Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

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FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

SPETTACOLOPOLI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

L’ITALIA DELLO SPETTACOLO COL TRUCCO

ART. 21 DELLA COSTITUZIONE: LIBERTA' DI MANIFESTARE IL PROPRIO PENSIERO ???

"L’Italia della libera informazione, di parte e gossippara, che pende dalle veline giudiziarie e la notizia la fa, non la dà. L’editoria è la casta più importante. Gli editori sono i veri censori e i manipolatori della coscienza civile. Il sistema prima riconosce la libertà di manifestare il proprio pensiero e poi ne impedisce  l’esercizio”

di Antonio Giangrande

 

 

 

 

SPETTACOLOPOLI

RADIO TV, QUELLO CHE NON SI OSA DIRE

 

SOMMARIO

 

INTRODUZIONE

L’HA DETTO LA TELEVISIONE? E’ FALSO! NON SPEGNETE LA TV, MA ACCENDETE LA LIBERTA’.

PERCHE’ RINO GAETANO E’ ATTUALE?

IMBROGLIANO PURE SULL'ORARIO.

BENEDETTO SIA ZALONE.

PORNO E LIBERTA’.

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

CON LA RADIO NON S'IMBROGLIA. VIVA LA RADIO CHE NON MUORE MAI.

INCHIESTA SUL CINEMA. DOVE SONOI I SOLDI DELLE STAR?

PERCHE’ STAMPA E TV TACCIONO SULLA BRUZZONE?

PARLIAMO DEI PRESENZIALISTI IN TV.

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

TUTTI DENTRO CAZZO!

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI.

ITALIA PAESE DELL’IMMUNITA’ E DELLA CENSURA. PER L’EUROPA INADEMPIENTE SU OGNI NORMA.

STATO DI DIRITTO?

CHI E’ IL POLITICO?

CHI E’ L’AVVOCATO?

DELINQUENTE A CHI? CHI E’ IL MAGISTRATO?

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

CARMINE SCHIAVONE. LA VERA MAFIA SONO I POLITICI, I MAGISTRATI E LE FORZE DELL’ORDINE.

2 OTTOBRE 2013. LE GIRAVOLTE DI BERLUSCONI. L’APOTEOSI DELLA VERGOGNA ITALICA.

ITALIA DA VERGOGNA.

ITALIA BARONALE.

CASA ITALIA.

ITALIA.  SOLIDARIETA’ TRUCCATA E DI SINISTRA.

LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET.

ITALIA: PAESE ZOPPO.

QUANDO I BUONI TRADISCONO.

DUE COSE SU AMNISTIA, INDULTO ED IPOCRISIA.

FACILE DIRE EVASORE FISCALE A TUTTI I TARTASSATI. GIUSTO PER MANTENERE I PARASSITI. LA LOREN E MARADONA.

ANCHE GESU' E' STATO CARCERATO.

ANCHE GLI STUDENTI SONO UNA CASTA.

QUANTO SONO ATTENDIBILI LE COMMISSIONI D’ESAME?

LO STATO CON LICENZA DI TORTURARE ED UCCIDERE.

E LA CHIAMANO GIUSTIZIA. CHE CAZZO DI INDAGINI SONO?

27 NOVEMBRE 2013. LA DECADENZA DI BERLUSCONI.

FIGLI DI QUALCUNO E FIGLI DI NESSUNO.

LA TERRA DEI CACHI, DEI PARLAMENTI ABUSIVI E DELLE LEGGI, PIU’ CHE NULLE: INESISTENTI.

LO SPRECO DI DENARO PUBBLICO PER GLI ESAMI DI AVVOCATO.

SONO BRAVI I COMUNISTI. NIENTE DIRITTO DI DIFESA PER I POVERI.

MENTRE PER LE LOBBIES LE PORTE SONO SEMPRE APERTE.

LA LOBBY DEI DENTISTI E LA MAFIA ODONTOIATRICA.

UNIONE EUROPEA: ITALIA 60 MILIARDI DI CORRUZIONE. CHI CAZZO HA FATTO I CONTI?

FATTI DI CRONACA, DISFATTI DI GIUSTIZIA.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE E CONTRIBUTIVA. DA QUALE PULPITO ARRIVA LA PREDICA, SE LO STATO E’ IL PRIMO EVASORE IN ITALIA?

L’ITALIA, IL PAESE DEI NO. LA SINDROME DI NIMBY.

L’ITALIA DEI COLPI DI STATO.

PER LA TUTELA DEI DIRITTI DEGLI INDIGENTI. PRO BONO PUBLICO OBBLIGATORIO.

NON VI REGGO PIU’.

BELLA ITALIA, SI’. MA ITALIANI DEL CAZZO!!!

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

SE NASCI IN ITALIA…

DIRITTO E GIUSTIZIA. I TANTI GRADI DI GIUDIZIO E L’ISTITUTO DELL’INSABBIAMENTO.

GIUSTIZIA DA MATTI E MOSTRI A PRESCINDERE.

L’ANTIMAFIA DEI RECORD.

LA CHIAMANO GIUSTIZIA, PARE UNA BARZELLETTA. PROCESSI: POCHE PAGINE DA LEGGERE E POCHI TESTIMONI.

IL SUD TARTASSATO.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD.

HANNO FATTO CHIUDERE I CIRCHI.

VUOI CANTARE? IL CONCORSO E' TRUCCATO.

POVIA ED I MORALIZZATORI.

EPPURE CHE GUEVARA ERA CONTRO I GAY.

CHI HA PAURA DEGLI ARTISTI DI STRADA?

PAY TV: SPORT E PIRATERIA.  

CALCIOPOLI: PIRATERIA E SPORT.  

ALTRO CHE RIVOLUZIONE: E' L'ITALIA DEI FESTIVAL!

LA CONTROSTORIA DELLE CASE EDITRICI ALTERNATIVE.

FAMILISMO AMORALE. LE GUERRE PER L'EREDITA' DEGLI ARTISTI.

NEOREALISMO E MODA.

LA FUNZIONE DELLA TELEVISIONE.

SI CENSURA, MA NON SI DICE.

ATTORI E REGISTI: UNA CASTA DI IDIOTI DI SINISTRA RACCOMANDATI.

LA TELEVISIONE ED I MEDIA: L’OPPIO DEI POVERI CHE DANNEGGIA LE FACOLTA’ MENTALI.

I DISCORSI DI FINE ANNO IN TV.

I TELEGIORNALI DI PULCINELLA.

LA RAI DEI GIORNALISTI ROSICONI.

LA RAI DELLE MAZZETTE.

CIAK. SI TRUFFA E SI FLOPPA. IL CINEMA IN ITALIA.

QUANDO SANREMO E’ SANREMO!

SANREMO. ROBA LORO.

NON SONO TUTTI ...SANREMO.

RAI. LA LIBERTA’ IMPOSSIBILE.

C'ERA UNA VOLTA...CAROSELLO.

L’ITALIA ANTICONFORMISTA.

SOCIETA' ITALIANA AUTORI ED EDITORI.

LA FABBRICA DELLE ILLUSIONI.

PARLIAMO DI QUIZ A PREMI: "AFFARI LORO".

GIOCHI E VINCITE. LA TRUFFA DEI GETTONI D’ORO.

LA TV PUBBLICA IN MANO AI PARTITI: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

90 MILIONI DI EURO DALLA POLITICA PER LA TV PRIVATA: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

EMITTENTI LOCALI: DENUNCIATE IRREGOLARITA’.

FREQUENZE TELEVISIVE NAZIONALI NEGATE: QUALE LIBERTA' DI INFORMAZIONE ???

QUANDO STRISCIA LA NOTIZIA TOPPA.

QUANDO QUINTA COLONNA TOPPA.

QUANDO VIDEO NEWS TOPPA.

QUANDO LE IENE TOPPANO.

LE STELLE DELLA MUSICA SPENTE TROPPO PRESTO.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Perché leggere Antonio Giangrande?

Ognuno di noi è segnato nella sua esistenza da un evento importante. Chi ha visto il film si chiede: perché la scena finale de “L’attimo fuggente”, ogni volta, provoca commozione? Il professor John Keating (Robin Williams), cacciato dalla scuola, lascia l’aula per l’ultima volta. I suoi ragazzi, riabilitati da lui dalla corruzione culturale del sistema, non ci stanno, gli rendono omaggio. Uno dopo l’altro, salgono in piedi sul banco ed esclamano: «Capitano, mio capitano!». Perché quella scena è così potente ed incisiva? Quella scena ci colpisce perché tutti sentiamo d’aver bisogno di qualcuno che ci insegni a guardare la realtà senza filtri.  Desideriamo, magari senza rendercene conto, una guida che indichi la strada: per di là. Senza spingerci: basta l’impulso e l’incoraggiamento. Il pensiero va a quella poesia che il vate americano Walt Whitman scrisse dopo l'assassinio del presidente Abramo Lincoln, e a lui dedicata. Gli stessi versi possiamo dedicare a tutti coloro che, da diversi nell'omologazione, la loro vita l’hanno dedicata per traghettare i loro simili verso un mondo migliore di quello rispetto al loro vivere contemporaneo. Il Merito: Valore disconosciuto ed osteggiato in vita, onorato ed osannato in morte.

Robin Williams è il professor Keating nel film L'attimo fuggente (1989)

Oh! Capitano, mio Capitano, il tremendo viaggio è compiuto,

La nostra nave ha resistito ogni tempesta: abbiamo conseguito il premio desiderato.

Il porto è prossimo; odo le campane, il popolo tutto esulta.

Mentre gli occhi seguono la salda carena,

la nave austera e ardita.

Ma o cuore, cuore, cuore,

O stillanti gocce rosse

Dove sul ponte giace il mio Capitano.

Caduto freddo e morto.

O Capitano, mio Capitano, levati e ascolta le campane.

Levati, per te la bandiera sventola, squilla per te la tromba;

Per te mazzi e corone e nastri; per te le sponde si affollano;

Te acclamano le folle ondeggianti, volgendo i Walt Whitman (1819-1892) cupidi volti.

Qui Capitano, caro padre,

Questo mio braccio sotto la tua testa;

È un sogno che qui sopra il ponte

Tu giaccia freddo e morto.

Il mio Capitano tace: le sue labbra sono pallide e serrate;

Il mio padre non sente il mio braccio,

Non ha polso, né volontà;

La nave è ancorata sicura e ferma ed il ciclo del viaggio è compiuto.

Dal tremendo viaggio la nave vincitrice arriva col compito esaurito,

Esultino le sponde e suonino le campane!

Ma io con passo dolorante

Passeggio sul ponte, ove giace il mio Capitano caduto freddo e morto.

Antonio Giangrande. Un capitano necessario. Perché in Italia non si conosce la verità. Gli italiani si scannano per la politica, per il calcio, ma non sprecano un minuto per conoscere la verità. Interi reportage che raccontano l’Italia di oggi  “salendo sulla cattedra” come avrebbe detto il professore Keating dell’attimo fuggente e come ha cercato di fare lo scrittore avetranese Antonio Giangrande.

Chi sa: scrive, fa, insegna.

Chi non sa: parla e decide.

Chissà perché la tv ed i giornali gossippari e colpevolisti si tengono lontani da Antonio Giangrande. Da quale pulpito vien la predica, dott. Antonio Giangrande?

Noi siamo quel che facciamo: quello che diciamo agli altri è tacciato di mitomania o pazzia. Quello che di noi gli altri dicono sono parole al vento, perche son denigratorie. Colpire la libertà o l’altrui reputazione inficia gli affetti e fa morir l’anima.

La calunnia è un venticello

un’auretta assai gentile

che insensibile sottile

leggermente dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano terra terra

sotto voce sibillando

va scorrendo, va ronzando,

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente,

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo:

prende forza a poco a poco,

scorre già di loco in loco,

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta,

va fischiando, brontolando,

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca, e scoppia,

si propaga si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato

avvilito, calpestato

sotto il pubblico flagello

per gran sorte va a crepar.

E’ senza dubbio una delle arie più famose (Atto I) dell’opera lirica Il Barbiere di Siviglia del 1816 di Gioacchino Rossini (musica) e di Cesare Sterbini (testo e libretto). E’ l’episodio in cui Don Basilio, losco maestro di musica di Rosina (protagonista femminile dell’opera e innamorata del Conte d’Almaviva), suggerisce a Don Bartolo (tutore innamorato della stessa Rosina) di screditare e di calunniare il Conte, infamandolo agli occhi dell’opinione pubblica. Il brano “La calunnia è un venticello…” è assolutamente attuale ed evidenzia molto bene ciò che avviene (si spera solo a volte) nella quotidianità di tutti noi: politica, lavoro, rapporti sociali, etc.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it, mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ha la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le macagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Voti truccati a Miss Italia? Su Striscia torna la polemica. Secondo la segnalazione di una concorrente, da agenzie promesse preferenze in cambio di denaro, scrive il 22 settembre 2015 “Askanews” - Anche quest'anno polemiche per i voti truccati a Miss Italia. A sollevare la questione è stato il tg satirico di "Striscia la Notizia" che si è mosso sulla segnalazione di una concorrente campana, Federica De Lucia di Pignataro Maggiore. La polemica nasce dall'assegnazione di una fascia sponsorizzata da una casa automobilistica che assicura un contratto da testimonial per un anno e un premio in denaro. Secondo la De Lucia i voti popolari espressi in rete di alcune concorrenti aumentavano in maniera esponenziale solo per alcune ragazze. Secondo la denuncia di Striscia diverse aspiranti miss sarebbero state contattate da manipolatori di voti che in cambio di cifre dai 1.000 ai 15.000 euro promettevano cospicui pacchetti di voti, permettendo così alle miss di scalare la classifica per vincere la fascia. Ci sarebbe, nel servizio di Moreno Morello e Luca Abete una vera e propria guerra di agenzie che si occuperebbe anche dell'affare voti per lanciare una miss.

Scandalo Miss Italia 2015: televoto truccato? Striscia indaga, scrive Diego Schepis su “La nostra TV”. Miss Italia 2015: truffa con il televoto online? Nonostante non abbia registrato ascolti record, l’ultima edizione di Miss Italia targata La7 è riuscita a lasciare il segno. Questa volta, però, la vincitrice Alice Sabatini c’entra ben poco, infatti a scatenare la polemica è stata la trasmissione di Canale 5Striscia la Notizia che, contattata da una telespettatrice campana, è venuta a conoscenza di una possibile truffa relativa alle votazioni online eseguite durante il concorso per l’assegnazione di una fascia sponsorizzata da una casa automobilistica. Il TG satirico, insospettito, si è subito messo in moto per far luce sulla vicenda. Secondo quanto affermato da Fanpage.it, stando alla denuncia della telespettatrice che ha sollevato il polverone, durante la serata i voti di alcune miss aumentavano in modo sospetto. Inoltre, secondo altre fonti, alcune aspiranti miss sarebbero state contattate da agenzie (in grado di taroccare i voti), le quali avrebbero promesso loro di continuare il loro sogno in cambio di 1000/1500 euro. Insomma, una sorta di acquisto di pacchetto voti che secondo quanto testimoniato dal servizio realizzato per Striscia la Notizia da Moreno Morello e Luca Abete, sarebbe una vera e propria truffa. Il tutto ovviamente è ancora da confermare, quindi al momento restano solo sospetti che sicuramente verranno verificati da chi di dovere. Non è esclusa, inoltre, l’ipotesi di un possibile coinvolgimento di hacker nel sistema delle votazioni, ma per ulteriori chiarimenti e conferme, è necessario attendere gli esiti di eventuali prossime indagini. Alice Sabatini ancora nella bufera? Miss Italia si sfoga da Barbara d’Urso. E se Striscia la Notizia indaga sulle votazioni e sulle possibili truffe riguardo Miss Italia, la vincitrice del concorso di bellezza si gode i primi giorni da miss. Oggi pomeriggio, infatti, Alice Sabatini è stata ospite nel salotto di Barbara d’Urso per un’intervista esclusiva. Alice, nonostante sia giovanissima, è riuscita a dimostrare un grande coraggio e un buon approccio con la telecamera, ma allo stesso tempo ha "sfruttato" la trasmissione per rispondere alle tante critiche che in questi giorni l’hanno bersagliata, in seguito alla sua dichiarazione choc sulla Seconda Guerra Mondiale: “Volevo scusarmi con tutti coloro che hanno frainteso la mia frase. Lo ammetto, mi sono espressa male, volevo semplicemente dire che il mio desiderio sarebbe stato quello di vivere durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale perchè mia nonna spesso mi parla della sua adolescenza e delle tante sofferenze che ha passato. Quando lei mi racconta della guerra, la ascolto sempre con molta attenzione, però non riesco a comprenderla a pieno. Per questo motivo ho detto che avrei voluto rinascere in quel periodo, per riuscire a capirla e a comprenderla come lei vorrebbe”. Insomma, adesso il messaggio è diverso e Alice, mortificata per la sua gaffe, ha cercato di rimediare asserendo: “Spero di poter dimostrare in questo anno da Miss Italia che non sono una ragazza ignorante, ma che sono intelligente”.

Quel concorso è truccato. Milano perde anche la miss, scriveva già a Pagina 41 del 2 settembre 1995 su "Il Corriere della Sera" Rosaspina Elisabetta. Il numero 4 non ha portato fortuna a Miss Milano, portabandiera dei colori cittadini alla sfilata delle più belle d' Italia. Dall'altro ieri, Emanuela Giordani, diciottenne imbronciata, sta seriamente rivalutando un possibile futuro da ragioniera. E a Salsomaggiore, forse, non vorrà più tornare nemmeno in vacanza: "Un'esperienza da esaurimento" sintetizza, senza nascondere il suo risentimento verso chi l'ha rispedita a casa al primo round. "Non speravo certo di vincere, premette, ma almeno di resistere fino alla penultima serata, fino alla finale". Il rientro anticipato, secondo la miss delusa, non è da addebitarsi soltanto alle superiori qualità estetiche delle concorrenti: "La mia impressione è che, laggiù, i giochi fossero già fatti. La tivù inquadrava sempre le stesse. Parrucchieri e truccatori dedicavano ore e ore di cure ad alcune e pochissime attenzioni a tutte le altre, come me. Cinque minuti e via". Quando Emanuela ha potuto finalmente riscuotere il suo effimero primo piano, la mamma, in trepida attesa davanti al televisore, quasi non l'ha riconosciuta: "Era pettinata e truccata malissimo, s'indigna la signora Giordani. Hanno voluto imbruttirla, non c'è altra spiegazione. Tutti i clienti che entrano in negozio, da ieri, mi ripetono la stessa cosa, cioè che mia figlia è molto più bella al naturale. Invece di valorizzarla, hanno deciso di penalizzarla". Cuore di mamma, si sa, non intende ragioni, ma perlomeno una persona segretamente sollevata dall'esito infausto c'è. Si chiama Marco e ha due occhi neri inequivocabilmente adoranti per le neglette fattezze di Miss Milano: "Sì, forse lui è contento, riconosce lei, un po' indifferente come ogni donna consapevole del suo potere su un uomo, ma per me è stata davvero una grande delusione. Ho interrotto le vacanze a Rimini con due settimane di anticipo per partecipare a Miss Italia. Quando sono arrivata a Salsomaggiore ero felice ed entusiasta. E invece, quasi subito, mi sono sentita a disagio. Dicono che è un concorso serio, ma di serio c'è solo il controllo: non ti lasciano mai uscire". Che cosa diresti a un'amica che volesse tentare? "Di lasciar perdere. E uno stress inutile. Tornassi indietro, io non parteciperei più. Sono stata trattata male, sbrigativamente. E anche quando ci hanno fatto sfilare, sono state fatte odiose differenze. Alcune hanno potuto indossare abiti bellissimi ed eleganti. Io sono stata mandata in passerella vestita da montagna". Miss Cenerentola non è stata degnata di uno sguardo nemmeno dal principe azzurro del concorso: "Tomba? Un antipatico". Così è la vita.

Così è lo spettacolo.

Lele Mora: “Corona mi ha mandato in rovina come la Pascale sta facendo con Berlusconi”. L'ex impresario dei vip racconta gli anni vissuti al di sopra dei limiti e il lungo percorso di riabilitazione dopo il carcere. "Mi sento una scatola nera, a poco a poco rivelerò tante verità e non per vendetta, ma perché troppe persone che mi chiamavano “papà” mi hanno abbandonato nelle difficoltà o sfruttato nella fortuna", scrive Selvaggia Lucarelli il 19 settembre 2015 su "Il Fatto Quotidiano". Entrando nella nuova casa di Lele Mora la prima cosa che si nota è la quantità di mobilio barocco, vasi dorati e suppellettili vari elegantemente stipati negli angoli. Oggetti che un tempo occupavano la sua grande casa di viale Monza e che oggi se ne stanno ammassati in una casa bella ma decisamente più piccola in zona Buenos Aires. Penso che l’arredo sia un’efficace metafora del suo presente in cui non c’è più spazio per quel passato, ma poi mi accorgo che qualcosa è rimasto intatto. Il discreto via vai di ragazzi giovani e bellissimi. La tavola imbandita. I busti di Mussolini sulle mensole in salotto, i ritratti di Papa Francesco e, soprattutto, i due telefoni che squillano ininterrottamente, come se nulla fosse cambiato, come se Lele Mora fosse ancora il burattinaio di un tempo, l’uomo capace di sedersi a pranzo con Costantino e a cena con Putin.

Quanto le resta da scontare?

«Due anni. Ho una serie di restrizioni. Posso andare solo in Lombardia e Veneto, non posso lavorare nello spettacolo, devo fare due ore a settimana di servizi sociali e sono affidato a mio figlio Mirko. Io oggi sono stipendiato da lui, faccio lo stagista per la sua agenzia».

Beh è cominciato tutto con Ruby affidata alla Minetti ed è finita con lei affidato a suo figlio.

«Sì, in effetti questa è la parabola, anche se la mia fine è stata colpa della vanità. Il servizio di Sciuscià, quello in cui facevo vedere la mia villa, il lusso, la bella gente, è stato la mia rovina. E anche quella copertina con i tronisti ai miei piedi. Non si può esibire quello stile di vita quando tanti non arrivano a fine mese, è normale che poi ti si scateni contro l’inferno».

Però non è la vanità che l’ha mandato in carcere.

«No, certo, ho fatto anche i miei errori con la giustizia e l’ho ammesso, ho patteggiato, non sono neanche andato in Cassazione».

Berlusconi lo vede più?

«Io non posso frequentare pregiudicati ma provo a telefonargli ogni tanto, chiamo ad Arcore e mi risponde sempre un cameriere che mi dice “Un attimo” e poi “Il presidente non c’è”. Sai, ora ha i due marescialli Rossi e Pascale intorno”».

Avrà un cellulare.

«Credo che la Pascale non gli faccia usare neanche quello».

Mi pare di capire che la Pascale non le piaccia.

«Non lo trovo un personaggio positivo accanto a lui. Ha eliminato tutte le persone che erano intorno a Berlusconi da sempre, a partire dalla segretaria Marinella per arrivare ai cuochi e per finire con i politici che lei non gradisce. La Pascale e Mariarosaria Rossi sono il cerchio magico, nessun altro».

Qual è il segreto di questa donna per circuirlo così?

«Alle volte capita di incontrare persone che non ti fanno capire più nulla. La Pascale è per Berlusconi quello che Corona è stato per me».

Cos’è stato Corona per lei?

«Io subivo il suo fascino, lui sapeva come comprarmi, mi chiamava “Tatino”, mi faceva le moine. Poi però mi fregava sempre. Soldi, scoop, fiducia. L’ultima volta mi ha chiesto denaro per aprire una panetteria. Non ho più visto né i soldi né una baguette. Quando mi ha tradito l’ennesima volta gli ho scritto una lettera molto dura. Non ci siamo più visti».

Il destino però vi vuole entrambi da don Mazzi.

«Io da don Mazzi faccio solo servizi sociali e ho chiesto che lui non finisse nella comunità dove vado io».

Qualcuno pensa che con lui la rieducazione funzioni poco. Con lei?

«Io mi sento un uomo diverso. La rieducazione è possibile. Erika De Nardo è stata tanto da don Mazzi, oggi so che per avere una vita normale è scappata in Madagascar dove fa l’educatrice. Scattone doveva poter tornare a insegnare, se una persona ha pagato il suo debito è giusto che torni a fare quello che faceva prima. Non si può essere marchiati anche da persone libere, è inumano».

Cosa le manca della sua vecchia vita?

«Niente. Io sto bene. Certo, dopo il carcere sto ancora curando la mia depressione, ma il mondo dello spettacolo non mi interessa più. In compenso, mi sento una scatola nera, a poco a poco rivelerò tante verità e non per vendetta, ma perché troppe persone che mi chiamavano “papà” mi hanno abbandonato nelle difficoltà o sfruttato nella fortuna».

Qualcuno dice che non ha più nulla da perdere.

«No, ho dato perle ai porci per anni, ora con le perle mi ci faccio una collana».

Ce l’ha a morte con Signorini, perché?

«Perché è un pennivendolo. Mi ha usato. L’ho incontrato una sera al ristorante e l’ho insultato. Ora ha paura di me perché ho una sua registrazione in cui ne dice di tutti i colori di Silvia Toffanin. Ma ne ho tante di registrazioni, di prove che c’è tanto marciume. Tra i giornalisti salvo solo Vittorio Feltri, Michele Santoro e Silvana Giacobini».

Ma c’è mai stato qualcosa di vero nel suo mondo?

«Ho creato tante cose a tavolino. Anche le vittorie dell’Isola dei famosi. Io facevo partecipare miei artisti come Walter Nudo e poi compravo i centralini per farli vincere. Magari investivo 50.000euro ma poi se Walter vinceva, io con gli sponsor chiudevo contratti da un milione di euro, era un investimento».

Ma tutti questi uomini simil-tronisti che concedono favori sessuali in cambio di comparsate tv e che giravano nella sua agenzia, sono gay?

«Alcuni no. Lo sono per convenienza».

C’è mai stato qualcuno integerrimo nella sua agenzia?

«Il primo che mi viene in mente è Luca Argentero. Un ragazzo davvero serio, si è sposato per amore e non ha mai accettato compromessi».

E con la famiglia Berlusconi come va?

«Pier Silvio è un uomo educatissimo, impeccabile. Marina è la numero uno nel suo lavoro, le rimprovero solo di prestare poca attenzione a chi lavora in alcune redazioni di Mondadori, ci sono tanti ladruncoli. Vorrei incontrarla per dire quello che so. Veronica Lario non è una vittima. È stata Eva la prima a peccare, non Adamo…»

Ci pensa più al carcere?

«Il carcere è la cosa più disumana che si possa immaginare, ci dovrebbero finire solo i criminali che hanno commesso cose aberranti. Io a Opera avevo due vicini di cella: Olindo Romano del delitto di Erba e Gianfranco Stevanin, il killer delle prostitute. Ero considerato un criminale di quella levatura. Olindo lo chiamavo Yoghi, perché quando lavava i pavimenti aveva questa andatura da orso. Gli regalavo le mie merendine».

Era amico di Dell’Utri. Da quando è in carcere hai avuto più contatti con lui?

«Certo, ci scriviamo delle lettere».

E come sta?

Male come tutti quelli che stanno in carcere».

Renzi l’ha mai incontrato?

«Non posso incontrare politici e se è successo non me lo ricordo, sai, ho sessant’anni… in compenso è un mio sogno erotico, lo riempirei di morsi». Da Il Fatto Quotidiano del 18 settembre 2015 

Striscia, agguato contro Signorini, Lele Mora ancora contro Alfonso: "Soldi, esclusive e quella frase sulla Toffanin", scrive “Libero Quotidiano”. Lele Mora contro Alfonso Signorini, secondo round. E' Striscia la notizia, stavolta, che offre il megafono a un attacco ai danni del direttore di Chi, rivista Mondadori. Dopo l'intervista a Selvaggia Lucarelli al Fatto Quotidiano, Lele Mora, raggiunto da Striscia la Notizia per il Tapiro, si toglie altri sassolini dalle babbucce. “Perché Alfonso Signorini pennivendolo?”, gli chiede Valerio Staffelli. “Signorini deve un po’ a me il suo successo", risponde Mora, "quando ero un vero agente (ora ho 60 anni e sono un pensionato, ex detenuto) io l’ho aiutato molto dandogli gli scoop più importanti. Avevo personaggi buoni allora, ma lui ha fatto finta di dimenticarsi di me. Non mi ha scritto neppure una riga in carcere”. Si parla di una presunta registrazione che danneggerebbe Signorini: “Quella ce l’ho io. Io ho detto a un suo collaboratore di dare questa esclusiva di Carmen Russo che era incinta, loro dovevano dare a lei 5000 euro. Poi questo che ha venduto l’esclusiva, che fa parte di una società "aum aum", è andato a capire perché (Signorini ndr) non voleva più pagare. Era perché io avevo aiutato Carmen, chiamando la signora Silvia Toffanin, ad andare a Verissimo. È andata a Verissimo e allora Signorini ha detto che io prendo i soldi suoi della Mondadori, che aveva l’esclusiva lui e che io non potevo mandare la signora Russo in trasmissione. Io l’ho mandata invece. Ne ha dette di tutti i colori su di me, ma c’era chi ha registrato. Quando me l’hanno fatto sentire, ho spinto un bottone e registrato anche io, ho pensato che non si sa mai nella vita, poteva sempre essere utile”. “Quindi questa registrazione conterrebbe quello che Signorini pensa della signora Toffanin?”, ha chiesto Staffelli. “Sì”, ha detto Lele. “Ma non è che è proprio per questa registrazione che il signor Pier Silvio Berlusconi ha fatto saltare la poltrona di Signorini al Grande Fratello?”, ha allora incalzato l’inviato di Striscia (adesso come opinionisti ci sono Claudio Amendola e Cristiano Malgioglio, ndr). “Guardi non lo so. Se dico tutto di Signorini dobbiamo stare qui fino a domani, lasciamo stare”, ha continuato Mora. “Quando avrò finito il mio affidamento, dirò di tutto e di più, magari vengo a fare una puntata di Striscia e vi racconto un po’ di cose. Poi mi denunciano e io porto la registrazione in tribunale, però loro rischiano il posto di lavoro, è pesante”. Gli avvocati delle diverse persone tirate in ballo da Lele Mora, da quanto si apprende, sono già al lavoro...

Emilio Fede: "La mia situazione economica è drammatica, Silvio non mi aiuta", scrive Giulio Pasqui sabato 19 settembre 2015 su “Gossip Blog”. "La Pascale era gelosissima, ha ripulito l'ambiente": parla Emilio Fede. Emilio Fede ha pubblicato un nuovo libro. Il titolo, esplicativo, è Se tornassi ad Arcore. Il tour promozionale è partito dal programma di Selvaggia Lucarelli su M2o, Stanza Selvaggia. Tanti gli argomenti trattati durante la lunga chiacchierata, senza dimenticare Silvio Berlusconi ed il magico mondo di Arcore, appunto. Ma l'intervista parte da un altro (ex) amico di Fede: Lele Mora. "Lele Mora è stato un grande imprenditore ed io sono stato amico di Lele Mora - dice - Ma per andare da Lele Mora si facevano raccomandare. Ai pranzi di Lele Mora - al di là delle battute, sesso o non sesso - c'erano personaggi illustri: ministri, campioni, star, vice star. C'erano tutti e tutti si vantavano di andare da Lele Mora. Poi è successo quel che è successo. Ma l'ingratitudine è il peggiore dei mali, è un atto di vigliaccheria [...] Io ho sempre lavorato legalmente con lui. Poi sono cambiate le cose perché lui si è innamorato disperatamente di Fabrizio Corona e questo l'ha portato ad altri amori. L'amore si paga. Quali amori? I ragazzi con i quali lui aveva un affetto...". La situazione sentimentale di Fede com'è? "Il mio vero grande amore è la mia straordinaria moglie che mi ha sopportato. Diana, mi diceva sempre Silvio, è la parte migliore della famiglia". Ma siamo proprio sicuri che non abbia mai avuto qualche sbandata, il buon Emilio? Magari una sbandata per l'azzardo (o la...Zardo,Raffaella?): "Ci sono state delle sbandate, il casinò... La Zardo? Nessuno me lo perdona. Io non ho mai avuto un rapporto sessuale con lei". La discussione si sposta su Francesca Pascale: "Io la conosco bene. Uscivamo insieme, cenavamo insieme. Mi ricordo che una volta l'ho portata a cena in un ristorante di Milano, poi ci ha raggiunti Berlusconi, ha preso il caffè con noi e siamo andati ad Arcore. Fra loro c'è una storia, ma non si può ben definire. E non si sa quando inizia e quando finisce. Lei è entrata nella vita di Berlusconi, beata lei. Anche io c'ero entrato nella vita di Berlusconi ma ne sono uscito". E ancora, sull'argomento: "Francesca veniva ad Arcore, ma tornava a dormire a Napoli. Era gelosissima, mi chiamava per chiedermi se qualcuna fosse rimasta ad Arcore. Le bastava sapere se fossero rimasti lì dei, come dire... trolley. Due gemelle (le De Vivo, ndr) venivano sempre insieme ed avevano due trolley. Io controllavo e le rispondevo di andare a letto tranquilla. Ma sì, mentivo. C'erano due trolley che non mollavano facilmente. E' chiaro che fra Silvio e Francesca io preferisca lui". E qual era il trolley più combattivo? "La guerriera del soldo era Marysthell Polanco, da me eletta - elegantemente - Miss Pompea ma anche Miss Culetto. Io sono un testimone. Io consigliavo a Berlusconi di allontanarla, ma lui era dispiaciuto per la sua bambina senza padre e le ha pagato la scuola sino alla maggiore età". Per fortuna, quindi, che è arrivata la Pascale: "La presenza di Fracncesca Pascale è stata utile perché ha ripulito l'ambiente. Alcune persone non avevano senso. [...] Non ci sono mai state orge, non l'ho mai viste. Le olgettine sono prostitute di professione, è una professione di tutto rispetto. Servono pure loro". Dunque un commento sulla propria situazione economica: "La mia situazione economica è drammatica. Anzi, peggio. Mi hanno svaligiato casa, hanno scritto falsità e mi hanno licenziato senza neanche un giorno di preavviso. Da un minuto all'altro mi sono ritrovato disoccupato e senza stipendio". Però gira con l'autista privato ("E' un autista ad ore, lo pago a rate"), paga 2300 euro di affitto al mese e si paga gli avvocati da solo: "Ho un appoggio di mia moglie, ex senatrice. Silvio non mi dà neanche un euro". Ma stipendia Barbara Guerra, precisa la Lucarelli. La stoccata finale è nei confronti di Don Mazzi: "L'ho conosciuto quando aveva le pezze al culo. Io gli davo una mano, gli stavo vicino. L''ho aiutato a crescere. Ma ci sono tante altre persone impegnate nella solidarietà. Non dico che dovremmo dimenticare Don Mazzi ma pare che questa storia stia diventando una sorta di teatrino. E' malato di protagonismo. C'è tanta gente che fa solidarietà [...] E gli angeli della strada? Chi gli aiuta? Nessuno perché non hanno chi li appoggia... Don Mazzi ha qualcuno che glielo appoggia. Non che glielo appoggia, non vorrei essere capito male... glielo appoggia nella raccolta fondi". Insomma, Emilio Fede contro tutti.

Ma è Don Mazzi o Barbara D'Urso? Si chiede Selvaggia Lucarelli su "Il Fatto Quotidiano". Bisognerebbe rivedere il codice penale e sancire un inasprimento della pena nel caso in cui don Antonio Mazzi si offra di ospitare qualcuno in comunità. Solo così, forse, si riuscirebbe ad arginare la progressiva e insopportabile barbaradursizzazione del prete più famoso d' Italia, il quale ormai ha a cuore solo i casi umani con almeno due aperture di Studio Aperto in curriculum. L'ultima pecorella che sarebbe generosamente pronto a ospitare nel suo ovile è la povera Martina Levato, naturalmente in compagnia del suo piccolo Achille, perché non sia mai che qualcuno voglia privare il neonato dell'imperdibile opportunità di essere allevato da una mamma che, nella borsetta, per nulla al mondo dimenticherebbe latte e acido muriatico in polvere. Lei deve stare con lui e allattarlo, è l'unica via per salvarla. È una madre molto più normale di quello che si pensa”, ha dichiarato don Mazzi. Ma tu guarda. Quindi le madri normali non sono più quelle che dicono “questa casa non è un albergo” o “mandami un sms quando arrivi”. No, sono quelle che tra una poppata e un'altra sfigurano un ex fidanzato e tentano di evirarne un altro. In fondo, questa idea che il neonato possa salvare la mamma, questa teoria che non siano più i genitori a educare i figli ma i figli a educare i genitori, è destinata a scardinare tutti i fondamentali della pedagogia moderna. Don Mazzi è la nuova Montessori, ma con più talento per il marketing. Fiuta il caso mediatico e invoca la pietà. Sostituisce le faccette della D’Urso con la faccia finto burbera da prete zotico e apre le porte del suo centro Exodus ai soggetti più indifendibili in circolazione. Tra un po’nei suoi centri ci saranno più vip che a Pomeriggio 5. Verrebbe da chiedergli perché non si prenda in comunità la madre del ragazzo sfigurato a cui la cara Martina ha regalato un ergastolo di sofferenze, ma la tizia non ha rilasciato interviste su Chi, per don Mazzi non è appetibile. Lui è l’alternativa vip al carcere, mica quella degli sfigati qualunque. Negli anni, sono passati dalle sue parti Lele Mora, puntualmente fotografato mentre faceva del giardinaggio espiatorio e Fabrizio Corona, puntualmente fotografato mentre fa del culturismo espiatorio. “Fabrizio si alza presto al mattino, pulisce il bagno e la cucina”, ci ha tenuto a chiarire il prete. Del resto, che la vita della casalinga sia una variante della galera l’ho sempre pensato. Ma il buon don Mazzi ospita anche il tastierista dei Modà che è molto più normale di quello che pensiamo, solo un po’ pedofilo. Si batte strenuamente per il ritorno dei Marò, aderendo a campagne pubbliche. E di sicuro è pronto a ospitare anche loro, in fondo sono molto più normali di quello che pensiamo, hanno solo impallinato un pescatore. E già che c’era, in alternativa a Cesano Boscone, aveva invitato pure Berlusconi a raccogliere pomodori da lui, perché in fondo Silvio è molto più normale di quello che pensiamo, è solo un simpatico puttaniere. Gli manca solo un invito a Carminati. Davvero strano che non gli abbia offerto un posto in comunità, magari come addetto alla mensa, in fondo con i pasti ai poveri il buon Massimo ci sapeva fare parecchio. Insomma. Prima c’era l’avvocato Taormina, ora c'è don Mazzi. Prima i peggiori figuri si buttavano tra le braccia di un figuro più brutto di loro, ora si gettano tra le braccia rassicuranti di un prete, perché l’unica vera alternativa alla legge che ti fa il mazzo, è don Mazzi. Io, nel frattempo, sono dell’idea che sia ora di affidare lui a una comunità. Un anno senza giornali e senza tv e magari il buon prete torna a occuparsi di quelli che non campano sotto la luce dei riflettori, ma sotto quella di qualche neon nelle carceri vere, quelle senza sconti vip.

Lettera di Lele Mora a Dagospia. Cara Selvaggia, sì, io vado da Don Mazzi da 30 anni. Sono un suo caro amico e non sono certo andato da lui per frequentare il salotto della Signora D’Urso. Ti credevo diversa, Selvaggia. E non pensavo potessi arrivare ad attaccarmi con menzogne inutili, scrivendo un articolo del genere su un sacerdote che ha speso tutta la sua vita per i più bisognosi. Don Mazzi è un grande esempio da seguire, non da criticare. Non ha mai operato alla ricerca né di notorietà né di tornaconti personali. Scusa il mio sfogo, cara Selvaggia, ma ormai io mi occupo solo di attività sociali e da cinque anni evito i salotti televisivi, nonostante mi arrivino inviti da più parti. Spero di aver l’opportunità di confrontarmi personalmente con te, magari davanti a un caffè. La mia vita è davvero cambiata e non faccio più l'agente di spettacolo. Sono affidato a mio figlio presso la cui attività svolgo semplici mansioni da stagista. Il mio vivere quotidiano è ormai orientato dalle prescrizioni del magistrato di sorveglianza e del tribunale di Milano. Con stima. Lele Mora.

Don Mazzi: "E' importante non separare la madre dal suo piccolo. Intervista di F. Pol. a don Antonio Mazzi per “la Stampa”.

Don Antonio Mazzi, dopo Fabrizio Corona aspetta Martina Levato e suo figlio...

«Porte aperte anche a lei sì. Quella di Martina non è nemmeno la storia peggiore che mi sia capitata. Io credo che il recupero di questa ragazza insieme a suo figlio deve avvenire in una struttura normale che non sia il carcere».

Martina è stata condannata a 14 anni. Per ora ha scontato pochi mesi. Difficile che le diano ora gli arresti domiciliari...

«Io sono pronto a scommettere su di lei. Mi piacerebbe che qualche volta pure la giustizia facesse queste scommesse. Da me arrivano persone che hanno già scontato parte della pena come Fabrizio. Ma Marina non è una bestia. È solo da aiutare».

Come fa ad essere così sicuro?

«Io conosco da anni i genitori di Martina. Sono insegnanti, mi è capitato di incontrarli nei giri che faccio regolarmente nelle scuole. So in che contesto lei vivesse prima di fare quello che ha fatto. Sono stati loro a chiedere un mio intervento e aiuto. E io sono prontissimo ad aprire le porte a Martina e a suo figlio se vogliamo cercare di salvarla».

Salvarla?

«Martina è una ragazza fragile. Non è una bestia come è stata dipinta anche in questi giorni sui giornali, che d' estate non sanno mai cosa scrivere. È una donna innamorata e quell' amore l'ha stravolta. A me la cosa che preoccupa di più è l'infatuazione che ha ancora per Alex. Martina va liberata».

Sta dicendo che Martina deve stare con il suo bambino ma è meglio che il suo compagno giri alla larga?

«Sto dicendo che pure Alex si può recuperare ma ci sarà tanto da lavorare. La sua è una personalità forte. Adesso sarebbe meglio che il loro percorso fosse diviso».

Mentre Achille deve stare con sua madre giusto?

«Anche la peggiore delle madri, deve stare con suo figlio. Io spero che Martina capisca il male che ha fatto. Ma soprattutto per amore del bambino non si può separarli».

Il Tribunale dei minori ha deciso che si possano vedere solo quaranta minuti al giorno e non le è consentito allattarlo direttamente ma solo col tiralatte...

«Non ha senso dire che devono stare insieme quaranta minuti e basta. O non glielo fanno vedere o se no lo veda sempre. Per il bene di tutti e due anche la giustizia scommetta su di loro».

Acidotweet su Dadoselection.

@Pinucciotwit: la signora Levato ha chiesto di poter stare con suo figlio da Don Mazzi. sto bambino rischia di crescere con lei, Corona e Sara Tommasi?

@fulvioabbate: E se il bimbo di Martina e Alexander avesse come padrino di battesimo Fabrizio Corona? #MartinaLevato

@FranAltomare: Se Hitler fosse vivo avrebbe comunque modo di redimersi con un semplice “portatemi da Don Mazzi”.

@stanzaselvaggia: Don Mazzi è diventato l'alternativa vip al carcere. Interessante.

@matteograndi: Qualche settimana di galera. Riabilitazione da Don Mazzi. Interviste esclusive. Resort alle Seychelles. E le vittime a prendersela in culo.

@giucruciani: Hanno sfregiato uno con l'acido. Fatto altri danni. Dovrebbero stare in galera almeno 30 anni, in silenzio. Invece, Don Mazzi. Che schifo.

@frandiben: "Oppure da don Mazzi" è l'ultimo articolo del Codice Penale.

@Caustica_mente: Tutti da Don Mazzi vogliono andare. Pure la coppia dell'acido. A sto punto mi aspetto richieste di Parolisi e Olindo&Rosa.

@cjmimun: Aggredito con acido: don Mazzi,Martina deve avere suo figlio...ci saranno due vittime alla fine della storia:l'ex aggredito e il bimbo.

@fulvioabbate: #martinalevato e #AlexanderBoettcher progettavano altre aggressioni con l'acido, e mi devo sentire "Sì, però una mamma è una mamma", eh?

@BrunoVespa: Affidate ai nonni il figlio della coppia dell'acido. E fatelo vedere alla mamma. Lui è innocente.

@amedmar: Per decidere cosa fare del neonato cercherei spunto nel cognome della madre... #MartinaLevato.

Don Mazzi e i nomi da prima pagina. Nel suo album anche Erika e Corona. Dopo il caso della coppia dell'acido le polemiche sul sacerdote: «Sempre a caccia di clamore mediatico», scrive Agnese Pini su “Il Giorno” il 22 agosto 2015. L'ultimo gioco dell’estate è il «Dagli a Don Mazzi». Don Mazzi il divo, a caccia di soldi e di padrini. Cattolicesimo da salotto, il suo. Di lui si dice di tutto – l’ultima, Selvaggia Lucarelli: «Il prete si è trasformato in Barbara D’Urso» – e a chi lo difende si risponde: «Beh, se la va a cercare». Perché i detrattori lo aspettavano al varco, sicuri – e non sono stati smentiti – che il mediaticissimo «difensore degli ultimi» non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di metter bocca nella grana agostana che offre i più succosi ingredienti delle dispute etiche: sesso, brutalità, perversioni, violenza, ferocia, condanna, perdono, maternità, amore. Non manca niente, nella storia della neo mamma galeotta Martina Levato, la ragazza dell’acido: Alexander Boettcher, suo compagno e complice, è stato declassato al grado di pallido comprimario, perfino il fisico sgonfiato e imbolsito dal carcere. Don Mazzi entra nell’arena della giuria nazional popolare che trincia sentenze su chi come dove e perché dovrebbe educare e allevare la creatura nata dall’amore delittuoso, il piccolo Achille. Ecco la sua, per sommi capi: «Martina è una buona madre, è stata plagiata, può redimersi, affidatela alla mia comunità», proprio mentre i giudici, in queste ore, l’hanno rispedita dall’ospedale in carcere. Il punto è che la memoria è corta, ma a spulciare negli archivi viene fuori che don Mazzi è un habitué del genere, e se c’è vip finito in disgrazia, o disgraziato diventato vip, lui non si lascia sfuggire l’occasione. Lo fece già secoli fa con il terrorista Marco Donat Cattin (in quell’occasione perfino Montanelli si stracciò le vesti), e poi: le tre amiche del cuore che a Chiavenna ammazzarono a freddo suor Maria Laura Mainetti; Erika di Novi Ligure, i recentissimi Lele Mora, Fabrizio Corona, il fonico dei Modà Paolo Bovi. Tutti chiamati nelle sue comunità di recupero: Exodus la più famosa, nata a Milano alla metà degli ’80 per i tossicodipendenti, a cui oggi si affiancano centri d’ascolto e di assistenza in Italia, Brasile e Ucraina. Quaranta strutture in tutto, da cui finora sono passate oltre 50mila persone. Liste d’attesa lunghissime – «ed entrare nei suoi centri, per chi non è famoso, è tutt’altro che semplice», dicono ancora i detrattori – per quanto oggi il fenomeno della tossicodipendenza sia ben diverso da quando don Mazzi fondò la sua prima base. Dei 438mila tossici in Italia più della metà non si cura, mentre affrontare la dipendenza richiede metodi e approcci sempre in via d’aggiornamento. Luci e ombre: è il destino di preti, e laici, che prima e dopo don Mazzi si sono avvicendati nel «recupero del prossimo sfortunato» – da Vincenzo Muccioli al riparo dei Moratti a don Pierino Gelmini al riparo di Berlusconi – affiancando alla carità la mediaticità, al cristianesimo la politica, all’altruismo la necessità di soldi. Senza soldi, del resto, non c’è carità possibile. Proprio in quanto a soldi, gli anni 2000 non sono stati generosi con don Mazzi e i suoi. Restò celebre una sua uscita del 2012: «Ora basta finanziare cani e gatti». Si sfogò: «Abbiamo debiti per 2 milioni perché i servizi pubblici non ci pagano dal 2004. Sopravviviamo con i finanziamenti privati. Mandare avanti la baracca costa 450 mila euro al mese. Lo Stato dov’è?». Viene allora da pensare che un po’ di tv e di presenzialismo possano aiutare a «mandare avanti la baracca». E anche i vip finiti in disgrazia e disgraziati diventati vip. Don Mazzi dà un’altra versione (in un’intervista a Famiglia Cristiana per i suoi 80 anni, nel 2009): «Sono un perdonista. Ma qui il buonismo non c’entra. È che il perdono non ha sfumature: o perdoni o non perdoni». Ogni volta dalla parte di Caino. Eppure fra le anime del prete in maglioncino ci sono anche tanti Abele, che però non fanno notizia. «Ma la gente capisce, eccome. I raffinati intellettuali non sempre».

L’HA DETTO LA TELEVISIONE? E’ FALSO! NON SPEGNETE LA TV, MA ACCENDETE LA LIBERTA’.

"Non spegnete la tv, ma accendete la libertà": l'inedito di Umberto Eco sulla televisione. La Tv è maestra, a volte cattiva, ma in modo non prevedibile. Come gli altri media. La lezione del grande semiologo ora diventa un volume, scrive Umberto Eco il 24 ottobre 2018 su "L'Espresso". L'intervento che qui anticipiamo, datato 1978, è integralmente contenuto nel volume "Sulla televisione" in uscita per La nave di Teseo. Otto o nove anni fa, quando mia figlia stava iniziando a guardare il mondo dalla finestra di uno schermo televisivo (schermo che in Italia è stato definito “una finestra aperta su di un mondo chiuso”), una volta la vidi seguire religiosamente una pubblicità che, se non ricordo male, sosteneva che un certo prodotto era il migliore al mondo, capace di soddisfare qualsiasi bisogno. Allarmato sul fronte educativo, cercai di insegnarle che non era vero e, per semplificare i miei argomenti, la informai che le pubblicità di solito mentono. Capì di non doversi fidare della televisione (in quanto, per ragioni edipiche, faceva di tutto per fidarsi di me). Due giorni più tardi stava guardando le notizie, che la informavano del fatto che sarebbe stato imprudente guidare lungo le autostrade del Nord per via della neve (un’informazione che soddisfò i miei più intimi desideri, dato che stavo disperatamente cercando di restare a casa per il fine settimana). Al che mi fulminò con uno sguardo sospettoso, chiedendomi come mai mi fidassi della tv visto che due giorni prima le avevo detto che raccontava bugie. Mi trovai costretto ad avviare una dissertazione molto complessa di logica estensionale, pragmatica dei linguaggi naturali e teoria dei generi allo scopo di convincerla che ogni tanto la televisione mente e ogni tanto dice il vero. Per esempio, un libro che comincia con “C’era una volta una bambina chiamata Cappuccetto Rosso e così via...” non dice il vero quando sulla sua prima pagina attribuisce la storia della bambina a un signore di nome Perrault. Solo lo psichiatra al quale mia figlia probabilmente si rivolgerà una volta arrivata all’età della ragione sarà in grado, direi, di constatare i danni consistenti che il mio intervento pedagogico ha provocato alla sua mente o al suo inconscio. Ma questa è un’altra storia. Il fatto, che ho scoperto proprio in quell’occasione, è che se si vuole usare la televisione per insegnare qualcosa a qualcuno bisogna prima insegnare come si usa la televisione. In questo senso, la televisione non è diversa da un libro. Si possono usare i libri per insegnare, ma per prima cosa bisogna spiegare come funzionano, almeno l’alfabeto e le parole, poi i livelli di credibilità, la sospensione dell’incredulità, la differenza tra un romanzo e un libro di storia e via dicendo. [...] Credo che i problemi legati all’uso educativo della televisione siano gli stessi di quelli legati ai suoi supposti effetti perversi. Può essere che la televisione, così come gli altri media, corrompa gli innocenti, ma lo fa indubbiamente in un modo non previsto da molti educatori (o da molti corruttori). Supponiamo che un marziano cerchi di estrapolare l’impatto della televisione sulla prima generazione cresciuta sotto la sua influenza (persone che hanno cominciato a guardarla all’età, poniamo, di tre anni nei primi anni cinquanta), quindi il nostro marziano potrebbe cominciare analizzando il contenuto dei programmi televisivi degli anni Cinquanta. Nutrita a forza di programmi come The $64,000 Question, soap opera, sceneggiati in stile Mary Walcott, pubblicità della Coca-Cola e film con John Wayne sulla seconda guerra mondiale, è probabile che quella generazione sia arrivata al 1968 con un buon posto di lavoro in banca, taglio militare e colletto bianco, una solida fede nell’ordine costituito e l’intenzione di sposarsi virtuosamente con la ragazza o il ragazzo della porta accanto. E invece, se non ricordo male quell’evento preistorico, nel 1968 è successo che questa “generazione televisiva” non ha cercato di ammazzare i giapponesi bensì i professori universitari, fumava la marijuana invece delle Marlboro, praticava lo yoga, la meditazione trascendentale, mangiava macrobiotico e così via. Lasciatemi aggiungere che quando la televisione propose capelloni che fumavano marijuana e mettevano fiori nelle canne dei fucili come nuovo modello per uno stile di vita “giovane”, la generazione successiva si tagliò i capelli, iniziò a usare le armi e a preparare bombe. Questo ci suggerisce che i giovani leggono la televisione in maniera diversa da chi la fa. Non credo che accada a caso: credo ci siano delle regole che governano lo spazio vuoto tra l’emissione e la ricezione di un programma televisivo. Bisogna conoscerle e bisogna soprattutto cercare di insegnarle, in particolare ai giovani. […] I sociologi che studiarono i mass media negli anni Quaranta e Cinquanta conoscevano già molto bene fenomeni come l’effetto boomerang, l’influenza degli opinion leader e la necessità di rafforzare il messaggio mediante una verifica porta a porta. Sapevano che tra il punto d’invio e quello di ricezione vi sono molti filtri attivati da schermi psicologici e sociali, o culturali. I primi test dopo l’arrivo della televisione nelle aree suburbane e depresse dell’Italia dimostrarono che moltissime persone guardavano i programmi serali come un continuum, senza alcun discrimine tra show, telegiornali o drammi. Tutto veniva preso allo stesso livello di credibilità, un assoluto guazzabuglio di competenza di genere. Per anni e anni, le aziende televisive hanno fatto affidamento su diversi tipi di indici di gradimento e si sono accontentate di sapere quante persone apprezzavano un determinato programma (un’informazione senza dubbio importante da un punto di vista commerciale) seppur ignorando quel che il pubblico realmente capiva del programma stesso. Detto questo, il gap comunicativo descritto poc’anzi è molto più complesso. Dobbiamo considerare non solo le differenze di codice fra mittente e destinatario, ma anche la varietà di codici che distinguono certi gruppi di destinatari da altri, in base al loro status sociale e alle loro propensioni ideologiche. E dovremmo considerare, anche da un punto di vista così flessibile, che il quadro resta incompleto dato che dovremmo anche tener conto del fatto che un dato soggetto appartiene a gruppi diversi a seconda del programma e dell’orario. Intendo dire che la persona X può valere come un lavoratore sensibile alla politica (quindi dotato di competenze economiche e politiche) quando guarda il telegiornale. Però la stessa persona X può sposare le predilezioni di un filisteo borghese quando guarda uno sceneggiato, tenendo in disparte le sue sensibilità in tema di ruoli sessuali, liberazione femminile o lotta di classe, anche se è capace di risvegliarle quando il televisore parla di salari, scioperi o diritti umani. Dovremmo essere consapevoli del fatto che lo stesso fenomeno accade ai bambini. I bambini possono essere estremamente sensibili ai valori ecologici quando la televisione stuzzica la loro competenza spontanea, già acquisita, circa il rispetto per gli animali, mediante una trasmissione sulla fauna selvatica. Ma lo stesso bambino, davanti a un western, parteciperà all’eccitazione del cowboy che parte al galoppo inseguendo i fuorilegge senza soffrire per il tour de force del cavallo, sfruttato senza pietà. Possiamo dire che anche in questo caso stiamo assistendo a una differenza tra codici? Possiamo dire che a seconda della situazione e dell’attivazione di una competenza di genere la stessa persona reagisce in base a codici culturali differenti? Dipende dal nostro accordo sulla nozione di codice culturale. [...]. Ma che succede al bambino che guarda il film western e, una volta accettate, le sue regole di genere non attivano la competenza sullo sfruttamento animale? Non riesco a immaginarmi lo stop del film con un presentatore che appare e dice “Fa’ attenzione al comportamento non etico dell’eroe”. O meglio, posso immaginarmi una situazione simile ma non nei termini di un intervento grammaticale, come nel caso della “metempsicosi”. Si tratterebbe piuttosto di una procedura di decontestualizzazione e decostruzione. [...] La televisione educativa ha avuto molti meriti. Un programma come Sesame Street ha insegnato a milioni di giovani americani che l’inglese della comunità nera è una lingua in tutto e per tutto, capace di esprimere gioia, arguzia, compassione, concetti. Ma mi piacerebbe vedere un programma che spieghi agli insegnanti come usare, ad esempio, il Johnny Carson Show al fine di prevedere cosa dirà a un giovane portoricano, a un giovane nero, a un giovane bianco protestante. Forse ciascuno di essi vede qualcosa di diverso in quel programma. Nessuna di queste interpretazioni è, in sé, un caso “aberrante”. La vera aberrazione è che tutti questi ragazzi non si rendono conto che il programma è lo stesso ma le interpretazioni variano. Ogni interpretazione riflette un diverso mondo culturale con codici differenti. [...]. Fino a che punto una formazione specifica nell’ambito delle arti visive consente di individuare meglio riferimenti visivi che (a loro volta) sono indispensabili per capire determinate situazioni narrative? Prendiamo i sottocodici estetici: ci sono differenti modelli di bellezza per il corpo umano così come in termini di arredamento, case e automobili, a seconda della tradizione nazionale, dell’adesione a una classe, di un’eccessiva esposizione televisiva ad altri modelli e così via. È importante mostrare che un dato programma fa uso di stereotipi, ma è anche importante vedere se questi stereotipi hanno lo stesso effetto su ciascun bambino della classe. […] Un’educazione criticamente orientata deve riconoscere il fatto che la televisione esiste e che è la principale fonte formativa per adulti e ragazzi. Ma un’educazione criticamente orientata deve far sì che gli insegnanti usino la televisione lorda come una fetta di mondo proprio come usano il tempo atmosferico, le stagioni, i fiori, il paesaggio per parlare dei fenomeni naturali. A questo punto la mia proposta per una televisione educativa riguarda, credo, non solo i bambini ma anche la formazione permanente degli adulti. Appena due giorni fa il primo ministro tedesco Schmidt ha scritto un lungo articolo sulla Zeit per manifestare la propria preoccupazione circa la tv, che assorbe gran parte del tempo libero dei suoi connazionali bloccando qualsiasi possibilità d’interazione faccia a faccia, soprattutto nelle famiglie. Schmidt ha quindi proposto che ciascuna famiglia decida di dedicare un giorno al rito di tenere il televisore spento. Un giorno a settimana senza televisione. Forse i tedeschi saranno così obbedienti da accettare la proposta. Spero solo che non lo facciano proprio nel momento in cui il governo sta promulgando una nuova legge! Comunque, se fossi nei panni di Schmidt, la mia proposta sarebbe diversa. Direi così: amici, connazionali, tedeschi (ma la proposta vale anche per gli inglesi), un giorno a settimana incontriamoci con altre persone e guardiamo la televisione in maniera critica tutti assieme, confrontando le nostre reazioni e parlando faccia a faccia di quello che ci ha insegnato o ha fatto finta di insegnarci. Non spegnete la televisione: accendete la vostra libertà critica.

Quella carovana di migranti che entusiasma il politically correct, scrive il 28 ottobre 2018 Michele Crudelini su Gli Occhi della Guerra de Il Giornale. In poche settimane è già diventata il simbolo dell’ala progressista americana e occidentale. L’hanno soprannominata “carovana dei migranti”, volendole così conferire un carattere innocuo e pittoresco. Una semplice carovana, al pari di quelle organizzate in occasione di alcune festività, è un qualcosa di pacifico e non potrebbe dunque rappresentare una minaccia. Come di consueto, la narrativa mainstream, con l’aiuto di una terminologia iperbolica e fotografie tatticamente estrapolate da contesti specifici, è riuscita a creare un “mito” nell’immaginario collettivo che, tuttavia, poco si avvicina a quella che è la realtà dei fatti.

Quanti sono davvero i migranti della carovana? Proviamo ad andare con ordine. All’inizio della scorsa settimana è iniziata a circolare la notizia, con foto annesse, che un nutrito gruppo di persone si sarebbero messe in marcia dall’Honduras con l’obiettivo di oltrepassare le frontiere di Guatemala e Messico per arrivare infine negli Stati Uniti. Il gruppo, beneficiando della possibilità di poter oltrepassare il confine guatemalteco solamente con il proprio passaporto, è arrivato dunque al confine con il Messico è lì si trova tuttora bloccato. Bene, partendo da questa ricostruzione, appositamente stringata e ridotta all’osso proprio perché si tratta degli unici eventi di cui si ha la certezza, proviamo a capire cosa è stato detto a sproposito e quelle che possono essere le interpretazioni di questo fenomeno. Innanzitutto i numeri. Non si riescono a trovare, infatti, due articoli di giornale che riportano lo stesso numero circa i partecipanti alla carovana. Secondo Rai News sarebbero attualmente 2mila, anche se non viene specificato quale fosse il numero iniziale. Stime decisamente più larghe arrivano invece da Askanews, dove si parla di 4mila persone. Molto più ridotta invece la stima del The Post International, secondo cui la carovana sarebbe composta da sole 1.600 persone.

Tutte le contraddizioni dei media sulla carovana. Non sono solo i numeri a creare confusione in questa vicenda. Anche lo stesso evolversi degli eventi non viene descritto in maniera chiara. Per esempio, sempre su Rai News, si può leggere così “migliaia di migranti dell’Honduras, di El Salvador e del Guatemala, componenti la carovana che marcia verso gli Usa, hanno sfondato, provenendo dal Guatemala, i cancelli e le reti di protezione della frontiera del Messico. Sono entrati nel territorio messicano e stanno avanzando verso gli Stati Uniti”, preludendo così ad un’avanzata senza intoppi. Nello stesso articolo viene però scritto che “molti altri sono bloccati sul ponte di confine tra Messico e Guatemala, dove si sono uniti ad altri manifestanti locali”, e nella foto pubblicata sono visibili alcune migliaia di persone proprio sul ponte. Se la maggior parte della carovana è bloccata sul ponte, chi ha sfondato la barriera con il Messico? Alla domanda prova a rispondere il Corriere della Sera, pur lasciando alcuni dubbi. Inizialmente afferma che “migliaia di migranti dell’Honduras hanno sfondato dal Guatemala i cancelli e le reti di divisione alla frontiera con il Messico a Tecun Uman”, per poi, quasi contraddirsi, poche righe più sotto, dove si afferma che in realtà “un primo gruppo di circa 30 persone ha attraversato il confine venerdì mattina e sono stati fermati dagli agenti del confine messicano che studieranno le loro domande di asilo o di visto”.

Chi è il vero organizzatore della carovana di migranti. Nel frattempo, quel che è certo, è che il Messico ha schierato alcune unità del proprio esercito lungo quel confine, proprio per evitare che alcuni impavidi migranti si avventurino attraverso il fiume per oltrepassare la frontiera. Difficile credere che poche migliaia di persone (numeri modesti anche per un corteo cittadino) abbiano vinto la resistenza della nutrita polizia messicana schierata al confine. Passando invece alle interpretazioni del fenomeno c’è, ovviamente, qualcosa di più profondo rispetto alla narrativa dominante che la carovana come un gruppo di persone alla ricerca di una nuova vita, in marcia proprio contro il Presidente dei “muri” e dei “confini”. I primi dubbi iniziano a sorgere quando si legge che dietro alla “carovana” ci sono alcuni organizzatori e tra questi risulta esserci tale Bartolo Fuentes. Si tratta di un ex politico honduregno legato al partito Libertad y Refundación che è attualmente all’opposizione nel Paese. Il governo honduregno sostiene che Bartolo Fuentes abbia “utilizzato le persone con finalità eminentemente politiche e persino criminali”. Inoltre non sarebbe la prima volta che lo stesso Fuentes viene riconosciuto come organizzatore di questi movimenti migratori, ruolo da lui stesso ammesso. Quest’ultimo però si difende sostenendo che queste persone stiano davvero scappando da una situazione di estrema crisi economica che colpisce l’Honduras.

L’Honduras è in una fase di crescita economica. Su questo punto sembrerebbe non esserci nulla da obiettare, sennonché il quadro macroeconomico dell’Honduras ci dà in realtà uno scenario ben diverso. Secondo la piattaforma Focus Economics, leader nella raccolta di statistiche economiche nei Paesi del mondo, “l’economia honduregna ha avuto una accelerazione nel secondo quadrimestre grazie ad una robusta domanda interna e i consumi privati sono molto aumentati”. Inoltre viene riportato come il reddito pro capite sia aumentato progressivamente dal 2013 al 2017 e il tasso di crescita del Pil sia passato dal 2.8% del 2013 fino ad arrivare ad un 4.8% nel 2017. Lo stesso tasso di disoccupazione è sceso dal 6.3% del 2016 al 5.9% del 2017. Certo, rimangono problemi legati alla criminalità organizzata e ad una sperequazione costante tra le campagne e i centri urbani. Tuttavia l’economia del Paese è in una fase di crescita e non sta attraversando una crisi tale da scatenare un esodo, come paventato da Bartolo Fuentes. Molto più probabile è che questa carovana rappresenti un’arma politica dell’opposizione honduregna volta a indebolire il Governo attraverso, in particolare, l’interruzione degli aiuti americani, ipotesi che è stata per l’appunto paventata da Donald Trump. 

Perché la “carovana” umanitaria in Centroamerica fa male alla causa dei migranti. Duemila persone partite dall'Honduras chiedono di entrare negli Stati Uniti. Trump ha trasformato la questione in un tema elettorale potente, scrive Maurizio Stefanini il 18 Ottobre 2018 su "Il Foglio". Negli ultimi giorni, circa 2.000 persone partite dall'Honduras, nell'America centrale, stanno marciando verso nord in una “carovana” con l'obiettivo dichiarato di immigrare negli Stati Uniti. Queste “carovane” sono un fenomeno tipico latinoamericano (ce ne fu una anche a marzo, che si disperse in Messico), e sono più marce di protesta che veri movimenti migratori. Tuttavia, la loro presenza crea un panico sconsiderato tra i media statunitensi: duemila latinos sono pronti all'invasione! Questo panico è spesso strumentalizzato in chiave politica, e in periodo di mid-term questo movimento nato con intenti tutto sommato umanitari sta ottenendo l'effetto contrario: avvantaggia gli impulsi anti immigrati e spesso xenofobi dell'elettorato del presidente Donald Trump, che non a caso negli ultimi giorni ha fatto della “carovana” un tema di politica nazionale. Le duemila persone sono partite da San Pedro Sula, in Honduras, venerdì 12 ottobre: il giorno della scoperta dell'America. Erano all'inizio 160, ma presto le loro fila si sono ingrossate. “In Honduras non c'è lavoro e non c'è sicurezza”, la semplicissima motivazione. “Abbiamo fede che Dio ci aiuterà come quando aiutò il popolo di Israele a uscire dall'Egitto scampando al Faraone”, ha scritto su Facebook un simpatizzante dell'iniziativa. E un altro: “Geova guida e protegge Bartolo Fuentes così come fece con Mosè per liberare il suo popolo”. Bartolo Fuentes è il leader dell'iniziativa. Giornalista, fu da 2013 al 2017 deputato in Honduras con il partito di Manuel Zelaya: il presidente liberale che durante il suo mandato si trasformò in un simpatizzante di Chávez. Come humus ideologico, siamo dalle parti del classico populismo di sinistra latino-americano. Ma un populismo che in centroamerica da una parte si ormai solidamente innervato col linguaggio e l'immaginario delle sette evangeliche. Lunedì 15 ottobre i migranti hanno passato il confine col Guatemala, puntando verso il Messico e il confine con gli Stati Uniti. Martedì 16 Trump ha iniziato a preoccuparsi al punto da minacciare di tagliare gli aiuti all'Honduras se non avesse fermato la fiumana. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver chiamato direttamente i presidenti Juan Orlando Hernández dell'Honduras e Jimmy Morales del Guatemala. Il Guatemala ha risposto arrestando Fuentes e rispedendolo in patria. Ma i suoi seguaci hanno continuato la marcia. Secondo quanto aveva spiegato lunedì Fuentes alla Cnn, l'intenzione dei marciatori era quella di chiedere al Messico dei “visti umanitari”. L'ambasciata americana in Honduras ha avvertito sui rischi del viaggio e ha preannunciato che gli Stati Uniti avrebbero fatto valere le proprie leggi sull'immigrazione. Cioè, che i migranti sarebbero stato respinti in blocco al confine. Il governo del Messico ha a sua volta avvertito che fermerà coloro che non hanno i documenti in regola, il che però vuol dire che chi li ha potrà entrare indisturbato: stessa posizione già presa dal governo del Guatemala. Cogliendo al balzo l'occasione, mercoledì 17 Trump è tornato sul tema: “E' difficile credere che, con migliaia di persone che stanno camminando senza ostacoli verso la frontiera sud, organizzati in grandi carovane, i democratici non vogliano approvare una legislazione che permetta leggi per la protezione del nostro paese. Questo è un grande tema di campagna elettorale per i repubblicani!”. Oggi (18 ottobre ndr) il presidente è tornato sulla questione e ha accusato il Partito democratico di “guidare l'assalto al nostro paese dal Guatemala, dall'Honduras e da El Salvador (perché loro vogliono frontiere aperte e vogliono mantenere le deboli leggi in vigore)”, ha detto che tra i migranti ci sono “MOLTI CRIMINALI” e ha aggiunto: “Oltre a bloccare gli aiuti a questi paesi, che sembrano non aver praticamente alcun controllo sulla loro popolazione, devo chiedere con estrema forza al Messico di bloccare questo assalto”, e se il Messico non sarà in grado di farlo Trump chiamerà l'esercito. Infine l'ultima minaccia: difendere i confini americani è più importante dell'accordo di libero scambio con Messico e Canada appena ratificato – come a dire: sono pronto a stralciare tutto. Sono tutte minacce vuote e strumentali, anche perché, come già successo a marzo, con ogni probabilità i migranti hondureñi si disperderanno da qualche parte in territorio messicano – ma non prima di far ottenere a Trump qualche vittoria retorica e perfino elettorale sul tema dell'immigrazione. La marcia dei migranti avrà effetti diametralmente contrari a quelli sperati dai suoi organizzatori.

Sono di sinistra ma non voglio gli africani. Lettera del 28 ottobre 2018 su "L'Espresso". "Cara Rossini, sono una persona di sinistra che ha votato per il Pci, Pds, Ds, Ulivo, Pd e il 4 marzo avrei votato Leu. Ma qualche giorno prima Grasso dice in Tv: "Siamo il partito dell'accoglienza!". Ho cambiato idea. Vorrei chiedere ai sigg. dell'accoglienza quanti ne dobbiamo accogliere: 1 milione, 10 milioni, 20 milioni? Perchè non lo dicono? Penso che se non si fermano non si fermeranno mai. Li salviamo in mare? Ma vanno riportati da dove vengono. Perchè Salvini ha raddoppiato i voti? Leu, invece, che prima del 4 Marzo era dato a molto di più del 6 % é sceso dopo al 3 %. Chissà se molti mi hanno imitato. Posso essere in disaccordo su questo argomento? Si parla di "migranti" quando dovrebbero chiamarsi "pretenziosi fuggitivi" che imbarcano su precari gommoni anche donne incinte e bambini per impietosire chi li salva. Li chiamerei anche sciagurati. Sono quasi tutti giovanotti con le spalle così che alla domanda (ne ho fatte tante sulla via Tiburtina) perchè sei venuto qui? Rispondono: per trovare una casa e un lavoro. Alla faccia! In Italia abbiamo migliaia di giovani laureati e non, senza lavoro e senza casa. Credo che tutti quelli che parlano di accoglienza, umanità, solidarietà, ecc. lo facciano solo per compiacimento personale come a dire: "vedete come sono buono e come sono bravo?". Oppure per interesse personale. Non possiamo fare da balia a un continente. Una riflessione che ritengo realistica è che se non si fermano non si fermeranno più. Fino ad avere un'Italia colorata in nero. Non sono razzista. Il razzismo non c'entra niente. Anzi viene usato a sproposito perchè il razzismo è ritenere una razza o un popolo superiore agli altri (Hitler, Mussolini). Discendiamo tutti da chi lasciò le orme a Laetoli. Mi vien da dire che è razzista ci lo dice agli altri. si tratta di non volere flussi di altri popoli, che non sono ineluttabili, a casa nostra. La destra, che aborro, semplicemente non accetta, con diritto, pretenziosi fuggitivi. TV e giornali ripetono come litanie: "Gli africani trasportati qui sono doni di Dio, risorse, fuggono da guerre e fame, ci pagheranno le pensioni" et similia. Ha scritto su un noto bimestrale Carlo Lauletta, magistrato a riposo, che per destabilizzare l'Europa e al tempo stesso sottrarre all'Africa fresche energie e frenarne così lo sviluppo si è trovato un metodo infallibile: trasferire in Europa quanta più possibile popolazione africana. Donde: indebolimento delle strutture territoriali, guerra tra poveri, conflittualità permanente, disfunzionamento dei pubblici servizi fino al collasso dello Stato sociale. Questa è la posta in gioco. Ha detto Wolfgang Schaeubler giorni fa: "L'Europa attira persone da tutto il mondo". Che cosa ne vogliamo fare, una scatola di sardine?. Marcello Fagioli - Roma.

Il signor Fagioli ha affidato alla tastiera, e poi a noi, pensieri che da qualche tempo vengono in mente a molte persone di sinistra. E' una riflessione importante e sincera. Coloro che qui la vorranno commentare sono pregati di tenerne conto, evitando faziosità in un senso o nell'altro.

PERCHE’ RINO GAETANO E’ ATTUALE?

Molti scrittori sono astiosi, a torto od a ragione, contro la Massoneria. La rete riporta spesso articoli o libri che preludono a misteri dietro le più eclatanti note di cronaca. E' doveroso riportare nella storia anche l'altra faccia della cronaca.

"Leggete i suoi testi con me, Rino Gaetano era un massone: fatto fuori perché parlava". L'autore dell'inchiesta sulla morte del cantante ci illustra i presunti messaggi cifrati del cantautore: "Sapeva tutto sul caso Lockheed e sul delitto Montesi". Intervista di Roberto Procaccini su “Libero Quotidiano”.

"Rino Gaetano era vicino agli ambienti massonici, se non massone in prima persona. Dai suoi amici confratelli veniva a conoscenza della verità su alcuni misteri della storia italiana del '900, che poi inseriva nei testi delle sue canzoni dietro le mentite spoglie dell'umorismo o del non sense. Per questo è stato ucciso. Aveva raccontato troppe cose, pestando i calli a qualcuno negli Stati Uniti". Bruno Mautone, avvocato ed ex sindaco di Agropoli (Salerno), ha studiato per tre anni i testi delle canzoni di Rino Gaetano. Ha analizzato le parole e colto dei collegamenti, fino a disegnare uno scenario inedito: il cantautore calabrese, morto in un incidente stradale nel 1981 all'età di 30 anni, è stato vittima di un complotto. "Nel mio libro (Rino Gaetano: La tragica scomparsa di un eroe) metto in evidenza dati che mi sembrano oggettivi - spiega -. Poi le conclusioni possono essere condivisibili o meno, ma i fatti restano". Mautone fa riferimento ad Anna Gaetano, la sorella di Rino, che sul nostro sito aveva definito "sogni" le sue tesi. "Questo non lo posso accettare", replica Mautone.

Come è arrivato alla conclusione che Rino Gaetano sarebbe stato un massone?

«Le sue canzoni sono piene di riferimenti alla cultura e al simbolismo massonico. In Fiorivi, sfiorivano le viole cita il marchese La Fayette che ritorna dall'America importando la Rivoluzione e un cappello nuovo, Mameli che scrive una canzone tutt'ora in voga, e poi ancora Otto von Bismarck-Shonhausen».

E allora?

«Allora parla di tre personaggi chiave della massoneria europea del diciottesimo e diciannovesimo secolo in una canzone d'amore. La rivoluzione importata da Lafayette era quella americana, cioè quella massonica per eccellenza. La canzone tutt'ora in voga di Mameli è l'inno nazionale, Fratelli d'Italia, quando è noto che i massoni sono soliti chiamarsi tra di loro fratelli».

Basta a dire che Gaetano aderisse a una loggia?

«No, ma suoi amici strettissimi, che ho intervistato durante il lavoro di ricerca, mi hanno confermato il suo interesse per la materia. Leggeva molti libri sulla massoneria e sui suoi personaggi di spicco. E dirò di più: dai titoli dei dischi del cantautore si capisce anche il suo percorso di vicinanza prima, e allontanamento poi, dalla massoneria».

Cioè?

«Nel 1973 Gaetano pubblica I love you Marianna. La Marianna è il simbolo della rivoluzione francese, che è una rivoluzione massonica. Nel 1974 tocca a Ingresso Libero, intendendo l'apertura delle logge alle nuove affiliazioni. Poi Gaetano rompe con gli ambienti massonici e nel 1976 incide Mio fratello è figlio unico, dove l'immagine paradossale rappresenta l'isolamento nella loggia».

E così Rino avrebbe avuto agganci nella massoneria.

«Esatto. Anna Gaetano sostiene che il fratello fosse una persona preparata, che leggeva i giornali e arrivava a certe intuizioni grazie alla sua preveggenza. Non è così. Lui poteva anticipare le cose perché le conosceva».

Quanti riferimenti a casi occulti ha contato nella discografia di Rino Gaetano?

«A centinaia. Ce ne sono di grossi. In Berta filava, una canzone del '75-'76, spiega lo scandalo Lockheed (un caso di corruzione affinché l'aeronautica italiana adottasse veivoli della casa americana, ndr). Berta sarebbe Robert Gross, detto Bert, presidente della Lockheed. Rino cantava: "Berta filava con Mario e con Gino", che sarebbero Mario Tanassi e Gino Gui, due ex ministri della Difesa coinvolti nell'inchiesta. Ma dal rapporto, prosegue la canzone, nasce un bambino che non era di Mario e non era di Gino. Cioè Rino sottintendeva che la responsabilità non fosse di Gui e Tavassi, esattamente come si è scoperto dopo. I due ministri erano dei capri espiatorii messi lì per coprire responsabilità più alte. Ma non è il solo esempio».

Ne faccia un altro.

«In Nun te reggae più Rino Gaetano cita la spiaggia di Capocotta, cioè il delitto Montesi, e nella stessa canzone canta auto blu, sangue blu, ladri di Stato e stupratori».

E quindi?

«Per l'omicidio di Wilma Montesi furono incriminati Piero Piccioni, figlio del ministro degli Esteri Attilio, e Ugo Montagna, un marchese. Le auto blu, un riferimento ai palazzi romani del potere. Il sangue blu, la nobiltà. Ladri di stato, perché le hanno rubato la vita alla ragazza venendo poi clamorosamente assolti. Stupratori, perché avevano violentato la ragazza. Rino Gaetano tutte queste cose le sapeva».

Racconta la sorella Anna che Rino Gaetano avesse inserito un riferimento al caso Montesi anche in una poesiola infantile. Per dire che il caso di nera, semplicemente, l'aveva colpito profondamente nell'immaginario.

«Ma ciò non esclude che più di dieci anni dopo abbia scritto Nun te reggae più in possesso di elementi nuovi».

E perché le avrebbe nascoste dietro riferimenti così complessi?

«Perché le sue canzoni erano cavalli di troia. Se fosse stato più esplicito lo avrebbero bloccato. Invece nascondeva cose serissime dietro l'umorismo e lo stile non sense».

Chi è il responsabile della morte di Rino Gaetano, allora?

«La massoneria deviata. Direi settori in rapporti con gli Stati Uniti. L'Italia era diventata una colonia americana, Rino l'aveva scritto in molte canzoni, come in Ok papà, dove scrive Usa il pugnale. Anche il modo in cui l'hanno ucciso è un riferimento alla simbologia massonica».

Perché?

«E' morto il 2 giungo, data scelta dai padri costituenti, tra cui molti fratelli, per l'unica festa laica del Paese. E poi non mi spiego perché sul luogo dell'incidente sia arrivata per prima un'ambulanza dei pompieri. Per non parlare dell'agonia e delle insufficienze ospedaliere che ricalcano la canzone la Ballata di Renzo».

Mettere insieme stralci di canzoni non le sembra un po' poco per sostenere una teoria del genere?

«Lo so, se avessi il documento che testimonia l'associazione di Rino Gaetano alla massoneria sarebbe tutto più chiaro. Ma ho messo in fila elementi chiari, per me oggettivi».

Anna Gaetano lamenta che l'ha conosciuta, per telefono, solo a libro dato alle stampe.

«Non avrei potuto contattarla prima. Sapevo che non avrebbe condiviso il mio libro, che mi avrebbe messo il bastone tra le ruote. Non ho nulla contro di lei, ma se ha paura non è colpa mia. E capisco anche che non sia d'accordo con le mie conclusioni, ma non può dire che invento».

La tesi choc di un avvocato: "Rino Gaetano è stato ucciso dalla massoneria", scrive Fabio Frabetti su “Affari Italiani”. «Rino Gaetano fu ucciso dalla massoneria deviata». La dinamica della morte del geniale cantautore che continua a trascinare vecchie e nuove generazioni potrebbe non essere così scontata come si è pensato finora. L'avvocato Bruno Mautone, ex sindaco di Agropoli, sta per dare alle stampe un libro in cui è riuscito a decriptare nei testi delle canzoni di Gaetano tutti i misteri della sua morte. Affaritaliani.it lo ha incontrato. Si intitola “Rino Gaetano, assassinio di un cantautore” ed uscirà nelle prossime settimane per le edizioni Gli occhi di Argo.

Come è nata l'idea di scrivere un libro del genere?

«Da tanti anni per passatempo conduco programmi radiofonici e Rino Gaetano è uno dei miei autori preferiti. Ascoltando alcuni suoi brani poco conosciuti mi sono accorto che c'erano dei significati interpretabili in maniera non letterale. Non ritengo di avere il Vangelo in tasca ma penso di avere individuato, partendo dal lavoro in passato svolto da Gabriella Carlizzi e Paolo Franceschetti, una serie di canzoni in cui vengono lanciati degli importanti messaggi sulla storia italiana dal dopoguerra in poi. La morte di Rino Gaetano non è stata casuale, si trattò di una macchinazione per metterlo a tacere. In alcuni suoi testi ci sono messaggi inquietanti ed angoscianti. In altri, frasi di scherno che progressivamente vengono inseriti di disco in disco. Lui era un vero e proprio genio e la massoneria è da sempre interessata a fare entrare nuove leve di alto valore intellettivo. Così probabilmente lui fu fatto entrare molto giovane e così era venuto a conoscenze di segreti e verità apprese nell'ambito di specifiche consorterie massoniche. Nei primi dischi sembra esserci entusiasmo nei confronti di questo mondo, poi pian piano subentrò il disincanto e poi il distacco. Lo spirito di ideali e di giustizia lo spinse a rivelare con le sue canzoni alcuni di quei segreti. Messaggi che seppur criptici hanno indotto la massoneria deviata ad ucciderlo. Ha composto poco più di sessanta canzoni, nel 100% delle sue composizioni ha sempre messo qualche riferimento a fatti o situazioni collegabili alla massoneria. In altre ha individuato e rivelato segreti inquietanti della storia italiana».

«C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale! E si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta». Rino Gaetano pronuncia questa criptica frase in un concerto del 1979. Sta per eseguire uno dei suoi brani più celebri Nuntereggae più. Proprio nel testo di questa canzone salta di nuovo fuori la stessa spiaggia: «il pitrentotto sulla spiaggia di Capocotta». In quella spiaggia si era consumato nel 1953 il delitto di Wilma Montesi...

«Quando avvenne quell'omicidio, Rino aveva poco più di due anni. Quello che aveva raccontato di quel tragico evento nei concerti e nelle sue canzoni lo aveva quindi sicuramente conosciuto nelle frequentazioni di tipo massonico: tramite le sue parole si può quindi ricostruire cosa avvenne esattamente in quella spiaggia. I segreti che aveva appreso riguardavano però molti aspetti della cronaca e della politica italiana. L'aspetto inedito del libro è proprio questo: aver dimostrato che nelle sue canzoni insieme ad apparenti nonsense si raccontavano i retroscena di molti scandali: i casi Sindona, banco Ambrosiano, Franklin Bank, vicenda Mattei. Addirittura Rino Gaetano era arrivato a pronosticare come sarebbe finito il processo per la bomba a Piazza Fontana a Milano e ad annunciare i reali colpevoli dello scandalo Lockheed».

Rino Gaetano morì il 2 giugno 1981 dopo un incidente stradale sulla via Nomentana a Roma. La sua auto finì addosso ad un camion: perse la vita per le gravi ferite riportate dopo che ben tre ospedali di fatto rifiutarono il suo ricovero. La cosa incredibile è che lo stesso cantautore 11 anni prima aveva raccontato la morte di un uomo dopo essere stato rifiutato da tre ospedali e anche dal cimitero. Nel brano “La ballata di Renzo” si legge: Quando Renzo morì io ero al bar la strada era buia si andò al S.Camillo e lì non l'accettarono forse per l'orario si pregò tutti i Santi ma s'andò al S.Giovanni e li non lo vollero per lo sciopero. Quando Renzo morì io ero al bar era ormai l'alba e andarono al Policlinico ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo c'era in alto il sole,si disse che Renzo era morto ma neanche al Verano c'era posto. Una somiglianza notevole con quello che sarebbe accaduto allo stesso Gaetano.

«I primi tre ospedali citati nel brano sono proprio quelli che non ebbero la capacità o la volontà di curarlo in maniera non professionale od idonea dopo l'incidente. Non abbiamo alcuna prova che il soccorso sia stato tempestivo. I telefonini non esistevano. Sarebbe interessante capire chi allertò i soccorsi, a che ora e con quale modalità. Tra le altre cose, lui non fu degente in tre ospedali diversi. Rimase al Policlinico Umberto I, con motivazioni mai veramente chiarite ed emerse. Non c'era il reparto di traumatologia cranica funzionante e gli ospedali disperatamente contattati dal medico di turno facevano quasi a gara a non prestare soccorso a Rino. Così morì agonizzante al Policlinico per il grave trauma cranico riportato. Lui aveva avuto un altro strano incidente nel 1979 a cui era miracolosamente sopravvissuto. Una jeep speronò la Volvo in cui viaggiava insieme ad un amico. La macchina si distrusse e chi aveva causato l'incidente riuscì a defilarsi e non si seppe mai chi fosse alla guida. Questo incidente avviene nello stesso anno in cui Rino Gaetano aveva fatto quelle rivelazioni su Capocotta. Nelle sue canzoni preconizzava una morte prematura, sapeva i rischi che stava correndo. Per questo probabilmente non aveva messo al corrente le persone a lui care delle frequentazioni che aveva avuto. Voleva preservarle da possibili rischi».

