Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

SPRECOPOLI

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

L’ITALIA DEGLI SPRECHI,

OSSIA, … ED IO PAGO !!!

"Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi. Gli amministratori pubblici nominino i loro collaboratori, rispondendone del loro operato. Ogni funzionario, pubblico o privato, addetto ad uno sportello aperto al pubblico, sia identificato con cartellino di riconoscimento. Il difensore civico obbligatorio presso ogni ente pubblico difenda i cittadini dagli sprechi o dagli abusi od omissioni amministrative, giudiziarie, sanitarie o di altre materie di interesse pubblico".

di Antonio Giangrande

SPRECOPOLI

L'ITALIA DEGLI SPRECHI....ED IO PAGOOOOO!

 

«Ma quanto mi rubi? (Sprechi di Stato). Uno Stato che si fa rubare più di 565 miliardi di euro all’anno non è in crisi: è una nazione di deficienti! Evasione fiscale, Corruzione,  Sprechi, Non funzionamento dello Stato, Mafie,  Incidenti sul lavoro,  Estorsioni e usura, Contraffazione, Crac finanziari, Costo economico della burocrazia,  Lentezza della giustizia. Per un totale di 565 miliardi di euro all’anno.»

Di Antonio Giangrande

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

FONDI STATALI PER "I PARTIGIANI".

PARLIAMO DI TASSE E DI SPRECHI.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

CHI FA LE LEGGI? 

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

SPENDING REVIEW? NO, SPENDING CUCU’.

L'ULTIMA RAPINA COMUNISTA A DANNO DEGLI ITALIANI.

LA SPECULAZIONE FLOP SUI DERIVATI.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

LO SPRECO DEI PASTI AI CLANDESTINI.

IMMIGRAZIONE: RISORSA? MA QUANTO MI COSTI? UN MILIARDO O 4O MILIARDI DI EURO ALL'ANNO?

ZINGARI ED IMMIGRATI: GLI SPRECHI SOLIDALI.

BAGNOLI: LA STATO FA FALLIRE SE STESSO.

RIMBORSI. LA GRANDE ABBUFFATA DEI PARTITI.

I PAPPONI DELLE PENSIONI E DEI VITALIZI.

L'ITALICA FURBATA: TANGENTE O RACCOMANDAZIONE.

L'ITALIA DEI FURBI: TANGENTI E SPRECHI.

CORRUZIONE E STAMPA.

GRANDI OPERE: GRANDI SPRECHI E GRANDI SCANDALI.

IL CIMITERO DEI CARRI ARMATI.

SPRECHI SPAZIALI.

UNIVERSITA': TUTTO TRUCCATO.

GLI SPRECHI E LE PRESE PER IL CULO….

QUOTE LATTE E DEFERIMENTO DI STATO.

ANTROPOLOGIA CRIMINALE ED I PREGIUDIZI DELLA SINISTRA.

PERCHE’ L’EVASORE LA FA FRANCA?

I TESORI DELL'ARTE NELLE MANI DELLA MAFIA.

PERCHE' I DETENUTI NON LAVORANO?

LE SPESE DEI MUNICIPI.

L'ITALIA DELLA DILAPIDAZIONE. DAL BASSO DEI COMUNI ALL'ALTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE, PASSANDO PER LA OMESSA SPESA DEI FONDI COMUNITARI.

SPRECOPOLI. L’ITALIA DEGLI SPRECHI.

LA SPRECOPOLI DELLE PARTECIPATE.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

PARLAMENTO E DINTORNI COME DIVENTARE RICCHI CON LO STIPENDIO FISSO.

ELETTRONICA E MOBILI: CHE SPRECO DI 30 MILIARDI.

RAI: VA IN ONDA LO SPRECO KOLOSSAL.

AGENZIA DELLE ENTRATE: SPRECO DA 50 MILIONI DI EURO.

LE TRUFFE RECORD ALLA SANITA’.

I CARROZZONI DEI CONSORZI DI BONIFICA.

PARLIAMO DELL’AUTHORITY ANTI SPRECHI, DEI DIPENDENTI DEL PARLAMENTO E DEGLI AFFITTI D’ORO DEGLI UFFICI DEI PARLAMENTARI.

CHI CONTROLLA I CONTROLLORI E QUANTO CI COSTANO???

I PREZZI DUBBI DEI FARMACI.

IL DUBBIO SISTEMA INFORMATICO DI ASSEGNAZIONE DEI CONTRIBUTI UE. 

VIZI ITALICI. LE OPERE INCOMPIUTE. POZZI SENZA FONDO.

LE BELLEZZE TRADITE. UNA RICCHEZZA IMMERITATA. I MONUMENTI PRIGIONIERI DEI CANTIERI E/O DELL'ABBANDONO.

SPRECHI: NON SOLO PARLAMENTARI. IL POZZO SENZA FONDO DELLO STATO.

LO STATO DELLA CASTA: COME EVADE LE TASSE E COME TRUFFALDINAMENTE SI FINANZIA.

LO SPRECO DELLA CARTA PARLAMENTARE.

IL PAESE DELLE STAZIONI FANTASMA.

LO SPRECO DELLE MISSIONI MILITARI.

GARIBALDINI, ANTIFRANCHISTI ED ANTIFASCISTI: QUANTO CI COSTANO GLI EX COMBATTENTI?

REGIONI: PAPPONI, SPRECONE E....INDAGATE E NON MANCA LA CASTA A STATUTO SPECIALE.

I MAGISTRATI: UNO SPRECO CONTINUO. LAVORANO POCO E MALE E NESSUNO LO DICE.

LA GIUNGLA DELLE SOCIETA’ IN MANO PUBBLICA.

I PRIVILEGI DEGLI STATALI.

PARLIAMO DEI DIRIGENTI PUBBLICI.

PARLIAMO DEI DIRIGENTI DI PALAZZO CHIGI.

PARLIAMO DELLA CORRUZIONE DEI DIPENDENTI PUBBLICI E DELLE TRUFFE DEI CITTADINI.

PARLIAMO DELLA CONSIP E DEGLI SPRECHI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

PARLIAMO DI AMBASCIATORI. AMBASCIATOR PORTA PRIVILEGIO.

LEGGI INCOSTITUZIONALI SUL FINANZIAMENTO AI PARTITI.

PARLIAMO DELL’AVVOCATURA DELLO STATO.

PARLIAMO DEGLI AVVOCATI PUBBLICI E DEGLI INCASSI PRIVATI.

I FURBETTI DELLE BORSE DI STUDIO.

CHE CAZZO DI FINE FANNO I NOSTRI SOLDI? ITALIA. I CODARDI DEL TAGLIO DELLA SPESA PUBBLICA ED I SUICIDI DI STATO.

PARLIAMO DI UNA TASSA CHIAMATA ACI: 191 MILIONI DI EURO PER UN REGISTRO INUTILE.

DISOCCUPAZIONE E RICERCA DEL LAVORO. LO SPRECO DEI CENTRI PER L’IMPIEGO.

SOLIDARIETA’, CATASTROFI E GLI SMS. DOVE CAZZO VANNO A FINIRE LE DONAZIONI?

TRASPORTI: SPESE E FALLIMENTI.

LO SPRECO NON SI FERMA. ISTITUZIONI ALLA SBARAGLIO. LE MANGIATOIE. ALTRO CHE PARLAMENTO: CSM E REGIONI.

CONTRAPPASSO: SERGIO RIZZO, L'ANTICASTA CON LO SPRECO IN CASA.

SERVIZI PUBBLICI E SPESA PUBBLICA. SACRIFICI, MA NON PER TUTTI.

PARLIAMO DELLE TOGHE IN FERIE.

SALERNO REGGIO CALABRIA: L’ETERNA INCOMPIUTA.

LA SALERNO REGGIO CALABRIA FINISCE NEL LATO OSCURO DEL POTERE.

ENTI, LO SPRECO INTERNAZIONALE.

MEGLIO LA CASTA REGIONALE DI QUELLA PARLAMENTARE?

REGIONI, L'ALTRA CASTA.

GOZZOVIGLI ALLA REGIONE.

INVITO A CENA CON CARABINIERE.

DA UN GENERALE AD UN ALTRO. DA FAVARA A SPECIALE.

ITALIANI IGNAVI.

IL COSTO DELLA POLITICA.

IL COSTO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

SEMPLIFICARE?

GLI SPRECHI DELLA MAGISTRATURA.

PARLIAMO DEL PROCESSO AI MAGISTRATI: LA CASTA DELLE CASTE.

L’ITALIA DEGLI SPRECHI

PARLIAMO DELL’ITALIA DI M……..UNO STATO DI LADRI INGORDI. DOVE VANNO A FINIRE I SOLDI ESTORTI AI CITTADINI CONTRIBUENTI??

CIAK. SI TRUFFA E SI FLOPPA. IL CINEMA IN ITALIA.

PARLIAMO DI CONSULENZE E COLLABORAZIONI ESTERNE

PARLIAMO DI REGIONOPOLI

PARLIAMO DEL MAGNA MAGNA GENERALE

PARLIAMO DELLE SOCIETA’ REGIONALIZZATE 

PARLIAMO DELL’ITALIA DEI BILANCI DISSESTATI

PARLIAMO DELLE CONCESSIONARIE DELLA RISCOSSIONE DEI TRIBUTI CHE POI SE LI INTASCANO

PARLIAMO DI USURA DI STATO: EQUITALIA

PARLIAMO DI ONERI DI URBANIZZAZIONE NON AGGIORNATI

PARLIAMO DELLA SOCIETA' ITALIANA AUTORI ED EDITORI. TUTTO IN FAMIGLIA

PARLIAMO DELLE COMUNITA’ MONTANE: UNA MACCHINA DI SPRECHI.

PARLIAMO DEI MANCATI INVESTIMENTI SUI CONTRIBUTI UE

A PROPOSITO dI SPRECHI PARLIAMO DELLA MACCHINA PUBBLICA.

NON CI RESTA CHE PIANGERE....ANCHE PER LA MASSONERIA

PARLIAMO DI PENSIONI: D'ORO, BABY, PRIVILEGIATE

PARLIAMO DI STIPENDI A STATALI NULLAFACENTI

PARLIAMO DEGLI STIPENDI DEI PARLAMENTARI

PARLIAMO DEI BENEFICI DELLE BANCHE

PARLIAMO DI ITALIA E SISTEMA DI POTERE: UN POZZO SENZA FONDO

PARLIAMO DI ICI, QUELLI CHE NON PAGANO

PARLIAMO DI CARRIERE MISTERIOSE DI AMICI ED AMANTI SENZA ALCUN MERITO

PARLIAMO DEI PRIVILEGI DELLA CASTA DELLE STELLETTE

PARLIAMO DEI COMMESSI PARLAMENTARI, L'ALTRA CASTA

PARLIAMO DEI BONUS, DEI CONTRIBUTI E DEI SUSSIDI AI PRIVATI CITTADINI

PARLIAMO DELL'ITALIA DEI DOPPIONI PER UNA SINGOLA GESTIONE

PARLIAMO DELL'ISLAM E DELLE TRADIZIONI COSTOSE

PARLIAMO DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE O PARTECIPATE DAGLI ENTI LOCALI: L’ARMA DEL GETTONE.

PARLIAMO DELLA TRUFFA DEL DOPPIO, TRIPLO E QUADRUPLO STIPENDIO

PARLIAMO DI QUANTO CI COSTA LA CHIESA CATTOLICA

PARLIAMO DEGLI OSPEDALI MAI NATI

PARLIAMO DI ENTI INUTILI

PARLIAMO DELLA BUROCRAZIA A FONDO PERDUTO

PARLIAMO DEI FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO

PARLIAMO DEGLI AEROPORTI INUTILI ED INUTILIZZATI D’ITALIA

PARLIAMO DELLE COMPAGNIE AEREE INUTILI E DANNOSE D’ITALIA

PARLIAMO DELLE COMPAGNIE MARITTIME INUTILI E DANNOSE D’ITALIA

PARLIAMO DEI PAPPONI DI STATO. FORAGGIAMENTO DEI PARTITI, COMPRESI QUELLI ESTINTI

PARLIAMO DI VOLI DI STATO

PARLIAMO DI AUTO BLU

PARLIAMO DI PENSIONI FARAONICHE

PARLIAMO DI PRIVILEGI FARAONICI: PARLAMENTARI, MAGISTRATI, ECC.

PARLIAMO DEGLI AVVOCATI DI STATO

PARLIAMO DEL FORAGGIAMENTO ALLA INFORMAZIONE

PARLIAMO DEL FORAGGIAMENTO A SINDACATI ED ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI

PARLIAMO DELLE PROVINCE

PARLIAMO DI BRACCIALETTI ELETTRONICI.

PARLIAMO DELLE ASL

PARLIAMO DELLE SCORTE.

PARLIAMO DEGLI IMPIANTI TURISTICI INVERNALI.

ENIT. IL RE DEGLI ENTI INUTILI.

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Anche l'anticorruzione costa Per l'Anac voli, cene e hotel. A Cantone e ai consiglieri in 6 anni rimborsi per 270mila euro e 5 milioni di compensi. Ma il malaffare non cala, scrive Pasquale Napolitano, Martedì 11/12/2018, su "Il Giornale". In Italia la corruzione, in base a uno studio di Unipresa pubblicato a giugno di quest'anno, nell'ultimo decennio ha avuto un costo di 10 miliardi di euro di prodotto interno lordo l'anno. La corruzione, dunque, pesa tantissimo sui cittadini. Ma anche la lotta a politici e funzionari infedeli comporta degli oneri. Costi che emergono controllando le spese sostenute, per cene, viaggi e alberghi dai consiglieri del presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone. Spese che ovviamente non sono minimamente paragonabili a quelle che lo Stato sopporta per appalti truccati e altre ruberie, ma che comunque incidono sul bilancio dello Stato. Nella struttura di vertice dell'Anac siedono, oltre al presidente Cantone, quattro consiglieri: Michele Corradino, Francesco Merloni, Ida Angela Nicotra, Nicoletta Parisi. Tutti hanno profilo impeccabile e un curriculum eccellente con incarichi di prestigio tra magistratura amministrativa, università e vertici della pubblica amministrazione. Il più francescano di tutti è l'ex magistrato: Cantone ha speso, dal 2014 ad oggi, tra cene, alberghi e trasporti, 17.185 euro. Il 2015 è stato l'anno meno austero, con una richiesta di rimborso per le missioni esterne pari a 5100. Da duro e puro magistrato qual è stato nel corso della carriera di giudice, prima di approdare alla guida dell'Anticorruzione, Cantone si fa bastare lo stipendio che non è male: 180mila euro l'anno. Soldi con cui può tranquillamente pagarsi una trasferta. Nei sei anni alla guida dell'Anticorruzione, l'ex magistrato antimafia intascherà 1 milione di euro. Meno francescani sono stati fino ad oggi i suoi consiglieri, che tra cene e trasferte hanno abbondantemente superato la somma dei 17mila euro del presidente. Evidentemente il carico di lavoro, tra ispezioni, audizioni e verifiche, è più elevato. Dai dati consultati da il Giornale la più spendaccione è Ida Angela Nicotra, che dal 2014 ad oggi ha speso 101mila euro tra viaggi, pranzi, alberghi e trasporti. La Nicotra, ordinario di Diritto Costituzionale all'Università di Catania, nel 2015 ha chiesto 27mila euro di rimborso per le trasferte per conto di Anac: quasi il doppio di quanto il presidente Cantone ha speso in 4 anni al vertice dell'Anticorruzione. Un'altra donna, Nicoletta Parisi, insidia la prima posizione: dalla nomina ad oggi ha speso 69mila e 200 euro per pagare hotel, vitto e trasporto. Il 2017 è stato l'anno del record con 20mila euro chiesti all'Anac come rimborso per le trasferte. Il primo di sesso maschile è Michele Corradino con i suoi 60mila euro di spese. Anche per il consigliere Corradino, magistrato al Consiglio di Stato, c'è un primato: tra luglio e dicembre del 2014 ha speso 11mila e 425 euro. L'unico in linea con le spese francescane del presidente Cantone è Francesco Merloni che ha pesato sulle casse dell'Anac per 25mila e 736 euro. Per avere una radiografia completa di quanto costa l'anticorruzione in Italia va analizzato un altro capitolo: i compensi dei consiglieri. La retribuzione più alta è quella di Cantone: 180mila euro l'anno. Per i consiglieri, lo stipendio è leggermente più basso: 150mila euro annui. Una cifra pari a 900mila euro in sei anni. Complessivamente Cantone e i suoi consiglieri costeranno 4 milioni e 600mila euro in 6 anni. Costo a cui vanno aggiunti gli oltre 270mila euro spesi per pagare trasferte, alberghi e cene. Ma quali sono i risultati portati a casa? Si intravedono segnali di miglioramento. Nel febbraio 2018 Transparency International, l'ong che lotta contro la corruzione, ha stilato una classifica: l'Italia si piazza al 54esimo posto, migliorando di sei posizioni rispetto al 2017, ma complessivamente resta il voto insufficiente. Siamo in compagnia della Slovenia ma ancora dietro nazioni come il Ruanda e la Spagna.

Corruzione, disastro italiano: ci costa 230 miliardi l'anno (siamo tra i peggiori in Europa). I risultati di uno studio europeo: il nostro Paese è il peggiore tra quelli occidentali. Con quello che viene sottratto alla comunità si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali, scrive Federica Bianchi il 6 dicembre 2018 su "L'Espresso". È l'Italia il Paese con il più alto livello di corruzione in Europa. Almeno in termini assoluti e non in percentuale al Pil. Ogni anno perdiamo infatti 236,8 miliardi di ricchezza, circa il 13 per cento del prodotto interno lordo, pari a 3.903 euro per abitante. La cifra della corruzione, già impressionante di per se, è due volte più alta di quella della Francia, pari a 120 miliardi di euro e al 6 per cento del Pil e di quella della Germania, dove la corruzione costa 104 miliardi di euro (il 4 per cento del Pil). Questi sono i numeri contenuti in uno studio pubblicato dal gruppo dei Verdi europei basato sulle analisi condotte dalla ong americana RAND per il parlamento europeo, relatrice la deputata 5 Stelle Laura Ferrara. Complessivamente l'Unione europea perde per corruzione 904 miliardi di euro di prodotto interno lordo se si includono nel calcolo anche gli effetti indiretti, come le mancate entrate fiscali e la riduzione degli investimenti esteri. Tanto per mettere le cifre in contesto: porre fine alla fame del mondo costerebbe 229 miliardi; fornire educazione primaria a tutti i bambini dei 46 Paesi più poveri del globo 22 miliardi; 4 miliardi per eliminare la malaria; 129 miliardi per offrire acqua pulita e fognature a tutti gli esseri umani. In Europa le persone non credono che gli sforzi del governo per combattere la corruzione siano efficaci e le uniche istituzioni di cui hanno fiducia a larga maggioranza sono le forze di polizia. La fiducia nelle istituzioni europee poi è bassissima: si ferma al 4 per cento. All'interno della Ue, il Paese più corrotto in termini di perdita percentuale del prodotto interno lordo è la Romania, con il 15,6 per cento di perdita del Pil. Non è un caso. Il suo governo socialista, che sta per presiedere il prossimo semestre dell'Unione, è da tempo nel mirino della Commissione e del parlamento europeo per le misure legislative prese con lo scopo di coprire la corruzione. E la mancanza di lotta contro la corruzione è stata al centro di uno dei rapporti più duri inviati recentemente da Bruxelles a Bucarest. Più in generale, la corruzione sembra essere un vero problema per l'Europa dell'Est, oltre che per l'Italia: Bulgaria, Lettonia e Grecia perdono circa il 14 per cento di Pil ogni anno, la Croazia il 13,5 per cento, la Slovacchia il 13, la Repubblica Ceca il 12. Al contrario, è l'Olanda – una notizia che non dovrebbe essere una sorpresa per chi segue le vicende europee – il Paese più virtuoso. Qui la corruzione vale solo lo 0,76 per cento del Pil (circa 4,4 miliardi di euro). Sul podio sono anche Danimarca e la Finlandia, 4 miliardi entrambe, rispettivamente il 2 e il 2,5 per cento del Pil. E non se la cava male nemmeno il Regno Unito dove la corruzione ruba al Pil “solo” il 2,3 per cento, ovvero circa 41 miliardi di euro. Con riferimento al nostro Paese, lo studio mette in evidenza come le risorse così sprecate potrebbero da sole risolvere le maggiori emergenze sociali. La perdita di ricchezza dovuta alla corruzione è infatti pari a oltre una volta e mezza il budget nazionale per la sanità pubblica; a 16 volte gli stanziamenti per combattere la disoccupazione; a 12 volte i fondi per le forze di polizia e addirittura è di 337 volte più grande della spesa per le abitazioni sociali. Per non parlare degli investimenti sull'istruzione, nota dolente, che con quei soldi potrebbero essere più che triplicati. Infine, se quei 237 miliardi fossero distribuiti agli italiani basterebbero per dare a oltre il 18 per cento della popolazione 21mila euro l'anno, la media nazionale. In oltre la metà degli stati europei (Italia, Bulgaria, repubblica ceca, Croazia, Cipro, Grecia, Ungheria, Lituania Lettonia, Romania, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna) l'80 per cento degli abitanti ritiene che la corruzione sia un fenomeno diffuso nel loro Paese al punto che la maggioranza di loro non la denuncia. Un'abitudine al peggio che viene ribadita anche in un sondaggio condotto da Eurostat nel 2017, secondo cui il 55 per cento degli intervistati riteneva che l'alto livello di corruzione fosse peggiorato negli tre anni precedenti e il 30 percento che fosse rimasto allo stesso livello. Solo il 4 percento pensava che fosse diminuito. E difatti l'89 per cento degli italiani pensa che la corruzione sia estremamente diffusa nel Bel Paese, con l'84 per cento convinto addirittura che faccia parte della cultura d'impresa del Paese. Ma c'è un segno di speranza. Secondo il 79 per cento la corruzione non è un fenomeno accettabile e dovrebbe essere combattuta aggressivamente. Se solo lo Stato lo volesse.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

FONDI STATALI PER "I PARTIGIANI".

Il generale della Folgore scrive a Pinotti contro l'Anpi. La lettera del generale Bertolini dell'Associazione dei Parà contro le proteste dell'Anpi per la stele in memoria dei paracadutisti tedeschi, scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 21/03/2018, su "Il Giornale". Non si ferma la polemica a Cassino tra paracadutisti e partigiani. La querelle della stele per i "parà nazisti", aspramente contrastata dall'Anpi, è diventata un vero e proprio caso istituzionale. Che ha coinvolto anche il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Il Generale Marco Bertolini della Folgore, presidente dell'Assciazione Nazionale Paracadutisti d'Italia, infatti, ha scritto una lettera al ministro per chiedere spiegazioni riguardo la "frittata" partigiana e suggerendo di togliere i fondi ai nipoti dei partigiani.

Fondi statali per i partigiani: ecco il tesoretto antifascista. "Alcuni giorni - si legge nella missiva - fa il Generale di Corpo d'Armata Hans-Werner Fritz, Presidente dell'associazione paracadutisti tedesca, mi aveva avvertito che stava venendo in Italia con un gruppo di associati per una cerimonia a Cassino in memoria dei valorosi paracadutisti tedeschi che caddero durante la Seconda Guerra Mondiale. Il generale Fritz era il mio corrispettivo presso il Coiu tedesco di Potzdam quando io ero in servizio con lui vennero affrontati molti problemi comuni, tra cui il coordinamento dei nostri sforzi per l'ormai dimenticato ripiegamento dell'Afghanistan, l'alternarsi italo-tedesco al Comando della Task Force a Erbil, ed altre cosette del genere. Ovvio quindi che tra lui e me si creasse una certa familiarità sfociata in amicizia nel corso del Congresso delle Associazioni Paracadutisti Europee del 2017, durante il quale ci siamo reincontrati, seppur in vesti differenti da quelle con le quali ci eravamo salutati un anno prima a Erbil". Dopo la protesta dell'Anpi e la cancellazione della cerimonia, il generale Bertolini ha esoposto al collega "i miei sentimenti. Che sono di vergogna profonda". E così ha deciso di prendere carta e penna e scrivere alla Pinotti "per metterla a parte della frustrazione di tutta l'Anpd'I e per suggerirle di prendere qualche misura per ribadire ai nostri commilitoni tedeschi, ma non solo, che gli appelli alla sbandierata "difesa comune" europea non sono parole vuote. E che non abbiamo dimenticato i doveri che ci derivano dalla nostra ppartenenza alla civiltà cristiana, che ha nel culto dei morti, di tutti i morti, e soprattutto dei Caduti, di tutti i Caduti, uno dei suoi più radicati appigli". Infine, l'accusa contro l'associazione dei partigiani: "Le chiedo - scrive Bertolini - anche di valutare se un'associazione come l'Anpi, protagonista di questa bella frittata oltre che di tutt'altro che edificanti manifestazioni di carattere virulentemente politico come quello che ci ha proposto la cronaca degli ultimi mesi, possa essere confusa con le associazioni d'Arma, avendo anzi contributi finanziati dal Suo Ministero che le altre non possono neppure immaginare". Finanziamenti che Giuseppe De Lorenzo e Marco Vassallo avevano svelato in un'inchiesta sul Giornale.

Fondi statali per i partigiani: ecco il tesoretto antifascista. Crescono le sovvenzioni per i gruppi partigiani. Dai garibaldini ai combattenti in Spagna: 4 milioni di euro in 6 anni, scrivono Giuseppe De Lorenzo e Marco Vassallo, Giovedì 26/10/2017 su "Il Giornale". Ogni anno decine di associazioni aspettano l’autunno con ansia. Le attende una sorta di rito: la perpetua elargizione di fondi (statali) che in buona parte dei casi significa sopravvivenza. Anche quest’anno il Governo, approvando la legge di bilancio 2017, provvederà a sovvenzionare con quasi tre milioni di euro una pletora di organizzazioni combattentistiche dalle più disparate sigle. Dai garibaldini all’Arma di Cavalleria, passando - ovviamente - per i partigiani.

Dai Mille alla Resistenza. Ecco: i partigiani. I fondi per le associazioni combattentistiche provengono da due voci di bilancio: da una parte il ministero della Difesa mette a disposizione 1,7 milioni di euro da dividere tra 47 raggruppamenti; dall’altra il ministero dell’Interno, in collaborazione con quello delle Finanze, elargisce altri 1,6 milioni. Mica bruscolini. Buona parte di questi proventi finisce nelle tasche di organizzazioni che in un modo o nell’altro si riconoscono nell’esperienza delle varie brigate antifasciste. Per esempio, la Difesa si appresta a versare 23.500 euro all’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna. E qui vi chiederete: cosa fa il comitato? Sul sito si trova lo statuto del gruppo costituito da "superstiti ex volontari che hanno partecipato alla guerra di Spagna nelle formazioni anti-franchiste ed i loro familiari e discendenti". Ma se qualcuno è interessato e ne condivide i principi, può iscriversi lo stesso. Le iniziative riguardano soprattutto la pubblicazione di memorie e biografie di comunisti, anarchici e antifascisti vari che presero la via della penisola iberica per combattere contro Francisco Franco. Per dire, sabato scorso si sono visti a Tolmezzo (Udine) per ricordare i volontari internazionalisti antifascisti "che dalla Carnia e dall'alto Friuli" parteciparono alla guerra spagnola "al fianco delle istituzioni democratiche". Saluti, convegni, targhe e concerto. Nella colonna delle uscite del bilancio del Governo ci sono poi 55mila euro finiti alla Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, 115.000 euro all’Associazione nazionale Reduci della Prigionia dell’Internamento e della Guerra di Liberazione, 84mila per la Federazione Italiana Volontari della Libertà e altri 41.800 euro all’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione Inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate, che solo a pronunciare il nome serve una riga. E infine l’Anpi: alla più famosa organizzazione partigiana finiranno ben 107mila euro tondi tondi. Ognuno si è fatto il suo comitato: i partigiani, i militari, i deportati, i volontari all'estero e chi più ne ha più ne metta. Spesso i vari Enti stampano riviste, sostengono siti internet e in alcuni casi pubblicano pure libri sulla sempreverde resistenza antifascista. C’è anche il caso dell’Associazione Nazionale tra le famiglie italiane dei Martiri Caduti per la Libertà della Patria, che quest’anno incasserà 102mila euro. Voi direte: impossibile non essere d’accordo con chi rappresenta i martiri per la libertà. Certo. Il fatto è che riguarda solamente gli “antifascisti, partigiani, semplici civili” morti durante l’occupazione nazi-fascista del Centro e del Nord Italia. In particolare l’attenzione dell’ANFIM si concentra sulla strage delle Fosse Ardeatine (nacque proprio dal desiderio dei parenti delle vittime di ottenere verità) e si allarga a Marzabotto, Forte Bravetta, Leonessa e al reatino. L’obiettivo? “Mantenere viva la Memoria” e promuovere i “principi di libertà e democrazia”. Due cose - in realtà - che già fa egregiamente l’Anpi. Non potevano allora unire le forze, riducendo così le elargizioni statali? A quanto pare no, visto che la Memoria delle Fosse Ardeatine se la “contendono” l’ANFIM e la sezione locale dell'ANPI di Roma. Doppi fondi, più festa per tutti. Un piccolo inciso lo merita pure l’Associazione Nazionale Veterani Reduci Garibaldini, che “deriva direttamente” - come si legge nel sito - dalla “Società di Mutuo Soccorso fra garibaldini che fu fondata dallo stesso Generale Garibaldi nel 1871”. Visto che ormai dei Mille - per motivi anagrafici - non ne è rimasto in vita neppure uno, quando alla fine della Guerra si decise di ripristinare il sodalizio “su base democratica ed antifascista”, furono ammessi come iscritti i “reduci della Divisione italiana partigiana Garibaldi che aveva combattuto in Jugoslavia” perché “continuatori della tradizione garibaldina”. Oggi i soci sono di fatto solo ex partigiani e alcuni simpatizzanti (dal 1993), a cui non dispiaceranno certo i 23mila euro donati dal ministero.

Lievitati gli incassi. A conti fatti alle organizzazioni partigiane vanno 467mila euro l’anno, un terzo del totale. A questi però vanno aggiunti anche i fondi stanziati dal Viminale: Marco Minniti si appresta infatti a versare 202.071 euro all’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA), un ente da 3.643 soci nato nel 1954 e che ora fa appelli “alle forze democratiche” (tra cui il Pd) per fare da “argine nel modo più unitario e largo possibile, alla recrudescenza fascista”. In totale negli ultimi 6 anni l’intera galassia dei gruppi partigiani ha drenato 4 milioni di euro dalle casse dello Stato. Negli ultimi anni gli stanziamenti hanno avuto un andamento ondivago: cresciuti fino al 2014, si sono contratti nel 2015 per poi tornare a crescere. Nel 2017 la Pinotti ha registrato un incremento di 164.349 euro rispetto all’anno precedente, mentre quello del ministero dell’Interno si è ridotto di soli 77mila euro. Per molto tempo le sovvenzioni sono state elargite a pioggia, con metodi di ripartizione dei contributi slegati dalle reali attività svolte e senza trasparenza: per cinque anni laCommissione Difesa ha chiesto i rendiconti annuali degli enti beneficiari, ma li ha ottenuti solo quest’anno e solo per 27 associazioni su 47. Per carità: quale correttivo è stato fatto. Dal 2014 per ottenere i fondi bisogna presentare dei progetti precisi, altrimenti ci si deve accontentare del “contributo per i costi fissi di funzionamento” e di una decurtazione del 20% per ogni anno in cui non si elaborano programmi meritevoli di essere finanziati. Comunque vada, un po' di soldi non vengono mai fatti mancare. Non sia mai che la lotta partigiana finisca (finalmente) sugli scaffali della storia.

Ecco tutti i soldi ai nuovi partigiani. Gli esborsi alle 179 associazioni di reduci, rifinanziati dal Governo Fondi anche ai «garibaldini» che combatterono dal ’43 al ’45 in Jugoslavia, scrive il 25 Aprile 2016 "Il Tempo". Centosettantanove sfumature di partigiano. E il Governo le finanzia tutte: dai reduci garibaldini agli antifascisti. Ecco le associazioni che lo Stato foraggia e di cui si sente parlare solo il 25 Aprile. Anpi, Anvrg, Aicvas, Anvcg, Aned, Anppia, solo per citarne alcune. Con molta probabilità solo gli iscritti, vedendo queste sigle, sapranno riconoscere le associazioni di cui stiamo parlando: "Associazione Nazionale Partigiani Italiani", "Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti", "Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra", "Associazione Nazionale Ex Deportati", "Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti". C’è chi strabuzzerà gli occhi quando leggerà che il primo acronimo sta per "Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini". Ovviamente non si tratta di un’associazione di mummie del 1861, bensì dei reduci della divisione italiana in trincea dal ’43 al ’45 con i partigiani in Jugoslavia. I suddetti acronimi appartengono all’immensa galassia delle associazioni combattentistiche che godono di stanziamenti pubblici annuali predisposti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dai ministeri della Difesa, dell’Interno e dell’Economia. La crisi non tocca le tante associazioni rosse che possono dormire sonni tranquilli. A mettere in cassaforte il tesoretto ci ha pensato lo Stato inserendole nella legge di stabilità del 2014: «Per il sostegno delle attività di promozione sociale e di tutela degli associati svolte dalle Associazioni combattentistiche - si legge nel testo - è autorizzata la spesa di euro 1.000.000 annui per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016». E stiamo parlando solo di quelle sottoposte alla vigilanza della Difesa. Al milione di euro stanziato da questo ministero, infatti, se ne aggiungono altri due disposti dal Viminale di concerto con il ministero dell’Economia. Totale: tre milioni di euro circa per sostenere associazioni combattentistiche e d’arma. Nella maggior parte dei casi non si tratta di cifre stellari. Eppure, sommando tutti i contributi diretti alle varie associazioni, l’esborso da parte dello Stato non è trascurabile. Il Viminale, nel dicembre 2014, ha previsto un contributo di 1,892 milioni di euro per tre sole associazioni: l’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra a cui andrà la fetta più grossa (quasi un milione e mezzo), seguita da altre due per le quali, almeno stando ai nomi, è difficile dire in cosa divergano: ANPPIA, Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (227 mila euro), e l’ANED, Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti (189 mila euro). Il rischio è di avere decine e decine di associazioni tra le quali è assai difficile cogliere distinzioni tra ambiti e finalità. Tra i tanti finanziamenti a pioggia destinati alle associazioni spicca anche quello di 34 mila euro del 24 marzo 2016 stanziato dal Governo a favore dello spettacolo teatrale "Tante facce nella memoria", di Francesca Comencini. Si tratta di sei storie di donne partigiane e non che nel ’44 vissero l’eccidio delle Fosse Ardeatine, feroce rappresaglia per l’attentato di via Rasella: una sorta di oratorio sulla memoria in scena a Roma. La regista, madre del Viceministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda, fa l’en plein garantendosi anche un ulteriore finanziamento da 20 mila euro concesso dalla Regione Lazio. Insomma sui soldi i partigiani non fanno resistenza.

Quanto costa la scuola d'antimafia. I finanziamenti del ministero, scrive Salvo Toscano Giovedì 16 Giugno 2016 su "Live Sicilia". L'Antimafia vuol vederci chiaro sui soldi dati per la legalità. Il Miur illustra gli stanziamenti. Follow the money, diceva Gola Profonda in Tutti gli uomini del Presidente. Segui i soldi, una lezione che i grandi investigatori in prima linea contro la mafia fecero propria tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, per infliggere colpi durissimi ai boss. Oggi, quasi per un beffardo contrappasso, il tema del “seguire i soldi” torna d'attualità, tra le polemiche, quando si parla d'antimafia. Soldi, tanti soldi piovuti su un sottobosco variopinto che sotto diverse forme ha beneficiato di un ingente flusso di denaro pubblico. Stanziato di certo con le migliori intenzioni. Un tema, quello della “antimafia spa”, di cui s'è parlato non solo nei commenti e negli editoriali che predicano il ritorno all'antimafia “scalza” (la definizione è di Claudio Fava), ma anche nelle sedi istituzionali. La commissione Antimafia dell'Ars, ad esempio, ha avviato un'indagine sui contributi statali, regionali ed europei incassati dalle associazioni antiracket e antiusura in questi anni per capirne meglio l'utilizzo. Un'indagine “per verificare i contributi pubblici percepiti, il fatturato delle aziende confiscate gestite e l'utilizzo dei fondi del Pon sicurezza” che è ancora alle prime battute, spiega il presidente Nello Musumeci. Ma anche l'Antimafia nazionale ha affrontato il tema. La commissione parlamentare presieduta da Rosy Bindi da tempo ha avviato una serie di audizioni per scandagliare il variegato mondo dell'antimafia. Tra le altre audizioni quella del giornalista Attilio Bolzoni, che, sentito dai commissari di San Macuto, dopo essersi a lungo soffermato sulla Confindustria siciliana analizzando criticamente la sua svolta “legalitaria”, ha allargato il discorso al “mondo associativo e all'antimafia sociale”, che “sopravvive fra liturgie e litanie e soprattutto grazie a un fiume di denaro – diceva Bolzoni ai commissari –. Tutto ciò che conquista lo status di antimafia certificata si trasforma in milioni o in decine di milioni di euro, in finanziamenti considerevoli a federazioni antiracket, in uno spargimento di risorse economiche senza precedenti e nel più assoluto arbitrio”. Lo “spargimento di risorse economiche” passa, spiegava il giornalista, anzitutto dai Pon, i Programmi Operativi Nazionali di sicurezza del Ministero dell'interno. E poi dal Ministero dell'istruzione, che, ha “distribuito milioni e forse anche decine di milioni a scuola e che poi smistava quelle somme ad associazioni sul territorio sulla base di legami e patti”, diceva Bolzoni. Proprio quell'audizione ha spinto il Ministero dell'Istruzione a rispondere con una dettagliata missiva inviata alla Commissione Antimafia dal direttore generale Giovanna Boda, in cui veniva descritta nel dettaglio l'attività di sostegno economico a iniziative per diffondere la cultura della legalità nelle scuole. Tanta roba, più di quattro milioni all'anno. Destinati a iniziative di grande respiro come le commemorazioni del 23 maggio ma anche a piccoli progetti portati avanti dalle scuole. Somme che sono però poca cosa rispetto alle più ingenti risorse gestite con analoghe finalità dal ministero dell'Interno, tra le quali, appunto, quelle del Pon Legalità che per la programmazione 2014-2020 ha una dotazione di 377 milioni. Insomma, tra Roma e Palermo l'Antimafia istituzionale vuole vederci chiaro sull'ombra del business che si è affacciata sull'antimafia dei movimenti, una galassia che in questi anni è cresciuta a dismisura, assumendo in certi casi le sembianze della holding, dell'ufficio di collocamento o magari della claque per l'icona del momento. La prima puntata del viaggio nel mondo del denaro destinato all'antimafia parte quindi proprio dal Ministero dell'Istruzione, che sul tema offre tempestivamente informazioni precise e molto dettagliate. E utili a evitare generalizzazioni.

I soldi alle scuole. In totale per l'anno scolastico appena concluso il Ministero della Pubblica Istruzione ha stanziato più di quattro milioni. Di questi, 3,4 milioni sono stati erogati attraverso un bando pubblico per il finanziamento di 1.139 progetti educativi sul tema della promozione della cittadinanza attiva e della legalità realizzati su tutto il territorio nazionale. La media degli stanziamenti quindi è di circa 3mila euro per progetto. L'anno precedente per questa stessa voce c'era ancora di più: 4 milioni e 200mila euro. La parte del leone la fanno le scuole siciliane che quest'anno si sono accaparrate più del 16 per cento delle risorse disponibili (seconda la Campania). I soldi vanno alle scuole che a loro volta li utilizzano per le attività finalizzate a diffondere la cultura della legalità, che magari coinvolgono vari attori del territorio – è qui che possono entrare in scena varie associazioni antimafia, antiracket e via discorrendo –, sotto il monitoraggio e il controllo del Miur. I progetti sono i più svariati e riguardano argomenti legati alla promozione della legalità con il coinvolgimento degli studenti. Le stesse scuole possono attingere a loro volta, oltre che ai fondi del Miur, anche a finanziamenti di altri ministeri (come il Viminale) o regionali o degli enti locali (per quelli che ancora hanno qualche spicciolo da spendere).

I bandi. A questi 3 milioni e mezzo si aggiungevano nel 2015 altri 840mila euro che attingono a un altro capitolo di bilancio. Di questi, 100 mila euro hanno finanziato un altro bando pubblico per sostenere attività in accordo con associazioni impegnate sul campo dell’educazione alla legalità in tutta Italia, assegnando a ciascuna delle realtà selezionate piccoli stanziamenti compresi tra i quattro e i settemila euro. Tra i beneficiari le fondazioni Rocco Chinnici e La Città Invisibile (7.200 euro per creare un'orchestra che coinvolge i bambini delle aree a rischio dell'hinterland catanese), l'Auser di Augusta e l'Acmos (7.470 euro per attivare laboratori didattici sul gioco d'azzardo all'interno di beni confiscati). I restanti 740 mila euro di questa voce (“Spese per iniziative finalizzate a promuovere la partecipazione delle famiglie e degli alunni alla vita scolastica. Spese per il sostegno del volontariato sociale”) vanno alle attività di interesse nazionale organizzate dalla Fondazione Falcone (490mila euro) e Associazione Libera (250). Queste le cifre del 2015, quest'anno il contributo alla Fondazione Falcone è sceso a 400mila euro e quello a Libera a 150mila euro.

I protocolli d'intesa. Le somme impegnate dal ministero per le attività realizzate insieme a Fondazione Falcone e Libera (740mila euro nel 2015, 550mila nel 2016) sono stanziate in base alle convenzioni che danno attuazione ai protocolli d'intesa sottoscritto dal Miur con questi due soggetti. La convenzione con Libera, l'associazione fondata da don Luigi Ciotti, finanzia la Giornata della Memoria delle vittime delle mafie, che si celebra ogni anno in una città diversa il 21 marzo con partecipazioni da tutta Italia e la presenza di migliaia di studenti. I fondi per la Fondazione Falcone finanziano le iniziative del 23 maggio e gli altri eventi analoghi organizzati per tenere viva la memoria del magistrato ucciso a Capaci (quest'anno oltre a Palermo erano coinvolte altre sei “piazze” in Italia). “Facile dunque comprendere che non si tratta di generose elargizioni a favore di Associazioni che non hanno alcun obbligo di rendicontazione”, ha scritto al riguardo il Ministero alla Commissione Antimafia. “Come vengono dunque spesi i soldi? Per assicurare l’organizzazione, la sicurezza, il ristoro di tutti i partecipanti – si legge nel documento del Miur –. Se si calcola quindi circa 20.000 partecipanti (per il 23 maggio, ndr) lo stanziamento prevede un costo persona pari a circa 25 euro (analogo il costo per persona per l'iniziativa di Libera, ndr) che devono coprire rimborsi spese, pranzo e merenda, allestimenti stand, palchi, sicurezza, stampe, eccetera”. Le manifestazioni del 23 maggio hanno coinvolto negli anni decine di migliaia di studenti italiani avvicinando generazioni alla conoscenza dei valori incarnati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Abbiamo cercato di portare avanti un movimento culturale che coinvolga tutti i giovani d'Italia – spiega Maria Falcone, sorella di Giovanni e da sempre anima della Fondazione - per portare avanti i valori nei quali hanno creduto Giovanni, Francesca, Paolo. Ai ragazzi il messaggio della legalità arriva più forte grazie all'accostamento di queste figure. E il ministero ha sempre creduto in questo lavoro, a prescindere dal colore politico”. E lo stesso ministero ricorda nel documento sopra citato come Falcone e Borsellino si fossero espressi sulla sfida “culturale” che la mafia impone alla società.

Le altre attività nelle scuole. Il ministero della Pubblica Istruzione, inoltre, realizza altre attività per diffondere la cultura della legalità nelle scuole in forza di convenzioni sottoscritte con vari soggetti, dal Csm all'Autorità Anticorruzione, dalla Federazione Nazionale della Stampa all'Anm. Sulla base di queste carte d'intenti, gli esperti dei partner del ministero vanno gratuitamente nelle scuole per parlare agli studenti di legalità. Anche le convenzioni possono avere dei costi: il Miur nella sua lettera all'antimafia allega a titolo d'esempio la convenzione con l'Università di Pisa per la realizzazione di un “piccolo Atlante della Corruzione”, progetto che ha un costo di 35mila euro.

Associazione Libera: numeri da grande azienda, contributi pubblici e incarichi professionali d'oro; Foti "forti dubbi su imparzialità".

Regione Emilia Romagna. Atti di sindacato ispettivo. Numero: 3102. 19/08/2016. Soggetto: ASSESSORATO CULTURA, POLITICHE GIOVANILI E POLITICHE PER LA LEGALITÀ. Data Risposta: 13/10/2016.

Per sapere, premesso che:- 

"Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" è nata il 25 marzo 1995, su ispirazione di Don Ciotti, con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie promuovendo legalità e giustizia; 

dopo oltre 20 anni di attività Libera raccoglie 1500 associazioni, gestisce 1.400 ettari di terreni confiscati alle mafie e parrebbe essersi trasformata in una vera e propria holding che, oltre alla cultura della legalità, ha saputo ben promuovere anche se stessa stando agli oltre 5 milioni e 800 mila euro di entrate iscritti a bilancio 2015; 

le erogazioni liberali all'associazione, nel 2015, ammontano a 2 milioni 220 mila euro, contro gli appena 742 mila euro derivanti dai proventi per la gestione dei beni confiscati direttamente afferenti all'associazione. Fra i finanziatori, oltre ad una serie di enti locali spicca Unipolis, la Fondazione del Gruppo Unipol che fa riferimento a Legacoop; 

fra i quadri dirigenti di Libera sono presenti vari esponenti della sinistra e alle feste dell'Unità (se così si possono ancora definire le feste del PD) spicca immancabile il banchetto di Libera con tanto di bandiere, quasi a voler assegnare una "certificazione di legalità" al gioioso momento di incontro e di riflessione politica; 

se il "primato morale", bandiera ai tempi del PCI, era venuto meno dopo le numerose inchieste che hanno messo a nudo un vero e proprio sistema di corruzione attivo all'interno della cooperazione rossa, il colpo di grazia è venuto dallo scioglimento per mafia del comune di Brescello; 

in tutta risposta certa sinistra ha eretto Libera ad icona, a faro nelle tenebre dell'illegalità, tanto da portare il neo presidente di Alleanza 3.0 (ultima nata in casa Legacoop) a definire l'associazione come la «più grande esperienza di risveglio delle coscienze». In questo clima l'associazione Libera, fino a prova contraria una organizzazione non governativa al pari di tante altre, con gli stessi pregi e gli stessi difetti delle altre, è stata eretta a novello oracolo cui rivolgersi per ottenere vaticini sulla penetrazione mafiosa nel nostro territorio o piuttosto evocata da amministratori per ottenere patenti di legalità per sé e la propria giunta; 

l'intreccio fra l'associazione Libera, suoi esponenti apicali e PD è tracciato in maniera egregia in un articolo pubblicato su Prima Pagina di Modena del 17 agosto 2016 dove il giornalista ricostruisce l'excursus di Vincenza Rando, responsabile dell'ufficio legale di Libera: "Enza Rando, nata a Niscemi (Comune del distretto di Caltanissetta di cui è stata vicesindaco per il centrosinistra) il 9 giugno del 1958, l'anno scorso è entrata nel cda della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena dalla quale percepisce un compenso annuo di oltre 51 mila euro (spinta da Francesca Maletti, ma sostenuta in pieno da Giancarlo Muzzarelli), dopo essere stata membro del cdi della Fondazione (nel 2010 a nominarla fu invece l'esponente Pd cattolico Emilio Sabattini, allora presidente della Provincia). Ma i legami dell'avvocato siciliano con le amministrazioni targate Pd (ex Margherita o ex Ds poco importa) sono innumerevoli. Ad agosto 2015 ha ottenuto dalla Regione del presidente Pd Stefano Bonaccini una consulenza da 25mila euro per l'«armonizzazione e semplificazione fra la normativa regionale e nazionale in materia di legalità». In pratica è stata tra le ideatrici del famoso «Testo Unico», non a caso tanto apprezzato dal suo collega di Libera Zavatti. Bonaccini che, per completare l'opera, dopo averla provata a inserire nella lista dei consiglieri regionali Pd (la Rando rifiutò su consiglio di Ciotti stesso) l'ha voluta nella sua neo-creata Consulta legalità. Dal 2014 ha avuto un incarico annuo da 20.400 euro da Sorgea, la multiulity che offre servizi acqua e gas in alcuni Comuni della Bassa (Finale in testa) e del Bolognese e il cui revisore è quella Alessandra Pederzoli, moglie del sindaco Muzzarelli."; 

lo stesso articolo evidenzia poi come "L'associazione è sostenuta a livello nazionale anche da gruppi da sempre vicini al Pd come Unipol che, per esempio, destina un euro per ogni polizza alla creatura di Don Ciotti."; 

ovviamente quanto descritto in premessa è perfettamente legale, ma sicuramente è altrettanto inopportuno; 

Catello Maresca, Pubblico Ministero alla Procura della Repubblica di Napoli che ha condotto le indagini che hanno portato all'arrestato di Michele Zagaria, in un'intervista rilasciata al settimanale Panorama del 14 gennaio 2016, ha dichiarato: "Libera è stata un'importante associazione antimafia. Ma oggi mi sembra un partito che si è autoattribuito un ruolo diverso. Gestisce i beni sequestrati alle mafie in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. Personalmente sono contrario alla sua gestione e la ritengo pericolosa" ed ancora "L'antimafia è stato un fenomeno volontaristico. Credo a quella delle origini ma non credo a quella che si ostenta e che si è fatta impresa"; 

quali rapporti sono intercorsi negli ultimi cinque anni tra la Regione e l'associazione Libera, in particolare quali somme, a qualsiasi titolo, siano state erogate dalla Regione all'associazione Libera o alle sue partecipate; 

per quali ragioni la Giunta Regionale abbia deciso di affidare all'avv. Vincenza Rando la citata «armonizzazione e semplificazione fra la normativa regionale e nazionale in materia di legalità», se l'ufficio legislativo non disponeva di figure professionalmente adeguate a svolgere detto incarico, per quale ragione l'incarico in oggetto non è stato affidato ad un magistrato; 

se non si ritenga che lo stretto legame economico fra PD, mondo cooperativo, Libera (o suoi dirigenti) non limiti fortemente la capacità di oggettività e di denuncia di quest'ultima; 

quale si ritenga possa essere la reale capacità di denuncia di un'antimafia che è appesa ai finanziamenti pubblici e appare sempre più consociativa al potere che tiene i cordoni della borsa.

Tommaso Foti

RISPOSTA

Per quanto attiene alle sovvenzioni regionali a "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", si specifica quanto segue: 

"Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" ha ottenuto finanziamenti nell'ambito di bandi pubblici attivati nel 2011 e nel 2013 per gli interventi previsti dall'art. 4, comma 2, della L.R. 3/2011 («Misure per l'attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso, nonché per la promozione della cultura della legalità e della cittadinanza responsabile»). 

In particolare, con la D.G. 1935/2011 (Cod. documento GPG/2011/1795), a favore del loro progetto interprovinciale denominato «Responsabilità» è stato concesso un contributo di €. 40.625,00, pari al 65% delle spese ammissibili dell'intero progetto (€. 62.500,00). L'elenco completo dei progetti finanziati è nel prospetto B alle pagg. 14-15 della Delibera in questione, allegata (o consultabile) in pdf. 

Inoltre, con la D.G. 1624/2013 (Cod. documento GPG/2013/1764), a favore del loro progetto interprovinciale denominato «Responsabilità 2» è stato concesso un contributo di €. 20.000,00, pari al 70% delle spese ammissibili dell'intero progetto (€. 28.571,43). In questo secondo caso l'elenco completo dei progetti finanziati è nel prospetto B alle pagg. 16- 18 della Delibera in questione, allegata (o consultabile) in pdf.

Infine con D.G. n. 1150/2016 (Cod. documento GPG/2016/1065) è stato assegnato a "Libera - Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" per il progetto denominato "Coscienze inquiete" un contributo di 8.000,00 Euro, pari a quasi il 20% delle spese ammissibili dell'intero progetto (40.200,00 Euro) ai sensi dell'art. 5 della L.R. 37/94 (« Norme in materia di promozione culturale»). L'elenco completo dei progetti finanziati è nell'All. 1 alle pagg. 10- 13 della Delibera in questione, allegata (o consultabile) in pdf. 

In complesso, i contributi concessi a "Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" da parte della Regione Emilia-Romagna negli ultimi cinque anni assommano a € 77.196,43. 

Rispetto al secondo punto sollevato dal consigliere interrogante, si specifica che l'incarico di consulenza conferito all'Avvocato Vincenza Rando con determina dirigenziale 9344 del 27/07/2015 è finalizzato all'implementazione, all'armonizzazione e alla semplificazione fra la normativa regionale e nazionale in materia di legalità, con finalità di razionalizzazione di un corpus normativo organico. 

In particolare l'obiettivo è articolare le norme regionali in un unico Testo normativo coordinato finalizzato a valorizzare l'impianto normativo statale, per ottemperare alla esigenza di favorire l'attuazione coordinata delle politiche regionali a favore della prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per meglio garantire il coordinamento degli interventi regionali posti in essere ai sensi delle LL.RR n. 11 del 2010, n. 3 del 2011 e n. 3 del 2014. 

È stata pertanto ritenuta necessaria una professionalità che conoscesse approfonditamente la normativa statale e la sua applicazione operativa in materia di legalità e di prevenzione del crimine organizzato e mafioso, nonché le norme regionali che si vogliono adeguare alla normativa nazionale e coordinare producendo un corpus normativo regionale organico. 

In tal senso si pongono il programma di mandato della Presidenza della Regione Emilia-Romagna che sottolinea tra i propri obiettivi quello della lotta alle infiltrazioni mafiose e alla criminalità organizzata, e le Risoluzioni dell'Assemblea legislativa della Regione Emilia- Romagna n. 157, approvata il 9 febbraio 2015 e n. 784, approvata il 16 giugno 2015, che prevede in particolare l'adozione di un Testo Unico teso a dare maggiore organicità ed efficacia agli strumenti normativi fin qui predisposti. 

L'avvocato Vincenza Rando ha acquisito chiara fama professionale nonché una elevata professionalità e specializzazione in materia di legislazione antimafia ed etica delle professioni, come si evince dal curriculum acquisito agli atti. 

In particolare si citano docenze e relazioni sulle tematiche della legalità, della trasparenza degli appalti, della tutela legale delle vittime e dei testimoni di giustizia, consulenze in materia di diritto amministrativo-civile, cura di importanti pratiche legali nel settore amministrativo, civile e penale specificatamente in materia di legalità e di prevenzione del crimine organizzato e mafioso, l'esperienza nel Programma Operativo Nazionale "Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno d'Italia" Programmazione 2000-2006 nonché in materia di supporto a Enti locali assegnatari dei beni immobili sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e mafiosa ai sensi dell'articolo 2-undecies, comma 2, lettera b), della legge 31 maggio 1965, n. 575. Infine, per quanto attiene agli ultimi due punti sollevati nella presente interrogazione, si precisa che la valutazione che spetta a questo Ente non può che essere esclusivamente di natura tecnica ed amministrativa. Viceversa non spetta all'ente in questione una valutazione di carattere politico ancorché se di natura allusiva, priva di qualunque supporto concretamente dimostrativo.

Massimo Mezzetti

PARLIAMO DI TASSE E DI SPRECHI.

"Le aziende scappano: l'Italia è una giungla di tasse e burocrazia". Il giuslavorista Fava: "Imprenditori in fuga nei Paesi in cui lo Stato non li perseguita", scrive Giacomo Susca, Lunedì 05/09/2016, su "Il Giornale". Mentre gli Agnelli portano la cassaforte Exor in Olanda, al riparo dal fisco vorace di mamma Italia, migliaia di imprenditori con cognomi magari meno ingombranti si chiedono ogni giorno se è arrivato il momento di fare le valigie. E alla fine optano per un biglietto di sola andata. Gabriele Fava, giuslavorista e legal advisor, di capitani d'azienda al bivio della delocalizzazione ne ha conosciuti molti. «Sia chiaro, nessuno decide di lasciare il nostro Paese a cuor leggero. Spesso è una scelta dolorosa, ma inevitabile. L'alternativa è chiudere e ritrovarsi col piattino in mano. D'altronde cosa si può argomentare di fronte a chi reclama più redditività e meno oppressione fiscale?».

Avvocato Fava, su chi fanno più presa le sirene d'oltreconfine?

«Parliamo di realtà medio-grandi, dai 100-200 dipendenti fino ai 10mila. Imprese in salute del settore metalmeccanico, dell'energia o dei servizi, che possono permettersi di spostarsi all'estero senza maggiori rischi».

Perché dicono addio al Belpaese?

«Ha ragione Nicola Porro quando scrive che gli imprenditori non sono i responsabili di una onlus. Hanno lo scopo di realizzare profitti, e operano laddove le condizioni consentono di essere competitivi e di crescere. Assumono solo se le prospettive sono positive. Ci sono Paesi che ti accompagnano nel business passo per passo, ti coccolano, fanno di tutto per averti. L'Italia ormai non è certo tra questi».

Dove conviene scappare, allora?

«Mica tanto lontano, altrimenti la logistica sarebbe un problema. I nuovi paradisi delle imprese si trovano a un'ora, un'ora e mezza al massimo di aereo da Roma: Olanda, Paesi scandinavi, Polonia, Portogallo. E nell'ultimo periodo il vero boom è verso la Tunisia, l'Albania, la Serbia, ... posti in cui la manodopera parla anche italiano».

Quali attrazioni i nostri imprenditori scoprono a Tirana o a Tunisi?

«Una fiscalità eccezionale, costo del lavoro ai minimi (mentre da noi è la gabbia più odiosa), burocrazia inesistente, finanziamenti statali, dialogo trasparente con le istituzioni... devo continuare?».

Continui.

«Per capirci: in Tunisia il governo ha previsto per chi avvia un'attività 10 anni di esenzione fiscale totale, più 10 anni di esenzione dagli oneri previdenziali. Il costo del lavoro è pari a 2,5 euro all'ora per 40 ore settimanali. Il costo dell'energia è inferiore del 70% rispetto all'Italia. A Tirana, l'affitto di un locale commerciale di 1.500 mq costa non più di 1.500 euro al mese. E ancora in Albania, ci vogliono 48 ore per costituire una S.r.l. con capitale sociale minimo di 5mila euro. Altro che la giungla delle scartoffie a cui siamo abituati dalle nostre parti».

Messa così, c'è poco da difendere l'italianità delle produzioni.

«Infatti sono sempre di più quelli che partono. E non si tratta solo delle delocalizzazioni, bisognerebbe aprire un capitolo a parte sulle start-up dei talenti italiani che emigrano all'estero. Negli ultimi due anni il fenomeno è addirittura aumentato».

E la famosa ripresa? Il premier continua a ripetere che le cose vanno meglio adesso che in passato.

«Questa crisi dura da 8 anni. Anzi, non è più una crisi: la situazione sembra patologica».

Si può guarire solo portando i capannoni all'estero?

«Tutt'altro. Gli imprenditori chiedevano riforme organiche nel nostro Paese, ma non sono state fatte. Il governo Renzi si è limitato a una caterva di pannicelli caldi per tamponare qua e là».

Compreso il Jobs Act?

«Ha funzionato fin tanto che ci sono stati gli indennizzi, poi man mano che sono andati a ridursi anche i risultati si sono sgonfiati. Il mercato del lavoro non si crea con iniezioni di danari estemporanee, servono interventi strutturali».

Come fermare l'emorragia?

«Agli imprenditori, più che il numero dei futuri senatori di Palazzo Madama, interessano le misure che hanno un impatto concreto sui bilanci. Per convincerli a restare ci vorrebbe un mercato del lavoro dinamico, flessibile, fiscalmente equo, a burocrazia ridotta, in cui si dia più valore alla contrattazione aziendale. E dove il pubblico sia al fianco dei privati per creare ricchezza, non per tormentarli con vincoli ottusi e stangarli con tasse insostenibili».

Troppe tasse, fuggono pure i call center. Dati preoccupanti: un'assunzione su due fuori confine. Il 20% del giro d'affari è all'estero. Operatori stritolati: "Anche se il settore è in crescita i margini di guadagno sono minimi", scrive Antonio Signorini, Lunedì 14/04/2014, su "Il Giornale". Un branco di ragazze, giovani e avvenenti, va al lavoro. Saltellano verso le rispettive postazioni al ritmo di musica da discoteca, intonando canzoni motivazionali improbabili, prima di inforcare cuffia e microfono. Il messaggio è chiaro: i dipendenti dei call center sono carne da cannone per imprenditori corsari. Sono passati sei anni dal film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti, ma l'immagine dei call (e ora contact) center è ancora quella. Stereotipo coccolato da sindacati e politici a caccia di nuove classi sociali da salvare. Nel frattempo molto è cambiato. Intanto una selezione tra le imprese. Gli avventurieri ci sono, ma sono molti meno. C'è un contratto nazionale di lavoro. Su 80mila addetti nelle società che gestiscono servizi in outsourcing, il 60% ha un contratto tipico. Se il film si dovesse fare oggi, ambiente e attori sarebbero trenta-quarantenni, tante donne del Sud. Intere famiglie che lavorano per gli stessi centri, un po' come succedeva con le fabbriche degli anni Cinquanta. Lavoratori qualificati e formati; ci sono persino i primi pensionati, racconta un imprenditore del settore che si è ritrovato dopo un ventennio di servizio con l'età media dei suoi dipendenti cresciuta di una decina di anni. Il problema è che, a breve, la location di un film sui centri di contatto potrebbe cambiare, di nuovo, radicalmente. E non in bene. Crisi economica, burocrazia e tasse stanno riuscendo dove i vari movimenti e la sinistra radicale avevano fallito all'inizio degli anni 2000, cioè cancellare il lavoro atipico per eccellenza. Nel senso che i call center stanno fuggendo. Il prossimo film di Virzì potrebbe essere ambientato in Albania o in Romania, tra capannoni affittati a un euro, dove lavorano ragazzi che hanno imparato un'ottimo italiano grazie a mamma tv. Se ne sono accorti gli italiani che chiamano l'assistenza di grandi gruppi e dall'altra parte del telefono sentono accenti dell'est. E se ne sono accorti anche i giovani italiani a caccia di un lavoro: sempre più rare le offerte. L'offshoring è iniziato da tempo, ma è sempre più diffuso. Lo fanno le grandi aziende che gestiscono autonomamente i call center, ma anche le società che gestiscono il servizio per altri. Secondo i dati dell'associazione di categoria, Assocontact, il fatturato prodotto da queste società all'estero è di 60 milioni di euro. Il 20 per cento del giro di affari dell'outbound (le chiamate ai clienti) viene dai centri che si trovano all'estero. Principalmente Romania (che comunque è Unione europea), ma anche Albania. Numeri per difetto. Nel complesso, stima un sindacalista, ormai un'assunzione ogni due è all'estero. «La crisi l'abbiamo sentita anche noi - spiega Umberto Costamagna, presidente di Assocontact - i nostri committenti cominciano a chiedere sconti. Il settore continua a crescere, ma il margine è al minimo». Pesa l'alto costo del lavoro: circa l'80% del totale, contro il 20% medio dell'industria. Poi le tasse «l'Irap che penalizza chi assume», spiega Costamagna. Di fronte a questa situazione «qualcuno ha deciso di lavorare sul costo del personale e andare in offshoring. È una scelta non ci piace - aggiunge - perché non è strategica, ma è una necessita imposta dalla committenza nei costi». Una «ultima spiaggia» che rischia di fare diventare gli anni dei call center corsari, un ricordo felice. Almaviva Contact ha oltre 10mila dipendenti, segue clienti italiani esclusivamente con operatori che lavorano in Italia. «Questo ha garantito fino a oggi i livelli occupazionali». Però «è innegabile che rispetto a scelte alternative abbiamo avuto pesanti penalizzazioni economiche, oggi non più sostenibili. Ancor più in una situazione di gare al ribasso», spiega Andrea Antonelli, amministratore delegato del gruppo. Il riferimento è alla famosa gara indetta dal comune di Milano per la gestione del servizio 020202. La base d'asta decisa dalla giunta di Palazzo Marino non copre nemmeno il costo del lavoro. Dopo questo caso il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano ha deciso di avviare un'indagine conoscitiva. E dire che il sindaco Giuliano Pisapia appartiene a quella sinistra che, a parole, era contro lo sfruttamento da call center.

E poi ci sono loro...

Poteri invisibili: evasori per ragion di Stato. Tasse scontate a 47 multinazionali. Nell’Italia delle imprese soffocate dalle imposte. Lo dimostrano i documenti Ue. Su cui vige il segreto, scrive Stefano Vergine il 2 settembre 2016 su "L'Espresso". Non solo Apple e l'Irlanda. Anche l'Italia ha concesso dei tax ruling. Si tratta di particolari accordi fiscali fra uno Stato e una multinazionale. Accordi simili a quelli di Luxleaks, uno dei più grandi scandali fiscali europei. O a quelli che hanno portato nei giorni scorsi la Commissione europea a condannare il colosso di Cupertino per aver evaso imposte per 13 miliardi di euro. Insomma, lo Stato concede a una grande azienda un regime fiscale di favore, con tasse sul reddito pari all'1 per cento o anche meno, mentre tutte le altre imprese sono tenute a pagare venti o trenta volte di più. Il tutto nel totale segreto di Stato. Nel numero in edicola domenica 4 settembre, attraverso due documenti finora inediti, “l'Espresso” racconta che anche il nostro Paese ha concesso dei tax ruling. Erano 47, alla fine del 2013. E nel frattempo le cose non sembrano essere cambiate. Lo scorso settembre, infatti, rispondendo alle domande di un parlamentare europeo, il governo di Matteo Renzi non ha negato l'esistenza di tax ruling in vigore. Ha però evitato di fornire i nomi delle fortunate multinazionali. «Ragioni di riservatezza», è stata la giustificazione. Va precisato che non per forza tax ruling fa rima con elusione. In teoria, questi contratti servono alle multinazionali per sapere come le autorità del Paese ospitante calcoleranno le imposte da pagare. In pratica possono però essere usati per dribblare il fisco. Proprio come negli oltre 300 casi di Luxleaks. Dopo lo scandalo del 2014, sono stati tanti i politici europei a promettere un cambiamento. E una riforma dei tax ruling è stata in effetti approvata nel dicembre scorso proprio dalla Commissione europea. Dall'anno prossimo gli Stati dell'Ue avranno l’obbligo di scambiarsi tra loro le informazioni su questi contratti, così che ogni governo sappia quello che stanno facendo gli altri. I cittadini? Loro no: non devono essere informati, la riforma non lo prevede. Chi può dunque garantire che i governi, sotto la spinta delle lobby, non continuino a concedere vantaggi fiscali ai colossi dell’economia mondiale? 

Poteri invisibili: gli evasori per ragion di Stato. Tasse scontate a 47 multinazionali. Nell’Italia delle imprese soffocate dalle imposte. Lo dimostrano i documenti Ue. Su cui vige il segreto. Luxleaks? Storia vecchia. Sorpassata. Solo in teoria, però. Perché in pratica non è mai finita. E qualcosa di molto simile - dimostrano alcuni documenti finora inediti - potrebbe riguardare anche l’Italia. A leggere le dichiarazioni dei politici e le riforme presentate dalle istituzioni internazionali, lo scandalo che due anni fa fece tremare le multinazionali di mezzo mondo può essere catalogato nell’album dei ricordi. Stiamo parlando degli accordi fiscali fra il Lussemburgo e centinaia di società private. Colossi come Amazon, Ikea, Pepsi: 340 in tutto - comprese alcune italiane tra le quali Unicredit, Intesa Sanpaolo, Finmeccanica - che nel corso degli anni hanno ottenuto il lasciapassare dal Granducato per spostare lì buona parte dei profitti pagando tasse ridicole, l’1 per cento o addirittura meno. Questo mentre tutte le altre imprese sono tenute a versare imposte venti o trenta volte più alte. Era il novembre del 2014. «Mai più elusione fiscale, in nessuno Stato membro», gridò il rappresentante del Pd al Parlamento comunitario, il renziano Gianni Pittella, capo dei socialisti europei. Partì un’inchiesta a Bruxelles e un piano di riforma dell’Ocse. «Aumenterà la trasparenza delle imprese multinazionali», fu la promessa del segretario generale, Ángel Gurría. Com’è andata a finire? Secondo quanto può ricostruire “l’Espresso”, il trattamento di favore riservato alle multinazionali non si è mai interrotto. I documenti che lo raccontano sono due, entrambi mai pubblicati finora. Il primo è una tabella di tre pagine. Un file in cui compaiono i nomi di tutte le nazioni dell’Unione europea: al fianco di ognuna c’è il numero dei tax ruling concessi. Tax ruling, per chi non lo sa, è il nome tecnico dei contratti alla base dei LuxLeaks. Quelli accordati dal Lussemburgo alle multinazionali. Gli stessi contenuti nella tabella in questione. Firmato della direzione generale della Commissione, sezione Fiscalità e Unione doganale, il documento certifica che in totale, all’interno dell’Ue, alla fine del 2013 erano attivi 545 di questi accordi. Significa oltre mezzo migliaio di patti fra imprese e Stati. Fra cui spicca il Lussemburgo, con 119, ma anche tante altre nazioni insospettabili. Regno Unito, Ungheria, Spagna. Tutte sopra quota 50. Poco sotto - in quinta posizione con 47 ruling operativi – c’è l’Italia. Manca solo un’informazione: i nomi delle società che hanno firmato questi accordi. Un dettaglio. La tabella, come detto, è aggiornata alla fine del 2013, quindi prima dello scoppio di LuxLeaks. Nel frattempo sono successe cose che dovrebbero aver messo la parola fine al gran valzer dell’elusione fiscale. Prima fra tutte le multe comminate dalla Commissione a Fiat e Starbucks. E - ultima in ordine di tempo - ad Apple, accusata di aver evitato di versare imposte per 13 miliardi di euro. «Spero che le decisioni facciano passare questo concetto: tutte le imprese, grandi o piccole, multinazionali o non, devono pagare la loro giusta quota di tasse», è stato il messaggio della responsabile delle condanne, la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Le parole fanno pensare che oggi sia tutto finito. Niente più vantaggi fiscali. Finalmente trasparenza sulle tasse pagate dalle multinazionali. Un altro documento ottenuto da “l’Espresso” dice che le cose non stanno esattamente così. Porta la data del 16 settembre 2015, meno di un anno fa, e la firma di Stefano Sannino, ambasciatore italiano presso l’Unione europea. Il diplomatico scrive per conto del ministero dell’Economia, guidato da Pier Carlo Padoan, rispondendo alle domande di un parlamentare europeo, il francese Alain Lamassoure. Che chiede al governo guidato da Matteo Renzi una «panoramica, compresa la data e il nome delle società, di tutti i tax ruling concessi a partire dal 1991». Sannino non nega l’esistenza dei tax ruling ancora in vigore. Risponde però che «queste informazioni non possono essere rivelate per ragioni di riservatezza». Insomma, almeno fino al settembre scorso anche l’Italia aveva stretto con alcune grandi imprese degli accordi fiscali. Riservati. Va detto che non per forza tax ruling fa rima con evasione. In teoria, questi contratti servono alle multinazionali per sapere come le autorità del Paese ospitante calcoleranno le imposte da pagare. D’altronde la struttura di una multinazionale è molto più complessa di quella di una piccola impresa di provincia. E così diverse nazioni offrono ai grandi gruppi l’opportunità di spiegare in anticipo come intendono organizzarsi fiscalmente. Il vantaggio è duplice: lo Stato sa più o meno quanto incasserà a fine anno, la multinazionale evita il rischio di controlli a sorpresa. Questa, appunto, è la teoria. La pratica indica però che questi strumenti possono essere usati anche per eludere il fisco. Proprio come negli oltre 300 casi di LuxLeaks. In cui alcune imprese, grandi e potenti, sono risultate più uguali di altre. Come evitare un nuovo scandalo? Con la riforma dei tax ruling approvata di recente, è la tesi della Commissione. Pierre Moscovici, numero uno dell’economia a Bruxelles, l’ha definita «una rivoluzione per la trasparenza fiscale». Approvata nel dicembre scorso dall’Ecofin, la riforma entrerà in vigore all’inizio dell’anno prossimo e prevede per gli Stati l’obbligo di scambiarsi le informazioni sui tax ruling rispettivamente concessi, così che ogni governo sappia quello che stanno facendo gli altri. I cittadini? Loro no: non devono essere informati, la riforma non lo prevede. Non proprio il massimo della sbandierata trasparenza. Ma tant’è. Il potente dimostra di essere tale quando è in difficoltà. Due anni fa le multinazionali sembravano alle corde. «Mai più LuxLeaks», appunto. Invece alla fine è cambiato poco. I tax ruling restano validi. E soprattutto segreti. Chi può garantire dunque che i governi, sotto la spinta delle lobby, non continuino a concedere vantaggi fiscali ai colossi dell’economia mondiale? Un dubbio che s’insidia con una forza proporzionale a quella delle multinazionali. Le quali, nell’ultimo anno, hanno annunciato grandi investimenti proprio in Italia, uno degli Stati con le finanze pubbliche più sgangherate dell’Ue. Apple realizzerà a Napoli il primo centro di sviluppo app d’Europa. Cisco investirà 100 milioni di euro in tre anni. Amazon ne metterà sul piatto ancora di più (si dice 500 milioni) per assumere 1.200 persone. Ryanair ha appena promesso di voler spendere un miliardo di dollari nel Belpaese. Che siano proprio queste alcune delle aziende beneficiare dei tax ruling tricolori? Impossibile saperlo. È un segreto di Stato.

C'è chi paga le tasse e chi invece le ruba. Un fiume di denaro pubblico sottratto da società private di riscossione. Ottocento comuni che perdono entrate per centinaia di milioni. Tra spese pazze, finti bond, ranch in Botswana, consulenze d’oro. E soldi a politici, scrive Paolo Biondani e Gloria Riva su "L'Espresso" il 19 maggio 2016. Nell'Italia dei record dell'evasione si apre un nuovo scandalo fiscale: le tasse rubate. Tributi regolarmente pagati dai cittadini, ma spariti dalla casse degli esattori. Che non sono funzionari dello stato, ma imprese private autorizzate alla riscossione. Società con forti agganci politici e bancari, che ora sono sotto accusa a Milano. E' quanto rivela l'Espresso nell'inchiesta in edicola venerdì 20 maggio, che anticipa i primi risultati di un'inchiesta della Procura di Milano e della Guardia di Finanza di Lecco. La prima certezza giudiziaria è che sono scomparsi almeno 150 milioni di euro. Le indagini riguardano tre aziende private di riscossione delle tasse entrate in grave crisi tra il 2014 e i primi mesi del 2016. Le tre società, Aipa, Gruppo Kgs e Mazal, gestiscono soprattutto le entrate fiscali locali, dalle imposte sulle affissioni alle tasse sui rifiuti. L'inchiesta ha verificato che molti tributi pagati dagli italiani sono poi spariti in un vortice di spese pazze, consulenze d'oro, intrighi finanziari con obbligazioni-fantasma e perfino acquisti di ville, scuderie di cavalli e ranch all'estero, tra Botswana, California e Wyoming. A contare i danni per le entrate perdute ora sono circa 800 comuni italiani, da Trieste a Foggia, da Genova a Trapani, Agrigento, Milano, Roma, Cagliari e molti altri centri sparsi per tutta Italia. Tra gli indagati già interrogati o perquisiti, scrive sempre l'Espresso, compaiono i principali manager delle tre società sotto accusa, in particolare Daniele Santucci, Luigi Virgilio e Fabio Massimo Ceccarelli, insieme all'ex sindaco di Forza Italia a Como, il commercialista Stefano Bruni, e al patron del Lecco Calcio, l'imprenditore Daniele Bizzozero. Le indagini riguardano anche un traffico internazionale di obbligazioni americane, che risultano di valore nullo, ma sono state utilizzate per nascondere le perdite delle società di riscossione: i bond-fantasma erano custoditi, in particolare, in una filiale di Banca Etruria. Gli inquirenti stanno ricostruendo molti altri casi di aziende italiane di vari settori che sono state ricapitalizzate, sulla carta, con questi titoli-spazzatura.

Rapporto annuale GdF: 4 mld di danni allo Stato nel 2015, tra sprechi e truffe. I numeri dell'attività della Finanza: aumentano gli evasori totali, oltre 13mila le denunce, scrive Corrado Zunino il 10 marzo 2016 su "La Repubblica". Tra sprechi nella Pubblica amministrazione e truffe ai finanziamenti pubblici, lo Stato italiano ha subito nel 2015 un danno patrimoniale superiore ai 4 miliardi. Il dato è contenuto nel Rapporto annuale della Guardia di Finanza presentato oggi. Nell'ambito di 2.644 accertamenti svolti su delega della Corte dei Conti, sono state 8.021 le persone per le quali si ipotizza responsabilità erariale.

Appalti pubblici assegnati per oltre 3,5 miliardi: quasi un terzo del totale è stato dato in maniera illegale nel corso del 2015.  I finanzieri hanno inoltre denunciato 1.474 persone, 73 delle quali sono state arrestate.

Aumentano gli evasori fiscali totali, vale a dire soggetti che pur avendo prodotto reddito risultano completamente sconosciuti al fisco: rispetto ai quasi ottomila individuati nel 2014, la Guardia di Finanza ne ha scoperti 8.485 l'anno scorso. Dal rapporto, inoltre, emerge che sono stati denunciati per reati fiscali 13.665 soggetti, 104 dei quali arrestati. Ai responsabili di frodi fiscali sono infine state sequestrate disponibilità patrimoniali e finanziare per il recupero delle imposte evase per 1,1 miliardi ed avanzate proposte di sequestro per altri 4,4 miliardi.

Sono stati scoperti casi di illegittima appropriazione o illegittime richieste di finanziamenti pubblici, comunitari e nazionali, per oltre un miliardo di euro: 4.084 denunciati, 38 gli arresti. Le truffe nel settore previdenziale e al Sistema sanitario nazionale sono state pari a 300 milioni di euro, ventisette gli arrestati. Ben il 69 per cento dei controlli (11.669) sui requisiti di legge previsti per l'erogazione di prestazioni sociali agevolate e per l'esenzione del ticket sanitario ha rivelato irregolarità per un danno complessivo, anche qui, di 4,2 milioni di euro.

Contro l'evasione e le frodi fiscali 104 arresti. Sono stati 2.466 i casi di "frodi carosello", ovvero la creazione di società cartiere o fantasma per la costituzione di crediti Iva fittizi e indebita compensazione. I casi di evasione internazionale sono stati 444, per la maggior parte riconducibili a fenomeni di fittizio trasferimento all'estero della residenza di persone fisiche e di società. Sono stati 5.184 i datori di lavoro che hanno impiegato 11.290 persone in nero e 12.428 i lavoratori irregolari accertati. Per tutelarsi dalle frodi fiscali, la Finanza ha sequestrato disponibilità patrimoniali per 1,1 miliardi di euro e proposto sequestri per altri 4,4 miliardi. Su 2.813 pompe di benzina controllate, 2.077 sono risultate irregolari: il 74 per cento.

Accertamenti economico-patrimoniali per indagini di mafia su 9.180 persone e 2.182 tra aziende e società. Sequestrati 4.261 beni mobili e immobili, 316 aziende, quote societarie e disponibilità finanziarie per un valore di 2,9 miliardi di euro. La confisca ha riguardato 93 aziende, nonché quote societarie e disponibilità finanziarie per altri 747 milioni di euro. Settanta gli arrestati per associazione mafiosa, 111 per riciclaggio, 17 per autoriciclaggio, 53 per usura.

Nelle indagini svolte nei settori dei reati societari, fallimentari, bancari, finanziari e di Borsa sono state denunciate 6.253 persone di cui 267 tratte in arresto. Accertate distrazioni patrimoniali in danno di società fallite per due miliardi di euro. I controlli svolti ai valichi di confine, ai porti e agli aeroporti hanno accertato valuta in eccesso per 104 milioni di euro.

Sequestrati più di 390 milioni di prodotti illegali, perché contraffatti, piratati, pericolosi o recanti falsa o fallace indicazione di origine o provenienza: tre miliardi di euro il valore stimato.

Tolte dal mercato 8.800 tonnellate e 31 milioni di litri di generi agroalimentari contraffatti o prodotti in violazione alla normativa sul Made in Italy.

Sequestrati o oscurati 603 siti internet utilizzati per lo smercio di articoli contraffatti o opere audio-video riprodotte illecitamente. Su 5.765 controlli effettuati dalla Guardia di Finanza in sale giochi e centri scommesse, sono state riscontrate irregolarità nel 30% dei casi.

Sequestrati 576 apparecchi automatici da gioco e 1.224 postazioni di raccolta di scommesse clandestine. Sono oltre 36 milioni le giocate nascoste al fisco. Nell'attività di contrasto al falso monetario sono state sequestrate 1.402.945 banconote false per un valore complessivo di 57 milioni di euro. Scoperte, ancora, tre stamperie clandestine.

Sequestrate 69,7 tonnellate di droga, 52 delle quali in operazioni svolte in mare. Cinque i cargo sequestrati. In tutto, 1.709 gli arresti per traffico di stupefacenti. Altre trenta imbarcazioni sono state sequestrate perché utilizzate per l'immigrazione clandestina.

Il rapporto si riferisce a questo?

Scontrino di 0,10 euro in meno: il Fisco vuole togliergli il bar. All'imprenditore è arrivata una contestazione per aver battuto uno scontrino da 1 euro, invece che da 1,10 euro, come sarebbe dovuto essere. E ora rischia di perdere il bar, scrive Claudio Cartaldo, Lunedì 21/03/2016 su “Il Giornale”. L'ennesima, tremenda ingiustizia del Fisco. Che colpisce piccoli e grandi imprenditori senza alcuna intransigenza. Senza ascoltare l'urlo della crisi. La direttrice dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, aveva detto che "chi non collabora conoscerà il lato oscuro degli accertamenti". E il lato oscuro è proprio quello che ha colpito il Bar Gianni di Trieste e il suo titolare, Stefano Karis. Una vicenda che ha i contorni dell'assurdo. All'imprenditore, infatti, è arrivata una contestazione per aver battuto uno scontrino da 1 euro, invece che da 1,10 euro, come sarebbe dovuto essere. Insomma, per errore ha scritto sullo scontrino appena 10 centesimi di caffè in meno. E così è arrivata la mannaia del Fisco. Forse l'Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza pensavano che per colpa di quei 10 centesimi dichiarati i conti dello Stato sarebbero andati in malora. Karis, da parte sua, prova a instaurare una battaglia contro i mulini a vento. Si è difeso, spiegando di aver premuto per errore il tasto “caffè” (1 euro) della cassa al posto di “decaffeinato” (1,10 euro). Niente da fare. I finanzieri hanno scritto il verbale, facendo scattare la multa contro il commerciante. Infatti, se l’Agenzia delle Entrate deciderà di punire fino in fondo, il titolare del bar rischia la sospensione della licenza, sanzione amministrativa di 516 euro e l'obbligo di chiusura del negozio. Su Facebook il titolare del bar ha pubblicato la foto del verbale, corredata da un commento amaro in dialetto veneto: "Verbale della finanza perché go battudo un scontrin de 1€ invece che 1,10 € perché el caffè iera deca. Ma con quel che succedi in sto Paese, vendo bar per due euro e vado via da questo Paese di merda". Una comprensibile reazione alla follia fiscale.

Fisco. Rapine in corso ed estorsione legalizzata. Inchiesta sulla mafia di Stato di Riccardo Trombetta su “Striscia la Notizia” di Canale 5 su Mediaset del 12 febbraio e 8,9,11,14,16,17 marzo 2016 e l’Inchiesta di Nicola Porro su Virus di Rai 2 del 17 marzo 2016.

Art. 416 bis c.p.: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgano della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.” INTIMIDAZIONE ED ASSOGGETTAMENTO. L'Agenzia delle Entrate "condanna con fermezza i toni e le modalità con cui è stato esercitato il diritto di cronaca da parte di giornalisti e autori" del servizio 'Rapine in corso', andato in onda all’interno del programma Striscia la Notizia su Canale 5. Lo rende noto l'Agenzia delle Entrate annunciando che sta "valutando la possibilità di intraprendere azioni legali a tutela della propria immagine e della sicurezza dei propri dipendenti".

IN UN PAESE NORMALE CON QUESTA INCHIESTA SAREBBE NATA UNA RIVOLUZIONE. IN ITALIA NULLA. PERCHE’ UN POPOLO DI COGLIONI SARA’ SEMPRE GOVERNATO, AMMINISTRATO, GIUDICATO DA COGLIONI.

A Striscia la notizia parla un funzionario dell'Agenzia delle Entrate sugli avvisi illegittimi. "La sera del 17 marzo 2016 a Striscia la notizia va in onda la testimonianza di un funzionario dell'Agenzia delle Entrate che per lavoro produce proprio gli avvisi illegittimi di cui il Tg satirico di Antonio Ricci ha parlato nel corso di varie inchieste per cui l'Agenzia delle Entrate ha minacciato azioni legali contro Striscia", scrive in una nota Mediaset. "Questa sera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.40) andrà in onda la testimonianza di un funzionario dell'Agenzia delle Entrate che per lavoro produce proprio gli avvisi illegittimi di cui il Tg satirico di Antonio Ricci ha parlato nel corso di varie inchieste per cui l'Agenzia delle Entrate ha minacciato azioni legali contro Striscia" annuncia con un comunicato Mediaset. «Ho visto i vostri servizi e mi sono reso conto che state dicendo la verità», ha detto il funzionario ai microfoni dell'inviato Riccardo Trombetta, e ha aggiunto: «Voglio spiegarvi come funziona questo sistema, che è un sistema a discapito del cittadino. Noi facciamo delle ricerche di mercato esclusivamente puntate ad aumentare il valore che viene dichiarato nell'atto di compravendita. Ci viene imposto dal dirigente. Il dirigente si sente forte del suo operato, perché dice che opera nell'interesse dello Stato. Non rischia nulla, anzi, addirittura prende un premio a fine anno. Pensano alle loro tasche, non a quelle dei cittadini». Inoltre, il testimone conferma che il mercanteggiare fa parte del sistema: «Quando l'Agenzia convoca il cittadino e gli propone di pagare una cifra di molto inferiore (rispetto alla perizia), il cittadino preferisce pagare per non avere problemi. In questo modo l'Agenzia fa una bella figura e recupera una somma, diciamo, ingiusta»" rivela ancora la fonte di Striscia la notizia.

L'uomo del fisco si sputtana in diretta tv: se comprate una casa siete rovinati, scrive Francesco Borgonovo su “Libero Quotidiano” il 18 marzo 2016. A Rossella Orlandi, direttrice della Agenzia delle Entrate, piace il cinema. Tutti abbiamo potuto ammirarla mentre si calava nei panni del malvagio Darth Vader e si esibiva in una minacciosa citazione di Star Wars: «Chi non ha risposto ad un approccio collaborativo, conoscerà il lato oscuro dell'accertamento». Però a Rosella Orlandi piace un po' meno la televisione. Specie quando trasmette programmi che raccontano il «lato oscuro» del Fisco. E infatti, pochi giorni fa, l'Agenzia delle entrate ha emesso un comunicato in cui spiegava di stare «valutando la possibilità di intraprendere azioni legali» nei confronti di Striscia la notizia. Da qualche settimana, il tg satirico di Antonio Ricci manda in onda servizi che raccontano le vicende di alcuni malcapitati a cui l'Agenzia ha indirizzato multe e sanzioni per migliaia di euro. Guardandoli con attenzione, se ne deduce che il Fisco non mostra il suo «lato oscuro» soltanto con chi fa il furbo, ma pure con chi segue le regole e, sulla carta, non avrebbe nulla da temere. L' aspetto più odioso della faccenda consiste nel fatto che, molto spesso, ci sono di mezzo immobili, dunque case o uffici acquistati dai cittadini a prezzo di sacrifici. L' inviato di Striscia Riccardo Trombetta ha intervistato varie persone a cui è capitata la stessa cosa: dopo l'acquisto di un terreno o di un locale, i poveretti si sono visti recapitare dall' Agenzia delle entrate un avviso con annessa sanzione, piuttosto salata per giunta. Facciamo un esempio. Uno degli intervistati ha spiegato di aver comprato un locale, pagandolo 210 mila euro, per farne una piccola palestra di yoga. Non passa molto tempo, ed ecco che arriva la comunicazione del Fisco, in cui si dice che - in base alle valutazioni dell'Agenzia delle entrate - il valore dell'immobile è in realtà di 313 mila euro e rotti. Segue multa di circa 20 mila euro. Stessa cosa per il proprietario di un terreno: lo ha pagato 35 mila euro, ma l'Agenzia gli ha attribuito un valore undici volte superiore: multa di 84 mila euro. Il problema, però, è proprio la valutazione del Fisco. Tutti gli intervistati spiegano che l'Agenzia delle entrate non ha effettuato sopralluoghi, dunque i funzionari hanno valutato case e terreni senza vederli. In alcuni casi, sui documenti ufficiali, hanno persino sbagliato gli indirizzi. Come hanno fatto a stabilirne il prezzo, allora? Semplice, hanno paragonato i terreni e gli immobili ad altri con un valore di mercato più alto. La sensazione, espressa da alcuni degli intervistati da Striscia, è che il Fisco abbia volutamente sopravvalutato locali e terreni per poter emettere una sanzione, contando sul fatto che - per non avere guai - i cittadini avrebbero pagato. «Poiché ho protestato», ha spiegato uno dei poveretti, «ho avuto la sensazione che mi facessero uno sconto». Di fronte a tutte queste testimonianze raccolte da Striscia, il «Fisco amico» della Orlandi che fa? Manda un comunicato in cui ventila azioni legali. Alla faccia della collaborazione. Peccato che, ieri sera, il tg satirico abbia mandato in onda una testimonianza eloquente. Un funzionario dell'Agenzia delle entrate, a volto coperto, ha rilasciato un'intervista all' inviato Trombetta. «Ho visto i vostri servizi e mi sono reso conto che state dicendo la verità», ha detto. Poi ha spiegato come funziona il sistema: «Noi facciamo delle ricerche di mercato esclusivamente puntate ad aumentare il valore che viene dichiarato nell'atto di compravendita», ha raccontato. «Ci viene imposto dal dirigente. Il dirigente si sente forte del suo operato, perché dice che opera nell' interesse dello Stato. Non rischia nulla, anzi, addirittura prende un premio a fine anno». Inoltre, il funzionario ha confermato il mercanteggiamento sulle multe da pagare: «Quando l'Agenzia convoca il cittadino e gli propone di pagare una cifra di molto inferiore (rispetto alla perizia), il cittadino preferisce pagare per non avere problemi. In questo modo l'Agenzia fa una bella figura e recupera una somma, diciamo, ingiusta». Capito? Il Fisco sovrastima le case e i terreni acquistati dagli italiani, e propone una sanzione pesante. Poi, quando il cittadino si presenta, la abbassa, mostrandosi «collaborativo», e convincendo i più ad aprire il portafogli e a pagare una multa che non si meritano. A questo punto, dopo il pagamento dell'ingiusta sanzione, l'Agenzia potrebbe consegnare ai cittadini una bella ricevuta con scritto: «Benvenuti nel lato oscuro». Se proprio bisogna prendere in giro la gente, lo si faccia fino in fondo.

Le Entrate attaccano «Striscia la notizia»: minacciati dipendenti, scrive Libero il 16 Mar 2016. Striscia la notizia denuncia l’approssimazione con la quale Agenzia dell’Entrate consegna ai contribuenti accertamenti fiscali, e l’anagrafe tributaria se la prende con la banda di Antonio Ricci. L’Agenzia delle Entrate ha infatti condannato «con fermezza i toni e le modalità con cui è stato esercitato il diritto di cronaca da parte di giornalisti e autori» del servizio “Rapine in corso”, andato in onda lunedì 14 sera su Canale 5. Non solo l’Agenzia delle Entrate ha anche annunciato che sta «valutando la possibilità di intraprendere azioni legali a tutela della propria immagine e della sicurezza dei propri dipendenti». L’anagrafe tributaria punta il dito non tanto sui contenuti, gli eventuali errori nell’erogare cartelle, quanto sui toni di Striscia. In particolare, sottolineano in una nota, «le espressioni utilizzate durante il servizio (...)sono non soltanto lesive dell’immagine e della professionalità dei dipendenti delle Entrate, ma soprattutto pesantemente intimidatorie nei confronti di tutto il personale».

