per ora sono state archiviate dall'inchiesta."Nè io, nè tutti gli altri parenti e congiunti delle vittime riusciamo ad accettare quello che è successo quel giorno, figuriamoci i bambini: non ci dimentichiamo che Rigopiano ha lasciato anche tanti orfani di uno o di tutti e due i genitori e Gaia è una di loro. La Procura e i giudici non devono prendere sotto gamba la situazione. Ci impieghino pure tutto il tempo necessario, ma almeno tra qualche anno avremo la pena certa e la giustizia certa, sia per le persone che non ci sono più, per i nostri cari, sia per noi che siamo rimasti in vita, sia per i bambini, perché se li sono scordati tutti: gli orfani di Rigopiano sono stati dimenticati".

L'ultima lettera del generale suicida: "La mia colpa per le vittime di Rigopiano". L'ultimo, drammatico messaggio di Guido Conti, ex alto ufficiale del Corpo forestale, che aveva firmato alcune delle autorizzazioni per il centro benessere dell'albergo abruzzese distrutto da una valanga la notte del 18 gennaio scorso. Gli investigatori alla ricerca della terza missiva spedita prima di uccidersi sulla strada verso il Monte Morrone, scrive il 18 novembre 2017 "La Repubblica". Si è ucciso con un colpo alla tempia destra esploso con una pistola calibro 9 a poca distanza dall'auto con cui era arrivato alle pendici del monte Morrone. E' stato anche il primo esame medico a confermare che l'ex generale dei carabinieri forestali Guido Conti, trovato morto ieri a Sulmona, si è suicidato con un solo colpo di pistola. Ulteriori conferme sono giunte dai tanti particolari raccolti dagli investigatori, i carabinieri dell'Aquila, sia sul luogo della tragedia che dalle testimonianze rese da familiari e amici. Tra gli altri, la decisione di oscurare il profilo social, già da ieri, era parso un chiaro segnale premonitore. Ma a rendere ancora più tragica la fine dell'ufficiale, andato in congedo dopo il passaggio del Corpo forestale all'Arma dei carabinieri, è una delle lettere lasciate ai familiari, nella quale Conti racconta di non aver mai superato il dolore e il senso di angoscia per le vittime della tragedia di Rigopiano. Nella lettera, indirizzata "alla mia famiglia" e il cui contenuto è stato anticipato dall'AdnKronos, Guido Conti scrive tra l'altro: "Da quando è accaduta la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perché tra i tanti atti, ci sono anche prescrizioni a mia firma". Conti entra poi nel merito, specificando: "Non per l'albergo, di cui non so nulla, ma per l'edificazione del centro benessere, dove solo poi appresi non esserci state vittime. Ma ciò non leniva il mio dolore. Pur sapendo e realizzando che il mio scritto era ininfluente ai fini della pratica autorizzativa mi sono sempre posto la domanda: Potevo fare di più?". Conti conclude la lettera con espressioni di grandissimo affetto per la famiglia. Guido Conti era andato in pensione dal corpo forestale ed era andato a lavorare in Basilicata per la Total, multinazionale del petrolio che ha un impianto in Val d'Agri. A quanto si è appreso, Conti si è licenziato nei giorni scorsi e ieri mattina è uscito verso le 9,30 dalla sua casa di via Battisti, a Sulmona, dicendo alla moglie che sarebbe rientrato a pranzo. Salito sulla Smart utilizzata dalle figlie, si è fermato in una tabaccheria in via De Nino, dove ha acquistato tre fogli e buste da lettera e un francobollo, per poi risalire in macchina e fermarsi in qualche luogo dove ha scritto i suoi ultimi messaggi. Al momento sono state trovate due lettere: una indirizzata alla famiglia e una alla sorella. Mancherebbe la terza lettera, quasi certamente affrancata e spedita a un destinatario al momento sconosciuto. Conti poi è risalito in auto, dirigendosi sulla strada verso il Morrone. Una scelta anche questa non casuale. Da sempre il generale amava fare lunghe passeggiate lungo la provinciale che da Sulmona sale verso Pacentro, chiusa da due anni e mezzo, in seguito a una frana del marzo 2015. Percorsi cinque tornanti, Conti ha parcheggiato l'auto in una piazzola che costeggia la provinciale è sceso e si è ucciso con la sua pistola. Il caso ha voluto che a trovarlo siano stati due forestali, che avevano lavorato con lui a Sulmona. Subito è scattato il protocollo previsto in questi casi: l'area è stata circoscritta e sul posto sono intervenuti i carabinieri e poco dopo il sostituto procuratore Aura Scarsella. I rilievi sono continuati fino all'alba di venerdì mattina. L'auto è stata posta sotto sequestro, così come la pistola e le lettere indirizzate ai familiari. Un anno fa, sul suo profilo Facebook, Conti aveva pubblicato una lettera aperta indirizzata all'ex premier Matteo Renzi, in cui il generale difendeva il Corpo forestale contro l'accorpamento nell'Arma deciso dal governo. Un intervento contro "lo scioglimento di una istituzione benemerita bisecolare e carica solo di dignità, abnegazione ed efficienza", rispetto al quale - scriveva Conti - "mio Padre (pure lui un forestale, ndr) è morto due volte. E insieme a lui decine di migliaia di uomini che nella nostra Missione, perché tale è lo spirito che ci anima, hanno creduto e credono. E questo non posso permetterlo. Senza battermi fino in fondo".

Tragedia di Rigopiano: la valutazione del forestale suicida era corretta, scrive il 27.11.2017 "La Regione". I consulenti tecnici della Procura di Pescara hanno valutato che ''il parere sul vincolo idrogeologico risulta correttamente rilasciato poiché l'esiguo movimento di terreno per la sistemazione del manufatto non poteva determinare nessun movimento franoso e in ogni caso tale parere non era mirato ad affrontare le specifiche tematiche di geomorfologia globale dell'area nel contesto complessivo''. È quanto si legge nelle carte dell'indagine sulla tragedia di Rigopiano del 18 gennaio scorso dove sono morte 29 persone. Il passaggio riguarda il parere favorevole emesso dall'ex generale dei carabinieri forestali Guido Conti, suicidatosi il 17 novembre scorso. All'epoca del fatti, nel marzo del 2007, Conti guidava il comando provinciale della Forestale. In una lettera lasciata prima di uccidersi, Conti aveva parlato di Rigopiano come di un suo cruccio. Il progetto di realizzazione del centro benessere dell'hotel riguardava ''esigua movimentazione di terreno, da cui non poteva derivare nessuna frana''. Nell'informativa si prende in esame anche la relazione del geologo Luciano Sbaraglia inserita nel progetto di ristrutturazione dell'hotel: secondo quanto evidenziato ''Sbaraglia era consapevole che l'hotel Rigopiano sorgeva in un'area montana in forte pendenza. Nonostante ciò nella sua relazione non ha affrontato le tematiche geomorfologiche e non ha effettuato una valutazione della stabilità del pendio sovrastante l'hotel e conseguentemente nessuna valutazione sull'esistenza del rischio valanga''. 

Suicidio Guido Conti, la famiglia: «Rigopiano non c’entra». «Correlazioni prive di fondamento aggiungono dolore a dolore», scrive il 19 Novembre 2017 "Prima da Noi". «Apprendiamo con immenso dolore come la morte del nostro congiunto sia stata messa in relazione alla tragedia di Rigopiano. Stupisce che questa correlazione sia stata da taluno ipotizzata in assenza di qualsiasi collegamento diretto e indiretto tra l'attività svolta da Guido e le vittime di Rigopiano. Tutto ciò aggiunge dolore al dolore». E' quanto riferisce all'Ansa un familiare dell'ex generale dei carabinieri forestali, Guido Conti, che si è suicidato nelle campagne di Pacentro venerdì scorso. Conti si e' suicidato con un colpo di pistola e i diversi indizi non lascerebbero dubbi su questa ipotesi, secondo gli investigatori. Al termine dell'esame peritale, dal quale non sono emersi altri segni di violenza, la salma è stata riconsegnata ai familiari per l'allestimento della camera ardente che da domenica mattina è stata aperta nell'aula d'udienza al piano terra del Tribunale peligno. Prima del gesto estremo Conti ha lasciato una lettera alla famiglia e un'altra ad una sorella. Mancherebbe una terza missiva che sarebbe stata spedita non si sa a quale destinatario, poco prima che salisse su una Smart di una delle due figlie per dirigersi verso le pendici del Monte Morrone (luogo a lui molto caro) per premere su quel grilletto. Secondo le poche informazioni trapelate la morte risalirebbe ad un breve arco di tempo intorno alle 19. Un fatto non irrilevante perchè amplia di molto il periodo di tempo trascorso tra l’uscita di casa intorno alle 10, la fermata dal tabaccaio per comprare fogli e francobollo e il momento della morte. Che cosa ha fatto l’ex generale in tutto quel tempo? Ha incontrato altre persone? Ha parlato con altre persone? Un periodo molto lungo da sostenere per una persona che già dalla mattina aveva deciso. Molto risalto è stato dato nella giornata di domenica dai media alle parole di Conti riferite alla tragedia di Rigopiano avvenuta lo scorso 18 gennaio. Una tragedia enorme che ha portato alla morte di 29 persone tra turisti e dipendenti dell’hotel. L’inchiesta è in corso ed è attesa una svolta con la conclusione. In una delle due lettere ai familiari l'ex investigatore protagonista del processo sulla mega discarica di Bussi sul Tirino, aveva infatti scritto che «da quando è accaduta la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perchè tra i tanti atti ci sono anche prescrizioni a mia firma. Non per l'albergo, di cui non so nulla, me per l'edificazione del centro benessere». L'autorizzazione si riferisce all'ok per la piscina (dove non c’è stato alcun morto) e al rischio frana dell'impianto. Nella lettera Conti prosegue chiedendosi «Potevo fare di più? Nel senso potevo scavare e prestare maggiore attenzione in indagini per mettere intoppi o ostacolare quella pratica? Probabilmente no ma avrei potuto creare problemi, fastidi. Vivo con il cruccio», conclude. «Rigopiano è stato uno dei motivi che mi hanno convinto a lasciare il mio lavoro o a tentare di fare altro o a disinteressarmi di tutto questo», ha spiegato Conti. E poi uno dei passaggi probabilmente più tragici: «non vivo, vegeto, facendo finta d'essere vivo». «La pubblicazione del contenuto delle lettere, tuttora sconosciuto a noi familiari, ci lascia profondamente amareggiati e aggiunge dolore al dramma che ci ha colpito», afferma il parente di Conti. Le lettere sono state sequestrate ma diffuse in gran parte dalla agenzia AdnKronos. Tutta l’attenzione mediatica si è concentrata su questo aspetto che ha assunto una apparente rilevanza ma forse esistono altre ragioni e motivazioni che hanno concorso o contribuito a prendere l’estrema decisione. Una tra le tante anche la “perdita di identità” con il passaggio forzoso ai carabinieri dalla Forestale, il corpo che lui e tutti gli altri avevano scelto. Poi anche la rottura prematura e improvvisa dei rapporti con la Total, un gradino che doveva contribuire ad una ascesa e alla risoluzione di molti problemi e conflitti anche interiori che invece è crollato appena poggiato il piede.

DE SANCTIS: «CONTI NESSUNA RESPONSABILITA’ SU RIGOPIANO». Augusto De Sanctis, esponente del Forum dell’Acqua con le sue inchieste e denunce ha sollevato diverse questioni sulla tragedia di Rigopiano, e racconta una degli ultimi colloqui con Conti. Lo stesso De Sanctis spiega che «il parere era sui lavori di realizzazione del Centro benessere dell'Hotel su terreni gravati dal Vincolo Idrogeologico. Il parere a sua firma era del 23/03/2007 e rientrava tra i tanti pareri da ottenere per la variante al Piano Regolatore di Farindola per permettere la realizzazione della SPA. La ristrutturazione dell'albergo aveva seguito un diverso procedimento amministrativo». «Nella tarda primavera, qualche mese dopo il deposito degli esposti da parte nostra, durante un incontro a Popoli su varie questioni ambientali, Guido mi chiese che ne pensavo. Intanto precisai in maniera piuttosto diretta, per far capire il nostro approccio, che, come d'altro lato avrebbe fatto lui, su ogni atto non eravamo andati a vedere la firma ma il contenuto, senza sconti per nessuno». «Gli dissi, in maniera netta, che», ha scritto ancora De Sanctis, «a nostro avviso, quel parere, a cui Guido probabilmente fa riferimento nella sua ultima lettera, come diversi altri, non c'entrava nulla con la tragedia nè direttamente nè indirettamente. Si trattava di un parere sul Regio Decreto 3267 del 1923 (sì, il vincolo idrogeologico si fonda su una norma di 90 anni fa!). Addirittura veniva rilasciato su un prestampato con le possibili prescrizioni da barrare. Non vi era neanche l'opzione del diniego. Su 4 possibili prescrizioni per condurre correttamente i lavori Guido ne aveva barrate 4. Altri magari si sarebbero accontentati nell'analisi di quel documento, fermandosi lì. Noi invece no. Precisai che con la nostra squadra che avevamo messo su per vagliare gli atti del Rigopiano, con tutti i nostri limiti e per dare il nostro contributo civico di conoscenza, avevamo scandagliato minuziosamente il Regio Decreto per cercare qualsiasi possibile riferimento, diretto o indiretto, alla relazione tra quanto accaduto e quel parere e alla possibilità, magari, di diniego.  Ebbene, la parola "valanga" compare una volta sola in tutto il lunghissimo decreto composto di 186 articoli ed esclusivamente per i boschi che possono contribuire ad evitare l'innesco della valanga. Quindi, al massimo per interventi e progetti fatti in cima alla montagna come tagli boschivi al limite superiore del bosco. Non era questo il caso visto che l'intervento oggetto del parere, come sappiamo, era localizzato a valle. Per intenderci, qualsiasi cosa avesse potuto scrivere nel parere non poteva certo evitare la discesa della valanga perchè si stava parlando di lavori attorno all'albergo. Solo su quello poteva esprimersi». «L'incontro finì lì». Conclude De Sanctis, «Poi Guido tornò brevemente sull'argomento qualche mese dopo nella tarda estate quando mi volle annunciare in un incontro a Pescara la sua decisione di lasciare l'Arma per l'impegno lavorativo con il privato. Mi sembrava molto convinto della sua scelta, illustrandomi i vari aspetti che lo avevano portato alla decisione. Mi limitai ad esporre i miei dubbi sul contesto difficile dove sarebbe andato a lavorare come quello lucano. Sul Rigopiano fui ancora più netto della volta precedente dicendogli brevemente che eravamo rimasti a quanto detto in quell'incontro e che a mio avviso non vi era alcunchè da aggiungere e di lasciare stare».

Suicidio Conti, c’è anche una inchiesta per fuga di notizie sulle lettere. Ipotesi della procura di Sulmona: «rivelazione di segreto d’ufficio», scrive il 28 Novembre 2017 "Prima Da Noi". La procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un procedimento penale nei confronti di ignoti per il reato di rivelazione segreto di ufficio in relazione alla divulgazione su organi di stampa il 19 novembre 2017 di parte del contenuto del manoscritto rinvenuto dai Carabinieri nell'autovettura dell'ex generale Guido Conti, divulgazione avvenuta prima della consegna di copia della lettera ai familiari ed alla Procura.

Conti si è suicidato il 17 novembre con un colpo di pistola. La sera del 18 novembre l’agenzia di stampa nazionale AdnKronos pubblica ampi stralci delle lettere: «da quando è accaduta la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perché tra i tanti atti, ci sono anche prescrizioni a mia firma. Non per l'albergo - insisteva - di cui non so nulla, ma per l'edificazione del centro benessere, dove solo poi appresi non esserci state vittime. Ma ciò non leniva il mio dolore. Pur sapendo e realizzando che il mio scritto era ininfluente ai fini della pratica autorizzativa mi sono sempre posto la domanda: potevo fare di più?».  Sia i familiari che la Procura di Pescara hanno negato alcun coinvolgimento di Conti con la tragedia dei 29 morti per la valanga: non era e non sarebbe mai stato indagato come hanno anche confermato i consulenti tecnici della Procura di Pescara che hanno valutato come «il parere sul vincolo idrogeologico risulta correttamente rilasciato poichè l'esiguo movimento di terreno per la sistemazione del manufatto non poteva determinare nessun movimento franoso e in ogni caso tale parere non era mirato ad affrontare le specifiche tematiche di geomorfologia globale dell'area nel contesto complessivo». E' quanto si legge nelle carte dell'indagine sulla tragedia di Rigopiano del 18 gennaio scorso dove sono morte 29 persone. Il passaggio riguarda il parere favorevole emesso dall'ex generale dei carabinieri forestali Guido Conti, suicidatosi il 17 novembre scorso. All'epoca dei fatti, nel marzo del 2007, Conti guidava il comando provinciale della Forestale di Pescara. In una lettera lasciata prima di uccidersi, Conti aveva parlato di Rigopiano come di un suo cruccio, poi confermato da altri testimoni. Il progetto di realizzazione del centro benessere dell'hotel riguardava «esigua movimentazione di terreno, da cui non poteva derivare nessuna frana».

Valanga hotel Rigopiano, l’avv. Reboa sul suicidio del generale Conti: “Siamo sicuri che sulla lettera c’era veramente la sua calligrafia?” Dubbi animano l'avvocato Romolo Reboa, legale di alcune delle famiglie della tragedia di Rigopiano, scrive Filomena Fotia il 28 novembre 2017 su Meteo Web. Dubbi animano l’avvocato Romolo Reboa, legale di alcune delle famiglie della tragedia di Rigopiano, intervenuto a Radio Cusano Campus, durante la trasmissione “Legge o Giustizia”: “Mi domando perché chi ha fatto certi tipi di domande, come quella fatta all’amministratore del resort, non sia compreso nella lista riguardante le persone colpite da avviso di garanzia ed ho qualche perplessità rispetto alla morte dell’ex generale Conti (morto suicida il 17 Novembre), mi sembra strano in certi aspetti: siamo sicuri, ad esempio, che sulla lettera che è stata trovata e che parlava di Rigopiano c’era veramente la sua calligrafia?“. Sono ventinove le persone che persero la vita durante quell’incredibile tragedia: il procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia hanno emesso invece 23 avvisi di garanzia ampliando di parecchio la platea degli indagati, al fine di accertare le responsabilità relative al resort travolto lo scorso 18 Gennaio. Di chi sono le responsabilità? “Parliamo di incapacità del sistema dei soccorsi, soprattutto nel ricoprire i ruoli che avevano le persone che sono al centro della vicenda. Così capiamo come si può morire in Italia. Siamo di fronte all’accettazione pedissequa del rischio cosciente, con l’attesa che non succeda nulla: siamo davanti ad una totale deresponsabilizzazione. Non è mai colpa di nessuno: il pubblico oggi è il posto dove si va a prendere uno stipendio anziché per lavorare. E’ innegabile: si muore di fenomeni sociali”.

Petrolgate in Basilicata, cosa c'è dietro due strani suicidi. L'ex generale Conti e il tecnico Griffa si tolsero la vita. Le loro storie sono legate alle vicende dei giacimenti lucani di Tempa Rossa ed Eni. Tra inquinamento, preoccupazioni e vecchie inchieste. La ricostruzione, scrive Alessandro Da Rold e Luca Rinaldi su "Lettera 43" il 22 novembre 2017. Non c’è pace per il petrolio in Basilicata. Dopo le inchieste degli ultimi anni e l’ombra di un inquinamento senza controllo, ora sono due suicidi a turbare le notti della Val D’Agri. Succedono cose strane. Le procure di Potenza e Sulmona stanno vagliando ogni pista per fare luce su queste morti.

UNA MORTE FINITA SUI GIORNALI. La prima è quella dell’ex generale della Forestale Guido Conti - finito sui giornali perché dopo il suicidio avrebbe lasciato delle lettere per la tragedia di Rigopiano quando era comandante provinciale e aveva fatto autorizzazioni. L’altra morte è invece quella dell’ex responsabile del Centro oli di Viggiano Gianluca Griffa. Il primo è stato ingaggiato dalla Total, proprietaria dello stabilimento Tempa Rossa di Corleto Perticara, come “direttore esecutivo ambiente e sostenibilità”. L’azienda il giorno della sua assunzione in comunicato aveva sottolineato come la scelta fosse stata presa «per assicurare che le attività continuino a essere svolte nel pieno rispetto della legge e in modo tale da coniugare industria, ambiente e sicurezza».

UN RUOLO DI CUI ERA ENTUSIASTA. Un incarico di cui Conti all’inizio era entusiasta. Una decisione dettata dalla volontà di «dimostrare che si può produrre e dare ricchezza diffusa, e tutelare migliaia di posti di lavoro di italiani, rispettando le leggi. Tutte. In primis quelle ambientali». Dopo 15 giorni però arrivarono le dimissioni. Poi il suicidio. L'agenzia AdnKronos ha pubblicato le lettere sulla tragedia di Rigopiano, ma la famiglia ha smentito. La procura di Sulmona ha intenzione di vederci chiaro. Al momento pare meno convinta di altri nel ricondurre la morte dell’ex generale al senso di rimorso per la tragedia di Rigopiano citata nelle lettere lasciate a moglie e figlie. Non a caso sono stati ascoltati amministratore delegato e staff di Total.

QUELL'INQUIETANTE TELEFONATA. È notizia del 21 novembre l’acquisizione di una telefonata anonima acquisita dagli investigatori e ricevuta dal giornale online abruzzese Primadanoi.it. Poco prima delle 15 di venerdì 17 novembre una voce probabilmente artefatta segnalava le dimissioni di Conti da Total. La redazione di Primadanoi.it ha parlato all’Ansa di una voce «presumibilmente maschile e dall’accento meridionale, forse siciliano».

PAREVA «DISTRUTTO E CAMBIATO». La morte dell’ex generale, stando a una prima ricognizione, sarebbe avvenuta tra le 16 e le 17 di venerdì, dunque la telefonata sarebbe arrivata un’ora prima del suicidio. Il caso è dunque tutt’altro che chiuso anche perché la moglie di Conti al quotidiano Il Tempo ha confidato come di ritorno da Potenza avesse trovato l’ex generale «distrutto» e «cambiato». Sotto la lente dei magistrati di Potenza c’è poi un altro suicidio, un memoriale e le indagini su Eni che riguardano gli sversamenti di idrocarburi al Centro oli di Viggiano, il Cova. Nei giorni in cui il processo per il “Petrolgate” lucano era ai nastri di partenza a fare rumore fu una lettera depositata agli atti dell’inchiesta dei pm Francesco Basentini e Laura Triassi dell’ex responsabile dell’impianto, morto suicida nel 2013.