Un altro brano che fa pensare è “Al compleanno della zia Rosina” in cui si legge: “vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia che ce l'ha con me”.

«In quella canzone c'è una emblematica citazione storica di Cleme, che sta per Clemente Rino Gaetano si voleva riferire ai tre papi (Clemente V, Clemente XII e Clemente XVI) che in momenti storici diversi emanarono provvedimenti religiosi nei confronti di movimenti legati alla massoneria. Uno di questi papi emanò il primo editto contro la massoneria, un altro aveva sciolto la Compagnia di Gesù ed il terzo sciolse i Templari. Lui in sostanza sta dicendo: me ne frego se verrò portato a spalla da gente che bestemmierà, evocando queste figure che avevano scomunicato per prime alcune diramazioni massoniche. Lui consultava enciclopedie, libri di storia e di cultura. Nel mio lavoro penso di avere colto dei significati che non era facile afferrare di primo acchito. Rino Gaetano era un generoso ed un idealista, non riusciva a trattenere nell'ambito dei propri pensieri le tante porcherie che erano state combinate in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Nelle sue canzoni parla anche di storia, di Risorgimento, di Hitler e di una miriade di cose. Anche di numerologia. C'è di tutto celato nella sua musica. Anche il mistero della sua morte».

Rino Gaetano e i messaggi in bottiglia. Qualche appunto a margine del vergognoso film della RAI su Rino Gaetano, scrivono Paolo Franceschetti e Stefania Nicoletti. Come abbiamo descritto molte volte nel nostro blog, il nostro è un sistema che uccide e strangola tutti coloro che ne sono al di fuori e non vogliono essere coinvolti nei giochi illeciti del potere massonico. Il sistema, però, non penalizza solo chi ne è fuori, ma anche chi ne è dentro e ne riceve i vantaggi. Perché il problema è che una volta entrati nel sistema, tutto ciò che ti viene dato ti viene chiesto in restituzione sotto altre forme. Se fai carriera grazie al sistema, ad un certo punto arriverà qualcuno che ti chiederà il conto; ti chiederanno di fare uno sgarbo ad un vecchio amico che vogliono rovinare; ti chiederanno di falsificare un documento o farlo sparire, ti chiederanno di accollarti una responsabilità penale per salvare altri, di essere condannato ad un anno con la condizionale e di spendere la tua faccia su tutti i giornali per fare da capro espiatorio. Ribellarsi al sistema è quasi impossibile per la perfezione che esso ha. Tanti, troppi, sono caduti nella trappola. Le promesse che ti fanno sono allettanti: potere, denaro, conoscenza dei meccanismi reali del potere. Ma il conto è salato, perché non si è più liberi di fare ciò che si vuole, e si è in costante stato di ricatto. Ritengo, ad esempio, che molti esponenti della sinistra attuale, a suo tempo, abbiano fatto il cosiddetto “patto col diavolo”, pensando semplicemente di accettare un compromesso in più per fare carriera; e si sono poi trovati invischiati in un gioco di potere più grande di loro, perdendo ogni capacità decisionale reale; ed ecco il motivo per cui la sinistra di questi ultimi anni ha fatto delle cose senza alcuna logica, come se volesse realmente perdere le elezioni e consegnare – come hanno fatto di recente – il paese definitivamente alla destra. In realtà alcuni provano a ribellarsi. Ribellarsi in modo esplicito, in un attacco frontale, non è possibile altrimenti si muore (la lista dei morti è lunghissima; Falcone e Borsellino, Occorsio, Pecorelli, Tobagi, Mauro De Mauro, Cosco, Pasolini, Cecilia Gatto Trocchi, Ilaria Alapi, Graziella De Palo, e tutti coloro che hanno provato a testimoniare coraggiosamente in processi importanti, morti suicidi o in incidenti stradali). Molti però provano a ribellarsi non apertamente, lanciando una serie di messaggi in bottiglia. Come delle tracce, per chi le vorrà cogliere un giorno. Ricordo un'archiviazione vergognosa che aveva a che fare con un soggetto che si era suicidato con "una coltellata sulla schiena". Il magistrato archiviò dicendo delle cose che li per li mi parvero incomprensibili; mischiava citazioni di Dante a frasi demenziali del tipo "la prova che si sia trattato di un suicidio è nel fatto che sul coltello piantato nella schiena furono trovate le impronte digitali della vittima". Dopo anni di rabbia in cui non capivo l'assurdità di quel provvedimento, ho capito che la citazione di Dante era un chiaro riferimento alla legge del contrappasso, utilizzata dalla Rosa Rossa per i suoi omicidi. Mentre con la frase in cui parlava delle impronte digitali voleva dire esattamente il contrario.... Tra l'altro fu uno dei provvedimenti il cui studio e la cui lettura approfondita mi hanno permesso di arrivare alla regola del contrappasso da noi descritta negli articoli sull'omicidio massonico. A mio parere si trovano molti messaggi in bottiglia anche in molti libri, articoli di giornale, e opere attuali, ma evitiamo di indicarli per non mettere in pericolo le persone coinvolte. Rino Gaetano era una di queste persone che si erano ribellate al sistema in modo vistoso. Non poteva denunciare il sistema direttamente, perchè non gli avrebbe dato voce nessuno, allora lasciò una serie di tracce nelle sue canzoni, che sarebbero state raccolte dalle generazioni successive. Rino Gaetano ci parla della Rosa Rossa, dei crimini commessi dai potenti, dei meccanismi segreti di questa associazione e dei loro metodi. Vediamone qualcuna.

Le canzoni. C’è un album di Rino, in particolare, che pare dedicato proprio alla Rosa Rossa. Nello stesso album, infatti troviamo ben tre canzoni: Rosita, Cogli la mia Rosa d’amore, e Al compleanno della zia Rosina. Una trilogia a nostro parere non casuale. In Rosita ci dice che la Rosa Rossa, quanto te la presentano, sembra bellissima... onori, gloria, soldi, potere... poi però un giorno scopri la verità. E allora la tua vita cambia completamente perchè sei in trappola.

Ieri ho incontrato Rosita, perciò questa vita valore non ha,

Come era bella rosita di bianco vestita più bella che mai.

Nella canzone “Al compleanno della zia Rosina” ci spiega che nel linguaggio criptato della Rosa Rossa, Santa Rita è in realtà la Rosa Rossa; e ci spiega che un giorno capiranno che sta svelando questi messaggi, e quindi lo uccideranno.

La vita la vita, e Rita s'è sposata, al compleanno della zia Rosina.

Vedo già la mia salma portata a spalle da gente che bestemmia e che ce l'ha con me.

Questa frase apparentemente incomprensibile vuole dire probabilmente che gli appartenenti alla massoneria rosacrociana della Rosa Rossa al suo funerale porteranno a spalla la sua bara (ai funerali delle vittime i mandanti sono sempre presenti tra i partecipanti); ma bestemmieranno, perchè in realtà una caratteristica della massoneria della Rosa Rossa è di stravolgere i simboli e i riti Cristiani per interpretarli al contrario. Infine, in “Cogli la mia rosa d’amore” lancia un messaggio molto chiaro:

cogli la mia rosa d’amore,

regala il suo profumo alla gente;

cogli la mia rosa di niente.
Non credo sia un caso anche il titolo del disco: "mio fratello è figlio unico", perché sapeva che questo scherzetto gli sarebbe costato la vita. Nella canzone “Nun Te Reggae più” parla della spiaggia di Capocotta. E, ad un concerto, disse:

"C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. E che grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Apriranno gli occhi e si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta".

NON VI REGGO PIU’.

Il testo più esplicito e diretto di Rino dà il titolo all'album uscito nel 1978.

"Nuntereggaepiù" è un brillante catalogo dei personaggi che invadono radio, televisioni e giornali. Clamorosa la coincidenza con quello che succederà nel 1981, quando la magistratura scopre la lista degli affiliati alla P2 di Licio Gelli, loggia massonica in cui compaiono alcuni nomi citati nella filastrocca di Rino.

A dispetto del titolo, nel brano non c'è un briciolo di reggae. Il titolo gioca sull'assonanza fra il genere musicale giamaicano e la coniugazione romanesca del verbo reggere. Come già era accaduto in "Mio fratello è figlio unico", il finale è dissonante rispetto al tema trattato, con l'introduzione di una frase d'amore:

" E allora amore mio ti amo

Che bella sei

Vali per sei

Ci giurerei. "

È uno sfottò come un altro per dire: "Vabbè, visto che vi ho detto tutte 'ste cose, visto che tanto la canzone non fa testo politico, la canzone non è un comizio, il cantautore non è Berlinguer né Pannella, allora a questo punto hanno ragione quelli che fanno solo canzoni d'amore..".  Possiamo immaginare che, oggi, sarebbero entrati di diritto nella filastrocca Umberto Bossi o Antonio Di Pietro per la politica, Fabio Fazio e Maria De Filippi o il Grande Fratello per la tivvù, calciatori super pagati come Totti, Vieri e Del Piero e chissà quante altre invadenti presenze del nostro quotidiano destinate a ronzarci intorno per altri vent'anni. Quando incide la versione spagnola, che in ottobre scala le classifiche spagnole, "Corta el rollo ya" ("Dacci un taglio”), inserisce personaggi di spicco dell'attualità iberica, come il politico Santiago Carrillo, il calciatore Pirri (che più avanti sarà vittima di un rapimento), la soubrette Susana Estrada e altri.
Qui sta la grandezza di Rino Gaetano, se leggete oggi il testo di "Nun te reggae più" vi accorgerete che i personaggi citati sono quasi tutti ancora sulla breccia e, se scomparsi o ritirati dalla vita pubblica, hanno lasciato un segno indelebile nel loro campo, si pensi a Gianni Brera o all'avvocato Agnelli, o a Enzo Bearzot che, un anno dopo la dipartita del cantautore calabrese, regalerà con la sua nazionale (Causio, Tardelli, Antognoni) il terzo mondiale di calcio dopo quarantaquattro anni.

Abbasso e Alè (nun te reggae più)

Abbasso e Alè (nun te reggae più)

Abbasso e Alè con le canzoni

senza patria o soluzioni

La castità (Nun te reggae più)

La verginità (Nun te reggae più)

La sposa in bianco, il maschio forte,

i ministri puliti, i buffoni di corte

..Ladri di polli

Super-pensioni (Nun te reggae più)

Ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori,

diete politicizzate,

Evasori legalizzati, (Nun te reggae più)

Auto blu, sangue blu,

cieli blu, amori blu,

Rock & blues (Nun te reggae più!)

Eja-eja alalà, (Nun te reggae più)

DC-PSI (Nun te reggae più)

DC-PCI (Nun te reggae più)

PCI-PSI, PLI-PRI

DC-PCI, DC DC DC DC

Cazzaniga, (nun te reggae più)

avvocato Agnelli,

Umberto Agnelli,

Susanna Agnelli, Monti Pirelli,

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli.. (nun te reggae più)

..Gianni Brera,

Bearzot, (nun te reggae più)

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno,

Villaggio, Raffà e Guccini..

Onorevole eccellenza

Cavaliere senatore

nobildonna, eminenza

monsignore, vossia

cheri, mon amour!.. (Nun te reggae più!)

Immunità parlamentare (Nun te reggae più!)

abbasso e alè!

Il numero cinque sta in panchina

si e' alzato male stamattina

– mi sia consentito dire: (nun te reggae più!)

Il nostro è un partito serio.. (certo!)

disponibile al confronto (..d'accordo)

nella misura in cui

alternativo
alieno a ogni compromess..

Ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

si sarà la ress

Se quest'estate andremo al mare

soli soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore

che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia...

Dove sei tu? Non m'ami più?

Dove sei tu? Io voglio, tu

Soltanto tu, dove sei tu? (Nun te reggae più!)

Uè paisà (..Nun te reggae più)

il bricolage,

il '15-18, il prosciutto cotto,

il '48, il '68, le P38

sulla spiaggia di Capo Cotta

(Cardin Cartier Gucci)

Portobello, illusioni,

lotteria, trecento milioni,

mentre il popolo si gratta,

a dama c'è chi fa la patta

a sette e mezzo c'ho la matta..

mentre vedo tanta gente

che non ha l'acqua corrente

e nun c'ha niente

ma chi me sente? ma chi me sente?

E allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

vale per sei

ci giurerei

sei meglio tu

nun te reg più

che bella si

che bella no

nun te reg più!

NUN TE REGGAE PIÙ, NUN TE REGGAE PIÙ, NUN TE REGGAE PIÙ...

Vediamo cosa succedeva nella spiaggia di Capocotta, prendendo le notizie da Wikipedia.

La spiaggia di Capocotta. OMICIDIO DI WILMA MONTESI (1953, vigilia di Pasqua). La vicenda coinvolse il musicista Piero Piccioni, figlio del vicepresidente del consiglio della DC, e altri noti esponenti della nobiltà, politici e personaggi famosi... Inizialmente fu presa in considerazione l'ipotesi di un banale incidente, ipotesi che fu considerata attendibile dalla polizia, e il caso venne chiuso. I giornali, L'Espresso su tutti, invece si mostravano scettici. Il Roma, quotidiano monarchico napoletano, il 4 maggio cominciò ad avanzare l'ipotesi di un complotto per coprire i veri assassini, che sarebbero stati alcuni potenti personaggi della politica; l'ipotesi presentata nell'articolo Perché la polizia tace sulla morte di Wilma Montesi? a firma Riccardo Giannini ebbe largo seguito. A capo di questa campagna stampa, vi erano prestigiose testate nazionali, quali Corriere della Sera e Paese Sera, e piccole testate scandalistiche, quali Attualità, ma la notizia si diffuse su quasi tutte le testate locali e nazionali. Il 24 maggio del 1953 un articolo di Marco Cesarini Sforza pubblicato sul giornale comunista Vie Nuove creò molto scalpore: uno dei personaggi apparsi nelle indagini e presumibilmente legati alla politica, sinora definito "il biondino", venne identificato con Piero Piccioni. Piccioni era un noto musicista jazz (col nome d'arte Piero Morgan), fidanzato di Alida Valli e figlio di Attilio Piccioni, il Vicepresidente del Consiglio, Ministro degli Esteri e massimo esponente della Democrazia Cristiana. Il nome di "biondino" era stato attribuito al giovane da Paese Sera, in un articolo del 5 maggio, in cui si raccontava di come il giovane avesse portato in questura gli indumenti mancanti alla ragazza assassinata. L'identificazione con Piero Piccioni era un fatto noto a tutti i giornalisti, ma nessuno ne aveva mai svelata l'identità al grande pubblico. Su Il merlo giallo, testata neofascista, era addirittura apparsa già ai primi di maggio una vignetta satirica in cui un reggicalze veniva portato in questura da un piccione, un chiaro riferimento al politico e al delitto. La notizia suscitò clamore perché venne pubblicata poco prima delle elezioni politiche del 1953. Piero Piccioni querelò per diffamazione il giornalista e il direttore del giornale, Fidia Gambetti. Cesarini Sforza venne sottoposto ad un duro interrogatorio. Lo stesso PCI, movimento di riferimento del giornale e unico beneficiario dello scandalo, disconobbe il giornalista, che venne accusato di "sensazionalismo" e minacciato di licenziamento. (QUINDI ANCHE LO STESSO PCI SEMBRA VOLER COPRIRE E INSABBIARE TUTTO... CHISSA' COME MAI?). Nemmeno sotto interrogatorio Cesarini Sforza citò mai direttamente il nome della fonte da cui ufficialmente veniva la notizia, limitandosi ad affermare che provenisse da "ambienti dei fedeli di De Gasperi". Anche il padre del giornalista, un influente docente di filosofia all'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", suggerì al figlio di ritrattare, consiglio vivamente sostenuto anche dal celeberrimo "principe del foro" Francesco Carnelutti che aveva preso le parti dell'accusa per conto di Piccioni. L'avvocato di Sforza, Giuseppe Sotgiu (già presidente dell'Amministrazione provinciale di Roma ed esponente del PCI) si accordò col collega e il 31 maggio, Cesarini Sforza fu costretto a ritrattare le sue affermazioni. Come ammenda, versò 50 mila lire in beneficenza alla Casa di amicizia fraterna per i liberati dal carcere, ed in cambio Piccioni fece cadere l'accusa. Il 6 ottobre 1953, sul periodico scandalistico Attualità, il giornalista e direttore della testata Silvano Muto pubblicò un articolo, La verità sul caso Montesi. Muto aveva condotto un'indagine giornalistica nel "bel mondo" romano, basandosi sul racconto di una attricetta ventitreenne che sbarcava il lunario facendo la dattilografa, tal Adriana Concetta Bisaccia. La ragazza aveva raccontato al giornalista di aver partecipato con Wilma ad un'orgia, che si sarebbe tenuta a Capocotta, presso Castelporziano e non distante dal luogo del ritrovamento. In quell'occasione avevano avuto modo di incontrare alcuni personaggi famosi, principalmente nomi noti della nobiltà della capitale e figli di politici della giovane Repubblica Italiana. Continuano ad essere ritrovati corpi di donne su quella spiaggia. Forse è questo che voleva dire Rino. Non si riferiva solo al caso Montesi, ma a decine di altri casi che evidentemente continuano a verificarsi a Capocotta... O forse voleva dire che è una situazione "emblematica" di tutto quello che succede in Italia. Ma sono solo nostre deduzioni. Potremmo continuare perchè ci sono altre canzoni molto più significative e piene di messaggi, come Gianna. Ma terminiamo qui perchè per capire queste canzoni occorre avere una conoscenza specifica di determinati fatti e situazioni.  Forse però non molti sanno che la canzone Nuntereggaepiù, che nomina molti personaggi della politica, dello spettacolo, dello sport, della televisione... è stata censurata. Inizialmente infatti l'elenco conteneva, tra gli altri, i nomi del finanziere Nino Rovelli, del banchiere Ferdinando Ventriglia, di Camillo Crociani (scandalo Lockheed e loggia P2), di Amintore Fanfani, di Guido Carli... e persino di Aldo Moro e Michele Sindona. Questi nomi vennero cancellati dal testo della canzone. Evidentemente perché ancora più scomodi di quelli che furono lasciati. Un personaggio come Rino non poteva vivere a lungo, e perse infatti la vita il 2 giugno del 1981 in un incidente d'auto. Poco tempo prima, come abbiamo già raccontato altrove, aveva avuto un incidente analogo, ma si era salvato. Aveva ricomprato un’ auto identica ed ebbe un incidente dello stesso tipo; morì non tanto per l'incidente in sè, quanto per il ritardo con cui fu curato perchè negli ospedali della zona nessuno volle accoglierlo. Ben 5 ospedali si rifiutarono di curarlo, così come lui aveva scritto in una sua canzone, La ballata di Renzo. Cioè, è stata applicata ,nel suo caso la regola del contrappasso di cui ci siamo occupati in altri articoli. La ballata di Renzo è un brano inedito, di cui peraltro si scoprì l'esistenza solo qualche anno fa. Dunque, all'epoca, solo gli "addetti ai lavori" (i produttori e le persone che lavoravano insieme al cantante) erano a conoscenza di quel brano. E solo chi conosceva la canzone poteva fare in modo che si realizzasse nella pratica, e in modo così dettagliato. Quando qualche anno fa uscì la notizia della scoperta del brano inedito, i media si affrettarono subito a definirla una "profezia". I giornali scrissero che ne La ballata di Renzo "Rino aveva previsto e messo in musica, dieci anni prima, la propria morte". Ma sarebbe invece più oppurtuno affermare il contrario: la morte del cantautore è avvenuta esattamente come nella sua canzone non perché quel brano fosse una profezia, ma perché qualcuno l'ha usata per applicare la regola del contrappasso.

Il film. Di recente la RAI ha prodotto un film su Rino Gaetano. Vediamo cosa dice la presentazione ufficiale del film sul sito Rai. "Ci sono film su personaggi della musica che riescono a descrivere compiutamente lo spirito di un'epoca. È questo l'obiettivo della fiction Rino Gaetano. Ma il cielo è sempre più blu, una produzione Rai Fiction realizzata da Claudia Mori per la Ciao Ragazzi. L'interesse per Rino Gaetano e per la sua musica si è riacceso negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani, al punto di farne una figura di culto oltre la sua epoca. La fiction, che racconta in due puntate la sua biografia e la genesi delle canzoni più popolari, è uno spaccato della sua generazione, e trasmette un messaggio che può valicare i confini nazionali italiani, perché ancora oggi modernissimo". In realtà guardando il film si capisce che è stato scritto al solo scopo di infangare l’immagine del cantautore. La sorella di Rino e la ex fidanzata, intervistate, diranno che il film racconta qualcun altro rispetto al protagonista. Quello non era Rino, non era la storia d'amore tra lui e la fidanzata. Vediamo perchè. Anzitutto il film si apre con la scena di lui che sviene per aver bevuto troppo. E si chiude con le immagini di lui, ubriaco, che vaga senza meta alla ricerca di amici che oramai lo hanno abbandonato. Il messaggio è chiaro. Era un ubriacone. Altre scene salienti del film sono queste:

1) Dopo aver chiesto alla fidanzata di accompagnarlo a Stromboli per scrivere una canzone, dopo alcuni giorni in cui non combinava nulla tranne trattare male gli amici musicisti, e ubriacarsi continuamente, inveisce contro la fidanzata e la tratta male dicendo che non si sente capito

2) Geniale poi come presentano il suo rapporto con le donne. Si fidanza. Mette le corna alla ragazza (Irene) con un altra ragazza, stupenda e che lo adora, di nome Chiara. Irene li scopre a letto e lui che fa? Esce dalla stanza, parla con Irene e le dice “non preoccuparti, era solo una scopata”. Poi abbandona Chiara senza dirle una parola nè salutarla, dopo giorni di idillio romantico. Dopo qualche anno incontra nuovamente Chiara. Mette nuovamente le corna alla fidanzata e abbandona nuovamente Chiara, ancora una volta senza una spiegazione e senza una parola. Verso la fine del film, abbrutito dall’alcol e senza una meta, tenta di recuperare il rapporto con Chiara e con Irene (tutte e due in contemporanea), ma entrambe lo abbandonano. Per giunta tenta di baciare Chiara proprio un giorno che lei lo trova ubriaco già al mattino presto. Chiaro è il messaggio: Gaetano era un superficiale.

3) Altrettanto geniale poi come viene delineato il suo rapporto col padre. In una delle scene clou del film lui, all’apice del successo, mostra una casa al padre, ma il padre la rifiuta, perché non vuole la sua elemosina. E lui risponde arrabbiato “ma come, finalmente ora possiamo permetterci una casa come la gente normale e non uno schifoso sottoscala”. Il messaggio qui è molto sottile ed è duplice: la gente che vive in un sottoscala non è normale. Un sottoscala fa schifo. Ma dietro a questo messaggio ce n’è un altro, molto più sottile: Gaetano, come tutti, una volta che ha avuto un po’ di soldi e si è arricchito, non ha più rispetto per le condizioni della gente più povera che infatti viene definita “non normale”. E infatti rinfaccia al padre di essere un poveraccio: "io non volevo diventare come te e ci sono riuscito... non vi voglio più vedere in quel sottoscala schifoso.. e aggiunge: "sei orgoglioso come tutti gli ignoranti". Dopodichè al padre prende anche un infarto. Quando il padre uscirà dall'ospedale Rino ancora una volta lo tratterà malissimo e gli causerà un altro malore. In altre parole, lo descrivono come un pessimo personaggio, indelicato e ignorante che arriva a far ammalare il povero padre.

Altro aspetto curioso del film è che Rino ha una sorella, che nel film però non compare mai. Non compare mai neanche quando, nella parte finale del film, bussa alla porta di tutti gli amici, ubriaco e disperato, lasciato solo da tutti. Strano che Rino quel giorno non abbia pensato di telefonare anche alla sorella no? Come è strana un'altra circostanza. Rino morì pochi giorni prima del suo matrimonio. Doveva sposarsi. In questo indegno e vergognoso film, invece, l'ultima scena del film mostra lui disperato e abbandonato da tutti. Nessun cenno alla figura della sorella. Nessun cenno al matrimonio, ma anzi, viene presentata una fattispecie completamente opposta. Insomma, per essere un film che voleva valorizzare la figura del cantautore, la trama presenta tali e tanti inesattezze, buchi ed omissioni, che rimane una sola certezza: che il film è stato fatto unicamente per oscurare le ragioni della sua morte e il valore delle sue canzoni. Per infangarne la memoria quindi. Chi ha prodotto il film, inoltre, ha appositamente evitato di inserire la figura della sorella, forse perchè è l'unica della famiglia rimasta ancora viva, e che avrebbe potuto creare guai giudiziari agli autori del film se la sua immagine fosse apparsa troppo deformata dalla fiction. In conclusione, cosa rimane dopo la visione del film? L’idea che fosse un ubriacone, anche egoista, non troppo intelligente, che ha scritto canzoni superficiali e senza senso. Così non ci si stupisce se muore in un incidente. E se un giorno qualcuno dirà che è stato ucciso, la gente dirà: "ucciso? ma come? Era stato un incidente perchè beveva ed era ubriaco". Come succede per Pantani: "era un drogato, si è suicidato". Che poi le perizie abbiano dimostrato che il suo cuore era intatto non conta, per questo mondo dei mass media asservito ad una criminalità senza scrupoli. E che la sorella e la fidanzata di Rino dicano che quello non era Rino, che conta? L'obiettivo è riuscito. Milioni di italiani lo considerano un ubriacone che scriveva canzoni senza senso. Il film è stato confezionato ad arte probabilmente per screditare la figura di un artista, proprio in un periodo particolare, ovverosia gli anni in cui, a seguito dei delitti del mostro di Firenze, si comincia a parlare della Rosa Rossa e dei suoi delitti. D'altronde, una bella coincidenza che il film sia prodotto dalla Ciao Ragazzi, società che porta, guarda caso, l'acronimo dei RosaCroce e di Cristian Rosenkreutz (CR).  Di recente poi è uscito un dvd "Figlio unico", uscito insieme alla raccolta il 02.11.2007. Giorno dei morti e data a somma 13. Un altro bello scherzetto combinato ai danni di Rino. Tanto per mettere di nuovo una firma, se ce ne fosse bisogno. Il dvd contiene molti filmati, tra cui quello con Morandi: Rino a un certo punto dice: "Io conosco anche il profumo dei ministri". Una frase senza senso per i più. Un non sense, appunto, di quelli tipici di Rino. E invece no. Infatti Morandi si guarda intorno impaurito e cambia subito discorso, spostandosi di nuovo sull'ironia. "Qui non possiamo parlare di ministri, parliamo solo di canzoni. No, ma parliamo della tua ironia". Ma noi che conosciamo il sistema, riteniamo che il film sia l’ulteriore vittoria di Rino Gaetano. Rino era così grande e così bello, che hanno cercato di distruggerlo anche da morto. Perché indubbiamente le sue canzoni, come del resto aveva predetto anche lui, fanno più paura ora che quando era vivo. Ora infatti le possiamo capire. E a Venditti che, in questi ultimi tempi, ha affermato che la causa della morte di Rino è stata la cocaina (se ne è ricordato dopo quasi trenta anni) possiamo rispondere una cosa. Strano, Antonello, che ti ricordi dopo tanti anni della cocaina. In realtà la sai bene quale è la verità: lui ha avuto quel coraggio che pochi hanno, di andare contro il sistema fino a farsi uccidere per non rinnegare i suoi ideali. Quel coraggio che molti di quelli che oggi hanno successo certamente non hanno avuto.

La ballata di Renzo

Quel giorno Renzo uscì,

andò lungo quella strada

quando un’auto veloce lo investì

quell'uomo lo aiutò

e Renzo allora partì

verso un ospedale che lo curasse per guarìr.

Quando Renzo morì io ero al bar

La strada era buia

si andò al San Camillo

e lì non l'accettarono

forse per l'orario

si pregò tutti i Santi

ma s'andò al San Giovanni

e lì non lo vollero per lo sciopero

Quando Renzo morì

io ero al bar era ormai l'alba andarono al policlinico

ma lo si mandò via perchè mancava il vicecapo

c'era in alto il sole

si disse che Renzo era morto

ma neanche al Verano c'era posto

Quando Renzo morì

io ero al bar,

al bar con gli amici bevevo un caffè.

Anche il delitto di Marco Pantani si è tinto di giallo.

Descrizione: http://extrk.aws.forebase.com/artprint.html"Leggete i suoi testi con me, Rino Gaetano era un massone: fatto fuori perché parlava". L'autore dell'inchiesta sulla morte del cantante ci illustra i presunti messaggi cifrati del cantautore: "Sapeva tutto sul caso Lockheed e sul delitto Montesi". Intervista di Roberto Procaccini su “Libero Quotidiano”. "Rino Gaetano era vicino agli ambienti massonici, se non massone in prima persona. Dai suoi amici confratelli veniva a conoscenza della verità su alcuni misteri della storia italiana del '900, che poi inseriva nei testi delle sue canzoni dietro le mentite spoglie dell'umorismo o del non sense. Per questo è stato ucciso. Aveva raccontato troppe cose, pestando i calli a qualcuno negli Stati Uniti". Bruno Mautone, avvocato ed ex sindaco di Agropoli (Salerno), ha studiato per tre anni i testi delle canzoni di Rino Gaetano. Ha analizzato le parole e colto dei collegamenti, fino a disegnare uno scenario inedito: il cantautore calabrese, morto in un incidente stradale nel 1981 all'età di 30 anni, è stato vittima di un complotto. "Nel mio libro (Rino Gaetano: La tragica scomparsa di un eroe) metto in evidenza dati che mi sembrano oggettivi - spiega -. Poi le conclusioni possono essere condivisibili o meno, ma i fatti restano". Mautone fa riferimento ad Anna Gaetano, la sorella di Rino, che sul nostro sito aveva definito "sogni" le sue tesi. "Questo non lo posso accettare", replica Mautone.

Come è arrivato alla conclusione che Rino Gaetano sarebbe stato un massone?

«Le sue canzoni sono piene di riferimenti alla cultura e al simbolismo massonico. In Fiorivi, sfiorivano le viole cita il marchese La Fayette che ritorna dall'America importando la Rivoluzione e un cappello nuovo, Mameli che scrive una canzone tutt'ora in voga, e poi ancora Otto von Bismarck-Shonhausen.»

E allora?

«Allora parla di tre personaggi chiave della massoneria europea del diciottesimo e diciannovesimo secolo in una canzone d'amore. La rivoluzione importata da Lafayette era quella americana, cioè quella massonica per eccellenza. La canzone tutt'ora in voga di Mameli è l'inno nazionale, Fratelli d'Italia, quando è noto che i massoni sono soliti chiamarsi tra di loro fratelli.»

Basta a dire che Gaetano aderisse a una loggia?

«No, ma suoi amici strettissimi, che ho intervistato durante il lavoro di ricerca, mi hanno confermato il suo interesse per la materia. Leggeva molti libri sulla massoneria e sui suoi personaggi di spicco. E dirò di più: dai titoli dei dischi del cantautore si capisce anche il suo percorso di vicinanza prima, e allontanamento poi, dalla massoneria.»

Cioè?

«Nel 1973 Gaetano pubblica I love you Marianna. La Marianna è il simbolo della rivoluzione francese, che è una rivoluzione massonica. Nel 1974 tocca a Ingresso Libero, intendendo l'apertura delle logge alle nuove affiliazioni. Poi Gaetano rompe con gli ambienti massonici e nel 1976 incide Mio fratello è figlio unico, dove l'immagine paradossale rappresenta l'isolamento nella loggia.»

E così Rino avrebbe avuto agganci nella massoneria.

«Esatto. Anna Gaetano sostiene che il fratello fosse una persona preparata, che leggeva i giornali e arrivava a certe intuizioni grazie alla sua preveggenza. Non è così. Lui poteva anticipare le cose perché le conosceva.»

Quanti riferimenti a casi occulti ha contato nella discografia di Rino Gaetano?

«A centinaia. Ce ne sono di grossi. In Berta filava, una canzone del '75-'76, spiega lo scandalo Lockheed (un caso di corruzione affinché l'aeronautica italiana adottasse veivoli della casa americana, ndr). Berta sarebbe Robert Gross, detto Bert, presidente della Lockheed. Rino cantava: "Berta filava con Mario e con Gino", che sarebbero Mario Tanassi e Gino Gui, due ex ministri della Difesa coinvolti nell'inchiesta. Ma dal rapporto, prosegue la canzone, nasce un bambino che non era di Mario e non era di Gino. Cioè Rino sottintendeva che la responsabilità non fosse di Gui e Tavassi, esattamente come si è scoperto dopo. I due ministri erano dei capri espiatorii messi lì per coprire responsabilità più alte. Ma non è il solo esempio.»

Ne faccia un altro.

«In Nun te reggae più Rino Gaetano cita la spiaggia di Capocotta, cioè il delitto Montesi, e nella stessa canzone canta auto blu, sangue blu, ladri di Stato e stupratori.»

E quindi?

«Per l'omicidio di Wilma Montesi furono incriminati Piero Piccioni, figlio del ministro degli Esteri Attilio, e Ugo Montagna, un marchese. Le auto blu, un riferimento ai palazzi romani del potere. Il sangue blu, la nobiltà. Ladri di stato, perché le hanno rubato la vita alla ragazza venendo poi clamorosamente assolti. Stupratori, perché avevano violentato la ragazza. Rino Gaetano tutte queste cose le sapeva.»

Racconta la sorella Anna che Rino Gaetano avesse inserito un riferimento al caso Montesi anche in una poesiola infantile. Per dire che il caso di nera, semplicemente, l'aveva colpito profondamente nell'immaginario.

«Ma ciò non esclude che più di dieci anni dopo abbia scritto Nun te reggae più in possesso di elementi nuovi.»

E perché le avrebbe nascoste dietro riferimenti così complessi?

«Perché le sue canzoni erano cavalli di troia. Se fosse stato più esplicito lo avrebbero bloccato. Invece nascondeva cose serissime dietro l'umorismo e lo stile non sense.»

Chi è il responsabile della morte di Rino Gaetano, allora?

«La massoneria deviata. Direi settori in rapporti con gli Stati Uniti. L'Italia era diventata una colonia americana, Rino l'aveva scritto in molte canzoni, come in Ok papà, dove scrive Usa il pugnale. Anche il modo in cui l'hanno ucciso è un riferimento alla simbologia massonica.»

Perché?

«E' morto il 2 giungo, data scelta dai padri costituenti, tra cui molti fratelli, per l'unica festa laica del Paese. E poi non mi spiego perché sul luogo dell'incidente sia arrivata per prima un'ambulanza dei pompieri. Per non parlare dell'agonia e delle insufficienze ospedaliere che ricalcano la canzone la Ballata di Renzo.»

Mettere insieme stralci di canzoni non le sembra un po' poco per sostenere una teoria del genere?

«Lo so, se avessi il documento che testimonia l'associazione di Rino Gaetano alla massoneria sarebbe tutto più chiaro. Ma ho messo in fila elementi chiari, per me oggettivi.»

Anna Gaetano lamenta che l'ha conosciuta, per telefono, solo a libro dato alle stampe.

«Non avrei potuto contattarla prima. Sapevo che non avrebbe condiviso il mio libro, che mi avrebbe messo il bastone tra le ruote. Non ho nulla contro di lei, ma se ha paura non è colpa mia. E capisco anche che non sia d'accordo con le mie conclusioni, ma non può dire che invento.»

Rino Gaetano: perché lo cantano ancora tutti. I segreti della longevità del geniale cantautore, nato a Crotone il 29 ottobre del 1950, scrive Gabriele Antonucci il 29 ottobre 2018 su "Panorama". “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio: io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale”. La profezia che fece Rino Gaetano in un concerto sulla spiaggia di Capocotta nel 1979 si rivelò esatta. Il geniale cantautore crotonese, nato il 29 ottobre del 1950, ci ha lasciato 37 anni fa, eppure le sue canzoni sono ancora oggi così amate e ascoltate, anche dai più giovani, che riesce difficile pensare a una sua scomparsa ormai lontana. Il 2 giugno del 1981 Rino Gaetano perse la vita in un incidente a via Nomentana, poco distante da casa sua, nel quartiere di Montesacro. La sua auto finì addosso ad un camion proveniente dall’altra corsia, ma il cantante non morì sul colpo. Dopo che tre ospedali rifiutarono il suo ricovero, morì per le gravi ferite riportate alla testa.

Le inquietanti coincidenze. È incredibile come lo stesso cantautore, 11 anni prima, aveva raccontato ne La ballata di Renzo la morte di un uomo dopo essere stato rifiutato da tre ospedali e perfino dal cimitero. Nel brano La ballata di Renzo cantava: «Quando Renzo morì io ero al bar la strada era buia si andò al S.Camillo e lì non l’accettarono forse per l’orario si pregò tutti i Santi ma s’andò al S.Giovanni e lì non lo vollero per lo sciopero. Quando Renzo morì io ero al bar era ormai l’alba e andarono al Policlinico ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo c’era in alto il sole, si disse che Renzo era morto ma neanche al Verano c’era posto». Una somiglianza inquietante con quello che sarebbe accaduto davvero pochi anni dopo allo stesso Gaetano, arrivato al Policlinico Umberto I già in condizioni disperate. Sulle sue ultime ore di vita non sono mai stati fugati del tutto dubbi e sospetti, come conferma la pubblicazione di un saggio, Rino Gaetano, la tragica scomparsa di un eroe di Bruno Mautone, nel quale l’autore sostiene che l’artista sia stato ucciso dalla massoneria deviata. La notte dell’incidente un’ambulanza dei vigili del fuoco lo portò al San Camillo, dove venne però rifiutato il ricovero perchè non attrezzato a prestargli soccorso. Verrà poi rifiutato anche dall’ospedale San Giovanni e infine portato al Policlinico Umberto I nel quale, però, il reparto di traumatologia non era funzionante. Dopo alcune ore di agonia, senza aver ricevuto alcuna cura, il cantautore morirà verso le sei del mattino a soli 31 anni. In un primo momento gli verrà perfino rifiutata la sepoltura al cimitero del Verano, dove riposano numerosi personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura, e soltanto dopo le pressioni di alcune personalità verrà trasferito definitivamente lì. Nel 2012 Comune di Roma ha dedicato al cantante una targa commemorativa sul palazzo di Via Nomentana Nuova 53, dove Rino ha abitato dal 1970 fino alla sua scomparsa.

Il segreto del successo di Rino Gaetano. Il segreto della longevità di Rino Gaetano è nella sua capacità unica di coniugare un’impareggiabile attitudine all’ironia e allo sberleffo con una graffiante satira politica e sociale. In un paese come il nostro, da sempre diviso tra Guelfi e Ghibellini, la sua musica ha messo d’accordo sia la destra che la sinistra proprio perché non ha risparmiato nessuna delle due parti, tanto meno il centro. Per questo non è mai stato catalogabile, a differenza di altri suoi colleghi degli anni Settanta, in uno schieramento politico. Rino non si limitò ad accenni generici all’attualità politica e ai suoi protagonisti, ma nelle sue canzoni fece i nomi e i cognomi e, anche per questo, i suoi testi e le sue esibizioni dal vivo sono stati più volte censurati. Il suo universo è affollato di santi vestiti d'amianto che salgono sul rogo, di donne immaginarie che filano la lana e fiutano tartufi, di cieli blu e di notti stellate, di amabili prostitute e di detestabili politici di ogni schieramento. Gaetano era accessibile e oscuro al tempo stesso, le sue canzoni venivano ballate in discoteca e facevano da colonna sonora delle manifestazioni politiche. Una canzone esemplare di questa sua attitudine allo sberleffo intelligente è Nuntereggae più nella quale, a ritmo di reggae, punta ironicamente il dito contro Gianni Agnelli, Enrico Berlinguer, le logge massoniche, il decano del giornalismo sportivo Gianni Brera e lo scandalo della spiaggia di Capocotta. Come non ricordare, poi, la sua fortunata partecipazione al Festival di Sanremo, dove nel 1978 si classificò terzo con la scanzonata Gianna, esibendosi in frac, camicia a righe rosse e scarpe da ginnastica?

Gli esordi. Eppure i suoi esordi discografici sono stati tutt’altro che esaltanti. Dopo alcune esperienze teatrali, tra i quali il ruolo della volpe nel Pinocchio di Carmelo Bene, Gaetano iniziò ad esibirsi nel leggendario Folkstudio, inesauribile fucina artistica dei cantautori romani, dividendo spesso il palco con gli allora sconosciuti Francesco De Gregori e Antonello Venditti. Si accorge del suo talento il produttore Vincenzo Micocci, che gli permette di pubblicare i suoi primi due singoli I love you Maryanna e Jaqueline, incisi dal cantante con lo pseudonimo di Kammamuri’s, e il primo album Ingresso libero, pubblicato dalla It nel 1974. Né pubblico né critica restano particolarmente colpiti dal cantautore crotonese, che si mette in luce un anno dopo con il 45 giri Il cielo è sempre più blu, un saggio della sua capacità di tenersi in perfetto equilibrio tra satira e nonsense. Nel 1976 il pubblico si accorge delle sue singolari qualità grazie al secondo album Mio fratello è figlio unico, trascinato dalla splendida title track, una struggente ballad in bilico tra affetti familiari e denuncia sociale. Nel disco spicca anche l’emozionante canzone d’amore Sfiorivano le viole, da molti considerato uno dei vertici della sua produzione artistica.

Il successo. Il terzo album Aida del 1977 è una piacevole conferma, ma è con il successivo Nuntereggae più e soprattutto grazie al terzo posto a Sanremo con l’orecchiabile e maliziosa Gianna che Rino entra ai piani alti delle classifiche. Il 1979 segna il suo passaggio dalla piccola etichetta It a una major come l’Rca, con la quale pubblica il suo quinto album Resta vile maschio, dove vai?. Nel 33 giri troviamo la divertente melodia spagnoleggiante di Ahi Maria, l’emozionante ritratto della amata Calabria in Anche questo è Sud e la sferzante satira politica di Nel letto di Lucia. Gaetano è ormai lanciatissimo, tanto che, dopo la pubblicazione nel 1980 del suo ultimo album in studio E io ci sto, viene chiamato da Riccardo Cocciante per alcune tappe di un tour fortunatissimo, che verrà ribattezzato Q Concert.

L'incidente mortale. Proprio nel periodo di massimo fulgore, nel quale stava prendendo forma un lavoro sperimentale intitolato provvisoriamente Alice, un tragico incidente stradale ha interrotto il 2 giugno del 1981 la sua parabola umana e artistica. Nel 2007 la fiction Rino Gaetano, Ma il cielo è sempre più blu, trasmessa in prima serata da Rai Uno, ha fatto scoprire a tanti giovani la musica di Rino Gaetano, grazie anche all’eccellente interpretazione di Claudio Santamaria. La miniserie ha avuto un grande successo di ascolti, dimostrando ancora una volta l’attaccamento del pubblico al cantautore calabrese, ma non è piaciuta alla sorella Anna, secondo la quale la figura di Rino è stata troppo romanzata. In effetti non deve essere stato semplice riassumere, in due sole puntate di una fiction, una personalità complessa e fuori dagli schemi come quella del cantautore. Quella personalità che rende ancora oggi le canzoni di Gaetano incredibilmente fresche e attuali.

“Avrei voluto un amico come lui” – David Gramiccioli omaggia Rino Gaetano, scrive il 14 settembre 2015 "lastella". Riceviamo & pubblichiamo da David Gramiccioli. Dagli anni 70 a oggi non è cambiato niente. Ieri il braccio armato di quel potere occulto e deviato (oggi sempre meno occulto e sempre più deviato) era Franco Giuseppucci detto Er Negro, primo, indiscusso capo della banda della Magliana. Oggi Massimo Carminati, forse non è un caso che il secondo rappresenti l’ideale contiguità con quell’esperienza criminale. Negli anni 70 il fronte criminale romano si arricchì con il commercio della droga, successivamente con il business immobiliare. Oggi, che la droga sembra non essere più il filone aureo di una volta e con la profonda crisi che sta vivendo l’edilizia, si “investe” sulla disperazione umana (immigrati e zingari). Tangentopoli produsse, colossale bluff, una nuova legge elettorale per l’elezione dei sindaci, in molti esultarono all’idea che finalmente sarebbero stati i cittadini, per la prima volta nella storia repubblicana e democratica del paese, a eleggere direttamente un sindaco. In realtà si rafforzò ancora di più il potere politico di alcuni leader che avevano a cuore tutto tranne che il bene e la ripresa del paese. La televisione, il riscontro mediatico fissavano sempre di più i parametri del successo in ogni campo della nostra società. Quando parliamo del nostro paese, della nostra amata Italia, non dobbiamo dimenticarci mai cosa è accaduto dall’8 di settembre 1943 a oggi. Legge truffa subito dopo la morte di Stalin, Capocotta. Tragedia del Vajont, Giorgiana Masi…i rapporti tra massoneria-politica-criminalità. Nessuno come lui ha cantato la nostra storia, nessuno come lui, cantava: “ma chi me sente”, era consapevole della solitudine artistica e umana alla quale è condannato il genio, ma nel profondo del suo animo Rino nutriva, lo disse pubblicamente una sera, una grande speranza; quella che un giorno grazie alla comunicazione di massa la gente potesse finalmente comprendere il significato dei testi delle sue canzoni.

Recensione di Giada Ferri dello spettacolo teatrale “Avrei voluto un amico come lui. Omaggio a Rino Gaetano” di David Gramiccioli. Finalmente uno spettacolo teatrale dai contenuti ben scelti e approfonditi che tocca con estrema professionalità e non meno stile una sequenza di vicissitudini italiane per lo più rimaste impunite. Spettacolo che dà il giusto lustro alla figura del diretto ispiratore, il cantautore Rino Gaetano, menzionato con intelligenza e garbo, non tentando di snaturarne la criptica essenza con convinzioni pregiudizievoli nei suoi confronti, ma evidenziando il suo genio nel trattare eventi, di diverse collocazioni spazio-temporali, che gli stanno a cuore. Ci si immerge infatti in un viaggio nella Memoria, condotto magistralmente da David Gramiccioli (giornalista e speaker radiofonico), attraverso alcuni dei più rilevanti fatti di cronaca nera e scandali della storia italiana, dal secondo dopoguerra agli anni ’70, per mezzo della chiave di lettura che il cantautore dà a quei fatti, trasformandoli in frasi cardine delle sue canzoni. Si pensi a “Spendi per opere assistenziali e per sciagure nazionali” (in Fabbricando case) e a “Il numero 5 sta in panchina, s’è alzato male stamattina” (in Nuntereggae più) riferite a personaggi coinvolti nella strage annunciata del Vajont oppure a “Il nostro è un partito serio” (sempre in Nuntereggae più) con tanto di imitazione dell’inflessione dell’allora dirigente del PCI Berlinguer, all’indomani del “Governo delle astensioni”, nel 1976. La stessa frase viene pronunciata anche da Cossiga, sardo pure lui e al tempo Ministro dell’Interno, quando è chiamato a rispondere degli incresciosi fatti dell’anno successivo, che vedono cadere Giorgiana Masi raggiunta da un misterioso proiettile durante una manifestazione. Ancora, ai nomi fatti in Standard, ricordandoci dello scandalo Lockheed e ai nomi censurati alla stessa Nuntereggae più, brano cardine della pièce poiché, come si vedrà, racchiude in sé allusioni anche al delitto Montesi nella sua frase ormai nota “…sulla spiaggia di Capocotta”. Ma questa non è che una modesta anticipazione di quelli che sono gli argomenti toccati dall’autore. David Gramiccioli ha conosciuto la grande forza di Rino Gaetano leggendo i suoi testi. Non ha preteso di interpretarlo ed etichettarlo, ma affronta le vicende contenute nelle sue parole senza preconcetti e infondati collegamenti, come a volte, pur di dare un senso alla sua prematura scomparsa, si sia spinti a fare, costruendone un lato oscuro invece di ammirare le sue doti straordinarie legate alla sua dedizione a tenere sempre gli occhi aperti, nella scelta coraggiosa di smascherare gli intrighi del Potere anziché farne parte. È così quindi che l’autore scrive questa sceneggiatura, con estrema lucidità e oggettività, senza attingere a dietrologie non provate e senza farcire di orpelli e convinzioni personali quegli intrecci nefasti tutti italiani, bensì lasciando lo spettatore alle proprie deduzioni, stimolandone tuttavia l’interesse a saperne di più e favorendone l’utile ragionamento circa i casi trattati. Gramiccioli, oltre ad aver creato uno spettacolo a scopo benefico, ha veramente reso “Omaggio a Rino Gaetano”. I contenuti della sceneggiatura sono fedeli al titolo. Giada Ferri.

“Avrei voluto un amico come lui”, tour itinerante della Compagnia Teatro Artistico d’Inchiesta guidata dal giornalista performer David Gramiccioli. «Nessuno come Rino Gaetano – si legge nelle note di regia – ha cantato la nostra storia, nessuno come lui, cantava “ma chi me sente”, consapevole della solitudine artistica e umana alla quale è condannato il genio. Ma nel profondo del suo animo Rino nutriva – e lo disse pubblicamente una sera – la speranza che un giorno, grazie alla comunicazione di massa, gli italiani potessero finalmente comprendere il significato vero dei testi delle sue canzoni».

IMBROGLIANO PURE SULL'ORARIO.

Rai, il dirigente del countdown errato: "A Capodanno si è sempre fatto così". Azzalini, responsabile dello show del 31 dicembre, risponde alle contestazioni dell'azienda: "Ero certo che Leone condivideva". In una memoria tutti gli orari di mezzanotte "spostati", scrive Aldo Fontanarosa il 12 gennaio 2016 su “la Repubblica”. Telegiornali che iniziano prima del tempo, per rubare la scena tv ai notiziari della concorrenza. Trasmissioni come L'ArenaLa Prova del Cuoco, L'Eredità che usano la stessa tecnica: giocare d'anticipo. E conti alla rovescia che non rispettano più l'appuntamento con la mezzanotte, il 31 dicembre, da molti anni ormai. Funziona così su RaiUno. Dove gli orari - "per una consolidata prassi aziendale" - sono diventati flessibili. Dove si anticipa o si rinvia per una consuetudine a tutti nota, in modo da ottenere "picchi d'ascolto" e fronteggiare i morsi delle altre emittenti. Antonio Azzalini si difende così. Alla Rai che gli muove una contestazione disciplinare, il responsabile dell'intrattenimento della Prima Rete - il dirigente che ha anticipato di 40 secondi il Capodanno di Matera - ricorda ora in una memoria la "prassi" generalizzata "della anticipazione". Una truffa forse a danno degli italiani? No, solo una tecnica propria del settore televisivo. Azzalini - dirigente di lungo corso, assunto a Viale Mazzini nel 1999 - cita anche il direttore di RaiUno Leone e il suo vice, Fabiano. La sua lettera - il cui contenuto arriva a Repubblica da un deputato del Pd - suonerebbe così: avevo i miei motivi per credere che i due massimi responsabili della Prima Rete "condividessero la mia decisione di anticipare" alla luce anche del copione in scena in altri 31 dicembre. 

BENEDETTO SIA ZALONE.

Provando a spiegare il fenomeno Zalone. Ritratto dell’uomo del momento che piace al pubblico (e ora anche alla critica) perché non pensa alla satira ma solo a far ridere, scrive il 4 Gennaio 2016 “Il Foglio”.

«Mi chiamo come mio nonno, capostazione, sosia di Terence Hill e convinto mignottaro» (Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone).

Un milione di italiani ha deciso di iniziare l’anno con il nuovo film di Checco Zalone. Il primo gennaio Quo vado? ha incassato 6.852.291 di euro, oltre 930.000 spettatori. Un record assoluto, più del doppio rispetto all’ultimo capitolo di Harry Potter I doni della Morte – Parte II che deteneva il primato con 3,2 milioni nel primo giorno di programmazione.

A questo punto è difficile ipotizzare fino a dove potrà arrivare Quo Vado?. Marco Giusti: «Perché il film, qualche buonismo a parte e a parte l’appoggio di Mancuso e perfino di Mereghetti, è davvero buono, divertente, civile, uno spettacolo per tutti con poche parolacce (il mitico bokking), che non potrà che salire ai 50 e passa milioni. Non ha neanche rivali importanti per tutto gennaio».

La trama del film in due righe: le avventure di un impiegato statale che, pur di mantenere il suo posto fisso in un ufficio che rilascia licenzia di pesca e caccia, è disposto a trasferirsi persino al Polo Nord. «Qualcuno ci leggerà una satira sull’incapacità di cambiare… qualche mio amico intellettuale (che ha smesso dopo questa affermazione di essere mio amico) ha parlato di Gattopardo… gli ho detto di stare zitto altrimenti lo denuncio, con ’sta roba non si incassa».

Paolo Mereghetti: «Se passano gli anni per Luca Medici, passano anche per il suo personaggio Checco Zalone. Cado dalle nubi era del 2009 e il suo protagonista è cresciuto in consapevolezza e ambizione. Così come sono cresciuti i bersagli da colpire: ieri erano i luoghi comuni del politically correct oggi, in Quo Vado?, sono diventati i miti di una nazione che si ostina a non crescere: la cucina della mamma, la sicurezza della famiglia, la certezza del posto fisso».

«Fino a dieci anni fa il posto fisso era la mia massima aspirazione, i miei genitori mi hanno inculcato da sempre il mito del posto in banca, ho fatto pure il concorso per vice-ispettore di Polizia».

Giuseppe De Bellis (che ha fatto il liceo insieme a Zalone): «L’omosessualità, il terrorismo, la crisi, il lavoro. C’è qualcun altro che riesce a raccontare questi temi con leggerezza? Si può far ridere con un film sul posto fisso? Lo fa Checco. Con la stessa idea di fondo di una delle battute di Cado dalle nubi: “Vi faccio ascoltare una canzone. L’ho scritta l'altro giorno, dopo aver ascoltato un pezzo di Gianni Morandi, Uno su mille ce la fa. Mi sono chiesto: ma agli altri 999 stronzi nessuno ci deve dedicare una canzone? Ce l’ha fatta Checco”».

A spiegare il successo di Zalone, per Giusti, concorre il fatto che «al suo quarto film ha ancora miracolosamente intatta la sua freschezza originale, come se fosse la sua prima pellicola. Grazie alla sua completa chiusura, niente pubblicità, pochissime apparizioni pubbliche, il suo ritorno è davvero un grande evento alla Celentano».

Intervistato da Mariarosa Mancuso: «Ma come, non ti fai vedere mai, e ora che esce il tuo film vai dappertutto? Se io fossi il pubblico mi terrei sul cazzo». Fa eccezione Maria De Filippi, da cui è andato fuori promozione, con un magnifico Jep Gambardella: «Le dovevo un favore, dovevo andare a Italia’s Got Talent ma quel giorno non me la sentivo, quindi l’ho chiamata. Silenzio all’altra parte, poi “quando ti passa la depressione vieni” (imita la voce). E poi mi ha pagato, pure bene».

Tra le pochissime apparizioni tv per presentare il film, quella da Fabio Fazio. Andrea Minuz: «Per un ventina di minuti Zalone ha trasformato Che tempo che fa in una gigantesca, formidabile presa per il culo di Che Tempo che fa. Faticavamo a capire se si rideva di pancia o di testa quando Zalone si è infilato gli occhiali per diventare Gramellini che racconta il senso profondo di Quo Vado?».

Nato a Capurso, in provincia di Bari, 3 giugno 1977. La madre, Tonia, impiegata a scuola; il padre, Sandro, rappresentante farmaceutico. Diploma al liceo scientifico Sante Simone di Conversano, laurea in Giurisprudenza con 106 all’Università di Bari, Luca Medici ha un passato da pianista jazz («Non sono mai andato al Conservatorio, ma guardo sempre Bollani su internet»).

Per un anno ha fatto il rappresentante dell’Amuchina.

Gavetta a Telenorba (emittente locale pugliese), comincia a farsi conoscere con Zelig, le imitazioni e le canzoni. Autore, tra le altre, di Siamo una squadra fortissimi, inno trash trasmesso da Radio Deejay per i Mondiali di calcio 2006 («Dacci tanti orologi agli albitri internazionali/ si no co’ cazzo che vinciamo i mondiali» ecc.).

«Il colpo di culo che mi ha cambiato la vita è stato il provino di Zelig. Cantante neomelodico, cafonissimo, in scena con una tremenda maglietta rosa aderente. Sul palco faccio un numero che a Bari ripetevo spesso e non faceva ridere nessuno: “Un bacione alla casa circondariale di Trani con gli auguri di una presta libertà”. Gino e Michele mi prendono da parte: “Che fai nei prossimi mesi?”. “Ho la pratica per diventare avvocato”. “Annulla tutto, non prendere impegni per un anno”. Un sogno».

«Il 23 luglio del 2004 dopo essere sceso dal Milano-Bari in un giorno di caldo infernale, zanzare e bestemmie, trovo mio padre: “Mo’ mi hai rotto i coglioni, non c’ho più soldi, sto andando sotto in banca, falla finita”. Imbarazzatissimo, vado dal produttore di Zelig: “Non posso più venire”. Senza fiatare, mi stacca un assegno da 5.000 euro. Mi sembrò Dio. Chi cazzo li aveva mai visti 5.000 euro? Ne prendevo 50 a serata per fare il piano bar, mi pagavo la benzina e a volte mi toccava vestirmi pure da babbo Natale» (a Malcom Pagani).

La consacrazione, nel 2009 col primo film Cado dalle nubi, che incassa 14 milioni di euro. Mariarosa Mancuso: «Ricordiamo perfettamente la prima risata a scroscio, quando “Angela” nella canzone faceva rima con “Losangela”: “Ami solo me, spositi con me, che in viaggio di nozze io ti porto a Losangela”. Va ascoltata da uno con la maglietta rosa, cantante di piano bar a Polignano a mare, voglioso di raggiungere “L’acne del successo” (era già una battuta di Marcello Marchesi, ma tra grandi si può fare). Salito a Milano canta la canzone Gli uominisessuali in un locale gay, indicando ogni avventore con il dito».

«Quando ho iniziato chiamavo la macchina da presa telecamera suscitando le ire della troupe».

Seguono Che bella giornata (43 milioni al botteghino nel 2011) e Sole a catinelle nel 2013 che con oltre 52 milioni di euro ha realizzato il più alto incasso della storia per un film italiano e il terzo in assoluto dopo Avatar e Titanic.

Dei 57 milioni incassati nei primi due film quanti ne ha messi in tasca? «Diciamo che ho guadagnato meno della metà del 10%. Sarebbero stati molti più soldi se avessi preso una percentuale sugli incassi. Ma il contratto che avevo firmato non la prevedeva».

Qual è la sua donna ideale? «Quella con le tette» (ad Alessandra Comazzi).

Fidanzato con Mariangela Eboli (qualche cameo nei suoi film), hanno una figlia, Gaia, nata nel 2013. «La bambina comincia a capire, la prima volta era stranita guardando la mia immagine in tv, adesso non gliene frega un cazzo».

Un fratello, Francesco ha fatto l’aiutante di produzione nei primi due film: «Portava sul set gli attori, e poi li riaccompagnava a casa o in albergo. Ma ora fa l’aiuto attrezzista: gli attori, a volte, sono troppo antipatici». L’altro fratello fa lo steward per la Ryanair. «È identico a me. L’hanno chiamato all’Isola dei famosi: gli avrebbero dato 40mila euro. Lui mi ha preso in giro al telefono: “Se me ne dai 45mila, non vado”».

«Detesto gli artisti che fanno finta che i soldi non contino. La prima volta che ho visto un set mi è preso un colpo: 70 persone, 70 famiglie, 70 bocche da sfamare. A qualsiasi uomo di coscienza il dubbio verrebbe: “Chi cazzo li paga questi qui?”».

Ci dice una cosa di sinistra? «Le donne hanno gli stessi diritti dell’uomo. Specie se bone». E una di destra? «La famiglia è importante, l’amante meno» (ad Annalisa Venezia).

Qual è la cosa che le dà più fastidio? «Sentirmi ripetere che sono “l’uomo del momento”. Perché il momento, prima o poi, passa, e ancora non ho un piano B. Di sicuro so che a 50 anni non farò il comico. A quell’età si inizia a essere tristi, la scorreggia diventa patetica, e io le corde drammatiche non le ho. Potrei aprire un ristorante, dedicarmi alla produzione, cinematografica o musicale. Sono anni che tento di scrivere canzoni serie: purtroppo mi scappa sempre la cazzata» (ad Andrea Scarpa).

«Quo vado?», Checco Zalone e il mito del posto fisso. La prima repubblica. L’eroe di Quo vado? è Checco, trentottenne che vive con mamma (altro pilastro su cui si regge l’Italia di Zalone oltre a Al Bano e Romina e, appunto, Sanremo) e papà, impiegato della Provincia, ufficio caccia e pesca. Il paradiso in terra: sicurezza, benefici, rassicuranti abitudini (orari molto elastici, il badge già firmato), piccole e grandi regalie («Non è corruzione o concussione, ma solo educazione»). Quel piccolo mondo antico che giganteggia accontentandosi, condensato nella canzone che è già una hit La prima repubblica: «La prima repubblica / Non si scorda mai / La prima repubblica / Tu cosa ne sai / Dei quarantenni pensionati / Che danzavano sui prati / Dopo dieci anni volati all’aereonautica / E gli uscieri paraplegici saltavano / E i bidelli sordomuti cantavano». Esce il 1° gennaio 2016 in 1300 sale il quarto film di Luca Medici (vero nome d’ Checco Zalone), sempre diretto da Gennaro Nunziante. La commedia racconta le peripezie di un impiegato disposto a tutto per tenersi il suo posto fisso, scrive Stefania Ulivi il 29 dicembre 2015 su “Il Corriere della Sera”. L’Italia, una repubblica fondata sul mito del posto fisso. Agognato fin da bambino dal piccolo Checco Zalone («Cosa vuoi fare da grande?» chiede la maestra, «Io voglio fare il posto fisso»), auspicato dai parenti, assicurato da politici e notabili, preso di mira da potenziali consorti («Non amava me, amava la mia fissità di posto»). Anche Luca Medici, confessa, prima di diventare Checco Zalone lo ha rincorso: «Sono laureato in giurisprudenza, ho fatto il concorso come vice ispettore di polizia. E un altro all’Inail. Mi hanno bocciato entrambe le volte». È stata la sua fortuna: il 1 gennaio torna a invadere le sale italiane con almeno 1300 copie di Quo vado?, quarta collaborazione con Gennaro Nunziante che firma la regia (insieme hanno scritto soggetto e la sceneggiatura). Si sono lasciati alla spalle l’amata Puglia («Ormai ci girano tutti, troppo inflazionata») per spaziare fino alla Norvegia e all’Africa e girare il più politico dei loro film, ritratto impietoso (ma con finale di speranza) della stessa Italietta che Elio e le storie tese cantarono qualche Sanremo fa con La terra dei cachi. Con il senatore Binetto (Lino Banfi), dispensatore di assunzioni a fare da garante contro le velleità riformatrici del rampante ministro Magno (Nini Bruschetta) in odor di renzismo. «In Italia negli anni Sessanta per contrastare l’avanzata del comunismo, si assumevano migliaia di statali. Gli impiegati pubblici hanno salvato la democrazia nel nostro paese. Gli statali sono stati dei patrioti», sintetizza Nunziante. Un mondo messo in crisi dalla spending review. A cominciare proprio dall’abolizione delle Province, o meglio, dalla loro trasformazione in area metropolitana, e il conseguente ridimensionamento del personale. Nella dialettica tra sommersi e salvati Checco Zalone rischia di perdere l’amata scrivania. È l’implacabile dottoressa Sironi (l’ottima Sonia Bergamasco) a impegnarsi nella crociata di liberarsi di Zalone e fargli firmare la lettera di dimissioni. Ma l’irriducibile Checco riesce a surfare di trasferimento in trasferimento, scoprendo inaspettate gioie nel mobbing, e si ritroverà tra i ghiacci della Norvegia, dove lavora Valeria (Eleonora Giovanardi) ricercatrice del Cnr esperta di orsi. E il politicamente scorretto di Zalone si ferma davanti a lei e ai suoi colleghi. «Sono precati che meritano un applauso, rappresentano l’Italia migliore, fanno ricerca per pochi euro». Quo vado?, prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi e distribuito da Medusa, arriva nelle sale dove domina Star Wars - Il risveglio della forza di J. J. Abrams. ma la gara al botteghino Checco Zalone la fa soprattutto contro se stesso. E la sua fama di re Mida del box office: 14.073.000 di euro per l’esordio Cado dalle nubi, 43.474.000 per Che bella giornata, 51.894.000 di Sole a catinelle. Per questa ultima commedia si tenta un esperimento inedito: il alcune sale (già oltre cento lo hanno richiesto) il film sarà proiettato allo scoccare della mezzanotte del 31. «Spero siano solo cinema del nord» mette le mani avanti Checco. «Al sud il Capodanno è sacro, capitone, famiglia, amici. Non vorrei che si arrabbiassero con me che li obbligo a lavorare...». In quanto a lui, a parte l’ansia da prestazione al box office («Sole a catinelle lo hanno visto otto milioni di italia, per superarci si dovrebbero riprodurre.»), Luca Medici si gode il successo del suo alter ego .«Vivere da Checco Zalone è bellissimo. Ve lo auguro a tutti. Mi dicono, deve essere terribile quando la gente ti ferma per strada. Non è vero,è bellissimo. Spero che duri a lungo».

Zalone si confessa: "Volevo il posto fisso fui scartato in polizia". Il suo "Quo vado?" sarà nelle sale il primo gennaio, scrive Giulia Bianconi il 30 dicembre 2015 su “Il Tempo”. Nel 2013 "Sole a catinelle" riuscì a incassare quasi 52 milioni di euro, sfiorando gli 8 milioni di spettatori. Un record per un film italiano. Tanto che ancora oggi la pellicola si trova al secondo posto della classifica dei film che hanno incassato di più nel nostro Paese, dopo "Avatar". Nei panni di un impiegato pubblico Luca Medici, alias Checco Zalone, si prepara a bissare il successo di due anni fa (e chissà se anche a batterlo) con "Quo vado?", diretto sempre da Gennaro Nunziante. La pellicola con protagonista il comico pugliese uscirà in 1.300 sale italiane il primo gennaio. E saranno più di cento gli schermi dove sarà proiettata già a partire dai primi minuti del nuovo anno. Il 2016 si apre così all’insegna della risata assicurata grazie al film dell'attore di Capurso (a poco più di dieci chilometri da Bari) che, alla sua quarta prova cinematografica, affronta temi sempre più attuali, tracciando un ritratto di ciò che siamo oggi attraverso la sua inconfondibile e frizzante comicità. In "Quo vado?” l’attore interpreta proprio un giovane di nome Checco che, da quando è piccolo, sogna il posto pubblico fisso. Lavora, infatti, nell’ufficio provinciale Caccia e pesca. Ma quando il Governo decide di tagliare le province, si trova di fronte a una difficile scelta: se vuole mantenere l’impiego pubblico deve essere trasferito, altrimenti si deve dimettere. Come gli hanno insegnato suo padre (Maurizio Micheli) e il senatore Binetto (Lino Banfi) il posto fisso è sacro. Inizia così il viaggio di Checco in giro per l’Italia, fino a quando la spietata dirigente ministeriale, la dottoressa Sironi (Sonia Bergamasco), che vuole farlo dimettere, lo spedisce al Polo Nord. È tra la neve e gli orsi bianchi che il protagonista incontrerà la ricercatrice Valeria (Eleonora Giovanardi), di cui si innamorerà e che gli farà scoprire nuovi valori come l'educazione e il rispetto. «Fino a dieci anni fa il posto fisso era la mia massima aspirazione. Feci anche un concorso da viceispettore di polizia, ma fui scartato fortunatamente - ha svelato ieri Zalone durante la presentazione in anteprima del film a Roma - L’idea di ritrarre ancora una volta la Puglia con le sue masserie un po' ci angustiava. Allora abbiamo voluto raccontare una storia più complessa rispetto a quelle precedenti. Che facesse sempre ridere, ma senza volgarità. Il politically scorrect per noi ha un limite, quando si passa dalla risata all'offesa gratuita». «Abbiamo fotografato ciò che ci circonda - ha aggiunto il regista Nunziante - descrivendo l’impiegato statale come un patriota e non un parassita». Per il produttore di Taodue, Pietro Valsecchi, il film «è stato molto complicato da realizzare, visti i viaggi dal Polo Nord all'Africa in diciassette settimane di riprese. In Norvegia ha piovuto sempre, ma dovevamo girare con il sole. Questa pellicola è stata una scommessa. Dopo il successo del film precedente, abbiamo pensato che era arrivato il momento di sorprendere noi e il pubblico stesso. Così abbiamo scelto di investire in un progetto ad alto budget lungo due anni di lavoro. Il risultato è una commedia italiana simile a quella degli anni Sessanta alla Risi e Monicelli». Valsecchi è già sicuro del successo e non teme il confronto con "Star Wars". «Sono gli esercenti dei cinema ad averci chiesto la pellicola. Tutti vogliono Checco Zalone». Per Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa Film, «le aspettative sono molto alte. E il lato oscuro della forza non ci spaventa perché il film di Zalone funziona». Nonostante la spavalderia nei suoi film, il comico ci va più cauto nella realtà: «È bellissimo vivere da Checco Zalone. lo auguro a tutti di poter vivere così - scherza - Con Sole a catinelle abbiamo venduto oltre otto milioni di biglietti. Penso sia impossibile ripetere quei numeri, gli italiani avrebbero dovuto riprodursi in tempi velocissimi. Ma anche se saranno quattro i milioni, va bene». «Volevamo che la gente uscisse dal cinema con la gioia e la speranza, anche a costo di sembrare buonisti - aggiunge l’attore - Io poi sono un comico e il mio compito è far ridere, per questo la canzone sulla prima repubblica è solo un espediente per la risata e non qualcosa che penso davvero». Intanto, la canzone principale del film "La Prima Repubblica”, scritta da Zalone come omaggio a Celentano, dopo pochi giorni è già una hit, al terzo posto della classifica dei brani più ascoltati. «Vengo subito dopo Steve Wonder e Justin Bieber».

Con Zalone ridiamo di noi stessi. Di quello che noi italiani siamo diventati…scrive il 4 gennaio 2016 Gianluca Bernardini (presidente Acec Milano) su "Agensir". Non c’è più il posto fisso, una famiglia “normale”, una etnia e un’unica religione che ci accomunano eppure ci possono essere valori che ci uniscono, che ci richiamano al dovere di educare la propria coscienza ad aprirci all’altro, alla condivisione ad una comunione che è più grande del giardino che ci circonda. C’è un senso di umanità in Checco, sebbene possa essere caustico e volgare in certe sue battute. La sua forza sta, però, nel codice comunicativo che usa, che sa “risvegliare” gli animi più assopiti e a volte troppo “perbenisti” (una necessità, potremmo dire). Del “fenomeno Zalone” non ce ne libereremo presto. Quarto film, quarto successo. Questa volta addirittura ha sbancato in soli due giorni di proiezione con già 22 milioni di incasso. Che si voleva di più per il cinema e per le sale che continuamente si sentono in crisi, ma che in questi giorni hanno tirato un respiro, quasi tutte “sold out”? Se Zalone certo non risolverà i problemi dell’industria cinematografica certo molti esercenti, e non solo, lo invocheranno sì lui, a Natale, come il “salvatore”. Che cosa sta sotto a tale “miracolo”? Sicuramente un lavoro geniale, fatto ad arte insieme a Gennaro Nunziante che, ricordiamolo, come regista e autore fa coppia fissa da anni con il bravo comico, “performer”, cantante nonché attore Luca Pasquale Medici (in arte Checco Zalone). C’è chi lo annovera tra i grandi della commedia italiana come Sordi, Risi, Totò e chi invece ancora lo denigra come “furbetto” di bassa volgarità o dalla risata facile. Saranno i posteri a giudicare. Checco Zalone, sta di fatto, sa arrivare dritto là dove a volte le nostre intelligenze sublimi non sanno portarci. Perché ignoranti o poco colti? Forse, ma soprattutto perché molte volte, incupiti nelle nostre riflessioni più profonde che vanno alla ricerca di un senso (quale poi?) e avvolti da parole altisonanti, auliche che messe in fila una dietro all’altra hanno il solo potere di metterci in confusione (e dunque?), abbiamo bisogno di qualcuno che con il sorriso ci faccia comprendere quello che oggi siamo. Forse sta tutto qui il suo successo “popolare”, proprio perché di tutti, accessibile e comprensibile anche dal “volgo”. In “Quo vado” noi ridiamo in fondo di noi stessi, di quello che siamo diventati grazie anche, forse, al concorso di “altri” (per cui Checco da fastidio). Non c’è più il posto fisso, una famiglia “normale”, una etnia e un’unica religione che ci accomuna eppure ci possono essere valori che ci uniscono, che ci richiamano al dovere di educare la propria coscienza ad aprirci all’altro, alla condivisone ad una comunione che è più grande del giardino che ci circonda. C’è un senso di umanità in Checco Zalone, sebbene possa essere caustico e volgare in certe sue battute. La sua forza sta, però, nel codice comunicativo che usa, che sa “risvegliare” gli animi più assopiti e a volte troppo “perbenisti” (una necessità, potremmo dire). Certo “Quo Vado” non è cinema d’autore. Non è nemmeno un cinema che scava e va in profondità. Non è questo l’intento ed è inutile giudicarlo con questi parametri. Si rincuori ogni critico che fa bene il suo mestiere. Non è nemmeno un film per le famiglie (e sbagliano quei genitori che vi portano i piccoli a vederlo). È una storia che, con l’intento di allettare e far ridere, ti fa uscire dalla sala con almeno sulle labbra: “Beh, in questo però dice il vero…”. Fa pensare, dunque, Checco Zalone? Sì questa è la verità e, forse purtroppo, il paradosso odierno. Non ci dà soluzioni e anche il finale non vuole consegnarci nulla di facile e pronto all’uso, non ci dà nemmeno la morale, tuttavia ci “restituisce” la speranza che, nonostante tutto, si può sempre essere migliori. Ancora una volta. Non solo a Natale.

Siamo tutti Checco Zalone: vince la comicità pura in cui ognuno si rispecchia, scrive Gemma Gaetani su “Libero Quotidiano il 6 gennaio 2016. Ormai lo sanno anche i sassi, Quo Vado? è il nuovo film di Checco Zalone. Che ha incassato 22.248.121 euro in tre giorni, più o meno quanto ha guadagnato Star Wars, che però è fuori da settimane e sono quasi quarant’anni che fidelizza seguaci e seduce nuovi adepti. Ma il trionfo di Checco non si sostanzia solo negli incassi. Noi l’abbiamo visto in un cinema di Milano centro sabato scorso e abbiamo assistito a scene di vero tripudio, applausi a film in corso, applausi a film finito, cori quasi da stadio: una compartecipazione dello spettatore a quanto vedeva sullo schermo che prima apparteneva soltanto ai film porno. Quo va, dove va, quindi, Checco, è facile da dire: verso la consacrazione assoluta. E come spesso accade in questi casi, è partita la «corsa collettiva al commento». Ricordate Friedrich Nietzsche a Torino quando - incominciando a impazzire - si fermò per strada a guardare un cavallo frustato e l’abbracciò piangendo, gridandogli - secondo una delle varie versioni - «Io ti capisco!»? Sta accadendo la stessa cosa con Checco: tutti quelli che prima lo snobbavano ora si sentono in diritto, anzi in dovere di esprimere il proprio parere, dall’anonimo commentatore del web al vip al ministro al quotidiano intellettuale. Tutti costoro, che prima lo consideravano ciarpame comico senza pudore, «lo capiscono» e ce lo vogliono spiegare... Il che fa piuttosto ridere. È la «comicità derivativa»: il talento comico di Zalone è così grande che si riverbera anche su chi ne parla. Quo vado? racconta, tra l’altro, uno Stato italiano che preferisce liquidare a suon di soldoni i dipendenti delle Province pur di liberarsene. È quello Stato di cui Matteo Renzi è esponente di un certo livello e dovrebbe sentirsi chiamato in causa. Invece, al solito prontissimo a vampirizzare il successo altrui, il premier ci ha tenuto a far sapere all’universo mondo, tramite intervista alla Stampa, che lui Quo Vado? l’ha visto insieme coi suoi figli, tenendoci pure la lezione di grande comicità derivativa: «Sorrido di fronte a certi cambi di atteggiamento: fino a ieri era un reietto volgare, snobbato da certi intellettuali. I professionisti del radical chic, che ora lo osannano dopo averlo ignorato o detestato, mi fanno soltanto sorridere». I professionisti del radical chic, cioè lui. Che difatti ora s’inventa fan di Checco. Renzi non è il solo a tentare di cavalcare il fenomeno-Zalone, proiettandolo su di sé nell’ennesimo «storytelling»: altro «radical chic» pronto a osannare il comico pugliese al punto da risultare grottesco è il ministro della Cultura Dario Franceschini, il quale ha twittato: «Grazie a #CheccoZalone! L’incredibile record di #QuoVado con sale ovunque stracolme di spettatori, fa bene a tutto il cinema italiano». «Grazie» di cosa? Di essere un comico che ce l’ha fatta nel ferocissimo mondo del cinema italiano, in cui spesso si coprono di finanziamenti pubblici film di vera cacca che in sala non vede pressoché nessuno? Come dicevamo, è la comicità derivativa: le uscite del ministro della Cultura fanno ridere quasi come Quo Vado?. E mentre i giornali si interrogano se Zalone sia di destra o di sinistra, sul Corriere Adriano Celentano gli ha attribuito effetti taumaturgici: «Quando mi capita magari di essere un po’ stressato a causa di una eccessiva concentrazione sul lavoro, anziché prendere 5 gocce di Lexotan accendo il televisore», ha scritto il Molleggiato. «Zalone è anche un efficace toccasana di cui le farmacie non possono essere sprovviste». Casomai la similitudine corretta sarebbe stata con un eccitante, non con un sedativo, giacché Checco fa morire dal ridere, non addormentare...Via Facebook, invece, è intervenuto Gabriele Muccino, che ha ringraziato Zalone perché «abbiamo tutti bisogno di film come i tuoi». E c’è da credere che gli odiatori del web non lo linceranno come fecero quando ebbe il fegato di criticare l’opera cinematografica di Pasolini. Ha senso che Muccino parli di cinema, essendo lui un regista con rara passione per la sua arte. Meno che di Checco si mettano a fare gli esegeti persone che col cinema e l’ideologia della comicità di Checco hanno zero a che fare. Ma qual è l’ideologia di Checco? Nessuna. Zalone incarna una comicità nuovamente pura, fatta di varie sfumature. C’è, nei suoi film, una grande percentuale di comicità demenziale, dietro la quale però si nasconde una marea di possibili letture: dalla più semplice e immediata alla più raffinata e intellettuale. La grandezza di Checco sta nella sua capacità di riscrivere comicamente tutto: dalle tirate di Massimo Gramellini alla pugnetta fatta a un orso polare (in una delle tante scene esilaranti di Quo vado?). Checco sa ridere di qualunque cosa proprio perché non è ideologico. Anzi, le ideologie le infila tutte nei suoi film per prenderle in giro. In Quo Vado? dileggia: l’italiano schiavo del posto fisso e innamorato della mamma; la femminista fricchettona con figli di tutte le etnie e religioni; l’ecologismo; l’animalismo; l’inciviltà. Prende in giro tutte queste cose però mostrandole, incarnandole, senza ergersi superiore a nessuno. La sua comicità pura è politicamente scorretta verso tutti. Vi pare poco? No, perché è la comicità che in Italia non si vedeva da tempo. Da queste parti vigeva una rigida dicotomia: da un lato la comicità ideologizzata e intellettualoide (da Nanni Moretti ai Soliti Idioti passando per i Guzzanti); dall’altro i cinepanettoni, cioè il disimpegno assoluto. Checco invece inserisce nei suoi film questioni sociali e politiche e ideologiche, ma per farne oggetto di comicità totale, senza prendere mai posizione. Questa è la sua forza: aver risciacquato i panni della comicità italiana nella comicità pura. Lo dice infatti anche lui: «Io non voglio fare analisi sociologiche (...) ma solo far passare un’ora e mezza a ridere». In realtà le analisi le fa, ma non ci conficca sopra bandiere, se non quella della risata.

Zalone, così siam tutti, scrive Fabio Ferzetti su “Il gazzettino” il 30 dicembre 2015. Dal paesino pugliese al Polo Nord. Dal calduccio del posto fisso al gelo del pack artico. Dall'italica autoindulgenza all'ipercorrettezza scandinava. Dagli incontri ravvicinati con i prosciutti e i sottolio conservati dai colleghi nei loro confortevoli uffici (pubblici), a quelli con le foche e gli orsi della stazione di ricerca in Norvegia, dove l'inamovibile impiegato di una Provincia pugliese, ufficio caccia & pesca, viene catapultato dalla perfida funzionaria Sonia Bergamasco (una meraviglia: sembra la Franca Valeri degli anni d'oro con una marcia sexy a sorpresa in più) per cercare di farlo dimettere come vuole la nuova direttiva...Secondo una teoria molto diffusa nel cinema non solo americano, ogni sceneggiatura segue più o meno fedelmente lo schema del “viaggio dell'eroe”. All'inizio l'eroe vive in un mondo ordinario dominato da un equilibrio (o squilibrio) immutabile. Poi riceve la “chiamata”, un evento che lo fa uscire dal bozzolo e tentare l'avventura. Avventura che sulle prime rifiuta, per poi accettarla grazie all'incontro con un mèntore, affrontando prove (luoghi, personaggi, ambienti) sempre più difficili in nome di una Grande Ricompensa. Ma cosa succede se l'eroe/antieroe ha la faccia di gomma e i tempi da urlo di Checco Zalone, il miglior comico del cinema italiano perché quello con l'orecchio più sensibile, oltre che l'unico capace di fare un vero gioco di squadra (premio a chi trova una faccia sbagliata, anche tra le ultime comparse in fondo all'inquadratura)? Succede che in 86 minuti secchi, misura aurea, Luca Medici/Checco Zalone e Gennaro Nunziante (che la forza continui a essere con voi) smontano e rimontano mille volte, come al pit stop, tutti i trucchi e i vizi, le bassezze e le ipocrisie, i timori e i pregiudizi, le abitudini e le omertà di cui si nutre la nostra pavida, pigra, arretrata natura italica. Fino a farci ridere a crepapelle e insieme vergognare di noi stessi come non capitava da un pezzo. Per giunta limitando al massimo quei colpi bassi e sempre troppo facili che sono le battute su emorroidi e genitali (degli orsi, in questo caso). Che conceda una licenza di caccia in cambio di una quaglia («Non è corruzione né concussione, solo educazione»), o che scambi la dirigente del Ministero per la segretaria solo perché è una donna, Checco è un tale concentrato di storture nostrane da non rendersene nemmeno più conto. Salvo trasformarsi per qualche tempo, dopo aver deciso di restare in Norvegia per amore della bella scienziata Eleonora Giovanardi, in un improbabile vichingo dal pizzetto biondo (anche se è dura resistere a Al Bano e Romina durante l'inverno boreale...). Con sconcerto dei genitori in visita (Ludovica Modugno e Maurizio Micheli, un po' sottoutilizzati), che non capiscono come più che il familismo amorale la vera “arma più forte” di quel finto immobilista sia un trasformismo alla Zelig (quello di Woody Allen). Tanto da adattarsi benissimo anche quando finisce in Calabria, da vero erede dei nostri grandi commedianti di una volta (Sordi in testa), pronti a tutto per sopravvivere. Anche se la stagione delle vere commedie non tornerà. Forse perché la realtà è ormai così caricaturale da esigere rappresentazioni “al cubo”. Nessuno possiede più un grammo di innocenza, sono tutti troppo (cinicamente) consapevoli della propria immagine per costruire un racconto comico e realistico insieme come quelli della coppia Sordi-Sonego, vero modello di Quo Vado. Di qui il trionfo di una comicità farsesca in cui le tappe del racconto sono solo palcoscenici offerti al mattatore e i comprimari, peraltro efficacissimi (il senatore Lino Banfi, il ministro Ninni Bruschetta), sono pure maschere (i Genitori, la Fidanzata, il Collega, etc.). Ma se lo schema del racconto non è certo una novità, la cura dell'invenzione, e dell'esecuzione, sono davvero fuori dal comune. È questo a fare la differenza (malgrado il lieve calo “buonista” in sottofinale), oltre alla bravura oggi inarrivabile di Checco Zalone. E poi, chi altro oserebbe far rimare “fuck” con ”Margherita Hack”?

Zalone: "Dico grazie a tutti, anche agli indignati". Checco Zalone ai microfoni di Rtl 102.5 parla dello straordinario successo di Quo vado? Scrive Luisa De Montis Lunedì 4/01/2016 su "Il Giornale". "Io non sono riuscito a controllare tutte le dichiarazioni perché sono tantissime. Però voglio ringraziare quelli che mi dicono “grazie”, ma anche gli indignati, perché siamo un popolo di indignati, anzi, soprattutto loro, perché fanno scaturire curiosità e quindi la gente va al cinema. Grazie indignati. Non puoi essere simpatico a tutti, anzi quando c’è questo consenso quasi plebiscitario, paradossalmente, senti l’esigenza di ritornare a terra e di trovare qualcuno a cui stai sulle balle, altrimenti potrei avere manie di onnipotenza. Continuate ad indignarvi che io sono contento". Parola di Checco Zalone che, ai microfoni di Rtl 102.5, parla dello straordinario successo di Quo vado?. Il comico poi aggiunge: "Chi fa questo mestiere non pensa ai beni o ai mali di questo Paese, ma solo a far ridere. Il comico per una battuta si venderebbe l’anima. Poi se la battuta è azzeccata, nel senso che muove da una realtà tangibile e familiare a tutti, è più efficace. Io però non voglio fare analisi sociologiche sul nostro Paese, sul posto fisso, sul degrado, sul berlusconismo, su tutto quello che hanno scritto in questi giorni. Io e Gennaro Nunziante (regista e coautore del film ndr) vogliamo solo far passare un’ora e mezza a ridere. Ringrazio per le analisi, sono veramente lusingato dagli articoli, Celentano ne ha parlato, Muccino ha scritto su Facebook un post lusinghiero più lungo della sceneggiatura del mio film, però la questione è molto più semplice: il comico fa ridere ed evidentemente c’è riuscito". Alla domanda se ha rivisto il film, Zalone risponde: "No, l’ho visto per quattro mesi al montaggio, il lavoro dell’attore è questo: si vede al montaggio, si taglia, quindi quando esce mi ha nauseato; non lo vedrò mai più per almeno tre o quattro anni. Poi sono ingrassato, sono un po’ più rotondo, quindi mi mette un po’ di tristezza. Ritornando al discorso di prima: far ridere è tremendamente complicato, e il pubblico di oggi poi è molto sgamato. Sì, hanno internet, c’è una nuova cifra che è molto più immediata e veloce della rete. Ci sono gli sketch, ci sono un sacco di ragazzi che fanno anche cose molto interessanti. Portare un nuovo linguaggio in un film è difficile, devi essere più veloce. Rispetto alla commedia degli anni ’80, anche a quella degli anni ’60, che era sicuramente più interessante perché dietro c’erano veri intellettuali come Risi o Sonego, ora cambia il montaggio, l’immediatezza. Bisogna essere, ahimè, molto più brevi ed efficaci, infatti non riusciamo a fare un film più lungo di 83 minuti. Siamo partiti da due ore, una palla incredibile, ci volevamo ammazzare, poi al montaggio tagliuzziamo qui e lì".