L’Agenzia delle Entrate condanna fortemente Striscia la Notizia. Pubblicato un comunicato in cui l'Agenzia condanna i toni utilizzati dal programma di Canale 5 nella puntata del 14 marzo di "Rapine in corso", scrive Marco Napoletano il 15 marzo 2016. Una cosa è certa, Striscia la Notizia ha infastidito e non poco, l’Agenzia delle Entrate. L’ha infastidita al punto da far diramare un comunicato stampa di ferma condanna nei confronti della trasmissione di Canale 5 diretta da Antonio Ricci rea, secondo il comunicato, di aver utilizzato espressioni lesive dell’immagine e della professionalità dei dipendenti delle Entrate ma soprattutto intimidatorie nei confronti di tutto il personale. Tutto nasce dai servizi di Striscia realizzati da Riccardo Trombetta e denominati “Rapine in corso” nei quali, il conduttore, si sofferma su presunte pratiche dell’Agenzia delle Entrate, non cristalline nella valutazione di immobili acquistati dai contribuenti definendole addirittura “estorsioni legalizzate”. Il comunicato è stato diramato oggi 15 marzo in relazione, nello specifico, alla puntata del 14 marzo di Striscia la Notizia. Nel servizio, l’Agenzia delle Entrate viene accusata di effettuare valutazioni sul valore di un terreno senza fare i dovuti sopralluoghi e quindi, incrementare il suddetto valore di circa 11 volte il valore di acquisto imponendo quindi una sanzione all’acquirente. Nel comunicato l’Agenzia precisa che il programma televisivo non ha mai chiesto di poter verificare la correttezza delle affermazioni riportate rendendo quindi impossibile riscontrare se vi siano errori o inesattezze nell’operato degli Uffici relativamente alla gestione delle singole pratiche di accertamento fiscale. A far infuriare ulteriormente le Entrate è stato l’accostamento dei propri funzionari al personaggio di Marlon Brando interpretato ne “Il Padrino” facendo quindi alludere ad un atteggiamento mafioso della stessa Agenzia superando, secondo il comunicato, il limite del buon gusto e del rispetto delle istituzioni. L’Agenzia delle Entrate si riserva quindi la possibilità di intraprendere azioni legali a tutela della propria immagine e della sicurezza dei propri dipendenti.

Roma, 15 mar. (AdnKronos) - L'Agenzia delle Entrate "condanna con fermezza i toni e le modalità con cui è stato esercitato il diritto di cronaca da parte di giornalisti e autori" del servizio 'Rapine in corso', andato in onda ieri sera all’interno del programma Striscia la Notizia su Canale 5. Lo rende noto l'Agenzia delle Entrate annunciando che sta "valutando la possibilità di intraprendere azioni legali a tutela della propria immagine e della sicurezza dei propri dipendenti". In particolare, sottolinea in una nota, "le espressioni utilizzate durante il servizio, come ad esempio “trovare l’indirizzo del funzionario che ha firmato e bruciargli la casa”, sono non soltanto lesive dell’immagine e della professionalità dei dipendenti delle Entrate, ma soprattutto pesantemente intimidatorie nei confronti di tutto il personale. Riteniamo, altresì, che l’accostamento del comportamento dei nostri funzionari alla condotta mafiosa del personaggio del film 'Il Padrino', del quale viene trasmesso un estratto modificato, per alludere ad un atteggiamento vessatorio dell’Agenzia, abbia superato il limite del buon gusto e del rispetto delle Istituzioni". Nel merito dei casi trattati, sottolinea l'Agenzia delle Entrate, "va sottolineato che la redazione di Striscia la Notizia non ha mai chiesto all’Agenzia delle Entrate di poter verificare la correttezza e la genuinità delle affermazioni riportate nel citato servizio, rendendo impossibile a questa Amministrazione poter riscontrare se vi sono errori o inesattezze nell’operato degli Uffici relativamente alla gestione delle singole pratiche di accertamento fiscale". "Riaffermare nel sistema Paese, tempestivamente e con ogni lecito mezzo, la mission e il ruolo di migliaia di funzionari, che altro non chiedono che di lavorare con serenità, soddisfazione, adeguata remunerazione, prestigio e, quindi, legittimazione sociale". Questo l'auspicio di Sebastiano Callipo, segretario generale del Confsal Salfi, sindacato autonomo dei lavoratori finanziari, in una lettera inviata al direttore dell'Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. Il leader sindacale prende atto, con soddisfazione, "del comunicato stampa, diramato dall'Agenzia, sul merito del servizio 'Rapine in corso', in quanto esistevano ed esistono, da un lato, sufficienti motivazioni per stigmatizzare apertamente il comportamento dei responsabili del servizio televisivo in narrativa e, dall’altro, ampie quanto diffuse ragioni per sostenere, anche con siffatta tipologia comunicativa, l’onorabilità delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Agenzia delle Entrate".

Dall'altra parte c'è il grande fallimento di Riscossione Sicilia. Spese esagerate, lussi incomprensibili, contrasti politici e casse vuote: il crac dell'ente siciliano preposto alla riscossione delle tasse, scrive "Panorama" il 18 gennaio 2016. Un aereo da 12 milioni di euro è rimasto fermo per quattro anni all'interno di un hangar dell’aeroporto di Catania. Apparteneva a una signora che gestiva un bar a Maletto, un paesino della provincia etnea. È stato pignorato pochi mesi fa. La proprietaria aveva eluso il fisco per centinaia di migliaia di euro. La storia della riscossione in Sicilia è anche questa. È storia pirandelliana di paradossi e abusi. Di follie e mafia. Di patrimoni ed evasioni allo stesso modo enormi. Oggi, a riscuotere le tasse nell’Isola è un'azienda che ha come socio al 99,9 per cento la Regione siciliana. Si chiama Riscossione Sicilia. Ma l’ironia è già nel nome. Perché questa agenzia di riscossione non riscuote granché. Anzi. I numeri sono deprimenti. Nel 2014, a fronte di 5,7 miliardi da incassare, la Sicilia ha portato nelle sue casse appena 481 milioni. L’otto per cento. Per i redditi più alti, quelli superiori a 500 mila euro, la quota era ancora più bassa: il 3,66 per cento. Cifre un poco migliorate nell’ultimo anno. Ma ancora imbarazzanti. Eppure per il presidente della Regione Rosario Crocetta quell’azienda è un fiore all’occhiello. È uno degli ultimi baluardi di un autonomismo che oggi, dati alla mano, pare quantomeno anacronistico. «La Lega Nord pagherebbe per avere un gabelliere tutto suo» ripete il governatore. Nella maggior parte delle Regioni d’Italia, in effetti, a svolgere quelle funzioni è Equitalia: una società certamente non amata dai contribuenti ma che, quantomeno, grazie anche ai contributi statali riesce a stare in piedi senza denunciare perdite. E verso la quale in tanti, anche nell’isola, iniziano a guardare, in vista di un possibile trasferimento delle funzioni dell'agente di riscossione siciliano. In Riscossione Sicilia lavorano 702 persone, in bilico da quando l’assemblea regionale siciliana ha negato la ricapitalizzazione dell’azienda: 2,5 milioni, questa la richiesta giunta a Natale dal governo Crocetta ai deputati siciliani, per mantenere in piedi una società che ha eroso ormai completamente il capitale. Ma che nonostante ciò si appresta a erogare premi ai dipendenti per un totale di 7 milioni di euro. Somme frutto di un accordo sindacale di un paio d’anni fa e mai rispettato. Parte del consiglio d’amministrazione, però, si è messo di traverso, bloccando per il momento quei bonus. Oggi, infatti, nelle casse della società non c'è un euro, malgrado nel 2014 a Riscossione fosse stato assicurato un altro contributo pubblico di 40 milioni. L’agente di riscossione siciliano, insomma, è praticamente fallito. «Non mi resta che portare i libri in tribunale» ha tuonato infatti a fine dicembre il presidente dell’azienda, l’avvocato catanese Antonio Fiumefreddo, dopo il no alla ricapitalizzazione del consiglio regionale. L'amministratore ha poi accusato gli stessi deputati siciliani che avevano bocciato il contributo: «Sono mascalzoni travestiti da esponenti delle istituzioni» ha detto Fiumefreddo, che a sua volta ha un passato politico assai variopinto, prima a fianco del sindaco berlusconiano Raffaele Stancanelli, poi del governatore Raffaele Lombardo condannato in primo grado per associazione mafiosa. Fiumefreddo è entrato da tempo nelle grazie di Crocetta. Il presidente della Regione ha provato più volte a nominare Fiumefreddo assessore della sua giunta. Ma si è sempre dovuto scontrare col veto dei partiti della sua coalizione, Pd in testa. E il presidente di Riscossione, a dire il vero, non ha fatto nulla per farsi amare dai politici siciliani. Anzi, si è beccato anche una querela per diffamazione dall’assemblea regionale proprio per le sue parole. Non solo «mascalzoni», ma anche «pirati». Fiumefreddo, che ha anche chiesto di essere ascoltato in Procura a Palermo, ha denunciato: «Non mi meraviglierei se tra i pirati, che si sono nascosti dietro il voto segreto (per negare la ricapitalizzazione i Riscossione Sicilia, ndr), ci siano parte dei 61 parlamentari ai quali per la prima volta nella storia abbiamo notificato i pignoramenti delle loro laute indennità». Insomma, su 90 consiglieri regionali, secondo Fiumefreddo 61 sarebbero stati pignorarti per inadempienze fiscali. Pochi giorni dopo, ecco saltare fuori una lista dei politici «morosi». Tra questi, anche il presidente Crocetta che aveva chiesto la rateizzazione del suo debito. Mentre molti deputati replicavano: «Da Fiumefreddo solo slogan e offese al parlamento. Pensi a far funzionare la società: non si può pensare di regalare all'azienda ogni anno milioni di euro». Così la guerra tra Riscossione e consiglio regionale è finita in tribunale. Un destino già scritto, in un certo senso, per una società che fino a pochi mesi fa poteva contare sulla bellezza di 887 avvocati, il triplo di quelli a disposizione della Casa bianca. Legali «scelti clientelarmente» ha denunciato Fiumefreddo. Quegli incarichi sono poi stati azzerati. Ma sono il segno di un’azienda azzoppata da sprechi e inefficienze. Come quelle relative alle spese per le sedi sparse per tutta l’isola. La società, per esempio, ha pagato fino a pochi mesi fa un contratto d’affitto da quasi mezzo milione l’anno in uno dei più piccoli capoluoghi dell’Isola, cioè Ragusa. Spese esagerate, lussi incomprensibili e strumenti tecnologici obsoleti. Ingredienti che hanno portato al dissesto. Che eppure nell’ultimo anno ha dato segnali di risveglio con una crescita del riscosso del 31 per cento e anche con alcune azioni clamorose. Come le decine di pignorare d’auto di lusso in possesso a grandi evasori fiscali. «In Sicilia» ha spiegato Fiumefreddo «a causa di elusioni fiscali o mancato versamento di imposte andrebbero pignorate 230 mila automobili». Riscossione si è limitata a sequestrarne un migliaio. Tra cui 116 Porsche, 46 Jaguar, 33 Ferrari e tre Cadillac. In quell’occasione, è stato pignorato anche l’aereo da turismo della barista di Maletto. Ma non basta. Anche perché l’impotenza della società di Riscossione si traduce nei dati sull’evasione fiscale nell’Isola, di gran lunga più elevati rispetto alla media nazionale. È questo il risultato di anni in cui la riscossione in Sicilia è stata terra di abusi e sprechi, di ingenti e repentine ricchezze ma anche di ombre e malaffare. A cominciare dagli anni in cui a gestire l’esattoria a Palermo e in 75 Comuni siciliani erano i cugini Nino e Ignazio Salvo, imprenditori di Salemi, paesino del Trapanese, legati a Cosa nostra. Non a caso entrambi finirono sul banco degli imputati del Maxiprocesso: Nino morì prima della sentenza, mentre Ignazio fu condannato a tre anni di reclusione. Negli anni novanta, arriva la Montepaschi-Serit, società che fa capo all’Istituto di credito. Nel 2010 la Regione siciliana acquista le quote in possesso a Monte dei Paschi di Siena con un’operazione su cui restano molti dubbi, soprattutto per il valore attribuito alle quote dei privati: la Regione siciliana pagò circa 400 milioni di euro, un prezzo «assolutamente esoso» denuncia Fiumefreddo: «Ma la cosa più grave» aggiunge «è che non l’ha deciso nessuno, anzi l’ha deciso chi vendeva». Ombre del passato su una società che oggi affonda. Eppure, nonostante le difficoltà, il riscossore fa sempre paura. Ne sa qualcosa il deputato regionale Michele Cimino, che in un’audizione in Commissione bilancio all’Ars, dopo la diffusione dei primi nomi di parlamentari morosi è intervenuto per precisare che «c’è anche un Cimino Michele nato a Trento. Io» ha spiegato «sono nato a Porto Empedocle e non ho 70 anni». È di Porto Empedocle, precisa il deputato: un paese a due passi dalla casa di Luigi Pirandello. Dalla sua penna sembra uscita la storia di Riscossione Sicilia, che non riscuote mai.

"L'Agenzia delle Entrate fa estorsioni": la confessione choc dell'ex dirigente, scrive “Libero Quotidiano” il 31 marzo 2016. A Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.40 30 marzo 2016) la testimonianza di Luciano Dissegna che, per 30 anni, è stato dirigente e funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Dissegna si è detto “sbalordito” per i servizi mandati in onda da Striscia nelle scorse settimane: "Finalmente un organo di informazione che dice la verità", ha dichiarato all’inviato Riccardo Trombetta. "I dirigenti hanno sempre fatto carriera in base al cosiddetto obiettivo monetario", racconta l'uomo, "più soldi si incassano più il dirigente fa carriera e anche soldi. Credo che, a fine anno, i dirigenti più grossi portino a casa anche 70-80mila euro in più". I cittadini più colpiti dagli accertamenti, ha spiegato l’ex dirigente, sono i piccoli imprenditori: "Arriva un avviso d’accertamento da 100mila euro e, davanti alla proposta di pagarne metà, ci si trova costretti a pagare. Questa costrizione io la trovo inaccettabile. Questa è, dal mio punto di vista e in buona fede, la più grande estorsione di tutti i tempi. È una situazione di potere provocata da accertamenti presuntivi e discrezionali: dietro la discrezionalità c’è la corruzione. Sono andato via perché non potevo accettare questa situazione e anche perché rischiavo molto grosso. Mettersi contro l’amministrazione è pericoloso".

CLEPTOMANIA E CLEPTOFILIA NEL REGIME FINANZIARIO DELLA UNIONE EUROPEA E ITALIANO. Saggio di Manlio Tummolo. Il presente lavoro è dedicato a tutti i cittadini, lavoratori, contribuenti e consumatori, europei e italiani. Molti studiosi di economia e di scienza delle finanze, di fronte alla disastrosa situazione europea e italiana degli ultimi decenni si arrampicano su scivolosissimi specchi nel tentativo di spiegarla con le solite tradizionali dottrine d’impronta liberista che hanno dimostrato il loro insignificante vuoto almeno dal 1929. Viceversa, è ben più utile cercar di capire la crisi nelle sue reali ragioni in un libro di Mario Giordano, “L’Unione fa la truffa”, pubblicato da Mondadori già nel 2001 col sottotitolo “Tutto quello che vi hanno nascosto sull’Europa”. Eppure le radici di tutto questo sono ben lontane, almeno fin dal 1972, quando fu inventata l’IVA (Imposta sul Valore Aggiunto) e creato il nuovo sistema fiscale col relativo Testo Unico delle Imposte sul Reddito (TUIR), di cui noi italiani abbiamo ben due versioni: una “previgente” (ma non del tutto abrogata) e l’altra vigente... pur significando in lingua italiana “unico” come ciò che è solo ed esclusivo (nondimeno questo aggettivo viene usato per imposte - cfr. IMU - tutt’altro che uniche). Allora si passò dalla vecchia Dichiarazione Vanoni, piuttosto semplice, all'attuale IRPEF - sempre più complicata allo scopo di spennare il popolo in modo crescentemente feroce.

Un sano sistema fiscale deve essere fondato: 

1) sulle reali esigenze di uno Stato, correlate alle effettive risorse della popolazione di quello stesso Stato;

2) sulla proporzione diretta o crescente tra i beni dei singoli e la serie di tributi, diretti e indiretti, che su di essi grava;

3) sulla semplicità e chiarezza delle procedure necessarie a pagare quei tributi;

4) sul buon uso che lo Stato dovrebbe fare della massa di introiti ricevuti dalla popolazione soggetta al fisco.

Viceversa, non occorre essere un esperto in materia finanziaria e fiscale per verificare che il nostro sistema fiscale è esattamente all'opposto perché non corrisponde alle esigenze dello Stato, non tiene conto delle reali risorse della popolazione, non è né direttamente né in modo progressivo proporzionato ai beni dei singoli, non utilizza procedure chiare e limpide, ma semmai estremamente contorte fin dai termini stessi adoperati (l’aggettivo “unico” ne è un manifesto esempio), non utilizza i propri introiti per il bene della popolazione ma li spreca nell'alimentare ogni genere di parassitismo, premiando il crimine piuttosto che l’onestà. Si parla e si straparla assai spesso di “paradisi fiscali” e di “evasione fiscale”, ma assai poco di “inferni fiscali” e di “invasione fiscale”, come - ahi, ahi, ahi noi !!! - si verificano nella UE (che vorrebbe dire Unione Europea”, ma va specificato che non è un’unione di cittadini bensì un’aggregazione di affaristi e imbroglioni capaci solo di sfruttare parassitariamente la pazienza dei cittadini sotto lo scudo di ideali pretestuosi). Troppo spesso si sente parlare della necessità di “più Europa”, mentre non si tratta di accrescere né i già troppi poteri affidati a chi non è neppure eletto (commissari e consiglieri europei), ma nominato dagli sgoverni degli Stati, né aumentare il numero degli Stati aderenti sulla base poi solo del cosiddetto PIL. Viceversa, si tratta di creare un’Europa vera, autentica, migliore, nella quale non si cede la sovranità ad un’accozzaglia di nullafacenti e complici di trafficanti, ma di condividere pienamente ed egualitariamente una sovranità europea. E cominciamo pure dalla stessa “imposta sul valore aggiunto”, nata nel 1972, che è ben un’imposta aggiunta alle altre indirette, ma il “valore aggiunto” qual è?  Dove si trova?  Di che si tratta?  Durante le lezioni universitarie di Diritto   Tributario, docenti e ricercatori ben si sforzano di chiarire agli attoniti studenti che non è un’imposta a “cascata”, come la vecchia IGE (Imposta Generale sulle Entrate), ovvero che si ripercuote su  tutti i livelli di esazione, e credono di aver detto una cosa intelligente, dimenticando però che la vecchia IGE era piuttosto bassa (il 3 %, suppergiù) e che per la sua piccolezza si risentiva relativamente, ma che anche l’IVA è a cascata, con questa differenza che, dal produttore all’ultimo consumatore,  si paga un’IVA crescente man mano  che il prodotto nei vari gradi di vendita aumenta di prezzo, e che chi la paga è l’ultimo fesso della scala economica, che non avendo partita IVA, non può scaricarla su nessuno, nemmeno, come sarebbe equo,  sulla propria dichiarazione dei redditi.  Non solo: ma l’aliquota IVA è ben più alta di quella IGE. Che si fa poi di questi introiti? Una bella parte di essi serve a mantenere i capricci della Commissione UE e dei Consigli associati, i suoi lussi e, quando essa vuole, ridistribuita su canali fissi, preventivi, arbitrari, tanto nessuno ha il reale potere di farli modificare: altro che il famoso principio anglosassone del “senza rappresentanza, nessuna tassazione”, che fu causa delle due Rivoluzioni Inglesi, di quella Americana e, in parte, della Rivoluzione Francese. Ma torniamo al “valore aggiunto”: dov’è, dove si trova, chi lo determina?  In che cosa consiste?  Nessuno ve lo sa dire, perché il valore di un prodotto o servizio risulta solo quello che viene ceduto a chi lo acquista, lo consuma o lo utilizza, o se preferite quello di chi lo paga di passaggio in passaggio. L’uso poi di questi introiti è assolutamente negativo ed incontrollabile, e lo verifichiamo, perché largamente e spropositatamente dato agli Stati che aderiscono per ultimi alla UE, mentre quelli che pagano da decenni (dal 1957, per intenderci) ricevono molto meno di quanto dato, e larga parte è persa in strani meandri (vedi la nostra beata Italia). Altra questione: dal linguaggio economico, che non brilla mai per chiarezza, si parla tanto del Prodotto Interno Lordo (PIL), come base di calcolo a cui riferire il debito pubblico di uno Stato: ma anche questo che diavolo significa?  Un lordo presuppone altresì un netto ed una tara: or dove sono il prodotto interno netto e il prodotto interno tarato? Mah, misteri e giochetti su termini che non hanno alcun significato esatto, tanto è vero che oggi - su indicazione della UE e della sua impareggiabile Commissione - vengono calcolati ad libitum o ad oculum anche i prodotti del tutto incalcolabili della criminalità, così come ad oculum si calcola l’evasione fiscale (lo Stato si aspetta, del tutto fantasiosamente, di guadagnare dalle imposte 100; ne riceve 50. Ecco che si mette a gridare: abbiamo il 50 % di evasione fiscale. Che ciò sia soltanto una disinvolta approssimazione è dimostrato quando, in conclusione di un contenzioso tributario, deve accontentarsi - specie con i ricconi che possono difendersi - del solo 30 % del preventivato, e allora canta vittoria). A parte il fatto indecente di considerare la criminalità  una fonte di reddito per lo Stato (invece di combatterla per annientarla o almeno per ridurla ad un termine minimo), nell’economia in versione UE, la morale non vale, ma evidentemente neppure il Diritto:  per definizione introiti illeciti e non denunciati sono incalcolabili, e quindi non vanno calcolati neppure per approssimazione, senza creare l’illusione di essere più ricchi del reale (è pur vero che le attività criminali generano, per chi le pratica, ricchezza,  ma questa non circola nello Stato in generale, bensì nell’ambito criminale, come in un cerchio quasi interamente chiuso. Lo Stato ne viene danneggiato, non favorito: di qui l’esigenza, non solo etico-giuridica, ma economica, di combattere la criminalità con ogni mezzo).  Ora, il punto è questo: uno Stato o Unione, che “legalizzi o formalizzi” l’attività criminale come PIL, non fa altro che manifestare la propria affinità e simpatia col crimine stesso, considerandolo un fenomeno fisiologico, invece che patologico, qualcosa di benefico anziché, come dovrebbe, di venefico e maledetto. Quanto all’Italia, il discorso è ben lungo e meriterebbe un’enciclopedia, a molti volumi, e non certo un singolo libro: data dall’intera storia italiana e potremmo risalire alla Repubblica Romana e ai suoi pubblicani.  Leggendo la “Vita di Lucullo” in Plutarco ed altri testi del tempo, scopriremmo i metodi di esazione feroci utilizzati da quel regime, e poi imitati in forme più o meno attenuate anche ai nostri tempi.  Del resto, dalle XII Tavole si sa che i creditori avevano anticamente il diritto di fare a pezzi letteralmente il loro debitore moroso, doloso o colposo che fosse. Poi ci si accorse che era più conveniente spogliarlo d’ogni bene, renderlo schiavo con l’intera famiglia, e considerarlo un oggetto. Non è che oggi la mentalità sia molto diversa, malgrado conclamate garanzie.  Ma di ciò più avanti.  E’ dunque almeno da duemila anni che si preferisce, per avidità, ricevere alla fine poco, non facilitando al debitore la possibilità di pagare decentemente il suo debito.  E come, vi domanderete?   Semplicemente non calcolando in modo assurdo e sproporzionato gli interessi attribuiti al debito (ben superiori a quelli sul credito, detto di passaggio), bensì dando all’interesse una diretta proporzione col costo della vita effettivo.  Chiunque legga studiosi italiani di politica fiscale, almeno dal XIX secolo e particolarmente dall’unità d’Italia vede che tali autori segnalarono fin da allora la costante esosità delle imposte, sia per volume complessivo e individuale delle stesse, sia per le procedure di esazione, sia infine per il pessimo uso delle stesse.   Per tutte queste ragioni, il cittadino italiano sente atavicamente, geneticamente, come odioso ed inaccettabile il sistema fiscale che grava su di lui. La propaganda di regime e giornalistica (serva della prima) giustifica l’enorme cumulo fiscale col pretesto del debito pubblico, ma per nulla cerca di spiegarne l’origine, anzi, per soprammercato, usa la frase tipica “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”, senza per nulla dire chi realmente “viva al di sopra delle sue possibilità”. Di certo, non il normale cittadino, lavoratore, pensionato, contribuente e consumatore, semmai oberato da questo peso insostenibile. Ma che cos’è il debito pubblico, donde nasce storicamente? Secoli fa, ancora nel Medioevo, il reuccio, il feudatario, il signorotto, ecc. ecc., non avendo cognizione alcuna di un’economia e di una finanza ben regolate, di un sistema fiscale adeguato alle risorse esistenti, si facevano prestare dalle prime banche (italiane e tedesche soprattutto) ingenti somme per i loro rispettivi capricci: una vita di corte sfarzosa, mantenimento di cortigiane e cortigiani, guerre e guerricciole, crociate, ecc. ecc.  Quando il sistema di gabelle imposto ai sudditi non bastava a pagare i banchieri creditori, i vari sovrani (Francia ed Inghilterra soprattutto) finivano per non pagarli affatto: da qui, le prime crisi bancarie della storia (specie delle banche fiorentine nel XV secolo). In caso “positivo” di solvibilità, erano i sudditi a dover pagare con sistemi forzosi, che però non consentivano l’attivazione di servizi per il pubblico interesse. Malgrado la Rivoluzione Francese avesse cercato di impostare la questione fiscale nei termini razionalisti dell’Illuminismo, il debito pubblico continuò, perché i vari malgoverni e sgoverni d’Europa, invece di creare un sistema fiscale chiaro e facilmente verificabile dai cittadini da utilizzare secondo le esigenze di uno Stato moderno (servizi pubblici), preferivano avere un sistema d’entrate incontrollato ed incontrollabile,  ma più comodo o “soft” (per dirla all’inglese), fondato su un atto volontario, distribuendo carta straccia come titolo ad interesse, così l’affarista versava volontariamente denaro allo Stato, in cambio di un interesse significativo nell’anno. Lo Stato a sua volta, senza dover rendere conto di quanto entrava volontariamente al resto dei cittadini (facendone un uso voluttuario come gli antichi signorotti), pagava e paga gli interessi agli affaristi facendoli incidere sul sistema di imposte. Così, per non essere “impopolari” con un sistema fiscale diretto, severo ma equo, facevano e fanno pagare al popolo questi onerosi interessi, come se il Debito pubblico fosse a vantaggio non di pochi, ma di tutti (basti pensare al buon Mario Monti quando asseriva non pagabili le pensioni con la storia dello spread: oggi sappiamo che tutta quella vergognosa manfrina serviva solo a spremere i contribuenti italiani che già dal 1973/74 hanno visto ridurre sempre più le proprie condizioni economiche per dover pagare i frutti delle speculazioni finanziarie o gli abusi del malgoverno). Il popolo è costretto a pagare, ma non sa né quanto paga, né esattamente perché paga: si pensi ad es., all’automobilista quando si reca a caricare di carburante il proprio serbatoio. In realtà, quando crede di compiere questo fatto privato, egli versa allo Stato da 2/3 a 3/4 di imposte al benzinaio, che così diventa un esattore d’imposta. Non sono i normali cittadini, lavoratori e pensionati, a vivere al di sopra delle loro possibilità, ma esclusivamente i dirigenti politici ed amministrativi dello Stato, i grandi managers delle varie aziende private o semi-pubbliche, certi signori dello sport e delle canzonette, gli acquirenti di titoli pubblici o privati. Generalmente si riconosce l’enorme divario tra i pochi ricchi e i molti poveri, ma la cosa, in regime capitalistico, viene considerata normale e lodevole, anzi si fa di tutto per incrementare (alla faccia della Costituzione e di varie leggi) tali abissali differenze, sicché 10 mangiano per 1000 e 990 devono mangiare quel che resta, come nella celebre favola della guerra del leone con i suoi “alleati” (il non meno celebre patto leonino, pur vietato dal Codice Civile). Biancaneve, nella fiaba, si fa un piattino portando via un cucchiaio dal piatto di ciascuno dei sette nani. Costoro, invece, prendono l’intero piatto, lasciando a tutti gli altri solo un cucchiaio. Pure hanno il coraggio, o meglio l’impudenza, di chiamare tutto ciò “democrazia”… La cosa tristissima è che i normali cittadini si fanno incantare dalla pubblicità del regime e accettano pure essi questo andazzo, ritenendolo fisiologico, corretto e “democratico”.  Fino agli inizi del ‘900, quando venivano imposti nuovi tributi sulle farine o altro genere necessario, la gente si ribellava (pensiamo ai Fasci Siciliani),  scatenava vere insurrezioni, e, pur riconoscendo che allora i poveri vivevano solo di pane o poco più mentre oggi ancora non siamo a tal punto (ma non ne siamo chissà che distanti), la popolazione contribuente lascia fare, non c’è neppure una rilevante protesta elettorale che richiederebbe agli elettori di evitare il voto, come solenne protesta; non si organizzano forti manifestazioni di piazza, ecc. ecc. . Il quietismo domina sovrano, provocato quasi sempre dal rincitrullimento collettivo (si protesta con violenza per una partita di calcio ma su cose essenziali ci si rassegna pecorescamente). L’ira si accumula ugualmente, ma si sfoga come tra i quattro capponi di Renzo, beccandosi a vicenda o uccidendosi, mentre i responsabili dei mali collettivi si divertono allegramente.  Fino a quando questo gioco durerà?  E’ difficile prevederlo: anche domani mattina potrebbe scoppiare qualcosa, oppure di qui a mille anni.  Di certo, come la storia insegna, più tardi esploderà la situazione, e più violenta sarà. Finora ho parlato della cleptomania dello Stato, ovvero di quanto i vari regimi, per tradizione derubano i cittadini comuni.  Ora si tratta di esaminare, viceversa, la cleptofilia dei regimi oggi dominanti.  Tutti sanno che il furto, ovvero l’indebita appropriazione aperta o subdola di un bene al suo legittimo proprietario da parte d’un altro,  è  pratica vietata dal Codice Penale con determinate sanzioni, più o meno gravi, secondo le circostanze e la metodologia,  ma forse non tutti sanno che lo Stato e pure organismi privati  ritengono il furto, specie quello con destrezza e subdolo,  un vero merito, mentre viene considerato demerito per il cittadino che sia derubato in quanto poco furbo o poco attento ai suoi beni.  E’ una tradizione molto antica che risale almeno alle norme di Licurgo, a Sparta: infatti, come testimoniano gli storici greci, nell’antica Sparta non era punito il furto in sé, ma il fatto che il ladro si fosse fatto scoprire, poco importa se dal derubato stesso oppure da qualcun altro per conto del derubato. Chiunque di voi lettori sia stato derubato, sa quale sia l’aria di compatimento che ricevete quando denunciate un furto, il cui autore, come nei vecchi films di Totò, è sempre il “solito ignoto”. Poiché giustamente non posso denunciare un nome qualsiasi, rischiando per soprammercato di essere controdenunciato per calunnia o simulazione di reato, devo denunciare un ignoto. Ora, come mi sono sentito dire (ma lo sapevo già) in cancelleria del Tribunale di Trieste, è difficile trovare un ignoto per questo semplice paralogisma: chi è ignoto è sconosciuto, quindi non è perseguibile (si può perseguire, indagare il signore ignoto? Ovviamente no). Pertanto, la denuncia contro ignoti è automaticamente destinata ad essere archiviata in breve tempo. Ovviamente si tratta di paralogisma, soprattutto oggi, quando si sa ogni cosa che viene fatta da qualcuno. Esemplifico: vi viene rubata una tessera bancomat. Il ladro vi spoglia di ogni vostro versamento sempre allo stesso impianto per una serie di volte, finché il vostro deposito si dissolve. Ogni bancomat dovrebbe essere tutelato da una telecamera, che si accorge che lo stesso individuo a quelle ore, mentre voi siete da tutt’altra parte e lo potete dimostrare, fa come il birraio che versa le birre nei boccali. Ora, malgrado questa garanzia, il ladro può presentarsi col casco o celato da un cappuccio, non si fa scorgere il viso, quindi non è individuabile. Oppure, più semplicemente la telecamera non funziona o è mal orientata. Il furto tramite bancomat, specialmente se accompagnato da quello del codice, potrebbe essere evitato se, oltre al PIN, avesse registrato le impronte digitali o una fotografia del titolare, in modo che, se non è egli stesso ad utilizzarlo, il PIN non basterebbe ad estrarre il denaro. Così il ladro di bancomat (a proposito, qualcuno sa dirmi se, per caso, vengano venduti a privati rilevatori di bancomat nei portafogli, considerata la presenza di un elemento elettromagnetico nella tessera, peraltro di sola plastica?), non avendo quelle impronte o quella fisionomia, o non mostrando il viso, non potrebbe rubare assolutamente nulla: ma aspettiamo ulteriori progressi della tecnologia a scopo di antifurto, anche per combattere la clonazione di tali tessere, che io certo, ed altri cittadini,  non sappiamo come realizzare... ma c’è viceversa un certo numero di persone che ha le cognizioni tecniche per realizzarla. Che il regime poi abbia un occhio di riguardo per i ladri, lo si nota pure dal comportamento delle banche di fronte al derubato: la banca si proclama proprietaria della carta, ma, quando uno è derubato della stessa, se ne lava le mani, punendo anzi il derubato con ulteriori costi (sostituzione della carta e nuovo PIN). Per fatto giuridico, la banca potrebbe farsi parte lesa e parte civile (a processo iniziato), ma se ne guarda bene, malgrado il furto riguardi sì il denaro del cliente ma in quanto avviene per mezzo di un uso illegittimo della carta stessa, la banca compartecipa delle conseguenze del reato.  Invece, si limita a promettere di rendere al proprio cliente la somma derubata, se denunciata, ma poi non riconosce come furto quello che è un furto (o lo fa solo a certe condizioni, decise dalla banca stessa).  Ora, vediamo: il derubato è costretto ovviamente a denunciare il furto subito sia nei confronti della legge in generale, sia nei confronti della banca stessa.  Nel contempo, per quantificare il furto subito (nell’eventualità di un futuro risarcimento in seguito a processo), è anche costretto a disconoscere come proprio il prelievo di una certa somma in quel o quei giorni e a quelle ore: perché un furto può ben avere un autore ignoto, ma l’oggetto derubato deve essere chiaramente specificato, si tratti di denaro o di cose, sempre in funzione di un futuro e possibile processo. Questo disconoscimento deve avvenire sia davanti alle Forze dell’Ordine, sia alla banca stessa, che però se ne lava le mani, pur facendo riempire moduli con quello scopo e, quindi, facendo perdere tempo agli impiegati e al derubato, visto che, con un pretesto o l’altro, non accetta il disconoscimento, anzi ti infligge costi aggiuntivi. Eppure, alla banca quel pezzo di plastica magnetizzato non costa nulla, anzi ti viene dato per poter ridurre, con procedure automatiche, la quantità di personale necessario. Non so altrove, ma a Trieste la società locale dei trasporti urbani e la stessa amministrazione comunale, per ridurre l’inquinamento, ti consigliano o ti impongono di utilizzare il mezzo pubblico. Poi aggiungono, con avvisi, di far attenzione ai borseggiatori che, vedi caso, non vengono mai presi o, se presi, restano in carcere giusto il tempo minimo, per poi tornare a rubare subito dopo. Da un lato ti incoraggiano a salire sull’autobus, dall’altro ti invitano a stare attento ai borseggiatori come se questi avessero un qualche distintivo o segno di riconoscimento. Se vieni derubato in autobus la colpa non è attribuita al borseggiatore, ovviamente, e nemmeno alla società di trasporti che ha eliminato da decenni il vecchio caro bigliettaio e ridotto al minimo i controllori... è colpa del borseggiato che non stava attento ai suoi beni come se mettesse i soldi appesi al berretto con su scritto “prendetemi”, oppure il portafoglio in bella evidenza con la stessa scritta. E’ evidente che il borseggiatore sa bene il proprio mestiere e, riguardo ai bancomat, penso che abbia qualche apparecchietto rilevatore (ovviamente di invenzione americana) che segnala la presenza di una tessera magnetica tanto da andare a colpo sicuro nella tasca o nel/la borsetto/a di un passeggero, senza farsene minimamente accorgere (è il mio caso sull’autobus numero 29 della Trieste Trasporti, non particolarmente affollato, in data 8 luglio 2015 circa alle ore 11.30, mentre candidamente e del tutto serenamente parlavo con una mia ex-collega d’Università). Quando ci si accorge del furto, perché si cerca il portafoglio, può essere tardi e il ladro, tutto felice della sua pesca di beneficenza, va ad incassare il meritato guadagno. Ma, se qualcuno denunciasse la società di pubblico trasporto per connivenza con i borseggiatori o per mancata sorveglianza, o altra forma di favoreggiamento colposo o doloso, rischierebbe probabilmente di essere perseguito per calunnia. Del resto, chiunque abbia avuto esperienza di un furto in casa, sa come la legge sia molto severa con chi affronta il ladro, o violatore di domicilio, e lo malmena, per non parlare poi del caso che lo ferisca con arma da fuoco, lo insegua o che altro. Il ladro è, nell’attuale regime, una professione molto onorata, rispettata e tutelata. D’altronde che il sistema bancario abbia molte affinità, somiglianze e parentele con gli autori ignoti di furto, lo si nota bene negli ultimi decenni: ad esempio, confrontando gli interessi di credito del cliente con gli interessi di debito del cliente stesso, malgrado le deflazioni tanto declamate dal capo supremo della Banca Centrale Europea. Oppure, quando si tratta degli interessi su un debito qualunque (mutuo o fido che sia): logica vorrebbe che si calcolassero prima le rate da versare sul debito iniziale, poi i relativi interessi, anche perché l’inflazione, il costo della vita, ecc., non si possono calcolare con approssimazione a distanza di dieci, venti o trent’anni. Chi ha una certa età, sa bene come dal 1973/ 74, l’anno della grande crisi petrolifera, ad oggi, le mutazioni finanziarie sono state enormi, addirittura inimmaginabili: come dunque calcolare preventivamente gli interessi oltre i cinque anni? E nondimeno le banche fanno pagare prima del tutto o prevalentemente gli interessi, poi il debito originario. Così per pura avidità rischiano di perdere o perdono somme rilevanti. Inoltre il sistema è tale che non facilita l’assolvimento dei doveri di un debitore: come già ai tempi dei pubblicani di Roma antica, il debito si accumula in modo tale da rendere impossibile il pagarlo, e oggi - fortunatamente - non esiste la schiavitù, né il “diritto” di far a pezzi il debitore, tuttavia esiste il diritto di rovinarlo per il resto dei suoi anni, talvolta anche per cifre relativamente basse, che però - non pagate – provocano interessi di mora e sanzioni varie. Le carte di credito, ad es, sono un caso di questo genere: si parte da cifre non alte, ma, dati gli interessi notevoli (il 14 % e più in questi anni!!), si finisce per rendere quasi impossibile senza ulteriori traffici o penosi sacrifici il saldare completamente. Ne consegue che per una somma ricevuta di 7.000 euro si finisce per vederla raddoppiata o triplicata. Si può anche constatare come il cliente della banca sia penalizzato come creditore, visto che riceve pochi interessi e vede sfumare i suoi depositi da imposte fisse dello Stato o da strani e poco precisati servizi bancari, solo perché si tratta di conti correnti, tanto “correnti” che spariscono. Il sistema telematico, inoltre, consente, almeno dal 1993 (sgoverno Amato), di depredare i risparmiatori senza nemmeno farlo sapere o facendolo sapere in ritardo. Un altro caso più recente, dello sgoverno Berlusconi, è quello di far sparire i libretti cosiddetti dormienti (nel caso di persone molto anziane o di deceduti, i cui eredi non sappiano dell’esistenza di questi depositi, si vedono poi depredati senza pietà). Se il cliente di banca è debitore, è sempre danneggiato sia che paghi in anticipo, sia che paghi puntualmente o che paghi in ritardo. Tutto ciò è provocato essenzialmente dalla brama di lucro senza freni né proporzioni: il Codice Civile non fa distinzioni proporzionali, una scala gerarchica nell’attivo di una determinata attività economica. Tale indeterminatezza favorisce appunto ogni forma di avidità. A solo titolo esemplificativo propongo, viceversa, questa scala di valore quantitativo, tenendo conto tuttavia delle diverse attività economiche e della situazione inflattiva o deflattiva:

1) pareggio: quando i ricavi pareggiano i costi complessivi di una certa attività economica;

2) attivo o utile: quando tali ricavi sono superiori, di poco o tanto, ai costi complessivi;

3) profitto: quando l’attivo giunge al 30 - 40 % dei costi complessivi;

4) lucro: quando l’attivo supera il 30 – 40 % dei costi complessivi.

Ora, mentre il profitto è necessario per l’esistenza del produttore o conduttore di attività economiche consentendogli una vita agiata e, al tempo stesso, di reinvestire una parte dell’attivo nel progresso della propria attività, il lucro finisce per essere adoperato in cose superflue, se non per la corruzione di altri, limitando la circolazione della ricchezza in un ambito ben limitato. Uno Stato non è ricco quando al suo interno esistono pochi grandi ricchi, ma quando e perché la ricchezza è distribuita il più ampiamente e proporzionalmente possibile. Una moneta da un euro non vale di più perché investita in un certo ambito ristretto, ma perché circola in più mani e consente a più persone di acquistare più beni in un tempo più rapido: se essa giace in un cassetto o in una cassaforte, o se viene investita nell’illusione di averne due in un dato tempo, essa è meno utile alla collettività rispetto al suo inserimento in una veloce circolazione. Ci si chiederà: ma il risparmio? Il piccolo risparmio (quello di un bambino, ad es.)  ha un significato educativo, che gli consente di accumulare un certo numero di monete per comprarsi ciò che gli piace e non per sentir tintinnare il suo salvadanaio personale; il risparmio di un adulto è depositato in una banca che lo utilizza appunto per farlo circolare, e non per accumularlo nelle proprie casseforti utilizzando somme più o meno rilevanti per determinati investimenti. Viceversa, sappiamo bene che così non è, e la finanza diventa un sistema ladresco più o meno scoperto che finisce per danneggiare il normale risparmiatore (volontario o forzato che sia, come il lavoratore a cui vengono tolti i contributi per proteggere la sua vecchiaia o periodo post-lavorativo... che però si vede defraudato sia del capitale versato, sia degli interessi accumulati in decenni di lavoro e di deposito: perché questa è ciò che, con termine ambiguo e vago, ma prevalente, viene chiamato “pensione”, mentre si dovrebbe chiamare “rendita da capitale di lavoro a scopo previdenziale”). Un altro sistema di furto sui cittadini è dato da certi servizi pubblici, privatizzati in tutto o in parte, e non più fondati sul principio del semplice attivo e del limitato e ragionevole profitto, bensì sul lucro più sfrenato. Ma che vuol dire “servizio pubblico”? Un ente che svolge una certa attività economica nell’interesse della collettività nel suo complesso: ad esempio i trasporti, l’energia elettrica, la distribuzione del gas, la scuola. Nel 1962 e fino a tutti gli anni ’80, il servizio pubblico aveva lo scopo, almeno dichiarato, di servire (essere utile, beneficiare) alla cittadinanza con tariffe tali da consentire pareggio o lieve attivo, sufficienti a mantenere il servizio stesso. Già con la crisi petrolifera, ma ancor più con gli anni ’90, il servizio pubblico viene inteso come un’organizzazione atta a far sì che il pubblico serva (sia schiavo del…) il servizio, onde procurargli non più modesti profitti, ma forti lucri da distribuire agli azionisti della società semiprivatizzata. Per quanto poi si parli di pluralità di erogatori di servizi che, per concorrenza, dovrebbero far diminuire i costi, essendo la fonte di tutto sempre unica, tale concorrenza è puramente dichiarata, non effettiva. Quello che è certo è che, a qualunque società erogatrice ci si rivolga, il costo è sempre molto elevato, a cui si aggiunge l’occhiuta e adunca zampa dello Stato e degli enti locali con le loro svariate imposte che si accumulano una sull’altra (tipici l’IVA, di cui si è detto sopra, e il cumulo di imposte). Esistono enti che dovrebbero tutelare il cittadino e contribuente (garanti, autorità, ecc.), tutta gente che aggiunge costi su costi al cittadino, ma che, se vi rivolgete ad essi, danno sempre ragione al più forte e quasi mai al singolo cittadino (vecchio principio giuridico: il forte ha sempre più ragione del debole). Farò un altro esempio personale recente che, per carità di patria, nasconderò sotto falsi nomi. Fin dal 1962 esisteva un ente chiamato MAGNETEL che, per conto dello Stato, distribuiva a prezzi decenti l’energia magnetica.  Esso, negli anni ’90, venne “privatizzato” su ordini della finanza internazionale e della sopra apprezzata UE.  Più recentemente, sempre per mimetizzare il debito pubblico, si è scorporata dalla vecchia società una MAGNETEL DISTRIBUTION, una società MAGNETEL MAGNETICS SERVICES, e infine una MAGNETEL FORCE. Quest’ultima ha scatenato una grossa campagna promotrice, giocando sul vecchio marchio MAGNETEL, sicché alcune persone, tra cui lo scrivente, hanno aderito. La proposta telefonica era allettante, perché si prometteva che a parità di condizioni le tariffe sarebbero di molto calate per un certo numero d’anni. Le prime due bollette della MAGNETEL FORCE sembravano realizzare questa promessa, ma la terza fu un disastro perché – per il medesimo periodo d’anno e di fronte ad uso pressoché identico (vivo solo e quindi so quanto consumo e come) - il costo complessivo era più che doppio rispetto a quello dell’anno precedente e di tutti gli anni precedenti… Questo in tempi di tanto decantata deflazione e di fronte alle flautate promesse della sirena telefonica (sirena nel senso omerico: ma si sa che, a seguirle, si impazzisce e si annega), non poteva non suscitare la mia legittima reazione di protesta e di ulteriore controllo (faccio presente che da anni controllo i miei consumi giorno per giorno e li annoto su un quaderno). Verificando i consumi da me registrati e quelli segnalati sulla bolletta, la cosa non faceva una grinza, ma controllando poi nelle varie fasce orarie, risultavano consumi di energia magnetica non corrispondenti all’uso effettivo, sempre uguale da anni (da quando vivo a Bertiolo, maggio 2007), mentre quelli risultanti sul contatore erano variabili. Tanto per dire, pur utilizzando il sistema biorario e pur magari in mia assenza, alla domenica vengono aggiunti, non in omaggio ovviamente, kw/h in più (almeno 5) per recuperare quanto si dovrebbe spendere di meno a causa dell’ora di utilizzo più “conveniente”. Lo stesso, in misura minore, nei giorni feriali. Ma confrontando a parità d’uso il giorno feriale con quello festivo, nel consumo di energia magnetica si notava un salto da 7 a 12 o più kw/h. In un primo tempo pensai a un guasto, ma ben presto pareva ovvio che il guasto non avrebbe distinto così bene i giorni festivi (numerosi in dicembre e gennaio) dai giorni feriali, a scapito di quella che doveva essere una tariffa più bassa. In sostanza, si fanno risultare kw/h in più di energia magnetica per recuperare quanto la giornata dovrebbe far pagare di meno. Come, vi chiederete? Guardate i vostri contatori: sono dei piccoli cervellini elettronici. Essi dovrebbero comunicare ad una centrale di raccolta-dati quanto avete consumato, senza che sia necessario mandare casa per casa un controllore, come si faceva circa dieci anni fa. Un risparmio di tempo e di stipendi che dovrebbe far felici e contenti gli azionisti della MAGNETEL FORCE. Ma ciò non basta; quando si è avidi si desidera guadagnare sempre di più e pagare sempre di meno: l’ideale dell’affarista è un diagramma in cui i lucri crescono a velocità uniformemente accelerata, anche se ciò è ben lontano dal realizzarsi. Quello è il desiderio, il sogno, e si utilizza ogni strumento per approssimarsi ad esso. Pare dunque ovvio che il contatore, tanto moderno, dialoga con la centrale: più che trasmettere, riceve i dati o aggiunge dati ulteriori a quelli che vengono trasmessi. Naturalmente i tecnici della MAGNETEL DISTRIBUTION lo negano con energia (ovvio), ma è facile capire che è così solo se si ha la pazienza di registrare sistematicamente i dati durante il giorno, in quelli feriali, come festivi. Così  ho pagato due esose bollette bimestrali (totale 478 euro più centesimi, mentre ne pagavo per quattro mesi  sotto i 250), ma ho già provveduto a rompere il contratto passando ad altra società (che ha anche il vantaggio di avere uffici con personale umano e non flautate voci telefoniche) e, in secondo momento, al deposito di una querela corredata  dalle mie registrazioni dei consumi e da altra documentazione alla Procura presso il  Tribunale Ordinario di Udine (non mi illudo, per diretta e pregressa esperienza, che indaghino a fondo, ma che almeno stiano in guardia e, in futuro, non possano dire “non sapevamo”). In conclusione, il cittadino contribuente e consumatore vede costantemente smentita non solo la finalità  tanto proclamata dell’Unione Europea (che non è “unione”, ma aggregazione d’affari, che non è Europa, in quanto in greco il prefisso “eu” significa “bello e buono”, bensì  Caco-ropa, ovvero “Ropa brutta e cattiva”,  come in cacofonia) del benessere diffuso, in quanto i vantaggi spettano solo ai grandi speculatori internazionali, ma anche le norme costituzionali a partire dall’art.1 (lavoro come fondamento della Repubblica), agli artt. 3 (uguaglianza), 4 (diritto al lavoro), 14 (inviolabilità del domicilio), 23 (prestazioni economiche in base alla legge), 28 (responsabilità civile dello Stato, enti pubblici, e dirigenti), 31 (agevolazioni per la famiglia), 32 (tutela della salute), 35 (tutela del lavoro), 36 (retribuzione proporzionata), 38 (diritti degli inabili e diritti previdenziali), 41 (II comma, divieto di danneggiare la sicurezza, la dignità, la libertà), 45 (funzione economico-sociale della cooperazione nel lavoro), e soprattutto l’art. 47 (sulla tutela del risparmio, mai tanto poco tutelato come in questi ultimi due decenni, tanto da diventare qualcosa di derisorio). Il popolo italiano se ne renda conto, soprattutto nelle prossime occasioni elettorali, punendo col voto i responsabili di tutto ciò.

Altro che evasione fiscale elevata: Lo Stato è un approfittatore sanguisuga e bugiardo. Le tasse che gravano sulle famiglie dei lavoratori dipendenti nel 96% dei casi vengono prelevate alla fonte dalla busta paga o sono incluse nei beni o nei servizi che vengono acquistati. Solo il 4% è versato al fisco attraverso una operazione di pagamento presso uno sportello bancario o postale. Lo rivela l'Ufficio studi della Cgia il 12 marzo 2016 che per il 2016 ha calcolato in 17 mila euro il carico fiscale complessivo che graverà su una famiglia tipo composta da due lavoratori dipendenti (marito e moglie) con un figlio a carico.

Il premier vampiro tutto tasse e polizia fiscale. Cresce la pressione fiscale e cresce lo stato di polizia fiscale. E tu, Renzi, che fai? Ci tartassi e autorizzi gli spioni di Stato a entrare nelle nostre vite, scrive Alessandro Sallusti, Martedì 08/03/2016, su "Il Giornale".  Cresce la pressione fiscale e cresce lo stato di polizia fiscale. Da fine mese l'Agenzia delle entrate potrà accedere in tempo reale a tutte, dico tutte, le nostre transazioni: versamenti, prelievi, assegni, accessi alla cassetta di sicurezza, bancomat. Le banche, in sostanza, da imprese di diritto privato diventeranno agenzie pubbliche. Il denaro, il nostro denaro, esce di fatto dalla proprietà privata per passare sotto il diretto controllo dello Stato. Che fino a ieri poteva, giustamente, contestarci presunte evasioni o elusioni in base a documenti che, per legge, siamo tenuti a compilare, custodire ed eventualmente esibire. E che dal primo aprile mai data fu più significativa potrà invece curiosare nelle nostre vite, chiedere spiegazioni di una spesa, del perché in un dato periodo abbiamo aperto per ben tre volte la cassetta di sicurezza.Detto che non stiamo dalla parte degli evasori, stiamo comunque con chi crede che lo Stato non abbia il diritto di spiarci. E le due cose sono compatibili. La Apple immagino sia contro i terroristi, ma, giustamente, si rifiuta di svelare l'algoritmo che custodisce la memoria più segreta dei suoi telefonini. La libertà è un bene assoluto, e ha un prezzo sia nel campo della sicurezza che in quello fiscale. Ci sono poi altri due problemi. Il primo. È vero che in quanto ad evasione, in Inghilterra e negli Stati Uniti non scherzano. Faccio però notare che i sudditi di sua Maestà hanno una pressione fiscale del 32 per cento e gli americani del 26. Cioè l'11 e il 17 per cento in meno della nostra, attestata sul 43,6. Il secondo. I contratti vanno rispettati da tutti i contraenti. E non mi sembra che il governo rispetti i patti che sono alla base della richiesta, per di più esosa, di tasse: oltre ad essere il primo a non pagare, non garantisce certezza delle leggi, tempi della giustizia equi, asili per i nostri figli, edifici scolastici a norma, i risparmiatori non sono tutelati da banche disoneste che, se non erro, dovevano essere controllate da Bankitalia, cioè dallo Stato. Intere zone di molte città sono ghetti di immigrati fuori controllo, la gestione delle case popolari è spesso in mano al racket, i debiti pubblici non vengono saldati e gli sprechi si moltiplicano. E tu, Renzi, che fai? Ci tartassi e autorizzi gli spioni di Stato a entrare nelle nostre vite. Ma sai che c'è di nuovo? Vedi un po' di andare a...

Le troppe tasse (nascoste) degli italiani. Dalla scuola alle sigarette. Dalla sanità agli alberghi. Dalle targhe alle caldaie. Ti dicono che la pressione fiscale cala: in realtà aumenta, grazie a mille balzelli. Con vicende che sembrano fatte apposta per scatenare una protesta: come il sedicente «contributo volontario» per le scuole medie superiori (da 40 a 200 euro annui a seconda degli istituti, formalmente destinati a coprire le spese per laboratori e altro) che in realtà è un’imposta obbligatoria e serve a finanziare la manutenzione degli istituti. Panorama dedica alle troppe tasse nascoste degli italiani la storia di copertina del numero in edicola da giovedì 11 febbraio 2016.

Il Fisco sbaglia un po' troppo. Ora lo ammette pure Equitalia. Il Fisco invia cartelle Equitalia per debiti non dovuti. In quindici anni 217 miliardi di cartelle Equitalia "non dovute", scrive Sergio Rame, Martedì 09/02/2016, su "Il Giornale". Il Fisco ci perseguita. E lo fa con un margine di errore altissimo. Per sua stessa ammissione, infatti, sbaglia una volta su cinque. Tanto che, tra il 2000 e il 2015, il 20,5% delle cartelle in carico a Equitalia sono state emesse per un errore dell’ente creditore. Una "rapina" che, come riporta l'Huffington Post, vale circa 217 miliardi di euro. Durante l'audizione a Palazzo Madama, l'ad di Equitalia Ernesto Maria Ruffini ha spiegato che dal 2006 a oggi "le riscossioni sono sensibilmente aumentate" arrivando ad una media annua di 7,7 miliardi di euro e che il 53% delle cartelle riscosse nel 2015 riguarda debiti sopra i 100mila euro. "Su un carico totale lordo affidato a Equitalia nel periodo dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2015 che ammonta a 1.058 miliardi di euro - ha continuato - il 20,5% è stato annullato dagli stessi enti creditori, in quanto ritenuto indebito (cioè non dovuto dai contribuenti) a seguito di provvedimenti di autotutela da parte dei suddetti enticreditori o di decisioni dell'autorità giudiziaria". In quindici anni ci sono stati "errori" per 217 miliardi di euro. Si tratta di cartelle poi annullate perché un giudice le ha giudicate illegittime o perché lo stesso ente creditore si è accorto per tempo di aver commesso un errore e ha rimediato annullando la cartella senza attendere la decisione di un giudice. "Del totale di circa 217 miliardi di cartelle non dovute, e quindi annullate - spiega l'Huffington Post - 175 miliardi sono stati chiesti dall’Agenzia delle Entrate, 23,3 miliardi dall'Inps, circa 10 miliardi dall'Inail, 7,4 miliardi da altre amministrazioni".

Lo scandalo Equitalia: 15 anni di cartelle false per 217 miliardi di euro. Sconcertante audizione dell'ad Ruffini in commissione Bilancio: una richiesta su cinque non era dovuta. Esigibili solo 51 miliardi, scrive "Il Giornale" Mercoledì 10/02/2016. Più che «cartelle pazze», cartelle inventate. L'ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, parlando in commissione Bilancio al Senato chiama «patologia estrema» il nodo delle quote inesigibili assegnate negli ultimi tre lustri al riscossore dei tributi, ricordando che solo il cinque per cento dei 1.058 miliardi di euro di crediti sono «effettivamente lavorabili». Ma sembra patologico anche il più vistoso dei dati snocciolati da Ruffini ieri. Ossia che il 20,5 per cento di quei mille e passa miliardi di euro - pari a quasi 217 miliardi - sono inesigibili semplicemente perché i destinatari delle cartelle non li dovevano pagare. Tanto che quei crediti sono stati «annullati dagli stessi enti creditori in quanto ritenuti indebiti a seguito di provvedimenti di autotutela da parte degli stessi enti o di decisioni dell'autorità giudiziaria». Insomma, una volta su cinque il fisco bussa alla porta dei contribuenti senza alcun motivo, e alza le mani solo quando i tartassati loro malgrado riescono a farsi giustizia passando per le carte bollate, costringendo l'amministrazione pubblica a innestare la retromarcia. Una percentuale da brividi, una pioggia di errori che hanno attentato ingiustamente alle finanze dei contribuenti. E se le statistiche ci dicono che più del venti per cento delle cartelle sono farlocche, non dicono quanti contribuenti invece, ricevuta la cartella «creativa», hanno pagato senza contestare o fare ricorso, non accorgendosi, o non potendo controllare, se quella richiesta del fisco fosse o meno motivata. Un punto che fa pensare che l'«errore» tutto sommato possa spesso finire per far fare cassa al fisco, sfilando comunque soldi - non dovuti - alle tasche dei cittadini. Quanto alle amministrazioni «distratte», quelle richieste indebite per 216,89 miliardi di euro, ha spiegato ancora l'amministratore delegato di Equitalia, provengono in gran parte dall'Agenzia delle entrate (175 miliardi di euro), mentre il resto si divide tra Inps (23,3 miliardi), Inail (10 miliardi) e altre amministrazioni pubbliche (7,4).D'altra parte, se solo una cinquantina di miliardi su oltre mille di quei crediti sono «effettivamente lavorabili», sembra chiaro che anche il restante delle cartelle esattoriali spedite da Equitalia ha qualche problema. Oltre 300 miliardi di euro, per esempio, secondo Ruffini sono «difficilmente recuperabili» perché i debitori sono passati a miglior vita, falliti o nullatenenti, o perché le imprese destinatarie della cartella hanno già chiuso i battenti. E dell'ultima metà di quel monte di soldi che il fisco ha chiesto a Equitalia di recuperare, un gruzzolo pari a 500 miliardi di euro? Il 60 per cento riguarda posizioni «per cui si sono tentate invano azioni esecutive», un centinaio di miliardi sono quelli effettivamente riscossi (in parte a rate) e, appunto, i crediti realmente esigibili che restano sono solo 51 miliardi, il 5 per cento del totale. Quanto alla rateizzazione delle cartelle esattoriali, l'ad di Equitalia Ruffini ha ricordato come ormai la metà degli incassi arrivi proprio dalle pratiche dilazionate (sono state 1,2 milioni le richieste presentate dai contribuenti nel solo 2015). E sul punto, c'è anche una notizia positiva per chi ha scelto di saldare un po' alla volta il suo debito con il fisco. Fino a oggi, chi era stato indotto a pagare con il fermo amministrativo di un mezzo, prima di poterlo utilizzare di nuovo doveva aspettare di aver versato l'ultima rata. Ora invece le «ganasce fiscali» potrebbero diventare più morbide perché, ha spiegato ancora Ruffini, Equitalia si riserverà la «possibilità di sospendere» il fermo amministrativo (anche se «non la possibilità di toglierlo») per i «soggetti che fanno richiesta delle rate e che le pagano».

L'EQUIVOCO E L'ABBAGLIO SULLA EVASIONE FISCALE. L’eterno equivoco sull’evasione scrive Carlo Lottieri il 2 gennaio 2016. La classe politica è determinata a difendere lo status quo e tenere in vita un disastro basato su alta tassazione e spesa fuori controllo. Il discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella conferma quanto sia difficile, per la classe politica italiana, capire le reali condizioni della società. Non è sorprendente che gli uomini politici difendano in tutti i modi le prerogative del potere sovrano, ma certo stupisce il constatare quanto essi poco comprendano le sofferenze dei produttori e le devastazioni causate dalla regolazione, dalla tassazione e dai monopoli pubblici (si pensi, in particolare, al crollo del sistema pensionistico). Nel suo intervento Mattarella ha nuovamente messo sotto processo l’evasione fiscale, da lui considerata responsabile della bassa crescita. Ovviamente le cose non stanno così, dato che al contrario è semmai l’ipertassazione a distruggere la possibilità per gli italiani di avere un futuro. Nel suo intervento Mattarella ha nuovamente messo sotto processo l’evasione fiscale, da lui considerata responsabile della bassa crescita. Ovviamente le cose non stanno così, dato che al contrario è semmai l’ipertassazione a distruggere la possibilità per gli italiani di avere un futuro. L’Italia non è in crisi perché gli italiani versano poche tasse, ma semmai perché lo Stato sottrae troppa ricchezza a quanti la producono. Alcuni decenni fa, quando il peso del fisco era ben inferiore, Milton Friedman rilevò che le condizioni dell’economia italiana sarebbero assai peggiori se tutti avessero pagato il dovuto e, di conseguenza, se il ceto politico-burocratico avesse sottratto ancora più risorse a famiglie e imprese. È insomma falso sostenere che l’evasione danneggi la comunità nazionale, anche se certamente danneggia taluni privilegi di casta. Ma quanti sono nei palazzi romani al governo o in altre posizioni non intendono le ragioni di chi si ribella e ignorano le sofferenze all’origine di questa rivolta silenziosa e sotto traccia. Perché chi veramente ci sta negando la possibilità di avere un futuro è il ceto politico, che ha creato un terribile intreccio di ingiusti meccanismi redistributivi i quali sono l’esatta negazione di ogni ordinamento liberale. Continuare a ripetere che le tasse sarebbero più basse se tutti le pagassero significa non considerare la tendenza naturale degli uomini di potere ad allargare sempre più il proprio controllo della società. Significa fingere di non sapere che esistono uomini che comandano e altri che obbediscono, uomini che legiferano e altri che devono abbassare la testa. Nel discorso del presidente c’è insomma una visione angelicata della politica: l’idea che i professionisti del governo lavorino per noi. Essi ci tolgono ricchezza, ma per aiutare la società a farla crescere. Ed è di un certo rilievo anche l’accenno alla tesi del tutto falsa, affermata in questi anni da Thomas Piketty, secondo cui le diseguaglianze indebolirebbero l’economia. Per Mattarella i guai sono causati insomma dai ricchi, e non già dalla casta politica; e quindi bisogna far leva sull’invidia sociale, in modo tale che la gente confidi nel potere e si pieghi alla sua volontà. La classe politica italiana non è liberale e forse non lo è mai stata. Le parole del presidente ci dicono pure quanto essa sia determinata a difendere lo status quo e tenere in vita quel disastro basato su alta tassazione e spesa fuori controllo che sta lanciandoci verso il precipizio. Carlo Lottieri.  (Da istituto Bruno Leoni).

Presidente Mattarella, si fidi: azzerando l’evasione le tasse non sarebbero più basse, scrive Giovanni Masini il 4 gennaio 2016. Ci è cascato anche il Presidente della Repubblica: secondo il capo dello Stato estirpando la piaga del sommerso il Paese tornerà a crescere. Ma i dati su lotta all’evasione e pressione fiscale dicono esattamente il contrario. “Ad ostacolare la crescita è l’evasione. Secondo Confindustria l’evasione fiscale contributiva nel 2015 ammonta a 122 miliardi: 7,5 punti di Pil. Lo stesso studio calcola che dimezzando evasione si guadagnerebbero oltre trecentomila posti di lavoro. Gli evasori danneggiano la comunità nazionale e i cittadini onesti. Le tasse sarebbero decisamente più basse se tutti le pagassero.” Con queste parole il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto, nel messaggio di fine anno, affrontare la questione dell’evasione fiscale. Parole che asseverano uno dei più consolidati luoghi comuni in materia: quello secondo cui tutti gli evasori sarebbero dei ladri e per cui riducendo il tasso di evasione calerebbe automaticamente anche il prelievo fiscale. Rincresce criticare il Capo dello Stato già al primo dei messaggi per Capodanno, ma il passaggio sull’evasione lascia scoraggiati anche i più speranzosi. Ai sensi dell’articolo 87 della Carta Costituzionale, il Presidente della Repubblica rappresenta l’unità della Nazione – non dello Stato: sorprende quindi che Mattarella si limiti ad attaccare chi evade le tasse senza citare minimamente le pretese assurde di un Fisco esoso che è espressione, tra l’altro, di uno Stato spesso debitore nei confronti dei cittadini e promotore di bizantinismi legislativi e burocratici. L’argomentazione sottesa alle parole di Mattarella, evidentemente, non è economica ma etica. Se tutti facessero il proprio dovere, intendeva dire il Capo dello Stato, le cose andrebbero meglio. Peccato che abbia detto tutt’altro, azzardando peraltro teorie economiche che sono finite sotto attacco da più punti. Responsabile della mancata crescita del Paese, scrive Carlo Lottieri sul Giornale, non è solo e non è tanto l’evasione fiscale ma anzi l’ipertassazione di chi produce ricchezza e se la vede portare via dallo Stato. “Alcuni decenni fa – spiega Lottieri – quando il peso del fisco era ben inferiore, Milton Friedman rilevò che le condizioni dell’economia italiana sarebbero assai peggiori se tutti avessero pagato il dovuto e, di conseguenza, se il ceto politico-burocratico avesse sottratto ancora più risorse a famiglie e imprese.” In un Paese in cui la spesa pubblica è fuori controllo, la difesa d’ufficio dello Stato nasconde una visione utopistica – la stessa che peraltro è implicita nello studio della Confindustria. Il giorno successivo al discorso di Mattarella, il vicepresidente degli industriali Andrea Bolla ammetteva che i calcoli su un eventuale incremento del Pil sono stati effettuati sulla base dell’ipotesi – tutta da verificare – “che tutto il nero recuperato diventi minor prelievo fiscale”. Quante possibilità ci sono che questa ipotesi si realizzi i lettori possono facilmente immaginarlo. Se non vi riescono, possiamo provare ad aiutarli con alcuni dati. La predica del “se tutti pagassero tutte le tasse, tutti pagheremmo meno” non è un’esclusiva di Mattarella: la aveva già utilizzata a scopi propagandistici anche Matteo Renzi. Ebbene, già nei mesi scorsi gli osservatori più attenti avevano fatto notare al presidente del Consiglio che negli ultimi anni, a fronte di un aumento delle entrate derivanti dal contrasto all’evasione il tasso della pressione fiscale continua a crescere, mostrando poca o nessuna correlazione con la percentuale di evasione. Se nel 2006, quando è stato inaugurato il sistema di misurazione basato sugli incassi, erano stati riscossi 4,3 miliardi di euro, nel 2013 si poteva contare su un’evasione recuperata di 13,1. La domanda è quindi spontanea, scriveva già a settembre Federico Cartelli su Qelsi: dove sono finiti tutti quei soldi? Nel taglio della spesa pubblica, che sarebbe l’unica misura efficace per ridurre la pressione fiscale, non di certo, come Capire davvero la crisi vi ha già dimostrato. Nel frattempo, il taglio delle tasse (si veda quello in programma per la prima casa nella Legge di Stabilità 2016) viene fatto a deficit. Troppo spesso, infatti, la classe politica italiana (anche se non sarebbe giusto attribuire questa responsabilità a Mattarella in persona, che è anzitutto uomo di legge) preferisce gonfiare a dismisura la spesa pubblica pur di estendere la base del consenso, sia pure a spesa delle generazioni future che vengono oberate dal peso del debito. Questo non toglie, naturalmente, che l’evasione fiscale – come anche il preoccupante deficit di etica pubblica – costituisca un problema serio che merita ogni attenzione. Tuttavia, in quel messaggio di fine anno così conciso, gli italiani alle cui “speranze e preoccupazioni” il Presidente della Repubblica ha detto di volersi rivolgere, si sarebbero aspettati di sentire, da parte di Mattarella, anche una parola sui doveri e sugli impegni che quello Stato di cui è capo troppo spesso non riesce – o non vuole – mantenere.

MATTARELLA AMA LE VOSTRE TASSE, LUI E LA CASTA VIVONO DI QUELLE. “L’evasione viola il patto sociale, peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà”. Pochi giorni fa è andato in onda, a reti unificate, il primo discorso di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scrive Matteo Orsini. Tra i temi di cui si è occupato, grande rilievo è stato dato all’evasione fiscale. Mattarella ha citato una recente pubblicazione del centro studi di Confindustria, secondo il quale l’evasione ammonterebbe a 122 miliardi, ossia 7.5 punti di Pil. Secondo il CsC, se l’evasione fosse dimezzata il Pil ne trarrebbe grande beneficio, così come l’occupazione. Quello che Mattarella non ha riportato è l’ipotesi su cui si basa la stima del CsC: che l’evasione recuperata si traduca in altrettante riduzioni di tasse. Non mi interessa approfondire la questione dei calcoli fatti dal CsC, anche se nei casi in cui l’evasione sia “di sopravvivenza” (ossia in quei casi nei quali se l’imprenditore pagasse tutto quanto richiesto dallo Stato dovrebbe chiudere i battenti), mi risulta difficile supporre che la sua eliminazione porterebbe benefici netti in termini di Pil e occupazione. Credo sia invece interessante sottolineare l’ipotesi da “Alice nel paese delle meraviglie” alla base delle stime del CsC: ossia che il gettito recuperato da evasione si tradurrebbe magicamente in una riduzione del carico fiscale. Capisco che queste storie le raccontino i governanti (lo stesso Mattarella lo ha detto nel corso del suo messaggio), ma la loro credibilità è pari a zero. D’altra parte, nel fondo per la riduzione delle tasse al quale destinare i denari recuperati dall’evasione fiscale, pur essendo previsto da anni, non è mai entrato neppure un euro. Serve una grande ingenuità per credere che si sia trattato solo di sfortunate circostanze. Ciò detto, secondo Mattarella l’evasione fiscale “viola il patto sociale”. Peccato che il patto sociale in questione sia una finzione giuridica e che nessun cittadino abbia avuto la possibilità di aderirvi volontariamente. Secondo Mattarella l’evasione “peggiora il rapporto tra cittadini e Stato”. Indubbiamente fornisce meno linfa allo Stato, ma mi permetto di supporre che i cittadini, per lo meno quelli che non campano di tasse altrui, non abbiano un rapporto così sereno con lo Stato per via delle tasse, non per via dell’evasione. Infine, secondo Mattarella l’evasione “riduce la solidarietà”. Niente affatto: l’evasione riduce semmai la solidarietà coatta, che non ha nulla a che vedere con la solidarietà autentica, la quale può derivare solo da azioni volontarie. Dal Quirinale, già nei giorni precedenti il messaggio di fine anno, era stato comunicato ai mezzi di informazione che il presidente si sarebbe occupato dei problemi più sentiti dalla gente. Ebbene: che l’evasione sia un problema per i parassiti che campano di tasse altrui è abbastanza credibile, ma che lo sia per tutti quanti direi proprio di no.

L'Evasione Fiscale e la cantonata del Presidente Mattarella sulle tasse, scrive Giuseppe Timpone il 5 Gennaio 2016 su “Investire Oggi”. L'evasione fiscale è realmente il male dell'Italia? Il discorso di fine anno del presidente Sergio Mattarella farebbe propendere per il sì, ma i dati dimostrerebbero altro. Nel suo discorso di fine anno, il presidente Sergio Mattarella ha citato l'evasione fiscale tra i mali, che frenerebbero la crescita dell'economia italiana, riferendosi a uno studio pubblicato da Confindustria, secondo cui l'economia sommersa sottrarrebbe alle casse dello stato 122 miliardi di euro all'anno, pari al 7,5% del pil. Nell'interpretazione del capo dello stato, se tutti pagassero le tasse, pagheremmo di meno. Non solo: sempre citando lo studio di Viale dell'Astronomia, ha affermato che l'evasione fiscale farebbe venire meno 300 mila posti di lavoro. Ora, fatto salvo che pagare le tasse è un obbligo previsto dalle leggi e, in quanto tale, deve essere rispettato e sanzionata la mancata osservanza, ci concentreremo qui su un piano diverso da quello giuridico, ossia economico. L'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, era solito dire che quando a non pagare le tasse è un'ampia fetta della popolazione, il fenomeno non è più penale, bensì sociale. Il senso di questa affermazione ce la spiega forse meglio una battuta dell'economista Milton Friedman, padre del monetarismo, che negli anni Ottanta definì "giusta" l'evasione fiscale in Italia, in quanto reazione dei contribuenti all'inefficienza dei loro malgoverni. Ma già alcuni decenni prima era stato un italiano e, addirittura, un futuro capo dello stato, Luigi Einaudi, a "benedire" il mancato pagamento delle tasse da parte di molti italiani, considerandolo una reazione alla cattiva gestione della spesa pubblica.

Italiani pagano già troppe tasse. Diremmo che sull'evasione fiscale si giochi un dibattito a distanza di 70 anni tra Einaudi e Mattarella, il primo seguace del pensiero liberale, il secondo evidentemente no. L'impostazione dell'attuale capo dello stato è quella che va per la maggiore tra i media e il ceto politico italiano, che ci ripetono a ogni piè sospinto che gli italiani avrebbero il vizio di non pagare le tasse, caricando la pressione fiscale su quelli più onesti. Si tratta di un'affermazione, sconfessata dai dati. I contribuenti del Bel Paese sono da anni proprio i più tartassati d'Europa e al mondo. Secondo l'ultimo rapporto annuale della Banca Mondiale, realizzato in collaborazione con Pwc, l'Italia si colloca al 137-esimo posto su 189 paesi al mondo per convenienza fiscale riguardo alle imprese. La tassazione complessiva, gravante sui loro redditi, è pari al 64,8%, quando la media mondiale è del 40,8%, attestandosi al primo posto in Europa. E non solo il Fisco italiano è più sanguinario, ma anche più farraginoso. Servono 269 adempimenti all'anno per essere in regola in Italia, contro una media mondiale di 261 e di 173 in Europa. La pressione fiscale generale si attesta nel nostro paese sopra al 43% contro una media di circa il 40% nella UE. Ma le distanze con il resto d'Europa aumenterebbero vertiginosamente, se si considerasse solo l'economia ufficiale e non quella sommersa: a quel punto, l'incidenza delle tasse sui redditi schizzerebbe al 52,2%, 2 punti in più che in Danimarca.

Pagare tutti per pagare meno, ma è vero? Ora, i sostenitori del "pagare tutti per pagare meno" potrebbero ribattere che se almeno parte dei 122 miliardi sottratti ogni anno al Fisco fosse recuperata, si avrebbero maggiori risorse con le quali abbattere le tasse per tutti. Ma ci credete davvero? Un altro politico ed economista, Renato Brunetta, ha dichiarato in più di un'occasione che sarebbe un'evidenza in Italia che lo stato più incassa e più spende. Il problema non evidenziato dal presidente Mattarella e che pochi giornalisti, economisti e politici sottolineano nel nostro paese ruota tutto intorno a questo punto: sarebbe realmente in grado lo stato italiano di limitare la spesa pubblica, nel caso in cui aumentassero le entrate? Ovvero, immaginiamo che magicamente nessuno evadesse più le tasse. Il Tesoro registrerebbe a fine anno incassi per 122 miliardi in più. Ciò annullerebbe il deficit e porterebbe i conti pubblici in attivo di quasi il 5% del pil. Ebbene, credete per caso che il governo (quale che sia) sarà in grado di resistere alle sirene di quanti chiederanno più investimenti nelle infrastrutture, aumenti degli stipendi pubblici, crescita della spesa sanitaria, per la scuola, etc.? Alla fine, è probabile che al capitolo della riduzione delle tasse andrebbero spiccioli, mentre la gran parte del maggiore gettito sarebbe destinata a finanziare voci di spesa. Saremmo punto e a capo.

Evasione fiscale è voto di sfiducia degli italiani verso i politici. Non ultimo, resta da affrontare un argomento spinosissimo per i politici, ma centrale nel dibattito: l'evasione fiscale è un voto di sfiducia dei contribuenti verso i loro rappresentanti. Quando una larga fetta della popolazione non paga le tasse, non può il solo malcostume spiegare le ragioni di questo comportamento di massa. E' noto, ad esempio, come l'evasione sia più alta al Sud che al Nord, a conferma finanche del disgusto che i cittadini meridionali nutrono nei confronti delle classi politiche locali, non certo un baluardo dell'efficienza amministrativa. Ai contribuenti, in uno stato di diritto, non può essere chiesto di pagare le tasse, in quanto dovere in sé, ma in cambio dell'erogazione di servizi. E' proprio questo legame flebile tra tasse e servizi a rendere l'evasione fiscale in Italia così accettabile e non riprovevole per la stragrande maggioranza degli italiani, la quale è consapevole che un euro in più pagato allo stato non equivarrebbe automaticamente a un euro in più in servizi diretti o indiretti alla cittadinanza. Infine, siamo così sicuri che un tasso inferiore di evasione fiscale creerebbe nell'immediato più ricchezza? E' evidente che non tutta l'economia sommersa potrebbe emergere e tradursi in economia ufficiale. Un artigiano, magari pensionato, che trascorre ancora qualche ora al giorno presso la sua attività a costruire sedie per arrotondare a fine mese, se fosse costretto a pagare le tasse, quasi certamente rinuncerebbe anche solo ad alzarsi la mattina per andare a lavorare. Risultato: lo stato non incasserebbe ugualmente un euro in più, mentre in circolazione ci sarebbe un po' di reddito in meno, con il quale si alimentano i consumi, sui quali si pagano le imposte.

Meno evasione, più crescita? Altro che stimolo per l'economia. Se l'evasione fosse contrastata in maniera draconiana, si rischierebbe un tracollo dei consumi e della produzione. D'altronde, i dati ci segnalano negli ultimi anni che la "ferocia" mostrata dall'Agenzia delle Entrate con l'arrivo al governo dei tecnici nel 2012 si è accompagnata a una contrazione del pil, oltre che a un aumento paradossale della stessa evasione fiscale. Non è forse anche per questo che il limite all'uso del contante è stato alzato dal governo Renzi da 1.000 a 3.000 euro? Sarebbe meglio che il capitolo dell'evasione fiscale fosse affrontato con una visione più ampia di quella tipicamente ristretta e ipocrita del politico. Il presidente Mattarella voleva richiamare al vincolo di solidarietà, che lega o dovrebbe legare tutti gli italiani. E' stato un discorso alto, sincero, umano, diretto. Solo su questo tema, forse, non ineccepibile.

L'Inps ha i conti in rosso ma ai figli degli statali paga le vacanze all'estero. Mantenuto il privilegio previsto dall'Inpdap, anche se il buco è di 13 miliardi: campus e corsi di lingua estivi per 35mila ragazzi, scrive Antonio Signorini, Domenica 13/03/2016, su "Il Giornale". Vacanze pagate, parzialmente o totalmente, a beneficio di ben 35 mila ragazzi. Il tutto a spese dell'Inps. Per 22.520 studenti si apriranno le porte di corsi estivi di lingua all'estero, altri 12 mila e 730 si accontenteranno di vacanze in Italia. Detta così sembra una notizia fantastica visto che la maggioranza dei genitori, gravati da tasse e contributi, non possono permettersi di sostenere i costi di campus e corsi di lingua. Ma quella di «Estate InpSieme» è un'altra storia italiana, fatta di generosità selettive se non malriposte e di conti pagati da altri. La vacanza finanziata con i soldi della previdenza è infatti offerta esclusivamente ai figli di lavoratori pubblici, attivi o in pensione. Residuo di un'era in cui lo Stato sociale era generoso anche con le giovani generazioni. Salvo poi, una volta tirate le somme, pesare sulle stesse lasciandogli in eredità conti sballati. Prima si chiamava «Valore vacanza» ed era un bastione dell'Inpdap, l'istituto di previdenza pubblica che nel 2012 è stato inglobato dall'Inps con il suo carico di bilanci in perdita e inefficienze. La fusione del mondo pubblico con quello privato non ha portato a una omologazione dei trattamenti e così le vecchie vacanze per i figli degli statali sono state confermate anche dalla gestione Inps, che non aveva e non ha niente di simile per i figli dei dipendenti privati. L'istituto si è perlomeno premurato di dare al «concorso» un nuovo nome. Qualche cambiamento c'è stato nei metodi di compilazione della graduatoria. Ora viene compilata sulla base di nuovi criteri di merito. Impossibile partecipare se lo studente è stato bocciato o se ha debiti. Quasi scontato, verrebbe da dire per chi pensa in termini privatistici. Ma non l'hanno pensata cosi centinaia di statali che tempo fa hanno presentato una class action contro questa novità introdotta dall'Inps e considerata «discriminatoria». Non è cambiato, invece, il numero di giovani che hanno accesso alle vacanze pagate, l'entità dell'aiuto Inps né il tipo di trattamento. L'offerta è rivolta a studenti della scuola secondaria superiore, per soggiorni da effettuare tra giugno e agosto in Gran Bretagna, Irlanda, Francia, Germania e Spagna. L'Inps paga aereo, transfer dall'aeroporto, corso, college, vitto e assicurazione per un massimo di 2.400 euro per soggiorni di 15 giorni e di 4.000 euro per quelli di quattro settimane. Il programma italiano è meno generoso (il contributo è al massimo di 1.400 euro), ma l'impegno formativo è meno pressante (solo tre ore al giorno di corsi). Diritto acquisito, prestazione pagata con i contributi è l'obiezione che si potrebbe fare. Giusto, se non stessimo parlando di una gestione, quella dei pubblici dipendenti, che non sta in piedi da sola e che, seguendo una logica di equità, non potrebbe permettersi lussi. Il rosso dell'Inps sfiora i 13 miliardi di euro e la gestione delle pensioni pubbliche contribuisce a questo sbilancio per quasi sei miliardi di euro. La gestione dei parasubordinati, lavoratori con un futuro previdenziale più che incerto, contribuisce in positivo al bilancio Inps per sette miliardi di euro. Sono loro a tenere su la previdenza. E le vacanze dei figli se le pagano di tasca propria.

Le toghe spendono il 75% in più. E nascondono gli scontrini. Altro che spending review, il Csm passa da 39,3 a 69,4 milioni di spese per il 2016. E ricorre alla Consulta contro la Corte dei conti che vorrebbe verificare i bilanci, scrive Anna Maria Greco, Martedì 15/03/2016, su "Il Giornale".  Alla faccia della spending review il Consiglio superiore della magistratura aumenta del 75 per cento il bilancio delle spese previste per quest'anno. In tempi di crisi anche gli organi costituzionali, dal Quirinale alle Camere, sono costretti a tagliare i conti ma Palazzo de' Marescialli passa dai 39 milioni e 543 mila euro del 2015 ai 69 milioni e 450 mila del 2016. Pare che l'impennata si debba anche alla previsione di trasferirsi da piazza Indipendenza alla magnifica Villa Lubin, al centro del parco di Villa Borghese. Finora era sede di lusso del Cnel, abolito dal Parlamento. Evidentemente al Csm fa gola, non basta lo storico Palazzo de' Marescialli, con le due palazzine moderne accorpate ed è già stato commissionato uno studio di fattibilità. Sulla trasparenza delle sue spese l'organo di autogoverno della magistratura non sopporta intromissioni e si sottrae al controllo della Corte dei conti. Ha fatto ricorso alla Consulta per respingere le pressioni dei magistrati contabili che vorrebbero verificare il rendiconto dei soldi pubblici. Una volta il Csm lo presentava, ma dal 1997 non lo fa più. Una sentenza della Consulta del 1981 ha stabilito che gli organi costituzionali - Parlamento, presidenza della Repubblica e Alta corte stessa - non hanno questo obbligo. E Palazzo de' Marescialli rivendica lo stesso status. Solo che non si tratta di un organo costituzionale - quello è la magistratura - ma di un organo «di rilievo costituzionale», un gradino sotto. Distinzione che il Csm non accetta, respingendo come un attentato all'autonomia del potere giudiziario, in cui s'identifica, la pretesa della Corte dei conti di frugare tra le sue spese. Così, risponde no alla richiesta arrivata a giugno dai magistrati contabili. Un mese fa la sezione giurisdizionale del Lazio manda l'ultimatum di 120 giorni per mettersi in regola. Quello del Csm è un «peccato di superbia» verso il controllo di un altro organo dello Stato «di cui non riconosce l'autorità», dice il presidente della sezione Lazio. Per Palazzo de' Marescialli è un'«estemporanea iniziativa» e reagisce impugnando la decisione davanti alle Sezioni centrali contabili e sollevando davanti alla Corte costituzionale il conflitto tra poteri dello Stato. Il ricorso denuncia «una grave lesione dell'autonomia costituzionale della magistratura», un'interferenza nella «divisione dei poteri», per «un'interpretazione impropria, illegittima e incostituzionale» delle norme. Ieri il Csm precisava che «mai la Corte dei Conti aveva posto in dubbio l'autonomia contabile» del Csm, prevista dalla sua legge istitutiva. C'è già il controllo del Collegio dei Revisori e la trasmissione alla Corte dei conti del solo bilancio della gestione. Una terza verifica proprio no. Tanta insofferenza si spiega forse con il lievitare costante delle spese, in tempi di tagli e sacrifici. Per il bilancio di previsione 2016, quelle per l'acquisto di beni e servizi passano da 6 milioni e mezzo a oltre 26. A pesare sono appunto i 21 milioni e 291mila euro alla voce Fondo investimento per trasferimento sede, ristrutturazioni sedi in uso al Csm, interventi di sostegno ai consigli giudiziari. Ma spulciando qua e là ci sono anche 48 milioni (10 nel 2015) per divise degli autisti. D'altronde, l'aumento è costante. Nel bilancio 2015 erano previste spese superiori del 38 per cento a quelle effettive nell'esercizio contabile precedente. Nel 2014 l'aumento delle spese previsto era del 34 per cento rispetto al 2013.

SPENDING REVIEW? NO, SPENDING CUCU’. Niente risparmi, Perotti si dimette: la spending review non è una priorità. Il freno al lavoro sugli sgravi fiscali. Le dimissioni dopo quelle di Giarda, Bondi e Cottarelli, scrive Federico Fubini su “Il Corriere della Sera” il 10 novembre 2015. Dopo Piero Giarda nel 2012, Enrico Bondi nel 2013, Carlo Cottarelli nel 2014, è la volta di Roberto Perotti. La spending review non riesce mai a ridurre granché le dimensioni del bilancio pubblico, ma si conferma infallibile nel portare alle dimissioni i tecnici ai quali il governo si rivolge per riuscirci. Perotti, uno degli economisti italiani più riconosciuti all’estero, sabato ha fatto sapere a Matteo Renzi che rinuncia al suo incarico e uscirà dalla squadra di consiglieri di Palazzo Chigi. A suo avviso, il varo della legge di Stabilità e i segnali dati anche in seguito dal governo indicano che la riduzione della spesa pubblica non è una priorità. «In questa fase non mi sentivo molto utile», ha detto ieri a «L’erba dei vicini» di Beppe Severgnini su Rai3. Perotti, 57 anni, dottorato al Massachusetts Institute of Technology, docente prima alla Columbia University di New York e poi alla Bocconi, non dev’essere arrivato alla sua decisione facilmente. L’anno scorso aveva accettato di diventare consigliere di Palazzo Chigi solo a condizione che l’incarico fosse a titolo gratuito. Per evitare malintesi sul proprio ruolo, Perotti aveva anche rinunciato a qualunque forma di rimborso: per oltre un anno si è pagato da sé le trasferte ogni settimana da Lecco, dove vive, e l’affitto di un appartamento a Roma. Il suo obiettivo era realizzare il compito che Renzi aveva assegnato a lui e al commissario per la spending review Yoram Gutgeld: trovare dieci miliardi di tagli per il 2016, poi continuare negli anni successivi. In legge di Stabilità però gli interventi previsti valgono ufficialmente appena 5,8 miliardi (o meno, secondo molti analisti privati), e per metà sembrano di efficacia discutibile perché basati sulla compressione temporanea di alcune spese ministeriali. Negli ultimi nove mesi, Perotti aveva lavorato su alcuni fronti in particolare: la sfoltitura degli sgravi fiscali a categorie particolari, che oggi valgono 181 miliardi in tutto, e i costi di funzionamento dei ministeri e degli uffici dei dirigenti pubblici a livello decentrato. Su quasi tutti questi aspetti la legge di Stabilità registra passi avanti minimi o inesistenti. Nel presentare la legge di Stabilità il 15 ottobre, Renzi ha spiegato che dalla lista della spending review per il 2016 aveva rinunciato a quattro miliardi di tagli alle deduzioni e alle detrazioni (la materia di Perotti) perché l’addio agli sgravi avrebbe comportato un aumento della pressione fiscale e avrebbe colpito anche associazioni della società civile. Dunque il governo, secondo il premier, si è fermato per non colpire la fiducia all’interno del Paese. Non era questa la versione della spending review emersa fino a quel momento dalle indiscrezioni. L’operazione sugli sgravi progettata a Perotti sembrava impostata in modo diverso: il pacchetto degli interventi proposti valeva 1,5 miliardi (non quattro) e riguardava solo i trattamenti di favore per alcune specifiche categorie di imprese, per poter poi ridur re la pressione fiscale in modo più omogeneo su tutte. Difficile capire se Perotti si sia sentito preso di mira dalle parole del premier. O se abbia avuto l’impressione che il governo cercasse di scaricare su di lui la responsabilità di una spending review ancora una volta incompiuta. Sembra però probabile che, dopo il varo della manovra, l’economista abbia cercato un chiarimento con il premier sul futuro del piano di tagli ora che l’esecutivo deve realizzare nella pratica la riforma della pubblica amministrazione. Certo i due devono essersi trovati su posizioni diverse. Non pensa invece alle dimissioni l’altro uomo della spending review: Yoram Gutgeld, deputato del Pd, continuerà a lavorare sulla spesa sanitaria e sugli acquisti dell’amministrazione. Ma anche lui resterà fuori dall’«unità di missione» in preparazione a Palazzo Chigi, composta da una decina di esperti e guidata dall’altro bocconiano Tommaso Nannicini (che sembra destinato a diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Si vedrà nei prossimi mesi come funziona il rapporto dell’ultimo «commissario alla spending review» con questo gruppo che, sempre di più, sembra destinato ad accentrare molte leve della politica economica. 

La spending review diventa spending cucù. Un’altra figuraccia del governo: si dimette Perotti, prof della Bocconi chiamato a tagliare la spesa pubblica Dopo Bondi, Giarda e Cottarelli, è il quarto commissario che si deve arrendere alla burocrazia e alla politica. Su "Libero Quotidiano" l'11 Novembre 2015: GIANLUIGI PARAGONE VITTIME DELLA CASTA SCONFITTI DAI BUROCRATI IL MITO DELLE FORBICI. (...) un momento in cui le forbici si possano aprire e chiudere con utile efficacia. I muri di gomma non si possono tagliare, figurarsi squarciare. Ed è strano come la presunzione di questi professori non voglia ammettere che le forbici dei commissari per la spending siano come le ali di cera per Icaro. Per restare in tema di miti, qualcuno cita Sisifo e la sua impresa a compiere uno sforzo sovraumano per poi ricominciare daccapo tutte le volte. In questo caso però non ci sono sforzi da compiere: è tutto scritto da anni, ispirato al buon senso. Basterebbe applicarlo. Ma non si può perché questo è il paese delle furbizie, delle leggine tana-libera-tutti e soprattutto dei privilegi che diventano diritti e diritti che diventano favori. Ogni commissario arriva armato di ali di cera pensando che il suo volo possa arrivare a destinazione, che possa superare le nebbie dei palazzi dove tutto si nasconde. Non ce la fece il supercommissario dei miracoli, quel Bondi aggiusta tutto tipo «Sono mister Wolf e risolvo problemi». E poi Giarda. E poi ancora l’uomo del fondo monetario Cottarelli. Ora Perotti, precipitato per essersi avvicinato troppo al fuoco dei mandarini e delle feluche. Franato senza che alcuno nel governo aprisse una qualche rete di protezione: i commissari della spending cucù passano, i burocrati di palazzo restano. Eccome se restano. Morale: niente tagli alle strutture ministeriali. Hai voglia a parlare di sprechi, di spese folli, di controllo della spesa quando poi chi beneficia di questo spendere e spandere alza le barricate. «Prima di tagliare a noi, andate a tagliare dove si spreca di più». E così nessuno scende dalla giostra. Dal più piccolo al più grande c’è sempre qualcuno che spreca di più. Timbrano i cartellini e vanno a fare canottaggio? Embé? Che vuoi fare, li vuoi licenziare? Quarant’anni fa usciva nelle sale Fantozzi: era già tutto chiaro. Da allora, per effetto del moto accelerato uniforme, la spesa improduttiva è aumentata. Le baby pensioni non si possono toccare. I vitalizi men che meno. E potremmo andare oltre nel pieno adagio italico. Già, perché non è solo nel pubblico che i privilegi diventano diritti acquisiti. Nel privato qualche picconata arriva a bersaglio ma ciò che esce dalla porta rientra poi dalla finestra. Chiedetelo ai consumatori: nelle bollette (dalla luce al telefono) la furbizia è sempre in agguato. E che dire delle banche? Non sprecano soldi anche loro? Non fregano anche loro soldi dei risparmiatori? La filosofia del «freghi tu così frego anch’io» è nella filigrana di una costituzione materialissima. Le banche vanno in rosso? Poi paga pantalone. I professori che vorrebbero eliminare lo spreco dalla cosa pubblica comincino dalle università, fonte di spreco di denaro pubblico. Perotti ci scrisse un libro. Lo dico solo per rimarcare la mia rassegnazione, mica per dare consigli. Non credo alle spending review che io chiamo spending cucù. E soprattutto non credo al mito di queste forbici buone solo a contabilizzare somme da mettere sulla carta. Basterebbe il buon senso. Ci sono enti che sopravvivono nonostante siano gusci vuoti, eppure continuiamo a erogare gettoni e stipendi. Non c’è bisogno di Pico della Mirandola per smettere di pagare. La somma di tante piccole storie di ordinaria burocrazia farebbe un totale. Allora è un problema di volontà, nel senso che non si vuole fare perché non si può fare. Per farla breve, la piantassero di propagandare tagli e forbici al solo scopo di abbellire bilanci previsionali e guadagnare qualche titolo di giornale. Se non vogliamo che altri Icaro si schiantino a terra, voliamo basso. Facciamo piccole cose. Torniamo al buon senso dei nonni. Forse qualche gruzzoletto lo risparmieremmo sul serio.