UNA FORTE DEPRESSIONE. Gianluca Griffa aveva 38 anni quando si tolse la vita nei boschi della sua città di origine, Montà d'Alba, provincia di Cuneo. Ingegnere energetico, era responsabile del Cova. Il suo corpo fu ritrovato da un abitante della zona l'8 agosto del 2013 e secondo quanto accertato dai carabinieri l’uomo si tolse la vita a causa di una forte depressione. Dal 25 luglio non si avevano più sue notizie. Tre giorni prima aveva avuto un incontro con i suoi superiori di Eni a Milano.

TANTI PROBLEMI TECNICI. Prima di sparire Griffa ha però scritto un memoriale ora finito al vaglio dei magistrati di Potenza che sono arrivati al suo nome scorrendo l'elenco dei dirigenti Eni da interrogare nell'ambito dell'inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti del Cova. Alla notizia del suicidio dell'ingegnere i pm hanno deciso di andare oltre raccogliendo la missiva in cui lo stesso metteva in fila problemi tecnici nei processi di trattamento del petrolio estratto in Val d’Agri, alcuni dei quali sono emersi nel corso degli anni successivi. Nella lettera inviata ai carabinieri di Viggiano e agli ispettori di polizia mineraria (Unmig) del ministero dello Sviluppo economico e riportata da Quotidiano del Sud, Griffa tratteggiava con preoccupazione le modalità di gestione del petrolio e i problemi dei serbatoi del centro oli. Il primo problema riguardava la reiniezione delle sostanze pericolose nel corso del processo di trattamento del petrolio. Una preoccupazione poi rilevata dalla magistratura tre anni dopo e che ha portato alla sospensione del lavoro del pozzo di Costa Molina 2 nel comune di Montemurro.

PETROLIO DISPERSO NEL TERRENO. In seconda battuta si legge di come l’ingegnere avesse individuato delle perdite nel fondo dei serbatoi, descrivendo quanto visto con dovizia di particolari e misure dei fori rilevati. Un particolare emerso con forza a inizio 2017 quando la stessa Eni ha ammesso che 400 tonnellate di petrolio sono state disperse nei terreni adiacenti il Cova. Scoperta casuale, ma che lo stesso Griffa nel suo memoriale scrisse di aver riportato ai suoi superiori.

INADEMPIENZE E RITARDI DI ENI. Del resto nella diffida con cui la Regione Basilicata stoppava le attività del Cova nell'aprile del 2017 si rilevano criticità sui serbatoi di stoccaggio già dal 2009. Senza mezzi termini l’ente regionale scrisse che lo stop si era reso necessario «a fronte di inadempienze e ritardi da parte di Eni rispetto alle prescrizioni regionali». Griffa si rimproverava di non essere riuscito a portare dalla sua parte i suoi superiori e che se le irregolarità fossero emerse all’esterno la colpa sarebbe ricaduta su di lui. Per tutta risposta al 38enne fu prospettata una «missione all’estero». Griffa si rimproverava nella lettera di non essere riuscito a portare dalla sua parte i suoi superiori e che in ogni caso se le irregolarità fossero emerse all’esterno la colpa sarebbe ricaduta su di lui in quanto responsabile dell’impianto.

PERSE TONNELLATE DI GREGGIO? Tuttavia tutti i tentativi di rallentare la portata dell’impianto per tamponare le possibili ricadute, a quanto ha scritto l’ingegnere nel memoriale, sono finiti nel vuoto e la storia è quella che emerge ad anni di distanza con le inchieste e le perdite di carburante. Il Radicale Maurizio Bolognetti, che da sempre chiede trasparenza sulle attività del cane a sei zampe in Basilicata, dice che «l'Eni farebbe bene a controllare con attenzione i 136 chilometri di condotta che portano il greggio dal Cova di Viggiano alle raffinerie Eni di Taranto. Non vorrei dover scoprire negli anni a venire che si son persi lungo il tragitto qualche tonnellata di greggio».

TROVATI DIFETTI PER CORROSIONE. Il commento è riferito a uno studio dell’allora Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (le cui competenze oggi sono passate all’Inail) che ha rilevato come nel 2006 «da una ispezione effettuata sull’oleodotto Monte Alpi-Taranto», fossero state trovate anomalie «dovute a difetti per corrosione identificati come mancanza di metallo della superficie della condotta». L’Eni interpellata dall’Ansa ha definito quella di Griffa una vicenda drammatica e ha sottolineato che «nel centro oli sono sempre stati effettuati i necessari controlli e le verifiche ispettive già prima del 2012. Tutti gli interventi, non solo quelli sui serbatoi, sono stati gestiti sulla base delle evidenze tecniche e operative emerse nel corso degli anni. La documentazione degli interventi è stata da tempo presentata a tutti gli organi interessati, con i quali Eni collabora come sempre in maniera piena. Eni ha sempre condotto le proprie attività alla luce del sole, operando con totale trasparenza, e condividendo tutte le informazioni sulle attività, regolarmente autorizzate, in Val d’Agri».

IN 47 SUL BANCO DEGLI IMPUTATI. La società è poi passata al contrattacco anche in sede giudiziaria e ha fatto ricorso al Tar sulla decisione per lo stop al pozzo Costa Molina 2. La decisione del tribunale amministrativo regionale è attesa in questi giorni. Intanto il 6 novembre 2017 è iniziato a Potenza il processo per il “Petrolgate” lucano che vede sul banco degli imputati 47 persone tra responsabili del distretto meridionale Eni, ex vertici dell’Agenzia per la protezione ambientale della Basilicata (Arpab), politici, imprenditori locali e altri dipendenti della compagnia petrolifera. Tra le accuse mosse dalla procura c’è anche il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti ed Eni si ritrova tra le 10 società rinviate a giudizio. Il procedimento riunisce due dei tre filoni che componevano l’inchiesta coordinata dai pm Francesco Basentini e Laura Triassi, cioè le indagini sullo smaltimento degli scarti di produzione del Centro oli dell’Eni e i lavori per la realizzazione del Centro oli della Total, a Corleto Perticara, in particolare per presunti scambi tra assunzioni e autorizzazioni da parte della precedente amministrazione comunale.

GUIDI E L'EX COMPAGNO. Il terzo filone sul “Petrolgate” è stato invece archiviato dalla procura di Roma a cui era passato il fascicolo per competenza. Si tratta dell’inchiesta riguardante il porto di Augusta e che aveva coinvolto anche l’ex compagno dell’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, Gianluca Gemelli.

TERREMOTO ED IMPREPARAZIONE.

Ogni 4 anni in Italia un terremoto con vittime, scrive Jacopo Granzotto, Mercoledì 02/11/2016 su “Il Giornale”. Quel rumore sordo, terrificante che accompagna le scosse lo abbiamo sentito e lo sentiremo ancora. Noi italiani possiamo dire con certezza che tornerà. É dal 1905 che il nostro paese è afflitto da una sequenza continua di terremoti. Talmente elevata, che tra un sisma e l'altro (stiamo parlando solo di quelli in cui si registrano vittime) non passano più di quattro anni. Proprio così. L'intervallo, ad esempio, tra quello, tremendo, del 23 novembre 1980 in Irpinia (2735 morti) e il successivo, del 24 aprile 1984 di Molise, Lazio e Campania (7). Come detto, stiamo parlando di eventi dove si registra almeno un decesso. Perché quelli senza troppi danni sono di numero incalcolabile, in media 5, 6 al giorno. In effetti la cifra potrebbe spaventare: ogni anno in Italia si registrano, infatti, dai 1700 ai 2500 terremoti di magnitudo pari o superiore a 2.5 gradi sulla scala Richter. La stragrande maggioranza di questi terremoti non viene neanche avvertita dalla popolazione oppure non provoca danni. Alcuni, però, sono devastanti, come quelli di Abruzzo, Emilia Romagna o Lazio-Umbria e Marche, solo per citare i più recenti. La cifra non è, comunque, da trascurare, visto che il National Earthquake Information Center del servizio geologico americano registra ogni anno dai 12.000 ai 14.000 terremoti in tutto il mondo. Di questi, circa 60 sono classificati come fenomeni in grado di provocare danni importanti o vittime, mentre una ventina supera magnitudo 7.0. Tornando in Italia, le analisi storiche degli esperti in materia hanno rilevato che in ogni secolo ci sono stati più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5 e 6 gradi, mentre sono stati registrati dai 5 ai 10 fenomeni sismici di magnitudo superiore ai 6 gradi. Ma la risposta definitiva al perché ci sono così tanti terremoti qui in Italia risiede nella nostra specifica conformazione. Siamo situati al margine di convergenza tra due grandi placche, quella africana e quella euroasiatica. Il movimento tra queste due placche provoca un accumulo di energia e deformazione che, ogni tanto, vengono rilasciate sotto forma di terremoto, anche se non necessariamente in modo violento. Evidentemente non c'è solo l'Isis nei nostri incubi.

Terremoto, perché l'Italia non è mai preparata. Abbiamo leggi avanzate sulla pianificazione e la gestione dell'emergenza. Ma i piani spesso non vengono redatti o diventano documenti illeggibili, in burocratese e non condivisi con la popolazione. Ora serve un radicale cambio di mentalità, scrive Mattia Bertin il 31 ottobre 2016 su "L'Espresso". Norcia, comune colpito dal sisma. Sono passati due mesi dal primo sisma che ha colpito il Centro Italia. La Protezione Civile ha agito bene e in fretta, valutando l’agibilità o meno delle case con una precisione che ha permesso di non aver nemmeno un morto a fronte delle nuove scosse. Siamo bravi nella gestione dell’emergenza, da tutto il mondo riconoscono la nostra rapidità e precisione dopo l’intervento. Il nostro limite è il prima. Se la capacità di messa in sicurezza è stata così alta, nemmeno in questo caso abbiamo saputo agire in prospettiva, pianificando il futuro. Le voci che si susseguivano nelle interviste delle prime ore mostravano uno scenario di paesi al buio, con la popolazione costretta a passare la notte in macchina, in attesa, senza prospettiva. Un territorio perduto nel timore di non riconoscere più la propria fisicità, divenuta d’un tratto ostile. Non è tempo di polemiche, non lo è mai dopo un disastro, non lo deve essere. E giudicare non è parte del mestiere di chi scrive. Ma è certamente tempo di farsi delle domande e di trarre delle lezioni dall’esperienza. La prima domanda è: com’è possibile che in due mesi da un terremoto, in un’area a rischio, non si sia valutata la solidità delle grandi strutture comunali, come scuole o palestre, per riconoscere uno spazio al coperto dove accogliere i cittadini la notte in caso di nuova emergenza? La seconda domanda è: cosa sarebbe successo se, anziché nella piovosa ma calda notte del 26 ottobre, la prima scossa di questa nuova serie fosse arrivata in una fredda e nevosa notte di inizio gennaio? La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. Chi scrive conosce molti dei comuni colpiti per averne valutato i piani d’emergenza: Valtopina, Preci, Vallo di Nera, Campello sul Clitunno, piccoli e medi borghi umbri. Ho seguito l’evolvere del terremoto confrontando quanto avveniva con i dati a mia disposizione, occasione rara per chi si occupa di riduzione del rischio di disastro. Era evidente d’un tratto il perché la luce elettrica mancasse così a lungo, perché la gente doveva prepararsi ad una notte in macchina, o ancora perché c’era la sensazione di un caos tenuto assieme solo dalla notevole presenza di uomini e mezzi della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco: perché, nonostante le esperienze recenti, e nonostante l’alto rischio, la percezione degli abitanti e degli amministratori non era quella che deve avere un’area così esposta. Non erano preparati. I sindaci non avevano piani da seguire o collaboratori esperti nei diversi settori su cui prendere le decisioni necessarie. I corpi di intervento locali non avevano partecipato ai processi di pianificazione, e quindi agivano secondo le direttive dei propri superiori, per un fortuito e irripetibile caso presenti nell’area per il sisma precedente. La popolazione non aveva a disposizione indicazioni sui comportamenti più opportuni, sulle vie di fuga sicure, su luoghi caldi e sicuri in cui ripararsi. E tutti hanno scoperto di vivere in un luogo diverso, ora spaventoso, irriconoscibile. Beninteso, non stiamo affatto parlando di comuni in cui la pianificazione dell’emergenza è particolarmente scarsa rispetto al panorama italiano. Al tempo decisi di fare la tesi di dottorato sui piani d’emergenza comunali dell’Umbria proprio per gli investimenti di questa Regione nella gestione delle catastrofi, nella speranza di trovare almeno lì strumenti capaci di rispondere adeguatamente al rischio. Il risultato fu deludente: mostrava un’Italia impreparata al disastro anche nelle zone più in pericolo, incapace di comprendere come organizzare la propria sicurezza, come prepararsi di fronte al rischio. Nessuno è responsabile, ma tutti ora siamo chiamati ad agire. Se non è tempo di fare processi a nessuno, è ora però di comprendere come mettere il territorio italiano in condizione di conoscere i propri rischi e di sapersi difendere. Spesso non siamo consapevoli dei rischi reali di un territorio, abituati a considerare il pericolo collettivo come un elemento da libro di storia. Ci siamo abituati a considerare le nostre città come luoghi sicuri, pericolosi al massimo socialmente, e abbiamo relegato i disastri a un ruolo di invasione aliena. La vera questione della sicurezza, in un Paese così a rischio sismico e idrogeologico come l’Italia, è quella della difesa delle vite, del patrimonio e del costruito dalla normale evoluzione del nostro sistema naturale. Poche regioni italiane non sono state colpite da terremoti violenti negli ultimi due secoli, eppure ogni volta pare sia la prima. Così i piani d’emergenza spesso non vengono realizzati, o vengono sviluppati come raccolte di dati illeggibili e non operativi. I comuni, oberati di altri compiti, demandano a studi privati la realizzazione del più prezioso strumento per la loro sopravvivenza, che si limitano, quando lavorano bene, a raccogliere tutti i dati richiesti per legge, senza un vero pensiero sul territorio, sulle sue debolezze e sulle sue potenzialità. I comuni finiscono così per pensarsi in un ambiente sicuro, scommettendo su una roulette russa che, in questo caso, in assenza di un terremoto pochi mesi fa, chissà quante vittime avrebbe potuto fare. L’effetto è quello di questi giorni: sindaci che devono prendere iniziativa da zero, coordinandosi con il cuore e la disponibilità assoluta dei volontari, ma senza la serenità che deriva solo da una preparazione e da una dimestichezza con il rischio. In questa occasione abbiamo vissuto un avvertimento che, per una volta, si è concluso senza vittime, prendiamo questa occasione come il momento per cambiare strada. Non è un problema da Parlamento o da Governo: abbiamo leggi avanzatissime sulla pianificazione e sulla gestione dell’emergenza. È una questione di mentalità locale, di consapevolezza della reale forma del nostro ambiente. Ci sono Paesi, come il Cile o il Giappone, che hanno vinto questa scommessa, sviluppando altissime competenze amministrative e sociali nella riduzione del rischio, è una strada percorribile e non particolarmente costosa, ma impone un cambio di mentalità radicale nell’approccio alle emergenze. Dobbiamo imparare a costruire i piani d’emergenza come piani politici nel senso più alto del termine, ovvero capaci di guidare una società verso un futuro sicuro e positivo. Dobbiamo imparare a considerare il rischio, i grandi rischi, come un elemento inevitabile delle nostre città, a sentirci coinvolti come cittadini nella gestione del rischio, a partecipare alla costruzione dei piani, ed a chiedere ai nostri sindaci come intendono prepararci ad un possibile evento. Dobbiamo tornare, anche in questo campo, a vivere come parte di un ecosistema naturale più vasto e più imprevedibile di quello che abbiamo supposto negli ultimi cinquant’anni.

*Mattia Bertin è dottore di Ricerca in Governo e Progettazione del Territorio al Politecnico di Milano, con esperienza nella gestione di disastri sul campo con la Protezione Civile. Si occupa di pianificazione dell’emergenza e collabora con la Provincia di Vicenza e diversi comuni in Italia nella realizzazione di piani partecipati.

Mario Tozzi sul terremoto: "Italia come il Medio Oriente. Una scossa di magnitudo 6 non dovrebbe provocare questi disastri". Intervista di Laura Eduati del 24/08/2016 su "Huffingtonpost.it". "Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c'è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l'Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime". Mario Tozzi, geologo e noto divulgatore scientifico in tv, non usa giri di parole contro la politica che a sette anni dal tragico terremoto dell'Aquila non ha fatto quasi nulla per prevenire il disastro di questo 24 agosto 2016. La terra ha nuovamente tremato violentemente devastando i paesi vicini all'epicentro: Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto. "Le zone dalla Garfagnana a Messina, e cioè la dorsale appenninica, sono tutte sismiche e appartengono alla stessa regione geologica. L'Italia è un territorio geologicamente giovane e perciò subisce queste scosse strutturali di assestamento. Non stiamo dicendo che i terremoti sono prevedibili", puntualizza Tozzi, "perché sappiamo che è una sciocchezza. Ma stupisce che in una zona sismica non si faccia quasi nulla per impedire che una scossa di magnitudo 6 possa addirittura far crollare un ospedale come è accaduto ad Amatrice". Non esiste alcun alibi, continua il geologo: "Non veniteci a dire che i paesini del centro Italia sono antichi e perciò crollano più facilmente. Gli antichi sapevano costruire bene e basta pensare che a Santo Stefano di Sessanio, vicino l'Aquila, era crollata soltanto la torre perché restaurata con cemento armato, mentre a Cerreto Sannita nel Beneventano quasi tutto era rimasto intatto dopo il terremoto dell'Irpinia: non fu un caso, era stato costruito bene". Dunque "siccome ormai è chiaro che dobbiamo avere a che fare con i terremoti dovremmo costruire e fare una manutenzione antisismica di tutti gli edifici pubblici e privati, i soldi devono essere impiegati in questo modo: è la priorità", sottolinea ancora Tozzi, ricordando che "in Giappone e in California con una scossa simile a quella di Amatrice c'è soltanto un po' di spavento ma non crolla nulla". Mancati investimenti, fatalismo: il terremoto per Tozzi è soltanto una delle cause delle decine di morti di questa notte. "Facciamo sempre i soliti discorsi ma vediamo che non cambia nulla. Siamo il paese europeo con numero record di frane e alluvioni, siamo territorio sismico eppure per chi ci governa quando qualcosa succede è sempre una fatalità: bisognerebbe smetterla di pensare in questo modo e cominciare a ripensare seriamente al territorio".

TERREMOTO E PREVISIONE.

Un sacco di scienziati e complottisti sono andati a letto ieri senza sapere di aver previsto il terremoto che ha devastato il Centro Italia questa notte. Oggi, con malcelata soddisfazione, ci comunicano che avevano ragione. Come sempre. Scrive Giovanni Drogo mercoledì 24 agosto 2016 su "Next Quotidiano”. Precisi come degli orologi svizzeri questa mattina sono arrivati quelli che leggono – a posteriori – i dati che indicano chiaramente che la notte passata ci sarebbe stato un forte terremoto. Dal momento che non è possibile prevedere il giorno, l’ora o il momento esatto di una scossa (e la relativa magnitudo) si tratta, nella migliore delle ipotesi, di cattiva informazioni (nella peggiore di mistificazioni pure e semplici). Spiega infatti l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che non è possibile fornire previsioni precise utili ad avvertire per tempo la popolazione. Modelli teorici imprecisi non danno previsioni precise. Esistono dei segnali, chiamati precursori sismici, che consentono di poter formulare previsioni approssimative riguardo intervalli di tempo, di spazio e di magnitudo entro i quali si può verificare con maggiore probabilità della media un evento sismico. Ma non è detto che poi l’evento si verifichi davvero o che sia dell’intensità “prevista”. Sono state invece compilate delle mappe di pericolosità sismica che indicano quelle aree dove a maggiore rischio (e la zona colpita stanotte è purtroppo una di quelle). Utilizzando queste mappe è possibile adottare misure preventive (ad esempio costruire edifici antisismici o mettendo in sicurezza quelli esistenti) per limitare i danni di un eventuale terremoto. Tutto qui? Purtroppo al momento sì, perché i modelli teorici non consentono di essere più precisi. I terremoti non si prevedono, ma è invece possibile – anzi doveroso tenuto conto della situazione geologica italiana – fare prevenzione. Eppure c’è chi già questa mattina sottolineava come avesse già previsto la scossa. Spiegando di aver individuato una ventina di giorni fa un’anomalia che oggi dimostra come al tempo aveva previsto un terremoto. Ovviamente senza localizzarlo, senza indicare l’orario o la magnitudo. Il che come previsione non risulta essere sufficientemente precisa da poter sostenere di avere in mano una prova chiara del rapporto causa-effetto. Tenendo conto che si sapeva già che la zona colpita risulta essere ad alto rischio sismico non si tratta di previsioni accettabili, soprattutto perché – caso comune a molte altre previsioni – vengono fatte dopo l’evento. Che sulla catena appenninica si possano verificare scosse di questo tipo è cosa quindi nota, quello che manca di sapere (e che fa la differenza) è il momento preciso. E questo purtroppo non è possibile determinarlo in base alle conoscenze scientifiche attuali. Vogliamo parlare di quello “scienziato” che crede che i terremoti siano causati da perturbazioni cosmiche e che la causa vada ricercata nel Sole (la soluzione sarebbe spegnerlo). Un momento, forse potrebbe essere il fracking la causa! Ma ecco che, quando la scienza non ci dà certezze, arrivano direttamente quelli che credono nella magia. La grande fiera della cospirazione e della geoingegneria. Come già accadde in occasione del sisma del 2012 in Emilia Romagna c’è chi crede che sia possibile prevedere un terremoto guardando la conformazione delle nuvole. Si tratta di tecniche degne degli antichi romani? Nulla di tutto questo perché c’è chi ci spiega che le nuvole “orientate” in quel modo non sono naturali ma vengono create grazie a esperimenti sul campo elettromagnetico, del tipo di quelli svolti dal famigerato HAARP. Peccato che Terra Real Time, noto sito di complottisti, indicasse come epicentro del fenomeno la Calabria e non il Centro Italia. Cose che capitano quando si devono tenere sotto controllo le macchinazioni del NWO. Curiosamente sul sito le “onde scalari” che hanno provocato lo “tsunami elettromagnetico” venivano ritenute pericolose soprattutto per i portatori di Pacemaker. Il loro scopo? Modificare il clima. Nessun accenno ai terremoti in questa curiosa previsione. Ma naturalmente il NWO non vuole che si sappia che nemmeno Terra Real Time ha previsto un terremoto. Sarebbe bastato leggere il – breve – testo del comunicato per accorgersene ma dal momento che si parla di tsunami e che il termine è associato ai terremoti, ecco servita la previsione. In mancanza del nostro esperto di fuffa preferito (Rosario Marcianò è momentaneamente assente da Facebook) non ci resta che consolarci con le spiegazioni di Gianni Lannes che sul suo sito evoca scenari militari: C’entra forse qualcosa il programma segreto di aerosolchemioterapia bellica che la NATO – previo indottrinamento degli esperti civili – manda in onda dal 2002, a base di irrorazioni aeree di alluminio e bario che rendono l’aria maggiormente elettronconduttiva, in modo da consentire alle onde elf di colpire le faglie sismiche attive? Scie belliche e sciami sismici: un distruttivo connubio militare. […] I terremoti possono essere provocati anche dall’uomo con vari mezzi e sistemi, soprattutto in aree notoriamente a rischio sismico che spesso mascherano la reale dinamica dell’evento tellurico: esplosioni convenzionali e nucleari, iniezioni elettromagnetiche nella crosta terrestre, riscaldamenti ionosferici, ricerca ed estrazione di idrocarburi. Un terremoto indotto presenta distintamente un ipocentro superficiale.