Zalone: «Celentano mi ha telefonato ma non l’ho riconosciuto». «Pensavo fosse un mio amico che mi faceva uno scherzo e l’ho mandato affanc... Che figura di m... col mio mito di sempre. Da ragazzino cantavo le sue canzoni allo specchio», scrive “Il Corriere della Sera" del 6 gennaio 2015.  Dopo avergli fatto i complimenti sul Corriere, Adriano Celentano ha chiamato Checco Zalone (foto) che l’ha imitato nel suo Quo vado? Ma l’attore ha rivelato sul numero di Oggi in edicola: «Pensavo fosse un mio amico che mi faceva uno scherzo e l’ho mandato affanc... Quando mi sono reso conto che era davvero lui... che figura di m... E poi proprio col mio mito di sempre. Da ragazzino cantavo le sue canzoni davanti allo specchio e provavo le sue mosse. Lo amo».

«Il Polo? Fa più freddo che a Roccaraso». Fenomenologia di Zalone: battute, canzoni e giochi di parole alla maniera di Totò, scrive Giuliano Di Tanna il 3 gennaio 2016 su “Il Centro”. Come tutti i grandi comici, Checco Zalone. non guarda in faccia a nessuno e ha le battute che fanno ridere (e non semplicemente sorridere). Una delle battute del suo nuovo film “Quo vado?” è già un piccolo cult in Abruzzo: «Al Polo Nord fa più freddo che a Roccaraso». Ma ecco un florilegio di frasi tratte dal film campione d’incassi: «Io sono da ristorante “Tutto al cofano”»; «La segreteria è donna per definizione»; «Il mobbing rilassa»; «Tira più il sorriso di una donna che un rinoceronte»; «In Puglia patate riso e cozze, al Polo patate riso e krill»; «Partono le denunce per Bocching e Milfing». Il comico pugliese ama, soprattutto, rimettere in discussione mode e fissazioni che nessuno osa toccare. Per esempio, la pizzica: «È una bella musica, ma dopo cinque minuti non la puoi più ascoltare: gli urologi dicono che dopo un po' che la balli senti dolore alle parti basse». Uno dei suoi bersagli preferiti è il politicamente corretto di una certa sinistra perbenista italiana: «Io piaccio all'italiano terra terra o a De Gregori. All'intellettuale, è al pubblico di mezzo che sto sulle palle». Ma non disdegna il gioco di parole, un po’ dadaista, alla Totò. Ai tempi delle sue comparsate a Zelig, in tv, ringraziava così il pubblico: «Che acclamanza, grazie per questa ovulazione che mi attribuite!». Di quello stesso periodo sono altre battute come queste: «Ho stato accusato di avere copiato questa canzone, ma come dicevano i jazzisti di New Orleans: le note sono sette, chi vuole se le fotte»; «Ho una doppia personalità, sono come dottor Jack e Peter Pack, il mio è un tipo di comicità anglosassa, sono un artista con la esse maiuscola»; «Se io non avrei fatto il candande non sarei qui». Le canzoni, certo. Dieci anni fa, accompagnò la scalata della Nazionale di calcio alla Coppa del mondo con una canzone nata, invece, per prendersi gioco degli Azzurri («Siamo una squadra fortissimi»). In “Quo vado?” intona un inno alla prima repubblica e alle sue certezze costose (per il bilancio dello Stato) come il pos to fisso nel pubblico impiego. Ma cantando, cantando, ha sfottuto anche i tifosi. Per esempio, gli juventini: «I juventini siamo piccoli eroi, | gli unici martiri i capi spiatoi, | perché siete gelosi, | siete gente invidiosi | di una squadra gloriosi | come noi». E – peccato mortale nell’ Italia eternamente sentimentale – non ha risparmiato l’amore: «L'amore non ha religione | nessun confine, nessuna nazione | né americano, né bolscevica | l'amore è quando lei ti dà (quando lei ti dà) quando lei ti dà (ti dà, ti dà) la vita».

“Quo vado” da record. E Zalone diventa un caso politico, scrive “On Line news" il 6 gennaio 2015. Quo vado?” è il maggior incasso della stagione. Il film di Checco Zalone diretto da Gennaro Nunziante non solo fa boom al botteghino ma diventa un caso politico e sindacale. La storia dell’impiegato Checco, felice e senza pensieri, con il mito del posto fisso, tipico della mentalità italiana, piace al pubblico ma divide la politica, tra chi ne magnifica i successi e chi parla di trionfo del qualunquismo. Anche il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, ha commentato la rappresentazione dei dipendenti pubblici fatta da Checco Zalone nel suo ultimo film “Quo vado”.”C’è una distorsione attuata dalla politica che ha usato il bacino elettorale dei dipendenti pubblici per fare i suoi interessi e scaricata sul sindacato. Siamo un sindacato moderno e riformista, se c’è un dipendente pubblico che non lavora deve essere licenziato così come accade nel privato. Fare la satira su questi atteggiamenti funziona perché è come la satira sui politici che fanno finta di fare politica”.Il film ironizza su quel senso rasserenante, impiegatizio e democristiano della prima repubblica e sulla mentalità assistenzialista come ha spiegato il regista.”Abbiamo pensato all’impiegato come un patriota e non come un parassita”.Che piaccia o meno, il film ha toccato nel segno mettendo a nudo le paure e i sogni di un ceto medio sempre più impoverito e disorientato.

Non vado a vedere Zalone per lo stesso motivo per cui non mi vesto di fucsia, scrive Oscar Nicodemo, Giornalista e copywriter, il 06/01/2016 su "L'huffingtonpost.it". Tra le consuetudini cosiddette sociali degli italiani ve n'è una che emerge fuori misura, contrassegnando una caratteristica dominante della popolazione: discutere animosamente di tutto e su tutto senza badare alla forma, né alla sostanza, ma cercando ad ogni costo di affermare il proprio punto di vista. Risulta accettabile, buono, spendibile ciò che piace a noi, che per la legge stessa dei numeri, delle proporzioni e delle differenze di gusto, può dispiacere e addirittura risultare detestabile a tanti altri. E succede che un film comico di ordinario successo, come Quo vado, distribuito come una colla per topi da capo a piedi della penisola, proiettandolo in 1300 sale, assurge a pretesto culturale per dibattere sul tema della necessità della risata o del ridere per decreto. Tutti, o quasi, ignorano che non necessariamente si è banali, preferendo quella proiezione; tanto meno si può essere tacciati di snobismo, sottraendosi alla sua visione. Una volta messo in moto il meccanismo che scatena l'asfissiante e monotono dibattito tra due fazioni contrastanti circa la qualità dell'opera filmica, ha luogo il tipico dilemma nazionale da fenomenologia mediatica, a cui ci si conforma schierandosi a favore o contro un tale successo cinematografico, ritenuto, da una parte, legittimo e meritevole, del tutto sproporzionato e incomprensibile, dall'altra. Pertanto, la variegata composizione (a)critica di giornali e social network mi rende edotto di un prodotto che, per sortilegio, resta sciaguratamente inaccessibile ad un povero senso estetico come il mio. Passo in lettura giudizi di merito e invettive analitiche che si trascinano dietro considerazioni tanto articolate che manco per l'introspezione metodica di Ingmar Bergman si sono mai spese. Evidentemente, l'anima gutturale del Checco d'Italia poggia su una visione intimistica sopraffina, da meritare lo sforzo esagerato dei critici. Le parole pro e contro il cineasta del momento si susseguono in una dimensione gigantesca e rende conto della sua tentacolare presenza nello spazio in cui esercito il mio diritto ad informarmi. In pratica, se pure decido di non andare a vedere il capolavoro di Checco Zalone, non posso evitare di sentirne parlare o vederne scrivere. E quel che è peggio, decido finanche di argomentarne senza conoscerne realmente i limiti che si offrono così evidenti all'intuizione e alla percezione. Considero, tuttavia, ingiustificabile la querelle tra checcozaloniani e non: ai primi sarà pur lecito sganasciarsi dalle risate contemplando il prototipo più genuino del provincialismo nazionale, mentre agli altri va riconosciuta la scelta di evitare di intristirsi, al cinema, di fronte all'esasperazione e la teatralizzazione dei luoghi comuni che si incontrano nella vita quotidiana. Va da sé che la visione di un film del genere non può distinguere categorie di persone, ma di consumatori. Io, ad esempio, non andrò a vedere il film di Zalone per lo stesso motivo per cui non comprerei un cappotto fucsia. Naturalmente, per ridere di me stesso andrei a vedere Quo vado indossando quell'indumento.

"Chi guarda Zalone è poco intelligente". The Jackal contro Checco. Il gruppo di registi e attori satirici diffondono su Facebook un "sondaggio" che determina il livello di intelligenza degli spettatori di "Quo Vado?", scrive Claudio Cartaldo Mercoledì 6/01/2016 su "Il Giornale". Chi guarda Checco Zalone ha un livello intellettuale pari a zero. E' questa la tesi, più o meno ironica, di The Jackal, un gruppo di video-maker nati su Youtube e sbarcati nel piccolo schermo grazie al programma AnnoUno su La7 condotto da Giulia Innocenzi. Sul loro profilo Facebook hanno pubblicato un'infografica che raccoglie i 5 commenti più diffusi al film di Checco Zalone, dando ad ognuno di essi il un livello di intellettualità. "La sintassi cinematografica di Zalone è elementare, il suo successo è sintomo di una malattia culturale che risiede negli strati più profondi dell’inconscio collettivo", dice il commento che ottiene un bel 4 di punteggio. Peccato che il 5 sia andato ad un poco intelligente "ahahaha andiamo al cinema ci divertimm", che ha ottenuto anche zero. Come a dire: chi va a vedere i film di Zalone è un po'...scemo. O forse era tutto uno scherzo.

Checco Zalone. Perché tante critiche? Se ne stanno leggendo tante, delle solite critiche elitarie al film “Quo Vado?” con Checco Zalone. Come se sbancare il botteghino fosse per forza un male. Non sarà perché assomiglia troppo a un documentario? Scrive Mariagrazia Pontorno mercoledì, 6 gennaio 2016, su “Art Tribune”. Il 3 gennaio 1954 la RAI inaugurava le sue trasmissioni. Non esisteva ancora un linguaggio televisivo, tutto da inventare, e la modalità di fruizione era collettiva, come al cinema. Anzi, a volte gli apparecchi venivano collocati proprio sui palchi dei cine-teatro. Domenica 3 gennaio 2016, 62 anni dopo. Con Quo Vado?, il film diretto da Gennaro Nunziante e interpretato da Checco Zalone (al secolo Luca Medici) accade più o meno lo stesso. Le sale traboccano. Fila disordinate che richiamano alla memoria l’Annona. E se proprio un paragone con il cinema del passato dobbiamo farlo, non è con la commedia degli Anni Sessanta, ma con il Neorealismo. Nel senso che sembra proprio di essere caduti dentro un film del dopoguerra, con scene di folla scomposta, i volti della povertà che sorride e per un paio d’ore dimentica i propri mali. La funzione originaria del cinema, il puro intrattenimento, la distrazione. Il problema quindi non è solo di ordine estetico. E la cosa risalta molto di più nei cinema del sud, a Natale, quando ci si accorge che Quo Vado? è l’appuntamento atteso da famiglie che questo possono permettersi. Donne vestite male, pettinate peggio. Uomini dal viso rassegnato, bimbi sguaiati, con l’accento pronunciato e dallo scarso vocabolario. Questa è l’Italia. E dobbiamo ringraziare Checco Zalone se meglio di qualsiasi indagine demografica riesce a fotografare il Paese in modo così asettico. In breve la trama: Checco è il tipico italiano medio, attaccato al posto fisso e innamorato dei suoi benefit e della madre, che è la stessa cosa. Ora, considerando che il racconto è più vicino alla realtà che alla parodia, c’è da chiedersi di cosa stiano ridendo gli italiani. Se si rendono conto di fare la fila per guardarsi allo specchio, senza le attenuanti della distanza sancita dal grottesco fantozziano o dalla maschera di Alberto Sordi, per esempio. Se cioè sono consapevoli che Zalone restituisce la loro immagine senza deformarla. In un certo senso non assistono a un film, ma a un documentario. Zalone ha scomodato fior fiore di intellettuali, premi Strega, penne impegnate, animali da scrivania anche loro incollati alla sedia, seppure per più nobili fini. Tutti a chiedersi il perché di questo successo. Ma specialmente se questi grandi numeri possono conciliarsi con l’idea di qualità, passando il film al vaglio di parametri valutativi che appartengono alla Prima Repubblica – volendo citare la hit sfoderata da Checco in una delle scene madri – e a un’epoca che è stata seppellita insieme alla definizione PAL e ai manicheismi. Senza dire che il mainstream, quando non è spazzatura, può addirittura essere capolavoro. Perché ha raggiunto e appagato tutti, a diversi livelli di lettura. Dalla Cappella Sistina a Michael Jackson, arte vera insomma. E poi non si capisce perché chi predica valori di sinistra ambisca all’élitarismo a priori, alla nicchia: altro che masse. Un’inquisizione che individua nel successo il peccato mortale. Il demone da additare, ma a cui ambire neanche troppo segretamente racimolando like sui social con frasi a effetto. Veniamo al film, alla regia di Nunziante. Classica, di genere verrebbe da dire, che sacrifica la ricerca dell’immagine sull’altare della comicità. Che ruota intorno ai gesti, ai dialoghi e ai tempi del comico. E lavora silenziosa dietro le quinte per veicolare la battuta nel modo più diretto. Tutti i film comici sono così, incentrati sull’attore. E meno si pone attenzione alla regia, più essa è riuscita. E di regia cinematografica si tratta, se si svincola dai singoli sketch per dispiegarsi in un racconto unitario e coerente, usando le tecniche del cinema e non quelle televisive. Lo stesso Guzzanti (Corrado, mi raccomando), mente tra le più belle che il nostro Paese abbia avuto la fortuna di conoscere, non è riuscito a trasformare gli episodi geniali di Fascisti su Marte in un film che avesse ragione d’esistere, quindi così facile non deve essere. E ci vuole mestiere. Altra critica: l’esportabilità. Il film è circoscritto al territorio nazionale e risulta incomprensibile all’estero: non ha mercato. Quindi gli incassi da record registrati in patria, se proiettati in uno scenario di distribuzione planetaria, non sarebbero così clamorosi. Chi vuole la nicchia poi però si aspetta il successo globale, e forse l’Oscar. C’è chi addirittura pensa a un complotto di Medusa, che ha distribuito così tante copie da imporre Checco agli italiani. Un fenomeno indotto. Però ad esempio con l’ultimo film di Muccino (Silvio) non ha funzionato: ospitate televisive ogni dove, trecento copie distribuite sul territorio nazionale e ritirate meno di due settimane dopo per flop. I grandi numeri funzionano per osmosi, vengono dal basso e derivano dall’alto, allo stesso tempo. E c’è la costante di una figura carismatica, che catalizza le proiezioni delle masse. Il corpo del comico capta con più facilità le correnti sociali striscianti, perché veicola in maniera più immediata le emozioni, saltando il filtro critico della ragione. Si ride come si tossisce, senza pensarci. Checco Zalone riesce a far ridere, tutti. E qui la crisi di chi era abituato a tenere i denti stretti e si ritrova con la bocca spalancata. E la conseguente corsa a trovare una spiegazione rassicurante, che chiarisca il meccanismo, assolva i ridaioli, senza incensare Zalone, questo no, sarebbe davvero troppo. E se invece dicessimo che far ridere in maniera così diretta e franca, senza mai scadere nella volgarità; e con un copione che dissimula onestamente uno studio accurato dei ritmi e della parola è un talento che in pochi, pochissimi possiedono? Che l’intelligenza più raffinata è quella che diverte e non annoia? E che nella semplicità immediata di una battuta si può nascondere la sintesi di un concetto complesso e stratificato? E se dicessimo che Checco Zalone è un uomo brillante, che sa lavorare con la parola, il corpo, la musica? E che non è buonista ma politicamente scorrettissimo? Tanto da richiamare gli stereotipi ingenui a cui eravamo abituati un tempo, come la tribù africana di cannibali, tipica degli albi di Topolino di qualche decennio fa? E se dicessimo che Zalone è davvero bravo, e che la sua comicità è tutt’altro che facile, bensì misteriosa, come i tutti fenomeni imprevedibili e in parte irrazionali? Qualcuno potrebbe restarci male?

Ma quanto si lagnano gli intellò e i “registi col posto fisso” per il successo di Zalone. Neanche una settimana dopo l’uscita di “Quo Vado?” ha più intellettuali chini sulle sue battute di quanto un regista premiato con l’Oscar possa sperare in una vita intera, scrive di Mariarosa Mancuso il 6 Gennaio 2016 su “Il Foglio”. Ne scrive un vincitore di premio Strega come Nicola Lagioia, in nome della comune pugliesità. Si scomoda pure Internazionale, che per penna di Christian Raimo decreta “è la critica più corrosiva che mi viene in mente portata all’anima e non alla facies del renzismo”. Ne scrive l’intellettuale Adriano Celentano, anche se fuori dalle canzonette per lui “scrivere” è una parola azzardata: “Una medicina che ci difende e ci rende immuni dalle gravi INFEZIONI che ci procurano le clamorose CAZZATE di un certo cinema internazionale…”, e via così. Checco Zalone ha fatto il pieno, non solo di incassi. Neanche una settimana dopo l’uscita di “Quo Vado?” ha più intellettuali chini sulle sue battute di quanto un regista premiato con l’Oscar possa sperare in una vita intera. I colleghi comici e registi di successo, interrogati da Fulvia Caprara sulla Stampa, abbozzano. Chi calcola “si ride più del dovuto”, chi dice “ha avuto culo perché pioveva”, chi vanta i propri successi a minor budget, chi si lancia in distinzioni tecniche tra la satira e il surreale, chi sbotta “è inutile cercare il pelo nell’uovo” (e noi che pensavamo fossero 22 milioni in tre giorni, deve essere stata un’allucinazione). Mancano all’appello della chiacchiera i registi con il posto fisso: a loro bisognava chiedere un parere, un giudizio, un commento. Succede infatti che in Italia al posto fisso non sono attaccati solo gli impiegati, come racconta il film. Lo vogliono anche i registi, e in parecchi casi lo ottengono. Come possiamo chiamare, se non “posto fisso”, i registi che girano il loro primo film con i contributi dello stato, in sala incassano poco o niente, un paio d’anni dopo vanno a batter cassa per il secondo film? Ottenendo altri soldi, girando un altro film che nessuno va a vedere, e così ben posizionandosi per ottenere il finanziamento per un terzo capolavoro (tanto si sa che il pubblico è becero, va a vedere soltanto i film di Zalone, non c’è più spazio per noi che facciamo cinema di qualità, gli esercenti smontano il film appena dopo una settimana di biglietti non staccati, dura la vita per noi artisti). Sarebbe interessante sapere cosa pensa di “Quo Vado?” la “100autori”, Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva. Leggiamo sul sito: “Conta oggi oltre 500 iscritti ed è presente sul territorio nazionale con sedi strutturate in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia”. Viene in mente la dottoressa Sironi (Sonia Bergamasco, bravissima, deve darsi alla commedia come Monica Vitti quando lasciò Michelangelo Antonioni) che chiede all’inamovibile impiegato Zalone: “Quale è stato il suo contributo in questi anni?”. Zalone risponde “mettevo timbri”. Noi ricordiamo molti lamenti, e anche uno spot che chiedeva soldi, ma così maldestramente da far venire l’atroce dubbio: “Se mettendosi in cento scrivono e girano così male uno spot, perché dovrebbero far meglio con il loro film?”.Descrizione: http://adv.ilsole24ore.it/RealMedia/ads/Creatives/default/empty.gif A sentire la rima “il concorso per allievo maresciallo / seimila posti a Mazara del Vallo” vengono in mente le schiere di aspiranti registi che “vogliono esprimersi”: hanno fatto il Dams, quindi ne hanno il sacrosanto diritto. L’impiegato Zalone accumula in dispensa salami e carciofini sott’olio, loro ritagliano recensioni da mettere nell’album. Salvo gridare allo scandalo quando la festa finisce. O stupirsi per gli incassi di chi ha talento, e rispetta il pubblico facendolo ammazzare dalle risate.

Checco Zalone: Ovvero I Radical Contro "Laggente", scrive Alessandro A. Amato il 4 gennaio 2016. La polemica è alla base della nostra cultura. Non esiste un modo edulcorato per dirlo: siamo un popolo di imbecilli e dobbiamo rendercene conto il prima possibile. Ma andiamo con ordine: cosa succede se un giovanotto simpatico decide di fare un film e poi diventa campione e distruttore di record di incassi per ben quattro volte? In una nazione dove la normalità è di casa ci potremmo aspettare qualche critica, qualche mi piace, qualche non mi piace e poi avanti con la vita. Invece no, in Italia se un autore bravo in grado di comunicare in modo efficace riesce a mettere nel cantuccio, almeno nelle sale del Belpaese, Star Wars esiste un problema culturale. Per capire il grande nodo sociale sull’accettazione o meno del nuovo film di Zalone bisognerebbe prima tentare di dare una definizione delle due specie umane più diffuse tra Belluno e Porto Empedocle. Partiamo dai primi, quelli che il mondo tutto ci invidia: gli i Radical. Un tempo quelli come noi li chiamavano Radical Chic, ma era prima degli iPhone, prima di Twitter, prima dell’Hipsterismo acuto, prima della morte della sinistra, prima di Renzi, prima di Diprè. Oggi sono sedicenti intellettuali amanti del cinema svedese pieno di morte e silenzi, leggono i libri delle twitstar e mangiano sushi. Il loro iPhone li aiuta a salvare il mondo della cultura dalla commercializzazione americana, ma non quella di #ObamaIsMyPresident quella di Trump. Sono contro Israele, ma guai a parlar male del 27 gennaio, sono quelli dell’Isis è una minaccia, ma Berlusconi lo è di più (ancora Berlusconi si avete letto bene ancora Berlusconi). Sono quelli che le bestemmie no, ma il Piss Cristh si Serrano è arte. Insomma quelli che: “Sono pronta a sacrificare tutto in nome degli ideali, fintanto che quel tutto si limiti a un paio di minuti al giorno tra l’aperitivo e la cena”. Ecco loro tendenzialmente odiano Checco, il suo film e quello che dice, ma odiano molto di più il fatto che una persona genuina in grado di comunicare (e loro sono tutti esperti di comunicazione e grandi divulgatori di consigli per comunicare meglio) al meglio i problemi del Paese abbia fatto un sacco si soldi e senza nemmeno fare un tweet, un post su Facebook, un appello, un video su YouTube una foto su Instagram. Ecco poi c’è Laggente. Loro nemmeno se lo pongono il problema su Checco. Perché un film è bello e fa ridere e i problemi dell’Italia sono altri: le sciechimiche, politicicorrotti, appaltisenzagara, fondiperleimprese, mobastacostapoliticadeiprofessionisti. Insomma a Laggente “fotte sega” di quello che i “professoroni” berciano da dietro le scrivanie e con il vitalizio a fine mese. W Checco e abbasso il vile principe Giovanni. Come sempre Don Camillo e Peppone, i Guelfi e i Ghibellini, i comunisti e i fascisti, gli juventini e gli interesti, gli scozzesi e gli inglesi, gli scozzesi e gli irlandesi, gli scozzesi e gli scozzesi, tutti pronti a dare battaglia per la propria parrocchia e allo stesso tempo pronti a dimenticarsi che un film, per bello che sia, rimane pur sempre un film. In conclusione: evviva Checco Zalone che fa tanti soldi, fa fare tante risate e dice che il cinema italiano può anche non parlare di morte, storia, relazioni difficili, famiglie distrutte e nonni impertinenti e superattivi.

 Ci meritiamo Zalone non i nostri politici, scrive Matteo Grandi su Metronews” lunedì 4/01/2016. Che il dibattito pubblico sia incentrato sul conto alla rovescia sballato del Capodanno Rai e sull'ultimo film di Checco Zalone ci può anche stare. Sono argomenti nazionalpopolari che, complici le festività natalizie, attecchiscono piuttosto bene sull'italiano ebbro di prosecco e panettone. Nel caso di Zalone poi, al di là della ridicola indignazione di una certa intellighenzia autoreferenziale, lo tsunami di incassi scatenato dal suo “Quo vado?” è benzina sul fuoco della chiacchiera da bar: ovvio quindi che se ne parli, e parecchio. Un po' meno ovvio è che lo stesso Zalone stia monopolizzando l'agenda della politica italiana. Succede quando il livello del dibattito è basso e quando la mancanza di punti di riferimento è tale che ci si aggrappa a tutto nel vano tentativo di dare un senso al proprio ruolo. Accade così che l'agone politico si azzuffi sul fenomeno Zalone e, infischiandosene di ripresa, lavoro e riforme, cerchi risposta, in questi giorni, a un unico cruciale interrogativo: i film di Zalone sono di destra o di sinistra? Un teatrino tanto triste quanto surreale che disegna meglio di qualsiasi considerazione il livello dei nostri politici. Con menzione d'onore a Dario Franceschini, il ministro della cultura, che dopo aver lungamente spiegato che Zalone non era degno del David di Donatello, in quanto la quantità di biglietti strappati non equivale alla qualità di un prodotto (in base a quel vecchio e polveroso ragionamento sinistrorso - di cui il cinema italiano è intriso - per cui “se incassa non è arte” ché le masse servono solo a portar voti, ma non capiscono una mazza), ora lo incensa pubblicamente eleggendolo nuovo feticcio della sinistra peninsulare. Con tanto di benedizione pubblica del Premier Renzi che ci tiene a far sapere di aver portato tutta la famiglia a vedere “Quo Vado?” e di mezzo PD Network, che sta cercando di saltare in ogni modo sul carro milionario del vincitore. Vezzi e atteggiamenti da Prima Repubblica, la stessa che Zalone ridicolizza nell'omonimo brano che fa da colonna sonora al film. E dimostrano di come Checco Zalone sia andato oltre la semplice opera cinematografica, creando un terremoto comunicativo che fuori dalle sale cinematografiche è diventato qualcosa a metà strada fra una performance artistica e una supercazzola politica. Perché, vedete signori, la risata non è né di destra né di sinistra, ma, in un Paese sbilenco affidato a una classe politica di disarmante pochezza, è soltanto catartica e liberatoria.

Zalone, fustigatore degli etno-radical-solidal-chic. Altro che cazzaro, disimpegnato, qualunquista: Checco Zalone distrugge i luoghi comuni della sinistra. Ma il ruolo del fanciullone vernacolare non sarà eterno, scrive Massimo Del Papa il 4 Gennaio 2016. C'è una sola categoria più odiosa degl'italici statali, pigri, infingardi e imbucati: gli animalisti italici in trasferta, che salvano il pianeta, fanno un figlio per ogni fuso orario e li tirano su multiculturali, ecumenici e terribilmente stronzi. Altro che cazzaro, disimpegnato, qualunquista: Checco Zalone è uno scontento, un esasperato, uno che ce l'ha con tutti e a tutto si oppone, eroicamente, con un pessimismo coraggioso che esclude la condanna come la compassione. Fortuna che invece di farsi scoppiare il fegato lui s'è scoperto questa vena umoristica, che c'entra niente col politicamente scorretto perché è più cattiva, va più in là. Il suo sarcasmo contempla la realtà nuda e cruda, niente coloranti né conservanti, ed è discutibile quanto sostiene il conterraneo regista Gennaro Nunziante, che loro due usano l'iper realtà: qui di “iper” non se ne vede punto, la lettura, se non la denuncia, sta tutta nei confini di una credibilità appena sporcata di comicità. E non (si) salva nessuno, in Italia come al Polo Nord, giusto forse nell'Africa nera, ma poi chissà. Il che è se non altro una bella professione di fede nell'umana fratellanza: uniti nella meschinità e nel grottesco, ma almeno uniti, tutti uguali davvero, tutti ugualmente mediocri, al netto di sfumature rituali o tradizionali. La funzionaria addetta allo smaltimento rifiuti umani, i raccomandati-esodati delle province, che lo insegue dal Polo all'Africa pur di non dargliela vinta, è orrenda; ma lo è davvero più della scienziatina che si preoccupa per gli orsi bianchi ma, in definitiva, solo di se stessa? Non chiedetevi neppure se il Checco sia di destra o di sinistra: probabilmente è troppo cosmico per infognarsi in questioni di lana caprina, certo però che di sinistra non parrebbe: la sua critica verso i luoghi comuni dell'etno-radical-solidal-chic, nessuno escluso, verbosità in primis, è molto più crudele di una Grande bellezza. Più ruspante, certo, ma la naivéte è una subdola foglia di fico, un passepartout per affondare di più la lama. Il prete di frontiera rompicoglioni è quasi peggio del mafioso, autorizzato dal retropensiero che si trasforma in legge, è un automa della solidarietà che non si ferma davanti a niente, razzola via tutto ciò che incontra lungo il cammino e poi non sa che farne, «Mah, vedrò, qualcosa, un progetto sociale». La Legalità è un totem più menzognero e insidioso ancora della Burocrazia. E la tirannide dei buoni sentimenti non è meno asfissiante del politico (cor)rotto a tutto e incallito come Lino Banfi, autentica coscienza, ma bacata, del crociato del posto fisso che non vuole perdere un'oncia dei suoi privilegi e infine li perderà tutti per la più banale delle cause. La critica è sempre la stessa: storia senza profondità. Detto questo, si può azzardare qualche critica, che poi è la stessa dei primi tre film: la storia non ha grande profondità, il suo universale è minore, campa sulla incontenibile verve di Zalone, sulla sua inventiva spiazzante anche quando si fa scontata (e ti viene il sospetto che lui giochi al cliché del cliché), sul saper produrre gag e paradossi nell'assoluta libertà di chi, con gli incassi che fa, sa di non patire limiti di sorta. Però, è vero, gli servirebbe un cortocircuito capace di indirizzarlo, di cavarne fuori il meglio che ancora attende in lui: le possibilità le ha, invece rischia di abortire in un vortice d'incassi. Ma non potrà restare inchiavardato ancora a lungo nel ruolo del fanciullone vernacolare che, catafratto a tutto, infine se la sfanga: come i film, anche gli anni passano e non aspettano. Per il momento Luca Pasquale Medici (vero nome di Checco) resta comunque un fuoriclasse, l'unico che può dipingere a quel modo il microcosmo dei dipendenti pubblici e non rischiare non si dica il linciaggio, ma neppure una criticuzza. Nel suo castigat ridendo mores è ormai l'unica alternativa credibile a Fiorello: talentuosi entrambi, completi, Zalone più sornione, però anche meno indulgente. Più amaro. Gli italiani a frotte vanno a vederlo, ridono, chissà se intuiscono. Eppure il suo attacco agli stilemi contemporanei è frontale e definitivo, neppure l'etnocentrismo pugliese ne viene risparmiato: la scintilla di genio, inQuo Vado?, sta nella brevissima sequenza con Albano e Romina redivivi a Sanremo: qui davvero tutto precipita nell'arco di pochi secondi, e la mimica di Zalone sembra sottolinearlo in modo perfino pedagogico. Tutto è perduto, con la chirurgica glacialità di un documentario di cronaca. Tutto è perduto, salvo il posto fisso, che alla fine diventa forma mentis, alienazione incurabile: lo sfaticato Checco nelle sue disavventure global previdenziali si risolve più in Caronte che in Virgilio, ché il mondo è un inferno e l'Italia il suo girone più profondo, nel quale agitarsi, in modo spastico, celentanesco, al suono del remake dell'Albero di trenta piani, che nella irresistibile versione della “Prima Repubblica” ne esce più inesorabile, più inconfutabile. E non inganni il finale etno-buonista di stampo veltroniano che mette tutto a posto: è solo l'ultimo sberleffo di un film al fiele, un happy end incongruo e implacabile, come a dire «consolatevi un po', se vi pare». Ma la scoperta del “bene” arriva per capitolazione, per normalizzazione, per male minore, quindi, in definitiva, per eterogenesi dei fini. Lo stigma è provocatorio, la vita ti sballotta quo vado, e alla fine da posto fisso ti trasforma in posto fesso. E tutti vissero felici e contenti.

Checco Zalone più Matteo Renzi uguale "Renzalone", scrive Marco Travaglio, Direttore de Il Fatto Quotidiano e scrittore, il 5 gennaio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". No, il dibattito su Checco Zalone no! Almeno non su Quo vado?, film disimpegnatissimo e divertentissimo come gli altri tre, che va semplicemente visto e applaudito per i meccanismi comici perfetti e per la leggerezza di fondo che lo sostiene per aria. Invece, per favore, sì il dibattito sì su quelli che vanno a vederlo e, appena usciti, sono colti da un’irrefrenabile voglia di discuterlo, sistematizzarlo, incasellarlo da qualche parte: a destra, a sinistra, al centro, pro o contro l’antipolitica, il qualunquismo, il populismo, dentro o fuori dalla satira politica o sociale o di costume, alla scuola di Sordi, di Totò, di Tati, di Keaton, di Bombolo. Gente che non solo non capisce il film, ma manco il titolo: ma dove credete di andare? Ma è così difficile rassegnarsi all’idea che Zalone voleva solo farvi ridere? Poi, certo, per far ridere ci vogliono intelligenza e cultura, ma vanno nascoste bene. Ed è naturale ispirarsi alla vita, alla realtà che conosciamo meglio: i nostri tic, vizi, vezzi, manie, ossessioni e quelli di chi ci sta vicino o lontano, e anche sopra, al potere: il posto fisso, le auto in doppia fila, l’assenteismo e il fancazzismo negli uffici pubblici, la finta malattia professionale, la falsa invalidità, le riforme che non cambiano nulla se non il nome degli enti inutili, la raccomandazione del politico, la mancia che diventa subito corruzione, la fila saltata al discount, le battute da bar maschiliste, sessiste e xenofobe e gli altrettanto insopportabili birignao del politicamente corretto, i ricercatori costretti a emigrare al Polo Nord, la mammoneria del bamboccione che all’estero crede di diventare civile ed evoluto almeno finché non scopre che Romina e Al Bano si son rimessi insieme e che parcheggiare in doppia fila è tanto liberatorio. Così chi va al cinema ci vede subito se stesso o qualcuno che conosce. Ma senza, per questo, introiettare “messaggi” né “istanze” particolari, tantopiù che il lieto fine lava tutto con una redenzione tutta privata e individuale. All’italiana. Non c’è niente da fare: anche stavolta, come per tutti i fenomeni nazionalpopolari, il dibbbattito politologico, filosofico, culturale e sociale incombe, urge e prorompe puntuale, ineluttabile, inarrestabile e surreale come solo noi italiani sappiamo farlo. Comico almeno quanto il film, forse anche di più. Gasparri, che quando può dire una pirlata non si tira mai indietro, twitta che Zalone ce l’ha con Renzi, “bugiardo imbroglione” per via delle Province abolite per finta. Il Giornale pensa a una satira contro la “riforma della PA”, cioè “ai provvedimenti del governo Renzi”, anche se – scandalo! complotto! – “sparisce la battuta antirenziana” contenuta nella canzone-trailer. Libero, pure, ci vede “un film anti-riforme” che “coglie un’esigenza della gente, arcistufa dei nuovi politici”, “l’idea che gli anni del rigore, della rottamazione e del grillismo, delle loro retoriche puritane abbiano stancato”, insomma “l’inno dell’Anti-antipolitica”, perchè Checco è “l’unico che capisce gli italiani”. Dall’altra parte, a sinistra, lo scrittore Lagioia lo definisce su Repubblica un “qualunquista buono” e paventa il “rischio” forse “pericoloso” di un “qualunquismo dei buoni di cuore risolutivo a fin di bene” (boh). Per Riccardo Barenghi, la Jena de La Stampa, se “milioni di italiani corrono a vedere Checco Zalone”, siamo “ingenui noi che ci meravigliamo che al governo ci sia Renzi”. Quindi Checco, a Renzi, gli tira la volata, o forse viceversa. Era già accaduto, il dibbbattito, dopo il penultimo film Sole a catinelle. Michele Serra vi notò tracce evidenti di berlusconismo. E, paradossalmente, pure Brunetta, che vide in Checco, a occhio nudo, “la filosofia positiva, generosa, anticomunista, moderna, serena di Berlusconi”, perché “il colore azzurro della sua risata è il nostro e la sinistra non può farci nulla”. Poi Zalone lo sfanculò alla sua maniera: “La sua interpretazione è un po’ troppo alta, anche se per Brunetta è un ossimoro”. E allora Renatino svoltò: “Il suo banale razzismo non fa ridere, Zalone ha superato l’esame: non è un berlusconiano, è un comico di sinistra”. Cosa che peraltro sosteneva pure Marco Giusti, nel suo decalogo semiserio “Perché Zalone è quasi comunista”. A metà strada si collocò il cosiddetto ministro Franceschini, che spiegò al Foglio l’ultima storica anzi epica mutazione genetica della sinistra che “oggi non ha più paura di Checco Zalone”. E furono soddisfazioni. Par di vederlo, oggi, Checco riunito in un baretto di Bari col suo gruppo di complici che il regista Gennaro Nunziante definisce “un branco di deficienti”, mentre mette giù il soggetto del prossimo film. Protagonisti: i meglio politici, commentatori e intellettuali del bigoncio che si interrogano pensosi sul successo di un film comico e non si capacitano della voglia degli italiani di farsi qualche sana risata senza l’aiuto della triade da cinepanettone culi-tette-scoregge, in un Paese dove c’è poco da ridere. E il presidente del Consiglio Renzi, noto imbucato, che non resiste alla tentazione di saltare sul carro del vincitore facendo notare che lui non l’ha mai “ignorato” o “snobbato” o detestato”, anzi è sempre stato dalla sua parte: mica come quei gufi dei “professionisti del radical chic” (espressione che lui pronuncia senza conoscerne il significato e apparirebbe un po’ vecchiotta in bocca a un colonnello in pensione in marcia con la maggioranza silenziosa nei primi anni 70, figurarsi in un politico quarantenne). Poi corre a leccare la marmitta a Marchionne. Ma forse quest’ultima scena è troppo volgare per entrare nel prossimo film di Checco.

«Quo Vado?» Un manifesto renziano. La trama del film di Checco Zalone record i incassi al botteghino figlio delle Leopolde e pure un po’ della voglia di «lieto fine», scrive Massimiliano Lenzi il 6 gennaio 2016 su “Il Tempo”. C’è poco da fare, «Quo Vado?», il film di Checco Zalone, che sta facendo impazzire i botteghini e gli italiani, è un manifesto renziano. Non nel senso politico, badate bene, ma culturale. È figlio del renzismo di questi anni, delle Leopolde e pure un po' della voglia di «lieto fine» che ognuno di noi, dal più ricco al più disperato, si porta addosso perché la vita è sempre troppo breve, anche quando dura tanto. Marco Travaglio, che ieri ironizzava su «Il Fatto» proprio sulla corsa di Renzi a mettere la bandierina su Zalone non si è accorto che i due sono intercambiabili, narrativamente, Checco Renzi e Matteo Zalone. Dire manifesto renziano non vuol dire certo che Zalone l’abbia pensato renziano, ci mancherebbe, è che così gli è venuto, per sua fortuna visti gli incassi. Premessa è plot della storia è la vita di un impiegato pubblico, della provincia, che si ritrova di colpo a dover mutare abitudini, per via della riforma che abolisce le province, una riforma che lo spinge a lottare per non mollare il posto fisso. Non solo, a metterlo lì, al sicuro nel posto di lavoro, era stato un politico della Prima Repubblica che è stato poi rottamato dal nuovo corso. Quanto al posto fisso, mito da far cadere, lo stesso Zalone giorni fa ha detto che questo film è anche figlio del Jobs Act, la riforma del lavoro di Renzi che ha tolto l'articolo 18 cambiando le modalità di licenziamento. Una narrazione che messa in fila -abolizione delle province, riforma sbandierata da Renzi, rottamazione dei vecchi politici, termine coniato da Renzi, Jobs Act e posto fisso abbiamo già detto - più 'renziana' di così si muore. Che poi, diciamola tutta, la parte più 'renziana' deve ancora venire e sta tutta nel lieto fine, inno all'ottimismo della vita, quello che ad ogni piè sospinto sottolinea, invoca, chiede Renzi alle opposizioni contro quelli che lui chiama i gufi. Ora la forza di seduzione di questo film Renzi l'ha capita al volo, andandolo a vedere con famiglia e elogiando come geniale Zalone in una intervista. L'ha capita perché è come se si fosse visto allo specchio, le sue campagne diventate soggetto cinematografico. Chi ne fa una questione politica, badate bene, sbaglia. Si tratta di un fatto culturale, di linguaggio, di uno spirito dei tempi, di un fenomeno di massa come nessun altro film è stato in questi anni, tantomeno se impegnato e di parte come lo fu «Il Caimano» di Nanni Moretti su Silvio Berlusconi. Zalone è contemporaneo. Ogni stagione ha il suo cinema, l'Italia della Dc e del Pci ebbe Totò ed il neorealismo, l'Italia di Renzi ha Checco Zalone. In questo, la riflessione sul successo di massa del film, andrebbe allargata al cambio di frontiera della percezione del pubblico. Ai tempi di Berlusconi la trincea vera dello scontro politico era sulla televisione, tutta lì, tra talk show anti Cavaliere, battaglie sul conflitto di interessi e girotondi ad ogni angolo. Una stagione di lotta politica, a suo modo, senza esclusioni di colpi che oggi si è attenuata di parecchio, e con lei il livello di scontro reale nei talk. Ecco che allora il cinema di un quasi coetaneo del Premier Renzi (Zalone ha solo due anni meno di Matteo Renzi), diviene la spia più chiara dello spirito dei tempi. Il cattivo, che per la sinistra per venti e passa anni, è stato Silvio Berlusconi oggi non c'è quasi più. Largo all'ottimismo allora. In questo senso «Quo vado», è un manifesto renziano, se ne esce rinfrancati, dopo aver fatto parecchie risate, anche su quel che sarà di noi, con o senza posto fisso. C'è un dettaglio, curioso, di poco più di due anni fa. Era il novembre del 2013 - in piena campagna per le Primarie del segretario Pd vinte poi da Renzi, vittoria che l'avrebbe da lì proiettato in breve a Palazzo Chigi - e nelle sale cinematografiche era uscito con grandi incassi «Sole a Catinelle», film di Checco Zalone prima di «Quo Vado», quando a Gianni Cuperlo, candidato contro Renzi alle primarie Pd chiesero proprio del successo di Zalone e se sarebbe servito un Checco Zalone per battere Renzi. Lui, Cuperlo, rispose che "Checco Zalone è un artista abbastanza geniale e divertente anche in questa sua ironia brutale" e il fatto che il suo film abbia fatto incassi record in pochissimi giorni è «una buonissima notizia per il cinema italiano». Un contrappasso straordinario riletto oggi, nel 2016, con Zalone fenomeno di massa e con Renzi che ci gode sopra: "Io ho riso dall'inizio alla fine. I professionisti del radical-chic, che ora lo osannano dopo averlo ignorato o detestato, mi fanno soltanto sorridere". In fondo l'ha scritto pure Adriano Celentano: Zalone è meglio del Lexotan.

«Checco Zalone è di destra». Parola della rossa Sabina Guzzanti, scrive Antonio Marras martedì 5 gennaio 2016 su “Il Secolo D’Italia”. Su Facebook s’è spogliata della sua solita puzza sotto al naso che in genere orienta le scelte della sinistra pseuso-intellettuale e ha elogiato il collega comico Checco Zalone, quasi con imbarazzo, visto che lei si considera diversa, meno nazional popolare, più da salotto di denuncia politica che cinepanettone post-natalizio. Ma Sabina Guzzanti, a suo modo, è stata sincera e nel messaggio di complimenti al comico pugliese per il successo di “Quo vado?” lo ha anche etichettato politicamente: «Quello che siamo all’oggi, arretrati, pigri, ladri, lo ha descritto meglio Zalone di tanti altri e lo ha fatto con una freschezza e una vitalità che fa ben sperare. Mi era piaciuto anche Sole a Catinelle. Indubbiamente destrorso nei contenuti, ma pieno di ottime gag, ben costruito, mi ha fatto ridere e mi ha suscitato il rispetto che un lavoro bene fatto merita». Destrorso, dunque: chissà se lo considera tale perché interpreta un personaggio identificato dalla sinistra come rozzo o demagogico o perché, in fin dei conti, sa leggere la realtà, da destra, molto meglio dei suoi amici intellettuali, da Nanni Moretti a Benigni e Paolo Rossi, che pontificano, strapagati, dal piccolo schermo della Rai nazionale, ma che forse non hanno mai messo piede in un ufficio della Provincia.

Il successo di Zalone è di destra o di sinistra? Record d’incassi. Così la politica cerca di arruolare i personaggi più amati, scrive Mattia Feltri il 3 gennaio 2016 su “La Stampa”. Stavolta non è colpa di Matteo Renzi: il premier è andato a vedere il film di Checco Zalone ed è finita lì, non ha detto nulla, non ha detto nemmeno mi piace o non mi piace, tantomeno ha detto che il successo di Quo Vado? è il successo dell’Italia che riparte, o qualcosa del genere. Magari non è nemmeno colpa di Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, uno dei più incontrollati produttori di tweet del mondo occidentale; in uno di essi ieri ha scritto proprio a Renzi: «Anche Zalone ti considera un bugiardo imbroglione» per via delle Province forse abolite e forse no. Speriamo non sia colpa di nessuno, che il tweet di Gasparri evapori nella bolgia online, che il milionario Zalone non torni a essere unità di misura politica, sacerdote del terzo millennio col potere di separare il bene dal male, il supercampione da ingaggiare nel morente campionato delbipolarismo. Due anni fa era andata a schifìo la dichiarazione d’amore e d’arruolamento di Renato Brunetta: «Zalone esprime in pieno la filosofia positiva, generosa, anticomunista, moderna, serena di Silvio Berlusconi». Il produttore Pietro Valsecchi, geloso del mistero vano (è di destra o di sinistra?), aveva scelto la sfrontatezza: «Tutti salgono sul cavallo del vincitore». Però, siccome Brunetta insisteva sul berlusconismo azzurrino di Zalone («il colore della sua risata è il nostro, e la sinistra non può farci niente»), Zalone medesimo decise di imbracciare le armi del suo arsenale: «Mi pare un’interpretazione un po’ troppo alta, anche se per Brunetta è un ossimoro». Funzionò, Brunetta si persuase: «Non fa ridere, è banale razzismo, e con ciò Zalone ha superato l’esame: non è un berlusconiano, è un comico di sinistra». Ieri abbiamo letto, sempre su twitter, anche un’«ode liberista» e tempo fa, in campagna elettorale, quelli di Scelta civica avevano detto che Zalone è molto meglio di Beppe Grillo; ancora prima Gennaro Malgieri, ex missino, lo aveva definito «luogocomunista» mentre per Michele Serra erano evidenti le tracce di berlusconismo, per cui gli rispose Marco Giusti con un decalogo surreale sul comunismo di Zalone. E avanti così, fino a una grande intervista del ministro della Cultura, Dario Franceschini, che a Claudio Cerasa (ora direttore del Foglio) confidò la liberazione: «Oggi la sinistra non ha più paura di Checco Zalone». Voleva essere il definitivo tuffo nel postmoderno non ideologico. 

Salvini fan di Zalone: «Lo voglio fare ministro». «Non è uno che si mette a fare pipponi, appelli alla Nanni Moretti o alla Gad Lerner», scrive “Il Tempo” il 6 gennaio 2016. «Non è uno che si mette a fare pipponi, appelli alla Nanni Moretti o alla Gad Lerner»: così anche Matteo Salvini si aggiunge alla lista, bipartisan, di estimatori del comico Checco Zalone. «È un grande. Non ho ancora visto il film per mancanza di tempo, ci andrò presto. Però mi piace perché è l'esempio che si può avere successo nel mondo del cinema e dell’arte, della cosiddetta cultura, senza essere schierato a sinistra», ha spiegato il segretario della Lega Nord a La Zanzara su Radio 24. «Almeno Zalone non è uno di quei fenomeni che fanno i girotondi, il popolo viola, il popolo lilla, quelle menate lì. Il suo mestiere lo fa bene», ha voluto aggiungere. «In Italia è già tanto: in certi ambienti pseudoculturali, se non sei di sinistra non entri. Mi piace - afferma ancora - che non faccia il leccapiedi della sinistra, questo gli rende merito». Però è anche vero che nei film di Zalone la Lega viene sonoramente presa in giro. Qualcosina c’è anche in «Quo vado», l’ultimo film del comico pugliese che, dopo sole 48 ore in sala, sembra già destinato a stracciare tutti i record di incassi in Italia. «Mi dicono - risponde ai conduttori il leader della Lega - ci sia un bambino che si chiama "Salvino". Allora riderò il doppio quando vedrò il "Salvino". Mi piace ridere di me stesso, anche quando mi imita Crozza. Se uno è bravo è bravo. Punto». E ancora: «Checco Zalone ministro della cultura al posto di Franceschini che è la tristezza fatta persona. Poi lo scrittore Mauro Corona con la delega alla Montagna Caccia e Agricoltura. Devo scegliere tra Claudio Borghi e Alberto Bagnai come ministro all’Economia. Farebbero sicuramente sicuramente meglio di Padoan». E agli Esteri? «Berlusconi. Rispetto a Renzi sulla Libia, sulla Russia, sui rapporti con il Medio Oriente è avanti anni luce. Mentre gli Interni me li tengo io per sei mesi, per recuperare al dramma di Alfano. Un po' di ordine in giro lo porto». Sempre volando sulle ali della Zanzara, su Radio 24, Salvini ha anche svelato quale potrebbe essere un governo a guida leghista, con presidente del Consiglio lui stesso. Tra gli uomini di punta Checco Zalone, che non si lascia impressionare dalle lodi e nemmeno dalle critiche. «Voglio ringraziare quelli che mi dicono "grazie" ma anche gli indignati - ha detto il comico ai microfoni di RTL 102.5 durante "Non Stop News" - perché siamo un popolo di indignati, anzi, soprattutto loro, perché fanno scaturire curiosità e quindi la gente va al cinema. Grazie indignati. Non puoi essere simpatico a tutti, anzi quando c'è questo consenso quasi plebiscitario, paradossalmente, senti l'esigenza di ritornare a terra e di trovare qualcuno a cui stai sulle balle, altrimenti potrei avere manie di onnipotenza. Continuate ad indignarvi che io sono contento». 

La riabilitazione del politicamente scorretto, scrive Paolo Pillitteri su “L’Opinione del 5 gennaio 2016. Più che di riabilitazione sarebbe il caso di parlare di scuse (tardive) ad un autore la cui riscoperta serve, tuttavia, a spiegare l’impressionante galleria di facce di bronzo della nostra cultura-informazione. È chiaro che stiamo parlando di Checco Zalone, anzi riparlando giacché su questo giornale nel dicembre del 2013 gli dedicammo una sorta di ritratto insistendo (già allora non è incredibile?) proprio sulle tantissime “facce di bronzo” del politically correct ferocemente astiose nei confronti di quello stesso regista che oggi osannano. “Ha ragione Checco Zalone, eccome!” era il titolo di allora, concludendo che avrebbero fatto bene, sia Matteo Renzi che Angelino Alfano, ad andare a vedere il film di Zalone “Cado dalle nubi” non solo per rilassarsi un po’ ma per curarsi intellettualmente, confrontandosi col vero interprete- protagonista del nostro Paese sempre sull’orlo di una crisi di nervi; un autore la cui rappresentazione dall’interno della pancia del Paese “costituisce la più vera narrazione storica, politica e sociologica dell’Italia della quale il cinema di Zalone è specchio, immagine e, al tempo stesso, reazione irridente, anarchica, ingenua, anticonformista, irriverente contro tutti, cioè politicamente scorretta”: perché dice la verità. L’invito al cinema zaloniano a Renzi (e Alfano) è stato accolto con più di due anni di ritardo, almeno dal Premier, che ha dichiarato di essersi divertito molto, di disprezzare i critici d’antan contro l’autore oggi alla moda, del quale riconosce, comunque, la grande abilità nel marketing del suo ultimo film. Meglio tardi che mai, beninteso. Il punto più vero del successo di Zalone sta nell’ingenuità, costruita con enorme cura anche nei dettagli, con la quale si pone nei confronti della materia narrativa senza sposare alcuna idea politica ma, al contrario, smontando tutti i luoghi comuni edificati in nome del politicamente corretto, che è la vera peste intellettuale dei nostri tempi e che costituisce il mostro del pensiero unico al quale sacrificare libertà di scelte, fantasia, poesia, e la politica stessa. Il successo di “Quo vado?”, pur non essendo cattivo come l’ormai cult “Cado dalle nubi”, sta dunque nella revisione integrale dei canoni cinematografici, superando di slancio sia i cinepanettoni eredi della commedia all’italiana, ormai logorati da oltre un ventennio di successi, che, soprattutto, il cinema e gran parte della televisione di satira di un periodo storico dopo il 1994, con l’avvento cioè di Berlusconi. Fu il tempo del “Caimano”, tanto per semplificare, per intenderci del nannimorettismo di lotta, di governo, e infine di delusione, in cui la deriva anti-Cav. si impancò a inattaccabile sedia gestatoria, una sorta di luogo irraggiungibile, immacolato e dispensatore di licenze morali i cui detentori sembravano essere soltanto coloro che pretendevano dalle vestali che recassero doni al mostro sacro, occultando così la verità ovverosia di portare il proprio cervello all’ammasso. Scrivendo tanti anni fa di Totò, il grande Aldo Palazzeschi ebbe a dire: “È apparso all’orizzonte del cinema italiano come un arcobaleno dopo il temporale”, allo stesso modo oggi si può affermare che il trionfale successo di Zalone sopraggiunge come un soffio di liberazione, una ventata rigeneratrice che farà bene non tanto o non soltanto ad un nostrano cinema sempre più asfittico e ripetitivo, ma soprattutto ai tantissimi cervelli portati all’ammasso, liberandoli da una cappa che sembrava inscalfibile tanti ne erano i sacerdoti. Libertà della fantasia significa innanzitutto liberazione dal luogocomunismo. Ed è questa la lezione più vera che ci proviene da “Quo vado?”, alla faccia delle facce di bronzo. Ancorché pentite.

Checco Zalone e le adozioni gay: Su Twitter infuria la polemica, scrive "Meltybuzz.it" il 06/gen/2016. Checco Zalone ha portato un matrimonio gay sullo schermo, ma nel 2011 si schierò contro le adozioni. Su Twitter la vicenda è molto discussa. Checco Zalone, nel suo nuovo film Quo Vado, ha portato sugli schermi un matrimonio gay (non è uno spoiler, non aggiungeremo altro se non l'avete ancora visto). Questo articolo de “Il Giornale”, però, ha riportato alla ribalta un'intervista rilasciata da Zalone a Vanity Fair nel 2011 in cui il comico si schierava a favore delle unioni civili ma assolutamente contro il fatto che coppie omosessuali potessero adottare dei bambini. Questa frase, che non necessariamente contraddice il film (visto che nella pellicola si vede un matrimonio, cosa nei confronti della quale non si era espresso negativamente), sta creando un polverone su Twitter con accuse di omofobia nei confronti di Zalone, come possiamo notare dai commenti di @alexyahoo “Boicotterò Checco Zalone, non andrò a vedere il suo film” e di @IlMici8 “Parliamoci chiaro! Checco Zalone può pensare e dire quello che vuole sui gay! Ma essendo personaggio pubblico non si stupisca delle reazioni”.

Unioni civili, quando Zalone diceva no alle adozioni gay. Nei suoi film le nozze gay sono già realtà. Ma nel 2011 l'attore disse: "Sì alle unioni, ma non ammetto l'adozione", scrive Giovanni Corato Martedì 5/01/2016 su "Il Giornale". È stato da più parti definito "l'italiano medio". Una caratteristica che sarebbe alla base del suo successo. Stiamo parlando di Checco Zalone, che sta spopolando con il suo "Quo Vado?". Nell'ultimo film - così come già in "Cado dalle nubi" - l'attore ha rappresentato uno dei temi di maggior discussione in parlamento: le unioni civili. Ma cosa ne pensa "l'italiano medio Zalone" della questione? Sul tema era già stato interrogato nel 2011, in un'intervista aVanity Fair. Allora la sua posizione era chiara: "È giusto che ci siano le unioni civili mentre non ammetto l’idea che una coppia omosessuale possa adottare un bambino".

Benedetto sia Zalone che illumina la fede del popolo. Fu la versione "rustica" del Guercino. Le sue opere sono trepidanti testimonianze di umile devozione, scrive Vittorio Sgarbi Domenica 3/01/2016 su "Il Giornale". Avevo coltivato in gran segreto il culto di un pittore a tutti sconosciuto, e pieno di una poesia semplice, rurale, contadina. Aveva il nome più insolito e raro rispetto ai maestri vicini, noti e meno noti, dello stesso tempo, il Guercino, Guido Reni, Matteo Loves: emiliano come loro, e con un vivo istinto della vita e della natura. Zalone si chiama. Benedetto Zalone. E oggi il suo nome è il più popolare tra quelli che corrono sulle bocche dei giovani, dopo tanti precedenti profanati. Si inizia con Carpaccio, tramutato in carne cruda sottile (così che il piatto si è mangiato il pittore), e si prosegue con scultori oscurati da politici: Andreotti (da Libero a Giulio), Gelli (da Lelio a Licio); altri pittori umiliati da cantanti, Morandi (Giorgio da Gianni), Rossi (Gino da Vasco), Ligabue (Antonio da Luciano), Tiziano (chi? Tiziano Ferro?). E ancora, travolti, Baudo (Luca da Pippo) e Sacchi (Andrea da Arrigo). Per arrivare, oggi, a Zalone. Checco, non Benedetto; la cui fama supera di secoli il silenzio, e minaccia di essere durevole nella satira nichilista del nostro tempo, come toccò piu di mezzo secolo fa ad Alberto Sordi, e un secolo fa a Chaplin (da Elisabeth a Charlie). Dunque sarà sempre più difficile far intendere che Zalone da Cento (non da Bari) è stato un pittore originale e autentico; un alter ego rustico del Guercino, che non si mosse dalla sua patria, dalla sua città, a cavallo fra due capitali estensi, Ferrara e Modena, l'una arrivata alla fine, l'altra capace di attrarre i più grandi artisti moderni, Bernini e Velázquez. Così, (Benedetto) Zalone nasce nel 1595 a Pieve di Cento e a casa lascia la Madonna con i santi Francesco e Orsola, la Madonna di San Luca con quattro Santi, per la chiesa di San Pietro, la Madonna di Loreto, la Madonna con i santi Bonaventura e Francesco (nella Pinacoteca civica), trepidanti testimonianze di una devozione popolare, profondamente partecipata da un'umanità commossa, e colma di speranza in quella che non è una liturgia o una celebrazione di riti, ma una fede nella certezza di Dio e nella misericordiosa intercessione della Vergine. La Controriforma e le indicazioni ancora recenti sulle immagini sacre del cardinale Paleotti sono lontane; il popolo dei credenti «vede» e sente la divinità vicina, il suo calore, la sua presenza. Sarà così anche nel più impegnativo capolavoro dello Zalone, dopo la tela umanissima per la chiesa di San Pietro a Cento: la potente, maestosa, e insieme vera, pala con il San Matteo e l'angelo sotto la protezione della Madonna in cielo adorata da san Nicola da Tolentino e santa Francesca Romana, per la chiesa di Sant'Agostino (ora in Pinacoteca). Qui Zalone mostra compostezza e un intuitivo, spontaneo classicismo che nulla deve a Guido Reni, ma ha tutta la forza di una rinnovata e umanissima visione del sacro, reverente e accostante, solenne e protettiva. Zalone non conosce Caravaggio, ma, in questo vigoroso ed esitante San Matteo come in quello ostinato, senza la protezione del cielo, per la Chiesa del Voto di Modena, ha la stessa immediatezza e brutale umanità che troviamo nella prima versione del San Matteo e l'angelo in San Luigi dei Francesi, e persegue il vero non della natura, ma del pensiero e della volontà. A Modena un vecchio determinato e riflessivo è accompagnato da un angelo giovane e discreto, mite badante di un uomo incolto e cocciuto nella sua risoluzione di scrivere. Analfabeta, Matteo non si preoccupa di tenere i libri mai letti sotto i piedi, nella posizione più compatibile con la sua ignoranza, mentre l'angelo lo compatisce con rassegnato e immutato affetto, e vigila con benevolenza sul testo che viene scrivendo l'improvvisato evangelista, molto concentrato, sotto un cielo padano annuvolato. Da questo, intuitivamente caravaggesco, avvicinamento, Zalone approda al suo capolavoro, in due versioni, l'una a Digione, l'altra presso di me: il Riposo nella fuga in Egitto, un'invenzione commovente nella quiete di un bosco sul fiume. La Madonna non riposa dalla stanchezza ma dalla funzione di madre, e contempla innamorata il bambino fra la braccia di Giuseppe, come mai prima era stato, in tutte le innumerevoli rappresentazioni della Sacra famiglia. Sempre ad assistere era il san Giuseppe, e il gruppo sacro era la Madonna con il bambino. Ora la Madonna, dolcissima e serena, guarda il figlio dormire sotto la paterna protezione, sottolineata dalla mano sotto la testa del bambino, in un quieto pomeriggio di primavera, al tramonto. Siamo verso il 1640, e Guercino è lontano, si sta avvicinando al forzato idealismo di Guido Reni, ma Zalone ne ricorda la poesia degli anni giovanili, fresca, rugiadosa, nei paesaggi bagnati da piogge recenti. C'è una magia, un incanto, in questi riposi, che va oltre ogni letteratura e ogni compiacimento. Chi scoprì il primo, il piccolo rame del Museo Magnin di Digione, fu Carlo Volpe, valoroso studioso bolognese, che lo interpretò «come un ritratto domestico ambientato sul ciglio dell'aia, alla fine della giornata». Zalone si è difeso, restando per tanto tempo riparato. Non poteva immaginare che il suo nome, per un comico equivoco, sarebbe diventato tanto popolare. Benedetto Zalone.

PORNO E LIBERTA’.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

"Porn to be free (porno e libertà)" è un viaggio con una banda di rivoltosi ironici e dissacranti che sognava un mondo più libero e più felice e che ha aperto la strada a movimenti successivi, dal neo-femminismo alla lotta per i diritti LGBT... 

PORNO & LIBERTÀ, UN FILM SUGLI ANNI DELLA LIBERAZIONE SESSUALE IN ITALIA. Scrive Alessandra Magliaro per l'ANSA il 15 giugno 2016. Ironici, allegri, folli, sognatori, a loro volta rivoluzionari. Accanto a chi negli stessi anni combatteva battaglie politiche un gruppo eterogeneo e curiosamente assortito faceva nel nostro paese un'altra rivoluzione per la quale veniva perseguitato e arrestato: erano i protagonisti della liberazione sessuale in Italia. Nomi arcinoti come Riccardo Schicchi e Cicciolina, nomi da adepti come il regista Lasse Braun inventore del cinema a luci rosse, considerato un maestro anche in America, per citarne alcuni. S'intitola Porno & Libertà il documentario di Carmine Amoroso che ricostruisce con filmati d'epoca che oggi sembrano davvero di un'altra epoca e interviste attuali, quegli anni tra pornografia, utopia e battaglie contro la censura. Il film è stasera in anteprima italiana a Biografilm Festival a Bologna nella sezione Contemporary Lives e poi in sala (vietato ai 14 anni) con I Wonder Pictures dal 24 giugno. ''Stiamo vivendo in un'epoca di neo puritanesimo - dice il regista Carmine Amoroso - ed è per questo che mi premeva raccontare la storia incredibile e poco conosciuta di un gruppo di provocatori che negli anni Settanta hanno condiviso, con coraggio, una visione della pornografia come espressione politica. Che per primi hanno capito il senso liberatorio della pornografia e la sua potenzialità come elemento di rottura delle convenzioni. Che attraverso la pornografia hanno lottato per la nostra libertà sessuale e contro la censura. Persone che credevano negli eccessi come mezzo per raggiungere una dimensione più profonda. Come afferma lo scrittore Salman Rushdie "un paese libero e civilizzato dovrebbe essere giudicato dalla disponibilità ad accettare il porno". C'è la storia di Ilona Staller, una persona ''diversa, spontanea, selvaggia, irragionevole'' come la racconta Schicchi (scomparso nel 2012) evocando episodi storici come quando a Radio Luna sussurrava con quella sua voce sexy il sesso agli ascoltatori o con memorabili show girava l'Italia in tour (prodotto nientemeno che da Bibi Ballandi) tra serpenti e bolle di vetro dentro le quali si agitava nuda. Quella dell'editore Francesco Coniglio che nei primi anni Settanta cominciò a pubblicare editoria vietata ai minori (la svolta di Playmen, i sequestri, Le Ore), roba da centinaia di migliaia di copie. ''L'altro sguardo su quel mondo'', che era quello di Lidia Ravera e di Porci con le ali degli adolescenti Rocco e Antonia e Bernardo Bertolucci che in un filmato d'epoca dice ''la libertà di pornografia come unico mezzo per vincere la pornografia'' appellandosi al suo partito (il Pci) nei giorni terribili di Ultimo Tango a Parigi messo al rogo. Un'epoca di tabù da infrangere in un paese prigioniero dell'ipocrisia sul sesso e del perbenismo borghese come si diceva con i termini di allora e in cui la scoperta del corpo diventa qualcosa di eversivo come il raduno al Parco Lambro di Milano nel 1976 dove giovani si spogliarono 'nudi verso la follia' inseguendo sogno e utopia (''nudi sì ma contro la Dc'', un classico slogan). Fine anni '70 con le sale cinematografiche che cominciano a chiudere lasciando il posto ai cinema porno grazie ad una produzione che in quell'epoca arrivò a circa 200 film in un solo anno. E poi i fumetti, Frigidaire e Vincenzo Sparagna, i disegni di Andrea Pazienza, i cartoni animati di Siné di Charlie Hebdo e ancora Giuliana Gamba, Helena Velena, Mario Mieli, Marco Pannella, un filo che univa letterati, intellettuali, pornografi, pornostar, filosofi e femministe nella vocazione comune libertaria. Porno & Libertà è un'immersione davvero in un'altra epoca oggi che il sesso è a disposizione su internet e quella carica rivoluzionaria certo non ha più ma le immagini di quegli anni non sono poi, a riverderle ora, così felici, semplicemente appartengono al passato.

SU INDIEGOGO IL DOCUMENTARIO "PORN TO BE FREE (PORNO E LIBERTÀ)" DI CARMINE AMOROSO. Scrive Pierre Hombrebueno per "Farefilm.it" il 15 giugno 2015. Complice la nostra ignoranza in materia (ma forse qualche nocturniano potrà illuminarci in proposito), non ricordiamo un documentario che abbia mai raccontato la rivoluzione sessuale e la liberazione del porno avvenuta in Italia tra gli anni '60 e '80. Un argomento decisamente interessante, e che ora potremmo finalmente vedere sul grande schermo in Porn to be Free (Porno e libertà), documentario firmato da Carmine Amoroso. Creata in totale indipendenza, l'opera racconterà di come la pornografia abbia contribuito a cambiare la faccia dell'Italia, diventando dunque un vero strumento di lotta sociale e politica durante quei decenni turbolenti. Al centro delle vicende, una serie di noti esponenti del genere come Lasse Braun, Riccardo Schicchi e Cicciolina, a cui si uniscono poi artisti provenienti da altri campi come Andrea Pazienza o Judith Malina. Di loro si racconteranno le battaglie contro la censura, i sequestri e le ripercussioni politiche. Una problematica, questa, che ha dovuto affrontare anche il regista: "Non pensavo mai che avrei incontrato così grandi resistenze e censure nel fare questo film - spiega Amoroso -, mi rendo conto che ancora oggi la parola porno spaventa. Per questa ragione, mi sembra ancora più necessario fare questo documentario e dare una voce a quelli che hanno lottato per la libertà di espressione e per la libertà in generale”. Porn to be Free sta attualmente raccogliendo fondi sulla piattaforma di crowdfonding Indiegogo. 15.000 euro la cifra a cui si sta puntando, il quale permetterebbe alla pellicola di terminare la sua post-produzione, tra montaggio sonoro, missaggio audio e color correction. Sottolinea la pagina che “questi step tecnici sono assolutamente necessari per far sì che l'opera sia pronta sia per i festival di cinema che per la distribuzione nelle sale". Diversi i riconoscimenti per chiunque deciderà di aiutare la causa. Con 20 euro di donazione, ad esempio, riceverete un link per visionare, a scelta, un film di Lasse Braun, Giuliana Gamba, Riccardo Schicchi o Carmine Amoroso. Per i più generosi che vorranno invece contribuire con 500 euro, oltre a dei dvd omaggio, spetteranno 2 inviti per l'anteprima della pellicola, così come un giro con il regista nel suo locale preferito, il Gender di Roma.

PORN TO BE FREE. Scrive "Porntobefree.net" il 15 giugno 2015. PORN TO BE FREE (PORNO E LIBERTA') è un documentario di Carmine Amoroso sulla lotta di una generazione che ha combattuto il puritanesimo e la censura per la libertà d'espressione e la libertà sessuale. Nell'Italia degli anni '70, in un paese ancora prigioniero dell'ipocrisia cattolica sul sesso, un gruppo di ribelli inizia una battaglia contro la censura e il comune senso del pudore attraverso l’arma della pornografia. Insieme fanno tremare la chiesa, la politica e le istituzioni. Con immagini libere ed inedite, il film ripercorre la storia e le battaglie di un gruppo di guerrieri: dall’italiano Lasse Braun che inventa e sdogana la cultura del porno nel mondo a Riccardo Schicchi, maestro di provocazioni e trasgressioni come l’elezione di Cicciolina in Parlamento. Gli altri protagonisti sono Judith Malina, il Living Theatre, Vincenzo Sparagna, Il Male, Le Ore, Frigidaire, Filippo Scozzari, Suor Dentona, Andrea Pazienza, Giuliana Gamba, Helena Velena, Ifix Tchen Tchen, Siné, Il Parco Lambro, Mario Mieli… PORN TO BE FREE (PORNO E LIBERTA') è un viaggio verso l’utopia con una banda di rivoltosi ironici e dissacranti che sognava un mondo più libero e più felice e che ha aperto la strada a numerosi movimenti successivi, dal neo-femminismo alla lotta per i diritti LGBT. Questo film nasce prima di tutto da un incontro tra il regista, Carmine Amoroso, ed i protagonisti dell'epoca. Dopo due film di fiction, Come mi vuoi e Cover Boy, Carmine si è interessato al lato politico di una forma d'espressione troppo spesso considerata in maniera caricaturale o morbosa. PORN TO BE FREE (PORNO E LIBERTA') è stato realizzato in modo del tutto indipendente. Nessuna istituzione, né pubblica, né privata, ha voluto finanziarci. È bastato leggere la parola “porno” nel titolo per rifiutare ogni apporto produttivo e distributivo. Noi invece crediamo che ci siano persone libere che, come noi, vogliono che questa storia venga raccontata, contro ogni forma di censura. Per questo ci rivolgiamo alla Comunità. Non censurarlo anche tu. Diventa con noi parte di questo film e entra come protagonista nella sua realizzazione. Ogni donazione, non importa se grande o piccola per noi sarà fondamentale. Sostieni la rivoluzione sessuale raccontata da chi l’ha fatta veramente. Abbiamo di recente completato un premontaggio del film e abbiamo ora bisogno del vostro sostegno per finalizzare la post-produzione in modo che il film possa per essere visto. Abbiamo bisogno di 15.000 € per coprire le seguenti attività: Montaggio del suono; Mix audio; Correzione del colore; Conforme; Prima e seconda copia DCP. Questi passaggi, anche se tecnici, sono assolutamente essenziali perché il film possa partecipare a qualche festival e trovare una distribuzione cinematografica. Crediamo che questa sia una storia che deve essere raccontata su un grande schermo per un pubblico internazionale. Come premi per voi, abbiamo a disposizione diversi film inediti o molto rari di Riccardo Schicchi, Lasse Braun, Giuliana Gamba e Carmine Amoroso. In più, abbiamo creato una borsa di tela speciale PORN TO BE FREE e possiamo organizzare una prima romana del film, nonché un weekend di proiezione e dibattito nella Repubblica di Frigolandia in Umbria.

Film di Carmine Amoroso: COME MI VUOI (1997), COVER BOY (2006).

Film di Lasse Braun: 18 LOOPS (1966-1969), THE VIKINGS (1971), WET SEX (1972), CAKE ORGY (1972), DEPRAVED (1972), FRENCH BLUE (1974), PENETRATION (1974), SENSATION (1974), BODY LOVE (1978), TROPICAL (1969).

Film di Riccardo Schicchi: CICCIOLINA E L'ORGIA ATOMICA (1984).

Film di Giuliana Gamba: CLAUDE E CORINNE: UN RISTORANTE PARTICOLARE (1981).

Carmine Amoroso: regista, sceneggiatore ha scritto e diretto varie inchieste giornalistiche. È autore della sceneggiatura di Parenti Serpenti, regia di Mario Monicelli. Nel 1996 ha scritto e diretto Come Mi Vuoi, primo film italiano a tematica transgender, con Monica Bellucci e Vincent Cassel. Il film è stato distribuito nel mondo e divenendo negli anni uno dei film più rappresentativi del queer cinema. Nel 2007 ha realizzato il suo secondo lungometraggio Cover Boy. Il film ha rappresentato l’Italia in oltre 90 festival, vincendo 40 premi ed è entrato nella terna dei film candidati dall’Italia per il premio Oscar 2008, assieme a Gomorra e Il Divo. Nel 2008 ha scritto il soggetto del documentario Sound of Morocco per la regia di Giulia Gamba.

Riccardo Schicchi è finito in carcere per liberare tutti noi, per dimostrare che la pornografia non è un mero prodotto di consumo, ma un linguaggio di apertura. Riccardo Schicchi: fotografo, produttore, manager, è stato il protagonista assoluto della pornografia italiana degli anni settanta e ottanta. Ha sghettizzato il porno, sino a farlo diventare un prodotto di largo consumo. Decine di volte denunciato processato e condannato, è stato soprannominato il Che Guevara del porno. È stato l’inventore e lo scopritore di veri e proprie icone mediatiche, da Cicciolina a Moana Pozzi, passando per Rocco Siffredi.

Ilona Staller: in arte Cicciolina, è stata sicuramente la più famosa ma anche la più discussa pornostar di tutti i tempi. Nata in Ungheria e trasferitasi in Italia nei primi anni settanta ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire i confini del comune senso del pudore, divenendo un’eroina della liberazione dei costumi sessuali per una generazione intera. Ilona Staller è stata la prima pornostar eletta in un parlamento nel 1987. Nel 1991 sposa uno degli artisti americani più celebri, Jeff Koons dal cui matrimonio nascerà il figlio Ludwig. Ritiratasi dal porno ma mai pentita, continua a battersi per la libertà sessuale dei carcerati, per la depenalizzazione delle droghe e contro ogni forma di censura.

Lasse Braun (Alberto Ferro): di origine italiana, è stato il re della Sex Revolution degli anni sessanta e settanta. Ha dedicato la vita alla liberalizzazione della pornografia che l’ha visto protagonista in Europa e negli Stati Uniti. Alla fine degli anni sessanta fonda a Stoccolma la AB Film producendo e dirigendo decine di film entrati nella storia del porno. Nel 1971 incontra l’americano Reuben Sturman, l’inventore dei peep show, che diventa suo socio d’affari. Nel 1974 è il primo regista a portare un film porno a Cannes. Nel 1977, dopo anni di lotte, successi e casi giudiziari, lascia l’attività militante continuando quella di regista e scrittore.

Giuliana Gamba: nei primi anni settanta, è stata la prima donna regista in Europea a realizzare film hard sotto lo pseudonimo di Therese Dunn, divenendo emblema del pornofemminismo. In seguito si orienta verso il cinema erotico per poi cambiare completamente genere, firmando documentari politici e serie per la televisione pubblica.

Porno e libertà, la censura di un film sulla censura. Dialogo col regista Carmine Amoroso, scrivono Gianni Carbotti e Camillo Maffia il  6 Luglio 2016  su "Agenzia radicale". Sarà mica che le idee di Marco Pannella sono più scomode oggi che negli anni Settanta? A giudicare da quello che sta accadendo al documentario “Porno e libertà” di Carmine Amoroso, che nel ritrarre un'epoca in cui faticosamente forze politiche come i Radicali tentavano di aprire la strada alla cosiddetta “liberazione sessuale” non manca d'inserire un contributo dello stesso Marco, che ricorda e commenta lo scandalo della elezione della pornodiva “Cicciolina” Ilona Staller, sembrerebbe proprio che il pensiero del leader radicale crei più scompensi ai benpensanti di oggi, che non a quelli di ieri. Non si spiega infatti il paradosso a cui stiamo assistendo in questi giorni: la censura di un film sulla censura, che dopo il bavaglio sui social network sta subendo anche una strana sorta di ostracismo di mercato, tanto che, a quanto racconta l'autore stesso, è sempre più difficile andarlo a vedere nei cinema. Per capire come stanno le cose, ci siamo rivolti proprio al regista di “Porno e libertà”.

Allora Amoroso, prima di entrare nella questione della censura di questi giorni, un riepilogo su come è nato il film. Quale è stato lo spunto che ha portato alla sua nascita?

«Il film nasce nel 2011, quando ho incontrato Riccardo Schicchi, che conoscevo da sempre come personaggio televisivo ma non avevo mai incontrato personalmente e, conoscendolo, mi sono reso conto che lui aveva combattuto per la libertà sessuale anche attraverso un'idea politica. Era questo che più m'interessava. Poi naturalmente Riccardo Schicchi apparteneva anche al mio immaginario adolescenziale con tutto quello che ha prodotto da Cicciolina a Moana Pozzi, ecc.»

Delle vere icone, potremmo dire...

«Sì, delle icone importanti per tanti. Diciamo che ha forgiato un po' la mia educazione, non sentimentale in questo caso ma erotica…»

Come per milioni di italiani. (Ride, n.d.r.)

«Come per milioni di italiani, certo. Insomma, mi ha fatto molto piacere incontrarlo e poi, ad un certo punto, mi sono improvvisamente reso conto che, mentre in America la cultura pornografica era stata analizzata, sono stati fatti molti film, i personaggi analizzati in maniera definitiva, ricordiamo il film di Forman (The People vs. Larry Flynt, 1996, N.d.R.), in Italia Riccardo Schicchi con tutto quello che aveva prodotto non era stato mai analizzato, non era mai stato fatto nulla, ecco».

Diciamo che qui il porno come genere è un po' relegato in una sorta di limbo da pornoshop o da edicola di periferia.

«Sì, certo, in una specie di ghetto... come tutto il resto d'altronde, nella nostra società abbiamo creato dei ghetti in cui raccogliere gli "scarti". In questo caso si tratta veramente di uno scarto culturale. Però non analizzare la pornografia - che secondo me è uno dei linguaggi principali della nostra contemporaneità - è molto grave e naturalmente tanto più impedire di farlo. Quindi tutto nasce dal mio incontro con Riccardo Schicchi. Decidiamo appunto di andare avanti, chiedo naturalmente l'aiuto finanziario da parte del Ministero che mi viene assolutamente negato nonostante io abbia presentato una sceneggiatura completa e poi abbia presentato anche dei frammenti di quello che stavo facendo. Mi hanno riso in faccia, veramente, perché per loro il termine stesso "porno" è qualche cosa di pruriginoso, relegato alla vergogna, ma non solo: è come se nell'accettare questa cosa in qualche modo s'intaccasse la reputazione delle persone, quindi non ho avuto alcun aiuto finanziario, anche da altri produttori (non parliamo della RAI). Ho dovuto praticamente farlo da solo insieme a degli amici. Abbiamo creato una società e mano a mano abbiamo tentato di realizzarlo con enormi sacrifici. Perché poi effettivamente quando si vuole fare un prodotto di qualità ci vogliono soldi. Non è che io potevo raccontare quest'avventura della pornografia, il suo rapporto con la controcultura degli anni '70 così, no? E' chiaro che ci vuole anche un impegno economico, impegno cui noi con grandi sacrifici abbiamo fatto fronte. C'è da dire che né io né i miei amici siamo stati pagati, finora ci abbiamo solo rimesso tanti soldi ma, nonostante questo, sono contento perché credo che questo film sia un documento importante. E poi da Schicchi, che nel frattempo purtroppo andava sempre più peggiorando perché, come sappiamo, lui aveva una forma di diabete molto forte ed era diventato quasi cieco, ho cercato mano a mano di allargarlo agli altri protagonisti di quegli anni come il grande Lasse Braun, questo personaggio secondo me mitico e misconosciuto, che addirittura nel '69 con il suo impegno dette un contributo notevole alla prima legge per la liberalizzazione della pornografia in Danimarca e così via, e sono arrivato anche a Marco per il suo apporto politico. Marco Pannella aveva capito molto bene la forza anche popolare della pornografia legata alla liberazione sessuale. Diciamo che è stato quasi preveggente in questo. E poi, con la sua intelligenza, assieme a Schicchi hanno realizzato questo capolavoro assoluto politico/mediatico che è stata secondo me l'elezione di Cicciolina-Ilona Staller. Penso che tutto ciò debba essere rivalutato in un'altra ottica, non quella spacciata sempre come becera, vergognosa, ma al contrario come elemento culturale di grande portata».

Giudicando dagli eventi, anche da quello che sta succedendo ultimamente intorno al tuo lavoro, ritieni che ci sia un'involuzione delle libertà rispetto all'epoca raccontata dal documentario?

«Certamente, c'è una sorta di nemesi storica. Nel mio documentario, all'inizio, Lasse Braun racconta tutto questo, cioè racconta come lui si fosse ribellato a qualcosa che considerava assolutamente assurdo: il non poter vedere rappresentato il corpo femminile o maschile... la nudità insomma. Parliamo degli anni '50 e '60. Ricordiamo che in quegli anni si andava in galera per queste cose, e non per chi producesse porno, ma anche per chi semplicemente detenesse qualche tipo di materiale considerato pornografico perché implicava la nudità».

Ricordiamo che la gente importava clandestinamente delle riviste e le donne si facevano mandare la pillola anticoncezionale dall'estero...

«Esatto! Vivevamo in quel periodo lì. Adesso però con Facebook praticamente si è tornati a quel clima, si vieta addirittura la rappresentazione del seno femminile, del capezzolo. Il capezzolo censurato! Non so se ricordate la pecetta nera che si apponeva negli anni '50 e '60... ecco, siamo tornati a questo! Secondo me si tratta di una gravissima involuzione culturale cui noi dobbiamo assolutamente ribellarci perché non è possibile e, tra l'altro, comporta anche un altro aspetto: quello dell'autocensura. Io ho notato per esempio che molti miei amici, e non solo, pensano: "Ah, no. Quella cosa lì non si può fare..." - non si può fare che cosa? Rappresentare il corpo nudo è una libertà che noi ci siamo conquistati con decenni di lotte, quindi voi non ci potete imporre questo! E' una cultura che non ci appartiene e che abbiamo superato, quindi perché? In base a che cosa? Adesso non mi si può venire a dire "perché Facebook è una cosa privata", perché non è così: è un servizio sociale messo a disposizione con un miliardo e mezzo di utenti al giorno! Attivi! In Italia milioni di utenti... E' il mezzo principale della rete attraverso cui noi possiamo comunicare. Quindi questa cosa è di una gravità assoluta, perché in questo caso non mi hanno solamente censurato il manifesto, mi hanno oscurato la pagina. La pagina di Facebook su cui abbiamo lavorato un anno e mezzo. Anche altre pagine collegate al film hanno subito dei blocchi. Io sono stato bloccato per un mese! Questo significa che tutti i miei contatti, che sono primari per il mio lavoro, sono stati bloccati. Non solo: Facebook è collegato con Messenger, che è una piattaforma tipo Whatsapp, per cui viene utilizzato quotidianamente anche sul cellulare. E cosa succede? Che io posso vedere i messaggi, ma non posso rispondere».

Un bavaglio di fatto!

«Un bavaglio e un danno anche personale quindi! Mi scrivono magari dei produttori, o comunque persone interessate al film, a cui io non posso rispondere. Loro non lo sanno, ma risulta che io li leggo e non rispondo. E l'immagine che mi viene in mente è proprio quella di Marco col bavaglio. Noi indipendenti abbiamo come mezzo esclusivo quello della rete, impedire la comunicazione nel momento in cui un film esce significa cancellarlo ed infatti il film non c'è più».

Insomma, siamo davanti a un vero paradosso: la censura di un film sulla censura...

«Proprio così! Infatti questo mio lavoro è importante perché in un certo modo costituisce una chiave di volta: come si fa a censurare un'opera che parla di censura? E' un assurdo! Mette in luce le contraddizioni della nostra contemporaneità, del nostro sistema "liberale" innanzitutto ma anche del concetto di libertà al tempo della rete, perché di solito loro censurano una foto, un nudo. In questo caso però non stanno facendo questo, stanno censurando un lavoro che parla di persone che per anni hanno lottato proprio contro la censura. E perché tutto questo accade? Perché non ci sono delle regole. Tutto questo viene fatto da chi? Chi sono, dove sono quelli che prendono queste decisioni? Altra cosa grave: io non sono stato contattato da loro, loro mandano di default quelle loro frasette che dicono "abbiamo rilevato delle violazioni" rispetto alle loro regole, rispetto poi a che cosa davvero non lo so! Parlano di creare un "ambiente accogliente e rispettabile"... rispettabile rispetto a che cosa?»

Fa un po' DC anni '70 una frase del genere in effetti.

«No, è proprio la STASI secondo me, l'organizzazione di sicurezza e spionaggio creata nella Germania dell'Est».

Uguale...