Ecco perché in Italia la spending review è una missione impossibile. In otto anni sono cambiati 4 esperti incaricati di ridurre la spesa pubblica. Ma alla fine la politica si è sempre messa di traverso perché i tagli sono impopolari o costringono ad aumentare le tasse. Piero Giarda, allora ministro per i Rapporti col Parlamento, individuò 100 miliardi di «spesa aggredibile nel breve periodo», scrive Paolo Baroni su “La Stampa” l'11/11/2015. Arriva sempre un momento in cui anche il più esperto degli esperti finisce su un binario morto e alla fine lascia. Oppure viene congedato. E’ così negli ultimi 8 anni abbiamo cambiato ben 4 commissari alla spending review. «In questa fase non mi sento molto utile», ha spiegato l’altra sera Roberto Perotti, prof della Bocconi, entrato appena nemmeno sei mesi fa nello staff di Palazzo Chigi ed ultimo in ordine di tempo a gettare la spugna. Il suo «coming out» in tv è servito a mettere la parola fine ad un tira e molla che durava ormai da settimane. Il termine inglese «spending review», ovvero «revisione della spesa» introdotto nel gergo politico italiano nel 2006 da Tommaso Padoa Schioppa, all’epoca ministro del Tesoro nel governo Prodi, significa analisi delle spese e del funzionamento dei vari apparati allo scopo di migliorare la performance della macchina pubblica con la possibilità, anche, si risparmiare qualcosa. Da noi, invece, è sempre stata interpretata in maniera più brutale: tagli. Il primo tentativo di mettere ordine ai conti risale al 2012 quando il governo Monti, che in fatto di tagli veri mica scherzava (basti pensare cosa è successo alle pensioni), affida ufficialmente il dossier a Piero Giarda. Grande esperto di spesa pubblica, l’allora ministro per i Rapporti col Parlamento, individua circa 100 miliardi di «spesa aggredibile nel breve periodo» e ipotizza da subito circa 5 miliardi di risparmi. Non si fa in tempo a mettere in pratica il piano che Monti lo sostituisce con Bondi. «Monti aveva bisogno di qualcosa di più concreto da presentare a Bruxelles», raccontano le cronache di quei giorni. E così arriva l’ex commissario Parmalat, il tagliatore forse più famoso d’Italia. Al suoi fianco altri due pezzi da novanta: Giuliano Amato, al quale viene affidato il compito di analizzare i costi della politica, e Francesco Giavazzi, che invece deve cercare di sfrondare i sussidi alle imprese, impresa che si rileva impossibile. Bondi passa ai raggi «X» ministero per ministero, regione per regione, comune per comune, analizza spese e sprechi, e scodella un piano da 4,2 miliardi di risparmi immediati destinati a salire a 10 l’anno seguente. A inizio 2013 però anche Bondi lascia: Monti, che si fidava ciecamente di lui, gli aveva infatti affidato anche il compito di selezionare i profili dei candidati del suo nascente partito e i due incarichi erano diventati oggettivamente incompatibili. Dopo un breve interregno affidato al Ragionerie generale Canzio, ad aprile si insedia il governo Letta che vuol prendere il toro per le corna e per questo richiama da Washington Carlo Cottarelli. Il supertecnico del Fondo monetario, incarico triennale a 250 mila euro l’anno (ovviamente subito oggetto di polemiche), si insedia a ottobre e a inizio 2014 scodella un piano monstre: subito 7 miliardi di risparmi, quindi 18,1 nel 2015 (poi ridotti a 16) e addirittura 33,9 (quindi scesi a 32) nel 2016. Cottarelli vuol chiudere 2 mila partecipate, accorpare i centri di spesa, tagliare sanità, pensioni, province, corpi di polizia, fondi per le imprese e auto blu. Dopo Letta arriva Renzi ed il lavoro di Cottarelli, appena abbozzato nei mesi precedenti, potrebbe finalmente decollare e invece si affloscia. Palazzo Chigi, che nel frattempo ha preso più potere rispetto al Tesoro, per prima cosa cassa i progetti sulle pensioni e stoppa il taglio di 85 mila dipendenti pubblici. E i risparmi? Si continua con la vecchia prassi dei tagli lineari (o semilineari) introdotti da Tremonti. Ma da 16 ci si deve fermare a quota 8,5 miliardi. Naturale che anche Cottarelli getti la spugna mentre dallo staff del premier lo accompagna l’accusa di «scarsa collaborazione». Da allora è passato un anno e siamo da capo. Adesso lascia anche Perotti, subentrato lo scorso marzo nell’ingrato compito in tandem con Yoram Gutgeld, uno degli strateghi della prima ora della Renzonomics. Perotti spinge per intervenire innanzitutto sulla montagna di spese fiscali (detrazioni, sconti e bonus vari) ma Renzi lo ferma perché non vuole aumentare in alcun modo le tasse. E così la spending review 2016 che puntava a al solito obiettivo ambizioso (16 miliardi) frana: prima scende a quota 10 e poi va addirittura sotto i 5. Per far quadrare i conti Renzi preferisce l’aumento del deficit. Profetico un tweet dell’economista Riccardo Puglisi del 19 agosto: «Ma Perotti - commissario alla spending review - mangerà il panettone?». Gutgeld resta, il Prof invece torna alla Bocconi e laconico spiega: «La spending review non è una priorità del governo». O forse, suggerisce qualcuno, questa non è la stagione adatta per vedere all’opera dei liberisti veri come lui e Cottarelli.

Fuga da Renzi: non taglia gli sprechi. Spending review a zero con l'addio di Perotti dopo Cottarelli. Il premier ha rinunciato a ridurre la spesa pubblica, scrive Antonio Signorini Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. Roma Matteo Renzi un primato lo ha già ottenuto. Ha bruciato due dei quattro commissari alla spending review che sono passati per Palazzo Chigi. Il primo, Massimo Cottarelli, di fatto messo alla porta perché aveva un piano di riduzione alla spesa pubblica troppo dettagliato per i suoi gusti. Stava stretto persino a Enrico Letta che lo nominò, figuriamoci al premier in carica. Il secondo, Roberto Perotti, si è fatto da parte da solo. «Non mi sentivo molto utile in questo momento», ha spiegato. Decisione ufficializzata lunedì sera, ma nota almeno dalla fine di settembre. È durato un anno e tre mesi, a fianco di Yoram Gutgeld. Poco più di 400 giorni passati a studiare un aspetto specifico: la riduzione delle tax expenditure. Sono le agevolazioni fiscali che nascondono misure di spesa a favore delle categorie più diverse. Una giungla di 720 detrazioni che valgono 161,3 miliardi, frutto per lo più di micromisure che si sono stratificate negli anni. Il governo Renzi era sicuro di poterle sfoltire con interventi mirati. All'inizio dell'estate i primi ripensamenti. L'asticella dai due miliardi iniziali è calata a 1,5 e poi sotto il miliardo. Alla fine nella legge di Stabilità è scomparso ogni accenno alle tax expenditures. La spiegazione sa più di marketing che di economia. Le spese fiscali nella contabilità pubblica sono agevolazioni a tutti gli effetti e un loro taglio si traduce in un aumento della pressione fiscale. Renzi non voleva aggiungere nulla alla voce maggiori entrate della stabilità 2016. L'economista e professore alla Bocconi ne ha preso atto e, piuttosto che produrre altre carte destinate a restare nei cassetti di Palazzo Chigi, ha preferito tornare agli studi. Gutgeld, economista ed esponente del Pd, resta, ma dovrà mettere la firma su una spending review ridotta di cinque volte rispetto agli obiettivi originari. Dai 20 miliardi all'anno promessi all'insediamento di Renzi, ai 4 miliardi della Stabilità. Tagli lineari. Niente che assomigli alle spending review dei Paesi che l'hanno applicata, dal Canada al Regno unito passando per l'Olanda. Il disegno seguito da Renzi non è molto diverso da quello dei suoi predecessori. Si parte con le migliori intenzioni promettendo miliardi di tagli selettivi, non lineari e si finisce per raggranellare pochi euro proprio grazie ai tagli uguali per tutti, politicamente poco impegnativi. La situazione è più o meno la stessa dal 1986, da quando Pietro Giarda fu incaricato di guidare la prima commissione. Su circa 800 miliardi di spesa pubblica, quelli «aggredibili» sono poco meno di 300. Nessuno ha aggredito nulla, se non, appunto, con tagli lineari. Risparmi che danno sollievo ai conti nell'anno in corso, ma hanno il difetto di trasformarsi in ulteriori costi negli anni successivi. Il governo Monti, pressato dall'Unione europea, nel 2012 nominò Enrico Bondi con l'intenzione di passare a una fase operativa. Ma nemmeno il manager che ha risollevato Parmalat riuscì a convincere politici e amministratori a tagliare. Il decreto sulla spending review del governo Monti diventò una manovra che servì a rinviare di qualche mese un aumento dell'Iva (poi arrivato) e comprendeva persino nuove tasse. Addizionali locali Irpef e il famoso supplemento di aliquota Tasi-Imu dello 0,5 per mille che doveva essere temporaneo ma che il governo Renzi ha reso permanente. Cottarelli, come Bondi, ha prodotto analisi, ma anche un piano dettagliato e ambizioso. Per l'anno in corso prevedeva 18,1 miliardi di risparmi per il prossimo 33,9. Tutto archiviato. L'unico risparmio in arrivo sarebbe quello dei compensi di Cottarelli e Perotti, se non fosse che a Palazzo Chigi si sta per insediare la nuova «unit economica» guidata da Tommaso Nannicini e altri nuovi esperti. Si occuperanno di tutto, come i dipartimenti della Casa Bianca. Ma non di spendig review.

BEATO IL PAESE CHE NON HA BISOGNO DI EROI PER TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA. Perotti è solo l’ultimo “zar” alla spending review a mollare. Ma a Londra e Madrid i governi sforbiciano in prima persona, scrive Renzo Rosati l'11 Novembre 2015 su "Il Foglio". “Siamo un paese in cui si detraggono dalle tasse le finestre e le palestre”: era il giugno 2011 e Giulio Tremonti se la prendeva con una spesa pubblica “che è come andare al bar e dire: da bere per tutti! E poi chi paga?”. Nella giungla di 470 regimi fiscali di favore pari a 150 miliardi l’allora ministro dell’Economia aveva nominato consulente al disboscamento Vieri Ceriani, già dirigente dell’area tributaria della Banca d’Italia. Ceriani produsse un immenso foglio Excel con tutte le voci detraibili e relativo costo, colorate per importanza, e oltre a finestre e palestre c’erano abbonamenti al bus, ospedali, teatri, musei, enti culturali. Le palestre saltarono, le finestre sono ancora lì; soprattutto ci lasciò le penne Tremonti assieme al Cav. Ceriani invece è sempre consigliere del ministero dell’Economia, ma per il rientro dei capitali dalla Svizzera. Esempio unico di tenacia nella lista dei caduti alla spending review, il cui ultimo esempio è Roberto Perotti, professore alla Bocconi, nominato commissario al taglio della spesa pubblica da Matteo Renzi dopo l’addio del più celebre e movimentista dei predecessori, Carlo Cottarelli, funzionario del Fondo monetario internazionale. “Mi sono dimesso, non mi sentivo più molto utile”, ha detto Perotti, e il motivo resta quello dei tempi delle finestre e delle palestre: il mancato taglio di sgravi fiscali che nella versione dell’interessato valevano 1,5 miliardi, e in quella di Renzi quattro, cifra che secondo il premier avrebbe attirato sul governo l’accusa di cancellare la Tasi con una mano per togliere soldi con l’altra. Chiunque abbia ragione, è evidente che non si trattava di brandire l’ascia né sulle agevolazioni salite intanto a 180 miliardi, né su una spesa pubblica che resta pressoché immobile intorno al 51 per cento del pil, 800 miliardi e passa. Terza in percentuale in Europa dopo Francia e Grecia, ben davanti alla Germania, per non parlare della Gran Bretagna. Graduatoria rimasta immutata durante la crisi, mentre la spesa aumentava in termini assoluti, e con lei il debito pubblico italiano, mentre altrove (Francia esclusa) diminuiva, con l’esempio su tutti di Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Olanda. Per questo, in quello che il Foglio del 15 ottobre definiva il “cimitero” dei commissari italiani alla spesa, troviamo una sfilza di lapidi: Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio, Cottarelli. Ora Perotti. Anche una fugace apparizione di Francesco Giavazzi, chiamato da Mario Monti nel 2012. Resta in campo Yoram Gutgeld, che però è anche deputato Pd di osservanza renziana. Salvo eccezioni, tra le quali Cottarelli, quasi tutti hanno lavorato gratis, contribuendo così, se non a tagliare la spesa, a non aumentarla. Cottarelli è anche la loro star: designato da Enrico Letta, rimasto in bilico con Renzi, subito soprannominato “mister Forbici” dai giornalisti fan, ai tagli mancati ha dedicato un libro – “La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare” (Feltrinelli) – un blog, una notevole presenza mediatica. La sua tesi è che siano le burocrazie ministeriali, alte e basse, a fare catenaccio. Giavazzi sostiene infatti che debba essere il capo del governo in prima persona a metterci la faccia. E se ci guardiamo intorno come dargli torto? Lunedì 9 novembre, mentre Perotti si dimetteva, a Londra il cancelliere dello Scacchiere George Osborne annunciava un nuovo taglio di spesa pubblica pari al 30 per cento dei fondi di quattro ministeri (Trasporti, Ambiente, Tesoro, Autonomie locali), e trattative in corso con altri, per azzerare in quattro anni il deficit di bilancio pari a 99 miliardi di euro. Anche in piena campagna per le elezioni dello scorso maggio Osborne non aveva esitato ad annunciare l’aumento della Vat (l’Iva inglese) e dei contributi previdenziali. Si è scontrato con il segretario del Lavoro Iain Duncan Smith, al quale chiede di risparmiare 12 miliardi di sterline. Il premier conservatore David Cameron, all’inizio del primo mandato nel 2010, era andato a Westminster e aveva fatto il giro delle televisioni per annunciare tagli alla Difesa, comprese portaerei e fregate simbolo della ex potenza imperiale, a welfare, immigrazione e trasporti pubblici. I primi ministri irlandesi Brian Cowen e Enda Kenny, succedutisi durante la crisi, hanno ridotto di cinque punti il peso della spesa pubblica, con l’obiettivo di scendere di altri due, cioè dieci sotto l’Italia. E così il premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha tagliato la spesa dal 48 al 43 per cento del pil. All’uscita dalla recessione Dublino, Londra e Madrid hanno fatto segnare i maggiori aumenti della ricchezza nazionale e del reddito individuale. Nessuno ha delegato la pratica a zar né a mister Forbici.

Spending review, Renzi proprio non ce la fa. Anche l'ultimo, ennesimo commissario, Roberto Perotti, lascia l'incarico. E ancora una volta ha vinto lui, il Pachiderma. Il Carrozzone, scrive il 10 novembre 2015 Marco Ventura su “Panorama”. Una progressione impressionante. 2012-2013-2014-2015. Un anno dopo l’altro, dall’albero del governo cascano i commissari alla spending review, dimissionari o svaporati dopo essere stati presentati (e dati in pasto alla stampa e alla pubblica opinione) come i deus ex machina del taglio delle spese. O, meglio, degli sprechi, perché nessun presidente del Consiglio ha mai detto di voler tagliare le spese essenziali. Una dopo l’altra, quindi, si spaccano a terra le “teste d’uovo” della revisione di spesa (per dirla in italiano, che non è propriamente la lingua dei parsimoniosi). Nel 2012 Piero Giarda, che era considerato “l’uomo dei conti”, l’unico in grado di sforbiciare il viale del tramonto dei privilegi e delle prebende. Ma che silenziosamente, forse anche più dei successori, si mette da parte. Non per incapacità sua, ma per mancanza di volontà della politica di metter mano a quella cesoia. Nel 2013 Enrico Bondi, che a differenza di Giarda aveva un’immagine di autentico sforbiciatore, anche nel privato. Un uomo duro, determinato e infallibile. Ma niente. Neanche lui porta a termine il lavoro. Gli subentra, portato in palmo di mano dal governo direttamente dal Fondo monetario internazionale, Carlo Cottarelli. A lui, con Enrico Letta, l’onere e l’onore di realizzare la riforma delle riforme. Saranno tagliati gli sprechi, dunque, finalmente? Grandi aspettative, grandi promesse. Ottimismo, fiducia, persino un pizzico di furore rivoluzionario. E tanta propaganda. Ma l’elefante partorisce un topolino. Anzi, niente. La vulgata vuole che ogni volta i piani siano pronti a essere scodellati e messi in pratica. Pronti a alleggerire il bilancio dello Stato e consentire il taglio delle tasse. Perché la revisione della spesa va di pari passo con quella del fisco: tagli ciò che è in più, il grasso superfluo del baraccone di Stato in tutte le sue ben oliate e consolidate ramificazioni di voracità, immensa pianta carnivora che drena le risorse dai privati al pubblico; e quel che tagli ti consente di aver più risorse per ridare ossigeno all’economia reale. A parole sembra facile. I numeri ci sarebbero. E i premier, uno dopo l’altro, ci credono. O così pare. Peccato che nel 2014 anche Cottarelli cada (dal pero). Le promesse finiscono in un libro che racconta la telenovela dei tagli mancati, di quello che si sarebbe potuto fare. Volendo. È il 2015. Due, stavolta, i taglia-spese, a riprova di una volontà (a parole). Matteo Renzi sostiene i suoi personali “commissari”: il fiore all’occhiello Roberto Perotti, con un curriculum accademico lungo così e largo cotanto. E Yoram Gutgeld, il fido Yoram Gutgeld. Nel frattempo, tutti i capitoli di taglio della spesa sono stati citati e sviscerati, dalla razionalizzazione delle spese sanitarie all’intervento sulle detrazioni (ma solo per certe categorie privilegiate), dallo spegnimento dei lampioni nelle strade alla decurtazione dei vitalizi. Le proteste più eclatanti, non per i numeri della partecipazione ma per la qualità delle teste protestanti, le inscenano i dirigenti del Tesoro (che la spending review dovrebbero scriverla) e i consiglieri parlamentari che dovrebbero approvarla. Stato contro Stato. La tigre dell’alta burocrazia contro la tigre della politica. Matteo Renzi, perfino lui (ovviamente lui?), si arrende e ammette che sulla spending review avrebbe voluto far di più (ma non lo fa), ben sapendo che anche Perotti a questo punto si dimetterà. Resta, unico sopravvissuto, Gutgeld. Ma che ci sia o no, forse non conta. O non sconta. Morale della favola: ha vinto il Pachiderma. Il Carrozzone.  

Spending review, sotto a chi tocca, scrive Roberto Santoro su “L’Occidentale” il 10 Novembre 2015. Dura la vita per commissari e consulenti alla spending review. Se ne va anche il bocconiano Perotti, il quale, dopo ponderati studi sugli sprechi e sulla spesa dello Stato, su cosa, come e dove tagliare, realizza che è meglio tagliare la corda, dimettendosi in diretta televisiva. Perché quelli della spending sono fili ad alta tensione, chi accetta una carica del genere realizza presto quant’è mortale: Giarda che voleva 80 mld di tagli subito e altri 300 sul lungo periodo, le stagioni di Bondi e di Canzio, fino al caso Cottarelli, da funzionario dell’FMI a guru di Palazzo Chigi che prima critica la maggioranza sulle coperture di spesa e poi se ne torna a Washington “per motivi personali”. Del resto non ci riuscì Monti ad aggredire la spesa, che pure non aveva problemi di consenso (almeno finché il Senatore non decise di seguire le sue ambizioni politiche), non ci riesce Renzi, che nella trincea della spending ha ancora al suo fianco l’ex McKinsey Gutgeld, anche se quest’ultimo, eletto nel Pd, risponde a delle logiche più interne alla politica e ai partiti. Le stesse che evidentemente spingono i “tecnici” a fare le valigie. Sia chiaro, non siamo iscritti al partito gufo. Dai tempi di Monti, passando per Letta fino ad arrivare a Renzi, la spesa pubblica è rallentata. Gli spread non sono più motivo di angoscia per la nostra giornata e il ministro Padoan oggi in Europa può rivendicare margini di flessibilità, usando qualche parola di conforto anche per il vero mattonazzo della nostra finanza pubblica, il debito in termini assoluti. Ma detto questo, senza la spending, senza tagli nelle PA dove snidare sprechi e inefficienze, senza uno scatto di reni sulla riforma delle partecipate di Comuni e Regioni, e più in generale una riflessione profonda sulla presenza, ingombrante, dello Stato nella società italiana, per non dire del fallimento del Titolo V, probabilmente continueremo a vedere una sfilata di tecnici, consulenti e commissari che marciano sicuri di sé in passerella e poi se ne vanno o si dimettono sul più bello. Il presidente del consiglio Renzi sa che stiamo parlando di misure impopolari, che non portano consenso prima delle elezioni, per questo nicchia o non affonda come dovrebbe, pensando al suo stile. Puntare alla riduzione delle tasse, in particolare quelle sulla casa, va bene, siamo tutti d'accordo, ma ridurre le tasse senza ridurre la spesa, il rischio di una manovra in espansione, il trovare coperture “a sbalzi” rimandando i pagherò al domani, è la vera ragione della depressione dei suoi consulenti. Forse il Governo farà qualcosa dopo i prossimi e importanti appuntamenti elettorali a livello locale, forse qualcuno dopo Renzi alzerà di nuovo le tasse o sarà Renzi stesso a trovare altre ricette, ma una cosa è certa, i conti devono tornare, a Roma come a Bruxelles. Intanto aspettiamo un nuovo asso nella manica, l’ennesimo curriculum di platino, il tecnico dei tecnici che ci venga a dire secondo lui come si fa ad avere uno Stato più leggero, imprenditore e che funzioni meglio.

Da Giarda a Perotti zero tagli. Perché piangiamo sui tagli? Scrive Lucio Fero su "Blitz Quotidiano" l'11 novembre 2015. Domanda impertinente e insolente: perché l’Italia tutta da anni piange lacrime amare sui tagli alla spesa pubblica? Ma che domanda! Perché da anni la spesa pubblica è sottoposta a tagli che sono amputazioni, perché da anni sacrifici per tutti, se non addirittura “macelleria sociale”. Quindi che razza di domanda che fai, ma dove vivi, non li leggi i giornali, non la senti la televisione? In effetto sono anni che la stampa e la tv piangono anche loro i tagli alla spesa pubblica. Non solo versano lacrime di cordoglio sui tagli, li danno per ovvi, scontati, vissuti. In ogni articolo, titolo, intervista, chiacchiera si parte dal dato di fatto che la spesa pubblica in Italia è stata da anni pesantemente tagliata. Dato di fatto? Freschi di stampa e di televisione sono i dati che tutti riportano, non senza rammarico e ammonizione ai governi. Pietro Giarda nel 2012, commissario alla revisione della spesa pubblica, individua cinque miliardi da tagliare e tagliabili subito. Non se ne fa nulla, non si taglia niente. Enrico Bondi, commissario alla stessa cosa dopo Giarda, individua 14 miliardi da tagliare in due anni. Bondi sparisce, i miliardi da spendere restano. Carlo Cottarelli, commissario numero tre, individua 7 miliardi da tagliare nel 2014, 16 nel 2015…Non verrà tagliato un euro. Ultimo commissario Roberto Perotti propone taglio un paio di miliardi dopo aver calcolato dieci e poi cinque…Niente, Perotti si auto taglia. E non è neanche un taglio di spesa microscopico, Perotti lavorava gratis. La morale politica e sociale è che in Italia non c’è stato e forse non ci sarà mai governo che abbia davvero la forza e la voglia di tagliare la spesa pubblica, anzi quella parte della spesa pubblica che, non essendo pensioni, stipendi, sanità, tagliabile sarebbe eccome. Fanno cento miliardi di euro abbondanti all’anno che dallo Stato scivolano in ruscelli anche minimi sul “territorio”, cioè categorie, gruppi, votanti, elettori, gente. Pessima od ottima notizia che sia, questo è il dato di fatto: non si taglia, non si è mai tagliato. Spesa pubblica zero tagli. Come conferma peraltro la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil sempre saldamente sopra il 50 per cento da anni e anni e anni. E allora la domanda, in primo luogo a giornali e televisioni che almeno l’alfabeto del reale dovrebbero conoscerlo…Come si fa a criticare i mancati tagli di spesa pubblica mentre ogni pagina dà per scontati, ovvi e avvenuti i tagli di spesa pubblica? Come si fa a piangere insieme il danno dei governi che non tagliano e il danno dei tagli sofferti? Come si fa ad avere memoria zero anche delle proprie stesse pagine e parole? Si fa, si fa… E si fa senza troppa fatica, tanto se ne accorge nessuno o quasi. Altrimenti per raccontare, riflettere, riferire, capire la realtà occorrerebbe gran fatica. Vedere, quindi spiegare, quindi sopportare il danno di certa impopolarità. Vedere, spiegare che diminuendo il Pil la spesa pubblica qua e là è diminuita in cifra ma non in percentuale. Vedere, spiegare che i “tagli” sono quasi sempre sulle aspettative di crescita della spesa pubblica e non sulla spesa pubblica “abituale”. Vedere che la superficialità e spregiudicatezza del ceto politica e della sua comunicazione hanno colonizzato il mondo dell’informazione che ormai parla la lingua del colonizzatore. Contribuendo quindi al paradosso di un paese tutto che si sente tutto in credito, tutto “tagliato” mentre nulla o quasi è stato davvero tagliato. Salvo poi corrucciarsi, i giornali e le tv, quando i Commissari alla spending review mollano perché non si taglia un tubo. 

La Boldrini spende 40mila euro in lavanderia: tutti gli sprechi della Camera. Più di un milione di euro per fotocopie e per trasportare lettere per 350 metri. E spuntano anche 90mila euro per assicurarsi del buon trattamento dei migranti nei centri di accoglienza, scrive Giuseppe De Lorenzo il 21 agosto 2015 su "Il Giornale”. La spesa più bizzarra è indubbiamente quella che gli onorevoli deputati (a nostre spese) sosterranno per smacchiarsi i vestiti. Nel bilancio della Camera guidata da Laura Boldrini, approvato il 5 agosto, infatti, è iscritta una voce che parla chiaro: 40.000 euro per il servizio di lavanderia. Una cifra incredibile, immaginando che le giacche e le cravatte (ormai se ne vedono poche) i deputati se le laveranno a casa. Ma non c'è solo questo. La relazione dei Questori e gli annunci della Presidenza parlano di un bilancio ridotto praticamente all'osso. Falso. E' vero che la "spesa prevista per il 2015 si riduce di 50,5 milioni di euro rispetto al 2014 (-4,87%)" e che si attesta sotto il miliardo di euro. Ma parliamo pur sempre di 986,6 milioni di euro. Ed è anche vero che i soldi che lo Stato da qui al 2017 dovrà sborsare sono "solo" 943,16 milioni di euro all'anno, come è corretto dire che nel 2015 saranno restituiti al bilancio dello Stato 34,7 milioni di euro, che dal 2012 i deputati hanno fatto risparmiare allo Stato sono 223 milioni di euro. Ma le voci in cui si annidano sprechi e spese incomprensibili sono ancora eccessive. Troppe e con troppi soldi gettati al vento. Vediamoli, partendo dallo spreco più eclatante. La Camera può vantare il possesso di un meraviglioso palazzo sorto "in epoca paleocristiana nel cuore del Campo Marzio". Un gioiello, e come tale costa parecchio per la manutenzione. Per la precisione 1milione e 140mila euro per il supporto operativo nella sede di Vicolo Valdina. Per cosa vengono spesi? Basta andare a leggere nel bando di gara. L'appalto è di durata triennale e l'azienda vincitrice deve assicurare, tra le altre cose, la "movimentazione, anche tramite carrello, di plichi, faldoni, risme di carta, cancelleria, etc.", poi "l'accoglienza e l'accompagnamento ai piani dei frequentatori della sede" e "'esecuzione di attività di riproduzione fotostatica o fascicolazione di documenti". Insomma, più di un milione di euro per fare fotocopie, trasportare faldoni e recapitare la "corrispondenza e di ulteriori materiali". Per questo particolare compito, il bando precisa che i funzionari dovranno assicurare il "ritiro e la consegna della corrispondenza all'interno del Complesso e tra il Complesso e tutte le altre sedi della Camera dei deputati (...) e il recapito, con idonei mezzi di trasporto, della corrispondenza dei deputati tra il Complesso e le sedi degli altri organi costituzionali e dei ministeri ubicate nel comune di Roma". C'è da chiedersi quali siano gli "idonei mezzi di trasporto", considerando che tra Palazzo Montecitorio e Vicolo Valdina, dove è sito il complesso, ci sono appena 350 metri. Fatti a piedi significano circa 4 minuti (diciamo 5 in caso di pioggia), che diventano 6 se fatti in auto. E considerare che la Camera già spende 1.660.000 euro per "trasporto e facchinaggio". Tra le spese, va detto, ci sono anche quelle per il servizio di guardaroba. Un’altra di quelle voci di spesa della Camera che sembrano eccedere la logicità: nel bilancio sono stati previsti 150.000 euro per tenere a bada cappotti e cappelli dei deputati. Per non parlare poi delle spese di pulizia. Laura Boldrini, evidentemente attenta al pulito, si è assicurata una spesa di 6milioni e 550mila euro per l'igiene. Precisamente: 40.000 andranno alla lavanderia, 6.100.000 all'impresa di pulizie e 410.000 per lo smaltimento dei rifiuti. Altro punto poco chiaro riguarda le capacità poliglottiche degli onorevoli. I corsi di lingua, infatti, sono tutti a carico dei contribuenti: 300.000 euro nel 2015, cui va aggiunto il residuo di quelli ancora non pagati nell'anno passato, che ammontano a 295.113,70 euro. In totale quasi 600mila euro in docenti di inglese e di informatica. La cosa più curiosa, poi, è che evidentemente queste lezioni non danno i frutti sperati. O almeno non fino in fondo. Le tasse degli italiani, infatti, vanno a coprire anche le spese per "traduzioni e interpretariato". Che, sommando tutti i casi in cui vengono citate, si parla di 515mila euro. Andiamo oltre. Ogni anno vanno in fumo circa 35mila euro per sostenere la commissione che indaga (ancora) sulla morte di Aldo Moro e 340.000 euro per finanziare vari ed eventuali "convegni e conferenze". Tralasciando poi i 63 milioni di "rimborso delle spese sostenute dai deputati per l’esercizio del mandato parlamentare" (sul quale spesso ricadono enormi dubbi per il modo in cui vengono utilizzati) ci sono ulteriori 15 milioni e 910mila euro legati a spese non specificate, ma inserite in generiche voci chiamate "altre" o "accessorie". Infine, spuntano anche i 90.000 euro che ogni contribuente contribuirà a versare per permettere ad una commissione speciale di assicurarsi che i profughi abbiano tutto quello che gli occorre nei vari c'entri d'accoglienza sparsi per l'Italia. Una spesa di cui, sinceramente, non si sentiva il bisogno.

Come la Camera dei Deputati boccia se stessa. La Commissione di Montecitorio abolisce i tagli introdotti da Boldrini e Sereni: sì al tetto dei 240 mila euro, ma no alla sforbiciata sugli stipendi dei funzionari. Così, i 60 milioni di risparmi annunciati fino al 2018 rischiano di ridursi a 13 milioni. L'ufficio di presidenza annuncia ricorso. La battaglia tra caste continua, scrive Adriana Botta su “L’Espresso”. La Camera taglia, la Camera boccia i propri stessi tagli. E dopo aver annunciato una sforbiciata per 60 milioni di euro nel quadriennio 2015-2018, rischia seriamente di veder ridotto lo sbandierato dimagrimento a meno di un quarto del totale: 13 milioni di euro. E’ questo l’inedito boomerang che ha colpito i vertici di Montecitorio: dopo la corsa al taglia-taglia gli stipendi del personale, nel quale lo scorso anno sia la presidente Laura Boldrini che la vice Marina Sereni si erano distinte per impegno – spalleggiate anche da Renzi e dal Pd - arrivando a settembre 2014 all’approvazione unilaterale in ufficio di presidenza (contrarie tutte le 25 sigle sindacali) dei tagli modulari a tutti i ruoli del personale, adesso arriva lo stop a sorpresa. A seguito del ricorso dei dipendenti, con una sentenza notificata il 30 luglio, infatti, la commissione giurisdizionale per il personale di Montecitorio – organo interno, per ironia peraltro composto quasi solo da deputati Pd - ha bocciato la legittimità di quei tagli. Dando nei fatti ragione a quanti tra dipendenti e sindacati, nel corso delle trattative, parlavano di una norma "incostituzionale” perché violava il “principio più volte stabilito dalla Consulta circa il divieto di modificabilità della carriera in corso di rapporto di lavoro”, e ledeva sia “i diritti acquisiti” dei dipendenti più anziani, sia “le legittime aspettative” di un “avanzamento retributivo” “ben codificato”. Ma quale è esattamente il punto? Un anno fa, l’ufficio di presidenza di Montecitorio non si limitò ad adottare il tetto massimo di 240 mila euro annui per i funzionari pubblici che il governo aveva appena introdotto. Volle fare di più: per dimostrare risparmiando di “non essere sordi a quel che avviene nel paese” (come disse Boldrini), ma anche per mantenere la differenza monetaria oltreché di status fra le varie categorie lavorative (segretari generali, consiglieri, documentaristi, segretari, commessi, tecnici), per evitare appiattimenti si introdussero i cosiddetti “sotto-tetti”, ossia tagli proporzionali a tutti i livelli dei dipendenti di Palazzo. Una sforbiciata generale, che secondo i calcoli ha toccato circa il 40 per cento del personale, ossia quelli che hanno già superato il ventennio di servizio (lo scatto di stipendio maggiore arriva al ventitreesimo anno di servizio). E’ proprio questa decisione sui sotto-tetti, quella bocciata dalla Commissione giurisdizionale: pur ribadendo l’autonomia della Camera, infatti, la sentenza spiega in sostanza che ci si può ispirare alla legge che prevede il tetto dei 240 mila euro, ma non aggiungere ulteriori limiti per le altre categorie di dipendenti – non previsti da quella legge. Il che, era proprio il punto contestato all’epoca dai sindacati, che si erano detti favorevoli al limite dei 240 mila euro, ma contrari alla complessiva rimodulazione. Non che la sforbiciata sia stata annullata del tutto. Spiega infatti la presidente Boldrini, che la decisione è provvisoria: «Sono saltati i tetti agli stipendi dei dipendenti della Camera? Non è vero. La decisione sarà presto riesaminata». Ovviamente, quella che volendo può chiamarsi una guerra fra caste nel nome dei tagli (politici contro Palazzo) non è finita qui. L’ufficio di presidenza ha infatti già presentato appello contro la sentenza, che quindi resta sospesa fino a settembre, quando si avrà la parola definitiva. In un caso e nell’altro, comunque, si dovrà scegliere tra due paradossi: o un segretario generale (che fino all’anno scorso prendeva 478 mila euro) finirà per guadagnare quanto un consigliere parlamentare a fine carriera (240 mila euro, appunto) e poco più di un documentarista (237 mila euro, sempre a fine carriera), oppure si dovrà escogitare un altro sistema che eviti l’appiattimento senza però risultare illegittimo. Servirà insomma una soluzione complessiva: anche perché al Senato la stessa vicenda ha preso una piega opposta (i sottotetti sono stati giudicati legittimi), e il tutto dovrà essere armonizzato con il cosiddetto ruolo unico dei dipendenti dei due rami del Parlamento. La valanga dei ricorsi, peraltro, non può dirsi ancora finita. Alla prossima.

Camera, commessi a 232 mila euro e barbieri a 143 mila: l’Italia che resiste, scrive Alessandro Camilli su “Blitz Quotidiano”. Duecentoquarantamila euro, tanto può guadagnare al massimo il Presidente della Repubblica e tanto possono guadagnare, al massimo, i dipendenti pubblici, compresi ovviamente   quelli della Camera dei Deputati. Stipendio bloccato grazie al tetto imposto ed introdotto l’anno scorso per la pubblica amministrazione che a Montecitorio aveva portato con sé anche dei limiti intermedi, dei sottotetti continuando la metafora, che si sono però rivelati stretti, troppo, per chi li doveva “subire”. Così stretti che gli interessati hanno presentato ricorso, accolto dalla Camera   stessa, realizzando la meraviglia, il paradosso per cui i commessi possono continuare a sfiorare a fine carriera lo stipendio dell’inquilino del Quirinale toccando i 232 mila euro e i barbieri (7 a Montecitorio) continuare a costare 500mila   euro ogni dodici mesi con il più anziano che vanta uno stipendio da 143mila euro. “L’anno scorso – scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera – si era stabilito di applicare il tetto dei 240 mila euro per gli stipendi pubblici anche ai dipendenti di Montecitorio, dove le retribuzioni   arrivano anche a superare anche il doppio di quella cifra. Avevano dunque fissato il tetto massimo per i superdirigenti, introducendo limiti di fascia più bassi per le categorie inferiori in modo da   graduare i compensi”. La vicenda nasce nell’ambito del contenimento della spesa pubblica con la decisione del governo, nell’aprile 2014, di introdurre un tetto ai dirigenti della pubblica amministrazione, fissato a   240mila euro. A questa norma si sono in seguito adeguate tutte le istituzioni, a cominciare dalla presidenza della Repubblica, passando poi dal Senato e dalla Camera. In particolare alla Camera   sono stati introdotti dei tetti per i consiglieri parlamentari, che sono i funzionari di più alto livello (che a fine carriera avrebbero potuto raggiungere anche i 358mila euro lordi annui), e poi dei   sottotetti per le altre figure professionali. Il dipendente di più basso livello, l’operatore tecnico o il commesso che a fine carriera raggiungeva i 136mila euro lordi annui, dopo la delibera aveva visto   la cifra scendere a 96mila, per fare un esempio. La logica sottesa all’introduzione dei sottotettiera quella di modulare la retribuzione massima in   modo da evitare che due funzioni diverse, come ad esempio il commesso della Camera ed il Presidente della Repubblica, potessero essere retribuite praticamente allo stesso modo. Logica chiara e, evidentemente, ineccepibile. Almeno dal punto di vista teorico. Eccepibile invece dal punto di vista pratico tanto che gli interessati, come detto, hanno presentato ricorso. E grazie al regolamento della Camera dei Deputati il ricorso dei dipendenti della Camera, e   scusate le inevitabili ripetizioni, è stato presentato alla Camera dove dei parlamentari della Camera che compongono la commissione competente lo hanno accolto stabilendo che la decisione della Camera era sbagliata. Sembra folle, sembra italiano non corretto eppure è così e, ancora una volta, a spiegare l’accaduto è Rizzo facendo ricordo al termine ‘autodichia’ che, nella definizione della Treccani, è “l’esercizio di attività formalmente giurisdizionale da parte della   pubblica amministrazione”. Cioè il principio in base al quale le decisioni di un organo costituzionale come il Parlamento non sono sindacabili dall’esterno. “Davanti alla proposta di applicare tetti diversi – spiega Rizzo -, commessi e documentaristi hanno abbozzato e hanno fatto ricorso all’organo giurisdizionale interno. Si tratta di una   commissione composta da deputati. E ovviamente ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato   dei dipendenti riottosi: l’ex deputato Maurizio Paniz. Tutto in famiglia insomma”. Risultato: il risparmio previsto da qui al 2018 per Montecitorio passerà da 60 a 13 milioni di euro. Raramente barba e capelli sono costati tanto. Eppure commessi, documentaristi, barbieri e addetti vari della Camera dei deputati non sono soli. Sono soltanto un segmento della vasta Italia che resiste. Resistono gli autisti Atac nella trincea dell’orario di lavoro effettivo più basso d’Italia e certo d’Europa. Resistono i dipendenti comunali nella trincea del salario accessorio percepito senza lavoro o produttività accessoria, resistono tutti nei bunker conquistati finora, strappati alla lobby a fianco o comunque espugnati demolendo il pubblico denaro. Resistono tutti indifferenti al mondo, all’intero resto del mondo. Solo che non è proprio la stessa cosa resistere ottusamente se si guadagnano 1.500/2.000 euro al mese o se lo stipendio è cinque volte tanto. Non sono soli questi lavoratori della Camera dei deputati a pretendere ciò che non gli spetta, solo è che non si possono guardare tanta è la loro protervia. Come diceva un tale che faceva il filosofo…dopo una certa misura la quantità stessa muta la qualità, dopo un botto di stipendio infatti il corporativismo sindacale muta in indecenza sociale.

Fata Boldrini trasforma i barbieri in parrucchieri. Oltre alla barba anche la piega per le deputate. Il servizio alla Camera parte da domani, scrive Laura Della Pasqua l’8 giugno 2014 su “Il Tempo”. Taglio, messa in piega, colore e permanente, da domani la Camera fornirà anche questi servizi. È da tempo che le parlamentari reclamano i parrucchieri in nome del pari trattamento con i colleghi. Perchè, è stata la lamentela ricorrente, «dobbiamo uscire dal Palazzo per una piega quando i deputati possono farsi in qualsiasi momento barba e capelli?» Così siccome il «problema» era particolarmente sentito e siccome anche in questo, sostiene più di una deputata, si vede la piena attuazione delle «pari opportunità», ecco che il presidente della Camera Laura Boldrini ha cercato di rimediare a questa carenza. Una recente delibera del Collegio dei Questori ha disposto un servizio di parrucchiere da affiancare a quello di barbiere. Non ci saranno assunzioni nè aumento dei costi e tantomeno listini di favore. La segreteria della Boldrini ci tiene a precisare che con questo servizio, la Camera addirittura ci guadagna. Come? I barbieri infatti si sono riconvertiti in parrucchieri. La segreteria del presidente spiega che i sette barbieri operativi a Montecitorio già in parte esercitavano le funzioni di parrucchiere su richiesta di alcune deputate. Capitava infatti che qualcuna avesse bisogno di una piega espressa e invece di uscire dalla Camera, prendere appuntamento con un parrucchiere e mettersi in attesa, chiedesse a un barbiere di improvvisarsi coiffeur. Insomma tra una barba e un’altra, un paio di bigodini non si negavano a nessuna. Il problema era però che questi servizi extra venivano fatti a prezzi da barbiere che, come si sa, sono più bassi di quelli di un parrucchiere. Un conto è fare una sfumatura maschile e un conto è invece tagliare una chioma femminile. Inoltre quelle che fino alla scorsa legislatura, erano richieste sporadiche, eccezionali, ora con la massiccia presenza di donne alla Camera (il 30% degli eletti) è diventata, fanno notare presso la presidenza, quasi una necessità. Così la Boldrini, come spiega la sua segreteria, ha pensato che era arrivato il momento di fare una distinzione tra il servizio di barbiere e quello di parrucchiere introducendo un listino ad hoc per le parlamentari. I prezzi, si tiene a precisare, sono quelli di mercato. E dal momento che la spending review non consente di allargare i cordoni della spesa, i barbieri svolgeranno la doppia funzione. Gli uffici della Camera sostengono che Montecitorio ci andrà addirittura a guadagnare. Ma un interrogativo sorge spontaneo: non è che con l’aumento dell’attività i barbieri-parrucchieri reclameranno un aumento di stipendio? Andando a spulciare le tabelle sulle retribuzioni del sito della Camera, avrebbero poco da lamentarsi anche se il lavoro dovesse raddoppiare. I barbieri rientrano nella categoria degli operatori tecnici al pari dei falegnami, dei baristi, degli elettricisti e dei centralinisti. Appena entrato un barbiere della Camera porta a casa circa 30.351 euro l’anno (quasi 2.600 euro al mese); una cifra che dopo il decimo anno arriva a 50.545 euro, dopo vent’anni lievita a 89.528 euro e dopo quarant’anni di servizio sale a oltre 136 mila euro. Questi scatti di anzianità così rapidi hanno avuto, almeno fino al varo della riforma Fornero, un impatto significativo sulle pensioni. Con il vecchio sistema retributivo, il vitalizio si calcolava tenendo presente le ultime buste paga. Comunque anche a fronte della riforma previdenziale, l’assegno pensionistico rimane di tutto rispetto e molto al di sopra di quello di quanti svolgono la stessa attività fuori dal Palazzo. Il Reparto Barberia, questo il nome ufficiale, fino al 1991 era gratuito e per le senatrici era previsto addirittura un bonus messa in piega. Nel 2007 arriva anche all’ordine del giorno la proposta di eliminare il servizio da barbiere ma viene cassata perché ritenuta «non coerente con le scelte della Camera». Ora si cambia ancora.

La Camera salva i barbieri e li promuove a commessi. L'ufficio di presidenza risolve all'italiana il caso dei coiffeur in esubero: invece di licenziarli vengono inquadrati come assistenti parlamentari. Stipendio finale: 136mila euro all'anno, scrive Paolo Bracalini, Domenica 31/01/2016, su "Il Giornale". I barbieri della Camera, creature mitologiche che, per saper usare forbici e schiuma da barba, arrivano a guadagnare a fine carriera come un dirigente di una multinazionale, 136mila euro l'anno di stipendio. E, a differenza dei barbieri normali che si accollano il rischio di un negozio, se sulle loro poltrone non si siede nessuno per loro non cambia niente: sono assunti a vita dal Parlamento. Ma c'è ancora di più, se i barbieri di Montecitorio si rivelano in eccesso rispetto alle esigenze delle onorevoli chiome, non vengono tagliati ma al contrario, promossi. Miracoli dell'incredibile welfare assicurato ai dipendenti della Camera, difesi da una dozzina di sigle sindacali differenti e pronti a scioperare al minimo segnale di affronto ai diritti acquisiti. Negli ultimi anni il Reparto Barberia ha ridotto gli introiti, 90mila euro circa a fronte di un costo di 500mila euro per il bilancio di Montecitorio, ovvero 400mila euro in perdita. Si calcola che taglino i capelli non più di 23 volte alla settimana, in tutto. Una soluzione andava trovata. Ma l'Ufficio di presidenza della Camera, composto da ventun deputati e guidato da Laura Boldrini, dopo annunci mirabolanti di spending review anche per il Reparto Barberia della Camera (addirittura l'ipotesi di chiuderlo), si è dovuto piegare di fronte ai diritti intoccabili. E che piega. L'estenuante trattativa è finita a tarallucci e vino, con una delibera del massimo organo interno di Montecitorio che tiene aperto l'indispensabile servizio di barberia per gli onorevoli (esteso per pari opportunità, su indicazione della Boldrini, anche alle deputate come servizio di parrucchiere), con la differenza che i barbieri in servizio non saranno più sette, ma quattro. E gli altri tre? Qui sta il colpo di genio. I tre barbieri in esubero da domani diventeranno «assistenti parlamentari». In altre parole verranno promossi, perché l'inquadramento dei barbieri alla Camera è quello di «operatore tecnico», livello più basso rispetto all'«assistente parlamentare», a cui si accede per concorso come per le altre qualifiche. E la funzione dell'assistente parlamentare è così descritta da un documento della Camera: «Gli assistenti parlamentari svolgono attività operative o di coordinamento nei settori della vigilanza, della sicurezza delle sedi, della rappresentanza e dell'assistenza alle attività degli organi parlamentari». Ma che ne sanno i barbieri di vigilanza e assistenza alle attività degli onorevoli, tolte le esigenze collegate ai bulbi piliferi? Non importa. «Non potevamo fare altrimenti, non si possono licenziare - ci racconta un deputato membro dell'Ufficio di presidenza che preferisce restare anonimo - E quindi l'alternativa era tenere tutti i barbieri della Camera e pagarli inutilmente, o spostarne alcuni ad altre mansioni trasformandoli in assistenti parlamentari. Faranno i commessi, mica vanno a fare i consiglieri legislativi!». Tutti salvi e anzi promossi. In barba alla spending review. 

Diabolus in politica. Perché è stato bocciato il tetto massimo di 240 mila euro fissato invece per tutti i funzionari della pubblica amministrazione, scrive Serenus Zeitblom su “Panorama”. Gli stipendi dei politici vi sembrano alti? Cambiereste idea se conosceste gli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato. Fino all’anno scorso, i più alti funzionari di Montecitorio arrivavano a guadagnare quasi 360.000 euro l’anno, vale a dire il triplo dell’indennità che percepisce un deputato. Lo scorso anno, i vertici dei due rami del Parlamento decisero di applicare, congiuntamente, un tetto analogo a quello che il Governo Renzi aveva disposto per il resto della pubblica amministrazione. I funzionari di Palazzo Madama e di Montecitorio non avrebbero percepito più di 240.000 euro l’anno, comunque il doppio dei deputati (ad entrambe le categorie vanno poi aggiunte indennità varie). Vi sembra ancora troppo? Tenete presente che si tratta di funzionari di altissimo livello, il meglio di cui la pubblica amministrazione disponga. Vengono selezionati attraverso concorsi molto severi e – bisogna riconoscerlo – non troppo lottizzati politicamente. Naturalmente, secondo logica, si decise in quel momento di diminuire anche gli stipendi delle altre categorie di dipendenti dei due palazzi, provvedimento certamente logico e necessaria conseguenza dell’altro (si tenga conto che quasi la metà del totale dei dipendenti della Camera – compresi commessi e centralinisti - guadagnava più di un deputato). Ma qui le cose non sono andate lisce. Se nel caso degli alti funzionari si ebbero solo composti mugugni, qui si misero di mezzo i sindacati, e fioccarono i ricorsi. Ricorsi alla Magistratura? Niente affatto: la Camera è un organo costituzionale, e quindi – come per il Senato, il Quirinale, la Corte Costituzionale - vale il principio dell’autodichìa, per effetto del quale è la Camera stessa, attraverso un organo apposito, a giudicare sui ricorsi. Questo organismo si chiama Commissione Giurisdizionale per il personale, ed è composto da 3 deputati, estratti a sorte. In questa legislatura la sorte ha voluto, un po’ curiosamente, che i 3 membri fossero tutti del PD: gli on. Bonifazi (Presidente), Ginefra, Bonavitacola. Nessun problema, si dirà: la delibera che poneva un tetto alle retribuzioni è stata assunta dall’Ufficio di Presidenza della Camera, a stragrande maggioranza PD, in attuazione di un orientamento del Governo Renzi (PD). E invece no: nei giorni scorsi la delibera è stata bocciata, i ricorsi accolti. Lodevole esempio di indipendenza di giudizio di deputati PD che decidono secondo coscienza, o terrore di scontentare i sindacati? Vediamo. La motivazione della sentenza che accoglie i ricorsi ha poco di tecnico. Il tetto alle retribuzioni, secondo i tre deputati del PD “viola il principio di ragionevolezza” e non giova all’amministrazione, perché i dipendenti, privati “delle leve di incentivazione determinate dal consolidato sviluppo stipendiale” potrebbero dar luogo “a comportamenti poco virtuosi e a cali di produttività determinati dall’assenza di competizione”. Fuori dagli orrori del burocratese, significa che i lavoratori della Camera (al Senato un ricorso analogo è stato respinto), secondo i tre del PD, senza l’incentivo di aumenti di stipendio diventerebbero meno produttivi o addirittura “meno virtuosi”. In effetti, c’è da capirli. Si tratta di modesti lavoratori, che devono mantenere la famiglia lavorando duramente per un tozzo di pane: come si può chiedere a una segretaria di essere motivata a lavorare con impegno se guadagna solo 115.000 euro l’anno? (lordi, s’intende). Come si può pretendere che un commesso spenga le luci o distribuisca la posta fra gli uffici con dedizione e impegno sapendo che non prenderà mai più di 99.000 euro l’anno? Per fortuna il PD ha corretto queste storture, questo vero attentato ai diritti dei lavoratori, e si è tornati al regime precedente. Uno stenografo potrà tornare a percepire 256.000 euro l’anno (più del Segretario Generale), un barbiere anziano ed esperto, che “porta in dote il bagaglio professionale acquisito in anni di servizio” come scrivono i tre del PD, sarà premiato per le sue rasature con 160.000 euro l’anno (il 30% in più di un deputato). Poi dicono che il PD non è più un partito di sinistra: un simile esempio di socialismo reale – a spese dei contribuenti - persino Lenin se lo sognava!

"La lista della spesa". La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare. Si è parlato tanto di spending review, di taglio agli sprechi..ma cosa è stato fatto? E soprattutto, cosa si può davvero tagliare della spesa pubblica? Carlo Cottarelli, classe 1954, laureatosi a Siena e alla celeberrima London School of Economics, ha alle spalle una lunga carriera in Banca d’Italia, Eni e al Fondo Monetario internazionale. E’ salito alla ribalta quando è stato nominato commissario straordinario per la Revisione della Spesa, incarico che ha ricoperto da ottobre 2013 a novembre 2014, proprio con il compito di individuare i tagli da fare per ottimizzare la spesa pubblica. Dalla sua attività sarebbero dovuti scaturire milioni di euro, eppure ancora poco si è mosso. Per spiegare agli italiani che cos’è la spesa pubblica, Cottarelli ha scelto di raccogliere nel libro “La lista della spesa” le sue riflessioni (e la sua diagnosi) in merito a questo grande “mistero italiano”. Ed ecco che ne deriva una lettura acuta del nostro paese, di come spende e di perché si spende, una sorta di guida che illustra dove vanno a finire le tasse che paghiamo, se spendiamo davvero troppo per i servizi pubblici e perché i tagli tanto promessi da tutti i politici tardano ad essere sempre concretizzati. Chi se non lui poteva svelare cosa si può davvero tagliare in Italia? Una lettura acuta per conoscere un po’ meglio il nostro paese.

Carlo Cottarelli ha goduto per qualche tempo di grande attenzione mediatica. È stato nominato commissario straordinario alla spending review, dal suo lavoro dovevano arrivare milioni di euro per le esauste casse dello stato italiano, al termine del suo mandato è stato invitato in tutte le televisioni e intervistato da tutti i giornali. A distanza di mesi, Cottarelli affida a questo libro le sue riflessioni, i suoi ricordi, le sue diagnosi per cercare di spiegare al grande pubblico uno dei grandi misteri dell’Italia: quell’enorme calderone che è la nostra spesa pubblica. Senza tecnicismi ma non tralasciando nulla di importante, Cottarelli ci guida nei meandri del bilancio statale, facendoci scoprire man mano il grande meccanismo che regola la nostra vita di cittadini, un meccanismo di cui abbiamo solo una vaga percezione, al tempo stesso minacciosa e sfocata. Dove vanno a finire tutti i soldi che paghiamo con le tasse? Davvero spendiamo troppo per i servizi pubblici? Perché si finisce sempre a parlare di tagli alle pensioni? Sprecano di più i comuni, le regioni o lo stato centrale? Perché tutti i politici dicono che taglieranno gli sprechi e nessuno lo fa mai? Ma gli altri paesi come fanno? Un libro chiaro e autorevole, per fare le pulci alla macchina statale italiana, al di là dei luoghi comuni e delle polemiche giornalistiche: perché analizzare un bilancio statale può sembrare arido e difficile, ma con la guida giusta può diventare la lettura più acuta, sorprendente e accurata di un paese intero. “Il livello di spesa pubblica appropriato dipende anche da quanto un paese si può permettere. Non a caso, come motto per la revisione della spesa mi è stato suggerito un vecchio adagio cremonese: "Se se pol mia, se fa sensa", ovvero: se non si può, si fa senza.”

Spending review, la verità di Cottarelli in un libro: «Ecco chi remava contro», scrive “Businness People”. Carlo Cottarelli dopo un anno da commissario alla spending review ha gettato la spugna per tornare al Fmi. La verità dell'ex commissario sui mancati tagli alla spesa: lo spreco delle sedi statali in affitto. «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». E' una frase di Francesco Guccini ad aprire l'attesissimo saggio di Carlo Cottarelli, l'ex commissario alla spending review che ha gettato la spugna dopo un anno di guerra ai mulini a vento degli sprechi pubblici. Il libro, edito da Feltrinelli, sarà in vendita da domani 27 maggio (i diritti saranno devoluti all'Unicef). La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare è la summa del lavoro dell'economista e racconta ancheil fallimento della sua missione, incagliatasi contro gli interessi politici.

DIECIMILA SEDI. Nelle anticipazioni del Corriere della Sera, si racconta passo passo l'opposizione, a partire dai cinque gruppi di lavoro su 17 che non hanno mai fornito proposte di tagli, insomma hanno boicottato la spending review. Tutta colpa del «complicato mosaico», come lo definisce Cottarelli. E a ogni tessera corrisponde uno spreco: 5.700 sedi territoriali dei ministeri, 3.900 uffici di enti vigilati. Diecimila sedi statali, senza contare caserme di polizia e carabinieri.

W LE PROVINCE. Tutto ruota ancora sulle province e sui capoluoghi, nonostante la riorganzzazione annunciata e mai intrapresa. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...

FORZE DELL'ORDINE. Altro capitolo spinoso è quello delle forze dell'ordine: sono cinque, per cominciare, ognuno dipendente da un ministero diverso per 21 miliardi di spesa totale vista la duplicazione di amministrazioni, centri acquiisti, forniture, manutenzioni e persino pubblicazioni. E occupano 320 mila persone, con un rapporto fra agenti e abitanti superiore alla media europea e inferiore in assoluto soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. FInisce così che i 34 mila uffici pubblici per l'acquisto di beni e servizi gestiscano 1,2 milioni di procedure, con un costo a bando da 50 mila a 500 mila euro.

ENTI PUBBLICI. Non finisce qui. Capitolo enti pubblici, che sono 198. C'è pure l'Aci, simbolo degli sprechi secondo Cottarelli. I cittadini pagano all'ente 190 milioni all'anno per immatricolazioni e cambi di proprietà, per un servizio che è un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Ma i due archivi sembrano non poter essere uniti.

QUANTO SPAZIO. Il primo passo per risparmiare dovrebbe essere la razionalizzazione degli spazi e la ristrutturazione degli stabili obsoleti: l'operazione nel Regno Unito è costata 7,5 miliardi, ha aiutato l'economia e ha permesso di ridurre gli immobili occupati del 45% dimezzando i costi. «Potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...», dice Cottarelli, «e anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche».

Sprechi e inefficienze: la “verità” di Cottarelli sulla spesa pubblica da tagliare. Nel suo volume "Lista della Spesa" l'ex commissario alla spending review svela paradossi e enti che si moltiplicano. Un racconto anticipato da Sergio Rizzo sul "Corriere della Sera", scrive Giornalettismo. Sprechi e inefficienze: la “verità” di Cottarelli sulla spesa pubblica da tagliare. Inefficienze, sprechi, paradossi. Nel suo volume “Lista della Spesa”, pubblicato da Feltrinelli e anticipato sul “Corriere della Sera” da Sergio Rizzo, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli racconta la sua verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può realmente tagliare. Chiamato dall’ex premier Enrico Letta nel 2013, il cambio a Palazzo Chigi non ha certo giovato al lavoro di Cottarelli e dei gruppi, finito di fatto archiviato. Soltanto un anno dopo è stato pubblicato online il piano dell’ex commissario alla spesa, applicato però soltanto in modo marginale. Da Cottarelli però nessuna polemica, soltanto la convinzione che la “Bestia” sia ancora battibile, che gli sprechi possano essere tagliate. Basta guardare qualche numero. Soltanto le sedi territoriali dei ministeri erano quasi dieci mila alla fine del 2012. Una ogni 6.250 italiani, senza conteggiare le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri. Scrive Rizzo: «Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione… Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni… Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. Per quanto riguarda gli enti pubblici, Cottarelli nel suo libro precisa di aver trovato un documento della Camera che ne elenca 198, soltanto nazionali: «Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo. La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico. Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi», si legge. Al contrario, in Italia imitare questo modello sembra ancora un’utopia. Serve volontà politica. Eppure i costi, scrive Cottarelli, «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno…». Senza dimenticare quegli sprechi che potrebbero essere eliminati senza bisogne di “ristrutturazioni”: «Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione…». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Il libro (e il bilancio) di Cottarelli. Diecimila sedi dello Stato. La spesa pubblica che ci soffoca. Inefficienze, enti che si moltiplicano e paradossi nel racconto del commissario alla revisione della spesa, scrive Sergio Rizzo “Il Corriere della Sera”. «Ma se io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare. Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro. Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare, semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui. Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa...Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro. C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido. Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri. Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni...Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo. La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico. Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi. Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche». Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione...». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno». Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef.

Spese pazze nei tribunali: il governo li "commissaria". Ci sono sedi che spendono cinque volte più di altre. Adesso la gestione passerà dai Comuni allo Stato. Milano ironizza: "Aspetteremo l'idraulico da Roma...", scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. Far funzionare la giustizia a Bologna costa quasi il doppio che a Firenze. Tenere aperto il tribunale di Sassari costa il triplo che mantenere quello di Trento. La corte d'appello di Messina va avanti con metà degli euro che servono a quella prospiciente di Reggio Calabria, e con un quinto del denaro che inghiotte ogni anno, cento chilometri più in giù, il distretto giudiziario di Catania. Com'è possibile? Mistero, anche se si può stare certi che ognuno dei tribunali spendaccioni avrà pronta una sua spiegazione. Ma il dato di fatto è che nelle tabelle diramate ieri dal ministero della Giustizia emerge un affresco surreale delle spese che ogni anno mantengono in vita l'apparato giudiziario: le spese correnti, quelle per il riscaldamento, i telefoni, la vigilanza privata agli ingressi. Un buco senza fine cui solo di recente il ministero ha deciso di prendere in mano il controllo. Finora (con l'eccezione di Roma e Napoli, già gestite direttamente dal ministero della Giustizia) i palazzi di giustizia vengono mantenuti dai Comuni, che poi si rivalgono sulle casse di via Arenula. E il documento diramato dallo staff del ministro Andrea Orlando rende conto di come sono stati distribuiti i 58 milioni di euro che il governo ha versato ai Comuni per rimborsare una prima tranche, il 70 per cento, delle spese sostenute nell'arco del 2013. La distribuzione riguarda sia i capoluoghi più grossi, che sono sedi di Corti d'appello (e qui il più costoso è Milano, con i suoi 4,7 milioni), sia i Comuni dove c'è solo un tribunale o un giudice di pace, nonchè quelli che ospitavano sedi giudiziarie soppresse recentemente da Renzi nella spending review : ed è un piccolo viaggio nella giustizia di paese, dove si apprende che a Silandro, in Alto Adige, c'era una sede staccata che riusciva a stare aperta con 512 euro l'anno, meno di due euro al giorno; o che la vita quotidiana della giustizia a Foligno costava, chissà perché, 37 volte più che nella vicina Città di Castello. Insomma, un marasma dove accade che il più costoso d'Italia sia il tribunale di Agrigento, e che il suo funzionamento costi il quintuplo di quello di Varese, che ha il doppio di abitanti. È per mettere sotto controllo questo andazzo che il ministero ha deciso di accentrare dal prossimo settembre la gestione delle spese di funzionamento dei palazzi di giustizia. La decisione di Orlando ha sollevato le ire di molte toghe: a Milano si sono addirittura riuniti in assemblea per protesta, «adesso se si rompe un tubo dovremo aspettare l'idraulico da Roma». Ma è un dato oggettivo che le spese per la giustizia erano quasi ovunque fuori da ogni controllo, anche perché la Corte dei Conti, molto e giustamente solerte nel fare le pulci alle spese dei politici, quando si tratta di affari che riguardano altri magistrati è assai più lenta. Tanto per restare a Milano, le denunce sullo sperpero di fondi Expo avvenuto in tribunale sono rimaste senza conseguenze, e lo stesso è accaduto all'esposto della Procura generale sulla folle cifra investita per costruire una nuova aula bunker davanti al carcere di Opera, incompiuta dopo oltre sedici anni.

Cottarelli boccia la Consulta: si sono aumentati le pensioni. L'ex commissario racconta i risparmi mancati dei governi di Letta e Renzi. E bacchetta la Corte costituzionale: l'intero organo costa 60 milioni l'anno, scrive Antonio Signorini su “Il Giornale”. La spesa pubblica resiste. Compressa da interessi sul debito e dalle pensioni. Ridotta negli ultimi anni, ma con grande parsimonia, senza incidere sulle voci principali (a partire dal personale) o con inutili tagli lineari. La macchina della pubblica amministrazione, insomma, non cambia. Quella centrale si espande su migliaia di sedi, quella locale resiste e anche gli organi costituzionali, dopo qualche limatura ai bilanci, restano lontani dagli standard internazionali. Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review nominato dall'ex premier Enrico Letta e uscito di scena con l'esecutivo Renzi, ha dedicato alla sua esperienza un libro (La Lista della spesa, Feltrinelli). Toni molto soft. Soprattutto con gli organi costituzionali. Ma la sostanza resta quella di un Paese che conserva gelosamente le sue anomalie. Camera, Senato, Quirinale e Corte costituzionale, Csm, Consiglio di stato, Corte dei conti e Cnel nel 2013 costavano circa 2 miliardi e 700 milioni. Negli ultimi due anni la spesa è «rimasta sostanzialmente invariata». Camera (che ha operato i risparmi più consistenti) e Senato costano circa un miliardo. Per House of Commons e House of Lords i cittadini del regno Unito spendono 675 milioni di euro, il Parlamento tedesco costa 670 milioni, sotto quello italiano anche considerando le pensioni. In Francia 900 milioni. Il confronto è difficile anche per l'opacità delle onorevoli buste paga. La Commissione Giovannini, ricorda Cottarelli, era stata incaricata di confrontare in modo rigoroso gli stipendi dei parlamentari in Europa, ma gettò la spugna. L'ex commissario ci prova comunque e rileva come, a fronte di un'indennità dei parlamentari italiani di 10mila euro, quella francese è di 7mila, 8.000 quella dei tedeschi e di 6.500 euro quella dei britannici. Al netto delle tasse restiamo sopra gli standard europei del 30%. Abbiamo più parlamentari degli altri paesi europei. I costi del personale del Parlamento rappresentano la metà delle spese del bilancio. «La retribuzione media lorda dei dipendenti della Camera è di circa 188mila euro», contro i 106mila di quelli di Bankitalia. Cottarelli fa un accenno anche ai vitalizi e sembra dubitare della riforma che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo anche per i deputati. Qualche riga anche alla Corte costituzionale, finita sotto i riflettori per la sentenza che ha salvato la rivalutazione delle pensioni. Costa 60 milioni. I costi di funzionamento sono stati tagliati, ma la Consulta ha fatto registrare anche un aumento della spesa, per pagare le proprie pensioni. In generale, Cottarelli dà conto di un'amministrazione bizantina. Il conto delle pubbliche amministrazioni è di 10.200, solo i Comuni sono 8.100. I ministeri, fanno aumentare il conto degli uffici pubblici di altre 10mila unità. A fine 2012, conta Cottarelli, «erano circa 5.700, cui si devono aggiungere quasi 3.900 sedi di enti vigilati dai ministeri, per un totale di oltre 9.600 sedi». Ogni ministero ha come minimo 100 uffici provinciali che spesso si moltiplicano per ogni funzione. Ad esempio il ministero dell'Economia conta «103 commissioni tributarie provinciali, 102 comandi provinciali della Guardia di finanza, 97 uffici provinciali dell'Agenzia delle entrate e 93 ragionerie territoriali dello stato». Una complessità che si traduce anche in un costo esorbitante per gli affitti degli uffici pubblici. Circa due miliardi all'anno.

Le meteore del 1994 si tengono stretti i vitalizi. È stato l'anno della svolta che ha seppellito la prima Repubblica ma anche quello degli esordienti in politica, scrivono Gian Maria De Francesco e Giuseppe Marino su “Il Giornale”. Dal 1994 nulla è stato più come prima. Forse perché, come il 1992, è esistito veramente e non è stato partorito da un'idea di Stefano Accorsi. Altro che fiction, ci sono testimonianze nell'elenco dei vitalizi della Camera che dimostrano come quel Big Bang elettorale abbia inciso sui destini del nostro Paese, ma anche come la politica non fosse pronta a un grande cambiamento. Le resistenze alla novità hanno in qualche modo prevalso, ieri come oggi, e l'impreparazione di molti, insieme all'opportunismo di alcuni, ha fatto il resto. Più che della «gioiosa macchina da guerra» dei Progressisti di Achille Occhetto, sbaragliata da Silvio Berlusconi, val la pena di partire da un segno premonitore nelle circoscrizioni fiorentine. Il Pds presenta un trentottenne consigliere comunale, il segretario fiorentino Leonardo Domenici (-51mila euro il suo sbilancio previdenziale), destinato a diventare cinque anni dopo sindaco del capoluogo. Gli fa idealmente posto un deputato ex dc (Ppi e sinistra non sono ancora alleati): l'ex sottosegretario all'Istruzione Giuseppe Matulli (-600mila euro). Se ne torna nel Mugello a fare il sindaco del suo Paese, poi diverrà il vice di Domenici. Proprio in quegli anni diventa lo «sponsor» politico di uno studente universitario e caposcout, coinvolgendolo di lì a poco nei comitati per Prodi e nello staff di un altro diccino di sinistra, Lapo Pistelli. Sì, Matteo Renzi nasce dalle «porte girevoli» di Montecitorio nel 1994. Certo, agli occhi della grande stampa in quel periodo desta maggiore attenzione il pattuglione di homines novi portati in Parlamento da Silvio Berlusconi e da Umberto Bossi. E, in effetti, rispetto al grigiore del passato la musica cambia. C'è il professor Giuliano Urbani (-238mila euro), ideatore del progetto di coalizione alternativo alla sinistra. Un'idea presentata a Gianni Agnelli e rifiutata dall'Avvocato, restio a scomporre assetti precostituiti. Il Cavaliere ci crede e, assieme al gruppo che aveva creduto nel suo sogno imprenditoriale, realizza un altro sogno: dare una forma alla maggioranza del Paese. La politica, però, è altra cosa dall'economia: la determinazione non basta. Anche perché collaboratori come Vittorio Dotti (-317mila) inciampano nel desiderio di visibilità della propria partner. Altri, come il capogruppo alla Camera Raffaele Della Valle (-345mila) e come il giornalista Umberto Cecchi (-347mila euro) non sono effettivamente preparati al clima incandescente, ma più propensi alle antiche mediazioni. La Forza Italia delle origini è come un elemento radioattivo: è pesante (alle Europee di quell'anno superò il 30%) ma è instabile. Un po' perché alcuni deputati sono più inclini al vecchio lavoro manageriale e presto vi fanno ritorno come Paolo Vigevano (-113mila euro) e Sandro Trevisanato (-117mila euro). Un po' perché l'ambizione di altri li porta verso altri lidi. È il caso della casiniana Ombretta Fumagalli Carulli (-638mila euro) e di Mariella Cavanna Scirea che nella legislatura successiva entreranno addirittura nella maggioranza di centrosinistra. La crisi del primo governo Berlusconi si originò dal colpo di testa di Umberto Bossi e dall'ingerenza del presidente della Repubblica Scalfaro. Anche la Lega, però, non era pronta. Quella fu l'ultima legislatura di Franco Rocchetta (-343mila euro), il fondatore della Liga Veneta incorso negli strali del Senatur. La svolta «dalemiana» di Bossi non piacque a coloro che nel centrodestra unito credevano veramente a quel tempo, come Giuseppe Dallara (-425mila euro), Enrico Hullweck (-149mila euro) e il senatore Renato Ellero (-235mila). Quest'ultimo, oltre un quindicennio dopo, tornerà agli onori delle cronache come avvocato del presunto acquirente della casa di Montecarlo nella quale viveva il cognato di Gianfranco Fini. La sinistra del 1994, invece, non è molto diversa da quella che si conosce oggi anche se tutti hanno indossato i vestiti nuovi del renzismo. Ci sono pretori d'assalto come Nicola Magrone (-324mila euro), un Michele Emiliano ante litteram, e giornalisti embedded come il socialista Vittorio Emiliani (-428mila euro) che poi sarà ricompensato con un posto nel cda Rai. Rifondazione porta con sé un giovane cossuttiano torinese: Marco Rizzo (-136mila euro). Comunista e operaista un po' fuori tempo massimo.

Metamorfosi Carroccio: Roma non è più ladrona, scrive Gian Maria De Francesco su “Il Giornale”. Sembra passato un secolo, ma solo 35 anni fa, agli inizi degli anni '80 il fondatore e capo carismatico della Lega Nord, Umberto Bossi, approcciava la politica dal lato della poesia, dell'estetica con questi mirabili versi «Aj varan nagott sti dü fioeu, von di nostar e un teron » (Sono dei perdigiorno questi due ragazzi, uno dei nostri e un terrone). E che dire della Dieta degli autonomisti settentrionali al castello di Pomerio, fase embrionale del Parlamento padano? La Lega fino a poco tempo fa, soprattutto nell'immaginario collettivo, aveva un connotato razzista e antimeridionale. «Roma ladrona, la Lega non perdona!» era lo slogan preferito del Senatur. Osservare la folla di Piazza del Popolo in estasi per Matteo Salvini ieri potrebbe sembrare un profondo rivolgimento rispetto a quelli che erano i principi fondanti dello stesso movimento leghista che ancor oggi porta il «Nord» nel nome, pur avendo rinunciato alla dicitura «Padania» in nome del più coinvolgente «No Euro». Ma all'attuale leader del Carroccio occorre riconoscere di aver portato a fecondazione i caratteri già iscritti nel Dna del partito. L'attaccamento al territorio originario sempre minacciato nella sua «diversità» resta anche se non si sentono più certe affermazioni. «Eh sì, ho una nonna romana. Per me è come avere un'unghia incarnita. Mi dà fastidio», diceva Corinto Marchini, capo delle Camicie Verdi. «Non amo i meridionali perché sono europeo», gli faceva eco l'ideologo del Carroccio, Gianfranco Miglio. Tant'è che in uno dei più fortunati manifesti elettorali della Lega il settentrione era rappresentato come una gallina che inviava le proprie uova d'oro a Roma e a tutto il Sud, veri sfruttatori dell'operosità lombardo-veneta-piemontese. Erano i tempi pionieristici, quelli della Lega che sbraitava contro la «colonizzazione meridionale del Nord» invocando la secessione. Come nel settembre 1992: «Da Milano potrebbe partire una marcia su Roma per chiedere la secessione del Nord», tuonò il Senatur. In mezzo a quello che potremmo definire anche il folklore leghista c'erano i primi velleitari tentativi di varcare i confini della Padania per rendere il Carroccio un partito presente su tutto il territorio nazionale o, quantomeno, un movimento federativo delle istanze autonomiste in tutta la Penisola. Si spiega così il tour meridionale di Umberto Bossi nelle principali città del Sud all'inizio degli anni '90. Diffidenza, insulti e un primo scontro con quello che sarebbe diventato un suo alleato, il missino Gianni Alemanno andò fino a Catania per contestarlo senza sapere che di lì a dieci anni se lo sarebbe ritrovato al fianco nell'esecutivo Berlusconi. Si spiegano così pure gli abboccamenti con la Lega Sud Ausonia di Gianfranco Vestuto nel 1996, un flop elettorale clamoroso così come il tandem con l'Mpa di Raffaele Lombardo alle elezioni politiche del 2006. L'antimeridionalismo? Solo un modo per farsi pubblicità. In mezzo a tutto questo un preciso disegno politico: esportare il brand oltreconfine. Un progetto affidato al deputato ligure Giacomo Chiappori nel 2008: la creazione di un Parlamento del Sud da affiancare a quello del Nord (vecchio arnese della fase secessionista 1995-1999) e uno spin off del marchio di via Bellerio, «Alleanza Federalista». Un colpo al cerchio della crescita elettorale e uno alla botte del protoleghismo. Tipo l'infelice battuta bossiana «Spqr, sono porci questi romani» con tanto di magnata di bucatini all'amatriciana per far pace con Alemanno e Polverini a favor di telecamera. Salvini ha fatto tesoro di tutte queste esperienze. E cerca di replicarle senza esagerazioni. In fondo, essere sicuri a casa propria, avere una buona pensione, dire di no a questa Ue sono concetti che vanno bene da Milano fino a Canicattì.

L'ULTIMA RAPINA COMUNISTA A DANNO DEGLI ITALIANI.

Lo Stato paga i debiti dei Ds. Arriva l'ultima rapina comunista. Lo Stato è stato obbligato a coprire 107 milioni di passivi del quotidiano L'Unità. Tocca ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali dei Ds: lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici del partito. Ma non è finita: da saldare mancano altri 18 milioni di euro, scrive Sergio Rame su "Il Giornale" Lunedì 09/11/2015. Lo Stato ha versato 107 milioni di euro nelle casse delle banche creditrici dei Ds. Come denuncia Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, è toccato ai contribuenti ripianare parte dei debiti colossali del partito. Da saldare alla Sga, società nata dieci anni fa per recuperare i crediti dal crac del Banco di Napoli, mancano altri 18 milioni di euro. I 107 milioni di euro pubblici sono stati parcheggiati nelle casse delle banche creditrici dei Ds con "riserva". Sul malloppo pende ancora il giudizio di appello. Una legge del 1998 estende la garanzia dello Stato già vigente sui debiti degli organi di partito ai debiti del partito che si faceva carico dell’esposizione del proprio giornale con le banche. "Sembrava una norma scritta su misura per il quotidiano diessino l’Unità - denuncia Rizzo sul Corriere della Sera - tanta generosità era tuttavia condivisa con tutti gli italiani che pagano le tasse. Visto che il partito si accollava i debiti del giornale insieme alla garanzia statale trasferita per legge dal giornale al partito. Che se non avesse pagato lui, avremmo pagato noi". E, nonostante il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti abbia abbattuto gran parte dei 450 milioni di euro di debiti, adesso gli italiani si trovano a dover mettere mano al portafogli. Nonostante fosse stata approvata pure una legge che consentiva il pagamento dei contributi pubblici anche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura (come avvenne nel 2008, quando i Ds partorirono il Pd), sul groppone dello Stato sono rimasti appunto 125 milioni di euro. Il Pd non ha raccolto l'eredità economica dei Ds e della Margherita, che per tre anni hanno continuato a intascare i fondi statali. "La separazione dei destini economici consentì ai Ds con l’abile regia di Sposetti di blindare il patrimonio immobiliare dell’ex Partito comunista in una cinquantina di fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali - denuncia Rizzo - ovvero, soggetti giuridici autonomi". Non avendo più immobili da pignorare, le banche hanno chiesto allo Stato di sborsare i 125 milioni di euro. "Il debitore è morto - diceva Sposetti, attualmente senatore del Pd e presidente della Fondazione Ds, ai microfoni di Report - se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto 'guarda, signor Stato, che devi pagare tu…'". Ovvero i contribuenti.

I debiti dei Ds saldati dallo Stato. Una legge obbliga a coprire 107 milioni per i bilanci in rosso della vecchia «Unità», scrive Sergio Rizzo su “Il Corriere della Sera” il 9 novembre 2015. La la legge è legge. Così tocca ai contribuenti ripianare i debiti dei Democratici di sinistra: 107 milioni di euro, versati dallo Stato nei giorni scorsi. Mentre già infuriavano le polemiche per i tagli della legge di Stabilità alle Regioni, quel gruzzolo finiva dunque nelle casse delle banche creditrici. E non è nemmeno tutto. Mancherebbero altri 18 milioni dovuti alla Sga, società nata dieci anni fa con la funzione di recuperare la montagna di crediti dal crac del Banco di Napoli che ha ritenuto di non rivendicare quella cifra. Va detto che quei 107 milioni pubblici si trovano ora parcheggiati nei forzieri delle banche creditrici dei Ds con «riserva». Significa che pende ancora il giudizio di appello, ma le speranze che quei denari tornino indietro sono al lumicino. Il finale era scritto da tempo. Il Corriere Report di Milena Gabanelli avevano già raccontato come il rischio che si è materializzato fosse concretissimo. E tutto grazie a una leggina del 1998 che stabiliva l’estensione della garanzia dello Stato già vigente sui debiti degli organi di partito ai debiti del partito che si faceva carico dell’esposizione del proprio giornale con le banche. Sembrava una norma scritta su misura per il quotidiano diessino l’Unità. I Democratici di sinistra avevano generosamente deciso di accollarsi la drammatica esposizione bancaria del giornale, che stava imboccando il tunnel di una crisi durissima. Tanta generosità era tuttavia condivisa con tutti gli italiani che pagano le tasse. Visto che il partito si accollava i debiti del giornale insieme alla garanzia statale trasferita per legge dal giornale al partito. Che se non avesse pagato lui, avremmo pagato noi. Il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, il quale non ha mai rinnegato quella mossa assai discutibile, ce la mise comunque tutta per abbattere la montagna di debiti che sfiorava i 450 milioni di euro. Anche con l’aiuto di altre ancor più discutibili leggine approvate dal parlamento intero con rarissime eccezioni, che fecero lievitare come panna montata i rimborsi elettorali: l’ultima, quel capolavoro partorito all’inizio del 2006 che consentiva il pagamento dei contributi pubblici anche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura, come avvenne nel 2008. L’anno in cui si consumò l’ultimo atto dei Ds, con la nascita del Pd: partito che non raccolse l’eredità economica dei due soggetti fondatori, la Margherita e i Democratici di sinistra, i quali pur defunti continuarono comunque a incamerare per tre anni cospicui fondi statali. Non solo. L’astuta separazione dei destini economici consentì ai Ds con l’abile regia di Sposetti di blindare il patrimonio immobiliare dell’ex Partito comunista in una cinquantina di fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali. Ovvero, soggetti giuridici autonomi. Su questo punto la polemica con il segretario democratico Walter Veltroni raggiunse il calor bianco. Ma le sue dimissioni, rassegnate all’inizio del 2009, segnarono la fine di qualunque resistenza interna. E siamo arrivati a oggi, quando le banche creditrici, non avendo più neppure un mattone da pignorare, hanno preteso di escutere la garanzia dello Stato sui debiti residui: 125 milioni. Il giudice non ha potuto che dar loro ragione e lo Stato ha dovuto adesso sborsare 107 milioni. Va detto che non è la prima volta che succede una cosa del genere. Alla fine del 2003 avevamo già pagato i debiti dell’ex Avanti!, il quotidiano del Psi craxiano. Sia pure per una cifra più modesta: 9 milioni e mezzo. Ma allora non fu possibile ascoltare la versione del tesoriere socialista. Vale quindi la pena di riportare le dichiarazioni di Sposetti, attualmente senatore del Pd e presidente della Fondazione Ds, intervistato a maggio di quest’anno da Emanuele Bellano di Report: «Il debitore è morto. Se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto “guarda, signor Stato, che devi pagare tu…”». Gli chiede allora il giornalista, dopo aver ricordato la storia della legge del 1998: «È stata una mossa calcolata e strategica quello che poi è successo dopo?» E lui risponde: «Quindi che vuol dire? Che sono stato bravo! Una società mi avrebbe dato tanti soldi per fare questo lavoro…» Verissimo. Almeno quelli ce li siamo risparmiati. Ma è una ben magra consolazione.

Ecco l'Italia della polizia fai-da-te. Si moltiplicano in tutta la Penisola associazioni di guardie ambientali. Che sembrano veri agenti e come tali si comportano. Spesso abusando di un potere che non hanno. Ecco quante e dove sono, scrive Michele Sasso il 15 gennaio 2016 su “L’Espresso”. Vestono divise verdi con mostrine e stemmi tricolori. Indossano anfibi e cinturone. Si muovono su auto con tanto di lampeggiante e staccano multe per inquinamento o caccia impropria. È il Far West delle guardie ambientali: polizie parallele che cercano di accaparrarsi fondi pubblici, possibilità di guadagno e lottizzazioni politiche. Spingendosi ben oltre i compiti di “associazioni”, vengono scambiati per uomini della forestale, senza però nessuna preparazione. «C’è una confusione di simboli e mezzi che rende queste guardie troppo simili ai nostri agenti», denuncia Stefano Cazora del Corpo forestale dello Stato: «Riceviamo segnalazioni di abusi e plagi ogni giorno, Chi copia il nostro logo e chi mette il naso in indagini sensibili. Tenere tutte le onlus sotto controllo è impossibile». In Italia sono spuntati “sceriffi verdi” con surreali comandi di zona o nuclei guidati da auto-nominati commissari che si esaltano per la divisa ma ignorano tutti i rischi dell’improvvisazione. Il pasticcio delle polizie fai-da-te nasce insieme al ministero dell’Ambiente. Siamo nel 1986 quando si “allarga” la vigilanza anche ad associazioni che proteggono la fauna e il paesaggio. Nel 2004 viene attribuito alle guardie zoofile ed ittiche la qualifica di agente di polizia giudiziaria. Tutte le altre sentinelle sono pubblici ufficiali che indossano una divisa dopo un corso di poche ore. Uniformi autorizzate dalla Prefettura che “gira” le pratiche di verifica al ministero dell’Interno, della Giustizia e dell’Agricoltura e all’Istituto geografico militare che archivia tutti i simboli in circolazione. Una verifica più formale che sostanziale: per legge non possono esserci somiglianze con gli altri corpi ma in pratica ecco che spuntato le giubbe e giacche verdi, i rangers d’Italia, le guardie ecozoofile e quelle rurali ausiliari. Così organizzazioni spregiudicate prendono via via il posto di volontari che si dedicano alla natura senza fini di lucro. E improbabili 007 vanno a caccia di discariche abusive e controllano persino il traffico sulle strade. «L’uso della paletta e del lampeggiante è consentito solo a chi ha compiti di polizia», conferma Gianni Calesini, docente di legislazione di Pubblica Sicurezza: «Invece questi pseudo-corpi si azzardano a fare perquisizioni illegali sulle auto. Chi viene fermato, però lo ignora. E subisce». Tra Napoli e Caserta, dove i roghi avvelenano l’aria, proliferano sigle reclutate dai Comuni. Ufficialmente volontari, sono rimborsati sulla base di convenzioni. Tutto nasce dal bando della Regione Campania del 2013: il patto per risanare la Terra dei Fuochi stanzia 7 milioni di euro per gli enti locali che presentano progetti per contrastare i traffici illegali. Rispondono 51 Municipi, che hanno la possibilità di “girare” fino ad un milione di euro a 20 onlus incaricate della sorveglianza. Nel paesone di Nola piovono 400mila euro. Il sindaco azzurro Geremia Bianciardi non perde tempo e stipula un accordo con Fare Ambiente per 35 corsisti: «Useranno il pugno di ferro e avranno poteri di polizia giudiziaria». Garantito per un anno di convenzione, un rimborso spese di 20mila euro. Il pm Paolo Mancuso ipotizza, però, che quelle guardie non avrebbero potuto essere ingaggiate. Legate a Laboratorio Verde, una onlus associata a Fare Ambiente che, a differenza di quest’ultima, non avrebbe il riconoscimento ministeriale. La divisa sarebbe illegale, perché identica a quella che indossa la Guardia di Finanza. Nell’inchiesta finisce anche il sindaco Bianciardi, indagato per abuso d’ufficio e falso, che respinge le accuse. Nel paese accanto, Marigliano, si sono inventati una formula più fantasiosa: rimborso spese pari alla metà delle multe riscosse grazie ai verbali. In questo affare spunta anche “La Salamandra”, sigla legata al movimento dei fascisti del terzo millennio di Casa Pound. Ben radicati, hanno fatto servizio d’ordine a Pompei durante la visita di papa Francesco lo scorso marzo. Anche loro non hanno il riconoscimento del ministero dell’Ambiente né l’ok del prefetto. «Ce ne siamo accorti dopo aver firmato e infatti non siamo mai usciti. Siamo un gruppo di protezione civile e non siamo neofascisti, con noi c’è anche chi non milita in Casa Pound», spiega la vicepresidente Maria Rosaria Nappa. Girano per l’intera penisola alla caccia di bracconieri e se serve tirano fuori il distintivo dal nome altisonante: associazione europea operatori di polizia (Aeop). Sono però disoccupati o millantatori come nel caso di Genova, dove un socio è stato fermato a bordo di una utilitaria trasformata in gazzella con la scritta gialla “Polizia”. Nulla hanno a che vedere con le forze dell’ordine, se non quella sigla allusiva. Tra gli associati possono vantare qualche nome di peso. Ma dall’altra parte della barricata. Come Ernesto Bardellino, ex sindaco di San Cipriano d’Aversa, fratello del più noto Antonio, a capo del cartello dei Casalesi fino al 1988, anno della sua morte. Radicato a Formia da quasi trent’anni, ha coltivato l’hobby della divisa mentre per la polizia è un «esponente del clan, sorvegliato speciale ed indagato per altri reati». Quando la scorsa estate la Digos ha perquisito la sua casa ha trovato decine di tesserini e documenti targati Aeop. Per Bardellino e altri tre indagati con precedenti penali è scattata una informazione di garanzia per l’ipotesi di false attestazioni di pubblico ufficiale e usurpazione di titolo. Alessandro Cetti, il capo dell’Aeop, ha spiegato che gli era stata presentata una «autocertificazione senza precedenti penali». Lui insomma non sapeva chi fosse quel volontario di Formia. Versione smentita dall’ex sindaco: «Con Cetti vi è una conoscenza risalente nel tempo, collaborazioni di carattere sociale e viaggi per motivi di lavoro». Tra gli impegni “sociali” i volontari hanno partecipato alla beatificazione di Carol Wojtyla in piazza San Pietro a Roma. Era aprile 2014 e garantirono la sicurezza a migliaia di pellegrini. Tra loro c’era anche Ernesto Bardellino. Se a Roma il governo Renzi sta cercando di accorpare il Corpo forestale ai Carabinieri, in Sardegna potrebbe succedere l’esatto opposto. Una proposta di legge firmata da Pd e Sel vorrebbe creare una forza di polizia isolana, quella dei barracelli. Eredità della vecchia polizia rurale ai tempi del Regno, nata per controllare i fondi agricoli e contrastare il furto di animali. Oggi questo esercito di 5.300 uomini è una lobby potente e gli stessi sindaci decidono spesso di usarli come polizia municipale. Il rapporto con la giunta del democratico Francesco Pigliaru non è sempre felice. I fondi ad hoc sono stati tagliati di 500mila euro con l’ultimo bilancio approvato a dicembre, scendendo a 5,6 milioni. Il parlamentino sardo ondeggia tra lo stop al loro potere e il definitivo sdoganamento in corpo di polizia. Sull’isola i barracelli non si limitano agli accertamenti, partecipando fianco a fianco alle forze dell’ordine. Si occupano soprattutto di antincendio, ma sono autorizzati a portare un fucile calibro 12 quando pattugliano i boschi. Armi in grado di uccidere animali di grossa taglia che hanno causato anche qualche problema. A Montresta, nell’Oristanese, la scorsa estate tre componenti sono stati espulsi dopo aver ucciso un leprotto proprio con il fucile in dotazione. Non è solo una questione meridionale. In Toscana il Corpo boschivo ittico ambientale prometteva posti di lavoro a tempo indeterminato, a patto di seguire un corso di tre mesi. A rispondere all’annuncio un anno fa tanti disoccupati, ma anche geologi e veterinari. È finita invece con un’accusa di truffa per l’auto-nominato comandante Simone Badalamenti, che si era fatto consegnare quattromila cinquecento euro da 83 persone. Un inganno replicabile all’infinito organizzato a Grosseto, Massa Carrara, Livorno e Lucca con la stessa promessa: uno stipendio da mille euro. Grazie alla sua intraprendenza Badalamenti è partito nel 2012 con l’obiettivo di creare una rete di pattugliamento in tutta la regione. E assoldare più di cinquecento persone per un battaglione e «divisioni operative»: antincendio, pronto intervento, agenti a cavallo e perfino un servizio di intelligence e investigazione. Un corpo che esisteva solo sulla carta ma che sognava in grande. Hanno collaborato Alfredo Faieta, Fabrizio Geremicca e Andrea Palladino

Il disastro delle ferrovie minori: tangenti e malagestione affossano le società pubbliche. Dalla Puglia fino alla Basilicata e la Lombardia un giro vorticoso di strane assunzioni, consulenze allegre, truffe e spese folli affossano le linee regionali. Perdendo milioni di euro all’anno e migliaia di pendolari, scrive Michele Sasso il 9 marzo 2016 su "L'Espresso". Piccolo non è bello con le ferrovie locali. Appalti, tangenti, distrazione di fondi pubblici e malagestione affossano le società che gestiscono i binari. Mentre vengono dismesse ogni anno stazioni e linee minori e le autolinee scalzano le carrozze nel trasporto pubblico locale, gli esempi in mano a Ministero e Regioni non invogliano ad investire milioni e puntare con decisione sul ferro per decongestionare le strade. A cavallo tra Potenza e Bari le ferrovie Appulo Lucane sono finite al centro di uno scandalo di assunzioni e consulenze, sempre in Puglia quelle del Sud Est nonostante 311 milioni di debiti vengono tenute in vita dal Governo e in Lombardia l’ex capo di Trenord ha sperperato 430 mila euro in rimborsi, bollette di cellulari, pay tv e persino scommesse sportive. Mentre c’è un Italia che viaggia ad alta velocità arrivando a Milano da Roma in meno di tre ore, quello che resta di vecchie linee arranca tra scartamento ridotto, tempi di percorrenza del secolo scorso e littorine alimentate a diesel. Marco Ponti, professore di Economia al Politecnico di Milano ed ex consulente per i trasporti della Banca Mondiale, non usa mezzi termini: «Queste società sono un incubo, una follia gestionale: nessuno dice che il problema principale che ci sono troppi pochi viaggiatori. La domanda è debole perché le ferrovie hanno bisogno di tantissima gente, ma invece di viaggiare con 80 treni al giorno si accontentano di 20 per tenerle in vita. Ma è antieconomico. C’è poi il paradosso lombardo dove i passeggeri ci sono ma la società Trenord, controllata dalla Regione Lombardia e da Trenitalia, approfitta del monopolio e ottiene pure il prolungamento della concessione. Il contrario esatto del libero mercato». Le ferrovie Appulo Lucane (Fal) a cavallo tra la Basilicata e la Puglia gestiscono 183 chilometri di linee, hanno 562 dipendenti e servono sedici comuni lungo le tratte che partono da Bari e arrivano a Potenza e Matera, quest’ultima capitale europea della Cultura per il 2019, con una stazione di Trenitalia che aspetta da anni di essere aperta. Le tratte locali sono un’eredità delle Ferrovie Calabro-Lucane che nei primi del Novecento trasportavano merci e persone snodandosi sul territorio della Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Oggi è di proprietà del Ministero delle Infrastrutture con treni ancora a diesel e binari a scartamento ridotto. La società attuale – Fal srl - secondo i parlamentari del Movimento Cinque stelle, si è trasformata in un "poltronificio" e un pasticcio di consulenze. «È un piccolo feudo locale con rapporti di amicizia tra vertici dell'azienda con il mondo politico, in particolare con l'ex ministro Raffaele Fitto e con altri parlamentari lucani e pugliesi, soprattutto di area di centrodestra» attacca la deputata grillina Mirella Liuzzi che aggiunge:«La Puglia e la Basilicata ci mettono circa 100 milioni di euro all’anno ma invece di modernizzare una linea ferma al secolo scorso hanno cucito su misura contratti a tempo indeterminato per ex dipendenti del partito o assistenti di alcuni parlamentari di Forza Italia». Tutto nel campo dei berlusconiani, a partire dal presidente delle Fal Matteo Colamussi che al momento della nomina (nel 2008) era presidente del consiglio comunale di Rutigliano (Bari) e vicesegretario provinciale degli azzurri. Per la nomina del nuovo cda il sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, il lucano Guido Viceconte, inserisce tra i cinque componenti anche il cugino Felice. C'è poi l'incarico fiduciario per la ristrutturazione della sede barese affidato alla moglie del deputato azzurro Nuccio Altieri. Scelta che il patron Colamussi ha difeso: «Questo tipo di incarichi si chiamano fiduciari non a caso. Bisogna scegliere gente di cui ci si fida. E io ho grande stima professionale della moglie del mio amico Nuccio Altieri. Ma questo non significa che io abbia fatto qualcosa che non dovevo e che fosse contro la legge». Tutto il dossier Fal è finito in Procura per verificare anche un’altra storia, quella delle assunzioni di parenti stretti di sindacalisti, scoperta e raccontata per prima dal Quotidiano Italiano di Bari. Sempre in Puglia, sono le ferrovie del Sud Est a fagocitare milioni di euro di fondi pubblici. Tra un tourbillon di truffe per acquistare vecchie carrozze e consulenze allegre. Con un bilancio 2014 in rosso per 311 milioni e la metà dei costi di produzione -146 milioni- sborsata per pagare lo stipendio a 1300 dipendenti. Tra questi anche dirigenti che incassano fino a 220mila euro all’anno. I guai maggiori, però, vengono a galla con l’inchiesta di Firenze che svela il sistema di potere di Ercole Incalza, il potente burocrate arrestato un anno fa con l’accusa di corruzione, induzione indebita, turbativa d’asta e altri delitti contro la pubblica amministrazione. Dalla Toscana una pista arriva fino in Puglia dove l’ipotesi che le consulenze delle Ferrovie del Sud Est si trasformassero, almeno in parte, in tangenti destinate propio al potente factotum del Ministero delle Infrastutture e al suo collaboratore Sandro Pacella. Agli arresti sono finiti Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, presidente e amministratore delegato della Green Field System, uno studio di progettazione specializzato in trasporti che tra il 2006 e il 2014 ha ottenuto consulenze dall’azienda pugliese per 2,4 milioni. Sarebbe questo «il canale» secondo i magistrati fiorentini, «tramite il quale grosse somme di denaro sono transitate dalle Ferrovie del Sud Est» verso Incalza e Pacella, che avrebbero intascato circa 700mila euro. Non è però l’unico scandalo che prende di mira il malaffare made in Puglia. Il 1 dicembre scorso la Procura di Bari ha chiesto il rinvio a giudizio per sette persone e per la società Ferrovie Sud Est nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte truffe. Tra gli altri, rischia il processo anche l’ex amministratore unico Luigi Fiorillo. Al centro delle indagini l’acquisto di 27 vagoni nuovi dalla società polacca Pesa, pagandoli 93 milioni di euro grazie ad un finanziamento regionale. Secondo la Procura sarebbero stati inclusi nel costo 12 milioni di euro di provvigioni sulle vendite pagati da Pesa alla società Varsa. Ma il "capolavoro" di spreco riguarda la seconda vicenda: nel 2006 l’azienda ha comprato in Germania 25 carrozze usate a 37.500 euro l’una per poi rivenderle a 280mila euro ciascuna alla Varsa. Che le ha ristrutturate e spedite sulle linee pugliesi per 900mila euro l’una. Dopo queste spese milionari arriva un’amara constatazione finale: le caratteristiche tecniche di molte carrozze non sono adeguate alle linee delle Sud Est, così dal 2009 i mezzi sono rimasti fermi. Nonostante questa serie di affari sporchi svelati dalla Magistratura c’è stato un’ultima chance di riportarla a galla. Lo scorso gennaio il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha nominato una squadra di commissari per scrivere un piano industriale per il risanamento e la riduzione dei costi di funzionamento. Perché con la legge di stabilità di fine anno sono arrivati 70 milioni di euro per «garantire la continuità aziendale e ripristinarne l'equilibrio economico e finanziario». Non è solo una questione meridionale. Carte di credito, alberghi, l’uso di auto con carburanti e telepass, arredi ed elettronica, bollette di telefoni cellulari, pay tv e persino scommesse sportive: è l’elenco delle spese allegre che sono costate la poltrona di presidente della società Ferrovie Nord Milano a Norberto Achille. Un utilizzo a fini personali (soprattutto da parte dei due figli) di benefit aziendali legati alla sua carica al vertice della società per azioni che fattura 300 milioni l’anno con 4.000 dipendenti e che in Lombardia fa viaggiare ogni giorno 700 mila persone. Il presidente delle ferrovie lombarde Norberto Achille, secondo la procura di Milano, non riusciva a dire no alle richieste dei familiari. Coprendo multe e spese con i soldi dell'azienda. Alla faccia dei pendolari. Mentre il rampollo passava dalle feste agli affari immobiliari. E a un ruolo pubblico. Achille, presidente e legale rappresentante della holding partecipata da Regione Lombardia e Ferrovie dello Stato, è stato prima interdetto per 6 mesi dall’incarico e poi è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per la distrazione di circa 430mila euro di fondi pubblici. Una storia di sperperi e lussi con al centro il figlio di Achille, il 35enne Marco. Una vita segnata dall’amore per gli orologi di lusso, le gite in motoscafo e i pranzi gourmet, e che non disdegna gli affari: segue infatti numerose società, fra cui - come raccontato da l'Espresso - una Ltd registrata a Londra in cui è coinvolto anche il padre. Per il rampollo del manager pubblico che passava dalle feste al business immobiliare nel curriculum c’è anche un incarico pubblico: siede nel collegio dei revisori della Fondazione Milano, l'ente che coordina l'attività culturale ed educativa delle scuole civiche di musica, cinema e teatro.