C'è una "Cassandra" che aveva previsto tutto: "L'allineamento dei pianeti scatenerà l'inferno". Stefano Calandra aveva avvisato su giorno e luogo della scossa. Ma il caso non c'entra, scrive Emanuela Fontana, Venerdì 28/10/2016 su "Il Giornale". La speranza in un mondo nuovo dove si possono prevedere i terremoti questa volta è da decifrare nelle cifre minime delle congiunzioni più silenziose, in una scienza più affine al popolo maya che agli umani del terzo millennio. AQ2, Azimut, rotazione dei pianeti, quella rivoluzione dell'«altre stelle» che per Dante era prerogativa dell'amore, e che secondo una nuova teoria potrebbe anticipare i terremoti. Teoria allo studio anche in Grecia, e ora al centro di un dibattito sui social network in Italia che si sta alimentando come un falò dalla sera del 26 ottobre. Tutto è partito dal signor Stefano Calandra, un cognome che evoca la Cassandra di Troia. Nella vita fa il consulente per bed and breakfast, e da qualche mese pubblica una serie di grafici in cui segnala gli allineamenti dei pianeti e i possibili movimenti delle faglie terrestri. Il post più sconcertante lo ha scritto il 25 ottobre, preceduto da una segnalazione del 18: «26/10 sera-notte. L'affollamento di coincidenze di pianeti in linea a 0 gradi di scarto, ben 10 come numero di eventi, essendo una situazione mai vista..., fa pensare ad un potenziale rischio sismico molto alto, quasi massimo, da quel 24/8 del terremoto di Amatrice in poi». Veniva indicata un'area generica, quella «Mediterranea», e una fascia oraria più delicata per il 26, dalle 17.30 alla mezzanotte. Le scosse sono avvenute come scritto il 26 ottobre, a distanza di due ore, con potenza in incremento e nella fascia oraria segnalata. Per la giornata del 27, ossia ieri, Calandra indicava rischio sismico fino alle 10,30 del mattino, e poi di nuovo alle 17.30, con picco alle 22. Il 28 ottobre, oggi, un «allineamento perfetto dei pianeti», a decrescere in serata. Le coincidenze del cielo vicine allo zero in occasione del terremoto di Amatrice, si aggiunge, furono cinque, ora il doppio. Le principali: Giove-Luna Terra, Saturno-Venere-Terra, Mercurio-Sole-Terra. Siamo nel campo delle supposizioni ancora primordiali, del tutto artigianali, e lo stesso Calandra, gli va riconosciuto, lo ammette con una naturale o costruita - umiltà: «Queste previsioni scrive - costituiscono solo delle ipotesi pseudoscientifiche, derivanti da un modello teorico troppo giovane per essere comprovato al 100%». Aggiunge quindi che questo modello acerbo deve essere integrato con le mappe sismiche dell'Ingv e con gli studi sull'aumento di gas radon nel sottosuolo per rendere più circoscritta l'area della segnalazione. Sui social è un ininterrotto fiume di commenti, da «cialtrone» a molti «grazie» su una pagina che ha avuto un'impennata di contatti in una notte insonne: da 700 a 4500. Ci stanno lavorando studiosi anche in Grecia: su 109 grandi terremoti analizzati dal 2004, 102 sarebbero avvenuti in occasione di un allineamento di almeno tre pianeti. Il problema è che manca la prova inversa: quanti falsi allarmi ci sarebbero con questo sistema?

L’uomo che prevede i terremoti. Ecco come fa e le polemiche…, scrive Antonio Amorosi, Mercoledì 30 maggio 2012 su “Affari Italiani”. Il disastro che sta colpendo l’Emilia Romagna e tutti noi era forse evitabile con costruzioni antisismiche ma sarebbe stato possibile fare anche di più. La sentinella dei terremoti sarebbe il Radon un gas radioattivo prodotto dalla disintegrazione spontanea di alcuni metalli. Gli studi sul rapporto tra Radon e terremoti avvengono dagli anni ’60 e la comunità scientifica si interroga sul tema senza essere arrivata a una prova definitiva. Ora quello che sostiene Giampaolo Giuliani, tecnico ricercatore dei Laboratori del Gran Sasso e asceso alle cronache prima del terremoto dell’Aquila, è che combinando le anomale fuoriuscite di Radon con uno sciame sismico in atto, si può prevedere i terremoti in arrivo e capire dove. Lo stesso sciame con fuoriuscita che era visibile adesso in Emilia. Con questa tecnica sarebbe possibile individuare l’epicentro e prevedere con precisione l’avvicinarsi del sisma. Le valutazioni di Giuliani potrebbero anche non essere catalogabili dalla comunità degli addetti ai lavori come scientifiche ma i suoi allarmi sembrano aver fatto centro più di una volta. Intanto nessuno lo ascolta e dà seguito alle sue ricerche.

Cosa ha fatto stanotte Giuliani?

«Ho lavorato. Da stanotte abbiamo impiantato un nuovo rivelatore in Abruzzo, tre stazioni osservative che prevedono le anomalie ad 80-120 km per macchina. Intrecciandole arriviamo a una visione fino a 200 km di distanza. Le anomalie rilevate stanotte davano un responso calmo con piccole scosse di assestamento. Ma riusciamo a vedere solo con 6-24 ore di anticipo».

Cosa ha visto in questi giorni prima del terremoto?

«Abbiamo visto una forte anomalia in arrivo ma non potevano verificare dove. Le nostre macchine sono troppo distanti. Se fossimo su tutto il territorio riusciremmo a vedere con precisione il punto dell’epicentro. La nostra è una ricerca autofinanziata che ha dato ottimi risultati sul campo. Più di questo non riusciamo a fare».

Il presidente di Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) Stefano Cresta ha sostenuto di recente in tv che le sue tecniche non sono scientifiche e che se lei avesse previsto il terremoto dell’Aquila si sarebbe dovuto spostare dal suo abitato e non lo ha fatto! Dove sta la verità Giuliani?

«Il terremoto non potevo fermarlo con le mani! Sono una campana fuori dal coro. Trovano facile delegittimarmi. Non si sa ma la notte prima del terremoto dell’Aquila ho salvato più di 350 persone. Quando ho parlato dell’evento sono stato raggiunto da un avviso di garanzia per procurato allarme. Avevano “montato” una storia falsa cioè che avessi predetto il terremoto a Sulmona ma è falso…falso! Mi hanno minacciato di non avvertire la popolazione per l’arrivo del terremoto …se lo avessi fatto...»

Cosa fa la sua macchina?

«Rivela la variazione di Radon che fuoriesce dal terreno e i suoi prodotti di decadimenti. Questa avviene quando c’è un movimento sospetto nel terreno».

Che rapporto ha il Radon con i terremoti?

«I terremoti avvengono sottoterra. Le rocce sottoposte a stress emettono Radon. La crosta terrestre poggia sul mantello, il mantello contiene uranio, radon, borio…tutti elementi dell’energia termodinamica rilasciata dal mantello. Possiamo vedere se la concentrazione di Radon aumenta e siamo in grado di trigonometrare ed identificare l’epicentro. Quando l’attività è lontana vediamo le anomalie ma danno un segnale più sfocato ed è impossibile fissare il luogo. Se c’è in corso uno sciame sismico incrociamo questo col radon rilasciato nel terreno e capiamo dove avviene il terremoto ma sul nostro raggio d’azione limitato».

Ci sono sperimentazioni in altri Paesi?

«I normali radometri con i quali si misura il radon verifica anche altri elementi che producono le sue particelle di rilascio. Non è un segnale pulito ma noi proviamo a vederlo con questa macchina che ho costruito. In Russia, Turchia, Cina c’è un attenzione al Radon associato al rilevamento del terremoto. Lo fanno in modo diverso dal mio ma sono attenti. Noi, lo dico per chiarezza, riusciamo a vedere solo 6-24 ore prima dell’avvenimento ma l’energia di un terremoto può accumularsi in brevissimo tempo e rilasciare la scossa».

Cosa bisogna attendere adesso?

«Bisogna fare attenzione. Nell’eventualità di altre anomali con i nostri piccoli mezzi proveremo a farlo sapere se le vediamo».

Terremoto, Giuliani: "Si poteva prevedere. Lo sciame? Osservato da 20 giorni". Intervista di Lorenzo Lamperti a Giampaolo Giuliani, Mercoledì, 24 agosto 2016 su "Affari Italiani”. "Il terremoto in Centro Italia? Si poteva prevedere". Lo afferma in un'intervista ad Affaritaliani.it Giampaolo Giuliani, ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario e ora presidente dell'omonima fondazione permanente di ricerca sperimentale sui precursori sismici. 

Giampaolo Giuliani, si poteva prevedere quanto è successo questa notte?

«Sì, si poteva prevedere. C'era una situazione con uno sciame sismico in atto che andava avanti da tempo nel Centro Italia. Sull'Appennino centrale si verificavano scosse giornaliere, anche se strumentali, di un certo interesse».

In che modo può affermare che l'evento fosse prevedibile?

«Noi come Fondazione Giuliani portiamo avanti una ricerca sperimentale sulle variazioni del gas radon che vengono analizzate dai nostri sensori. I nostri grafici rivelano, quando l'incremento supera un certo limite, la possibilità di un forte rilascio. Questo è accaduto anche in occasione del terremoto dell'Aquila sette anni fa. Abbiamo stazioni in questo momento su diversi territori del pianeta. Siamo appena tornati dalla faglia di Sant'Andrea dove abbiamo installato tre stazioni su una direttrice di 700 chilometri tra Palm Springs e San Francisco. Poi abbiamo altre quattro stazioni in funzione a Taiwan e tre ne abbiamo in Abruzzo. Questa notte ne funzionavano due»

E come mai non si è riusciti a prevenire?

«La mia ricerca sperimentale suscita sempre molte polemiche. Ed eravamo in ritardo sui tempi. C'era la speranza che l'evento si verificasse in mezzo alle montagne producendo danni molto minori rispetto a quanto poi effettivamente successo».

Collabora con le istituzioni italiane?

«Il nostro lavoro è molto più apprezzato all'estero. Abbiamo diverse collaborazioni negli Stati Uniti, in Cina, dove prestano molta più attenzione e fede alla risposta di questa ricerca. Siamo appena tornati dagli Stati Uniti e ora mi stavo preparando perché ho una richiesta del governo dell'Ecuador per andare a montare lì cinque stazioni».

Non ha un dialogo con il nostro governo?

«Qui in Italia per questo tipo di ricerca sperimentale e all'avanguardia c'è molta ignoranza. Siamo molto indietro. Nemmeno ti danno la soddisfazione di provare, saggiare, sperimentare, mettere a disposizione mezzi e strumenti per fare qualcosa di nuovo e innovativo. Questa ricerca me la pago da solo con la fondazione e qualche donazione privata per portare avanti il nostro lavoro».

Qual è l'innovazione portata dalla sua ricerca? 

«La strumentazione che ho inventato io misura la propagazione del radon che fuoriesce dal sottosuolo. Ci sono diversi sensori posizionati a una certa distanza tra di loro. Misura la velocità di propagazione, e la variazione di concentrazione, di radon. Quando si verifica un picco sia in incremento sia in decremento che supera la media mobile è un segnale di anomalia che può far scattare l'allerta»

Sulla sua pagina Facebook lo scorso 10 agosto aveva pubblicato un grafico riguardo delle anomalie sismiche. Riguardavano lo sciame sismico che ha portato al terremoto di questa notte?

«Sì, riguardava proprio l'incremento dello sciame che stavamo monitorando. In quel periodo ero in California e controllando le stazioni in Italia mi sono reso conto della presenza di un'anomalia che nei giorni successivi aveva dato vita a quattro eventi sismici nella zona»

E' prevedibile che lo sciame sismico continuerà nelle prossime ore e nei prossimi giorni?

«Certamente. Dopo un evento come quello di questa notte avremo sicuramente uno sciame con una serie di eventi la cui intensità andrà piano piano a diminuire fintanto che non si sarà scaricata completamente tutta l'energia rilasciata. Avremo bisogno ancora di 24 o 48 ore per poter dire che effettivamente l'evento di questa notte è stato quello con la maggiore intensità. Sicuramente l'impressione che abbiamo dall'analisi dei dati e da come si sta comportando lo sciame sembra che tutto debba andare pian piano a finire. Calcoli però che uno sciame dopo un forte evento come questo può durare anche per qualche mese»

Il sismologo Giuliani: "Così prevedo i terremoti. Ecco dove può colpire il sisma ora", scrive “Libero Quotidiano” l'1 novembre 2016. Il sismologo Giampaolo Giuliani è famoso per essere "quello che prevede i terremoti". Per gli esperti ufficiali è poco più di un ciarlatano, ma lui al Tempo ribadisce la sua verità: "Non mi ascoltano perché il terremoto è un business". Le sue parole hanno spesso provocato polemiche. Da ultime le affermazioni su quello devastante di Norcia. Impronosticabile per tutti, non per lui: "Quello che viviamo in realtà è già accaduto, nel 1703. È storia: anche lì Amatrice, Accumoli, L'Aquila. Fu uno dei terremoti più significativi della nostra storia e l'evoluzione di oggi potrebbe ripercorrere quella di allora. Le repliche durarono più di due anni, e si ebbero reazioni anche in Toscana, Emilia, nella zona di Venezia. Poi tutto si concluse con un forte terremoto a Sulmona. Attenzione. Non voglio dire che ci sarà anche stavolta un terremoto a Sulmona, ma non possiamo non considerare quanto è successo". "Niente panico", ribadisce il sismologo, ma "co-no-scen-za". Le prime polemiche con la sismologia ufficiale sono sorte nel 2004, "quando io presentai la mia ricerca sperimentale e fu tacciata da criminale. Non si poteva dire che i terremoti si potessero prevedere. A chi facevo male? Il terremoto è un fenomeno che produce Pil, e dunque c'è sempre stata un'ostilità verso di me affinché il terremoto rimanesse un fenomeno non prevedibile". Il segreto secondo Giuliani sta negli strumenti che utilizza solo lui: "Sono sedici anni che studio il radon e ho informazioni su questo elemento, radioattivo, che il mondo accademico nazionale non ha, perché utilizzo uno strumento costruito da me. Io l'ho messo a disposizione di tutti, nel 2004, dal Cnr alla Protezione Civile e nessuno l'ha voluto vedere". Contestato in Italia, lavora all'estero: "Sono appena rientrato dagli Usa, presto andrò in Siberia. Ho messo quattro macchine a rilevare in Cina e sto trattando con il governo dell'Ecuador per andare a controllare la faglia di Nazca. Ma che mi importa di starmi a giustificare con gli italiani? Tra l'altro, io le mie ricerche me le sono sempre pagate da solo, non ho mai chiesto aiuti a nessuno. Avevo solo chiesto un paio di ricercatori per analizzare i miei 16 anni di dati che hanno un'importanza scientifica incredibile". Concessi? "Assolutamente no".

Poi c'è chi, il solito giornalista, che vede lucciole per lanterne. “Dobbiamo aspettare le prossime 24-48 ore, per capire. Potrebbe infatti verificarsi la scossa principale, fino a 7.5 gradi. Oppure potremmo registrare il decrescere di intensità con scosse intorno ai 6 gradi e poi via via a scemare”. Questa dichiarazione-shock sul quotidiano online Leggo del tecnico aquilano Giampaolo Giuliani, che da anni asserisce di poter prevedere i terremoti con un suo metodo, ha sconvolto la rete a poche ore dal sisma di magnitudo 6.5 delle 7.40 di domenica, scrive il 31 ottobre 2016 “Abruzzo Web”. La notizia ha fatto il giro delle reti sociali suscitando le “solite” reazioni dicotomiche tra contestatori e fan di Giuliani: gli uni hanno denunciato l’irresponsabilità di sbilanciarsi in un modo così netto, gli altri hanno ringraziato per averli messi in guardia. Ad aumentare la confusione, il fatto che nell’articolo Giuliani sia stato definito “sismologo” e “professore”: non è né l’uno né l’altro né, a onor del vero, ha mai millantato di essere una figura diversa da quello che è, un tecnico studioso dei sismi. Alla fine la situazione si è surriscaldata: più tardi lo stesso tecnico ha citato alcuni titoli come uno attribuito a Libero “Sismologo terrorizza l’Italia prevedendo una scossa disastrosa”. E dato che già una volta Giuliani è stato denunciato per procurato allarme (inchiesta archiviata) e altre volte ha rischiato nuove denunce, in breve tempo sono arrivate due precisazioni sulla propria pagina Facebook. “Non ho assolutamente dichiarato alla giornalista che ci sarebbe stata una scossa di magnitudo 7.5 entro 48 ore - ha chiarito - La domanda è stata: Dopo questa scossa quanto ci vorrà per sapere se è la scossa più forte?. Risposta: Beh 24-48ore. Domanda: E quella faglia, quanto può rilasciare?. Risposta: Tra il 6.5/7.5. E la giornalista decide di scrivere che Giuliani avrebbe dichiarato che si verificherà un evento entro 48 ore catastrofico”. Nel secondo, Giuliani ha aggiunto di aver “parlato con la giornalista Lorena Loiacono, la quale non voleva nel modo più assoluto creare allarmismo. In realtà, il titolo di testa è stato ripreso da altri media i quali hanno approfittato dell’occasione per portare disagio nella comunicazione”. Tra quelli che hanno deprecato l’articolo c’è stato l’assessore comunale dell’Aquila alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, che si è soffermato su un passaggio particolare. “Hai capito tu che consiglio? Non dormite negli edifici danneggiati. Cavolo! - è sbottato sempre su Facebook - Non sono entrato nel merito delle dichiarazioni sul sisma tanto ormai ne ne scrivono di tutti i colori e razze”. E a una fan che gli diceva “Per piacere lasciate stare Giampaolo”, Di Stefano ha risposto: “Per carità, chi te lo tocca”.

IL TERREMOTO E L'INFORMAZIONE.

Sisma, per tappare i buchi la Rai ruba il video a Sky. Anzaldi pizzica ancora una volta Rai News: "Ruba le immagini di Sky Tg24 dai luoghi del terremoto". E pubblica i video a confronto, scrive Angelo Scarano, Domenica 30/10/2016, su "Il Giornale".  Dopo le figuracce dei giorni passati, la Rai finisce nuovamente nel mirino. Oggi dopo la scossa delle 7:40, che ha fatto tremare tutto il Centro Italia, Rai News e le reti della tivù pubblica hanno dato ampie informazioni sul sisma. Non solo. Sono anche arrivate in tempo reale le immagini delle zone colpite (guarda il video). Peccato che, guardando meglio, il deputato piddì Michele Anzaldi si sia accorto che fossero le immagini di Sky Tg24. "Sarebbe opportuno che la Rai spiegasse immediatamente con un comunicato - tuona Anzaldi - o altrimenti ce lo faremo spiegare tra qualche giorno in Commissione di Vigilanza". Dopo essere arrivati in ritardo sul sisma dello scorso 26 ottobre e sull'incidente del cavalcavia crollato sulla superstrada Milano-Lecco, questa mattina Rai News ha trasmesso le immagini in diretta da Norcia del concorrente Sky Tg24. Come fa notare anche Dagospia, in studio era persino presente il direttore Antonio Di Bella (guarda il video). "Le spacciava come immagini Rai - si legge sul sito diretto da Roberto D'Agostino - salvo rientrare improvvisamente in studio come si vede dal video quando veniva inquadrata la giornalista di sky Pina Esposito, la prima a trasmettere stamane da Norcia". Il primo ad accorgersi dello scippo è stato appunto Anzaldi che pensava che la telecamera della Rai e quella di Sky fossero vicine (guarda il video). E così, spinto dalla curiosità e da qualche dubbio, ha chiamato l'emittente di Rupert Murdoch per chiedere in quanti fossero posizionati davanti alla Cattedrale di Norcia. Risposta: "Il nostro operatore era solo''. ''Quindi lei mi sta dicendo che la Rai si è appropriata delle vostre immagini senza neanche citarvi?", ha insistito il deputato dem. "Io le ribadisco ufficialmente quanto detto prima - hanno fatto sapere da Sky - sul luogo in quel momento era presente solo Sky". E - giustamente - Dagospia si chiede perché mai, "nonostante i 1500 giornalisti e le nutrite sedi regionali, il servizio pubblico anche stavolta lo stava facendo Sky Tg24 con 150 cronisti".