«Sì, anche se l'espressione "ambiente rispettabile" evoca, visto che stiamo parlando dell'Italia, situazioni tipo "Boccaccio 70". Un atteggiamento di fondo bacchettone che continua ad auto-alimentarsi. Come no, da Democrazia Cristiana e televisione degli anni '50 e '60, quando si censuravano le gambe delle Kessler in prima serata e si imponevano loro le calze scure e cose così insomma. E' davvero un ritorno al puritanesimo, all'oscurantismo di quegli anni. Io mi sento proprio umiliato nel mio lavoro, offeso... non so. Il non poter comunicare che io abbia fatto un film, che la gente non possa scegliere di andarlo a vedere, per me è una violenza. Non è possibile che tu mi vieti questo, fa parte delle mie libertà, è la mia libertà d'espressione che stai colpendo in maniera quasi scherzosa, perché chi sta decidendo questo? Un algoritmo? Dei ragazzi lì, a Dublino, come ho saputo, che stanno lì per due lire come in un call-center a vedere e decidere loro tra milioni di foto quali colpire?»

E con quale competenza poi?

«Infatti! Senza capire la storia, senza capire lo sforzo che noi stiamo facendo per fare questo film. E' allucinante!»

Tornando a Pannella, abbiamo assistito, dopo la sua scomparsa, a varie commemorazioni. E' stato costruito dai media quasi una sorta di "santino", eppure vediamo che è censurato in qualche modo anche dopo la sua morte. Possiamo dire, anche alla luce dell'intervento di Pannella che c'è nel tuo film, del ruolo che ha nel concetto stesso della liberazione sessuale in Italia, che il vero Pannella è più scomodo oggi di una volta?

«Beh, più che altro lo sono le idee di Pannella! E' la sua forza, la sua ribellione... è il suo anticonformismo che è scomodo. S'è creata per l'appunto la figura iconica di Marco Pannella che viene adesso acclamata. Quando io ho proiettato il film al "Quattro Fontane", dove avevo invitato un po' di amici, persone varie, è scattato subito l'applauso. Questo mi fa un piacere enorme, è chiaro, ma non è soltanto lui come figura, sono le sue idee, le sue battaglie, che noi dobbiamo portare avanti, altrimenti è come farlo morire un'altra volta. Farlo morire in maniera definitiva. Quello che dobbiamo coltivare è il messaggio libertario di Pannella».

Facendo un riepilogo: una persona che vuole vedere questo film segue la programmazione, si presenta al cinema è scopre che è stato tolto improvvisamente.

«È esatto».

Come al solito manca l'auto-determinazione: indipendentemente dal contenuto del film io non avrei il diritto di vederlo. Secondo te da cosa deriva questa censura? Dal mercato che segue quella dei social network?

«La reazione del mercato è molto semplice: un film oggi viene visto esclusivamente come merce. Non c'è più differenza tra un film costruito in maniera indipendente, senza possibilità economiche di promozione, e un qualsiasi film di intrattenimento. Questo che significa? Che se i primi giorni al cinema non funziona, cioè la gente non va, naturalmente viene spazzato via, viene eliminato. Ed è chiaramente una cosa illogica perché non si può mettere sullo stesso piano un lavoro che non ha grandi possibilità di promozione ma è comunque un prodotto culturale, italiano, di cui si è parlato, ha la sua forza, ma si basa esclusivamente sul passaparola, con un altro prodotto più commerciale. Sono due cose diverse, mi devi dare un minimo di tempo. Questa appunto è un'altra forma di censura, ancora più grave perché impedisce proprio al pubblico di vederlo. Non è possibile che siamo stati eliminati così. A parte il fatto che all'inizio hanno messo solo due spettacoli, il primo giorno solo alle 22.30 e gli altri due giorni alle 20.00 e alle 22.30, sempre relegando questo concetto di "porno" come qualcosa che si può vedere soltanto di notte».

La cosa buffa è che non è un film porno, è un film sul fenomeno del porno, sulla cultura del porno. E' stato quindi trattato allo stesso modo in cui negli anni '70 si trattavano i veri e propri porno relegati nei cinemini d'essai, di periferia, ad una certa ora. Questa vicenda possiamo dire che racconta molto sullo stato culturale del paese.

«Assolutamente sì, perché come dicevo prima è la chiave di volta per comprendere questi meccanismi dato che mette in luce delle contraddizioni fondamentali. Anche perché non è un documentario costruito per un pubblico elitario, intellettuale, ma è anche un lavoro popolare. Tutti conoscono questi personaggi: Marco Pannella, Riccardo Schicchi, Cicciolina. Ha bisogno anche di una sala normale, non di essere ghettizzato immediatamente in piccoli circuiti... che poi non abbiamo avuto neanche quelli. La cosa più grave è che ho anche saputo di un cinema, di cui posso tranquillamente fare il nome perché non me ne frega un cazzo, cioè il "Madison", che addirittura ha prima accettato il film, poi lo ha rifiutato per il manifesto, perché questo manifesto avrebbe dato fastidio agli altri film in programmazione, quelli di cartoni animati soprattutto perché frequentati per lo più da bambini. Quindi evidentemente è come se entrando nel cinema, vedendo questo manifesto - come se fosse chissà quale obbrobrio - il bambino venisse disturbato e quindi ce l'hanno eliminato. Vi rendete conto a che livelli siamo? Tanto più, e ora lo dico qua e lo denuncio, che uno dei responsabili del circuito cinematografico che ci ha penalizzato in questo modo - guarda caso! - in quegli anni gestiva le sale a luci rosse».

Questo è un aneddoto incredibile! Fantastico!

«E' surreale! Lo vedi che è lo stesso meccanismo? Tra l'altro queste persone che decidono, così come Facebook, non hanno visto il film. Hanno deciso senza vederlo. Il circuito cinematografico, che ha molte sale, ed è l'unico circuito che dovrebbe salvaguardare un pochino il cinema di qualità, un cinema che comunque lotta in maniera indipendente, neanche lo vede. Di cosa stiamo parlando? Almeno vedilo, no? Si decide quindi in base a dei criteri puramente commerciali. Nessuno va a vedere questo film che parla del porno alle dieci e mezzo di sera, nel weekend, a giugno perciò nel periodo delle partite europee, quindi lo tolgo. Non me ne frega un cazzo! Che tu ci hai lavorato cinque anni a questa cosa qua non me ne frega niente. Punto. Decido così... e non solo ho deciso così, decido di toglierlo un giorno prima, improvvisamente. D'emblée. Di martedì quando, di regola, l'avvicendamento delle pellicole avviene da mercoledì».

Inquietante, davvero.

«Io li dovrei denunciare per danni, dovrei denunciare per danni il "Giulio Cesare" perché, scusate, anche se avete impedito a dieci persone, cinque persone, tre persone, di vedere il mio film e non l'avete comunicato per me è un danno».

Per te è un danno ed è una violazione della libertà del cittadino di vedere quello che gli pare, fondamentalmente. Secondo te, a questo punto, specialmente per quanto riguarda la censura che il tuo film sta subendo nelle sale, chi non vuole che il film venga visto? Chi c'è dietro questa campagna?

«C'è secondo me una cultura moraleggiante verso cui noi stiamo scivolando, un oscurantismo quasi religioso. Un oscurantismo laico/religioso terribile. La nostra cultura sta scivolando verso una melma da cui non so dove arriveremo. Anche perché manca completamente un dibattito culturale e intellettuale. Censurare un film che tratta concettualmente un fenomeno che è uno dei più pervasivi della società contemporanea significa veramente che siamo arrivati alla frutta... non so».

... Con il paradosso che poi effettivamente il porno è uno dei prodotti più acquistati, di consumo, da parte degli utenti in generale...

«Ma sì, assolutamente. E' uno dei fenomeni sociali più pervasivi e tu, paradossalmente, mi vieti di parlarne da un punto di vista, ripeto, concettuale, serio. Di analisi. Perché non dovremmo analizzare questo fenomeno? Attraverso la pornografia passano tantissime istanze: politiche, religiose. Ma ci passa anche la letteratura, ci passa l'arte. E' un linguaggio, un linguaggio della contemporaneità e quindi bisogna analizzarlo, bisogna studiarlo, bisogna capirlo. Da dove nasce, che cos'è, come si è trasformato? Non si può parlare della pornografia oggi senza rendersi conto da dove si è partiti. E cioè dalla forza politica che aveva e come oggi si è trasformata. Parliamone! Perché mi vieti di parlarne?»

Quali azioni intendete intraprendere adesso per cercare di reagire a questa censura di fatto che state subendo?

«Ci dobbiamo chiaramente organizzare e tentare di fare più proiezioni possibile perché il pubblico lo possa vedere, poi magari lo possa anche criticare. Io tra l'altro dovrei anche affrontare un'altra cosa che è successa e secondo me è veramente inquietante, perché ci sono attualmente delle piattaforme che nascono, che sono pervasive e condizionano addirittura il mercato. Come MYmovies per esempio. MYmovies ormai è una specie di piovra nascosta sotto le sembianze di una cultura cinematografica che non è assolutamente tale. Loro sono gli unici che hanno scritto una critica assurda, perché dicono che non c'è un rapporto tra il mio film e la contemporaneità. È evidente la censura che hanno operato: questa scheda così negativa del film è la scheda utilizzata da tutti i maggiori network. Da SKY allo stesso circuito-cinema che adotta come scheda introduttiva al film quella di MYmovies. Quindi la critica non è più fine a se stessa, non so come dire, ma diventa uno strumento per colpire un prodotto che probabilmente non approvano, per orientare i gusti del pubblico in qualche maniera, perché tutti gli esercenti, le manifestazioni, utilizzano la scheda di MYmovies. Io ho avuto dei danni pazzeschi anche con "Come mi vuoi", il mio film del 1996, laddove una critica negativa ha condizionato il lavoro. Intendiamoci, io sono d'accordo con la critica, figuriamoci, perché fa parte anch'essa della libertà. Nel momento in cui io realizzo un'opera tu la devi criticare e sei liberissimo di farlo. Ma non che questa diventa l'unica scheda divulgativa e di ciò nessuno dice nulla perché MYmovies è diventato una potenza talmente forte che nessuno osa aprire bocca. Va' a controllare la mia scheda di MYmovies, leggi quello che c'è scritto e poi vai su SKY o su qualunque circuito... se tu vai al "Fratelli Marx" di Torino, la scheda è presa da lì. Questo va denunciato assolutamente. Perché loro utilizzano sistemi di comunicazione all'avanguardia rendendo il cinema nient'altro che merce e poi chiamano al loro interno delle persone, ragazzi laureati al DAMS o comunque che non hanno una base critica sostanziale; ma, ripeto, non è quello per me il problema, perché tu puoi tranquillamente dire che quello che ho fatto è orrendo, non ha valore. Va benissimo. Ma deve restare lì, non deve diventare una scheda divulgativa su tutti i network principali e su tutti i circuiti cinematografici. Ma stiamo delirando? Mi sento davvero in una gabbia».

Cicciolina l’arte dello scandalo, il documentario in tv. Scrive il 25 novembre 2016 la Redazione di "Tvzap" Sabato 26 novembre alle 23.00 su Sky Arte HD il film scritto e diretto da Alessandro Melazzini che racconta la storia di Ilona Staller e la politica italiana degli ultimi 10 anni. In occasione del compleanno di Ilona Staller (in arte Cicciolina), sabato 26 novembre va in onda alle 23.00 in prima visione su Sky Arte HD(canale 120 e 400 di Sky) e in simulcast su Cielo (DTT 26, Sky 126 e TivùSat 19) Cicciolina – L’arte dello scandalo, il film scritto e diretto da Alessandro Melazzini che racconta con passione e ironia, grazie anche a una approfondita ricerca sul materiale d’archivio, il fenomeno Ilona Stallernelle sue molteplici sfaccettature, collocandolo nel contesto politico italiano del tempo. Ilona Staller, meglio conosciuta come Cicciolina, ha vissuto un percorso artistico e umano forse unico nel panorama mondiale. Partita dall’Ungheria comunista inseguendo i richiami della Dolce Vita italiana, ha trovato nel Belpaese il terreno fertile per una carriera all’insegna dello scandalo. Le sue maliziose foto di ninfa svestita sono state il trampolino di lancio per una fulminante carriera che l’ha vista approdare prima in radio, poi in televisione e al cinema erotico e porno. Unica fino ad allora nella storia delle democrazie, Ilona Staller è riuscita, da pornostar, a farsi eleggere deputata, conseguendo con questa inaspettata vittoria una fama planetaria. Il tempestoso connubio con Jeff Koons, di cui è stata moglie e Musa, ha infine definitivamente consacrato il suo ruolo iconico nella cultura pop contemporanea. “La vicenda personale e artistica di Ilona Staller è un caso raro se non unico nel suo genere” – ha spiegato l’autore, regista e produttore Alessandro Melazzini. “Esaminarla con l’attenzione dovuta ai fenomeni mediatici che si impongono sulla scena internazionale – ha proseguito – è utile anche a capire l’evoluzione della politica italiana (e non) degli ultimi decenni”. “Realizzare un documentario su Cicciolina in coproduzione con il canale culturale ARTE è stato un po’ come compiere un triplo salto mortale – ha aggiunto -, camminando sul filo sottile dell’erotismo, della provocazione e della divulgazione”. “All’inizio non è stato facile convincere Ilona Staller a diventare oggetto di un documentario, ma dopo una lunga fase di avvicinamento, le diffidenze si sono sciolte per portare alla luce una persona collaborativa e intuitiva, che ha sposato il progetto confidandoci le gioie del suo percorso biografico-artistico, ma non nascondendone il dolore”, ha concluso Melazzini.

Cinema: Nel film Cicciolina l’arte dello scandalo, scrive Luca di Carlo su "Agenparl" il 24 novembre 2016. Dopo il successo ottenuto in Francia e in Germania, “Cicciolina l’Arte dello Scandalo” pornografico, politico, legale, ed artistico il nuovo film documentario, che verrà trasmesso per la prima volta in Italia sabato 26 novembre 2016 sui canali T.V. di Sky Arte e di Cielo alle ore 23:00. Una carriera incredibile fatta di battaglie. Prima l’incontro con Riccardo Schicchi, poi con Jeff Koons e poi con Luca Di Carlo. Riccardo Schicchi è l’entusiasmo pornografico. Jeff Koons è lo scultore d’avanguardia americano, di cui è stata musa ispiratrice dell’arte. Luca Di Carlo l’avvocato del diavolo è il suo salvatore. Con i tre Cicciolina ha definitivamente consacrato il suo ruolo iconico nella cultura pop contemporanea. Nella sua vita anche Moana Pozzi nell’orbita della pornografia e della politica. Il matrimonio con Jeff Koons naufragò dopo due anni e mezzo. L’attrice, trasferitasi negli Stati Uniti, ingaggiò una battaglia legale per ottenere l’affidamento del figlio. Ilona Staller rapì il figlio Ludwig Koons dagli Stati Uniti e lo condusse in Italia. Per questa vicenda fu accesa nei suoi confronti oltre ad un processo penale internazionale per sottrazione e rapimento del figlio minore anche una causa per danni morali, promossa da Jeff Koons, che chiese 6 milioni di dollari. Ilona Staller incaricò come suo difensore il leggendario avvocato Luca Di Carlo divenuto famoso con l’appellativo “Avvocato del Diavolo”, contro l’esercito degli avvocati dell’ex marito artista americano Jeff Koons, ed a avuto la vittoria nello storico processo di diritto internazionale penale di Ilona Staller, che fu anche assolta dalla Corte d’Appello di Roma dalle accuse di avere impedito all’ex coniuge di incontrare il figlio, ed avuto la vittoria processuale anche sulla richiesta risarcitoria milionaria promossa da Jeff Koons nel 2008, chiudendo così definitivamente, la storica battaglia legale internazionale del rapimento internazionale del minore dagli Stati Uniti. Luca Di Carlo “l’avvocato della strada” che un giorno disse “i pugili migliori sono quelli che vengono dalla strada così come gli avvocati” vincendo sulla legge regalò, nella redenzione, l’assoluzione a Cicciolina. Luca Di Carlo, Riccardo Schicchi e Jeff Koons erano destinati ad entrare nella storia di Cicciolina. Ilona Staller nell’arte dello scandalo pornografico, politico e legale finisce per diventare arte ed artista dipingendo nell’enfasi della trasgressione una serie di opere d’arte in particolare l’opera d’arte “l’angelo e il diavolo” che ritrae Ilona Staller e l’avvocato Luca Di Carlo il salvatore … il suo compito è illudere che esista il Paradiso in Terra. L’opera d’arte “l’angelo e il diavolo” fu creata da Cicciolina in onore dell’avvocato del diavolo che ha salvato la Vergine eterna di nome Cicciolina vincendo le grandi battaglie nella scandalosa trasgressione delle leggi umane, perché Cicciolina è la Vergine Eterna che può cancellare la colpa e la vergogna dalla vita. Riccardo Schicchi “il manager del porno”, Jeff Koons “lo scultore d’avanguardia”, Luca Di Carlo “l’avvocato del diavolo”, cosa conta davvero: l’oggetto o il progetto? Il porno e l’arte! la trasgressione e la legge! l’amore e il tradimento! Ilona Staller realizza l’opera d’arte “l’angelo e il diavolo” che ritrae Ilona Staller e l’avvocato Luca Di Carlo, e rinuncia pubblicamente ad ogni diritto di copyright affinché l’opera d’arte “l’angelo e il diavolo” sia di proprietà di pubblico dominio.

Rocco Siffredi: «Fare porno, in Italia, è un atto di coraggio». L'attore si racconta e spiega com'è cambiato il mondo del porno in 30 anni di carriera. Ma anche come, in 30 anni, l'Italia non sia cambiata affatto, scrive Greta Sclaunich il 27 novembre 2016 su "Il Corriere della Sera". «Fare il mio lavoro, in Italia, è un atto di coraggio. Ci siamo aperti a tutto, dalla violenza al cinismo. Ma non alla cosa che tutti cerchiamo: il sesso. Facciamo finta che non ci riguardi, e invece abbiamo il diritto di capire e conoscere. A cominciare dalla scuola, dove l’educazione sessuale ancora manca». Quando parla di sé, della sua vita e della sua carriera, Rocco Siffredi parla anche e soprattutto dell’Italia. Che ha lasciato 34 anni fa, appena maggiorenne, per una carriera nel porno che è andata dalla partecipazione alla produzione di film e, ora, anche all’insegnamento grazie alla fondazione, due anni fa, della Siffredi Hard Academy a Budapest. In Italia ci ritorna, certo. Ci ha anche investito, ma niente porno: da noi ha puntato sulla produzione di vino nel natio Abruzzo. Raggiunto al telefono tra uno scalo e l’altro (sta ripartendo da Parigi dove ha presentato «Rocco», il documentario sulla sua vita, per venire a Torino dove è l’ospite d’onore della Fiera Erotica in programma da giovedì 24 a domenica 27 novembre), premette che «questa intervista sarebbe stata diversa se me l’avessi fatta due giorni fa». Due giorni fa, cioè prima di assistere alla presentazione del documentario nella capitale francese: «Tappeto rosso, sala da 800 posti piena, interviste in tv. In Italia? Alla prima, a Roma, una trentina di amici miei e una trentina di fan sfegatati. Nessuno ne ha parlato e quindi nessuno è andato a vederlo. Però scommetto che appena arriverà in tv tutti quelli che si vergognavano di vederlo al cinema, perché-chissà-cosa-pensano-i-vicini, poi lo guarderanno. Come mi hanno guardato quando sono andato all’Isola dei Famosi» (programma al quale, conferma, non tornerà nell’edizione 2017). Quando parla di atto di coraggio, Siffredi si riferisce a sé stesso, «gli italiani amano Rocco Tano (il vero nome dell’attore, ndr), Rocco Siffredi no: rappresenta la trasgressione della quale abbiamo bisogno a letto ma della quale ci vergogniamo nella vita reale». Ma soprattutto alle donne: «A me in fondo è andata bene: fossi stato femmina, mio padre m’avrebbe rotto le gambe - riassume - L’ho detto a Malena, quando ha deciso di lanciarsi nel porno: attenta, per tutta la vita poi sarai la pornodiva e basta». Pazienza se la sua ultima scoperta Malena, al secolo Milena Mastromarino, ha anni di carriera politica (nel Pd) alle spalle: secondo lui quella del porno è una strada dalla quale, in Italia, non si torna indietro. Per questo pochissime decidono di intraprenderla: «Alla Siffredi Hard Academy arrivano tantissime candidature di italiani. Tutti uomini, però: diciamo che di donne, in proporzione, ce ne sarà una su mille. Le ragazze italiane il porno non lo vogliono fare: hanno capito di che pasta sono fatti gli uomini, da noi, e preferiscono non rischiare». Non rischiano - e questo lo dicono i numeri - nemmeno quando si tratta di esprimere i propri desideri. Secondo il sondaggio realizzato dalla Fiera Torino Erotica in occasione del lancio ben quattro donne su dieci si dichiarano insoddisfatte della creatività dei propri partner a letto. Gli uomini insoddisfatti della partner, invece, sono la metà: due su dieci. Siffredi sorride: «Solo quattro? Da quel che sento direi molto di più. Le donne oggi sanno quello che vogliono, se si fanno sottomettere è perché sono loro a deciderlo. Il problema è trovare uomini che davanti a questo atteggiamento non si spaventino. Io non ho paura, sono anni che penso che le donne siano il sesso forte: mi considero femminista». A proposito di donne che sanno quello che vogliono: secondo il sondaggio il 41% delle intervistate possiede un vibratore e il 39%, quindi quasi la totalità, dichiara di usarlo. E a proposito di uomini spaventati e non sicuri di sé: il 20% di quelli intervistati ammette di non essere soddisfatto delle dimensioni delle sue parti intime. «Mi viene tristezza quando vedo uomini che fanno di tutto per cercare di allungarselo - commenta Siffredi - Non hanno capito niente delle donne. Nemmeno della sessualità, che sta tutta nel cervello: il resto sono solo accessori». Secondo lui «quando una persona è serena, non ha bisogno di grandi trasgressioni». Se nella coppia però l’intesa è difficile da raggiungere, come sembrano suggerire altri dati del sondaggio della Fiera Erotica (il luogo preferito dove fare l’amore è il letto per il 60% degli uomini e solo il 15% delle donne, la posizione favorita è in piedi per il 30% delle donne e solo il 2% degli uomini), la soluzione è il dialogo, «che nella mia generazione, quella dei 50enni italiani, spesso manca del tutto». Per questo nei prossimi mesi inaugurerà una sezione della sua Academy dedicata all’educazione sessuale sia per i single che per le coppie, con corsi ma anche weekend di formazione. Per quanto riguarda la scuola tradizionale, invece, continuerà nel suo obiettivo di formare le nuove leve del porno. Impresa non facile: «Una volta in questi film si faceva sesso, ora si fanno atti teatrali: è molto più complesso. Tutti arrivano aspettandosi chissà cosa, poi si rendono conto che si tratta di lavoro: sul set ci si stanca. Ci si ferma, si riparte, se la voglia non c’è devi fartela tornare». Lui ora è passato dall’altra parte dell’obiettivo, ma al suo lavoro, dopo oltre 30 anni, non rinuncerebbe. Anche se, in passato, gli è stata proposta una carriera di tutt’altro genere: «Tre o quattro anni fa mi hanno contattato i Radicali. Ho detto no: non potrei mai fare il politico perché non accetto i compromessi, quindi o mi sentirei fuori luogo io o mi butterebbero fuori subito. Poi mi sembrerebbe incoerente occuparmi di politica, visto che non voto mai. Non voterò neanche il 4 dicembre, al referendum costituzionale. Non ho mai votato: a 18 anni già vivevo all’estero, non seguo la politica italiana e non saprei proprio a chi dare il mio voto».

"PADRI DELLA PATRIA" VITTIME E COMPLICI DELLA NOSTRA ROVINA.

Lettera da Crispi a Garibaldi - Caprera. Torino, 3 febbraio 1863.

Mio Generale! Giunto da Palermo, dove stetti poco men che un mese, credo mio dovere dirvi qualche cosa della povera isola che voi chiamaste a libertà e che i vostri successori ricacciarono in una servitù peggiore di prima. Dal nuovo regime quella popolazione nulla ha ottenuto di che potesse esser lieta. Nissuna giustizia, nissuna sicurezza personale, l'ipocrisia della libertà sotto un governo, il quale non ha d'italiano che appena il nome. Ho visitate le carceri e le ho trovate piene zeppe d'individui i quali ignorano il motivo per il quale sono prigionieri. Che dirvi del loro trattamento? Dormono sul pavimento, senza lume la notte, sudici, nutriti pessimamente, privi d'ogni conforto morale, senza una voce che li consigli e li educhi onde fosser rilevati dalla colpa. La popolazione in massa detesta il governo d'Italia, che al paragone trova più tristo del Borbonico. Grande fortuna che non siamo travolti in quell'odio noi, che fummo causa prima del mutato regime! Essa ritien voi martire, noi tutti vittime della tirannide la quale viene da Torino e quindi ci fa grazia della involontaria colpa. Se i consiglieri della Corona non mutano regime, la Sicilia andrà incontro ad una catastrofe. E' difficile misurarne le conseguenze, ma esse potrebbero essere fatali alla patria nostra. L'opera nostra dovrebbe mirare ad evitare cotesta catastrofe, affinchè non si sfasci il nucleo delle provincie unite che al presente formano il regno di Italia. Con le forze di questo regno e coi mezzi ch'esso ci offre, noi potremmo compiere la redenzione della penisola e occupar Roma. Sciolto cotesto nucleo, è rimandata ad un lontano avvenire la costituzione d'Italia. Della vostra salute, alla quale tutti c'interessiamo, ho buone notizie, che spero sempre migliori. Di Palermo tutti vi salutano come vi amano. Abbiatevi i complimenti di mia moglie e voi continuatemi il vostro affetto e credetemi. Vostro ora e sempre. F. Crispi.

La verità è rivoluzionaria. Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non credo di aver fatto del male. Nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio. Giuseppe Garibaldi (da una lettera scritta ad Adelaide Cairoli, 1868) 

Cronologia moderna delle azioni massoniche e mafiose.

27 marzo 1848 - Nasce la Repubblica Siciliana. La Sicilia ritorna ad essere indipendente, Ruggero Settimo è capo del governo, ritorna a sventolare l'antica bandiera siciliana. Gli inglesi hanno numerosi interessi nell'Isola e consigliano al Piemonte di annettersi la Sicilia. I Savoia preparano una spedizione da affidare a Garibaldi. Cavour si oppone perchè considera quest'ultimo un avventuriero senza scrupoli (ricordano impietositi i biografi che Garibaldi ladro di cavalli, nell' America del sud, venne arrestato e gli venne tagliato l'orecchio destro. Sarà, suo malgrado, capellone a vita per nascondere la mutilazione) [Secondo altre fonti l’orecchio gli sarebbe stato staccato con un morso da una ragazza che aveva cercato di violentare all’epoca della sua carriera di pirata, stupratore, assassino in America Latina, NdT]. Il nome di Garibaldi, viene abbinato altresì al traffico di schiavi dall'Africa all'America. Rifornito di denaro inglese da i Savoia, Garibaldi parte per la Sicilia. 

11 maggio 1860 - Con la protezione delle navi inglesi Intrepid e H.M.S. Argus, Garibaldi sbarca a Marsala. Scrive il memorialista garibaldino Giuseppe Bandi: I mille vengono accolti dai marsalesi come cani in chiesa! La prima azione mafiosa è contro la cassa comunale di Marsala. Il tesoriere dei mille, Ippolito Nievo lamenta che si trovarono pochi spiccioli di rame. I siciliani allora erano meno fessi! E' interessante la nota di Garibaldi sull'arruolamento: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini, e criminali di ogni sorta". 

15 maggio 1860 - Battaglia di Calatafimi. Passata alla storia come una grande battaglia, fu invece una modesta scaramuccia, si contarono 127 morti e 111 furono messi fuori combattimento. I Borbone con minor perdite disertano il campo. Con un esercito di 25.000 uomini e notevole artiglieria, i Borbone inviano contro Garibaldi soltanto 2.500 uomini. E' degno di nota che il generale borbonico Landi, fu comprato dagli inglesi con titoli di credito falsi e che l'esercito borbonico ebbe l'ordine di non combattere. Le vittorie di Garibaldi sono tutte una montatura. 

27 maggio 1860 - Garibaldi entra a Palermo da vincitore!....Ateo, massone, mangiapreti, celebra con fasto la festa di santa Rosalia. 

30 maggio 1860 - Garibaldi dà carta bianca alle bande garibaldine; i villaggi sono saccheggiati ed incendiati; i garibaldini uccidevano anche per un grappolo d'uva. Nino Bixio uccide un contadino reo di aver preso le scarpe ad un cadavere. Per incutere timore, le bande garibaldine, torturano e fucilano gli eroici siciliani. 

31 maggio 1860 - Il popolo catanese scaccia per sempre i Borbone. In quell'occasione brillò, per un atto di impavido coraggio, la siciliana Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto (ME). Issò sopra un carro un cannone strappato ai borbonici e attese la carica avversaria; al momento opportuno, l'avversario a due passi, diede fuoco alle polveri; il nemico, decimato, si diede alla fuga disordinata. Si guadagnò il soprannome Peppa 'a cannunera (Peppa la cannoniera) e la medaglia di bronzo al valor militare. 

2 giugno 1860 - Con un decreto, Garibaldi assegna le terre demaniali ai contadini; molti abboccano alla promessa. Intanto nell'Isola divampava impetuosa la rivoluzione che vedeva ancora una volta il Popolo Siciliano vittorioso. Fu lo stesso popolo che unito e compatto costrinse i borbonici alla ritirata verso Milazzo. 

17 luglio 1860 - Battaglia di Milazzo. Il governo piemontese invia il Generale Medici con 21.000 uomini bene armati a bordo di 34 navi. La montatura garibaldina ha fine. I contadini siciliani si ribellano, vogliono la terra promessagli. Garibaldi, rivelandosi servo degli inglesi e degli agrari, invia loro Nino Bixio. 

10 agosto 1860 - Da un bordello di Corleone, Nino Bixio ordina il massacro di stampo mafioso di Bronte. Vengono fucilati l'avvocato Nicolò Lombardo e tre contadini, tra i quali un minorato! L'Italia mostra il suo vero volto. 
21 ottobre 1860 - Plebiscito di annessione della Sicilia al Piemonte. I voti si depositano in due urne: una per il "Sì" e l'altra per il "No". Intimorendo, come abitudine mafiosa, ruffiani, sbirri e garibaldini controllano come si vota. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono solo 432.720 cittadini (il 18%). Si ebbero 432.053 "Sì" e 667 "No". Giuseppe Mazzini e Massimo D'Azeglio furono disgustati dalla modalità del plebiscito. Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, cosí concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". 

1861 - L'Italia impone enormi tasse e l'obbligo del servizio militare, ma per chi ha soldi e paga, niente soldato. Intanto i militari italiani, da mafiosi, compiono atrocità e massacri in tutta l'Isola. Il sarto Antonio Cappello, sordomuto, viene torturato a morte perchè ritenuto un simulatore, il suo aguzzino, il colonnello medico Restelli, riceverà la croce dei "S.S. Maurizio e Lazzaro". Napoleone III scrive a Vittorio Emanuele: "I Borbone non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno”. 

1863 - Primi moti rivoluzionari antitaliani di pura marca indipendentista. Il governo piemontese instaura il primo stato d'assedio. Viene inviato Bolis per massacrare i patrioti siciliani. Si prepara un'altra azione mafiosa contro i Siciliani.

8 maggio 1863 - Lord Henry Lennox denuncia alla camera dei Lords le infamie italiane e ricorda che non Garibaldi ma l'Inghilterra ha fatto l'unità d'Italia. 

15 agosto 1863 - Secondo stato d'assedio. Si instaura il terrore. I Siciliani si rifiutano di indossare la divisa italiana; fu una vera caccia all'uomo, le famiglie dei renitenti furono torturate, fucilate e molti furono bruciati vivi. Guidava l'operazione criminale e mafiosa il piemontese Generale Giuseppe Govone. (Nella pacifica cittadina di Alba, in piazza Savona, nell'aprile 2004 è stato inaugurato un monumento equestre a questo assassino. Ignoriamo per quali meriti.)

1866 - In Sicilia muoiono 52.990 persone a causa del colera. Ancora oggi, per tradizione orale, c'è la certezza che a spargervi il colera nell'Isola siano state persone legate al Governo italiano. Intanto tra tumulti, persecuzioni, stati d'assedio, terrore, colera ecc. la Sicilia veniva continuamente depredata e avvilita; il Governo italiano vendette perfino i beni demaniali ed ecclesiastici siciliani per un valore di 250 milioni di lire. Furono, nel frattempo, svuotate le casse della regione. Il settentrione diventava sempre più ricco, la Sicilia sempre più povera. 

1868 - Giuseppe Garibaldi scrive ad Adelaide Cairoli:"Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!". Nessuna delle promesse che aveva fatto al Sud (come quella del suo decreto emesso in Sicilia il 2 giugno 1860, che assegnava le terre comunali ai contadini combattenti), era stata mantenuta. 

1871 - Il Governo, con un patto scellerato, fortifica la mafia con l'effettiva connivenza della polizia. Il coraggioso magistrato Diego Tajani dimostrò e smascherò questa alleanza tra mafia e polizia di stato e spiccò un mandato di cattura contro il questore di Palermo Giuseppe Albanese e mise sotto inchiesta il prefetto, l'ex garibaldino Gen. Medici. Ma il Governo italiano, con fare mafioso si schiera contro il magistrato costringendolo a dimettersi. 

1892 - Si formano i "Fasci dei Lavoratori Siciliani". L'organizzazione era pacifica ed aveva gli ideali del popolo, risolvere i problemi siciliani. Chiedeva, l'organizzazione dei Fasci la partizione delle terre demaniali o incolte, la diminuzione dei tassi di consumo regionale ecc. 

4 gennaio 1894 - La risposta mafiosa dello stato italiano non si fa attendere: STATO D'ASSEDIO. Francesco Crispi, (definito da me traditore dei siciliani a perenne vergogna dei riberesi) presidente del Consiglio, manda in Sicilia 40.000 soldati al comando del criminale Generale Morra di Lavriano, per distruggere l'avanzata impetuosa dei Fasci contadini. All'eroe della resistenza catanese Giuseppe De Felice vengono inflitti 18 anni di carcere; fu poi amnistiato nel 1896, ricevendo accoglienze trionfali nell'Isola. 

Note di "Sciacca Borbonica": Sono molti i paesi del mondo che dedicano vie, piazze e strade a lestofanti e assassini. Ma pochi di questi paesi hanno fatto di un pirata macellaio addirittura il proprio eroe nazionale. Il 27 luglio 1995 il giornale spagnolo "El Pais", giustamente indignato per l’apologia di Garibaldi fatta dall’allora presidente Scalfaro (quello che si prendeva 100 milioni al mese in nero dal SISDE, senza che nessuno muovesse un dito) nel corso di una visita in Spagna, così gli rispose a pag. 6:  “Il presidente d'Italia è stato nostro illustre visitante...... Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dott. Scalfaro che il suo compatriota [Garibaldi] non ha lottato per la libertà di queste nazioni come egli afferma. Piuttosto il contrario". Il 13 settembre 1860, mentre l'unificazione italiana era in pieno svolgimento, il giornale torinese Piemonte riportava il seguente articolo. (1): «Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sin da allora così strane che i suoi ammiratori ebbero a chiamarle prodigiose. Un pugno di giovani guidati da un audacissimo generale sconfigge eserciti, piglia d'assalto le città in poche settimane, si fa padrone di un reame di nove milioni di abitanti. E ciò senza navigli e senz'armi... Altro che Veni, Vedi, Vici! Non c'è Cesare che tenga al cospetto di Garibaldi. I miracoli però non li ha fatti lui ma li fecero nell'ordine: 1°)-L'oro con il quale gli inglesi comprarono quasi tutti i generali borbonici e col quale assoldarono 20.000 mercenari ungheresi e slavi e pagarono il soldo ad altri 20.000 tra carabinieri e bersaglieri, opportunamente congedati dall'esercito sardo-piemontese e mandati come "turisti" nel Sud, altro che i 1000 scalcinati eroi...... 2°)-il generale Nunziante ed altri tra ufficiali dell'esercito e della marina che, con infinito disonore, disertarono la loro bandiera per correre sotto quella del nemico eccovi servito un piccolo elenco di traditori al soldo degli anglo-piemontesi, oltre al Nunziante: Generale Landi, Generale Cataldo, Generale Lanza, Generale Ghio, Comandante Acton, Comandante Cossovich,ed altri ancora; 3°)-i miracoli li ha fatti il Conte di Siracusa con la sua onorevolissima lettera al nipote Francesco II° (lettera pubblicata in un post a parte); 4°)-li ha fatti la Guardia Nazionale che, secondo il solito, voltò le armi contro il re che gliele avea date poche ore prima; 5°)-)li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appié del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi; 6°)- La quasi totalità della nobiltà siciliana. Beh, Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista, non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell'universo mondo. Dunque non state a contare le prodezze di Sua Maestà Garibaldi I. Egli non è che il comodino della rivoluzione. Le società segrete (la massoneria) che hanno le loro reti in tutto il paese delle Due Sicilie, hanno di lunga mano preparato ogni cosa per la rivoluzione. E quando fu tutto apparecchiato si chiamò Garibaldi ad eseguire i piani [...]. Se non era Garibaldi sarebbe stato Mazzini, Kossuth, Orsini o Lucio della Venaria: faceva lo stesso. Appiccare il fuoco ad una mina anche un bimbo può farlo. Di fatto vedete che dappertutto dove giunge Garibaldi la rivoluzione è organizzata issofatto, i proclami sono belli e fatti, anzi stampati. In questo modo credo che Garibaldi può tranquillamente fare il giro del mondo a piantare le bandiere tricolori del Piemonte. Dopo Napoli Roma, dopo Roma Venezia, dopo Venezia la Dalmazia, dopo la Dalmazia l'Austria, caduta l'Austria il mondo è di Garibaldi, cioé del Piemonte! Oh che cuccagna! Torino capitale dell'Europa, anzi dell'orbe terracqueo. Ed i torinesi padroni del mondo!». Dai Savoia agli Agnelli, da una famiglia di vampiri ad un altra.....per il Sud sempre lo stesso destino.......dar loro anche l'ultima goccia di sangue. Comunque la Giustizia Divina arriva sempre........i savoia son finiti nella merda e nel ludibrio, gli Agnelli nella tomba e nella droga che certamente sarà il mezzo con quale ci libereremo di questa gente maledetta.

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, scrive Giuseppe Chiellino il 30 giugno 2012 su “Il Sole 24 Ore”. Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi.

CON LA RADIO NON S'IMBROGLIA. VIVA LA RADIO CHE NON MUORE MAI.

La radio? "Il mezzo più umano tra esseri umani". Data per spacciata una prima volta con l'arrivo della televisione, l'invenzione geniale di Marconi resta in ottima salute. Dopo oltre un secolo di vita sta dimostrando di sapersi adattare perfettamente alla stessa rivoluzione digitale. I dati la premiano: ascolti, pubblicità e credibilità continuano a crescere. E il suo potere persuasivo resta intatto: negli Usa può cambiare le sorti della Casa Bianca, a Roma decide spesso il destino degli allenatori di calcio, scrive il 7 dicembre 2015 “La Repubblica”.

Pragmatica e camaleontica di Carlo Ciavoni. Di epigrammi accorati, fiammeggianti, densi di dolore sulla sua possibile tomba, la radio ne ha dovuti ascoltare parecchi nella sua lunga vita. Una vita che alcuni in Italia vogliono far cominciare non tanto 91 anni fa, da quel 6 ottobre 1924 quando ci fu l'inizio ufficiale delle prime trasmissioni dell'Unione Radiofonica Italiana, poi Eiar e poi ancora Rai. No: c'è chi vorrebbe scrivere come data della sua venuta al mondo in Italia l'8 dicembre del 1895, 120 anni fa esatti, quando Guglielmo Marconi fece trillare tre volte un campanello posto a distanza a Villa Grifone nella località che ora si chiama Sasso Marconi. Insomma, è successo in diverse occasioni in tutto questo tempo, di sentirsi trattare come un'anziana e gloriosa combattente, sul punto di essere seppellita da logiche iper-neoliberiste sull'infallibilità del mercato. Sussulto di vitalità. Momenti tristi, dunque, per la radio ce ne sono stati. Ad esempio, anche a metà degli anni Cinquanta, con l'inizio della programmazione Tv. Ma poi nel corso degli anni successivi, in un'altalena di "svenimenti" e "rianimazioni", quando ha dovuto superare fasi in cui è sembrata lì lì per lasciarci o comunque finire nell'ombra. Un vero sussulto di vitalità ci fu poi all'indomani della sentenza della Corte Costituzionale del 1976, la numero 202 del 28 luglio. Cominciava la stagione delle "Radio Libere". Che fino ad allora trasmettevano sfruttando un'interpretazione estensiva della legge allora vigente, la 103 del 1975, col rischio di denunce e sequestri. Nonostante tutto però, molte radio trasmettevano con regolarità. Solo a Roma, alla fine del 1975, ce n'erano già una dozzina in piena attività. L'ultima volta che il respiro della Radio s'è di nuovo fatto pesante, fu agli inizi negli anni '90, quando - ancora una volta - le Tv commerciali sembrava stessero per sferrare il colpo finale e definitivo al medium più antico dell'era moderna. E invece no. Gli anni successivi a quell'ultima stagione un po' opaca hanno al contrario segnato una rimonta impressionante delle emittenti. L'ultima testimonianza viene da una ricerca della Gfk Eurisko e dalla Ipsos, dal titolo che annuncia già il senso e l'esito del sondaggio: "Come afferrare Proteo", il personaggio mitologico dalle forme mutevoli, capace di adattarsi con rapidità ai cambiamenti attorno a lui.  Le analisi delle due società di rilevamento non lasciano dubbi. Dicono e ribadiscono che la radio ha tutti i connotati per essere definita "immortale", proprio grazie alla sua capacità di adeguarsi al mondo che la circonda. Un mondo geneticamente e tecnologicamente mutato, ma nel quale ha saputo convivere con discrezione assieme agli altri strumenti di comunicazione. Ma nello stesso tempo prosperando sulla nuova scena digitale, esibendo numeri che mostrano una crescita costante e, ciò che secondo gli analisti conta di più, aumentando la sua credibilità nella percezione diffusa tra il pubblico. Ha più valore un "... l'ha detto la Radio" che un "... l'ho sentito alla Tv". Lo confermano le statistiche. La ricerca Eurisko-Ipsos s'è svolta tra l'aprile e il maggio scorsi su un campione rappresentativo di 52.903.250 cittadini italiani, circa l'84% della popolazione residente nel nostro paese. I dati più importanti ci parlano della tenace resistenza della radio alle "intemperie" e alle "traversie" incontrate lungo la sua lunga storia. Un mezzo capace di resistere all'urto con l'era digitale, confermandosi un "mezzo di tutti", che vanta una platea complessiva di oltre 35 milioni di persone al giorno, all'interno della quale vive un target pubblicitariamente assai pregiato. Così la radio fa gola agli inserzionisti e ai pubblicitari, proprio perché cresce tra segmenti di pubblico più esposti alle nuove tecnologie, come i giovani. Il sondaggio ci dice infatti che per il 50% dei ragazzi tra 14 e 17 anni e il 47% dei 18-24enni l'ascolto della radio è in aumento rispetto a 3 anni fa. Un altro dato assai interessante è che il 90% di chi ascolta la musica attraverso supporti digitali, ascolta anche la radio, con i giovani che stanno mostrando di farlo con maggiore intensità rispetto al passato. Dice Giorgio De Rita, segretario generale del Censis: "La Radio attira e accresce i suoi ascoltatori con un miscuglio tra continuità con il passato, semplicità d'uso e capacità di trovare ospitalità nei nuovi strumenti della società dell'informazione. Sta giocando una scommessa con il futuro - aggiunge De Rita - esibendosi su tanti fronti e cerca di ricavare dal proprio successo di ascolti una nuova capacità d'integrazione nel mondo dei nuovi media, facendosi carico di una società che ha cambiato il proprio modo di fare coesione sociale". Giorgio Simonelli, docente al corso di laurea di "Linguaggi dei Media" alla Cattolica di Milano, riflette sui livelli di qualità che la radio deve mantenere, curando sempre di più i contenuti, con una più evoluta cultura della programmazione. Cita prodotti radiofonici capaci di "produrre un alto grado di partecipazione emotiva e coinvolgimento intellettuale". Un'attenzione particolare Simonelli la dedica all'audience radiofonica, citando il libro di Enrico Menduni ("Il mondo della Radio. Dal tansistor ai social network", il Mulino)". Sarebbe nato, insomma, un nuovo tipo di pubblico definito "reticolare", il quale "benché minoritario rispetto a quello tradizionale analogico rappresenta una realtà fondamentale, perché anche se non è in grado di generare valore economico, è comunque decisivo nella produzione di quello che Danah Boyd (studiosa statunitense esperta di media e del loro rapporto con i giovani ndr) definisce capitale reputazionale, per cui il pubblico della radio si misurerà sempre meno in base a logiche di massa numerica e sempre più in termini reputazionali, appunto, attraverso strumenti assai vicini alla sfera sentimentale". La prova simbolica della vitale longevità della radio e della sua inesauribile capacità di stupire e di generare gioie, ma anche tensioni e paure, viene da un ormai celeberrimo programma del 1938, La guerra dei mondi, uno sceneggiato radiofonico della CBS, protagonista Orson Welles. È rimasto un caposaldo della radiofonia di tutti i tempi, perché il perfetto realismo dell'interpretazione del grande attore e regista scatenò il panico tra la gente, dopo che Welles annunciò un'invasione di alieni, scesi sulla Terra con diverse astronavi, dalle parti di Grovers Mill, nel New Jersey. Furono in molti a non capire che si trattava di una finzione, nonostante dai microfoni della CBS, sia prima che dopo quella storica puntata del 30 ottobre, fossero stati diffusi avvertimenti che ricordavano, appunto, che si trattava solo di uno sceneggiato radiofonico. Nel corso del tempo è a personaggi e programmi di quella potenza che va attribuito il merito di aver creato, giorno dopo giorno, la fedeltà d'ascolto necessaria a generare la comunità di riferimento di ogni emittente. Di esempi nati sulle nostre onde hertziane e che hanno fatto la storia della radio italiana, ce ne sono numerosi. Rosso e Nero, tanto per citarne uno, che tenne per anni incollati all'apparecchio milioni di italiani il giovedì sera; ma poi tanti altri "monumenti" della radiofonia nazionale, come la Hit Parade di Lelio Luttazzi, Bandiera Gialla, Il Gambero, Alto Gradimento, Chiamate Roma 3131, Fabio e Fiamma la trave nell'occhio, Raistereonotte... fino al Ruggito del Coniglio, Caterpillar e 610 di Lillo e Greg, solo per citarne alcuni, così, un po' a casaccio. Ecco, oltre a questi esempi ci piace ricordarne un altro, che arriva dagli States, Arkansas. Si chiama Sonny Payne, ha 85 anni suonati, ed è ancora oggi, dopo 60 anni, al microfono di King Biscuit Time, un programma trasmesso da un'emittente della città di Helena. Il vecchio Sonny è lì tutte le sere a trasmettere ottimi blues, a dialogare con i suoi ascoltatori e, probabilmente, anche ad invitarli a gridare assieme lui, ogni tanto: "Viva la Radio".

Presta: "Non ha trucchi, nulla la può fermare" di Carlo Ciavoni. "Dicono che dopo un disastro nucleare gli unici a sopravvivere sarebbero gli scarafaggi. Ma non è così", sentenzia Marco Presta, attore, scrittore di successo, da vent'anni autore e conduttore assieme ad Antonello Dose, suo amico d'infanzia, di una delle trasmissioni cult di Radio Rai, Il Ruggito del Coniglio. "Non è così, perché a sopravvivere a tutto sarà soprattutto la radio. Sono sicuro che da qualche parte - dice - dopo quella malaugurata esplosione, si sentirebbe una voce che esce da una radiolina impolverata tra le macerie. Ho in testa questa immagine, sarà grave? Insomma, penso davvero spesso alla sua sostanziale immortalità e questo, secondo me, succede per un motivo molto semplice: la radio appartiene alla sfera del sentimento e i sentimenti, com'è noto, non muoiono mai. Si accendono, si trasformano, si spendono anche, ma vengono comunque rimpiazzati da altri stati emotivi. Insomma, c'è il vuoto sentimentale. "Alla radio - dice ancora l'autore che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura della serie Tv Un medico in famiglia e che collabora alla scrittura dei testi per la Littizzetto - non c'è trucco né inganno, non ci sono paillettes, o smoking, né belle gnocche. C'è un flusso sentimentale che ha la stessa fisiologia e la stessa forza di quello che s'instaura tra esseri umani. Insomma, non c'è bisogno che io stia qui a ripeterlo, ma è un fatto che la radio è il mezzo che somiglia di più e che più di altri entra rapidamente e con efficacia in sintonia con l'animo delle persone. D'altra parte - conclude Marco Presta - la nostra lunga esperienza a Radio 2 con il Ruggito, ce lo continua a confermare: la radio riesce a trasformare in fatti rilevanti tutto ciò che riguarda la vita delle persone, persino le cose più banali. Nessuno riesce a raccontare o a rappresentare emotivamente meglio gli stati d'animo della gente. Ecco perché è immortale". 

La corsa alla Casa Bianca si vince anche in Fm di Alberto Flores D'Arcais. Nell'era di Internet e dei social network, con dibattiti televisivi sempre più noiosi e la crisi della carta stampata, anche negli States la vecchia cara radio vive la sua ennesima giovinezza. Punta di diamante della propaganda politica nella prima metà del secolo scorso (poi arrivò la tv e il famoso scontro Kennedy-Nixon), quando celebri conduttori come Father Charles Coughlin (il prete anti-semita che amava Hitler e Mussolini raccontato da Philip Roth nel suo romanzo "Il complotto contro l'America") erano 'verbo' per milioni di persone, i talk-show sulle radio restano tra i più formidabili veicoli dell'informazione per convincere un elettorato sempre più disattento. Al passo con i tempi del mondo digitale (grazie ai podcast e alle radio satellitari come Sirius) le voci (e la propaganda) degli odierni guru, raggiungono ogni giorno decine di milioni di abitazioni, automobili, diners e via dicendo. Se la National Public Radio (Npr) - l'ente fondato nel 1971 sull'onda del Public Broadcasting Act del presidente Lyndon Johnson per la crescita della radio non commerciali - con il suo network di circa 900 emittenti in ogni angolo degli States mantiene i suoi standard di pubblico servizio (con una tendenza decisamente progressista) nell'informare un'audience che raggiunge ogni settimana oltre 25 milioni di ascoltatori, i veri padroni della radio sono però altri. In primo luogo i conduttori di talk-show più partigiani (e in grande maggioranza conservatori) che sono in grado di dettare gli argomenti più polemici e più esasperati (a volte anche più volgari) del dibattito politico. Conduttori che - in questo caso accomunati conservatori e progressisti - hanno come primo nemico i Palazzi di Washington (dalla Casa Bianca al Congresso) e la politica istituzionale. Campione indiscusso - ormai da più di un decennio - è Rush Limbaugh, 64enne del Missouri che iniziò la sua carriera nell'ormai lontano 1984 (a una radio californiana di Sacramento) che da solo ogni settimana ha un'audience che supera i 15 milioni di ascoltatori. Campione di ascolti e campione di polemiche. Con i suoi attacchi continui a tutto ciò che puzza di 'liberal'(o più semplicemente di democratico), con le sue campagne accusate di razzismo ("prima di parlare togliti l'anello che porti al naso", disse una volta sprezzantemente a un ascoltatore di colore), a favore della pena di morte e contro gli ambientalisti di ogni genere. Negli ultimi anni il suo regno è sempre più in pericolo grazie a Sean Hannity, anche lui conservatore anti-liberal ma meno sanguigno (e più colto) di Limbaugh, che adesso lo tallona da vicino con i suoi 14 milioni di ascoltatori settimanali e con i suoi libri (ad esempio "Liberaci dal male: sconfiggere terrorismo, dispotismo e liberalismo") che finiscono sempre nelle classifiche del New York Times sui libri più venduti. Altro guru radiofonico molto ascoltato è Glenn Beck, volto e star televisiva del canale Fox (il più conservatore, proprietà di Rupert Murdoch) che è anche fondatore e Ceo di Mercury Radio Arts, una casa di produzione multimedia (radio, tv, internet, teatro e carta stampata) e considerato da Hollywood Reporter uno dei cinquanta uomini "più influenti d'America nell'era digitale". Tra i conduttori radiofonici non mancano neanche figli d'arte. Come quelli di Ronald Reagan, uno dei presidenti più amati d'America, oggi divisi da credi e ideologie. Con Michael (figlio adottivo) che con il suo programma era riuscito a raggiungere anche la ottima quota di 5 milioni di ascoltatori alla settimana e Ron, di tredici anni più giovane che - ateo e sostenitore di Obama già nel 2008 - ha tradito gli ideali familiari e lavora adesso per la radio liberal Air America. E i progressisti? Per troppo tempo democratici, liberal e radical hanno delegato a Npr l'informazione "politicamente corretta". Solo negli ultimi anni, un po' come è successo con il canale televisivo all-news MsNbc che si contrappone in modo molto partisan alla Fox, hanno capito che oltre a Internet e ai social network (grande intuizione degli uomini di Obama nel 2008) anche la radio continua ad essere una formidabile macchina da voti. Ed ecco comparire sulla scena uomini come Bill Press - già presidente del partito democratico della California negli anni Novanta, volto conosciuto ai telespettatori di Cnn e MsNbc - che ha lanciato, con discreto successo, il suo talk-show. Un caso a parte è quello di Howard Stern. Produttore, autore televisivo, attore e fotografo, famoso per il suo radio show andato in onda dal 1986 al 2005 (con picchi di venti milioni di audience), ha da dieci anni un contratto milionario con Sirius XM Radio, l'emittente satellitare (per soli abbonati) più seguita d'America. Provocatorio, populista, conduttore di programmi notturni al limite del porno, politicamente può essere definito un 'libertario'. Come molti degli elettori indipendenti che alle elezioni possono fare la differenza.

Urlate e faziose, l'incubo di Roma e Lazio, di Matteo Pinci. C'è una radio che a Roma non si spegne mai. È quella che parla di calcio, e che sia Roma o Lazio non fa troppa differenza: più di cento ore al giorno in cui l'etere soffoca di polemiche e appelli, richieste e tifo, un mormorio costante e sotterraneo che non piace agli allenatori ma fa impazzire la piazza. In fondo, la Capitale s'è fatta interprete della terza declinazione della radio in Italia: dopo quella in musica e quella parlata, qui è fiorita la radio urlata. E pensare che nel 1974 le allora "radio libere" erano nate quasi come un bisbiglio: bastavano 5-10 watt di potenza per trasmettere. Oggi 30 volte tanti non sono sufficienti. Ma come spogliare la città di questa voce rumorosissima e costante che fa da sottofondo alle giornate di ministri e ambasciatori, pizzardoni e autisti atac? Perché il fenomeno non è solo costume, ma una tendenza che coinvolge le masse. Chi ha il microfono diventa un guru riconosciuto nell'universo popolare, si fa portavoce di idee che trovano poi riscontro nell'una o nell'altra tifoseria. Addirittura generano frazioni interne nello stesso gruppo di sostenitori. Alimentando figure diventate mitologiche, nonostante un curriculum non sempre limpidissimo. Paradigma di questa immagine, quasi un capobastone, è Mario Corsi, per tutti "Marione": capopopolo dell'etere, la sua - dicono i dati di ascolto - resta ancora la trasmissione più seguita. Tra le 10 e le 14 metà della Roma che si sposta in auto si sintonizza sulle frequenze in Fm per ascoltarne la voce. Ignorando - o fingendo di ignorare - il passato nei Nar e qualche accusa grave che negli anni ha macchiato la figura del conduttore. I tassisti lo adorano, i tifosi lo detestano e più o meno tutti lo ascoltano. Altra figura mitica dell'etere romano è quella di Carlo Zampa, radiocronista promosso a speaker dell'Olimpico giallorosso nell'anno dello scudetto che i bambini fermano per strada chiedendogli di mettersi i posa per un selfie.Tra chi parla di Lazio il capostipite resta invece indiscutibilmente Guido De Angelis, editore della rivista Lazialità, commentatore di rilievo delle emittenti in biancoceleste. Un guru, appunto. "Le radio romane sono sempre molto negative, non hanno mai un equilibrio e questo può influenzare il pubblico e la squadra", dice ogni volta che si ritrova a parlarne uno sceriffo dello spogliatoio come Fabio Capello. Lui, che pure aveva dovuto convivere con il brusio altrettanto diffuso di Madrid, nei cinque anni a Roma se n'è fatto un'idea limpida, evidentemente. Almeno tre stazioni parlano abitualmente della Roma, altrettante della Lazio, più una mista. Si chiamano Teleradiostereo o Centrosuono Sport, Radio sei o Radio Incontro Olympia, Rete Sport e Radio Radio, nomi generici che nella stragrande maggioranza dei casi per i tifosi vogliono dire invece appartenenza a una o all'altra bandiera: in tutto, una copertura che supera le 100 ore di trasmissione quotidiana, oltre 1.000 settimanali. E il fenomeno è dilagato al punto che anche le società di Pallotta e Lotito si sono dotate di una propria emittente radiofonica: un tentativo di contrastare il chiacchiericcio indirizzando l'ascoltatore verso una comunicazione istituzionalizzata. Tentativi che però non hanno soffocato la voce libera di chi strilla e contesta, punta l'indice dopo lo sconfitte per poi alzarlo al cielo dopo una vittoria. E non fanno sconti: a nessuno. Se n'èaccorta Francesca Brienza, la fidanzata dell'allenatore della Roma, quando le è scappato un commento sul tema: "Uno degli elementi più pericolosi che ci sono a Roma - ha detto - sono le radio romane, e chi dice il contrario è perché non le ha mai ascoltate". Il fuoco incrociato su Lady Garcia ne è la prova ulteriore: la radio (romana) non si discute, si ascolta.

L'oggetto muore, parole e musica sono eterne, di Ernesto Assante. “Abbassa la tua radio per favor”, recitava il testo di una celebre canzone, “Silenzioso slow” del 1940. Difficile che oggi qualcuno possa ripetere la stessa frase, perché di radio, in giro, ce n'è sempre di meno. Intendiamoci, parliamo dell'oggetto fisico, dei ricevitori che dal secolo scorso ci accompagnano e che hanno preso forme sempre diverse, perché la radio, come strumento di comunicazione, funziona egregiamente, ha un grande successo e nelle sue forme più innovative e moderne, quelle digitali, sta addirittura conquistando nuovi spazi e nuovo pubblico. La radio, come oggetto fisico, invece, è sempre meno diffusa, sempre meno presente. Basta andare in un grande magazzino d'elettronica per rendersene conto, i modelli presenti nei negozi sono sempre di meno, e l'offerta cala di anno in anno, persino per i nostalgici è diventato difficile trovare delle macchine che siano solo e soltanto radio. La radio non è più un oggetto ma un concetto, una funzione all'interno di altri oggetti, un modo di organizzare contenuti e renderli fruibili al pubblico. La radio “vecchio stampo” resiste a fatica, insomma, a casa ha sempre meno spazio, in macchina gode ancora di buona salute, ma ovunque si trasforma, cambia forma. Oggi non c'è una “radio”, anzi a dire il vero uno dei problemi più grandi per chi ama il mezzo e vorrebbe poter avere un ricevitore in grado di poter catturare tutte le forme possibili di radio che oggi abbiamo a disposizione è proprio che non c'è ancora un oggetto definitivo che offra la possibilità di ascoltare le radio web only, le radio tradizionali in am e fm, le radio digitali, quelle satellitari e i podcast. Si, perché a definire la radio oggi non è più nemmeno il sistema di trasmissione, perché solo parte della radiofonia trasmette usando “onde radio o radioonde sono onde elettromagnetiche, appartenenti allo spettro elettromagnetico, nella banda di frequenza compresa tra 0 e 300 GHz ovvero con lunghezza d'onda da 1 mm all'infinito”, come recita Wikipedia. La radio oggi arriva a noi attraverso la televisione, i computer, gli smartphone e i tablet, i satelliti, internet, e a dire il vero in molti di questi casi per definirla avremmo bisogno di nomi nuovi. Del resto, in principio, più di cento anni fa, la radio non aveva nemmeno questo nome. E non assomigliava in nessun modo all'oggetto che noi oggi conosciamo ed amiamo. I primi esperimenti di Marconi erano in realtà trasmissioni radiotelegrafiche, in cui dei segnali, dei piccoli rumori, venivano trasmessi da una parte all'altra, da un trasmettitore a un ricevitore. Bisognerà aspettare circa venti anni per arrivare ad ascoltare qualcosa che fosse una trasmissione d'intrattenimento, fatta per un pubblico di ascoltatori, un programma vero e proprio, come quelli che siamo abituati ad ascoltare ai giorni nostri. L'oggetto radiofonico è cambiato parallelamente al suo diverso uso ed alla crescente popolarità del mezzo. E si è aggiornato seguendo i tempi e le mode. Le prime radio erano degli oggetti meccanici che avevano poco fascino ma erano perfette per l'uso che se ne faceva nei primi anni del Novecento. La radio in origine altro non era che un "wireless telegraph", un telegrafo senza fili per comunicazioni da punto a punto, lì dove le linee telegrafiche non erano utilizzabili o affidabili. Il passo seguente fu quello di una trasmissione da una fonte simultaneamente a molti riceventi, usando il linguaggio Morse, e le macchine, pur modificandosi e migliorando, non furono molto diverse nell'aspetto. Erano macchine, erano utili per comunicare, non erano ancora strumenti di divertimento o intrattenimento popolare. Tutto cambiò con l'introduzione delle valvole elettroniche, che potevano essere usate in circuiti elettrici che rendevano i ricevitori radiofonici e agli amplificatori centinaia di volte più potenti e che potevano essere utilizzati per costruire dei trasmettitori più compatti ed efficienti. In pochi anni arrivarono sul mercato le prime vere e proprie radio, degli oggetti di legno, abbastanza grandi all'inizio, poi di dimensioni sempre più contenute. Oggetti eleganti, perché dovevano occupare un posto importante nelle case dei pochi fortunati che ne possedevano una, oggetti che avevano un design raffinato e che erano di facile uso. Tra gli anni venti e trenta la radio attraversa un clamoroso periodo di “boom”, entra nelle case di milioni di persone in tutto il mondo e la scatola magica dalla quale escono voci, suoni e rumori, diventa sempre più piccola, meno costosa e di maggiore qualità. Le dimensioni si riducono anche perché la radio, visti i costi in discesa e la sua ampia diffusione, non è più confinata nelle stanze delle case di ricchi signori, ma inizia a entrare in quelle di tutta la popolazione. L'oggetto diventa prodotto in serie, la stessa radio, lo stesso oggetto, è replicato in copie numerose e assume dimensioni da tavolo, più piccola e compatta. Tra gli anni trenta e quaranta l'oggetto radiofonico viene declinato in mille modi diversi, in modelli tra loro molto differenti, da quelli piccoli e compatti a veri e propri mobili in grado di occupare il posto d'onore nel salotto buono, dai grandi cassoni privi di forme ai piccoli oggetti di design, firmati anche, in alcuni casi, da veri e propri artisti. Quando alla fine degli anni Quaranta arriva la radio a transistor tutto cambia nuovamente: la radio non è più un oggetto casalingo, ma un modernissimo e portatile strumento in grado di seguirci durante tutto il giorno. Le piccole radioline a transistor conquistano i cuori degli ascoltatori degli anni Cinquanta, entrano nelle tasche, sono comode e leggere, permettono di ascoltare musica e notizie ovunque. La portatilità non è soltanto una rivoluzione tecnologia, ma il motore di una clamorosa rivoluzione culturale, attraverso la quale la radio conquista il ruolo centrale all'interno dell'universo dell'informazione che ha conservato fino ad oggi. Le radio perdono anche l'ultimo pizzico di seriosa importanza che avevano fino ad allora conservato, escono dalle case e dal controllo dei capifamiglia e diventano di plastica, si colorano di rosso, di giallo, di verde, diventano un oggetto dal costo bassissimo, perfetto per tutte le tasche e soprattutto per quelle dei giovanissimi, che eleggono la radio come strumento di comunicazione principale, come mezzo di divertimento e di svago, come piccolo simbolo generazionale, da mettere accanto ai dischi, ai jeans e al rock'n'roll. E gli adulti? Beh, di certo non vengono tagliati fuori dall'evoluzione della radio, anzi, l'avvento dell'alta fedeltà, intesa come una migliore esperienza di ascolto, porta alla nascita di apparecchi radiofonici costosi e più sofisticati, con amplificatori più potenti, filtri, e circuiti elettrici meno rumorosi, in grado di far ascoltare i suoni della radio in maniera più fedele all'originale. Se le piccole radio a transistor che si sentono piuttosto male catturano i cuori dei giovanissimi, le radio da salotto, comprensive di giradischi, degli anni Sessanta conquistano i genitori e gli appassionati di musica, che vogliono ascoltare sempre meglio la musica. Se a questo si aggiunge che i dischi, rigorosamente monofonici, cominciano ad essere stereo, si comprende come la qualità delle trasmissioni radio fosse destinata a migliorare costantemente. I ricevitori radiofonici diventano degli “elementi” dell'impianto stereo, perdono la forma tradizionale della radio per diventare “pezzi” di un insieme sonoro più ricco e complesso. Per la radio la chiave di volta per conquistare sempre di più il pubblico resta la portatilità. Ed ecco allora arrivare le autoradio, delle macchine che inizialmente garantivano un ascolto abbastanza limitato ma che in brevissimo tempo, complice il miglioramento delle trasmissioni e della copertura del territorio da parte delle emittenti, diventano un oggetto desiderato da ogni automobilista del mondo. Le autoradio si diffondono lentamente, a causa dei costi molto elevati dei ricevitori, ma con il passare degli anni diventano un accessorio di serie in tutte le macchine. Quando le trasmissioni in fm vengono “liberate” e nascono le radio private per l'oggetto radio inizia una nuova vita: la stereofonia si diffonde ovunque e le emittenti si moltiplicano come i funghi. Negli anni Ottanta, con l'avvento del walkman, anche la radio si adegua alla nuova moda, diventa sempre più piccola, elimina l'ascolto “aperto” in favore delle piccole cuffiette, si nasconde in mille altri oggetti, diventa radiosveglia, si fa piccina piccina e entra negli orologi, oppure cresce per diventare un ghetto blaster di grandi dimensioni. Insomma, non c'è più una radio ma mille oggetti che trasmettono musica e parole sulle frequenze preferite. E tra breve non ci sarà più nemmeno l'oggetto in se: già oggi è così, con le radio satellitari, che arrivano nelle nostre case dai ricevitori delle tv digitali, o con le radio internet, che non hanno bisogno nemmeno di un ricevitore e sono nascoste tra le pieghe del web, o con quelle che sono nelle nostre tasche all'interno del telefono cellulare o del lettore mp3. Insomma mentre il segnale della radio ha ampiamente superato i cento anni e gode di ottima salute, l'oggetto radiofonico sembra sempre di più destinato a sparire, a diventare una funzione di altri oggetti, a mescolarsi ad altri suoni, ad altre voci, restando sempre, straordinariamente, presente. La radio, nel nuovo mondo digitale, è un modo di organizzare contenuti, non più un modo di trasmetterli e riceverli, cosa che potremmo dire allo stesso modo dei giornali, o dei dischi, che perdendo fisicità hanno perso la forma comprensibile alla quale eravamo abituati. La radio, però, ha un vantaggio, è straordinariamente “contemporanea”, perché è per sua natura portatile, on demand, personalizzabile, si adatta con estrema facilità al nuovo mondo e alle nuove regole. E ha ancora uno splendido futuro davanti a sé. 

INCHIESTA SUL CINEMA. DOVE SONO I SOLDI DELLE STAR?

Inchiesta sul cinema: "I soldi delle star finiti in un buco nero". Roma, compensi mai pagati dall'ente Imaie. La battaglia della cooperativa di Elio Germano. Nel mirino il nuovo cda dell'istituto. L'ipotesi è abuso d'ufficio. Cento milioni in ballo, scrive Conchita Sannino il 9 dicembre 2015 su “La Repubblica”. Fosse un film, sarebbe un legal thriller ambientato tra salotti romani, politica e spettacolo. E scorrerebbe sui volti di un cast affascinante: Elio Germano, Valeria Golino, Neri Marcoré, Michele Riondino, Claudio Santamaria e altri, capitanati dalla collega Cinzia Mascoli. Peccato che attori di rango, allenati ai ruoli scomodi e nella vita inclini all'impegno, qui non recitino: raccontano invece un pezzo di zona grigia, una battaglia per il riconoscimento di tutele e compensi, i cosiddetti "diritti connessi" ai passaggi di opere cinematografiche, musicali o audiovisive su network radio e tv (Rai, Mediaset, Sky, La 7). Una storia vera, con fiumi di denaro. E con un titolo ostico: che fine ha fatto la massa di fondi mai distribuiti dal vecchio Imaie, l'ex istituto mutualistico, alla folla di artisti interpreti ed esecutori che ne avevano diritto? Quasi cento milioni: in un cantuccio da anni. Perché? È la domanda a cui ora un'inchiesta della Procura di Roma sui vertici del nuovo Imaie proverà a rispondere. Misteri che hanno spinto questi artisti, caduto l'opaco monopolio del vecchio Imaie, a costituirsi in una società di distribuzione dei profitti, la Artisti 7607, guidata dalla Mascoli. I riflettori si riaccendono così sulla vicenda che qualcuno voleva sepolta. Ed è rabbia per quello che Marcoré chiama "un triste garbuglio", che Germano indica come "una storia piena di zone d'ombra", e che la Mascoli definisce "una commedia italiana che non fa ridere", sebbene per questa definizione sia stato chiesto loro un risarcimento di mezzo milione. Perché quel tesoro è rimasto lì congelato? Per quale scopo o convenienze si è consumato un abuso? Tra le motivazioni, una grottesca: non si trovavano i destinatari da pagare. Intanto dilagavano sprechi, assunzioni clientelari, truffe. E ancora: come mai i commissari liquidatori di oggi (3 milioni di parcelle, in tutto) hanno affidato alla stessa struttura operativa del vecchio Imaie il compito di ricalcolare le quote degli artisti, considerata l'incapacità del passato? L'inchiesta penale è in mano al pm Paolo D'Ovidio, indaga la Gdf. Tra gli indagati, i commissari liquidatori Giovanni Galloppi, Enrico Laghi e Giuseppe Tepedino. E il nuovo cda: Sabino Mogavero, Andrea Marco Ricci, Silvano Picardi, Franco Trevisi, con il presidente, l'avvocato Andrea Micciché (in lieve conflitto d'interesse, essendo anche stimato consulente di Emi, Raitrade e Fox Italia). L'ipotesi: abuso d'ufficio. Tra i primi ad essere sentiti, il professor Laghi, assistito dall'avvocato Carlo Longari. Il quale, interpellato, non ha tempo: "Nessuna opacità, siamo sereni". Sarcasmo: "Hanno costretto gli attori a ragionare, incredibile ", accusa Elio Germano, l'attore pluripremiato in versione capelli rasati, dal set francese dove veste i panni di Francesco d'Assisi. "E poiché quello che scoprivamo sul sistema Imaie non ci piaceva per niente, appena c'è stata la liberalizzazione, ci siamo organizzati senza intermediazioni: per distribuire con trasparenza ed efficienza". Risorse e criteri che ormai vedono radicalizzarsi lo scontro. Da un lato il nuovo Imaie nato nel 2010 dalle ceneri del vecchio, estinto dal prefetto di Roma per "incapacità gestionale " un anno prima e messo in liquidazione. Dall'altro, appunto, la 7607, ormai sotto attacco con sei contenziosi. L'ultimo duello ha visto prevalere il nuovo Imaie. "Ma non è vero che ci hanno bloccato 3 milioni - sostiene la Mascoli - la controparte ha ottenuto una inibitoria per quei soldi che restano da distribuire della cosiddetta copia privata 2012-2013, somme di molto inferiori, su cui abbiamo promosso reclamo. E ci auguriamo che i giudici esamineranno accuratamente gli atti". Un Marcoré affilato aggiunge: "A peggiorare tutto, ci si è messo il decreto 2014 che invece di riordinare la materia, ha interrotto la liberalizzazione, assegnando singolari vantaggi all'ex monopolista Imaie". Anche Santamaria va giù duro: "Abbiamo registrato conflitti di interessi, anomalie, è bene se ne occupino i pm". Prossima udienza al civile, tra due giorni. E intanto si apre il nuovo filone, nella Procura guidata da Giuseppe Pignatone. Mentre quelli di 7607 non mollano, neanche di fronte a condizionamenti e "ricatti" sui set. Tenacia. Germano e Marcoré: "In questo clima avvelenato, ci sono pressioni e boicottaggi: con l'obiettivo di penalizzare, nelle produzioni, gli attori iscritti alla nostra cooperativa". Cinzia Mascoli: "Può sembrare noioso, ma se fosse un film, gli spettatori, vi assicuro, starebbero con noi". Un cast di livello, e un legal thriller non indolore.

PERCHE’ STAMPA E TV TACCIONO SULLA BRUZZONE?

La domanda è sorta spontanea al dr Antonio Giangrande che sulla vicenda di Avetrana ha scritto il libro ed il sequel “Sarah Scazzi. Il Delitto di Avetrana, Il resoconto di un Avetranese”. Questione importante, quella sollevata da Antonio Giangrande, in quanto se fondata, mette in una luce diversa il rapporto tra la stessa dr.ssa Bruzzone e Michele Misseri, suo accusatore.

Veniamo alla notizia censurata dai media.

La criminologa Roberta Bruzzone vittima di stalking, si legge su “ net1news” dal 12 gennaio 2015. “La criminologa e psicologa Roberta Bruzzone ha denunciato il suo ex fidanzato per stalking. Proprio grazie alla sua professione, la donna si è spesso occupata di vittime di molestie e persecuzioni e mai forse avrebbe pensato di vivere tutta quell’angoscia in prima persona. Roberta Bruzzone che conduce una trasmissione sul canale tematico del digitale terrestre “real time” è ormai un volto noto essendo spesso ospite nei salotti televisivi in qualità di esperta della materia. La donna è però entrata a far parte della folta schiera di vittime di molestie. A perseguitarla, l’ex fidanzato, appartenente alle forze dell’ordine che dopo una relazione durata cinque anni, chiusasi nel 2008 ha cominciato a tormentarla. Telefonate, sms, ma anche pedinamenti e agguati veri e propri: “E’ arrivato a puntarmi una pistola alla tempia – ha confessato la criminologa – è pericoloso”. La Bruzzone ha denunciato il suo ex per ben sette volte. L’uomo ha anche diffuso calunnie sul suo conto via internet. Ora pare le cose vadano meglio.  Sulla questione ci sono degli aggiornamenti. A riferirle a Net1 News tramite raccomandata sono i legali dell’interessato, secondo cui la dottoressa Bruzzone per le sue dichiarazioni ai media è stata rinviata a giudizio per diffamazione aggravata: la prima udienza del processo è stata fissata per quest’anno. Al processo, sempre secondo quanto riferisce la raccomandata ricevuta, si costituiranno parte civile alcune associazioni a tutela delle donne.”

A quanto pare l’interessato, che sembra abbia presentato varie controquerele, si lamenta del fatto che il perseguitato è proprio lui e che ciò sia fatto per screditarlo dal punto di vista professionale, perché entrambi i soggetti svolgono la stessa professione, anche con comparsate in tv.  

Visionando l’atto pubblico si anticipa già che il processo a carico della Bruzzone avrà vita breve. Non perché non sia fondata l’accusa, la cui fondatezza non mi attiene rilevare, ma per una questione tecnica. I tempi adottati per la fissazione della prima udienza e il fatto che vi è un errore di procedura da parte del Pm (non si è rilevato il possibile reato di calunnia continuato e comunque il reato di atti persecutori, stalking, e quindi si è saltata la fase dell’udienza preliminare) mi porta a pensare che la prescrizione sarà l’ordinario esito della vicenda italica. Comunque un Decreto di Citazione a Giudizio diretto presso un Tribunale Monocratico contiene già di per se il seme del dubbio sul carattere della persona incriminata. Sospetto insinuato proprio da un magistrato e per questo credibile, salvo enunciazione di assoluzione postuma.

A me non interessa la vicenda in sé. Sarà la magistratura, senza condizionamenti, a decidere quale sia la verità. E sarà, comunque, la persona offesa dalla diffamazione in oggetto a dire la sua anche sul comportamento di alcuni organi di stampa citati in querela. Il professionista, noto perché svolge la stessa professione della Bruzzone, non cerca pubblicità, anche se, per amor di verità, è citatissimo sul blog di Roberta Bruzzone. In questa sede una cosa, però, mi preme rilevare. Dove sono tutti quei giornalisti che per la Bruzzone si stracciano le vesti, riportando a piè sospinto su tutti i media ogni sua iniziativa, mentre questa notizia del suo rinvio a giudizio non è stata ripresa da alcuno? Che ciò possa inclinare la sua credibilità e minare l’assunto per il quale Michele Misseri non abbia avuto alcun condizionamento nell’accusare la figlia Sabrina?

Oltre tutto la dr.ssa Bruzzone non ha gli stessi trattamenti di riguardo in Fori giudiziari che non siano Taranto.

A scanso di facili querele si spiega il termine “di riguardo” usato, riportandoci alle dichiarazioni del 19 marzo 2013 fatte dall’avv. di Sabrina Misseri, Franco Coppi: «Come si può definire priva di riscontri la confessione di un uomo che fa trovare il cadavere e il telefonino della vittima?», ha detto ancora Coppi. «Le motivazioni della successiva ritrattazione - ha aggiunto - rivalutano la confessione di Misseri come unica verità. La confessione del 6 ottobre 2010 spiazza i pubblici ministeri che già si erano affezionati alla pista che porta a Sabrina Misseri. Mi chiedo se quel metodo di indagine non sia contrario allo spirito del codice di procedura penale. I mutamenti di versione da parte di Michele avvengono quasi sempre dopo sospensioni di interrogatorio e su richiesta del difensore, anche con qualche aiuto involontario di quest'ultimo». Esempio, ha detto Coppi, l'interrogatorio in carcere di Michele Misseri del 5 novembre 2010, in cui l'agricoltore accusa la figlia Sabrina del delitto, e «al quale non si comprende a quale titolo partecipa la criminologa Roberta Bruzzone quale consulente di parte». «Michele è scaltro - ha aggiunto - e coglie l'occasione per accusare la figlia. C'è stata un'opera di persuasione efficace nei suoi confronti. E poi perché non dice nulla su quello che per gli inquirenti sarebbe il vero movente dell'omicidio, non dice nulla sull'arrivo di Mariangela, sulla moglie, e non basta dire, come fanno i pubblici ministeri, che lui non sapeva nulla perché non era in casa al momento del delitto».

Ecco, quindi, che a proposito dei diversi trattamenti riservati a Roberta Bruzzone si cita Savona. A Savona il tanto atteso colpo a sorpresa della parte civile non è arrivato, scrive “Il Secolo XIX”. Anzi. L’irruzione nel processo per il delitto di Stella della notissima criminologa genovese Roberta Bruzzone, è stato bloccato sul nascere dal giudice delle udienze preliminari Emilio Fois che ha respinto l’istanza del legale di Andrea Macciò, ucciso con un colpo di fucile al cuore il 13 dicembre 2013 da Claudio Tognini, di un incidente probatorio per la verifica dello stato dei luoghi dove si è consumato il dramma. L’obiettivo della parte civile sarebbe stato quello di cercare tracce ematiche nella cucina di Alessio Scardino, il proprietario del fucile che ha sparato e dell’alloggio, per arrivare ad una nuova ricostruzione dei fatti. Se il pubblico ministero Chiara Venturi non si è opposta alla richiesta, ci ha pensato il giudice a rigettarla.

Vittima di stalking denuncia la criminologa Bruzzone. Marzia Schenetti, parte offesa a processo contro l'ex fidanzato, si è sentita diffamata da una lettera della nota criminologa ora agli atti della causa di Tiziano Soresina su “La Gazzetta di Reggio”. Due donne contro, di cui una a dir poco famosa visto che è spesso ospite di Bruno Vespa nel suo programma televisivo “Porta a porta”. Stiamo parlando della criminologa 41enne Roberta Bruzzone che, a partire da febbraio, dovrà affrontare un processo (davanti al giudice di pace) per diffamazione, visto che è stata denunciata dall’imprenditrice toanese 48enne Marzia Schenetti, conosciuta da tempo per la sua battaglia legale contro l’ex fidanzato Rodolfo “Rudy” Marconi che accusa di stalking. Il processo è ancora in corso, ma è proprio nell’udienza del 17 maggio 2013 che “esplode” questa vicenda. Le due professioniste si erano conosciute stando dalla stessa parte della barricata, cioè aderendo entrambe all’Associazione costituita per offrire sostegno e tutela alle donne vittime di violenza. E’ in quest’ambito che fra le due nascono delle frizioni, talmente poco edificanti da finire a carte bollate. In questo clima avvelenato “piomba” – nel processo in cui la Schenetti è parte offesa come vittima di stalking – una lettera della criminologa che viene depositata agli atti dal legale di Marconi. Secondo il capo d’imputazione in quella lettera si offende la reputazione dell’imprenditrice di Toano che viene definita “soggetto alquanto discutibile che ha mostrato, in una serie innumerevole di occasioni, la propensione a mentire e manipolare fatti e circostanze al solo scopo di danneggiare le persone verso cui nutre rancore”. Giudizi sulla Schenetti che diventano vere e proprie rasoiate: “Del tutto inadatta a cimentarsi con un tema così delicato e complesso come la violenza sulle donne e sui minori, persona con problematiche personologiche incline a distorcere e mistificare la realtà, al solo scopo di recare danni a soggetti che non erano disposti ad assecondarne le sue irrealistiche aspettative di fama, successo e arricchimento personale o che, come nel caso della scrivente – rimarca la criminologa – avevano la colpa di metterla in secondo piano». Con l’ultimo deciso affondo: “Persone come la Schenetti rappresentano un gravissimo ostacolo per le vere vittime di violenza e che il Marconi è stato raggiunto da una serie di false accuse, costruite a tavolino allo scopo di poter permettere alla presunta vittima di sfruttare biecamente la sua condizione ed ottenere così visibilità mediatica”. La Schenetti, tramite l’avvocatessa Enrica Sassi, ha denunciato per diffamazione la criminologa e di recente il giudice di pace ha respinto la richiesta di proscioglimento avanzata dal difensore della Bruzzone, fissando le date del processo. «In realtà la diffamata sono io – replica la nota criminologa – e ho denunciato la Schenetti in procura a Roma. Testimonierò nel processo e, atti alla mano, spiegherò come stanno veramente le cose. Quella lettera è il mio pensiero e ritengo di avere agito in buona fede».

La criminologa tv finisce a processo. Roberta Bruzzone imputata per diffamazione. Tra i testimoni anche il generale Luciano Garofano, ex comandante dei Ris. Lei: «La vera vittima sono io» di Benedetta Salsi su “Il Resto del Carlino”. Dalle poltrone bianche di Bruno Vespa, alle aule del tribunale di Reggio. Roberta Bruzzone, 41 anni, la fascinosa criminologa forense, si trova ora catapultata nella prospettiva opposta: imputata per diffamazione nei confronti di una reggiana, presunta vittima di stalking. Tutto accade il 17 maggio del 2013, nel bel mezzo di un delicato processo per stalking, e ruota attorno a una lettera che è stata inviata dalla Bruzzone all’avvocato difensore di Rodolfo Marconi, poi letta ad alta voce in aula ed entrata nel fascicolo. Per questo è accusata di «aver inviato una missiva diretta a più persone — si legge nel capo di imputazione — nella quale offende la reputazione della donna, che definisce ‘soggetto alquanto discutibile che ha mostrato la propensione a mentire e manipolare fatti e circostanze’». E ancora: «Del tutto inadatta a cimentarsi con un tema così delicato come la violenza sulle donne e sui minori». Il riferimento, diretto, è a un’associazione contro le vittime di violenze alla quale avevano aderito sia la presunta parte offesa sia la Bruzzone. In quel contesto era nato uno screzio fra le due donne, sfociato poi in querele e controquerele. Quella lettera, però, viene acquisita dall’avvocato Enrica Sassi e ne parte una citazione diretta al giudice di pace; poi un processo, proprio nei confronti della Bruzzone. Nella missiva, infatti, il personaggio tv ribadiva come la parte civile di quel processo fosse «incline a distorcere la realtà, al solo scopo di recare danni a soggetti che non erano disposti ad assecondarne le sue irrealistiche aspettavate di fama, successo e arricchimento personale». Non solo. Avrebbe anche aggiunto, nero su bianco, che i soggetti come lei «rappresentano un gravissimo ostacolo per le vere vittime di violenza». L’ipotesi di reato, dunque, è diffamazione. Il giudice di pace, mercoledì, ha respinto la richiesta di proscioglimento avanzata dal difensore della Bruzzone, Emanuele Florindi, e ha fissato le date delle prossime udienze: 4, 11, 18 e 25 febbraio. Tra i testimoni della parte offesa, c’è poi un altro personaggio di spicco: il generale in congedo Luciano Garofano, ex comandante dei Ris. Ma la Bruzzone, combattiva più che mai, si difende: «Si tratta di un ricorso diretto al giudice di pace che non ha avuto nemmeno il vaglio del pm — incalza —. Lei mi accusa in maniera falsa e infondata ed è stata a sua volta querelata da me. Quella lettera era stata mandata in virtù di consulente esperta, chiamata dal suo avvocato. Da sempre porto avanti una battaglia contro le finte vittime di stalking e questo mi pare uno di quei casi». Promette, anche, che arriverà qui, a spiegare le sue ragioni: «Io verrò a Reggio e sarò sottoposta a esame, come ho richiesto: intendo dimostrare a tutti chi è questa donna: una persona a caccia di visibilità, che non ha ottenuto in altro modi». Una prima udienza davanti al giudice di pace di Reggio Emilia piena di tensioni, perché la nota criminologa 42enne Roberta Bruzzone ha subito inteso replicare per le rime all’accusa per diffamazione mossagli dall’imprenditrice toanese 49enne Marzia Schenetti, conosciuta da tempo per la sua battaglia legale contro l'ex fidanzato Rodolfo "Rudy" Marconi che accusa di stalking, scrive Tiziano Soresina su “La Gazzetta di Reggio”. Il processo è ancora in corso, ma è proprio nell'udienza del 17 maggio 2013 che "esplode" questa vicenda. Le due professioniste si erano conosciute stando dalla stessa parte della barricata, cioè aderendo entrambe all'Associazione costituita per offrire sostegno e tutela alle donne vittime di violenza. E' in quest'ambito che fra le due nascono delle frizioni, poi "piomba" - nel processo in cui la Schenetti è parte offesa come vittima di stalking - una lettera della criminologa che viene depositata agli atti dal legale di Marconi. Secondo la procura in quella lettera si offende la reputazione dell’imprenditrice di Toano, da qui la denuncia ora sfociata nel processo. Ieri la criminologa ha dato battaglia solo davanti ai cronisti (verrà sentita in aula più avanti): «La Schenetti ha un problema di visibilità – dice la Bruzzone – che non riesce ad acquisire per meriti suoi, quindi tenta di sfruttare quella degli altri. Ma la sua credibilità è veramente discutibile e io non mi fermerò davanti a niente, procederò nei suoi confronti in sede penale per ogni cosa. Quella lettera? La riscriverei, anzi la farei più lunga, anche sulla base degli ulteriori elementi che ho su di lei. Io non credo che sia una vittima e continuerò a ripeterlo in ogni sede». L'imprenditrice – costituitesi parte civile tramite l’avvocatessa Enrica Sassi – è sta sentita in udienza: «Per me quella lettera fu una violenza tremenda, uno smantellamento della mia persona. Una situazione pesantissima, ci sono voluti due mesi per riprendermi dallo stress. Io e la Bruzzone, comunque, non ci conosciamo e non so su che base abbia potuto scrivere di me». Tanti i nervi scoperti e siamo solo alla prima “puntata”...

