Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

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FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

 

WEB TV: TELE WEB ITALIA

 

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

Se la religione è l’oppio dei popoli, il comunismo è il più grande spacciatore. Lo spaccio si svolge, sovente, presso i più poveri ed ignoranti con dazione di beni non dovuti e lavoro immeritato. Le loro non sono battaglie di civiltà, ma guerre ideologiche, demagogiche ed utopistiche. Quando il nemico non è alle porte, lo cercano nell’ambito intestino. Brandiscono l’arma della democrazia per asservire le masse e soggiogarle alle voglie di potere dei loro ipocriti leader. Lo Stato è asservito a loro e di loro sono i privilegi. Come tutte quelle religioni con un dio cattivo, chi non è come loro è un’infedele da sgozzare. Odiano il progresso e la ricchezza degli altri. Ci vogliono tutti poveri ed al lume di candela. Non capiscono che la gente non va a votare perché questa politica ti distrugge la speranza.    

Quando il più importante sindaco di Roma, Ernesto Nathan, ai primi del ‘900 scoprì che tra le voci di spesa era stata inserita in bilancio, la TRIPPA, necessaria secondo alcuni addetti agli archivi del comune, per nutrire i gatti che dovevano provvedere a tenere lontani i topi dai documenti cartacei, prese una penna e barrò la voce di spesa, tuonando la celeberrima frase: NON C'È PIÙ TRIPPA PER GATTI, il che mise fine alla colonia felina del Comune di Roma. 

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ogni tema trattato sinteticamente in quest'opera è oggetto di approfondimento analitico in un saggio dedicato.

Alcune puntualizzazioni sul Diritto di Cronaca, Diritto di Critica, Privacy e Copyright.

In seguito al ricevimento di minacce velate o addirittura palesi nascoste dietro disquisizioni giuridiche, al pari loro si palesa quanto segue. I riferimenti ad atti ed a persone ivi citate, non hanno alcuna valenza diffamatoria e sono solo corollario di prova per l'inchiesta. Le persone citate, in forza di norme di legge, non devono sentirsi danneggiate. Ogni minaccia di tutela arbitraria dei propri diritti da parte delle persone citate al fine di porre censura in tutto o in parte del contenuto del presente dossier o vogliano spiegare un velo di omertà sarà inteso come stalking o violenza privata, se non addirittura tentativo di estorsione mafiosa. In tal caso ci si costringe a rivolgerci alle autorità competenti.

Come è noto, il diritto di manifestare il proprio pensiero ex art. 21 Cost. non può essere garantito in maniera indiscriminata e assoluta ma è necessario porre dei limiti al fine di poter contemperare tale diritto con quelli dell’onore e della dignità, proteggendo ciascuno da aggressioni morali ingiustificate. La decisione si trova in completa armonia con altre numerose pronunce della Corte. La Cassazione, infatti, ha costantemente ribadito che il diritto di cronaca possa essere esercitato anche quando ne derivi una lesione dell’altrui reputazione, costituendo così causa di giustificazione della condotta a condizione che vengano rispettati i limiti della verità, della continenza e della pertinenza della notizia. Orbene, è fondamentale che la notizia pubblicata sia vera e che sussista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Il diritto di cronaca, infatti, giustifica intromissioni nella sfera privata laddove la notizia riportata possa contribuire alla formazione di una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti. Il principio di continenza, infine, richiede la correttezza dell’esposizione dei fatti e che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività. A tal proposito, giova ricordare che la portata diffamatoria del titolo di un articolo di giornale deve essere valutata prendendo in esame l’intero contenuto dell’articolo, sia sotto il profilo letterale sia sotto il profilo delle modalità complessive con le quali la notizia viene data (Cass. sez. V n. 26531/2009). Tanto premesso si può concludere rilevando che pur essendo tutelato nel nostro ordinamento il diritto di manifestare il proprio pensiero, tale diritto deve, comunque, rispettare i tre limiti della verità, pertinenza e continenza.

Diritto di Cronaca e gli estremi della verità, della pertinenza e della continenza della notizia. L'art. 51 codice penale (esimente dell'esercizio di un diritto o dell'adempimento di un dovere) opera a favore dell'articolista nel caso in cui sia indiscussa la verità dei fatti oggetto di pubblicazione e che la stessa sia di rilevante interesse pubblico. In merito all'esimente del Diritto di Cronaca ex art. 51 c.p., la Suprema Corte con Sentenza n 18174/14 afferma: "la cronaca ha per fine l'informazione e, perciò, consiste nella mera comunicazione delle notizie, mentre se il giornalista, sia pur nell'intento di dare compiuta rappresentazione, opera una propria ricostruzione di fatti già noti, ancorchè ne sottolinei dettagli, all'evidenza propone un'opinione". Il diritto ad esprimere delle proprie valutazioni, del resto non va represso qualora si possa fare riferimento al parametro della "veridicità della cronaca", necessario per stabilire se l'articolista abbia assunto una corretta premessa per le sue valutazioni. E la Corte afferma, in proposito: "Invero questa Corte è costante nel ritenere che l'esimente di cui all'art. 51 c.p., è riconoscibile sempre che sia indiscussa la verità dei fatti oggetto della pubblicazione, quindi il loro rilievo per l'interesse pubblico e, infine, la continenza nel darne notizia o commentarli ... In particolare il risarcimento dei danni da diffamazione è escluso dall'esimente dell'esercizio del diritto di critica quando i fatti narrati corrispondano a verità e l'autore, nell'esposizione degli stessi, seppur con terminologia aspra e di pungente disapprovazione, si sia limitato ad esprimere l'insieme delle proprie opinioni (Cass. 19 giugno 2012, n. 10031)".

La nuova normativa concernente il rapporto tra il diritto alla privacy ed il diritto di cronaca è contenuta negli articoli 136 e seguenti del Codice privacy che hanno sostanzialmente recepito quanto già stabilito dal citato art. 25 della Legge 675 del 1996. In base a dette norme chiunque esegue la professione di giornalista indipendentemente dal fatto che sia iscritto all'elenco dei pubblicisti o dei praticanti o che si limiti ad effettuare un trattamento temporaneo finalizzato esclusivamente alla pubblicazione o diffusione occasionale di articoli saggi o altre manifestazioni del pensiero:

può procedere al trattamento di dati sensibili anche in assenza dell'autorizzazione del Garante rilasciata ai sensi dell'art. 26 del D. Lgs. 196 del 2003;

può utilizzare dati giudiziari senza adottare le garanzie previste dall'art. 27 del Codice privacy;

può trasferire i dati all'estero senza dover rispettare le specifiche prescrizioni previste per questa tipologia di dati;

non è tenuto a richiedere il consenso né per il trattamento di dati comuni né per il trattamento di dati sensibili.

Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. Infatti sono autore del libro che racconta della vicenda. A tal fine posso assemblarle o per fare una rassegna stampa.'''

 

(* Per gli appalti truccati, qui accennato, ho scritto appositamente un libro a parte).

(* Per i concorsi pubblici e per gli Esami di Stato, qui accennato, ho scritto appositamente un libro a parte).

(* Per l’esame truccato di avvocato, qui accennato, ho scritto appositamente un libro a parte).

(* Per il malgoverno, sprechi e disservizi ho scritto appositamentedei libri a parte).

 

Di Antonio Giangrande

 

 

 

 

 

 

SOMMARIO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande).

INTRODUZIONE

SILVIO E BETTINO, I LUPI DELLA MILANO DA BERE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

GABRIELE CAGLIARI E GLI ALTRI. SONO STATI SUICIDATI?

DEVASTATI DA MANI PULITE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

RICORDANDO BETTINO CRAXI.

FIGLI DI PUTIN...

MANI GOLPISTE.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

I GIORNALISTI. I KILLER DELLA PRIMA REPUBBLICA.

TANGENTOPOLI. UN TEMA STORICO.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

CHI FA LE LEGGI? 

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

ONESTA’ E DISONESTA’

IL GIUSTIZIALISMO GIACOBINO E LA PRESCRIZIONE.

POOL MANI PULITE, MAGISTRATURA DEMOCRATICA E COMUNISMO: ATTRAZIONE FATALE PER FAR FUORI AVVERSARI POLITICI E MAGISTRATI SCOMODI!

CRAXI E LE INTERPRETAZIONI DELLA STORIA TRA MANETTARI E GARANTISTI.

OPERATORI DI (IN)GIUSTIZIA…..

ANTONIO GIANGRANDE, GABRIELLA NUZZI, SILVIO BERLUSCONI: LE RITORSIONI DEI MAGISTRATI.

IL PARTITO INVISIBILE. ASTENSIONISMO, VOTO MIGRANTE E VOTO DI PROTESTA: I MOTIVI DI UNA DEMOCRAZIA INESISTENTE.

LA PATRIA DELLA CORRUZIONE.

LE BUGIE DEI POLITICANTI CHE SCHIAVIZZANO I NOSTRI GIOVANI.

MINISTRI. UNA IMPUNITA' TUTTA PER LORO.

PER GLI ONOREVOLI...NON C'E' FRETTA.

LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

IGNORANTI IN PARLAMENTO.

IGNORANTI NELLA SOCIETA’ CIVILE.

LADRI IN PARLAMENTO. TANGENTOPOLI ED IL POOL MANI PULITE: LA GENESI.

IL POOL DI MANI PULITE: FRANCESCO SAVERIO BORELLI. ILDA BOCCASSINI. PIERCAMILLO DAVIGO. ARMANDO SPATARO. GERARDO D'AMBROSIO. GHERARDO COLOMBO. FRANCESCO GRECO. ANTONIO DI PIETRO. TIZIANA PARENTI.

LE MITICHE TANGENTI ROSSE.

TANGENTOPOLI E TIFO DA STADIO, 20 ANNI DOPO.

LA CASTA. CON L'IMMUNITA' PARLAMENTARE SI DIFENDE.

"1992": LA STORIA SCRITTA DAI VINCITORI.

DA QUALE PULPITO VIEN LA PREDICA. CORRUZIONE NEL CUORE DELLO STATO E DELLA SOCIETA' CIVILE.

LA SINISTRA: IERI DIVERSI. OGGI CATTIVI E DANNOSI...OSSIA UGUALI.

A SINISTRA: DA ACCUSATORI AD ACCUSATI LE COSE CAMBIANO.

SPUTTANATI E SPUTTANANDI.

CON LO SPUTTANAMENTO C'E' LA GALERA...ANCHE I MAGISTRATI.

REATO IMPUNITO: LA FUGA DI NOTIZIE.

LE COOP ED IL SISTEMA SCOPPIATO.

TANGENTOPOLI ED IL POTERE DELLE FONDAZIONI.

TANGENTOPOLI E LE CONSULENZE TRUCCATE. 

LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. GIUSEPPE ORSI.

LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. BETTINO CRAXI.

LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. SILVIO BERLUSCONI.

LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. PASQUALE CASILLO.

SE SGARRI A PARLARE, I MANETTARI TI QUERELANO.

TOGHE ROSSE…E TOGHE BIANCHE.

TOGHE COLLUSE.

IL PARTITO DEI GIUDICI.

IL PARTITO DELLE TASSE E DELLE MANETTE…PER GLI ALTRI.

TANGENTI E MASSONERIA.

FILIPPO FACCI: UN TESTIMONE DI MANI PULITE.

NON SOLO MANI PULITE.

MIRACOLATI. I SALVATI DA MANI PULITE.

IN MEMORIA DI RENATO ALTISSIMO: L’INGANNO DI TANGENTOPOLI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Caro Caselli, il blocco dei soccorsi lo ha realizzato un magistrato, scrive Piero Sansonetti il 30 agosto 2018 su "Il Dubbio".  Nell’intervista molto ampia e argomentata che ci ha rilasciato, e che abbiamo pubblicato sul giornale di ieri, Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Torino e di Palermo che nella sua vita è stato per lunghi anni impegnato in primissima linea, e con buoni successi, nell’attività investigativa su terrorismo e mafia ha sostenuto diverse idee che in buona parte non condivido. Caro Caselli, il blocco dei soccorsi lo ha realizzato un magistrato. Qui però mi interessa discutere su due soli punti, che mi sono sembrati i più importanti nella sua esposizione. Il primo riguarda l’anomalia italiana in fatto di rapporti tra politica e magistratura. Il secondo riguarda l’intervento della magistratura in questioni che forse – a mio, ma non a suo giudizio – dovrebbero essere di competenza esclusiva della politica. Sul primo punto Gian Carlo Caselli ha una tesi molto chiara che riassumo trascrivendo due brevi frasi pronunciate nell’intervista alla nostra Giulia Merlo. Prima frase: «Ed ecco lo scatenarsi, ormai da oltre 25 anni, di una crociata anti-giudiziaria senza eguali nelle democrazie occidentali». Seconda frase: «Nel nostro paese è antico e diffuso il malvezzo di ostacolare i magistrati scomodi perché adempiono il loro dovere senza riguardi per nessuno e con troppa indipendenza». Ora io faccio questa considerazione. Chiedo: a parità di livelli di corruzione (come ci dicono molti dati statistici raccolti dall’Eurispes e da vari altri istituti internazionali di statistica, l’Italia è nella media europea) esistono altri paesi, in Occidente, dove siano stati inquisiti in più occasioni il Presidente del Consiglio, più una trentina di ministri, più i governatori di quasi tutte le Regioni (o forse tutte: vado a memoria e non ricordo governatori inquisiti solo in Toscana)? Per non contare i sindaci: a occhio in questo quarto di secolo ne sono stati inquisiti più di mille. No, non esiste nessun altro paese. E oltretutto la grandissima maggioranza di questi esponenti della politica è stata prosciolta o assolta (basta dire che il capofila degli inquisiti, e cioè Berlusconi, ha collezionato almeno 70 tra assoluzioni, proscioglimenti e prescrizioni, e solo una condanna, per evasione fiscale, peraltro assai discutibile e comminata in via definitiva da un magistrato che è oggi un abituale commentatore del Fatto di Travaglio). Non mi risulta che tra i magistrati che hanno condotto in questo venticinquennio l’azione contro la politica ci siano molte teste cadute, o che qualcuno di loro abbia pagato un prezzo (tranne, forse, lo stesso Caselli, che fu sbarrato dalla politica quando concorreva per diventare Procuratore nazionale antimafia). Ci sono dei magistrati che hanno perso processi su processi contro i politici (o i loro parenti….) e continuano ad operare, peraltro godendo di molta fama e sostenuti come eroi da diversi giornali. Mi pare difficile dire che c’è stato un assalto della politica alla magistratura e non il contrario. Chiedo ancora: qualcuno, in questi anni, ha toccato l’indipendenza della magistratura, fissata dalla Costituzione? No. Qualcuno ha separato le carriere dei magistrati? No. E poi chiedo: Qualcuno ha toccato l’immunità parlamentare o quella dei ministri? Sì, è stata abolita l’autorizzazione a procedere, stabilita anch’essa dalla Costituzione. Qualcuno ha varato qualche legge che rende incandidabile e ineleggibile un esponente politico condannato da un tribunale in primo grado? Si, l’ha varata il governo Monti a furor di Parlamento. Passo al secondo punto, che è quello più attuale. L’opportunità dell’intervento del Procuratore di Agrigento Patronaggio che ha indagato Salvini. Caselli difende Patronaggio, sostenendo che ha solo fatto il suo dovere, avendo riscontrato un reato, e cioè la limitazione della libertà dei 150 eritrei, e avendo riscontrato anche la violazione dell’articolo 13 della Costituzione che regola il diritto alla libertà personale. Anch’io penso che Salvini abbia violato l’articolo 13 della Costituzione. Ma questa è una questione assolutamente politica, oppure è una questione che riguarda la legittimità delle sue decisioni di impedire lo sbarco. Assumere una iniziativa politica in contrasto con la Costituzione è una cosa molto grave, in termini politici, ma di per sé non costituisce il reato. A Caselli io vorrei porre questa semplice domanda: non crede che l’intervento della magistratura nelle scelte politiche dei governi sia estremamente pericoloso per la tenuta della democrazia (e anche per la tenuta e la credibilità della magistratura)? Per questa semplice ragione: che il singolo magistrato – il singolo: una persona sola – ha un potere spropositato. Vi ricordo che la situazione nella quale Salvini ha operato, bloccando la Diciotti, si è creata perché precedentemente era stato realizzato (non da Salvini) il blocco dei soccorritori nel Mediterraneo. Questo blocco non era stato provocato o deciso dalla politica, ma proprio da un magistrato: da un singolo magistrato. Il procuratore di Catania, che ha aperto un’inchiesta – con forte sostegno di stampa – contro le Ong e le navi dei soccorritori. L’inchiesta non aveva alcuna base giuridica – e infatti si è conclusa con un flop – ma aveva una gigantesca potenza politica. Il Procuratore di Catania con quell’inchiesta – e quella campagna di stampa – ha scardinato e demolito l’intero sistema dei soccorsi in mare, ed in questa situazione favorevole è poi intervenuto Salvini. La scomparsa della navi di soccorso ha provocato un incredibile aumento dei morti nei naufragi. Siamo sicuri che questa scelta – assolutamente politica – di ripulire il mare dalle Ong spettasse a un magistrato, e siamo sicuri che non mettesse a rischio la Costituzione assai più delle trovate propagandistiche e un po’ ciniche di Salvini?

Mi piacerebbe se si riuscisse a discutere più approfonditamente di queste cose. Non si tratta solo di discutere sulla divisione dei poteri tra politica e magistratura. Ma anche di controllo dei poteri. Di questi poteri. Un parlamentare non possiede neanche un’oncia del potere che ha in mano un giovanissimo sostituto procuratore (anche perché, come sappiamo tutti, il contrappeso dei Gip è, di solito, praticamente inesistente). E’ giusto lasciare che le cose restino così, e che i magistrati (non la magistratura) abbiano un potere politico molto superiore a quello dei politici? In nome di che? Di un’idea dell’Etica, francamente, molto discutibile.

La sinistra sovranista riparte da Che Guevara: «Patria o muerte». Dalla retorica del capo storico dei guerriglieri, a Ho Chi Min, Mao, e anche alla tradizione del Pci di Togliatti, scrive Paolo Delgado il 2 Settembre 2018 su "Il Dubbio". “Patria o muerte. Venceremos”: non il grido di battaglia di qualche formazione ultranazionalista iberica o latino- americana. Era la formula comunemente usata per chiudere tutte le sue lettere e i messaggi dal massimo idolo politico del lontano ‘ 68, Ernesto “Che” Guevara. Nell’Unione sovietica, ma anche nella Russia di Putin, la definizione per noi comune “Seconda Guerra Mondiale” è poco conosciuta e ancor meno adoperata: quella contro il nazismo è la “Grande Guerra Patriottica”. Casomai qualcuno, nelle nebbie della memoria lontana, dovesse dimenticare che la chiamata alle armi in difesa della Patria Socialista, dopo l’avvio dell’Operazione Barbarossa, l’invasione tedesca, mobilitò con il richiamo alla Patria più che con quello al socialismo. Ha fatto molto scandalo un articolo di Stefano Fassina, ex ministro nel governo Renzi, ex Pd, oggi deputato di LeU, nel quale venivano rivendicate parole che nella sinistra non avevano quasi più corso almeno dagli anni settanta: “Patria” e Nazione”. Fassina, che è un sovranista di sinistra, merce rara in Italia ma molto meno nel resto d’Europa, sottolinea la continuità con la tradizione storica del Movimento operaio italiano e del Pci. Cita un noto brano di Togliatti del 1945, da un articolo uscito su Rinascita: ‘ Assai spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia’. Ricorda che nel simbolo del Partito la bandiera rossa con la falce e il martello si accompagnava al tricolore, pare per insistenza con Renato Guttuso (che disegnò quel simbolo) dello stesso Togliatti. Segnala che nella Costituzione italiana un solo dovere è definito addirittura “sacro”, quello di cui si parla nell’art. 52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Per il Pci, durante la Resistenza e dopo, tra patriottismo e lotta per l’emancipazione dei lavoratori non solo non c’era contraddizione ma si trattava al contrario quasi di sinonimi. Fino agli anni ‘ 80 e all’uscita del libro di Claudio Pavone sulla Resistenza Una guerra civile, la storiografia comunista aveva sempre rifiutato, e anche con sdegno, l’interpretazione della Resistenza come “guerra civile”. Era la “Guerra di Liberazione Nazionale” e dubitarne significava esporsi al sospetto d’eresia. Del resto il giornale dell’Anpi si chiamava, e ancora si chiama Patria Indipendente. Nel clima della guerra fredda, nel 1957, il Pci votò contro la ratifica dell’oggi sempre osannato Trattato di Roma, quello che istituiva la Cee, la Comunità economica europea, detta abitualmente all’epoca Mec, Mercato comune europeo. “Il Mec – spiegava allora la scelta del partito il relatore Giuseppe Berti – è la forma sovranazionale che assume nell’Europa occidentale il capitale monopolistico”. Solo negli anni tra il 1979 e il 1984, con l’adesione di Altiero Spinelli al Pci e con una serie di spostamenti direttamente ispirati dal segretario Berlinguer il Pci avrebbe capovolto la sua posizione trasformando- si in partito compiutamente europeista. Non si tratta solo dell’ennesima specificità del caso italiano. Tanto più negli anni della decolonizzazione, socialismo e patriottismo formavano davvero una coppia inscindibile. Ho Chi Minh spiegava così la straordinaria capacità del popolo vietnamita di resistere prima alla Francia e poi agli stessi Stati Uniti: “La nostra gente è ispirata da un ardente patriottismo che è una nostra irrinunciabile tradizione e la nostra più grande forza”. Il presidente Mao concordava: “Un comunista, per essere internazionalista, deve per forza essere un patriota”. L’elenco di dichiarazioni sulla medesima lunghezza d’onda, da Bela Kun a Thomas Sankara, sarebbe in realtà infinito. A lungo l’internazionalismo è stato interpretato a sinistra come rifiuto del tantativo delle singole nazioni di sottometterne altre, non delle differenze e delle specificità nazionali. Il citato articolo di Togliatti, del resto, mirava proprio a negare l’accusa di “cosmopolitismo” rivolta ai comunisti. Fassina prova dunque a recuperare una tradizione della sinistra storica a lungo considerata archiviata una volta per tutte ma che inevitabilmente torna in campo in una fase storica segnata proprio dalla reazione, non solo in Europa ma in Europa più che altrove, a un superamento degli Stati nazionali che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse. Non è certo un caso se due delle principali formazioni di sinistra in Europa, Podemos in Spagna e France Insoumise in Francia, ricorrono senza esitare a suggestioni patriottiche, sia pur declinate in senso molto diverso e spesso opposto a quello del sovranismo di destra di cui è principale esponente in Europa il premier ungherese Viktor Orban. Naturalmente c’è una distanza incommensurabile tra l’idea compiutamente reazionaria di patria che sbandiera l’ungherese e quella dello spagnolo Iglesias, che qualche anno fa spiegava: “La patria non è una spilletta sulla giacca, non è un braccialetto, la patria è quella comunità che assicura che si proteggano tutti i cittadini, che rispetta le diversità nazionali, che assicura che tutti i bambini, qualunque sia il colore della loro pelle, vadano puliti e ben vestiti a una scuola pubblica, la patria è quella comunità che assicura che i malati vengano assistiti nei migliori ospedali con le migliori medicine, la patria è quella comunità che ci permette di sognare un paese migliore”. Tuttavia un punto in comune c’è, e vistoso: quel nodo della sovranità nazionale che sembra essere la causa della crisi dell’Unione europea e invece di quella crisi è il prodotto.

Quel saggio su Proudhon con cui Bettino Craxi segnò la storia della sinistra in Italia. Nell’agosto del 1978 il segretario del Psi pubblicava sull'Espresso il "vangelo" del suo socialismo. Uno spartiacque per la sinistra di ieri. Un modello per gli aspiranti leader di oggi? Scrive Marco Damilano il 30 agosto 2018 su "L'Espresso". Il Vangelo socialista, lo titolò il direttore dell’Espresso Livio Zanetti, con malizia, perché dopo tanto girovagare il popolo socialista aveva finalmente trovato il suo messia: una buona novella, soprattutto per lui, l’autore del testo, il segretario del Psi Bettino Craxi. «Un baedeker ideologico e un argomento di discussione», si leggeva nel sommario, «il segnale d’avvio di un’offensiva destinata a tenere alta la temperatura tra il Pci e il Psi per molte settimane», precisava nell’introduzione Paolo Mieli, giornalista del settimanale di via Po, come ci chiamavano all’epoca sugli altri giornali, ma alla fine il saggio firmato da Craxi si rivelò molto di più. «Un colpo di fucile, o piuttosto di cannone», lo ha definito Ernesto Galli della Loggia, la rottura con il comunismo di matrice leninista ma anche gramsciana. Il taglio della barba del profeta Karl Marx, scrisse a botta calda Eugenio Scalfari su “Repubblica”: «L’articolo sull’Espresso segna una data storica nella vita del Partito socialista italiano». Uscì il 27 agosto 1978, quarant’anni fa, alla fine di un mese in cui era morto un papa (Paolo VI), era stato appena eletto un altro (il patriarca di Venezia Albino Luciani con il nome Giovanni Paolo I, morirà 33 giorni dopo), Mina aveva tenuto il suo ultimo concerto pubblico al Bussoladomani di Viareggio e la politica si apprestava a riprendere il suo cammino dopo i giorni del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, i referendum per abrogare la legge Reale sull’ordine e la sicurezza e soprattutto il finanziamento pubblico dei partiti, che aveva raccolto il 46 per cento dei sì nonostante la contrarietà di tutte le forze politiche tranne i radicali, ben più di un campanello d’allarme per il sistema politico. Vacillava il governo di solidarietà nazionale, il monocolore dc di Giulio Andreotti con il Pci in maggioranza, il Psi si era smarcato con due mosse clamorose, la rottura del fronte della fermezza con le Brigate rosse nel caso Moro e l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica, il primo socialista al Quirinale. Ma il giovane segretario del Psi Craxi, 44 anni in quel momento, aspettava di fare un passo in più. La definizione di una nuova carta di identità: dire chi si è, prima ancora di cosa si vuole fare. Un manifesto ideologico, come nell’Ottocento. Curioso che a intestarsi la battaglia delle idee fosse un leader pragmatico, per nulla attratto dalle fumisterie teoriche, considerato spregiudicato e privo di scrupoli: Bettino l’Amerikano, il tedesco del Psi, come lo appellavano gli avversari. Se ne sorprese il vecchio Pietro Nenni che il 5 settembre annotava sul suo diario: «Continua la polemica aperta da Bettino sul marxismo e sul leninismo. Il partito cerca in essa una qualificazione che però potrà venire solo dai fatti». Più stupiti di tutti i comunisti, l’oggetto polemico del saggio craxiano. «Non si esita a dare versioni incredibilmente semplificate e unilaterali dell’esperienza storica del movimento operaio, a presentare un’immagine quanto mai riduttiva e sommaria di una personalità come quella di Lenin (e ancor di più di quella di Gramsci), e a tacere dell’elaborazione originale dei comunisti italiani», si lamentò Giorgio Napolitano sull’Unità. In linea con il giudizio dello storico Paolo Spriano: «Toni e espedienti idonei all’addestramento dei commandos delle teste di cuoio ma non al dibattito culturale». Ancora più brutale il vicecapogruppo del Pci alla Camera Fernando Di Giulio: «Perché Craxi ha scelto Proudhon, questo strano modesto pensatore francese? Secondo alcuni, perché ricorda una marca di champagne». Eppure era stato Enrico Berlinguer ad aprire lo scontro ideologico. Con una lunga intervista a Scalfari su Repubblica, il 2 agosto, in cui il segretario del Pci aveva rivendicato «la complessa eredità» del leninismo, affermando che «il Pci è nato sull’onda della rivoluzione proletaria dei soviet, e su impulso di Lenin»: «siamo continuatori, ma anche critici e interpreti» di quel «patrimonio ricchissimo e complesso». E aveva concluso: «La verità è che ci si vorrebbe sentir dire: ci siamo sbagliati a nascere, evviva la socialdemocrazia, unica forma di progresso politico e sociale. Allora i nostri esaminatori si direbbero soddisfatti: “la risposta è esatta, sciogliete il partito e tornatevene a casa”». Tra gli esaminatori, Berlinguer indicava il Psi di Craxi: «C’è una neo-vocazione a farci l’esame da parte dell’attuale gruppo dirigente socialista. È un fatto nuovo e preoccupante». Il direttore dell’Espresso Zanetti chiese una reazione a Craxi, il segretario socialista fece sapere che voleva pensarci, poi si ricordò di aver commissionato al giovane sociologo Luciano Pellicani un saggio su leninismo e socialismo per un volume dell’Internazionale socialista in onore di Willy Brandt. Quindici cartelle, le rimaneggiò personalmente prima di partire per le vacanze ad Hammamet e le spedì all’Espresso. «Avevo citato molti autori, ma Proudhon fece più effetto», ammise in seguito Pellicani. Pierre-Joseph Proudhon, vissuto tra il 1809 e il 1865, promotore di un socialismo anti-scientifico, liberale, anarchico, mutualista, contrario alla violenza. Chi avrebbe mai detto che sarebbe diventato lui il primo profeta del socialismo craxiano? Andò così, anche se nel saggio erano nominati tanti altri autori. Rosa Luxemburg, l’ex comunista jugoslavo Milovan Gilas, il francese Gilles Martinet, Bertrand Russell, Carlo Rosselli, Norberto Bobbio con il riferimento che chiudeva lo scritto: «Il socialismo è la democrazia pienamente sviluppata, dunque è il superamento storico del pluralismo liberale e non già il suo annientamento. È la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà e di benessere e di uguaglianza». La sintesi delle idee di Pellicani, poi direttore di Mondoperaio, un pensatore in polemica con tutte le dottrine politiche dei “fini ultimi”, depositarie della salvezza e del paradiso in terra destinato a trasformarsi in un inferno per gli uomini, come lo descrive Giovanni Scirocco nel volume “Il vangelo socialista” (Aragno). Il saggio firmato da Craxi fu uno spartiacque per i rapporti a sinistra. «Nella sua polemica anti-marxista il segretario socialista arriva a Robespierre e ai giacobini della Rivoluzione francese, avesse avuto più spazio, c’è da giurare che nella sua condanna avrebbe coinvolto anche Rousseau. Ideologia e cultura a parte, la posizione di Craxi significa che l’unità a sinistra è rotta per sempre», profetizzò Scalfari, a ragione. Scontro ideologico e politique politicienne si tenevano insieme, all’interno delle pagine craxiane L’Espresso pubblicava un box sulla rottura tra comunisti e socialisti negli enti locali, a San Benedetto del Tronto, a Comiso, a Quartu Sant’Elena, dove il Psi mollava i comunisti per tornare alle giunte di centro-sinistra con i democristiani. Da Proudhon a Quartu, si anticipava il ritorno del Pci all’opposizione e il pentapartito degli anni ’80. E anche fenomeni di più lungo periodo: «Il Vangelo socialista dimostra quanto Craxi sia convinto della possibilità di spingere anche in Italia in direzione di un’americanizzazione del partito politico», commentò Paolo Franchi sul settimanale del Pci Rinascita. E Enzo Forcella su Repubblica: «Bastano poche paginette, qualche contrapposizione azzeccata tipo Proudhon e Marx, la scelta del momento e del canale giusti per segnare una data storica nella vita del Psi. Per quel che riguarda il modo di fare politica, stiamo soltanto ora entrando veramente nella dimensione delle comunicazioni di massa». Riletto oggi il saggio di Craxi appare irrimediabilmente datato per il linguaggio e per i contenuti, ma per nulla semplificatorio e superficiale, soprattutto se paragonato a quanto visto e letto nelle stagioni successive e in quella attuale, di svolte epocali annunciate via twitter. Nell’immaginario Craxi è ancora il Capo delle scenografie congressuali a forma di piramide, dei templi dorici e delle discoteche, del rampantismo vorace e insaziabile, di Tangentopoli. Ma in quel saggio lontano dell’ex presidente del Consiglio condannato e morto nel 2000 in Tunisia, sepolto in un piccolo cimitero accanto alla tomba di un francese ricoperta dalla sabbia e dalla salsedine, si ritrova un leader inserito in una formazione secolare, impegnato in una cosa antica e buona della politica: la tenzone delle idee, la svolta affidata a uno scritto che riconosce la storia precedente anche quando intende superarla. Un politico di sinistra, attrezzato ad affrontare lo scontro sul terreno ideologico, convinto che non esista una politica con l’ambizione di vincere senza un sistema di idee alle spalle. Un capo-partito che almeno all’inizio della sua avventura si era circondato di intellettuali, non di yesmen, ghostwriter, inventori di hashtag come oggi: la redazione raccolta attorno a Mondoperaio, intelligenze inquiete, competenze raffinate (Federico Coen, Luciano Cafagna, Paolo Flores d’Arcais, Ernesto Galli della Loggia, Giampiero Mughini, Luciano Pellicani), alcune pronte ad andarsene al primo segnale di degenerazione, in quella fase nascente del craxismo che è stata il momento più fecondo. Non era del resto una disputa teologica quella che voleva affrontare il quarantenne segretario del Psi, ma una dura battaglia di egemonia, di potere. Ma sapeva che un’idea, in politica, è l’arma più dirompente. Dopo ha pensato che per vincere servisse altro: soldi, poltrone, rendite di posizione non solo politiche. E ha cominciato a perdere, rovinosamente. Nel merito, su chi avesse ragione e torto tra Berlinguer e Craxi su leninismo e socialismo, fu lo stesso segretario del Pci tre anni dopo ad abiurare di fronte alle telecamere ammettendo all’indomani del colpo di Stato in Polonia che la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre si era esaurita. Il Pci si è sciolto, senza diventare compiutamente socialdemocratico, come Berlinguer temeva nel 1978, e solo l’esperienza originale del comunismo italiano è riuscita a far trapassare il partito, l’organizzazione, i dirigenti oltre la fine del blocco sovietico. Ma il Psi di Craxi non è riuscito a costruire su quell’identità di socialismo liberale un’alternativa di sinistra (parola che nel saggio ricorre appena tre volte), fino ad arrivare alla dissipazione e alla scomparsa, qualcosa che pesa ancora sul nostro presente. Un vuoto che nessuno è riuscito a colmare, tantomeno gli epigoni craxiani slittati a destra, nel berlusconismo, come satelliti fuori orbita. La storia di una doppia sconfitta, catastrofica. Rousseau è ora il nome della piattaforma del Movimento 5 Stelle, ma del progetto politico non ha l’auto-coscienza, la consapevolezza di sé. Manifesti politici gli aspiranti leader ne producono spesso, un foglio di giornale o un libro da presentare in giro, ma sono nel migliori dei casi un’elencazione di cose da fare, un catalogo di wiki-programmi senza anima, i cento punti, i mille punti e via numerando. L’ultimo tentativo di stilare una carta di identità è stato il manifesto dei valori del Partito democratico di Walter Veltroni nel 2008, ma si è visto com’è andata. E si potrebbe concludere che questa è la modernità politica, vincere (e perdere) senza dire chi sei: pragmatismo puro, appiattimento sull’esistente. O arrivare alla conclusione opposta: che senza una visione della società, senza una lettura della realtà non si può costruire nulla di solido, come dimostrano le esperienze a sinistra degli ultimi 25 anni. Oggi il socialismo muore in Europa e risorge negli Stati Uniti, dove socialisti si definiscono i candidati più giovani del nuovo Partito democratico che prova a ricostruirsi nell’era Trump. Chissà se ci penserà qualcuno, nei prossimi mesi di congressi, di leadership da inventare, di una presenza culturale da ritrovare. E se qualcuno sbotterà: aveva ragione Craxi, maledizione, ci serve un Proudhon!

Craxi dagli osanna alla polvere. Memorie del socialismo, scrive Gaetano Cellura su Licata net il 5 agosto 2018. De Martino gli lasciò un partito al minimo storico. E su quel risultato influì anche la campagna elettorale del 1976. Condotta sulla falsariga che votare per il Psi o per il Pci fosse la stessa cosa. Pure Berlinguer diceva questo, ma perché gli conveniva: il successo del suo partito – un 34 per cento mai toccato prima – appariva fuori discussione. Così come l’assorbimento del Partito socialista e del suo elettorato. Ma nessuno aveva ancora fatto i conti con lui. Né a sinistra. Né dentro lo stesso partito. Dove la sua elezione a segretario, in un momento di forte scontro tra demartiniani e nenniani, venne considerata debole e di transizione. A chi si mostrava preoccupato per il calo elettorale del partito, Craxi rispose: “Tranquilli, con l’otto per cento si governa l’Italia”. E già da queste parole si capiva che non sarebbe stato affatto un segretario di transizione. La politica la conosceva e capiva sin da bambino. Da quando suo padre, viceprefetto di Milano e poi prefetto di Como, accompagnava gli ebrei al confine per metterli in salvo dai nazifascisti. Alle elezioni del 1948 faceva già propaganda per il padre, candidato con il Fronte democratico. Entrato in parlamento nel 1968, dopo l’esperienza di consigliere comunale a Milano, Bettino Craxi la sua Bad Godesberg l’aveva elaborata nella propria testa ancora prima della svolta del 1959 dei socialdemocratici tedeschi. E divenuto segretario del Psi uno dei suoi primi atti di revisionismo ideologico fu l’articolo pubblicato sull’Espresso e intitolato Il Vangelo socialista. Proudhon al posto di Marx. Rifiuto totale del leninismo. Eliminazione della falce e martello dal simbolo del Partito. “Il socialismo – scrisse – non coincide con lo stalinismo: è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento”. Con lui nasceva finalmente il partito riformista che era sempre mancato all’Italia. E non è un caso – nulla in fondo è davvero casuale nella storia – che sette anni dopo la sua elezione a segretario e l’avvio di una nuova politica, Craxi sarà il primo presidente del consiglio socialista. Ora ne sono passati trentacinque da quel 4 agosto del 1983. Presidente della repubblica era un altro socialista, Sandro Pertini. E il Psi di Craxi era cresciuto di voti e di seggi – e ancora sarebbe aumentato nel 1987 – rispetto al partito in deperimento ereditato da De Martino. Non staremo qui a ripercorrere le tappe di quel governo pentapartito. Molto note e quasi tutte significative. Nella politica estera e nella politica interna. E neppure gli scontri durissimi con il Pci. Che riservò a quel governo un’opposizione mai vista verso i governi democristiani. Vogliamo solo ricordare come in un decennio sia radicalmente mutato l’umore degli italiani. E d’altra parte – piazzale Loreto docet – non era neppure la prima volta che un leader osannato finiva poi nella polvere. Non era la prima volta che il popolo si faceva tribunale e plotone d’esecuzione. Certo, di mezzo c’erano stati un fatto epocale, come la caduta del muro di Berlino, e la più grande inchiesta giudiziaria contro la classe politica a partire dal 1992. Ma la constatazione (non solo storica) che siamo un popolo di voltagabbana, bravo a rinnegare un sistema in cui si riconosceva ci sta tutta. Un popolo facile a passare dagli osanna al lancio delle monetine e al grido: “Chi non salta socialista è!” “Lanciatori di rubli” – li chiamava Craxi mentre usciva dall’hotel Raphaël. Certo d’esser vittima di un complotto comunista. Molti di quelli che lanciavano monete venivano da un comizio del Pds. E c’erano pure dei “moralizzatori” di altri partiti o schieramenti che avrebbero fatto politica nella seconda repubblica e sarebbero stati arrestati per corruzione. Il giorno prima nessuno aveva osato contestare il suo discorso in parlamento sul processo “storico e politico ai partiti che per lungo tempo hanno governato il paese”. E quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere furono respinte. Ciononostante Craxi venne lasciato solo. Parte di quel parlamento sperava in fondo di poterla far franca e che lui avrebbe pagato per tutti. E quanto agli italiani plaudenti di un tempo, forse erano sicuri che bastava il “lavacro del Raphaël” a ripulire anche loro. Gaetano Cellura

Craxi, il leader dimenticato che voleva un'Italia globale. Un saggio a più mani per ripensare un politico, travolto da Tangentopoli, che aveva una visione lungimirante, scrive Roberto Chiarini, Lunedì 07/05/2018, su "Il Giornale". La figura di Craxi è rimasta sinora ostaggio della polemica politica che ha individuato in lui l'icona prediletta per etichettare e combattere tutti i mali della politica italiana odierna. Il segretario del Psi è stato additato, di volta in volta, come l'emblema della dilagante corruzione partitocratica della Prima Repubblica, del diffondersi negli anni della «Milano da bere» dell'individualismo, dell'edonismo e del consumismo, del degrado morale della classe politica e dei partiti, della commistione perversa di politica, impresa e finanza, per non dire della personalizzazione della politica e della sua deriva leaderistica e autoritaria in atto. Talora si è andati ancor più per le spicce. Al leader socialista si sono ricondotti un po' tutti insieme questi vizi che a partire dagli anni Ottanta avrebbero fatto tralignare la Repubblica italiana in una democrazia a rischio, o meglio: di una democrazia a perdere. Raramente il politico Craxi è diventato materia su cui si sia seriamente esercitata la riflessione storiografica con quello spirito di comprensione del passato che, se non si deve tradurre in una sua piatta giustificazione, non può nemmeno risolversi in una sua mera esecrazione. Non è stata giudicata indispensabile una valutazione di merito del suo operare politico, delle motivazioni riconducibili al suo orizzonte ideale, delle scelte da lui operate, dell'impatto da queste esercitato nel breve e nel lungo periodo sul sistema politico e, più in generale, sul sistema Paese. Ne è conseguito il paradosso che Craxi, il fautore di un nuovo riformismo, il temerario fautore di una Bad Godesberg italiana sino allora rifiutata dalla sinistra nostrana, caparbiamente refrattaria alle implacabili repliche della storia, è stato relegato nel girone dei rinnegati. Al contrario Berlinguer, il comunista convinto, l'intemerato apostolo di una velleitaria quanto indeterminata «fuoriuscita dal capitalismo», è stato innalzato alla gloria dell'altare con l'aureola di santo protettore della sinistra, della sinistra di sempre, anche di quella seguita al crollo dell'Urss, destinata a prescindere totalmente dagli schemi classici della tradizione comunista, a divenire cioè riformista: fuor dai denti, di una sinistra chiamata a riconciliarsi col capitalismo. Ne discende il paradosso di una sinistra che, sintonizzatasi da ultimo - in ritardo di oltre mezzo secolo dal resto dell'Europa e solo dopo il collasso del socialismo reale - sulla lunghezza d'onda del riformismo, ha continuato a richiamarsi al magistero di un indefettibile profeta del comunismo e a rifuggire viceversa da un convinto fautore del socialismo democratico. C'è un secondo nodo storiografico e politico da sciogliere a proposito di Craxi. Quanti pensano di aver saldato, una volta per tutte, i conti con il leader socialista inserendolo come personaggio centrale nel grande romanzo criminale di Tangentopoli devono decidersi se lo vogliono inserire nella galleria dei leader storici della sinistra o viceversa in quella opposta, in quanto alfiere della destra in gestazione, tenuta poi a battesimo da Berlusconi. Non è una differenza di poco conto. È di tutta evidenza che a seconda della parte politica cui lo si attribuisce, cambia di segno la sua esperienza politica. Cambia il senso complessivo della sua attività di leader di partito e di capo del governo come pure quello dei suoi singoli atti. Sciogliere quesiti del genere significa non solo mettere a fuoco i tratti caratterizzanti di un leader di partito e capo di governo la cui azione ha contrassegnato un'intera stagione della vita pubblica nazionale. Comporta conferire altresì un diverso senso, orientamento e continuità alla storia repubblicana. Cambia di netto la prospettiva se si considera il craxismo l'apoteosi e insieme l'epilogo di una Repubblica dei partiti, depredatrice, collusa con poteri occulti e con settori malavitosi della società, fonte e fomite di corruzione, disposta persino a conculcare principi e istituti cardine della Costituzione pur di perpetuarsi come regime o viceversa l'avvio, stentato, contraddittorio, velleitario fin che si vuole ma pur sempre di una modernizzazione dell'impianto istituzionale e delle politiche - sia economica che di welfare - utili a riattrezzare e rivitalizzare una democrazia in crescente affanno di fronte alle impegnative sfide provenienti dalla società post-fordista e dalla globalizzazione. Quesiti cruciali e laceranti ieri come oggi, eppur irrisolti: il che dimostra come sia per questo carica di attualità, e per questo motivo ineludibile, una riflessione critica sull'azione di governo di Craxi in un'Italia che accusa ancor oggi un ritardo incontenibile, per usare un'espressione di Mauro Calise, «nel passaggio dal corporate millenium al secolo monocratico».

Quando Montanelli mi disse: “Caro Foa…” E gliene sono ancora grato, scrive Marcello Foa il 21 luglio 2018 su “Il Giornale". Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza.  C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando ero bambino e se sono diventato giornalista lo devo, verosimilmente, a lui, perché fu Montanelli a far nascere in me la passione per quella che resta la più bella professione del mondo. Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri. Il primo giorno di lavoro bussai alla sua porta, per ringraziarlo, ancora una volta, per quella straordinaria opportunità. Indro usciva da una delle sue ricorrenti depressioni, era cordiale ma malinconico, mi guardò con i suoi occhi azzurri ancora velati dal male oscuro, fu cortese e alla fine mi disse: “Mi raccomando, non deludere”. Quegli occhi che con il passare delle settimane tornarono ad essere scintillanti. Da subito, poco più che pivello, partecipavo alle riunioni di redazione e fu lui a Presto fui messo alla prova sul campo. Mi mandò a Mosca poco prima del crollo dell’Unione sovietica e a Berlino a seguire la riunificazione economica delle due Germanie. Quando rientravo mi riceveva nella sua stanza, pregandomi di raccontare gli aneddoti, gli imprevisti, le emozioni che avevo provato in quei viaggi. Lo faceva con tutti noi, soprattutto con i più giovani, che erano i più entusiasti e per i quali dimostrava un’affettuosa simpatia, come se volesse rivivere, tramite i nostri palpitanti racconti, quei momenti, lui che divenne direttore suo malgrado e che nell’animo continuò a sentirsi innanzitutto un inviato speciale, forse il più grande di tutti i tempi. Poi, nel dicembre 1992, una sera pensai di scrivergli una lettera. Erano i tempi di Mani Pulite e l’Italia era attraversata da tensioni e trasformismi che mi turbavano e finita la lunga, nel cuore della notte, la vergai. Il giorno dopo gliela portai nel suo ufficio, che varcavo sempre in punta di piedi, in giovanile e ineludibile rispetto per il mio mito.  Indro la prese e, senza leggerla, la ripose sulla scrivania, congedandomi. Non mi aspettavo nulla e nulla mi fece sapere. Dopo due giorni la pubblicò nella rubrica più letta, quella in cui dialogava con i lettori, titolandola “Sul carro degli onesti” e aggiungendo una sola riga di commento: "Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io". Il giorno dopo scesi in tipografia e recuperai l’originale con la frase scritta a penna di suo pugno. Sono passati quasi 25 anni da quel giorno e questo resta il riconoscimento più bello e fino ad oggi più intimo, non avendone mai parlato pubblicamente. Talvolta mi sorprendo a pensare cosa scriverebbe Montanelli di questa Italia se fosse ancora tra noi. Domanda sciocca: la storia non si fa con le ipotesi e Indro apparteneva al suo tempo. Però di una cosa sono certo: mai avrebbe approvato la violenza verbale di certa stampa e avrebbe denunciato con forza il conformismo intimidatorio, che ben conosceva avendolo subito per lunghi anni della sua carriera. Era un anarchico conservatore, ma soprattutto un uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione. Questo insegnava a noi, suoi giovani allievi, e non l’ho mai dimenticato.

(Marcello Foa, “Sul carro degli onesti”, lettera pubblicata sul “Giornale” del 21 dicembre 1992 dall’allora direttore Indro Montanelli, che in calce alla missiva aggiuse: «Questa lettera, caro Foa, potrei avrela scritta io». Lo rammenta lo stesso Foa, in un affettuoso ricordo che dedica a Montanelli sul blog “Il cuore del mondo”, pubblicato sul “Giornale” il 21 luglio 2018. Impegnato a denunciare le ipocrisie dei mediamainstream con saggi di successo come “Gli stregoni della notizia”, oggi Foa condanna l’ostracismo moralistico del vecchio establishment, ostile a Salvini e al sovranismo democratico “gialloverde”).

Caro direttore, ci risiamo. L’Italia opportunista, l’Italia che, come sempre è accaduto nella sua storia, è maestra nell’abbandonare i perdenti salendo sul carro dei vincenti, sta prevalendo ancora una volta, appropriandosi i risultati di quella che fino ad oggi era stata la battaglia della parte pulita del paese. Sembra un paradosso, eppure purtroppo non lo è. Ricorda com’era la situazione a febbraio, quando scoppiò lo scandalo della Baggina? Il regime era solido e potente, poteva ancora sperare di limitare i danni, di far apparire quella vicenda un episodio isolato attribuibile ai “mariuoli”, o addirittura di insabbiare tutto con la complicità di giudici compiacenti. Di Pietro non si lasciò intimidire e, se ha potuto proseguire arrivando dove tutti sappiamo, il merito in parte è anche nostro, di quella fetta dell’opinione pubblica che sin dall’inizio si è schierata con entusiasmo dalla parte del “giustiziere di Tangentopoli”. A febbraio eravamo in pochi a gioire e a combattere. Era l’Italia pulita, onesta, che non ama gli schiamazzi di piazza. Tra questi pochi c’erano in blocco i nostri lettori. Per qualche giorno, Di Pietro ci ha fatto rivivere le emozioni degli anni ‘70: si tifava per lui come si tifava per Montanelli contro la tracotanza dei comunisti e le pallottole delle Brigate Rosse. Ma oggi a quale spettacolo assistiamo? Sul carro della denuncia di Tangentopoli sono saliti tutti gli onesti e le persone per bene, certo, ma anche i corrotti, i furbastri, gli opportunisti. Insomma, il peggio del paese. Ed è proprio la loro voce a tuonare sempre più forte, surclassando quella dell’Italia dal volto pulito. Sono questi maestri della propaganda e del conformismo ad aver ispirato alcune delle recenti spettacolari iniziative e a coniare gli slogan più incisivi a sostegno dei giudici di Milano, così brillanti da far apparire naif è un po’ patetiche le scritte sui muri “Forza Di Pietro” che ci entusiasmavano la primavera scorsa. C’è da preoccuparsi. Quelle centinaia di persone che oggi gareggiano a chi urla nelle piazze gli insulti più virulenti contro i potenti caduti in disgrazia sono le stesse che fino a pochi mesi fa bazzicavano nelle anticamere del potere, nella speranza di partecipare alla spartizione del malloppo. Portaborse, intellettuali alla moda, giornalisti di regime, arrampicatori e affaristi. Il loro scopo è evidente: appropriarsi la bandiera dell’Italia onesta e introdursi nelle forze politiche emergenti (Lega, Rete, Msi, movimenti referendari) per continuare a fare quel che hanno sempre fatto ho sognato di fare: la dolce vita e le carriere facili a spese del paese. Ormai manca solo che anche mafiosi e camorristi esprimano solidarietà e appoggio a Di Pietro. Per questo, caro direttore, “Il Giornale” vada ancora una volta controcorrente, iniziando una di quelle battaglie per le quali i nostri lettori dal 1974 ci appoggiano con passione ed entusiasmo. Come nel 1988, quando svelammo lo scandalo dell’“Irpiniagate”. Come agli inizi degli anni 80, quando fummo i primi a denunciare la corruzione della partitocrazia e a invocare la riforma del sistema elettorale. Continuiamo a schierarci con Di Pietro, ma fuori del gregge dell’ormai gratuito “dipietrismo”. Lasciamo ad altri le chiassate di piazza e diamoci da fare per smascherare gli eterni furbi d’Italia.

Parnasi favoriva i politici. Parola di pm. Il Gip: "Finanziava i partiti per realizzare gli interessi del gruppo". Gravi accuse ma il suo entourage lo difende. Storia di un imprenditore rampante, scrive Valeria Di Corrado il 14 Giugno 2018 su "Il Tempo". Cambiare per restare uguali a se stessi. La seconda Repubblica ha lasciato il posto alla terza, la politica è diventata 2.0, al Governo sono saliti due leader populisti. Per i magistrati ci sono cose, però, che in Italia non mutano mai: come la corruzione che permea chi sta al potere. Anzi, con la crisi economica, ci si accontenta di poco per vendere la propria funzione pubblica. «Un modello di corruzione sistemica – spiegano i pm romani Paolo Ielo e Barbara Zuin – insensibile ai mutamenti politici e istituzionali», che si concretizza in tangenti «pulviscolari». Per la procura lo spiega con parole ancor più eloquenti l’imprenditore Luca Parnasi, che, dopo lo stadio della Roma, aveva in progetto di costruire quello del Milan. «Io spenderò qualche soldo sulle elezioni...che poi con Gianluca vedremo come vanno girati ufficialmente coi partiti politici. Anche questo è importante perché in questo momento noi ci giochiamo una fetta di credibilità per il futuro. Ed è un investimento che io devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te le racconto...Però la sostanza è che la mia forza è che alzo il telefono e...». Non serve molta fantasia - lasciano intendere gli inquirenti - per capire come si conclude la frase di Parnasi, omissata nell’ordinanza...

Follie di casa nostra, scrive Mauro del Bue il 30-06-2018 su "Avanti On Line". Salvini, per rispondere a chi accusa la Lega dei 48 milioni spariti e non giustificati, dichiara che i soldi sono stati spesi. Resta il fatto di sapere come. Ma é troppo per un movimento che non è più lo stesso. La Lega non è più la Lega nord. Dunque che c’entrano loro anche se sono quelli di prima? Parnasi, il costruttore dello stadio della Roma che per ora é come l’araba fenice, sostiene, con minuzia di particolari, di aver pagato tutti i principali partiti per farseli buoni. Non certo il Psi e neppure i radicali. Tutti, compreso il movimento Cinque stelle hanno intascato denaro dell’imprenditore che doveva tenersi buoni i politici, attraverso le rispettive fondazioni e anche direttamente. Neanche pochi. Per la Lega sarebbero 250mila euro, 130 per il Pd, non si conosce la cifra esatta per i grilliini concordata col grande brasseur d’affaires che era questo Lanzalone, ancora in carcere. Il Tevere emana uno strano odore. Non sarà la prima volta, ma stavolta inaspettato e improvviso. Il primo ministro Conte partecipa da avvocato al vertice di Bruxelles e viene preso in giro da Macron che gli vorrebbe insegnare come si legge un ordine del giorno, poi dal premier svedese Stefan Loften, che gli ricorda d’aver fatto il saldatore, mentre quello bulgaro ha subito aggiunto il suo mestiere precedente: il pompiere. Meno male che il presidente del Consiglio italiano non era Di Maio. Cosa avrebbe dichiarato? Conte si é detto soddisfatto all’80 per cento dei risultati e nessuno ha capito perché. Si é portato a casa 500milioni contro i tre miliardi della Turchia e l’impegno degli altri paesi ad approntare campi di accoglienza, ma su base volontaria. Cioè nulla, giacché gl impegni solenni già non si mantengono. Figurarsi quelli su base volontaria. Intanto sul Mediterraneo si continua a morire. Un’imbarcazione al largo delle coste libiche é naufragata e cento persone sono morte nell’indifferenza generale. Tre cadaveri di bambini sono stati recuperati. La colpa non sarà del governo italiano, ma questa indifferenza alla sorte di uomini, donne e bambini che fuggono dalla miseria é allucinante. Chiudere i porti e criminalizzare tutte le Ong dove ci porterà? Meno male che Giggino Di Maio si é portato a casa i vitalizi, la cui modifica, con l’introduzione del contributivo integrale che non solo non si applica a nessun’altra categoria di pensionati, ma non si applica nemmeno ai senatori, verrà bocciata perché contiene larghi tratti di incostituzionalità. Serve per recuperare 40 milioni, 8 in meno di quelli che si è fottuti la Lega, ma Di Maio, che considera ladri non Lanzalone, né quelli che hanno preso i soldi da Parnasi, ma gli ex deputati che hanno fatto la storia della nostra democrazia, gongola contento. Salvini respinge i migranti, lui ruba ai ladri (tranne a quelli di casa sua). Un furbone.

Parnasi ai magistrati, "ho pagato tutti i partiti". Il costruttore ammette le dazioni per accreditarsi, scrive la Redazione ANSA il 28 giugno 2018. "Ho pagato tutti i partiti". E' quanto avrebbe confermato agli inquirenti Luca Parnasi, il costruttore romano interrogato per quasi 11 ore nell'ambito dell'inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Nel corso dell'interrogatorio, l'indagato avrebbe ammesso di avere elargito denaro alla politica per tornaconto personale, per accreditarsi, per avere rapporti con tutti i partiti. E' terminato l'interrogatorio, durato complessivamente 11 ore, di Luca Parnasi, figura chiave dell'indagine della Procura capitolina sul nuovo stadio della Roma. Dopo la prima tranche di ieri che si è protratta fino alle 22, oggi nuovo confronto tra il costruttore e i pm di piazzale Clodio durato circa cinque ore. L'atto istruttorio si è svolto nel carcere di Rebibbia dove Parnasi si trova detenuto dopo il trasferimento dal San Vittore di Milano. Primo faccia a faccia tra il costruttore e i pm capitolini - In una saletta del carcere di Rebibbia, si è svolto il primo confronto tra il costruttore Luca Parnasi e i pm della Procura capitolina che hanno chiesto il suo arresto nell'ambito dell'inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Un atto istruttorio voluto dallo stesso Parnasi e che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella maxinchiesta dei pm di piazzale Clodio. L'imprenditore, accusato anche di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, aveva infatti scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti al gip nell'interrogatorio di garanzia, svolto dopo il suo arresto a Milano. Un lungo faccia a faccia con gli inquirenti che puntano a chiarire il "sistema Parnasi", ossia quel meccanismo di finanziamento ai partiti, organizzazioni, associazioni e onlus che il 40enne romano ha fatto diventare una sorta di 'core business' della sua attività imprenditoriale. Questa prima tranche dell'interrogatorio avrebbe riguardato le contestazioni presenti nell'ordinanza di custodia cautelare, il suo ruolo nella società Eurnova e il rapporto con Luca Lanzalone, l'ex presidente di Acea, e consulente "di fatto" del Comune di Roma nella trattativa, datata gennaio-febbraio del 2017, per l'abbattimento delle cubature nel progetto stadio. Domani l'atto istruttorio potrebbe approfondire la pulviscolare attività di erogazione di denaro al mondo della politica, che avveniva spesso in modo del tutto tracciabile ma sulla quale i pm vogliono andare fino in fondo. Un approccio quello di Parnasi che emerge spesso nelle carte dell'inchiesta. "Io pago tutti", ammette Parnasi in una delle tante intercettazioni presenti negli atti. "Un investimento molto moderato - ammette in un altro dialogo registrato - rispetto a quanto facevo in passato quando ho speso cifre che manco te racconto però la sostanza è che la mia forza è quella che alzo il telefono...". In base all'impianto accusatorio, il gruppo Parnasi avrebbe garantito finanziamenti a molte formazioni politiche o ad organizzazioni ad esse vicine. Nelle carte vengono citati i 250 mila euro erogati, tramite una società del gruppo, all'associazione "Più Voci" vicina alla Lega. E' lo stesso Parnasi ad ammettere nelle intercettazioni il suo modus operandi. In un dialogo si lamenta del fatto di dover "elargire somme ai politici" per avere "le autorizzazioni". In una informativa i carabinieri scrivono che "nella conversazione sul finanziamento ad esponenti politici, Parnasi indica nominativi e quote da corrispondere: Francesco Giro 5 (5000 euro), Ciocchetti 10 (10 mila euro), Buonasorte 5 (5000 euro): allo stato non e' chiaro se Parnasi stia parlando di finanziamenti leciti o meno, anche se il riferimento a fatture emesse a giustificazione dell'erogazione lascia presumere la natura illecita della stessa", annotano gli investigatori. In un passaggio il costruttore precisa: "domani c'ho un altro meeting dei Cinque stelle, perchè pure ai Cinque Stelle gliel'ho dovuti dare".

Marco Travaglio: “Tangentopoli, embè?”, scrive Marco Travaglio – il Fatto Quotidiano del 30 giugno 2018 – “Soldi a tutti i partiti”, “Ho pagato tutti i partiti”, “Mazzette a tutti da sempre”. Chi legge i titoli sull’interrogatorio fiume di Luca Parnasi, il palazzinaro romano arrestato per corruzione sul nuovo stadio della Roma e altri affari, dirà: oddio, adesso chissà che succede. Invece è molto probabile che non succeda niente o quasi in aggiunta alla retata di metà giugno. Eppure i fatti sono gravissimi. Un imprenditore che contratta con la Pubblica amministrazione, cioè con partiti o loro emissari, non dovrebbe poter pagare nessuno di coloro che ha trovato o che troverà dall’altro capo del tavolo delle trattative per affari che lo riguardano. E nessun partito dovrebbe poter ricevere denaro da imprenditori che hanno ricevuto o riceveranno appalti dai suoi amministratori. Ma purtroppo, per le nostre leggi, non è così. Non sempre i fatti gravi – quando a commetterli sono colletti bianchi – coincidono con i reati, soprattutto nell’Italia post-1992-’93 che, anziché darsi gli anticorpi contro il riprodursi di Tangentopoli (lo scandalo), si è data quelli contro il ripetersi di Mani Pulite (l’inchiesta). In una parola: ha legalizzato le mazzette. Vedremo cosa dirà la Cassazione quando esaminerà i ricorsi degli arrestati. C’è la questione giuridica, non da poco, della figura del superconsulente dei 5Stelle Luca Lanzalone, ritenuto da pm e gip un “pubblico ufficiale di fatto” perché delegato dalla sindaca Raggi di seguire il dossier stadio e poi nominato presidente della società mista Acea. Se la Corte confermerà quel ruolo, l’accusa di corruzione reggerà. In caso contrario, senza il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, crollerà, anche se il fatto (gravissimo) sarà accertato: e cioè che, mentre trattava o dopo aver trattato con Parnasi sullo stadio per il Comune, Lanzalone accettò consulenze legali per le società del costruttore per oltre 100 mila euro. A quel punto i pm potrebbero ripiegare sul traffico d’influenze, reato tipico del mediatore che chiede soldi o altri vantaggi per raccomandare il privato al pubblico ufficiale. Però quel reato non prevede intercettazioni né manette, dunque bisognerebbe pure chiedere scusa agli arrestati. L’accusa di corruzione riguarda una miriade di politici locali del Pd, di FI ecc. che da Parnasi avrebbero ricevuto denaro o altre utilità (qualche migliaio di euro o la promessa di assunzione di un figlio). Essendo politici, assessori o consiglieri comunali o regionali, non c’è dubbio che siano pubblici ufficiali: ma bisognerà dimostrare il “nesso causale” fra soldi (o favori) ricevuti e decisioni assunte a favore di Parnasi. Decisioni – quelle sullo stadio – che la Procura ritiene corrette. È vero che la Cassazione considera corrotto anche l’amministratore pubblico che sta sul libro paga di un privato non in cambio di questo o quell’atto, ma una volta per tutte, “a disposizione”. Ma l’asservimento permanente di un politico non può valere poche migliaia di euro. Infatti i legali di Parnasi sostengono che quelle di Parnasi ai politici non erano mazzette, ma finanziamenti elettorali (in parte leciti perché dichiarati, in parte illeciti perché in nero) per avere buoni rapporti con tutti ed evitare che qualcuno si mettesse di traverso. Due anni fa, su Libero, Franco Bechis pubblicò la lista dei politici romani finanziati da Parnasi in campagna elettorale: erano di tutti i principali partiti di centrosinistra e centrodestra, salvo i Radicali e il M5S (che infatti lo costrinsero a dimezzare il mega-progetto dello stadio rispetto a quel monumento alla speculazione che era l’iniziale progetto Marino-Caudo). È normale che un palazzinaro che vuol costruire uno stadio sui propri terreni e, per farlo, necessita del via libera del Comune e della Regione, paghi le campagne elettorali a chi quel via libera ha dato o dovrà dare? No, è una vergogna: eppure era tutto lecito, tant’è che Bechis aveva tratto quelle informazioni da fonti “aperte”. Ora si scopre che Parnasi finanziò pure il Pd con 50 mila euro per la campagna elettorale di Sala (che lo ringraziò), visto che a Milano voleva realizzare il mega-stadio del Milan; versò 150 mila euro alla fondazione Eyu, legata al Pd renziano; e ne scucì 200 mila alla onlus leghista Più Voci. E il bello (si fa per dire) è che quasi certamente è tutto lecito, anche se l’abbiamo scoperto perlopiù dalle intercettazioni: perché onlus, fondazioni & altre casse occulte dei partiti possono coprire i loro finanziatori con la privacy. Non solo: partiti e singoli politici, grazie alla legge del governo Letta, possono non dichiarare finanziamenti fino a 100 mila euro se i donatori chiedono l’anonimato. Intervistato dal Fatto, il sottosegretario leghista Giorgetti ha detto che occorreva cambiare la legge e il vicepremier Di Maio ha promesso nuove norme sui fondi a partiti, politici, fondazioni, onlus e altre opere pie per imporre trasparenza assoluta. Se possiamo permetterci, suggeriremmo una norma di tre articoli semplici semplici:

1. “Il partito o il politico o l’associazione a essi legata che riceve fondi superiori a 10 euro deve dichiararli in un apposito registro presso la segreteria del partito, o l’assemblea o l’organismo in cui il politico è stato eletto o candidato, o nel bilancio della società.

2. Il privato che finanzia partiti, politici o associazioni a essi legate deve registrare i contributi nei bilanci della sua società o nella dichiarazione dei redditi e non potrà contrattare né operare con la PA nei 10 anni successivi.

3. Chi contravviene agli articoli 1 e 2 commette il reato di illecito finanziamento dei partiti, punibile col carcere fino a 10 anni e, se esercita pubbliche funzioni, decàde subito e diventa ineleggibile in perpetuo. Se si tratta di un partito, perde i finanziamenti pubblici diretti e indiretti ed è escluso dalle successive elezioni”.

Tutto il resto è chiacchiera. […]

Le mani sulla città? Macché: stadiopoli è un film di Monicelli…Presunte mazzette pagate via bonifico e un paio di assunzioni. Nell’inchiesta romana però manca una cosa: la pistola fumante…, scrive Davide Varì il 15 giugno 2018 su "Il Dubbio". C’è l’imprenditore che “unge” gli ingranaggi, i politici e i burocrati che si fanno oliare e c’è l’immancabile faccendiere. Anzi due: l’eterno Luigi Bisignani e Luca Lanzalone, l’uomo di Grillo e Di Maio: il famigerato “Wolf risolvo problemi”, premiato dai grillini con la presidenza dell’Acea. E c’è addirittura il controllo dell’informazione, rappresentata, pare, da un giovane cronista di Dagospia al quale era stato gentilmente chiesto di correggere un articolo sulla vita privata di Lanzalone. Insomma, in uno scenario degno del miglior Gianfranco Rosi di Mani sulla città, nell’inchiesta “stadiopoli” dei pm romani non manca quasi nulla. C’è solo una cosa che non si riesce a trovare, a mettere a fuoco: la famosa pistola fumante, la prova provata della corruzione. E’ chiaro che chiunque mastichi un po’ di diritto sa che la prova prende forma in dibattimento. Dunque il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, lo stesso che ha combattuto e perso nel processo Mafia capitale, avrà modo e tempo di mostrare ai giudici, imputati e pubblica opinione quale sia la prova madre dell’inchiesta “stadiopoli” e come si concretizzi quel «sistema pulviscolare» che, come un «crescendo rossiniano» (parole dei pm) ha infettato Roma. Perché scorrendo tra le centinaia di pagine dell’ordinanza, non è chiarissimo quale sia il centro del sistema corruttivo. Si parla di passaggi di soldi: ma tutti bonificati e rendicontati: e di certo sarebbe la prima volta di mazzette via Iban. E se davvero fosse così, altro che Gianfranco Rosi: ci troveremmo dentro I soliti ignoti di Monicelli. L’altro capitolo riguarda i favori: posti di lavoro promessi per amici e congiunti ma, tranne nel caso del figlio dell’ex assessore Civita, niente più che promesse. In ogni caso, come in tutti i “film” politico- giudiziari degli ultimi anni, tutto ha inizio con un’intercettazione. Nel foglio numero 9 dell’ordinanza viene infatti riportato il colloquio tra Luca Parnasi, il centro del “sistema pulviscolare”, e il suo collaboratore Gianluca Talone: «Io – spiega Parnasi – spenderò qualche soldo sulle elezioni. È un investimento che devo fare, molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te lo racconto”. Non solo, gli stessi pm sono costretti ad ammettere (foglio numero 11) che i “finanziamenti talvolta hanno natura lecita». Poi c’è la politica. Il primo obiettivo è il capogruppo 5Stelle in Campidoglio Paolo Ferrara. Il consigliere grillino che aveva un posto nel tavolo per l’approvazione dello Stadio, avrebbe “ricevuto”, non soldi, ma un progetto di restyling per il lungomare di Ostia. Il che lascerebbe pensare che “il Ferrara” abbia aziende a cui affidare l’eventuale appalto. Macché, Ferrara non ha niente di niente ma i magistrati sanno bene che il solo nome di Ostia evoca alla mente dell’opinione pubblica il clan Fasciani e quello degli Spada, che peraltro sono tutti in “gattabuia”. D’un tratto, e non si sa bene come e perché, tra le pagine dell’ordinanza spunta anche il nome di Roberta Lombardi, un pezzo grosso dei 5Stelle. Un nome speso dai pm per mettere in luce il livello di pervasività «del Parnasi». Ma nelle carte non emerge nulla di illecito: se non un incontro – che sarà il primo e l’ultimo – avvenuto in Parlamento. Ma per i pm tanto basta a classificarlo come «attività di promozione in favore del candidato alla Regione, Roberta Lombardi». Ma anche qui, ovviamente, non c’è neanche l’ombra di una mazzetta. E in questo caso neanche di un “restyling”. Poi c’è il lungo capitolo del presidente dell’Acea Lanzalone, l’uomo della Casaleggio, il bersaglio grosso della procura. Secondo i pm Lanzalone «svolgeva le funzioni di assessore per lo stadio». E nell’ordinanza il gip va oltre: «Le indagini hanno offerto elementi concreti per ritenere che le figure istituzionali interessate, a cominciare dal sindaco Raggi, non solo hanno tollerato tale funzione di fatto esercitata, ma al contrario le hanno dato piena legittimazione». Insomma, Lanzalone, nel disegno dei pm, è l’uomo che conduce alla sindaca Raggi, la quale, sempre secondo i pm, era a conoscenza del “sistema pulviscolare”. Infine c’è la questione Lega. Anche qui la posizione dei pm non è chiarissima. Si parla di un finanziamento all’associazione “Più voci”, vicina al Carroccio. Ma qui i pm, almeno per il momento, si limitano alla censura morale. Insomma, l’unica, evidente pistola fumante emerge dalla penosa vicenda dell’ex assessore regionale Michele Civita il quale, senza più lo straccio di una poltrona, chiede e (forse) ottiene da Parnasi un posto di lavoro per il figlio disoccupato. E qui si staglia il faccione grottesco di Alberto Sordi nella commedia all’italiana. Altro che Mani sulla città.

Il Pantheon dei capri espiatori. La storia politica dell’Italia repubblicana raccontata attraverso l’odio per il singolo, scrive Francesco Damato il 17 Aprile 2018 su "Il Dubbio". L’articolo di Angela Azzaro in difesa del Pd, e del suo ex segretario, diventato la sentina di tutti i mali della politica e persino della società italiana dopo i risultati elettorali del 4 marzo, mi ha fatto tornare alla mente un po’ di capri espiatori nella storia più che settantennale ormai della Repubblica. Tutto sommato, Matteo Renzi può sentirsi in buona compagnia, pur con tutti gli errori che ha sicuramente compiuti, compreso quello che personalmente gli ho più volte rimproverato di avere negato il Pantheon della sinistra riformista italiana a Bettino Craxi. Di cui pure, volente o nolente, lui ha ripercorso alcune tappe nell’azione di partito e di governo, persino quelle delle reazioni più scomposte e indegne dei suoi avversari, che ne hanno sognato l’arresto, sprovvisto com’era prima dell’elezione a senatore di Scandicci, di quel poco che è rimasto della vecchia immunità parlamentare. O lo hanno più semplicemente scambiato per un aspirante tiranno, come fece appunto con Craxi nel 1983 l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che pure Renzi è tornato anche di recente a preferire al leader socialista nella galleria della sinistra.

Nel 1953 il ruolo del capro espiatorio toccò addirittura al protagonista della ricostruzione post- bellica del Paese: Alcide De Gasperi. Al quale non fu rimproverata, per quanto neppure scattata nelle elezioni di quell’anno, una legge chiamata “truffa” perché contemplava un premio di maggioranza in Parlamento per chi avesse raccolto il 50 per cento più uno dei voti. Roba da ridere rispetto ai premi adottati o tentati durante la cosiddetta seconda Repubblica. Il povero De Gasperi subì l’onta della sfiducia parlamentare ad un governo appena formato, l’ottavo della sua storia personale, e si ritirò fra le montagne del suo Trentino per morirvi praticamente di crepacuore. E ciò mentre il suo successore alla guida della Dc, l’allora giovane Amintore Fanfani, si vantava di essere stato da lui stesso aiutato a subentrargli. «Una fantasia», soleva commentare a labbra strette Giulio Andreotti, che di De Gasperi era stato il braccio destro.

Toccò poi al medesimo Fanfani diventare il capro espiatorio di una rivolta di partito che lo estromise contemporaneamente da segretario, da presidente del Consiglio e da ministro degli Esteri. Furono utilizzati contro di lui persino alcuni incidenti ferroviari per dargli del menagramo. E appendergli in fotografia al collo un corno, come fece in una copertina un settimanale allora in voga – Il Borghese – fondato da Leo Longanesi.

Aldo Moro, succeduto a Fanfani come segretario della Dc nel 1959 e poi anche come presidente del Consiglio alla testa, nel 1963, del primo governo “organico” di centrosinistra, con tanto di trattino, divenne nel 1968 il capro espiatorio del mancato successo elettorale dell’unificazione socialista. Che pure lui aveva cercato di favorire, fra le proteste della maggiore corrente della Dc, quella dei “dorotei”, sponsorizzando nel 1964 l’elezione del suo ministro degli Esteri Giuseppe Saragat al Quirinale. Dove peraltro qualche mese prima il democristiano Antonio Segni era stato colto da ictus in un alterco proprio con Saragat. Fu proprio la mancanza dell’appoggio di Saragat, nell’estate del 1968, a determinare l’allontanamento di Moro da Palazzo Chigi. «Non lasciatemi morire con Moro», si lasciò supplicare quell’estate Pietro Nenni, che ne era stato il vice al vertice del governo. Estromesso dalla presidenza del Consiglio per convergenza di interessi e risentimenti democristiani e socialisti, Moro divenne il bersaglio persino del coltissimo ed ecumenico Giovanni Spadolini. Che da direttore del Corriere della Sera ne contestò in un fondo domenicale il voto espresso nella competente commissione della Camera a favore di un emendamento comunista alla riforma degli esami di Stato, approvato per garantire la promozione dello studente in caso di parità di giudizi. In quel voto Spadolini vide addirittura tracce o indizi della Repubblica conciliare, anticipatrice di quello che sarebbe poi diventato con Berlinguer il progetto del “compromesso storico”. Ricordo ancora lo sconforto confidatomi da Moro per essere stato frainteso da un professore universitario dimentico – mi disse l’ex presidente del Consiglio – che anche un imputato va assolto a parità di voti. Debbo dire che poi Moro, quando gli capitò da presidente del Consiglio, in un bicolore Dc- Pri con Ugo La Malfa, di far nominare Spadolini ministro gli ‘ regalò’ – mi disse – il Ministero dei Beni Culturali fornendogli con un decreto legge il portafogli di cui quel dicastero non disponeva ancora. Dopo tre anni Moro, nel frattempo detronizzato di nuovo da Palazzo Chigi, sarebbe stato sequestrato e ucciso dalle brigate rosse. Il capro espiatorio anche di quella vicenda, e non solo di un presunto deterioramento dei rapporti fra società civile e politica avvertito dal Pci nei risultati stentati di un referendum contro la legge che disciplinava il finanziamento pubblico dei partiti, fu Giovanni Leone. Il quale fu costretto dalla mattina alla sera a dimettersi da presidente della Repubblica, quando mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato quirinalizio.

Così il povero Leone pagò pure, o soprattutto, la colpa di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo di fronte al sequestro del presidente della Dc. Di cui invece il capo dello Stato aveva voluto tentare uno scambio predisponendo la grazia per Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti che i terroristi avevano chiesto di liberare per restituire vivo l’ostaggio.

Il turno successivo di capro espiatorio toccò ad Arnaldo Forlani, dimessosi da presidente del Consiglio nel 1981 per le liste della loggia massonica P2 di Licio Gelli, in cui c’era anche il nome di un prefetto che era il suo capo di Gabinetto. Poi Forlani dovette difendersi in una causa alla Corte dei Conti per i danni subiti dai massoni, e risarcibili dallo Stato, a causa della diffusione delle liste, per quanto avvenuta d’intesa tra il governo e la competente autorità giudiziaria. Una vicenda tutta italiana per confusione, caccia alle streghe e quant’altro.

Decisamente più drammatica fu, come capro espiatorio, la sorte di Bettino Craxi, perseguito con «una durezza senza uguali», certificata dopo anni con lettera dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano alla vedova, per il finanziamento illegale della politica, e reati connessi. Come se Craxi non avesse ereditato ma inventato lui quel fenomeno, per giunta coperto nel 1989 con un’amnistia che aveva consentito a un bel po’ di politici di farla franca.

Giulio Andreotti divenne invece negli stessi anni il capro espiatorio delle carenze nella lotta alla mafia, per quanto il suo ultimo governo avesse trattenuto con un decreto legge di controversa costituzionalità un bel po’ di mafiosi che avevano maturato il diritto di uscire dal carcere. E avesse arruolato al Ministero della Giustizia, proprio per la lotta alla mafia, un campione come il giudice Giovanni Falcone, eliminato per questo dai criminali con la strage di Capaci. Processato, in sovrappiù, ed assolto anche per il delitto Peccorelli, il sette volte presidente del Consiglio, nonché senatore a vita di nomina quirinalizia avendo «illustrato la Patria – secondo la formula dell’articolo 59 della Costituzione – per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario», si è portata nella tomba l’onta, ancora rimproveratagli ogni volta che gli capita dal pubblico accusatore Gian Carlo Caselli, di una prescrizione del reato di associazione a delinquere, prima che diventasse concorso esterno in associazione mafiosa. Da cui in ogni modo Andreotti fu assolto, per ammissione anche di Caselli.

Passati dalla prima alla seconda Repubblica, ci siamo dovuti accontentare, sempre nel campo politico, di capri espiatori, diciamo così, più alla buona. Come il povero Achille Occhetto, sostanzialmente deposto nel 1994 da Massimo D’Alema al vertice dell’ex Pci per la sorprendente e strepitosa vittoria elettorale conseguita sulla sinistra dall’esordiente Silvio Berlusconi. E poi lo stesso Berlusconi per le sue abitudini di vita non da seminario, o per i suoi affari, analoghi a quelli di tutti gli altri imprenditori della sua stazza finanziaria, o persino per le speculazioni subite dai titoli del debito pubblico italiano nell’estate del 2011, quando irruppe sulla scena il loden austero di Mario Monti.

Il ruolo di capro espiatorio è inoltre toccato a D’Alema per essere subentrato nel 1998 a Romano Prodi senza passare per gli elettori con le elezioni anticipate, e per una certa spocchia rimproveratagli a volte a ragione ma a volte anche a torto.

Il povero Fausto Bertinotti, a dispetto delle buone maniere che tutti gli riconoscono, è stato buttato dal mio amico Giampaolo Pansa tra le fiamme come ‘ il parolaio rosso’ per non aver voluto a suo tempo sostenere i governi Prodi oltre le loro materiali capacità di resistenza politica.

Walter Veltroni divenne nel 2009 il capro espiatorio di alcuni rovesci locali del Pd da lui stesso fondato due anni prima, scampando al torto più consistente e per lui dannoso di essersi apparentato a livello nazionale nelle elezioni del 2008 con Antonio Di Pietro, subendone la linea. Matteo Renzi chiude, per ora, la lista per le rottamazioni sbagliate, o per quelle incompiute. E per sopravvivere fisicamente alle sue dimissioni da segretario del Pd dopo la sconfitta del 4 marzo. Già, perché la sua stessa presenza fisica sembra infastidire i vecchi e nuovi avversari politici. E’ incredibile ma vero in questo Paese che continua a chiamarsi Italia.

Vittorio Feltri e la tragica verità su Bettino Craxi: "Ho dato io il via alla caccia del Cinghialone, ma...", scrive il 19 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Pubblichiamo un capitolo del libro del direttore Vittorio Feltri "Il borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato", in libreria per Mondadori. Si tratta del ricordo di Bettino Craxi: dal Raphael alla morte ad Hammamet. Conobbi Bettino Craxi nel periodo in cui collaboravo con Enzo Biagi nel suo programma tv. Erano gli anni Ottanta. Quella sera erano ospiti della trasmissione sia Craxi sia Gianni Agnelli. Quest' ultimo indossava un vestito grigio di flanella, calzava scarpe di camoscio, un paio di Clarks, e se ne stava seduto con le gambe divaricate come fosse un cowboy tornato a casa sfinito dalla cavalcata. Bettino, che gli era accanto, invece, era abbigliato come un manichino, eppure alla vista risultava sciatto. Non era una trasandata eleganza la sua, che pure sarebbe stata chic, sembrava più pigrizia nel selezionare i capi. Craxi era alto quasi due metri e corpulento, il suo aspetto da gigante mal si conciliava con la pacatezza e la cordialità dei modi. Era affabile persino con me, che ero un semplice autore che si muoveva dietro le quinte. Restai colpito e affascinato dal suo essere mellifluo. Allorché alcuni anni dopo andai a dirigere L' Europeo, feci un titolo riferito proprio a Bettino: Figlio di un dio minore. Craxi non godeva di un numero esorbitante di voti, eppure comandava l'Italia. La titolazione non suscitò molte proteste. Anche il mio editore, la Fiat, non ebbe nulla da ridire al riguardo, del resto era cosa nota che i rapporti tra la casa editrice e Bettino non fossero propriamente idilliaci. A quell' epoca Dc e Psi iniziavano a perdere appeal mentre il consenso alla Lega, su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo, lentamente cresceva. Intuivo che si stava apprestando un cataclisma. E così fu così. Ero appena passato alla direzione dell'Indipendente quando scoppiò il caso "Mani pulite". Il sostituto procuratore Antonio Di Pietro condusse le indagini che si estesero fino a inglobare esponenti politici di rilievo, tra cui Bettino Craxi, che finì sotto tiro e divenne l'emblema del malaffare. Scrissi che sarebbe stato opportuno acciuffare "il cinghialone", che era appunto il leader dei socialisti. Lo battezzai io con questo simpatico epiteto, che peraltro gli calzava a pennello considerata la sua mole. Da quel momento, per tutti Craxi fu "il cinghialone" e fu davvero perseguitato. Sembrava insomma che l'unico ladro fosse lui, eppure tutti i partiti, incluso quello comunista, si facevano finanziare. Il caprone espiatorio - Il caprone espiatorio di Mani pulite un bel dì mi telefonò chiedendomi un incontro. Il suo tono era intimo, quasi disperato, diceva che voleva assolutamente parlarmi di persona. Quindi mi scomodai e raggiunsi la capitale un po' impietosito da quell' uomo che io avevo contribuito a mettere alla gogna e un po' incuriosito dal vis-à-vis con la bestia. Il cinghialone mi aspettava presso l'hotel Raphaël, nel quale si favoleggiava che Bettino avesse un attico stratosferico dagli anni Settanta e vivesse nel lusso sfrenato grazie ai soldi delle tangenti. L' albergo aveva un certo fascino visto dall' esterno, forse anche per il manto di leggende che lo avvolgeva, ed era ricoperto di edera. Sceso dal taxi, sollevai d' istinto lo sguardo per scorgere l'appartamento del leader semidecaduto. Poi raggiunsi l'ultimo piano e, uscito dall' ascensore, mi ritrovai in una sorta di topaia. In quei locali regnava la sciatteria: i posacenere erano traboccanti di cicche di sigarette, l'odore di fumo era avvinghiato alle pareti, le tappezzerie erano vecchie e logore, i divani sdruciti, l'atmosfera squallida e fané. Ero alquanto impressionato, ma cercai di nasconderlo, intanto Bettino aveva cominciato il suo discorso, lo stesso che poi fece alla Camera. Sembrava che volesse tenere al mio cospetto l'esercitazione preliminare, che avesse deciso che io dovessi essere lo spettatore e l'ascoltatore primo di ciò che egli aveva da raccontare all' Italia intera. Erano le prove generali. Il cinghialone vomitò lì la verità, liberandosi: disse che il sistema era completamente marcio, che in molti ne avevano approfittato, non soltanto lui e i membri del suo partito. Aggiunse che aveva preferito non intervenire per porre fine a tale andazzo malsano in quanto sarebbe stato preso per matto. «Non è che si rubasse per il partito, si rubava anche al partito» spiegò. Nessuno lo ammise, l'unico a farlo fu Craxi. E lo fece in quella stanza di albergo, davanti a me, che ero amico di Antonio Di Pietro e rappresentante numero uno dei manipulitisti, e poi anche in tribunale. Da allora, dopo profonde riflessioni, cambiai registro. Bettino fu condannato dal Tribunale di Milano. Quando la sentenza divenne definitiva, al fine di scampare la carcerazione, si rifugiò ad Hammamet. Lontano dalla Madre Patria, dai sontuosi palazzi del potere, da quello che per due decenni era stato il suo appartamento all' ultimo piano dell'hotel Raphaël, dai tribunali festanti perché Giustizia era stata fatta ma non appagati perché il cinghialone era fuggito via prima della cattura, Bettino quasi tutte le sere, puntuale come un orologio svizzero, alle ore 23 mi telefonava a casa, a Milano, affamato di notizie e desideroso di dire la sua su quanto succedeva. Era un modo per non sentirsi del tutto tagliato fuori, estromesso senza lode e senza onori dalla storia italiana. Bettino si fidava di me, capiva che ero in buonafede. Si dice che per costruire un sentimento di fiducia tra due persone siano necessari diversi lustri, ma è una balla. Esso può nascere all' improvviso, guardandosi negli occhi in una stanza piena di posacenere sudici, in un pomeriggio qualunque in cui un uomo disperato si mette nelle mani di colui che gli ha sferrato uno dei colpi meglio piazzati, aizzando la folla. Io sbagliai. E lo ammetto. E ho imparato dal mio errore. Durante le nostre conversazioni dall' Africa all' Italia, Bettino esprimeva le sue opinioni, sosteneva che Berlusconi, in procinto di fare il suo ingresso sulla scena politica, non sarebbe riuscito a governare come Dio comanda e che non disponesse dell'esperienza e della duttilità indispensabili a un leader. La mia era una sorta di nota politica, in quanto, nel luogo in cui si trovava Bettino, i quotidiani arrivavano in ritardo. Craxi non lasciava trasparire le sue emozioni, c'era in lui un amaro sentimento di abbandono. Era un tifoso di Garibaldi, possedeva un marcato spirito patriottico, perciò gli mancava in modo insopportabile la partecipazione alla vita pubblica. In fondo, egli era stato un perno della politica italiana, sebbene la gente ora lo disprezzasse e lo volesse linciare come quella famosa sera del 30 aprile 1993, quando, dopo essersi rifiutato di uscire dal retro dell'albergo in cui viveva al fine di evitare la folla, fu assalito dai dimostranti che gli tirarono addosso monetine, accendini, sassi e qualsiasi altra cosa capitasse loro a tiro. E l'impavido Bettino, salito in macchina, li osservava dal finestrino con un sorriso strano, come se lo stessero festeggiando. Le nostre telefonate furono intercettate e su tutti i giornali fu pubblicata la notizia come si trattasse di uno scandalo o un gravissimo reato: il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, conversa con Bettino Craxi. Il contenuto di quelle chiamate non era un segreto e i nostri discorsi erano persino noiosi. Insomma, nulla di avvincente. Fui sputtanato, ma io me ne fregai e continuai a parlare con Bettino, che mi piaceva anche perché era stato tradito da tutti, persino dai suoi compagni. Lo rispettavo e provavo pena per lui; proprio io, che all'inizio lo avevo attaccato in modo brutale, ora lo difendevo. Era un tipo in gamba, l'unico italiano ad avere capito che il comunismo era morto, quando ancora nessuno lo sospettava. Lo rivalutai completamente, imparando a stimarlo poiché era lucido, sagace e anche simpatico. Tra noi si instaurò una speciale empatia e diventai anche amico della figlia, iniziando a frequentare la famiglia Craxi. La sua morte fu un vero dolore per me. Il telefono alle 23 non squillò più da un giorno all' altro, proprio quando avevo convinto Bettino a scrivere per me in qualità di collaboratore per il Giornale. Il politico, che già aveva diverse problematiche di salute, fu stroncato dal logorante malessere interiore che gli procurava quella insopportabile emarginazione.