Il terremoto e l'informazione: il coraggio del rigore. Basta con la falsa par condicio: non ci interessano tutte le opinioni, ci interessano le opinioni di chi sa di che cosa parla. Altrimenti, davvero, basta un click: ma stavolta per spegnere questo frastuono assordante di falsità, scrive Roberto Saviano il 30 agosto 2016 su “La Repubblica”. Ora che abbiamo capito che sul web, insieme alla stragrande maggioranza di normalissimi navigatori, ci sono anche "hater" e "webeti", odiatori e creduloni, possiamo iniziare a fare il nostro lavoro. Possiamo recuperare una regola aurea, poco cinica, quindi se volete poco in linea con i tempi, ma che io credo debba essere il nostro punto di partenza e il nostro fine: avere rispetto per il lettore, per il telespettatore, per il cittadino. E ora che abbiamo tutti riscoperto la correttezza sui social, quella netiquette che sembrava ormai naufragata e irrecuperabile, cerchiamo anche di applicarla dove veramente serve e dove può fare la differenza: la televisione, la carta stampata, i siti di informazione e il nostro modo di conoscere e interpretare il mondo. I social, si sa, mostrano sempre reazioni schizofreniche quando commentano un avvenimento, perché non hanno un'anima sola. Sui social c'è chi la pensa esattamente come me e chi la pensa nel modo opposto. Sui social c'è chi legge e basta e chi non legge e commenta. C'è chi ha un atteggiamento conciliatorio e chi cerca lo scontro. Non è detto che sui social chi è combattivo e alza i toni lo faccia anche nella vita relazionale, come è vero che ciascuno di noi cambia tono, argomenti, comportamento a seconda della situazione in cui si trova, del contesto, degli interlocutori. E i social, con la loro empatia, la loro rabbia, il loro livore, la loro delicatezza e la loro violenza, si sono confrontati con le conseguenze del terremoto. Ma come? Raccogliendo e rilanciando di tutto e di più, com'è nella natura di questa "rete" senza rete: anche tante accuse, offese, notizie non provate. Ma si può dire, forse, che tutto ciò che è venuto prepotentemente fuori sui social dopo il terremoto possa essere letto, quasi fosse una cartina di tornasole, come il conto presentato all'informazione italiana, cioè al modo in cui ha trattato i suoi utenti, oltre che agli utenti stessi, che hanno abdicato alla loro funzione di controllo. Sì, la realtà che il terremoto nel centro Italia ha portato alla luce è amara e tragica, e lo è ancora di più perché dopo la strage dell'Aquila (riesce qualcuno di voi ancora a chiamarlo semplicemente terremoto?) tutti sapevamo quali fossero i rischi, le probabilità che la strage si ripetesse, e nessuno, o quasi, ha fatto nulla. Certo, abbiamo avvertito i nostri lettori, spettatori e navigatori sui rischi della ricostruzione, abbiamo detto che si sarebbe dovuto mettere a norma gli edifici, almeno quelli pubblici, nei territori a rischio. Ma, poi, chi è andato davvero a controllare fino in fondo? Quanti di noi lo hanno fatto? Certo, un terremoto non si può prevedere: ma i danni si possono e si devono arginare, si possono prevedere i suoi effetti. E l'informazione ha avuto una progressione da manuale: il "rispettoso silenzio" - e sacrosanto - la netiquette, mentre ancora si estraevano i corpi dalle macerie, hanno lasciato il posto ai j'accuse soliti, sempre uguali. Alle interviste agli esperti, alle omelie dai pulpiti. E nel momento della caccia alle streghe non c'è nessuno che sappia riconoscere la strega che alberga in se stesso. Ora tutti si affannano a dire che dopo L'Aquila (quindi dal 2009) i soldi c'erano ma che sono stati spesi male. Ma questo lo sapevamo già: lo immaginavamo. E lo sapevamo perché sapevamo che non c'è stato alcun serio controllo, sapevamo che i controllori hanno rapporti con i controllati, e che spesso hanno un tornaconto per cui quindi si chiude un occhio, e a volte due. Domanda: perché è dunque successo tutto questo? Che cosa non ha funzionato? Quali meccanismi sono scattati, o meglio non sono scattati, nel nostro sistema di difesa, che nel nostro caso si chiama anche sistema di informazione? Intanto, le vittime di oggi forse sono anche vittime della crisi, perché solo in pochi hanno ammesso che la messa in sicurezza di Norcia è avvenuta in un'altra epoca. Ma continuando ad analizzare il rapporto tra social e informazione, è evidente che non possiamo affidare la correttezza della seconda ai primi: sarebbe come voler arginare il mare, in mare. È ovvio che in un Paese come l'Italia tutto deve ripartire necessariamente dall'autorevolezza dei media. Ora che abbiamo evidenziato il webetismo ("webete", termine coniato da Enrico Mentana) facciamo dunque un passo avanti, e smettiamo di dare voce (non è censura, non lo è affatto) ai disinformatori di professione, a chi non ha alcun talento se non quello di andare in televisione, fare polemica, alzare quel tanto che basta la curva degli ascolti facendo danni che spesso sono irreparabili. La televisione è un opinion maker importantissimo, imprescindibile nel nostro Paese: si assumano allora le reti pubbliche e private la responsabilità di dare voce a chi parla perché sa, a chi dà informazioni verificate e verificabili. E si smetta di dare credito a chi diffonde leggende metropolitane (Giorgia Meloni che invita alla donazione del jackpot del Superenalotto per ricostruire Amatrice), a chi semina odio (Matteo Salvini sui migranti e i loro falsi soggiorni in hotel a cinque stelle). Mentre seppelliamo i morti di Amatrice, sta per iniziare una nuova stagione televisiva, un nuovo anno per l'informazione e l'intrattenimento. Il mio invito, che è spero anche la pretesa di chi mi legge, si chiama rigore: rigore nell'intrattenimento e rigore nell'informazione. Certo, anche nell'intrattenimento: perché leggerezza e evasione sono cose legittime, ma il rigore e la correttezza devono esserne sempre la cifra. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è quello di chiudere la porta alle leggende metropolitane in tv (vaccini che causano autismo, scie chimiche, Club Bilderberg), a quei discorsi infiniti, a ore e ore di parole che dette con leggerezza fanno danni incalcolabili. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è la richiesta di una informazione che davvero "serva": servizio privato e pubblico vero, orientato a un dibattito pubblico oltre i dettami di questo storytelling forzatamente positivo, da strapaese, e che tollera anche la fandonia, la falsa notizia, quella che fa più scalpore - e magari più click. Se crollano interi paesi, è anche (sottolineo anche: stiamo parlando di un terremoto) perché nonostante i fondi stanziati i lavori non sono stati mai fatti, e non sono stati fatti a dovere, nel silenzio di chi avrebbe dovuto controllare (e raccontare). Basta con la falsa par condicio: non ci interessano tutte le opinioni, ci interessano le opinioni di chi sa di che cosa parla. Altrimenti, davvero, basta un click: ma stavolta per spegnere questo frastuono assordante di falsità.  

TERREMOTO E SATIRA.

«Terremoto all’italiana», è un caso la vignetta di Charlie Hebdo. Nel numero in edicola satira sulla tragedia di Amatrice: lasagne e pasta per illustrare il dolore per le 300 vittime. La rete si indigna: «Io non sono Charlie». L’ambasciata: «Non ci rappresenta». Poi la precisazione: «Italiani, a costruire le vostre case è la mafia», scrive Antonella De Gregorio il 2 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". Oggi nessuno «è Charlie Hebdo». La solidarietà dopo gli attentati che hanno colpito il giornale nel gennaio del 2015 si squaglia sui social, lasciando spazio all’indignazione più viscerale. Scatenata dalla vignetta che il settimanale in edicola dedica al terremoto in Italia. Nell’immagine, intitolata «Séisme à l’italienne» («Terremoto all’italiana») le vittime del terremoto che ha sconvolto il nostro Paese vengono paragonate a tre piatti tipici della nostra cultura: «Penne all’arrabbiata», illustrato con un uomo sporco di sangue; «Penne gratinate», con una superstite coperta di polvere; mentre le lasagne sono strati di pasta alternati ai corpi rimasti sotto alle macerie. La vignetta firmata dal vignettista Felix è pubblicata nell’ultima pagina del numero in edicola della rivista satirica, che ha in copertina una vignetta sul burkini: il «sacco di patate che unisce la sinistra». In fondo al giornale, nella pagina tradizionalmente intitolata «le altre possibili copertine», la sciagura in Italia viene affrontata con freddure tipo: «Circa 300 morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa che il sisma abbia gridato “Allah Akbar” prima di colpire». La polemica è esplosa. E a poco sono valse le scuse ufficiali della diplomazia d’Oltralpe. «Il disegno pubblicato da Charlie Hebdo non rappresenta assolutamente la posizione della Francia» si legge in una nota dell’ambasciata francese a Roma, che sottolinea che il terremoto del 24 agosto è «un’immensa tragedia» e rinnova le condoglianze alle autorità e al popolo italiano, al quale «ha offerto il suo aiuto». Su Twitter, tantissimi quelli che giudicano la vignetta «sconvolgente», «indecente», e chiedono rispetto per le vittime. C’è chi pubblica l’immagine a fianco della scritta «Io non sono Charlie». Chi commenta: «Hebdo oggi ha toppato alla grande», e «Cosa ci sia da ridere su questa vignetta poi ce lo spiegate». Ma anche chi difende la scelta («Siamo tutti Charlie finché Charlie non sfotte noi») e commenta: «Se non tocca alla pancia non è satira. È solo un disegno insignificante». Trovando, magari, più scandalosi «le interviste sceme, lo show morboso del dolore andato in scena in questi giorni». Si riapre insomma il dibattito sui confini dell’ironia. Rispetto, cattivo gusto, libertà di esprimersi, censura: ognuno in rete dice la sua. «Le vignette di #CharlieHebdo servono proprio a far indignare chi viene “colpito”. Lo fanno per lavoro, non lo scordiamo», sottolinea un utente di Twitter. Mentre un’interpretazione taccia di «analfabetismo funzionale» tutti coloro che non han capitole intenzioni degli autori della vignetta: «Edifici costruiti con la sabbia (“penne gratinées”) che quando crollano si riducono e ti riducono a strati di lasagna. Ecco i sismi all’italiana - scrive Pasquale Videtta - in cui nemmeno le scuole anti-sismiche sono tali. L’analfabetismo funzionale è quella cosa che ti fa scambiare la vignetta di Charlie Hebdo per una derisione delle vittime del terremoto e non per una denuncia politica e sociale». Spiegazione «esegetica» che sono gli stessi giornalisti della rivista francese a confermare, con un colpo a sorpresa, a poche ore dal polverone mediatico. Nel pomeriggio, dopo la valanga di contestazioni, sulla pagina Facebook ufficiale, Charlie Hebdo pubblica una vignetta «di precisazione» firmata «Coco». Vi compare una persona insanguinata sotto le macerie, come nel disegno contestato, che si rivolge al lettore: «Italiani...non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!». «È una vignetta in cui non trovo niente da ridere», ha commentato il Commissario per la ricostruzione post terremoto Vasco Errani. «Io sto vivendo questa situazione con la popolazione - ha sottolineato - e sono certo che i cittadini che stanno vivendo questa tragedia non trovino niente da dire e da ridere come me. La vignetta aumenta la sofferenza di queste persone». Sconforto dal sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi: «Ma come si fa a fare della satira sui morti? La satira è satira quando fa ridere e qui mi sembra che non ci sia proprio nulla da ridere, visto che è pieno di morti». Certo Charlie Hebdo non è il primo pensiero del primo cittadino del comune sconvolto dal sisma. E per un po’ Pirozzi si è disinteressato alla questione. Ma poi, davanti ai giornalisti che lo incalzavano, è sbottato: «La satira è una cosa bella, ben venga l’ironia. Ma come si fa... qui c’è soltanto del cattivo gusto». Con lui si esprime anche la politica: «Vignetta lugubre, disumana, indegna, da rispedire al mittente», scrive in una nota la deputata Pd Vanna Iori. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, sul suo account Facebook liquida la vicenda così: «Non fa ridere, non è sagace, non c’è neppure del “sarcasmo nero”. È solo brutta. Si vede che l’ha fatta un cretino. Mi spiace non siano riusciti più a trovare vignettisti capaci». E Michele Anzaldi (Pd), chiede scuse ufficiali: «Ci aspettiamo che la Francia, a partire dalle sue istituzioni — dichiara — prenda le distanze da una vignetta che rinnova il dolore nelle tante famiglie italiane che hanno subito il grave lutto del terremoto». Scuse che l’ambasciatore francese si è affrettato a trasmettere.

#JeSuis Charlie sempre. Anche se non ci piace. Chi stabilisce i confini della decenza quando si parla di satira? Perché non possiamo gridare alla censura nonostante i contenuti oltraggiosi o che ci paiono una porcheria, scrive Pierluigi Battista il 2 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". #JeSuisCharlie anche se «Charlie Hebdo» pubblica vignette volgari e oltraggiose. Perché la libertà d’espressione è anche diritto alla volgarità. Naturalmente deve esistere una reciprocità di diritti: se la satira vuole vedere riconosciuto quello dell’irriverenza assoluta e offensiva, deve anche riconoscere il diritto altrui a criticare le schifezze che si pubblicano in nome della satira. Se noi volessimo rispettare solo la libertà di ciò che ci aggrada, non ci vorrebbe un grande sforzo. Lo sforzo è riconoscere la libertà di dire e disegnare e rappresentare cose opposte a quelle che pensiamo e che consideriamo giuste, buone, persino sacre. Dicono: ma non si oltrepassino i confini della decenza. Ma chi stabilisce questi confini? La censura è per definizione il campo dell’arbitrio, della discrezionalità, della prepotenza di chi pretende di incarnare il Giusto e il Buono. E allora, dobbiamo accettare passivamente le volgarità sui nostri morti sepolti dal terremoto? Certo che no, nessuna passività. Possiamo dire attivamente che si tratta di una porcheria. Oppure possiamo avvalerci di quell’altra fondamentale libertà che sarebbe da stolti dimenticare, e cioè la libertà di non comprare un vignettificio che non ci piace. Non vuoi «Charlie Hebdo»? Non andare in edicola a comprarlo. Questa è la libertà, a meno che uno non sia costretto a pagare cose che non vuole vedere, come avviene con il canone Rai. Quando c’è la sfida dei fanatici jihadisti che vogliono toglierci ogni libertà, bisogna essere rigorosi nel difendere ogni libertà. Compresa quella che non ci piace. Perciò #JesuisCharlie, anche se stavolta sono stati dei veri farabutti.

Charlie Hebdo, perché li critico. «Non si calpestano così 300 morti», scrive Giannelli il 2 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". La vignetta pubblicata in ultima pagina dal settimanale satirico francese Charlie Hebdoa firma Felix non mi è piaciuta. Mi perdonerà il collega vignettista ma, a mio parere, se pur sia ben consapevole che la satira è trasgressione assoluta, tragedie come quelle del terremoto che ha colpito il Centro Italia è obiettivamente difficile che possano giustificare spunti satirici di questa specie. È trasparente il messaggio che la vignetta vuole dare: una condanna degli italiani spaghettari. Ma per insistere su questo consueto stereotipo, mi sembra sia stato di cattivo gusto calpestare trecento morti. E che la critica non sia altro che una riaffermazione dei consueti stereotipi sul nostro Paese, lo dimostra la seconda vignetta, pubblicata nel pomeriggio sull’account Facebook del settimanale, nella quale il disegnatore Coco Charlie Hebdo ha chiamato in causa la mafia. Niente di nuovo quindi rispetto alla copertina di tanti anni orsono del settimanale tedesco Der Spiegel che raffigurava l’Italia come un piatto di spaghetti con una rivoltella sopra. È vero che una vignetta è solo uno scherzo, una irrisione e trovo quindi sproporzionato e ridicolo che si parli di severa condanna e di giusta indignazione, con l’ambasciata transalpina in Italia a puntualizzare che «non rappresenta assolutamente la posizione della Francia». Ci deve essere però anche libertà di critica perfino nei confronti della satira e da vignettista ammetto che non sempre si possono avere idee felici; è fatale. Nel caso specifico, avrei trovato più giusto che la prima vignetta fosse firmata Infelix.

Satira sul terremoto, Pennac: "Disegno idiota, ma difendo ancora la libertà di Charlie Hebdo". L'intervista. La bocciatura dello scrittore: "Non mi piace chi gioca con la morte degli altri", scrive Francesca De Benedetti su "La Repubblica" il 03 settembre 2016. Una "connerie", uno scivolone in piena regola: così Daniel Pennac, lo scrittore francese, commenta la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto in Italia. Lui, l'autore della saga dei Malaussène e di altre opere di successo, è abituato a giocare con ogni sfumatura del linguaggio. Ma stavolta per commentare la satira dei suoi connazionali sul sisma non usa mezzi termini, anzi si concede un paio di parole forti. Poi però conclude: "Anche oggi, "Je suis Charlie". Una vignetta idiota non può togliere forza a quel messaggio, che non va messo in discussione".

Pasta e sangue, poi la mafia: è la chiave con cui Charlie "legge" il terremoto in Italia. Cosa ne pensa?

"La vignetta sulle vittime del terremoto è stronzissima e basta. Non è divertente, non fa ridere nessuno se non chi l'ha concepita, quasi non merita il nostro sdegno".

La satira non giustifica il ricorso agli stereotipi e le provocazioni violente?

"Vede, io penso che neppure la satira dovrebbe calpestare una cosa importante: l'empatia. Penso alle vittime delle scosse, penso alle sofferenze di quelle terre, e non posso non concludere che quelle vignette mancano di rispetto a quel dolore, a quelle storie. Non mi piace chi gioca con la morte degli altri. Penso al fatto che proprio oggi avrei dovuto essere in un paesino umbro per un'iniziativa culturale; Castello di Postignano si trova non lontano dai borghi distrutti, la gente è andata via per paura di nuove scosse. Abbiamo sospeso l'evento, perché la prima cosa da mostrare, di fronte a tragedie come questa, è l'umanità, la solidarietà".

Fa bene l'ambasciata di Francia a prendere le distanze dalle vignette? Hanno ragione gli italiani indignati?

"Se lo chiede a me, le dico di sì, perché non gradisco né quella vignetta né in generale un certo humour sulla morte. Va detto che con Charlie tutto ciò non è una novità. Non è una novità un certo stile, che già altre volte mi ha suscitato una sensazione di disagio, anche se non detesto il giornale in sé e non amo le condanne definitive".

Qualcuno è arrivato a dire: "Je ne suis pas Charlie", "Non sto più con Charlie".

"L'espressione "Je suis Charlie" è diventata il simbolo dell'opposizione radicale e senza mezzi termini all'assassinio di giornalisti e disegnatori. Una vignetta, per quanto idiota, non giustifica affatto la messa in discussione di questo principio. Con la stessa chiarezza con cui dico che quel disegno non mi piace, sono pronto anche ad affermare senza mezzi termini: "Io resto Charlie". A ognuno le sue responsabilità morali: chi offende i morti ha le sue, e noi abbiamo le nostre. È nostro dovere ribadire ogni giorno che nulla autorizza l'uccisione di chi fa satira e che niente può giustificare un massacro come quello dei giornalisti e disegnatori di Charlie. Non possiamo esserne complici: ecco perché io - anche oggi - sono Charlie".

La vignetta di Charlie Hebdo non mi piace, ma difendo la libertà di espressione. Siamo una civiltà superiore. Nessuno ucciderà chi sta dietro a quel disegno, scrive Camillo Langone, Sabato 03/09/2016, su "Il Giornale". Quelli di Charlie Hebdo vogliono proprio mettere alla prova il famoso detto di Voltaire: «Non sono d'accordo con quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». L'affermazione del filosofo suona un po' troppo roboante (e infatti pare che il testo originale, prima di diventare una formula, fosse più trattenuto), però il concetto non può non essere condiviso da chiunque ami la libertà. Io per Charlie Hebdo non sono disposto a morire, è inutile che faccia il gradasso, ma a correre qualche piccolo rischio sì. Quando nel gennaio dell'anno scorso la redazione del settimanale satirico francese venne sterminata dai coranisti a colpi di fucile mitragliatore AK-47 scrissi che i caduti andavano considerati martiri della libertà di espressione. Ne sono ancora convinto. E proprio perché ieri ho preso le parti dei vignettisti contro gli islamisti e gli islamofili oggi posso tranquillamente dirmi in disaccordo con le vignette sul terremoto di Amatrice e di Arquata. Ammetto di essere poco spiritoso e sarà per questo che poco ho apprezzato la vignetta intitolata «Sisma all'italiana» apparsa sul settimanale: a sinistra un uomo insanguinato sotto la scritta «Penne al pomodoro», al centro una signora bruciacchiata o impolverata o chissà (nella mia vita ho visto vignette disegnate meglio) sotto la scritta «Penne gratinate», e infine, a destra, quattro morti schiacciati fra strati di macerie e dunque posti sotto la scritta «Lasagne». Qualcuno ha riso? De gustibus. Non che il dettaglio abbia soverchia importanza, ma la grossolanità satirica stavolta si abbina alla grossolanità gastronomica: non ci vuole una laurea all'università Slow Food di Pollenzo per sapere che Amatrice con le penne c'entra poco e con le lasagne nulla e che il famoso sugo che dal paese appenninico prende il nome condisce di norma i bucatini. Meglio dirlo piano, non vorrei offrire spunti a uno dei loro vignettisti senza scrupoli, settimana prossima non vorrei vedere stampato un piatto di bucatini con un macabro ragù a base di terremotati macinati, e poi magari ritrovarmi qui a discettare sul fatto che il sugo all'amatriciana non è propriamente un ragù. Me la vorrei risparmiare una simile disquisizione e mi sarei voluto risparmiare anche la presente su penne e lasagne non filologiche, non tipiche, eppure qualcosa di buono da questo sgradevole episodio vorrei ricavarlo. Ex malo bonum, dicevano gli antichi. Dall'ultima vignettaccia di Charlie Hebdo traggo la dimostrazione della nostra appartenenza a una civiltà superiore perché nessun terremotato italiano entrerà nella redazione parigina sparando all'impazzata e gridando «Amatrice è grande». Ci sono state e ci saranno reazioni critiche, e ci mancherebbe, ci sono state e ci saranno manifestazioni di sdegno, legittime pure queste, ancor più se provenienti da persone che nella tragedia hanno perso famigliari, amici, case. Ma niente di più. Gli italiani sono dunque un popolo voltairiano? Non voglio esagerare, non li direi così filosofici, ma senz'altro non sono capaci di meditare vendette collettive (durante la Seconda guerra mondiale vennero invasi dai tedeschi e bombardati dagli americani, eppure nel Bel Paese i turisti provenienti dalla Germania e dagli Usa sono sempre stati accolti benissimo). Semplicemente, stavolta, non sono Charlie.

Ma la vignetta non è piaciuta neppure a un maestro della satira come Sergio Staino che, in un’intervista all’Ansa, ha commentato: “Penso che sia una vignetta in linea con la storia di Charlie Hebdo. Non è la prima volta che, per una scelta provocatoria, decidono di andare contro tutto e tutti in momenti di grande dolore”. Per Staino il giornale “ha voluto legare il vecchio stereotipo del paese dei maccheroni alla tragedia, ma il risultato è di basso livello. Neanche un ubriaco o il pazzo di quartiere farebbe una cosa simile, che senso ha? Prendo le distanze da un intervento creativo che non ha alcun senso, almeno per come intendo io la satira”.

Mentana definitivo sulla vignetta-vergogna: "Basta dire che...". Così chiude la bocca a tutti, scrive “Libero Quotidiano" il 2 settembre 2016. La satira piace a tutti, almeno finché non si è il soggetto preso di mira. Eppure sembra ieri che mezzo mondo occidentale agitava la scritta #Jesuischarlie, poco dopo gli attentati islamici del gennaio 2015 contro la rivista satirica francese. Stavolta quella stessa rivista ha colpito gli italiani, in particolare le vittime del terremoto in centro Italia raffigurati come una lasagna fatta di corpi e macerie. Contro l'indignazione ad orologeria di tanti che sul web hanno insultato i vignettisti francesi si è scagliato Enrico Mentana che sulla sua pagina Facebook ha scritto: "Scusate, ma Charlie Hebdo è questo! Quando dicevate 'Je suis Charlie' solidarizzavate con chi ha sempre fatto simili vignette, dissacrando tutto e tutti. Le vignette su Maometto anzi facevano alla gran parte degli islamici lo stesso effetto che ha suscitato in tutti noi questa sul terremoto. Fu Wolinski, una delle vittime dell'attacco terrorista del gennaio 2015, a far capire ai colleghi italiani quarant'anni fa che la satira poteva essere brutta sporca e cattiva. Vogliamo rompere le relazioni con la Francia dopo aver marciato in loro difesa? Basta più laicamente dire che una vignetta ci fa schifo".