Tacchi alti, vestita di nero, trucco impeccabile e capello fluente, scrive di Benedetta Salsi su “Il Resto del Carlino”. È iniziato così, non senza momenti di tensione e brusii di chi la vedeva nei corridoi, il processo per diffamazione che vede imputata Roberta Bruzzone, 42 anni, la fascinosa criminologa forense habituée delle poltrone bianche di Bruno Vespa, a Porta a Porta. Ad accusarla è una donna reggiana, presunta vittima di persecuzioni (non ne riveliamo l’identità per proteggere la sua privacy). Tutto accade il 17 maggio del 2013, nel bel mezzo di un delicato processo per stalking e ruota attorno a una lettera che è stata inviata dalla Bruzzone all’avvocato difensore di Rodolfo Marconi (l’imputato), poi letta ad alta voce in aula ed entrata nel fascicolo. La Bruzzone è dunque accusata di «aver inviato una missiva diretta a più persone – si legge nel capo di imputazione — nella quale offende la reputazione della donna, che definisce ‘soggetto alquanto discutibile che ha mostrato la propensione a mentire e manipolare fatti e circostanze’». E ancora: «Del tutto inadatta a cimentarsi con un tema così delicato come la violenza sulle donne e sui minori». Il riferimento, diretto, è a un’associazione contro le vittime di violenze alla quale avevano aderito sia la presunta parte offesa sia la Bruzzone. In quel contesto era nato uno screzio fra le due, sfociato poi in querele e controquerele. Quella lettera, però, viene acquisita dall’avvocato Enrica Sassi (che rappresenta la parte offesa) e ne parte una citazione diretta al giudice di pace; poi un processo, proprio nei confronti della Bruzzone. Ieri la prima udienza, davanti al giudice di pace, con la testimonianza della presunta vittima. «Quella lettera per me fu una violenza tremenda – ha detto –. Non fu altro che un insieme di diffamazioni e calunnie, uno smantellamento della mia persona. Una situazione pesantissima, ci sono voluti due mesi per riprendermi dallo stress. Mi sono sentita colpita da una donna che si intrometteva con violenza in un procedimento di violenza che io stessa avevo subito». E ha aggiunto: «Io e la Bruzzone, comunque, non ci conosciamo e non so su che base abbia potuto scrivere di me. Ci siamo sentite una volta al telefono quando è entrata nell’associazione di cui io sono presidente e la Bruzzone mi ha detto di essere stata anche lei vittima di stalking. Io invece non le ho mai parlato della mia vicenda personale. Avrei voluto, ma non ne ho avuto il tempo. Poi ci siamo viste una volta a luglio del 2012 a Sinai (in provincia di Cagliari) durante un’iniziativa contro la violenza alle donne, in cui lei ha colto l’occasione per presentare il suo libro, senza citare la nostra associazione. Al termine del convegno le abbiamo chiesto di uscirne e lei lo ha fatto il giorno dopo». La Bruzzone, però, non ci sta. E a margine dell’udienza, chiosa: «Quella donna ha un problema di visibilità che non riesce ad acquisire per meriti suoi, quindi tenta di sfruttare quella degli altri. Ma la sua credibilità è veramente discutibile. Io non mi fermerò davanti a niente e procederò nei suoi confronti in sede penale per ogni cosa che dirà contro di me. Quella lettera? La riscriverei, anzi la farei più lunga, anche sulla base degli ulteriori elementi che ho su di lei». Tutto rimandato alla settimana prossima, per i testimoni di parte civile.

Prossimamente scopriremo che credibilità ha Roberta Bruzzone, finta vittima di stalking che presto verrà processata... e non solo perché denunciata da un ufficiale di Polizia, scrive Massimo Prati sul suo Blog “Volando Contro Vento”. Non ho mai amato i programmi di gossip che trattano in maniera frivola i casi di cronaca nera. E neppure amo quelli che, pur se mandano in onda servizi filmati che molto spesso riportano le giuste informazioni, a causa di opinionisti ostili alle Difese - e per partito preso ancorati alle procure - contribuiscono a creare il pregiudizio anziché aiutare lo spettatore a capire. Per questo preferisco contattare direttamente chi è parte della notizia, avvocati indagati familiari e inquirenti, e leggere con logica ciò che scrivono e dicono accusa e difesa. Come me tanti altri si formano una propria idea in maniera autonoma, senza ascoltare i vari gossippari che si mostrano in video per convenienza professionale... quando non hanno un contratto a pagamento. Ma non tutti resistono alla tentazione, per cui c'è chi questi programmi li guarda. Addirittura c'è anche chi li ascolta e si infastidisce per le parole che sente. Ad esempio, giorni fa mi hanno informato di alcune frasi pronunciate in maniera troppo leggera e spensierata nella puntata di Porta a Porta trasmessa martedì 20 gennaio 2015. A pronunciarle il magistrato Simonetta Matone. Simonetta Matone in televisione non va con la toga da magistrato. Per cui figura essere un'opinionista con molta esperienza giuridica. Lei martedì 20 gennaio, forse non pensando al dopo, ha paragonato i gruppi facebook creati a favore degli imputati ai fanatici che inneggiano e osannano i terroristi, nel caso specifico a chi ha ucciso i giornalisti di Charlie Hebdo e tanti altri francesi. Quella parte della puntata trattava l'omicidio di Loris Stival, quindi i gruppi a cui si riferiva sono certamente quelli che sostengono "Veronica Panarello". Non contenta, ha reiterato il reato verbale facendo credere ai telespettatori che chi aderisce ai gruppi innocentisti e critica le indagini, su internet scrive a vanvera e senza sapere nulla perché degli atti non ha letto neppure una riga. Probabile che non se ne sia resa conto, ma ha praticamente affermato che nessuno ha il diritto di criticare i magistrati perché questi sono "unici, bravi belli e infallibili". Ora c'è da dire che, pur essendosi ritagliata un'enorme visibilità mediatica partecipando da tanti anni al programma presentato da Bruno Vespa, nella vita privata è un magistrato che lavora al ministero di Grazia e Giustizia. E dai dati si capisce il probabile motivo per cui difende i magistrati. Ma c'è anche da dire che in questi anni trascorsi di fronte alle telecamere, lei prima di tutti ha dato giudizi senza aver letto neppure una riga, seppur cercando di restare neutrale chiarendo ogni volta il punto, sui casi di cronaca nera trattati da Porta a Porta. E fa specie che si permetta di giudicare in pubblico chi ha democraticamente il suo stesso diritto di parlare ed esternare la propria idea. La speranza è che a mente fredda abbia compreso di avere un tantino esagerato e magari chieda scusa a chi non è d'accordo col pensiero di alcuni magistrati, a chi si è sentito chiamato in causa anche se critica in maniera civile e dopo essersi informato al meglio (naturalmente non deve scuse a chi i magistrati li offende). Questo perché non tutti i magistrati sono infallibili. D'altronde le richieste di risarcimento a causa di errori giudiziari, in Italia sono quasi tremila ogni anno, stanno a dimostrare la non infallibilità della giustizia. In ogni caso, a parte la svista di cui sopra, le opinioni di Simonetta Matone si possono accettare perché ha un passato davvero encomiabile e in materia giuridica è senz'altro molto ferrata. Meno si possono accettare le parole di chi sta in studio a pubblicizzare il gossip criminale del suo settimanale, o quelle di chi si mostra colpevolista, senza se e senza ma, nonostante vi siano indagini in corso e processi ancora da celebrare. Parlo di Roberta Bruzzone che al contrario di Simonetta Matone la propria opinione, molto ascoltata e condivisa da tanti telespettatori, la esterna in maniera netta senza usare quell'imparzialità che in televisione, di fronte a milioni di persone, sarebbe d'obbligo. Ciò che non si capisce è il motivo per cui parla con toni alti e molto colpevolisti di chi si trova in carcere in attesa di giudizio e si dichiara innocente. Insomma, perché instradare la pubblica opinione invece di informarla e lasciarla ragionare con la propria mente? Non esiste a Porta a Porta la presunzione di innocenza? Anche per la Bruzzone i magistrati non sbagliano mai? Su quest'ultimo punto vedremo se sarà dello stesso avviso dopo i diversi processi che la attendono da qui in avanti. Ad esempio, il 15 dicembre 2015 dovrà presentarsi al tribunale di Tivoli per rispondere del reato previsto dall'articolo 595 - comma tre - del codice penale per aver messo in atto, con più azioni consecutive, un disegno criminoso fatto di calunnie e offese atte a colpire un ufficiale di Polizia. Udienza conclusa con un decreto di citazione diretta in giudizio di fronte al giudice monocratico di Tivoli il giorno 3 ottobre 2016. Proc. N. 5860/2011 RGNT mod. 21. Infatti le accuse di stalking presentate dalla Bruzzone contro un ufficiale di Polizia col quale aveva avuto una relazione fra il 2004 e il 2005, addirittura una ventina di denunce dal 2009 al 2014, si sono rivelate tutte infondate. Mentre le interviste rilasciate sulla vicenda dalla opinionista di Porta a Porta, in cui non lesinava particolari sul comportamento malato, parole sue, di chi la perseguitava (ma ora grazie ai magistrati sappiamo che nessuno in realtà la perseguitava), sono tuttora impresse negli archivi delle testate giornalistiche nazionali (Corriere della Sera in primis), su internet e in televisione, sulle registrazioni di Porta a Porta e di Uno Mattina. Insomma, chi la fa l'aspetti - verrebbe da pensare - perché la vita a volte può riservare sorprese. E la Bruzzone di sorprese ne avrà una in più, perché, dato che è ambasciatrice di Telefono Rosa, un'associazione che aiuta le donne vittime di violenza, e viste le denunce per stalking da lei presentate e rivelatesi infondate, in tribunale si troverà di fronte anche alcune associazioni in difesa della donna che hanno deciso di costituirsi parte civile perché "l'utilizzo strumentale" della denuncia per un reato grave come lo stalking contribuisce a rendere meno credibili le donne che subiscono realmente una violenza. Ma non è l'unica bega che la Bruzzone dovrà affrontare in tribunale, visto che è indagata anche dalla Procura di Reggio Emilia per un reato simile ( così come su riportato da di Benedetta Salsi su “Il resto del Carlino” e Tiziano Soresina su “La Gazzetta di Reggio”. La moglie di un vero stalker, oggi ancora nei guai perché accusato di truffa da un'altra sua ex, si è sentita descrivere dalla Bruzzone quale finta vittima incline a distorcere la realtà (in pratica ha difeso lo stalker poi condannato). In questo caso le date del processo sono ancora più vicine nel tempo (le udienze sono fissate per il 4 - 11 - 18 e 25 febbraio 2015). Altra bega, che risale al 2012 e che presto verrà dipanata dai giudici, è una citazione civile che riguarda lei ed alcuni suoi collaboratori (promossa  dall’associazione Donne per la Sicurezza. Lei e loro su Facebook, con frasi razziste, (secondo quanto riporta il sito dell’associazione: “Mmmmm..   quanto costa affittare una russa per fare qualche foto e far finta di avere una vita ???? troppo divertenteeeee…” oppure   ““ ..ci vuole stomaco per stare con un pezzo di merda così anche se solo per sghei e solo per 5 minuti…STRANO MA VEROOO”),  hanno insultato per lungo tempo sia la modella di origine russa Natalia Murashkina, moglie del poliziotto che nel contempo la Bruzzone denunciava ingiustamente, sia le ragazze russe trattate come donne che si vendono a poco prezzo. Di questa vicenda si interessò alla fine del 2012 anche "La Pravda", un giornale russo letto da oltre cento milioni di persone. Senza parlare delle accuse mosse contro di lei da Michele Misseri, che afferma di essere stato convinto dalla Bruzzone ad inserire nel delitto di Sarah Scazzi la figlia Sabrina (con prospettive davvero vantaggiose), affermazioni che se provate le costerebbero una condanna rilevante e la carriera, ciò che ancora nessuno ha capito, e immagino che al tribunale di Tivoli si cercherà anche di chiarire questo punto, è il motivo per cui la Bruzzone abbia innestato un movimento di denunce rivelatesi infondate condite da interviste mediaticamente rilevanti ma alla luce dei fatti false. O tutti ce l'hanno con lei, e francamente è difficile da credere, o è lei ad avere motivi che l'hanno spinta a screditare l'ufficiale di polizia e le altre persone. Che dietro ci sia qualcosa di importante? Su questo punto troviamo il dato certo che il poliziotto da lei accusato, nel 2009 - anno delle prime denunce di stalking - aveva avviato una campagna politico-sindacale per ridurre gli sprechi della pubblica amministrazione. In pratica, aveva proposto di far acquistare i prodotti per le investigazioni scientifiche (alle forze di polizia) direttamente in America risparmiando così milioni di dollari di tasse e, soprattutto, di spese di mediazione ad aziende di import export.

Questo è l’articolo di riferimento. Csi all'italiana: paghiamo il doppio degli altri la polvere per le impronte digitali. La denuncia del sindacato di polizia: la Scientifica è costretta a risparmiare sulle indagini. La colpa è dei mediatori che fanno raddoppiare il costo delle attrezzature made in Usa, scrive Luca Fazzo su “Il Giornale”. Ci vuole preparazione scientifica, occhio addestrato, pazienza: ma l'analisi scientifica della scena di un crimine si basa anche sull'utilizzo di materiale tecnico avanzato e costoso. Chi non è rimasto allibito nel vedere in televisione la prontezza con cui i tecnici della Csi, la polizia scientifica statunitense, sfoderano ogni genere di diavolerie hit-tech? Non che le forze di polizia italiane abbiano granchè da invidiare a quelle a stelle e strisce, quanto a preparazione. Ma l'abbondanza di mezzi è una delle caratteristiche che, in questo e in altri campi, ci separa irrimediabilmente dall'America. E, secondo la denuncia del sindacato di polizia Consap, la situazione negli ultimi tempi si è ulteriormente aggravata. La carenza di mezzi è diventata cronica, al punto che spesso e volentieri - in particolare sulla scena di reati considerati «minori», come i furti in appartamento - la polizia evita di compiere tutti i rilievi necessari perchè l'ordine è quello di risparmiare su tutto: compresa la polverina necessaria a rilevare le impronte digitali. Colpa della crisi economica, sicuramente. Ma anche di una anomalia tutta italiana: la polvere per le impronte è di produzione Usa, tutte le polizie la comprano direttamente dai produttori oltreoceano, mentre la polizia italiana passa - chissà perchè - attraverso una società di mediazione. Il risultato, sostiene il Consap, è che paghiamo il prodotto il doppio degli altri. «Prodotti, come ad esempio le polveri per rilevare le impronte digitali o il famoso luminol per la ricerca del sangue umano, hanno costi abbastanza elevati e vengono prodotti da poche ditte al mondo. In particolare la Polizia di Stato e le altre forze di polizia italiane utilizzano in larga parte prodotti della Sirchie, azienda americana leader del mercato per qualità e affidabilità dei materiali commercializzati. In questo periodo di profonda crisi economica, i tagli di bilancio, oltre che a congelare gli stipendi dei poliziotti, stanno riducendo la possibilità di acquisire una quantità sufficiente di tali sostanze e di fatto i reparti specializzati di investigazioni scientifiche devono limitare il loro impiego solo ai casi più eclatanti, in pratica solo gli omicidi e qualche rapina. Sempre più spesso i cittadini che hanno subito reati definiti minori, come furti, danneggiamenti, non ricevono un intervento adeguato da parte degli investigatori che non dispongono di attrezzature sufficienti e che spesso sopperiscono, per amor proprio, con materiali acquistati di tasca loro o con mezzi di fortuna che poi spesso vengono contestati in sede di processo. La Consap, che da più di un anno sta monitorando e analizzando questo problema, ha potuto constatare che i prodotti per criminalistica non vengono acquistati dall'Amministrazione direttamente dall'azienda produttrice ma da una ditta concessionaria italiana. In pratica la Polizia di Stato paga i materiali da utilizzare sulla scena del crimine circa il doppio del loro prezzo di catalogo. Il problema è stato da tempo posto all'attenzione degli esperti di settore e di alcuni politici. E si è subito avuta la sensazione di aver toccato degli interessi economici rilevanti». Uno «spreco ingiustificato, che si ripercuote in maniera drammatica sulla sicurezza e sulla possibilità di ottenere giustizia da parte del cittadino».

E ciò che pare strano, è che la Bruzzone collabora con le aziende che controllano la maggioranza delle forniture di prodotti alle forze di polizia (la Sirchie e la Raset). C'è da chiedersi se non voglia dire nulla la sua presenza nel video pubblicitario presente sulla pagina "Chi siamo" del sito internet della Sirchie.

In seguito a questo articolo ci sono stati degli sviluppi.

"Alla dottoressa Roberta Bruzzone non piace la critica e con una strana Diffida mi inviata a pagarle 250.000 euro e a darle il nome di chi mi informa..., - scrive Massimo Prati sul suo Blog “Volando-Controvento”. . E' capitato anche a me. Come altri in questi anni anch'io ho ricevuto la Diffida dalla dottoressa Roberta Bruzzone. Una diffida strana in cui mi invita a pagarle - inviandoli allo studio del suo avvocato – ben 250.000 euro quale risarcimento per i gravissimi danni di immagine provocati da ciò che ho scritto in un articolo, in questo articolo, in cui, visto quanto aveva affermato a Porta a Porta, l'ho criticata. Articolo che ho completato con le notizie su una serie di processi in cui dovrà difendersi. Alla fine, dopo aver notato alcune stranezze, ho anche posto una domanda lecita che si sarebbe sciolta in acqua con una semplice e veloce risposta plausibile. Invece mi è arrivata una diffida. Strana. Ora, prima di entrare nel dettaglio e contestare pubblicamente tutte le parole del legale della Bruzzone, voglio premettere che la nostra legge è chiara e che per fare una diffida ci vogliono motivi validi. Motivi che non esistono se chi informa scrive notizie vere usando parole non offensive senza entrare nella sfera privata del personaggio di cui parla. Quindi, per quanto riguarda il diritto di cronaca si devono usare certe accortezze e ci si deve informare in maniera esaustiva. Qualcosa cambia quando chi scrive esercita il diritto di critica. Naturalmente non si può criticare un pinco pallino qualunque in un articolo destinato a più persone, specialmente se il pinco pallino a livello nazionale non lo conosce nessuno e vive e agisce in un ambiente ristretto. Al contrario, però, si può criticare quanto dice chi nel tempo è diventato un personaggio pubblico e in pubblico, o in programmi seguiti da milioni di telespettatori, esprime proprie opinioni e concetti. Concetti e opinioni che non tutti debbono per forza condividere e proprio per questo si possono criticare, perché - come ha stabilito anche il tribunale di Roma già nel 1992 - chi ha scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla sua dimensione pubblica. Dopo questa obbligatoria premessa, mi addentro nella diffida inviatami dal legale della dottoressa Bruzzone, avvocato Emanuele Florindi, per dimostrare quanto sia strana, assurda e priva di ogni fondamento. Il legale inizia col dire che nell'articolo ho scritto un numero impressionante di falsità. E non appena ho letto questa frase mi è spuntato un sorriso venendomi alla mente la storia del bue che chiamava cornuto l'asino. Questa la prima parte della diffida: Dott.ssa Roberta Bruzzone Vs Massimo Prati. <Gentile Sig. Prati, formulo la presente in nome e per conto della Dott.ssa Roberta Bruzzone, in relazione all'articolo da lei pubblicato su volandocontrovento.blogspot.it, per contestarne integralmente toni e contenuti. Nello specifico, non soltanto il suo articolo contiene un numero impressionante di falsità e di imprecisioni, ma risulta anche essere singolarmente contraddittorio: è davvero strano, infatti, che, mentre nelle prime righe del suo articolo Lei affermi di non amare "i programmi di gossip che trattano in maniera frivola i casi di cronaca nera. E neppure [...] quelli che, pur se mandano in onda servizi filmati che molto spesso riportano le giuste informazioni, a causa di opinionisti ostili alle Difese - e per partito preso ancorati alle procure - contribuiscono a creare il pregiudizio anziché aiutare lo spettatore a capire", poi si presti a fare esattamente la stessa cosa mescolando artatamente giuste informazioni, velate menzogne e subdole insinuazioni volte a creare pregiudizio alla mia Assistita. Non mi risulta neppure che Lei abbia provveduto a "contattare direttamente chi è parte della notizia, avvocati indagati familiari e inquirenti, e leggere con logica ciò che scrivono e dicono accusa e difesa", dato che ha proceduto a pubblicare il suo articolo basandosi su fonti unilaterali... a tal proposito, saremmo piuttosto interessati a conoscere l'identità di tali fonti, visto che sembrerebbero aver concorso con Lei ad un trattamento illecito di dati personali e di dati giudiziari il che, per un paladino dei diritti dell'imputato quale Lei si presenta, appare piuttosto singolare. Basandosi su tali "fonti" Lei ha, infatti, redatto un articolo falso, diffamatorio e gratuitamente offensivo nei confronti della mia Assistita, da Lei presentata come faziosa, forcaiola, razzista, incompetente, propensa a mistificare e falsificare la realtà e collusa con le aziende che controllano le forniture di prodotti alle forze di polizia.> Alla faccia! Sarò mica malato a scrivere le cotante robacce notate dal legale...Non sono malato, non necessito di cure e quindi, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali rispondo punto per punto perché mi sono accorto che né la dottoressa né il suo avvocato paiono aver capito un articolo non diffamatorio in cui non ho assolutamente presentato Roberta Bruzzone quale persona faziosa, forcaiola, razzista, incompetente, propensa a mistificare, a falsificare la realtà e collusa. E mi chiedo con quale spirito e pensiero l'abbiano letto. Partiamo dall'inizio. E' vero che non amo quelle trasmissioni in cui gli opinionisti sono chiaramente ostili alle difese e danno per certo quanto trapela dalle procure. Mi piace l'imparzialità e non credo che trasmissioni "unilaterali" siano da mandare in onda. E' vero che per scrivere sui fatti di cronaca nera non mi baso su quanto scrivono quei media e quei "gossippari" che diffondono notizie che a posteriori si rivelano inutili e tendenziose. Gli esempi sono migliaia. E' vero che le mie fonti principali sono le stesse dei giornalisti: avvocati, indagati, i loro familiari e anche periti e inquirenti. E' vero che per non lasciarmi influenzare dai pregiudizi baso i miei scritti soprattutto sugli atti ufficiali, che leggo più volte per non travisarli, e sulla logica. Mi sembra il minimo da fare quando si vuol scrivere di cronaca nera in maniera corretta e di un indagato, magari in custodia cautelare in carcere, che si dichiara innocente e rischia l'ergastolo. Detto questo, non credo sia difficile comprendere che l'inciso inserito a inizio articolo era generico e riferito ai casi di cronaca nera e non alla dottoressa Bruzzone. Infatti è quando scrivo di cronaca nera che contatto chi è parte della notizia. Quindi nessuna falsità inserita nella premessa dell'articolo, che era solo una premessa, per l'appunto, e nulla c'entra con quanto ho poi scritto sulla dottoressa che, a meno non commetta un omicidio (o non ne confessi uno già commesso) o non venga carcerata ingiustamente, al momento non è parte di alcun caso di cronaca nera. Detto anche che per scrivere di processi che devono ancora iniziare non si necessita di "fonti" particolari, se la notizia è vera, se l'udienza è fissata e se il capo d'accusa esiste che fonte serve?, mi chiedo per quale motivo dovrei divulgare le identità di chi mi informa e, soprattutto, perché dovrei farle conoscere all'avvocato Florindi. Un motivo lecito e valido non esiste. Inoltre, nessun trattamento illecito dei dati personali si può rilevare quando si parla di atti processuali non secretati riguardanti i maggiorenni (non sono io che divulga quanto è secretato dalle procure), dato che sono atti pubblici a disposizione di chiunque ne faccia richiesta. Come non esiste nessun trattamento illecito sulla privacy se si vengono a conoscere notizie sui personaggi pubblici parlando del più e del meno in un bar con un magistrato, un cancelliere o un avvocato che frequenta quel dato tribunale. Perché, vista la dimensione mediatica della dottoressa Bruzzone, vale sempre il dettame dei giudici. Loro e non io hanno stabilito che chi ha scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla propria dimensione pubblica. Per cui, pare proprio che nella premessa di falsità non ne abbia scritte. E per continuare a confutare la diffida inviatami, ci sarebbe da chiedersi da quale esternazione, presente nei quasi novecento articoli da me scritti e presenti sul blog, l'avvocato abbia capito che io sono "un paladino dei diritti dell'imputato". Mai ho scritto di essere un paladino e mai che difendo tutti gli imputati. Difendo i diritti di alcuni, questo è vero, ma lo faccio quando sono lesi in maniera per me evidente. Per cui, tanto per esemplificare e far capire meglio, critico i procuratori e i giudici quando un indagato che si dichiara innocente viene spedito in carcere ancor prima di indagini approfondite o di riscontri che provino le accuse formulate da terzi. Basti pensare a Sabrina Misseri (in custodia cautelare da quattro anni e mezzo) che nel volgere di poche ore finì in galera senza alcuna verifica sulle parole del padre - che quel 15 ottobre 2010 non era nelle migliori condizioni fisiche e mentali - e che ora è in carcere per motivi assai diversi da quelli che si sono usati per carcerarla. Forse l'avvocato Florindi neppure sa che Michele Misseri fu svegliato a notte fonda e portato ad Avetrana dalle guardie penitenziarie che lo presero in custodia quando ancora era buio pesto. Tanto che una volta giunte al paese furono costrette a "nascondersi", con l'imputato in auto, fra la vegetazione di contrada Urmo in attesa dell'arrivo dei procuratori. Questa è una notizia inedita, mai uscita sui media, e dimostra che mi informo nei modi giusti e nei luoghi giusti senza cercare lo scoop a tutti i costi. In pratica dovrebbe far capire, anche all'avvocato, che non sono uno dei tanti che copia-incolla per avere un maggior numero di entrate e guadagnare mostrando improvvisamente uno spot pubblicitario. Inoltre non scrivo articoli a favore di chiunque sia indagato, perché gli assassini veri li vorrei vedere in carcere per la vita... anche i reo-confessi se autori di delitti efferati. Per questo critico la legge che permette a chi confessa di ottenere troppi benefici e di uscire dal carcere in tempi rapidi. Ma la dottoressa Bruzzone, nonostante i processi che la attendono, non è in carcere e nemmeno ci andrà mai. Lei è libera di esternare le sue convinzioni in televisione e di andare dove vuole. Nessuno, giustamente, ha limitato la sua libertà. Quindi nessun suo diritto è da difendere. Stia pur certo l'avvocato che se venisse spedita in carcere prima ancora di essere indagata nella giusta maniera, che se contro di lei i gossippari parlassero solo in base a chi accusa, sarei io il primo a difenderla e a criticare i media per la mancanza di etica e professionalità. E ancora: in quale passaggio dell'articolo avrei descritto la dottoressa faziosa, forcaiola e quant'altro? Io, dopo aver criticato la dottoressa Simonetta Matone per aver paragonato chi scrive su facebook, nel particolare si parlava dei siti innocentisti che credono a Veronica Panarello, a chi incita i terroristi (citando Charlie Hebdo), scrissi: "meno si possono accettare le parole di chi sta in studio a pubblicizzare il gossip criminale del suo settimanale, o quelle di chi si mostra colpevolista, senza se e senza ma, nonostante vi siano indagini in corso e processi ancora da celebrare. Parlo di Roberta Bruzzone che al contrario di Simonetta Matone la propria opinione, molto ascoltata e condivisa da tanti telespettatori, la esterna in maniera netta senza usare quell'imparzialità che in televisione, di fronte a milioni di persone, sarebbe d'obbligo. Ciò che non si capisce è il motivo per cui parla con toni alti e molto colpevolisti di chi si trova in carcere in attesa di giudizio e si dichiara innocente. Insomma, perché instradare la pubblica opinione invece di informarla e lasciarla ragionare con la propria mente? Non esiste a Porta a Porta la presunzione di innocenza? Anche per la Bruzzone i magistrati non sbagliano mai?" Dove sarebbero le falsità, visto che la dottoressa si contrappone chiaramente a chi cerca di difendere Veronica Panarello e lo dice apertamente al dottor Vespa, allo stesso avvocato Villardita e ai telespettatori? Se è vero, come è vero, che Veronica Panarello deve ancora subire il primo processo e si dichiara innocente, dire di fronte a milioni di persone che si hanno idee diametralmente opposte all'avvocato Villardita, quindi colpevoliste, non significa forse parlare senza imparzialità e, soprattutto, senza considerare la presunzione di innocenza? Non è forse vero che l'opinione della dottoressa è molto ascoltata e condivisa da tanti telespettatori? Vista la sua popolarità credo proprio che questo non si possa negare. Come non si può negare che nelle mie parole non si trovino frasi che sottintendano termini quali: "incompetente" (mai scritta e mai pensata una cosa del genere), "forcaiola" (non c'è nulla nell'articolo che porti a questo termine, visto che viene usato per situazioni molto più gravi), "razzista" (questa parola neppure se ampliamo al massimo il significato entrando sulla Treccani c'entra nulla con quanto ho scritto), "faziosa" (per essere faziosi bisogna sostenere con intransigenza e senza obiettività le proprie tesi, non limitarsi ad esprimere una opinione parlando con toni alti e molto colpevolisti). Non ho quindi scritto alcuna falsità e la mia critica ha basi più che fondate. Anche perché vale sempre la legge che dice: il diritto di critica si differenzia da quello di cronaca perché nell'articolo non si parla di fatti ma si esprime un giudizio o, più genericamente, un'opinione che, come tale, non può pretendersi rigorosamente obiettiva, posto che la critica, per sua natura, non può che essere fondata su un'interpretazione necessariamente soggettiva di fatti e comportamenti. Ora qui ribadisco che alla luce di quanto ho visto e ascoltato in registrazioni di Porta a Porta, la mia critica era più che obiettiva anche se per legge non necessitava di una obiettività approfondita. Quindi, ancora una volta mi chiedo per quale motivo l'avvocato Florindi mi abbia inviato una diffida. Comunque, tanto per finire, mi addentro anche nell'ultima accusa che mi fa, quella di aver dipinto la sua assistita come una persona propensa a mistificare la realtà e collusa con le aziende che "controllano le forniture alle forze di Polizia" (e tanto per far capire come son fatto, non per altro, mi sono chiesto subito cosa stessero a significare le parole - "controllano le forniture alle forze di Polizia" - scritte dall'avvocato). Nell'articolo mi chiedevo se la dottoressa Bruzzone considererà ancora infallibili i giudici e i procuratori dopo i processi che dovrà affrontare. Specialmente perché il rigetto di tutte le denunce da lei presentate contro un dirigente dell'UGL (Polizia di Stato) la dipingono come una falsa vittima di stalking che ha approfittato della sua posizione parlando ai media di reati mai subiti. E questo sarebbe veramente grave perché contribuirebbe a rendere meno credibili le tante vere vittime di stalking. E' per queste parole che per l'avvocato l'avrei dipinta come persona propensa a mistificare la realtà? Forse l'avvocato dimentica che non sono stato io a rigettare le denunce della dottoressa, ma i magistrati che hanno valutato le indagini partite in seguito a quelle denunce. Io mi sono limitato a riportare la notizia e a far qualche considerazione. Non è quindi a me che deve fare accuse, ma a chi ha svolto le indagini e a chi le ha valutate prima di rigettarle. Comunque, proprio a causa di quei rigetti mi chiedevo il motivo per cui, a partire dal 2009 (anno in cui uscì da una associazione di criminologi di cui il dirigente dell'UGL era presidente) avesse presentato una ventina di denunce, quelle poi rigettate, nei confronti del presidente stesso. E qui mi ero fermato. Ma dato che ora ne sto scrivendo, amplio l'informazione dicendo che le denunce coinvolsero altri membri del consiglio direttivo dell'associazione di cui fino a poco tempo prima lei stessa faceva parte. E che iniziò a presentarle dopo le richieste di spiegazioni su questioni economiche che la stessa associazione le poneva. Insomma, pur senza entrare nei dettagli, nell'articolo ponevo una domanda lecita a cui si poteva rispondere in maniera chiara così che, in maniera altrettanto chiara, avrei inserito la risposta a capo articolo dando spazio a una replica. Non era così complicato da fare. Anche perché nell'articolo di cui si discute non ho calcato la mano preferendo restar fuori da vicende ben più complesse che l'avvocato di certo conosce. Ma proseguiamo con la parte della diffida in cui è scritto: Se Lei, comportandosi da interlocutore corretto e scrupoloso ci avesse contattato, avremmo potuto produrLe pagine di osservazioni atte a smentire le informazioni in Suo possesso, dimostrando, ad esempio, che l'azione civile della sig.ra Natalia Murashkina (tra l'altro neppure Russa!) è pretestuosa, infondata e priva di riscontri (ci basti qui osservare che la pagina contestata risulta creata in data successiva ai fatti)... Mi fermo un attimo per un chiarimento e per dimostrare non che l'avvocato è male informato quando afferma che Natalia Murashkina non è neppure russa, perché pur se nata fuori dai confini è a tutti gli effetti russa e lui lo sa, ma per dirgli che gli sarà molto difficile convincere un giudice che non è reato scrivere parolacce e brutte offese su una donna russa nata fuori dai confini russi, mentre lo è scriverle su una donna russa nata a Mosca. Oltretutto l'avvocato sa per certo che in Russia i passaporti distinguono la nazionalità dalla cittadinanza. Motivo per cui si può essere di nazionalità russa anche se nati occasionalmente in altra nazione. In ogni caso, non erano né l'avvocato né la dottoressa che dovevo contattare per scrivere quelle quattro righe che riguardavano la vicenda di Natalia Murashkina, visto che al massimo avrebbero potuto fare una arringa difensiva (quella va indirizzata a un giudice e non a me) e non produrmi atti giudiziari in grado di contrastare il fatto che gli insulti, per il magistrato che porta avanti la causa ci furono. E a questo proposito oggi aggiungo una postilla che avevo evitato di inserire. Una informazione che potevo dare e non ho dato. E cioè che La Pravda nel suo articolo parlò di offese scritte anche da alcuni collaboratori della dottoressa. Particolare che avevo evitato di sottolineare perché mi pare non credibile (però ho chiesto e non risulta che la Pravda abbia ricevuto alcuna diffida), ma che oggi aggiungo per far capire quanto avessi scritto in maniera soft senza appesantire situazioni che invece paiono pesanti. A processo la pagina facebook risulterà essere successiva ai fatti? Meglio per la dottoressa e peggio per la Murashkina, che quando perderà la causa criticherò aspramente per aver denunciato il falso. Qui colgo l'occasione per aggiornare in maniera migliore la notizia e dire che la causa civile intentata da Natalia Murashkina è stata rigettata per vizio di forma. Non per altro. Naturalmente verrà ripresentata in appello senza alcun vizio. E naturalmente questo non inficia il procedimento penale - che si occupa degli stessi reati e ha un iter diverso - che continua per la sua strada. Andando avanti nella diffida si legge che il processo di Reggio Emilia ha preso una piega certamente non immaginata né desiderata dalla parte civile visto che dal dibattimento stanno emergendo dati ed informazioni in grado di confermare quando affermato dalla dott.ssa Bruzzone nel corso del processo a carico del presunto stalker (a proposito, lei non sosteneva a spada tratta la presunzione di innocenza?) che non risulta ancora condannato...No avvocato, non è proprio così che sta andando. Giusto per aggiornare anche questa notizia, le confermo che il processo di Reggio Emilia - in cui la dottoressa risponde di diffamazione - nella prossima udienza, fissata a maggio, vedrà sul banco dei testimoni - citati dal pubblico ministero - sia il Generale Luciano Garofano che lo stesso dirigente dell'UGL denunciato più volte dalla sua assistita. Inoltre, sempre in quel di Reggio Emilia, a causa di quanto la dottoressa ha dichiarato ai giornalisti all'uscita dall'aula dopo le prime udienze c'è la possibilità, neppure tanto remota, che si apra un secondo processo. Vedremo presto se ho sbagliato la diagnosi. In ogni caso il processo di Reggio Emilia non ha preso una piega certamente non immaginata né desiderata dalla parte civile, come ha scritto, e il signore che chiama presunto stalker è persona nota e prima della vicenda che ha visto coinvolta la dottoressa era già stato condannato sia per truffa (condanna definitiva) che per stalking (nel 2012 il pubblico ministero nella sua arringa lo definì uno "stalker seriale" e il giudice confermò le sue parole condannandolo). Motivo per cui, in questo caso la presunzione di innocenza, per come la vedo, poco c'entra. E ancora ha scritto che il processo di Tivoli del 15 dicembre 2015 viene atteso con ansia e trepidazione della nostra Assistita visto che in quella sede avrà finalmente modo di provare, innanzi ad un Giudice la fondatezza delle sue accuse... Per quanto riguarda Tivoli, non vedo l'ora di sentire cosa dirà la sua assistita al giudice e come risponderà alle domande. Mi auguro che abbia una spiegazione plausibile e delle prove a discolpa certe che la aiutino a non subire una condanna e a dimostrare di essere una vera vittima di stalking. Così che io possa poi criticare e chiedere una condanna per lo stalker, che al momento non esiste, e per i magistrati che non l'hanno fin qui creduta. Inoltre ha anche scritto: In merito a Michele Misseri, le avremmo spiegato che attualmente questo signore è sotto processo proprio per quelle famose affermazioni...Michele Misseri, come avrà capito, lo conosco e conosco anche le accuse da lui mosse contro la sua assistita. So che il processo ha già subito dei rinvii e che a maggio è in programma l'ennesima prima udienza. Quindi nessuno sul punto mi doveva spiegare nulla perché conosco perfettamente entrambe le posizioni. Inoltre nell'articolo mi sono limitato alla considerazione che se se alla dottoressa "andrà male" la sua carriera sarà finita. Questo perché è sempre possibile, almeno in ipotesi, che un processo si possa perdere. E continua scrivendo: mentre in relazione all'accusa di collusione con le aziende che forniscono materiali alle nostre Forze di Polizia... definire questa "notizia" ridicola è decisamente utilizzare un eufemismo. Mi scusi avvocato, ma quando mai ho parlato di collusione? Fare accuse di collusione significa affermare che un determinato accordo c'è stato sicuramente. Io invece ho semplicemente messo in relazione fra loro eventi verificabili da chiunque e notando una stranezza ho posto una domanda a cui bastava dare risposta. Scrivere che la "notizia" è ridicola non è dare una risposta, è aggirare l'ostacolo che non si vuole saltare. La mia domanda, posta a un personaggio pubblico, era lecita perché la cronistoria ci dice che la relazione fra la dottoressa e il dirigente della Polizia durò pochissimo e finì nel lontano duemilacinque. Che la sua assistita continuò la collaborazione con l'associazione di criminologi per altri quattro anni, fino al duemilanove quando si interruppe in maniera non amichevole. Che il presidente della stessa associazione - intervistato da Luca Fazzo nel 2011 - denunciò le enormi spese sostenute dal ministero e spiegò quanto fosse economicamente vantaggioso acquistare il materiale per le indagini direttamente in America e non dagli intermediari. La domanda che posi nell'articolo nacque da una serie di considerazioni. Nel duemilanove la dottoressa Bruzzone fondò l'associazione culturale A.I.S.F. (Accademia Internazionale Scienze Forensi), una organizzazione "non profit" - questo è da dire - che da statuto non dà dividendi ai soci. Una associazione che tra i suoi partner allinea l'azienda che produce e vende i prodotti alla Polizia e quella che ha l'esclusiva per l'Italia di tali prodotti. A questo si aggiungono due fatti certi: sia che la dottoressa ha partecipato al video pubblicitario dell'azienda produttrice, video presente sul sito internet dell'azienda e su You Tube (se lo ha fatto per amicizia bastava scriverlo senza pensar male delle mie parole), sia che le denunce di stalking, quelle rigettate, furono presentate a partire dal 2009 contro chi dapprima le chiedeva conto del denaro speso mentre collaborava con l'associazione di criminologi e dopo si era attivato in prima persona per cercare di far acquistare i prodotti direttamente dall'America senza pagare intermediari. Avvocato, lei sa che nell'articolo non ho scritto la parola "collusione" e sono rimasto soft non inserendo tante altre domande lecite che mi frullavano per la testa. Domande che in questa risposta pubblica inserisco per farle capire quale altro modo uso per informarmi. Ad esempio, nell'articolo in questione mi limitai e non chiesi se il dottor Bruno Vespa conosce il sito della A.I.S.F. ed è al corrente che ogni volta che presenta la dottoressa Bruzzone di riflesso pubblicizza, a titolo gratuito sulla principale televisione di stato, non solo l'organizzazione "no profit" di cui la dottoressa è presidente - la A.I.S.F. - ma anche un'azienda privata. Essendo l'associazione culturale una "non profit" la pubblicità gratuita è sicuramente lecita. Perlomeno credo fosse certamente lecita fin quando l'associazione nel suo sito internet non ha riportato l'IBAN (cioè un'utenza bancaria su cui fare bonifici) di una S.A.S. (Società in Accomandita Semplice) che in teoria dovrebbe essere esterna all'associazione stessa. La S.A.S a cui mi riferisco è quella aperta dalla stessa dottoressa Bruzzone il 06 giugno 2014 (quindi dieci mesi fa) e registrata alla camera di commercio il 12 giugno 2014. Una Società in Accomandita Semplice che, come da visura camerale, ha quali soci accomandatari anche i due avvocati che figurano con nome e cognome sulla carta intestata della diffida che mi ha inviato, assieme al suo signor Florindi. Gli stessi avvocati che, come lei d'altronde, figurano nel consiglio direttivo della "associazione no profit". Ora, per quanto possa capirne e mi hanno spiegato, credo che prima di fare un simile movimento pubblicitario, cioè inserire l'IBAN di una azienda commerciale che guadagna sul proprio lavoro ai piedi di tutte le pagine elettroniche di una associazione "no profit" (che essendo "no profit" non dà dividendi ai soci), ci si sia fatti consigliare da un buon commercialista. Per cui immagino che sia del tutto legale, dato che la SAS sul proprio guadagno ci paga le tasse. Ciò che trovo strano è altro. Una stranezza, ad esempio, è che il logo della SAS sia praticamente identico, tranne per le scritte, al logo dell'associazione "no profit". Un'altra ancora più strana è che cliccando sul logo della SAS presente nelle pagine dell'associazione "no profit", si venga reindirizzati su una pagina della stessa associazione "no profit" e non sul sito della SAS. Quasi che la SAS e l'associazione "no profit" siano l'unica faccia di due società. In pratica una società che per statuto non può dividere gli utili nel suo sito ospita e pubblicizza una SAS che gli utili fra i suoi soci li può dividere. Insomma, ciò che si vede dall'esterno (magari non è così e la Rai avrà la gentilezza di spiegarcelo in maniera chiara) è che il dottor Bruno Vespa pubblicizzando l'associazione no profit finisca per pubblicizzare gratuitamente una S.A.S. - capisce cosa intendo, avvocato? Che a un occhio critico la situazione pare quantomeno ambigua e andrebbe spiegata. Come ambigua è la parte della diffida in cui scrive: Ne consegue che, non avendo lei eseguito alcun riscontro nè alcuna verifica, ha redatto un articolo ricco di falsità ponendo in essere proprio quelle condotte che, tanto severamente, ha tentato di stigmatizzare nel suo testo. Tutto ciò premesso, la dott.ssa Bruzzone, mio tramite Vi - INVITA E DIFFIDA - a rimuovere dal Suo Blog l'articolo in questione, a comunicarci immediatamente, e comunque non oltre 5 giorni dal ricevimento della presente, il nominativo (o i nominativi) di chi Le ha fornito le informazioni ivi pubblicate e di versare, per il tramite di questo Studio, la somma di euro 250.000 a titolo di risarcimento per i gravissimi danni all'immagine della mia Assistita cagionati dalla diffusione di notizie false e diffamatorie. In queste sue parole, false e intimidatorie signor avvocato, un giudice di polso potrebbe pure configurare il reato di estorsione. Specialmente perché, seppur sia stato limitato volendo risponderle con un articolo che non può essere infinito, le ho dimostrato non solo che non ho assolutamente mentito, ma anche che prima di scrivere mi informo e faccio verifiche (e ne faccio tante), cerco riscontri e quando qualcosa non mi quadra pongo domande pubbliche per non ottenere risposte di circostanza (che non servono a nulla e non aiutano i lettori a capire). Per questi motivi non ho rimosso, e non ho alcuna intenzione di rimuovere, l'articolo in questione. Per questi motivi la invito a cambiare atteggiamento e, se vorrà, a rispondere alle mie domande in maniera pacata senza cercare di intimidire chi critica la sua assistita. Fornire ai lettori notizie relative a un personaggio pubblico è cosa che si fa tutti i giorni (e se il personaggio finisce sotto processo la notizia esiste e si può dare). Inoltre tutti i personaggi pubblici, finché restano tali, ricevono critiche per quanto dicono o scrivono. Dalla piccola show girl al Presidente della Repubblica. E' la norma, dato che la democrazia permette di non appiattirsi al pensiero altrui e di esternare il proprio, anche se diverso. Per questo motivo, non essendo avvezzo a criticare un personaggio pubblico a prescindere ma avendo l'abitudine di elogiarlo o criticarlo per i vari comportamenti che pone in essere di volta in volta, così come posso essere d'accordo e apprezzare la sua assistita per quanto fa e dice su certi casi di cronaca nera (Chico Forti è uno ma ce ne sono altri), posso anche non essere d'accordo e criticarla quando a parer mio non si dimostra all'altezza del suo ruolo pubblico o fa qualcosa che mi risulta strano e incomprensibile. Una cosa deve essere chiara. Volandocontrovento è un blog indipendente che non ha editori a cui obbedire. Un blog che prima di pubblicare articoli cerca informazioni e riscontri. Un blog in cui nessuno scrive falsità (al massimo negli articoli pubblicati si possono trovare piccole inesattezze scritte in buonafede). E fin quando la democrazia lo permetterà, a nessun personaggio, sia bianco o sia nero, sia giallo o sia verde, sia rosso o sia blu, sia pubblico o che pubblico lo diventi per quindici giorni o per quindici anni a causa di una posizione politica ridicola o di una indagine criminale in voga sui media, è concessa l'immunità da critiche...”

Bruzzone contro Raffaele: «Imitazione becera e volgare». La criminologa querela l'imitatrice: «Sessualizzazione della mia persona», scrive “Il Corriere della Sera”. Una «becera e volgare sessualizzazione della mia persona». Così la criminologa Roberta Bruzzone bolla, parlando a Fanpage.it, la performance di Virginia Raffaele che l’ha imitata sabato ad «Amici». «Io non ho nessun problema contro la satira» precisa Bruzzone, «l’elemento intollerabile è giocare sull’aspetto sessuale in maniera sguaiata, becera, volgare, gratuita», lontana - precisa - da una professionista che tutto questo l’ha sempre evitato. «L’elemento che mi porta in tv ormai da oltre dieci anni - sottolinea - non è la mia avvenenza fisica ma il tipo di contenuti che tratto e l’esperienza dovuta al lavoro che svolgo». « Non siamo più nella satira, questa è diffamazione bella e buona» aggiunge, confermando la sua decisione di querelare la Raffaele. In tempi di femminicidi, mentre lottiamo contro la visione della donna-oggetto, «che questo tipo di contenuti sia proposto da una donna è ancora più sconcertante», osserva.

Selvaggia Lucarelli contro la criminologa Bruzzone: «La Raffaele è ben più simpatica e gnocca di lei», scrive “Il Messaggero”. Virginia Raffaele imita la criminologa Roberta Bruzzone, ma questa non gradisce. E nella faccenda non poteva che intromettersi Selvaggia Lucarelli. Ne è scaturito un botta e risposta che non va tanto per il sottile. «Bagascia vestita in modo improponibile», ha tuonato la Bruzzone contro l'imitatrice, "rea" di aver messo in scena «una rappresentazione becera, volgare, gratuita, sguaiata». Dopodiché in un tweet la Bruzzone ha annunciato che sarebbe passata alle vie legali. E la replica della Lucarelli non si è fatta attendere: «Leggo che la Bruzzone, in un tweet, lascia intendere di aver scomodato il suo favoloso team di legali per bastonare Virginia Raffaele che ha osato farne una parodia (divertente) ad Amici - ha scritto - Nella vita ho ricevuto un po' di querele, ma la lettera dell'avvocato della Bruzzone per un mio servizio su Sky me la ricordo bene. Spiccava. Non solo per la pretestuosità degli argomenti (era un servizio innocuo e fu l'unica tra 100 servizi a offendersi), ma perchè inviò copia al Ministero delle pari opportunità per accusarmi di sessismo». «La Raffaele - continua la Lucarelli - è ben più simpatica e gnocca di lei. (tanto il ministero delle pari opportunità è stato abolito, magari scriverà alla Boldrini)».

Vittorio Feltri contro Roberta Bruzzone: "Al suo confronto i pm sono delle mammolette", scrive “Libero Quotidiano”. Dopo le imitazioni di Virginia Raffaele, il commento di Vittorio Feltri. La criminologa diventata famosa al grande pubblico grazie a Bruno Vespa che l'ha invitata più volte a Porta a Porta, viene attaccata dal fondatore di Libero che scrive: "Si cala talmente bene nel ruolo da vedere criminali ovunque, tutti da condannare e sbattere in carcere" Feltri l'accusa soprattutto di dare affosso all'imputato dato che è più facile che difenderlo.  "La dottoressa Bruzzone invece eccelle soltanto nell'arte sopraffina di accusare: se prende di mira un disgraziato in manette, prima lo fa a pezzi, poi lo infila nel frullatore e lo riduce in poltiglia".  Con una stilettata Feltri dice che in sui confronto i pubblici ministeri sono delle "mammolette". Feltri ricorda quando, durante una puntata di di Linea Gialla di Salvo Sottile si trovava accanto alla Bruzzone per comentare le vicenda giudiziaria di Raffale Sollecito che all'epoca era ancora in attesa di giudizio. Feltri riteneva che non vi fossero gli estremi per condannarlo, lei sì. La Cassazione ha dato ragione a Vittorio. Da qui la conclusione di Feltri: "Roberta non ha fiatato e non ha tradito delusione. Ognuno fa il proprio mestiere. Lei il suo di tritacarne lo svolge benissimo. Se commettessi un reato, preferirei avere di fronte un caterpillar che non la Signora Omicidi".

“Non ricordo di averla mai udita pronunciare un'arringa in difesa di un incriminato. Al contrario l'ho ammirata in diverse occasioni mentre era impegnata a distruggerlo con le armi della logica, ovviamente a senso unico. Quella del giudice inflessibile e crudele, d'altronde, è una vocazione”…, scrive Vittorio Feltri per “il Giornale”. "Da alcuni anni Roberta Bruzzone, criminologa dall'aspetto attraente (ciò che aiuta sempre a rendersi riconoscibili e, perché no, apprezzabili a occhi maschili e pure femminili), è personaggio televisivo tra i più noti. Il suo bel volto compare spesso in video, anzi sempre, nelle trasmissioni che trattano di morti ammazzati, assassini probabili, gialli irrisolti: temi che da qualche tempo vanno forte e hanno un seguito notevole di pubblico. A lanciare la gentile signora è stato Bruno Vespa a Porta a porta, in cui gli omicidi raccontati sono frequenti e costituiscono una sorta di rubrica fissa, come il bollettino meteorologico. Il principe dei conduttori, dopo averla invitata una prima volta, non ricordo in quale circostanza, avendone gradito gli interventi - forse anche le fattezze - non ha più smesso di convocarla per discettare di coltellate, strangolamenti, alibi e roba del genere noir. Roberta si è tenacemente costruita una fama di investigatrice spietata: ormai è ospite indispensabile in qualsiasi programma al sangue in onda su varie emittenti, tutte assai interessate a dissertare di delitti, un filone appassionante per il pubblico serale, stanco di talk show politici prodotti in serie con la fotocopiatrice. La criminologa mostra di trovarsi a proprio agio nelle discussioni, di solito vivaci, sulla colpevolezza di Tizio e di Caio; e si cala talmente bene nel ruolo da vedere criminali ovunque, tutti da condannare e sbattere in carcere. Si sa come vanno i processi mediatici. Si dà addosso all'imputato dato che è più facile e più spettacolare che non difenderlo. Si calca la mano sugli elementi a suo carico e si sorvola su quelli a discarico. Cosicché la gente, sempre vogliosa di sentenze esemplari, si eccita e non tocca il telecomando nel timore di perdersi le fasi più sadiche del linciaggio. La natura umana fa schifo e collide con i principi basilari del diritto: chi è stato incastrato dalla cosiddetta giustizia andrebbe considerato innocente fino a prova contraria. La dottoressa Bruzzone invece eccelle soltanto nell'arte sopraffina di accusare: se prende di mira un disgraziato in manette, prima lo fa a pezzi, poi lo infila nel frullatore e lo riduce in poltiglia. In confronto a lei, i pubblici ministeri sono mammolette. Non ricordo di averla mai udita pronunciare un'arringa in difesa di un incriminato. Al contrario l'ho ammirata in diverse occasioni mentre era impegnata a distruggerlo con le armi della logica, ovviamente a senso unico. Quella del giudice inflessibile e crudele, d'altronde, è una vocazione. Ciascuno ha le proprie inclinazioni e magari le asseconda con pertinacia. La criminologa, benché non sia togata, agisce con una determinazione impressionante: nei dibattiti davanti alla telecamera riesce a spiazzare chiunque, magistrati inclusi. Una notte, a Linea gialla, diretta da Salvo Sottile (bravo e preparato), ero seduto accanto a Bruzzone per esaminare la vicenda di Raffaele Sollecito, in attesa di giudizio. Personalmente ero dell'idea che il giovanotto fosse da assolvere per mancanza di prove; lei aveva un'opinione opposta alla mia. Non dico che litigammo, ma eravamo in procinto di farlo. Trascorsi alcuni mesi, la Cassazione ha dato ragione a me. Roberta non ha fiatato e non ha tradito delusione. Ognuno fa il proprio mestiere. Lei il suo di tritacarne lo svolge benissimo. Se commettessi un reato, preferirei avere di fronte un caterpillar che non la Signora Omicidi".

Questo è quanto riportato dalla stampa con verità, attinenza ed interesse pubblico.

Chi di processi ferisce di processo perisce, scrive Alberto Dandolo per Dagospia.  A Milano non si fa altro che parlare della citazione a giudizio della platinatissima criminologa Roberta Bruzzone nell’ambito di un procedimento penale a suo carico presso il Tribunale di Tivoli. La vispa professionista deve infatti difendersi dalle accuse di un suo ex compagno, Marco Strano che l’ha trascinata in tribunale in quanto, si legge nelle carte, ne avrebbe “ripetutamente offeso la reputazione…pubblicando sul social network Facebook numerosi post diffamatori”. Nei documenti si legge che la criminologa amata da Vespa e dalla Parodi deve difendersi dall’accusa che “utilizzava altresì più volte in maniera denigratoria l’aggettivo “strano” facendo chiaro riferimento alla persona del suo ex compagno, come nei seguenti post: “in effetti mi sembra proprio strano …questo impulso diffamatorio irrefrenabile…, “questi strani soggetti perversi hanno bisogno di ricercare donne che non si concedono…certo mi dispiace per queste donne perché se arrivassero ad abbassare la zip…si farebbero un sacco di risateeeee”; e ancora sottolineava : “è talmente fuori di testa da farmi temere per la mia incolumità e per quella delle persone a me vicine”; “ non ha nemmeno la laurea in psicologia o uno straccio di specializzazione…da uno che qualche tempo fa voleva comprare all’estero un titolo falso per sistemare la questione della sua assenza di titoli validi…” ( post del 23.11.2010) , lo definiva, quindi un mitomane fallito con in dotazione una calibro 9”, lo accusava di averle deliberatamente ucciso il cane, ed infine commentava, con riferimento alla nuova compagna straniera del querelante, che lui l’aveva affittata staccandone il cartellino ed acquistata in qualche compravendita di spose dall’est facendosi qualche foto con lei per far finta di avere una vita (post del 01-12- 2010).”

La criminologa Roberta Bruzzone querelata dall'ex compagno Marco Strano per diffamazione. L'uomo l'ha querelata per averne "ripetutamente offeso la reputazione pubblicando sul social network Facebook numerosi post diffamatori": ecco i post "incriminati", scrive Mario Valenza il 16/09/2015 su “Il Giornale”. "Mitomane fallito con in dotazione una calibro 9". Queste e altre dure espressioni sarebbero state Roberta Bruzzone, la criminologa bionda spesso ospite nei salotti televisivi, al suo ex compagno Marco Strano su Facebook. L'uomo l'ha querelata per averne "ripetutamente offeso la reputazione - riporta Dagospia - pubblicando sul social network Facebook numerosi post diffamatori". Strano sostiene che la Bruzzone lo accusava di averle deliberatamente ucciso il cane e di aver acquistato la nuova compagna in qualche compravendita di spose dell'est. Giocando sul cognome del querelante, la criminologa scriveva: "questi strani soggetti perversi hanno bisogno di ricercare donne che non si concedono…certo mi dispiace per queste donne perché se arrivassero ad abbassare la zip…si farebbero un sacco di risateeeee". In un attacco personale scriveva: "è talmente fuori di testa da farmi temere per la mia incolumità e per quella delle persone a me vicine", e dal punto di vista professionale affondava: " non ha nemmeno la laurea in psicologia o uno straccio di specializzazione…da uno che qualche tempo fa voleva comprare all'estero un titolo falso per sistemare la questione della sua assenza di titoli validi…". E ora i post su Facebook potrebbero sbarcare in tribunale...

Tivoli, la criminologa Roberta Bruzzone querelata dall'ex compagno Marco Strano per diffamazione, scrive “Libero Quotidiano”. "Mitomane fallito con in dotazione una calibro 9": questa e altre frasi sono state rivolte da Roberta Bruzzone, la criminologa bionda spesso ospite nei salotti televisivi, al suo ex compagno Marco Strano su Facebook. L'uomo l'ha querelata per averne "ripetutamente offeso la reputazione - riporta Dagospia - pubblicando sul social network Facebook numerosi post diffamatori". Egli sostiene che la Bruzzone lo accusava di averle deliberatamente ucciso il cane e di aver acquistato la nuova compagna in qualche compravendita di spose dell'est. Giocando sul cognome del querelante, la criminologa scriveva: "questi strani soggetti perversi hanno bisogno di ricercare donne che non si concedono…certo mi dispiace per queste donne perché se arrivassero ad abbassare la zip…si farebbero un sacco di risateeeee". In un attacco personale scriveva: "è talmente fuori di testa da farmi temere per la mia incolumità e per quella delle persone a me vicine", e dal punto di vista professionale affondava: " non ha nemmeno la laurea in psicologia o uno straccio di specializzazione…da uno che qualche tempo fa voleva comprare all'estero un titolo falso per sistemare la questione della sua assenza di titoli validi…". Come andrà a finire? 

Caso Marco Strano - Roberta Bruzzone - Bruno Vespa e milioni di inganni e sprechi ai danni della Polizia - Interrogazione "aperta" al capo della Polizia si legge sul sito internet di Polizia Nuova Forza Democratica. L'Organismo Sindacale Polizia Nuova Forza Democratica nasce con lo scopo di salvaguardare i doveri degli appartenenti alle Forze dell'Ordine e di tutelare i diritti di donne e uomini che hanno consacrato la propria vita professionale alla sicurezza di tutti i cittadini. Il legislatore, con l'approvazione della Legge 121/81, ha previsto la demilitarizzazione del Dipartimento Della Pubblica Sicurezza e il conseguente Ordinamento Civile della Polizia Di Stato, con l'obbiettivo di rendere tangibile la sinergia sociale tra cittadini e poliziotti. Il nostro Organismo P.N.F.D. condivide, con spirito di servizio, "l'animus del Legislatore" deputando proprio fondamento la collaborazione tra i tutori dell'ordine e la società civile. Il nostro statuto, non a caso, prevede l'iscrizione all'organismo P.N.F.D. sia per gli operatori della Polizia Di Stato, soci ordinari, sia per i rappresentanti del mondo del lavoro o associazioni che operano nel volontariato sociale, soci aggregati e onorari. Polizia Nuova Forza Democratica vuole essere la calcina che lega tutti i cittadini che, senza clamore, ogni giorno, con il coraggio dell'onestà compiono il proprio dovere costruendo il bene comune. Questa organizzazione sindacale intende costituirsi parte civile nei vari processi che, a partire dal prossimo dicembre, vedono imputata la c.d. "Ambasciatrice di Telefono Rosa" - Roberta Bruzzone che sarà giudicata dall'Autorità giudiziaria per aver indirizzato accuse di stalking, false e strumentali, attraverso denunce, poi archiviate, interviste televisive e sui giornali, migliaia di pagine di social networks, nei confronti di Marco Strano, funzionario di Polizia, moralmente e professionalmente incensurabile, per questo stimato a livello nazionale e internazionale e quindi lustro per la Polizia di Stato. Accuse che stanno provocando un crescente malumore tra i colleghi che ben conoscono la vicenda reale, completamente diversa da quella veicolata dai media. Le accuse di stalking si sono infatti rivelate poi assolutamente infondate, ma hanno ingiustamente gettato un'ombra sull'intera categoria degli appartenenti alla Polizia di Stato tanto che la magistratura ha approfondito - attraverso già due rinvii a giudizio di Bruzzone per diffamazione aggravata e attraverso altri procedimenti tuttora in fase di indagine per altri più gravi reati presso le Procure di Roma e di Tivoli (che riguardano anche soci e collaboratori della predetta) - come il contrasto con il collega Strano non fosse legato a vicende sentimentali, come si voleva far intendere (il collega è felicemente sposato da anni), ma molto più presumibilmente al fatto che quest'ultimo ha pubblicamente denunciato il business dei corsi di formazione. Neanche a farlo apposta, infatti, la suddetta organizza corsi attraverso il marchio AISF(Accademia Internazionale di Scienze Forensi) - marchio spesso citato anche nella trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa - solo apparentemente no-profit in quanto strettamente collegato con la SaS CSI-Academy (di cui Roberta Bruzzone risulta socio accomandante e che propone corsi e perizie forensi a pagamento): SaS che ha un logo pressoché identico a quello dell'Associazione pubblicizzata da Bruno Vespa e con cui condivide un sito web, situazione che potrebbe trarre in inganno milioni di telespettatori. Tutto ciò a nostro avviso dovrà essere analizzato attentamente innanzitutto dal Garante per le comunicazioni, per motivi di pubblicità occulta e di concorrenza sleale. Ma soprattutto: sarà "sicuramente casuale" che la società di Roberta Bruzzone risulti partner commerciale dell'azienda statunitense SIRCHIE e della società di rappresentanza italiana RASET - leaders in Italia nella commercializzazione di prodotti per criminalistica - e che il collega Marco Strano abbia intrapreso da almeno 5 anni una battaglia politico-sindacale finalizzata alla razionalizzazione della spesa pubblica nel settore dei prodotti per investigazioni scientifiche che, se andasse in porto, porterebbe un calo di fatturato di milioni di euro nelle predette aziende a vantaggio dell'Amministrazione della PS, i cui vertici purtroppo persistono invece nello sprecarli, a discapito dell'erario oltre che riducendo le potenzialità investigativo-scientifiche. Per quanto sopra esposto, chiediamo se il Capo della Polizia sia al corrente o meno della suddetta vicenda, quali iniziative abbia intrapreso e/o intenda intraprendere affinché sia ripristinato il prestigio della categoria e fatta luce su sprechi, privilegi e abusi che ne stanno seriamente minando le fondazioni.

Roma, 11 ottobre 2015 

F.TO
Il Segretario Nazionale per l'Italia centrale e gli uffici dipartimentali - FILIPPO BERTOLAMI

Il Segretario Nazionale Generale - Rappresentante Legale - FRANCO PICARDI

Rissa legale tra criminologi, scrive Mauro Sartori su “Il Giornale di Vicenza”. Si trasferisce anche in città il duro confronto tra Roberta Bruzzone e l'ex compagno Marco Strano. L'uomo accusa di plagio l'autrice per alcuni passaggi riportati. Lei replica con denunce per stalking e chiedendo misure di sicurezza. Carabinieri a piantonare la sala, notifica di documenti legali per spiegare il terreno minato su cui si muoveva l'incontro pubblico di ieri sera, querele e minacce attraverso i social network: sono gli ingredienti della guerra in atto fra due criminologi di fama, che ieri ha vissuto un capitolo scledense. Da una parte Roberta Bruzzone, psicologa forense nota per le partecipazioni come consulente ai talk show televisivi quando si parla di omicidi; dall'altra l'ex fidanzato Marco Strano, dirigente della polizia di stato, fondatore dell'Associazione internazionale di analisi del crimine. Oggetto del contendere il libro “Chi è l'assassino - diario di una criminologa”, edito dalla Mondadori. Strano accusa Bruzzone di plagio. Nella parte introduttiva del libro ci sarebbero passaggi copiati senza autorizzazione, tanto che il dirigente della polizia avrebbe chiesto con una procedura d'urgenza il ritiro dal commercio del libro, ma non l'ha ottenuto. Ieri sera la criminologa, chiamata come esperta da Bruno Vespa per le puntate di “Porta a porta” in cui si parla dei delitti di Sarah Scazzi e Melania Rea, tanto per citare i due più conosciuti, era a palazzo Toaldi Capra, dove ha presentato proprio il libro conteso ed ha parlato anche della sua attività quale ambasciatrice di “Telefono rosa”. L'altro ieri alla libreria Ubik, che organizzava l'incontro, due avvocati dell'Alto Vicentino, come domiciliatari dei legali di Strano, hanno recapitato ai titolari copia di un'ordinanza emessa dal tribunale di Milano in cui viene rigettato il ricorso di sequestro del libro, ma lascia aperta la porta ad un eventuale risarcimento del danno patito dal poliziotto. Una mossa che in verità non ha avuto conseguenze sullo svolgimento della serata ma che ha inasprito la tensione fra le due parti, tanto che ieri Bruzzone ha twittato parlando «di due scagnozzi non identificati che denuncerò per concorso in atti persecutori» che sarebbero andati alla Ubik e, in una successiva mail diffusa, «di un ennesimo tentativo di screditarm posto in essere da un soggetto che ormai trova l'unica ragione della sua misera esistenza nel rancore nutrito nei miei confronti e nel porre in essere atti persecutori nei miei confronti di cui sono vittima da quattro anni». In pratica da quando è finita la relazione sentimentale fra i due che un tempo andavano d'amore e d'accordo. La criminologa si è sentita minacciata tanto da richiedere misure di sicurezza ai promotori, prima di entrare in sala: «L'ho denunciato per stalking e quanto accaduto a Schio mi seriverà per integrare la denuncia stessa. Purtroppo non accetta l'evidenza dei fatti - ci ha riferito ieri sera Roberta Bruzzone. - La mia è un'opera autonoma, tratta da miei incarichi documentati. Le sue accuse sono deliranti. Per me la vicenda era chiusa con il rigetto del ricorso ma non si rassegna e allora comincio ad avere timore, soprattutto se si allarga a minacciare anche gli organizzatori delle mie serate nel tentativo di boicottarle. La mia vita è cristallina, ma non posso andare avanti così».

La criminologa di Vespa e gli affari con la polizia. Un sindacato: “Costose forniture alla Scientifica da azienda legata alla Ong di Bruzzone. E spot a ‘Porta a Porta’”. E poi continuano le polemiche dopo il servizio di “Report” sulla Corte Costituzionale. Rassegna stampa: Il Fatto Quotidiano, pagina 15, 1 dicembre 2015, di Ferruccio Sansa. Un esposto al capo della polizia Alessandro Pansa. Poi una lettera protocollata al ministro Angelino Alfano, al presidente della Commissione parlamentare Rai Roberto Fico e al presidente Rai Monica Maggioni. Titolo: “Caso Bruzzone-Vespa”. A scrivere un gruppo di dirigenti che si raccoglie dietro la sigla Polizia Nuova Forza Democratica. Che non per la prima volta critica i massimi vertici della polizia. Oggetto: pubblicità occulta, forniture di materiale per la polizia scientifica. E convegni organizzati presso la Questura di Roma da società private. Il principale bersaglio delle critiche è la criminologa Roberta Bruzzone, una delle regine del salotto politico più famoso d’Italia: Porta a Porta. Sì, la trasmissione di Bruno Vespa viene nominata più volte. Anche per la famigerata puntata in cui ospitò i Casamonica. Non sarebbero comportamenti illeciti, fino a prova contraria. Ma la lettera, visti i nomi in gioco, sta creando polemiche negli ambienti delle forze dell’ordine e della Rai. Mentre Bruzzone smentisce e annuncia querele. Primo: il sindacato punta il dito sui costi del materiale in uso alla polizia scientifica come la polvere per il rilievo delle impronte digitali. «Sarebbe possibile – si sostiene – acquistare prodotti della medesima qualità evitando i dazi doganali sui prodotti americani con un risparmio dal 20 al 30%». Che cosa c’entrerebbe Bruzzone? Da visure effettuate dal Fattonon risulta sia socia dell’impresa importatrice. Filippo Bertolami, segretario Pnfd, aggiunge però: «Dai siti Internet della società di Bruzzone emerge che l’importatore ha una partnership con la sua fondazione. Così come, peraltro, con lo stesso programma della tv pubblica Porta a Porta». Per questo il sindacato parla di «pubblicità occulta, svolta anche con magliette e sottopancia nel corso delle trasmissioni». Il punto: «L’Accademia internazionale di scienze forensi (una Ong che fa capo a Bruzzone, ndr.), che beneficerebbe di tale pubblicità ha un sito che trasferisce ad arte sul sito della Csi Academy, società di consulenza che si occupa di perizie e di formazione. Un’impresa con un logo quasi identico a quello dell’associazione no profit». Gli stessi soggetti che organizzano, riferisce Bertolami, eventi e corsi presso i locali della Questura di Roma: «Per i poliziotti di un sindacato sono gratuiti, ma tutti gli altri devono pagare. Chiediamo se sia possibile che un locale istituzionale sia utilizzato per iniziative a fini di lucro». Il Fatto Quotidiano ha raccolto le versioni di tutti gli interessati. Pubblicità occulta nel salotto più famoso della Rai? Bruno Vespa giura: «Mi pare impossibile. Sto molto attento. Se qualcuno l’ha fatto, non accadrà più. Stiamo attentissimi». Bruzzone aggiunge: «Quella lettera riferisce un mucchio di falsità. Ho già consegnato personalmente una lettera al capo della polizia per chiarire le cose». E la fornitura per la polizia scientifica effettuata da società legate a Bruzzone? «Se i prodotti costano più che se fossero comprati in America dipende dai dazi doganali e dalla spedizione», assicura il titolare. Fonti della polizia aggiungono: «Ci sono regolari gare». Ma quegli eventi realizzati negli uffici della Questura? «Il corso è organizzato da un altro sindacato. Ma se non sarà gratuito per tutti non concederemo gli spazi».

Occhio per occhio dente per dente, scrive Massimo Prati su "Albatros. Volando Controvento". Una drastica soluzione per far cessare i sequestri di stato dei magistrati non professionali che se ne fregano della vita altrui. Un altro processo che neppure doveva iniziare si sta celebrando contro Massimo Bossetti nell'italica terra conosciuta nel mondo perché resa famosa da santi, poeti e navigatori. Queste le categorie più famose. Ma in Italia ci sono anche tanti eccellenti investigatori, procuratori e giudici che operando per come vuole la legge riescono a chiudere indagini scomode prima che finiscano sui media. Su quei media che pressando mischiano le carte e calando l'asso del pregiudizio aizzano il popolo e spaiano le indagini. Naturalmente le eccellenze non si fanno notare. Com'è giusto che sia restano nell'ombra, non cercano pubblicità e non accettano, specialmente prima di aver portato l'imputato a processo, di parlare coi media, italiani o stranieri, di una indagine che ancora non ha superato il vaglio dei giudici. Le persone semplici ammirano gli uomini con la divisa o con la toga. Li vedono maneggiare il potere e pensano di avere a che fare con menti superiori, con una categoria professionale e seria al cento per cento. Ma una categoria simile non esiste in nessuna parte del mondo. Come capita in qualsiasi azienda, fra migliaia di persone che lavorano nel migliore dei modi si troverà sempre una percentuale, alta o bassa che sia, che risulta meno produttiva o addirittura incapace. Logicamente l'azienda privata può migliorare in produttività se chi la dirige usa gli strumenti in suo possesso per provare a livellare i suoi dipendenti (se non ci riesce li licenzia). Basandosi su questa ovvia banalità c'è quindi da chiedersi chi diriga l'azienda Italia, in special modo il settore giustizia, visto che lo stesso discorso sulla professionalità si può fare sui giudici. Anche fra loro ce ne sono di molto validi (che sentenziano basandosi sul codice penale e sul buonsenso) e di poco validi (quelli che si affidano alle procure e a regole proprie non scritte in nessun codice penale). Che sia così non è una mia impressione, ma è un dato di fatto visto che la nostra giustizia non sta messa bene (prima di noi in classifica ci sono Gambia, Mongolia e Vietnam), visto che Strasburgo ciclicamente ci multa a causa dei processi infiniti e dei troppi anni trascorsi in carcere da chi è in attesa dei verdetti. Nessun media alza la voce e il popolo non si indigna per i tanti milioni di euro buttati al vento da una categoria privilegiata con stipendi di lusso. Forse è per questo che la pubblica opinione non ha neppure capito che in Italia i veri criminali, nonostante le indagini massicce e i tanti denari spesi, non si scoprono mai (vedi il caso del "mostro di Firenze", ma anche di Simonetta Cesaroni, Serena Mollicone, Emanuela Orlandi, Denise Pipitone, Cristina Golinucci, Angela Celentano e tantissimi altri archiviati o in odor di archiviazione). Anche i criminali stranieri sanno che i nostri processi faticano a partire e quando partono non arrivano coi tempi giusti, che troppo spesso finiscono con la prescrizione del reato, che troppo spesso sono preparati e celebrati con spirito libero e fantasioso e non con le tavole della legge. Lo sanno che in una situazione del genere difficilmente rischiano di restare per troppi anni in una cella italiana. E questo dovremmo saperlo anche noi, dato che siamo una delle nazioni che non accontentandosi di avere una propria e ben nutrita lista di organizzazioni criminali (mafia, n'drangheta, camorra e via dicendo) permette ad altre di entrare liberamente e proliferare. Criminali africani e dell'est Europa, della Cina e di ogni altro Stato che applichi pene certe e dure, si ritrovano nelle nostre città e si associano perché da noi certi crimini sono ormai una routine e per i media non paiono essere di prima fascia. Pochi sono i delinquenti che una volta arrestati da poliziotti e carabinieri restano in carcere. Alla faccia di chi ha rischiato anche la vita pur di portare di fronte a un giudice chi è di certo colpevole perché arrestato in fragranza di reato. Ma i loschi personaggi che delinquono abitualmente da noi se la cavano con una tirata d'orecchie e un foglio di via che nove volte su dieci rimane lettera morta. Quante volte ci siamo sentiti dire che l'assassino del tal dei tali era già stato arrestato e poi rilasciato con un foglio di via? Per tutti vale Ezzedine Sebai, che fu arrestato e rilasciato innumerevoli volte prima che si spostasse in Puglia dove uccise moltissime donne anziane. La nostra giustizia è particolare e nelle carceri italiane non ci restano neppure i reo confessi che ammazzano in maniera efferata e che, confessando i delitti, quasi mai vanno in cella prima del processo e dopo la condanna in galera ci stanno dai sette ai dieci anni. Non di più. Da noi, fateci caso, in carcere in attesa dei processi più seguiti dai media ci sono persone incensurate, quelle che come la maggioranza degli italiani vivono una vita semplice e che credendo nella giustizia si dichiarano innocenti perché non è giusto ammettere di aver ucciso se non si è ucciso. Persone che non avendo mai frequentato il mondo giustizia, in cui vivono investigatori procuratori e giudici, non immaginano neppure che una volta rinchiuse in cella non usciranno più perché la custodia cautelare è una bestia assatanata che ubbidisce solo alle procure e che neppure i giudici sono capaci di domare. Gli esempi al momento sono tanti. Si va da Veronica Panarello a Michele Buoninconti, da Padre Graziano a Massimo Bossetti e ad altri un po' meno mediatici. Tutte persone ancora da giudicare che si dichiarano innocenti e attendono in carcere processi e sentenze. Persone che dalle loro celle guardano la televisione e assistono impotenti ai processi sommari in cui vengono stuprate moralmente e condannate a prescindere. Ma più di loro il carcere cautelare ha colpito Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ora assolti con sentenza definitiva, e ancora più di questi ultimi è toccato a Sabrina Misseri (ma anche a sua madre) sulla cui posizione occorre soffermarsi un attimo. La stragrande maggioranza degli italiani crede che la ragazza di Avetrana abbia ucciso sua cugina e meriti di restare in galera. Lo crede non perché ci siano prove a conferma, non perché a processo sia stata dipinta quale ragazza vendicativa capace di alzare le mani sulle rivali, ma perché l'informazione e gli opinionisti mediatici, in nome e per conto della procura, hanno spruzzato quell'enorme odore di pregiudizio che fa perdere alla mente ogni cognizione razionale. Tutti si sono sentiti, grazie all'impronta data alle notizie dai giornalai, buoni investigatori e buoni giudici e tutti ora credono che per giudicare colpevole una persona, semplice come loro ma dipinta di nero dai media, non serva leggere gli atti e ascoltare gli interrogatori ma basti l'intuito, il particolare stonato che fa pensar male ed è confermato dal tal opinionista televisivo che, dice, ha letto ogni parola. Ma non è vero che ha letto ogni parola è non così che funziona la giustizia. Se si ragionasse a questo modo tutti potremmo finire in carcere e dopo essere dipinti di nero restarvi per la vita. Per giudicare occorre avere la mente sgombra. Per imbastire un giusto processo bisogna evitare che i giudici popolari ascoltino gli opinionisti dare per certa la colpevolezza dell'imputato che ancora deve essere giudicato. I giudici togati e popolari non si scelgono ad inizio indagine ma a inizio processo. Perciò non si possono tenere all'oscuro di ciò che nel frattempo sui media "si dice" e si dà per certo. Per questo i giudici moderni, togati e popolari, quando un processo è mediatico non dovrebbero essere italiani ma stranieri. Solo così vi sarebbe la certezza di far entrare in tribunale persone che nulla sanno né del crimine in questione né di chi la procura crede colpevole. E' l'unica soluzione accettabile, dato che invece di far parlare e scrivere i giornalisti specializzati gli editori lasciano campo libero ai giornalai dello scoop. Per essere veri giornalisti, per essere idonei ad informare la pubblica opinione (quindi anche i giudici popolari) senza inserire pregiudizi, occorre saper guardare i fatti senza emotività e ragionare con la propria testa evitando di riportare, in video o sui giornali, quanto dice l'accusa senza prima averlo vagliato con logica e, se è possibile, senza prima averne parlato con la difesa. Invece il settore informazione è in confusione. Vige la regola del chi prima arriva meglio alloggia e pur di pubblicare lo scoop non si verifica nulla di quanto si scrive finendo per fare il gioco di chi sa bene che le parole fanno più male delle armi. Un giornalista degno di tal nome, dopo aver letto gli atti e ascoltato i vari testimoni interrogati nel primo processo di Taranto non potrebbe fare a meno di dire ad alta voce che non c'è uno straccio di indizio valido che faccia pensare colpevole Sabrina Misseri, che per assolverla sarebbe bastato un solo processo celebrato in un'altra città. Purtroppo non tutti hanno letto e ascoltato e purtroppo a qualcuno, che sui media ci sguazza, la condanna "fa gioco". Ma lasciamoli perdere i processi di Taranto perché troppo spesso si rivelano sbagliati (vedi Domenico Morrone e tanti altri condannati dai giudici tarantini e poi riconosciuti innocenti) e concentriamoci sulla legge italiana che vuole in custodia cautelare chi, accusato di un crimine, restando libero ha la possibilità di reiterare il reato (un serial killer dovrebbe restare in carcere, non un incensurato ancora da giudicare), di fuggire dall'Italia (un criminale sconosciuto al grande pubblico che ha amicizie a Santo Domingo dovrebbe restare in carcere, non chi per anni ha visto la sua faccia campeggiare sui media) e inquinare le prove (se ci sono indagini in corso e testimoni da interrogare è giusto che l'imputato resti in carcere, ma quando le indagini finiscono cosa può inquinare?). Queste le tre condizioni necessarie per tenere in galera chi è in attesa di processo (ne basta una valida per non liberare gli imputati). Ora dovete sapere che Sabrina Misseri è in custodia cautelare dal 15 ottobre 2010 e che il giudice Patrizia Sinisi qualche giorno fa le ha notificato un atto in cui le comunica che, non si dovesse pronunciare prima la Corte di Cassazione, magari perché alla giudice servirà più di un anno e mezzo per motivare la sua sentenza (d'altronde la sua collega tarantina Cesarina Trunfio ci mise un anno), i termini di custodia in carcere per lei scadranno nel settembre del 2017. Quindi, per la ragazza di Avetrana i giusti anni in custodia cautelare sarebbero sette, tanti quanti ne ha scontati un marito di Belluno dopo aver ucciso la moglie con venti coltellate mentre la loro bimba dormiva nella camera accanto. In pratica, l'uomo di Belluno, che certamente è un assassino dato che ha ucciso barbaramente sua moglie, dopo soli sette anni di carcere è tornato libero perché ha scontato la sua pena. Sabrina Misseri, che come altri imputati italiani è in custodia cautelare perché si è dichiarata estranea al delitto, potrebbe invece restare sequestrata per gli stessi sette anni... ma senza motivo se alla fine dell'iter processuale la Cassazione dovesse ritenerla innocente. In certi casi la giustizia italiana interpreta a suo piacimento. Bruciato il codice penale se la prende comoda, motiva a piacimento e dopo aver fatto un rapido calcolo matematico decide che tutto torna. Come se fosse normale restare chiusi in galera in attesa di essere processati per qualcosa che si dice non aver commesso. Certo è che tanti procuratori e giudici ritengono la custodia cautelare in carcere una misura giuridica normale, visto che per anni e anni chiudono in galera gli imputati che si proclamano innocenti. In carcere sono e in carcere devono restare quelle persone che l'accusa vuole colpevoli. Anche se sono incensurate, anche se non ci sono prove e gli indizi non si incastrano fra loro, anche se non sono ancora state depositate le perizie in grado di confermare, ma anche di smentire, tesi accusatorie che spesso superano la normale immaginazione. Penso a Massimo Bossetti, arrestato in maniera vergognosa mentre lavorava e infilato in galera a causa di un Dna strampalato. Penso a Michele Buoninconti, arrestato a causa di una perizia voluta dalla procura che due mesi dopo anche i tecnici dei carabinieri hanno smentito. Penso a Veronica Panarello, arrestata dopo un interrogatorio fuorilegge e chiusa in carcere in attesa di una perizia che potrebbe inchiodarla ma anche scagionarla. Penso che se per i procuratori e i giudici è normale che una ragazza resti sette anni in custodia cautelare, dovrebbe essere anche normale che chi lavora per lo Stato paghi con la stessa moneta se un domani la Cassazione decidesse, a buon ragione, di mettere davvero in pratica le motivazioni della sentenza Knox-Sollecito. Insomma, le ricostruzioni accusatorie assurde non sono idonee né a condannare né a tenere in carcere persone incensurate e chi le fa proprie, per ottenere condanne e condannare, deve assumersi le proprie responsabilità se invece della condanna arriva l'assoluzione. Arrestare e rinchiudere in carcere persone innocenti è o non è un sequestro di stato? Se un domani prossimo a venire Sabrina Misseri, Cosima Serrano, Veronica Panarello, Massimo Bossetti e gli altri ora in galera venissero scagionati per l'assurdità delle ricostruzioni accusatorie, chi ridarebbe loro la dignità stuprata dai media e gli anni trascorsi ingiustamente in cella? Chi ridarebbe la vita e la dignità persa a una ragazza diventata donna in carcere, a una madre a cui hanno ucciso un figlio e a un carpentiere a cui hanno distrutto vita e famiglia? Non c'è in natura nulla che possa ridare quanto perso. Non c'è nulla che possa riuscire a cancellare il dolore subito a causa di persone che non si sono mostrate professionali. Chi manda in carcere le persone innocenti capisce quanto dolore provoca? Forse no, forse certi magistrati dovrebbero provarlo sulla loro pelle per capirlo. Ed allora non c'è altra soluzione che mandare in carcere i procuratori e i giudici che vogliono e avallano la custodia cautelare senza avere in mano prove serie. Magari con ricostruzioni oniriche o fantasiose. Questi uomini a cui lo stato dona potere sarebbero disposti a pareggiare la situazione e a rimetterci del loro nel caso di assoluzioni in Cassazione? Sarebbero disposti a mostrarsi uomini veri e ad andare in galera se si scoprisse che non hanno lavorato in maniera professionale? Io credo di no. Credo che non rinunceranno mai ai privilegi che garantisce lo stato anche se loro per primi, sequestrando e mandando persone in carcere (senza avere alcuna certezza della colpevolezza), sputano sopra la presunzione d'innocenza e su altri diritti che la Giustizia vuole siano garantiti a chi viene indagato. Non ultimo quello di poter attendere gli esiti dei procedimenti giudiziari assieme alla propria famiglia e non in carcere. Quella della custodia cautelare ingiusta è una piaga che va debellata, non v'è dubbio, e dovrebbe essere l'informazione a inserire il dito nella ferita affinché il male continuo costringa le istituzioni a curarla. Ma quando mai lo farà? A parer mio basterebbe un anno di"occhio per occhio - dente per dente" per rimettere in carreggiata i magistrati che ne abusano. Non sarebbe una cosa assurda e visto che tantissimi procuratori e giudici sono davvero bravi e professionali, forse non sarebbe neppure difficile da far accettare a quella maggioranza dei magistrati che da tempo è stanca di essere accomunata a certe persone...