Che fortuna essere il figlio del capo delle Nord. La vita nel lusso la paga il papi coi rimborsi. Il presidente delle ferrovie lombarde Norberto Achille, secondo la procura di Milano, non riusciva a dire no alle richieste dei familiari. Coprendo multe e spese con i soldi dell'azienda. Alla faccia dei pendolari. Mentre il rampollo passava dalle feste agli affari immobiliari. E a un ruolo pubblico, scrive Francesca Sironi il 19 maggio 2015 su "L'Espresso". Marco Achille, in una fotografia pubblicata da lui su Instagram il 19 maggio nel pomeriggio «Papà, sono contento di ciò che sono diventato. E un po' è anche merito tuo, per cui grazie per ogni singolo momento». Firmato «Tuo figlio Marco». Il messaggio è di Marco Achille, figlio trentacinquenne di Norberto Achille, il presidente di Ferrovie Nord indagato della Procura di Milano con l'accusa di peculato. Al manager, che aveva annunciato le sue dimissioni, sono contestate maxi spesea favore dei familiari: 124mila euro solo di conti telefonici, guida privata dell'auto blu, carte di credito usate per pagare vestiti, mobili, alberghi e cene. Perfino le scommesse sportive. Non solo: nella lista ci sono anche 124mila euro di multe accumulate da uno dei figli alla guida delle Bmw aziendali. E pagate attingendo alle casse di Ferrovie Nord, alla faccia dei pendolari lombardi. Tutto questo denaro, secondo l'accusa del Pm Giovanni Polizzi, sarebbe servito a garantire la vita bella del figlio, un giovane che ama gli orologi di lusso, le gite in motoscafo e i pranzi gourmet, e che non disdegna gli affari: segue infatti numerose società, fra cui – come può rivelare l'Espresso - una Ltd registrata a Londra in cui è coinvolto anche il padre. Un uomo a cui l'esuberanza dei rampolli è costata cara: «Le intercettazioni sembrano ricondurre le disinvolte prassi di spesa soprattutto ai comportamenti dei figli e alla mancata forza del padre di porvi argine», scrive infatti Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera. «Il manager», spiega il suo avvocato Gianluca Maris, «aveva iniziato a restituire il denaro: era stato lui stesso a chiedere il rapporto che aveva evidenziato i conti fuori controllo, concordando con l'azienda i rimborsi delle spese ingiustificate». Mannaggia ai lussi, insomma. Ed eccoli i figli, Marco e Filippo. In Rete è più riservato il secondo, più estroverso il primo, sorridente dal torso scolpito fra autoritratti in barca, selfie-con-scultura-del-Duce, pranzi al “Bistrot” di Forte dei Marmi (frequentato anche da Belen), pose muscolari in stile Baywatch e party alla moda. C'è anche lo scatto orgoglioso del polso con indosso un orologio da 54mila euro: un Royal Oak Audemars Piguet tempestato di brillanti. Tra i televisori al plasma, i pavimenti di marmo, la casa nuova su due piani in centro e lo champagne, sui social network di Marco compare a sorpresa anche l'immagine frugale di Papa Francesco, per la Benedizione Apostolica “impartita di cuore” da Sua Santità al papà Norberto Achille il 13 dicembre 2013. E pubblicata dal figlio poco dopo. Prima il piacere, poi il business. Achille padre infatti ha gestito fino all'aprile scorso la “Palladium 2013 Limited”, una società di Londra che era stata amministrata anche dal figlio (uscito di scena nel 2014) insieme a uno dei fondatori dello studio di commercialisti di Milano dove lavora. La società londinese, pur avendo un capitale minimo, possiede il 50 per cento di una holding che a sua volta controlla un'immobiliare di Bratislava dal capitale milionario, la “Retail Slovakia”, specializzata nella compravendita di appartamenti e uffici. Anche a Milano, Marco Achille, oltre al suo impiego come commercialista, ha a che fare con dimore e palazzi. È infatti titolare e amministratore unico dell'immobiliare Techimm srl (ora Techfin), che possiede beni in via della Chiusa, nel pieno centro di Milano, alle spalle della Basilica di San Lorenzo. È poi socio di un'altra immobiliare e consigliere di una terza, oltre che fondatore di una palestra di Boxe, intestatario del 25 per cento di un'azienda che si occupa di commercio all'ingrosso per articoli medicali e di una “New Parking company” inattiva. Nonostante tutto questo, e nonostante due appartamenti di proprietà, uno a Basiglio (il comune con i redditi pro capite più alti d'Italia, da quando Silvio Berlusconi inaugurò Milano3) e uno nel capoluogo, nell'ultima indicazione pubblica dichiarava un reddito imponibile di 28mila euro.  L'informazione arriva dalla sua “scheda per la trasparenza” pubblicata sul sito web del Comune di Milano. Già, perché il figlio del manager ed ex assessore di Forza Italia Norberto Achille ha anche un incarico pubblico: siede nel collegio dei revisori della Fondazione Milano, l'ente che coordina l'attività culturale ed educativa delle scuole civiche di musica, cinema e teatro. È stato nominato il primo marzo del 2012 e lì resterà fino all'aprile del 2016, percependo un gettone di 41 euro a presenza e un fisso di 5mila euro. Un bel record per un giovane di 35 anni.

Grandi Opere, i nomi del sistema Ercole Incalza. Lo scandalo costato il posto al ministro Lupi coinvolge molti potenti: l'ex sottosegretario di D’Alema, l’ingegnere del metrò milanese. E tanti figli di boiardi, da Trane a Monorchio. Ecco chi viene citato negli atti dell’inchiesta, scrive Gianfranco Turano il 20 marzo 2015 su "L'Espresso". Nelle carte dell’inchiesta fiorentina sugli appalti del Mit appaiono molti nomi di poca notorietà e grande potere. Ecco i più influenti.

GIULIO BURCHI. Ingegnere modenese di 55 anni, indagato, è stato presidente e amministratore delegato della Metropolitana milanese con Gabriele Albertini sindaco e Maurizio Lupi assessore all’urbanistica. Nel 2004 ha guidato Italferr, società di ingegneria del gruppo Fs sotto la gestione di Elio Catania. Dal 2001, ha presieduto l’autostrada Parma-La Spezia (gruppo Gavio) dopo l’uscita di Bruno Tabacci. Nel settore autostradale è considerato l’uomo di fiducia di Intesa che lo ha nominato in Autostrade lombarde, nella Brebemi e, ad aprile del 2013, nella Serenissima (Brescia-Padova).

ANTONIO BARGONE. Sottosegretario ai lavori pubblici con Massimo D’Alema premier, 67 anni, l’ingegnere brindisino è tornato all’attività privata per assumere la guida della Sat, società che gestisce l’autostrada Livorno-Civitavecchia sotto il controllo di Atlantia-Autostrade. Prima dell’inchiesta fiorentina, dove Bargone è fra gli indagati, il suo nome era circolato come uno dei candidati alla successione di Pietro Ciucci all’Anas.

FABRIZIO AVERARDI RIPARI. Indagato, romano di 57 anni, è direttore generale di Anas international enterprise, creata per incrementare i ricavi da attività private della spa di Stato. Fra gli obiettivi della società c’è la realizzazione dell’autostrada libica Eas Ejdyer-Emssad. Averardi è imprenditore in proprio con Integra e Tensacciai. L’ordinanza cita anche Massimo Averardi, 68 anni, dirigente Anas in pensione, non indagato, amministratore del consorzio Ferconsult negli anni Novanta insieme a Stefano Perotti.

ALFREDO PERI. Ex sindaco di Collecchio (Parma) ed assessore regionale ai trasporti dal 2000 al 2010, Peri è indagato per avere promesso di affidare la direzione lavori della Cispadana a Stefano Perotti, arrestato con Ercole Incalza, Francesco Cavallo e Sandro Pacella. Peri ha conosciuto Incalza quando il dirigente del Mit amministrava Metro Parma, incaricata di realizzare una metropolitana che non si è mai costruita con uno spreco di decine di milioni di euro in progettazioni finanziate dal Cipe.

FIGLI DI QUALCUNO. L’ordinanza della procura di Firenze mette in fila vari personaggi dal cognome illustre. Fra gli indagati, ci sono il milanese Giovanni Li Calzi, figlio dell’architetto ed assessore comunale all’edilizia del Pci Epifanio, morto due anni fa. Li Calzi era stato al centro di altre inchieste di Mani Pulite e ne era uscito grazie alla prescrizione. Pasquale Trane, indagato, è figlio di Rocco, uno degli esponenti della cosiddetta sinistra ferroviaria del Psi, opposta alla segreteria di Bettino Craxi. Trane senior è morto all’improvviso nell’agosto 2012 durante il Meeting di Rimini. Citati dai giudici ma non indagati, sono Giandomenico Monorchio e Giovanni Paolo Gaspari. Il primo, figlio dell’ex ragioniere dello Stato Andrea, ha una società di ingegneria (Sintel engineering). Il secondo, dirigente delle Fs e nipote dell’ex ministro democristiano Remo Gaspari, definisce Incalza “dominus totale” del sistema grandi appalti.

Anche Stefano Perotti è figlio d’arte. Suo padre Massimo è stato direttore generale dell’Anas di nomina socialista nei primi anni Ottanta e fu incarcerato nel 1985 per lo scandalo Icomec, una sorta di prova generale di Tangentopoli.

Accompagnatori, ciechi e falsi invalidi: cinque miliardi di welfare clientelare. Gli assegni di invalidità pagati in Calabria sono, in proporzione agli abitanti, almeno il doppio di quelli erogati in Emilia Romagna: l’allarme del commissario alla spending review trova conferma nei dati appena pubblicati dall’Inps, scrive Sergio Rizzo su "Il Corriere della Sera" del 30 marzo 2016. L’inascoltato ex commissario alla revisione della spesa Carlo Cottarelli l’aveva scritto nel suo rapporto. Una «distribuzione territoriale» delle pensioni di invalidità, squilibrata al punto che gli assegni pagati in Calabria sono in proporzione agli abitanti almeno il doppio di quelli erogati in Emilia-Romagna, «suggerisce abusi». Ma forse non ci voleva nemmeno un giudizio così autorevole per rendersene conto. Sarebbe stato sufficiente dare un’occhiata men che superficiale ai numeri noti da anni. L’Inps ci ha detto ieri che in Italia si pagano 2 milioni 980.799 «prestazioni» agli invalidi civili. Dove per «prestazioni» si intendono pensioni e indennità di accompagnamento oltre agli assegni per ciechi e sordomuti. Ebbene, un milione 335.093 di questi trattamenti di invalidità, pari al 44,8 per cento del totale, riguardano il Sud, dove risiede il 34,4 per cento della popolazione. Nelle Regioni meridionali il rapporto è dunque di un assegno ogni 15,6 abitanti, contro uno ogni 23,5 nel resto del Paese. Mentre se le pensioni di invalidità fossero in proporzione identica rispetto al Centro Nord, il loro numero non dovrebbe superare 890 mila. Quindi ce ne sarebbero 445 mila di troppo: un terzo. Tutti abusi? Sicuramente no. Sappiamo che nel Mezzogiorno le condizioni di vita e di lavoro sono in molti casi ben diverse che nelle altre Regioni. E questo potrebbe forse spiegare alcune differenze. Ma non certi abissi che alimentano il sospetto. In Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna ci sono 45 pensioni definite «assistenziali» per ogni mille abitanti. In Campania, invece, sono 84. In Puglia 85, in Sicilia 91, in Sardegna 92 e in Calabria addirittura 97. Il fatto è che al Sud le pensioni di invalidità non hanno mai smesso di rappresentare una forma di sussidio. In una intervista rilasciata alla Stampa nel 2003 lo ammise candidamente uno dei leader meridionali più attrezzati nella raccolta del consenso. «Per un lungo periodo, indubbiamente, alla Cassa integrazione degli operai al Nord corrispondeva al Sud come ammortizzatore sociale la pensione di invalidità che serviva a moderare e mitigare la scarsa presenza dello Stato al Sud. Una forma di equilibrio», arrivò a dire Clemente Mastella. Che per anni, imperterrito, aveva continuato a difendere contro tutto e tutti quel curioso equilibrismo. Anche dal cospetto dei rigurgiti rigoristi dell’Inps: «Il Sud è una polveriera, può esplodere da un momento all’altro. Il clima è preinsurrezionale. Stanno togliendo le pensioni di invalidità in modo indiscriminato». Lamenti del tutto inutili, se è vero che a dispetto dei giri di vite più volte annunciati la spesa per le pensioni di invalidità ha continuato a galoppare. Il rapporto annuale 2014 dell’istituto di previdenza ora guidato da Tito Boeri informa che fra il 2004 e il 2016 l’esborso per quei trattamenti è letteralmente esploso, passando da 8,5 a 15,4 miliardi, con un aumento dell’81,1 per cento. Mentre il loro numero è cresciuto di almeno il 50 per cento, da un milione 980 mila ai quasi tre milioni che abbiamo citato. Questo grazie soprattutto alla progressione delle indennità di accompagnamento, le quali contrariamente alle pensioni non vengono erogate in rapporto al reddito. E se il tasso di crescita ha rallentato negli ultimi anni è una ben magra consolazione al confronto della situazione ereditata dagli anni d’oro. Quelli, per capirci, in cui quella forma di «equilibrio» veniva usata dai politici come leva clientelare. Talvolta anche con risvolti di carattere personalistico. Tre anni fa Amalia De Simone ha raccontato sul Corriere.it che fra i parenti stretti di 30 consiglieri di uno dei dieci municipi di Napoli si potevano contare 60 pensioni di invalidità. Per non parlare dell’epidemia di cecità che tradizionalmente colpisce la Sicilia: Regione che pur contando un dodicesimo circa della popolazione italiana ha un settimo di tutti i non vedenti italiani. Ma che non sia stato fatto nulla, soprattutto in questi ultimi anni, non si può certamente dire. Le indagini giudiziarie hanno portato alla luce tanti di quegli abusi ai quali faceva riferimento Cottarelli. Basta dire che nel 2014 e nella sola Campania, 18.846 controlli hanno fatto scoprire 5.543 irregolarità, con la revoca di altrettante pensioni: quasi il 30 per cento. Sarebbe però poco onesto negare che sopravvivano difficoltà pratiche per combattere e stroncare questo fenomeno. E in cima, inutile negarlo, ci sono anche alcune resistenze della politica. Due anni fa il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, appena insediato, aveva promesso un taglio «drastico» alle false pensioni di invalidità. Secondo i dati dell’Inps, fra il gennaio 2015 e il gennaio 2016 il numero dei trattamenti di quel genere è aumentato di 94.997 unità.

Fare industria con i soldi di tutti. Esce il saggio «Scegliere i vincitori, salvare i perdenti» (Marsilio). Teoria, prassi e sperperi dello Stato imprenditore in un’analisi critica di Franco Debenedetti, scrive Antonio Polito il 30 marzo 2016 su "Il Corriere della Sera". «Anche nelle maggiori ristrettezze, i denari del pubblico si trovano sempre, per impiegarli a sproposito». Alessandro Manzoni conosceva così bene il nostro carattere nazionale (tendiamo facilmente a dimenticare che il denaro pubblico è nostro), da meritarsi la citazione d’apertura nel nuovo libro di Franco Debenedetti, vera e propria biografia di un’idea (anzi, di «un’insana idea», come è definita nel sottotitolo). L’idea è quella della «politica industriale», e cioè di una «politica in cui l’attività industriale è svolta più o meno direttamente dal potere pubblico», che ha percorso la storia d’Italia da Giolitti a Renzi, e che ancora oggi resta popolare sia nel senso comune di molti italiani sia nella prassi di tanti politici. La convinzione insomma che tocchi allo Stato Scegliere i vincitori, salvare i perdenti della competizione economica (come nel titolo del volume in libreria da oggi, m per Marsilio). Ma un’idea, finché resta un’idea, è soltanto un’astrazione. Lo sapeva bene Giorgio Gaber, che aggiungeva: «Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione». E in effetti l’idea è di sinistra, ma in Italia l’hanno mangiata altri, e ci hanno davvero costruito su una rivoluzione. Prima Mussolini, che diede vita all’Iri credendola temporanea per rispondere alla Grande Crisi del 1929. E poi, nello snodo cruciale del dopoguerra, quando si trattò di decidere se sciogliere l’Iri o confermarla, toccò alla Dc appropriarsi dell’idea fin dal Codice di Camaldoli del 1943, che si ispirava insieme alla dottrina sociale della Chiesa e al New Deal rooseveltiano. Mentre la sinistra del tempo, il Pci, fu almeno all’inizio contraria: ostile a una programmazione di stampo sovietico, ma anche a un riformismo socialdemocratico, «non trovava altra soluzione che una ricaduta totale nel liberismo, nel lasciar fare», come ha notato Vittorio Foa. «In quegli anni si affermò», scrive Debenedetti, «la convinzione tutta ideologica che l’attività diretta dello Stato in economia possa rimediare ai mali — disoccupazione, arretratezze, iniquità — e portare il bene — crescita, protezione, innovazione — che, se può, deve, e se deve, che ottenerlo sia un diritto». La politica si comportò insomma come il gran cancelliere di Milano nei Promessi Sposi: «Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto, che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla». La prassi della politica industriale, almeno nella senescenza della Prima Repubblica, più che una politica per l’industria produsse industrie per la politica (ci fu un tempo in cui l’Iri era della Dc, l’Eni del Psi e l’Efim del Psdi). Ma l’idea ha avuto una sua grandezza e megalomania, anche in campi lontani dall’industria. Pensate per esempio alla cultura. «Ancora oggi non c’è praticamente discussione nella quale il modello Bbc non venga evocato come platonica idea di servizio pubblico». Oppure pensate alla giustizia. «Non mi vengono in mente», scrive l’autore, e devo convenire che non vengono in mente neanche a me, «casi in cui l’intervento della magistratura non vada nella direzione di aumentare il controllo da parte dello Stato e di restringere la libertà dei cittadini come imprenditori e consumatori. E non ne ricordo nessuno in cui l’intervento vada invece nella direzione di eliminare ostacoli all’iniziativa economica privata... L’articolo 41 della Costituzione è specchio di questo pregiudizio: dichiara l’iniziativa economica “‘libera’ ma fintantoché “non in contrasto con l’utilità sociale”». D’altra parte, oltre che la biografia di un’idea questo libro è anche una autobiografia. Perché la politica industriale e l’autore hanno la stessa età (l’Iri e Debenedetti sono nati entrambi nel 1933); perché l’autore ha un lungo passato di dirigente d’industria che ha militato in entrambe «le metà del cielo», come lui chiama l’industria pubblica e quella privata, e dunque ha osservato da vicino le conseguenze negative che la politica industriale ha avuto anche sull’impresa privata (rivelate per esempio dalle inchieste di Tangentopoli); e anche perché l’autore ha un fratello, Carlo De Benedetti, che in molte delle vicende narrate nel libro si è mosso da protagonista, vincendo o perdendo, e dunque il racconto di Franco va letto con un grano di sale perché inevitabilmente, e spesso dichiaratamente, partigiano. La fine della politica industriale è stata segnata dall’accordo Andreatta-Van Miert del 1993 che diede il via alla grande stagione di privatizzazioni, ma dura ancora lo strascico di polemiche che si è lasciata alle spalle. Per esempio da parte di chi la rimpiange come un’occasione ormai perduta di avere grandi industrie e campioni nazionali. Debenedetti risponde con puntiglio alla teoria dei «fallimenti di mercato», ripercorrendo le travagliate vicende di Olivetti e Telecom. E contrattacca ciò che resta oggi, al tempo di Renzi, del dirigismo: «Il posto dell’ideologia è stato preso da una sorta di pragmatismo, e proprio perché nessuno sembra potergli attribuire propositi sistemici di politica industriale, Renzi si ritiene libero di fare interventi che però ne hanno gli stessi presupposti e conseguenze». Residuati bellici di una guerra ormai finita, come il caso Ilva, il piano «banda larga», le ottomila aziende municipali, le regolamentazioni inutili per tentare di fermare lasharing economy. In definitiva, l’immarcescibile e pericolosa voglia di chiunque entri nella stanza dei bottoni, di schiacciare qualche bottone.

PARLIAMO DELLE BABY PENSIONI.  

Baby pensioni: che cosa sono? Tutte persone che sono uscite dal mondo produttivo in base a finestre aperte dalla legge, oggi diventano una sorta di profittatori, gente colpevole di campare troppo a lungo e sulle spalle del sempre più esiguo e spremuto contingente di lavoratori in attività, scrive Stefano Filippi il 4 aprile 2016 su “Il Giornale”. L'Inps ha fatto sapere che in Italia oltre 474mila pensioni sono state liquidate prima del 1980: i relativi titolari, dunque, vivono di rendita da 36 anni e per di più dopo aver lavorato sicuramente meno. I dati sono presi dalle tabelle sugli assegni di vecchiaia e di anzianità e ai superstiti del settore privato (cioè la reversibilità): sono perciò escluse le pensioni di invalidità previdenziale e civile, quelle sociali al minimo e i trattamenti degli ex dipendenti pubblici. Di conseguenza non sono conteggiati neppure i cosiddetti «baby pensionati», cioè le impiegate del pubblico impiego sposate con figli che fino al 1992 potevano congedarsi con un'anzianità di 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi. L'età media da cui le pensioni hanno iniziato a decorrere è molto inferiore all'attuale: quasi 56 anni per gli assegni di vecchiaia e poco più di 41 per quelle ai superstiti. Nel 2015 le pensioni di anzianità liquidate sono state 238.400 con un'età di decorrenza di 62 anni e mezzo. Nel settore privato supera gli 800mila il numero di pensionati in quiescenza da oltre 30 anni (decorrenza antecedente il 1986) cui si aggiungono altri 527mila assegni di reversibilità. L'effetto mediatico di questi numeri è evidente: sono troppi. Anche perché si tratta di pensioni «pesanti», calcolate con il metodo retributivo basato sugli ultimi stipendi e non sull'ammontare dei contributi effettivamente versati.

Che cosa sono le baby pensioni? Risponde Flavia Amabile il 28 ottobre 2011 su "La Stampa". In questi giorni se ne è parlato molto. Il termine baby pensioni però indica solo quelle godute da lavoratori del settore pubblico che hanno smesso di lavorare a meno di 50 anni di età. Furono introdotte nel 1973 dal governo Rumor e cancellate quasi 20 anni dopo, nel 1992 da Dini.

Chi ne aveva diritto?

Chi aveva 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi se si trattava di donne sposata con figli, 20 anni per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali.

In quanti ne godono?

Sono 531.752 le pensioni di vecchiaia e di anzianità concesse in questi anni secondo l’ultimo rapporto della Confartigianato. In media i baby pensionati ricevono un assegno di circa 1500 euro lordi al mese. Cifre di tutto rispetto, se si considera che mediamente incassano la pensione per più di 30 anni, avendo versato pochi contributi. Incassano minimo tre volte rispetto a quanto hanno versato.

Chi sono i baby-pensionati?

Il 78,6% - quasi 8 su 10 - sono dipendenti pubblici. Di questi più della metà (il 56,5%) sono donne. Il restante 21,4% sono persone che godono di regimi speciali. Sono soprattutto persone che vivono al Nord, e non a caso la Lega punta i piedi contro ogni intervento in materia. Il 62,5% è concentrato al Nord. Al primo posto c’è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi e un record assoluto di 2 baby-pensionati su 10. Al secondo posto c’è il Veneto con 56.785 assegni, il 10,7% del totale. Al terzo e quarto posto Emilia Romagna e Piemonte, rispettivamente con 52.626 e 48.414 assegni, il 9% del totale.

Quanto costano?

Cifre abnormi, se si considerano gli effetti sull’economia di quest’anomalia previdenziale. Costano allo Stato circa 163,5 miliardi, una «tassa» di 6630 euro a carico di ogni lavoratore, sostiene Confartigianato, se si calcola la maggiore spesa che le casse pubbliche sopportano rispetto ai pensionati ordinari. I baby pensionati infatti ricevono un trattamento pensionistico più lungo di 15,7 anni rispetto ad un pensionato medio. Se si calcola la maggior spesa pubblica cumulata per ognuno degli anni di pensione eccedenti alla media, si arriva a 148,6 miliardi di euro. A questa somma bisogna aggiungere la minore contribuzione, pari a 138.582 euro per ogni baby pensionato del settore privato. Sono circa 100 mila e vuol dire 14,8 miliardi di mancate entrate previdenziali. Se invece si vogliono considerare solo le rendite erogate, siamo a una spesa di 9,45 miliardi: 7,43 miliardi per quelle incassate dai lavoratori del pubblico impiego, 2,02 miliardi per i lavoratori sottoposti a regimi speciali. E’ una cifra considerevole, se si tiene presente che nel 2010 la spesa pensionistica, secondo la Ragioneria generale, è arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi, pari al 15,3% del Prodotto interno lordo. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni pensionistici serve a coprire l’esborso per i baby-pensionati.

Quanto hanno lavorato?

Forse sarebbe preferibile rovesciare la domanda e chiedere quanto restano in pensione per avere un quadro più chiaro di quello che accade. In media il 48% della vita, ovvero più di 40 anni, se si considera una durata media della vita di 85,1 anni. Ma ci sono 16.953 fortunatissimi baby pensionati che si sono ritirati a 35 anni e che restano in pensione quasi 54 anni, ovvero il 63,4% della vita, molto più della metà della loro esistenza. Da non disprezzare anche la condizione di coloro che sono andati in pensione tra i 35 e i 39 anni: restano in pensione 47 anni, il 55,8% della loro vita.

Esistono baby pensionati famosi?

Sì e sono anche molti e spesso politicamente scomodi. Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, andato in pensione da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60), e che incassa 2.644 euro lordi al mese. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, sposata con il leader della rivolta contro Roma Ladrona, è andata in pensione come insegnante a 39 anni. Su di lei si è scatenata l’ultima lite alla Camera. Tra i politici c’è anche Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo e oggi portavoce dell’Idv che è andato in pensione a 42 anni. E persino Adriano Celentano non si è tirato indietro: è in pensione dal 1988 a 50 anni. A livelli diversi, anche come rendite percepite, l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli. Quando compì 48 anni decise di lasciare la Banca d’Italia, di cui era arrivato a ricoprire il ruolo di vicedirettore generale. Un ottimo incarico che si è riflesso sulla pensione: 15 mila euro al mese per 24 anni di lavoro senza che questo impedisca di continuare a ottenere incarichi e stipendi mensili. Un percorso simile quello di Rainer Masera, andato in pensione a 44 anni, dopo una carriera in Banca d’Italia per diventare presidente dell’Imi, l’Istituto Mobiliare Italiano. Da allora lo Stato gli versa 18mila euro al mese.

La Casta dei baby-pensionati Costa 9 miliardi l'anno. Sono oltre mezzo milione gli ex lavoratori che percepiscono vitalizi per i quali non hanno pagato i necessari contributi, scrive Antonio Castro su “Libero Quotidiano" del 25 ottobre 2011. Trenta, quaranta, anche cinquant’anni di vita da pensionato. Paradossi di un Paese, l’Italia, che oggi deve tirare la cinghia. Ma che negli anni Settanta era molto, molto generosa. Mentre si discute se ritoccare per l’ennesima volta l’età pensionabile (ieri la richiesta è e stata reiterata dai giovani imprenditori di Confindustria nel tradizionale meeting autunnale di Capri), di quanti hanno la fortuna di avere un impiego, spulciare i dati dei 535.752 baby pensionati fa salire la pressione e incoraggia una riflessione. Oggi il nostro sistema previdenziale deve sostenere un esborso notevole (9,45 miliardi l’anno) per retribuire un esercito di oltre mezzo milione di (ex) giovani pensionati. E non si tratta di poca cosa, considerando che nel 2010 la spesa pensionistica complessiva, secondo i dati della Ragioneria generale, è arrivata a sfondare quota 193,4 miliardi, pari al 15,3% del Prodotto interno lordo. Insomma, oltre il 5% della spesa per assegni pensionistici serve a coprire l’esborso vero signori e signore che negli anni successivi al 1973 (decreto 1092 varato dal governo Rumor) riuscirono ad andare in pensione con una manciata di anni di lavoro. All’epoca bastavano alle impiegate pubbliche con figli appena 14 anni, sei mesi e un giorno per andare in pensione. E indifferentemente dal sesso tutti i dipendenti statali potevano ambire alla pensione dopo 19 anni, sei mesi e un giorno. Un po’ più sacrificati i dipendenti degli enti locali che potevano ritirarsi con 25 anni di contributi. Vista con gli occhi di oggi - e con la prospettiva di dover lavorare fino ai 70 anni come in Germania - un Eldorado previdenziale. Se a questo regalino previdenziale sommiamo poi l’allungamento dell’aspettativa di vita degli italiani (arrivata a 79,1 anni per gli uomini e 84,3 anni per le signore), ne viene fuori un salasso che rischia di protrarsi per altri 20/30 anni. Già durante la turbolente estate della manovra correttiva si parlò di mettere mano a quest’anomalia tutta italiana. Le tabelle del Tesoro (sulle quali si basa l’elaborazione realizzata per Libero dal Centro Studi Sintesi), sui signori baby pensionati vennero velocemente messe via quando Umberto Bossi oppose categorico il niet della Lega, alleato di peso e indispensabile per la tenuta della maggioranza. E non solo perché la signora Bossi, ex insegnante, è una delle baby pensionate. Manuela Marrone ha fatto l’insegnante fino a 39 anni, e da qualche decennio incassa un assegno mensile di 766 euro. La verità è che in Lombardia (110.497 baby pensionati), Piemonte (48.414), Veneto (56.785) ed Emilia Romagna (52.626), si concentrano una parte importante dei privilegiati. Una mappa che corrisponde più o meno con il bacino elettorale della Lega Nord. Comprensibile quindi i cavalli di Frisia eretti contro qualsiasi intervento dai lumbard. Ma dalle Alpi alla Sicilia la corsa alla baby è uno sport nazionale. Tra i politici c’è anche Leoluca Orlando, un tempo sindaco di Palermo e oggi portavoce dell’Idv che ha pensato bene di andare in pensione a soli 42 anni. O Adriano Celentano (in pensione dal 1988 a soli 50 anni). La Cgil - che di fiuto politico ne ha per i possibili interventi governativi che colpiscono i pensionati - ha già messo le mani avanti e ammonito a guardare altrove. Eppure un contributo di solidarietà del 5% su questi assegni (in media 1.357 euro al mese), peserebbe per poco meno di 60/70 euro. Ma consentirebbe di risparmiare quasi cinquecento milioni l’anno. Barricate leghiste a parte, tra gli indefessi paladini dell’assegno pensionistico giovanile troviamo anche il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che abbandonata la toga e sceso in politica optò per un prematuro pensionamento dalla magistratura e oggi incassa un assegno mensile di 2.644 euro (lordi) al mese. Non se la passa certo male l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, che quando festeggiò 48 anni pensò bene di mettersi a riposo e si deve barcamenare con una pensioncina di 15mila euro al mese. Ma l’Inps ha a libro paga anche banchieri famosi come Rainer Masera (andato in pensione a 44 anni) che devono “sopravvivere” con 18mila euro al mese. Ma l’elenco dei fortunati pubblicato nel libro di Mario Giordano (Sanguisughe, Mondadori), è molto più lungo. Certo questi sono casi limite. Poi c’è la maestra con la pensioncina da 800 euro scarsi al mese. Peccato che chi ha iniziato a lavorare da 20 anni (e dovrà faticare per altri 20) a stento riuscirà a portare a casa una pensione superiore al 60% dell’ultimo stipendio. I signori baby, invece, incasseranno in vita loro, assegno dopo assegno, il 300% di quanto hanno versato.

Baby pensionati, ecco i conti. Fino all’82 per cento in regalo. A chi si è ritirato a 40 anni con contributi per 17 anni il sistema previdenziale «regala» l’82% dell’assegno, scrive Sergio Rizzo il 9 ottobre 2015 su “Il Corriere della Sera”. «C’è un pezzo d’oro» dentro quasi ogni pensione italiana: ci credereste? Anche nelle più modeste c’è del metallo prezioso, sotto forma di soldi che ci mettono lo Stato e i lavoratori iscritti alla previdenza sociale per compensare la differenza fra l’entità dell’assegno pensionistico e quello che spetterebbe davvero al pensionato sulla base dei contributi versati. Autore della provocazione aurea è Mario Baldassarri, economista ed ex viceministro dell’Economia con il centrodestra, oggi animatore del centro studi Economia reale. Proprio nel momento in cui il tema delle pensioni è di nuovo al centro del dibattito politico, con il governo che vorrebbe aprire a forme di flessibilità e l’Inps che studia una sforbiciatina ai trattamenti retributivi più elevati, lui si è preso la briga di calcolare proprio quella differenza. E i risultati delle sue proiezioni sono decisamente più sconvolgenti di quanto si possa immaginare. Prendiamo il caso dei tanti baby pensionati. Chi avesse cominciato a riscuotere un assegno di mille euro a quarant’anni di età con 17 anni di contributi versati e altri 45 di aspettativa di vita sarebbe stato omaggiato dallo Stato e dagli altri lavoratori con ben 442.800 euro. E non è nemmeno il caso più estremo. Le cosiddette pensioni «baby» sono state eliminate più di vent’anni fa, ma di situazioni simili a questa ne esistono diverse centinaia di migliaia. Per ogni mille euro di pensione, 820 vengono letteralmente regalate al pensionato che si trova in tali condizioni. E se mille euro al mese per un’aspettativa di vita di 85 anni, pari a quella delle donne italiane (per gli uomini è intorno agli 80) fruttano a chi è uscito dal mondo del lavoro a quarant’anni quasi 450 mila euro, per duemila euro si salirebbe a 885.600 euro, per tremila a un milione 328.400 e così via. All’opposto di questa situazione si collocano coloro per i quali la pensione retributiva, calcolata cioè in rapporto allo stipendio, coincide con l’assegno contributivo, vale a dire misurato esclusivamente sui contributi versati. Un punto di equilibrio che nelle proiezioni di Baldassarri calza addosso a pochissimi: almeno 63 anni di età, almeno 43 anni di contributi versati e altri 22 anni di aspettativa di vita. Senza considerare, ovvio, la reversibilità ad eventuali superstiti. I calcoli attuariali del resto sono spietati: riducendo i requisiti anagrafici o i versamenti, il metodo retributivo regala sempre qualcosa. Con questo sistema un lavoratore che si ritirasse a 57 anni con 37 di contributi avrebbe una pensione superiore del 30% a quella contributiva. Un cinquantacinquenne con 35 anni di versamenti, addirittura del 40%. Il che consente di fare anche il ragionamento inverso, e cioè di valutare quanti soldi si dovrebbero rimettere decidendo di andare prima in pensione, come sembrano prevedere alcune proposte in gestazione, ma senza il regalino del metodo e retributivo. A 60 anni e con ben 40 di contributi, il taglio sarebbe del 16,8 % A 58, del 26,9. A 54, del 43,1. «Ad oggi», dice Baldassarri sottolineando che dalla riforma Dini che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo sono passati esattamente vent’anni, «oltre il 90% delle pensioni è basato su retribuzioni percepite e meno del 10 % è calcolato sulla base dei contribuiti versati». Non solo. Esistono studi che dimostrano come ancora nel 2050 il 40% degli assegni previdenziali sarà erogato prevalentemente con il metodo retributivo. E questo dà la misura di quella che Baldassarri chiama «una doppia redistribuzione del reddito socialmente perversa: dai giovani agli anziani e dai poveri ai ricchi». I giovani pagano le pensioni agli attuali pensionati e poi, con il metodo contributivo, avranno assegni da fame. E chi ha avuto uno stipendio alto ha oggi una pensione altrettanto elevata senza aver pagato i contributi: un regalo enorme a chi guadagnava tanto, contro un regalino più piccolo a chi guadagnava meno. 

Il presidente dell’Inps Boeri: «Serve un contributo dalle pensioni più alte». Boeri interpellato sul dato delle 500 mila persone in pensione da oltre 36 anni: «In passato sono state fatte concessioni eccessive. Sarebbe opportuno chiedere un contributo di solidarietà per i più giovani», scrive Raffaella Polato, su "Il Corriere della Sera" del 3 aprile 2016. «Il testo deve essere pronto entro l’8 aprile». Cioè entro venerdì prossimo. Che non è solo la data fissata per la presentazione del Def, il Documento economico e finanziario cui sta lavorando il ministero dell’Economia e che, poi, il governo invierà anche all’Unione europea con l’obiettivo di ottenere il via libera alla «flessibilità» chiesta da Matteo Renzi. Su quel fronte, lascia intendere Tommaso Nannicini, l’esecutivo è certo che onorerà le scadenze. Soprattutto, è convinto di aver raggiunto «la quadra» rispetto ai paletti posti da Bruxelles. Anche se nel frattempo lo scenario generale non è migliorato. Al contrario: la «crescita ancora fragile», come la definisce lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, si vedrà togliere qualche altro «zero virgola». Nannicini non ne fa cenno, dal palco di quel Festival Città Impresa che, poco dopo, assisterà a un nuovo «caso pensioni», sorta di duello a distanza tra il presidente dell’Inps Tito Boeri e i ministri presenti a Vicenza: il primo a sollecitare un «contributo di solidarietà», i secondi a bocciare seccamente l’uscita. Anche questo, d’altra parte, ha a che fare con la «crescita ancora fragile». Se il sottosegretario non la quantifica è perché occorrerebbero dei numeri nero su bianco. Numeri che sono però in arrivo. Venerdì, appunto, insieme al Def. Confermato che il governo aggiornerà le stime sul Pil 2016 e confermato, sebbene non ufficialmente, che la revisione sarà forzatamente al ribasso. Forse non seguirà l’entità dei tagli già annunciati da tutti i maggiori centri di ricerca (dall’Ocse in poi le ultime previsioni non vanno oltre il +1%). Di sicuro, però, una crescita dell’1,6% - cui Palazzo Chigi puntava - non è più un obiettivo raggiungibile. È inevitabile che sia questo quadro, a fare da sfondo ai dibattiti conclusivi del Festival Città Impresa. Il primo — cui partecipano Nannicini, Boeri, Francesco Giavazzi e il capo economista di Intesa San Paolo Gregorio De Felice — lo apre Giavazzi e l’esordio scelto basta a sintetizzare il «filo» dell’intera giornata. Oggi che sono certamente fattori esterni e tensioni internazionali, a frenare i nostri tentativi di ripresa, non dobbiamo dimenticare con quale peso ancora ci presentiamo alla sfida. Ovvero, ricorda l’economista: «I 30 punti di competitività persi in 15 anni rispetto alla Germania». È Nannicini a definirla «una zavorra strutturale», che solo «riforme strutturali potranno buttare a mare». Ma è qui anche — sul tema riforme — che «a lato palco» scoppia il nuovo caso pensioni. L’Inps ha appena diffuso un dato che fotografa oggettivamente l’allegro passato per cui oggi paghiamo il conto: quasi mezzo milione di italiani dev’essere stato a suo tempo un baby-pensionato, se è vero che il relativo assegno lo riceve da più di 36 anni. Su questo Boeri riflette e conclude: «Credo sarebbe opportuno chiedere a chi riceve importi elevati un contributo di solidarietà, per facilitare i giovani e la flessibilità in uscita». «Non è all’esame, né tecnico né politico», replica tranchant Nannicini. Seguito a ruota dal titolare del Lavoro, Giuliano Poletti: «Il contributo c’è già. È a scadenza e dovrà essere valutato, ma non è il caso di alimentare dannose incertezze».

Inps, mezzo milione in pensione da oltre 36 anni. Boeri: "Serve contributo da importi elevati". I dati solo sul settore privato non comprendono i baby pensionati del pubblico impiego, usciti dal lavoro prima del '92 con almeno 14 anni di contributi. Baretta "Legge Fornero va difesa" ma bisogna "agire sulla flessibilità in uscita". Così "è impraticabile", scrive il 3 aprile 2016 la Repubblica". In Italia ci sono oltre 474 mila pensioni liquidate prima del 1980, che quindi ricevono la pensione da oltre 36 anni. Il dato emerge dalle tabelle Inps sugli anni di decorrenza delle pensioni sugli assegni di vecchiaia (comprese le anzianità) e ai superstiti del settore privato, esclusi quindi sia gli assegni di invalidità previdenziale, sia quelli agli invalidi civili sia le pensioni sociali oltre naturalmente ai trattamenti degli ex dipendenti pubblici. Un dato subito commentato dal presidente dell'Inps, Tito Boeri: "Siccome son state fatte delle concessioni eccessive in passato e queste concessioni eccessive oggi pesano sulle spalle dei contribuenti - dice a margine del convegno Città Impresa - credo che sarebbe opportuno andare per importi elevati a chiedere un contributo di solidarietà per i più giovani e anche per rendere più facile a livello europeo questa uscita flessibile". Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, esclude però nuovi prelievi: "Il contributo di solidarietà oggi sulle pensioni alte c'è già, è a scadenza, dovrà essere valutato se confermarlo in quella maniera o diversamente, ma non credo che ci sia nulla allo studio. Vedremo cosa fare sulla flessibilità". A Boeri era stato chiesto nel dettaglio se la presenza di una così vasta platea di pensionati di lunga data, non sia il caso anche di andare a rivedere i diritti acquisiti, anche per rendere più sostenibile il sistema pensionistico. "Abbiamo formulato delle proposte molto articolate, che guardano all'età, alla decorrenza della prima pensione - risponde Boeri -. Perché quando si guarda anche agli importi pensionistici bisognerebbe sempre guardare da quanto tempo vengono percepiti questi importi. Possono essere anche importi limitati ma se uno li ha percepiti da quando aveva meno di 40 anni, chiaramente cumulandosi nel tempo vengono a stabilire un trasferimento di ricchezza pensionistica considerevole". Per le pensioni di vecchiaia l'età media alla decorrenza era di 54,9 anni mentre per quella ai superstiti l'età media era di 41,3 anni. In questi dati non sono compresi i baby pensionati del pubblico impiego che sono riusciti a uscire dal lavoro prima del 1992 con almeno 14 anni, sei mesi e un giorno di contributi se donne spostate con figli. L'Inps infatti al momento non diffonde statistiche anche sugli anni di decorrenza delle pensioni del settore pubblico. Guardando solo al settore privato sono in pensione di vecchiaia da oltre 30 anni (pensioni con decorrenza antecedente al 1986) oltre 800 mila persone mentre altri 527 mila assegni sono ai superstiti. Una parte dei trattamenti potrebbe riferirsi alla stessa persona (nel caso abbia già prima di trent'anni fa avuto diritto alla pensione di vecchiaia e essendo anche superstite di assicurato). L'età media alla decorrenza era molto inferiore all'attuale perché ci si ritirava per vecchiaia a 55 anni se donne e a 60 se uomini. Se si guarda solo alle pensioni antecedenti al 1980 (quindi in vigore da almeno 36 anni) erogate per ragioni diverse dalla vecchiaia e dall'essere superstiti, le invalidità previdenziali sono 439.718 (44,5 l'età alla decorrenza) le pensioni sociali 24.308 (33 anni l'età media alla decorrenza) e 96.973 le pensioni agli invalidi civili (23,21 anni l'età alla decorrenza). Nel 2015 le pensioni liquidate per anzianità sono state 238.400 con un età media alla decorrenza di 62,55 anni mentre quelle ai superstiti sono state 173.378 con un'età media alla decorrenza di 73,89 anni. Per quanto riguarda gli importi, dopo le polemiche sull'alto numero di pensionati sotto i 750 euro al mese, quasi 6 su 10, il presidente dell'Inps Boeri invita a "guardare al dato medio per pensionato, e non alla pensione media", perché "la situazione è meno grave di quel che si possa pensare". "C'è stata una informazione errata, bisogna guardare al dato medio per pensionato, non alla pensione media - spiega -. In Italia sono molti i pensionati che percepiscono più di un trattamento, questo non vuol dire che le pensioni non siano basse in Italia, ma la situazione è meno grave di quel che si possa pensare prendendo il dato per pensione singola".

PARLIAMO DI LADRONIA: OSSIA DI GOVERNO E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

Checco Zalone, La prima Repubblica è la colonna sonora di Quo Vado? Scrive Giulio Pasqui lunedì 21 dicembre 2015. Checco Zalone non solo ci ha aiutati a film sbanca-botteghino, ci ha abituati anche a colonne sonore, scritte e cantate dallo stesso, degne di nota. E Quo Vado?, il nuovo film prodotto da TaoDue e distribuito da Medusa, poteva farne a meno? Ovviamente no. Domenica 20 settembre, in occasione dell'ospitata a Che tempo che fa, il comico barese ha presentato La prima Repubblica. "E' una canzone che ho scritto per Adriano Celentano - ha detto, scherzando - è il mio mito di sempre. Ma c'è un problema: lui non lo sa. Ha un ritornello orecchiabile...". E in effetti alcuni passaggi del brano/colonna sonora ricordano tanto lo stile del Molleggiato eFatti mandare dalla mamma. La Prima Repubblica viene definito come "un brano apocrifo che racconta con nostalgia quello che era il modo di vivere in Italia negli anni ‘80. Lo stile di vita di un paese che durante la Prima Repubblica viveva spensierato, godendo di un modo di fare diffuso in tutta la penisola. E’ un coro di persone felici che cantano allegramente la bellezza di quei momenti passati, non potendo scordare le consuete modalità che per un ventennio hanno caratterizzato l’Italia, diventando così il DNA del nostro Paese. Perché tutto cambia, ma in realtà nulla cambia veramente".

Checco Zalone, La prima Repubblica, Lyrics

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei quarantenni pensionati 

che danzavano sui prati 

dopo dieci anni volati all'aeronautica 

e gli uscieri paraplegici saltavano 

e i bidelli sordo-muti cantavano 

e per un raffreddore gli davano 

quattro mesi alle terme di Abano 

con un'unghia incarnita 

eri un invalido tutta la vita

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu cosa ne sai

Dei cosmetici mutuabili 

le verande condonabili 

i castelli medioevali ad equo canone 

di un concorso per allievo maresciallo 

sei mila posti a Mazzara del Vallo 

ed i debiti (pubblici) s'ammucchiavano

come i conigli 

tanto poi 

eran cazzi dei nostri figli

Ma adesso vogliono tagliarci il Senato 

senza capire che ci ammazzano il mercato 

senza Senato non c'è più nessun reato 

senza reato non lavora l'avvocato 

il transessuale disperato 

mi perdi tutto il fatturato 

ed al suo posto c'è un Paese inginocchiato

Ma il Presidente è toscano 

ell'è un gran burlone 

ha detto “eh, scherzavo” 

piuttosto che il Senato 

mi taglio un coglione

La prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

era bella assai 

la prima Repubblica 

non si scorda mai 

la prima Repubblica 

tu che ne sai 

Ma davvero Quo Vado di Checcho Zalone racconta l'Italia di oggi? Il 1° gennaio arriva l'attesissimo nuovo film di Checco Zalone, "Quo vado?", atteso dai fan ma anche dagli esercenti dal momento che il suo ultimo film ha incassato la cifra record di 51 milioni di euro. Il nuovo film racconta la storia di Checco, un ragazzo che ha realizzato tutti i sogni della sua vita: vivere con i suoi genitori evitando così una costosa indipendenza, rimanere eternamente fidanzato senza mai affrontare le responsabilità, un lavoro sicuro ed è riuscito a ottenere un posto fisso nell’ufficio provinciale caccia e pesca. Un giorno però tutto cambia: uìil governo vara la riforma della pubblica amministrazione che decreta il taglio delle province, Checco viene trasferito al Polo Sud. Il regista e attore barese ha scelto però di non fare promozione tradizionale e al posto del trailer sta diffondendo sulla sua pagina Facebook dei piccoli spot ironici autopromozionali. Il film comico spiega il Paese meglio degli studiosi secondo alcuni osservatori. Abbiamo chiesto a uno di loro, Ilvo Diamanti, che ne pensa, scrive Ilvo Diamanti il 15 gennaio 2016 su "L'Espresso". Ho assistito con attenzione “professionale” alla proiezione di “Quo vado?”, il film di Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante. Naturalmente, io non sono un critico cinematografico. E neppure un esperto. Lo ero, di più, da giovane, quando seguivo e, a volte, conducevo i cineforum, nella provincia veneta. Ma, poi, il lavoro e i viaggi (per lavoro: insegno in sedi universitarie diverse, lontane da dove risiedo) hanno preso il sopravvento. E ho ripiegato sui dvd e sugli streaming. Che ti seguono nei viaggi e in ogni trasferta. Anche se i film vanno guardati nelle sale cinematografiche. Al buio, in silenzio. Così, da qualche anno, anzi, da molti anni, al cinema ci vado saltuariamente. Spinto da mia moglie. Perlopiù, a vedere film diretti o interpretati da amici. Io, peraltro, ho perfino partecipato all’ultimo film di Carlo Mazzacurati. Amico carissimo (e in-dimenticato). “La sedia della felicità”. Dove, per venti secondi, ho recitato la parte di… me stesso. L’esperto che analizza la società (del Nordest). Così, ho accettato di vedere e commentare il film di Zalone con l’occhio dell’analista sociale. E politico. Come di fronte a un ritratto dell’italiano medio, dei suoi miti, dei suoi desideri, dei suoi valori. D’altronde, com’è noto, è già avvenuto in passato. La commedia all’italiana: ha raccontato l’Italia della ricostruzione e del miracolo. Con realismo e ironia. Ma ciò è avvenuto anche in tempi recenti. Basti pensare a Paolo Villaggio e al suo personaggio più noto: Fantozzi rag. Ugo. Io stesso, nell’ambito del mio corso di Comunicazione Politica, all’Università di Urbino, ho organizzato un seminario intitolato: “Politica e spettacolo”. Anzi, “Politica è spettacolo”. Dove ho invitato, fra gli altri, Antonio Albanese. Inventore e attore di alcune straordinarie maschere del nostro tempo. Delineate, oltre che interpretate, con la cura del sociologo. O dell’antropologo. Penso a Ivo Perego, idealtipo del piccolo imprenditore della provincia lombardo-veneta. O, per altro e diverso “verso”, a Cetto La Qualunque. Maschera esemplare del politico-politicante del Sud (ma non solo), buffo e un po’ buffone. Al proposito, Albanese rivelò ai miei studenti, che «nessuna parola e nessuna frase è mia. Ho raccolto registrazioni in occasione di diverse elezioni locali. Nel Sud. La sceneggiatura è loro. Dei Cettilaqualunque presenti sul nostro territorio». E che dire di Neri Marcorè (anch’egli invitato ai miei corsi). Autore di “imitazioni” di successo, imitate dagli stessi imitati. Come Maurizio Gasparri. Ma lo stesso discorso, oggi, vale per Maurizio Crozza. Come dimenticare l’indimenticabile maschera di Bersani? Più efficace dell’originale, purtroppo per l’interessato. Mi accorgo, ora, che il tentativo di spiegare il motivo per cui un in-esperto di cinema, come me, venga invitato a commentare un film, per quanto “eccezionale”, per numero di spettatori e volume di incassi, mi ha portato lontano. Tanto lontano, che ora rischio di perdermi. D’altronde, Francesco Anfossi, su “Famiglia Cristiana”, ha scritto che «Zalone e il regista Nunziante spiegano l’Italia meglio di Ilvo Diamanti o Giuseppe De Rita». Naturalmente, De Rita non ne ha bisogno, ma io ci tengo a imparare dai maestri. Tanto più se realizzano analisi di successo, come “Quo Vado?”. Così ho guardato il film cercando di capire quanto l’Italia di Nunziante e Zalone coincida con le mie rappresentazioni. E interpretazioni. Premetto che mi sono divertito. Ho riso molto. E ho provato a riflettere. Su quanto sia realistica e attuale «l’Italia malinconica e meschina di Checco Zalone», come la definisce Goffredo Fofi su “Internazionale”. L’Italia fondata sul “posto fisso”. («Cosa vuoi fare da grande»? Chiede il maestro al giovane Checco. E lui, prontamente: «Il “posto fisso”»). L’Italia che, mira, anzitutto, al pubblico impiego, nei servizi dello Stato. Checco Zalone, impiegato alla Provincia (chiusa per legge), disposto a girare per il mondo, fino in Norvegia, fino ai ghiacci del Polo Nord, pur di non rinunciare al “posto fisso”. Come gli ripete e gli “raccomanda” il suo amico e protettore politico, interpretato da Lino Banfi. L’Italia fondata sulla mamma e sulla famiglia. Ebbene, la prima impressione è che questa raffigurazione è, forse, puntuale, ma caricaturale. Ancora: valida soprattutto per alcuni settori sociali e territoriali (gli adulti, il Mezzogiorno). E, comunque, datata. Perché l’Italia dei giovani, è “precaria”. Non si ferma in un “posto fisso”. I giovani, appena possono, se ne vanno dalla famiglia. Si trasferiscono altrove. In Europa, nel mondo. Non per imposizione. Nessuno li caccia. In un Paese di figli unici, figurarsi... Partono per scelta e necessità. Perché 7 italiani - e 8 giovani - su 10 ritengono che, per fare carriera, per trovare un impiego adeguato alle loro aspirazioni, i giovani debbano andarsene. All’estero. Tuttavia, a guardare i sondaggi realizzati da Demos, che utilizzo regolarmente per le mie ricerche, l’Italia di Nunziante e Zalone pare meno manierista e fantastica di quel che si potrebbe pensare. Proviamo a scorrere alcuni dati. Fra le caratteristiche che orientano la scelta del lavoro, secondo gli italiani (aprile 2015), la più importante è (appunto…) «che sia sicuro, senza rischio di perderlo e rimanere disoccupati». La prima, per il 39% degli intervistati. La seconda, per un altro 22%. Se sommiamo i due principali requisiti del lavoro, dunque, oltre il 60% degli italiani attribuisce effettivamente al “posto fisso” un ruolo importante. Anche se tra i giovanissimi (15-24 anni) conta di più la “soddisfazione”. Potendo scegliere un’occupazione per sé o i propri figli, inoltre, il 29% preferirebbe «un lavoro alle dipendenze di un ente pubblico». (La quota sale a circa il 32% nel Sud.) Anche in questo caso, si tratta della scelta più apprezzata. Seguita dal «posto in una grande impresa» (22%). E dal lavoro in proprio o da libero professionista (18%, in entrambi i casi). Di nuovo, però, la gerarchia delle preferenze cambia fra i giovanissimi. Attirati soprattutto dalla libera professione. Infine la famiglia. Secondo il 36% degli italiani, è ancora il soggetto che tutela maggiormente i lavoratori. Più dello stesso sindacato, indicato dal 16% del campione. D’altronde, «cosa distingue maggiormente gli italiani dagli altri popoli»? Naturalmente la famiglia (28%). Poi, «l’arte di arrangiarsi» (17%). Anche perché, agli italiani, è possibile “arrangiarsi”, soprattutto grazie alla famiglia. È interessante osservare che il ruolo della famiglia è riconosciuto anche dai giovani. E dai giovanissimi. In misura maggiore della media. Il profilo che emerge da questi dati, dunque, rende il “ritratto dell’italiano medio” secondo Zalone meno caricaturale del previsto. L’Italia appare ancora ispirata dal mito del lavoro fisso, nei settori pubblici, statali. Attaccata alla famiglia. Soprattutto se facciamo riferimento alle generazioni adulte e, ovviamente, anziane. A maggior ragione (ma non solo) del Sud. Questo modello, però, si adatta molto meno ai più giovani. Abituati alla flessibilità, alla precarietà. Al nomadismo. Per motivi di studio e lavoro. Ma, ormai, anche per passione. Eppure anch’essi possono sperimentare la condizione di “professionisti dell’incertezza” perché alle spalle hanno una famiglia. Un genitore o (meglio) due con lo stipendio fisso. Impiegati, magari, nel settore pubblico. Un nonno o una nonna con la pensione. Con una casa di proprietà. L’Italia di Zalone riflette, dunque, i valori e i riferimenti economici e sociali che hanno accompagnato la nostra società, nel dopoguerra. Oggi erosi dall’incertezza e dalla crisi. Ma ben piantati nella nostra storia. E ancora resistenti. Appigli necessari per vivere e sopravvivere. A chi resta - i più anziani. E a chi se ne va - i più giovani. I quali sanno, comunque, di poter tornare. A casa. Dove c’è sempre qualcuno ad attendere.

"Vinsi un miliardo di lire 35 anni fa al Totocalcio, ma non mi hanno mai pagato. Ora voglio 10 milioni di euro". Parla Martino Scialpi il miliardario mancato: “Ho chiesto 10 milioni di euro come risarcimento. Solo di spese legali in questi anni avrò sborsato un milione...", scrive Giuseppe Caporale il 3 marzo 2016. Ora che i suoi “nemici” di una vita sono finiti nel registro degli indagati, ora che un pezzo di Stato (presidenti e dirigenti del Coni, cancellieri e giudici di diversi tribunali e avvocati) è dentro una inchiesta giudiziaria che promette di mettere la parola fine alla sua assurda vicenda, Martino Scialpi tira finalmente un sospiro. “Sono 30 anni che lotto, dottore... non so se lei può comprendere la mia amarezza. La mia rabbia”. Non si è mai trasformato in un assegno circolare il 13 al Totocalcio fatto nel 1981 da questo commerciante di Martina Franca (Taranto). Di quel miliardo di lire vinto sulla carta, non ha mai ottenuto nemmeno un centesimo. Ed ora che sono trascorsi tre decenni e si ragiona ormai da un bel pò in euro, lui spera di incassare parecchi soldi in più: “Ho chiesto 10 milioni di euro come risarcimento. Guardi, non sono pochi. Solo di spese legali in questi anni avrò sborsato un milione... Non mi crede? Ho dovuto sostenere 33 cause. Perfino quando un tribunale di Roma ha chiesto al Coni di trovare una conciliazione con il sottoscritto, questi signori si sono negati. E ora per tutti i loro tentativi maldestri di non pagarmi sono finiti nei guai con la giustizia penale....” Il Coni sostiene che la matrice del tagliando non sia mai arrivata all’archivio corazzato del Totocalcio, ma la schedina, dopo una serie infinita di traversie giudiziarie, nel 1987 fu dichiarata autentica. Scialpi denuncia invece una serie di “anomalie e discrasie” che avrebbero “influenzato” la decisione del tribunale civile di Roma che, il 25 novembre del 2014, ha accolto l’istanza presentata dal Coni di sospensione dell’efficacia del titolo esecutivo sul quale si fonda il pignoramento presso la Bnl, conto terzi, della somma di 3,9 milioni di euro nella disponibilità del Coni: “Come è possibile - dice ancora Scialpi - che questa somma sia ancora bloccata grazie, tra l’altro alla presentazione di documenti falsi, quando è ormai acclarato che quei soldi me li devono dare. Quanto vogliamo ancora andare avanti con questa farsa”. Nella denuncia si rammenta che il 14 febbraio del 2012 un giudice civile ordinò al Coni di pagare nei confronti di Scialpi la somma di oltre 2 milioni e 300mila euro, ma l’efficacia esecutiva del titolo fu sospesa (dopo l’opposizione dello stesso Coni) dal giudice Massimiliana Battagliese il 2 agosto 2013. Il provvedimento però non fu “mai notificato” allo scommettitore, al suo legale e all’avvocato domiciliatario a Roma. Secondo i denuncianti il Coni avrebbe presentato documenti falsi per attestare l’avvenuta notifica dello stesso provvedimento alle controparti e condizionare la sentenza del giudice. Il Coni però ribatte e fa presente che “pretese economiche del sig. Scialpi sono già state respinte con sentenze del Tribunale di Roma del 1983 e della Corte d’appello di Roma del 1985, passata in giudicato. Avverso tale ultima pronuncia il sig. Scialpi ha proposto ben tre domande di revocazione, tutte respinte dalla Corte d’appello di Roma, con sentenze confermate dalla Corte di Cassazione (da ultimo nel gennaio 2012). L’unico provvedimento, a carattere provvisorio (si trattava di un’ingiunzione di pagamento), che ha condannato il Coni, adottato dal Tribunale di Roma il 9 febbraio 2012, è stato revocato dallo stesso Tribunale pochi giorni dopo, con ordinanza del 14 marzo 2012. Pertanto, il sig. Scialpi non ha diritto di pretendere alcunché dal Coni”. Ora però è intervenuta la procura di Potenza: sono 36 gli indagati per abuso d'ufficio legati all'infinita vicenda giudiziaria della mancata corresponsione della vincita. Tra gli indagati vi sono i vari presidenti del Coni che si sono succeduti in oltre 30 anni di cause, 11 magistrati dei tribunali di Taranto, Bari e Roma, ufficiali della Guardia Finanza, un dirigente dell'Azienda Monopoli di Stato e alcuni avvocati del foro di Roma, di Taranto e dell'Avvocatura dello Stato. L’inchiesta penale è approdata a Potenza perché la sede giudiziaria competente ad indagare su vicende che riguardano magistrati in servizio presso il distretto della Corte di appello di Lecce, al quale Taranto appartiene.

Corruzione, Italia bocciata. Nella Ue fa peggio solo la Bulgaria. La pagella di Transparency International ci relega nel girone delle nazioni con "gravi problemi". Rispetto al 2014 siamo migliorati di un punto, ma non basta per la sufficienza. Ecco come funziona l'indicatore, che misura reputazione e competitività, riconosciuto a livello mondiale, scrive Gianluca De Feo il 27 gennaio 2016 su “L’Espresso”. Come è lontano l'Occidente. Certo, l'Italia dell'onestà nell'ultimo anno ha fatto qualche passo in avanti. Ma la distanza dai paesi “normali” è ancora abissale. E la pagella di Transparency International ci relega nel girone delle nazioni con “gravi problemi di corruzione”. Il voto è migliorato rispetto al 2014: un punto in più, arrivando a 44. Che però non basta per la sufficienza, fissata a quota cinquanta. Il risultato ci fa salire nella classifica mondiale, superando altri otto stati fino alla sessantunesima posizione. Ma l'Europa resta un miraggio: solo la Bulgaria è considerata peggio di noi, tutti gli altri ci guardano dall'alto in basso. E sullo stesso scalino ci ritroviamo in compagnia di Lesotho, Senegal, Montenegro e sud Africa. Insomma, siamo messi decisamente male. La questione non è secondaria. Ormai l'indice di Transparency è diventato un indicatore riconosciuto a livello internazionale, con un peso nella valutazione di un paese e della sua competitività. La bocciatura incide nella capacità di attrarre investimenti, perché una nazione corrotta non dà garanzie nei contratti, non offre correttezza nelle gare di appalti. E non è un caso se oggi i capitali che entrano sul mercato italiano arrivano soprattutto da nazioni che sono addirittura considerate peggio di noi in quanto a moralità, come la Cina (posizione 83), la Russia (posizione 119) o il Kazakhistan (posizione 123). Qualche dubbio può nascere se andiamo a vedere alcune petrolpotenze arabe, tutte posizionate più in alto di noi: il Qatar (posizione 22), Emirati (23), Arabia Saudita (48), il Kuwait (55). Possibile che anche gli sceicchi siano più rigorosi di noi? Il cuore della questione però è la natura di questo indicatore di moralità: non misura la corruzione, la quantità di tangenti o il numero di arresti per bustarelle, ma un valore immateriale come la percezione della corruzione. È un termometro della nostra reputazione, del modo in cui veniamo visti. Così gli arbitri della nostra immagine di legalità diventano una serie di istituti privati, che pongono domande a esperti qualificati e poi elaborano i sondaggi fino a distillare una loro classifica. Gli specialisti di Transparency a loro volta fondono le singole hit fino a stilare la graduatoria finale, con “metodologie perfezionate nel corso degli ultimi venti anni”. Nella giuria c'è per esempio la Fondazione Bertelsmann, con il suo indice di governance sostenibile, che valuta più elementi: se esiste “un meccanismo di integrità legale, politico e pubblico che efficacemente previene gli abusi dei funzionari pubblici”; “fino a che punto chi viola le leggi viene perseguito e condannato”; “quali sono i risultati del governo nel contrastare la corruzione”. E qui è difficile che l'Italia non venga stroncata, tra processi lenti, sentenze inefficaci o vanificate dalla prescrizione, condannati che riescono a farsi eleggere governatori di regioni chiave. C'è poi l'analisi dei rischi formulata dall'Intelligence Unit del centro ricerche del settimanale britannico Economist, focalizzata sulla gestione dei fondi pubblici, sull'indipendenza dei funzionari che si occupano di appalti ed enti, sull' “esistenza di una tradizione nel pagare mazzette per vincere i contratti e ottenere favori”. Un parametro quest'ultimo che automaticamente ci mette in cattiva luce, perché la nostra storia ha le mani poco pulite la questione morale è uno slogan che non si è mai trasformato in battaglia, neppure tra gli eredi di Enrico Berlinguer. Un report simile viene stilato dal gruppo di informazione economica Ihs che stima l'incidenza della corruzione nelle attività delle compagnie private mentre la business school svizzera Imd misura la competitività di un paese “attraverso 333 criteri”. Ci sono poi le analisi della Political Risk Services statunitense che stabiliscono i rischi politici, economici e finanziari prendendo in esame pure le mazzette. Quindi il World Economic Forum, con l'attenzione all'abuso di fondi pubblici, alle bustarelle per evadere le tasse, per vincere gli appalti e per comprare le sentenze dei tribunali. Più mirato lo screening del World Justice Project che cerca di capire la ricerca di profitti da parte di governi, magistrati, polizie, militari e parlamentari. Insomma, un gran calderone di centri studi – tutti privati, tutti con buona reputazione accademica - da cui poi Transparency distilla le sue pagelle. All'Italia quest'anno è stato dato quello che i professori spesso chiamano “un voto di incoraggiamento”. L'alchimia statistica degli arbitri internazionali sembra catturare il riflesso di alcuni cambiamenti, legati al pieno funzionamento dell'Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone e alle norme sulla trasparenza nella pubblica amministrazione, ma per scalzare la pessima fama bisogna fare molto di più. Perché all'estero arriva più spesso l'eco degli scandali, dalle retate di Mafia Capitale a quelle di Expo, che non l'efficacia delle indagini che li hanno svelati. Ma soprattutto perché è inutile cercare alibi negli arcani che muovono la graduatoria: nel nostro paese la corruzione c'è, ovunque, le gare d'appalto sono lente e oscure, le figure che gestiscono gli enti statali e locali spesso hanno più meriti politici e interessi di cordata che non professionalità. E questa è una tassa occulta che tutti paghiamo, un freno allo sviluppo che mette in discussione il nostro benessere presente e futuro. «Per compiere un salto di qualità importante occorre un ruolo più forte della società civile che deve acquisire la consapevolezza che un sistema dove è grande la corruzione non crea ricchezza e alimenta profonde distorsioni del mercato», dichiara il presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello. Gli scandinavi, gli stessi che a Bruxelles ci fanno di nuovo le pulci sul debito statale, possono vantare un pedigree di rigore irraggiungibile: la Danimarca è la prima della classe, con 91 punti su cento, mentre Finlandia e Svezia la tallonano con 90 e 89. Ma persino la Grecia della grande crisi, forse per merito della Troika teutonica, si mostra dinamica e ci distanzia di tre posizioni. La Spagna a quota 58 è lontanissima, Polonia e Portogallo hanno venti punti più di noi. Ma anche ungheresi, sloveni, croati, romeni sono visti come più integerrimi. Nella Ue, ci è dietro soltanto la Bulgaria.  «Come dimostra la cronaca, la strada è ancora molto lunga e in salita, ma con la perseveranza i risultati si possono raggiungere», commenta Virginio Carnevali, presidente di Transparency Italia: «In questi giorni la Camera ha approvato le norme sul whistleblowing, le pubbliche amministrazioni stanno diventando via via più aperte e trasparenti, una proposta di regolamentazione delle attività di lobbying è arrivata a Montecitorio». Insomma, la rotta è questa ma bisogna proseguire fino a trasformare le buone intenzioni in riforme concrete. E – parafrasando una frase attribuita ad Alcide De Gasperi – aggrapparci all'Europa per non scivolare nell'Africa.

Truffe degli statali tra sanità e appalti. In 10 mesi un buco da 4 miliardi. Appalti truccati, assenteismo e consulenze inutili: i dipendenti pubblici infedeli finiscono nel dossier della Guardia di Finanza per il 2015, scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera” del 31 gennaio 2016. Ormai si sfiorano i quattro miliardi di euro, cifra record di «buco» nei conti dello Stato. È la voragine creata dall’attività illecita di circa 7.000 dipendenti pubblici infedeli. Funzionari corrotti oppure impiegati che non hanno rispettato la legge nello svolgimento delle proprie mansioni e dunque hanno compiuto illeciti che vanno dalle omissioni agli abusi. Ci sono le truffe nel settore sanitario, i mancati controlli nell’erogazione di pensioni, indennità ed esenzioni, le procedure truccate per la concessione degli appalti. Ci sono gli appalti gonfiati e i medici assenteisti, le consulenze inutili e i doppi incarichi tra i casi più eclatanti scoperti dagli investigatori della Guardia di finanza. Sono gli ultimi dati relativi alle verifiche compiute nel 2015 a raccontare l’Italia dell’illegalità e degli sprechi che provoca danni alla collettività. Mostrando un andamento che inquieta: in soli quattro mesi, da giugno a ottobre dello scorso anno, la cifra contestata è salita di oltre 500 milioni di euro. Vuol dire oltre 100 milioni ogni trenta giorni a dimostrazione che molto ancora c’è da fare — soprattutto negli uffici pubblici più periferici — per stroncare il malaffare. Basti pensare che sono ben 3.590 le persone denunciate per aver compiuto reati nel settore delle gare pubbliche.

A Modena è stato denunciato un medico che — pur risultando in servizio — rimaneva in ospedale appena un paio d’ore. Da almeno cinque anni «la regolare presenza veniva garantita solo una volta a settimana» e per cercare di giustificarsi «ha portato i tabulati del marcatempo di un’altra struttura ospedaliera dove svolgeva attività libero professionale intramoenia». Gli sono già stati sequestrati 40 mila euro, ma i controlli sono tuttora in corso. A Imperia i dottori del dipartimento di Medicina legale «certificavano la morte delle persone pur non avendo effettuato alcuna analisi perché erano altrove». Sono decine i documenti falsi trovati nel corso delle perquisizioni.

La truffa scoperta a Milano nel giugno scorso era ben più articolata e ha provocato un danno immenso. In una struttura sanitaria convenzionata con il servizio nazionale «sono stati eseguiti oltre 4.000 interventi chirurgici in violazione delle norme di accreditamento relative alla presenza minima di operatori e anestetisti, nonché di impiego di medici specializzandi». L’azienda ha comunque «autocertificato il mantenimento dei requisiti richiesti per l’accesso al rimborso della prestazione sanitaria offerta, ottenendo indebiti rimborsi per oltre 28 milioni di euro». A Brindisi si è scoperto che la prescrizione di 15.541 farmaci per l’ipertensione era stata compiuta in maniera illecita. Sono 482 i medici denunciati per un danno alla Asl pari a 194 milioni di euro.

Quello dei benefit percepiti grazie a certificazioni false è ormai un vero e proprio affare che coinvolge migliaia di persone in grado di contare sui dipendenti pubblici amici o parenti. A Potenza si è scoperto che molti anziani prendevano l’assegno sociale previsto per i residenti, pur avendo deciso di trasferirsi all’estero, grazie agli impiegati che avevano contraffatto i documenti. Soldi rubati: 259 milioni di euro. Addirittura 500 milioni di euro sono stati sottratti alle casse dell’Inps a Viterbo dove venivano «modificati i moduli per il riscatto della laurea o la ricongiunzione di periodi contributivi per ottenere indebitamente un notevole “sconto” sull’effettiva somma da versare all’Istituto previdenziale, per il riconoscimento di ulteriori periodi contributivi utili ai fini pensionistici». A Potenza un dipendente del Comune svolgeva attività privata negli orari in cui avrebbe dovuto essere in servizio. Faceva il geometra. Compensi rubati: 70 mila euro. A Milano un dirigente della Regione truccava gli appalti e in cambio riceveva favori personali. L’ultimo, la ristrutturazione da favola del suo appartamento. Valore accertato: 150 mila euro.

Auto dei vigili senza assicurazione: Striscia la Notizia arriva a Capaccio. L'inviato del tg satirico di Canale 5 è tornato in provincia di Salerno per chiarire il caso scoppiato sulla mancata copertura assicurativa di diversi veicoli in dotazione alla locale amministrazione, scrive il 29 gennaio 2016 "Salerno Today". Dopo il blitz di qualche settimana fa al Comune di Agropoli, l’inviato di Striscia la Notizia Luca Abete è tornato in provincia di Salerno. Questa volta si è recato nella città di Capaccio per occuparsi del caso scoppiato su alcune volanti dei vigili urbani e dello scuolabus, che verrebbero utilizzate nonostante prive di copertura assicurativa. Il tg satirico di Canale 5, spulciando il “portale dell’automobilista” del Dipartimento Trasporti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha scoperto infatti che, digitando il numero delle targhe delle auto in dotazione alla polizia municipale capaccese, queste ultime risultavano essere senza assicurazione. Il comandante dei vigili urbani e una funzionaria dell’amministrazione, intervistati da Abete, hanno confermato davanti alle telecamere, invece, che tutte le macchine dell’amministrazione "sono in regola". Sul posto sono giunti anche i carabinieri, che dopo un vertice con i dirigenti comunali, hanno spiegato al simpatico giornalista di Canale 5, che si sarebbe verificato un ritardo di comunicazione del rinnovo delle polizze tra la sede centrale dell’Agenzia assicurativa e l’Ania (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici). Dopo un po’ di tempo Abete è tornato a controllare le targhe sul “portale dell’automobilista” e tutte le auto improvvisamente sono risultate assicurate.

Vigili in giro con l’assicurazione scaduta. Nel deposito dei Monti Tiburtini 9 auto su 14 hanno il contrassegno non valido dal 31 ottobre, scrive Silvia Mancinelli il 17 novembre 2014 su “Il Tempo”. Ma se i vigili fanno le multe, a loro – in giro con l’assicurazione scaduta – la contravvenzione chi la fa? La domanda sorge spontanea, senza un velo di sarcasmo, laddove le auto della Polizia Locale di Roma Capitale circolano senza copertura assicurativa. Nel caso specifico dell’autoparco di via dei Monti Tiburtini, ad esempio, nove macchine su quattordici – parliamo di quelle in leasing e utilizzate dagli agenti dei Gruppi Tiburtino e Sapienza – espongono l’assicurazione scaduta il 31 ottobre 2014, oltre i quindici giorni di tolleranza. «Mentre alcune pattuglie erano chiamate a controllare il rispetto del blocco del traffico, le stesse erano in violazione di legge – conferma Stefano Giannini, sindacalista Sulpl -. Per una violazione del genere qualsiasi cittadino sarebbe stato multato. A noi le contravvenzioni dal terminale non spariscono di certo. Tra l’altro una situazione identica è riscontrabile anche nei Gruppi Aurelio, Appio e I Trevi. Solo ad Ostia i vigili possono stare tranquilli: a loro le assicurazioni scadono nel 2015. Alcuni colleghi già domani si stanno rifiutando di uscire in macchina, e d’altronde chi gliele paga le sanzioni da 41 euro?». «Questa incredibile vicenda segna un’ulteriore drammatica accelerazione dello sfacelo amministrativo che sta vivendo Roma – commenta Sveva Belviso, leader di Altra Destra e consigliere capitolino -. La macchina comunale è completamente impazzita, non funziona più nulla, la città è totalmente allo sbando e senza guida. E sarebbe ignobile prendersela con la polizia municipale, cui va anzi la nostra solidarietà essendo i vigili senza copertura assicurativa. L'unica responsabilità è di tipo politico e di un sindaco inetto che sta distruggendo ogni tessuto civico e amministrativo della città. Ormai siamo a livelli di pericolosità sociale, e se il Pd non caccia Marino si assumerà una responsabilità morale enorme. I romani non li perdoneranno mai». «Non vogliamo essere multati al posto del sindaco Marino – ribadisce Giannini, Sulpl - . Lui può non pagarle alcune contravvenzioni, noi non ce lo possiamo permettere». Ma le assicurazioni scadute non sono certo l’unico problema con il quale devono convivere gli agenti della Polizia Locale. Senza un vestiario adatto, spesso in servizio con giubbotti gialli in mancanza di altro. Costretti a fotografare gli incidenti con i propri cellulari, succede agli uomini del Gruppo Intervento Traffico, in attesa di una nuova macchinetta digitale, e in giro con mezzi di servizio non idonei al trasporto degli arrestati o troppo piccoli, con i furgoni per i rilievi degli incidenti stradali fermi per manutenzione. Senza visite mediche che attestino la loro idoneità al servizio in strada, impossibilitati ad usare mascherine che li proteggano dallo smog, «ma soprattutto insufficienti, considerata la cronica carenza di personale, a coprire le esigenze di una Capitale europea – aggiunge Giannini -. Per noi Roma, se non è in grado di essere Capitale, può chiudere i servizi come un Comune qualsiasi alle 20 del venerdì. Sfidiamo il Sindaco su questo tema: basta straordinari e servizi notturni per la Polizia Locale. Ci pensasse lo Stato».

“E il tagliando dell’assicurazione?”. Le auto dei vigili ne fanno a meno. Il comandante Donati: “Una dimenticanza, mica siamo a Napoli. Ora provvederemo ad esporli”, scrive Vincenzo Chiumarulo il 7 febbraio 2013 su “La Repubblica”. Che ogni auto sul suolo pubblico debba tenere bene in vista il contrassegno dell'assicurazione, ce lo confermano due vigili urbani in piazza Umberto, appena usciti da un'auto di servizio: una Punto blu col parabrezza talmente pulito, che gli agenti devono aver pensato fosse un peccato rovinarlo con il porta assicurazione. Ma questa non è l'unica vettura dei vigili col parabrezza spoglio in giro per la città. Davanti alla Prefettura ci sono tre auto e un furgoncino della polizia municipale, ma del contrassegno dell'assicurazione non c'è nessuna traccia. Perfino fuori dal comando della polizia municipale, al quartiere Japigia, seduto nella sua auto senza contrassegno, se ne sta un agente incurante di violare lo stesso codice della strada che è tenuto a far rispettare ai cittadini. Se un comune mortale dimenticasse di esporre il contrassegno dell'assicurazione, infatti, si beccherebbe una multa che, secondo l'articolo 181 del Codice della strada, oscilla tra i 24 e i 94 euro. E poiché la legge è uguale per tutti, almeno sulla carta, come mai la polizia municipale di Bari non usa esporre l'assicurazione? "E' stata una nostra mancanza", spiega il comandante dei vigili urbani, Stefano Donati che assicura: "Dopo la vostra segnalazione, stiamo provvedendo a far esporre i contrassegni in tutti i mezzi": un parco auto di un centinaio di autovetture. Le nostre, aggiunge, "sono auto come tutte le altre e quindi anche noi abbiamo l'obbligo di esporre l'assicurazione". Fino a ieri, però, "la prassi era un'altra e il contrassegno lo tenevamo nel libretto e, all'occorrenza, lo tiravamo fuori". Un'usanza di cui sono convinti anche gli agenti in servizio ai quali chiediamo spiegazioni sul contrassegno fantasma: "Non siamo obbligati a esporlo", dicono contraddicendo il loro stesso comandante: "Tanto si sa che le auto pubbliche sono assicurate". Eppure Donati tiene a precisare che "non siamo mica a Napoli, dove non c'erano i soldi per assicurare le auto: la nostra è stata una dimenticanza ma ora è tutto a posto". Non proprio tutto, però, dal momento che mentre parliamo con lui ci sfreccia davanti un'altra auto senza tagliandino. "Non è possibile", tuona il co-mandante che ci invita "a controllare anche le auto delle altre forze dell'ordine, della Prefettura e del Comune di Bari", per verificare che la "prassi di non esporre il contrassegno" è diffusa "tra le auto pubbliche". Seguiamo il consiglio e troviamo subito un'auto della polizia di Stato, in via Piccinni, in effetti senza il tagliando sul parabrezza. Mentre altre tre vetture, due del Comune e una della Prefettura, in piazza Libertà, espongono il contrassegno in bella vista. Proseguendo la passeggiata a caccia di tagliandi, incrociamo anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, al quale chiediamo spiegazioni: "Probabilmente -  dice  -  la polizia municipale non ha l'obbligo di esporre il contrassegno ma garantisco che le auto sono assicurate, altrimenti la responsabilità ricadrebbe sui dirigenti del Comune, i quali, stia sicuro, preferirebbero non far uscire le auto piuttosto che mandarle in giro senza assicurazione". Non "avevo idea di questo problema fino a oggi, ma credo si tratti di una mancanza grave della polizia municipale", rileva il direttore generale del Comune, Vito Leccese, promettendo che "darà disposizioni affinché siano immediatamente esposti i contrassegni dell'assicurazione in tutte le vetture dei vigili urbani".

Quei burocrati che salvano se stessi, scrive Sergio Rizzo il 28 gennaio 2016 su "Il Corriere della Sera". In nessun Paese al mondo le burocrazie si suicidano. Fra tutte le leggi fondamentali che regolano l’esistenza della pubblica amministrazione, ecco la più importante. Dunque per impedire che una riforma abbia successo c’è un metodo infallibile: affidarne l’applicazione agli stessi burocrati. Viene deciso che la pubblica amministrazione si deve avvalere per i rapporti con i cittadini della posta elettronica certificata? Ecco che salta fuori qualche misteriosa disposizione interna per cui la richiesta agli uffici si può certamente fare per mail, ma la domanda è ritenuta valida solo se presentata di persona o tramite raccomandata con ricevuta di ritorno. Si introduce lo sportello unico per le imprese, che dovrebbero poter svolgere tutte le pratiche per via telematica con un risparmio enorme di tempo e denaro? Ecco allora che qualche Regione alza un muro a difesa della propria piattaforma informatica, ovviamente diversa da quella della Regione accanto: con il risultato di complicare ancora di più le cose. Vale per le burocrazie locali, come per le amministrazioni centrali. Vale per aprire un’attività, dismettere un’utenza, ottenere una cartella clinica, chiedere un permesso di costruzione, regolare i conti con il fisco... E la politica, qui, ha enormi responsabilità. Non perché siano i politici a scrivere regolamenti e circolari che stabiliscono come si devono compilare i moduli o le procedure per smaltire una tettoia di eternit. Ma perché la politica delega decisioni frutto della volontà popolare, come le leggi approvate dal Parlamento, agli stessi che dovrebbero subirle. Il caso del regolamento edilizio unico per tutti i Comuni italiani è una micidiale cartina tornasole. Finalmente il governo prende atto che è impossibile far funzionare come in tutti i Paesi civili un sistema per cui ognuno degli 8.003 municipi italiani amministra questa materia con norme differenti l’uno dall’altro, sovente contraddittorie. Si arriva all’assurdo che neppure le circoscrizioni di uno stesso Comune capoluogo applicano le stesse regole. Non sono diverse soltanto le altezze dei parapetti o le cubature minime delle stanze, ma le definizioni stesse: in un Comune con «superficie utile» si indica una determinata cosa, mentre nel Comune confinante lo stesso termine indica una cosa diversa. Per non parlare di certe follie di cui è disseminato lo sterminato panorama di articoli, commi e lettere, conseguenza quasi sempre di qualche solerzia amministrativa la cui logica è però raramente ritracciabile nelle pieghe del buon senso. Un caso? L’articolo 31 del regolamento edilizio del Comune di Fiumicino afferma che «è permessa la costruzione di cortili secondari o mezzi cortili allo scopo di dare luce e aria a scale, latrine, stanze da bagno, corridoi e a una sola stanza abitabile per ogni appartamento, nel limite massimo di quattro stanze, per ciascun piano, sempreché l’alloggio, di cui fanno parte, consti di non meno di tre stanze oltre l’ingresso e gli accessori». Tutto questo, però, «fatta eccezione per le case di tipo popolare». Il che starebbe a significare che il cortile, a parte la maniacale descrizione dei limiti (perché al massimo quattro stanze per piano, e perché l’alloggio deve averne almeno tre?) è una cosa da ricchi. Insomma un guazzabuglio infernale, al quale si ritiene di mettere conclusione imponendo, come in Germania, regole uniche valide su tutto il territorio nazionale. Regole semplici e facilmente attuabili. L’intenzione è lodevole. Si commette però il solito errore: siccome la questione è molto complicata e oltre alle leggi nazionali ci sono di mezzo centinaia di norme locali per decine di migliaia di disposizioni, il compito di mettere a punto il testo viene assegnato a un pool di funzionari competenti. Ma sono gli stessi che hanno le chiavi del labirinto, i custodi dei segreti delle burocrazie regionali e comunali, il cui potere e la cui funzione verrebbero meno se il regolamento unico vedesse effettivamente la luce, fosse semplice e facilmente applicabile in tutti i Comuni italiani. Cominciano allora le eccezioni, i distinguo, i cavilli. Ognuno butta in faccia all’altro un dpr, una legge regionale, un ingorgo urbanistico, una specifica costruttiva, un divieto lessicale, un ostacolo strutturale, un compendio normativo, una deroga altimetrica... E dopo un anno tutto è ancora fermo. La burocrazia ha raggiunto il suo obiettivo. Il resto degli italiani, che però sono la stragrande maggioranza, purtroppo no. Che serva di lezione, ma sia l’ultima. Lo diciamo ai politici: le riforme non possono esaurirsi, come quasi sempre accade, in un annuncio roboante che all’atto pratico si sgonfia miseramente. Se vogliono davvero cambiare le cose, si rimbocchino le maniche assumendosi l’onere di compiere le scelte. Perché di scelte politiche si tratta. Se poi la materia, come in questo caso, appare troppo complicata, si facciano pure aiutare dagli esperti, ma indipendenti: ce ne sono dappertutto, bravissimi e con le idee chiare. Basta guardarsi intorno, le nostre università abbondano di intelligenze pronte all’uso. Di sicuro non si può pretendere che a semplificare sia chi è pagato per complicare, e complicando assicura la sopravvivenza al proprio ruolo. Perché allora è assicurato anche il fallimento. 