La reazione. Libero Quotidiano del 3 settembre 2016: "Ci viene voglia di sparargli. Il Tempo pubblica un disegno. La vignetta satirica che sfotte i morti del terremoto del Centro Italia pubblicata dal settimanale satirico Charlie Hebdo ha sollevato moltissime polemiche e reazioni. Libero in edicola oggi lancia una provocazione: "Viene voglia anche a noi di sparargli" titola in prima pagina sopra la foto con la disgustosa vignetta. Il Tempo, pubblica a sua volta una vignetta che fa riferimento alle tante vittime del terrorismo che titola "Tartare à la parisienne". Due titoli forti per rispondere a una vignetta che definire di cattivo gusto è davvero poco. 

Charlie Hebdo e la satira senza limiti. Eccessi e pessimo gusto come regola. Il settimanale satirico francese ha origine come foglio libertario negli anni Settanta. Da rivista di nicchia, dopo l’attentato del gennaio 2015 è diventata nota globalmente, scrive Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi, il 2 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". «Charlie Hebdo» torna a fare parlare di sé anche fuori dalla Francia, come spesso gli accade dopo la notorietà planetaria acquistata suo malgrado con i 12 morti del 7 gennaio 2015. Stavolta l’indignazione riguarda una vignetta sul terremoto in Italia, pubblicata a pagina 16, l’ultima, dedicata come sempre alle «copertine alle quali siete sfuggiti», cioè ai disegni che sono stati valutati per la prima pagina ma poi scartati. Nell’ultimo numero, la caricatura principale è dedicata al giornalista Edwy Plenel, alla ministra Najat Vallaud Belkacem e all’ecologista Cécile Duflot a braccetto sulla spiaggia sotto la scritta «Burkini - il sacco da patate che unisce la sinistra». Il titolo è «Sisma all’italiana», sotto ci sono tre versioni macabro-culinarie degli effetti del terremoto: penne al pomodoro, penne gratinate e lasagne, giocando su sangue/salsa. La vignetta ha provocato reazioni indignate su Twitter, molti hanno fatto sapere di «non essere più Charlie», ricordando l’ondata di emozione e solidarietà che avvolse la redazione dopo l’attentato, quando milioni di persone proclamavano lo slogan «Je Suis Charlie». La derisione verso tutto e tutti, anche le tragedie, è sempre stata una caratteristica di Charlie Hebdo. Accanto alla vignetta sul terremoto, ce n’è una sui migranti a Calais che ormai hanno superato quota 10 mila: una lunghissima fila di persone davanti alla toilette, la scritta «le forze dell’ordine sono travolte» e tre mosche che dicono «anche noi!». Poi, due vignette sul surfista attaccato dagli squali alla Reunion. All’interno, a pagina 2, un grande disegno sul rientro a scuola, con un esibizionista che apre l’impermeabile davanti ai bambini e un agente della sicurezza che controlla lo zaino di un allievo: «droga, cianuro, siringhe, alcol… niente cintura di esplosivo, potete andare». Lo scorso gennaio, il direttore Riss (che ha preso il posto di Charb rimasto ucciso nell’attentato) ha disegnato la figura riversa sulla sabbia di Aylan Kurdi, il bambino siriano di tre anni morto a Bodrum, in Turchia, mentre cercava con il padre e il fratello di raggiungere l’Europa. «Che cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?» si chiede il vignettista. La risposta: «Un palpatore di sederi in Germania». Il riferimento è ai fatti del 31 dicembre di Colonia, dove decine di donne sono state molestate da gruppi di stranieri. La zia Tima Kurdi, che vive in Canada, protestò: «Speravo che le persone rispettassero il nostro dolore. È stata una grande perdita per noi. Cerchiamo di dimenticare e di guardare avanti. Ma ferirci un’altra volta è ingiusto». Pochi mesi prima, a settembre 2015, il giornale aveva pubblicato altre due vignette su Aylan. Non si contano i disegni su preti, suore, islamici, atei, omosessuali, eterosessuali, politici, celebrità varie, persone comuni. Charlie Hebdo non si è mai posto limiti. A settembre 2015 Luz, altro sopravvissuto del massacro del 7 gennaio, aveva preso le difese di Riss con una specie di editoriale a fumetti intitolato «il disegno satirico spiegato agli idioti»: «Fai parte dei milioni di “nuovi lettori” che hanno scoperto Charlie e il suo umorismo dopo gli attentati di gennaio. Non avremmo mai immaginato che ti saresti interessato al nostro lavoro». In effetti, Charlie Hebdo non è un pensoso, pacato e autorevole settimanale di approfondimento dal quale pretendere senso di responsabilità o eleganza, ma un foglio libertario fondato negli anni Settanta, che ha fatto dell’eccesso e del pessimo gusto uno dei suoi tratti costanti. Per questo aveva un pubblico di nicchia ma è diventato suo malgrado – c’è voluto l’attentato islamista - una testata nota in tutto il mondo, scrutata e commentata da lettori e osservatori che prima mai si sarebbero sognati di andare in edicola a comprarne una copia. Lo slogan «Je Suis Charlie» non ha mai voluto dire adesione incondizionata all’umorismo surreale di Charlie Hebdo, ma una scelta di campo dalla parte della libertà di espressione e contro i terroristi. Liberi i disegnatori di Charlie Hebdo di dissacrare tutto e tutti, liberi i lettori di non amare le loro vignette e non comprare il giornale.

Ma quale satira? Questa è merda! Scrive Emanuele Ricucci su “Il Giornale” il 2 settembre 2016. Adesso: quanti di voi sono Charlie? Quanti di voi si sentono Charlie? Neanche il dramma colpisce la redazione della testata francese di satira. Non la ferma, non la frena, in un vomitoso impeto infantile, frutto di una comunicazione adolescente, pretenziosa, mai cresciuta, impulsiva. Così, dopo essersi chiesti se il terremoto, prima di colpire “abbia urlato Allau Akbar”, ecco comparire nell’edizione del 31 agosto di Charlie Hebdo, nella sezione “Le altre possibili copertine”, la vignetta, “sisma all’italiana”: un ferito insanguinato con la didascalia “Penne al pomodoro”, un’altra con quella “Penne gratinate”, i corpi sepolti con la scritta “Lasagne”, così come riporta, fra gli altri, Il Messaggero. Ah, che belle risate. E che riflessione arguta. Ma quale satira? Questa è merda. Pura, purissima merda chic, partorita dalla mente del democraticissimo progresso secondo cui non ci sono vincoli, nella comunicazione, né tabù e la moralità, il buon senso, il buon gusto, ci stanno stretti, come antichi orpelli ormai in disuso. Cosa voleva comunicare Charlie Hebdo? Forse voleva solo incarnare il motto di un altro paladino delle Belle Menti, Dario Fò, un proletario col culo degli altri: “Prima regola: nella satira non ci sono regole”, fintanto che, ovviamente, non colpisce gli agitatori del politicamente corretto. Cosa è satira nel grande mondo liberale e libertino, poco libero? E cos’è oltraggio? Ma non è con i francesi che dobbiamo prendercela – vicini, solidali: amico mio, connazionale, prova ora a sentirti un pochino CHARLIE HEBDO, se ne hai il coraggio. Nota di servizio: Ah, scusate. Date ragione a Charlie, andateci un pochino forzatamente contro corrente. Giusto un po’ coattamente come il giocatore di flipper di Carlo Verdone in Troppo forte; in fondo noi, poveri, non abbiamo colto la sottigliezza alla base della vignetta di Charlie Hebdo, di come le vittime siano cibo per speculatori e un sisma sia appetitoso, oppure di come c’abbiano sparato la verità in faccia sulle case fatte di merda (e dalla mafia), con la sabbia di mare anziché con i ciottoli di fiume, nella seconda vignetta. La moralina d’oltralpe, esposta anche male, male, è un po’ troppo. Scusate la nostra pressappochezza nazionalista nel vedere una mano troppo pesante irridere con troppa facilità chi stava dormendo ed è morto sfracellato, perdonate il nostro sdegno nel vedere cotanta filosofia espressa in tratti di matita. Lasciateci essere dei vermiciattoli (o dei giornalai imperfetti) della non comprensione e siate Charlie, siate un po’ quel che caspita vi pare. A chi verrebbe in mente di irridere i migranti che si abbandonano alle acque del Mediterraneo? Mi perdoneranno gli intellettuali, mi perdonerà chi si è rotto la favetta della polemica o chi glissa elegantemente: et voilà. Perdoneranno l’impeto del povero umile.

I fantasmi del politically correct, scrive Luigi Iannone il 3 settembre 2016 su “Il Giornale”. Alcune anticipazioni de L’ubbidiente democratico, il mio nuovo libro in uscita il 12 settembre. << (…) incantatori di serpenti, teologi del buonismo e della correttezza politica sono la stragrande maggioranza e condizionano la formazione delle coscienze. Da parte loro c’è un’ossessione continua perché, in genere, il politicamente corretto si compone di fantasmi che si agitano al solo proferire delle ovvietà: provate, provate a dire che Cécile Kyenge è stata fatta ministro per il colore della sua pelle; che le quote rosa (e, in subordine, le donne capolista) sono una stupidaggine, oltre che una forma di razzismo al contrario; che al Ministero delle Pari opportunità ci va sempre una donna per fare la foglia di fico; che Rosario Crocetta fece una campagna elettorale costruita anche sul fatto che in una terra ‘arcaica’ come la Sicilia si presentava a Governatore un omosessuale, mentre delle proposte programmatiche si sapeva poco o nulla; provate a dire che i milioni gettati via per liberare ostaggi italiani in Paesi a rischio potrebbero servire per il nostro welfare e coloro i quali (o le quali) girano in zone di guerra come novelli San Francesco e pudiche Santa Chiara, potrebbero qualche volta passare anche dalle mie parti, nella zona bassa dello Stivale. Troverebbero in tante zone del Sud gli stessi problemi e tanto, ma proprio tanto, da fare per poveri e diseredati. Provate a dire io non sono Charlie Hebdo, perché per quanto rispetti la satira e mi risultino ripugnanti le azioni terroristiche e bestiali le loro idee, faccio fatica ad essere blasfemo contro qualunque Dio. Provate a dire queste e tante altre banali verità, e vi subisseranno di ingiurie. Verrete subito cacciati dal consesso civile e additati nella migliore delle ipotesi come degli intolleranti. Ma provate a dirle voi. A me manca il coraggio e non le dirò>>.

E se la satira è nostrana?

“Scusate, avevo solo chiesto una amatriciana”, dice una figura nera con la falce in mano, ovvero la morte. Questo recita la vignetta in prima pagina, oggi, venerdì 26 agosto, su Il Fatto Quotidiano. Il vignettista Mario Natangelo cerca così di ironizzare sulla tragedia del terremoto di Amatrice, nel centro Italia. Sinceramente non se ne vedeva la necessità.

La morte e l'amatriciana: la vignetta che Travaglio doveva evitare, scrive il 25 agosto 2016 “Libero Quotidiano”. "Scusate, avevo solo chiesto una amatriciana", dice una figura nera con la falce in mano, ovvero la morte. Questo recita la vignetta in prima pagina, oggi, su Il Fatto Quotidiano. Il vignettista Mario Natangelo cerca così di ironizzare sulla tragedia del terremoto di Amatrice, nel centro Italia. Sinceramente non se ne vedeva la necessità. La freddura di oggi, il direttore Marco Travaglio la poteva tranquillamente evitare.  

Terremoto e vignette: il Comune di Amatrice querela Charlie Hebdo «Macabro vilipendio alle vittime». Il municipio ha deciso di sporgere la denuncia dopo le vignette offensive pubblicate dal settimanale satirico parigino e che avevano provocato un’ondata di indignazione, scrive Alessandro Fulloni il 12 settembre 2016 su "Il Corriere della Sera". Charlie Hebdo e il terremoto, atto secondo. E stavolta il palcoscenico potrebbe essere quello di un’aula giudiziaria. Il comune di Amatrice ha depositato lunedì mattina, presso la procura del tribunale di Rieti, una denuncia-querela per diffamazione aggravata relativa alla vicenda delle vignette pubblicate dal settimanale satirico parigino. «Un macabro vilipendio» si legge sull’atto presentato dall’avvocato Mario Cicchetti, in qualità di legale dello stesso Comune colpito dal sisma del 24 agosto. Per l’avvocato, il periodico aveva raffigurato le vittime del sisma «in modo tale da somigliare a degli stereotipati piatti della tradizione culinaria italiana», mentre una seconda vignetta «aveva attribuito la colpa della devastazione del centro Italia alla mafia». «Si tratta di un macabro, insensato e inconcepibile vilipendio delle vittime di un evento naturale - spiega l’avvocato Mario Cicchetti -. La critica, anche nelle forme della satira, è un diritto inviolabile sia in Italia che in Francia, ma non tutto può essere “satira” e in questo caso le due vignette offendono la memoria di tutte le vittime del sisma, le persone che sono sopravvissute e la città di Amatrice». Ad avviso dello stesso legale «appare assolutamente configurabile la diffamazione aggravata e non si può ritenere in alcun modo sussistente l’esimente del diritto di critica nella forma della satira». Il caso era esploso il 2 settembre. In una vignetta - a firma Felix - intitolata «Séisme à l’italienne» («Terremoto all’italiana») le vittime del terremoto che ha azzerato Amatrice e i centri vicini il 24 agosto erano state paragonate a tre piatti tipici della nostra cultura: «Penne all’arrabbiata», illustrato con un uomo sporco di sangue; «Penne gratinate», con una superstite coperta di polvere; mentre le lasagne sono strati di pasta alternati ai corpi rimasti sotto alle macerie. Dalla Francia all’Italia, la vignetta è rimbalzata portandosi appresso una valanga di polemiche. E soprattutto indignazione eruttata ovunque. Anche da tantissimi che all’indomani del sanguinoso attentato terroristico che nel gennaio 2015 aveva falciato la redazione dello storico settimanale satirico non avevano esitato a rilanciare l’hashtag #jesuicharlie. Rabbia bipartisan, da destra a sinistra, da appassionati da satira e non. E persino da collaboratori di punta dello stesso Charlie Hebdo come Robert McLiam Wilson che ha scritto di «aggressione offensiva», scelta «indifendibile». Charlie Hebdo, dopo che l’indignazione montava sempre di più dall’Italia tanto che l’ambasciata francese aveva preso le distanze dalla vignetta, sul account ufficiale Facebook ha pubblicato un’altra vignetta. Dal tenore del chiarimento, stavolta a firma Coco, una delle firme più illustri. «Italiani - era il messaggio diretto - non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case, ma la mafia». Una puntualizzazione che certo non è servita a placare gli animi. E ora il secondo round in tribunale.

Terremoto, Comune di Amatrice querela Charlie Hebdo. La denuncia per diffamazione aggravata depositata alla Procura del tribunale di Rieti. Il sindaco Pirozzi: "Azione giusta, li quereleremo anche in Francia", scrive "La Repubblica" il 12 settembre 2016. Il Comune di Amatrice ha depositato questa mattina, presso la Procura del tribunale di Rieti, una denuncia-querela per diffamazione aggravata relativa alla vicenda delle vignette pubblicate dal periodico francese Charlie Hebdo. L'atto è stato presentato dall'avvocato Mario Cicchetti, in qualità di legale dello stesso Comune colpito dal sisma del 24 agosto. Il caso. Il periodico francese, nella prima vignetta dedicata al terremoto nel Centro Italia, secondo quanto espongono nella querela i legali del Comune di Amatrice, aveva raffigurato le vittime del sisma "in modo tale da somigliare a degli stereotipati piatti della tradizione culinaria italiana", mentre una seconda vignetta "aveva attribuito la colpa della devastazione del centro Italia alla mafia". "Si tratta di un macabro, insensato e inconcepibile vilipendio delle vittime di un evento naturale - spiega l'avvocato Mario Cicchetti -. La critica, anche nelle forme della satira, è un diritto inviolabile sia in Italia che in Francia, ma non tutto può essere satira e in questo caso le due vignette offendono la memoria di tutte le vittime del sisma, le persone che sono sopravvissute e la città di Amatrice". Per il legale si configura la diffamazione aggravata e non si può sostenere che le vignette rispondano "al diritto di critica nella forma della satira".  In merito alla competenza territoriale, l'avvocato Cicchetti evidenzia "come il reato si sia, senza dubbio, consumato sul territorio italiano in quanto la condotta diffamatoria, per quanto intrapresa con la pubblicazione della vignette in Francia, si è perfezionata in Italia attraverso la loro percezione e diffusione sia sui media tradizionali sia sui social network". Con la denuncia-querela si chiede che il Procuratore della Repubblica di Rieti disponga le indagini al fine di accertare se nella vicenda della pubblicazione delle vignette siano configurabili ipotesi di reato a carico degli autori, Felix e Coco, e dei direttori responsabili della testata. Favorevoli. Non è mancata la reazione del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi: "Charlie Hebdo per me è un Ciclostilato: era giusto che si pigliasse una querela e stiamo operando affinchè si possa querelarli anche in Francia". Sulla stessa linea si schiera il presidente della Regione Lazio, Luca Zingaretti: "A mio giudizio Pirozzi ha fatto bene perché c'è stato un elemento di indignazione e, se una comunità così colpita si sente ferita, è giusto che questo abbia anche un risvolto molto concreto come quello di una querela. I diritti sono sempre due, c'è il diritto di espressione, ma anche il diritto ad essere tutelato nella propria dignità. E farlo attraverso la legge mi sembra la maniera più giusta e corretta". Contrari. "Non è necessario passare alle azioni giuridiche, bisognerebbe satirizzarci su - ha invece commentato Mario Cardinali, direttore della storica rivista umoristica Il Vernacoliere -: sarà interessante seguire gli sviluppi della vicenda perché con la satira siamo sempre nel campo del divenire e questo episodio potrebbe fare scuola". Per Cardinali la vignetta "era dedicata alla situazione italiana, all’italianità più che alle vittime e il senso era fate tutto al sugo, anche i morti. È ben diverso dal significato che aveva la vignetta di Der Spiegel nel 1997, con una pistola che faceva da condimento a un piatto di spaghetti. In questo caso mi sembra che ci fosse un po' di spocchia razzista, che restava comunque nel campo della satira". Anche Roberto Saviano ha commentato la vicenda dal suo profilo Facebook: "La prima vignetta di Charlie Hebdo ha dato fastidio soprattutto perché, in maniera macabra, ha veicolato un messaggio semplice: quando si costruisce male o quando non ci sono piani di emergenza in zone ad alto rischio, quello che non mettiamo nel conto, ma che può succedere, è la tragedia. Questa prima vignetta ha colpito al cuore chi nel terremoto ha perso molto, ha perso tutto. Però, quella prima macabra vignetta, non l'ho letta come una manifestazione di superiorità o di razzismo, o come la volontà di fare del male, ma come la constatazione di un dato di fatto: a fare danni non è stata la natura, ma gli abusi edilizi". Ma, spiega lo scrittore, mentre la prima illustrazione poteva anche essere letta in questa chiave, la seconda vignetta poteva essere evitata "perché scomposta, perché la satira non deve giustificare se stessa. L'avrei evitata perché estremamente superficiale. Se per mafia si intende malcostume e irregolarità, ci può anche stare. Ma le mafie sono qualcosa di più specifico e dettagliato. Sono organizzazioni criminali che agiscono per perseguire il profitto e lo fanno con metodologie e strumenti noti e che possono essere ricondotti solo a loro. Ecco perché a Charlie Hebdo direi: Attenzione! Se tutto è mafia nulla più è mafia. Ciò premesso, la satira non deve far ridere, ma riflettere. La querela che il Comune di Amatrice ha presentato contro Charlie Hebdo per le due vignette è una reazione al dolore, ma forse non è il modo giusto per ripartire".

Satira e terremoto dopo Fiorello e Charlie Hebdo, scrive il 9.9.16 Francesco Menichella su GQItalia. “Ogni forma di comicità nasce dalla cattiveria, anche le battute sui cornuti” dice Claudio Zucca direttore dell’Accademia del comico. Dopo tante chiacchiere, le parole di un esperto. L’Accademia del Comico è una scuola di comicità che in Italia ha sette sedi, Torino, Milano, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Palermo e il suo attuale direttore, Claudio Zucca sta organizzando una serie di iniziative di beneficienza il cui ricavato sarà interamente devoluto a favore dei terremotati del Centro Italia. “Siamo a metà fra il lodo Fiorello e il lodo Charlie Hebdo,” spiega Claudio Zucca. “Dalle parole di Fiorello si è creato un clima di sospetto e un’opinione negativa sugli spettacoli di beneficienza mentre la vignetta di Charlie Hebdo ha generato una palpabile insofferenza nell’associare le parole comicità e terremoto”.

Quale fra i terremoti degli ultimi 40 anni ti ha scosso di più?

«Vai subito fuori tema per portarmi immediatamente nel cuore della discussione. Questa è la domanda del sondaggio lanciato da Libero Quotidiano. Credo non si siano neppure resi conto di ciò che hanno scritto. Qui sta la differenza tra l’essere comici e il rendersi ridicoli. Ricordo che la battuta più bieca che girava tra i ragazzini dopo il terremoto del Belice era chiedere a un terremotato se era rimasto scosso. Al contrario la vignetta di Charlie Hebdo ha voluto squarciarci la pancia perché così deve fare la comicità. Può piacere o non piacere ma loro l’hanno fatto intenzionalmente».

Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate e lasagne. La vignetta di Charlie Hebdo ti ha indignato?

«Ogni forma di comicità nasce dalla cattiveria. Anche fare le battute sui cornuti è cattivo. Poi è chiaro che la vignetta delle lasagne di Charlie Hebdo è feroce. Infatti hanno dovuto spiegarla meglio e alcuni autori italiani hanno pure risposto: “Francesi non siete più nostri amici, avete dimenticato la besciamella.”»

All’ironia si risponde con l’ironia?

«Al sarcasmo si risponde con sarcasmo e alla satira con la satira. Non si fa una guerra santa su una vignetta pensando di essere seri. Andare ad attaccare con i moschetti il pupazzo ti fa fare la figura dello scemo.