Noi non possiamo tacere. Meditazioni su giustizia e dignità della persona. Convegno Palaia (16 settembre 2015). Processi in tv: dall'indizio all'elaborazione "letteraria" del pregiudizio (passando per gli artifici della retorica). Intervento di Annamaria Cotrozzi pubblicato da EUGIUS - Unione Europea Giudici Scrittori - Non sono un'addetta ai lavori: per professione non mi occupo di diritto, ma di testi classici. Mi sono accostata alle tematiche che oggi affrontiamo per senso di dovere civico, in quanto sempre più sconcertata di fronte alla deriva inarrestabile delle gogne mediatiche e dei "processi" celebrati in tv, del tutto al di fuori sia dalle regole del diritto, sia dal rispetto della persona e dai valori dell'humanitas. Di recente, le motivazioni del verdetto di Cassazione sul caso Kercher hanno esplicitato il condizionamento che sulle indagini, e di conseguenza sull'iter giudiziario, può essere esercitato dalla pressione mediatica. Dopo tale autorevole parere, direi che la questione abbia ora il crisma dell'allarme ufficiale. Le sentenze televisive, anticipate e costruite, giorno dopo giorno, sul pregiudizio mediaticamente indotto, possono influire sull'esito dell'iter giudiziario vero e proprio, e portare alla conferma, in sede di tribunale, di condanne già da tempo date per scontate, sancite dalle opinioni degli ospiti dei programmi di cronaca, e richieste a gran voce dall'opinione pubblica che da tali opinioni è stata inevitabilmente condizionata. Fiction. Quando un caso giudiziario sale alla ribalta della cronaca ed entra nei "salotti" televisivi, si crea un circolo vizioso per cui, paradossalmente, proprio l'indizio più vago, più labile e oggettivamente meno significativo è quello potenzialmente più adatto ad essere romanzato, ad avviare un racconto d'invenzione, a fornire spunti per la fiction di intrattenimento con cui si riempiranno infiniti pomeriggi: il tutto avviene mediante una serie di procedimenti retorici che meriterebbero un'indagine specifica e dettagliata (magari anche da sviluppare in tesi di laurea). Va anche detto che lo strapotere degli opinionisti dei talk show - ognuno dei quali, odierno Minosse, "giudica e manda secondo ch'avvinghia", in base, spesso, a una conoscenza palesemente approssimativa del caso - è anche conseguenza della fine del vero giornalismo, quello d'inchiesta, a cui si è ormai sostituito il giornalismo ombra di se stesso, il giornalismo del "copia e incolla", quello che si limita a raccogliere il gossip e a entrare nella catena del tam-tam mediatico senza verificare la notizia (violando l'abbiccì delle norme del giornalismo), e che ripropone all'infinito e amplifica i presunti indizi filtrati dalle sedi giudiziarie, presentandoli come verità assodate tramite la ripetizione parossistica delle frasi fatte, capziose e e imbroglianti, alle quali il pubblico si abitua fino a farle proprie (e fino a credere di averle pensate autonomamente, come avviene con la pubblicità occulta). Evidente meccanismo di manipolazione, che uccide il senso critico. Avetrana. A mio avviso, in questi ultimi anni, tutto questo è stato rappresentato emblematicamente dal caso Scazzi, di cui mi sono occupata in modo approfondito maturando il convincimento dell'innocenza delle due imputate, Cosima Serrano e Sabrina Misseri, in custodia cautelare da cinque anni e raggiunte, anche in secondo grado, entrambe dalla condanna all'ergastolo. Il poco tempo a disposizione non mi consente ovviamente di approfondire in questa sede l'analisi del delirio mediatico verificatosi intorno a questo specifico caso, né di dedicare a questo tragico fatto di cronaca, e alla sconcertante vicenda giudiziaria che ne é seguita, tutto lo spazio necessario. Mi limito quindi a riferirmi a questa vicenda allo scopo di esemplificare i suddetti procedimenti di manipolazione retorica. La tv ha dedicato a questo caso montagne di ore, un vero delirio senza precedenti: ricordo che fu la diretta televisiva no-stop della sera in cui fu ritrovato il corpo della giovane vittima a far schizzare in alto sia l'interesse per la vicenda, sia, di conseguenza, l'audience. Le immagini. Nella civiltà dell'immagine, ha preso ovviamente campo anche la retorica visiva (analoga a quella verbale). Effetti devastanti si possono ottenere anche attraverso l'uso di fotogrammi fissati ad hoc e riproposti all'infinito, a fine suggestivo, come avviene in pubblicità: Sabrina Misseri con l'espressione tormentata o che piange (e così si è dato credito al nonsense dell'espressione "lacrime di plastica"), Amanda Knox e Raffaele Sollecito che si baciano all'indomani della tragedia, Cosima Serrano che spinge il marito in garage per sottrarlo all'assalto di giornalisti e fotografi, un gesto riproposto ad arte come rappresentativo del presunto ruolo dispotico della donna, data in pasto al pubblico come la "sfinge" e la "matriarca", in linea con quanto richiesto dai ruoli e dalla trama del "romanzo a puntate" in cui la l'evento tragico si andava trasformando. Come si vede, siamo persino sotto la soglia dell'indizio, ma l'immagine trasmessa e ritrasmessa mille volte è sufficiente a scatenare l'odio popolare, e viene tradotta mentalmente: "lei è quella che ha ucciso la ragazzina e ha ordinato al marito di far sparire il corpo". L'immagine capziosa non resta inerte, ed infatti è divenuta la molla micidiale che ha portato alle grida selvagge e agli applausi vigliacchi del momento dell'arresto, offerto anche quello al pubblico come spettacolo. Una forma di antifemminismo collettivo porta a trovare normale un fatto, a mio avviso, di inaudita gravità, cioè che sulle donne coinvolte in quest tragiche vicende si esprimano giudizi persino in riferimento al loro grado di avvenenza fisica (!), e anche in ciò si pensi di trovare riscontri per gli indizi di colpevolezza (Sabrina gelosa perché non abbastanza bella, Amanda troppo bella e perciò manipolatrice, e altre sciocchezze del genere: sciocchezze, certo, ma dalle devastanti conseguenze). I trucchi della retorica. Sul piano del linguaggio e dei messaggi verbali, la formidabile cassa di risonanza televisiva riesce a mettere in circolazione assiomi fatti passare per verità provate, slogan la cui vacuità è mascherata da deduzione logica: "allora si è uccisa da sola" (frase che circola nel web in riferimento a tutti i casi di cronaca divenuti famosi), "sono stati gli extraterrestri"; più grave ancora l'ipocrisia ricattatoria con cui il colpevolismo acritico e viscerale si accaparra la difesa della vittima tramite frasi del tipo: "io sono dalla parte della vittima" (donde il paralogismo: se difendi gli indagati o imputati, vuol dire che tu non sei dalla parte della vittima) , "se fosse stata tua figlia?". Falsi sillogismi. Si sono usati, nel caso di Avetrana, per dare consistenza al presunto movente della gelosia: per crearli si diffondono notizie inesatte (la storia, falsa, dei diari di Sarah che Sabrina avrebbe nascosto), si insiste sull'aspetto fisico dell'imputata (era grassa, la cugina era magra, dunque l'invidia e la gelosia sono possibili, dunque ha ucciso per gelosia). Passaggio successivo sono le domande rivolte agli "esperti": secondo lei si può uccidere per gelosia?" "Sì, certo che si può" (lo sappiamo tutti che si può, non occorrono gli "esperti"): ergo Sabrina ha ucciso per gelosia (esempio ricorrente di falso sillogismo in questa vicenda). Il lessico. A farci caso, si riscontra la passione dei media per le espressioni verbali dure, violente, quasi sadiche: incastrare, inchiodare, torchiare. C'è sempre, in agguato, lo scoop riguardo a "prove" che incastrerebbero l'imputato di turno (poi si scopre, il più delle volte, che si tratta in realtà soltanto di parvenze di indizi, o di elementi irrilevanti interpretati come tali). Il sensazionalismo, comunque, si manifesta soprattutto nell'abuso del termine "supertestimone", ormai irrimediabilmente inflazionato, e riferito in genere ad autori e autrici di banali "rivelazioni" da gossip paesano. Va aggiunto il "Vergogna"!, il grido preferito di giustizialisti e giustizieri, quello urlato dalla folla inferocita accorsa a godersi gli arresti, o davanti ai tribunali in caso di assoluzione, dovunque nel web. L'uso perverso della retorica, soprattutto da parte di giornalisti e operatori televisivi, consiste anche nell' illuminare il segmento che interessa oscurando ciò che andrebbe a favore dell'imputato: è un procedimento, del resto, canonizzato nei trattati di oratoria (le Controversiae di Seneca il Vecchio ce ne rappresentano l'uso concreto e abituale nelle esercitazioni delle antiche scuole di retorica); la retorica, si sa, procede anche per omissioni: e così, per esempio, della questione orari, dirimente nel caso di Avetrana, in tv non si parla quasi mai, e mai con precisione: la retrocessione forzata degli orari, in base a testimonianze – malcerte - di mesi dopo, è il vero scandalo di questa vicenda giudiziaria. Naturalmente si parla invece moltissimo, all'interno di affrettate analisi psicologistiche da due soldi, di atteggiamenti ritenuti strani e sospetti, reazioni emotive, espressioni facciali, presunta eccessiva agitazione, presunta eccessiva calma delle persone imputate. Sì, per paradosso sia l'agitazione, sia la calma si prestano a essere interpretate come indizi di colpevolezza: altro espediente – di bassa lega, sia chiaro – della retorica televisiva. Le condanne a furor di popolo: cominciano dagli sms forcaioli letti in trasmissione. A tutto questo bisogna opporsi, con le armi della civiltà e della ragione, altrimenti secoli di progresso nel diritto saranno spazzati via dallo strapotere mediatico, dalla grancassa televisiva, dalle urla maleducate con cui, in quei "salotti", viene non di rado impedito e interrotto anche il più timido tentativo di approfondimento: un'inciviltà (travestita da voglia di giustizia), che, tra l'altro, alimenta nel pubblico un modo di ragionare e di esprimersi primitivo, rozzo e persino violento (si pensi al dilagante "gettate le chiavi": perché allora non anche inchiodare la porta, “chiavar l’uscio di sotto”, come si fece col conte Ugolino?). Che cosa può fare, per esempio, la scuola? Con una tv così diseducativa, con programmi che uccidono sia il senso critico che il senso di umanità, a mio avviso deve fare quello che è da sempre il suo compito: insegnare a pensare, favorire l'autonomia del giudizio, lo smascheramento del trucco retorico, la demolizione del pregiudizio alimentato ad arte, il riconoscimento dei meccanismi di manipolazione e degli espedienti "pubblicitari" a cui prima ho fatto riferimento. Ci si può anche aiutare con la letteratura, dove tutto è già stato detto: Per esempio, sarebbe importante far riflettere i giovani sul fatto che il linciaggio mediatico è la versione moderna del procedimento, analiticamente descritto da Manzoni, della caccia agli untori; si potrebbe proporre la lettura del capolavoro di Dacia Maraini, "La lunga vita di Marianna Ucria", con la descrizione della folla che accorre a gustarsi una barbara esecuzione di piazza; si potrebbe anche ricordare loro che il percorso allucinante, da incubo, di un innocente che finisce in arresto e sotto processo ce lo ha già raccontato Kafka. Per concludere: ma perché accade tutto questo? Perché mai è così facile, da parte dei media, alimentare (irresponsabilmente, visto che chi detiene il megafono televisivo avrebbe l'obbligo della massima prudenza) il colpevolismo acritico e viscerale, e addirittura l'odio, il linciaggio verbale che potrebbe persino diventare linciaggio fisico, se gli imputati finissero nelle mani della folla (come si vede, ripeto, dagli applausi, gli insulti e gli sputi agli arresti)? Anche qui il mondo antico ci può suggerire delle risposte: forse per lo stesso motivo antropologico, per le medesime pulsioni che facevano accorrere il popolo agli spettacoli di sangue dell'arena (utile rileggere l'epistola 7 di Seneca), e forse anche per il medesimo istinto e intento autopurificatorio, anch'esso di notevole interesse antropologico, per cui una città proiettava sul malcapitato di turno (il pharmakòs, una vittima sacrificale predestinata), tutti i mali che voleva stornare da sé: versione mitigata e divenuta quasi simbolica, secondo alcuni, di un precedente uso dei sacrifici umani. L'espulsione violenta del poveretto dalla comunità, attuata con umilianti gesti di maltrattamento rituale, aveva una funzione espiatoria di chiara valenza apotropaica. Forse illustrare tutto questo alle generazioni che cerchiamo di educare non guasterebbe.

PARLIAMO DEI PRESENZIALISTI IN TV.

Presenzialismo: l'assidua presenza ad ogni genere di avvenimento.

Il Presenzialista definito da Paolo Fabbri. Ci sono parole da venirci a parole, cioè da prendere a (male) parole. Come Presenzialista, neologismo dall'alito cattivo. Perché mai? Coi tempi che corrono chi non è presente è imperfetto e non ha futuro. Ricordate le scritte ubique "dio c'è"? Ecco, quel che conta non è l'essenza ma la presenza. Bisogna esserci e, come da etimologia, sporgersi in avanti (lat. prae-sum). Il verbo Presenziare è diventato intransitivo: in locuzioni come "Presenzierà Sgarbi", Sgarbi è soggetto e pagato per esserlo. È di prammatica quindi il Presenzialismo, "tendenza ad essere sempre presente ad avvenimenti di qualche importanza, ad intervenire a manifestazioni pubbliche, a incontri mondani, a partecipare ad iniziative culturali o simili per esibizionismo, snobismo o vanità" (Treccani). Con lo scopo di far parlar di sé e curare la propria immagine in condizioni d'ufficialità e di privilegio. Scavalcato l'aggettivo Presenziale, segnaliamo l'arrivo in massa dell'immancabile e invadente Presenzialista, sostantivo e aggettivo: lui assiste e partecipa sempre, incontra "grossi personaggi", rilascia dichiarazioni dimenticabili alla luce dei flash, in un bagno di folla VIPpesca. (È recente la notizia di un Presenzialista che ha chiesto di partecipare ad un applaudito funerale, con un posto "sotto il morto"). Intrufolato nell'inesistenza, il Presenzialista è pluralista e antideologico, tuttologo e nientologo. Non è tenuto ad alcuna presenza di spirito, bastano le tracce mediatizzate del suo effimero esserci. Come la nota presentatrice o il Presenzialista per antonomasia, Gabriele Paolini che impalla le inquadrature di qualunque trasmissione televisiva. Tutt'al più qualche alterco e chiassata, con l'obbiettivo d'attrarre gli obbiettivi e giungere "sulla bocca di tutti". Il Presenzialista è un instancabile collante da gossip, personalmente lubrico e socialmente lubrificante: più che un uccello impagliato mi ricorda l'inevitabile macchia di grasso da ricevimento in piedi. Che fare? Un antiPresenzialismo è ancora possibile? Non esserci significa ormai farsi fantasma, rifiutarsi alla comparsata è diventare un disapparecido. Attenti: non si tratta più d'esibizionismo mediatico del sembrare, ma d'un nuovo modo d'essere. Presenzialista è chiamato il corpo di spedizione italiano in Iraq. E all'intellettuale organico, che firmava ogni appello, si è sostituito l'iper-Presenzialista e auto-Presenzialista telematico, che si presenta instancabile ogni volta che aprite l'e-mail. È necessario riallacciare la rete semantica della presenza e dell'assenza. Non si parla più dell'antico arrampicatore, che si muoveva in una società stratificata: del vecchio protagonismo, che primeggiava in eventi reali, del divismo, che calcolava accuratamente le sue manifestazioni. Tutto è Presenzialistico: anche la regolare frequenza al proprio posto di lavoro: ed è assenteista chi manca ad un luogo per Presenziare in un altro! Propongo allora d'introdurre la parola Assenzialista - calcata su assistenzialista - che designa quanti sanno che il loro assenteismo sarà più notato del loro Presenzialismo.

IL MERCATO DELLA MORTE IN DIRETTA. PELLEGRINAGGI DELL'ORRORE AD AVETRANA: I "GIORNALISTI" SI MERAVIGLIANO? Scrive Lucio Galluzzi. Da ieri la maggior parte dei TG e della stampa quotidiana racconta con meraviglia e disappunto quello che sta succedendo ad Avetrana con il turismo dell'orrore. Il Sindaco del paese ha dovuto transennare, bloccandone l'accesso, le vie che conducono a casa Scazzi e Misseri perché sono in arrivo pullman da diverse regioni italiane che trasporteranno famigliole necrofile sui luoghi del delitto. Papà e mamme, nei giorni scorsi, hanno perfino "pellegrinato" con i loro bambini sul sito del pozzo,dove era stato occultato il cadavere di Sarah. I nostri giornalisti si meravigliano adesso? E con quale faccia? Usando che etica? Non parlo dell'etica professionale, anche se ci sarebbe molto da dire pure su quella, ma quella personale, che ti obbliga, ad certo punto, quando hai superato i limiti della decenza a fermarti e rinsavire un po'. I meravigliosi meraviglianti fanno finta di accorgersi solo ora dei "mostri" che creano. Ci svendono l'apparente memoria corta dei loro "operati". Già era successa la stessa identica cosa per Cogne. Ancora oggi la villa Franzoni è mèta di "escursione con foto panoramica" che includa villeggianti con sfondo casa omicidio. E già: non se lo ricordano i raccontatori indefessi del macabro, giunto al delirio investigativo privatissimo, per Avetrana si fingono illibati. L'elenco delle trasmissioni che si occupano a ciclo continuo dell'orrore per Sarah è lungo: Quarto Grado, Pomeriggio 5, Mattina 5, Porta a Porta, Chi l'ha Visto?, La Vita in Diretta, Matrix, L'Arena, Buona Domenica, L'Italia sul Due, Uno Mattina… tutti e sempre con gli stessi personaggi. A parte i politici, che devono essere presenti come il prezzemolo di ogni minestra, per legge par condicio [che c'entrano i partiti con la cronaca nera?], il ventaglio degli ospitati è alquanto ristretto, pochi nomi che saltano da uno studio all'altro per dire sempre le stesse identiche cose, cambiando solo qualche termine, così non pare recitazione a memoria. Ad occuparsi di morti ammazzati male, ed ancora peggio [vedi anche caso Claps] ci sono:

l'immarcescibile moglie di Rutelli, quella Barbara Palombelli che di viso ricorda tanto la statua dell'impassibilità botulinica, specializzata ormai solo in terrore famigliare;

l'immancabile, inguardabile ed inascostabile Francesco Bruno, criminologo, quello che parla come un etilista affetto da insonnia cronica, talmente presente che l'altro giorno, in diretta, s'è addormentato tra un servizio ed un altro e al richiamo della conduttrice non rispondeva… ;

l'oscar dei presenziasti del terrore Alessandro Meluzzi, psicoterapeuta, psichiatra, prete, rappresentate di Comunella e Liberattutti… non si capisce bene cosa sia, come non si comprendono i deliri integralisti cattolici che spara a raffica;

il George Clooney del crimine, Massimo Picozzi, ormai assunto in cielo come Verbo Assoluto della Verità Inconfutabile;

l'ex capo dei RIS di Parma, Luciano Garofano, dimessosi dall'incarico che ricopriva dopo una denuncia dell'avvocato Taormina per "presunte irregolarità durante le consulenze tecniche prestate dal Ris in diversi casi. Le accuse a suo carico sarebbero di truffa ai danni dello Stato, abuso d'ufficio e falso ideologico." [IGN, 15 nov 2009];

Roberta Bruzzone, criminologa, pare uscita da una fiction, è bellissima;

Antonella Boralevi, scrittrice, tuttologa, Pomeriggio 5 la gettona per tutto: dagli UFO alle madonne piangenti, dagli stupratori seriali alle diete dimagranti di Hollywood;

Vittorio Sgarbi, non è commendabile, lo fa già da solo, una capra;

Paolo Crepet, lo psichiatra, quello che ha smesso i maglioni Missoni, i baffi, si è cancellato l'aria da ragazzone e ora pare uno dei figli adulti seri di Ugo Tognazzi, onnipresente quando si parla di infanzia e adolescenza;

Simonetta Matone, giudice del Tribunale per i Minori, presenzialista governativa: dalla festa cavallerizza di Gheddafi a quella della donna insieme alla Carfagna a Belio Polje [Kosovo] nel villaggio dei militari italiani: sa tutto di "sparizioni" di adolescenti, è stata lei in una diretta da Porta a Porta collegata con la mamma di Sarah a dire senza mezzi termini "il ritrovamento del telefonino è un segnale, come dire chi sa non parli… è chiaro che a questo punto la ragazza è morta" [Porta a Porta, puntata dopo il ritrovamento del cellulare parte di Misseri zio]; per correttezza di rilevamento la notizia alla signora Concetta sulla figlia ormai morta non è stata data da "Chi l'ha Visto?" ma dalla signora Matone e parecchi giorni prima. A tutte queste comparsate si devono aggiungere i conduttori [con tutti i loro inviati] sul luogo del crimine, anche loro sono tutto un programma di eticità: Barbara D'Urso, Federica Panicucci, Claudio Brachino, Paolo dello Debbio, Paolo Liguori, Massimo Giletti, Sonia Grey, Michele Cucuzza, Lamberto Sposini, Bruno Vespa… chi più ne ha ne metta, si aggiungano pure i soliti sacerdoti che per Concordato ci sono pure loro…Da qui il voyeurismo perverso e squallido ricade a cascata su chi sta davanti alla scatola luminosa che guida le menti. Se è normale portare in studio plastici per ricostruire la scena del crimine, inscenare con attori le dinamiche delle torture e assassinio, mandare inviati a spiare nelle case dei protagonisti del dolore e del crimine, a citofonare nelle case degli indagati, cercare i fidanzati dei cadaveri da poco ritrovati, portare lo scoop sanguinolento prima di tutti gli altri per ottenere la scritta "esclusiva"… è anche normale allora che la gente si senta autorizzata a "visitare" i luoghi della morte, magari a cercare tracce di sperma di uno o dell'altro, vedere se si trovano reperti da portare a casa come souvenir…E' il mercato che lo richiede: tutti diventano profilers, criminologi e opinionisti. E' sempre il mercato che detta legge: più si tratta di sangue e macelli, più lo share aumenta, maggiore è l'introito pubblicitario. La morte in diretta per vendere.

RIFLESSIONE SUI PRESENZIALISTI IN TV ......ESPERTI IN CASI DI OMICIDI, scrive Maria Sabina Lembo. Ritengo che sia necessario un severo controllo dei vari Ordini Professionali che dovrebbero sorvegliare sui comportamenti tenuti dagli iscritti ai vari Albi. Non si può consentire ad avvocati, psicologi e CTU O CTP che stanno lavorando per un procedimento penale in corso di intervenire a dibattiti televisivi peraltro odierni. Chi partecipa a queste trasmissioni, a mio avviso, lo fa a svantaggio del proprio assistito e violando il segreto professionale e anticipando mosse e strategie difensive. Tutto ciò avrebbe un senso a conclusione del procedimento quanto meno di primo grado. in caso contrario anche i membri popolari della Corte d’Assise non saranno sereni nel loro convincimento. L’intervento degli esperti che invece non sono coinvolti nel procedimento de quo, ha un senso meramente discrezionale e soggettivo non avendo essi contezza del fascicolo processuale. Pertanto ritengo che sarebbe preferibile intervistare gli esperti su problemi in generale senza addentrarsi in casi particolari perchè ciò non consente loro di fare affermazioni supportate da dati oggettivi e anzi rischia di bruciarli allorchè si lancino in interpretazioni che spesso non hanno avuto riscontro.

SOGGETTI TELEVISIVI NON MEGLIO IDENTIFICATI: L’INDAGINE CONTINUA…, scrive Fabio Morasca. Se pensavate che il nostro viaggio alla scoperta di soggetti televisivi dalle identità pressochè sconosciute e da un ’utilità apparentemente non dissimile a quella di Flavia Vento, fosse concluso, vi sbagliavate di grosso. La nostra “missione” prosegue con la seconda serie di “soggetti non meglio identificati”, riportati improvvisamente alla luce come solo noi, abili speleologi catodici, sappiamo fare. In barba alle difficoltà riscontrate, e senza perderci d’animo nemmeno per un istante, anche questa volta non lesineremo descrizioni accurate, caratteristiche, particolarità e informazioni personali dei nostri nuovi 4 soggetti misteriosi:

Alessandro Cocco: il soggetto misterioso è solito apparire praticamente dappertutto. Studi televisivi, molteplici trasmissioni e centri di produzioni tv, spesso più di una volta al giorno, al punto che c’è chi si continua ad interrogare se abbia il dono dell’ubiquità. Cocco è il presenzialista più famoso della tv con la bellezza di circa 4.500 “apparizioni”. Insomma, l’abbiamo visto più noi che sua moglie. Con quell’aria tranquilla e beata, tipica di un uomo sulla sessantina, è facile intravedere Cocco affiorare dal pubblico come per magia. E’ talmente facile che diviene logico domandarsi se dorma in qualche sgabuzzino di Cologno Monzese e se abbia davvero una vita privata. Con le sue presenze in tv è riuscito a entrare nel Guinness dei Primati, e con i suoi 24 Festival di Sanremo consecutivi, da spettatore, è stato istituito appositamente per lui il Premio Nobel al coraggio.

Il maggiordomo Ricky: se avvertissimo il bisogno insignificante di stilare una classifica degli uomini più umiliati in tv, il maggiordomo Ricky sarebbe come l’Inter: al primo posto incontrastato. Il suo ingresso in Tv è avvenuto nel lontano 2001, quando Maria De Filippi, in un momento in cui il suo fiuto da talent scout era ko per un raffreddore, decise di portarlo con sè a Uomini e Donne per farlo calare nel ruolo di maggiordomo, visti gli anni di intenso studio all’Actors Academy di Edoardo Costa. Il nostro Ricky non deve aver avuto un’infanzia facile: se vieni trattato a pesci in faccia da una come Tina Cipollari senza fare una piega, significa che ne hai viste di peggio in vita tua. Ha inoltre ammesso di imbarazzarsi molto quando viene riconosciuto per strada, e noi non lo biasimiamo affatto: sappiamo che incassare insulti non è cosa semplice. E’ per questo che si è ritirato, sostituito recentemente da una personalità sicuramente all’altezza: un finto pappagallo telecomandato.

Big Jimmy: se state guardando in santa pace la vostra televisione e tutto ad un tratto il vostro schermo si scurisce senza un apparente motivo, non affrettatevi a chiamare il vostro antennista di fiducia: probabilmente si tratta di un primo piano di Big Jimmy. Figura di spicco tra i soggetti misteriosi, lo si può notare nelle vesti di buttafuori ufficiale in varie trasmissioni, prime tra tutte il Grande Fratello e Buona Domenica. Fissandolo attentamente in volto, e in considerazione della sua stazza fisica abnorme, possiamo confermare che non ha mai fatto il buttafuori in un programma di Rosanna Lambertucci. Big Jimmy ha anche tentato la carriera da attore, ma dopo aver ammirato le sue doti recitative, non solo siamo sicuri che non abbia mai frequentato nessuna Actors Academy, ma anche che abbia preteso a forza il diploma stampando un destro in faccia allo stesso Edoardo Costa. Esaminata nei dettagli la mole di Jimmy, poichè desideriamo continuare a scrivere su questo blog con le nostre manine senza l’utilizzo di alcun sintetizzatore vocale, preferiamo fermarci qui.

Schulz: si può ammirare questo soggetto, neanche tanto misterioso, in tutta quanta la sua bellezza durante La Corrida, nel preciso istante in cui porge il microfono a Gerry Scotti e successivamente fissa la telecamera per pochi nanosecondi con sguardo semilobotomizzato e andatura zigzagante. Ma questa mansione per Schulz è ormai consolidata routine, visti i suoi 30 anni come super-microfonista del Maurizio Costanzo Show. Consideriamo quindi che, se molti ospiti alquanto opinabili si siano potuti esprimere in tutta la loro irriverenza sul famoso palco del Parioli, l’indagato numero uno da perseguire potrebbe essere proprio lui. Schulz però non si fa intimorire, e i 30 anni trascorsi vicino a Costanzo non lo hanno scalfito affatto: ogni venerdì fa la sua tinta al Crodino e il sabato sera è splendido splendente per la Corrida. La pensione è ancora lontana.

Disturbatori, presenzialisti e apparizionalisti in tv: ecco chi sono.  Gabriele Paolini, Mauro Fortini e Alessandro Cocco. Si fa presto a definirli ‘Carneadi’, scrive G. Santaniello su “Spot and web”. Mauro Fortini e Alessandro Cocco, chi furono costui? Dei semplici ‘Carneadi’ a sentire solo il loro nome. Ma, a vederli di viso, due personaggi famosissimi, che vantano ore e ore di tv, tanto che tutte le famiglie italiane li hanno riconosciuti almeno una volta nella vita. E tanto che il critico televisivo Aldo Grasso se ne occupa nella sua rubrica sul settimanale Sette del Corriere della Sera in edicola oggi. Il primo è il presenzialista di tutti i tg. Lo si vede apparire a vantaggio di telecamera nei capannelli dei giornalisti all’inseguimento dei politici di turno. Fa finta di segnare qualche appunto sul suo taccuino, ma non è affatto un cronista. Solo l’ex socio di Gabriele Paolini, il disturbatore incubo per tutti i cronisti chiamati a fare un collegamento in diretta dai pressi dei palazzi del Potere romano. C’è da dire, però, che a differenza di Paolini (con cui ha litigato), Fortini non colleziona denunce, solo presenze. Il suo obiettivo, dal 1998, è essere, ogni sera, in tv. Punto e basta. Alessandro Cocco, invece, si definisce un "apparizionista". Alla strada e ai collegamenti dei tg, preferisce le molto più comode tribune degli studi televisivi. Lo si scorge puntualmente tra il pubblico dal 1975. E’ entrato nel Guiness dei primati per essere stato ritratto per più di 4000 volte accanto a dei vip, “stile Forrest Gamp”, scrive Grasso. Ha partecipato ad oltre 2000 programmi televisivi. E nell’ambiente dicono che porti fortuna: per i debutti delle nuove trasmissioni viene letteralmente conteso. Ma a lui basta essere ripreso, anche se solo per un secondo.

Disturbatori e presenzialisti: gli abusivi della Tv, scrive Tommaso Botto su “Dovatu”. Il mondo è bello perché è vario ed è frequentato da tanti personaggi estrosi. Se vedete qualche telegiornale nazionale, ogni tanto vi capiterà di notare due individui (in verità sono di più) non previsti dal rigido protocollo della diretta Tv: infatti, pur non essendo né intervistatori né intervistati, Gabriele Paolini e Mauro Fortini appaiono in video, seppur con modalità molto differenti tra loro. Il trentaseienne Paolini è un vero e proprio cataclisma: appare all’improvviso, si avventa sui microfoni ed urla insulti al destinatario di turno (Berlusconi, Emilio Fede, etc.); temuto e detestato da tantissimi giornalisti è quindi un vero e proprio disturbatore televisivo, con alcune sentenze di condanna a proprio carico e numerosi processi pendenti. Lo zimbello della diretta, creatore del genere. Il cinquantenne Fortini, invece, è pacificamente bonario: si posiziona dietro all’intervistato, per lo più un personaggio politico, e simula di raccogliere le dichiarazioni di questo, annotandole su un taccuino ed annuendo col capo, appoggiando sovente la biro tra le labbra; non disturba mai e può essere classificato come presenzialista televisivo. I due sono molto amici, nonostante uno screzio di percorso. La loro missione è quella di “inquinatori televisivi”: la psiche umana è piena di segreti e di questa originalissima attività i due hanno fatto una professione. Paolini, fondatore del “Paolinismo” è certamente più organizzato (web, uffici stampa, assistenza legale) mentre Fortini, avviato alla carriera mediatica dal primo, si considera “un semplice artigiano”. Paolini, conosciuto anche come il Profeta del Condom, l’Arlecchino della televisione e l’Arsenio Lupin Catodico vanta un curriculum assai intenso: annoverato nell’enciclopedia Garzanti della Tv (Aldo Grasso), ha ispirato alcune tesi di laurea ed è entrato nel 2002 nel “Guinness dei Primati” per i suoi 20.000 sabotaggi; sceso in politica nel 2004, ha fondato il Ppp (Paolini Pro Preservativo); l’Estate scorsa ha festeggiato in grande stile le 2.000 querele ricevute. Ma ne ha anche presentate: “1.500”, ci dice. Ma come campa? “La gente non sa che ho ricevuto in tanti anni 130 mila euro da Rai e Mediaset”, afferma Paolini,  “ho poi tre fonti di reddito principali: vendo la mia immagine (un gettone di presenza, ad esempio in discoteca, costa 800-1.000 euro); molti soldi mi nascono dal cinema hard (dieci film, sto ultimando l’undicesimo, tutti distribuiti nei sexy-shop), altri da quote di partecipazione in due saune gay e lesbo; altro reddito, non ufficiale, proviene dalle interviste di giornalisti stranieri. Tutto rigorosamente in nero: le tasse vanno giustamente pagate ma non quando altre persone, come i politici, hanno troppi privilegi; pago solo la tassa per la raccolta dei rifiuti; non pago, come i parlamentari, il treno, ed infatti ho collezionato 178 verbali. Devo, a seguito di sentenze di primo grado, 750 mila euro alla Rai e un milione e mezzo ad Emilio Fede”. Un terremoto: ma Paolini non è solo colore: “Sono assolutamente infelice, perché so che non si può essere felici; ho tentato tre volte il suicidio ma non lo farò più perché non voglio far del male ai miei genitori, con i quali ho un rapporto meraviglioso. Non devo mai fermarmi, se vedo indietro, vedo troppe cose che mi addolorano, in primis l’abuso sessuale subito a sedici anni da parte di un sacerdote. Per un motivo mi sento una persona giusta: faccio picchiare i pedofili.” Mauro Fortini, che ha iniziato per curiosità nel 1998, spiega così il suo operato: “Il taccuino e la penna sono nati istintivamente; dedico due ore al mattino e due ore al pomeriggio all’attività televisiva; nel resto del tempo mi prendo cura di mia madre. Voglio raggiungere il record d’apparizioni; ora sono a circa 6-7.000, anche se le conto in modo casalingo. Paolini ha il record certificato, io no, faccio tutto da solo. Tento di far capire alla gente che i politici pensano solo a rapaci guadagni. Inoltre, stigmatizzo il fatto che, nella crocchia dei giornalisti, vi è solo uno che segue veramente il discorso, gli altri poi vanno a ruota…” Fortini dichiara che non ricava nulla da queste sue apparizioni, anche perché non avrebbe il tempo per sviluppare la carriera televisiva: “Se capita sfrutto l’occasione. Mai ricevuto compensi.  Ho partecipato ad alcune trasmissioni come Matrix, Mattino in famiglia, Tg5; sono deluso ma in undici anni solo tre volte a Striscia la notizia. Il Tg3 nazionale mi detesta”. Anche Fortini ha un argomento che gli sta particolarmente a cuore: “In Italia vengono abbandonate le persone anziane, c’è molta indifferenza e finta solidarietà”. Sinceri? Fastidiosi? Patetici? Boh?! Di sicuro è che fanno crescere gli ascolti e che dietro ogni “scemo”, c’è un villaggio. Anche da noi ci sono tanti minuscoli presenzialisti: guardare (il Tgr FVG), per credere.

IN UN PAESE DI DISTURBATI, ANCHE IL DISTURBATORE HA LA SUA CONCORRENZA: E’ MAURO FORTINI, “PRESENZIALISTA”. Il rivale di Paolini vanta 11mila apparizioni dal 1998 al 13 maggio 2013: “Ma io voglio solo apparire, non ho messaggi da dare”. Infatti operatori e giornalisti gli vogliono bene, e spesso fa da “ponte” - Ha 52 anni, campa dell’eredità dei genitori e “lavora” intorno ai Palazzi di Roma 7 giorni su 7…

SUL PALAZZO ALEGGIA IL NEO-DISTURBATORE, scrive Mauro Fortini per "Il Fatto Quotidiano". Antonio Rezza, nel lontano 1996, inventò per il suo film Escoriandoli il personaggio di Elio, "l'uomo che vive all'epicentro della massa": un tizio che tutte le mattine si alzava e raggiungeva manifestazioni, vernissage e marce d'ogni genere pur di finire al telegiornale. Oggi Elio s'è incarnato in un simpatico romano 52enne che chiunque ha visto in tv qualche decina di volte.

Il suo nome è Mauro Fortini: "Io sono un presenzialista, Paolini invece è un disturbatore: lui fa le dirette, io invece le interviste". La distinzione non paia troppo sottile. Mentre Paolini, appunto, disturba i collegamenti, Fortini si piazza invece accanto al politico dichiarante e sta lì muto, impersonando un giornalista: taccuino in mano e penna in bocca, spesso finge morbosa concentrazione stringendosi il labbro inferiore tra pollice e indice, altre volte affida ai suoi fogli un suo inventato resoconto stenografico. Da qualche tempo, in lenta ma inevitabile identificazione tra l'immagine e la realtà, si spinge a fare qualche domanda: "Ho cominciato perché dopo aver accumulato per anni migliaia di dichiarazioni, dovevo espellerle in qualche modo. È come una psicoterapia: così me sfogo pe' tutte le cazzate che ho sentito proprio cor diretto interessato". Un diploma da odontotecnico mai utilizzato ("ce l'ho eh, statale"), Fortini ha vissuto una vita coi genitori al quartiere Ostiense, oggi invece s'è trasferito a Bracciano, da sua zia, e campa con quel po' di soldi che ha messo da parte con la sua quota di eredità: "Tanto io, a parte quello de metteme davanti alle telecamere, non ho vizi: non bevo, non fumo e il caffè lo pijo solo il sabato pe' via della gastrite". E si tiene pure in forma, Fortini: "Oltre ai chilometri che mi faccio in centro tra i posti in cui stanno di solito le telecamere, faccio pure footing due volte a settimana: a 52 anni accetto qualunque sfida co' un ventenne, qualunque...". Come che sia, il nostro è di una professionalità straordinaria. Persino nei weekend in cui a Roma non è previsto alcun appuntamento da telecamera Fortini si fa i suoi "soliti giri": Camera, Senato, sedi dei partiti. Di più: Fortini va "a lavorare" anche quando sta male. In un video postato sulla sua fan page di Facebook (ovviamente ne ha una) si vede lui lamentarsi del freddo: "Oggi m'è venuta pure la febbre... pensa pe' famme n'inquadratura che me tocca fa...". E gli tocca, perché pare non ne possa fare a meno. Dice che ha cominciato "così, un po' per svago", ma adesso il suo scopo è quello di diventare il recordman delle apparizioni in tv: "Ora sto a 40 mila, anche se non sono tutte registrate e il record non me lo certificano: comunque continuo finché le forze mi reggono". La folgorazione per la carriera di presenzialista lo colse la bellezza di 15 anni fa, nel 1998, davanti alla ressa di telecamere seguita al crollo di una palazzina in via di Vigna Jacobini, a Roma: 27 morti, 5 bambini. È lì che Mauro incontra Gabriele Paolini, il disturbatore: "Dal 1999 abbiamo cominciato insieme a fare le dirette del Tg1 da piazza Colonna: siamo andati avanti insieme fino al 2005 con l'elezione di papa Ratzinger". Poi ognuno si è specializzato nel suo campo: Paolini porta avanti la sua guerriglia psicofisica con inviati e cameramen, Fortini s'insinua tra i sentimenti dei presenti col suo modo gentile. E infatti, a differenza del "collega", "Mauro" è assai benvoluto tra i cameramen e i giornalisti che dividono il marciapiede con lui: "Faccio pure da ponte radio qualche volta, gli do le dritte: magari stanno tutti davanti al Pd, per dire, e io li avverto se succede qualcosa da un'altra parte". E così si chiude il cerchio. Anche Fortini, il presenzialista non disturbatore, ha assunto una sua funzione professionale nel circo mediatico collegando apparenza e sostanza: "E pensa che prima manco li guardavo i telegiornali...".

Sveglia alle 5, calci negli stinchi la dura vita dei presenzialisti tv. Mauro Fortini e Niki Giusino. Uno non può lavorare: "Ho la sindrome di Scheuermann". L'altro ci ha provato: faceva l'odontotecnico in nero. "Però quando non c'è il giornalista, i tg usano noi", scrive Stefano Lorenzetto su “Il Giornale”. Dura la vita del presenzialista, così si definisce Mauro Fortini. Sveglia alle 5. Consultazione immediata della pagina 104 di Televideo, che elenca orari e luoghi degli appuntamenti istituzionali di giornata. Partenza da Bracciano con il treno delle 7.32, arrivo a Roma alle 8.16. Da quel momento in avanti, la Caienna. «Stamattina so' annato: a Montecitorio; a Palazzo Madama, be', dalla Camera e dal Senato ce passo ogni ora; dal ministro Giancarlo Padoan alla Confcommercio, ahò, manco una telecamera ci ho trovato; poi ar Nazareno, sede del Pd; a San Lorenzo in Lucina, sede di Forza Italia; al Forum hotel, dove alloggia Beppe Grillo quando scende nella capitale, nun so se l'abbia scelto perché lì prima ce dormiva Mario Monti; a Palazzo Grazioli, casa di Silvio Berlusconi; a via Uffici del Vicario, sede dei gruppi parlamentari; un giretto ar Pantheon; 'n'artro ar Tempio di Adriano, lì però ormai so' off limits, te fanno entra' solo con l'invito». Ecco spiegato perché alle 15.30, provvisoriamente fermo in un bar, il nostro ingolli una bustina di zucchero dietro l'altra e acqua minerale a garganella, «me devo sostene', me devo idrata'», e come mai il suo peso resti sotto i 65 chili. La maratona quotidiana prosegue fino alle 21.22, quando gli riparte l'ultimo treno per Bracciano. Festivi e ferie mai. Il presenzialista Fortini è quel tizio dal viso smunto che da anni fa capolino dietro gli intervistati nei telegiornali, con una penna appoggiata alle labbra, «eccola qua, s'è pure rotta, l'ho dovuta incerotta'», talvolta elevata all'altezza della fronte e poi di nuovo riportata alla bocca, in un ipnotico saliscendi che distrae il telespettatore, sottrae la scena al potentone di turno e manda in bestia i cameraman, costretti a stringere l'inquadratura nell'inane tentativo di far scomparire l'intruso. Il destino ha voluto che dal 2010 gli intrusi diventassero due: a destra o a sinistra del politico, intento a declamare in 10 secondi netti la sua scipita sentenza quotidiana, compare anche Niki Giusino, chioma da Pel di carota, naso all'insù da Michael Jackson, «l'altra faccia della tv», ipse dixit. E lì c'è poco da stringere perché sono 113 chili, roba che metà video se ne va tutta per lui. Vediamo com'è nato, per partenogenesi, il duplo mediatico. Fortini, il maestro, è del 1960. Diploma di odontotecnico. Genitori defunti. Il padre Bruno, fabbro, aveva la bottega a San Lorenzo ma non forgiava solo inferriate: anche scenografie per la Rai. Quindi c'entra la predestinazione. La madre Nicolina, casalinga, ebbe cinque figli. Giusino, l'allievo, è del 1995. Studi da grafico industriale interrotti al terzo anno per dedicarsi alle comparsate televisive. Il padre Mario, meccanico, lo fece battezzare direttamente Niki, anziché Nicola, sicuro che quello sarebbe stato il diminutivo che tutti avrebbero affibbiato all'ultimogenito, e dunque tanto valeva imporglielo fin dalla nascita. La madre Sara, casalinga, ha messo al mondo altri due figli. Per Fortini la data della prima apparizione in video è il 16 dicembre 1998. Crolla un edificio in via di Vigna Jacobini, 27 morti. Mosso da un inspiegabile impulso, il presenzialista si reca sul posto. Alle 20.30 la sua faccia irrompe in mondovisione nel Tg2. Giuseppe, il fratello di suo cognato che fa il gelataio a New York, la vede e telefona dalla Grande Mela per complimentarsi. «Capii d'aver trovato la mia strada nella vita». Anche per Giusino galeotta fu la morte, in questo caso una sola, benché di rango: quella di Francesco Cossiga. Il 17 agosto 2010 passa dalle parti del Policlinico Gemelli, nota un groviglio di telecamere, decide di fermarsi e s'intrufola nella diretta del Tg3, alle spalle di Francesca Lagorio, la quale alla fine si congratula per l'atteggiamento rispettoso mantenuto durante l'incursione. La coppia Fortini & Giusino ha dapprima oscurato e poi ereditato il ruolo un tempo ricoperto da Gabriele Paolini, il primo disturbatore televisivo, passato dai fogli di via alle disavventure giudiziarie per prostituzione minorile, detenzione di materiale pedopornografico, molestie, tentata estorsione, calunnia, diffamazione, fino al recente rinvio a giudizio per violenza sessuale aggravata e interruzione di pubblico servizio: aveva palpeggiato una cronista del Tg1.

Un'eredità controversa.

Fortini: «Io non sono un disturbatore. Al massimo un abusivo».

Giusino: «Gliel'ho anche detto: a' Gabrie', ma erede de che? Io so' stanco de fa' l'intruso».

E che cosa vorrebbe fare?

«Il postino di Maria De Filippi. A novembre ho intrapreso uno sciopero della fame per impietosirla. Me so' pure girato un video minacciatorio pe' dicce: Maria, la mia incolumità è nelle tue mani!».

Nel 1999, non ancora scoppiato del tutto, Paolini mi confessò che la sua missione era «inquinare i telegiornali». La vostra?

Fortini: «Finire del Guinness world records. Avrò più di 10.000 videocassette delle mie apparizioni. Le sto riversando nei Dvd, prima che si rovinino».

Giusino: «Io ho totalizzato 3.000 dirette. L'attore Francesco Pannofino e Massimo Ferrero, Er Viperetta presidente della Sampdoria, mi hanno detto che ho le doti per fare del cinema. Vorrei sfondare. Finora ho sfondato solo due letti».

Paolini si batteva per la diffusione dei preservativi, tant'è che quando importunò Giancarlo Magalli agitando uno di quei cosi, il presentatore svicolò con prontezza di spirito: «L'avesse usato tua mamma, sai come saremmo contenti?». E voi?

Fortini: «L'unico appello potrei farlo per gli animali. Ho allevato di tutto: cani, merli, piccioni, tartarughe. M'è pure morta annegata una gallina nella tinozza in cui mi lavavo. È scivolata sulla sponda saponata, porella. È colpa mia se fino al 1976 in casa al posto del bagno avevamo solo la bagnarola?».

Giusino: «Io tenevo sul balcone, al quartiere Boccea, una pecorella abbandonata. La allattavo con il biberon. Anche un gallo ho allevato sul poggiolo».

Ma non potreste rendervi utili?

Giusino: «Mia zia è laureata in psicologia. Manco la bidella je fanno fa'. Servono le raccomandazioni». Su Twitter ho letto un invito: «Vai al lavoro, consumatore di aria!». «Lascio il mio posto ai più bisognosi. Non lo dico per scherzo. Che potrei fa' con la sindrome di Scheuermann? Giusto le fotocopie. Lavori pesanti no, perché due anni fa sono rimasto per 18 ore sotto i ferri al Gemelli. Il professor Francesco Tamburelli mi ha sottoposto a un intervento di stabilizzazione della colonna vertebrale: protesi in titanio e 88 punti di sutura per correggere una grave forma di cifosi-scoliosi».

Fortini: «Sono stato idraulico, fabbro, muratore. Ho avuto un banco di ferramenta a Porta Portese. Ho esercitato in nero come odontotecnico. Poi per 11 anni ho assistito mi' padre e mi' madre, finché non sono morti e ho perso l'indennità di accompagnamento».

E attualmente di che vive?

«Ho venduto l'appartamento che mamma aveva lasciato a me e ai miei fratelli. Me so' toccati 70.000 euro. Perciò vivo di rendita. Ho fatto conto che non spendo più di 5.000 euro l'anno per mangiare, vestirmi e pagare le bollette. La casa di Bracciano me l'ha messa a disposizione gratis una parente».

E lei, Giusino, di che campa?

«Di Youtube. Il mio canale ha avuto 7 milioni di visualizzazioni in tre anni, quindi attira molti sponsor. Arrivo a farci 300 euro al mese».

Sarete anche sulle spese, stando in giro per Roma tutto il giorno.

«Ci portiamo i panini da casa. O andiamo da Bufala & Pachino, a via Firenze, dove una pastasciutta costa solo 1 euro e 90. Ma se piji un supplì, te lo fanno paga' 1 euro come dappertutto».

Non vi prendono a calci, come fece il povero Paolo Frajese con Paolini in una memorabile diretta del Tg1?

Giusino: «Mi hanno menato solo al corteo della Fiom in partenza da piazza Esedra. Un metalmeccanico m'ha tirato una pedata nello stinco. Tre giorni di prognosi. Se la pijano con noi perché annamo appresso ai politici».

Fortini: «A me Ignazio La Russa ha dato del cojone. Mi ha spintonato e insultato. Potevo denunciarlo».

Dimentica Laura Ravetto, che, stizzita dalle sue interferenze, la invitò a infilarsi «la matita» in quel posto.

«L'onorevole ce scherza, ma a forza di rosicchiare la penna ho perso quattro denti: un incisivo, un canino e due premolari». (Scosta la guancia con un dito, mostrando la cavità orale disastrata).

Che pensa di Matteo Renzi?

«È la brutta copia di Silvio Berlusconi».

Giusino: «No, di mister Bean».

Fortini: «Berlusconi ha tolto la tassa sulla casa. Il Pd l'ha rimessa. Ora Renzi la vuole leva' di nuovo. E gli 80 euro? Ma chi li prende? A me nun m'ha dato gnente. Anzi, da marzo gli inoccupati devono pure paga' er ticket sanitario».

Scusi, Fortini, ma non è geloso di 'sto ragazzone che le fa concorrenza?

«Pe' gnente. Non è mica il primo che entra in competizione. Tra i presenzialisti ce so' stati Valentino Castriota, che poi fu arruolato come portavoce dai familiari della povera Sarah Scazzi; un tal Maurizio da Frosinone; pure una giornalista, 'na certa Bibbi. Ma nessuno è durato quanto me».

So che deve vedersela persino con una vecchietta di nome Annarella.

«Quello è un caso a parte. Ha 89 anni. S'è messa in mezzo nei tiggì dal 2010. Ma lei prende di petto i politici».

Giusino: «E quelli je danno le mezze piotte, così se sta' zitta».

Cioè?

«La mazzetta, 100 euro».

Fortini: «A' voja! Je danno pure i cappotti e i vestiti, je pagano le bollette».

Non tutti sono pazienti come Francesco Nucara, segretario del Pri, con il quale lei s'improvvisò intervistatore.

«Ma quando in piazza c'è solo l'operatore, senza giornalista, e le uniche domande al politico le pone Fortini, le tv mandano in onda le risposte. Allora je vado bene! Me dovrebbero ringrazia'».

Com'è che Papa Francesco non siete mai riusciti a molestarlo?

Fortini: «Troppo star. Nun c'è gusto».

Giusino: «Se fa i selfie pure con i sanpietrini, però è un grande».

Fortini: «La deve smette' de fasse i selfie, sta a diventa' ridicolo. Facesse er Papa. Distante. Che parla dall'alto. Sennò la religione perde la sua sacralità».

Il personaggio pubblico più conciliante?

Giusino: «Maurizio Gasparri».

Fortini: «Ha pure lanciato un appello all'Ordine dei giornalisti perché mi dia il tesserino ad honorem».

Giusino: «Invece Massimo D'Alema e Piero Fassino, quanno ce vedono, scappano».

Comparire sempre nei tg offre qualche chance con le donne?

Giusino: «Io so' stato con due giornaliste di testate online, famose».

Fortini: «Io co' le vecchie. Dai 60 ai 78 anni. Solo sesso orale, però. De davanti me farebbe senso. Tariffario Fortini. Vojono che mi metto la parrucca. Alcune non hanno più avuto bisogno della cardioaspirina. Il sesso fa bene alla salute, che tte credi?».

Chi è il migliore dei due, televisivamente parlando?

«Io, Mauro Fortini».

Giusino: «Questo lo dici te. Alora pur'io dico che er mijore so' io. Però nun lo posso di'».

Ma c'è qualche momento della vita in cui siete seri?

Fortini: «Quando faccio il mio lavoro non retribuito. Ce sto a perde' la vita».

Giusino: «Ai funerali». (Ride).

L'ultima volta che avete pianto?

Fortini: «Nel 2011, quanno è morta mi' madre».

Giusino: «Quanno m'hanno detto che me dovevano opera'».

Un sogno nel cassetto?

Fortini: «Vorrei condurre una trasmissione tipo Geo & Geo. Conosco tutti gli anfratti di Roma, anche quelli dove manco Mario Tozzi ha mai messo piede».

Giusino: «Maria De Filippi forever!».

Io capisco tutto, ma non penserete davvero di arrivare a 80 anni gigioneggiando nei telegiornali.

Fortini: «Ne avevo 39 quanno ho cominciato, mo' ne ho 55. Me tocca continua'».

Senza la tv, che fareste nella vita?

Giusino: «Me butto su Internet».

Fortini: «Il radioamatore».

Non avete mai l'impressione di sprecarla, la vita?

Giusino: «Sì».

Fortini: «No. Perché un giorno si ricorderanno di me».

E’ TUTTA QUESTIONE DI COSCIENZA.

A’ Cuscienza di Antonio de Curtis-Totò

La coscienza

Volevo sapere che cos'è questa coscienza 

che spesso ho sentito nominare.

Voglio esserne a conoscenza, 

spiegatemi, che cosa significa. 

Ho chiesto ad un professore dell'università

il quale mi ha detto: Figlio mio, questa parola si usava, si, 

ma tanto tempo fa. 

Ora la coscienza si è disintegrata, 

pochi sono rimasti quelli, che a questa parola erano attaccati,

vivendo con onore e dignità.

Adesso c'è l'assegno a vuoto, il peculato, la cambiale, queste cose qua.

Ladri, ce ne sono molti di tutti i tipi, il piccolo, il grande, 

il gigante, quelli che sanno rubare. 

Chi li denuncia a questi ?!? Chi si immischia in questa faccenda ?!?

Sono pezzi grossi, chi te lo fa fare. 

L'olio lo fanno con il sapone di piazza, il burro fa rimettere, 

la pasta, il pane, la carne, cose da pazzi, Si è aumentata la mortalità.

Le medicine poi, hanno ubriacato anche quelle, 

se solo compri uno sciroppo, sei fortunato se continui a vivere. 

E che vi posso dire di certe famiglie, che la pelle fanno accapponare,

mariti, mamme, sorelle, figlie fatemi stare zitto, non fatemi parlare.

Perciò questo maestro di scuola mi ha detto, questa conoscenza (della coscienza)

perchè la vuoi fare, nessuno la usa più questa parola,

adesso arrivi tu e la vuoi ripristinare. 

Insomma tu vuoi andare contro corrente, ma questa pensata chi te l'ha fatta fare, 

la gente di adesso solo così è contenta, senza coscienza,

vuole stentare a vivere. (Vol tirà a campà)

I MEDIA ED I LORO PECCATI: DISINFORMAZIONE, CALUNNIA, DIFFAMAZIONE.

Per il pontefice “il clima mediatico ha le sue forme di inquinamento, i suoi veleni. La gente lo sa, se ne accorge, ma poi purtroppo si abitua a respirare dalla radio e dalla televisione un’aria sporca, che non fa bene.  C’è bisogno di far circolare aria pulita. Per me i peccati dei media più grossi sono quelli che vanno sulla strada della bugia e della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Dare attenzione a tematiche importanti per la vita delle persone, delle famiglie, della società, e trattare questi argomenti non in maniera sensazionalistica, ma responsabile, con sincera passione per il bene comune e per la verità. Spesso nelle grandi emittenti questi temi sono affrontati senza il dovuto rispetto per le persone e per i valori in causa, in modo spettacolare. Invece è essenziale che nelle vostre trasmissioni si percepisca questo rispetto, che le storie umane non vanno mai strumentalizzate”.  Infatti nessuno delle tv ed i giornali ne hanno parlato di questo intervento.

"Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione". E' l'esortazione che rivolge al mondo dell'informazione e della comunicazione Papa Francesco, cogliendo l'occasione dell'udienza del 15 dicembre 2014 in Aula Paolo VI dei dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Chiesa italiana. «Di questi tre peccati, la calunnia sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all'errore, ti porta a credere solo a una parte della verità. La disinformazione, in particolare spinge a dire la metà delle cose e questo porta a non potersi fare un giudizio preciso sulla realtà. Una comunicazione autentica non è preoccupata di colpire: l'alternanza tra allarmismo catastrofico e disimpegno consolatorio, due estremi che continuamente vediamo riproposti nella comunicazione odierna, non è un buon servizio che i media possono offrire alle persone. Occorre parlare alle persone “intere”, alla loro mente e al loro cuore, perché sappiano vedere oltre l'immediato, oltre un presente che rischia di essere smemorato e timoroso del futuro. I media cattolici hanno una missione molto impegnativa nei confronti della comunicazione sociale cercare di preservarla da tutto ciò che la stravolge e la piega ad altri fini. Spesso la comunicazione è stata sottomessa alla propaganda, alle ideologie, a fini politici o di controllo dell'economia e della tecnica. Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la “parresia”, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà. Se siamo veramente convinti di ciò che abbiamo da dire, le parole vengono. Se invece siamo preoccupati di aspetti tattici, il nostro parlare sarà artefatto e poco comunicativo, insipido. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare. Risvegliare le parole: ecco il primo compito del comunicatore. La buona comunicazione in particolare evita sia di "riempire" che di "chiudere". Si riempie  quando si tende a saturare la nostra percezione con un eccesso di slogan che, invece di mettere in moto il pensiero, lo annullano. Si chiude  quando alla via lunga della comprensione si preferisce quella breve di presentare singole persone come se fossero in grado di risolvere tutti i problemi, o al contrario come capri espiatori, su cui scaricare ogni responsabilità. Correre subito alla soluzione, senza concedersi la fatica di rappresentare la complessità della vita reale è un errore frequente dentro una comunicazione sempre più veloce e poco riflessiva. La libertà è anche quella rispetto alle mode, ai luoghi comuni, alle formule preconfezionate, che alla fine annullano la capacità di comunicare».

Questa sub cultura artefatta dai media crea una massa indistinta ed omologata. Un gregge di pecore. A questo punto vien meno il concetto di democrazia e prende forma l’esigenza di un uomo forte alla giuda del gregge che sappia prendersi la responsabilità del necessario cambiamento nell’afasia e nell’apatia totale. Sembra necessario il concetto che è meglio far decidere al buon e capace pastore dove far andare il gregge che far decidere alle pecore il loro destino rivolto all’inevitabile dispersione. 

Francesco di Sales, appena ordinato sacerdote, nel 1593, lo mandarono nel Chablais, che poi sarebbe il Chiablese, dato che sta nell’Alta Savoia, ma l’avevano invaso gli Svizzeri e tutti si erano convertiti al calvinismo, scrive Lanfranco Caminiti su “Il Garantista”. Insomma, doveva essere proprio tosto predicare il cattolicesimo lì. Però, lui aveva studiato dai Gesuiti e poi si era laureato a Padova, perciò poteva con capacità d’argomentazione affrontare qualunque disputa teologica. Era uno che lavorava di fino, Francesco di Sales. Solo che tutto quello che diceva dal pulpito non sortiva grande effetto in quei cuori e quelle menti montanare, e allora per raggiungerli e scaldarli meglio con le sue parole gli venne l’idea di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti con uno stile agile e di grande efficacia, e di far infilare dei “volantini” sotto le porte.  Il risultato fu straordinario. È per questo che san Francesco di Sales è il santo patrono dei giornalisti. Per lo stile e l’efficacia, per la capacità di argomentare la verità. Almeno fino a ieri. Perché da ieri c’è un altro Francesco che ha steso le sue mani benedette sul giornalismo, ed è papa Bergoglio. «Evitare i tre peccati dei media: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione». È l’esortazione che papa Francesco ha rivolto al mondo dell’informazione e della comunicazione, cogliendo l’occasione dell’udienza in Aula Paolo VI di dirigenti, dipendenti e operatori di Tv2000, la televisione della Cei, conferenza episcopale italiana. In realtà, ne aveva già parlato il 22 marzo, incontrando nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, i membri dell’Associazione ”Corallo”, network di emittenti locali di ispirazione cattolica presenti in tutte le regioni italiane. Ora c’è tornato sopra, ora ci batte il chiodo. Si vede che gli sta a cuore la cosa, e come dargli torto. Evidentemente non parlava solo ai giornalisti cattolici, papa Francesco, e quindi siamo tutti chiamati in causa. «Di questi tre peccati, la calunnia – ha continuato Francesco – sembra il più grave perché colpisce le persone con giudizi non veri. Ma in realtà il più grave e pericoloso è la disinformazione, perché ti porta all’errore, ti porta a credere solo a una parte della verità». Era stato anche più dettagliato nell’argomentazione il 22 marzo: «La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita.  Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno».

Sono i falsari dell’informazione, i peccatori più gravi.

«E io a lui: “Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ’l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

Così Dante descrive nel Canto XXX dell’Inferno la sorte di due “falsari”, la moglie di Putifarre e Sinone. Sinone è quello che convinse i Troiani raccontando un sacco di panzane che quelli si bevvero come acqua fresca e fecero entrare il cavallo di legno, dentro cui si erano nascosti gli Achei che così presero la città. La moglie di Putifarre, ricco signore d’Egitto – così si racconta nella Genesi –, invece, s’era incapricciata del giovane schiavo Giuseppe, cercando di sedurlo. Solo che Giuseppe non ci sentiva da quell’orecchio. Offesa dal rifiuto del giovane, la donna si vendicò accusandolo di aver tentato di farle violenza. Per questa falsa accusa Giuseppe fu gettato nelle prigioni del Faraone. Eccolo, il “leppo” dantesco, che è un fumo puzzolente. E fumo puzzolente si leva dalle pagine dei giornali di disinformacija all’italiana.

Durante la Guerra fredda i russi si erano specializzati nel diffondere informazioni false e mezze verità: raccontavano un sacco di balle sui propri progressi, o magnificavano le sorti delle nazioni che erano sotto l’orbita del comunismo, e nello stesso tempo imbrogliavano le carte su quello che succedeva nell’Occidente maledettamente capitalistico. Pure gli americani avevano la loro disinformacija. Le loro porcherie diventavano battaglie di libertà e le puttanate che compivano erano gesti necessari per difendere la democrazia dall’orso russo e dai cavalli cosacchi. Fare disinformaciija non è banale, non è che ti metti a strillare le stronzate, è un lavoro sottile. Quel cervellone di Chomsky – e ne capisce della questione, visto che è un linguista – riferendosi alle falsificazioni delle prove e delle fonti l’ha definita “ingegneria storica”. Devi orientare l’opinione pubblica, mescolando verità e menzogna; devi sminuire l’importanza e l’attenzione su un evento dandogli una scarsa visibilità e, all’opposto, ingigantire gli spazi informativi su questioni di secondaria importanza; devi negare l’evidenza inducendo al dubbio e all’incredulità. Insomma, è un lavoraccio, che presuppone una vera e propria “macchina disinformativa”. Cioè, i giornali. «Ciò che fa bene alla comunicazione è in primo luogo la parresia, cioè il coraggio di parlare con franchezza e libertà», ha aggiunto papa Francesco. Ha ragione papa Francesco, ragione da vendere. Qualunque direttore di giornale, qualunque editore, qualunque comitato di redazione, qualunque corso dell’ordine dei giornalisti, ti dirà che questi, della franchezza e della libertà, sono i cardini del lavoro dell’informazione. Ma sono chiacchiere. Francesco, invece, non fa chiacchiere. E magari succede che domani troveremo in qualche piazza dei dazebao o dei volantini sotto le nostre porte con la sua firma.

Dalla prova scientifica a quella dichiarativa, passando per il legame tra magistratura e giornalismo. Il dibattito sul processo penale organizzato il 12 dicembre 2014 a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nell’auditorium della Casa della Cultura intitolata a Leonida Repaci dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati con la collaborazione del Comune e della Camera penale, è stato molto più di un semplice dibattito, andato oltre gli aspetti prettamente giuridici, scrive Viviana Minasi su “Il Garantista”. Si è infatti parlato a lungo del legame che esiste tra la magistratura e il giornalismo, quel giornalismo che molto spesso trasforma in veri e propri eventi mediatici alcuni processi penali o fatti di cronaca nera. Se ne è parlato con il direttore de Il Garantista Piero Sansonetti, il Procuratore di Palmi Emanuele Crescenti, il presidente del Tribunale di Palmi Maria Grazia Arena, l’onorevole Armando Veneto, presidente della Camera penale di Palmi e con il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Francesco Napoli. Tanti gli ospiti presenti in questa due giorni dedicata al processo penale. Al direttore Sansonetti il compito di entrare nel vivo del dibattito, puntando quindi l’attenzione su quella sorta di “alleanza” tra magistratura e giornalismo, a volte tacita. «Mi piacerebbe apportare una correzione alla locandina di questo evento, ha detto ironicamente Sansonetti – scrivendo “Giornalismo è giustizia”, invece che “Giornalismo e giustizia”. Perché? Perché molto spesso, soprattutto negli ultimi decenni, è successo che i processi li ha fatti il giornalismo, li abbiamo fatti noi insieme ai magistrati». Fatti di cronaca quali il disastro della Concordia, Cogne, andando indietro negli anni anche Tangentopoli, fino a giungere all’evento che ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali negli ultimi giorni, l’inchiesta su Mafia Capitale, sono stati portati alla ribalta dal giornalismo, magari a danno di altri eventi altrettanto importanti che però quasi cadono nell’oblio. «Ci sono eventi di cronaca che diventano spettacolo – ha proseguito il direttore Sansonetti – e questo accade quando alla stampa un fatto interessa, quando noi giornalisti fiutiamo “l’affare”». Sansonetti ha poi parlato di un principio importante tutelato dall’articolo 111 della Costituzione, l’articolo che parla del cosiddetto “giusto processo”, che in Italia sarebbe sempre meno applicato, soprattutto nella parte in cui si parla dell’informazione di reato a carico di un indagato. «Sempre più spesso accade che l’indagato scopre di essere indagato leggendo un giornale, o ascoltando un servizio in televisione, e non da un magistrato». Su Mafia Capitale, Sansonetti ha lanciato una frecciata al Procuratore capo di Roma Pignatone, definendo un «autointralcio alla giustizia» la comunicazione data in conferenza stampa, relativa a possibili altri blitz delle forze dell’ordine, a carico di altri soggetti che farebbero parte della “cupola”. Suggestivo anche l’intervento di Giuseppe Sartori, ordinario di neuropsicologia forense all’università di Padova, che ha relazionato su “tecniche di analisi scientifica del testimone”. Secondo quanto affermato da Sartori, le testimonianze nei processi, ma non solo, sono quasi sempre inattendibili. Il punto di partenza di questa affermazione è uno studio scientifico condotto su circa 1500 persone, che ha dimostrato come la testimonianza è deviata e deviabile, sia dal ricordo sia dalle domande che vengono poste al testimone. Un caso che si sarebbe evidenziato soprattutto nelle vicende che riguardano le molestie sessuali, nelle quali il ricordo è fortemente suggestionabile dal modo in cui vengono poste le domande. Il convegno era stato introdotto dall’ex sottosegretario del primo governo Prodi ed ex europarlamentare Armando Veneto, figura di primo piano della Camera penale di Palmi. L’associazione dei penalisti da anni è in prima linea per controbilanciare il “potere” (secondo gli avvocati) che la magistratura inquirente avrebbe nel distretto giudiziario di Reggio Calabria e il peso preponderante di cui la pubblica accusa godrebbe nelle aule di giustizia. Le posizione espresse da Veneto, anche all’interno della camera penale di Palmi, sono ormai state recepite da due generazioni di avvocati penalisti.

Purtroppo, però, in Italia non cambierà mai nulla.

Mamma l’italiani,  canzone del 2010 di Après La Class

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

nei secoli dei secoli girando per il mondo

nella pizzeria con il Vesuvio come sfondo

non viene dalla Cina non è neppure americano

se vedi uno spaccone è solamente un italiano

l'italiano fuori si distingue dalla massa

sporco di farina o di sangue di carcassa

passa incontrollato lui conosce tutti

fa la bella faccia fa e poi la mette in culo a tutti

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

a suon di mandolino nascondeva illegalmente

whisky e sigarette chiaramente per la mente

oggi è un po' cambiato ma è sempre lo stesso

non smercia sigarette ma giochetti per il sesso

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

l'Italia agli italiani e alla sua gente

è lo stile che fa la differenza chiaramente

genialità questa è la regola

con le idee che hanno cambiato tutto il corso della storia

l'Italia e la sua nomina e un alta carica

un eredità scomoda

oggi la visione italica è che

viaggiamo tatuati con la firma della mafia

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

vacanze di piacere per giovani settantenni

all'anagrafe italiani ma in Brasile diciottenni

pagano pesante ragazze intraprendenti

se questa compagnia viene presa con i denti

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

spara la famiglia del pentito che ha cantato

lui che viene stipendiato il 27 dallo Stato

nominato e condannato nel suo nome hanno sparato

e ricontare le sue anime non si può più

risponde la famiglia del pentito che ha cantato

difendendosi compare tutti giorni più incazzato

sarà guerra tra famiglie

sangue e rabbia tra le griglie

con la fama come foglie che ti tradirà

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

A proposito degli avvocati, si può dissertare o credere sulla irregolarità degli esami forensi, ma tutti gli avvocati sanno, ed omertosamente tacciono, in che modo, loro, si sono abilitati e ciò nonostante pongono barricate agli aspiranti della professione. Compiti uguali, con contenuto dettato dai commissari d’esame o passato tra i candidati. Compiti mai o mal corretti. Qual è la misura del merito e la differenza tra idonei e non idonei? Tra iella e buona sorte? 

Noi siamo animali. Siamo diversi dalle altre specie solo perché siamo viziosi e ciò ci aguzza l’ingegno.

La Superbia-Vanità (desiderio irrefrenabile di essere superiori, fino al disprezzo di ordini, leggi, rispetto altrui);

L’Avarizia (scarsa disponibilità a spendere e a donare ciò che si possiede);

La Lussuria (desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a sé stesso);

L’Invidia (tristezza per il bene altrui, percepito come male proprio);

La Gola (meglio conosciuta come ingordigia, abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola, e non solo);

L’Ira (irrefrenabile desiderio di vendicare violentemente un torto subito);

L’Accidia-Depressione (torpore malinconico, inerzia nel vivere e nel compiere opere di bene).

Essendo viziosi ci scanneremmo l’un l’altro per raggiungere i nostri scopi. E periodicamente lo facciamo.

Vari illuminati virtuosi, chiamati profeti, ci hanno indicato invano la retta via. La via indicata sono i precetti dettati dalle religioni nate da questi insegnamenti.  Le confessioni religiose da sempre hanno cercato di porre rimedio indicando un essere superiore come castigatore dei peccati con punizioni postume ed eterne. Ecco perché i vizi sono detti Capitali.

I vizi capitali sono un elenco di inclinazioni profonde, morali e comportamentali, dell'anima umana, spesso e impropriamente chiamati peccati capitali. Questo elenco di vizi (dal latino vĭtĭum = mancanza, difetto, ma anche abitudine deviata, storta, fuori dal retto sentiero) distruggerebbero l'anima umana, contrapponendosi alle virtù, che invece ne promuovono la crescita. Sono ritenuti "capitali" poiché più gravi, principali, riguardanti la profondità della natura umana. Impropriamente chiamati "peccati", nella morale filosofica e cristiana i vizi sarebbero già causa del peccato, che ne è invece il suo relativo effetto.

Una sommaria descrizione dei vizi capitali comparve già in Aristotele, che li definì gli "abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi deriverebbero infatti dalla ripetizione di azioni, che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione o abitudine. Ma essendo vizi, e non virtù, tali abitudini non promuovono la crescita interiore, nobile e spirituale, ma al contrario la distruggono.

In questo mondo vizioso tutto ha un prezzo e quasi tutti sono disposti a svendersi per ottenerlo e/ o a dispensare torti ai propri simili. Ciclicamente i nomi degli aguzzini cambiano, ma i peccati sono gli stessi.

In questa breve vita senza giustizia, vissuta in un periodo indefinito, vincono loro: non hanno la ragione, ma il potere. Questo, però, non impedirà di raccontare la verità contemporanea nel tempo e nello spazio, affinché ai posteri sia delegata l’ardua sentenza contro i protagonisti del tempo trattato, per gli altri ci sarà solo l’ignominia senza fama né gloria o l’anonimato eterno.

“La superficie della Terra non era ancora apparsa. V’erano solo il placido mare e la grande distesa di Cielo... tutto era buio e silenzio". Così inizia il Popol Vuh, il libro sacro dei Maya Quiché che narra degli albori dell’umanità. Il Popol Vuh descrive questi primi esseri umani come davvero speciali: "Furono dotati di intelligenza, potevano vedere lontano, riuscivano a sapere tutto quel che è nel mondo. Quando guardavano, contemplavano ora l'arco del cielo ora la rotonda faccia della Terra. Contrariamente ai loro predecessori, gli esseri umani ringraziarono sentitamente gli dei per averli creati. Ma anche stavolta i creatori si indispettirono. "Non è bene che le nostre creature sappiano tutto, e vedano e comprendano le cose piccole e le cose grandi". Gli dei tennero dunque consiglio: "Facciamo che la loro vista raggiunga solo quel che è vicino, facciamo che vedano solo una piccola parte della Terra! Non sono forse per loro natura semplici creature fatte da noi? Debbono forse anch'essi essere dei? Debbono essere uguali a noi, che possiamo vedere e sapere tutto? Ostacoliamo dunque i loro desideri... Così i creatori mutarono la natura delle loro creature. Il Cuore del Cielo soffiò nebbia nei loro occhi, e la loro vista si annebbiò, come quando si soffia su uno specchio. I loro occhi furono coperti, ed essi poterono vedere solo quello che era vicino, solo quello che ad essi appariva chiaro."

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Le vittime, vere o presunte, di soprusi, parlano solo di loro, inascoltati, pretendendo aiuto. Io da vittima non racconto di me e delle mie traversie.  Ascoltato e seguito, parlo degli altri, vittime o carnefici, che l’aiuto cercato non lo concederanno mai. “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Aforisma di Bertolt Brecht. Bene. Tante verità soggettive e tante omertà son tasselli che la mente corrompono. Io le cerco, le filtro e nei miei libri compongo il puzzle, svelando l’immagine che dimostra la verità oggettiva censurata da interessi economici ed ideologie vetuste e criminali. Ha mai pensato, per un momento, che c’è qualcuno che da anni lavora indefessamente per farle sapere quello che non sa? E questo al di là della sua convinzione di sapere già tutto dalle sue fonti? Provi a leggere un e-book o un book di Antonio Giangrande. Scoprirà, cosa succede veramente nella sua regione o in riferimento alla sua professione. Cose che nessuno le dirà mai. Non troverà le cose ovvie contro la Mafia o Berlusconi o i complotti della domenica. Cose che servono solo a bacare la mente. Troverà quello che tutti sanno, o che provano sulla loro pelle, ma che nessuno ha il coraggio di raccontare. Può anche non leggere questi libri, frutto di anni di ricerca, ma nell’ignoranza imperante che impedisce l’evoluzione non potrà dire che la colpa è degli altri e che gli altri son tutti uguali. “Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato”. Citazione di Alessandro Manzoni.

Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!

Antonio Giangrande, perché è diverso dagli altri?

Perché lui spiega cosa è la legalità, gli altri non ne parlano, ma ne sparlano.

La legalità è un comportamento conforme alla legge ed ai regolamenti di attuazione e la sua applicazione necessaria dovrebbe avvenire secondo la comune Prassi legale di riferimento.

Legge e Prassi sono le due facce della stessa medaglia.

La Legge è votata ed emanata in nome del popolo sovrano. I Regolamenti di applicazione sono predisposti dagli alti Burocrati e già questo non va bene. La Prassi, poi, è l’applicazione della Legge negli Uffici Pubblici, nei Tribunali, ecc., da parte di un Sistema di Potere che tutela se stesso con usi e consuetudini consolidati. Sistema di Potere composto da Caste, Lobbies, Mafie e Massonerie.

Ecco perché vige il detto: La Legge si applica per i deboli e si interpreta per i forti.

La correlazione tra Legge e Prassi e come quella che c’è tra il Dire ed il Fare: c’è di mezzo il mare.

Parlare di legge, bene o male, ogni  leguleio o azzeccagarbugli o burocrate o boiardo di Stato può farlo. Più difficile per loro parlar di Prassi generale, conoscendo loro signori solo la prassi particolare che loro coltivano per i propri interessi di privilegiati. Prassi che, però, stanno attenti a non svelare.

Ed è proprio la Prassi che fotte la Legge.

La giustizia che debba essere uguale per tutti parrebbe essere un principio che oggi consideriamo irrinunciabile, anche se non sempre pienamente concretizzabile nella pratica quotidiana. Spesso assistiamo a fenomeni di corruzione, all’applicazione della legge in modo diverso secondo i soggetti coinvolti. E l’la disfunzione è insita nella predisposizione umana.

Essa vien da lontano.

E’ lo stesso Alessandro Manzoni che parla di “Azzeccagarbugli” genuflessi ai mafiosi del tempo al capitolo 3 dei “Promessi Sposi”. Ma non sarebbe stato il Manzoni a coniare l’accoppiata tra il verbo “azzeccare” e il sostantivo “garbuglio” stante che quando la parola entrò nei “Promessi Sposi”, aveva un’età superiore ai tre secoli. Il primo ad usarla fu Niccolò Machiavelli che, in un passo delle "Legazioni" (1510), scrive: “Voi sapete che i mercatanti vogliono fare le cose loro chiare e non azzeccagarbugli”. Questa spiegazione si trova nel Dizionario italiano ragionato e nel Dizionario etimologico di Cortelazzo-Zolli mentre gli altri vocabolari si limitano a indicare soltanto la matrice manzoniana. È giusto dare a Niccolò quello che è di Niccolò, ricordando inoltre che il Manzoni era un conoscitore dell’opera di Machiavelli ed è probabile che sia stato ispirato dal citato passo. Non si dimentichi, infatti, che nella prima stesura dei “Promessi Sposi” il personaggio si chiamava “dotor Pe’ ttola” e non Azzeccagarbugli.

La legge non era uguale per tutti anche nel Seicento, secolo di soprusi e di prepotenze da parte dei potenti. Renzo cerca giustizia recandosi da un noto avvocato del tempo, ma, allora come oggi, la giustizia non sta dalla parte degli oppressi, bensì da quella degli oppressori.

Azzecca-garbugli è un personaggio del romanzo storico ed è il soprannome di un avvocato di Lecco, chiamato, nelle prime edizioni del romanzo, dottor Pettola e dottor Duplica (nell'edizione definitiva il nome non viene mai detto, ma solo il soprannome). Il nome costituisce un'italianizzazione del termine dialettale milanese zaccagarbùj che il Cherubini traduce "attaccabrighe". Viene chiamato così dai popolani per la sua capacità di sottrarre dai guai, non del tutto onestamente, le persone. Spesso e volentieri aiuta i Bravi, poiché, come don Abbondio, preferisce stare dalla parte del più forte, per evitare una brutta fine.

Renzo Tramaglino giunge da lui, nel capitolo III, per chiedere se ci fosse una grida che avrebbe condannato don Rodrigo, ma lui sentendo nominare il potente signore, respinge Renzo perché non avrebbe potuto contrastare la sua potente autorità. Egli rappresenta quindi un uomo la cui coscienza meschina è asservita agli interessi dei potenti. Compare anche nel capitolo quinto quando fra Cristoforo va al palazzotto di don Rodrigo e lo trova fra gli invitati al banchetto che si sta tenendo a casa appunto di don Rodrigo.

Apparentemente, è un uomo di legge molto erudito, e nel suo studio è presente una notevole quantità di libri, il cui ruolo principale, però, è quello di elementi decorativi piuttosto che di materiale di studio. Il suo tavolo invece è cosparso di fogli che impressionano gli abitanti del paese che vi si recano. In realtà non consulta libri da molti anni addietro, quando andava a Milano per qualche causa d'importanza.

Il suo nome Azzeccagarbugli è dovuto dal fatto che Azzecca significa "indovinare" e garbugli "cose non giuste", quindi: Indovinare cose non giuste.

Azzeccagarbugli è la figura centrale del Capitolo 3°, è un avvocato venduto, è un miserabile e il Manzoni pur non dicendolo apertamente ce lo fa capire descrivendocelo appunto negli aspetti più negativi. Di questo personaggio emerge una grande miseria morale: ciò che preme all'avvocato è di assicurarsi il favore di don Rodrigo anche se per ottenere questo deve calpestare quella giustizia della quale dovrebbe essere servitore. Il Dottor Azzeccagarbugli è una figurina vista di scorcio, ma pur limpida e interessante. E' un leguleio da strapazzo, ma abile la sua parte a ordire garbugli per imbrogliare le cose, come lui stesso confessa a Renzo. Ci vuole la conoscenza del codice, è necessario saper interpretare le gride, ma per lui valgono sopra tutto le arti per ingarbugliare i clienti. Tale è la morale di questo tipo di trappolone addottorato, comunissimo in ogni società. Il Manzoni lo ha ricreato di una specifica individualità esteriore, nell'eloquio profuso, a volte enfatico e sentenzioso, a volte freddo e cavilloso, grave e serio nella posa di uomo di alte cure, pieno di sussiego nella sua mimica istrionica. Don Rodrigo lo ha caro, come complice connivente nei suoi delittuosi disegni, mentre il dottore accattando protezione col servilismo e l'adulazione, scrocca lauti pranzi. Alcuni osservano, e non a torto, che in questo personaggio il Manzoni abbia voluto farsi beffe dei legulei dalla coscienza facile.

"«Non facciam niente, – rispose il dottore, scotendo il capo, con un sorriso, tra malizioso e impaziente. – Se non avete fede in me, non facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete ch’io v’aiuti, bisogna dirmi tutto, dall’a fino alla zeta, col cuore in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e, in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch’io sappia da voi, che v’ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l’affare lodevolmente. Capite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se ne starà zitto; se fosse una testolina, c’è rimedio anche per quelle. D’ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr’occhi, state fresco. Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito.»

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai. Quand’ebbe però capito bene cosa il dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in bocca, dicendo: – oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l’hanno fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son ben contento d’aver visto quella grida.

- Diavolo! – esclamò il dottore, spalancando gli occhi. – Che pasticci mi fate? Tant’è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare le cose?

- Ma mi scusi; lei non m’ha dato tempo: ora le racconterò la cosa, com’è. Sappia dunque ch’io dovevo sposare oggi, – e qui la voce di Renzo si commosse, – dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo, fin da quest’estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col signor curato, e s’era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse… basta, per non tediarla, io l’ho fatto parlar chiaro, com’era giusto; e lui m’ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo…

- Eh via! – interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, – eh via! Che mi venite a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che vi dite: io non m’impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di questa sorte, discorsi in aria.

- Le giuro…

- Andate, vi dico: che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti? Io non c’entro: me ne lavo le mani -. E se le andava stropicciando, come se le lavasse davvero. – Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un galantuomo.

- Ma senta, ma senta, – ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio; e, quando ve l’ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: – restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente.

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere bestie, e le diede a Renzo, con un’occhiata di compassione sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l’abbia fatta bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine, più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione."

A Parlar di azzeccagarbugli non vi pare che si parli dei nostri contemporanei legulei togati, siano essi magistrati od avvocati?

Additare i difetti altrui è cosa che tutti sanno fare, più improbabile è indicare e correggere i propri.

Non abbiamo bisogno di eroi, né, tantomeno, di mistificatori con la tonaca (toga e divisa). L’abito non fa il monaco. La legalità non va promossa solo nella forma, ma va coltivata anche nella sostanza. E’ sbagliato ergersi senza meriti dalla parte dei giusti.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. 

Chi siamo noi?

Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti.

Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”.

Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi.

Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani.

Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni.

Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare.

E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

Ho vissuto una breve vita confrontandomi con una sequela di generazioni difettate condotte in un caos organizzato. Uomini e donne senza ideali e senza valori succubi del flusso culturale e politico del momento, scevri da ogni discernimento tra il bene ed il male. L’Io è elevato all’ennesima potenza. La mia Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” composta da decine di saggi, riporta ai posteri una realtà attuale storica, per tema e per territorio, sconosciuta ai contemporanei perché corrotta da verità mediatiche o giudiziarie. 

Per la Conte dei Conti è l’Italia delle truffe. È l'Italia degli sprechi e delle frodi fotografata in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti che ha messo insieme le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali. La Corte dei Conti ha scandagliato l'attività condotta da tutte le procure regionali e ha messo insieme «le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente».

A parlar di sé e delle proprie disgrazie in prima persona, oltre a non destare l’interesse di alcuno pur nelle tue stesse condizioni, può farti passare per mitomane o pazzo. Non sto qui a promuovermi. Non si può, però, tacere la verità storica che ci circonda, stravolta da verità menzognere mediatiche e giudiziarie. Ad ogni elezione legislativa ci troviamo a dover scegliere tra: il partito dei condoni; il partito della CGIL; il partito dei giudici. Io da anni non vado a votare perché non mi rappresentano i nominati in Parlamento. Oltretutto mi disgustano le malefatte dei nominati. Un esempio per tutti, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani. Da anni inascoltato denuncio il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ho ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Insabbiamento delle denunce e attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua.

La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Ognuno di noi antropologicamente ha un limite, non dovuto al sesso, od alla razza, od al credo religioso, ma bensì delimitato dall’istruzione ricevuta ed all’educazione appresa dalla famiglia e dalla società, esse stesse influenzate dall’ambiente, dalla cultura, dagli usi e dai costumi territoriali. A differenza degli animali la maggior parte degli umani non si cura del proprio limite e si avventura in atteggiamenti e giudizi non consoni al loro stato. Quando a causa dei loro limiti non arrivano ad avere ragione con il ragionamento, allora adottano la violenza (fisica o psicologica, ideologica o religiosa) e spesso con la violenza ottengono un effimero ed immeritato potere o risultato. I più intelligenti, conoscendo il proprio limite, cercano di ampliarlo per risultati più duraturi e poteri meritati. Con nuove conoscenze, con nuovi studi, con nuove esperienze arricchiscono il loro bagaglio culturale ed aprono la loro mente, affinché questa accetti nuovi concetti e nuovi orizzonti. Acquisizione impensabile in uno stato primordiale. In non omologati hanno empatia per i conformati. Mentre gli omologati sono mossi da viscerale egoismo dovuto all’istinto di sopravvivenza: voler essere ed avere più di quanto effettivamente si possa meritare di essere od avere. Loro ed i loro interessi come ombelico del mondo. Da qui la loro paura della morte e la ricerca di un dio assoluto e personale, finanche cattivo: hanno paura di perdere il niente che hanno e sono alla ricerca di un dio che dal niente che sono li elevi ad entità. L'empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell'altro, escludendo ogni attitudine affettiva personale (simpatia, antipatia) e ogni giudizio morale, perché mettersi nei panni dell'altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l'uomo è in continua competizione con gli altri uomini. Fa niente se i dotti emancipati e non omologati saranno additati in patria loro come Gesù nella sua Nazareth: semplici figli di falegnami, perchè "non c'è nessun posto dove un profeta abbia meno valore che non nella sua patria e nella sua casa". Non c'è bisogno di essere cristiani per apprezzare Gesù Cristo: non per i suoi natali, ma per il suo insegnamento  e, cosa più importante, per il suo esempio. Fa capire che alla fine è importante lasciar buona traccia di sè, allora sì che si diventa immortali nella rimembranza altrui.

Tutti vogliono avere ragione e tutti pretendono di imporre la loro verità agli altri. Chi impone ignora, millanta o manipola la verità. L'ignoranza degli altri non può discernere la verità dalla menzogna. Il saggio aspetta che la verità venga agli altri. La sapienza riconosce la verità e spesso ciò fa ricredere e cambiare opinione. Solo gli sciocchi e gli ignoranti non cambiano mai idea, per questo sono sempre sottomessi. La Verità rende liberi, per questo è importante far di tutto per conoscerla. 

Tutti gli altri intendono “Tutte le Mafie” come un  insieme orizzontale di entità patologiche criminali territoriali (Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita, ecc.).

Io intendo “Tutte le Mafie” come un ordinamento criminale verticale di entità fisiologiche nazionali composte, partendo dal basso: dalle mafie (la manovalanza), dalle Lobbies, dalle Caste e dalle Massonerie (le menti).

La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.

Non sono conformato ed omologato, per questo son fiero ed orgoglioso di essere diverso.

PER UNA LETTURA UTILE E CONSAPEVOLE CONTRO L’ITALIA DEI GATTOPARDI.

Recensione di un’opera editoriale osteggiata dalla destra e dalla sinistra. Perle di saggezza destinate al porcilaio.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. Lo dice Beppe Grillo e forse ha ragione. Ma tra di loro vi sono anche eccellenze di gran valore. Questo vale per le maggiori testate progressiste (Il Corriere della Sera, L’Espresso, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano), ma anche per le testate liberali (Panorama, Oggi, Il Giornale, Libero Quotidiano). In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci, questi eccelsi giornalisti, attraverso le loro coraggiose inchieste, sono fonte di prova incontestabile per raccontare l’Italia vera, ma sconosciuta. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia. Tramite loro, citando gli stessi e le loro inchieste scottanti, Antonio Giangrande ha raccolto in venti anni tutto quanto era utile per dimostrare che la mafia vien dall’alto. Pochi lupi e tante pecore. Una selezione di nomi e fatti articolati per argomento e per territorio. L’intento di Giangrande è rappresentare la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Questa è sociologia storica, di cui il Giangrande è il massimo cultore. Questa è la collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” pubblicata su www.controtuttelemafie.it ed altri canali web, su Amazon in E-Book e su Lulu in cartaceo. 40 libri scritti da Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” e scrittore-editore dissidente. Saggi pertinenti questioni che nessuno osa affrontare. Opere che i media si astengono a dare loro la dovuta visibilità e le rassegne culturali ad ignorare. In occasione delle festività ed in concomitanza con le nuove elezioni legislative sarebbe cosa buona e utile presentare ai lettori una lettura alternativa che possa rendere più consapevole l’opinione dei cittadini. Un’idea regalo gratuita o con modica spesa, sicuramente gradita da chi la riceve. Non è pubblicità gratuita che si cerca per fini economici, né tanto meno è concorrenza sleale. Si chiede solo di divulgare la conoscenza di opere che già sul web sono conosciutissime e che possono anche esser lette gratuitamente. Evento editoriale esclusivo ed aggiornato periodicamente. Di sicuro interesse generale. Fa niente se dietro non ci sono grandi o piccoli gruppi editoriali. Ciò è garanzia di libertà.

Grazie per l’adesione e la partecipazione oltre che per la solidarietà.

POLITICA, GIUSTIZIA ED INFORMAZIONE. IN TEMPO DI VOTO SI PALESA L’ITALIETTA DELLE VERGINELLE.

Politica, giustizia ed informazione. In tempo di voto si palesa l’Italietta delle verginelle.

Da scrittore navigato, il cui sacco di 50 libri scritti sull’Italiopoli degli italioti lo sta a dimostrare, mi viene un rigurgito di vomito nel seguire tutto quanto viene detto da scatenate sgualdrine (in senso politico) di ogni schieramento politico. Sgualdrine che si atteggiano a verginelle e si presentano come aspiranti salvatori della patria in stampo elettorale.

In Italia dove non c’è libertà di stampa e vige la magistratocrazia è facile apparire verginelle sol perché si indossa l’abito bianco.

I nuovi politici non si presentano come preparati a risolvere i problemi, meglio se liberi da pressioni castali, ma si propongono, a chi non li conosce bene, solo per le loro presunti virtù, come verginelle illibate.

Ci si atteggia a migliore dell’altro in una Italia dove il migliore c’ha la rogna.

L’Italietta è incurante del fatto che Nicola Vendola a Bari sia stato assolto in modo legittimo dall’amica della sorella o Luigi De Magistris sia stato assolto a Salerno in modo legale dalla cognata di Michele Santoro, suo sponsor politico.

L’Italietta che non batte ciglio quando a Bari Massimo D’Alema in modo lecito esce pulito da un’inchiesta penale. Accogliendo la richiesta d’archiviazione avanzata dal pm, il gip Concetta Russi il 22 giugno ’95 decise per il proscioglimento, ritenendo superfluo ogni approfondimento: «Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti – scrisse nelle motivazioni - e cioè la corresponsione di un contributo di 20 milioni in favore del Pci, ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di alcuni elementi marginali, nella leale dichiarazione dell’onorevole D’Alema, all’epoca dei fatti segretario regionale del Pci (...). L’onorevole D’Alema non ha escluso che la somma versata dal Cavallari fosse stata proprio dell’importo da quest’ultimo indicato». Chi era il titolare dell’inchiesta che sollecitò l’archiviazione? Il pm Alberto Maritati, eletto coi Ds e immediatamente nominato sottosegretario all’Interno durante il primo governo D’Alema, numero due del ministro Jervolino, poi ancora sottosegretario alla giustizia nel governo Prodi, emulo di un altro pm pugliese diventato sottosegretario con D’Alema: Giannicola Sinisi. E chi svolse insieme a Maritati gli accertamenti su Cavallari? Chi altro firmò la richiesta d’archiviazione per D’Alema? Semplice: l’amico e collega Giuseppe Scelsi, magistrato di punta della corrente di Magistratura democratica a Bari, poi titolare della segretissima indagine sulle ragazze reclutate per le feste a Palazzo Grazioli, indagine «anticipata» proprio da D’Alema.

L’Italietta non si scandalizza del fatto che sui Tribunali e nella scuole si spenda il nome e l’effige di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino da parte di chi, loro colleghi, li hanno traditi in vita, causandone la morte.

L’Italietta non si sconvolge del fatto che spesso gli incriminati risultano innocenti e ciononostante il 40%  dei detenuti è in attesa di giudizio. E per questo gli avvocati in Parlamento, anziché emanar norme, scioperano nei tribunali, annacquando ancor di più la lungaggine dei processi.

L’Italietta che su giornali e tv foraggiate dallo Stato viene accusata da politici corrotti di essere evasore fiscale, nonostante sia spremuta come un limone senza ricevere niente in cambio.

L’Italietta, malgrado ciò, riesce ancora a discernere le vergini dalle sgualdrine, sotto l’influenza mediatica-giudiziaria.

Fa niente se proprio tutta la stampa ignava tace le ritorsioni per non aver taciuto le nefandezze dei magistrati, che loro sì decidono chi candidare al Parlamento per mantenere e tutelare i loro privilegi.

Da ultimo è la perquisizione ricevuta in casa dall’inviato de “La Repubblica”, o quella ricevuta dalla redazione del tg di Telenorba.

Il re è nudo: c’è qualcuno che lo dice. E’ la testimonianza di Carlo Vulpio sull’integrità morale di Nicola Vendola, detto Niki. L’Editto bulgaro e l’Editto di Roma (o di Bari). Il primo è un racconto che dura da anni. Del secondo invece non si deve parlare.

I giornalisti della tv e stampa, sia quotidiana, sia periodica, da sempre sono tacciati di faziosità e mediocrità. Si dice che siano prezzolati e manipolati dal potere e che esprimano solo opinioni personali, non raccontando i fatti. La verità è che sono solo codardi.

E cosa c’è altro da pensare. In una Italia, laddove alcuni magistrati tacitano con violenza le contro voci. L’Italia dei gattopardi e dell’ipocrisia. L’Italia dell’illegalità e dell’utopia.

Tutti hanno taciuto "Le mani nel cassetto. (e talvolta anche addosso...). I giornalisti perquisiti raccontano". Il libro, introdotto dal presidente nazionale dell’Ordine Enzo Jacopino, contiene le testimonianze, delicate e a volte ironiche, di ventuno giornalisti italiani, alcuni dei quali noti al grande pubblico, che hanno subito perquisizioni personali o ambientali, in casa o in redazione, nei computer e nelle agende, nei libri e nei dischetti cd o nelle chiavette usb, nella biancheria e nel frigorifero, “con il dichiarato scopo di scoprire la fonte confidenziale di una notizia: vera, ma, secondo il magistrato, non divulgabile”. Nel 99,9% dei casi le perquisizioni non hanno portato “ad alcun rinvenimento significativo”.

Cosa pensare se si è sgualdrina o verginella a secondo dell’umore mediatico. Tutti gli ipocriti si facciano avanti nel sentirsi offesi, ma che fiducia nell’informazione possiamo avere se questa è terrorizzata dalle querele sporte dai PM e poi giudicate dai loro colleghi Giudici.

Alla luce di quanto detto, è da considerare candidabile dai puritani nostrani il buon “pregiudicato” Alessandro Sallusti che ha la sol colpa di essere uno dei pochi coraggiosi a dire la verità?

Si badi che a ricever querela basta recensire il libro dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, che racconta gli abusi ricevuti dal giornalista che scrive la verità, proprio per denunciare l'arma intimidatoria delle perquisizioni alla stampa.

Che giornalisti sono coloro che, non solo non raccontano la verità, ma tacciono anche tutto ciò che succede a loro?

E cosa ci si aspetta da questa informazione dove essa stessa è stata visitata nella loro sede istituzionale dalla polizia giudiziaria che ha voluto delle copie del volume e i dati identificativi di alcune persone, compreso il presidente che dell'Ordine è il rappresentante legale?

La Costituzione all’art. 104 afferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”

Ne conviene che il dettato vuol significare non equiparare la Magistratura ad altro potere, ma differenziarne l’Ordine con il Potere che spetta al popolo. Ordine costituzionalizzato, sì, non Potere.

Magistrati. Ordine, non potere, come invece il più delle volte si scrive, probabilmente ricordando Montesquieu; il quale però aggiungeva che il potere giudiziario é “per così dire invisibile e nullo”. Solo il popolo è depositario della sovranità: per questo Togliatti alla Costituente avrebbe voluto addirittura che i magistrati fossero eletti dal popolo, per questo sostenne le giurie popolari. Ordine o potere che sia, in ogni caso è chiaro che di magistrati si parla.

Allora io ho deciso: al posto di chi si atteggia a verginella io voterei sempre un “pregiudicato” come Alessandro Sallusti, non invece chi incapace, invidioso e cattivo si mette l’abito bianco per apparir pulito.

E facile dire pregiudicato. Parliamo del comportamento degli avvocati. Il caso della condanna di Sallusti. Veniamo al primo grado: l’avvocato di Libero era piuttosto noto perché non presenziava quasi mai alle udienze, preferendo mandarci sempre un sostituto sottopagato, dice Filippo Facci. E qui, il giorno della sentenza, accadde un fatto decisamente singolare. Il giudice, una donna, lesse il dispositivo che condannava Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4000 (più 30mila di risarcimento, che nel caso dei magistrati è sempre altissimo) ma nelle motivazioni della sentenza, depositate tempo dopo, lo stesso giudice si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva. Un’esagerazione? Si può pensarlo. Tant’è, ormai era andata: sia il querelante sia la Procura sia gli avvocati proposero tuttavia appello (perché in Italia si propone sempre appello, anche quando pare illogico o esagerato) e la sentenza della prima sezione giunse il 17 giugno 2011. E qui accadeva un altro fatto singolare: l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell’ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis. Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio – uno che passava di lì, letteralmente – sicché la sentenza cambiò volto: come richiesto dall’accusa, Monticone si beccò un anno con la condizionale e Sallusti si beccò un anno e due mesi senza un accidente di condizionale, e perché? Perché aveva dei precedenti per l’omesso controllo legato alla diffamazione. Il giudice d’Appello, in pratica, recuperò la detenzione che il giudice di primo grado aveva dimenticato di scrivere nel dispositivo.

Ma anche il Tribuno Marco Travaglio è stato vittima degli avvocati. Su Wikipedia si legge che nel 2000 è stato condannato in sede civile, dopo essere stato citato in giudizio da Cesare Previti a causa di un articolo in cui Travaglio ha definito Previti «un indagato» su “L’Indipendente”. Previti era effettivamente indagato ma a causa dell'impossibilità da parte dell' avvocato del giornale di presentare le prove in difesa di Travaglio in quanto il legale non era retribuito, il giornalista fu obbligato al risarcimento del danno quantificato in 79 milioni di lire. Comunque lui stesso a “Servizio Pubblico” ha detto d’aver perso una querela con Previti, parole sue, «perché l’avvocato non è andato a presentare le mie prove». Colpa dell’avvocato.

Ma chi e quando le cose cambieranno?

Per fare politica in Italia le strade sono poche, specialmente se hai qualcosa da dire e proponi soluzioni ai problemi generali. La prima è cominciare a partecipare a movimenti studenteschi fra le aule universitarie, mettersi su le stellette di qualche occupazione e poi prendere la tessera di un partito. Se di sinistra è meglio. Poi c'è la strada della partecipazione politica con tesseramento magari sfruttando una professione che ti metta in contatto con molti probabili elettori: favoriti sono gli avvocati, i medici di base ed i giornalisti. C'è una terza via che sempre più prende piede. Fai il magistrato. Se puoi occupati di qualche inchiesta che abbia come bersaglio un soggetto politico, specie del centro destra, perché gli amici a sinistra non si toccano. Comunque non ti impegnare troppo. Va bene anche un'archiviazione. Poi togli la toga e punta al Palazzo. Quello che interessa a sinistra è registrare questo movimento arancione con attacco a tre punte: De Magistris sulla fascia, Di Pietro in regia e al centro il nuovo bomber Antonio Ingroia. Se è un partito dei magistrati e per la corporazione dei magistrati. Loro "ci stanno".

Rivoluzione Civile è una formazione improvvisata le cui figure principali di riferimento sono tre magistrati: De Magistris, Di Pietro e Ingroia. Dietro le loro spalle si rifugiano i piccoli partiti di Ferrero, Diliberto e Bonelli in cerca di presenza parlamentare. E poi, ci mancherebbe, con loro molte ottime persone di sinistra critica all’insegna della purezza. Solo che la loro severità rivolta in special modo al Partito Democratico, deve per forza accettare un’eccezione: Antonio Di Pietro. La rivelazione dei metodi disinvolti con cui venivano gestiti i fondi dell’Italia dei Valori, e dell’uso personale che l’ex giudice fece di un’eredità cospicua donata a lui non certo per godersela, lo hanno costretto a ritirarsi dalla prima fila. L’Italia dei Valori non si presenta più da sola, non per generosità ma perchè andrebbe incontro a una sconfitta certa. Il suo leader però viene ricandidato da Ingroia senza troppi interrogativi sulla sua presentabilità politica. “Il Fatto”, solitamente molto severo, non ha avuto niente da obiettare sul Di Pietro ricandidato alla chetichella. Forse perchè non era più alleato di Bersani e Vendola? Si chiede Gad Lerner.

Faceva una certa impressione nei tg ascoltare Nichi Vendola (che, secondo Marco Ventura su “Panorama”, la magistratura ha salvato dalle accuse di avere imposto un primario di sua fiducia in un concorso riaperto apposta e di essere coinvolto nel malaffare della sanità in Puglia) dire che mentre le liste del Pd-Sel hanno un certo profumo, quelle del Pdl profumano “di camorra”. E che dire di Ingroia e il suo doppiopesismo: moralmente ed eticamente intransigente con gli altri, indulgente con se stesso. Il candidato Ingroia, leader rivoluzionario, da pm faceva domande e i malcapitati dovevano rispondere. Poi a rispondere, come candidato premier, tocca a lui. E lui le domande proprio non le sopporta, come ha dimostrato nella trasmissione condotta su Raitre da Lucia Annunziata. Tanto da non dimettersi dalla magistratura, da candidarsi anche dove non può essere eletto per legge (Sicilia), da sostenere i No Tav ed avere come alleato l'inventore della Tav (Di Pietro), da criticare la legge elettorale, ma utilizzarla per piazzare candidati protetti a destra e a manca. L'elenco sarebbe lungo, spiega Alessandro Sallusti. Macchè "rivoluzione" Ingroia le sue liste le fa col manuale Cencelli. L'ex pm e i partiti alleati si spartiscono i posti sicuri a Camera e Senato, in barba alle indicazioni delle assemblee territoriali. Così, in Lombardia, il primo lombardo è al nono posto. Sono tanti i siciliani che corrono alle prossime elezioni politiche in un seggio lontano dall’isola. C’è Antonio Ingroia capolista di Rivoluzione Civile un po' dappertutto. E poi ci sono molti "paracadutati" che hanno ottenuto un posto blindato lontano dalla Sicilia. Pietro Grasso, ad esempio, è capolista del Pd nel Lazio: "Non mi candido in Sicilia per una scelta di opportunità", ha detto, in polemica con Ingroia, che infatti in Sicilia non è eleggibile. In Lombardia per Sel c'è capolista Claudio Fava, giornalista catanese, e non candidato alle ultime elezioni regionali per un pasticcio fatto sulla sua residenza in Sicilia (per fortuna per le elezioni politiche non c'è bisogno di particolare documentazione....). Fabio Giambrone, braccio destro di Orlando, corre anche in Lombardia e in Piemonte. Celeste Costantino, segretaria provinciale di Sel a Palermo è stata candidata, con qualche malumore locale, nella circoscrizione Piemonte 1. Anna Finocchiaro, catanese e con il marito sotto inchiesta è capolista del Pd, in Puglia. Sarà lei in caso di vittoria del Pd la prossima presidente del Senato. Sempre in Puglia alla Camera c'è spazio per Ignazio Messina al quarto posto della lista di Rivoluzione civile. E che dire di Don Gallo che canta la canzone partigiana "Bella Ciao" sull'altare, sventolando un drappo rosso.

"Serve una legge per regolamentare e limitare la discesa in politica dei magistrati, almeno nei distretti dove hanno esercitato le loro funzioni, per evitare che nell'opinione pubblica venga meno la considerazione per i giudici". Lo afferma il presidente della Cassazione, nel suo discorso alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno giudiziario 2013. Per Ernesto Lupo devono essere "gli stessi pm a darsi delle regole nel loro Codice etico". Per la terza e ultima volta - dal momento che andrà in pensione il prossimo maggio - il Primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha illustrato - alla presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche dello Stato - la «drammatica» situazione della giustizia in Italia non solo per la cronica lentezza dei processi, 128 mila dei quali si sono conclusi nel 2012 con la prescrizione, ma anche per la continua violazione dei diritti umani dei detenuti per la quale è arrivato l’ultimatum dalla Corte Ue. Sebbene abbia apprezzato le riforme del ministro Paola Severino - taglio dei “tribunalini” e riscrittura dei reati contro la pubblica amministrazione - Lupo ha tuttavia sottolineato che l’Italia continua ad essere tra i Paesi più propensi alla corruzione. Pari merito con la Bosnia, e persino dietro a nazioni del terzo mondo. Il Primo presidente ha, poi, chiamato gli stessi magistrati a darsi regole severe per chi scende in politica e a limitarsi, molto, nel ricorso alla custodia in carcere.  «È auspicabile - esorta Lupo - che nella perdurante carenza della legge, sia introdotta nel codice etico quella disciplina più rigorosa sulla partecipazione dei magistrati alla vita politica e parlamentare, che in decenni il legislatore non è riuscito ad approvare». Per regole sulle toghe in politica, si sono espressi a favore anche il Procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani, che ha criticato i pm che flirtano con certi media cavalcando le inchieste per poi candidarsi, e il presidente dell’Anm Rodolfo Sabelli. Per il Primo presidente nelle celle ci sono 18.861 detenuti di troppo e bisogna dare più permessi premio. Almeno un quarto dei reclusi è in attesa di condanna definitiva e i giudici devono usare di più le misure alternative.

"Non possiamo andare avanti così - lo aveva già detto il primo presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, nella relazione che ha aperto la cerimonia dell’ inaugurazione dell’ Anno Giudiziario 2009 - In più, oltre a un più rigoroso richiamo dei giudici ai propri doveri di riservatezza, occorrerebbe contestualmente evitare la realizzazione di veri e propri 'processi mediatici', simulando al di fuori degli uffici giudiziari, e magari anche con la partecipazione di magistrati, lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali". "La giustizia - sottolinea Carbone - deve essere trasparente ma deve svolgersi nelle sedi proprie, lasciando ai media il doveroso ed essenziale compito di informare l'opinione pubblica, ma non di sostituirsi alla funzione giudiziaria".

Questo per far capire che il problema “Giustizia” sono i magistrati. Nella magistratura sono presenti "sacche di inefficienza e di inettitudine". La denuncia arriva addirittura dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, sempre nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009.

Ma è questa la denuncia più forte che viene dall'apertura dell'anno giudiziario 2013 nelle Corti d'Appello: «Non trovo nulla da eccepire sui magistrati che abbandonano la toga per candidarsi alle elezioni politiche - ha detto il presidente della Corte di Appello di Roma Giorgio Santacroce. Ma ha aggiunto una stoccata anche ad alcuni suoi colleghi - Non mi piacciono - ha affermato - i magistrati che non si accontentano di far bene il loro lavoro, ma si propongono di redimere il mondo. Quei magistrati, pochissimi per fortuna, che sono convinti che la spada della giustizia sia sempre senza fodero, pronta a colpire o a raddrizzare le schiene. Parlano molto di sè e del loro operato anche fuori dalle aule giudiziarie, esponendosi mediaticamente, senza rendersi conto che per dimostrare quell' imparzialità che è la sola nostra divisa, non bastano frasi ad effetto, intrise di una retorica all'acqua di rose. Certe debolezze non rendono affatto il magistrato più umano. I magistrati che si candidano esercitano un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini, ma Piero Calamandrei diceva che quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra».

Dove non arrivano a fare le loro leggi per tutelare prerogative e privilegi della casta, alcuni magistrati, quando non gli garba il rispetto e l’applicazione della legge, così come gli è dovuto e così come hanno giurato, disapplicano quella votata da altri. Esempio lampante è Taranto. I magistrati contestano la legge, anziché applicarla, a scapito di migliaia di lavoratori. Lo strapotere e lo straparlare dei magistrati si incarna in alcuni esempi. «Ringrazio il Presidente della Repubblica, come cittadino ma anche di giudice, per averci allontanati dal precipizio verso il quale inconsciamente marciavamo». Sono le parole con le quali il presidente della Corte d'appello, Mario Buffa, ha aperto, riferendosi alla caduta del Governo Berlusconi, la relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2012 nell'aula magna del palazzo di giustizia di Lecce. «Per fortuna il vento sembra essere cambiato – ha proseguito Buffa: la nuova ministra non consuma le sue energie in tentativi di delegittimare la magistratura, creando intralci alla sua azione». Ma il connubio dura poco. L’anno successivo, nel 2013, ad aprire la cerimonia di inaugurazione è stata ancora la relazione del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa. Esprimendosi sull’Ilva di Taranto ha dichiarato che “il Governo ha fatto sull’Ilva una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata in Italia negli ultimi venti anni, una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano a inquinare di notte”. Alla faccia dell’imparzialità. Giudizi senza appello e senza processo. Non serve ai magistrati candidarsi in Parlamento. La Politica, in virtù del loro strapotere, anche mediatico, la fanno anche dai banchi dei tribunali. Si vuole un esempio? "E' una cosa indegna". Veramente mi disgusta il fatto che io debba leggere sul giornale, momento per momento, 'stanno per chiamare la dottoressa Tizio, la stanno chiamando...l'hanno interrogato...la posizione si aggrava'". E ancora: "Perchè se no qua diamo per scontato che tutto viene raccontato dai giornali, che si fa il clamore mediatico, che si va a massacrare la gente prima ancora di trovare un elemento di colpevolezza". E poi ancora: "A me pare molto più grave il fatto che un cialtrone di magistrato dia indebitamente la notizia in violazione di legge...". Chi parla potrebbe essere Silvio Berlusconi, che tante volte si è lamentato di come le notizie escano dai tribunali prima sui giornali che ai diretti interessati. E invece, quelle che riporta il Corriere della Sera, sono parole pronunciate nel giugno 2010 nientemeno che del capo della polizia Antonio Manganelli, al telefono col prefetto Nicola Izzo, ex vicario della polizia. Ed allora “stronzi” chi li sta a sentire.

«L'unica spiegazione che posso dare è che ho detto sempre quello che pensavo anche affrontando critiche, criticando a mia volta la magistratura associata e gli alti vertici della magistratura. E' successo anche ad altri più importanti e autorevoli magistrati, a cominciare da Giovanni Falcone. Forse non è un caso - ha concluso Ingroia - che quando iniziò la sua attività di collaborazione con la politica le critiche peggiori giunsero dalla magistratura. E' un copione che si ripete». «Come ha potuto Antonio Ingroia paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra loro esiste una distanza misurabile in milioni di anni luce. Si vergogni». È il commento del procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, ai microfoni del TgLa7 condotto da Enrico Mentana contro l'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ora leader di Rivoluzione civile. Non si è fatta attendere la replica dell'ex procuratore aggiunto di Palermo che dagli schermi di Ballarò respinge le accuse della sua ex collega: «Probabilmente non ha letto le mie parole, s'informi meglio. Io non mi sono mai paragonato a Falcone, ci mancherebbe. Denunciavo soltanto una certa reazione stizzita all'ingresso dei magistrati in politica, di cui fu vittima anche Giovanni quando collaborò con il ministro Martelli. Forse basterebbe leggere il mio intervento» E poi. «Ho atteso finora una smentita, invano. Siccome non è arrivata dico che l'unica a doversi vergognare è lei che, ancora in magistratura, prende parte in modo così indecente e astioso alla competizione politica manipolando le mie dichiarazioni. La prossima volta pensi e conti fino a tre prima di aprire bocca. Quanto ai suoi personali giudizi su di me, non mi interessano e alle sue piccinerie siamo abituati da anni. Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo». «Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica». Un'ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Che sostanzialmente ha ammesso l'esistenza (per non dire l'appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: «Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico». L’ex pm ha poi affermato che «ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo. Si può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti, il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista». Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché "mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto", ha aggiunto Ingroia. Dice dunque Ingroia, neoleader dell'arancia meccanica: «Piero Grasso divenne procuratore nazionale perché scelto da Berlusconi grazie a una legge ad hoc che escludeva Gian Carlo Caselli». Come se non bastasse, Ingroia carica ancora, come in un duello nella polvere del West: «Grasso è il collega che voleva dare un premio, una medaglia al governo Berlusconi per i suoi meriti nella lotta alla mafia». Ma poi, già che c'è, Caselli regola i conti anche con Grasso: «È un fatto storico che ai tempi del concorso per nominare il successore di Vigna le regole vennero modificate in corso d'opera dall'allora maggioranza con il risultato di escludermi. Ed è un fatto che questo concorso lo vinse Grasso e che la legge che mi impedì di parteciparvi fu dichiarata incostituzionale». Dunque, la regola aurea è sempre quella. I pm dopo aver bacchettato la società tutta, ora si bacchettano fra di loro, rievocano pagine più o meno oscure, si contraddicono con metodo, si azzannano con ferocia. E così i guardiani della legalità, le lame scintillanti della legge si graffiano, si tirano i capelli e recuperano episodi sottovuoto, dissigillando giudizi rancorosi. Uno spettacolo avvilente. Ed ancora a sfatare il mito dei magistrati onnipotenti ci pensano loro stessi, ridimensionandosi a semplici uomini, quali sono, tendenti all’errore, sempre impunito però. A ciò serve la polemica tra le Procure che indagano su Mps.  «In certi uffici di procura "sembra che la regola della competenza territoriale sia un optional. C'è stata una gara tra diversi uffici giudiziari, ma sembra che la new entry abbia acquisito una posizione di primato irraggiungibile». Nel suo intervento al congresso di Magistratura democratica del 2 febbraio 2013 il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha alluso criticamente, pur senza citarla direttamente, alla procura di Trani, l'ultima ad aprire, tra le tante inchieste aperte, un'indagine su Mps. «No al protagonismo di certi magistrati che si propongono come tutori del Vero e del Giusto magari con qualche strappo alle regole processuali e alle garanzie, si intende a fin di Bene». A censurare il fenomeno il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati nel suo intervento al congresso di Md. Il procuratore di Milano ha puntato l'indice contro il "populismo" e la "demagogia" di certi magistrati, che peraltro - ha osservato - "non sanno resistere al fascino" dell'esposizione mediatica. Di tutto quanto lungamente ed analiticamente detto bisogna tenerne conto nel momento in cui si deve dare un giudizio su indagini, processi e condanne. Perché mai nulla è come appare ed i magistrati non sono quegli infallibili personaggi venuti dallo spazio, ma solo uomini che hanno vinto un concorso pubblico, come può essere quello italiano. E tenendo conto di ciò, il legislatore ha previsto più gradi di giudizio per il sindacato del sottoposto. 

LA REPUBBLICA DELLE MANETTE.

La Repubblica delle manette (e degli orrori giudiziari). Augusto Minzolini, già direttore del Tg1, è stato assolto ieri dall'accusa di avere usato in modo improprio la carta di credito aziendale. Tutto bene? Per niente, risponde scrive Alessandro Sallusti. Perché quell'accusa di avere mangiato e viaggiato a sbafo (lo zelante Pm aveva chiesto due anni di carcere) gli è costata il posto di direttore oltre che un anno e mezzo di linciaggio mediatico da parte di colleghi che, pur essendo molto esperti di rimborsi spese furbetti, avevano emesso una condanna definitiva dando per buono il teorema del Pm (suggerito da Antonio Di Pietro, guarda caso). Minzolini avrà modo di rifarsi in sede civile, ma non tutti i danni sono risarcibili in euro, quando si toccano la dignità e la credibilità di un uomo. Fa rabbia che non il Pm, non la Rai, non i colleghi infangatori e infamatori sentano il bisogno di chiedere scusa. È disarmante che questo popolo di giustizialisti non debba pagare per i propri errori. Che sono tanti e si annidano anche dentro l'ondata di manette fatte scattare nelle ultime ore: il finanziere Proto, l'imprenditore Cellino, il manager del Montepaschi Baldassarri. Storie diverse e tra i malcapitati c'è anche Angelo Rizzoli, l'erede del fondatore del gruppo editoriale, anziano e molto malato anche per avere subito un calvario giudiziario che gli ha bruciato un terzo dell'esistenza: 27 anni per vedersi riconosciuta l'innocenza da accuse su vicende finanziarie degli anni Ottanta. L'uso spregiudicato della giustizia distrugge le persone, ma anche il Paese. Uno per tutti: il caso Finmeccanica, che pare creato apposta per oscurare la vicenda Montepaschi, molto scomoda alla sinistra. Solo la magistratura italiana si permette di trattare come se fosse una tangente da furbetti del quartierino il corrispettivo di una mediazione per un affare internazionale da centinaia di milioni di euro. Cosa dovrebbe fare la più importante azienda di alta tecnologia italiana (70mila dipendenti iper qualificati, i famosi cervelli) in concorrenza con colossi mondiali, grandi quanto spregiudicati? E se fra due anni, come accaduto in piccolo a Minzolini, si scopre che non c'è stato reato, chi ripagherà i miliardi in commesse persi a favore di aziende francesi e tedesche? Non c'entra «l'elogio della tangente» che ieri il solito Bersani ha messo in bocca a Berlusconi, che si è invece limitato a dire come stanno le cose nel complicato mondo dei grandi affari internazionali. Attenzione, che l'Italia delle manette non diventi l'Italia degli errori e orrori.

Un tempo era giustizialista. Ora invece ha cambiato idea. Magari si avvicinano le elezioni e Beppe Grillo comincia ad avere paura anche lui. Magari per i suoi. Le toghe quando agiscono non guardano in faccia nessuno. E così anche Beppe se la prende con i magistrati: "La legge protegge i delinquenti e manda in galera gli innocenti", afferma dal palco di Ivrea. Un duro attacco alla magistratura da parte del comico genovese, che afferma: "Questa magistratura fa paura. Io che sono un comico ho più di ottanta processi e Berlusconi da presidente del Consiglio ne ha 22 in meno, e poi va in televisione a lamentarsi". Il leader del Movimento Cinque Stelle solo qualche tempo fa chiedeva il carcere immediato per il crack Parmalat e anche oggi per lo scandalo di Mps. Garantista part-time - Beppe ora si scopre garantista. Eppure per lui la presunzione di innocenza non è mai esistita. Dai suoi palchi ha sempre emesso condanne prima che finissero le istruttorie. Ma sull'attacco alle toghe, Grillo non sembra così lontano dal Cav. Anche se in passato, il leader Cinque Stelle non ha mai perso l'occasione per criticare Berlusconi e le sue idee su una riforma della magistratura. E sul record di processi Berlusconi, ospite di Sky Tg24, ha precisato: "Grillo non è informato. Io ho un record assoluto di 2700 udienze. I procedimenti contro di me più di cento, credo nessuno possa battere un record del genere".

"La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

«Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa». «In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere» Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Sui media prezzolati e/o ideologicizzati si parla sempre dei privilegi, degli sprechi e dei costi della casta dei rappresentanti politici dei cittadini nelle istituzioni, siano essi Parlamentari o amministratori e consiglieri degli enti locali. Molti di loro vorrebbero i barboni in Parlamento. Nessuno che pretenda che i nostri Parlamentari siano all’altezza del mandato ricevuto, per competenza, dedizione e moralità, al di là della fedina penale o delle prebende a loro destinate. Dimenticandoci che ci sono altri boiardi di Stato: i militari, i dirigenti pubblici e, soprattutto, i magistrati. Mai nessuno che si chieda: che fine fanno i nostri soldi, estorti con balzelli di ogni tipo. Se è vero, come è vero, che ci chiudono gli ospedali, ci chiudono i tribunali, non ci sono vie di comunicazione (strade e ferrovie), la pensione non è garantita e il lavoro manca. E poi sulla giustizia, argomento dove tutti tacciono, ma c’è tanto da dire. “Delegittimano la Magistratura” senti accusare gli idolatri sinistroidi in presenza di velate critiche contro le malefatte dei giudici, che in democrazia dovrebbero essere ammesse. Pur non avendo bisogno di difesa d’ufficio c’è sempre qualche manettaro che difende la Magistratura dalle critiche che essa fomenta. Non è un Potere, ma la sinistra lo fa passare per tale, ma la Magistratura, come ordine costituzionale detiene un potere smisurato. Potere ingiustificato, tenuto conto che la sovranità è del popolo che la esercita nei modi stabiliti dalle norme. Potere delegato da un concorso pubblico come può essere quello italiano, che non garantisce meritocrazia. Criticare l’operato dei magistrati nei processi, quando la critica è fondata, significa incutere dubbi sul loro operato. E quando si sentenzia, da parte dei colleghi dei PM, adottando le tesi infondate dell’accusa, si sentenzia nonostante il ragionevole dubbio. Quindi si sentenzia in modo illegittimo che comunque è difficile vederlo affermare da una corte, quella di Cassazione, che rappresenta l’apice del potere giudiziario. Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Lasciando perdere Berlusconi, è esemplare il caso ILVA a Taranto. Tutta la magistratura locale fa quadrato: dal presidente della Corte d’Appello di Lecce, Buffa, al suo Procuratore Generale, Vignola, fino a tutto il Tribunale di Taranto. E questo ancora nella fase embrionale delle indagini Preliminari. Quei magistrati contro tutti, compreso il governo centrale, regionale e locale, sostenuti solo dagli ambientalisti di maniera. Per Stefano Livadiotti, autore di un libro sui magistrati, arrivano all'apice della carriera in automatico e guadagnano 7 volte più di un dipendente”, scrive Sergio Luciano su “Il Giornale”.

Pubblichiamo ampi stralci dell'intervista di Affaritaliani.it a Stefano Livadiotti realizzata da Sergio Luciano. Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati L'ultracasta, sta aggiornando il suo libro sulla base dei dati del rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa). Livadiotti è anche l'autore di un libro sugli sprechi dei sindacati, dal titolo L'altra casta.

La giustizia italiana non funziona, al netto delle polemiche politiche sui processi Berlusconi. Il rapporto 2012 del Cepej (Commissione europea per l'efficienza della giustizia del Consiglio d'Europa) inchioda il nostro sistema alla sua clamorosa inefficienza: 492 giorni per un processo civile in primo grado, contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. Milioni di procedimenti pendenti. E magistrati che fanno carriera senza alcuna selezione meritocratica. E senza alcun effettivo rischio di punizione nel caso in cui commettano errori o illeciti. «Nessun sistema può essere efficiente se non riconosce alcun criterio di merito», spiega Stefano Livadiotti, giornalista del settimanale l'Espresso e autore di Magistrati-L'ultracasta. «È evidente che Silvio Berlusconi ha un enorme conflitto d'interessi in materia, che ne delegittima le opinioni, ma ciò non toglie che la proposta di riforma avanzata all'epoca da Alfano, con la separazione delle carriere, la ridefinizione della disciplina e la responsabilità dei magistrati, fosse assolutamente giusta».

Dunque niente meritocrazia, niente efficienza in tribunale?

«L'attuale normativa prevede che dopo 27 anni dall'aver preso servizio, tutti i magistrati raggiungano la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei circa 9.000 magistrati ordinari in servizio era appunto all'apice dell'inquadramento. E dello stipendio. E come se un quarto dei giornalisti italiani fosse direttore del Corriere della Sera o di Repubblica».

E come si spiega?

«Non si spiega. Io stesso quando ho studiato i meccanismi sulle prime non ci credevo. Eppure e così. Fanno carriera automaticamente, solo sulla base dell'anzianità di servizio. E di esami che di fatto sono una barzelletta. I verbali del Consiglio superiore della magistratura dimostrano che dal 1° luglio 2008 al 31 luglio 2012 sono state fatte, dopo l'ultima riforma delle procedure, che avrebbe dovuto renderle più severe, 2.409 valutazioni, e ce ne sono state soltanto 3 negative, una delle quali riferita a un giudice già in pensione!».

Tutto questo indipendentemente dagli incarichi?

«Dagli incarichi e dalle sedi. E questa carriera automatica si riflette, ovviamente, sulla spesa per le retribuzioni. I magistrati italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell'Europa continentale, e al vertice della professione percepiscono uno stipendio parti a 7,3 volte lo stipendio medio dei lavoratori dipendenti italiani».

Quasi sempre i magistrati addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia.

«Macché, il rapporto Cepej dimostra che la macchina giudiziaria costa agli italiani, per tribunali, avvocati d'ufficio e pubblici ministeri, 73 euro per abitante all'anno (dato 2010, ndr) contro una media europea di 57,4. Quindi molto di più».

Ma almeno rischiano sanzioni disciplinari?

«Assolutamente no, di fatto. Il magistrato è soggetto solo alla disciplina domestica, ma sarebbe meglio dire addomesticata, del Csm. E cane non mangia cane. Alcuni dati nuovi ed esclusivi lo dimostrano».

Quali dati?

«Qualunque esposto venga rivolto contro un magistrato, passa al filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di Cassazione, che stabilisce se c'è il presupposto per avviare un procedimento. Ebbene, tra il 2009 e il 2011 - un dato che fa impressione - sugli 8.909 magistrati ordinari in servizio, sono pervenute a questa Procura 5.921 notizie di illecito: il PG ha archiviato 5.498 denunce, cioè il 92,9%; quindi solo 7,1% è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm».

Ma poi ci saranno state delle sanzioni, o no?

«Negli ultimi 5 anni, tra il 2007 e il 2011, questa sezione ha definito 680 procedimenti, in seguito ai quali i magistrati destituiti sono stati... nessuno. In dieci anni, tra il 2001 e il 2011, i magistrati ordinari destituiti dal Csm sono stati 4, pari allo 0,28 di quelli finiti davanti alla sezione disciplinare e allo 0,044 di quelli in servizio».

Ma c'è anche una legge sulla responsabilità civile, che permette a chi subisca un errore giudiziario di essere risarcito!

«In teoria sì, è la legge 117 dell'88, scritta dal ministro Vassalli per risponde al referendum che aveva abrogato le norme che limitavano la responsabilità dei magistrati».

E com'è andata, questa legge?

«Nell'arco 23 anni, sono state proposte in Italia 400 cause di richiesta di risarcimento danni per responsabilità dei giudici. Di queste, 253 pari al 63% sono state dichiarate inammissibili con provvedimento definitivo. Ben 49, cioè 12% sono in attesa di pronuncia sull'ammissibilità, 70, pari al 17%, sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità, 34, ovvero l'8,5%, sono state dichiarate ammissibili. Di queste ultime, 16 sono ancora pendenti e 18 sono state decise: lo Stato ha perso solo 4 volte. In un quarto di secolo è alla fine è stato insomma accolto appena l'1 per cento delle pochissime domande di risarcimento».

Cioè non si sa quanto lavorano e guadagnano?

«Risulta che da un magistrato ci si possono attendere 1.560 ore di lavoro all'anno, che diviso per 365 vuol dire che lavora 4,2 ore al giorno. Sugli stipendi bisogna vedere caso per caso, perché ci sono molte variabili. Quel che è certo, un consigliere Csm, sommando stipendi base, gettoni, rimborsi e indennizzi, e lavorando 3 settimane su 4 dal lunedì al giovedì, quindi 12 giorni al mese, guadagna 2.700 euro per ogni giorno di lavoro effettivo».

TRALASCIANDO L’ABILITAZIONE UNTA DAI VIZI ITALICI, A FRONTE DI TUTTO QUESTO CI RITROVIAMO CON 5 MILIONI DI ITALIANI VITTIME DI ERRORI GIUDIZIARI.

MAGISTRATI CHE SONO MANTENUTI DAI CITTADINI E CHE SPUTANO NEL PIATTO IN CUI MANGIANO.

Chi frequenta assiduamente le aule dei tribunali, da spettatore o da attore, sa benissimo che sono luogo di spergiuro e di diffamazioni continue da parte dei magistrati e degli avvocati. Certo è che sono atteggiamenti impuniti perché i protagonisti non possono punire se stessi. Quante volte le requisitorie dei Pubblici Ministeri e le arringhe degli avvocati di parte civile hanno fatto carne da macello della dignità delle persone imputate, presunte innocenti in quella fase  processuale e, per lo più, divenuti tali nel proseguo. I manettari ed i forcaioli saranno convinti che questa sia un regola aurea per affermare la legalità. Poco comprensibile e giustificabile è invece la sorte destinata alle vittime, spesso trattate peggio dei delinquenti sotto processo.

Tutti hanno sentito le parole di Ilda Boccassini: "Ruby è furba di quella furbizia orientale propria della sua origine". «E' una giovane di furbizia orientale che come molti dei giovani delle ultime generazioni ha come obbiettivo entrare nel mondo spettacolo e fare soldi, il guadagno facile, il sogno italiano di una parte della gioventù che non ha come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio ma accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo, nel cinema. Questo obiettivo - ha proseguito la Boccassini -  ha accomunato la minore "con le ragazze che sono qui sfilate e che frequentavano la residenza di Berlusconi: extracomunitarie, prostitute, ragazze di buona famiglia anche con lauree, persone che hanno un ruolo nelle istituzioni e che pure avevano un ruolo nelle serate di Arcore come la europarlamentare Ronzulli e la europarlamentare Rossi. In queste serate - afferma il pm - si colloca anche il sogno di Kharima. Tutte, a qualsiasi prezzo, dovevano avvicinare il presidente del Consiglio con la speranza o la certezza di ottenere favori, denaro, introduzione nel mondo dello spettacolo».

Fino a prova contraria Ruby, Karima El Mahroug, è parte offesa nel processo.

La ciliegina sulla torta, alla requisitoria, è quella delle 14.10 circa del 31 maggio 2013, quando Antonio Sangermano era sul punto d'incorrere su una clamorosa gaffe che avrebbe fatto impallidire quella della Boccassini su Ruby: "Non si può considerare la Tumini un cavallo di ....", ha detto di Melania Tumini, la principale teste dell'accusa, correggendosi un attimo prima di pronunciare la fatidica parola. 

Ancora come esempio riferito ad un caso mediatico è quello riconducibile alla morte di Stefano Cucchi.

 “Vi annuncio che da oggi pomeriggio (8 aprile 2013) provvederò a inserire sulla mia pagina ufficiale di Facebook quanto ci hanno riservato i pm ed avvocati e le loro poco edificanti opinioni sul nostro conto. Buon ascolto”, ha scritto sulla pagina del social network Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. E il primo audio è dedicato proprio a quei pm con i quali la famiglia Cucchi si è trovata dall’inizio in disaccordo. «Lungi dall’essere una persona sana e sportiva, Stefano Cucchi era un tossicodipendente da 20 anni,…….oltre che essere maleducato, scorbutico, arrogante, cafone». Stavolta a parlare non è il senatore del Pdl Carlo Giovanardi – anticipa Ilaria al Fatto –, ma il pubblico ministero Francesca Loy, durante la requisitoria finale. Secondo lei mio fratello aveva cominciato a drogarsi a 11 anni…”, commenta ancora sarcastica la sorella del ragazzo morto. Requisitoria che, a suo dire, sembra in contraddizione con quella dell’altro pm, Vincenzo Barba, il quale “ammette – a differenza della collega – che Stefano potrebbe essere stato pestato. Eppure neanche lui lascia fuori dalla porta l’ombra della droga e, anzi, pare voglia lasciare intendere che i miei genitori ne avrebbero nascosto la presenza ai carabinieri durante la perquisizione, la notte dell’arresto”.

A tal riguardo è uscito un articolo su “L’Espresso”. A firma di Ermanno Forte. “Ora processano Mastrogiovanni”. Requisitoria da anni '50 nel dibattimento sull'omicidio del maestro: il pm difende gli imputati e se la prende con le 'bizzarrie' della vittima. Non c'è stato sequestro di persona perché la contenzione è un atto medico e quindi chi ha lasciato un uomo legato mani e piedi a un letto, per oltre 82 ore, ha semplicemente agito nell'esercizio di un diritto medico. Al massimo ha ecceduto nella sua condotta, ma questo non basta a considerare sussistente il reato di sequestro. E' questa la considerazione centrale della requisitoria formulata da Renato Martuscelli al processo che vede imputati medici e infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania, per la morte di Francesco Mastrogiovanni. Il pm ha dunque in gran parte sconfessato l'impianto accusatorio imbastito nella fase delle indagini e di richiesta di rinvio a giudizio da Francesco Rotondo, il magistrato che sin dall'inizio ha lavorato sul caso, disponendo l'immediato sequestro del video registrato dalle telecamere di sorveglianza del reparto psichiatrico, e che poi è stato trasferito. Nella prima parte della requisitoria - durata un paio d'ore, davanti al presidente del tribunale Elisabetta Garzo –Martuscelli si è soffermato a lungo sui verbali di carabinieri e vigili urbani relativi alle ore precedenti al ricovero (quelli dove si descrivono le reazioni di Mastrogiovanni alla cattura avvenuta sulla spiaggia di San Mauro Cilento e le presunte infrazioni al codice della strada commesse dal maestro), oltre a ripercorrere la storia sanitaria di Mastrogiovanni, già sottoposto in passato a due Tso, nel 2002 e nel 2005. "Una buona metà dell'intervento del pm è stata dedicata a spiegare al tribunale quanto fosse cattivo e strano Franco Mastrogiovanni" commenta Michele Capano, rappresentante legale del Movimento per la Giustizia Robin Hood, associazione che si è costituita parte civile al processo "sembrava quasi che l'obiettivo di questa requisitoria fosse lo stesso maestro cilentano, e non i medici di quel reparto".

Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno giustiziati.

“Il carcere uno stupro. Ora voglio la verità”,  dice Massimo Cellino, presidente del Cagliari calcio, ad Ivan Zazzaroni. «Voglio conoscere la vera ragione di tutto questo, i miei legali l’hanno definito “uno stupro”. Cassazione e Tar hanno stabilito che non ci sono stati abusi, dandomi ragione piena. - Ricorda: riordina. - La forestale s’è presentata a casa mia alle sette del mattino. Ho le piante secche?, ho chiesto. E loro: deve venire con noi. Forza, tirate fuori le telecamere, dove sono le telecamere? Siete di Scherzi a parte. L’inizio di un incubo dal quale non esco. Sto male, non sono più lo stesso. A Buoncammino mi hanno messo in una cella minuscola, giusto lo spazio per un letto, il vetro della finestra era rotto, la notte faceva freddo. Un detenuto mi ha regalato una giacca, un altro i pantaloni della tuta, alla fine ero coperto a strati con in testa una papalina. Mi hanno salvato il carattere e gli altri detenuti. Un ragazzo che sconta otto anni e mezzo perché non ha voluto fare il nome dello spacciatore che gli aveva consegnato la roba. Otto anni e mezzo, capisci? “Se parlo non posso più tornare a casa, ho paura per i miei genitori”, ripeteva. E poi un indiano che mi assisteva in tutto, credo l’abbiano trasferito come altri a Macomer. Mi sento in colpa per loro, solo per loro. Ringrazio le guardie carcerarie, si sono dimostrate sensibili… Mi ha tradito la Sardegna delle istituzioni. Ma adesso voglio il perché, la verità. Non si  può finire in carcere per arroganza». Una situazione di straordinario strazio per un uomo fin troppo diretto ma di un’intelligenza e una prontezza rare quale è il presidente del Cagliari. «Non odio nessuno (lo ripete più volte). Ma ho provato vergogna. Non ho fatto un cazzo di niente. Dopo la revoca dei domiciliari per un paio di giorni non ho avuto la forza di tornare a casa. Sono rimasto ad Assemini con gli avvocati, Altieri e Cocco – Cocco per me è un fratello. E le intercettazioni? Pubblicatele, nulla, non c’è nulla. Mi hanno accusato di aver trattato con gente che non ho mai incontrato, né sentito; addirittura mi è stato chiesto cosa fossero le emme-emme di cui parlavo durante una telefonata: solo un sardo può sapere cosa significhi emme-emme, una pesante volgarità (sa minchia su molente, il pene dell’asino). Da giorni mi raccontano di assessori che si dimettono, di magistrati che chiedono il trasferimento. Mi domando cosa sia diventata Cagliari, e dove sia finita l’informazione che non ha paura di scrivere o dire come stanno realmente le cose. Cosa penso oggi dei magistrati? Io sono dalla parte dei pm, lo sono sempre stato!» 

VEDETE, E’ TUTTO INUTILE. NON C’E’ NIENTE DA FARE. SE QUANTO PROVATO SULLA PROPRIA PELLE E SE QUANTO DETTO HA UN RISCONTRO E TUTTO CIO' NON BASTA A RIBELLARSI O ALMENO A RICREDERSI SULL'OPERATO DELLA MAGISTRATURA, ALLORA MAI NULLA CAMBIERA' IN QUESTA ITALIA CON QUESTI ITALIANI.

D'altronde di italiani si tratta: dicono una cosa ed un’altra ne fanno. Per esempio, rimanendo in ambito sportivo in tema di legalità, è da rimarcare come la parola di un altoatesino vale di più di quella di un napoletano. Almeno secondo Alex Schwazer, atleta nato in quel di Vipiteno il 26 dicembre 1984, trovato positivo al test antidoping prima delle Olimpiadi di Londra 2012. Era il 28 giugno 2012. Due giorni dopo, un test a sorpresa della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, avrebbe rivelato la sua positività all'assunzione dell'Epo. «Posso giurare che non ho fatto niente di proibito – scriveva Schwazer, il 28 giugno 2012, al medico della Fidal Pierluigi Fiorella – ti ho dato la mia parola e non ti deluderò. Sono altoatesino, non sono napoletano». Due giorni dopo, il 30 giugno, l'atleta viene trovato positivo all'Epo. Ma l'insieme della contraddizioni (a voler essere gentili) non finisce qui. Nella sua confessione pubblica dell'8 agosto 2012, Schwazer ammise di aver assunto Epo a causa di un cedimento psicologico. Era un brutto periodo, e qualcosa bisognava pur fare. Ma le indagini dei Ros di Trento e dei Nas di Firenze contraddicono la versione dell'assunzione momentanea. I carabinieri, addirittura, parlano di “profilo ematologico personale”, un'assunzione continua e costante di sostanze dopanti per la quale non è escluso che Schwazer facesse utilizzo di Epo anche durante i giochi di Pechino 2008. Competizione, lo ricordiamo, dove l'atleta di Vipiteno, vinse l'oro alla marcia di 50 chilometri.  Infatti, questo si evince anche nel decreto di perquisizione della Procura di Bolzano. “La polizia giudiziaria giunge pertanto a ritenere che non possa escludersi che Schwazer Alex, già durante la preparazione per i Giochi Olimpici di Pechino 2008 (e forse ancor prima), sia stato sottoposto a trattamenti farmacologici o a manipolazioni fisiologiche capaci di innalzare considerevolmente i suoi valori ematici.” Insomma: Schwazer non solo offende i napoletani e di riporto tutti i meridionali, incluso me, ma poi, come un fesso, si fa cogliere pure con le mani nel sacco. E dire che, oltretutto, è la parola di un carabiniere, qual è Alex Schwazer.

L'Italia è un Paese fondato sulla fregatura: ecco tutti i modi in cui gli italiani raggirano gli altri (e sé stessi). In un libro, "Io ti fotto" di Carlo Tecce e Marco Morello, la pratica dell'arte della fregatura in Italia. Dai più alti livelli ai più infimi, dalle truffe moderne realizzate in Rete a quelle più antiche e consolidate. In Italia, fottere l'altro - una parola più tenue non renderebbe l'idea - è un vizio che è quasi un vanto, "lo ti fotto" è una legge: di più, un comandamento.

E fottuti siamo stati dagli albori della Repubblica. L'armistizio di Cassabile in Sicilia o armistizio corto, siglato segretamente il 3 settembre 1943, è l'atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze anglo-americane (alleati) nell'ambito della seconda guerra mondiale. In realtà non si trattava affatto di un armistizio ma di una vera e propria resa senza condizioni da parte dell'Italia. Poiché tale atto stabiliva la sua entrata in vigore dal momento del suo annuncio pubblico, esso è comunemente detto dell'" 8 settembre", data in cui, alle 18.30, fu pubblicamente reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower e, poco più di un'ora dopo, alle 19.42, confermato dal proclama del maresciallo Pietro Badoglio trasmesso dai microfoni dell' Eiar. In quei frangenti vi fu grande confusione e i gerarchi erano in fuga. L’esercito allo sbando. Metà Italia combatteva contro gli Alleati, l’altra metà a favore.

La grande ipocrisia vien da lontano. “I Vinti non dimenticano” (Rizzoli 2010), è il titolo del volume di Giampaolo Pansa. Ci si fa largo tra i morti, ogni pagina è una fossa e ci sono perfino preti che negano la benedizione ai condannati. E poi ci sono le donne, tante, tutte ridotte a carne su cui sbattere il macabro pedaggio dell’odio. È un viaggio nella memoria negata, quella della guerra civile, altrimenti celebrata nella retorica della Resistenza.. Le storie inedite di sangue e violenza che completano e concludono "Il sangue dei vinti", uscito nel 2003. Si tenga conto che da queste realtà politiche uscite vincenti dalla guerra civile è nata l'alleanza catto-comunista, che ha dato vita alla Costituzione Italiana e quantunque essa sia l'architrave delle nostre leggi, ad oggi le norme più importanti, che regolano la vita degli italiani (codice civile, codice penale, istituzione e funzionamento degli Ordini professionali, ecc.), sono ancora quelle fasciste: alla faccia dell'ipocrisia comunista, a cui quelle leggi non dispiacciono.

Esecuzioni, torture, stupri. Le crudeltà dei partigiani. La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega scrive Giampaolo Pansa. (scrittore notoriamente comunista osteggiato dai suoi compagni di partito per essere ai loro occhi delatore di verità scomode). C’è da scommettere che il libro di Giampaolo Pansa, "La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti" (Rizzoli, pagg. 446), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione “Il Giornale” pubblica un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Altra storica menzogna è stata sbugiardata da "Mai più terroni. La fine della questione meridionale" di Pino Aprile. Come abbattere i pregiudizi che rendono il meridione diverso? Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic? Con la sua solita vis polemica, Pino Aprile ci apre un mondo per mostrare quanto questo sia vero, potente e dilagante. "Ops... stanno finendo i terroni. Ma come, già? E così, da un momento all'altro?"

Terroni a chi? Tre libri sul pregiudizio antimeridionale. Come è nata e come si è sviluppata la diffidenza verso il Sud. Tre libri ne ricostruiscono le origini e provano a ipotizzarne gli scenari.

"Negli ormai centocinquant'anni di unità italiana il Mezzogiorno non ha mai mancato di creare problemi". D'accordo, la frase è netta e controversa. Sulla questione meridionale, nell'ultimo secolo e mezzo, si sono sprecati fiumi di inchiostro, tonnellate di pagine, migliaia di convegni. In gran parte dedicati all'indagine sociologica, al pregiudizio politico o alla rivendicazione identitaria. Ciò che colpisce allora di "La palla al piede" di Antonino De Francesco (Feltrinelli) è lo sguardo realistico e l'approccio empirico. De Francesco è ordinario di Storia moderna all'Università degli studi di Milano, ma definire il suo ultimo lavoro essenzialmente storico è quantomeno limitativo. In poco meno di duecento pagine, l'autore traccia l'identikit di un pregiudizio, quello antimeridionale appunto, nei suoi aspetti sociali, storici e politici. Lo fa rincorrendo a una considerevole pubblicistica per niente autoreferenziale, che non si ostina nel solito recinto storiografico. Il risultato si avvicina a una controstoria dell'identità italiana e, al tempo stesso, a un'anamnesi dei vizi e dei tic dell'Italia Unita. Ma per raccontare una storia ci si può ovviamente mettere sulle tracce di una tradizione e cercare, attraverso le sue strette maglie, di ricostruire una vicenda che ha il respiro più profondo di una semplice schermaglia localistica. E' quello che accade nel "Libro napoletano dei morti" di Francesco Palmieri (Mondadori). Racconta la Napoli eclettica e umbratile che dall’Unità d'Italia arriva fino alla Prima guerra mondiale. Per narrarla, si fa scudo della voce del poeta napoletano Ferdinando Russo ricostruendo con una certa perizia filologica e una sottile verve narrativa le luci e le smagliature di un'epopea in grado di condizionare la realtà dei giorni nostri. Ha il respiro del pamphlet provocatorio e spiazzante invece l'ultimo libro di Pino Aprile, "Mai più terroni" (Piemme), terzo volume di una trilogia di successo (Terroni e Giù al Sud i titoli degli altri due volumi). Aprile si domanda se oggi abbia ancora senso dividere la realtà sulla base di un fantomatico pregiudizio etnico e geografico che ha la pretesa di tagliare Nord e Sud. E si risponde che no, che in tempi di iperconnessioni reali (e virtuali), quelli stereotipo è irrimediabilmente finito. "Il Sud - scrive - è un luogo che non esiste da solo, ma soltanto se riferito a un altro che lo sovrasta". Nelle nuove realtà virtuali, vecchie direzioni e punti cardinali non esistono più, relegati come sono a un armamentario che sa di vecchio e obsoleto.

D'altronde siamo abituati alle stronzate dette da chi in mala fede parla e le dice a chi, per ignoranza, non può contro ribattere. Cominciamo a dire: da quale pulpito viene la predica. Vediamo in Inghilterra cosa succede. I sudditi inglesi snobbano gli italiani. Ci chiamano mafiosi, ma perché a loro celano la verità. Noi apprendiamo la notizia dal tg2 delle 13.00 del 2 gennaio 2012.  Il loro lavoro è dar la caccia ai criminali, ma alcuni ladri non sembrano temerle: le forze di polizia del Regno sono state oggetto di furti per centinaia di migliaia di sterline, addirittura con volanti, manette, cani ed uniformi tutte sparite sotto il naso degli agenti. Dalla lista, emersa in seguito ad una richiesta secondo la legge sulla libertà d'informazione, emerge che la forza di polizia più colpita è stata quella di Manchester, dove il valore totale degli oggetti rubati arriva a quasi 87.000 sterline. Qui i ladri sono riusciti a fuggire con una volante da 10.000 sterline e con una vettura privata da 30.000. 

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto. Anche se numerosi sono gli studi che ne danno conto, di seguito brevemente tratteggiati. Riapriamo i libri di storia e cerchiamo di capire la successione dei fatti. La Germania è stata protagonista «sfortunata» di due guerre mondiali nella prima metà dello scorso secolo, entrambe perse in malo modo. Come spesso accade in questi casi, i vincitori hanno presentato il conto alle nazioni sconfitte, in primis alla Germania stessa. Un conto salato, soprattutto quello successivo alla Prima guerra mondiale, talmente tanto salato che John Maynard Keynes, nel suo Conseguenze economiche della pace, fu uno dei principali oppositori a tale decisione, sostenendo che la sua applicazione avrebbe minato in via permanente la capacità della Germania di avviare un percorso di rinascita post-bellica. Così effettivamente accadde, poiché la Germania entrò in un periodo di profonda depressione alla fine degli anni '20 (in un più ampio contesto di recessione mondiale post '29), il cui esito minò la capacità del Paese di far fronte ai propri impegni debitori internazionali. Secondo Scott Nelson, del William and Mary College, la Germania negli anni '20 giunse a essere considerata come «sinonimo di default». Arrivò così il 1932, anno del grande default tedesco. L'ammontare del debito di guerra, secondo gli studiosi, equivalente nella sua parte «realistica» al 100% del Pil tedesco del 1913 (!), una percentuale ragguardevole. Poi arrivò al potere Hitler e l'esposizione debitoria non trovò adeguata volontà di onorare puntualmente il debito (per usare un eufemismo). I marchi risparmiati furono destinati ad avviare la rinascita economica e il programma di riarmo. Si sa poi come è andata: scoppio della Seconda guerra mondiale e seconda sconfitta dei tedeschi. A questo punto i debiti pre-esistenti si cumularono ai nuovi e l'esposizione complessiva aumentò. Il 1953 rappresenta il secondo default tedesco. In quell'anno, infatti, gli Stati Uniti e gli altri creditori siglarono un accordo di ridefinizione complessiva del debito tedesco, procedendo a «rinunce volontarie» di parte dei propri crediti, accordo che consentì alla Germania di poter ripartire economicamente (avviando il proprio miracolo economico, o «wirtschaftswunder»). Il lettore non sia indotto in inganno: secondo le agenzie di rating, anche le rinegoziazioni volontaristiche configurano una situazione di default, non solo il mancato rimborso del capitale e degli interessi (la Grecia nel 2012 e l'Argentina nel 2001 insegnano in tal senso). Il risultato ottenuto dai tedeschi dalla negoziazione fu davvero notevole:

1) l'esposizione debitoria fu ridotta considerevolmente: secondo alcuni calcoli, la riduzione concessa alla Germania fu nell'ordine del 50% del debito complessivo!

2) la durata del debito fu estesa sensibilmente (peraltro in notevole parte anche su debiti che erano stati non onorati e dunque giunti a maturazione già da tempo). Il rimborso del debito fu «spalmato» su un orizzonte temporale di 30 anni;

3) le somme corrisposte annualmente ai creditori furono legate al fatto che la Germania disponesse concretamente delle risorse economiche necessarie per effettuare tali trasferimenti internazionali.

Sempre secondo gli accordi del '53, il pagamento di una parte degli interessi arretrati fu subordinata alla condizione che la Germania si riunificasse, cosa che, come noto, avvenne nell'ottobre del 1990. Non solo: al verificarsi di tale condizione l'accordo del 1953 si sarebbe dovuto rinegoziare, quantomeno in parte. Un terzo default, di fatto. Secondo Albrecht Frischl, uno storico dell'economia tedesco, in una intervista concessa a Spiegel, l'allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell'accordo. A eccezione delle compensazioni per il lavoro forzato e il pagamento degli interessi arretrati, nessun'altra riparazione è avvenuta da parte della Germania dopo il 1990. Una maggiore sobrietà da parte dei tedeschi nel commentare i problemi altrui sarebbe quanto meno consigliabile. Ancora Fritschl, precisa meglio il concetto: «Nel Ventesimo secolo, la Germania ha dato avvio a due guerre mondiali, la seconda delle quali fu una guerra di annientamento e sterminio, eppure i suoi nemici annullarono o ridussero pesantemente le legittime pretese di danni di guerra. Nessuno in Grecia ha dimenticato che la Germania deve la propria prosperità alla generosità delle altre nazioni (tra cui la Grecia, ndr)». È forse il caso di ricordare inoltre che fu proprio il legame debito-austerità-crisi che fornì linfa vitale ad Adolf Hitler e alla sua ascesa al potere, non molto tempo dopo il primo default tedesco. Tre default, secondo una contabilità allargata. Non male per un Paese che con una discreta periodicità continua a emettere giudizi moralistici sul comportamento degli altri governi. Il complesso da primo della classe ottunde la memoria e induce a mettere in soffitta i propri periodi di difficoltà. «Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio». Era un tempo la «bocca di rosa» di De André, è oggi, fra gli altri, la bocca del Commissario europeo Ottinger (e qualche tempo fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble). A suo avviso, Bruxelles «non si è ancora resa abbastanza conto di quanto sia brutta la situazione» e l'Europa invece di lottare contro la crisi economica e del debito, celebra «il buonismo» e si comporta nei confronti del resto del mondo come una maestrina, quasi un «istituto di rieducazione». Accidenti, da quale pulpito viene la predica.

Non solo. Un altro luogo comune viene sfatato ed abbattuto. La Germania di Angela Merkel è il paese che ha l'economia sommersa più grande d'Europa in termini assoluti. L'economia in nero teutonica vale 350 miliardi di euro. Sono circa otto milioni i cittadini tedeschi che vivono lavorando in nero. Secondo gli esperti il dato è figlio dell'ostilità dei tedeschi ai metodi di pagamento elettronici. I crucchi preferiscono i contanti. La grandezza dell'economia in nero della Germania è stata stimata e calcolata dal colosso delle carte di credito e dei circuiti di pagamento Visa in collaborazione con l'università di Linz. In relazione al Pil tedesco il nero sarebbe al 13 per cento, pari a un sesto della ricchezza nazionale. Quindi in termini relativi il peso del sommerso è minore, ma per volume e in termini assoluti resta la più grande d'Europa. Chi lavora in nero in Germania di solito opera nel commercio e soprattutto nell'edilizia, poi c'è il commercio al dettaglio e infine la gastronomia. Il livello del nero in Germania comunque si è stabilizzato. Il picco è arrivato dieci anni fa. Nel 2003 la Germania ha attraversato la peggiore stagnazione economica degli ultimi vent'anni e all'epoca il nero valeva 370 miliardi. Ora con l'economia in ripresa che fa da locomotiva per l'Europa, il nero è fermo al 13 per cento del Pil. 

Tornando alla repubblica delle manette ci si chiede. Come può, chi indossa una toga, sentirsi un padreterno, specie se, come è noto a tutti, quella toga non rispecchia alcun meritocrazia? D’altronde di magistrati ve ne sono più di 10 mila a regime, cosi come gli avvocati sono intorno ai 150 mila in servizio effettivo.

Eppure nella mia vita non ho mai trovato sulla mia strada una toga degna di rispetto, mentre invece, per loro il rispetto si pretende. A me basta ed avanza essere Antonio Giangrande, senza eguali per quello che scrive e dice. Pavido nell’affrontare una ciurma togata pronta a fargli la pelle, mal riuscendoci questi, però, a tacitarlo sulle verità a loro scomode. 

Si chiedeva Sant’Agostino (354-430): «Eliminata la giustizia, che cosa sono i regni se non bande di briganti? E cosa sono le bande di briganti se non piccoli regni?». Secondo il Vescovo di Ippona è la giustizia il principale, per non dire l’unico, argine contro la voracità dei potenti.

Da quando è nato l’uomo, la libertà e la giustizia sono gli unici due strumenti a disposizione della gente comune per contrastare la condizione di sudditanza in cui tendono a relegarla i detentori del potere. Anche un bambino comprende che il potere assoluto equivale a corruzione assoluta.

Certo. Oggi nessuno parlerebbe o straparlerebbe di assolutismo. I tempi del Re Sole sembrano più lontani di Marte. Ma, a differenza della scienza e delle tecnologie, l’arte del governo è l’unica disciplina in cui non si riscontrano progressi. Per dirla con lo storico Tacito (55-117 d. C.), la sete di potere è la più scandalosa delle passioni. E come si manifesta questa passione scandalosa? Con l’inflazione di spazi, compiti e competenze delle classi dirigenti. Detto in termini aggiornati: elevando il tasso di statalismo presente nella nostra società.

Friedrich Engels (1820-1895) tutto era tranne che un liberale, ma, da primo marxista della Storia, scrisse che quando la società viene assorbita dallo Stato, che a suo giudizio è l’insieme della classe dirigente, il suo destino è segnato: trasformarsi in «una macchina per tenere a freno la classe oppressa e sfruttata». Engels ragionava in termini di classe, ma nelle sue parole riecheggiava una palese insofferenza verso il protagonismo dello Stato, che lui identificava con il ceto dirigente borghese, che massacrava la società. Una società libera e giusta è meno corrotta di una società in cui lo Stato comanda in ogni pertugio del suo territorio. Sembra quasi un’ovvietà, visto che la scienza politica lo predica da tempo: lo Stato, per dirla con Sant’Agostino, tende a prevaricare come una banda di briganti. Bisogna placarne gli appetiti.

E così i giacobini e i giustizialisti indicano nel primato delle procure la vera terapia contro il malaffare tra politica ed economia, mentre gli antigiustizialisti accusano i magistrati di straripare con le loro indagini e i loro insabbiamenti fino al punto di trasformarsi essi stessi in elementi corruttivi, dato che spesso le toghe, secondo i critici, agirebbero per fini politici, se non, addirittura, fini devianti, fini massonici e fini mafiosi.

Insomma. Uno Stato efficiente e trasparente si fonda su buone istituzioni, non su buone intenzioni. Se le Istituzioni non cambiano si potranno varare le riforme più ambiziose, dalla giustizia al sistema elettorale; si potranno pure mandare in carcere o a casa tangentisti e chiacchierati, ma il risultato (in termini di maggiore onestà del sistema) sarà pari a zero. Altri corrotti si faranno avanti. La controprova? Gli Stati meno inquinati non sono quelli in cui l’ordinamento giudiziario è organizzato in un modo piuttosto che in un altro, ma quelli in cui le leggi sono poche e chiare, e i cui governanti non entrano pesantemente nelle decisioni e nelle attività che spettano a privati e società civile.

Oggi ci si scontra con una dura realtà. La magistratura di Milano? Un potere separatista. Procure e tribunali in Italia fanno quello che vogliono: basta una toga e arrivederci, scrive Filippo Facci su “Libero Quotidiano”. L’equivoco prosegue da una vita: un sacco di gente pensa che esista una sinergia collaudatissima tra i comportamenti della politica e le decisioni della giustizia, come se da qualche parte ci fosse una camera di compensazione in cui tutti i poteri (politici, giudiziari, burocratici, finanziari) contrattassero l’uno con l’altro e rendessero tutto interdipendente. Molti ragionano ancora come Giorgio Straquadanio sul Fatto: «Questo clima pacifico porta a Berlusconi una marea di benefici, l’aggressione giudiziaria è destinata a finire... c’è da aspettarsi che le randellate travestite da sentenze, così come gli avvisi di garanzie e le inchieste, cessino». Ora: a parte che solo una nazione profondamente arretrata potrebbe funzionare così, questa è la stessa mentalità che ha contribuito al crollo della Prima Repubblica, protesa com’era a trovare il volante «politico» di inchieste che viceversa avevano smesso di averne uno. In troppi, in Italia, non hanno ancora capito che non esiste più niente del genere, se non, in misura fisiologica e moderata, a livello di Quirinale-Consulta-Csm. Ma per il resto procure e tribunali fanno quello che vogliono: basta un singolo magistrato e arrivederci. L’emblema ne resta Milano, dove la separatezza tra giudici e procuratori non ci si preoccupa nemmeno di fingerla: la magistratura, più che separato, è ormai un potere separatista. 

Prodigio delle toghe: per lo stesso reato salvano il Pd e non il Pdl. A Bergamo "non luogo a procedere" per un democratico, a Milano invece continua il processo contro Podestà, scrive Matteo Pandini su “Libero Quotidiano”.

Stesso fatto (firme tarocche autenticate), stesso capo d’accusa (falso ideologico), stesso appuntamento elettorale (le Regionali lombarde), stesso anno (il 2010). Eppure a Bergamo un esponente di centrosinistra esce dal processo perché il giudice stabilisce il «non luogo a procedere», mentre a Milano altri politici di centrodestra - tra cui il presidente della Provincia Guido Podestà - restano alla sbarra. Ma andiamo con ordine. Nel febbraio 2010 fervono i preparativi in vista delle elezioni. È sfida tra Roberto Formigoni e Filippo Penati. Matteo Rossi, consigliere provinciale di Bergamo del Pd, è un pubblico ufficiale e quindi può vidimare le sottoscrizioni a sostegno delle varie liste. Ne autentica una novantina in quel di Seriate a sostegno del Partito pensionati, all’epoca alleato del centrosinistra. Peccato che tra gli autografi ne spuntino sette irregolari, tra cui due persone decedute, una nel 2009 e l’altra nel 1992. È il Comune a sollevare dubbi e il caso finisce in Procura. All’udienza preliminare l’avvocato Roberto Bruni, ex sindaco del capoluogo orobico e poi consigliere regionale della lista Ambrosoli, invoca la prescrizione. Lo fa appellandosi a una riforma legislativa e il giudice gli dà ragione. È successo che Bruni, tra i penalisti più stimati della città, ha scandagliato il testo unico delle leggi sulle elezioni. Testo che in sostanza indica in tre anni il tempo massimo per procedere ed emettere la sentenza. Parliamo di una faccenda da Azzeccagarbugli, anche perché un recente pronunciamento della Cassazione conferma sì il limite di tre anni per arrivarne a una, ma solo se la denuncia è partita dai cittadini. Mentre nel caso di Rossi tutto è scattato per un intervento del Comune di Seriate. Fatto sta che a Milano c’è un altro processo con lo stesso capo d’imputazione e che riguarda la lista Formigoni. Nessuno, finora, ha sollevato la questione della prescrizione ma in questi giorni la decisione del giudice orobico ha incuriosito non poco gli avvocati Gaetano Pecorella e Maria Battaglini, dello stesso studio dell’ex parlamentare del Pdl. Vogliono capire com’è andata la faccenda di Rossi, così da decidere eventuali strategie a difesa dei loro assistiti, tra cui spicca Podestà. Nel suo caso, le sottoscrizioni fasulle sarebbero 770, raccolte in tutta la Lombardia: nell’udienza il procuratore aggiunto Alfredo Robledo e il pm Antonio D’Alessio hanno indicato come testimoni 642 persone che, sentite dai carabinieri nel corso dell’inchiesta, avevano affermato che quelle firme a sostegno del listino di Formigoni, apposte con il loro nome, erano false. Tra i testi ammessi figura anche l’allora responsabile della raccolta firme del Pdl, Clotilde Strada, che ha già patteggiato 18 mesi. A processo, oltre a Podestà, ci sono quattro ex consiglieri provinciali del Popolo della Libertà milanese: Massimo Turci, Nicolò Mardegan, Barbara Calzavara e Marco Martino. Tutti per falso ideologico, come Rossi, e tutti per firme raccolte tra gennaio e febbraio del 2010. All’ombra della Madonnina il processo era scattato per una segnalazione dei Radicali, in qualità di semplici cittadini. Non è detto che il destino del democratico Rossi coinciderà con quello degli imputati azzurri di Milano. Strano ma vero.

Certo c’è da storcere il naso nel constatare che non di democrazia si parla (POTERE DEL POPOLO) ma di magistocrazia (POTERE DEI MAGISTRATI).

Detto questo parliamo del Legittimo Impedimento. Nel diritto processuale penale italiano, il legittimo impedimento è l'istituto che permette all'imputato, in alcuni casi, di giustificare la propria assenza in aula. In questo caso l’udienza si rinvia nel rispetto del giusto processo e del diritto di difesa. In caso di assenza ingiustificata bisogna distinguere se si tratta della prima udienza o di una successiva. Nel caso di assenza in luogo della prima udienza il giudice, effettuate le operazioni riguardanti gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti (di cui al 2° comma dell'art. 420), in caso di assenza non volontaria dell'imputato se ne dichiara la condizione di contumacia e il procedimento non subisce interruzioni. Se invece l'assenza riguarda una udienza successiva alla prima ed in quella l'imputato non è stato dichiarato contumace, questi è dichiarato semplicemente assente. E ancora, se nell'udienza successiva alla prima alla quale l'imputato non ha partecipato (per causa maggiore, caso fortuito o forza maggiore) questi può essere ora dichiarato contumace.

''L'indipendenza, l'imparzialità, l'equilibrio dell'amministrazione della giustizia sono più che mai indispensabili in un contesto di persistenti tensioni e difficili equilibri sia sul piano politico che istituzionale''. Lo afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’11 giugno 2013 al Quirinale ricevendo i neo giudici al Quirinale e, come se sentisse puzza nell’aria, invita al rispetto della Consulta. Tre ''tratti distintivi'' della magistratura, ha sottolineato il capo dello Stato, ricevendo al Quirinale i 343 magistrati ordinari in tirocinio, che rappresentano ''un costume da acquisire interiormente, quasi al pari di una seconda natura''. Napolitano ha chiesto poi rispetto verso la Consulta: serve "leale collaborazione, oltre che di riconoscimento verso il giudice delle leggi, ossia la Corte Costituzionale, chiamata ad arbitrare anche il conflitto tra poteri dello Stato''. E dopo aver fatto osservare che sarebbe ''inammissibile e scandaloso rimettere in discussione la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, per ciechi particolarismi anche politici'', Napolitano parlando del Consiglio superiore della magistratura ha detto che ''non è un organo di mera autodifesa, bensì un organo di autogoverno, che concorre alle riforme obiettivamente necessarie'' della giustizia.

D’altronde il Presidente della Repubblica in quanto capo dei giudici, non poteva dire altrimenti cosa diversa.

Eppure la corte Costituzionale non si è smentita.

Per quanto riguarda il Legittimo Impedimento attribuibile a Silvio Berlusconi, nelle funzioni di Presidente del Consiglio impegnato in una seduta dello stesso Consiglio dei Ministri, puntuale, atteso, aspettato, è piovuto il 19 giugno 2013 il "no" al legittimo impedimento. La Corte Costituzionale, nel caso Mediaset, si schiera contro Silvio Berlusconi. Per le toghe l'ex premier doveva partecipare all'udienza e non al CDM. È stato corretto l'operato dei giudici di Milano nel processo “Mediaset” quando, il primo marzo del 2010, non hanno concesso il legittimo impedimento a comparire in udienza all'allora premier e imputato di frode fiscale Silvio Berlusconi. A deciderlo, nel conflitto di attribuzioni sollevato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri in dissidio con i togati milanesi, è stata la Corte Costituzionale che ha ritenuto che l'assenza dall'udienza non sia stata supportata da alcuna giustificazione relativa alla convocazione di un Cdm fuori programma rispetto al calendario concordato in precedenza.

"Incredibile" - In una nota congiunta i ministri PDL del governo Letta,  Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello, Maurizio Lupi, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin, commentano: "E' una decisione incredibile. Siamo allibiti, amareggiati e profondamente preoccupati. La decisione - aggiungono - travolge ogni principio di leale collaborazione e sancisce la subalternità della politica all'ordine giudiziario".  Uniti anche tutti i deputati azzurri, che al termine della seduta della Camera, hanno fatto sapere in un comunicato, "si sono riuniti e hanno telefonato al presidente Berlusconi per esprimere la loro profonda indignazione e preoccupazione per la vergognosa decisione della Consulta che mina gravemente la leale collaborazione tra gli organi dello Stato e il corretto svolgimento dell’esercizio democratico". Al Cavaliere, si legge, "i deputati hanno confermato che non sarà certo una sentenza giudiziaria a decretare la sua espulsione dalla vita politica ed istituzionale del nostro Paese, e gli hanno manifestato tutta la loro vicinanza e il loro affetto". "Siamo infatti all’assurdo di una Corte costituzionale che non ritiene legittimo impedimento la partecipazione di un presidente del Consiglio al Consiglio dei ministri", prosegue il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, "Dinanzi all’assurdo, che documenta la resa pressoché universale delle istituzioni davanti allo strapotere dell’ingiustizia in toga, la tentazione sarebbe quella di chiedere al popolo sovrano di esprimersi e di far giustizia con il voto". Occorre – dice – una riforma del sistema per limitare gli abusi e una nuova regolazione dei poteri dell’ordine giudiziario che non è un potere ma un ordine in quanto la magistratura non è eletta dal popolo. ''A mente fredda e senza alcuna emozione il giudizio sulla sentenza è più chiaro e netto che mai. Primo: la sentenza è un'offesa al buon senso, tanto varrebbe dichiarare l'inesistenza del legittimo impedimento a prescindere, qualora ci sia di mezzo Silvio Berlusconi. Secondo: la Consulta sancisce che la magistratura può agire in quanto potere assoluto come princeps legibus solutus. Terzo: la risposta di Berlusconi e del Pdl con lui è di netta separazione tra le proteste contro l'ingiustizia e leale sostegno al governo Letta. Quarto: non rinunceremo in nessun caso a far valere in ogni sede i diritti politici del popolo di centrodestra e del suo leader, a cui vanno da parte mia solidarietà e ammirazione. Quinto: credo che tutta la politica, di destra, di sinistra e di centro, dovrebbe manifestare preoccupazione per una sentenza che di fatto, contraddicendo la Costituzione, subordina la politica all'arbitrio di qualsiasi Tribunale''. E' quanto afferma Renato Brunetta, presidente dei deputati del Pdl. Gli fa eco il deputato Pdl Deborah Bergamini, secondo cui "è difficile accettare il fatto che viviamo in un Paese in cui c’è un cittadino, per puro caso leader di un grande partito moderato votato da milioni di italiani, che è considerato da una parte della magistratura sempre e per forza colpevole e in malafede. Purtroppo però è così".

Nessuna preoccupazione a sinistra. "Per quanto riguarda il Pd le sentenze si applicano e si rispettano quindi non ho motivo di ritenere che possa avere effetti su un governo che è di servizio per i cittadini e il Paese in una fase molto drammatica della vita nazionale e dei cittadini", ha detto Guglielmo Epifani, "È una sentenza che era attesa da tempo. Dà ragione a una parte e torto all’altra, non vedo un rapporto tra questa sentenza e il quadro politico".

Non si aveva nessun dubbio chi fossero gli idolatri delle toghe.

LE SENTENZE DEI GIUDICI SI APPLICANO, SI RISPETTANO, MA NON ESSENDO GIUDIZI DI DIO SI POSSONO BEN CRITICARE SE VI SONO FONDATE RAGIONI.

Piero Longo e Niccolò Ghedini, legali di Silvio Berlusconi, criticano duramente la decisione della Consulta sull'ex premier. «I precedenti della Corte Costituzionale in tema di legittimo impedimento sono inequivocabili e non avrebbero mai consentito soluzione diversa dall'accoglimento del conflitto proposto dalla presidenza del Consiglio dei Ministri», assicurano. Per poi aggiungere: «Evidentemente la decisione assunta si è basata su logiche diverse che non possono che destare grave preoccupazione»."La preminenza della giurisdizione rispetto alla legittimazione di un governo a decidere tempi e modi della propria azione - continuano i due legali di Silvio Berlusconi - appare davvero al di fuori di ogni logica giuridica. Di contro la decisione, ampiamente annunciata da giorni da certa stampa politicamente orientata, non sorprende visti i precedenti della stessa Corte quando si è trattato del presidente Berlusconi e fa ben comprendere come la composizione della stessa non sia più adeguata per offrire ciò che sarebbe invece necessario per un organismo siffatto". Mentre per Franco Coppi, nuovo legale al posto di Longo, si tratta di «una decisione molto discutibile che crea un precedente pericoloso perché stabilisce che il giudice può decidere quando un Consiglio dei ministri è, o meno, indifferibile. Le mie idee sul legittimo impedimento non coincidono con quelle della Corte Costituzionale ma, purtroppo, questa decisione la dobbiamo tenere così come è perché è irrevocabile».

Ribatte l'Associazione Nazionale Magistrati: «È inaccettabile attribuire alla Consulta logiche politiche»; un'accusa che «va assolutamente rifiutata». A breve distanza dalla notizia che la Consulta ha negato il legittimo impedimento a Silvio Berlusconi nell'ambito del processo Mediaset, arriva anche la reazione di Rodolfo Sabelli, presidente dell'associazione nazionale magistrati, che ribadisce alle voci critiche che si sono sollevate dal Pdl la versione delle toghe."Non si può accettare, a prescindere dalla decisione presa - dice Sabelli - l’attribuzione alla Corte Costituzionale di posizioni o logiche di natura politica". Ribadendo l'imparzialità della Corte Costituzionale "a prescindere dal merito della sentenza", chiede "una posizione di rispetto" per la Consulta e una discussione che - se si sviluppa - sia però fatta "in modo informato, conoscendo le motivazioni della sentenza, e con rigore tecnico".

La Corte costituzionale ha detto no. Respinto il ricorso di Silvio Berlusconi per il legittimo impedimento  (giudicato non assoluto, in questo caso) che non ha consentito all’allora premier  di partecipare all’udienza  del 10 marzo 2010 del processo Mediaset, per un concomitante consiglio dei ministri.  Nel dare ragione ai giudici di Milano che avevano detto no alla richiesta di legittimo impedimento di Berlusconi, la Corte Costituzionale ha osservato che «dopo che per più volte il Tribunale (di Milano), aveva rideterminato il calendario delle udienze a seguito di richieste di rinvio per legittimo impedimento, la riunione del Consiglio dei ministri, già prevista in una precedente data non coincidente con un giorno di udienza dibattimentale, è stata fissata dall'imputato Presidente del Consiglio in altra data coincidente con un giorno di udienza, senza fornire alcuna indicazione (diversamente da quanto fatto nello stesso processo in casi precedenti), nè circa la necessaria concomitanza e la non rinviabilità» dell'impegno, né circa una data alternativa per definire un nuovo calendario. "La riunione del Cdm - spiega la Consulta - non è un impedimento assoluto". Si legge nella sentenza: "Spettava all'autorità giudiziaria stabilire che non costituisce impedimento assoluto alla partecipazione all'udienza penale del 1 marzo 2010 l'impegno dell'imputato Presidente del Consiglio dei ministri" Silvio Berlusconi "di presiedere una riunione del Consiglio da lui stesso convocata per tale giorno", che invece "egli aveva in precedenza indicato come utile per la sua partecipazione all'udienza".

Ma è veramente imparziale la Corte costituzionale?

Tutta la verità sui giornali dopo la bocciatura del “Lodo Alfano”, sulla sospensione dei procedimenti penali per le più alte cariche dello Stato, avvenuta da parte della Corte Costituzionale il 7 ottobre 2009. La decisione della Consulta è arrivata con nove voti a favore e sei contrari. Quanto al Lodo Alfano, si sottolinea che il mutamento di indirizzo della Corte "oltre che una scelta politica si configura anche come violazione del principio di leale collaborazione tra gli organi costituzionali che ha avuto la conseguenza di sviare l'azione legislativa del Parlamento". Berlusconi dice: "C'è un presidente della Repubblica di sinistra, Giorgio Napolitano, e c'è una Corte costituzionale con undici giudici di sinistra, che non è certamente un organo di garanzia, ma è un organo politico. Il presidente è stato eletto da una maggioranza di sinistra, ed ha le radici totali della sua storia nella sinistra. Credo che anche l'ultimo atto di nomina di un magistrato della Corte dimostri da che parte sta". La Corte ha 15 membri, con mandato di durata 9 anni: 5 nominati dal Presidente della Repubblica, Ciampi e Napolitano (di area centro-sinistra); 5 nominati dal Parlamento (maggioranza centro-sinistra); 5 nominati dagli alti organi della magistratura (che tra le sue correnti, quella più influente è di sinistra). Non solo. Dalla Lega Nord si scopre che 9 giudici su 15 sono campani. «Ci sembra alquanto strano che ben 9 dei 15 giudici della Consulta siano campani» osservano due consiglieri regionali veneti della Lega Nord, Emilio Zamboni e Luca Baggio. «È quasi incredibile - affermano Zamboni e Baggio - che un numero così elevato di giudici provenga da una sola regione, guarda caso la Campania. Siamo convinti che questo dato numerico debba far riflettere non solo l'opinione pubblica, ma anche i rappresentanti delle istituzioni». «Il Lodo Alfano è stato bocciato perché ritenuto incostituzionale. Ma cosa c'è di costituzionale - si chiedono Baggio e Zamboni - nel fatto che la maggior parte dei giudici della Consulta, che ha bocciato la contestata legge provenga da Napoli? Come mai c'è un solo rappresentante del Nord?».

Da “Il Giornale” poi, l’inchiesta verità: “Scandali e giudizi politici: ecco la vera Consulta”. Ermellini rossi, anche per l’imbarazzo. Fra i giudici della Corte costituzionale che hanno bocciato il Lodo Alfano ve n’è uno che da sempre strizza un occhio a sinistra, ma li abbassa tutti e due quando si tratta di affrontare delicate questioni che riguardano lui o i suoi più stretti congiunti. È Gaetano Silvestri, 65 anni, ex csm, ex rettore dell’ateneo di Messina, alla Consulta per nomina parlamentare («alè, hanno eletto un altro comunista!» tuonò il 22 giugno 2005 l’onorevole Carlo Taormina), cognato di quell’avvocato Giuseppe «Pucci» Fortino arrestato a maggio 2007 nell’inchiesta Oro Grigio e sotto processo a Messina per volontà del procuratore capo Luigi Croce. Che ha definito quel legale intraprendente «il Ciancimino dello Stretto», con riferimento all’ex sindaco mafioso di Palermo, tramite fra boss e istituzioni. Per i pm l’«avvocato-cognato» era infatti in grado di intrattenere indifferentemente rapporti con mafiosi, magistrati, politici e imprenditori. Di Gaetano Silvestri s’è parlato a lungo anche per la vicenda della «parentopoli» all’università di Messina. Quand’era rettore s’è scoperto che sua moglie, Marcella Fortino (sorella di Giuseppe, il «Ciancimino di Messina») era diventata docente ordinario di Scienze Giuridiche. E che costei era anche cognata dell’ex pro-rettore Mario Centorrino, il cui figlio diventerà ordinario, pure lui, nel medesimo ateneo. E sempre da Magnifico, Silvestri scrisse una lettera riservata al provveditore agli studi Gustavo Ricevuto per perorare la causa del figlio maturando, a suo dire punito ingiustamente all’esito del voto (si fermò a 97/100) poiché agli scritti - sempre secondo Silvestri - il ragazzo aveva osato criticare un certo metodo d’insegnamento. La lettera doveva rimanere riservata, il 5 agosto 2001 finì in edicola. E fu scandalo. «Come costituzionalista - scrisse Silvestri - fremo all’idea che una scuola di una Repubblica democratica possa operare siffatte censure, frutto peraltro di un non perfetto aggiornamento da parte di chi autoritariamente le pone in atto. Ho fatto migliaia di esami in vita mia, ma sentirei di aver tradito la mia missione se avessi tolto anche un solo voto a causa delle opinioni da lui professate». Andando al luglio ’94, governo Berlusconi in carica, Silvestri firma un appello per «mettere in guardia contro i rischi di uno svuotamento della carta costituzionale attraverso proposte di riforme e revisione, che non rispettino precise garanzie». Nel 2002 con una pletora di costituzionalisti spiega di «condividere le critiche delle opposizioni al Ddl sul conflitto di interessi». L’anno appresso, a proposito del Lodo sull’immunità, se ne esce così: «Siamo costretti a fare i conti con questioni che dovrebbero essere scontate, che risalgono ai classici dello stato di diritto (...). Se si va avanti così fra breve saremo capaci di metabolizzare le cose più incredibili». Altro giudice contrarissimo al Lodo è Alessandro Criscuolo. Ha preso la difesa e perorato la causa dell’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, nel procedimento disciplinare al Csm: «Non ha mai arrestato nessuno ingiustamente, De Magistris è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti». Smentito. Quand’era presidente dell’Anm, alle accuse dei radicali sulla (mala) gestione del caso Tortora, Criscuolo rispose prendendo le parti dei magistrati, difese la sentenza di primo grado, ringraziò i pentiti per il loro contributo (sic!). Nel ’97 entrò a gamba tesa in un altro processo, quello per l’omicidio del commissario Calabresi, al grido di «meglio un colpevole libero che un innocente dentro». E che dire del giudice Franco Gallo, già ministro delle Finanze con Ciampi, nemico giurato del successore visto che all’insediamento di Giulio Tremonti (scrive Il Fatto) rassegnò le dimissioni dalla scuola centrale tributaria dopo esser uscito da un’inchiesta finita al tribunale dei ministri, su presunti illeciti compiuti a favore del Coni per il pagamento di canoni irrisori per alcuni immobili. Altro ministro-giudice di Ciampi, rigorosamente no-Lodo, è il professor Sabino Cassese, gettonatissimo in commissioni di studio e d’inchiesta, ai vertici di società importanti e di banche. A proposito della sentenza del gip Clementina Forleo, che assolveva cinque islamici accusati di terrorismo definendoli «guerriglieri», chiosò dicendo che gli Stati Uniti avevano violato lo stato di diritto. Giuseppe Tesauro, terza creatura di Ciampi alla Consulta, viene ricordato al vertice dell’Antitrust per la sua battaglia contro la legge Gasparri («è una legge contro la concorrenza», oppure, «il testo non è in odor di santità, la riforma mescola coca-cola, whisky e acqua»). Di lui si parlò come candidato dell’Ulivo a fine mandato 2005 e come «persecutore» di Gilberto Benetton e della sua Edizioni Holding interessata ad acquistare la società Autogrill (l’inchiesta venne archiviata). Considerato a sinistra da sempre anche Ugo De Siervo, almeno dal ’95 quando al convegno «Con la Costituzione non si scherza» parlò di comportamenti «ispirati a dilettantismo e tatticismo, interpretazioni di stampo plebiscitario, spregio della legalità costituzionale». A maggio 2001 è a fianco dell’ex sottosegretario e senatore dei Ds Stefano Passigli, che annuncia un esposto contro Berlusconi per la violazione dei limiti di spesa per la legge elettorale.

Tanto comandano loro: le toghe! Magistrati, raddoppiati gli incarichi extragiudiziari. Le richieste per svolgere un secondo lavoro sono aumentate in 12 mesi del 100%. Sono passate da 961 a 494. Un record. Consulenze e docenze le più appetibili, scrive “Libero Quotidiano”. La doppia vita dei magistrati. Alle toghe di casa nostra non bastano mai i soldi che incassano con il loro lavoro da magistrato. Le toghe preferiscono la seconda attività. Negli ultimi sei mesi il totale degli incarichi autorizzati dal Csm alle toghe ha toccato quota 961, quasi il doppio dei 494 concessi nei sei mesi precedenti. Insomma il doppio lavoro e la doppia busta paga servono per riempire le tasche. La doppia attività è una tradizione dei nostri magistrati. E la tendenza è in crescita. Si chiamano incarichi “extragiudiziari”, in quanto relativi ad attività che non fanno riferimento alla professione giudiziaria. Gli incarichi per le toghe arrivano dalle società, dagli enti di consulenza e università private, come quella della Confindustria. I dati sull'incremento degli incarichi extragiudiziari li fornisce il Csm. Tra novembre 2012 e maggio 2013 gli incarichi sono raddoppiati. A dare l'ok alla doppia attività è proprio il Csm. Le toghe amano le cattedre e così vanno ad insegnare alla Luiss, l’ateneo confindustriale diretto da Pier Luigi Celli. Poi ci sono le consulenze legali per la Wolters Kluwer, multinazionale che si occupa di editoria e formazione professionale. Ma non finisce qua. Qualche magistrato lavora per la Altalex Consulting, altra società attiva nell’editoria e nella formazione giuridica. Le paghe sono sostanziose. Ad esempio Giovanni Fanticini, racconta Lanotiziagiornale.it,  è giudice al tribunale di Reggio Emilia. Ma ha 11 incarichi extragiudiziali.  Tra docenze, seminari e lezioni varie, è semplicemente impressionante: dalla Scuola superiore dell’economia e delle finanze (controllata al ministero di via XX Settembre) ha avuto un incarico di 7 ore con emolumento orario di 130 euro (totale 910 euro); dalla società Altalex ha avuto sei collaborazioni: 15 ore per complessivi 2.500 euro, 7 ore per 1.300, 8 ore per 1.450, 15 ore per 2.500, 5 ore per 750 e 5 ore per 700; dal Consorzio interuniversitario per l’aggiornamento professionale in campo giuridico ha ottenuto due incarichi, complessivamente 8 ore da 100 euro l’una (totale 800 euro). Insomma un buon bottino. In Confindustria poi c'è l'incarico assegnato a Domenico Carcano, consigliere della Corte di cassazione, che per 45 ore di lezioni ed esami di diritto penale ha ricevuto 6 mila euro. C’è Michela Petrini, magistrato ordinario del tribunale di Roma, che ha incassato due docenze di diritto penale dell’informatica per complessivi 4.390 euro. Ancora, Enrico Gallucci, magistrato addetto all’Ufficio amministrazione della giustizia, ha ottenuto 5.500 euro per 36 ore di lezione di diritto penale. Il doppio incarico di certo non va molto d'accordo con l'imparzialità della magistratura. Se le società dove lavorano questi magistrati dovessero avere problemi giudiziari la magistratura e i giudici quanto sarebbero equidistanti nell'amministrare giustizia? L'anomalia degli incarichi extragiudiziari va eliminata.

“VADA A BORDO, CAZZO!!”.

E’ celebre il “vada a bordo, cazzo” del comandante De Falco. L’Italia paragonata al destino ed agli eventi che hanno colpito la nave Concordia.  Il naufragio della Costa Concordia, è un sinistro marittimo "tipico" avvenuto venerdì 13 gennaio 2012 alle 21:42 alla nave da crociera al comando di Francesco Schettino e di proprietà della compagnia di navigazione genovese Costa Crociere, parte del gruppo anglo-americano Carnival Corporation & plc. All'1.46 di sabato mattina 14 gennaio  il comandante della Concordia Francesco Schettino riceve l'ennesima telefonata dalla Capitaneria di Porto. In linea c'è il comandante Gregorio Maria De Falco. La chiamata è concitata e i toni si scaldano rapidamente.

De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?

Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»

De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»

Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»

De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C'è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino...».

Schettino: «Comandante le dico una cosa...»

De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».

Schettino: «In questo momento la nave è inclinata...».

De Falco: «Ho capito. Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro? Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Parafrasando la celebre frase di De Falco mi rivolgo a tutti gli italiani: ““TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Il tema è “chi giudica chi?”. Chi lo fa, ha veramente una padronanza morale, culturale professionale per poterlo fare? Iniziamo con il parlare della preparazione culturale e professionale di ognuno di noi, che ci permetterebbe, in teoria, di superare ogni prova di maturità o di idoneità all’impiego frapposta dagli esami scolastici o dagli esami statali di abilitazione o di un concorso pubblico. In un paese in cui vigerebbe la meritocrazia tutto ciò ci consentirebbe di occupare un posto di responsabilità. In Italia non è così. In ogni ufficio di prestigio e di potere non vale la forza della legge, ma la legge del più forte. Piccoli ducetti seduti in poltrona che gestiscono il loro piccolo potere incuranti dei disservizi prodotti. La massa non è li ha pretendere efficienza e dedizione al dovere, ma ad elemosinare il favore. Corruttori nati. I politici non scardinano il sistema fondato da privilegi secolari. Essi tacitano la massa con provvedimenti atti a quietarla.

Panem et circenses, letteralmente: "pane e giochi del circo", è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica. Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare, ma è da attribuirsi al poeta latino Giovenale:

« ...duas tantum res anxius optat panem et circenses».

« ...[il popolo] due sole cose ansiosamente desidera pane e i giochi circensi».

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi a coloro che erano governati (in questo caso le corse dei carri tirati da cavalli che si svolgevano nei circhi come il Circo Massimo e il Circo di Massenzio).

Perché quel “TUTTI DENTRO CAZZO!!”. Perché la legge dovrebbe valere per tutti. Non applicata per i più ed interpretata per i pochi. E poi mai nessuno, in Italia, dovrebbe permettersi di alzare il dito indice ed accusare qualcun altro della sua stessa colpa. Prendiamo per esempio la cattiva abitudine di copiare per poter superare una prova, in mancanza di una adeguata preparazione. Ognuno di noi almeno un volta nella vita ha copiato. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini a base di formule trigonometriche, biografie del Manzoni e del Leopardi, storia della filosofia e traduzioni di Cicerone. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. Anche in questo caso l'inconveniente è che se ti sorprendono sono guai. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.  Pure quello difficile da gestire: solo gli artisti della copia copiarella possono.

Il consiglio è quello di studiare e non affidarsi a trucchi e trucchetti. Si rischia grosso e non tutti lo sanno. Anche perché il copiare lo si fa passare per peccato veniale. Copiare ad esami e concorsi, invece, potrebbe far andare in galera. E' quanto stabilito dalla legge n. 475/1925 e dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 32368/10. La legge recita all'art.1 :“Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito”. A conferma della legge è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza n.32368/10, che ha condannato una candidata per aver copiato interamente una sentenza del TAR in un elaborato a sua firma presentato durante un concorso pubblico. La sentenza della sezione VI penale n. 32368/10 afferma: “Risulta pertanto ineccepibile la valutazione dei giudici di merito secondo cui la (…) nel corso della prova scritta effettuò, pur senza essere in quel frangente scoperta, una pedissequa copiatura del testo della sentenza trasmessole (…). Consegue che il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l’utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova”.

In particolare per gli avvocati la Riforma Forense, legge 247/2012, al CAPO II (ESAME DI STATO PER L’ABILITAZIONE ALL’ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE DI AVVOCATO) Art. 46. (Esame di Stato) stabilisce che “….10. Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni. Per i fatti indicati nel presente comma e nel comma 9, i candidati sono denunciati al consiglio distrettuale di disciplina del distretto competente per il luogo di iscrizione al registro dei praticanti, per i provvedimenti di sua competenza.”

Ma, di fatto, quello previsto come reato è quello che succede da quando esiste questo tipo di esame e vale anche per i notai ed i magistrati. Eppure, come ogni altra cosa italiana c’è sempre l’escamotage tutto italiano. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce che copiare non è reato: niente più punizione. Dichiarando tuttavia “legale” copiare a scuola, si dichiara pure legale copiare nella vita. Non viene sanzionato un comportamento che è senza dubbio scorretto. Secondo il Consiglio di Stato, il superamento dell’esame costituisce di per sè attestazione delle “competenze, conoscenze e capacità anche professionali acquisite” dall'alunna e la norma che regola l'espulsione dei candidati dai pubblici concorsi per condotta fraudolenta, non può prescindere "dal contesto valutativo dell’intera personalità e del percorso scolastico dello studente, secondo i principi che regolano il cosiddetto esame di maturità": le competenze e le conoscenze acquisite….in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo e delle basi culturali generali, nonché delle capacità critiche del candidato. A ciò il Cds ha anche aggiunto un'attenuante, cioè "uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute" della studentessa stessa, che sarebbe stato alla base del gesto. Il 12 settembre 2012 una sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar della Campania che aveva escluso dagli esami di maturità una ragazza sorpresa a copiare da un telefono palmare. Per il Consiglio di Stato la decisione del Tar non avrebbe adeguatamente tenuto conto né del “brillante curriculum scolastico” della ragazza in questione, né di un suo “stato di ansia”. Gli esami, nel frattempo, la giovane li aveva sostenuti seppur con riserva. L’esclusione della ragazza dagli esami sarà forse stata una sanzione eccessiva. Probabilmente la giovane in questione, sulla base del suo curriculum poteva esser perdonata. Gli insegnanti, conoscendola e comprendendo il suo stato d’ansia pre-esame, avrebbero potuto chiudere un occhio. Tutto vero. Ma sono valutazioni che spettavano agli insegnanti che la studente conoscono. Una sentenza del Consiglio di Stato stabilisce invece, di fatto, un principio. E in questo caso il principio è che copiare vale. Non è probabilmente elegante, ma comunque va bene. Questo principio applicato alla scuola, luogo in cui le generazioni future si forgiano ed educano, avrà ripercussioni sulla società del futuro. Se ci viene insegnato che a non rispettar le regole, in fondo, non si rischia nulla più che una lavata di capo, come ci porremo di fronte alle regole della società una volta adulti? Ovviamente male. La scuola non è solo il luogo dove si insegnano matematica e italiano, storia e geografia. Ma è anche il luogo dove dovrebbe essere impartito insegnamento di civica educazione, dove si impara a vivere insieme, dove si impara il rispetto reciproco e quello delle regole. Dove si impara a “vivere”. Se dalla scuola, dalla base, insegniamo che la “furbizia” va bene, non stupiamoci poi se chi ci amministra si compra il Suv con i soldi delle nostre tasse. In fondo anche lui avrà avuto il suo “stato d’ansia”. Ma il punto più importante non è tanto la vicenda della ragazza sorpresa a copiare e di come sia andata la sua maturità. Il punto è la sanzionabilità o meno di un comportamento che è senza dubbio scorretto. In un paese già devastato dalla carenza di etica pubblica, dalla corruzione e dall’indulgenza programmatica di molte vulgate pedagogiche ammantate di moderno approccio relazionale, ci mancava anche la corrività del Consiglio di Stato verso chi imbroglia agli esami.

E, comunque, vallo a dire ai Consiglieri di Stato, che dovrebbero già saperlo, che nell’ordinamento giuridico nazionale esiste la gerarchia della legge. Nell'ordinamento giuridico italiano, si ha una pluralità di fonti di produzione; queste sono disposte secondo una scala gerarchica, per cui la norma di fonte inferiore non può porsi in contrasto con la norma di fonte superiore (gerarchia delle fonti). nel caso in cui avvenga un contrasto del genere si dichiara l'invalidità della fonte inferiore dopo un accertamento giudiziario, finché non vi è accertamento si può applicare la "fonte invalida". Al primo livello della gerarchia delle fonti si pongono la Costituzione e le leggi costituzionali (fonti superprimarie). La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, è composta da 139 articoli: essa detta i principi fondamentali dell'ordinamento (artt. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti (artt. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana viene anche definita lunga e rigida, lunga perché non si limita "a disciplinare le regole generali dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi" riguardando anche altre materie, rigida in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 cost.). Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale. Al di sotto delle leggi costituzionali si pongono i trattati internazionali e gli atti normativi comunitari, che possono presentarsi sotto forma di regolamenti o direttive. I primi hanno efficacia immediata, le seconde devono essere attuate da ogni paese facente parte dell'Unione europea in un determinato arco di tempo. A queste, si sono aggiunte poi le sentenze della Corte di Giustizia Europea "dichiarative" del Diritto Comunitario (Corte Cost. Sent. n. 170/1984). Seguono le fonti primarie, ovvero le leggi ordinarie e gli atti aventi forza di legge (decreti legge e decreti legislativi), ma anche le leggi regionali e delle provincie autonome di Trento e Bolzano. Le leggi ordinarie sono emanate dal Parlamento, secondo la procedura di cui gli artt. 70 ss. Cost., le cui fasi essenziali sono così articolate: l'iniziativa di legge; l'approvazione del testo di legge è affidata alle due Camere del Parlamento (Camera dei deputati e Senato della Repubblica); la promulgazione del Presidente della Repubblica; la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Al di sotto delle fonti primarie, si collocano i regolamenti governativi, seguono i regolamenti ministeriali e di altri enti pubblici e all'ultimo livello della scala gerarchica, si pone la consuetudine, prodotta dalla ripetizione costante nel tempo di una determinata condotta. Sono ammesse ovviamente solo consuetudini secundum legem e praeter legem non dunque quelle contra legem.

Pare che molte consuetudini sono contra legem e pervengono proprio da coloro che dovrebbero dettare i giusti principi.

Tutti in pensione da "presidente emerito". I giudici della Corte Costituzionale si danno una mano tra loro per dare una spinta in più alla remunerazione pensionistica a fine carriera. Gli ermellini in pratica a rotazione, anche breve, cambiano il presidente della Corte per regalargli il titolo più prestigioso prima che giunga il tramonto professionale. Nulla di strano se non fosse che il quinto comma dell'articolo 135 della Costituzione recita: "La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice". Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale, scrive “Libero Quotidiano”. Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servizio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un’indennità aggiuntiva in busta paga: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni. Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione", recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell'originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: "I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà". Resta ferma l'attribuzione dell'indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.  Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella "era ormai una prassi consolidata". Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora la corsa alla poltrona è per l'attuale presidente Franco Gallo, in carica dal gennaio 2013. Durerà fin dopo l'estate? Probabilmente no.

“TUTTI DENTRO, CAZZO!!”

Per esempio nei processi, anche i testimoni della difesa.  

Tornando alla parafrasi del “TUTTI DENTRO, CAZZO!!” si deve rimarcare una cosa. Gli italiani sono:  “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigatori”. Così è scritto sul Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR a Roma. Manca: “d’ingenui”. Ingenui al tempo di Mussolini, gli italiani, ingenui ancora oggi. Ma no, un popolo d’ingenui non va bene. Sul Palazzo della Civiltà aggiungerei: “Un popolo d’allocchi”, anzi “Un popolo di Coglioni”. Perché siamo anche un popolo che quando non sa un “cazzo” di quello che dice, parla. E parla sempre. Parla..…parla. Specialmente sulle cose di Giustizia: siamo tutti legulei.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

Nel formulare la richiesta la Boccassini nel processo Ruby ha fatto una gaffe dicendo: "Lo condanno", per poi correggersi: "Chiedo la condanna" riferita a Berlusconi.

Esemplare anche è il caso di Napoli. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». 

Il paradosso, però, sono le profezie cinematografiche adattate ai processi: «... e lo condanna ad anni sette di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e all'interdizione legale per la durata della pena». Non è una frase registrata Lunedì 24 giugno 2013 al Tribunale di Milano, ma una battuta presa dagli ultimi minuti del film «Il caimano» di Nanni Moretti. La condanna inflitta al protagonista (interpretato dallo stesso regista) è incredibilmente identica a quella decisa dai giudici milanesi per Silvio Berlusconi. Il Caimano Moretti, dopo la sentenza, parla di «casta dei magistrati» che «vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori».

Sul degrado morale dell’Italia berlusconiana (e in generale di tutti quelli che hanno votato Berlusconi nonostante sia, per dirla con Gad Lerner, un “puttaniere”) è stato detto di tutto, di più. Ma poco, anzi meno, è stato detto a mio parere sul degrado moralista della sinistra anti-berlusconiana (e in generale di molti che hanno votato “contro” il Cavaliere e che hanno brindato a champagne, festeggiato a casa o in ufficio, tirato un sospiro di sollievo come al risveglio da un incubo di vent’anni). Quella sinistra che, zerbino dei magistrati, ha messo il potere del popolo nelle mani di un ordine professionale, il cui profilo psico-fisico-attitudinale dei suoi membri non è mai valutato e la loro idoneità professionale incute dei dubbi.

Condanna a sette anni di carcere per concussione per costrizione (e non semplice induzione indebita) e prostituzione minorile, con interdizione perpetua dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi: il processo Ruby a Milano finisce come tutti, Cavaliere in testa, avevano pronosticato. Dopo una camera di consiglio-fiume iniziata alle 10 di mattina e conclusa sette ore abbondanti dopo, le tre giudici della quarta sezione penale Giulia Turri, Orsola De Cristofaro e Carmen D'Elia hanno accolto in pieno, e anzi aumentato, le richieste di 6 anni dell'accusa, rappresentata dai pm Ilda Boccassini (in ferie e quindi non in aula, sostituita dal procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati, fatto mai avvenuto quello che il procuratore capo presenzi in dibattimento) e Antonio Sangermano. I giudici hanno anche trasmesso alla Procura, per le opportune valutazioni, gli atti relativi alla testimonianza, tra gli altri, di Giorgia Iafrate, la poliziotta che affidò Ruby a Nicole Minetti. Inoltre, sono stati trasmessi anche i verbali relativi alle deposizioni di diverse olgettine, di Mariano Apicella e di Valentino Valentini. Il tribunale di Milano ha disposto anche la confisca dei beni sequestrati a Ruby, Karima El Mahroug e al compagno Luca Risso, ai sensi dell'articolo 240 del codice penale, secondo cui il giudice "può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto".

I paradossi irrisolti della sentenza sono che colpiscono anche la “vittima” Ruby e non solo il “carnefice” Berlusconi. L’ex minorenne, Karima El Mahroug, «per un astratta tutela della condizione di minorenne», viene dichiarata prima “prostituta” e poi i suoi beni le vengono confiscati: «Come nel caso del concusso, la parte lesa non si dichiara tale anzi si manifesta lesa per l’azione dei magistrati». Ruby «è doppiamente lesa dai magistrati», spiega Sgarbi, «nella reputazione e nel vedersi sottrarre, in via cautelativa, i denari che Berlusconi le ha dato».

«Non chiamiamola sentenza. Non chiamiamolo processo. Soprattutto, non chiamiamola giustizia». Comincia così, con queste amarissime parole, la nota di Marina Berlusconi in difesa di suo padre. «Quello cui abbiamo dovuto assistere è uno spettacolo assurdo che con la giustizia nulla ha a che vedere, uno spettacolo che la giustizia non si merita. La condanna - scrive Marina - era scritta fin dall'inizio, nel copione messo in scena dalla Procura di Milano. Mio padre non poteva non essere condannato. Ma se possibile il Tribunale è andato ancora più in là, superando le richieste dell'accusa e additando come spergiuri tutti i testi in contrasto con il suo teorema». Nonostante la "paccata" di testimoni portati in tribunale dalla difesa di Silvio Berlusconi, il presidente della Corte Giulia Turri e i giudici Orsolina De Cristofano e Carmen D'Elia hanno preferito inseguire il teorema costruito ad arte dal pm Ilda Boccassini e tacciare di falsa testimonianza tutte le persone che, con le proprie parole, hanno scagionato il Cavaliere. Insomma, se la "verità" non coincide con quella professata dalla magistratura milanese, allora diventa automaticamente bugia. Non importa che non ci sia alcuna prova a dimostrarlo.

L'accusa dei giudici milanesi è sin troppo chiara, spiega Andrea Indini su "Il Giornale": le trentadue persone che si sono alternate sul banco dei testimoni per rendere dichiarazioni favorevoli a Berlusconi hanno detto il falso. Solo le motivazioni, previste tra novanta giorni, potranno chiarire le ragioni per cui il collegio abbia deciso di trasmettere alla procura i verbali di testimoni che vanno dall’amico storico dell’ex premier Mariano Apicella all’ex massaggiatore del Milan Giorgio Puricelli, dall’europarlamentare Licia Ronzulli alla deputata Maria Rosaria Rossi. Da questo invio di atti potrebbe nascere, a breve, un maxi procedimento per falsa testimonianza. A finir nei guai per essersi opposta al teorema della Boccassini c'è anche il commissario Giorgia Iafrate che era in servizio in Questura la notte del rilascio di Ruby. La funzionaria aveva, infatti, assicurato di aver agito "nell’ambito dei miei poteri di pubblico ufficiale". "Di fronte alla scelta se lasciare la ragazza in Questura in condizioni non sicure o affidarla ad un consigliere regionale - aveva spiegato - ho ritenuto di seguire quest’ultima possibilità". Proprio la Boccassini, però, nella requisitoria aveva definito "avvilenti le dichiarazioni della Iafrate che afferma che il pm minorile Fiorillo le aveva dato il suo consenso". Alla procura finiscono poi i verbali di una ventina di ragazze. Si va da Barbara Faggioli a Ioana Visan, da Lisa Barizonte alle gemelle De Vivo, fino a Roberta Bonasia. Davanti ai giudici avevano descritto le serate di Arcore come "cene eleganti", con qualche travestimento sexy al massimo, e avevano sostenuto che Ruby si era presentata come una 24enne. "I giudici hanno dato per scontato che siamo sul libro paga di Berlusconi - ha tuonato Giovanna Rigato, ex del Grande Fratello - io tra l’altro al residence non ho mai abitato, sono una che ha sempre lavorato, l’ho detto in mille modi che in quelle serata ad Arcore non ho mai visto nulla di scabroso ma tanto...". Anche Marysthelle Polanco è scioccata dalla sentenza: "Non mi hanno creduto, non ci hanno creduto, io ho detto la verità e se mi chiamano di nuovo ripeterò quello che ho sempre raccontato". Sebbene si siano lasciate scivolare addosso insulti ben più pesanti, le ragazze che hanno partecipato alle feste di Arcore non sono disposte ad accettare l’idea di passare per false e bugiarde. Da Puricelli a Rossella, fino al pianista Mariani e ad Apicella, è stato tratteggiato in Aula un quadro di feste fatto di chiacchiere, balli e nessun toccamento.

Nel tritacarne giudiziario finisce anche la Ronzulli, "rea" di aver fornito una versione diversa da quella resa da Ambra e Chiara nel processo "gemello" e di aver negato di aver visto una simulazione di sesso orale con l’ormai famosa statuetta di Priapo. Stesso destino anche per l’ex consigliere per le relazioni internazionali Valentino Valentini che aveva svelato di esser stato lui a far contattare la Questura di Milano per "capire cosa stesse accadendo". Ed era stato sempre lui a parlare di una conversazione tra Berlusconi e l'ex raìs Hosni Mubarak sulla parentela con Ruby. Anche il viceministro Bruno Archi, all’epoca diplomatico, ai giudici aveva descritto quel pranzo istituzionale nel quale si sarebbe parlato di Karima. E ancora: sono stati trasmessi ai pm anche i verbali di Giuseppe Estorelli, il capo scorta di Berlusconi, e del cameriere di Arcore Lorenzo Brunamonti, "reo" di aver regalato al Cavaliere, di ritorno da un viaggio, la statuetta di Priapo. Tutti bugiardi, tutti nella tritarcarne del tribunale milanese. La loro colpa? Aver detto la verità. Una verità che non piace ai giudici che volevano far fuori a tutti i costi Berlusconi.

C'era un solo modo per condannare Silvio Berlusconi nel processo cosiddetto Ruby, spiega Alessandro Sallusti su "Il Giornale": fare valere il teorema della Boccassini senza tenere conto delle risultanze processuali, in pratica cancellare le decine e decine di testimonianze che hanno affermato, in due anni di udienze, una verità assolutamente incompatibile con le accuse. E cioè che nelle notti di Arcore non ci furono né vittime né carnefici, così come in Questura non ci furono concussi. Questo trucco era l'unica possibilità e questo è accaduto. Trenta testimoni e protagonisti della vicenda, tra i quali rispettabili parlamentari, dirigenti di questura e amici di famiglia sono stati incolpati in sentenza, cosa senza precedenti, di falsa testimonianza e dovranno risponderne in nuovi processi. Spazzate via in questo modo le prove non solo a difesa di Berlusconi ma soprattutto contrarie al teorema Boccassini, ecco spianata la strada alla condanna esemplare per il capo: sette anni più l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, esattamente la stessa pronunciata nella scena finale del film Il Caimano di Nanni Moretti, in cui si immagina l'uscita di scena di Berlusconi. Tra questa giustizia e la finzione non c'è confine. Siamo oltre l'accanimento, la sentenza è macelleria giudiziaria, sia per il metodo sia per l'entità. Ricorda molto, ma davvero molto, quelle che i tribunali stalinisti e nazisti usavano per fare fuori gli oppositori: i testimoni che osavano alzare un dito in difesa del disgraziato imputato di turno venivano spazzati via come vermi, bollati come complici e mentitori, andavano puniti e rieducati. Come osi, traditore - sostenevano i giudici gerarchi - mettere in dubbio la parola dello Stato padrone? Occhio, che in galera sbatto pure te. Così, dopo Berlusconi, tocca ai berlusconiani passare sotto il giogo di questi pazzi scatenati travestiti da giudici. I quali vogliono che tutti pieghino la testa di fronte alla loro arroganza e impunità. In trenta andranno a processo per aver testimoniato la verità, raccontato ciò che hanno visto e sentito. Addio Stato di diritto, addio a una nobile tradizione giuridica, la nostra, in base alla quale il giudizio della corte si formava esclusivamente sulle verità processuali, che se acquisite sotto giuramento e salvo prova contraria erano considerate sacre.

Omicidi, tentati omicidi, sequestro di persona, occultamenti di cadavere. Per la giustizia italiana questi reati non sono poi così diversi da quello di concussione, scrive Nadia Francalacci su "Panorama". La condanna inflitta a Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere, uno in più rispetto alla pena chiesta dai pubblici ministeri, e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i reati di prostituzione minorile e concussione, non differisce che di poche settimane da quella inflitta a Michele Misseri il contadino di Avetrana che ha occultato il cadavere della nipotina Sara Scazzi in un pozzo delle campagne pugliesi. Non solo. La condanna all’ex premier è addirittura ancor più pesante rispetto a quella inflitta a due studenti di Giurisprudenza, Scattone e Ferraro, che “ quasi per gioco” hanno mirato alla testa di una studentessa, Marta Russo, uccidendola nel cortile interno della facoltà. Quasi per gioco. Così in pochi istanti hanno ucciso, tolto la vita, ad una ragazza che aveva tanti sogni da realizzare. Marta Russo così come Sara Scazzi oppure un Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso nell’area di servizio dopo dei tafferugli con i tifosi juventini. Il poliziotto che ha premuto il grilletto colpendolo alla nuca, è stato condannato a 9 anni e 4 mesi. A soli 28 mesi in più di carcere rispetto a Silvio Berlusconi.

Analizzando casi noti e quelli meno conosciuti dall’opinione pubblica, non è possibile non notare una “sproporzione” di condanna tra il caso Ruby e una vicenda quale il caso Scazzi o Russo. Ecco alcuni dei casi e delle sentenze di condanna.

Caso Sandri: 9 anni e 4 mesi. Per la Cassazione è omicidio volontario. Per l'agente della Polstrada Luigi Spaccarotella, la sentenza è diventata definitiva con la pronuncia della Cassazione. La condanna è  di nove anni e quattro mesi di reclusione per  aver ucciso il tifoso della Lazio Gabriele Sandri dopo un tafferuglio con tifosi juventini nell'area di servizio aretina di Badia al Pino sulla A1. Sandri era sulla Renault che doveva portarlo a Milano, la mattina dell'11 novembre 2007, per vedere Inter-Lazio insieme ad altri quattro amici.  Spaccarotella  era stato condannato in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo, determinato da colpa cosciente. In secondo grado i fatti erano stati qualificati come omicidio volontario per dolo eventuale e la pena era stata elevata a nove anni e quattro mesi di reclusione.

Caso Scazzi: per Michele Misseri, 8 anni. Ergastolo per Sabrina. Ergastolo per sua madre Cosima Serrano. Otto anni per Michele Misseri, che ora rischia anche un procedimento per autocalunnia. Questo è il verdetto di primo grado sulla tragedia di Avetrana. il contadino  è accusato di soppressione di cadavere insieme al fratello e al nipote.

Caso Marta Russo. L’omicidio quasi per gioco di Marta Russo è stato punito con la condanna di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, rispettivamente puniti con 5 anni e quattro mesi il primo e 4 anni e due mesi il secondo; Marta Russo, 22 anni, studentessa di giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma, fu uccisa all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997, da un colpo di pistola alla testa.

Caso Jucker. Ruggero Jucker, reo di aver assassinato la propria fidanzata sotto l’effetto di stupefacenti, è stato condannato, con un patteggiamento in appello a 16 anni di reclusione salvo poi essere stato liberato dopo 10 anni.

Casi minori e meno conosciuti dall’opinione pubblica.

Bari. 8 anni di carcere ad un politico che uccise un rapinatore. 5 giugno 2013. La Corte d’appello di Bari, ha chiesto la condanna a otto anni di reclusione per Enrico Balducci, l’ex consigliere regionale pugliese, gestore del distributore di carburante di Palo del Colle,  accusato di omicidio volontario e lesioni personali, per aver ucciso il 23enne Giacomo Buonamico e ferito il 25enne Donato Cassano durante un tentativo di rapina subito il 5 giugno 2010. In primo grado, Balducci era stato condannato con rito abbreviato alla pena di 10 anni di reclusione. Dinanzi ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bari l’accusa ha chiesto una riduzione di pena ritenendo sussistente l’attenuante della provocazione, così come era stato chiesto anche dal pm in primo grado ma non era stato riconosciuto dal gup. Chiesta una condanna a quattro anni di reclusione per Cassano (condannato in primo grado a 5 anni) per i reati di rapina e tentativo di rapina. Prima di recarsi in moto al distributore di carburante gestito da Balducci, infatti, i due avrebbero compiuto un’altra rapina al vicino supermercato. Balducci, questa la ricostruzione dell’accusa, vedendosi minacciato, non sarebbe riuscito a controllare la sua ira, e consapevole di poter uccidere, avrebbe fatto fuoco ferendo Cassano e uccidendo Buonamico.

Sequestro Spinelli (ragioniere di Berlusconi): 8 anni e 8 mesi di carcere al capobanda Leone. Condannati anche i tre complici albanesi. Ma le pene  sono state dimezzate rispetto alle richieste dell'accusa. Il pm Paolo Storari ha chiesto la condanna a 16 anni di carcere per Francesco Leone, ritenuto il capo banda, e pene tra gli 8 e i 10 anni per gli altri tre imputati. I quattro furono arrestati nel novembre dell'anno scorso assieme ad altri due italiani, Pier Luigi Tranquilli e Alessandro Maier, per i quali invece è stata chiesta l'archiviazione. Il gup di Milano Chiara Valori ha condannato con il rito abbreviato a 8 anni e 8 mesi Francesco Leone, riqualificando il reato in sequestro semplice. Sono arrivate due condanne a 4 anni e 8 mesi, e una a 6 anni e 8 mesi, per gli altri tre imputati. La vicenda è quella del sequestro lampo di Giuseppe Spinelli e della moglie.

Pesaro. Picchiò e gettò la ex dal cavalcavia: condannato a 10 anni di carcere. Il 22 giugno scorso, Saimo Luchetti è stato condannato ieri a 10 anni di reclusione per sequestro di persona, stalking, violenza privata e tentato omicidio. Dovrà versare anche una provvisionale immediata di 60mila euro per la ragazza, 40mila per la madre e 15 per la sorella. Luchetti, 23 anni, calciatore dilettante, la notte del 18 marzo 2012 aveva malmenato e rapito sotto casa l’ex fidanzata Andrea Toccaceli di 18 anni, gettandola poi da un viadotto di Fossombrone alto 15 metri. Lui si gettò giù subito dopo. Sono sopravvissuti entrambi, ristabilendosi completamente. Luchetti è in carcere ad Ancona e dove dovrà rimanerci altri nove anni.

Caso Mancuso: condannato per tentato omicidio a 5 anni di carcere. Il diciannovenne Luigi Mancuso è stato condannato a 5 anni di reclusione per il tentato omicidio di Ion Sorin Sheau, un cittadino romeno aggredito e abbandonato in strada a San Gregorio d'Ippona. Assieme a Mancuso, figlio di Giuseppe Manuso, boss della 'ndrangheta, è stato condannato anche Danilo Pannace, 18 anni, che dovrà scontare la pena di 4 anni e 8 mesi sempre per tentato omicidio. I due imputati, giudicati col rito abbreviato, sono stati ritenuti responsabili del tentato omicidio del romeno Ion Sorin Sheau, aggredito e lasciato in strada con il cranio sfondato ed in un lago di sangue il 10 agosto del 2011 a San Gregorio d’Ippona, in provincia di Vibo. Mancuso è stato ritenuto responsabile anche del reato di atti persecutori  nei confronti della comunità romena di San Gregorio.

All’estero. In Argentina l’ex-presidente Carlos Menem è stato condannato a 8 anni di carcere per traffico d'armi internazionale. Sono otto gli anni di carcere che l’ex presidente, ora senatore al parlamento di Buenos Aires, dovrà scontare insieme a Óscar Camilión, ministro della difesa durante il suo governo, con l’accusa di contrabbando aggravato d’armi a Croazia ed Ecuador. Tra il 1991 e il 1995, l’Argentina esportò 6.500 tonnellate di armamenti destinati ufficialmente a Panama e Venezuela. Questi raggiunsero però la Croazia nel pieno del conflitto jugoslavo, e l’Ecuador che nel ‘95, combatteva con il Perú.

Parlare, però, di Berlusconi è come sminuire il problema. I Pasdaran della forca a buon mercato storcerebbero il naso: Bene, parliamo d’altro.

«In questo processo chiunque ha detto cose in contrasto con la tesi accusatoria è stato tacciato di falso, mentre ben altri testi non hanno detto la verità e sono passati per super testimoni» ha detto Franco De Jaco difensore di Cosima Serrano. E’ così è stato, perché sotto processo non c’è solo Sabrina Misseri, Michele Misseri, Cosima Serrano Misseri, Carmine Misseri, Cosimo Cosma, Giuseppe Nigro, Cosima Prudenzano Antonio Colazzo, Vito Junior Russo, ma c’è tutta Avetrana e tutti coloro che non si conformano alla verità mediatica-giudiziaria. Ed ancora Morrone fu arrestato mezz’ora dopo la mattanza, il 30 gennaio ’91. Sul terreno c’erano i corpi di due giovani e le forze dell’ordine di Taranto cercavano un colpevole a tutti i costi. La madre di una delle vittime indirizzò i sospetti su di lui. Lo presero e lo condannarono. Le persone che lo scagionavano furono anche loro condannate per falsa testimonianza. Così funziona a Taranto. Vai contro la tesi accusatoria; tutti condannati per falsa testimonianza. Nel ’96 alcuni pentiti svelarono la vera trama del massacro: i due ragazzi erano stati eliminati perché avevano osato scippare la madre di un boss. Morrone non c’entrava, ma ci sono voluti altri dieci anni per ottenere giustizia. E ora arriva anche l’indennizzo per le sofferenze subite: «Avevo 26 anni quando mi ammanettarono - racconta lui - adesso è difficile ricominciare. Ma sono soddisfatto perché lo Stato ha capito le mie sofferenze, le umiliazioni subite, tutto quello che ho passato». Un procedimento controverso: due volte la Cassazione annullò la sentenza di condanna della corte d’Assise d’Appello, ma alla fine Morrone fu schiacciato da una pena definitiva a 21 anni. Non solo: beffa nella beffa, fu anche processato e condannato a 1 anno e 8 mesi per calunnia. La sua colpa? Se l’era presa con i magistrati che avevano trascurato i verbali dei pentiti.

Taranto, Milano, l’Italia.

“Egregi signori, forse qualcuno di voi, componente delle più disparate commissioni di esame di avvocato di tutta Italia, da Lecce a Bari, da Venezia a Torino, da Palermo a Messina o Catania, pensa di intimorirmi con la forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri. Sicuramente il più influente tra di voi, bocciandomi o (per costrizione e non per induzione) facendomi bocciare annualmente senza scrupoli all’esame di avvocato dal lontano 1998, (da quando ho promosso interrogazioni parlamentari e inoltrato denunce penali, che hanno ottenuto dei risultati eclatanti, come l’esclusione dei consiglieri dell’ordine degli avvocati dalle commissioni d’esame e ciononostante uno di loro è diventato presidente nazionale), pensa che possa rompermi le reni ed impedirmi di proseguire la mia lotta contro questo concorso forense e tutti i concorsi pubblici che provo nei miei libri essere truccati. E sempre su quei libri provo il vostro sistema giudiziario essere, per gli effetti, fondato sull’ingiustizia. Mi conoscete tutti bene da vent’anni, come mi conoscono bene, prima di giudicarmi, i magistrati che critico. Per chi non fa parte del sistema e non MI conosce e non VI conosce bene, al di là dell’immagine patinata che vi rendono i media genuflessi, pensa che in Italia vige la meritocrazia e quindi chi esamina e giudica e chi supera gli esami, vale. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. Avete la forza del potere, non la ragione della legge. Forse qualcuno di voi, sicuramente il più influente, perseguendomi artatamente anche per diffamazione a mezzo stampa, senza mai riuscire a condannarmi, pur con le sentenze già scritte prima del dibattimento, pensa di tagliarmi la lingua affinchè non possa denunciare le vostre malefatte. Non è così e non mi impedirete mai di gridarlo al mondo. E non per me, ma per tutti coloro che, codardi, non hanno il coraggio di ribellarsi. Anche perché se lo fate a me, lo fate anche agli altri. Fino a che ci saranno centinaia di migliaia di giovani vittime che mi daranno ragione, voi sarete sempre dalla parte del torto. Avete un potere immeritato, non la ragione. Un ordine che dileggia il Potere del popolo sovrano. In Italia succede anche questo. Potete farmi passare per mitomane o pazzo. E’ nell’ordine delle cose: potrebbe andarmi peggio, come marcire in galera o peggio ancora. Potete, finché morte non ci separi, impedirmi di diventare avvocato. Farò vita eremitica e grama. Comunque, cari miei, vi piaccia o no, di magistrati ce ne sono più di dieci mila, criticati e non sono certo apprezzati; di avvocati più di 250 mila e questi, sì, disprezzati. Alla fine per tutti voi arriva comunque la Livella e l’oblio. Di Antonio Giangrande c’è uno solo. Si ama o si odia, ma fatevene un ragione: sarò per sempre una spina nel vostro fianco e sopravviverò a voi. Più mi colpite, più mi rendete altrettanto forte. Eliminarmi ora? E’ troppo tardi. Il virus della verità si diffonde. E ringraziate Dio che non ci sia io tra quei 945 parlamentari che vi vogliono molto, ma molto bene, che a parlar di voi si cagano addosso. Solo in Italia chi subisce un’ingiustizia non ha nessuno a cui rivolgersi, siano essi validi bocciati ai concorsi pubblici o innocenti in galera, che si chiamino Berlusconi o Sallusti o Mulè o Riva (e tutti questi li chiamano “persone influenti e potenti”). I nostri parlamentari non sanno nemmeno di cosa tu stia parlando, quando ti prestano attenzione. Ed è raro che ciò succeda. In fede Antonio Giangrande”.

Una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e diffamazione contro la Commissione d’esame di avvocato di Catania per tutelare l’immagine dei professionisti e di tutti i cittadini leccesi, tarantini e brindisini è quanto propone il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” (www.controtuttelemafie.it) e profondo conoscitore del fenomeno degli esami e dei concorsi pubblici truccati. Proposta presentata a tutti coloro che sono stati esclusi ed a tutti gli altri, anche non candidati all’esame di avvocato, che si sentono vittime di questo fenomeno di caccia alle streghe o che si sentano diffamati come rappresentanti e come cittadini del territorio, ormai sputtanato in tutta Italia. E proposta di presentazione del ricorso al Tar che sarebbe probabilmente accolto, tenuto conto dei precedenti al Consiglio di Stato.

«A Lecce sarebbero solo 440 su 1258 i compiti ritenuti validi. Questo il responso della Commissione di Catania, presieduta dall’Avvocato Antonio Vitale, addetta alla correzione degli elaborati. Più di cento scritti finiscono sul tavolo della Procura della Repubblica con l’accusa di plagio, per poi, magari, scoprire che è tutta una bufala. Copioni a parte, sarebbe, comunque, il 65%  a non superare l’esame: troppi per definirli asini, tenuto conto che, per esperienza personale, so che alla fase di correzione non si dedicano oltre i 5 minuti, rispetto ai 15/20 minuti occorrenti. Troppo pochi per esprimere giudizi fondati. Da 20 anni denuncio che in Italia agli esami tutti si copia ed adesso scoprono l’acqua calda. E copiano tutti. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010 o di magistrato nel 1992.

Le mie denunce sono state sempre archiviate ed io fatto passare per pazzo o mitomane.

Quindi chi si è abilitato barando, ha scoperto l’acqua calda. Questa caccia alle streghe, perché? Vagito di legalità? Manco per idea. In tempo di magra per i professionisti sul mercato, si fa passare per plagio, non solo la dettatura uniforme dell’intero elaborato (ripeto, che c’è sempre stata), ma anche l’indicazione della massima giurisprudenziale senza virgolette. Ergo: dov’è il dolo? Per chi opera in ambito giuridico le massime della Cassazione sono l’appiglio per tutte le tesi difensive di parte o accusatorie. Senza di queste sarebbero solo opinioni personali senza valore. Altra cosa è riportare pari pari, più che le massime, le motivazioni delle sentenze.

Prescindendo dalla caccia mirata alle streghe, c’è forse di più?

Ed allora i candidati esclusi alla prova scritta dell’esame di avvocato tenuta presso la Corte d’Appello di Lecce si rivolgano a noi per coordinare tutte le azioni di tutela:  una denuncia per calunnia, abuso d’ufficio e per diffamazione contro tutti coloro che si son resi responsabili di una campagna diffamatoria ed un accanimento senza precedenti. Premo ricordare che l’esame è truccato insitamente e non bisogna scaricare sulla dignità e l’onore dei candidati gli interessi di una categoria corporativistica. Nessuno li difende i ragazzi, esclusi e denunciati (cornuti e mazziati) ma, dato che io c’ero e ci sono dal 1998, posso testimoniare che se plagio vi è stato, vi è sempre stato, e qualcuno ha omesso il suo intervento facendola diventare una consuetudine e quindi una norma da rispettare, e sono concorsi nel reato anche la commissione di Lecce ed il Presidente della Corte d’Appello, Mario Buffa, in quanto hanno agevolato le copiature. L’esame di avvocato in tutta Italia si apre alle 9 con la lettura delle tracce, che così finiscono in rete sul web. A Lecce l’esame non inizia mai prima delle undici. I ragazzi più furbi hanno tutto il tempo di copiare legalmente, in quanto l’esame non è ancora iniziato e quindi, se hanno copiato, non lo hanno fatto in quel frangente, perché non ci si può spostare dal banco. Anche se, devo dire, si è sempre permessa la migrazione per occupare posti non propri. 

Su questi punti chiamerei a testimoniare, a rischio di spergiuro, tutti gli avvocati d’Italia.

Ai malfidati, poi, spiegherei per filo e per segno come si trucca l’esame, verbalmente, in testi ed in video.

Mi chiedo, altresì, perché tanto accanimento su Lecce se sempre si è copiato ed in tutta Italia? E perché non ci si impegna ha perseguire le commissioni che i compiti non li correggono e li dichiarano tali?

Ma la correzione era mirata al dare retti giudizi o si sono solo impegnati a fare opera inquisitoria e persecutoria?

Inoltre ci sono buone possibilità che il ricorso al Tar avverso all’esclusione possa essere accolto in base ai precedenti del Consiglio di Stato».

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

I commissari dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza.

Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo).

Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso.

Sarebbe il colmo dei paradossi se tra quei 100 ci fosse il mio nome.

Io che ho denunciato e dimostrato che gli esami ed i concorsi pubblici sono truccati. Forse per questo per le mie denunce sono stato fatto passare per mitomane o pazzo ed ora anche per falsario.

Denigrare la credibilità delle vittime e farle passare per carnefici. Vergogna, gentaglia.

VADEMECUM DEL CONCORSO TRUCCATO.

INDIZIONE DEL CONCORSO: spesso si indice un concorso quando i tempi sono maturi per soddisfare da parte dei prescelti i requisiti stabiliti (acquisizione di anzianità, titoli di studio, ecc.). A volte chi indice il concorso lo fa a sua immagine e somiglianza (perché vi partecipa personalmente come candidato). Spesso si indice il concorso quando non vi sono candidati (per volontà o per induzione), salvo il prescelto. Queste anomalie sono state riscontrate nei concorsi pubblici tenuti presso le Università e gli enti pubblici locali. Spesso, come è successo per la polizia ed i carabinieri, i vincitori rimangono casa.

COMMISSIONE D’ESAME: spesso a presiedere la commissione d’esame di avvocato sono personalità che hanno una palese incompatibilità. Per esempio nella Commissione d’esame centrale presso il Ministero della Giustizia del concorso di avvocato 2010 è stato nominato presidente colui il quale non poteva, addirittura, presiedere la commissione locale di Corte d’Appello di Lecce. Cacciato in virtù della riforma (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180). La legge prevede che i Consiglieri dell’Ordine degli Avvocati non possono essere Commissari d’esame (e per conseguenza i nominati dal Consiglio locale per il Consiglio Nazionale Forense, che tra i suoi membri nomina il presidente di Commissione centrale). La riforma ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame di avvocato sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Essenziale nelle commissioni a cinque è la figura del magistrato, dell’avvocato, del professore universitario: se una manca, la commissione è nulla. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari.

I CONCORSI FARSA: spesso i concorsi vengono indetti per sanare delle mansioni già in essere, come il concorso truffa a 1.940 posti presso l’INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l’Ente.

LE TRACCE: le tracce sono composte da personalità ministeriali scollegate alla realtà dei fatti. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Altre volte si son riportate tracce con massime vecchissime e non corrispondenti con le riforme legislative successive. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.

LE PROVE D’ESAME: spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati (con denuncia del sottosegretario Alfredo Mantovano di Lecce), dei dirigenti scolastici, o per l’accesso alle Università a numero chiuso (medicina), ovvero, come succede all’esame con più sedi (per esempio all’esame forense o per l’Agenzia delle Entrate, le tracce sono conosciute tramite cellulari o palmari in virtù del tardivo inizio delle prove in una sede rispetto ad altre. Si parla di ore di ritardo tra una sede ed un’altra). A volte le tracce sono già state elaborate in precedenza in appositi corsi, così come è successo all’esame di notaio. A volte le prove sono impossibili, come è successo al concorsone pubblico per insegnanti all’estero: 40 quesiti a risposta multipla dopo averli cercati, uno ad uno, in un volume di oltre 4mila che i partecipanti alla selezione hanno visto per la prima volta, leggere quattro testi in lingua straniera e rispondere alle relative domande. Il tutto nel tempo record di 45 minuti, comprese parti di testo da tradurre. Quasi 1 minuto a quesito.

MATERIALE CONSULTABILE: c’è da dire che intorno al materiale d’esame c’è grande speculazione e un grande salasso per le famiglie dei candidati, che sono rinnovati anno per anno in caso di reiterazione dell’esame a causa di bocciatura. Centinaia di euro per codici e materiale vario. Spesso, come al concorso di magistrato o di avvocato dello Stato ed in tutti gli altri concorsi, ad alcuni è permessa la consultazione di materiale vietato (codici commentati, fogliettini, fin anche compiti elaborati dagli stessi commissari) fino a che non scoppia la bagarre. Si ricordi il “Vergogna, Vergogna” all’esame per magistrato o il “Buffoni, Buffoni” all’esame di notaio, o le intemperanze agli esami per l’avvocatura di Stato o la prova annullata per l’esame di notaio nel 2010. Al concorso di avvocato, invece, è permesso consultare codici commentati con la giurisprudenza. Spesso, come succede al concorso di avvocato, sono proprio i commissari a dettare il parere da scrivere sull’elaborato, tale da rendere le prove dei candidati uniformi e nonostante ciò discriminati in sede di correzione. Il caso esemplare è lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia. Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo».  «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio», dice una candidata, che poi diventerà avvocato e probabilmente commissario d’esame, che rinnegherà il suo passato e che accuserà di plagio i nuovi candidati. L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Catanzaro non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e i veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi per impedire l’accesso di nuovi avvocati nel mercato saturo. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito. Ultimamente le tracce si riferiscono a massime giurisprudenziali espresse nell’imminenza della stilazione della traccia, quindi, in prossimità dell’esame. Quasi nessun testo recente, portato legalmente dai candidati, è talmente aggiornato da riportare quella massima. Ecco perché i commissari d’esame, con coscienza e magnanimità, aiutano i candidati. Altrimenti nessuno passerebbe l’esame. I commissari dovrebbero sapere quali sono le fonti di consultazioni permesse e quali no. Per esempio all’esame di avvocato può capitare che il magistrato commissario d’esame, avendo fatto il suo esame senza codici commentati, non sappia che per gli avvocati ciò è permesso. I commissari d’esame dovrebbero dimostrare che, in quei pochi minuti, la loro attenzione era rivolta, non a correggere ed a valutare i compiti, ma esclusivamente a cercare l’opera primaria, fonte del plagio,  presentata come propria dal candidato, per verificarne l’esatta ed integrale corrispondenza. Essi, al di là della foga persecutoria, dovrebbero dimostrare che la Premessa, la Tesi e l’Antitesi, le Conclusioni sono frutto di imitazione totale dell’altrui pensiero. Dovrebbero, altresì, dimostrare che il richiamo essenziale alle massime giurisprudenziali (spesso contrastanti tra loro) per suffragare la propria tesi e renderla convincente, siano anch’esse plagio, pur essendo ammessi i codici commentati dalla giurisprudenza, così come non lo sono per i magistrati e per i prossimi esami di avvocato (tempi di applicazione della riforma permettendo). Dovrebbero, i commissari, dimostrare che quei pochi minuti sono bastati a loro per correggere, accusare e giudicare, rischiando si dichiarare il falso. Impuniti, invece sono coloro che veramente copiano integralmente i compiti. In principio era la vecchia “cartucciera” la fascia di stoffa da stringere in vita con gli involtini. Poi il vocabolario farcito d'ogni foglio e foglietto, giubbotti imbottiti di cultura bignami e addirittura scarpe con suola manoscritta. Oggi i metodi per “aiutarsi” durante gli esami sono più tecnologici: il telefonino, si sa, non si può portare, ma lo si porta lo stesso. Al massimo, se c’è la verifica, lo metti sul tavolo della commissione. Quindi non è  malsana l'idea dell'iPhone sul banco, collegato a Wikipedia e pronto a rispondere ad ogni quesito nozionistico. Comunque bisogna attrezzarsi, in maniera assolutamente diversa. La rete e i negozi di cartolibreria vendono qualsiasi accrocchio garantendo si tratti della migliore soluzione possibile per copiare durante le prove scritte. C'è ad esempio la  penna UV cioè a raggi ultravioletti scrive con inchiostro bianco e si legge passandoci sopra un led viola incluso nel corpo della penna. Inconveniente: difficile non far notare in classe una luce da discoteca. Poi c'è la cosiddetta penna-foglietto: nel corpo della stilo c'è un foglietto avvolto sul quale si è scritto precedentemente formule, appunti eccetera. Foglietto che in men che non si dica si srotola e arrotola. E infine, c'è l'ormai celebre orologio-biglietto col display elettronico  e una porta Usb sulla quale caricare testi d'ogni tipo.

IL MATERIALE CONSEGNATO: il compito dovrebbe essere inserito in una busta da sigillare contenente un’altra busta chiusa con inserito il nome del candidato. Non ci dovrebbero essere segni di riconoscimento. Non è così come insegna il concorso di notaio. Oltre ai segni di riconoscimento posti all’interno (nastri), i commissari firmano in modo diverso i lembi di chiusura della busta grande consegnata.

LA CORREZIONE DEGLI ELABORATI. Quanto già indicato sono i trucchi che i candidati possono vedere ed eventualmente denunciare. Quanto avviene in sede di correzione è lì la madre di tutte le manomissioni. Proprio perchè nessuno vede. La norma prevede che la commissione d’esame (tutti i componenti) partecipi alle fasi di:

• apertura della busta grande contenente gli elaborati;

• lettura del tema da parte del relatore ed audizione degli altri membri;

• correzione degli errori di ortografia, sintassi e grammatica;

• richiesta di chiarimenti, valutazione dell’elaborato affinchè le prove d’esame del ricorrente evidenzino un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico, anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico, e che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzino un corretto approccio a problematiche complesse;

• consultazione collettiva, interpello e giudizio dei singoli commissari, giudizio numerico complessivo, motivazione, sottoscrizione;

• apertura della busta piccola contenete il nome del candidato da abbinare agli elaborati corretti;

• redazione del verbale.

Queste sono solo fandonie normative. Di fatto si apre prima la busta piccola, si legge il nome, se è un prescelto si dà agli elaborati un giudizio positivo, senza nemmeno leggerli. Quando i prescelti sono pochi rispetto al numero limite di idonei stabilito illegalmente, nonostante il numero aperto, si aggiungono altri idonei diventati tali “a fortuna”.

La riforma del 2003 ha cacciato gli avvocati e sbugiardato i magistrati e professori universitari (in qualità anch’essi di commissari d’esame) perché i compiti vengono letti presso altre sedi: tutto questo perché prima tutti hanno raccomandato a iosa ed abusato del proprio potere dichiarando altresì il falso nei loro giudizi abilitativi od osteggiativi. Spesso le commissioni d’esame sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d’esame. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari. Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni abbiamo messo in relazione l’età di iscrizione all’albo degli avvocati con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell’albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. In media, il cognome di un avvocato appare nell’albo 50 volte di più che nella popolazione. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell’albo della sua provincia diventa avvocato prima. Infine vi sono commissioni che, quando il concorso è a numero aperto, hanno tutto l’interesse a limitare il numero di idonei per limitare la concorrenza: a detta dell’economista Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall’entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Paola Severino incoraggia gli studenti e racconta: “Anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato”. Raccontare una propria disavventura per infondere coraggio alle nuove generazioni. Questa è la tecnica adottata dal Ministro della Giustizia Paola Severino con i ragazzi della «Summer School» promossa dalla Fondazione Magna Charta di Gaetano Quagliariello e Maurizio Gasparri. “Cari ragazzi, non dovete scoraggiarvi perché anch’io la prima volta fui bocciata all’esame per diventare avvocato… Quella volta ero con il mio futuro marito: lui fu promosso e io non ce la feci… Ma eccoci ancora qua. Siamo sposati da tanti anni” ha raccontato di fronte ai futuri avvocati puntando tutto sulla love story e omettendo che, nonostante quella bocciatura, sarà titolare fino a novembre di uno degli studi legali più importanti d’Italia (con cifre che si aggirano intorno ai 7 milioni di euro). Una piccola consolazione non solo per i laureati in legge, ma anche per tutte le future matricole che sosterranno i test di ammissione. In fondo anche Albert Einstein venne bocciato. E a quanto pare anche la Severino. Bisognerebbe, però, chiedere al ministro: gli amorosi l’aiuto se lo son dato vicendevolmente ed i compiti sicuramente erano simili, quindi perché un diverso giudizio?

In quei mesi di tormenti a cavallo tra il 2000 e il 2001 la Mariastella Gelmini si trova dunque a scegliere, spiegherà essa stessa a Flavia Amabile de “La Stampa.it”: «La mia famiglia non poteva permettersi di mantenermi troppo a lungo agli studi, mio padre era un agricoltore. Dovevo iniziare a lavorare e quindi dovevo superare l'esame per ottenere l'abilitazione alla professione». Quindi? «La sensazione era che esistesse un tetto del 30% che comprendeva i figli di avvocati e altri pochi fortunati che riuscivano ogni anno a superare l'esame. Per gli altri, nulla. C'era una logica di casta». E così, «insieme con altri 30-40 amici molto demotivati da questa situazione, abbiamo deciso di andare a fare l'esame a Reggio Calabria». I risultati della sessione del 2000, del resto, erano incoraggianti. Nonostante lo scoppio dello scandalo, nel capoluogo calabrese c'era stato il primato italiano di ammessi agli orali: 93,4%. Il triplo che nella Brescia della Gelmini (31,7) o a Milano (28,1), il quadruplo che ad Ancona. Idonei finali: 87% degli iscritti iniziali. Contro il 28% di Brescia, il 23,1% di Milano, il 17% di Firenze. Totale: 806 idonei. Cinque volte e mezzo quelli di Brescia: 144. Quanti Marche, Umbria, Basilicata, Trentino, Abruzzo, Sardegna e Friuli Venezia Giulia messi insieme. Insomma, la tentazione era forte. Spiega il ministro dell'Istruzione: «Molti ragazzi andavano lì e abbiamo deciso di farlo anche noi». E l'esame? Com'è stato l'esame? Quasi 57% di ammessi agli orali. Il doppio che a Roma o a Milano. Quasi il triplo che a Brescia. Dietro soltanto la solita Catanzaro, Caltanissetta, Salerno.

Quello per giudici e pm resta uno dei concorsi più duri. Dopo la laurea occorrono oltre due anni di preparazione negli studi forensi. Oppure nelle scuole universitarie di specializzazione per le professioni legali. Sui 3.193 candidati che nel novembre 2008 hanno consegnato i tre scritti di diritto amministrativo, penale e civile, la commissione ha mandato agli orali soltanto 309 aspiranti magistrati. Per poi promuoverne 253. Nonostante i quasi due anni di prove e correzioni e i soldi spesi, il ministero non è nemmeno riuscito a selezionare i 500 magistrati previsti dal concorso. E tanto attesi negli uffici giudiziari di tutta Italia. Se questi sono i risultati dei corsi di formazione post-laurea, il fallimento degli obiettivi è totale. Eppure almeno cinque tra i 28 commissari sono stati scelti dal ministro Alfano proprio tra quanti hanno insegnato nelle scuole di specializzazione per le professioni legali. "I componenti della commissione rispondono che il livello degli elaborati non ammessi era basso", dice l'avvocato Anna Sammassimo, dell'Unione giuristi cattolici: "Ma alla lettura degli elaborati dichiarati idonei si resta perplessi e molto. Tanto più che i curricula dei candidati esclusi destano ammirazione. Dal verbale da me visionato, il 227, risulta che la correzione dei tre elaborati di ciascun candidato ha impegnato la sottocommissione per circa 30 minuti: per leggere tre temi di tre materie, discuterne e deciderne il voto o la non idoneità sembra obiettivamente un po' poco". Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa  di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati.

Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR  per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio.

Di scandali per i compiti non corretti, ma ritenuti idonei, se ne è parlato.

Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. L'esposto viene palleggiato da mesi tra lo stesso Consiglio di Stato e la presidenza del Consiglio dei ministri, ma i dubbi e "qualche perplessità" serpeggiano anche tra alcuni consiglieri. "Il bando sembra introdurre l'ulteriore requisito dell'anzianità quinquennale" ha messo a verbale uno di loro durante una sessione dell'organo di presidenza: "Giovagnoli era stato dirigente presso la Corte dei conti per circa 6 mesi (...) Il bando non sembra rispettato su questo punto". Per legge, a decidere se i concorsi siano stati o meno taroccati, saranno gli stessi membri del Consiglio. Vedremo.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero della Giustizia ha fatto lo gnorri e si è sanato tutto, alla faccia degli esclusi. Già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati “non idonei” e poi promossi agli orali. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. O ancora l’esame di ammissione all’albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un’agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

GLI ESCLUSI, RIAMMESSI. Candidati che sono stati esclusi dalla prova per irregolarità, come è successo al concorso per Dirigenti scolastici, o giudicati non idonei, che poi si presentano regolarmente agli orali. L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su “Il Giornale”. Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l’unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

TUTELA AMMINISTRATIVA: non è ammesso ricorso amministrativo gerarchico. Sessione d’esame d’avvocato 2002-2003. Presidente di Commissione, Avv. Luigi Rella, Principe del Foro di Lecce. Ispettore Ministeriale, Giorgino. Sono stato bocciato. Il Ministero, alla prova di scritto di diritto penale, alla traccia n. 1, erroneamente chiede ai candidati cosa succede al Sindaco, che prima nega e poi rilascia una concessione edilizia ad un suo amico, sotto mentite spoglie di un’ordinanza. In tale sede i Commissari penalisti impreparati suggerivano in modo sbagliato. Solo io rilevavo che la traccia era errata, in quanto riferita a sentenze della Cassazione riconducibili a violazioni di legge non più in vigore. Si palesava l’ignoranza dell’art.107, D.Lgs. 267/00, Testo Unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, in cui si dispongono le funzioni dei dirigenti, e l’ignoranza del D.P.R. 380/01, Testo Unico in materia edilizia. Da molti anni, con le varie Bassanini, sono entrate in vigore norme, in cui si prevede che è competente il Dirigente dell’Ufficio Tecnico del Comune a rilasciare o a negare le concessioni edilizie. Rilevavo che il Sindaco era incompetente. Rilevavo altresì che il Ministero dava per scontato il comportamento dei Pubblici Ufficiali omertosi, che lavorando con il Sindaco e conoscendo i fatti penalmente rilevanti, non li denunciavano alla Magistratura. Per non aver seguito i loro suggerimenti, i Commissari mi danno 15 (il minimo) al compito esatto, 30 (il massimo) agli altri 2 compiti. I candidati che hanno scritto i suggerimenti sbagliati, sono divenuti idonei.  Il presidente di Commissione d’esame di Lecce, ricevendo il ricorso amministrativo gerarchico contro l’esito della valutazione della sottocommissione, non ha risposto entro i trenta giorni (nemmeno per il diniego) impedendomi di presentare ricorso al Tar.

TUTELA GIUDIZIARIA. Un ricorso al TAR non si nega a nessuno: basta pagare la tangente delle spese di giudizio. Per veder accolto il ricorso basta avere il principe del Foro amministrativo del posto; per gli altri non c’è trippa per gatti. Cavallo di battaglia: mancanza della motivazione ed illogicità dei giudizi. Nel primo caso, dovendo accertare un’ecatombe dei giudizi, la Corte Costituzionale, con sentenza 175 del 2011, ha legittimato l’abuso delle commissioni: “buon andamento, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa rendono non esigibile una dettagliata esposizione, da parte delle commissioni esaminatrici, delle ragioni sottese ad un giudizio di non idoneità, sia per i tempi entro i quali le operazioni concorsuali o abilitative devono essere portate a compimento, sia per il numero dei partecipanti alle prove”. Così la Corte Costituzionale ha sancito, il 7 giugno 2011, la legittimità costituzionale del cd. “diritto vivente”, secondo cui sarebbe sufficiente motivare il giudizio negativo, negli esami di abilitazione, con il semplice voto numerico. La Corte Costituzionale per ragion di Stato (tempi ristretti ed elevato numero) afferma piena fiducia nelle commissioni di esame (nonostante la riforma e varie inchieste mediatiche e giudiziarie ne minano la credibilità), stabilendo una sorta d’infallibilità del loro operato e di insindacabilità dei giudizi resi, salvo che il sindacato non promani in sede giurisdizionale. I candidati, quindi, devono sperare nel Foro presso cui vi sia tutela della meritocrazia ed un certo orientamento giurisprudenziale a favore dei diritti inviolabili del candidato, che nella massa è ridimensionato ad un semplice numero, sia di elaborato, sia di giudizio. Giudizi rapidi e sommari, che spesso non valorizzano le capacità tecniche e umane che da un’attenta lettura dell’elaborato possono trasparire. Fatto assodato ed incontestabile il voto numerico, quale giudizio e motivazione sottesa. Esso deve, però, riferire ad elementi di fatto corrispondenti che supportino quel voto. Elementi di fatto che spesso mancano o sono insussistenti. All’improvvida sentenza della Corte Costituzionale viene in soccorso la Corte di Cassazione. Il sindacato giurisdizionale di legittimità del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici di esami o concorsi pubblici (valutazioni inserite in un procedimento amministrativo complesso nel quale viene ad iscriversi il momento valutativo tecnico della commissione esaminatrice quale organo straordinario della pubblica amministrazione), è legittimamente svolto quando il giudizio della commissione esaminatrice è affetto da illogicità manifesta o da travisamento del fatto in relazione ai presupposti stessi in base ai quali è stato dedotto il giudizio sull’elaborato sottoposto a valutazione. In sostanza il TAR può scendere sul terreno delle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici per l’accesso a una professione o in un concorso pubblico, quando il giudizio è viziato da evidente illogicità e da travisamento del fatto. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. Insomma, la Cassazione afferma che le commissioni deviano il senso della norma concorsuale.

Sì, il Tar può salvare tutti, meno che Antonio Giangrande. Da venti anni inascoltato Antonio Giangrande denuncia il malaffare di avvocati e magistrati ed il loro malsano accesso alla professione. Cosa ha ottenuto a denunciare i trucchi per superare l’esame? Prima di tutto l’ostracismo all’abilitazione. Poi, insabbiamento delle denunce contro i concorsi truccati ed attivazione di processi per diffamazione e calunnia, chiusi, però, con assoluzione piena. Intanto ti intimoriscono. Ed anche la giustizia amministrativa si adegua. A parlar delle loro malefatte i giudici amministrativi te la fanno pagare. Presenta l’oneroso ricorso al Tar di Lecce (ma poteva essere qualsiasi altro Tribunale Amministrativo Regionale) per contestare l’esito negativo dei suoi compiti all’esame di avvocato: COMMISSIONE NAZIONALE D'ESAME PRESIEDUTA DA CHI NON POTEVA RICOPRIRE L'INCARICO, COMMISSARI (COMMISSIONE COMPOSTA DA MAGISTRATI, AVVOCATI E PROFESSORI UNIVERSITARI) DENUNCIATI CHE GIUDICANO IL DENUNCIANTE E TEMI SCRITTI NON CORRETTI, MA DA 15 ANNI SONO DICHIARATI TALI. Ricorso, n. 1240/2011 presentato al Tar di Lecce il 25 luglio 2011 contro il voto numerico insufficiente (25,25,25) dato alle prove scritte di oltre 4 pagine cadaune della sessione del 2010 adducente innumerevoli nullità, contenente, altresì, domanda di fissazione dell’udienza di trattazione. Tale ricorso non ha prodotto alcun giudizio nei tempi stabiliti, salvo se non il diniego immediato ad una istanza cautelare di sospensione, tanto da farlo partecipare, nelle more ed in pendenza dell’esito definitivo del ricorso, a ben altre due sessioni successive, i cui risultati sono stati identici ai temi dei 15 anni precedenti (25,25,25): compiti puliti e senza motivazione, voti identici e procedura di correzione nulla in più punti. Per l’inerzia del Tar si è stati costretti a presentare istanza di prelievo il 09/07/2012. Inspiegabilmente nei mesi successivi all’udienza fissata e tenuta del 7 novembre 2012 non vi è stata alcuna notizia dell’esito dell’istanza, nonostante altri ricorsi analoghi presentati un anno dopo hanno avuto celere ed immediato esito positivo di accoglimento. Eccetto qualcuno che non poteva essere accolto, tra i quali i ricorsi dell'avv. Carlo Panzuti  e dell'avv. Angelo Vantaggiato in cui si contestava il giudizio negativo reso ad un elaborato striminzito di appena una pagina e mezza. Solo in data 7 febbraio 2013 si depositava sentenza per una decisione presa già in camera di consiglio della stessa udienza del 7 novembre 2012. Una sentenza già scritta, però, ben prima delle date indicate, in quanto in tale camera di consiglio (dopo aver tenuto anche regolare udienza pubblica con decine di istanze) i magistrati avrebbero letto e corretto (a loro dire) i 3 compiti allegati (più di 4 pagine per tema), valutato e studiato le molteplici questioni giuridiche presentate a supporto del ricorso. I magistrati amministrativi potranno dire che a loro insindacabile giudizio il ricorso di Antonio Giangrande va rigettato, ma devono spiegare a chi in loro pone fiducia, perché un ricorso presentato il 25 luglio 2011, deciso il 7 novembre 2012, viene notificato il 7 febbraio 2013? Un'attenzione non indifferente e particolare e con un risultato certo e prevedibile, se si tiene conto che proprio il presidente del Tar era da considerare incompatibile perchè è stato denunciato dal Giangrande e perché le sue azioni erano oggetto di inchiesta video e testuale da parte dello stesso ricorrente? Le gesta del presidente del Tar sono state riportate da Antonio Giangrande, con citazione della fonte, nella pagina d'inchiesta attinente la città di Lecce. Come per dire: chi la fa, l'aspetti?

In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l’incompetenza e l’imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri.

Certo che a qualcuno può venire in mente che comunque una certa tutela giuridica esiste. Sì, ma dove? Ma se già il concorso al TAR è truccato. Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. “Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa”, ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si è svolto un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar. Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di Presidenza – Cpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti. Si è già scritto della incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei. Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli). Ma anche il concorso al Consiglio di Stato non è immune da irregolarità. Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove. Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente! Ecco perché urge una riforma dei concorsi pubblici. Riforma dove le lobbies e le caste non ci devono mettere naso. E c’è anche il rimedio. Niente esame di abilitazione. Esame di Stato contestuale con la laurea specialistica. Attività professionale libera con giudizio del mercato e assunzione pubblica per nomina del responsabile politico o amministrativo che ne risponde per lui (nomina arbitraria così come di fatto è già oggi). E’ da vent’anni che Antonio Giangrande studia il fenomeno dei concorsi truccati. Anche la fortuna fa parte del trucco, in quanto non è tra i requisiti di idoneità. Qualcuno si scandalizzerà. Purtroppo non sono generalizzazioni, ma un dato di fatto. E da buon giurista, consapevole del fatto che le accuse vanno provate, pur in una imperante omertà e censura, l’ha fatto. In video ed in testo. Se non basta ha scritto un libro, tra i 50, da leggere gratuitamente su www.controtuttelemafie.it o su Google libri o in ebook su Amazon.it o cartaceo su Lulu.com. Invitando ad informarsi tutti coloro che, ignoranti o in mala fede, contestano una verità incontrovertibile, non rimane altro che attendere: prima o poi anche loro si ricrederanno e ringrazieranno iddio che esiste qualcuno con le palle che non ha paura di mettersi contro Magistrati ed avvocati. E sappiate, in tanti modi questi cercano di tacitare Antonio Giangrande, con l’assistenza dei media corrotti dalla politica e dall’economia e genuflessi al potere. Ha perso le speranze. I praticanti professionali sono una categoria incorreggibile: “so tutto mi”, e poi non sanno un cazzo, pensano che essere nel gota, ciò garantisca rispetto e benessere. Che provino a prendere in giro chi non li conosce. La quasi totalità è con le pezze al culo e genuflessi ai Magistrati. Come avvoltoi a buttarsi sulle carogne dei cittadini nei guai e pronti a vendersi al miglior offerente. Non è vero? Beh! Chi esercita veramente sa che nei Tribunali, per esempio, vince chi ha più forza dirompente, non chi è preparato ed ha ragione. Amicizie e corruttele sono la regola. Naturalmente per parlare di ciò, bisogna farlo con chi lavora veramente, non chi attraverso l’abito, cerca di fare il monaco.

Un esempio per tutti di come si legifera in Parlamento, anche se i media lo hanno sottaciuto. La riforma forense, approvata con Legge 31 dicembre 2012, n. 247, tra gli ultimi interventi legislativi consegnatici frettolosamente dal Parlamento prima di cessare di fare danni. I nonni avvocati in Parlamento (compresi i comunisti) hanno partorito, in previsione di un loro roseo futuro, una contro riforma fatta a posta contro i giovani. Ai fascisti che hanno dato vita al primo Ordinamento forense (R.D.L. 27 novembre 1933 n. 1578 - Ordinamento della professione di avvocato e di procuratore convertito con la legge 22 gennaio 1934 n.36) questa contro riforma reazionaria gli fa un baffo. Trattasi di una “riforma”, scritta come al solito negligentemente, che non viene in alcun modo incontro ed anzi penalizza in modo significativo i giovani.

In tema di persecuzione giudiziaria, vi si racconta una favola e per tale prendetela.

C‘era una volta in un paese ridente e conosciuto ai più come il borgo dei sognatori, un vecchietto che andava in bicicletta per la via centrale del paese. Il vecchietto non era quello che in televisione indicano come colui che buttava le bambine nei pozzi. In quel frangente di tempo una sua coetanea, avendo parcheggiato l’auto in un tratto di strada ben visibile, era in procinto di scendere, avendo aperto la portiera. Ella era sua abitudine, data la sua tarda età, non avere una sua auto, ma usare l’auto della nipote o quella simile del fratello. Auto identiche in colore e marca. Il vecchietto, assorto nei suoi pensieri, investe lo sportello aperto dell’auto e cade. Per sua fortuna, a causa della bassa velocità tenuta, la caduta è indolore. Assicurato alla signora che nulla era accaduto, il vecchietto inforca la bicicletta e va con le sue gambe. Dopo poco tempo arriva alla signora da parte del vecchietto una richiesta di risarcimento danni, su mandato dato allo studio legale di sua figlia. L’assicurazione considera che sia inverosimile la dinamica indicata ed il danno subito e ritiene di non pagare.

Dopo due anni arriva una citazione da parte di un’altro avvocato donna. Una richiesta per danni tanto da farsi ricchi. Ma non arriva alla vecchietta, ma a sua nipote. Essa indica esattamente l’auto, la zona del sinistro e la conducente, accusando la nipote di essere la responsabile esclusiva del sinistro.

E peccato, però, che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto la targa, pur posti a pochi metri del fatto; che nessun testimone in giudizio ha riconosciuto l’auto distinguendola da quella simile; che nessun testimone in giudizio ha disconosciuto la vecchietta come protagonista; che nessun testimone in giudizio ha ammesso che vi siano stati conseguenze per la caduta.

E peccato, però, che l’auto non era in curva, come da essa indicato.

Peccato, però, che la responsabile del sinistro non fosse quella chiamata in giudizio, ma la vecchietta di cui sopra.

Una prima volta sbaglia il giudice competente ed allora cambia l’importo, riproponendo la domanda.

Tutti i giudici di pace ed onorari (avvocati) fanno vincere la causa del sinistro fantasma alla collega.

La tapina chiamata in causa afferma la sua innocenza e presenta una denuncia contro l’avvocato. La poveretta, che poteva essere querelata per lesioni gravissime, si è cautelata. La sua denuncia è stata archiviata, mentre contestualmente, alla stessa ora, i testimoni venivano sentiti alla caserma dei carabinieri.

La poveretta non sapeva che l’avvocato denunciato era la donna del pubblico ministero, il cui ufficio era competente sulla denuncia contro proprio l’avvocato.

Gli amorosi cosa hanno pensato per tacitare chi ha osato ribellarsi? L’avvocato denuncia per calunnia la poveretta, ingiustamente accusata del sinistro, la procura la persegue e gli amici giudici la condannano.

L’appello sacrosanto non viene presentato dagli avvocati, perché artatamente ed in collusione con la contro parte sono fatti scadere i termini. L’avvocato amante del magistrato altresì chiede ed ottiene una barca di soldi di danni morali.

La poveretta ha due fratelli: uno cattivo, amico e succube di magistrati ed avvocati, che le segue le sue cause e le perde tutte: uno buono che è conosciuto come il difensore dei deboli contro i magistrati e gli avvocati. I magistrati le tentano tutte per condannarlo: processi su processi. Ma non ci riescono, perché è innocente e le accuse sono inventate. L’unica sua colpa è ribellarsi alle ingiustizie su di sé o su altri. Guarda caso il fratello buono aveva denunciato il magistrato amante dell’avvocato donna di cui si parla. Magistrato che ha archiviato la denuncia contro se stesso.

La procura ed i giudici accusano anche il fratello buono di aver presentato una denuncia contro l’avvocato e di aver fatto conoscere la malsana storia a tutta l’Italia. Per anni si cerca la denuncia: non si trova. Per anni si riconduce l’articolo a lui: non è suo.

Il paradosso è che si vuol condannare per un denuncia, che tra tante, è l’unica non sua.  

Il paradosso è che si vuol condannare per un articolo, che tra tanti (è uno scrittore), è l’unico non suo e su spazio web, che tra tanti, non è suo.  

Se non si può condannare, come infangare la sua credibilità? Dopo tanti e tanti anni si fa arrivare il conto con la prescrizione e far pagare ancora una volta la tangente per danni morali all’avvocato donna, amante di magistrati.

Questa è il finale triste di un favola, perché di favola si tratta, e la morale cercatevela voi.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano. Il dialogo tra polizia penitenziaria e l'ex numero uno della mafia, è avvenuto lo scorso 31