1993: quel giorno al Raphael Craxi non uscì dal retro. Certo non gli mancava il fegato, a Bettino Craxi. Gli avevano suggerito di uscire dal retro dell'hotel Raphael, per evitare la folla che assiepava davanti, ma lui non ne aveva voluto sapere. E allora – è la sera del 30 aprile 1993 – la affronta, quella folla. E succede quel che tutti sappiamo, scrive Alessandro Marzo Magno il 17 Settembre 2011 su "L'Inchiesta". «“La macchina è pronta?”. “Sì”, “Bene”. Una pausa. “Allora andiamo”. Carica la giacca blu sulla spalla, e un poliziotto si precipita alla porta. Passa Craxi e dà un altro calcione tipo saloon, è fuori, è un boato. La sera è illuminata a giorno da flash e faretti, a guardarla in televisione sembra un primo pomeriggio. Eccolo, eccoli, salgono sulla Thema marroncina, Nicola alla guida, il fotografo Umberto Cicconi affianco, Craxi e Josi dietro, e volano urla, sassi, monetine, accendini, pacchetti di sigarette, un ombrello, Cicconi sanguina alla testa, Josi si è preso qualcosa in un occhio, Craxi niente, sorride, è pazzo, e intanto sono pugni sul vetro, colpi di casco e sacchetti di sassi sulla carrozzeria, non c’è filtro tra l’auto e i dimostranti, i poliziotti sono tutti spersi o travolti, via, si parte, via, Craxi sorride ancora rivolto al finestrino, “tiratori di rubli”, mormora». Certo non gli mancava il fegato, a Bettino. Gli avevano suggerito di uscire dal retro del Raphael, per evitare la folla che assiepava davanti, ma lui non ne aveva voluto sapere. E allora – è la sera del 30 aprile 1993 – la affronta, quella folla. E succede quel che tutti sappiamo: gli tirano le monetine, gli sventolano banconote da 1000 lire urlando: «Prenditi anche queste». Accade quel che Filippo Facci rievocherà dieci anni dopo, nel brano citato all’inizio. Le monetine del Raphael entreranno nella storia. La sera prima, il 29 aprile, la Camera aveva salvato Bettino Craxi negando l’autorizzazione a procedere per quattro delle sei imputazioni a suo carico. Lo stato maggiore del Psi si riunisce a festeggiare nella suite dell’albergo romano dove il segretario socialista viveva dagli anni Settanta, il Raphael, appunto. Si fa vivo anche un imprenditore amico di Craxi, Silvio Berlusconi, che però, lui sì, ha l’accortezza di uscire dal retro. «Che rispetto potremmo avere di noi stessi», dichiarerà Berlusconi ai giornalisti, «se essendo amici di qualcuno da anni dovessimo voltargli le spalle proprio nei momenti della cattiva sorte e della difficoltà? Sono amico di Bettino Craxi da vent’anni, e da amico, personalmente, sono contento per lui. Mi sembra che basti». Forse, in quel suo ostinato ripetere «non farò la fine di Craxi», Berlusconi ha ben viva la memoria del Raphael e forse è proprio quella la «piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna» citata da Berlusconi nel video della sua discesa in campo. La sera del 29 aprile, quindi, i socialisti festeggiano lo scampato pericolo del voto parlamentare, il Tg1 di Luca Giurato fa finta di niente e nemmeno riferisce delle mancate autorizzazioni a procedere. Parla del governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (alla presidenza della Repubblica siede Oscar Luigi Scalfaro) e poi passa a un servizio su Gino Giugni, socialista, e padre dello Statuto dei lavoratori. Articolo su La Stampa del 1 maggio 1993 firmato da Augusto Minzolini, oggi direttore del Tg1. Il 30 Craxi se ne sta chiuso tutto il giorno nel suo alloggio. Ci entravano le ragazze, in quelle stanze, ma non a decine per volta, invece ne entrava soprattutto una che ne valeva decine: Moana Pozzi. La pornostar ha avuto una relazione col leader socialista di cui tutta Roma mormorava, ma entrambi sono stati ben accorti a non farla finire sui giornali. La Repubblica, quel giorno titola: “Vergogna, assolto Craxi”. Tutti i quotidiani pubblicano editoriali di fuoco. L’Italia è quella di sempre: pronta a osannare i vincitori e altrettanto veloce ad abbandonare al proprio destino gli sconfitti; è già successo, accadrà ancora. Craxi è finito, ormai è chiaro, la questione non è più “se”, ma “quando”. Verso sera, saranno le 18, il segretario socialista si affaccia alla finestra dell’albergo. «Cos’è questo casino?», domanda. Giù, in Largo Febo si sta riunendo una folla sempre più rumorosa. Proprio lì vicino, in Piazza Navona, si sta tenendo un comizio a cui partecipano Giuseppe Ayala, ex magistrato antimafia al tempo parlamentare repubblicano, Francesco Rutelli, al tempo non ancora baciabanchi, e Achille Occhetto, al tempo segretario del Pds. A mano a mano che passa il tempo, contingenti crescenti di militanti, soprattutto del Pds, lasciano Piazza Navona per andare a protestare sotto le finestre dell’albergo dove vive Craxi. Scandiscono slogan: «In galera», «Suicidio», «Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore». Intanto Occhetto finisce il suo intervento, si ode un boato, il comizio si scioglie e una parte della folla converge in Largo Febo. «Perché non li cacciano?», aveva chiesto Craxi guardando i manifestanti e subito erano partite telefonate per il capo della polizia, Vincenzo Parisi. Questi tranquillizza e rassicura, ma intanto manda un gruppo di agenti in tenuta antisommossa sotto il Raphael. I poliziotti sono pochissimi e capiscono subito che se la situazione degenerasse, non potrebbero farci nulla. Nicola, l’autista del segretario socialista, fa da ambasciatore tra i dirigenti della polizia, nella hall, e i piani alti. Craxi deve andare a registrare un’intervista con Giuliano Ferrara, l’appuntamento è per le otto, e cercano di convincerlo a uscire dal retro, evitare la protesta e svignarsela senza dare nell’occhio. Lui decide altrimenti. A un certo punto, riferisce Filippo Facci, si sente un colpo secco. Craxi ha spalancato la porta dell’ascensore con una pedata. È facile a infuriarsi, ma ora è assolutamente freddo. Si scusa con alcuni turisti per la confusione. Non degna nemmeno di un’occhiata i dirigenti di polizia che lo invitano a andarsene alla chetichella. Gli agenti si aprono e gli fanno ala, si avvicina alla porta d’ingresso, la apre con un calcio pure quella, e...Qualcuno dirà che Craxi è morto quel giorno. Certo è invece che tutto è cambiato perché nulla cambi. La Chiesa, al tempo, si schiera apertamente; il cardinale Carlo Maria Martini che invita i cittadini alla «veglia dei lavoratori» fa apparire ancora più assordante l’attuale silenzio del cardinale Tarcisio Bertone. Riccardo De Corato, allora orgogliosamente missino, si ammanetta per un paio d’ore in Piazza Duomo, a Milano, inalberando il cartello: «Craxi in libertà, manette all’onestà». Umberto Bossi marcia su Milano. Dalla sede della Lega, allora in via Arbe, arringa i suoi accorsi con bandieroni verdi. Minaccia di tirare “un sac de tumat” (un sacco di pomodori, per i non lumbard) a chi vuol tenere in piedi il governo. Dice che bisogna approvare la nuova legge elettorale per la Camera, e poi: «Tutti a votare entro giugno, tangentisti a casa e si ricomincia a lavorare». Altri tempi.

Con una fuga di notizie infilzarono Craxi. 25 anni fa la congiura che lo escluse da palazzo Chigi, scrive Francesco Damato il 10 giugno 2017 su "Il Dubbio". Dopo la strage di Capaci e l’elezione in 48 ore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, dove per quindici votazioni avevano inutilmente tentato di arrivare, con candidature formali o sotterranee, Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti e persino il presidente uscente e dimissionario Francesco Cossiga, nulla fu più uguale sul piano politico. Terminato di comporre il suo staff al Quirinale il 4 giugno con la nomina del generale Paolo Scaramucci a consigliere militare, Scalfaro predispose le consultazioni per la formazione del nuovo governo: quello di esordio della legislatura nata con le elezioni del 5 e 6 aprile. Ma la prima sfilata delle delegazioni dei partiti davanti al capo dello Stato terminò il 10 giugno senza altro risultato che la constatazione di un clima politico irrespirabile, con veti e controveti all’interno e all’esterno della maggioranza uscente composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali. Era una maggioranza peraltro troppo risicata per fronteggiare una difficile situazione economica e un’ancora più difficile situazione politica nel contesto delle indagini giudiziarie in corso a Milano su Tangentopoli. Scalfaro non riuscì a venirne a capo neppure moltiplicando le sue preghiere alla Madonna di Lourdes, dove peraltro si era proposto prima della imprevista elezione a capo dello Stato di recarsi in pellegrinaggio. Si scusò della rinuncia esortando gli organizzatori del viaggio a pregare anche perché lui venisse illuminato. In attesa di un secondo giro di consultazioni formali, il presidente della Repubblica vide o sentì privatamente un’infinità di amici, fra i quali i ministri uscenti dell’Interno e della Giustizia: il democristiano Enzo Scotti e il socialista Claudio Martelli, invitati insieme al Quirinale formalmente per discutere di un provvedimento in gestazione per intensificare la lotta alla mafia dopo la strage di Capaci. Ma il discorso scivolò subito sul tema della formazione del governo. Vuoi su sollecitazione di Scalfaro, come poi avrebbe raccontato Martelli, vuoi di iniziativa dei due ministri, il capo dello Stato ricavò l’impressione, a torto o a ragione, che fossero entrambi convinti di potere insieme tentare la formazione di un governo di decantazione, scambiandosi i ruoli di presidente e vice presidente, capace di guadagnarsi se non l’appoggio, almeno la benevola opposizione del Pds- ex Pci guidato da Achille Occhetto. Informato, non si è mai ben capito se dallo stesso Scalfaro, col quale aveva allora eccellenti rapporti, tanto da averne sostenuto con la solita baldanza l’elezione prima a presidente della Camera e poi a capo dello Stato, Marco Pannella confidò la cosa a Bettino Craxi. Che – convinto di avere ancora buone carte da giocare per tornare a Palazzo Chigi, da dove riteneva di essere stato allontanato malamente da Ciriaco De Mita nel 1987, con la storia di una staffetta con Andreotti prima promessa per l’ultimo anno della legislatura e poi negata – a sentire Pannella cadde dalle nuvole. Ma di brutto, perché se la prese subito con Martelli, essendo ancora convinto che Scalfaro gli fosse leale, come lo era stato al Ministero dell’Interno nei quattro anni di governo da lui presieduto: tanto leale non solo da avere rifiutato di prestarsi a fare il governo elettorale offertogli da De Mita, come ho già ricordato qui, ma anche da avere cercato e trovato una decina d’anni prima negli archivi del Viminale un documento da tutti negato in precedenza, ma utile alla difesa dei socialisti finiti sotto processo a Milano per gli attacchi ai pubblici ministeri che avevano indagato per l’assassinio di Walter Tobagi. Era un’informativa dei servizi segreti che nel 1980 aveva inutilmente segnalato il pericolo di un imminente agguato mortale delle brigate rosse al famoso giornalista del Corriere della Sera, peraltro amico personale del leader socialista. Notizia di quell’informativa era stata data personalmente a Craxi all’indomani dell’uccisione del povero Walter dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Craxi girò la confidenza di Pannella sull’incontro di Scotti e Martelli con Scalfaro al segretario della Dc Arnaldo Forlani, facendo cadere dalle nuvole pure lui. Ed entrambi si ripromisero di punire, diciamo così, i due giovani aspiranti alla guida del nuovo governo o non confermandoli ai loro posti o lasciandoli proprio fuori. Ma né l’uno né l’altro ebbero poi la voglia di raccontare come fossero veramente andate le cose, dopo molti anni, ai magistrati di Palermo che li interrogarono sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia della stagione stragista. Essi diedero agli inquirenti l’impressione di essere stati sacrificati perché contrari a quelle trattative, contribuendo così all’impianto accusatorio del processo contro mafiosi, generali e uomini politici ancora in corso a Palermo. Ma da cui è stato già assolto, avendo scelto il rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, che pure era stato accusato di essere stato addirittura il promotore della trattativa per scongiurare una minaccia della mafia alla sua vita. Non ci fu tuttavia soltanto l’incidente o l’equivoco della coppia Scotti- Martelli durante le consultazioni informali di Scalfaro per la formazione del nuovo governo. Ci fu anche, fra l’altro, una rovinosa fuga di notizie sui documenti pervenuti dalla Procura di Milano alla Camera, e assegnati subito alla giunta delle cosiddette autorizzazioni a procedere per Tangentopoli sul conto degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli, entrambi socialisti. Il “verde”, ed ex direttore del Manifesto, Mauro Paissan fu indicato, a torto o a ragione, come fonte di quella fuga con interpretazioni troppo estensive di alcune parti dei fascicoli, da cui avrebbe ricavato, come esponente dell’apposita giunta di Montecitorio, l’impressione di un coinvolgimento anche di Craxi nelle indagini chiamate Mani pulite. Ricordo ancora nitidamente quella giornata in cui le agenzie avevano inondato le redazioni dei giornali di lanci a dir poco allarmanti sulla posizione giudiziaria del segretario socialista ancora in corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Nelle prime ore del pomeriggio, tornando a piedi da casa alla redazione del Giorno, di cui ero direttore, incrociai per caso in Piazza della Scala Antonio Di Pietro, il magistrato ormai simbolo di quell’inchiesta che stava demolendo la cosiddetta prima Repubblica. Allontanata la scorta con un cenno di mano, “Tonino” mi disse che nelle carte partite da Milano per la Camera non c’erano elementi contro Craxi, di cui lui parlava volgendo lo sguardo verso la Galleria, cioè verso gli uffici milanesi del segretario del Psi. E mi preannunciò un comunicato della Procura, che in effetti fu diffuso dopo qualche ora per precisare che nulla risultava “allo stato” delle indagini contro Craxi. Il quale tuttavia il giorno dopo si trovò su tutte le prime pagine dei giornali ugualmente come uno ormai compromesso nell’inchiesta. Non ricordo se l’ho già riferito ai lettori del Dubbio in altre circostanze riferendo del biennio “terribile” 1992- 93, ma il clima nei giornali, ormai di tutte le tendenze, era tale che la sera di quel giorno mi telefonò l’amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, per chiedermi come avessi deciso di uscire con la prima pagina del Giorno. Alla confidenza che sarei uscito col titolo sul comunicato di smentita diffuso dalla Procura, che ai miei occhi costituiva l’unica notizia certa della giornata rispetto a tutte le voci col condizionale diffuse dalle agenzie, Ugo mi chiese se poteva consigliare al comune amico Roberto Villetti, direttore dell’Avanti, di chiamarmi. Cosa che Villetti fece subito, ma non per consultarsi, come si aspettava il povero Intini, bensì per dissentire fermamente dal modo garantista in cui avevo deciso di titolare. Rimasi francamente di stucco. Neppure Scalfaro al Quirinale dovette rimanere convinto del comunicato della Procura milanese se volle parlarne direttamente col capo Francesco Saverio Borrelli, peraltro figlio di un suo vecchio collega ed amico. L’impressione che ne ricavò l’uomo del Colle fu di paura di mandare a Palazzo Chigi un “amico” – quale ancora egli considerava il suo ex presidente del Consiglio – destinato prima o dopo ad essere davvero coinvolto nelle indagini, come avvenne a fine anno con i primi avvisi di garanzia, e poi anche con richieste di arresto. Lo stesso Craxi mi raccontò di essersi sentito dire da Scalfaro all’incirca così: “Tu sai quanto ti stimi e ti voglia bene, ma è opportuno, anche nel tuo interesse, che tu faccia un passo indietro in questo momento. Dimmi tu stesso il nome di un socialista al quale io possa dare l’incarico”. E il 10 giugno, nel secondo ed ultimo giro di consultazioni, Craxi maturò la decisione del doloroso passo indietro. Che annunciò personalmente all’uscita dall’ufficio del capo dello Stato dicendo di avergli indicato “in un ordine non solo alfabetico” Giuliano Amato, già ministro con De Mita e suo sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni De Michelis e Claudio Martelli. La delegazione della Democrazia Cristiana, ricevuta per ultima, non ebbe così neppure la possibilità di proporre Craxi, contro la cui destinazione si erano già espressi nel partito alcuni esponenti, fra i quali De Mita, convinti che Palazzo Chigi spettasse ancora alla Dc, nonostante il ritorno di un democristiano al Quirinale dopo il movimentato settennato di Cossiga. Pertanto fu Amato l’uomo al quale Scalfaro diede l’incarico, che fu espletato con una certa difficoltà, avendo impiegato il nuovo presidente del Consiglio una decina di giorni, sino al 28 giugno, per la definizione del programma e soprattutto della lista. Dove Scotti risultò spostato dal Viminale alla Farnesina, che formalmente era una promozione, da lui però rifiutata perché Forlani aveva deciso di sperimentare dentro la Dc la incompatibilità fra le cariche di ministro e di deputato o senatore. Scotti reclamò inutilmente una deroga per conservare il mandato parlamentare, che alla fine preferì alla guida della diplomazia italiana. Martelli invece entrò nella lista all’ultimo momento, dopo essere andato da Craxi, su suggerimento dello stesso Amato, per chiedergli di essere confermato al Ministero della Giustizia, come poi mi avrebbe raccontato lo stesso Craxi, per portare a termine il lavoro svolto col povero Giovanni Falcone, suo prezioso collaboratore sino alla morte – e che morte – come direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula. E Craxi acconsentì, parendogli – mi disse – “una richiesta umanamente ragionevole”, lungi forse dall’immaginare che Martelli fosse destinato pure lui dopo qualche mese ad essere investito da Tangentopoli e costretto alle dimissioni. Comunque, Martelli fu l’ultimo ministro e il primo governo di Amato l’ultimo sul quale il leader socialista riuscì a dire la sua, perché di fatto in quel mese di giugno di 25 anni fa al falconicidio col sangue, preceduto dall’ostracismo in vita praticatogli da tanti colleghi, seguì il craxicidio senza sangue. I rapporti di Craxi con Scalfaro rimasero buoni ancora per poco. Col procedere delle indagini e del linciaggio politico da cui pochi lo difesero, neppure quando subì il famoso lancio di monetine e insulti davanti all’albergo romano dove abitava, e donde usciva per andare ad una trasmissione televisiva dopo essere scampato a scrutinio segreto ad alcune, le più gravi, delle autorizzazioni a procedere chieste contro di lui dalla magistratura, il leader socialista si fece del presidente della Repubblica l’idea da lui stesso espressa in una serie di litografie raffiguranti falsi “extraterrestri”: finti inconsapevoli del finanziamento generalmente illegale della politica e delle forzature con le quali la magistratura aveva deciso di trattarlo. Oltre a Scalfaro, furono definiti extraterrestri anche Achille Occhetto, Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano e l’ormai compianto Giovanni Spadolini, la cui foto fu sostituita con un manifesto bianco listato a lutto. Craxi stesso mi raccontò nel suo rifugio di Hammamet di avere scritto più volte al presidente della Repubblica, anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, contro gli eccessi che stavano compiendo i magistrati, ma di non avere mai ricevuto una risposta, né diretta né indiretta. Il Quirinale non lo considerò più degno di riconoscimento alcuno. Ci vollero del resto la morte di Craxi e l’arrivo sul colle più alto di Roma di Giorgio Napolitano perché un presidente della Repubblica parlasse di lui riconoscendone il servizio politico reso al Paese e lamentando, fra le solite proteste dei manettari in servizio permanente effettivo, irriducibili anche di fronte alla morte, “la severità senza uguali” con cui era stato trattato dalla magistratura. Proprio alla magistratura, vantando di averne fatto parte, Scalfaro nel suo discorso di insediamento, pronunciato il 28 maggio a Montecitorio, davanti alle Camere in seduta congiunta con la partecipazione dei delegati regionali, aveva chiesto “energia, serenità e perseveranza” parlando della “questione morale”. Di energia e perseveranza sicuramente i magistrati si dimostrarono capaci nei mesi e negli anni successivi. Di serenità, francamente, un po’ meno, nella sostanziale e incresciosa disattenzione proprio di chi l’aveva reclamata insediandosi al vertice dello Stato sull’onda peraltro di una strage neppure citata per luogo e per nomi nel discorso alle Camere, essendosi Scalfaro limitato a parlare di una “criminalità aggressiva e sanguinaria”, forse aiutata anche da qualche mano straniera. Di cui nessuno, a dire il vero, aveva avuto sentore a Capaci e dintorni.

Così la sentenza Stato-mafia è un teorema per incolpare il Cav. Ogni evento rimanda a Berlusconi. Che non era imputato, scrive Luca Fazzo, Sabato 21/07/2018, su "Il Giornale". La bellezza di 5.252 pagine scritte in appena novanta giorni (media di quasi 60 al giorno, sabati e domeniche compresi) dal giudice Alfredo Montalto per sancire che lo Stato scese a patti con la mafia: la sentenza del processo di Palermo è un documento colossale, che nessun cronista ha ancora letto per intero, ma il cui obiettivo appare chiaro. Perché gli imputati per la Corte d'assise sono tutti colpevoli (tranne l'ex ministro Mannino) ma ancor più colpevole è un signore che imputato non era, e che si chiama Silvio Berlusconi. È lui il coimputato di pietra, la figura che aleggia su tutte le 5.252 pagine, evocato come terminale e referente ultimo del patto scellerato. Eh sì, perché della presunta trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, avviata secondo i giudici all'epoca del governo di Giuliano Amato, la sentenza non indica alcun vantaggio concreto di cui i mafiosi avrebbero goduto né all'epoca del governo Amato né di quello - succedutogli nell'aprile 1993 - di Carlo Azeglio Ciampi. Il favore postumo ai boss sarebbe stato ovviamente promesso dal governo Berlusconi, salito al potere nel maggio 1994. Fino al dicembre 1994, scrive la sentenza, Marcello Dell'Utri incontrava Vittorio Mangano «per le problematiche relative alle iniziative che i mafiosi si attendevano dal governo». La sentenza, citando il pentito Gaspare Spatuzza, dice che Dell'Utri avrebbe informato Mangano di una imminente modifica legislativa in materia di arresti per mafia. «Ciò dimostra che Dell'Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l'insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi da premier avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell'Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori». Il percorso logico è già di per se piuttosto ardito: si prende per certo ciò che dice lo stragista Spatuzza, e se ne deduce che se Dell'Utri parlava di modifiche legislative il mandante poteva essere solo Berlusconi. Ci si aspetterebbe che a questo teorema inquietante la sentenza indichi un qualche riscontro anche labile, una legge o almeno un disegno di legge, un progetto, una dichiarazione d'intenti, insomma una traccia qualunque che confermi che in quel periodo ben determinato di tempo - tra maggio e dicembre 1994 - il governo abbia almeno ipotizzato un intervento legislativo di alleggerimento sul trattamento dei mafiosi. Invece di quel riscontro non c'è traccia, per il semplice motivo che nulla accadde. Anzi, negli otto mesi del primo governo Berlsconi finiscono in galera cento boss mafiosi. Ed è ancora con Berlusconi al governo, nell'aprile 2006, che viene arrestato Bernardo Provenzano, che la Procura di Palermo indica come il terminale ultimo della trattativa, e che morirà in carcere tredici anni dopo. Un affarone, per i clan, la trattativa con Berlusconi. Spatuzza insomma parla a vanvera, almeno in questo caso. Ma per i giudici palermitani è credibile come lo è l'altro testimone chiave, Giovanni Brusca, il capo del commando di Capaci, che pure in aula ha detto cose senza capo né coda. Ma il capolavoro vero, nella sentenza-kolossal, è quando si teorizza - sfidando ogni logica - che la trattativa abbia causato o almeno anticipato la strage di via D'Amelio e la morte di Paolo Borsellino. Non c'è scritto, nella sentenza, che il vero colpevole della morte di Borsellino è Berlusconi. Ma il concetto è quello.

Il Tempo, la prima pagina epocale per Silvio Berlusconi: adesso basta, il titolo cubitale, scrive il 21 Luglio 2018 Libero Quotidiano”. Una reazione d'orgoglio, nel silenzio generale. "Siamo tutti Berlusconi". Così il Tempo, in prima pagina, titola a caratteri cubitali. Un sostegno al Cav nella settimana più dura, quella che riassume le accuse di 25 anni di fango con il video rubato delle serate con le olgettine e le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia pubblicate a poche ore di distanza l'uno dalle altre. "Dalla pedofilia alle stragi - scrive il Tempo -, non se ne può più". Per questo il quotidiano romano smonta punto per punto tutti gli attacchi all'ex premier.

SIAMO TUTTI BERLUSCONI. Dalla pedofilia alle stragi, 25 anni di fango. Ora pure il video con le Olgettine. Non se ne può più nemmeno della Trattativa: Il Tempo smonta le accuse al Cav, scrive Luca Rocca il 21 Luglio 2018 su “Il Tempo”. Non è provato che Marcello Dell’Utri abbia «minacciato» Silvio Berlusconi, però Dell’Utri è ugualmente colpevole perché, ipoteticamente, potrebbe averlo fatto. Sta tutto qui il fallace ragionamento della Corte d’Assise di Palermo che due giorni fa ha depositato le motivazioni alla sentenza del processo sulla «trattativa» Stato-mafia; sta tutto, dunque, nell’ammissione dell’assenza della «prova regina», che pure si tenta di scavalcare con quelle che il giudice Alfredo Montalto chiama «ragioni logico-fattuali». La tesi della procura di Palermo, accolta dai giudici, è chiara: verso la fine del 1993, i boss Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca avrebbero contattato Vittorio Mangano, stalliere di Arcore negli anni ’70, chiedendogli di riferire a Dell’Utri che, se non avessero ottenuto dei benefici di legge, le stragi di mafia sarebbero riprese. E Dell’Utri, processato per «minaccia a Corpo politico dello Stato», stando alle accuse avrebbe recapitato quella minaccia a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio dall’aprile al dicembre del 1994. Ma, come detto, la Corte d’Assise di Palermo è costretta ad ammettere che questo assunto non è dimostrato, tanto da scrivere che «se pure non vi è prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano». La prova non c’è, dunque, ma non potendosi escludere che da qualche parte ci sia, si condanna ugualmente Dell’Utri a 12 anni di galera. I giudici, poi, sottolineano che la disponibilità dell’ex senatore a porsi come intermediario tra i clan e Berlusconi fornì «le premesse della rinnovazione della minaccia al governo quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato appunto presieduto dallo stesso Berlusconi». In questo senso si ritiene provata, dunque, la teoria della «cinghia di trasmissione» della minaccia di Cosa nostra all’ex premier. Ma davvero quella «filiera» sarebbe dimostrata? I fatti dicono il contrario. Intanto, Brusca ha affermato di aver saputo della permanenza di Mangano ad Arcore, fatto notorio in mezza Sicilia, leggendo l’Espresso. Il pentito, inoltre, ha collocato l’incontro in cui avrebbe chiesto a Mangano di riprendere i rapporti con Dell’Utri nell’aprile del 1994, sostenendo di aver ricevuto una risposta pochi giorni dopo. Peccato che quando si trattò di precisare il momento esatto, lo associò a un furto di vitelli avvenuto a Partinico nel novembre del 1993. In sostanza, a voler dar retta al capo mandamento di San Giuseppe Jato, l’incarico a Mangano di contattare Dell’Utri sarebbe avvenuto nell’aprile del 1994 e la risposta...cinque mesi prima...

L’ardua verità del patto. Il compito più duro per gli storici sarà quello di far quadrare la memoria «politica» di ciò che accadde nel 1992-94 con le incongruenze di quella «giudiziaria», scrive Paolo Mieli il 23 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". Prima di archiviare l’ennesimo giudizio (stavolta di primo grado) sulla trattativa Stato-mafia, è opportuno mettere agli atti qualche considerazione. Fortunati gli storici del futuro i quali, per quel che attiene ai rapporti tra vertici istituzionali italiani e Cosa nostra, avranno a disposizione sentenze, le più varie, al cui interno potranno trovare pezze d’appoggio a qualsiasi congettura li abbia precedentemente affascinati. Ad esser baciati dalla fortuna saranno, beninteso, solo gli storici disinvolti. Per gli altri — quelli seri che non cercano riscontri a ciò che avevano già «intuito» ma, anzi, si impegnano, con metodo, ad individuare elementi di contraddizione con le proprie ipotesi di partenza — saranno dolori. Perché la magistratura, allorché si è occupata di vicende nazional-siciliane, ha da tempo accantonato la terraferma che dovrebbe esserle propria, quella del «sì sì, no no», per immergersi nell’immensa palude del «dico e non dico», delle circonlocuzioni ipotetiche, delle allusioni non esplicite, delle porte né aperte né chiuse, dei verdetti double face. Gli imputati eccellenti in genere sono usciti indenni dai giudizi definitivi. Ma tali giudizi definitivi non lo sono mai per davvero perché, nei tempi successivi ad ogni sentenza, nuovi processi sono tornati (e torneranno) ad occuparsi delle stesse vicende, talché qualche macchia inevitabilmente resterà sugli abiti dei suddetti imputati. Anche nel caso in cui siano stati assolti dall’ultima sentenza prima del loro decesso. Ma il compito più arduo per gli storici sarà quello di far quadrare la memoria «politica» di ciò che accadde tra il 1992 e il 1994 con le incongruenze di quella «giudiziaria». Per la memoria politica si ebbero in quel biennio (allungatosi poi al 1995) due stagioni tra loro assai diverse. La prima — dal ’92 ai primi mesi del ’94, sotto la regia dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro — fu in terremotata continuità con la cosiddetta Prima Repubblica e conobbe due capi di governo di sinistra moderata: Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi. È in questo biennio che, mentre la vita parlamentare veniva sconvolta da Tangentopoli, si verificarono i più rilevanti fatti di sangue riconducibili alla mafia: l’uccisione di Falcone e Borsellino (’92), gli attentati di via Fauro a Roma, di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano oltreché alle basiliche romane di San Giovanni e San Giorgio al Velabro, i quali provocarono complessivamente 15 morti e decine di feriti (’93). Ed è proprio in questo periodo che, stando alla sentenza appena depositata, tre carabinieri di medio-alto rango, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, con la mediazione dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, avrebbero preso contatto con il vertice di Cosa Nostra (Totò Riina) provocando un’«accelerazione» dell’azione criminosa. A nome di chi si sarebbero mossi Mori, Subranni e De Donno? La sentenza non lo dice in modo esplicito ma lascia intendere che esponenti del governo Ciampi abbiano avallato l’iniziativa dei tre magari, come ha già fatto notare su queste pagine Giovanni Bianconi, senza averne una effettiva «consapevolezza». Sarà arduo per gli storici del futuro dare conto dell’attività di questa nutrita schiera di «inconsapevoli» che da Scalfaro in giù si attivarono per quasi due anni a favorire l’«improvvida iniziativa» di Mori arrivando nell’autunno 1993 a «liberare dal 41 bis», per decisione del ministro della Difesa Giovanni Conso, 334 mafiosi. Mafiosi che forse non erano di primissimo piano ma la cui uscita dal carcere duro fu — secondo i magistrati — un segnale a Cosa nostra dei passi avanti compiuti, appunto, dalla trattativa di cui si è detto. Dopodiché venne una seconda stagione, più breve (otto mesi tra il 1994 e il gennaio ‘95), in cui dominus politico fu Silvio Berlusconi alla sua prima esperienza di governo. Berlusconi, tramite Marcello Dell’Utri, avrebbe proseguito, intensificandola, l’interlocuzione con Cosa nostra avviata dai suoi predecessori. Strano: la memoria politica ci dice che tra Scalfaro e Berlusconi i rapporti furono pessimi e lo stesso discorso vale, anche se con minore intensità, per presidenti del Consiglio e ministri dei governi della legislatura ’92-’94: tutti, nessuno escluso, ostili a Berlusconi e Bossi. Marco Taradash ha fatto notare che l’unico campo in cui — stando alla sentenza — ci sarebbe stata un’assoluta opaca continuità tra la stagione dominata da Scalfaro e quella successiva di Berlusconi sarebbe stato il terreno dei patteggiamenti tra lo Stato italiano e Cosa nostra. Per i giudici questo non è un problema ma per gli storici lo sarà quando dovranno spiegare come mai le due Italie, quella berlusconiana e quella antiberlusconiana, si scontrarono su tutto tranne che sul rapporto con Riina e i suoi successori sul quale l’intesa fu pressoché totale. E come mai queste diaboliche relazioni siano iniziate ai tempi dell’ultimo centrosinistra quando la «discesa in campo» di Berlusconi era (forse) solo nei propositi del padrone della Fininvest. La sentenza lascia intendere — ma è un’interpretazione nostra — che ci sarebbe stato un salto dalla stagione della «inconsapevolezza» a quella della «consapevolezza», quando Berlusconi sarebbe stato informato da Dell’Utri (che aveva nello «stalliere» Vittorio Mangano il trait d’union con Cosa nostra) di ogni passaggio della trattativa, trattativa alla quale avrebbe dato incremento con specifici atti di governo. Prendiamo per buona questa tesi. C’è però un particolare di cui si è accorto Marco Travaglio che è destinato a complicare il lavoro degli storici. Di che si tratta? Procediamo con ordine: nell’estate del ’94 (13 luglio) ci fu il decreto del ministro della Giustizia berlusconiano Alfredo Biondi, che avrebbe dovuto porre un argine agli arresti dei corrotti, ma anche favorire i mafiosi. Quasi tutti i giornali si accorsero della parte che riguardava gli imputati di Mani Pulite talché quel pacchetto di norme fu ribattezzato «decreto salvaladri». Il capo del pool giudiziario milanese, Francesco Saverio Borrelli, fece caso al fatto che il decreto Biondi fosse stato approvato all’unanimità (e subito controfirmato da Scalfaro) mentre ai mondiali di calcio era in corso una partita contro la Bulgaria (vinta dall’Italia): il magistrato ironizzò sulla circostanza che il governo volesse nascondere quel suo atto di considerevole rilievo «dietro un pallone». Subito dopo i pm di Milano Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco e Gherardo Colombo protestarono a gran voce e chiesero pubblicamente di essere assegnati «ad altro e diverso incarico». Al che il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni «scoprì» che il testo del dispositivo era diverso da quello approvato in Consiglio dei ministri e nel giro di poche ore Berlusconi fu costretto a ritirare il decreto. Passarono pochi mesi, a fine anno il governo cadde e, con quello che fu definito un «ribaltone», venne sostituito da un nuovo gabinetto guidato da Lamberto Dini, ex titolare berlusconiano del Tesoro, futuro ministro del centrosinistra. Il tutto ancora una volta sotto la regia di Scalfaro. E qui veniamo al punto messo in evidenza dal direttore del Fatto: nel 1995, quella norma del decreto Biondi riguardante i mafiosi (solo quella) fu entusiasticamente votata dalle due Camere ai primi di agosto, quando Scalfaro, dopo aver negato a Berlusconi le elezioni anticipate, aveva ripreso in mano le redini dell’intera politica italiana. E fu approvata, sottolinea Travaglio, «grazie al fondamentale apporto del centrosinistra». E nel silenzio, aggiungiamo noi, di tutta (o quasi) la società civile che si era ribellata al «salvaladri». Tutti di nuovo «inconsapevoli»? Curiosa coda della «trattativa»… È facile per i giudici collocare una tale bizzarra successione di eventi sullo sfondo sfocato della loro ricostruzione. Ma sarà problematico per gli studiosi di storia dar conto in maniera rigorosa e ad un tempo plausibile di come in quei mari in tempesta l’unica imbarcazione che riuscì a navigare tranquilla, trovando sponde compiacenti sia sul versante del centrodestra che su quello antiberlusconiano, sia stata la zattera, non priva di falle, del generale trattativista.

La farsa di Palermo, scrive Piero Sansonetti il 20 gennaio 2018 su "Il Dubbio". La grande stampa nazionale ha deciso di risolvere il problema tacendo, o scrivendo solo qualche riga. Un po’ per pudore, un po’ probabilmente per imbarazzo. Come si fa a riferire delle fantasiosissime requisitorie che in questi giorni vengono pronunciate al processo di Palermo – quello sulla trattativa stato mafia – senza riderne un po’ o senza chiedersi come sia possibile che nella solennità di un aula di tribunale vengano lanciate accuse folli, e senza il briciolo di un briciolo di un briciolo di prova, verso personaggi che hanno avuto una grande rilievo nella storia recente dell’Italia? Non sembra più neanche un processo, sembra la ribalta di uno spettacolo trash, dove tutti tirano palle di fango. Perciò la maggior parte dei direttori ha deciso di glissare. Perché le possibilità sono solo due: o fai finta di niente, vista la assoluta inattendibilità delle cose che vengono dette; oppure t’indigni e chiedi che qualcuno intervenga. Purtroppo, a occhio e croce, nessuno è in grado di intervenire. E così ieri abbiamo sentito un Pm dire che Riina è stato venduto da Provenzano agli inquirenti. In particolare al generale Mori e probabilmente al capitano Ultimo, che lo catturò. Il Pm ha detto che la cattura di Riina è stata una vergogna per l’Italia. E ha finito per mettere sul banco degli imputati i giudici, che hanno già ampiamente assolto Mori da questa accusa, e anche l’ex procuratore di Palermo Caselli, che ancora recentemente ha sostenuto che la cattura di Riina è stata la salvezza per il paese. Poi i Pm hanno indicato l’ex presidente della Repubblica Scalfaro come responsabile, a occhio e croce, del reato di alto tradimento. E con lui il ministro Conso, il ministro Mancino e qualcun altro. Indizi? Prove? No: «Fidatevi di noi». Davvero non c’è nessuna possibilità che qualche autorità intervenga, interrompa questo scempio della storia e del diritto, e disponga, se serve, anche un po’ di aiuto psicologico per i Pm?

Il processo Stato-mafia finisce in farsa, scrive Piero Sansonetti il 27 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Il pm Di Matteo chiede sei anni di galera per Mancino, 12 per Dell’Utri, 15 per il generale Mori e zero per il boss Brusca. Se volete leggere questo articolo dovete mettervi nello stato d’animo di chi non si stupisce di niente. Altrimenti lasciate stare. I Pm del processo di Palermo (il famoso processo sulla presunta trattativa Statomafia) hanno chiesto una novantina d’anni di galera per alcuni degli imputati. Tra i quali un paio di mafiosi e una decina tra esponenti della politica e dell’arma dei carabinieri. Cinque anni li hanno chiesti per il giovane Ciancimino, Massimo, figlio di Vito (ex famigerato sindaco di Palermo), accusato di calunnia contro gli altri imputati. La sua testimonianza, giudicata calunniosa, è in realtà l’unico puntello alle tesi dell’accusa (ma questa cosa naturalmente fa un po’ sorridere, o sobbalzare, l’osservatore poco informato – non è l’unico non sense prodotto dal processo). Poi hanno chiesto 15 anni per il generale Mori, 12 per Marcello Dell’Utri e 6 per l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Non hanno potuto chiedere anni di galera per l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, perché nel frattempo è morto, ma nelle loro requisitorie lo hanno più volte indicato come il capintesta di tutta la congiura. Naturalmente è molto complicato qui dirvi di quale congiura si tratti. Perché i Pm ne hanno delineate almeno un paio e tra loro in netta contraddizione. Basta dire che al vertice del gruppo criminale, secondo le requisitorie, ci sarebbero stati lo stesso Scalfaro e Berlusconi. Capite? Scalfaro e Berlusconi, cioè i due personaggi più lontani tra loro di tutto lo scenario politico degli anni novanta. Del resto i Pm hanno mostrato una conoscenza molto superficiale di quello scenario politico, e dunque non c’è molto da stupirsi che possano confondere la sinistra Dc con Forza Italia e cose del genere. Tuttavia l’aspetto più preoccupante di questa vicenda non sta neanche nelle richieste cervellotiche, o nell’osservazione che non c’è uno straccio di prova a carico degli imputati, e neppure nel fatto che si chiedano pene per delitti che altri processi (a Mori stesso, all’on Calogero Mannino e ad altri) hanno già accertato non esistere. L’aspetto più preoccupante è l’impostazione dell’accusa. Leggete qui con quali parole il Pm Di Matteo (che ora è diventato uno dei procuratori nazionali antimafia) ha spiegato il senso del processo: «Questo è un processo che punta a scoprire livelli più alti e causali più complesse. Legati non a un fatto criminoso ma a una strategia più ampia».

Che vuol dire? Vuol dire che i Pm di Palermo (o quantomeno Di Matteo, non sappiamo se gli altri si dissociano da questa idea) ritiene che il suo compito non sia quello di perseguire i reati ma di stabilire, con la sua autorità, la verità storica, e poi di sanzionare questa verità con delle esemplari punizioni. In questo modo Di Matteo aggira l’ostacolo principale di questo processo, e cioè il fatto che non c’è uno straccio di prova dei reati contestati agli imputati. Dice Di Matteo, in sostanza: «E che io devo stare lì col misurino a vedere se c’è qualche reato? Io sto più in alto: a me interessano le grandi strategie». Per dirla con parole ancora più semplici, il Pm dichiara in modo esplicito che quello di Palermo non è un processo penale ma un processo politico. Veniamo al merito della vicenda. Dunque, questo è un processo che è stato avviato dieci anni fa, il dibattimento va avanti da cinque anni, si riferisce ad avvenimenti di 26 anni fa, nessuno è in grado di stabilire quanto sia costato ai contribuenti. La tesi dell’accusa è che quando la mafia, all’inizio degli anni novanta, alzò il tiro sullo Stato, compiendo stragi, uccidendo magistrati, leader politici e comuni cittadini, ci fu un pezzo dello Stato (pezzo di governo, pezzo dei carabinieri e pezzo dei servizi segreti) che si adoperò per cercare di frenare queste stragi, ed evitare nuovi morti, trattando con i vertici mafiosi. Scambiò la fine delle stragi con alcuni benefici carcerari, compresa l’abolizione del 41 bis. Il punto però è che non esiste nessun indizio che questa trattativa ci fu. Anche perché nei processi paralleli a questo di Di Matteo e degli altri Pm palermitani, sono piovute assoluzioni. Il generale Mori, ad esempio, è stato già dichiarato innocente. E così Calogero Mannino, ex ministro, che fin qui è l’unico rappresentante del governo che è stato accusato di aver trattato.

Ora uno si chiede: ma se noi sappiamo che non trattò il governo, non trattarono i servizi segreti, non trattarono i carabinieri, ma che diavolo di trattativa fu? E poi sappiamo anche che nessuno dei benefici indicati dagli accusatori fu concesso. Mancano i protagonisti del reato e manca il bottino. Voi capite che sembra una commedia surreale. Ma è più surreale ancora perché assieme all’accusa verso lo Stato (e fondamentalmente verso la sinistra Dc) di avere trattato con la mafia, c’è anche l’accusa a Dell’Utri (e quindi a Berlusconi) di avere fatto la stessa cosa, ma, sembrerebbe, con un intento opposto. Perché l’accusa immagina i berlusconiani che trattano con la mafia per destabilizzare la Dc, la quale intanto tratta con la mafia per stabilizzare. C’è da diventare pazzi. Sembra una farsa. Una farsa, però, fino a un certo punto. Oltre il quale diventa davvero un dramma. E un po’ indigna. Indigna per esempio il modo nel quale è stato trattato l’ex presidente del Senato. Nessuno al mondo riesce a capire di cosa sia accusato Nicola Mancino, 86 anni, prestigiosissimo leader democristiano, più volte ministro, ex presidente del Senato. Dicono che non si ricordi di un incontro che forse ha avuto con il magistrato Borsellino, prima che Borsellino fosse ucciso dalla mafia, e che non si ricordi nemmeno di una telefonata di Claudio Martelli, che l’avrebbe messo in guardia su alcuni comportamenti dei Ros che non lo convincevano. Embé?

Si tratta di cose avvenute un quarto di secolo fa. E nessuno sa se l’incontro e la telefonata ci furono oppure no. E comunque, anche se ci furono, furono episodi normalissimi che non c’è nessun bisogno di nascondere. Eppure i magistrati chiedono che Mancino trascorra sei anni in carcere. Qui c’è poco da scherzare. C’è da avere seriamente paura. Qualche Pm una mattina si sveglia e ha il potere, sulla base di nulla, di riempire di fango un padre della democrazia italiana, e di chiedere, con arroganza, che sia sbattuto in carcere. E per di più questo Pm confessa bellamente che lui non cerca reati, ma “strategie più complessive”. Siamo sicuri che non esistano le condizioni per intervenire, da parte delle istituzioni? Sicuri che sia giusto che un magistrato rivendichi che la sua funzione non è quella di accertare i reati ma quella di processare la politica seguendo sue idee e teorie? Diceva Piero Calamandrei: «Non spetta alle toghe giudicare la storia di un paese». Già, Calamandrei. Chissà se i Pm di Palermo conoscono il nome di Calamandrei. Certo che se Calamandrei avesse conosciuto i Pm di Palermo, sarebbe inorridito…

Trattativa Stato-mafia, i pm: "Provenzano vendette Riina ai carabinieri". A ripercorrere l'arresto del padrino, finito in manette dopo decenni di latitanza il 15 gennaio del 1993, è Vittorio Teresi, scrive il 19 gennaio 2018 "La Repubblica". "L'arresto di Riina fu frutto di un compromesso vergognoso che certamente era noto ad alcuni ufficiali del Ros come Mori e de Donno, fu frutto di un progetto tenuto nascosto a quegli esponenti delle istituzioni e quei magistrati che credevano invece nella fermezza dell'azione dello Stato contro Cosa nostra". La cattura del boss corleonese Totò Riina come snodo della seconda fase della trattativa tra parte delle istituzioni e la mafia è al centro dell'udienza odierna del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dedicata alla prosecuzione della requisitoria dei pubblici ministeri Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi. A ripercorrere l'arresto del padrino, finito in manette dopo decenni di latitanza il 15 gennaio del 1993, è il pm Teresi certo, secondo quanto prospetta l'ipotesi accusatoria, che Riina venne "consegnato" ai carabinieri dall'ala di Cosa nostra vicina a Bernardo Provenzano. Riina, con cui i militari del Ros imputati al processo avevano intavolato un dialogo finalizzato a far cessare le stragi, era ritenuto un "interlocutore" troppo intransigente. Perciò gli si sarebbe preferito Provenzano, fautore della linea della sommersione, e lontano dall'idea del "papello", l'ultimatum che Riina avrebbe presentato allo Stato tramite i carabinieri. Provenzano dunque, dopo le stragi del '92, sarebbe entrato in gioco e avrebbe consentito la cattura del compaesano con la complicità del Ros pretendendo, tra l'altro, che il covo del capomafia "venduto" non fosse perquisito. "Era chiaro che tutto questo doveva essere tenuto segreto - ha spiegato Teresi - E dopo la cattura di Riina e l'uscita di scena anche di Ciancimino le linee dell'accordo sono chiare e si passa ai fatti". "Così come per i carabinieri è fondamentale mantenere il segreto sulla cattura di Riina - ha aggiunto il magistrato - altrettanto è importante, per la mafia, che nulla trapeli sul fatto". La Procura descrive uno Stato diviso in due: da una parte pezzi delle istituzioni pronti a trattare dopo gli attentati a Falcone e Borsellino per "paura e incompetenza", dall'altra un "manipolo" di uomini come l'ex Guardasigilli Claudio Martelli e l'ex capo del Dap Nicolò Amato, convinti che si dovesse mantenere la linea dura contro Cosa nostra. I timori e l'incapacità di far fronte all'emergenza dunque avrebbero portato alcuni rappresentanti delle istituzioni a piegarsi al ricatto nell'illusione che alcuni cedimenti, come ad esempio, una attenuazione all'odiato 41 bis, potesse far cessare le bombe mafiose. "Non si comprese, ha detto il pm, che la mafia avrebbe letto tutto questo come il segno che si poteva rilanciare come avvenne con gli attentati nel Continente e trattare ancora per ricevere altri benefici". Teresi ha ricostruito tutta la parte dell'impianto accusatorio relativa alle concessioni fatte dallo Stato a Cosa nostra, nel 1993, sulla politica carceraria: dalla sostituzione dei vertici del Dap, come Amato, ritenuto troppo duro e allontanato senza preavviso dal suo incarico, alla revoca del 41 bis nelle carceri di Poggioreale e Secondigliano a febbraio del 1993, alla nomina al ministero della Giustizia di Giovanni Conso che prese il posto di Claudio Martelli, il politico che, dopo le stragi del '92, aveva istituito il regime carcerario duro per i mafiosi. E ha fatto nomi e cognomi di chi "per paura o incompetenza" avrebbe avallato la politica della distensione: l'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, l'ex Guardasigilli Giovanni Conso, Aldalberto Capriotti, subentrato ad Amato al Dap e il suo vice Francesco Di Maggio. Sullo sfondo, nella ipotesi dell'accusa, restano entità non precisate che avrebbero consigliato a Cosa nostra la strategia da seguire. "Centri occulti che hanno suggerito alla mafia cosa fare per indurre lo Stato a cedere. Ci fu un'intelligenza esterna che ha orientato i comportamenti di Cosa nostra e si è fatta comprimario occulto dell'azione mafiosa riuscendo ad agire indisturbata perché poteva confidare nella linea della distensione scelta da pezzi delle istituzioni". "Se avesse prevalso la durezza - ha aggiunto il magistrato - nessuno spazio ci sarebbe stato per un dialogo che ha invece rafforzato la mafia e la sua azione terroristica. Se avesse prevalso la durezza, i consiglieri dei mafiosi sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia, ma nel clima di compromesso che ci fu, tutto si è confuso".

Trattativa Stato-mafia: condannati Mori, Dell'Utri e Ciancimino. Assolto Mancino. Dopo la morte del capomafia Totò Riina, erano 9 gli imputati: condannati gli ex vertici del Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, l'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri, i boss Leoluca Bagarella e Nino Cinà, scrive Felice Cavallaro il 20 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera". Per dire che il processo sulla «trattativa Stato-mafia» era sbagliato, definendo un errore il riferimento al reato di «minaccia a corpo politico dello Stato», erano scesi in campo giuristi di gran fama, a cominciare dal professore Giovanni Fiandaca, il cattedratico di Palermo con il quale studiò e si laureò l’ex pm Antonio Ingroia. E invece la corte di assise presieduta da Alfredo Montalto, confermando la tesi dell’accusa, ha condannato a pene severissime sia Marcello Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia indicato come gran manovratore della presunta trattativa nel ’94 con il governo Berlusconi, sia i vertici del Ros, gli ufficiali dei carabinieri ritenuti responsabili di sotterranee intese a cavallo delle grandi stragi sfociate nei massacri di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle loro scorte.

Dell’Utri gran manovratore. Una pagina di storia che grazia l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, assolto dal sospetto di una falsa testimonianza, e si rovescia invece su boss e apparati investigativi. Scomparsi Totò Riina e Bernardo Provenzano, scattata la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca, la responsabilità della trama e della stagione di sangue viene attribuita con una pena di 28 anni di carcere soprattutto al cognato di Riina, lo stragista Leolucua Bagarella già in cella, e al boss Antonino Cinà, 12 anni. Ma ad alimentare polemiche sul piano giudiziario e politico è il verdetto che si abbatte sui destini degli ex generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, condannati a 12 anni di reclusione come Dell’Utri, ritenuto il trait d’union fra politica, mafia e apparati, già in cella per un altro processo. Durissima la Corte anche con l’ex colonnello Giuseppe De Donno, otto anni. Stessa pena attribuita a Massimo Ciancimino, il superteste del processo, il rampollo dell’ex sindaco mafioso che con le sue rivelazioni consentì alla Procura di riaprire le indagini, a sua volta accusato di calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Ciancimino jr. può però tirare un sospiro di sollievo perché assolto dall’accusa di associazione mafiosa.

Lo sconforto dei carabinieri. Bisognerà leggere le motivazioni di questa sentenza che arriva dopo 5 anni e sei mesi di processo, ma alla evidente euforia dei magistrati, a cominciare da quella di Nino Di Matteo che rilevò la sostanziale guida del dibattimento dopo la corsa di Ingroia verso la politica, corrisponde la delusione di Mori, De Donno e Subranni. A cominciare da quest’ultimo, anziano e malato: «Andremo avanti, in appello, per contestare una sentenza ingiusta. Le responsabilità che ci attribuiscono non sono state affatto commesse. Ma non posso dire niente, senza leggere le motivazioni...». Dello stesso tono l’amarezza del generale Mori confidata al legale dei tre ufficiali, Basilio Milio, che a sua volta parla di «grande sconforto e sbigottimento», certo però che «la verità è dalla nostra parte». E ai suoi assistiti concede un barlume di fiducia: «Possiamo sperare che finalmente, dopo 5 anni, in appello vi sarà un giudizio. Perché questo è stato un pregiudizio caratterizzato dall’adesione alle istanze della Procura e quasi mai della difesa. Una sentenza dura che non sta né in cielo né in terra perché questi fatti sono stati già smentiti da quattro sentenze definitive».

I supporter di Nino di Matteo. Di opposto parere i cinquanta supporter dei pm raccolti davanti all’aula bunker del carcere Pagliarelli dalle associazioni Agende rosse e Scorta civica, fra grandi applausi per i pm Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi e Nino Di Matteo. Con quest’ultimo incisivo e solenne: «Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza, qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. Qualcuno dello Stato ha trattato con Riina e Bagarella e altri stragisti, trasmettendo le richieste, i messaggi di Cosa nostra ai governi. Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico. Le minacce subite attraverso Dell’Utri non risulta che il governo Berlusconi le abbia mai denunciate e Dell’Utri aveva veicolato tutto. Ecco perché è una sentenza storica». Una ragione in più perché il meno giovane dei pm, Teresi, affondi con un commento lapidario: «Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia».

Fiandaca e l’accusa sbagliata. La sentenza spiazza uno dei maestri dei pm palermitani, appunto il professore Fiandaca: «Mi aspettavo un esito assolutorio per la difficoltà tecnica di configurare il reato di ‘minaccia a corpo politico dello Stato’, il reato previsto dall’articolo 338 del codice penale. La sua applicazione agli occhi di un giurista di professione -e non sono soltanto io a pensarlo- è sbagliata sotto il profilo di una interpretazione sistematica...». Ed ancora: «La questione è abbastanza tecnica e probabilmente una corte di assise in cui sono presenti i giudici popolari, di solito non molto esperti di diritto, non è la sede più adatta per approfondire questioni di questo tipo... Ma comprendo che il problema era la rilevanza penale della trattativa. E la linea della procura ha vinto, pur persistendo le mie riserve di giurista, convinto che la materia offrirà spunti di riflessione in appello e in Cassazione».

Graziano Nicola Mancino. Come dire che, a un quarto di secolo dai fatti e dopo cinque anni di processo, ci vorrà ancora tempo per un definitivo accertamento della verità giudiziaria. Non per l’unico assolto, Nicola Mancino, coinvolto anche per le sospette telefonate al Quirinale durante la presidenza di Giorgio Napolitano. Rilassato, ma segnato dalle accuse l’ex presidente del Senato: «Relegato per anni in un angolo, posso ora dire di non aver atteso invano. Ma che sofferenza...». Poi una riflessione più generale su questi anni: «Ho sempre avuto fiducia che a Palermo ci fosse un giudice. La lettura del dispositivo che esclude la mia responsabilità nel processo sulla cosiddetta trattativa ne è una solenne conferma. Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo, che tale è stato ed è tuttora...».

Sistemi criminali. Caso Mancino a parte, lo Stato non ne esce bene ed è come se riprendesse forma la vecchia inchiesta sui “sistemi criminali” avviata tanti anni fa dall’allora pm Roberto Scarpinato. Un’inchiesta che teorizzava un presunto golpe che avrebbe visto protagonisti negli anni Novanta, in un tentativo di destabilizzazione del Paese, Cosa nostra, massoneria deviata, pezzi di Stato ed eversione nera. Indagine poi archiviata, ma fu allora che si ipotizzò per la prima volta il reato oggi convalidato da una sentenza di primo grado: la violenza o minaccia a corpo politico dello Stato.

Di Maio ringrazia. Immediati i riflessi politici di una sentenza non a caso commentata con un twitter dal capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, da sempre in contatto con Di Matteo: «La trattativa Stato-mafia c’è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità». Passeranno almeno un paio di mesi per le motivazioni di una sentenza che condanna gli imputati anche al risarcimento in solido dei danni in favore della parte civile della Presidenza del consiglio dei ministri liquidati in 10 milioni di euro. Pagano tutti. Tranne chi ha ha premuto il pulsante della strage di Capaci, Giovanni Brusca, lo stesso che sciolse il piccolo Giuseppe di Matteo nell’acido, ormai pentito. Un quadro complessivo che lascia zone d’ombra, oltre la verità giudiziaria. 

Trattativa Stato-mafia: gli attentati, gli ufficiali, il presunto accordo con i boss. Ecco cos’è, dall’omicidio Lima a Ciancimino. La mafia avrebbe alzato il tiro contro le istituzioni dopo la sentenza definitiva sul maxiprocesso, lo Stato, per fermare l’ondata di sangue avrebbe intavolato un dialogo segreto con i boss. Le fonti di prova (e i punti deboli) del teorema, scrive Claudio Del Frate il 17 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera".

Personaggi e interpreti. Il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia ha fatto «ballare» politica e giustizia in Italia per una ventina d’anni. L’accusa si è mossa sulla base di un «teorema» in base al quale di fronte all’offensiva di Cosa Nostra che insanguinò l’Italia a partire dagli anni ‘90, lo Stato avrebbe risposto cercando un accordo con i capi della mafia. Sul banco degli imputati davanti alla Corte d’Assise di Palermo si sono trovati rappresentanti delle istituzioni (gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno) , Marcello Dell’Utri e i capimafia Antonio Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. All’inizio delle udienze nel processo erano accusati anche Totò Riina e Bernardo Provenzano, poi deceduti. Stralciata la posizione degli ex ministri Calogero Mannino (nel frattempo assolto) e Nicola Mancino (quest’ultimo accusato solo di falsa testimonianza).

La rottura: l’omicidio Lima. Il fatto da cui sarebbe scaturita la trattativa viene fissato dai pm di Palermo nell’omicidio dell’europarlamentare Dc Salvo Lima (marzo 1992): ritenuto contiguo ai clan, Lima agli occhi dei boss sarebbe stato ucciso in quanto non più in grado di garantire i rapporti tra Cosa Nostra e istituzioni. La frattura avviene in particolare dopo la sentenza definitiva sul maxiprocesso di Palermo. Rotti questi equilibri, la mafia si sarebbe vendicata alzando il tiro contro lo Stato. Tale strategia sarebbe passata attraverso gli omicidi «eccellenti» di Falcone e Borsellino, gli attentati del ‘93 a Milano, Firenze e Roma, tutti attribuiti a Totò Riina e ai suoi complici.

Mannino diede il via alla trattativa? Sempre nel quadro «disegnato» dall’accusa, il primo passo dello Stato verso la mafia viene compiuto da Calogero Mannino: divenuto bersaglio di minacce l’indomani dell’omicidio Lima (gli viene recapitata una corona funebre), l’esponente Dc contatta i vertici dei carabinieri e questi ultimi avrebbero a loro volta avvicinato l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia Vito Ciancimino. Da qui si sarebbe dipanata la trattativa i cui «segnali» sarebbero stati la revoca del carcere duro per oltre 300 condannati per mafia nel ‘93, la cattura di Riina («venduto ai carabinieri» in cambio della latitanza per Provenzano), l’omicidio Borsellino (ucciso perché contrario alla trattativa) e presunti incontri tra capimafia (ad esempio i fratelli Graviano) ed esponenti della politica. E più avanti un abboccamento per far convergere i voti di Cosa Nostra su Forza Italia attraverso Cinà e Dell’Utri.

Il «papello» mai trovato. Cuore della trattativa sarebbe però il cosiddetto «papello»: un documento fatto recapitare da Riina agli esponenti delle istituzioni (attraverso i carabinieri) con una serie di richieste. Tra esse ci sarebbero state l’abolizione del carcere duro per i mafiosi e del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. In cambio di quelle richiesta veniva promessa una «pax» mafiosa e la cessazione degli attentati. Quel pezzo di carta, tuttavia, non è mai stato ritrovato. Anzi: una copia messa a disposizione degli inquirenti da parte di Massimo Ciancimino, figlio di Vito, si è rivelato una «patacca». Costata l’incriminazione allo stesso Ciancimino junior.

Le fonti di prova? I pentiti. Le fonti di prova per questa trama portate dalla procura all’attenzione della Corte sono state essenzialmente le deposizioni dei pentiti. Giovani Brusca in primis, ma anche Salvatore Cancemi, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza. Tutti (ma solo loro) avvalorano il fatto che l’indomani del delitto Lima e degli attentati venne avviato il dialogo tra i carabinieri e i capimafia. Anche alcune sentenze avvalorano l’ipotesi che sia esistito un patteggiamento tra Stato e malavita organizzata ma sempre sulla scorta dei collaboratori di giustizia. Vengono ritenute inoltre rilevanti le intercettazioni in carcere dei colloqui di Totò Riina con un compagno di cella. In particolare una frase («Sono loro che si sono fatti sotto...») che alluderebbe secondo i pm a una volontà dello Stato di avvicinare i capi della mafia per intavolare la trattativa.

I punti deboli dell’accusa. L’impianto dell’accusa, tuttavia, ha subito alcuni colpi che ne hanno messo in dubbio la solidità. Questi colpi sono arrivati in particolare da sentenze «esterne» al processo Stato-mafia ma ad esso connesse. Ad esempio, Calogero Mannino è già stato assolto in primo grado da tutte le accuse: dunque nel suo comportamento non è stato ravvisato alcun «avvicinamento» con le cosche. Anche il generale dei carabinieri Mario Mori è stato assolto dall’accusa di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano: questa avrebbe dovuto essere una delle «monete di scambio» tra la mafia e le istituzioni. E infine era già crollata la credibilità di Massimo Ciancimino, le cui presunte rivelazioni (ad esempio sulla partecipazione di un fantomatico «signor Franco» dei servizi segreti alla partecipazione delle stragi mafiose) sono rumorosamente crollate a dispetto della loro eco mediatica.

Trattativa Stato-mafia, condannati Mori, De Donno, Dell'Utri e Bagarella. Assolto Mancino. La sentenza della corte d’assise di Palermo dopo 5 anni di processo. I giudici accolgono la ricostruzione della procura sulla stagione del 1992-1993. Mancino: "Ho avuto sempre fiducia che a Palermo ci fosse un giudice". Di Matteo: "Sentenza storica". Maxi risarcimento per la presidenza del consiglio: dieci milioni di euro, scrive Salvo Palazzolo il 20 aprile 2018 su "La Repubblica". Condannati gli uomini delle istituzioni e i mafiosi per la trattativa Stato-mafia. Dodici anni per gli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni, dodici anni per l'ex senatore Marcello Dell'Utri, 8 anni per l'ex colonnello Giuseppe De Donno. Ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella. Assolto l'ex ministro Nicola Mancino, perché il fatto non sussiste. Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, è stato condannato a 8 anni per calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, è stato invece assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E' scattata la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca. Dopo 5 anni e 6 mesi di processo, 5 giorni di camera di consiglio, ecco il verdetto della Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto (giudice a latere Stefania Brambille) nel processo chiamato a indagare sulla terribile stagione del 1992-1993, insanguinata dalle stragi Falcone e Borsellino e poi dagli attentati di Roma, Milano e Firenze. All’ex ministro Mancino era stata contestata la falsa testimonianza; agli altri uomini delle istituzioni, il reato di concorso in minaccia a un corpo politico dello Stato, minaccia lanciata dai mafiosi con le bombe. La condanna attribuisce la responsabilità agli ufficiali del Ros per il periodo 1992-1993; a Dell'Utri, per il "periodo del governo Berlusconi". Ovvero, il 1994. I giudici hanno anche stabilito un maxi risarcimento dei danni nei confronti della presidenza del consiglio dei ministri: 10 milioni di euro. Secondo i pubblici ministeri Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, in quei mesi uomini dello Stato avrebbero trattato con i vertici di Cosa nostra: la finalità dichiarata era quella di bloccare il ricatto delle bombe, ma per l’accusa gli ufficiali dei carabinieri avrebbero finito per veicolare il ricatto lanciato dai mafiosi, trasformandosi in ambasciatori dei boss. Era questo il cuore dell’atto d’accusa dei magistrati, che nella requisitoria avevano chiesto pesanti condanne. Le motivazioni della sentenza arriveranno fra novanta giorni.

Esulta Mancino, che aveva scelto di aspettare a casa la lettura della sentenza: "Ho sempre avuto fiducia che a Palermo ci fosse un giudice. Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo, che tale è stato ed è tuttora. Sono stato volutamente additato ad emblema di una trattativa, benchè il mio capo di imputazione, che oggi è caduto, fosse di falsa testimonianza". In aula, il pm Nino Di Matteo parla invece di una "sentenza storica". Dice: "Ora abbiamo la certezza che la trattativa ci fu. La corte ha avuto la certezza e la consapevolezza che mentre in Italia esplodevano le bombe nel '92 e nel '93 qualche esponente dello Stato trattava con Cosa nostra e trasmetteva la minaccia di Cosa nostra ai governi in carica. E questo è un accertamento importantissimo, che credo renda un grosso contributo di chiarezza del contesto in cui sono avvenute le stragi. Contesto criminale e purtroppo istituzionale e politico. Ci sono spunti per proseguire le indagini su quella stagione". "Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico - dice ancora Di Matteo - le minacce subite attraverso dell'Utri non risulta che il governo Berlusconi le abbia mai denunciate e Dell'Utri ha veicolato tutto. I rapporti di Cosa nostra con Berlusconi vanno dunque oltre il '92".

LA PRIMA TRATTATIVA. Secondo l'accusa, nel 1992, "i carabinieri del Ros avevano avviato una prima trattativa con l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi". Circostanza negata dai carabinieri imputati. Mori ha negato anche di avere incontrato l'ex sindaco mafioso prima della strage Borsellino, i primi contatti sarebbero stati tenuti da De Donno. La procura riteneva diversamente. E la corte ha accolto la ricostruzione della procura. Durante l'inchiesta "Trattativa" è emerso che un mese dopo la morte di Falcone, l'allora capitano De Donno chiese una "copertura politica" per l'operazione Ciancimino (il dialogo segreto con l'ex sindaco) al direttore degli Affari penali del ministro della Giustizia Liliana Ferraro, che però rimandò l'ufficiale ai magistrati di Palermo. Il 28 giugno, la Ferraro parlò del Ros e di Ciancimino a Borsellino, che le disse: "Ci penso io". E da quel momento, il mistero è fitto. Cosa sapeva per davvero Borsellino? A due colleghi disse in lacrime (un'altra circostanza emersa nell'inchiesta di Palermo): "Un amico mi ha tradito". Chi è "l'amico" che tradì? Resta il giallo.

L'ACCUSA A MANCINO. Sono state le parole dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli ad aver messo nei guai l'ex ministro dell'Interno Mancino. "Mi lamentai con lui del comportamento del Ros", ha messo a verbale l'ex ministro della Giustizia davanti ai giudici di Palermo. "Mi sembrava singolare che i carabinieri volessero fare affidamento su Vito Ciancimino". Martelli ha affermato senza mezzi termini di aver chiesto conto e ragione a Mancino dei colloqui riservati fra gli ufficiali del Ros e l'ex sindaco mafioso di Palermo. Mancino ha sempre negato: ha detto di non avere mai parlato del Ros e di Ciancimino con Claudio Martelli. Lo ha ribadito poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio. E la Corte ha creduto alla sua versione.

LA SECONDA TRATTATIVA. Secondo l’accusa, dopo l'arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, i boss avrebbero avviato una seconda Trattativa, con altri referenti, Bernardo Provenzano e Marcello Dell'Utri. Mentre le bombe mafiose esplodevano fra Roma, Milano e Firenze, un altro ricatto di Cosa nostra per provare a ottenere benefici. "Dell'Utri ha fatto da motore, da cinghia di trasmissione del messaggio mafioso", hanno accusato i pubblici ministeri. "Il messaggio intimidatorio fu trasmesso da Dell'Utri e recapitato a Berlusconi". E ancora:

"Nel 1994, Dell'Utri riuscì poi a convincere Berlusconi ad assumere iniziative legislative che se approvate avrebbero potuto favorire l'organizzazione". All’esito di questa seconda trattativa, sosteneva l’accusa, sarebbe stato attenuato il regime del carcere duro.

Trattativa Stato-Mafia: tutti condannati tranne Nicola Mancino. Lo scambio di favori ci fu. Così la corte d'assise palermitana ha espresso condanne da 12 a 28 anni di reclusione per Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Marcello Dell'Utri, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino, scrive Maurizio Tortorella il 20 aprile 2018 su "Panorama". Ci fu veramente la “Trattativa” tra Stato e Cosa nostra? Dopo cinque anni di processo, arriva una risposta, per quanto provvisoria. E la risposta è sì, almeno secondo i giudici della seconda sezione della Corte d’assise di Palermo. Quei giudici, riuniti in camera di consiglio da lunedì 16 aprile, hanno pronunciato il verdetto di primo grado nell’aula-bunker del carcere Pagliarelli, nella periferia a sud-ovest della città: la stessa aula sorda e beige dove per oltre cinque anni, inanellando 212 udienze e intrecciando migliaia di ore nell’ascolto di oltre 200 testimoni (tra i quali, nell’ottobre 2014, l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), si è celebrato uno dei procedimenti penali più difficili, complicati e controversi nella storia d’Italia. Sempre per la prima volta nella storia, del resto, con l’inchiesta sulla “Trattativa Stato-mafia” la Procura di Palermo ha messo insieme sul banco degli imputati capi mafiosi, alti ufficiali delle forze dell’ordine e uomini delle istituzioni. Attraverso di loro, la Procura ha voluto a tutti i costi processare il “patto illecito” che sarebbe stato ordito nel 1992-93 da pezzi delle istituzioni con i vertici di Cosa nostra, uniti in un inconfessabile scambio: l’organizzazione criminale avrebbe dovuto interrompere la stagione delle stragi (Capaci, Palermo, Firenze, Milano…) in cambio di un allentamento del regime carcerario duro riservato ai boss mafiosi. La Corte d’assise palermitana, presieduta da Alfredo Montalto, ha deciso oggi che quell’accusa avesse un fondamento e per questo ha condannato sette imputati su otto. L’unico assolto è l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che era stato accusato di falsa testimonianza. Per il reato di minaccia e violenza a un corpo politico dello Stato, invece, la Corte ha inflitto 28 anni di reclusione al boss Leoluca Bagarella; 12 anni ad Antonino Cinà, il medico del boss Totò Riina; 12 anni all'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri (già in carcere perché condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Sono dure anche le condanne inflitte all’ex capo del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri Antonio Subranni (12 anni), al suo vice del tempo Mario Mori (12 anni) e all’allora capitano Giuseppe De Donno (otto anni). Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, è stato condannato infine a otto anni di reclusione per calunnia. 

Gli inizi. Tutto era cominciato nel 2008-2009. L’inchiesta sulla “Trattativa” era nata allora, con il diverso nome in codice “Sistemi criminali”, per iniziativa del pubblico ministero palermitano Antonio Ingroia (poi dedicatosi alla politica con fortuna inversamente proporzionale all’intensità degli ideali). A dare il via all’inchiesta di Ingroia era stato proprio uno degli imputati del processo sulla “Trattativa”: Massimo Ciancimino, sedicente depositario delle “verità” che negli ultimi 30 anni si sarebbero accumulate nei rapporti tra mafia, politica e servizi segreti. Ciancimino jr aveva rivelato anche l’esistenza di un documento scritto, il cosiddetto “papello” vergato da suo padre, contenente i termini dell’accordo. Di quel documento, contestato dai periti delle difese, non è però mai stata fornita una versione originale ma soltanto fotocopie. Teste controverso e più volte screditato, Massimo Ciancimino è poi paradossalmente entrato nel processo sulla “Trattativa” cui lui stesso ha contribuito perché accusato di avere calunniato l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Per lo stesso reato di calunnia, peraltro, Ciancimino è già stato condannato (in primo grado) per ben tre volte a Palermo, Bologna e Caltanissetta. E attualmente è in carcere perché condannato per concorso in associazione mafiosa, per riciclaggio di denaro e per detenzione d’esplosivo. Contro le tesi di Ingroia e dei suoi successori, per tutti questi anni gli avvocati degli imputati e i critici dell’inchiesta sulla “Trattativa” hanno sempre sottolineato il carattere ideologico-politico dell’inchiesta, e criticato l’inconsistenza e l’inverosimiglianza delle accuse. Alcuni grandi giuristi e tecnici del diritto penale, come Giovanni Fiandaca, ne hanno addirittura contestato le stesse fondamenta giuridiche, sostenendo che la politica aveva e ha il pieno diritto costituzionale d’intervenire in ogni materia, anche per cercare di fermare le stragi di mafia.

Le richieste. Lo scorso 26 gennaio i quattro pubblici ministeri Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia avevano concluso le loro requisitorie presentando alla Corte queste richieste di pena per gli otto imputati: 12 anni per i mafiosi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, e altrettanti per Marcello Dell’Utri (già in carcere perché condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa). I pm avevano chiesto sei anni per l’ex ministro Nicola Mancino e avevano stabilito invece il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato” nei confronti del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, e la Corte d’assise ne ha convenuto. Per Antonio Subranni e per l’allora capitano Giuseppe De Donno la Procura aveva chiesto 12 anni, mentre ne aveva domandati 15 per Mario Mori. Per la calunnia attribuita a Massimo Ciancimino, infine, la Procura aveva chiesto 5 anni. Il procuratore aggiunto Teresi aveva concluso così la requisitoria: “Noi siamo convinti che tutte le tessere che abbiamo ricostruito e abbiamo offerto, dagli anni Settanta fino alla metà degli anni Novanta, si incastrino in un quadro d’insieme che ha a che fare con i reati contestati. Un quadro nel quale qualche tessera è sporca del sangue delle vittime di quelle stragi. Possiamo dire che la strage di Capaci è una strage consumata per vendetta e per fermare quella grande evoluzione normativa che Giovanni Falcone aveva impresso dal ministero della Giustizia...”. Nel processo, il cui svolgimento in aula era cominciato il 7 marzo 2013, gli imputati inizialmente erano 11. In questi ultimi cinque anni, però, i due boss Totò Riina e Bernardo Provenzano sono morti in carcere, da ergastolani. L’undicesimo imputato, l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, l’unico ad avere scelto il rito abbreviato, è invece stato assolto il 4 novembre 2015 dall'accusa di violenza e minaccia a corpo politico dello Stato "per non aver commesso il fatto": per lui, all’epoca, la Procura di Palermo aveva chiesto nove anni di reclusione. Nel suo caso, inutilmente. E anche questa incongruenza, probabilmente, peserà sull’inevitabile giudizio d’appello.

Trattativa Stato-mafia, cold case all'italiana. Criticato anche da molti magistrati, il processo è rimasto digiuno di prove. Ormai è solo materiale per film e serie tv (Sabina Guzzanti docet), scrive Claudio Martelli il 9 agosto 2017 su "Panorama". Si chiamano cold case, casi - o delitti - raffreddati, cioè remoti, irrisolti e archiviati. Ogni tanto qualcuno di questi casi che, dopo molto scalpore, lasciò più domande che risposte, riemerge. A risollevarli sono talvolta i parenti delle vittime, più spesso un giornalista o uno sceneggiatore televisivo che, spulciando, trova spunto in qualche vecchio caso. In America ai cold case alcuni distretti di polizia riservano un ufficio: didattica per le teste calde o passatempo sull'orlo della pensione. Invece la tv ne ha fatto una specializzazione, una branca delle serie Crime. Anche in Italia l'archeologia giudiziaria è un'attività fiorente e ha fatto la fortuna di produttori, registi e attori. Di diverso c'è che da noi alcuni magistrati hanno costruito le loro carriere e conquistato la fama dedicando centinaia di indagini e decine di anni di processi sempre agli stessi, pochi, fatti e alle stesse, moltissime, dicerie e supposizioni mai provate. A questo genere appartiene certamente il processo alla cosiddetta trattativa tra Stato e mafia. Criticato anche da molti magistrati, il processo spettacolare negli annunci è rimasto digiuno di prove e riscontri. Come stupirsi? Alla vigilia del rinvio a giudizio, il pm Antonio Ingroia, che l'aveva imbastito, pensò bene di trasferirsi in Nicaragua per conto dell'Onu. Non prima di aver dato alle stampe un suo libricino intitolato Io so. Chissà l'umore dei colleghi che ereditarono l'indagine nel leggere il seguito di Io so. Testualmente: "Io so ma non lo posso dimostrare". Così è toccato a Nino Di Matteo osare quel che Ingroia aveva fallito. Intanto, in altri processi paralleli, le corti mandavano assolti gli ufficiali del Ros che la Procura di Palermo aveva posto al centro della trattativa, colpevoli di non aver perquisito il covo di Riina e di non aver arrestato Provenzano. Analoga assoluzione ha ottenuto l'ex ministro Calogero Mannino, accusato di essere stato la mente della trattativa. Viceversa è stato sbugiardato e arrestato quel Massimo Ciancimino che la Procura aveva elevato a eroe dell'antimafia. Così, orfano, il processo alla trattativa è diventato materiale per film e serie tv. Sabina Guzzanti ne ha fatto un docufilm e l'ha presentato alla mostra di Venezia. La trama ha lo stesso assunto dell'inchiesta di Palermo e anche la stessa efficacia probatoria. In breve: tra il '92 e il '94 la mafia siciliana delusa dai vecchi partiti che si erano messi a contrastarla cerca nuovi referenti politici e prima ancora che fosse nata e che vincesse le elezioni si affida a Forza Italia tramite Marcello Dell'Utri il quale giace sì in carcere, ma che da questa accusa è stato assolto dalla Cassazione. A febbraio Sabina presenta il suo film a Catanzaro in una serata tutta 5 Stelle. A luglio la Procura replica il copione: stessi pentiti, stesse accuse, stessa trama. Al patto tra Stato e mafia avrebbe aderito anche la 'ndrangheta calabrese "con l'avallo di massoneria e servizi segreti deviati". Il canovaccio originale che "i pm calabresi hanno acquisito e aggiornato" è sempre quello: l'inchiesta sui cosiddetti "Sistemi criminali" di Roberto Scarpinato. L'inchiesta fu archiviata ma i diritti d'autore, non c'è dubbio, sono suoi.

Stato-Mafia, così la sentenza Mannino seppellisce il teorema della trattativa. Il legale di Mori: "Ora serve un'indagine sugli enormi costi giudiziari a carico della collettività", scrive Anna Germoni il 7 novembre 2016 su "Panorama". "Questa sentenza è una ulteriore pietra tombale sul teorema della trattativa. Già nel 2013 i giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo, che assolsero il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, demolirono tali fantasie (quelle della trattativa Stato-mafia, ndr) scrivendo 1.322 pagine. Ora ne arrivano altre 500, con l'assoluzione di Calogero Mannino, che mi sembrano anche un atto d'accusa contro alcuni metodi d'indagine in uso a Palermo”. Con queste parole molto dure nei confronti dei magistrati titolari dell'inchiesta Stato-mafia, l'avvocato Basilio Milio, legale dei prefetto Mario Mori, commenta le motivazioni del gup, Marzia Petruzzella, che il 3 novembre del 2015 aveva assolto l'ex ministro Dc, per “non aver commesso il fatto”. Milio aggiunge, “sarebbe ora che ci si interrogasse sulle vere ragioni di tali processi e si avviasse un'indagine sugli enormi costi giudiziari a carico della collettività”. Una stoccata al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, al Csm e al sindacato dei magistrati, l'Anm. Calogero Mannino era accusato di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato ma aveva scelto il rito abbreviato, mentre il processo principale è in corso a Palermo, con imputati, tra gli altri, Riina, Bagarella, Mori, De Donno e Mancino. Secondo l'accusa, il politico aveva cercato di aprire un canale con i boss temendo per la propria incolumità. Subito dopo il verdetto i pm dichiararono di ricorrere in appello, mentre il procuratore capo Lo Voi, più cauto commentò di voler “valutare dopo le motivazioni”. Ebbene le motivazioni sono arrivate, dopo un anno dalla sentenza di assoluzione. Il giudice per le udienze preliminari, scusandosi per il ritardo del deposito, ha scritto oltre 500 pagine di motivazioni della sentenza, sviscerando e analizzando una mole di faldoni impressionanti, considerando che nel processo in corso sono stati depositati oltre un milione di pagine. La giudice Petruzzella, nelle motivazioni più volte ammonisce i magistrati dell'inchiesta Stato-mafia, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Antonino Di Matteo per l'impianto accusatorio, anzi sarebbe meglio scrivere per l'assenza di impianto accusatorio. E la Petruzzella non va tenera.

Gup contro Pm. La gup scrive: “il procedimento “trattativa” si inserisce nell’alveo di un’altra nutrita serie di indagini (i cui atti sono in parte pure compresi nel fascicolo del Pm), svolte nell’ultimo trentennio soprattutto dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, ché, parallelamente alla celebrazione dei processi contro mandanti ed esecutori materiali, via via individuati, hanno sondato se dietro la strategia stragista di quegli anni si annidasse una regia politica occulta. Vi rientrano: l’indagine contro Berlusconi e Dell’Utri, dalla Procura di Caltanissetta, archiviata nel 2002, e quella della stessa Procura, cosiddetta "mandanti occulti bis", archiviata nel 2003, l’indagine della Procura di Palermo denominata “sistemi criminali”, archiviata nel 2001, oltre la già più volte richiamata primigenia indagine “trattativa” della Procura di Palermo iscritta nel 2000 (…) la Procura di Palermo nel 2008 ha continuato invece a privilegiare l’ipotesi della trattativa stato-mafia, secondo l’originaria formulazione (del papello ricattatorio di Riina con la partecipazione alla trattativa di Vito Ciancimino), considerando Massimo Ciancimino una fonte di una qualche “criticità” ma tuttavia suscettibile di sviluppi validi a chiudere il quadro degli interrogativi, che erano rimasti aperti al momento della archiviazione del 2004, soprattutto sull’ipotesi che l’invio della lista di richieste di Riina fosse stata sollecitata da Mori, quale intermediario per conto di una parte istituzionale". Analizzando gli elementi probatori la gup sottolinea la linea “unidirezionale prescelta dal Pm nella lettura della serie di dati di fatto messi in rilievo e posti a sostegno del suo impianto” e che “molti degli elementi indicati dall’organo dell’accusa afferiscono a situazioni in realtà notorie o pacifiche, che quindi non avrebbero bisogno di essere provate, o persino irrilevanti (quando suscettibili di plausibili letture alternative). E ancora, “la consequenzialità logica di questa analisi del Pm appare molto fragile ed affetta da un evidente vizio di circolarità” (…) “i Pm si sono soffermati ad illustrare il compendio probatorio posto a sostegno della loro complessa rappresentazione accusatoria (..) ma in un’ottica più ampia di quella adottata qui dal Pm (tutti tratti dagli oltre cento faldoni, che compendiano la documentazione dell’indagine e quella affluita nel corso dell’udienza preliminare) il giudice deve restituire a questo processo “la necessaria dialettica, rimasta inevitabilmente frustata dalle caratteristiche del rito abbreviato, unite alla straordinarie dimensioni della documentazione prodotta dalla pubblica accusa, ed acuita, appunto, dalla lettura unidirezionale dei fatti adottata dal Pm”. Il giudice infine nelle ultime pagine delle motivazioni della sentenza assolutoria nei confronti dell'ex ministro Dc, ammonisce i magistrati: “gli indizi devono essere, infatti, prima vagliati singolarmente, per accertarne il valore probante individuale in base al grado di inferenza dovuto alla loro gravità e precisione, per poi essere esaminati unitariamente per porne in luce i collegamenti e la confluenza in un medesimo, univoco e pregnante contesto dimostrativo. Ogni "episodio" va dapprima considerato di per sé come oggetto di prova autonomo onde poter poi ricostruire organicamente il tessuto della "storia" racchiusa nell'imputazione”.

Il "papello" di Massimo Ciancimino. Sul papello ci eravamo già soffermati, anticipando nel 2013 le dichiarazioni della giudice Petruzzelli, non per vaticinio ma per aver analizzato gli atti processuali. Il gup scrive che “l'analisi integrale delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ne ha rivelato l'assenza di coerenza e ha reso palese la strumentalità del comportamento processuale, la gravità degli artifici adoperati per rendere credibili le sue sensazionali rivelazioni e giustificare le sue molteplici contraddizioni e per tenere sulla corda i pubblici ministeri col postergare la promessa di consegnar loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l'attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo, stuzzicati con altrettanta astuzia". "In particolare - prosegue il gup - sul finire del 2008 il Ciancimino creava abilmente nei pm, che lo interrogavano sulla trattativa tra il padre e i due carabinieri del Ros, l'aspettativa del papello, che forniva solo in fotocopia sul finire del 2009, dopo averli riempiti di documenti del padre, selezionati a suo scelta e consegnati nei tempi da lui decisi, e di informazioni modulate a seconda delle evoluzioni del suo racconto e delle contraddizioni in cui andava incespicando. Non può mancarsi di notare ancora una volta: che l'autore del papello consegnato dal Ciancimino in copia ai Pm non è stato identificato". Il gup elenca tutti i punti oscuri della collaborazione di Ciancimino che, con le sue rivelazioni, ha dato vita a un'indagine già archiviata in passato: come le dichiarazioni sul misterioso signor Franco, 007 che, da dietro le quinte, avrebbe mosso i fili della trattativa. "Non ha fornito alcun dato autentico e utile ad identificarlo", scrive il gup che definisce "defatiganti, dispendiose e del tutto inutili" le ricerche investigative per identificare l'agente dei Servizi. Il giudice ricorda anche il documento falso predisposto da Ciancimino "ai danni di Gianni De Gennaro, all'epoca capo della polizia, e la vicenda dei candelotti di dinamite, fatti rinvenire ai Pm nel giardino della sua abitazione a Palermo, nell'aprile del 2011, per la cui detenzione ha già ricevuto una condanna". Ciancimino "lo ha fornito solo in fotocopia senza dare di ciò alcuna motivazione plausibile, posto che la circostanza che si trovasse in cassaforte all'estero non avrebbe impedito la consegna dell'originale; - scrive il gup - ed è evidente che le fotocopie, con l'uso di carte e inchiostri datati, impediscano l'accertamento delle epoche degli originali, oggetto della copiatura; non ha voluto rivelare chi gli avesse spedito il papello dall'estero, come da lui sostenuto, né perché non potesse dirlo ai pm e ha detto di non conoscerne l'autore". "E naturalmente - stigmatizza il giudice - non si può non sottolineare come il castello accusatorio si sia fondato su documenti prodotti da Massimo Ciancimino in semplice fotocopia e non in originale".

La scarsa attendibilità di Giovanni Brusca. Il gup ha anche parole pesanti nei confronti del collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca. Così scrive: “le sue dichiarazioni a causa della loro farraginosità e delle modalità del loro progredire si rivelano di scarsa attendibilità. È soprattutto l’insieme delle caratteristiche e dei contesti in cui dette dichiarazioni del collaboratore si sviluppano, che impedisce di dar loro peso processuale” soprattutto “quello della retrodatazione dell’invio del papello o il ripensamento su altri aspetti relativi alla cronologia degli eventi, connessi all’avvio e ai fatti seguiti alla medesima trattativa, che in astratto potrebbero considerarsi dovuti a naturali difetti della memoria e di poco conto ai fini della valutazione dalla credibilità del dichiarante, invero nel contesto in cui sono avvenute si rivelano frutto di suggestioni o di scelte personali di Brusca, indotte anche dal ruolo d’eccezione di cui si è sentito investito nei processi”. E ancora la Petruzzelli aggiunge che “da quanto illustrato emerge che l’eccesso di interrogatori in Brusca determinò ad un certo punto un inevitabile condizionamento mentale, accentuando la sua tendenda a reputarsi depositario di molte verità non rivelate e a non distinguere più le opinioni dai fatti da lui conosciuti” e che dai pm “sono state attribuite a Brusca cognizioni di fatti, facoltà interpretative e ricostruttive che all’atto pratico il collaboratore ha mostrato di non possedere. L’esame degli interrogatori passati in rassegna evidenzia le evoluzioni dichiarative di Brusca, la confusione dei suoi ricordi, soprattutto con riferimento ai tempi degli episodi chiave, e l’innegabile e ingiustificata progressione delle sue accuse, dimostrando “invero di avere sulle situazioni di cui riferisce, su tali temi, delle conoscenze frammentarie e limitate”.

L'opinione su Ciancimino. Giudizio pesante del gup, non solo nei confronti del teste su cui ruota tutto l'impianto accusatorio della “Trattativa”, ma anche nei confronti dei magistrati titolari del processo, “i Pm tra i cento interrogatori documentati di Massimo Ciancimino, hanno indicato come maggiormente organici e significativi (ai quali pertanto il giudice nella sua attività decisoria avrebbe dovuto fare speciale riferimento), solo quattro di essi, espletati tra febbraio e marzo del 2010” e “un’autentica valutazione dell’attendibilità del Ciancimino non potrebbe certo fondarsi sull’esame di quattro dei cento interrogatori cui il medesimo è stato sottoposto nel tempo” ma “al contrario, esaminare il complesso degli interrogatori di Massimo Ciancimino è indispensabile innanzitutto per comprendere cosa abbia determinato la necessità del loro protrarsi per una così lunga durata, considerato che fin dall’inizio il campo dei temi di interesse degli inquirenti era ben delineato (l’esistenza di referenti politici dietro i Ros, quando andarono a trattare con Vito Ciancimino, le date dei loro colloqui, i contatti di Vito Ciancimino con altri, e soprattutto il papello e le circostanze che avrebbero portato alla sua spedizione) e le risposte al riguardo di Massimo Ciancimino rivelavano quali effettive informazioni sarebbe stato possibile trarne, oltre che la sua non linearità”. Il gup spiega che “dalla lettura delle registrazioni integrali degli interrogatori di Massimo Ciancimino, salta agli occhi una sua forte suggestionabilità, con la tendenza ad assecondare la direzione data all’esame dai Pm” con “una propensione alla rappresentazione fantasiosa e spettacolare, e al contempo manipolatoria”.

Nessun ricatto allo Stato. “Gli eventi stragisti del ‘93- così scrive la Petruzzella - possono avere spiegazioni diverse e maggiormente plausibili di quelle sposate dai Pm e non essere stati necessariamente determinati dai contatti che i Carabinieri nel ’92 ebbero con Vito Ciancimino. Le informazioni che ci sono giunte attraverso i mafiosi che sono diventati poi collaboratori di giustizia e la somma dei risultati delle lunghe inchieste sui mandanti occulti delle stragi e sui portatori di “interessi convergenti”, ci rivelano che sullo sfondo di quella azioni ci furono scenari molto più fluidi e dinamiche molto più irrazionali e imprevedibili di quelle della trattativa e del subentrare di Provenzano al posto di Riina, ritenuta dal Pm” e che l'idea di colpire i monumenti “era già dal ’92 presente nelle menti dei Brusca, Bagarella, Messina Denaro e Graviano”. Dunque gli attentati stragisti si conclusero con “con l’attentato a Totuccio Contorno in Toscana, preceduti dalla preparazione del più enigmatico attentato all’Olimpico di Roma. Dopo di che il gruppo si sfaldò, per dissapori tra i suoi membri, dovuti a ragioni di interesse economico e allo scoraggiamento generale, dovuto al fallimento della strategia, dal momento che lo Stato non si era piegato al loro ricatto, i collaboratori di giustizia aumentavano, il maxiprocesso non fu rivisto, la repressione di polizia non cessò, l’indignazione dell’opinione pubblica si acuì”.

Le reazioni. Nicoletta Piergentili Piromallo, difensore di Nicola Mancino, unitamente al legale Massimo Krogh, dopo aver letto le motivazioni della sentenza di assoluzione dell'ex ministro Calogero Mannino, a Panorama.it dichiara che “ tale sentenza esamina i temi processuali evidenziando incertezze e approssimazioni (dell'impianto accusatorio ndr) e che “vengono valutate analiticamente anche le testimonianze dall'accusa nei confronti del ministro Mancino, per ricavarne incongruenze e contraddizioni, viceversa nessuna critica viene espressa all'operato del ministro degli Interni ( di quel periodo ndr). Per questo esprimiamo la nostra piena fiducia nei giudici (della corte d'Assise di Palermo dove il processo è ancora in corso ndr) auspicando una decisione breve”. Francesco Antonio Romito, difensore dell'ex ufficiale dell'Arma Giuseppe De Donno, dichiara: “Nel rispetto della Corte che deve giudicare i coimputati di Mannino mi riduco a poche osservazioni: è davvero onorevole il fatto che giudice si scusi per il ritardo nel deposito delle motivazioni, ma tale lungo tempo è la garanzia di un miglior esame degli atti processuali. Con riserva di approfondire meglio, mi pare di leggere che sotto il profilo del dolo non ci sono neanche quei tanto pallidi quanto ambigui elementi indiziari presenti nella condotta del coimputato Mannino, che, penso, per questo, avrebbe   meritato un'assoluzione con formula più favorevole; se sotto il profilo del dolo non esistono neanche pallidi indizi, l'eventuale appello della Procura ancora più difficilmente potrà sortire un ribaltamento della assoluzione. E ciò conforta ancor più la professione di innocenza dei pubblici ufficiali coimputati nostri assistiti”.

Mancino: «Io distrutto per un teorema. Grazie ai giudici». Parla l’ex ministro dell’Interno assolto al processo per la trattativa Stato-mafia, scrive Fiorenza Sarzanini il 20 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera". «Si può uccidere con le bombe, ma anche con le parole e loro me l’hanno ammazzato. Se non ci fossimo stati io, mia figlia e i nipotini non so che cosa sarebbe successo». Si commuove Gianna Mancino ripercorrendo questi cinque anni di processo contro suo marito Nicola, l’ex ministro dell’Interno accusato di aver mentito. Ma poi non riesce a contenere la gioia per l’assoluzione e gli passa il telefono.

Presidente Mancino si aspettava questa sentenza?

«Non poteva andare diversamente perché io ho sempre servito lo Stato e ho sempre combattuto in ogni modo la criminalità organizzata esponendomi in prima persona».

Lei è stato assolto ma gli stessi giudici hanno ritenuto che trattativa c’è stata visto che hanno emesso dure condanne nei confronti di chi l’avrebbe condotta.

«Potranno pure averla fatta ma io non ne ho mai saputo nulla. E sono contento perché finalmente questa verità viene riconosciuta dai giudici».

L’ex ministro Claudio Martelli ha raccontato di essersi lamentato con lei, all’epoca al Viminale, proprio perché i carabinieri del Ros erano andati a parlare con Vito Ciancimino. Lei lo ha negato ed è scattata l’accusa di falsa testimonianza.

«La prima volta in cui Martelli ha parlato di questa circostanza ha detto “propendo per Mancino”, solo in seguito è stato più netto, ma dopo aver parlato anche del mio predecessore Vincenzo Scotti. Adesso lo posso ripetere confortato dal giudizio della Corte d’Assise: non ho mai parlato del Ros con Martelli».

Finora non le avevano creduto.

«Ho presentato numerosi esposti nella precedente gestione della procura, ma evidentemente il procuratore di Palermo ha fatto il sordo».

Si riferisce all’ex capo dell’ufficio Francesco Messineo?

«È tutto documentato. E invece loro dicevano che mi ribellavo senza fondamento».

Sta dicendo che c’è stato un accanimento personale?

«Sicuramente c’era malanimo nei miei confronti. Hanno detto che io non avevo coraggio. Io ho sempre stimato Scotti e non dico che non fosse un duro, ma io certamente non mi sono mai piegato a nessuno. E mi sono difeso in ogni modo possibile perché avevo il dovere di farlo anche rispetto alle mie origini umili e ai sacrifici fatti dalla mia famiglia».

Con chi ce l’ha?

«Io sono stato mandato a giudizio su richiesta dei pm. Durante le indagini ci sono stati molti momenti delicati e complicati. Filtravano notizie sul fatto che sarei stato il prossimo indagato. Per me è stato un tormento, anche per il ruolo che ricoprivo».

Era vicepresidente del Csm. Non crede sarebbe stato giusto dimettersi?

«Sarebbe stata una resa e invece, come si vede adesso, avevo ragione. Ma questo ha avuto comunque gravi conseguenze su di me che volevo difendere a tutti i costi lo Stato di diritto anche in questo modo. Sapevo che era un teorema e non potevo cedere. Mi hanno distrutto e ora risorgo. Per questo adesso ringrazio i giudici».

Sua moglie ha raccontato che per questa vicenda lei non ha più chiamato il capo dello Stato Giorgio Napolitano.

«Lo avevo contattato quando lui era al Quirinale e io al Csm per gli auguri di Natale e poi dopo il discorso del 31 dicembre attraverso la batteria del Viminale. Uscirono le notizie che esistevano le intercettazioni e io mi sono vergognato. Non ho più chiamato».

È stato quello il momento più difficile?

«È stato tutto molto complicato. Ho sempre vissuto con la paura che qualcuno pensasse che avevo fatto qualcosa di male. E invece io non ho mai fatto niente che non fosse al servizio dello Stato».

Il pm Di Matteo: «Messi in evidenza rapporti mafia-Berlusconi politico». Il magistrato e la trattativa tra Stato e Cosa nostra: «Dell’Utri cinghia di trasmissione», scrive Giovanni Bianconi il 20 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera". «Finora avevamo una sentenza che metteva in correlazione Cosa nostra con Berlusconi imprenditore, ora ne abbiamo un’altra che per la prima volta la mette in correlazione con il Berlusconi politico». Nino Di Matteo, divenuto il pm simbolo dell’inchiesta e del processo sulla trattativa Stato-mafia, ora in servizio alla procura nazionale antimafia, commenta a caldo il verdetto della corte d’assise.

Da che cosa deriva questa sua analisi?

«La sentenza dice che Marcello Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi, che si era da poco insediato. Non risulta che il governo Berlusconi abbia mai denunciato le minacce subite attraverso Dell’Utri. I rapporti di Cosa nostra con Berlusconi vanno dunque oltre il 1992».

Al di là di quella singola posizione, qual è il significato di questa sentenza?

«Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza, lo aveva già stabilito la corte d’assise di Firenze sostenendo che aveva rafforzato Riina nell’idea che la strategia delle bombe fosse pagante. Ciò che emerge oggi è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste mafiose mentre saltavano in aria giudici e cittadini comuni. Abbiamo dimostrato che qualcuno nello Stato aiutò Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica».

Lo dice perché per voi, più volte e da più parti finiti sotto accusa per come avete istruito il processo, si tratta di una rivincita?

«Per noi non è importante avere il consenso, ma che i cittadini sappiano che abbiamo fatto solo il nostro dovere, considerando tutti uguali davanti alla legge. Il lavoro dei magistrati può essere criticato, anche in maniera aspra e perfino cattiva, ma noi siamo stati accusati di perseguire finalità politiche ed eversive, e di fronte a questo nessuno ci ha difeso. Oggi la corte d’assise ha detto che non era così».

Questo verdetto è uno spunto per continuare le indagini ancora aperte sulle stragi di mafia?

«Io credo e spero che oltre ai fatti reati già accertati, le inchieste aperte a Caltanissetta, Firenze e alla Procura nazionale antimafia vadano avanti per stabilire se oltre a quelle dei macellai di Cosa nostra sono configurabili altre responsabilità, ad altri livelli».

Quindi il vostro lavoro non è finito?

«No».

"Sentenza storica dedicata a Borsellino, vittima della trattativa Stato-mafia". Parla l'ex Procuratore Nazionale antimafia Franco Roberti, scrive Maria Antonietta Calabrò il 20 aprile 2018 su "Huffingtonpost.it".  È contento della sentenza di Palermo, Franco Roberti, ex Procuratore Nazionale antimafia che ha seguito passo passo le indagini della Procura di Palermo sulla trattativa Stato-Mafia, nell'arco di questi anni, essendo stato nominato dal CSM il 25 luglio 2013, fino al suo pensionamento avvenuto lo scorso 16 novembre 2017.

"Sono lieto che sia stato riconosciuta dalla Corte di assise palermitana la fondatezza dell'impianto accusatorio. La sentenza mi conforta. Laicamente ho sempre sostenuto che fosse doveroso cercare la verità fino in fondo e senza riguardi per nessuno".

Le condanne sono state pesanti. Anche per Marcello Dell'Utri.

"Il punto non è solo vedere le singole posizioni processali o le singole condanne, che potrebbero essere riformate in appello. Leggeremo tra qualche tempo le motivazioni della sentenza. Quello che mi preme sottolineare è che la ricostruzione complessiva di quanto è avvenuto, portata avanti dai pubblici ministeri, è stata confermata dalla sentenza. Questo è un dato molto importante".

Il pm Nino Di Matteo ha parlato di sentenza storica. Condivide?

"Senz'altro: è una sentenza storica, non c'è alcun dubbio su questo".

Perché?

"Perché aiuterà a capire quello che è successo in Italia nei primi anni Novanta. E che tanto pesa ancora oggi sullo sviluppo democratico del nostro Paese. Sono stato io che ho applicato il sostituto procuratore nazionale antimafia Di Matteo, insieme al collega Francesco Del Bene, al processo sulla trattativa Stato-mafia, in modo che anche dopo la sua nomina a Roma potesse continuare il suo lavoro e il nuovo incarico non fosse considerato una fuga da quel processo".

Questa sentenza segnerà veramente la fine della seconda Repubblica come ha dichiarato il leader M5S Di Maio?

"Oggi c'è fame e sete di chiarezza e di verità per permettere all'Italia di andare avanti. Tragedie come quelle di Aldo Moro o le stragi di mafia - con i loro lati ancora oscuri - continuano a pesare sullo sviluppo democratico del nostro Paese. La sentenza di Palermo è fondamentale perché può costituire l'inizio di un percorso di ricerca della verità sulle complicità esterne ai gruppi criminali, ancora non accertate".

Il coordinatore del pool dei pubblici ministeri, Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino, perché Borsellino?

"Il 18 luglio dell'anno scorso, in occasione della commemorazione davanti al Consiglio superiore della Magistratura del venticinquesimo anniversario della strage di via D'Amelio, ho sostenuto in presenza del Capo dello Stato che la decisione di uccidere Borsellino fu accelerata proprio perché egli sarebbe stato d'ostacolo alla trattativa Stato- mafia, appena avviata dopo la strage di Capaci. Tanto più Borsellino se fosse divenuto Procuratore nazionale antimafia, dopo la morte di Giovanni Falcone. Borsellino era percepito come un macigno sulla strada della trattativa: ecco perché Cosa nostra decise subito di ricorrere ad una nuova strage. Borsellino si sarebbe certamente opposto alla trattativa, da qui la necessità di ricorrere a un secondo clamoroso delitto in così breve tempo".

Basilio Milio: «Se fosse vivo Riina, festeggerebbe». Intervista di Giovanni M. Jacobazzi del 21 Aprile 2018 su "Il Dubbio". «Sono sbigottito», dice l’avvocato Basilio Milio, difensore del generale dei carabinieri Mario Mori, al termine della lettura della sentenza del processo sulla trattativa Stato- mafia».

Avvocato, la condanna è pesantissima.

«Aspettiamo di leggere le motivazioni, però è chiaro che 12 anni di carcere non lasciano dubbi sulla decisione della Corte d’Assise di Palermo».

Si aspettava una sentenza del genere?

«Guardi, a favore del generale Mori c’erano già quattro sentenze dove era stato sempre assolto per fatti analoghi».

Allora perché questa condanna?

«Non so proprio darmi una spiegazione».

Forse ci sono stati errori nella linea di difesa?

«Abbiamo fatto tutto quello che bisognava fare. Anche di più. Sotto quest’aspetto non possiamo recriminare nulla.

Nessuna scelta di cui pentirsi, quindi?

«No. E voglio essere anche positivo».

Cioè?

«C’è in me oggi un barlume di contentezza, in un mare di sconforto. Sono contento perché sono consapevole che la verità è dalla nostra parte. Questo è un giorno di speranza. Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo é stato un pregiudizio».

Ha delle contestazioni da muovere alla Corte d’Assise di Palermo ed al presidente Alfredo Montalto?

«Non ho intenzione adesso di lamentarmi su come è stato condotto questo dibattimento. Dico solamente che ci sono stati tagliati molti testi e impedito di depositare centinaia di documenti che erano importanti per la difesa».

Quali testi non sono stati ammessi?

«I magistrati Ilda Boccassini, Antonio Di Pietro e Giuseppe Ayala. Strano, no?»

Analogo atteggiamento di chiusura c’è stato nei confronti della Procura?

«La Procura di Palermo in questi anni ha prodotto ogni tipo di documento possibile. E’ stato addirittura depositato tutto il fascicolo personale del generale Mori acquisito al Comando generale dell’Arma dei carabinieri. Senza contare tutte le intercettazioni dei colloqui in carcere del boss Giuseppe Graviano. Giorni, anzi, settimane di intercettazioni che abbiamo dovuto ascoltare con uno sforzo senza pari».

La Corte d’Assise si è “appiattita” in questi anni di processo sulla Procura?

«La Corte ha quasi sempre aderito alle istanze dei pm e mai alle nostre. I pm di Palermo sono andati anche in Sud Africa per interrogare Gianadelio Maletti (ex numero due del Sid negli anni Settanta, ndr) sui rapporti avuti con Mori quando prestava servizio alle sue dipendenze dal 1972 al 1975».

Mi permetta una riflessione.

«Prego».

Era difficile per chiunque affrontare un simile dibattimento condizionato da una pressione mediatica senza pari. Alcuni giornali hanno sposato per anni le tesi del pm Nino Di Matteo, dal M5S considerato un eroe tanto da essere proposto come ministro in un futuro governo Di Maio.

«Sì, la pressione c’è stata. E’ indubbio. Un circo mediatico messo su da chi sappiamo bene. Però in questo processo non c’era nulla, e dico nulla, che potesse configurare un qualsiasi reato a carico di Mori. Questo è stato un processo senza reato ma con una ben precisa finalità: “mascariare” (sporcare, ndr) il generale quando invece l’Italia intera dovrebbe ringraziarlo. Mori è stato un grande servitore del Paese ed invece è stato perseguitato. E’ una sentenza dura che non sta né in cielo né in terra. E faccio anche una considerazione».

Dica pure.

«Se Totò Riina fosse ancora vivo avrebbe gioito di tutto questo. E io mi sono un po’ vergognato di essere italiano sentendo la condanna a 12 anni per colui che ha fatto arrestare il feroce boss corleonese».

Stravince Di Matteo: assolto il mafioso, punito il nemico dei boss. Accolte le tesi dei pm Di Matteo. Dopo cinque anni, il primo grado del processo sulla cosiddetta trattativa Stato–mafia si chiude con condanne pesanti, scrive Errico Novi il 21 Aprile 2018 su "Il Dubbio". La trattativa con la mafia ci fu. In due fasi: prima la condussero gli ufficiali del Ros, poi il senatore Marcello Dell’Utri. A dirlo è la Corte d’assise di Palermo, al termine di un processo durato 5 anni, con una sentenza piena di paradossi, e interpretata in modo altrettanto illogico da un festante Nino Di Matteo. Primo: come fanno notare i difensori del generale Mario Mori (Basilio Milio) e del cofondatore di Forza Italia (Giuseppe Di Peri), «mai la Procura di Palermo ha indicato i luoghi e le circostanze in cui gli uomini delle istituzioni avrebbero presentata la minaccia di Cosa nostra ai vertici dello Stato». Eppure boss e “intermediari” sono condannati, con pene che vanno dai 28 anni per Bagarella agli 8 inflitti al colonnello De Donno, per “minaccia a corpo politico dello Stato”. Secondo: i maggiori imputati (sempre i boss e i loro “portavoce istituzionali”) sono condannati anche a risarcire per 10 milioni la presidenza del Consiglio. Cioè, Dell’Utri dovrebbe risarcire Berlusconi. Eppure il pm Di Matteo ha il coraggio di dire che la sentenza «dimostra l’esistenza di rapporti tra la mafia e il Berlusconi politico». È vero che non c’è nulla che abbia senso, nell’emozionata pronuncia di Alfredo Montalto, presidente del collegio. Ma sorprende come gli unici a parlare, doverosamente, di sentenza «assurda» siano i radicali, in un comunicato in cui ricordano che «Mori e i suoi uomini, Totò Riina l’hanno pur sempre arrestato». E invece: Montalto, la giudice a latere Stefania Brambille e i 7 giudici popolari si sono convinti che pezzi di Stato avrebbero trattato con i boss stragisti. Condannato anche il teste chiave, ma non per concorso esterno, ipotesi caduta in prescrizione: Massimo Ciancimino incassa una pena di 8 anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gian- ni De Gennaro, superiore dunque ai 5 anni chiesti dalla Procura. L’unico assolto è l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, sul quale pendeva una richiesta di 6 anni per falsa testimonianza. È la vittoria dei pm palermitani, tutti (tranne ovviamente l’ex aggiunto Antonio Ingroia, dimessosi dalla magistratura) presenti in aula: Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e il succitato Di Matteo. Premiata la tesi di una pressione esercitata prima dai vertici del Ros, fino al 1993, e poi dal braccio destro di Berlusconi, dopo il 1993, affinché fossero accolte le pretese avanzate, a suon di stragi, dalla mafia. Ma come fa notare il difensore del generale Mori. Eppure, come ricorda l’avvocato Di Peri, «c’erano già state precedenti sentenze che avevano respinto le stesse ipotesi per il mio assistito e per gli ufficiali dei Ros: quella sulla mancata perquisizione al covo di Riina e la pronuncia Mori– Obinu». Quei giudizi si rovesciano: la trattativa ci fu. E come detto, in due tempi distinti, con Dell’Utri che avrebbe veicolato le minacce di Cosa nostra, nel breve periodo del primo governo Berlusconi, tra maggio ’ 94 e gennaio ’ 95. «Quell’esecutivo mai denunciò quanto aveva subito», dichiara trionfante Di Matteo. Evidentemente non ha importanza, per lui, il fatto che le presunte richieste non siano mai state accolte in alcun provvedimento. Circostanza che, a voler seguire la sentenza, fa del Cavaliere un eroe dell’antimafia. Di Matteo segue invece la pseudologica delle suggestioni storiografiche: «Prima si era messa in correlazione Cosa nostra con il Silvio Berlusconi imprenditore, adesso questa sentenza per la prima volta la mette in correlazione col Berlusconi politico e si chiarisce dunque che i suoi rapporti con Cosa nostra vanno oltre il ’ 92». Rapporti? Sì, in cui il Cavaliere sarebbe vittima. Quisquilie.

LE CONDANNE. I vuoti logici in parte si giustificano con la mancanza delle motivazioni, che saranno depositate entro novanta giorni. Allora, forse, si comprenderà meglio il senso di alcune difformità fra le richieste dei pm e le condanne inflitte. Nel caso dei boss, è stata dichiara la prevista prescrizione per il reato ascritto a Giovanni Brusca, viene confermata la pena di 12 anni invocata per Antonino Cinà ma è innalzata di molto quella relativa a Leoluca Bagarella: dai 16 anni chiesti ai 28 comminati. Identiche a quanto atteso dalla Procura sono le condanne per Dell’Utri e il generale del Ros Antonio Subranni: 12 anni. Di poco più bassa quella per il generale Mario Mori (12 anni di carcere anziché 15). Il terzo ufficiale dell’Arma, il colonnello Giuseppe De Donno, è punito con 8 anni di carcere contro i 12 richiesti. Mancino come detto è il solo a poter esprimere la propria gioia, affidata all’avvocata Nicoletta Piergentili e alle agenzie: «Sapevo che c’era un giudice a Palermo, è stato smentito il teorema costruito contro di me, ma ho vissuto 8 anni di sofferenza».

I PM E LA REAZIONE DI FI. Tutti e quattro i pm si immergono nella selva di taccuini un minuto dopo la lettura del dispositivo. Vittorio Teresi dedica la vittoria «a Falcone e Borsellino», Tartaglia trova una conferma: «Abbiamo lavorato bene». Nessuno degli inquirenti dà conto però di un vulnus enorme. Di carattere logico, che rende urgentissimo il giudizio d’appello: su quello conclusosi ieri si ha l’impressione di un peso straordinario dei giudici popolari. Il vulnus è nella lunga parte della sentenza legata ai risarcimenti: il più clamoroso ammonta a 10 milioni di euro, da dividersi tra i mafiosi, Dell’Utri e i Ros, e andrà destinato alla presidenza del Consiglio. Cioè a Berlusconi. Che dunque per i giudici è vittima. Di Matteo ribalta tutto: «La Corte intanto ritiene provato il fatto che dopo il rapporto con il Berlusconi imprenditore c’è quello con il politico». Un’interpretazione temeraria che Forza Italia spiega anche «con la partecipazione del dottor Di Matteo alle iniziative dei cinquestelle» e che «sarà oggetto dei necessari passi in ogni sede».

Sentenza grillina sulla Trattativa. La Corte d’assise di Palermo condanna Mori, Subranni e Dell’Utri e apre una nuova stagione di assedio giudiziario contro il Cav. Le sentenze ignorate, il mistero del pataccaro Ciancimino, il trionfo del circo mediatico, i populismo dei giudici popolari, scrive Giuseppe Sottile il 20 Aprile 2018 su "Il Foglio". Chapeau. Il galateo istituzionale insegna che di fronte a una sentenza emessa in nome del popolo italiano non c’è altro da fare che scappellarsi. Dopo cinque anni di discussioni e di polemiche la Corte di assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha stabilito che negli anni delle stragi di mafia, alcuni funzionari dello Stato scesero a patti con i boss di Cosa nostra. Magari con la migliore intenzione, che poi era quella di fermare il fiume di sangue. Ma la trattativa ci fu. Ed è bastata questa convinzione per spingere i giudici togati e i giudici popolari a distribuire condanne pesantissime a tutti gli imputati. A cominciare dai due generali dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni, che tra il 1992 e il 1994 si trovarono nell’inferno di Palermo e, da bravi investigatori, attivarono tutti i mezzi per contrastare il disegno eversivo di Totò Riina e dei sanguinari corleonesi. La sentenza non gli riconosce una sola attenuante e li condanna a dodici anni di carcere. Prima di restare impigliati nel processo istruito dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e sostenuto in aula con particolare forza dal pubblico ministero Antonino Di Matteo, i due alti ufficiali dell’Arma erano addirittura convinti di dovere ricevere prima o poi una medaglia a nome di tutti gli italiani: perché erano riusciti a fermare la strategia delle bombe; e perché avevano arrestato e sepolto nel carcere duro Totò Riina, il capo dei capi. Invece sono stati costretti per oltre dieci anni a salire e scendere le scale dei tribunali. E pur avendo collezionato assoluzioni nei processi specifici – a cominciare da quello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, il boss che secondo il teorema della trattativa avrebbe tradito il capo dei capi, consegnandolo agli sbirri – si sono ritrovati oggi nell’aula bunker del Pagliarelli sotto il maglio impietoso di una condanna difficilmente sopportabile. Ovviamente, i loro avvocati presenteranno appello. Ma ci vorranno almeno altri due o tre anni prima che si possa arrivare a una sentenza di secondo grado. Intanto il calvario si allunga: da qui al 2021, se tutto filerà liscio, avranno collezionato quindici anni di sofferenze, di sospetti, di gogna, di disperazione di morte civile. Né Mori né Subranni sono più dei giovanotti. E quando si è vecchi, annotava Luis de Góngora, “ogni caduta è un precipizio”. Farà i conti con la propria età e con una giustizia senza fine anche Marcello Dell’Utri, l’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, in carcere già da quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i giudici di Palermo ha avuto anche lui un ruolo nella Trattativa e ai sette anni precedenti, quelli inflitti per concorso esterno, andranno cumulati altri dodici anni. Fine pena mai. In fondo è andata meglio ai mafiosi. Leoluca Bagarella, cognato di Riina, sulle cui spalle gravavano già una decina di ergastoli, aggiunge al suo casellario giudiziario un’ulteriore condanna a ventotto anni. Ma il pluriassassino Giovanni Brusca, l’uomo che nel maggio del ’92, premette il telecomando e fece saltare in aria a Capaci il giudice Giovanni Falcone, se l’è cavata alla grande: il reato gli è stato prescritto, forse in virtù del fatto che da quando è stato catturato – con grande clamore e giubilo delle forze dell’ordine – lui ha molto opportunamente abbracciato la professione di “pentito” con un programma a maglie larghe che gli ha consentito anche di godersi un po’ di bella vita. Ma la sorpresa più clamorosa sta nella condanna inferta a Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, e testimone centrale di tutta la trama accusatoria. Al giovane Massimuccio – già in carcere pure lui per altre ribalderie consumate mentre Ingroia lo elevava al rango di “icona dell’antimafia” e il fratello di Paolo Borsellino lo abbracciava e lo baciava nelle pubbliche manifestazioni – la Corte d’assise ha riconosciuto il ruolo di pataccaro: difatti lo ha condannato a otto anni per le calunnie rivolte all’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro e non per concorso esterno in associazione mafiosa. Dimenticando, probabilmente, un dettaglio: che Massimo Ciancimino era il teste chiave di questo processo. Anzi. Questo processo non si sarebbe potuto imbastire senza le sue clamorose “rivelazioni”. Lui, furbissimo, si era trasformato nel ventriloquo di suo padre e in quanto tale raccontava non solo a Ingroia ma anche a tutti i giornalisti che lo intervistavano gli incontri che il vecchio Don Vito, corleonese e amico di Riina e Provenzano, aveva avuto non solo con il generale Mario Mori, ma anche con il capitano Giuseppe De Donno, anch’egli processato e condannato a otto anni di carcere. Come si dice in questi casi, per chiarire un dubbio bisognerà doverosamente aspettare le motivazioni della sentenza. Intanto però il dubbio resta in piedi: se il principale teste è un pataccaro, su quali elementi i giudici hanno costruito le granitiche certezze che li hanno spinti a formulare condanne così gravi e ferrose? Ciancimino – giudiziariamente parlando, per carità – era stato fatto a pezzi già nel novembre del 2015 dal giudice Marina Petruzzella che con rito abbreviato aveva giudicato e assolto l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, imputato nella trattativa alla stregua di Mori, di Subranni e di Dell’Utri. Le sue dichiarazioni, stando alla valutazioni di Marina Petruzzella, erano da considerare “contraddittorie, confuse, divagatorie e incoerenti”. Eppure quelle dichiarazioni hanno trovato spazio e accoglimento nel maxi processo concluso oggi con sette durissime condanne. (L’unica assoluzione è stata quella dell’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza). Come mai? La credibilità assegnata dalla Corte al pataccaro Ciancimino non è tuttavia l’unico mistero che i giudici dovranno chiarire nel momento in cui si siederanno a un tavolo per scrivere le motivazioni. Bisognerà capire anche per quali ragioni siano stati ignorati i verdetti delle precedenti assoluzioni. Secondo l’impostazione originaria data da Antonio Ingroia la presunta Trattativa tra i boss e alcuni settori, ovviamente deviati, dello Stato si basava su alcuni riscontri, su alcuni fatti strani e inquietanti: primo, Mori e i suoi carabinieri avevano tutti gli elementi in mano per catturare Bernardo Provenzano, il numero di due di Riina, ma non lo hanno fatto per avere in cambio la “soffiata” che li avrebbe portati alla cattura del mammasantissima; secondo, sempre Mori e i suoi carabinieri, dopo avere ammanettato Riina, avrebbero dovuto immediatamente perquisire il covo di via Bernini dove il capo dei capi aveva vissuto la latitanza, ma non lo hanno fatto per consentire ai più stretti complici del boss, come Leoluca Bagarella, di fare sparire tutte le carte, soprattutto quelle che avrebbero potuto portare le indagini ai santi protettori, anche politici, della mafia. Ma questi riscontri, chiamiamoli così, erano stati polverizzati da due sentenze di assoluzione pronunciate dai tribunali chiamati a giudicare, per quei reati, sia Mori che De Donno. Con quale criterio la Corte d’assise li ripesca e li fa propri? Quali solidi argomenti, insomma, hanno spinto il collegio presieduto da Alfredo Montalto a ignorare la sentenza di Marina Petruzzella e i due verdetti dei tribunali che non hanno trovato macchia nel comportamento dei carabinieri? Probabilmente – e non sarebbe il primo caso – una spiegazione andrebbe ricercata nel fatto che, nelle Corti d’assise, un peso non indifferente viene assegnato ai giudici popolari. I quali, per definizione, risentono maggiormente degli umori che pervadono la comunità. Il giudice togato ha un distacco professionale, ha una “terzietà” costruita con i propri studi e lungo la propria carriera. I giudici popolari, no. Hanno assistito e probabilmente assimilato un processo mediatico durato quasi dieci anni. Ricordate Ingroia che, pur di collegarsi con tutti i talk-show e predicare le sue verità sulla trattativa se n’era persino andato in Guatemala? E ricordate Massimo Ciancimino che parlava in nome del padre e denunciava le più improbabili nefandezze di uomini, come Mori o De Gennaro, che invece avevano rischiato la vita pur di arginare la litania dei massacri testardamente voluta da Totò “u’ curtu”, da Bagarella, da Brusca e dagli altri scellerati corleonesi? E ricordate quanti altri giudici e quanti giornalisti si erano accodati al populismo facile della tesi secondo la quale Berlusconi, tramite Dell’Utri, palermitano e amico del boss Antonino Cinà, era sceso a patti con la mafia? E ricordate i riconoscimenti e le cittadinanze onorarie che i magistrati della Trattativa, primo fra tutti Nino Di Matteo, andavano raccogliendo nei comuni piccoli e grandi d’Italia per il semplice fatto di credere nelle accuse che Ingroia e Ciancimino avevano costruito e che altri tribunali avevano invece demolito? Comizi, conferenze, riconoscimenti, associazioni adoranti – come Agende rosse, come Scorta civica – avevano trasformato i pubblici ministeri di questo processo in eroi, in campioni buoni per le piazze soprattutto grilline. E non è certamente un caso che proprio Di Matteo fosse stato indicato da Beppe Grillo come probabile ministro di un eventuale governo a cinque stelle. Potevano i giudici popolari girarsi dall’altra parte? Oggi, dopo la lettura della sentenza il pm Di Matteo si è presa la sua legittima soddisfazione. “Nella nostra impostazione accusatoria, che ha retto completamente, si sostiene che Dell’Utri sia stato la cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e il governo Berlusconi”, ha detto. E così dicendo ha sollevato un altro dubbio. Nella sentenza che quattro anni fa ha spedito in carcere l’ex senatore per concorso esterno era scritto e stabilito che l’imputato aveva mantenuto rapporti con i boss fino al 1992. La sentenza smentisce questo assioma, verificato persino dalla Cassazione, e sostiene che Dell’Utri entra in gioco nel ’93 e continua a mafiare tranquillamente fino al ’94 quando Berlusconi è già a Palazzo Chigi. Su quali prove? Lo diranno, se sapranno dirlo, le motivazioni. Intanto la squadra che fa capo a Di Matteo prepara una nuova stagione giudiziaria. Bisognerà tornare alle stragi, alle trame oscure, ai registi occulti e a tutto il campionario della giustizia populista. Per altri vent’anni, se Dio gli darà vita, Berlusconi non avrà pace.

La sentenza tra politica, circo e populismo giudiziario. Tortora in primo grado fu condannato come camorrista. In questo caso è diverso. A Napoli si limitarono a brindare alcuni giornalisti, qui si è applaudito in aula. E’ iniziata la terza repubblica, commenta Di Maio, scrive Massimo Bordin il 21 Aprile 2018 su "Il Foglio". E’ stata una sentenza politica quella di ieri sulla “trattativa”. Da vari punti di vista. C’è un aspetto, diciamo così, tecnico e qui se ne era già parlato un paio di mesi fa, presentandolo come l’unico rischio che la difesa correva: rispetto alle quattro sentenze che hanno assolto Mario Mori su vicende relative alla trattativa, questa di ieri a Palermo è stata pronunciata da una corte d’assise, ovvero è stata l’unica con giuria popolare. Leoluca Orlando, commentando entusiasta la sentenza, ha parlato di verità storica che diviene verità giudiziaria, laddove per verità storica devono intendersi le intere mensole di libri, molti scritti da magistrati, che per una decina d’anni hanno consacrato le tesi dell’accusa prima del giudizio. La verità storica di Orlando si costruisce nelle procure, si ufficializza nelle pubblicazioni dei pm e dei loro addetti stampa e consente al pregiudizio di sostanziarsi in verità giudiziaria grazie a una giuria popolare, nel tripudio in aula del popolo delle agende rosse e della “scorta civica” del dottore Di Matteo. Fosse solo un problema giudiziario saremmo nel campo di un orrore ben noto. Enzo Tortora in primo grado fu condannato a dieci anni come camorrista. In questo caso è diverso. A Napoli si limitarono a brindare alcuni giornalisti, qui si è applaudito in aula. E’ iniziata la terza repubblica, quella dei cittadini, ha commentato Luigi Di Maio. Forse precorre i tempi, siamo ancora a Weimar, ma almeno in Germania, un magistrato che trovò il modo di assolvere Dimitrov pure ci fu, quando le cose erano già precipitate e la “Terza Repubblica” si stava già insediando. Ieri ci si è limitati a Mancino.

Stato- mafia: seconda requisistoria: «Niente prove, ma non servono», scrive il 17 Dicembre 2017 "Il Dubbio". Per i magistrati ci sarebbe “un elemento costituito dalle stesse perle di Mori e De Donno alla Corte d’Assise di Firenze”. Davanti alla Corte d’assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, va in scena la seconda puntata della requisitoria dei pm del processo per la “trattativa” Stato- mafia. È stata la volta di sostituto della Procura nazionale antimafia, Nino Di Matteo, che cita in primo luogo l’audizione, il 20 marzo 1992, nelle commissioni parlamentari dell’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi e del ministro dell’interno, Vincenzo Scotti. “Il decreto sul carcere duro, il 41 bis, – ha detto Di Matteo – nacque esclusivamente sull’asse Martelli- Scotti, ministri della Giustizia e dell’Interno. Fu varato l’otto giugno 1992 anche se la prima vera applicazione avvenne dopo la strage di via D’Amelio. Il clima nel nostro Paese era di scontro totale: il 41 bis era una questione che assillava Cosa nostra ed è su questo terreno che si assiste in quel periodo alla contrapposizione tra due linee: quella della fermezza (Scotti- Martelli) e quella della prudenza dettata dal timore che dopo Capaci, Cosa nostra proseguisse nel suo progetto contro i politici. In quello che Riina ave- va definito la “puliziata dei piedi”, ovvero eliminare i rami secchi, cioè i politici che non avevano rispettato i patti, prima di iniziare un nuovo percorso con nuovi referenti’. ‘ In questo clima arroventato – ha continuato Di Matteo – si inserisce il dialogo, la mediazione o per meglio dire la trattativa – tra il Ros, i suoi massimi vertici, cioè Subranni, Mori e De Donno, con Vito Ciancimino’. E Vito Ciancimino viene individuato quale ‘ canale privilegiato per avviare la trattativa – ha aggiunto – in virtù dei pregressi rapporti esistenti tra Mario Mori e l’avvocato Ghiron, quest’ultimo divenuto poi legale di Vito Ciancimino’. Il pm traccia lo scenario: ‘ Voglio partire da una elemento di prova acquisito quando nessuno ipotizzava di aprire una indagine sui vertici del Ros e su Vito Ciancimino. Questo elemento di prova è costituto dalle stesse parole di Mori e De Donno davanti alla Corte d’assise di Firenze. Parole chiare – secondo Di Matteo – inequivoche che non lasciano spazio al dubbio sull’esistenza della trattativa”.

Trattativa Stato-mafia, Calenda: "Preoccupano i pm alle riunioni di partito". Il ministro dimissionario contro Di Matteo. Forzisti all'attacco. Di Maio: "Sentenza che fa da spartiacque". L'associazione Rita Atria: "No ai berlusconiani nel governo", scrive Claudio Reale il 21 aprile 2018 su "La Repubblica". "Non conosco i fatti a sufficienza e in mancanza di approfondimento tendo a non commentare sentenze della magistratura. Sul piano della comunicazione magistrati che vanno a riunioni di partito e fanno dichiarazioni che vanno oltre le sentenze mi preoccupano". Il ministro dimissionario Carlo Calenda va all'attacco il giorno dopo la sentenza sulla trattativa Stato-mafia e soprattutto sulle polemiche seguite alle dichiarazioni di Nino Di Matteo, che ieri aveva parlato di un verdetto che "sancisce i rapporti col Berlusconi politico". Su Di Matteo piovono soprattutto gli strali forzisti: "A pensar male si fa peccato - dice la deputata Micaela Biancofiore - ma mi sembra perlomeno curiosa la coincidenza della presenza ad Ivrea al convegno dei 5 stelle del pm Di Matteo, con relativa ovazione contro Berlusconi, e il fatto che alla vigilia della sentenza di ieri, sia saltato proprio il governo dato per fatto centro destra-5 stelle. Forse qualcuno sapeva e ha rivelato l'esito della sentenza per impedire la soddisfazione del voto espresso dagli italiani". Le conseguenze, del resto, sono intrinsecamente politiche. "Siamo in un momento del Paese, da ieri, in cui stiamo riscrivendo i libri di storia - dice il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio - È un nuovo futuro. La sentenza di ieri di Palermo è uno spartiacque tra passato e futuro del Paese". "Noi - dice l'associazione Rita Atria - chiediamo che le forze politiche parlamentari, elette in rappresentanza del popolo italiano, isolino politicamente Forza Italia (non ci risulta che all'interno di Forza Italia sia stato aperto un dibattito sulla problematica e quindi riteniamo siano ancora compatti con il loro leader e fondatore), la cui genesi ormai è scritta in due sentenze di due tribunali italiani, e rifiutino come irricevibile ogni proposta di governo che contempli la presenza del partito tra le forze di maggioranza o in appoggio esterno all'esecutivo". "La mia considerazione - commenta il presidente della Lombardia, il leghista Attilio Fontana - è che forse questa sentenza è caduta in un momento non del tutto opportuno. E diciamo che forse sarebbe stato meglio non subordinare scelte politiche a questioni extrapolitiche. Non voglio ventilare nulla, ma dico che casualmente cade male e ora sarà il nostro segretario Matteo Salvini a fare le scelte del caso". Il mondo dell'antimafia, dal canto suo, adesso tira le somme. "Avevamo sempre saputo e sospettato che vi fosse una trattativa tra Stato e mafia - dice Alice Grassi, figlia di Libero, l'imprenditore ucciso dalla mafia per essersi ribellato al racket - Proprio in quegli anni, nel 1991 è stato ucciso mio padre, o lo Stato non aveva gli strumenti o palesemente non interveniva per debellare questo fenomeno. Mio padre in quell'intervista rilasciata a Michele Santoro, a Samarcanda, parla della qualità del consenso. Se era la mafia che condizionava il voto, è ovvio che ci ritrovavamo tra i nostri legislatori la gente che difendeva i 'diritti' dei mafiosi e non della gente perbene". Sulla stessa linea d'onda il sindaco di Palermo Leoluca Orlando: "I palermitani - dice - lo sanno, lo hanno sempre saputo; oggi grazie al lavoro coraggioso e puntiglioso di alcuni magistrati, ai quali non è mai mancato il sostegno e l'incoraggiamento della società civile e del Comune di Palermo, abbiamo anche le prove confermate da una sentenza: in quegli anni un pezzo importante dello Stato tradì lo Stato e i cittadini per farsi mafia, permettendo alla mafia di farsi Stato".

La crociata di Di Matteo, pm anti Berlusconi e "ministro" dei grillini. Il magistrato attacca il leader azzurro che ha fatto saltare il governo Lega-M5s, scrive Domenico Di Sanzo, Domenica 22/04/2018, su "Il Giornale". La solita tempistica della toga. Silvio Berlusconi attacca il Movimento Cinque Stelle e Nino Di Matteo, magistrato antimafia innamorato dei grillini, se la prende con il leader di Forza Italia. Il Cavaliere è colpevole, soprattutto di aver fatto saltare i piani di Luigi Di Maio per un governo Lega-M5s. E venerdì, nel giorno della sentenza di primo grado del processo sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia, è partita la contraerea. Di Matteo ha così argomentato, in merito alla condanna di Marcello Dell'Utri: «Oggi la correlazione con Cosa Nostra non riguarda il Silvio Berlusconi imprenditore ma il Silvio Berlusconi politico». Il magistrato, nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha proseguito: «Dell'Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa Nostra e l'allora governo Berlusconi, che si era da poco insediato». Forza Italia ha annunciato querela, ma quello che desta maggiore sospetto nell'intemerata dell'eroe della trattativa è, appunto, il tempismo. Berlusconi nella stessa giornata aveva stroncato ogni ipotesi di accordo tra il centrodestra e il M5s. E Di Matteo, che per molti sarà pure una specie di santino, di certo non è imparziale. L'amore con i 5 Stelle, dopo anni di abboccamenti reciproci, scoppia ufficialmente a fine maggio del 2017. Il pm della trattativa, sostituto alla Direzione Nazionale Antimafia, va a Montecitorio e partecipa al convegno organizzato dai deputati del Movimento sulle «visioni e questioni della giustizia». Nel parterre ci sono anche Marco Travaglio, giornalista preferito dei grillini, e Piercamillo Davigo, l'ex pm di Mani Pulite che Beppe Grillo voleva addirittura come candidato premier. Già allora si parlava di Di Matteo come del possibile Ministro dell'Interno del governo a 5 Stelle. Lui si schermiva: «L'impegno in politica di un pm non mi scandalizza». E a chi gli domandava se volesse sedersi sulla poltrona del Viminale non rispondeva. Né conferme né smentite. Ma si dice che l'operazione non gli dispiacesse affatto. Nel frattempo l'eroe, dopo la dipartita di Antonio Ingroia, a Palermo ha continuato ad occuparsi del processo sulla trattativa. E, all'inizio di novembre dell'anno scorso, ha convinto la Procura di Firenze a riaprire il procedimento sulle stragi del '92-93. Per la toga amica dei 5 Stelle toccava ripartire dalle dichiarazioni del pentito Giuseppe Graviano, che parlavano di Berlusconi come del «mandante» di quelle bombe. Ma la fedeltà grillina e l'ossessione per il Cav non sono bastate per la scalata al Viminale o al Ministero della Giustizia. Luigi Di Maio, nella sua squadra di ministri, ha indicato, rispettivamente, per i due dicasteri la criminologa dell'Università Link Campus Paola Giannetakis e il fedelissimo avvocato siciliano Alfonso Bonafede. Però Di Matteo non ha abbandonato il campo dell'impegno tra le fila pentastellate. Il 7 aprile scorso, a Ivrea durante la kermesse organizzata da Davide Casaleggio, l'intervento del pm è stato tra i più applauditi. In quell'occasione Di Matteo aveva parlato di un «patto tra Berlusconi e la mafia durato 18 anni». Standing ovation del pubblico. Dallo stesso palco la star giudiziaria del M5s si era fatta portavoce del programma di Di Maio sulla giustizia. Dagli «agenti provocatori» anti corruzione fino «all'ampliamento dell'uso delle intercettazioni». Insomma, niente di nuovo sotto le 5 stelle.

Stato-Mafia, sulla trattativa di governo irrompe quella con Cosa nostra, scrive il 21 Aprile 2018 Francesco Specchia su “Libero Quotidiano”. Non è solo una decisione storica striata di politico, ammettiamolo. Non è soltanto una bomba sganciata al cuore aritmico delle istituzioni, alla sacralità del «corpo dello Stato», la sentenza della Corte di Assise di Palermo che condanna, assieme ai mafiosi, gli ex vertici del Ros e Marcello Dell' Utri, protesi extraparlamentare di Berlusconi (e che quindi, per sillogismo, condannerebbe moralmente pure Berlusconi...). Dopo anni di processi e migliaia d' imputati, di cadaveri, di fascicoli e riesami, la consacrazione giudiziaria della trattativa Stato/mafia non dà solo corpo a «ai rapporti esterni della mafia con le istituzioni negli anni delle stragi sotto i governi Ciampi e Berlusconi». No. Essa, oggi, letta in controluce, assume quasi la funzione di grimaldello per scardinare lo stallo tra Lega e Cinque Stelle nella formazione del nuovo governo. Quasi un'accelerata, dal tempismo innaturale, per eliminare del tutto Berlusconi dalla pochade delle consultazioni con la coda fra le gambe. Basta scorrere i commenti del Movimento.

«La trattativa Stato-mafia c' è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità», twitta Luigi Di Maio. Ed ecco che gli si accodano gran parte dei Cinque Stelle che contano. Riccardo Fraccaro dice: «Dell' Utri fece da tramite tra Cosa nostra e Berlusconi: politicamente è una pietra tombale sull' ex Cavaliere.

Ora Salvini decida». Carlo Sibilia scrive: «Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale».

Di Battista rincara: «Ora il Caimano sarà ancora più nervoso. Il suo sistema di potere gli sta franando sotto i piedi...».

E il tutto può esser interpretato sia come un invito affinchè la Lega si mondi dal peccato originale arcoriano; sia, soprattutto, come un sotterraneo sostegno a smuoversi verso il Pd. Se la lettura politica della sentenza si basa su una temperie di ammicchi e percezioni, quella giudiziaria è una mazzata. Gli ex vertici del Ros Mario Mori e Antonio Subranni sono stati condannati a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. A 12 anni, per lo stesso reato, è stato condannato l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell' Utri; a 28 anni, sempre per minaccia a corpo politico dello Stato, il capo mafia Leoluca Bagarella. Per lo stesso reato dovrà scontare 12 anni il boss Antonino Cinà. Otto anni all' ex ufficiale del Ros Giuseppe De Donno, per le stesse imputazioni. Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo - che con ambigue rivelazioni nel 2008 riaprì il caso che era già stato archiviato per ben due volte- già accusato in concorso in associazione mafiosa e calunnia dell'ex capo della polizia De Gennaro, si è beccato 8 anni. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. Assolto, invece (l'unico) dall' accusa di falsa testimonianza l'ex ministro Dc Nicola Mancino, la cui intercettazione con l'ex Presidente Giorgio Napoletano fu oggetto di burrascose polemiche. Oggi la trattativa Stato/mafia è comunque stata acclarata.

E questo nonostante lo scenario storico-politico sia completamente cambiato rispetto rispetto agli anni 90, quando la miccia s' era accesa. Una miccia lunga. Antonio Ingroia, l'ideatore del teorema giudiziario sulla trattativa dello Stato con i boss non è più pm, è diventato un aspirante politico poi trombato e successivamente indagato egli stesso. Il suo successore, il pm Nino Di Matteo, si è trasferito alla Dna a Roma; ed è -guarda caso- considerato un potenziale ministro della Giustizia da molti grillini. I principali imputati boss, Bernardo Provenzano e Totò Riina, sono defunti. Inoltre esistono comunque delle sentenze a latere che ne avevano smontato l'impianto accusatorio: quella, per stralcio, dell'ex ministro Calogero Mannino; o quella del generale Mori, per la mancata cattura di Provenzano. E, se vogliamo, ci sono pure le sentenze di condanna, come quelle che sbugiardano, appunto, il teste chiave, Massimo Ciancimino. Ciononostante, fermo restando che la legge è legge, la tempistica rivela quasi un'efficienza inusitata per la giustizia italiana...di Francesco Specchia

Palermo, trattativa Stato-Mafia parla Mancino: «Nessun accordo, ho detto la verità», scrive Lunedì 16 Aprile 2018 "Il Messaggero". La sentenza è attesa per la fine di questa settimana. Oggi però, nel corso dell'ultima udienza, ha preso la parola l'ex ministro Nicola Mancino. Si è rivolto alla corte d'assise di Palermo che dovrà emettere la sentenza e ha ripetuto quel che da sempre va dicendo: lui la mafia l'ha combattuta senza arretrare mai. Mancino è l'unico imputato del processo sulla cosiddetta trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra a rivolgersi ai magistrati prima della camera di consiglio che deciderà le sorti del dibattimento. «Ho sofferto in tutto questo periodo e soffro ancora pur essendo consapevole di avere sempre detto la verità», dice respingendo l'imputazione per cui è finito a giudizio: l'avere mentito davanti ai giudici che processavano il suo attuale coimputato, il generale Mario Mori, per favoreggiamento al boss Bernardo Provenzano. Un giudizio «clone» rispetto a quello in corso sulla trattativa conclusosi con l'assoluzione dell'ufficiale. Il reato che si contesta a Mancino e per cui i pm hanno chiesto la condanna a 6 anni è dunque la falsa testimonianza. Altra cosa rispetto alla minaccia a Corpo politico dello Stato e al concorso in associazione mafiosa contestate agli altri imputati: i boss Leoluca Bagarella e Nino Cinà, Massimo Ciancimino, Marcello Dell'Utri, il pentito Giovanni Brusca e gli ex vertici del Ros. Mancino avrebbe detto il falso, negando che l'allora Guardasigilli Claudio Martelli, già nel '92, gli avesse accennato ai suoi dubbi sull'operato dei carabinieri di Mori e sui suoi rapporti con l«ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. «​Non ne abbiamo mai parlato»​, ha sempre detto Mancino, smentendo il collega di governo. «​E non capisco perché tra me e Martelli si debba credere a lui»​, ribadisce oggi. In effetti sulla discordanza tra le testimonianze un tribunale si è già pronunciato, sollevando dubbi forti sulla ricostruzione dell'ex Guardasigilli. Ma questo non è bastato a  salvare l'ex ministro dell'Interno messo, secondo i pm, alla guida del Viminale perché fautore di una linea più soft verso la mafia rispetto al suo predecessore Vincenzo Scotti. Una scelta che, per l'accusa, rientrava tutta nella trattativa intavolata dallo Stato, tramite il Ros di Mori, e fatta di concessioni e impunità ai boss in cambio della fine della stagione stragista. Su un punto, però, Mancino accenna a un'autocritica: a posteriori penso che sarebbe stato preferibile non telefonare a D'Ambrosio. Ma ero preoccupato, eravamo in piena bufera giornalistica, spiega ai giudici ricordando le conversazioni intercettate con l'ex consigliere giuridico del Colle in cui l'ex ministro cercava di evitare il confronto, chiesto dalla Procura, con Martelli. Intercettazioni che, secondo l'accusa, proverebbero il timore di Mancino nell'affrontare davanti al tribunale l'ex collega. «​Per me era un confronto inutile - spiega però - E a Grasso (Piero Grasso, allora capo della Dna ndr) non chiesi mai l'avocazione dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma solo il coordinamento dell'azione delle sei procure coinvolte nell'indagine. C'era troppa confusione: basta pensare che nessun ufficio inquirente riteneva attendibile Ciancimino, mentre Ingroia, allora alla Procura di Palermo, dichiarava che avrebbe valutato le sue dichiarazioni volta per volta»​. Subito dopo la difesa di Mancino la corte entra in camera di consiglio. L'accusa si era congedata con una polemica finale con le difese e i toni tenuti durante le arringhe. Ma gli avvocati non replicano. Il verdetto è atteso nei prossimi giorni: per la procura sarà presente anche Nino Di Matteo, pm storico del processo ora in Dna.

Stato-mafia. Martelli. Condannato chi arrestò Totò Riina, scrive il 21 aprile 2018 agenpress.it. “Sono contento per Mancino assolto, ma non comprendo una responsabilità così grave in capo ai vertici del Ros, giudicata in precedenza in modo totalmente difforme dallo stesso Tribunale di Palermo. Un rompicapo pirandelliano generato da giudizi difformi. Sembravano più robusti gli elementi nell’accusa di aver lasciato libero Provenzano, o non aver perquisito il covo di Riina, ossia un accordo in cambio di sconti di pena o dell’impunità”. Lo dice al Messaggero Claudio Martelli, all’epoca della trattativa Stato-mafia ministro della Giustizia, per il quale è singolare che siano state “rimosse le responsabilità politiche” e riconosciuto il dolo dei vertici del Ros. “Gli ufficiali dei carabinieri condannati sono gli stessi che hanno guidato l’arresto del capomafia per eccellenza, Riina. Suscita sgomento assiemare i birri e gli sbirri, direbbe Manzoni, e solleva interrogativi e perplessità”. Il loro comportamento, afferma, “fu poco chiaro, scorretto. Mai però li ho considerati ufficiali felloni. Ho pensato a un eccesso di potere nello sviluppare indagini in proprio, nel cercare coperture politiche dal ministero della giustizia o dal presidente della commissione parlamentare antimafia Violante, nel non riferire alla Dia, ai magistrati. Mai però ho immaginato che quel comportamento configurasse un reato così grave. Quale sarebbe il corpo politico dello Stato sottoposto a minacce o violenza?”.

Claudio martelli in difesa dei vertici del ros: sono state rimosse le responsabilità politiche, scrive il 21 aprile 2018 Marco Ventura per “il Messaggero”. «Gli ufficiali dei carabinieri condannati sono gli stessi che hanno guidato l’arresto del capomafia per eccellenza, Riina. Suscita sgomento assiemare i birri e gli sbirri, direbbe Manzoni, e solleva interrogativi e perplessità». Per Claudio Martelli, all’ epoca ministro della Giustizia, è singolare che siano state «rimosse le responsabilità politiche» e riconosciuto il dolo dei vertici del Ros. Il loro comportamento «fu poco chiaro, scorretto. Mai però li ho considerati ufficiali felloni. Ho pensato a un eccesso di potere nello sviluppare indagini in proprio, nel cercare coperture politiche dal ministero della giustizia o dal presidente della commissione parlamentare antimafia Violante, nel non riferire alla Dia, ai magistrati. Mai però ho immaginato che quel comportamento configurasse un reato così grave. Quale sarebbe il corpo politico dello Stato sottoposto a minacce o violenza?»

Il governo?

«Quale governo? L’accusa al governo Andreotti regge poco, Mannino è uscito assolto dallo stralcio di processo, e già era paradossale accusarlo di violenza o minaccia all’esecutivo di cui faceva parte. Sono contento per Mancino assolto, ma non comprendo una responsabilità così grave in capo ai vertici del Ros, giudicata in precedenza in modo totalmente difforme dallo stesso Tribunale di Palermo. Un rompicapo pirandelliano generato da giudizi difformi. Sembravano più robusti gli elementi nell’ accusa di aver lasciato libero Provenzano, o non aver perquisito il covo di Riina, ossia un accordo in cambio di sconti di pena o dell’impunità.»

Quali le responsabilità politiche rimosse?

«C’era una pista non trascurabile: le dichiarazioni di Conso, l’ex ministro della Giustizia che mi sostituì nel febbraio ’93, che forse in un eccesso di generosità, forse nell’ intento di non nascondersi chiamando in causa livelli più alti del suo, si assunse la responsabilità confessando d’ aver voluto dare un segnale di disponibilità all’ ala moderata di Cosa Nostra con la revoca a centinaia di mafiosi del regime carcerario del 41bis».

Due pesi e due misure, verso il Ros e verso i politici?

«Mannino era uscito dal processo, Conso è morto, né si può intentare un processo alla memoria di Scalfaro, se ne occuperanno semmai gli storici».

Perché Scalfaro?

«Ci sono alcuni episodi, dalla sostituzione di Scotti con Mancino ministro dell’Interno a quella improvvisa di Niccolò Amato direttore degli Affari penitenziari con un uomo segnalato a Scalfaro dai cappellani delle carceri. Lui li convoca, loro si lamentano della durezza di Amato, lui chiede il nome di un magistrato che lo sostituisca, lo si individua, e Amato viene rimosso. Colpisce che il Presidente si occupi di questo. E che la strategia rigorosa mia, di Scotti e di Falcone, stroncare cupola ed esercito della mafia, sia stata interrotta, il che non ha impedito poi l’arresto di tutti i latitanti… Difficile che Conso, grande giurista ma non esperto di lotta a Cosa Nostra, da solo si fosse immaginato lo stop alle stragi attraverso il 41bis. E che avesse coscienza già nella primavera 93 che esistevano due linee nella Cupola: Riina stragista, Provenzano trattativista».

E la condanna di Marcello Dell’ Utri?

«La sua responsabilità sembra arrestarsi al ’93, prima che il governo Berlusconi si insediasse. Di Maio la butta in politica e così rischia in realtà di buttarla in cagnara, aggiungendo veleni alla partita che si è aperta nel centrodestra. Non mi sembra che Berlusconi sia direttamente coinvolto.»

La verità qual è?

«C’ è stato un brusco cambio di strategia anti-mafia all’ indomani delle mie dimissioni, sapevano che la linea di Conso io non l’avrei mai perseguita anzi l’avrei denunciata. Però ho sempre parlato di responsabilità politiche, ho raccontato la visita del capitano De Donno alla vice di Falcone, Ferraro, in cui chiedevano cose che non dovevano chiedere: la copertura politica a un’indagine fatta in solitudine. Questo mi inquietò, chiesi spiegazioni, ne informai Borsellino, ma mai ho pensato che ci fosse dolo. Sull’altro fronte mi colpisce che le responsabilità politiche affiorate di tanto in tanto siano state tenute in non cale».

Con una fuga di notizie infilzarono Craxi. 25 anni fa la congiura che lo escluse da palazzo Chigi, scrive Francesco Damato il 10 giugno 2017 su "Il Dubbio". Dopo la strage di Capaci e l’elezione in 48 ore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, dove per quindici votazioni avevano inutilmente tentato di arrivare, con candidature formali o sotterranee, Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti e persino il presidente uscente e dimissionario Francesco Cossiga, nulla fu più uguale sul piano politico. Terminato di comporre il suo staff al Quirinale il 4 giugno con la nomina del generale Paolo Scaramucci a consigliere militare, Scalfaro predispose le consultazioni per la formazione del nuovo governo: quello di esordio della legislatura nata con le elezioni del 5 e 6 aprile. Ma la prima sfilata delle delegazioni dei partiti davanti al capo dello Stato terminò il 10 giugno senza altro risultato che la constatazione di un clima politico irrespirabile, con veti e controveti all’interno e all’esterno della maggioranza uscente composta da democristiani, socialisti, socialdemocratici e liberali. Era una maggioranza peraltro troppo risicata per fronteggiare una difficile situazione economica e un’ancora più difficile situazione politica nel contesto delle indagini giudiziarie in corso a Milano su Tangentopoli. Scalfaro non riuscì a venirne a capo neppure moltiplicando le sue preghiere alla Madonna di Lourdes, dove peraltro si era proposto prima della imprevista elezione a capo dello Stato di recarsi in pellegrinaggio. Si scusò della rinuncia esortando gli organizzatori del viaggio a pregare anche perché lui venisse illuminato. In attesa di un secondo giro di consultazioni formali, il presidente della Repubblica vide o sentì privatamente un’infinità di amici, fra i quali i ministri uscenti dell’Interno e della Giustizia: il democristiano Enzo Scotti e il socialista Claudio Martelli, invitati insieme al Quirinale formalmente per discutere di un provvedimento in gestazione per intensificare la lotta alla mafia dopo la strage di Capaci. Ma il discorso scivolò subito sul tema della formazione del governo. Vuoi su sollecitazione di Scalfaro, come poi avrebbe raccontato Martelli, vuoi di iniziativa dei due ministri, il capo dello Stato ricavò l’impressione, a torto o a ragione, che fossero entrambi convinti di potere insieme tentare la formazione di un governo di decantazione, scambiandosi i ruoli di presidente e vice presidente, capace di guadagnarsi se non l’appoggio, almeno la benevola opposizione del Pds- ex Pci guidato da Achille Occhetto. Informato, non si è mai ben capito se dallo stesso Scalfaro, col quale aveva allora eccellenti rapporti, tanto da averne sostenuto con la solita baldanza l’elezione prima a presidente della Camera e poi a capo dello Stato, Marco Pannella confidò la cosa a Bettino Craxi. Che – convinto di avere ancora buone carte da giocare per tornare a Palazzo Chigi, da dove riteneva di essere stato allontanato malamente da Ciriaco De Mita nel 1987, con la storia di una staffetta con Andreotti prima promessa per l’ultimo anno della legislatura e poi negata – a sentire Pannella cadde dalle nuvole. Ma di brutto, perché se la prese subito con Martelli, essendo ancora convinto che Scalfaro gli fosse leale, come lo era stato al Ministero dell’Interno nei quattro anni di governo da lui presieduto: tanto leale non solo da avere rifiutato di prestarsi a fare il governo elettorale offertogli da De Mita, come ho già ricordato qui, ma anche da avere cercato e trovato una decina d’anni prima negli archivi del Viminale un documento da tutti negato in precedenza, ma utile alla difesa dei socialisti finiti sotto processo a Milano per gli attacchi ai pubblici ministeri che avevano indagato per l’assassinio di Walter Tobagi. Era un’informativa dei servizi segreti che nel 1980 aveva inutilmente segnalato il pericolo di un imminente agguato mortale delle brigate rosse al famoso giornalista del Corriere della Sera, peraltro amico personale del leader socialista. Notizia di quell’informativa era stata data personalmente a Craxi all’indomani dell’uccisione del povero Walter dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Craxi girò la confidenza di Pannella sull’incontro di Scotti e Martelli con Scalfaro al segretario della Dc Arnaldo Forlani, facendo cadere dalle nuvole pure lui. Ed entrambi si ripromisero di punire, diciamo così, i due giovani aspiranti alla guida del nuovo governo o non confermandoli ai loro posti o lasciandoli proprio fuori. Ma né l’uno né l’altro ebbero poi la voglia di raccontare come fossero veramente andate le cose, dopo molti anni, ai magistrati di Palermo che li interrogarono sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia della stagione stragista. Essi diedero agli inquirenti l’impressione di essere stati sacrificati perché contrari a quelle trattative, contribuendo così all’impianto accusatorio del processo contro mafiosi, generali e uomini politici ancora in corso a Palermo. Ma da cui è stato già assolto, avendo scelto il rito abbreviato, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, che pure era stato accusato di essere stato addirittura il promotore della trattativa per scongiurare una minaccia della mafia alla sua vita. Non ci fu tuttavia soltanto l’incidente o l’equivoco della coppia Scotti- Martelli durante le consultazioni informali di Scalfaro per la formazione del nuovo governo. Ci fu anche, fra l’altro, una rovinosa fuga di notizie sui documenti pervenuti dalla Procura di Milano alla Camera, e assegnati subito alla giunta delle cosiddette autorizzazioni a procedere per Tangentopoli sul conto degli ex sindaci di Milano Paolo Pillitteri e Carlo Tognoli, entrambi socialisti. Il “verde”, ed ex direttore del Manifesto, Mauro Paissan fu indicato, a torto o a ragione, come fonte di quella fuga con interpretazioni troppo estensive di alcune parti dei fascicoli, da cui avrebbe ricavato, come esponente dell’apposita giunta di Montecitorio, l’impressione di un coinvolgimento anche di Craxi nelle indagini chiamate Mani pulite. Ricordo ancora nitidamente quella giornata in cui le agenzie avevano inondato le redazioni dei giornali di lanci a dir poco allarmanti sulla posizione giudiziaria del segretario socialista ancora in corsa per il ritorno a Palazzo Chigi. Nelle prime ore del pomeriggio, tornando a piedi da casa alla redazione del Giorno, di cui ero direttore, incrociai per caso in Piazza della Scala Antonio Di Pietro, il magistrato ormai simbolo di quell’inchiesta che stava demolendo la cosiddetta prima Repubblica. Allontanata la scorta con un cenno di mano, “Tonino” mi disse che nelle carte partite da Milano per la Camera non c’erano elementi contro Craxi, di cui lui parlava volgendo lo sguardo verso la Galleria, cioè verso gli uffici milanesi del segretario del Psi. E mi preannunciò un comunicato della Procura, che in effetti fu diffuso dopo qualche ora per precisare che nulla risultava “allo stato” delle indagini contro Craxi. Il quale tuttavia il giorno dopo si trovò su tutte le prime pagine dei giornali ugualmente come uno ormai compromesso nell’inchiesta. Non ricordo se l’ho già riferito ai lettori del Dubbio in altre circostanze riferendo del biennio “terribile” 1992- 93, ma il clima nei giornali, ormai di tutte le tendenze, era tale che la sera di quel giorno mi telefonò l’amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, per chiedermi come avessi deciso di uscire con la prima pagina del Giorno. Alla confidenza che sarei uscito col titolo sul comunicato di smentita diffuso dalla Procura, che ai miei occhi costituiva l’unica notizia certa della giornata rispetto a tutte le voci col condizionale diffuse dalle agenzie, Ugo mi chiese se poteva consigliare al comune amico Roberto Villetti, direttore dell’Avanti, di chiamarmi. Cosa che Villetti fece subito, ma non per consultarsi, come si aspettava il povero Intini, bensì per dissentire fermamente dal modo garantista in cui avevo deciso di titolare. Rimasi francamente di stucco. Neppure Scalfaro al Quirinale dovette rimanere convinto del comunicato della Procura milanese se volle parlarne direttamente col capo Francesco Saverio Borrelli, peraltro figlio di un suo vecchio collega ed amico. L’impressione che ne ricavò l’uomo del Colle fu di paura di mandare a Palazzo Chigi un “amico” – quale ancora egli considerava il suo ex presidente del Consiglio – destinato prima o dopo ad essere davvero coinvolto nelle indagini, come avvenne a fine anno con i primi avvisi di garanzia, e poi anche con richieste di arresto. Lo stesso Craxi mi raccontò di essersi sentito dire da Scalfaro all’incirca così: “Tu sai quanto ti stimi e ti voglia bene, ma è opportuno, anche nel tuo interesse, che tu faccia un passo indietro in questo momento. Dimmi tu stesso il nome di un socialista al quale io possa dare l’incarico”. E il 10 giugno, nel secondo ed ultimo giro di consultazioni, Craxi maturò la decisione del doloroso passo indietro. Che annunciò personalmente all’uscita dall’ufficio del capo dello Stato dicendo di avergli indicato “in un ordine non solo alfabetico” Giuliano Amato, già ministro con De Mita e suo sottosegretario a Palazzo Chigi, Gianni De Michelis e Claudio Martelli. La delegazione della Democrazia Cristiana, ricevuta per ultima, non ebbe così neppure la possibilità di proporre Craxi, contro la cui destinazione si erano già espressi nel partito alcuni esponenti, fra i quali De Mita, convinti che Palazzo Chigi spettasse ancora alla Dc, nonostante il ritorno di un democristiano al Quirinale dopo il movimentato settennato di Cossiga. Pertanto fu Amato l’uomo al quale Scalfaro diede l’incarico, che fu espletato con una certa difficoltà, avendo impiegato il nuovo presidente del Consiglio una decina di giorni, sino al 28 giugno, per la definizione del programma e soprattutto della lista. Dove Scotti risultò spostato dal Viminale alla Farnesina, che formalmente era una promozione, da lui però rifiutata perché Forlani aveva deciso di sperimentare dentro la Dc la incompatibilità fra le cariche di ministro e di deputato o senatore. Scotti reclamò inutilmente una deroga per conservare il mandato parlamentare, che alla fine preferì alla guida della diplomazia italiana. Martelli invece entrò nella lista all’ultimo momento, dopo essere andato da Craxi, su suggerimento dello stesso Amato, per chiedergli di essere confermato al Ministero della Giustizia, come poi mi avrebbe raccontato lo stesso Craxi, per portare a termine il lavoro svolto col povero Giovanni Falcone, suo prezioso collaboratore sino alla morte – e che morte – come direttore degli affari penali del dicastero di via Arenula. E Craxi acconsentì, parendogli – mi disse – “una richiesta umanamente ragionevole”, lungi forse dall’immaginare che Martelli fosse destinato pure lui dopo qualche mese ad essere investito da Tangentopoli e costretto alle dimissioni. Comunque, Martelli fu l’ultimo ministro e il primo governo di Amato l’ultimo sul quale il leader socialista riuscì a dire la sua, perché di fatto in quel mese di giugno di 25 anni fa al falconicidio col sangue, preceduto dall’ostracismo in vita praticatogli da tanti colleghi, seguì il craxicidio senza sangue. I rapporti di Craxi con Scalfaro rimasero buoni ancora per poco. Col procedere delle indagini e del linciaggio politico da cui pochi lo difesero, neppure quando subì il famoso lancio di monetine e insulti davanti all’albergo romano dove abitava, e donde usciva per andare ad una trasmissione televisiva dopo essere scampato a scrutinio segreto ad alcune, le più gravi, delle autorizzazioni a procedere chieste contro di lui dalla magistratura, il leader socialista si fece del presidente della Repubblica l’idea da lui stesso espressa in una serie di litografie raffiguranti falsi “extraterrestri”: finti inconsapevoli del finanziamento generalmente illegale della politica e delle forzature con le quali la magistratura aveva deciso di trattarlo. Oltre a Scalfaro, furono definiti extraterrestri anche Achille Occhetto, Eugenio Scalfari, Giorgio Napolitano e l’ormai compianto Giovanni Spadolini, la cui foto fu sostituita con un manifesto bianco listato a lutto. Craxi stesso mi raccontò nel suo rifugio di Hammamet di avere scritto più volte al presidente della Repubblica, anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, contro gli eccessi che stavano compiendo i magistrati, ma di non avere mai ricevuto una risposta, né diretta né indiretta. Il Quirinale non lo considerò più degno di riconoscimento alcuno. Ci vollero del resto la morte di Craxi e l’arrivo sul colle più alto di Roma di Giorgio Napolitano perché un presidente della Repubblica parlasse di lui riconoscendone il servizio politico reso al Paese e lamentando, fra le solite proteste dei manettari in servizio permanente effettivo, irriducibili anche di fronte alla morte, “la severità senza uguali” con cui era stato trattato dalla magistratura. Proprio alla magistratura, vantando di averne fatto parte, Scalfaro nel suo discorso di insediamento, pronunciato il 28 maggio a Montecitorio, davanti alle Camere in seduta congiunta con la partecipazione dei delegati regionali, aveva chiesto “energia, serenità e perseveranza” parlando della “questione morale”. Di energia e perseveranza sicuramente i magistrati si dimostrarono capaci nei mesi e negli anni successivi. Di serenità, francamente, un po’ meno, nella sostanziale e incresciosa disattenzione proprio di chi l’aveva reclamata insediandosi al vertice dello Stato sull’onda peraltro di una strage neppure citata per luogo e per nomi nel discorso alle Camere, essendosi Scalfaro limitato a parlare di una “criminalità aggressiva e sanguinaria”, forse aiutata anche da qualche mano straniera. Di cui nessuno, a dire il vero, aveva avuto sentore a Capaci e dintorni.

È Stato contro la mafia. Chi era per la linea dura. Il caso di Scotti e Martelli, scrive Francesco Bechis su Formiche.net il 22 aprile 2018. Dalle rogatorie dei pm del processo "Stato-Mafia" emerge un volto (buono) della politica che nessuno vuole raccontare: il caso degli ex ministri Vincenzo Scotti e Claudio Martelli. La politica esce malconcia, ma non distrutta, dalla sentenza della Corte d’Assise di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia, in cui vertici dello istituzioni e delle forze armate si sarebbero ritrovati a scendere a patti con Cosa Nostra per porre fine alla stagione stragista del 1992-1993. Una sentenza di primo grado, che dunque lascia intatta la presunzione di innocenza degli imputati: è bene ricordarlo a chi, preso dall’euforia, ha dato per chiusa la fase processuale apertasi nel 2013. Se è giusto sottolineare l’impatto dirompente che la sentenza letta venerdì pomeriggio dal presidente della corte Alfredo Montalto avrà sullo scenario politico italiano, è altrettanto doveroso ricordare che non tutta la politica di quegli anni è finita sul banco degli imputati. Oltre all’ex ministro Nicola Mancino, assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché “il fatto non sussiste”, la chiusura della prima fase del processo lascia integra, fra le altre, la figura di due uomini di Stato protagonisti di quella stagione politica che a più riprese sono stati sentiti dai magistrati in questi anni: l’ex ministro dell’Interno democristiano Vincenzo Scotti e l’ex ministro della Giustizia socialista Claudio Martelli. E in particolare gli atti, le dichiarazioni e le vicende politiche dell’attuale presidente della Link Campus sono state usate come supporto delle tesi accusatorie, confermando la totale estraneità di Scotti e Martelli ai fatti al vaglio dei pubblici ministeri. La lunga requisitoria dei pm ha fatto ampio ricorso alla vicenda pubblica di Scotti, che fu a capo del Viminale dall’ottobre del 1990 al giugno del 1992. Significativi a riguardo alcuni stralci tratti dall’esposizione degli elementi accusatori da parte del pm Roberto Tartaglia il 14 dicembre del 2017 e del pm Nino Di Matteo il 15 dicembre e l’11 gennaio 2018. Secondo l’accusa tre sono i passaggi che provano la ferrea volontà dell' “asse Scotti-Martelli” nella lotta senza compromessi contro la mafia. Il primo consiste nel “cambio di passo” impresso da Scotti alla politica di contrasto alla criminalità organizzata una volta ottenuto l’incarico agli Interni. Spiega Tartaglia il 14/12: “Cosa Nostra vede in questi tre soggetti e in questi tre poli (Scotti, Martelli, Falcone), l’emblema, l’immagine del cambiamento dell’azione politica […]”. Un cambio di passo che prese forma in una serie di iniziative concrete. Decisivo, ha spiegato Tartaglia, fu il decreto legge n. 60 del 1 marzo 1991 che delegava all’ “interpretazione autentica” del governo il calcolo della decorrenza dei termini di custodia cautelare. Un intervento che rimise in carcere 43 imputati mafiosi del maxi-processo che meno di un mese prima erano stati liberati dopo una condanna di primo grado e che il pm nella requisitoria definisce “un segnale devastante per le aspettative di Cosa Nostra”. Rilevanti nella lotta alla mafia furono due riforme giudiziarie introdotte dall’allora guardasigilli: la regola della turnazione nei ricorsi di mafia in deroga del principio di competenza per materia, e infine l’introduzione, il 15 gennaio del 1993, del 41-bis, il regime carcerario duro per i mafiosi la cui paternità ancora oggi Martelli rivendica con orgoglio. Poi il secondo passaggio della requisitoria che sottolinea la linea di fermezza del ministro Scotti con il crimine organizzato: si tratta delle sue prese di posizione pubbliche durante il mandato, dove non mancò mai di mettere al corrente l’opinione pubblica e gli organi dello Stato di un piano “sovversivo” di Cosa Nostra. Riecheggiano ancora oggi le dure parole del titolare del Viminale, a pochi giorni dall’omicidio di Salvo Lima, in un’audizione parlamentare del 17 marzo 1992: “Oggi, dopo questo omicidio, siamo in presenza di un fenomeno che non mira a distruggere le istituzioni ma a piegarne gli apparati ai propri fini, a condizionarli”. Preoccupazioni ribadite il 20 marzo successivo davanti alla commissione Affari Costituzionali del Senato: “Nascondere ai cittadini che siamo di fronte ad un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo. Io ritengo che ai cittadini vada detta la verità e non edulcorata, la verità: io me ne assumo tutta la responsabilità”. L’allora premier Giulio Andreotti definì “una patacca” l’allarmismo del suo ministro, scatenando involontariamente un polverone mediatico che non fu privo di strumentalizzazioni. A dare ulteriore conferma della rettitudine dell’operato di Scotti e Martelli, secondo i pm del processo sulla “trattativa”, ci sarebbe infine la tesi del “golpe bianco”. Nella requisitoria dello scorso 11 gennaio il pm Nino Di Matteo sostiene che la “prima condizione essenziale nel 1992 per portare avanti la linea del dialogo con la mafia era quella di cacciare Scotti dalla titolarità del Viminale”. L’avvicendamento del ministro dell’Interno con Nicola Mancino nel giugno 1992, che portò Scotti alla guida della Farnesina (su indicazione del presidente della Dc Ciriaco De Mita) mentre Giuliano Amato entrava a Palazzo Chigi, fu letto da molti come un promoveatur ut amoveatur. Anche l’uscita di Martelli dal Ministero della Giustizia nel febbraio del 1993 attirò gli stessi sospetti. Di Matteo è sicuro che non si è trattato di due semplici avvicendamenti: il pm palermitano l’11 gennaio ha affermato che è stata messa in atto piuttosto una strategia per “liberarsi di chi della contrapposta linea del rigore e delle intransigenza aveva fatto la sua bandiera e lo aveva dimostrato con i fatti”. Chiamato a parlare davanti alla Corte d’Assise di Palermo, Martelli in questi anni ha confermato la tesi della “rimozione forzata” del 1993, dovuta soprattutto, a suo parere, all’introduzione del 41-bis. Scotti invece ha preferito una linea di maggior riserbo, pur avendo manifestato davanti ai giudici le sue perplessità su quel cambio di vertice al Viminale.

Trattativa Stato mafia, anomalo riferimento a Berlusconi nella sentenza, scrive il 21 aprile 2018 Affari Italiani. "Marcello Dell'Utri è colpevole del reato ascrittogli limitatamente alle condotte contestate come commesse nei confronti del Governo presieduto da Silvio Berlusconi": così i giudici della corte d'assise, nel dispositivo della sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia, "circoscrivono" la responsabilità penale di Marcello Dell'Utri. L'ex senatore di Forza Italia, imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato, è stato condannato a 12 anni. Un dispositivo ritenuto dagli addetti ai lavori "anomalo" perchè la corte non si limita a un riferimento temporale "dopo il '93", ma fa espressamente riferimento a Berlusconi. Anomalia ancora più evidente se si ritiene che per gli altri imputati, i vertici del Ros, condannati per lo stesso reato nel lasso temporale precedente al '93 la formula cambia. E manca completamente il riferimento specifico al premier in carica all'epoca. E tra i politici di Forza Italia c'è chi grida alla sentenza politica, sottolineando la vicinanza tra il pm Di Matteo e il M5s. 

Altro che patti con la mafia, ecco tutti i boss messi in galera dai governi Berlusconi. L'assurda sentenza di Palermo non dice che il centrodestra ha raggiunto i maggiori risultati sul campo. Scovati i latitanti più pericolosi, scrive Luca Fazzo, Domenica 22/04/2018, su "Il Giornale". Una casupola bianca e un po’ malconcia in una masseria sulle colline di Montagna dei Cavalli, fuori Corleone: un braccio che si allunga per ritirare un pacco di biancheria lasciato da poco lì fuori. «Via, entriamo», dice la radio dei trenta poliziotti arrivati fin lassù, nel silenzio del martedì di aprile. Finisce così, dopo quarantatré anni, la latitanza di Bernardo Provenzano, Binnu u’ Tratturi. Era l’11 aprile 2006. Da tredici anni, dalla cattura di Totò Riina, Binnu era il numero uno di Cosa Nostra, il latitante più importante d’Italia. Bisogna ripartire da quel fotogramma, dal braccio che si sporge, per capire quanto stia in piedi la teoria di un governo Berlusconi addomesticato ai voleri di Cosa Nostra, come sostengono trionfanti i pm di Palermo dopo la indiscutibile vittoria ottenuta nel processo per la presunta trattativa Stato- Mafia. Bisogna partire da quella foto, guardare le date, ragionare. Provenzano viene arrestato nella fase finale della XIV legislatura. Ministro dell’Interno è Beppe Pisanu, capo del governo è Silvio Berlusconi: cioè l’uomo politico che secondo la tesi della Procura di Palermo, fatta propria dalla sentenza di ieri, avrebbe ricevuto «una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura per gli aderenti a Cosa Nostra». Una trattativa in tre fasi, l’ultima - secondo i pm - gestita in prima persona da Provenzano medesimo. Che però viene catturato e sepolto in un carcere di massima sicurezza. Ne uscirà solo dieci anni dopo, ormai demente, per andare a morire in una stanza d’ospedale. Cosa era accaduto tra il 1993 della presunta trattativa e l’arresto di Provenzano? Si potrebbe ipotizzare che gli accordi di non belligeranza tra Stato e mafia avessero dispiegato un qualche effetto, almeno nella prima fase. Macché. Berlusconi va a Palazzo Chigi la prima volta il 10 maggio 1994, ci resta fino al 17 gennaio successivo; ministro dell’Interno è Roberto Maroni. Una manciata di mesi: ma nello stesso periodo finiscono in galera quasi cento latitanti per reati di mafia, criminali inseguiti da anni da mandati di cattura. Sono camorristi, ’ndranghetisti, ma il prezzo più alto lo paga Cosa Nostra, anche nelle sue propaggini internazionali: il 20 luglio 1994 a Long Island viene catturato dallo Sco, Paolo Lo Duca, latitante dal 1990, l’uomo di raccordo tra Cosa Nostra, i clan americani e il cartello di Medellin, un personaggio chiave nell’economia mafiosa. Tre mesi dopo a Palermo la Mobile arresta Francesco Inzerillo, cugino del boss ammazzato dai Corleonesi nel 1980, e interfaccia in Sicilia dei Gambino di New York. A novembre in Canada viene individuato e preso Salvatore Ferraro, successore di «Piddu » Madonia alla testa di Cosa Nostra a Caltanissetta. Si azzannano i tentacoli della Piovra oltreconfine. Berlusconi torna al governo nel 2001, al Viminale vanno prima Scajola e poi Pisanu. E la musica non cambia. La «Lista dei Trenta», l’elenco dei latitanti più pericolosi, deve venire aggiornata di continuo, perché uno dopo l’altro i boss cadono nella rete. Il 16 aprile 2002 a Roccapalumba tocca a Antonino Giuffrè: è il sanguinario braccio destro di Provenzano, in fuga da nove anni, condannato a otto ergastoli. Appena arrestato si pente e comincia ad accusare Marcello Dell’Utri e Forza Italia. L’anno dopo, a luglio, finiscono le latitanze anche di Salvatore Rinella e Salvatore Sciarabba: sono gli uomini che proteggono Provenzano. Il cerchio intorno a «Binnu» si sta stringendo. Saranno questi, i «benefici di varia natura» di cui parla la Procura di Palermo? Ad aprile 2006 tocca a Provenzano. Due settimane più tardi si vota, il centrodestra lascia Palazzo Chigi. Ci torna due anni dopo, l’8 maggio 2008. Premier è di nuovo Berlusconi, ministro degli Interni di nuovo Bobo Maroni. E la musica riprende. È il periodo d’oro della caccia ai boss, quello in cui Maroni a conti fatti potrà vantare l’arresto di 6.754 mafiosi, compresi ventotto della «Lista dei Trenta». Vengono smantellati santuari della criminalità organizzata in tutto il Mezzogiorno. La ’ndrangheta, che nel 2004 aveva visto la fine della interminabile latitanza di Giuseppe Morabito, «Peppe Tiradrittu» tra il 2008 e il 2009 vede finire in cella imprendibili di lungo corso come Francesco e Antonio Pelle; il 10 dicembre 2008 termina la fuga di Giuseppe De Stefano, «il top della ’ndrangheta» nelle parole del procuratore Giuseppe Pignatone. Il 17 novembre 2010 catturano nella sua Casal di Principe il superboss della camorra Antonio Iovine: «Abbiamo preso un re nel suo regno», commenta il procuratore antimafia Piero Grasso. «Questa è l’antimafia dei fatti», dice Maroni. Ma è in Sicilia, nella terra dove il progetto della trattativa avrebbe preso forma e sostanza, che l’assedio alla criminalità mafiosa continua con i risultati maggiori. Matteo Messina Denaro non si trova, ma - come all’epoca di Provenzano polizia e carabinieri fanno terra bruciata intorno al padrino in fuga. A settembre 2009 viene catturato Domenico Raccuglia, il collaboratore che gestisce la latitanza di Messina Denaro. A dicembre nello stesso giorno vengono presi a Palermo il giovane boss rampante Giovanni Nicchi e a Milano Gaetano «Tanino» Fidanzati, 78 anni, uno dei primi uomini d’onore a sbarcare al nord. Nel giugno successivo prendono Giuseppe Falsone, il capo di Cosa Nostra ad Agrigento: vive sotto falso nome a Marsiglia, la città dove Provenzano era riuscito a farsi operare alla prostata durante la latitanza. E poi centinaia di arresti solo apparentemente minori, esponenti di seconda fila dei clan e anche semplici gregari: che però costituiscono l’ossatura dei clan, la pianta organica senza la quale il potere dei boss diventa una scatola vuota. Sono risultati imponenti, figli del lavoro oscuro e tenace delle forze dell’ordine. E di una volontà politica.

"Con me al Viminale li catturammo tutti. Salvini non cada nella trappola del fango". L'ex ministro: "Illazioni ridicole. Berlusconi alla mafia ha fatto un c...o così", scrive Giannino Della Frattina, Domenica 22/04/2018, su "Il Giornale". «Trattativa con la mafia? Il governo Berlusconi alla mafia ha fatto un culo così. Che ancora se lo ricordano. Mi scusi il francesismo».

Presidente Roberto Maroni, lei è stato due volte ministro dell'Interno e la prima proprio in quel 1994 toccato dalla sentenza della corte di Assise di Palermo.

«Un primo grado. Aspetterei prima di parlare di teorema confermato».

Cosa ha provato sentendo una sentenza che accusa lo Stato di essere sceso a patti con Cosa Nostra?

«Prima la gioia per l'assoluzione di Nicola Mancino, mio predecessore al Viminale. Un galantuomo».

Mai avuto dubbi?

«Arrivato al ministero mi sono fatto portare dal direttore del Sisde Domenico Salazar i dossier. C'erano quelli sui partiti, quello sulla Lega Nord. E ce n'era uno anche su Mancino».

Il ministro dell'Interno dossierato dai servizi?

«Si figuri se poteva essere lui al centro di una trattativa con la mafia».

Non ha avuto alcun sentore di possibili accordi. Del famoso «papello» con le richieste di Totò Riina?

«Lo escludo. Il capo del Sisde e poi della polizia era Vincenzo Parisi, un uomo che mai avrebbe permesso una cosa simile. Un maestro per me».

Perché è così sicuro?

«Veniva ogni mattina al ministero e quando parlavamo di mafia voleva che scendessimo in giardino. Non c'erano le intercettazioni di oggi, ma lui diceva che era meglio così».

E Berlusconi?

«Garantisco che non solo non si è mai permesso di ostacolare il mio lavoro, ma anzi mi ha sempre spronato a combattere la criminalità organizzata».

All'arresto del camorrista Antonio Iovine nel novembre del 2010, lei parlò di 6.754 mafiosi in manette con il governo Berlusconi con un incremento del 34 per cento.

«Non solo, noi arrestammo 28 dei 30 latitanti più pericolosi».

Quindi non ci fu indulgenza?

«Di più, fummo noi a far diventare legge la proposta di Giovanni Falcone per colpire la mafia nei patrimoni. Oltre 35mila beni sequestrati o confiscati».

Come?

«Prima i beni venivano sequestrati ai mafiosi in quanto pericolosi. Ma in caso di morte o intestazione ai nipotini (come succedeva speso), tutto tornava agli eredi. Noi abbiamo separato la misure di prevenzione personali da quelle patrimoniali. E ha funzionato».

Fu Pietro Grasso, in altri tempi, a chiedere «un premio speciale a Silvio Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia».

«Mi ha fatto piacere perché le misure di aggressione ai patrimoni mafiosi le ho introdotte io: l'Agenzia nazionale per la gestione dei beni sequestrati e confiscati e il Fug, il Fondo unico giustizia che con i soldi della criminalità aiuta le vittime e i testimoni di giustizia».

Importante.

«Abbiamo consegnato alle forze dell'ordine le auto sequestrate. Sa cosa significa polizia e carabinieri in un quartiere mafioso con la macchina che fino al giorno prima era del boss?».

Berlusconi la incitava alla lotta alla mafia o le diceva di frenare?

«Ogni mese facevo una relazione al consiglio dei ministri. E quando nel '94 Berlusconi presentò il governo al senato, io non c'ero e la sinistra mi criticò».

Come mai?

«Ero in Sicilia dove un sindaco aveva trovato una testa di vitello mozzata sulla porta di casa. Berlusconi mi disse di lasciar perdere il Senato e di andare lì. Era la prima volta che vedevano il ministro con il procuratore di Palermo che era Gian Carlo Caselli, i capi di polizia e carabinieri. Altro che trattativa».