Il licenziamento del professore perché fece pipì in un cespuglio. Padre di tre figli, insegnava filosofia a Bergamo. L’episodio risale a 11 anni fa, scrive Gian Antonio Stella il 3 febbraio 2016 su “Il Corriere della Sera”. La scure della giustizia, che troppe volte aveva graziato bancarottieri, ladri, trafficanti di droga e truffatori, s’è finalmente abbattuta. Implacabile. E ha mozzato la testa a un professore padre di tre figli che undici anni fa, alle due di notte, in un borgo di poche anime, aveva fatto pipì in un cespuglio. Licenziato in tronco. Vi chiederete: è uno scherzo? Magari! Il protagonista di questa storia (meglio: la vittima di questa giustizia ottusamente ingiusta) si chiama Stefano Rho ed è nato 43 anni fa a Lacor, in Uganda, dove il padre e la madre facevano i medici volontari per quella straordinaria organizzazione che è il Cuamm-Medici con l’Africa. Anzi, loro stessi avevano messo su un piccolo ospedale dopo essersi sposati e aver chiesto agli amici, nella «lista nozze», il dono di «22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio...». Rientrato con i genitori in Italia, a Bergamo, Stefano si è laureato in Filosofia alla Cattolica e si è messo in coda, di concorso in concorso, di supplenza in supplenza, per avere un posto da insegnante. Problemi? Zero. Lo dichiara lo stesso «Certificato penale del Casellario giudiziale» dove è scritto chiaramente: «Si attesta che nella Banca dati del Casellario giudiziale risulta nulla». Torniamo a scriverlo: «nulla». Undici anni fa però, qualcosa successe. Un episodio così marginale, in realtà, che quasi tutti ce lo saremmo dimenticati. O ne avremmo riso con gli amici: «Pensate che una notte...». È la sera di Ferragosto 2005. Il paesello di Averara, un pugno di case con 182 abitanti in una valle laterale della Val Brembana, ha organizzato per i concittadini e la gente dei dintorni una sagra paesana con un ospite d’onore, un cabarettista di Zelig. Pienone. Al punto che molti giovani, tra cui Stefano e il suo amico Daniele, non riescono a entrare. Gironzolano nei dintorni, e finalmente, sul tardi, un attimo prima che lo stand chiuda, riescono a bere una birra. Poi, come tutti i ragazzi del pianeta, si fermano un po’ a chiacchierare e tirano tardi. Alle due di notte, mentre gli ultimissimi nottambuli risalgono sulle loro auto per andarsene, «gli scappa». Si guardano intorno. La festa ha chiuso. Il paese, salvo un lampione qua e là, è immerso nel buio. Non c’è un bar aperto a pagarlo oro. Men che meno dove stanno, al limite della contrada. Che fare? Stefano e Daniele fanno pipì su un cespuglio. In quell’istante passa una pattuglia di carabinieri. «Ci hanno visto, chiesto i documenti, fatto una ramanzina bonaria rimproverandoci perché secondo loro c’era un lampione che un po’ di luce la faceva e ciao». Un anno dopo i due si ritrovano imputati, davanti al giudice di pace di Zogno, «perché in un piazzale illuminato adiacente alla pubblica via compivano atti contrari alla pubblica decenza orinando nei pressi di un cespuglio». Duecento euro di multa: «Non abbiamo neanche fatto ricorso e neppure preso un avvocato di fiducia. Ci sembrava una cosa morta lì». Il 2 settembre 2013 il professor Rho, da quattordici anni precario come insegnante di filosofia in varie scuole superiori della bergamasca, firma per il Ministero un’autodichiarazione dove spunta la voce in cui dice «di non aver riportato condanne penali e di non essere destinatario di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza e di misure di prevenzione, di decisioni civili e di provvedimenti amministrativi scritti del Casellario giudiziario ai sensi della vigente normativa». Tra mesi dopo, il dirigente scolastico gli comunica che da un controllo è risultato che lui, il professor Rho, risulta «destinatario di un decreto penale passato in giudicato». E lo invita a presentarsi a fine gennaio del 2014 per spiegarsi. Avute le spiegazioni, il dirigente riconosce che «appaiono plausibili le motivazioni addotte a propria discolpa» e che «se anche il prof. Rho avesse correttamente dichiarato le condanne avute le stesse non avrebbero inciso sui requisiti di accesso al pubblico impiego». Per capirci: a dichiarare il falso, perfino se fosse stato in malafede, non ci avrebbe guadagnato nulla. Anzi. Quindi, «tenuto conto del principio della gradualità e proporzionalità delle sanzioni in rapporto alla gravità delle mancanze», decide di dare al malcapitato il minimo del minimo: la censura. Buon senso. Ma la legge italiana, che riesce a sbattere in galera un trentacinquesimo dei «colletti bianchi» incarcerati in Germania e arriva a scarcerare sicari mafiosi perché ha scordato una scadenza dei termini e non ce la fa quasi mai a processare i bancarottieri prima che cada tutto in prescrizione, decide che no, Stefano Rho non può cavarsela così. E la Corte dei conti, del tutto indifferente al tipo di condanna, che non prevede neppure l’iscrizione nella fedina penale (rimasta infatti candida) né un «motivo ostativo» all’assunzione nei ranghi statali, ricorda alle autorità scolastiche che Rho va licenziato. E così finisce. Il dirigente scolastico di Bergamo, Patrizia Graziani, prende atto della intimazione dei giudici contabili e dichiara la decadenza «senza preavviso» dell’insegnante, la perdita delle anzianità accumulate negli ultimi anni insegnando con continuità negli istituti bergamaschi «Natta» e «Giovanni Falcone», la cancellazione del «reo» da tutte le graduatorie provinciali eccetera eccetera... Il tutto in un Paese dove, per fare un solo esempio fra tanti, i dipendenti pubblici furbetti (agenti di custodia, bidelli, maestri...) che grazie alle clientele politiche riuscirono a farsi piazzare nel Cda dell’area sviluppo industriale di Agrigento (così da avere il trasferimento vicino a casa) sono stati assolti nonostante avessero firmato di loro pugno di avere la laurea (falso) ed «esperienza almeno quinquennale scientifica ovvero di tipo professionale o dirigenziale» o addirittura la «qualifica di magistrato in quiescenza». Assolti! Il che impone una domanda: la legge italiana è davvero uguale per tutti o dipende dal giudice che capita? Non manca, in coda a questo pasticciaccio brutto, il dettaglio paradossale: il professor Rho, che come dicevamo ha una moglie e tre figli da mantenere ed è stato buttato fuori con così feroce solerzia l’11 gennaio da un pezzo dello Stato, era stato definitivamente assunto da un altro pezzo di Stato il 24 novembre. Della serie: coerenze...

Assenteismo alla Asl, in servizio i 36 condannati a Brindisi: un oculista è stato promosso. Non è chiaro se anche all'elenco di presunti assenteisti in camice, fra i primi in Italia a subire una condanna penale, potranno essere applicate le ultime disposizioni previste dalla riforma Madia, scrive il 25 gennaio 2016 "La Repubblica" e "La Gazzetta del Mezzogiorno". Le immagini delle microcamere nascoste furono proiettate nell'aula di giustizia in cui è iniziato due anni fa e si è concluso la scorsa estate il processo di primo grado per assenteismo: si scorgevano le addette alle pulizie che strisciavano i badge altrui nella macchinetta marcatempo, all'ingresso di una delle sedi della Asl di Brindisi. Ma anche medici, infermieri, tecnici, fisioterapisti che dopo aver timbrato il cartellino si recavano a casa, a fare la spesa al discount, ad accompagnare i bambini a scuola. Per quei fatti 36 dipendenti pubblici sono stati condannati in primo grado, nel giugno scorso, a pene comprese tra sei mesi e tre anni: le accuse formulate dal pm Milto Stefano De Nozza sono a vario titolo truffa in danno dello Stato e violazione del decreto Brunetta. Inizialmente erano 48 gli imputati. Sono tutti ancora in servizio presso la stessa azienda sanitaria. Anche coloro i quali sono stati ritenuti assenteisti. Uno di essi, un oculista, ha ottenuto perfino una progressione di carriera. Uno scatto in avanti previsto dal contratto nazionale del lavoro: atto dovuto che non è stato possibile evitare, a quanto si è appreso dalla direzione generale Asl, proprio perché per i lavoratori in questione non c'è stato alcun provvedimento punitivo. I procedimenti disciplinari avviati nel 2010, quando nell'ambito della stessa inchiesta furono eseguite 26 ordinanze di custodia cautelare dai carabinieri dei Nas di Taranto, furono già allora congelati in attesa di un verdetto definitivo che è però ancora lontano dall'essere emesso. Ci sono però le motivazioni della sentenza di primo grado depositate a settembre, in cui il giudice monocratico Giuseppe Biondi ha fatto una disamina puntuale di ogni singola posizione. Le difese hanno già impugnato la decisione del tribunale e attendono che venga fissato l'appello. Viene attribuito dal giudice un rilievo di maggiore gravità ai medici coinvolti, a uno dei quali, un odontoiatra, è toccata la pena massima inflitta: tre anni di reclusione. In quanto dirigenti avrebbero dovuto controllare, a quanto è riportato, il rispetto delle regole da parte dei sottoposti. E avrebbero dovuto dare l'esempio. Tutti, poi, sottraendo ore che avrebbero dovuto essere di esclusiva proprietà del datore di lavoro, avrebbero provocato all'Azienda sanitaria locale, quindi a una pubblica amministrazione, un danno patrimoniale. Oltre che un danno di immagine dovuto - si legge - al fatto che avrebbero agito sempre "alla luce del sole". Per altro il fatto che non fosse emersa durante il dibattimento la prova di conseguenze dirette nella qualità del servizio, non avrebbe avuto alcun valore riguardo le contestazioni per cui si è proceduto: la truffa e le irregolarità nell'utilizzo del cartellino marcatempo. Nel frattempo nulla è cambiato in quel di via Dalmazia e più in generale presso l'Azienda sanitaria di Brindisi. "I procedimenti disciplinari - ha spiegato il direttore generale Giuseppe Pasqualone - sono stati riaperti". Ma non è chiaro se anche all'elenco di presunti assenteisti in camice, fra i primi in Italia a subire una condanna penale, potranno essere applicate le ultime disposizioni previste dalla riforma Madia, che prevede una linea durissima, ancor di più rispetto al passato, per i cosiddetti furbetti del cartellino.

Palermo, inquinamento: tre anni di processo inutile. "Il pm ha sbagliato imputati". Le motivazioni dell'assoluzione per gli ex governatori Cuffaro e Lombardo. Il presidente del tribunale: “Alla sbarra dovevano andare i dirigenti, non i politici”, scrive Alessandra Ziniti il 26 gennaio 2016 “La Repubblica”. Per anni in tutto il territorio siciliano c’è stato un superamento sistematico dei limiti di inquinamento ambientale e per anni c’è stata "una evidente e macroscopica negligenza dell’apparato regionale e dell’Arpa, dando prova di palese negligenza a danno di tutti i cittadini siciliani". Ma il processo che vedeva alla sbarra gli ex governatori Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo e gli ex assessori al Territorio e Ambiente Cascio, Interlandi, Sorbello e Di Mauro è finito in un nulla di fatto perché la procura ha sbagliato imputati e imputazioni. Sono durissime le motivazioni della sentenza con le quali il presidente della quarta sezione del tribunale Vittorio Alcamo ha motivato l’assoluzione di tutti gli imputati. "Tenuto conto della delicatezza della materia e della serietà delle possibili conseguenze a carico della salute collettiva, avrebbero meritato un ben più centrato procedimento a carico dei soggetti realmente responsabili", scrive Alcamo. Rifiuto di atti d’ufficio era il reato che la procura aveva contestato ai politici per "essersi indebitamente rifiutati di predisporre e far approvare" i piani per combattere l’inquinamento ambientale. I pm avevano invece chiesto l’archiviazione per i dirigenti e i funzionari amministrativi. Ma — sottolineano i giudici — erano proprio loro i soggetti competenti ad istruire e predisporre i piani mentre ai presidenti della Regione e agli assessori la legge assegna il compito di "esercitare le funzioni di indirizzo politico-amministrativo e definire gli obiettivi ed i programmi da attuare". Nel corso del processo, i giudici si sono ben presto resi conto di ritrovarsi davanti come testimoni quelli che avrebbero dovuto essere gli imputati (cioè i dirigenti e i tecnici) e come imputati i politici che avrebbero dovuto essere testimoni. O ai quali, in alternativa, avrebbe dovuto essere contestata un’altra condotta: "L’unico potere-dovere previsto in capo agli assessori ed al Presidente della Regione — scrivono i giudici — è quello, residuale ed eccezionale, di fissazione di un termine perentorio nell’eventualità

di gravi inerzie da parte dei dirigenti ed, in caso di ulteriori inerzie, di nomina di un commissario ad acta". Contestazione che la procura ha provato a rivolgere loro ormai in prossimità della sentenza, quando — contestualmente — il gip ha rigettato la richiesta di archiviazione nei confronti dei dirigenti sollecitata dalla procura. Ora il reinvio degli atti ai pm è sostanzialmente vano perché i fatti contestati sono già andati in prescrizione.

Il record dei voltagabbana ai tempi di Renzi. Dall'inizio della legislatura 234 parlamentari hanno cambiato casacca: l'inchiesta di copertina di Panorama in edicola dal 18 febbraio, scrive il 17 febbraio 2016 "Panorama". Dal 2013 ben 234 parlamentari hanno cambiato casacca e tradito il mandato dei cittadini, lasciando il gruppo parlamentare di appartenenza. E non solo una volta: alcuni di questi senatori e deputati si sono infatti riposizionati più volte con il risultato che i cambi di casacca totali risultano essere 329. Un record mondiale. È questo il risultato di un’indagine condotta da Panorama e pubblicata sul numero in edicola da giovedì 18 febbraio. Il caso è particolarmente accentuato a Palazzo Madama, dove il 30 per cento dei senatori ha cambiato casacca, alcuni anche cinque o sei volte. Il 43,6 per cento dei transfughi ha scelto di allearsi con il Partito democratico e i loro voti sono spesso fondamentali per il governo Renzi. Sono nati anche nuovi gruppi parlamentari. Sempre a Palazzo Madama, su 10 gruppi, soltanto 4 hanno partecipato alle elezioni con proprie liste. Il recordman di questa legislatura è il senatore Luigi Compagna con sei passaggi da una sigla all’altra.

Il M5S e Grillo: uno, nessuno, centomila. Da Rodotà a Farage. Dal Mein Kampf fino all'ultima capriola sulle unioni civili. La schizofrenia a 5 stelle riflette la personalità del suo leader, scrive il 17 febbraio 2016, Paolo Papi su "Panorama". Grillo, quale? Quello che candidò, non appena i suoi misero piede in parlamento, l'esimio e laicissimo professore Rodotà al Colle? O quello che, dopo aver assicurato che i suoi senatori avrebbero votato la legge sulle unioni civili purché non venisse stralciata dalla stepchild adoption, ha compiuto una stupefacente piroetta sul blog, garantendo assoluta libertà di voto ai suoi parlamentari? Grillo, chi? Quello che tuonava contro lo scandalo dell'esenzione dell'Ici per le proprietà immobiliari della Chiesa e giunse persino a proporre nel 2012 una radicale revisione dei Patti lateranensi? Oppure il Grillo trasformista che giunse nel 2009, ben prima che si insinuasse l'idea di fondare un movimento nazionale, acandidare Tarcisio Bertone al soglio di Pietro? Grillo, quale? Quello che nel 2005, ai tempi del governo Berlusconi, difendeva con le unghie l'articolo 67 sull'assenza del vincolo di mandato in Costituzione o quello che, nel 2015, sostiene che solo il vincolo di mandato può salvare la democrazia italiana? Dicono che i movimenti carismatici riflettano vizi e virtù della personalità dei loro leader-fondatori. Nel caso del M5S, un partito che fino a qualche giorno fa aveva fatto di una laicità con venature anticlericali una delle sue tante bandiere politiche, questa apparente schizofrenia - giustificabile a teatro per un'artista, ma assai meno in Parlamento - trova la sua plastica rappresentazione in una serie di vignette che stanno facendo il giro dei social network. Come questa. Il M5s, quale? Quello che, per bocca di uno dei suoi volti più noti, Alessandro Di Battista, giunse a sostenere, all'indomani dell'esecuzione del reporter James Foley, che la "violenza indecente, barbara, inaccettabile subita dal giornalista Usa è figlia della violenza indecente, barbara, inaccettabile subita dai detenuti nel carcere di Abu Ghraib"? È lo stesso Di Battista che sulla crisi dei profughi, anziché sostenere per coerenza logica che le grandi ondate migratorie dai Paesi mediorientali sono figlie (anche) delle scelte occidentali, è giunto a sostenere sempre su Facebook, come avrebbe detto il Gianfranco Fini ai tempi del Msi, che "i fratelli africani devono stare a casa loro, e per farli stare a casa loro devono avere risorse e sviluppo a casa loro"?  E ancora, Grillo, quale? Quello stesso Grillo che dieci anni orsono scriveva un post con un'intera citazione del Mein Kampf di Adolf Hitler, definendolo una "voce del passato per capire il nostro presente"? Quello che si è alleato in Europa con gli ultranazionalisti xenofobi di Nick Farage, dopo aver candidato Rodotà al Colle? È lo stesso leader del MoVimento che ha fatto arrampicare i suoi sul tetto di Montecitorio in nome del rispetto della Costituzione repubblicana e antifascista? Qualcosa forse non torna. Non solo nel M5S, ma in tutta la politica italiana. Ma le capriole grilline fanno pensare a Pirandello: uno, nessuno, centomila. Un partito dalle mille identità, riflesso della personalità bifronte del suo leader, straordinario Zelig, ma solo sul palcoscenico.

SCANDALO ENI TOTAL. La Procura di Potenza indaga per disastro ambientale. Il riferimento è al «risparmio dei costi - scrive il gip nell’ordinanza - del corretto smaltimento dei rifiuti prodotti dal centro oli» con «rifiuti speciali pericolosi» che venivano «dal management Eni qualificati in maniera del tutto arbitraria e illecita», scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno” il 3 aprile 2016. Interrogatori, agenda da riempire e un ricorso da depositare: la settimana che comincia domani sarà per i pm di Potenza impegnati nell’indagine sul petrolio - che ha risvolti politici non meno delicati di quelli giudiziari - molto importante proprio per il futuro dell’inchiesta stessa, che ha portato giovedì scorso sei persone agli arresti domiciliari con due ordinanze del gip e all’iscrizione di 60 persone nel registro degli indagati. Gli interrogatori di garanzia e l’agenda dei pubblici ministeri sono collegati: prima cominceranno quelli degli arrestati, ma l’attenzione generale è già concentrata sull'interrogatorio dell’ex ministra Federica Guidi - che si è dimessa il giorno stesso degli arresti - e della ministra Maria Elena Boschi, citata dalla sua collega quando era prossimo l'inserimento nella legge di stabilità di un emendamento necessario a far procedere i lavori a Corleto Perticara (Potenza), dove la Total sta costruendo il secondo centro oli lucano per sfruttare 50 mila barili di petrolio all’anno dal 2017. All’emendamento era molto interessato l’imprenditore petrolifero Gianluca Gemelli, compagno della Guidi, che, infatti, appena la compagna gli confermò che sarebbe stato inserito, telefonò al dirigente di una società petrolifera. Guidi e Boschi saranno sentite a Roma: nei prossimi giorni sarà fissata la data, mentre riguardo al premier Renzi, che in tv ha dichiarato «l'emendamento è mio, se vogliono i pm mi ascoltino», in ambienti vicini alla procura si apprende che i pubblici ministeri di Potenza «non pensavano» di sentirlo. Attesa, da domani, anche per il ricorso dei pm contro la decisione del gip, Michela Tiziana Petrocelli, che ha rigettato la richiesta di arresto per Gemelli. Dalle parole dei sei arrestati - l’ex sindaco di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (Pd), e cinque dipendenti dell’Eni (sospesi dalla compagnia) - i pm si aspettano elementi utili per portare avanti altri accertamenti e approfondimenti. Vicino è finita ai domiciliari nell’ambito del filone di inchiesta che riguarda la costruzione del centro oli di Corleto; gli altri cinque in relazione all’accusa di traffico illecito dei rifiuti prodotti nel centro oli dell’Eni di Viggiano (Potenza), dove da giovedì è sospesa la produzione di 75 mila barili al giorno di petrolio (con centinaia di operai e tecnici in ansia per il lavoro e migliaia di abitanti della zona e ambientalisti soddisfatti). La compagnia ha preso una posizione netta: gli accertamenti che ha fatto condurre da esperti nazionali e internazionali parlano di «qualità dell’ambiente ottima» e di operazioni di smaltimento rispettose delle leggi. I pm aspettano altre analisi dei Carabinieri del Nucleo operativo ecologico: diranno loro se l’ombra dell’accusa di disastro ambientale potrà concretizzarsi. Infine, il filone per il momento meno chiaro dal punto di vista delle notizie trapelate e su cui il riserbo degli investigatori è più stretto: lo scenario è il porto di Augusta, punto di riferimento di diverse compagnie petrolifere. Fra gli indagati vi sono Gemelli e il capo di stato di maggiore della Marina militare, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi: da mesi i pm di Potenza, Laura Triassi e Francesco Basentini, indagano per associazione per delinquere e traffico di influenze sullo stesso Gemelli, su De Giorgi, su Nicola Colicchi, considerato un "lobbista», e su un consulente del Ministero dello Sviluppo economico, Valter Pastena. E’ la parte dell’inchiesta che potrebbe riservare rilevanti sorprese.

Il «comitato d’affari» e i politici: così venivano favorite le aziende. Le conversazioni tra Colicchi e Gemelli. E il ministro si preoccupa per due assunzioni. Il compagno della Guidi «si mostra attento agli emendamenti del settore energetico», scrive Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera” del 3 aprile 2016. Un vero e proprio comitato d’affari che si muoveva dietro le quinte di governo e Parlamento per garantire gli interessi delle aziende petrolifere, prima fra tutte la Total. Su questo si concentrano le indagini della magistratura di Potenza, come viene ben ricostruito nelle carte processuali su quanto accaduto per il progetto «Tempa Rossa». Rivelando come l’emendamento che ha costretto il ministro Federica Guidi alle dimissioni — visto che ne parlava come un «favore» fatto al compagno Gianluca Gemelli — non fosse l’unico che gli imprenditori volevano far approvare. I giorni chiave per gli affari messi in piedi dallo stesso Gemelli sono quelli di metà dicembre 2014, quando il provvedimento viene inserito nella legge di Stabilità. Il 12 parla con Nicola Colicchi, consulente della Camera di Commercio di Roma, indagato in uno dei filoni dell’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata al traffico d’influenza e all’abuso d’ufficio. Gli chiede delucidazioni su un emendamento presentato dal parlamentare di Ala, il braccio destro di Denis Verdini Ignazio Abrignani. Si preoccupa che possa danneggiare i suoi «soci». Colicchi lo rassicura. Annotano gli investigatori della squadra mobile che trascrivono le intercettazioni: «Non è una cosa di sistema... capito? Cioè, cioè alle imprese, allora per capirci, alle imprese serie quelle grosse, di avere il finanziamento con la garanzia non gliene frega niente, perché quelli... chi fa, chi fa sto lavoro qua, i soldi non può non averli, capito?». Sottolinea il giudice: «La conversazione rileva più che altro per il semplice fatto che Gemelli si mostra particolarmente attento a degli emendamenti che interessano comunque il settore energetico. E la circostanza che il Colicchi abbia rassicurato Gemelli che l’emendamento in questione (presentato da Abrignani) non interessasse i “grossi”, lascia presumere che l’intento di quest’ultimo fosse proprio quello di sincerarsi che non si trattasse dello stesso emendamento di cui aveva pur avuto modo di discutere con Cobianchi Giuseppe della Total, lo stesso emendamento che sarebbe dovuto essere ripresentato al Senato in sede di approvazione della legge di stabilità, o in ogni caso di qualsiasi altro e ulteriore emendamento che sarebbe tornato utile ai “grossi”, vale a dire alle grosse realtà imprenditoriali». Per questo, dopo aver interrogato gli arrestati, gli inquirenti convocheranno anche i componenti della «rete» che si muoveva per indirizzare i provvedimenti. Dovranno chiarire la propria posizione, alcuni come Walter Pastena, dirigente della Ragioneria di Stato, dovranno difendersi dall’accusa di associazione per delinquere. Tra le «contropartite» pretese da alcuni amministratori locali — prima fra tutte Rosaria Vicino, il sindaco di Corleto Perticara finita agli arresti proprio per aver pilotato le autorizzazioni sul progetto — ci sono le assunzioni di parenti e amici. Lo stesso Gemelli cede alla richiesta del primo cittadino. Lo rivela lui stesso in una conversazione con la compagna, l’allora ministro Guidi, quando si preoccupano per aver saputo che è stata aperta un’inchiesta. È il 23 gennaio 2015. Annotano gli investigatori: «Guidi chiedeva se lui avesse già preso della gente locale (anche in questo caso si ritiene che il riferimento fosse fatto alle assunzioni di personale da parte della società ITS da inviare nei cantieri della Total a Corleto Perticara). Gemelli rispondeva di sì, di aver preso due persone, che non erano neanche del posto, ma di Comuni limitrofi e precisava che si era trattato peraltro di curricula da lui inviati e poi scelti dal cliente (Tecnimont). La Guidi gli chiedeva se fossero dei contratti personali. Gemelli rispondeva di sì, che si trattava di persone assunte da lui direttamente, che il rapporto era tenuto con il singolo professionista segnalato dal cliente».

Il fastidio di Renzi con i pm per la convocazione di Boschi. Lo sfogo con i collaboratori: Abbiano il coraggio di chiamarmi, così ci divertiamo un po’, scrive Maria Teresa Meli su “Il Corriere della Sera” del 3 aprile 2016. Davanti alle telecamere, con Lucia Annunziata che lo incalza con abilità e tenacia, Matteo Renzi non si lascia sfuggire i suoi più reconditi pensieri sulla vicenda giudiziaria che ha portato alle dimissioni della ministra Guidi. Dice di non credere ai complotti e alla giustizia a orologeria. Ma ha un’aria di sfida che non passa inosservata quando invita i giudici a chiedergli di ascoltarlo. Non solo su quella storia, ma anche su «tutto il resto: la Salerno-Reggio Calabria, la Napoli-Bari, la Variante di Valico». Ed è proprio da quel «tutto il resto» che traspare il tono della sfida nei confronti dei pm della Procura di Potenza. I quali, non a caso, più tardi fanno filtrare che non è nelle loro intenzioni ascoltare il premier. Renzi è con i collaboratori quando arriva quella replica e sorride: «Perché non vogliono interrogarmi? Ho detto che quell’emendamento era mio, abbiano il coraggio di chiamarmi, dopo quello che ho detto, così ci divertiamo un po’. Visto che vogliono sentire la Boschi proprio per quell’emendamento, perché non me? Forse avrebbero bisogno di una lezione su come funziona il Parlamento... È allucinante voler ascoltare Maria Elena...». I collaboratori che gli stanno di fronte annuiscono. Non capiscono il motivo per cui i pm della Procura di Potenza abbiano deciso di tirare in ballo la Boschi. Ma il premier ha un’idea del perché. E la illustra ai fedelissimi. È un convincimento andato maturando dopo che è scoppiato il «caso Guidi» e che non formulerebbe mai ad alta voce di fronte ai giornalisti. È l’unica spiegazione che è riuscito a darsi: «La verità è che c’è un disegno organico dietro tutto ciò. L’obiettivo è quello di far raggiungere il quorum al referendum sulle trivelle nella speranza di darmi un colpo». Il presidente del Consiglio non contesta l’inchiesta: «Non spetta a me mettere bocca su un’indagine». Ma è la decisione dei magistrati di coinvolgere la ministra che rappresenta in modo più significativo la novità dell’esecutivo Renzi che lo ha lasciato perplesso. Come lo ha sconcertato anche il fatto che dopo aver pubblicamente detto che l’emendamento era opera sua, ora i pm non chiedano di ascoltare pure lui. Della sua «performance» in tv è contento: «Pensavano che mi presentassi tutto intimorito e piagnucolante e invece no. Ho voluto dare un messaggio molto duro». Questa volta il presidente del Consiglio si riferisce ai grillini, ai leghisti e a tutti quelli che hanno «utilizzato questa vicenda per fare un polverone pazzesco». Renzi ce l’ha in particolar modo con i Cinque Stelle. Ma per loro ha già pronta la controffensiva: «Domani (oggi per chi legge, ndr) Bonifazi sarà a Milano per chiedere il risarcimento danni a Grillo e David Ermini sarà a Massa Carrara per querelare Di Maio, che ha avuto la faccia tosta di dire che prendiamo i soldi dai petrolieri. A lui il Pd chiederà di rinunciare all’immunità. Del resto, loro sono sempre pronti a dire che bisogna rinunciarci...». Non una delle parole che vengono pronunciate al chiuso di una stanza, davanti a persone di assoluta fiducia del premier, è stata proferita in televisione. Ma dall’Annunziata Renzi si è lasciato sfuggire qualche indizio sul suo stato d’animo. Quando ha detto di sperare che l’indagine sia «una cosa seria». E ha fatto l’esempio del senatore Salvatore Margiotta, accusato e condannato, sempre a Potenza, per la costruzione del Centro Oil della Total e poi assolto dalla Cassazione. Non è escluso che oggi, in direzione, citi di nuovo questo esempio. Senza fare nessun attacco ai magistrati, però.

L’ammiraglio De Giorgi indagato per una fornitura. La sindaca: ho solo aiutato. Parte il ricorso per l’arresto di Gemelli. Trucchi per celare i veleni, scrive Virginia Piccolillo su “Il Corriere della Sera” del 3 aprile 2016. «Ma quando vengono i magistrati a sentire Rosaria Vicino?». A Corleto Perticara, da una settimana passata dalla tranquillità di paesino da 2.500 anime a centro delle cronache giudiziarie, si accomuna la ex sindaco ai domiciliari che deve subire l’interrogatorio di garanzia al ministro delle Riforme che, per cortesia istituzionale, riceverà la visita dei magistrati a Roma. Lei no. Dovrà uscire dalla villa videosorvegliata e fare i 60 chilometri di tornanti che portano a Potenza. La sua difesa la ripetono in molti: «Ha solo aiutato i ragazzi a trovare un posto di lavoro». Altrettanti però replicano: «Solo quelli che voleva lei. Ad altri, magari più preparati, ha impedito che gli venisse dato». E ripetono quella intercettazione in cui Rosaria Vicino, all’offerta di un posto per un geologo, rilancia con un suo protetto: «È geometra. Ma è sveglio». Oggi a Corleto ci sarà anche una manifestazione dei Cinquestelle ed è atteso Di Maio. Ma i riflettori sono tutti puntati sulla Procura di Potenza. Sarà una settimana di interrogatori per l’indagine sul petrolio lucano, ma non ci sarà quello del premier Matteo Renzi. Che i magistrati «non pensavano» proprio di ascoltare. Da ambienti investigativi filtra che questo non è un «processo all’emendamento allo sblocca Italia», all’origine dei guai dell’ex ministra Guidi. Lei lo aveva annunciato in anteprima al suo compagno Gianluca Gemelli, in un’intercettazione nella quale diceva di averne parlato anche con il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi. Informazione poi spesa da Gemelli per ottenere, secondo la Procura, utilità. Su quella frase verrà ascoltata, come atto dovuto, la Boschi, già nei prossimi giorni assieme alla Guidi. E, a microfoni spenti, si raccomanda di non confondere le ricostruzioni giornalistiche con le carte dell’inchiesta. Né sul filone politico, né su quello della «lobby» che agiva in vista del business del «dopo emendamento». In questo ambito è stato indagato per abuso d’ufficio il capo di Stato maggiore della difesa, Giuseppe De Giorgi per una vicenda legata a forniture. Per Gemelli, molto attivo a facilitare affari, oggi stesso potrebbe essere presentata la richiesta di appello conto la mancata autorizzazione all’arresto. Intanto c’è da ascoltare anche i cinque arrestati dell’indagine sui veleni spacciati per acqua sporca, nel centro Oli di Viggiano. È una tranche delicatissima che, dopo i risultati dell’indagine epidemiologica, potrebbe portare all’incriminazione per disastro ambientale. Per ora a testimoniare i trucchi compiuti per trasformare i codici dei rifiuti tossici e reiniettarli così nel pozzo di smaltimento delle acque reflue oppure degli «incidenti» ripetuti per il malfunzionamento dell’impianto con lavoratori finiti intossicati al pronto soccorso ci sono le parole degli stessi funzionari Eni intercettati. Anche se la compagnia parla di «qualità dell’aria ottima» e certificata.

Guidi, due incontri con i petrolieri. Poi i "favori" a Gemelli. I verbali. Il compagno della ministra avrebbe ottenuto commesse pure a Augusta. E in cambio l'ammiraglio De Giorgi puntava allo sblocco dei fondi per le nuove navi militari, scrivono Giuliano Foschini e Marco Mensurati il 04 aprile 2016 su " La Repubblica". Non è stata solo una leggerezza, una telefonata inopportuna a costare il posto a Federica Guidi. Dalle carte di Potenza emerge infatti un attivismo da parte dell'ex ministro che va ben oltre l'ingenuità di una chiamata di troppo. In almeno due occasioni avrebbe incontrato potenti esponenti della "lobby petrolifera", promettendo loro interventi del governo e, stando a quanto si deduce dalle intercettazioni, ottenendo in cambio "cortesie" destinate a favorire gli affari del compagno. Il mafioso. Il grande regista di questi incontri è Gianluca Gemelli, il fidanzato della Guidi che con le sue due società non solo, come noto, aveva appena ottenuto dalla Total un importante subappalto (2 milioni e mezzo di euro) ma aveva anche intenzione di diventare "fornitore di servizi ingegneristici" per la compagnia del petrolio, per il futuro. Ovviamente sfruttando il ruolo della compagna. La cosa diventa esplicita nella telefonata dell'23 ottobre 2014. Al telefono ci sono Franco Broggi - capo ufficio appalti della Tecnimont l'azienda che gestiva per conto della Total i subappalti in Basilicata - e Gemelli. Quest'ultimo ha appena chiesto di poter "fare tutto ciò che riguarda l'ingegneria per eventuali lavori successivi". Broggi risponde in maniera netta: "Sì. Tu fai. Non ti preoccupare. Se c'è quell'incontro a breve, tra chi sai tu e chi sai tu... Tutto si fa nella vita". Gemelli ringrazia: "Tu sei un mafioso siciliano!". "Da una telefonata successiva - scrive il gip - si capisce come l'incontro sarebbe dovuto essere tra il ministro Guidi e un rappresentante Tecnimont". Insomma, l'accordo tra Broggi e Gemelli era chiaro. La coppia Gemelli-Guidi aiutava Tecnimont (intervenendo presso Total, a cui avrebbe poi regalato in cambio l'emendamento) e la Tecnimont avrebbe restituito il favore "spingendo" le ditte di Gemelli. Mimì e Cocò. Il 4 novembre, è ancora una telefonata tra Broggi e Gemelli a raccontare gli incontri della Guidi. "Senti - chiede Broggi - sai se Mimì e Cocò si sono incontrati, poi?". "No, non si sono incontrati, questo tizio è allucinante", risponde Gemelli svelando che "questo tizio", l'uomo di Tecnimont, aveva rinviato l'appuntamento. Che si è tenuto una decina di giorni dopo. "I due dell'Ave Maria si sono visti", esordisce trionfante Broggi, aggiungendo però di essere un po' infastidito perché la cosa è "adesso è anche di dominio pubblico, sta circolando corrispondenza interna dove si dice che la persona interverrà a nostro favore verso Total. Da un certo punto di vista va bene, è l'istituzione che dice 'prendi una società italiana'; però c'è modo e modo". "La Guidi li stanerà". L'altro incontro della ministra è con Nathalie Limet (ad Total) e Giuseppe Cobianchi, numero due della compagnia, quest'ultimo è l'interlocutore di Gemelli nella famosa telefonata in cui il fidanzato della ministra annunciava l'inserimento dell'emendamento Tempa Rossa nella Legge di Stabilità. L'incontro avviene presso il Mise. È Colbianchi a parlarne con un collega, il 19 novembre: "Nathalie le ha rappresentato le difficoltà con le Regioni Basilicata e Puglia". "E il ministro - scrive il gip - ha detto che avrebbe convocato le Regioni (...) Poi avrebbe avuto due incontri separati con Eni e Total, infine li avrebbe messi intorno a un Tavolo e li avrebbe stanati". In particolare, dice ancora Cobianchi, il ministro si è detta "assolutamente disponibile a risolvere il problema di Taranto"". "L'incontro è andato bene", riferirà in un'altra telefonata, Colbianchi a Gemelli. Anche Federica "a me ha detto che è andato tutto bene", la risposta. Lo sblocco dei fondi navali. Sull'asse Gemelli-Guidi non si muovono solamente gli interessi dei petrolieri. Ma anche i vari appetiti prodotti dal "programma navale per la tutela della capacità marittima della Difesa". Stiamo parlando del filone di indagine in cui è indagato, tra gli altri, il capo di stato maggiore della marina, Giuseppe De Giorgi. L'ipotesi dell'accusa è che Gemelli attraverso Niccolò Colicchi - presidente della Compagnia delle Opere di Roma, consulente della Camera di Commercio di Roma, già indagato dalla procura di Milano per una vecchia storia legata al papavero democristiano Massimo De Carolis - fosse riuscito ad allacciare una proficua relazione con De Giorgi e con il suo amico Valter Pastena, burocrate di Stato, al tempo in servizio presso il ministero della Difesa. "Venne da me Colicchi - racconta Pastena - e mi propose di conoscere Gemelli. Accettai. Del resto era il compagno della Guidi". Secondo la procura, attraverso De Giorgi, Gemelli riuscì a ottenere commesse di lavoro al porto di Augusta. In cambio De Giorgi avrebbe ottenuto lo sblocco dei fondi - che transitavano presso il Mise della Guidi - per il programma navale (a cui teneva). Lo sblocco sarebbe stato agevolato, dal punto di vista burocratico, da Pastena. Il 12 dicembre 2014, proprio nel periodo chiave dell'intera vicenda, la ministra Guidi invia al presidente del Senato, Pietro Grasso, uno "Schema di decreto ministeriale concernente le modalità di utilizzo dei contributi pluriennali relativi al programma navale" (5,4 miliardi di euro in 20 anni), per il "parere preliminare delle Commissioni". Parere che la Guidi definisce "urgente", auspicando che l'iter si concluda "al più presto con la stipula dei contratti e degli impegni formali di spesa". Tre mesi dopo quel documento, a Pastena verrà fatto un contratto come consulente del Mise.

Estrazioni del petrolio, la ministra Guidi pilotava il governo per aiutare il fidanzato. La responsabile dello Sviluppo economico e l'imprenditore Gemelli parlano anche di accordo con la ministra Boschi Ecco le intercettazioni agli atti dell'inchiesta della procura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti legati alle estrazioni petrolifere, scrive Lirio Abbate il 31 marzo 2016 su "L'Espresso". «E poi dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato, se è d'accordo anche “Mariaelena” (il ministro Boschi ndr), quell'emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte...! Rimetterlo dentro alla legge... con l'emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempra Rossa, dall'altra parte si muove tutto»: così parlava la ministra dello Sviluppo economico Federica Guidial telefono con il suo compagno, Gianluca Gemelli, a proposito dell'emendamento che il governo stava per inserire nella Legge di Stabilità relativo ai lavori per il centro oli della Total in contrada “Tempa rossa”, a Corleto Perticara (Potenza), nei quali Gemelli stesso aveva interesse essendo alla guida di due società del settore petrolifero. L'imprenditore chiedeva alla sua compagna-ministro se la cosa riguardasse pure «i propri amici della Total, clienti di Tecnimont» e la Guidi rispondeva: «Eh certo, capito? Certo, te l'ho detto per quello!». Gemelli a questo punto, dopo aver parlato con la ministra Guidi chiama al telefono Giuseppe Cobianchi, dirigente della Total e gli svela la notizia della volontà del governo di inserire nella legge di Stabilità, in discussione all'epoca in Senato, l'emendamento che avrebbe sbloccato “tempra rossa”, tirando in ballo anche la ministra Boschi: «La chiamo per darle una buona notizia, si ricorda che tempo fa c'è stato casino, che avevano ritirato un emendamento, per cui c'erano problemi su Tempra rossa, pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al Senato, ragion per cui, se passa... e pare che ci sia l'accordo con Boschi e compagni... è tutto sbloccato». Le intercettazioni sono agli atti dell'inchiesta della procura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti legati alle estrazioni petrolifere. Guidi, che non è indagata nell'inchiesta, informa spesso il compagno, per il quale il gip di Potenza ha rigettato la richiesta di arresto, sui provvedimenti del governo per quanto riguarda le estrazioni petrolifere. Per questi affari Gemelli è indagato per aver sfruttato l'interesse della sua compagna-ministro e di aver fatto affari per oltre due milioni e mezzo di euro. Secondo il giudice per le indagini preliminari, che commenta queste intercettazioni sull'emendamento ritirato, precisa che: «non essendo stato possibile farlo “passare" nel testo del decreto "Sblocca Italia" il Governo (per iniziativa del ministro Guidi con l'intesa del ministro Boschi (“è d'accordo anche Mariaelena”), lo aveva sostanzialmente riproposto nel testo del disegno della legge di Stabilità (“Rimetterlo dentro alla legge... con l'emendamento alla legge di stabilità”), finendo con l'essere, unitamente alla legge di Stabilità, approvato a fine dicembre 2014. Il nuovo tentativo di inserimento, infatti, aveva esito positivo». La ministra Guidi si interessa del lato economico e finanziario del suo compagno Gemelli, al quale chiede come è messo “economicamente” e perché “è sempre sofferente in banca”. Guidi però insiste, vuole capire meglio e l'imprenditore spiega che ha “troppi mutui” da pagare. A questo punto la Guidi suggerisce: «Eh, per quello dico che dovresti riuscire a prendere altri lavori Gianluca...!»; Gemelli rispondeva "eh lo so gioia, non è che mi sono fermato, l'hai visto...».

Quella clamorosa intercettazione della Guidi. Le opposizioni: «Ora si deve dimettere». La ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi rassicura il compagno, interessato ai lavori, sul destino di un impianto di estrazione di Total in Basilicata: verrà approvato un emendamento alla legge di Stabilità. «È d’accordo anche Maria Elena», dice riferendosi a Boschi. Le opposizioni gridano al conflitto di interessi: «Si dimetta. E al referendum votiamo Sì», scrive Luca Sappino il 31 marzo 2016 su "L'Espresso". Non è nuova alle polemiche sul conflitto d’interessi, Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico del governo Renzi. Appena nominata, il 22 febbraio 2014, in molti notarono la scarsa opportunità della scelta del presidente del consiglio di mandare negli uffici di via Molise proprio la vicepresidente di Confindustria, figlia di Guidalberto Guidi, anch’egli a lungo vicepresidente di Confindustria e presidente della Ducati Energia, azienda di famiglia. Federica Guidi lasciò ogni incarico formale, ovviamente, e si difese dicendo di non esser socia ma solo dipendente delle varie aziende: «Sto battendo ogni record», si vantò, «il governo ha appena ottenuto la fiducia e contro di me sta già arrivando la prima mozione di sfiducia individuale». Mozione però mai calendarizzata. È però adesso un’intercettazione di una telefonata avuta con il compagno Gianluca Gemelli, a riaprire il dibattito. Gemelli, interessato ai subappalti per le sue aziende, stava infatti seguendo con attenzione il destino dell’impianto Total di Tempa Rossa, giacimento petrolifero nell'alta valle del Sauro, nel cuore della Basilicata, e viene chiamato dal ministro per ricevere rassicurazioni. Nella telefonata, negli atti di un'inchiesta in cui è indagato anche lo stesso Gemelli, per "traffico di influenze illecite" perché avrebbe "sfruttato la relazione di convivenza che aveva col Ministro allo Sviluppo Economico”, Guidi rassicura il compagno sul destino di un emendamento alla legge di stabilità che risolverà ogni problema. Nello scambio il ministro dice così: «Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se... è d'accordo anche Mariaelena la... quell'emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte. Alle quattro di notte... Rimetterlo dentro alla legge... con l'emendamento alla legge di stabilità e a questo punto se riusciamo a sbloccare anche Tempa Rossa... ehm... dall'altra parte si muove tutto!». A quel punto, Gemelli può chiamare subito il rappresentante della Total con cui era in contatto e farsi valere con l’informazione ricevuta dal contatto privilegiato: «La chiamo per darle una buona notizia. ehm.. Si ricorda che tempo fa c'è stato casino. Che avevano ritirato un emendamento… ragion per cui c'erano di nuovo problemi su Tempa ross ... pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al senato...ragion per cui…se passa...e pare che ci sia l'accordo con Boschi e compagni...(...) se passa quest'emendamento... che pare... siano d'accordo tutti… perché la boschi ha accettato di inserirlo... (...) è tutto sbloccato! (ride, ndr)...volevo che lo sapesse in anticipo! (...) e quindi questa è una notizia...». Immancabili sono a questo le reazioni politiche. Il Movimento 5 stelle, con una dichiarazione congiunta dei capogruppo di Camera e Senato, Michele Dell’Orco e Nunzia Catalfo, chiede le dimissioni di entrambi i ministri citati, di Guidi e però anche di Boschi. Più su Guidi si concentra invece Sinistra Italiana che annuncia una mozione di sfiducia, sperando che questa volta venga discussa. Tutti però girano la notizia sul prossimo referendum sulle trivelle: «La miglior risposta a queste indecenze», dicono i 5 stelle, «oltre alle dimissioni di Guidi e Boschi è andare tutti a votare domenica 17 aprile e votare sì contro le trivellazioni marine». Sconcertata si definisce anche Forza Italia, almeno per bocca di Alessandro Cattaneo, già sindaco di Pavia: «Se ciò che stiamo leggendo in queste ore fosse vero, è chiaro a tutti che siamo di fronte ad un caso sul quale il Governo non può non fare chiarezza». «Sempre garantisti», dice ovviamente Cattaneo, «ma di fronte a certe parole e fatti non si può che restare sorpresi ed agire di conseguenza. Le intercettazioni sul Ministro Guidi sono sconcertanti».

Caso Guidi, quella notte in cui l'emendamento uscì dalla legge (e poi rientrò). Presentato il 17 ottobre del 2014, scatenò le proteste dei Cinque Stelle e di Sel. E venne precipitosamente ritirato. Mentre il Pd diceva di non saperne niente. Il grillino Cioffi: “Ma la Total ha soffiato nell’orecchio di qualcuno, che è al governo, e gli scrive un emendamento?” Ecco la storia della modifica che ha portato alle dimissioni della ministra, scrive Susanna Turco l'1 aprile 2016 su "L'Espresso". Presentato dal governo in una notte d’ottobre 2014, poi precipitosamente ritirato ("… quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte", dice la Guidi nelle intercettazioni), dopo le proteste dei Cinque stelle e Sel, durante la discussione in commissione Ambiente sul cosiddetto Sblocca Italia. Presentato poi di nuovo, in dicembre, e approvato nel maxiemendamento alla Legge di stabilità: anche qui tra le proteste dei Cinque stelle. La storia dell’emendamento che è all’origine delle dimissioni della ministra Guidi, quello che dava il via libera al progetto di estrazione di petrolio Tempa Rossa, sul quale il compagno della titolare allo Sviluppo economico aveva forti interessi, è nei resoconti di quella notte in commissione ambiente. E, poi, nell’intervento in Aula al Senato, quando il grillino Andrea Cioffi domanda: "Ma la Total ha soffiato nell’orecchio di qualcuno, che è al governo, e gli scrive un emendamento?". Tutto comincia all’ora di cena del 17 ottobre. E’ un venerdì, e il presidente della commissione Ambiente, Ermete Realacci, "avverte che il rappresentante del Governo ha testé presentato l’emendamento 37.52 del Governo". Dopo l’annuncio, Realacci dice subito che i sub-emendamenti andranno presentati entro le 22.  Poi fa slittare il termine alle 23. Sia il deputato di Sel Filiberto Zaratti, che la deputata grillina Claudia Mannino, dicono infatti che ci vuole tempo "per valutarne attentamente il contenuto". Poco dopo, avendo letto l’emendamento, è la grillina Mirella Liuzzi ad aprire il fuoco: "L’emendamento 37.52 del Governo rappresenta una vergogna sotto il profilo del rispetto della tutela ambientale, tanto più essendo stato presentato da un Governo che si dichiara di centrosinistra", dice. La Mannino protesta: il testo "introduce poteri di intervento inconciliabili con lo stato di diritto". Zaratti (di Sel) ci mette un altro carico: "L’emendamento autorizza procedure di esproprio in ambiti di particolare rilevanza ambientale, non è degno del Parlamento di uno Stato civile". Ecco la protesta grillina in commissione Ambiente contro l'emendamento pro-Tampa Rossa che, nella notte dell'ottobre 2014, ha portato alla precipitosa marcia indietro del governo. Le urla, gli interventi concitati. “E' una assoluta vergogna, una cosa pericolosissima, e la fate qui in commissione, alle dieci di sera. Neanche Berlusconi era arrivato a tanto”, dice Liuzzi. E Mannino: “In un paese civile questo emendamento è irricevibile”. Mentre il Pd Borghi, placido chiarisce: “Il mio gruppo non era a conoscenza della presentazione di questo emendamento”. Alla fine il Cinque stelle De Rosa invita il presidente della commissione Realacci a “rivalutare l'ammissibilità dell'emendamento”. Cosa che, dopo essersi consultato col governo, Realacci farà. Dichiarandolo inammissibile. Interessante, a questo punto, la puntualizzazione del Pd Enrico Borghi: fa presente come "il gruppo del Partito democratico non era stato preventivamente messo a conoscenza della presentazione da parte del Governo dell’emendamento 37.52. Chiede pertanto che su di esso possa essere aggiornata la discussione ad un successivo momento". A questo punto, Realacci sospende la seduta. Chi c’era, racconta che subito dopo in commissione arriva anche Claudio De Vincenti, allora viceministro allo Sviluppo Economico, e che nell’ora e mezza di pausa dei lavori, c’è un lungo conciliabolo tra lui e Realacci. Un deputato Cinque Stelle dice di aver notato la cosa perché "è strano che un viceministro venga in commissione di notte", e ricorda che "De Vincenti si portò via Realacci per parlarci: era evidentemente alterato, molto arrabbiato. Come se sapesse benissimo cosa stava succedendo a quell'emendamento: altro che disinteressarsene". La seduta riprende alle 21.35. E il presidente Realacci cambia improvvisamente orientamento. Dichiara infatti "inammissibile" l’emendamento, per "estraneità di materia": in sostanza, dice, perché nell’articolo 37 l’estensione delle "procedure autorizzative derogatorie" era prevista per "aumentare la sicurezza delle forniture di gas" e quindi non c’entra con "le opere relative al trasporto e allo stoccaggio di idrocarburi". La Liuzzi però protesta: dice che Realacci non è stato "corretto", perché avrebbe dovuto valutare l’ammissibilità dell’emendamento, prima di dare un termine per la presentazione dei subemendamenti. "A questo punto l’emendamento dovrebbe essere discusso e votato", conclude la Liuzzi. Realacci replica di aver agito così "in considerazione dell’ora tarda e della necessità di lasciare tempi adeguati ai gruppi per la presentazione dei subemendamenti". A quel punto è il grillino De Rosa ad "avanzare il dubbio" che si sia fatto così "nella speranza che nessun deputato si accorgesse della portata dell’emendamento 37.52 e si opponesse alla sua votazione". Realacci ribadisce le sue ragioni e la discussione passa oltre. Poi, però, l’emendamento si riesce a "rimetterlo dentro" (sempre parole della Guidi) nella legge di Stabilità. E il 18 dicembre il senatore grillino Cioffi in Aula lo definisce un "emendamento con nome e cognome". "Ma cosa c'è dentro questa finanziaria? Tante cose. Ci sono alcuni emendamenti presentati dal Governo che hanno nome e cognome. Ce n'è uno che si chiama «Total». Se volete, possiamo usare «Total» sia come nome che come cognome: «Total Total». (Applausi dal Gruppo M5S). Quando voi inserite nella legge che rendiamo opere strategiche anche i tubi che servono per portare il petrolio di Tempa Rossa (che è una concessione data alla Total), nonché le infrastrutture che verranno realizzate nel porto di Taranto, stiamo facendo un regalo alla Total. Ci verrebbe allora da chiedere: ma la Total ha soffiato nell'orecchio di qualcuno, che è il Governo, e gli scrive un emendamento? La Total per caso - lo pongo come ipotesi, signora Presidente, mi consenta; sa, «mi consenta» si porta - ha agevolato il percorso per presentare un emendamento a suo favore? La Total ha contribuito economicamente - in maniera trasparente, perché non si possa mai pensare che lo faccia in maniera non trasparente, nel qual caso sarebbe un reato e i reati li accerta la magistratura, ed è il caso che li inizi ad accertare, magari su questa cosa - la Total, dicevo, ha dato dei contributi al Governo che gli fa un regalo?"

Guidi, le guerre nel Pd della Basilicata. Indagini, una talpa aveva avvisato il compagno. Le intercettazioni dimostrano nel periodo pre elettorale, l'interessamento da parte di politici, candidati e non, del Partito Democratico, verso il territorio. Scontri fra Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute e il governatore della Regione Marcello Pittella, scrive Lirio Abbate il 31 marzo 2016 su "L'Espresso". Dietro all'estrazione petrolifera emergono in Basilicata guerre intestine al Partito democratico. Le intercettazioni dell'inchiesta di Potenza hanno permesso di registrare nel periodo pre elettorale, l'interessamento da parte di politici, candidati e non, del Partito Democratico, verso il territorio (il comprensorio dei comuni di Corleto Perticara, Guardia Perticara, Gorgoglione, Gallicchio ed Armento) coinvolto direttamente o indirettamente nell'attività di estrazione petrolifera, «da fare campo di conquista anche attraverso vere e proprie guerre intestine tra le vari anime dello stesso Partito», scrive il gip. Da un lato vi è la figura di Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute, punto di riferimento politico dell'ex sindaco del Pd di Corleto Perticara, Rosaria Vicino, arrestata oggi dai carabinieri, e dall'altra parte il governatore della Regione Basilicata, Marcello Pittella, il quale con la sua azione politica «avrebbe cercato di mettere le “bandierine” (per richiamare il termine utilizzato da Vicino nelle intercettazioni) sui territori da “conquistare”». Gli investigatori hanno documentato come spesso Vicino ha utilizzato l'auto dei vigili urbani del paese per fare la spesa, e poi ancora per raggiungere il cantiere, e i vari imprenditori interessati all'esecuzione dei lavori legati al Centro Oli di Tempa Rossa «al solo fine di segnalare agli stessi le persone da assumere». Vicino poteva contare su un notevole consenso elettorale ottenuto «da ricondursi anche ai posti di lavoro che la stessa riesce a far ottenere attraverso le pressioni esercitate nei confronti delle imprese impegnate nella costruzione del Centro Oli di Tempa Rossa, che si vedono costrette (in alcuni casi colluse) nell'assumere persone segnalate dal primo cittadino, in cambio del rilascio delle necessarie autorizzazioni comunali o in cambio di una più celere trattazione delle pratiche annesse (permessi di costruire), ovvero in cambio di vantaggi economici anche solo promessi derivanti da concessioni, delibere». In questo modo Vicino avrebbe ottenuto non solo «il controllo dell'elettorato attivo in vista delle prossime elezioni amministrative locali», ma anche «l'impegno del sottosegretario De Filippo a far assumere il figlio all'Eni». Più volte nelle intercettazioni De Filippo ha rassicurato la Vicino di un suo intervento «presso una non meglio specificata Azienda con sede in Roma (seppure mai menzionata espressamente, la stessa è facilmente individuabile nell'Eni spa)», scrive il giudice. Il compagno della ministra Guidi, l'imprenditore Gemelli indagato in questa inchiesta a Potenza, durante alcune intercettazioni si soffermava sul ruolo politico di Pittella, e sui contatti "forti" che suo fratello, l'europarlamentare Gianni Pittella, aveva con il premier Matteo Renzi: «ma lui tramite il fratello che è al parlamento europeo ha dei contatti fortissimi con Renzi e quindi riesce a bloccare cose che altri non ci arriverebbero, ma comunque... ! Speriamo che funzioni questo Sblocca Italia». Un cenno ai due fratelli Pittella, Gemelli lo avrebbe fatto, a distanza di qualche tempo, anche insieme alla propria compagna, il ministro Federica Guidi, quando avevano appreso da una talpa la notizia delle indagini in corso da parte della procura di Potenza che potevano in qualche modo interessare pure Gemelli proprio in relazione ai lavori che aveva ottenuto in Basilicata.

“Potenza, ecco come funziona il sistema degli affari petroliferi”. Il pm Woodcock fu il primo ad avviare le inchieste sul “Totalgate”. La maledizione in Basilicata è: tante indagini, poche condanne, scrive Guido Ruotolo il 4 aprile 2016 su "La Stampa". L’ultimo caso sulle estrazioni petrolifere, che ha visto indagato anche il compagno della ministra Guidi, incrocia la “maledizione di Potenza”, dove si sono fatte tante indagini ma si celebrano pochi processi. Sono tornate telecamere e microfoni. E il bivacco di giornalisti da oggi affollerà di nuovo il palazzo di giustizia. Come ai vecchi tempi di Henry John Woodcock, il pm anglonapoletano famoso per le sue retate «eccellenti», dal fotografo di gossip Fabrizio Corona a Vittorio Emanuele (di) Savoia. Proprio lui, Woodcock, con tre diverse inchieste (2001,2004,2008) accese i riflettori su quelli che negli atti giudiziari venivano definiti «gli affari petroliferi». Impressionante il sistema di corruzione già scoperto quindici anni fa dal pm che poi traslocò alla Procura di Napoli. Va subito detto che la maledizione di Potenza è che si fanno le indagini ma non si celebrano i processi. I dibattimenti delle prime due inchieste sugli «affari petroliferi» infatti sono stati sospesi con la sopraggiunta prescrizione. Per la terza, il “Totalgate”, è iniziato il processo di primo grado. Finora sono cambiati per tre volte i collegi giudicanti per cui il dibattimento è stato azzerato per due volte. Anzi ha rischiato di dover ripartire da zero un’altra volta per gli stretti rapporti - pare di natura sentimentale - intrecciati dai due giudici a latere. Comunque prima dell’estate anche “Totalgate” è destinato alla prescrizione. Dunque nel 2008 il gip di Potenza ha accolto le richieste di arresto anche dell’amministratore delegato di «Total Italia», Lionel Lehva. E la stessa “Total” fu affidata in gestione commissariale a Piero Sagona, storico consulente della Banca d’Italia. Quasi un anno senza illeciti e violazioni del Codice penale, dall’aprile 2009 al febbraio 2010. Poi, a leggere le cronache giudiziarie di questi giorni, si è tornati, per dirla con il gip di Potenza, «a pratiche antiche e accettate». Per Woodcock, gli affidamenti degli appalti da parte del colosso petrolifero francese erano «pilotati e predefiniti negli esiti dai protagonisti del “comitato d’affari” costituito, appunto, dal manageament di “Total Italia”, da imprenditori, da pubblici ufficiali, politici e faccendieri, “istituzionalmente” deputati a mediare un numero indeterminato di transazioni illecite». Rileggendo gli atti delle tre inchieste colpiscono alcuni elementi che si ritrovano nelle diverse indagini. Il punto di partenza è riassunto da Woodcock: «La corruzione e la collusione tra potere economico, potere politico e frange deviate di istituzioni dello Stato - persino i Vigili del fuoco, ndr - costituiscono il modus operandi ordinario nel settore degli appalti delle opere pubbliche. Il flusso di denaro pubblico rappresenta l’occasione di corruzione e di arricchimento illecito a favore di imprenditori senza scrupoli, faccendieri e funzionari pubblici corrotti». Ma questo sistema di corruzione ambientale è solo della Basilicata? Colpisce che in ogni inchiesta sono coinvolte politici e funzionari pubblici, un’amministrazione comunale, una impresa locale. Prendiamo appunto l’inchiesta “Totalgate”. Al centro delle indagini del pm Woodcock c’erano tre appalti: due per la fornitura del trattamento e dello smaltimento dei fanghi di perforazione; un appalto per la realizzazione del Centro Oli di Tempa Rossa. Bene, quelle gare furono truccate. Il 20 dicembre del 007 si precipita a Potenza l’amministratore delegato di Total, Lionel Lehva, per «pianificare la sostituzione delle buste contenenti le offerte»: «Quando si arriva - registrano le cimici degli investigatori - a far vincere Ferrara (l’imprenditore prescelto, ndr), è vinta». Sempre Lehva detta le incombenze da assolvere: «La busta D, dì che la cambino.... Ok?». L’impresa Ferrara, secondo l’intesa con i francesi, «deve sottoscrivere un contratto di cinque anni di fornitura di olii lubrificanti e carburanti per 15 milioni di euro. E Total si impegna a far vincere la gara per la realizzazione del Centro Oli di Tempa Rossa all’Associazione temporanea di imprese “Ferrara” «sostituendo fraudolentemente le buste contenenti le offerte presentate e depositate alterando i verbali di gara». Colpisce che tra gli attuali indagati di Potenza vi sia anche Roberta Angelini, responsabile Sicurezza e Salute dell’Eni di Viggiano. Colpisce perché fu arrestata per corruzione dal pm Woodcock nella inchiesta «Oro nero» del 2004. Arrestata per corruzione, ma il processo è stato prescritto. E, dunque, per l’Eni dirigente da promuovere. Infatti era una specialista in autorizzazioni e relazioni pubbliche del distretto di Ortona, nel 2004, quando imponeva alle ditte contrattiste l’assunzione di certo personale su indicazione del sindaco di Calvello.  

Tempa Rossa, fino a 7 anni di carcere per i vertici Total. Il processo si riferisce all'inchiesta condotta nel 2008 dall'ex pm Woodcock, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno" il 4 aprile 2016. Il Tribunale di Potenza ha condannato in tutto nove persone - imputate a vario titolo per corruzione, concussione e turbativa d’asta per l’esproprio dei terreni e i lavori di realizzazione del Centro oli di «Tempa Rossa» - nell’ambito del processo allora chiamato «Totalgate», per pene che complessivamente ammontano a 47 anni e sei mesi di reclusione. In particolare, sono stati condannati l’ex ad di Total Italia Lionel Lehva (tre anni e sei mesi di reclusione) e l’ex manager della Total Jean Paul Juguet (tre anni e sei mesi), due ex dirigenti locali della Total, Roberto Francini e Roberto Pasi (sette anni di reclusione ciascuno), l’imprenditore Francesco Rocco Ferrara (sette anni di reclusione), l’ex sindaco di Gorgoglione (Matera) Ignazio Tornetta (sette anni), l’ingegnere Roberto Giliberti e il dirigente dell’ufficio tecnico del Comune di Corleto Perticara (Potenza) Michele Schiavello (cinque anni ciascuno), e l’imprenditore Nicola Rocco Donnoli (due anni e sei mesi). Per Lehva e Juguet è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, mentre per Pasi, Francini, Ferrara, Tornetta, Schiavello e Giliberti l’interdizione è perpetua. Per 18 imputati è stata disposta l’assoluzione. Nel dispositivo il giudice, Aldo Gubitosi, ha inoltre disposto la restituzione al pm degli atti relativi alle posizioni di Total, Sogesa e Impresa Ferrara «per nuove valutazioni». Il pm, Veronica Calcagno, aveva chiesto pene per un totale di circa 90 anni di reclusione. La vicenda si riferisce a un’inchiesta condotta nel 2008 dal pm Henry John Woodcock - ora in servizio a Napoli - sulla realizzazione del Centro oli di "Tempa Rossa», in particolare per le procedure di esproprio dei terreni che avrebbero poi dovuto ospitare la struttura, e la concessione degli appalti per i lavori. Il Comune di Corleto Perticara (Potenza) è stato condannato in solido «quale responsabile civile» al risarcimento dei danni alla parte civile (con Schiavello, Pasi, Francini e Giliberti). «Non posso che esprimere la mia più viva soddisfazione per un verdetto che conferma la bontà dell’impianto accusatorio da me costruito grazie al lavoro di un gruppo affiatato di ragazzi della polizia giudiziaria (la squadra mobile e la polizia municipale di Potenza e i carabinieri del Noe del capitano Ultimo) che hanno collaborato con me». Così il pm Della Dda di Napoli Henry John Woodcock commenta l’esito del processo a Potenza scaturito dall’inchiesta Tempa Rossa, coordinata negli anni scorsi dal magistrato quando era sostituto alla procura del capoluogo lucano.

Le accuse di Renzi ai magistrati lucani. Il premier alla direzione Pd: «Non arrivano mai a sentenza. Se è reato sbloccare le opere lo sto commettendo». Scontro con la minoranza. M5S presenta la mozione di sfiducia, scrive Alessandro Trocino su "Il Corriere della Sera” il 4 aprile 2016. «Vedo che i giornalisti dicono che ho attaccato la magistratura. Ma non li sto attaccando, dico solo che non ci vogliono otto anni per andare a sentenza». Conclude così la sua replica Matteo Renzi, a una direzione del Partito democratico più nervosa del previsto e che, dopo i duri attacchi della minoranza, approva la relazione del segretario con 98 voti favorevoli e 13 contrari. Renzi rivendica lo sblocco del progetto Tempa Rossa, che è costato le dimissioni del ministro Federica Guidi e sul quale c’è un’inchiesta della magistratura: «Se è reato sbloccare le opere pubbliche, io sono quello che sta commettendo reato. Ma se si decide che un’opera va fatta nel 1989, c’era ancora il muro di Berlino, 27 anni dopo, lo scandalo non è che l’emendamento venga approvato ma che si siano buttate delle occasioni». E ancora: «Io chiedo alla magistratura non solo di indagare ma di arrivare a sentenza: perché ci sono state indagini sul petrolio in Basilicata con la stessa cadenza delle Olimpiadi, 2000-2004-2008, ci sono stati anche arrestati, ma non si è giunto mai a sentenza». Parole che arrivano qualche minuto dopo che il ministro Maria Elena Boschi, in un ufficio decentrato di Palazzo Chigi, è stata sentita dai magistrati come persona informata dei fatti. E pochi minuti prima della condanna degli ex vertici della Total per turbativa d’asta e corruzione nella vicenda Tempa Rossa. Renzi difende appassionatamente l’operato del governo: «Noi schiavi delle lobby? Ma le multinazionali oggi creano 1,2 milioni di occupati, il 14% del Pil e il 25 dell’export». Le inchieste: «Noi non siamo come gli altri. Se qualcuno ruba, si proceda e si metta in galera». E rivendica la diversità anche su altro: «Non farò più di due mandati. Fuori di qui ci sono due nemici: populismo e demagogia». Renzi deve subire il duro attacco di Gianni Cuperlo: «Matteo, penso che tu sia profondamente onesto. Ma non ti stai mostrando all’altezza del ruolo che ricopri, ti manca la statura del leader anche se coltivi l’arroganza del capo». E ancora: «Sento il peso di stare in questo partito». Il governo dovrà fare fronte anche alla mozione unitaria presentata dal centrodestra e a quella del Movimento 5 Stelle. Che recita: «L’inchiesta petrolio svela l’operato di un articolato e consolidato comitato d’affari».

Inchiesta Petroli in Basilicata, quello che sappiamo. Dai nomi dei personaggi coinvolti fino alle ipotesi di reato: una guida per capire l'indagine che sta facendo tremare il governo Renzi, scrive il 4 aprile 2016 "Panorama".

Quali sono le conseguenze politiche? Dopo che è caduta la testa del ministro Federica Guidi, Maria Elena Boschi, 35 anni, è finita nel mirino delle opposizioni e sarà interrogata dagli inquirenti. Le chiederanno con ogni probabilità se era conoscenza del legame tra il ministro e l’imprenditore indagato e se sapesse della convenienza che questa ne avrebbe ricavato dallo sbloccamento dell’operazione Tempa Rossa della Total. Il ministro Boschi ha non solo per ora negato di sapere chi fosse l'imprenditore siracusano che sollecitava l'introduzione dell'emendamento che avrebbe consentito alla sua azienda di aggiudicarsi alcuni appalti milionari, ma ha difeso la ratio del provvedimento: «Conosco molto bene il provvedimento, atteso dal 1989. Era ed è sacrosanto. Se poi il compagno della Guidi o chiunque altro ha violato la legge è giusto che ne risponda. Noi abbiamo semplicemente fatto la cosa giusta per l’Italia». Sono già state presentate due mozioni di sfiducia al governo: una dei Cinque Stelle e un’altra di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. L’indagine della Procura di Potenza che ha provocato le dimissioni del ministro Guidi, nota come Scandalo Petroli, fotografa un quadro politico inquietante. Un affresco, secondo l'accusa, costruito attorno agli interessi lobbistici e ai perversi intrecci tra la politica e i vertici industriali dell'Eni e della Total, all'interno di un sistema clientelare del quale i soggetti-chiave erano non solo i dirigenti dei colossi petroliferi, ma anche uomini delle amministrazioni locali e del governo centrale che avrebbero dovuto vigilare, nonché ditte appaltatrici che avrebbero goduto di trattamenti di favore. Partita dai carabinieri del NCO che stavano indagando su un traffico di rifiuti tossici prodotti negli stabilimenti petroliferi in Basilicata, l'inchiesta muove da un'ipotesi: che i rifiuti liquidi prodotti dall’attività estrattiva degli impianti petroliferi presenti in Basilicata venissero sistematicamente classificati come non pericolosi e dunque versati nel terreno, in spregio a qualsiasi norma di tutela ambientale, al fine di abbattere i costi di smaltimento. Con ovvie ricadute sull'ambiente e sulla qualità della vita della cittadinanza. E con la complicità interessata di uomini della Politica.

Quali sono le ipotesi di reato? L’ipotesi di reato, in generale, è quello di disastro ambientale, una fattispecie specifica introdotta nella nuova legislazione del maggio 2015 che prevede dai 5 ai 15 anni di carcere per chi se ne renda responsabile. Il disastro ambientale viene definito dal codice penale come «l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema, l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali, l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo». Ma ci sono altre ipotesi di reato, perché attorno al reato principale - il disastro ambientale - si muovevano ditte appaltatrici e pezzi di politica locale e regionale, in un quadro corruttivo e apparentemente privo di controlli adeguati. 

In quali filoni è composta l'inchiesta? Il primo, affidato ai carabinieri del Noe, riguarda l'impianto Eni di Viggiano, operativo in Basilicata, che secondo l'accusa - e con la complicità degli organismi di controllo e della politica nazionale e locale - avrebbe continuato a sversare nel terreno, in spregio a qualsiasi norma di tutela ambientale, i suoi rifiuti tossici, sforando anche sistematicamente sui limiti delle emissioni previste per legge. Il secondo filone di indagine, seguito dalla squadra mobile della Polizia di Stato, ha al centro l'iter che ha portato all'autorizzazione del giacimento Tempa Rossa della Total, nell'alta valle del Sauro, sempre in Basilicata, e che secondo i giudici avrebbe dato il via a un sistema oliato di corruzione e tangenti per l'assegnazione degli appalti e dei subappalti in relazione alla costruzione e ai lavori dell'impianto.   Il terzo filone riguarda il porto di Augusta, attorno all'ipotesi di traffico di influenze e traffico illecito di rifiuti, all'interno di una più vasta associazione a delinquere alla quale facevano parte, secondo la procura, il capo di Stato maggiore della marina Giuseppe De Giorgi, il compagno dell'ex ministro Guidi, Gianluca Gemelli, per il quale la procura potrebbe chiedere l'arresto, il capo ufficio bilancio della Difesa e consulente del ministero per lo Sviluppo Economico, Valter Pastena, e il facilitatore-lobbista Nicola Colicchi.

Che cosa ha portato alle dimissioni del ministro Guidi? In una telefonata intercettata il 13 dicembre 2014 il ministro Guidi rassicura il compagno che un emendamento alla Legge di stabilità sbloccherà l’operazione Tempa Rossa, sottolineando anche il voto favorevole di Maria Elena Boschi, cui era interessato lo stesso Gianluca Gemelli, 42 anni, commissario di Confindustria siracusana e noto imprenditore edile siciliano, nonché compagno del ministro dello Sviluppo.

Perché è coinvolto anche il sindaco di Corleto Perticara? La Procura di Potenza ha dedicato a Rosaria Vicino, Pd, 62 anni, 800 pagine di ordinanza di custodia cautelare e 13 capi di accusa, tra cui corruzione, peculato e voto di scambio. Dalle intercettazioni emergerebbero pressioni per far assumere il figlio all’Eni e quali fornitori utilizzare. Ma il sindaco – stando ad alcune telefonate intercettate -  si sarebbe mosso anche per raccomandare altre personaggi e far loro avere gli appalti necessari alla prosecuzione dei lavori dell'impianto Tempa Rossa di Corleto Perticara, la cittadina di cui era sindaco. È coinvolto nell'inchiesta, secondo l'intercettazione, anche il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo che - per i servigi resi - «avrebbe a sua volta ricevuto dall'Eni un hotel a Milano».

Quali possono essere le conseguenze economiche della vicenda? Dopo l'apertura dell'inchiesta, che ha svelato un sistema ben oliato di corruzione e omessi controlli, l'Eni ha deciso di sospendere le estrazioni del petrolio in Basilicata, in particolare in Val D’Agra dove si estraggono 75 mila barili al giorno e dove c'è il giacimento di Viggiano, il più importante d’Europa dopo quelli russi. Anche i dipendenti coinvolti nell’inchiesta sono stati sospesi.

Un dossier anonimo contro l’ammiraglio De Giorgi: “Ecco tutte le spese pazze”. Inchiesta di Potenza, spuntano documenti sul capo di stato maggiore della Marina: «Festini e scambi di interessi con il fidanzato della ministra Guidi», scrive Grazia Longo il 12 aprile 2016 su “La Stampa”. La stagione dei veleni è appena cominciata. Non si sono ancora placate le polemiche per il dossier contro il ministro Graziano Delrio, che ne spunta fuori un altro. Stavolta nel mirino c’è il capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, al centro del filone siciliano dell’inchiesta sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. È probabile che di questo dossier si discuta venerdì alla Procura di Roma nell’incontro previsto fra il procuratore Pignatone e il collega di Potenza Luigi Gay quando verrà affrontato anche il dossier che riguarda il ministro. Questa tranche in particolare verrà trasferita a Roma, mentre si stanno ancora valutando eventuali altri passaggi. Contro di lui c’è un dossier anonimo che è stato consegnato alla procura di Potenza, alla presidenza del Consiglio e al ministero della Difesa. Documenti, allegati, che contestano l’operato e le spese folli dell’alto ufficiale della Marina, in pole position, fino a poco prima dello scandalo, per diventare il nuovo capo della Protezione civile. Festini e spese pazze sono denunciate dalla gola profonda che accusa De Giorgi. Si legge ad esempio dei «festini da lui organizzati da comandante a bordo della nave Vittorio Veneto... con tanto di trasferimento a mezzo elicottero, di signorine allegre e compiacenti. O di quella volta, sempre da comandante della nave Vittorio Veneto in sosta a New York, che accolse gli invitati a un cocktail a bordo, in sella a un cavallo bianco». Grande amante del lusso, secondo il dossier, l’ammiraglio fece spendere 42 milioni di euro per rifare l’area delle cabine degli ufficiali della nave Bergamini, dopo una visita a Fincantieri. Nell’inchiesta di Potenza - il procuratore Luigi Gay, l’aggiunto Francesco Basentini, la pm Laura Triassi e Elisabetta Pugliese della Dna - l’ammiraglio è accusato di abuso d’ufficio. Il sospetto è che ci sia stato uno scambio di «interessi» tra lui e il fidanzato dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi. L’imprenditore petrolifero Gianluca Gemelli - anche in questo caso indagato per traffico d’influenza illecita, proprio per aver speso la posizione dell’ex ministra - avrebbe avuto il suo tornaconto grazie alla costruzione di un pontile per lo stoccaggio del petrolio. In cambio avrebbe speso la posizione della Guidi per uno stanziamento del ministero delle Finanze. Più in particolare, si trattava di gestire spese per 5,4 miliardi di euro: il progetto del rimodernamento dell’intera flotta italiana, inserito nella cosiddetta legge navale. Nelle pagine del dossier anonimo (che come tale va preso con tutte le cautele), viene rappresentato un capo di stato maggiore che folleggiava a champagne, intimoriva i sottoposti, i quali solo per paura non ne denunciavano l’atteggiamento. Fango e menzogne contro l’ammiraglio? La sua carriera militare è senza macchia. Venerdì mattina, intanto, verrà interrogato in procura a Potenza in merito all’accusa di abuso d’ufficio. Inevitabilmente, anche se non c’entra con le indagini, l’attenzione ricadrà sul dossier e sulla sua immagine in sella al cavallo bianco. La gola profonda sostiene di essere un militare della Marina che preferisce restare anonimo per paura: «Non ho il coraggio di venire allo scoperto perché ho già abbondantemente pagato per non essermi piegato alle richieste del capo di Stato maggiore». De Giorgi, secondo quanto stigmatizzato nel dossier, volle spendere cifre da capogiro per il quadrato e le cabine degli ufficiali. Ben 42 milioni e 986.000 euro che l’ammiraglio «cercò di coprire con un auto investimento da parte di Fincantieri che invece non aveva alcuna intenzione di finanziare neanche parzialmente e quindi si spesero decine di milioni del contribuente». C’è poi un altro importante business nel campo dei mezzi navali per attività di spionaggio e che fa parte del rinnovamento della flotta navale per oltre 5 miliardi all’attenzione della procura di Potenza: «la produzione di unità sottili stealth ad altissima velocità, con scafi e strutture di carbonio trattato con l’applicazione delle nanotecnologie». De Giorgi ci teneva tantissimo, al punto che «propose con una lettera al capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Mario Binelli Mantelli, chiedendogli l’approvazione a firmare una convenzione con la società As Aeronautical». È quanto riportato in una lettera del 30 novembre 2013, allegata al dossier. La gola profonda denuncia che «l’Aeronautical Service tecnicamente non esiste e non dispone di apparecchiature, né di maestranze all’altezza. Il suo responsabile, ingegner Bordignon, millanta coperture illustri come De Giorgi e Valter Pastena». Proprio quel Pastena, consulente dell’ex ministra Guidi, anche lui indagato a Potenza. Per quanto concerne invece i party con i soldi pubblici, l’anonimo racconta: «Famosi sono stati i festini organizzati dal comandante a bordo della Vittorio Veneto in navigazione, con tanto di trasferimento a mezzo elicottero di signorine allegre e compiacenti. O di quella volta, sempre da Comandante della Vittorio Veneto in sosta a New York, che accolse gli invitati ad un cocktail a bordo, in sella a un cavallo bianco appositamente noleggiato. Tutti sapevano e tutti, per paura delle sue vendette, tacevano circa l’uso improprio che l’ammiraglio, una volta diventato capo delle Forze Aeree della Marina, faceva degli elicotteri e soprattutto del velivolo Falcon 20 che in versione Vip lo trasportava continuamente come in un taxi, spesso in allegra compagnia da una parte all’altra dell’Italia, per l’esaudimento di interessi personali ma a spese del contribuente».

AMM.DE GIORGI: CALUNNIE, QUERELO STAMPA Tweet 12 aprile 2016 22.17. "I fatti riportati sui giornali e nei servizi televisivi, attribuiti alla mia persona, sono del tutto infondati e ledono l'onore ed il decoro del sottoscritto. Sentito il mio avvocato, non ho potuto esimermi, per la mia posizione pubblica, dal querelare gli autori". Così in una nota il capo di stato maggiore della Marina, De Giorgi, sul dossier anonimo nei suoi confronti. "La cosa mi amareggia, per il mio ben noto rispetto verso gli organi di stampa e verso la libertà di informazione. Auspico l'individuazione dei calunniatori".

“Coprì le carte sui marò”: ecco le nuove accuse nel dossier su De Giorgi. L’anonimo insinua: tangenti per appalti milionari e feste allegre. La difesa dell’ammiraglio annuncio un contro esposto per individuare la gola profonda: “Solo fantasiose illazioni”. Spregiudicato al punto di «ripulire le carte che avrebbero danneggiato l’ammiraglio Binelli nell’inchiesta sulle responsabilità che portarono alla consegna alle autorità indiane dei Marò Latorre e Girone». «Arrogante e dittatore» verso i colleghi che non si piegavano al suo volere, tanto da esasperare un collega fino al suicidio. Malignità e attacchi gratuiti? È impietosa la ricostruzione dello stile disinvolto del capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, fornita dal dossier anon...continua Grazia Longo.

Nuove ombre su De Giorgi: ​"Ha coperto le carte sui marò". La mano dell'Ammiraglio De Giorgi avrebbe ripulito le carte che incastravano il collega Binelli sulla responsabilità che portarono alla consegna dei marò Latorre e Girone alle autorità indiane, scrive Gabriele Bertocchi, Mercoledì 13/04/2016, su "Il Giornale". "Solo fantasiose illazioni" così la difesa De Giorgi cerca di annegare le accuse contro l'ammiraglio. Ma tra i festini, le allegre signorine e gli elicotteri usati a suo piacimento viene a galla anche un retroscena che coinvolge i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Nel dossier anonimo spedito, tra gli altri, alle procure di Roma e Potenza, il Capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi viene descritto come un dittatore, arrogante e spregiudicato a tal punto di "ripulire le carte che avrebbero danneggiato l'ammiraglio Binelli nell'inchiesta sulle responsabilità che portarono alla consegna alle autorità indiane dei Marò Latorre e Girone". Un retroscena, riportato da La Stampa, che viene fuori dal progetto per i finanziamenti della flotta navale. Una situazione a cui l'ammiraglio dovrà rispondere dopodomani davanti ai pm di Potenza che lo hanno indagato per abuso di ufficio nel filone dell'inchiesta al Porto di Augusta. La gola profonda che ha steso il dossier scrive, a proposito dei finanziamenti, "in Marina è nota come la tangente De Giorgi-Passarella". Quest'ultimo è il dirigente pensionato della Ragioneria dello Stato piazzato al Mise come consulente dell'ex fidanzato di Federica Guidi, Gianluca Gemelli. L'anonimo inoltre rivela che "i toni delle critiche in seno allo stato maggiore della difesa erano talmente alti - Aeronautica ed Esercito avevamo maldigerito ammodernamento della flotta - che l'Ammiraglio Binelli, pur riconoscente nei confronti di De Giorgi per avergli ripulito molte carte che lo avrebbero danneggiato nell'inchiesta sulle responsabilità che portarono alla consegna alle autorità indiane dei marò Latorre e Girolamo, si affrancò dall'impresa suggerendo a De Giorgi di evitare di andare oltre". Nonostante le dettagliate accuse la Marina bolla i "fatti contenuti nel dossier come inesistenti".

Scoppia il caso sulle caprette di De Giorgi. "Noi, zimbelli della Nato". Le caprette tosaerba all'Arsenale militare di Venezia. Animali che brucano per risparmiare sui giardinieri. Svelata un'altra stravaganza del militare ancor prima di diventare Capo di Stato Maggiore della Marina. E i colleghi francesi, inglesi e spagnoli emettono sarcastici belati se si trovano in missione con un marinaio italiano, scrive Fabio Tonacci il 13 aprile 2016 su “La Repubblica”. "I marinai fanno “beee...”. Grazie alle caprette tibetane di Giuseppe De Giorgi, i nostri militari della Marina sono diventati lo zimbello della Nato. Perché l'idea di sostituire i giardinieri di alcune basi con delle capre, magari ha pure una sua ragione ecologista. E magari fa risparmiare qualche spicciolo sulla manutenzione dei prati. Ma il punto è che da un anno a questa parte, i colleghi francesi, inglesi e spagnoli sfottono senza pietà, emettendo dei dolorosi e sarcastici belati appena si trovano in missione con un marinaio italiano. Ora, questa storia delle caprette inserite nell'organico dell'Arsenale militare di Venezia (tre capre alpine), nella stazione aeromobili di Marina di Grottaglie e in una base a Cagliari (una trentina in tutto, di specie tibetana), rientra nel ventaglio delle stravaganze a cui De Giorgi ha abituato i suoi sottoposti, ancor prima di diventare Capo di Stato Maggiore della Marina nel dicembre 2012. E paragonata alle accuse che gli vengono ora rivolte dai pubblici ministeri di Potenza (abuso di ufficio e traffico di influenze per il porto di Augusta) e da un esposto anonimo su presunte commesse milionarie poco chiare della Marina, qui siamo nel campo del colore. Ma fino a un certo punto. Perché le povere caprette sono diventate un problema serio. Sporcano, ovviamente. Hanno bisogno delle cure dei veterinari, ovviamente. E non rispettano le consegne del codice militare, ovviamente, per cui una di queste è rimasta incinta, altre vagano nelle basi in cerca di cibo. Costringendo i marinai a fare i pastori. Era stato il Fatto Quotidiano, ad ottobre scorso, a raccontare la loro presenza nelle caserme. Tutto era nato da una battuta, che battuta non era, pronunciata da De Giorgi durante alcune visite ufficiali alle basi. A chi gli faceva notare l'erba alta causata dalla mancanza di fondi per pagare i giardinieri, il capo di Stato Maggiore rispose: “Metteteci delle capre, che sono anche ecologiche”. Così un sottoufficiale dell'arsenale di Venezia preposto alla salute, con 22 anni di servizio alle spalle, racconta a Repubblica quello che successe dopo la visita di De Giorgi: “Ci siamo visti recapitare tre caprette nell'agosto scorso, forse donate da qualche allevatore veneto. C'erano una decina di marinai nell'Arsenale in quel momento, e alcuni di loro si sono dovuti occupare della gestione degli animali. Oltretutto, erano state vaccinate? Erano capi registrati all'ufficio sanitario? E c'era un ordine di servizio per cui ci dovevamo mettere a spalare il letame? Cosa fare nel caso di decesso, visto che ci potrebbero essere rischi di brucellosi? Nessuno mi dava risposte, e allora mi sono permesso di scrivere al mio superiore osservando che le capre starebbero molto meglio in libertà sulle Dolomiti. Risultato? Tre giorni di rigore e procedimento disciplinare. Ora sono in attesa di trasferimento”. Le caprette di De Giorgi sono intoccabili, come le vacche in India. “L'ultima volta che sono andato all'Arsenale per alcune pratiche amministrative – dice il sottoufficiale – ne ho viste due, diverse rispetto alle prime che abbiamo avuto”.

Nell'imbarazzo generale, la questione è arrivata anche in Parlamento, grazie all'interrogazione rivolta al ministero della Difesa dall'onorevole di Sel Donatella Duranti. E' questa è la risposta del sottosegretario Domenico Rossi: “E' vero, in alcune basi sono presenti capre di tipo alpino o misto tibetano oggetto di donazione, nonché alcuni daini prelevati dalla tenuta di San Rossore. In virtù delle loro abitudini alimentari, esse si nutrono di erba contribuendo in tal modo a tenere sotto controllo la crescita della vegetazione, anche in funzione antincendio. Sono ospitati in ampie, dedicate e circoscritte aree verdi all’interno delle quali sono garantite adeguate coperture e ricoveri per preservarli dalle intemperie, dalle piogge e dai rigori termici. Sono stati regolarmente vaccinati ed è stato richiesto il rilascio del codice di identificazione, come previsto dalla normativa vigente. Possono essere considerati, a buon titolo, delle vere e proprie «mascotte». Adesso basta solo spiegarlo ai marinai francesi. 

MAFIA, PALAZZI E POTERE. Il terremoto parte da Reggio Calabria. Nelle carte dell'inchiesta Breakfast la ragnatela di relazioni per promuovere prefetti, "silenziare" Bossi, lucrare sul Ponte sullo Stretto. Tutto parte dalle telefonata di Domenico Aiello, il legale (calabrese) di Maroni, scrive Martedì 08 Dicembre 2015 il “Corriere della Calabria”. Il prossimo terremoto giudiziario (non manca nulla: dai rapporti di potere tra la Lega e Berlusconi agli intrighi politici attorno al Ponte sullo Stretto, ai patti indicibili tra istituzioni, industriali e mondo dello sport) ha come epicentro la Procura di Reggio Calabria. È l'inchiesta "Breakfast", della quale il Fatto Quotidiano in edicola martedì anticipa stralci che potrebbero far tremare pezzi importanti del potere. Cominciando dalle nomine del ministero dell'Interno e dei prefetti. Tra i quali il commissario del Comune di Roma Francesco Paolo Tronca, che avrebbe chiesto una mano al potere leghista per diventare prefetto di Milano nel 2013. Il passepartout per i giochi nei Palazzi sono le intercettazioni che vedono protagonista Isabella Votino, storica portavoce del governatore della Lombardia Roberto Maroni. Colloqui che spaziano lungo tutto l'arco politico italiano, con importanti passaggi calabresi. L'incipit, innanzitutto. Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell'indagine Breakfast, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria. L'inchiesta, condotta dal pm Giuseppe Lombardo sotto il coordinamento del procuratore capo Federico Cafiero, va avanti in gran segreto da tempo. Gli investigatori si sono imbattuti nel "terremoto politico" dopo aver attivato intercettazioni nei confronti dell'avvocato Aiello, legale di fiducia del governatore Maroni e della Lega. Ma anche compagno di Anna Maria Tavano, ex direttore generale della Regione Calabria, successivamente assunta come manager in Lombardia. L'attività di indagine era stata avviata per appurare i rapporti di Aiello con il consulente legale Bruno Mafrici, figura chiave in Breakfast, un uomo le cui relazioni spaziano – secondo le informative della Dia – dalla politica leghista al clan De Stefano. In parallelo, avanzavano le intercettazioni sulla portavoce di Maroni Isabella Votino. «A prescindere dalla rilevanza penale – scrive Marco Lillo sul quotidiano diretto da Marco Travaglio –, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato». Un dietro le quinte del potere sull'asse Roma Milano, dunque. Illuminante per svelare certe dinamiche. Non c'è solo il prefetto Francesco Paolo Tronca nei brogliacci. Ci sono gli accordi tra Maroni e Berlusconi per convincere Bossi a mettersi da parte, le sponsorizzazioni dell'ex Cavaliere in vista di Expo, il presunto ricatto (sempre di B.) a Maroni. E il tentativo dell'amministratore delegato di Impregilo, Pietro Salini, di "fottere" lo stato «con la complicità della portavoce dell'allora segretario della Lega, sempre Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto». C'è molta Lega, nel passaggio tra vecchio e nuovo corso. E, ovviamente, un ruolo centrale ha l'avvocato calabrese Domenico Aiello. Un professionista che, vuole l'aneddotica più accreditata, sarebbe entrato nel "cuore" di Maroni per la comune fede milanista, per diventare un punto di snodo dei principali interessi lumbàrd. Aiello telefono a vari procuratori per tessere la sua tela, chiedendo informazioni e audizioni. E le loro risposte sono le più disparate: c'è chi chiude senza lasciare possibilità, chi apre le porte e chi, addirittura, chiede favori. Un quadretto poco edificante. L'epicentro è la Calabria. E un'inchiesta esplosiva sulla quale qualcuno ha cercato di mettere il coperchio.