Non credi che si sia voluto ridere sulle disgrazie altrui?

«Ci hanno sbattuto in faccia quello che in realtà pensiamo di noi stessi. Abbiamo speso miliardi di euro stanziati dopo i vari terremoti in un paese dove da sempre si dice che dobbiamo convivere con questo genere di eventi ma alla fine ci facciamo trovare impreparati. In qualunque bar si criticano le opere di ricostruzione e prevenzione in cui si usano sabbia o polistirolo, però se ce lo dicono gli altri non ci piace».

È stato giusto pubblicare una vignetta così velenosa?

«Sì. Umorismo, comicità e satira devono essere libere e hanno la licenza di toccare il ventre molle della gente».

Per colpire la mafia tutto è lecito?

«Farla così magari no, però sposo quanto ha detto Pennac, non sono d’accordo ma io continuo a dire Je Suis Charlie. Tutti possono fare un errore, la vignetta è velenosa, sarcasmo puro, e sarcasmo deriva dal greco sarkazein, squarciare le carni, fare del male».

A proposito di terremoto, l’11 settembre a Milano hai organizzato “Ridiamo un sorriso”, una maratona comica per raccogliere fondi a favore dei terremotati. Cosa ne penserà Fiorello?

«Se si vuole fare un’iniziativa di beneficienza bisogna per forza pubblicizzarla. C’è necessità di richiamare pubblico. Puoi permetterti di fare donazioni quando sei milionario e quindi puoi farlo di tasca tua».

Cos’è la comicità?

«Per restare in tema ti rispondo che è anche generare polemica e fastidio, se necessario. La sua forza è fare parlare. Ogni polemica aiuta a tenere viva una discussione ed è anche un modo di affrontare la questione. Quindi ben venga».

L’informazione tende a fagocitare e poi dimenticare ciò di cui si occupa, mentre il comico che riesce a dare fastidio fa riaccendere i riflettori?

«Questo è il mestiere del comico da sempre. La comicità si è evoluta in modi diversi nelle varie nazioni. Oggi sempre di più si parla di stand up comedy e cabaret ma il lavoro del comico puro è quello di dare fastidio. Il commediante dell’arte si vendeva al migliore offerente ma se era bravo dava fastidio. Il giullare rischiava la testa ogni volta che affrontava argomenti riguardanti la famiglia reale».

Oggi il comico ha perso la capacità di dare fastidio?

«Il comico ha il compito di recuperare qualcosa che le persone hanno perso, tirare fuori ciò che non va bene. La risata è un modo diverso per leggere la realtà e anche per affrontarla».

C’è risata e risata?

«Tutti i comici fanno lo stesso mestiere, cabarettisti e stand up comedian. Qualcuno è più cattivo, qualcuno si nasconde dietro la protezione della battuta più generale e qualcuno va più filato perché sa che la satira non deve avere limiti».

Nella serata di beneficenza dell’11 settembre ci sarà piena libertà di espressione?

«Totale libertà di espressione. Tra i 54 comici uno ha annunciato che porterà sul palco un pezzo cattivo sul terremoto. Se il pubblico dovesse alzarsi e andarsene, saprà di avere esagerato e deciderà lui se aggiustare il tiro».

Cos’è un comico per l’Accademia del Comico?

«La difficoltà e la scelta è essere laici. Non partiamo dal cos’è la comicità. Se insegno ad alcune persone a fare i giocolieri con venti palle alla fine avrò venti bravi giocolieri, ma tutti uguali. Si deve partire dalla persona perché da ognuno verrà fuori una comicità diversa. Ognuno ha in sé il proprio comico, cattivo, tagliente, bonario. Tutti hanno diritto di residenza nel paradiso della comicità. Ciò che va insegnato è la comicità».

Oltre alla raccolta di denaro che altro valore ha una maratona comica di beneficenza?

«In questo momento oltre a dovere alzare la mano in favore di chi sta male dobbiamo imparare a guardare la luna e non il dito. Va ricordato che noi esseri umani tante armi non ce le abbiamo. Per sopravvivere e affrontare le cose la comicità è fondamentale».

Riunire più di 50 comici per nove ore è un gran risultato?

«Una delle cose belle che ho sentito tra i comici contattati è stato il desiderio di partecipare perché l’importanza della solidarietà attiva, la voglia di palco e soprattutto di vedere gli altri. Una volta tanto invece di leggere i commenti degli altri c’è l’occasione di confrontarsi dal vivo».

Quanto è importante il pubblico?

«La comicità non è mai sopra, mai sotto, ma sempre di lato. Totò faceva ridere il pubblico con la a, con la e o con la i, perché non era meglio o peggio ma di fianco al pubblico. Il comico è essere la persona vicino a te che fa il commento che ti strappa una risata. Il comico vede la realtà e ti racconta com’è. Perché noi l’abbiamo dimenticata. Siamo troppo indaffarati, preoccupati e non ce ne rendiamo conto. Il comico ti porta oltre a vedere di nuovo il mondo».

Il comico deve squarciare il velo e a volte deve fare del male. Per questo c’è tanta voglia di stand up?

«I grandi stand upper come Gaber, Andreasi, l’ultimo Walter Chiari, facevano cabaret negli anni ’70, durante gli anni di piombo e facevano ridere. Il Male, i cui vari fondatori hanno difeso Charlie Hebdo, nasceva in un momento storico difficile e sapeva colpire duro, dalla presa in giro a Moro a Tognazzi capo delle BR con Vianello che non si sarebbe immaginato che proprio lui fosse il grande vecchio».

L’Accademia del comico cresce in tutta Italia in un’epoca in cui c’è un’apparente crisi della comicità. Come te lo spieghi?

«C’è crisi della comicità a livello televisivo. Siamo orfani dei grandi totem, Zelig in testa. Non c’è crisi della comicità perchè una volta che il media più forte inizia a perdere pezzi si sviluppano gli altri. Il web in testa. Internet è una prateria aperta dove crescono i nuovi comici. Inoltre c’è una richiesta enorme del live. Di recente sono stato a Ostia Lido, uno spazio in cui c’erano 3000 persone di 70 anni di media, dove hanno portato uno stand up comedian come Saverio Raimondo, eppure la gente era lì a vederlo con il piacere di intervenire».

Si è persa la necessità del comico da tormentone che ogni settimana parla in tv per 3 minuti?

«I comici richiedono insieme al pubblico un palco, un luogo vivo e un rapporto immediato e diretto. Formare un comico televisivo è facile per un bravo autore, molto più difficile preparare un comico ad affrontare ogni tipo di palco. Per cui la necessità di scuola è grande. Oltre a chi parte da zero, per divertimento, arricchimento personale, ci sono i comici che vogliono tenersi aggiornati».

Comici si nasce, ma solo chi studia lo resta nel tempo?

«Avere un metodo ti permette di cambiare. Il giovane Agnelli all’inizio dello scorso secolo ha iniziato a fare macchine di un certo tipo che poi sono cambiate. Se hai un metodo affronti la realtà man mano che le cose cambiano. Se ti affidi esclusivamente a madre natura fai bene ma il periodo di grazia dura poco».

La differenza tra cabarettista e stand up comedian è solo una convenzione?

«L’ideale per me è creare comici ed eliminare le etichette. Non esiste un muro tra stand up comedian e cabarettista, il comico è uno che si prende la responsabilità di salire sul palco a fare ridere il pubblico».

Se tu non fossi Claudio Zucca chi vorresti essere?

«Un giorno Leo Ortolani, un altro chiunque scriva una battuta che avrei voluto scrivere io».

Ti capita spesso?

«L’altro giorno un collega Dado Tedeschi ha pubblicato una battuta su Facebook e il mio unico commento è stato: “l’avrei voluta pensare io”, non è il mio stile di comicità ma era quasi geniale: “Ho trovato il modo per tenere a distanza quelli che ti vendono il giornale di “lotta comunista” dire “no, grazie, non ho bambini da incartare.” Dobbiamo tornare alla domanda di fondo: faccio ridere o non faccio ridere. Ridono con me o me la sto raccontando. Guai a ignorare il pubblico, se hai un messaggio scrivi un telegramma e non salire sul palco»

TERREMOTO E SPETTACOLARIZZAZIONE.

Cinismo e retorica creano caccia alle streghe, scrive Piero Sansonetti il 29 ago 2016 su "Il Dubbio". Le conseguenze più gravi del terremoto si potevano evitare. Se ci sono responsabilità personali vanno accertate, e invece è già iniziato il linciaggio. Il riflesso condizionato, si sa, è ingovernabile. Difronte a una tragedia grande come quella di Amatrice, per esempio, giornalisti e Pm (non tutti, ma molti) riescono a mantenere la calma per un paio di giorni, e a far bene il proprio lavoro, e a raccontare - gli uni - e a indagare con serietà e discrezione - gli altri. Poi al terzo giorno si rompono gli argini e la necessità impellente di prendere i colpevoli e linciarli subito subito, prevale su tutto. E così alcuni magistrati non riescono a trattenere la propria pulsione a dichiarare, anche se ovviamente non sono in grado ancora di sapere niente di quello che è successo, e delle cause. E i giornalisti iniziano ad eseguire le sentenze, da loro stessi emesse, e a scrivere tutto ciò che sentono dire in giro, nei vicoli, nei bar. C’è un importante giornale nazionale che l’altro giorno informava - in prima pagina - i suoi lettori, che le pareti della scuola di Amatrice erano di polistirolo. Naturalmente è molto probabile che per il crollo della scuola esistano delle responsabilità soggettive e personali, oltre alle responsabilità politiche delle istituzioni. Ma è altrettanto probabile che ancora nessuno sia in grado di conoscere queste responsabilità. Ed è molto, molto probabile che il polistirolo sia stato usato per motivi di isolamento termico o acustico, e che non c’entri proprio niente col crollo. Però scrivere che le mura erano di polistirolo fa effetto, porta qualche lettore in più. Si fa. Così come fa effetto usare l’espressione: “in odor di mafia”. Che non vuol dire assolutamente niente, ma muove molte emozioni. E spesso quello “in odor di mafia” non è nemmeno la persona di cui si sta parlando, ma un suo lontano parente. Ormai “essere parente” - per la stampa italiana - è diventato uno tra i reati più frequenti.  Il Fatto, per esempio, l’altro giorno indicava al pubblico sospetto (e al pubblico ludibrio) un tale gravato di due colpe evidenti e certe: essere siciliano e - soprattutto - essere “imparentato” con una parlamentare del Pd. E poi, ovviamente, ci sono gli sciacalli. La storia che raccontiamo nell’articolo di Simona Musco in prima pagina è esemplare. La caccia allo sciacallo è un “cult” dell’informazione, da noi. Come una volta era la caccia all’untore, della quale vi abbiamo parlato molto, in questo agosto, ripubblicando la Colonna Infame di Manzoni. E’ del tutto evidente, a chiunque, che le conseguenze tragicissime, con trecento morti, del terremoto di Amatrice, sono in gran parte dovute alla mancanza di prevenzione. Lo abbiamo scritto il primo giorno. Il titolo del nostro giornale era: «Si poteva evitare?». Tutti gli esperti rispondono di si. Che esistono ormai le possibilità tecniche non solo per costruire con criteri antisismici tutte le nuove abitazioni, ma anche per mettere, almeno in parte, in sicurezza, le costruzioni più antiche. E tutti gli esperti ci dicono anche che l’Italia è la nazione più a rischio sismico d’Europa, e dunque la necessità di mettere al sicuro i nostri paesi e le nostre città è impellente. E invece, da diversi anni, si fa troppo poco. Esistono le mappe delle zone a rischio e persino i censimenti dei singoli edifici a rischio. Esiste anche una stima su quanto costa una azione di ristrutturazione generale. Però la politica resta immobile e un po’ indifferente. Eppure tutti sanno che sono altissime le probabilità che nei prossimi vent’anni ci siano in Italia almeno tre o quattro terremoti gravi come quello di Amatrice. Perché non concentrare su una gigantesca operazione antisismica tutte le risorse che è possibile stanziare sulle opere pubbliche? Rinunciando, almeno per un decennio, a ogni altra iniziativa. Concentrando una quantità molto grande di risorse su questa impresa, e mettendo in moto anche un meccanismo probabilmente importante di mobilitazione economica e dunque di sviluppo? Questa è la domanda che va rivolta alla politica. Alla magistratura invece va chiesto di accertare con serietà e certezza se ci sono responsabilità precise e personali per i crolli provocati dal terremoto, e, se ci sono, di chi esattamente sono. Ma questo lavoro va svolto con discrezione, serietà, prendendosi i tempi necessari, senza creare mostri e senza lavorare suoi sospetti e basta, e senza - soprattutto - cercare pubblicità e interagire con la stampa e i suoi clamori. Magari anche rinunciando alle iniziative bislacche che qualche anno fa portarono all’incriminazione (e persino alla condanna in primo grado) di un bel gruppetto di valorosi scienziati accusati di non aver previsto il terremoto dell’Aquila. Quegli scienziati poi furono assolti pienamente, dal momento che non ci vuole una grande scienza per sapere che i terremoti non sono prevedibili da nessuno e tantomeno è prevedibile la loro intensità. Ma furono assolti quando ormai la loro reputazione e le loro carriere erano state già distrutte. Poi, certo, è inevitabile, esiste dei pezzi del giornalismo e della magistratura italiana che vivono di retorica e cinismo, e non sono molto interessati alle certezze e alla verità: retorica e cinismo molto spesso si alleano e quando si alleano creano disastri. Il meccanismo tradizionale della caccia alle streghe è sempre stato quello: retorica e cinismo che si esaltano a vicenda.

Terremoto tra polemiche e apparenza al tempo del dolore 2.0. Tutte le opinioni che abbiamo letto in questi giorni ci inducono a riflettere e la verità è che ci attende una battaglia lunga e faticosa, scrive Francesca Contino il 26 agosto 2016 su "Irpinia 24". Avellino ­ Guardo mia nonna e ho la percezione che tutto intorno abbia assunto dei connotati stonati. La osservo guardare i TG, in preda a una frenesia, con la necessità di cambiare canale e non certo per disinteresse, ma perché delle immagini sono troppo crude e sanno di una tragedia, che lei, come tanti, ha vissuto sulla sua pelle nel 1980. La vedo mentre sembra disegnare con lo sguardo un terrore nascosto, a tratti inenarrabile. Quando le chiedo di raccontarmi di quel 23 Novembre, le parole si accavallano e poi d’improvviso si spezzano, come se si rinnovasse un dolore troppo grande anche da rispolverare. Riemergono con più facilità i ricordi della solidarietà, dello stare insieme delle famiglie, del buon cuore dei commercianti locali che donavano i loro prodotti, di quelli che ospitavano la gente del paese nelle loro stalle. Avverto il calore di quell’atmosfera, dove ogni contrasto si annienta e poi il freddo di quell’inverno, che nelle sue parole, è ancora più rigido di quello che probabilmente fu. Erano tempi diversi certo. Oggi apprendiamo molte più notizie, corredate di immagini e video istantanei che niente lasciano all’immaginazione. E ce ne serviamo, perché, talvolta, in questa società dormiente, un fotogramma scuote una coscienza meglio di un racconto. Lo abbiamo fatto con le morti sui barconi, con gli attentati terroristici e adesso con il terremoto di Amatrice. Diamo letture differenti, eppure nella selezione delle immagini ricadiamo in una volontà ambigua di spettacolarizzazione, che diventa una vera e propria operazione di marketing, assuefatti alla forma più che al contenuto. E’ un errore che abbiamo commesso, anche se alcuni di noi con ingenuità, con l’intento di arrivare ai lettori in maniera più profonda. Noto con tristezza, come la tradizione italiana si stia riducendo a un talk­ reality ­show, dove il phatos sovrasta la professionalità, con schiere di giornalisti che pongono domande al limite del tollerabile, anche per chi è fuori da certi drammi. Ma non è un problema di categoria, semmai la categoria determina nello specifico la tipologia di alcune involuzioni. Siamo circondati o addirittura siamo gli stereotipi che condanniamo. Dagli sms per donare 2 euro, con tanto di prova fotografica allegata sui social, alle rivalse razziste, travestite da patriottismo di quelli che “la menano” sugli immigrati negli alberghi. Tristezza a palate. Non solo per la violenza di certi pensieri che in rete vengono espressi, quanto per l’insensibilità di chi ha bisogno di spostare sempre l’asse della discussione, di chi si improvvisa costantemente esperto di politica nazionale e internazionale. Dal montepremi del superenalotto che non si può destinare ai terremotati, all’Italexit perché “l’Europa e l’America non soffrono o non aiutano abbastanza”. E così via, fino alla ricerca spasmodica del colpevole, che però è tale, per parte degli utenti guinness di presenze sul web, solo quando si apre la stagione della caccia, solo quando qualcosa è andato storto. E’ la società del dolore 2.0. Le case, le scuole, gli ospedali, tutto crolla. Si comincia ad avere paura, a chiedersi come hanno ricostruito. Lecito, giusto, comprensibile, purché non si lotti solo oggi o per qualche giorno, ma quotidianamente. La buona edilizia, del resto, è una battaglia di legalità e di civiltà. Noi in Irpinia lo sappiamo bene, ma non tutti hanno imparato la lezione. Per citare mia nonna: “C’è chi non aveva nulla e ora ha la villa col giardino e chi è ancora in attesa di una casa”. Ovviamente, per esaurire il cerchio dell’opinabilità, non mancano i commenti alla foto del premier Renzi con un vigile del fuoco, alle prese con le operazioni di salvataggio. “Attento non manterrà le promesse”, “E’ una scenetta costruita a regola d’arte”, “Non ha neanche un’unghia di Pertini”. Ecco, anche la scrivente, risaputamente antirenziana, ha difficoltà a comprendere l’accanimento a priori in questi giorni tremendi, che risucchia tutto e tutti nella spirale del tutto fa brodo. E’ evidente che non siamo in presenza dello spessore morale dell’ex Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Assodato ciò, lasciate le tastiere e riempite i seggi, perché la rivoluzione si fa col voto pulito. Le fondamenta morali, quanto quelle dei palazzi, reggeranno solo quando non si faranno più gare a ribasso. E anche se in Irpinia non mancano i recidivi, noi non arrendiamoci, avendo sempre a mente il monito pertiniano: “Il miglior modo di onorare i morti è pensare ai vivi”. Francesca Contino.

Facciamo parlare una testimone di un lontano disastro. Io la botta non la ricordo, scrive Cristina Cucciniello su "L’Espresso” il 25 agosto 2016. Avevo un anno, non ricordo il momento della scossa di terremoto, nel tardo pomeriggio del 23 novembre 1980. Era domenica, passate le sette; mio padre ricorda la tranquillità del dopo-campionato davanti alla tv: a quell'epoca, le partite di serie A venivano trasmesse in chiaro e - come ora - subito dopo partiva la tiritera dei commenti. Se torno indietro con la memoria, ho la vaga immagine di mia madre che mi appoggia sul sedile posteriore della nostra automobile. E poi Dario (un volontario, amico dei miei) che mi porta a cavalluccio sulle spalle, nei capannoni della Caritas vicino alla nostra ex-casa. Arrivarono da tutto il mondo tanti di quei giocattoli, per noi bambini sopravvissuti al terremoto, che io ancora ricordo il mio stupore per la quantità; allora i miei erano due ventenni non particolarmente benestanti, in una città rasa al suolo, che davano una mano a smistare gli aiuti umanitari: così tanti peluche, in un colpo solo, non li avevo mai visti. A un anno non capisci la tragedia e capita pure l'impossibile, l'assurda gioia di avere in regalo un peluche enorme. I cazzi amari arrivano dopo, molto dopo. Il dolore, la rabbia sorda, arriva dopo. Anche per gli adulti, intendiamoci: nei primi momenti c'è la disperazione, lo stupore, la disgrazia della perdita dei propri cari e dei propri averi. Ma la rabbia arriva a mente fredda, ti accompagna nel corso degli anni, non va mai via. Non gliela voglio augurare, ma sarà così anche per la popolazione di Amatrice ed è stato così anche per gli aquilani. Io, dopo 36 anni, sono ancora incazzata. Perché la tragedia che ci ha colpito non è consistita solo nei 90 secondi della scossa, ma negli anni successivi: lo scempio del mio territorio, la violenza del ricostruire interi paesi a valle, rispetto agli insediamenti originari, la colata di cemento che ha preso il posto dei materiali tradizionali, l'improvvida decisione di voler profittare della ricostruzione per imporci una industrializzazione forzata che non era e non è nelle corde di un'area collinare e montana, priva di adeguate vie di collegamento. Ne discutevo giorni fa con un amico per metà irpino: chi ha in corpo una goccia di sangue irpino, chi è lupo almeno in parte, davanti a quel cemento soffre. Avellino oggi è una città di bruttezza devastante. Non ha filo logico, non ha congruenza, non ha eleganza. Alterna costruzioni finto ottocentesche a obbrobri ricoperti da vetro e marmo. Strade pavimentate a lastroni lasciano il posto a piazze cementificate. E "buchi", palazzi ancora non ricostruiti, perfino nel corso principale. Ed ecomostri, volgari ville a colori sgargianti che punteggiano le colline intorno alla città - ne vedo una dalla casa dei miei defunti nonni, un pugno nell'occhio fucsia in mezzo al verde. Questa bruttezza mi perseguita, fin da bambina: a 14 anni sono entrata, per la prima volta, in una scuola di mattoni, dopo aver frequentato elementari e medie in orridi cubi di lastroni prefabbricati, che - peraltro - nascondevano fibre di vetroresina e tracce di amianto; a 11 anni sono entrata in una casa "vera", dopo 8 anni in una casetta di legno. A 18 ho lasciato una città per la quale - tuttora - non provo nulla, se non rabbia: solo qui a Roma posso alzare gli occhi e venire sommersa dalla bellezza. Roma, perfino nei suoi angoli più beceri e volgari, toglie il fiato. Roma ha una sua logica, ha una pianta circolare, che - come una cipolla - mostra l'espansione della città nei secoli, con stili architettonici diversi. Ma, ad Avellino, io non ho una storia da osservare, non ho un quartiere del quale posso dire di essere parte: a Pianodardine, subito accanto al Rione Ferrovia, dove mio padre è nato e dove faceva il bagno nel fiume, oggi si susseguono capannoni industriali in parte abbandonati e si muore per mesotelioma e leucemia (vi dice niente il nome Isochimica? Uno dei molti, preziosi regali che una classe politica scellerata ha voluto fare alla nostra comunità). Per provare un minimo di senso di appartenenza, devo andare sui monti, in mezzo ai nostri boschi. Solo nel verde posso vedere la bellezza dell'Irpinia. Perché racconto questa storia? Perché sia di monito, perché aiuti a comprendere che non sarà solo in queste ore che le comunità di abitanti delle zone colpite dal terremoto del 24 agosto 2016 avranno bisogno di supporto, solidarietà, attenzione. Vivranno anni in cui dovranno combattere per preservare quel poco di storia e legami col territorio che il sisma ha lasciato in piedi. Vivranno la tentazione di andar via (come ho fatto io). Vedranno l'arrivo di chi vorrà speculare sul dramma: da noi è accaduto, è storia. Dite di no: è quel che sento di dire a quelle persone. Dite di no quando qualcuno arriverà e vi proporrà "dai, giacché ci siamo costruiamo qui la mega-fabbrica e la mega-tangenziale". Dite di no, quando vi proporranno le new town. Dite di no, quando arriveranno sciacalli pronti ad usufruire degli aiuti statali alla ricostruzione per impiantare stabilimenti in mezzo al verde dell'Appennino: da noi è accaduto, fate che non accada anche alla vostra terra.  