Eppure c'è questa sentenza.

«Questi sono i fatti, non opinioni. Quelle le lascio ai professionisti dell'antimafia di Sciascia».

Ora quella trattativa entra in un'altra trattativa, quella per il governo.

«Lo scrivono i giornali, non vedo proprio come possa influire».

Sarà un appiglio per i 5 Stelle.

«Sono cose che danno fastidio, ma sono anni che si dice di Berlusconi e lui è sempre lì».

Il momento è cruciale.

«Io dico a Matteo Salvini di lasciar perdere tutto questo fango buttato in giro. Non cada nella trappola e mantenga salda la guida del centrodestra. Se questa alleanza scompare, a vincere saranno gli altri».

Avesse saputo di una trattativa Stato-mafia, l'avrebbe denunciata?

«Immediatamente».

"Il Cavaliere mi ordinò di attuare il carcere duro contro Cosa nostra". L'ex presidente del Senato: "Mafia colpita con il 41bis reso stabile e i sequestri dei beni", scrive Mariateresa Conti, Domenica 22/04/2018, su "Il Giornale". Altro che obbedire alle richieste del «papello» di Riina, prima tra tutte quella sull'abolizione del 41 bis, il carcere duro. Altro che avere favorito la mafia con i provvedimenti del governo, come accusa il pm Di Matteo. Renato Schifani, oggi senatore di Forza Italia ma in passato capogruppo e presidente del Senato azzurro, non ci sta. E ricorda, dal 41 bis reso definitivo dal centrodestra alle norme sui sequestri dei beni ai mafiosi. Tutte leggi promosse da Berlusconi.

Senatore Schifani, si aspettava che il pm Di Matteo coinvolgesse Berlusconi nella trattativa Stato-mafia?

«Lo ritengo strumentale sotto il profilo politico e mediatico. Tra l'altro Berlusconi non è stato mai imputato né indagato in questo processo. Ed inoltre la sentenza Dell'Utri, definitiva, esclude ogni rapporto di Berlusconi e di Forza Italia con la mafia. Il pm Di Matteo, assiduo frequentatore di convegni Cinque stelle, si è lasciato andare a dichiarazioni più politiche che giudiziarie. Dando per scontata la colpevolezza di pezzi dello Stato e di Dell'Utri il pm dimentica che i livelli di giudizio sono tre e che quindi nessuna responsabilità penale è ancora acclarata definitivamente».

La condanna di Dell'Utri è pesante, pensa che potrà incidere sulla sua vicenda?

«Non è detta l'ultima parola. Attendiamo che la Cedu si pronunci sulla legittimità della sentenza definitiva di condanna, visto che il caso Dell'Utri è perfettamente assimilabile al caso Contrada, per il quale la Cedu ha stabilito che il concorso esterno non era definito giuridicamente prima del '94».

Berlusconi ha sempre rivendicato l'attività contro la mafia dei suoi governi...

«Per esperienza vissuta, ha ragione. Nel 2002, Dell'Utri era parlamentare e io capogruppo. Mi pervenne dal governo Berlusconi il ddl che prorogava di tre anni il 41 bis, il carcere duro. Sino ad allora si era andati avanti a proroghe, e queste ingeneravano aspettative nella mafia, se ne trova traccia nel papello di Riina. Mi confrontai con Berlusconi e gli chiesi se era d'accordo a trasformare quell'istituto in un modello permanente. Da lui ebbi immediato consenso e il provvedimento fu approvato, al Senato e alla Camera. Fu un passaggio delicato, ci rendevamo conto di cosa significasse per la mafia. In Berlusconi non trovai alcuna titubanza, al contrario ebbi il suo totale sostegno, soprattutto a me che ero siciliano».

Altri provvedimenti?

«L'inasprimento del sequestro dei beni. Nel 2008 abbiamo introdotto una norma più incisiva, che ci ha consentito di combattere la mafia aggredendola di più sui patrimoni. Il mafioso si vede profondamente ferito e colpito quando lo si priva dei beni. L'aggressione ai patrimoni è un'arma più efficace per indebolire il fenomeno mafioso. Il governo Berlusconi è stato coraggioso».

Come nacque?

«Era il 2008, da presidente del Senato ero intervenuto alla Festa della Polizia a Palermo. Nel mio discorso istituzionale avevo detto che ero pronto a recepire suggerimenti per il pacchetto sicurezza Maroni/Alfano. Al termine della cerimonia alcuni inquirenti mi segnalarono l'esigenza di intervenire sulla Rognoni-La Torre perché non si poteva intervenire su alcuni beni dei mafiosi, quelli ereditari e quindi legittimi in sostituzione di quelli illegittimi venduti a terzi. Chiesi un appuntamento all'allora procuratore antimafia Grasso che venne a trovarmi subito e mi disse che si poteva. Così preparai una bozza di emendamento e ne parlai con Berlusconi. Anche in questo caso, pieno via libera. Nacque così il sequestro per equivalente, che per me si chiama Silvio Berlusconi».

Grasso disse che i governi Berlusconi meritavano un premio speciale per le norme antimafia...

«Da Grasso ci dividono le idee politiche, ma fu corretto con noi, le nostre normative antimafia sono senza precedenti».

Questa sentenza è caduta nel mezzo delle trattative per il governo e qualcuno dice che ha favorito i grillini...

«Non cambia nulla. Forza Italia è orgogliosa della propria storia e del proprio leader. Di Maio ha sempre sostenuto di non volersi sedere al tavolo con Berlusconi, e quindi intende trarre dalla sentenza basso e strumentale profitto. Non ha vinto le elezioni e si è assunta la responsabilità di paralizzare il paese con i suoi giochetti da doppio forno. Il centrodestra resta unito perché questa è stata e sarà sempre la sua forza».

Dell’Utri senza scampo: deve morire in cella. Marcello Dell’Utri proprio due giorni fa è rientrato a Rebibbia, dopo due mesi di ricovero per effettuare la radioterapia a causa di un tumore alla prostata, scrive Valentina Stella il 21 Aprile 2018, su "Il Dubbio". «Siamo profondamente delusi e sorpresi: è una sentenza che non ci aspettavamo assolutamente perché eravamo sicuri di aver dimostrato che l’ipotesi accusatoria non aveva alcun fondamento», così ha commentato al Dubbio l’avvocato Francesco Centonze a pochi minuti dalla sentenza che ha condannato Marcello Dell’Utri, accusato di “violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario” – art. 338 cp -, a 12 anni di carcere e all’“interdizione perpetua dai pubblici uffici e in stato di interdizione legale durante la pena” nel processo sulla Trattativa Stato Mafia. Dell’Utri, secondo l’accusa, si sarebbe fatto “portavoce” delle minacce mafiose presso il governo Berlusconi. «Noi ritenevamo – prosegue il legale – di aver dimostrato contro ogni ragionevole dubbio l’assoluta innocenza di Dell’Utri in questa vicenda. Siamo ansiosi di leggere come i giudici motiveranno questa decisione. Ricorreremo ovviamente in appello». Come possiamo leggere nella memoria difensiva di quasi 300 pagine presentata dall’avvocato Centonze “la tesi della pubblica accusa della formulazione di una minaccia stragista da parte di Cosa Nostra non ha trovato alcun supporto nell’istruttoria dibattimentale. Nessuno dei testimoni della Procura ha mai fatto cenno a messaggi intimidatori da parte dell’organizzazione criminale a Dell’Utri e al Presidente Silvio Berlusconi”. Aspetto ancora più rilevante, evidenziato dalla difesa, è che “all’esito del dibattimento non c’è la prova che Mangano (lo stalliere di Arcore, ndr.) abbia incontrato Marcello Dell’Utri dopo aver ricevuto le indicazione da Giovanni Brusca (ex boss della mafia, poi divenuto collaboratore di giustizia, ndr.) e, anche ammesso che si siano incontrati, in ogni caso, non è stato dimostrato che Mangano abbia effettivamente trasmesso a Dell’Utri il messaggio minatorio”. Intanto Marcello Dell’Utri proprio due giorni fa è rientrato nel carcere romano di Rebibbia, dopo essere stato per circa due mesi ricoverato al Campus biomedico di Roma per effettuare la radioterapia a causa di un tumore alla prostata. Deve scontare ancora un anno e mezzo di detenzione per la condanna definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La situazione giudiziaria alquanto complessa di Dell’Utri comprende al momento anche un ricorso pendente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo attraverso cui, in sintesi, si chiede di applicare quanto già deciso per Bruno Contrada, ossia l’annullamento della sentenza per concorso esterno in associazione mafiosa perché all’epoca dei fatti contestati a Contrada, così come a Dell’Utri, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente tipizzato, quindi il processo sarebbe stato celebrato illegittimamente. Lo scorso marzo la seconda sezione della Corte d’Appello di Caltanissetta aveva rigettato la richiesta di revisione di tale processo, decisione che i legali di Dell’Utri intendono impugnare in Cassazione. Probabilmente la pronuncia della Cedu arriverà dopo l’estate: se la richiesta dei legali venisse accolta l’Italia poi dovrebbe riconoscere l’eventuale accoglimento ottenuto in sede europea; considerando i tempi della giustizia si prevede che Dell’Utri dovrà scontare tutta la pena residua in cella.

Travaglio di bile. Il Fatto vuole dimostrare che Berlusconi è un "delinquente naturale". Ma anche il condannato Travaglio è delinquente, scrive Vittorio Sgarbi, Venerdì 20/04/2018, su "Il Giornale". Se le dicono e se le cantano fra loro. Sul Fatto, sono sempre loro, Travaglio o Gomez. E adesso anche Gregorio De Falco. Questa volta Travaglio si è messo in testa di dimostrare che Berlusconi è un «delinquente naturale». Perché delinque, egli dice. Più o meno come lui, condannato a pagare 150mila euro per diffamazione degli onesti magistrati del processo Mori. Numerose sono le condanne di Travaglio. Per accusare Berlusconi, Travaglio e i suoi ricorrono spesso al tema della corruzione di un senatore. Se le sentenze che lo dimostrano sono quelle del caso De Gregorio, stiamo freschi. Conclusioni insensate, basate sulle dichiarazioni di un personaggio palesemente in contrasto con tutto quello che è agli atti del Senato. Ma è inutile dirlo: i Travaglio e i Gomez, innamorati del «delinquente naturale», non ascoltano e non verificano. Perché comprare un senatore che non era più di centrosinistra, non era più nel gruppo di «Italia dei valori», ma era passato, fin dal 2006 (due anni prima della caduta del governo Prodi), nel Gruppo misto, per stare con il centrodestra, che lo avrebbe nominato presidente della commissione Difesa del Senato? Basta leggere gli atti. Solo quando non le critica lui, per Travaglio le sentenze sono infallibili. E se dobbiamo ritenerle tali, anche il condannato Travaglio è delinquente, e per di più recidivo, e per di più contro magistrati. Insomma, l'altra faccia della medaglia di Berlusconi.

La trattativa Stato-mafia c’è stata, forse. E con questo? Scrive Rocco Todero il 21 Aprile 2018 su "Il Foglio". La storiografia più accreditata è da tempo concorde nel sostenere che durante la seconda guerra mondiale il Governo degli Stati Uniti chiese aiuto alla mafia, soprattutto a quella di New York, per tirarsi fuori dalla drammatica situazione che imperversava nello specchio delle acque territoriali americane dove i sottomarini tedeschi, con la probabile complicità di agenti segreti del loro servizio d’intelligence acquartierati dentro il porto della Grande Mela, imperversavano senza trovare ostacolo alcuno nell’affondare decine di navi destinate a trasportare aiuti per sostenere lo sforzo bellico d’Inghilterra e Francia contro Adolf Hitler. Le autorità militari, a torto o a ragione (questo ancora non è chiaro), erano persuasi del fatto che solo coloro che detenevano l’effettivo controllo del porto di New York avrebbero potuto fornire un fondamentale contributo per non rendere vani gli sforzi statunitensi contro l’aggressore tedesco. La trattativa coinvolse gente del calibro di Lucky Luciano, Meyer Lansky, Benjamin Siegel, Joe Adonis e Frank Costello, la cupola della più potente mafia americana allora in attività. I “mangia spaghetti” furono, inoltre, il canale d’informazione principale per l’organizzazione dell’operazione Husky, nome in codice con il quale fu identificato lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia nel luglio del 1943. Lucky Luciano e suoi “compari” riuscirono a fare in modo che i soldati a stelle e strisce trovassero la minore resistenza possibile nell’Isola e potessero beneficiare, già nel momento stesso in cui avessero messo piede sulle spiagge, di una rete di “picciotti” fidati capaci di descrivere a menadito, strade, postazioni nemiche, ed ogni sorta di anfratto. Per i servizi resi durante il conflitto bellico Lucky Luciano (assassino, sfruttatore di prostitute, commerciante di droga, estorsore e corruttore) fu liberato anticipatamente ed estradato in Italia grazie ad un provvedimento firmato da Thomas Edmund Dewey, il procuratore distrettuale della contea di New York che lo aveva fatto condannare ad un pena “non inferiore a 30 anni” qualche anno prima e che era poi divenuto Governatore di quello stesso Stato. Questo squarcio di storia del novecento racconta in tutta la sua drammaticità della fortissima tensione alla quale può essere sottoposto lo Stato di diritto nei momenti più difficili della vita delle liberal democrazie, soprattutto quando esse sono sotto attacco, allorché, cioè, praticare l’eccezione alla regola di diritto potrebbe rappresentare l’unica soluzione per salvare l’intero sistema della convivenza civile. Si tratta di una deviazione dall’ordinario, da quella che dovrebbe essere l’inviolabile regola del “governo delle leggi”, che conduce nel sentiero ambiguo, fosco, e discrezionale del “governo degli uomini”. Non vi è da parte dei rappresentanti del governo complicità col sodalizio criminale, né volontà di rafforzarne il potere e la struttura organizzativa, ma soltanto il desiderio di tentare di evitare mali maggiori in un contesto di grave debolezza istituzionale cui non è possibile porre rimedio repentinamente. Non si assiste nemmeno ad una sospensione della lotta fra il bene e il male, quanto più semplicemente all’individuazione di un pericolo di maggior rilievo da sventare in una situazione di grave svantaggio nei confronti del nemico che potrebbe preludere a guai ben maggiori. Dopo la liberazione di Lucky Luciano le autorità americane ripresero senza indugio la loro battaglia contro la malavita organizzata italoamericana e diedero filo da torcere per anni ad infinite schiere di boss e famiglie mafiose. A Palermo, invece, un Tribunale della Repubblica italiana ci ha fatto sapere che per gli ufficiali dei Carabinieri che avrebbero tentato (ammesso che così sia stato) di fermare la mattanza di politici, giudici, poliziotti ed inermi cittadini, fatti esplodere in aria e ridotti a brandelli sulle autostrade siciliane, in pieno centro cittadino a Palermo o in ogni altra parte d’Italia, può esserci solo il carcere. Nonostante la gravissima debolezza del corpo e dell’anima dello Stato in quei terribili mesi, resa evidente dal caos istituzionale e dalla incapacità di organizzare una risposta investigativa immediatamente idonea a mettere a riparo la vita di rappresentanti delle istituzioni e di ignari cittadini, malgrado il concreto pericolo che la Repubblica crollasse definitivamente sotto i colpi serrati della più spietata organizzazione criminale italiana mai vista, sebbene la lotta alla mafia quegli autori della trattativa non avrebbero poi mai smesso di continuare senza sosta alcuna, il tentativo di far riprendere fiato alle istituzioni democratiche deve essere considerato, secondo i pubblici ministeri ed i giudici della Corte, alla stregua di un crimine ingiustificabile. A nulla vale argomentare che il nemico ti aveva messo oramai il coltello alla gola e che avevi ritenuto necessaria una tregua (e non una resa) per riprendere le forze, non soccombere definitivamente e contrattaccare. A nulla vale sottolineare che anche la pubblica accusa in questo processo sulla presunta trattativa è consapevole che non ci fu mai, nemmeno per un momento, la volontà da parte dei rappresentati dello Stato di concorrere con la mafia nel disegno criminale portato avanti dai corleonesi per più di trent’anni. A nulla serve ricordare che la trattativa (ammesso ci sia stata) avrebbe permesso comunque di assestare un colpo micidiale al Capo dei capi e, da lì a qualche anno, all’intera organizzazione malavitosa. Il fanatismo, infatti, quello massimamente manicheo, quello assolutamente intransigente, quello disumano, ti spiega, con fare censorio e teatrale allo stesso tempo, che non avresti dovuto nemmeno parlare con il nemico (ammesso che tu lo abbia fatto), piuttosto avresti dovuto preferire farti ammazzare dopo avere assistito al disfacimento generale di quello che sarebbe rimasto dello Stato di diritto, soprammobile d’arredo, a quel punto, ad uso e consumo della mafia che avremmo voluto sconfiggere.

"Sentenza Trattativa, Stato fallito che non protegge i suoi servitori", scrive il 21 Aprile 2018 la Redazione de La Pressa. Stefano Parisi, segretario di Energie per l’Italia: "Politicizzazione del pm Di Matteo, fanno di tale caso uno dei punti più bassi del nostro stato di diritto". “È incredibile come si possa gioire della sentenza di Palermo che condanna dei servitori dello Stato che hanno arrestato Totò Riina e, con la loro azione, inferto dei colpi durissimi alla mafia. Uno Stato che non protegge i suoi servitori è uno Stato fallito. A supporto di questa sentenza non ci sono prove ma solo dichiarazioni di pentiti la cui totale assenza di credibilità è stata già provata”. Lo ha scritto su Facebook Stefano Parisi, segretario di Energie per l’Italia commentando la sentenza di Palermo che condanna Mori e De Donno. Parisi aggiunge: “La spinta mediatica intorno alla presunta trattativa Stato-mafia, la forte ed esplicita politicizzazione del pm Di Matteo, fanno di questo caso uno dei punti più bassi del nostro stato di diritto. I leader politici che in queste ore esultano rappresentano il dramma ultimo che sta vivendo il nostro Paese. Che il neoeletto presidente della Camera dei deputati inneggi a questa sentenza è senza dubbio un fatto molto grave a cui il Parlamento dovrebbe dare una risposta chiara a difesa della nostra democrazia e dello stato di diritto”.

Un amaro processo, la guerra alla mafia. Perché le coscienze non possono tacere, scrive Marco Tarquinio sabato 21 aprile 2018 su Avvenire. "Gentile direttore, quando le armi urlano le coscienze tacciono e, quando la coscienze tacciono, non esistono più né regole né onore ma solo eroi. Me lo diceva sempre mio nonno, combattente in Africa durante la Seconda guerra mondiale, ogni qual volta gli confidavo di voler fare il carabiniere. Ciò, in un periodo in cui più che mai la mafia sparava, metteva le bombe e uccideva innocenti. Poi, un giorno mi sono ritrovato “in guerra” e, solo allora, ho capito che cosa mio nonno volesse dire. Apprendo con grande rammarico della condanna del generale Mori e degli altri carabinieri che hanno operato in contesti in cui «le coscienze erano atterrite dall’urlo delle armi e regole ed onore erano prerogativa solo degli eroi». Di questa storia non posso e non voglio giudicare i fatti e neppure le “carte”, che non conosco, sono sicuro, però, che a volte le carte dicono cose diverse rispetto ai fatti. Così, mi viene ancora in mente un’altra cosa che mio nonno ogni tanto ribadiva: «Nipotino mio, quando sei in guerra e combatti veramente, ti possono succedere solo cose brutte, puoi morire, rimanere ferito o, se proprio sei “fortunato”, essere fatto prigioniero. La differenza però è che, se muori o rimani ferito, indipendentemente da come è successo, vieni ricordato come un eroe, se invece ti fanno prigioniero, rimani semplicemente uno che si è arreso». Io so che il Generale e gli altri carabinieri, dopo lunghi anni di “guerra” alla mafia, stanno ancora combattendo per non essere fatti prigionieri, ai posteri giudicare chi è stato il loro vero nemico, se lo Stato o la mafia. Vincenzo Drosi, maresciallo dei Carabinieri in congedo".

È davvero emozionata ed emozionante, gentile maresciallo Drosi, questa sua lettera sulla prima sentenza nel processo sulla «trattativa Stato-mafia». E mi ha molto colpito. Di lei so ciò che lei stesso mi dice, e cioè che ha servito nell’Arma, ma anche che è stato posto in congedo prima del previsto a causa di gravi ferite riportate facendo il suo dovere. Ciò che racconta di suo nonno, aiuta ancor meglio me e gli altri amici lettori a capire di che pasta anche lei è fatto e quali ideali l’hanno formata: certamente improntati al quel binomio «disciplina e onore» che la nostra Costituzione propone come misura e stile del servizio reso da quanti esercitano, a ogni livello e con diverso grado di responsabilità, un ruolo pubblico. Tutto ciò mi induce a considerare con ancora più rispetto le sue parole e a fare ogni sforzo per comprendere la sua amarezza. Non conosco abbastanza neppure io le “carte” del processo su quella che abbiamo definito sulla nostra prima pagina di ieri «la malatrattativa» e commentato con il lucido e coraggioso fondo di Danilo Paolini. E quel che so non mi autorizza ad azzardare sul complesso dell’operato dei magistrati giudizi che sarebbero pregiudizi. Ma conosco molti uomini delle Forze dell’ordine e, tra loro, non pochi che vestono la divisa dei Carabinieri. So bene che non sono infallibili, ma so altrettanto bene che le “mele marce” sono la triste eccezione che conferma la regola di una grande pulizia di vita e d’azione e di una generosa fedeltà alla Repubblica (che non è un’entità astratta, ma siamo tutti noi), regola sulla quale gli stessi uomini delle forze dell’ordine sono chiamati a vigilare con speciale attenzione. Per quel che vale, a mia volta sono certo che il generale Mori e gli uomini del Ros oggi condannati continueranno a battersi per dimostrare la giustezza del proprio operato. Conosco, poi, molti dei fatti. E ciò che conosco mi aiuta a rendermi conto che qualcosa di molto serio e poco limpido accadde dietro le quinte degli anni concitati e decisivi della «risposta dello Stato» che seguirono la terribile stagione stragista di “cosa nostra” del 1992-93. Certo accaddero anche cose riprovevoli, come in ogni guerra. Ed è proprio questo che ha mosso un processo giudiziario che ha scosso e inquietato anche me. I lettori sanno che nell’estate del 2012 mentre questa vicenda processuale toccava e coinvolgeva in modo clamoroso importanti personalità e tra esse persone «per bene» che in anni di lavoro ho avuto la possibilità di conoscere, vedere all’opera e stimare, non esitai a dire e scrivere parole ferme e chiare di preoccupazione. E di dissenso. Penso in particolare a come venne investito tramite intercettazioni “impossibili” Loris D’Ambrosio, uomo e magistrato di grande levatura morale e professionale, morto letteralmente di crepacuore. E penso a ciò che ha dovuto vivere in questi anni Nicola Mancino, già ministro dell’Interno e presidente del Senato, ora assolto totalmente dall’accusa di falsa testimonianza. Mancino – da giurista e politico galantuomo qual è – si è difeso “nel processo e non dal processo”, mostrando ancora una volta a non pochi protagonisti di quella che a lungo è stata chiamata «nuova politica» (oggi ormai vecchia e quasi archiviata) che cosa significhi nutrire autentico senso delle Istituzioni anche davanti a una palese ingiustizia aggravata dallo stringersi di una tenaglia politico-mediatica mirata a tagliarti fuori, e con immeritata ignominia, dalla vita pubblica. Un amico molto profondo, che veste a sua volta la toga del magistrato, mi ha consegnato in questi giorni una riflessione che considero molto utile e saggia e sono certo che non si dorrà se la richiamo qui, ora, sia pure un po’ sommariamente. «Se una “trattativa” tra uomini dello Stato e uomini della mafia ci fu, va giudicata politicamente e storicamente. Si potrà dire che è stata un grave errore politico o, al contrario, che fu necessitata. Ma, in ogni caso, non la si potrà chiudere nel “vestitino” di una norma penale. Comunque sia andata, l’elemento psicologico che può aver mosso uomini di Stato a un contatto con uomini della mafia non sarà mai lo stesso dei mafiosi». Di questo sono convinto anch’io. Così come sono consapevole del fatto che ci sono verità storiche (e morali) che non sempre coincidono con quelle che possono essere rincorse e accertate (eppur si deve...) in un’aula giudiziaria. Un ultimo pensiero è per la fulminante frase con cui lei, gentile maresciallo ha aperto la sua lettera. Ne capisco il senso e posso intenderne anche la buona intenzione, ma sono di un’altra scuola. Quando le armi urlano, le coscienze non possono tacere. E questo l’«eroismo», cristiano e civile, che ci è chiesto di vivere con semplicità e tenacia e che motiva ogni resistenza al male, all’ingiustizia, all’indifferenza, alla mafia.

Il giurista che definì il processo sulla trattativa Stato-Mafia una "boiata" non cambia idea dopo la sentenza: "Non andava fatto". Lo studioso di diritto penale Giovanni Fiandaca critico verso l'accusa, scrive il 21/04/2018 "Huffingtonpost.it". Qualche anno fa, in piena bufera mediatica, quando quello sulla trattativa Stato-mafia veniva definito il processo del secolo, usò parole dure, bollando l'atto di accusa della Procura di Palermo come una "boiata pazzesca". Oggi Giovanni Fiandaca, tra i massimi studiosi italiani di diritto penale, non usa la scure, ma ribadisce dubbi e perplessità manifestati da sempre sul lavoro dei pm palermitani dicendo che il processo non si doveva fare. Il commento arriva dopo il verdetto che, invece, ha accolto praticamente in pieno l'impianto dei magistrati condannando a pene pesantissime quelli che sarebbero stati i protagonisti del dialogo tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra negli anni delle stragi: dall'ex generale del Ros Mario Mori, all'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri condannati a 12 anni di carcere. Le critiche di Fiandaca sono tutte in diritto. "Fermo restando che aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza - dice - rimangono invariate le mie perplessità sul reato ipotizzato: la minaccia a Corpo politico dello Stato. Il Governo italiano non è un organo politico ma costituzionale e la tutela degli organi costituzionali è assicurata da un'altra norma del codice penale: l'articolo 289 che, peraltro, è stato modificato nel 2006. La nuova formulazione non parla di minaccia ma di 'atti violenti', ed è questo il motivo per cui la Procura alla fine ha ripiegato sull'articolo 338. Resta il nodo di fondo: la pressione sul governo da parte della mafia e dei concorrenti, ipotizzata dall'accusa, ricade solo nella previsione dell'articolo 289. La scelta del reato dunque è sbagliata". Questioni in diritto complesse che - e questa è un'altra criticità individuata da Fiandaca - troppo spinose per una Corte d'Assise composta da giudici popolari. "Io ritengo che siano questioni di competenza di un giudice solo professionale", dice. La Corte d'Assise come competente a celebrare il processo venne individuata dal gup che dispose i rinvii a giudizio sulla base della ricostruzione della procura che vedeva nell'omicidio dell'erurodeputato Salvo Lima, reato di competenza della corte, uno degli snodi da cui avrebbe preso il via la cosiddetta trattativa. Che quella della Procura sia stata comunque una vittoria a 360 gradi il professore non lo crede. "Ciancimino è stato assolto dal concorso in associazione mafiosa - dice - e Mancino dalla falsa testimonianza: a mio avviso in questo modo vengono meno due punti chiave della ricostruzione. Sono curioso di capire il ragionamento seguito dai giudici". Di una cosa Fiandaca è sicuro. Nonostante il verdetto. Quello sulla trattativa è un processo che non si doveva avviare. "La mia - spiega - è un'opinione condivisa anche da altri giuristi, ma negli ultimi anni sempre meno noi professori e i magistrati ci siamo capiti, nel senso che la magistratura in buona fede ricorre a interpretazioni estensive delle norme incriminatrici anche sorvolando su questioni di stretto diritto pur di arrivare ai risultati repressivi che ritiene necessari". "E un problema generale - conclude - che prescinde dal processo trattativa. C'è la tendenza, diventata crescente, di alcuni magistrati a percepire il proprio ruolo come quello di difensori contro il crimine a dispetto del garantismo individuale".

La sentenza di Palermo. C’era una volta il Diritto. La sentenza di Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia lascia perplessi, scrive Piero Sansonetti il 21 Aprile 2018 su "Il Dubbio". È una sentenza che lascia perplessi. Dico meglio: lascia un po’ sbigottiti. Per cinque ragioni.

La prima è che non ci sono prove contro gli imputati. Soprattutto contro gli imputati di maggiore valore mediatico: il generale Mori (e i suoi collaboratori) e l’ex senatore Dell’Utri. Non ci sono neanche indizi. La tesi dell’accusa si fonda tutta o su alcune testimonianze giudicate false da questo e da altri tribunali, o sulla parola di qualche mafioso, o su ricostruzioni dei pubblici ministeri molto interessanti ma costruite esclusivamente su ipotesi o sulla letteratura.

La seconda è che prima che si concludesse questo processo se ne erano svolti altri, paralleli e sulle stesse ipotesi di reato, e si erano conclusi tutti, logicamente, con le assoluzioni degli imputati (tra i quali lo stesso Mori e l’on. Mannino). Questa sentenza, nella sostanza, ci dice che sì, probabilmente non ci fu il reato, ma ci sono i colpevoli.

La terza ragione dello stupore è il reato per il quale sono stati condannati gli imputati eccellenti. Il reato si chiama così: «Attentato e minaccia a corpo politico dello Stato». Gli esperti e i professori dicono che nella storia d’Italia questo reato è stato contestato una sola volta. Nessuno però ricorda bene quando. Ma comunque quella volta non fu per minacce nei confronti del governo – ed è di questo che sono accusati Mori e Dell’Utri – perché esiste nel codice un reato specifico, scritto nell’art 289 del codice penale, che prevede appunto l’attentato contro un organismo costituzionale (cioè il governo).

La quarta ragione non è di diritto ma è di buon senso. E sta nella assoluzione (seppure per prescrizione) del capo della mafia (Giovanni Brusca, uno dei boss più feroci del dopoguerra) che sarebbe l’autore della minaccia, contrapposta alla condanna del generale Mo- ri che è forse il militare che ha catturato più mafiosi dai giorni dell’Unità d’Italia ad oggi e che dalla mafia è stato sempre considerato nemico acerrimo.

La quinta ragione del nostro sincero sbigottimento sta nello scenario kafkiano che viene disegnato da questa sentenza. Lasciamo stare per un momento il dettaglio dell’assenza di prove. Cerchiamo di capire cosa l’accusa e la giuria ritengono che sia successo nel 1993- 94. Sarebbe successo questo: la mafia, guidata da Riina avrebbe minacciato lo Stato, prima e dopo le uccisioni di Falcone, Borsellino e delle loro scorte. Avrebbero chiesto l’allentamento del rigore carcerario con un ricatto: «Altrimenti seminiamo l’Italia di stragi». In una prima fase questa minaccia sarebbe stata mediata sempre da Dell’Utri e Mori, evidentemente con Ciampi e Scalfaro. Questa però è solo la tesi dell’accusa, perché la giuria non ci ha creduto, gli è parsa davvero troppo inverosimile. Poi succede che Mori – evidentemente mentre trattava con lui – arresta Riina assestando alla mafia il colpo più pesante dal dopoguerra. In una seconda fase, dopo gli attentati del ‘ 93 (uno dei quali contro un giornalista Mediaset molto legato a Berlusconi, e cioè Maurizio Costanzo) la minaccia sarebbe stata portata a Berlusconi, che nel frattempo era diventato Presidente del Consiglio, attraverso Marcello Dell’Utri e forse attraverso lo stesso Mori, evidentemente colpito da un fenomeno grave di schizofrenia. Nessuna delle richieste dei mafiosi, però, fu accolta. E questo, in teoria, dimostrerebbe un comportamento rigorosissimo di Berlusconi: uomo davvero incorruttibile. E infatti la sentenza condanna gli imputati a risarcire con 10 milioni la presidenza del Consiglio, cioè Berlusconi. Le richieste mafiose che Dell’Utri, e forse Mori, avrebbero portato a Berlusconi (e forse a Mancino, ministro dell’Interno, che però ha negato, è stato imputato per falso e poi assolto) erano contenute in un “papello” consegnato dall’ex sindaco Ciancimino, così sostiene il figlio dell’ex sindaco che però è stato a sua volta condannato per calunnia (e dunque il papello è falso).

Ma una persona che legge queste cose qui e ha un po’ di sale in zucca, che deve pensare? Beh, probabilmente gli viene in mente un’idea molto semplice: che quello di Palermo sia stato semplicemente un processo politico. E qualche conferma a questo sospetto viene da un paio di elementi. Il primo è che il Pubblico ministero che ha condotto l’accusa fino all’ultimo minuto, si è candidato a fare il ministro coi 5 Stelle, ha partecipato a diversi convegni politici dei 5 Stelle, ha presentato a nome dei 5 Stelle un programma per riformare la giustizia, e, appena emessa la sentenza, ha rilasciato dichiarazioni feroci contro Berlusconi, che oltretutto è parte lesa e non imputato. Possiamo tranquillamente dire che il Pubblico ministero era un uomo politico. Il suo predecessore, quello che avviò il processo (si chiama Antonio Ingroia) ha partecipato recentemente alle elezioni in qualità di candidato premier con una lista di sinistra. Anche questa circostanza (almeno in forma così esplicita) è senza precedenti, credo, in tutti i paesi dell’Occidente. Il secondo elemento sta in tutto quello che ha preceduto il processo. E cioè il processo mediatico, che difficilmente non ha condizionato fortemente la giuria di Palermo. Ho sentito molti commentatori dire che comunque ci sarà un processo di appello, che potrà correggere gli errori del primo grado. Vero. Per fortuna l’impianto della nostra giustizia è solido. Però è difficile digerire l’arroganza del processo di Palermo, e la sua superficialità, e l’ingiustizia palese di alcune condanne, come quella contro il generale Mori. Ed è difficile non considerare il fatto che l’ex senatore Dell’Utri, che sta in cella in condizioni di salute gravissime, difficilmente, dopo questa nuova stangata, potrà sperare di ottenere cure adeguate e di rivedere il cielo senza sbarre. No, non è stata una bella giornata.

Stato-Mafia, Mancino, il legale: «Intercettato per mesi senza essere indagato», scrive il 16 Febbraio 2018 Il Mattino. «Per molti mesi Nicola Mancino è stato intercettato senza neppure essere iscritto nel registro degli indagati». Così, l'avvocato Nicoletta Piergentili proseguendo la sua arringa difensiva al processo sulla trattativa tra Stato e mafia che vede imputato l'ex Presidente del Senato Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. «Le sue parole intercettate - dice ancora Piergentili - provano in ogni caso una linearità di comportamenti e dichiarazioni che si pretende costituiscano prove di accuse contro la falsa testimonianza, mentre non c'è nessuna traccia di quello che sarà la sua tesi. Quello che traspare sono disorientamento, non solo di Nicola Mancino ma anche, e soprattutto, del suo interlocutore, Loris D'Amborsio, poi scomparso prematuramente». D'Ambrosio era il consigliere giuridico dell'ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano, morto per un infarto nel luglio del 2012. Secondo la Procura di Palermo dietro quelle conversazioni si celava il tentativo dell'ex ministro di condizionare le indagini. «In modo suggestivo l'accusa ha fatto notare che il cittadino Mancino si rivolgeva a persone di alto rango, persino al Presidente della Repubblica - dice l'avvocato Piergentili, che difende Mancino con il collega Massimo Krogh - ma costoro erano i rappresentanti delle istituzioni a lui più vicine per la carica e il ruolo ricoperto, sono persone che hanno fatto parte del suo mondo, un mondo dal quale è stato spazzato via». E cita alcune intercettazioni: «Colpisce - dice Piergentili - lo stupore del consigliere D'Amborsio, nella telefonate del 25 novembre 2011, quando Mancino lo chiama alle nove di sera per comunicargli che è stato di nuovo convocato per il successivo 6 dalla Procura come persona informata dei fatti. E questo è il motivo per il quale sono state disposte le telefonate». «Nessun dialogo - dice l'avvocato - tra Mancino ed esponenti delle istituzioni, nessuna telefonata parla di quello che si andrà a dire».

L’omicidio Lima è stato il grimaldello per ottenere la giuria popolare. La strategia della procura per andare in Corte d’Assise, scrive il 26 Aprile 2018 "Il Dubbio". Il processo sulla “trattativa” Stato- mafia, conclusosi la scorsa settimana con le pesanti condanne degli allora vertici del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri, i generali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, offre all’interprete e all’operatore del diritto argomenti di riflessione sulla disciplina codicistica relativa alla competenza per materia del giudice penale. Il processo “trattativa”, com’è noto, si è celebrato davanti alla Corte d’Assise di Palermo. Il motivo del radicarsi della competenza davanti alla Corte composta anche da giudici popolari è stato determinato dal fatto che parte integrante della presunta “trattativa” era l’omicidio, avvenuto a Palermo a marzo del 1992, dell’europarlamentare della Dc Salvo Lima. Le difese degli alti ufficiali dell’Arma avevano chiesto di essere giudicati dal Tribunale monocratico in quanto l’articolo 338 del codice penale, rubricato “violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario”, contestato agli imputati, è punito con la reclusione nel massimo di sette anni. Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza, aveva invece chiesto di essere giudicato dal Tribunale dei ministri, in quanto il fatto per cui era accusato, la falsa testimonianza, sarebbe stato commesso in ragione dell’aver rivestito la carica di ministro della Repubblica. La competenza veniva contestata dalle difese non soltanto sotto il profilo della composizione dell’organo del giudice, ma anche con riferimento alla competenza territoriale: se una “trattativa” fra lo Stato e la mafia era avvenuta, il luogo di consumazione del reato non poteva che essere Roma, capitale del Paese e sede del Governo. L’omicidio di Lima era per la Procura di Palermo un «dato fondante del castello accusatorio, il primo atto del ricatto che mafia e pezzi delle Istituzioni fecero allo Stato», disse l’allora procuratore aggiunte Vittorio Teresi, esultando per la decisione del presidente della Corte d’Assise Alfredo Moltalto di respingere ogni eccezione presentata dalle difese, sposando appieno le considerazione della Procura e dando dunque il via a luglio del 2013 al dibattimento. Con il senno di poi, un cattivo presagio per gli imputati. Lo stesso Di Matteo, che cinque anni dopo accuserà l’Anm e il Csm di averlo lasciato solo, fu estremamente contento della decisione di Montalo, presidente “di una autorevole Corte d’assise che ha eliminato critiche pregiudiziali all’indagine radicando il processo a Palermo”. La Corte d’assise giudica i reati più gravi e di grande allarme sociale come, appunto, l’omicidio volontario. In virtù del collegamento con l’omicidio di Salvo Lima, la competenza è passata alla Corte d’assise di Palermo, cosi chiamata a giudicare non per tale fatto di sangue ma sul reato, il 338 codice penale, che senza questo filo conduttore sarebbe stato di esclusiva competenza del giudice togato monocratico. Il 338 cp è, come stato ripetuto più volte, un reato rispetto al quale non esiste ampia giurisprudenza e che vede la necessità di definizioni di concetti squisitamente tecnico giuridici come quello delle nozioni di “corpo politico” e di “turbamento”, idonei alla sua configurazione. E’ sufficientemente attrezzato sotto questo aspetto un giudice popolare? Senza contare, poi, il condizionamento mediatico che questo dibattimento ha innegabilmente avuto, con una martellante campagna colpevolista nei confronti degli imputati. Inoltre, bisogna ricordare l’incredibile lunghezza di tale dibattimento che ha, a memoria, ben pochi precedenti in termini di durata nella storia della Repubblica. Oltre 220 udienze in cinque anni costituiscono un vero record per un giudizio di primo grado. Per fare un esempio, il processo alla maxi tangente Enimont, “la madre di tutte le tangenti” nell’indagine Mani pulite, si celebrò in sole 44 udienze ed in meno di un anno. Già questi numeri dovrebbero far riflettere. In Francia è in corso di approvazione una riforma della procedura penale che limita drasticamente il ricorso alle giurie popolari. La sperimentazione è già in atto in alcuni distretti. Da ora in poi saranno di competenza della Corte d’assise solo i reati punibili con l’ergastolo e quelli con gravi casi di recidiva. Sarebbe auspicabile che anche in Italia si aprisse un serio dibattito sulle giurie popolari, per evitare che fattispecie di reato eccessivamente “tecniche” vengano giudicate da persone non del tutto adeguate. Anche sotto l’aspetto che non “appaiano” preparate al ruolo.

Nel 1993 fu la Consulta a revocare il 41bis ai boss. Si opposero soltanto i Ros di Subranni e De Donno, scrive Damiano Aliprandi il 28 Aprile 2018, su "Il Dubbio". Esiste la sentenza della Corte costituzionale citata da Luciano Violante, ovvero quella che avrebbe influenzato l’ex ministro della giustizia Giovanni Conso riguardante la decisione di non prorogare il 41 bis a 334 detenuti. L’altro ieri, durante la deposizione al processo d’appello all’ex ministro Calogero Mannino, assolto in primo grado dall’accusa di minaccia a Corpo politico dello Stato, Violante ha detto le testuali parole: « Le revoche dei 41 bis ai mafiosi disposte dal ministro Conso nel ’ 93, furono conseguenza di una sentenza della Corte costituzionale che impose valutazioni individuali per ciascun provvedimento di carcere duro a differenza di quanto era avvenuto in precedenza e in passato per i terroristi» . Ricordiamo che, secondo l’impianto accusatorio (al processo Stato- Mafia), le revoche di diversi provvedimenti di 41 bis decise da Conso sarebbero state uno dei segnali mandati dallo Stato alla mafia a dimostrazione della linea soft scelta nel contrasto ai clan in ossequio alla cosiddetta trattativa e in cambio della fine delle stragi. La sentenza della Consulta c’è stata e Il Dubbio l’ha potuta visionare. È la numero 349 e depositata in cancelleria il 28 Luglio del 1993. Ricordiamo che il 29 ottobre – quindi 3 mesi dopo la sentenza – lo stesso Dipartimento di amministrazione penitenziaria inviò un documento in cui si chiedeva a diverse autorità – dalla magistratura alle forze dell’ordine – un parere sull’eventuale proroga del provvedimento a oltre trecento persone detenute. A questo si aggiunge un altro particolare. Il 30 Luglio del’ 93 – quindi due giorni dopo la sentenza della Consulta – l’ufficio dei carabinieri relativo al coordinamento servizi sicurezza degli istituti di prevenzione e pena ha chiesto un parere sull’eventuale proroga dei detenuti al 41 bis direttamente ai Ros. A rispondere fu l’allora generale di brigata comandante Antonio Subranni – condannato assieme a Mori in primo grado per avere partecipato alla presunta trattativa – che ripose di essere favorevole all’applicazione del 41 bis «per ottenere la recisione dei detenuti interessati dalle loro organizzazioni criminale, nonché la collaborazione di giustizia in favore dell’attività investigativa». Quindi anche questo dettaglio – non di poco conto perché mette in discussione l’accusa nei confronti dei Ros che avrebbero trattato con la mafia – conferma le parole di Conso quando disse di aver agito in solitudine e secondo coscienza. I Ros erano contrari a concedere questo beneficio (se di beneficio si può parlare) ai detenuti. Conso, giurista, ex vicepresidente del Csm e della Corte Costituzionale, ministro tecnico nel governo di Carlo Azeglio Ciampi, non poteva disattendere ad alcune indicazioni tratte dalla sentenza della Consulta. Da dove aveva attinto l’imposizione di valutazioni individuali? Il passaggio è a pagina 9 del dispositivo: «Misure di tal genere – è bene sottolinearlo – devono uniformarsi anche ai principi di proporzionalità e individualizzazione della pena, cui l’esecuzione deve essere improntata; principi, questi ultimi, che a loro volta discendono dagli artt. 27, primo e terzo comma, e 3 della Costituzione (cfr. sent. n. 50 del 1980 e n. 203 del 1991) nel senso che eguaglianza di fronte alla pena significa proporzione della medesima alle personali responsabilità ed alle esigenze di risposta che ne conseguono (cfr. sent. n. 299 del 1992 e n. 306 del 1993) – ed implicano anch’essi l’esercizio di una funzione esclusivamente propria dell’ordine giudiziario». Altro passaggio cruciale della sentenza è a pagina 11: «Deve ritenersi implicito – anche in assenza di una previsione espressa nella norma, ma sulla base dei principi generali dell’ordinamento – che i provvedimenti ministeriali debbano comunque recare una puntuale motivazione per ciascuno dei detenuti cui sono rivolti ( in modo da consentire poi all’interessato un’effettiva tutela giurisdizionale), che non possano disporre trattamenti contrari al senso di umanità, e, infine, che debbano dar conto dei motivi di un’eventuale deroga del trattamento rispetto alle finalità rieducative della pena». La Corte, pur riconoscendo la costituzionalità dell’applicazione del regime duro, aveva indicato che la modalità di esecuzione del regime rispettasse il diritto di libertà senza reprimerlo in modo assoluto. Fu proprio per garantire, tra gli altri, il rispetto dell’art. 27 della costituzione che la stessa Consulta, con le osservazioni sopra riportate, impose di personalizzare la valutazione nel caso di applicazione del regime del carcere duro, anche in ragione dell’obbligatorietà della motivazione, che avrebbe cosi reso effettivo il diritto del detenuto di richiedere una valutazione dell’autorità giudiziaria. La finalità riabilitativa della detenzione non può essere derogata, soppressa o sospesa nemmeno per esigenze di ordine e sicurezza. L’allora ministro e uomo di diritto come Conso, non poteva quindi disattendere le indicazioni della consulta.

E ALLORA PERCHÉ NON PROCESSANO I GIURISTI, TUTTI CELEBERRIMI, CHE EMISERO LA SENTENZA NEL ‘ 93? FORSE PERCHÈ SANNO GIÀ COSA RISPONDEREBBERO: «QUESTO È IL DIRITTO, VOSTRO ONORE…»

La storia messa alla rovescia. I Ros dissero no, la Consulta disse sì. La storia messa alla rovescia, scrive Piero Sansonetti il 29 Aprile 2018 su "Il Dubbio".  Nell’articolo qui accanto, Damiano Aliprandi spiega come andò la decisione di revocare il 41 bis (carcere duro) a 334 detenuti, presa nell’autunno del 1993 dal ministro Giovanni Conso. Quella fu l’unica misura che potesse essere considerata un beneficio ai mafiosi. Quindi se bisogna parlare di trattativa tra Stato e mafia (come ha fatto la sentenza di Palermo) bisogna riferirsi prima di tutto a quella decisione di Conso. Prima però bisogna chiarire chi era Giovanni Conso. Non era un ministro prodotto dai “berluscones” o dai “partiti corrotti”. I “berluscones” ancora non si vedevano all’orizzonte. I “partiti corrotti” boccheggiavano sotto i colpi di Di Pietro. Conso era un giurista di primissimo ordine, e come tecnico era stato chiamato a far parte del governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale a sua volta era uno tra gli economisti più prestigiosi di Europa. Conso in realtà era entrato anche nel precedente governo, quello di Giuliano Amato, il 2 febbraio del 1993 per sostituire Claudio Martelli, affondato da un avviso di garanzia del pool di Milano. Conso era stato chiamato proprio per il valore della sua figura, sia sul piano culturale che su quello morale, in un momento di crisi politica devastante, nella quale i partiti, come dicevamo, erano stati rasi al suolo dalla magistratura e dalla stampa. Benissimo: Conso si è sempre assunto la responsabilità di quella decisione. Non ha mai scaricato le responsabilità. Perché la prese? Ci fu una trattativa? No – spiega nel suo articolo Aliprandi, e ha accennato due giorni fa Violante – la decisione fu presa sulla base di una sentenza della Corte Costituzionale depositata in cancelleria il 28 luglio del 1993. Questa sentenza stabiliva che il 41 bis può essere applicato solo caso per caso, e deve essere motivato adeguatamente. Non può essere deciso in blocco per una categorie di detenuti. Per esempio quelli accusati di mafia. E siccome il 41 bis era stato invece assegnato a quei 334 in blocco, non era valido e non poteva essere rinnovato. Giovanni Conso, in novembre, quando prese la decisione, non poteva fare altro che rispettare la sentenza della Corte. Poi, se volete divertirvi, potete giocare al gioco delle coincidenze con le date. La sentenza dell’alta Corte fu depositata in cancelleria la mattina dopo l’attentato di via Palestro, a Milano (5 morti), esattamente due mesi dopo l’attentato a Firenze (cinque morti). E la decisione di Conso fu operativa qualche giorno dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma (che, se fosse riuscito, avrebbe provocato decine e decine di morti) che è del 31 ottobre. Ma i processi non si fanno con il gioco delle coincidenze. Poi però ci sono delle cose che non sono coincidenze ma fatti reali. Per esempio è un fatto che i carabinieri del Ros, che oggi sono stati condannati per aver favorito (o addirittura realizzato) la trattativa, furono consultati prima della revoca del 41 bis. Fu chiesto loro: «Siete d’accordo su questa revoca?». Sapete cosa risposero, con una nota firmata dal generale Subranni in persona? Risposero secco: «No». Personalmente nutro moltissimi dubbi sulla legittimità della risposta di Subranni. Il quale disse: niente revoca perché il 41 bis serve per favorire dissociazioni e pentimenti. A me pare che una misura cautelare (come mi dicono sempre sia il 41 bis) non possa essere usata come strumento di pressione sul detenuto, per farlo parlare, confessare, pentire o altro. Ma oggi non è questa polemica che ci interessa. Ci interessano i fatti. Risulta che il governo Berlusconi non fece nulla per favorire i detenuti, risulta che non fece nulla il governo Amato, e risulta che il governo Ciampi prese una misura che era imposta da una sentenza della Corte Costituzionale. Risulta che a questa sentenza si opposero quasi solo i Ros, e cioè i carabinieri che poi sono stati condannati. Capite bene che c’è qualcosa che non va. Se davvero i magistrati di Palermo sono convinti che la trattativa ci fu, dovrebbero forse interrogare i giudici dell’Alta Corte che presero quella decisione. Chi erano? Erano il gotha del diritto italiano. Giuristi del calibro di Francesco Paolo Casavola (che era il Presidente), Ugo Spagnoli, Vincenzo Caianiello, Mauro Ferri, Enzo Cheli, Renato Granata, Cesare Mirabelli, Francesco Greco, Gabriele Pescatore, Fernando Santosuosso. I magistrati dovrebbero, col piglio che ha contrassegnato tutti gli interrogatori a questo processo, chiedere loro: «chi vi spinse a emettere una sentenza che portava benefici ai detenuti sospettati o condannati per mafia». Loro risponderebbero, all’unisono: «Il diritto, signor Pubblico Ministero. Il diritto che in uno stato di diritto vale più di ogni altra cosa».

Mannino: «La mia Dc espulse Ciancimino e fui punito da Cosa Nostra». Intervista con Calogero Mannino: «Nel nono congresso espulsi Vito Cincimino e vinse il rinnovamento: Mattarella, Nicolosi e io». Intervista di Giovanni M. Jacobazzi del 28 gennaio 2017 su "Il Dubbio".  Calogero Mannino è un politico di razza. Esponente di punta della Prima Repubblica, è stato più volte ministro. Arrestato nel 1994 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo nove mesi di carcere, tredici di arresti domiciliari e una trafila giudiziaria estenuante, nel 2010 è assolto definitivamente dalla Cassazione perché il fatto non sussiste. Le traversie giudiziarie non hanno piegato il suo orgoglio di uomo del Sud. Attualmente è titolare di una azienda vinicola a Pantelleria dove produce un eccellente passito. Oltre all’attività imprenditoriale, dal 2012 è di nuovo sul banco degli imputati nel processo trattativa Stato- Mafia.

Onorevole Mannino, la procura di Palermo non molla?

«Nel 2012 ho scelto di essere processato con il rito abbreviato. Rito che si basa solo sugli elementi di prova portati dall’accusa. Ero certo dalla mia innocenza. Nel 2015, sono stato assolto in udienza preliminare per non aver commesso il fatto. La procura, nelle scorse settimane, ha presentato appello. I pm di Palermo sono convinti da sempre che io abbia nel corso della mia vita intessuto rapporti con Cosa nostra. E’ una narrazione “funambolica” che si trascina da anni».

Lei è stato un dirigente della Dc siciliana negli anni in cui Cosa nostra è cresciuta…

«Prima dell’approvazione del disegno di legge La Torre sul 416bis, vorrei ricordare che il tema del contrasto a Cosa nostra è un punto qualificante della mozione presentata dalla Dc alla fine del 1979, poi discussa ed approvata in parlamento il 2 febbraio 1980. In quella mozione si approvavano le conclusioni della Commissione antimafia. I relativi lavori interessarono le due legislature precedenti. Quella mozione era stata scritta da me in rappresentanza del gruppo parlamentare della Dc su incarico dell’allora presidente Gerardo Bianco. In un primo momento questa mozione doveva portare la firma dell’On. La Torre e del gruppo del Pci. Il lavoro di preparazione era stato intenso. Sia da parte mia e di Bianco che da Di Giulio e La Torre per il Pci. Il Pci di Berlinguer aveva, però, poi fatto marcia indietro, sfilandosi dalla politica di solidarietà nazionale. E non sottoscrisse più la mozione. Nel 1980 optò per una propria mozione anche se nel merito condivideva la mozione della Dc. L’atto fondamentale sul piano politico istituzionale con il quale la politica si accingeva ad affrontare Cosa nostra alla fine degli anni ‘ 70 e ‘ 80 è dato dalle proposte contenute nella mia mozione. Dopo il governo Cossiga fu la volta di Forlani e poi di Spadolini. Il 1982 anno tragico: assassinio di Dalla Chiesa e dello stesso La Torre. Fu a quel punto che il governo diede la propria adesione al testo approvando l’introduzione del 416bis».

Tornando alla procura di Palermo, il pool segnò un cambiamento nel forme di contrasto a Cosa Nostra?

«Il pool ha avuto una genesi particolare. Un gruppo di lavoro composto da magistrati della procura della Repubblica e dall’Ufficio istruzione. Giovanni Falcone ebbe il merito di aver avuto l’intuizione investigativa di puntare sui collaboratori di giustizia, con il primo pentito Tommaso Buscetta. E’, però, indiscutibile che questa operazione segnò non solo la storia giudiziaria della lotta alla mafia ma la storia del Paese non si sarebbe potuta realizzare senza il consenso della linea politica assicurata dalla Dc siciliana di quegli anni. Voglio ricordare che nessuno, neanche Salvo Lima, nel 1983 volle i voti di Vito Ciancimino. Al nono congresso regionale della Dc siciliana, l’ex sindaco di Palermo offrì ben 45mila voti. Io espulsi Ciancimino e vinse il rinnovamento. Salvo Lima sconfitto, Vito Ciancimino umiliato. La Dc siciliana sceglieva l’immagine dei quarantenni, Sergio Mattarella, Rino Nicolosi ed io. Chi ha voglia di leggere il libro di Ciancimino junior troverà che questa estromissione avrebbe segnato l’inizio del suo “percorso giudiziario”».

Che ricordo ha di Giovanni Falcone?

«Una mente finissima. Anche se in vita Falcone fu spesso osteggiato. Non superò le votazioni per il Csm. E lo stesso Csm gli negò la responsabilità dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. In pochi giorni il Ministro istituì allora il posto di aggiunto alla procura della Repubblica in modo che potesse avere una posizione di rilevo all’interno dell’ufficio».

Come legge il 1992, l’anno delle stragi?

«Cosa nostra ritenne di dover dare l’ultima battaglia contro lo Stato. Molti dei suo esponenti erano in galera, ma non tutti. Quelli che erano fuori puntavano alla vendetta. Gli episodi stragisti, in coincidenza con i fatti di tangentopoli, determinarono la crisi del sistema politico. Il parlamento venne sciolto e le elezioni, con un sistema elettorale di tipo maggioritario, segnarono la fine della Dc. Nessuno può negare che le stragi di quel periodo segnarono un cambiamento radicale dell’impianto istituzionale. A ciò si devono aggiungere i processi Andreotti e Mannino. Cosa nostra è stato un mezzo per spazzare via un sistema che aveva governato dalla fine delle seconda guerra mondiale. La narrazione giornalistica fornisce, però, un altro quadro».

E veniamo al processo trattativa Stato-Mafia…

«Io non so se c’è stata una trattativa con Cosa nostra. Non so cosa abbiamo fatto gli ufficiali dei Carabinieri, i Generali Mori e Subranni con cui sono coimputato. Dico solamente che il Ros di Mori consegnò al procuratore capo Caselli un finto pentito, Gioacchino Pennino, “il Buscetta della politica palermitana”. Pennino era un medico chirurgo della Palermo bene che aveva fatto fortuna con i casinò in Croazia. Nel marzo del ’ 94 è stato arrestato ed estradato per associazione a delinquere. Decide di collaborare accettando l’estradizione per associazione mafiosa. Pennino si definisce “un vero cataro”. Parla, anzi straparla, e io fui arrestato. I fatti dimostrano che io ero la vittima designata. Per la mia storia non mi vedo come un riferimento in una trattativa. Solo la mia forza d’animo mi sta aiutando a sopportare questo calvario. Certo, a volte penso cosa possa indurre i Pm su queste tesi. Non si rendono conto dell’abbaglio?» 

Mario Mori: breve storia del generale che e colpì al cuore Cosa nostra. Figlio di un ufficiale dei carabinieri, nel ’93 arrestò Totò Riina, scrive Giulia Merlo il 27 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Di Mario Mori, quando lo si incontra, colpisce la fredda serietà. Non alza mai la voce, nemmeno in mezzo al rumore. Si muove secco, dritto come un fuso. Calibrato in ogni affermazione, ricorda spesso che la memoria non l’ha mai tradito ma che, se anche lo facesse, dal 1982 compila ogni giorno un’agenda con nomi e orari e fatti. Un piccolo brigadiere della Dalmazia, con i capelli bianchi e i baffi corti che porta sulle spalle tutto il peso di un nome che è parte della storia d’Italia: per chi lo accusa, è il capo dei servizi deviati che sono scesi a patti con la mafia. Per chi lo difende, è il generale che ha servito lo Stato negli anni più bui della repubblica. Nato nel 1939 in terra di frontiera, a Postumia Grotte, una cittadina «ex Trieste» passata alla Jugoslavia nel 1947, come ogni figlio di un ufficiale dei carabinieri segue gli spostamenti del padre: medie a Trento, liceo a Roma, poi l’accademia militare di Modena e la Scuola di applicazione di Torino. Entra nell’arma nel 1966 e si guadagna presto i gradi di capitano: così arriva al Sid, l’allora servizio segreto militare comandato da Vito Miceli (il generale arrestato nel 1974 per cospirazione contro lo Stato nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti, poi assolto nel 1978) e Gianadelio Maletti.

L’ANTITERRORISMO. Dopo qualche anno passato a Napoli, Mori prende servizio a Roma, a capo della Sezione Anticrimine del Reparto Operativo, il 16 marzo del 1978: il giorno del sequestro di Aldo Moro. La sua sezione opera sotto il Nucleo speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che era stato sciolto nel 1976 ma ricostituito in tutta fretta dall’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti. Nei 55 giorni di prigionia è a capo delle indagini ed è in piedi vicino al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, davanti alla Renault rossa, il 9 maggio. Dopo l’uccisione di Moro, sotto la direzione di Dalla Chiesa, il gruppo guidato da Mori mette a segno duri colpi alle Br: prima l’individuazione del covo di via Montenevoso, a Milano, dove furono rinvenute le lettere di Moro e il cosiddetto memoriale, poi, negli anni successivi, gli arresti eccellenti della colonna romana delle Br, come quello di Barbara Balzerani nel 1985. Da Dalla Chiesa, Mori assimila un metodo che utilizzerà poi anche nelle indagini sulla mafia in Sicilia e che pone a fondamento dei principi guida del Ros: conoscere e possibilmente anche usare il vocabolario e le tecniche degli avversari per essere in grado di individuare il filo conduttore dei loro ragionamenti e di anticipare le loro mosse: “Sapere il più possibile dell’avversario, far sapere il meno possibile di noi”. Di Mori, il generale Dalla Chiesa nella valutazione finale scrive: “Ufficiale molto serio, molto riflessivo, molto responsabile ha dato nuova conferma di un patrimonio brillante di qualità intellettuali, morali, militari e di carattere. Nel particolare e delicato incarico della lotta frontale alla eversione, ha attinto a piene mani alla sua esperienza ed alla sua qualificata preparazione tecnico- professionale per condurre un’azione penetrante, responsabile, generosa, per offrire una collaborazione permeata di entusiasmo e di spirito di sacrificio e per garantire, con tatto ed efficacia, relazioni proficue con organi paralleli e con la stessa Autorità Giudiziaria. Gli esprimo la mia gratitudine. Rendimento pieno e sicuro”.

ROS. Mori viene mandato in Sicilia nel settembre 1986, durante il primo maxiprocesso alla mafia. L’allora comandante dell’Arma decide di chiamare sull’isola ufficiali di provata esperienza ma senza precedenti di servizio sul territorio, che potessero agire senza condizionamenti ambientali e personali. Così a Palermo arriva un capitano triestino, che non capisce il dialetto siciliano ma che coglie subito lo spirito siciliano: i carabinieri sono come i piemontesi invasori, e per la mafia vale la stessa tecnica usata coi terroristi: bisogna prima di tutto impararne la lingua. Forte di quell’esperienza professionale, nel 1990 Mori torna al comando generale con il mandato di organizzare un nuovo reparto dell’Arma: il Raggruppamento operativo speciale, il Ros. Una struttura che ancora oggi si occupa di contrasto alla mafia e al terrorismo in tutta Italia, derogando alla rigida logica territoriale dei carabinieri. Principale sostenitore del progetto: il magistrato Giovanni Falcone, che Mori aveva conosciuto nei suoi anni in Sicilia. La sede del nuovo reparto diventa la caserma di via Talamo, vicino a Villa Ada a Roma, che era stata occupata a suo tempo dell’Antiterrorismo, e a capo viene nominato il generale Antonio Subranni. Con la carica di comandante di reparto, Mori torna in Sicilia e riprende l’inchiesta “mafia e appalti”, avviata nel suo primo soggiorno sull’isola e che teorizzava il rapporto tra la mafia e il settore economico imprenditoriale. A sostenerlo c’è di nuovo Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, Paolo Borsellino. Entrambi la considerano un salto di qualità nella lotta a Cosa nostra, e Borsellino la ritiene causa scatenante della strage di Capaci. Proprio durante la conduzione di questa inchiesta, tuttavia, sorgono i primi dissapori tra il Ros di Mori e la Procura di Palermo, in particolare a causa delle indagini sulle presunte connivenze tra i boss e una parte della politica del capoluogo. A conferma dei timori di Mori, “Mafia e appalti” si chiude con gli arresti di una serie di imprenditori molto vicini ai vertici di Cosa nostra ma la Procura chiede l’archiviazione delle posizioni dei politici indagati, proprio il giorno dopo la strage di via D’Amelio.

L’ARRESTO DI RIINA. Il boss dei boss di Cosa nostra, Totò Riina, viene arrestato il 15 gennaio 1993 e a Palermo è una giornata d’inverno isolano, 11 gradi e nemmeno una nuvola in cielo. L’indagine che porta alla cattura del capo della più grande organizzazione criminale d’Europa è iniziata nell’infuocata estate del 1992, cioè nella stagione in cui l’aggressività contro lo Stato della strategia mafiosa voluta da Riina ha visto la sua escalation con le stragi di Capaci e di via D’Amelio. In quell’anno, Mario Mori viene nominato vicecomandante del Ros, con responsabilità dell’attività operativa del reparto. Forma così un’unità speciale e a capo nomina Sergio De Caprio, il capitano Ultimo: la peculiarità del gruppo è di operare in modo svincolato dall’organizzazione dei carabinieri per evitare qualsiasi fuga di notizie e limitare qualsiasi contatto con il mondo esterno. Le informazioni iniziano ad arrivare: prima il fatto che Riina si nasconde da qualche parte nel quartiere della Noce, capeggiata dalla famiglia mafiosa dei Ganci. Poi che uno dei figli del boss, Domenico, si reca spesso in un complesso residenziale in via Bernini. La svolta, però, arriva quando viene arrestato a Novara Baldassare Di Maggio, boss che inizia a collaborare col giudice Giancarlo Caselli e racconta del cosiddetto “fondo Gelsomino” dove avvengono le riunioni di Cosa nostra e di due costruttori palermitani favoreggiatori del latitante Riina (già noti ai carabinieri perchè indagati durante l’inchiesta “mafia e appalti”). E’ questa l’informazione chiave: nel complesso di via Bernini risulta un’utenza telefonica intestata a loro. Il 13 gennaio scatta l’operazione: su un furgone “balena”, con impianto per le riprese audiovisive, sono appostati gli uomini di Ultimo e il boss Di Maggio, che riconosce in un’auto che entra nel condominio la moglie di Riina, Ninetta Bagarella. Il secondo giorno di appostamento, a bordo di una Citroen ZX che esce dal complesso residenziale, Di Maggio riconosce un uomo d’onore alla guida e, accanto a lui, Totò Riina in persona. La squadra di Ultimo, coordinata da Mori, fa scattare la trappola pochi chilometri dopo in un motel Agip e cattura entrambi i boss. L’uomo più ricercato d’Italia, l’ultrapotente Riina, è in trappola. Eppure, il generale lo considera il suo più grande rimpianto professionale: «Non ho avuto la forza di aspettare, di andare avanti nel pedinamento, se avessi atteso ancora qualche chilometro prima di dare l’ordine li avremmo presi tutti: seppi poi che Riina si stava dirigendo a una riunione della “commissione” provinciale di Cosa nostra. La correttezza era quella di andare avanti come insegnava la dottrina Dalla Chiesa, ma sentivo idealmente sopra di me il peso del comando generale dell’Arma del ministero dell’Interno e mi mancò il coraggio di attendere». Dalla sua operazione più brillante, prende corpo il primo processo a suo carico. Mori viene rinviato a giudizio dalla procura di Palermo per favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa nostra, per aver ritardato la perquisizione nell’ultimo covo di Riina. Il giorno dell’arresto, il magistrato torinese Caselli ha assunto le funzioni di procuratore della Repubblica di Palermo e proprio lui viene convinto da Mori e De Caprio ad aspettare ad entrare nella casa di via Bernini. «Una richiesta assolutamente coerente con la dottrina investigativa e la tecnica operativa dell’antiterrorismo dei Carabinieri, secondo le quali da ogni azione si dovevano ricavare i presupposti per poter proseguire l’indagine con efficacia», ha scritto Mori. In altre parole, se la perquisizione fosse avvenuta immediatamente, tutte le persone che avevano frequentato il covo si sarebbero sentite bruciate. Così si consuma l’ennesima rottura con la procura di Palermo: il Ros di Mori vuole evitare l’intervento e sfruttare la superiorità informativa; i magistrati palermitani subentrati nell’operazione, invece, richiedono un’osservazione costante, incompatibile secondo i carabinieri con il luogo senza venire notati. Così De Caprio sospende l’osservazione con le modalità richieste dai pm, dopo alcuni giorni, e procede alla perquisizione della casa vuota. L’incomprensione porta al procedimento penale: «Il danno e la beffa, perché la responsabilità del ritardo nella perquisizione ricadde esclusivamente su me e De Caprio», ha commentato successivamente Mori. I due carabinieri, però, vengono assolti il 20 febbraio 2006 e i pm Antonio Ingroia e Michele Prestipino non presentano ricorso in appello. La sentenza conferma che si è trattata di una scelta investigativa legittima e che “l’accettazione del rischio fu condivisa da tutti”.

L’AFFARE PROVENZANO. Dopo l’arresto di Riina, le indagini si spostano sul suo braccio destro Bernardo Provenzano, detto Binnu ‘ u tratturi per la ferocia con cui elimina gli avversari, latitante dal 1964. Un primo tentativo di indagine viene portato avanti grazie alla collaborazione di don Tano Badalamenti, boss di Cinisi detenuto in America, nel carcere federale di Memphis, ed esponente della cosiddetta mafia tradizionale, uscita perdente dalla guerra contro i corleonesi di Riina e Provenzano. Il boss si fida del maresciallo Nino Lombardo e sembra disposto a qualche forma di collaborazione di giustizia, ma il suicidio di Lombardo in seguito a notizie di una sua presunta collusione con la mafia (pronunciate durante la trasmissione di Michele Santoro da parte del sindaco di Palermo Leoluca Orlando) blocca l’operazione. L’iniziativa del Ros è già però oggetto di maldicenze: in particolare si fa circolare la voce che che i carabinieri volessero favorire il ritorno della vecchia mafia. Chiuso quel tentativo, nel 1996 viene chiesto un impegno operativo del Ros alla Dda di Reggio Calabria e Mori cessa le sue attività in Sicilia, ma il nome di Provenzano (catturato nel 2006) torna, sempre attraverso un’iniziativa della Procura di Palermo. Nel 2008 i sostituti procuratori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo sostengono l’accusa contro Mori e il colonnello Mauro Obinu per aver assecondato la latitanza di Provenzano, col movente di garantire un patto siglato tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra. La tesi del pm si incrocia con l’inchiesta sulla presunta trattativa Stato- mafia, che negli stessi giorni inizia il suo iter processuale. La linea accusatoria è che “Mori e Obinu, obbedendo a un indirizzo di politica criminale, hanno ritenuto di trovare una sciagurata soluzione nell’assecondare le fazioni più moderate di Provenzano e di Cosa nostra” e ancora che si è trattato di “una scelta sciagurata di politica criminale, e cioè la prosecuzione della latitanza di Provenzano. Allo stesso modo il governo e il Dap assecondarono il dialogo agendo in questa ottica di trattativa”. Secondo i pm, infatti, proprio il mancato arresto di Provenzano fa parte delle clausole del patto tra mafia e istituzioni. All’origine delle accuse ci sono le dichiarazioni del colonnello Michele Riccio, che ha sostenuto di avere ricevuto la soffiata da un pentito di un summit nelle campagne di Mezzojuso a cui avrebbe partecipato anche il nuovo capo di Cosa nostra e di essersi visto negare la possibilità di fare un blitz e procedere all’arresto: «Quel blitz non fu possibile perché i vertici del Ros non misero a disposizione i mezzi necessari». In primo grado viene messa in dubbio l’attendibilità del testimone d’accusa, poi indagato per falsa testimonianza, e Mori e Obinu sono assolti con formula piena perché “il fatto non costituisce reato”. Il procuratore generale Roberto Scarpinato fa appello ridimensionando l’imputazione, ma la Corte ribadisce l’assoluzione aggiungendo che “Non può ritenersi provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli imputati abbiano posto in essere la condotta loro contestata con la coscienza e la volontà di favorire il latitante Bernardo Provenzano”, ma soprattutto che “le risultanze processuali sono inidonee a provare la sussistenza del movente della trattativa”. Per i giudici c’è stata una “omissione” e una “sottovalutazione dell’importanza dello spunto investigativo”, ma nulla più. Infine, nel 2016 la Cassazione ritiene inammissibile il ricorso della procura di Palermo. «Avendo la coscienza a posto, sono sempre stato molto tranquillo», è stato il lapidario commento del generale al termine dell’ultimo grado di giudizio.

IL SISDE. I’ 1 ottobre 2001, a meno di un mese dall’attacco alle Torri Gemelle, Mori viene trasferito da Milano a Roma, per prendere servizio come direttore del Sisde, il servizio segreto civile. E’ il suo ultimo incarico operativo prima della pensione, nel 2006. Mori affronta il nuovo compito con le stesse tecniche imparate nel contrasto con il terrorismo politico e la mafia e, durante gli anni a capo del servizio, mette a segno arresti eccellenti sul fronte internazionale: il primo, quello del boss mafioso Giovanni Bonomo, tra i trenta ricercati più pericolosi e latitante dal 1996, rifugiato all’estero in Costa d’Avorio e catturato in Senegal; poi, la cattura degli assassini del colonnello Antonio Varisco, ucciso a Roma dalle Br nel 1979. «Avevo un debito da saldare nei confronti di un caro amico», ha detto Mori. I membri del gruppo di fuoco erano Prospero Gallinari, Rita Algranati, Alessio Casimirri e Antonio Savasta e gli ultimi tre erano ancora latitanti, in Nicaragua e Maghreb. Non riuscì a catturare Casimirri e Savasta, mentre Algranati, nota come la “compagna Marzia”, venne fermata al Cairo nel 2004, dopo averne seguito gli spostamenti in tutto il nord Africa. Infine, con l’operazione “Tramonto rosso”, fornì alla Digos di Milano, coordinata da Ilda Boccassini, gli strumenti necessari per sgominare le nuove Br, che stavano progettando l’omicidio del giuslavorista Pietro Ichino, arrestando tutti i membri.

TRATTATIVA STATO- MAFIA. La storia del generale Mori, forse uno degli investigatori più noti nella storia dell’Arma, avrebbe potuto concludersi con la pensione. Invece, dopo i due processi e le due assoluzioni, la Procura di Palermo porta avanti contro di lui un terzo filone di indagine. La tesi richiama in modo diretto quella sostenuta nel processo per il mancato l’arresto di Provenzano e anche i pm sono gli stessi: Antonio Di Matteo, Antonio Ingroia, con Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia. Del resto, il procuratore capo Scarpinato, che Mori ha conosciuto negli anni Novanta e con il quale da capo del Ros non ha mai instaurato alcun rapporto di fiducia, ha sostenuto più volte che: «C’è un filo rosso che attraversa tutte le vicende di cui il generale Mario Mori si è reso protagonista». Nel caso del processo sulla Trattativa Stato- Mafia, Mori è considerato l’anello di congiunzione tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra, in una trattativa che punta a fermare lo stragismo mafioso “concedendo” una tregua. Tra i punti di questa tregua, proprio la latitanza di Provenzano, capo dei capi succeduto a Riina. Caposaldo dell’ipotesi di una trattativa, secondo la Procura palermitana, è l’incontro tra Mori e l’ex sindaco di Palermo, il democristiano in odore di mafia, Vito Ciancimino, nel 1992. Per la procura, è l’inizio del dialogo con Cosa nostra. Per Mori, Ciancimino è una tra le fonti da sondare per arrestare Riina e del cui contatto non venne allertata la Procura di Palermo, con la quale i rapporti di fiducia si erano molto compromessi dopo l’archiviazione di “mafia e appalti”. «Mi avvalsi delle mie facoltà e decisi di non comunicare alla procura che stavamo tentando di acquisire come fonte Vito Ciancimino», ha spiegato Mori, allora convinto che «non tutti i pubblici ministeri di Palermo fossero decisi a combattere Cosa nostra». Su questo elemento si fonda l’inchiesta per minaccia a corpo politico dello Stato e la Corte accoglie la tesi della Procura: il capo di imputazione per Mori non è identico a quello su Provenzano per cui è stato assolto dalla Cassazione, perché il fatto storico del mancato arresto nel 1995 viene considerato dall’accusa come conseguenza del dialogo avviato nel 1992 e non è l’oggetto principale. Dopo 5 anni di udienze, nel 2018 il Tribunale di Palermo condanna in primo grado Mario Mori a 12 anni di carcere, quale anello di congiunzione della trattativa, insieme a chi all’epoca dei fatti collaborava con lui nel Ros. Assolve invece per prescrizione il boss Leoluca Bagarella e perché il fatto non sussiste il politico Dc Nicola Mancino. A chi gli domanda come abbia affrontato il processo, di cui ha presenziato ad ogni udienza, Mori risponde secco: «con la testa». E a chi gliene ha chiesto conto prima della sentenza, ha sempre replicato che i processi si discutono nelle aule di tribunale. In attesa della sentenza, ha preso parte a un documentario- intervista dal titolo “Generale Mori, un’Italia a testa alta”, che suscita polemiche dovunque venga presentato, delle quali lui si cura molto poco. Del resto, nella sua biografia “Ad alto rischio” (scritta a quattro mani col giornalista Giovanni Fasanella) ha sintetizzato così il suo stato d’animo: «Se sono amareggiato? No. Conosco la storia del mio paese con tutte le sue anomalie, so che servire lealmente lo Stato colpendo interessi consolidati, come abbiamo fatto io e i miei commilitoni, comporta dei rischi». Il rischio, per lui, sono stati vent’anni di processi e la condanna più odiosa: quella per collusione con il sistema mafioso, affrontata con la stessa freddezza di sempre. Infatti, dopo la lettura del dispositivo nell’aula bunker di Palermo, non ha rilasciato alcun commento.

La mafia e Berlusconi: furono loro i mandanti di Di Pietro e Davigo! Scrive Piero Sansonetti il 19 Dicembre 2017 su "Il Dubbio".  Le pensate del Pm Di Matteo. È molto istruttivo leggere le requisitorie o le interviste del dottor Di Matteo, ex Pm palermitano ora passato alla Procura nazionale antimafia. Raramente ci si trovano elementi interessanti dal punto di vista giuridico, ma sono affascinanti le sue teorie politiche o le sue ricostruzioni storiche, sempre molto fantasiose e impreviste. La mafia e il Cav: furono loro i mandanti di Di Pietro e Davigo! L’ultima fatica di Di Matteo è stata la requisitoria pronunciata un paio di giorni fa al famoso processo sulla trattativa stato- mafia. I giornali non ne hanno parlato molto, perché ormai, in realtà, hanno capito un po’ tutti che questa storia della trattativa non sta in piedi. In effetti, nella requisitoria, della trattativa si è parlato poco poco, perché i Pm in tutti questi anni non sono riusciti a trovare uno straccio di prova, e poi perché la maggior parte degli imputati è stata già assolta in vari stralci del processo condotti col rito abbreviato. Di Matteo però si è concentrato su una storia parallela all’ ipotetica e improbabile trattativa: la storia della nascita di Forza Italia, e in particolare del ruolo svolto da Marcello Dell’Utri. Probabilmente perché, date le ultime vicende (il rifiuto da parte del tribunale di sorveglianza della scarcerazione di Dell’Utri per ragioni di salute) Di Matteo ha intuito che il tema avrebbe potuto incontrare l’interesse della stampa, al quale lui non è mai del tutto indifferente. In effetti Il Fatto Quotidiano gli ha concesso un discreto spazio. Con un bel titolo in prima pagina e un titolo ancora più forte in pagina interna. Il titolo di prima dice: «Dopo Capaci, Riina puntò su Dell’Utri e B.». Il titolo interno dice: «Dell’Utri andò dai boss prima di fare Forza Italia». Il racconto di Di Matteo è molto articolato, però è costruito su terribili pasticci di date, e questi pasticci producono effetti davvero strabilianti. E cioè accreditano una ipotesi un po’ grottesca, che è quella contenuta nel titolo di questo articolo: e cioè l’ipotesi che Riina e Berlusconi siano i mandati dell’inchiesta “Mani Pulite” che spazzò via la prima Repubblica. Seguiamo il racconto di Di Matteo. Primo capitolo: attentati della mafia alla Standa di Catania. La Standa apparteneva a Berlusconi. Siamo nel 1990, quasi quattro anni prima della fondazione di Forza Italia. Secondo Di Matteo, dopo gli attentati, Berlusconi mandò Dell’Utri a Catania per trattare con la mafia affinché smettesse di colpire la Standa. Per dimostrare questa sua tesi, Di Matteo non si limita a citare un paio di pentiti (non dei maggiori e comunque senza alcun riscontro) ma cita la famosa intercettazione realizzata nel 2013, nella quale Totò Riina, parlando con un infiltrato al 41 bis, dice tra l’altro che dopo l’attentato qualcuno ( probabilmente Berlusconi) « mandò a quello di Palermo che parlò con uno e si mise d’accordo… questo senatore però poi finì in galera…» . Di Matteo ha commentato: «Lascio a voi capire chi è il senatore che scese e poi finì in galera». Qui si pone un primo problema di date. Perché l’intercettazione di Riina è dell’agosto del 2013, come dicevamo, mentre Dell’Utri finisce in prigione nell’aprile del 2014. Riina aveva la palla di vetro? Potrebbe, in via teorica, esserci una spiegazione, ma non regge molto: in realtà Dell’Utri nel 1995 andò in prigione per qualche giorno per una storia, credo, di falsi in bilancio. Molto improbabile che Riina si riferisse a quell’episodio, poco conosciuto e brevissimo, ma diamolo per buono. Secondo capitolo. Di Matteo racconta il Fatto Quotidiano, che è considerato il giornale di famiglia del Pm – sostiene che il primo contatto di Cosa Nostra con Dell’Utri, dopo Lima, «arriva da Catania, con gli attentati alla Standa, e gli incendi furono decisi dai corleonesi, e fu deliberato di attaccare la Standa per assoggettare Berlusconi e realizzare un nuovo progetto politico». Nasce così Forza Italia, destinata a sostituire la Dc travolta dalla fine della prima Repubblica. Dunque Berlusconi non mandò Dell’Utri per far finire gli attentati, ma per fondare un partito. Qui però c’è un nuovo inguacchio di date. Gli attentati alla Standa avvennero due anni prima del delitto Lima, non dopo. E immaginare che la mafia nel 1990 avesse in mente di sostituire la Dc con Berlusconi è davvero un’impresa difficile, persino per una persona convincente come Di Matteo. Nel 1990 la Dc era ancora fortissima in sella, e il suo declino era assolutamente inimmaginabile. Ma ammettiamo pure che i pasticci di date che rendono molto poco credibile tutta la requisitoria siano semplici incidenti tecnici. Ok. Dunque la mafia e Dell’Utri e Berlusconi nel 1990 e poi “con le riunioni della cupola dell’autunno del 91 che conducono alla formazione di Forza Italia” (cito sempre “Il Fatto”) stabiliscono che è ora di far fuori la Dc. Ma a chi affidano il compito? Chi è che poi, concretamente, si incarica di eliminare la Dc e di radere al suolo la sua Prima Repubblica? Beh, questa risposta è facile: il pool dei magistrati milanesi guidati da Di Pietro e Davigo. Dunque torna la teoria del complotto, che fin qui era stata una esclusiva di qualche ambiente socialista. I socialisti però hanno sempre puntato il dito sugli americani. Ora invece, clamorosamente, si rovescia tutto: Di Pietro e Davigo erano uno strumento nelle mani dei corleonesi, di Dell’Utri e di Berlusconi. E per conto loro agirono aprendo la strada al successo elettorale del cavaliere del 1994. Tutto questo, naturalmente, non ha niente a che vedere con l’ipotesi di una trattativa tra Stato (all’epoca guidato dalla Dc) e mafia, che dovrebbe in realtà essere l’oggetto del processo. Anzi, è una ricostruzione storica che smonta alla radice l’ipotesi della trattativa. La mafia, secondo Di Matteo, se ne fregava della Dc perché stava tramando per andare al potere con Forza Italia, e dunque non aveva nessuna ragione per trattare con la Dc che considerava in estinzione. E dunque? Non so, le conclusioni le lascio a voi. Anche perché il dottor Di Matteo, nella sua requisitoria, si è lanciato in un invettiva contro i giornali “di nicchia” che lo criticano e lo delegittimano. Chiarendo qual è la sua idea “imperiale” sul ruolo e i diritti della magistratura: unica istituzione autorizzata a sfuggire al diritto di critica dei giornali. Persino di quelli di nicchia…

Ingroia: «Berlusconi sa che meriterebbe l’arresto». L’ex pm a un Giorno da pecora su Rai Radio1: «Lui ha una serie di condanne, di fatti penali, politici ed etico morali pesantissimi. E, ciò nonostante, oggi è ancora a controllare la politica del nostro Paese», scrive Franco Stefanoni il 22 novembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Antonio Ingroia, ex pm tra coloro che interrogarono Silvio Berlusconi e oggi leader della Lista del Popolo, con Giulietto Chiesa, ha parlato, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, di Silvio Berlusconi. Ingroia, dopo tutti i suoi `scontri´ verbali col Cavaliere quando lei faceva il Pm, lo ha più incontrato? «No, è capitato solo che quando si faceva l’ultima campagna elettorale, lui mi fece il gesto delle manette». Un gesto simpatico... «Un gesto simpatico, ma lui sotto sotto lo sa che meriterebbe di essere arrestato». Ancora lo meriterebbe? «Sempre lo meriterebbe», ha detto Ingroia a Un giorno da pecora. Come dovrebbe esser giudicato Berlusconi da Strasburgo? «Lui ha una serie di condanne, di fatti penali, politici ed etico morali pesantissimi. E ciò nonostante, oggi è ancora a controllare la politica del nostro paese». E cosa bisognerebbe fare per sconfiggerlo? «Bisogna abbatterlo politicamente».

Gasparri: «È solo un cacciatore di poltrone». «Ingroia parla come un guerrigliero e dice di arrestare e abbattere Berlusconi. Poi scodinzola davanti a Musumeci, nuovo presidente della Sicilia, per mantenere le immeritate poltrone di sottogoverno che ha preteso da Crocetta. Già stratrombato dagli elettori e sconfitto nei processi intentati a eroici carabinieri, fonda partitini destinati al disastro. Davvero un esempio emblematico dell’Italia peggiore. Rivoluzionario alla radio, si spaccia per cacciatore di Berlusconi, ma si rivela solo un cacciatore di poltrone nelle anticamere di Palermo. Più che la mossa del cavallo ama il salto della quaglia». Lo dichiara in una nota il senatore di Forza Italia e vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri.

Ingroia, torna l'ossessione per Silvio Berlusconi: "Andrebbe arrestato immediatamente", scrive il 23 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". Ci sono ossessioni difficili da metabolizzare, come quella dell'ex magistrato Antonio Ingroia per Silvio Berlusconi. Non pago dell'umiliazione elettorale subita con l'omonima lista nel 2013, Ingroia è tornato in pista accanto al giornalista Giulietto Chiesa per lanciare una roboante Lista del Popolo. Il programma del nuovo partito è chiaro già dai primi passi, l'antiberlusconismo è tornato vivo e vibrante come ai tempi d'oro, tanto che Ingroia lo ripropone in una epocale rispolverata a Un giorno da pecora su Radiouno. All'ex magistrato è stato chiesto se avesse mai incontrato Berlusconi. Così ha ripescato quell'incrocio memorabile di qualche anno fa: "È capitato solo quando si faceva l'ultima campagna elettorale, lui mi fece il gesto delle manette". Che il senso dell'umorismo facesse un po' difetto all'ex pm era fatto noto, con il passare del tempo però sembra essere molto peggiorato. Al punto che ricordando quel gesto simpatico, Ingroia ha sparato: "Un gesto simpatico sì, ma lui sotto sotto lo sa che meriterebbe di essere arrestato". Ancora? Gli chiedono in studio, lui non ha dubbi: "Sempre lo meriterebbe". Raddrizza il tiro però quando gli viene chiesto come si dovrebbe fermare uno come il Cav: "Bisogna abbatterlo politicamente". Roba da brividi.

Grasso, la persecuzione di Ingroia. Si può capire l'ex pm quando critica su Repubblica il presidente del Senato, ma a tutto c'è un limite, scrive Massimo Bordin il 5 Dicembre 2017 su "Il Foglio". In fondo Antonio Ingroia, se non giustificare, si può comprendere. Non ci sono solo questioni professionali, ormai antiche ma tutt'ora presenti alla memoria. Il problema è che l’ascesa politica di Pietro Grasso rischia di essere vissuta dall’ex pm dei due mondi come una persecuzione personale. La storia, che ricorda quella di Paperino e Gastone, inizia nel 2013 quando Ingroia si sospende da magistrato per candidarsi a presidente del Consiglio alla testa di un raggruppamento a sinistra del Pd. Fu un disastro di notevolissime proporzioni e mentre Ingroia rimaneva fuori non solo da Palazzo Chigi ma anche da Montecitorio, Grasso entrava a palazzo Madama, eletto nel Pd, e diventava presidente del Senato nel giro di pochi giorni. Ora Ingroia ritenta con una lista bizzarramente battezzata "La mossa del cavallo" senza che nemmeno i circoli degli scacchi se ne siano accorti, mentre Grasso raccoglie ovazioni, titoli di apertura sui giornali e grandi foto, sia pure con Speranza, Fratojanni e Civati che non sono un gran che ma sempre meglio di Giulietto Chiesa. Si può capire dunque l’ex pm quando critica Grasso su Repubblica, è una reazione umana. A tutto c’è comunque un limite, che viene ampiamente superato quando da parte sua si sostiene la necessità di facce nuove in politica e quando, dopo aver comunque perorato la candidabilità dei magistrati si aggiunge che "dovrebbe essere loro vietato di tornare in magistratura dopo aver fatto politica" contando evidentemente sul fatto che tutti si siano dimenticati come si comportò dopo la sua mancata elezione.