Tronca e le carriere dei prefetti, a decidere è la portavoce. Le telefonate svelano il sistema delle nomine. Isabella Votino da 9 anni è la collaboratrice più stretta del governatore lombardo Roberto Maroni: a lei si rivolgono gli aspiranti a una carica, per informazioni e aiuto. In una conversazione intercettata nel 2012 racconta i retroscena sull'arrivo in prefettura a Milano dell'attuale commissario al Comune di Roma, Francesco Paolo Tronca. Che al Fatto dice: "Escludo categoricamente di averle chiesto una raccomandazione", scrive Marco Lillo l'8 dicembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". A chi ha chiesto una mano per agguantare la poltrona di prefetto di Milano nel 2013 Francesco Paolo Tronca? Secondo Isabella Votino, la storica portavoce di Roberto Maroni, il prefetto si sarebbe raccomandato a lei e al potere leghista. Non è l’unica questione che emerge dalle intercettazioni telefoniche di un’indagine della Procura di Reggio Calabria che oggi sveliamo. Qual è l’imprenditore che Silvio Berlusconi sponsorizza per i lavori della Città della Salute a due passi da Milano in occasione di Expo? E come ricatta Maroni per ottenere l’alleanza alla vigilia delle elezioni che determineranno l’attuale equilibrio politico italiano e lombardo? Con quali parole l’ex premier minaccia di sguinzagliare i giornali di destra alla stregua di pit bull per indurre a più miti consigli l’alleato riottoso? Come si sono accordati Berlusconi e Maroni per convincere Umberto Bossi a mettersi da parte in silenzio? Come fa l’amministratore delegato della maggiore impresa di costruzioni italiana, Pietro Salini di Impregilo, a tentare di “fottere” lo Stato (a partire dal presidente della Repubblica) con la complicità della portavoce dell’allora segretario della Lega, Isabella Votino, per ottenere il pagamento delle penali per un miliardo di euro della mancata costruzione del Ponte sullo Stretto? Come fa il presidente del Coni Giovanni Malagò a proporre alla Lega un’alleanza tra padani e generone romano? Con quali parole vanta le potenzialità di una macchina di consenso con milioni di tesserati per ottenere un voto utile a sbaragliare il rivale Raffaele Pagnozzi? E quali trattative ci sono tra Matteo Salvini e i vecchi leghisti dietro al patto del febbraio 2013 tra il nuovo segretario federale del Carroccio e Bossi? Perché la Lega ha evitato di costituirsi parte civile contro l’ex tesoriere Francesco Belsito nei processi per le ruberie dalle casse del partito? Come rispondono i vari procuratori interessati dalle manovre dell’avvocato Domenico Aiello quando il legale dei leghisti chiede con tono perentorio informazioni e audizioni? Perché un procuratore “duro e puro” chiude ogni comunicazione con parole secche mentre altri pm lasciano le porte aperte e qualcun altro chiede all’avvocato della Lega un favore? Infine, come si decidono le nomine dei commissari strapagati delle grandi aziende in crisi firmate dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi nel 2014? E tanto altro ancora. A partire da oggi, per molti giorni, Il Fatto Quotidiano pubblicherà le intercettazioni telefoniche e ambientali dell’indagine Breakfast della Procura di Reggio Calabria, condotte dal Centro operativo della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria sotto il coordinamento del pm Giuseppe Lombardo e del procuratore capo Federico Cafiero De Raho. L’indagine va avanti in gran segreto da tempo. Tanto segreto. Troppo tempo. Probabilmente le intercettazioni nei confronti dell’avvocato Aiello (attivate nel 2012 per appurare i suoi rapporti con il consulente legale Bruno Mafrici, che era indagato) e sulla portavoce di Maroni Isabella Votino non porteranno a nulla. A prescindere dalla rilevanza penale, quelle conversazioni devono essere pubblicate perché i fatti che svelano sono di rilievo pubblico. La sensazione anzi è che qualcuno abbia messo un coperchio su un pentolone pieno di storie imbarazzanti per i poteri dello Stato. Il Fatto ha visionato le telefonate e ha deciso di far conoscere all’opinione pubblica come funziona dietro le quinte il potere sull’asse Roma-Milano. Le nomine dei prefetti spettano al Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Interno. Però c’è una bella signorina di 36 anni, nata a Montesarchio in provincia di Benevento, che sembra avereinfluenza sulle scelte. Si chiama Isabella Votinoe gli aspiranti a una carica le chiedono informazioni e aiuto. Da nove anni è la collaboratrice più stretta di Roberto Maroni. Il suo potere però è più penetrante di quello di una mera portavoce di un governatore lombardo. Sarà per i suoi rapporti stretti con Silvio Berlusconi che poi l’ha voluta nel gennaio 2014 per vitalizzare la comunicazione del Milan, ma tra la fine del 2012 e inizio del 2014, quando è intercettata dalla Dia di Reggio Calabria, sembra una sorta di zarina del Viminale, nonostante Maroni non sia più il ministro. Il 18 dicembre del 2012 a Palazzo Chigi c’è Mario Monti e al Viminale c’è la Cancellieri. La Votino è “solo” la collaboratrice più intima del neo-segretario della Lega Nord, Roberto Maroni quando Luciana Lamorgese, Capo del Dipartimento personale e risorse del ministero dell’Interno, la chiama. Votino le racconta i retroscena della carriera del prefetto Francesco Paolo Tronca. L’attuale commissario nominato da Alfano e Renzi al Comune di Roma, secondo Votino, si sarebbe fatto raccomandare dalla Lega per diventare prefetto di Milano nel 2013, trampolino di lancio per la sua carriera.

Isabella Votino (V): Avevo incrociato Tronca, dopo di che lui mi ha chiamato dicendomi..

Luciana Lamorgese (L): Ma lui ti ha chiamato?

V: Perché io l’avevo incrociato… poi avevo parlato con te e tu, onestamente, mi avevi lasciato intendere che, come dire, non se ne faceva nulla e allora io gli ho detto guarda dico, vuoi che ti dica, cioè…

L: Ma perché lui voleva sapere da te i fatti?

V: No no lui ovviamente voleva in qualche modo che si caldeggiasse… perché non ne fa mistero che vuole venire a Milano.

L: Eh certo! (ride)

V: Ma questo cioè legittimamente e allora ma sai fuori dai giochi tu che, ovviamente voglio dire … meglio lui che un altro, cioè, che noi neanche conosciamo (…) Luciana, io non te lo devo dire che … cioè, noi preferiamo che vieni tu che…

L:(ride) (…) io voglio prima capire qual è la situazione … cioè, nel senso, anche da vedere Roma che cosa…

Il Prefetto Luciana Lamorgese in sostanza fa presente all’amica che la sua prima scelta è la nomina a Roma e Milano è per lei una subordinata. Nel luglio 2013 sarà nominata capo di gabinetto dal ministro Angelino Alfano, al posto di Giuseppe Procaccini, travolto dal caso Shalabayeva. La sera del primo giugno 2013 Isabella Votino chiama Maroni per sapere se il vicecapo della polizia Alessandro Marangoni andrà a fare il prefetto di Milano (alla fine ci andrà solo due anni dopo, pochi giorni fa, per pura coincidenza, ndr). La sta cercando Tronca e Maroni commenta che certamente Tronca la sta chiamando perché vuole sponsorizzare la sua nomina. Due minuti dopo Votino chiama Tronca. L’allora capo dipartimento dei Vigili del fuoco la invita a essere sua ospite nelle tribune riservate alla festa del 2 giugno a Roma. Lei declina l’invito e prende il discorso della nomina sostenendo che è stata rinviata a luglio. Tronca le chiede di continuare a seguire lei la vicenda. Votino conclude dicendo che però circola voce che potrebbe essere nominato Marangoni. Invece l’8 agosto del 2013 il nuovo ministro dell’interno Angelino Alfano nomina Tronca prefetto. A settembre 2013 la Dia intercetta la conversazione tra un funzionario molto importante della polizia di Milano, Maria José Falcicchia, e la sua amica Isabella Votino. Falcicchia (prima donna nominata proprio in quel periodo capo della anticrimine della Squadra mobile di Milano) chiede se Tronca è stato scelto da loro, cioè dalla Lega nord. La portavoce di Maroni risponde che loro lo hanno messo a capo dei Vigili del fuoco e che lo hanno sponsorizzato loro. Tronca non è l’unico prefetto di Milano che ha rapporti con Isabella Votino. Dal 2005 al gennaio del 2013 su quella poltrona c’era Gian Valerio Lombardi, famoso per come ha accolto nel 2010 l’amica di Berlusconi Marysthell Polanco in Prefettura e per la frase sfortunata (ma gradita a Maroni) sulla mafia che a Milano “non esiste”. Il 22 novembre 2012 il prefetto Lombardi, nato a Napoli nel 1946, chiede alla portavoce di Maroni: “Come sono i rapporti tra il nostro (Roberto Maroni, ndr) e il presidente della Regione Veneto?”. Votino risponde che con Luca Zaia i rapporti sono buoni. E Lombardi pronto: “Quindi se gli dobbiamo chiedere una cortesiola per una mia lontana parente che aveva un’aspirazione che dipende proprio da lui… possiamo vedere…”. Votino lo rinvia a un caffè nel fine settimana. Passa qualche mese e il Prefetto, dopo la scadenza del mandato, è a caccia di poltrone. Il 17 giugno 2013, dopo la nascita del governo Letta, si propone come sottosegretario perché “anche Alfano potrebbe aver bisogno di qualcuno fidato…”. Invece Alfano sceglie altre persone. E così a lui ci devono pensare i lombardi. Isabella Votino dimostra di non essere una portavoce qualunque quando suggerisce a Maroni di nominare Lombardi commissario dell’Aler, l’Azienda lombarda edilizia residenziale. Il governatore chiama il vicepresidente Mario Mantovani (poi arrestato per altre vicende) e ottiene il suo ok alla nomina. Ed è proprio Votino a comunicare la lieta notizia al prefetto che ringrazia ma aggiunge: “Si guadagna una qualcosetta?”. Rassicurato (da commissario prende il 60 per cento in meno ma oggi da presidente Aler guadagna 75 mila euro lordi all’anno) accetta l’incarico. Il 18 giugno Isabella Votino lo chiama per dirgli che appena è uscito il suo nome sui giornali è scoppiata la polemica per le sue vecchie dichiarazioni sulla mafia che a Milano non esiste. Però nessuno ferma Maroni e così Lombardi è tuttora al suo posto. Il prefetto Tronca, sentito dal Fatto Quotidiano, spiega: “Non ricordo questa telefonata con Isabella Votino. Non avevo una confidenza particolare con lei. Può darsi che le abbia detto, come mi è capitato con tante altre persone, che aspiravo a diventare prefetto di Milano. È una carica così importante che ci vuole la non controindicazione soprattutto delle istituzioni più rilevanti, e Maroni era allora presidente della Regione Lombardia”. E quella frase di Isabella Votino? Perché dice al telefono a una sua amica che loro hanno sponsorizzato Tronca e che l’avevano nominato prima anche a Capo del dipartimento dei Vigili del fuoco? “Io sono stato nominato capo dipartimento da Maroni e fu un gradito fulmine a ciel sereno: da prefetto di Brescia diventavo capo dipartimento dei vigili del fuoco. C’è una spiegazione però. Io – prosegue Tronca – mi ero occupato di Protezione civile anche da funzionario alla Prefettura di Milano. Ho gestito il coordinamento dell’incidente di Linate nel 2001 e in quel frangente ho conosciuto l’allora ministro dell’interno Maroni però non ho mai chiesto una raccomandazione anche perché non avevo particolari rapporti”. Allora perché chiede a Votino di “continuare a seguire la vicenda” della nomina a prefetto? Perché la invita a Roma per la festa del 2 giugno del 2013? “Probabilmente volevo che mi tenesse informato visto che Maroni avrebbe saputo come finiva. Mentre escludo categoricamente di avere chiesto alla Votino una raccomandazione. Comunque io sono stato nominato dal ministro Alfano”. Da Il Fatto Quotidiano del 08/12/2015.

Questo è il sistema per la nomina dei funzionari pubblici?

BUROCRAZIA. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

Burocrazia, Aforismi e citazioni.

“Burocrazia, ovvero un gigantesco meccanismo azionato da pigmei”. Honoré de Balzac

“Non c’è furia all’inferno che eguagli la rabbia di un burocrate disprezzato”. Milton Friedman

“I burocrati temono la responsabilità personale e cercano riparo dietro le loro regole; la loro sicurezza e il loro orgoglio risiedono nella lealtà verso le regole, non già nella lealtà verso le leggi del cuore umano”. Frich  Fromm

“I ceppi dell’umanità tormentata sono fatti di carta bollata. . . .”. Franz  Kafka

“Quando il mondo verrà distrutto non sarà ad opera dei pazzi, ma dagli esperti e dai burocrati”. John Le Carré

“Marx ha confuso una dittatura della giustizia con la dittatura dei burocrati”. Herbert  Marcuse

“La burocrazia è lo Stato immaginario accanto allo Stato reale è lo spiritualismo dello Stato”. Karl Marx

“La burocrazia tende a diventare una pedantocrazia”. John Stuart  Mill

“Ciò che la gente rifiuta non è la burocrazia come tale, quanto piuttosto l’intrusione di essa in tutte le sfere della vita e delle attività umane”. Ludwig von Mises

“I burocrati sono una malattia. Si suppone che siano necessari, così come si suppone che siano necessarie alla vita certe sostanze chimiche, ma provocano la morte se crescono oltre un certo limite”. Ezra Pound

 “Burocrazia. . . . una difficoltà  per  ogni  soluzione”. Herbert Samuel

“Burocrazia, ovvero l’incapacità addestrata”. Thorstein Veblen

“La burocrazia è tra le strutture sociali più difficili da distruggere”. Max Weber

Burocrati..Dal francese “BUREAUCRATE”, impiegati, funzionari della pubblica amministrazione  che esercitano  le mansioni  con eccesivo  scrupolo . Per estensione, chi è formalista, gretto e rigido, nato soltanto per fare il Burocrate. 〈〈 La vera Casta è rappresentata dagli alti burocrati di Stato, che sopravvivono ai ministri e ai governi mantenendo intatto il loro potere per anni luce…〉〉

5 pareri sui burocrati:

Scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile. (Carlo Dossi)

I burocrati temono la responsabilità personale e cercano riparo dietro le loro regole; la loro sicurezza  e il loro orgoglio  risiedono  nella lealtà  verso  le regole, non già  nella  lealtà  verso  le leggi  del cuore umano. (Erich Fromm)

Marx ha confuso una dittatura della giustizia con la dittatura dei burocrati. (Herbert Marcuse)

Non c’è furia all’inferno che uguagli la rabbia di un burocrate disprezzato. (Milton Friedman)

I burocrati sono numerosi come i granelli di sabbia in riva al mare. Con la differenza che la sabbia non prende  lo stipendio. (Ephaim Kishon)

Burocrazia "stalker": la musicista, il barista e il contadino, quelle vite in ostaggio. C'è chi perde il lavoro per una carta bollata e chi deve spostare una maniglia. La semplificazione resta un miraggio, scrive Michele Serra il 20 marzo 2016 su “La Repubblica”. Ognuno ha la sua goccia che fa traboccare il vaso. Per me la goccia è stato il riscatto dell'automobile che avevo preso in leasing: otto (otto!) i documenti richiesti, da spedire per raccomandata, per ribadire che io sono io a chi già mi ha come fedele cliente da cinque anni e di me sa tutto, a cominciare dall'Iban. Per la mia amica musicista la goccia è stata un lavoro saltato in aria perché il Registro provinciale di Qualcosa non aveva mai trasmesso non so quale fondamentale pratica al competente Registro regionale ("Non farmelo spiegare, ti prego: sono esausta"). Per il mio amico barista l'intimazione della Asl di spostare di dieci centimetri (!!) una maniglia non a norma, pena la mancata agibilità del locale. Per il mio amico agricoltore il disperato sforzo di pagare poche ore di lavoro stagionale con i voucher, che dovrebbero essere moneta corrente e sono invece buro-denaro riscuotibile solo dopo code agli sportelli, telefonate ai call center, decifrazione di clausole, scadenze, modifiche di legge...Se c'è una parola che incarna gli inganni della politica (e l'impotenza della politica) questa parola è semplificazione. Una parola-beffa di fronte alla costante lievitazione dei faldoni, delle incombenze, delle compilazioni, degli iter, delle fotocopie, dei solleciti, delle intimazioni, degli ostacoli imprevisti, di quelli prevedibili, dei ritardi, dei rinvii. La supposta transustanziazione elettronica della massa cartacea non ha avuto luogo; e anzi la burocrazia elettronica (avete mai provato a compilare una Fepa, fattura elettronica per la pubblica amministrazione?) spesso si somma a quella tradizionale, è una promessa di liberazione che si rivela un nuovo vincolo, per giunta non facile da padroneggiare ("Per me è come essere obbligato a imparare una lingua straniera a sessant'anni suonati", parola di artigiano obbligato per legge a fornirsi di Pec, posta elettronica certificata). Non so se sia mai stato calcolato quanto costa alla comunità, in termini di ore di lavoro, mattinate perse, giornate scialate alla ricerca di un bandolo, il vero e proprio stalking burocratico al quale siamo sottoposti. Ne sono certo, si tratta di miliardi di euro. E altri miliardi di euro (e migliaia di posti di lavoro) si perdono con la rinuncia di molti aspiranti imprenditori a fronteggiare la montagna orrenda delle adempienze burocratiche: una salita che non ha mai fine, quando credi di essere arrivato in cima la vetta si allontana, conosco chi, pur di farla finita, ha mollato tutto. "Non è solo fatica - mi dice un'amica ex imprenditrice - è proprio umiliazione. È come se qualcuno volesse punirti per avere osato alzare la testa e aprire bottega". "Umiliazione" non è una parola che si usa con leggerezza. Non appartiene alla sfera delle convenienze economiche, del daffare tecnico-amministrativo, della prassi sociale ordinaria. Appartiene alla sensibilità profonda, alla dignità personale, appartiene all'io. Parla di adulti che si sentono trattati come bambini, rimbrottati per una marca da bollo mancante, multati per un abbaino chiuso invece che aperto o viceversa, costretti per qualunque allacciamento o contratto di servizio ad allegare, confermare, dimostrare, comprovare, rispedire, leggere contatori, rileggerli perché i contatori sono pieni di numeri e codici, chissà quali sono quelli giusti... I tagli di personale conducono a un crescente bisogno (delle aziende) di autocertificazione, ma l'autocertificazione è quasi sempre incompleta, da perfezionare e da rispedire. È come se un intero sistema (pubblico, ma anche privato) di vincoli e di accertamenti ricadesse sull'unico soggetto che non è in grado di sottrarsi: il cittadino, il cliente, che si ritrova a essere esattore di se stesso, certificatore dei consumi, lettore di contatori, dichiaratore di redditi, ascoltatore di musichette di attesa, per giunta continuamente sottoposto a un rischio di errore che ricade sempre e solo su di lui. Gli esami non finiscono mai. L'esempio macroscopico e arcinoto è l'impossibilità di presentare la dichiarazione dei redditi senza l'ausilio di un professionista, augurandosi che almeno lui sappia orientarsi nella foresta delle leggi (e successive modifiche). Molte delle quali "da interpretare", sperando che l'interpretazione non sia contestata innescando un nuovo diluvio di raccomandate, ingiunzioni, ricorsi, un nuovo fronte burocratico che si aggiunge ai cento già aperti. Ma ci sono poi decine di micro-esempi, di minute incombenze, di reiterate richieste che compongono una specie di fitta nube perennemente sospesa sulle nostre giornate. Lo stalking burocratico è fatto soprattutto di questa sensazione: che nessuna pratica sia mai veramente chiusa, che il dover certificare ci accompagnerà alla morte e anche oltre. Ricevo ancora oggi una bolletta intestata a mio padre, che è morto nel 2002. Ho pregato di correggere il nome del destinatario, che è stato così aggiornato: Franco Serra, presso Michele Serra. Mi tiene compagnia. Non è per l'esborso di denaro (anche se quello, specie se non si hanno le spalle forti, conta eccome). È soprattutto per il tempo. Il tempo della vita (della nostra vita) che ci urge, ci appartiene, e invece viene sequestrato da code, telefonate, consultazioni, ricerche su internet, compilazioni, richieste di accesso. E i pin, e le password, un mazzo di chiavi virtuali che si ingrossa giorno dopo giorno. Tempo rubato al lavoro e dunque alla produzione di reddito e di idee. Oppure all'ozio, al riposo, al far niente, che sono anch'essi un diritto della persona libera. E non sembri, la liberazione del tempo dalla prigionia burocratica, solamente una rivendicazione "filosofica". Ha anche profonda rilevanza economica. C'è un "nero" di puro malaffare, di sottrazione alla comunità di quanto le è dovuto. Ma c'è un "nero" di pura semplificazione (semplificazione dal basso, visto che dall'alto non ce n'è traccia), che discende dall'enorme difficoltà di stare dentro la regola. Se pagare a qualcuno poche ore di lavoro "in chiaro" comporta non solamente pratiche e contropratiche, ma addirittura l'obbligo di frequentare un corso sulla sicurezza (indipendentemente dal fatto che il lavoratore sia in cima a un'impalcatura, in fondo a un pozzo oppure seduto in ufficio davanti al suo computer), la tentazione di allungargli tre o quattrocento euro brevi manu è inevitabile. Molta economia sommersa (chissà in quale percentuale: ma non piccola) non discende dalla disonestà, ma dall'esasperazione per i troppi ostacoli lungo il cammino che conduce all'onestà. Se l'onestà diventa un campo minato, c'è chi decide di tenersene alla larga. Quanti onesti potenziali sarebbero recuperabili alla causa, in presenza di un vero processo di semplificazione delle leggi e della burocrazia? Per buttarla in politica: sappiamo tutti che le regole devono esserci, e spesso le regole sono seccature. Ma se le regole sono poche e chiare ci si adegua, e chi non si adegua è un fuorilegge e basta. Se invece le regole sono milioni, e incerte, e per essere rispettate chiedono di essere decifrate, risolte come un rebus, affrontate come un esercito nemico, e mettersi in regola diventa un traguardo continuamente spostato in avanti, allora il gioco cambia. E anche a un legalitario/statalista come me a volte capita, di notte, quando non riesco a prendere sonno perché temo di avere compilato male un modulo, o di essere in mora con un ente di bonifica, di guardare con occhi sognanti quei documentari sulle famiglie pazzoidi che fuggono in Alaska, nel profondo delle foreste, là dove non esiste catasto e non esiste anagrafe. Costruiscono una capanna di tronchi e vivono di pesca e di caccia, spariti al mondo e restituiti al mondo.

Regolamento edilizio, una Babele. Più facile scrivere la Costituzione. Nulla di fatto dopo 21 mesi, per approvare la Carta ne bastarono 18. I ritardi nell’elaborazione del testo, previsto dalla legge Sblocca Italia sulla semplificazione, che dovrebbe unificare le norme in uso in ciascuno degli 8 mila Comuni italiani, scrive Sergio Rizzo il 26 luglio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Dice tutto, a proposito della deriva imboccata dalla burocrazia made in Italy, un paragone. In 18 mesi, settant’anni fa, abbiamo fatto la Costituzione; in 21, oggi, non siamo in grado di scrivere nemmeno un regolamento edilizio uguale per tutti i Comuni italiani. Altri tempi, certo. Ma anche altra classe dirigente. La Carta costituzionale fu scritta dall’Assemblea costituente, che con tempi contingentati e una volontà di ferro riuscì a superare barriere ideologiche apparentemente insormontabili. La redazione del regolamento edilizio unico, previsto dalla legge Sblocca Italia, è invece affidata a un pool di burocrati tanto eterogenei quanto litigiosi, e siamo adesso appena all’elenco delle cosiddette «definizioni uniformi». Per capirci: si sono messi finalmente d’accordo sulle parole, convenendo che il «sottotetto» è «lo spazio compreso tra l’intradosso della copertura dell’edificio e l’estradosso del solaio del piano sottostante». Oppure che un «locale o spazio coperto avente le caratteristiche di loggiato, balcone, terrazza o portico, chiuso sui lati da superfici vetrate o con elementi trasparenti e impermeabili, parzialmente o totalmente apribili» si identifica con il termine «veranda». E non è stata una passeggiata. Sul concetto di superficie, per esempio, la Regione Lombardia ha piantato una grana tale che alla fine di definizioni ne sono venute fuori ben sei: superficie lorda, totale, complessiva, utile, calpestabile e accessoria. Dove, per avere un’idea dell’imbuto in cui i burocrati incaricati di semplificare si sono infilati, la differenza fra «totale» e «complessiva», parole che a prima vista sembrerebbero indicare la stessa cosa, è che la seconda è la somma della superficie «utile» (differente da quella «calpestabile», ovvio) più il 60 per cento di quella «accessoria». Il regolamento edilizio unico comunale, previsto dalla cosiddetta legge Sblocca Italia approvata dal Parlamento l’11 novembre 2014, potrebbe rappresentare un’autentica rivoluzione mettendo fine una volta per tutte al dedalo incredibile di norme locali in un Paese dove ognuno degli oltre ottomila Comuni ha proprie regole per stabilire come si tirano sui muri, quanto può essere grande una stanza da letto o un cortile, come si deve calcolare la grandezza di un ambiente. Con prescrizioni surreali. A Lamezia le porcilaie non possono essere costruite a meno di 30 metri dalle abitazioni. A Catanzaro è obbligatorio depositare le tinte in cantiere prima della verniciatura per consentire la verifica della rispondenza al progetto. A Bologna tollerano un’eccedenza costruttiva del 2 per cento rispetto al progetto; a Pescara del 3 per cento: a Lucca quattro centimetri per lunghezze da otto centimetri a due metri; a Firenze 10 centimetri rispetto alla scala 1:100. A Fiumicino è possibile fare i cortili solo nei condomini non popolari. Mentre a Piacenza è tassativo prevedere uno spazio di 30 metri quadrati per i giochi dei bambini ogni nove alloggi... Ventuno mesi, dicevamo, ci sono voluti solo per stabilire come chiamare le cose. Ora si è arrivati all’intesa sulle definizioni, che fa «auspicare» alla ministra della Semplificazione e della Pubblica amministrazione Marianna Madia «che lo schema tipo» del regolamento edilizio «si concluda rapidamente». Auguri. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, come dimostra il caso surreale delle sei definizioni di superficie, è d’obbligo incrociare le dita. Non sfugge affatto la complessità della questione. Né che non si può evitare, in casi come questi, di ascoltare tutte le campane. Il problema però è di fondo: ogni volta che si vuole fare una riforma si commette sempre il medesimo errore. Quello di farla fare ai burocrati. Perché affidare a loro il compito di riformare se stessi è come chiedere al tacchino di organizzare il pranzo di Natale. Ogni semplificazione vera toglie inevitabilmente a una burocrazia congegnata come la nostra (malissimo) un pezzetto di potere: il rischio è dunque che le semplificazioni non procedano o che dietro una semplificazione si nasconda in realtà una nuova complicazione. Tanto più vero, questo, se la riforma riguarda temi sui quali si intrecciano competenze di più burocrazie. In questo caso specifico le burocrazie statali, regionali e comunali. Un delirio di interessi contrapposti ben rappresentati nel pool incaricato di sciogliere i nodi del regolamento edilizio unico. Il bello è che tutto questo meccanismo infernale rientra nell’agenda governativa battezzata, pensate un po’, «Italia Semplice». Gli ottimisti che l’hanno congegnato hanno scritto nel sito ufficiale che doveva essere tutto finito «entro novembre 2015».

La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell'Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili 21 mag 2014 di Paolo Bracalini (Autore). C'è il ristoratore multato per aver servito troppi spaghetti. Ci sono le 118 procedure da compilare per legge se si vuole aprire un'attività da estetista. C'è la famigerata "tassa sull'ombra", dovuta allo Stato per l'ombra che le tende dei negozi proiettano sul suolo pubblico, e la dichiarazione "peli di foca" per chi esporta un prodotto. C'è Equitalia con il suo "aggio", l'interesse praticato sulle temibili cartelle esattoriali, e le sue vittime. E poi l'Agenzia delle entrate con i premi per chi tartassa di più (spesso a torto). Ogni anno la burocrazia italiana costa 31 miliardi di euro: due punti di Pil persi in scartoffie e pratiche inutili. Si può dire che tutto manchi all'Italia, tranne le regole. Al contrario, i proverbiali lacci e lacciuoli, il groviglio di leggi - statali, regionali, provinciali, comunali - è così intricato che la giungla normativa italiana non ha paragoni in Europa e contribuisce all'indebolimento dei diritti dei "sudditi". I "mandarini", invece, comandano nell'ombra, con un potere enorme: nei ministeri, nella Ragioneria di Stato, nelle segrete stanze del Tesoro e del Quirinale, ma anche nei Tar che paralizzano il Paese. Paolo Bracalini ci guida nel mastodontico intreccio della burocrazia italiana con un'inchiesta che è anche un pugno allo stomaco: storie vere, testimonianze, documenti, cifre e resoconti di una follia tutta nostrana... Prefazione di Edward N. Luttwak.

Libri, la Repubblica dei Mandarini: lo Stato non siamo noi, scrive Giacomo Zucco il 3 giugno 2014 su “Il Fatto Quotidiano”. “Lo Stato siamo noi? No, sono loro!”. Queste sono le prime parole che ho potuto leggere aprendo il nuovo libro di Paolo Bracalini, “La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell’Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili”. E per un teapartysta è come un invito a nozze. Da quattro anni, ormai, andiamo ripetendo che lo Stato è altro da noi, perché se fossimo davvero noi, citando un amico, allora di certo ci tratteremmo meglio (pensateci: se noi fossimo lo Stato non ci ammazzeremmo a colpi di tasse, non ci complicheremmo la vita con tutta questa burocrazia, non faremmo di tutto per far fallire le nostre aziende, non ci metteremmo Equitalia alle calcagna)! Se a ciò aggiungiamo che nella prefazione il professor Luttwak cita direttamente i nostri cugini americani, riconoscendo i meriti delle loro battaglie, ecco che questo libro-inchiesta si va a posizionare automaticamente nella biblioteca degli attivisti del movimento. Scrive Luttwak (forse con un piccolo eccesso di ottimismo verso l’attuale situazione politica ed economica americana) che “il movimento dei Tea Party ha giocato un ruolo fondamentale in Usa permettendo di raggiungere un livello di crescita, superiore a quello italiano del 250%, con relativo crollo della disoccupazione, semplicemente tagliando la spesa pubblica. Democratici e repubblicani hanno fatto proprie le idee del Tea Party: se si licenziano 100 dipendenti pubblici e si tagliano le tasse, con il risparmio la disoccupazione non aumenta di 100, ma diminuisce di 300”. E conclude: “Il libro di Bracalini non è mera protesta. Offre l’unica soluzione possibile: tagliare lo Stato”. Ad ufficializzare questa vicinanza tra il libro e le idee del movimento, Tea Party Italia a partire dal 20 giugno inizierà un tour di presentazione del libro in diverse città della penisola (similmente a quanto già fatto con il precedente best seller di Bracalini: “Partiti S.p.a.”), in compagnia dell’autore e di Nicolò Petrali, un giovane e bravo giornalista che ha collaborato alla stesura dell’opera. Non vorrei comunque si pensasse che “La repubblica dei mandarini” sia una lettura consigliabile solo per chi ha delle idee simili alle nostre. Anzi, oserei dire che è proprio il contrario. Un antistatalista convinto, infatti, può solo “divertirsi” a vedere come, pagina dopo pagina e di capitolo in capitolo, le sue idee di partenza vengono confermate. Può scoprire nuovi dettagli e curiosità con un sorriso amaro stampato sul volto, crogiolandosi comunque in quello che è il suo habitat naturale. Al contrario, proprio gli statalisti (ovvero coloro che costituiscono purtroppo la gran parte della società italiana) potrebbero ricavare il miglior beneficio dall’approccio a questo libro. Perché per una volta ascolterebbero una musica diversa dal solito e una voce fuori dal coro. Il mio “consiglio alla lettura” si rivolge allora soprattutto a questi ultimi: se davvero siete così superstiziosi da credere che “lo Stato siamo noi”, che “se tutti pagassero le tasse, tutti pagherebbero meno”, che “se l’Italia è in difficoltà è colpa dell’evasione fiscale”, affrettatevi a leggerlo: potreste scoprire qualcosa.

BENVENUTI NELLA REPUBBLICA DEI MANDARINI - NEL NOSTRO PAESE LA VERA CASTA E' RAPPRESENTATA DAI BUROCRATI. E' PER QUESTO CHE E' ARDUO SE NON IMPOSSIBILE CAMBIARE VERAMENTE LE COSE IN ITALIA. Come racconta Bracalini, Bassanini, presidente della Cdp, aveva proposto, nella primavera 2013, una soluzione per il problema dei miliardi di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese private. Ma si è scontrato con i mandarini del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato, che hanno bloccato tutto…Testo tratto dal libro di Paolo Bracalini, giornalista del Giornale, "La Repubblica dei mandarini. Viaggio nell'Italia della burocrazia, delle tasse e delle leggi inutili" (Marsilio, 198 pagine, 14 euro), in libreria da pochi giorni. Da "il Foglio". Ispettorato generale del bilancio della Ragioneria dello Stato. Mai sentito nominare? Probabilmente no. Eppure è l'ufficio che governa la spesa pubblica italiana, un enorme centro di potere al riparo da sguardi indiscreti, nella penombra in cui ama stare la grande burocrazia italiana, quel "mandarinato" pubblico che è il vero governo occulto del paese.  "Ho fatto quattro volte il ministro e qualsiasi cosa tu possa scrivere per denunciare quanto contano queste persone sarà sempre una parte infinitesimale della realtà. Lo stato sono loro e la Repubblica è appesa alle loro decisioni", racconta Altero Matteoli, ex ministro delle Infrastrutture, parlando dei superburocrati che decidono tutto nei ministeri. "Nel 2001 nominai capo di gabinetto ai Lavori pubblici un professore, Paolo Togni, e la Corte dei conti rifiutò di registrarlo perché, dissero, non aveva i titoli. Chiesi allora che titoli servissero. Muta risposta. Ma nel silenzio fecero pressioni su Palazzo Chigi per far nominare uno dei loro: un magistrato contabile o uno del Consiglio di Stato o uno del Tar". Ci volle un mese perché Togni fosse messo nelle condizioni di ricoprire l'incarico. Ma non sempre si vince il braccio di ferro con la burocrazia ministeriale, più spesso sono loro a trionfare. "Il monopolio delle informazioni è il vero motivo della potenza della burocrazia", spiega l'economista Francesco Giavazzi. "Gestire un ministero è una questione complessa: richiede dimestichezza con il bilancio dello stato e il diritto amministrativo e soprattutto buoni rapporti con i burocrati che guidano gli altri ministeri e la presidenza del Consiglio. Gli alti dirigenti hanno il monopolio di questa informazione e di questi rapporti, e tutto l'interesse a mantenerlo". Giavazzi ha imputato alla scelta di mantenere al loro posto, "quasi senza eccezioni, tutti i grandi burocrati che guidano i ministeri", il vero motivo dell'insuccesso di Mario Monti nel taglio alla spesa pubblica. Ma il professore ricorda come questo problema sia una costante per i ministri. Anche quelli più lontani dall'apparato burocratico pubblico finiscono inevitabilmente per sbatterci la testa. Successe a Giancarlo Pagliarini, primo ministro delle Finanze della Lega Nord, nel 1994. Un marziano a Roma, un fiscalista del Nord che mai aveva avuto a che fare con quel mondo. Al suo primo giorno di lavoro Pagliarini si trovò di fronte un documento della Ragioneria generale dello Stato, a suo avviso incomprensibile: "Bisogna rifare il bilancio dello Stato da zero. Se continuano a scriverlo così, solo la Ragioneria generale lo capisce e solo loro decideranno". Inutile dire chi, tra la Ragioneria e Pagliarini, ha vinto la battaglia. L'ex ministro del Bilancio leghista ricorda perfettamente l'enorme potere di interdizione della burocrazia ministeriale. "Prendiamo come esempio la legge più importante che approva il governo", spiega Pagliarini, "e cioè la legge finanziaria. Negli ultimi anni la legge finanziaria è sempre passata con il maxiemendamento. Bene, il Parlamento lo approva di fatto senza averlo letto. Ma non l'ha letto perché non è scritto. Sì, ci sono dei punti generali, ma poi sono i burocrati che lo scrivono due o tre mesi dopo l'approvazione. E quindi come si fa a sapere come lo scrivono? In sostanza il testo che tu approvi, magari come ministro, quindi anche con delle responsabilità importanti, non lo leggi nemmeno perché non c'è, non esiste ancora". E a proposito delle sorprese che i burocrati possono riservare nell'implementare una legge, ecco che Pagliarini ci porta un esempio davvero sconcertante. "Quando si parla di burocrazia amo raccontare la storia dei Giochi del Mediterraneo di Bari. Ecco come è andata: il giorno prima del Consiglio dei ministri va in scena il preconsiglio dei ministri. Al preconsiglio ci vanno i vari capi di gabinetto che discutono e poi tornano dal ministro e gli riferiscono i risultati dell'incontro. Quindi vengono da me e mi dicono che ci sarebbero queste venti leggi da approvare e che mi consigliano di farlo poiché ci sono dei problemi da approfondire l'indomani. Il problema principale è che la destra vorrebbe 5 miliardi di lire per finanziare i Giochi del Mediterraneo di Bari. Al che mi dicono che è inutile far casino per 5 miliardi, anche perché, se il ministro si dovesse impuntare su ogni singola voce di spesa, non se la caverebbe più e che quindi sarebbe consigliato concederglieli. Il giorno dopo la prassi vuole che si approvino le voci non problematiche, si leggano solo i titoli e si approvino. C'è una cartellina con i documenti, ma di solito non si guarda mai. Bene, io quel giorno per curiosità la guardo e cosa scopro? Una cosa incredibile! Mi avevano detto 5 miliardi, ma qualcuno di notte aveva aggiunto uno zero ed erano diventati 50! E la frase non era più... "per finanziare i Giochi del Mediterraneo di Bari", ma... "per consentire l'inizio dei Giochi del Mediterraneo di Bari". Io di queste cose ho le fotocopie a casa. Così funziona la burocrazia. E i giochi di Bari, dovete moltiplicarli per mille. Qualcuno negli uffici, a livello amministrativo cambia le carte in tavola! Loro sono consapevoli che nemmeno il Padre Eterno riuscirebbe a leggere sempre tutta la documentazione e se ne approfittano. Sanno che il linguaggio burocratico lo capiscono solo loro e che il politico è sostanzialmente obbligato ad approvare anche per via di pressioni esterne. Perché, per esempio, a me dicevano che bisognava approvare entro una certa scadenza sennò scattava l'esercizio provvisorio". Un po' più ottimista è invece Adriano Teso, sottosegretario del ministero del Lavoro e della previdenza sociale nel 1994. Uno che, con il ruolo che aveva, di magagne burocratiche ne ha viste parecchie. "Hai il potere di cambiare tutto", ha spiegato Teso, "se porti in Parlamento politici di una certa pasta. Ci vuole etica e capacità. Certo che se parti con politici con etica e capacità discutibili, il risultato è scarso. Pensate che io avevo addirittura portato nel mio gabinetto una mia persona per controllare i testi di legge perché capita che i tuoi dirigenti ti preparino delle leggi diverse rispetto a quelle che tu dicevi che dovevano essere fatte. E vi assicuro che sono degli artisti in questo, con il loro linguaggio criptico (come da decreto, rinviato al, la legge del... ecc.). E se un giorno ti impunti e dici di non voler firmare più niente e che vuoi vedere le carte, ti arrivano carrelli di roba alti un metro e mezzo per leggi anche di una pagina. Secondo me", prosegue, "esistono due aspetti di questa burocrazia deleteria. Uno che parte dal legislativo, perché hai un'infinità di leggi che poi, per gestirle e implementarle, ti portano per forza a un eccesso di burocrazia. Non per niente nel nostro paese c'è un eccesso legislativo. Abbiamo un impianto legislativo senza paragoni nel mondo. Poi c'è la parte organizzativa della burocrazia e quello è un processo interno dei burocrati. In più c'è anche un discorso di buona fede. Perché spesso la burocrazia non è allineata con gli obiettivi della legge, ma con obiettivi propri". A detta di Sabino Cassese, invece, il sabotaggio burocratico è una prassi. "Ricordo che Andreotti si portò come capo di gabinetto a Palazzo Chigi l'ex ragioniere generale Milazzo, e non c'è dubbio che Milazzo avesse un potere enorme", racconta Cassese intervistato da Andrea Cangini sul "Quotidiano Nazionale". "Persino Stammati, ministro del Tesoro ed ex ragioniere a sua volta, faticava a farsi ascoltare. Il fenomeno del sabotaggio burocratico è stato ampiamente studiato, accade quando le burocrazie si sostituiscono al potere politico e decidono cosa fare e quando farlo. Ricordo il caso di un noto capo di gabinetto contrario a certi cambiamenti nell'amministrazione previsti da una legge appena varata. Sapeva che il governo sarebbe durato massimo 12 mesi e fissò in 18 mesi il termine per emanare il decreto legislativo che avrebbe dovuto dare attuazione alla legge. L'Italia è caratterizzata dal fatto che i governi o durano poco, o hanno una scarsa coesione e una modesta capacità di leadership, o entrambe le cose contemporaneamente. Tutto ciò, unito all'incultura e all'inesperienza di certi ministri, fa sì che si formino sacche di amministrazione che vanno in direzione diversa da quella voluta dalla politica". La precarietà dei ministri, in confronto all'eternità dei burocrati, rende questi ultimi spesso molto più potenti dei politici, trattati con sufficienza dai mandarini di Stato che sanno di essere più forti. L'oscurità e la complessità delle leggi, invece, è fatta apposta per perpetuare il potere della casta burocratica. "I burocrati ministeriali scrivono le norme e gestiscono le informazioni in maniera iniziatica, in modo da risultare indispensabili", dice a Cangini un ex ministro che vuole restare anonimo. Franco Bassanini, presidente della Cassa depositi e prestiti, la cassaforte finanziaria del paese, aveva proposto, nella primavera 2013, una soluzione per il problema dei miliardi di debiti della pubblica amministrazione italiana verso le imprese private, ma si è scontrato con i mandarini del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato, che hanno bloccato tutto. La soluzione era una semplice cartolarizzazione: i debiti, garantiti dallo Stato, vengono trasferiti dalle imprese alle banche, che liquidano immediatamente le imprese immettendo così miliardi nell'economia. Poi lo Stato garantisce, attraverso la Cassa depositi e prestiti, che le banche vengano rimborsate dalla Pa, con un piano di rientro distribuito in un arco di più anni. "Le banche italiane avrebbero comprato volentieri i 90 miliardi di euro di debiti garantiti dallo Stato", racconta Bassanini, intervistato da Alan Friedman. "Sarebbe stata un'operazione virtuosa che immetteva in un colpo solo 60-70 miliardi nell'economia italiana e dava benzina all'economia, senza incidere sul deficit neanche dello zero per cento". Le imprese verrebbero pagate subito (dalle banche), lo Stato potrebbe ripagare i debiti nel tempo, mentre le banche avrebbero la convenienza di poter compensare i propri crediti con le imprese. Tutti contenti, dunque. La Spagna lo ha fatto e ha funzionato, nel Parlamento italiano, poi, c'era la maggioranza pronta a votare il piano Bassanini. E allora, come mai non si è fatto? "C'è stata una forte resistenza burocratica... In questo caso specifico la tesi (dei vertici del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato) era che l'Europa non ce lo avrebbe permesso. La burocrazia italiana, tanto più quando è preparata e forte, spesso usa l'Europa come pretesto per non fare le cose che non vuole si facciano. Ci sono diverse cose che servirebbero alla crescita del paese e che trovano resistenze non politiche ma burocratiche". La vera casta sono i burocrati. Per questo è arduo, se non impossibile, cambiare veramente, in Italia. Prova ne sia il documento di "passaggio di consegne" affidato dal ministro dell'Economia uscente, Fabrizio Saccomanni, a quello entrante, Pier Carlo Padoan. Ventisei fogli A3, meticolosamente annotati, che illustrano la bellezza di 465 fra decreti e regolamenti previsti dalle riforme dei governi Letta e Monti, ancora da attuare, alcuni fermi da due anni. Su quel macigno di leggi immobili i funzionari dei ministeri spesso specificano: "L'attuazione (del decreto per una piattaforma elettronica per i debiti Pa, ndr) presenta oggettive difficoltà attuative". "Per un altro decreto", scrive Fabrizio Forquet sul "Sole 24 Ore", "l'annotazione a uso interno è la fotografia dello stallo burocratico: "Sollecitata Rgs da Ulf, ufficio legislativo Finanze (nota 1418 del 10 febbraio). Il Dipto Finanze concorda con l'Ag. Entrate riguardo all'opportunità di abrogare la disposizione. Anche Rgs è d'accordo. Evidenziate dagli Uffici (Ag. Entrate, Dipto Finanze, Rgs) difficoltà applicative all'adozione del decreto. Opportuna abrogazione della disposizione"". Il responso, riportato nella colonna a fianco, è inesorabile: "Non attuabile". Il sigillo dell'alta burocrazia gattopardesca italiana: riscrivere tutto, perché nulla cambi. Chi comanda nei ministeri Ci racconta un ex ministro della Giustizia di lungo corso che preferisce restare anonimo: "La legge Bassanini che ha riformato la pubblica amministrazione divide nettamente la classe politica da quella amministrativa. Il ministro può soltanto dare gli indirizzi di natura generale e politica, tutto il resto lo fa l'amministrazione del suo ministero, al punto che ormai gli atti che firma il ministro sono quasi soltanto di natura formale, mentre quelli attuativi sono in mano all'amministrazione. Faccio un esempio. Un ministro non firmerà mai una gara d'appalto o un affidamento, queste pratiche competono tutte all'amministrazione. La conseguenza è che quando sei lì, ti trovi dentro un macchinone immenso, quello del tuo dicastero, e qui c'è già il primo problema. Lei pensi che al ministero della Giustizia avevo sotto di me 120 mila dipendenti, il ministro dell'Istruzione ne ha un milione... Con queste dimensioni significa che il ministero è diviso in una serie di dipartimenti che gestiscono realtà enormi, con molti capitoli di spesa e con i funzionari che fanno passare i soldi da una parte all'altra senza che il ministro possa controllare nulla. Come la storia degli esodati della Fornero. E' chiaro che le hanno dato delle cifre sbagliate i suoi funzionari... Un ministero è un macchinone gigantesco, il ministro non sa tutto, anzi spesso sa poco. Pensi che a me avevano messo una centrale di ascolto al ministero senza dirmi nulla. I funzionari tendono a ragionar così: tu fai il ministro, ma le cose importanti le decidiamo noi, i capi dipartimento. Una figura strapotente al ministero della Giustizia è il capo del Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria. Gestisce un budget di 5 miliardi di euro su 7 totali del ministero, 50 mila poliziotti della penitenziaria. Immagini il potere che ha. Poi molto dipende anche dalla personalità dei vari ministri. Con un ministro debole i burocrati hanno uno spazio di intervento enorme... Naturalmente se sei esperto della materia puoi in qualche modo capire cosa sta succedendo nel tuo ministero. Bisogna stare molto attenti alle cifre che ti vengono date dall'apparato". Caso tipico è al ministero delle Infrastrutture. "Il nostro problema", ha spiegato al Fatto Quotidiano Alessandro Fusacchia, ex consigliere per la diplomazia economica alla Farnesina, "è fondamentalmente l'incertezza giuridica. Abbiamo migliaia di leggi e leggine che insistono sullo stesso argomento, per esempio il lavoro, e nessuno sa esattamente quali siano le regole. In questo modo nessuno si assume dei rischi e tutto diventa lentissimo". In questo caos acquista potere la casta dei giuristi di Stato, dei capi di gabinetto e degli uffici legislativi. "Stiamo parlando di circa 50 persone che controllano l'essenziale ", ha detto Fusacchia. la ragioneria (di Stato) ha sempre ragione Ma non ci sono soltanto i grandi boiardi dei ministeri: capi di gabinetto, capi di dipartimenti, esperti legislativi, consiglieri. Ci sono anche organismi terzi, composti da tecnici o da magistrati, che contano moltissimo sull'attuazione (e soprattutto sulla non attuazione) di riforme, leggi e decisioni politiche. Uno di questi è il Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica. "I ministeri di spesa passano tutti dal Cipe. Le spese per l'edilizia scolastica, le infrastrutture, i fondi per l'industria, la banda larga, passa tutto da lì. E' composto dai ministri, ma anche dalla Ragioneria generale dello Stato che ha un enorme potere di veto. Se non vedono che dal punto di vista finanziario è tutto a posto, non ti danno il benestare. Se non c'è la famosa bollinatura, la bollinatura della Ragioneria, non passa niente. Allora non è più soltanto una questione tecnica, ma anche politica, perché se si decide che un'opera non va bene, non si farà mai. E capita spessissimo". Le bollinature, cioè il via libera contabile della Ragioneria a ogni provvedimento di spesa, "vengono concesse solo se il provvedimento rientra nella "visione" politica del ragioniere generale. In caso contrario vengono negate o subordinate a scelte "politiche" diverse", racconta un ex ministro diessino che vuole restare anonimo. L'ha sperimentato sulla propria pelle l'ex senatore Mario Baldassarri, che da presidente della commissione finanze provò a metter mano a quella parte di spesa pubblica, per acquisto beni e servizi (40 miliardi l'anno), che fa capo alle grandi burocrazie ministeriali. L'emendamento non piaceva al capo del legislativo dell'economia e alla Ragioneria generale dello Stato, che non gli diede la "bollinatura". Lui andò avanti, finché alcuni compagni di partito gli dissero di aver ricevuto una telefonataccia da un importante direttore generale di ministero che consigliava di ritirare quell'emendamento. Baldassarri si infuriò, minacciò di chiamare l'autorità costituita e di denunciare il ragioniere generale dello Stato per "palesi falsi e giudizi politici". Ma alla fine tutto fu insabbiato.

Dio perdona, la burocrazia no. Le pratiche burocratiche richiedono 269 ore all'anno per impresa, con un costo complessivo di 31 miliardi. I costruttori attendono 231 giorni per un permesso edilizio. A Milano servono 23 autorizzazioni diverse per organizzare un evento. Viaggio nel girone infernale italico..., scrive Matteo Borghi su “L’Intraprendente”. Hyman Rickover, il pioniere della propulsione atomica navale, diceva che “se proprio devi peccare pecca contro Dio, non contro la burocrazia. Dio perdona, la burocrazia no”. Ed in effetti, a vedere alcuni casi, pare che il nostro ammiraglio non avesse torto. Emblematica è quella storia, che abbiamo raccontato tempo fa, di un signore che – per non aver versato un centesimo – si è visto recapitare una multa cinquemila volte più alta. La burocrazia non ammette ignoranza, sbadataggine, errore umano ma pretende inflessibile a ogni logica di buonsenso, il rispetto formale di passaggi che in molti casi sono quasi impossibili da attuare. Giusto per fare un esempio fino a pochi mesi fa ci volevano ben 23 autorizzazioni per creare un evento culturale a Milano. Che non vuol dire 23 fogli ma 23 (ven-ti-tré) procedure burocratiche autonome: una molte tanto ingente che lo stesso Comune ha ammesso che, qualche volta, qualcuno saltava qualche passaggio. Ed è drammatico pensare come le code burocratiche si allunghino sempre di più. Ancora più alto e dannoso è il costo della burocrazia per le imprese. Secondo il Centro Studi Impresa Lavoro le pratiche burocratiche richiedono 269 ore l’anno con un costo medio ad impresa di 7.559 euro. Secondo un calcolo della Cgia di Mestre alle imprese la burocrazia costa ogni anno 31 miliardi di euro, che portano la pressione fiscale complessiva a 248,8 miliardi. Insomma si tratta di un vero e proprio peso insostenibile, destinato a schiacciare sotto di sé qualsiasi ipotesi di ripresa. “Se teniamo conto – si chiedeva il compianto Giuseppe Bortolussi – che il carico fiscale sugli utili di una impresa italiana ha raggiunto il 68,6%, contro una media presente in Germania del 48,2%, c’è da chiedersi come facciano i nostri imprenditori a reggere ancora il confronto. Per questo bisogna dire basta ad un fisco opprimente e ad una burocrazia ottusa. Lavorare in queste condizioni costringe gli imprenditori italiani a trasformarsi quotidianamente in piccoli eroi: questo non deve più accadere”. Ne sanno qualcosa i numerosi costruttori che devono attendere, di media, 231 giorni (con un costo che può arrivare fino a 64 mila e 700 euro) per un permesso edilizio: in Germania bastano 97 giorni, 99 a Londra, 182 a Madrid dove però il costo medio per avere il via libera a costruire è di appena 12 mila euro, ovvero ben meno di un quinto dell’Italia. E ne sa ancora di più il patron di Esselunga Bernardo Caprotti che ha dovuto attendere dal 1971 al 2014 per costruire un supermercato in un terreno di sua proprietà a Firenze. Per 43 anni politici e burocrati si sono infatti opposti a qualsiasi ipotesi di costruzione del suo polo commerciale, accampando scuse che secondo alcuni nascondevano – in realtà – un sostegno indiretto all’avversaria Coop. Sì perché se c’è una caratteristica della burocrazia è l’asimmetria: pretende molto dagli noi, ma troppo poco da se stessa. Ci considera, più che come cittadini, come sudditi.

IL LEVIATANO: PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E BUROCRAZIA. IL BILANCIO DEVE ESSERE EQUILIBRATO, IL TESORO RIPIANATO, IL DEBITO PUBBLICO RIDOTTO, L’ARROGANZA DELLA BUROCRAZIA MODERATA E CONTROLLATA, E L’ASSISTENZA ALLE NAZIONI ESTERE TAGLIATA, PER FAR SÌ CHE ROMA NON VADA IN BANCAROTTA. CICERONE

Quanto sono ancora attuali le parole di Cicerone? Si continua ancora oggi a parlare di semplificazioni e ammodernamenti della burocrazia in Italia ed, anche se qualche passo avanti è stato fatto, è evidente che ancora molto ci sia da fare. Il problema è che per saper organizzare in modo efficace il “da farsi” e per assumere i giusti provvedimenti è in primo luogo necessario conoscere a fondo i meccanismi e la dinamica con la quale vengono elaborati ed emanati gli atti amministrativi che fanno capo ai tanti adempimenti burocratici. In pratica per incidere concretamente sulla macchina burocratica è fondamentale capire come funziona cosa che non mi risulta sia poi così diffusa. Si mettono così in moto processi di modifica di questo o quello spezzone di attività, ma se non si ha una vera visione d’insieme si rischia di aggiungere alle carenze già esistenti ulteriori danni. E non basta sbandierare il termine “digitalizzazione” per riuscire a smuovere apparati ormai vecchi e superati, modi di lavorare anacronistici, approcci ai problemi farraginosi e complicati, alla fine può anche succedere che riusciamo a digitalizzare tutta una branca di attività, ma poi siamo costretti a conservare negli uffici e negli archivi pubblici moli sempre crescenti di materiale cartaceo, perché le regole che sottostanno al processo di digitalizzazione che abbiamo creato sono talmente complicate ed incomprensibili che i nostri interlocutori non ci capiscono nulla, sbagliano, si perdono ed allora meglio far consegnare loro ancora tanta e tanta carta. Inoltre manca la connessione tra archivi e sistemi informativi che il più delle volte non sono in grado di dialogare tra di loro perché ciascun Ente ha scelto in autonomia senza considerare l’interconnessione dei sistemi, e si è venuta a determinare così una sorta di moderna babele telematica. Quante volte si assiste allo sbandieramento da parte del politico di turno del provvedimento risolutivo per la semplificazione amministrativa? Che fine fanno poi queste iniziative? Restano per lo più semplicemente lettera morta perché manca il decreto attuativo, manca la circolare interpretativa, una qualche sentenza ne inficia l’efficacia: il tutto si perde nelle nebbie di qualche Ministero preposto alla cosiddetta semplificazione …

MARX HA CONFUSO UNA DITTATURA DELLA GIUSTIZIA CON LA DITTATURA DEI BUROCRATI. HERBERT MARCUSE

Come scriveva Marcuse analizzando la filosofia di Marx si corre il rischio di creare una vera e propria “dittatura dei burocrati”, una dittatura ancor più pervasiva e invadente, ma soprattutto insidiosa perché nascondendosi dietro a moduli farraginosi e carta bollata in triplice copia costringe comunque l’individuo a sottostare alla sua potenza egemone. La “dittatura dei burocrati” risulterebbe così la dittatura più compiuta, si trasforma uno strumento amministrativo che dovrebbe servire alla parificazione degli individui di fronte allo Stato in uno strumento costrittivo dove i ceppi e le catene sono fatti di autorizzazioni, protocolli e commi. Per riuscire a modificare davvero le cose come si è già detto si richiederebbe innanzitutto una conoscenza approfondita di ciò che si intende modificare, ma la “macchina” della Pubblica Amministrazione è in realtà un moloch che pochissimi conoscono a fondo, ed inoltre è qualcosa che nel tempo si è talmente resa complicata da sortire l’effetto di “bloccare” e “paralizzare” a volte perfino chi ci lavora all’interno e che magari per primo avverte la necessità di un cambiamento davvero radicale. Così questo mastodonte in Italia incombe sulle nostre vite, per rendercele ogni giorno più difficili con qualche cavillo, o con qualche nuova regola, stare dietro a tutto, e questo secondo quanto affermano persone molto preparate in campo giuridico, diventa un’impresa che non ha mai termine e quel che è peggio che non consente neanche brevi momenti di pausa, una tregua per prendere come si dice almeno un po’ di fiato. Lo Stato Leviatano di Hobbes è tra noi, ci sovrasta ogni giorno, ci costringe forzosamente in fila, ci cataloga, si nutre del nostro tempo. La complessità del Leviatano lo rende intangibile all’azione del singolo cittadino che si trova ad essere in balia della “macchina” burocratica. Quante volte abbiamo la sensazione di essere assolutamente impotenti? C’è da chiedersi se tutta questa complessità è veramente indispensabile per garantire la legalità e la legittimità delle azioni, o è un modo per garantirsi una sorta di potere sui cittadini e quel che è peggio per favorire chi, e purtroppo le cronache di questi giorni ce ne hanno parlato a lungo, intende nascondere propri personali obiettivi e raggiungere finalità che vadano a proprio vantaggio e non certo della cittadinanza? Orwell in 1984 ci ha mostrato come Il Partito con la sua macchina statale persegua questa seconda finalità, siamo davvero sicuri di non vivere in una realtà del genere? Forse il Grande Fratello si è concretizzato non sottoforma di persona, ma di macchina statale impersonale? C’è quindi ancora molto da fare, la strada da percorrere è purtroppo ancora molto lunga, ma c’è poi davvero la volontà di cambiare le cose da parte di chi lo può fare? E l’apparato burocratico da parte sua è effettivamente disponibile a consentire questo cambiamento e a parteciparvi o, a sua volta, funge da freno per rallentare il tutto? Il problema è che la burocrazia è sempre più autoreferenziale in quanto lavora in prevalenza solo per giustificare se stessa. Ad esempio la P.A. non dovrebbe chiedere ai cittadini degli adempimenti che già potrebbe benissimo gestire in base alle informazioni di cui è già a conoscenza. Un caso emblematico è rappresentato in questi giorni da IMU e TASI, per le quali si chiedono calcoli complicati e compilazione di moduli quando i dati per i versamenti sono già in possesso dell’Agenzia delle Entrate. Mi chiedo perché se già altri paesi europei riescono a funzionare benissimo nel campo della Pubblica Amministrazione e potrebbero fornirci, in base alla strada da loro tracciata, degli spunti utilissimi, non si riesca neppure a cogliere questi stimoli e tutto in Italia debba essere sempre così ripetitivo e pesante. La Pubblica Amministrazione dovrebbe essere uno dei settori maggiormente gratificanti per quanti vi lavorano, perché nulla può essere più appagante dello svolgere un’attività sapendo che quello che si fa sarà utile, inciderà positivamente e migliorerà la vita dei cittadini. Invece in Italia pare essere una delle attività più frustranti per quanti vi operano ed anche una delle attività che “ingrigiscono” e fanno perdere entusiasmo ai lavoratori. Allora evidentemente c’è per forza molto da cambiare, e non basteranno riforme limitate ad alcuni spezzoni per riuscire a modificare in meglio il tutto. Deve radicalmente cambiare poi l’approccio che l’apparato pubblico ha con il cittadino, perché in un ufficio pubblico è davvero difficile non sentirsi a disagio, questo ancora di più se si è anziani, disabili, o se si è in possesso di pochi strumenti derivanti dall’istruzione scolastica. Il linguaggio usato da quanti vi lavorano è spesso poco semplice e comprensibile, se si chiedono delle spiegazioni la disponibilità a darla è molto scarsa e se comunque le spiegazioni vengono date lo si fa purtroppo spesso con atteggiamento di superiorità e fastidio nei confronti dell’interlocutore che si è macchiato della colpa di non aver capito. Per non parlare della quantità di moduli, prospetti, caselle ecc. che si è costretti a compilare per ottenere qualcosa che ci spetta ed a cui avremmo diritto di avere molto più semplicemente accesso. Non voglio che questo mio intervento venga letto però come un susseguirsi di lamentele, penso solo che se riusciamo a comprendere dove si enucleano le criticità forse, se sul serio vi sarà da parte di chi ci governerà la volontà di rimuoverle, potremo fare un passo avanti per superarle. Sarà basilare in questo chiedere un contributo da parte di quanti lavorano all’interno della Pubblica Amministrazione, ascoltarli, sentire da loro cosa li fa lavorare così con difficoltà, cosa li potrebbe motivare, perché, e questo sarà bene ribadirlo, in questo settore ci sono moltissime persone che pur con tante difficoltà lavorano bene, con competenza e professionalità, ed avendo ben presente quanto sia importante uno svolgimento pronto, puntuale, efficace, scrupoloso del lavoro per l’intera comunità. Certo la campagna denigratoria sul dipendente pubblico praticata da molti non ha aiutato a risolvere i problemi, semmai li ha ulteriormente complicati, sono questi problemi estremamente delicati, da affrontare con lucidità, lungimiranza, equità, ampiezza di vedute, dopo essersi spogliati di pregiudizi e luoghi comuni, e solo una buona dose di equilibrio potrà consentirci di fornire ai cittadini dei servizi rispondenti alle loro necessità. È legittimo immaginare una burocrazia al servizio del cittadino o siamo destinati a restare rinchiusi in questa prigione senza sbarre fatta di moduli e carta bollata?

OGNI RIVOLUZIONE EVAPORA, LASCIANDO DIETRO SOLO LA MELMA DI UNA NUOVA BUROCRAZIA. FRANZ KAFKA

Hanno ragione George Orwell e Franz Kafka quando ci mettono in guardia dalla possibilità di uscire dalle costrizioni derivanti della burocrazia al punto che qualsiasi rivoluzione comporterebbe solo la restaurazione sotto altre spoglie diverse del medesimo sistema? Matteo Montagner su “La Chiave di Sophia”.

Burocrazia, ecco l'arma letale della dittatura, scrive di Rino Cammilleri su “La Nuoiva Bussola Quotidiana”. Al tiranno dà fastidio la nobiltà, perché è da questo ceto intermedio tra il potere e il popolo che potrebbe venire l’insidia. Già nel Giappone cosidetto feudale (che col feudalesimo occidentale, però, ha niente da spartire) l’imperatore obbligava i nobili a risiedere sei mesi l’anno nella capitale, e a lasciarci i familiari sempre. In Europa, l’assolutismo regio finì col fare lo stesso e trasformò i nobili in cortigiani nullafacenti. «Lo Stato sono io». La frase del Re Sole è apocrifa, ma rende bene l’idea. Il centralismo però richiede burocrazia, parola non a caso di origine francese (bureau=ufficio) rimbalzata in tutte le lingue, dall’americana Fbi (Federal Bureau of Investigation) al russo Politburo. I giacobini insomma trovarono il lavoro già fatto dall’assolutismo regio, e bastò loro impadronirsi della sola testa per prendere tutto il corpo. Il centralismo facilita e, dunque, incoraggia, i golpe. Come quello bolscevico, che la Rivoluzione la fece, semmai, dopo. Il comunismo sovietico è crollato, sì, ma il giro mentale è rimasto. E oggi l’intero Occidente si divide tra quelli che vogliono sempre più Stato e quelli che non ne possono più. I primi, ovviamente, di Stato campano, perciò comandano. Gianluca Barbera sul Giornale dell’8 settembre ha ben sintetizzato il giacobinismo che nel Terzo Millennio ancor ci opprime: «Statalismo, assistenzialismo, proliferazione burocratica, clientelismo, fiscalità oppressiva, inamovibilità del pubblico impiego, onnipresenza dei sindacati, populismo, politicizzazione della giustizia, appiattimento sociale e professionale, vittimismo cronico, buonismo autolesionistico, cultura dell’odio e dell’invidia sociali». Metteteci anche nani&ballerine per la difesa propagandistica e c’è tutto. Ora, che il sistema sia irredimibile (hai voglia di “riforme”!) è testimoniato dal fatto di Roma, dove detto sistema cerca di correggere se stesso con una pezza non molto diversa dal buco. Cioè, con un ennesimo funzionario. Il prefetto Gabrielli, mandato a vedere come si possa rimediare alla situazione della Capitale, situazione che è un mix di corruzione e inefficienza, ha relazionato al suo superiore, il ministro dell’interno Alfano. Nella relazione, tra l’altro, si segnalano i burocrati, tra dirigenti e funzionari, da rimuovere con una certa urgenza. Ora la patata bollente passa alla politica, e perciò aspettiamoci qualche giro di poltrone (non di più). Ma il punto è che, anche volendo agire con logica e pugno di ferro (cioè, chi ha sbagliato paghi, chi non ha vigilato se ne vada, chi non ha saputo fare il suo mestiere si tolga dai piedi), l’eventuale licenziato fa subito ricorso al giudice del lavoro e questo in nove casi su dieci lo reintegra. Non solo. A volere agire come una normale azienda, la quale, quando i profitti crollano, si sbarazza del manager inadeguato, si rischia anche di più. Per restare nell’esempio romano, è lo stesso assessore ai Trasporti a far osservare che l’Atac, l’azienda di trasporto, semplicemente non ha i soldi per mandare a casa quelli che senza soldi l’hanno ridotta: dovrebbe pagare loro la buonuscita come da contratto, e sarebbero centinaia di migliaia di euro. Che l’Atac non ha. Sono le leggi sul lavoro, bellezza. Quelle italiane, almeno. Chi ha provato, non tanto a riformarle, ma solo a studiare una loro possibile modifica è finito sparato. Roma? Situazione disperata, ma non seria (titolo di un film del 1965 con Alec Guinness). Restando in loco, viene in mente l’antico aneddoto della vecchietta che, unica nella folla, augurava lunga vita a Nerone. Al quale la folla, invece, augurava morte e maledizione. Eh, era vecchia e di imperatori ne aveva visti tanti. E, ogni volta, il successivo si era rivelato peggiore del precedente. Morale: se il problema è intrinseco al sistema, cambiare le facce serve a poco. 

Tante leggi e poco cervello. La dittatura dei burocrati. Il caos dei balzelli sugli immobili è solo l’ultimo esempio. I ministri sono ostaggio di funzionari inamovibili che ci complicano la vita per ragioni di potere, scrive di Maurizio Belpietro su “Libero Quotidiano” il 10 gennaio 2014. Enrico Zanetti è un politico di primo pelo. Nel senso che fino a otto mesi fa non sedeva in Parlamento ma nel suo studio di commercialista a Venezia. Poi, non si sa perché, gli è venuta l’idea malsana di candidarsi alle elezioni politiche e dunque eccolo catapultato tra i banchi di Montecitorio con la maglietta di Scelta Civica, il partito non partito (nel senso che non è mai nato) di Mario Monti. Alla Camera dei deputati Zanetti riveste un compito di un certo prestigio: essendo un fiscalista l’hanno infatti nominato vicepresidente della Commissione finanze, quella che discute i provvedimenti sul fisco prima che vadano in aula. A Zanetti ho provato a chiedere come si esce del pasticcio Imu, Iuc, Tasi e Tari di cui ci occupiamo anche oggi in prima pagina. La risposta è stata la seguente: «Con le ultime elezioni abbiamo cambiato il 65 per cento dei parlamentari, ma se non cambiamo il 65 per cento dei dirigenti del ministero delle Finanze temo che non faremo molti passi avanti».  Può sembrare una battuta, ma non lo è.  Perché se è vero che Saccomanni come ministro dell’Economia è un disastro, è altrettanto certo che la catastrofe non è tutta farina del suo sacco: per riuscire a complicare così bene la vita degli italiani, qualcuno all’interno del suo dicastero deve avergli dato una mano. Essendo del mestiere, Zanetti alza il velo su una realtà che in pochi conoscono e cioè che i ministri vanno e vengono e i governi pure, ma i funzionari restano e sono quelli a decidere del nostro destino. Prendete il caso del prelievo forzoso sugli stipendi degli insegnanti: la Carrozza ha negato di essere a conoscenza della cosa, mentre Saccomanni si è limitato a dire che si trattava di un fatto tecnico. Dalle frasi si capiva che né l’uno né l’altro avevano la minima idea di come si fosse arrivati al taglio in busta paga, che evidentemente era opera delle retrovie ministeriali. Si può discutere sul ruolo di due tizi che non sanno neppure che cosa accade in casa loro e magari anche convenire sulla necessità di fare a meno di entrambi risparmiando i loro stipendi, ciò non toglie che fra i dirigenti dell’Istruzione e delle Finanze c’è chi usa le forbici senza collegare il cervello e soprattutto senza valutare che sta affettando la vita delle persone. Insomma, fino a che non apriamo il capitolo della burocrazia di questo Paese e non capiamo che dietro un ministro c’è un funzionario che è spesso peggio del suo capo non riusciremo a modificare nulla. Le chiavi del sistema non le ha in mano il politico ma le possiede chi sta lì da una vita e sa che ci starà anche dopo che il ministro se ne sarà andato. Sono loro che scrivono le leggi e suggeriscono le misure da adottare. E poi, fatta la legge, è il dirigente che predispone le norme attuative. E sempre alla struttura tecnica tocca il compito di predisporre le circolari interpretative. Eh già, perché noi siamo l’unico Paese dove per cambiare qualcosa non basta che il governo faccia un decreto e il Parlamento lo approvi. Né è sufficiente che Camera e Senato presentino un disegno di legge e successivamente lo votino. No, da noi serve la norma attuativa della legge, altrimenti - com’è successo per gran parte delle riforme varate da Mario Monti - è come se non esistesse. E poi, quando ci sono la legge e le norme attuative, urge la circolare interpretativa, perché la legge è così vaga, lacunosa e malfatta che un dirigente deve dire come la si interpreta. Di fatto il legislatore non è il politico, ma il burocrate.  È lui che detiene il potere. E più le norme sono scritte male e dunque da interpretare, più la discrezionalità del dirigente è ampia. Grazie a questo sistema abbiamo le leggi più incomprensibili del mondo. E sempre per via di tutto ciò abbiamo una legislazione ridondante, che nessuna semplificazione è riuscita a sfoltire.  E più si complica la vita dei cittadini con tasse, timbri, adempimenti, pasticci vari, più la corruzione e l’evasione avanzano, perché dove c’è discrezionalità c’è anche la possibilità di fare i furbi e di farla franca. Insomma, l’Imu, la Tasi, la Iuc, la Tari e tutte le altre tremende trappole disseminate sul nostro percorso, non nascono a caso ma servono al sistema per autoalimentarsi e per rendersi indispensabile e inestricabile. In altri Paesi l’evasione la corruzione non ci sono o ci sono di meno perché le leggi sono chiare e non consentono scappatoie. Pagare le tasse è semplice: il Comune a nome dello Stato ti manda a casa un bollettino e tu non devi fare altro che portarlo in banca e autorizzare il pagamento. La dichiarazione dei redditi è comprensibile a chiunque e per spiegarla non serve rivolgersi al Caf o compulsare testi da 700 pagine, bastano quattro paginette. Se dunque qualcuno vuole davvero ridurre le tasse e cambiare questo Paese, la prima cosa da fare è cambiare la legislazione fiscale e farne una nuova. Possibilmente non con gli stessi servitori dello Stato che prima hanno servito Padoa Schioppa e Visco, poi Tremonti, quindi Monti e infine Saccomanni. Se un politico va rottamato dopo due mandati, chi lo ha aiutato a fare danni come minimo merita la stessa sorte...

Siamo un popolo oppresso dalla dittatura della burocrazia. Così gli italiani sono oppressi dal dispotismo burocratico, scrive Piero Ostellino Venerdì 13/11/2015 su “Il Giornale”. Che al governo ci sia il centrodestra ovvero il centrosinistra, l'effetto per il cittadino è sempre lo stesso: nuove tasse. Era stato Einaudi ad imporre che per ogni nuova legge ci fosse la copertura finanziaria. Il principio è corretto ma evidentemente qualcosa ne impedisce il buon funzionamento se il processo legislativo, che dovrebbe essere a carico della fiscalità generale a pagarlo è, immancabilmente, il contribuente con una tassazione supplementare... La verità (...)(...) è che lo Stato costa troppo rispetto a ciò che rende, perché pesa su di esso la burocrazia cui deve chiedere assistenza ad ogni proprio atto. Per cui, la soluzione dovrebbe essere una grande riforma della Pubblica amministrazione che elimini la presenza eccessiva della burocrazia dall'attività legislativa, che dovrebbe cadere sotto la fiscalità generale, e dalla vita del cittadino. Lo aveva capito Berlusconi, che si era ripromesso di ridurre la pressione fiscale, lo ha promesso Renzi senza che nessuno dei due abbia tenuto fede all'impegno preso perché il difetto sta nel manico. Vale a dire nello Stato moderno. Trecento anni fa, l'uomo si è liberato dal dispotismo del monarca assoluto, che decideva a propria discrezione della vita dei propri sudditi. Sulla base del principio democratico «nessuna tassazione senza rappresentanza politica» la sovranità è passata dal monarca al popolo. Ma il risultato è stato lo stesso: in nome del popolo sovrano, il rapporto tra cittadino e potere politico si è trasformato, il cittadino è ritornato suddito come era sotto il sovrano assoluto; la fiscalità è lo strumento con il quale il potere politico esercita il proprio dispotismo. In definitiva, solo una grande riforma della Pubblica amministrazione può liberare il cittadino dalla dittatura della burocrazia, che tiene sotto il proprio controllo anche la politica. La volontà generale di Rousseau - che avrebbe dovuto realizzare la massima democrazia - si è tradotta nel suo contrario con il risultato che il cittadino conta ancor meno di quanto contava di fronte al monarca assoluto.

Quando i burocrati sono veri mostri (anche nel fantasy). Da Guerre stellari alla saga di Harry Potter, i cattivi sono armati di scartoffie e codicilli. Proprio come a Bruxelles, scrive Vittorio Macioce su "Il Giornale”. La sera li trovi a Les Aviateurs, in Rue des Soeurs, non lontano dalla cattedrale di Notre Dame, a Strasburgo. Lo stile è anni '50 e loro si ritrovano in quel locale dove davvero le nazionalità sembrano azzerarsi con il sogno di lasciarsi alle spalle carte e regolamenti e affogare le illusioni in pinte di birra, in canzoni vintage e nella speranza di una notte d'amore da cancellare il giorno dopo. Qui, almeno tre volte al mese, si ritrovano parlamentari e apprendisti burocrati, precari di palazzo e lobbisti, segretarie e gli ultimi fantasmi del grande gioco. È Strasburgo ma vale ancora di più per Bruxelles. Qui e lì c'è il cuore e l'anima dell'Europa, il volto del superstato, l'odore profondo di questo impero tecnocratico costruito sulla divinità della moneta unica. Ma per capire davvero di cosa si tratta bisogna, di giorno, passare al numero uno dell'Avenue Robert Schuman e guardare quel palazzo, con la parte superiore che dà l'idea di qualcosa ancora non finito e l'interno che ti sembra di aver visto già da qualche parte. Sì, qualcosa che ha l'odore dell'utopia corrotta, di ideali andati a male. Poi capisci. Il Parlamento europeo con quella gente che cammina veloce, in divise grigie, dove le lingue si mischiano, ma l'ossessione è la stessa, con l'emiciclo enorme che sembra sospeso nello spazio e i traduttori che vomitano parole inutili, è il remake del senato di Star Wars. E a quel punto ti viene voglia di smascherare una volta per sempre il senatore Cos Palpatine. Perché lui sta lì, non ci sono dubbi. Nascosto sotto uno di quei volti, magari con accento tedesco o francese, con il sorriso bonario di chi sembra stare dalla tua parte, quando in realtà tutti sappiamo che quel politico sacerdote dei regolamenti e faccendiere non è altro che il capo dei Sith. È Darth Sidious. È il lato oscuro della forza. Allora ti sembra quasi di sentire quella frase che segna la fine di ogni libertà: «Nell'intento di garantire la sicurezza e una durevole stabilità, la Repubblica verrà riorganizzata, trasformandosi nel primo Impero Galattico! Per una società più salda e più sicura!». È così che si chiude la Vendetta dei Sith. È così che si arriva al Ritorno dello Jedi e alla sconfitta della «Morte nera». Per recuperare un grammo di speranza è necessario, però, ritornare a Les Aviateurs. E capire che quel luogo stretto e lungo, con un bancone che occupa mezzo locale e dove i burocrati mostrano il loro vero volto, è in realtà la Cantina di Chalmun, conosciuta anche semplicemente come Cantina di Mos Eisley, popolare taverna di Tatooine. È nel «quartiere vecchio» e qui affari di tutti i tipi vengono condotti nell'ombra. È qui che Luke Skywalker e Obi-Wan Kenobi ingaggiarono il contrabbandiere Han Solo e il suo compagno Chewbacca per essere trasportati ad Alderaan. Solo qui questo può avvenire, nel bar della notte, quando i burocrati si riscoprono umani e l'Europa assomiglia a quello che avrebbe dovuto essere, un lungo viaggio senza frontiere sui binari dell'Interrail. È qui allora il senso di quello che fantascienza, fantasy e romanzi distopici ci hanno tramandato. È metterci in guardia da tutto questo, da questa Europa, dalle cattedrali di scartoffie, dal potere senza controlli, dalla stabilità dettata dagli indici finanziari, dalle tasse come forma di razionalizzazione dell'impresa, dove non si premia il coraggio di rischiare, ma l'adesione ai parametri burocratici, dove ogni cosa deve essere regolamentata e codificata, dove la realtà è solo una ragnatela di misure e procedimenti standard, dall'esercito dei cloni dove l'umano è ridotto a media statistica. È qui allora che si realizzano tutte le paure dell'Occidente. E come diceva Yoda è la paura il miglior alleato della parte oscura. Perché è chiaro che noi stiamo accettando questa Europa solo per paura di fare i conti con l'incertezza. Tutti gli imperi in fondo servono a questo: ci tolgono la libertà con la promessa di cancellare le nostre paure. È tranquillizzarci sul fatto che Dio non gioca a dadi. Pensateci. Pensate alla saga della Rowling. Chi è il vero nemico di Harry Potter? La risposta immediata è Voldemort, colui che non si può nominare. Ma Voldemort ingabbia i suoi nemici sfruttando gli ostacoli che, in modo consapevole o ad insaputa, produce la burocrazia. È il ministero della magia il primo avversario di Harry. Non lo riconosce, non riesce a catalogarlo, lo vive come un outsider, un incosciente, un piantagrane, uno da fermare con leggi e regolamenti e pazienza se in questo modo si apre la strada al potere rassicurante, stabile, di Voldemort. Nel Trono di Spade dove comincia la tragedia degli Stark? È ad Approdo del re, nella capitale del Regno, dove non valgono più le regole del Nord, ma quelle della corte. E il pericolo più insidioso arriva dagli intrighi del tesoriere Ditocorto. È lì, all'incrocio dei Sette Regni, che la partita per il potere si riduce a una scelta binaria, on o off, acceso o spento, uno o zero. Nel gioco dei troni o si vince o si muore. Ed è il gioco che ha sempre fatto la Germania. E l'unica consolazione è che farlo con la moneta (i denari) è meno cruento e drammatico rispetto alle spade. Il guaio è che ci sono molti modi per spargere distruzione e cancellare il futuro. C'è perfino chi lo fa spacciando cattiva poesia. Mai sentito parlare dei Vogon? Certo, proprio loro, quelli di Guida galattica per autostoppisti. La loro poesia è al terzo posto tra quelle peggiori dell'universo e il suo ascolto può provocare gravi danni fisici e mentali. È di fatto uno strumento di tortura. «I Vogon sono una delle razze più sgradevoli della galassia; non sono cattivi ma insensibili burocrati zelanti con un pessimo carattere, sì. Non alzerebbero un dito per salvare la propria nonna dalla vorace bestia Bugblatteral di Traal senza un ordine in triplice copia spedito, ricevuto, verificato, smarrito, ritrovato, soggetto a inchiesta ufficiale, smarrito di nuovo ed infine sepolto nella torba per tre mesi e riciclato come cubetti accendifuoco». Sono tutti impiegati negli uffici della burocrazia galattica, un lavoro che permette loro di vivere una vita socialmente accettabile pur seminando distruzione nell'universo. Il loro motto? Resistere è inutile.

Burocrazia, dagli obblighi inutili alle troppe leggi: ogni anno sprecati 70 miliardi di euro. A Milano 393 alloggi popolari non possono essere assegnati perché misurano meno di 28,8 metri quadrati: è solo uno degli esempi dell’ottusità delle norme, scrive Sergio Rizzo su “Il Corriere della Sera” del 16 novembre 2015. Quale intelligenza umana avrà mai stabilito che la superficie minima calpestabile per un alloggio dev’essere di 28,80 metri quadrati? Non giapponese, di sicuro: a Tokyo la dimensione media dei monolocali non supera i 16 metri quadrati. Non francese, garantito: almeno a giudicare dalle dimensioni di moltissimi appartamenti parigini. Ma lì è al potere la normalità, a differenza di qui. Infatti l’intelligenza che ha partorito quel calcolo è italiana. Magari proprio milanese visto che quel numeretto è contenuto in un regolamento della Regione Lombardia scritto quasi 12 anni fa. Una manifestazione di sopraffina ottusità burocratica, purtroppo non fine a se stessa. Tanto che sarebbe da chiedersi se l’autore di questo capolavoro (e i politici che l’hanno fatto passare) abbia mai pensato alle conseguenze della sua iniziativa. Le conseguenze sono queste: un alloggio popolare più piccolo di 28,80 metri quadrati calpestabili non può essere assegnato. Sapete quante ce ne sono nel solo Comune di Milano di queste case «sottosoglia»? Trecentonovantatrè. Mentre c’è gente che abita nei giardini e dorme sotto i portici. Gli architetti che stanno lavorando al «rammendo» del quartiere Giambellino e delle periferie ideato da Renzo Piano si scontrano anche con questa piccola follia di centinaia di alloggi inabitabili per decisione del suo stesso proprietario: lo Stato. Che quando ha costruito quel quartiere nel 1939, con tante case di 25 metri quadrati, non era ancora impazzito di burocrazia. Questa malattia scorre potente nelle vene della pubblica amministrazione, senza risparmiare nessuna parte del corpo. Dilaga dappertutto, a dispetto dei proclami di semplificazione, in un Paese nel quale 43.587 leggi regionali si sommano alle 150 mila leggi nazionali, e poi ai decreti attuativi, ai regolamenti, alle delibere, alle circolari emanate da corpi dello stato spesso l’uno contro l’altro. E i cittadini e le imprese nel mezzo. Capita allora, ricorda Federdistribuzione, che una Azienda sanitaria locale ritenga lecito conservare il pesce surgelato in buste di plastica traforate per evitare la formazione di condensa, mentre la Capitaneria di porto consideri la busta traforata alla stregua di un contenitore danneggiato, quindi inadatto agli alimenti. Il bello è che tutto questo non è gratis. Secondo Confindustria le follie burocratiche costano al Paese 70 miliardi l’anno. E come non sono gratis gli appartamenti «sottosoglia» del Giambellino o di Quarto Oggiaro che non possono essere assegnati ai senzatetto (e invece talvolta vengono abusivamente occupati) causa una regola demenziale, così non lo sono nemmeno certi apparenti risparmi per le casse pubbliche. Un caso? Tre anni fa il governo Monti ha tagliato i fondi per le commissioni d’esame che devono dare il patentino a chi fa la manutenzione degli ascensori. Niente commissione, niente esami, niente ascensoristi, e in futuro niente manutenzioni. Con 250 apprendisti che ora, denuncia la Confartigianato, rischiano di perdere il lavoro. Risparmio ottenuto: 20 mila euro. Per non parlare di quando si scivola letteralmente nel tritacarne della burocrazia. Come è capitato al signor Francesco Del Prete, pizzicato da un autovelox della polizia provinciale di Napoli a luglio dello scorso anno (quando già le province erano sulla carta abolite) a transitare a 74 chilometri orari dove c’era il limite dei 60. La multa è di 184 euro e 70, ma se pagata entro cinque giorni si riduce a 134,30. Il Nostro va prontamente alla posta ma paga solo 134,20. Ricordava male? Il verbale era stampato a caratteri microscopici? In quel momento aveva altro per la testa? Fatto sta che un mese dopo gli arriva una richiesta di integrare il pagamento: 50,50 euro. Lui cade dalle nuvole e chiede chiarimenti. Dalla Provincia di Napoli gli replicano che è vero: ha pagato soltanto 10 centesimi in meno. Ma i cinque giorni sono purtroppo passati, e la multa è aumentata a 184,70. Del Prete non abbozza e scrive di nuovo alla Provincia. Spiega di essere chiaramente incorso in un errore materiale e ricorda come la sentenza 9507/14 della Cassazione escluda che per i piccoli errori di pagamento si possa vessare il cittadino con richieste abnormi. Per tutta risposta, ecco tre mesi dopo una nuova cartella: ora l’importo che dovrebbe pagare non è più di 50,50 euro, ma di ben 219,50. La ragione? Ormai sono passati anche i sessanta giorni. E se quei soldi non vengono pagati entro quindici giorni, la pratica passa direttamente a Equitalia, con tutti i rischi del caso. Quanto è costata questa giostra ai contribuenti non è dato sapere. Ma la burocrazia che perseguita così chi per errore ha pagato dieci centesimi meno del dovuto, è la stessa capace di mettere in atto persecuzioni esattamente contrarie. Felicia Logozzo, professoressa al liceo, viene chiamata all’università con contratto a termine come assegnista di ricerca. Subito scrive alla scuola chiedendo l’aspettativa che le viene immediatamente concessa. Peccato però che lo stipendio continui ad esserle accreditato senza che lei riesca a interrompere il flusso del denaro. Di mesi ne passano almeno quattro, poi finalmente il rubinetto si chiude: però solo grazie all’intervento di un conoscente nell’amministrazione. La professoressa Logozzo restituisce i soldi e torna a scuola, ma non ha nemmeno il tempo di dimenticare la disavventura. Ecco, due mesi fa, un nuovo contratto con l’università e una nuova aspettativa, con gli stipendi del liceo che di nuovo continuano imperterriti a correre. Sconcertante la motivazione alfine scoperta: la procedura per l’aspettativa è informatizzata, quella per la retribuzione invece no. Bisogna spedire i faldoni per raccomandata agli uffici competenti che si prendono tutto il tempo necessario. Mesi. E c’è anche la beffa, perché nel frattempo lo stato paga sia la professoressa in aspettativa che chi la sostituisce a scuola. Basterebbe che fosse tutto digitalizzato, come ci promette ogni governo. Sarebbe un gioco da ragazzi... Oppure no? Le assenze per malattia dei professori, per esempio, sarebbero in teoria digitalizzate. Si possono infatti comunicare via mail. Già. Ma prima bisogna scaricare un modulo dal sito, stamparlo, compilarlo, scannerizzarlo e solo a quel punto spedirlo per posta elettronica alla scuola dove si provvederà a stamparlo e protocollarlo. Il tutto dopo che il professore avrà telefonato alla scuola, fra le 7,30 le 7,50, come dispone una recente circolare del ministero. Troppo difficile entrare direttamente nel sito della scuola?

Chi fa le leggi? Tante proposte ma poche tagliano il traguardo. E otto su dieci sono del governo. Dati Openpolis: nelle ultime due legislature la percentuale di successo delle iniziative di Palazzo Chigi è stata 36 volte più alta di quelle parlamentari. L'apice con Letta. I tempi: neanche due settimane per il trattato su risanamento banche e bail in, quasi 800 giorni per Italicum, divorzio breve e anti-corruzione, scrive Michela Scacchioli il 5 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello - tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori - su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in). Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull'agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge. Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con - al massimo - 44 giorni di tempo. Dall'altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale. Leggi lepre. E leggi lumaca. Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che "nel 2016 queste vanno" necessariamente "portate a casa" perché "a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015" il ddl Cirinnà presentato in commissione a Palazzo Madama già a marzo del 2013 e successivamente modificato. "Purtroppo - ha poi aggiunto Renzi - non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perché il dibattito che si apre al Senato" a fine gennaio "sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l'elemento della fiducia, bisognerà lasciare a tutti la possibilità di esprimersi". In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari. Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l'iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante - costituzionalmente - siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo. Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d'azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari. Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it. Secondo l'osservatorio civico, infatti, "ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo". Nell'attuale legislatura, come nella scorsa, circa l'80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti. Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l'iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?

Chi arriva in fondo. Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell'80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo. E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.

I tempi. In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare. Non stupisce quindi che la top 10 delle 'leggi lumaca' sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle 'leggi lepre' vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno). Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.

Tante ratifiche di trattati. Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.

Cambi di gruppo e instabilità. Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall'altro ha introdotto una forte instabilità nei rapporti fra maggioranza e opposizione. Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di 'trincea' fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l'opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d'Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggior parte dei casi in contrasto con il Partito democratico.

Pd in testa. Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare). Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.

I decreti. A seguire nell'analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività principali del nostro parlamento. Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato. Negli ultimi 4 governi, il più 'efficiente' è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti. I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.

Le Regioni. Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.

Come si vota. Un altro elemento fondamentale nell'approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull'attuale legislatura, l'analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all'approvazione finale di questi provvedimenti. Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia. Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità di principale forza politica all'interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.

Le opposizioni. Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perché se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontano altro. Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd. Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.

Voto di fiducia: chi l'ha usato di più. Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento. Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l'approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia. In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento. Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia? Al primo posto c'è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità 2013. Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità 2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità 2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).

Voti finali alla Camera. Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo. Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi - e il riposizionamento dei berlusconiani - la percentuale è scesa al 64,57 per cento.

Voti finali al Senato. I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali.

Voti finali panpartisan. Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro. Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

LA PAGLIUZZA E LA TRAVE. Scrive Aurelio su Forza Cavallasca il 12 gennaio 2016. Notavo, ma devo dire che me lo aspettavo, che il fatto di Quarto e cioè di quel comune campano in cui un consigliere comunale eletto nelle liste del M5S sembra facesse gli interessi imprenditoriali di un clan camorristico locale tramite pressioni al sindaco del suo stesso movimento che correttamente e onestamente ha respinto al mittente, è diventato un fatto di tale portata nazionale da essere da settimane una delle principali notizie dei mas media televisivi e della carta stampata al pari del tempo dedicato a quanto è successo a Roma per Mafia Capitale. Quello che mi fa specie è che se questi media televisivi dessero lo stesso tempo e spazio a quei fatti legati a procedimenti penali e indagini a carico di esponenti del Centro Sinistra e del Centro Destra a quest’ora queste testate giornalistiche ci avrebbero dovuto intrattenere settimanalmente per ore intere. Fatti molto ben più gravi di coinvolgimento di esponenti locali eletti nei due schieramenti di cui sopra hanno avuto lo spazio, da parte da parte di questi media, di durata non più che giornaliera. Due considerazioni sono dovute: La prima è il manifesto asservimento del giornalismo italiano al potere di turno dove pesi e misure sono molto discrezionali se non finalizzato a compiacere o sostenere le forze politiche che hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova. La seconda è che il M5S non può pensare che in certe regioni la selezione dei candidati da eleggere si possa basare esclusivamente sulla decisione degli iscritti alla rete in quanto ci si può aspettare, considerata la partecipazione numerica a queste organizzazioni criminali, che infiltrazioni di persone legate ad ambienti poco trasparenti è molto forte. Per non esporre il fianco a queste strumentalizzazioni questo sistema va ripensato o perlomeno le cautele sulla selezione in certe regioni non sono mai troppe. Per finire noto che chi sta maggiormente speculando e strumentalizzando questo fatto che sostanzialmente si può limitare a episodi di indebita pressione falliti è il P.D. con tutto quello che è emerso sul suo conto in questi anni dagli scandali corruttivi del Mose di Venezia all’Expo di Milano da Mafia Capitale agli scandali sui rimborsi delle spese ai consiglieri regionali ai gettoni di presenza nei comuni per commissioni inesistenti. ecc. ecc…. Come non mai in questo caso credo che valga questo detto evangelico: “…Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?……. Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello…”

Trave e pagliuzza, vecchia tattica, scrive Mauro Arcobaleno sabato 16 gennaio 2016.

Loro. In sei anni subiscono un tentativo di infiltrazione mafiosa o poco più. L'ultimo in un comune che gestiscono ma che è stato sciolto gia' varie volte per mafia, in passato. Lo respingono. Quando viene fuori che il sindaco, pur avendolo respinto e pur essendo stato eletto indipendentemente dai presunti voti sporchi, non ha detto tutta la verità, in soli 7 giorni decidono di espellerla. Sono favorevoli ad andare a nuove elezioni. Sono favorevoli a pubblicare tutte le intercettazioni del caso. Pubblicano addirittura gli screenshot degli scambi di chat tra il sindaco e i dirigenti del movimento.

Gli altri. Non buttano fuori nemmeno i condannati, che continuano gestire la cosa pubblica, figurati gli indagati o i chiaccherati. Hanno decine di comuni sciolti per mafia. Hanno Roma Capitale e ci hanno messo un anno prima di agire. Gliene arrestano o indagano uno o quasi al giorno. Le condanne fioccano. Si oppongono alla diffusione delle intercettazioni (Napolitano le ha fatte bruciare). Ma, con la gentile collaborazione del 90% dei media, da giorni stanno spargendo merda su loro e ingigantendo un caso piccolo e insignificante se paragonato al marciume che li affossa, e che in questo modo cercano di nascondere. Vecchia tattica: esaltare la pagliuzza del tuo avversario di modo che non si pensi più alla trave che hai nell'occhio dell'etica.

Io non dico nulla. Ma piuttosto che non votare (sbagliato), se si vuole provare a cambiare, non puoi votare sempre gli stessi o i presunti nuovi che avanzano e che sono uguali o peggio di quelli che volevavo sostituire e rottamare: ti hanno detto mille bugie e si comportano peggio dei precedenti, non esiste differenza tra loro. Devi votare facce nuove, che hanno regole nuove e che, pur facendo errori da inesperienza (anche loro sono uomini ahimé), le applicano con coerenza. Poi se ti fregheranno pure loro, ok: ma avrai poco da rimproverati. Nell'altro caso avrai da rimproverarti eccome: se ti arriva merda te la sei voluta.