LA LEZIONE DI L'AQUILA. L'avvertimento del terremotato di Libero: "Attenti, ecco chi sono i veri sciacalli", scrive Miska Ruggeri il 25 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”. Dalle 3.32, ora del terremoto dell'Aquila il 6 aprile 2009, alle 3.36, ora del sisma di Amatrice. In mezzo le 3.33, per il folklore cristiano «l'ora del diavolo», in contrapposizione alle tre del pomeriggio, quando, almeno così vuole una tradizione, Gesù, la seconda persona della Trinità, morì sulla croce (a 33 anni; e da qualche parte si legge anche che era venerdì 3 aprile del 33 d.C.). Coincidenze e superstizioni. Ma in molti nel cuore della scorsa notte, svegliati dalla terra che si muove - i lampadari che iniziano a dondolare, i mobili che si spostano, l'intonaco che cade - riversandosi in strada terrorizzati, ci hanno pensato. Nel capoluogo abruzzese i (pochi) residenti del centro storico e i turisti alloggiati in alberghi e bed and breakfast sono stati invitati a uscire all' aperto e le manifestazioni della Perdonanza celestiniana sono state annullate (si manterrà probabilmente solo l'apertura della Porta Santa a Collemaggio e il corteo della Bolla, eventi clou previsti per domenica prossima). Qui, del resto, nessuno ha dimenticato la tragedia di sette anni fa e a parecchi abitanti è sembrato di rivivere l'incubo. Tanto che ore dopo in giro, nonostante la giornata di sole e relativo caldo, non si vede gente a passeggio, chi gira a piedi lo fa con gli occhi sbarrati come uno zombie, i negozi sono vuoti e il traffico inesistente, anche in viale Croce Rossa tra Piazza d' Armi e lo stadio. Ora il pensiero va ai conterranei di Amatrice (dal 1265 al 1861 parte del giustizierato d' Abruzzo e della provincia Abruzzo Ultra II, con capoluogo L' Aquila; e fino al 1927 provincia dell'Aquila) e dei paesi vicini, ai numerosi morti e ai sopravvissuti. Che avranno davanti anni e anni molto duri. Perché l'emergenza sarà gestita ancora una volta benissimo (in Italia in questo siamo all' avanguardia nel mondo e sono già a disposizione degli sfollati 250 appartamenti antisismici del Progetto C.a.s.e.); Protezione civile, Vigili del Fuoco e volontari faranno miracoli con abnegazione e spirito di sacrificio, lavorando 24 ore su 24. Ma poi, inevitabilmente, arriveranno i mostri della burocrazia, gli sciacalli pronti a rovistare tra le macerie degli edifici (per rubare non solo effetti personali e preziosi, ma con il passare dei mesi persino le mattonelle dei bagni), le cricche, le false promesse dei politici («Non lasceremo solo nessuno», ha dichiarato a caldo il premier Renzi: figuriamoci, passata l' emozione del momento, l' agenda del governo sarà riempita da mille altre priorità), le lotte intestine per spartirsi i soldi, le imprese edili che vincono l' appalto e poi falliscono all' improvviso lasciando i lavori a metà, le infiltrazioni della camorra, le inchieste giudiziarie e i ricorsi al Tar, l' esodo della popolazione, il frantumarsi del tessuto sociale, le dipendenze da alcool e psicofarmaci, gli euro buttati via per i puntellamenti di palazzi comunque destinati a essere abbattuti... Tutte cose che, purtroppo, all' Aquila conosciamo bene. I miei genitori sono ancora fuori casa (l'apertura della pratica per il progetto di ricostruzione sarà esaminata, se tutto andrà secondo programma e non è scontato, nel 2017; poi passeranno altri due anni, di «tempi tecnici», per la messa in opera del primo chiodo), in regime di «autonoma sistemazione» dopo mesi passati in un albergo sulla costa adriatica. E io, pur vivendo a Milano, mi ricordo bene, avendole raccontate su questo giornale, le assurdità post sisma. Il Comune chiuso per il lungo ponte tra il 25 aprile e il 1° maggio 2009, l'ufficio Ricostruzione aperto due ore il martedì mattina e altre due ore il giovedì pomeriggio, le dimissioni mille volte annunciate e poi ritirate dal sindaco, la pantomima dei soldi stanziati o meno («Dateci fondi», «Ve li abbiamo già dati», «Non è vero»). Stavolta sarà diverso, diranno. Speriamo. Miska Ruggeri

TERREMOTO E BUFALE.

La bufala della magnitudo falsata per non pagare i danni ai cittadini. La leggenda ha origine nella riforma della Protezione civile varata nel 2012 da Monti. E si arricchisce di bizzarria quando lega l'entità dei rimborsi alla magnitudo, scrive Angelo Scarano, Domenica 30/10/2016, su "Il Giornale". "Abbassano la magnitudo per non pagare i rimborsi". È da agosto scorso che ha ripreso a circolare sui social questa affermazione. Che, poi, è una vera e propria "bufala". Immediatamente dopo la scossa del 24 agosto con epicentro ad Accumoli, si era diffusa la notizia che la magnitudo fosse di 6.2. Dopo pochi minuti arrivò il dato ufficiale dell'Ingv che fissò invece la magnitudo a 6.0. La bufala allora riprese vigore e tornò a circolare sui social: "Il governo ha imposto a Ingv di abbassare la magnitudo per evitare il rimborso dei danni da parte dello Stato che la legge prevede solo per sismi superiori a 6.1". Ebbene, nella realtà non esiste né la soglia né un limite all'intervento statale. L'articolo che prevedeva l'esclusione dell'intervento dello Stato era nel testo del decreto 59 del 2012 di riforma della Protezione civile, non è mai diventato legge. Nella trappola oggi è caduta una senatrice del Movimento 5 Stelle, Enza Blundo, immediatamente smentita sui social da presidenti di Regioni terremotate che, dati alla mano, hanno dimostrato i rimborsi integrali. La leggenda ha origine nella riforma della Protezione civile varata nel 2012 dal governo di Mario Monti. Il decreto prevedeva "l'esclusione, anche parziale, dell'intervento statale per i danni subiti da fabbricati". Se fosse stata trasformata in legge anche questa norma, che era nell'articolo 2 del decreto, i cittadini avrebbero dovuto ricorrere alle assicurazioni, con procedure fissate da un successivo regolamento. In sede di conversione in legge, in parlamento, l'articolo in questione, il 2, è stato soppresso. Quindi, non esiste nessun limite ai rimborsi da parte dello Stato. La bufala si arricchisce di bizzarria quando lega l'entità dei rimborsi al valore della magnitudo del sisma. I rimborsi vengono calcolati sui danni effettivi, registrati semmai dalla scala Mercalli. E il motivo è evidente: un terremoto nel deserto può anche essere di magnitudo 9, ma non fa nessun danno. Il sisma del 26 ottobre ha avuto una magnitudo di 5,9 e ha causato crolli e distruzione. Due giorni prima, in mezzo al Tirreno, c'era stata una scossa di 5,7 Richter, naturalmente senza nessun danno.

Terremoto, tornano le bufale online. Ecco le notizie a cui non credere. Alle nuove, forti scosse in Centro Italia anche questa volta è seguito il diffondersi di notizie false e mistificazioni in rete. Dal falso annuncio di Virginia Raggi al caldo anomalo, scrive Fabio Grandinetti il 27 ottobre 2016 su “L’Espresso”. Dopo le scosse, a fare danni in occasione di eventi sismici è la disinformazione. Che sia frutto di ingenuità o di puri atti di sciacallaggio, il diffondersi di notizie false e fantasiosa dietrologie sui social network è ormai un evento ricorrente in questi casi.  A poche ore dalle scosse che ieri sera hanno colpito diversi comuni tra l'Umbria e le Marche, è ripartita puntualmente la danza delle bufale. Alcune, ormai, fanno parte della tradizione. Altre sono nuove di zecca:

Terremoto, Governo ladro.

Il magnitudo da 6.2 la TV lo ha subito cambiato in 5.9, semplicemente perché sopra il 6.0 i danni li paga lo stato. FATE SCHIFO!

Come in occasione del sisma dell'Aquila e, più recentemente, per il centro Italia, l'idea di complotto del governo, spalleggiato dai media, torna di moda. In realtà il risarcimento dei danni non si calcola in base alla magnitudo (scala Richter), bensì sull'intensità e i danni prodotti (scala Mercalli). Due dati profondamente diversi, seppur spesso collegati, che richiedono tempi di calcolo differenti. I complottisti fanno riferimento al decreto legge n. 59 del 15 maggio 2012, con cui il governo Monti escludeva «l’intervento statale, anche parziale, per i danni subiti da fabbricati». Una direttiva eliminata pochi mesi dopo con la legge n. 100 del 12 luglio 2012.

Scuole chiuse a Roma. Probabilmente il sindaco di Roma Virginia Raggi non si aspettava di diventare bersaglio del web anche in questa occasione: È la stessa Raggi a denunciare prontamente su Twitter la diffusione della falsa notizia. Ma a scanso di equivoci, bastava contare i caratteri: 267, molti di più rispetto ai 140 consentiti.

L'allarme su Whatsapp. Altra comunicazione di servizio, altra bufala. «Fate le borse e uscite perché sono previste forti scosse per le prossime ore», avvertiva un messaggio audio su Whatsapp attribuito alla Protezione Civile che ha iniziato a circolare ieri sera. Un annuncio falso, tanto quanto la possibilità di prevedere l'intensità di futuri eventi sismici.

"Strano questo caldo". Per finire con le credenze popolari e “l'aria di terremoto”: Il caldo afoso di questi giorni era troppo strano, il cielo grigio e vento caldo...non so se è collegato, ma fa pensare..#Terremoto.

A smentire una correlazione tra le scosse e il clima è direttamente l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che nelle faq (frequented asked question) afferma: «I terremoti avvengono all'interno del pianeta. I venti, le precipitazioni e la temperatura riguardano soltanto la superficie terrestre. I terremoti si verificano a prescindere dalle condizioni atmosferiche, in tutte le zone climatiche, in tutte le stagioni dell'anno e a qualsiasi ora della giornata». Ma per molti la nonna ha comunque ragione.

Il terremoto, i complotti e le bufale nel Paese che rifiuta la ragione. Una senatrice 5 Stelle accusa il governo di truccare la magnitudo. Un consigliere regionale se la prende con i petrolieri. Un noto giornalista attacca il Papa. Così il disastro di Norcia, per fortuna senza vittime, fa riemergere troppi pregiudizi antiscientifici, scrive Mauro Munafò il 31 ottobre 2016 su “L’espresso”. "Guarda io sono ignorante di queste cose. Ma l'hai sentita questa storia che hanno abbassato (sic.) il terremoto per non pagare i danni?". Nel bar di un quartiere della zona sud di Roma sono passate poche ore dalla scossa che ha devastato Norcia, Castelluccio, Precie molti altri paesi tra Marche e Umbria e svegliato l'intera Capitale nella paura. Il ragazzo alla cassa parla con i clienti della domenica con quella familiarità e confidenza che gli eventi come questo alimentano tra le persone. "Hanno abbassato il terremoto sì. Prima era sopra i 7 e ora è 6 e mezzo, così l'assicurazione non deve pagare". Si riferisce alla magnitudo del sisma, in un primo momento indicata dal rilevamento di un istituto statunitense con un valore di 7.1 e poi ricalcolata dall'Ingv fino al valore definitivo di 6.5. Tanti avventori annuiscono sconsolati, commentano indignati contro politici e governo. Solo uno replica che si tratta di una storia falsa, che spunta fuori dopo ogni sisma. Nessuna delle persone che ascolta sembra convinta. Di più, si percepisce un certo fastidio per questa smentita. La bufala del governo che modifica i dati sui terremoti per non affrontare le spese della ricostruzione parte da un decreto del 2012 mai diventato legge. Negli ultimi anni è stata confutata decine di volte in rete, in tv, sui giornali, in radio. Ma niente da fare: quando la terra trema, torna fuori. Questa volta a rimetterla in giro ha contribuito una testimonial d'eccezione: la senatrice del Movimento 5 Stelle Enza Blundo. Sul suo profilo Facebook l'onorevole ha scritto quanto segue: "Il Tg1 apre dichiarando una scossa di 7.1 e poi la declassa a 6.1! Ancora menzogne per interessi economici del governo. Anche il terremoto dell'Aquila fu "addomesticato" a 5.8. Il tutto per non risarcire i danneggiati al 100 per cento". Poi ha corretto il tiro, prendendosela con una misteriosa "finzione mediatica" e infine ha chiesto scusa. Ci si sposta più a sud, in Puglia, per trovare le parole di Mario Conca, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, che attraverso Facebook chiede a chi lo segue cosa ne pensa della teoria che gli avrebbe esposto un conoscente ottantenne secondo cui il sisma sarebbe colpa "delle trivellazioni, del fracking e dell'airgun nel Mediterraneo che stanno indebolendo la massa che blocca la faglia accelerando l'avvicinamento dell'Italia all'ex Jugoslavia provocando forti terremoti", e conclude " le sacche vuote di gas e petrolio alimentano questo processo, i petrolieri vanno fermati!". Ancora una volta teorie smentite decine di volte, contrabbandate sui social network da persone che rivestono incarichi istituzionali e incapaci di trattenersi da esternazioni tanto discutibili. Dalla pseudoscienza al misticismo il passo è breve. Si arriva così al giornalista tv Antonio Socci che se la prende con papa Francesco che mentre "il terremoto devasta la terra di San Benedetto cuore dell'Europa Cristiana rende omaggio a Lutero che ha distrutto la cristianità", mentre a giudizio del giornalista, "dovrebbe consacrare l'Italia mettendola sotto il patrocinio della Madonna". Nella pagina Facebook di Socci, che per scelta della Rai è anche direttore della scuola di giornalismo RadioTelevisivo di Perugia, decine di utenti si lanciano così alla ricerca di segni divini che mettano in collegamento il sisma con le mosse di Bergoglio. Ragionamenti che ricordano le recenti affermazioni del viceministro israeliano Ayoub Kara secondo cui il sisma era una punizione per la posizione dell'Italia sulla votazione Unesco. Il pensiero antiscientifico nelle sue diverse forme non è quindi confinato in una nicchia, ma è anzi legittimato da esponenti istituzionali, intellettuali e vip che contribuiscono a diffonderlo. E trova terreno fertile in una popolazione arrabbiata e sfiduciata da anni di crisi, con scarsi anticorpi culturali. Secondo l'ultimo rapporto Piaac dell'Ocse, gli italiani tra i 16 e i 65 anni si collocano all'ultimo posto su 24 paesi occidentali quando si parla di "competenze alfabetiche", la capacità cioè di "comprendere, valutare, usare ed essere impegnati nella lettura di testi scritti al fine di partecipare alla vita sociale e sviluppare conoscenza". E quanto possa essere dannoso lo si scopre ogni volta che la terra trema.

Tutte le bufale sul terremoto. È l'ora delle panzane social. Dalla magnitudo truccata alla prevedibilità dei terremoti fino al solito carillon di fotografie fuori contesto e al jackpot del SuperEnalotto: il peggio sui sul web a poche ore dalla tragedia, scrive Simone Cosimi il 26 agosto 2016 su "La Repubblica". BUFALE E TRUFFE popolano puntuali i social network in queste ore di dolore e di emergenza per il terremoto che ha colpito il Centro Italia. Come sempre accade in occasione di fatti simili. D'altronde gli sciacalli non si muovono solo fra le macerie reali ma saltano con agilità anche fra quelle virtuali. Diffondendo notizie inventate di sana pianta, rilanciando bufale, proponendo soluzioni impraticabili, sfruttando l'onda emotiva per rinforzare tesi insostenibili. Sempre facendo leva su quei 268 morti e sulle centinaia di feriti. Alcune sono, se possibile in un contesto tanto delicato, di scarsa pericolosità, come il fraintendimento sull'hotel Mario di Cesenatico, che in molti hanno ritenuto fosse della cantante Fiorella Mannoia. La quale aveva solo copiato e incollato sul suo profilo l'appello (reale) di un albergatore, così come ha fatto in altri casi. Altre posseggono invece una carica esplosiva che vale la pena disinnescare senza indugio. Su tutte, quella del presunto taroccamento della magnitudo del sisma (da 6.2 a 6.0) per evitare che lo Stato debba accollarsi i costi della ricostruzione. La responsabilità sarebbe di una presunta legge voluta dall'allora governo presieduto da Mario Monti che fisserebbe la soglia del rimborso a 6.1 gradi. Nulla di più inventato. La bufala, circolata già in passato, si aggancia a un articolo del decreto-legge n.59 del 15 maggio 2012 poi convertito nella legge n.100 del 12 luglio 2012, quello di riordino della Protezione civile. Quell'articolo, che prevedeva l'assicurazione privata per i rischi derivanti da calamità naturali, fu soppresso al momento della conversione. Nessun limite risulta da nessuna parte del testo (approvato pochi giorni prima del terremoto che colpì l'Emilia-Romagna) e in ogni caso i risarcimenti vengono calcolati sulla base di un'altra scala, la Mercalli-Cancani-Sieberg, che valuta l'intensità del sisma in termini di danni prodotti sul territorio e non in base alla magnitudo della scala Richter. Sono nozioni che s'insegnano in terza elementare. Un'altra bufala è quella del jackpot del SuperEnalotto da destinare alla ricostruzione. L'hanno lanciata alcuni politici, contribuendo così alla confusione: su tutti Antonio Boccuzzi del Pd e Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia. Innescando anche numerose petizioni su Change.org e Firmiamo.it e il coinvolgimento di star come Fiorello. Peccato che la Sisal sia una società privata che gestisce il concorso su concessione statale. Al massimo si potrebbe lavorare sulla tassazione collegata (o spingere Sisal a una donazione indipendente) ma certo è impossibile sottrarre quel montepremi maturato nel corso dei mesi in virtù delle puntate dei giocatori, che scommettendo firmano di fatto un contratto con la società in base al quale questa si impegna a redistribuirlo in caso di vittoria. Di sciacallaggi digitali se ne stanno vedendo molti. Da personaggi di dubbia notorietà che non riescono a contare fino a 10 prima di scrivere ad altri che utilizzano la tragedia come pretesto da servizio fotografico fino, appunto, alle amarissime panzane. Come quella sui rifugiati e sul loro "pocket money" (che alcuni, come a Gioiosa ionica, hanno perfino deciso di donare): non si tratta certo dei 30 euro al giorno (spesso soglia massima), che servono alla totalità delle spese per la loro ospitalità, ma di 2,5. Affitto del locale, costi di gestione, pulizia, vitto: c'è tutto, in quella quota giornaliera da 30 euro versata dallo Stato in base a bandi locali dei comuni su indicazione ministeriale attingendo a fondi in buona parte europei a ciò dedicati e non destinabili altrove. In queste ore si sono poi registrate bufale sulle reti idriche danneggiate e sull'acqua non potabile, smentite dalle aziende che se ne occupano, su presunti rischi di tsunami elettromagnetici e sugli ormai tristemente noti terremoti artificiali, oltre che su un altro motivo ricorrente delle situazioni post-sisma: la loro prevedibilità e periodicità, visto che secondo molti stregoni "avverrebbero di notte e col caldo". Una tesi che non ha alcun fondamento scientifico né nel primo caso né nel secondo: basta sfogliare il drammatico catalogo dei terremoti degli ultimi mille anni per coglierne l'assoluta casualità. Nullo anche il collegamento con la meteorologia. Si possono al contrario elaborare mappe di rischio, studiare le serie storiche, determinare aree e zone in maggiore pericolo. Ma di modelli attendibili di previsione non c'è purtroppo alcuna possibilità di stilarne. E la comunità scientifica internazionale è spesso tornata sul punto. Quando ce ne sono - e in questo caso non ce ne sono state - neanche le avvisaglie, i cosiddetti "foreshock", fanno fede e non possono che essere collegati con nesso causale solo a posteriori. Intorno a queste grandi bufale sui social network se ne sviluppano a decine, che ruotano sostanzialmente intorno alla mistificazione di immagini di altri eventi, alla fantasiosa variazione sulla solidarietà giunta dal mondo (è il caso dei 10mila uomini della protezione civile russa in marcia verso il nostro Paese) o a varie tipologie di fondamentalismo. È per esempio accaduto con la foto di un bimbo estratto dalle macerie 22 ore dopo il sisma, in realtà presa dal terremoto di Katmandu del 25 aprile 2015. Oppure altre immagini, come quelle di una chiesa in Emilia risalente al sisma di quattro anni fa. Anche sui social network è fondamentale fare riferimento alle fonti tecniche, che (su Twitter INGVterremoti, CNgeologi, Palazzo Chigi, CroceRossa) e alzare al massimo l'asticella su ciò che circola sulle nostre bacheche.

TERREMOTO E SOCCORSI.

Terremoto, polemiche sui ritardi soccorsi. La Protezione civile: nessun ritardo, scrive Mercoledì 24 Agosto 2016 "Il Messaggero". «La macchina dei soccorsi si è attivata subito, pur aver scontato ritardi dovuti al fatto di dover arrivare in una zona di montagna, con la viabilità sconvolta: raggiungere ogni singola frazione è difficile ma il sistema si è orma completamente dispiegato». Lo ha detto a Uno Mattina Carlo Rosa, responsabile Protezione Civile del Lazio, respingendo le accuse di ritardi nei soccorsi. E' stato in particolare il sindaco di Accumoli ad accusare ritardi nei soccorsi, sottolineando che la prima squadra dei pompieri è arrivata alle 7.40, oltre tre ore dopo la prima scossa. I soccorritori hanno incontrato diverse difficoltà per raggiungere Accumuli, uno dei comuni in provincia di Rieti più colpiti dal terremoto che ha interessato la zona a cavallo tra Lazio, Marche e Abruzzo. Diverse strade sono infatti interessate dai crolli e questo non consentiva ai mezzi di soccorso di raggiungere il paese. Rabbia e sconcerto tra gli abitanti di Illica, una frazione a pochi chilometri da Accumoli (Rieti). «Vogliamo i militari, stiamo aspettando, noi paghiamo», ha denunciato Alessandra Cappellanti, residente ad Illica, «c'è una caserma ad Ascoli, una Rieti, una all'Aquila e non si è visto un militare, fate schifo!». La disperazione anche nelle parole di Domenico Bordo, un altro abitante del villaggio, «sono sotto le macerie, non ci è ancora andato nessuno, ci vogliono i mezzi». Secondo un primo bilancio nella frazione di Illica, ci sarebbero almeno altri 3 morti e 4 dispersi.

Scrive Mercoledì 24 Agosto 2016 "New Notizie". Dopo il terribile sisma che ha coinvolto il centro Italia ed ha distrutto diversi paesi in provincia di Rieti ed Ascoli Piceno, facendo finora più di venti vittime, arrivano le polemiche per i soccorsi. Secondo molte persone, che tenevano aggiornato il Paese in diretta sui social, i soccorsi sono arrivati troppo in ritardo rispetto alle prime chiamate. Il sindaco di Amatrice, Pirozzi, ha sostenuto che la macchina dei soccorsi è ritardata. “Ho chiamato i soccorsi alle 4 ma ancora non abbiamo visto nessuno, è scandaloso” ha sostenuto il primo cittadino. La giornalista Sabrina Fantauzzi ha invece denunciato ritardi nel soccorso ad Illica. Su Facebook la donna ha scritto: “Illica, il paese della nostra infanzia, non c’è più. La scossa terribile alle 3 e 40. I sopravvissuti tutti in un campo all’aperto. Eravamo circa 300 persone, tutti romani, in villeggiatura. Siamo rimasti in 30. Ancora nessuno è venuto a soccorrerci”. Sul suo post la donna scrive: “Il 113 non risponde, non risponde nessuno”. Poco dopo la Fantauzzi pubblica un altro post: “A Illica, vicino ad Accumoli (altro paese gravemente colpito dal terremoto, ndr), sono arrivate solo due ambulanze, ci sono 4 soccorritori, prendono feriti ma non stanno intervenendo sulle case distrutte con dentro gente morente”.

Di seguito si riporta l’opinione di Vittorio Feltri che non fa mancare le solite sue scivolature razziste e giustizialiste.

Vittorio Feltri il 28 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”: vi spiego perchè ci servirebbe un Bertolaso. Il più efficiente è stato il ladro napoletano. Bisognerebbe metterlo a lavorare a Palazzo Chigi, ramo interventi d' urgenza. Appena sentita la scossa, accertato qual era la località più disastrata, si è attrezzato e ha organizzato la sua operazione di pronto intervento. Da sotto il Vesuvio si è mosso verso Amatrice ed è arrivato prima delle «colonne mobili» della Protezione civile. E dire che partiva da più lontano. Il brigante partenopeo ha comprato da cittadino perbene il biglietto del treno per Roma, mica da prendersi una multa, poi dalla Capitale si è arrangiato con mezzi propri. Così nel primo pomeriggio è stato sventuratamente (per lui) bloccato mentre già se ne stava andando dalle rovine dove aveva scavato alacremente per riempire di bottino la valigia. Se lo avessero linciato, troveremmo articoli pensosi sul diritto a un giusto processo anche per gli sciacalli, non il mio però. Bisogna che qualcuno sia cattivo davanti ai morti. Non faccio fatica ad assumermi il compito. In questi giorni è tutto un sacrosanto commuoversi, e dappertutto in televisione e sui quotidiani sta prevalendo il politicamente corretto: guai a chi scompiglia con un sassolino il laghetto delle lacrime collettive. Ieri siamo stati criticati nel programma In Onda di La7 perché abbiamo detto che oggi prevale nelle autorità dello Stato, Boldrini in testa, il pensiero di come fare bella figura con i morti, visto che tra i sopravvissuti non sono affatto popolari, poiché con i loro elicotteri e le visite di cortesia hanno rotto non solo i gazebo. E qui, al diavolo se mi danno del renziano, concordo con Marco Travaglio nel non associare al gruppazzo unto dei propagandisti Matteo Renzi, il quale è corso a vedere, ha detto poche cose oneste e senza trombe al seguito. Ma adesso non gliene risparmieremo una. Faccia subito un esame di coscienza, alla sua e a quella dei suoi uomini, e non a quella di Caino Monti e Adamo Berlusconi. Gli facilitiamo il compito. Infatti anche se nessuno lo ha fatto notare, tranne il nostro Franco Bechis, la Protezione civile è rimasta imbambolata e ha sottovalutato l'entità della devastazione. Il testimone della lentezza e della disorganizzazione è proprio il ladro terrone. Il sindaco di Napoli, Gigi De Magistris, ha annunciato che si costituirà parte civile contro il concittadino reprobo che danneggia la reputazione della città partenopea. Dovrebbero denunciarlo per diffamazione la Protezione Civile e il ministro dell'Interno: perché con la sua rapidità ha dimostrato che in Italia si può essere svelti. Solo a rubare però. Mi rendo conto che butterà male per Libero. Questi sono i giorni della solidarietà. D' accordo. Ma per mettere mano al portafogli ne basta appunto una, con l'altra qualche pugno sul tavolo mi sento in obbligo di tirarlo. E sfido ad accusarmi di immoralità o cinismo. Fu Enrico Berlinguer, il campione della questione morale (la morale degli altri: infatti incassava ancora l'oro di Mosca), a rompere con la Democrazia cristiana e a far andare in crisi il governo Forlani dopo il sisma in Irpinia, dove si distinse tra i tuoni del terremoto la voce accusatoria di Sandro Pertini. Il Capo dello Stato fece a pezzi tutto lo Stato, salvo, con oculata scelta, se stesso, come fosse uno appena sceso dal cielo agitando le alucce scandalizzate. Il Corriere della Sera gli prestò un altoparlante formidabile, inveendo a ragione contro i ritardi dei soccorsi e la disorganizzazione. Oggi né sul Corriere né altrove si osa dire un beh, in compenso si odono belati complimentosi. Forse perché le comunicazioni per conto della Protezione civile le fa la spigliata Titti Postiglione, che ha il merito indiscutibile di essere sorella del vicedirettore del Corriere, il valente Venanzio? Il familismo conta sempre in Italia. C' è però soprattutto un'altra ragione, ritengo: e sta in quello che abbiamo denunciato prendendoci la ridicola accusa di razzismo. La macchina del soccorso urgente in Italia ha il tom tom a destinazione prioritaria se non unica: le coste della Libia, dove spediamo navi, elicotteri in quantità e con lodevole velocità. Non fa niente se questa presunta certezza spinge migliaia di persone a partire su gommoni sfasciati e predisposti al naufragio, ma è un fatto. Per cui i radar del Pronto soccorso, che è il ramo specifico della Protezione civile, sono tutti puntati verso i barconi e il mare e non verso le nostre terre ballerine. Lo ha denunciato dalla Sierra Leone il disgraziatissimo Guido Bertolaso, il quale ha notato da laggiù, dove si sta dedicando a un ospedale, la discrepanza di trattamento tra migranti africani e terremotati indigeni (nel senso di italiani). Il poveretto è stato subito zittito a male parole. Bertolaso, basta parlare con chi l'ha osservato al lavoro, è un fenomeno nell' organizzare i soccorsi degli altri, ma non di se stesso, per cui si è trovato impiccato per essere stato oggetto di alcuni delicati massaggi durante il giusto riposo del guerriero. Ora ce ne vorrebbe uno così. Anzi, avrebbe dovuto essercene uno così. Poi si faccia fare tutti i massaggi brasiliani e thailandesi che desidera, offro io. Invece... Invece hanno dormito, eccome, se lo hanno fatto. Sono rimasti in bambola. Non dico i volontari, quelli sono arrivati di corsa, e pure in troppi. Ma quelli pagati, i capi, avevano la testa altrove o erano in ferie. O sono più bravi a comunicare lestamente che a recarsi sul posto prontamente. Su youtube si può riascoltare la telefonata del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, a Radio 24. C' è già stata la seconda scossa. Le prime luci dell'alba mostrano la sciagura immane. Le sue parole sono: «Guardi, servono unità speciali che tirino fuori le persone da sotto le macerie. La nostra emergenza è che dobbiamo fare in modo tirar fuori da sotto le macerie la gente». Lo ripete tre o quattro volte. Il giornalista gli chiede se ci sono dei morti. Pirozzi è stupitissimo della domanda. Com' è possibile che dopo tanto tempo non si abbia nessuna contezza della gravità dell'accaduto: «Il paese non c' è più». Ripete: «Bisogna cercare di far venire nelle nostre zone delle unità speciali. Anche elicotteri, abbiamo attrezzato i campi. Stiamo cercando di far venire i pompieri...». Finalmente il conduttore capisce: «Lanciamo l'appello». Risposta: «Grazie, grazie, grazie, Dio vi benedica». Stupito il cronista chiede: «Ha ricevuto telefonate da Palazzo Chigi?». Risposta: «No no no. Da Palazzo Chigi e dalla Protezione civile no. Dalla Regione, ho parlato con la prefettura di Rieti». Continua: «Spero che riusciate a darci una mano. Case non ce ne stanno più e la gente sta sotto». La prima colonna mobile della Protezione civile del Lazio si è mossa - secondo comunicato ufficiale - alle 9 e 40, quando lo sciacallo vesuviano era già per strada da tre ore e passa (la prima scossa è stata alla 3 e 36). Se fosse stato vicino alla battigia di Tripoli, in mezzora arrivava un incrociatore con elicotteri. Noi non diciamo prima gli italiani poi i profughi. Ma almeno par condicio. Ridateci Bertolaso. Vittorio Feltri

Terremoto, le due facce del volontariato. Il dramma delle popolazioni investite dal sisma ha mobilitato persone e comunità di tutta Italia. Che hanno assistito a questi eventi non solo da spettatori, scrive Ilvo Diamanti il 29 agosto 2016 su “La Repubblica”. L'altra faccia del terremoto, della tragedia che ha devastato alcune zone dell'Italia centrale, è il ritorno del volontariato. Che ha partecipato, attivamente, ai soccorsi. E continuerà anche domani e dopo. Nelle aree colpite, in modo tanto violento e doloroso. Ma anche intorno. E per "intorno" intendo l'intero Paese. Perché il dramma delle popolazioni investite dal sisma ha mobilitato persone e comunità di tutta Italia. Che hanno "assistito" a questi eventi non solo da "spettatori". Di uno spettacolo doloroso riprodotto su tutti i media, ad ogni orario. Gli italiani, infatti, in gran parte, si sono sentiti coinvolti - e sconvolti - dal dramma di Accumoli, Amatrice, Pescara del Tronto. E degli altri paesi situati nell'epicentro del terremoto. Al crocevia fra Marche, Lazio e Umbria. Così, in breve, si è diffusa e allargata la partecipazione solidale dei cittadini di tutta Italia. Al punto da costringere i coordinatori dei soccorsi a frenare questa spinta generosa. Cercando, quantomeno, di regolare la qualità e la quantità dei contributi, in direzione delle domande "locali". Per evitare l'eccesso di "doni" e di "beni" - già eccedenti. Questa premessa permette di comprendere la complessità di quella realtà che, nel discorso quotidiano, è riassunta con un solo termine. Una sola parola. Volontariato. Pronunciato, spesso, senza precisazioni. Dato per scontato. Mentre si tratta di un fenomeno distinto e molteplice. Che, nel tempo, ha cambiato immagine e significato. Il volontariato. È un modello di azione, individuale e sociale, orientato allo svolgimento di "attività gratuite a beneficio di altri o della comunità". Per citare la prima indagine sul settore condotta dall'Istat (nel 2014). La quale stima, il numero di volontari, in Italia intorno a 6 milioni e mezzo di persone. Cioè, circa il 12,6% della popolazione. In parte (4 milioni) coinvolti in associazioni e in gruppi, gli altri (2 milioni e mezzo) impegnati in forme e sedi non organizzate. Ma, se spostiamo l'attenzione anche su coloro che operano in questa direzione anche in modo più occasionale, allora le misure si allargano sensibilmente. Il Rapporto 2015 su "Gli italiani e lo Stato", curato da Demos per Repubblica, infatti, rileva come, nell'ultimo anno, quasi 4 persone su 10 abbiano preso parte ad attività di volontariato sociale. Che si producono e si riproducono in base a necessità e ad emergenze. Locali e nazionali. Come in questa occasione. Il "volontariato", infatti, è utile. Alla società e allo Stato. Ai destinatari della sua azione e alle persone che lo praticano. Il volontariato "organizzato", d'altronde, ha progressivamente surrogato l'azione degli enti locali e dello Stato. Si è, quindi, istituzionalizzato. In molti casi, è divenuto "impresa". Sistema di imprese, che risponde a problemi ed emergenze. Di lunga durata oppure insorgenti. Il disagio giovanile, le povertà vecchie e nuove. Negli ultimi anni, in misura crescente: gli immigrati. E di recente: i rifugiati. Fra le conseguenze di questa tendenza c'è la "normalizzazione della volontà". Che rischia di venir piegata e di ripiegarsi in senso prevalentemente "utilitario". Divenendo una risorsa da spendere sul mercato del lavoro e dei servizi. Il "volontario", a sua volta, rischia di divenire un professionista. Una figura professionale. E, non a caso, sono molti i "volontari di professione", che operano in "imprese sociali". Il principale rischio di questa tendenza - sottolineato da tempo - richiama, anzitutto, la dipendenza del volontariato e, di conseguenza, dei volontari "di professione" da logiche prevalentemente istituzionali. E dunque politiche. Visto che questo volontariato e questi volontari dipendono, in misura determinante, da finanziamenti e contributi "pubblici". Locali, regionali e nazionali. Talora, com'è noto, sono perfino divenuti canali di auto-finanziamento. Per soggetti e interessi politici e impolitici, non sempre leciti e trasparenti. Bisogna, dunque, diffidare del "volontariato"? Sicuramente no. Perché il volontariato è, comunque, un fenomeno ampio e articolato. In parte organizzato, in parte no. Espresso e praticato, in molti casi, su base individuale. Un modo per tradurre concretamente la solidarietà. Un'altra parola poco definita e molto usata. Perfino abusata. Ma che riassume un fondamento della società. Perché senza "relazioni di reciprocità", dunque, di solidarietà, la società stessa non esiste. Così, il volontariato organizzato fornisce riferimento e continuità al volontariato individuale. Al sentimento diffuso di altruismo che anche in questa occasione si è manifestato. Il volontariato organizzato offre visibilità - e dunque sostegno - al grande popolo del "volontariato involontario". Che fa solidarietà fuori dalle organizzazioni, dalle associazioni. Dalle istituzioni e dalle imprese.

L’Italia… paese di furbi, scrive Armida Tondo il 7 febbraio 2012 su “Italnews”. Noi italiani non cambieremo mai, siamo pronti a sparare a zero su tutti, spesso senza conoscere i fatti! L’ultima polemica, nata a causa del maltempo di questi giorni, è nata sull’intervento dell’Esercito nelle zone più colpite. Ma andiamo ai fatti. Tutto nasce dai sindaci alle prese con l’emergenza neve, chiedono e ottengono l’aiuto dei militari dell’Esercito, fin qui nessun problema! Però i nostri amministratori scoprono che gli uomini dell’Esercito hanno un costo. E allora, qual è il problema? Se non vado errata, chi vuole mi potrà smentire, la protezione civile, le associazione di volontariato, hanno contributi statali e non solo, ogni singola sezione comunale ha contributi regionali, provinciali e comunali, o sbaglio? Tornando al caso scoppiato stamattina, insomma gli amministratori scoprono che la presenza degli uomini e mezzi dell’Esercito ha un costo, dieci spalatori, soldati con una pala in mano, costano al giorno 700 euro. A far scoppiare il caso è il Presidente della Provincia di Pesaro Urbino, Matteo Ricci, che ha dichiarato: “Non voglio fare polemiche, in un momento così drammatico le istituzioni devono collaborare e non polemizzare, ma non mi sembra giusto che lo Stato faccia pagare i Comuni in un frangente simile, quando raggiungere o non raggiungere un’abitazione, un borgo sepolto dalla neve è spesso questione di vita o di morte per anziani, malati, bambini. I Comuni e le Province sono già strozzati dal Patto di stabilità, stanno spendendo milioni di euro, che non hanno, per mettere in campo spazzaneve, pale meccaniche, servizi di prima necessità, e devono pagarsi pure l’Esercito…”. E chi dovrebbe pagare? Oppure i soldati non hanno un costo? Vorrei fare alcune riflessioni. Premesso che ritengo giusto che chi lavora venga pagato, analizziamo la situazione. Sono certa che i Vigili del Fuoco, il personale dell’Enel, il personale della Protezione Civile, chiunque sia impegnato in questi giorni nei luoghi più colpiti dal maltempo venga retribuito. Allora mi chiedo: perché i soldati no? Forse sarebbe opportuno spiegare ai nostri lettori che ogni movimento della protezione civile, così come altre associazioni di volontariato, usufruisce di un contributo o “rimborso spese” che, senza entrare nel merito di come viene calcolato, in ogni caso è comunque denaro! Cari presidenti di regioni e sindaci perché non dite quanto vi costa, anzi, scusate, quanto ci costa a noi contribuenti, avere un “volontario” della protezione civile davanti alle scuole ogni mattina? O quanto ci costano i loro mezzi di trasporto? E vogliamo parlare di volontari che pur avendo un posto di lavoro, svolgono il volontariato con un contributo mensile che spesso si avvicina ad uno stipendio… allora prima di sparare sul costo dell’Esercito, andiamo a vedere i costi dei volontari! Ancora una volta riaffiora la mentalità retrograda e faziosa di qualche decennio fa, quando si pensava che il soldato fosse a costo “zero”, tanto dalla mattina alla sera bighellona in caserma. Oggi le Forze Armate sono fatte di volontari professionisti, basta leggere le cronache relative alle missioni fuori area, e, pertanto, come per tutti i professionisti, la loro opera ha un costo. I mezzi non si muovono senza gasolio, gli equipaggiamenti hanno un costo e si usurano, i soldati mangiano come tutti gli esseri umani…e allora, perché è scandaloso pagarli? Forse il dott.  Ricci intendeva che a pagarli fosse lo Stato. Ma dov’è la differenza? O forse per Ricci esiste ancora “pantalone”? Armida Tondo

MA I VOLONTARI A PAGAMENTO SONO VOLONTARI? Si chiede Michela Scavo il 26 luglio 2012. Il volontariato è un’attività libera e gratuita svolta per ragioni private e personali, che possono essere di solidarietà, di assistenza sociale e sanitaria, di giustizia sociale, di altruismo o di qualsiasi altra natura. Può essere rivolto a persone in difficoltà, alla tutela della natura e degli animali, alla conservazione del patrimonio artistico e culturale. Nasce dalla spontanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti, o non affrontati, o mal gestiti dallo Stato e dal mercato. Per questo motivo il volontariato si inserisce nel “terzo settore” insieme ad altre organizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto o del diritto pubblico. Il volontariato può essere prestato individualmente in modo più o meno episodico, o all’interno di una organizzazione strutturata che può garantire la formazione dei volontari, il loro coordinamento e la continuità dei servizi. Questa è la definizione di Volontariato che possiamo trovare su Wikipedia. A Palazzago ultimamente il tema “Volontari” è molto in voga. Pare ci siano volontari per ogni cosa: per il volantinaggio, per l’assistenza allo spazio compiti, quelli delle varie associazioni, quelli tanto ricercati per ripulire scuole e via dicendo. Ma ci sono volontari e volontari. Ci sono quelli veri e ci sono quelli con il rimborso spese da 5,16 euro all’ora. Premesso che poco mi importa se dei cittadini vengono pagati miseramente per svolgere attività sul territorio, ma perché continuiamo a chiamarli VOLONTARI? Non sarebbe più giusto definirli collaboratori sottopagati? Già, non si può perché non sono sotto pagati, percepiscono un rimborso spese. Allora la mia domanda è, se vengono rimborsate delle spese dove possiamo trovare la documentazione, per ogni singolo presunto volontario, che certifica queste spese? E se di rimborso spese si tratta per quale motivo pare che ci siano dei volontari a rimborso che attendono da tempo i soldi che gli spettano? Poi non stupiamoci se ci sono associazioni di volontari da 1800 euro l’anno e associazioni da 26mila euro l’anno. I volontari vanno pure spesati giusto? E non mi si venga a dire che senza il rimborso nessuno farebbe il volontario a titolo gratuito, lo dimostrano tante associazioni sul territorio e alcuni gruppi di recente formazione che il volontariato vero a Palazzago può esistere tranquillamente. A questo punto sono proprio curiosa di capire perché nessuno dei nostri amministratori, di fronte allo sdegno di alcuni per i contributi alla Pro Loco non abbia menzionato la questione. Forse perché nonostante la vagonata di soldi predisposta anche quest’anno sono in arretrato con i rimborsi spese? O forse perché se non si decidono a tirare fuori le quattro palanche che devono rischiano di trovarsi senza volontari sugli scuolabus a settembre? Come è possibile che nella convenzione con la Pro Loco non si accenni alla retribuzione di tali finti volontari? Forse perché in realtà non si tratta di volontari ma di cittadini sottopagati praticamente al servizio del comune, che camuffa dei compensi con il rimborso spese? Non sono proprio sicura che sia una cosa fatta a regola d’arte ma c’è una commissione che si occupa delle associazioni, qualcuno sicuramente saprà darci una risposta. Michela Scavo

Fai il volontario e chiedi un rimborso? Prima paga la tassa. I soccorritori che chiedono il rimborso della giornata di lavoro devono allegare due marche da bollo da 16 euro, scrive Franco Grilli, Domenica 06/07/2014, su "Il Giornale". Ci può essere una pretesa più assurda di quella di far pagare una tassa a chi presta il proprio tempo per opere di volontariato? Temiamo proprio di no, eppure, a quanto pare, si è verificato anche questo. Con un'interrogazione urgente il parlamentare bellunese Roger De Menech (Pd) ha chiesto al governo di fare piena luce su quanto gli è stato segnalato dal responsabile del Soccorso alpino, Fabio Bistrot. "Voglio proprio sapere - dice il parlamentare - chi è il geniale burocrate che pretende 32 euro da ciascun volontario ogni volta che fa un intervento di soccorso e, di conseguenza, chiede il rimborso della giornata di lavoro persa. Di certo non ha mai fatto il volontario". L'importo, a quanto si apprende, corrisponde a due marche da bollo da 16 euro ciascuna da apporre a ciascuna richiesta di rimborso presentata dai volontari. "E’ incredibile che