Tutti i silenzi sul caso Ingroia. Quando gli indignati tacciono, scrive Salvo Toscano Martedì 19 Dicembre 2017 su "Live Sicilia". Dopo la prima inchiesta un'altra. Ma i professionisti dell'indignazione non se ne sono accorti. C'è qualcosa che colpisce dopo la notizia della nuova indagine per peculato a carico di Antonio Ingroia. Non si sente ma colpisce. È un'assenza pesante, un rumoroso silenzio. Quello dell'esercito dei professionisti dell'indignazione. Quelle truppe di moralizzatori in servizio permanente effettivo pronte a intonare il peana a ogni avviso di garanzia o notizia d'inchiesta finita sui giornali. I cantori devoti delle gesta delle italiche procure, insofferenti verso ogni forma di garantismo, che da quelle parti è sempre per definizione “peloso”, confermano una prassi ben collaudata: si distraggono quando il moralizzatore finisce moralizzato e disinnescano in quel caso l'automatismo della richiesta di dimissioni. Quella che scatta quando sotto la lente d'ingrandimento dei magistrati inquirenti finisce il quisque de populo slegato dalla conventicola dell'indignazione o peggio ancora l'avversario politico da fare a pezzi. E' la parrocchia del mantra degli "impresentabili", che rinfaccia l'avviso di garanzia anche al cugino di secondo grado. Farà lo stesso con l'ex pm oggi politico che alle prossime elezioni battezzerà la sua Lista del Popolo? Vedremo. Per ora tutto tace. Non pervenute le penne fustigatrici, l'antimafia col bollino blu e la politica dell'onestà. Quella che per una Monterosso s'è vestita da sanculotto e che adesso non si fa sentire, vedi alla voce Cinque stelle. E dire che la vicenda presenta delle peculiarità che colpiscono. In particolare la circostanza che per una storia che sembrerebbe analoga, un'inchiesta c'era già stata a carico dell'ex pm. La precedente indagine, giunta alle battute finali come ha ricostruito Riccardo Lo Verso, si concentrava sulle retribuzioni dal 2013 al 2016. Ora i pm indagano sul 2017. La questione riguarda i suoi emolumenti tra stipendi, premi e rimborsi spese, anche per hotel di lusso e noti ristoranti, per l'incarico di sottogoverno attribuitogli da Rosario Crocetta alla guida di Scilia e-servizi. Nel marzo scorso, ricorda Livesicilia, Ingroia era stato pure interrogato dai suoi ex colleghi. L'ex pm, che spera di mantenere il posto dopo il cambio a Palazzo d'Orleans, ha sempre rivendicato la correttezza del suo operato. E sembrerebbe che dopo le prime contestazioni dei suoi ex colleghi, Ingroia abbia ritenuto di tirare dritto – era “una storia totalmente infondata", disse all'epoca, “correggendo” i pm (da quando ha lasciato la toga l'avvocato Ingroia ha dispensato diverse bacchettate ai meno celebri ex colleghi) – finendo così nella seconda inchiesta. Quando forse prudenza, vista l'inchiesta in corso, avrebbe potuto suggerire altra condotta. Ma questa è in effetti una annotazione che spetterebbe ai professionisti dell'indignazione. Se non fossero distratti. 

SILVIO E BETTINO, I LUPI DELLA MILANO DA BERE.

Berlusconi racconta Craxi: «Bettino morì e la famiglia non aveva neanche i soldi del funerale». Sul palco del Teatro Franco Parenti di Milano, il leader di Forza Italia per presentare il libro di inediti del leader socialista, scrive il 30 ottobre 2018 Nino Luca su Corriere tv.

Berlusconi tra nostalgia e minacce: “Salvini lasci questo governo o rompiamo le alleanze”. Invitato al lancio del libro di pensieri di Bettino Craxi, il leader di Forza Italia, in un’atmosfera più di nostalgia che di energia, parte all’attacco dei Cinque Stelle e invoca il ritorno di Matteo Salvini, scrive il 30 ottobre 2018 L’Inkiesta. «Oggi ho guardato lo specchio e ho visto un signore che conoscevo. “Tu sei quello che più di 20 anni fa ha salvato l’Italia dai comunisti”, ho detto. “È incredibile che sia ancora tu, adesso che devi salvare l’Italia dai grillini”». Applausi, sorrisi e inchino da seduto. Silvio Berlusconi rompe il silenzio degli ultimi giorni e sale sul palco del Parenti per ricordare Bettino Craxi insieme a Sallusti e Stefania Craxi, in occasione della presentazione del libro di scritti del leader socialista intitolato “Uno sguardo sul mondo”. E sfodera il sorriso di una volta. Ma è una delle poche cose rimaste. Il pubblico – complice la pioggia battente – non è certo quello delle grandi occasioni. Gli applausi cadono, ma si dividono tra quelli per Craxi e quelli per lui. Doveva essere una commemorazione della Prima Repubblica ed è diventata, quasi in modo impercettibile, una cerimonia di ricordo della Seconda. I ricordi, le frasi al passato, espressioni come “il mio governo fu”, o “il mio governo fece”, si alternavano ad altri ricordi, ad altre frasi al passato, a “il suo governo fu” e “il suo governo fece”. Berlusconi amico di Bettino, e Berlusconi come continuazione di Bettino. «Lui voleva un’Italia attenta al Mediterraneo, in quanto unico luogo in cui poteva giocare una funzione di leadership. E l’ultimo atto di politica estera in questa direzione è stata la firma degli accordi con la Libia di Gheddafi, fatti dal governo Berlusconi». Appunto, una vita fa. Il passaggio dal Milan al Monza non poteva essere più chiaro. Eppure, anche se si tratta di un campetto di periferia, è pur sempre un campo. E Silvio Berlusconi, rallentato e acciaccato, non vuole smettere di scenderci. Prima di tutto, all’ingresso al teatro, comunica il suo no alla manovra del governo. «Non è per il timore di una procedura di infrazione. Ma è perché fa il male degli italiani». Poi si scaglia contro il reddito di cittadinanza: «L’assistenzialismo non ha mai fatto crescere il Paese». Poi ancora, dal palco, picchia di nuovo sui Cinque Stelle: «Questi sono peggio del Pds di Occhetto: coltivano l’assistenzialismo, vanno avanti con il giustizialismo e sono anche incompetenti». E: «Non hanno mai lavorato: non si può affidare un’impresa a chi non sa come si gestisce un’impresa». «È fondamentale mandare a casa questo governo. Una nuova maggioranza, con questo stesso Parlamento, è possibile», Silvio Berlusconi. Ma soprattutto, lancia la zampata del campione: «A quelli della Lega diciamo: dateci una data con cui metterete fine a questa innaturale alleanza. Tra poco ci sono elezioni regionali, cittadine. Come potremo presentarci insieme se ignorate il programma elettorale – scritto da me e ripreso da Salvini – con cui avete tradito il voto dei vostri elettori?». Insomma, tra la nostalgia per le glorie di Pratica di Mare («Con cui continuai lo spirito della politica estera di Bettino Craxi») e la leggenda dei «cinque colpi di Stato» che si sarebbero susseguiti durante i suoi governi (chi se la ricordava più questa), Berlusconi riesce a piazzare la minaccia di far saltare tutte le coalizioni locali. «È fondamentale mandare a casa questo governo. Una nuova maggioranza, con questo stesso Parlamento, è possibile». E se non lo fosse, «dovremo andare subito a nuove elezioni». Eppure, nonostante la lotta per il potere non sia ancora finita, qualcosa è cambiato. Lo si vede anche nei dialoghi sul palco. I temi trattati da Craxi, cioè la critica alla globalizzazione, all’immigrazione dall’Africa e agli accordi di Maastricht (il leader socialista sosteneva, già negli anni ’90, che andassero rivisti), ormai sono moneta corrente della nuova Lega di Matteo Salvini. Anche il lessico («Craxi fu un vero patriota») viene da lì. E poco conta che Silvio si dica «europeista», se poi aggiunge che «questa non è la nostra Europa». L’egemonia culturale, per usare parole da professoroni, gli è stata strappata di mano. Restano i ricordi, però. Le rivendicazioni. Le vendette e le denunce. Una è già un leitmotiv: «Questo spread è diverso da quello del 2011». Allora si trattava di «un complotto, appoggiato dalla sinistra italiana e da una persona che abitava uno dei Colli più alti di Roma, con cui è stato fatto cadere il governo». E così rivela, proprio nel giorno in cui Angela Merkel annuncia la fine, de facto, della sua esperienza politica, che si trattava di una punizione, da parte della Germania, per aver fatto nominare Mario Draghi a capo della Bce. «Fui io, con la mia abilità, a mettere d’accordo i rappresentanti dei vari Paesi del Mediterraneo. Creai un fronte comune che non si aspettavano» e si decise di andare contro la volontà tedesca. E così, quando la Cancelliera Angela Merkel presentò come candidato il presidente della Bundesbank, «lo votarono solo in tre: la Germania, la Francia di Sarkozy e la Finlandia. Sì, anche la Finlandia». Ma perché mai? «Perché – sorride – il presidente finlandese fu l’unico che non riuscii a raggiungere al telefono». E cadono altri applausi, altre risate, e di nuovo, un inchino da seduto. Berlusconi è ancora qua.

Stefania Craxi: “Berlusconi l’unico vero leader a seguire le orme di mio padre, anche lui vuole riformare l’Europa”, scrive il 27 ottobre 2018 Agen Press. Agenpress. C’è sempre stata una forte affinità tra la politica estera di Craxi e quella di Berlusconi. Stefania Craxi, figlia dello statista socialista, senatrice di Forza Italia, vicepresidente della commissione Esteri di Palazzo Madama, spiega la ragione per la quale ha voluto accanto a sé l’ex premier e leader azzurro alla presentazione, lunedì 29 ottobre a Milano alle 18 al teatro Parenti, insieme con il direttore del “Giornale” Alessandro Sallusti, del libro di Bettino Craxi “Uno sguardo sul mondo” (Mondadori), a cura della Fondazione Craxi. Se l’Europa fosse stata costruita in modo più equo e solidale – dichiara Stefania Craxi – forse il mondo non sarebbe in preda alle diseguaglianze che provocano guasti: dall’immigrazione incontrollata al divario sempre più grande tra ricchezza e povertà, fino a una nuova riedizione della guerra fredda con la corsa al riarmo di questi giorni. Quelle lezioni contenute nel libro sono ancora oggi di estrema attualità. Craxi voleva che l’Europa si costruisse secondo regole e principi di giustizia sociale, di solidarietà tra Nazioni aperte al mondo, un’Europa vicina ai cittadini. Oggi Craxi avrebbe lavorato per la riforma dell’Europa. Sigonella è la dimostrazione che si può stare all’interno di sistemi nazionali e sovranazionali e al tempo stesso difendere gli interessi nazionali. È stato grave non averlo ascoltato allora, sarebbe grave non ascoltarlo oggi. C’ è una forte affinità nella politica estera di cambiamento tra Craxi e Berlusconi. Craxi lavorò per la fine della guerra fredda; Berlusconi ha lavorato per l’accordo (Usa-Russia) di Pratica di Mare. Craxi aveva una visione di insieme nel Mediterraneo e del ruolo chiave dell’Italia; Berlusconi firmò quel capolavoro diplomatico che fu il trattato di cooperazione e amicizia con la Libia. L’Europa Craxi voleva riformarla. È quella stessa intuizione che oggi viene rilanciata senza intenti distruttori da Berlusconi.

SILVIO E BETTINO, I LUPI DELLA MILANO DA BERE, scrive Nicolò Zuliani il 14 maggio 2018 su The Vision. Silvio Berlusconi nasce a Milano nel 1936. A vent’anni lavora come cantante sulle navi da crociera insieme al suo migliore amico, Fedele Confalonieri, poi vende aspirapolveri porta a porta. A 25 anni, dopo la laurea in giurisprudenza, acquista il primo terreno per 190 milioni di lire grazie alla fideiussione di Carlo Rasini, titolare della banca Rasini dove lavorava suo padre. È una banca particolare: puoi diventarne cliente solo tramite raccomandazione, possiede quote di società offshoree custodisce i soldi di personaggi del calibro di Filippo Calò, Totò Riina, Bernardo Provenzano – e, soprattutto, è una banca collegata a Michele Sindona. Inizia così la carriera imprenditoriale di Silvio Berlusconi, che fonda la Cantieri Riuniti Milanesi Srl e inizia a costruire. Sono gli anni del boom, in cui esplode il settore edilizio e Silvio, coi suoi 28 anni, è un giovanissimo imprenditore rampante.

Bettino Craxi nasce a Milano nel 1934. Dimostra da subito un carattere aggressivo e turbolento, e per correggerlo i genitori lo mandano in un collegio cattolico. A 17 anni, seguendo l’esempio del padre, prende la tessera del partito socialista. Studia giurisprudenza, poi scienze politiche; all’università tiene i primi discorsi in pubblico, entra nel Nucleo Universitario Socialista, organizza conferenze e dibattiti; poi, a 23 anni, entra nel comitato centrale del partito e nel 1968, dopo esser stato consigliere comunale, diventa deputato. La sera mangia a L’Angolo, una trattoria di Brera, ritrovo di pittori e artisti, e il proprietario – comunistissimo – li fa mangiare a sbafo in cambio di quadri. A Craxi piace l’ambiente, gli permette di ascoltare le conversazioni tenendosi in disparte, per farsi un’idea dei discorsi e delle opinioni della sinistra; ed è qui che conosce Filippo Panseca, artista squattrinato di fervente fede socialista, di cui diventa amico. L’Italia di quegli anni è attraversata da omicidi, gambizzazioni, studenti che parlano di alzare il livello dello scontro, simpatizzano con le Brigate Rosse e che insieme agli operai aspettano l’arrivo della rivoluzione proletaria. Alcuni, con le armi, cercano di anticiparla. A metà degli anni Settanta, gli italiani sono sfiniti dagli omicidi della malavita organizzata, dagli attentati, dall’odio che impregna le strade e senza promettere di risolversi; Milano, soprattutto, è stanca di vivere in un mondo dove persino le fantasie delle camicie o gli sport diventano simboli borghesi da abbattere. Divertirsi sembra un reato, ma in questa cappa di miseria, paura e desolazione, in via Carducci c’è un posto dove si trovano i milanesi benestanti: si chiama Vogue club, e per entrare serve una chiave d’oro che viene assegnata a discrezione del proprietario. Non è ancora il tempio del jet set che diventerà di lì a poco, ma è molto intimo. Si ballano pezzi come “Superstition” o “Lady Bump”, gli uomini portano la cravatta, i pantaloni dei completi sono a zampa; è il periodo d’oro dei liquori amari, mentre i cocktail vengono snobbati. Grazie all’amicizia con Bettino, Filippo Panseca è diventato “artista del Psi”, fa lo scenografo e lavora sull’immagine e sull’estetica dei socialisti, precorrendo i tempi del marketing, fino ad allora reputato frivolo e inutile. È di questo che stanno parlando un venerdì notte Filippo e Bettino, quando si imbattono in Silvio Berlusconi: ha appena fondato la Fininvest, con metodi e manovre economiche controverse, e ha grandi progetti per il futuro. Prima di chiunque in Italia ha compreso il potenziale della televisione e reputa i socialisti l’unica sinistra possibile, perché davvero progressisti, a differenza del Pci. Nel 1976, con la caduta del governo Moro, il Partito Comunista ha un’impennata, mentre il gradimento del Psi è sotto il 6%. De Martino, il segretario, è costretto a dimettersi. L’Italia cambia a un ritmo vertiginoso e tutto ciò che appare tradizionale o tradizionalista rappresenta il male. Si può essere solo giovani o vecchi, e i vecchi sono il nemico. In un clima di lotta generazionale, parlare di rinnovamento in un partito di sessantenni è improbabile, e Craxi ha appena 40 anni: è un volto nuovo, ma con alle spalle oltre 28mila voti e una lunga gavetta. I socialisti lo eleggono segretario “di transizione”, credendolo, a torto, un ragazzino manipolabile: Craxi è davvero il rinnovamento, con tutte le contraddizioni del caso. Come quando, pochi mesi dopo l’elezione, rilascia un’intervista in cui spiega come e dove gli piace scopare. Sistema i suoi uomini nei ruoli chiave del partito. Delega a Panseca il compito di ripensare il simbolo del Psi, toglie la falce e il martello e ci mette un garofano rosso, il fiore usato dagli operai il 1° maggio. Con il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ha un rapporto di amore e odio: quando lo convoca nel 1979 al Quirinale, Craxi si presenta sì in giacca e cravatta, ma come pantaloni indossa un paio di jeans. Pertini lo rispedisce a casa, intimandogli di tornare in abito scuro “o di non scomodarsi a tornare”. Quello che Craxi sta cercando di fare, riuscendoci, è trasformare la forma e l’immagine del Psi dalle fondamenta. Dà indicazioni ai suoi uomini su come vestire e comportarsi e persino su dove andare a ballare e a divertirsi, in un Paese bacchettone che deve presentarsi come serio e impegnato a ogni costo. Essere socialista, per lui, significa essere di sinistra, ma più sorridenti. Il ‘77 è l’anno della televisione a colori e con la sua diffusione arrivano spot pubblicitari che incitano a uscire, bere, godersela: Craxi intuisce che all’Italia basta un pretesto per scrollarsi di dosso l’orrore e il grigiore degli anni di piombo.

Silvio Berlusconi, intanto, nel ’78 compra Telemilano – poi ribattezzata Canale 5 – e altre stazioni televisive, tutte regionali. In Italia infatti non esiste ancora una legge che regoli la diffusione sulle frequenze nazionali delle televisioni private. Poi va a Cannes, acquisisce le serie tv più belle dell’epoca (tra cui Magnum PI, Dallas e Uccelli di rovo), strappandole alla Rai che si era presentata in ritardo e offrendo pochi soldi. Negli studi di Milano, Berlusconi programma 12 ore di trasmissioni, le registra, organizza un ponte via elicotteri, aerei e taxi e recapita quelle registrazioni a tutte stazioni tv che ha acquistato in giro per il Paese. Ufficialmente sono tutte emittenti regionali, ma nella pratica formano una tv nazionale. L’audience di Canale 5, comunque, non è abbastanza alta, così Berlusconi, racconta il giornalista Jean Claude Bourret, manda in giro suoi emissari a caccia delle famiglie che possiedono il Meter, una scatola collegata al proprio televisore che misura l’audience nazionale. Una volta trovate, viene loro offerto un televisore ultimo modello e 500mila lire di rimborso per la corrente elettrica. In cambio viene chiesto solo di tenere il vecchio televisore sintonizzato su Canale 5 ventiquattr’ore su ventiquattro, senza mai spegnerlo – va bene anche tenerlo chiuso in un armadio, con il volume regolato al minimo. Tutti accettano, l’audience di Canale 5 schizza alle stelle e le aziende pagano uno spazio pubblicitario il doppio che su un canale nazionale. C’è uno spot dell’Amaro Ramazzotti del 1979 che racchiude tutta la mentalità italiana, appena prima dell’esplosione di tracotanza degli imminenti anni Ottanta. “Ma dai, venite fuori. Fuori è tutta un’altra cosa. Basta un niente per divertirsi: per esempio, basta sapersi divertire.” La deflagrazione definitiva si manifesta nei clacson e nelle bandiere che inondano il Paese nell’estate del 1982, quando l’Italia arriva in finale contro la Germania. Di quella partita tutti ricordano Pertini in tribuna che dopo il terzo goal di Altobelli muove il dito a destra e sinistra urlando “I tedeschi non ci prendono più” – una frase che, pronunciata da un partigiano, ha decisamente impatto. Un giornalista domanda al Presidente se quell’entusiasmo non corrisponda a una fuga dai veri problemi della Nazione: “Ma buon Dio,” sbotta Pertini, “Dopo sei giorni di lavoro viene la domenica, no? Ebbene, chi ha lavorato i sei giorni ha il diritto di andare con la famiglia a gioire sulla spiaggia, o in montagna, o altrove. E gli si dovrebbe dire: “Come mai tu gioisci quando ti attende il lunedì?” Io penso a gioire la domenica, per il lunedì verrà il suo tempo!”. Gli anni di piombo finiscono in quel momento. All’improvviso, divertirsi, avere successo e arricchirsi diventano le uniche cose per cui valga la pena preoccuparsi. I soldi si fanno in borsa, dove un normale operatore guadagna un miliardo e mezzo l’anno. “Girls just wanna have fun” canta Cindy Lauper. Il pranzo “è per chi non ha niente da fare” dice Gordon Gekko in Wall Street. Esplode il mito dell’abbondanza e dell’opulenza; le donne devono essere maggiorate, come Carmen Russo su Drive in per i padri, e Margot di Lupin III per i figli. Gli uomini devono adattarsi al canone di palestrati, giovani, belli, in carriera e non dormire mai. I vestiti diventano abbondanti, i capelli cotonati, i drink si tingono di colori fluo e decorazioni esagerate. Giorgio Armani diventa famoso con American gigolò e il Made in Italy decolla; Cerrutti, Ferragamo, Armani, Versace, fanno capi richiesti in tutto il mondo, venduti a prezzi incredibili. Durante le settimane della moda le strade traboccano di donne stupende che si riversano nei club di grido, dove vengono sedotte da imprenditori, politici e playboy. Nell’instancabile vita notturna milanese il Vogue diventa quello che è il Dorsia in American psycho: il locale più ambito, dove chiunque conti, in Italia come nel mondo, deve passare. Berlusconi, intanto, continua la sua conquista del mondo dei media e acquista nel 1982 l’emittente televisiva Italia 1. Il 4 agosto 1983, mentre buona parte del Paese cerca di sopravvivere a una delle estati più calde della Storia d’Italia, Craxi diventa presidente del Consiglio. Berlusconi ne è felice – con buona pace di Indro Montanelli, che dalle pagine de Il Giornale (dal 1979 di proprietà di Berlusconi) definisce il governo Craxi “una jattura” e chiama Bettino “un guappo di cartone”. Nel 1983 un operaio generico guadagna 600mila lire. E mentre un caffè costa 400 lire, al Vogue una cena ne costa circa 100mille, le bottiglie di champagne 500mila e un grammo di cocaina 50mila. Il culto della bella vita è obbligatorio, e i soldi sembrano spuntare dal nulla. Le banche espongono monitor che registrano i livelli delle azioni in tempo reale, davanti ai quali è comune vedere gente accalcata che si abbraccia come di fronte a una partita. In periferia, intanto, una dose di eroina costa quanto un grammo di coca nei locali e tutto vale per procurarsela. In mezzo a questi due mondi, Craxi non si fa problemi a farsi fotografare in costume da bagno, sorridente, mentre indossa un pareo o una giacca di pelle. In politica è uno schiacciasassi: trasforma l’ora di religione da obbligatoria a facoltativa, scioglie il vecchio comitato centrale creando un’assemblea socialista e trasformandola in un circo. Dalle panche deserte e l’atmosfera sonnacchiosa si passa a un pienone di personalità della moda, attrici di grido, cantanti, intellettuali; essere presenti all’assemblea è fondamentale per la propria immagine, essere socialisti è cool. Fanno persino cantare Frank Sinatra al Palatrussardi. È proprio all’assemblea che Berlinguer prende i fischi, e Bettino se la gode non poco, perché detesta quella politica grigia, burocratica e verbosa di chi “non ha neanche la televisione a colori e parla di futuro”. I politici socialisti vivono in mezzo alla gente; mangiano a Brera, al Matarel di via Mantegazza Solera, alla Trattoria dell’Angolo in via Fiori Chiari o al Garibaldi di via Monte Grappa. Bevono al bar Jamaica e al club Turati, di Carlo Ripa di Meana. Gianni De Michelis, vicepresidente del Consiglio, pubblica con Mondadori Dove andiamo a ballare questa sera?, la guida a 250 discoteche italiane. Dopo Italia 1, Berlusconi acquista Rete 4 e si guadagna il soprannome di “sua emittenza”; dai canali televisivi dipinge un mondo di festa e allegria posticcia, che gli italiani reduci dagli anni di piombo bevono come acqua fresca. Fa concorrenza diretta alla Rai e il suo strapotere inizia a destare qualche sospetto, tanto che i questori di Torino, Pescara e Roma gli sequestrano gli impianti e gli danno un ultimatum: interrompere l’interconnessione entro il 16 ottobre 1984, pena l’oscuramento. Per Berlusconi sarebbe un disastro, dovrebbe rimborsare tutti i clienti che pagano la pubblicità sui suoi canali, finendo sul lastrico. Lo salva Bettino Craxi: in un giorno fa approvare un decreto legge che liberalizza il settore audiovisivo italiano permettendo ai privati di avere diffusione nazionale e, salvando così l’impero finanziario di Berlusconi. Il 19 ottobre 1987 i monitor fuori dalle banche cominciano a segnalare i negativi. A Wall street è in atto il più grande crollo economico della Storia, il Dow Jones perde il 22% e vengono bruciati 11mila miliardi. Anche se si tratta di un crollo anomalo, è il segnale che gli anni Ottanta stanno finendo. Arriverà Tangentopoli, i pianti sotto la doccia di Berlusconi, le detenzioni preventive, la fuga di Craxi nella sua villa ad Hammamet dopo essere stato identificato come il male assoluto della politica. Tutte le feste, prima o poi, finiscono. Di quegli anni molti si domandavano cosa sarebbe restato: per tanti hanno costituito un’epoca dei sogni, dove tutto era possibile e il mondo era dietro l’angolo; per altri, l’epoca dell’infanzia, dei giocattoli da collezionisti, dei cartoni animati e degli spot del Mulino bianco. Per altri ancora, soprattutto, è stata quella di Berlusconi.

BERLUSCONI, CRAXI E 10 MILIARDI, scrivono Piero Colaprico e Luca Fazzo il 24 novembre 1995 su "la Repubblica". Da una parte Silvio Berlusconi. Dall'altra Bettino Craxi. In mezzo, una matassa di collaboratori, prestanome, conti cifrati svizzeri, società off shore di mezzo mondo. Per un anno il pool Mani pulite si è dedicato a un solo obiettivo: dipanare i grovigli di questa matassa. E l'obiettivo è stato raggiunto quasi all' improvviso, in una limpida e gelida notte di novembre, un anno esatto dopo la notte in cui l'allora presidente del consiglio venne colpito dall' invito a comparire che lo associò d' ufficio al popolato club di Tangentopoli. I magistrati scoprono che quella matassa nascondeva lo straordinario andirivieni di quindici miliardi. Soldi che partono dai fondi esteri di Silvio Berlusconi, approdano nelle casse svizzere di Bettino Craxi, e da qui - evento assolutamente inedito - un terzo della somma ritorna al mittente. Lo scambio avviene in tre rate, undici giorni in tutto, durante l'ottobre 1991: mancavano quattro mesi all' esplodere di Mani pulite, Bettino Craxi era forse il politico più potente d' Italia, Silvio Berlusconi il presidente della Fininvest. Mercoledì, dopo il tramonto, la svolta nelle indagini. Per violazione alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti, il giudice preliminare Maurizio Grigo dispone l'arresto di Bettino Craxi, dei suoi prestanome Mauro Giallombardo e Giorgio Tradati, e di un fondamentale dirigente Fininvest: Giorgio Vanoni, responsabile del settore estero del gruppo di Silvio Berlusconi. E' il manager accusato di avere gestito in prima persona una galassia di società-schermo, create dalla Fininvest nei paradisi fiscali. Uno solo degli ordini viene eseguito dai finanzieri: Tradati, amico d' infanzia dei fratelli Craxi, lascia la casa milanese di Porta Venezia per San Vittore, tredici mesi dopo il suo primo, breve arresto. Degli altri "catturandi", l'unico di cui si hanno notizie precise è Craxi: saprà di aver ricevuto il quarto ordine di custodia nella tranquilla oasi giudiziaria di Hammamet. Giallombardo dovrebbe essere in Lussemburgo, Giorgio Vanoni da qualche parte nel mondo, forse a Londra. Di prima mattina, i finanzieri perquisiscono anche gli uffici della Fininvest e trovano - almeno a giudicare dai sorrisoni in mostra nel pomeriggio - nuove conferme documentali del quadro d' accusa disegnato dal pool, quello che trascina per la prima volta nello stesso filone d' inchiesta i più indomiti tra gli indagati di Mani pulite: Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Il nome di Berlusconi potrebbe essere già stato iscritto nel registro degli indagati: all' accusa di finanziamento illecito rischia di aggiungersi quella ancora più grave di falso in bilancio. Da molti mesi il pool scavava sul mistero della All Iberian, la società panamense con conti a Lugano da cui nell' ottobre 1991 erano partiti i miliardi per Bettino Craxi. Le rogatorie del pool si erano scontrate con le opposizioni continue degli avvocati svizzeri della oscura società. Ma il muro difensivo salta grazie alla clamorosa confessione di una gola profonda dall'interno della Fininvest: si chiama Giovanni Romagnoni e ricopre una carica delicata, è responsabile della tesoreria di gruppo. I magistrati hanno raccolto parecchio materiale, hanno realizzato più d' un interrogatorio utile (non trapela mezza parola) e Romagnoni, mercoledì sera, non può non fornire al pool Mani pulite il tassello che manca: All Iberian, dice, è controllata da Fininvest, i soldi che muove sono soldi che vengono dalla Silvio Berlusconi Finanziaria SA, società lussemburghese che - spiega - è la cassaforte estera del Biscione. Non è la prima volta che questa società compare nelle indagini: con il suo nuovo nome - Société financière internationale d'investissement - si batte per impedire l'assistenza svizzera al pool milanese. Interrogato Romagnoni, i pm Boccassini, Colombo e Greco ottengono l'ordine di custodia in carcere per i quattro indagati. Sei pagine dense di accuse: "Craxi Benedetto detto Bettino, quale segretario del Psi e deputato al Parlamento" è accusato insieme ai suoi prestanome di avere incassato i quindici miliardi dalla Fininvest. L' accusa si regge su documenti, accertamenti bancari, testimonianze: tra queste, le dichiarazioni dei funzionari dello studio londinese Carnelutti-Mackenzie-Mills, che si occupò di creare la rete delle società off shore. "Dal complesso degli atti sopraindicati - si legge nell' ordine di cattura - emerge che la società All Iberian, gestita da Vanoni Giorgio ed alimentata con finanziamenti diretti della Silvio Berlusconi Finanziaria, ebbe ad erogare a Craxi Bettino, sul conto Northern Holding, la somma di 10 miliardi; che, inoltre, in un primo momento, ebbe a bonificare un'ulteriore somma di 5 miliardi, che su disposizione personale di Craxi venne retrocessa alla stessa All Iberian". Il provvedimento parla anche di un "preciso disegno finalizzato ad impedire la ricostruzione dell'operazione e, soprattutto, la riconducibilità della stessa al gruppo Fininvest". "Solo quest' ultima società poteva avere interesse a finanziare, seppure illecitamente, il Craxi, di cui sono noti i legami ed i rapporti con gli alti dirigenti del gruppo Fininvest". Se le cose stanno così come si legge, resta in sospeso una domanda: perché il gruppo Berlusconi fece avere a Craxi dieci miliardi? E' quanto cercano di capire gli inquirenti: "L' inchiesta - dice il pm Piercamillo Davigo, lasciando il palazzo - è all' inizio". Frase già sentita. La Repubblica 02/08/2005, pag.38-39 Pietro Citati, 2 agosto 2005

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

GABRIELE CAGLIARI E GLI ALTRI. SONO STATI SUICIDATI?

Da Tangentopoli ai crac internazionali: ecco i suicidi eccellenti. Non hanno retto il peso di scandali finanziari e si sono tolti la vita. La storia della finanza italiana e internazionale annovera numerosi suicidi di manager, investitori e operatori finanziari. Con qualche giallo, scrive Vito Lops su "Il Sole 24 ore" il 7 marzo 2013.

1. Gabriele Cagliari (Eni) e il giallo del sacchetto di plastica. Siamo in piena mani pulite. Il presidente dell'Eni, Gabriele Cagliari, viene arrestato con l'accusa di aver pagato tangenti. Contestato il suo ruolo nella valutazione di Enimont fatta dall'Eni in fase di acquisizione. Il 20 luglio 1993 viene ritrovato morto nelle docce del carcere di San Vittore, dove ha trascorso quattro mesi di carcerazione preventiva. Secondo la ricostruzione si è ucciso soffocandosi con un sacchetto di plastica. La vicenda presenta contorni pochi chiari. Sul corpo sono state trovate contusioni che gettano un'ombra di dubbio sul suicidio. Inoltre alcuni testimoni, fra poliziotti penitenziari e compagni di cella, hanno raccontato che il sacchetto era ancora gonfio quando è stato ritrovato. Lasciando il sospetto che fosse ancora in vita. Giallo anche sulle lettere che avrebbe spedito alla famiglia per giustificare il gesto, che sarebbero state ricevute dai famigliari circa due settimane prima della morte.

2. Raul Gardini e lo scandalo Tangentopoli. Sposato con la figlia di Serafino Ferruzzi, Raul Gardini acquisisce le deroghe operative dell'aziende dopo la morte di Ferruzzi in un incidente aereo. Negli anni Ottanta mette a segno la celebre scalata Montedison, dopo le spregiudicate manovre finanziarie dell'amministratore Mario Schimberni, con l'assenso si Enrico Cuccia. In seguito guida la fusione delle attività chimiche con Eni, fondando Enimont. Negli anni Novanta, in piena Tangentopoli (1992), Gardini – quando vengono alla luce le tangenti generate dalla vendita del 40% di Enimont – si toglie la vita. Viene trovato morto nella sua casa di Milano, il settecentesco palazzo Belgioioso, il 23 luglio del 1993, tre giorni dopo la morte del presidente dell'Eni Gabriele Cagliari.

1992: questa è la realtà, non la fiction. La lettera del suicida Gabriele Cagliari, scrive “Tempi”. Grazie alla serie in onda su Sky si torna a parlare di Tangentopoli e Mani Pulite. Ripubblichiamo il messaggio inviato alla famiglia dall’allora presidente di Eni prima di togliersi la vita in carcere. Grazie alla fiction in onda su Sky, “1992”, in Italia si è tornato a parlare di Tangentopoli e Mani Pulite. A nostro modesto avviso, non c’è modo migliore per capire cosa accadde in quegli anni che rileggere questa lettera di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni arrestato nel 1993 dai pm milanesi Fabio De Pasquale ed Antonio Di Pietro. Cagliari fu accusato di aver versato ai partiti una maxi tangente. Dopo quattro mesi nel carcere di San Vittore a Milano si suicidò il 20 luglio del 1993. Questa è la lettera che inviò alla sua famiglia il 10 luglio 1993. «Miei carissimi Bruna, Stefano, Silvano, Francesco, Ghiti: sto per darvi un nuovo, grandissimo dolore. Ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna. La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile. Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto. Tutto quanto mi viene contestato non corre alcun pericolo di essere rifatto, né le prove relative a questi fatti possono essere inquinate in quanto non ho più alcun potere di fare né di decidere, né ho alcun documento che possa essere alterato. Neppure potrei fuggire senza passaporto, senza carta d’identità e comunque assiduamente controllato come costoro usano fare. Per di più ho sessantasette anni e la legge richiede che sussistano oggettive circostanze di eccezionale gravità e pericolosità per trattenermi in condizioni tanto degradanti. Ma, come sapete, i motivi di questo infierire sono ben altri e ci vengono anche ripetutamente detti dagli stessi magistrati, se pure con il divieto assoluto di essere messi a verbale, come invece si dovrebbe regolarmente fare. L’obbiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano in modo particolare, è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi, già compromesso nella propria dignità agli occhi della opinione pubblica per il solo fatto di essere inquisito o, peggio, essere stato arrestato, deve adottare un atteggiamento di “collaborazione” che consiste in tradimenti e delazioni che lo rendano infido, inattendibile, inaffidabile: che diventi cioè quello che loro stessi chiamano un “infame”. Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e loro complici intendono mettere le mani. Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti. Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della magistratura che è il sistema carcerario. La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività nell’ignavia; la gente impigrisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita. Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima. Anche tra loro c’è la stessa competizione o sopraffazione che vige nel mercato, con differenza che, in questo caso, il gioco è fatto sulla pelle della gente. Non è dunque possibile accettare il loro giudizio, qualunque esso sia. Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere. Hanno distrutto la dignità dell’intera categoria degli avvocati penalisti ormai incapaci di dibattere o di reagire alle continue violazioni del nostro fondamentale diritto di essere inquisiti, e giudicati poi, in accordo con le leggi della Repubblica. Non sono soltanto gli avvocati, i sacerdoti laici della società, a perdere la guerra; ma è l’intera nazione che ne soffrirà le conseguenze per molto tempo a venire. Già oggi i processi, e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso, sonnecchiano o addirittura dormono durante le udienze per poi decidere in cinque minuti di Camera di consiglio. Non parliamo poi dei tribunali della libertà, asserviti anche loro ai pubblici ministeri, né dei tribunali di sorveglianza che infieriscono sui detenuti condannati con il cinismo dei peggiori burocrati e ne calpestano continuamente i diritti. L’accelerazione dei processi, invocata e favorita dal ministro Conso, non è altro che la sostanziale istituzionalizzazione dei tribunali speciali del regime di polizia prossimo venturo. Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa “giustizia” rischiano di essere i capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione. Io sono convinto di dover rifiutare questo ruolo. E’ una decisione che prendo in tutta lucidità e coscienza, con la certezza di fare una cosa giusta. La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta. Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo. Non lasciamo sporcare questa immagine da nessuna “mano pulita”. Questo vi chiedo, nel chiedere il vostro perdono per questo addio con il quale lascio per sempre. Non ho molto altro da dirvi poiché questi lunghissimi mesi di lontananza siamo parlati con tante lettere, ci siamo tenuti vicini. Salvo che a Bruna, alla quale devo tutto. Vorrei parlarti Bruna, all’infinito, per tutte le ore e i giorni che ho taciuto, preso da questi problemi inesistenti che alla fine mi hanno fatto arrivare qui. Ma in questo tragico momento cosa ti posso dire, Bruna, anima dell’anima mia, unico grandissimo amore, che lascio con un impagabile debito di assiduità, di incontri sempre rimandati, fino a questi ultimi giorni che avevamo pattuito essere migliaia da passare sempre insieme, io te, in ogni posto, e che invece qui sto riducendo a un solo sospiro? Concludo una vita vissuta di corsa, in affanno, rimandando continuamente le cose veramente importanti, la vita vera, per farne altre, lontane come miraggi e, alla fine, inutili. Anche su questo, soprattutto su questo, ho riflettuto a lungo, concludendo che solo così avremo finalmente pace. Ho la certezza che la tua grande forza d’animo, i nostri figli, il nostro nipotino, ti aiuteranno a vivere con serenità e a ricordarmi, perdonato da voi per questo brusco addio. Non riesco a dirti altro: il pensiero di non vederti più, il rimorso di avere distrutto i nostri anni più sereni, come dovevano essere i nostri futuri, mi chiude la gola. Penso ai nostri ragazzi, la nostra parte più bella, e penso con serenità al loro futuro. Mi sembra che abbiano una strada tracciata davanti a sé. Sarà una strada difficile, in salita, come sono tutte le cose di questo mondo: dure e piene di ostacoli. Sono certo che ciascuno l’affronterà con impegno e con grande serenità come ha già fatto Stefano e come sta facendo Silvano. Si dovranno aiutare l’un l’altro come spero che già stiano facendo, secondo quanto abbiamo discusso più volte in questi ultimi mesi, scrivendoci lettere affettuose. Stefano resta con un peso più grave sul cuore per essere improvvisamente rimasto privato della nostra carissima Mariarosa. Al dolcissimo Francesco, piccolino senza mamma, daremo tutto il calore del nostro affetto e voi gli darete anche il mio, quella parte serena che vi lascio per lui. Le mie sorelle, una più brava dell’altra, in una sequenza senza fine, con le loro bravissime figliole, con Giulio e Claudio, sono le altre persone care che lascio con tanta tristezza. Carissime Giuliana e Lella, a questo punto cruciale della mia vita non ho saputo fare altro, non ho trovato altra soluzione. Ricordo Sergio e la sua famiglia con tanto affetto, ricordo i miei cugini di Guastalla, i Cavazzani e i loro figli. Da tutti ho avuto qualcosa di valore, qualcosa di importante, come l’affetto, la simpatia, l’amicizia. A tutti lascio il ricordo di me che vorrei non fosse quello di una scheggia che improvvisamente sparisce senza una ragione, come se fosse impazzita. Non è così, questo è un addio al quale ho pensato e ripensato con lucidità, chiarezza e determinazione. Non ho alternative. Desidero essere cremato e che Bruna, la mia compagna di ogni momento triste o felice, conservi le ceneri fino alla morte. Dopo di che siano sparse in qualunque mare. Addio mia dolcissima sposa e compagna, Bruna, addio per sempre. Addio Stefano, Silvano, Francesco; addio Ghiti, Lella, Giuliana, addio. Addio a tutti. Miei carissimi, vi abbraccio tutti insieme per l’ultima volta. Il vostro sposo, papà, nonno, fratello. Gabriele»

Gabriele Cagliari, lettere dal 1993. Il figlio Stefano racconta in «Storia di mio padre», curato da Costanza Rizzacasa d’Orsogna (Longanesi), il presidente dell’Eni suicida in carcere durante Mani Pulite, scrive Luigi Ferrarella l'1 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Gabriele Cagliari era nato a Guastalla, Reggio Emilia, il 14 giugno 1926. Presidente dell’Eni dal 1989, venne arrestato l’8 marzo 1993 con l’accusa di avere autorizzato il pagamento di tangenti. Si tolse la vita 134 giorni dopo, il 20 luglio, nel carcere milanese di San Vittore. «Il carcere e i suoi problemi, la sua gestione paradossale, sono argomenti che devono interessare la gente: il mondo non è fatto di buoni e cattivi; tutti possiamo essere a volte cattivi anche se siamo normalmente buoni». Le 28 lettere inedite (come questa del 18 luglio 1993, 2 giorni prima del suicidio a San Vittore) scritte in carcere dal 67enne presidente dell’Eni Gabriele Cagliari nei 134 giorni di custodia cautelare, e recuperate nel 2016 dal figlio Stefano in soffitta, adesso insieme a quelle già note vengono proposte dalla riflessione del figlio in Storia di mio padre (a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna per Longanesi) in una chiave per certi versi sorprendente. Al punto da risultare arnesi inservibili tanto a chi non si trattiene dal praticare con spregiudicatezza l’uso contundente dei suicidi a fini di revisionismo storico-giudiziario di Mani Pulite, quanto a chi cinicamente sorvola sui destini personali delle persone coinvoltevi e non ammette altro che esaltazione integrale di quella stagione. Il libro di Stefano Cagliari, «Storia di mio padre», a cura di Costanza Rizzacasa d’Orsogna, è edito da Longanesi (prefazione di Gherardo Colombo, pp. 264, euro 18,80). Non somiglia infatti a una polemica italiota, ma a una sorta di tragedia greca quella evocata da Stefano Cagliari, all’epoca architetto 35enne: a cominciare dal crudele tempismo di un destino che, lo stesso 8 marzo dell’arresto di suo padre per tangenti, vede abbattersi una diagnosi infausta su suo fratello Silvano (che morirà tre anni dopo), e sulla propria moglie Mari l’incurabilità di una malattia che la ucciderà due mesi dopo, lasciandolo solo con un bimbo di 3 anni. Un arresto quasi annunciato dalle cronache sulle indagini, e tuttavia inatteso perché «era un po’ come stare sotto le bombe: si sperava solo che la prossima non colpisse te ma qualcun altro», ma «nessuno in casa osava parlarne». Nessuno, salvo l’agghiacciante inconsapevolezza del nipotino che, preso in braccio dal nonno pochi giorni prima dell’arresto, ripete parole ascoltate all’asilo: «“In galera! in galera!”, gridò. Rimanemmo tutti di sasso». Solo l’arroganza di psicologismi d’accatto può pensare di spiegare i motivi per i quali una persona si toglie la vita. E se il libro vi rifugge è anche grazie alla franchezza con cui il figlio racconta il proprio «dolore in quegli anni» nel «pensare non solo che il sistema, che dava soldi ai partiti secondo uso consolidato e illegale, fosse sbagliato, ma che mio padre vi si fosse adeguato e lo considerasse necessario. Mi sentivo tirato da due parti opposte. Ci aveva insegnato a scegliere l’interesse generale (...), ma in questo caso qual era l’interesse generale? Nelle sue lettere la polemica coi magistrati continuava a crescere. Ormai per lui erano il pericolo per il Paese». È in fondo la stessa lacerazione restituita dalle lettere alla moglie Bruna (morta nel 1998). Quelle nelle quali Cagliari scrive «sono la vergogna della famiglia»; constata che «certamente era molto meglio non commettere alcun reato reale o presunto (…) ma spero che questo lavoro vada avanti con mani più “pulite” delle nostre che non abbiamo saputo (o potuto?) evitare»; e radiografa quanti «non si sono resi conto di cadere in compromissioni irrimediabili e sono stati colti di sorpresa, io tra questi ed è giusto che paghi». Ma anche quelle in cui addita «l’ideologia del rancore» sotto «l’obiettivo dichiarato» di «questi giudici certamente meritevoli e coraggiosi ma anche ambiziosi di potere e di gloria», dai quali si sente trattenuto «in violazioni di leggi al solo scopo di farmi rivelare chissà quali segreti segreti», per «scalzare ciascuno di noi dal nostro ambiente rendendoci inaffidabili in qualche modo pubblico». È la medesima lacerazione che prova ora a comprendere anche Gherardo Colombo, uno dei pm di Cagliari in quei mesi, quando nella prefazione ragiona di cosa «accada usualmente» a una persona arrestata: «Cagliari si sente perseguitato, io credo, anche perché non può sapere come procedono le indagini, non sa cosa si nasconde dietro le domande, si ritiene vessato e non può vedere che le indagini seguono tempi e modi dipendenti da una serie di variabili a lui sconosciute. Due mondi che non comunicano. La difficoltà sta qui: nell’unire in maniera razionale e umana queste due diverse esigenze, queste due facce del processo penale». Voleva pagare, dice il figlio, «ma senza coinvolgere altri»: intento incompatibile con il compito dei magistrati di disvelare le ulteriori illegalità intuite in Eni. Cresce così, nota il figlio, una «guerra di nervi» nella quale il padre, «per 31 lunghissimi giorni non più interrogato, quando altri imputati rilasciavano nuove dichiarazioni, le confermava ma non era mai proattivo». Fino a maturare la percezione soggettiva di non «sentirmela più di sopportare ancora a lungo (...) minacce infamanti, promesse denegate, vita da canile». E fino all’episodio, rievocato senza enfasi nel libro, degli arresti domiciliari nel filone Eni-Sai prima promessi e poi (secondo il racconto degli avvocati) negati nel parere del pm De Pasquale al gip Grigo, di cui Cagliari non attenderà la decisione («Anche questa volta ci è andata male e non capisco di preciso perché (…). Non vorrei diventare uno dei pochi capri espiatori»), accennandone alla moglie in una lettera da non aprire però subito: «È ormai molto tempo che penso a questa come l’unica risposta possibile» a «questa tortura della prigione per costringermi a confessare l’impossibile». Presagio che nel libro, per la prima volta, il cappellano don Luigi Melesi ricollega a un’uscita improvvisa di Cagliari in giugno: «Ci vuole un gesto forte. Se si suicida un detenuto a San Vittore fa un clamore passeggero, ma se si suicidano in dieci cambia il sistema carcerario».

ECCO LA STORIA DI UN BUSINESS EREDITATO DAI FIGLI DI PAPA' GABRIELE. Scrive il 13 giugno 1992 "La Repubblica". Eurotecnica nasce nel lontano agosto del 1962 per opera di un gruppo di ingegneri chimici usciti qualche anno prima dall' Eni. Vi troviamo Osvaldo Sacco, Augusto Panciera e Gabriele Cagliari, tutti e tre intorno ai quarant' anni, vogliosi di muoversi in proprio al di fuori della logica dell'ente di Stato. E successo ne devono avere avuto parecchio, se quella società, partita trent' anni fa con un capitale di pochi milioni di lire, oggi ne conta per dodici miliardi. Raccontano gli amici di Cagliari, socialista quasi dalla nascita, che la quota del futuro presidente dell'Eni, arrivato per ultimo nel gruppo, fosse del 15 per cento circa. Invano però se ne cerca traccia al giorno d' oggi: presidente della holding è infatti Panciera, i consiglieri di amministrazione sono il già citato Sacco e poi personaggi nuovi: il kuweitiano Hamdan Deep Moussa, il lussemburghese Jean Claude Wolter, Giuseppe Panciera, che della società è il responsabile amministrativo, e poi Stefano Cagliari, nato nel 1957, figlio di Gabriele. Il giovane Cagliari diventa consigliere di Eurotecnica il 29 luglio del 1991, appena due mesi dopo l'aumento di capitale, e con l'inizio dell'anno nuovo entra nel comitato esecutivo. Quasi tutti gli stessi personaggi si ritrovano anche nella consociata Eurotecnica Contractors and Engineering, il cui capitale, di 200 milioni al momento della fondazione nel marzo del 1982 (c' erano in qualità di soci fondatori i soliti Cagliari, Sacco e Panciera) arriva oggi a dieci miliardi. Ma oltre a loro e a Oscar Chiari, Liborio Satariano, Adalberto Bestetti, Claudio Gatti e a Stefano Cagliari troviamo nel consiglio anche l'altro figlio del presidente dell'Eni, Silvano Cagliari, nato nel 1962. Stefano entra in questa società nell' aprile del 1989, Silvano due anni dopo, nel 1991. E' chiara dunque la presenza della famiglia Cagliari nel capitale di Eurotecnica, che nei primi anni della sua esistenza opera ai margini del sistema delle PPSS: qualcosa a Terni, qualcos'altro al nord, in genere si tratta di contratti modesti. Poi, nel 1980 avviene un fatto strano. Gabriele Cagliari rientra nel sistema Eni. Lo troviamo prima all' Anic. Poi nel 1983 Gianni De Michelis lo vuole come membro della giunta dell'Eni in rappresentanza del partito del garofano. Ottiene due mandati consecutivi ma nel 1989, all' epoca dei fatti (contratto per Ravenna e inizio dei lavori del tubo d' oro) non pensa di poter arrivare ai vertici dell'Eni. Al massimo spera di diventare presidente di Enimont, la joint-venture tra Eni e Montedison che sta già sperimentando i primi contrasti. Ma l'appoggio dell'accoppiata socialista De Michelis Martelli gli consente di superare la diffidenza di Bettino Craxi e di arrivare all' ultimo piano.

Davigo e i detenuti dimenticati. "Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto". Sono le parole ai familiari di Gabriele Cagliari, prima di suicidarsi in carcere nel 1993, scrive Vittorio Sgarbi il 10 marzo 2017. "La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. Ci trattano come non-persone, come cani ricacciati ogni volta al canile. Sono qui da oltre quattro mesi, illegittimamente trattenuto". Sono le parole ai familiari di Gabriele Cagliari, prima di suicidarsi in carcere nel 1993, "trattenuto" dagli amici di Piercamillo Davigo che, ora, con disgustoso cinismo, si assume la responsabilità di quel crimine non riconoscendo eccessi nell’uso della misura cautelare, se non nelle scarcerazioni (sic!). Cagliari se lo erano dimenticato. Come mi disse, all’epoca, il gip di Mani pulite, Italo Ghitti, il vero reato di quei magistrati è di "corruzione di immagine". 

Vittorio Sgarbi condannato a pagare 60 mila euro ai pm del pool di Mani Pulite, scrive il 21 Maggio 2015 "Libero Quotidiano". Dopo vent'anni di processi attraverso tutti i gradi di giudizio, la Cassazione ha condannato Vittorio Sgarbi a pagare un risarcimento di 60 mila euro a tre ex pubblici ministero del pool di Mani pulite Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo e Francesco Greco. La vicenda è nata nel 1994, quando Sgarbi era fresco deputato di Forza Italia e conduttore in tv di Sgarbi quotidiani. In quel periodo il critico d'arte aveva definito dalle pagine de Il Giornale e Avvenire "assassini" i magistrati, dopo i suicidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari. Sgarbi aveva aggiunto che i tre pm: "avevano fatto morire delle persone" e aveva definito il pool: "Associazione a delinquere con libertà di uccidere". La sentenza - Sgarbi era stato già condannato in appello nel 2011. Nella sentenza i giudici avevano scritto che: "neanche la più benevola concezione del limite della continenza verbale potrebbe mai giungere ad ammettere che tali espressioni non violino quel limite". La sfuriata ventennale di Sgarbi gli costerà 60 mila euro, cifra contestata dall'ex parlamentare, ma secondo i giudici non è un cifra "esorbitante" considerando "il lavoro svolto" dai tre magistrati offesi, "la gravità degli addebiti loro mossi e l'impatto sociale di affermazioni così drastiche". La responsabilità - Inascoltate anche le proteste di Sgarbi che non aveva accettato di essere condannato in solido da solo, senza il coinvolgimento degli editori che avevano pubblicato le sue parole. Secondo il critico, dovevano essere i giornalisti a "verificare la violazione del limite di continenza verbale". Ma la sua richiesta è arrivata solo nove anni dopo l'inizio del procedimento giudiziario.

Il senso de La Repubblica per “l’informazione completa”. Gli SMS di Di Maio e la “memoria” di Davigo per Mani Pulite: chi ricorda come morì Gabriele Cagliari? Scrive Fuori dal Coro Fabio Cammalleri il 18 Febbraio 2017 su "La Voce di New York". Le proteste del quotidiano La Repubblica, per le invettive del M5S, in margine alla questione SMS dell’On. Di Maio, vorrebbero proporre l’immagine di un presidio di libertà, ora sottoposto a minaccia. Ma, come si dice, chi semina vento... Il caso dei suicidi di Mani Pulite.

Breve premessa. In questi ultimi giorni, sta correndo violenta una polemica fra il M5S e Repubblica, in seguito alla nota vicenda degli SMS scritti e ricevuti dall’On. Di Maio. Ne era oggetto Raffaele Marra, già Vice-capo di Gabinetto del Sindaco di Roma, Virginia Raggi, in atto in custodia carceraria per corruzione ed altro. “Marra è uno dei miei”, avrebbe scritto Di Maio a Raggi, secondo Repubblica; no, replica Di Maio, il testo era: “sui miei, il Movimento fa accertamenti ogni mese”, quindi “L’importante è non trovare nulla”. Come a dire: “anche sui miei”, perciò anche su Marra, che pure non lo è. Aveva ragione il M5S. Repubblica ha provato a metterci una pezza, affermando, in una nota, che “un responsabile di turno ha modificato una frase del testo on line”. Insomma, ora abbiamo anche il giornalista “a sua insaputa”. Ne sono seguite reazioni violente e minacciose (“killeraggio”), non inconsuete da parte di M5S. Ma l’insinuazione e la parzialità travisante, caratteri costitutivi della nota maison giornalistica, sono essi violenza al sommo grado. E sono stati l’abbecedario di un avvelenamento violento che ha corrotto la coscienza critica di vari milioni di italiani, per almeno un paio di generazioni: e di cui M5S costituisce solo un’espressione epigonale. Sicchè questo, fra giornale “colto” e movimento “incolto”, appare solo un dissidio fra maestro e allievo. E, giusto oggi, ne abbiamo un altro clamoroso esempio. Fine della premessa. C’è un video, infatti, presentato sulla prima pagina di Repubblica. Vi si può sentire il dott. Piercamillo Davigo, che ricorda, nel 25° anniversario, Mani Pulite. Dura 7’ e 19’’, ed è un monologo. Mi preme soffermarmi brevemente su due sue proposizioni, connesse.

La prima, in termini così perentori, non è molto usuale, ed è resa al minuto 5’:02’’: “nessun nostro detenuto si è suicidato, nessuno… questa è una della varie bugie che sono state alimentate”. Ne ricordo solo uno. Nella notte fra l’8 e il 9 Marzo 1993 Gabriele Cagliari, Presidente dell’ENI, fu tratto in arresto. Era stato ordinato dal G.i.p. Italo Ghitti, su richiesta del Pool. Era accusato di corruzione e di violazione della Legge sul finanziamento dei partiti. Ammise, già all’inizio del suo primo interrogatorio, tutti i fatti posti a fondamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Lo stesso giorno, si dimise da Presidente dell’Ente. Dal momento che la confessione era stata completa e spontanea, l’avvocato di Cagliari ne chiese la liberazione, o, in via subordinata, gli arresti domiciliari. Gherardo Colombo condusse il primo interrogatorio. L’11 Marzo, durante un secondo interrogatorio, Cagliari descrisse i negoziati che erano intercorsi, sul gas naturale, tra l’Algeria e una azienda dell’Eni, che aveva pagato un mediatore. L’episodio non gli era stato contestato ed era appena presente ai magistrati. Ciònonostante, il Pubblico Ministero espresse parere sfavorevole alla remissione in libertà, e il Giudice Ghitti in effetti la negò. Il 16 Marzo fu ancora interrogato da Colombo; a questo punto, interviene Di Pietro. Cagliari aveva fornito spiegazioni particolareggiate sul finanziamento dei partiti politici da parte dell’ENI; e, pur non volendo in un primo momento accusare altri, poi cedette: identificando il mediatore di questi pagamenti: Francesco Pacini Battaglia, banchiere, il cui ruolo era stato, fino a quel momento, completamente ignorato. Dopo questo interrogatorio, l’avvocato di Cagliari presentò un’altra richiesta di remissione in libertà. Ancora rigetto. Al 9 Giugno 1993, aveva già trascorso più di tre mesi nella sua cella, piena di detenuti. E, per quel “titolo” (la singola contestazione), i termini della custodia cautelare erano scaduti. Tuttavia, non ne era seguita la remissione in libertà, sia perchè il Gip Ghitti aveva emesso un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere; sia perché, il 26 Maggio, un altro magistrato del Pool, il dott. Fabio De Pasquale, aveva formulato un ulteriore richiesta custodiale: accolta da un altro Gip, il dott. Grigo, e fondata su un’ipotesi di illecita gestione dei contratti di assicurazione/vita dei dipendenti ENI. Per Cagliari, era allora cominciato un nuovo conteggio trimestrale, salva la revoca. Nel frattempo aveva compiuto 67 anni, e gli era morta la giovane nuora. Gli era stato comunicato che non si sarebbe potuto recare ai funerali, a meno che non avesse accettato l’umiliazione di partecipare ai funerali in ceppi, e sotto scorta armata.

Il 17 Giugno, Ghitti dispose gli arresti domiciliari per la sua seconda ordinanza. Ma rimaneva “in piedi” l’altra ordinanza di custodia in carcere, quella emessa dal giudice Maurizio Grigo. Il dott. De Pasquale, che ne aveva chiesto l’emissione indagando su ENI/SAI, era infatti tornato ad interrogare Cagliari: cercava quel nome, che allora non venne, ed espresse parere negativo: il Gip rigetta ancora. Il 15 Luglio, “l’indagato” chiese di essere interrogato di nuovo. Non accadeva da quasi un mese; sembrava che i magistrati, dal 17 Giugno, si fossero dimenticati di lui. Arriva De Pasquale. Cominciano alle 5:30 del pomeriggio. Distrutto da una lunga detenzione, Cagliari aveva ora deciso di “arricchire” la sua confessione. Tuttavia, avrebbe rischiato di contraddire le sue precedenti dichiarazioni, sia nella loro dinamica interna, sia nel rapporto con le altre acquisizioni investigative. In questo contesto caotico, finalmente, Craxi fu menzionato. Quasi che Cagliari avesse voluto mandare un segnale: si stava piegando ad accusare altri, solo per ottenere la libertà. Sembrava funzionasse, però. De Pasquale, con un commento piuttosto vibrante, apparve soddisfatto; a verbale rimase questa più asciutta dichiarazione: “La devo mandare a casa, anche se l’ultima parte non mi convince. Così c’è l’ha fatta a guadagnare la sua libertà”. L’interrogatorio si era concluso tardi, erano le 08:40. Così l’avvocato di Cagliari, confidando nell’annunciato parere positivo, il giorno successivo presentò l’istanza di scarcerazione (da L’Espresso, 1 Agosto 1993, pag. 52; di Chiara Beria D’Argentine e Leo Sisti). La mattina ancora dopo, l’avvocato di Cagliari, lesse il parere del PM su un giornale: ma era negativo. Domenica 19, Cagliari, da cinque mesi recluso, seppe. Nel frattempo De Pasquale era andato nella nativa Sicilia, per un periodo di vacanza.

La mattina del 20, lunedì, il giovane avvocato Luigi Gianzi, dello studio legale che difendeva Cagliari, varca la sala colloqui di San Vittore. Portava i due libri che “il detenuto” aveva chiesto. Attese per venti minuti. Chiese agli agenti di custodia di controllare. Per altri dieci minuti, ancora niente. Ma Gianzi non era preoccupato: Cagliari poteva essere in infermeria. Alle 10:15, si presentò il capo-turno preposto alla sala-colloqui, e gli disse semplicemente: “Mi segua”. Lo condusse dal Direttore del carcere, che lo informò. Probabilmente quella stessa mattina, Cagliari era andato nel bagno della cella, quindi, annodandosi un sacchetto di plastica in testa, si era ucciso soffocandosi.

La seconda proposizione che Davigo consegna a quel video, invece, è una sorta di costante, e si può udire al minuto 5’:10’’: “…dicevano che noi mettevamo la gente in carcere per farla parlare, non è vero… è vera però una cosa: che quando parlavano li mettevamo fuori, perché chi parla, chi collabora, diventa inidoneo a commettere questi reati” . Probabilmente nella notte fra il 19 e il 20, Gabriele Cagliari aveva scritto una lettera alla moglie: “…La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati… ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto. Ci trattano veramente come non-persone, […] L’obiettivo di questi magistrati, quelli della Procura di Milano […] è quello di costringere ciascuno di noi a rompere, definitivamente e irrevocabilmente, con quello che loro chiamano il nostro “ambiente”. Ciascuno di noi,… deve adottare un atteggiamento di “collaborazione”, che consiste in tradimenti e delazioni… i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica… Siamo cani in un canile, dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la sua propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima, o alcune ore prima… Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto: stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro stato autoritario… Io non ci voglio essere”. Tre giorni dopo Cagliari, com’è noto, anche Raul Gardini fece la sua scelta. Non era detenuto; probabilmente temeva di diventarlo. Due diverse ispezioni ministeriale hanno escluso responsabilità disciplinari in capo ai magistrati. Peraltro, il suicidio rimane un mistero assoluto. E tale dovrebbe essere considerato sempre. Solo che il 24 luglio, Repubblica titolò: “Sangue sul Regime”. L’insinuazione mai sazia, che si fa violenza, orrenda maledizione: e siamo tornati al punto di partenza. Tuttavia, che Davigo oggi insista col suo racconto, “nessun nostro detenuto si è suicidato, nessuno…”, sembrando negare persino quanto costituisce materia formale e indiscutibile, la detenzione e il procedimento, non finisce di stupire. Invece, non riesce a stupire che quel giornale glielo lasci dire, senza uno schizzo di nota a margine. Forse verrà un tempo in cui certo cotè intellettuale ritrovi la via della decenza. Ma fino a quel momento, di fronte al sempre più insistito sciamare di bocche che digrignano, di volti che schiumano, di verità retrattili, sarebbe meglio che taluni, certe pose da vittima della venticinquesima ora, neppure tentassero di assumerle. Perché i nostri nonni dicevano: chi semina vento…

GABRIELE CAGLIARI. Il caso del presidente Eni suicida in carcere: la sua morte non convince a distanza di 23 anni (Il Labirinto, oggi 2 giugno 2016). Gabriele Cagliari, presidente Eni morto suicida in carcere nel 1993. La sua storia di "in-giustizia" al centro della nuova puntata del programma di Rete 4, Il Labirinto, scrive il 2 giugno 2016 "Il Sussidiario". La morte di Gabriele Cagliari sarà al centro della nuova puntata de "Il Labirinto - Storie di ordinaria in-giustizia”, il nuovo programma della seconda serata di Rete 4 condotto da Carmelo Abbate ed in onda stasera 2 giugno. Il caso di Gabriele Cagliari fu destinato a fare molto scalpore nei primi anni '90, mettendo in discussione l'uso della custodia cautelare come strumento adottato dalla magistratura. Cagliari fu nominato presidente dell'ENI nel 1989 su indicazione del PSI e morì suicida in carcere quattro anni dopo sebbene la sua morte fu intrisa di alcuni aspetti che restano ancora oggi un mistero. Siamo negli anni di Tangentopoli quando la Procura di Milano richiese l'arresto di Gabriele Cagliari con l'accusa di aver autorizzato il pagamento di tangenti in favore di una commessa alla Nuovo Pignone, società del gruppo del quale era presidente. Sebbene fosse stato definito una persona perbene da tutti e lontano dalle accuse che gli furono mosse, gli inquirenti milanesi furono convinti del contrario. Cagliari rimase rinchiuso in una cella di San Vittore e trattenuto nella condizione di carcerazione preventiva per quattro mesi prima di quel 20 luglio 1993, quando fu trovato senza vita nelle docce del carcere. Secondo la ricostruzione dei fatti il presidente dell'Eni si sarebbe ucciso soffocandosi con un sacchetto di plastica e il suo suicidio sarebbe stato preannunciato da una lettera scritta alla famiglia circa due settimane prima nella quale giustificava il gesto puntando il dito contro i magistrati e dando l'addio a tutti. La versione fornita dagli inquirenti, tuttavia, portò con sé una serie di polemiche ma soprattutto dubbi sulle reali dinamiche della morte di Gabriele Cagliari. Il suo gesto di estrema disperazione, seppur comprensibile, fu seguito da una serie di circostanze poco chiare, a partire dai risultati dell'autopsia che sottolineò come sul suo corpo ci fossero contusioni difficilmente riconducibili alla dinamica del suicidio. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni (tra agenti penitenziari e altri detenuti del medesimo carcere), inoltre, pare che il sacchetto utilizzato da Cagliari per togliersi la vita fosse ancora gonfio al momento del suo ritrovamento. A destare ulteriori dubbi, infine, anche la stessa lettera inviata ai parenti e che giustificava il suicidio. A distanza di quasi 23 anni, dunque, la sua morte ancora non convince del tutto, riaccendendo il dibattito su un caso di “in-giustizia” che all’epoca destò molto clamore.

Per questo mio padre Gabriele Cagliari decise di uccidersi. Stefano Cagliari è il figlio dell’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, aveva 35 anni quando suo padre, accusato di avere autorizzato il pagamento di tangenti, venne arrestato e, dopo 134 giorni nel carcere di San Vittore, la mattina del 20 luglio decise di suicidarsi, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 18 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Stefano Cagliari è il figlio dell’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, aveva 35 anni quando suo padre, accusato di avere autorizzato il pagamento di tangenti per fare aggiudicare una commessa alla Nuovo Pignone, venne arrestato il 9 marzo 1993 su ordine della Procura di Milano. Dopo 134 giorni trascorsi nel carcere milanese di San Vittore, la mattina del 20 luglio, Gabriele Cagliari decise di suicidarsi infilando la testa in un sacchetto di plastica. Due giorni prima si era sottoposto ad un ennesimo interrogatorio, ammettendo gli addebiti, davanti al pm Fabio De Pasquale, titolare del filone d’inchiesta sulle tangenti Eni-Sai. Secondo il legale di Cagliari, al termine dell’interrogatorio, il pm aveva promesso di mandarlo ai domiciliari. In realtà il giorno stesso aveva dato parere negativo alla scarcerazione ed era partito per le vacanze estive. Fu il colpo di grazie per Cagliari che, stanco e malato, scelse di farla finita per sempre. Durante la sua permanenza in carcere, l’ex presidente dell’Eni scrisse una serie di lettere alla moglie, ai figli e agli amici per spiegare che non poteva più sopportare il trattamento disumano riservatogli dai magistrati. «Secondo questi magistrati, a ognuno di noi deve dunque essere precluso ogni futuro, quindi la vita, anche in quello che loro chiamano il nostro ambiente. La vita, dicevo, perché il suo ambiente, per ognuno, è la vita: la famiglia, gli amici, i colleghi, le conoscenze locali e internazionali, gli interessi sui quali loro e i loro complici intendono mettere le mani. Già molti sostengono, infatti, che agli inquisiti come me dovrà essere interdetta ogni possibilità di lavoro non solo nell’Amministrazione Pubblica o parapubblica, ma anche nelle Amministrazioni delle aziende private, come si fa a volte per i falliti. Si vuole insomma creare una massa di morti civili, disperati e perseguitati, proprio come sta facendo l’altro complice infame della Magistratura che è il sistema carcerario. La convinzione che mi sono fatto è che i Magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione, o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima. […] Come dicevo, siamo cani in un canile dal quale ogni Procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima. […] Stanno distruggendo le basi di fondo e la stessa cultura del diritto, stanno percorrendo irrevocabilmente la strada che porta al loro Stato autoritario, al loro regime della totale asocialità. Io non ci voglio essere». Le lettere di Cagliari sono tremendamente attuali e mettono in luce come molto poco sia cambiato in questo quarto di secolo in tema di custodia cautelare, strapotere della magistratura, gogna mediatica, stato delle carceri. Stefano Cagliari, architetto, attualmente è un imprenditore nel settore dell’energia con interessi nel ramo immobiliare e nella finanza, ha voluto raccoglierle in un libro, “Storia di mio padre”, curato dalla saggista Costanza Rizzacasa d’Orsogna ed edito da Longanesi. Oltre a ciò ha creato il sito gabrielecagliari.it dove sono liberamente consultabili i verbali degli interrogatori di suo padre. «Ritengo che ciò sia un dovere civile da parte mia, affinché chi ha vissuto quegli anni ripensi a quanto accaduto e dica ai suoi figli cosa è successo», afferma Stefano Cagliari. In questi venticinque anni ha rilasciato pochissime interviste. Questa è una di quelle. Troppo grande il dolore. Nel 1993, oltre al padre, Stefano perse la moglie 37enne, colpita da un tumore, e il fratello minore Silvano, morto di Aids. Dopo un lungo e faticoso lavoro su stesso, Stefano Cagliari ha deciso di riabilitare la figura del padre e accendere una luce su un periodo buio della storia del Paese.

Architetto, cosa ha provato nel rileggere dopo 25 anni queste lettere?

«Riprendere in mano la storia di mio padre è stata un’operazione molto dolorosa».

Le lettere di suo padre offrono una visione tremendamente lucida del sistema giustizia italiano.

«Mio padre pensava che con Mani pulite la magistratura stesse facendo un colpo di Stato, aprendo la strada a un regime poliziesco».

Il regime poliziesco non c’è, però la magistratura è diventata potentissima…

«In quegli anni la magistratura diede un colpo fortissimo alla politica. E quando un potere perde importanza, altri prendono il suo posto. Fino agli anni 80 la politica gestiva anche la magistratura. Da allora non fu più così».

Come nasce Mani pulite?

«È difficile pensare che tutto nasca all’improvviso nel 1992, dopo oltre trent’anni di gestione di un sistema, oliatissimo, basato sul rapporto Dc- Psi».

E allora?

«La magistratura divenne molto aggressiva in quanto appoggiata dalla piazza. Il Paese soffriva una situazione difficilissima dove il debito avevo superato il Pil e la Lira era stata svalutata del 25%. E poi una serie di concause».

Tipo?

«Il Psi dava fastidio a molti, soprattutto agli Stati Uniti. Il “salotto” buono dell’economia era cambiato. E molti imprenditori cercavano spazio.

A proposito di imprenditori, uno di questi, Silvio Berlusconi alle fine del 1993 decise di fondare Forza Italia.

«Lo scopo primario di Berlusconi fu quello di difendere se stesso e le aziende dalle inchieste che, inizialmente, aveva appoggiato con le sue televisioni. Berlusconi capì per primo che gli italiani erano stanchi di questi arresti continui».

E la sinistra sconfitta reagì in maniera violenta.

«Sì. Ci fu uno scontro di potere fortissimo che è durato vent’anni. Dove Berlusconi ha cercato in tutti i modi di limitare il potere della magistratura».

Ma non c’è riuscito.

«Ha agito in modo troppo scoperto. Forse ha ragione Piercamillo Davigo quando dice che Matteo Renzi, su questo aspetto, è stato più bravo».

Per suo padre i magistrati avevano una missioni “salvifica” della società.

«Gherardo Colombo, uno dei magistrati che indagò mio padre, ha scritto la prefazione del libro. E lui il primo ad affermare che la magistratura non può eliminare i fenomeni corruttivi con la sola repressione. Il problema è di tipo culturale».

Non tutti la pensano come Colombo. Da parte di molti c’è la richiesta di nuove pene e maggiore carcere.

«Questa è una logica molto superficiale. Come scrisse mio padre, “il carcere è un moltiplicatore di malavita”».

Cosa non funziona in questo Paese?

«Ci sono troppe regole, che si sovrappongono e si contraddicono. Oltre a favorire la corruzione, la conseguenza è che il burocrate cerca sempre di proteggersi avendo paura di cosa possa accadere. Il Paese è completamente ingessato».

Come funzionava il sistema delle tangenti in quegli anni?

«Tutte le grandi aziende pagavano i partiti che allora avevano costi altissimi. Chi non pagava era fuori dalle stanze del potere. Le regole erano queste. Se dopo quindici giorni non avevi capito come fare, qualcuno veniva a spiegartelo».

I partiti avevano un peso fortissimo?

«Certamente. Oltre ai soldi, volevano influenzare le scelte strategiche delle aziende. Ricordo che mio padre, pur essendo socialista, litigava spesso con Bettino Craxi».

Quando ha capito suo padre che il vento stava cambiando?

«Mio padre capì subito cosa stava succedendo. Parlo del conflitto fra poteri. Da uomo Eni, cerco di salvare dalla tempesta, soprattutto quella mediatica, l’azienda. Penso, ad esempio, al filone sulle tangenti pagate all’Algeria. “Appena viene fuori una informazione del genere, questi rompono subito”, diceva».

Per avere le commesse era necessario pagare tangenti?

«Il discorso è complesso. Pensiamo all’estero: le aziende italiane avevano, e hanno, competitor di alto livello, penso ai francesi, agli inglesi. In certi Paesi i rapporti si decidono in base alla qualità delle relazioni e alla fiducia reciproca. Siamo certi che Eni oggi, oltre a pagare tangenti, non paghi anche le milizie che difendono militarmente i pozzi? E come spendono i miliziani questi soldi? Questo è il mondo. Se lo si affronta con la visione del burocrate non si fa molta strada».

Bisogna fare “squadra” nell’interesse del Paese?

«La magistratura applica la legge ma non sempre fa l’interesse del Paese. Ma, ripeto, il problema è essenzialmente culturale. Questo Paese sta in piedi grazie alle aziende che esportano. Non grazie ad uno Stato che spreme tutto il possibile e ai burocrati ottusi. Rischiamo di fare la fine degli abitanti dell’isola di Pasqua che, dopo aver tagliato tutti gli alberi, si sono estinti».

Ha mai pensato di fare politica?

«Sono rimasto molto scioccato da quanto è successo. E ho sempre temuto che la figura di mio padre potesse essere strumentalizzata. Comunque nessuno mi ha mai chiesto nulla».

Non crede agli imprenditori prestati alla politica?

«L’imprenditore è una persona capace di gestire le aziende. Un decisionista. La politica è mediazione, equilibrio, penso servano altre caratteristiche. Poi bisogna rimanere sempre con i piedi per terra. Il potere è una droga».

RAOUL GARDINI E GABRIELE CAGLIARI DUE FALSI SUICIDI MASSOMAFIOSI RIMASTI IMPUNITI, scrive "Avvocati Senza Frontiere il 30 novembre 2010 riprendendo Giorgio Bongiovanni su Antimafia Duemila e L’Espresso del 10/8/2006. Il 20 luglio 1993, il presidente dell’ENI Gabriele Cagliari, primo gruppo siderurgico italiano, viene trovato morto per soffocamento, in circostanze misteriose e mai chiarite dalla Procura di Milano, con un sacchetto di plastica infilato in testa e legato al collo con una stringa da scarpe, nei bagni di San Vittore, dov’era andato per farsi la doccia. Il 23 luglio 1993, tre giorni dopo la morte di Cagliari, alle sette del mattino, il maggiordomo di Palazzo Belgioioso trova riverso sul letto, Raoul Gardini, ras della chimica italiana e patron del gruppo Ferruzzi-Montedison, il quale si sarebbe anche lui suicidato in circostanze misteriose, e mai chiarite dalla Procura di Milano, sparandosi un colpo di pistola con una Walter Pkk, stranamente trovata sulla sponda opposta di dove si trovava il corpo inanimato dell’imprenditore ravennate fulminato da un unico proiettile alla tempia. Due misteriosi falsi suicidi da collegarsi alle attività criminali delle massomafie che controllano l’economia e l’alta finanza, riciclando i capitali della mafia, derivanti dal narcotraffico, come avevano intuito Falcone e Borsellino, prima di venire trucidati su ordine di quei “poteri esterni” che governano nell’ombra il Paese da oltre 150 anni, mettendo a tacere chiunque interferisce o si oppone ai loro progetti. Il (finto) suicidio di Cagliari si è cercato farci credere sino ad oggi sia da imputare allo scandalo che aveva travolto i vertici dell’ENI, per una maxi tangente di 17 miliardi, in buona parte versati a quasi tutti i partiti politici a conclusione di un accordo esclusivo tra l’ENI e la società assicuratrice SAI di Salvatore Ligresti (grazie alla cui megatangente si era riusciti a far fuori l’INA). Ma nella versione ufficiale secondo cui Cagliari non avrebbe retto allo scandalo che lo aveva coinvolto e al prolungarsi della carcerazione sono rimasti in pochi a crederci, forse neanche gli stessi magistrati di Milano. Se è pur vero che Cagliari sperava di essere a breve scarcerato, come aveva lasciato trapelare il P.M. Fabio De Pasquale, è anche vero che, proprio in quei giorni, il 19 luglio, era stato arrestato Salvatore Ligresti, che aveva reso una versione dei fatti contrastante rispetto a quella forse più credibile fornita dal presidente dell’Eni, che avrebbe potuto iniziare a vuotare il sacco (anzichè infilarselo in testa…) e risultare assai scomodo a quei poteri occulti che hanno ordinato di trucidare anche gli stessi giudici Falcone e Borsellino che stavano indagando proprio sui rapporti tra mafia, economia legale, istituzioni e massoneria. In quest’ottica appare inverosimile che Cagliari abbia deciso repentinamente di togliersi la vita, quando ormai sapeva di potere uscire dal carcere, per di più con modalità talmente atroci e da manuale di criminologia. E’ più probabile invece che sia stato indotto da menti subdole e raffinate ad inscenare l’intenzione di suicidarsi per anticipare l’ordine di scarcerazione, inviando lettere disperate alla moglie, come fanno spesso taluni detenuti per fare più o meno consapevolmente pressione sui giudici. Certamente la delusione per il ritardo nella scarcerazione, dovuto all’arresto di Ligresti e al rischio di inquinamento delle prove, può avere provocato nel presidente dell’ENI una profonda prostrazione, ma non tale da indurlo ad uscire così repentinamente dalla scena, cosa che giovava sicuramente a vantaggio solo di chi poteva temere sue nuove rivelazioni. Ed, infatti, appena settantadue ore dopo, ecco il secondo (finto) suicidio eccellente, anzi eccellentissimo del suo grande antagonista nella vicenda Enimont. Quello del patron della chimica italiana Raoul Gardini, con cui veniva tappata per sempre la bocca a un altro scomodo protagonista di quel perverso connubio tra mafia, alta finanza, politica e massoneria, che aveva deciso di collaborare, raccontando tutto ai magistrati di “mani pulite”. La discesa di Raoul Gardini era cominciata l’anno prima, nel 1991 quando estromesso dalla gestione della Ferruzzi gli erano subentrati il cognato Carlo Sama e l’amministratore Giuseppe Garofano. La mattina del finto suicidio avrebbe dovuto incontrare i magistrati di “mani pulite” per definire la sua situazione: c’era nell’aria un ordine di cattura, ma lui sperava di evitarlo mostrandosi disposto a una piena collaborazione. A preoccuparlo c’era stato l’arresto di Giuseppe Garofano, avvenuto due giorni prima, il 24. Al centro delle accuse nei confronti suoi e della Ferruzzi la “enorme” tangente Enimont, di circa tre miliardi versati alla DC di Forlani. Una storia che Garofano conosceva benissimo. Secondo la versione ufficiale, alle sette di mattina, Gardini ha già fatto la doccia, è ancora in accappatoio quando gli portano i giornali, il cappuccino e un croissant: ed è proprio mentre si accinge a fare colazione che l’occhio gli cade su un titolo di prima pagina di “Repubblica”: “Tangenti Garofano accusa Gardini”. L’imprenditore ravvenate Ras della chimica italiana e coraggioso uomo di mare che aveva superato ben altre difficoltà e venti contrari a quel punto avrebbe capito che è finita e aprendo il cassetto del comodino vicino al letto si sarebbe sparato un colpo mortale alla testa. Gardini magnate dell’industria e della finanza che aveva anche sponsorizzato il Moro di Venezia all’American Cup non lascia testamento o lettere, fatta eccezione di un biglietto lasciato lì in bella vista con scritto sopra un semplice “grazie”. Ma si scoprì poi che risaliva al Natale precedente ed era la risposta a un regalo che aveva ricevuto dalla moglie Irina…Anche a questo secondo plateale “suicidio”, frettolosamente inscenato solo poche ore prima che Raoul Gardini potesse rendere le sue confessioni, sono rimasti a crederci i soli magistrati di Milano, che altrettanto frettolosamente hanno archiviato uno dei più scottanti casi della storia dell’alta finanza italiana e del suo rapporto con la mafia. E, forse, anche sè stessi…In concomitanza muoiono infatti anche “mani pulite” e le speranze degli italiani di svoltare pagina.

L’ombra delle massomafie sulla morte di Raoul Gardini riapre l’inchiesta sul suicidio. A distanza di oltre 13 anni dall’archiviazione dell’intera operazione denominata “mani pulite”, voluta dai poteri forti e dalle massomafie, ecco il colpo di scena che sembra riaprire il caso dei falsi suicidi dei due tra i maggiori protagonisti della Tangentopoli finanziaria italiana e dei rapporti collusivi tra Stato e mafia. Nell’agosto 2006, dopo le indagini sui legami tra la Calcestruzzi S.p.A. e la mafia palermitana, la Procura di Caltanissetta chiede alla Dia di riesaminare il caso, come già riferito anche dalla stampa: “I pubblici ministeri hanno ordinato agli investigatori di ripartire da zero, senza trascurare nulla”. Alla base delle nuove indagini, “la convinzione dei pm che sia stata Cosa Nostra a determinare la scomparsa del “Contadino” che aveva sfidato la finanza e la politica…”. (E, aggiungiamo noi: “la Massoneria”, N.d.r.). Ci sarebbero stati almeno due elementi della scena del crimine che non convincevano appieno gli inquirenti dell’ipotesi suicidio, riferiscono le cronache dell’epoca. Così, fu chiesta una nuova perizia balistica perché, come rivelato da L’espresso, citando fonti giudiziarie, “la pistola esplose due colpi, una modalità insolita per un suicidio, tanto più che nessuno sentì le detonazioni e solo diversi minuti dopo il corpo venne trovato in un lago di sangue”. La Procura di Caltanissetta prese in considerazione anche il biglietto lasciato da Gardini ai familiari con la scritta “Grazie”: “Secondo un esperto – scrive il settimanale – poteva essere stato scritto anche mesi prima”. L’inchiesta della Procura di Caltanissetta si ricollega alle ipotesi già vagliate da una vecchia indagine della Procura di Palermo, ribattezzata “Sistemi criminali”, secondo la quale “dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa Nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti“. Ora però, i magistrati nisseni avrebbero potuto disporre di fatti nuovi, a partire dagli sviluppi nella ricostruzione dei rapporti tra i Buscemi, padrini palermitani di Passo di Rigano, vicini a Totò Riina, e i Gardini, per cui il gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona, su richiesta della Procura, fece scattare alcuni ordini di custodia nei confronti dei gestori di una cava nissena e di due dipendenti della società Calcestruzzi, poi assorbita nel gruppo Italcementi. Più recentemente sono venute alla luce le clamorose deposizioni rilasciate da Luigi Ilardo, un pentito infiltrato che già nel gennaio 1994 aveva inascoltatamente denunciato i legami del Gotha di Cosa nostra con Marcello Dell’Utri, Salvatore Ligresti, Raul Gardini e altri famosi imprenditori del suo entourage, dei quali taluni verranno poi condannati per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Ma Ilardo non si ferma qui, denuncia anche un patto politico-elettorale con il nascente partito di Forza Italia, facendo i nomi di influenti politici, tra cui, oltre a Dell’Utri, quello dell’attuale Ministro della Difesa, Ignazio La Russa e di suo fratello Vincenzo, che secondo tali rivelazioni e fonti giudiziarie “legherebbero la famiglia La Russa e la famiglia Ligresti a Cosa nostra”. Noi non sappiamo se tali accuse siano fondate, ma è cosa certa che dal 1994 ad oggi ogni verità falsa o vera che sia, ci è stata subdolamente celata e non è stata svolta alcuna indagine. Ciò mentre il povero Ilardo veniva tradito e ucciso dallo Stato che stava servendo, proprio poco dopo aver rivelato ai Ros dei Carabinieri, dove si trovava l’ ”introvabile” covo del superlatitante Bernardo Provenzano, che oltre a non venire arrestato nè attenzionato, sarà lasciato indisturbatamente libero di frequentare e agire, mandando pizzini a destra e a manca, per ben sei anni successivi alle informative ai Ros e all’uccisione di Luigi Ilardo. Il caso di Luigi Ilardo che in pochi mesi aveva fatto decapitare le famiglie mafiose di tutta la Sicilia orientale, legate alla fazione più cruenta di Totò Riina, è quindi emblematico del patto scellerato tra istituzioni e massomafie, ovvero del fatto che Stato e mafia siano ormai divenute da oltre 40 anni una “Cosa sola”. Alla luce di tutto ciò chiediamo quindi al Procuratore Nazionale Antimafia Grasso come mai a distanza di 18 anni ancora oggi nessuno ha ancora scoperto la verità sul duplice “omicidio-suicidio” di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini e sulla catena di morti sospette e stragi che hanno insanguinato l’Italia, riaprendo la pista della Duomo connection di Falcone e Borsellino?

GARDINI E I PADRINI. A riguardo, riprendendo alcuni stralci di un articolo de L’Espresso, ricordiamo che pochi giorni dopo le rivelazioni di Leonardo Messina, primo mafioso a pentirsi dopo la strage di Capaci, che accettò di collaborare con il pm Paolo Borsellino, collegando gli investimenti e le attività di Cosa nostra con quelli dell’alta finanza italiana e del sistema dei partiti, quest’ultimo venne frettolosamente trucidato. Infatti, in quell’interrogatorio Messina, piccolo boss dalle rivelazioni sconvolgenti sulla rete planetaria di Cosa nostra, disse senza mezzi termini: “Totò Riina i suoi soldi li tiene nella calcestruzzi”. All’inizio venne verbalizzato con la ‘c’ minuscola, come se si trattasse di una qualunque fabbrica di cemento, ma l’uomo d’onore precisò subito: “Intendo dire la Calcestruzzi spa”. Ossia il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall’ancora più potente famiglia Ferruzzi ma, secondo quel mafioso della provincia nissena, controllato in realtà dal padrino più feroce. Borsellino rimase colpito da quelle parole: all’indomani dell’uccisione di Giovanni Falcone aveva riaperto il dossier del Ros sul monopolio degli appalti. Una radiografia dell’intreccio tra cave e cantieri che costituisce il polmone di Cosa nostra: permette di costruire relazioni con i politici e con la borghesia dei professionisti, di creare posti di lavoro e marcare il dominio del territorio. E guadagnare somme sempre più grandi. “Ma se ci sono tante persone che possono riciclare qualche miliardo di lire”, dichiarò Borsellino all’indomani dell’interrogatorio di Messina, “quando bisogna investire centinaia di miliardi ci sono pochi disposti a farlo. Imprenditori importanti, di cui i mafiosi non si fidano ma non possono nemmeno fare a meno. È uno dei fronti su cui stiamo lavorando”. Il magistrato siciliano non ebbe il tempo di andare avanti: 19 giorni dopo fu spazzato via dall’autobomba di via d’Amelio. Un anno più tardi, anche Gardini uscì di scena. Due morti che, secondo la Procura di Caltanissetta, sono direttamente collegate. Per questo i magistrati nisseni riaprirono l’inchiesta sul suicidio di Gardini, a cui la moglie Idina Ferruzzi, non ha mai creduto, ripartendo da un’ipotesi, già percorsa invano con un’indagine ribattezzata ‘Sistemi criminali’ e chiusa con l’archiviazione: “dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti”.

Ora, proseguiva L’Espresso, nel 2006, “i pm di Caltanissetta dispongono di fatti nuovi, alcuni ancora segreti, a partire dagli sviluppi nella ricostruzione dei rapporti con i Buscemi, padrini di Passo di Rigano: il feudo di Salvatore Inzerillo, a loro affidato da Totò Riina per la fedeltà dimostrata in guerra e in affari…”. “Già dieci anni fa si era scoperto che il Gruppo Gardini e i Buscemi erano sostanzialmente soci: ciascuno controllava il 50 per cento della Finsavi, creata per fare affari nell’isola. Poi nel ’97 la Compart, nata dal crollo della Ferruzzi, vende tutto a Italcementi. In Sicilia, però, secondo le indagini, le mani della mafia restano avvinghiate alla Calcestruzzi. Poco dopo finiscono in carcere il capomafia di Riesi, Salvatore Paterna, impiegato della Calcestruzzi Spa; Giuseppe Ferraro, proprietario della cava Billiemi e Giuseppe Giovanni Laurino, detto ù Gracciato, responsabile locale dell’azienda…”. Possono personaggi così provinciali custodire segreti che hanno sconvolto il Gotha della finanza italiana? Alcuni dei più importanti pentiti nell’ultimo decennio, tra loro Giovanni Brusca e Angelo Siino, hanno sottolineato come la questione del calcestruzzo fosse strategica per i corleonesi.

Anche Falcone e Borsellino si sarebbero mossi sulla stessa traccia. Nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta ‘Sistemi criminali’ i pm scrivono: “Già le loro indagini nel 1991 avevano aperto scenari inquietanti e se fossero state svolte nella loro completezza e tempestività, inquadrandole in un preciso contesto temporale, ambientale e politico avrebbero avuto un impatto dirompente sul sistema economico e politico italiano ancor prima o contestualmente a Tangentopoli”. In ballo c’erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano difese a tutti i costi. Dopo le bombe che hanno eliminato i due migliori magistrati della storia del ns. Paese, pare che altre fossero pronte per l’ex P.M. Di Pietro, come rivelato dal pentito Maurizio Avola e a posteriori dallo stesso Di Pietro. Fino alla tarda serata del 23 luglio 1993, poco prima dell’inscenato suicidio, Gardini era deciso a presentarsi ai magistrati di mani pulite per rispondere alle accuse mossegli sulla megatangente Enimont e le relazioni tra il Gruppo Ferruzzi e il sistema dei partiti. Cosa che, all’epoca, riferirono i suoi stessi avvocati, con i quali “fino a poche ore prima aveva discusso della deposizione, mostrando la determinazione di sempre”. La mattina dopo, invece, Gardini viene trovato morto. Possibile, si interrogano i magistrati nisseni, che le pressioni di Cosa nostra abbiano pesato su questo gesto? Possibile che si sia trattato di un omicidio? I pm, prosegue L’Espresso, senza che sia mai stata data alcuna concreta risposta, chiedono alla Dia di usare ogni strumento per non lasciare dubbi. E di approfondire ogni possibile legame anche con la bomba di Milano, esplosa all’indomani dei funerali in via Palestro. Secondo gli atti del processo, gli attentatori sbagliarono bersaglio di alcune centinaia di metri. E Palazzo Belgioioso, residenza di Gardini, era poco lontano. “Tanti fantasmi siciliani”, a cui Sergio Cusani, fiduciario del sistema dei partiti, non ha mai dato stranamente credito, seppure fossero molto concreti e capaci di seminare morte: “La Calcestruzzi godeva di una autonomia assoluta perché Lorenzo Panzavolta l’aveva creata e la gestiva come un autocrate”, ha spiegato in un’intervista: “A un certo punto, dopo un attentato, saltò fuori il nome di questo Buscemi. Gardini fu molto seccato da questa storia e all’interno del gruppo si aprì un’inchiesta. Cusani ricorda che Panzavolta presentò Buscemi “come un manager dell’azienda comprata in Sicilia”. E descrive Gardini turbato, tanto da pensare di liberarsi dell’azienda: “Mi disse: ‘Vendo la Calcestruzzi e così vendo anche Panzavolta’”. Ma, conclude il settimanale L’Espresso: “Era qualcosa che Gardini poteva fare? Si poteva dire di no ai soci palermitani? E si poteva licenziare Panzavolta, l’ex comandante partigiano romagnolo che teneva i rapporti tra Ferruzzi e Pci, ma soprattutto gestiva i grandi appalti nazionali della famiglia di Ravenna? Da: “Gardini e padrini”, L’Espresso del 10/8/2006

Lettera aperta al C.S.M. e alla Procura di Palermo sulle bugie e i silenzi di Cusani. Agli interrogativi dei magistrati nisseni e del settimanale L’Espresso a distanza di oltre 5 anni la DDA non ha ancora risposto e neppure il C.S.M. e la Procura di Palermo alla lettera aperta del giornalista di Antimafia 2000, Antonio Bongiovanni, di cui pubblichiamo alcuni stralci, onde consentire ai lettori di comprendere come siano andate le cose e quanto ci sia ancora da scoprire dietro ai falsi suicidi di Gabriele Cagliari e Raoul Gardini, ovvero dietro ai torbidi rapporti tra alta finanza, mafia, sistema dei partiti, massoneria e capacità di condizionamento dell’attività giudiziaria. “Vorrei richiamare la vostra attenzione sulla notizia apparsa lo scorso 23 novembre sul Corriere della sera riguardante le informazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Angelo Siino relative alla collusione tra cooperative rosse e mafie in relazione al suicidio del ’93 di Raul Gardini. Le dichiarazioni del pentito circa le cause della morte del finanziere imputano la totale responsabilità del fatto alla mafia. Ciò contrasta con la tendenziosa smentita di Cusani che, ricordiamo, nell’ambito dell’inchiesta “Mani Pulite” fu condannato, per corruzione, a 4 anni di carcere. In qualità di giornalista mi permetto quindi di intervenire, focalizzando alcuni fatti rilevanti, per poter meglio chiarire la posizione di Sergio Cusani, del gruppo Ferruzzi – Gardini e del loro legame con i fratelli Buscemi di Cosa Nostra. Come abbiamo già pubblicato nel numero di maggio della rivista ANTIMAFIA Duemila, riportiamo integralmente le affermazioni inquietanti del direttore dello SCO, Alessandro Pansa, inerenti le cause della morte del Gardini: “Si grandi interessi economici in una realtà criminale come Cosa Nostra hanno come esigenza assoluta elementi di mediazione, di coloro cioè che mettono in contatto il criminale con il mondo economico. Se guardiamo al territorio nazionale, ad esempio, la Sicilia scopriamo che i collegamenti fra i livelli più bassi a quelli più elevati che si sono stabiliti tra il mondo economico e il mondo criminale sono stati quelli della politica. Nel momento in cui le inchieste del passato sono state mirate ad individuare questa relazione tra politica e mafia, senza considerare che il ruolo della politica era un ruolo intermedio, strumentale, non era lo scopo finale, si scopre forse anche il perché alcune inchieste sono fallite e il livello economico non è stato interamente perseguito, perché ancora oggi noi non ci siamo spiegati bene perché Calvi si è suicidato o è stato ammazzato, perché Sindona si è suicidato o è stato ammazzato e forse oggi sorge anche il dubbio di altri personaggi come Raoul Gardini che si è suicidato o è morto perché è morto” (tali affermazioni sono registrate in una documentazione audio, a disposizione della Magistratura). Riscontri importantissimi emergono dalle inchieste del P.M. della DDA di Palermo, Dott.ssa Franca Imbergamo, sui rapporti tra il gruppo Ferruzzi – Gardini della Spa in Sicilia e i fratelli Buscemi, capi di Cosa Nostra per il mandamento di Passo di Rigano – Boccadifalco di Palermo. Di particolare interesse è l’inchiesta riguardante la perizia legale fatta su alcune di queste società e il loro forte coinvolgimento con i Buscemi. La prima dichiarazione in assoluto fu quella del Dott. Falcone che nell 1989/’90 disse che “la mafia era entrata in borsa”, in coincidenza con l’ingresso, appunto in borsa, del gruppo Ferruzzi – Gardini. La conferma che Falcone fece riferimento a queste due organizzazioni ci arriva proprio dai suoi amici, detentori delle sue confidenze. Gli stessi elementi emergono in due requisitorie: quella del PM Luca Tescaroli per la strage di Capaci, che comprende le testimonianze di Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca e di altri collaboratori di giustizia, e quella dei P.M. La Palma e Nino Di Matteo per quanto riguarda il processo Borsellino. Concludendo, è ormai provato che i fratelli Buscemi (ai quali il Tribunale ha sequestrato centinaia di miliardi di capitali in beni immobili) collaboravano con il gruppo Ferruzzi – Gardini tramite Lorenzo Panzavolta. A dimostrazione di ciò che emerge dalle indagini della magistratura palermitana, risultano false e in cattiva fede le smentite dell’ex detenuto Sergio Cusani delle deposizioni del pentito Angelo Siino. Auspichiamo che i magistrati della DDA di Palermo, in particolare il procuratore Grasso, chiedano di interrogare Sergio Cusani e Lorenzo Panzavolta, come persone informate sui fatti, sulla questione degli affari della Ferruzzi – Gardini in Sicilia, per cercare di scoprire la verità sulle stragi che nel ’92/’93 hanno insanguinato l’Italia”. Da 10 anni, aggiungiamo noi, oggi, questi auspici e interrogativi devono ancora trovare risposta, malgrado le buone intenzioni del Procuratore Grasso che se ne va in giro per Tv a mostrare il volto gentile ma impotente del potere giudiziario (n.d.r.). Sant’Elpidio a Mare, lì 30 novembre 2000. In Fede: Giorgio Bongiovanni Antimafia Duemila.

Gardini e la telefonata misteriosa. «Eliminarlo è stato facile». Mesi dopo il suicidio alla polizia arrivò una intercettazione inquietante che tirava in ballo l'imprenditore e il figlio Ivan, scrive Alessandro Cicognani il 22/07/2018 su "corriereromagna.it. Domani saranno 25 anni esatti. Il 23 luglio, il giorno del Patrono di Ravenna, la mattina in cui Raul Gardini estrasse una Walter PPK dal suo comodino, la puntò verso se stesso e mise fine a una vita da leader. Per il “corsaro” della chimica, che aveva sfidato il salotto buono dell’imprenditoria italiana e la politica tutta, quel 23 luglio di venticinque anni fa non era affatto un giorno come tutti gli altri. Due appuntamenti si trovavano nella sua agenda. Nella tarda mattinata avrebbe preso parte ai funerali di Gabriele Cagliari, l’allora presidente dell’Eni che tre giorni prima si era suicidato con un sacchetto in testa nel carcere di San Vittore a Milano.

Una morte violenta quella del numero uno dell’Ente nazionale idrocarburi, ma di protesta. Un grido contro il pool di Mani Pulite e la misura del carcere preventivo, utilizzato per far confessare le menti delle tangenti alla politica che i magistrati Di Pietro, Davigo, Colombo e Greco stavano cercando.

La morte. A metà pomeriggio, in una caserma milanese, l’imprenditore ravennate sarebbe invece dovuto comparire proprio davanti ai pm, per il primo interrogatorio su quella che verrà poi definita la madre di tutte le tangenti: il caso Enimont. Ma a quei due appuntamenti, già lo sappiamo, Raul Gardini non andrà mai. Il suo corpo senza vita, dicono le indagini di allora, venne trovato verso le 8.30 dal maggiordomo di palazzo Belgioioso, che subito svegliò il figlio Ivan per dirgli dell’accaduto. Da qui in poi fu quasi solo confusione. Un rimbalzarsi di colpe che ancora oggi alcuni ritengano sia esplicativo di un suicidio quanto meno “misterioso”. I barellieri che portarono via il corpo di Gardini ritenendo che fosse ancora vivo, ma assicurarono agli inquirenti di non aver toccato la pistola. Maggiordomo e segretaria che diedero orari contrastanti sulla vicenda. La polizia che addirittura venne mandata nel posto sbagliato.

L’inquietante intercettazione. La morte di Raul Gardini venne archiviata dopo due anni come suicidio. Questa è la verità giudiziaria e non c’è motivo per metterla in discussione. Tuttavia oggi il Corriere Romagna è in grado di dare conto di un’intercettazione fortuita fino ad ora sconosciuta. È il 9 febbraio del 1994. L’imprenditore ravennate è morto da quasi sette mesi e il figlio Ivan ha preso il suo posto alla guida della Gardini spa. Una casalinga di Padova, L.A., alza la cornetta del telefono di casa per fare una chiamata. Da mesi sta segnalando alla società telefonica di avere un problema con la linea, dato che spesso le sue telefonate si bloccano e sente delle interferenze con altre chiamate. Quello che sente quella mattina è però da brividi e la fa scattare in piedi per dirigersi in questura. Una donna e due uomini stanno parlando, quando a un certo punto la donna afferma: «Eliminare Gardini è stato facile, per il figlio sarà un gioco da ragazzi». Domanda a cui uno dei due uomini risponde: «È già tutto pronto». Non è ovviamente chiaro se il senso di quel “eliminare” sia da attribuirsi a un contesto imprenditoriale o addirittura fisico.

Sentendo quei cognomi la donna capisce la gravità e corre alla polizia per denunciare il fatto. L.A. è deceduta nel 2007, ma la figlia ricorda benissimo quella telefonata. «Mia madre parlò poche volte a noi figli di questo episodio, perché si rendeva conto della gravità di quanto avesse sentito. Ricordo che era un periodo in cui, purtroppo, quando usavamo il telefono sentivamo delle interferenze. Ma, chissà perché, dopo che mia madre fece quella denuncia ci sistemarono subito il problema».

Ad oggi non è ancora chiaro se siano state fatte indagini su quella interferenza, il cui contenuto se fosse vero potrebbe riscrivere un pezzo importante della storia d’Italia. La questura di Ravenna, come risulta da una nota di servizio di quei giorni, tuttavia la ritenne abbastanza credibile da organizzare in tempi strettissimi un’intensificazione dei controlli fuori dalle abitazioni di Ivan Gardini. A questo si aggiunge un altro elemento inedito, raccontato dal capo delle guardie di sicurezza di Gardini, l’amico Leo Porcari. Si tratta delle telecamere di video sorveglianza che vennero fatte installare in tutto Palazzo Belgioioso. «Le installò una ditta di Venezia che le aveva messe anche a Cà Dario – racconta Porcari –, ma guarda caso quella mattina erano state spente. Perché?». La domanda forse non troverà mai risposta.

Raul Gardini, chi si suicida con due colpi? Scrive il 23 luglio 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Matteo Cavezzali, Giornalista. Venticinque anni fa moriva Raul Gardini. Archiviata come suicidio, la sua morte sancì la fine di un’epoca. Era il 23 luglio 1993, quella mattina avrebbe dovuto testimoniare a Di Pietro e al pool di Mani Pulite sul più grave scandalo di corruzione mai avvenuto in Italia: “la madre di tutte le tangenti”, al centro di Tangentopoli. Ma a quell’incontro Gardini non arrivò mai. Quando la polizia arrivò sul luogo della sua morte non c’era più niente. Il corpo era scomparso, anche le lenzuola del letto. Rimaneva solo un materasso intriso di sangue, e una pistola, posata sul comodino da cui mancavano due proiettili. Chi si suicida con due colpi? Pensarono in molti. Chi guadagnò qualcosa da quella morte? Da quel silenzio? Molte persone. Troppe. Facciamo un passo indietro. Nel luglio 1993 da poco più di tre anni era caduto il muro di Berlino, il comunismo aveva cessato di esistere come orizzonte politico. L’Italia era stata il paese del blocco occidentale in cui il partito comunista era più forte, e aveva addirittura rischiato di finire al governo. Ma ormai il “pericolo rosso” non faceva più paura, nemmeno a Washington. I sistemi di “protezione dal comunismo” si allentarono, e questo favorì il nascere dell’inchiesta Mani Pulite, e gli permise di manifestarsi con tutta la sua forza devastante. In pochi mesi Tangentopoli fece scomparire il sistema politico che aveva governato l’Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale fino a quel momento. La Democrazia cristiana implose, il primo presidente socialista, Bettino Craxi, fu costretto a fuggire e nascondersi in Tunisia. I sistemi di potere economico e massonico, allarmati da quel sisma, si misero a lavorare nell’ombra per non perdere terreno. La mafia intanto metteva le bombe, uccideva e terrorizzava, perché aveva paura di rimanere senza più appoggi nello Stato. In mezzo a tutto questo c’era un uomo, uno dei più potenti e ricchi imprenditori del paese: Raul Gardini, che rimase stritolato in questo terribile gioco di potere. Morì improvvisamente, il “Re di Ravenna”, il cui impero andava dagli USA alla Russia passando per il Sud America, e con sé portò molti misteri che rimarranno per sempre senza nome e senza volto. Partendo da questa vicenda ho scritto “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini”, appena pubblicato da minimum fax. Credo che, dopo 25 anni, sia giunto il momento di raccontare questa storia da un altro punto di vista. Eccone un piccolo estratto. «Ci sono mille modi di raccontare una storia. Soprattutto una storia che ha contorni sfocati e molti punti poco chiari. Una storia torbida in cui colpevoli e vittime hanno la stessa faccia. Chi racconta una storia decide i ruoli e assegna le parti. Ho sentito parlare della vicenda di Gardini da decine di persone, e ognuno raccontava una storia completamente diversa. Colpevole o vittima? Inebriato dal potere o incastrato da un complotto? Visionario o pazzo? Sognatore o assetato di denaro? A Ravenna tutto è un mosaico, ma a differenza di quelli bizantini, che visti da lontano tratteggiano volti di imperatori e santi, questo mosaico è molto più ambiguo. Ci sono dentro sia imperatori che santi, ma è difficile, quasi impossibile, identificarli. A Sant’Apollinare Nuovo, la basilica di culto ariano fatta costruire tra il V e il VI secolo da Teodorico, re degli Ostrogoti, è rappresentato il palazzo di Teodorico con la sua corte. Quando nel 540, dopo la morte di Teodorico, i bizantini riconquistarono Ravenna, non distrussero la chiesa, troppo bella per essere data alle fiamme, ma la convertirono al culto cattolico. Cancellarono dalla città tutti i segni dei precedenti dominatori. Tolsero Teodorico e i suoi uomini dal mosaico, tessera dopo tessera, sostituendoli con tasselli neri. Però l’operazione fu fatta in velocità, in maniera grossolana. Così, ancora oggi, se si guarda bene tra le colonne di quel palazzo deserto, si possono vedere spuntare una mano, un braccio, un’ombra. È ciò che rimane di quello che era e che si è voluto dimenticare. Senza però riuscirci completamente».

L'INTERVISTA di Federica Angelini del 21 luglio 2018 su "Ravennaedintorni.it". Tra narrazione e indagine, la parabola di Raul Gardini e di un’epoca. In libreria Matteo Cavezzali con Icarus, a metà tra romanzo e inchiesta: «È stato un momento di passaggio, in cui la città è stata capitale per poi tornare di colpo invisibile». È in libreria dal 5 luglio il primo libro di Matteo Cavezzali, classe 1983, per noi innanzitutto uno storico collaboratore, diventato negli ultimi anni anche l’apprezzato direttore artistico della rassegna “Il tempo ritrovato” e del festival “ScrittuRa”, l’uomo insomma che sta portando in città le firme nazionali e internazionali del mondo editoriale. E ora si trova per la prima volta in veste di scrittore, con un libro, Icarus, che sta a metà tra la cronaca e la fiction, con cenni autobiografici. Su un tema destinato a suscitare molta attenzione, sicuramente in città, ma non solo: la vicenda di Raul Gardini, a 25 anni dalla morte avvenuta il 23 luglio 1993. L’editore è Minimum Fax, combattiva casa editrice romana nota per lo straordinario catalogo e la qualità della proposta. Non potevamo che approfittarne per intervistarlo, anche perché, premessa necessaria, il libro è un interessante mix di registri, orchestrato in modo da creare suspense senza rinunciare alla profondità dell’analisi, a tratti anche molto divertente, decisamente appassionante. E oltre a raccontare la parabola di un uomo, comunque la si pensi, fuori dall’ordinario, soprattutto ricostruisce il clima di un’epoca di passaggio cruciale.

Matteo, quale urgenza ti ha spinto a scrivere un libro su Raul Gardini?

«È una storia che mi ha sempre affascinato, credo che delle vicende che sono successe a Ravenna negli ultimi anni, dal Dopoguerra a oggi, sia quella che ha colpito l’immaginario di tutti, una parabola fulminante che ha portato la città agli apici del mondo per poi farla risparire dalle mappe, dopo la sua morte».

Su Gardini sono state però già scritte tante cose in questi venticinque anni…

«Sì, soprattutto cose saggistiche, mancava invece una narrazione romanzesca della vicenda. Mi sembrava che si fosse cercato sempre di afferrare qualcosa che però non era afferrabile con gli strumenti della cronaca».

Il tuo libro è di fatto un ibrido, in effetti, dove c’è una parte di inchiesta che ricostruisce fatti, alternata a parti (in corsivo nel testo) dove invece sei tu a immaginare dialoghi, incontri, situazioni. Un mix a cui non siamo troppo abituati da queste parti, come ci hai lavorato?

«Da molto tempo volevo fare qualcosa su Gardini, ma non sapevo da che parte prendere questa storia, perché è una vicenda con buchi e zone buie in cui non si sa cosa sia successo, ma senza i quali la storia non fila, non torna. Allora ho pensato di colmarli con il romanzo inventando alcuni passaggi che potessero rendere comprensibile questa storia. E ho anche deciso che dentro dovevano starci tutti i punti di vista, anche i pezzi dissonanti tra loro, in modo da permettere al lettore di farsi un suo percorso e una sua idea. In Italia operazioni così non sono molto frequenti, ma per esempio in Sudamerica con il “realismo magico” la narrativa sta raccontando tante verità mai venute a galla, come quella dei desaparecidos».

Tra i misteri naturalmente che avvolgono la vita di Gardini c’è quello sulla morte. C’è chi non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio. Nel libro ne parli diffusamente ma non sembri prendere posizione. Anche se emerge chiaramente che l’indagine è stata per lo meno affrettata…

«Quando è arrivata la polizia non c’era più niente, neanche il cadavere. E oggetti come l’arma del delitto erano stati spostati. Come si fa a fare un’indagine? Ed è stata sicuramente chiusa in tempi molto rapidi. Evidentemente c’era la fretta di non creare un caso che potesse bloccare le altre inchieste».

Tu metti quella di Gardini in fila con altre quattro morti…

«Sì, in una serie di cinque morti collegate in quegli anni, tutti o suicidi che non erano tali o morti naturali che non sembravano naturali. Di questi cinque almeno di tre siamo quasi sicuri che fu una messa in scena. Volevo tenere aperte tutte le piste su come potrebbe essersi svolta quella mattinata e una cosa è sicura, da quella stanza sono passate molte persone quella mattina, che hanno preso documenti».

Siamo all’epoca in piena tangentopoli, Gardini doveva essere proprio quel giorno ascoltato da Di Pietro…

«Sì, si è trattato di un passaggio storico per il nostro paese e credo che sia una vicenda che valga la pena riscoprire perché in quel momento tutte le trame peggiori e i complotti sono giunti al pettine».

A un certo punto si ipotizza che tutto avvenga perché crollato il muro di Berlino non ci sia più timore che i comunisti vadano al potere. Credi davvero nello zampino della Cia?

«Secondo me non può essere un caso che tutto avvenga proprio in quel momento. Un sistema finisce nel momento in cui non serve più».

Dopo Mani Pulite andò al potere Berlusconi. Come sarebbe stata l’Italia se invece Gardini fosse sceso in campo?

«Gardini ha anticipato l’antipolitica: lui detestava i politici e per questo molti lo amavano. Riusciva a fare cose nonostante la politica, se fosse sceso in campo lui non è difficile immaginare che avrebbe preso molti voti e forse, chissà, avrebbe puntato sull’innovazione. Avrebbe anche avuto uno sguardo internazionale che i politici di oggi non hanno. Certo avrebbe anche lui avuto un notevole conflitto di interessi…».

Eppure, come provi a ricostruire, lui è considerato colpevole di aver pagato quella che fu definita la madre di tutte le tangenti. Come è possibile che anche qui in città, più passa il tempo e più assistiamo a un processo quasi di beatificazione?

«Allora Di Pietro era un idolo popolare, oggi che Di Pietro è finito in disgrazia, non c’è più quel conflitto e per la città resta solo la parte migliore di Gardini. Però a livello narrativo e forse celebrativo credo che per rendere giustizia a una figura bisogna ricordare anche gli aspetti negativi, per evitare di creare santini che hanno poco a che fare con ciò che è stato».

Tu per esempio ricordi sentenze che vedono Cosa Nostra coinvolta nella Calcestruzzi, il ruolo dell’Opus Dei nello smistare le tangenti e arrivi a ipotizzare addirittura un’affiliazione di Gardini alla massoneria, pur senza convinzione…

«Era un momento in cui si era capito che sarebbe cambiato l’equilibrio di poteri e tutte le forze volevano riposizionarsi, sono momenti pericolosi nessuno si sente al sicuro e quindi è facile che persone scompaiano e muoiono. Diciamo che a Ravenna la massoneria ha sempre avuto un ruolo determinante nella vita pubblica e un’influenza nazionale forte e non è impossibile che un personaggio di grande rilievo non sia stato avvicinato da questa realtà. Paolo Mondani, giornalista di Report, mi ha fatto notare che c’erano alcuni elementi in tutta la vicenda che portò alla morte di Gardini che sembravano segnali rivolti a un pubblico di affiliati. E quindi ho immaginato che questo contatto fosse avvenuto. Ma mi sono anche fatto l’idea che Raul Gardini fosse un uomo molto solitario, che difficilmente faceva cose con altri, era uno che si metteva in relazione con i poteri che avrebbero potuto aiutarlo o danneggiarlo, ma senza perdere la propria indipendenza. E questo del resto l’ha portato alla fine tragica».

Una fine tragica e misteriosa è stata anche quella di Serafino Ferruzzi, suocero di Gardini, colui che davvero costruì dal nulla un impero.

«Sì, le analogie con quella di Mattei, di cui condivideva molte idee, sono evidenti. Forse si è capito davvero che impero fosse il suo solo alla sua morte, perché Serafino Ferruzzi era l’opposto di Gardini. Non rilasciava interviste, non amava la visibilità. Forse Raul invece aveva così bisogno di apparire anche per dimostrare di meritare quel ruolo che gli era capitato improvvisamente».

In comune hanno però avuto la scelta di mantenere a Ravenna il cuore dei loro imperi.

«Sì, ma secondo me per ragioni diverse. Ferruzzi era un uomo all’antica che teneva alle sue abitudini, voleva dormire nel suo letto. Gardini invece forse amava come qui la città girasse attorno a lui, di fatto».

Nel libro racconti anche il tuo lavoro di indagine. Dove speravi di arrivare e non sei arrivato?

«Sicuramente nel fatto di non essere riuscito a intervistare alcuni testimoni. Panzavolta, per esempio (della Calcestruzzi Spa, ndr), che fu fermato dall’avvocato. E soprattutto la moglie, Idina. Credo abbia preferito non incontrarmi da un lato per il dolore di una esperienza che è stata per lei devastante, dall’altra forse c’è anche il timore di ritirare fuori questioni che possono creare problemi e vecchi fantasmi».

Tra i momenti di alleggerimento del libro ci sono i camei autobiografici, in fondo avevi 10 anni quando Gardini morì.

«Il senso di quegli inserti è far capire che anche l’ultimo dei ravennati è stato toccato da quei macro avvenimenti, non basta ignorarli perché non ti riguardino».

Raul Gardini. Era un raider, fu travolto da poteri più forti di lui. Ravenna vada oltre il rimpianto, scrive Roberta Emiliani Giovedì 19 Luglio 2018 su "Cervianotizie.it. Intervista allo storico Andrea Baravelli sulla vicenda e sulla figura di Raul Gardini in rapporto a Ravenna, a 25 anni dalla morte. Sono trascorsi venticinque anni dalla morte di Raul Gardini, ma il mito di questo imprenditore che ha posto fine ai suoi giorni nello stesso giorno del patrono della sua città, il 23 luglio 1993, a Ravenna è ancora intatto. Per chi l’ha conosciuto ma anche per molti che hanno semplicemente seguito le sue vicende da lontano, Raul Gardini è stato un imprenditore di successo, pieno d’intuizioni, oltre che un personaggio che ha dato lustro alla città. In questi giorni in cui Ravenna si appresta a ricordare l’anniversario di quella morte tragica e per molti versi ancora piena di misteri, abbiamo cercato di rileggere la vicenda di Raul Gardini in una chiave un po’ diversa, non celebrativa, cercando di mettere in luce luci e ombre della sua figura, con le sue varie sfaccettature, con uno storico, il professor Andrea Baravelli. Baravelli e il collega Alessandro Luparini, fra l'altro, hanno ricostruito in un libro sull’esperienza di sindaco di Pier Paolo D’Attorre negli anni immediatamente successivi alla morte di Gardini e al crack del Gruppo Ferruzzi. Incontriamo il professor Baravelli in un afoso pomeriggio nel bar pasticceria che si affaccia sui portici di Piazza San Francesco. Proprio a due passi da qui, nella basilica che dà il nome alla piazza, 25 anni fa si svolsero i funerali di Raul Gardini. Allora la piazza e il portico erano gremiti di persone: accorsero in migliaia per l’ultimo saluto a Raul.

“Quando si parla di Raul Gardini - esordisce il professor Baravelli - si finisce sempre per oscillare tra un mito iperpositivo e la decontestualizzazione, come se tutto si riducesse a Ravenna, come se non esistesse altro fuori dai nostri confini. In realtà la storia di quegli anni ci racconta qualcosa di diverso anche su Ravenna”.

Proviamo a raccontarla allora questa storia.

“Gardini fu un raider (lo chiamavano il Corsaro, ndr), una persona che rischiò tantissimo sapendo che si stava mettendo contro il sistema. Lui ha avuto un grande successo, che alla fine ha pagato caro. Perché, come per tutti i raider, o la va o la spacca. Gardini, a un certo punto, si trovò con un’esposizione spaventosa nei confronti delle banche e chiese alla politica di dargli una mano per risolvere il problema”.

Una delle tesi che hanno contribuito alla costruzione del mito positivo di Gardini è che lui sia stato fagocitato dal sistema dei partiti, cioè che sia stato una vittima di questo sistema.

“Io non la vedo così: dal momento che decide di addentrarsi in certe dinamiche di potere, Gardini non può non essere consapevole delle regole del gioco. Gardini non è stato un imprenditore sconfitto dalla politica, ma un raider che, come ho detto, ha rischiato tantissimo consapevole di quelle che erano le regole in quel momento. Non riesce però a rapportarsi ad esse, tanto che ad un certo punto chiede alla politica di salvarlo. Ma la politica nel 1991 e 1992 è una politica ormai debole, che non può proteggerlo come avrebbe potuto fare in un altro momento, o non può piegare le regole economiche come aveva fatto per altri solo pochi anni prima. Qui sta forse l’errore di prospettiva finale di Gardini. Negli anni Novanta si consuma la fase finale della destrutturazione dell’autorevolezza dei partiti che continuano ancora ad esistere come forma, ad andare avanti per un decennio, ma ormai la credibilità l’hanno persa”.

Gardini non è solo rimasto nel cuore di molti ravennati, ci sono personaggi importanti della vita economica e culturale italiana che hanno avuto un rapporto importante di stima e affetto con lui.

“Gardini è stata una persona indubbiamente di grande fascino, un imprenditore con molte qualità. Aveva un progetto industriale intelligente ma che poteva avverarsi solo se si avverava anche il progetto finanziario. Gardini, secondo me, è uno dei primi imprenditori che capisce l’importanza della comunicazione. Prima di lui c’è solo Berlusconi in Italia che ha la capacità di legare la sua vita privata alla costruzione del personaggio. Con una differenza: Berlusconi riesce ad ottenere quello di cui ha bisogno in un momento in cui la politica può ancora difenderlo, ma soprattutto ha ben chiaro il fatto che un imprenditore moderno, se non ha una grande tradizione di famiglia alle spalle, deve essere un personaggio pubblico. Gardini questo lo ha capito. Io vedo nell’ostentazione delle sue origini, nell’aver portato a Ravenna e in altre città della Romagna la redazione del Messaggero, nel suo impegno per fare tornare grande il volley ravennate, la costruzione della sua diversità. C’è una logica di comunicazione interna, tutta proiettata su Ravenna. Ricordo in quegli anni la forte presenza e anche l’invadenza, sul piano locale, di Gardini, del suo Gruppo e degli industriali, che in quel momento si raccontavano anche come potere alternativo al potere politico della città. C’è a Ravenna un imprenditore con idee originali, che non si mischia agli altri imprenditori, ha il suo elicottero privato che lo porta su e giù… Questa la narrazione. Sì, secondo me c’è una scelta comunicativa molto moderna da parte di Gardini da questo punto di vista”.

Se lei come storico volesse scrivere un libro su Raul Gardini, da dove partirebbe?

“Partirei proprio da qui, da Ravenna e dal mito di Gardini. A me Gardini interessa ancor più che come imprenditore, per questa sua capacità di creare un mito che resiste nel tempo, il mito di un personaggio che in un territorio come quello ravennate finisce per diventare il genius loci”.

Un mito che, dicevamo, è ancora vivissimo.

“Certo. Se uno pensa ad un ravennate famoso dice Gardini, non ti viene in mente nessun altro. A me piacerebbe indagare i meccanismi della costruzione di quel mito, quando Gardini era ancora in vita e poi la sua trasformazione nel corso degli anni. Il mito di Gardini è qualcosa di molto ravennate, ma da Ravenna non c’è l’eco. Fuori dalla nostra percezione, Gardini è uno dei protagonisti di Mani pulite. Più famoso di Cusani, diverso da Chiesa, ma viene percepito come un protagonista della vicenda di Mani pulite. Punto. Non è altra cosa. Questo dovrebbe farci pensare”.

Continuando in questa chiave di lettura per molti ravennati l’era Gardini ha rappresentato il massimo, il punto più alto per la nostra città. Ravenna era capitale e adesso è tornata palude.

“No, no, non è così. È la nostra percezione di ravennati di essere stati una capitale in quel momento. La favola di Gardini è una favola che nasce nella prima metà degli anni Ottanta e finisce nei primi anni Novanta. Questi sono anche gli anni di massimo splendore della tv commerciale. Sono gli anni di Dallas se vogliamo prendere un archetipo di quella tv. Il momento d’oro della parabola di Raul Gardini coincide con il periodo più prospero degli anni Ottanta, un momento in cui il nostro Paese si illude di aver messo da parte gli anni Settanta e la crisi. Ricorda quando Craxi diceva che avevamo superato l’Inghilterra come potenza industriale? Dal 1984 al 1989 l’Italia è un paese che sembra lanciatissimo. A questo si aggiunge la presenza di Gardini a Ravenna: l’idea che i ravennati si fanno è quella di Raul Gardini portatore di grande ricchezza”.

Invece, secondo lei non è così.

“Anzi, nel momento cui tutto è finito ha tolto molto e quando finisce il sogno ti senti perduto ancora di più. A questo proposito ricordo le parole molto dure dell’allora sindaco Pier Paolo D’Attorre, parole che furono accolte malissimo da gran parte dei ravennati”.

Parole che molti non hanno ancora digerito.

“D’Attorre scrive in quelle settimane in maniera molto lucida relativamente al fatto che alla comunità ravennate serve una sferzata di orgoglio, serve qualcuno che dica: ce la faremo egualmente e non finisce nulla”.

In particolare la famosa frase di D’Attorre “Ravenna non è in ginocchio” venne letta come l’incapacità di riconoscere la gravità del momento, fu interpretata quasi come un “atto di lesa maestà”.

“Invece Pier Paolo D’Attorre aveva perfettamente ragione. Da grande storico economico qual era, avendo svolto studi approfonditi sul territorio, sapeva benissimo che il tessuto economico ravennate era solo in minima parte Gardini. All’epoca c’era un sistema cooperativo forte, c’era ancora un’industria chimica che reggeva. C’erano insomma le possibilità di poter superare quel momento di difficoltà provocato dal crollo del Gruppo Ferruzzi. Però l’esortazione di D’Attorre a reagire fu sentita come uno schiaffo, fu vissuta come l’incapacità di provare empatia nei confronti di un dolore terrificante che l’intera comunità ravennate stava provando. Un conto però è provare empatia per l’uomo. Un conto inquadrare il personaggio storicamente per quello che è stato e ha fatto”.

Approfondiamo questo aspetto.

“Ho letto un libro di Claudio Martelli, molto bello, molto franco. Martelli scrive che il progetto di Gardini era in realtà un ottimo progetto. L’idea di una Montedison capace di sviluppare un percorso di chimica di eccellenza mettendo in un angolo l’Eni che aveva un altro core-business, l'idea di strapparne il 40 per cento per riportarlo all’interno della galassia Montedison era un ottimo progetto. Dopodiché è lo stesso Martelli che dice che Gardini non fa i conti con il fatto che l’Eni è un’impresa di Stato ed ha la politica pronta a difenderla con le unghie e con i denti. Gardini non poteva non esserne consapevole. Il grande imprenditore si deve rendere conto che non sta dando l’assalto alla borsa di Chicago. Quante volte Gardini dice: abbiamo conquistato la borsa di Chicago. Un conto è fare la grande impresa in un mercato come quello americano. Un’altra cosa è cercare di fare lo stesso in una situazione come quella italiana, che ha ben altre regole. La mia sensazione è che la debolezza imprenditoriale di Gardini sia stata quella di sottovalutare la forza di interdizione che il sistema economico e politico che faceva riferimento all’industria di Stato aveva la capacità ancora di produrre. E dal momento che Gardini non riesce a raggiungere il suo scopo, arriva la tragedia. Lui deve uscire da una situazione in cui non riesce a rastrellare quel 40 per cento, in cui non riesce a diventare la chimica sono io, come disse”.

Sulla vicenda Enimont s’innesca quella che è stata ribattezzata la madre di tutte le tangenti.

“Che negli anni Ottanta l’utilizzo delle tangenti fosse generalizzato questo lo sappiamo, non è solo senso comune. Una cosa però è la tangente generalizzata che opera su settori privati, una cosa è la tangente che riguarda l’industria di Stato. In quest’ultimo caso non sono soltanto soldi che devi pagare ai politici, ma la tangente è anche legata alla funzionalità che quel settore ha ai fini della politica. Mi spiego: Gardini non avrebbe mai potuto pensare in quelle condizioni di potersi portare via un pezzo dell’economia di Stato solo pagando. Quella parte dell’economia di Stato era anche potere”.

Gardini, Cuccia, Mediobanca.

“Quando si parla del rapporto di Gardini con Mediobanca quest’ultima sembra sempre un po’ come la Spectre, ma in realtà Mediobanca è il capitalismo italiano. Mediobanca è stata dalla metà degli anni Cinquanta fino al Duemila il simbolo del capitalismo italiano che è stato o un capitalismo di Stato, fintanto che è esistita l’IRI, oppure un capitalismo familiare, con le grandi famiglie che usavano Mediobanca come uno strumento di controllo del mercato finanziario. Alla fine Gardini viene travolto da quelli che sono poteri più forti di lui, perché Mediobanca e Cuccia hanno cinquant’anni di potere relazionale sulle spalle”.

Mistero è il termine più usato, per non dire più abusato quando si parla della tragica vicenda di Raul Gardini. Il mistero, è tesi piuttosto diffusa, avvolge il suo suicidio come quelli di Cagliari e di Sergio Castellari.

“Come storico io mi occupo soprattutto degli anni Settanta e di terrorismo e anche quando si affrontano quelle pagine della storia del nostro Paese si è costruito un genere complottistico, per cui tutto ciò che non rientra in uno schema, tutti i buchi di una ricostruzione vengono utilizzati come prova di una manchevolezza e vengono riorganizzati in una ricostruzione appunto di tipo complottistico. Questo è avvenuto, secondo me, anche nella vicenda di Gardini. Su questo versante io sono sempre molto scettico: mi devi dimostrare, atti giudiziari alla mano, che le inchieste sono state fatte con la volontà di non arrivare alla verità. In particolare sul fatto che Gardini possa essersi suicidato oppure no: lui era in attesa di alcuni documenti che, a suo parere, avrebbero dovuto in un qualche modo giustificare la sua condotta. Il giorno dopo avrebbe dovuto recarsi da Di Pietro. Quei documenti non gli arrivano: non mi sembra così improbabile che l’eventualità di presentarsi a Di Pietro senza quei documenti e di uscire dagli uffici della Procura di Milano in manette possa avere indotto un uomo come Gardini a quella tragica decisione. Io sono convinto che adesso, dopo 15, 20 anni di devastazione dell’immagine pubblica, se un politico o un manager venisse portato via in manette dall’ufficio di un magistrato non si suiciderebbe, almeno questa è la mia convinzione. All’epoca invece era un brutto colpo da un punto di vista psicologico per uno come Gardini, cioè un imprenditore che si è costruito un’immagine da vincente. Comprendo benissimo che chi gli era vicino faccia fatica a credere al suo suicidio, ma a me non sembra così improbabile”.

Torniamo a Ravenna: cos’hanno veramente rappresentato gli anni di Gardini per la nostra città? E che cosa è rimasto?

“Secondo me hanno rappresentato un momento di grande euforia collettiva: è stato un po’ come vincere i mondiali di calcio. Ravenna in realtà non è cambiata rispetto a com’era in quegli anni. La presenza di Gardini e la sua morte hanno funzionato dagli anni Novanta in poi come una sorta di giustificazione per un’inerzia che è tale da sempre. L’imprenditoria privata c’è a Ravenna: si vede? Ha mai avuto un ruolo pubblico, è stata in grado di uscire fuori dal piccolo recinto della provincia? Il periodo d’oro di Gardini è stata una parentesi e poi dopo ha funzionato in negativo. Il ricordo nostalgico di Gardini, di quegli anni di grandeur, alla fine è stato un male per Ravenna perché ha giustificato il fatto che si può rimanere così, nell’aurea mediocritas. Uscire dalla mediocrità significa mettersi di fronte a rischi che non vuoi correre, oppure esci dai confini territoriali come ha fatto la Cmc. Se vuoi essere un grande player devi trasformarti in un grosso soggetto globale. Ma siamo un territorio che non ha una grande tradizione industriale. Cosa è rimasto di Gardini a Ravenna? Del rimpianto, certo, ma dopo 25 anni sarebbe il caso di andare oltre questo rimpianto”. A cura di Roberta Emiliani

Il Moro di Venezia: la barca più amata dagli italiani. Vi abbiamo chiesto di indicarci in un sondaggio online quale fosse per voi la barca mito della storia della vela: non avete avuto dubbi. Il Moro di Venezia, a 25 anni dalle sue imprese, scalda ancora gli animi. Vi raccontiamo, con l'aiuto di due "moristi" di eccezione (Dudi Coletti e Max Procopio) di come il sogno del “Comandante” Raul Gardini divenne quello di un paese intero: e di come nei bar, nel 1992, si parlasse di bompressi invece che di calcio, scrive il 21 ottobre 2017 La Redazione di "giornaledellavela.com". Non avete avuto dubbi. Non c’è Azzurra né Luna Rossa che tenga. Il Moro di Venezia, a 25 anni dalla storica vittoria della Louis Vuitton Cup di San Diego e dalla finalissima di Coppa contro America3, è la barca che vi suscita le emozioni più grandi. E che avete eletto come “più mitica di tutte” nel sondaggio che vi abbiamo proposto sul nostro sito. Mentiremmo se dicessimo che il risultato ci ha sorpresi. La saga del Moro è ancora vivissima nel nostro cuore. Grazie a Raul Gardini, l’imprenditore romagnolo il cui sogno (quello di strappare la “vecchia brocca” agli americani) divenne quello di tutti gli italiani. Che si scoprirono all’improvviso velisti, che mandarono i propri figli alle scuole di vela, che sostituirono nei loro discorsi da bar gol e traversoni con bompressi e strambate. Grazie al gruppo affiatato e competente che il Comandante (uno dei soprannomi affibbiati al tycoon ravennate) seppe creare e che, al giorno d’oggi, influenza la vela mondiale in ogni sua branca: velai (Guido Cavalazzi, Davide Innocenti), progettisti e tecnici (German Frers, Claudio Maletto, Roberto Biscontini, Giovanni Belgrano solo per citarne alcuni), regatanti (Paul Cayard, Andrea Mura, Cico Rapetti, Lorenzo Mazza, Tommaso Chieffi), dirigenti (Enrico Chieffi, Marco Cornacchia), professionisti del mare (Max Procopio, Dudi Coletti). Grazie alle barche gloriose che portano questo nome sulla poppa, otto per la precisione (tre maxi e cinque IACC – International America’s Cup Class), che ancora oggi navigano sparse per i mari del mondo. “Al giorno d’oggi i miti rimangono in piedi per poco tempo, fagocitati dal turbine del web e dei social”, ci ha raccontato Max Procopio, che sul Moro fu imbarcato come grinder, “allora non fu così. Il Moro di Venezia rimase nell’immaginario collettivo a lungo, come a lungo restò sulle pagine dei giornali, italiani ed esteri”. Il contesto storico era propizio: la prosperità, i soldi che giravano, la convinzione che l’Italia fosse la “settima potenza” del mondo. E un uomo che incarnava lo spirito dei tempi, Raul Gardini, visionario e abituato a rischiare. Come a livello imprenditoriale (si distinse per uno “stile” fatto di colpi di genio, acquisizioni, monopoli, che trasformarono il gruppo agricolo di Serafino Ferruzzi, suo genero, in un impero industriale, la Montedison), così nella vela. “Quando parlavi con lui”, rivela Procopio, “tutto ti sembrava semplice, anche la più impossibile delle imprese”. Era un buon velista, il ravennate: dalle prime piccole derive in gioventù era passato ai Finn, poi all’altura su barche progettate da Dick Carter: l’11 metri Blu Optimist, l’Orca43, di 13 metri e mezzo, con cui vinse il Campionato del Mediterraneo 1971, il 15 metri Naif in lamellare con cui prese parte all’Admiral’s Cup del 1973. Poi l’incontro con Frers, all’epoca assistente dello studio Sparkman & Stephens, che seguì la progettazione del primo maxi in legno lamellare che avrebbe portato quel nome mitico, il Moro di Venezia: era il regalo di Serafino a lui e al cognato Arturo Ferruzzi per i loro risultati a livello imprenditoriale. Era il 1975. La grande saga del Moro era appena iniziata. Dopo la morte di Serafino Ferruzzi, per un incidente aereo, nel 1979, gli eredi affidarono a Gardini il futuro dell’azienda e il Comandante iniziò la sua ascesa. Intanto, nel 1983, un altro Maxi affiancava il gioiello di Frers, Il Moro di Venezia II. Proprio nell’anno in cui l’Avvocato Agnelli aveva fatto il grande passo, promuovendo la prima sfida italiana di Coppa America, Azzurra, che giunse alle semifinali della Louis Vuitton e fece conoscere la vela nel nostro paese. Non possiamo sapere con precisione quando si accese il “lumino” nella testa di Gardini, ma sicuramente un momento chiave è il 1984, quando la figlia Eleonora, in vacanza a Porto Cervo, assiste alla Sardinia Cup e all’impresa di un giovane americano, Paul Cayard, che arrivato in fretta e furia per sostituire al timone Lorenzo Bortolotti su Nitissima, 50 piedi di Nello Mazzaferro, stravince la regata. Gardini volle conoscerlo per testarne il talento, l’occasione fu a Palma di Maiorca in regata sul Moro di Venezia II. Si piacquero: dal 1984 al 1992, Cayard fu a bordo di quasi tutte le barche di Gardini, il quale non ebbe dubbi quando si trattò di scegliere lo skipper per la campagna di Coppa. Paul Pierre Cayard, classe 1959, da San Francisco. Ottimo helmsman, starista di livello, ma soprattutto forte di un talento gestionale che spingerà Gardini a commissionargli anche il difficilissimo incarico di general manager dell’operazione. Ma il problema della nazionalità? Secondo il Deed of Gift, il regolamento della Coppa, la barca avrebbe dovuto timonarla un italiano. Per Gardini, abbiamo detto, nulla era impossibile: Cayard, dopo aver firmato un contratto da 200 milioni di lire l’anno (“guadagno come un giocatore medio di NBA, confessò all’equipaggio una volta”, racconta Procopio) prese la residenza a Milano. Adesso bisognava occuparsi delle barche e del team, dopo che nel novembre del 1988 la sfida, sottoscritta dalla Compagnia della Vela di Venezia, era stata consegnata a San Diego. Per le prime, con un’operazione da cinquanta miliardi, venne fondato a Marghera, davanti ai capannoni Montedison il cantiere Tencara, in cui confluirono le aziende della holding capitanata da Gardini con il loro know-how. Un polo di eccellenza tecnologica, che avrebbe fatto capire agli americani e al mondo intero che l’Italia non era soltanto il paese di pizza, spaghetti e mandolino. Le selezioni dell’equipaggio furono dure: “La filosofia di Raul, riguardo all’equipaggio”, spiega Procopio, “era quella di creare un gruppo di persone solido, senza che ci fossero troppi ‘galli nel pollaio’. Le selezioni del team partirono a Venezia a bordo dei Maxi di Gardini nel 1989-90: Cayard si fece aiutare dai fratelli Chieffi. Era una vita dura, fatta di sacrifici: molti gettarono la spugna”. Intanto, con una cerimonia sontuosa nel cuore di Venezia, a marzo del 1990 venne varato il primo Moro di Venezia IACC e iniziarono i test. L’entourage si spostò a giugno a Puerto Portals, a Palma di Maiorca, dove le condizioni meteo avrebbero dovuto rispecchiare meglio quelle di San Diego. Ad agosto arrivò anche Il Moro di Venezia II, mentre il 19 dicembre del 1990 la base operativa si spostò a San Diego. Dove ad aprile del ’91 arrivò anche Il Moro di Venezia III, fresco di varo, con cui il team vinse a maggio il Campionato del Mondo classe Coppa America. A giugno fu la volta del Moro IV, utilizzato solo come barca prova, mentre a dicembre toccò l’acqua Il Moro V (ITA-25), la barca più competitiva con cui il sindacato di Gardini avrebbe preso parte alla Louis Vuitton Cup. “Vivevamo in un clima di spionaggio costante a San Diego: gli elicotteri solcavano i cieli per fotografare dall’alto le barche degli avversari. Io ero anche addetto alla camera oscura perché mi dilettavo di fotografia, passavo le notti a sviluppare le foto di Carlo Borlenghi, ingaggiato come “spia” oltre che come fotografo”, ricorda Procopio. E mentre Il Moro conquistava i Round Robin (le fasi eliminatorie della regata), si capì che lo spionaggio serviva. Soprattutto nella finale di Louis Vuitton contro Team New Zealand di Rod Davis e Michael Fay: Il Moro era sotto di 3-1 ma grazie alle foto di Borlenghi si riuscì a dimostrare che i neozelandesi stavano utilizzando il bompresso come punto di mura del gennaker, una soluzione non consentita dal regolamento. Il loro quarto punto venne annullato, i kiwi accusarono il colpo e i ragazzi di Gardini conquistarono la Louis Vuitton vincendo 5-3. Quella che andò in scena dal 9 al 16 maggio del 1992, probabilmente, è la parte più nota della storia. Da un lato Il Moro di Venezia V, che in patria aveva risvegliato la voglia di vela italiana, grazie anche alle dirette di Telemontecarlo e ai commenti di Cino Ricci. Dall’altro il miliardario Bill Koch e Buddy Melges, a bordo di quello squalo bianco chiamato America3. Una barca più brutta del Moro, ma più veloce: “Siamo arrivati in finale carichi di speranza”, ricorda Dudi Coletti, all’epoca trimmer, “ma abbiamo visto fin da subito che non ci sarebbe stata storia: loro avevano più passo, la barca con aria leggera era più performante, anche perché il regolamento permetteva loro di cambiare le appendici a seconda del vento che avrebbero incontrato. Anche quando vincemmo l’unica prova, quella del momentaneo 1-1, lo facemmo a gomitate, per 3 secondi soltanto, grazie all’intuizione di Cayard di mollare lo spi e lasciarlo cadere in avanti all’arrivo”. Quattro a uno. Gardini aveva perso, ma riuscì, da grande comunicatore, a tramutare la sconfitta in vittoria. In Italia, al rientro, organizzò una festa a Ravenna, poi a Venezia, dove l’equipaggio, a bordo dei Maxi di Gardini, venne osannato dalla città intera. Era nato il mito del Moro di Venezia. Sopravvive ancora oggi.

Che fine hanno fatto i ragazzi del Moro di Venezia? Scrive il 15 luglio 2018 La Redazione di "giornaledellavela.com". Vi abbiamo raccontato la storia del Moro di Venezia, la barca più amata dagli italiani il cui mito sopravvive ancora oggi. Grazie al gruppo affiatato e competente che Raul Gardini seppe creare e che, al giorno d’oggi, influenza la vela mondiale in ogni sua branca: velai (Guido Cavalazzi, Davide Innocenti), progettisti e tecnici (German Frers, Claudio Maletto, Roberto Biscontini, Giovanni Belgrano solo per citarne alcuni), regatanti (Paul Cayard, Andrea Mura, Cico Rapetti, Lorenzo Mazza, Tommaso Chieffi), dirigenti (Enrico Chieffi, Marco Cornacchia), professionisti del mare (Max Procopio, Dudi Coletti). Qua sotto vi raccontiamo cosa stanno combinando, oggi, alcuni dei “ragazzi del Moro”.

COSA COMBINANO DIECI RAGAZZI DEL MORO AL GIORNO D’OGGI

Cico Rapetti. L’uomo dell’albero Francesco Rapetti continua a regatare ad altissimi livelli sui Maxi: è stato il primo italiano a vincere la Coppa con Alinghi (nel 2003, oltre che nel 2007) ed era a bordo di Luna Rossa nel 1999-2000.

Tommaso Chieffi. Con 27 titoli iridati vinti è uno dei velisti più forti al mondo. Dopo l’esperienza del Moro come stratega, in Coppa è stato su Oracle nel 2003, su +39 per un breve periodo nel 2005 e su Shosholoza nel 2007. Nel 2005-06, ha vinto la Volvo Ocean Race con Abn Amro I. Ora è l’uomo chiave su My Song, il maxi di Pigi Loro Piana.

Max Procopio. Max Procopio, grinder del genoa sul Moro, ha imparato il suo mestiere attuale proprio durante la sua esperienza nel gruppo di Gardini: ora è uno stimato professionista della comunicazione e con la sua Marine Partners ha clienti in tutto il mondo: team sportivi, produttori, porti ed eventi nautici.

Dudi Coletti. Duilio Coletti (per gli amici Dudi), dopo l’esperienza del Moro (in qualità di trimmer), ha deciso di aprire una scuola di vela a Riva di Traiano (Sailing Roma) dove in tantissimi sono passati diventando grandi velisti e appassionati di mare. Per 12 anni è stato poi al comando di barche da 24 a 30 metri, organizzando viaggi e crociere in tutto il mondo. Adesso ritornerà a dirigere la scuola di vela.

Claudio Maletto. Claudio Maletto, dopo l’esordio in Coppa con il team del Moro, ha continuato a progettare barche di successo da regata e crociera (Grand Soleil). Ha firmato con Peterson lo scafo di Luna Rossa del 2000, il “silver bullet” che ci fece sognare vincendo la Louis Vuitton.

Paul Cayard. Di recente lo abbiamo intervistato mentre era imbarcato sul J70 italiano Calvi Network: Cayard, reso celebre da Gardini, dopo il Moro ha continuato a regatare ai massimi livelli, sia in altura che in Coppa (nel ’95 al timone di Star & Stripes, nel 2000 di America One). Quando può, balza a bordo della Star, la sua barca preferita.

Guido Cavalazzi. Dopo aver disegnato le vele per Il Moro (le prime della storia in carbonio!), Cavalazzi venne assunto dagli americani nel 1995 (Young America), poi ingaggiato da Bertelli, con Luna Rossa, dal 2000 al 2007. Vanta, in qualità di velaio North Sails, svariati titoli mondiali e una Admiral’s Cup. Ora si occupa di vele d’epoca.

Andrea Mura. Il randista del Moro è al giorno d’oggi uno dei velisti oceanici più famosi di Italia: dopo la Coppa del 1992 fu assorbito dalla sua attività di velaio, poi scoprì la navigazione in solitario. Dal 2007, sul suo Open 50 Vento di Sardegna, se ne è tolte di soddisfazioni, vincendo Route du Rhum, Quebec-Saint Malo, Twostar e due Ostar in tempo reale.

Enrico Chieffi. Quattro anni dopo la sua esperienza di tattico e navigatore sul Moro, il fratello di Tommaso ha vinto il mondiale Star e ha partecipato alle Olimpiadi di Atlanta. Adesso è vice presidente del prestigioso cantiere Nautor’s Swan.

Giovanni Belgrano. Belgrano è uno degli ingegneri strutturisti nautici più quotati al mondo: dopo l’esperienza sul Moro nel gruppo di progettazione, è stato con Luna Rossa nella campagna del 2000. Contattato dai kiwi, si è trasferito ad Auckland con la famiglia per mettersi al servizio di Team New Zealand.

Gherardo Colombo: “La fine di Gardini aprì gli occhi di tutti sul sistema tangenti”. L'ex magistrato di Mani Pulite, a 25 anni dalla morte del manager, racconta: “Tanti non ricordano più eppure la conoscenza è la base della democrazia”, scrive Piero Colaprico su "La Repubblica" il 22 luglio 2018.  Dottor Gherardo Colombo, 25 anni fa è un quarto di secolo, ma sembra un'era geologica, visti i cambiamenti successivi. Il 23 luglio 1993 Raul Gardini, il Pirata, uno degli uomini più ricchi d'Europa, si spara e un titolo di giornale è "L'Enimont uccide ancora". Ricorda quella mattina? "Ricordo, anche se si tratta di eventi così traumatici che non sempre la memoria li registra appieno. Il peso di tragedie simili in qualche misura ti induc..

Estratto dell’articolo di Piero Colaprico per "la Repubblica".

Dottor Gherardo Colombo, 25 anni fa è un quarto di secolo, ma sembra un'era geologica, visti i cambiamenti successivi. Il 23 luglio 1993 Raul Gardini, il Pirata, uno degli uomini più ricchi d' Europa, si spara e un titolo di giornale è "L' Enimont uccide ancora". Ricorda quella mattina?

«(…) Raul Gardini aveva dormito a casa sua, in via Belgioioso, era libero ed era previsto per la mattina che Antonio Di Pietro lo interrogasse. Quando ci arriva la notizia del suicidio, ci troviamo tutti noi del pool Mani Pulite nell' ufficio o di Borrelli, o di D' Ambrosio, non ricordo. Erano passati pochi giorni da quando ero andato a San Vittore, in cella, dov' era stato trovato morto Gabriele Cagliari, la figura di riferimento dell'Eni. (…) Erano giorni davvero tragici e drammatici, ed anche preoccupanti: un paio di mesi prima era scoppiata una bomba a Firenze, il 27 luglio sarebbe esplosa l'autobomba di Cosa Nostra in via Palestro, cinque persone uccise sia nel primo che nel secondo attentato. Ero in questa stanza, quando ho sentito il fragore dell'esplosione».

Il giorno della morte di Gardini, noi cronisti vediamo Di Pietro camminare a testa bassa e lei che dice: "Guardateli a vista, avete capito, a vista". Dopo capimmo che si riferiva agli altri arrestati, a Carlo Sama, il cognato di Gardini, o al finanziere Sergio Cusani.

«Recentemente Sergio Cusani ed io siamo stati invitati a parlare di Tangentopoli in una scuola, e Sergio ha ricordato che aveva delle difficoltà a sottrarsi alla vista degli agenti anche quando andava in bagno, gli dicevano: "Ci spiace, il dottor Colombo ha ordinato così". Raggiunsero poi un compromesso, e Cusani ottenne un minimo di riservatezza».

E che cosa temevate?

«Temevamo che qualcun altro facesse lo stesso. Era insopportabile il senso di vuoto che questi eventi lasciavano. E ti veniva da pensare ai familiari, al loro dolore. Cercavi di prevenire. Io, nello stesso tempo, ero invaso dagli interrogativi sul perché di quei gesti».

Nell' obitorio di Lambrate si trovarono le due salme, di Cagliari per la cremazione e di Gardini per andare a Ravenna, una accanto all' altra. In quei giorni Giorgio Bocca scriveva: "Suonano le campane a morto per i ladri e i corrotti della prima Repubblica".

«Era emerso con chiarezza il sistema della corruzione. Ovunque ti girassi, trovavi tangenti: per la metropolitana, gli autobus, le strade, i tram, la Malpensa. Quando l'anno prima m' ero occupato dell'Ipab, avevo scoperto che in quel consiglio d' amministrazione tutti, messi lì dai partiti, prendevano soldi. Erano esclusi solo quelli di Democrazia proletaria e del Movimento sociale, non so se per questioni morali o perché non contavano nulla. Ad alti livelli la corruzione era un vero e proprio sistema anche perché era connessa rigorosamente con il finanziamento illecito ai partiti; intendo dire che i soldi della corruzione finivano per buona parte nelle casse dei partiti. Sono state coinvolte nelle indagini tutte le imprese di primaria importanza e i vertici dei partiti. Quel che abbiamo scoperto è, o meglio era, sotto gli occhi di tutti».

Era in che senso?

«Oggi in tanti non ricordano molto, e in tanti non sono in grado di ricordare, perché non c' erano ancora e nessuno ha raccontato loro quel che avvenne; o meglio molti hanno scritto di quel che avvenne, ma chi ha la responsabilità di tramandare una memoria storica, anche nel contesto istituzionale, raramente lo fa. Del resto succede così un po' per tutto, cambiano le generazioni e si perde il passato. Mi è capitato di parlare in licei in cui i ragazzi attribuiscono la strage di Piazza Fontana alle Brigate Rosse, oppure ignorano completamente la strage di Brescia a Piazza della Loggia». (…)

Beh, abbiamo fatto un'inchiesta tra gli universitari di Milano, tra Statale e Cattolica era una risicata minoranza a conoscere la parola "Tangentopoli".

«(…) Dopo tredici anni di indagini e processi sulla corruzione - tanto è durata Mani Pulite - e dopo due anni come giudice in Cassazione, nel 2007 mi sono dimesso, perché sono convinto che se si vuol contribuire a far sì che le regole vengano osservate è necessario occuparsi di educazione. Bisogna andare nelle scuole per comprendere insieme il senso delle regole che, come le nostre, si basano sulla messa al bando della discriminazione, perché a ciascuno di noi - e quindi anche a lei e a me - siano garantite opportunità pari a quelle degli altri. Senso delle regole che, per tornare al tema della corruzione, dovrebbe indicare il modo di interpretare la funzione pubblica. Non per interesse individuale o di parte, ma per l'interesse di tutti».

SUICIDI E LACRIME SU MANI PULITE, scrive Bernardo Valli l'1 agosto 1993 su "La Repubblica". Le lacrime dei pubblici ministeri sono rare. Quelle di Francesco Greco, la mattina di venerdì ventitré luglio, erano nascoste dietro occhiali scuri, ma secondo i cronisti non c' erano dubbi: il pm Greco piangeva. Anche il pm Di Pietro era sconvolto. Al punto che deambulava nel corridoio della procura strisciando una spalla contro il muro, quasi avesse perduto l'equilibrio. Gherardo Colombo, il pm intellettuale, era stordito, non tanto però da dimenticare gli indagati dell'Enimont: diceva a un ufficiale della Finanza di guardarli a vista, di non perderli d' occhio. Potevano infatti svignarsela, nel dramma provocato dal suicidio di Raul Gardini. Gardini si era appena sparato alla tempia in Palazzo Belgioioso. Settantadue ore prima, a San Vittore, Gabriele Cagliari aveva infilato la testa in un sacchetto di plastica. Recupero queste immagini della cronaca recente perché compongono il ritratto della procura milanese in un momento cruciale. Quel ventitré luglio, prima delle dieci, i pubblici ministeri di Mani Pulite sono sotto il trauma della morte voluta di Gardini, aggiuntasi a quella di Cagliari come una seconda mazzata. In quella prima mattina si tocca il punto in cui le emozioni possono cambiare il corso delle vicende umane: possono frenarle, deviarle, o addirittura farle arretrare. E' insomma un momento di verità. Alle dieci, quando al Policlinico di viale Francesco Sforza Raul Gardini è già cadavere da più di mezz' ora, i pubblici ministeri in preda a lacrime e tormenti entrano nell' ampio ufficio del procuratore capo Borrelli. Ne escono pochi minuti dopo e i cronisti notano che Di Pietro ha ripreso l'andatura normale e che il pianto non contrae più la faccia di Greco. L' inchiesta continua, senza ritardi, gli arresti decisi prima del suicidio di Gardini sono mantenuti, saranno eseguiti di lì a poco, nell'ambito della stessa famiglia Ferruzzi in lutto. Greco e Di Pietro, rinfrancati, raggiungono il luogo del suicidio in piazza Belgioioso per le indagini d' uso. Un napoletano che non esagera nei gesti Non che prima i toni fossero da commedia leggera, ci sono stati altri suicidi e altri atti di terrorismo, ma con i fatti di fine luglio i colori di Mani Pulite diventano da tragedia. Mentre le tinte si incupiscono e le emozioni possono appunto piegare, diluire sia pure per un attimo l'azione della giustizia, le schiene dei pubblici ministeri si raddrizzano e i loro occhi si asciugano subito nell' ufficio del procuratore capo Borrelli. Semmai affiorano indugi, Borrelli li tronca. Anche una semplice esitazione in quel momento risulterebbe un cedimento. Un ripensamento discrezionale. Dunque, niente pausa di lutto. Non penso proprio che in quel giorno di emozioni lo sguardo di Francesco Saverio Borrelli si sia inumidito o che lui abbia barcollato sotto l'impatto di quei suicidi. Ignoro i suoi sentimenti, quelli intimi che gli appartengono, non so quanto sia duro o tenero il suo cuore: nella forma il procuratore è un napoletano che certo non esagera nei gesti. La mattina del ventitré è stato temperato anche nelle parole. Quelle che ha pronunciato in pubblico erano essenziali per la sua funzione e al tempo stesso non prive di attenzione per i morti. Riassumevano il personaggio: "... anche per il rispetto dovuto alla scelta di chi ha voluto rinunciare alla vita è nostro dovere... percorrere con la massima celerità la via che porterà al chiarimento totale...". E con la massima celerità, senza intervalli emotivi, discrezionali, sono scattati gli arresti e sono proseguiti gli interrogatori, gli uni e gli altri tendenti ad illuminare l'affare Enimont, segnato da un "triplice marchio di morte". In quest' ultima lapidaria espressione il procuratore ha incluso i tre suicidi (compreso quello incerto di Castellari). Nel dramma un testimone sensibile alla storia patria poteva rilevare comportamenti non frequenti nella vita nazionale: i magistrati e per la verità anche gli indagati, accusatori e accusati, per dovere o per orgoglio o per disperazione, hanno svolto in quei giorni i loro ruoli sino in fondo: come in una società che fa sul serio: in cui si paga con la vita e non si sfugge alle responsabilità. La tragedia ha invaso la commedia dell'arte. Una tragedia con i volti dei protagonisti scoperti. Le stragi senza le facce degli assassini, le auto-bomba, rientrano nell' altra nostra lunga storia di viltà. In un diverso e ignobile album di famiglia. Ho incontrato Borrelli nel vasto ufficio al palazzo di giustizia: luogo da cui esercita un potere senza precedenti per un magistrato. E forse senza pari oggi nel paese, se non altro per le conseguenze delle sue iniziative giudiziarie. La contenuta cortesia del procuratore è stata più volta illustrata. La sua immagine la riflette abbastanza bene. Le descrizioni sono ormai superflue. Borrelli ha senz' altro fatto la tara degli elogi che gli vengono indirizzati. Lo spero. Sfogliando gli scritti che gli sono stati dedicati negli ultimi mesi ho trovato piaggerie tali da far arrossire un uomo di vistosa presunzione. Raggiungono o addirittura superano le adulazioni un tempo rivolte a Bettino Craxi, l' ex padrone di Milano al quale lui, Borrelli, ha fatto recapitare un elevato numero di avvisi di garanzia. Se quelle lusinghe gli dessero alla testa sarebbe un bel guaio con tutta l'autorità che la situazione gli attribuisce. Borrelli dice di essere timido. Non è sempre una garanzia. La timidezza, quando era giovane magistrato, l'avrebbe dissuaso dal diventare pubblico ministero. Un pm deve infatti parlare in pubblico e avere le qualità di un investigatore. Anche molto più tardi, dopo i cinquant' anni (oggi ne ha sessantatré), ha esitato ad abbandonare il ruolo di presidente della terza Corte d' Assise quando gli è stato suggerito di diventare aggiunto nella procura milanese di cui è adesso il capo. Se non avesse superato le perplessità giovanili forse la cronaca nazionale non sarebbe la stessa. Un procuratore con un altro temperamento le avrebbe imposto ritmi differenti. Borrelli non è più un giudice da una decina d' anni, come non lo è Di Pietro, né lo sono Davigo, Colombo, Dell' Osso, D' Ambrosio e gli altri sostituti e aggiunti, anche se la gente continua a chiamarli così: i giudici. Questo confonde le idee. Perché un pm è un'altra cosa. Oltre alla timidezza, Borrelli aveva davanti a sé - sempre a suo avviso - un secondo ostacolo che rendeva difficile il passaggio, la conversione al pubblico ministero. Lui è un uomo di riflessione, di problemi, come è appunto un giudice. Mentre un pm, un procuratore, è un uomo d' azione. Il primo, il giudice, nella travagliata attesa di prendere una decisione è immerso nei dubbi. Il secondo, il pm, deve avere invece una linea precisa e deve perseguirla indipendentemente dai dubbi: il suo compito è di rafforzare, sostenere, razionalizzare l'impostazione dell'accusa: lui non è tenuto ad evere la certezza matematica di poter centrare l'obiettivo. Nel rispetto dei diritti dell'individuo, deve agire col fiuto e il gusto del rischio tipico del giocatore. Nei cromosomi le tracce di un poliziotto Ho tracciato questo sommario ritratto del pubblico ministero, magistrato investigatore, con espressioni rubate a Borrelli. Il quale, perlomeno nell' aspetto, è rimasto un giudice. Benché nei suoi cromosomi ci siano le tracce di un bisnonno poliziotto nella Napoli dei Borboni. Bisnonno diventato poi giudice conciliatore in un comune vesuviano. Da allora nella famiglia non ci sono stati che magistrati: il nonno, il padre, lui Francesco Saverio, il figlio. Se sottolineo in lui il giudice, l'uomo più adatto a risolvere problemi che a svolgere indagini, più riflessivo che intuitivo, non significa che vedo nel suo esatto opposto, in Porfirij Petrovic, il tipico magistrato investigatore. Porfirij Petrovic è il pm (Dostoevskij dice giudice istruttore, ma io lo vedo come il nostro pm) che interroga Raskolnikov in Delitto e Castigo: è grassoccio e rotondetto. E parla sempre, parla, parla, un fiume di parole, e strizza gli occhi umidi e ammicca, cerca di stabilire una losca quasi oscena complicità con l'indagato, con la vittima, per poi incastrarlo. Il vizio impenitente di estrarre dai romanzi personaggi celebri e di affiancarli a quelli della realtà a volte serve. Altre è fastidioso. I pm della squadra Borrelli hanno ben poco in comune con Porfirij Petrovic. Al quale il suo creatore dà toni grotteschi, perché così vuole rappresentare il principio intellettuale e investigativo della mente umana. Mentre il tono tragico spetta al delitto. La realtà milanese corrisponde a un'altra morale. Ci ritorno. Mi trovavo nell' ufficio di Piercamillo Davigo, uno dei sostituti, quando è entrato Antonio Di Pietro. Per riflesso ho pensato al titolo di una sua biografia, a un libro delle edizioni paoline: "Il giudice terremoto - l'uomo della speranza": in cui si racconta di suo nonno Giovannino e di sua nonna Pazienza, ed anche della masseria molisana natale, della stalla, delle mucche, delle pecore, del seminario e di Elsa il primo amore. Evoco dentro di me quel libro delle edizioni paoline senza ironia, mentre stringo rapidamente la sua mano, larga come un badile. Poi lui si allontana nel corridoio della procura. Penso alla biografia di Di Pietro come a un pozzo di energie, a una miniera di elementi naturali che si trovano in profondità, dopo tanti strati di antichi e sofisticati vizi e virtù. Una forza che si è affinata, affiancando umanità, esperienza, computer e passione del segugio. Lanciata in una situazione politica senza intralci, come in una prateria senza steccati, quella forza composita dà un pubblico ministero di intuizioni fulminanti. Così le definisce Borrelli. L' apparente semplicità del personaggio contribuisce a renderlo popolare. Il simbolo di una società stanca, in questo momento, delle proprie ambiguità. Perlomeno di quelle dei potenti decaduti. Le lettere dal carcere di Cagliari Le lettere dal carcere di Cagliari non possono essere dimenticate, conducono ad alcune considerazioni. E' senz' altro negativo, troppo vecchio stile, il pm minaccioso. Quello che cerca o cercava di spaventare l'indagato. Meglio quello che sa mettere a suo agio l'interlocutore. Ma un eccessivo coinvolgimento del pm presenta dei rischi: può trascinare l'accusato pentito a dire quel che pensa che il magistrato si aspetta da lui; e il magistrato a credere tutto quel che gli viene detto. Un rapporto passionale come può accadere tra il confessore e il penitente. Un rapporto angoscioso, su cui pesa il dosaggio del carcere preventivo, su cui può giocare il pm, sia pure sotto il controllo del gip, il giudice delle indagini preliminari. Di Pietro crede nel rito cattolico della confessione e rifiuta con veemenza di essere preso per un prete che suscita tormenti nell' anima del peccatore indagato. Ricavo queste sue reazioni da frasi pronunciate in seguito a uno dei primi suicidi di Tangentopoli, che lo sconvolse. Quello dell'anziano socialista di Lodi Renato Amorese. L' eccesso di zelo di un pm non è comunque poi tanto raro, e si carica facilmente di veleni psicologici. Il suicidio di Cagliari ne è un esempio. Piercamillo Davigo è un quarantenne. Pensa che nella classificazione medievale clero-mercante-soldato il magistrato corrisponderebbe al primo, al clero. In quella induista sarebbe il bramino-filosofo. Il sostituto Davigo si considera, lui, un sacerdote? La sua affermazione non va interpretata in questo modo: in quella gerarchia platonica il magistrato in sostanza non è il denaro e neppure le armi. Davigo è un lombardo - piemontese. In politica mi dicono sia un liberale. Nel senso liberal. Non ha lo spirito dell'inquisitore. Ha piuttosto uno spiccato senso logico che innestato sulle intuizioni dell'investigatore dà filo da torcere a indagati e difensori. Davigo mi sembra in egual misura sofisticato e passionale. Ha lavorato con Alessandrini e con Galli, uccisi dai terroristi. Se li ricorda, ricorda che sono morti per garantire la continuità dello Stato, dello Stato corpo delle leggi. Non c' è paese in cui lo Stato venga interpellato polemicamente con tanta frequenza: cosa fa lo Stato? dov' è? cosa vuole? perché non funziona? ma esiste? perché ci svena? è cieco, vuoto, inerte, esoso, disattento, ingiusto, freddo, necessario... Anche questa procura milanese è una faccia dello Stato. Lo è più che mai. E' parte essenziale di una delle sue rare istituzioni che funzionano. Anzi, l'unica, per questo è quasi onnipotente. E i pm Di Pietro e Davigo ne sono due volti. Un altro è Pierluigi Dell' Osso. Dell'Osso fa parte della procura milanese ed anche della superprocura nazionale. Era pubblico ministero al processo per la bancarotta dell'Ambrosiano. Quando sono uscito dal suo ufficio era da tempo passata l'ora di cena e un uomo della sua scorta mi ha guidato, come in un labirinto, verso la sola uscita dal palazzo di giustizia ancora aperta. Dell' Osso è rimasto a lavorare nella stanza dove fa spicco una croce. Più come decorazione, mi è sembrato, che come segno religioso. Oppure ha le due funzioni. A differenza di un giudice civile, al quale si chiede una grande umiltà, un pm remissivo non rende. Va rispettato il suo carattere. Vanno stimolati e al tempo stesso disciplinati i suoi slanci. Borrelli si comporta così con aggiunti e sostituti. Gerardo D' Ambrosio è descritto come un investigatore nato. Ha condotto l'indagine sulla strage di piazza Fontana e sulla morte di Pinelli. E' uno dei pilastri portanti della procura. Gherardo Colombo si considera un notaio della giustizia. L'ha perlomeno detto a dei colleghi francesi lasciandoli scettici. Con quei magistrati d' oltralpe, durante una tavola rotonda, Colombo ha affrontato un argomento chiave e controverso: l'obbligo costituzionale dell'azione penale che condurrebbe per mano i magistrati italiani, rendendoli immuni dai condizionamenti politici e sociali. Come mai allora Mani Pulite è stata più una conseguenza che la causa di un dato momento politico? C' è sempre qualcosa di politico nell' esercizio della giurisdizione, anche se non ci sono intenzioni politiche. Borrelli è il difensore e l'allenatore della squadra dei pm milanesi. Li protegge, li stimola, coordina il loro lavoro. E poiché quei pubblici ministeri conducono inchieste da cui dipende in buona parte l'immediato avvenire del paese, la sua autorità è rilevante. Quel 23 luglio, nel suo ufficio, davanti ai pm in preda a lacrime e tormenti ha dato ancora una volta prova della sua influenza e della sua determinazione. Nella sua procura sono allineate centinaia di confessioni fatte alla presenza di avvocati, quindi incontestabili domani, durante i processi: e in quelle deposizioni c' è la storia del vecchio regime. Francesco Saverio Borrelli ha nelle mani il destino di una buona parte della classe politica ed economica italiana. Insomma quel signore di contenuta cortesia è destinato a pesare nella storia patria. Col suo garbo non dimentica di ricordare che lui rappresenta la pars destruens. Ad altri di essere la pars construens. I pubblici ministeri non hanno il compito di rifare una società. Lui lo sa come magistrato che ha conservato il carattere del giudice, personaggio immerso nei problemi, nei dubbi, e non trincerato nelle certezze dell'investigatore che possono essere effimere. Una nazione con tante culture Tiro le somme del viaggio. L' ho cominciato nel profondo Sud e ad ogni tappa ho trovato la conferma di quanto il paese sia più un continente che una nazione. Nel senso che vi convivono tante culture. Ed è nell' ambito di queste diverse culture che avviene la rivoluzione legale. Là, in Sicilia, cerca di gettare le basi reali di uno Stato sinora rimasto formale; altrove, in Calabria, tenta di far rispettare la legge in un far west mediterraneo; a Napoli si sforza di stabilire le regole indispensabili in una metropoli civile; e qui, nel Nord, ha avviato un' operazione affinché l' economia di mercato non sia gestita da politici e industriali con criteri mafiosi, in definitiva affinché il capitalismo sia animato attraverso il gioco della libera concorrenza e non con la corruzione e la concussione. La società civile, un po' per codardia un po' per saggezza, un po' perché non c'era nessun altro, ha affidato ai magistrati la regia di questo aggiornamento democratico che talvolta assume toni e ritmi da rivoluzione non più tanto soft. Per quel che ne so è, nella storia, la prima rivoluzione dei pubblici ministeri.

Dopo 20 anni Di Pietro è senza pudore: «Avrei potuto salvarlo». Mani Pulite riscritta per autoassolversi. L'ex pm: "Avrei dovuto arrestarlo e lui avrebbe parlato delle mazzette al Pci", scrive Stefano Zurlo, Lunedì 22/07/2013, su "Il Giornale".  La ferita brucia ancora. Vent'anni fa Antonio Di Pietro, allora l'invincibile Napoleone di Mani pulite, si fermò sulla porta di Botteghe Oscure e il filo delle tangenti rosse si spezzò con i suoi misteri. Per questo, forse per trovare una spiegazione che in realtà spiega solo in parte, l'ex pm racconta che il suicidio di Raul Gardini, avvenuto il 23 luglio '93 a Milano, fu un colpo mortale per quell'indagine. «La sua morte - racconta Di Pietro ad Aldo Cazzullo in un colloquio pubblicato ieri dal Corriere della Sera - fu per me un coitus interruptus». Il dipietrese s'imbarbarisce ancora di più al cospetto di chi non c'è più, ma non è questo il punto. È che l'ormai ex leader dell'Italia dei Valori si autoassolve a buon mercato e non analizza con la dovuta brutalità il fallimento di un'inchiesta che andò a sbattere contro tanti ostacoli. Compresa l'emarginazione del pm Tiziana Parenti, titolare di quel filone. E non s'infranse solo sulla tragedia di piazza Belgioioso. Di Pietro, come è nel suo stile, semplifica e fornisce un quadro in cui lui e il Pool non hanno alcuna responsabilità, diretta o indiretta, per quel fiasco. Tutto finì invece con quei colpi di pistola: «Quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior». E ancora, a proposito di quel miliardo su cui tanto si è polemizzato in questi anni, specifica: «Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini». Il messaggio che arriva è chiaro: lui ha fatto tutto quel che poteva per scoprire i destinatari di quel contributo illegale, sulla cui esistenza non c'è il minimo dubbio, ma quel 23 luglio cambiò la storia di Mani pulite e in qualche modo quella d'Italia e diventa una data spartiacque, come il 25 luglio 43. Vengono i brividi, ma questa ricostruzione non può essere accettata acriticamente e dovrebbero essere rivisti gli errori, e le incertezze dell'altrove insuperabile Pool sulla strada del vecchio Pci. Non si può scaricare su chi non c'è più la responsabilità di non aver scoperchiato quella Tangentopoli. Di Pietro invece se la cava così, rammaricandosi solo di non aver fatto ammanettare il signore della chimica italiana la sera prima, quando i carabinieri lo avvisarono che Gardini era a casa, in piazza Belgioioso. «M avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in procura con le sue gambe, il mattino dopo». Quello fatale. «E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito sarebbe ancora qui con noi. Io Gardini lo potevo salvare». La storia non si fa con i se. E quella delle tangenti rosse è finita prima ancora di cominciare.

LA MAXI TANGENTE ENIMONT. SE CARLO SAMA COMINCIA A PARLARE. Scrive Cristiano Mais il 15 luglio 2018 su "La Voce delle Voci". Dalle sue ricche piantagioni in Paraguay, dopo un quarto di secolo racconta le sua verità sulla madre di tutte le tangenti, Enimont, Carlo Sama, che sposò una delle figlie, Alessandra, dell’ex imperatore del grano, Serafino Ferruzzi. Una delle pagine più sconvolgenti di Tangentopoli, per la morte – “suicidio?” – di Raul Gardini, patròn del gruppo e marito di un’altra rampolla di casa Ferruzzi, Idina. La mattina stessa che avrebbe dovuto verbalizzare davanti al pm di ferro, Antonio Di Pietro, preferì spararsi una rivoltellata in testa. Un po’ come fece il capo Eni Gabriele Cagliari, che scelse un sacchetto intorno alla testa piuttosto che affrontare la gogna giudiziaria. Un paginone del Corriere della Sera griffato Stefano Lorenzetto, torna su quei buchi neri, su quelle vicende che ancora ammorbano la storia italiana e rappresentano un’autentica macchia nella giustizia (sic) di casa nostra. Titolo del pezzo: “Io, mio cognato Gardini e il colpo di pistola 25 anni fa”. Scrive Lorenzetto: “Il protagonista del processo Enimont, inchiodato dal pm Antonio Di Pietro per aver pagato ‘la madre di tutte le tangenti’ e riabilitato di recente dal tribunale di sorveglianza di Bologna, vive tra Montecarlo e il Sudamerica”. Beato lui. Novello Hemingway, narra Sama: “Nel bosco mi sono costruito una casa di legno (progettino firmato Fuksas?, ndr) su un albero a 20 metri da terra, ma confesso che non ci ho ancora dormito… Ho paura dei giaguari: quelli si arrampicano”. E quelli di Tangentopoli gli facevano il solletico? Da una rimembranza all’altra. “Avevamo il monopolio mondiale del propilene. Ma bisognava investire centinaia di miliardi in ricerca. La Shellera pronta. Avremmo riportato a casa i pozzi petroliferi in Adriatico. E l’Edison. L’advisor dell’operazione era Romano Prodi, affiancato da Claudio Costamagna, attuale presidente della Cassa Depositi e Prestiti”. Arieccoli. “Perchè a 60 anni Gardini si uccise?”, chiede Lorenzetto. “Non certo per disonore: non aveva fatto nulla. Temeva di finire come Gabriele Cagliari. 134 giorni nel canile. Quando il presidente dell’Eni si suicidò in cella, Raul mi telefonò: ‘E’ morto da eroe’. Pensava solo a quello, all’arresto. Di Pietro lo teneva sulla graticola. Non si lavora una vita per finire in ginocchio da chi ti accusa”. Nel libro “Corruzione ad Alta Velocità” firmato vent’anni fa da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, si parla ovviamente della maxi tangente Enimont e dei protagonisti dell’affaire. Ecco un paio di stralci. Il primo fa riferimento ad una sigla acchiappa lavori & tangenti, TPL, un vero e proprio scrigno. “In questo intreccio di mazzette resta centrale la figura di Francesco Pacini Battaglia, il quale avrebbe reso possibile la costituzione di fondi neri societari all’estero, nel tentativo di rendere invisibili i beneficiari di quel denaro. Tutto questo – lo ricordiamo – lo scopriranno i magistrati di Perugia”. Ecco l’interrogativo clou: “Ma perchè, pur incappando, cinque anni prima, negli affari sporchi della Tpl, Antonio Di Pietro, e con lui Gherado Colombo, non erano riusciti a venire a capo di nulla? Eppure sempre nel 1993, interrogato dai magistrati del pool di Milano, il finanziere Sergio Cragnotti, all’epoca amministratore delegato di Enimont e buon amico di Raul Gardini, aveva raccontato di aver ricevuto dalla Tpl 5 miliardi di lire, soldi poi bonificati da Pacini Battaglia. 2 miliardi – aveva riferito Cragnotti – li aveva tenuti per sé, 2 erano finiti a Gardini e l’ultimo a Necci (allora presidente dell’Enimont) e Pacini Battaglia”. Passiamo al secondo stralcio con le parole di Imposimato, un vero e propro j’accuse: “Sono andato a rileggere l’elenco dei nomi dei principali imputati del processo Enimont: non nascondo che un brivido mi ha attraversato la schiena. Alcuni di quegli imputati come Gabriele Cagliari furono letteralmente torturati psicologicamente e tenuti in carcere fino alla morte. Per sucidio. Altri, come Raul Gardini, furono minacciati senza pietà di arresto fino alla morte. Per suicido. Altri ancora – è il caso di Cragnotti e Pacini Battaglia – il carcere lo hanno visto appena (il primo) o, almeno a Milano, non l’hanno mai visto (il secondo)”. E’ la giustizia, bellezze. E non ha caso mai da aggiungere qualcosa di più corposo, da Montecarlo a dalla capannuccia in Paraguay, l’altro uomo (oltre Francesco Pacini Battaglia) di tutti i segreti Enimont, Carlo Sama?

Raul Gardini, spuntano le carte segrete. Le lettere ad Andreotti e a Gabriele Cagliari. La lite con Craxi. L’agenda riservata. E la prima richiesta d’arresto che avrebbe potuto evitare il suicidio. Dopo 25 anni, ecco i documenti inediti dell’ex re della chimica che si uccise nel luglio 1993, fra Tangentopoli, stragi di mafia e misteri italiani, scrivono Paolo Biondani ed Alessandro Cicognani il 23 luglio 2018 su "L'Espresso". Raul Gardini e Gabriele Cagliari. I loro nomi sono rimasti accostati, nel libro nero di Tangentopoli, dalla tragica fine. Due uomini di vertice dell’industria italiana, privata e pubblica, si tolgono la vita uno dopo l’altro, nel luglio 1993. Entrambi schiacciati dal peso di accuse che stanno facendo crollare l’intero sistema politico ed economico. La cosiddetta Prima Repubblica muore in quella torrida estate di 25 anni fa, tra crisi del debito pubblico, inchieste su enormi casi di corruzione, stragi di mafia con troppi misteri. E quelle morti eccellenti, traumatiche, proprio al culmine delle indagini milanesi sull’Eni e sul gruppo Ferruzzi-Montedison. Due suicidi in tre giorni (Cagliari il 20 luglio, Gardini il 23) che scuotono l’Italia. E listano a lutto uno snodo cruciale della nostra storia, che oggi si può ripercorrere, per capirne di più, grazie a nuovi documenti scoperti da L’Espresso. Come una prima richiesta d’arresto di Gardini, rimasta ineseguita, che avrebbe potuto salvarlo. O una lettera personale di Gardini proprio a Cagliari, che documenta la stima e il rispetto che univa i due capi-azienda anche nei mesi dello scontro sull’affare Enimont: l’alleanza tra Eni e Montedison poi naufragata in un mare di tangenti. «Caro Cagliari», gli scrive Gardini, di suo pugno, l’otto febbraio 1990, in questa missiva finora inedita, «voglio avere con lei il rapporto che ho con le persone che stimo... Io ragiono sempre di quello che si può fare al meglio e per durare nel tempo. Voglio bene alla gente e se non è impossibile do una mano anche quando posso fare molto male. Mi piace credere che gli uomini sono fatti così: tutti. Ogni tanto ne incontro uno e mi volto per andare con lui volentieri. Cordialità». Mani Pulite è il nome dell’indagine che in meno di tre anni, dal febbraio 1992 al dicembre 1994, ha scoperchiato decenni di corruzione in Italia. Il bilancio finale è un pezzo di storia: oltre 1.200 condanne definitive per tangenti e reati collegati. Nata a Milano da una bustarella in un ospizio, già nei primi mesi l’inchiesta si allarga, da un arresto all’altro, da una confessione all’altra, fino a coinvolgere centinaia di imprenditori, politici e burocrati. Dagli appalti locali, i magistrati risalgono agli affari nazionali, ai parlamentari, ministri e leader dei partiti di governo. La lotta alla corruzione ha un fortissimo sostegno popolare, gli imprenditori fanno la coda per confessare. Nel 1993 Mani Pulite arriva ai vertici dell’economia: anche i grandi gruppi industriali pagano tangenti, con fondi neri nascosti all’estero. I flussi più imponenti escono dalle casse dell’Eni, l’azienda statale del gas e petrolio, e del gruppo Ferruzzi-Montedison, il colosso privato dell’agroalimentare e della chimica. Il 20 luglio 1993 Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, si uccide nel carcere di San Vittore, dove era detenuto dall’8 marzo. Tre giorni dopo si spara Raul Gardini, nel suo palazzo di Milano. Per quel 23 luglio il suo primo impegno, annotato in un’agenda finora rimasta riservata, erano proprio i funerali di Cagliari. Lo stesso giorno era segnato un altro appuntamento: un interrogatorio con Antonio Di Pietro, allora pm simbolo di Mani Pulite. Luogo fissato: una caserma. Anche se Gardini si aspettava un ordine di carcerazione. Lo shock dei due suicidi incrina, per la prima volta, il consenso di massa per Mani Pulite. Dalle tv di Berlusconi, che è ancora solo imprenditore, partono i primi violentissimi attacchi ai magistrati. Il 27 luglio a Milano irrompe la mafia stragista: un’autobomba uccide cinque persone in via Palestro, mentre altri attentati devastano due chiese di Roma. Cosa Nostra fa terrorismo politico. Strategia della tensione. Il premier Ciampi, capo di un governo tecnico, colpito da un misterioso blackout a Palazzo Chigi, arriva a temere un golpe. Al procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio sembra di rivivere i giorni neri di Piazza Fontana. Su quei fatti carichi di storia, dolore e tensione, oggi i documenti offrono qualche certezza. E svelano più di un segreto. Se il suicidio di Cagliari è una disperata protesta contro la disumanità del carcere, come scrive il figlio Stefano nel recente libro “Storia di mio padre”, la morte di Gardini ha un’altra trama. Il suo difensore, Marco De Luca, che fu l’ultimo a incontrarlo, non ha dubbi sul suicidio, ma non se lo spiega: «Quella sera, con Giovanni Maria Flick, siamo rimasti con Gardini fino alle 23. Lui sapeva che stava per essere arrestato, era uscita la notizia delle confessioni del presidente del gruppo, Giuseppe Garofano. Prima di vederci Gardini era preoccupato, temeva che si scaricasse ogni colpa su di lui. Gli abbiamo spiegato che da una persona come Garofano non doveva temere falsità: aveva solo confermato le accuse che Gardini si aspettava. E cioè il sistema dei fondi neri gestito da Berlini. Anche sul carcere, l’abbiamo rassicurato. Gli abbiamo detto che avevamo parlato con Di Pietro, quando non poteva più smentire di aver chiesto l’arresto. E che il pm si era impegnato a interrogarlo in una caserma, con lealtà, evitandogli il carcere». Di qui l’appunto nell’agenda. Ma allora perché si è ucciso? «Me lo sono chiesto per anni», risponde De Luca. «Quella sera era molto logorato. Però sapeva che non sarebbe neppure entrato in carcere. Oggi penso che abbia voluto proteggere la sua storia di imprenditore. E la sua famiglia. Non poteva accettare di tornare a Ravenna con il marchio di corruttore. Si è tolto di mezzo perché la sua famiglia fosse lasciata in pace». Al tribunale di Milano L’Espresso ha trovato quegli atti fatali. I pm chiedono l’arresto la sera del 21 luglio. Il giudice Italo Ghitti firma l’ordinanza due giorni dopo, alle 9.15. Gardini si è già ucciso da un’ora. Tra le carte, però, spuntano anche documenti inediti: c’è una prima richiesta di arrestare Gardini, firmata dai pm Di Pietro, Davigo e Greco, che risale al 5 luglio. Cinque giorni dopo, il giudice respinge l’arresto, per cui tutto resta segreto. Quella prima richiesta riguarda già il «sistema Berlini»: fondi esteri «fino a un miliardo di dollari». I primi a parlarne, però, erano due dirigenti che non gestivano quei soldi. Quindi il giudice Ghitti nega l’arresto per insufficienza di indizi. Ora è più chiaro perché Di Pietro, su Gardini, ripete da sempre che «se avessimo potuto arrestarlo, si sarebbe salvato». Dal 10 luglio, dopo il primo no del giudice, i pm raccolgono molte più prove. Come le confessioni di Garofano e altri dieci indagati, tra cui Lorenzo Panzavolta, il boss della Calcestruzzi. La nuova richiesta viene accolta, ma per Gardini è tardi. Il caso dell’arresto negato lascia sbalordito l’avvocato De Luca: «Non ne sapevo niente». A chiudere il quadro ora emerge anche un memoriale sequestrato nel palazzo di Milano dopo il suicidio: dieci pagine scritte al computer (o dettate) in prima persona da Gardini. La sua ammissione che le società offshore gestite da «B», cioè Berlini, erano arrivate a gestire fondi neri «per circa mille miliardi di lire». Il memoriale è diviso in capitoli che corrispondono ai capi d’accusa dell’ordine d’arresto del 23 luglio: Gardini, insomma, era pronto a confessare. «Non ho mai visto quel memoriale, ma gli avevo chiesto di prepararlo», conferma De Luca. Il 23 luglio finiscono agli arresti gli altri accusati. Berlini è il primo ad ammettere di aver gestito «fino a un miliardo di dollari» in Svizzera. E di aver mandato denaro in Italia anche per pagare politici «già dalle elezioni del 1987». In carcere, poi, è il manager Carlo Sama a vuotare il sacco su Enimont: nel 1992, dopo la rottura con Gardini, il gruppo ha versato «circa 150 miliardi di lire», attraverso Sergio Cusani, ai partiti di governo e a decine di parlamentari. La sentenza definitiva condanna Sama e gli altri imputati anche per la prima ondata di tangenti del ‘90-’91. In cambio, fu l’Eni a versare al gruppo Ferruzzi, per il 40 per cento di Enimont, 2.805 miliardi di lire: una cifra che lo stesso Gardini, sentito come testimone a Roma il 17 febbraio 1993, definì «sicuramente eccessiva, maggiore del valore reale di circa 600 miliardi». Al cambio di oggi, insomma, le tangenti (circa 75 milioni di euro) hanno garantito ai privati almeno 300 milioni in più di soldi pubblici. Il quadruplo. Archiviata Tangentopoli, Gardini viene dimenticato dall’Italia che conta. Solo nella sua amata Ravenna amici e conoscenti ricordano ancora il corsaro dell’economia, il vero erede del fondatore dell’impero Serafino Ferruzzi. Ai tempi d’oro, però, i potenti facevano la fila per vedere Gardini. Nelle agende trovate dall’Espresso sono annotati tutti i suoi incontri dal 1987 al 1991. Decine di imprenditori, politici, banchieri. Tra centinaia di appuntamenti, spiccano i nomi di Gianni Agnelli, Enrico Cuccia, il banchiere d’affari Rothschild. Tra i finanzieri, i più assidui sono Gianni Varasi e Jean Marc Vernes, che lo aiutarono a scalare Enimont. Tra i politici, i socialisti Claudio Martelli e Gianni De Michelis, ma anche Craxi, con cui litiga su Enimont: Bettino telefona, Gardini si nega. E pochi mesi dopo scrive una lettera riservata all’allora premier Giulio Andreotti, con una sfacciata allusione ai vizi della sua Dc. «Caro presidente Andreotti, mi ha confortato sentir dire che dobbiamo aspirare a una chimica aperta alla competizione mondiale. Si può ancora fare... È indispensabile in questa società che sia forte il senso dell’orgoglio e della virtù, dimenticando il vergognoso passato... Tutti, meno i ladri, lo aspettano con ansia». Gardini frequenta anche le persone che governeranno l’Italia dopo Tangentopoli. Con Berlusconi parla solo di affari, come la Standa. Con Romano Prodi, ex presidente dell’Iri, si contano centinaia di telefonate e incontri. «Parlavamo dell’Italia e di come stava cambiando il mondo», racconta oggi Prodi, «e mi raccontava dei suoi progetti. Era un romagnolo vero, con tutti i pregi e i difetti che questo comporta. Gardini era un outsider negli Stati Uniti per l’alimentare e in Italia per la chimica. Picchi e cadute si devono al suo carattere: non teneva conto degli equilibri, dell’establishment. Sui carburanti alternativi, non è che la storia gli abbia dato torto. Ma allora non andava bene e lasciò un gruppo smembrato. Quando si suicidò provai un grande dolore: per me era un amico». Ai funerali fu Prodi ad accompagnare la vedova, Idina Ferruzzi, nella chiesa di San Francesco a Ravenna.

TANGENTOPOLI. GARDINI, CAGLIARI, CUSANI, SAMA. MA CHI HA PAURA DI WALTER ARMANINI? Scrive il 24 luglio 2018 Andrea Cinquegrani su "La Voce delle Voci". Paginate e paginate, in questi giorni, sui media di casa nostra a proposito dei morti eccellenti (o di chi l’ha scansata per miracolo) di Tangentopoli. Le storie dell’ex numero dell’Eni Gabriele Cagliari, quella del capo dell’impero Ferruzzi Raul Gardini. Quelle di chi è riuscita a farla franca pur dopo anni di galera, come Sergio Cusani e Carlo Sama. Mancano all’appello, incredibile ma vero, i nomi di chi la galera non l’ha vista neanche per un minuto, o al massimo per poche ore. Come Sergio Cragnotti, l’ex patròn della Lazio calcio che di Enimont sapeva un pozzo di cose. Pierfrancesco Pacini Battaglia. Nel montaggio in alto Walter Ammannii, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Sullo sfondo Di Pietro, Colombo e Davigo. E soprattutto Chicchi Pacini Battaglia, “l‘uomo a un passo da Dio”, come lo dipinse il pm, Antonio Di Pietro, durissimo con i suoi imputati, una pantera in toga: e invece in quell’occasione trasformatosi in un innocente agnellino. Miracoli delle prodezze legali di un avvocato arrivato apposta dal Sud, alle sue prime cause penali, Sergio Lucibello? Il quale nel pedigree aveva, oltre ad una faticata laurea, soprattutto una gemma: l’amicizia con un pm che contava, allora, a Milano, il vero capo del pool, la pantera nera Di Pietro. Super Chicchi Battaglia sapeva tutto della madre di tutte le tangenti, Enimont, e del maxi affari degli anni ’90 fino a tutt’oggi, l’Alta Velocità. Italo-svizzero, depositario anche di tutti i segreti della più accorsata banca svizzera, Karfinco, crocevia di tangenti a molti zeri. Poi molto legato al faccendiere napoletano Eugenio Buontempo, cognato del luogotenente di Gianfranco Fini, Italo Bocchino: e l’affiatato tandem Battaglia–Buontempo riuscì a dragare – non si sa a quale titolo – i misteriosi fondali di Ustica dove giaceva il relitto dell’Itavia. E ad addestrare piloti libici. Un groviglio di misteri.

GALERA MAI PER L’UOMO DI TUTTI I SEGRETI. Le cronistorie del palazzo di giustizia di Milano raccontano che Chicchi Pacini Battaglia non passò neanche mezz’ora in gattabuia, neanche il tempo di una sigaretta e un caffè dietro le sbarre. Come mai nessuna inchiesta in Italia è mai riuscita a capire il perchè di quella libertà per un faccendiere a conoscenza di tutti i segreti, sotto il profilo economico, finanziario e non solo (perchè alla Tav si collegano anche business mafiosi, sui quali avevano già acceso i riflettori Falcone e Borsellino?) Boh. Ne hanno scritto, vent’anni fa, Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, in “Corruzione ad Alta Velocità”, che conteneva notizie – è il caso di dirlo – bomba. Su omissioni, collusioni, connection. Eppure niente, neanche un tric trac. Il silenzio più totale dei media, il glaciale muro di gomma della magistratura. Oggi la Repubblica di Mario Calabresi fa addirittura il bis. Un paginone di Piero Colaprico dedicato alle rimembranze umane e giudiziarie dell’intellettuale del pool di Milano, Gherardo Colombo, e poi un fondo di Gianluca Di Feo su “Il Mistero di Raul Gardini”. Parla da solo già titolo di Colaprico che riferisce le parole del pm che oggi dedica tutte le sue energie ad insegnare educazione civica nelle scuole: “La fine di Gardini aprì gli occhi di tutti sul sistema tangenti”. Ma c’era bisogno di quella tragedia per capirlo? Non c’erano centinaia di altri segnali grossi come una casa? Non c’erano state – per dirne una – le ricerche più che approfondite di Giovanni Falcone e Piero Borsellino sulle mani della mafia piantate ormai da anni anche sulla Calcestruzzi, il colosso riconducibile ai Ferruzzi e nel quale erano penetrate le cosche? Nessuno ricorda più le profetiche parole di Falcone quando a fine anni Ottanta (se non ricordo male nel 1989, quasi trent’anni fa, non ieri) che “La Mafia è entrata in Borsa!”, con esplicito riferimento alla Calcestruzzi che aveva fatto il suo ingresso in piazza Affari? Per non parlare delle migliaia di riciclaggi già a fine anni ’80 in centro nord Italia nei settori dei tempo libero, della distribuzione, dei servizi? E anche all’estero? Oggi Maestro Colombo viene a raccontarci di “responsabilità di tramandare una memoria storica”. Ma ci faccia il piacere, avrebbe detto il mitico Totò.

ANCHE QUELL’UOMO “DOVEVA MORIRE”. C’è una storia che nessuno oggi ricorda, pochissimi in passato hanno mai voluto rammentare. Forse perchè dà fastidio. E la dice lunga su tanti metodi adottati in quegli anni che allora facevano sperare (sic) in un mondo più Giusto & Possibile. La storia è quella di Walter Giulio Armanini, che il pool di Milano – Di Pietro e Colombo in testa – era straconvinto fosse il vero, unico depositario dei segreti di Bettino Craxi & C.. La loro ossessione era quella di scoprire il ‘tesoro’. Quel bottino che con ogni probabilità era già anni prima volato via sotto il vigile sguardo di Claudio Martelli, il delfino di Bettino Craxi, con la collaborazione di una ‘zarina’ di segreti & conti correnti, Winnie Kolbrunner. E molte strade portavano, guarda caso, ai conti cifrati elevetici, come ha più volte raccontato lo scrittore-investigatore Jean Zigler, autore di “La Svizzera lava più bianco”. E quei denari spesso e volentieri transitavano anche via Karfinco. Ma per Di Pietro e Colombo la mela marcia era Armanini, uno che amava la bella vita e le belle donne, conosceva bene l’ex sindaco di Milano e cugino di Craxi Paolo Pillitteri. Armanini doveva confessare. Andava spremuto come un limone. La Voce a dicembre 1996 andò ad Orvieto, incontrò e intervistò per un paio di volte Armanini. Questo il titolo: “Stasera Pago io” – sottotitolo: “Cinque anni e sette mesi di galera. E’ la sentenza definitiva che Armanini, docente di Economia alla Bocconi, ex barricadero del ’68, sta scontando per Tangentopoli. In questa intervista vuota per la prima vuota il sacco. E parla, tra l’altro, di ‘torture’ inflittegli da Colombo e Di Pietro. Fino al mancato suicidio sul lungomare di Napoli. Proprio mentre ad Orvieto rientra l’inquisito Giancarlo Parretti. E lo stesso Armanini viene colpito da un attacco cardiaco”. Fu l’ultima intervista, quella di Armanini. Il quale dopo alcuni mesi morirà per un secondo attacco cardiaco. Riproduciamo per intero quell’intervista, scannerizzando le pagine della Voce di gennaio 1997. Ma eccone un breve assaggio: “Volevano che parlassi di Pillitteri. Certo, dissi, eravamo molto amici. E così una sera il secondino verso mezzanotte mi annuncia che devono ‘appoggiarmi’ un detenututo. Era un nero in astinenza da eroina che appena entrato mi vomita addosso e sulla branda. Roba da impazzire. Il giorno dopo arriva Gherardo Colombo e vuol sapere di Pillitteri. Qualche tempo dopo un nuovo appoggio: un altro extracomunitario in crisi d’astinenza che mi afferra per il collo e per poco m’ammazza. Vengo salvato a stento dalla guardia carceraria. Due giorni dopo torna Colombo: cosa faceva lei con Pillitteri? In quei giorni, dal 19 maggio al 29 giugno ho avuto un preifarto, ho perso due diottrie ad un occhio e sangue dall’orecchio. E dire che ero riuscito a superare le perquisizioni anali d’ingresso”.

Storie di 5 anni prima. Avrebbe terminato di scontare la pena di lì a pochi mesi, che stava trascorrendo ai domiciliari ad Orvieto, svolgendo anche un lavoretto in un piccolo laboratorio artigiano.

Carlo Sama: «Il suicidio di mio cognato Raul Gardini? Un sacrilegio. Ora coltivo soia in Sudamerica». La maxi tangente Enimont, la condanna, la nuova vita. «Raul era straordinario. Fu il primo a parlare di auto elettrica, biomasse, energie alternative. Era avanti su tutto», scrive Stefano Lorenzetto il 13 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". La sua nuova vita è costata a Carlo Sama un occhio della testa. Il destro. «In Paraguay ho avuto il distacco della retina mentre aprivo una strada nella tenuta di famiglia, dentro la più vasta foresta pluviale atlantica del pianeta posseduta da un privato. Sarebbe bastato farmela suturare là con il laser. Invece ho aspettato 20 giorni perché volevo ricoverarmi in una clinica europea. Risultato: 14 inutili interventi chirurgici fra Londra, Roma e Miami. Ed eccomi qua, orbo veggente come Gabriele D’Annunzio». Il protagonista del processo Enimont, inchiodato dal pm Antonio Di Pietro per aver pagato «la madre di tutte le tangenti» e riabilitato di recente dal tribunale di sorveglianza di Bologna, vive fra Montecarlo e il Sudamerica. «Nel bosco mi sono costruito una casa di legno su un albero, a 20 metri da terra, ma confesso che non ci ho ancora dormito. Ho paura dei giaguari: quelli s’arrampicano». Eppure nella sua Ravenna lo considerano l’amico del giaguaro che tradì il proprio mentore, il cognato Raul Gardini. «Il passato è storia. Fa parte di noi. Pensi al povero Ubaldo Lay: bravo attore, ma alla fine tutti se lo ricordano solo come il tenente Sheridan con l’impermeabile». L’accusa gli pesa, e ancor più adesso, a 25 anni dal colpo di pistola alla testa con cui il 23 luglio 1993 l’arrembante magnate del gruppo Ferruzzi-Montedison si uccise nel Palazzo Belgioioso di Milano. «Tra la mia famiglia e Gardini, scelsi la mia famiglia». Cioè la moglie Alessandra Ferruzzi, che, come i fratelli Franca e Arturo, non condivideva la successione decisa da Raul, marito della sorella Idina, la primogenita del fondatore Serafino Ferruzzi. Era il 1991. Gardini fu liquidato con 505 miliardi di lire. «Quello che nessuno sa, è che l’anno dopo ritornammo a parlarci».

Chi fece il primo passo?

«Io. Ci vedemmo in Svizzera. Ruppi il ghiaccio con una battuta: Raul, non ci divertiamo più se non stiamo insieme».

Stare insieme per fare che cosa?

«Avevamo il monopolio mondiale del polipropilene. Ma bisognava investire centinaia di miliardi in ricerca. La Shell era pronta. Avremmo riportato a casa i pozzi petroliferi in Adriatico. E la Edison. L’advisor dell’operazione era Romano Prodi, affiancato da Claudio Costamagna, attuale presidente della Cassa depositi e prestiti. Il principio era banale: rimettere tutto assieme. Dissi a Raul: facciamo un atto di compravendita della Ferruzzi per una lira, poi a bocce ferme sarai tu, da padre di famiglia, a valutarne il vero valore».

Come reagì?

«La proposta gli piacque molto. Ma non se ne fece nulla, perché commise un errore: cercò l’avallo di Mediobanca, cioè di Enrico Cuccia».

E che cosa accadde?

«Le azioni furono svalutate da 1.250 a 5 lire. La Ferruzzi fu oggetto di un trapianto d’organo, con le sue quote di mercato immesse in corpi malati. Sa di che parlo? Eravamo primi al mondo anche nelle proteine e nelle lecitine di soia, nelle penicilline; primi in Europa nello zucchero, negli amidi e derivati, nei semi oleosi, nei mangimi, negli oli di marca; primi in Italia nel calcestruzzo e nelle assicurazioni danni e secondi nell’elettricità».

Che uomo era Raul Gardini?

«Straordinario. Aveva una visione così chiara del mercato che si dimenticava dei tempi. Voleva che le cose fossero fatte per ieri. Fu il primo a parlare di auto elettrica, biomasse, energie alternative. Il mondo era il nostro giardino di casa. Fosse ancora vivo, oggi costringerebbe l’Italia a ridiscutere Maastricht, le quote, tutto».

Perché a 60 anni si uccise?

«Non certo per disonore: non aveva fatto nulla. Temeva di finire come Gabriele Cagliari, 134 giorni nel canile. Quando il presidente dell’Eni si suicidò in cella, Raul mi telefonò: “È morto da eroe”. Pensava solo a quello, all’arresto. Di Pietro lo teneva sulla graticola. Non si lavora una vita per finire in ginocchio da chi ti accusa. Mi hanno raccontato un’orribile storia di guerra sui topi».

Quale storia?

«I soldati catturavano una dozzina di topi e li tenevano a digiuno in gabbia. L’unico che sopravviveva, dopo aver divorato gli altri, veniva liberato perché desse la caccia ai suoi simili nelle trincee».

Gli innocenti non temono il carcere.

«Efrem Campese, capo della sicurezza di Montedison, gli aveva parlato di dieci buste gialle con l’intestazione “F” e di un colonnello della Finanza chiamato da Roma per recapitarle. I destinatari potevano essere Fiat o Ferruzzi. Si figuri se Raul ebbe dubbi. L’avviso di garanzia equivaleva a una condanna».

Lei ebbe 146 imputazioni, mi pare.

«Più o meno. Assolto da tutte, a parte il finanziamento illecito ai partiti e l’inevitabile falso in bilancio».

Fu arrestato il giorno del suicidio.

«Sì. Mi trovavo a Lugano. Telefonai a Palazzo Belgioioso. Rispose Renata Cervotti, la segretaria di Raul. Lo stavano soccorrendo. Non morì subito».

Aleggiano misteri sulla tragedia?

«No, fu tutto lineare. Il comandante che affonda con la sua nave».

Fu dunque un gesto eroico?

«Rispetto la sua decisione e non esprimo giudizi. Sarebbe fargli torto».

È vero che la vedova ha abbracciato la vita religiosa?

«Idina è una donna meravigliosa, come lo era il marito. Oggi non sta bene. La storia dei Ferruzzi non la conosce nessuno. Sono l’unico a poter dire d’aver visto la luna e l’altra faccia della luna. Serafino era un genio, ha segnato il secolo scorso. Il giorno in cui arrivò alla Borsa di Chicago, si fermarono per rispetto le contrattazioni: era entrato Mister Soia, il trader che faceva il mercato».

Ma che bisogno aveva Enimont di versare tangenti ai partiti?

«Nessuno. Si pagava perché non rompessero le balle. Non mi pareva un peccato. Magari una scemata. Ma la politica costa tanto, sa? Non trovo anormale aiutarla. Si doveva fare alla luce del sole».

Foraggiavate tutti?

«Nella migliore tradizione. Avevano stabilito le percentuali. I partiti dalle mani pulite? Qualcuno svolgeva il lavoro sporco anche per conto loro».

Severino Citaristi, tesoriere della Dc, mi raccontò di quando il segretario Arnaldo Forlani lo spedì da lei per ritirare una busta con dentro 2 miliardi e 850 milioni di lire in Cct, circostanza che poi mi fu confermata dallo stesso Forlani.

«In piazza del Gesù ci andai poche volte. E non chiesi mai nulla a Forlani».

Che mi dice della valigia con 1 miliardo di lire consegnata al Pci?

«Bisognerebbe poterlo chiedere a Raul. La portò lui alle Botteghe Oscure».

Centinaia di miliardi in Cct transitarono dallo Ior, la banca della Santa Sede.

«Sono assolutamente consapevole di questo. Ma non fui io a smistarli».

Però il vescovo Donato De Bonis, segretario dello Ior, celebrò le sue nozze nella parrocchia vaticana di Sant’Anna.

«Un caro amico. Aprì il fondo San Serafino per attività di beneficenza in onore del padre di mia moglie. Ogni anno ci versavo la mia gratifica natalizia».

Stefano Bartezzaghi, figlio del Bartezzaghi della «Settimana Enigmistica», la definì «vantaggiosamente inappariscente» e le imputò la «tendenza a strafare».

(Ride). «Giudichi lei. Ho interesse ad apparire sul Corriere della Sera?».

Di che cosa si occupa adesso?

«Mi sarebbe piaciuto cimentarmi nello sport, come mi aveva consigliato Bettino Craxi, magari alla presidenza del Coni. Invece sono rimasto fedele all’antico amore: la terra. Mi occupo di Agropeco, 12.000 ettari fra Paraguay e Brasile, vicino alle cascate dell’Iguazú, e di Las Cabezas, 18.000 ettari a Entre Rios, in Argentina. Produco dalla soia all’eucalipto. E allevo 12.000 capi di bestiame razza Hereford. Ho brevettato un mangime contenente il 5 per cento di stevia, un’erba dolcificante che funge da antibiotico naturale. In campagna rido da solo, come i matti».

Investe ancora nel nostro Paese?

«Beh, no, che domande! L’ultimo affare fu la cessione di un’immobile a Roma, diventato il J.K. Place luxury hotel».

Le restano l’Es Ram resort e il ristorante Chezz Gerdi, a Formentera. Tra gli ospiti, Veronica Lario con figli e nipoti, Piero Chiambretti, Paolo Bonolis, Raoul Bova.

«Chiuso il primo, venduto il secondo. Mai ospitato Bonolis. Però ci venivano Kate Moss e una figlia di Mick Jagger».

Silvio Berlusconi era suo amico.

«Lo è ancora, lo sarà sempre. Fu l’unico a telefonarmi il giorno dell’arresto. E pensare che avrebbe dovuto odiarmi: con Telemontecarlo gli fregavo la pubblicità».

Chi altro le è rimasto vicino?

«Luca Cordero di Montezemolo, Carlo Rossella, Luigi Bisignani. E Sergio Cusani. Il mese scorso si è fatto 400 chilometri, Milano-Bossolasco e ritorno, per stare mezz’ora con le stampelle al matrimonio di Francesco, il mio secondogenito».

Come vede l’Italia a trazione pentastellata-leghista?

«Tutto quello che porta al cambiamento, lo vedo bene. Pensi che Gardini già negli anni Ottanta voleva risolvere il problema degli immigrati. Fece predisporre da Marco Fortis, docente della Cattolica proveniente dalla Nomisma di Prodi, un progetto per rendere coltivabile la fascia mediterranea del Maghreb. Dall’Africa non sarebbe più partito nessuno. Se solo avessimo potuto continuare...». (Si commuove). «Il lavoro era il nostro gioco, la nostra vacanza. È stato commesso un sacrilegio».

Secondo lei i partiti si finanziano ancora in modo illecito?

«Mi pare di sì. Ma non ho i riscontri».

Allora da che cosa lo deduce?

«Dall’odore».

Il re della soia? È l’ex di Tangentopoli. Ecco il tesoro offshore di Carlo Sama. Nei Panama Papers spunta l’ex manager Ferruzzi-Montedison: condannato per lo scandalo Enimont, oggi è un big dell’agricoltura in Paraguay. Dove la sua nomina a console onorario diventa un caso: i suoi avvocati tentano un blitz in un giornale per bloccare le notizie. E nelle intercettazioni torna anche Sergio Cusani, scrivono Paolo Biondani e Leo Sisti il 17 luglio 2018 su "L'Espresso". «Exigen che no se publique», vietato pubblicare. Con questo titolo Abc Color, uno dei giornali più letti del Paraguay, denuncia, il 23 giugno scorso, che due avvocati sono piombati in redazione nel tentativo, fallito, di censurare una notizia. Il cliente dei due legali è un ricco signore italiano che controlla una fortuna in Paraguay, ma non tollera di vedersi collegare a una società offshore svelata dai Panama Papers. Il suo nome è Carlo Sama. Il giornale scopre che ha ottenuto la carica di console onorario del Paraguay, quindi chiama L’Espresso per sapere chi sia. La risposta è facile: è un big di Tangentopoli. Sama è il manager del gruppo Ferruzzi-Montedison che nel luglio 1993, dopo il suicidio di Raul Gardini, ha confessato «la madre di tutte le tangenti»: 157 miliardi di lire (ai valori odierni, 136 milioni di euro) versati fino al 1992 a decine di politici italiani di tutti i partiti di governo dell’epoca. Nell’autunno ’93 lo stesso Sama ha confermato di aver versato 200 milioni di lire anche alla Lega di Umberto Bossi, poi condannato ma tuttora senatore del partito di Matteo Salvini. Ai cronisti del Paraguay, i due legali intimano di non nominare nemmeno la società Agropeco, presieduta dallo stesso Sama, minacciando azioni legali. A quel punto Abc Color chiede le carte di Mani Pulite: da Milano arrivano le confessioni di Sama e la sentenza definitiva che nel 1998 lo ha condannato a tre anni di reclusione. Quindi il giornale scrive tutto: offshore e passato del «console». Nominare la società Agropeco in Paraguay vuol dire toccare una delle potenze agroindustriali del Paese, che affonda le radici nell’impero fondato tra Ravenna e Sudamerica da Serafino Ferruzzi, il padre di Alessandra, moglie di Carlo Sama, e di Idina, la vedova di Raul Gardini. Oggi Agropeco possiede 16 mila ettari di terreni: colture di soia e allevamenti di bovini per «una carne mas natural». Sama ha definito il Paraguay «un paradiso per gli investitori stranieri». E qui ha trovato amici potenti, come Don Juan Etudes Afara, vicepresidente del Paese fino allo scorso aprile, e il presidente in carica, Horacio Cartes, che nel novembre 2016 l’ha nominato console onorario a Montecarlo. Dove Sama ha da anni la residenza legale, con la famiglia, in Boulevard d’Italie. L’Espresso ha esaminato decine di atti che confermano il ritorno di Sama nel pianeta offshore, con nuovi particolari. La società si chiama Miung Development Sa, ha sede a Panama ed è stata costituita il 2 gennaio 2008. I titolari sono anonimi: il capitale nominale di 10 mila dollari appartiene a chi ha in mano un certificato azionario «al portatore». In Italia l’anonimato è vietato dal 1990. A Panama invece neppure lo studio Mossack Fonseca, che amministra la offshore, sa i nomi degli azionisti. Le carte però svelano chi controlla i soldi: il 31 marzo 2008 la neonata società panamense nomina due «procuratori» con pieni poteri di «vendere o acquistare beni in qualunque parte del mondo»: Carlo Sama e Alessandra Ferruzzi. A tenere i rapporti con Panama, all’inizio, è una funzionaria di Ginevra della banca Hsbc. Nel 2011, dopo lo scandalo della lista Falciani, la Miung cambia agente: alla banca svizzera subentra una società di Montecarlo, Cogefi Sam, che ha sede in Boulevard d’Italie 27, a pochi metri da casa Sama. Della Miung si occupa, da allora, il funzionario Alberto Faraldo Talmon. Tra il 2016 e il 2017 la situazione precipita. A Genova viene arrestato un dirigente chiave della Cogefi, Angelo Bonanata: è accusato di aver nascosto all’estero oltre 90 milioni di euro prestati dalla banca Carige alla famiglia Orsero. E il 10 marzo Talmon comunica a Mossack Fonseca di voler trasferire la Miung, «al più presto possibile», in un altro studio di Panama, Pardini & Asociados. Undici giorni dopo, Mossack Fonseca gli chiede di rispettare le norme anti-riciclaggio varate dopo i Panama Papers: l’agente di Montecarlo deve indicare «il beneficiario» della offshore e chiarire «l’origine dei fondi». Intanto a Panama scoprono che il «procuratore» della Miung è stato condannato per Enimont. A quel punto Talmon spedisce il passaporto di Sama, ma chiede di annullare la procura. E il 4 aprile 2017 manda un’email di fuoco: «L’unica attività della Miung è possedere immobili a Monaco. Tutto qui: nessun conto bancario. Quanto al signor Sama, sono storie vecchie e ora è tutto finito! La società va trasferita oggi. Altrimenti avvieremo un’azione legale contro il vostro studio». Per Mossack Fonseca il rapporto si chiude qui. E la Miung passa allo studio Pardini. Ora, per replicare ai Panama Papers, Carlo Sama ha comprato una pagina di pubblicità su Abc Color, dove definisce «infamie» gli articoli sulla Miung. Spiega che al processo Enimont è stato condannato per finanziamento illecito dei partiti, non per corruzione. Precisa che i giudici di Bologna gli hanno concesso la cosiddetta «riabilitazione», che cancella le pene accessorie di una condanna ormai scontata. E pubblica un certificato legale di Montecarlo, trasmesso in Paraguay, dove si legge che «Carlo Sama non ha alcun precedente penale». Sama non è l’unico reduce di Tangentopoli che è tornato agli affari. Una serie di intercettazioni del 2014, depositate a Milano nel processo Eni-Nigeria, documentano incontri e telefonate tra Sergio Cusani, lo stesso Sama e l’ex faccendiere craxiano Ferdinando Mach di Palmstein. Il progetto era di comprare una società di appalti petroliferi di Ravenna, partecipata dal gruppo statale Saipem, per rivenderla a un miliardario nigeriano, chiamato in codice «Kk» o «lo scuro». Un aggancio curato da Vincenzo Armanna, l’ex manager dell’Eni ora imputato per le tangenti in Nigeria, che sognava di dividersi una mediazione del cinque per cento. L’affare è saltato perché il ricchissimo imprenditore africano non si è fidato degli italiani.

Da Calvi a Castellari fino a Gardini strani suicidi e morti "sospette". Nella storia italiana tante le morti sospette di personaggi scomodi, scrive il 18 Giugno 2016 "Il Tempo". Gesto estremo volontario o omicidio «mascherato»? L’interrogativo sulla morte di David Rossi, rilanciato con forza dal video del New York Post e dalle polemiche che ne sono seguite, non è un quesito inedito nella storia d’Italia. Anzi. I suicidi sospetti, purtroppo, sono stati tutt’altro che una rarità negli ultimi trent’anni. Tra i casi più famosi, certamente, quello del banchiere Roberto Calvi. Implicato nel crack del Banco Ambrosiano, viene trovato impiccato a Londra, sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, il 18 giugno 1982. Una morte subito derubricata dalle autorità inglesi in semplice suicidio; ma invece un omicidio per zittire una voce scomoda, secondo familiari e conoscenti. Che, nel 2010, si sono visti confermare la propria tesi da una sentenza della Corte d’assise d’Appello di Roma, in cui si legge chiaramente che «Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso». Ancora più eclatanti le incongruenze emerse dalle indagini sulla tragica fine di Sergio Castellari, ex commissario di polizia diventato in seguito direttore generale degli affari economici del ministero delle Partecipazioni statali, poi consulente Eni e implicato anche in Sapri Brocher ed Efim. L’uomo scompare il 18 febbraio 1993, e dopo qualche giorno i suoi familiari ricevono lettere in cui Castellari annuncia i suoi propositi suicidi. Il suo corpo viene trovato una settimana dopo, nella zona di Monte Corvino, il volto irriconoscibile: manca mezza calotta cranica, portata via da un colpo d’arma da fuoco. Ma il proiettile non viene mai trovato, e la pistola con cui si sarebbe sparato è riposta nella fondina. Il corpo dell’uomo è più corto – di una decina di centimetri – dell’altezza nota del Castellari, e tra le gambe del cadavere viene trovato un sigaro, con tracce di saliva appartenenti a un’altra persona. L’estate dello stesso anno – è il 20 luglio del 1993 – tocca a Gabriele Cagliari, presidente Eni, coinvolto nella vicenda Enimont. Arrestato a marzo dello stesso anno, viene trovato morto sul pavimento del bagno annesso alla cella. Il suo capo è ricoperto da una busta di plastica legata intorno al collo. Ma sul suo viso vengono ritrovate ecchimosi che fanno pensare a una mano esterna. Tre giorni dopo, Raul Gardini si spara con un colpo di pistola alla tempia mentre è disteso sul letto. Nella stanza, però, non si ritrovano residui di polvere da sparo. La pistola con cui si dovrebbe essere sparato viene ritrovata appoggiata sulla scrivania a diversi metri dal letto, priva di impronte. Nemmeno quelle del suicida. Nel 1995 muore in circostanze misteriose, poi ricondotte dalla Procura a un suicidio, Mario Ferraro, 46 anni, tenente colonnello del Sismi. La moglie lo trova impiccato al bagno, nella loro casa dell’Eur, e una lettera dello stesso Ferraro che parla del suo timore di essere ucciso. Ma il caso è archiviato come l’estremo gesto in seguito alla morte della figlia, avvenuta però 8 anni prima. Stessa sorte per il caso di suicidio di Adamo Bove, 42 anni, ex poliziotto e responsabile della security governance di Telecom Italia. Intorno alle ore 12 del 20 luglio 2006, il dirigente parcheggia l’auto a lato della strada e si è getta dal cavalcavia di via Cilea, nel quartiere del Vomero, Napoli. Dopo un volo di una ventina di metri, si schianta su una carreggiata della tangenziale e muore sul colpo. Il dirigente - che era indagato per violazione della privacy per aver «spiato» alcune persone attraverso una rete informatica e coinvolto, pare, anche nel «Laziogate» – non aveva mai manifestato intenti suicidi. Non sono nemmeno stati trovati messaggi scritti lasciati ai parenti o agli amici, alimentando così la tesi – mai dimostrata – dell’omicidio o quanto meno del suicidio istigato. Nella lunga lista dei suicidi sospetti c’è anche Renzo Rocca direttore dell'ufficio per la Ricerca economica e industriale del Sifar per conto del quale finanziò l'istituto Alberto Pollio. Fu trovato morto nel suo ufficio, con un colpo di pistola alla tempia, poco prima di essere interrogato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964. La prova del guanto di paraffina non mostrò tracce di polvere da sparo sulle mani di Rocca, tuttavia il caso fu chiuso come suicidio. Ci fu una maledetta fretta di archiviare la morte per suicidio anche di Omar Pace, colonnello della Guardia di finanza in forza alla Direzione investigativa antimafia che si tolse la vita nel suo ufficio sparandosi alla tempia e che avrebbe dovuto testimoniare il giorno dopo al processo di Reggio Calabria nel quale era imputato l’ex ministro Claudio Scajola per aver favorito la latitanza dell’imprenditore Amedeo Matacena. Era il 4 aprile 2002 quando, invece, i carabinieri di Tivoli trovarono il corpo senza vita di Michele Landi nella sua casa di Guidonia Montecelio, a una trentina di chilometri da Roma. Landi era tecnico informatico, era stato consulente di Umberto Rapetto, tenente colonnello della Fiamme Gialle, e del pubblico ministero di Palermo Lorenzo Matassa. Nelle loro prime dichiarazioni, entrambi esclusero l’ipotesi del suicidio. Matassa pensò a un omicidio maturato in ambienti ben precisi: «Penso ai servizi segreti, quelli che hanno cercato di dare un segnale a chi sta lavorando sull’omicidio del professore Marco Biagi». Nel 2001 si sparò un colpo alla tempia, tre giorni dopo una perquisizione, il responsabile della sicurezza dell’Hotel «Hilton» di via Cadlolo. E qualche mese prima, un suo collaboratore, dipendente di un istituto di vigilanza distaccato all’albergo di Monte Mario, si era tolto la vita nello stesso modo. Alla moglie, prima di farsi saltare le cervella, l’uomo aveva parlato di una sorta di memoriale che stava scrivendo e che riguardava il suo lavoro. Un altro mistero insomma. E non sarebbe stato un suicidio collettivo quello di Gesuino Mastio, 34 anni di Ovodda (Nuoro), della moglie Federica Torelli, 26 anni, e del figlio Alessandro di 6 anni, rinvenuti cadaveri a bordo di una "Mini Innocenti" in una strada di campagna presso Chianciano Terme, in provincia di Siena. Lo disse il padre, Salvatore Mastio rompendo il silenzio sui tragici avvenimenti che sconvolsero la famiglia dopo l'arresto del figlio Agostino, 41 anni, coinvolto e «pentito» nel sequestro dell'imprenditore bresciano Giuseppe Soffiantini. Infine c’è una serie di morti sospette e di testimoni scomparsi dopo la strage di Ustica che il giudice Rosario Priore definì: «Una casistica inquietante. Troppe morti improvvise». Ma allo stato mai nessuna correlazione è stata provata. 

DEVASTATI DA MANI PULITE.

C'è chi si sa difendere, ma non ha il potere di cambiare le cose...

De Luca “scatenato” a La7: accuse ai magistrati messinesi, scrive il 26 novembre 2017 la Redazione di "Messina oggi". Il conduttore Massimo Giletti ha faticato a contenere Cateno De Luca, ospite alla trasmissione in onda su La7, dal titolo “Non è l’Arena”. Il parlamentare messinese è stato ospite nella seconda parte della trasmissione, durante la quale si è parlato del suo “strano” arresto, avvenuto dopo tre giorni dal voto dello scorso 5 novembre. Come si ricorderà, De Luca è stato poi scarcerato dal Tribunale della Libertà, dopo che due giorni prima era arrivata anche l’assoluzione per il cosiddetto “Sacco di Fiumedinisi”. De Luca ha ribadito concetti già noti davanti a migliaia di italiani, ovvero che nel Palazzo di Giustizia messinese vi è una mano nera. Lo ha detto anche il legale di De Luca, Carlo Taormina, il quale ha riferito di altri esposti depositati per fare luce sulla vicenda. “Mafia della magistratura” ha ribadito il deputato neo eletto, davanti alle telecamere scatenando le vibranti reazioni del conduttore che ha preso le distanze, e di Antonio Di Pietro, in collegamento da Milano. A fare la parte dei disturbatori il trio Costamagna-Parenzo-Davi, che hanno tentato di inchiodare De Luca sulla base di notiziole trovate in rete, senza avere contezza di ciò di cui si parlava. Come del resto spesso avviene in questi “show” televisivi dove gli opinionisti parlano anche del “sesso degli angeli”. De Luca in chiusura di trasmissione ha svelato comunque un particolare che non era noto: ovvero che alcuni magistrati del Tribunale di Messina hanno parenti che lavorano nel mondo della Formazione. “Quando Genovese ha detto no a qualche magistrato per lui sono iniziati i problemi”.

DE LUCA: "UNO DEI FIGLI DEL PROCURATORE GENERALE ERA PROPRIO LÌ". Cateno De Luca scatenato da Giletti: “Figli di magistrati assunti nella formazione professionale”, scrive Matteo Scirè il 27 novembre 2017 su "Il Sicilia". Ha attaccato frontalmente la magistratura di Messina per l’inchiesta che lo ha travolto già all’indomani del voto per le elezioni regionali. E’ scatenato Cateno De Luca davanti alle telecamere di “Non è l’Arena”, il programma di Massimo Giletti andato in onda ieri pomeriggio su La7. Quando il presentatore gli ha chiesto il perchè Nello Musumeci ha difeso Genovese e non lui, De Luca ha perso la calma, accusando un pezzo della magistratura dello Stretto di aver sistemato i figli negli enti della formazione professionale gestiti dalla politica e finanziati dalla Regione. “A Messina ci sono magistrati e pubblici ministeri che hanno i figli assunti nella formazione professionale – ha gridato – dove si entra per raccomandazione, per contiguità politica. E’ una delle lotte che ho fatto quando ero in Parlamento, dove si bruciavano 500 milioni di euro l’anno”. Secondo De Luca, le indagini che lo hanno portato agli arresti sarebbero una rappresaglia portata avanti in particolare da un giudice. “Uno dei figli del procuratore generale era proprio lì – ha detto – e quando io l’ho beccato tra le varie indagini che abbiamo fatto stava tentando anche di sistemarlo nel Ciapi, un ente regionale. Questo me l’ha fatta pagare e ha fatto due denunce e tra facendo la terza”. Non si è fatta attendere la replica dell’Associazione Nazionale Magistrati, che con una nota stigmatizza “con forza e fermo disappunto i gravi attacchi e le incresciose strumentalizzazioni, posti in essere da tempo e senza soluzione di continuità, dal neoeletto rappresentante delle istituzioni siciliane, Cateno De Luca, ai danni della funzione giudiziaria e, indiscriminatamente, ai danni dei magistrati messinesi titolari o assegnatari dei procedimenti che lo riguardano”. L’Anm esprime “solidarietà e vicinanza alla magistratura messinese, vittima di queste aggressioni, la quale continuerà ad esercitare le proprie funzioni in silenzio, soggetta solo alla legge, libera, con rigore e serenità”.

Tra De Luca e il procuratore Barbaro è scontro aperto, intervengono i legali del deputato, scrive il 28 novembre 2017 "Messina Ora". Vincenzo Barbaro, procuratore generale di Messina, ha preannunciato, è intervenuto sulla Gazzetta del sud, dopo l’intervento del deputato regionale Cateno De Luca che ha ingaggiato una lotta personale con la magistratura messinese, iniziata subito dopo la restrizione ai domiciliari per la vicenda Caf Fenapi. In seguito a un riferimento al “procuratore generale”, chiamato in causa da De Luca nel corso dell’intervista “Non è l’Arena” di Giletti, a cui è seguita anche una nota dell’Associazione Nazionale Magistrati, Barbaro ha dichiarato: “Non intendo replicare, né sui giornali né in televisione, ai signori De Luca e Taormina, poiché ci penseranno i miei legali nelle competenti sedi”, annunciando di fatto una querela. A Barbaro hanno risposto gli avvocati del deputato, Carlo Taormina e Tommaso Micalizzi, i quali precisano che “in nessuna occasione di tipo mediatico è stato fatto il nome dell’alto magistrato da parte dei difensori dell’On. Cateno De Luca, i quali, pur nell’ambito di un serrato confronto dialettico, hanno sempre serbato comportamenti corretti e di rispetto nei suoi confronti”. “Le aggressioni giudiziarie sofferte dal Cateno De Luca – prosegue la nota – sono il frutto di un complesso organizzato di iniziative provenienti da un sistema massonico e mafioso su cui si fonda il noto verminaio messinese. I nominativi sono stati già resi all’Autorità Giudiziaria di Reggio Calabria, attraverso denunzie presentate dall’On. De Luca, presso la quale, chiunque, ed a maggior ragione il Procuratore Barbaro, potrà recarsi per averne compiuta conoscenza. I difensori dell’On. Cateno De Luca intendono contestualmente evidenziare, che, ad oggi, tutte le circostanze, ricostruzioni, dietrologie e argomentazioni messe a disposizione della difesa da parte del parlamentare siciliano per contrastare le accuse formulate a suo danno, si sono dimostrate veritiere. Per questa ragione essi sono stati e saranno sempre al suo fianco onde supportare la sua azione giudiziaria, in ambito penale e di risarcimento danni, nei confronti di chiunque, magistrato o cittadino comune, attenti alla sua onorabilità, tentando di metterne in discussione onestà, moralità e competenza”, concludono i legali, che annunciano una conferenza stampa, prevista il 12 dicembre nella Chiesa sconsacrata di Santa Maria Alemanna, durante la quale verranno illustrate le iniziative che De Luca ha intrapreso “contro il sistema massonico mafioso imperante a Messina”.

Messina: avvocati De Luca, "mano nera" in uffici giudiziari città, scrive "Adnkronos" il 24 Novembre 2017 riportato da "Il Dubbio". “L’assoluzione di Cateno De Luca da tutti i reati contestatigli in relazione al cosiddetto ‘Sacco di Fiumedinisi’ e l’azzeramento di tutti i reati e di tutte le misure cautelari personali e reali da due organi giurisdizionali nello stesso Tribunale, il giudice delle indagini […] “L’assoluzione di Cateno De Luca da tutti i reati contestatigli in relazione al cosiddetto ‘Sacco di Fiumedinisi’ e l’azzeramento di tutti i reati e di tutte le misure cautelari personali e reali da due organi giurisdizionali nello stesso Tribunale, il giudice delle indagini preliminari e il Tribunale della Libertà, dimostrano senza il minino dubbio che una ‘mano nera’ si aggira negli uffici giudiziari di Messina, la quale da tempo ha deciso che l’opera antimafia e antimassonica del deputato siciliano debba essere fermata”. Lo dicono gli avvocati Carlo Taormina e Tommaso Micalizzi, difensori del deputato regionale dell’Udc, Cateno De Luca, arrestato per evasione fiscale e scarcerato nei giorni scorsi. “Bisogna dare atto alla magistratura illuminata di quel Tribunale – proseguono i legali – di aver avuto il coraggio di elevare barricate di onestà contro questi inverecondi attacchi perpetrati verso un uomo delle istituzioni che ha il torto di fare politica solo con la buona amministrazione e che ha avuto l’ardire di volersi impegnare per la ripulitura del verminaio messinese che abbraccia centri di potere, università e uffici giudiziari”.

L’arrestocrazia e il potere del “Coro antimafia”, scrive Piero Sansonetti l'11 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dal caso De Luca al caso Spada, quando l’arresto mediatico e a furor di popolo conta più le regole del diritto. E chi dissente è considerato un complice dei farabutti. Ieri pomeriggio Cateno De Luca è stato assolto per la quattrodicesima volta. Niente concussione, nessun reato. A casa? No, resta agli arresti perché dopo 15 accuse, 15 processi e 15 assoluzioni, martedì scorso era arrivata la 16ima accusa. E ci vorrà ancora un po’ prima che sia assolto di nuovo. Stavolta l’accusa è evasione fiscale. Non sua, della sua azienda. Cateno De Luca è un deputato regionale siciliano. Era stato eletto martedì. Lo hanno ammanettato 24 ore dopo. L’altro ieri sera invece era stato fermato Roberto Spada. Stiamo aspettando la conferma del suo arresto. Lui è in una cella a Regina Coeli. Roberto Spada è quel signore di Ostia che martedì ha colpito con una testata – fratturandogli il naso – un giornalista della Rai che gli stava facendo delle domande che a lui sembravano inopportune e fastidiose. È giusto arrestare Spada? È stato giusto arrestare Cateno De Luca? A favore dell’arresto ci sono i giornalisti, gran parte delle forze politiche, una bella fetta di opinione pubblica. Diciamo: il “Coro”. Più precisamente il celebre “Coro antimafia”. Che ama la retorica più del diritto. Contro l’arresto c’è la legge e la tradizione consolidate.

Prendiamo il caso di Spada. La legge dice che è ammesso l’arresto preventivo di una persona solo se il reato per il quale è accusata è punibile con una pena massima superiore ai cinque anni. Spada è accusato di lesioni lievi (perché la prognosi per il giornalista è di 20 giorni) e la pena massima è di un anno e mezzo. Dunque mancano le condizioni per la custodia cautelare. Siccome però il “Coro” la pretende, si sta studiando uno stratagemma per aggirare l’ostacolo. Pare che lo stratagemma sarà quello di dare l’aggravante della modalità mafiosa. E così scopriremo che c’è testata e testata. Ci sono le testate mafiose e le testate semplici. Poi verrà il concorso in testata mafiosa e il concorso esterno in testata mafiosa.

Mercoledì invece, dopo l’arresto di Cateno De Luca, non c’erano state grandi discussioni. Tutti – quasi tutti – contenti. Sebbene l’arresto per evasione fiscale sia rarissimo. Ci sono tanti nomi famosi che sono stati accusati in questi anni di evasione fiscale per milioni di euro. Alcuni poi sono stati condannati, alcuni assolti. Da Valentino Rossi, a Tomba, a Pavarotti a Dolce e Gabbana, a Raul Bova e tantissimi altri. Di nessuno però è stato chiesto, ovviamente, l’arresto preventivo. Perché? Perché nessuno di loro era stato eletto deputato e dunque non c’era nessun bisogno di arrestarlo. L’arresto, molto spesso, specie nei casi che più fanno notizia sui giornali, dipende ormai esclusivamente da ragioni politiche. E il povero Cateno ha pagato cara l’elezione. I Pm non hanno resistito alla tentazione di saltare sulla ribalta della politica siciliana. Comunque qui in Italia ogni volta che qualcuno finisce dentro c’è un gran tripudio. L’idea che ormai si sta affermando, a sinistra e a destra, è che l’atto salvifico, in politica, sia l’arresto. Mi pare che più che in democrazia viviamo ormai in una sorta di “Arresto-Crazia”. E che la nuova aristo-crazia che governa l’arresto-crazia sia costituita da magistrati e giornalisti. Classe eletta. Casta suprema.  Gli altri sono colpevoli in attesa di punizione. Poi magari ci si lamenta un po’ quando arrestano i tuoi. Ma non è niente quel lamento in confronto alla gioia per l’arresto di un avversario. Il centrodestra per esempio un po’ ha protestato per l’arresto pretestuoso di Cateno De Luca. Il giorno prima però aveva chiesto che fosse sospesa una fiction in Rai perché parlava di un sindaco di sinistra raggiunto da avviso di garanzia per favoreggiamento dell’immigrazione. Il garantismo moderno è così. Fuori gli amici ed ergastolo per gli avversari. Del resto la sinistra che aveva difeso il sindaco dei migranti ha battuto le mani per l’arresto di Cateno. L’altro ieri intanto è stato minacciato l’avvocato che difende il ragazzo rom accusato di avere stuprato due ragazzini. L’idea è quella: “se difendi un presunto stupratore sei un mascalzone. Il diritto di difesa è una trovata farabutta. Se uno è uno stupratore è uno stupratore e non serve nessun avvocato e nessunissima prova: condanna, galera, pena certa, buttare la chiave”. Giorni fa, a Pisa, era stato aggredito l’avvocato di una ragazza accusata di omicidio colposo (poi, per fortuna, gli aggressori hanno chiesto scusa). Il clima è questo, nell’opinione pubblica, perché questo clima è stato creato dai politici, che sperano di lucrare qualche voto, e dai giornali che un po’ pensano di lucrare qualche copia, un po’, purtroppo, sono scritti da giornalisti con doti intellettuali non eccezionali. E se provi a dire queste cose ti dicono che sei un complice anche tu, che stai con quelli che evadono le tasse, che stai con quelli che danno le testate. Il fatto che magari stai semplicemente col diritto, anche perché il diritto aiuta i deboli mentre il clima di linciaggio, il forcaiolismo, la ricerca continua di punizione e gogna aiutano solo il potere, beh, questa non è nemmeno presa inconsiderazione come ipotesi. Tempo fa abbiamo pubblicato su questo giornale “La Colonna Infame” di Manzoni. Scritta circa due secoli fa. Due secoli fa? Beh, sembra ieri…

P. S. Ho letto che Saviano ha detto che Ostia ormai è come Corleone. Corleone è la capitale della mafia. A Corleone operavano personaggi del calibro di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Corleone è stato il punto di partenza almeno di un migliaio di omicidi. Tra le vittime magistrati, poliziotti, leader politici, sindacalisti, avvocati. Paragonare Ostia a Corleone è sintono o di discreta ignoranza o di poca buonafede. Ed è un po’ offensivo per le vittime di mafia.

P. S. 2. Il giornalista Piervincenzi, quello colpito con la testata da Spada, ha rilasciato una intervista davvero bella. Nella quale tra l’altro, spiega di non essere stato affatto contento nel sapere dell’arresto di Spada. Dice che lui in genere non è contento quando arrestano la gente. Davvero complimenti a Piervincenzi. Io credo che se ci fossero in giro almeno una cinquantina di giornalisti con la sua onestà intellettuale e con la sua sensibilità, il giornalismo italiano sarebbe una cosa sera. Purtroppo non ce ne sono.

Poi, c'è chi ha avuto per 20 anni il potere di cambiare le cose...promettendo ai quattro venti di farlo, ma che non ha saputo difendere se stesso, nè gli altri che diceva di rappresentare.

Berlusconi, gli orologi della Procura spaccano il minuto, scrive Errico Novi il 25 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Ruby ter, la procura di Torino: «Processate l’ex premier». I sondaggi? Tutto bene grazie. L’alleanza? Funziona. Il ricorso a Strasburgo? Ci sono tutte le premesse perché venga accolto. Cosa manca per completare il solito quadretto preelettorale di Silvio Berlusconi? Il rinvio a giudizio, of course. Ieri è stato chiesto, con puntualità svizzera più che piemontese, dalla pm di Torino Laura Longo, che procede nei confronti dell’ex premier per uno dei 7 fascicoli in cui si è sminuzzato il cosiddetto Ruby ter. Nel caso specifico (definire ingarbugliata la vicenda processuale è un eufemismo) si tratta del filone in cui il Cavaliere è indagato con la 32enne Roberta Bonasia. Si tratta di un’ex infermiera poi divenuta soubrette, che all’epoca delle feste organizzate ad Arcore sarebbe stata “additata” da altre giovani come la «preferita», o addirittura la fidanzata dello stesso Berlusconi. Lei, Bonasia, è accusata di aver reso false dichiarazioni nell’ambito dei primi due procedimenti della saga “Ruby”. In quella che, delle prime due puntate, lo riguardava personalmente, Berlusconi è stato definitivamente assolto. A Torino l’ex presidente del Consiglio è sotto inchiesta per corruzione in atti giudiziari, la stessa ipotesi di reato avanzata a suo carico negli altri 6 filoni. Uno dei quali, il principale, rimasto sempre a Milano, in realtà è già a dibattimento. Nella capitale di tutte le indagini a suo carico, quella morale del Paese appunto, il Cav infatti è stato rinviato a giudizio lo scorso 27 gennaio, insieme con altre 23 persone (tra loro, e qui come si vede la geografia processuale si complica, anche una parlamentare, Maria Rosaria Rossi, e Carlo Rossella).

IL FILONE PIEMONTESE. Cosa è successo a Torino? Che la Procura ha ricevuto gli atti dopo lo spacchettamento chiesto (al gup di Milano) e ottenuto dalla difesa di Berlusconi nell’aprile 2016. Giacché la competenza del relativo capo d’imputazione – gli 80mila euro che il Cavaliere avrebbe versato a Bonasia – era appunto a Torino, la stessa Procura del capoluogo piemontese ha rimesso le mani sul materiale inizialmente raccolto dai colleghi lombardi. Ha messo sotto inchiesta Berlusconi e Bonasia all’inizio di quest’anno, e ieri appunto ha depositato la richiesta. Ora si attende che venga vissata l’udienza preliminare. Il legale che, insieme con il professor Franco Coppi, difende l’ex premier in questa schizofrenica storia, Federico Cecconi, spiega: «Non mi è ancora stato notificato alcun atto». Gli avvocati di Bonasia, Maurizio Milan e Giulia Tebaldi, si limitano a dire che la loro assistita «ha sempre contestato l’accusa nei suoi confronti, continuerà a farlo». E soprattutto, che «non ha mai testimoniato il falso». Quanto alle somme fattele pervenire dall’ex premier, aggiungono i legali, si tratta di «denaro che le fu versato come aiuto dopo le disavventure cagionate da quella vicenda». In attesa di capire come finirà a Torino la vera domanda è: quanto durerà il bombardamento? Difficile prevederlo. Probabile in ogni caso che partano raffiche violente. Vediamo perché.

GLI ALTRI 6 RIVOLI. Quella di Torino è solo una delle 7 spie rosse destinate nei prossimi mesi ad accendersi con intermittenza. Delle altre 6, una come detto è già in fase di dibattimento al Tribunale di Milano, ma altri tre filoni d’indagine sono tornati sempre nel capoluogo lombardo, nelle mani della solita Procura da cui tutto è nato. Sono i procedimenti inizialmente smistati a Monza, Treviso e Pescara, che poi i pm milanesi sono riusciti a farsi riassegnare, giacché alle ragazze coinvolte in ciascuno dei tronconi sarebbero continuati ad arrivare benefìci di varia natura anche in tempi recenti. I nomi delle giovani (anche se gli anni passano persino per loro) coinvolte sono i soliti: Aris Espinosa, Elisa Toti, Giovanna Rigato, Miriam Loddo. Proprio dopodomani, lunedì, si celebrerà l’udienza preliminare, davanti al gup di Milano Maria Vicidomini, relativa alle accuse in cui Berlusconi compare insieme con le prime tre delle quattro ragazze di cui sopra. Potrebbe dunque partire subito un altro colpo, un altro rinvio a giudizio. In nessun caso i pm si sono sognati di optare per una richiesta d’archiviazione. Ci sarà insomma una replica a brevissimo. Nell’attesa che vada in scena, e che sia allestito anche il palco in cui si vedrà Berlusconi indagato con Loddo, le udienze del filone principale sono sospese, ma riprenderanno il 29 gennaio 2018, eventualmente con l’accorpamento dei due tronconcini rientrati a Milano, qualora anche in questi ci fossero rinvii a giudizio. Poi potrebbero svegliarsi i fascicoli di Siena (lì l’ex presidente del Consiglio è indagato con un pianista, Danilo Maeiani) e Roma (dove a condividere lo status di imputato è il cantante Mariano Apicella).

LA SAGA DI KARIMA. Una geografia complicatissima. Che sembra una batteria di fuochi sapientemente preparata. Le botte esplodono a tempo, a breve o media distanza, ma in modo che lo spettacolo possa durare a lungo. Certo è che dopo diversi mesi di calma piatta, sorte (?) vuole che tutto riprenda proprio ora che persino Eugenio Scalfari dice di voler votare per Berlusconi. Si potrebbe dire che l’inseguimento continua. È infinito. Vede da anni i magistrati milanesi tentare di braccare il tre volte Capo del governo. Nel caso della saga giudiziaria intitolata a Ruby Rubacuori, al secolo Karima El Marough, si persegue un reato di corruzione in atti giudiziari che sarebbe stato finalizzato a ottenere il silenzio dei teste rispetto all’unico vero possibile reato- fine attribuibile a Berlusconi: quello di aver intrattenuto rapporti sessuali con la stessa Ruby nonostante sapesse che la ragazza era all’epoca minorenne. Il paradosso è che per tale reato- fine Berlusconi è stato assolto con sentenza passata in giudicato. Si è accertato, con il giudizio in Cassazione, che l’ex premier non era consapevole dell’anagrafe di Karima. È come se i pm volessero dimostrare che anche la Suprema corte si sarebbe sbagliata. Una vertigine giudiziaria che si affaccia dritta dritta sulle urne da cui Berlusconi dovrebbe uscire vincitore.

Tempismo un po’ sfacciato, scrive Piero Sansonetti il 25 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il grado di attenzione verso Berlusconi è direttamente proporzionale al peso politico che egli esercita nelle varie fasi della sua carriera politica. Zacchete. I tempi son stati calcolati con grande precisione. La campagna elettorale per le politiche ormai è aperta. I giornali, le tv – tutti i giornali e le Tv – dicono che Berlusconi è tornato protagonista, che ha ripreso la guida del centrodestra, che sta guadagnando consensi, che è al centro della scena. Zacchete. C’è sempre una procura pronta ad agire. Stavolta è toccato a Torino. Alla Procura di Torino gli orologi funzionano benissimo, spaccano il minuto. Ieri mattina l’Ansa ha battuto la notizia della richiesta di rinvio a giudizio di Berlusconi Silvio, per il cosiddetto Ruby ter. I processi per il caso Ruby (rapporti non chiari tra l’ex premier e una ragazza) finora sono tre (più alcuni minori). Il tempismo della procura di Torino stavolta è un po’ sfacciato. Probabilmente, se anche il terzo va in malora, se ne aprirà un quarto, raggiungendo così il record dei processi- Moro (strage di via Fani, sequestro del presidente della Dc e sua esecuzione). Il Ruby quater potrebbe rendersi necessario se la prossima legislatura, come molti immaginano, dovesse durare poco, per mancanza di maggioranza, e se si tornasse a votare entro il 2018. Allora un Ruby quater potrebbe essere indispensabile. Guardate che non sto affatto facendo ironia. Sono serissimo: la mia è una cronaca dei fatti accompagnata da qualche facile previsione. È vero naturalmente che esiste una parte maggioritaria della magistratura, molto seria, che fa molto seriamente il proprio lavoro (giudicare i delitti, accertarli, eventualmente punirli con saggezza ed equilibrio). Ma esiste altrettanto indubitabilmente un pezzo di magistratura, forse piccolo ma in grado di coprire tutto il territorio nazionale, che ritiene invece che il proprio compito sia quello di impedire alla politica di svolgere il suo ruolo: nella certezza che politica e corruzione siano due sinonimi. Questa parte della magistratura è politicamente trasversale. Comprende giudici di sinistra, di destra e grillini. E colpisce destra, sinistra e 5 Stelle. Basta guardare il caso Messina, dove in meno di un mese sono stati presi di mira e colpiti ben cinque candidati alle elezioni, dei quali quattro eletti e uno primo dei non eletti, appartenenti a tutti e tre gli schieramenti politici. Ed è stata posta una ipoteca seria sulla possibilità di formare una giunta regionale con la maggioranza decretata dagli elettori. Spesso, l’obiettivo di alcuni giudici è quello: decidere gli equilibri politici, modificando quelli stabiliti dall’elettorato. Anche perché lo stesso elettorato, per quanto anonimo, siccome vota, è sospettabile, molto sospettabile di voto di scambio, e dunque non è una fonte legittima del potere. La trasversalità della magistratura in guerra con la politica (e con il sistema democratico) non toglie nulla alla attenzione del tutto particolare che viene comunque riservata a Silvio Berlusconi. Il grado dell’attenzione verso Berlusconi è direttamente proporzionale al peso politico che egli esercita nelle varie fasi della sua carriera politica. Negli ultimi anni il cavaliere, dopo la batosta dell’esclusione dal Senato, si era un po’ ritirato in seconda fila, e la magistratura si era messa tranquilla. Gli ultimi sondaggi hanno fatto suonare il campanello di allarme (“torna Berlusconi!! Torna Berlusconi!!), e ieri è partito il nuovo attacco. Sempre ieri si è conclusa la vicenda del senatore Piero Ajello. Il quale ha vissuto sette anni d’inferno perché due mafiosi pentiti lo avevano accusato di voto di scambio e la Procura di Catanzaro aveva dato retta i due mafiosi. I giudici poi hanno accertato che le accuse erano false e Aiello è stato assolto più volte, ieri, definitivamente, dalla Corte di Cassazione. Ha commentato così: «Finalmente posso ricominciare il mio lavoro». All’epoca la Procura aveva chiesto il suo arresto. Non si è conclusa, invece, ma è appena iniziata, – proprio ieri, nelle stesse ore dell’assoluzione di Ajello e della richiesta di processo per il cavaliere – la vicenda del sindaco di Mantova che è stato accusato dai Pm di avere concesso dei finanziamenti a una associazione chiedendo in cambio sesso alla amministratrice di questa associazione. Il sindaco dice che è tutto falso. Ma quello che è più curioso è che anche la vittima della presunta concussione dice che è tutto falso. Non basta: si va avanti. Chissà se anche questa vicenda durerà sette anni. O chissà se, nel frattempo, la politica si convincerà che bisogna trovare il coraggio per dare un alt a questo stillicidio che inquina la lotta politica, la degrada, e indebolisce il prestigio della magistratura.

Fusaro: “Di Pietro dietro le quinte ha avuto un malore ed è crollato a terra dopo la nostra discussione”, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 20 ottobre 2017. “Finita la trasmissione "L’aria che Tira", il signor Di Pietro dietro le quinte si è infuriato e ha continuato a inveire e sbraitare contro il sottoscritto, il quale con olimpica compostezza ha ribadito fermamente che Mani Pulite fu un colpo di Stato. Purtroppo poi si è accasciato a terra perché ha avuto un malore”. E’ il racconto che ai microfoni de La Zanzara (Radio24) fa il filosofo Diego Fusaro, dopo lo scontro agguerrito che lo ha visto protagonista con l’ex leader dell’Idv a L’Aria che Tira, su La7. “Spero che ora Di Pietro stia meglio” – continua – “Da quel che ho visto, è caduto a terra e lo staff della trasmissione lo ha soccorso e portato via in un’altra stanza. Mi è stato chiesto cortesemente di allontanarmi, perché, qualora mi avesse rivisto, avrebbe avuto una ricaduta. Ci hanno dovuto separare durante la discussione, perché Di Pietro stava per mettermi le mani addosso. Io invece ho mantenuto una compostezza atarassica degna di Epicuro e degli dei olimpici”.

Diego Fusaro: “Mani Pulite fu un Colpo di Stato”. Dice bene, ma motiva male. Il filosofo durante una trasmissione in tv fa arrabbiare Antonio Di Pietro, dicendo ciò che storicamente è ormai scontato, scrive Fabio Cammalleri il 23 Ottobre 2017 su "La Voce di New York". Ha ragione Diego Fusaro mentre l'ex magistrato Antonio Di Pietro, nel suo opporsi ad interpretazioni che colgono il profilo extracostituzionale di Mani Pulite, non può continuare a invocare l’argomento giuridico-penale. Ma il limite dell'analisi del filosofo milanese (tutta colpa del “capitalismo selvaggio americano”), lascia sottotraccia il centro della questione: l’uomo e la sua libertà. Qualche giorno fa, Diego Fusaro, noto saggista, docente di Filosofia nell’Istituto Alti Studi Strategici e Politici (IASSP) di Milano (si presenta, con ineffabile dismisura, anche come “allievo indipendente di Hegel e di Marx”), nel corso della trasmissione “L’aria che tira”, ha affermato: “Mani Pulite fu un colpo di Stato”. Era presente Antonio Di Pietro, che è andato in escandescenze, senza tuttavia spiegare perché quell’affermazione sarebbe stata infondata. L’ex magistrato si è limitato a registrare il puro fatto che esistevano i reati perseguiti. Offrendo, però, una risposta solo apparente.

In primo luogo, perché molte accuse mosse dal “Pool” di Milano condussero ad assoluzioni in dibattimento: su 4.520 persone sottoposte ad indagine, 3.200 furono rinviate a giudizio; 1.281, condannate - 965 per patteggiamento - e 1.111, assolte. 1320 casi furono trasmessi ad altre Autorità Giudiziarie. A Milano, circa 1 su due era non colpevole.

In secondo luogo, perchè quando si dubita (non solo da oggi, e non solo da Fusaro, come vedremo) che l’Operazione Mani Pulite abbia avuto una portata, e un significato, extragiudiziari, non si nega il teorico sostrato giuridico-penale del suo oggetto (i reati). Si nega che un tale sostrato possa essere inteso solo in termini atomistici. Cioè, considerando i reati, veri o presunti, ad uno ad uno; e non invece, nel complesso degli effetti determinati dalle indagini e dai processi.

Gli effetti complessivi, a ben vedere, non furono negati nemmeno dagli stessi protagonisti della vicenda. Il dott. Giulio Catelani, al tempo Procuratore Generale di Milano, il 9 Maggio 1993, al quotidiano Il Giorno, dichiarò: “La nostra è una rivoluzione legale e saggia, che dura da poco più di un anno. Ricordatevi che quella francese è iniziata nel 1789 ma è finita solo nel 1794”. Già saggezza e legittimità, riferite ad una “rivoluzione dei giudici”, apparivano qualità imbonitrici; ma nel giro di un “Ricordatevi”, la loro ambiguità si risolveva nel fanatismo e nella nequizia del “Terrore” parigino, evocato a conferire decisiva sostanza a quell’irrefrenato compiacimento. Il paradigma rivoluzionario, anzi, connesso alla “robe” (toga, in francese), finiva col suggellare l’assenza di ogni moto democratico e socio-economico: crudamente inneggiando al precedente del boia, viatico solo di approdi cruenti ed elitari. Perciò, Di Pietro, per entrambe queste ragioni, nel suo opporsi ad interpretazioni che colgono il profilo extracostituzionale di Mani Pulite, non può fondatamente invocare l’argomento giuridico-penale. Si tratta di vedere se, a partire dal dato pacifico che non fu scolastica “scoperta di reati”, sia plausibile, nei termini proposti da Fusaro, quella urticante espressione: “Colpo di Stato”. Egli afferma di aver già chiarito la sua critica ne “Il Futuro è nostro” (Bompiani 2014); e, comunque, ancora nell’Aprile del 2015, precisava: “…fu un vero e proprio colpo di Stato, che rese possibile l’abbandono del welfare State e di quelle forme politiche che, pur corrottissime, ancora ponevano in primo piano la comunità umana e i suoi bisogni concreti…”; “Occorreva attuare la cosiddetta “rivoluzione liberista”, per consentire l’avvento del “…capitalismo selvaggio americano senza diritti e garanzie”. Ponendo, in questo modo, una spiegazione di matrice marxistica (“marxiana”, tiene, anzi, a precisare): grandi movimenti di capitale, piccole pedine. Matrice, peraltro, nemmeno originale.

Nel 1995, il Prof. Gianfranco La Grassa, docente di Economia Politica a Pisa e a Venezia, che, pur attraverso successive evoluzioni, non ha mai disconosciuto il suo “marxismo critico”, contribuì ad un volume collettaneo (“Il teatro dell’assurdo. Cronaca e storia dei recenti avvenimenti italiani.”), e scrisse: “Questi uomini (e partiti) non sono stati perseguiti per fini di giustizia, ma solo per motivi politici di trapasso d’epoca, di distruzione del Welfare State all’italiana…”. 

Il filosofo Costanzo Preve (amico e maestro di Fusaro), in passato, anche coautore di un saggio con lo stesso La Grassa (oggi, sono invece in dissidio teorico), nel 2011 dichiarò: “Alcuni anni fa mi trovai a Milano in un dibattito pubblico con Gherardo Colombo… In sua presenza esposi… la mia tesi storico-politica… a mio avviso Mani Pulite… di fatto, era stato un colpo di Stato giudiziario extraparlamentare, che aveva distrutto una prima repubblica italiana, certamente corrotta, ma anche assistenziale e proporzionalistica… Avrei anche potuto parlare turco. Il cortese Colombo non contrappose una sua lettura storica alternativa alla mia, ma parlò di “obbligatorietà dell’azione penale”… Ora, io non mettevo assolutamente in discussione che  i reati di corruzione e di concussione richiedono l’obbligatorietà dell’azione penale… desideravo che il tema non venisse soltanto discusso in modo giudiziario, ma storico. Ma fu come passare dal turco al mongolo parlato e stretto”. Secondo Preve, Mani Pulite avrebbe preparato il terreno ad un “personale politico” al servizio del “…capitale finanziario e dell’impero militare americano”. Tutto questo, per dire che la locuzione “Colpo di stato”, riferita a Mani Pulite, nel campo variamente marxista, non è inedita, e nemmeno recente. Il limite di queste analisi è che procedono per categorie causali così vaste (“Il capitale finanziario americano”, Preve; “il capitalismo selvaggio americano”, Fusaro), da lasciare erroneamente in sottotraccia il centro della questione: l’uomo, uno per volta, e la sua libertà. Peraltro, anche considerando “il capitale finanziario” un fattore primario nelle cose del mondo, non sarebbe stato inevitabile accantonare l’individuo e l’avvento di un Potere Neoinquisitorio: che è, e rimane, “l’effetto fondamentale” di Mani Pulite.

Nel 1999, infatti, Luther Blisset Project, pseudonimo collettivo di un gruppo di intellettuali underground, (Der Spiegel, nel 1997, scrisse che ne era parte essenziale Umberto Eco, ma l’ipotesi non è mai stata riconosciuta, o dimostrata), divenuto molto famoso con il romanzo “Q”, in un ricco saggio, intitolato “Nemici dello Stato, Criminali, ‘mostri’ e leggi speciali nella società del controllo” (Derive Approdi, 1999), a proposito di Mani Pulite, osservavano: “Personalmente, noi ci accorgiamo che le cose non sono come sembrano quando Sergio Cusani e Bettino Craxi nominano come difensori due noti ‘avvocati compagni’, entrambi veterani dei processi politici anni ‘70-‘80, rispettivamente Giuliano Spazzali ed Enzo Lo Giudice.”. E pur riproponendo una filigrana di tipo “capitalistico” (“…regolamento di conti… tra diverse sezioni di capitale… vedi l’esempio di Mani Pulite…”), però, aggiungevano: “Mani Pulite è l’apice del giustizialismo, dello strapotere dei Pm, della praesumptio culpae, dell’abuso della carcerazione preventiva, della trasformazione dei magistrati in eroi-giustizieri popolari, immacolati e impavidi.” Che è, ragionevolmente, un riportare l’analisi dal cielo alla terra. Qui, alla fine, prevalse una “forza logica di gravità”: a dispetto del pur citato criterio “categoriale” e universalistico.

Indefesso difensore, “da sinistra”, della libertà dell’uomo in carne ed ossa, è Frank Cimini: storico giornalista critico de Il Mattino, oggi anima del blog giustiziami.it., declina un giudizio più circoscritto e comprensibile: “Mani Pulite fu un regolamento di conti all’interno della classe dirigente di un paese, con la scusa della “lotta alla corruzione”.  E, con tragica ironia, la mette riassuntivamente così: “Beato chi cerca giustizia, perchè sarà giustiziato”. Ed è proprio questo il guasto da cui non si dovrebbe mai distogliere lo sguardo; quello di uno stabile e incontrollabile abuso sulle libertà delle persona. Come pare faccia invece anche Fusaro: proprio laddove intenderebbe rilanciare, e giustamente, la questione della “natura giuridico-politica” di Mani Pulite. Sguardo che non hanno distolto altri e autorevoli critici. Mauro Mellini, avvocato di esemplare dirittura, già Deputato radicale e componente laico del CSM, con un’opera di indiscutibile nerbo critico (“Il golpe dei giudici”, 1994, Spirali-Viel); o, negli Stati Uniti, Stanton H. Burnett e Luca Mantovani, con “The Italian Guillotine. Operation Clean Hands and the overthrow of Italy’s First Republic” (Rowman&Littlefield, 1998; che, sin dal titolo, riconobbe giusto risalto al “modello originario”). Distogliendo lo sguardo si rischia di dimenticare questo: “Se si creano situazioni di emergenza nelle quali diviene indispensabile comprimere i diritti individuali, per ripristinarel’ordinamento giuridico, allora, nell’interesse comune, sono favorevole alle restrizioni di diritti individuali” (Francesco Saverio Borrelli, Micromega 4/1995). Diritti individuali. Di ciascuno. Restrizioni. Si rischia di dimenticare il lascito di Mani Pulite: regressivo nelle parole e nelle persone. I suoi eredi. Il suo futuro.

Cosa resta del patto tra pm e giornali 25 anni dopo Tangentopoli. Parlano gli "eretici" di Mani Pulite Cimini, Sansonetti e Facci, scrive Nicola Imberti il 18 Febbraio 2017 su "Il Foglio". “La vera separazione delle carriere che la politica dovrebbe fare è quella tra giornalisti e magistrati inquirenti”. Frank Cimini pronuncia la frase con leggerezza, a mo’ di battuta. Confermando la capacità, che in tanti gli riconoscono, di dire sempre quello che pensa. Soprattutto quando si tratta di magistrati. Per gli etichettatori seriali è una “voce fuori dal coro”. Fin da quando, dopo aver fatto il ferroviere e il giornalista praticante del Manifesto, entrò per la prima volta al Palazzo di Giustizia di Milano, alla fine degli anni Settanta. Poi, nel 1992, l’inizio di Tangentopoli. Da cronista del Mattino Cimini racconta ciò che sta accadendo. Anche quello che gli altri sembrano non vedere. Anni dopo ci sarà chi scriverà di un patto tra magistrati e giornalisti. Informazioni selezionate e distribuite accuratamente alla stampa, telefonate tra i vertici dei principali quotidiani per decidere la linea, articoli che colpivano con precisione chirurgica. “In realtà – spiega al Foglio – questo meccanismo che lega inquirenti e mezzi di informazione c’è sempre stato. Soprattutto nella fase delle indagini preliminari in cui il pm è il signore assoluto. Durante Tangentopoli ci fu uno scambio. Gli editori dei “giornaloni” si schierarono e ottennero l’impunità. Fu un do ut des”. Insomma, per Cimini, non c’era bisogno di sottoscrivere accordi, tutto si svolse quasi “naturalmente”. Meno “naturale” fu invece il potere che i magistrati si trovarono a gestire: “Dopo che la politica aveva affidato il compito di risolvere il problema del terrorismo, nel 1992 decisero di “presentare il conto”. Vedendo che la politica era debole, decisero di scardinarla. Così diventarono un potere che nessuno è più riuscito ad arginare”.

Eppure guardando a ieri e a oggi, è difficile non cogliere delle analogie, un paradigma che si ripete. Soprattutto quando si parla di inchieste giudiziarie che finiscono centellinate sulle pagine dei giornali. “E’ vero – dice Piero Sansonetti – il paradigma è lo stesso, ma c’è una differenza sostanziale”. Sansonetti, che adesso dirige Il Dubbio, nel 1992 era all’Unità, ed è stato uno dei primi a raccontare di quel “pool” di giornalisti e direttori che, in maniera coordinata, pubblicava le notizie fornite dai pm di Milano. “Quel patto non è mai stato sciolto. Ma a quell’epoca c’era un disegno politico molto preciso. Il pool di Milano si sentiva investito di un compito etico, quello di purificare la società e lo stato. L’obiettivo era demolire la democrazia dei partiti. Che infatti da allora non è più esistita, mentre la magistratura ha conquistato un potere politico abnorme che nessuno ha più messo in discussione”. “Oggi – aggiunge – non vedo un disegno preciso. Certo, il meccanismo è lo stesso. Prenda il caso Raggi. Si vìola il segreto d’ufficio, i quotidiani pubblicano le stesse notizie con gli stessi titoli, ma qual è il disegno? Mi sembra difficile sostenere che la magistratura voglia colpire i grillini. Piuttosto direi che si tratta di gruppi singoli che puntano a garantirsi il proprio potere. A mostrare la loro forza. E comunque resta una domanda: perché davanti a violazioni palesi del segreto d’ufficio non ci sono mai indagini?”.

Filippo Facci, altro giornalista “eretico” di quella stagione nonché autore di un libro dal titolo “Di Pietro. La storia vera”, non vede un parallelismo tra passato e presente: “Quello che accadde con Tangentopoli è un fatto mai accaduto prima. C’era un pool di giornalisti che comprendeva tutti e la distribuzione era equanime. Non solo, alcuni cronisti erano apertamente schierati e il loro comportamento aveva dei fini istruttori. Perché i materiali, le carte, i nomi che venivano forniti servivano per favorire il pellegrinaggio in procura dei protagonisti di quelle inchieste. Prima di allora c’erano degli schieramenti: ad esempio il Corriere con il Giornale, Repubblica con l’Unità. Ma servivano più che altro per coprirsi in maniera minima su alcune notizie”. E poi c’era il contesto. “Il 95 per cento dell’opinione pubblica era schierato. Anche allora c’era la crisi economica – sottolinea – ma si pensò che il malcontento potesse essere canalizzato e che la colpa definitiva potesse essere attribuita ai tangentari. Oggi no. C’è una tale indolenza. Le vicende della Raggi, ad esempio, sono imbarazzanti sia perché insopportabilmente faziose, sia perché i grillini reagiscono in maniera scomposta riproponendo, quasi 50 anni dopo, campagne contro un altro Calabresi. Ma non ci vedo né un particolare protagonismo dei pm, né la volontà di renderli protagonisti. Mi pare più una forma di gratificazione. Un compiacimento, un mantenere alta l’attenzione mediatica attorno a inchieste che ci rendono protagonisti”.

Quelle trame Davigo-Grillo per estromettere Berlusconi. Tre incontri con l'ex pm per ideare l'emendamento che vieterebbe al Cavaliere di rimanere capo politico, scrive Giampiero Timossi, Domenica 1/10/2017, su "Il Giornale". Piercamillo Davigo è un uomo d'ingegno e infatti non perde occasione per ricordare: «I magistrati non possono far politica, non la sanno fare». Solo che poi dimentica quello che dice a verbale e ascolta la voce del suo Io interiore. È un quarto di secolo che uno degli eroi del pool di Mani Pulite continua a far politica. Lasciata la guida dell'Associazione Nazionale Magistrati e tornato in Cassazione, Davigo corre da un convegno all'altro, passa dalla festa del Fatto Quotidiano (dove ovviamente ribadisce il concetto che i magistrati non sanno fare politica), quindi incontra il leader del movimento che gli piace di più, i Cinque Stelle di Beppe Grillo. «Tre incontri nelle ultime tre settimane», trapela dall'entourage grillino. Tre incontri per mettere definitivamente a punto la regola «ammazza-Berlusconi». Un emendamento al rispolverato Rosatellum che dice: «Chi è incandidabile non potrà essere il capo politico di una coalizione». Così l'insidia Berlusconi sembra neutralizzata con un emendamento ad personam, alla faccia della decisione della Grande Chambre della Corte dei diritti dell'uomo, che si dovrebbe pronunciare entro il 22 novembre sul ricorso presentato dai legali dell'ex premier. L'ultima variante in commercio dell'«ammazza-Berlusconi» arriva da un'idea nata qualche settimana fa e ha iniziato a prendere forma quando sono uscite le regole, tutte nuove, per trovare il candidato premier. C'era il palese tentativo, ovviamente riuscito, di «blindare» l'elezione dell'indagato Di Maio. Ma c'era anche dell'altro, perché il nuovo testo sentenziava: chi vincerà la consultazione on-line diventerà subito nuovo capo del partito. Una definizione in apparenza quasi anacronistica, per alcuni vuota di un vero significato e capace solo di irritare la fronda grillina contraria all'ascesa di Di Maio. Storie, ora quella precisazione rende ancor più chiaro il progetto nato dalla coppia Davigo-Grillo: «sostituire» il capo politico del M5s. Perché, in base all'emendamento presentato due giorni fa, anche il comico genovese non potrebbe guidare il Movimento. Impossibile per chi, come lui, è stato condannato in via definitiva. Lo ha già fatto? Vero, ma ora non più, così come in passato Grillo non era stato candidato, per non violare apertamente i paletti della legge Severino. Adesso, con il solito tempismo, il leader comico ha lanciato la «rivoluzione d'ottobre», vuol far sapere che tutto il potere è nella mani di «Giggino», mentre lui farà ancora una volta un passo di lato, per poi sostenere commosso «che non lascerà mai», ma cercando in verità di smarcarsi. Ed è tutto uno smarcarsi, giusto per restare sempre in campo, ma nelle posizioni ogni volta più congeniali alle proprie aspirazioni politiche. Vale per Grillo, certo. Ma potrebbe anche valere per Davigo. Lui, o chi per lui, aveva cullato il sogno che qualcuno lo investisse dell'ingrato compito di diventare il candidato premier a Cinque Stelle. Il gioco sarebbe valso la candela: anche se un magistrato non sa fare politica potrebbe sempre imparare, soprattutto se in palio c'è la possibilità di governare l'Italia. Solo che nessuno ha chiesto alla toga di diventare premier, perché era già tutto apparecchiato per servire Di Maio. Pazienza, resterebbe viva l'ipotesi di una futura nomina a ministro di Giustizia, magari dirottando il collega Nino Di Matteo all'Interno. Ipotesi, per ora. Perché tra tanti concorrenti, alla fine Davigo potrebbe spiccare il volo. Diventando per i Cinque Stelle il candidato ideale per la presidenza della Repubblica. Passando da Tangentopoli al Quirinale, grazie a una marcia lunga 25 anni. E un percorso alternativo davvero ingegnoso.

POLITICA DELLA PAURA, scrive il 3-10-2017 “L’Avanti". “Un consenso che si fonda sulla paura delle manette”: parte da qui la proposta socialista per l’istituzione urgente di una commissione di inchiesta parlamentare attorno agli effetti dell’inchiesta giudiziaria “Mani Pulite” sulle elezioni politiche del 1994 e sul sistema politico italiano degli anni successivi. L’iniziativa è nata in seguito alle dichiarazioni dall’ex magistrato Antonio Di Pietro, rilasciate ad alcuni organi di informazione. “Ho fatto una politica sulla paura” – ha detto Di Pietro, già leader del movimento politico Italia dei Valori. “La paura delle manette, l’idea che “sono tutti criminali”, la paura che chi non la pensa come me sia un delinquente. Poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi verso la terza età, mi sono accorto che bisogna rispettare anche le idee degli altri”. E ancora: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite, e con l’inchiesta Mani Pulite si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali”. La proposta di legge è stata presentata dal Psi in entrambi i rami del Parlamento e porta la prima firma del deputato Oreste Pastorelli alla Camera e del senatore Enrico Buemi a Palazzo Madama. “Vogliamo fare chiarezza sul comportamento di un magistrato – afferma Nencini nella conferenza di presentazione della proposta – che dichiara vent’anni dopo: “Abbiamo raggiunto il consenso grazie alla paura delle manette’. Siccome questo non è uno stato inquisitorio, ma uno stato di diritto, vogliamo capire cosa si nasconde dietro a ciò che dichiara un ex magistrato”. Il segretario del Psi precisa che “non si tratta di legare la commissione d’inchiesta a questo o quel partito. Non chiediamo di indagare su tangentopoli, di cui non ci interessa nulla, chiediamo che la commissione lavori per capire cosa c’è dietro” alle parole di Di Pietro: “È stato applicato il diritto o la paura delle manette? Vogliamo chiarezza su questo punto”. “Di Pietro – dice ancora Nencini – ha parlato di ‘politica della paura e delle manette: parole da Stato inquisitorio, non da Stato di diritto, termini lontani da una giustizia giusta. Con una commissione d’inchiesta vogliamo sapere se i metodi utilizzati siano stati generalmente quelli ricordati da Di Pietro e se i diritti della difesa siano stati lesi o garantiti. Di Pietro renda ancora più esplicita la sua dichiarazione di cui riconosciamo il coraggio: con politica della paura e delle manette a chi si riferisce? Al clima generale del tempo o dietro la frase ci sono nomi e persone precise che sono state arrestate ed escluse dalla politica? Serve un secondo atto di coraggio, Di Pietro riempia di contenuti queste parole”. Per Nencini ormai esiste la “giusta distanza storica per cercare la verità oggettiva. Vogliamo ripristinare la verità storica e crediamo che la strada maestra per far luce sia quella parlamentare”. Si tratterebbe di una commissione d’inchiesta bicamerale, composta da 20 deputati e 20 senatori, con un rappresentante per ciascun gruppo presente in Parlamento. La durata della commissione è prevista di sei mesi. “Vogliamo – aggiunge Enrico Buemi- che sia ristabilita una verità storica a prescindere dalle sentenze. Quello insomma di verificare lo stato di diritto in un Paese democratico é un dovere. Occorre capire se si è agito in nome della legge o se si sono usati altri percorsi”. “Non é nostro obiettivo quello di individuare responsabilità personali, non è questo il punto. L’obiettivo è la ricerca delle verità. Una verità storica prescindendo dalle sentenze che ormai sono passate in giudicato”. La commissione dovrà occuparsi anche di un altro punto. “Quello della pressione mediatica che è scesa in campo con tutto il peso di cui disponevano i mass media”. Pia Locatelli, vicepresidente dell’Internazionale socialista e capogruppo Psi alla Camera, ricorda Moroni “che perse la vita oppure i danni arrecati a Del Turco e Mastella. Di Pietro fa un revisionismo di comodo. È lapalissiano che voglia candidarsi. D’Alema ha riabilitato Bettino Craxi con parole degnissime, ma in ritardo di qualche lustro”. Per Oreste Pastorelli “il tema interesserà l’intera politica. Non deve essere un argomento dei socialisti, ma della politica in generale. E dopo le parole di uno degli attori principali di quel periodo ci siamo sentiti in dovere di chiedere l’istituzione di una commissione per far emergere la verità”.

Nencini: «Paura e manette, ora la politica indaghi su Tangentopoli», scrive Giulia Merlo il 4 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Dopo le “confessioni” di Antonio Di Pietro, i socialisti chiedono una commissione d’inchiesta: «Mani pulite ha distrutto i partiti del ‘900». Una commissione d’inchiesta parlamentare sul Tangentopoli, per chiarire gli effetti dell’inchiesta sulle elezioni del 1994. La proposta, presentata alla Camera dal Partito socialista, «nasce dalle dichiarazioni del leader del pool, Antonio Di Pietro, il quale alcuni giorni fa ha dichiarato: “Abbiamo costruito il consenso sulla paura delle manette”», ha spiegato Riccardo Nencini, segretario socialista e viceministro dei Trasporti.

I socialisti chiedono una commissione d’inchiesta su Tangentopoli. La vendetta è un piatto che va servito freddo?

«Non c’entra nulla. Guardi, avrei trovato gravi le parole di Di Pietro anche se militassi in un partito diverso. Si tratta di dichiarazioni che suscitano reazioni al di là dell’appartenenza politica: quando un ex magistrato, riferendosi alla sua attività negli anni in cui vestiva la toga, mette insieme «consenso» e «paura delle manette», crea un connubio proprio degli stati inquisitori e totalitari. A lei non sembra pericoloso, in uno Stato di diritto? A questo bisogna pensare, indipendentemente dall’appartenenza politica dei singoli».

E quale mandato dovrebbe avere la commissione d’inchiesta?

«La commissione dovrà fare anzitutto chiarezza. Già ne 1992 e negli anni successivi si mise in dubbio la tecnica con cui venne portata avanti l’inchiesta di Mani Pulite, e ora quei dubbi trovano conferma nelle parole del massimo protagonista di quel periodo. Di più, le sue ammissione aprono il campo a ulteriori domande».

Per esempio?

«Per esempio bisogna chiarire se il sistema utilizzato nelle indagini e nell’inchiesta sia stato corretto e se i diritti della difesa siano stati lesi o meno. Se, come ha detto Di Pietro, è la paura delle manette che crea il consenso per proseguire l’indagine, in cosa si sostanzia questa paura delle manette? Di Pietro dovrebbe essere più chiaro: c’è un riferimento specifico, dietro le sue parole? La mia non è una illazione politica ma una riflessione a partire da ciò che ha dichiarato un magistrato importante, nell’interesse dello Stato».

Lei immagina che si sia trattato di una linea di condotta generalizzata nella magistratura dell’epoca?

«Io mi chiedo e vorrei chiedere a Di Pietro se quello che ha descritto era una fenomeno che riguardava soltanto lui. Dopo questa prima ammissione di verità, anche coraggiosa da parte sua, ne dovrebbe seguire una più specifica: lui sostiene che si costituì il consenso sulla paura delle manette, e allora dovrebbe fare nomi, cognomi, episodi…»

Il giudizio è pesante e rischia di cadere sull’intera categoria della magistratura.

«Senta, conosco ottimi magistrati e so benissimo che non tutti la pensano come Di Pietro. Si tratta, però, di dichiarazioni pubbliche mai smentite e in un paese civile si ha il dovere di chiedere di più, soprattutto vista la rilevanza avuta da Tangentopoli nella storia del Paese».

Che effetti ha provocato Tangentopoli per la politica italiana?

«Intanto ha consentito l’anticipazione di alcuni fatti: l’Italia è stato il primo Paese a sperimentare la politica dell’uomo solo al comando, dopo la distruzione dei partiti. Il fenomeno è apparso anche altrove, negli anni successivi, ma lì i partiti sono rimasti, anche se hanno cambiato caratteristiche e organizzazione. Da noi, invece, Mani Pulite ha imposto un’accelerazione al fenomeno della distruzione dei partiti di stampo novecentesco, dovuta non a un cambiamento sociale ma all’intervento della magistratura».

Eppure, riprendendo le parole di Di Pietro, di quale «consenso» aveva mai bisogno la magistratura, per condurre quell’inchiesta?

«E’ esattamente questo il punto da chiarire: proprio perché la magistratura non ha bisogno di consenso il fatto è grave. Un’indagine non si parametra sul consenso che esternamente si riceve, eppure nel 1992-‘ 93 Di Pietro ha ritenuto che il consenso fosse necessario per procedere a tappe forzate in un’indagine di cui ben conosciamo gli esiti. Non solo, rimane aberrante il binomio manette consenso, che poco ha a che vedere con l’esercizio della giustizia ma adombra l’inquietante sensazione di un potere giudiziario che punta a volersi sostituire al potere politico».

A 25 anni da Tangentopoli, in questi mesi si sta allungando la lista di politici assolti dopo inchieste molto enfatizzate sulla stampa. La politica ha ora buone ragioni per rifarsi sulla magistratura?

«No, io non credo che la politica viva un senso di rivalsa. Rilevo però, citando solo due casi, che l’inchiesta su Mastella provocò la caduta del governo Prodi, mentre il caso Orsoni ha azzerato il comune della città di Venezia. Tutto questo mi fortifica nelle mie convinzioni: la necessità della separazione delle carriere tra giudice e pm e della responsabilità civile dei magistrati».

Tornando alla commissione d’inchiesta, lei crede che troverà consenso tra i suoi colleghi in Parlamento?

«Ma certo, io spero che i colleghi mi diano il sostegno. Immagino che siano preoccupati quanto me se un ex magistrato, riferendosi alla sua precedente attività in toga, si esprime nei termini usati da Di Pietro. Oggi presenteremo la proposta di legge alla Camera, poi lo faremo al Senato e speriamo sia calendarizzata. Se così non fosse, ci rivolgeremo al ministro della Giustizia, Andrea Orlando».

Di Pietro confessa: "Ho fatto politica sulla paura delle manette". Il mea culpa dell'ex magistrato, che ammette di aver considerato "un criminale" chiunque non la pensasse come lui. La feroce (tardiva) autocritica del paladino di Mani Pulite, scrive Valerio Valentini l'8 Settembre 2017 su "Il Foglio".  A dire certe cose di Antonio Di Pietro – tipo che l'ex pm ha costruito il consenso politico sulla paura delle manette, demonizzando qualsiasi avversario politico e dipingendo un'intera classe dirigente come una masnada di criminali – si rischiava di passare subito per biechi antidipietristi difensori di tangentisti e corrotti. Almeno fino ad oggi. Perché ora, a dire certe cose di Antonio Di Pietro, è proprio l'ex magistrato. La confessione, o se preferite il mea culpa, arriva durante un collegamento video con lo studio di “L'Aria che tira estate”, trasmissione condotta da David Parenzo su La7. Mancano pochi minuti a mezzogiorno, e il dibattito in studio si trascina, un po' stancamente, sulla propaganda di alcuni partiti che speculano sull'infondato timore della diffusione di malattie letali legate all'arrivo dei migranti, quando Di Pietro coglie l'occasione per ammettere le proprie “colpe”. “Se si cerca il consenso con la paura, lo si può ottenere a 3 giorni, a un'elezione, ma poi si va a casa. Io ne sono testimone, ché ho fatto una politica sulla paura e ne ho pagate le conseguenze”. Sgomento e incredulità tra gli ospiti, ma solo per un attimo. Poi subito scatta l'applauso, con Parenzo che chiede all'ex leader dell'Italia dei Valori di chiarire meglio il significato delle sue dichiarazioni: “In che senso, paura?”. Risponde Di Pietro: “La paura delle manette, la paura del, diciamo così, “sono tutti criminali”, la paura che chi non la pensa come me è un delinquente e quant'altro. Poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi verso la terza età, mi rendo conto che bisogna rispettare anche le idee degli altri”. Lo stupore per questa inattesa, feroce autocritica, è enorme. Tanto che sia l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, sia la deputata berlusconiana Laura Ravetto insieme alla collega renziana Simona Malpezzi, restano indecisi su come reagire. Il primo a parlare è Luigi Crespi, ex sondaggista di fiducia del Cav, che soddisfatto afferma: “Questo è un pezzo di storia”. Cui si aggiunge, subito dopo, anche un passaggio su Tangentopoli: “Io porto con me una conseguenza. Ho fatto l'inchiesta Mani Pulite, con cui si è distrutta l'intera Prima Repubblica: il male, e ce n'era tanto con la corruzione, ma anche le idee. Ed è così che sono nati i cosiddetti partiti personali: Di Pietro, Bossi, Berlusconi e quant'altro. Ovvero partiti che hanno al massimo il tempo della persona”. A qualcuno, certo, potrà forse apparire tardivo, questo radicale ripensamento. A qualcuno perfino sospetto, arrivando a pochi giorni di distanza dall'annuncio semiserio dello stesso Di Pietro su un suo eventuale ritorno in politica – magari tra le schiere dei bersaniani di Mdp. Intanto, comunque, la deposizione può essere messa agli atti. Poi si vedrà.

A 25 anni dalla morte di Moroni non c'è bisogno di Di Pietro per capire i danni di Mani Pulite. L'ex pm avrebbe fatto autocritica sull'inchiesta. Ma se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere o magari spieghi come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni, scrive Fabio Cammaleri il 27 Settembre 2017 su "Il Foglio". La notizia sembra questa: che Antonio Di Pietro avrebbe svolto un’autocritica su Mani Pulite. Più in particolare, ha affermato di aver capito, a 67 anni, che “...ho fatto una politica sulla paura...la paura delle manette...la paura del, diciamo così, ‘sono tutti criminali’, la paura che chi non la pensa come me sia un delinquente”. E poi aggiungendo: “...con l’inchiesta Mani Pulite, si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali”. Mani Pulite, e la sua critica storico-sistemica accompagnano alcuni, pochi, convinti dubbiosi, da molti anni: perciò, per costoro, nessuno stupore. Critica ai suoi presupposti: la deliberata indistinzione fra piano individuale, il delitto; e piano generale, il finanziamento dei partiti di massa in un contesto internazionale parabellico. Critica, soprattutto, al suo svolgimento, che è diventato la sua più durevole conseguenza: la strumentale soppressione, per deformazione, del processo penale. E senza processo penale, non ci può essere democrazia, ovviamente. E’ ovvio che la “Rivoluzione Italiana” sia stato questo. E nemmeno stupisce l’allocuzione del Nostro: che di uscite apparentemente sorprendenti, e irrelate le une alle altre, ha costellato il suo profilo pubblico. Le parole su una qualsivoglia causa (qui, Mani Pulite) svaniscono nell’irrisorio, quando non ricevano nerbo e autorità da un’azione sulle conseguenze (qui, lo svuotamento democratico della Repubblica Italiana). Caso vuole che in questi giorni sia venuto il XXV anniversario di un certo fatto. Così ci capiamo. Fu invece un fatto esplicativo, quello: non solo per lo specifico modo in cui cadde sulla vita civile della comunità nazionale. Ma perché svelò un Catone Uticense del nostro tempo: che seppe fissare, lucidamente, la portata di Mani Pulite sulla democrazia italiana. In corso d’opera. Con orgoglio tragico levò la sua voce contro quegli infausti fasti, intessendo la sua parola di umana verità, di suprema verità. A capo chino, volgiamoci alla sua memoria: “...quando la parola è flessibile, non resta che il gesto. Mi auguro solo che questo possa contribuire a una riflessione più seria e più giusta, a scelte e decisioni di una democrazia matura che deve tutelarsi. Mi auguro soprattutto che possa servire a evitare che altri, nelle mie stesse condizioni, abbiano a patire le sofferenze morali che ho vissuto in queste settimane, a evitare processi sommari (in piazza o in televisione), che trasformano un’informazione di garanzia in una preventiva sentenza di condanna. Con stima. Sergio Moroni”. Era il 2 Settembre di venticinque anni fa. Scriveva al Presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il “gesto”, come si ricorderà, prese la forma di un colpo di carabina con cui il deputato socialista si uccise: “l’atto conclusivo di porre fine alla mia vita”, nelle sue parole. Fu trovato la sera, riverso nella cantina della sua casa di Brescia. Aveva 45 anni. Venne affermato che poteva averlo fatto per la vergogna. Oppure perché aveva un tumore. Il tumore fu smentito il giorno dopo dal fratello, con mesta nettezza. Sulla vergogna, su chi e perché, se ne potrebbe ancora discutere. Giustappunto. Era Segretario regionale lombardo del Partito, e membro della Direzione Nazionale. Poco prima aveva ricevuto due avvisi di garanzia, per “tangenti”, come recava il “gergo originario” di Mani Pulite. Ancora nessun atto d’indagine nei suoi confronti: allora occorreva l’autorizzazione a procedere. A quel modo, la concesse lui: poiché aveva esordito scrivendo, in un empito di tragico sarcasmo, che “l’atto conclusivo” serviva, in primo luogo, a “lasciare il mio seggio in Parlamento”. Nell’Ottobre dell’anno dopo, anche la democrazia parlamentare compiva il suo “atto conclusivo”: firmando una resa senza condizioni. Con la Legge costituzionale n. 3 del 29 Ottobre 1993, fu abrogata l’autorizzazione a procedere. Tuttavia, la tragedia fu più sfumata: perché quei Deputati e Senatori non disposero di un bene proprio, ma delle libertà costituzionali della Repubblica e, in relazione diretta, di ogni suo cittadino; da quel giorno in poi, e in un crescendo tuttora in atto, divenuto suddito di un Apparato burocratico sovraordinato ad ogni altra istituzione. Da quel Settembre 1992, molto diritto è passato al macero; molte vite si sono spente. E Sergio Moroni l’aveva previsto. “E’ indubbio che stiamo vivendo un cambiamento radicale sul modo di essere nel nostro Paese, della sua democrazia, delle istituzioni che ne sono espressione.” Era leale, Sergio Moroni: “Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito, e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali. Rimane comunque la necessità di distinguere...”. Per deliberata scelta di taluni, è noto, non si volle distinguere. Si scelsero le monetine contundenti, autentica effigie fondativa di quella svolta autoritaria: “Non credo che questo nostro Paese costruirà il futuro che merita coltivando un clima da ‘pogrom’ nei confronti della classe politica...”. No. Infatti. Nel crescente disprezzo verso quanti coltivarono e coltivano la necessità di distinguere, il Paese, nelle turbe, come dalle cattedre dell’Apparato, da allora, si è dato a ricostruire il suo passato più buio: per la convivenza civile, per la conoscenza, per la libertà personale. E non c’era davvero bisogno di Antonio Di Pietro per scoprirlo. Se proprio vuole, promuova la separazione delle carriere, fra magistrati che accusano e magistrati che giudicano; o spieghi come, secondo lui (ricordando fatti, persone, luoghi, atti, però), certe centrali di propaganda sono sorte, come e perché si sono alimentate; come certo uso dell’odio sia divenuto moneta corrente per le giovani generazioni; come il Parlamento sia divenuta un’istituzione non più libera; e altro ancora, che più o meno ogni coscienza libera sa essere materia per il “Libro Proibito” della Seconda Repubblica. Oppure, confidi nell’oblìo.

Devastati da Mani Pulite. Non ha sconfitto la corruzione, ha alimentato il populismo e ha legittimato la moralizzazione pubblica per via giudiziaria. Eccola l’eredità di Tangentopoli, scrive Giovanni Fiandaca il 30 Marzo 2017 su "Il Foglio”. Che vi sia, a un quarto di secolo ormai di distanza, l’esigenza di una approfondita rivisitazione storico-critica della cosiddetta rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite, presumo che non siamo in pochi a pensarlo. E’ vero che il venticinquesimo “anniversario” ha già sollecitato qualche rievocazione giornalistica, ma siamo ancora lontani dall’avere aperto quella discussione pubblica vera, finalmente emancipata da ipocrisie moralistiche e pudori politicamente corretti, che sarebbe necessario una buona volta avviare. Non soltanto per comprendere meglio quel che avvenne allora, ma anche per verificare se alcune persistenti patologie possano ancora essere fatte risalire a quel recente passato. Tra queste patologie, alludo in particolare a quella perdurante nevrosi politico-istituzionale che continua a provocare conflitti tra politica e magistratura: e fa sì che la stessa politica odierna subisca forti condizionamenti da un’azione giudiziaria che tende a tutt’oggi a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti e, nello stesso tempo, a esercitare un controllo di legalità di fatto esorbitante da quegli spazi fisiologici che dovrebbero in teoria spettare al potere giudiziario. Un bilancio per comprendere quel che avvenne allora e verificare quali patologie possano essere fatte risalire a quel recente passato. Non intendo procedere a una revisione critica della contabilità giudiziaria (rapporti numerici tra indagati, incarcerati, scarcerati, prosciolti, condannati o assolti ecc.) riportata di recente in più di un intervento rievocativo. Rinviando ad una verifica già effettuata su queste colonne (cfr. l’articolo di Maurizio Crippa del 17 febbraio scorso), escluderei infatti che a orientare la rivisitazione di Mani pulite possa essere soltanto un approccio di tipo quantitativo circoscritto al concreto esito delle indagini e dei processi celebrati in quel periodo. Il discorso è più ampio e complesso, dal momento che ben trascende la conta ragionieristica delle condanne e riguarda piuttosto, com’è facile intuire, due questioni di fondo assai spinose: l’una concernente i rapporti sistemici tra giustizia e politica; l’altra relativa ai limiti di compatibilità tra una guerra a tutto campo alla corruzione e un pur equilibrato rispetto dei principi del garantismo penale. L’affossamento per via giudiziaria del precedente sistema basato sui partiti nati dalla Resistenza, non è stato soltanto un terremoto politico: è stato anche un trauma costituzionale, e ciò per il motivo evidente che la criminalizzazione di quasi un intero asseto politico-governativo esula dalle funzioni tipiche della giurisdizione penale. Ora, questa traumatica rottura dell’equilibrio tra i poteri avrebbe potuto trovare una ragione giustificatrice, beninteso secondo una unilaterale logica utilitaristica di risultato (altro è il discorso guardando da una prospettive più ampia, comprensiva di tutti i valori, principi ed equilibri anche costituzionali in giuoco), ad una condizione: a condizione cioè che la macchina da guerra repressiva riuscisse davvero a sortire come effetto una durevole sconfitta della corruzione pubblica. Cosa che però, come tutti sappiamo, non è invece avvenuta. E lo riconoscono apertamente persino magistrati protagonisti di allora, come Piercamillo Davigo il quale, invero, non si stanca di denunciare che la corruzione è andata estendendosi in maniera più capillare ed è andata via via assumendo forme nuove. Viene spontaneo, allora, chiedersi: valeva la pena che la repressione penale spazzasse via un ceto politico che, riguardato col “senno di poi” – e tanto più se messo a confronto con le poco felici performances almeno di alcuni dei protagonisti delle stagioni politiche successive – , ci appare forse meno incapace e indegno di quanto in quel momento non sembrasse? E valeva altresì la pena che la repressione, per di più, assumesse maniere così drastiche da perdere di vista che la lotta alla corruzione non avrebbe potuto in ogni caso giustificare un utilizzo più che disinvolto di carcerazioni preventive finalizzate alla collaborazione giudiziaria né, a maggior ragione, logiche inquisitorie suscettibili di accrescere il rischio (forse non sempre astratto) di reazioni suicidiarie? Secondo una stima recente relativa al periodo 1992-1994, i suicidi di persone coinvolte dalle indagini ammonterebbero al numero tutt’altro che irrilevante di 32! Il frutto di quell'epoca, oggi, è un'azione giudiziaria che tende a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti. Gli ostinati difensori di Mani Pulite potrebbero, nonostante tutto, obiettare che la rivoluzione giudiziaria fu oggettivamente necessitata tanto nel suo ambito di estensione, quanto nelle sue risolute modalità di attuazione. Ma solo una ingenuità puerile o un pregiudizio favorevole contiguo al fanatismo possono indurre a crederlo davvero: in realtà, quanto e come intervenire la macchina giudiziaria non può mai deciderlo da se stessa, in modo automatico e impersonale; lo decidono, con ampia discrezionalità di fatto se non di diritto, i magistrati in carne ed ossa competenti a farla funzionare. Ciò è tanto più vero di fronte ad una impresa giudiziaria priva di precedenti come quella milanese: questa inusitata impresa non avrebbe, in effetti, potuto vedere la luce se il pool di pubblici ministeri non si fosse intenzionalmente accollata la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica al fine di promuovere un ricambio della classe dirigente, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. E, infatti, i giudici ricevettero un esplicito ed entusiastico sostegno da parte di una opinione pubblica politicamente trasversale e di quasi tutto il sistema mediatico: per cui essi finirono col sentirsi legittimati a portare avanti questa vasta azione repressiva, più che in forza di un astratto obbligo legale, dalla diffusa richiesta popolare di fare piazza pulita della partitocrazia corrotta. Che all’origine di Mani Pulite vi fu (e non poteva non esserci) un complesso intreccio di fattori oggettivi di contesto e di protagonismo soggettivo sul versante magistratuale è del resto un assunto che trova conferma anche in alcune significative testimonianze di quella fase storica, così come riportate in qualche saggio ricostruttivo apparso in questo venticinquennio. Leggendo ad esempio la storia di Tangentopoli scritta da Marco Damilano (Laterza 2012), ci si imbatte in questo emblematico giudizio di un osservatore privilegiato come il noto imprenditore Carlo De Benedetti: “Una combinazione di protagonismo dei giudici e di un vaso ormai troppo pieno” (dove è chiaro che per vaso troppo pieno è da intendere una grave situazioni di crisi a più livelli). Orbene, proprio questo forte attivismo giudiziario, in funzione miratamente antagonistica rispetto al sistema partitico di allora, ha determinato non soltanto una esposizione politica della procura milanese eccedente i contraccolpi oggettivamente destabilizzanti che le indagini sulle vicende corruttive avrebbero comunque prodotto sulla tenuta dei partiti di governo: si è invero assistito a una sovraesposizione politica che ha finito con l’assumere la caratteristica aggiuntiva di un paradigmatico populismo giudiziario. Intendendo per tale, appunto, la forma di manifestazione del populismo penale sul piano specifico della giurisdizione: fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende, anche grazie a una frequente esibizione mediatica, di assurgere ad autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia dei cittadini, e ciò in una logica di concorrenza-supplenza e in alcuni casi di aperta contrapposizione rispetto al potere politico ufficiale. Non è un caso, allora, che questa figura di magistrato-tribuno, oltre ad impersonare di fatto un ruolo ibrido di attore giudiziario-politico-mediatico, finisca col cedere alla tentazione di entrare in politica e talvolta col dare persino vita a movimenti anti-sistema di impronta personale: le esemplificazioni sono così note che possiamo qui fare a meno di esplicitarle. Il frutto di quell’epoca, oggi, è un’azione giudiziaria che tende a realizzare invasioni di campo in ambiti politicamente rilevanti. Sembra, dunque, abbastanza plausibile sostenere che Mani Pulite abbia avuto ricadute politiche ad amplissimo raggio che vanno al di là del colpo di grazia inferto al tradizionale sistema partitocratico: una magistratura consapevolmente operante come strumento di rivincita della società civile contro i partiti corrotti e i metodi utilizzati, in particolare, da un accusatore-tribuno del popolo come Antonio Di Pietro diedero infatti – come ha ad esempio apertamente riconosciuto Romano Prodi nel contesto di un libro-intervista su politica e democrazia (Laterza 2015) – un fortissimo impulso alla “stagione di un populismo senza freni”. Se ciò è vero, e se si condivide la convinzione che il populismo politico (comunque declinato: di destra, di sinistra o anche di destra-sinistra miste) non rappresenti una risposta intelligente ed efficace alla crisi della democrazia, prima di auspicare nuove rivoluzioni giudiziarie modello Mani Pulite bisognerebbe riflettere in maniera ponderata sul rischio che una giustizia penale caricata di missioni palingenetiche produca, alla fine, più danni che vantaggi. Segnalare questo rischio equivale a dare un giudizio negativo su un’impresa giudiziaria che è stata invece tante volte elogiata? Un consuntivo a venticinque anni di distanza, per quanto più distaccato e meno emotivo, non può non risentire (oltre che di pudori politicamente corretti) dell’orientamento politico-culturale e della sensibilità personale di chi giudica. Ma non è privo di significato che abbiano avuto ripensamenti anche alcuni di quelli che furono allora aperti sostenitori della rivoluzione giudiziaria, come ad esempio Piero Ottone: “In realtà, un po’ mi ricredo. Penso adesso, a tanti anni di distanza, che la pulizia improvvisa, la moralità imposta da un giorno all’altro, creava altri problemi (…). La lunga stagione di procedimenti giudiziari ha prodotto altri guai: se si eliminavano certi malanni se ne producevano altri. Infatti: molti magistrati ne hanno tratto una sensazione di onnipotenza, sono sbandati per altri versi” (citazione tratta dal libro di memorie Novanta, Longanesi 2014). Comunque la si pensi, certo è che Mani Pulite, oltre a non avere sconfitto la corruzione, ha contribuito anche per successiva emulazione ad alimentare tendenze ad un esercizio politicamente mirato dell’azione giudiziaria che da un lato hanno più volte continuato a produrre perniciose sovrapposizioni tra giustizia e politica e, dall’altro, hanno finito col determinare nei cittadini una progressiva caduta di fiducia rispetto all’imparzialità del potere giudiziario: secondo recenti sondaggi, infatti, la stragrande maggioranza (il 69 per cento) ritiene che alcuni settori della magistratura perseguano obiettivi politici, mentre all’epoca del pool milanese a confidare nei giudici era l’83 per cento delle persone (cfr. i dati riportati da Goffredo Buccini nel Corriere della sera del 22 marzo scorso). Se queste percentuali sono attendibili, risulta in realtà avvalorata la preoccupazione che l’uso politico della giustizia rappresenti – non meno del populismo nelle sue variegate forme – un pericolo mortale per la democrazia: perché ingenera l’illusione (che può risultare, a sua vota, deresponsabilizzante per la classe politica) che il rinnovamento politico e la moralizzazione pubblica possano essere perseguiti per via giudiziaria; e perché, per altro verso, assoggetta anche l’azione giudiziaria alla logica e ai metodi della contesa politica, così rinnegando l’imparzialità della magistratura quale principio-cardine di una democrazia degna di questo nome.

La contabilità di Mani pulite non dimostra la corruzione, ma il fallimento della rivoluzione per via giudiziaria-populista. L'operazione fu condotta come una gigantesca retata della buoncostume, impostata su reati e fattispecie di reati spesso ambigui, forzati, creati di sana pianta, scrive Maurizio Crippa il 20 Febbraio 2017 su "Il Foglio". Armarsi di pallottoliere è probabilmente il modo più congruo per affrontare il venticinquesimo “anniversario” di Mani pulite, schivando un certo schifo per le cose che si leggono oggi e senza dover ripercorrere tutta quanta la storia di questo giornale (rileggete Novantatré di Mattia Feltri, la ricostruzione giorno per giorno di quell’anno scritta nel 2003 per il Foglio, basta). Aiuta nella contabilità Repubblica, che ieri faceva “lezione” coi numeri: “Ben 4.520 persone vennero indagate nel solo filone milanese di Mani pulite”. Bisogna prendere sul serio queste cifre, quelle del “pool”. Su 4.520 iscritti nel registro degli indagati, derivarono 3.200 richieste di rinvio a giudizio (1.320 atti trasmessi ad altre autorità giudiziarie). Delle 3.200 persone giudicate a Milano: 620 condanne e patteggiamenti del gip, 635 proscioglimenti del gip (+15). Delle 1.322 persone rinviate a giudizio: 661 condanne, 476 assoluzioni. (Nel 2003 c’erano ancora 117 casi pendenti: la rapidità dell’indagine-lampo). Dunque in totale, su 4.520 persone finite nelle onnipotenti mani del pool, e su 3.200 rinviati a giudizio, le condanne sono 1.281 (965 per patteggiamento) e 1.111 le assoluzioni e proscioglimenti. Meno della metà dei processati è stata condannata, quasi altrettanto assolta. Significa che più del 50 per cento di quei processi e di quegli arresti (“noi incarceriamo la gente per farla parlare. La scarceriamo dopo che ha parlato”, proclamò Francesco Saverio Borrelli), potevano non essere fatti, o non andavano fatti. Se valutasse il tasso di produttività del pool, e di efficienza negli esiti processuali, l’amministrazione dello stato avrebbe di che lagnarsi. Questo permette di dire due cose, fuori dalle polemiche e dalle retoriche. Quando oggi un ex magistrato del pool come Piercamillo Davigo – e alcuni altri con lui, tra cui certi bonapartisti ex cronisti di procura – sostiene che il fallimento di Mani pulite consiste nel fatto che la corruzione non è stata debellata, anzi è aumentata (“non si vergognano più”, è l’estremizzazione di Davigo), dice una cosa oggettivamente falsa. Non si poteva debellare la corruzione di un “sistema” con quei mezzi, cioè forzando le procedure e impedendo manu militari al sistema di riformarsi. Il fallimento dell’operazione – e dell’ideologia giudiziaria – di Mani pulite risiede nel fatto che fu condotta come una gigantesca retata della buoncostume, impostata su reati e fattispecie di reati spesso ambigui, forzati, creati di sana pianta (la “dazione ambientale” sembrò assumere la concretezza di una mela rubata dal cesto). E questo, oltre alle ingiuste accuse e detenzioni, e alle conseguenze politiche prodotte (“il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire”, Italo Ghitti), ha impedito di individuare i veri reati (c’erano). La seconda cosa è che il fallimento di Mani pulite è soprattutto il fallimento delle false aspettative messianiche suscitate nell’opinione pubblica da forzature mediatiche e politiche miopi o di marca populista. I danni li vediamo ancora oggi. A questa contabilità andrebbero aggiunti i troppi suicidi, 32 tra il 1992 e il 1994 (“si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, Gerardo D’Ambrosio su Sergio Moroni). Ma il pallottoliere lo teniamo nel cassetto, per la prossima occasione.

Tangentopoli, così i pm salvarono il Pci, scrive Fabrizio Cicchitto l'1 Marzo 2017, su "Il Dubbio". Tutti i partiti prendevano finanziamenti “aggiuntivi”, ma, a differenza del Psi, Botteghe Oscure fu salvata. Si distrusse una intera classe politica. Prima vinse Berlusconi, poi fu fatto fuori anche lui. E oggi trionfa il populismo. L’Italia, nel ’ 92-’ 94, fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico-giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”, salvando però il Pci. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica.  Qualora il pool di Mani Pulite avesse agito con la stessa determinazione e violenza negli anni 40 e 50 di quella messa in evidenza nel ’ 92-’ 94, allora De Gasperi, Nenni, Togliatti sarebbero stati incriminati e Valletta e Enrico Mattei sarebbero stati arrestati. Il finanziamento irregolare dei partiti e la collusione fra questi, i grandi gruppi pubblici e privati e relative associazioni (in primis Fiat, Iri, Eni, Montecatini, Edison, Assolombarda, Cooperative rosse, ecc.) data da allora. In più c’era un fortissimo finanziamento internazionale: la Dc era finanziata anche dalla Cia, e il Pci in modo così massiccio dal Kgb che le risorse ad esso destinate erano più di tutte quelle messe in bilancio per gli altri partiti e movimenti. In una prima fase, la Fiat finanziava tutti i partiti “anticomunisti” poi coinvolse in qualche modo anche il Pci quando realizzò i suoi impianti in Urss. Per Enrico Mattei i partiti erano come dei taxi, per cui finanziava tutti, dall’Msi, alla Dc, al Pci, e perfino la scissione del Psiup dal Psi, e fondò anche una corrente di riferimento nella Dc con Albertino Marcora, partigiano cattolico e grande leader politico: quella corrente fu la sinistra di Base che ha avuto un ruolo assai importante nella Dc e nella storia della Repubblica. Fino agli anni 80 questi sistemi di finanziamento irregolare procedettero “separati” vista la divisione del mondo in due blocchi, poi ebbero dei punti in comune: nell’Enel ( attraverso il consigliere d’amministrazione Giovanni Battista Zorzoli prima titolare di Elettro General), nell’Eni ( la rendita petrolifera di matrice sovietica) e specialmente in Italstat ( dove veniva realizzata la ripartizione degli appalti pubblici con la rotazione “pilotata” fra le grandi imprese edili, pubbliche e private, con una quota fra il 20% e il 30% assegnata alle cooperative rosse). Per molti aspetti quello del Pci era il finanziamento irregolare a più ampio spettro, perché andava dal massiccio finanziamento sovietico al commercio estero con i Paesi dell’est, alle cooperative rosse, al rapporto con gli imprenditori privati realizzato a livello locale. Emblematici di tutto ciò sono le citazioni da tre testi: un brano tratto dal libro di Gianni Cervetti L’oro di Mosca ( pp. 126- 134), un altro tratto dal libro di Guido Crainz Il paese reale ( Donzelli, p. 33), il terzo estratto è da una sentenza della magistratura di Milano sulla vicenda della metropolitana. Così ha scritto Gianni Cervetti: «Nacque, credo allora, l’espressione “amministrazione straordinaria”, anzi “politica dell’amministrazione straordinaria”, che stava appunto a indicare un’attività concreta (nomina sunt substantia rerum) anche se piuttosto confusa e differenziata. A ben vedere, poteva essere suddivisa in due parti. Una consisteva nel reperire qualche mezzo finanziario per il centro e le organizzazioni periferiche facendo leva su relazioni con ambienti facoltosi nella maniera sostanzialmente occulta cui prima ho accennato. In genere non si compivano atti specifici contro le leggi o che violavano norme amministrative precise, ma si accettavano o ricercavano finanziamenti provenienti da imprenditori non più soltanto vagamente facoltosi, ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica. Tuttavia, in sistemi democratici, o pluripartitici, o a dialettiche reali – siano essi sistemi moderni o antichi, riguardanti tutto il popolo o una sola classe – pare incontestabile che in ogni partito coesistano i due tipi di finanziamento ed esista, dunque, quello aggiuntivo. Naturalmente – lo ripetiamo – di quest’ultimo, come del resto del primo, mutano i caratteri, le forme ed i contenuti a seconda dei partiti e dei periodi: anzi mutano i rapporti quantitativi dell’uno con l’altro, ma appunto quello aggiuntivo esiste in maniera costante. Comunque sia non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fondi per i finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua, o viceversa, insincera e ipocrita. Il problema, ripetiamo, lo abbiamo preso alla larga, e si potrebbe allora obiettare che aggiuntivo non corrisponda esattamente, e ancora, a illecito. Intanto, però, abbiamo dimostrato che il finanziamento aggiuntivo è storicamente dato e oggettivamente ineluttabile». Il fatto che anche il Pci, sviluppando la «politica dell’amministrazione straordinaria», accettava o ricercava finanziamenti provenienti da imprenditori «non più soltanto vagamente facoltosi ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica» mette in evidenza che anche «nel caso del Pci il reato di finanziamento irregolare poteva sfociare in quello di abuso in atti d’ufficio o in corruzione o in concussione». Così ha scritto lo storico Guido Crainz: «È uno squarcio illuminante il confronto che si svolge nella direzione del Pci nel 1974, quando è all’esame del parlamento la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La discussione prende l’avvio dalla “esistenza di un fenomeno enorme di corruzione dei partiti di governo” ma affronta al tempo stesso con grande preoccupazione il pur periferico affiorare di “imbarazzi o compromissioni venute al nostro partito da certe pratiche”. L’approvazione della legge è esplicitamente giustificata con la necessità di garantirsi “una duplice autonomia…: autonomia internazionale ma anche da condizionamenti di carattere interno…. Non possiamo nasconderci fra noi il peso di condizionamenti subiti anche ai fini della nostra linea di sviluppo economico e, per giunta, per qualcosa di estremamente meschino” (intervento di Giorgio Napolitano alla riunione della direzione del 3 giugno 1974)». «Nel dibattito non mancano ammissioni di rilievo. “Molte entrate straordinarie”, dice ad esempio il segretario regionale della Lombardia Quercioli, “derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione poi finisce per toccare anche il nostro partito” (intervento di Elio Quercioli nella riunione della direzione del 1° febbraio 1973). È possibile cogliere in diversi interventi quasi un allarmato senso di impotenza di fronte al generale dilagare del fenomeno: di qui la decisione di utilizzare la legge per porre fine a ogni coinvolgimento del partito. Si deve sapere, dice armando Cossutta, “che in alcune regioni ci sono entrate che non sono lecite legittimamente, moralmente, politicamente. Questo sarà il modo per liberare il partito da certe mediazioni. Non chiudere gli occhi di fronte alla realtà ma far intendere agli altri che certe operazioni noi non le accetteremo più in alcun modo. Punto di riferimento deve essere l’interesse della collettività e faremo scandalo politico e una battaglia contro queste cose assai più di prima” (intervento di Armando Cossutta alla direzione del 3 giugno 1974). È illuminante, questa sofferta discussione del 1974. Rivela rovelli veri e al tempo stesso processi cui il partito non è più interamente estraneo». La sentenza del tribunale di Milano del 1996 sulle tangenti della Metropolitana è molto precisa: «Va subito fissato un primo punto fermo: a livello di federazione milanese, l’intero partito, e non soltanto alcune sue componenti interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quanto meno da circa il 1987». Per il tribunale «risulta dunque pacifico che il Pci- Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti Mm una somma non inferiore ai 3 miliardi» raccolti da Carnevale e da Soave, non solo per la corrente migliorista ma anche per il partito. Carnevale coinvolse anche il segretario della federazione milanese, Cappellini, berlingueriano di stretta osservanza: «Fu Cappellini, segretario cittadino dell’epoca, ad affidarmi per conto del partito l’incarico che in precedenza aveva svolto Soave». La regola interna era quella che «dei tre terzi delle tangenti raccolte (2 miliardi e 100 milioni in quel periodo solo per il sistema Mm), due terzi dovevano andare agli “occhettiani”, cioè a Cappellini, un terzo ai miglioristi di Cervetti».

Alla luce di tutto ciò è del tutto evidente che Berlinguer quando aprì la questione morale e parlò del Pci come di un “partito diverso” o non sapeva nulla del finanziamento del Pci oppure, per dirla in modo eufemistico, si espresse in modo mistificato e propagandistico. Orbene questo sistema dal quale ricevevano reciproco vantaggio sia i partiti, sia le imprese, e che coinvolgeva tutto e tutti, risultò antieconomico da quando l’Italia aderì al trattato di Maastricht e quindi tutti i gruppi imprenditoriali furono costretti a fare i conti con il mercato e con la concorrenza. Esistevano tutti i termini per una grande operazione consociativa, magari accompagnata da un’amnistia che superasse il sistema di Tangentopoli. L’amnistia ci fu nel 1989, ma servì solo a “salvare” il Pci dalle conseguenze giudiziarie del finanziamento sovietico, il più irregolare di tutti, perché proveniva addirittura da un paese contrapposto alle alleanze internazionali dell’Italia. Per altro verso, Achille Occhetto, quando ancora non era chiaro l’orientamento unilaterale della procura di Milano, nel maggio del ’ 92, si recò nuovamente alla Bolognina per “chiedere scusa” agli italiani. Occhetto invece non doveva preoccuparsi eccessivamente. Il circo mediatico- giudiziario composto da due pool, quello dei pm di Milano e dal pool dei direttori, dei redattori capo e dei cronisti giudiziari di quattro giornali (Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, l’Unità) mirava contro il Caf, cioè concentrò i suoi colpi in primis contro il Psi di Craxi, poi contro il centro- destra della Dc, quindi, di rimbalzo, contro il Psdi, il Pri, il Pli. Colpì anche i quadri intermedi del Pci- Pds, molte cooperative rosse, ma salvò il gruppo dirigente del Pci-Pds e quello della sinistra Dc. La prova di ciò sta nel modo con cui fu trattato il caso Gardini: è accertato che Gardini portò circa 1 miliardo, d’intesa con Sama e Cusani, alla sede del Pci avendo un appuntamento con Occhetto e D’Alema. Suicidatosi Gardini, Cusani e Sama sono stati condannati per corruzione: il corrotto era dentro la sede di via delle Botteghe Oscure, ma non è mai stato identificato. Ha osservato a questo proposito Di Pietro: «Ecco, questo è l’unico caso in cui io arrivo alla porta di Botteghe oscure. Anzi, arrivo fino all’ascensore che porta ai piani alti… abbiamo provato di certo che Gardini effettivamente un miliardo lo ha dato; abbiamo provato di certo che l’ha portato alla sede di Botteghe oscure; abbiamo provato di certo che in quel periodo aveva motivo di pagare tangenti a tutti i partiti, perché c’era in ballo un decreto sulla defiscalizzazione della compravendita Enimont a cui teneva moltissimo». Di Pietro aggiunse: «Non è che potevo incriminare il signor nome: partito, cognome: comunista». Giustamente l’erede di quel partito, il Pds, lo elesse nel Mugello.

Al processo Enimont il presidente del tribunale neanche accettò di sentire Occhetto e D’Alema come testimoni. Analoga linea fu seguita nei confronti del gruppo dirigente della sinistra Dc: Marcello Pagani, ex coordinatore della sinistra democristiana, e di un circolo che ad essa faceva riferimento, fu condannato, avendo ricevuto soldi Enimont in quanto agiva, recita testualmente, la sentenza «per conto dell’onorevole Bodrato e degli altri parlamentari della sinistra Dc» ma essi potevano non sapere. Quella fu la grande discriminante attraverso la quale il circo mediatico- giudiziario spezzò il sistema politico, ne distrusse una parte e ne salvò un’altra: Craxi, il centrodestra della Dc (Forlani, Gava, Pomicino e altri), Altissimo, Giorgio la Malfa, Pietro Longo, non potevano non sapere, il gruppo dirigente del Pci- Pds e quello della sinistra Dc potevano non sapere.

È evidente che dietro tutto ciò c’era un progetto politico, quello di far sì che, venendo meno la divisione in due blocchi, il gruppo dirigente del Pds, magari con l’aiuto della sinistra Dc, finalmente conquistasse il potere. Il pool di Milano non poteva prevedere che, avendo distrutto tutta l’area di centro e di centro- sinistra del sistema politico, quel vuoto sarebbe stato riempito da quel Silvio Berlusconi che, pur essendo un imprenditore amico di Craxi, era stato risparmiato dal pool di Mani Pulite perché durante gli anni ’ 92-’ 94 aveva messo a disposizione della procura le sue televisioni. Non appena (fino al 1993) il pool di Milano si rese conto che Berlusconi stava “scendendo in politica”, ecco che subito cominciò contro di lui il bombardamento giudiziario che si concluse con la sentenza del 2013. Ma anche il modo con cui fu trattato il rapporto del pool con i grandi gruppi finanziari editoriali Fiat e Cir, fu del tutto atipico e al di fuori di una normale prassi giudiziaria. Per tutta una fase ci fu uno scontro durissimo tra la Fiat e la magistratura, accentuato dal fatto che a Torino il procuratore Maddalena agiva di testa sua. Poi si arrivò alla “pax” realizzata attraverso due “confessioni” circostanziate, attraverso le quali la Fiat e la Cir appunto “confessarono” di aver pagato tangenti perché concussi da quei “malvagi” dei politici. Così il 29 settembre del 1992 Cesare Romiti andò a recitare un mea culpa dal cardinale Martino: «Come cittadini e come imprenditori non ci si può non vergognare, di fronte alla società, per quanto è successo. E io sono il primo a farlo. Io sono stato personalmente scosso da questi avvenimenti. No, non ho paura di dirlo. E di fronte al cardinal Martini, la più alta carica religiosa e morale di Milano, non potevo non parlarne». Qui interveniva l’autoassoluzione. Infatti, secondo Romiti, la responsabilità era della classe politica che «ha preteso da cittadini e imprese i pagamenti di “compensi” per atti molto spesso dovuti».

Possiamo quindi dire che l’Italia, unico paese dell’Occidente, nel ’ 92-’ 94 fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico- giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica, con una conseguente perdita di consensi. Il fatto che, a 10 anni di distanza, una parte di quei dirigenti fu assolta non servì certo a recuperare i consensi politicoelettorali perduti. La conseguenza di tutto ciò sono state due: una perdita crescente di prestigio di tutti i partiti, anche di quelli che furono “salvati” dal pool, una parcellizzazione della corruzione tramutatasi da sistemica a reticolare ( una miriade di reti composte da singoli imprenditori, singoli burocrati, singoli uomini politici), l’esistenza di un unico sistema di potere sopravvissuto, quello del Pci- Pds, che a sua volta ha prodotto altre vicende, dal tentativo di scalata dell’Unipol alla Bnl, alla crisi del Mps. Di qui la conseguente affermazione di movimenti populisti e di un partito protestatario la cui guida è concentrata nelle mani di due persone, il crescente discredito del parlamento sottoposto a un bombardamento giudiziario realizzato anche da chi (vedi Renzi) pensa in questo modo di poter intercettare a suo vantaggio la deriva dell’antipolitica. Ma è una operazione del tutto velleitaria, perché le persone preferiscono la versione originale del populismo e non le imitazioni. Perdipiù i grillini, cavalcando la guerra alla “casta” – inventata da due giornalisti del Corriere della Sera e sostenuta da un grande battage pubblicitario – cavalcano di fatto la manovra diversiva posta in essere da banchieri e manager, proprietari dei grandi giornali, per deviare l’attenzione dalle loro spropositate retribuzioni e liquidazioni: i circa 100 mila euro annui dei parlamentari servono a far dimenticare i 2- 3 milioni di euro che il più straccione dei banchieri guadagna comunque, anche se porta alla rovina i correntisti della sua banca. Di tutto ciò traiamo la conseguenza che il peggio deve ancora arrivare.

Bobo Craxi e Di Pietro si trovano insieme nel medesimo partito. Il figlio dell'ex segretario socialista e l'ex pm simbolo di Mani Pulite si ritrovano entrambi ad aderire ad Mdp. Ma Craxi avverte: "Se è così, vado a casa", scrive Luca Romano, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". Craxi contro Di Pietro: sembra un remake del 1992 ma siamo nel 2017 e il primo non è Bettino ma suo figlio Bobo, secondogenito dell'ex presidente del Consiglio. Eppure il figlio dell'ex segretario socialista non ha mai smesso di scontrarsi con l'ex pm simbolo di Mani Pulite e poi leader dell'Italia dei Valori, per motivi anche troppo evidenti. Tuttavia questa volta il motivo dello scontro è particolarmente singolare: Craxi e Di Pietro rischiano infatti di trovarsi nel medesimo partito. Per buffo che possa sembrare, infatti, entrambi hanno manifestato l'intenzione di aderire ad Mdp, la formazione di sinistra nata da una scissione dal Pd che comprende Roberto Speranza, Arturo Scotto ed Enrico Rossi. Si tratta naturalmente di una pura coincidenza, giacché nessuno dei due avrebbe mai avuto l'intenzione di andare a "coabitare" con l'altro sotto il medesimo tetto politico. Secondo il Corriere entrambi vi sono stati attirati da un antico rapporto di simpatia con Massimo D'Alema, a cui tutti e due sono legati, per motivi differenti, da vincoli di riconoscenza. Il figlio di Bettino si è presentato alla festa di Mdp a Napoli, mentre Di Pietro annuncia soddisfatto di sentire nella formazione di Speranza e Bersani "la stessa aria che si respirava nell'Ulivo". Al momento di scoprire la coincidenza, però, l'imbarazzo è stato palpabile. Per Craxi piuttosto di convivere "sarebbe meglio rimanere a casa", mentre Di Pietro è più serafico: pur non avendo mai avuto parole tenere verso il figlio del suo storico avversario ora liquida il tutto con calma olimpica. "Problemi suoi": Tonino non cede di un passo.

Lo strano caso di Di Pietro e Bobo Craxi: si ritrovano nello stesso partito. Entrambi aderiscono a Mdp, non senza qualche imbarazzo. Il figlio di Bettino: «Se è così, allora dovrò stare a casa». L’ex magistrato: «Problemi suoi. E mi dispiace per lui, non ho intenzione di candidarmi alla carica di governatore in Molise», scrive Maria Teresa Meli il 3 ottobre 2017 su “Il Corriere della Sera”. Finora c’erano stati i partiti a separarli, anche quando avevano militato nella stessa coalizione. E così avevano potuto continuare a parlare male l’uno dell’altro. Ma adesso le cose sono cambiate. Bobo Craxi, figlio di Bettino, classe 1964, e Antonio Di Pietro, grande accusatore dello scomparso leader socialista, dividono lo stesso tetto politico: entrambi hanno deciso di aderire a Mdp, il movimento nato dalla scissione del Pd. Hanno passato gli anni, anzi, i decenni, a darsi addosso. Bobo diceva dell’ex magistrato: «Si vede che è un uomo meschino». E Di Pietro ricambiava la cortesia senza pensarci troppo: «Tale padre tale figlio», affermava con aria sprezzante. Da allora è passato un po’ di tempo. Craxi si è ingrigito, l’ex pm ha perso più di un capello, entrambi hanno acquistato qualche chilo in più, ma le tensioni restano inalterate. I due non si piacciono e non si amano. E non potrebbe essere altrimenti, visto che Bobo ancora si commuove se vede scorrere le immagini del processo Enimont, con il padre alla sbarra e Di Pietro in toga che lo interroga. Eppure la sorte ha voluto che, girovagando di partito in partito nell’arcipelago frastagliato che sta a sinistra del Pd, si ritrovassero insieme. Galeotto è stato D’Alema. Craxi è suo grande estimatore: gli è riconoscente perché, quando era al governo, cercò di far rientrare il padre in patria. Anche Di Pietro ha un debito di gratitudine: deve a D’Alema il seggio nel Mugello. Perciò prima l’uno (l’ex magistrato) e poi l’altro hanno annunciato la loro volontà di aderire a Mdp. Lo hanno fatto con tanto di dichiarazione formale. Di più: Craxi è andato anche alla festa degli scissionisti a Napoli per incontrare una delegazione composta da Arturo Scotto, Roberto Speranza ed Enrico Rossi. Ovviamente Di Pietro non sapeva delle intenzioni di Bobo e viceversa. Situazione imbarazzante per entrambi, non c’è che dire. Soprattutto per Craxi, perché gli ex socialisti non è che abbiano peso bene questa comune militanza politica. E adesso Bobo spera che Di Pietro non stia facendo sul serio: «Forse vuole solo un posto di governatore in Molise...». Ma quando gli si fa presente che così non è, che l’ex magistrato non è interessato a guidare la sua regione e che, piuttosto, intende fare politica attivamente dentro Mdp ha un sussulto. Seguito da un mesto mormorìo: «Se Di Pietro aderisce veramente, allora per me è meglio stare a casa». Di Pietro, invece, non fa una piega. Assiso su un divanetto di Montecitorio l’ex pm, ex ministro, ex deputato ed ex leader dell’Italia dei Valori sta conversando fitto fitto con Antonello Falomi, un passato da occhettiano, un presente da sindacalista di tutti i parlamentari che non vogliono veder dileguarsi i loro vitalizi. «Stiamo difendendo la casta», ridacchia Di Pietro. Poi, al nome Craxi sfodera un cipiglio di quelli che incutono timore. Ma appurato che si tratta del figlio e non del padre si rilassa: «Problemi suoi. Io ho aderito a Mdp perché qui respiro la stessa aria che respiravo nell’Ulivo. E mi dispiace per lui, non ho intenzione di candidarmi in Molise». Per il 19 novembre è prevista la grande costituente degli scissionisti del Pd. Per allora Bobo dovrà prendere una decisione: stare a casa o convivere con il “nemico”.

Bobo Craxi, Di Pietro tecnicamente pentito. Ha detto cose clamorose su Mani Pulite, scrive l'Ansa il 4 ottobre 2017. "Non faccio parte di Mdp e credo che neanche Di Pietro ne faccia parte. La vicenda di Di Pietro, un magistrato prestato alla politica, è molto diversa dalla mia. Ultimamente è stato consulente della Lega; si è riavvicinato al M5S, respinto credo, ora si dice interessato a questa vicenda. Non so cosa c'entri lui con la storia della sinistra. Negli ultimi tempi ha detto cose clamorose sul ruolo di Mani pulite mentre io e i miei compagni non cambiamo il nostro giudizio su Mani Pulite: tecnicamente Di Pietro è un pentito". Sono le parole di Bobo Craxi ai microfoni di Fuori Gioco - Rai Radio1. Intervenuto in collegamento da Barcellona ha aggiunto poi sulla vicenda catalana: "Si finirà per andare ad elezioni e così si misureranno le forze in campo".

L’unico errore giudiziario è l’innocente. Davigo spiega con chiarezza perché siamo tutti potenziali colpevoli, scrive il 28 Gennaio 2017 "Il Foglio". Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo ha tenuto una lezione di diritto da incorniciare: gli errori giudiziari non esistono. Non nel senso che non ce ne sono stati l’anno passato – solo nel 2016 lo stato ha speso 42 milioni per risarcirli – ma nel senso che non esistono proprio. Quelli per cui lo stato paga non sono errori giudiziari: sono accidenti. Davigo spiega che si confondono due cose, gli errori giudiziari e l’ingiusta detenzione. Gli errori giudiziari sono quando viene condannato un colpevole, ma “il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa le cose che gli raccontano. Se si scopre dopo che un teste ha mentito, non lo può sapere”. L’ingiusta detenzione avviene quando si arresta una persona sulla base di alcune dichiarazioni e indizi “ma se poi nel processo un testimone cambia versione perché viene minacciato, l’arrestato viene liberato e pure risarcito”. Per il Consiglio d’Europa in Italia c’è bisogno di mettere limiti alla politicizzazione nella magistratura. Seguendo il ragionamento, gli errori giudiziari non sarebbero errori e le ingiuste detenzioni non sarebbero tali. Anzi, sarebbero la prova che il sistema funziona benone. Questo non vuol dire, però, che non ci siano errori in assoluto, c’è una fattispecie sottovalutata: “Quando viene assolto un colpevole”. E qui Davigo, con formidabile guizzo d’ingegno, demolisce l’intera struttura della giustizia: ogni innocente assolto, in realtà, è un potenziale colpevole, un errore giudiziario. Azzardiamo una soluzione: far pagare un risarcimento a ogni persona che esce da un processo senza condanne. E col ricavato, creare un fondo per le vittime della malagiustizia: i magistrati che sbagliano perché tratti in errore da testimoni falsi.

Anche gli innocenti sono colpevoli. Davigo e il rovescio dello stato di diritto. Anche a "Porta a Porta" il presidente dell’Anm insiste nel dire che gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni, e la vittima in questi casi è solo il magistrato, scrive Luciano Capone il 2 Febbraio 2017 su "Il Foglio". Ascoltare Piercamillo Davigo è sempre istruttivo, soprattutto per la sua spiccata inclinazione alla chiarezza: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno”, ama dire citando il Vangelo. L’avevamo lasciato, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che teorizzava l’inesistenza dell’errore giudiziario. Nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) spiegava in televisione, da Corrado Formigli a “Piazza pulita”, che quando un innocente viene condannato non è colpa dei magistrati: “Il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa le cose che gli raccontano. Se si scopre dopo che un teste ha mentito, non lo può sapere. E’ stato ingannato”. La vera vittima dell’errore giudiziario è quindi il magistrato, fuorviato e ingannato dai testimoni. Ieri sera Davigo, ospite di Bruno Vespa a “Porta a porta” per parlare dei 42 milioni di euro per risarcimenti giudiziari nel 2016 (648 milioni dal ’92), ha allargato il campo della sua visione alle ingiuste detenzioni: come gli errori giudiziari non sono errori, così le ingiuste detenzioni non sono ingiuste (in pratica l’unico errore sembra quello di pagare le vittime). Gli errori della giustizia ci costano 42 milioni di euro. Ma per Davigo i magistrati sbagliano poco (per fortuna). Nel 2016 lo Stato ha dovuto sborsare oltre 40 milioni di euro. La maggior parte a causa di "ingiuste detenzioni". Spiega Davigo che tutti questi risarcimenti a persone incarcerate e poi assolte avvengono perché nel nostro sistema “le prove assunte nelle indagini preliminari di regola non vale nel processo”. C’è questo problema del dibattimento e di dover ripetere le testimonianze rilasciate agli inquirenti davanti a un giudice. Quindi succede che una persona viene arrestata sulla base di prove schiaccianti, come le accuse di tre testi, “dopodiché questi testi magari minacciati dicono che si sono sbagliati. Le loro indicazioni non possono essere più utilizzate. È un innocente messo in carcere – si chiede retoricamente Davigo – o è un colpevole che l’ha fatta franca?”. Ovviamente la seconda, da cui si capisce che gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni. Le ingiuste detenzioni sono quindi quelle in cui una persona ha subìto un provvedimento di custodia cautelare e poi è stato assolto, “il che – dice Davigo – non significa che siano tutti innocenti, anzi”. Esiste quindi, per il presidente dell’Anm una presunzione di colpevolezza che va anche oltre l’assoluzione definitiva. A questo punto, più che fare processi per sanzionare i colpevoli di qualche reato, sarebbe più logico processare tutti per rilasciare alla fine patenti d’innocenza (magari temporanee, da rinnovare ogni tot anni). Quando però Vespa racconta casi di malagiustizia come quello di Giuseppe Gulotta, per 36 anni in carcere da innocente con l’accusa di essere un assassino, il presidente dell’Anm dice che non si tratta di un errore dei magistrati perché “quel caso clamoroso è stato frutto di tortura da parte delle forze di polizia. Il giudice non sa che sono stati torturati”. È stato ingannato. La giustificazione di Davigo però in teoria cozzerebbe con la sua intenzione di far valere nel processo le dichiarazioni rilasciate agli inquirenti (in quel caso sarebbero proprio quelle estorte attraverso la tortura, come dice lo stesso Davigo), che è uno strumento per non ingannare il giudice. In sintesi se una persona viene assolta non è innocente e se viene condannata ingiustamente il giudice non è colpevole. Le interviste di Davigo sono molto interessanti perché ci ricordano sempre che esiste il rovescio della medaglia, in questo caso il rovescio dello stato di diritto.

Davigo non fa politica, ma il teletribuno. Il numero uno dell'Anm moltiplica le sue apparizioni in tv e si fa intervistare anche dal blog di Beppe Grillo. Obiettivo: spiegare che i politici sono corrotti, scrive il 9 Marzo 2017 "Il Foglio". I magistrati? Tutti cattivi politici. Parola di Piercamillo Davigo. Il presidente dell'Anm lo va ripetendo da settimane. E c'è da credergli visto che lui, a differenza di molti dei colleghi del fantasmagorico pool di Mani Pulite, si è sempre tenuto ben lontano da candidature e partiti. E così, oltre a diventare il numero uno dei magistrati italiani, è anche diventato il perfetto ospite televisivo. Sempre pronto a spiegare a tutti, soprattutto ai politici, quello che dovrebbero fare e come dovrebbero farlo. Nelle ultime due settimane Davigo ha partecipato a Otto e mezzo (22 febbraio), Quante storie (23 febbraio), Un giorno da pecora (24 febbraio), DiMartedì (28 febbraio), #Cartabianca (7 marzo), Agorà (8 marzo), La Gabbia (8 marzo). Non solo, giusto oggi ha concesso un'intervista al portavoce-senatore del M5S Nicola Morra che è stata pubblicata sul Sacro Blog. Si dirà ma in occasione del venticinquesimo anniversario di Tangentopoli chi volete che invitino? Chi meglio di lui può spiegare, parole testuali affidare alla penna di Morra, che "negli ultimi 25 anni la classe politica, per quanto riguarda in particolare le indagini e i processi in tema di corruzione si è data molto da fare, non per stroncare la corruzione ma per stroncare le indagini e i processi, facendo leggi che impedivano le indagini e azzeravano le prove acquisite e creavano enormi difficoltà". Insomma nonostante il ruolino di marcia da politico navigato che passa con disinvoltura da un programma all'altro, dalla radio alla tv, dalla Rai a La7, Davigo politica non fa (anche se c'è chi lo vedrebbe bene come candidato M5s). E proprio per questo può permettersi di dare lezioni. Perché i magistrati sono tutti cattivi politici, ma ottimi ospiti televisivi.

Chi guarda il dito, chi la Luna e chi Woodcock, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". La richiesta di non luogo a procedere nei confronti del pm John Henry Woodcock e della sua compagna Federica Sciarelli per la fuga di notizie sul caso Consip ha fatto scattare gli squilli di tromba dei fedelissimi della procura napoletana. Ecco la prova scrive Marco Travaglio a nome dei soci che il complotto contro Renzi (padre e figlio) era una bufala: «Ora chiedete scusa e andate tutti a nascondervi», chiosa nel suo articolo il direttore de Il Fatto Quotidiano. In carriera ho visto tanti tentativi di manipolare i fatti a proprio piacimento, ma questo raggiunge vette fino ad ora mai raggiunte. Che non ci sarebbero state prove evidenti sul fatto che fosse stata la manina di Woodcock a fare uscire dagli uffici carte riservate lo davo da subito per scontato. Parliamo di un reato praticamente indimostrabile, tendendo ad escludere che un magistrato pur fesso che sia - veicoli documenti per posta elettronica od ordinaria. Che il fatto sia avvenuto è certo, manca solo il nome del colpevole. Se parlassimo del direttore di un giornale, la condanna del pm sarebbe automatica, perché noi come in tutte le professioni - a differenza dei magistrati, purtroppo rispondiamo in solido di omesso controllo sull'operato dei nostri collaboratori. Ma la manipolazione principale della ditta Travaglio sta nel voler far credere che il «complotto» sia la fuga di notizie e non il loro contenuto. Si dice che quando il saggio indica la Luna, lo stolto guarda il dito. In questo caso il dito è la divulgazione illegale, la Luna sono i falsi accertati dell'inchiesta condotta da Woodcock, falsi che riguardando il padre dell'allora presidente del Consiglio e che se non fossero stati smascherati in tempo avrebbero potuto innescare una crisi politica e istituzionale. Nessuna scusa, quindi. Semmai è imbarazzante che la magistratura non sia stata capace di dare un nome a un servitore dello Stato infedele. Del resto, come noto, cane non mangia cane, e il risultato è che un pm sotto la cui regia è stata avviata un'inchiesta con false intercettazioni e false ricostruzioni sulla famiglia del presidente del Consiglio continuerà a fare il suo lavoro. Se qualcuno deve «andare a nascondersi» e «vergognarsi», quel qualcuno non siamo di certo noi che teniamo ben fisso lo sguardo sulla Luna.

Giustizia, Lavia vs Davigo: “Chi risarcisce Penati?”. “C’è onore nel prendere la prescrizione?”, scrive Gisella Ruccia il 4 ottobre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Scontro rovente a Dimartedì (La7) tra il magistrato Piercamillo Davigo e Mario Lavia, vicedirettore di Democratica, il quotidiano digitale del Pd renziano. Il dibattito è incentrato sulla politica e sulla magistratura, della quale Lavia rileva “un’anomalia” perdurante da 25 anni: “Nell’era del berlusconismo il dottor Davigo e il pool di Mani Pulite sono state un soggetto politico, tanto è vero che alcuni di loro sono scesi direttamente in politica. E questa è un’anomalia che va corretta: bisogna ritornare a una situazione in cui la politica fa la politica e la magistratura fa liberamente la magistratura senza interferire nei processi politici, cosa che purtroppo è successa spesso”. Davigo replica: “I magistrati si candidano perché c’è qualcuno che li candida. Questo fatto che i magistrati fanno politica è una vergogna, ma c’è qualcuno che concorre con loro nella vergogna”. “Non è una vergogna, è un’anomalia”, minimizza il giornalista. “E’ una vergogna invece – ribadisce Davigo – perché i magistrati non devono fare politica secondo me. In secondo luogo, se i politici dicono di voler aspettare le sentenze, vuol dire che le decisioni politiche su chi deve fare il ministro o il parlamentare le prende il giudice. E questo è sbagliato. Decidano prima per conto loro. Il più delle volte non lo fanno perché non ne hanno la forza e hanno bisogno di un pretesto”. “Non è che siamo in Venezuela. Cioè non è che tutti i politici e i ministri si affidano a un giudice”, obietta Lavia. E il magistrato non ci sta: “Non ho mai detto niente del genere e non mi faccia dire cose che non ho detto. So distinguere i ladri dai non ladri. Faccio questo di mestiere”. Lavia ribatte: “Ci sono alcuni casi in cui degli innocenti sono stati messi alla gogna dalla magistratura, sono caduti dei governi, e mi riferisco al caso Mastella, ma anche al proscioglimento di Ottaviano Del Turco per associazione a delinquere, al caso Tempa Rossa, a Errani, a Penati”. “Non ho capito perché Penati. Ha preso la prescrizione. Di che cosa stiamo parlando?”, controbatte il magistrato. “E’ stato assolto l’altro giorno, la prescrizione era per un’altra cosa – puntualizza Lavia – Come lo risarcisce?”. “Risarcire che cosa? – replica Davigo – Uno che ha preso la prescrizione definitiva? Sarà pure un’altra cosa, ma siccome l’articolo 54 della Costituzione dice che i cittadini a cui sono affidate le pubbliche funzioni devono adempiere a esse con disciplina e onore, allora le chiedo: c’è onore nel prendere la prescrizione?”

A Davigo bisogna dire una cosa. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, specialmente se i magistrati diventano tali in virtù di un concorso truccato.

Poi bisogna dire che essere prosciolto per prescrizione non è un sentenza di assoluzione, né di condanna. E' un giudizio interrotto per tempo scaduto. E la colpa della mancata pronuncia è tutta della magistratura che porta oltre i tempi ragionevoli la durata dei processi.

Essere indagati non è la fine del mondo. Lezioni dai casi Woodcock e Albamonte, scrive Giuseppe De Filippi il 23 Settembre 2017 su “Il Foglio". Al direttore - Associazione nazionale magistrati e indagati. Al direttore - Leggo che il pm Albamonte, capo dell’Anm, è accusato di falso e abuso d’ufficio. Non mi pare ci sia nessun magistrato che ha chiesto le sue dimissioni. Che sorpresa, eh?

Luca Martini: Eugenio Albamonte è un magistrato distante anni luce da Henry John Woodcock ma sia Albamonte sia Woodcock in questa fase sono portatori di un messaggio involontariamente rivoluzionario per la magistratura. Entrambi indagano nell’ambito di un’inchiesta in cui sono a loro volta indagati. Woodcock nell’ambito del caso Consip. Albamonte nell’ambito del caso Occhionero. Involontariamente – e magnificamente – le storie di Albamonte e Woodcock potrebbero diventare un manifesto del garantismo. Se per un magistrato non va applicato il teorema Davigo – “non esistono innocenti, ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti” – non si capisce come possa quel teorema essere applicato da ora in poi ad altre categorie di cittadini. Sarà certamente d’accordo con noi Luigi Di Maio, candidato premier del movimento 5 clic nonostante un’iscrizione nel registro degli indagati. Pop corn per tutti.

Scontro D'Amico-Davigo: "Meglio un corrotto ​che lo Stato rotto". Scontro a Di Martedì tra Ilaria D'Amico e Piercamillo Davigo. Il pm: "Onestà precondizione per la carica pubblica". La D'Amico: "Meglio un corrotto che lo Stato rotto", scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 4/10/2017, su "Il Giornale". Scontro tra Ilaria D'Amico e Piercamillo Davigo a Di Martedì condotto da Giovanni Floris su La7 del 3 ottobre 2017. La conduttrice di Sky e il magistrato hanno avuto un acceso dibattito sull'onestà di chi si candida ad una carica pubblica. "Io credo che l'onestà debba essere una precondizione per qualsiasi carica pubblica, poi uno deve essere anche bravo", dice Davigo strappando l'applauso del pubblico. La moglie di Buffon non ci sta e decide di rispondere per le righe. Con una frase che però sui social viene già considerata una mezza gaffe. "Il dato dell'onestà dovrebbe essere un dato acquisito nel momento in cui si accede alla cosa pubblica. Se si dimostra disonestà dovrebbero esserci degli strumenti dati alla magistratura per non avvicinarsi più alla cosa pubblica". Poi nel mezzo dell'applauso del pubblico aggiunge, scusandosi per "essere realista": "Io non sono più purista come un tempo, meglio sopportare qualche corrotto che avere uno Stato rotto".

Ilaria D'Amico vs Piercamillo Davigo: video, la giornalista Sky a Di Martedì replica “meglio politico corrotto che uno stato rotto”, al magistrato che aveva detto, "onestà prima di tutto", scrive il 4 ottobre 2017 Niccolò Magnani su "Il Sussidiario". Il dilemma è da almeno Tangentopoli che agita la politica italiana: meglio un politico onesto o uno capace? E proprio dall’epoca di Mani Pulite spunta il magistrato Piercamillo Davigo - protagonista insieme al Pool di Milano durante Tangentopoli - che ieri sera durante Di Martedì su La7 ha litigato in maniera forte con Ilaria D’Amico, la bella giornalista Sky e moglie di Gigi Buffon, non la prima volta in veste “politica” invitata sul canale di Urbano Cairo. Il punto del contendere è proprio il rapporto tra capacità e onestà, dalle rivendicazioni di Movimento 5 Stelle ai populisti fino ai casi eclatanti di Consip e altri scandali interni alla politica. «L’essere onesto è la condizione prioritaria per ricoprire qualsiasi carica pubblica. Se un politico è bravo e disonesto è addirittura ancora più pericoloso. Dunque meglio l’onestà, prima di tutto». A quel punto, mentre in studio stavano per prendere parola Massimo Cacciari e Massimo Giannini, la giornalista Sky interviene e replica “piccata” a Davigo, premettendo di voler essere per una volta più realista di “purista”: «Mi dispiace essere realista: sopportare qualche corrotto è meglio che avere lo Stato rotto. Io non sono più purista come un tempo». Apriti cielo, immediatamente lo studio si ribella contro la D’Amico per aver subodorato, tra le righe, una miglior convenienza nell’aver qualche politico corrotto che però fa funzionare meglio lo Stato, piuttosto che avere una Amministrazione Pubblica magari onestissima ma incapace di far funzionare per davvero le cose. L’indignazione di Davigo - giustizialista come da sempre - viene accompagnata dal commento di Cacciari, che in maniera più approfondita (e cogliendo forse il vero nodo della disputa, ndr) prova a rispondere alla D’Amico, per nulla concorde con lei. «Non è che sia meglio o peggio. Dal punto di vista politico, il problema essenziale è la corruzione dello Stato, che, come una macchina rotta, è incapace di muoversi velocemente. La magistratura non può nulla, ma può solo perseguire reati. E se i politici commettono reati, la magistratura li persegue. Qualche volta sbaglia, qualche volta ha ragione, ma il problema non è la magistratura. E’ evidente che è del tutto impotente coi suoi mezzi a impedire alcunché di ciò che avviene in questo Paese, tanto è vero che dopo 25 anni c’è ancora Berlusconi come leader indiscusso e come potenziale padre nobile del futuro primo ministro». Il punto infatti non risiede nel meglio o peggio della politica onesta incapace o corrotta ma capace: in un Paese “ideale” la speranza è avere il meglio di tutto, ma per essere realisti forse non servirebbe “puntare” sui corrotti, ma su quelle buone realtà che ci sono e funzionano senza violare la legge. La giornalista di Sky ha poi spiegato meglio il suo concerto, affermando come «quello che veramente paralizza il Paese è la totale incapacità di fare il politico. Siamo in un periodo in cui gli scandali politici ci sono ancora ma in maniera minore, e secondo me il vero punto “nuovo” risiede nella incapacità di gestire le emergenze di cui soffre l’Italia». E poi ancora, una D’Amico scatenata: «ma vi sembra normale che la Sicilia e la Sardegna non siano valorizzate quanto, senza togliere nulla, alle Canarie? Bisogna imparare a valorizzare meglio il bene che abbiamo», chiosa la giornalista di Sky Sport.

Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante. Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate, scrive Raffaele Simone il 27 settembre 2017 su "L'Espresso". Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato. Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia. I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca. Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente.

Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica. Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione. Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale. Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil. Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza.

La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic). La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere?

«L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti.

La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.

Giustizia divina. Dalla legge 40 alle adozioni gay, così i giudici creano una nuova etica, scrive il 9 Marzo 2017 "Il Foglio". Il Tribunale dei minori di Firenze ha disposto la trascrizione in Italia dei provvedimenti emessi da una Corte britannica riconoscendo l’adozione di due bambini da parte di una coppia gay. È la prima volta che accade in Italia. I fratellini sono stati adottati dai due uomini, cittadini italiani, nel Regno Unito, dove risiedono da anni: “Per la prima volta viene riconosciuta in Italia l’adozione di minori all’estero da parte di una coppia di uomini”, fa sapere Rete Lenford, l’Avvocatura per i diritti Lgbt a cui si sono rivolti i due uomini. La magistratura ha assunto un nuovo ruolo chiave: laddove la natura non riconosce un diritto, che da naturale deve diventare positivo, e laddove neppure la politica vuole intervenire, ci pensano i magistrati. Lo abbiamo visto in tante sentenze che hanno letteralmente smantellato la legge 40, una buona legge sulla fecondazione artificiale, facendo entrare per la porta del diritto anche ciò che la legislazione vietava espressamente (maternità surrogata, eterologa, diagnosi eugenetica). Lo stesso vale per le “nuove famiglie”, famiglie omo si intende. È l’etica per via giudiziaria. Già la Consulta e la Cassazione avevano riconosciuto l’unione omosessuale come “formazione sociale”. Lo scorso gennaio, il primo presidente di Cassazione, Giovanni Canzio, aveva parlato delle adozioni da parte delle coppie gay: “La Corte non può e non intende sottrarsi al dovere di apprestare tutela ai diritti fondamentali della persona”. Ormai sono loro, le toghe, i grandi ultimi moralizzatori che fanno e disfanno i principi non negoziabili. Visto che il Parlamento della “casta corrotta” perde tempo, spetta ai magistrati sanare anche questa “emergenza democratica”, riconoscendo le famiglie gay. Li abbiamo visti, i magistrati, impartire lezioni di etica dopo Tangentopoli, chiamati nelle università, nei talk-show, nei convegni. Dentro le aule giudiziarie impartiscono pure lezioni di bioetica. Rete Lenford, decisiva in questa sentenza, ha organizzato convegni con Magistratura Democratica dal titolo “La Costituzione e la discriminazione matrimoniale delle persone gay e lesbiche e delle loro famiglie”. Chiamatela giustizia divina.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

«Il compito della magistratura? Sottomettere la politica», scrive Piero Sansonetti il 6 Settembre 2017, su "Il Dubbio".  Ho letto con molto interesse – e qualche apprensione… – il resoconto stenografico degli interventi del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, e del sostituto procuratore della Dna (Direzione nazionale antimafia) Nino Di Matteo, pronunciati qualche giorno fa alla festa del Fatto Quotidiano, in Versilia. Li ha pubblicati ieri proprio il Fatto considerandoli, giustamente, documenti di grande interesse giornalistico e politico. Potrei scrivere per molte pagine, commentandoli. Mi limito invece a pochissime critiche e soprattutto a una osservazione (alla quale, contravvenendo a tutte le regole del giornalismo, arriverò alla fine di questo articolo) che mi pare essenziale. Essenziale per capire l’Italia di oggi, per decifrare il dibattito pubblico, e per intuire a quali pericoli sia esposta la democrazia. Innanzitutto voglio subito notare che sebbene il Fatto pubblichi i due interventi, intervallando brani dell’uno e brani dell’altro, quasi fossero un unico discorso, si nota invece una differenza, almeno nei modi di esposizione, molto netta. Roberto Scarpinato dà l’impressione di avere una conoscenza approfondita dei fatti e anche della storia (italiana e internazionale) nella quale vanno inquadrati. Nino Di Matteo sembra invece soprattutto travolto da una indubbia passione civile, che però lo porta a scarsa prudenza, sia dal punto di vista formale sia nella ricostruzione storica. La tesi di fondo dei due interventi però è un’unica tesi. La riassumo in cinque punti. Primo, la mafia nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino, decise di intervenire nella politica italiana perché terrorizzata dall’idea che – finite le ideologie e i veti, e il famoso fattore K che escludeva i comunisti dal governo – potesse prendere il potere una coalizione composta da sinistra democristiana (ex zaccagniniana) ed ex Pci, all’epoca Pds. «Condannare i criminali? No, il compito della magistratura è sottomettere la politica». Secondo punto, in questa ottica, dopo le stragi del 1993, si svolse una trattativa tra lo Stato e la mafia e questa trattativa, pare di capire, coinvolse essenzialmente elementi dell’ex sinistra dc (Mancino, Mannino, forse De Mita) e dell’ex Pci (Giorgio Napolitano). Terzo punto, è stato proprio Giorgio Napolitano a delegittimare il processo sulla trattativa tra Stato e mafia che si sta spegnendo a Palermo tra assoluzioni e prove mancate: e la cattiva sorte di quel processo è da imputare non a una cattiva impostazione delle indagini e delle tesi di accusa, ma all’intervento dell’allora capo dello Stato. Quarto, la mafia da allora ha cambiato pelle, ha rinunciato ad usare la violenza e l’omicidio per condurre la sua strategia, e questo la rende ancora più pericolosa, perché riesce a crescere semplicemente usando lo strumento della corruzione e addirittura, in certe occasioni, senza neppure commettere reati formali. Il quinto punto lo accenno appena, perché ci torniamo alla fine – è il punto chiave – riguarda il compito e la missione della magistratura. Naturalmente i primi quattro punti sono in forte contraddizione l’uno con l’altro. Ad esempio non si capisce come facesse la mafia, quando ha iniziato l’attacco allo Stato (che Scarpinato e Di Matteo datano con l’uccisione di Salvo Lima del marzo 1992), a prevedere il crollo del potere politico italiano, che allora era ancora saldamente nelle mani del pentapartito, e non certo del Pci, che viveva un nerissimo periodo di crisi. Nessun analista politico previde Tangentopoli (neppure dopo l’arresto di Mario Chiesa) che esplose clamorosamente dopo l’uccisione di Falcone, né tanto- meno le conseguenze di Tangentopoli, eppure l’attacco della mafia iniziò prima di Tangentopoli. E non si capisce molto bene neanche perché la mafia uccidesse Lima ( destra Dc), e poi Falcone ( che era legato ai socialisti di Craxi) se voleva colpire la sinistra Dc e l’ex Pci, che di Lima e Falcone erano nemici; né si capisce perché furono Napolitano e Mancino ( ex Pci e sinistra dc) ad aiutare la mafia che era terrorizzata – se capiamo bene – perché temeva che Napolitano e Mancino andassero al potere…Fin qui, diciamo con un po’ di gentilezza, è solo un bel pasticcio, che certo non si regge in piedi come atto d’accusa. Né giudiziario, né politico, né tantomeno storico. E si capisce bene perché il processo Stato- mafia stia finendo a catafascio. Scarpinato e Di Matteo da questo punto di vista hanno avuto la fortuna di parlare, in Versilia, ad una platea amica che non aveva nessuna voglia di fare obiezioni (così come, in genere, non ne ha quasi mai il giornalismo giudiziario, e non solo, italiano). Ma il punto che mi interessa trattare è il quinto. L’idea di magistratura che – temo – va affermandosi in un pezzo di magistratura. Cito alcuni brani, testuali, di Di Matteo, che sono davvero molto istruttivi. In un crescendo. «Oggi si sta nuovamente (sottinteso, la politica, ndr) mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità, per i condannati per mafia, di godere dei benefici. Si sta cominciando a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell’applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro (….)». E più avanti: «I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenze come non sufficienti per condannare qualcuno… Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni (…) o possiamo ancora aspettarci che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia». La prima parte di questo ragionamento è solo la richiesta di poteri speciali, non nuova, tipica del pensiero reazionario (e non solo) da molti anni. In realtà i magistrati prudenti sanno benissimo che il 41 bis è carcere duro (e dunque è in contrasto aperto e clamoroso con la nostra Costituzione) ma stanno attenti a non usare mai quella definizione. Quando, intervistando qualche magistrato, ho provato a dire che il 41 bis è carcere duro, sono sempre stato contestato e rimproverato aspramente: «Non è carcere duro – mi hanno detto ogni volta – è solo una forma diversa di detenzione…». Di Matteo, lo dicevo all’inizio, è trascinato dalla sua passione civile (che poi è la sua caratteristica migliore) e non bada a queste sottigliezze, dice pane al pane, e carcere duro al carcere duro. Non so se conosce l’articolo 27 della Costituzione, probabilmente lo conosce ma non lo condivide e non lo considera vincolante. Così come non considera vincolante l’esibizione delle prove per affermare una verità, e questo, da parte di un rappresentante della magistratura, è un pochino preoccupante. Quel che però più colpisce è la seconda parte del ragionamento. E cioè le frasi che proclamano in modo inequivocabile che il compito della magistratura è mettere sotto controllo la politica (sottometterla, controllarla, dominarla, indirizzarla), cancellando la tradizionale divisione dei poteri prevista negli stati liberali, e non può ridursi invece a una semplice attività di giudizio e di punizione dei crimini. E’ probabile che siano pochi i magistrati che commettono la leggerezza di dichiarare in modo così chiaro ed esplicito la loro idea di giustizia, del tutto contraria non solo alla Costituzione ma ai principi essenziali del diritto; però è altrettanto probabile che il dottor Di Matteo non sia il solo a pensarla in questo modo. E siccome è anche probabile che esista una vasta parte del mondo politico, soprattutto tra i partiti populisti, ma anche nella sinistra, che non disdegna le idee di Di Matteo, e siccome non è affatto impossibile che questi partiti vincano le prossime elezioni, mi chiedo se esista, in Italia, il rischio di una vera e propria svolta autoritaria, e antidemocratica, come quella auspicata da Di Matteo – non so se anche da Scarpinato – o se esita invece una tale solidità delle istituzioni e dell’impianto costituzionale da metterci al sicuro da questi pericoli.

Davigo: “Renzi è confuso. Per cacciare un politico basta la sua difesa”. Il magistrato - “Il leader Pd mi dà del khomeinista, ma è per andare in cella che servono le sentenze. Per andare a casa, bastano certe autodifese indecenti”. Intervista di Marco Travaglio del 16 luglio 2017 su "Il Fatto Quotidiano".

Piercamillo Davigo, l’uscita della sua corrente Autonomia e Indipendenza dalla giunta dell’Associazione magistrati continua a far discutere. Il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte della corrente Area e il leader di Unicost Antonio Sangermano la accusano di “populismo giudiziario”.

«Ridicolo. È la stessa accusa che mi hanno sempre mosso i peggiori politici e giornali. Ora vedo che la usano anche alcuni colleghi. La prendo come una medaglia alla mia indipendenza. Io indico la luna e questi guardano il dito».

Quale sarebbe la luna?

«Le nomine lottizzate, poco trasparenti e incomprensibili di magistrati negli incarichi giudiziari direttivi e semidirettivi da parte del Csm, che sconcertano buona parte dei nostri colleghi, oltre ai settori più avveduti dell’opinione pubblica. E la risposta qual è? Che io le denuncio per guadagnare voti con la mia componente associativa. Ma santo cielo, se mi dicono così significa che lo sanno anche loro che molti magistrati la pensano come me. O credono che la loro base sia formata da un branco di idioti?»

Qual è oggi il rischio più grave per la magistratura italiana?

«Quello del carrierismo e quello del conformismo verso il potere politico, che il Csm dovrebbe arginare, non incentivare. Le nomine dei dirigenti degli uffici requirenti e giudicanti dovrebbero rispondere a criteri più chiari e stringenti e avvenire con procedure più trasparenti e comprensibili. Chi concorre a un incarico deve presentare un’auto-relazione, che poi viene confrontata con quelle degli altri per la scelta finale del Csm. Ecco, queste relazioni devono essere online, a disposizione di tutti. Per un’esigenza profilattica: così uno evita di tessere lodi infondate o esagerate di se stesso; chi vota per lui risponderà della sua scelta a tutta la magistratura e ai cittadini; e tutti capiranno se il Csm ha scelto il più bravo oppure no. Non c’è privacy che tenga. Oggi purtroppo non è così, il che provoca una crescente disaffezione dei magistrati verso il loro organo di autogoverno: io vengo accusato di colpire il Csm, mentre voglio difenderlo, aiutandolo a evitare errori».

Lei contesta la lottizzazione correntizia delle nomine “a pacchetto”. Perché?

«Se si decide contemporaneamente su un mazzo di incarichi da riempire, senza trasparenza né criteri stringenti, il rischio è che non si scelga il migliore per ogni posto, ma che si segua la logica dell’“uno a me, uno a te, uno a lui”. Mettano tutto online: a parole sono tutti d’accordo, perché non lo fanno? Un collega mi ha detto: “Ormai ci stupiamo se ogni tanto il Csm nomina uno bravo”. E purtroppo sono in molti a pensarlo. Ma si può andare avanti così?»

Voi avete contestato le nomine dell’ex assessore della giunta siciliana di Lombardo, Giovanni Ilarda, a Pg di Trento, e l’indicazione dell’ex deputato Pd Lanfranco Tenaglia a presidente del Tribunale di Pordenone.

«Ci siamo sentiti presi in giro. La giunta unitaria dell’Anm si era data un programma, che comprendeva il monitoraggio delle nomine direttive e semidirettive del Csm, per verificare il rispetto delle regole. Dopo durissime discussioni, abbiamo creato questo gruppo di lavoro. E c’era un’intesa sui “fuori ruolo” che arrivano dai ministeri: almeno un anno di pausa, prima che possano concorrere a incarichi direttivi. Inoltre il Comitato direttivo centrale dell’Anm approvò una richiesta al Parlamento per stabilire che chi rientra da un’esperienza politica non abbia funzioni giurisdizionali. Su questi punti quasi tutte le correnti dell’Anm, a cominciare da Area, avevano posizioni intransigentissime. Ma se poi chiediamo al Csm di attenersi, per coerenza, a questi criteri nelle sue nomine, cominciano i distinguo, le resistenze, e si continua a fare come se niente fosse. Addirittura si fa saltare la fila ai “fuori ruolo” di ritorno, che passano davanti a quelli che hanno sempre tenuto la toga in spalla. Ma con quale credibilità? Ecco: se non mi fido di chi gioca con me, non gioco più».

Non è strano che il favorito al Csm per fare il capo della Procura di Napoli sia Giovanni Melillo, capo di gabinetto uscente del ministro Orlando?

«Non voglio parlare dei casi singoli, ma dei princìpi: se abbiamo ritenuto che i “fuori ruolo” per un anno non possano diventare dirigenti di uffici giudiziari, quella nomina violerebbe questo principio. È una cosa ovvia: persino gli ambasciatori, che non hanno doveri di indipendenza, dopo un certo periodo all’estero devono rientrare in Italia per il cosiddetto “bagno”: altrimenti diventano cittadini stranieri. A maggior ragione questo deve valere per i magistrati che vengono cooptati dai politici per incarichi ministeriali: badi bene, non scelti per concorso, ma per rapporti fiduciari di natura politica. Prima di tornare in incarichi giudiziari delicati, devono respirare di nuovo l’aria della cultura della giurisdizione, per essere e anche per apparire di nuovo “indipendenti da ogni altro potere”: come prescrive la Costituzione. Altrimenti si dà un segnale devastante ai magistrati».

Quale?

«Che vale di più stare fuori ruolo, in posti più prestigiosi e meno stressanti, che non fare i giudici o i pm sotto montagne di fascicoli, spesso sull’orlo del tracollo psicofisico, ed esposti a rischi disciplinari per ritardi fisiologici o errori formali».

Ieri Sangermano, sul Giornale, trova gravissima la frase che le viene attribuita, secondo cui: “Non esistono politici innocenti, ma solo colpevoli su cui non sono state raccolte le prove”.

«Sì, è la stessa che mi attribuisce anche Renzi nel suo ultimo libro: sorprendente questa assonanza, non trova? Evidentemente i due hanno le stesse fonti, o leggono la stessa pessima stampa. In realtà io parlavo di un processo specifico: quello di Mani Pulite sulla linea 3 della metropolitana milanese, dove si dimostrò fino in Cassazione che tutte le imprese consorziate versavano la loro quota di tangenti all’impresa capofila, che poi versava l’intera mazzetta al cassiere unico della politica, che poi la distribuiva pro quota a ogni rappresentante dei partiti, di maggioranza e di opposizione. È colpa mia se poi sono stati tutti condannati? È il solito giochino che una volta facevano solo certi politici e certi giornalacci: prendere una frase e isolarla dal contesto per buttartela addosso. Un giorno il capitano di una nave scoprì che il primo ufficiale di guardia era ubriaco e lo scrisse nel giornale di bordo. Quello, per vendicarsi, scrisse a sua volta: “Oggi il comandante non era ubriaco”. Era la verità, ma quella frase, estrapolata dal contesto, sembrò un atto di accusa, come a dire che tutte le altre volte il comandante era ubriaco. Ecco, questi fanno così. Sono ridicoli».

Renzi scrive anche che lei non sa cos’è il garantismo, non conosce Cesare Beccaria. Le rinfaccia una frase di Giovanni Falcone contro i “khomeinisti” della “cultura del sospetto”. E le rammenta che, per decidere se uno è colpevole o innocente, bisogna attendere la sentenza definitiva.

«Deve avere le idee molto confuse. Io, come tutti i magistrati, non mi sognerei mai di condannare qualcuno sapendolo innocente, perché sono stato educato alla cultura della prova. Noi magistrati esistiamo proprio per distinguere fra colpevoli e innocenti. Ma sappiamo anche che non sono le sentenze che debbono selezionare la classe dirigente e politica: è la politica che deve fare le sue valutazioni autonome sul materiale giudiziario e decidere se certe condotte già dimostrate in fase di indagine, a prescindere dalla rilevanza penale, sono compatibili o meno con la “disciplina” e “l’onore” richiesti dall’art. 54 della Costituzione a chi ricopre pubbliche funzioni. Per mandare in carcere qualcuno a espiare la pena, ci vuole la condanna definitiva. Ma per mandarlo a casa, a volte non c’è bisogno nemmeno della condanna di primo grado. Anzi, non c’è neppure bisogno dell’accusa: basta la sua difesa».