Brenta (Varese), arrestati sindaco Pd ed ex capo dei vigili. Ai domiciliari Gianpietro Ballardin e l’ex comandante della polizia locale, Ettore Bezzolato, con l'accusa di falso commesso da pubblico ufficiale, scrive Chiara Sarra, Mercoledì 13/01/2016, su "Il Giornale". È stato arrestato dalla Guardia di Finanza Gianpietro Ballardin, sindaco Pd di Brenta (Varese) e presidente del Consorzio dei Comuni del Medio Verbano e sindaco di Brenta. Con lui ai domiciliari è finito anche l’ex comandante della polizia locale Ettore Bezzolato. I due sono accusati di falso commesso da pubblico ufficiale, con il secondo che avrebbe anceh rubato denaro ricevuto in custodia per ragioni di servizio e il sindaco accusato anche di false dichiarazioni. Secondo le indagini delle Fiamme Gialle, (in primis a indagare sono stati i carabinieri di Luino, che lo scorso agosto avevano già arrestato Bezzolato per peculato), l’ex comandante dei vigili avrebbe sottratto denaro dalle casse del corpo dopo averlo personalmente ritirato presso enti ed associazioni del territorio quale corrispettivo di servizi di sicurezza straordinari per eventi e feste comunali, come previsto dal regolamento. Sempre secondo le indagini, coordinate dal sostituto procuratore di Varese Massimo Politi, il presidente del consorzio e sindaco Ballardin avrebbe dichiarato il falso per alleggerire la posizione di Bezzolato. I due avrebbero inoltre firmato un documento che attestava il versamento di una parte del denaro mancante da parte dell’ex comandante nella cassaforte del comando, che gli inquirenti giudicano fasullo. Immediata la reazione del Movimento 5 Stelle che dopo la vicenda di Quarto non aspettava altro per dare addosso al Partito democratico. Gongola Beppe Grillo: "Un arrestato al giorno toglie il Pd di torno", scrive il guru sul suo blog, "Domani a chi tocca? Sono aperte le scommesse. Gli amministratori locali del Pd - attacca il leader M5S - sono una sciagura per i comuni italiani. Ieri la notizia dell'iscrizione al registro degli indagati del sindaco di Como, oggi arrestano Ballardin. Si dimetterà o amministrerà la città dai domiciliari? Il garantismo deve essere nei confronti dei cittadini: devono avere la garanzia assoluta che chi li governa non è un corrotto e non li deruba".

M5S a Pomezia: appalti sospetti affidati dal sindaco alla coop vicina a Buzzi. Dopo Quarto, ombre a Pomezia. Appalti sospetti affidati dal sindaco Fabio Fucci (M5S) alle coop vicine a Buzzi, scrive Claudio Cartaldo, Venerdì 15/01/2016, su "Il Giornale". Non c'è solo Quarto nell'armadio degli scheletri grillini. Ora a Pomezia, città amministrata dal Movimento 5 Stelle, risuona il (tetro) inno di Mafia Capitale. A collegare il sindaco grillino Fabio Fucci e i nomi famosi per essere finiti nelle carte di Mafia Capitale, è la gestione dei rifiuti del Comune. Non è la prima buccia di banana che pesta il M5S. L'amministrazione grillina di Pomezia era finita sotto i riflettori della cronaca anche per il caso "parentopoli": la compagna del primo cittadino, infatti, era arrivata ad occupare la sedia di assessore. Fucci corse ai ripari, annunciando che la compagna si era già dimessa. Anche se in realtà poi rinviò le dimissioni di qualche mese. Acqua passata. Ma ora l'ombra di Mafia Capitale lambisce i 5 Stelle. Che dopo lo scoppio dello scandalo romano hanno cavalcato in tutti i modi la vicenda, attaccando la destra e la sinistra. I fatti sono questi, raccontati dall'HuffingtonPost, e partono dal giugno del 2013 per arrivare fino al dicembre del 2014, quando lo scandalo di Mafia Capitale è all'apice della forza mediatica. Nel giugno 2013 il sindaco Fucci mette piede al Municipio di Pomezia e poco dopo - dicembre 2013 - avvia un appalto per la getione dei rifiuti. Ad aggiudicarselo è il Consorzio Nazionale Servizi e la sua affiliata "Formula Ambiente". Quest'ultima è una società partecipata (prima al 49%, poi al 29%) dalla Coop 29 giugno, tristemente famosa per essere guidata da quel Salvatore Buzzi simbolo di Mafia Capitale. Ma non solo. Perché i fili del controllo del servizio dei rifiuti a Pomezia si intrecciano anche con Alessandra Garrone, compagna di Buzzi e amministratore delegato della Formula Ambiente. Senza dimenticare che Buzzi sedeva nel consiglio di sorveglianza del Consorzio Nazionale Servizi che si occupava, tramite la partecipata, dei rifiuti di Pomezia. L'appalto, come detto, prende il via nel dicembre 2013 e poi ottiene numerose proroghe. A seguire il dossier è Salvatore Forlenza, dirigente di CNS e poi indagato per turbativa d'asta nel processo di Mafia Capitale. Nel 2013, Mafia Capitale era ancora un miraggio, eppure quando scoppia lo scandalo, il membro del direttorio del M5S, Alessandro Di Battista, accusò Ignazio Marino di aver dato appalti con le proroghe a Buzzi dicendo che "non poteva non sapere". Su questo presentò anche una interrogazione parlamentare, invitando peraltro il governo a diffidare del CNS. Se valeva per Marino, varrà anche per il sindaco di Pomezia? Non sembra. Infatti, l'ultimo bando di gara emesso da Fucci è del 2 settembre 2014 e si chiude l'11 dicembre 2014: in pieno scandalo Mafia Capitale e mentre l'Operazione Mondo di Mezzo aveva già mandato in galera Buzzi e Carminati. Nonostante le manette, il bando del sindaco di Pomezia finisce ugualmente al CNS. “Il sindaco di Pomezia è incorruttibile”, furono le parole di una intercettazione di Buzzi che i Cinque Stelle fecero riecheggiare su tutti i media. Ma le opposizioni credono che l'appalto sia sospetto e abbia irregolarità sia sulla ditta appaltatrice che nelle procedure del Comune. La coop di Buzzi si aggiudicarono infatti gli appalti con un ribasso di gara dello 0,13, che può essere considerato "strano" se si considera che il costo complessivo è di 50 milioni. Le altre due ditte, invece, non raggiunsero nemmeno il punteggio minimo a livello tecnico per poter partecipare al bando. Fu scritto appositamente per far vincere le cooperative dove Buzzi aveva un "peso"? Ancora presto per dirlo. Eppure, il sindaco Fucci aveva già dimostrato un'altra volta di scrivere i bandi di gara con una certa disinvoltura, visto che Raffaele Cantone ne bloccò uno sulle aree verdi perché “limita la concorrenza” tra le imprese in gara. Ma c'è dell'altro. Da quando c’è Fabio Fucci come primo cittadino, sono aumentate le spese legali: nel 2015 Pomezia ha speso oltre un milione e mezzo di euro in spese legali. Parte di queste parcelle sono finite anche all’avvocato Giovanni Pascone - ex magistrato del Tar, dipendente del Comune – poi cancellato dall'albo degli avvocati perché socio occulto di una società di vigilanza e condannato a due anni per via di un contenzioso con il fisco di 20 milioni di euro. Infine, Fucci - scrive l'HuffingtonPost - avrebbe nominato a capo della Multiservizi Fucci, Luca Ciarlini, sotto indagine per frode.

Cari 5 Stelle, ma su Pomezia e Quarto non provate imbarazzo? Si Chiede Tommaso Ederoclite, Ricercatore, Politologo, consulente politico, su l'HuffingtonPost del 16 gennaio 2016. In queste ore è uscita la notizia che Rosa Capuozzo aveva già informato da novembre scorso il direttorio sulla faccenda Quarto, e non è un retroscena giornalistico, no, lo ha detto ai Pm durante un interrogatorio durato 6 ore. Quindi è confermata la notizia che Fico, Di Battista e Di Maio sapessero di quello che stava succedendo a Quarto. Dunque in quel video e nelle continue pubblicazioni delle loro chat si è detto una bugia, e non su un tema come il compenso o l'abuso edilizio mai dichiarato, ma su un tema come la camorra. Deputati che mentono su una questione delicata come la camorra. In queste ore però prende piede una grana che, a parere di chi scrive, è ben più pesante. Il "sistema Pomezia". Innanzitutto qualche appunto su Fabio Fucci il sindaco di Pomezia del MoVimento 5 Stelle.

1) Nominò assessore la moglie, facendola dimettere a "scandalo" avvenuto mesi dopo;

2) Aveva inserito nel suo programma la proposta di differenziare il menù scolastico: uno meno costoso e uno più costoso che includeva di dolce. Scoppiò un casino;

3) Ha (o aveva non si è ancora capito) come dipendente comunale l'avvocato Giovanni Pascone, socio occulto di una società di vigilanza (la Clstv), finita sul lastrico, che deve ancora ai suoi dipendenti migliaia di euro e che ha testimoniato a favore di personaggi di cosche camorristiche e, malgrado lettere e proteste dei sindacati e dei cittadini al sindaco grillino, è ancora lì seduto alla sua scrivania;

4) Ha "sanato" anziché affermare l'irregolarità di alcuni appalti abusivi segnalati dalla Regione Lazio e dal tribunale di Velletri.

Ma la cosa più grave sta prendendo piede in queste ore, e non credo finisca presto. Andiamo con ordine. Il primo cittadino Fabio Fucci del MoVimento 5 Stelle qualche mese fa ha dichiarato: "Con me Buzzi non ci ha neanche provato". Leggendo le notizie di queste ore, mi è venuto da dire "E per forza, ce li avevate già in casa". Infatti, il sindaco di Pomezia aveva affidato al CNS (Consorzio Nazionale Servizi) di Buzzi l'appalto per la gestione rifiuti proprio nei giorni di Mafia Capitale, proprio nei giorni in cui Di Battista sbraitava dagli scranni della Camera sostenendo "come facevate a non aver visto nulla". La cooperativa dove Buzzi aveva un ruolo determinate hanno vinto l'appalto "con un ribasso di gara dello 0,13, anomalo rispetto alla cifra di 50 milioni di appalto. Mentre le altre due ditte che si presentano non raggiungono il punteggio minimo sull'offerta tecnica, secondo la valutazione dalla commissione del Comune". In pratica, nonostante lo scandalo di Mafia Capitale il sindaco si è tenuto e ha rinnovato, con addirittura gara sospetta, la cooperativa di Buzzi al Comune. Il primo cittadino pentastellato si difende sostenendo che è stato tutto fatto con la prefettura, un po' come sostenne la Capuozzo agli inizi della sua catastrofe su Quarto. Sì, perché pare che la strategia sia questa "non importa se tu sia indagato o meno, l'importante è che tu dia la colpa agli altri". Ovviamente il tutto ora è sotto indagine, vedremo sviluppi. Ma quello che preme ora sottolineare è semplice, a parte le minacce di Casaleggio "ve la faremo pagare", e le deludenti risposte date ai cittadini da questo fantomatico direttorio, che a vederli sembrano sempre di più dei ragazzini alle prese con una cosa molto più grande di loro e che non sanno affrontare, possibile che davanti a queste sciagurate gestioni non si faccia un po' di sana autocritica? Possibile che non si prendano le responsabilità e si dica ho sbagliato? E paradossale che coloro che si proclamavano paladini della trasparenza oggi mentano sfacciatamente, e ripetano quella bugia 100, 1000 volte. Chiedo al direttorio, un po' di imbarazzo non lo provate?

La maledizione delle Cinque Stelle. Per il movimento l’incidente del sindaco di Quarto è particolarmente insidioso. Perché dimostra che le regole di Grillo sono da cambiare, scrive Bruno Manfellotto su “L’Espresso” il 15 gennaio 2016. A ciascuno il suo Ignazio Marino, verrebbe da dire con un sorriso amaro, anche se la testa del sindaco di Roma fu fatta rotolare per una squallida storia di note spese e cene al ristorante, e in quel caso - ma guarda un po’ - i grillini lo difesero riconoscendogli di aver fatto da argine a Mafia Capitale. Invece sul capo di Rosa Capuozzo, unica sindaca a 5Stelle eletta in Campania, prima cittadina di Quarto, comune dell’hinterland napoletano sciolto due volte per infiltrazioni della camorra, pende il ben più pesante sospetto di collusione con la criminalità organizzata (ancora da dimostrare), con appendice di ricattuccio per un abuso edilizio a casa propria, pratica ormai diffusa assai nella politica all’italiana. Alla fine, sindaca espulsa. Dopo aver resistito dicendo, proprio come Marino, di aver respinto le pressioni dei boss. E certo la storia non finisce qui, come con Marino...La maledizione si abbatte anche sul Movimento di Beppe Grillo, nato all’insegna della purezza e della trasparenza in politica, fattosi grande e robusto con la guerra a caste e privilegi e costretto invece a inciampare nel più tradizionale, italico inciucio tra affari, Palazzo e voti di scambio, con condimento di spaccatura tra duri e puri (Di Maio) e moderati (Fico). Da un giorno all’altro, insomma, ecco che Torquemada finisce sotto processo. Tornano alla mente le parole di Pietro Nenni che, in una lontana Repubblica, saggiamente avvertiva: «A giocare a chi è più puro si rischia di trovare uno più puro di te che ti epura…». Stavolta è toccato a Roberto Saviano che, quando la premiata ditta Grillo & Casaleggio tentennava e sembrava voler difendere la sindaca, ne ha chiesto clamorosamente le dimissioni. Amen. Dunque, è arrivata l’ora del redde rationem, che però non si ferma a Quarto e pone al Movimento nuovi problemi. In mezza Italia, per esempio, è sempre più difficile mettersi al riparo dall’invasività delle mafie: su 258 comuni sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata dal 1991 a oggi, 253 se li contendono Calabria, Sicilia e Campania (prima in classifica). Chi si presenta alle elezioni a sud di Roma e vince, rischia assai. E per affrontare la questione non basta tagliare corto come Grillo: «A Quarto i voti della camorra non sono stati determinanti». Ma come si fa a distinguere tra una scheda e l’altra? E c’è forse, Beppe, una percentuale eticamente accettabile e non determinante di consensi mafiosi? Argomento scivoloso. E poi, un'altra dannazione. Sembra che appena eletti, per una ragione o per l’altra i sindaci finiscano in rotta di collisione con il vertice del movimento. Il catalogo è ricco: Parma, Gela, Ragusa, Livorno, Quarto… È successo anche con molti parlamentari. Forse il problema nasce per l’inevitabile conflitto tra il quartier generale e chi combatte al fronte sporcandosi le mani con il fango della trincea; comunque sembra quasi che la Grillo & Associati sfrutti questi episodi per frenare il dissenso interno e fare pure un po’ di pulizia. Selezione del personale a posteriori. Ma non c’è sempre un agnello da sacrificare. Per un movimento che nei suoi dieci anni di vita ha puntato tutto sulla diversità, un incidente di percorso come quello di Capuozzo & C. è particolarmente fastidioso. Nel tentativo di crescere senza però tradire l’ispirazione originaria, Grillo ha temerariamente pattinato tra Forrest Gump e la Corte costituzionale, tra i vaffa e il Parlamento, tra Di Maio e il partito della rete, tra il suo ologramma e il direttorio convocato negli uffici di Casaleggio. Ha volutamente allevato un non partito, niente strutture né dirigenti, ha platealmente fatto un passo indietro lasciando che i 5Stelle si identificassero con i suoi ragazzi. Ma al primo, grave intoppo ecco che torna a convincersi che senza di lui la nave affonda. Alla fine il padrone del marchio, l’azionista di riferimento che sceglie, indirizza e sanziona è sempre lui. Così non può continuare a lungo e prima o poi il Movimento dovrà decidere se rinunciare a piccole dosi di diversità, darsi regole di democrazia interna e adottare criteri di scelta dei candidati e dei dirigenti più affidabili di un blog o di una rapida consultazione in rete, specie ora che si avvicinano scadenze decisive come il voto di primavera nelle grandi città e poi le elezioni politiche. Roma non è Quarto. E non si può vivere e governare solo nominando ed espellendo. Manco fosse la casa del Grande fratello.

Capuozzo: "Grillo fugge davanti alla mafia". Il sindaco di Quarto attacca: "Inutile avere le mani pulite, se le tieni in tasca", scrive Antonio Angeli il 19 gennaio 2016 su “Il Tempo”. Ennesimo capitolo del «caso Quarto»: Rosa Capuozzo, il sindaco anticamorra invitato a dimettersi e infine espulso dal MoVimento 5 Stelle, ha sparato parole di fuoco contro il partito che l’ha piantata in asso. Intanto, mentre il Pd fa il tiro al piccione e l’indagine giudiziaria prosegue, si vanno delineando le posizioni di Di Maio e Fico. «È inutile avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca - ha scritto la Capuozzo su Facebook - Il M5S ha avuto l’occasione di combattere il malaffare in prima linea con un suo sindaco che lo ha fatto, ma ha preferito scappare a gambe levate, smacchiarsi il vestito, buttando anche il bambino insieme all’acqua sporca». Il primo cittadino di Quarto (Napoli), durissima, ha proseguito: «Non si governano così i Comuni ed i territori difficili, non si abbandonano così migliaia di persone che hanno creduto in noi e nel MoVimento. È una forma di rispetto che Quarto meritava: rimanere e combattere. Invece è stata fatta una scelta politica in una stanza grigia di Milano. Io ho fatto una scelta di principio per i cittadini onesti di Quarto. Ora lavoreremo per il territorio in modo ancora più incisivo con i principi del MoVimento nell’anima. Mi ripeto - ha concluso la Capuozzo - citando Don Milani "è inutile avere le mani pulite e poi tenerle in tasca"». Il sindaco afferma inoltre che Roberto Fico era stato subito informato del suo interrogatorio davanti al pm Henry John Woodcock. Ha ribadito la circostanza davanti allo stesso pm quando è stata ascoltata lo scorso 12 gennaio. A una specifica domanda risponde di aver parlato «immediatamente dopo» al presidente della Commissione Vigilanza della Rai del fatto che era stata sentita come teste in Procura il 24 novembre, e che Fico era al corrente anche «del contenuto» dell’interrogatorio. Dei suoi contrasti con Giovanni De Robbio, l’ex consigliere pentastellato risultato il più votato a Quarto, aggiunge Capuozzo il 14 gennaio, aveva messo a conoscenza Fico «verso la metà di luglio». Secondo Fico allora non c'erano «gli estremi» per azioni disciplinari nei confronti di De Robbio, azioni poi culminate con l’espulsione il 14 dicembre scorso. I due verbali fanno parte degli atti trasmessi alla prefettura di Napoli e alla commissione parlamentare Antimafia, che ascolterà oggi in audizione la Capuozzo. Secca la risposta dei gruppi parlamentari del M5S di Camera e Senato: «Il MoVimento non sapeva del ricatto». Intanto, a Quarto, due consiglieri comunali M5S rassegnano le dimissioni. In tutta la vicenda inzuppa il pane il Pd: «Te lo do io il direttorio - afferma Gennaro Migliore, facendo il verso a Grillo - Anche oggi le parole del sindaco Capuozzo confermano che il direttorio sapeva e sapeva tutto. Fico, che continua a sostenere l’insostenibile, viene per l’ennesima volta smentito. Si arrampicano sugli specchi senza speranza di riuscire a evitare la caduta. Non danno risposte e vogliono far credere che nelle loro innumerevoli conversazioni si parlasse di contrasti politici». «Pensano davvero - aggiunge Migliore - che la Procura antimafia si occupi di beghe interne invece che di reati di criminalità organizzata? Sono pure vigliacchi, scaricano tutto su altri, se ne lavano le mani e non si assumono le loro responsabilità. Invece di coprire i cocchi del paparino Casaleggio, nel M5S si cominci ad ammettere la verità, il direttorio ha completamente fallito».

Il mistero di Rosa Capuozzo nel labirinto della politica. Chi è davvero il primo cittadino di Quarto, che martedì risponde alle domande dell’Antimafia. Una moderna Giuditta, decisa e coraggiosa, o piuttosto colei che ha tardato a denunciare i ricatti? Un rompicapo su cui in molti si sono persi, scrive Marco Demarco il 19 gennaio 2016 su “Il Corriere della Sera”. Eroina civile, vittima dell’inciucio politico, o sughero galleggiante nella palude della provincia opportunista? Chi è davvero Rosa Capuozzo, sindaca ex grillina di Quarto, lo sapremo forse solo martedì, quando lei stessa risponderà alle domande della commissione Antimafia. Lunedì c’è stata la conferma che si tratta di una donna minuta d’aspetto e forte di carattere. Con l’aiuto di don Milani («È inutile avere le mani pulite e tenerle in tasca») e deprecando i moralismi astratti (c’era da combattere la camorra e invece «il M5S è scappato a gambe levate») la sindaca ha infatti risposto a chi l’ha espulsa dal movimento. Ma ancora nulla che possa mettere il punto alla polemica che l’ha vista contrapposta a Grillo e ai membri del direttorio. Rosa Capuozzo resta dunque un mistero. Uno specchio in cui ognuno vede riflesso ciò che vuole. A volte, ha dato l’impressione di essere decisa e coraggiosa come una moderna Giuditta, riuscendo, come nel mito, a ignorare la timorosa élite maschile della città assediata e a decapitare l’assediante, gigantesco Oloferne. Nel caso, la camorra. Ciò è sicuramente successo quando Rosa la «pasionaria» ha lanciato i suoi appelli anti-clan, o quando non si è piegata davanti alle pressioni di Giovanni De Robbio, l’ex consigliere comunale pentastellato espulso prima di essere indagato per voto di scambio e tentata estorsione proprio ai danni della prima cittadina, residente in una casa forse non condonata. Ma altre volte la sindaca ha invece proposto di sé un’immagine del tutto diversa, come quando, per evitare complicazioni, ha tardato a denunciare i ricatti. O quando, intercettata pur non essendo «avvisata» di alcun reato, ha consigliato ai suoi di «non mettere i manifesti» su quanto stava succedendo a Quarto. Rosa Capuozzo è diventata, insomma, un rompicapo assoluto; il labirinto in cui tutti si sono persi. Compreso Roberto Saviano. In terra di camorra, appena eletta, la sindaca era diventata per lui il simbolo mancante di una politica nobile, incondizionata, per la prima volta libera da quel voto di scambio. E invece: «Deve dimettersi», ha poi sentenziato, anticipando Grillo di ventiquattro ore. Ci sono poi tutti gli altri. Quando Grillo difendeva la sindaca, e i vari Fico e Di Maio non si vergognavano di averla sostenuta, i «democrat» ne chiedevano a gran voce le dimissioni, e la renziana Picierno addirittura calava da Bruxelles a Quarto per manifestare indignata nell’aula del Consiglio comunale. Quando Grillo di colpo l’ha scaricata («l’onesta ha un prezzo»), e vai a capire perché, visto che nulla nel frattempo era cambiato, Renzi a sorpresa l’ha invece difesa («Rosa Capuozzo ha resistito alla camorra, non deve dimettersi»). I rispettivi quartieri generali si sono così ritrovati di punto in bianco sbandati e persi come in un 8 settembre. Nessuno, tra i colonnelli e le generalesse, era più al posto giusto. Picierno ha preso l’aereo e se n’è tornata a Bruxelles; Fico e Di Maio, nell’occasione insieme con Di Battista, sono invece finiti su una panca a discolparsi. Tutti con Rosa, tutti contro di lei. Ma mai tutti insieme. Tipico di una politica italiana gravemente malata di tatticismo. È in campo grillino, però, che le contraddizioni bruciano di più. Tra luglio e dicembre i membri napoletani del direttorio pentastellato si sono incontrati con Rosa Capuozzo almeno cinque volte: nella casa posillipina di Fico, in un bar del centro storico di Napoli, a Quarto. L’assedio al Comune era già iniziato, Oloferne già alle porte. Nessuno si era accorto di niente? O Giuditta aveva già deciso di fare tutto da sola? Martedì, forse, ne sapremo di più.

Cinque stelle cadenti: quanti vip mollano Beppe. L'infatuazione politica di molti artisti per Beppe Grillo sembra già passata. Venditti è l'ultimo pentito: "Ho votato Renzi, fa bene a trattare col Cavaliere", scrive Paolo Bracalini, Venerdì 31/01/2014, su "Il Giornale". Vatti a fidare degli artisti. Finché vai forte ti trovano interessante, ti fanno pure un concerto gratis se glielo chiedi. Ma quando la moda passa, chi li vede più? Dieci anni fa erano tutti veltroniani, poi ulivisti, quindi di nuovo veltroniani quando Veltroni era in sella al Pd. Poi, dopo una lunga pausa d'incertezza, non potendo buttarsi su Berlusconi perché in quegli ambienti non conviene, han provato a farsi piacere Monti (Eros Ramazzotti: «Ha dato dell'Italia un'immagine più forte»). Naufragato anche lui si sono scoperti grillini. Molto più di una simpatia, un'infatuazione, casualmente cresciuta insieme ai voti del M5S, travolgente col 25% alle politiche. Poi però scemata via via, con le polemiche e le gaffe degli eletti M5S, i dissidi interni, le uscite imbarazzanti, e il casino fine a se stesso, il non toccare mai palla lasciando il campo libero al Pd e persino a Berlusconi. Così, un grande sponsor del M5S come Adriano Celentano, che ancora pochi mesi fa vergava lettere dalla sintassi creativa per lanciare Grillo (e, per inciso, anche per difendere il metodo Stamina) e il suo M5S «movimento altamente democratico che ha generato la speranza in un mondo tutt'altro che ostile», si è raffreddato. Grillo non è più tanto rock per il Molleggiato. «Perché per la seconda volta si è rifiutato di fare il Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri - lo bacchetta Celentano sulla rivista San Francesco -. E quindi Renzi si è rivolto a Berlusconi, che pur avendo una condanna rappresenta 8 milioni di italiani, perciò mi fanno ridere gli ipocriti quando dicono che non doveva parlare con Berlusconi». Morale: l'ex grillino Celentano elogia l'accordo sulla legge elettorale, lo stesso «Pregiudicatellum» che per Grillo è fatto apposta per far fuori il M5S, addirittura uno dei motivi per l'impeachment di Napolitano. Ma seri dubbi anche in casa Fo. Il padre Nobel resta sostenitore, ma prende sempre più spesso le distanze. Prima contro il post di Grillo e Casaleggio contro l'abolizione del reato di clandestinità («Ci sono rimasto male, Beppe ha sbagliato») poi sulla gogna quotidiana contro i giornalisti («linguaggio che non accetto»). Il figlio Jacopo invece, se prima dedicava poesie alle grilline e sul blog ci informava di amare Grillo «fisicamente», si è scoperto renziano. «Ho cenato con Renzi. Lui non' è un tipo normale - scrive adesso il Nobel jr -. È il primo segretario Pd che si capisce quello che dice, ed è anche un temerario visto che dice faccio questo in 30 giorni, quest'altro in 60 giorni. E aggiungo che avere un leader progressista che cambia completamente stile potrebbe essere utile. La forma ha la sua importanza. Anche Povia, che aveva elogiato il M5S («Grillo è stato un voto di protesta giusto»), è passato coi forconi (al grido «usciamo dall'euro, l'Ue ci distrugge!»), mentre colpisce il silenzio da mesi di altri (ex?) sponsor vip del Grillo prima maniera, da Mina alla Mannoia dalla Carrà al pianista Allevi. Al cantatuore romano Antonello Venditti un annetto fa piaceva «l'aspetto morale del Movimento Cinque stelle». Quando Grillo citò sul blog una sua vecchia canzone, Bomba non bomba, Venditti ne fu entusiasta. «Mi fa piacere, la mia canzone raccontava l'arrivo della democrazia a Roma. È il cammino di Grillo e di tante persone che sperano che ci sia la democrazia in Italia». Ora sembra che Venditti sia renziano, anzi che lo sia sempre stato. «L'ho votato due anni fa alle primarie, e anche alle ultime - ha detto a RadioDue -. Renzi ha fatto bene a incontrare Berlusconi, ci mancherebbe altro». E le canzoni adesso le dedica a lui, non più Grillo: «Renzi ha un qualcosa di scanzonato, gli dedicherei Lo Studente Passa». Con sottofondo di sviolinate. Con Pippo Baudo, suo mentore televisivo nella stagione dei Sanremo e delle Domeniche in con Grillo mattatore, è finita a schifìo. Il presentatore all'inizio elogiò Grillo, l'unico che «può dare una scossa alla politica», uno che «ha saputo avvicinare i giovani alla politica». Più tardi però gli ha dato del «fascistoide», e Grillo ha reagito pesante: «Baudo ha attaccato il M5S e leccato il culo a Renzi. Quando fui cacciato dalla Rai lui slinguava Craxi... La pippite è una malattia dell'animo». Tra i delusi vip c'è anche Flavio Briatore: «Grillo è stata una grande delusione - disse il manager - ci aveva dato a tutti un po' di speranza. Invece si sono dimostrati come gli altri, forse peggio».

Vittorio Sgarbi ha abbandonato, in silenzio, la diretta di «Domenica Live» (del 17 gennaio 2016). Lo storico e critico d'arte era stato invitato da Barbara D'Urso per commentare le presunte infiltrazioni mafiose nel Comune di Quarto, guidato da un sindaco del «Movimento 5 Stelle». «Adesso che è stato depenalizzato l'insulto - spiega Sgarbi - non vale nemmeno più la pena di usarlo. Così, invitato per discutere sul tema, inesistente, delle infiltrazioni mafiose nel Comune di Quarto, paese di cui nessuno, fino a ieri, conosceva l'esistenza, e in cui si manifestano, per ciò che riguarda i rapporti tra i cittadini e i politici, gli stessi fenomeni di qualunque altro luogo d'Italia, ho dovuto ascoltare, per circa un'ora, insensatezze sulla presunta diversità dei 5 Stelle, movimento di cui non si conosce un pensiero, un'idea, e che pensa di disporre degli eletti come fossero «cosa loro», come ha giustamente osservato il sindaco di Gela. Non ci sono - argomenta Sgarbi - due posizioni: ce n'è una, ed è quella dettata dalla Costituzione (la presunzione d'innocenza), non certo quella delle intimidazioni dei Saviano e dei Grillo, ben più prepotenti della mafia e della camorra, delle quali occorre dire che, chi ha diritto al voto non può essere suo esponente. Quindi nessun voto camorrista, se non presunto. Quando la magistratura, con una sentenza, lo riterrà tale, il camorrista non potrà votare. Discorso troppo semplice da fare in una trasmissione in cui ognuno parla senza sapere quel che dice. Mentre chi potrebbe dire qualcosa, è costretto a tacere perché ognuno pretende di essere più puro degli altri. I 5 Stelle non esistono se non per indicare la qualità degli alberghi. Così me ne sono andato in silenzio e senza insultare. Anche gli insulti - conclude Sgarbi - occorre meritarseli». L'Ufficio Stampa di Vittorio Sgarbi

Gli affari disonorevoli dei consoli onorari. Tra bella vita e truffe. Un titolo che dovrebbe favorire i rapporti tra Paesi. Ma che in Italia è distribuito con troppa leggerezza. E talvolta premia personaggi senza scrupoli. Ecco le loro storie, scrivono Federico Franchini e Francesca Sironi il 7 settembre 2016. Nell’ufficio non mancano mai targa e attestato, fra un cartiglio con la carica e la cornice all’“exequatur” (l’atto con cui si riconosce la funzione). Sulla scrivania la bandierina, e se ci sono ospiti è pronto l’album di fotografie: scatti di visite alle istituzioni, galà, strette di mano, selfie con i leader locali. “Console onorario della repubblica Centrafricana in Italia” mostra ad esempio su un invito dai bordi dorati Claudio De Giorgi, imprenditore in oro e diamanti che sul suo sito web personale, fra immagini di safari e cortei di notabili a Bangui, si definisce rappresentante d’onore del Paese africano per le province di Milano, Como e Sondrio, anche se dagli elenchi della Farnesina non risulta. Il titolo è incerto ma è sicura la condanna di aprile a sei anni e mezzo di carcere a Trento. Per un business che riguarda proprio quel riconoscimento di prestigio. Ambìto da molti, in Italia. Le capitali del mondo sembrano ansiose di avere i loro consolati onorari a Napoli o Milano, come a Forlì, Barletta o Pavia: in Italia ne sono registrati oggi 602. Un record europeo. Tanto che il cerimoniale della Farnesina commentava preoccupato la «proliferazione» di questi incarichi, «aumentati enormemente negli ultimi tempi» già in un rapporto di due anni fa. I consoli onorari non sono diplomatici di carriera, non timbrano il cartellino in ambasciata, ma ne godono l’ombra di prestigio e ricevono un nulla osta (in gergo “l’exequatur”) dal nostro ministero, che di solito ostentano con vanto. Sono imprenditori o dentisti, avvocati o consulenti, giornalisti o notai, che si fanno indicare quali “consoli” dall’estero per favorire gli scambi fra le comunità; sbrigano pratiche sui visti, danno una mano ai turisti, ai cittadini, promuovono le reti commerciali: «siamo presenze preziose», spiegano. In cambio ricevono il titolo e alcuni privilegi: dall’inviolabilità degli archivi (quindi della corrispondenza), all’immunità “nell’esercizio della funzione”, passando dalla comoda targa Cc del “corpo diplomatico” grazie alla quale possono parcheggiare ovunque in città. L’Italia è diventata insomma laboratorio internazionale dell’under-diplomazia onoraria: l’Angola, per dire, ha un console d’onore a Varese (provincia in cui risiedono in tutto solo 46 suoi emigrati), il Lesotho a Nuoro (nessun residente, sono 13 in “continente”), Panama ha tre sedi, di cui una a Civitavecchia, San Marino ne ha dieci sparse per la penisola. O ancora: a Firenze ci sono 57 consoli onorari in rappresentanza di molte parti del globo, fra cui Capo Verde e le Seychelles. “Come diventare console onorario” è diventata addirittura una ricerca trendy su Google.it. Una mania. A che pro? Il cerimoniale lo accennava in quel rapporto datato: bisogna accertarsi, spiegava, che «a tale carica assurgano sempre cittadini di specchiata onorabilità» affinché «il prestigio della funzione» non affondi e le immunità non vengano «strumentalizzate per finalità illecite». È un timore tutt’altro che infondato. Le cronache sui consoli onorari, oltre che di feste gossippare, ricevimenti paludati e banchetti vistosi, sono dense di ascese - e discese - velocissime dalle tinte legali in chiaroscuro. Basta guardare al sorriso di Claudio de Giorgi sulle foto dei suoi viaggi in Centrafrica. Ci andava fiero, De Giorgi, di quel titolo di console della piccola Repubblica: tale si firmava in calce alle mail o sul suo profilo Skype. Per il consolato aveva aperto anche un apposito “private bureau” vicino a Lugano, nella succursale della sua società di import/export di oro e diamanti, l’Adamasswiss. Per fare affari in Africa, si sa, servono uscieri di fiducia, e alle porte giuste. A De Giorgi non mancavano certo: è l’ex presidente in persona, François Bozizé, a firmare i decreti di concessione per l’Adamasswiss nella Repubblica centrafricana. Ed è sempre Bozizé, noto per avere venduto migliaia di documenti diplomatici a veri o presunti uomini d’affari, facendone quasi un business di Stato, a concedergli il rango di diplomatico che vanta. Quello che però De Giorgi, residente in provincia di Sondrio, ricorda meno volentieri, sono le multe in Svizzera per contrabbando di diamanti. E l’ultima condanna, la più grave: una sentenza a sei anni di carcere per truffa e associazione a delinquere in Italia, arrivata ad aprile. Al centro della vicenda c’è una (presunta) miniera di diamanti che si doveva trovare proprio nella Repubblica centrafricana: miniera su cui aveva convinto 159 piccoli risparmiatori a investire. Le pietre preziose però non esistevano affatto: e le vittime ci hanno rimesso oltre cinque milioni di euro, convinte da quello che sembrava un affare sicuro, viste le relazioni di rango vantate dagli intermediari. Oltre a De Giorgi, a rassicurarli c’era Giacomo Ridi, anche lui presunto console onorario della Repubblica centrafricana e consulente finanziario: era Ridi - poi morto suicida - a convocare liberi professionisti, dipendenti, giovani e pensionati negli hotel di Trento promettendo loro quella “miniera di soldi”, e diamanti. Che si è rivelata una promessa di fumo. La confusione fra diplomazia e business d’altronde affiora spesso nelle anticamere dei consolati d’onore. Eccola riemergere a Busto Arsizio, nel processo che vede imputato in questi mesi Fabrizio Iseni. Leghista di ferro, imprenditore della sanità, amico stretto della famiglia Bossi (fino ad essere soprannominato “il badante del Trota”), Iseni è indagato, fra l’altro, proprio per aver mescolato la sua carica di console onorario della Costa d’Avorio a quella di titolare della “Iseni consulting”, una società che in due anni ha ricevuto due milioni di euro da alcuni imprenditori della provincia di Varese. Alla procura di Busto non sono chiari i riscontri di quelle attività ben remunerate: i contratti hanno testi fotocopia, sostengono, le consulenze mancano d’esiti concreti. Di certo, il carteggio indicherebbe il motivo reale per cui quei soldi sbarcavano sui conti di Iseni: i suoi rapporti con il Paese africano, dove i piccoli industriali padani speravano di sbarcare con successo. Console-consulente: la sua attività “alta” di diplomatico si era sovrapposta insomma a quella commerciale. Un errore in cui cade, restando in terra verde padana, anche l’ex assessore comunale di Bergamo Marcello Moro, indagato per corruzione: stando alle testimonianze, Moro si era fatto pagare dagli imprenditori imputati con lui sia la sede sia la segretaria del consolato onorario del Ghana a Milano, di cui è stato titolare dal 2002 al 2009. Non solo: fra gli ultimi atti depositati a processo ci sono gli esisti delle rogatorie in Svizzera, i conti su cui transitava denaro. Chiamati Diplo1 e Diplo2. La rete capillare dei consoli d’onore in Italia conta altri casi limite fra il glamour e il nero. Come quello di Emanuele Cipriani, per esempio, “l’uomo dei dossier”, l’investigatore privato condannato nel caso Telecom insieme a Fabio Ghioni e Giuliano Tavaroli, ch’era console onorario della Repubblica di Guinea e che secondo i giudici spiava «avvalendosi anche delle immunità» proprie di quel ruolo. C’è Nicola Falconi, l’ex capo dell’Ente Gondola di Venezia accusato di finanziamento illecito ai partiti nell’inchiesta sul Mose, che portava in tasca il titolo di console onorario della Finlandia dal 1996. C’è Giovanni Fagioli, grande armatore emiliano, un giro d’affari da 300 milioni di euro, console onorario della Bulgaria a Parma, indicato per questo nei Panama Papers come “persona politicamente esposta”, beneficiario di una società alle Isole Vergini Britanniche. Ci sono persone comuni: dalla pr di grido che rappresenta la Danimarca a Milano al console dell’Ungheria a Bari che ha aperto il sito “dentistinbudapest.it” per le cure dentali low cost, al console del Nicaragua che aveva la sede in una discoteca a Livorno. E poi in storie come queste non può mancare il contorno delle principesse. Ne furono invitate a iosa per un matrimonio di cui parlarono i quotidiani, nel 2003. Quattro giorni di riti, di sfarzi, di scintillii e gonne lunghe, sgomitate per essere a quelle “nozze dei vip”, quel “matrimonio da favola”, con “molto lusso ma non ostentato” (costruirono apposta un villaggio nella giungla), fra gioiellieri, alta finanza, immobiliaristi e amici. L’unione era d’amore, scrivono le cronache, fra il genovese Fabio Ottonello e una delle figlie del presidente del Congo Brazzavile, Cendrine Sassou-Nguesso, erede di una famiglia che dirige quasi ininterrottamente il Paese dal 1979, tenendo in saldo controllo il business principale di quei confini: il petrolio. Lui, figlio di un uomo che commerciava con il Congo in caffè e cacao, dopo le nozze diventa testa d’affari eterogenei: compra navi, affitta aerei, offre servizi alla produzione petrolifera e gestisce locali e ristoranti a Point-Noire. Il suocero lo nomina console onorario del Congo a Genova. Poi la coppia divorzia. Ma a una Francesca Ottonello resta il consolato. D’onore.

Ecco chi ci rappresenta all'estero. Emigrati di successo, imprenditori. Ma anche affaristi equivoci, scrive il 7 settembre 2016 “L’Espresso”. Ad attirare interessi sotto-diplomatici non sono solo le cariche attribuite dagli stranieri a rappresentanti di prestigio in Italia. C’è anche - viceversa - il piccolo esercito di nostri concittadini che hanno sedi onorarie per il tricolore all’estero. Si tratta di persone che svolgono, anche in questo caso, il loro compito gratis, ad eccezione di alcuni rimborsi che nel 2015 sono costati al ministero degli Affari Esteri 798.396 euro. Roma conta nei Paesi stranieri 541 uffici onorari, di cui 401 operativi e 340 sostenuti in parte economicamente. Ci sono funzionari d’onore nelle terre d’emigrazione storiche di italiani in Sud America oppure nelle nuove “terre dei pensionati” caraibiche. Ci sono uomini d’affari, che favoriscono gli scambi in Africa. O emigrati di successo. Ma ci sono anche personaggi di potere, come Gianfranco Falcioni, petroliere e viceconsole onorario dell’Italia in Nigeria, a cui sarebbe riconducibile, secondo le indagini, il conto svizzero della società offshore “Petro Service” su cui atterrò nel 2011 il miliardo e 92 milioni di euro versati dall’Eni al governo di Abuja. Intervistato dal “Sole 24 Ore”, Falcioni rispose soltanto che quella offshore «non ha mai operato». Gli intrecci complessi fra diplomazia e affari non trasparenti nei consolati africani sono stati raccontati magistralmente in un documentario del 2011 del giornalista danese Mads Brügger, candidato al Sundance. Fintosi uomo d’affari interessato al titolo di console onorario della Liberia, per sfruttare una miniera di diamanti, Brügger incontra diversi “colleghi”, che gli danno consigli importanti, come: «non toccar le donne, il resto è permesso». È uno dei suggerimenti di Gino Pierre Giuliani, ex rappresentante d’onore dell’Italia a Bangui, che, filmato a sua insaputa, aiuta il giornalista nel suo affare opaco. Ora il ruolo è passato a “Stephane Giuliani” che ha mantenuto la sede del consolato allo stesso indirizzo dell’uomo che vantava d’essere «il più antico membro consolare a Bangui» nel docu-film.

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

In Questo Mondo Di Ladri di Antonello Venditti.

Eh, in questo mondo di ladri

C' ancora un gruppo di amici

Che non si arrendono mai.

Eh, in questo mondo di santi

Il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Non siamo molto importanti

Ma puoi venire con noi.

Eh, in questo mondo di debiti

Viviamo solo di scandali

E ci sposiamo le vergini.

Eh, e disprezziamo i politici,

E ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo,

Piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi.

Voi, vi divertite con noi

E vi rubate tra voi.

In questo mondo di ladri,

In questo mondo di eroi,

Voi siete molto importanti

Ma questa festa per noi.

Eh, ma questo mondo di santi

Se il nostro cuore rapito

Da mille profeti e da quattro cantanti.

Noi, noi stiamo bene tra noi

E ci fidiamo di noi.

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri...

In questo mondo... in questo mondo di ladri... 

Le persone perbene non riescono a fare carriera all’interno della pubblica amministrazione. Un giudizio lapidario che viene dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, scrive “Blitz Quotidiano” il 28 ottobre 2015. Un giudizio appena mitigato dai due minuti di spiegazione dell’affermazione: Cantone spiega che, a volte, questo avviene anche per colpe dei diretti interessati. “Spesso le persone perbene all’interno della pubblica amministrazione sono quelle che hanno meno possibilità di fare – dice Cantone – Spesso fanno meno carriera. Spesso sono meno responsabilizzati perché considerati per bene”. Secondo Cantone è ora di recuperare parole che non si usano nel nostro mondo del lavoro. Una è la parola “controllo”. E il presidente dell’anticorruzione si riferisce a chi osserva i colleghi timbrare il cartellino e poi lasciare il posto di lavoro senza denunciare nulla. Quello che serve, secondo Cantone, è una “riscossa interna” e un recupero non imposto dall’alto di moralità e cultura dello Stato, il terzo settore e di conseguenza il nostro Paese si salveranno dalla mala gestione della cosa pubblica.

Commenti disabilitati su Cantone: “Non sono tutti fannulloni ma nella Pubblica amministrazione, le persone perbene hanno meno possibilità”, scrive Antonio Menna il 28 ottobre 2015 su “Italia Ora”. “Non sono tutti fannulloni nella Pubblica amministrazione. Meno che mai sono tutti corrotti. Ma è vero che le persone perbene sono quelli che vengono meno coinvolti nelle scelte, meno responsabilizzati. Sono quelli che hanno meno possibilità di fare carriera”. Lo dice chiaro e tondo, Raffaele Cantone, magistrato anticamorra, e presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. Lo dice nel corso di una intervista pubblica al Sermig di Torino e il segmento sulla corruzione nella pubblica amministrazione (rilanciato da un video del Corriere della Sera) è quello che impressiona di più. Quante volte lo abbiamo pensato che essere onesti è una penalizzazione? Chi è onesto non va lontano. “A volte, però”, chiarisce Cantone, “anche per sue responsabilità. Dobbiamo trovare il coraggio di ripristinare alcune parole che nel nostro lessico si sono dimenticate: la parola controllo, per esempio. Se il mio amico, vicino di stanza, usa il badge per coprire i colleghi che magari sono in vacanza, devo stare zitto? Perché devo stare zitto? Queste apparenti distrazioni sono complicità. La società dei piccoli favori, magari banali, magari che non portano necessariamente alla corruzione, ci abitua all’idea che ci sia uno spazio dove tutto si può comprare.” “Il problema – conclude Cantone – non è solo la disonestà ma, a volte, anche non capire con chi parlare. Ci sono cento centri di costo solo nella città di Roma, cento uffici che fanno appalti e spesa. Come li controlli? La deresponsabilizzazione la fa da padrona, ed è essa stessa una delle ragioni che giustifica la corruzione.”

In Italia si fa carriera solo se si è ricattabili, scrive il 5 giugno 2015 Claudio Rossi su "L'Uomo qualunque". “Il nostro Paese sta sprofondando nel conformismo (…) siamo usciti da una consultazione elettorale che ha dato il risultato a tutti noto, ma la cosa che colpisce è questo saltare sul carro del vincitore. Tacito diceva che una delle abitudini degli italiani è di ruere in servitium: pensate che immagine potente, correre ad asservirsi al carro del vincitore. Noi tutti conosciamo persone appartenenti al partito che ha vinto le elezioni che hanno opinioni diverse rispetto ai vertici di questo partito. Ora non si tratta affatto di prendere posizioni che distruggono l’unità del partito, ma di manifestare liberamente le proprie opinioni senza incorrere nell’anatema dei vertici di questo partito (…) Queste persone, dopo il risultato elettorale, hanno tirato i remi in barca e le idee che avevano prima, oggi non le professano più. Danno prova di conformismo. (…) La nostra rappresentanza politica è quella che è (…) La diffusione della corruzione è diventata il vero humus della nostra vita politica, è diventata una sorta di costituzione materiale. Qualcuno, il cui nome faccio solo in privato, ha detto che nel nostro Paese si fa carriera in politica, nel mondo della finanza e dell’impresa, solo se si è ricattabili (…) Questo meccanismo della costituzione materiale, basato sulla corruzione, si fonda su uno scambio, un sistema in cui i deboli, cioè quelli che hanno bisogno di lavoro e protezione, gli umili della società, promettono fedeltà ai potenti in cambio di protezione. È un meccanismo omnipervasivo che raggiunge il culmine nei casi della criminalità organizzata mafiosa, ma che possiamo constatare nella nostra vita quotidiana (…) Questo meccanismo funziona nelle società diseguali, in cui c’è qualcuno che conta e che può, e qualcuno che non può e per avere qualcosa deve vendere la sua fedeltà, l’unica cosa che può dare in cambio (…) Quando Marco Travaglio racconta dei casi di pregiudicati o galeotti che ottengono 40 mila preferenze non è perché gli elettori sono stupidi: sanno perfettamente quello che fanno, ma devono restituire fedeltà. Facciamoci un esame di coscienza e chiediamoci se anche noi non ne siamo invischiati in qualche misura. (…) Questo meccanismo fedeltà-protezione si basa sulla violazione della legge. Se vivessimo in un Paese in cui i diritti venissero garantiti come diritti e non come favori, saremmo un paese di uomini e donne liberi. Ecco libertà e onestà. Ecco perché dobbiamo chiedere che i diritti siano garantiti dal diritto, e non serva prostituirsi per ottenere un diritto, ottenendolo come favore. Veniamo all’autocoscienza: siamo sicuri di essere immuni dalla tentazione di entrare in questo circolo? (…) Qualche tempo fa mi ha telefonato un collega di Sassari che mi ha detto: “C’è una commissione a Cagliari che deve attribuire un posto di ricercatore e i candidati sono tutti raccomandati tranne mia figlia. Sono venuto a sapere che in commissione c’è un professore di Libertà e Giustizia…”. Io ero molto in difficoltà, ma capite la capacità diffusiva di questo sistema di corruzione, perché lì si trattava di ristabilire la par condicio tra candidati. Questo per dire quanto sia difficile sgretolare questo meccanismo, che si basa sulla violazione della legge. Siamo sicuri di esserne immuni? Ad esempio, immaginate di avere un figlio con una grave malattia e che debba sottoporsi a un esame clinico, ma per ottenere una Tac deve aspettare sei mesi. Se conosceste il primario del reparto, vi asterreste dal chiedergli il favore di far passare vostro figlio davanti a un altro? Io per mia fortuna non mi sono mai trovato in questa condizione, ma se mi ci trovassi? È piccola, ma è corruzione, perché se la cartella clinica di vostro figlio viene messa in cima alla pila, qualcuno che avrebbe avuto diritto viene posposto. Questo discorso si ricollega al problema del buon funzionamento della Pubblica amministrazione: se i servizi funzionassero bene non servirebbe adottare meccanismi di questo genere. Viviamo in un Paese che non affronta il problema della disonestà e onestà in termini morali. (…) Se non ci risolleviamo da questo, avremo un Paese sempre più clientelarizzato, dove i talenti non emergeranno perché emergeranno i raccomandati, e questo disgusterà sempre di più i nostri figli e nipoti che vogliono fare ma trovano le porte sbarrate da chi ha gli appoggi migliori. È una questione di sopravvivenza e di rinascita civile del nostro Paese. Ora, continuiamo a farci questo esame di coscienza: non siamo forse noi, in qualche misura, conniventi con questo sistema? Quante volte abbiamo visto vicino a noi accadere cose che rientrano in questo meccanismo e abbiamo taciuto? Qualche tempo fa, si sono aperti un trentina di procedimenti penali a carico di colleghi universitari per manipolazione dei concorsi universitari (…) Noi non sapevamo, noi non conoscevamo i singoli episodi (…) e per di più non siamo stati parte attiva del meccanismo, ma dobbiamo riconoscere che abbiamo taciuto, dobbiamo riconoscere la nostra correità. Proposta: Libertà e Giustizia è una associazione policentrica che si basa su circoli, che sono associazioni nella associazione, radicati sul territorio e collegati alla vita politica. Non sarebbe il caso che i circoli si attrezzassero per monitorare questi episodi, avendo come alleati la stampa libera e la magistratura autonoma? Potrebbe essere questa una nuova sfida per Libertà e Giustizia, controllare la diffusione di questa piovra che ci invischia tutti, cominciando dal basso, perché dall’alto non ci verrà nulla di buono, perché in alto si procede con quel meccanismo che dobbiamo combattere.” Gustavo Zagrebelsky.

“I cittadini silenziosi possono essere dei perfetti sudditi per un governo autoritario, ma sono un disastro per una democrazia”. Robert Alan Dahl

Il volume più letto dai politici? Un manuale per ottenere l'immunità. Alle Biblioteca delle Nazioni Unite non hanno più nemmeno una copia. Spiega i vari tipi di immunità e chi può usufruire, scrive Gabriele Bertocchi Venerdì, 08/01/2016, su “Il Giornale”. Non è un semplice libro, è il libro che ogni politico dovrebbe leggere. E infatti è cosi, tutto lo vogliono. È diventato il libro più richiesto alla biblioteca delle Nazioni Unite. Vi starete chiedendo che volume è: magari se è un'opera di letteratura classica, oppure un trattato sulla politica internazionale. Nessuno di questi, si chiama "Immunità di capi e funzionari di Stato per crimini internazionali", è uno scritto da Ramona Pedretti, ex studentessa dell’Università di Lucerna. È una tesi di dottorato, un vademecum che spiega e illustra che tipo di immunità esistono per tali soggetti. "Più che un libro è una star" commenta Maria Montagna sulle pagine de La Stampa, una delle addette alla gestione banca dati di Dag Hammarskjold Library, libreria dedicata al'ex segretario generale, alle Nazioni Unite. "È senza dubbio il libro più richiesto del 2015, anche più di classici della letteratura Onu o grandi dossier" continua l'addetta. Il successo lo si deve anche a Twitter, infatti la Dag Hammarskjold Library ha pubblicato il "primato" del libro, creando così un vero e prioprio cult da leggere. Ma all'interno cosa si può imparare, come scrive la Pedretti, autrice del volume, si può scoprire che esistono due dtipi di immunità: quella ratione personae che mette i capi di stato al riparo dalla giurisdizione penale straniera, e quella ratione materiae che protegge atti ufficiali e funzionari che agiscono per conto dello Stato dal giudizio di tribunali di altri Paesi. La Montagna spiega che "ora però la platea di lettori si è allargata vista la pubblicità dei social", ma prima era perlopiù composta da funzionari degli uffici legali e storici Onu, interessati in particolare alle conclusioni tratte da Pedretti. La tesi è che capi o alti esponenti di Stato in carica non possono essere perseguiti da corti straniere, al contrario degli ex. E intanto, come si legge su La Stampa, arriva la conferma da parte della libreria: "Mi spiace, al momento non abbiamo neanche una copia disponibile".

Va a ruba all’Onu il libro che insegna ai leader come avere l’immunità. Esaurito in biblioteca. Tesi di laurea. Il pamphlet è stato scritto da Ramona Pedretti ex studentessa dell’Università di Lucerna, scrive Francesco Semprini su “La Stampa” l’8 gennaio 2016. Basta entrare nella biblioteca delle Nazioni Unite e menzionare il nome del libro per capire che non stiamo parlando di un volume qualunque. Maria Montagna, una delle addette alla gestione della banca data di Dag Hammarskjold Library - la libreria dedicata all’ex segretario generale - guarda la collega Ariel Lebowitz e sorride. «Più che un libro è una star - dice - aspetti qui, controlliamo subito». L’opera in questione è «Immunità di capi e funzionari di Stato per crimini internazionali», un pamphlet scritto da Ramona Pedretti, ex studentessa oriunda dell’Università di Lucerna. È una tesi di dottorato, un vademecum per capire che tipo di immunità esistono per tali soggetti. Ne esistono due, come spiega Pedretti nel suo scritto, quella ratione personae che mette i capi di stato al riparo dalla giurisdizione penale straniera, e quella ratione materiae che protegge atti ufficiali e funzionari che agiscono per conto dello Stato dal giudizio di tribunali di altri Paesi. «È senza dubbio il libro più richiesto del 2015, anche più di classici della letteratura Onu o grandi dossier», dice Maria. Twitter ha fatto il resto, visto che Dag Hammarskjold Library ha rilanciato sul social network il «primato» del libro moltiplicandone notorietà e richieste. Ma chi lo chiede in prestito? All’inizio erano soprattutto funzionari degli uffici legali e storici Onu, interessati in particolare alle conclusioni tratte da Pedretti. La tesi dell’autrice è che capi o alti esponenti di Stato in carica non possono essere perseguiti da corti straniere, al contrario degli ex. È questo il principio ad esempio che ha portato all’arresto di Adolph Eichmann da parte di Israele e Augusto Pinochet dalla Spagna. «Ora però la platea di lettori si è allargata vista la pubblicità dei social», chiosa Maria. E arriva la conferma: «Mi spiace, al momento non abbiamo neanche una copia disponibile».  

Fondazioni, i soldi nascosti dei politici. Finanziamenti milionari anonimi. Intrecci con banchieri, costruttori e petrolieri. Società fantasma. Da Renzi a Gasparri, da Alfano ad Alemanno, ecco cosa c'è nei conti delle fondazioni, scrivono Paolo Biondani, Lorenzo Bagnoli e Gianluca De Feo il 7 gennaio 2016 su “L’Espresso”. Finanziamenti milionari ma anonimi. Un intreccio tra ministri, petrolieri, banchieri e imprenditori. Con una lunga inchiesta nel numero in edicola “L'Espresso” ha esaminato i documenti ufficiali delle fondazioni che fanno capo ai leader politici, da Renzi a Gasparri, da Alfano a Quagliarello, tutte dominate dall'assenza di trasparenza. Nel consiglio direttivo di Open, il pensatoio-cassaforte del premier, siedono l’amico che ne è presidente Alberto Bianchi, ora consigliere dell’Enel, il sottosegretario Luca Lotti, il braccio destro Marco Carrai e il ministro Maria Elena Boschi. Il sito pubblica centinaia di nomi di finanziatori, ma omette «i dati delle persone fisiche che non lo hanno autorizzato esplicitamente». Il patrimonio iniziale di 20 mila euro, stanziato dai fondatori, si è moltiplicato di 140 volte con i contributi successivi: in totale, 2 milioni e 803 mila euro. Sul sito compaiono solo tre sostenitori sopra quota centomila: il finanziere Davide Serra (175), il defunto imprenditore Guido Ghisolfi (125) e la British American Tobacco (100 mila). Molto inferiori le somme versate da politici come Lotti (9.600), Boschi (8.800) o il nuovo manager della Rai, Antonio Campo Dell’Orto (solo 250 euro). Ma un terzo dei finanziatori sono anonimi per un importo di 934 mila euro. Ad Angelino Alfano invece fa oggi capo la storica fondazione intitolata ad Alcide De Gasperi, che ha «espresso il suo dissenso» alla richiesta ufficiale della prefettura di far esaminare i bilanci: per una fondazione presieduta dal ministro dell’Interno, la trasparenza non esiste. Nell’attuale direttivo compaiono anche Fouad Makhzoumi, l’uomo più ricco del Libano, titolare del colosso del gas Future Pipes Industries. Tra gli italiani, Vito Bonsignore, l’ex politico che dopo una condanna per tangenti è diventato un ricco uomo d’affari; il banchiere Giovanni Bazoli, il marchese Alvise Di Canossa, il manager Carlo Secchi, l’ex dc Giuseppe Zamberletti, l’ex presidente della Compagnia delle Opere Raffaello Vignali, l’avvocato Sergio Gemma e il professor Mauro Ronco. Ma tutti i contributi alla causa di Alfano sono top secret. Invece la fondazione Magna Carta è stata costituita dal suo presidente, Gaetano Quagliariello, da un altro politico, Giuseppe Calderisi, e da un banchiere di Arezzo, Giuseppe Morbidelli, ora numero uno della Cassa di risparmio di Firenze. Gli altri fondatori sono tre società: l’assicurazione Sai-Fondiaria, impersonata da Fausto Rapisarda che rappresenta Jonella Ligresti; la Erg Petroli dei fratelli Garrone; e la cooperativa Nuova Editoriale di Enrico Luca Biagiotti, uomo d’affari legato a Denis Verdini. Il capitale iniziale di 300 mila euro è stato interamente «versato dalle tre società in quote uguali». I politici non ci hanno messo un soldo, ma la dirigono insieme ai finanziatori. Nel 2013 i Ligresti escono dal consiglio, dove intanto è entrata Gina Nieri, manager di Mediaset. L’ultimo verbale (giugno 2015) riconferma l’attrazione verso le assicurazioni, con il manager Fabio Cerchiai, e il petrolio, con Garrone e il nuovo consigliere Gianmarco Moratti. La fondazione pubblica i bilanci, ma non rivela chi l’ha sostenuta: in soli due anni, un milione di finanziamenti anonimi. La Nuova Italia di Gianni Alemanno invece non esiste più. “L’Espresso” ha scoperto che il 23 novembre scorso la prefettura di Roma ne ha decretato lo scioglimento: «la fondazione nell’ultimo anno non ha svolto alcuna attività», tanto che «le raccomandate inviate dalla prefettura alla sede legale e all’indirizzo del presidente sono tornate al mittente con la dicitura sconosciuto». Ai tempi d’oro della destra romana sembrava un ascensore per il potere: dei 13 soci promotori, tutti legati all’ex Msi o An, almeno nove hanno ottenuto incarichi dal ministero dell’agricoltura o dal comune capitolino. All’inizio Gianni Alemanno e sua moglie Isabella Rauti figurano solo nel listone dei 449 «aderenti» chiamati a versare «contributi in denaro». I primi soci sborsano il capitale iniziale di 250 mila euro. Tra gli iscritti compaiono tutti i fedelissimi poi indagati o arrestati, come Franco Panzironi, segretario e gestore, Riccardo Mancini, Fabrizio Testa, Franco Fiorito e altri. La “Fondazione della libertà per il bene comune” è stata creata dal senatore ed ex ministro Altero Matteoli assieme ad altre dieci persone, tra cui politici di destra come Guglielmo Rositani (ex parlamentare e consigliere Rai), Eugenio Minasso, Marco Martinelli e Marcello De Angelis. A procurare i primi 120 mila euro, però, sono anche soci in teoria estranei alla politica, come l’ex consigliere dell’Anas Giovan Battista Papello (15 mila), il professor Roberto Serrentino (10 mila) e l'imprenditore, Erasmo Cinque, che versa 20 mila euro come Matteoli. La fondazione, gestita dal tesoriere Papello, pubblica i bilanci: tra il 2010 e il 2011, in particolare, dichiara di aver incassato 374 mila euro dai «soci fondatori», altri 124 mila di «contributi liberali» e solo duemila dalle proprie attività (convegni e pubblicazioni). Gli atti della prefettura però non spiegano quali benefattori li abbiano versati. Espressione di Massimo D'Alema, ItalianiEuropei nel 1999 è stata una delle prime fondazioni. I fondatori sono l'ex premier Giuliano Amato, il costruttore romano Alfio Marchini, il presidente della Lega Cooperative, Ivano Barberini, e il finanziere esperto in derivati Leonello Clementi. Il capitale iniziale è di un miliardo di lire (517 mila euro), quasi totalmente versati da aziende o uomini d’affari: 600 milioni di lire da varie associazioni di cooperative rosse, 50 ciascuno da multinazionali come Abb ed Ericsson, la Pirelli di Tronchetti Provera, l’industriale farmaceutico Claudio Cavazza, oltre che da Marchini (50) e Clementi (55). ItalianiEuropei deposita regolari bilanci e ha autorizzato la prefettura di Roma a mostrarli. L’ultimo è del 2013. Gli atti identificano solo i finanziatori iniziali del 1998. A quei 517 mila euro, però, se ne sono aggiunti altri 649 mila sborsati da «nuovi soci», non precisati. Nei bilanci inoltre compare una diversa categoria di «contributi alle attività» o «per l’esercizio»: in totale in sei anni i finanziamenti ammontano a un milione e 912 mila euro. Italia Protagonista nasce nel 2010 per volontà di due leader della destra: Maurizio Gasparri, presidente, e Ignazio La Russa, vicepresidente. Tra i fondatori, che versano 7 mila euro ciascuno, c’è un ristretto gruppo di politici e collaboratori, ma anche un manager, Antonio Giordano. Dopo la fine di An, però, La Russa e i suoi uomini escono e la fondazione resta un feudo dell’ex ministro Gasparri. Come direttore compare un missionario della confraternita che s’ispira al beato La Salle, Amilcare Boccuccia, e come vice un suo confratello spagnolo. Tra i soci viene ammesso anche Alvaro Rodriguez Echeverria, esperto e uditore del sinodo 2012 in Vaticano, nonché fratello dell’ex presidente del Costarica. L’ultimo bilancio riguarda il 2013, quando il capitale, dai 100 mila euro iniziali, è ormai salito a 231 mila. Le donazioni di quell’anno, 56 mila euro, non sono bastate a coprire le spese, con perdite finali per 63 mila, però in banca ci sono 156 mila euro di liquidità. Ma sui nomi dei benefattori, zero informazioni. «Quello che è assolutamente inaccettabile è l’assenza di una regolamentazione che quanto meno adegui le fondazioni alle regole dei partiti politici», dichiara Raffaele Cantone a “l'Espresso” : «Fermo restando che la riforma Letta sulla pubblicità ai partiti si è rivelata inadeguata, perché il sistema delle verifiche è assolutamente ridicolo, ma almeno ha introdotto un meccanismo di controllo. Sulle fondazioni invece c’è totale anarchia: non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori». 

«Non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori. I conti delle fondazioni possono essere fatti in modo semplicistico e semplificato, senza rendere noto come arrivano i soldi e come vengono spesi», scrive Gianluca De Feo il 7 gennaio 2016 su "L'Espresso". «È una situazione che ha raggiunto i limiti dell’indecenza». Un anno fa Raffaele Cantone fu il primo a lanciare l’allarme sui fondi opachi trasferiti alla politica attraverso le fondazioni. Con un’intervista a “l’Espresso” il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione sottolineò il problema della carenza di controlli. Negli ultimi mesi le indagini hanno poi evidenziato altri sospetti sui soldi passati attraverso questi canali per finanziare l’attività dei partiti.

Raffaele Cantone, ma da allora è cambiato qualcosa?

«Non è cambiato nulla. Ma questo più che un finanziamento ai partiti è un modo di sovvenzionare gruppi interni ai partiti, quelle che un tempo si chiamavano correnti. Nel tempo le correnti si sono organizzate in realtà di tipo associativo: questa scelta potrebbe essere positiva, perché in qualche modo dà una struttura evidente alle correnti. Quello che è assolutamente inaccettabile è l’assenza di una regolamentazione che quanto meno adegui le fondazioni alle regole dei partiti politici. Fermo restando che la riforma Letta sulla pubblicità ai partiti si è rivelata inadeguata, perché il sistema delle verifiche è assolutamente ridicolo, ma almeno ha introdotto un meccanismo di controllo. Sulle fondazioni invece c’è totale anarchia. Viene previsto solo il controllo formale e generico delle prefetture, che non hanno capacità di incidere sui bilanci: non si possono conoscere entrate e uscite, non c’é trasparenza sui finanziatori. I conti delle fondazioni possono essere fatti in modo semplicistico e semplificato, senza rendere noto come arrivano i soldi e come vengono spesi».

Molte di queste fondazioni politiche sono semplici associazioni, che non depositano neppure una minima documentazione.

«Bisogna tenere presente che nel nostro Paese per ragioni culturali queste realtà sono state un momento significativo della libertà di associazione. Nel diritto civile sono previste le associazioni non riconosciute, tutelate perché si tutela la libertà di associazione, che devono avere una loro possibilità di operare. Il problema è che in questi casi viene a mancare persino quel minimo di controllo esercitato dalle prefetture: sono in tutto uguali a una bocciofila. Non ci sono né regole, né rischi legali quando vengono usate per incassare finanziamenti sospetti: possono solo incorrere in verifiche fiscali della Guardia di Finanza se emergono pagamenti in nero. È una carenza normativa che si fa sentire e più volte il Parlamento ha espresso esigenza di intervenire. Sono stati presentati diversi disegni di legge, alcuni dei quali validi, ma non sono mai andati in discussione».

Negli organi che gestiscono le fondazioni politiche c’è poi una diffusa commistione tra centinaia di imprenditori e di politici. È una confusione che può alimentare i conflitti di interesse?

«In sé non è un aspetto deleterio. Che ci sia un legame nelle attività delle fondazioni tra chi svolge politica attiva e chi si occupa di attività economiche, imprenditoriali e professionali, non è un dato atipico delle moderne democrazie. Anzi, avviene in tutte le democrazie occidentali. Il problema è che i potenziali conflitti di interesse possono essere contrastati o attenuati solo attraverso meccanismi di trasparenza. Se l’imprenditore Tizio finanzia la fondazione del politico Caio e questo dato è noto, come avviene ad esempio negli Usa, questo sterilizza il conflitto d’interessi perché quando si discuterà di provvedimenti che riguardano l’imprenditore Tizio, direttamente o indirettamente, tutti potranno rendersi conto dei legami. Quello che è grave è l’assenza di pubblicità nel modo in cui le due situazioni si interfacciano all’interno delle fondazioni».

Alfano nasconde i soldi perfino ai suoi prefetti. La Fondazione presieduta dal ministro non pubblica l'elenco dei finanziatori. E il dg Rai è sponsor di Renzi, scrive Paolo Bracalini Sabato, 09/01/2016, su “Il Giornale”. Un investimento da appena 250 euro che ne rende ogni anno 650mila (di stipendio), un posto di assoluto comando nella tv pubblica e prima ancora il Cda di Poste italiane. In epoca di rendimenti bassi o negativi, l'investimento di Antonio Campo Dall'Orto è da manuale di finanza. Il nuovo direttore generale della Rai ha donato 250 euro alla Fondazione Open, la cassaforte renziana, entrando così nel cerchio ristretto degli amici dell'ex sindaco di Firenze, che poi da premier ha ricambiato quelli che aveva creduto in lui nominandoli nelle partecipate pubbliche. Dall'Orto è uno dei molti finanziatori «in chiaro» della fondazione guidata da Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Marco Carrai. I donatori, cioè, che hanno dato il consenso alla pubblicazione dei propri nomi nell'elenco dei finanziatori del think tank legato a Renzi.Ma c'è una zona grigia. Sui 2.803.953,49 euro raccolti dalla Open, infatti, quasi un terzo (913mila euro) arriva da ignoti sostenitori del renzismo che preferiscono restare anonimi. E nemmeno tirando in ballo le prefetture, che per legge vigilano (poco) su enti di diritto privato come le fondazioni, si riesce a sapere di più. Il test lo ha fatto l'Espresso, contattando via mail sette prefetti di altrettanti città italiane (da Roma a Napoli) dove hanno sede le associazioni politiche espressione di qualche leader o presunto tale. Ma anche l'intervento dello Stato, nella figura del prefetto, non sembra illuminare granché di quella zona d'ombra che nasconde le modalità di finanziamento delle fondazioni. Il paradosso è che persino quella che fa capo ad Angelino Alfano, ministro dell'Interno e dunque riferimento istituzionale dei prefetti, «esprime dissenso» alla richiesta di fornire bilanci e informazioni sulla Fondazione De Gasperi, presieduta appunto dal leader di Ncd e capo del Viminale. L'unico patrimonio tracciabile risale all'eredità della vecchia Dc, 400 milioni di lire, passati alla fondazione intitolata al grande statista democristiano. Il resto dei finanziatori si può solo immaginare guardando i membri del consiglio di amministrazione (Bazoli di Intesa San Paolo, il miliardario libanese Makhzoumi Fouad...), visto che la fondazione del ministro non si rende trasparente ai prefetti. E donatori ne servono, visto che anche il 5 per mille per l'associazione di Alfano è andato molto male: l'ultima volta solo 59 contribuenti hanno espresso la preferenza nella dichiarazioni dei redditi, per complessivi 6.700 euro. Spiccioli. Di fondazioni politiche ce n'è un centinaio, ma le più importanti (e ricche) sono una ventina. Ricevono fondi ministeriali, accedono al 5 per mille, hanno sgravi fiscali, a differenza dei partiti possono ricevere donazioni da aziende pubbliche - munifici colossi come Eni, Finmeccanica, Poste - e non devono rendere pubblici i bilanci. Tanti vantaggi che ne spiegano la proliferazione. Una di quelle storiche è ItalianiEuropei di Massimo D'Alema. Quando nasce, nel 1999, viene innaffiata di soldi da cooperative rosse, grosse multinazionali, colossi della farmaceutica. La fondazione dell'ex premier Ds ha autorizzato la prefettura a rendere pubblici i suoi bilanci. Dai quali, però, non si ricavano le informazioni complete sui finanziatori. In totale dai rendiconti fino al 2013 risultano quasi 2 milioni di euro di donazioni, registrate genericamente come «contributi all'attività» da «nuovi soci». Ma quali siano i loro nomi non è dato saperlo.

Figuraccia italiana nella visita a Riad: rissa per il Rolex regalato a Renzi & C. I 50 membri della delegazione si sono azzuffati per i regali offerti dalla famiglia reale. Il premier li fa sequestrare ma a Palazzo Chigi non sono ancora arrivati, scrive TGCOM il 9 gennaio 2016. Monta la polemica per il viaggio diplomatico e commerciale compiuto da Matteo Renzi e una delegazione politico-economica in Arabia Saudita l'8 novembre 2015. E non c'entrano gli appalti miliardari o la crisi internazionale con l'Iran a causa delle esecuzioni capitali compiute da Riad. Il problema sono i Rolex, i regali che i ricchi sauditi avevano preparato per alcuni membri della delegazione italiana ma che alla fine tutti avrebbero preteso. Stando alle indiscrezioni di stampa questi Rolex non è chiaro che fine abbiano fatto. E' il Fatto Quotidiano a ricostruire la vicenda: i 50 ospiti arrivati da Roma (tra cui vertici di aziende statali e non come Finmeccanica, Impregilo e Salini) sono a cena con la famiglia reale. Arrivano gli omaggi preparati dagli sceicchi, pacchettini con nomi e cognomi, in italiano e arabo. C'è il pacchettino di serie A, con il Rolex svizzero, e quello, diciamo, di serie B con un cronografo prodotto a Dubai che vale "solo" 4mila euro. Il fattaccio avviene quando un furbetto della delegazione italiana scambia il suo cronografo arabo col pacchetto luccicante svizzero. Il "proprietario" del Rolex se ne accorge e scoppia una quasi rissa. Tutti vogliono il Rolex, i reali sauditi sarebbero anche pronti a cambiare tutti i regali pur di non vedersi di fronte questa scena da mercato del pesce. Ma interviene la security di Renzi che sequestra tutti i pacchetti. Ora, denuncia il Fatto Quotidiano, di questi orologi si è persa traccia. Va ricordato che il governo di Mario Monti varò una norma che impedisce ai dipendenti pubblici di accettare omaggi del valore superiore a 150 euro. I Rolex e gli altri cadeau avrebbero dovuto essere depositati nella stanza dei regali al terzo piano di Palazzo Chigi. Ma qui non si trovano. Interpellata sul caso, Ilva Saponara, padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non risponde, dice di avere la febbre e di non ricordare nemmeno il contenuto dei doni offerti dai sauditi. Anche l’ambasciatore Armando Varricchio, consigliere per l'estero di Renzi, non parla ma annuisce di fronte alla ricostruzione del caso. Non dice che fine hanno fatto i Rolex ma rassicura: "I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali". Se ne deduce che qualcuno ancora non ha restituito il Rolex in questione. E chissà se mai lo farà.

Governo in visita in Arabia Saudita. La missione finisce in rissa per i Rolex in regalo. Durante la trasferta a Ryad dello scorso novembre, i delegati italiani si sono accapigliati per dei cronografi da migliaia di euro, un omaggio dei sovrani sauditi. Per questo la delegazione del premier li ha sequestrati. Nota di Palazzo Chigi: "Sono nella nostra disponibilità", scrive Carlo Tecce l'8 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Parapiglia tra dirigenti del governo in viaggio con Matteo Renziper i Rolex elargiti dagli amici di Ryad. Questo racconto, descritto da testimoni oculari, proviene dall’Arabia Saudita. È una grossa figuraccia internazionale per l’Italia. È ormai la notte tra domenica 8 e lunedì 9 novembre. Il palazzo reale di Ryad è una fonte di luce che illumina la Capitale saudita ficcata nel deserto. La delegazione italiana, che accompagna Matteo Renzi in visita ai signori del petrolio, è sfiancata dal fuso orario e dal tasso d’umidità. La comitiva di governo è nei corridoi immensi con piante e tende vistose, atmosfera ovattata, marmi e dipinti. Gli italiani vanno a dormire. Così il cerimoniale di Palazzo Chigi, depositario degli elenchi e dei protocolli di una trasferta di Stato, prima del riposo tenta di alleviare le fatiche con l’inusuale distribuzione dei regali. Quelli che gli oltre 50 ospiti di Roma – ci sono anche i vertici di alcune aziende statali (Finmeccanica) e private (Salini Impregilo) – hanno adocchiato sui banchetti del salone per la cena con la famiglia al trono: deliziose confezioni col fiocco, cognome scritto in italiano e pure in arabo. Gli illustri dipendenti profanano la direttiva di Mario Monti: gli impiegati pubblici di qualsiasi grado devono rifiutare gli omaggi che superano il valore di 150 euro oppure consegnarli subito agli uffici di competenza. Qui non si tratta di centinaia, ma di migliaia di euro. Perché i sovrani sauditi preparano per gli italiani dei pacchetti con orologi preziosi: avveniristici cronografi prodotti aDubai, con il prezzo che oscilla dai 3.000 ai 4.000 euro e Rolex robusti, per polsi atletici, che sforano decine di migliaia di euro, almeno un paio. A Renzi sarà recapitato anche un cassettone imballato, trascinato con il carrello dagli inservienti. Il cerimoniale sta per conferire i regali. Il momento è di gioia. Ma un furbastro lo rovina. Desidera il Rolex. Scambia la sua scatoletta con il pacchiano cronografo con quella dell’ambito orologio svizzero e provoca un diverbio che rimbomba nella residenza di re Salman. Tutti reclamano il Rolex. Per sedare la rissa interviene la scorta di Renzi: sequestra gli orologi e li custodisce fino al ritorno a Roma. La compagine diplomatica, guidata dall’ambasciatore Armando Varricchio, inorridisce di fronte a una scena da mercato di provincia per il chiasso che interrompe il sonno dei sauditi. Anche perché i generosi arabi sono disposti a reperire presto altri Rolex pur di calmare gli italiani. Non sarà un pezzo d’oro a sfaldare i rapporti tra Ryad e Roma: ballano miliardi di euro di appalti, mica affinità morali. Nonostante le decapitazioni di Capodanno, tra cui quella dell’imam sciita che scatena la furia dell’Iran, per gli italiani Ryad resta una meta esotica per laute commesse. E che sarà mai una vagonata di Rolex? Il guaio è che degli orologi, almeno durante le vacanze natalizie, non c’era più traccia a Palazzo Chigi. Non c’erano nella stanza dei regali al terzo piano. Chi avrà infranto la regola Monti e chi l’avrà rispettata? E Renzi ce l’ha o non ce l’ha, il Rolex? La dottoressa Ilva Sapora, la padrona del cerimoniale di Palazzo Chigi, non rammenta il contenuto dei doni. Ha la febbre e poca forza per rovistare nella memoria. Varricchio ascolta le domande e la ricostruzione dei fatti di Ryad: annuisce, non replica. Varricchio è il consigliere per l’estero di Renzi, nonché il prossimo ambasciatore italiano a Washington. Allora merita un secondo contatto al telefono. Non svela il destino del Rolex che ha ricevuto, ma si dimostra comprensivo: “I cittadini devono sapere. Queste vicende meritano la massima attenzione. Le arriverà una nota di Palazzo Chigi. Che la voce sia univoca”. Ecco la voce del governo, che non smentisce niente, che non assolve la Sapora, ma precisa i ruoli: “I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali”. Il racconto non finisce. Cos’è accaduto dopo la notte di Ryad? Chi non voleva restituire o non ha ancora restituito i Rolex? Da il Fatto Quotidiano di venerdì 8 gennaio 2016.

Renzi, Caporale vs Fiano (Pd): “Ci fu rissa tra dirigenti per Rolex regalati dai sauditi”. “Scena ignominiosa, ma per me non c’è notizia”, continua "Il Fatto Quotidiano tv". Polemica vivace tra Antonello Caporale, inviato de Il Fatto Quotidiano, e il deputato Pd Emanuele Fiano, durante Omnibus, su La7. Lo scontro è innescato dall’articolo di Carlo Tecce, pubblicato sul numero odierno del Fatto, circa il parapiglia esploso nello scorso novembre tra i dirigenti del governo in viaggio con Matteo Renzi in Arabia Saudita: la rissa tra i dirigenti governativi della folta delegazione italiana è stata scatenata dalla generosa elargizione di circa 50 Rolex di varia fattura ad opera del re saudita. Come spiega Caporale nella trasmissione, nella hall dell’hotel di Ryad alcuni dirigenti italiani si sono ribellati perché avevano ricevuto l’orologio meno lussuoso, peraltro in barba alla legge Monti che impone di rifiutare doni oltre i 150 euro. Successivamente la scorta di Renzi ha dovuto sequestrare gli orologi, tutti prodotti a Dubai e dal valore oscillante tra3mila e 4mila euro. Caporale commenta: “Temo che la mediocrità del gruppo dirigente e di coloro che dovrebbero guidare l’Occidente a risolvere questa crisi internazionale sia tale che anche i dettagli illustrino il pessimismo generale. E questo episodio è un dettaglio significativo”. Il giornalista definisce il caso dei Rolex d’oro donati dagli ‘amici di Ryad’ un dettaglio di costume non certo folkloristico: “E’ indicatore della nostra ambiguità che ovviamente non è solo italiana, e simboleggia la debolezza dell’Occidente. Che non riesce non solo a porre un’idea generale cu come far fronte a una guerra così asimmetrica, pericolosa, atipica, difficile da condurre, ma nemmeno a misurare le forze per far fronte a cose più banali”. Insorge Fiano, che ribadisce di aver letto l’articolo de Il Fatto Quotidiano ‘parola per parola': “Qui c’è un grande titolo, ma di notizie certe non c’è nulla”. “E’ notizia certa che i Rolex siano stati dati”, replica Caporale. “L’unica fonte che viene citata” – obietta il parlamentare Pd – “è un consigliere diplomatico di Palazzo Chigi”. “C’è la nota di Palazzo Chigi alla fine dell’articolo” – ribatte la firma de Il Fatto – “lo legga tutto”. Ma il deputato Pd, pur definendo “ignominiosa” la rissa descritta nell’articolo di Tecce, ripete che non c’è notizia, né la nota di Palazzo. In realtà, la versione del governo c’è e non smentisce nulla, ma precisa i ruoli: “I doni di rappresentanza ricevuti dalla delegazione istituzionale italiana, in occasione della recente visita italiana in Arabia Saudita, sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio, secondo quello che prevedono le norme. Come sempre avviene in questi casi, dello scambio dei doni se ne occupa il personale della presidenza del Consiglio e non le cariche istituzionali”.

CHI FA LE LEGGI? 

Chi fa le leggi? Tante proposte ma poche tagliano il traguardo. E otto su dieci sono del governo. Dati Openpolis: nelle ultime due legislature la percentuale di successo delle iniziative di Palazzo Chigi è stata 36 volte più alta di quelle parlamentari. L'apice con Letta. I tempi: neanche due settimane per il trattato su risanamento banche e bail in, quasi 800 giorni per Italicum, divorzio breve e anti-corruzione, scrive Michela Scacchioli il 5 gennaio 2016 su “La Repubblica”. Neanche due settimane per ratificare il trattato sul fondo di risoluzione unica, quello - tanto discusso in questi giorni di proteste dei risparmiatori - su risanamento bancario e salvataggio interno (bail in). Ben 871 giorni, invece, per licenziare il ddl sull'agricoltura sociale che ha impiegato quasi due anni e mezzo per diventare legge. Nel mezzo ci sono da un lato lo svuota-carceri, i decreti lavoro, fallimenti, missione militare Eunavfor Med, competitività e riforma della pubblica amministrazione che hanno tagliato il traguardo con - al massimo - 44 giorni di tempo. Dall'altro si piazzano Italicum, divorzio breve, ecoreati, anti-corruzione e affido familiare che oscillano tra i 664 e i 796 giorni necessari al via libera finale. Leggi lepre. E leggi lumaca. Per rimanere in tema: durante la consueta conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha detto a proposito delle unioni civili che sì, il tema divide, ma che "nel 2016 queste vanno" necessariamente "portate a casa" perché "a differenza di quello che avrei voluto, non siamo riusciti ad approvare nel 2015" il ddl Cirinnà presentato in commissione a Palazzo Madama già a marzo del 2013 e successivamente modificato. "Purtroppo - ha poi aggiunto Renzi - non siamo riusciti a tenere il tempo. Da segretario del Pd farò di tutto perché il dibattito che si apre al Senato" a fine gennaio "sia il più serio e franco possibile. Un provvedimento di questo genere non è un provvedimento su cui il governo immagina di inserire l'elemento della fiducia, bisognerà lasciare a tutti la possibilità di esprimersi". In fatto di leggi, tuttavia, i numeri appaiono chiari. Sono 565 le norme approvate nelle ultime due legislature su un totale di oltre 14mila proposte. In percentuale, però, tra quelle che sono riuscite a completare l'iter, otto su dieci sono state presentate dal governo e non dal parlamento italiano nonostante - costituzionalmente - siano Camera e Senato a essere titolari del potere legislativo. Vero è che nel corso degli anni, i governi, detentori di quello esecutivo, hanno ampliato il proprio raggio d'azione. Tanto che la percentuale di successo delle proposte avanzate da Palazzo Chigi è 36 volte più alta di quelle parlamentari. Le cifre sono quelle analizzate (al 4 dicembre 2015) da Openpolis per Repubblica.it. Secondo l'osservatorio civico, infatti, "ormai è diventata una prassi che la stragrande maggioranza delle leggi approvate dal nostro parlamento sia di iniziativa del governo". Nell'attuale legislatura, come nella scorsa, circa l'80% delle norme approvate è stato proposto dai vari esecutivi che si sono succeduti. Ma cosa trattavano le oltre 500 leggi votate nelle ultime due legislature? E poi: nei pochi casi in cui l'iniziativa del parlamento è andata a buon fine, quali gruppi si sono resi protagonisti? Con che provvedimenti? Quanto ci vuole in media a dire sì a una legge?

Chi arriva in fondo. Un’analisi sulla produzione legislativa del nostro parlamento non può che partire dai numeri. Dei circa 183 disegni di legge che vengono presentati ogni mese, solo sei raggiungono la fine del percorso. Di questi sei, nell'80% dei casi si tratta di proposte avanzate dal governo. E mentre le iniziative di deputati e senatori diventano legge nello 0,87% delle volte, la percentuale sale al 32,02% quando si tratta del governo. Delle oltre 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, ben 440 sono state presentate dai vari esecutivi che si sono succeduti. Fra i governi presi in considerazione, l’apice è stato raggiunto con il governo di Enrico Letta: in quel periodo il parlamento ha presentato soltanto l’11% delle leggi poi approvate.

I tempi. In media, dal momento della presentazione a quello dell’approvazione finale trascorrono 151 giorni se si tratta di una proposta del governo. Ne passano 375 se si tratta di un’iniziativa parlamentare. Non stupisce quindi che la top 10 delle 'leggi lumaca' sia composta per il 90% da ddl presentati da deputati e senatori, e che nella top 10 delle 'leggi lepre' vi siano soltanto quelle proposte del governo. Se in media l’esecutivo impiega 133 giorni a trasformare una proposta in legge (poco più di 4 mesi), i membri del parlamento ne impiegano 408 (oltre 1 anno). Nell’attuale legislatura si evidenziano trend opposti: mentre le proposte del governo sono più lente rispetto allo scorso quinquennato, quelle del parlamento risultano più veloci.

Tante ratifiche di trattati. Un altro elemento analizzato è il contenuto di questi testi. Delle 565 leggi approvate nelle ultime due legislature, il 36,28% erano ratifiche di trattati internazionali, il 26,55% conversione di decreti leggi. Questo vuol dire che 6 volte su 10 una legge approvata da Camera e Senato non nasce in seno al parlamento ma viene sottoposta all’aula per eventuali modifiche o bocciature.

Cambi di gruppo e instabilità. Se da un lato la XVII legislatura ha confermato lo squilibrio fra governo e parlamento nella produzione legislativa, dall'altro ha introdotto una forte instabilità nei rapporti fra maggioranza e opposizione. Il continuo valzer parlamentare dei cambi di gruppo, con la nascita di tanti nuovi schieramenti (molti dei quali di 'trincea' fra maggioranza e opposizione) ha fatto sì che l'opposizione reale, dati alla mano, fosse composta solamente da tre gruppi: Fratelli d'Italia, Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Soltanto questi tre infatti, alla fine hanno votato nella maggior parte dei casi in contrasto con il Partito democratico.

Pd in testa. Dalle politiche del 2013, sono 30 le proposte di deputati e senatori che hanno completato l’iter parlamentare (su più di 5mila ddl di iniziativa parlamentare). Protagonista assoluto è il Partito democratico, che ha presentato il 73,33% dei testi in questione. A seguire Forza Italia (10%), e poi 5 gruppi a pari merito: Movimento 5 Stelle, Scelta Civica, Per le Autonomie-Psie-Maie, Misto e Lega Nord.

I decreti. A seguire nell'analisi, con un’altra fetta importante della torta, le conversioni in legge dei decreti emanati dai vari governi che si sono susseguiti. La conversione in legge dei decreti è una delle attività principali del nostro parlamento. Succede molto raramente che un testo deliberato dal Consiglio dei ministri non venga poi approvato da Camera e Senato. Negli ultimi 4 governi, il più 'efficiente' è stato è stato quello a guida Letta, con soltanto il 12% dei decreti decaduti. I decreti deliberati dal Consiglio dei ministri devono essere convertiti entro 60 giorni. Non sorprende quindi che il 90% delle leggi che rientra nella top 10 delle più veloci sia conversione di decreti. Fra le 10 più lente invece, tutte tranne una sono state proposte da membri del parlamento. La legge di iniziativa governativa più lenta è stata l’Italicum, che ha impiegato 779 giorni dal momento della presentazione per completare il suo iter.

Le Regioni. Nelle ultime due legislature le Regioni italiane hanno presentato 119 disegni di legge. Di questi, solamente 5 hanno completato l’iter, e tutti nello scorso quinquennato. Tre dei cinque erano modifiche agli statuti regionali (di Sicilia, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna), uno è stato approvato come testo unificato (in materia di sicurezza stradale), mentre l’ultimo è stato assorbito nella riforma del federalismo fiscale sotto il governo Berlusconi.

Come si vota. Un altro elemento fondamentale nell'approvazione delle leggi è il voto. Soffermandosi in particolare sull'attuale legislatura, l'analisi si è concentrata su chi ha contribuito, e in che modo, all'approvazione finale di questi provvedimenti. Dalla percentuale di posizioni favorevoli sui voti finali dei singoli gruppi presenti in aula, alla consistenza della maggioranza nel corso della legislatura, passando per il rapporto fra voti finali e questioni di fiducia. Se si prende il Pd come punto di riferimento in qualità di principale forza politica all'interno della coalizione di governo, si è ricostruita la distanza (o vicinanza) dall’esecutivo degli altri gruppi parlamentari. Il primo dato che emerge è che su 435 votazioni finali, in 104 occasioni (23,01%), tutti i gruppi alla Camera e al Senato hanno votato con il Pd.

Le opposizioni. Il comportamento delle opposizioni nei voti finali regala molti spunti interessanti. Perché se su carta alcuni schieramenti nel corso dei mesi si sono dichiarati in contrasto con gli esecutivi di Letta prima e Renzi poi, i dati raccontano altro. Nei voti finali alla Camera, ad esempio, Sel, gruppo di opposizione, ha votato il 52% delle volte in linea col Pd. Al Senato, ramo in cui i numeri a favore dell’esecutivo sono più risicati, solamente due gruppi (Lega Nord e Movimento 5 Stelle) hanno votato nelle maggior parte dei voti finali (più del 50%) diversamente dal Pd.

Voto di fiducia: chi l'ha usato di più. Per completare il quadro sulle votazioni, non si poteva non affrontare il tema delle questioni di fiducia sui progetti di legge. Due gli aspetti analizzati: da un lato il rapporto tra blindatura e leggi approvate, dall’altro le occasioni durante le quali lo strumento è stato utilizzato più di due volte sullo stesso provvedimento. Non solo la maggior parte delle leggi viene proposta dal governo, ma emerge pure che l'approvazione richiede un utilizzo elevato delle questioni di fiducia. In media, nelle ultime due legislatura, il 27% delle leggi approvate ha necessitato di un voto di fiducia, con picchi massimi raggiunti dal governo Monti: il 45,13 per cento. Ma quali sono stati i provvedimenti che hanno richiesto più voti di fiducia? Al primo posto c'è la riforma del lavoro, governo Monti, che ha richiesto 8 voti di fiducia. Cinque voti di fiducia per il ddl anti-corruzione (sempre governo Monti) e ancora cinque per la Stabilità 2013. Quattro voti di fiducia per il decreto sviluppo e la riforma fiscale (governo Monti), tre per la legge sviluppo 2008 (governo Berlusconi). Tre voti di fiducia per la Stabilità 2014 (governo Letta), tre anche per Stabilità 2015, Italicum, Jobs Act e riforma Pa (governo Renzi).

Voti finali alla Camera. Uno dei modi per capire il reale posizionamento in aula dei gruppi parlamentari è vedere se il loro comportamento durante i voti finali è in linea o meno con quello del governo. Questo esercizio permette anche di osservare come è variato il sostegno all’esecutivo con la staffetta Letta-Renzi. Se da un lato Forza Italia durante il governo Letta votava l’86% delle volte con il Pd (al tempo in maggioranza), con il governo Renzi - e il riposizionamento dei berlusconiani - la percentuale è scesa al 64,57 per cento.

Voti finali al Senato. I numeri del governo a Palazzo Madama sono molto più risicati rispetto a quelli di Montecitorio. Non sorprende quindi che la maggior parte dei gruppi, per un motivo o per l’altro, spesso e volentieri abbia votato con il Pd nei voti finali dei provvedimenti discussi in aula. Da sottolineare come i fuoriusciti da Forza Italia, sia Conservatori e Riformisti (di Raffaele Fitto) che Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (di Denis Verdini), da quando sono nati hanno votato rispettivamente il 78,69% e il 78,13% delle volte in linea con il governo nei voti finali.

Voti finali panpartisan. Nel dibattito parlamentare può succedere che su determinati argomenti si arrivi ad una votazione panpartisan. Sono i casi i cui tutti i gruppi che siedono in aula votano a favore, con nessuno ad astenersi o votare contro. Su 435 voti finali che si sono tenuti da inizio legislatura, è successo ben 104 volte (23,91%). Più ricorrente al Senato (28,10%) che alla Camera (20%). Trattasi principalmente, nel 74% dei casi, di ratifica di trattati internazionali.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto.

21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

Da che parte sta la ragione?

E Mussolini rimproverò l'ingegner Romeo, scrive Dario Vico su “Il Corriere della Sera”. Nasce l'Archivio della Fondazione Iri, per una storia inedita d'Italia. Il capo del fascismo non voleva che per l'Alfa si usassero strumentazioni costruite all'estero. Una lettera datata 9 giugno 1926 in cui il capo del governo, Benito Mussolini, si rivolge in modo perentorio all' ingegner Nicola Romeo per chiedergli come mai nella sua Alfa tutta la strumentazione di bordo sia straniera. «Pregiatissimo ing. Romeo, ieri tornando da Firenze ho guardato con attenzione gli strumenti della mia Alfa (che va, del resto, molto bene) e ho fatto le seguenti constatazioni: I magneti sono tedeschi (Bosch), l'orologio è svizzero, la tromba (che non funziona) è francese. È così che si aiutano i prodotti nazionali? Non si fanno, dunque, in Italia magneti, orologi e trombe?». Un' altra nota scritta dallo stesso Mussolini il 29 settembre 1934 al ministro delle Finanze Jung in cui, in maniera altrettanto drastica, gli comunica di essere contrario alla vendita agli Agnelli da parte dell'Iri di azioni Edison o Ilva. «È mia convinzione - scrive il Duce - che invece di gonfiare, parrebbe meglio deflazionare il complesso Agnelli, che va dalle auto ai cantieri, dal giornalismo agli alberghi di montagna». La lettera a Romeo e la nota per il ministro Jung sono solo due degli 800 mila dossier che l'Iri ha deciso di mettere a disposizione degli studiosi organizzando un vero Archivio storico. Gli accademici potranno così approfondire i complessi rapporti che si stabilirono tra il regime fascista e l'establishment industriale, quello che il professor Valerio Castronovo definisce «un matrimonio di convenienza» tra un Mussolini non privo di «animosità anticapitalistica, derivantegli anche dalla sua matrice di socialista rivoluzionario» e un milieu finanziario «che cerca di evitare le ingerenze del governo» e finisce per ricoprire un ruolo di fronda. Mussolini non cercò di tagliare le unghie solo alla Fiat che mirava ad acquisire le compagnie telefoniche, «ma anche alla Edison che coltivava lo stesso obiettivo, alle Generali che avevano messo gli occhi sui cantieri navali di Trieste e alla Snia Viscosa che voleva annettersi la Châtillon». La consultazione dell'Archivio Iri sarà cruciale per ricostruire le relazioni tra regime e borghesia capitalistica, ma non solo. Dalle carte dell'istituto di via Veneto gli storici potranno trovare nuova materia prima per analizzare in maniera più compiuta le vicende della ricostruzione postbellica, il piano Marshall, l'ingresso dell'Italia nel Fondo monetario internazionale fino alle politiche del miracolo economico e all' istituzione delle Partecipazioni Statali. Insomma da Mussolini ad Amintore Fanfani ed oltre.

Commemorazione di De Gasperi. 19 agosto 1954 anniversario della morte di Alcide De Gasperi scritta da Francesco Martini. La maggior parte dei lettori di questo giornale sono nati dopo la fine della guerra e non hanno conosciuto De Gasperi. Questi è stato un grande statista di dopo la fine della guerra, una guerra maledetta, una guerra fascista che naturalmente avevamo perso ed eravamo una nazione semidistrutta che aveva bisogno di tutto. Una nazione piena di miseria e disoccupazione, stretta tra due movimenti politici incomunicabili: da un lato il Partito Comunista Italiano che scimmiottava l’Unione Sovietica e voleva instaurare anche da noi il sistema russo; dall’altra gli americani che, vincitori e ricchi, avevano in mano il governo della nazione e manifestavano ad ogni momento la loro avversione per il regime rosso: con una semplice firma avrebbero potuto fare dell’Italia una colonia statunitense e nominare un commissario per amministrarla. In mezzo De Gasperi e la sua immensa capacità di mediare; ma le risorse erano poche. Lui riuscì ad ottenere aiuti alimentari (piano Marshall e piano ERP) e nel gennaio del 1947, recatosi in America, riuscì a strappare un finanziamento di 100 milioni di dollari. Era un democristiano e perciò oggetto di ogni infamia da parte dei comunisti; anche i socialisti parteciparono, ma meno. Qualcuno è ancora portatore di questo odio: chi scrive ne ha avuto una esperienza recentissima: un paio di anni fa proposi al direttore di una rivista alla quale collaboravo di effettuare il 19 agosto una piccola commemorazione di questo statista; ebbene quel direttore, comunista dichiarato, manifestò tutta la sua contrarietà intimandomi di non farlo. E’ da allora ed è per ciò che ho smesso di collaborare a quella rivista ed ho creato questo giornale: così posso scrivere quello che voglio sui vari De Gasperi e su persone come quel direttore. In gioventù anch’io ho combattuto De Gasperi, ma sbagliavo. Questo è stato un uomo equilibrato, capace ed equanime: essendo segretario del partito italiano dei cattolici ed avendo trascorso tutto il periodo della guerra a fare l’archivista in Vaticano, quando nel 1952 venne invitato dal Papa Pio XII ad appoggiare una coalizione tra Democrazia Cristiana, Movimento Sociale Italiano (il partito neofascista) e Partito Nazionale Monarchico (che sosteneva il Savoia) per l’elezione amministrativa del Comune di Roma (“ la sede della cristianità non può essere amministrata dai comunisti….”) ebbene De Gasperi, che aveva sofferto nelle carceri fasciste, disse di no. Disse “proprio a me, un povero cattolico della Valsugana, è toccato dire no al Papa….” Una lunga vita, iniziata 134 anni fa in un paesino della Valsugana allora sotto il dominio austriaco, da un padre che faceva il Maresciallo della gendarmeria imperiale, nel 1881. Amò la sua terra, il Trentino, e giovanissimo venne eletto deputato dei trentini al Parlamento di Vienna. Non partecipò alla prima guerra mondiale perché era già avanti con l’età; combattè Mussolini ed il fascismo e patì le loro galere. Fu di una onestà assoluta e manifestò sempre una gigantesca capacità politica. L’unico motivo di dispiacere: che di uomini così non ce ne siano molti.

"La politica non è forse quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi. La politica è ben altro, ma per comprenderlo è inutile prodursi in interminabili analisi sociologiche o in lamentazioni, quando è possibile guardare a esempi come quello degasperiano". Lo scrive il segretario generale della Cei, Monsignor Nunzio Galantino nella sua Lectio degasperiana. Galantino ha consegnato il testo non partecipando all'incontro previsto a Pieve Tesino (Trento). "I veri politici - continua il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, prendendo ad esempio la politica di De Gasperi - segnano la storia ed è con la storia che vanno giudicati, perchè solo da quella prospettiva che non è mai comoda, si possono percepire grandezze e miserie dell'umanità". Il segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, resta al centro delle polemiche. Per cercare di evitarle decide di non andare a Pieve Tesino, Trento, il 18 agosto 2015 dove doveva tenere una Lectio sull'eredità degasperiana. E rinuncia a intervenire alla commemorazione di De Gasperi. Monsignor Galantino scrive che la politica di De Gasperi "non è quella che siamo stati abituati a vedere oggi, vale a dire un puzzle di ambizioni personali all'interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi", "il popolo da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia".

«A guidare la politica, nel senso del governo della cosa pubblica, non sono i grandi progetti per costruire un futuro migliore ma le decisioni del giorno per giorno, spesso condizionate da interessi più particolari che generali». C’era grande attesa per l’intervento al Meeting di Rimini del 21 agosto 2015 del segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, e le parole del monsignore non hanno tradito le attese. "Le scelte pubbliche e individuali" nel nostro tempo "sono guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell'utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza". "Solo apparentemente questo modo di agire è privo di presupposti teoretici e di reali obiettivi. In realtà, presupposti e obiettivi esistono, ma non sono esplicitati; rimangono sotto traccia, quasi non dovessero essere sottoposti a un vaglio attento". Ricorda infatti l'esponente della Conferenza Episcopale italiana: "A ogni azione o orientamento corrisponde sempre un certo valore che si intende perseguire; sempre vi è alla base dell’agire una certa idea di persona, un ideale di essere umano e di società da raggiungere e verso il quale ci si incammina". E ancora, analizzando i cambiamenti antropologici che hanno riguardato il singolo individuo e la famiglia negli ultimi decenni, aggiunge: "Il relativismo vuole promuovere a tal punto la libertà individuale, da non tollerare chi la intenda in altro modo, limitando la libertà altrui al fine di difenderla: autentica contraddizione non razionale".

SPENDING REVIEW? NO, SPENDING CUCU’.

Niente risparmi, Perotti si dimette: la spending review non è una priorità. Il freno al lavoro sugli sgravi fiscali. Le dimissioni dopo quelle di Giarda, Bondi e Cottarelli, scrive Federico Fubini su “Il Corriere della Sera” il 10 novembre 2015. Dopo Piero Giarda nel 2012, Enrico Bondi nel 2013, Carlo Cottarelli nel 2014, è la volta di Roberto Perotti. La spending review non riesce mai a ridurre granché le dimensioni del bilancio pubblico, ma si conferma infallibile nel portare alle dimissioni i tecnici ai quali il governo si rivolge per riuscirci. Perotti, uno degli economisti italiani più riconosciuti all’estero, sabato ha fatto sapere a Matteo Renzi che rinuncia al suo incarico e uscirà dalla squadra di consiglieri di Palazzo Chigi. A suo avviso, il varo della legge di Stabilità e i segnali dati anche in seguito dal governo indicano che la riduzione della spesa pubblica non è una priorità. «In questa fase non mi sentivo molto utile», ha detto ieri a «L’erba dei vicini» di Beppe Severgnini su Rai3. Perotti, 57 anni, dottorato al Massachusetts Institute of Technology, docente prima alla Columbia University di New York e poi alla Bocconi, non dev’essere arrivato alla sua decisione facilmente. L’anno scorso aveva accettato di diventare consigliere di Palazzo Chigi solo a condizione che l’incarico fosse a titolo gratuito. Per evitare malintesi sul proprio ruolo, Perotti aveva anche rinunciato a qualunque forma di rimborso: per oltre un anno si è pagato da sé le trasferte ogni settimana da Lecco, dove vive, e l’affitto di un appartamento a Roma. Il suo obiettivo era realizzare il compito che Renzi aveva assegnato a lui e al commissario per la spending review Yoram Gutgeld: trovare dieci miliardi di tagli per il 2016, poi continuare negli anni successivi. In legge di Stabilità però gli interventi previsti valgono ufficialmente appena 5,8 miliardi (o meno, secondo molti analisti privati), e per metà sembrano di efficacia discutibile perché basati sulla compressione temporanea di alcune spese ministeriali. Negli ultimi nove mesi, Perotti aveva lavorato su alcuni fronti in particolare: la sfoltitura degli sgravi fiscali a categorie particolari, che oggi valgono 181 miliardi in tutto, e i costi di funzionamento dei ministeri e degli uffici dei dirigenti pubblici a livello decentrato. Su quasi tutti questi aspetti la legge di Stabilità registra passi avanti minimi o inesistenti. Nel presentare la legge di Stabilità il 15 ottobre, Renzi ha spiegato che dalla lista della spending review per il 2016 aveva rinunciato a quattro miliardi di tagli alle deduzioni e alle detrazioni (la materia di Perotti) perché l’addio agli sgravi avrebbe comportato un aumento della pressione fiscale e avrebbe colpito anche associazioni della società civile. Dunque il governo, secondo il premier, si è fermato per non colpire la fiducia all’interno del Paese. Non era questa la versione della spending review emersa fino a quel momento dalle indiscrezioni. L’operazione sugli sgravi progettata a Perotti sembrava impostata in modo diverso: il pacchetto degli interventi proposti valeva 1,5 miliardi (non quattro) e riguardava solo i trattamenti di favore per alcune specifiche categorie di imprese, per poter poi ridur re la pressione fiscale in modo più omogeneo su tutte. Difficile capire se Perotti si sia sentito preso di mira dalle parole del premier. O se abbia avuto l’impressione che il governo cercasse di scaricare su di lui la responsabilità di una spending review ancora una volta incompiuta. Sembra però probabile che, dopo il varo della manovra, l’economista abbia cercato un chiarimento con il premier sul futuro del piano di tagli ora che l’esecutivo deve realizzare nella pratica la riforma della pubblica amministrazione. Certo i due devono essersi trovati su posizioni diverse. Non pensa invece alle dimissioni l’altro uomo della spending review: Yoram Gutgeld, deputato del Pd, continuerà a lavorare sulla spesa sanitaria e sugli acquisti dell’amministrazione. Ma anche lui resterà fuori dall’«unità di missione» in preparazione a Palazzo Chigi, composta da una decina di esperti e guidata dall’altro bocconiano Tommaso Nannicini (che sembra destinato a diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio). Si vedrà nei prossimi mesi come funziona il rapporto dell’ultimo «commissario alla spending review» con questo gruppo che, sempre di più, sembra destinato ad accentrare molte leve della politica economica. 

La spending review diventa spending cucù. Un’altra figuraccia del governo: si dimette Perotti, prof della Bocconi chiamato a tagliare la spesa pubblica Dopo Bondi, Giarda e Cottarelli, è il quarto commissario che si deve arrendere alla burocrazia e alla politica. Su "Libero Quotidiano" l'11 Novembre 2015: GIANLUIGI PARAGONE VITTIME DELLA CASTA SCONFITTI DAI BUROCRATI IL MITO DELLE FORBICI. (...) un momento in cui le forbici si possano aprire e chiudere con utile efficacia. I muri di gomma non si possono tagliare, figurarsi squarciare. Ed è strano come la presunzione di questi professori non voglia ammettere che le forbici dei commissari per la spending siano come le ali di cera per Icaro. Per restare in tema di miti, qualcuno cita Sisifo e la sua impresa a compiere uno sforzo sovraumano per poi ricominciare daccapo tutte le volte. In questo caso però non ci sono sforzi da compiere: è tutto scritto da anni, ispirato al buon senso. Basterebbe applicarlo. Ma non si può perché questo è il paese delle furbizie, delle leggine tana-libera-tutti e soprattutto dei privilegi che diventano diritti e diritti che diventano favori. Ogni commissario arriva armato di ali di cera pensando che il suo volo possa arrivare a destinazione, che possa superare le nebbie dei palazzi dove tutto si nasconde. Non ce la fece il supercommissario dei miracoli, quel Bondi aggiusta tutto tipo «Sono mister Wolf e risolvo problemi». E poi Giarda. E poi ancora l’uomo del fondo monetario Cottarelli. Ora Perotti, precipitato per essersi avvicinato troppo al fuoco dei mandarini e delle feluche. Franato senza che alcuno nel governo aprisse una qualche rete di protezione: i commissari della spending cucù passano, i burocrati di palazzo restano. Eccome se restano. Morale: niente tagli alle strutture ministeriali. Hai voglia a parlare di sprechi, di spese folli, di controllo della spesa quando poi chi beneficia di questo spendere e spandere alza le barricate. «Prima di tagliare a noi, andate a tagliare dove si spreca di più». E così nessuno scende dalla giostra. Dal più piccolo al più grande c’è sempre qualcuno che spreca di più. Timbrano i cartellini e vanno a fare canottaggio? Embé? Che vuoi fare, li vuoi licenziare? Quarant’anni fa usciva nelle sale Fantozzi: era già tutto chiaro. Da allora, per effetto del moto accelerato uniforme, la spesa improduttiva è aumentata. Le baby pensioni non si possono toccare. I vitalizi men che meno. E potremmo andare oltre nel pieno adagio italico. Già, perché non è solo nel pubblico che i privilegi diventano diritti acquisiti. Nel privato qualche picconata arriva a bersaglio ma ciò che esce dalla porta rientra poi dalla finestra. Chiedetelo ai consumatori: nelle bollette (dalla luce al telefono) la furbizia è sempre in agguato. E che dire delle banche? Non sprecano soldi anche loro? Non fregano anche loro soldi dei risparmiatori? La filosofia del «freghi tu così frego anch’io» è nella filigrana di una costituzione materialissima. Le banche vanno in rosso? Poi paga pantalone. I professori che vorrebbero eliminare lo spreco dalla cosa pubblica comincino dalle università, fonte di spreco di denaro pubblico. Perotti ci scrisse un libro. Lo dico solo per rimarcare la mia rassegnazione, mica per dare consigli. Non credo alle spending review che io chiamo spending cucù. E soprattutto non credo al mito di queste forbici buone solo a contabilizzare somme da mettere sulla carta. Basterebbe il buon senso. Ci sono enti che sopravvivono nonostante siano gusci vuoti, eppure continuiamo a erogare gettoni e stipendi. Non c’è bisogno di Pico della Mirandola per smettere di pagare. La somma di tante piccole storie di ordinaria burocrazia farebbe un totale. Allora è un problema di volontà, nel senso che non si vuole fare perché non si può fare. Per farla breve, la piantassero di propagandare tagli e forbici al solo scopo di abbellire bilanci previsionali e guadagnare qualche titolo di giornale. Se non vogliamo che altri Icaro si schiantino a terra, voliamo basso. Facciamo piccole cose. Torniamo al buon senso dei nonni. Forse qualche gruzzoletto lo risparmieremmo sul serio.

Ecco perché in Italia la spending review è una missione impossibile. In otto anni sono cambiati 4 esperti incaricati di ridurre la spesa pubblica. Ma alla fine la politica si è sempre messa di traverso perché i tagli sono impopolari o costringono ad aumentare le tasse. Piero Giarda, allora ministro per i Rapporti col Parlamento, individuò 100 miliardi di «spesa aggredibile nel breve periodo», scrive Paolo Baroni su “La Stampa” l'11/11/2015. Arriva sempre un momento in cui anche il più esperto degli esperti finisce su un binario morto e alla fine lascia. Oppure viene congedato. E’ così negli ultimi 8 anni abbiamo cambiato ben 4 commissari alla spending review. «In questa fase non mi sento molto utile», ha spiegato l’altra sera Roberto Perotti, prof della Bocconi, entrato appena nemmeno sei mesi fa nello staff di Palazzo Chigi ed ultimo in ordine di tempo a gettare la spugna. Il suo «coming out» in tv è servito a mettere la parola fine ad un tira e molla che durava ormai da settimane. Il termine inglese «spending review», ovvero «revisione della spesa» introdotto nel gergo politico italiano nel 2006 da Tommaso Padoa Schioppa, all’epoca ministro del Tesoro nel governo Prodi, significa analisi delle spese e del funzionamento dei vari apparati allo scopo di migliorare la performance della macchina pubblica con la possibilità, anche, si risparmiare qualcosa. Da noi, invece, è sempre stata interpretata in maniera più brutale: tagli. Il primo tentativo di mettere ordine ai conti risale al 2012 quando il governo Monti, che in fatto di tagli veri mica scherzava (basti pensare cosa è successo alle pensioni), affida ufficialmente il dossier a Piero Giarda. Grande esperto di spesa pubblica, l’allora ministro per i Rapporti col Parlamento, individua circa 100 miliardi di «spesa aggredibile nel breve periodo» e ipotizza da subito circa 5 miliardi di risparmi. Non si fa in tempo a mettere in pratica il piano che Monti lo sostituisce con Bondi. «Monti aveva bisogno di qualcosa di più concreto da presentare a Bruxelles», raccontano le cronache di quei giorni. E così arriva l’ex commissario Parmalat, il tagliatore forse più famoso d’Italia. Al suoi fianco altri due pezzi da novanta: Giuliano Amato, al quale viene affidato il compito di analizzare i costi della politica, e Francesco Giavazzi, che invece deve cercare di sfrondare i sussidi alle imprese, impresa che si rileva impossibile. Bondi passa ai raggi «X» ministero per ministero, regione per regione, comune per comune, analizza spese e sprechi, e scodella un piano da 4,2 miliardi di risparmi immediati destinati a salire a 10 l’anno seguente. A inizio 2013 però anche Bondi lascia: Monti, che si fidava ciecamente di lui, gli aveva infatti affidato anche il compito di selezionare i profili dei candidati del suo nascente partito e i due incarichi erano diventati oggettivamente incompatibili. Dopo un breve interregno affidato al Ragionerie generale Canzio, ad aprile si insedia il governo Letta che vuol prendere il toro per le corna e per questo richiama da Washington Carlo Cottarelli. Il supertecnico del Fondo monetario, incarico triennale a 250 mila euro l’anno (ovviamente subito oggetto di polemiche), si insedia a ottobre e a inizio 2014 scodella un piano monstre: subito 7 miliardi di risparmi, quindi 18,1 nel 2015 (poi ridotti a 16) e addirittura 33,9 (quindi scesi a 32) nel 2016. Cottarelli vuol chiudere 2 mila partecipate, accorpare i centri di spesa, tagliare sanità, pensioni, province, corpi di polizia, fondi per le imprese e auto blu. Dopo Letta arriva Renzi ed il lavoro di Cottarelli, appena abbozzato nei mesi precedenti, potrebbe finalmente decollare e invece si affloscia. Palazzo Chigi, che nel frattempo ha preso più potere rispetto al Tesoro, per prima cosa cassa i progetti sulle pensioni e stoppa il taglio di 85 mila dipendenti pubblici. E i risparmi? Si continua con la vecchia prassi dei tagli lineari (o semilineari) introdotti da Tremonti. Ma da 16 ci si deve fermare a quota 8,5 miliardi. Naturale che anche Cottarelli getti la spugna mentre dallo staff del premier lo accompagna l’accusa di «scarsa collaborazione». Da allora è passato un anno e siamo da capo. Adesso lascia anche Perotti, subentrato lo scorso marzo nell’ingrato compito in tandem con Yoram Gutgeld, uno degli strateghi della prima ora della Renzonomics. Perotti spinge per intervenire innanzitutto sulla montagna di spese fiscali (detrazioni, sconti e bonus vari) ma Renzi lo ferma perché non vuole aumentare in alcun modo le tasse. E così la spending review 2016 che puntava a al solito obiettivo ambizioso (16 miliardi) frana: prima scende a quota 10 e poi va addirittura sotto i 5. Per far quadrare i conti Renzi preferisce l’aumento del deficit. Profetico un tweet dell’economista Riccardo Puglisi del 19 agosto: «Ma Perotti - commissario alla spending review - mangerà il panettone?». Gutgeld resta, il Prof invece torna alla Bocconi e laconico spiega: «La spending review non è una priorità del governo». O forse, suggerisce qualcuno, questa non è la stagione adatta per vedere all’opera dei liberisti veri come lui e Cottarelli.

Fuga da Renzi: non taglia gli sprechi. Spending review a zero con l'addio di Perotti dopo Cottarelli. Il premier ha rinunciato a ridurre la spesa pubblica, scrive Antonio Signorini Mercoledì 11/11/2015 su “Il Giornale”. Roma Matteo Renzi un primato lo ha già ottenuto. Ha bruciato due dei quattro commissari alla spending review che sono passati per Palazzo Chigi. Il primo, Massimo Cottarelli, di fatto messo alla porta perché aveva un piano di riduzione alla spesa pubblica troppo dettagliato per i suoi gusti. Stava stretto persino a Enrico Letta che lo nominò, figuriamoci al premier in carica. Il secondo, Roberto Perotti, si è fatto da parte da solo. «Non mi sentivo molto utile in questo momento», ha spiegato. Decisione ufficializzata lunedì sera, ma nota almeno dalla fine di settembre. È durato un anno e tre mesi, a fianco di Yoram Gutgeld. Poco più di 400 giorni passati a studiare un aspetto specifico: la riduzione delle tax expenditure. Sono le agevolazioni fiscali che nascondono misure di spesa a favore delle categorie più diverse. Una giungla di 720 detrazioni che valgono 161,3 miliardi, frutto per lo più di micromisure che si sono stratificate negli anni. Il governo Renzi era sicuro di poterle sfoltire con interventi mirati. All'inizio dell'estate i primi ripensamenti. L'asticella dai due miliardi iniziali è calata a 1,5 e poi sotto il miliardo. Alla fine nella legge di Stabilità è scomparso ogni accenno alle tax expenditures. La spiegazione sa più di marketing che di economia. Le spese fiscali nella contabilità pubblica sono agevolazioni a tutti gli effetti e un loro taglio si traduce in un aumento della pressione fiscale. Renzi non voleva aggiungere nulla alla voce maggiori entrate della stabilità 2016. L'economista e professore alla Bocconi ne ha preso atto e, piuttosto che produrre altre carte destinate a restare nei cassetti di Palazzo Chigi, ha preferito tornare agli studi. Gutgeld, economista ed esponente del Pd, resta, ma dovrà mettere la firma su una spending review ridotta di cinque volte rispetto agli obiettivi originari. Dai 20 miliardi all'anno promessi all'insediamento di Renzi, ai 4 miliardi della Stabilità. Tagli lineari. Niente che assomigli alle spending review dei Paesi che l'hanno applicata, dal Canada al Regno unito passando per l'Olanda. Il disegno seguito da Renzi non è molto diverso da quello dei suoi predecessori. Si parte con le migliori intenzioni promettendo miliardi di tagli selettivi, non lineari e si finisce per raggranellare pochi euro proprio grazie ai tagli uguali per tutti, politicamente poco impegnativi. La situazione è più o meno la stessa dal 1986, da quando Pietro Giarda fu incaricato di guidare la prima commissione. Su circa 800 miliardi di spesa pubblica, quelli «aggredibili» sono poco meno di 300. Nessuno ha aggredito nulla, se non, appunto, con tagli lineari. Risparmi che danno sollievo ai conti nell'anno in corso, ma hanno il difetto di trasformarsi in ulteriori costi negli anni successivi. Il governo Monti, pressato dall'Unione europea, nel 2012 nominò Enrico Bondi con l'intenzione di passare a una fase operativa. Ma nemmeno il manager che ha risollevato Parmalat riuscì a convincere politici e amministratori a tagliare. Il decreto sulla spending review del governo Monti diventò una manovra che servì a rinviare di qualche mese un aumento dell'Iva (poi arrivato) e comprendeva persino nuove tasse. Addizionali locali Irpef e il famoso supplemento di aliquota Tasi-Imu dello 0,5 per mille che doveva essere temporaneo ma che il governo Renzi ha reso permanente. Cottarelli, come Bondi, ha prodotto analisi, ma anche un piano dettagliato e ambizioso. Per l'anno in corso prevedeva 18,1 miliardi di risparmi per il prossimo 33,9. Tutto archiviato. L'unico risparmio in arrivo sarebbe quello dei compensi di Cottarelli e Perotti, se non fosse che a Palazzo Chigi si sta per insediare la nuova «unit economica» guidata da Tommaso Nannicini e altri nuovi esperti. Si occuperanno di tutto, come i dipartimenti della Casa Bianca. Ma non di spendig review.

BEATO IL PAESE CHE NON HA BISOGNO DI EROI PER TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA. Perotti è solo l’ultimo “zar” alla spending review a mollare. Ma a Londra e Madrid i governi sforbiciano in prima persona, scrive Renzo Rosati l'11 Novembre 2015 su "Il Foglio". “Siamo un paese in cui si detraggono dalle tasse le finestre e le palestre”: era il giugno 2011 e Giulio Tremonti se la prendeva con una spesa pubblica “che è come andare al bar e dire: da bere per tutti! E poi chi paga?”. Nella giungla di 470 regimi fiscali di favore pari a 150 miliardi l’allora ministro dell’Economia aveva nominato consulente al disboscamento Vieri Ceriani, già dirigente dell’area tributaria della Banca d’Italia. Ceriani produsse un immenso foglio Excel con tutte le voci detraibili e relativo costo, colorate per importanza, e oltre a finestre e palestre c’erano abbonamenti al bus, ospedali, teatri, musei, enti culturali. Le palestre saltarono, le finestre sono ancora lì; soprattutto ci lasciò le penne Tremonti assieme al Cav. Ceriani invece è sempre consigliere del ministero dell’Economia, ma per il rientro dei capitali dalla Svizzera. Esempio unico di tenacia nella lista dei caduti alla spending review, il cui ultimo esempio è Roberto Perotti, professore alla Bocconi, nominato commissario al taglio della spesa pubblica da Matteo Renzi dopo l’addio del più celebre e movimentista dei predecessori, Carlo Cottarelli, funzionario del Fondo monetario internazionale. “Mi sono dimesso, non mi sentivo più molto utile”, ha detto Perotti, e il motivo resta quello dei tempi delle finestre e delle palestre: il mancato taglio di sgravi fiscali che nella versione dell’interessato valevano 1,5 miliardi, e in quella di Renzi quattro, cifra che secondo il premier avrebbe attirato sul governo l’accusa di cancellare la Tasi con una mano per togliere soldi con l’altra. Chiunque abbia ragione, è evidente che non si trattava di brandire l’ascia né sulle agevolazioni salite intanto a 180 miliardi, né su una spesa pubblica che resta pressoché immobile intorno al 51 per cento del pil, 800 miliardi e passa. Terza in percentuale in Europa dopo Francia e Grecia, ben davanti alla Germania, per non parlare della Gran Bretagna. Graduatoria rimasta immutata durante la crisi, mentre la spesa aumentava in termini assoluti, e con lei il debito pubblico italiano, mentre altrove (Francia esclusa) diminuiva, con l’esempio su tutti di Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Olanda. Per questo, in quello che il Foglio del 15 ottobre definiva il “cimitero” dei commissari italiani alla spesa, troviamo una sfilza di lapidi: Piero Giarda, Enrico Bondi, Mario Canzio, Cottarelli. Ora Perotti. Anche una fugace apparizione di Francesco Giavazzi, chiamato da Mario Monti nel 2012. Resta in campo Yoram Gutgeld, che però è anche deputato Pd di osservanza renziana. Salvo eccezioni, tra le quali Cottarelli, quasi tutti hanno lavorato gratis, contribuendo così, se non a tagliare la spesa, a non aumentarla. Cottarelli è anche la loro star: designato da Enrico Letta, rimasto in bilico con Renzi, subito soprannominato “mister Forbici” dai giornalisti fan, ai tagli mancati ha dedicato un libro – “La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare” (Feltrinelli) – un blog, una notevole presenza mediatica. La sua tesi è che siano le burocrazie ministeriali, alte e basse, a fare catenaccio. Giavazzi sostiene infatti che debba essere il capo del governo in prima persona a metterci la faccia. E se ci guardiamo intorno come dargli torto? Lunedì 9 novembre, mentre Perotti si dimetteva, a Londra il cancelliere dello Scacchiere George Osborne annunciava un nuovo taglio di spesa pubblica pari al 30 per cento dei fondi di quattro ministeri (Trasporti, Ambiente, Tesoro, Autonomie locali), e trattative in corso con altri, per azzerare in quattro anni il deficit di bilancio pari a 99 miliardi di euro. Anche in piena campagna per le elezioni dello scorso maggio Osborne non aveva esitato ad annunciare l’aumento della Vat (l’Iva inglese) e dei contributi previdenziali. Si è scontrato con il segretario del Lavoro Iain Duncan Smith, al quale chiede di risparmiare 12 miliardi di sterline. Il premier conservatore David Cameron, all’inizio del primo mandato nel 2010, era andato a Westminster e aveva fatto il giro delle televisioni per annunciare tagli alla Difesa, comprese portaerei e fregate simbolo della ex potenza imperiale, a welfare, immigrazione e trasporti pubblici. I primi ministri irlandesi Brian Cowen e Enda Kenny, succedutisi durante la crisi, hanno ridotto di cinque punti il peso della spesa pubblica, con l’obiettivo di scendere di altri due, cioè dieci sotto l’Italia. E così il premier spagnolo Mariano Rajoy, che ha tagliato la spesa dal 48 al 43 per cento del pil. All’uscita dalla recessione Dublino, Londra e Madrid hanno fatto segnare i maggiori aumenti della ricchezza nazionale e del reddito individuale. Nessuno ha delegato la pratica a zar né a mister Forbici.

Spending review, Renzi proprio non ce la fa. Anche l'ultimo, ennesimo commissario, Roberto Perotti, lascia l'incarico. E ancora una volta ha vinto lui, il Pachiderma. Il Carrozzone, scrive il 10 novembre 2015 Marco Ventura su “Panorama”. Una progressione impressionante. 2012-2013-2014-2015. Un anno dopo l’altro, dall’albero del governo cascano i commissari alla spending review, dimissionari o svaporati dopo essere stati presentati (e dati in pasto alla stampa e alla pubblica opinione) come i deus ex machina del taglio delle spese. O, meglio, degli sprechi, perché nessun presidente del Consiglio ha mai detto di voler tagliare le spese essenziali. Una dopo l’altra, quindi, si spaccano a terra le “teste d’uovo” della revisione di spesa (per dirla in italiano, che non è propriamente la lingua dei parsimoniosi). Nel 2012 Piero Giarda, che era considerato “l’uomo dei conti”, l’unico in grado di sforbiciare il viale del tramonto dei privilegi e delle prebende. Ma che silenziosamente, forse anche più dei successori, si mette da parte. Non per incapacità sua, ma per mancanza di volontà della politica di metter mano a quella cesoia. Nel 2013 Enrico Bondi, che a differenza di Giarda aveva un’immagine di autentico sforbiciatore, anche nel privato. Un uomo duro, determinato e infallibile. Ma niente. Neanche lui porta a termine il lavoro. Gli subentra, portato in palmo di mano dal governo direttamente dal Fondo monetario internazionale, Carlo Cottarelli. A lui, con Enrico Letta, l’onere e l’onore di realizzare la riforma delle riforme. Saranno tagliati gli sprechi, dunque, finalmente? Grandi aspettative, grandi promesse. Ottimismo, fiducia, persino un pizzico di furore rivoluzionario. E tanta propaganda. Ma l’elefante partorisce un topolino. Anzi, niente. La vulgata vuole che ogni volta i piani siano pronti a essere scodellati e messi in pratica. Pronti a alleggerire il bilancio dello Stato e consentire il taglio delle tasse. Perché la revisione della spesa va di pari passo con quella del fisco: tagli ciò che è in più, il grasso superfluo del baraccone di Stato in tutte le sue ben oliate e consolidate ramificazioni di voracità, immensa pianta carnivora che drena le risorse dai privati al pubblico; e quel che tagli ti consente di aver più risorse per ridare ossigeno all’economia reale. A parole sembra facile. I numeri ci sarebbero. E i premier, uno dopo l’altro, ci credono. O così pare. Peccato che nel 2014 anche Cottarelli cada (dal pero). Le promesse finiscono in un libro che racconta la telenovela dei tagli mancati, di quello che si sarebbe potuto fare. Volendo. È il 2015. Due, stavolta, i taglia-spese, a riprova di una volontà (a parole). Matteo Renzi sostiene i suoi personali “commissari”: il fiore all’occhiello Roberto Perotti, con un curriculum accademico lungo così e largo cotanto. E Yoram Gutgeld, il fido Yoram Gutgeld. Nel frattempo, tutti i capitoli di taglio della spesa sono stati citati e sviscerati, dalla razionalizzazione delle spese sanitarie all’intervento sulle detrazioni (ma solo per certe categorie privilegiate), dallo spegnimento dei lampioni nelle strade alla decurtazione dei vitalizi. Le proteste più eclatanti, non per i numeri della partecipazione ma per la qualità delle teste protestanti, le inscenano i dirigenti del Tesoro (che la spending review dovrebbero scriverla) e i consiglieri parlamentari che dovrebbero approvarla. Stato contro Stato. La tigre dell’alta burocrazia contro la tigre della politica. Matteo Renzi, perfino lui (ovviamente lui?), si arrende e ammette che sulla spending review avrebbe voluto far di più (ma non lo fa), ben sapendo che anche Perotti a questo punto si dimetterà. Resta, unico sopravvissuto, Gutgeld. Ma che ci sia o no, forse non conta. O non sconta. Morale della favola: ha vinto il Pachiderma. Il Carrozzone.  

Spending review, sotto a chi tocca, scrive Roberto Santoro su “L’Occidentale” il 10 Novembre 2015. Dura la vita per commissari e consulenti alla spending review. Se ne va anche il bocconiano Perotti, il quale, dopo ponderati studi sugli sprechi e sulla spesa dello Stato, su cosa, come e dove tagliare, realizza che è meglio tagliare la corda, dimettendosi in diretta televisiva. Perché quelli della spending sono fili ad alta tensione, chi accetta una carica del genere realizza presto quant’è mortale: Giarda che voleva 80 mld di tagli subito e altri 300 sul lungo periodo, le stagioni di Bondi e di Canzio, fino al caso Cottarelli, da funzionario dell’FMI a guru di Palazzo Chigi che prima critica la maggioranza sulle coperture di spesa e poi se ne torna a Washington “per motivi personali”. Del resto non ci riuscì Monti ad aggredire la spesa, che pure non aveva problemi di consenso (almeno finché il Senatore non decise di seguire le sue ambizioni politiche), non ci riesce Renzi, che nella trincea della spending ha ancora al suo fianco l’ex McKinsey Gutgeld, anche se quest’ultimo, eletto nel Pd, risponde a delle logiche più interne alla politica e ai partiti. Le stesse che evidentemente spingono i “tecnici” a fare le valigie. Sia chiaro, non siamo iscritti al partito gufo. Dai tempi di Monti, passando per Letta fino ad arrivare a Renzi, la spesa pubblica è rallentata. Gli spread non sono più motivo di angoscia per la nostra giornata e il ministro Padoan oggi in Europa può rivendicare margini di flessibilità, usando qualche parola di conforto anche per il vero mattonazzo della nostra finanza pubblica, il debito in termini assoluti. Ma detto questo, senza la spending, senza tagli nelle PA dove snidare sprechi e inefficienze, senza uno scatto di reni sulla riforma delle partecipate di Comuni e Regioni, e più in generale una riflessione profonda sulla presenza, ingombrante, dello Stato nella società italiana, per non dire del fallimento del Titolo V, probabilmente continueremo a vedere una sfilata di tecnici, consulenti e commissari che marciano sicuri di sé in passerella e poi se ne vanno o si dimettono sul più bello. Il presidente del consiglio Renzi sa che stiamo parlando di misure impopolari, che non portano consenso prima delle elezioni, per questo nicchia o non affonda come dovrebbe, pensando al suo stile. Puntare alla riduzione delle tasse, in particolare quelle sulla casa, va bene, siamo tutti d'accordo, ma ridurre le tasse senza ridurre la spesa, il rischio di una manovra in espansione, il trovare coperture “a sbalzi” rimandando i pagherò al domani, è la vera ragione della depressione dei suoi consulenti. Forse il Governo farà qualcosa dopo i prossimi e importanti appuntamenti elettorali a livello locale, forse qualcuno dopo Renzi alzerà di nuovo le tasse o sarà Renzi stesso a trovare altre ricette, ma una cosa è certa, i conti devono tornare, a Roma come a Bruxelles. Intanto aspettiamo un nuovo asso nella manica, l’ennesimo curriculum di platino, il tecnico dei tecnici che ci venga a dire secondo lui come si fa ad avere uno Stato più leggero, imprenditore e che funzioni meglio.

Da Giarda a Perotti zero tagli. Perché piangiamo sui tagli? Scrive Lucio Fero su "Blitz Quotidiano" l'11 novembre 2015. Domanda impertinente e insolente: perché l’Italia tutta da anni piange lacrime amare sui tagli alla spesa pubblica? Ma che domanda! Perché da anni la spesa pubblica è sottoposta a tagli che sono amputazioni, perché da anni sacrifici per tutti, se non addirittura “macelleria sociale”. Quindi che razza di domanda che fai, ma dove vivi, non li leggi i giornali, non la senti la televisione? In effetto sono anni che la stampa e la tv piangono anche loro i tagli alla spesa pubblica. Non solo versano lacrime di cordoglio sui tagli, li danno per ovvi, scontati, vissuti. In ogni articolo, titolo, intervista, chiacchiera si parte dal dato di fatto che la spesa pubblica in Italia è stata da anni pesantemente tagliata. Dato di fatto? Freschi di stampa e di televisione sono i dati che tutti riportano, non senza rammarico e ammonizione ai governi. Pietro Giarda nel 2012, commissario alla revisione della spesa pubblica, individua cinque miliardi da tagliare e tagliabili subito. Non se ne fa nulla, non si taglia niente. Enrico Bondi, commissario alla stessa cosa dopo Giarda, individua 14 miliardi da tagliare in due anni. Bondi sparisce, i miliardi da spendere restano. Carlo Cottarelli, commissario numero tre, individua 7 miliardi da tagliare nel 2014, 16 nel 2015…Non verrà tagliato un euro. Ultimo commissario Roberto Perotti propone taglio un paio di miliardi dopo aver calcolato dieci e poi cinque…Niente, Perotti si auto taglia. E non è neanche un taglio di spesa microscopico, Perotti lavorava gratis. La morale politica e sociale è che in Italia non c’è stato e forse non ci sarà mai governo che abbia davvero la forza e la voglia di tagliare la spesa pubblica, anzi quella parte della spesa pubblica che, non essendo pensioni, stipendi, sanità, tagliabile sarebbe eccome. Fanno cento miliardi di euro abbondanti all’anno che dallo Stato scivolano in ruscelli anche minimi sul “territorio”, cioè categorie, gruppi, votanti, elettori, gente. Pessima od ottima notizia che sia, questo è il dato di fatto: non si taglia, non si è mai tagliato. Spesa pubblica zero tagli. Come conferma peraltro la percentuale di spesa pubblica rispetto al Pil sempre saldamente sopra il 50 per cento da anni e anni e anni. E allora la domanda, in primo luogo a giornali e televisioni che almeno l’alfabeto del reale dovrebbero conoscerlo…Come si fa a criticare i mancati tagli di spesa pubblica mentre ogni pagina dà per scontati, ovvi e avvenuti i tagli di spesa pubblica? Come si fa a piangere insieme il danno dei governi che non tagliano e il danno dei tagli sofferti? Come si fa ad avere memoria zero anche delle proprie stesse pagine e parole? Si fa, si fa… E si fa senza troppa fatica, tanto se ne accorge nessuno o quasi. Altrimenti per raccontare, riflettere, riferire, capire la realtà occorrerebbe gran fatica. Vedere, quindi spiegare, quindi sopportare il danno di certa impopolarità. Vedere, spiegare che diminuendo il Pil la spesa pubblica qua e là è diminuita in cifra ma non in percentuale. Vedere, spiegare che i “tagli” sono quasi sempre sulle aspettative di crescita della spesa pubblica e non sulla spesa pubblica “abituale”. Vedere che la superficialità e spregiudicatezza del ceto politica e della sua comunicazione hanno colonizzato il mondo dell’informazione che ormai parla la lingua del colonizzatore. Contribuendo quindi al paradosso di un paese tutto che si sente tutto in credito, tutto “tagliato” mentre nulla o quasi è stato davvero tagliato. Salvo poi corrucciarsi, i giornali e le tv, quando i Commissari alla spending review mollano perché non si taglia un tubo. 

La Boldrini spende 40mila euro in lavanderia: tutti gli sprechi della Camera. Più di un milione di euro per fotocopie e per trasportare lettere per 350 metri. E spuntano anche 90mila euro per assicurarsi del buon trattamento dei migranti nei centri di accoglienza, scrive Giuseppe De Lorenzo il 21 agosto 2015 su "Il Giornale”. La spesa più bizzarra è indubbiamente quella che gli onorevoli deputati (a nostre spese) sosterranno per smacchiarsi i vestiti. Nel bilancio della Camera guidata da Laura Boldrini, approvato il 5 agosto, infatti, è iscritta una voce che parla chiaro: 40.000 euro per il servizio di lavanderia. Una cifra incredibile, immaginando che le giacche e le cravatte (ormai se ne vedono poche) i deputati se le laveranno a casa. Ma non c'è solo questo. La relazione dei Questori e gli annunci della Presidenza parlano di un bilancio ridotto praticamente all'osso. Falso. E' vero che la "spesa prevista per il 2015 si riduce di 50,5 milioni di euro rispetto al 2014 (-4,87%)" e che si attesta sotto il miliardo di euro. Ma parliamo pur sempre di 986,6 milioni di euro. Ed è anche vero che i soldi che lo Stato da qui al 2017 dovrà sborsare sono "solo" 943,16 milioni di euro all'anno, come è corretto dire che nel 2015 saranno restituiti al bilancio dello Stato 34,7 milioni di euro, che dal 2012 i deputati hanno fatto risparmiare allo Stato sono 223 milioni di euro. Ma le voci in cui si annidano sprechi e spese incomprensibili sono ancora eccessive. Troppe e con troppi soldi gettati al vento. Vediamoli, partendo dallo spreco più eclatante. La Camera può vantare il possesso di un meraviglioso palazzo sorto "in epoca paleocristiana nel cuore del Campo Marzio". Un gioiello, e come tale costa parecchio per la manutenzione. Per la precisione 1milione e 140mila euro per il supporto operativo nella sede di Vicolo Valdina. Per cosa vengono spesi? Basta andare a leggere nel bando di gara. L'appalto è di durata triennale e l'azienda vincitrice deve assicurare, tra le altre cose, la "movimentazione, anche tramite carrello, di plichi, faldoni, risme di carta, cancelleria, etc.", poi "l'accoglienza e l'accompagnamento ai piani dei frequentatori della sede" e "'esecuzione di attività di riproduzione fotostatica o fascicolazione di documenti". Insomma, più di un milione di euro per fare fotocopie, trasportare faldoni e recapitare la "corrispondenza e di ulteriori materiali". Per questo particolare compito, il bando precisa che i funzionari dovranno assicurare il "ritiro e la consegna della corrispondenza all'interno del Complesso e tra il Complesso e tutte le altre sedi della Camera dei deputati (...) e il recapito, con idonei mezzi di trasporto, della corrispondenza dei deputati tra il Complesso e le sedi degli altri organi costituzionali e dei ministeri ubicate nel comune di Roma". C'è da chiedersi quali siano gli "idonei mezzi di trasporto", considerando che tra Palazzo Montecitorio e Vicolo Valdina, dove è sito il complesso, ci sono appena 350 metri. Fatti a piedi significano circa 4 minuti (diciamo 5 in caso di pioggia), che diventano 6 se fatti in auto. E considerare che la Camera già spende 1.660.000 euro per "trasporto e facchinaggio". Tra le spese, va detto, ci sono anche quelle per il servizio di guardaroba. Un’altra di quelle voci di spesa della Camera che sembrano eccedere la logicità: nel bilancio sono stati previsti 150.000 euro per tenere a bada cappotti e cappelli dei deputati. Per non parlare poi delle spese di pulizia. Laura Boldrini, evidentemente attenta al pulito, si è assicurata una spesa di 6milioni e 550mila euro per l'igiene. Precisamente: 40.000 andranno alla lavanderia, 6.100.000 all'impresa di pulizie e 410.000 per lo smaltimento dei rifiuti. Altro punto poco chiaro riguarda le capacità poliglottiche degli onorevoli. I corsi di lingua, infatti, sono tutti a carico dei contribuenti: 300.000 euro nel 2015, cui va aggiunto il residuo di quelli ancora non pagati nell'anno passato, che ammontano a 295.113,70 euro. In totale quasi 600mila euro in docenti di inglese e di informatica. La cosa più curiosa, poi, è che evidentemente queste lezioni non danno i frutti sperati. O almeno non fino in fondo. Le tasse degli italiani, infatti, vanno a coprire anche le spese per "traduzioni e interpretariato". Che, sommando tutti i casi in cui vengono citate, si parla di 515mila euro. Andiamo oltre. Ogni anno vanno in fumo circa 35mila euro per sostenere la commissione che indaga (ancora) sulla morte di Aldo Moro e 340.000 euro per finanziare vari ed eventuali "convegni e conferenze". Tralasciando poi i 63 milioni di "rimborso delle spese sostenute dai deputati per l’esercizio del mandato parlamentare" (sul quale spesso ricadono enormi dubbi per il modo in cui vengono utilizzati) ci sono ulteriori 15 milioni e 910mila euro legati a spese non specificate, ma inserite in generiche voci chiamate "altre" o "accessorie". Infine, spuntano anche i 90.000 euro che ogni contribuente contribuirà a versare per permettere ad una commissione speciale di assicurarsi che i profughi abbiano tutto quello che gli occorre nei vari c'entri d'accoglienza sparsi per l'Italia. Una spesa di cui, sinceramente, non si sentiva il bisogno.

Come la Camera dei Deputati boccia se stessa. La Commissione di Montecitorio abolisce i tagli introdotti da Boldrini e Sereni: sì al tetto dei 240 mila euro, ma no alla sforbiciata sugli stipendi dei funzionari. Così, i 60 milioni di risparmi annunciati fino al 2018 rischiano di ridursi a 13 milioni. L'ufficio di presidenza annuncia ricorso. La battaglia tra caste continua, scrive Adriana Botta su “L’Espresso”. La Camera taglia, la Camera boccia i propri stessi tagli. E dopo aver annunciato una sforbiciata per 60 milioni di euro nel quadriennio 2015-2018, rischia seriamente di veder ridotto lo sbandierato dimagrimento a meno di un quarto del totale: 13 milioni di euro. E’ questo l’inedito boomerang che ha colpito i vertici di Montecitorio: dopo la corsa al taglia-taglia gli stipendi del personale, nel quale lo scorso anno sia la presidente Laura Boldrini che la vice Marina Sereni si erano distinte per impegno – spalleggiate anche da Renzi e dal Pd - arrivando a settembre 2014 all’approvazione unilaterale in ufficio di presidenza (contrarie tutte le 25 sigle sindacali) dei tagli modulari a tutti i ruoli del personale, adesso arriva lo stop a sorpresa. A seguito del ricorso dei dipendenti, con una sentenza notificata il 30 luglio, infatti, la commissione giurisdizionale per il personale di Montecitorio – organo interno, per ironia peraltro composto quasi solo da deputati Pd - ha bocciato la legittimità di quei tagli. Dando nei fatti ragione a quanti tra dipendenti e sindacati, nel corso delle trattative, parlavano di una norma "incostituzionale” perché violava il “principio più volte stabilito dalla Consulta circa il divieto di modificabilità della carriera in corso di rapporto di lavoro”, e ledeva sia “i diritti acquisiti” dei dipendenti più anziani, sia “le legittime aspettative” di un “avanzamento retributivo” “ben codificato”. Ma quale è esattamente il punto? Un anno fa, l’ufficio di presidenza di Montecitorio non si limitò ad adottare il tetto massimo di 240 mila euro annui per i funzionari pubblici che il governo aveva appena introdotto. Volle fare di più: per dimostrare risparmiando di “non essere sordi a quel che avviene nel paese” (come disse Boldrini), ma anche per mantenere la differenza monetaria oltreché di status fra le varie categorie lavorative (segretari generali, consiglieri, documentaristi, segretari, commessi, tecnici), per evitare appiattimenti si introdussero i cosiddetti “sotto-tetti”, ossia tagli proporzionali a tutti i livelli dei dipendenti di Palazzo. Una sforbiciata generale, che secondo i calcoli ha toccato circa il 40 per cento del personale, ossia quelli che hanno già superato il ventennio di servizio (lo scatto di stipendio maggiore arriva al ventitreesimo anno di servizio). E’ proprio questa decisione sui sotto-tetti, quella bocciata dalla Commissione giurisdizionale: pur ribadendo l’autonomia della Camera, infatti, la sentenza spiega in sostanza che ci si può ispirare alla legge che prevede il tetto dei 240 mila euro, ma non aggiungere ulteriori limiti per le altre categorie di dipendenti – non previsti da quella legge. Il che, era proprio il punto contestato all’epoca dai sindacati, che si erano detti favorevoli al limite dei 240 mila euro, ma contrari alla complessiva rimodulazione. Non che la sforbiciata sia stata annullata del tutto. Spiega infatti la presidente Boldrini, che la decisione è provvisoria: «Sono saltati i tetti agli stipendi dei dipendenti della Camera? Non è vero. La decisione sarà presto riesaminata». Ovviamente, quella che volendo può chiamarsi una guerra fra caste nel nome dei tagli (politici contro Palazzo) non è finita qui. L’ufficio di presidenza ha infatti già presentato appello contro la sentenza, che quindi resta sospesa fino a settembre, quando si avrà la parola definitiva. In un caso e nell’altro, comunque, si dovrà scegliere tra due paradossi: o un segretario generale (che fino all’anno scorso prendeva 478 mila euro) finirà per guadagnare quanto un consigliere parlamentare a fine carriera (240 mila euro, appunto) e poco più di un documentarista (237 mila euro, sempre a fine carriera), oppure si dovrà escogitare un altro sistema che eviti l’appiattimento senza però risultare illegittimo. Servirà insomma una soluzione complessiva: anche perché al Senato la stessa vicenda ha preso una piega opposta (i sottotetti sono stati giudicati legittimi), e il tutto dovrà essere armonizzato con il cosiddetto ruolo unico dei dipendenti dei due rami del Parlamento. La valanga dei ricorsi, peraltro, non può dirsi ancora finita. Alla prossima.

Camera, commessi a 232 mila euro e barbieri a 143 mila: l’Italia che resiste, scrive Alessandro Camilli su “Blitz Quotidiano”. Duecentoquarantamila euro, tanto può guadagnare al massimo il Presidente della Repubblica e tanto possono guadagnare, al massimo, i dipendenti pubblici, compresi ovviamente   quelli della Camera dei Deputati. Stipendio bloccato grazie al tetto imposto ed introdotto l’anno scorso per la pubblica amministrazione che a Montecitorio aveva portato con sé anche dei limiti intermedi, dei sottotetti continuando la metafora, che si sono però rivelati stretti, troppo, per chi li doveva “subire”. Così stretti che gli interessati hanno presentato ricorso, accolto dalla Camera   stessa, realizzando la meraviglia, il paradosso per cui i commessi possono continuare a sfiorare a fine carriera lo stipendio dell’inquilino del Quirinale toccando i 232 mila euro e i barbieri (7 a Montecitorio) continuare a costare 500mila   euro ogni dodici mesi con il più anziano che vanta uno stipendio da 143mila euro. “L’anno scorso – scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera – si era stabilito di applicare il tetto dei 240 mila euro per gli stipendi pubblici anche ai dipendenti di Montecitorio, dove le retribuzioni   arrivano anche a superare anche il doppio di quella cifra. Avevano dunque fissato il tetto massimo per i superdirigenti, introducendo limiti di fascia più bassi per le categorie inferiori in modo da   graduare i compensi”. La vicenda nasce nell’ambito del contenimento della spesa pubblica con la decisione del governo, nell’aprile 2014, di introdurre un tetto ai dirigenti della pubblica amministrazione, fissato a   240mila euro. A questa norma si sono in seguito adeguate tutte le istituzioni, a cominciare dalla presidenza della Repubblica, passando poi dal Senato e dalla Camera. In particolare alla Camera   sono stati introdotti dei tetti per i consiglieri parlamentari, che sono i funzionari di più alto livello (che a fine carriera avrebbero potuto raggiungere anche i 358mila euro lordi annui), e poi dei   sottotetti per le altre figure professionali. Il dipendente di più basso livello, l’operatore tecnico o il commesso che a fine carriera raggiungeva i 136mila euro lordi annui, dopo la delibera aveva visto   la cifra scendere a 96mila, per fare un esempio. La logica sottesa all’introduzione dei sottotettiera quella di modulare la retribuzione massima in   modo da evitare che due funzioni diverse, come ad esempio il commesso della Camera ed il Presidente della Repubblica, potessero essere retribuite praticamente allo stesso modo. Logica chiara e, evidentemente, ineccepibile. Almeno dal punto di vista teorico. Eccepibile invece dal punto di vista pratico tanto che gli interessati, come detto, hanno presentato ricorso. E grazie al regolamento della Camera dei Deputati il ricorso dei dipendenti della Camera, e   scusate le inevitabili ripetizioni, è stato presentato alla Camera dove dei parlamentari della Camera che compongono la commissione competente lo hanno accolto stabilendo che la decisione della Camera era sbagliata. Sembra folle, sembra italiano non corretto eppure è così e, ancora una volta, a spiegare l’accaduto è Rizzo facendo ricordo al termine ‘autodichia’ che, nella definizione della Treccani, è “l’esercizio di attività formalmente giurisdizionale da parte della   pubblica amministrazione”. Cioè il principio in base al quale le decisioni di un organo costituzionale come il Parlamento non sono sindacabili dall’esterno. “Davanti alla proposta di applicare tetti diversi – spiega Rizzo -, commessi e documentaristi hanno abbozzato e hanno fatto ricorso all’organo giurisdizionale interno. Si tratta di una   commissione composta da deputati. E ovviamente ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato   dei dipendenti riottosi: l’ex deputato Maurizio Paniz. Tutto in famiglia insomma”. Risultato: il risparmio previsto da qui al 2018 per Montecitorio passerà da 60 a 13 milioni di euro. Raramente barba e capelli sono costati tanto. Eppure commessi, documentaristi, barbieri e addetti vari della Camera dei deputati non sono soli. Sono soltanto un segmento della vasta Italia che resiste. Resistono gli autisti Atac nella trincea dell’orario di lavoro effettivo più basso d’Italia e certo d’Europa. Resistono i dipendenti comunali nella trincea del salario accessorio percepito senza lavoro o produttività accessoria, resistono tutti nei bunker conquistati finora, strappati alla lobby a fianco o comunque espugnati demolendo il pubblico denaro. Resistono tutti indifferenti al mondo, all’intero resto del mondo. Solo che non è proprio la stessa cosa resistere ottusamente se si guadagnano 1.500/2.000 euro al mese o se lo stipendio è cinque volte tanto. Non sono soli questi lavoratori della Camera dei deputati a pretendere ciò che non gli spetta, solo è che non si possono guardare tanta è la loro protervia. Come diceva un tale che faceva il filosofo…dopo una certa misura la quantità stessa muta la qualità, dopo un botto di stipendio infatti il corporativismo sindacale muta in indecenza sociale.

Diabolus in politica. Perché è stato bocciato il tetto massimo di 240 mila euro fissato invece per tutti i funzionari della pubblica amministrazione, scrive Serenus Zeitblom su “Panorama”. Gli stipendi dei politici vi sembrano alti? Cambiereste idea se conosceste gli stipendi dei dipendenti di Camera e Senato. Fino all’anno scorso, i più alti funzionari di Montecitorio arrivavano a guadagnare quasi 360.000 euro l’anno, vale a dire il triplo dell’indennità che percepisce un deputato. Lo scorso anno, i vertici dei due rami del Parlamento decisero di applicare, congiuntamente, un tetto analogo a quello che il Governo Renzi aveva disposto per il resto della pubblica amministrazione. I funzionari di Palazzo Madama e di Montecitorio non avrebbero percepito più di 240.000 euro l’anno, comunque il doppio dei deputati (ad entrambe le categorie vanno poi aggiunte indennità varie). Vi sembra ancora troppo? Tenete presente che si tratta di funzionari di altissimo livello, il meglio di cui la pubblica amministrazione disponga. Vengono selezionati attraverso concorsi molto severi e – bisogna riconoscerlo – non troppo lottizzati politicamente. Naturalmente, secondo logica, si decise in quel momento di diminuire anche gli stipendi delle altre categorie di dipendenti dei due palazzi, provvedimento certamente logico e necessaria conseguenza dell’altro (si tenga conto che quasi la metà del totale dei dipendenti della Camera – compresi commessi e centralinisti - guadagnava più di un deputato). Ma qui le cose non sono andate lisce. Se nel caso degli alti funzionari si ebbero solo composti mugugni, qui si misero di mezzo i sindacati, e fioccarono i ricorsi. Ricorsi alla Magistratura? Niente affatto: la Camera è un organo costituzionale, e quindi – come per il Senato, il Quirinale, la Corte Costituzionale - vale il principio dell’autodichìa, per effetto del quale è la Camera stessa, attraverso un organo apposito, a giudicare sui ricorsi. Questo organismo si chiama Commissione Giurisdizionale per il personale, ed è composto da 3 deputati, estratti a sorte. In questa legislatura la sorte ha voluto, un po’ curiosamente, che i 3 membri fossero tutti del PD: gli on. Bonifazi (Presidente), Ginefra, Bonavitacola. Nessun problema, si dirà: la delibera che poneva un tetto alle retribuzioni è stata assunta dall’Ufficio di Presidenza della Camera, a stragrande maggioranza PD, in attuazione di un orientamento del Governo Renzi (PD). E invece no: nei giorni scorsi la delibera è stata bocciata, i ricorsi accolti. Lodevole esempio di indipendenza di giudizio di deputati PD che decidono secondo coscienza, o terrore di scontentare i sindacati? Vediamo. La motivazione della sentenza che accoglie i ricorsi ha poco di tecnico. Il tetto alle retribuzioni, secondo i tre deputati del PD “viola il principio di ragionevolezza” e non giova all’amministrazione, perché i dipendenti, privati “delle leve di incentivazione determinate dal consolidato sviluppo stipendiale” potrebbero dar luogo “a comportamenti poco virtuosi e a cali di produttività determinati dall’assenza di competizione”. Fuori dagli orrori del burocratese, significa che i lavoratori della Camera (al Senato un ricorso analogo è stato respinto), secondo i tre del PD, senza l’incentivo di aumenti di stipendio diventerebbero meno produttivi o addirittura “meno virtuosi”. In effetti, c’è da capirli. Si tratta di modesti lavoratori, che devono mantenere la famiglia lavorando duramente per un tozzo di pane: come si può chiedere a una segretaria di essere motivata a lavorare con impegno se guadagna solo 115.000 euro l’anno? (lordi, s’intende). Come si può pretendere che un commesso spenga le luci o distribuisca la posta fra gli uffici con dedizione e impegno sapendo che non prenderà mai più di 99.000 euro l’anno? Per fortuna il PD ha corretto queste storture, questo vero attentato ai diritti dei lavoratori, e si è tornati al regime precedente. Uno stenografo potrà tornare a percepire 256.000 euro l’anno (più del Segretario Generale), un barbiere anziano ed esperto, che “porta in dote il bagaglio professionale acquisito in anni di servizio” come scrivono i tre del PD, sarà premiato per le sue rasature con 160.000 euro l’anno (il 30% in più di un deputato). Poi dicono che il PD non è più un partito di sinistra: un simile esempio di socialismo reale – a spese dei contribuenti - persino Lenin se lo sognava!

"La lista della spesa". La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare. Si è parlato tanto di spending review, di taglio agli sprechi.. ma cosa è stato fatto? E soprattutto, cosa si può davvero tagliare della spesa pubblica? Carlo Cottarelli, classe 1954, laureatosi a Siena e alla celeberrima London School of Economics, ha alle spalle una lunga carriera in Banca d’Italia, Eni e al Fondo Monetario internazionale. E’ salito alla ribalta quando è stato nominato commissario straordinario per la Revisione della Spesa, incarico che ha ricoperto da ottobre 2013 a novembre 2014, proprio con il compito di individuare i tagli da fare per ottimizzare la spesa pubblica. Dalla sua attività sarebbero dovuti scaturire milioni di euro, eppure ancora poco si è mosso. Per spiegare agli italiani che cos’è la spesa pubblica, Cottarelli ha scelto di raccogliere nel libro “La lista della spesa” le sue riflessioni (e la sua diagnosi) in merito a questo grande “mistero italiano”. Ed ecco che ne deriva una lettura acuta del nostro paese, di come spende e di perché si spende, una sorta di guida che illustra dove vanno a finire le tasse che paghiamo, se spendiamo davvero troppo per i servizi pubblici e perché i tagli tanto promessi da tutti i politici tardano ad essere sempre concretizzati. Chi se non lui poteva svelare cosa si può davvero tagliare in Italia? Una lettura acuta per conoscere un po’ meglio il nostro paese.

Carlo Cottarelli ha goduto per qualche tempo di grande attenzione mediatica. È stato nominato commissario straordinario alla spending review, dal suo lavoro dovevano arrivare milioni di euro per le esauste casse dello stato italiano, al termine del suo mandato è stato invitato in tutte le televisioni e intervistato da tutti i giornali. A distanza di mesi, Cottarelli affida a questo libro le sue riflessioni, i suoi ricordi, le sue diagnosi per cercare di spiegare al grande pubblico uno dei grandi misteri dell’Italia: quell’enorme calderone che è la nostra spesa pubblica. Senza tecnicismi ma non tralasciando nulla di importante, Cottarelli ci guida nei meandri del bilancio statale, facendoci scoprire man mano il grande meccanismo che regola la nostra vita di cittadini, un meccanismo di cui abbiamo solo una vaga percezione, al tempo stesso minacciosa e sfocata. Dove vanno a finire tutti i soldi che paghiamo con le tasse? Davvero spendiamo troppo per i servizi pubblici? Perché si finisce sempre a parlare di tagli alle pensioni? Sprecano di più i comuni, le regioni o lo stato centrale? Perché tutti i politici dicono che taglieranno gli sprechi e nessuno lo fa mai? Ma gli altri paesi come fanno? Un libro chiaro e autorevole, per fare le pulci alla macchina statale italiana, al di là dei luoghi comuni e delle polemiche giornalistiche: perché analizzare un bilancio statale può sembrare arido e difficile, ma con la guida giusta può diventare la lettura più acuta, sorprendente e accurata di un paese intero. “Il livello di spesa pubblica appropriato dipende anche da quanto un paese si può permettere. Non a caso, come motto per la revisione della spesa mi è stato suggerito un vecchio adagio cremonese: "Se se pol mia, se fa sensa", ovvero: se non si può, si fa senza.”

Spending review, la verità di Cottarelli in un libro: «Ecco chi remava contro», scrive “Businness People”. Carlo Cottarelli dopo un anno da commissario alla spending review ha gettato la spugna per tornare al Fmi. La verità dell'ex commissario sui mancati tagli alla spesa: lo spreco delle sedi statali in affitto. «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». E' una frase di Francesco Guccini ad aprire l'attesissimo saggio di Carlo Cottarelli, l'ex commissario alla spending review che ha gettato la spugna dopo un anno di guerra ai mulini a vento degli sprechi pubblici. Il libro, edito da Feltrinelli, sarà in vendita da domani 27 maggio (i diritti saranno devoluti all'Unicef). La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare è la summa del lavoro dell'economista e racconta ancheil fallimento della sua missione, incagliatasi contro gli interessi politici.

DIECIMILA SEDI. Nelle anticipazioni del Corriere della Sera, si racconta passo passo l'opposizione, a partire dai cinque gruppi di lavoro su 17 che non hanno mai fornito proposte di tagli, insomma hanno boicottato la spending review. Tutta colpa del «complicato mosaico», come lo definisce Cottarelli. E a ogni tessera corrisponde uno spreco: 5.700 sedi territoriali dei ministeri, 3.900 uffici di enti vigilati. Diecimila sedi statali, senza contare caserme di polizia e carabinieri.

W LE PROVINCE. Tutto ruota ancora sulle province e sui capoluoghi, nonostante la riorganzzazione annunciata e mai intrapresa. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...

FORZE DELL'ORDINE. Altro capitolo spinoso è quello delle forze dell'ordine: sono cinque, per cominciare, ognuno dipendente da un ministero diverso per 21 miliardi di spesa totale vista la duplicazione di amministrazioni, centri acquiisti, forniture, manutenzioni e persino pubblicazioni. E occupano 320 mila persone, con un rapporto fra agenti e abitanti superiore alla media europea e inferiore in assoluto soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. FInisce così che i 34 mila uffici pubblici per l'acquisto di beni e servizi gestiscano 1,2 milioni di procedure, con un costo a bando da 50 mila a 500 mila euro.

ENTI PUBBLICI. Non finisce qui. Capitolo enti pubblici, che sono 198. C'è pure l'Aci, simbolo degli sprechi secondo Cottarelli. I cittadini pagano all'ente 190 milioni all'anno per immatricolazioni e cambi di proprietà, per un servizio che è un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Ma i due archivi sembrano non poter essere uniti.

QUANTO SPAZIO. Il primo passo per risparmiare dovrebbe essere la razionalizzazione degli spazi e la ristrutturazione degli stabili obsoleti: l'operazione nel Regno Unito è costata 7,5 miliardi, ha aiutato l'economia e ha permesso di ridurre gli immobili occupati del 45% dimezzando i costi. «Potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...», dice Cottarelli, «e anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche».

Sprechi e inefficienze: la “verità” di Cottarelli sulla spesa pubblica da tagliare. Nel suo volume "Lista della Spesa" l'ex commissario alla spending review svela paradossi e enti che si moltiplicano. Un racconto anticipato da Sergio Rizzo sul "Corriere della Sera", scrive Giornalettismo. Sprechi e inefficienze: la “verità” di Cottarelli sulla spesa pubblica da tagliare. Inefficienze, sprechi, paradossi. Nel suo volume “Lista della Spesa“, pubblicato da Feltrinelli e anticipato sul “Corriere della Sera” da Sergio Rizzo, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli racconta la sua verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può realmente tagliare. Chiamato dall’ex premier Enrico Letta nel 2013, il cambio a Palazzo Chigi non ha certo giovato al lavoro di Cottarelli e dei gruppi, finito di fatto archiviato. Soltanto un anno dopo è stato pubblicato online il piano dell’ex commissario alla spesa, applicato però soltanto in modo marginale. Da Cottarelli però nessuna polemica, soltanto la convinzione che la “Bestia” sia ancora battibile, che gli sprechi possano essere tagliate. Basta guardare qualche numero. Soltanto le sedi territoriali dei ministeri erano quasi dieci mila alla fine del 2012. Una ogni 6.250 italiani, senza conteggiare le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri. Scrive Rizzo: «Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione… Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni… Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. Per quanto riguarda gli enti pubblici, Cottarelli nel suo libro precisa di aver trovato un documento della Camera che ne elenca 198, soltanto nazionali: «Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo. La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico. Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi», si legge. Al contrario, in Italia imitare questo modello sembra ancora un’utopia. Serve volontà politica. Eppure i costi, scrive Cottarelli, «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno…». Senza dimenticare quegli sprechi che potrebbero essere eliminati senza bisogne di “ristrutturazioni”: «Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione…». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Il libro (e il bilancio) di Cottarelli. Diecimila sedi dello Stato. La spesa pubblica che ci soffoca. Inefficienze, enti che si moltiplicano e paradossi nel racconto del commissario alla revisione della spesa, scrive Sergio Rizzo “Il Corriere della Sera”. «Ma se io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro. Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo... forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare, semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui. Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa...Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro. C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido. Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri. Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione...Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni...Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro. E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo. La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico. Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi. Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno...». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche». Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione...». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno». Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef .

Spese pazze nei tribunali: il governo li "commissaria". Ci sono sedi che spendono cinque volte più di altre. Adesso la gestione passerà dai Comuni allo Stato. Milano ironizza: "Aspetteremo l'idraulico da Roma...", scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. Far funzionare la giustizia a Bologna costa quasi il doppio che a Firenze. Tenere aperto il tribunale di Sassari costa il triplo che mantenere quello di Trento. La corte d'appello di Messina va avanti con metà degli euro che servono a quella prospiciente di Reggio Calabria, e con un quinto del denaro che inghiotte ogni anno, cento chilometri più in giù, il distretto giudiziario di Catania. Com'è possibile? Mistero, anche se si può stare certi che ognuno dei tribunali spendaccioni avrà pronta una sua spiegazione. Ma il dato di fatto è che nelle tabelle diramate ieri dal ministero della Giustizia emerge un affresco surreale delle spese che ogni anno mantengono in vita l'apparato giudiziario: le spese correnti, quelle per il riscaldamento, i telefoni, la vigilanza privata agli ingressi. Un buco senza fine cui solo di recente il ministero ha deciso di prendere in mano il controllo. Finora (con l'eccezione di Roma e Napoli, già gestite direttamente dal ministero della Giustizia) i palazzi di giustizia vengono mantenuti dai Comuni, che poi si rivalgono sulle casse di via Arenula. E il documento diramato dallo staff del ministro Andrea Orlando rende conto di come sono stati distribuiti i 58 milioni di euro che il governo ha versato ai Comuni per rimborsare una prima tranche, il 70 per cento, delle spese sostenute nell'arco del 2013. La distribuzione riguarda sia i capoluoghi più grossi, che sono sedi di Corti d'appello (e qui il più costoso è Milano, con i suoi 4,7 milioni), sia i Comuni dove c'è solo un tribunale o un giudice di pace, nonchè quelli che ospitavano sedi giudiziarie soppresse recentemente da Renzi nella spending review : ed è un piccolo viaggio nella giustizia di paese, dove si apprende che a Silandro, in Alto Adige, c'era una sede staccata che riusciva a stare aperta con 512 euro l'anno, meno di due euro al giorno; o che la vita quotidiana della giustizia a Foligno costava, chissà perché, 37 volte più che nella vicina Città di Castello. Insomma, un marasma dove accade che il più costoso d'Italia sia il tribunale di Agrigento, e che il suo funzionamento costi il quintuplo di quello di Varese, che ha il doppio di abitanti. È per mettere sotto controllo questo andazzo che il ministero ha deciso di accentrare dal prossimo settembre la gestione delle spese di funzionamento dei palazzi di giustizia. La decisione di Orlando ha sollevato le ire di molte toghe: a Milano si sono addirittura riuniti in assemblea per protesta, «adesso se si rompe un tubo dovremo aspettare l'idraulico da Roma». Ma è un dato oggettivo che le spese per la giustizia erano quasi ovunque fuori da ogni controllo, anche perché la Corte dei Conti, molto e giustamente solerte nel fare le pulci alle spese dei politici, quando si tratta di affari che riguardano altri magistrati è assai più lenta. Tanto per restare a Milano, le denunce sullo sperpero di fondi Expo avvenuto in tribunale sono rimaste senza conseguenze, e lo stesso è accaduto all'esposto della Procura generale sulla folle cifra investita per costruire una nuova aula bunker davanti al carcere di Opera, incompiuta dopo oltre sedici anni.

Cottarelli boccia la Consulta: si sono aumentati le pensioni. L'ex commissario racconta i risparmi mancati dei governi di Letta e Renzi. E bacchetta la Corte costituzionale: l'intero organo costa 60 milioni l'anno, scrive Antonio Signorini su “Il Giornale”. La spesa pubblica resiste. Compressa da interessi sul debito e dalle pensioni. Ridotta negli ultimi anni, ma con grande parsimonia, senza incidere sulle voci principali (a partire dal personale) o con inutili tagli lineari. La macchina della pubblica amministrazione, insomma, non cambia. Quella centrale si espande su migliaia di sedi, quella locale resiste e anche gli organi costituzionali, dopo qualche limatura ai bilanci, restano lontani dagli standard internazionali. Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review nominato dall'ex premier Enrico Letta e uscito di scena con l'esecutivo Renzi, ha dedicato alla sua esperienza un libro (La Lista della spesa, Feltrinelli). Toni molto soft. Soprattutto con gli organi costituzionali. Ma la sostanza resta quella di un Paese che conserva gelosamente le sue anomalie. Camera, Senato, Quirinale e Corte costituzionale, Csm, Consiglio di stato, Corte dei conti e Cnel nel 2013 costavano circa 2 miliardi e 700 milioni. Negli ultimi due anni la spesa è «rimasta sostanzialmente invariata». Camera (che ha operato i risparmi più consistenti) e Senato costano circa un miliardo. Per House of Commons e House of Lords i cittadini del regno Unito spendono 675 milioni di euro, il Parlamento tedesco costa 670 milioni, sotto quello italiano anche considerando le pensioni. In Francia 900 milioni. Il confronto è difficile anche per l'opacità delle onorevoli buste paga. La Commissione Giovannini, ricorda Cottarelli, era stata incaricata di confrontare in modo rigoroso gli stipendi dei parlamentari in Europa, ma gettò la spugna. L'ex commissario ci prova comunque e rileva come, a fronte di un'indennità dei parlamentari italiani di 10mila euro, quella francese è di 7mila, 8.000 quella dei tedeschi e di 6.500 euro quella dei britannici. Al netto delle tasse restiamo sopra gli standard europei del 30%. Abbiamo più parlamentari degli altri paesi europei. I costi del personale del Parlamento rappresentano la metà delle spese del bilancio. «La retribuzione media lorda dei dipendenti della Camera è di circa 188mila euro», contro i 106mila di quelli di Bankitalia. Cottarelli fa un accenno anche ai vitalizi e sembra dubitare della riforma che ha introdotto il sistema di calcolo contributivo anche per i deputati. Qualche riga anche alla Corte costituzionale, finita sotto i riflettori per la sentenza che ha salvato la rivalutazione delle pensioni. Costa 60 milioni. I costi di funzionamento sono stati tagliati, ma la Consulta ha fatto registrare anche un aumento della spesa, per pagare le proprie pensioni. In generale, Cottarelli dà conto di un'amministrazione bizantina. Il conto delle pubbliche amministrazioni è di 10.200, solo i Comuni sono 8.100. I ministeri, fanno aumentare il conto degli uffici pubblici di altre 10mila unità. A fine 2012, conta Cottarelli, «erano circa 5.700, cui si devono aggiungere quasi 3.900 sedi di enti vigilati dai ministeri, per un totale di oltre 9.600 sedi». Ogni ministero ha come minimo 100 uffici provinciali che spesso si moltiplicano per ogni funzione. Ad esempio il ministero dell'Economia conta «103 commissioni tributarie provinciali, 102 comandi provinciali della Guardia di finanza, 97 uffici provinciali dell'Agenzia delle entrate e 93 ragionerie territoriali dello stato». Una complessità che si traduce anche in un costo esorbitante per gli affitti degli uffici pubblici. Circa due miliardi all'anno.

Le meteore del 1994 si tengono stretti i vitalizi. È stato l'anno della svolta che ha seppellito la prima Repubblica ma anche quello degli esordienti in politica, scrivono Gian Maria De Francesco e Giuseppe Marino su “Il Giornale”. Dal 1994 nulla è stato più come prima. Forse perché, come il 1992, è esistito veramente e non è stato partorito da un'idea di Stefano Accorsi. Altro che fiction, ci sono testimonianze nell'elenco dei vitalizi della Camera che dimostrano come quel Big Bang elettorale abbia inciso sui destini del nostro Paese, ma anche come la politica non fosse pronta a un grande cambiamento. Le resistenze alla novità hanno in qualche modo prevalso, ieri come oggi, e l'impreparazione di molti, insieme all'opportunismo di alcuni, ha fatto il resto. Più che della «gioiosa macchina da guerra» dei Progressisti di Achille Occhetto, sbaragliata da Silvio Berlusconi, val la pena di partire da un segno premonitore nelle circoscrizioni fiorentine. Il Pds presenta un trentottenne consigliere comunale, il segretario fiorentino Leonardo Domenici (-51mila euro il suo sbilancio previdenziale), destinato a diventare cinque anni dopo sindaco del capoluogo. Gli fa idealmente posto un deputato ex dc (Ppi e sinistra non sono ancora alleati): l'ex sottosegretario all'Istruzione Giuseppe Matulli (-600mila euro). Se ne torna nel Mugello a fare il sindaco del suo Paese, poi diverrà il vice di Domenici. Proprio in quegli anni diventa lo «sponsor» politico di uno studente universitario e caposcout, coinvolgendolo di lì a poco nei comitati per Prodi e nello staff di un altro diccino di sinistra, Lapo Pistelli. Sì, Matteo Renzi nasce dalle «porte girevoli» di Montecitorio nel 1994. Certo, agli occhi della grande stampa in quel periodo desta maggiore attenzione il pattuglione di homines novi portati in Parlamento da Silvio Berlusconi e da Umberto Bossi. E, in effetti, rispetto al grigiore del passato la musica cambia. C'è il professor Giuliano Urbani (-238mila euro), ideatore del progetto di coalizione alternativo alla sinistra. Un'idea presentata a Gianni Agnelli e rifiutata dall'Avvocato, restio a scomporre assetti precostituiti. Il Cavaliere ci crede e, assieme al gruppo che aveva creduto nel suo sogno imprenditoriale, realizza un altro sogno: dare una forma alla maggioranza del Paese. La politica, però, è altra cosa dall'economia: la determinazione non basta. Anche perché collaboratori come Vittorio Dotti (-317mila) inciampano nel desiderio di visibilità della propria partner. Altri, come il capogruppo alla Camera Raffaele Della Valle (-345mila) e come il giornalista Umberto Cecchi (-347mila euro) non sono effettivamente preparati al clima incandescente, ma più propensi alle antiche mediazioni. La Forza Italia delle origini è come un elemento radioattivo: è pesante (alle Europee di quell'anno superò il 30%) ma è instabile. Un po' perché alcuni deputati sono più inclini al vecchio lavoro manageriale e presto vi fanno ritorno come Paolo Vigevano (-113mila euro) e Sandro Trevisanato (-117mila euro). Un po' perché l'ambizione di altri li porta verso altri lidi. È il caso della casiniana Ombretta Fumagalli Carulli (-638mila euro) e di Mariella Cavanna Scirea che nella legislatura successiva entreranno addirittura nella maggioranza di centrosinistra. La crisi del primo governo Berlusconi si originò dal colpo di testa di Umberto Bossi e dall'ingerenza del presidente della Repubblica Scalfaro. Anche la Lega, però, non era pronta. Quella fu l'ultima legislatura di Franco Rocchetta (-343mila euro), il fondatore della Liga Veneta incorso negli strali del Senatur. La svolta «dalemiana» di Bossi non piacque a coloro che nel centrodestra unito credevano veramente a quel tempo, come Giuseppe Dallara (-425mila euro), Enrico Hullweck (-149mila euro) e il senatore Renato Ellero (-235mila). Quest'ultimo, oltre un quindicennio dopo, tornerà agli onori delle cronache come avvocato del presunto acquirente della casa di Montecarlo nella quale viveva il cognato di Gianfranco Fini. La sinistra del 1994, invece, non è molto diversa da quella che si conosce oggi anche se tutti hanno indossato i vestiti nuovi del renzismo. Ci sono pretori d'assalto come Nicola Magrone (-324mila euro), un Michele Emiliano ante litteram , e giornalisti embedded come il socialista Vittorio Emiliani (-428mila euro) che poi sarà ricompensato con un posto nel cda Rai. Rifondazione porta con sé un giovane cossuttiano torinese: Marco Rizzo (-136mila euro). Comunista e operaista un po' fuori tempo massimo.

Metamorfosi Carroccio: Roma non è più ladrona, scrive Gian Maria De Francesco su “Il Giornale”. Sembra passato un secolo, ma solo 35 anni fa, agli inizi degli anni '80 il fondatore e capo carismatico della Lega Nord, Umberto Bossi, approcciava la politica dal lato della poesia, dell'estetica con questi mirabili versi « Aj varan nagott sti dü fioeu, von di nostar e un teron » (Sono dei perdigiorno questi due ragazzi, uno dei nostri e un terrone). E che dire della Dieta degli autonomisti settentrionali al castello di Pomerio, fase embrionale del Parlamento padano? La Lega fino a poco tempo fa, soprattutto nell'immaginario collettivo, aveva un connotato razzista e antimeridionale. «Roma ladrona, la Lega non perdona!» era lo slogan preferito del Senatur. Osservare la folla di Piazza del Popolo in estasi per Matteo Salvini ieri potrebbe sembrare un profondo rivolgimento rispetto a quelli che erano i principi fondanti dello stesso movimento leghista che ancor oggi porta il «Nord» nel nome, pur avendo rinunciato alla dicitura «Padania» in nome del più coinvolgente «No Euro». Ma all'attuale leader del Carroccio occorre riconoscere di aver portato a fecondazione i caratteri già iscritti nel Dna del partito. L'attaccamento al territorio originario sempre minacciato nella sua «diversità» resta anche se non si sentono più certe affermazioni. «Eh sì, ho una nonna romana. Per me è come avere un'unghia incarnita. Mi dà fastidio», diceva Corinto Marchini, capo delle Camicie Verdi. «Non amo i meridionali perché sono europeo», gli faceva eco l'ideologo del Carroccio, Gianfranco Miglio. Tant'è che in uno dei più fortunati manifesti elettorali della Lega il settentrione era rappresentato come una gallina che inviava le proprie uova d'oro a Roma e a tutto il Sud, veri sfruttatori dell'operosità lombardo-veneta-piemontese. Erano i tempi pionieristici, quelli della Lega che sbraitava contro la «colonizzazione meridionale del Nord» invocando la secessione. Come nel settembre 1992: «Da Milano potrebbe partire una marcia su Roma per chiedere la secessione del Nord», tuonò il Senatur. In mezzo a quello che potremmo definire anche il folklore leghista c'erano i primi velleitari tentativi di varcare i confini della Padania per rendere il Carroccio un partito presente su tutto il territorio nazionale o, quantomeno, un movimento federativo delle istanze autonomiste in tutta la Penisola. Si spiega così il tour meridionale di Umberto Bossi nelle principali città del Sud all'inizio degli anni '90. Diffidenza, insulti e un primo scontro con quello che sarebbe diventato un suo alleato, il missino Gianni Alemanno andò fino a Catania per contestarlo senza sapere che di lì a dieci anni se lo sarebbe ritrovato al fianco nell'esecutivo Berlusconi. Si spiegano così pure gli abboccamenti con la Lega Sud Ausonia di Gianfranco Vestuto nel 1996, un flop elettorale clamoroso così come il tandem con l'Mpa di Raffaele Lombardo alle elezioni politiche del 2006. L'antimeridionalismo? Solo un modo per farsi pubblicità. In mezzo a tutto questo un preciso disegno politico: esportare il brand oltreconfine. Un progetto affidato al deputato ligure Giacomo Chiappori nel 2008: la creazione di un Parlamento del Sud da affiancare a quello del Nord (vecchio arnese della fase secessionista 1995-1999) e uno spin off del marchio di via Bellerio, «Alleanza Federalista». Un colpo al cerchio della crescita elettorale e uno alla botte del protoleghismo. Tipo l'infelice battuta bossiana «Spqr, sono porci questi romani» con tanto di magnata di bucatini all'amatriciana per far pace con Alemanno e Polverini a favor di telecamera. Salvini ha fatto tesoro di tutte queste esperienze. E cerca di replicarle senza esagerazioni. In fondo, essere sicuri a casa propria, avere una buona pensione, dire di no a questa Ue sono concetti che vanno bene da Milano fino a Canicattì.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Più di 5 milioni di italiani con la tangente o la raccomandazione, scrive Paolo Comi su “Il Garantista”. C’è una ricerca del Censis, che è stata presentata a Roma, molto interessante su svariati argomenti (la ricerca è sul rapporto tra mondo produttivo e pubblica amministrazione) e che ci fornisce in particolare un dato sul quale sarà giusto riflettere. Questo: quattro milioni e mezzo di italiani ammettono di avere fatto ricorso a una raccomandazione per ottenere una maggior velocità (e un buon esito) alle pratiche disperse nei meandri dell’amministrazione pubblica. E addirittura 800 mila ammettono di avere fatto un regalino a dirigenti e funzionari per avere in cambio un atto dovuto. Regalino, a occhio, è qualcosa di simile alla tangente. Le cifre poi vanno lette bene. Se quattro milioni e mezzo ammettono, è probabile che altri quattro milioni e mezzo non ammettono. E così per gli 800 mila. Le cifre vere potrebbero essere 9 milioni di raccomandazioni e un milione e seicentomila piccole tangenti. Se consideriamo che non tutta la popolazione attiva (e cioè circa 40 milioni di persone) ha avuto bisogno di velocizzare pratiche nella pubblica amministrazione (diciamo circa la metà) otteniamo questo rapporto: su 20 milioni di persone che hanno avuto problemi con la pubblica amministrazione, 9 milioni hanno fatto ricorso a una raccomandazione, perché conoscevano qualcuno, un milione e seicentomila ha pagato una tangente, altri 9 milioni e quattrocentomila se ne sono stati buoni buoni in fila ad aspettare. E’ abbastanza divertente intrecciare questi dati coi dati su coloro che chiedono più rigore, più pene, severità e ferocia contro la corruzione. Corrotti, corruttori e ”punitori” di corruttori e corrotti, spesso, sono la stessa persona. La ricerca del Censis ci consegna una realtà nitida e incontrovertibile: almeno la metà degli italiani fa uso di forme soft di corruzione. E le forme, probabilmente, sono soft perché non esistono le possibilità che siano hard. Perché questi nove milioni non hanno né potere né soldi. Naturalmente di fronte a questo dato si può dire: colpa dei politici che danno il cattivo esempio. Beh, questa è una stupidaggine. Non c’è un problema di cattivo esempio, perché anzi, da almeno vent’anni, i politici e i giornalisti e tutti i rappresentanti delle classi dirigenti, delle professioni, dei mestieri e della Chiesa, non fanno altro che indicare la corruzione come il peggiore dei mali che ammorba la nostra società. Il problema è che spesso, gli stessi, ricorrono in qualche modo alla corruzione e non si sentono per questo incoerenti. Qualche caso un po’ clamoroso di ipocrisia è saltato fuori recentemente dalla cronaca, fior di imprenditori antimafia e anticorruzione presi con le mani nel sacco. La gran parte dei casi però non emerge. Potete star sicuri, ad esempio, che una buona parte degli opinionisti, dei giornalisti e dei politici che tutti i giorni si impancano e vi fanno la lezione di moralità, qualche mancetta l’hanno lasciata, qualche pagamentino in nero lo hanno accettato, qualche rimborso spese di troppo… L’altro giorno, in una intervista divertentissima, il vecchio Pippo Baudo raccontava, sorridendo, di quando il principe dei moralizzatori, Beppe Grillo, si faceva pagare dalla Rai il rimborso spese per il soggiorno a Roma, se lo metteva in tasca, e poi andava a mangiare e a dormire a casa di Pippo. Il vecchio Baudo se la rideva, e ha anche raccontato di quel giorno che Beppe gli ha detto: «Magari, per sdebitarmi, lascio una mancia alla Nena». La Nena era la donna di servizio di Baudo, e Baudo subito ha detto a Beppe che gli pareva un’ottima cosa, e gli ha chiesto quanto pensava di lasciarle. Grillo, vecchio genovese, ha risposto: «Che dici, cinquemila?». «Non sarà troppo?, gli ha ribattuto, ironico, Pippo Baudo. E allora Grillo ha sentenziato: «No, meno di 5000 no, allora è meglio niente». E non gli ha lasciato niente… Così il rimborso se l’è preso tutto intero. Non sarà colpa dell’esempio, ma comunque è colpa dei politici. La raccomandazione e la tangente sono un frutto del modo nel quale è organizzata la vita pubblica. E i politici di questo sono responsabili. La mancata trasparenza (nella pubblica amministrazione come negli appalti) è la causa vera della corruzione. Perché la rende possibile e perché la rende indispensabile. Però di tutto questo frega poco a tutti. Prendiamo la questione degli appalti. E’ chiaro come l’acqua che il sistema complicatissimo vigente (in Italia ci sono oltre 30 mila stazioni appaltanti, e non si sa a chi rispondano, e non si sa chi decide, e ognuna adopera criteri tutti suoi per valutare, e non sia sa chi e come può controllare ed eventualmente indagare) consegna poteri discrezionali enormi a un certo numero di persone e -spesso – ad alcuni politici. Che naturalmente esercitano questo potere. Alcuni, meritoriamente, in modo onesto – ma perché sono disperatamente onesti loro, incorruttibili – alcuni in modo meno onesto, o comunque traendone qualche utilità. Moltissime volte l’appalto viene assegnato senza gara. Altre volte col sistema del ribasso dei prezzi, che è un sistema assurdo perché consegna un potere immenso a chi decide e presuppone un rapporto forte e sregolatissimo tra impresa e stazione appaltante. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che, in seguito a una perizia seria, si può stabilire che costruire in quel luogo una scuola con certe caratteristiche e di una certa grandezza costa una cifra tot. Diciamo 10 milioni. L’appalto non può essere dato a chi chiede meno. Se uno mi offre di fare quella scuola a 5 milioni, mi sta fregando. O pensa di fare la scuola con la carta pesta, o pensa di farla piano piano e che tra due anni chiederà una revisione prezzi e otterrà 15 milioni ( e poi magari la farà lo stesso di carta pesta…). L’appalto deve essere concesso a una cifra fissa all’azienda che da le maggiori garanzie. E da un numero ridottissimo e quindi controllabile di stazioni appaltanti. Se fosse così sarebbe molto difficile corrompere qualcuno. E la stessa cosa per le pratiche della pubblica amministrazione. Vanno semplificate, spesso abolite, deburocratizzate e risolte in tempi certi. Ottenere qualcosa del genere sarebbe una riforma seria. Una riforma dello Stato molto, molto più utile e profonda dell’abolizione del Senato e roba simile. Perché nessuno le chiede queste leggi? Perchè la politica e l’intellettualità italiana sono nelle mani di un cerchio magico (che si è costruito, trasversale, attorno al triumvirato Anm-Travaglio- Salvini) il quale se ne frega delle riforme e chiede solo pene severe. Per loro non contano le leggi, le idee, contano gli anni di carcere e basta. Adesso hanno stabilito che la pena massima per la corruzione sale da otto o dieci anni. E sono felici, e brindano, e sentono le manette tintinnare allegre. Riforma forcaiola e inutile. Il problema non è di tenere un povero cristo in prigione per due anni di più, il problema è di rendergli impossibile la corruzione. Ma questa idea non piace a nessuno. Non piace a Salvini, non piace a Travaglio, non piace all’Anm, non piace, probabilmente, neanche a Renzi, e nemmeno ai 4 o 9 o 10 milioni di italiani delle raccomandazioni e dei regalini. A loro piace solo sapere che impiccheranno Lupi con una corda d’oro.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra