foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande    

SPECULAZIONI

PARAGRAFO 1: MERCATOPOLI

OSSIA, MERCATO A CONDUZIONE FAMILIARE

LA MAFIA NEL SENTIRE COMUNE

A dispetto di cosa ci inculca la cultura imperante, spesso di sinistra e sovente in modo interessato al fine di raccogliere consenso politico ed usufruire dell'assegnazione dei beni mafiosi confiscati, il parlare di mafia non può discernere da come sentono il fenomeno i cittadini che la subiscono. Ed a chi chiedere? A chi ha il giudizio inquinato da pregiudizi, ideologie o interessi economici, oppure a chi disinvoltamente può dire tutto quello che gli passa per la testa, in virtù del fatto che i suoi occhi innocenti vedono una realtà trasparente e non viziata da preconcetti?

E' giusto chiedere a chi nelle risposte non si nasconde dietro l'ipocrisia e non adotta "il politicamente corretto" (politically correct). I bambini sono la bocca della verità. La parola ai giovani. La camorra vista dai giovani: "Equitalia è peggio dei boss". Sondaggio shock a Napoli: per il 16% la malavita risolve problemi.

Equitalia è peggio della camorra. E' una delle risposte più inaspettate arrivata dai ragazzi delle scuole medie e superiori napoletani che hanno partecipato al questionario dell'Associazione Studenti napoletani contro la camorra, in collaborazione con l'associazione "Oblò".  “Ti senti più minacciato dalla Camorra o da Equitalia?” La risposta degli studenti delle scuole medie di Napoli e provincia è stata sconvolgente: il 57% ha risposto Equitalia. Forse sarà per l’ondata emotiva suscitata dai suicidi degli imprenditori strozzati dalle cartelle esattoriali. Certo è che Equitalia balza, primissima, in cima alla classifica dell’odio anche degli studenti napoletani, che pure avrebbero motivo di detestare un cancro maggiore e non estemporaneo: la criminalità organizzata. Interessanti i dati diffusi dal nuovo questionario anticamorra diffuso in 14 istituti medi inferiori di Napoli e provincia per un totale di oltre 2000 alunni. Alla domanda “ Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia?” il 57% degli intervistati, quindi ben più della metà, ha risposto “la seconda che hai detto”, cioè Equitalia. L’agenzia di riscossione è considerata come una vera e propria minaccia sociale che supera di gran lunga la mafia. La domanda faceva parte del nuovo questionario anticamorra diffuso in 14 scuole e somministrato a oltre 2000 ragazzi di un ‘età compresa tra 12 e 14 anni. Il 57% ha detto di sentirsi minacciato più dall'agenzia di riscossione crediti che dai boss.

Il responsabile della associazione “Oblò” Massimo Pelliccia commenta: “C’ è una percezione estremamente negativa dello Stato da parte delle nuove generazioni; le istituzioni vengono considerate in molti casi peggio della criminalità. Lo Stato viene subìto come qualcosa di ingiusto, secondo le risposte dei ragazzini interpellati, mentre la camorra è ineluttabile o addirittura più giusta.

Da brivido – conclude – la risposta di uno studente di prima media che ha definito Equitalia “quella cosa che fa suicidare i grandi”. La camorra per il 16% dei ragazzi dà potere e risolve i problemi e potrebbe addirittura risolvere la crisi economica. La criminalità dunque più che come un pericolo viene vista come un'occasione per soldi facili: il 54% dei ragazzi ha dichiarato che se incontrasse un camorrista si farebbe raccomandare. Tutti temi su cui le associazioni chiedono anche alle istituzioni di intervenire per modificare la visione distorta che i ragazzi hanno di loro e che rischia di essere un volano per l'antistato.

Cosa succede quando un uomo con la pistola incontra uno con una cartella esattoriale? Quello con la pistola ha la peggio o almeno è questo che emerge dai dati del nuovo questionario anticamorra, diffuso in 14 scuole medie di Napoli e provincia e a cui hanno risposto oltre 2000 ragazzi tra i 12 ed i 14 anni. Grande stupore nel vedere le risposte alla domanda «Ti senti più minacciato dalla camorra o da Equitalia? E perché?». Il 57% ha risposto Equitalia, forse la spiegazione sta nell’idea che anche i bambini si stanno facendo all’interno delle proprie famiglie dello Stato e delle sue ramificazioni come le agenzie di riscossione. Lo Stato viene subito come qualcosa di ingiusto, che ti priva di qualcosa di tuo all'improvviso. «Il 18% degli studenti - spiega Simone Scarpati, neo presidente dell'associazione studenti napoletani contro la camorra - ha dichiarato di essere stato aggredito o derubato. Poco meno della metà degli studenti ha cercato di reagire alla violenza e ha denunciato tutto alle forze dell’ordine. Forze dell'ordine che nell'80% dei casi denunciati purtroppo non sono riuscite a garantire giustizia alle piccole vittime. La Polizia non gode di gran credito presso i giovanissimi napoletani, al pari delle istituzioni. Questo spiega la bassa fiducia che i giovanissimi napoletani hanno nei confronti delle istituzioni e delle forze dell'ordine come emerge dalle risposte. Infine, un filo di speranza: il 44% degli studenti ha dichiarato che la camorra può essere sconfitta e prevale sul 41% di quanti ritengono che invece ‘O sistema sia immortale. Il 15% del campione ha dichiarato che la camorra è identificabile addirittura come fenomeno positivo. L’8% degli studenti associa la figura dell’uomo d’onore e dell’eroe a quella del malavitoso». Il 24% dei giovani coinvolti ha riferito che si rivolgerebbe a un malavitoso, qualora ne conoscesse uno, per ottenere un favore e il 55% non esiterebbe a farsi raccomandare. Il 10% degli studenti intervistati ha dichiarato di aver apprezzato la canzone «'O Capoclan» che inneggia allo stile di vita camorrista, esplicitamente a favore dell’organizzazione mafiosa. Dai dati pubblicati emerge una percezione estremamente negativa da parte degli adolescenti napoletani nei confronti dello Stato che viene considerato in molti casi in modo molto peggio della criminalità. La maggioranza degli studenti interpellati, infatti, se potesse dare un suggerimento alle Istituzioni per combattere la malavita, direbbe che è opportuno intervenire sull’istruzione, sul lavoro, sulla sicurezza, sulla lotta alla corruzione e sull’amministrazione della giustizia. Inoltre una percentuale molto elevata degli studenti crede che a spingere un ragazzo ad assumere comportamenti illegali sia il bisogno economico, la disoccupazione, la sete di potere il guadagno facile e l’ignoranza.

«Per la prima volta il sondaggio anticamorra, proposto ed ideato dall’Associazione Studenti Napoletani contro la Camorra, è stato proposto agli studenti frequentanti le scuole medie - spiega Francesco Emilio Borrelli, ex presidente dell’ associazione studenti napoletani contro la camorra - il motivo di tale scelta è dovuto alla nostra ferma volontà di comprendere come i nostri adolescenti percepiscono oggi, in piena crisi economica ed in una società mediatica, il fenomeno sociale denominato camorra. E le risposte sono davvero incredibili». Il 16% ha risposto che la camorra potrebbe garantire ricchezza e potere e potrebbe risolvere la crisi economica, dare lavoro e creare sviluppo. «Praticamente - racconta il responsabile di Oblò Massimo Pelliccia - tutti gli alunni delle scuole medie intervistati hanno dichiarato di conoscere la camorra. Conoscono più la camorra di ogni altro fenomeno sociale campano o nazionale. Non partecipano alle iniziative anticamorra, anche se conoscono i nomi di molte vittime, primo fra tutti quello del giornalista Giancarlo Siani.»

LA MAFIA DI STATO. PARLIAMO DELL’USURA E DELL'ESTORSIONE DI STATO.

Quando vi arriva una cartella esattoriale sospetta da Equitalia il primo passo da fare é quello di farla PERIZIARE. Se il tasso di usura, come spesso succede, viene accertato, il secondo passo é quello di andare dalla Guardia di Finanza a sporgere denuncia.

Potete valutare anche la denuncia per stalking, oltre che per l’usura, se le cartelle esattoriali e gli avvisi di pagamento continuano a giungervi. Una volta accertata l’usura avrete 3 anni di blocco dei pagamenti verso il Fisco ( Equitalia, Inps, Inail…) e 300 giorni di blocco sui pagamenti verso banche e privati (prestiti, mutui…).

Può capitare, però, che il PM non voglia riconoscere l’usura, appellandosi al fatto che lo Stato non presta soldi, ovvero la denuncia è considerata stravagante ed inusuale. Ciò non ha fondamento giuridico, ci sono già dei precedenti. Lo Stato quando concede rateizzazioni sulle imposte, presta effettivamente del denaro. Applica dei tassi d’interesse e se questi sono troppo alti, é semplicemente usura.

L’articolo 644 del codice penale punisce “chiunque chieda prestazioni di denaro con vantaggi usurai”. Anche lo Stato rientra nella categoria “chiunque”. Lo Stato non può essere escluso.

I tempi giudiziari possono essere biblici, un’eventuale processo può essere molto dispendioso, sia psicologicamente che economicamente. Equitalia lo sa e se ne approfitta. Non molla la presa sui cittadini spaventati dalle spese giudiziarie. Non é giusto che noi si debba pagare ciò che non si deve. Il tutto non a uno strozzino qualunque, ma allo Stato.

Sul portale di Beppe Grillo vi è stato pubblicato un post di Federico Saccani che rende bene l’idea  su come lo Stato persegue il piccolo strozzino, ma rende impunita l’usura bancaria e, cosa più grave, è esso stesso usuraio impunito.  Equitalia è la società per azioni, a totale capitale pubblico (51% in mano all'Agenzia delle entrate e 49% all'Inps), incaricata dell'esercizio dell'attività di riscossione nazionale dei tributi e contributi. Vediamo come la cosa è un costo ed un pericolo per il contribuente:- la creazione di questo ente porta in sé un aumento della pressione fiscale, infatti essendo a capitale pubblico ha un costo di gestione (più enti più costi). Se avrà un attivo di bilancio saranno i cittadini con le loro tasse ad averlo realizzato, se avrà un passivo saranno i cittadini con le loro tasse a doverlo risanare. La proprietà è di due "agenzie" pubbliche che, per quanto attiene alle loro riscossioni, sono in esemplare conflitto d'interessi. Esempio pratico dell'aumento della pressione fiscale e del conflitto d'interessi: negli anni passati l'INPS comunicava ad un commerciante che dimenticava il pagamento di una rata, un avviso bonario con la richiesta del saldo e l'aggiunta degli interessi, il tutto prima di provvedere ad azioni onerose per entrambi. Oggi, il contribuente che dimentica il pagamento di una rata si vedrà recapitata dall'Equitalia una cartella di pagamento con l'importo dovuto e l'aggiunta degli interessi (come avveniva prima), ma con l'aggravio dell'aggio di riscossione per l'esattore (circa il 5% dell'importo totale in più, il 9% in caso di ulteriore ritardo). In questo caso il creditore è anche esattore. Vediamo come un ente in conflitto d'interessi (INPS) così facendo aumenta la pressione fiscale su quel cittadino del 5% o più, fino al 100% e oltre.

"Usura di Stato". Cosa accade se il contribuente paga la cartella esattamente un anno dopo:

4% annuo all'ente impositore;

6,8358% annuo interessi di mora;

0,615% annuo all'agente della riscossione (cioè, il 9% sugli interessi di mora, come detto pari al 6,8358% annuo);

totale interessi pari all'11,4508% annuo. Dobbiamo aggiungere la sanzione amministrava del 30% e l'aggio nella misura del 9% per un totale del 50,4508%.

Probabilmente alcuni usurai sono meno onerosi... Se nel frangente Equitalia avrà iscritto un'ipoteca o un fermo amministrativo i costi di accensione e chiusura saranno a carico del debitore e si aggiungeranno al montante, facendo lievitare la spesa totale oltre il 100%. (I costi per le trascrizioni nei registri sono altre tasse da pagare allo Stato). Questo caso evidenzia come nella migliore delle ipotesi, quella della buona fede dell'ente, il cittadino sia comunque taglieggiato; non parliamo di evasori fiscali, ma di contribuenti che hanno dichiarato i propri redditi ed hanno semplicemente saltato un pagamento per errore o per necessità dovuta alla contingenza economica, malattia ecc. I signori del fisco infatti mettono nelle statistiche ed intendono evasori anche quelli che hanno dimenticato una rata o che l'hanno pagata in ritardo, al solo fine di giustificare azioni di recupero immorali e sproporzionate. Sappiamo che molte tasse ed imposte devono essere pagate in anticipo dai contribuenti, significa che lo Stato obbliga alcune categorie ad un prestito forzoso in suo favore. Se non riesco a pagare l'acconto iva (perché non ho denaro da prestare allo stato), al momento in cui avrò incassato la tassa verserò il 50% in più di quanto dovuto. Potrebbe succedere anche che ci sia un errore per dolo o per inerzia, che porti all'iscrizione a ruolo importi non dovuti. Visti i dati sul contenzioso possiamo dire con certezza che nei tre gradi di giudizio il cittadino ha ragione nella maggioranza dei casi. La politica da sempre ha dimostrato pessima capacità di gestione del bene pubblico spendendo molto e male il denaro dei contribuenti, ma anche il denaro che i contribuenti dovranno versare in futuro (debito pubblico). Sappiamo tutti che l'aumento dichiarato della fiscalità generale genera una riduzione dei consensi nei confronti di chi la applica, non appare quindi anomalo che alcune leggi in materia tributaria siano state apportate, dalla classe dirigente, non per ridurre l'evasione come falsamente dichiarato, ma con lo scopo di aumentare le imposte in maniera occulta, vizio peraltro in uso in l'Italia da diverso tempo, (l'iva incorporata nei prezzi, sostituto d'imposta, accise ecc.). La classe politica negli anni ha emanato norme e leggi che diminuiscono fortemente le facoltà di difesa del cittadino contro le richieste economiche sempre maggiori dello Stato nella sua interezza (Regioni, comuni, enti ecc.), costringendo i cittadini a pagare somme non dovute per evitare danni irreparabili al proprio patrimonio.

"Estorsione di Stato". Con la legge di riferimento per la riscossione (art. 17 comma 1 del d.lgs 112/1999) si autorizza l'ente esattore a richiedere maggiori somme comprese tra il 4,65% ed il 9% della somma dovuta. E' da evidenziare che anche l'aggio è considerato una parte integrante della tassa da pagare. L'iscrizione a ruolo consegnata agli agenti esattori Equitalia costituisce titolo esecutivo per procedere alla riscossione, questo è un "privilegio" ed una disparità di trattamento dai normali cittadini, che per vedere un proprio credito diventare esecutivo devono passare dal magistrato per la verifica (terzietà ed imparzialità nel giudizio). Il titolo esecutivo è sufficiente per procedere ad esecuzione forzata sui beni del debitore (ipoteca, fermo amministrativo, pignoramento ecc.), ma nel caso in cui sia Equitalia a procedere contro un contribuente, il credito è solo presunto. Con il D.L. n. 78/2010 convertito con la Legge n. 122/2010 il legislatore ha rafforzato ulteriormente le procedure di riscossione. In sostanza per gli accertamenti che saranno notificati dopo il 1 luglio 2011 non sarà necessaria nemmeno l'iscrizione a ruolo e l'emissione della cartella di pagamento, sarà sufficiente la comunicazione dell'ente impositore. "l'agente della riscossione...omissis... procede ad espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo".

Prevede inoltre, la preclusione alla autocompensazione in presenza di debito su ruoli. Ovvero chi ha dei crediti d'imposta non potrà più compensarli, perderà la possibilità di fruire di un credito in presenza di un debito, aggravando ulteriormente la propria condizione economica. Non viene considerato il fatto che spesso il credito vantato dallo Stato è diventato insostenibile da parte del debitore grazie al meccanismo "usuraio" evidenziato in precedenza. Come avviene nell'usura si rischia di perdere tutto in presenza di un modesto debito lasciato pendente. Ma l'usuraio in questo caso non può essere denunciato. Possiamo dire che è meno rischioso pagare un debito fiscale ricorrendo ad un "usuraio privato" che essere debitori dello "Stato". E' inasprita inoltre la condanna penale e la soglia per la quale si considera "la sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di chi aliena i propri beni con l'intento di sottrarli al fisco". Se il contribuente debitore di tributi (comprese spese, aggio ecc.) ha venduto una casa per pagare i fornitori e non ha più sostanze e beni per il fisco, può essere accusato, lo stesso se ha versato del denaro in un fondo pensione ecc. Chi andrà a comprare un bene del valore superiore ad Euro 3.000 euro + iva, si vedrà chiedere dal negoziante un documento ed il codice fiscale. Il commerciante infatti sarà obbligato a registrare il CF dell'acquirente e a comunicare i dati dell'acquisto all'Agenzia delle Entrate. Un aggravio ingiustificabile di costi per gli esercenti ed una inaccettabile invasione della privacy dei cittadini. Viene inoltre abbassata da 12.500 a 5.000 euro la soglia per l'utilizzo del denaro contante e dei titoli al portatore (assegni bancari e circolari, libretti bancari e postali), con inasprimento delle relative sanzioni. Soglia in palese contraddizione con la norma citata in precedenza; se sono comunque segnalato perché non posso pagare come preferisco?

E' introdotto un nuovo "redditometro" , quando spendi denaro in un determinato periodo è considerato finanziato con redditi "contemporanei", per cui è sufficiente un anno di scostamento per far scattare la verifica. Si dovrà andare in contenzioso se ad esempio: si spenderà molto denaro dopo aver ereditato, se si è venduto un immobile, persino se si guadagna molto in borsa perché i "capital gain" sono tassati alla fonte e non presenti in dichiarazione dei redditi. Il cittadino dovrà rispondere, non dei comportamenti illeciti, ma anche per quelli leciti che all'agenzia delle entrate non risultano. Attraverso il meccanismo innescato col il D.L. n. 78/2010 visto in precedenza, sarà possibile perdere tutto, solo per non aver fatto in tempo a presentare un ricorso, anche nel caso le richieste fiscali siamo completamente inventate. Viene prevista ed incentivata la partecipazione dei Comuni alle attività di accertamento tributario, mediante segnalazioni o tramite la trasmissione di informazioni che possano consentire di individuare fenomeni di evasione fiscale e contributiva, con il riconoscimento agli stessi di una quota pari al 33% delle maggiori somme accertate ed effettivamente riscosse. Dopo quello che abbiamo visto con la truffa degli autovelox ...possiamo aspettarci di tutto.

"Estorsione di Stato". Grazie ai dispositivi di legge in vigore, "l'ente" può iscrivere a ruolo qualsiasi tipo di credito: reale o inventato (ad esempio un credito già pagato o prescritto addirittura inesistente). Un ente che iscrive a ruolo dei crediti falsi li porterà nell'attivo di bilancio, rimandando alle gestioni successive le rettifiche ed i costi, in politica questo è certamente molto comodo.

Consente di spendere più soldi di quelli che sia hanno a disposizione non aumentando la fiscalità dichiarata. Molti cittadini pagano anche quando le richieste sono "pazze". Sono soggetti ad una "estorsione di Stato" in genere lo fanno perché calcolano finanziariamente ciò che più conviene: costo del ricorso, avvocato, tempo necessario a vincere (dai 2 ai 10 anni) rischio di ulteriori sanzioni accessorie ecc. Il ruolo essendo esecutivo è immediatamente esigibile, anche in presenza del ricorso giudiziario.

Non sempre i giudici concedono la sospensiva e quasi mai viene concessa in tempo per evitare l'esecuzione forzata sui beni del debitore (pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi). Quando viene concessa spesso Equitalia non ne tiene conto e procede. Un professionista ha una ditta con fido bancario ed autocarro, prima di vedere vinte le sue ragioni nei tribunali, vedrà il proprio mezzo fermato "con le ganasce fiscali" dovendo noleggiare (non comprare per evitare la stessa sorte) un mezzo uguale e si vedrà richiedere indietro il fido dalla banca dopo l'accensione di un' ipoteca da parte di Equitalia. (E' successo per Euro 3000 non dovuti, ma richiesti da vari enti ). La vittoria giudiziaria non arriverà prima dei 5 anni, le spese che saranno liquidate in sentenza non copriranno nemmeno il costo del legale. Il ricorso porta ad una spesa pari a oltre 5 volte l'importo non dovuto richiesto. Le spese che Equitalia sostiene per le liti: avvocato, sentenza di condanna, cancellazioni, sono a carico della fiscalità generale, quindi in quota allo stesso contribuente cornuto e mazziato. Non parliamo di paradossi, ma di migliaia di casi documentati. Vediamo ora, come nelle circolari interne dell'agenzia delle entrate, si tenda a quantificare la riscossione sul piano quantitativo al solo fine del raggiungimento dei budget economici imposti dalla politica, incentivando comportamenti atti al taglieggiamento del contribuente in favore delle maggiori entrate fiscali. Non recupero dell'evasione, ma mero tentativo di estorsione.

Circolare interna agenzia delle entrate intitolata "PIANIFICAZIONE E CONSUNTIVAZIONE" ...Omissis...Detti budget, assegnati a ciascun Direttore regionale, tengono conto delle risultanze di tale processo e delle compatibilità con l'Atto di indirizzo per il conseguimento degli obiettivi di politica fiscale per gli anni 2011-2013 del Ministro dell'Economia e delle Finanze..." "...Si evidenzia inoltre che per il conseguimento dell'obiettivo monetario complessivo sono determinanti altresì le attività poste in essere per il contrasto dell'evasione da riscossione coattiva (ruoli)."

Vediamo in un'altra circolare come l'agenzia si renda conto che la pretesa tributaria basata sul raggiungimento di budget, porti gli uffici a formulare pretese contributive destituite di fondamento. "Preliminarmente si evidenzia che la riduzione del contenzioso costituisce obiettivo prioritario dell'Agenzia. Tale obiettivo si persegue prima di tutto attraverso il miglioramento della qualità degli atti notificati".

La legge non è uguale per tutti... E' importante soffermare la nostra attenzione su due reati inseriti nel codice penale: Si configura il reato di usura (art. 644 c.p.) quando taluno si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. Il reato di usura è punito con la reclusione. Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito. L'aver inserito "imposte e tasse" nell'art. 644, consente allo Stato di non incorrere nel reato pur se i tassi applicati superano di gran lunga quelli stabiliti dalla legge. Il delitto di estorsione è stato inserito dal legislatore del 1930 nel libro II , titolo XIII, capo I del codice penale che disciplina i delitti contro il patrimonio commessi mediante violenza alle cose o alle persone. Pertanto, in relazione all'articolo 629 c.p. si punisce la condotta di "chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno". L'ente richiede una somma...se non paghi subito... ti ferma la macchina, ti ipoteca la casa, ti fa perdere le garanzie per un fido, ti toglie il denaro dal conto corrente... Il "potere" per mantenere grassi stipendi per sè e per i suoi dirigenti nell'indirizzo della spesa pubblica rastrella le ultime risorse di un paese in crisi, con i sistemi biechi di un malvivente. Modifiche legislative necessarie: correggere le leggi sui ruoli attraverso la preventiva autorizzazione del giudice, prima di procedere con le iscrizioni. Inserire la responsabilità civile dei dirigenti degli uffici che emanano provvedimenti falsi o nulli, che causano costi all'erario e danni ai cittadini. (come avviene per tutti i professionisti: avvocati, commercialisti). Quando il dolo è evidente scatta il reato di estorsione. Interessi e sanzioni non devono superare i tassi di usura, come per tutti i cittadini. In difetto scatta il reato di usura. 

ITALIA: RACKET DI STATO

Concussione, Corruzione, Usura Bancaria, Finanziamento illecito ai partiti, Nepotismo e clientelismo, Tassazione eccezionale……Il tutto per mantenere lor signori: il “potere” infedele ed inefficiente. Non paghi le tasse? Loro ti tolgono la vita!

Il bilancio lo danno le imprese che falliscono e gli imprenditori che si tolgono la vita (già 26 da gennaio a marzo dell’anno 2012 secondo la Cgia di Mestre).

Italia: una Repubblica fondata sulle tasse.

«Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Con i servizi» e «Chi vive a spese degli altri, danneggia tutti» (spot tv del fisco: tasse e servizi pubblici ed il parassita)». Questa è la campagna organizzata dalla Agenzia delle Entrate e dal Ministero dell’Economia contro l’evasione fiscale.

Il primo spot è “Stop a chi vive a spese d’altri”. Il primo spot dal titolo «Se», è un’animazione in motion graphic e spiega (a qualche cittadino distratto) l’utilizzo del denaro ricavato dalle tasse: a produrre servizi pubblici, dagli ospedali alle scuole, dalle strade ai parchi, ai trasporti. Ma tutto ciò può avvenire se a pagare le tasse sono tutti. La headline è: «Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano tutti. Con i servizi».

Il secondo spot è “Chi evade le tasse è un parassita sociale”. Il secondo spot, ancora più asciutto e didascalico del primo, mostra una serie di slide con immagini di parassiti in natura, mostrando alla fine un volto di un uomo: l’evasore fiscale come parassita della società, che succhia energie, soldi, risorse e accesso ai servizi pubblici a tutta la collettività, senza contribuire al suo sostentamento.

Alla luce degli ultimi eventi, accaduti in questi ultimi mesi, il dr. Antonio Giangrande, scrittore e presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie si chiede se sia proprio il caso di presentare anche questi spot da parte dell’Agenzia delle Entrate. Sembra una presa in giro. Se qualcuno non paga le imposte sui redditi, comunque dall’iva, dalle accise, dalle tasse specifiche, dai contributi previdenziali non si scappa. E comunque gli accertamenti, di cui più della metà all’esame dei ricorsi alle commissioni tributarie risultano infondati, non bastano? Gli italiani oltre al luogo comune di essere mafiosi, devono subire l’onta ed il sospetto di essere anche evasori fiscali? Gli “scienziati” al parlamento perché non prevedono l’assoluta deduzione delle spese dai redditi da parte dei cittadini. In questo modo la fattura è un interesse personale chiederla e si incentivano i consumi e quindi la produzione.

Già. Però c'è tanto da ridire. Da “Fai Notizia” di Radio Radicale una scottante verità. Più di 800 dei dirigenti dell’ente pubblico che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale, senza criteri di trasparenza. Inoltre la sanguisuga Statale, che con il suo vampirismo ha prosciugato il sangue degli italiani, nulla fa per giustificare l’eccezionale prelievo. Perché l’Italia oltre ad essere una repubblica fondata sulle tasse è anche fondata sui disservizi, oltre che sull’ingiustizia.

La domanda è: che fine fa l’oceano di soldi che gli italiani versano in quel pozzo che sembra essere senza fondo?

La giustizia allo sfascio, ma questo è risaputo. La sanità allo sfascio, ma questo è risaputo. Ecc., ecc., ecc.. Insomma non funziona niente, ma tutti sono sovvenzionati. Qualche esempio.

La Provincia di Taranto, Adiconsum e Federconsumatori hanno deciso di avviare una 'class action' contro Trenitalia per l'eliminazione di numerosi collegamenti a lunga percorrenza e notturni da e per Taranto.

Ancora in provincia di Taranto, a Manduria. L’associazione “Pro Specchiarica” promuove una “Class Action” contro il Comune di Manduria per l’abbandono della sua marina orientale. Un’azione civile di risarcimento per danno di immagine e svalutazione della proprietà, oltre che per danno esistenziale dovuto al degrado ed all’abbandono cinquantennale, in aggiunta alle privazioni subite per omesso investimento di opere primarie e secondarie in zona densamente edificata. Abbandono, degrado e disservizi nonostante milioni di euro incassati da Manduria in un territorio dove ci sono pochi manduriani. Milioni di euro incassati tra oneri concessori, ici, addizionale irpef, tarsu, quota enel, ecc. Il tutto con destinazione vincolata, ma impiegati altrove e per altri scopi.

Ed ancora. Uffici postali in tilt, code e rabbia in tutta Italia. Lunedì 16 aprile 2012 ancora una volta negli uffici postali di tutta Italia si sono create lunghe code, tra rabbia e sconforto dei cittadini arrivati per pagare bollette e fare operazioni sul conto. Il blocco informatico deriva da un problema di connessione al server centrale. "I computer sono in tilt, non riusciamo a fare operazioni", spiegano i dipendenti dietro allo sportello. Qualche sede locale ha messo cartelli per informare i clienti del problema, ma qualcuno prova comunque ad aspettare, e magari si fa pure il giro di più uffici. Da Roma hanno spiegato agli addetti che il blocco potrebbe essere risolto nel giro di poco tempo. E lì gli utenti speranzosi sin dal mattino ad aspettare, con i dipendenti che consigliavano ai clienti di tornare più tardi Alle 13.30 negli uffici postali italiani era ancora tutto bloccato. Connessioni ripristinate pian piano dalle 15. «Per l'ennesima volta tutti gli uffici postali d'Italia sono in tilt per il blocco del sistema operativo informatico.-  Lo afferma in una nota alla stampa Mario Petitto, Segretario Generale Cisl-Poste. -Oggi - continua Petitto- gli uffici postali sono pieni di pensionati Inpdap che non riescono a riscuotere la pensione e di cittadini che non riescono ad effettuare alcuna operazione finanziaria agli sportelli. Come sempre in queste occasioni la tensione negli uffici postali è alta ed a farne le spese sono gli incolpevoli lavoratori che non riescono a far fronte alle proteste dei cittadini -, osserva il sindacalista, che aggiunge - ormai le nostre denunce si sprecano ed il silenzio perdurante del management di Poste diventa sospetto. Ci appelliamo pubblicamente al ministro vigilante se non ritiene di fare luce sui perenni disservizi di una Azienda pubblica che eroga servizi pubblici, e ci chiediamo come mai la magistratura non sia ancora intervenuta a cercare di capire dove siano le eventuali responsabilità della continua interruzione di pubblico servizio. Chiediamo inoltre ai rappresentanti dei consumatori - conclude - di tutelare i diritti degli utenti postali così come noi ci sforziamo di tutelare i diritti dei lavoratori che in queste circostanze sono il parafulmine di responsabilità altrui.» Naturalmente il disservizio riguarda anche l’invio della posta e dei pacchi. Non è la prima volta e, è facile immaginarlo, non sarà l'ultima. Per l'ennesima volta, come denuncia la Cisl, tutti gli uffici postali d'Italia sono in tilt per il blocco del sistema operativo informatico, e per l'ennesima volta, quindi, questi disservizi finiscono per creare disagi che si allargano a macchia d'olio su tutto il territorio italiano. Il management di Poste italiane, come sempre in questi casi, rimane in silenzio, al contrario degli utenti, costretti a lunghe (e spesso inutili) code e ai pensionati che non riescono a ritirare la propria pensione o ai cittadini che devono inviare lettere e pacchi o fare operazioni finanziarie. Utenti che si ritrovano a protestare contro i lavoratori degli uffici postali. Utenti che hanno perso un’intera giornata per nulla. Rimane, di questa grottesca storia dal sapore troppo antico, il succo, che purtroppo è un succo serissimo, invece, e terribilmente amaro, la triste vicenda di un'azienda pubblica che troppo spesso non sa o non riesce ad erogare un servizio pubblico. Essa come tante altre. “Ed io pago….” è la celebre frase di Totò, spesso ripresa da Striscia la Notizia.

"L’Italia dove il potere è nelle mani di caste, lobbies, mafie e massonerie. L'Italia delle truffe e dell'evasione fiscale, ma anche delle tante tasse, tributi e contributi e se non basta, inoltre delle cartelle pazze. Ognuno pensa che le disgrazie colpiscano solo gli altri, senza tener conto che gli altri siamo anche noi. Solo allora ci accorgiamo quanto il sistema non funzioni. Ma le istituzioni colluse, i media omertosi e i cittadini codardi fanno sì che nulla cambi.

Lo Stato chieda ai cittadini il pagamento di un unico tributo, secondo il suo fabbisogno, sulla base della contabilità centralizzata desunta dai dati incrociati forniti telematicamente dai contribuenti, con deduzioni proporzionali e detrazioni totali. Agli evasori siano confiscati tutti i beni. Lo Stato assicuri a Regioni e Comuni il sostentamento e lo sviluppo.

Sia garantita a tutti ogni garanzia di accesso al credito per meritevoli finalità economiche o bisogni familiari necessari.".

di Antonio Giangrande

PARLIAMO DI CASTE.

L’OLIGARCHIA DEGLI ALTI BUROCRATI. Secondo Galli della Loggia: Una invisibile supercasta.

Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà.

Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.

È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l’oligarchia — come si è visto dalle biografie rese note dai giornali — si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità.

Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi. E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.

Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta. La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri.

LE CASTE. LA MAFIA DEGLI ORDINI PROFESSIONALI: "I VERI INTOCCABILI".

Facilissimo, ordinario, capestro. L’accesso agli ordini non brilla per omogeneità. In base ai dati forniti a fine 2009 dal ministero dell’Università, nel corso degli anni Duemila la probabilità di ottenere l’abilitazione a un ordine o a un collegio si è ridotta in media del 10 per cento: solo il 55 per cento dell’intero popolo dei candidati raggiunge il traguardo dell’albo. A fronte di un afflusso di aspiranti professionisti che cresce di anno in anno, calano le probabilità di farcela, nonostante l’incremento generale degli iscritti: tra il 1997 e il 2010 il loro numero complessivo da 1,5 a oltre 2 milioni. Ma l’accesso all’albo segue criteri differenti e all’interno delle varie categorie si trova di tutto. Per veterinari e farmacisti l’esame di Stato per immatricolarsi all’ordine è una pura formalità: a livello nazionale passa il 98 per cento dei candidati. Non è molto diverso per odontoiatri (96 per cento), biologi e medici (95 per cento). Per altre categorie, invece, le prove scritte e orali possono diventare una batosta. Tra i consulenti del lavoro le supera appena il 31 per cento, tra gli avvocati il 24 per cento, tra i notai addirittura un misero 7 per cento. Esclusi i casi in cui gli esami si svolgono a Roma a livello nazionale, come per giornalisti, biologi o notai, in generale le prove si tengono a livello locale, con accorpamento delle sedi nei luoghi in cui il numero di candidati è ridotto. Per categorie come consulenti del lavoro, psicologi, geologi, assistenti sociali, chimici e tecnologi alimentari gli esami sono gestiti dai consigli regionali in sinergia con le università. In tutti gli altri casi ci pensano invece gli ordini provinciali. Sono i consigli dislocati sul territorio che contribuiscono a preparare e organizzare le sessioni scritte e orali, e che indicano la composizione delle commissioni d’esame, in genere condivise con membri scelti dai ministeri competenti: Università, Lavoro, Giustizia. All’interno delle commissioni sono designati professionisti, accademici, magistrati, esperti della materia, che periodicamente sono chiamati a valutare la preparazione di futuri ingegneri, avvocati o architetti. Nei casi in cui è richiesto, i candidati devono certificare lo svolgimento di un periodo di tirocinio da uno a due anni in uno studio professionale o in una struttura autorizzata. Il più delle volte il tirocinio è remunerato al minimo o per nulla, con ricadute professionali e familiari notevoli per chi rimane troppo a lungo in attesa di ottenere l’accesso. Talvolta, come accade per notai e avvocati, l’aiuto per preparare gli esami è fornito da apposite organizzazioni che fanno capo agli ordini stessi e alle università. Gli avvocati, per esempio, possono scegliere tra 77 scuole, con qualità di insegnamento e tariffe molto differenti tra loro.

Non sono le uniche spese. Se a livello locale il candidato non deve sopportare costi di vitto e alloggio, non è così quando deve spostarsi a Roma per sostenere gli esami. Secondo l’Antitrust la scarsa uniformità della selezione fa sorgere il sospetto che alcuni ordini stabiliscano a tavolino un’implicita barriera all’entrata. L’accusa è che i consigli, oltre a esaminare i candidati sotto il profilo tecnico, agiscano sotto la spinta di logiche corporative. Ma riforme parlamentari ad hoc su singole categorie e moniti del garante sono serviti a poco. D’altronde, il potere di un consiglio locale si esprime anche nella capacità di aprire o chiudere il rubinetto ai nuovi colleghi. A ciò contribuiscono fattori strutturali: per gli aspiranti medici esiste già il numero chiuso al momento dell’iscrizione all’università. Oppure, come avviene per i notai, c’è un numero fisso di posti stabilito in base a parametri economici e territoriali. Altrimenti la prassi può essere influenzata da logiche localistiche: in una zona dove il numero di iscritti all’albo è ritenuto eccessivo e il lavoro non basta per tutti può scattare la stretta, che poi potrà essere premiata in termini di voto al rinnovo degli organi dell’ordine. Viceversa, in zone dove predominano le logiche clientelari e di scambio elettorale può essere più conveniente abbassare la guardia sull’accesso all’albo e imbarcare iscritti, che troveranno il modo di sdebitarsi al momento del voto. Le differenze di valutazione tra una città e l’altra balzano all’occhio.

Per esempio, a fine anni Duemila gli aspiranti architetti sono promossi per il 94 per cento a Napoli e l’86 per cento a Palermo, ma solo per il 34 per cento a Torino e il 25 per cento a Trieste. A Palermo supera l’esame appena il 14 per cento dei candidati dottori commercialisti, a Udine il 7 per cento, mentre a Torino passa il 90 per cento. Sono tuttavia gli avvocati a vantare il primato della minore omogeneità. A fine anni Duemila gli idonei risultano il 16 per cento a Salerno, il 21 per cento a Milano, il 22 per cento a Firenze e Trento, il 27 per cento a Torino. In altre sedi d’esame la situazione si ribalta: 50 per cento a Bologna, 53 per cento a Catanzaro, 65 per cento a Palermo e Lecce. Tale disomogeneità sussiste malgrado una riforma del 2003 varata dal leghista Roberto Castelli, ministro alla Giustizia, che ha ridotto la variabilità dell’esito delle prove forensi. Fino ad allora, infatti, gli scarti tra una sede e l’altra erano ancora più marcati. Con le nuove regole cambia la formula: nelle commissioni non sono più presenti membri dei consigli locali ma liberi avvocati del foro, e a chi svolge l’incarico di commissario è vietato di candidarsi alle elezioni dell’ordine immediatamente successive agli esami. Questo per annullare il pericolo di scambi di interessi e voti tra consiglieri e candidati. La riforma Castelli ha introdotto un’altra novità: gli elaborati di ogni sede sono corretti dai consigli di un’altra sede distrettuale abbinata con sorteggio. Vagonate di scritti sono spediti a ordini lontani centinaia di chilometri. Motivo? Contenere il fenomeno del cosiddetto turismo forense: aspiranti avvocati che si spostano da una città all’altra, con la compiacenza di colleghi che attestano tirocini di facciata, nella speranza di affrontare un esame più facile. Così, dal 2003, si spariglia: gli scritti di Milano sono corretti a Roma e viceversa. Siccome le prove orali restano di competenza della sede originaria, non è infrequente che si cerchi di compensare il tasso di ammessi e respinti: se dagli elaborati di Milano, corretti a Roma, risultano troppi promossi, agli orali Milano ne boccerà di più. I candidati che non ce la fanno possono tentare di diventare avvocati all’estero e poi farsi riconoscere in Italia: la via preferita è quella spagnola, ma i corsi formativi sono costosi e pochi la percorrono, anche perché c’è il rischio di restare marchiati dallo stigma del «furbo». Ancora nel 2009 è Catanzaro una delle città più generose nel garantire l’accesso all’albo. Un primato che in passato, quando ogni ordine locale correggeva da sé i propri esami con commissioni composte anche da esponenti del consiglio forense del luogo, è stato ancora più netto e ha dato origine a un clamoroso scandalo.

Lo scandalo di Catanzaro: oltre duemila compiti-fotocopia.

Su 2301 prove scritte per l’accesso all’albo degli avvocati consegnate a metà dicembre del 1997 alla commissione d’esame di Catanzaro, ben 2295 risultano identiche. Soltanto sei elaborati, cioè lo 0,13 per cento del totale, appare non copiato. Lo verifica la Guardia di finanza, dopo la soffiata di alcuni esclusi, su mandato della Procura della Repubblica di Catanzaro. Si apre un’indagine resa pubblica nell’estate 2000 da Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera», in cui si denunciano compiti identici, riga per riga, parola per parola. Le tre prove di diritto civile, diritto penale e atti giudiziari non mettono in risalto differenze. Sono uguali anche negli errori: tutti correggono l’avverbio «recisamente» in «precisamente». Una concorrente rivela che un commissario avrebbe letteralmente dettato lo svolgimento dei temi ai candidati. Racconta: «Entra un commissario e fa: “scrivete”. E comincia a dettare il tema, piano piano, per dar modo a tutti di non perdere il filo». Giuseppe Iannello, presidente dell’ordine forense di Catanzaro, smentisce tutto. Iannello non è uno qualunque ma un notabile dell’ente di categoria. È una vita che siede nel consiglio forense di Catanzaro, del quale per decenni rimane incontrastato presidente (lo sarà fino al 2012), spesso partecipando direttamente alle commissioni d’esame. Molto conosciuto in tribunale, consulente della Regione Calabria e storico socio del Lions club di Catanzaro, Iannello, che ha uno studio anche a Roma, leva la voce a difesa della procedura di accesso alla professione. Ma la candidata continua: «Che imbecilli quelli che hanno parlato, sono stati loro a incasinare tutto. Se non avessero piantato un casino sarebbe andato tutto liscio». L’indagine è affidata ai pm Luigi de Magistris e Federica Baccaglini, che ipotizzano il reato di falso specifico e inviano ben 2295 avvisi di garanzia. Il clima è pesante e il consiglio dell’ordine calabrese protesta contro la «ferocia demolitrice della stampa» e la volontà di «aggredire tutta la città di Catanzaro». Lo scandalo dei 2295 compiti-fotocopia alza il velo su una prassi che molti conoscono. La sede d’esame della città calabrese è nota per l’altissimo numero di partecipanti e promossi: oltre il 90 per cento. Una marea che sbilancia l’intero numero di accessi nazionali. Non è l’unica mecca delle toghe: le fa concorrenza anche Reggio Calabria che, tra l’altro, nel 2001 promuove il futuro ministro dell’Istruzione per il Pdl Mariastella Gelmini in trasferta da Brescia. Ma Catanzaro è da Guinness dei primati. I candidati arrivano da tutta Italia, e I veri intoccabili soprattutto dalle sedi del Nord dove gli esami sono molto selettivi. Gli aspiranti avvocati milanesi o torinesi risultano residenti a Catanzaro per i sei mesi necessari per il tirocinio, svolto in studi legali del luogo, i quali certificano il praticantato dei futuri colleghi. Frotte di giovani si fanno consigliare dove e come chiedere ospitalità. In città esistono numerose pensioni e alloggi, oltre a cinque alberghi, che periodicamente accolgono con pacchetti scontati i pellegrini forensi. Tutti sanno come funziona e nessuno se ne lamenta. L’omertà è totale. I magistrati interrogano gruppi di candidati dell’esame del dicembre 1997, che rispondono all’unisono: «Mi portai sovente in bagno per bisogni fisiologici […]. Non so spiegare la coincidenza tra gli elaborati da me compilati e quelli esibiti. Mi preme tuttavia evidenziare che qualcuno potrebbe avermi copiato durante la mia assenza». Mentre il procedimento giudiziario avanza a fatica per la difficoltà di gestire un numero così grande di indagati, tutti gli aspiranti avvocati dell’esame del 1997 rifanno le prove nel 1998 nel medesimo posto e sono promossi. Dopo otto anni di indagini e rinvii, nell’estate 2005 il pm Federico Sergi, nuovo titolare dell’indagine, chiede e ottiene per ciascuno il «non luogo a procedere per avvenuta prescrizione». Tutto finito.

La metà dei componenti del Parlamento italiano è iscritta a un ordine professionale. Un gruppo trasversale: il partito dei professionisti. Stiamo parlando di più di due milioni di persone in Italia, divise in 28 categorie: avvocati, medici, notai, ingegneri, giornalisti, farmacisti... Hanno enti previdenziali propri, un patrimonio di circa 50 miliardi di euro investiti in beni immobili e titoli finanziari. Quello degli ordini professionali è un mondo chiuso e ancora tutto da raccontare. Una macchina del privilegio, con meccanismi e regole scritte e non scritte. Questo libro lo racconta, attraversando inchieste e scandali, modalità di accesso non sempre trasparenti e sanzioni disciplinari che arrivano con incredibile ritardo. Nati con l’alibi di difendere il cittadino-consumatore, gli ordini professionali proteggono solo se stessi, tramandandosi il potere in maniera quasi ereditaria (il 44 per cento degli architetti è figlio di architetti, il 41 per cento dei farmacisti è erede di farmacisti, il 37 per cento dei medici è figlio di un medico). Ogni tentativo di riforma è bloccato (così Fabrizio Cicchitto, Pdl, definisce la tentata riforma Bersani del 2006: “Un esempio estremista di vendetta sociale”). All’interno delle stesse professioni c’è chi prova a opporsi (l’Anarchit – Associazione nazionale architetti italiani, Altrapsicologia, il Movimento nazionale liberi farmacisti...): invocano l’eliminazione degli albi e un radicale cambiamento che metta in prima fila libertà e merito, abbattendo ogni privilegio. La loro battaglia è la battaglia di tutti i cittadini italiani. Nell’ingorgo di pubblicazioni su caste e “libri neri” (comunismo, prima repubblica, psicoanalisi, vaticano, serial killer, capitalismo, e chi più ne ha più ne metta) questa di Franco Stefanoni sulle lobby degli ordini professionali (“I veri intoccabili”, Chiarelettere, 2011) è l’inchiesta che mancava alla bibliografia sui mali del Paese, quella che - forse - disgusta di più. Un’analisi del tutto inedita (dunque inattesa), che sa di scandali, coperture, arroganza, massoneria, connivenze, tutele trasversali. La metà degli onorevoli del parlamento italiano è iscritto a un ordine professionale: un partito nei partiti, quello dei così detti professionisti. Due milioni di persone in tutta Italia, divisi in 28 categorie (medici, avvocati, giornalisti, ingegneri, farmacisti), che costituiscono l’ordine dei privilegiati, all’interno del quale vigono regole non scritte ma ben consolidate, prima fra tutte quella del nepotismo. Giusto per fare qualche numero, tra i tanti, sciorinati ne “I veri intoccabili”: il 37% dei medici è figlio di medico, il 44% dei farmacisti di farmacista, se si guarda agli architetti la percentuale sale al 47%. Costituiti con l’obiettivo della tutela del cittadino, gli ordini professionali in realtà proteggono solo se stessi, perpetuando il loro potere, col beneplacito della politica. Una vera e propria industria del privilegio: investimenti in beni immobili e titoli finanziari, modalità di accesso quasi mai trasparenti, e per gli appartenenti (in odor di reato) alla categoria, sanzioni che arrivano con un ritardo sospetto. Ogni tentativo di sparigliare le carte (compreso quello referendario promosso dai radicali) è, ad oggi, naufragato miseramente. L’ala tutelare di Senato e Parlamento funziona, ha radici ben solide e oblique alle correnti politiche. Le dichiarazioni che seguono fanno parte del robusto apparato documentaristico del libro: “Attenzione, rischiamo di perdere voti…inimicarsi le professioni può costare caro” (Massimo Brutti, esponente dei Ds, nel 1999); “Gli ordini non sono corporazioni, ma una risorsa per il paese. I professionisti sono capitani coraggiosi, colonne portanti e non permetteremo colpi di mano contro di loro” (Silvio Berlusconi, il 12 dicembre 2001); “Siamo pronti a scendere in piazza in decine di migliaia, per difenderci da un vero attacco antidemocratico” (Maurizio de Tilla, ex presidente della Cassa Nazionale di Assistenza e Previdenza Forense, nel luglio 2006, in occasione della riforma Bersani sugli ordini professionali). Evidente, no? Il cittadino rosica e le caste, come sempre, se ne infischiano. E’ dura soffermarsi sulle pagine di questo volume (c’è davvero di che indignarsi e sentirsi impotenti), eppure è necessario. Sono pagine di sdegno civile, che fanno riflettere: limpide, certificate, da mandare a memoria (più che da leggere). Una lettura di denuncia non sterile, e dunque “formativa”, con potenzialità disalienanti. Da consigliare, in special modo, alle nuove generazioni, perché provino - almeno loro, col tempo e nel tempo - a sovvertire il cattivo stato delle cose italiane. 

STORIA RECENTE DEGLI ORDINI:

- estate 2011, sia nella prima manovra di luglio sia nella seconda di agosto, Tremonti ha cercato più volte di liberalizzare le professioni: prima con bozze drastiche (di fatto l'eliminazione di gran parte degli ordini) poi con testi più soft. Non sono passati, anzi, alla fine, grazie al pressing delle lobby degli albi, il testo finale contiene una parziale riforma che introduce pochi elementi di novità, molte cose già esistenti, e comunque che necessitano di future e improbabili altre leggi. Insomma, l'attacco di Tremonti è fallito mentre gli ordini si sono detti soddisfatti.

- perché Tremonti in estate avesse preso di mira gli ordini si è capito dopo, con la venuta alla luce della lettera della Bce al governo (datata 5 agosto, firmata da Draghi e Trichet): in uno dei punti d'intervento sulle riforme da fare con urgenza si segnalava la necessità di liberalizzare le professioni regolamentate.

- il 26 ottobre, nella lettera d'intenti di Berlusconi consegnata a Bruxelles al Consiglio europeo, uno dei sei punti è stato un nuovo intervento sulle liberalizzazione di professioni e gli ordini.

- a inizio novembre, nella proposta di maxiemendamento anticrisi alla legge di stabilità, si è tornati di nuovo sulla liberalizzazione delle professioni (via barriere, via tariffe e sì alle società di capitali per i professionisti, da realizzare entro un anno).

- alcune considerazioni sul futuro, anche se è difficile dire: l'obiettivo è aumentare la concorrenza (più soggetti possono fare più cose sui vari servizi professionali) e dunque movimentare lavoro e crescita economica. Secondo Catricalà, Presidente dell'Antitrust (istituto che da decenni chiede la liberalizzazione degli ordini), liberalizzare le professioni potrebbe portare a un aumento dell'1,5% del pil, ovvero 18 miliardi di euro nei prossimi anni (l'ha detto il 13 ottobre)

- attenzione: Mario Monti, Presidente del Consiglio, è stato negli anni novanta (quando era Commissario alla Commissione europea) il più convinto sostenitore della liberalizzazione degli ordini e l'argomento entrerebbe ancor più nel mirino; ieri nel discorso programmatico in senato ha parlato letteralmente di "revisione della disciplina degli ordini professionali".

AUTORE: Franco Stefanoni è giornalista de “il Mondo”. Da anni si occupa di liberi professionisti e ordini professionali, raccontandone fatti e misfatti. È autore di FINANZA IN CRAC (Editori Riuniti, 2004), IL CODICE DEL POTERE (2007), IL FINANZIERE DI DIO. IL CASO ROVERARO (2008), MAFIA A MILANO (con Mario Portanova, Giampiero Rossi, nuova edizione 2011) tutti pubblicati da Melampo.

In Italia c’è un partito invisibile che accomuna milioni di persone, al di là delle appartenenze politiche. È quello dei professionisti, tutelati da una sfilza di ordini. Sono loro i veri intoccabili. Nessuno è mai riuscito a scalfire i privilegi di cui godono, neppure nei periodi di recessione, quando intere categorie di cittadini sono chiamate a sopportare nuovi sacrifici. Il caso più recente esplode nell’estate del 2011, nel pieno della crisi economica. Nell’ambito della manovra finanziaria, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti tenta più volte di introdurre una norma sulla liberalizzazione degli ordini professionali. Subito gli avvocati-onorevoli alzano le barricate, minacciando di non votare la fiducia in Parlamento. Dissentono anche gli stessi membri del Pdl, il partito di governo. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa e gli avvocati Maurizio Paniz e Niccolò Ghedini prendono le difese degli ordini. Il provvedimento sparisce e un altro, molto più morbido, lo sostituisce. È l’ennesimo tentativo andato a vuoto, che si aggiunge alle riforme avviate dai vari governi negli ultimi trent’anni, tutte clamorosamente fallite per l’opposizione delle lobby professionali, ben rappresentate in Parlamento: nel 2011 circa il 45 per cento di deputati e senatori ha in tasca la tessera di un albo.

Gli ordini o collegi di categoria si presentano come paladini del consumatore: sono enti pubblici il cui scopo dichiarato è proteggere i cittadini dalle cosiddette asimmetrie informative, mettendoli in contatto con professionisti certificati che non abuseranno delle proprie competenze. Nella realtà si tratta di élite che proteggono soprattutto i propri iscritti. Chi li tocca muore. Nessuno può interferire nei loro interessi, nessuno può scalfire il loro potere. Avvocati, medici, ingegneri, commercialisti, notai, giornalisti, farmacisti, ma anche ostetriche, psicologi, spedizionieri doganali, periti agrari, chimici. In tutto 28 categorie, per un totale di oltre 2,1 milioni di professionisti. Anche se gli ordini sono ufficialmente enti senza scopo di lucro, il potere economico che movimentano è enorme.

Il volume d’affari generato dai professionisti iscritti agli albi è stimato in circa 196 miliardi, pari al 15 per cento del Pil (compresa la componente sommersa). Il valore aggiunto, cioè detratti i costi sostenuti per le attività, si aggira intorno a 80 miliardi, ovvero il 6 per cento del Pil. Ogni anno, attraverso le quote di iscrizione, gli ordini raccolgono una cifra che si aggira sui 500-600 milioni di euro. È il denaro che serve a coprire le spese di funzionamento, illustrate in bilanci non sempre trasparenti e approvati senza adeguati controlli. Ma il vero forziere è custodito nelle casse previdenziali. Chi esercita la professione è obbligato a versare contributi con l’auspicio un giorno di ottenere una pensione. Il flusso finanziario rimpingua un patrimonio che nel 2011 ammonta a circa 50 miliardi. I presidenti degli enti pensionistici, espressione degli ordini di riferimento, sono plenipotenziari nelle cui mani passano autentiche fortune investite in valori mobiliari e immobiliari, con scelte che nel tempo hanno sollevato polemiche, arresti, processi e scandali. Con la crisi finanziaria del 2008 vengono a galla operazioni rischiose e poco lungimiranti che mettono a rischio la possibilità per i giovani di avere in futuro una pensione.

Da anni in Italia si parla di snellire o abolire gli ordini, da molti ritenuti inutili, inefficienti, autoreferenziali, miopi, fautori di privilegi antistorici, conniventi con chi viola le regole, poco cristallini nella gestione degli affari, incapaci di annullare o limitare le sbandierate asimmetrie informative, conservatori, costosi, protettori di monopoli, interpreti di impropri ruoli sindacali, duri con i deboli e deboli con i duri. Ma la legge è dalla loro parte. L’impalcatura ordinistica, anche se risalente a epoche lontane, appare indistruttibile. Questo libro ne racconta per la prima volta vizi e virtù, strategie, interessi politici e finanziari, abusi, malcostumi, lotte intestine e politiche, attraverso un viaggio nella miriade di enti che rappresentano le varie categorie professionali. Un viaggio da cui emerge una rete di piccoli sistemi di potere caratterizzati da scarsa trasparenza verso gli iscritti ed elevata litigiosità, spesso accusati di ostacolare l’ingresso delle nuove leve nel mondo del lavoro.

Le piccole e grandi storie raccolte in questo libro compongono un mosaico da cui emerge la peculiarità della situazione italiana, erede delle corporazioni medievali, di leggi del ventennio fascista e di una cultura di lacci e lacciuoli. Un’ingessatura che ha pochi pari a livello internazionale e che tante volte è stata contestata dall’Unione europea e dall’Antitrust. E tuttavia resiste e sembra godere di piena salute, a dispetto di mille proclami antiordini. Chi ha osato sfidarli, finora, è rimasto scottato...

Viviamo nel Paese degli ordini professionali e delle caste.

Quando si parla di “poteri forti” in Italia non si può non parlare degli ordini professionali, retaggio delle antiche corporazioni medievali (che tuttavia erano cosa diversa e non si configuravano come strutture rigide e chiuse). Cliccando su Wikipedia si trova un elenco di ben 27 albi professionali presenti in Italia, divisi tra 19 ordini propriamente detti (i primi creati in età fascista) per il cui accesso occorre una laurea, tranne nel caso dell’ordine dei giornalisti, e 8 collegi professionali, per il cui accesso occorre un semplice diploma superiore. Gli ordini professionali oggi rappresentano un duro ostacolo verso la creazione di un regime economico compiutamente liberale, basato sulla libera concorrenza. Per far parte di un ordine e poter esercitare la professione bisogna seguire un iter burocratico pieno di ostacoli. Innanzitutto un giovane laureato che volesse diventare ingegnere, avvocato o una qualsiasi professione il cui esercizio è sottoposto all’iscrizione in un albo deve praticare due o tre anni di tirocinio presso un professionista già abilitato senza la garanzia di un compenso minimo, visto il vuoto legislativo in materia di contratto per i tirocinanti; in seguito deve sostenere un esame di Stato per l’ammissione all’albo. Tali esami sono stati oggetto di critiche e accusati di essere subordinati agli interessi degli ordini e non della collettività, penalizzando il merito dei candidati. Inoltre gli ordini rappresentano un limite alla libera concorrenza per via di alcune regole dei vari codici deontologici professionali come l’obbligo di applicazione di tariffe minime, pena la radiazione dall’albo, oppure il divieto di pubblicità, regole difese dagli ordini come antidoto alla concorrenza sleale ma che di fatto aprono la strada alla creazione di cartelli, che danneggiano gli interessi dei cittadini e degli utenti. Nel tempo queste strutture hanno acquisito una fortissima capacità di pressione sulla politica e sui governi che ha soffocato sul nascere qualsiasi tentativo di “liberalizzazione” del sistema degli ordini. Un primo, importante provvedimento legislativo fu il famoso “decreto Bersani” emanato nel Luglio 2006 e convertito definitivamente in legge nel mese successivo; tra le varie misure contenute nel testo vi sono l’abolizione delle tariffe minime di ingegneri, architetti e avvocati, la possibilità di vendere farmaci da banco anche nei supermercati (seppur con un laureato in farmacia), l’aumento delle licenze dei tassisti e l’abolizione del divieto di pubblicità. Tale decreto però suscitò la protesta selvaggia delle categorie interessate, specie dei tassisti, e gran parte delle misure è rimasta di fatto inapplicata. Il 30 giugno 2011, nel corso di un consiglio dei ministri, il ministro Giulio Tremonti propose nella manovra correttiva, in particolare nell’articolo 3, di vietare la fissazione obbligatoria delle tariffe minime, di rendere meno rigido il divieto di pubblicità e di eliminare il numero chiuso previsto dai vari ordini per liberalizzare il mercato; inoltre proponeva di abolire l’esame di Stato per l’ammissione all’albo dei commercialisti e degli avvocati. Ma proprio su quest’articolo 22 parlamentari del Pdl, in gran parte avvocati, sostenuti anche dal ministro La Russa, si sono opposti fermamente minacciando di far mancare il loro voto alla manovra e costringendo il governo a rallentare i tempi e trattare.

Ma,nonostante si parli spesso del bisogno di liberalizzazioni, non sono mancate proposte e disegni di legge volti a creare altri ordini e albi ,come ad esempio quello dei coreografi o dei traduttori, e fino a pochi anni fa non erano pochi i politici a proporre l’istituzione di un albo degli imam.

L’ultima proposta in tal senso riguarda un Ddl bipartisan presentato in Senato il 13 settembre 2011 firmato da parlamentari della Lega, Idv e Pdl per istituire 5 nuovi ordini e 20 albi professionali dell’ambito sanitario.

In questo quadro sociale, è difficile trovare una soluzione: c’è chi propone una soluzione drastica, come l’abolizione di tutti gli ordini o solo di alcuni (ad esempio quello dei giornalisti), altri di mantenere gli ordini con le sole funzioni di carattere associazionistico, altri, come il liberale Carlo Lottieri, propongono invece di creare una pluralità all’interno del sistema degli ordini attraverso la creazione di più ordini di una stessa professione, cercando di “liberalizzare” il sistema degli ordini. Di sicuro una riforma seria e drastica degli ordini servirebbe, anche perché non costerebbe nulla e andrebbe a vantaggio dei cittadini e delle nuove generazioni. Ma sarà possibile questo in un paese di caste? 

Architetti, avvocati, consulenti del lavoro, farmacisti, geologi, geometri, giornalisti, ingegneri, medici e odontoiatri, notai, periti industriali, psicologi, dottori commercialisti ed esperti contabili. Ordini professionali che, secondo l’Antitrust (garante per la concorrenza ed il mercato), agiscono come delle “caste”. Con privilegi ingiustificati e un’elevata resistenza al cambiamento.

L’organismo che vigila sulla concorrenza ha terminato un’indagine in corso sugli Ordini professionali. E per il garante il risultato è preoccupante: “Dall’indagine conoscitiva su 13 Ordini professionali emerge una scarsa propensione delle categorie ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti”. Anzi, ‘’la liberalizzazione della pattuizione del compenso del professionista, la possibilità di fare pubblicità informativa e di costituire società multidisciplinari - si legge nelle conclusioni - non sono state colte come importanti opportunità di crescita ma come un ostacolo allo svolgimento della professione'’. Gli ordini, secondo l’Antitrust, non possono più tardare nell’adeguarsi alle normative europee. Così il garante invita ad agire con gli strumenti legislativi contro l’immobilismo degli ordini. E propone alcune modifiche “necessarie”, come “prevedere percorsi più agevoli di accesso alle professioni” attraverso corsi universitari e “tirocinii proporzionati alle effettive esigenze di apprendimento”, non stage infiniti. Sarebbe poi giusto, secondo l’organismo, che la nozione di “decoro professionale” sia “elemento che incentivi la concorrenza tra professionisti e rafforzi i doveri di correttezza professionale nei confronti della clientela e non per guidare i comportamenti economici dei professionisti”.

Secondo l’associazione dei consumatori Aduc, le parole dell’Antitrust “rendono giustizia di una situazione sotto gli occhi di tutti: i tentativi di riforma degli ordini sono inutili. Quand’anche qualcosa dovesse apparire, si tratterebbe comunque di fumo negli occhi. Solo la loro abolizione potrebbe democratizzare offerte e domande”.

In Italia, per poter manifestare il proprio pensiero, o svolgere un’attività professionale, devi essere inquadrato e controllato in qualche albo castale. Per questo motivo il direttore antimafia di «Telejato» è stato rinviato a giudizio per abusivo esercizio della professione. Per i suoi tg contro Cosa Nostra era stato minacciato. Il direttore dell'emittente televisiva «Telejato» di Partinico (Palermo), Pino Maniaci, è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. Secondo l'accusa, Maniaci, «con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso», avrebbe esercitato abusivamente l'attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato, conducendo ogni giorno il tg di Telejato, la tv più volte minacciata, querelata e contestata da boss e notabili della zona di Partinico.

Difatti Maniaci può «vantare» oltre 200 querele e non ha mai voluto prendere il tesserino di giornalista pubblicista. «Tutto nasce da una denuncia anonima fatta in realtà da un collega invidioso della mia popolarità. Non è la prima volta che mi trovo sotto processo per esercizio abusivo della professione. Sono stato assolto dalla stessa accusa. Chiarirò tutto anche questa volta». Così Pino Maniaci ha commentato la notizia del suo rinvio a giudizio per esercizio abusivo della professione. «Produrrò la sentenza che mi ha già scagionato», ha aggiunto Maniaci, che ha precisato che il direttore della tv locale è Riccardo Orioles. «In occasione dell'ultima intimidazione - ha proseguito - il presidente nazionale dell'Unci mi ha dato la tessera onoraria dell'associazione. Questo vorrà pur dire qualcosa».

O via le caste o si muore dice Luigi Zingales su “L’Espresso”.

Tutti ce l'hanno con i partiti, che in effetti hanno molte colpe. Ma il Paese è pieno di gruppi chiusi, che mirano solo a perpetuare i propri privilegi e le proprie rendite di posizione. Danneggiando tutti gli altri, specie i giovani. Negli Stati Uniti la protesta ha scelto come obiettivo Wall Street, simbolo della finanza, il luogo dove lavora l'1 per cento più ricco della popolazione. Coloro che - secondo i manifestanti -avrebbero derubato il rimanente 99 per cento di un futuro migliore. L'Italia è messa molto peggio degli Stati Uniti. Quale dovrebbe essere l'obiettivo della protesta? Dove si annida l'1 per cento di privilegiati che impedisce il successo al rimanente 99 per cento? La risposta più naturale sarebbe Montecitorio, simbolo del potere politico. Non sono forse i politici che ci hanno ridotto in questa situazione? Ma è una risposta che oscura la vera fonte del problema. I politici li eleggiamo noi.

Riflettono gli interessi (le lobby) del nostro Paese. Negli Stati Uniti la lobby più potente è sicuramente quella finanziaria, da cui il luogo della protesta. Seguendo la stessa logica in Italia il luogo adeguato per la protesta dovrebbe essere la piazza centrale di ogni paese. Lì si annida la lobby più potente d'Italia: i notabili locali. A differenza dei ragazzini maleducati di Wall Street, si tratta di signori di buone maniere. Ma dietro la loro aria bonaria, non sono meno pericolosi. Molti di loro criticano i sindacati per la difesa corporativa del posto di lavoro, ma la loro difesa dei privilegi è più strenua di quella dei camalli del porto di Genova. Non lo fanno in piazza, ma nei corridoi dei palazzi, e proprio per questo hanno maggiore successo.

Chi sono i notabili della piazza centrale? C'è il farmacista, spesso figlio del farmacista del paese. Le farmacie godono di restrizioni imposte dallo Stato alla vendita dei medicinali. Queste restrizioni mantengono i prezzi elevati a danno dei consumatori. Anche le timide riforme di Bersani sono state affossate dal governo Monti. Il commissario europeo che ha osato sfidare Microsoft ha dovuto chinarsi di fronte alla lobby dei farmacisti. Sopra la farmacia in molti paesi c'è' l'ufficio del notaio, altra professione tramandata di padre in figlio e protetta dallo Stato, che limita il numero di notai e impone tariffe minime. Non è solo una tassa su tutte le attività produttive, ma anche uno spreco di cervelli. I guadagni gonfiati dai limiti alla concorrenza attirano nella professione molti giovani brillanti, che avrebbero potuto dedicarsi proficuamente ad attività più produttive. A fianco del notaio nella piazza principale c'è l'ufficio dell'avvocato, un'altra professione spesso tramandata di padre in figlio, protetta da un ordine corporativo. Di fronte alla farmacia in molte piazze centrali c'è la sede di una banca. Una volta era una banca locale, oggi è parte di un gruppo nazionale. Ma anche qui i posti si tramandano di padre in figlio. Il motivo è che la banca non è gestita secondo criteri di efficienza, ma secondo criteri clientelari. Anche se perde, poco importa, tanto i principali azionisti non hanno messo i soldi loro, ma i soldi altrui. Anzi i soldi nostri, i soldi che appartenevano ai comuni e che oggi sono controllati da fondazioni gestite dai residui della prima Repubblica. Il notaio, il farmacista, il bancario, l'avvocato e il presidente della fondazione si trovano tutti a prendere l'aperitivo al bar centrale, anche quello tramandato di padre in figlio. Questo settore, almeno, è competitivo. Ma anche il barista gode di un vantaggio: una certa tolleranza nell'applicazione delle leggi. La sua cucina non è proprio a norma e la cassiera non sempre emette lo scontrino fiscale. Ma con l'appoggio dei notabili clienti riesce a farla franca. Ognuno difende strenuamente il proprio privilegio, non capendo che il privilegio mio è costo tuo. L'Italia si sta trasformando in una società per caste, dove i giovani non hanno futuro. La strenua difesa dei privilegi personali alla fine danneggia tutti. Ma nessuno è disposto a rinunciare da solo al suo privilegio. Se è l'unico a farlo, ci perde. Solo se tutti lo facciamo contemporaneamente, ci guadagniamo tutti. C'è bisogno di un patto civile per le riforme, dove tutti rinunciano a qualcosa, per guadagnarci tutti. Se Monti non è capace di farlo chi mai lo potrà fare?

Riformiamo quegli Ordini, intima  Alessandro De Nicola su “L’Espresso”.

Le categorie professionali si oppongono a qualsiasi cambiamento. Una difesa delle proprie prerogative che dimentica la rivoluzione in atto nei servizi intellettuali. E rinuncia a guidare la modernizzazione. Nel Belpaese si ha l'impressione che le professioni intellettuali tradizionali siano da tempo arroccate nella difesa delle loro prerogative e che anzi, complice la crisi, chiedano che vengano estese anche a loro nuove protezioni.

La "modernizzazione" del settore è vista dai rappresentanti degli ordini professionali tutt'al più come implicante maggiori obblighi di formazione professionale ma niente più, tant'è che, appena prima della legge di stabilità (che impone entro 12 mesi una radicale ristrutturazione degli Ordini professionali), stavano procedendo di buona lena in Parlamento vari provvedimenti restrittivi: la riforma dell'Ordine dei giornalisti che restringeva le possibilità di accesso, l'istituzione di nuovi Albi (tra cui quello degli igienisti dentali, professione che schiude le porte a luminose carriere in altri campi) e la modifica dell'ordinamento forense che mirava a reintrodurre le tariffe professionali inderogabili e una serie di limitazioni, guarentigie, divieti che andavano in senso contrario alla liberalizzazione del settore.

I professionisti sono una lobby ben organizzata (basti pensare che circa il 40 per cento dei parlamentari appartiene a una categoria professionale) e vocale. Nonostante il problema della concorrenza e dell'efficienza del mercato dei servizi professionali (che rappresentano un fatturato di 200 miliardi di euro) si ponga ormai dal 1997, quando l'Autorità antitrust pubblicò la prima indagine conoscitiva sul tema (e nel 2003 l'allora commissario europeo alla concorrenza, Mario Monti, ricordasse: "Non credo che gli ordini dovrebbero essere coinvolti nella sfera economica dei professionisti, dettando regole sul comportamento nel mercato dei loro iscritti, come per esempio fissando le tariffe o vietando la pubblicità"), l'unico vero scossone si ebbe con il decreto Bersani che abolì i minimi tariffari, introdusse il patto di quota lite e diede via libera alle parafarmacie. Poi più niente, se non un gioco di interdizione degli Ordini che hanno cercato di limitare la portata della riforma.

Orbene, ormai gli studi sul settore sono numerosi: quelli della Banca di Italia hanno evidenziato che i servizi professionali nei Paesi meno regolamentati contribuiscono a una maggior crescita del Pil (una media dello 0,8 per cento in più) e la concorrenza migliora la qualità del servizio (al contrario di quello che si sente dai rappresentanti di categoria, sempre attenti alla "qualità" del servizio da non "svendere"); l'Antitrust o, da ultimo, la Fondazione Debenedetti, mostrano un certo nepotismo e una completa casualità nell'accesso (in alcuni capoluoghi i promossi all'esame di Stato sono il 90 per cento, in altri meno del 10), nonché una scarsa propensione degli Ordini a disciplinare gli iscritti (propensione che non è aumentata dopo la Bersani, segno che l'abolizione delle tariffe non ha inciso sulla qualità...).

Inoltre, le professioni si stanno rivoluzionando: sempre di più nel mondo agiranno società di capitali (ammesse anche dalla legge di stabilità) per fornire a basso costo e su base globale servizi ora pagati con parcelle "dignitose". L'asimmetria informativa caratteristica delle prestazione professionale (il cliente non è in grado di giudicare la bontà di ciò che si riceve), grazie a Internet, al rafforzamento delle strutture interne delle aziende e all'attivismo delle associazioni dei consumatori si sta riducendo. Sempre più l'outsourcing verso giurisdizioni (o regioni all'interno dello stesso Paese) più convenienti, tecnologia ed innovazione sia nei servizi che nel metodo di parcellazione (i clienti pretendono ora di associare il professionista al proprio rischio imprenditoriale) saranno per il mondo professionale la formula per creare valore aggiunto e crescere o quantomeno non essere spazzati via. Se questo è vero, invece che organizzare anacronistiche astensioni dalle udienze ed emettere indignati comunicati contro la mercificazione delle arti liberali, i professionisti dovrebbero cogliere al volo le opportunità della liberalizzazione e, per una volta, guidare il processo di cambiamento invece che esserci trascinati dentro, impreparati e subalterni.

L'ORDINE NON SI TOCCA.

Espressione frutto di uno studio redatto da Gaetano Basso e Michele Pellizzari.

Il testo originale della manovra finanziaria 2011 prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni. Ma ventidue senatori-avvocati della maggioranza hanno minacciato di non votare l'intero provvedimento se quelle norme non fossero state cancellate. E sono stati subito accontentati. Insomma, anche in un momento drammatico sembrano aver prevalso gli interessi di lobby. Eppure, questa era l'occasione giusta per avviare una riforma che, insieme ad altre, potrebbe incoraggiare la crescita economica dell'Italia. È opinione diffusa che i tanti tentativi di riforma delle professioni siano stati bloccati dalle folte e ben rappresentate lobby di avvocati, notai, commercialisti, preoccupati più di difendere i propri interessi che di tutelare l'interesse comune. Eppure, gli ordini professionali sostengono che non è così e in molti, compreso chi scrive, sarebbero disposti a credere loro e avviare insieme un dibattito serio su quali interventi di riforma siano necessari. È difficile, però, non dare l'impressione di una casta chiusa e refrattaria a ogni cambiamento se i fatti sono quelli che ci consegna la cronaca relativa al dibattito sulla manovra 2011. Nella sua formulazione iniziale essa prevedeva alcuni interventi di liberalizzazione delle professioni, alcuni dei quali molto radicali. Si andava dall’abolizione del divieto di incompatibilità tra attività commerciale e professionale, all’impossibilità di vietare da parte degli ordini la pubblicità per ragioni di decoro, fino all’abolizione dell’esame di stato per avvocati e commercialisti. Ma 22 senatori-avvocati del Pdl hanno inviato al presidente del Senato una sconcertante lettera nella quale si dicevano pronti a non votare il provvedimento, rischiando di far cadere il ministro Tremonti e di gettare il paese in una catastrofica crisi finanziaria, se quelle norme non fossero state cancellate. I senatori erano supportati da un nutrito gruppo di deputati liberi professionisti (58 in totale: 44 avvocati, 13 medici e 1 notaio) che si sarebbero opposti all’iter della manovra alla Camera. Detto fatto, grazie anche offerto alle parole di sostegno del ministro-avvocato Ignazio La Russa. Ed è significativo che i ventidue avvocati rivoltosi non abbiano tanto espresso perplessità sul come si interveniva per liberalizzare il settore, ma abbiano semplicemente chiesto di derubricare l'argomento. Il gruppo dei 22 alla fine ha avuto ragione grazie alla mediazione del Presidente del Senato-avvocato Renato Schifani. Il governo si è però impegnato entro 8 mesi dall’entrata in vigore della manovra a legiferare in materia di ordini professionali. Altrimenti “ciò che non sarà espressamente vietato sarà libero”.

UNO STUDIO SUI PROBLEMI DEGLI ORDINI

In un rapporto preparato per la Fondazione Rodolfo Debenedetti sul tema delle professioni regolamentate, abbiamo evidenziato che gli ordini servono a garantire la qualità dei servizi offerti in mercati nei quali è difficile per il consumatore valutare la capacità degli operatori e la qualità dei servizi prodotti. Quelle stesse norme, tuttavia, generano limitazioni della concorrenza con potenziali effetti negativi sul benessere collettivo. Alla politica spetta la decisione di dove collocare il paese in questo trade-off tra qualità e concorrenza. Difficile procedere con un dibattito costruttivo se non si riconosce questo duplice aspetto della regolamentazione e si continua a sostenere che non vi è alcun problema di concorrenza nelle professioni. Nel rapporto presentiamo una serie di analisi empiriche che suggeriscono che qualcosa non funziona nelle procedure di selezione all'ingresso in molte professioni e non sempre entrano necessariamente gli operatori più qualificati. Questo è il caso delle professioni (commercialisti e consulenti del lavoro) in cui osserviamo un peggioramento della qualità dei servizi offerti al crescere di una misura di familismo della professione che si osserva nel rapporto stesso. Da qui alcune proposte di riforma: andrebbero eliminati, ad esempio, potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato o corretto dagli stessi professionisti che saranno concorrenti diretti di chi l'esame lo supera. In un precedente contributo su questo sito abbiamo dimostrato come questo tipo di riforma abbia avuto effetti significativi nella selezione degli avvocati, in particolare annullando il ruolo giocato dai cognomi nell’esame di stato. Inoltre, sarebbe auspicabile separare il ruolo di auto-regolamentazione degli ordini da quello di rappresentanza degli interessi di categoria.

UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ

In seguito alla presentazione del nostro studio siamo stati investiti da una miriade di attacchi (si veda la rassegna stampa sul sito della Fondazione Debenedetti) spesso molto duri, ma mai nel merito dell'analisi, e in alcuni casi esplicitamente offensivi. Gli attacchi, così come l'episodio dei ventidue avvocati del Pdl, evidenziano quanto sia diffuso l'atteggiamento di difesa a priori dello status quo. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, se liberalizzato, potrebbe contribuire fino all’ 11 per cento del PIL nel lungo periodo, come sostenuto in uno studio della Banca d’Italia. Si tratta, invece, di migliorare il contesto istituzionale di un settore che, come sostiene l'Antitrust, costa al paese quanto il conto energetico. Nella manovra si sarebbe potuto affrontare la questione con una riforma a costo zero che, insieme ad altre, avrebbe il potenziale di incoraggiare la crescita economica dell'Italia, condizione indispensabile per non ritrovarci a breve a dover di nuovo fronteggiare situazioni finanziarie critiche come quelle di questi ultimi giorni. L'episodio dei ventidue avvocati è preoccupante anche perché rischia di mandare un messaggio negativo sulla credibilità dell'intera manovra, i cui contenuti, anche in un frangente così delicato, sono soggetti alle intemperanze di alcuni parlamentari. Per sostenere la credibilità delle misure in discussione, la maggioranza, di cui questi parlamentari fanno parte, avrebbe dovuto mettere i “dissidenti” di fronte all'aut-aut votare o dimettersi, invece di dare loro seguito per voce di autorevoli esponenti del governo. Come è possibile convincere i mercati che l'Italia manterrà gli imponenti impegni assunti con questa manovra, se la nostra politica si mostra così debole?

QUELLE BARRIERE PER GLI ASPIRANTI AVVOCATI

La riforma dell'avvocatura in discussione al Senato prevede tra l'altro un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. A tutela di un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti, secondo quanto sostiene l'Ordine forense. Ma un'analisi statistica mostra che chi ha un cognome molto rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. E fa nascere il sospetto che la professione non sia esente da potenti pratiche corporative. La riforma dell'avvocatura attualmente in discussione al Senato propone, tra le altre cose, un rafforzamento delle barriere all'ingresso nella professione. Per esempio, oltre all'esame di abilitazione e al lungo praticantato di due anni, sarà necessario superare anche un pre-test per l’iscrizione all’albo dei praticanti e frequentare, durante il periodo di pratica, corsi di formazione organizzati dagli ordini.

I COGNOMI DI UNA PROFESSIONE

L'argomentazione principale a favore dell'introduzione di barriere all'ingresso in una professione, e in particolare in quella forense, riguarda la qualità dei servizi offerti. Soltanto i professionisti migliori e più motivati, che si aspettano un ritorno elevato dall'esercizio della professione, sarebbero disponibili a sopportare il lungo periodo di praticantato, la preparazione del difficile esame di abilitazione e la lenta e faticosa costruzione di un adeguato portafoglio clienti. In assenza di praticantato o con un esame meno selettivo entrerebbero nella professione avvocati meno qualificati e meno motivati, a svantaggio anche del cliente. Anche le tariffe minime e il divieto della pubblicità commerciale potrebbero essere letti in quest'ottica. Un avvocato poco capace potrebbe comunque riuscire a sopravvivere nella professione offrendo servizi a basso costo e pubblicizzando tale offerta. L'esame, le tariffe minime e il divieto di pubblicità sarebbero, in questo senso, barriere all'ingresso nella professione che servirebbero a tenere alla larga i “peggiori” e a mantenere un elevato standard qualitativo dei servizi legali a tutto vantaggio degli utenti. O almeno questo è ciò che sostiene l’Ordine forense. In quest'ottica, dunque, il superamento delle barriere non dovrebbe essere legato ad altro se non alle capacità professionali dei candidati.

Una prima analisi in questa direzione può essere condotta sulla base dei dati (pubblici) sugli iscritti agli albi, disponibili presso il sito del Consiglio nazionale forense. Da questi dati è possibile calcolare l'età in cui ogni avvocato si è iscritto al proprio albo, una variabile che è influenzata sia da quanto tempo si impiega a laurearsi sia da quante volte si sostiene l'esame di abilitazione. In media si diventa avvocati a 32 anni. È facile desumere che se l’età media di laurea in Italia è 26,5 anni (così come riportato dalle statistiche del Miur) un giovane avvocato viene impiegato in media 5,5 anni come praticante (di cui due obbligatori e gli altri, probabilmente, dovuti a bocciature all'esame di abilitazione). Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni (e che ha avuto anche spazio su queste pagine) abbiamo messo in relazione l'età di iscrizione all'albo con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell'albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. Quando l'indicatore è maggiore di 1 significa che il cognome è sovra-rappresentato nell'albo rispetto alla popolazione, il contrario se l'indice è minore di 1. In media, il cognome di un avvocato appare nell'albo 50 volte di più che nella popolazione. Nel grafico mostriamo la relazione tra l'età di iscrizione all'albo e l'indice. Si nota chiaramente che esiste tra queste due variabili una forte relazione negativa che è statisticamente significativa (al 1 per cento). Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. Per esempio, chi non ha alcun omonimo nell'albo diventa avvocato con un trimestre di ritardo rispetto alla media.

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Naturalmente, possono esserci molte spiegazioni per l'evidenza statistica del grafico. Quella più positiva riguarda la possibilità che, benché il cognome non fornisca informazioni dirette sulle capacità intellettuali di una persona, è plausibile che avere un parente avvocato aiuti a diventare un bravo avvocato, perché si impara da una persona vicina e più esperta. Quella più maliziosa suggerisce, invece, che la professione sia attraversata da pratiche corporative così potenti da generare il risultato del grafico.

CHI CORREGGE LE PROVE DI AMMISSIONE

È difficile riuscire a scoprire quale sia l'interpretazione corretta e tuttavia possiamo trarre qualche indicazione dalla riforma del 2003, che ha introdotto l’abbinamento casuale delle corti d’appello per la correzione delle prove scritte negli esami di ammissione (legge 167/2003). Prima della riforma, ovvero fino al 2003, ogni corte d'appello correggeva i propri esami. Dal 2004 in poi ogni corte d'appello è abbinata casualmente a un'altra e l'una corregge gli scritti dell'altra. L’obiettivo della riforma era quello di uniformare il numero di idonei tra sedi del Nord (storicamente un numero esiguo) e quelle del Sud (storicamente elevato) e per debellare eventuali pratiche scorrette nella correzione degli scritti).

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Il secondo grafico mostra la stessa correlazione tra frequenza relativa del cognome e età di iscrizione all'albo per gli albi del Nord (a sinistra) e per quelli del Sud (a destra), separando avvocati iscritti prima e dopo il 2004. Come si vede, prima della riforma l'effetto “cognome” è molto più forte al Sud che al Nord (circa due terzi più elevato). Dopo la riforma l'effetto praticamente scompare in entrambe le aree. Ci sembra che questa evidenza sia più coerente con l'interpretazione maliziosa che con quella positiva, il che mette seriamente in dubbio l'argomentazione che le barriere all'entrata servano a mantenere alta la qualità dei servizi legali.

Conti pubblici e liberalizzazioni. L' inchiesta: La prevalenza del «familismo». Lo studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sulle «Dinastie professionali» presentato alla Bocconi.

Ordini e professioni, quando il merito dipende da famiglia ed area geografica, parola di Gian Antonio Stella su “Il Corriere della Sera”.

Peso politico. Il Cup, coordinamento unitario delle libere professioni, ha dichiarato il peso della propria rappresentanza: 3 milioni 590 mila persone.

Commissioni e competenza. Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti».

Nepotismo. Nel confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti, figli o nipoti di avvocati e farmacisti, sono oltre il triplo della media.

Esami di Stato, a Bari passa il 74% degli architetti, a Palermo il 18. I geologi hanno il 91% di chance a Napoli, solo il 36 in Puglia.

Aspiranti commercialisti veneziani, portate un cero alla Madonna della Salute: avete il 92% delle probabilità di essere bocciati all'esame. Aspiranti commercialisti catanesi, stappate lo spumante: sotto l'Etna non bocciano nessuno. Lo dice uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti sugli Ordini professionali. Che pare dimostrare quanto scriveva Indro Montanelli: così come sono servono solo a «difendere le mafie di interessi corporativi». Un'accusa che gli Ordini respingono sdegnosamente da anni. Ma contro la quale, come dimostra la riluttanza con cui molti hanno collaborato a questo studio sul familismo, che è durato tre anni e sarà presentato alla Bocconi col titolo «Dinastie professionali», non fanno poi molto. Basti dire che alla richiesta dei ricercatori della Fondazione (Gaetano Basso, Andrea Catania, Giovanna Labartino, Davide Malacrino e Paola Monti) coordinati da Michele Pellizzari, docente alla Bocconi, l'Ordine dei medici ha risposto di no, spiacenti ma «pur apprezzando le finalità della ricerca» l'elenco completo degli iscritti in suo possesso non lo dava: lo chiedessero uno a uno a tutti i centodieci ordini provinciali. Auguri. Che gli Ordini professionali italiani siano bloccati e debbano essere spalancati alla concorrenza l'Europa lo dice da anni. Ma la risposta è da sempre recalcitrante. Rileggiamo cosa disse, ad esempio, quando era ministro della Giustizia, l'ingegner Roberto Castelli: «La Commissione europea e l'Antitrust vorrebbero abolire gli ordini; noi invece siamo impegnati a difenderli perché pensiamo che gli ordini e tutto il ricco mondo delle professioni siano un patrimonio fondamentale della nostra società». Opinione condivisa, nonostante i proclami thatcheriani («Gli elettori devono scegliere tra liberismo e comunismo, liberismo e statalismo»), da Silvio Berlusconi: «Pensiamo che il sistema degli albi professionali regolato per legge sia molto meglio del sistema delle libere associazioni di professionisti presenti nei Paesi anglosassoni». Questione di voti: «Rappresentiamo una massa di 3 milioni e 590.000 persone», intimò anni fa ai partiti il Cup, Coordinamento unitario delle libere professioni. Traduzione: chi ci tocca perde le elezioni. Perfino le innovazioni della legge Bersani del 2006 (via le tariffe minime e largo alla pubblicità comparativa per fare spazio ai giovani...) sono state accanitamente combattute e svuotate nonostante uno studio di Michele Pellizzari e Giovanni Pica (Università di Salerno) presentato al convegno bocconiano dimostri che prima del 2006 tra gli avvocati «la probabilità di lasciare la professione diminuiva con la produttività, ovvero lasciavano i più bravi. Dopo il 2006, questa relazione si inverte e sono i meno produttivi a lasciare la professione». Un miglioramento qualitativo che evidentemente non interessa più di tanto i consoli e proconsoli della categoria, che siedono in massa alle Camere (134 avvocati su 952 parlamentari) e monopolizzano i consigli dell'Ordine al contrario di quanto accade ad esempio in Gran Bretagna dove ai vertici stanno dei rappresentanti anche degli studenti e più ancora dei consumatori, cioè dei clienti. Una situazione che il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà ha più volte denunciato parlando di «ingiustificati privilegi ai professionisti» e accusando gli ordini di essere «chiusi in se stessi» e di non fare «gli interessi dei consumatori». Per capirci, è più facile staccare in salita Alberto Contador sulle rampe del Puy de Dome che aprire le professioni ai giovani se gli Ordini, come ha scritto Tito Boeri, «continuano ad inserire nelle commissioni d' esame (quelle che decidono chi si può iscrivere agli albi) persone che esercitano queste attività e che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti di loro». Questo è il quadro. Confermato dai dati dello studio presentato alla presenza di Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani, dove si dimostra come «la probabilità di superare l'esame non dipenda esclusivamente dalle qualità del candidato» ma anche da altro. La decantata valorizzazione del «merito», parola abusatissima (Mariastella Gelmini la invocò 37 volte in una proposta di legge), dipende insomma dall'area geografica: se sei un giovane architetto e fai l'esame a Bari hai 74 probabilità su 100 di passare, se lo fai a Palermo 18. Se sei un giovane geologo hai il 91% di possibilità di farcela a Napoli, il 36 a Bari. E così via. Sbalzi così clamorosi da imporre una alternativa: o tutti i geni di una determinata professione nascono in una zona e tutti somari in un'altra o i voti non dipendono dalla bravura dei candidati ma dal capriccio e dalle chiusure delle commissioni. Succedeva lo stesso, una volta, anche con l'esame degli avvocati. Col record, un anno, del 94% di bocciati a Milano e del 94% di promossi a Catanzaro. Finché, dopo lo scandalo scoppiato nel capoluogo calabrese (2.295 temi copiati su 2.301) fu deciso di far esaminare i temi di ogni distretto giudiziario alla commissione di un altro. Ed è cambiato tutto. Bene, incrociando i nomi degli iscritti agli 11 Ordini (notai, avvocati, architetti, farmacisti, commercialisti, consulenti del lavoro, giornalisti, geologi, medici, ostetriche e psicologi) dei quali i ricercatori sono riusciti a raccogliere la quasi totalità degli iscritti, salta fuori una quota altissima di familismo. Messi a confronto con i lavoratori autonomi, gli avvocati e i farmacisti figli o nipoti di avvocati e farmacisti sono oltre il triplo della media. I medici addirittura il quadruplo. Non sempre questa ereditarietà, si capisce, è negativa: talora «un bravo professionista insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta un bravo professionista». Dati alla mano, è il caso delle ostetriche. E, spesso, anche dei medici. Non così di altri: nel caso dei commercialisti e dei consulenti del lavoro, si legge nel dossier, «troviamo evidenza, statisticamente significativa e robusta, di peggior qualità dei servizi professionali (..) dove il livello di familismo è più alto». Cioè? «Nelle province dove le omonimie incidono maggiormente sulle iscrizioni all'albo dei commercialisti, l'evasione fiscale è più alta». Quanto alle aree dove il familismo è più diffuso, non mancano le sorprese. I numeri dicono infatti che certo, lo spazio ai figli e ai nipoti, ai cognati e ai cugini nel Sud è nettamente maggiore rispetto al Centro e più che doppio rispetto al Nord-ovest. Ma al Nord-est, no: anzi, la «parentopoli» nelle professioni, per difendere le posizioni di rendita, è perfino più estesa che nelle regioni meridionali della fascia adriatica. Ahi ahi, la «razza Piave»...

PARLIAMO DI LOBBIES.

ASSICURAZIONI.

PARLIAMO DI LIBERALIZZAZIONI: ASSICURAZIONI RCA E SICUREZZA STRADALE

In Italia ognuno fa ciò che vuole, impunemente e nell’ignavia generale. Si guardino gli aumenti ingiustificati delle polizze auto. Ci inculcano l’idea, attraverso le redazioni dei giornali nei media foraggiati dalle compagnie assicurative, che gli aumenti sono dovuti all’aumentare della sinistrosità. Invece l'attacco dei consumatori contro l'RcAuto: "In 11 anni tariffe +104%, sinistri -34%". Secondo l'Ania solo nell'ultimo anno la frequenza degli incidenti d'auto è diminuita del 12%. I costi per assicurare la vettura sono invece cresciuti del 30% negli ultimi due anni e sempre più sfuggono all'obbligo di legge. Le tariffe Rc Auto, di anno in anno, hanno raggiunto "livelli incredibili, con percentuali impressionanti se consideriamo i rincari". E' la dura accusa di Adusbef e Federconsumatori, secondo cui in 11 anni il costo delle polizze ha registrato un'impennata del 104%, nonostante l'incidentalità sia diminuita del 34%. Una crescita continua ed irrefrenabile, - sostengono le associazioni - confermata anche dai dati di quest'anno che registreranno una nuova crescita media di circa il 6% (+78 euro a polizza), portando l'aumento complessivo al 104%". Si tratta di una cifra "inaccettabile, che per di più non ha alcuna giustificazione, visti i dati sull'incidentalità", diminuita secondo i consumatori del 34% in undici anni. "E' ora di porre un freno a questo andamento, francamente scandaloso - concludono dopo i dati dell'Ania -. Ci aspettiamo risposte ed interventi immediati per incrementare la trasparenza e la competitività, attraverso il potenziamento del ruolo degli agenti plurimandatari, indispensabile per un abbattimento dei costi e con la modifica del meccanismo del bonus malus anche attraverso la tariffa unica per gli automobilisti virtuosi". Secondo i dati dell'Ania, infatti, gli aumenti dei prezzi dei carburanti hanno spinto gli italiani a lasciare sempre più spesso la macchina a casa, con un impatto niente affatto indifferente sulla frequenza degli incidenti d'auto che sono diminuiti del 12% rispetto all'anno precedente. Ma secondo l'Ania con la crescita delle tariffe assicurative calano anche le auto assicurate. Quindi l’aumento delle tariffe, non solo danneggia gli automobilisti, ma l’intera produzione industriale. 

Assicurazioni, la lobby più forte secondo l’inchiesta di Corrado Giustiniani su “L’Espresso”. Il governo Monti non ha toccato i loro privilegi e noi continueremo a pagare le polizze più care d'Europa. Colpa di una piovra potentissima in Parlamento, che blocca ogni liberalizzazione e ogni possibilità di concorrenza.

Cari automobilisti, coraggio: continuerete a pagare l'assicurazione più salata d'Europa. Passaggio dopo passaggio, il decreto Monti s'è svuotato e la liberalizzazione promessa è svanita alla luce della Gazzetta Ufficiale. E' scomparso l'obbligo del plurimandato, grazie al quale si sperava che l'agente, avendo più compagnie in portafoglio, potesse cucirti addosso la polizza più adatta e più conveniente. Rischia di produrre una valanga di cause la prevista penalizzazione del 30 per cento sul rimborso del danno per chi preferisse il carrozziere di fiducia a quello offerto dalla compagnia. E' indefinito lo sconto che l'assicurazione ti deve praticare, se lasci ispezionare l'auto prima della stipula. Avvio quanto mai soft della scatola nera per scoprire se l'incidente era reale o fittizio: nessun obbligo per le compagnie di montarla, sconti imprecisati per chi accetta di farsela installare.

C'era da aspettarselo. Troppo forte, in Italia, è la lobby delle compagnie, che dalla Rc auto nel 2010 hanno ricavato 18 miliardi di euro, riducendo la concorrenza al minimo. La metà del mercato, nel ramo danni, è appannaggio di due colossi: il nascente Unipol-Fonsai, che ne controlla oltre il 30 per cento, e le Generali, che si avvicinano al 20. In tutto appena cinque gruppi si dividono il 70 per cento: un livello di concentrazione sconosciuto negli altri paesi d'Europa. Così, mentre nell'area dell'euro i prezzi medi per l'assicurazione dei mezzi di trasporto sono partiti nel 2000 dal livello 89,3 per attestarsi a quota 109,9 nel 2010, da noi, nell'arco di dieci anni, ci si è mossi da più in basso, 74,9, per schizzare nel 2010 al picco assoluto di 117,2, con un incremento del 4,6 per cento l'anno che fa gridare allo scandalo, rispetto al più 0,7 della Germania, al più 0,9 della Francia e persino al più 2,7 della Spagna. L'indagine conoscitiva presentata il 12 ottobre del 2011 in Senato da Antonio Catricalà, allora presidente dell'Autorità Antitrust prima di passare il mese successivo al governo, documentava queste cifre e denunciava un'inquietante "tendenza al rialzo continuo". In base a dati dell'Isvap, l'Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, un quarantenne che si trovi nella classe di bonus più favorevole, la prima, si è visto caricare nel biennio 2009-2011 un aumento medio del 26,9 per cento. E stiamo parlando di una categoria di guidatori non certo spericolati. Fino al 1994 le tariffe Rc auto erano imbrigliate dal prezzo amministrato. Lasciate libere, hanno recuperato immediatamente l'equilibrio per poi continuare a crescere, sfruttando l'obbligo degli automobilisti ad assicurarsi.

Ma questa corsa non era finita nel 2007, grazie alla legge Bersani? «In un primo tempo l'impatto delle nuove norme è stato molto positivo - spiega Claudio Demozzi, presidente del Sindacato nazionale agenti, il primo del settore con 8 mila iscritti su 15 mila agenzie attive -Bersani ha infatti messo fuorilegge il mandato di esclusiva, spiazzando così le compagnie, e ha ridotto l'onere per i neopatentati, iscrivendoli alla categoria bonus malus più favorevole in famiglia, anziché d'autorità alla 14 - Ma poi le compagnie hanno reagito, riallineando all'insù le tariffe, anche per le classi più basse. Alla legge Bersani, inoltre, mancava un tassello decisivo. Non bastava dire no al monomandato - Bisognava anche obbligare le compagnie ad accordare i nuovi contratti di agenzia -continua Demozzi - ma anche qui, dopo lo sbandamento iniziale, queste si sono riorganizzate facendo cartello.»

Hai già un rapporto d'esclusiva con le Generali e chiedi di lavorare anche per noi della Zurich? Niente da fare, disco rosso. E così il sogno della concorrenza veniva soffocato sul nascere. Non che gli agenti lavorino oggi tutti in esclusiva: uno su quattro opera già con più compagnie. Semplicemente è stato bloccato questo processo di espansione. L'obbligo del plurimandato sembrava un punto fermo del decreto Monti, e invece nel testo in vigore non ne è rimasta che una traccia beffarda, all'articolo 34, dove si dice che gli agenti, prima della stipula della sottoscrizione, devono "informare il cliente, in modo corretto, trasparente ed esaustivo, sulla tariffa e sulle altre condizioni contrattuali proposte da almeno tre diverse compagnie non appartenenti a medesimi gruppi". Questi dati l'agente può attingerli da Internet. "Ma che senso ha proporre al cliente polizze che poi non posso intermediare?", si domanda il presidente del Sna. Niente di più facile che gli agenti, per vendere la loro, mostrino al cliente le proposte peggiori delle compagnie più scamuffe. Tutte le inefficienze del sistema Rc auto forniscono lo spunto per produrre aumenti. L'Isvap nel 2010 ha comminato alle compagnie circa 4 mila sanzioni per 35 milioni di euro, e l'anno prima per 45 milioni di euro, soprattutto con riferimento a illeciti nella liquidazione dei sinistri. Che problema c'è? Versi la sanzione e poi rincari la polizza. Si dice poi che in Italia le tariffe siano così care a causa dei falsi incidenti e delle frodi che le compagnie subiscono. Strano però, che dai loro dati ufficiali tale piaga non traspaia affatto. Nel periodo 2007-2009 le frodi accertate sono infatti il 2-3 per cento del totale degli incidenti. Appena la metà di quelle scoperte in Francia, un quarto rispetto al Regno Unito. "Le compagnie - commenta l'Autorità Antitrust - non dedicano energie sufficienti a individuare le frodi, anche perché non hanno adeguati incentivi a controllare i propri costi". Fuor di metafora: meglio liquidare comunque un danno che spendere tempo e soldi in periti e avvocati per dimostrare che l'incidente non c'è mai stato, o che gli effetti sono gonfiati. Tanto poi ci rifacciamo sui prezzi. Come per l'evasione fiscale, gli onesti pagano il conto dei furbi.

Ma il decreto Monti risolve questi problemi? E' la stessa Ania, l'Associazione nazionale delle compagnie di assicurazione, a rispondere di no. «Per ridurre davvero i costi, e quindi i prezzi, occorrerebbe varare la tabella per la valutazione dei danni gravi alla persona - sostiene Vittorio Verdone, che dell'Ania è direttore del settore Auto - in più, estromettere dai risarcimenti le pseudo-lesioni lievissime, che non siano provate da accertamenti diagnostici strumentali. Così si taglierebbero le tariffe di un 20 per cento in un colpo solo». Per i consumatori, infine, il decreto è soltanto un proclama di buone intenzioni. «Senza alcun effetto pratico - commenta Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum - Occorre rimodulare la "bonus malus", spostare l'assicurazione più sul conducente che sul veicolo, indurre le compagnie a un maggiore impegno contro le frodi. Speriamo che il Parlamento porti qualche modifica utile».

Dei cinque articoli del decreto che si occupano di Rc auto, il più concreto sembra quello che prescrive, di qui a due anni, l'abolizione di tutti i contrassegni cartacei sui vetri delle auto, per contrastare la piaga dei tagliandini falsi, e la loro sostituzione con sistemi elettronici o telematici in grado di rilevare anche le violazioni al codice della strada: sarà l'Isvap a dettare modalità e fasi di questa operazione. Ci sono poi le vaghe norme su ispezioni e scatola nera, la facoltà data alle compagnie di riparare l'auto, con l'improbabile penalizzazione del 30 per cento per chi fa da sé, e la presa in giro dei tre preventivi. Dopo la rivoluzione a metà di Bersani, i pannicelli caldi di Mario Monti. E dire che un sistema per aumentare la concorrenza e ridurre le tariffe già esiste ed è in funzione, ma pochi lo conoscono e lo praticano. Si chiama "Tuo preventivatore" e si trova sul sito del ministero dello Sviluppo economico e su quello dell'Isvap. Clicchi il bottone che ha il profilo di un'auto, ti iscrivi, fornisci alcune informazioni essenziali e, venti minuti dopo, ti arrivano per mail i migliori cinque o sei preventivi "su misura", validi per 60 giorni. Il congegno è in grado di determinare una significativa mobilità di utenti da una compagnia all'altra. Si tratta solo di integrare il ventaglio delle offerte contrattuali, di potenziare il servizio e di propagandarlo, sui giornali e in tv, con un po' di doverosa pubblicità progresso.

Peccato, però, che spesso le tariffe indicative e sono difformi da quelle reali che si potrebbero trovare presso le agenzie.

Si fa presto a dire liberalizzazioni. Questo dice Agostino Riitano in un’articolo pubblicato su “L’Indro”. Le si nomina come panacea a tutti i mali dell’economia italiana. Ma appena un governo tenta di attuarle, c’è la corsa a erigere barricate. Tassisti, farmacisti, notai, avvocati, persino giornalisti. Tutti a rivendicare che va bene liberalizzare, ma “non si inizi da noi, noi non siamo una casta” e via protestando. L’unico settore dove la fine del monopolio, in questo caso statale, è stato salutato da un’ola lunga quanto l’Italia è stato quello delle assicurazioni. In teoria, ci avrebbero dovuto guadagnare tutti. Lo Stato, che si sarebbe liberato di compagnie vecchie e in perdita. I privati, che avrebbero potuto entrare in un mercato ’vergine’ e dai profitti potenziali enormi. I cittadini, che avrebbero dovuto vedere prezzi più bassi in onore della più spietata concorrenza. In pratica, gli unici a perdere sono stati gli unici che avrebbero dovuto vincere, i cittadini. I problemi sono quelli che tutti conoscono. Prezzi troppo alti e una fatica immane a farsi abbassare il premio. Ma la domanda è: “Perché?”. Beh, innanzitutto perché la concorrenza è rimasta sulla carta della legge voluta da Pierluigi Bersani. L’ultima condanna dell’Antitrust italiana è di settembre 2011. La motivazione suona come una campana a morto delle liberalizzazioni e della concorrenza: “Esistono accordi tra imprese volti alla fissazione dei prezzi di vendita. Questi accordi danno luogo ad aumenti dei prezzi e a riduzioni della quantità offerta e determinano, pertanto, una diminuzione complessiva del benessere sociale”. Il Parlamento, bontà sua, ha voluto vederci chiaro e, così, la commissione Prezzi ha convocato il presidente dell’Ania, l’associazione che riunisce le compagnie di assicurazione. Il direttore generale Paolo Garonna ha detto, più o meno: “Non siamo noi i colpevoli se le tariffe sono alte”. E ha elencato quelli che ha definito ’problemi di fondo’. E cioè: “L’assenza fino a oggi di strumenti efficaci per combattere le frodi; l’abnorme numero dei danni alla persona di lievissima entità di origine speculativa; il ritardo nell’emanazione della disciplina per il risarcimento dei danni alla persona di più grave entità; le norme tecnicamente sbagliate come quella che ha alterato il sistema bonus/malus o come quella che ha aumentato i costi di distribuzione mediante l’introduzione del divieto di monomandato agenziale; le incertezze normative e giurisprudenziali che hanno minato il sistema di risarcimento diretto; le carenze ed i ritardi della giustizia civile”. Il mensile ’Quattroruote’, specializzato del settore automobili, ha denunciato altre falle del sistema. E nel suo ’libretto rosso’ delle assicurazioni ha rimarcato dettagli risaputi ma mai troppo ’pubblicizzati’. Il giornale denuncia risarcimenti gonfiati ad arte per farvi rientrare l’onorario di un avvocato, che per legge non sarebbe dovuto, e periti sottopagati e disincentivati a scoprire truffe, anche perché bypassati a favore delle carrozzerie convenzionate, cui verrebbe data sostanziale libertà di gonfiare gli importi dei piccoli incidenti fino al massimo consentito dalle procedure interne delle compagnie prima di far scattare i controlli. Antonio Giangrande è il presidente della onlus Associazione contro tutte le mafie. Da anni si batte contro quelle che definisce la lobby delle assicurazioni. “In effetti - ci dice - questo dei carrozzieri è un problema che viene messo in evidenza troppo poco”. Giangrande non crede che le spiegazioni dell’Ania siano sufficienti per spiegare il livello delle tariffe della Rca. “Non ci sono numero certi, per esempio, che ci dicono che il Sud truffa più del Nord. Una truffa è tale solo quando c’è una sentenza definitiva di un tribunale, non quando lo dicono le assicurazioni. E se anche ci fossero tutte queste truffe, dove sono gli organi di controllo, come la magistratura?”. Per Giangrande la realtà è che c’è una ’discriminazione’ fra varie parti del Paese: “Un morto o un ferito in incidente stradale nel Meridione vale meno che nel resto di Italia. E’ giusto che chi subisce danni seri e reali paghi per altri? E poi che ci sta a fare un ente pubblico come l’Isvap, mantenuto dalle tasse di tutti noi, che dovrebbe controllare ma che non controlla un bel niente?”. Isvap, ovvero Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e di interesse collettivo. E’ un ente dotato di personalità giuridica istituito con legge 12 agosto 1982, n. 576, per “l’esercizio di funzioni di vigilanza nei confronti delle imprese di assicurazione e riassicurazione nonché di tutti gli altri soggetti sottoposti alla disciplina sulle assicurazioni private, compresi gli agenti e i mediatori di assicurazione. L’Isvap svolge le sue funzioni sulla base delle linee di politica assicurativa determinate dal Governo”. “Sa chi nomina i componenti dell’Istituto? - domanda Giangrande, dandosi una risposta -. Il governo. Quindi noi cittadini avremmo il diritto di conoscere perché l’ente non opera come dovrebbe. Gliene dico una per tutte: abbiamo verificato che i prezzi esposti sul sito istituzionale poi non hanno un riscontro nella realtà”. Giangrande aggiunge alle storture segnalate da ’Quattroruote’ altri casi pratici: “La legge diceva chiaramente che gli agenti sarebbero potuti essere plurimandatari, lavorare cioè per più compagnie. Di fatto, però, le compagnie obbligano gli agenti a lavorare solo per loro. E non è finita. Dopo l’entrata in vigore della norma, il successivo regolamento ha di fatto impedito ai subagenti di operare per più compagnie. Insomma, uno dei punti salienti delle liberalizzazioni è venuto a mancare”. Il Presidente dell’Associazione contro tutte le mafie chiude con un consiglio: “Le compagnie di assicurazione fanno cartello? Bene, gli automobilisti onesti rispondano con un altro cartello. Promettano di sottoscrivere contratti solo con chi garantisce prezzi e premi equi”.

Dello stesso tono è l’articolo pubblicato su “Prima da noi”.  I dati Isvap parlano chiaro: secondo le fonti Isvap, l’Italia nel 2002/2009 ha registrato un + 17,9% rispetto alla media UE del + 7,1 %. Un problema sentito soprattutto al Sud. E’ difficile spiegare perché, ma c’è chi come Antonio Giangrande, presidente dell’associazione “Contro Tutte le Mafie”, ha le idee abbastanza chiare.

Il premio di assicurazione (indennizzo) dovrebbe funzionare così: più l’automobilista è virtuoso (non fa incidenti stradali) meno alta è la tariffa che deve versare alla sua assicurazione, più l’assicurazione stessa è contenta. In realtà, secondo Giangrande, non è così. «Molti automobilisti», dice, «anche se non hanno fatto incidenti si vedono lievitare il premio di assicurazione. Quello che interessa all’assicurazione è il guadagno. L’obiettivo non è più la riduzione del rischio ma la convenienza o meno del meccanismo: più sei virtuoso, più il premio è basso, meno convieni all’assicurazione che ci guadagna poco. Allora le assicurazioni mettono in campo la storia degli incidenti e dicono che l’aumento della polizza è conseguenza di un aumento di incidenti stradali».

Secondo Giangrande il problema è l’oligopolio: poche compagnie assicurative concentrano il potere nelle loro mani ed impongono tariffe liberamente. La soluzione è la liberalizzazione del settore assicurativo.

La teoria di Giangrande trova riscontro nell’interrogazione parlamentare dell’onorevole Felice Belisario, nel 2007, con cui si chiedeva di verificare se i dati statistici sugli incidenti fossero manomessi per far figurare che ci sono più incidenti così da poter aumentare premi e polizze. Anche la Sna, (Sindacato Nazionale Agenti di Assicurazione) ha avviato una petizione popolare sul mercato assicurativo proprio contro il caro assicurazioni e contro l’impunità per i falsi sinistri. Gli autori della petizione chiedono al presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini di contrastare l’aumento smisurato delle tariffe, costituendo un Comitato Nazionale contro le frodi assicurative, con la massima partecipazione della Magistratura, dell’Isvap (organo preposto al controllo), delle forze di polizia, della rappresentanza degli agenti di assicurazione e dei consumatori. Tra le richieste anche una piena liberalizzazione del mercato assicurativo italiano che favorisca l’ingresso di altre compagnie assicurative estere, con aumento della qualità e quantità della offerta.

Liberalizzare, secondo Giangrande, significa soprattutto abolire il regolamento Isvap n.5 del 16 ottobre 2006 che impedisce il plurimandato assicurativo (cioè obbliga l’iscrizione dell’agente in una sola delle sezioni tenute dall’Isvap così da impedirgli di essere sub agente di un’ altra compagnia). Tutto questo impedisce, di fatto, la facoltà del plurimandato e della promozione delle tariffe più convenienti. C’è poi la piaga del Sud dove l’assicurazione dell’auto costa molto di più e le compagnie decidono di chiudere i battenti perché non vi è interesse economico, provocando così disoccupazione e limitando la stessa concorrenza con lievitazione delle tariffe.

Naturalmente molte altre testate hanno pubblicato pari pari il pensiero del dr Antonio Giangrande.

Che la lobby delle compagnie di assicurazione autorizzate alla RCA fossero ben presenti in Parlamento, si sa.

Che questa lobby parlamentare gestisca i finanziamenti a giornali e tv, o sovvenzioni stampa e televisione con campagne pubblicitarie per comprare il loro silenzio, o sostenga campagne di “guida sicura” contro l’alcool nell’interesse di associazioni interessate, è risaputo.

Che ci siano associazioni che si dicono a difesa del consumatore e che si contano su adesioni fittizie, tanto da renderli meritevoli di percepire il finanziamento dello Stato, per questo da renderli muti in riferimento alla truffa della RCA, è un dato di fatto. 

Sicuro è che a guadagnarci dall’aumento dei premi assicurativi RCA sono il Fisco e le Compagnie.

Che si debba scrivere un resoconto di pubblico interesse per dimostrare che non c’è alcuna relazione tra l’aumento delle tariffe e la sinistrosità ed elemosinarne la pubblicazione è scandaloso, se si pensa che solo piccole redazioni ne danno il dovuto spazio.

Non capisco l’accanimento di certe “penne e tastiere saccenti”, che si ostinano ad ignorare il dr Antonio Giangrande. Questi giornalisti, le poche volte che lo fanno, parlano di un fenomeno, quale può essere la RCA, di cui nulla sanno, se non il sentito dire o il luogo comune.

Il Dr Antonio Giangrande, autore senza “peli sulla penna e sulla tastiera” della Collana editoriale “L’Italia del Trucco”, spiega il perché dell’aumento dei premi assicurativi. Ossia, essi sono solo frutto di orrida speculazione sostenuta dalla lobby in Parlamento.

Gli assicuratori dicono che l’aumento dei premi è colpa del numero dei sinistri ed il loro aumentato valore di dannosità.

Come dire che il carburante aumenta per colpa delle guerre e non dei petrolieri o del Fisco.

Come dire che l’accesso all’avvocatura è limitato perché vi sono molti avvocati e non per colpa degli avvocati che hanno abilitato parenti, amici ed amanti e vogliono limitarne l’esercizio esclusivamente a loro.

L’OLIGOPOLIO

L’Associazione Contro Tutte le Mafie ha presentato un ricorso, rimasto lettera morta, al Ministro dello Sviluppo Economico contro l’ISVAP, per la violazione della Concorrenza, del Mercato e dello spirito riformatore della nuova normativa in campo assicurativo.

La novella sulla carta prevede il plurimandato. Nel principio della legge ciò comporta che il plurimandatario offra al cliente la tariffa più conveniente. Ma di fatto non è così.

Il ricorso segue quello già presentato all’ANTITRUST, che ha fatto propri i dubbi sollevati.

Il Regolamento ISVAP n.5 del 16 ottobre 2006, infatti, impedisce il plurimandato assicurativo e, di fatto, la ricerca della tariffa più conveniente.

Il Regolamento prevede l’obbligatorietà dell’iscrizione dell’agente in una sola delle sezioni tenute dall’ISVAP. In questo modo l’agente di una compagnia non può essere sub agente di altra compagnia.

Il Regolamento inibisce l’iscrizione a coloro i quali svolgono l’attività professionale assicurativa come secondo lavoro.

Il Regolamento impone il divieto di remunerazione per i meri segnalatori o promoters e i meri fattorini, impedendo la collaborazione occasionale e l’incentivazione alla divulgazione delle tariffe più convenienti.

Il Regolamento impone l’iscrizione dei subagenti solo se indicati dagli agenti presso cui operano, imponendo di fatto il mono mandato.

Lo stesso agente, però, è anch’esso mono mandatario, così obbligato dalla compagnia.

Il Regolamento è a favore di tutte le compagnie di assicurazione, le quali obbligano gli agenti ed, ancor più, i subagenti sotto minaccia di mancata iscrizione, ad essere esclusivisti del loro marchio, impedendo così, di fatto, la facoltà del plurimandato e della promozione delle tariffe più convenienti.

Le agenzie di assicurazione fidelizzano i clienti in sottoclassi non riconosciute da altre compagnie, per poi, quando il premio non è più redditizio per mancanza di sinistri, esercitano il loro diritto di recesso, obbligando il cliente a contrarre con nuove tariffe maggiorate. Maggiorate, sì, ma sempre più convenienti per il gioco delle sottoclassi di merito, non riconosciute altrove.

Le agenzie di assicurazione nell’assicurare la seconda auto, pur intestata ad un familiare, attingono sì alla stessa classe della prima auto, ma con tariffe maggiorate.

Molte agenzie non rilasciano l’attestato di rischio, impedendo al cliente di cambiare compagnia.

Molte compagnie non esercitano al sud perché non vi è interesse economico a farlo, tanto da limitare l’esercizio ad alcune di esse e limitare la stessa concorrenza con lievitazione delle tariffe.

Le compagnie di assicurazione dichiarano che i premi aumentano, in quanto vi sono più sinistri e maggiori danni. FALSO!!!

In premessa bisogna denunciare che un soggetto morto o lesionato al Sud Italia è risarcito in modo minore rispetto ad un soggetto del Nord Italia. Inoltre la normativa ha estromesso l’avvocato nella fase degli accertamenti peritali da effettuarsi in determinati termini temporali, investendo le carrozzerie per questo compito, con l’intento di limitare le spese legali.

Nonostante ciò le compagnie non definiscono le richieste di risarcimento nei tempi stabiliti dalla legge, che prevede delle sanzioni alla violazione dei termini indicati. Inoltre, i Giudici, investiti dalle cause civili, difficilmente condannano le compagnie per lite temeraria, per aver resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. I liquidatori introvabili, poi, sono capaci di trasformare incidenti stradali in interminabili odissee burocratiche. Questi signori hanno trovato pane giudiziario per i loro denti. È un giudice di pace di Sestri Ponente a toccare il tempo alle assicurazioni. Si chiama Roberto Garibbo e ha condannato una compagnia a pagare una somma anche per «l’inerzia e l’inadempienza» nel risarcimento dei danni. Un banale incidente, destinato a diventare un esempio per decine e decine di automobilisti. «Le cause pendenti sono circa 1.500», rivela l’avvocato Massimo Bianchi, nella doppia veste di difensore nella causa pilota di Sestri e presidente dell’Associazione genovese dei legali specializzati in incidenti stradali.

Alle Compagnie è nota l’esistenza di polizze false e polizze truffa, emesse in base a dichiarazioni false e reticenti, e nulla fanno per attuare un concreto controllo presso le agenzie.

Le compagnie assicurative ritengono che vi sia un rapporto tra aumento dei sinistri ed aumento dei premi. Responsabilità dei sinistri da addossare interamente agli utenti automobilisti.

Con tale inchiesta si dimostra il contrario.

RCA: LA TRUFFA DI STATO

Prima di rendicontare sulla questione si premette che il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie è sotto processo a Taranto per calunnia, senza che vi sia un solo atto che lo dimostri, per il sol fatto di aver difeso in tribunale un automobilista vittima di un sinistro truffa. Nel sistema giudiziario la magistratura e l’avvocatura è collusa nell’assumere testimonianze false nei processi in cui si dibattono i sinistri stradali. Guai a far emergere un sistema marcio, fonte di lauti guadagni per tutti, compresi gli assicuratori.

La regola è chiara e inequivocabile: più sei affidabile ovvero meno incidenti stradali commetti, più il premio assicurativo si abbassa, quindi meno ti costa la polizza secondo il famoso meccanismo bonus-malus. Risultato? Contento tu che paghi meno la tua assicurazione, contenta la tua compagnia che con un cliente virtuoso riduce il proprio rischio. Ma se questo sembrava essere il semplice principio alla base della RC Auto, ora non è più così. E infatti negli ultimi tempi su migliaia di automobilisti con pochi, a volte nessun incidente alla spalle, piovono disdette da parte delle compagnie assicurative o addirittura vengono proposti nuovi contratti più onerosi. Ma che motivo si nasconde dietro a questo comportamento apparentemente senza senso?

Lo spiega il Dr Antonio Giangrande

Nuove regole.

«Anzitutto c'è da dire che il comportamento descritto seppur scorretto è legale. Nel 2006 è entrato in vigore il nuovo Codice delle Assicurazioni private che mira a garantire l'assicurato e a favorire la concorrenza. In realtà però le nuove norme mettono le imprese in una posizione invidiabile: anche loro possono "disdettare" polizze senza problemi e con un tempo di preavviso di soli 15 giorni.»

Ma perché?

«Rimangono ancora da chiarire però i motivi per cui ciò avviene. Dove sta la convenienza per la compagnia? E' presto detto. Da una parte la società assicuratrice preferisce ridurre il rischio, ripulire il portafoglio da possibili sorprese puntando sulla cacciata dei clienti che ritengono meno affidabili, anche se fedelissimi negli anni. E basta solo una piccolissima macchia nella propria condotta, a volte neanche quella. Ma la beffa non è finita. Se però il cliente è estremamente virtuoso, il motivo per disdire la polizza c'è comunque. Perché il criterio non è più l'eliminazione del rischio ma l'antieconomicità nel meccanismo bonus-malus di avere un assicurato troppo affidabile. Quindi in un caso o nell'altro puoi esser sempre fregato. Quaranta milioni di veicoli in circolazione, 18 miliardi di euro di premi obbligatori, le tariffe più care d'Europa. Eppure in Italia spesso i bilanci delle assicurazioni finiscono in rosso: per inefficienza, per incapacità di frenare le frodi, perché operano in un sistema malato. L'unica certezza in questa guerra di tutti contro tutti è che, alla fine, a pagare sono sempre e solo i cittadini onesti. Per far fronte alla crisi e alle truffe, le compagnie hanno messo in campo una politica molto aggressiva nei confronti della clientela. La parola d'ordine è "liberarsi dell'assicurato che non dà sicurezza". Ma tra errori, esagerazioni e furberie, molte persone del tutto innocenti si trovano di fronte a vere e proprie "espulsioni". E per rientrare ricevono proposte a prezzi anche sei volte più alti.»

Ma la stessa rilevazione del numero dei sinistri e truffaldina.

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-04166 presentata da FELICE BELISARIO

Martedì 26 giugno 2007 nella seduta n. 177 BELISARIO e RAITI. - Al Ministro dello sviluppo economico - Per sapere - premesso che:

nel numero del 2 febbraio 2007 del settimanale a diffusione nazionale «DIARIO» è apparsa un'inchiesta a firma del giornalista, Mario Portanova con la quale venivano segnalate una serie di possibili alterazioni dei dati relativi ai sinistri all'interno dei centri di liquidazione danni delle maggiori compagnie assicurative italiane che, come è noto, negli ultimi anni si sono consorziate per la gestione in comune dei servizi di liquidazione (fra questi Fondiaria - Sai - Milano, Generali - Assitalia-Fata, Ras-Allianz-Bernese, Unipolaurora-Navale, eccetera), mantenendo sostanzialmente scorporate le singole imprese per la raccolta dei premi e la fornitura dei prodotti e servizi assicurativi;

in particolare, un'intervista ad un ex ispettore sinistri, che aveva già denunciato tali prassi alla Procura di Lecce, evidenziava come attraverso «semplici trucchetti» venivano alterati alcuni dati «grazie ai quali i premi delle polizze continuano ad aumentare, i bilanci delle compagnie vengono alterati...»: fra questi l'apertura fittizia di sinistri allo scopo di aumentarne la frequenza;

esige il dato più inquietante che emergeva è che se «queste stesse manipolazioni fossero state eseguite a livello di tutti gli ispettorati dei maggiori gruppi assicurativi... il risultato sarebbe stato un aumento vertiginoso dei sinistri. Vale a dire un danno agli assicurati, poiché il solo scopo del trucco era il mantenimento di elevati livelli tariffari. Tanto nessuno può controllare queste procedure, se non le stesse compagnie...»;

queste circostanze sarebbero confermate anche da altri addetti agli ispettorati sinistri di altre compagnie del territorio nazionale;

in virtù dei sistemi informatici utilizzati all'interno degli ispettorati di gruppo avverrebbe uno scambio dei dati sensibili di assicurati e danneggiati delle compagnie consorziate, senza alcun riguardo per il diritto alla privacy;

tale scambio di dati relativi al numero dei sinistri, e ai pagamenti, se gli stessi fossero conosciuti da tutte le compagnie all'interno dello stesso gruppo, potrebbe comportare una violazione della normativa antitrust o un aggiramento della normativa stessa;

l'eventuale alterazione dei dati statistici all'interno degli ispettorati sinistri e le eventuali anomalie indicate nella citata inchiesta possono comportare un'alterazione del leale svolgimento dei mercati assicurativi e quindi possono essere in grado di aumentare le tariffe relative ai premi di assicurazione;

allo stato, ai sensi del decreto legislativo n. 209 del 2005 (Codice delle Assicurazioni), il nostro ordinamento affiderebbe il controllo e la vigilanza sulle compagnie e sui gruppi di assicurazioni, all'organismo di vigilanza ISVAP -:

se non intenda chiarire, anche attraverso eventuali iniziative legislative, se la normativa sui poteri di vigilanza dell'ISVAP, permetta il controllo diretto e la vigilanza sui dati relativi alla gestione interna e tecnica dei servizi di liquidazione sinistri delle Compagnie assicurative e di quelli di gruppo, e quindi l'esercizio dei poteri prescrittivi e repressivi conseguenti, o relega l'ISVAP ad un ruolo di mero organo accertatore dei dati e delle statistiche fornite dalle compagnie e dai gruppi assicurativi, specie in tema di numero di sinistri, pagamenti e costi;

quali siano i dati di cui il ministero dispone, anche ai sensi dell'articolo 136 del citato codice delle assicurazioni, in merito alle vicende esposte.

INSICUREZZA STRADALE: QUELLO CHE NON SI DICE

Sul portale della “Associazione contro tutte le mafie”, www.controtuttelemafie.it , è stato pubblicato uno studio approfondito sulla sicurezza della circolazione stradale.

«Il tema dell’insicurezza stradale è sentito da tutti. Ognuno di noi, o un proprio caro, conosce l’esito di un sinistro: lesione o decesso - dice il suo presidente dr Antonio Giangrande - Nessuno conosce per certo i numeri e le cause del fenomeno, per porvi rimedio, salvo assistere alle strumentalizzazioni per interesse privato di enti ed associazioni tematiche.»

Quante sono le vittime?

«Secondo i dati ISTAT-ACI, ogni giorno in Italia si verificano in media 633 incidenti stradali, che provocano la morte di 14 persone e il ferimento di altre 893. Nel complesso, nell’anno 2007 (ultimi dati disponibili) sono stati rilevati 230.871 incidenti stradali, che hanno causato il decesso di 5.131 persone, mentre altre 325.850 hanno subito lesioni di diversa gravità. Si sono persi per strada ogni anno almeno 90 mila sinistri stradali con lesioni rilevati dalla polizia municipale. Manca infatti un sistema centrale informatico per la raccolta dell'attività della polizia locale che da sola rileva in Italia 3 incidenti su 4. Lo ha evidenziato l'Anvu con la pubblicazione del secondo stralcio della ricerca statistica sui dati dei sinistri stradali relativi al 2008, effettuata con il portale poliziamunicipale.it. Secondo l'osservatorio della polizia municipale i dati elaborati, analizzando un campione di comuni pari quasi al 30% della popolazione residente, evidenziano che i dati ufficiali diffusi ogni anno dall'Istat a fine anno sono gravemente carenti di informazioni. Nel 2007, secondo i dati ufficiali dell'Istat, infatti, il numero complessivo di incidenti con feriti o decessi ammontava a 230.871. Secondo la stima elaborata dall'osservatorio Anvu – poliziamunicipale.it - nel 2008, quelli effettivamente occorsi erano 320.000, quindi 90.000 in più rispetto ai dati ufficiali del 2007.»

Quale è la tipologia delle vittime secondo i dati Istat?

«Conducenti e passeggeri di autovetture, autocarri, autobus e Tir: 7 morti al giorno. Pedoni: 2 morti ogni giorno. Passeggiare tranquilli tra le vie della propria città, lasciando per una volta a casa la macchina, può purtroppo trasformarsi in un vero incubo. La conferma viene dagli ultimi dati statistici in tema di incidenti stradali: in Italia, ogni giorno, circa 60 persone vengono investite sulla strada. Di queste, oltre 2 al giorno perdono la vita, mentre circa 58 devono farsi medicare per lesioni più o meno gravi. Ci sono state 758 vittime. I feriti fra i pedoni si sono attestati a quota 21.062. Le cause di questa "strage" restano quelle di sempre: alta velocità, guida in stato di ebbrezza, distrazione, segnaletica verticale ed orizzontale insufficiente. Comportamento generalmente imprudente unito ad una sorta di vera e propria intolleranza degli automobilisti verso il pedone. A questi fattori bisogna aggiungere strisce pedonali che in diversi casi hanno perso il colore e sono praticamente invisibili; auto e scooter parcheggiati sui marciapiedi che costringono il pedone a slalom o passaggi obbligati sulla strada, magari con passeggini o sacchi della spesa al seguito; autobus che effettuano le fermate in mezzo alla strada. Sul versante delle responsabilità dell'incidente, le statistiche indicano che nel 51% dei casi di investimento nessuna responsabilità è da attribuirsi al pedone; nel rimanente 49% troviamo invece delle forme di corresponsabilità: non è vero, quindi, che, come si sente dire, "il pedone ha sempre ragione". Il pedone, infatti, oltre a diritti ha anche dei precisi doveri da rispettare elencati nell'art. 190 del CdS. I ciclisti: 1 morto ogni giorno. Ultimo dato Istat disponibile: morti 317 ciclisti. E non è tutto: in appena 3 anni, secondo un'inchiesta pubblicata sulla rivista il Centauro sono quasi 1.000 i ciclisti che hanno perso la vita sull'asfalto, con 12.476 feriti, (35.491 in tre anni). E sempre secondo le statistiche si sono contate 15 vittime fra i bambini che andavano in bici dagli 0 ai 14 anni. 13 maschi e 2 femmine. Sono state invece ben 161 le vittime fra i ciclisti over 65, pari al 50,8%. Fra gli anziani 122 erano maschi 75,8% e 39 le femmine 24,2%. I motociclisti: 4 morti ogni giorno. Il 90 per cento dei decessi avviene in ambito urbano, per colpa di un traffico caotico, di strade in pessimo stato, di trasporti pubblici inefficienti che spingono all'utilizzo delle due ruote come obbligo e non come scelta, dei mancati controlli sui comportamenti indisciplinati e pericolosi dei guidatori delle due e delle quattro ruote”. I dati emergono dall'indagine della Consulta nazionale per la sicurezza stradale del Cnel sull'analisi di rischio delle due ruote a motore.»

Quali sono le cause?

«Sono marginali i sinistri causati dagli autisti dei Tir, che secondo le inchieste svolte sono costretti dalle aziende a guidare per giorni senza dormire. Guidatori che si tengono su con la cocaina. E nessun rispetto delle leggi. Come non sono quantificabili le cause dovute al fenomeno dei collaudi falsi. Il fenomeno dei collaudi falsi è esteso, ma sottaciuto, se non con qualche servizio di Striscia la Notizia. Causa di incidenti stradali possono essere molteplici fattori. Si va dalle semplici disattenzioni a incidenti causati dalla cattiva condizione della carreggiata o condizioni meteorologiche. Ma stranamente si parla solo di ubriachi al volante. Incidenti dovuti alla condizione della strada: Fondo ghiacciato o innevato o presenza di fanghiglia o di pietrisco, fogliame o altro materiale scivoloso sulla carreggiata; macchie d'olio sull'asfalto; allagamento da forte pioggia. Incidenti dovuti alla struttura della strada: La ristrettezza della strada, presenza di strettoie non segnalate; la mancata segnalazione degli incroci; la mancanza di segnaletica orizzontale o verticale; la presenza di ostacoli occulti ed imprevedibili; presenza di animali; fondo stradale disconnesso, scarsa illuminazione. Incidenti dovuti alla condizione ambientale: Pioggia, neve o grandine; nebbia fitta; forte vento laterale. Incidenti dovuti alla condizione del mezzo: Manutenzione scarsa o assente; gomme lisce; rottura improvvisa di componenti meccaniche. Incidenti dovuti alla condizione soggettiva: Abbagliamento; curiosità quando sull'altra corsia dell'autostrada è successo un incidente o si è intervenuti in aiuto senza segnalare la propria persona né i veicoli coinvolti nel sinistro; guidare con il cellulare, magari fumando una sigaretta o armeggiare con l’autoradio; distrazione o disattenzione per fattori interni all’abitacolo o esterni; colpo di sonno; violazione delle norme del codice della strada quali il limite di velocità, sorpassi azzardati, non rispetto della segnaletica; stato psicologico alterato da alcool e droga.»

Dai dati ufficiali risulta che la distrazione è la causa principale per gli incidenti stradali.

«La ricerca sui fattori soggettivi degli incidenti stradali, condotta dall’Istituto Piepoli con il patrocinio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e su incarico dell’Anas Spa, della Fipe e del Silb, ha stabilito che la causa principale degli incidenti stradali è costituita dall’alterazione cognitiva dei processi di attenzione del guidatore, che può essere determinata da fattori psicologi, da stili di vita “irregolari” ovvero da stress o da stanchezza.»

Per gli aderenti al CNOSS 1/3 dei decessi è colpa delle condizioni delle strade.

«Gran parte delle associazioni aderenti al CNOSS si sono costituite proprio a causa di incidenti determinati dalla pericolosità delle strutture viarie italiane, ma le coscienze profumano più di pulito se queste responsabilità vengono viste con ingiustificata "benevolenza". Ecco il loro comunicato stampa: “Lo stiamo dicendo da anni, attirandoci le antipatie di molti enti gestori delle strade. In Italia un incidente mortale su tre è imputabile alle condizioni delle strade. Oggi giornali e televisioni hanno dato la notizia "scoop" con grande enfasi ed apparente sorpresa. Dopo il polverone iniziale, temiamo che alle migliaia di morti ammazzati, che ogni anno perdono la vita a causa delle vergognose condizioni delle strade italiane (gli altri) si aggiungeranno altre migliaia di ignari utenti della strada che oggi hanno appreso la notizia con fatalismo e senso di impotenza (da sorteggiare tra noi tutti). Alcune domande sorgono spontanee: Se un incidente mortale su tre è dovuto alle condizioni delle strade, perchè le responsabilità di questi omicidi non vengono quasi mai imputate agli Enti gestori? Perchè le forze dell'ordine o gli altri organismi istituiti per garantire la sicurezza sulle strade non denunciano queste situazioni di pericolo senza attendere che ci scappi il morto?»

E le istituzioni cosa fanno?

«I sinistri stradali colpiscono anche coloro che dovrebbero vigilare sulla sicurezza della circolazione. Il 70% delle vittime in divisa sono deceduti su strada e non per conflitti a fuoco (10%) o altro, per mancanza dell'uso delle cinture e macchine in stato pietoso. L'incredibile dato arriva dall'inchiesta pubblicata sul Centauro di giugno 2009, la rivista dell'Asaps, “Associazione amici polizia stradale”. Ma quanti di questi agenti si sarebbero potuti salvare se solo avessero indossato le cinture di sicurezza? “Probabilmente molti - spiega Giordano Biserni, presidente dell'Asaps - perché spesso le "divise" non le indossano ritenendole d'impaccio per una possibile fase operativa. Inoltre l'elevata velocità, in emergenze per servizio, sarebbe meglio gestita in termini sicurezza dopo un'apposita formazione con corsi di guida sicura, che una volta si facevano, ma che nel tempo si sono persi. A noi preme - continua Biserni - la sicurezza di tutti, quindi anche degli agenti e la perdita di una vita non in un conflitto a fuoco, ma in un drammatico incidente stradale non ci consola di più. Anzi, ci fa ancora più rabbia”. In ogni caso una cosa è certa: il 70% dei casi un poliziotto perde la vita in un incidente stradale. E stupisce come nessuno si ponga il problema se una piccola associazione di volontari sia l'unica che solleva un problema tanto grave: anche queste sono morti bianche e non si può negare che un uomo o una donna in divisa siano lavoratrici e lavoratori come tutti gli altri. “Ma quando un difensore dello Stato ci lascia la vita - spiegano all'Aspas - non è sempre detto che l'evento che ha cagionato un esito letale non debba essere studiato a fondo per evitarne una dolorosa ripetizione. Prendiamo il caso di uno spericolato inseguimento: è sempre necessario correre a rotta di collo per fermare un sospetto?”»

«Certo è che nessuno parla delle morti evitabili – continua il Dr Antonio Giangrande - secondo gli studi effettuati, il 30 % delle morti è riconducibile al soccorso inadeguato. Fatto che ha precise responsabilità. La tempestività di un intervento qualificato sul luogo dell’incidente consente di ridurre al massimo l’intervallo privo di terapia, considerato maggiormente a rischio ai fini della sopravvivenza, e di esaltare, invece, le possibilità di recupero delle funzioni vitali (la “golden hour” nel trattamento immediato del politraumatizzato) determinando una riduzione degli esiti infausti nel secondo picco di mortalità. Un’analisi retrospettiva di oltre 700 decessi ha evidenziato che il 52 per cento delle morti avviene sul luogo dell’incidente o comunque prima dell’arrivo in ospedale, mentre del restante 48 per cento delle vittime, il 23 per cento muore entro un’ora dal trauma ed un’ulteriore 35 per cento entro le prime 24 ore. La percentuale di “morti evitabili”, intendendo con questo termine quelle dovute ad insufficienza o ritardo nel soccorso immediato pre-ospedaliero, è stata valutata retrospettivamente in misura del 70 per cento qualora non coesistano gravi lesioni del SNC ed in misura del 30 per cento nel caso in cui queste siano presenti. È da considerare, inoltre, l’esistenza di una elevata quota di decessi e di sequele funzionali post-traumatiche gravi dovute non già al trauma di per se stesso, bensì al verificarsi di eventi successivi, connessi con un primo soccorso non qualificato o con l’invio in strutture non idonee: ad esempio, lesioni neurologiche irreversibili causate da uno stato di shock emorragico non adeguatamente corretto, lesioni ischemiche di arti fratturati non sufficientemente immobilizzati durante il trasporto, danni midollari spinali da incauta estrazione del traumatizzato dal veicolo, ecc. In Italia, un’analisi autoptica retrospettiva di 110 soggetti deceduti per trauma ha evidenziato che la causa principale di morte era rappresentata da shock emorragico per lesioni che sarebbe stato possibile trattare chirurgicamente.»

Collaborare alla divulgazione di tali inchieste è un modo alternativo per battere censura ed omertà.

RCA: LA TRUFFA DI STATO

Prima di rendicontare sulla questione con con l’inchiesta di “La Repubblica” si premette che il dr Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie è stato processato a Taranto per calunnia per il sol fatto di aver difeso in tribunale un automobilista vittima di un sinistro truffa. Nel sistema giudiziario la magistratura e l’avvocatura è collusa nell’assumere testimonianze false nei processi in cui si dibattono i sinistri stradali. Guai a far emergere un sistema marcio, fonte di lauti guadagni per tutti, compresi gli assicuratori.

La regola è chiara e inequivocabile: più sei affidabile ovvero meno incidenti stradali commetti, più il premio assicurativo si abbassa, quindi meno ti costa la polizza secondo il famoso meccanismo bonus-malus. Risultato? Contento tu che paghi meno la tua assicurazione, contenta la tua compagnia che con un cliente virtuoso riduce il proprio rischio. Ma se questo sembrava essere il semplice principio alla base della RC Auto, ora non è più così. E infatti negli ultimi tempi su migliaia di automobilisti con pochi, a volte nessun incidente alla spalle, piovono disdette da parte delle compagnie assicurative o addirittura vengono proposti nuovi contratti più onerosi. Ma che motivo si nasconde dietro a questo comportamento apparentemente senza senso?

Nuove regole - Anzitutto c'è da dire che il comportamento descritto seppur scorretto è legale. Nel 2006 è entrato in vigore il nuovo Codice delle Assicurazioni private che mira a garantire l'assicurato e a favorire la concorrenza. In realtà però le nuove norme mettono le imprese in una posizione invidiabile: anche loro possono "disdettare" polizze senza problemi e con un tempo di preavviso di soli 15 giorni.

Ma perché? - Ma rimangono ancora da chiarire però i motivi per cui ciò avviene. Dove sta la convenienza per la compagnia? E' presto detto. Da una parte la società assicuratrice preferisce ridurre il rischio, ripulire il portafoglio da possibili sorprese puntando sulla cacciata dei clienti che ritengono meno affidabili, anche se fedelissimi negli anni. E basta solo una piccolissima macchia nella propria condotta, a volte neanche quella. Ma la beffa non è finita. Se però il cliente è estremamente virtuoso, il motivo per disdire la polizza c'è comunque. Perché il criterio non è più l'eliminazione del rischio ma l'antieconomicità nel meccanismo bonus-malus di avere un assicurato troppo affidabile. Quindi in un caso o nell'altro puoi esser sempre fregato.

Quaranta milioni di veicoli in circolazione, 18 miliardi di euro di premi obbligatori, le tariffe più care d'Europa. Eppure in Italia spesso i bilanci delle assicurazioni finiscono in rosso: per inefficienza, per incapacità di frenare le frodi, perché operano in un sistema malato. L'unica certezza in questa guerra di tutti contro tutti è che, alla fine, a pagare sono sempre e solo i cittadini onesti. Per far fronte alla crisi e alle truffe, le compagnie hanno messo in campo una politica molto aggressiva nei confronti della clientela. La parola d'ordine è "liberarsi dell'assicurato che non dà sicurezza". Ma tra errori, esagerazioni e furberie, molte persone del tutto innocenti si trovano di fronte a vere e proprie "espulsioni". E per rientrare ricevono proposte a prezzi anche sei volte più alti.

La protesta dei consumatori e l'incapacità del sistema di trovare altre strade.

Mario, lo chiameremo così, non l’ha presa bene. La sua vecchia compagnia di assicurazione gli ha dato il benservito. Con una lettera che spazza via tutti quegli anni passati a pagare puntualmente la polizza. C’era stato un solo incidente con colpa, due anni prima di quella disdetta che lo mette alla porta. Mario però non ne vuole sapere, in fondo con quel "marchio" si trova bene. E allora, norme alla mano, pretende un altro contratto. L’assicuratore prima nicchia, poi risponde con una nuova proposta pronta per essere firmata. Manca solo un piccolo particolare: il prezzo. Che di colpo passa da 1.600 euro l’anno per la sola responsabilità civile, a 9mila euro, quasi sei volte di più. La storia di Mario è diventata un caso di scuola tanto che l’Isvap, ricevuta la denuncia del cittadino, ha aperto un fascicolo e tra qualche settimana appiopperà una multa salata all’impresa che ha tradito la fiducia del suo assicurato. Ma questa sanzione basterà a scoraggiare altri casi come questo?

Quel che sembra un caso limite, in realtà coinvolge ogni anno migliaia di automobilisti con pochi o a volte nessun incidente alle spalle. Improvvisamente arrivano disdette a pioggia, e l’obbligo ad assicurare viene aggirato con nonchalance. Ma perché le compagnie disdicono le polizze, invece di fare pulizia nell’azienda, tagliare i rami secchi e le inefficienze? Semplicemente perché preferiscono ridurre il rischio, ripulire il portafoglio da possibili sorprese. E puntano sulla scorciatoia della "cacciata" dei clienti che ritengono meno affidabili, anche se fedelissimi negli anni. Basta una piccola macchia (a volte nemmeno quella) per far suonare il campanello d’allarme negli uffici delle aziende del settore. Che, legge alla mano, procedono alla rescissione dei contratti. Sì perché le norme in vigore, nate per garantire l’assicurato e favorire la concorrenza, in realtà mettono le imprese in una posizione invidiabile: anche loro possono disdettare polizze senza problemi. A partire dal 2006, infatti, il nuovo Codice delle Assicurazioni private ha introdotto una disciplina con tempi di preavviso ridotti a 15 giorni. Quello delle disdette è un fenomeno che, sulla spinta della crisi economica, rischia di esplodere: automobilisti con alle spalle decenni di guida "pulita" senza nemmeno un sinistro, e incappati magari in uno o due incidenti nell’ arco degli ultimi tre anni, si vedono recapitare dal postino il benservito. A quel punto scatta la spasmodica ricerca di una soluzione: c’è chi chiede di restare con lo stesso "marchio" (è un diritto dell’ automobilista) e chi va in cerca dell’ alternativa (spesso costosa).

Ma c’è anche un altro sistema per tenere lontani automobilisti poco affidabili, troppo giovani e inesperti, o semplicemente residenti in aree giudicate a rischio truffa (il Sud, ma non solo): si propongono tariffe fuori mercato, anche cinque o sei volte più alte del normale per convincere il malcapitato guidatore a cercare altrove la propria polizza. In questo caso si verifica una "elusione dell’obbligo a contrarre" le polizze, un dovere per le assicurazioni, che è stato sancito anche dalla Corte di Giustizia europea e che nei prossimi giorni verrà sanzionato con multe milionarie dall’Isvap. Negli ultimi mesi, i due fenomeni stanno rapidamente contagiando le agenzie e molti automobilisti rischiano di pagare polizze più care anche del 30% per assicurare di nuovo il proprio veicolo. Soltanto l’anno scorso le imprese hanno ricevuto ai propri centralini 114mila reclami. Di questi, 70mila riguardano la RC auto. E se il 70% tocca il tema dei risarcimenti, gli altri casi sono stati causati proprio da disdette e classi bonus-malus incoerenti. Nei prossimi giorni arriveranno le prime pesanti sanzioni nei confronti di tre società entrate nel mirino dell’istituto di vigilanza per il fenomeno dell’elusione. Entro il 2011 toccherà ad altre undici compagnie. In totale ci sono 14 gruppi assicurativi sui quali si abbatterà la scure dell’Isvap per un totale di quasi 30 milioni di multe che vanno ad aggiungersi ai 31 già cumulati per altre motivazioni nel corso del 2011 per un totale da record di 60 milioni di ammende. Le 14 compagnie rappresentano quasi il 20% del mercato. Segno che in alcune aree del Paese almeno due compagnie su dieci applicano sistematicamente l’elusione. Francesco Avallone di Federconsumatori conferma: "Soprattutto al Centro Sud le compagnie stanno violando l’obbligo a contrarre muovendosi in due direzioni: da una parte disdicono polizze a clienti che non hanno mai causato dei sinistri, dall’altra rinnovano polizze a prezzi quadruplicati, in modo da spingere questi clienti a non riassicurarsi. Così da abbandonare il territorio economicamente meno vantaggioso". Secondo l’Isvap, inoltre, tra il 2004 e il 2009 c’è stato un calo del 30% degli uffici di liquidazione dei sinistri, per lo più al Sud dove spesso le organizzazioni criminali scambiano i liquidatori per dei bancomat al loro servizio. Ecco perché nel Meridione oggi c’è un cosiddetto "punto di contatto" ogni 17.329 veicoli circolanti, mentre nel 2009 erano 15.854. In Campania si sale addirittura a 32.617. Al Nord ce n’è uno ogni 10.527 veicoli.

Per l’Ania, l’associazione che rappresenta il settore assicurativo, le disdette sono legali e non vanno intese come una "punizione del consumatore". "È vero che il cliente si sente come tradito dalla compagnia", spiega Vittorio Verdone, direttore "Auto, distribuzione e consumatori" dell’associazione, "ma dobbiamo pensare alle polizze auto come ad un contratto di assicurazione e non ad un servizio soggetto a tariffazione. E quando crescono le difficoltà per le aziende - con costi più elevati magari dovuti alle truffe, alle microinvalidità fino al 2%, o ad alcune norme come la Bersani - allora si seleziona il rischio". Il cliente allontanato può comunque rientrare, anche se il "premio" risulterà generalmente più alto del precedente.

Proprio le truffe restano uno dei punti dolenti del nostro sistema assicurativo auto. Se è vero - come ha spiegato il presidente dell’Antitrust Catricalà al Senato - che le tariffe sono aumentate del 25% per le auto e del 35% per i motocicli negli ultimi due anni, è anche vero che l’incidenza delle truffe deprime i bilanci delle compagnie. Non siamo ancora ai livelli della Gran Bretagna e della Francia, dove questi reati incredibilmente accadono molto più spesso che in Italia. Ma in alcune aree del nostro Paese le truffe raggiungono picchi insostenibili. È un business in costante sviluppo. I soli incidenti fraudolenti (e solo quelli scoperti) valgono 340 milioni. Poi ci sono le microlesioni (quelle inferiori al 9% di invalidità, come il colpo di frusta), una specialità della giurisprudenza nazionale. In Francia la disciplina n’existe pas, non esiste, ed è poco sviluppata nel resto d’Europa. Fatto 100 il totale costi dei risarcimenti Rc auto, solo il 35% va alle riparazioni, mentre il 41% (5,7 miliardi) è destinato a morti o invalidità gravi (superiori al 9%) e il 24% (3,4 miliardi) finisce alle lesioni di lieve entità. Quelle molto lievi, da 1 o 2 punti di invalidità, costano più di 2 miliardi l’anno e rappresentano due terzi delle lesioni con danni fisici. È la "sindrome del colpo di frusta", che flagella il Meridione e mantiene attorno al 40% i sinistri con feriti nelle province di Crotone, Brindisi, Taranto, Foggia, Bari, Lecce. Ma perché allora, non si combatte davvero il fenomeno delle truffe? Secondo l’Isvap le imprese dovrebbero investire per combattere questi comportamenti. Le compagnie — che a dir la verità preferiscono non denunciare certi reati — replicano che di frodi dovrebbe occuparsi l’autorità giudiziaria, perché spesso costa di più raccogliere le prove indiziarie che non liquidare qualche migliaio di euro. Talvolta, infine, false imprese si scambiano i ruoli (fraudolenti) con i clienti: i fenomeni di abusivismo e commercio di polizze contraffatte nel 2011 sono più che raddoppiati: sono 25 i casi individuati rispetto al 2010. Sono compagnie pirata che raggirano ignari cittadini offrendo premi stracciati, dietro cui non ci sono strutture né riserve né risarcimenti. Solo un contrassegno finto. I grandi aumenti: +30% in due anni In soli due anni i costi di una polizza Auto sono schizzati verso l'alto del 25% mentre quelli delle moto hanno raggiunto picchi di incremento del 35%. Secondo i dati dell'Antitrust, c'è stato un aumento del 25% tra il 2009 e il 2010. E un incremento con punte del 35% se si considerano gli anni che vanno dal 2006 al 2010.

 

 

QUANTO È AUMENTATA LA RC AUTO TRA IL 2006 E IL 2010

 

PROFILO ASSICURATO

SESSO

CENTRO

ISOLE

NORD

SUD

Ventenne, assicurato per la prima volta.
Auto 1200 c.c. classe bonus malus 14

uomo

+29,4%

+14,2%

+30,5%

+26,2%

donna

+30,5%

+8,8%

+34,5%

+33,4%

Quarantenne
Auto 1900 c.c. classe bonus malus 7

uomo

+19,3%

+14,6%

+15,3%

+24,8%

donna

+12,4%

+25,1%

+20,5%

+13,3%

Cinquantenne
Auto 1900 c.c. classe bonus malus 1

uomo

+6,3%

+9,7%

+8%

+11%

donna

+10,1%

+17,5%

+7,5%

+10,8%

Quarantenne
Auto 1900 c.c. classe bonus malus 7

uomo

+12,1%

+15,3%

+14,5%

+17,1%

donna

+22,3%

+24,2%

+21,6%

+16,9%

 

I RINCARI DELLE POLIZZE RC MOTO TRA IL 2006 E IL 2010

 

PROFILO ASSICURATO

SESSO

CENTRO

ISOLE

NORD

SUD

Diciottenne
Ciclomotore 50 c.c. classe bonus malus 12

uomo

+20,8%

+18,3%

+15,6%

+21,5%

donna

+27,4%

+34,7%

+12,6%

+16,6%

Quarantacinquenne
Motociclo 250 c.c. classe bonus malus 8

uomo

+52,5%

+37,5%

+42,3%

+39,1%

donna

+37,5%

+35,3%

+24,6%

+46,1%

Disdetta senza motivo. Mai un incidente, eppure la compagnia assicuratrice di Luciana di Gaeta ha cancellato la polizza per poi proporle di rientrare a una tariffa molto più alta. Mai un incidente, eppure indesiderata. Luciana S. di Gaeta ha ricevuto, incredula, la disdetta della polizza dall'assicurazione pur non avendo mai creato problemi alla sua agenzia: regolari i pagamenti del premio, mai uno scontro fatto o subìto. "Ho chiamato la mia agenzia - racconta Luciana - e mi hanno detto imbarazzati che la disdetta era dovuta a "motivi commerciali". Subito dopo mi hanno detto che, se volevo rientrare, dovevo azzerare il vecchio contratto e assicurarmi come nuovo cliente, a una tariffa notevolmente più alta. A questo punto sono stata costretta a rivolgermi a un'altra compagnia. E neanche qui è stato facile: ho perso giorni e giorni per trovare un assicuratore che applicasse condizioni almeno decenti".

Come diventare indesiderato. Due piccoli incidenti negli ultimi due anni dopo dieci senza un graffio. Tanto basta a Mario di Roma per ricevere una lettera e una telefonata che chiudono il contratto. Dieci anni senza fare un graffio alla macchina. Poi due piccoli incidenti (con colpa) negli ultimi due anni. Abbastanza per diventare un "indesiderato". La compagnia fa recapitare una lettera a Mario di Roma, e poi telefona per sancire il divorzio. "Dopo proteste e reclami, mi sono rassegnato a cercare un'altra compagnia. Ne trovo una telematica e faccio il preventivo denunciando i due incidenti avvenuti per mia colpa. Prezzo vantaggioso, pago il dovuto e attivo la polizza. Troppo bello. Un operatore mi contatta e mi chiede se, oltre ai due incidenti per colpa, ne avessi avuto anche uno senza colpa. Era così, in effetti. Risultato? Il preventivo quasi raddoppia. Io, rassegnato, non posso che pagare".

L'attestato di rischio negato. Gianluca di Rieti voleva cambiare compagnia ma quella vecchia gli fa lo sgambetto: non gli fornisce l'attestato di rischio e lui deve affrontare costi maggiorati. Prova a cambiare compagnia assicurativa, ma quella vecchia gli fa lo sgambetto: non gli dà l'attestato di rischio e Gianluca di Rieti finisce in un vicolo cieco. "Sono andato in agenzia per farmi fare un preventivo e sottoscrivere la nuova polizza. Avevo con me molti documenti della vecchia assicurazione. Ma non l'attestato. La nuova agenzia mi ha spiegato che avrebbe attivato l'assicurazione, ma io sarei rientrato nell'inferno della classe 14. Io, che partivo da una classe 4. Il risultato concreto? Costi da mal di testa per la nuova polizza. Avere l'attestato di rischio non è forse un mio diritto?". Nessun avviso e 170 euro in più.

Una polizza a consumo chilometrico, un aumento consistente senza avvertire e senza spiegare. E alla fine per Raffaella di Roma il rinnovo forzato per non restare scoperta. Raffaella di Roma ha dal 2006 una polizza a consumo chilometrico. Quest'anno si è vista aumentare il premio di 170 euro senza essere stata avvertita e senza aver ricevuto l'attestato di rischio (l'agenzia sostiene di averlo spedito, ma non può provarlo). "Se volessi rescindere il contratto, avrei l'obbligo di portare l'auto in una specifica officina per far rimuovere l'apparecchio che conta i chilometri. Costo: 120 euro. Quando ho chiesto che motivassero questa spesa, mi hanno detto di non poterlo fare. Alla fine, con la polizza scaduta da undici giorni, ho dovuto rinnovare, forzatamente, con la vecchia compagnia. Un altro anno, pur di non restare senza copertura".

Ritardo ingiustificato. Quando hanno capito che Angela di Roma stava per mollarli, quelli della compagnia hanno prima allungato i tempi dell'attestato di rischio, poi fatto un'offerta più vantaggiosa. Angela C. di Roma ha chiesto l'attestato di rischio, inutilmente: "Quando la mia compagnia ha fiutato che stavo per mollarli, mi ha avvertito che avrei dovuto aspettare oltre un mese per via di problemi burocratici interni. Ho tenuto la posizione: a me - ho precisato - l'attestato serviva subito. Alle mie proteste l'agente ha inviato una proposta migliorativa della polizza che alla fine, per forza di cose, ho accettato. Vorrei chiedere: non potevano applicarmi queste condizioni più vantaggiose senza aspettare il mio pressing?".

Tempi troppo lunghi. Tre anni senza macchina, poi Anna la ricompra e tenta invano di assicurarla con una compagnia online, respinta da richieste di documentazione eccessive e lungaggini. Anna era una cliente di un'assicurazione online. Ma la polizza era ormai scaduta da tre anni, non avendo più l'auto. Decide di acquistare una nuova vettura. Dopo una ricerca online trova una nuova assicurazione, più vantaggiosa della precedente, sempre telematica. Ottenuto a fatica l'attestato di rischio, la nuova assicurazione "mi chiede tutta una serie di documenti, tra cui un'autocertificazione dove dichiaravo di non aver avuto incidenti negli ultimi tre anni. Avrei ricevuto una risposta entro massimo un mese, a meno di stipulare l'assicurazione entrando in 14esima classe. Alla fine, sono rimasta con la vecchia compagnia, che nel frattempo mi ha proposto, a fronte di un piccolo sconto sulla polizza, la sottoscrizione di un'assicurazione sulla casa".

Il diritto di recedere. Cinque anni senza un sinistro, così per Lucio è stata una sorpresa ricevere una lettera in cui si dice che, per mutate condizioni di mercato, la tariffa va modificata. Lucio era assicurato dal 2006 con una compagnia. Tutti i pagamenti regolari, mai un sinistro, né con colpa né senza colpa. "Il 22 settembre mi hanno mandato una lettera in cui dicevano che - per mutate condizioni di mercato - non potevano confermare il contratto a quelle tariffe. Li ho chiamati per avere spiegazioni e mi hanno detto che era loro diritto recedere come lo è per il cliente. In ogni caso, non potevo ricevere spiegazioni via telefono. Avrei dovuto inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno. A quel punto, ho finto di abboccare: ho detto che avrei accettato le loro nuove condizioni. Erano così felici di sbranare la loro preda che sono rimasti al telefono minuti e minuti, diventando prodighi di informazioni".

Domande pretestuose. Una compagnia trovata su internet, un preventivo conveniente. Ma al dunque, per Marco da Genzano, è arrivato un interrogatorio così invadente da spingerlo a rinunciare. Marco M. di Genzano aveva individuato su Internet una compagnia assicurativa che applicava condizioni vantaggiose. "Mi hanno fatto un preventivo conveniente, mi sono preso alcuni giorni per valutare alcune clausole prima di prendere una decisione. Quando finalmente mi sono deciso a sottoscrivere la polizza, l'impiegato ha allungato i tempi con domande pretestuose sulla mia condotta di guida, costringendomi a tornare alla fine alla compagnia di provenienza".

L’Associazione Contro Tutte le Mafie ha presentato un ricorso contro l’ISVAP al Ministero dell’Economia per la violazione della Concorrenza del Mercato e dello spirito riformatore della nuova normativa in campo assicurativo, in cui si prevede il plurimandato e la conoscenza delle tariffe più convenienti.

Il ricorso segue quello già presentato all’ANTITRUST, il quale ha rilevato che vi è fondato motivo di approfondire la tematica sottesa.

Il Regolamento ISVAP n.5 del 16 ottobre 2006, infatti, impedisce il plurimandato assicurativo ed ogni altra forma di divulgazione delle tariffe RCA, impedendone di fatto la conoscenza per valutarne la loro convenienza.

Il D.Lgs 209/2005 ha disposto l’iscrizione nel registro degli intermediari assicurativi di tutti coloro che svolgono la professione di agente o subagente assicurativo. Inoltre le ultime norme di riforma, per agevolare la concorrenza ed il mercato a tutela degli operatori e degli utenti, prevedono la possibilità del plurimandato per gli agenti assicurativi, e per effetto, estesa per i subagenti.

Invece di tutt’altro verso va il regolamento ISVAP n. 5 del 16/10/2006:

nella parte in cui prevede l’obbligatorietà dell’iscrizione in una sola delle sezioni. In questo caso, l’agente di una compagnia non può essere sub agente di altra compagnia;

nella parte in cui prevede l’incompatibilità lavorativa, che inibisce l’iscrizione a coloro i quali svolgono l’attività professionale assicurativa come secondo lavoro;

nella parte in cui impone il divieto di remunerazione per i meri segnalatori o promoters e i meri fattorini, impedendo la collaborazione occasionale e l’incentivazione alla divulgazione delle tariffe più convenienti;

nella parte in cui impone l’iscrizione dei subagenti a mera facoltà degli agenti.

Tutte le compagnie di assicurazione, obbligano gli agenti ed, ancor più, i subagenti, sotto minaccia di mancata iscrizione, ad essere esclusivisti del loro marchio, impedendo così, di fatto, la facoltà del plurimandato e della promozione delle tariffe più convenienti.

Alla mancata concorrenza si riscontra l’indecenza del costo della RCA, che spesso è superiore al valore del veicolo assicurato!

Le Compagnie assicurative indicano le spese legali come causa di maggiori esborsi risarcitori.

Se ciò è vero, perché non definiscono le richieste di risarcimento nei tempi stabiliti, nonostante la legge preveda delle sanzioni alla violazione dei termini indicati? Basta pagare per tempo e l’Avvocato non ha necessità di intervenire, ingolfando di cause il sistema giudiziario. Le compagnie, proprio per il vizioso sistema giudiziario, speculano sui tempi. Intanto il cittadino non saprà mai se la compagnia inadempiente, già segnalata, è stata punita, perché l’ISVAP, su richiesta di riscontri da parte del danneggiato a tutela dei suoi interessi, tace, celandosi dietro il segreto d’ufficio o alla legge sulla privacy.

Inoltre, i Giudici, investiti dalle cause civili, difficilmente condannano le compagnie per lite temeraria, per aver resistito in giudizio con mala fede o colpa grave. Fatte salve le eccezioni riscontrate. Le assicurazioni che rispondono evasive alle richieste di risarcimento dei danni e i liquidatori introvabili, capaci di trasformare incidenti stradali in interminabili odissee burocratiche, hanno trovato pane giudiziario per i loro denti. È un Giudice di Pace di Sestri Ponente a toccare la tasca delle assicurazioni. Si chiama Roberto Garibbo e ha condannato una compagnia a pagare una somma anche per «l’inerzia e l’inadempienza» nel risarcimento dei danni. Un banale incidente, destinato a diventare un esempio per decine e decine di automobilisti.

Le Compagnie assicurative indicano i sinistri truffa come causa di maggiori esborsi risarcitori.

Se ciò è vero, perché non smascherano i truffatori? Basta verificare la veridicità delle dinamiche indicate, le testimonianze prodotte, la vetustà dei danni. Questo non succede, perché metterebbero in dubbio la credibilità di alcuni Avvocati, quale parte avversa, minando la reciproca indulgenza.

I dati raccolti dall'Isvap sono contenuti nella relazione annuale dell'Ania: ogni cento incidenti vengono riscontrati tre tentativi di frode ai danni delle assicurazioni. La media nazionale è stata del 2,8%, ma il fenomeno è molto più frequente soprattutto al sud dove la media italiana si triplica arrivando all'8,3%, con il caso limite di Napoli (16,8%).

Alle Compagnie è nota l’esistenza di polizze false e polizze truffa, emesse in base a dichiarazioni false e reticenti, e nulla fanno per attuare un concreto controllo presso le agenzie.

Le Compagnie assicurative ritengono antieconomiche le polizze RCA.

Se la RCA è antieconomica per le compagnie, perché solo alcune di loro prevedono alla scadenza, senza disdetta, la cessazione automatica del contratto, lasciando liberi i loro clienti?

In conclusione. Se il rincaro ingiustificato RCA è dovuto ad aggravio di costi riconducibili a colpe delle Compagnie, ciò è civilmente illecito. Se il rincaro ingiustificato RCA è dovuto a dolo delle compagnie, ciò è reato da perseguire, senza impunità ed immunità. E’ una truffa contro l’utente, contraente coatto per obbligo di legge.

Intanto il cittadino nel disinteresse generale protesta inascoltato, emula e disimpara la legalità.

PARLIAMO DI BANCHE, USURA E FALLIMENTI TRUCCATI.

SI PARTE DALL’USURA E SI ARRIVA ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.

Chissà se c'è ancora qualcuno convinto che lo tsunami finanziario non lo riguardi. Roba per élite di ricconi. O per i cervelloni di Wall Street, ma per fortuna qui è tutta un'altra storia. Perché se ancora qualcuno lo pensa si sbaglia, e di grosso. Siamo noi che abbiamo subìto i danni del grande crac. E chissà per quanto andrà avanti. Banche, assicurazioni e finanza sono nell'occhio del ciclone. In Italia, le famiglie continuano a rimetterci un mucchio di quattrini. Ora si scava tra le macerie e si vuole correre ai ripari. Ma il rischio è che, scattata una trappola, se ne prepari una nuova. C'è tutto questo in queste pagine. Non solo la vecchietta che è andata in banca con tutti i risparmi e ne è uscita con le sue belle obbligazioni Parmalat o Lehman Brothers, carta straccia. Né la famigliola che ha chiesto il mutuo per comprare casa ed è rimasta strozzata dalle rate in continua crescita. Né il professionista che si domanda come sia possibile che i fondi vadano sempre più a fondo. O l'incredulità di chi scopre che le spese sul conto corrente superano gli interessi. Ci siamo tutti noi, proprio tutti, intrappolati in un valzer di scandali, risparmi andati in fumo e inganni. La "tempesta perfetta" di questi anni, sommata a risparmi che si assottigliano, economia in ginocchio, costo della vita in continua crescita e stipendi fermi, ha mostrato che il re è nudo e la pazienza dei sudditi al limite. Ma il fatto è che il sistema finanziario ha invaso la nostra vita. Con questo mondo si ha a che fare tutti i giorni: la casa, l'auto, i risparmi, la pensione, le polizze, i finanziamenti. Tutti i giorni si scoprono costi invisibili e inganni. Uno slalom che genera disillusione, rabbia, sfiducia. Ci sono storie vere in questo libro, e ognuna descrive un pezzo di vita, tra verità non dette e truffe vere e proprie. Esempi concreti, carnefici e vittime, persone e famiglie che illuminano la freddezza dei dati. Per smascherare le trappole e scoprirsi un po' meno vulnerabili.

Siamo tutti consumatori e siamo, chi più chi meno, dei potenziali debitori. Con questo mondo si ha a che fare tutti i giorni: la casa, l'auto, i risparmi, la pensione, le polizze, i finanziamenti. I giornalisti Carmelo Abbate e Sandro Mangiaterra con il libro "La trappola - Come banche e finanza mettono le mani sui nostri soldi" ci svelano questa realtà tentando di far luce su finanziamenti e rateizzazioni. Ci sono storie vere in questo libro e ognuna descrive un pezzo di vita, tra verità non dette e truffe vere e proprie. Ma c'è soprattutto un atto d'accusa ben preciso contro le banche, le assicurazioni e il mondo della finanza in generale, colpevoli di ingannare sistematicamente i propri clienti pur di far profitto.

Massimo Vallorani di Sky.tg24 chiede a Carmelo Abbate, qual è la trappola di cui parla nel suo libro?

La trappola è quella che ogni giorno le banche mettono in pratica contro i risparmi dei propri clienti, cercando di ingannarli, magari vendendo loro dei titoli non sicuri. Un esempio per tutti: Lehman Brothers. Già il 15 settembre di quest'anno si era a conoscenza della fragilità di questi titoli, della possibilità concreta di un fallimento. Eppure, le nostre banche (come quelle di tutto il mondo, del resto) vendevano tranquillamente questi titoli, li certificano come a basso rischio. Da noi, addirittura rientravano nei cosiddetti "Patti Chiari". Alla luce di quest'ennesimo episodio, dopo i crack Cirio e Parlamat, dei bond argentini, si capisce che c'è qualcosa che realmente non va nelle banche. Un sistema che deve essere radicalmente cambiato a favore dei cittadini e dei consumatori.

Il suo libro è pieno di esempi di persone che si sono trovati in difficoltà con gli Istituti di credito. Ma anche con finanziamenti stipulati e non rispettati. Emerge quasi sempre una costante: la mancanza di trasparenza. Può darci dei consigli per districarci in quella che lei descrive come una vera e propria giungla?

I consigli sono essenzialmente tre. Il primo è valutare con ponderazione qualsiasi proposta fatta dalla nostra banca. Leggere attentamente qualsiasi tipo contratto ci venga sottoposto. Magari facendosi aiutare da persone più esperte da noi. Il secondo è quello che qualsiasi sottoscrizione di fondi, gestioni patrimoniali, sia sempre e solo a capitale garantito. Il terzo consiglio è che quando si accende un finanziamento rateizzato bisogna sempre controllare il T.A.E.G. (Tasso Annuo Effettivo Globale). Si tratta di un tasso puramente virtuale. Non viene infatti utilizzato per calcolare le rate. Piuttosto è un indicatore, una cifra in grado di dichiarare il costo globale del prestito.

Lei solleva anche la questione delle carte di credito revolving? Possiamo usarle tranquillamente o dobbiamo diffidarne?

Diffidarne assolutamente. Le carte di credito revolving sono normali carte di credito che consentono di rimborsare a rate il saldo di fine mese. Peccato che sono pagate a caro prezzo, soprattutto in fatto d'interessi.

In Italia gli acquisti a rate online non sono ancora diffusi come nel resto d'Europa. Si tratta comunque di un fenomeno in forte espansione anche nel nostro Paese. Ci si può fidare?

Anche nel caso di acquisti a rate fatta su Internet vale la medesima cosa che per i finanziamenti tradizionali. Conviene scegliere sempre una finanziaria in qualche modo legate alle banche più conosciute o quanto meno sempre certificate. Anche nel mondo della rete vale sempre l'imperativo di informarsi prima di ogni acquisto. 

Tutta la stampa ne parla. Il 28 maggio 2011 i giudici della seconda sezione penale del tribunale di Milano hanno condannato l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, a 4 anni di reclusione e un milione e mezzo di multa per aggiotaggio nel processo sulla tentata scalata ad Antonveneta. La pena è maggiore rispetto ai tre anni che erano stati chiesti dalla Procura. E’ la prima volta che un governatore della Banca d’Italia viene condannato in un processo penale. Condanna anche per l'ex presidente di Unipol Giovanni Consorte a tre anni di reclusione, la stessa pena a cui è stato condannato il suo vice, Ivano Sacchetti, e il senatore del Pdl, Luigi Grillo (2 anni e 8 mesi). Per Giampiero Fiorani, l'ex numero uno della Banca Popolare italiana, condanna a un anno e otto mesi di reclusione in continuazione con i 3 anni e 3 mesi di carcere che aveva patteggiato nel marzo del 2008. Antonio Fazio, al telefono con i suoi legali, ha lapidariamente commentato la sentenza di condanna: "Ho operato sempre per il bene". Lo conforta sapere che, nella storia centenaria della Banca d'Italia, vi sono stati altri governatori che si sono ritrovati nei guai: alla fine però, sempre, ne sono usciti a testa alta. Nei giorni di massima tensione, per esempio, ricordava spesso le vicissitudini di Vincenzo Azzolini che, nell'Italia del fascismo e della guerra, viene "destituito e imprigionato ma senza dimettersi", con l'accusa di aver collaborato con i nazisti e consegnato loro parte dell'oro della Banca d'Italia. Sfugge per un soffio al plotone d'esecuzione, viene condannato, ma poi è assolto e completamente riabilitato. Non dimenticava di menzionare il caso di Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, pure ingiustamente accusati. Fazio è stato chiamato in causa dopo una telefonata con Fiorani, intercettata dagli inquirenti milanesi nella notte tra l'11 e il 12 luglio 2005: in quell'occasione l'ex numero uno di Palazzo Koch aveva anticipato all'ad di Bpi il via libera di Bankitalia all'Opa lanciata su Antonveneta e da parte sua Fiorani aveva replicato con la celebre frase del «bacio in fronte». I mercati avrebbero saputo del via libera all'Opa di Bpl su Antonveneta, che metteva fuori dai giochi gli olandesi dell'Abn Amro, solo la mattina successiva alla telefonata. L'ex governatore è stato condannato anche a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, mentre per due anni non potrà contrattare con la pubblica amministrazione. Il processo avviato contro i cosiddetti "furbetti del quartierino" (molti di loro, come Stefano Ricucci e Emilio Gnutti, avevano patteggiato la pena in sede di udienza preliminare), arriva a sentenza con una sola assoluzione: quella di Francesco Frasca, ex capo della vigilanza di Bankitalia. Per lui la procura aveva chiesto una pena di 1 anno e 8 mesi, il tribunale ha deciso di assolverlo "per non aver commesso il fatto". "Mi aspettavo di essere assolto lo dico con franchezza", ha affermato al Tg1 l'ex presidente di Unipol, Giovanni Consorte. La fallita scalata della Bpl (poi diventata Bpi) ad Antonveneta nasce il 17 gennaio 2005 quando l'istituto lodigiano annuncia di aver superato la soglia del 2% del capitale della banca veneta, di cui gli olandesi di Abn Amro erano allora i maggiori azionisti. Successivamente, la Consob chiarirà che la Bpl aveva iniziato a rastrellare azioni sin dal novembre precedente. Nel febbraio del 2005 la Bpl riceve il permesso della Banca d'Italia per salire fino al 15% in Antonveneta e successivamente fino al 29,9%. Mentre gli olandesi restano fermi al 18%. Per questo Abn presenterà esposti alla Consob e un ricorso al Tar del Lazio contro il ritardo con cui Bankitalia ha autorizzato gli olandesi a salire al 20% e poi al 30% di Antonveneta, rispetto alle "celeri" autorizzazioni concesse alla Lodi. Ad aprile Abn lancia un'opa sulla banca veneta a 25 euro per azione, un mese dopo sarà il turno della Lodi con il lancio di un'offerta pubblica di scambio a 26 euro. Il 2 maggio la procura di Milano avvia le indagini e apre un fascicolo contro ignoti per aggiotaggio sulla scalata ad Antonveneta da parte di Bpl. Qualche giorno dopo la Consob delibera che Fiorani avrebbe stretto un patto occulto per superare la soglia del 30%, obbligandoli a lanciare un'opa sul 100% del capitale. Le indagini porteranno, nel luglio dello stesso anno, al sequestro dei titoli Antonveneta detenuti dalla Banca popolare italiana (che nel frattempo aveva cambiato nome da Bpl) e da Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, Danilo Coppola. A luglio arriveranno lo stop alle offerte Bpi da parte di Consob e Bankitalia. Nel decreto di sequestro delle azioni si fa menzione ad alcune intercettazioni che coinvolgono Fiorani e Fazio. Quest'ultimo avrebbe fornito informazioni privilegiate a Fiorani. Il 2005 si chiude con l'arresto di Fiorani e le dimissioni di Fazio da governatore della Banca d'Italia.

Lazio, Calabria, Sardegna, Piemonte e Valle d’Aosta. E poi Marche, Umbria e Toscana. Quella degli imprenditori e delle famiglie alle prese con scoperti bancari, anticipazioni, sconti è un’onda lunga che arriva a Roma, dove il Forum Antiusura Bancaria, lancia l’ultima offensiva contro quegli istituti di credito che non rispettano le regole. Il messaggio che parte dalla sede del Forum ed è diretto a Palazzo Altieri, sede dell’Abi è chiaro. Secondo gli organizzatori, guidati dal deputato Idv, On. Domenico Scilipoti, le banche “avrebbero organizzato e posto in essere un accordo associativo per l’attuazione di programmi delittuosi, finalizzati ad eludere le norme bancarie che hanno reso nulle clausole contrattuali agli usi piazza per la determinazione dei tassi d’interesse”. Più chiaramente, il Forum denuncia la possibilità che la scelta delle banche di non restituire gli interessi calcolati sulla fluttuazione dei tassi, sia una decisione presa collettivamente. E dunque, il Forum si prepara a depositare presso tutte le Procure d’Italia una denuncia con la quale chiede alla magistratura di indagare e di verificare se esista un grande fratello bancario che abbia consigliato agli istituti di non uniformarsi alle disposizione del Testo Unico bancario che ha sancito la nullità degli interessi “uso piazza”. Già al fianco del Forum Antiusura, l’associazione difesa dei consumatori SoS Utenti, ha anche presentato una classifica delle Regioni in cui la rimodulazione dei tassi d’interesse ha superato la soglia di usura. Undici le regioni nella black list con la Toscana in testa con oltre 7 milioni di euro di finanziamenti erogati a tassi oltre la soglia, seguita da Puglia e Basilicata con quasi 6 milioni di euro e dal Lazio, dove gli imprenditori in difficoltà per la crisi hanno chiesto aiuto alle banche pagando l’8,46 per cento di interesse su un totale di 5 milioni e 358 mila euro erogati. Lo studio di SoS Utenti, elaborato sul Bollettino della Banca d’Italia evidenzia che a soffrire di queste criticità sono soprattutto le piccole e medie imprese, quelle aziende a conduzione familiare che più delle altre hanno fatto ricorso al sistema bancario per garantirsi la sopravvivenza.

“Un milione e mezzo di imprese sono al limite del fallimento – denuncia il presidente del Forum, Domenico Scilipoti – e un milione e 250 hanno problemi seri che li hanno portati alla chiusura. Il forum antiusura bancaria nasce dall’esigenza di molti cittadini che sono stati trattati male dalle banche, scorrette nell’applicare tassi di interesse fuori dalla norma”. “Noi denunciamo la violazione della legge sulla trasparenza bancaria – ha aggiunto Emidio Orsini, protagonista di una personale lotta decennale per difendere le sue proprietà dai decreti ingiuntivi delle banche – leggi che hanno sancito la nullità della clausole “uso piazza”, che le banche non hanno rispettato, perché hanno ritenuto più conveniente non rispettare i correntisti. Parliamo di cifre enormi, miliardi di euro per milioni di correntisti”. Ma c’è chi come il professor Francesco Petrino, presidente del Sindacato Nazionale Antiusura Riabilitazione Protestati (Snarp) è andato oltre le banche, sostenendo che “Paghiamo interessi alle banche per 76 miliardi di euro con un tasso pari al 5 per cento – contro un tasso ufficiale europeo dell’1 per cento. Come Stato subiamo un furto del 4 per cento sul prestito per il debito pubblico dalla Banca d’Italia che dovrebbe che dovrebbe essere la banca di Stato”. E ha concluso: “La nostra banca nazionale ruba agli italiani sul debito pubblico 73 miliardi di euro”.

«L'ufficio studi Cgia di Mestre, sulla base dei dati relativi alle denunce presentate alle procure dalle vittime delle organizzazioni criminali, trascurando completamente i dati riferiti all'usura bancaria rilevati presso i bollettini della Banca  d'Italia, ha elaborato e comunicato la classifica dell'usura in Italia, ponendo al primo posto la Campania ed all'ultimo posto il Trentino».

Così l'On. Scilipoti (IDV), presidente del Forum Nazionale Antiusura Bancaria, che fa invece riferimento alla classifica dell'usura ufficializzata dal Bollettino Statistico della Banca D'Italia, parte II del 2010. «Dai dati trimestralmente rilevati e pubblicati dalla Banca D'Italia si evince che a fine marzo 2010 - continua il deputato di Italia dei Valori - le famiglie produttrici italiane nell'utilizzare il credito per operazioni autoliquidanti (sconto portafoglio, anticipo fatture ecc.), hanno subìto usura in ben 11 Regioni, con tassi superiori a quello soglia. L'importo complessivamente usurato ammonta a ben 37,8 miliardi di €, coinvolgenti non meno di 302.000 famiglie svolgenti attività produttiva. L'usura criminale a cui si riferisce il centro studi Cgia - continua l'On. Scilipoti - non rappresenta minimamente il fenomeno, e la dimensione è caratterizzata invece dall'usura bancaria che vede la stessa Campania al primo posto, con un tasso effettivo del 9,28% (ben superiore a quello soglia vigente nel primo trimestre 2010 pari al all'8,145%), ed il Trentino all'Ultimo posto con tasso effettivo al 5,07% e di molto inferiori a quello soglia. All'analisi del centro studi Cgia va aggiunto che è il fenomeno dell'Usura Bancaria che genera l'usura criminale. Quest'ultima non esisterebbe se non ci fosse la prima. I tassi usurari praticati dalle Banche per le operazioni autoliquidanti alle famiglie produttrici - precisa l'On. Scilipoti - superano di 7 volte l'inflazione che governa la dinamica dei prezzi praticabili nella produzione di beni e servizi. Inevitabilmente, prima o poi le famiglie che producono finiscono nella morsa della sospensione del credito bancario e buttate in pasto agli usurai criminali. In Campania, le famiglie che producono, pagano interessi quasi doppi, rispetto alle famiglie Trentine, per scontare portafoglio e anticipare crediti».

«Insomma - conclude l'On. Scilipoti (IDV), si vuole rendere meno efficace la "licenza di uccidere" le imprese che oggi l'Art.50 del Testo Unico Bancario mette a disposizione delle Banche».

Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie non è il solo a denunciare pubblicamente le anomalie impunite e sottaciute in campo forense-giudiziario.

“Il volto sporco della giustizia nel Salento” (libro – dossier). Testimonianza a cura dell’Avv. Fedele Rigliaco di Lecce.

Presentazione. Questo dossier vuole costituire un piccolo saggio dei numerosi casi di mala-giustizia nel Salento, che il sottoscritto difensore ha raccolto a seguito dell’incarico ricevuto di svolgere investigazioni ai sensi della legge 7-12-2000, n. 397. Egli è a disposizione delle autorità competenti a fornire ogni ragguaglio che dovesse occorrere sui casi esposti e su quelli non riportati in esso di cui, comunque, è a conoscenza. Questo opuscolo si prefigge, altresì, lo scopo d’invitare le autorità a prendere i provvedimenti di competenza. Nella mia veste di difensore incaricato di svolgere indagini ai sensi legge 7-12-2000, n. 397 sono venuto a conoscenza di casi di pessima amministrazione della Giustizia da parte di alcuni magistrati della Corte di Appello di Lecce, di Bari, di Potenza, di Catanzaro e di Bologna e di sperpero di preziose risorse di questa: archiviazione di procedimenti penali “de plano” finalizzati a favorire alcuni soggetti in danno di altri, insabbiamenti d’indagini importanti, fallimenti di aziende o di privati cittadini in assenza dei presupposti di legge, o condotti in modo scorretto, istanze di fallimento avanzate da usurai privati o da Istituti bancari che hanno praticato tassi d’interesse elevati, decreti ingiuntivi accordati ad usurai o ad Istituti bancari privi di titolo, disintegrazione di aziende ad opera di Istituti bancari che applicano interessi ultralegali anatocistici in assenza di contratti, trattamento di favore riservato da magistrati ad Istituti Bancari, dispendiose ed inutili consulente, diniego da parte di alcuni magistrati delle indagini difensive di cui agli artt. 391-bis e 391-nonies, utilizzo dei processi per calunnia come spauracchio per disincentivare i cittadini a denunciare amici di magistrati, corruzione di alcuni magistrati, terrorismo che promana da una parte della magistratura, condizionamenti da parte di magistrati su avvocati, archiviazione di procedimenti penali per comportamenti estorsivi da parte del Concessionario esattore delle tasse e da parte di Enti impositori, ecc..

E ancora a Lecce. Un coraggioso Salentino si ribella alle banche usuraie e ai giudici che archiviano. Luigi De Magistris ex sostituto Procuratore di Catanzaro e poi europarlamentare dell’IDV è stato rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Salerno. De Magistris sarebbe imputato per il "delitto p. e p. dall'art. 328 co 1° CP perché, quale sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed assegnatario del procedimento penale n.2552/05/Mod.21 a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO, omettendo di procedere alle indagini ordinate ai sensi dell'art.409 co. 4° CPP dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio...". Non si tratterebbe di un'omissione qualunque ma, di un'omissione di indagini su collusione fra magistrati di Lecce e magistrati di Potenza con ipotesi delittuose gravissime che vanno dall'associazione per delinquere, all'estorsione, al favoreggiamento di banche che applicano tassi usurari disinvoltamente ed impunemente e che gli erano state ordinate da un GIP. Tutto ciò sarebbe scaturito da Luigi Stifanelli di Nardò (Lecce, Puglia), commerciante, ex senza tetto a causa dell’usura bancaria subita. Stifanelli si potrebbe definire uno degli uomini più coraggiosi e determinati d’Italia, nonostante tutte le angherie subite ha continuato a cercare giustizia. Il nostro impavido commerciante, anni fa aveva denunciato i giudici di Lecce per una brutta storia legata alla sua vicenda sulle banche, le indagini arrivarono a Potenza ma anche lì non ebbe giustizia. Allora si rivolse a Catanzaro e denunciò anche i giudici di Potenza, ma anche in questo caso i diritti di Stifanelli non furono rispettati. L’indagine era di De Magistris, una delle tante sulle toghe lucane. Alla seconda richiesta di archiviazione però, Luigi Stifanelli che è ormai più esperto di un avvocato nel parlare di articoli dei codici e di procedure, prepara una querela e la manda a Salerno. Alla Procura di Salerno dopo aver ascoltato la parte offesa hanno acquisito la documentazione dalle Procure di Potenza e Catanzaro, dopo di che i magistrati hanno richiesto il rinvio a giudizio di De Magistris davanti al Tribunale di Salerno. La prima udienza il giorno 21 Febbraio 2011.

Il seguito è cosa scontata. Trasmettiamo di seguito un esposto del commerciante di Nardò, Luigi Stifanelli, sull'assoluzione di Luigi De Magistris e pubblicata su Agenparl.it.

"Luigi De Magistris è stato assolto perché il fatto non sussiste: è la sentenza del Tribunale di Salerno nel processo per omissione in atti d'ufficio all'eurodeputato, per fatti risalenti a quando era ancora magistrato. ''Era un'accusa ingiusta e infamante - ha commentato De Magistris - ma sono stato assolto difendendomi nel processo e non dal processo, senza usare l'immunità parlamentare nè il legittimo impedimento''. Per il leader dell'Idv Antonio Di Pietro ''giustizia è stata fatta''. Questa nota dell’Ansa tace la circostanza che il Giudice che ha assolto De Magistris è la Dr.ssa Maria Teresa Belmonte, moglie dell’avv. Giocondo Santoro, fratello del Santoro famoso conduttore di Annozero. Questo Giudice costituisce il simbolo della imparzialità quando deve giudicare De Magistris. Con tale Giudice il De Magistris ha fatto certamente un grande sforzo a difendersi “nel processo”!!! E’ notoria l’attività di sponsorizzazione dell’europarlamentare dell’Idv De Magistris da parte del Santoro televisivo su di una televisione pubblica. Nessuno ha prove per dire che la decisione dell’assoluzione sia stata presa davanti al focolare dei coniugi Santoro-Belmonte allargato al noto conduttore di Annozero; è innegabile, però è che il Santoro televisivo cognato della Belmonte è il padrino dell’europarlamentare. Ciò che è certo è che la sentenza, così come formulata, getta un’ombra lugubre sulla Giustizia, quella vera. Luigi De Magistris era imputato di un grave delitto. Egli, secondo l’accusa, “...indebitamente rifiutava di compiere un atto del suo ufficio..." quando era sostituto procuratore in servizio presso la Procura della Repubblica di Catanzaro ed aveva omesso di “procedere alle indagini ordinate…dal GIP presso il Tribunale di Catanzaro” in un “procedimento…a carico dei magistrati di Potenza IANUARIO ROBERTA e IANNUZZI ALBERTO”, che si era aperto a loro carico su denuncia del sottoscritto per ipotesi delittuose di “associazione per delinquere, favoreggiamento, falsità, concorso in estorsione ed usura” a carico di “alcuni magistrati di Lecce e di Potenza”. Nel fascicolo del Giudice certamente ci sarà stata l’ordinanza del GIP di Catanzaro che ordinava al De Magistris P.M. di proseguire le indagini nei confronti di altri magistrati di Potenza e di Lecce. Nel fascicolo del Giudice certamente vi è carenza assoluta delle indagini svolte dal De Magistris. Ci si attendeva nella ipotesi più rosea per l’europarlamentare l’assoluzione con la formula che il fatto che un P.M si rifuti di eseguire un ordine del GIP non costituisca reato; invece, l’assoluzione è stata con la formula più ampia, cioè, che il fatto non sussiste, che sta a significare che non vi è stato mai ordine di alcun GIP. Invece, l’ordine del GIP rivolto al De Magistris di proseguire le indagini era ben preciso. L’assoluzione perchè il fatto non sussiste può significare anche che il De Magistris abbia compiuto uno straccio d’indagine; invece, no; è proprio egli stesso che sul suo blog ha scritto di essersi considerato il “dominus” e di non aver inteso indagare per non fare spendere denaro. Dunque, la sentenza che ha assolto il De Magistris è smaccatamente falsa. Ciò che colpisce in questo processo è la rapidità con cui si è concluso; certamente, era necessario sgomberare le ombre sul candidato sindaco di Napoli: tre udienze velocissime a distanza di pochi giorni l’una dall’altra; con la scelta mirata del giorno dell’udienza in cui vi era lo sciopero degli avvocati, e, quindi, svolta in assenza del difensore della parte civile. Ammirevole la velocità con cui il Giudice Belmonte ha concluso questo processo; sarebbe interessante sapere se questa velocità nel concludere il processo De Magistris, abbia penalizzato qualche altro imputato vero innocente, che attende prima di lui da anni la conclusione del suo processo. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il suo rifiuto di indagare, all’epoca in cui egli era P.M. a Catanzaro, sulle sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Lecce di procedimenti penali a carico di soggetti bancari che praticavano e praticano tuttora usura ed estorsione. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati escussi i testi che avevo proposto al mio difensore, l’avv. Licia Polizio; infatti, avevo proposto come “testi i soggetti menzionati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione”, che avrebbero dovuto riferire su sistematiche archiviazioni facili da parte di magistrati di Lecce nei confronti di banche che operano usura ed estorsione e, precisamente i seguenti soggetti: l’On. Nichi Vendola, il sig. Franco Carignani, l’Avv. Fedele Rigliaco, Il giornalista de "Il Mondo" che scrisse l’articolo dal titolo "Com'è stretta la Puglia" il12 giugno 1998 N. 24, l’ex Ministro della Giustizia, on. Diliberto, il Giudice di Lecce Dr. Pietro Baffa, l’ex P.M. Dr. Aldo Petrucci, il presidente dello SNARP, sindacato nazionale antiusura, dell’anno 1999, il Giudice Dr. Gaeta di Lecce, l’ex Gip Dr. Francesco Manzo, l’ex Gip Dr. Fersini il consulente del P.M. di Lecce, Dr. Daniele Garzia, che dovrà riferire sulla seguente circostanza: la tabella dove erano indicati i tassi praticati allo Stifanelli da parte della banca erano abbondantemente superiore a quelli consentiti dalla legge il Dr. Leonardo Rinella che è stato P.M. presso la Procura di Bari, il quale aveva accertato, per il tramite del suo consulente, che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi; il consulente della Procura di Bari, Dr. Egizio De Tullio, il quale aveva accertato che la banca aveva praticato ad un cliente interessi passivi su saldi attivi. Altro lato oscuro della vicenda è il fatto che non siano stati acquisiti dal Giudice del dibattimento alcuni fascicoli che avevo proposto al mio difensore come richieste istruttorie. Così, infatti, scrivevo al mio difensore avv. Licia Polizio: “E’ necessario chiedere al Giudice del dibattimento l’acquisizione di alcuni fascicoli che dimostrano l’attività di “protezione dell’usura nel Salento” da parte di alcuni magistrati e che sono raccolti tutti nel Dossier a firma del Sig. Franco Carignani: 3445/94 rgnr. Tribunale di Lecce, n. 8133/ 95 RGNR del Tribunale di Lecce (Capoti), n.15950/97 RGNR del Tribunale di Bari (Bisconti - Durante), n. 2011/G/96 Presso la Direzione Nazionale Antimafia, n. 508/97 RGNR del Tribunale di Lecce, n. 1885/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 800/96/21/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 6647/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 3926/96/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 9725/97/21 RGNR del Tribunale di Bari, n. 19797/97/21 RGNR”. Eppure il reato ascritto al De Magistris riguarda il rifiuto di indagare sulle altrettante sistematiche archiviazioni da parte di magistrati di Potenza di procedimenti penali a carico di quei magistrati di Lecce che consentono tali “facili” archiviazioni. La carenza delle suindicate indagini ha consentito ad alcuni magistrati criminali di Potenza e di Lecce di crearsi l’usbergo della immunità e, così, proseguire con la loro opera delinquenziale di copertura di gravi reati, come l’estorsione, il favoreggiamento, l’usura, la falsità, di Banche, di società di riscossione dei tributi e di personaggi importanti. Insomma, per De Magistris e per il Giudice cognato del Santoro di Annozero tutto questo è cosa da nulla; che i magistrati di Lecce o di Potenza consentano ad estortori o usurai bancari o ad esattori delle tasse usurai a proseguire nella loro attività criminale con conseguente distruzione di molte imprese, di molte famiglie e dell’economia salentina è una cosa di poco conto. Oggi, affrancato dal peso dell’accusa, il De Magistris - che aveva il dovere d’indagare e d’impedire la prosecuzione di questi reati - si appresta con estremo candore a governare la città di Napoli massacrata dall’usura bancaria. Con la sentenza della “Giudicessa” cognata del Santoro televisivo alcuni magistrati di Lecce possono proseguire impunemente a favorire l’usura e l’estorsione delle Banche e dell’esattore delle tasse in danno dei salentini; tali magistrati sanno che troveranno, prima o poi, una Dr.ssa Belmonte che scriverà una sentenza perché “il fatto non sussiste”. Eppure le archiviazioni di procedimenti penali a carico di soggetti che, con minacce di pregiudizi, riuscirono ad estorcere del denaro crearono disagio, malessere e sconcerto nella popolazione salentina. In particolar modo furono gl’imprenditori che esternarono - con esposti a tutte le Autorità ed a tutte le Istituzioni dello Stato, alla Direzione Nazionale Antimafia, alla Commissione antimafia, alle Cariche istituzionali più importanti dello Stato - il disagio per la mancata tutela penale della proprietà; nell’immaginario collettivo si ebbe a formare l’idea di una sorta di sodalizio fra magistrati, banchieri ed altri soggetti. A seguito di ciò in data 24/09/’98 l’on. Nichi Vendola, all’epoca vice-presidente della Commissione antimafia, ora Governatore della Puglia, pose il dito su questa piaga del Salento; e, con atto di sindacato ispettivo n. 4/19855 sollevò questioni riguardanti le numerose e facili archiviazioni da parte della Procura della Repubblica di Lecce dei procedimenti penali “per i reati di estorsione, usura, truffa ed altro commessi da rappresentanti delle banche a danno di imprenditori Salentini” per sapere come mai molti salentini non avevano avuto la tutela penale, nonostante che i magistrati della Procura di Lecce avessero constatato l’applicazione di alti tassi d’interesse da parte di Banche; la vicenda ebbe vasto clamore, scaturito dalla divulgazione delle notizie attraverso la stampa. Nel succitato atto l’onorevole interrogante faceva riferimento ad un articolo comparso sul settimanale “Il Mondo” del 12 giugno 1998, n. 49 che dettagliava numerosi casi di archiviazioni di procedimenti penali. Quell’interrogazione venne archiviata perché il Ministro della Giustizia dell’epoca, on. Diliberto, ebbe a fornire una risposta contenente notizie false che gli furono fornite dalle articolazioni ministeriali competenti. L'On.le Consiglio Superiore della Magistratura con le circolari nn° 8160/82 e 7600/85, 4° commissione, e con la delibera del plenum dell'11 dicembre 1996 ha esplicitato che "l'esigenza generale, consistente nella tutela dell'imparzialità e della libertà da condizionamenti che devono connotare anche nell'apparire, l'attività giudiziaria, si pone quale specificazione del principio di tutela del prestigio della Magistratura inteso come apprezzamento sociale della corretta amministrazione della Giustizia". Secondo la Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza del 03 aprile 1988, n. 2265 "La responsabilità disciplinare del Magistrato, per comportamento pregiudizievole al prestigio suo e dell'Ordine Giudiziario, può conseguire anche da atti non illegittimi, ma meramente inopportuni od avventati”. Questo esposto pubblico è rivolto alle autorità in indirizzo per quanto di loro competenza, in particolare al Presidente della Repubblica, per valutare se vi sono gli elementi per promuovere procedimento disciplinare nei confronti della Dr.ssa Belmonte se per accelerare il procedimento a carico del De Magistris abbia trascurato qualche altro procedimento che aveva delle priorità o per valutare se la decisione di assolvere il De Magistris con la formula “perché il fatto non sussiste” sia stata avventata in presenza di un’ordinanza ineseguita di un GIP."

Ma questo non basta. Sulla lotta alla mafia ed in particolare all'usura sconvolgente è la notizia data da tutti i giornali: arrestato il prefetto Carlo Ferrigno, ex Commissario nazionale antiracket ed antiusura.

Dal “Corriere della Sera” uno dei tanti articoli. “È l'ex commissario antiracket, sfruttava la sua posizione per ottenere favori sessuali da giovani donne. Il suo nome era spuntato in un’intercettazione del caso Ruby. È stato prefetto di Napoli, poi commissario nazionale antiracket. Uno dei più alti funzionari di Stato, in prima fila nella lotta alla mafia. L'ex prefetto Carlo Ferrigno, 72 anni, è stato arrestato con l'accusa di millantato credito ed è adesso agli arresti domiciliari. È indagato anche per prostituzione minorile per due casi segnalati nell'inchiesta. Secondo la Procura di Milano, dal 2005 a pochi mesi fa avrebbe fatto avance e ottenuto favori sessuali, promettendo in cambio il suo autorevole intervento nella pubblica amministrazione. Nell'ambito dell'indagine, è finito in carcere anche l'imprenditore Massimo Abissino, titolare di un negozio di moda in via Farini a Milano, che avrebbe tra le altre cose favorito la prostituzione di una delle due minorenni che avrebbero avuto rapporti con Ferrigno. Ad Abissino vengono contestati anche fatti di droga. Una delle giovani lavorava proprio nel negozio di Abissino come commessa. In totale, le parti lese, che riguardano condotte sessuali di Ferrigno per i reati di millantato credito e prostituzione minorile, sono 4: le due minorenni e due donne maggiorenni. In particolare, l'ex Prefetto, chiedendo prestazioni sessuali, millantava agevolazioni per le donne come la possibilità in un caso di far entrare una giovane in Polizia e, in un altro caso, di risolvere la questione di un permesso di soggiorno per un'altra ragazza.

L’inchiesta, condotta dal pubblico ministero Stefano Civardi, è nata dalla denuncia del presidente di Sos racket e usura Frediano Manzi, che aveva raccolto le testimonianze di alcune vittime di usura ed estorsione, secondo le quali Ferrigno avrebbe promesso di «accelerare le pratiche per accedere al fondo antiracket e antiusura, farle passare in commissione, se avesse ottenuto in cambio prestazioni sessuali». In merito Frediano Manzi era stato sentito come persona informata sui fatti, ma il pm aveva poi secretato gli atti. «Da tempo circolavano le voci nel nostro ambiente di prestazioni sessuali che erano richieste soprattutto alle vittime di usura che presso la sede del Comitato Nazionale Antiracket a Roma, in Via Cesare Balbo 37, entravano in contatto con il Prefetto Carlo Ferrigno». Così si apre la lunga nota pubblicata sul sito dell'associazione antiracket già nel febbraio del 2010. All'epoca risalgono anche le testimonianze video registrate nella sede dell'associazione. Le presunte vittime di Ferrigno raccontavano la disavventura con il funzionario che era arrivato a molestarle pesantemente. «Queste voci riferivano di una prassi consolidata e perpetrata negli anni dal Prefetto: accelerare le pratiche per accedere al fondo antiracket e antiusura. Nel caso fossero stati uomini a far domanda al fondo, era loro richiesto esplicitamente se avessero avuto una "amica" da presentargli». Secondo quanto Manzi scriveva sul sito dell’associazione «era abitudine del commissario antiracket inviare un autista (...) con la macchina in dotazione del ministero a prelevare prostitute giovani e soprattutto minorenni, per fare orge e festini presso l’abitazione del Prefetto a Roma». Il nome di Ferrigno è poi spuntato in un’intercettazione svolta nell’ambito dell’inchiesta sul caso Ruby il 29 settembre 2010, in cui Ferrigno dice a un uomo parlando delle feste del presidente del Consiglio: «C’erano orge lì dentro non con droga, non mi risulta. Ma bevevano tutte mezze discinte. Berlusconi si è messo a cantare e a raccontare barzellette. Loro tre (Berlusconi, Mora e Fede) e 28 ragazze. Tutte ragazze che poi alla fine erano senza reggipetto solo le mutandine strette...». Un racconto che all'alto funzionario era stato fatto da Maria Makdoum, ventenne danzatrice del ventre in un caso ospite a Villa San Martino. La ragazza era diventata la sua amante, e per controllarla avrebbe anche violato il sistema informatico del Ministero dell'Interno. Da quanto si è saputo, Ferrigno controllava i contatti telefonici della Makdoum, anche grazie all'aiuto di altre persone indagate. In particolare, aveva l'accesso ad alcuni account e a delle password per spiare il traffico telefonico della ragazza. Il presidente dell'associazione Sos-Racket e Usura, che ha dato il la all'inchiesta, Frediano Manzi commenta così l'arresto: «Noi siamo stati gli unici tra tutte le associazioni antiracket a denunciare questo fenomeno. Ora pretendiamo che vengano verificate le posizioni di tutti coloro che hanno ricevuto i finanziamenti disposti dal prefetto Ferrigno dal 2003 al 2006 periodo in cui è stato commissario Antiracket».”

Ma c’è di più. Sulle cronache locali di tutta Italia ci sono pagine e pagine che parlano del fenomeno: Fallimentopoli.

A Torino. Ricostruisce i fatti, confessa e si giustifica: «il sistema mi è sfuggito di mano». Giovanni Marabotto, l’ex procuratore capo di Pinerolo, in provincia di Torino, arrestato per associazione a delinquere, corruzione, truffa aggravata, non ha potuto che ammettere le sue responsabilità davanti al sostituto procuratore Maurizio Romanelli che lo ha interrogato per un paio d’ore circa. Di più: al magistrato, l’ex procuratore capo ha di fatto "consegnato" il suo tesoretto, quello che nel corso delle indagini ancora non è stato trovato, "custodito" in un conto aperto presso una Banca di Monte Carlo. Un deposito al quale gli inquirenti erano già arrivati ma solo come "sigla", senza sapere fino ad ora che proprio lì l’ex magistrato aveva fatto confluire le sue "fortune", cioè tutte le somme percepite nel tempo sulla marea di perizie disposte su indagini "inventate" su almeno 375 società. L’ex procuratore capo ha confessato di aver preso tangenti nel corso degli anni. Ma non nella percentuale del 30%, come gli contesta l’accusa, ma "solo" del 10%. Il "resto" finiva in altre tasche di quella piccola "catena" di consulenti, collettori e amici fidati creato ad hoc.

A Milano. Il Caso Maria Rosaria Grossi. A parlare negli interrogatori è Mauro Vitiello, magistrato in servizio al Tribunale di Milano, sezione fallimentare e dunque ex collega della Grossi: "Era sospettata di scambiare favori di natura economica con professionisti vari utilizzando il sistema della loro nomina nelle procedure concorsuali. Altra voce che correva sul conto della Grossi era relativa al fatto che avesse avuto relazioni sentimentali con avvocati e professionisti che lavoravano nello stesso settore dove lei svolgeva attività di giudice". Vitiello fa riferimenti espliciti: "La Grossi si occupò della vicenda lodo Mondadori (...)

A Firenze. Il giudice Sebastiano Puliga, già in servizio alla sezione fallimentare del tribunale di Firenze, e i professionisti che, secondo le accuse, avevano costituito con lui una sorta di comitato d'affari che lucrava sulle procedure fallimentari, sono stati rinviati a giudizio dal giudice dell' udienza preliminare di Genova Elena Daloiso. Sono accusati, a vario titolo, di concussione, corruzione, peculato, concorso in bancarotta. Si è chiusa così, con il rinvio a giudizio di 30 dei 36 indagati, l'inchiesta sul più grave scandalo scoperto a Firenze negli ultimi anni.

A Roma. La sezione disciplinare del Csm ha sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e ha collocato fuori dal ruolo della magistratura Chiara Schettini, giudice del tribunale fallimentare di Roma. Il magistrato è anche sottoposto a un procedimento penale da parte della procura di Perugia. Usava una "falsa" identità, grazie a una tessera di riconoscimento che le era stata legittimamente rilasciata dalla Corte d'appello di Roma, ma sulla quale era riportata un'erronea data di nascita; e così disponeva di un codice fiscale che le permetteva di agire "al riparo da possibili responsabilità patrimoniali". E c’è di più. Sono sei i magistrati finiti sotto inchiesta. Oltre a Briasco e al suo vice Anacleto Grimaldi, le imputazioni riguardano Pierluigi Baccarini, Vincenzo Vitalone, Pierluigi Bonato e Raffaello Capozzi. Gli ispettori li accusano di essere riusciti a farsi assegnare le pratiche più importanti aggirando le disposizioni sulla rotazione degli incarichi. E soprattutto di aver affidato la gestione dei fallimenti a commercialisti e avvocati di propria fiducia. Quale fosse la contropartita dovranno accertarlo le inchieste penali, ma il sospetto è evidente. I consulenti nominati ottengono infatti un compenso percentuale rispetto all' entità del fallimento e gestiscono i beni delle società in dissesto. Due di loro sono stati indagati per peculato dai magistrati romani che hanno poi trasmesso gli atti ai colleghi di Perugia competenti a indagare sulle toghe capitoline.

Ma che fine fanno i beni pignorati di cui si chiede la vendita?

Si premette che non sempre il magistrato procedente, sentito il Prefetto e il Presidente del Tribunale, opera la sospensione del procedimento di vendita, in caso di reato di usura.

Come spesso accade, può succedere, anche, che il magistrato titolare proceda alla vendita, (per dolo o colpa) nonostante nullità procedurali o addirittura insussistenza dei motivi, per intervenuto adempimento stragiudiziale dell'obbligazione.

Un’inchiesta di Enrico Bellavia per Repubblica svela come funziona il sistema delle aste giudiziarie. I trucchi e le pratiche illecite degli affaristi e delle cosche mafiose per pilotare le aste e far scendere di prezzo degli immobili. Un sistema che sulla carta offre “garanzie e trasparenza” ma che nella realtà…

Una casa su dieci passa di mano alle aste giudiziarie. Un mercato nel grande mercato immobiliare. E in costante crescita, con il trenta per cento di transazioni in più ogni anno. Centocinquantamila gli immobili ceduti in un anno. Con previsioni di ulteriore espansione, considerando che le proprietà a rischio di procedura esecutiva sono più del doppio. Dieci miliardi sui 100 della borsa del mattone vengono già spesi così, all'interno di un sistema che, sulla carta, offre mille garanzie di trasparenza, ma che gli operatori per primi considerano una prateria per le scorribande di speculatori affaristi e mafie. I vecchi proprietari rientrano con le buone o con le cattive in possesso degli immobili perduti, i nuovi potenziali acquirenti sono indotti a mollare l'affare o a versare sostanziose tangenti per non incontrare ostacoli. Agenzie che operano alla luce del sole e faccendieri che si propongono come consulenti alle aste si infiltrano tra le pieghe delle regole che governano gli incanti, ne pilotano gli esiti e fanno incetta di immobili.

Per il cittadino qualunque avventurarsi nell'acquisto di una casa o di un terreno messi in vendita dai tribunali equivale a intraprendere spesso un percorso pieno di insidie. Per evitare le quali il ricorso all'intermediazione diventa l'unica alternativa. Ma come funziona il sistema? Dove sono le trappole? Quali i trucchi?

Un esperto di aste che conosce bene quel mondo confessa candidamente: "Per un acquirente che decida di concorrere da solo, le speranze di concludere positivamente l'affare si assottigliano e di molto e soprattutto si assottigliano le previsioni di strappare un immobile a prezzi stracciati. Quello è mestiere per chi sa tenere a bada le offerte fino a far crollare il prezzo ed entrare in gioco solo quando le decurtazioni hanno fatto precipitare il valore del bene". Un gioco di nervi, ma anche e soprattutto di astuzia. Che autorizza metodi spicci, come l'allontanamento preventivo dei concorrenti o i patti di cartello che consentono la turnazione alle aste di gruppi organizzati. Si calcola che a rischio sia almeno il venti per cento delle compravendite, in cifre due miliardi di euro all'anno. Con buona pace del fisco che vedrà volatilizzarsi parte del proprio gettito in favore di una "tassazione criminale".

Il sistema prevede che la vendita sia gestita da un giudice. Ma, con l'obiettivo di velocizzare le transazioni e smaltire l'arretrato, chiudendo in tempi ragionevoli procedure esecutive che durano anche 15 anni, dal primo marzo 2006 si è introdotta la delega ai professionisti. Avvocati, commercialisti, esperti contabili, oltre ai notai che già operavano in precedenza, possono ora procedere alla vendita. Le aste sono pubbliche, chiunque può assistervi - gli annunci compaiono sui giornali e su Internet - e chiunque, meno che il vecchio proprietario, può concorrere. Nella vendita senza incanto le offerte arrivano in busta chiusa e rimangono segrete fino alla data fissata per l'aggiudicazione. Nel sistema con incanto, invece, le offerte vengono formalizzate a voce. La procedura prevede un sistema alternato fino a sei tentativi, esauriti i quali l'immobile scende ancora di prezzo e si ricomincia.

Prima di farsi avanti, nella prassi, si seguono delle regole. "C'è da sapere intanto - spiega la fonte che opera nel mondo delle aste - a chi appartiene l'immobile. Il nome del proprietario, soprattutto in certi ambienti, può dire molto e un passaparola sotterraneo consente di sapere se non ci sono ostacoli o se ci sono interessi precisi su quella casa, su quel terreno o su quel capannone industriale. La regola, in questi casi, è starsene alla larga il più possibile. Tutto deve svolgersi nella massima segretezza sino al momento dell'asta. Nei fatti però, basta conoscere in anticipo se ci sono altri potenziali acquirenti e avvicinarli, o contattarli appena dopo l'aggiudicazione per costringerli a ritirarsi o a pagare una tangente per ottenere il via libera all'affare e il gioco cambia". Chi opera in quel mercato sa che le informazioni equivalgono a moneta sonante. Accaparrarsele è il primo obiettivo. I fascicoli delle procedure stanno nei tribunali. Hanno accesso a quelle carte giudici e cancellieri. Conoscere per tempo lo stato della pratica garantisce un indubbio vantaggio. Ma l'idea che solo attraverso un'interessata fuga di notizie sia possibile garantirsi il primato è riduttiva. L'avvento dei professionisti nel gioco delle vendite ha moltiplicato, senza risolverli, i conflitti di interesse. Capita che a occuparsi dell'incanto sia lo studio di riferimento di un legale che ha seguito la procedura in passato come avvocato della banca intenzionata a rientrare del mutuo erogato e non pagato. Capita che la stima dell'immobile che deve andare all'asta sia affidata a un tecnico che ha rapporti di parentela diretti o indiretti con chi fatalmente concorre all'acquisto. L'esperienza e l'affidabilità richiesti come requisito per l'affidamento degli incarichi, mostrano come rovescio, la concentrazione in poche mani delle procedure delegate.

Le indagini che hanno gettato luce sul mondo delle aste truccate rivelano la costante presenza di "ganci" interni che offrono su un piatto d'argento informazioni da spendere al banco di intermediari che agiscono quasi sempre in gruppo, con o senza la copertura delle cosche, a seconda dei contesti. Ma sono quasi sempre indagini nate in altri ambiti che poi svelano i meccanismi delle combine. Le intercettazioni si rivelano fonti primarie. A Milano, dove si registra il record di aste, dieci anni fa, fu un giudice a insospettirsi per la presenza costante alle aste di alcuni personaggi. Chiese e ottenne che si aprisse un'inchiesta. Furono piazzate anche delle microspie e si scoprì così che c'era un gruppo capace di scoraggiare gli acquirenti fin dietro la porta del magistrato con minacce esplicite. Da Palermo, a Lecce, passando per Reggio Calabria, tre inchieste nate intorno a vicende di mafia, hanno permesso di ascoltare in diretta come prassi e metodi si pieghino agli interessi più disparati. Ma sono scoperte, per così dire casuali, all'interno di indagini partite per altro. Ma quali sono i metodi? Chi sono i mediatori? Come agiscono? Fatalmente è dalle indagini di mafia che arrivino le informazioni più aggiornate sulle storture del sistema. Svelano l'esistenza di colletti bianchi, professionisti al servizio di cosche più o meno organizzate che mettono a disposizione informazioni ed esperienza per pilotare il sistema.

A Palermo, nel 2008, era il potente clan dei Madonia a giocare con un misterioso avvocato mai individuato per assicurarsi di rientrare in possesso degli immobili finiti in una procedura fallimentare. Beni per milioni che, riacquistati all'asta, attraverso prestanome sarebbero sfuggiti così alle misure di prevenzione patrimoniale a carico dei padrini.

In Calabria, dove periodicamente, si sono accesi i riflettori sulle aste, a giugno scorso, l'indagine del Ros dei carabinieri, Meta, coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone ha permesso di accertare che intorno alle aste due cosche un tempo rivali, quelle degli Imerti-Condello e quella dei De Stefano-Tegano-Libri, sotto l'egida di Cosimo Alvaro di Sinopoli avevano siglato un patto di non belligeranza in nome degli affari. Compravano come immobiliari capaci di stare sul mercato con una solvibilità immediata. Gestivano il riacquisto per conto degli affiliati ma avevano allargato il giro stimato in cento milioni di euro, proponendosi come veri intermediari. Perno fondamentale era l'avvocato Vitaliano Grillo Brancati: non uno 'ndranghetista, ma un colletto bianco molto utile, "capace di spianare la strada" per le aggiudicazioni. Un professionista, un esponente della zona grigia che "supportava", come ha spiegato il procuratore nazionale Pietro Grasso, le operazioni della criminalità organizzata. Vitaliano Grillo Brancati avrebbe mandato avanti la moglie Anna Maria Tripepi, anche lei avvocato, a fare incetta di immobili. Non solo mafia anche in Calabria. A Vibo Valentia, nel maggio 2010, in cinque sono finiti arrestati dopo la scoperta di un carico di marijuana nel capannone del responsabile delle vendite giudiziarie. Si è ricostruita da lì una combine delle aste soprattutto dei beni mobili. Il resto lo ha spiegato un imprenditore che aveva perso la propria casa a un'asta beffa.

Nella intermediazione pura erano specializzate due famiglie pugliesi, una guidata da Salvatore Padovano di Gallipoli, l'altra dai Coluccia di Galatina, i cui affari sono stati radiografati a novembre 2010 dalla procura di Lecce guidata da Cataldo Motta. Gli emissari dei clan costituivano agenzie di mediazione capaci di restituire i beni agli insolventi, dietro pagamento di una provvigione. L'indagine ha subito una brusca accelerazione per una fuga di notizie che vedeva sospettato un ufficiale dei carabinieri. Ed è stata ritrovata anche un'agenda sulla quale il mediatore alle aste, Giancarlo Carrino di Nardò, aveva annotato tutti i suoi interventi. In una intercettazione il boss gli ricordava: "Noi siamo legati da complicità".

C'è poi l'aspetto del riciclaggio del denaro. Tra cauzione e oneri, per partecipare a un'asta, bisogna disporre di denaro contante: il dieci per cento subito, il saldo dall'aggiudicazione con assegni circolari in un periodo che va dai venti ai sessanta giorni. Tempi troppo stretti se si considerano quelli medi per ottenere un mutuo. All'acquisto si arriva con assegni circolari emessi dagli istituti bancari. E qui c'è un'altra possibile falla: "Il sistema dei controlli - spiega il professionista delle aste - è assolutamente inesistente. A partire dalla provenienza dei soldi che arrivano a costituire il capitale di acquisto. Basta aggirare le norme antiriciclaggio, con la complicità di una mano amica dietro allo sportello, per trasformare il denaro contante di dubbia provenienza in assegni circolari, e trovarsi in mano soldi puliti con i quali comprare all'asta un bene che rientra nel circuito legale. Nessuno va veramente a controllare come si sia costituito quel capitale: se provenga da un mutuo, da risparmi o dalla massiccia immissione di contante ripulito in banca". La lavanderia ha così il bollo del giudice.  

L’usura, secondo l’art. 644 c.p., è l’attività di chi si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o altri vantaggi usurari. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, secondo il calcolo della media dei tassi applicati ai titoli di Stato. A differenza delle vittime della mafia, a cui la legge 44/99 ha riconosciuto a tutti l’indennizzo per i danni subiti e non risarcibili dal responsabile, alle vittime dell’usura si applica una discriminazione ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi, per far fronte alle obbligazioni.

Secondo la legge 108/96 al "Fondo di solidarietà per le vittime dell'usura" istituito presso l'ufficio del Commissario straordinario del Governo per il coordinamento iniziative anti-racket possono accedervi solo soggetti economici.

Il Fondo provvede alla erogazione di mutui senza interesse di durata non superiore al quinquennio a favore di soggetti che esercitano attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o comunque economica, ovvero una libera arte o professione, i quali dichiarino di essere vittime dei delitto di usura e risultino parti offese nel relativo procedimento penale. Il Fondo è surrogato, quanto all'importo dell'interesse e limitatamente a questo, nei diritti della persona offesa verso l'autore del reato.

Pare chiaro che il cittadino comune, vittima dell’usuraio, in quanto costretto da circostanze avverse a rivolgersi a questi per impedimento di accesso al credito da parte delle banche, sia discriminato dalla legge.

La stessa legge 44/99 ha introdotto la possibilità di ottenere la sospensione dei termini esecutivi per 300 giorni e di tre anni per quelli fiscali, sino all'esito dei giudizi penali incardinati a seguito di denunzie delle vittime. La sospensione la concede il giudice procedente, sentito il parere del Prefetto rilasciato entro 30 giorni dalla richiesta.

Anche sulle stesse sospensioni vi era discriminazione, sanata dall’intervento del parere emesso dal Consiglio di Stato il 3 dicembre 2007, in seguito al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avverso il decreto del Commissario Straordinario del Governo Prefetto Lauro.

Oggetto del ricorso fu l’illegittimo orientamento seguito dal Comitato di Governo nel quantificare il danno da usura bancaria ai fini della concessione del mutuo decennale senza interessi previsto dalla L. 44/99 . Difatti pur riconoscendo lo status di usurato bancario l’ufficio Amministrativo sopra menzionato ha ritenuto di dover diversificare e penalizzare la condizione.

Il Consiglio di Stato ha accolto le critiche denunciate e ha riconosciuto che: “… Manca d’altronde, qualsivoglia precetto che legittimi una diversità di trattamento. Né può essere ravvisato nell’ordinamento attraverso una interpretazione contraria al principio di uguaglianza e ragionevolezza che struttura l’intero sistema costituzionale…”.

Così argomentando il Consiglio di Stato ha dichiarato che l’atto impugnato è illegittimo e va conseguentemente annullato. Tale parere rappresenta una pietra miliare all’interno delle procedure di erogazione dei fondi e costituisce il modello interpretativo e di indirizzo al quale tutte le Prefetture d’Italia e l’ufficio del Commissario Straordinario di Governo dovranno attenersi.

Nell’intervista rilasciata a “Striscia la Notizia” il 18.12.07, il Commissario Straordinario del Governo, Prefetto Lauro, ha manifestato la volontà di costituirsi parte civile in tutti i procedimenti di usura ed estorsione bancaria.

Per la gente comune l'usura ha un significato del tutto incomprensibile, che rimane tale sino a quando accade di trovarsi nella condizione di ricorrere a un certo e oscuro amico, in apparenza benefattore. Completamente diverse sono invece le circostanze che inducono imprenditori e professionisti a ricorrere al credito alternativo a quello convenzionale. Mentre per il nucleo famigliare il ricorso all'usura avviene solo in circostanze straordinarie, per risolvere problemi che la normale redditività non consente di appianare, per gli imprenditori e i professionisti il meccanismo del ricorso all'usura scatta, quando per una qualsivoglia ragione si ritrovano incagliati verso la banca che gli ha dato credito, quando si accumulano rate insolute di mutuo o vengono revocati i crediti affidati.

In pratica si diviene potenziali vittime di usura a partire dal momento in cui il proprio nominativo viene censito dalla Banca Dati CRIF o dalla Centrale Rischi di Bankitalia o ancora nella Centrale di Allarme Interbancario, anche quando si è incorsi nel semplice caso che un proprio assegno è risultato scoperto a prima presentazione, o sia stato richiamato dal suo presentatore per accordi col debitore. La situazione di affidabilità peggiora poi se l'imprenditore o il professionista sono incorsi in protesti di assegni o cambiali.

In pratica, per il sistema bancario e finanziario del nostro paese, ai cittadini, alle imprese e ai professionisti i cui nomi finiscono nelle predette Banche Dati, indipendentemente dal loro patrimonio e dalle loro capacità reddituali, non viene data alcuna possibilità di appello, poiché sino a quando i loro nomi risultano nella lista nera sono e saranno letteralmente inibiti ad ogni operatività col sistema bancario. Fatto più grave, che, mentre per gli evasori fiscali, per coloro che incorrono in abusi edilizi e per una infinità di reati o condannati a pene detentive fino a tre anni, sono previste sanatorie, condoni e indulti che fanno sparire ogni traccia degli eventi e consentono a questi soggetti piena operatività, per i malcapitati dei protesti la situazione diviene drammatica, poiché non viene loro consentita alcuna possibilità di operare con e tramite banche, neppure volendo operare con mezzi e soldi propri, anche quando sono in grado di dimostrare di avere assolto al pagamento dei titoli finiti in protesto.

Problema per il quale, l'ABI e le banche tutte, si ostinano a negare soluzioni obiettive.

Va considerato che le banche sono gli unici soggetti abilitati dalla legge alla raccolta dei risparmi e al reimpiego con il credito. La situazione non è cambiata neppure quando nell'estate del 2006 è intervenuto il famigerato decreto Bersani n.248/2006 che col suo art.35, comma 12, obbligava gli italiani, a effettuare tutti i pagamenti tramite banca, carte di credito o bancomat, per consentire la tracciabilità e limitava sotto la soglia dei 500 euro ogni pagamento con l'utilizzo di contante.

Secondo il Centro Studi SNARP, in Italia, oltre 6 milioni di cittadini e imprese sono costretti ad operare in modo sommerso, solo perché, in modo del tutto incostituzionale, sono esclusi dalla possibilità di operare attraverso le banche. Un problema, ripetiamo, che vede coinvolti oltre 6 milioni di protestati, in aggiunta agli oltre 15 milioni censiti nella CRIF e nella Centrale Rischi.

Più di 20 milioni di cittadini dunque ai quali è preclusa l'operatività.

Il Consorzio Patti Chiari di emanazione ABI, costituito da circa 150 Banche, ha istituito sì "il conto corrente di base", si dà il caso però, che tutte le volte che lo SNARP ha trasmesso richieste in favore di soggetti per i quali tale tipo di conto sarebbe stato istituito, le banche non hanno mai ritenuto opportuno aprirlo, neppure quando si è fatto prioritariamente dichiarare agli interessati che non avrebbero richiesto il libretto degli assegni, e che avrebbero operato solo con mezzi propri.

Ma veniamo al nocciolo del problema. Con queste premesse e limitazioni, risulta inevitabile che in situazioni di bisogno, chi non può disporre di soluzioni convenzionali sia costretto a ricorrere a soluzioni estreme. E dopo essere finito nelle mani degli usurai, comincia per i malcapitati un periodo più o meno di lunga agonia, in dipendenza della durata del rapporto e soprattutto della dipendenza economica del soggetto sventurato.

Il Ministero dell'Interno anno dopo anno ha fatto costosissime campagne informative sulla legge anti-usura e anti-racket per esortare le vittime dell'usura e del racket a sporgere denuncia per essere protetti dalle istituzioni, ma tutto ciò si scontra con una dura realtà.

Il Prof. Francesco Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, ha avuto modo di istruire e seguire oltre 8 mila denunce, col risultato che, pur in presenza della documentata consistenza di ipotesi di reato, almeno la metà delle stesse, rimaste per anni insabbiate, sono state archiviate per prescrizione dei reati; per circa il 40% delle denunce è stata richiesta l'archiviazione, le cui opposizioni hanno condotto al rinvio a giudizio solo in una decina di casi; e per circa il 10% si sono ottenuti i rinvii a giudizio degli aguzzini con qualche condanna.

Di contro, il 92% delle vittime che hanno denunciato i propri aguzzini non hanno mai ottenuto l'accesso ai mutui di solidarietà, anche quando gli usurai sono stati condannati. Non è andata meglio per coloro che hanno invocato i fondi per la prevenzione, con cui viene garantito l'80% delle somme erogate; poiché gestiti dalle banche, nella maggior parte dei casi vengono concessi solo in favore di soggetti indebitati con le medesime, le quali così recuperano i loro crediti, spingendo gli altri, che hanno sofferenze con soggetti diversi dalle stesse, nelle braccia degli usurai.

Va fatto notare che, la maggior parte delle denunce sono state presentate per il reato di usura bancaria, fronte su cui la magistratura ha quasi sempre mantenuto un atteggiamento di notevole distacco, evidentemente perché considera usura, solo quella praticata da chi non espleta attività bancaria, e non invece l'usura praticata dalle banche, specialmente dopo l'uscita della contestata legge n. 24/2001 di interpretazione autentica della precedente legge n. 108/96, che autorizza il sistema creditizio ancora oggi a percepire interessi alle condizioni stipulate sui contratti antecedenti al 1996, frequentemente a tasso superiore al 40% annuo.

Ma tornando alle vittime, divengono ancor più vittime dopo la presentazione delle denunce: rimangono isolate più di prima, e tenute a debita distanza dalle banche e dagli usurai. Le richieste di accesso al fondo di solidarietà si sono rivelate un autentico fallimento, poiché la maggior parte dei soggetti ammessi, hanno richiesto 100 ed hanno ottenuto delibere per 20, e, per ottenere i 20, hanno dovuto attendere mesi, se non addirittura anni. La lungaggine burocratica è dovuta prima alle Prefetture delegate alla gestione amministrativa delle domande e poi al Comitato Consap, istituito presso il Ministero dell'Interno.

Peggio ancora l'iter per ottenere la sospensione dei termini esecutivi, che in passato hanno consentito il salvataggio di molte gravi situazioni. Difatti dopo la pronuncia della Corte Costituzionale n.457 del 14/12/2005, che ha attribuito al giudice delle esecuzioni il potere di concedere le sospensioni, si è rivelato del tutto inutile l'iter che prevedeva la domanda al Prefetto per l'emissione del decreto che autorizza la sospensione, subordinata però all'acquisizione del parere positivo del Presidente del Tribunale e di quello del pubblico ministero designato all'istruttoria delle denunce, con il risultato, che, anche in presenza di tutti e tre i pareri positivi, i giudici delle esecuzioni si ostinano a rigettare le richieste di sospensione delle esecuzioni e delle scadenze fiscali, dando così impulso a illegittime espropriazioni di interi patrimoni, calpestando ogni diritto che compete alle vittime, che si ritrovano beffate e ingannate. Tutto questo, mentre per la crisi che ha investito l'economia mondiale, nell'ultimo anno è aumentato del 27% l'indebitamento delle famiglie, è cresciuto del 32% il numero dei soggetti costretti a ricorrere agli usurai, ed è paurosamente aumentato il numero dei suicidi per debiti.

Secondo Petrino, presidente nazionale del sindacato anti-usura SNARP, “sembrerebbe esserci un patto federativo fra banche, uffici amministrativi, Prefetture, uffici giudiziari affinché i diritti dei cittadini vengano calpestati”.

Parole durissime che vengono pronunciate con la massima tranquillità, perché nascono da dati di fatto, sottolinea Petrino, docente di Diritto bancario. Una particolare forma mentis induce a pensare all’usura come a un reato commesso da nomadi, pseudo finanziarie, associazioni di falsi samaritani. In realtà “i principali usurai sono le banche”, afferma Petrino. Non è un caso che la legge anti-usura preveda anche l’usura bancaria che viene sanzionata sotto il profilo penale e civilistico.

Dal punto di vista civilistico esiste un articolo secondo cui anche le banche che superano per tasso le soglie stabilite trimestralmente dalla legge incorrono nel reato di usura. Il Consiglio di Stato ha stabilito che quando le banche si macchiano di usura sono sanzionabili penalmente e civilmente con la perdita degli interessi, “mentre la magistratura – attacca Petrino – si ostinava a far passare i tassi bancari ripristinandone il diritto”.

“In teoria la legge anti-usura ha istituito tutele per i cittadini e le imprese che denunciano il fenomeno (famoso lo slogan ‘denunciate l’usura e le estorsioni, noi vi tuteleremo’); nell’arco di dodici anni abbiamo presentato 8 mila denunce, ma nessuno di loro è stato tutelato dalla legge”.

Come se non bastasse “i Comitati di gestione dei fondi anti-usura hanno privilegiato soggetti che non avevano alcun diritto, tanto che sono partite inchieste sull’utilizzo dei fondi, chi li ha concessi, chi ne ha beneficiato; per non parlare poi – continua Petrino – del Fondo di prevenzione del fenomeno usuraio gestito da Confidi attraverso le banche che avevano concesso finanziamenti solo a soggetti che erano scoperti con quella banca. Il risultato? Imprese lasciate sole”.

Per Petrino la realtà è che le “banche si sono dimostrate istituzioni espropriative”. Il presidente nazionale punta il dito anche contro le Prefetture “responsabili di incomprensibili ritardi”.

Le anomalie sono tante, non ultima la sospensiva dei termini di esecuzione in attesa che i responsabili vengano rinviati a giudizio: “Troppe volte i giudici non tengono conto della sospensiva”. In altri casi vengono concessi i 300 giorni, ma l’istruttoria poi non viene conclusa (chissà come mai) e i beni finiscono venduti all’asta. Secondo Petrino “la banca è una società speculativa che eroga il credito dopo aver valutato l’immobile; quando il debitore diventa inadempiente e c’è un rapporto superiore al 60 per cento fra valore immobiliare e debito reale, la banca non può far vendere l’immobile da 100 a 40, ma tutt’al più prenderlo e rimborsare il debitore”.

A ingarbugliare il quadro ci si mette anche il ‘caso Banca d’Italia’: “La Banca d’Italia non è un organo dello Stato in quanto è stata venduta ad alcune banche”, spiega Argo Fedrigo, imprenditore, presidente del Comitato di sovranità monetaria. In pratica “la Banca d’Italia è privata e controllata da due Istituti che fanno capo all’estero: San Paolo Intesa e Capitalia Unicredit, queste ultime due dovrebbero essere controllate e invece controllano la Banca d’Italia; questo significa che la carta moneta non è di proprietà dello Stato, bensì delle banche”.

L’usura bancaria e l’usura comune, comunque indotta dalla banche, è solo un tassello anomalo del sistema creditizio italiano.

Altro tassello anomalo è l’impedimento della portabilità dei mutui da una banca ad un’altra. Tutti gli istituti di credito più importanti del nostro Paese sono stati condannati dall’Antitrust per pratiche commerciali scorrette per non aver applicato la legge sulla portabilità dei mutui (art. 8 della legge n. 40/2007), che non prevede spese a carico del consumatore per trasferire il mutuo a un’altra banca. L’ inchiesta aveva svelato il comportamento scorretto del 95% delle banche italiane che, nonostante il dettato della legge, facevano pagare il trasferimento del mutuo ostacolando la concorrenza e impedendo al cittadino di risparmiare. Chi è stato costretto a pagare le spese richieste dalla banca per trasferire il mutuo con la surrogazione ha diritto a chiederne il rimborso. La condanna dell’Antitrust è la conferma ulteriore che si è trattato di una richiesta illecita.

Altro tassello anomalo è la costituzione di società ad hoc per la gestione dei fallimenti. Le principali banche hanno infatti costituto apposite società denominate "Asteimmobili", nei principali Tribunali (Roma, Milano, Genova, ecc.), con la finalità di chiudere il cerchio quando i tartassati e maltrattati utenti non hanno la possibilità di adempiere alle obbligazioni, specie su mutui e prestiti.

ABI e banche si sono quindi ritrovate ben presto, con personale impiegato nella società costituita “Asteimmobili” a fare lavoro di cancelleria come altri pubblici ufficiali (con la non piccola differenza di non essere entrati per concorso e di non aver dovuto "prestare giuramento di fedeltà" allo Stato) in gangli alquanto delicati come le esecuzioni immobiliari, le procedure fallimentari, gli uffici dei giudici di pace, le corti d'appello sia civili che penali, le stesse procure.

Le precedenti società, per aver offerto un invidiabile vantaggio competitivo imbattibile, ossia la gratuità del servizio offerto, che svolgevano questo delicato lavoro, come Data Service ed Insiel, sono state sostituite dalla Asteimmobili Servizi spa con sede sociale presso l'A.B.I. (via delle Botteghe Oscure 46 di Roma) e come soci un pool di banche, quali Intesa San Paolo S. p. A., SI TE BA S. p. A., UGC Banca (Gruppo Unicredit), ICCREA Holding, Banca Monte Paschi di Siena, Credit Servicing, Banca Sella, Banco di Desio, Banca Carige, Banca Popolare di Verona e Novara, Interhol 2001 s.r.l., Banca del Piemonte, Bipielle S.G.C., Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, Banca Popolare di Lajatico, Banca Popolare di Sondrio.

Come mai imprenditori taccagni e vessatori come le banche, dovrebbero offrire prestazioni di servizio gratuite allo Stato?

Per chiudere il cerchio, essendo la Asteimmobili di proprietà dell'Abi, e delle banche,che avrebbero investito 3,5 milioni di euro in questa operazione, con una generosa offerta con la finalità privatistica, come ad es. la trasformazione dei pignoramenti degli immobili (chiesti al 99% dalle stesse banche!) in vendite all'asta; oppure le procedure fallimentari di società (che devono soldi alle banche, altrettanto spesso); l'archiviazione (o no, si potrebbe anche sospettare, visto che non sempre il deposito di un atto processuale di diritto civile prevede rilascio di una ricevuta) degli atti e delle sentenze. Le banche gestiranno questi servizi con molta più efficienza, ma con minore attenzione per l'interesse pubblico, per la terzietà degli atti della pubblica amministrazione, per i diritti dei vessati cittadini sottoposti ad ogni sorta di abuso da parte degli Istituti di credito, alla stessa stregua di un “Dracula” chiamato a gestire la banca del sangue!

Per questo evidente conflitto di interessi tra gli istituti di credito, che avrebbero il dovere di salvaguardare anche il sudato risparmio investito nelle abitazioni per acquistare la prima casa per abitarci, tutelato dalla Costituzione, e la voracità di banche, non aduse a guardare mai le esigenze dei cittadini ed andare incontro a temporanee esigenze per onorare gli impegni, nel caso di specie con l’allungamento non oneroso della durata dei mutui stessi, i Senatori Di Lello, Casson (ex magistrati penali) e Bordon, hanno presentato una interrogazione parlamentare al Governo, mentre l’Adusbef, ha presentato esposti denunce alle Procure di Milano, Roma e Genova.

Il risultato delle anomalie su indicate è che da Nord a Sud, un sodalizio criminale in grado di condizionare l’attività giudiziaria, attraverso la collusione di intranei ai centri di comando della magistratura, sino alla Suprema Corte di Cassazione e al C.S.M., controlla indisturbatamente, da oltre 40 anni, le vendite giudiziarie e i fallimenti, garantendo impunità ai magistrati collusi con banche, finanziarie, usurai, speculatori, partiti e criminalità organizzata.

Era il 1998 quando la legge di riforma dava il via all'ambizioso progetto teso all'ottimizzazione delle tempistiche e della prassi legate alla vendita degli immobili da parte dei Tribunali competenti. In quel periodo il Tribunale di Milano era sommerso da una vera e propria valanga di procedure: 11.000 quelle pendenti, di cui 4.000 in attesa della fissazione della prima udienza, come dire bloccate a causa del mancato deposito dei certificati richiesti (quelli che in gergo tecnico vengono definiti "certificati ipocatastali"). Ed è stata sempre la stessa riforma a dare un "colpo d'acceleratore" all'intero comparto delle procedure esecutive, grazie alla sostituzione del certificato ipocatastale col certificato notarile ed alla sostituzione di termini più brevi per il deposito, pena l'estinzione della procedura stessa. Ma l'entrata in vigore di una normativa non sempre coincide con l'effettiva sua applicazione. Un impulso concreto, perciò, alla prassi delle esecuzioni immobiliari si è registrato grazie al lavoro sinergico promosso da un pool di magistrati di Milano unitamente all'Ordine degli avvocati ed al Consiglio notarile.

Obiettivo: coniugare garantismo ed efficienza nel pieno rispetto delle disposizioni vigenti in materia. Da qui la prassi inaugurata dal Tribunale di Milano in seno alle procedure immobiliari rappresentata dalla delega al notaio. Almeno per tutti quegli immobili di valore superiore ai 50.000 euro. Una formula, questa, che ha rappresentato un vero e proprio acceleratore. Attraverso la delega, infatti, ogni giudice riesce oggi, in ogni singola udienza, a rilasciare dalle 15 alle 20 deleghe. Potremmo dire che, considerati i tempi medi necessari all'espletamento della intera fase notarile, che vanno dai 6 ai 18 mesi, la procedura avviata dal Tribunale di Milano può, a pieno regime, garantire l'espletamento di una esecuzione immobiliare ordinaria nel giro di un anno e mezzo/due, un termine che può dirsi senza dubbio più ragionevole ed accettabile se confrontato alla media europea.

Non si può, comunque, dimenticare che il percorso dei giudici del Tribunale di Milano è stato particolarmente difficile, soprattutto nei confronti di un problema estremamente rilevante quale quello legato alla turbativa d'asta, vero e proprio tallone d' Achille per il sistema delle esecuzioni.

E' proprio su questo punto che i giudici sono intervenuti in maniera decisa denunciando alla Procura il fenomeno. I giornali allora parlarono di un "cartello" di speculatori per le “aste truccate”. Una specie di organizzazione in grado di condizione le gare per l'acquisto degli immobili pignorati. Come dire, nessuno poteva partecipare ad un'asta giudiziaria senza pagare una "commissione" che andava dal 10 al 15 percento del valore dell'immobile che intendeva acquistare. In caso contrario il "cartello" soprannominato allora "La compagnia della morte" avrebbe fatto lievitare al prezzo.

In passato, a partire dall’esperienza pilota del Tribunale di Milano, stampa ed istituzioni hanno dato grande risalto alla pretesa "innovazione" del sistema delle vendite giudiziarie, dedicando intere pagine, anche di pubblicità a  pagamento, sui quotidiani nazionali, facendoci credere che con gli otto arresti di avvocati e pubblici funzionari della c.d. "compagnia della morte", si sarebbe posto fine al cartello di speculatori, in grado di condizionare le gare d’asta per l'acquisto degli immobili pignorati.

Ci hanno spiegato e confermato che per svariati anni una banda di "professionisti" ha potuto agire impunita, scoraggiando la partecipazione alle aste del pubblico, che veniva intimidito e minacciato, imponendo il pagamento di un "pizzo" pari al 10-15% del valore dell'immobile pignorato e pilotando l'assegnazione su società immobiliari vicine o su professionisti, soggetti privati e prestanome, i cui interessi spesso sono risultati riferibili agli stessi magistrati giudicanti, come nei tanti casi da noi vanamente denunciati.

Lo stesso dicasi per quanto attiene l'ambito delle procedure fallimentari, controllate da un vero e proprio racket di professionisti delle estorsioni, che con il caso del maxi-ammanco negli uffici giudiziari del Tribunale di Milano, da cui sono stati sottratti in 10 anni da una cinquantina di fallimenti, circa 35 milioni di euro, mietendo oltre 7000 vittime, ha messo a nudo una ultradecennale capacità di delinquere interna agli uffici istituzionali, in grado di resistere ad ogni denuncia-querela, forma di controllo ed ispezione ministeriale. Fatti per i quali si è cercato, anche in questo caso, di farci credere che tutto sarebbe avvenuto all'insaputa dei magistrati, dei vertici del Tribunale di Milano e degli organismi di controllo preposti (CSM, Ministero di Giustizia, Procura di Brescia, Procura Nazionale Antimafia), i quali, invero, seppure edotti di tutto, dagli anni ‘80, hanno sistematicamente insabbiato anche le stesse segnalazioni di magistrati onesti, come la dr.ssa Gandolfi, occultando solo negli ultimi anni svariate decine di migliaia di esposti a carico di avvocati, magistrati e curatori fallimentari, nei cui confronti sono rimasti del tutto inerti, giungendo, persino, a tollerare la dolosa elusione dell’obbligo di registrazione delle denunce nell’apposito Registro delle notizie di reato, tassativamente previsto dall’art. 335 c. 1° c.p.p. (26.000 procedimenti insabbiati e occultati in soffitta dalla sola Procura di Brescia).

Un fenomeno che caratterizza la vita giudiziaria in ogni parte del Paese, mettendo in evidenza, come la “mafia giudiziaria” non sia una questione legata alle sole zone del sud a forte concentrazione criminale, ma una condizione connaturata all’esercizio stesso della giurisdizione e al modo di gestire le funzioni giurisdizionali - a tutela di interessi particolaristici, corporativi e lobbistici - ovvero al modo di intendere le stesse finalità del diritto, secondo una visione deviata rispetto ai principi dello stato di diritto, ormai storicamente entrata a fare parte della cultura dominante e delle perverse logiche di amministrazione della cosa pubblica, ad esclusivo appannaggio di partiti e gruppi affaristici trasversali, che della giustizia e del suo capillare controllo hanno fatto strumento di arricchimento occulto e fonte di finanziamento illecito, in base ad un “codice non scritto”, secondo cui, indipendentemente dalle latitudini, vince chi ha le giuste aderenze ed entra a fare parte del “giro” dei comitati d’affari.

Un “codice”, imposto dalla politica e dalla cultura dominante che accomuna il nord al sud del Paese e fa di quella che possiamo con giusta causa definire “mafia giudiziaria”, un fenomeno di elevatissima pericolosità sociale e allarme per la stabilità democratica e la sicurezza nazionale, riferibile alle logiche dominanti di gestione del potere e del finanziamento illecito dei partiti, che dalla malagiustizia si alimentano, attingendo ingenti risorse, consenso e protezione, grazie ai legami con la massoneria e la criminalità organizzata e mafiosa.

Non crediate, dunque, di essere gli unici ad avere subito un'ingiustizia dallo svolgimento delle aste giudiziarie o da anomale procedure fallimentari. Si tratta di un sistema criminale istituzionalizzato, da nord a sud del Paese, voluto e alimentato dagli istituti bancari e dalle mafie locali. Un malaffare legalizzato dallo Stato, che tende a mostrare l'efficienza dei Tribunali, nascondendo ogni coinvolgimento di magistrati e infedeli funzionari.

Quattro anni di carcere e cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Da “La Repubblica”. È la condanna emessa dal tribunale di Perugia nei confronti di Pierluigi Baccarini, giudice della sezione Fallimentare del tribunale della capitale accusato di aver "pilotato" diversi procedimenti fallimentari trai quali quello della società che amministrava il tesoro immobiliare della Democrazia Cristiana. La sentenza è stata firmata dal giudice Beatrice Cristiani che ha condannato anche a 2 anni il commercialista Luciano Quadrini in relazione al crac appunto dell' Immobiliare Europa. Sotto processo oltre a Pierluigi Baccarini e Luciano Quadrini era finito anche Ercole Pugliese ( condannato a 3 anni), arrestati alla fine del 2004 e poi tornati in libertà. Tra gli imputati anche la moglie del magistrato, Luisa Fasoli (condannata a 2 anni e 4 mesi) e l'avvocato Oreste Fasano che è stato assolto. L' inchiesta, per corruzione anche in atti giudiziari è stata coordinata dai pm Sergio Sottani, Roberto Rossi e Andrea Claudiani. Secondo l' accusa il giudice Baccarini per cinque anni, dal ' 99 al 2004, il giudice avrebbe «ricevuto ingenti somme di denaro» per agevolare le procedure assegnate con «artifici» al suo ufficio. Nella distribuzione delle consulenze avrebbe «favorito costantemente» Pugliese e Quadrini e a quest' ultimo avrebbe assicurato una gestione del crack dell' Immobiliare Europa, ex immobili Dc, «atta a garantire gli interessi» curati dal commercialista. L' inchiesta era scattata a Roma dalle indagini dei pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci che nel 2005 avevano scoperto una sorta di "comitato d' affari" che gestiva l'attività fallimentari degli uffici di viale Giulio Cesare.

Dalle cronache dei giornali si apprende che una ispezione amministrativa a Lecce «negli uffici interessati dalle esecuzioni giudiziarie», in particolare a proposito dell’espletamento delle aste giudiziarie, è stata annunciata dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano in conseguenza di quanto emerso dopo l’uccisione di un salentino, Giorgio Romano, che avrebbe fatto affari frequentando appunto le aste giudiziarie. Mantovano lo ha spiegato, parlando a Lecce con i giornalisti. Romano è stato ucciso – a quanto è stato accertato poche ore dopo l’omicidio – da un uomo che, per gravi difficoltà economiche, aveva perso la sua casa e la sua macelleria e sperava di rientrarne in possesso tramite un accordo proprio con Romano, abituale frequentatore di aste giudiziarie.

“Un procedimento disciplinare per tutti gli avvocati coinvolti nella vicenda delle aste giudiziarie sottoposte all’indagine della Procura”. È quanto ha annunciato il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce Luigi Rella. “Ancora non c’è nulla di certo – ha dichiarato il presidente – ma non appena riceveremo notizie ufficiali da parte della Magistratura, avvieremo un procedimento disciplinare nei confronti di chi è coinvolto”. Nel giorno in cui la categoria degli avvocati fa sentire la sua voce nell’ambito dell’omicidio Romano, che ha visto prendere di mira gli avvocati per lo svolgimento non trasparente di alcune aste giudiziarie, il presidente Rella avverte: “Abbiamo sentito l’esigenza di intervenire in questa vicenda che si è poi dilatata. Se ci sono avvocati coinvolti non si può genericamente dire che lo sia tutta la categoria”. Rella continua dicendo che il fenomeno di cui si è parlato in queste settimane riguardante le aste sospette, esiste indubbiamente e conferma la volontà, da parte dei giudici, di eliminare tutte quelle influenze negative che ci sono sulle aste. “A Lecce la giustizia è al collasso – conclude il presidente – ma non ancora al fallimento”.

Su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 19 novembre 2011 Giovanni Longo racconta la Fallimentopoli barese. C’è voluto un camion per trasportare tutte le carte da Bari a Lecce. E quando i faldoni sono giunti a destinazione, pare che nella stanza del procuratore di Lecce Cataldo Motta non ci fosse spazio sufficiente. L’inchiesta della Procura di Bari sulle procedure fallimentari si allarga e trasloca: oltre a curatori, consulenti, professionisti, bancari e cancellieri, nel mirino del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza sono finiti anche magistrati in servizio presso il Tribunale del capoluogo pugliese. E dunque il Pm ha passato la mano.

I primi particolari dell’inchiesta sono emersi nella primavera del 2011, con numerose perquisizioni e l’arresto dell’avvocato barese Marco Vignola. Dopo che l’indagine ha toccato alcuni giudici le carte sono passate a Lecce, ufficio competente a indagare sui magistrati in servizio nel distretto di Corte d’Appello di Bari. Quattro i filoni d’indagine. In tre sarebbero stati individuati comportamenti penalmente rilevanti da parte di toghe baresi, in merito, sembra, alle modalità con cui per anni sarebbero stati gestiti i mandati di pagamento delle curatele. È il tema toccato in due informative che gli investigatori hanno depositato a fine settembre e fine ottobre ipotizzando, sembra, anche la corruzione in atti giudiziari. Che le indagini potessero allargarsi lo si era intuito leggendo la richiesta di misura cautelare nei confronti di Vignola, indagato per falso, peculato, truffa e omesso versamento delle imposte. «Occorre capire - scriveva tra l’altro il Pm barese Ciro Angelillis, ormai ex titolare di tutti i fascicoli - se e come sia stato possibile operare nel modo contestato senza che altri soggetti (cancellieri, creditori, giudici, bancari, ecc.) operanti all’interno di uffici in vario modo al controllo se non proprio alla gestione congiunta (col curatore) del patrimonio fallimentare se ne siano avveduti; occorre capire se vi siano state connivenze o, addirittura, forme di concorrenza nei reati commessi».

L’indagine era partita dalla presunta falsificazione dei mandati di pagamento per oltre sette milioni di euro che sarebbe stata commessa dall’avvocato Gaetano Vignola, padre di Marco, curatore fallimentare da almeno un ventennio. Ma ora l’inchiesta si è allargata: in uno solo dei quattro filoni passati a Lecce sarebbero analizzate otto procedure. Più recente invece il fascicolo su Marco Vignola, indagato nella veste di curatore della procedura fallimentare «Nova Tessile Srl». I fatti contestati al giovane legale - che ha assistito Alessandro Mannarini, uno dei tre «moschettieri» del caso Tarantini - si riferiscono agli anni 2000-2008 e riguardano presunti falsi mandati di pagamento e l’appropriazione di 1,6 milioni dai conti del fallimento. Soldi che il professionista sta restituendo alla nuova curatela.

Ora tocca a Lecce iniziare la fase degli accertamenti su alcuni magistrati baresi.

"Basta fallimenti truccati promossi dal sistema di potere, che distruggono aziende sane. Basta caste professionali, che gestiscono con arbitrio la svendita dei beni per arricchirsi alle spalle dell’indifeso cittadino imprenditore. Da anni denuncio al mondo l’anomalia dei fallimenti, su segnalazione dei miei associati locali, spesso vittime di racket ed usura e rappresentanti di comitati territoriali. Lo denuncio pubblicamente da Presidente nazionale di una associazione antimafia riconosciuta dal Ministero degli Interni. Il fenomeno copre tutta la penisola, ma le note stampa vengono ignorate e le mie denunce penali vengono insabbiate. Per il sistema devi subire e tacere”.

Il dr Antonio Giangrande nella sua inchiesta elenca una serie di casi eclatanti.

Esemplare è il fallimento della Federconsorzi. Caposaldo dello scandalo, la liquidazione di un ente che possedeva beni immobili e mobili valutabili oltre quattordicimila miliardi di lire per ripagare debiti di duemila miliardi. L’enormità della differenza avrebbe costituito la ragione di due processi, uno aperto a Perugia uno a Roma. La singolarità dello scandalo è costituita dall’assoluto silenzio della grande stampa, che ha ignorato entrambi i processi, favorendo, palesemente, chi ne disponeva l’insabbiamento.

E che dire del caso Cirio. Ci furono accertamenti su presunte irregolarità avvenute nella sezione fallimentare del Tribunale di Roma, che hanno visto coinvolti giudici accusati di aver “pilotato” alcuni fallimenti e che vede una procedura di trasferimento d’ ufficio per incompatibilità, avviata nei confronti di un giudice arrestato per corruzione in atti giudiziari.

E che dire delle aste truccate in Lombardia. Al Tribunale di Milano i magistrati hanno denunciato una loro collega: tentata concussione e abuso d'ufficio nelle nomine dei consulenti, al fine di suddividerne i compensi. A Brescia si è archiviato un procedimento penale per usura, pur essendo stato accertato dal perito della Procura un tasso applicato del 446% annuo.

E che dire dell’intrigo che lega il Piemonte e la Toscana. Un Giudice condannato per tangenti per il fallimento Aiazzone e legato con un esponente della P2 in altri processi in Toscana. All’indomani di una udienza a Prato contro di questo, il suo difensore, noto avvocato e professore milanese, fu trovato morto a causa di uno strano suicidio. Nell’ambito di quei processi si denunciano casi di violazione del diritto di difesa. Sempre in Toscana, si chiede il processo ad un giudice:  al magistrato vengono contestati corruzione, concussione, peculato, falso, abuso di ufficio e concorso in bancarotta.

Anche in Emilia Romagna si denunciano casi di lesione del diritto di difesa e del contraddittorio a danno dei falliti.

Nelle Marche l'inchiesta sul crack delle aziende dell'imprenditore sambenedettese ha coinvolto ben 18 personaggi. Fra essi numerosi magistrati, avvocati, curatori fallimentari e dirigenti di banca.

In Abruzzo, l’ex gip teramano, poi giudice a Giulianova e oggi magistrato di Corte d’Appello a L’Aquila e l’attuale presidente del Tribunale di Teramo sono stati coinvolti in un’inchiesta sulle vendite giudiziarie immobiliari partita da un esposto presentato da un cancelliere.

A Lecce, per la prima volta in Europa, è stato dichiarato il fallimento del creditore su richiesta del debitore. L’imprenditore è stato sbattuto fuori di casa, nonostante sia stato assolto dai reati di truffa e falso denunciati dal direttore generale di un noto istituto di credito spacciatosi per suo creditore, mentre era, in realtà debitore dell’imprenditore di cui ha provocato il fallimento. Una vittima spara e uccide il suo aguzzino: solo allora danno il via alle indagini, rimaste da tempo insabbiate.

Ciliegina sulla torta è il caso Palermo e Catania. A Palermo per il fallimento con il trucco, tre giudici rischiano il processo. A denunciare le illegalità un comitato antiracket ed antiusura. La competenza è passata alla Procura di Reggio Calabria. Nei suoi uffici è scoppiato lo scandalo “cimici”. A Catania, con atto ispettivo al Ministro della Giustizia n. 4-29179, l'interrogante On. Angela Napoli, ha denunziato la triplice reciprocità d'indagine tra le procure di Messina, Reggio Calabria e Catania con chiari e vicendevoli condizionamenti su una denuncia di un imprenditore dichiarato, ingiustamente, fallito.

Il sistema lobbistico di potere delle banche usufruisce di altri favoritismi: lo scandaloso meccanismo delle cartolarizzazioni che non ha risparmiato le casse dello Stato, la piccola e media impresa e i cittadini.

E’ doveroso spiegare in che cosa consiste di fatto la cartolarizzazione e quali sono le ragioni per cui la definisco, la più grande truffa organizzata dal sistema bancario in danno degli italiani.

Nel 1999, quando alla guida del governo italiano in barba a Prodi si era insediato D’Alema, il quale all’insegna del partito della coalizione della solidarietà ebbe a propinare agli italiani il grande evento rappresentato dalla promulgazione della legge n. 130/99, che soltanto gli esperti non allineati compresero subito essere una legge istituita per salvare le banche. Difatti di li a poco sono esplose le tre principali vicende cui si allude, conseguenti al mancato rimborso in misura adeguata delle obbligazioni emesse dallo Stato argentino, nonché da società riconducibili al gruppo Cirio e al gruppo Parmalat, titoli di cui le banche italiane hanno infestato i nostri poveri risparmiatori allettandoli con prospettive di lauti facili guadagni, per la sola finalità di scaricare quelle che si sarebbero presto rivelate perdite sulla pelle della povera gente. Va ricordato che in Italia sono stati sottoscritti circa 12 miliardi di euro di obbligazioni argentine, 1 miliardo di obbligazioni Cirio e 4,8 miliardi di obbligazioni Parmalat. Nel complesso si tratta dunque di quasi 18 miliardi di euro, ossia l’equivalente di tre finanziarie, che in massima parte si sono tradotti in consistenti perdite per varie centinaia di migliaia di investitori. E non sono stati gli unici casi purtroppo.

«Non è con le suggestioni» o «con il vibrato richiamo enunciato dal pm Francesco Greco» ai «tremendi guasti della finanza 'tossica' che si ricostruiscono i reati nelle aule di tribunale», qui «non si tratta di un convegno ma di accertamento penale»: e «l’enfasi » dei pm, «esibita» per sostenere «una sorta di aggiotaggio immanente» (tipo «la vicenda Parmalat è talmente grave, i fatti così macroscopici che qui tutti sono responsabili di tutto... »), avrebbe meritato «impegno degno di miglior causa» verso «ben altri responsabili certi del default, usciti» invece «per strategia inquirente con pene irrisorie» in patteggiamenti «già oggetto di indulto».

Trecento pagine di motivazione non argomentano solo la condanna a 10 anni di Calisto Tanzi per aggiotaggio e le molte assoluzioni decise invece il 18 dicembre 2008 per amministratori di Parmalat e funzionari di Bank of America: i giudici Luisa Ponti (processo Sme), Giuseppe Gennari (inchiesta Telecom) e Silvia Baldi vi formulano anche inedite critiche all’«errore di fondo» dei pm «i cui effetti deleteri hanno attraversato tutto il processo»; alla Consob «priva di curiosità» sui debiti Parmalat; e alle «scarse (a essere benevoli) capacità mnemoniche» del testimone Enrico Bondi, commissario Parmalat. Il Tribunale esprime «notevole imbarazzo» per un’accusa che «soffre di quei medesimi gravi difetti già segnalati dal Gip che respinse la richiesta di giudizio immediato (Piffer nel 2004,)». «Non emendati» dai pm. Ad esempio, Bank of America (BofA) o i consiglieri non esecutivi di Parmalat «per quale ragione avrebbero dovuto scandalizzarsi», se nel 2003 «Consob con poteri ben più ampi al termine di un’accurata attività ispettiva non solo non contestava alcun addebito, ma attestava l’attendibilità dei saldi contabili? Sia chiaro, questa domanda non vuole suonare come una critica alla Consob», tanto più che «i suoi accertamenti sono stati ostacolati in ogni modo da Tanzi », e «poi vale sempre il principio che meglio tardi che mai».

Ma «neppure si può alzare il dito contro» la banca BofA «pretendendo, come sostiene la consulente del pm, che dalla mera lettura dei bilanci si scoprisse l’arcano mistero celato dietro le scritture Parmalat». Altrimenti bisognerebbe ripensare alle «curiosità che Consob non aveva nutrito in precedenza pur visionando i bilanci»: su Epicurum, l’asserito fondo d’investimenti da 7 miliardi di dollari e in realtà inesistente, «neppure Consob ha consultato Internet e non si è resa conto che doveva essere falso perché sarebbe stato, pur sconosciuto, uno dei dieci più consistenti al mondo». E Bondi? «Imposto — ritiene di scrivere il Tribunale — come sempre e come in altre note vicende italiane da Mediobanca, neanche a lui, che pure conosceva almeno superficialmente i conti Parmalat al momento di accettare l’incarico, è parso così sospetto il rapporto tra indebitamento e liquidità, altrimenti non si sarebbe adoperato così apertamente» per provare a pagare il bond del dicembre 2003, «operazione che ha indotto più di un investitore a tornare sul titolo, convinto che il gruppo si sarebbe salvato».

Il Tribunale, poi, «avrebbe avuto interesse a conoscere» anche «il contenuto degli accordi riservati» tra Bondi e il capo (Lagro) del team di suoi consulenti PwC, perché, «se i compensi fossero legati al successo delle iniziative giudiziarie intraprese da Bondi in base al lavoro di verifica del team, ciò non potrebbe non avere una ricaduta sulla valutazione del teste Lagro, che tanto più guadagnerebbe quanto più sostenesse tesi funzionali al commissario». E la tesi di Tanzi, io vittima delle banche voraci? «Se il Collegio non esclude che alcuni istituti possano aver lucrato illecitamente dal rapporto con Parmalat, non per questo il ruolo di Tanzi non può essere ridimensionato, visto che il 'sostegno' bancario è servito a mantenere un sistema di cui era ideatore e primo avvantaggiato».

Delusi dalla sentenza erano stati i 42mila risparmiatori rinviati dai giudici penali a una futura quantificazione dei danni in sede civile. Nel rifiutare il ricatto morale di «insostenibili generalizzazioni in nome della generica tutela del risparmiatore o della 'enormità' della vicenda Parmalat», i giudici rivendicano l’impietosa «verità: accertare il nesso causale tra condotta e danno avrebbe richiesto un’istruttoria su ciascuna delle 42mila parti civili che, va detto senza infingimenti, era impossibile da svolgere», pena «tempi intollerabili e sicura prescrizione». Se mai, proprio questo fallimento «dovrebbe fare riflettere sull’idoneità stessa del processo penale a fornire adeguato strumento di ristoro in caso di violazioni di massa che interessano migliaia di persone».

Ma torniamo alla sindrome della cartolarizzazione. Le banche italiane nel 1999, tirando le somme del contenzioso maturato dopo la crisi del 1992, si sono accorte che avevano crediti ipotecari con difficili probabilità di recupero per parecchie migliaia di miliardi, oltre a decine di migliaia di miliardi di crediti chirografi. Avendo i rappresentanti del sistema bancario mantenuto sempre buoni rapporti con i sinistri “governi della solidarietà”, sin da quando l’ex governatore Carli è stato ministro del tesoro, Ciampi, presidente della Repubblica, Dini e Prodi presidenti del Consiglio, hanno caldeggiato al suo successore una legge che permettesse lo sgravio dei bilanci delle partite difficili e l’abbattimento dell’importo dei crediti.

Col bene placido dell’allora presidente della Repubblica, è stata approvata una legge tutta italiana per la cartolarizzazione dei crediti, concepita per permettere alle banche una evasione legalizzata. Da quel momento si evince che nei soli primi due anni, 2000-2001, si è concretizzata in un buco di oltre 90.000 miliardi di lire per i conti dello Stato, danno ricaduto poi sui contribuenti.

Il 30 aprile 1999, con la legge n.130 intitolata “disposizioni per la cartolarizzazione dei crediti”, il governo presieduto da Massimo D’Alema, proseguendo nel suo progetto di sostegno alle povere banche italiane, dopo il decreto salva anatocismo del 1998, si è sentito in dovere di concedere alle banche un ulteriore strumento idoneo a distruggere la media e piccola imprenditoria del nostro paese, accattivandosi la riconoscenza del medioevale sistema bancario italiano.

Non appena questa legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, le banche più furbe, sempre pronte all’arrembaggio, avevano già costituito delle banali s.r.l. con capitale di 20 milioni di lire, ovviamente sottoscritto da esse stesse. S.r.l. alle quali hanno venduto crediti miliardari in cambio di obbligazioni (derivati - hedge found) di durata anche ventennale. Ma la vera astuzia degli scaltri manager delle grandi banche è consistita nel vendere in blocco (a se stesse), in cambio della promessa di pagamento del 40% del loro valore iscritto a bilancio, i crediti assistiti da garanzie ipotecarie, con perdite dichiarate del 60%. A questo si aggiungano anche i crediti chirografi per svariate centinaia di miliardi, svenduti a se stessi al 10% del loro valore a bilancio, partite per le quali le banche hanno dichiarato perdite del 90%.

Così che per conseguenza del metodo legalizzato delle elusioni fiscali e delle compensazioni per le presunte perdite subite a far data dall’anno 1999, le pseudo istituzioni creditizie, si sono sottratte al pagamento di molte migliaia di miliardi di vecchie lire di tributi, pari all’equivalente delle perdite multimiliardarie derivanti dalle cartolarizzazioni alle loro società controllate.

Ma non è tutto qui, le cause e gli effetti della cartolarizzazione derivante dalla legge D’Alema, si sono rivelati devastanti non solo per i conti dello Stato, ma anche per i debitori del sistema bancario, i quali si sono ritrovati a fare i conti con una nuova forma di usura e di estorsioni, attuata delle società di recupero crediti e delle immobiliari, in prevalenza di emanazione bancaria.

Veniamo al nocciolo del problema. Cartolarizzazione, significa “cessione dei propri crediti” ad altra azienda finanziaria, la quale, a fronte di posizioni creditorie ipotecarie contenziose paga con obbligazioni di durata anche ventennale, in media il 40% del valore dichiarato dalla banca venditrice dei crediti.

Così stando le cose, si è portati subito a pensare che la povera banca che si trova costretta a cedere i sui crediti, per esempio di un miliardo di euro, per effetto della cessione, incassa in 5/10/20 anni soltanto 400 milioni e perde di fatto l’importo di ben 600 milioni. Anche se i dati contabili portano in questa direzione, il risultato reale è ben diverso, poiché con l’operazione di cartolarizzazione, la banca venditrice, anziché perdere il 60%, in realtà realizza un duplice magnifico affare. Analizziamo insieme come e perché.

In dipendenza della cessione del credito, sul bilancio di esercizio, la banca consegue nello stesso anno dell’avvenuta cessione, l’immediato pareggio contabile dell’intero ammontare del credito ceduto. Il pareggio è costituito in parte dal controvalore incamerato con la percentuale pattuita per la cessione ed in parte per l’elusione fiscale conseguente alla perdita patrimoniale derivata dalla cessione del credito.

La prima «truffa» deriva dal fatto che per la perdita registrata, la Banca è esonerata dal versamento delle imposte dovute per pari ammontare delle presunte perdite dichiarate in bilancio.

La seconda operazione consiste nel fatto che la banca, per i medesimi crediti ceduti, con la formula della cartolarizzazione al momento della cessione, aveva già praticamente ammortizzato ognuno dei crediti vantati, poiché aveva già conseguito il beneficio degli ammortamenti attraverso il dispositivo degli accantonamenti annuali al fondo di svalutazione crediti e al fondo di rischio.

Questo graverà per il 50% circa sul debitore reale e per l’altro 50% sugli ignari cittadini contribuenti, costretti a pagare quelle tasse che gli istituti di credito sistematicamente eludono. Le operazioni di cartolarizzazione a partire dal 1999 sono state attuate dalle maggiori banche nazionali, per un ammontare stimato di oltre 300 miliardi di euro, pari a circa 580.000 miliardi di lire, con elusione fiscale derivata che ha aperto una voragine nei conti pubblici di almeno 150 miliardi di euro, pari a 290.000 milioni di lire.

La realtà che emerge è che le banche col meccanismo della creazione di società costituite, alle quali conferiscono mandato per la gestione dei crediti, fanno la parte del leone nei confronti degli sprovveduti cittadini e titolari di imprese, i quali si ritrovano di fronte ad autentici automi che discutono solo di rapporto tra credito preteso – benché infarcito di mostruosi interessi – e valore degli immobili in espropriazione, rapporto logico tra credito erogato e somme già rimborsate.

La conseguenza derivata è la assoluta impossibilità dei debitori a trovare soluzioni, se non quella di ricorrere al credito usuraio, per chi riesce a ottenerlo. In tale situazione i malcapitati delle cartolarizzazioni, vengono sottoposti ad una autentica aggressione psicologica e costretti a vivere in uno stato di totale insicurezza per l’imminenza della perdita della casa e per la triste sorte a cui si ritroverà esposto il proprio nucleo famigliare. Lo stato di stress emotivo–psico-fisico, in una gran percentuale di soggetti potrebbe portare alla graduale perdita delle difese immunitarie, e di conseguenza a gravissime patologie cardiache e tumorali senza scampo, come purtroppo è accaduto in moltissimi casi descritti sul dossier SNARP.

La drammatica situazione, è ignorata dal governo, oltre che dalla magistratura penale e tributaria.

Anzi, dopo il vertice di Parigi del 12 ottobre 2008 l'Esecutivo completa gli strumenti messi in campo con il decreto 9 ottobre 2008 n. 155 per far fronte alla crisi dei mercati finanziari.

Il nuovo decreto legge (13 ottobre 2008 n. 157, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 ottobre 2008 n. 240) introduce alcune misure per riattivare il funzionamento del mercato di prestiti interbancari. Le soluzioni adottate, attivabili fino al 31 dicembre 2009, vogliono favorire la liquidità, la capacità di finanziamento e la solvibilità delle banche con lo scopo di garantire il flusso di finanziamento all'economia reale.

Insomma, a garantire le Banche in sofferenza ci pensa lo Stato, ossia i cittadini vessati dalle stesse banche.

La crisi mondiale delle banche e del mondo della finanza ha scatenato una miriade incontrollata di opinioni. Sono spuntati opinionisti economici ovunque, tutti pronti a condannare il libero mercato indicandolo come la causa principale del finimondo finanziario a cui stiamo assistendo. Credere nel libero mercato, significa credere nella libertà dell’uomo di agire e a volte anche di sbagliare. Crederci non significa in ogni modo che chi sbaglia non debba pagare le conseguenze dei propri errori.

Il “diritto” o il rischio di fallire non deve rimanere appannaggio di pochi ma è il freno che regola il libero mercato che, se tolto o eluso, può provocare molti sconquassi.

Dove sta scritto che le banche non possano fallire? Dove sta scritto che non è giusto che una banca, grande o piccola che sia, finisca con dichiarare fallimento? Certo, le ripercussioni per il crollo di un grande istituto sono ingenti, con migliaia di posti di lavoro persi, piccoli risparmiatori coinvolti, azionisti che vedrebbero trasformarsi in carta straccia i loro investimenti (come del resto anche senza il fallimento dichiarato lo sono già). Lo spauracchio del fallimento, conseguenza logica di cattiva gestione, di perdita della clientela, di spese che superano le entrate, di mancanza di liquidità, è il vero regolatore del libero mercato. Crudele che sia, a volte cinico ma garanzia che richiama gli operatori alle proprie responsabilità.

D'altronde lo stesso metodo del fallimento è adottato per il clienti inadempienti delle stesse banche.

Allora, perché si chiede il fallimento delle imprese e viceversa si salvano le banche??

Oggi, nella stragrande maggioranza dei casi gli istituti bancari raccolgono i soldi dei risparmiatori e li investono in attività di carattere finanziario. Direttamente. Per le grandi banche, ad esempio, oltre il 50% dei loro ricavi viene da questi strumenti finanziari. In questo modo, le banche da anni hanno perso il ruolo di intermediario del credito e stanno svolgendo un altro mestiere. Dopo i casi di Cirio e Parmalat, da allora centinaia di testimonianze di dipendenti del settore bancario raccontano come prodotti ad alto rischio siano stati venduti a massaie, pensionati e a chi ci metteva tutti i risparmi. Se all'inizio le banche hanno teso solo a massimizzare gli interessi degli azionisti, con profitti davvero notevoli anche negli ultimi anni, di recente hanno usato questo procedimento anche per scaricarsi delle insolvenze, sui clienti. E adesso i tassi interbancari sono alle stelle, le banche non si fidano più di prestarsi soldi tra loro.

Le banche non si prestano tra loro denaro perché hanno una crisi di liquidità e sono preoccupate di non essere in grado di soddisfare le eventuali richieste di rimborso che potrebbero arrivar loro dai risparmiatori. E poi c'è il problema enorme della montagna di titoli spazzatura dentro le loro tesorerie. Di fatto i bilanci dell'intero sistema globale sono falsati. D'altronde la massa di carta finanziaria che gira è 25 volte l'economia reale.

La distanza tra economia finanziaria e reale non c'è più.

Alla base di questa crisi vi è quindi il mancato ritorno di denaro alle banche che l’hanno prestato, ma che hanno agito come se quel denaro fosse comunque immediatamente disponibile per altre operazioni finanziarie. Vi è quindi un enorme mercato bancario parallelo, fatto di debiti non coperti.

Ed è su questo mercato parallelo, da cui non c'è praticamente nulla da recuperare, che i governi cercano di intervenire cercando di mettere in atto provvedimenti volti a sgonfiare la bolla prima che esploda: trasferire masse di denaro fresco dalle casse dello Stato alle casse delle banche ed elargire ulteriore denaro alle imprese che non saranno in grado di ottenere finanziamenti attraverso i canali del credito. Nessuna operazione di ingegneria finanziaria, solo un gigantesco passaggio di risorse dal pubblico al privato in nome della salvezza del sistema economico e finanziario, con conseguenti lacrime e dolori per i lavoratori e i pensionati.

Non solo le banche fanno ciò che vogliono in economia, ma “le banche rappresentano la rete più estesa della connivenza con gli interessi finanziari della mafia. I soldi vengono ripuliti lì”. Ne è convinto Francesco Forgione, già presidente della commissione Antimafia, in una intervista a Sintesi Dialettica.

"La politica - spiega Forgione - non ha avuto la forza di approvare una buona legge come quella sull'anagrafe dei conti correnti - legge Mancino del 1993, mai applicata. Da qui, quando si arresta un mafioso e gli si vogliono congelare subito i conti correnti, il mafioso, o l'amministratore del mafioso, ha tutto il tempo per svuotarli e movimentarli via internet in uno dei tanti paradisi fiscali del pianeta. Noi non abbiamo neanche la possibilità, attraverso l'anagrafe dei conti correnti e l'anagrafe degli immobili, di capire anche gli spostamenti di proprietà e le movimentazioni catastali. Manca, quindi, la possibilità di intervenire proprio lì dove si concentra il potere mafioso".

Insomma, per il presidente della commissione Antimafia il ruolo delle banche è centrale. Per Forgione, dunque, è necessario aggredire "il santuario del mercato", altrimenti non si possono sconfiggere le mafie.  "100.000 milioni di euro all'anno è l'ammontare di movimentazione delle mafie di cui almeno il 60% entra nell'economia legale - dice ancora -. Da qui si apre il problema della rintracciabilità dei flussi e dei patrimoni. Le mafie non hanno più la coppola e la lupara dei film in bianco e nero. Hanno capito che investire in patrimoni è rischioso per cui "finanziarizzano" le loro attività. E per colpire questo livello di "finanziarizzazione" e intercettarne i flussi, bisogna aggredire il sistema bancario".

IL CERCHIO SI È CHIUSO. SI È PARTITI DALL’USURA E SI È ARRIVATI ALLA MAFIA, ATTRAVERSO I FALLIMENTI, LA GESTIONE DELLE ASTE, LE CARTOLARIZZAZIONI E LA GARANZIA SULLA SOLVIBILITÀ.

PARLIAMO DI FONDI STRUTTURALI UE.

La piaga delle frodi comunitarie costituisce un tema discusso e studiato da tempo. Si discetta se l'Italia abbia il record delle irregolarità dell'Unione Europea perché ha più truffatori e più amministratori incompetenti degli altri Stati membri, oppure perché è il Paese con gli investigatori più bravi e più scrupolosi. Insomma, il primato italiano potrebbe non essere quello delle irregolarità, bensì quello della sorveglianza, perché gli altri non controllano né denunciano quanto noi.

Il record di cui invece pochi parlano è quello del mancato recupero dei fondi elargiti, ma poi risultati frutto di frodi o di irregolarità procedurali. Fino a poco tempo fa, il fatto che l'Italia trascurasse questo adempimento veniva per lo più ignorato da Bruxelles. Che si faceva perciò carico dei suoi costi. Ma non è più così. Da Bruxelles hanno cominciato a presentarci i conti. E sono salatissimi. Al “Sole 24 Ore” risulta che ne stia per arrivare uno da 200 milioni di euro. Ma in totale sì parla di una cifra che potrebbe superare il miliardo di euro.

In Italia l'approvazione del regolamento sui contributi comunitari, il 1290/2005, è passata del tutto inosservata. Nonostante includesse una novità molto significativa proprio sulla questione dei recuperi, una norma a prova di furbi. Nel senso che può essere ignorata, ma non c'è modo di evitarne l'applicazione. Il regolamento prevede infatti che, dopo un certo periodo di tempo, il mancato recupero venga addebitato allo Stato membro attraverso una detrazione automatica dai contributi futuri.

La gravità delle possibili ripercussioni sull'Italia di questa nuova normativa è stata evidenziata dagli addetti ai lavori nel corso di una riunione presso il Dipartimento delle Politiche Comunitarie. Fu una sorta di summit dei massimi dirigenti delle amministrazioni statali interessate, del quale “Il Sole 24 Ore" ha ottenuto un resoconto scritto a fini interni (e quindi senza remore).

Per rendersi conto della situazione, basti sapere che il più antico credito non riscosso dell'Agea risale a ben 28 anni fa e che ci sono ancora da recuperare ben 553,5 milioni di euro.

Questo per quel che riguarda i fondi agricoli, fronte sul quale Agea e Saisa hanno dato dimostrazione di grande trasparenza. Quanto ai cosiddetti fondi strutturali, al “Sole 24 Ore” non è stato invece possibile ottenere dati. Sebbene il Dipartimento delle Politiche Comunitarie abbia ufficialmente comunicato che «notizie in merito agli importi restituiti o dedotti possono essere acquisite all'Ispettorato Generale per i Rapporti Finanziari con l'Unione Europea (Igrue) presso il ministero dell'Economia e delle Finanze», il Ministero ci ha informato che «la divulgazione dei dati non è opportuna in quanto può portare a conclusioni errate sul fenomeno delle restituzioni». Come dire: per non confondere le idee agli italiani sul tema dei mancati recuperi, meglio tenere tutto nascosto.

 

PARAGRAFO 2: FISCOPOLI

OSSIA, SPREMA O EVADA CHI PUO’

TASSATI E MAZZIATI!!!!

ITALIA: RACKET DI STATO

Concussione, Corruzione, Usura Bancaria, Finanziamento illecito ai partiti, Nepotismo e clientelismo, Tassazione eccezionale……

Il tutto per mantenere lor signori: il “potere” infedele ed inefficiente.

Non paghi le tasse? Loro ti tolgono la vita!

Italia: una Repubblica fondata sulle tasse, così scrive Anna Lisa Chirico su Panorama.

Eccovi servita la “questione morale”. Non c’entra la filippica scagliata contro i tangentisti da parte di chi le tangenti le pigliava dall’Unione Sovietica. Non c’entra neppure la gestione allegra dei soldi pubblici ad opera di quei comitati d’affari che ancor oggi si fregiano, impropriamente, del nome di “partiti”. Da Tangentopoli a Partitopoli sono trascorsi vent’anni ma ben poco è cambiato. I soldi sono troppi, la trasparenza troppo poca. Non è questa però la “questione morale” di cui voglio parlarvi. Berlinguer la sventolava come pedigree di una presunta superiorità morale, i fatti lo smentirono. Oggi la questione morale riguarda il rapporto tra le casse dello Stato e le tasche dei contribuenti. Se abbandoniamo infatti la mistica dello Stato al pari della sua ipostatizzazione, se in altre parole vediamo nello Stato nient’altro che persone che gestiscono la cosa pubblica con il potere (e che potere!) di decidere quanto prelevare dalle tasche altrui, allora alcune domande s’impongono con urgenza. E’ forse moralmente giustificabile uno Stato che ti toglie quasi la metà di quello che guadagni col tuo lavoro? E’ forse moralmente giustificabile uno Stato che alle imprese – quelle che producono la ricchezza di un Paese – sottrae oltre i due terzi dei profitti? Si attaglia a una democrazia liberale considerare il cittadino presunto evasore ribaltando su di lui l’onere della prova e ponendo in atto controlli sempre più intrusivi nella sua vita privata, come denunciato apertamente dal Garante della privacy? Si attaglia a una democrazia liberale la decisione di premiare la delazione fiscale purchè “a volto scoperto”, come prevede il decreto di semplificazione fiscale varato dal Parlamento? E poi ancora, in tempi di crisi, come si può pretendere la crescita da un’economia dove lo Stato confisca oltre la metà della ricchezza nazionale per tenere in piedi un mastodontico apparato inevitabilmente caratterizzato da spreco e corruzione?

Se il burocrate pesa più dell’imprenditore o del risparmiatore, non c’è verso di crescere. Ai livelli attuali di tassazione le imprese è già tanto se non chiudono i battenti. Si pagano i salari sempre più risicati, per investimenti e innovazione neppure le briciole. Se ai tempi di Marx lo Stato deteneva il monopolio della violenza organizzata, oggi esso detiene il monopolio dell’esproprio legalizzato. Ma allora su un piano morale possiamo giustificare il latrocinio di Stato? Sia chiaro: qui non s’intende filosofeggiare. Chi vuole cimentarsi, faccia pure. Qui la questione che preme è concreta assai.

Il bilancio lo danno le imprese che falliscono e gli imprenditori che si tolgono la vita (già 26 da gennaio a marzo dell’anno 2012 secondo la Cgia di Mestre). Vi parrà forse un’esagerazione, un atto estremo come il suicidio ha le sue imperscrutabili ragioni. Eppure ci sono coincidenze che ritornano, lettere inequivocabili di congedo dalla vita. La depressione di chi non riesce più a far quadrare i conti, di chi non sa come arrabattarsi quando lo Stato gli succhia pure il sangue, con l’amara consapevolezza che insieme alla sua ci saranno decine, centinaia di famiglie sul lastrico da un giorno all’altro. E’ l’esercito degli “esodati”, dei cittadini contribuenti che chiedono allo Stato di aver pietà di loro. Basterebbe qualche taglio vero – non mero maquillage – per stare tutti meglio. Dagli enti inutili, province incluse, alle innumerevoli agenzie statali di cui neppure gli onniscienti tecnici ricordano il nome. Basterebbe dismettere una parte dell’immenso patrimonio immobiliare pubblico e introdurre finalmente un principio di sana concorrenza nell’agone politico: i partiti si autofinanziano e lo Stato interviene esclusivamente per agevolare le attività di propaganda (spese postali, sedi e simili).

“Pagare tutti, pagare meno” è una menzogna. E’ vero invece che una tassazione più sostenibile incentiva l’obbedienza fiscale. Per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chi non paga le tasse è indegno della cittadinanza. A pensarci bene ha ragione lui. Nella Repubblica fondata sulle tasse non pagarle significa collocarsi al di fuori del consorzio civile. E’ una scelta di campo. Prima però, Presidente, cambiamo la Costituzione. Mettiamolo nero su bianco.

Siamo l’ultimo baluardo di socialismo reale in Occidente.

“L’Italia è una Repubblica fondata sulle tasse, dove di tasse si muore”.

Basterebbe poco, però, per cambiarne le sorti: avere uno Stato meno parassita e più efficiente ed avere una Costituzione dove al primo articolo si prevedesse "L'Italia è una Repubblica fondata sulla Libertà".

Chi vive a spese degli altri, danneggia tutti (spot tv del fisco: il parassita).

Già. Però c'è tanto da ridire. Da “Fai Notizia” di Radio Radicale una scottante verità. Più di 800 dei dirigenti dell’ente pubblico che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale, senza criteri di trasparenza ed è tenuta sulla corda della revoca. Infatti i dirigenti non sono di ruolo e dunque facilmente revocabili se non in linea con i superiori. A chi conviene tutto questo? Ma la legge vigente è chiara e dopo le condanne del Tar all'Agenzia delle entrate, il Governo Monti presenta in Parlamento il "salva dirigenti", un piccolo comma contenuto nella Legge semplificazioni.

FaiNotizia.it vuole raccontarvi una storia che pochi conoscono...

L'Agenzia delle Entrate, sottoposta alla vigilanza del Ministero dell’economia per quanto riguarda l’indirizzo politico, gode di autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria. Questa autonomia gestionale permette all’Agenzia di collocare le risorse umane, senza alcun controllo, nemmeno di spesa. Unico vincolo, come ogni Ente pubblico, il rispetto delle norme sull'accesso ai ruoli dirigenziali, consentito solo tramite concorso pubblico. Peccato però che l'ultimo concorso pubblico risalga a 12 anni fa e che 800 attuali dirigenti dell’Agenzia, siano stati scelti tra i funzionari interni, senza criteri di trasparenza e senza concorso pubblico. Questo significa che i nominati che occupano un ruolo dirigenziale non sono dirigenti effettivi e possono quindi essere facilmente sollevati dall'incarico dai propri superiori. Insomma la maggioranza dei dirigenti dell’Agenzia che vigila contro l’evasione fiscale di cittadini, imprese, partiti ed enti in tutta Italia, è stata scelta in maniera discrezionale ed è tenuta sulla corda della revoca. A chi conviene tutto ciò?

La pronuncia del Tar non è piaciuta all'Agenzia delle entrate che ha proposto ricorso dinnanzi al Consiglio di Stato, ricavandone, nelle more della discussione di merito, la sospensiva della eseguibilità della sentenza. L'agenzia ha dunque chiesto una norma di "copertura" al Governo. Il governo Monti ha tentato prima con i decreti precedenti (Milleproroghe e Liberalizzazioni) e adesso con il decreto semplificazioni, approvato al Senato ed ora alla Camera per l'approvazione definitiva, che contiene al comma 24 articolo 8 la norma "salva dirigenti".

«La previsione suscita non pochi dubbi e porta con sé un'evidente contraddizione - sostiene Pietro Paolo Boiano, vice segretario generale di Dirstat, la federazione nazionale di associazioni e sindacati dei dirigenti e dei funzionari della Pubblica Amministrazione, intervistato da FaiNotizia.it il format di giornalismo d'inchiesto di Radio Radicale - perché se da un lato impone all’Agenzia delle Entrate di attuare le procedure selettive previste della legge n. 296 del 2006, e dalla legge n. 248 del 2005, per la copertura dei posti vacanti di Dirigente, dall’altro lato, la autorizza a continuare ad abusare del suo potere non soltanto facendo salvi gli incarichi già conferiti ma, cosa più grave, attribuendo incarichi dirigenziali a propri funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato. Viene, quindi, stabilito proprio quanto è stato recentemente dichiarato illegittimo dalla giurisprudenza amministrativa, che ha annullato un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate».

Secondo i dati forniti dalla stampa di regime foraggiata dai contributi pubblici, che come i burocrati, ha tutto l'interesse a far mungere i contribuenti, il 49% di loro sono sotto i 15mila euro: Metà poveri, metà evasori. Secondo loro in base alle le dichiarazioni del 2011: in dieci milioni non pagano l'Irpef. Gli imprenditori dichiarano meno di tutti. In Lombardia i più ricchi. Circa 10,7 milioni di contribuenti hanno un'imposta netta Irpef pari a zero euro. E' quanto emerge dalle dichiarazioni dei redditi 2011 pubblicate dal Mef. Il ministero spiega che si tratta "prevalentemente di contribuenti con livelli reddituali compresi nelle soglie di esenzione, ovvero di contribuenti la cui imposta lorda si azzera con le numerose detrazioni riconosciute dal nostro ordinamento". Cifre che assumono tutt'altra consistenza se viste in relazione alle stime sull'evaso diffuse giovedì dall'Eurispes, secondo il quale in Italia il sommerso equivale a 540 miliardi, una fetta pari al 35% del Pil. Si scopre così che il reddito medio degli italiani è pari a 19.250 euro: le cifre sono state diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia. Nell'arco di 12 mesi il reddito degli italiani è cresciuto dell'1,2%, ma il 49% dei contribuenti ha un reddito complessivo lordo annuo che non supera i 15mila euro, praticamente un italiano su due. Un terzo degli italiani, una cifra pari a circa 14 milioni, non supera un reddito complessivo lordo di 10mila euro e circa la metà. Il 30% dei contribuenti dichiara un reddito compreso tra i 15mila ed i 26mila euro, mentre il 20% dichiara redditi tra i 26mila e i 100mila euro.

Mi si deve spiegare come è dedotto il dato sul sommerso. Perchè se è conosciuto è facile accertarlo.

Invece da Andrea Scaglia su  “Libero Quotidiano” si scopre una realtà ben diversa: Equitalia sbaglia 2 volte su tre e c'è chi si brucia per le tasse. Un milione di liti con l'Erario, ma in un terzo dei casi il balzello si rivela ingiusto: numeri che fanno paura e impressione. Contenziosi tributari. Persone e imprese che hanno portato il Fisco (o chi per esso) davanti al giudice, poiché si ritengono vittime d’una qualche ingiustizia o sopruso. E attenzione, che non si tratta di dare addosso all’Erario in quanto tale. Ma certo i numeri - soprattutto in questo periodo di parossistica pressione fiscale - fanno impressione. Perché i contenziosi fiscali pendenti davanti alle Commissioni tributarie - secondo i dati consolidati al 31 dicembre 2009 e diffusi dal Dipartimento ministeriale delle Finanze - i contenziosi pendenti di questo genere, dicevamo, sono addirittura un milione. Per la precisione: 945mila e 295. E non è che negli ultimi due anni la situazione sia cambiata. Per dire: nel corso del 2009, ne sono stati presentati ben 360mila di nuovi. E s’arriva così a un 6,22% di vertenze in sospeso in più rispetto all’anno precedente: il numero di ricorsi pervenuti è stato superiore a quelli definiti. Com’è facilmente intuibile, le controversie più numerose si sviluppano intorno a imposte quali Irpef (limitandosi all’anno 2009, il 18% del totale) e Irap (21,5%, da sola o con altre imposte dirette e indirette), la tassa sulle attività produttive di cui si promette l’abolizione da tempo immemorabile. «Il fatto è che la crisi ha colpito non solo il sistema produttivo, ma anche il sistema istituzionale». In che senso? Il commercialista Pierluigi Balsarin, che proprio di questi casi si occupa nel Trevigiano, ci spiega che «ultimamente abbiamo notato un notevole irrigidimento nel dialogo fra istituzioni amministrative e contribuenti. Come se, ancor di più, questi accertamenti servano all’Erario soprattutto per far cassa». E dunque? «Un tempo riuscivamo a chiudere più facilmente i contenziosi in via extragiudiziale, a trovare punti di accordo. Ora non più: vengono applicate rigidamente le tabelle anche in presenza di situazioni chiaramente paradossali. E attenzione, perché qui non si tratta di evasori, ma di persone e imprese ben presenti al fisco». Ma c’è anche un altro dato che fa riflettere: in questi contenziosi, per quanto riguarda il primo grado di giudizio (che si svolge presso la Commissione provinciale), una volta su tre - nel 35,6% dei casi - il giudice dà del tutto ragione al contribuente. E c’è un altro 25% di procedimenti in cui il magistrato propende per, diciamo così, una soluzione di compromesso. La percentuale di sentenze favorevoli al ricorrente addirittura sale - e arriva al 44,21% - nel secondo grado di giudizio, quello su cui decidono le Commissioni regionali. Facendo un calcolo nient’affatto scientifico ma nemmeno campato per aria: considerando il milione di pratiche pendenti e applicando queste percentuali, è probabile che in circa 600mila casi - 600mila! - il fisco abbia completamente o in parte torto. Ha appioppato tasse che non gli erano dovute.

Per ovviare a questa mole di lavoro per il fisco dalla cartella facile, dal 1° aprile 2012 entra in vigore l’istituto della mediazione tributaria per le liti fiscali minori, di valore fino a 20mila euro. L’Agenzia delle Entrate ha fornito, con la circolare n. 9/E , alcuni chiarimenti e linee guida sulla nuova figura. Lo scopo dell’istituto è rimuovere in via preventiva e immediata gli eventuali profili di illegittimità e infondatezza degli atti, evitando l’instaurazione del giudizio e contribuendo direttamente al miglioramento della qualità dell’azione amministrativa. Il contribuente deve presentare prima un reclamo circostanziato all’Agenzia delle Entrate e poi ricorso davanti alle Commissioni tributarie. L’istanza deve essere presentata entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso d’accertamento o altro atto e può contenere oltre all’eventuale proposta di mediazione anche una richiesta di sospensione dell’atto impugnato. Nei 90 giorni successivi, l’Ufficio prenderà in esame, attraverso strutture diverse da quelle che hanno definito e redatto l’accertamento, l’istanza e deciderà se accoglierla, del tutto o parzialmente, oppure formulare d’ufficio una proposta di mediazione. Se entro i 90 giorni non si raggiunge un’intesa o nel frattempo l’Ufficio non ha espresso diniego, il contribuente ha 30 giorni di tempo per depositare il ricorso in Commissione tributaria, aprendo così la via al contenzioso. Nel caso in cui la mediazione si concluda positivamente, viene sottoscritto un accordo in base al quale le sanzioni vengono ridotte al 40%, sia nell’ipotesi di una rideterminazione della pretesa, sia nel caso in cui venga confermato integralmente il tributo contestato. Il pagamento dell’intero importo dovuto o della prima rata, in caso di rateizzazione (fino a un massimo di 8 pagamenti trimestrali di pari importo), va effettuato entro 20 giorni dalla sottoscrizione. “La mediazione – ha commentato il direttore Attilio Befera durante la conferenza stampa di presentazione – è diretta ad alleggerire il lavoro delle Commissioni tributarie che, per effetto della riduzione del numero delle controversie, potranno dedicare più tempo e più attenzione alle cause di maggior valore. Le liti che potenzialmente si possono chiudere grazie al nuovo istituto, senza impegnarsi in defatiganti contenziosi, sono più di 110 mila, 66% del contenzioso”. “I vantaggi per il contribuente – ha aggiunto il direttore Affari legali e contenzioso, Vincenzo Busa – sono i tempi brevi e certi per ottenere una decisione dell’Agenzia su richieste di annullamento, rimborso e rideterminazione in sede di mediazione”.

Nel 2011, mentre il numero dei ricorsi è diminuito del 9,2% rispetto al 2010, il numero delle liti pendenti è aumentato del 5,9%. Il numero delle controversie vinte da parte dell’Agenzia delle Entrate rimane stabile, attestandosi al 61,4%, mentre aumenta l’indice di vittoria per valore, che raggiunge il 73,5% (rispetto al 70,3% del 2010). Già. Ma quel 38,6 di accertamento fiscale ritenuto fasullo, ma comunque dichiarato certo e messo in bilancio statale, e che ha creato danno al contribuente, non dà da pensare?

FURTO DI STATO: Equitalia, la multa è illegale. Secondo  Peter D'Angelo su “L’Espresso”. Gli interessi del 10 per cento applicati sulle contravvenzioni rendono nulle le cartelle in cui viene chiesto di pagare le vecchie contravvenzioni. Lo stabilisce una sentenza della Cassazione. Che fino a oggi è stata bellamente ignorata. C'è una sentenza, datata febbraio 2007, che potrebbe annullare le sanzioni di migliaia di cartelle di Equitalia. Una sentenza della Corte di Cassazione per anni introvabile anche nei database giuridici più forniti. Una pronuncia che, almeno sulla carta, segna un piccolo gol a favore dei debitori del fisco, dichiarando "illegittime" le sanzioni che la società di riscossione applica sulle multe e sulle ammende amministrative. A partire dalle infrazioni del codice della strada. Per cinque anni, da quando cioè la Cassazione s'è pronunciata, nessuno ne ha mai sentito parlare. Fino a quando un avvocato di Bari, Vito Franco, ha deciso di andare in fondo alla vicenda. Abbonato a una delle più prestigiose banche dati giuridiche private d'Italia si mette a dare la caccia alla sentenza fantasma. Eppure anche negli archivi telematici per i professionisti non trova alcun riscontro. Quel pronunciamento fantasma sembra non esistere. La ricerca si trasferisce online, fra siti, blog giuridici, forum di discussione fra fiscalisti. Anche qui niente. L'unica soluzione è andare a Roma e spulciare negli archivi cartacei della Suprema Corte. E così, si mette a scartabellare fra mucchi di carte alti come armadi. E alla fine ecco che spunta la sentenza annulla-sanzioni. E' stata depositata in Cassazione il 16 luglio 2007. Porta il numero di protocollo 3701. E parla chiaro: gli interessi del 10 per cento semestrale applicati da Equitalia sono illegittimi. Una pretesa del fisco, insomma, che i giudici contestano, spiegando che non è diritto dello Stato incassare quella specie di tassa sulle multe. Eppure, anche di fronte a una decisione del genere, dal 2007 a oggi Equitalia ha continuato ad applicare il rincaro: "Non è cambiato nulla. Le maggiorazioni continuano a essere presenti in tutte le cartelle relative alle sanzioni amministrative", spiega l'avvocato Franco. Proprio come risulta da centinaia di cartelle esattoriali. Gli esempi possono essere molti. Una, ad esempio, chiede la riscossione di 13.561 euro per un cumulo di multe non pagate. Ecco che nel conto di Equitalia ben 3.292 euro di maggiorazioni, secondo la sentenza della Cassazione, sarebbero "illegittime". Un caso molto diffuso, visto che gli automobilisti in debito con il fisco sono una percentuale piuttosto alta dei "clienti" di Equitalia: "A occhio e croce potrebbero rappresentare il 30 per cento delle cartelle emesse", spiega il legale, che fa da consulente anche a un'associazione di tutela dei consumatori, l'Assdac di Bari, che negli ultimi anni ha presentato oltre 3.500 ricorsi. A fare due conti le sanzioni "irregolari" creano maggiorazioni di milioni di euro, soldi che non sarebbero dovuti, secondo la Cassazione. Che sul "no" alla sovrattassa del 10 per cento parla chiaro: in caso di ritardo nel pagamento della sanzione, va applicata "l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10 per cento. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili".

PARLIAMO DELLA MAFIA DEI CARBURANTI: LA CUPOLA TRA STATO E PETROLIERI.

«Senza le tasse la benzina costerebbe poco più dell'acqua minerale». Conti alla mano, il presidente della Federazione autonoma italiana benzinai (Faib) Martino Landi ha ragione. Ma guai a dirlo a chi, negli ultimi giorni, ha dovuto macinare chilometri in autostrada e ha pagato quasi 2 euro al litro. Peggio che dal gioielliere, insomma. Eppure su cinquanta euro di benzina meno di 1,50 vanno a finire nelle tasche dei benzinai. «Da sempre - spiega Landi - il carburante è il bancomat dello Stato: quando non sanno dove prendere i soldi, applicano nuove tasse alla benzina». Niente di più vero. La manovra "salva Italia", che per quanto riguarda le accise è già legge, ha introdotto un aumento di 10 centesimi sulla benzina e di 13,6 sul gasolio. E non è finita. Perché con l'inizio del nuovo anno l'oro nero aumenterà nuovamente per i rincari applicati a livello regionale. Due esempi: per appianare il buco regionale nel Lazio la benzina subirà un ulteriore rincaro di 3 centesimi al litro; in Toscana, dove la Regione deve rifinanziare il fondo statale che ha anticipato 90 miliardi di euro per le alluvioni di novembre, il rincaro sarà di oltre 5 centesimi al litro. Un capitale, insomma. Ma quanto rimane nelle tasche dei benzinai? Calcolatrice alla mano, si capisce subito che il grosso della spesa è dovuta ad accise e Iva. Ogni 50 euro di pieno, infatti, 20,46 euro sono di accise e 6,20 di Iva. A questo vanno aggiunti i costi del prodotto: il 37% del totale (poco meno di 19 euro) vanno a coprire le spese della materia prima, della raffinazione, dello stoccaggio e del trasporto. Se il ricavo complessivo lordo è di 3,22 euro, quello del gestore si assottiglia a 1,43 euro: meno del 3%. «Dall'inizio del 2011 - spiega Landi su “Il Giornale” - l'aumento medio delle accise è stato di quasi il 30%". Per quattro volte, infatti, il governo ha ritoccato al rialzo i prezzi dei carburanti. La prima correzione è stata fatta ad aprile per il Fondo unico per lo spettacolo (Fus), la seconda è servita a raggranellare soldi per i profughi libici. Quindi è stato previsto un terzo aumento per finanziare la Protezione civile all'indomani dell'alluvione in Lunigiana. Il quarto (e ultimo) rincaro è stato quello voluto dal Professore. L'Italia è il Paese dell'Eurozona dove la tassazione incide di più - spiega il presidente del Faib - adesso è anche più alta che in Grecia».

Dalla guerra in Etiopia al fondo per lo spettacolo, sono una miriade le accise sui carburanti che servono a finanziare ricostruzioni e missioni di pace. Il decreto Salva Italia che ha caricato su ogni litro un’imposta di 9,9 cent, diventa l’occasione per fare il calcolo delle accise. E’ il deputato di Fli, Claudio Barbaro a fare l’elenco in un'interrogazione al Ministro dello Sviluppo Economico, delle buone cause che i cittadini sostengono alla pompa di benzina: la guerra in Etiopia (iniziata nel 1935 e finita nel 1947 con la perdita di tutte le colonie da parte dell’Italia); la crisi di Suez, il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, il terremoto del Belice, terremoto in Friuli, terremoto in Irpinia, missione in Libano, la missione in Bosnia. E poi, ancora 0,020 cent vanno al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, 0,05 cent per l’acquisto di autobus ecologici (come in una sorta di contrappasso dantesco) e nel 2011 sono stati introdotti contributi per foraggiare il fondo unico dello spettacolo, l’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica e per le alluvioni di Liguria e Toscana. Con tutte questi balzelli, nonostante il prezzo del barile scenda alla pompa rimane sempre uguale. In tempi di crisi la beneficenza imposta per emergenze oramai superate anche temporalmente appare al deputato di Fli troppo onerosa. Quindi propone Barbaro di cominciare tagliare proprio dai distributori, abrogando accise anacronistiche e promuovendo la liberalizzazione dei carburanti.

Non ha perso tempo, il governo tecnico Monti, per non cambiare le cose. Sebbene fra i suoi primi vagiti forse parso di udire addirittura dei termini compositi ed eufonici quale liberalizzazioni: mero ciangottare? Frattanto si è rincarata la benzina, immantinente, con il quinto aumento delle accise dall’inizio dell’anno: finalmente siamo i primi in Europa, per il prezzo dei carburanti. E secondi per ammontare della tassazione. Con l’ultimo intervento del decreto “Salva Italia” (e rallegriamoci almeno del nome), riporta Teleborsa : “la fiscalità di base (accisa + Iva sull’accisa, senza neppure considerare l’Iva sul prezzo industriale) in Italia è aumentata nel 2011 di 0,175 euro/litro per la benzina e di 0,210 euro/litro per il gasolio, un caso che non ha eguali nell’Europa comunitaria, se si eccettua la Grecia, dove, nel 2010, aumentò di 0,340 euro/litro per la benzina e di 0,151 euro/litro per il gasolio”. Nel dicembre 2010 la benzina costava in media 1,37 euro al litro, oggi siamo a 2 euro al litro. Senza dimenticare che, come dichiarano la Federconsumatori e l’Adusbef, “gli aumenti sul costo dei carburanti agiscono come pericolosissimi moltiplicatori sui prezzi dei beni di largo consumo trasportati in larga parte su gomma“. E, come dichiara la Cia, “l’aumento delle accise sui carburanti è un colpo di scure micidiale per l’agricoltura italiana”. C’è poi la Coldiretti con le sue solite comparazioni strillo: “Fare il pieno ad un’auto di media cilindrata con un serbatoio di 50 litri costa ben 100 euro, un importo leggermente superiore a quello che destineranno in media le famiglie italiane per la preparazione del pranzo di Natale”. Infine il Codacons: «Si tratta in sostanza di un provvedimento che andrà a deprimere ulteriormente il mercato e a incrementare l’inflazione». Come poter cambiare questa situazione? Il prezzo della benzina è determinato per oltre il 50% dalle accise, fra cui come si riporta in questa interrogazione parlamentare del 2004: “1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935 (0,001 euro); 14 lire per la crisi di Suez del 1956 (0,007 euro); 10 lire per il disastro del Vajont del 1963 (0,005 euro); 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966 (0,005 euro); 10 lire per il terremoto del Belice del 1968 (0,005 euro); 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976 (0,051 euro); 75 lire per il terremoto dell’Irpinia del 1980 (0,039 euro); 205 lire per la missione in Libano del 1983 (0,106 euro); 22 lire per la missione in Bosnia del 1996 (0,011 euro); 39 lire (0,020 euro) per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004”. A cui bisogna aggiungere: 0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005; 0,0071 e 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011; 0,040 euro per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011; 0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011. E ora anche 9,9 centesimi per la manovra economica Monti del 2011. “Buon senso vorrebbe che al cessare della causa che determina una tassa, dovrebbe cessare la tassa stessa. In Italia invece non è così. Anzi, su queste accise che in sostanza sono tasse, viene applicata anche l’Iva, cioè una tassa sulla tassa; nella situazione attuale una defiscalizzazione del prezzo della benzina, ossia un congelamento dell’Iva, e una riduzione delle imposte appare quanto mai opportuna e prioritaria per un allineamento dei nostri prezzi al valore medio europeo”. Oltre alle accise sul prezzo dei carburanti grava ovviamente il margine che le compagnie petrolifere riservano a se stesse quando fissano i prezzi alla pompa dei carburanti e quello che lasciano ai gestori, ma sopra di questi, c’è il cosiddetto “indice Platts”, cioè il valore della quotazione internazionale dei prodotti finiti, benzina e gasolio, convenzionalmente determinato dall’agenzia Platts. Un’altra agenzia di rating. “Oggi il Platts” riporta la Staffetta Quotidiana “ è una divisione della McGraw-Hill Companies (NYSE-MHP) a fianco di altri marchi guida del mercato come l’agenzia di rating Standard & Poor’s, la J.D. Power & Associates (customer satisfaction), l’Aviation Week, la McGraw-Hill Construction, la McGraw-Hill Education e la MacGraw-Hill Broadcasting”. Un indice discutibile su cui ha indagato di recente perfino la sonnacchiosa Antitrust. Del resto fa notare l’Aduc “Nel luglio 2008 il prezzo del petrolio era di 147 dollari (93 euro al cambio di allora) al barile e il prezzo della benzina era di 1,56 euro al litro. A dicembre 2011, cioè oggi, il prezzo del petrolio e’ di 99 dollari al barile (74 euro al cambio attuale), quello della benzina e’ di 1,70 euro al litro. C’e’ un differenza, in meno, di 48 dollari (19 euro) al barile. Considerando il cambio dollaro/euro di allora rispetto a quello attuale, ciò vuol dire che, rispetto al 2008, il prezzo del petrolio al barile è diminuito di 48 dollari, cioè 19 euro. Come mai il prezzo della benzina nel frattempo non è calato?“. Un fatto su cui si discute e ragiona da anni.

In conclusione, come scrive l’Unità: “La filiera petrolifera italiana è dominata da un oligopolio costituito da 8 società integrate verticalmente, ovvero che contestualmente producono, raffinano e commercializzano all’ingrosso, le benzine al prezzo che, loro sì, sono libere di fissare. Se poi consideriamo che circa l’80% delle stazioni di rifornimento è gestito, direttamente o indirettamente tramite il comodato d’uso, dalle stesse compagnie, il cerchio si chiude: anche il mercato al dettaglio è in mano alle solite “sorelle”. Il risultato: una filiera inefficiente, speculativa che grava tutta sull’automobilista italiano. Finché ci saranno punti di vendita completamente dipendenti dai produttori sarà difficile avere concorrenza. Del resto solo uno scarso 20% dei distributori è oggi veramente indipendente. Le cosiddette pompe bianche così come le stazioni gestite dalla Grande distribuzione, in virtù della libertà di approvvigionamento, possono rifornirsi dal miglior offerente consentendo agli automobilisti uno ”sconto” di 10-12 centesimi al litro”.

Il discusso ministro Passera, all’audizione in Commissione trasporti alla Camera dei deputati ha ribadito: “una parola chiave di quello che faremo è liberalizzazione”. Ma allora perché l’aumento delle accise non è stato combinato a una altrettanto immediata liberalizzazione dei carburanti, peraltro già presa in considerazione nella lettera di intenti che il governo Berlusconi aveva inviato all’Unione Europea ad ottobre? Nella bozza del “Salva Italia” era prevista una semiliberalizzazione, poi in ultimo cassata…Passera ha commentato “Il dossier sulla distribuzione dei carburanti rimane aperto, c’erano degli aspetti commerciali da approfondire” . Le sue parole non suonano diverse da quelle sulle frequenze TV “Non abbiamo ancora esaminato il problema”. Ricordiamo che la Faib e la Fegica, mesi fa, con la campagna “Libera la benzina!” avevano raccolto (e consegnato ai Presidenti di Camera e Senato) oltre 600.000 firme di sottoscrizione a un disegno di legge per liberalizzare i carburanti. Ci riusciremo?

La benzina è un prodotto distillato dal petrolio greggio a una temperatura che si aggira fra i 30 e i 210ºC. Da un litro di petrolio, solo il 10% diventa benzina dopo la prima semplice distillazione. Utilizzando le frazioni più pesanti (gasolio pesante e residui di distillazione) si possono ottenere molecole più piccole adatte a essere usate come benzina, grazie a un trattamento detto cracking attraverso il quale gli idrocarburi di maggior peso molecolare vengono frammentati in presenza di un catalizzatore. Caratteristiche. L'uso come carburante della benzina impone che essa abbia determinate caratteristiche:

·        adeguata volatilità (sufficiente per un rapido avvio del motore)

·        buona capacità antidetonante (capacità di non accendersi per la semplice pressione del pistone)

Questo ultimo dato si misura con il numero di ottano (NO). Questo è un indice di riferimento a una scala, in cui l'isoottano puro è uguale a 100 (poco detonante) e il normal-eptano è uguale a 0 (molto detonante). Per migliorare le proprietà antidetonanti della benzina si è in passato fatto ricorso ad additivi costituiti da composti del piombo il cui impiego, per gli effetti inquinanti, ha portato alla nascita della cosiddetta benzina verde, a basso tenore di piombo. In questa, l'agente antidetonante precedente (piombo tetraetile) è stato sostituito principalmente dal benzene, ma vengono utilizzati anche metil-terziar-butil-etere (MTBE) ed etil-terziar-butil-etere (ETBE). Una direttiva Ue ha proibito in tutta l'Unione europea la commercializzazione delle benzine contenenti piombo, a partire dal 2000. L'uso di MTBE è stato recentemente bandito negli Stati Uniti d'America per l'effetto fortemente inquinante per le falde acquifere e in quanto cancerogeno. L'ETBE viene preso ultimamente in maggiore considerazione in quanto parzialmente proveniente da fonte rinnovabile. Esso consiste infatti in un prodotto di reazione tra isobutilene e etanolo, che può esser di origine agricola.

La benzina è estremamente infiammabile e quindi pericolosa per la sua alta infiammabilità a causa di una semplice scintilla. In Italia è attualmente disponibile la benzina senza piombo con numero di ottano 95 (detta anche "Eurosuper"), che tutti i paesi dell'Unione europea hanno l'obbligo di adottare. Inoltre in quasi tutta l'Unione esiste la Superplus con numero di ottano pari a 98, in Italia è adottata solo da alcune aziende, IES, OMV) ed è resa meno inquinante grazie ad alcuni additivi. In Italia è inoltre disponibile benzina con numero di ottano 100, commercializzata da quattro aziende, IP, Shell, Tamoil ed Eni. Le benzine con numero di ottano 98 o superiore spesso vengono integrate con altri agenti in grado di mantenere pulite le parti interne del motore evitando la formazione di depositi carboniosi che possono influire negativamente su prestazioni e consumi. Queste particolari benzine sono indicate soprattutto per i motori con elevati rapporti di compressione e per quelli di vecchia concezione (le auto progettate nell'era della benzina con piombo avevano dei rapporti di compressione più elevati proprio per il maggior numero di ottano della benzina allora più diffusa).

Preparazione. Il petrolio greggio viene lavorato nelle raffinerie e comincia il suo percorso entrando in una colonna di distillazione. Qui viene separato nei suoi componenti che sono leggeri come i GPL (gas di petrolio liquefatti) e pesanti come i residui. Prodotti intermedi sono la benzina (ancora da considerarsi non impiegabile per l'autotrazione), il kerosene e il gasolio leggero e pesante. La benzina estratta dalla colonna di distillazione è presente in percentuali molto variabili, in quanto ogni greggio è diverso dagli altri e perciò può formare una miscela di prodotti particolare. La benzina semilavorata che esce dalla colonna di distillazione, deve essere trattata in un impianto di desolforazione con idrogeno. Lo zolfo infatti è un veleno per il catalizzatore dell'impianto successivo in cui verrà trattata per incrementarne il numero di ottano. La benzina che esce dall'impianto di desolforazione va quindi a un impianto detto reformer che deve incrementare il numero di ottano grazie all'azione di un catalizzatore di platino che lavora in atmosfera di idrogeno. In uscita si ha una benzina con un numero di ottano molto più alto di quello in ingresso (questo fenomeno è dovuto alla formazione di aromatici nel processo di reforming) e l'entità dipende dal tipo di benzina che è stata usata come carica e anche da come è stato esercito l'impianto (severità).

Si può ottenere facilmente una benzina con numero di ottano RON = 100. Il RON è un indice rappresentativo del potere antidetonante della benzina; più è alto più la benzina in camera di combustione del motore brucia senza dare luogo al fenomeno del "battito in testa", decisamente dannoso per il motore. La benzina (ora detta riformata) non ha ancora tutte le caratteristiche previste dalla legge per essere commercializzata; queste infatti sono ottenute operando un mix (blending) con altri prodotti della lavorazione del greggio come per esempio la benzina di cracking catalitico detta LCN, la benzina isomerata ottenuta in impianti di isomerazione dei componenti più leggeri C5/C6, l'alchilata. Anche l'MTBE prodotto da impianti petrolchimici e petroliferi è molto usato nel mix per ottenere le specifiche di legge per la sua commercializzazione. La colorazione verde non è caratteristica del prodotto, ma ottenuta per aggiunta di apposito colorante.

Molte delle accise italiane furono introdotte come temporanee per far fronte a vari eventi straordinari, ma nonostante il venir meno della causa a tutt'oggi non risultano ancora rimosse:

·        0,1 centesimi di euro (1,90 lire) per la guerra di Abissinia del 1935;

·        0,7 centesimi di euro (14 lire) per la crisi di Suez del 1956;

·        0,5 centesimi di euro (10 lire) per il disastro del Vajont del 1963;

·        0,5 centesimi di euro (10 lire) per l'alluvione di Firenze del 1966;

·        0,5 centesimi di euro (10 lire) per il terremoto del Belice del 1968;

·        5,1 centesimi di euro (99 lire) per il terremoto del Friuli del 1976;

·        3,9 centesimi di euro (75 lire) per il terremoto dell'Irpinia del 1980;

·        10,6 centesimi di euro (205 lire) per la missione in Libano del 1983;

·        1,1 centesimi di euro (22 lire) per la missione in Bosnia del 1996;

·        2,0 centesimi di euro (39 lire) per rinnovo contratto autoferrotranvieri 2004;

·        0,5 centesimi di euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005;

·        0,71 a 0,55 centesimi di euro per il finanziamento alla cultura nel 2011;

·        4,0 centesimi di euro per far fronte all'emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011;

·        0,89 centesimi di euro per far fronte all'Alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011;

·        8,2 centesimi di euro per il decreto "Salva Italia" nel dicembre 2011.

A ciò si somma l'imposta di fabbricazione sui carburanti, per un totale finale di 70,42 centesimi di euro per la benzina e 59,32 per il diesel. Su queste accise viene applicata anche l'IVA al 21%, che grava per circa 15 centesimi di euro nel primo caso e 12 nel secondo. Inoltre, dal 1999, le Regioni hanno la facoltà di tassare i carburanti.

Il petrolio viene acquistato dai Paesi produttori in dollari americani ed è quotato in tale moneta alle Borse di Londra (Brent) e New York (WTI). Il generale rafforzamento del cambio euro/dollaro dal 2000 in poi ha contribuito a mitigare l'aumento del prezzo del barile di greggio nei Paesi UE, una volta calcolato in valuta. Le compagnie petrolifere sono state oggetto in varie parti del mondo di critiche per i ritardi con i quali i prezzi al consumo tengono conto di periodi di lieve discesa per le quotazioni del greggio, e del cambio euro/dollaro favorevole. Simili critiche sono mosse ai governi italiani perché una detassazione della benzina consentirebbe di compensare i rincari del barile di greggio, e di controllare una spirale inflazionistica.

Con la manovra finanziaria 2011 si è stabilito che verrà aumentata immediatamente l'iva al 21% (e da metà 2012 fino al 23%) ed introdotta dal 1º gennaio 2012 un'ulteriore tassa sui carburanti che porterà ad un rincaro di circa 10 centesimi/litro del prezzo della benzina (12 centesimi per il diesel).

Per accisa si intende una imposta sulla fabbricazione e vendita di prodotti di consumo. Il termine deriva dall'olandese accijns, che a sua volta deriva dal latino accensare, che significa "tassare". È un tributo indiretto che colpisce singole produzioni e singoli consumi. In Italia le accise più importanti sono quelle relative ai prodotti energetici (precedentemente limitati solo agli oli minerali derivati dal petrolio), all'energia elettrica, agli alcolici e ai tabacchi.

Definizione. L'accisa è un'imposta che grava sulla quantità dei beni prodotti, a differenza dell'IVA che incide sul valore. Mentre l'IVA è espressa in percentuale del valore del prodotto, l'accisa si esprime in termini di aliquote che sono rapportate all'unità di misura del prodotto.

Nel caso dei prodotti energetici si hanno aliquote rapportate al litro considerato alla temperatura di 15 °C, come nel caso della benzina e del gasolio, oppure al chilo come ad esempio sugli oli combustibili e dei GPL. Nel caso dell'alcole, l'aliquota fiscale è rapportata al litro anidro, cioè all'unità di volume considerato alla temperature di 20 °C, al netto dell'acqua. Ad esempio, una bottiglia da un litro di grappa a 40° contiene 1x40:100= 0,4 litri anidri, mentre il litro totale di prodotto viene detto litro idrato. Nel caso dei gas, come ad esempio il metano, l'aliquota è rapportata al metro cubo alle condizioni standard di pressione di 1 bar (100 000 Pa) e di temperatura di 15 °C. Nel caso dell'energia elettrica l'aliquota è rapportata al chilowattora.

L'accisa concorre a formare il valore dei prodotti, ciò vuol dire che l'IVA sui prodotti soggetti ad accisa grava anche sulla stessa accisa. L'armonizzazione delle accise è stato un elemento indispensabile alla corretta instaurazione del mercato unico europeo. D'altra parte, il gettito fiscale legato alle accise è fondamentale per la fiscalità interna dei singoli Stati membri, in quanto costituisce una parte cospicua delle entrate nel bilancio di ogni Paese. Pertanto, da una parte è stato necessario disciplinare il settore con norme europee applicabili su tutto il territorio dell'Unione (Regolamenti), dall'altra è stato lasciato ampio spazio alla sussidiarietà con il recepimento da parte di ogni Stato membro della direttiva comunitaria fondamentale (attualmente la n. 2003/96/CE del Consiglio del 27 ottobre 2003), dal momento che le accise concorrono tradizionalmente alla formulazione di scelte politiche, non solamente in campo tributario, ma anche nei settori industriali, energetico, sanitario, sociale, dei trasporti e dell'agricoltura.

Il grande impatto di questo tipo di fiscalità si rileva considerando che essa colpisce prodotti tipici dell'agricoltura e degli usi alimentari di ogni Paese e prodotti cosiddetti energetici, impiegati nella produzione di beni e servizi di larghissimo consumo quali l'energia elettrica, il gas o i trasporti. Date le caratteristiche territoriali molto diverse che contraddistinguono i Paesi membri, non è stato possibile giungere ad un'armonizzazione completa, ossia colpire gli stessi prodotti con le stesse aliquote in tutto il territorio dell'Unione Europea, però si è proceduto ad armonizzare le strutture dei tributi nell'ambito di un regime generale valido in ogni Stato membro. La disciplina europea ha introdotto l'istituto del deposito fiscale e alcune figure di soggetti passivi, quali il depositario autorizzato, l'operatore registrato, l'operatore non registrato e il rappresentante fiscale. Pertanto, i principi del regime impositivo, unitamente alle figure di soggetti passivi, riconosciuti in tutto il territorio comunitario, concorrono a quella armonizzazione della struttura fiscale delle accise che unificano le modalità di gestione e di controllo delle operazioni rilevanti ai fini della tassazione. In questo modo, è stata assicurata la libera circolazione delle merci nel territorio della Comunità, salvaguardando gli interessi dei singoli Stati. Ad esempio, l'aliquota di accisa zero sul vino non penalizza i produttori di quei Paesi dove è forte la produzione vitivinicola. Al tempo stesso, però, il regime di deposito fiscale garantisce gli interessi di altri Paesi in cui l'imposta è più o meno alta: lo speditore italiano che opera in regime di deposito fiscale è tenuto a garantire il carico di imposta gravante nel Paese di destinazione. La prestazione di un'apposita garanzia, infatti, consente al depositario italiano di emettere il DAA (Documento Amministrativo di Accompagnamento), riconosciuto in tutta la Comunità, la cui funzione è quella di trasferire, insieme alla merce, anche l'obbligazione tributaria tra operatori economici comunitari. L'armonizzazione dei testi normativi in materia di accise dei 25 Stati membri dell'Unione Europea è entrata in vigore il 1 gennaio 2005. Il formato standard del nuovo codice di accisa è composto da 13 caratteri alfanumerici. I primi due identificano lo Stato nel quale opera il soggetto assegnatario del codice (IT per l'Italia). Anche i tabacchi sono gravati dall'accisa, ma seguono regolamentazioni diverse. In Italia, ad esempio, la gestione delle accise sui tabacchi viene curata dai Monopoli di Stato mentre per gli altri settori viene curata dall'Agenzia delle Dogane. Da un punto di vista normativo, le accise sono regolate Testo Unico Accise - Decreto Lgs. 504/95.

SCANDALOSO, PERO’, E’ QUELLO CHE NON SI DICE: LE COMPAGNIE PETROLIFERE EVADONO LE ACCISE E L’IVA.

Mancate entrate per lo Stato di circa 50milioni di euro all’anno. Si tratta di soldi che le compagnie petrolifere non versano al fisco grazie ad un metodo di calcolo “discutibile” del numero di litri di carburanti, destinati alla vendita, caricati su una singola autobotte”. Lo denuncia la senatrice Adriana Poli Bortone, presidente di Io Sud, in una dettagliata interrogazione rivolta al ministro dell’Economia e a quello delle Attività produttive e disponibile in basso su questa pagina. Ai ministri si chiede “se intendano intervenire per recuperare le somme evase o eluse”. “Per quantificare il numero di litri caricati su una singola autobotte destinata alla vendita, - si legge nell’interrogazione - le dogane (di stanza all'interno dei punti di carico) pesano l'autobotte al netto e quindi dividono il peso netto per il valore di densità rilevato alla temperatura convenzionale di 15 gradi. In questo modo il numero di litri sui quali si pagano le tasse risulta inferiore a quello reale”. Per questo la senatrice chiede ai ministri se non sarebbe opportuno “procedere con la densità ambiente, rilevata dalla Guardia di Finanza ad inizio di giornata, assicurando così al bilancio dello Stato introiti che fino ad ora sembrerebbero illecitamente sottratti”. Nell’interrogazione si fa presente inoltre che “a Taranto ci sarebbe un deposito, non in regola, che riscalda con serpentine a vapore il gasolio e le benzine al solo scopo di aumentarne i volumi. Questo problema, e quello delle differenze di gradazioni di densità, pare essere presente in tutta Italia e sarebbe utile quindi indagare in tal senso anche a Porto Marghera e nelle raffinerie e/o depositi dei porti di Genova e Livorno e comunque in tutti gli altri porti italiani.”

IL TESTO DELLE 'INTERROGAZIONI

Atto n. 4-05817, Pubblicato il 7 settembre 2011, Seduta n. 600

POLI BORTONE - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dello sviluppo economico. - Premesso che:

nel commercio dei prodotti petroliferi (in particolare carburante e combustibile per autotrazione e riscaldamento) le procedure per il versamento sono abbastanza complesse;

la compagnia petrolifera estrae dalla sua raffineria e/o deposito (nel caso in questione Taranto) quantitativi di prodotto destinato alla messa al consumo;

per ogni litro di prodotto immesso al consumo (e quindi destinato alle stazioni di servizio e/o depositi commerciali liberi) la compagnia versa allo Stato una accisa che si aggira intorno al valore di euro 0,4722/litro per il prodotto gasolio autotrazione;

per quantificare il numero di litri caricati su una singola autobotte destinata alla vendita, le dogane (di stanza all'interno dei punti di carico) pesano l'autobotte al netto e quindi dividono il peso netto per il valore di densità rilevato alla temperatura convenzionale di 15 gradi;

ad esempio, al peso netto di chilogrammi 27.100 rilevati sul bilico si applica la densità a 15 gradi che, nel caso del deposito di Taranto, è 0,8324, sicché dalla semplice divisione del primo numero per il secondo risulta un volume pari a litri 32.556;

la compagnia petrolifera versa allo Stato l'accisa su questo volume, sicché moltiplicando 0,4722 (accisa) per 32.556 litri si ottiene un valore uguale a euro 15.373;

la compagnia, tuttavia, fattura ed incassa dal consumatore (rivenditore o utilizzatore) per lo stesso peso di merce un volume maggiore in quanto commercializza a densità risultante dalla reale temperatura di carico, e non dalla temperatura convenzionale. Nell'esempio specifico quindi: il peso di 27.100 chilogrammi diviso la densità rilevata a temperatura ambiente pari a 0,8176 fa risultare un volume pari a litri 33.142, con una differenza quindi di litri 586 che, moltiplicati per l'accisa gasolio di euro 0,4722, dà un maggiore introito nelle casse delle compagnie petrolifere pari a euro 276,70;

tali differenze sono tanto più marcate quanto più alta è la temperatura di carico del prodotto da parte delle compagnie. In estate fra la temperatura di carico (solitamente intorno ai 42 - 44 gradi centigradi) e la temperatura esterna (di circa mediamente 33-35 gradi) il disavanzo risulta ampio ma sostenibile da un sistema commerciale ormai dedito alle trasformazioni di disavanzi in cali da addebitare all'economia del proprio bilancio con evidente sottrazione di base imponibile;

in inverno dal deposito di Taranto si carica alla temperatura media di 44 - 46 gradi con uno sbalzo termico reale di almeno 20 gradi in quanto la temperatura esterna si aggira intorno ai 22 - 25 gradi;

l'accisa viene quindi versata allo Stato convenzionalmente a 15 gradi, mentre le compagnie incassano tutto il differenziale che in estate si aggira intorno ai 250 euro ad autobotte/gasolio ed in inverno quasi si raddoppia;

le situazioni citate riguardano solo il gasolio per autotrazione del quale, come media annua, si caricano circa 200 autobotti al giorno per 5/6 giorni la settimana a seconda della richiesta delle permute che Eni concede alle altre compagnie petrolifere. D'altro canto c'è da considerare che Taranto risulta di fatto la sola vera base di approvvigionamento per il Mezzogiorno, tant'è che Calabria, Basilicata e Puglia ritirano da Taranto l'80 per cento del fabbisogno;

a conti fatti, 200 autobotti al giorno per 300 giorni l'anno di carico risultano 60.000 autobotti che, moltiplicate per 250 euro di imposta non versata allo Stato, dà un totale di 15 milioni di euro (per il solo gasolio per autotrazione);

si applica lo stesso sistema di calcolo con riferimento ai carichi di gasolio da riscaldamento, di benzine, di olii combustibili, di carburanti per l'agricoltura, è di tutta evidenza che il danno per le mancate entrate per lo Stato si aggira intorno ai 45/50 milioni di euro all'anno;

le differenze legate alle giacenze del prodotto (che evidentemente sono ricalcolate partendo dai litri per il carico in chilogrammi) seguiranno il procedimento inverso con eccedenze che, da un lato, paiono misteriosamente sparire dalle contabilità ufficiali e, dall'altro, sono invece addebitate ai depositi di estrazione nelle rispettive voci di calo, che si tramutano in voci di costo nei bilanci delle compagnie;

a Taranto pare si verifichi, inoltre, l'anomala situazione di un deposito non in regola che riscalda con serpentine a vapore il gasolio e le benzine al solo scopo di aumentarne i volumi;

a memoria dell'interrogante, dovrebbero esserci in itinere delle inchieste sulle anomalie segnalate e sarebbe assolutamente utile conoscerne l'esito;

il problema segnalato per Taranto e quello delle differenze di gradazioni di densità pare essere presente in tutta la Penisola italiana e sarebbe utile quindi indagare in tal senso anche a Porto Marghera e nelle raffinerie e/o deposito dei porti di Genova e di Livorno e comunque in tutti gli altri porti italiani,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo intendano approfondire le tematiche segnalate, intervenire per recuperare le somme evase o eluse e, per il futuro, procedere con l'unificazione di tutto il commercio di carburante alla densità convenzionale di 15 gradi, oppure alla densità rilevata nell'ambiente dalla Guardia di finanza ad inizio di giornata, assicurando così al bilancio dello Stato introiti che fino ad ora sembrerebbero illecitamente sottratti.

Atto n. 4-05897, Pubblicato il 21 settembre 2011, Seduta n. 606

POLI BORTONE - Al Ministro dell'economia e delle finanze. -  Premesso che:

nel commercio dei prodotti petroliferi (in particolare carburanti e combustibili per autotrazione e riscaldamento) le procedure per il versamento sono le seguenti: la compagnia petrolifera estrae dalla sua raffineria e/o deposito quantitativi di prodotto destinato alla messa al consumo. Per ogni litro di prodotto immesso (quindi destinato alle stazioni di servizio e/o depositi commerciali liberi) la compagnia paga allo Stato un'imposta, l'accisa, che si aggira intorno al valore di 0,47220 euro a litro per il gasolio per autotrazione;

per quantificare il numero di litri caricati su una singola autobotte destinata alla vendita, le dogane (di stanza nell'interno dei punti di carico) pesano il netto dell'autobotte e poi dividono il peso netto per il valore di densità, rilevato per convenzione alla temperatura di 15 gradi (per esempio al peso netto di 27.100 chilogrammi rilevati sul bilico si applica la densità a 15 gradi che nel caso di specie è 0,8324 e dalla semplice divisione del primo numero per il secondo si ha un volume pari a 32.556 litri);

la compagnia petrolifera paga allo Stato l'accisa su questo volume (quindi 0,4722 moltiplicato per 32.556 dà 15.373 euro). La compagnia però fattura ed incassa dal consumatore (rivenditore o utilizzatore) per lo stesso peso di merce un volume maggiore in quanto commercializza a densità risultante dalla reale temperatura di carico. Nell'esempio specifico quindi: peso 27.100 diviso per la densità rilevata a temperatura ambiente, pari a 0,8176, rileva un volume pari a 33142 litri con una differenza, quindi, di litri 586 che, moltiplicati per l'accisa gasolio di 0,4722 euro, dà un maggiore introito nelle casse delle compagnie di 276,70 euro;

queste differenze tanto sono più marcate quanto più alta è la temperatura di carico del prodotto da parte delle compagnie. In estate dalla temperatura di carico (solitamente intorno ai 42/44 gradi centigradi) alla temperatura esterna (di circa mediamente 33/35 gradi) il disavanzo è ampio ma sostenibile da un sistema commerciale ormai dedito alle "trasformazioni di disavanzi in cali da addebitare all'economia del proprio bilancio" con evidente sottrazione di base imponibile;

in inverno dal deposito di Taranto, per esempio, si carica alla temperatura media di 44/46 gradi con uno sbalzo termico reale di almeno 20 gradi in quanto la temperatura esterna viaggia intorno ai 22/25 gradi. L'accisa viene quindi pagata allo Stato convenzionalmente a 15 gradi mentre le compagnie incassano tutto il differenziale che d'estate viaggia intorno ai 250 euro ad autobotte/gasolio mentre in inverno quasi si raddoppia;

nel caso descritto ci si riferisce al solo gasolio per autotrazione del quale si caricano giornalmente circa 200 atb per 5 o 6 giorni la settimana, a seconda della richiesta delle permute che ENI concede alle altre compagnie petrolifere. Per 300 giorni annui di carico sono 60.000 atb che moltiplicato per 250 euro di imposta, non versata allo Stato, si raggiunge un totale di 15.000.000 euro. Se si aggiunge che con lo stesso sistema si regolano i carichi per il gasolio da riscaldamento, le benzine, gli olii combustibili, i carburanti per l'agricoltura, è di tutta evidenza che il danno per le mancate entrate si aggira intorno ai 45/50 milioni di euro annui. Inoltre le differenze legate alle giacenze del prodotto, che evidentemente sono ricalcolate partendo dai litri per il carico in chilogrammi seguiranno il procedimento inverso con eccedenze da un lato che misteriosamente spariscono dalle contabilità ufficiali e cali che invece vengono artatamente addebitati ai depositi di estrazione, con addebito alle rispettive voci di calo che si tramutano in voci di costo dei bilanci delle compagnie;

inoltre, a Taranto pare che sia presente uno strano deposito, non in regola, che riscalda con serpentine a vapore il gasolio e le benzine al solo scopo di aumentare i volumi;

il problema di Taranto e le differenze di gradazioni di densità, purtroppo, è presente in tutta la penisola italiana, in misura maggiore o minore, ma ovunque è così,

si chiede di sapere: se il Ministro in indirizzo non intenda avviare con urgenza una seria indagine sulle vicende sopra descritte oppure intervenire al fine di portare a compimento le inchieste avviate; se non sia del parere che unificare tutto il commercio alla densità di 15 gradi, oppure unificare tutto alla densità dell'ambiente rilevata dalla finanza ad inizio giornata, significherebbe non solo eliminare una parte di malcostume legalizzato ma anche favorire maggiori (o meglio mancati) introiti per lo Stato.

PARLIAMO DEL BALZELLO DEI BALZELLI: L'ABBONAMENTO RAI.

Il Balzello dei Balzelli, specie se doppio. Oppressi, pur non guardando “le purghe di Stato”. Si dice TV di Stato, quindi TV pubblica al servizio del cittadino, invece è un baraccone mangia soldi in mano ai partiti politici ed alla loro claque. Foriera di censura ed omertà non offre qualità, ma straguadagni a giornalisti e dirigenti politicizzati ed immeritata visibilità a personaggi senza arte ne parte. Come tutte le cose italiane l’abbonamento RAI è regolato ancora dalla normativa del tanto bistrattato periodo fascista. Alla sinistra in Tv questo non gli fa schifo.

Gli Abbonamenti Ordinari riguardano la detenzione nell’ambito familiare (abitazione privata) di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive. (art. 1 e 2 R.D.L. 21-2-1938 n. 246 e modificazioni successive).

Gli Abbonamenti Speciali riguardano la detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radio televisive fuori dall'ambito familiare nell'esercizio di un'attività commerciale e a scopo di lucro diretto o indiretto: per esempio Alberghi, Bar, Ristoranti, Uffici etc..

Il bollettino per pagare il canone Rai è arrivato in ufficio. Solo perché in quell’azienda esiste un computer, che con le moderne tecnologie (via Internet o grazie a un software che permette di vedere il digitale terrestre) in teoria potrebbe trasformarsi in televisore.

Ma i piccoli imprenditori non ci stanno. Anche perché per le aziende il canone speciale Rai costa 400 euro. «L’invio della richiesta per il pagamento del canone speciale Rai alle imprese di ogni tipo è, francamente, un balzello inaccettabile», dice il segretario generale Lapam, Carlo Alberto Rossi. «Nelle nostre sedi stanno arrivando centinaia di telefonate da parte di imprenditori delle più svariate categorie per denunciare questa situazione. Mi chiedo anche: come mai solo ora, dopo la scadenza dell’abbonamento del 31 gennaio? Questa volta si è passato il segno: ogni impresa che possiede un computer deve pagare il canone speciale presumendo che si riceva la Rai attraverso internet. Secondo questa logica un autoriparatore, una officina meccanica, un ufficio di servizi o un idraulico invece di lavorare starebbero davanti al computer a guardare ‘L’Italia in diretta’? Siamo al paradosso».

In effetti la normativa, che si rifà a un Regio decreto del 1938 prevede che ‘apparati atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive’ debbano pagare il canone che, per le aziende, è appunto speciale.

«Con tutta evidenza — aggiunge Rossi — si stanno raggiungendo livelli inauditi nel tentativo di fare cassa con balzelli odiosi e barocchi. Perchè allora non chiedere il canone a tutti i possessori di uno smartphone, che si può collegare a internet? Non dimentichiamo — aggiunge il segretario della Lapam — che non stiamo parlando di pochi euro: il canone speciale va da un minimo di 200,91 euro per officine, studi professionali, negozi, circoli, alcune tipologie di esercizi pubblici etc... e sale a 401,76 per alberghi, altri esercizi pubblici, ma anche uffici, per salire ancora gradualmente fino a oltre 6mila euro per alberghi di lusso. Si tratta dell’ennesimo balzello, in un momento già durissimo a causa della crisi che non molla e, tra l’altro, il cosiddetto decreto ‘Salva Italia’ prevede che il numero dell’abbonamento Rai venga riportato sul modello Unico di dichiarazione dei redditi».

"La Rai - scrive Filippo Greci, presidente nazionale del Movimento Nuovi Consumatori - sta inviando una serie di avvisi a diversi operatori economici, commercianti e professionisti tramite i quali ipotizza l'esistenza di un televisore nei locali dello studio, ufficio o negozio. Di conseguenza richiede il pagamento del cosiddetto "canone speciale", previsto per gli apparecchi televisivi disponibili in pubblici esercizi ma anche in qualsiasi altro ambito "non familiare", per un importo pari ad € 200,00. L'obbligo è stato istituito di fatto con l'articolo 1 del regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, con la seguente disposizione: "Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento, giusta le norme di cui al presente decreto. La presenza di un impianto aereo atto alla captazione o trasmissione di onde elettriche o di un dispositivo idoneo a sostituire l'impianto aereo, ovvero di linee interne per il funzionamento di apparecchi radiotelegrafici, fa presumere la detenzione o l'utenza di un apparecchio radio-ricevente"; il canone "speciale" di abbonamento alle radiodiffusioni è stato di fatto introdotto dall'articolo 2 del decreto legislativo luogotenenziale 21 dicembre 1944, n. 458, sostituendo il secondo comma dell'articolo 10 del regio decreto legge 23 ottobre 1925, n. 1917 con questa disposizione: "Qualora le radioaudizioni siano effettuate in esercizi pubblici o in locali aperti al pubblico o comunque al di fuori dell'ambito familiare, o gli apparecchi radioriceventi siano impiegati a scopo di lucro diretto o indiretto, l'utente dovrà stipulare uno speciale contratto di abbonamento con la società concessionaria". Tale norma introduce in modo più chiaro ed esteso il criterio di distinzione per l'applicazione del canone speciale e del canone ordinario. Corrisponde al vero che esiste l'obbligo di pagamento se si detiene in ufficio, studio o negozio un apparecchio televisivo (adatto alla ricezione delle trasmissioni). Tuttavia è importante evidenziare che il tutto non si applica nel caso di monitor non dotati di sintetizzatore di frequenza. Anche se in apparenza le pagine della Rai paiono dare la sensazione che si tratti di una disposizione riferita solo agli alberghi, bar, ed esercizi simili. Sottolineamo che l'obbligo c'è ANCHE PER UFFICI, NEGOZI, STUDI, indipendentemente dall'uso che ne viene fatto. Bisogna evidenziare che l'obbligo vale esclusivamente nel caso si tratti di un televisore dotato di sintonizzatore (o con un videoregistratore dotato di sintetizzatore), perché si tratta di apparecchi atti alla ricezione. Non esiste obbligo per i monitor "puri" che non sono in grado di decodificare il segnale trasmesso via etere, e per i lettori di cassette o CD (non videoregistratori) che si limitano a leggere il segnale del nastro. Del pari è giusto sottolineare il fatto che se non c'è apparecchio televisivo (ricordiamo che la RAI semplicemente "ci prova"), ovviamente non si deve pagare, e non si può essere obbligati a compiere alcuna azione in merito. Vale a dire non opererebbe il principio della presuntività; tuttavia potrebbe esserci una verifica di ispettori della Rai, che comunque per legge non possono procedere ad ispezioni personali, né reali né sulle persone, nè sui luoghi di lavoro in quanto la legge non prevede in capo ai medesimi un siffatto potere di agire che andrebbe, se posto in essere, denunciato immediatamente all'autorità giudiziaria perché integranti fattispecie di reati ben precisi". La Rai ha inviato un’ingiunzione di pagamento a 5 milioni di imprese chiedendo il pagamento del canone su qualsiasi apparecchio in grado di ricevere il segnale televisivo: pc, videofonini, videoregistratori, iPad e sistemi di videosorveglianza. Il “canone speciale” di abbonamento costerà dai 200 ai 6mila euro l’anno, a seconda della tipologia, per un salasso sul sistema produttivo di oltre un miliardo di euro l’anno. Ma imprese e associazioni di consumatori non ci stanno e parte la rivolta. Basta possedere un computer, un telefonino o un iPad in azienda per essere costretti a pagare il canone. È quanto hanno scoperto 5 milioni di imprese italiane che hanno ricevuto una lettera, direttamente dalla Rai, contenente un’ingiunzione di pagamento della tassa. Con una novità: non paga solo chi possiede un apparecchio televisivo, ma anche chi dispone di qualsiasi apparecchio in grado di ricevere il segnale televisivo, inclusi monitor per il pc, videofonini, videoregistratori, iPad e sistemi di videosorveglianza.

«Quella del canone speciale Rai è una richiesta assurda perché vengono tassati strumenti come i computer che gli imprenditori utilizzano per lavorare e non certo per guardare i programmi Rai. Per Adusbef e Federconsumatori, l’estensione del canone a computer e telefonini «è l'ennesima vergogna, l’ennesimo tentativo di scippo con destrezza che deve essere respinto al mittente. La Rai, un’azienda lottizzata che sempre di più sforna cattiva informazione e servizi spesso taroccati e strappalacrime per inseguire il feticcio dell’audience ha sfornato l'ennesimo balzello, a carico di imprese, studi professionali ed uffici, per imporre un pesante tributo che va da un minimo di 200 euro fino a 6mila euro l’anno a carico di oltre 5 milioni di utenti per un controvalore di 1 miliardo di euro l’anno». Per l’Aduc, «in assenza di una determinazione in tal senso del ministero dello Sviluppo economico che non ci risulta esistere, la richiesta della Rai è illegittima», si legge in un comunicato dell’Aduc. Che aggiunge: «Obbligare un’azienda a pagare un abbonamento tv per il solo fatto di avere dei pc è paradossale. Primo, perché il computer è uno strumento ormai indispensabile allo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa, e l’inclusione dello stesso fra gli apparecchi tassati significherebbe di fatto imporre una nuova imposta sul lavoro. Secondo, perché in un momento di grave crisi economica, si andrebbe a colpire d’improvviso il mondo produttivo per un importo superiore al miliardo di euro pur di tener in vita un’azienda, la Rai, gestita secondo il peggiore malcostume italiano».

Finora, la giurisprudenza non sembra lasciare molte vie d’uscita. Nel 2007, con sentenza del 20 novembre, la Corte di Cassazione ha stabilito che «il canone di abbonamento radiotelevisivo non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l’ente Rai, che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, dall’altro, ma costituisce una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio de quo». Ancora più stringente la posizione della Corte costituzionale del 1988: «Se in un primo tempo sembrava prevalere la configurazione del canone come tassa, collegata alla fruizione del servizio, in seguito lo si è piuttosto riconosciuto come imposta, facendo leva sulla previsione legislativa dell’articolo. 15, secondo comma, della legge n. 103 del 1975, secondo cui il canone è dovuto anche per la detenzione di apparecchi atti alla ricezione di programmi via cavo o provenienti dall’estero (sentenza n. 535 del 1988)». Insomma, anziché essere il corrispettivo della fruizione di un servizio, il canone si configurerebbe sul presupposto che un apparecchio (tv, pc, telefonino, altro) è «ad una manifestazione, ragionevolmente individuata, di capacità contributiva». Sei così ricco da poter comprare un pc o un telefonino? Allora paga il canone Rai. Ancora assurdi “balzelli”: come se non bastassero quelli che già ci sono !! E’ vero che la crisi impone di raschiare il barile, ma da qui a sfiorare il ridicolo il passo è breve. Riteniamo di essere di fronte a una norma assurda che costringe le imprese a un ulteriore esborso, in un momento segnato da una crisi economica senza precedenti per le nostre aziende, già duramente colpite dai provvedimenti di deregulation in atto e dall’esistenza di decine di balzelli assurdi. Sarebbe opportuno modificare una norma vetusta e iniqua, emanata in pieno regime fascista, quando l’obbligo di pagare un canone per apparecchi radiotrasmittenti aveva anche funzioni di controllo di polizia sulla circolazione delle informazioni.

Per l’ADUC il computer è soggetto al pagamento del canone Rai? L’annosa questione è stata oggetto di nostri quesiti alla Rai, interpelli all’Agenzia delle Entrate e di interrogazioni parlamentari al ministero delle Comunicazioni (ora Sviluppo economico), ma mai è stata fornita una risposta in tal senso. La Rai ci ha infatti risposto di non sapere se il pc era soggetto al canone e che avremmo dovuto chiederlo all’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima, deputata alla riscossione di questa tassa, ha risposto di non saper rispondere e di aver girato il quesito al Ministero delle Comunicazioni. Ad oggi non ci risulta che il Ministero abbia preso decisioni in merito. Nonostante ciò, la Rai sta comunque sollecitando le aziende e i professionisti a pagare il canone anche per i “computer collegati in rete (digital signage e similari)”. Tralasciando il linguaggio tutt’altro che chiaro, oltre al fatto che discriminare tra computer collegati e non collegati in rete non ha alcun fondamento nella legge, ci chiediamo: la Rai ha ricevuto indicazioni in tal senso dal Ministero, oppure sta solo cercando di indurre con l’inganno a pagare anche quando non si deve? E’ peraltro evidente che obbligare un’azienda a pagare un abbonamento TV per il solo fatto di avere dei pc è paradossale. Primo, perché quei pc sono spesso meri strumenti di lavoro ormai indispensabili a qualunque attività lavorativa. Secondo, perché in un momento di grave crisi economica, si andrebbe a colpire d’improvviso il mondo produttivo per un importo superiore al miliardo di euro pur di tener in vita un’azienda, la Rai, gestita secondo il peggiore malcostume italiano. In ogni caso, questa decisione non può certo esser presa autonomamente dalla Rai.

E poi pagare per cosa?

Se la Rai manda al macero 650mila euro…Nel caos della prima serata del "Festival di Sanremo 2012" qualcuno della Rai, tra l'incredibile blocco del sistema di voto e il sermone di Adriano Celentano si è dimenticato di far trasmettere pubblicità per 650 mila euro. Chi è questo qualcuno? Forse riuscirà a scoprirlo, dopo "accurate e prolungate indagini", il "commissario" Marano "inviato prontamente sul posto" per "riportare l'ordine" al "Teatro Ariston". Nell'attesa, comunque, una cortese richiesta: poiché la Rai continua a buttare via in mille modi i suoi soldi, smetta almeno di assillare gli "abbonati per forza", cento volte al giorno, con la sua richiesta di versare il rinnovo del canone. I boiardi di Stato stanno bene attenti a costringere gli utenti a mantenerli con balzelli odiosi nella non curanza dei pseudo rappresentanti dei cittadini sganasciati in Parlamento.

Da “Il Giornale” alcune verità eclatanti, sottaciute dai giornali di sinistra. Un bel balzello fresco fresco, aggiornato al 1938, per scucire dalle imprese italiane i soldi per il cachet di Celentano, per la farfallina e il minislip di Belèn e tutto il resto del carrozzone Rai. C’è anche questa sorpresina per le aziende che in questi giorni stanno ricevendo a pioggia, senza tante distinzioni, una letterina dalla Direzione abbonamenti della Rai. Gli chiedono il canone, e fin qui sarebbe anche normale. Il problema è che la Rai lo chiede anche alle imprese che non hanno una tv in ufficio ma solo i computer per lavorare. Perché? Perché la legge, attuale ma risalente a un Regio decreto di 74 anni fa, dice che la tassa più odiata d’Italia la deve pagare «chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione dei programmi televisivi».  Quindi non solo un televisore, ma anche un computer, un semplice monitor, un telefono cellulare, un I-Pad, un decoder, e secondo certe interpretazioni persino un videocitofono, una videocamera, un macchina fotografica digitale, una telecamera per videosorveglianza! Questo vale sia per le famiglie, a cui arriva la domanda per il «canone ordinario», sia per le aziende, a cui mandano la richiesta per il «canone speciale», perché si suppone abbiano «apparecchi atti alla ricezione di programmi tv in locali aperti al pubblico o comunque al di fuori dall’ambito familiare». Nelle lettere che abbiamo potuto leggere è scritto chiaro e tondo dalla Rai: «La informiamo che le vigenti disposizioni normative impongono l’obbligo del pagamento di un abbonamento speciale a chiunque detenga uno più apparecchi atti od adattabili (...) compresi computer collegati alla rete, indipendentemente dall’uso al quale gli stessi vengono adibiti». Quindi se una ditta ha anche un solo computer per tenere la contabilità, deve pagare il canone Rai. La mazzata complessiva, come denuncia Rete Imprese Italia (Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Cna, Casartigiani), è di 980 milioni di euro sulle imprese, con richieste che variano dai 200 euro ai 6mila euro l’anno, a seconda della tipologia di impresa. Nessuna esclusa, perché l’invio è automatico. Così si è ritrovata la cartellina di pagamento Rai anche una ditta che fa autotrasporto, in provincia di Pistoia, e che difficilmente userà i pc per vedersi Celentano. Stessa cosa per un imprenditore di Vittorio Veneto, titolare di un’azienda di logistica, che avendo dei computer nell’ufficio dovrebbe pagare a Lorenza Lei e Paolo Garimberti 401 euro. «Facciamo già fatica a competere sul libero mercato, ci mancava pure questa spesa in più che, ci informa la Rai, è deducibile dal reddito di impresa... prendono pure per i fondelli! - ci scrive l’imprenditore - Non è che questa tassa serve alla Rai per coprire i buchi di bilancio e le cavolate tipo il mega contratto a Celentano?». E fino a qualche anno fa la richiesta di pagamento veniva spedita anche a rivenditori e riparatori di tv, che la tv ce l’hanno in negozio per evidenti motivi. Hanno dovuto attendere un contenzioso poi risolto nel 2003 per essere esentati dall’assurda gabella. Ma gli altri imprenditori che non smerciano tv no, loro la devono pagare. Fabio Banti, presidente di Confartigianato Toscana, sta raccogliendo le firme per contestare formalmente alla Rai la legittimità del canone richiesto. «Abbiamo appena chiesto al ministro Passera di aiutare le piccole imprese che ogni giorno devono fronteggiare la crisi nerissima e riceviamo la richiesta del pagamento del canone Rai, una sorta di tassa sulle tecnologie. La misura è colma». In breve, la Rai tenta di risolvere il problema dell’evasione del canone (800milioni di mancato introito l’anno, 96% di esercizi pubblici che non lo paga) chiedendolo a tutti indiscriminatamente, anche a chi non ha la tv, poiché le procedure sanzionatorie sono difficili da applicare e dunque spara nel mucchio. Una tattica che può ottenere un risultato: far salire oltre il 45% (fonte Codacons) la percentuale di italiani che la considera una tassa ingiusta.

Come è stato bello vederlo entrare in sella a quel destriero bianco, stile Garibaldi, sul palco dell’Ariston, sventolando la bandiera tricolore e urlando «Viva l’Italia». Quanto è stato bravo a recitare un monologo di quasi un’ora analizzando, verso dopo verso, tutto all’Inno di Mameli, come un vecchio professore di liceo. E che emozione, poi, quando con un filo di voce, senza accompagnamento musicale, ha fatto il patriota tenero, cantando l’Inno nazionale. All’edizione del Festival di Sanremo 2011, 15 milioni 398 mila spettatori seguirono lo special guest Roberto Benigni e la sua sorprendente performance che raggranellò il 50,23% di share. Virtualmente i suoi fan raddoppiarono quando trapelò la notizia che il compenso che avrebbe ricevuto dalla Rai, 250 mila euro per una sola sera, sarebbe stato devoluto all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, per la costruzione di un nuovo padiglione. Decisione che, si tenne a precisare, era stata presa prima di firmare il contratto con l’azienda per la presenza dell’artista sul palco di Sanremo, e non come gesto riparatore per l’indignazione popolare che il suo cachet aveva scatenato. Può anche essere, infatti lascia ancora più perplessi venire a sapere oggi che, dopo un anno esatto, quei soldi al Meyer non sono mai arrivati. «Chiedete a Benigni!», risponde un po’ stizzita l’addetta stampa del pediatrico fiorentino. «A me non risulta che sia arrivato mai nulla», conferma sereno il direttore generale del centro di eccellenza per la cura delle malattie dei bambini, Tommaso Langiano. Per carità, non ci sarebbe nulla di particolarmente grave qualora Benigni avesse deciso di non dare nulla a nessuno e tenersi tutto in tasca, se non fosse per il fatto che la donazione era già stata data per certa da tutti e pubblicizzata su siti e giornali che osannavano il toscanaccio per il beau geste. Ci avevano creduto tutti, tranne i dirigenti del Meyer, i quali ancora oggi quasi cascano dalle nuvole: «Io non sapevo nemmeno che Benigni avesse voluto darci qualcosa», dice Langiano. L’agente del comico toscano, Lucio Presta, commentò la notizia della beneficenza al Meyer sostenendo che Benigni non rende mai pubbliche le sue frequenti donazioni, lasciando intendere che un’eventuale opera pia sarebbe potuta avvenire anche in forma anonima. Suona strano allora che al Meyer, dal febbraio scorso, non abbiano mai visto donazioni simili sul conto corrente. Eppure l’anno scorso, proprio l’agente di Benigni ebbe anche a infervorarsi contro la Lega Nord che si permise di lamentarsi del maxi ingaggio al premio Oscar: «A differenza di Benigni, politici e parlamentari non si sognerebbero mai di devolvere una cifra simile in beneficenza. Ma la Lega, non è un segreto, è nota per i suoi eccessi di populismo fuori luogo». Sarà pure fuori luogo muovere critiche, ma almeno un sospetto oggi sorge spontaneo. Nell’edizione 2012 lo special guest Celentano ha copiato Benigni, replicando l’opera di bene: «Questi 700 mila euro (per due serate, ) saranno devoluti a Emergency (associazione di sinistra) e a famiglie povere italiane». Qualcuno diceva: «A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca».

Questa proprio non l’ha digerita. E la famosa goccia che fa traboccare sempre ogni vaso, questa volta ha fatto traboccare anche la pazienza del senatore del Pdl, Domenico Gramazio. Quando ieri mattina ha letto su Il Giornale che Roberto Benigni, allo scorso Festival di Sanremo, aveva promesso di devolvere il suo compenso di 250 mila euro all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, ma che dopo un anno ancora dal nosocomio non avevano ricevuto nemmeno un cent, non ci ha visto più. Ha preso carta e penna e ha scritto un’interrogazione urgente, a risposta scritta, a Mario Monti, in qualità di ministro dell’Economia e delle Finanze. «Voglio sapere dal ministro - scrive Gramazio - come azionista di riferimento della Rai, se l’azienda pubblica abbia devoluto al Meyer quella somma su richiesta di Benigni, o se al contrario Benigni abbia direttamente incassato dalla Rai, senza poi rilasciare alcuna delega per il pagamento alla struttura pediatrica di Firenze». Il senatore azzurro non sopporta che «possa essere stata presa in giro una struttura pediatrica di altissimo livello come quella e che, come al solito, siano state fatte promesse al vento». E siccome un rischio simile è in agguato anche quest’anno, prima che Celentano annunciasse di voler devolvere i suoi 700 mila euro di ingaggio in beneficenza a Emergency e a famiglie povere italiane, il senatore Gramazio era già corso ai ripari. «Ho presentato un’altra interrogazione, rivolta direttamente al presidente del Consiglio: trecentomila euro per ogni mezz’ora di apparizione sono uno sproposito anche per Celentano. Ho chiesto che il suo ingaggio venisse pagato in Bot dello Stato. E verificheremo, famiglia per famiglia, che i soldi che ha promesso vengano devoluti. Questa storia non finisce qui». Ne siamo certi.

Non dimentichiamoci una cosa e per chi non lo sapesse la diciamo ora. Di non solo Rai è vittima “rapinata” il povero imprenditore che ha una tv o una radio. Già. Per questo c’è un altro balzello: la SIAE. E non è finita. A questi si aggiunge un altro mungitore alla vacca collettiva. Ecco a voi UN RISCOSSORE MUSICALE ALLA PORTA.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ed autore del libro “L’Italia del trucco, l’Italia che siamo”, denuncia l’ennesima anomalia italiana. “Non tutti sanno – dice il presidente – che, in tema di intrattenimento musicale, le direttive dell’Unione Europea e la legge sul diritto d’autore (vedi gli articoli 72, 73 e 73 bis, Legge n. 633/1941) riconoscono e tutelano sia i diritti degli autori, che compongono i brani (gestiti dalla Società Italiana Autori ed Editori), sia i diritti dei discografici, che realizzano le registrazioni musicali (gestiti in maggior parte dalla Società Consortile Fonografici). Il consorzio SCF è oggi composto da case discografiche major e indipendenti ed attualmente  tutela i diritti discografici di oltre 280 imprese, rappresentative di larga parte del repertorio discografico nazionale e internazionale pubblicato in Italia. Ciò significa, che per sentire un brano musicale registrato, in qualunque modo e forma, è necessario riconoscere anche un compenso al SCF, diritto autonomo rispetto a quanto dovuto alla SIAE. 

Ciò, per entrambi, avviene comunemente nei seguenti contesti:

      trasmissioni radiofoniche e televisive;

      trasmissioni via satellite;

      attività che utilizzano musica a scopo di lucro (es. discoteche, sfilate di moda, corsi di fitness);

      attività per le quali la musica in diffusione di sottofondo costituisce un elemento di valore aggiunto al business (es. bar, ristoranti, alberghi, esercizi commerciali, studi od esercizi professionali, oratori parrocchiali, circoli privati, feste patronali, ecc).

Il compenso è dovuto anche nel caso in cui la diffusione dell’opera avvenga senza fine di lucro (in auto o in casa). Ai sensi della legge sul diritto d’autore, non pagare i diritti alla SIAE o alla SCF comporta l’applicazione della sanzione penale, oltre che amministrativa. Per la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 00626/2007 resa l'8 giugno 2007 dalla terza sezione penale, la diffusione di musica registrata senza aver versato i diritti connessi alle imprese discografiche per la riproduzione dei brani musicali, in questo caso rappresentate da SCF, Società Consortile Fonografici, viola la legge sul diritto d’autore e assume rilevanza penale. Solo che il Conna, ente rappresentativo degli interessi di molte emittenti radiotelevisive, disconosce tale sentenza rilevando che l'articolo 180 della legge 633 del 22 aprile del 1941 dice che l'attività di intermediario è riservata in via esclusiva alla Siae e al punto 3 aggiunge che essa curerà la "ripartizione dei proventi medesimi fra gli aventi diritto". Un brutto colpo per i cittadini italiani, che dell’intrattenimento musicale fanno il loro stile di vita, salvo far finta di niente, fino a quando non si presenta qualcuno alla porta, che ce lo ricordi.”

PARLIAMO DI TRIBUTI E BALZELLI D’ITALIA

Il tributo è una prestazione patrimoniale coattiva, consistente in beni in denaro o in natura, che deve essere corrisposta allo Stato o ad un altro Ente pubblico, per effetto dell'esercizio della potestà impositiva da parte dello Stato o altro ente pubblico, per il soddisfacimento della spesa connessa ai bisogni pubblici. Secondo la Corte Costituzionale sono definibili tributi quelle entrate erariali caratterizzate dalla "doverosità della prestazione e nel collegamento di questa alla pubblica spesa, con riferimento ad un presupposto economicamente rilevante (ex multis: sentenze n. 334 del 2006 e n. 73 del 2005)". Nel linguaggio corrente per indicare genericamente i tributi viene spesso usato impropriamente il termine "Tasse". I tributi sono classificati in: Imposte; Tasse; Contributi.

L'imposta è una prestazione coattiva di ricchezza finalizzata al soddisfacimento di bisogni pubblici indivisibili (quali secondo la dottrina classica la difesa dello Stato, la giustizia e l'ordine pubblico) ed è prelevato in relazione ad un fatto economico che esprime capacità contributiva, come il reddito nell'Imposta personale, il consumo nell'imposta sul valore aggiunto, ecc.. secondo il cosiddetto principio del sacrificio.

La tassa è una prestazione che viene richiesta per la fruizione anche potenziale di un servizio pubblico divisibile, come ad es. l'istruzione (tassa universitaria) o la sanità (ticket sanitario) in base al principio del beneficio. Solitamente, la tassa non copre totalmente il costo del servizio pubblico, che quindi viene in parte finanziato anche da imposte.

Il contributo è una categoria non ben definita dalla dottrina, in quanto secondo parte di essa è possibile ricondurlo nei casi concreti alla tassa (es. contributo di utenza stradale), in quanto dovuto per uno specifico servizio, o all'imposta (contributo al servizio sanitario nazionale), in quanto il suo importo tende a coprire o comunque ha relazione con il costo del servizio (contributi previdenziali, contributi di bonifica). A differenza della tassa, che si applica quando si richiede un servizio, il contributo può essere attivato obbligatoriamente dall'Ente Pubblico per tutti coloro che ricadono nell'ambito della prestazione di un determinato servizio. Ad esempio nei il consorzi di bonifica si applica obbligatoriamente a tutti coloro che sono proprietari di immobili nel territorio del consorzio. Oppure per l’Inps, a cui è dovuto il contributo che in base al calcolo del versato darà la controprestazione dopo anni alla pensione.

La tassa, nell'ordinamento tributario italiano, è una somma dovuta dai privati cittadini allo Stato e si differenzia dall'imposta in quanto applicata secondo il principio della controprestazione: essa è cioè legata ad un pagamento di una somma di denaro, dovute da un soggetto quale corrispettivo per la prestazione a suo favore di un servizio offerto da parte di un ente pubblico (ad esempio tasse portuali ed aeroportuali, concessioni, autorizzazioni, licenze). Il Prelievo può essere indiretto attraverso il prelevamento fiscale di un sovra più al prezzo pagato per una merce o un servizio reso.

La tassa è relativa a un servizio di cui ciascun contribuente può decidere se avvalersi o meno, e in generale non è dipendente dal reddito; tramite imposte si realizza la copertura finanziaria delle leggi e la spesa pubblica. Il finanziamento di opere o atti previsti per legge attraverso una tassazione è contraria al principio di eguaglianza e all'obbligo generale di contribuzione alla spesa pubblica (art. 3 e 53 della Costituzione). Questo strumento tende a perdere importanza, nei moderni sistemi tributari, a favore di altri strumenti, quali la tariffa (vedi passaggio dalla Tarsu alla Tia) o l'imposta. Spesso il termine "tasse" viene usato nel linguaggio corrente per indicare genericamente l'imposizione fiscale. In questo caso è più corretto il termine "tributi".

La distinzione tra tassa e imposta è ereditata dal diritto romano ed è tipica dei Paesi di diritto latino. Nei Paesi di Common Law (Regno Unito e Stati Uniti) vige da tre secoli il principio del "no taxation without representation", ideato all'inizio della Rivoluzione americana. Si tratta di un principio in base al quale i cittadini che pagano i tributi devono essere rappresentati in Parlamento, e i tributi debbano derivare da una decisione parlamentare, in merito a un servizio di cui beneficiano i contribuenti. Questo principio è recepito nell'ordinamento italiano dove è vietata tramite decreto governativo l'estensione o l'imposizione di nuovi tributi (art. 4 della legge 212/2000-Statuto dei diritti del Contribuente).

Nei Paesi democratici esiste un dibattito sulle modalità di prelievo e sull'impiego delle tasse. Le tasse servono a ripagare il debito pubblico, finanziare servizi come scuole, sanità, assistenza. Alcuni Paesi hanno adottato un sistema di flat tax, ad aliquota unica o con poche aliquote per le principali imposte. Alcuni ritengono che la semplificazione fiscale, la riduzione delle aliquote riducano l'elusione e l'evasione al limite che in base alla curva di Laffer un'aliquota unica, opportunamente scelta, massimizzi il gettito fiscale. Altri ritengono l'aliquota unica e la riduzione degli scaglioni profondamente iniqua verso i ceti medi e contro il principio di progressività del prelievo fiscale, affermato in varie Costituzioni. Altri propongono una Tobin tax, ossia un prelievo minimo sulle transazioni finanziarie, che darebbe comunque un gettito enorme, visti i volumi di denaro movimentati ogni giorno.

I servizi pubblici divisibili, quali ad esempio l'istruzione e la sanità, possono essere finanziati mediante tasse. Ne sono esempi in Italia le tasse scolastiche e universitarie o i ticket sanitari. Tuttavia, non si deve confondere la tassa con il prezzo di questi servizi. Almeno nell'ordinamento attuale italiano le tasse non coprono completamente il costo di questi servizi, che quindi ricade sulla fiscalità generale e viene finanziato con le imposte. Le giustificazioni, provenienti dalla dottrina economica per tale scelta, sono diverse. In primo luogo essa si giustifica con la teoria delle esternalità, secondo cui il consumo di determinati servizi produce benefici indiretti, non solo al consumatore, ma all'intera società, giustificandone così il contributo alla copertura dei costi con la fiscalità generale. Facciamo un esempio: l'istruzione universitaria produce benefici per lo studente ma anche per la società di cui viene accresciuto il livello culturale. In secondo luogo essa si richiama al principio costituzionale della capacità contributiva nel concorso a finanziare le spese pubbliche. Pertanto si ritiene necessario consentire la fruizione dei servizi ai meno abbienti fissando l'importo della tassa al di sotto del costo (o addirittura esentando alcune categorie dal pagamento) e contribuendo per la differenza con la fiscalità generale, che tiene conto di questo principio.

Le accise ed i balzelli, cioè i tributi che non possono essere evasi sono quelli caricati sul prezzo del carburante o delle utenze domestiche o industriali: luce, gas, telefono, ecc.. Ma ci sono altri tributi che sono pagati in virtù della capacità o volontà contributiva dei cittadini. La legittima difesa contro gli sprechi ed i disservizi o la deprecabile ingordigia del cittadino si tramuta in evasione fiscale.

Il gettito evaso, cioè quanto manca alle casse dell’erario ogni anno, è di 119,6 miliardi. La cifra, pari al 28 per cento del totale delle imposte pagate, risulta dalla somma dell'evasione delle 7 maggiori tasse del paese, che rappresentano da sole l'80 per cento del gettito tributario: Irpef, Iva, Irap, Ires, canone Rai, bollo auto e imposta di registro. Le stime emergono dall'incrocio dei dati della Commissione Giovannini, del Rapporto 2011 della Corte dei Conti sulla finanza pubblica e dell'indagine della Uil sul lavoro irregolare. In pratica è possibile mettere a confronto, relativamente al 2009, ultimo anno disponibile, provincia per provincia, i dati che provengono dall'economia reale (dal Pil pro capite, ai redditi, agli immobili e i consumi) con le dichiarazioni dei redditi e gli studi di settore. Emerge il cosiddetto tax gap, cioè quello che manca tra redditi guadagnati e redditi dichiarati al fisco. Per la prima volta si supera il concetto vago di economia sommersa (che l’Istat valuta in 275 miliardi) e si aggiorna il vecchio dato dell'amministrazione fiscale che indicava in circa 100 miliardi il gettito mancante all´appello. Ma la vera novità è la dimensione delle tasse evase, una per una.

Certo è che la campagna antievasione promossa soprattutto da chi si avvantaggia dal gettito fiscale (politica, informazione, pubblica amministrazione) omertosamente tace il fatto che il cittadino non ha più niente da dare, specialmente se nulla ha da ricevere in cambio da un sistema parassita e nullafacente.

Non solo in Italia preoccupano le spese incontrollabili dello stato e le conseguenti necessità di risucchiare soldi ai cittadini, anche nel povero Nepal ci si pone il problema. Lì Stato e cittadini, almeno, hanno un contratto sociale: non chiedermi niente che tanto non ti dò niente. Siamo all’inizio dell’anno e i conti non tornano nelle economie di molti paesi. In Italia riscopriamo l’evasione fiscale, soldi che fossero entrati sarebbero finiti nelle spese illimitate dello Stato.

Sul Web da Enrico Crespi si viene a sapere che anche in Nepal si scopre che la media delle entrate fiscali è solo il 13,2% del PIL contro una media dei LICs (Low Income Countries) del 15,2%. Anche qui il problema è lo stesso, le spese dello stato sono arrivate a superare del 24% il valore del PIL e possono essere coperte solo dagli aiuti internazionali, creando dipendenza e corruzione.

Anche in Nepal (con molte più giustificazioni) come in Italia un evasione così diffusa si spiega con due ragioni: il sistema fiscale non funziona (in Italia si parla da decenni di una sua riforma); vi sono settori dell’economia (Subsistence Sector) che se pagassero le tasse non avrebbero di che mangiare: venditori di strada, portatori, negozietti vari, risciòmen, etc. Se il sistema fiscale non funziona (nel caso Italia per la massa di norme, adempienze, incongruenze) è facile corrompere funzionari, evadere IVA e tasse varie, infilarsi nelle pieghe di norme inefficienti. A Thamel nessuno dà una ricevuta e lì è il meno, basta pagare qualche migliaio di rupie al mese per allontanare i controllori, ma lo stesso avviene, con somme enormemente superori, per le industrie più grandi, banche e finanziarie. False fatture, rimborsi dell’IVA, finte esportazioni non sono solo un problema italiano ma, come riferisce un mio amico imprenditore, uno dei modi di fare business in Nepal. Limitare gli interventi solo con più controlli e controllori non sembra la soluzione neanche qui, “se i controlli aumentano,” mi dice, “sarebbe un problema perché aumenterebbero anche i costi delle bustarelle date alle maree di controllori”. In entrambi i paesi la logica indurrebbe a dire che il sistema non funziona di fronte a evasioni così imponenti. C’è da dire che i cittadini nepalesi pagano poche\niente tasse e in cambio hanno altrettanto poco dallo Stato; in Italia si sborsa (tutto incluso) quasi il 60% e si ottiene poco (e si avrà sempre meno). Per cui i nepalesi se se ne stanno calmi, gli italiani sono un po’ incazzati. Gli studi dimostrano che una tassazione equa non può superare il 35% del reddito se no si crea un disincentivo a produrre, lavorare, pagare le tasse. I nepalesi devono arrivarci, in Italia devono pensarci. Si segnala, inoltre, che un sistema fiscale inefficiente (anche se con livelli di tasse basse come il Nepal) non favorisce neanche gli investimenti esteri perché non vì è la trasparenza necessaria per investire nè le risorse necessarie a co-investire da parte dello Stato. In Asia, è il Vietnam che ha il tasso PIL|tasse più elevato (sempre la metà dell’Italia) ed è anche il paese che attrae più investitori esteri. Mentre in Italia si parla di cooperative, enti religiosi, ONLUS che hanno trattamenti fiscali privilegiati in Nepal s’inizia a discutere se tassare le oltre 34.000 NGO e 250 INGO (la grande industria dell’assistenza).

Ma nessuno sa che in Italia non c’è solo Irpef, Iva, Irap, Ires, canone Rai, bollo auto ed imposta di registro. Ci sono miriadi di altri balzelli.

Dalla tassa sui gradini e ballatoi a quella sull'ombra che invade il suolo pubblico, fino alle tasse macabre su tumuli e lumini. «È ora di affrontare il nodo delle paleo-tasse che sopravvivono alla loro stessa assurdità», ha detto il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, presentando a Roma «Balzelli d'Italia: le 100 trappole per imprese e famiglie». Una pletora di imposte che non risparmia quasi nulla: dalla tassa sull'Abissinia, a quella sulla benzina, ma anche casi più assurdi come la tassa sulla raccolta dei funghi, sulle suppliche, alla gabella sugli sposi per celebrare matrimoni nei comuni. «Siamo il terzo paese Ocse per imposizioni fiscale, ma continuando di questo passo diventeremo presto il primo» ha aggiunto Venturi, che chiede al governo di ridurre la pressione fiscale «dal 43,5% al 39,5% nell'arco di quattro anni».

Sulle Pmi una zavorra di ben 694 adempimenti. Chiaro anche il giudizio sul federalismo: «Con l'adozione della tassa di soggiorno e un'Iva per il turismo in vigore più alta dei nostri concorrenti è come dire ai turisti italiani e stranieri: statevene a casa vostra». Venturi punta il dito soprattutto sull'invasiva e opprimente burocrazia fiscale. Un vero e proprio stillicidio di adempimenti che per il 2011 si traduce «in 694 scadenze con costi aggiuntivi per le pmi e un tempo sottratto alla gestione d'impresa pari a ben 285 ore lavoro. Ben 60 in più della media europea». Le altre tasse "surreali" . Scorrendo ancora tra le pieghe dello studio, spicca tra l'altro l'esistenza della tassa sull'esposizione della bandiera tricolore e le imposte cosiddette "spietate". Vale a dire, le tasse che «magari all'insaputa del legislatore, colpiscono chi è già in difficoltà», come disoccupati, invalidi, studenti fuorisede, famiglie numerose e sfrattati. Ci sono poi le imposte "burocratiche", cioè prelievi che riguardano funzioni pubbliche, già finanziate per altra via con la fiscalità generale, che vengono imposte a chiunque voglia adire a tali servizi, dalla giustizia al catasto. Per arrivare poi al fisco "lunare": ogni anno in Italia si deve fare i conti con 62.500 norme tributarie. Una curiosità, infine: a non essere risparmiate dalle imposte sono anche le invenzioni. Ogni brevetto per invenzione industriale infatti è soggetto a tre tasse diverse: per la domanda, per il mantenimento in vigore del brevetto, per la pubblicazione a stampa della descrizione e dei disegni. Insomma: in Italia pure Archimede Pitagorico non avrebbe vita facile!

PIENI DI TASSE STUPIDE.

Un Paese strangolato dai tributi. Le amministrazioni per far cassa inventano imposte: dai gradini al tricolore ecco lo stupidario delle tasse. Anche i ricorsi sono tassati. E si pagano ancora le bonifiche compiute oltre 50 anni fa.  L’elenco stilato da Paolo Bracalini su “Il Giornale”.

Cambiare la vita degli italiani, o almeno le tasse che gliela complicano? Mille balzelli e tributi che raggiungono ogni pertugio dell’esistenza, ogni piega del mondo reale per poter aspirare nuovo gettito (quattrini) e alimentare la bulimica macchina statale italiana. In cambio: sprechi, disservizi, malagiustizia, malasanità, malamministrazione, insicurezza, inquinamento, ecc. L’elenco è lungo e non tende a diminuire con gli anni.  Lavoro duro se si pensa che sono serviti 70 anni per abolire la tassa sullo zucchero e sul caffè, considerati beni di lusso, 30 anni per togliere quella sulle banane (nel 1994), considerate uno sfizio da ricchi e dunque tassate più di mele e pere. Ma le altre tasse assurde restano, eccome se restano. Una per tutte: la tassa sull’ombra, balzello antico ma sempre in vigore, in base al quale se la tenda di un locale invade il marciapiede, il negoziante deve pagare l’imposta per occupazione di suolo pubblico (con lo stesso principio sono stati tassati i balconi fino al ’ 94). Tra i cimeli che paghiamo c’è pure la tassa sulle paludi, che nel frattempo non ci sono più.

La tassa però sì, sopravvive dal 1904 (un regio decreto) a oggi, come contributo per la bonifica delle paludi diventate terre coltivabili. Anche se è successo 50 anni fa? Sì, due recenti sentenze della Cassazione hanno chiarito che la tassa è dovuta nel caso in cui le opere di bonifica abbiano determinato un effettivo incremento di valore dell’immobile. Ma c’è anche la tassa sui gradini, riesumata da molti Comuni per far cassa, colpendo i proprietari di case che hanno i gradini d’ingresso sulla strada. Stesso discorso per i ballatoi, se invadono il suolo pubblico si paga. Vuoi andare per funghi? C’è la tassa,un’imposta di bollo sui permessi di raccolta di porcini e chiodini. Ti piace cacciare? Pescare? Pagati la concessione governativa per usare il fucile o la canna da pesca (rispettivamente euro 115 e 173,16), ma solo dopo aver pagato una tassa regionale sulla licenza stessa. Se si ritiene di essere tassati ingiustamente si può far ricorso contro la pubblica amministrazione, valutando bene la cosa, perché il ricorso contro una tassa è tassato a sua volta: istanze, petizioni, ricorsi, e relative memorie sono tutte soggette a imposta. Non manca la tassa sul bestiame, come nel Medioevo,sulla base di complicati coefficienti approvati dal ministero dell’Economia insieme a quello delle Politiche agricole, che individua le specie di animali rientranti nel sistema forfettario di determinazione del reddito. Bisogna pagare una tassa anche per poter uscire di casa, perché che altro è l’imposta sui passi carrai (introdotta nel 1997) che i proprietari di casa sono obbligati a versare ad Anas, Comuni e Province? Al fine della paleoimposta sono considerati passi carrabili «i manufatti costituiti da listoni di pietra o altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l’accesso dei veicoli alla proprietà privata». Lo Stato però viene incontro al tartassato, concedendogli di non pagare ogni anno la tassa sul passo carrabile, a fronte di un modesto esborso: venti annualità di tassa una tantum. Una legge ancora in vigore permette agli enti locali di applicare una tassa sui cani, con importi che variano dai 20 ai 50 euro per ogni cane di proprietà a seconda della taglia. Gatti e canarini non sono tassabili, per ora. Anche il patriottismo può essere tassato. È capitato in un Comune del Nord, dove il proprietario di un albergo si è visto recapitare una cartella di pagamento per aver esposto sul balcone dell’hotel il tricolore italiano e la bandiera blu dell’Unione europea. Nemmeno da morti si è al sicuro dal fisco. In qualche Comune è stata rispolverata la tassa sui tumuli, sotto forma di imposta per la manutenzione dei cimiteri. Non basta. Se uno muore, va pagata una tassa per il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall’ufficiale sanitario dell’Asl, 35 euro più uno di bollettino postale. Si decide per la cremazione? Scatta l’imposta di bollo sia sulla domanda di affido personale delle ceneri che sul relativo provvedimento di autorizzazione.  Inoltre c’è l’imposta di bollo sia sulla domanda di dispersione delle ceneri che sul relativo provvedimento di autorizzazione. Esiste anche un «diritto fisso » sul decreto di trasporto dei defunti (58 euro più due o tre marche da bollo da 14,62 euro) che chiedono i Comuni in cui è avvenuto il decesso. Senza parlare poi delle guerre di Abissinia e dei terremoti di vent’anni fa che ancora paghiamo nelle accise sulla benzina più cara d’Europa. «Ogni anno in Italia secondo alcune stime sono emanate oltre 60mila nuove disposizioni tributarie - spiega Confesercenti - il fisco italiano cambia le regole del gioco più volte nel corso dello stesso esercizio finanziario mettendo in seria difficoltà coloro che vogliono adempiere agli obblighi fiscali. I soli adempimenti tributari costano 18,3 miliardi all’anno ad artigiani, liberi professionisti e pmi». In Italia si paga una «tassa occulta» (cioè di pura burocrazia) annuale di circa 5mila euro all’anno,contro i 1.320 dei francesi, i 1.290 dei britannici, i 1.210 dei tedeschi, i 1.180 degli spagnoli. In effetti sì, si può cambiare la vita degli italiani.

Ci sono tasse che non muoiono mai e come le più antiche tradizioni, si tramandano di generazione in generazione. Gabelle così vecchie che Confesercenti le ha nominate Paleo tasse e costituiscono il primo capitolo dei Balzelli d’Italia. Un esempio su tutte? La tassa istituita addirittura nel 1904 che prevede un contributo per la bonifica delle paludi. Anche senza zone paludose l’imposta resiste per alcuni cittadini: due sentenze della Corte di Cassazione hanno stabilito che la tassa è dovuta solo nel caso in cui le opere di bonifica abbiano determinato un effettivo incremento di valore dell'immobile. Intanto, mentre si cerca di provare il contrario, si continua a pagare.

Esemplare è l’elenco fatto da “Business People”

CAPITOLO 1 – LE PALEO TASSE

1. La tassa sui gradini. Un tempo si pagava assieme ai ballatoi dei palazzi. E' tornata di moda vista l'esigenza dei comuni di finanziare il servizio di pulizia delle strade; a doverla pagare tutti i proprietari di case che hanno i gradini d'ingresso sulla pubblica via.

2. La tassa sull'ombra. Se con la sporgenza della tenda di un locale, il proprietario "invade" il suolo pubblico deve pagare l'imposta per occupazione di suolo pubblico.

3. La tassa sui ballatoi. Riesumata dal Comune di Agrigento nel 2008, va pagata dai condomini che abbiano ballatoi prospicienti sulla pubblica strada.

4. L’imposta sulle immagini. Sconosciuta negli altri paesi evoluti, l'imposta di pubblicità riguarda tutti i mezzi pubblicitari affissi per la pubblica via. L’imposta si applica sulla pubblicità esterna ed a quella diretta, vale a dire ogni forma di pubblicità diversa da quella editoriale, radiofonica e televisiva.

5. La tassa sulle paludi. Nasce nel 1904 da un regio decreto che prevedeva il pagamento di un contributo per la bonifica delle paludi che diventavano terre coltivabili. Quando però negli anni 60 gran parte delle terre furono abbandonate e sulle ex paludi furono costruite città, i proprietari che andavano ad abitare le case cominciarono a ricevere cartelle esattoriali con una strana tassa: il contributo di bonifica, che pagano molti milioni di italiani. Sono sorte da allora molte liti giudiziarie, e due sentenze della Corte di Cassazione (n. 8957/96 e 8960/96) hanno stabilito che la tassa è dovuta soltanto nel caso in cui le opere di bonifica abbiano determinato un effettivo incremento di valore dell'immobile, con un beneficio diretto e specifico, che, in caso di contestazione, deve essere provato dal Consorzio di bonifica. Intanto si continua a pagare.

6. Tassa sulla raccolta dei funghi. Anche sui permessi di raccolta di funghi scatta la famigerata imposta di bollo.

7. Imposta su caccia e pesca. Prevede il pagamento di una tassa di Concessione Governativa non solo la licenza di porto di pistola per difesa personale ma anche il porto di fucile uso caccia e la licenza di pesca. Ad oggi, l'importo è pari, rispettivamente, ad Euro 115 e 173,16. Per il rilascio della licenza di caccia, inoltre, va corrisposta anche una tassa regionale, che varia da regione a regione.

8. Imposta sui cani. Alcuni Enti locali hanno o sono in procinto di istituire nuovamente la tassa sul possesso dei cani introdotta dal Regio decreto n. 1393 del 1918 reso poi obbligatorio definitivamente nel 1931. La tassa consiste nel pagamento di un corrispettivo annuale per il possesso di ogni singolo cane custodito. Gli importi? Variano dai 20 euro ai 50 euro per ogni cane di proprietà a seconda della taglia.

9. La tassa di passaggio. Il Comune di Milano ed altri hanno introdotto un Ecopass a pagamento avente come fine principale la riduzione dell’inquinamento atmosferico.

10. La tassa sulle suppliche. Sono soggetti ad imposta le istanze, petizioni, ricorsi, e relative memorie diretti agli uffici dell’amministrazione dello Stato tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento.

11. L'imposta sui forestieri. È stata reintrodotta di recente una tassa di soggiorno, differenziata per classificazione alberghiera. Ed ora anche il federalismo fiscale sembra non poterne fare a meno.

12. Tassa sul bestiame. Il reddito agrario per l'azienda agricola che produce almeno un quarto delle unità foraggiere destinate ad alimentare gli animali allevati è possibile la determinazione di un reddito forfetizzato, se il terreno risulta insufficiente, utilizzando determinati coefficienti approvati del ministero dell'economia e delle finanze, di concerto con quello delle politiche agricole, che individua le specie di animali rientranti nel sistema forfetario di determinazione del reddito.

13. La gabella sugli sposi (ius primae gabellae). Introdotta da alcuni enti locali consiste nel pagamento di un corrispettivo a prezzo unico per poter celebrare il matrimonio in Comune. A Roma, ad esempio, costa € 200 sposarsi in Campidoglio nel week-end ed € 150 nei giorni feriali per tutti coloro che non risiedono nella Capitale. Era, addirittura stata prevista una delibera con la quale si prevedeva il pagamento anche per i residenti per il corrispettivo di € 100 (proposta poi ritirata).

Da stime fatte, il gettito non è niente male: il Comune di Sorrento ad esempio incassa qualcosa come 6 milioni di euro all’anno.

14. L'imposta sull'uscita di casa. E' la tassa sui passi carrai che ricorda le imposte medievali ma nasce nel 1997: in legge finanziaria il Governo diminuì i fondi all’Anas consentendogli però al contempo di "rifarsi" sui cittadini. La medesima normativa prevedeva che il secondo anno la tassa potesse essere incrementata del 150% lasciando poi libero arbitrio negli anni successivi. Ed è così che si è giunti addirittura a casi di aumenti dell’8000%. All'Anas si sono aggiunti i comuni e le province, per le rispettive strade. Al fine della paleo-imposta sono considerati passi carrabili i manufatti costituiti da listoni di pietra od altro materiale o da appositi intervalli lasciati nei marciapiedi o, comunque, da una modifica del piano stradale intesa a facilitare l'accesso dei veicoli alla proprietà privata (art.44, e. 4, D.Lgs. n. 507/1993). Per le strade private aperte al pubblico transito l'autorizzazione è concessa dal Comune. La superficie tassabile dei passi carrai si determina moltiplicando la larghezza del passo, misurata sulla fronte dell'edificio o del terreno al quale si dà accesso, per la profondità di un metro lineare "convenzionale". La tassa relativa ai passi carrai può essere definitivamente assolta mediante il versamento, in qualsiasi momento, di una somma pari a venti annualità del tributo.

15. La tassa sulle cabine telefoniche. E' il canone comunale dovuto sulle cabine telefoniche e sulle cabine elettriche dai relativi gestori. Il libero mercato non è un diritto, ma una tassa. Sapevate che fra le voci ‘occulte’ che compaiono nella bolletta ci sono anche i costi definiti “irrecuperabili” dell’Enel per la liberazione del mercato? In pratica i cittadini pagano per avere un mercato concorrenziale nel settore elettrico. Questo è solo uno dei balzelli che compaiono nel secondo capitolo dei Balzelli d’Italia dedicato a gas e luce. Dopo le paleo tasse, è il momento di parlare di quelle imposte sull’energia: quelle che non ci vengono spiegate, ma si pagano. Buona lettura!

CAPITOLO 2 - QUEL TESORO IN BOLLETTA

1. Misteriosa efficienza. Nella bolletta elettrica c’è una misteriosa voce denominata Ef-En, e finalizzata all’uso efficiente dell’energia: gettito 45 milioni di euro all’anno, che vengono versate dai gestori allo Stato. Altro che efficienza energetica! La tassa serve solo a procurare altri quattrini all'Erario!

2. La tassa sul mercato elettrico. Una delle numerose voci occulte della bolletta serve per compensare i costi cosiddetti “irrecuperabili” dell’Enel a causa della liberalizzazione del mercato. Come dire, i cittadini devono pagare dei soldi per avere un mercato nel settore elettrico. E il vantaggio del mercato dove sta? “Irrecuperabili” sembrano solo i quattrini versati sulle bollette.

3. Un contatore pieno di… tasse. Miracoli del fisco: pensate, un metro cubo di gas naturale ha un costo estrattivo di 2 centesimi; al confine italiano il prezzo sale a 20 centesimi; al consumatore finale costa 65 centesimi. Come si spiega? La tariffa media nazionale riferita al gas, ha la seguente composizione: materia prima (gas) 32%; costo delle infrastrutture 17%, 8 % per la commercializzazione, e 43% per le imposte. Il costo finale del gas per il consumatore in Italia è così superiore del 25% rispetto alla media europea. Ma anche i consumi elettrici sono un ottimo affare per il Fisco: le relative imposte assicurano ogni anno 9 miliardi di euro. Il costo del Kw per un utente italiano è circa doppio rispetto alla Francia e addirittura triplo rispetto a paesi come la Svezia.

Non basta: c'è anche una imposta mascherata sulla bolletta dell’elettricità, c’è una voce, Cip 6, che serve alla promozione delle fonti rinnovabili ma anche delle cosiddette “assimilate”, cioè fonti non rinnovabili camuffate come la bruciatura dei cascami del petrolio o l’energia derivata da spazzatura. Con questo trucco si stima che negli ultimi 20 anni i produttori di fonti assimilate abbiamo ricevuto contributi per circa 30 miliardi di euro pagati da tutti sulle bollette (costo, almeno 800 euro all'anno a famiglia).

4. La tassa sulla farina animale. Come fare ad eliminare 380.000 tonnellate di farine animali, pagarle ai produttori e far gravare tutto sui consumatori? Semplice: in Italia per sostenere le energie verdi si emettono i cosiddetti certificati verdi, il cui costo va direttamente sulle bollette elettriche. Così negli ultimi anni sono stati concessi alle aziende certificati verdi per la loro “valorizzazione energetica” ovvero bruciarle. Si è così riconosciuto come energia verde la produzione di energia imputabile alle farine animali. In pratica lo smaltimento (un costo per i produttori) è stato trasformato in ricavo e pagato dai consumatori. Alla faccia dell’amor di patria. Chi espone la bandiera dello Stato italiano rischia di dover pagare la tassa sulla pubblicità. La norma deriva da un’interpretazione del decreto legislativo n. 507 del 1993 che regola l'imposta sulla pubblicità e il canone sull'occupazione del suolo pubblico. Ma c’è di più, l'imposta potrebbe essere anche moltiplicata per due perché, come noto, le bandiere tendono a sventolare, e di conseguenza hanno due lati visibili. A dir la verità questa tassa patriottica, terzo capitolo del nostro appuntamento sui Balzelli d’Italia, deriva da un’interpretazione un po’ troppo ‘fiscale’ (è il caso di dirlo) della legge. Ma andate a dirlo alla famiglia Caslini, proprietaria di un albergo a Desio che, per quattro anni, ha pagato le tasse sulle bandiere poste fuori dall’Hotel…

CAPITOLO 3 - TASSE PATRIOTTICHE

Tassa sul tricolore. Chi espone la bandiera dello Stato italiano rischia di dover pagare la tassa sulla pubblicità. A Desio il titolare di un albergo ha deciso di esporre davanti all'ingresso il vessillo nazionale e la bandiera blu dell’Unione Europea. La concessionaria che si occupa di riscuotere la tassa per conto dell’amministrazione comunale ha richiesto per il tricolore 140 euro di imposta. Per le due bandiere l’importo annuale richiesto è stato di 280 euro. Nonostante la marcia indietro del comune, dopo la diffusione della notizia, il problema interpretativo resta, come la fame di quattrini dei comuni. Come promesso, trattiamo le tasse esoteriche. No, per pagarle non serve nessuna seduta spiritica, si tratta solo di una serie di imposte segnalate da Confesercenti nel suo rapporto Balzelli d’Italia. Tasse misteriose, su fatti immateriali che siamo costretti a pagare quando acquistiamo un prodotto come un cellulare, un computer o quando acquistiamo un biglietto del cinema. Un esempio? L’equo compenso, una somma che i produttori di beni tecnologici devono versare a Siae, a "compenso" della copia privata. Cioè del fatto che l'utente può usare quelle tecnologie per fare un (legittima) copia personale di cd e film acquistati. Ma le tasse esoteriche non si fermano qui e colpiscono anche l’aria ed arrivano a chiedere soldi anche per cose che non ci sono, come le centrali nucleari. Leggere per credere.

CAPITOLO 4 - TASSE ESOTERICHE

1. La tassa sulla memoria. In realtà è la riedizione potenziata del cosiddetto ‘equo compenso’, dovuto alla Siae, che grava su vari dispositivi che forniscono tecnologie per copiare ad uso privato CD e DVD musicali e cinematografici, coperti dai diritti d’autore. Dapprima basata sui supporti di memorizzazione ed i masterizzatori (gettito 70 milioni di euro), dal 2010 è diventato un prelievo molto rilevante (gettito di ben 300 milioni all'anno) con l'ampliamento della base imponibile a qualsiasi dispositivo di memorizzazione, dai cellulari, agli smartphone, ai computer. Perciò telefonini, computer, hard disk esterni, pen drive e similari sono assoggettati alla nuova tassa, in quanto su di essi potrebbe essere registrato qualcosa coperto da diritto d’autore.

2. La tassa sulla voce. La tassa sui telefonini cellulari ammonta per i contratti ad uso privato ad Euro 5.16, mentre per i contratti ad uso affari l'importo è di Euro 12,91. Non tutte le voci sono però uguali. Ce ne sono di autorevoli: sono esentate dalla gabella le amministrazioni statali che – recita una circolare interpretativa - "in quanto titolari di ogni diritto o facoltà" (sic!) non necessitano di apposite autorizzazioni. Diverso il discorso per finanzieri ed agenzie fiscali, che sono esentati dal versamento dell'imposta a seguito di espressa previsione normativa (Finanziaria 2007).

3. Centrali fantasma. In bolletta elettrica i consumatori pagano un fondo per un premio ai Comuni che ospitano centrali nucleari. Paghiamo un euro ogni 5000 kwh. Di certo non ci saranno centrali almeno per i prossimi 10 anni, ma intanto la bolletta continua ad addebitare questo costo.

4. L'imposta sugli spiriti. L’imposta sugli spiriti è un’accisa che colpisce due categorie di merci: gli spiriti ottenuti da materie amidacee e zuccherine; gli spiriti ottenuti dalla distillazione del vino, delle vinacce, dei cascami della vinificazione e della frutta. I primi sono considerati spiriti di prima categoria sui quali si applicano delle tariffe più alte rispetto ai secondi, detti di spiriti di seconda categoria.

5. Tassa sull'aria. Tra le molteplici imposte di fabbricazione, c'è quella sul “gas di petrolio liquefatto anche miscelato ad aria” e sul metano “miscelato ad aria”. La miscela serve a rendere più facilmente combustibili petrolio e metano. Ma la tassa aggiuntiva a cosa serve? A tassare l'aria.

6. La tassa sul divertimento. Vige attualmente una imposta (diritto erariale sui pubblici spettacoli) su tutti gli spettacoli, sia teatrali, che cinematografici. E le feste private in luogo pubblico? Pagano anch’esse. Tasse e burocrazia, un binomio temuto dalla maggior parte degli italiani. Dopo aver affrontato le tasse esoteriche, incontriamo le tasse burocratiche: balzelli forse più conosciuti e ‘accettati’, ma non per questo meno fastidiosi. Si va dalle spese per ottenere dei certificati alle tasse sulla didattica (ebbene sì, per il diritto all’istruzione non pagano solo gli studenti, ma anche gli insegnanti). Ci sono poi le spese per sostenere un ricorso in tribunale che vanno da 33 a 1221 euro.

Questa legge è uguale per tutti: per il diritto alla giustizia bisogna pagare…

CAPITOLO 5 - LE TASSE BUROCRATICHE

1. La tassa sui certificati. sono tassati i certificati, copie ed estratti delle risultanze e degli elaborati catastali ottenuti dalle banche dati informatizzate degli uffici dell’Agenzia del territorio, nonché le attestazioni di conformità.

2. La tassa catastale. Rivolgersi al catasto costa caro. Le volture catastali per atti di compravendita, donazione, successione sono soggette alla imposta catastale. Sono obbligati al pagamento dell'imposta catastale coloro che richiedono le formalità e i pubblici ufficiali obbligati al pagamento dell'imposta di registro o dell'imposta sulle successioni e donazioni, relativamente agli atti ai quali si riferisce la formalità. Sono inoltre solidalmente tenuti al pagamento delle imposte tutti coloro nel cui interesse è stata richiesta la formalità e, nel caso di iscrizioni e rinnovazioni, anche i debitori contro i quali è stata iscritta o rinnovata l'ipoteca.

3. La tassa sulla giustizia. Ecco quanto si paga per fare ricorso ai tribunali: euro 33 per i processi di valore fino a euro 1100; euro 77 per i processi di valore superiore ad euro 1100 e fino ad euro 5200 e per i processi di volontaria giurisdizione, nonché per i processi speciali di cui al libro IV, titolo II, capo VI, del codice di procedura civile; euro 187 per i processi di valore superiore ad euro 5200 e fino ad euro 26mila e per i processi contenziosi di valore indeterminabile di competenza esclusiva del giudice di pace; euro 374 per i processi di valore superiore ad euro 26mila e fino ad euro 52mila e per i processi civili ed amministrativi di valore indeterminabile; euro 550 per i processi di valore superiore ad euro 52mila e fino ad euro 260mila; euro 880 per i processi di valore superiore ad euro 260mila e fino ad euro 520mila; euro 1221 per i processi di valore superiore ad euro 520mila. Per i processi esecutivi mobiliari di valore inferiore a 2500 euro il contributo dovuto è pari ad euro 30. Per i processi di opposizione ad atti esecutivi il contributo dovuto è pari ad euro 132.

4. La tassa sulle autorizzazioni. Si chiama “canone ricognitorio” ed è una tassa che colpisce tutti coloro che sono in possesso di un'autorizzazione o di una concessione, rilasciata dal Comune, per l'occupazione di suolo pubblico, ad esempio le occupazioni dei cantieri edili o degli esercizi commerciali (tavoli e sedie), le infissioni dei pozzi. Si chiama “ricognitorio” perché rappresenta la somma dovuta come riconoscimento del diritto di proprietà del Comune sul bene oggetto della concessione, ma di fatto è una tassa perché si ripete ogni anno.

5. La tassa sulle pratiche edilizie. Sono dovuti i cosiddetti diritti di segreteria (una tassa) sul permesso di costruire, accertamento di conformità e D.I.A. relative ad interventi di nuova edificazione, ampliamento, ristrutturazione urbanistica e sostituzione edilizia di fabbricati. Autorizzazione temporanea autorizzazione paesaggistica, idrogeologica, programma aziendale, etc., quando costituiscono autonomo procedimento, e relative proroghe.

6. Tassa sulle pubbliche affissioni. Si chiama “diritto sulle pubbliche affissioni” e riguarda le affissioni eseguite dal Comune nel proprio ambito territoriale, negli appositi spazi riservati.

7. Tasse sulla didattica. Oltre alle tasse universitarie, ci sono la tasse sul pubblico insegnamento e le tasse locali sull'abilitazione all'insegnamento.

8. La tassa sugli sfratti. Per i processi di esecuzione immobiliare si paga un contributo dovuto è pari ad euro 220. Per gli altri processi esecutivi lo stesso importo è ridotto della metà. Ogni 60 secondi in Italia vengono inflitte 24 multe per infrazione al Codice della strada, praticamente 1427 ogni ora, applicate da un vigile che in media compila verbali per 43 mila euro l’anno. Che dire, se si commette un’infrazione è giusto pagare, ma quando il maggior numero di contravvenzioni viene comminato nella seconda parte dell’anno, si inizia a pensare che queste sanzioni servano più al bilancio del Comune che all’educazione del cittadino. Confesercenti le ha soprannominate ‘multe salva bilanci’, imposte mascherate da contravvenzioni che fruttano alle amministrazioni comunali più delle addizionali Irpef. Ma le multe non sono le uniche ‘tasse in maschera’ che presentiamo oggi: ci sono anche quelle sui consumi presunti che pesano nelle bollette di gas e luce dei cittadini dai quali aziende come Enel e Italgas possono incamerare fino a 1,2 miliardi a bimestre. Praticamente un anticipo a costo zero per l’azienda…

CAPITOLO 6 – TASSE IN MASCHERA

1. Anticipi in bolletta. Le fatturazioni delle bollette avvengono quasi sempre per "consumi presunti" in genere più alti di quelli reali. Si stimano prudenzialmente in una trentina di euro l'eccedenza a bolletta per ognuno dei 40 milioni di utenti, Enel, Italgas ed aziende municipalizzate possono incamerare 1,2 miliardi di euro a bimestre di consumi anticipati a costo zero per le aziende. Il sistema farraginoso delle correzioni mediante call center fantasma rende poi quasi impossibile la correzione delle fatture secondo i consumi reali previsti dal contatore di gas e luce, obbligando i cittadini ad anticipare consistenti somme di denaro, pena il rischio di distacco della fornitura, vero e proprio cash flow a costo zero per le casse delle aziende.

2. Multe salva bilanci. Secondo una recente indagine, alle amministrazioni comunali le sanzioni comminate in base al Codice della strada fruttano più delle addizionali Irpef. Nel 2008 sono state staccate 12,6 milioni di contravvenzioni, il che equivale a dire 1427 all'ora (ben 24 al minuto). Divieto di sosta, sorpasso vietato e semafori ignorati sono costati, in media, 76 euro a ogni italiano; mentre ogni vigile, sempre mediamente, ha compilato verbali per 43mila euro. Le contravvenzioni risultano una voce irrinunciabile per garantire l'equilibrio economico del Comune. Il meccanismo ormai consolidato si traduce in una maggiore spietatezza delle pattuglie delle forze dell'ordine quando necessario. E infatti, analizzando il flusso degli introiti per le multe nelle casse comunali, si scopre che, almeno per quanto riguarda le amministrazioni più grandi, il maggior numero di contravvenzioni viene comminato nella seconda parte dell'anno (quando l'obiettivo di bilancio da raggiungere diventa più evidente e pressante).

3. La gabella sul televisore. Il cosiddetto “canone Rai” oggi non è più un canone ma un'imposta sulla detenzione di apparecchi atti od adattabili alla ricezione di radioaudizioni, indipendente dalla reale fruizione o dalla volontà di fruire del servizio. Le entrate dello Stato derivanti da questa imposta sono devolute direttamente alla Rai. Il governo ne ha preannunciato il prossimo trasferimento nella bolletta elettrica, in quanto l'erogazione di energia elettrica presuppone l'uso di un teleschermo. Ma una tassa, richiesta ogni anno, superiore al valore commerciale del televisore che tende a zero, appare scarsamente giustificabile.

4. La tassa sui giornalisti. C'è una tassa di concessione governativa che colpisce praticanti, praticanti già pubblicisti, direttori responsabili di pubblicazioni tecniche, di professionisti già pubblicisti. Di tasse clementi e gradevoli non si può proprio parlare, ma definire le imposte addirittura spietate sembra esagerato... o no? Per Confesercenti le imposte spietate ci sono eccome e ne ha individuate dieci che pesano sulle imprese e le famiglie italiane. Si va dall’imposta regionale che gli studenti sono tenuti a pagare per il diritto allo studio universitario (ma si può tassare un diritto?), alla tassa sulla disoccupazione, la gabella necessaria per partecipare ai concorsi pubblici. E se in Italia si arrivano a tassare anche le tasse, ebbene sì: le imposte spietate esistono eccome!

CAPITOLO 7 – IMPOSTE SPIETATE

1. Tassa sulla disoccupazione. Si tratta della nota tassa per la partecipazione nei concorsi pubblici. Da un decennio si riscontra sempre più spesso nei bandi di concorsi pubblici la c.d. tassa di concorso, che in mancanza di pagamento ed esibizione di avvenuto pagamento, diventa condizione di esclusione dalla procedura concorsuale.

2. La tassa sui debiti. L'imposta ipotecaria colpisce la trascrizione, iscrizione, rinnovazione e annotazione eseguite nei pubblici registri immobiliari (le conservatorie dei registri immobiliari), a seguito di atti di compravendita, donazione, successione, iscrizioni ipotecarie e costituzione di usufrutto o altri diritti. Sono obbligati al pagamento dell'imposta ipotecaria coloro che richiedono le formalità e i pubblici ufficiali obbligati al pagamento dell'imposta di registro o dell'imposta sulle successioni e donazioni, relativamente agli atti ai quali si riferisce la formalità. Sono inoltre solidalmente tenuti al pagamento delle imposte tutti coloro nel cui interesse è stata richiesta la formalità e, nel caso di iscrizioni e rinnovazioni, anche i debitori contro i quali è stata iscritta o rinnovata l'ipoteca.

3. La tassa sullo studente. È l'imposta regionale cui lo studente universitario è tenuto per il diritto allo studio universitario.

4. La tassa sulle cambiali. Tutte le cambiali sono soggette all'imposta di bollo.

5. La tassa sugli emigranti. Le imposte su chi lavora all'estero (con i Paesi con cui non esiste un trattato per evitare le doppie imposizioni) sono analoghe alla “gabella emigrationis” cioé la tassa corrisposta da un emigrante per il capitale che portava con sé.

6. La tassa sui tartassati. Sono tassati (con 24 euro per atto) anche i ricorsi, opposizioni e altri atti difensivi presentati per via telematica alle Commissioni tributarie.

7. La tassa sui disabili. Su ogni volo aereo dell’Unione Europea si applicherà una tassa di 50 centesimi per passeggero con carrozzina a rotelle. Tuttavia il Regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio per i diritti delle persone disabili o con ridotta mobilità nei viaggi aerei - EC N. 1107/2006 adottato il 5 luglio 2006 - impedisce alle compagnie di rifiutare un imbarco per motivi di disabilità o ridotta mobilità.

8. La tassa (occulta) sui carichi familiari. Aumentare il reddito anche di 1 solo euro può costare una perdita per il contribuente fino a 1.254 euro. E’ quanto succede se il reddito del coniuge o del figlio eccede, sia pure di 1 euro, il limite di 2.840,51 € oltre il quale si perde tutta in una volta la detrazione Irpef per carichi di famiglia. Ad esempio, il contribuente con un reddito di 28 mila euro, percepisce uno sconto d’imposta pari a 690 euro per il coniuge e di 564 per 1 figlio, finché sono a carico. Sconti che decadono totalmente se il familiare supera il tetto di reddito fissato dalla legge.

9. Ghigliottina fiscale. L’aliquota dell’addizionale regionale Irpef, fissata allo 0,9%, può essere aumentata fino all’1,4% da ciascuna regione. Alcune regioni lo hanno fatto utilizzando il sistema della “progressività per classi”: superato un certo reddito, l’aliquota più alta si applica all’intero reddito; con il risultato che il superamento – anche di un solo euro – di un dato livello di reddito, si traduce in un eccezionale aumento dell’imposta. In Puglia, ad esempio, per un reddito di 28 mila euro si paga lo 0,9% di addizionale regionale, ossia 252 euro. Con un reddito di 28001 si è tassati con l’aliquota dell’1,4%, pagando 392 euro. Insomma, a 1 euro in più di reddito, corrispondono 140 euro in più di addizionale regionale, con un aumento pari al 139%!

10. La tassa sulle imposte. Ma si possono tassare le tasse? In Italia, sì. Un barlume di speranza l'aveva dato con la sentenza n. 238/09 la Corte Costituzionale, circa il diritto al rimborso dell’IVA pagata sulla tassa rifiuti in quanto sia la T.A.R.S.U (tassa di smaltimento rifiuti solidi urbani) sia la T.I.A. (tariffa igiene ambientale): rappresentando una tassa alle stesse non può essere applicata l’I.V.A. (imposta sul valore aggiunto). La sentenza si basa sulla normativa comunitaria (art. 13 paragrafo 1, periodo della Direttiva n. 2006/112/ce Consiglio del 28 novembre 2006 e Sentenza Corte di Giustizia C.E, del 16 settembre 2008 causa C-288/07). Ma nel decreto legge 78/10 convertito nella Legge 122/10 è stata introdotta una disposizione secondo cui la T.I.A. ha una connotazione tariffaria e non tributaria con conseguente pagamento dell’Iva. Secondo stime, sono oltre 16,9 milioni gli italiani interessati alla Tariffa di igiene ambientale, pari al 28,6% dell’intera popolazione. E 1,3 miliardi di euro è l’ammontare dell’Iva fatturata in bolletta. Per lo Stato non si è morti finché non c’è un certificato che lo dimostra. Come ottenerlo? Il parente di turno deve recarsi in un ufficio sanitario Asl e farsi rilasciare il certificato di constatazione di decesso. Il tutto alla modica cifra di 35 euro. Ebbene sì, anche da morti bisogna pagare le tasse. E così, se il trapassato di turno non vorrà pesare troppo sui suoi cari, dovrà mettere da parte circa 200-300 euro tra marche da bollo, spese di illuminazione e autorizzazioni varie. Stiamo parlando di quelle tasse che non si fermano neanche davanti alla morte e che Confesercenti riunisce in un unico capitolo del rapporto Balzelli d’Italia. Signori e signore, a voi le tasse macabre:

CAPITOLO 8 - TASSE MACABRE

Quando anche la morte non viene risparmiata.

1. L'imposta sui tumuli. Il Comune di Torre del Greco ha rispolverato una tassa per la manutenzione dei cimiteri. Percossi (è il caso di dire) i parenti dei cari estinti.

2. La tassa sul morto. Non basta. Se uno muore, va pagata una tassa per il rilascio del certificato di constatazione di decesso rilasciato dall'ufficiale sanitario dell'Asl, 35 euro più un euro di bollettino postale.

3. La tassa sulla dispersione delle ceneri. Scatta l'imposta di bollo sia sulla domanda di affido personale delle ceneri che sul relativo provvedimento di autorizzazione. Inoltre c'è l'imposta di bollo sia sulla domanda di dispersione delle ceneri che sul relativo provvedimento di autorizzazione. In tutto circa 100 euro.

4. La tassa sul feretro. Esiste un “diritto fisso” sul decreto di trasporto dei defunti (58 euro più due o tre marche da bollo da 14,62 euro) che chiedono i comuni in cui è avvenuto il decesso.

5. Manomorta sui lumini. Si tratta del cosiddetto business dell'elettroilluminazione votiva. Il costo effettivo dell'illuminazione di un lumino, trattandosi di una lampadina in bassa tensione, anche considerando la sua sostituzione periodica, è inferiore ad un euro. Ogni anno in media vengono emanate 60mila nuove disposizioni tributarie, una vera e propria alluvione fiscale che ‘prosciuga’ i portafogli. La normativa fiscale in Italia nell'ultimo anno è cresciuta più del doppio rispetto agli altri Paesi europei e Confesercenti calcola che i soli adempimenti tributari costano 18,3 miliardi all'anno ai titolari di partita Iva. Per non parlare del modello di Istruzioni per la dichiarazione Irpef che nel ’93 Oscar Luigi Scalfaro (allora presidente della Repubblica,) aveva definito “lunare”.

Allora il modello contava 31 pagine, 45.178 parole e 217.743 caratteri. La situazione oggi è cambiata… in peggio: le pagine sono diventate 126, le parole 149.369, e i caratteri 772.062. Allora eccolo qui, il fisco “lunare”, capitolo 9 del nostro viaggio nei Balzelli d’Italia: nove paragrafi per un fisco che non sta né in cielo né in terra.

CAPITOLO 9 - IL FISCO “LUNARE”

Per un fisco che non sta né in cielo né in terra

1. Alluvione fiscale. Ogni anno in Italia secondo alcune stime sono emanate oltre 60.000 nuove disposizioni tributarie. Il fisco italiano cambia le regole del gioco più volte nel corso dello stesso esercizio finanziario mettendo in seria difficoltà coloro che vogliono adempiere agli obblighi fiscali. La normativa fiscale in Italia nell'ultimo anno è cresciuta più del doppio rispetto agli altri Paesi europei. I soli adempimenti tributari costano 18,3 miliardi all'anno ai contribuenti titolari di partita Iva (artigiani, liberi professionisti e le pmi). Ogni operatore italiano per esercitare una attività economica ha pagato una "tassa occulta", nel 2009, di 4.945 euro all'anno, contro i 1.320 dei francesi, i 1.290 dei britannici, i 1.210 dei tedeschi, i 1.180 degli spagnoli, i 1.080 degli olandesi ed gli 850 degli svedesi.

2. La mora ingiusta. Quando rimborsa, il Fisco applica interessi inferiori rispetto a quanto richiede dal contribuente in caso di accertamento o iscrizione a ruolo. Una situazione che può comportare eccezioni di incostituzionalità, poiché il pagamento degli interessi di mora deve avere la stessa misura: si tratta, infatti, di un elemento finanziario che prescinde dall'aspetto sanzionatorio, per il quale il fisco richiede ulteriori e più gravose somme.

3. Rapace riscossione. Il nuovo sistema della riscossione appare vessatorio e rapace. Infatti il Dl 78/2010, consentendo all'ente impositore di attivare un'azione diretta di aggressione sui beni e sulle cose del debitore (di tutti i debitori, non solo di quelli "a rischio") già dal 31° giorno seguente alla scadenza del termine per la notifica del ricorso, si mostra lontana dalla realtà operativa dove sovente le richieste di sospensiva sono discusse a distanza di tempo dal deposito del ricorso, e perciò obbligherà anche i contribuenti "virtuosi", vale a dire quelli le cui doglianze saranno accolte dai giudici di prime cure (ora circa la metà), ad anticipare le somme in base all'articolo 15 del Dpr 602/73 (50% delle maggiori imposte, contributi, oltre agli interessi), salvo poi cercare di ottenerne il rimborso.

4. Accertamenti a raffica. Ormai si sviluppano accertamenti a raffica e di adesioni poco convinte e vince la standardizzazione: lo sconto è del 20%, più o meno per tutti, prendere o lasciare. E quasi sempre il contribuente finisce per accettare, pur di evitare le perdite di tempo e di energie necessarie per affrontare un contenzioso che costringerebbe comunque, in un caso su due stando agli ultimi dati diffusi sulle sospensioni cautelari, ad anticipare il 50% degli importi a favore dell'Erario.

5. Perdite di tempo. Il fisco lumaca non accelera in periferia, anzi. La recente riforma dell'Amministrazione, che ha previsto l'accentramento delle attività di controllo su base provinciale secondo molti sarebbe servita solo a complicare l'attività di chi opera in periferia. Si sprecano le proteste per le perdite di tempo che potrebbero essere agevolmente evitate: se funzionasse il call center, per esempio. Se si riducessero le formalità che dilatano le attese per «deposito di documenti, notifica ricorsi, rispose a questionari ecc.»; anche riscuotere un credito con l'Erario, lamentano alcuni professionisti, può diventare difficoltoso. Per non parlare dei tempi necessari per avere un appuntamento: possono arrivare a sfiorare anche i 30 giorni.

6. 4 alla burocrazia fiscale. E’ crescente l’insofferenza verso le inefficienze della burocrazia fiscale. L’ultimo rapporto annuale PromoPa sulle piccole imprese e la burocrazia rileva un voto di gradimento (si fa per dire) di “4”. Qualche esempio degli impegni più detestati? Gli adempimenti “black list” (relativi ai rapporti con i cosiddetti paradisi fiscali), che fanno perdere molto tempo. A ruota, tra gli adempimenti più “sgraditi”, seguono gli obblighi sui servizi Intrastat e dulcis in fundo le complicazioni dell’Irap (che si paga anche quando si è... in perdita).

7. Gioco dell'oca. Il fisco in Italia funziona con l'onere della prova a carico dell'accusato. È cioè l'indagato che deve – a tutti i costi e al contrario di quanto accade negli altri paesi – dimostrare di essere innocente. Equitalia (la società pubblica al 51% della stessa Agenzia delle Entrate) prima incassa, ma poi – dovendo restituire le somme - non paga. Sui giornali si riporta il caso di un imprenditore che ha presentato nove istanze all'Agenzia delle Entrate. “Ogni volta ci dicono che siamo in regola, ma non possono certificare nulla. Quindi, come nel gioco dell'oca, ritorniamo ogni volta alla casella iniziale. Alla fine perdo la pazienza e faccio scendere in campo l'avvocato. Per farla breve ho buttato via un sacco di tempo, ho speso una valanga di quattrini e solo dopo un paio d'anni sono riuscito a portare a casa quello che mi aspettava”.

8. Condoni malfidati. Molti contribuenti, pur avendo fatto ricorso al condono Iva del 2003 e avendone pagato regolarmente il conto, vedono ora l'agenzia delle Entrate, la Guardia di finanza e talvolta le commissioni tributarie disapplicare la vecchia sanatoria. Il condono non vale più! I motivi? La Corte di giustizia Ue ha stabilito, tempo fa, che il condono Iva è incompatibile con il diritto comunitario (e quindi non produce gli effetti desiderati) e, per di più, nel 2006 sono stati raddoppiati i termini per gli accertamenti, in presenza di comportamenti che configurino potenzialmente violazioni di tipo penale. Quanto basta per indurre molti uffici dell'amministrazione a riaprire vecchi e polverosi faldoni (siamo agli anni di imposta 2001-2002) a caccia di un po' di gettito aggiuntivo per dare ancor più smalto alle statistiche sulla lotta all'evasione.

9. Dal “740 lunare” all’”Unico stratosferico”. Era la primavera 1993 quando l’allora Presidente della Repubblica definì “lunare” il modello di Istruzioni per la dichiarazione Irpef che nella sua versione “base”, contava 31 pagine, 45.178 parole e 217.743 caratteri. La situazione è oggi cambiata? Sì, ma in peggio: le pagine sono diventate 126, le parole 149.369, e i caratteri 772.062.

Le tasse si muovono con te. Gli automobilisti italiani sono tartassati da tasse e balzelli vari sui carburanti. Sapete che due terzi della cifra pagata per ogni rifornimento completo è in tasse? Ogni 10 euro di benzina pagate al distributore circa 7 euro derivano da tasse, tra accise ed Iva. È ormai nota la prima accisa che pesa sulla prezzo al litro del carburante: quella per la guerra di Abissinia del 1935 (irrisoria, ma ancora in vigore). Le imposizioni fiscali che pesano sulla benzina, tuttavia, non si fermano qui: c’è l’accisa per crisi di Suez nel 1956, quella per il disastro del Vajont nel 1963, l'alluvione di Firenze nel 1966, il terremoto nel Belice nel 1968, il terremoto del Friuli nel 1976, il terremoto in Irpinia nel 1980, la missione in Libano (1983) e molte altre ancora (vedi sotto, paragrafo 10) che rendono la benzina 0,25 euro più cara. Senza queste tasse gli automobilisti italiani pagherebbero circa il 50% in meno sul Gpl auto, il 65% in meno sul Gasolio e il 70% sulle Benzine. Nel capitolo 10 dei Balzelli d’Italia vi presentiamo le tasse in movimento. I balzelli vi seguono ovunque, sia che prendiate l’auto sia che decidiate di viaggiare in nave o in aereo.

CAPITOLO 10 - TASSE SUL MOVIMENTO

1. La tassa per guidare. Anche il rilascio di patenti per l'autorizzazione alla guida dei veicoli è soggetta a tassa.

2. La passport tax. Al passaporto si deve applicare una marca da bollo, che è una tassa italiana e non serve se si viaggia verso un paese dell'area Schengen: può quindi esser controllata solo in Italia e se si parte verso un paese al di fuori dell'area Schengen. Insomma il bollo è una tassa e il non pagamento non può precludere l'espatrio ma dare luogo a una multa di un'ottantina di euro.

3. Rotaie da asporto. Con la risoluzione 30 marzo 1998, n.22/Edel Ministero delle Finanze è stato chiarito che, ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, gli acquisti di rotaie e di traversine di cemento, pur incorporandosi nella costruzione, appaiono dotate di una propria individualità funzionale e vanno comunque tassate con l'IVA in quanto teoricamente asportabili.

4. La tassa sugli sbarchi. Esiste un’addizionale di 6 euro per passeggero imbarcato, da versare all'entrata del bilancio dello Stato, per la successiva riassegnazione, per la quota eccedente 30 milioni di euro (destinati ad un fondo delle Ministero Infrastrutture) ad un apposito fondo presso il Ministero dell'interno. Il 40% di tale fondo è destinato ai comuni, in proporzione diretta al numero dei passeggeri che risultano partiti dai singoli aeroporti, secondo i dati comunicati ufficialmente dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. La metà del gettito però affluisce al “Fondo speciale per il sostegno del reddito e dell'occupazione e della riconversione e riqualificazione del personale del settore del trasporto aereo”.

5. Auto in acquisto. Su ogni acquisto di automobile incombe una grandinata di tasse. A pesare sulle nuove immatricolazioni è soprattutto l'imposta provinciale di trascrizione, che si aggira in media intorno ai 200 euro. All'imposta provinciale si aggiunge una lista infinita di altre tasse: l'imposta di bollo sulle formalità Pra, il costo della targa, i diritti del Dipartimento dei Trasporti terrestri, l'imposta di bollo sulle formalità del Dipartimento e i costi di esazione postale per le somme del Dipartimento. In una città come Milano, per un'auto di media cilindrata, si arriva così a circa 297 euro, di cui 196 per l'imposta provinciale. Niente a che vedere con gli appena 26,3 euro totali che fa pesare sulle immatricolazioni il fisco tedesco o i 71 euro del Regno Unito e il 151 dell'Austria. Le tasse sull'acquisto di un'auto nuova sono molto inferiori anche in Portogallo (86 euro per una vettura di media cilindrata) o in Spagna (69 euro). Anche nel caso di un passaggio di proprietà la situazione non migliora affatto. Nel caso di Milano l'imposta provinciale di trascrizione arriva addirittura a 246 euro, cui si aggiungono 20,92 euro di emolumenti Pra, 12,40 euro di diritti del Dipartimento dei Trasporti e 58,48 euro di imposta di bollo per l'autentica dell'atto di vendita. Il totale è così di 337,80 euro.

6. Tasse sui voli aerei. Sono pari a 18.71 euro a passeggero così ripartite: controllo bagagli, 1.49 euro; iva su tasse, 1.11 euro; tassa comunale, 4.50 euro; tassa d'imbarco, 3.34 euro; tassa per i servizi al passeggero, 0.46 euro; tassa di sicurezza, 1.81 euro; crisis surcharge (carburante), 6.00 euro.

7. Tasse sulla targa. Incredibili gli oneri che gravano su una targa automobilistica: Emolumenti ACI 20,92 euro; Imposta di bollo per iscrizione al PRA; 29,24 euro Diritti MCTC 9.00 euro; Imposta di bollo per immatricolazione 29,24 euro; Costo targa: Il costo della targa nuova è stabilito dal Dipartimento dei Trasporti Terrestri.

8. Tre tasse in una. Si tratta dell’imposta relativa ai premi assicurativi incassati dalle imprese del settore e di due contributi introdotti, con fini specifici, dovuti anch’essi dalle società assicurative. In particolare, di questi ultimi, uno è destinato a ripagare le spese sostenute dal Servizio sanitario nazionale, dalle Regioni e da altri enti in seguito a incidenti con auto o natanti (articolo 334 del Dlgs 209/2005), l’altro è diretto al Fondo per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura, ed è calcolato sugli importi relativi alle polizze stipulate per incendi, responsabilità civile diversi, auto rischi diversi e furto (articolo 18, comma 1, legge n. 44/1999).

9. La gabella sull'auto. Gli automobilisti italiani sono tartassati da tasse e balzelli vari sui carburanti. Due terzi della cifra pagata per ogni rifornimento completo è in tasse: ogni € 10,00 di benzina pagate al distributore circa € 7,00 derivano da tasse, tra accise ed Iva. Ogni centesimo di aumento sul carburante comporta un maggiore introito di circa 20 milioni di euro al mese per le casse dello Stato. Insomma senza le tasse gli automobilisti italiani pagherebbero meno 50% circa sul Gpl auto, meno 65% sul Gasolio e meno 70% sulle Benzine.

10. Benzina d'Abissinia. Dal 1935 al prelievo sulla benzina vengono annesse imposizioni fiscali per far fronte ad un impegno militare o ad un disastro civile. Troviamo la prima accisa sulla benzina di 1,90 lire nel 1935 per finanziare la guerra di Abissinia, quella di 14 lire per la crisi di Suez nel 1956, quella di 10 lire per il disastro del Vajont nel 1963, 10 lire per far fronte all'alluvione di Firenze nel 1966, le 10 lire per il terremoto nel Belice nel 1968, 99 lire per il terremoto del Friuli nel 1976, 75 lire per il terremoto in Irpinia nel 1980, 205 lire per la missione in Libano (1983), 22 lire per la missione in Bosnia nel 1996. La penultima accisa la ritroviamo nel 2003 per trovare i fondi necessari al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, circa 0,02 euro di accise addizionale sui carburanti. L'ultima accisa, decisa nel febbraio 2005, per finanziare il rinnovo degli autobus inquinanti nel trasporto pubblico. Ancora oggi nel fare benzina ben 0,25 euro sono pagate per questi motivi.

11. Regione che vai, tassa che trovi. Non basta, esiste anche l'IRAB, cioé la tassa regionale (facoltativa) sulla benzina, attualmente in vigore in Molise, Liguria, Piemonte, Campania e Marche. In più, ogni regione tassa la proprietà dell'auto, con importi anche molto salati, in base alla potenza ed ai (presunti) tassi di inquinamento.

12. La tassa sui camionisti. Licenze, concessioni ed autorizzazioni per l'autotrasporto merci pagano le relative tasse di concessione. Dopo aver affrontato tasse esoteriche e tasse macabre, dovevamo aspettarci l’arrivo delle tasse fantasma. Nel Capitolo 11 dei Balzelli d’Italia troviamo apparizioni più o meno inaspettate che, a differenza degli ectoplasmi, riescono a influire sul conto in banca, ma anche sui nostri acquisti. C’è per esempio l’imposta di bollo sull’estratto conto (vedi sotto) che, ad alcuni potrebbe far riconsiderare l’ipotesi di depositare il proprio denaro sotto un materasso. Ma le tasse fantasma si mostrano anche sulle ricevute con una tassa sugli adempimenti fiscali.

CAPITOLO 11 - TASSE FANTASMA

1. Balzelli bancari. C'è l'imposta di bollo sull'estratto conto: è in pratica una tassa di possesso del conto. Si pagano attualmente euro 34,20 all‘anno (dal 1.febbraio 2005), importo che può anche essere suddiviso in quote trimestrali (8,55 euro a trimestre). Un'altra imposta di bollo si paga anche sul possesso del "conto titoli" collegato.

2. La tassa sulle... ricevute. Anche in questo caso, una tassa relativa ad adempimenti fiscali: euro 1,81 per le ricevute di ammontare non superiore a euro 129,11; euro 2,58 per le ricevute di ammontare fino a euro 258,23; euro 4,65 per le ricevute di ammontare fino a euro 516,46; euro 6,80 per le ricevute di ammontare superiore a euro 516,46.

3. Fiscal drag. In un'imposta progressiva, come l'Irpef, l'imposta media aumenta all'aumentare del reddito monetario (fiscal drag). Quando si ha inflazione, un aumento del reddito monetario non comporta un pari aumento del reddito reale (e cioè della capacità di quel reddito di tradursi in acquisti di beni e servizi). Ma il sistema tributario non tiene conto di ciò, e tassa l'individuo di più (perché ha un reddito più alto) considerandolo più ricco. L'aumento di tassazione indotto dall'inflazione si chiama fiscal drag e discende da due fattori:

1) una quota sempre più ampia del reddito è assoggettata ad aliquote (marginali) più elevate;

2) il valore delle detrazioni e deduzioni di imposta per tipologie di redditi, per carichi familiari, eccetera, non è indicizzato all'aumentare dei prezzi e quindi diminuisce, in termini di potere d'acquisto. Poco importa se si abita in un paesino dove di impianti di depurazione non si è mai sentito parlare. La tasse sulle fogne si pagano sempre, anche se queste sono ‘temporaneamente’ inattive. Il caso della tassa sulle fogne – che rientra nel capitolo dei Balzelli d’Italia che trattiamo oggi – è uno di quei casi in cui il cittadino si trova a dover pagare anche un servizio non erogato. Neanche la Corte Costituzionale è riuscita a vincere sul Fisco: dopo una sentenza del 2008 che stabiliva l'illiceità a pretendere il pagamento di un servizio non erogato (nel caso specifico su “fognature e depurazione”), un decreto legge del 2009 ha stabilito che le società idriche possono inserire nella bolletta le note di pagamento relative a “fognature e depurazione”, anche se queste sono in fase “progettuale”. Un po’ come dire: inizia a pagare, prima o poi il servizio arriverà…

CAPITOLO 12 - LE TASSE SOTTERRANEE

1. L'imposta sui tubi (o del tubo). Imposta ambientale introdotta nel 2006. La tassa ha un precedente poco illustre nella "tassa sul tubo", introdotta nel 2002 dalla Regione Sicilia sotto le mentite spoglie di un tributo ambientale, ma che si qualificava in realtà come un'imposta in somma fissa di tipo patrimoniale (tubatico), avendo come base imponibile il volume delle condotte della rete di trasmissione nazionale e regionale del gas naturale situate in Sicilia. Oggi l'imposta sui tubi e sulle condotte è racchiusa nella imposta occupazione suolo pubblico. Colpisce anche condutture sotterranee per la distribuzione di acqua potabile, gas, energia elettrica, linee telefoniche sotterranee, camerette di ispezione, intercapedini, manufatti e simili, contenitori sotterranei di cavi, condutture e linee elettriche e telefoniche.

2. La tassa sulle botole. Si chiama “canone non ricognitorio” (per distinguerlo da quello ricognitorio) ed è un'imposta patrimoniale dei comuni che colpisce pozzetti, botole, tombini, griglie e qualsiasi altro manufatto posto sul suolo pubblico. Il rischio per gli esattori è di precipitare nel manufatto durante un'ispezione.

3. L'imposta sulle discariche. E' una cosiddetta “ecotassa”, un tributo speciale per i conferimenti in discarica, istituito per finalità prevalentemente ecologiche quali quelle di favorire la minore produzione di rifiuti ed il recupero degli stessi, di materia prima e d’energia. Si applica a tutti i rifiuti solidi e ai fanghi così detti palabili, conferiti in discarica e agli inceneritori senza recupero d’energia.

4. La tassa sulle fogne (anche se mancano). Una sentenza della Corte Costituzionale (335/ 8 ottobre 2008) ha stabilito l'illiceità a pretendere il pagamento di un servizio non erogato, nel caso specifico su “fognature e depurazione”. Un balzello “illegittimo” cospicuo: si stima 350 milioni di euro annui relativi al 25% di famiglie e imprese italiane. La sentenza ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale” delle normative (art. 14, comma 1, legge 5 gennaio 1994, n.36 - disposizioni in materia di norme idriche, legge Galli - e dell’art. 155, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) “nelle parti in cui si prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”. Niente paura, con un decreto-legge del 2009 si è stabilito che le società idriche possono inserire nella bolletta le note di pagamento relative a “fognature e depurazione”, anche se queste sono in fase “progettuale”. Avete difficoltà a salire le scale del vostro condominio? Ricordatevi che gli ascensori e i montacarichi sono un privilegio. Esiste infatti una licenza per questi impianti e tale licenza di esercizio è soggetta alle tasse di concessione governativa (Legge 24 ottobre 1942, n. 1415). Bene o male buona parte dell’etere è tassato, ne sanno qualcosa anche i proprietari delle gru che, se vogliono avere il marchio aziendale su un loro mezzo, devono pagare una tassa sulla pubblicità. In questo capitolo trattiamo le tasse aeree, cinque balzelli evidenziati da Confesercenti nel suo rapporto sulle 100 trappole per imprese e famiglie. Queste tasse no riguardano solo gli aerei, ma colpiscono anche i lampioni e i tralicci della corrente.

CAPITOLO 13 - LE TASSE AEREE

1. Imposta sulle gru. Si tratta dell'imposta comunale sulla pubblicità al marchio, apposto sulle gru mobili e sulle gru a torre adoperate nei cantieri edili. Tale marchio garantisce il diritto di distinguere il prodotto (art. 2569 del codice civile). In nessun altro paese si colpisce il marchio con una tassa: benché escluso dall'imposta (art. 5 del dlgs n. 507 del 1993), in numerosi comuni si è deciso di tassarlo.

2. L'imposta sui lampioni. La Tosap si applica a tutti i sostegni di lampade per l’illuminazione stradale o di linee elettriche, telefoniche o telegrafiche in legno o metallo.

3. La tassa sugli ascensori e montacarichi. La licenza per l'impianto degli ascensori e dei montacarichi e la licenza di esercizio sono soggette alle tasse di concessione governativa.

4. L'imposta sui tralicci. Colpisce i tralicci da elettrodotto ed è un canone concessorio dovuto al comune, che si aggiunge alla TOSAP.

5. Tassa sugli aerei. E' l'imposta regionale sulle Emissioni Sonore degli Aeromobili (IRESA) che rappresenta un tributo che ha come obiettivo la riduzione dell'inquinamento acustico nelle aree adiacenti gli aeroporti. Il gettito di questa imposta è infatti destinato al completamento dei sistemi di monitoraggio e disinquinamento acustico e all'eventuale indennizzo delle popolazioni residenti nelle zone dell'intorno aeroportuale. L'imposta è dovuta alla regione o provincia autonoma per ogni decollo e atterraggio degli aeromobili civili negli aeroporti civili. C’è la tassa sulla domanda, la tassa annuale sul mantenimento in vigore del brevetto e la tassa per la pubblicazione a stampa della descrizione e dei disegni. Con tutti questi balzelli uno come Leonardo da Vinci non avrebbe avuto vita facile e, forse, ci avrebbe pensato due volte prima di cimentarsi in una nuova invenzione. La tassa sulle invenzioni industriali è solo una (e forse la meno odiosa) delle tasse che spremono l’impresa italiana, protagonista dell’ultimo appuntamento dei Balzelli d’Italia. Secondo Confesercenti nel nostro Paese il carico fiscale complessivo per le aziende è il più alto d’Europa: il 68,6% dei profitti, rispetto a una media europea del 41,2%. Un buon 25% di tasse in più che si spiega se si considera quanto pagano le nostre imprese per l’Energia (2,95 euro in più ogni 100 kilowattora) e se si pensa che in Italia ci sono tasse anche sugli stessi adempimenti fiscali (vedi sotto). In conclusione? L’inventiva fiscale è proprio senza limiti.

CAPITOLO 14 - L'IMPRESA DA SPREMERE

1. Fisco zavorra. In Europa il nostro paese continua a essere quello con il carico fiscale complessivo più alto per le aziende: 68,6% dei profitti, rispetto a una media europea del 41,2%. Un recente studio condotto da Banca mondiale insieme a Price Waterhouse Coopers calcola il peso del prelievo fiscale sulle imprese, a causa soprattutto delle tasse sul lavoro e dei contributi sociali pagati dai datori di lavoro. Sui 183 paesi presi in considerazione dallo studio, l'Italia risulta al 167 posto quanto al peso del prelievo fiscale sulle imprese, a causa, soprattutto, delle tasse sul lavoro e dei contributi sociali pagati dai datori di lavoro, che coprono il 64% del totale. Del resto, anche i dati comparativi europei analizzati dagli esperti del ministero delle Finanze confermano che l'Italia, con la sua aliquota implicita sul lavoro attestata al 42,8% è al livello più elevato in Europa, essenzialmente per via dell'alto livello di contributi a carico del datore di lavoro, e per via della quota di Irap che viene attribuita alla componente lavoro secondo la metodologia continentale. Anche la Banca d'Italia si ricorda che il cuneo fiscale sul lavoro italiano è di circa 5 punti superiore al livello medio europeo, mentre il prelievo sui redditi da lavoro più bassi e quello sulle imprese, includendo l'Irap, risultano più elevati della media Ue di 6 punti.

2. Il doppio balzello sull'uso della TV. Oltre alla tassa di possesso, gli albergatori ed i gestori di esercizi pubblici sono soggetti al pagamento della tassa di concessione governativa per radio e per TV.

3. Energia alle stelle. Le imprese italiane sono costrette a pagare bollette decisamente più alte rispetto alle altre aziende europee e ciò si traduce in una pesante zavorra per chi vuol competere all’estero. Buona parte del fardello non è però determinato dalle difficoltà di produzione, ma dalle tasse. Basta vedere quanto i balzelli sull’energia elettrica pesino sui conti di un’azienda. Considerando infatti sia il maggior costo dell’energia che il maggior peso fiscale, le aziende italiane, rispetto alla media delle concorrenti europee, pagano in media 2,95 euro in più ogni 100 kilowattora. Il divario con la Ue equivale a 6,5 miliardi di euro, mezzo punto di Pil in più versato dalle aziende sotto forma di tasse sull'energia.

4. L'addizionale “federalista” sul lavoro autonomo. Il nuovo federalismo fiscale prevede in caso di disavanzo di bilancio l'adozione di una addizionale regionale all'Irpef che al di sotto di un determinato reddito pagano soltanto gli autonomi. Nel caso di adozione di questa addizionale, sono eliminate tutte le agevolazioni IRAP. Insomma, un balzello mirato contro i lavoratori autonomi e le piccole imprese.

5. La tassa sul frigorifero. E' soggetta a tassa sulle concessioni governative l'autorizzazione a detenere … macchine frigorifere.

6. La tassa speciale sui disavanzi sanitari. La c.d. tassa sulla salute (in termini tecnici Contributo Servizio Sanitario Nazionale), entrata in vigore con la Legge 14 Novembre 1992, n. 438, è stata sostituita con l'introduzione dell'Irap (che pagano solo le imprese), i cui introiti servono a finanziare la spesa sanitaria delle Regioni. Insomma una tassa sulla salute camuffata, che solo le imprese pagano per tutti.

7. La tassa sulle insegne dei negozi. Questa tassa si paga da alcuni anni solo se l'insegna supera i 5 metri di superficie (art. 2/bis, comma 5, della legge n. 75/2002). Ma secondo lo schema di decreto sul federalismo potrebbe essere tassata anche l'insegna sotto tale dimensione, con l'Imu “secondaria”, l'imposta municipale facoltativa che i comuni potranno adottare dal 2014. Si tornerebbe quindi alla situazione precedente al 2002.

8. La tassa anfibia sui contratti. L'imposta di registro è detta la tassa anfibia, perché si presenta come tributo avente una duplice natura, anche se alternativa, di “tassa” quando è correlata ad una erogazione di servizio da parte della pubblica amministrazione, e di imposta quando è determinata in proporzione al valore economico dell'atto o del negozio. Presupposto dell'Imposta è la richiesta della registrazione dell'atto o del contratto o operazione societaria. Per una piccola azienda si stima in circa 10-15mila euro il costo di ogni contratto. I contratti quasi sempre devono essere registrati, non basta scaricare i moduli da internet per poi compilarli. Inoltre alla spesa si aggiunge quella del notaio.

9. Le tasse sui registri e libri sociali. E' una tassa sugli stessi adempimenti fiscali! La tassa di concessione governativa è dovuta annualmente in misura forfetaria a prescindere dal numero di registri tenuti e dalle relative pagine, per la bollatura e la numerazione dei medesimi registri, da tutte le società di capitali, anche se in liquidazione, comprese quelle consortili (sono escluse le società cooperative e le società di mutua assicurazione). Per le società di capitali (le società per azioni, le società in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata) le società consortili a responsabilità limitata e le aziende speciali e i consorzi fra enti territoriali, a prescindere dal numero di libri e dei registri tenuti e dal numero delle loro pagine, la tassa per la tenuta di tutti i registri deve essere versata in maniera forfetaria. Non basta: c'è anche la tassa annuale di concessione governativa per la vidimazione dei libri sociali da parte delle società di capitale. L’importo da versare è 309,87 euro se, alla data del 1° gennaio dell’anno di riferimento, l’ammontare del capitale sociale o del fondo di dotazione non è superiore a 516.456,90 euro; se l’importo del capitale sociale o del fondo di dotazione è superiore a tale limite la tassa sarà di 516,46 euro. La tassa annuale di concessione governativa ha sostituito tutte le tasse che in passato erano dovute per la bollatura e vidimazione dei libri sociali ed è deducibile ai fini Ires ed Irap. Non sono tenute al versamento le società di capitale dichiarate fallite e le società cooperative; queste ultime pagano la tassa di concessione governativa pari ad euro 67,00 per ogni bollatura di libro sociale (per ogni 500 pagine o frazioni).

10. L'imposta sui tabulati. Con riferimento alla bollatura dei libri contabili, è prevista una marca da bollo da 14,62 euro ogni 100 pagine o frazione di 100 pagine (per pagina si intende una facciata, qualunque sia il numero di linee, e per quelli formati mediante l'impiego di tabulati meccanografici, ogni facciata utilizzabile).

11. La tassa sulle invenzioni. In Italia, Archimede Pitagorico non avrebbe vita facile. Ogni brevetto per invenzione industriale è soggetto alle seguenti tasse: 1) tassa di domanda; 2) tassa annuale per il mantenimento in vigore del brevetto; 3) tassa per la pubblicazione a stampa della descrizione e dei disegni. 12. Novennale sui tabacchi. La tassa novennale (detta anche una tantum) è una tassa obbligatoria d'accesso, e periodica, che viene imposta dal Monopolio agli esercenti di rivendita di tabacchi e per il gioco del lotto. Questa imposta ammonta per l'accesso (subentro) al 50% degli aggi dell'anno precedente, viene poi ripetuta ogni nove anni (da qui il nome) con un importo però del 10% dell'aggio dell'anno precedente anziché del 50%. insomma, se la tabaccheria nell'ultimo anno ha avuto un utile lordo di tabacco e lotto di 100.000€ dovrà pagare allo stato (monopolio ) chi acquista, una tassa di 50.000€.

13. Musica nel Bar? Doppia tassa. Il bar o il ristorante che voglia diffondere musica deve corrispondere i diritti non solo alla Siae ma anche a SCF (Consorzio fonografici che rappresenta l'industria discografica), poiché si tratta di una forma di pubblica diffusione di registrazioni musicali. Quest'ultima è una tariffa che può andare da € 120 a 660 l'anno per bar e ristoranti e da € 120 a 500 per i negozi.

14. Le “Concessioni” regionali. Oltre a quella dovuta allo Stato (concessioni governative) esiste anche una assurda “tassa sulle concessioni regionali” (in materia di igiene e sanità, turismo e industria alberghiera, fiere e mercati, etc).

Tassati e mazziati. Perché in Italia si pagano più tasse che in qualunque altro paese europeo? Il nostro fisco nasconde dietro il paravento dell’evasione la grande inefficienza nella gestione della spesa pubblica. La presentazione e le recensioni di Tassati e mazziati, saggio di Giuseppe Bortolussi edito da Sperling & Kupfer. Ogni mattina il signor Rossi fa colazione guardando le notizie in TV, poi si lava e si rade e, scendendo, butta la spazzatura. Va al lavoro in macchina e, prima di rientrare, passa al supermercato. Dopo cena, se resta a casa, si beve un amaro. Se si fermasse a contare quante tasse ha pagato nel corso della giornata, probabilmente non riuscirebbe a prendere sonno. Ci sono quelle più note: l'IVA, la tassa rifiuti, le accise sulla benzina e sugli alcolici, il bollo auto, il canone RAI, più le varie addizionali IRPEF comunali e regionali. Tasse, tasse, e ancora tasse. Odiose, e soprattutto troppe. Quanti soldi transitano dalle nostre tasche verso le casse dello Stato? Dove vanno a finire? Oltre ai balzelli più conosciuti ci sono imposte più o meno nascoste: più di un centinaio, che fanno del nostro sistema fiscale uno dei più complessi, opprimenti e meno trasparenti al mondo. In questo volume, Giuseppe Bortolussi smonta tutti i falsi miti della spesa pubblica in Italia e spiega le ricadute del nostro sistema tributario su cittadini e imprese; affronta senza mezze misure i temi dell'evasione e della pressione fiscale proponendo la soluzione federalista come uno dei modi in cui sarà più facile svelare i "giochi di prestigio" del mago Stato, l'abile illusionista, che fa sparire ben il 51% dei nostri guadagni, ci impone di pagare due volte gli stessi servizi (è il caso del miracoloso Project Financing...) e nasconde dietro il paravento dell'evasione la grande inefficienza nella gestione della spesa pubblica. Tasse, tasse e ancora tasse. Tutti dicono che sono troppe. Ma quasi tutti ignorano che, oltre a quelle visibili, si pagano una quantità incredibile di imposte nascoste: dai fondi pensione, al project financing (con cui "finanziamo" due volte le opere pubbliche), dalle "tasse sulle tasse", come l'Iva sulle accise della benzina, a quelle che cambiano nome (ma non sostanza). Un libro che intende smontare tutti i falsi miti sulla fiscalità in Italia e spiegare le ricadute concrete sulle «tasche» di cittadini e imprese. E affronta in questa chiave i temi più caldi: l'evasione, la reale pressione tributaria, il federalismo fiscale. E così, come spiega l’autore, segretario della Cgia di Mestre, in questo Tassati e mazziati, gli onesti arrivano a versare nelle casse pubbliche il 51 per cento di quello che guadagnano, grazie all’infinita fantasia dello Stato italiano. Bortolussi racconta “i giochi di prestigio del mago Stato, abile illusionista” che oltre a Irpef, l’Irap, l’Iva riesce a far pagare anche le “tasse sulle tasse”. E se poi quei servizi che lo Stato dovrebbe assicurarci come contropartita della tassa, sono scadenti? Bisogna rifornirsi dai privati, ovviamente, pagando due volte. E il rischio è che “Il circuito perverso che si è creato tra spesa pubblica inefficiente, evasione fiscale e tassazione occulta rischia di disgregare le basi stesse della nostra democrazia”.

EVASORI O TARTASSATI?!?

Si è sempre detto che al Sud Italia vi sia omertà. Non è vero!! Nel meridione, da masochisti, si ha la propensione a parlar male di se stessi, dando, spesso, un’immagine distorta. Al contrario, mentre più si sale, più si tace sui propri difetti. Da sempre si è reputata la Germania come il paese rispettoso delle regole, tanto da indicarla come esempio. Mentre invece: Evadere le tasse è la passione dei tedeschi. Trenta miliardi frodati all'anno. Inchiesta di di Enzo Piergianni su “Libero Quotidiano”. Il leader dei sindacati tributari: trecento miliardi nascosti all'estero e il governo fa finta che sia una cosa da nulla. La strenna di Natale di Angela Merkel è a scoppio molto ritardato. Il tanto atteso taglio delle tasse è stato finalmente deliberato dal Consiglio dei ministri, ma sarà attuato soltanto a partire dal 2013. Guarda caso, l’anno in cui la cancelliera si gioca la poltrona nelle elezioni politiche. Gli sgravi non saranno un granché, appena 6 miliardi per una platea di oltre 38 milioni di contribuenti. Però faranno colpo sul piano propagandistico e potranno forse avere anche qualche effetto come disincentivo psicologico contro l’evasione fiscale. E sì perché evadere le tasse non è cosa solo italiana. Anzi. «Frodare il fisco è diventato purtroppo il nostro sport nazionale. È un comportamento diffuso che, anziché essere additato come una vergogna, purtroppo viene trattato come una bagattella, un peccatuccio veniale» sostiene con toni allarmistici Thomas Eigenthaler, presidente dello Steuer-Gewerkschaft, il sindacato del personale tributario. «Ormai è una questione di mentalità» prosegue Eigenthaler, In Germania, la morale fiscale della gente continua a peggiorare». Sono iscritti alla sua organizzazione 70mila dei 120mila dipendenti degli uffici centrali e periferici del Finanzamt (agenzia delle entrate). «Non sono ancora abbastanza. Servirebbero altri diecimila uomini per affrontare efficacemente il problema», spiega Eigenthaler raggiunto ieri per telefono da Libero nella sua abitazione alle porte di Stoccarda. «Siamo arrivati al punto che persino i nostri arbitri di calcio nascondono i soldi in Svizzera», si arrabbia. L’ultima stima del 2008 ha quantificato in 30 miliardi la perdita annua del fisco in Germania per colpa degli evasori. «Quest’anno il danno è stato ancora maggiore, perché abbiamo avuto una forte ripresa economica e bisogna calcolare anche l’inflazione», fa i conti il presidente Eigenthaler. È un buco vertiginoso che corrisponde a più del doppio dell’intero bilancio del ministero federale della Sanità (14,4 miliardi programmati per il 2012) e alla spesa del ministero della Difesa (31,8 miliardi, compresa la discussa missione in Afghanistan). Un’audizione della commissione Finanze del Bundestag ha accertato che, anno dopo anno, i tedeschi hanno accumulato illegalmente all’estero più di 300 miliardi di euro (142 miliardi in Svizzera). L’evasione è un morbo epidemico, trasversale nella società. La Germania non fa eccezione. Se si trova un sotterfugio più o meno doloso per farla in barba al fisco, pochi se lo fanno scappare. «Siamo un popolo di peccatori», ha titolato settimane fa la Süddeutsche Zeitung. Tra gli evasori spiccano celebrità insospettabili, come l’ex tennista Boris Becker o il super-manager Klaus Zumwinkel, fino alle manette numero uno delle Poste e proprietario di un castello sul lago di Garda. Condannati entrambi al carcere, si sono salvati con la condizionale. Un trucco classico è l’occultamento delle entrate attraverso depositi cifrati in compiacenti banche all’estero. I rifugi più ricercati sono la Svizzera e il Liechtenstein, ma adesso sono meno frequentati per paura degli 007 federali che hanno pagato i guardiani e sono riusciti a penetrare fin nei forzieri più segreti dei paradisi fiscali. L’elenco trafugato dalla banca Lgt in Liechtenstein è costato 4,5 milioni ai servizi segreti di Berlino, ma poi la riscossione delle multe agli evasori smascherati ha fruttato 200 milioni al fisco tedesco. «Approvo queste incursioni all’estero dei nostri agenti – dice Eigenthaler – Quello che non mi sta bene sono gli accordi bilaterali, come quello con la Svizzera, che fanno cassa lasciando nell’anonimato i capitali fuggiti. Qui, il nostro governo dovrebbe appoggiare invece l’azione dell’Unione Europea per ottenere un accordo comunitario con Berna». Poi, sputtanati i tedeschi, passiamo agli evasori fiscali italiani. Ci si chiede: possono essere grandi evasori fiscali quei morti di fame e parassiti dei meridionali ?? Si pensa proprio di no. Evade chi ha molti redditi e quindi molti soldi da nascondere. Ergo: i soldi li hanno gli imprenditori o le società del Nord Italia, che pagano le tasse al nord, ma spesso hanno gli stabilimenti al Sud, dove creano reddito. In questo modo risulta che la ricchezza sia stata prodotta nel settentrione d’Italia, mentre in effetti la produzione è avvenuta altrove, spesso con conseguenze nocive per l’ambiente del territorio ospitante, come per esempio a Taranto con l’Ilva.

Perché vincono gli evasori, di Corrado Giustiniani su “L’Espresso”. I mezzi per recuperare 125 miliardi di tasse l'anno ci sarebbero. Quello che manca è la volontà politica. E alla fine, un condono tira l'altro. Impossibile proporre nuovi sacrifici, e magari nuove imposte, senza assestare un colpo ai furbi che non pagano le tasse. Per propinare l'amara medicina, si dovrà rivestire il cucchiaio con la glassa dell'equità, e la lotta all'evasione sarà forse il più importante banco di prova per il nuovo premier. Certo, nessuno può pretendere che, con il poco tempo a disposizione, arrivi a scalare il picco dei 125 miliardi di imposte evase annualmente (la stima è della Confindustria). Ma che riesca a piazzare qualche chiodo per una via ferrata di medio periodo, questo sì. Perché oggi, visto che il fisco può analizzare cinque annualità di imposta (e dunque pescare in un mare di 625 miliardi di evasione), i 10 miliardi e mezzo di euro recuperati nel 2010 appaiono davvero pochi. «In realtà, se togliamo interessi, sanzioni e minutaglie come gli errori nelle deduzioni mediche, è tanto se si arriva a tre miliardi di ricchezza nascosta recuperata», osserva Raffaello Lupi, professore di Diritto tributario a Roma Tor Vergata. La stima della Corte dei Conti, nel Rapporto 2011 sul coordinamento della Finanza pubblica, non si discosta molto: il recupero di imposta evasa sarebbe circa la metà di quello vantato ufficialmente dal direttore dell'Agenzia delle Entrate. Ma anche partendo da 10 miliardi di recupero, se si considera che sono cinque le annualità recuperabili, di questo passo, ci vorrebbero almeno 60 anni per arrivare in vetta. Come mai? Ci mancano i Walter Bonatti del caso? Non abbiamo corde e moschettoni? O quei monti sono nascosti da una malefica cortina di vapori velenosi che ostacola ogni ascensione tanto che, se per caso un governo ci si avventura, il successivo fa un rapido ritorno al campo base? Proviamo a capirlo. Strumenti tecnici e risorse umane per indurre gli evasori a più miti consigli, ne avremmo. L'Anagrafe tributaria, nata quasi cinquant'anni fa, è una banca dati di dimensioni mostruose, che contiene tutte le dichiarazioni dei redditi - circa 40 milioni ogni anno - le transazioni immobiliari, gli atti di successione, le operazioni doganali, è collegata col catasto e con le utenze Enel e Telecom, ed elabora 200 milioni di documenti l'anno. Ora tutti i dati sono nei computer dell'Agenzia delle Entrate, che ha festeggiato all'inizio del 2011 i suoi dieci anni di vita, è dotata di grande autonomia e di 32 mila dipendenti (non più di 15 mila, però, addetti ai controlli sostanziali). Inoltre, il fisco può disporre dei militari della Guardia di Finanza, 60 mila in tutto, un terzo dei quali impegnati sulle tasse. Ma allora, perché i risultati sono così scarsi? E' il più grave handicap del fisco italiano. A causa sua, la lotta all'evasione si blocca, a volte, per anni interi. Come è accaduto con il condono fiscale del 2002: un colpo di spugna che ha cancellato tre anni di attività degli uffici e ripulito la "fedina fiscale" di evasori incalliti. Ma in quel condono è accaduto qualcosa di ancora più grave: poiché per sottrarsi ai reati tributari bastava versare la prima rata, molti si sono fermati lì. E il 20 per cento delle somme dovute non è mai arrivato, con il risultato che si è aperto un buco di 4-5 miliardi di euro rispetto alle previsioni di incasso. Lezione inutile: a luglio, è stata partorita l'ennesima sanatoria del governo di centro-destra sulle liti pendenti per le controversie sino a 20 mila euro. L'aspettativa di sempre nuovi condoni (anche sotto mentite spoglie: dichiarazione integrativa, chiusura liti pendenti, deflazione del contenzioso) è un disincentivo potente a pagare le tasse, un inquinamento letale di sistema. Si cura in un solo modo: inserendo il divieto di condoni fiscali nel testo della Costituzione. E' una variante del condono che si applica a chi mette i soldi in Svizzera e nei paradisi fiscali. Il primo scudo, del 2001, riservato a grandi capitalisti che avevano i soldi all'estero, ha fatto venire l'acquolina in bocca ai medio-piccoli, che hanno iniziato a portare fuori dell'Italia soldi in nero (basta arrivare a Lugano), in attesa di un immancabile nuovo provvedimento. Sono loro ad aver colto in pieno la chance dello scudo ter di Tremonti, che garantiva anonimato e un mini-pagamento del 5 per cento. In questo modo 180 mila contribuenti hanno regolarizzato 104,5 miliardi di euro, che al fisco hanno fruttato appena 5 miliardi. In 65 casi su cento i valori "scudati" sono stati inferiori a 250 mila euro. Su poco più di 700 mila controlli sostanziali effettuati nel 2010 dall'Agenzia delle Entrate, ben 317 mila sono stati del tipo automatizzato. Nella grande maggioranza piccole omissioni, per lo più dovute a errori o dimenticanze, chiamate in gergo "36 bis e ter", dall'articolo che le contempla. Gli accertamenti veri e pesanti non sono più di 200 mila: possono passare dunque fino a 25 anni senza che un esponente del popolo delle partite Iva (che sono circa 5 milioni) cada sotto le grinfie del fisco. Ma cosa rischia chi viene sottoposto ad accertamento? Il pagamento dell'imposta evasa per quell'anno (o al massimo per due, poi i controlli si spostano verso altri contribuenti), più una sanzione che, in caso di adesione all'accertamento, con Vincenzo Visco ministro era pari al 25 per cento, e che Tremonti ha prima dimezzato al 12,25 e poi, nel 2010, rialzato al 16,66. "Non c'è però soltanto la sanzione irrisoria", osserva Salvatore Tutino, consulente scientifico del Centro Europa Ricerche di Giorgio Ruffolo, "è l'imposta stessa su cui si calcola la sanzione che, nella trattativa col fisco, può essere ridotta". In alcuni casi anche del 50 per cento. C'erano una volta le verifiche sulla mancata emissione di scontrini e ricevute fiscali. Adesso non vanno più di moda: dal 2009 al 2010 si sono ridotte del 28 per cento, da 64.500 alle 46.300. Parola della Corte dei Conti. Annullata la norma che imponeva la chiusura temporanea dell'esercizio, con tanto di affissione sulla saracinesca del provvedimento, per tre scontrini non emessi anche in una sola giornata. Oggi le violazioni debbono essere almeno quattro nel giro di cinque anni, e commesse in tempi diversi. In pratica, non si chiude mai. Dal 2007, da quando è stato abolito il segreto bancario, il fisco ha uno strumento potentissimo: l'anagrafe dei rapporti finanziari, che contiene i dati su tutti i conti correnti e gli investimenti mobiliari degli italiani. Denunci poco? Guardo quanto hai in banca e quanto investi in Bot, e ti concio per le feste. Peccato che praticamente non venga utilizzato. Le indagini finanziarie, nel 2010, sono state appena 9 mila 371, nemmeno lo 0,2 per cento di tutte le partite Iva. Di questo passo, ci vorrebbero sei secoli per avere la sicurezza che bussino a tutti i conti. L'anagrafe dei rapporti finanziari è come una Ferrari tenuta in garage, perché il segreto è stato rimpiazzato da una micidiale trafila burocratica: l'impiegato deve chiedere il permesso al direttore regionale delle Entrate (e lì la pratica si ferma un bel po'); se l'ottiene, la banca ha 30 giorni per rispondere: rinnovabili. E così passano i mesi. Ovvero gli studi di settore, che dovevano funzionare su dati di fatturato forniti dalle categorie professionali. Sono entrati in vigore nel 1998 e oggi si ammette che sono stati un fallimento. Una sorta di "minimum tax" che ha fatto recuperare ben poco e che si è accanita contro i soggetti più deboli all'interno delle professioni. Nel 1981, su proposta di Franco Reviglio, erano nati gli 007 del fisco, chiamati a indagare sulla grande evasione e anche a controllare che gli uffici del ministero da un lato, e la Guardia di Finanza dall'altro, facessero il loro mestiere nel migliore dei modi. Ma il Secit, così si chiamava il servizio dei superispettori fiscali, non è mai andato a genio ai ministri che sono seguiti a Reviglio. Così nel 2000-2001, con la riforma che ha dato vita all'Agenzia delle Entrate, Vincenzo Visco li ha allontanati dalla grande evasione, togliendo loro anche il controllo degli uffici e riducendoli a semplici esperti. Nel 2008 Giulio Tremonti ha completato l'opera, abolendo il Secit. L'intera macchina dei controlli è mossa dalla direttiva annuale del ministro. Un singolo funzionario non può di testa sua salire su uno yacht e indagare sul proprietario. E, se un ristoratore non gli dà la ricevuta, non può fare altro che muoversi come un cittadino qualsiasi, denunciandolo alla Guardia di Finanza. La quale, a sua volta, non ha alcun obbligo di tenerne conto, ma a discrezione può inserire il segnalato in un calderone ove attingere attuando la direttiva del ministro, oppure in una piccola quota di "controlli d'iniziativa" riservati alle Fiamme Gialle. L'evasione fiscale muoverebbe in totale almeno 10 milioni di voti. Eppure l'81,7 per cento degli italiani la ritiene inaccettabile, secondo un'indagine condotta dal Censis per conto del Collegio nazionale dei dottori commercialisti. "Un governo che volesse davvero debellarla, dovrebbe decidere subito due misure: vietare il cash per tutti i pagamenti a professionisti dai 100 euro in su, e ripristinare l'elenco dei clienti e dei fornitori introdotto da Visco nel 2006 e poi soppresso da Tremonti", consiglia al nuovo governo Oreste Saccone, animatore del sito www.fiscoequo.it ed ex dirigente dell'Agenzia delle Entrate. Tutte queste somme dovrebbero finire in un conto dedicato all'attività professionale. Attualmente la tracciabilità dei pagamenti (bonifici, carte di credito, assegni non trasferibili) è obbligatoria solo dai 1.000 euro in su e senza che vi sia un conto dedicato. L'elenco clienti e fornitori, ovviamente telematico, potrebbe evitare che un imprenditore o un professionista rilascino al cliente una regolare fattura, ad esempio per 500 euro, ma poi non la registrino o lo facciano solo per 50 euro, confidando nella scarsa probabilità di incappare in un controllo incrociato. Con l'elenco telematico, invece, l'evasione verrebbe intercettata automaticamente dall'Anagrafe tributaria, attraverso l'incrocio tra i dati dell'elenco dei fornitori e di quello dei venditori. Sta perdendo appeal un vecchio sogno: concedere al contribuente di dedurre tutte le sue spese, dal falegname all'avvocato all'idraulico, costringendo costoro a rilasciare un documento fiscale. Se la deduzione fosse totale, il gettito fiscale crollerebbe, senza essere compensato dal recupero di evasione. Perché? "Se guadagno 1000 e dimostro costi per 800", spiega Ruggero Paladini, docente di Scienza delle Finanze alla Sapienza, "alla fine verranno tassati solo i 200 euro che non ho speso". Alla gran parte dei contribuenti, dimostra Alessandro Santoro, autore per Il Mulino di "Evasione fiscale, quanto come e perché", conviene accettare lo sconto che il professionista gli propone, 120 in nero anziché 150 con la ricevuta; solo per chi ha aliquote marginali dal 43 per cento in su conviene viceversa insistere per la fattura: mille euro di spese dal medico, per esempio, produrrebbero una minore imposta di 500. I servizi sociali che funzionano male continueranno a fornire un alibi potente per non pagare le imposte, e pare tuttora inossidabile la convinzione espressa negli anni Cinquanta dal grande scienziato delle Finanze Cesare Cosciani: per gli inglesi un evasore è un reprobo; per gli italiani è un furbo. L'equità fiscale richiede dunque un impegno di lungo periodo. "Perché allora non far iniziare sui banchi delle scuole medie la lotta all'evasione?", suggerisce Tutino, "inculcando nei ragazzi l'articolo 53 della Costituzione: tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva". E' davvero il minimo che si possa sperare.

Così esportano i capitali di Gianfrancesco Turano su “L’Espresso”. In Svizzera, come sempre. Ma anche a Singapore, in Irlanda, a Cipro. Ecco come migliaia di super benestanti italiani stanno nascondendo i loro soldi. Spaventati dal rigore del governo e dalla fine del segreto bancario. Palazzo Chigi, abbiamo un problema. Si chiama fuga di capitali all'estero. E' ripartita tra giugno e luglio, quando il beneficio effimero dello scudo fiscale è stato sommerso dalle paure di default dell'Italia e dai timori di stretta fiscale. E si sta accentuando in queste settimane sulla scia della manovra di Mario Monti. Il decreto in discussione in Parlamento gira attorno al convitato di pietra che ha promesso di presentarsi tra febbraio e aprile del 2012, quando scadranno 92 miliardi di euro di obbligazioni dello Stato e bisognerà pregare tutti i santi perché le aste di rinnovo vadano a buon fine. Ma se per quella data i grandi patrimoni nazionali si saranno trovati un rifugio sicuro e redditizio nei soliti paradisi svizzeri, lussemburghesi o caraibici, ci sarà poco da fare. Riforma delle pensioni, privatizzazioni e altri provvedimenti della manovra si mostreranno per ciò che sono: palliativi. La squadra economica di Monti, da Piero Giarda a Vittorio Grilli, è troppo preparata per non saperlo. E il prelievo aggiuntivo sui capitali scudati nella misura dell'1 per cento nel 2012 e 2013 (e del 4 per mille in seguito) non è tanto mirato a recuperare qualche centinaio di milioni di euro. I tempi supplementari dello scudo servono a fare il punto delle ricchezze italiane all'estero a partire dall'unico elemento di identificazione certo che è il database di conti correnti, immobili e cassette di sicurezza con gioielli o quadri d'autore legalizzati tra la fine del 2009 e la prima metà del 2010. La salvezza dei conti pubblici sta nel blocco della nuova emorragia. Peccato che l'arsenale di chi può scansare la manovra sia sempre ben fornito. Nella partita fra guardie e ladri dove si gioca il futuro dell'Italia, i cattivi hanno molti soldi e molte vie di fuga. La scappatoia più vicina, come da tradizione, è la Svizzera. A giugno del 2011 la stima dei depositi bancari nei vari cantoni era di 4.253 miliardi di franchi, oltre il doppio del Pil italiano, con una crescita del 10 per cento rispetto al 2010. Oltre metà di questa ricchezza, per un valore di 2.254 miliardi di franchi, è straniera. La stima del tesoro salva-Italia depositato nei cantoni elvetici oscilla fra i 150 e i 400 miliardi di euro. Se si applicasse un prelievo del 25 per cento come quello stabilito qualche mese fa dagli accordi bilaterali Svizzera-Germania e Svizzera-Regno Unito, il fisco italiano recupererebbe una cifra tra 37,5 e 100 miliardi di euro. Ci sono state guerre per molto meno. Ma invadere la Confederazione Elvetica non è solo poco etico. E' anche inutile. La Svizzera è l'equivalente finanziario di una portaerei. I soldi arrivano lì in prima battuta. Spesso in Canton Ticino. Ma chi esporta capitali ormai non si sente sicuro. Il segreto bancario svizzero è sotto assedio da ogni lato. Quindi, meglio decollare in fretta verso cieli più sicuri. Quali sono le tappe successive della fuga di denaro? "L'Espresso" lo ha chiesto a chi dà la caccia al denaro e a chi il denaro cerca di nasconderlo. I 105 miliardi di euro legalizzati con l'ultimo scudo fiscale sono passati attraverso gli intermediari autorizzati. Cioè, fiduciarie, sim, sgr e banche che agiscono da sostituto di imposta. E' stato Giulio Tremonti a chiedere loro di sborsare tra il 5 e il 7 per cento. E sarà a loro che Monti chiederà l'ulteriore prelievo. Gli intermediari hanno tenuto per sé i nomi di chi aderiva allo scudo e hanno proceduto al rimpatrio fisico, con ritorno dei beni in Italia, oppure giuridico, con il mantenimento dei beni all'estero. Primo problema: chi ha sciolto il rapporto con l'intermediario dopo avere pagato la somma prevista dalla legge può sfuggire al prelievo aggiuntivo purché abbia interrotto per tempo il rapporto e abbia trasferito i beni altrove. Il testo della manovra ha previsto che si possa chiedere all'intermediario di rivelare all'Agenzia delle entrate il nome del cliente che ha terminato il rapporto. Insomma, soldi in cambio di anonimato. Ma è un intervento di dubbia efficacia. Oltre la metà degli scudi fiscali realizzati nel 2010 sono esterovestiti. Chi ha dovuto legalizzare una casa a Lugano, l'ha conferita a una società che ha affidato le quote in gestione a una delle 700 fiduciarie ticinesi che hanno fatto perdere le tracce del proprietario finale. Lo schema si chiama scudo a ombrello e si può ripetere sotto forme ancora più sofisticate, spostando i soldi in paesi non collaborativi come il Liechtenstein o gli Stati delle Antille. Lì l'anonimato è garantito. La nuova mecca del binomio evasione-riciclaggio è Singapore dove ogni banca svizzera che si rispetti ha aperto una branch. Il caso Enelpower, un processo per 27 milioni di euro di tangenti avviato da Francesco Greco nel 2003 e arrivato alla sentenza di primo grado nello scorso settembre, ha mostrato che gli istituti di credito elvetici provvedevano a trasferire il denaro dei corrotti per via telematica verso il paradiso asiatico. Lì l'azione di recupero dei fondi si è rivelata impossibile anche per la magistratura. Ma ormai tutti i circuiti di alto livello funzionano con le compensazioni tra banche che sfuggono alle maglie del monitoraggio fiscale dei movimenti valutari e consentono di applicare commissioni robuste. La Svizzera ha dovuto cercarsi nuove sponde in quanto Paese segnato sulla lista nera del fisco italiano. La black list comporta l'inversione dell'onere di prova: gli italiani con patrimoni o attività industriali oltre la dogana di Ponte Chiasso devono giustificarne l'esistenza e la legittimità. Una società italiana che paga una fattura a una società elvetica deve essere in grado di fornire le prove dell'attività economica. L'Austria non ha questo problema. Il governo di Vienna ha varato una legge che prevede una sorta di pedaggio dell'1 per cento se il denaro in arrivo dall'estero viene immediatamente trasferito altrove. Basta quindi che una società austriaca stipuli un contratto fasullo con un'impresa italiana, si faccia pagare la fattura e giri subito il denaro in Liechtenstein o nella stessa Svizzera. In questo caso, dovrà essere il fisco italiano a provare che il rapporto è fittizio. Il che complica parecchio le cose. La portaerei svizzera è efficiente nella prima fase, quando garantisce il segreto. In seconda battuta, sono meglio i trucchi garantiti dai Paesi in regola, dove spetta al fisco italiano provare l'evasione. Lo si vede in altre pratiche alla moda. Ci si può organizzare una polizza vita in Irlanda per mascherare una gestione patrimoniale. Si manda a Dublino un gruzzolo di euro e la legge locale permette di investirli in prodotti ad alto rischio, cosa che è vietata alle assicurazioni in Italia. In più, il capital gain applicato a una polizza gode di una tassazione vantaggiosa rispetto a quella applicata agli altri investimenti mobiliari. Sempre in ambito Unione stanno avendo un grande successo i trust di diritto britannico. L'Assofiduciaria, che raccoglie le 300 fiduciarie autorizzate dal ministero dello Sviluppo economico, ha calcolato che ben 700 di questi trust sono presenti nelle catene di controllo delle imprese italiane, con preferenza per le società di shipping o del settore armamenti. La legge di Londra stabilisce che se il co-trustee, uno degli amministratori fiduciari, è straniero, per esempio neozelandese, il trust diventa apolide e tutto quello che c'è dentro è esente da tasse. Anche le holding lussemburghesi sono una sicurezza per chi evade, visto che consentono di schermare il beneficiario fisico con numerosi intermediari. Ma questo è un vecchio cavallo di battaglia dell'evasione. La nuova frontiera - e l'Inps non mancherà di apprezzarlo - sono i pensionati con trattamenti da centinaia di migliaia di euro annui che fingono di andare a vivere a Cipro sulla falsariga dello schema londinese del "resident but not domiciled" che già ha inguaiato la star del MotoGp Valentino Rossi. Chi ha investito i soldi dello scudo fiscale in attività poco liquide avrà parecchi problemi. Lo stesso vale per quei pochi che hanno usato i tesoretti esteri a beneficio dell'azienda. E' il caso di un imprenditore in crisi del Nord-est che ha recuperato i soldi dal Canton Ticino e li ha messi sui conti dell'azienda a titolo di prestito non fruttifero. La somma scudata era intorno ai 20 milioni di euro, che oggi sono già stati in parte erosi dai debiti dell'azienda. L'imprenditore è ora a corto di liquidità e con l'aggiunta dell'1 per cento di "tassa sull'anonimato" deve pagarne altri 400 mila nel biennio 2012-2013. Non avendoli, dovrà chiederli in prestito. In ogni caso, il suo intermediario procederà al prelievo per girare la somma all'erario. Su questo, infatti, non c'è da avere dubbi. I sostituti di imposta si rivarranno sui clienti sia girando allo Stato denaro dalle disponibilità liquide sia disinvestendo denaro impegnato. E se erano titoli della Borsa a picco, la minusvalenza teorica diventerà perdita effettiva. In attesa che la manovra si definisca con i vari emendamenti, fra i quali un possibile prelievo dello 0,1 percento annuo su attività finanziarie estere regolari di cittadini italiani, le società di servizi specializzati in esportazione dei capitali moltiplicano le loro offerte. Gli evasori con canali sperimentati sanno già a chi rivolgersi. La lista Pessina, con 500 nomi affidati alle cure dell'avvocato svizzero Fabrizio Pessina e a Mario Merello, il marito della cantante Marcella Bella, è il prototipo di una rete di servizi di consulenza a 360 gradi. L'intervento della Guardia di Finanza e gli arresti disposti dalla magistratura ha un po' guastato l'alone di efficienza di questo genere di network. Ma la corsa ai conti esteri non si è fermata per un incidente di percorso. Per i debuttanti e per chi non ha conoscenze, c'è sempre la Rete. Il Web pullula di offerte a pacchetto di weekend a Lugano con visita al casinò e alla fiduciaria. Sembrano tanto stangate per i desperados dell'evasione. Se così è, nessuno salvo i diretti interessati ci piangerà sopra. Forse, però, ci sono sistemi migliori per arrivare all'equità fiscale.

Numero di connazionali residenti in paesi a fiscalità privilegiata:

29158 ITALIANI IN PARADISO

 

PAESI

ITALIANI RESIDENTI

Andorra

250

Antigua e Barbuda

62

Antille Olandesi

101

Atollo di Niue

2

Bahrein

137

Belize

40

Brunei

15

Costarica

1434

Gibilterra

98

Ecuador

1601

Emirati Arabi Uniti

1702

Filippine

564

Gibuti

56

Grenada

7

Guernsey

5

Hong Kong

637

Isola di Anguilla

548

Isola di Aruba

3

Isola di Barbados

40

Isola di Dominica

7

Isola di Man

6

Isola di Santa Lucia

4

Isole Bahama

72

Isole Bermuda

925

Isole Cayman

29

Isole Cook

5

Isole Maldive

23

Isole Marshall

3

 

 

PAESI

ITALIANI RESIDENTI

Isole Normanne

14

Isole Samoa

13

Isole Seychelles

89

Isole Tonga

12

Isole Turks E Caicos

6

Isole Vergini Britanniche

8

Jersey (Isole del Canale)

30

Libano

564

Liberia

21

Liechtenstein

1262

Macao

9

Malesia

286

Mauritius

123

Monaco

4648

Monserrat

2

Oman

66

Panama

456

Polinesia Francese

34

Saint Christopher e Nevis

5

Saint Vincent e Grenadine

4

San Marino

8490

Singapore

887

Taiwan

196

Uruguay

3553

Vanuatu

7

 

 

Una vergogna chiamata off-shore, di Giorgio Ruffolo su “L’Espresso”. Dal Vaticano alle Isole britanniche: un sistema economico parallelo, segreto e sempre più fiorente. Sono i paradisi fiscali. Valgono un quinto del Pil mondiale. E nessuno se ne occupa. I am lost in paradise, cantava nostalgicamente Johanna Wang in una canzone divenuta famosa: mi sono smarrita in paradiso. Suggerirei ai governi di adottarla all'apertura del prossimo G20, quando si tratterà di affrontare il tormentato problema dei paradisi fiscali. Da quando il mondo è stato scosso dalla più violenta crisi economica degli ultimi ottant'anni si susseguono le lamentazioni e le indignazioni sul ruolo che nella crisi hanno svolto i circa 50 paradisi fiscali (anche il loro numero è controverso) esistenti nel mondo, i quali - cito da una recente risoluzione del Parlamento europeo - "incitano a praticare l'evasione fiscale, la frode fiscale e la fuga dei capitali". Tanto vibrata la denuncia, quanto fiacca e irresoluta la risoluzione: l'Unione, afferma l'europarlamento, "condanna con forza (tipica espressione usata da chi è consapevole di mancare di forze) il ruolo svolto dai paradisi fiscali". Che cosa propone il Parlamento europeo all'Unione? Assolutamente, niente: "L'Unione è invitata a rafforzare la sua azione e a prendere misure concrete e immediate, come, ad esempio, sanzioni contro i paradisi fiscali" (!). Immagino che i signori dei paradisi avranno tremato leggendo queste righe. In un altro progetto di risoluzione, presentato da Cohn Bendit e Rebecca Harms a nome del gruppo dei Verdi si leggono considerazioni più sensate. Si constata l'impotenza della denuncia e il vuoto della volontà. In particolare, si rileva la scandalosa assurdità delle conclusioni dell'Ocse che ha cancellato dalla sua "lista nera" la maggior parte dei paradisi contro la semplice promessa di aderire ai principi relativi agli scambi di informazione: come dire, scagionare i delinquenti mafiosi da ogni accusa in cambio della loro assicurazione di comportarsi bene. Ma vediamo le dimensioni del fenomeno più crudo che si nasconde dietro i paradisi. Che non è la pur gigantesca evasione fiscale. E' la criminalità internazionale. Qualche cifra. Il prodotto lordo mondiale (Plm) ammonta a 4 mila miliardi di dollari. Il Plc, il prodotto lordo criminale, a mille miliardi, un quinto del totale. Di che si tratta? Di tutto: droga, racket, rapimenti, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione, traffico di rifugiati, di oggetti d'arte, di specie protette, di organi umani...Il prodotto di questo enorme giro di affari bisogna, ovviamente, riciclarlo. E a questo si provvede grazie all'anonimato dei paradisi, che si sottraggono ad ogni seria informazione. Si calcola che il riciclaggio di denaro sporco ammonti a 600 miliardi di dollari all'anno. Il giro d'affari dei paradisi fiscali è di 1.800 miliardi di dollari. Le società off shore presenti in paradiso sono 680 mila. Le banche, attraverso le loro filiali sono, dichiaratamente, 10 mila. Ma esistono sistemi bancari paralleli che operano completamente al di fuori del sistema ufficiale, sfuggono anche agli obblighi formali e agli ordinari strumenti di vigilanza e controllo delle autorità competenti. Questi assumono denominazioni folkloristiche. In Cina si parla di sistema Chop Shop. In India di sistema Hundi, in America latina di Stash house. L'Inghilterra è senza dubbio la madre di tutti i paradisi. La finanza britannica domina più di 20 paradisi dell'arcipelago off shore, dalle lontane isole Cayman alla vicinissima isola di Man. Ed è istruttivo constatare come alle denunce frementi di Blair del terrorismo, definito come la guerra del secolo, corrisponda il protettorato britannico dei 20 casinò che lo finanziano. La doppiezza politica in tema di criminalità internazionale non è però una prerogativa britannica. Non vi si sottrae certamente l'istituzione che più di ogni altra al mondo ha a che fare col paradiso: la Chiesa cattolica. Nel Vaticano opera una delle banche più misteriose del mondo, l'Istituto delle Opere di Religione, Ior. Le sue operazioni sono identificate solo attraverso un codice. Non si rilasciano ricevute, non esistono assegni intestati allo Ior. I suoi bilanci e i suoi investimenti sono noti solo al papa, al Collegio dei cardinali e, naturalmente, alla direzione e ai revisori dell'istituto. Poiché il Vaticano è uno Stato sovrano, ogni richiesta di rogatoria allo Ior deve essere indirizzata attraverso il governo dello Stato cui appartiene il richiedente. Non si sa se e quante siano state le rogatorie richieste. Ma è certo che nessuna rogatoria è stata concessa dallo Stato del Vaticano. Il Paradiso è ben custodito. Del resto, non risulta che il Vaticano aderisca a organismi internazionali impegnati nella lotta al riciclaggio. Una vicenda intricata, la sparizione del tesoretto del santuario della Madonna di Loreto, frutto della benevolenza dei fedeli, affidato dall'arcivescovo di Loreto a un consulente finanziario già imputato per bancarotta fraudolenta e di lì sparito attraverso banche marchigiane, e poi svizzere e poi brasiliane, nel paradiso delle Cayman, getta una luce indiscreta sul ruolo che queste ultime svolgono nel mondo della finanza vaticana. Secondo un articolo diffuso sul Web, "i segreti finanziari del Vaticano vengono conservati nelle isole Cayman, il paradiso fiscale caraibico spiritualmente guidato (!) dal cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio di vigilanza dello Ior. Le Cayman sono state sottratte al controllo della diocesi giamaicana di Kingston per essere proclamate Missio sui iuris, alle dipendenze dirette del Vaticano". E' falso? E' vero? E non sarebbe il caso che, nello spirito della trasparenza evocato rispetto ad altre e ben diverse accuse, si facesse luce sulle ragioni che giustificano, dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l'ingresso in paradiso di così illustri trafficoni? Forse, la Madonna di Loreto ha le sue buone ragioni per piangere. Quel che è certo è che la Chiesa cattolica opera finanziariamente non solo in condizioni di totale assenza di controlli, ma anche di straordinario privilegio fiscale. Gli aiuti economici dello Stato italiano, di varia natura, ammontano complessivamente a un miliardo di euro all'anno, e sono finiti nel mirino dell'antitrust europeo, con la possibilità dell'apertura di una inchiesta per aiuti di Stato illegali. Torniamo alla cosiddetta mobilitazione del mondo politico contro i paradisi fiscali: grandi discorsi, un mare di ipocrisia. Se i governi avessero intenzione di eliminare questa verminaia potrebbero farlo in ventiquattr'ore, attraverso l'eliminazione completa e rigorosamente osservata del segreto bancario. Ma non possono, perché la criminalità è parte integrante del processo di accumulazione capitalistico. Non la più importante, ovviamente, ma comunque determinante. E' un aspetto organico del mercato mondiale. Si può dire che lo è sempre stato. La novità di questi ultimi decenni è che la imprescindibile presenza della criminalità sta aumentando. L'aumento è dovuto in larga misura alla globalizzazione, che ha ampliato enormemente le dimensioni dell'impresa criminale e che ha determinato, con la libera circolazione dei capitali, un varco crescente tra il mercato, diventato mondiale, e il governo politico, rimasto, malgrado ogni tentativo di "coordinamento", locale. In questo varco si inseriscono le zone franche, che assicurano al capitalismo mondiale protezione dal fisco e riparo da ogni pretesa di controllo. Come suona un disinibito slogan, move your money and fuck the system: fa circolare il tuo denaro e fotti il sistema. In conclusione, tre verità sembrano inoppugnabili. La prima. L'impegno solenne dei governi democratici alla lotta contro i paradisi fiscali è una menzogna. Basterebbe la reale abolizione del segreto bancario per renderli inutili. I governi non possono permetterselo perché in tal caso inaridirebbero una parte imponente dell'accumulazione capitalistica. Pertanto la cosiddetta lotta contro i paradisi fiscali è un combattimento con una mano legata dietro la schiena. La seconda. Il libero (e segreto) movimento dei capitali è al tempo stesso fonte di due esiti contraddittori. Da una parte, esso mobilita imponenti risorse che consentono di strappare milioni di uomini e di donne a un destino di miseria. Dall'altra, consegna altre risorse imponenti nelle mani della criminalità mondiale organizzata. La terza. Questa contraddizione non potrà essere eliminata finché esisterà un varco tra la libertà dei mercati e la sovranità politica a livello mondiale: insomma, finché non ci sarà una qualche forma di governo mondiale capace di imporre la piena trasparenza dei capitali "liberati". In tali condizioni risultano penosamente ipocriti le grida rivolte ai paradisi fiscali; e al di là di quelle, le chiacchiere edificanti sull'etica degli affari e i vasti silenzi che le accompagnano. Delle prime si può dire ciò che diceva agli imprenditori il pragmatico Mac Millen: se volete l'etica dovete chiederla all'arcivescovo. Degli altri, salta agli occhi in particolare il silenzio della Chiesa e del pontefice romano sul paradiso del Vaticano che non è propriamente quello di Adamo ed Eva. Anche la Chiesa è posta di fronte alle sue contraddizioni. Così come, nel caso dell'aborto, essa tuona contro l'assassinio di bambini inesistenti, pretendendo che vengano al mondo bambini veri votati agli stenti e alla morte, nel caso delle conseguenze sociali dell'economia, alla vibrante condanna del mercatismo esasperato e al mirabile impegno di milioni di cattolici operanti nelle imprese umanitarie si contrappone la tacita complicità con il crimine organizzato che si realizza nei paradisi del denaro.

Non solo grandi evasori privati. L’evasione fiscale viene anche dal pubblico. Consulenze e incarichi privati. Il doppio lavoro degli statali. Inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Il rapporto della Guardia di Finanza: già scoperti 3.300 casi. Consulenze e incarichi privati. Il doppio lavoro degli statali. Il rapporto della Guardia di Finanza: già scoperti 3.300 casi. C'è chi timbra il cartellino ed esce subito dopo, chi sbriga in ufficio le pratiche dei suoi clienti privati. Addirittura chi accetta consulenze su progetti che poi dovrà valutare per conto dell'Amministrazione. Sono i dipendenti pubblici che svolgono il doppio lavoro senza aver ottenuto l'autorizzazione. E in questo modo causano un grave danno all'erario. Sono i numeri a dimostrarlo. Negli ultimi tre anni sono circa 3.300 gli impiegati e i funzionari, anche di livello alto, scoperti dalla Guardia di Finanza e dagli ispettori della Funzione pubblica a svolgere attività esterne. Hanno guadagnato illecitamente oltre 20 milioni di euro, causando un danno alle casse dello Stato che sfiora i 55 milioni di euro. Il settore degli sprechi nella spesa pubblica si conferma, dunque, quello dove maggiormente bisogna intensificare controlli e verifiche per recuperare denaro e soprattutto evitare ulteriori perdite. La dimostrazione è nella relazione annuale delle Fiamme gialle sul fenomeno dei «doppi stipendi» che evidenzia i dati relativi al periodo che va dal 2009 al 2011 e soprattutto fa emergere i casi più eclatanti. E nella quale viene sottolineata «l'importanza di intervenire nel settore degli sprechi della spesa pubblica che da un punto di vista ragionieristico pesa quanto e forse più di quello delle entrate fiscali. Un'importanza che oggi traspare in maniera ancor più evidente in ragione del perdurante momento di crisi e degli impegni politici assunti dall'Italia nei confronti della comunità internazionale, i quali impongono che le risorse disponibili siano spese sino all'ultimo euro per sostenere l'economia e le classi più deboli, eliminando sprechi, inefficienze e - nei casi più gravi - distrazioni di fondi pubblici che rappresentano un ostacolo alla crescita del Paese». La legge che disciplina «le incompatibilità, il cumulo degli impieghi e gli incarichi» consente ai dipendenti pubblici di eseguire attività professionali al di fuori dell'orario di lavoro, «purché lo svolgimento del lavoro venga preventivamente portato a conoscenza della Pubblica amministrazione di appartenenza ai fini della valutazione della sussistenza di situazioni di incompatibilità o di conflitto d'interesse con la stessa». Ed è proprio questo il nodo che ha evidentemente impedito a queste migliaia di persone di chiedere l'autorizzazione. Nel dossier gli analisti della Finanza sottolineano come «non sia possibile stereotipare il profilo del dipendente pubblico che viola queste norme, perché si va dai lavoratori con bassa qualifica fino a dirigenti con posizioni apicali», ma chiariscono che «i doppi lavori esercitati sono dei più eterogenei, spaziando dai lavori più umili alle alte consulenze professionali e tecniche prestate in cambio di laute retribuzioni. In sostanza si va da chi tenta di arrotondare magri stipendi a chi invece con il doppio lavoro incrementa redditi già invidiabili». Tra le denunce del 2011 spicca quella di un geometra in servizio in un'amministrazione provinciale che ha percepito consulenze per 885 mila euro senza aver mai chiesto alcun nulla osta. Ma la circostanza più grave è che i pareri riguardavano nella maggior parte dei casi le pratiche che doveva poi esaminare nello svolgimento del proprio incarico presso l'Ente locale. Poco meno ha guadagnato un ingegnere che è riuscito a ottenere compensi extra per poco più di 514 mila euro grazie al rapporto che aveva con alcuni studi specializzati.  Sembra incredibile, ma persino alcuni dirigenti dell'Agenzia delle entrate hanno accettato di svolgere mansioni per cittadini e società private in materia fiscale. Il record spetta a un alto funzionario che senza chiedere alcuna autorizzazione ha svolto incarichi per 850 mila euro. Introiti di tutto rispetto anche per un professore universitario che oltre alle lezioni presso l'ateneo, ha percepito 266 mila euro di compensi aggiuntivi. Nel suo caso - come spesso accade - è stato l'organo di vigilanza interno ad attivare l'Ispettorato, ma molto più spesso i controlli vengono effettuati su segnalazioni di cittadini - talvolta colleghi di chi risulta al lavoro e invece non si presenta - oppure grazie a indagini autonome attivate dalla Guardia di Finanza. Nel 2009 le Fiamme gialle hanno effettuato 738 interventi. Risultato: «Sono stati 738 soggetti verbalizzati, 15 milioni e mezzo di euro le sanzioni contestate a fronte di 1 milione e 161 mila euro di compensi percepiti senza autorizzazione». L'anno del boom è stato certamente il 2010, quando l'allora ministro Renato Brunetta chiese un'intensificazione delle verifiche proprio in questo settore. Il dato registra «983 interventi effettuati, 1.324 denunce e ben 28 milioni 296 mila euro in sanzioni, a fronte di introiti illegittimi che superano i 13 milioni di euro». Buoni risultati anche nei primi 10 mesi di quest'anno (il dato contenuto nella relazione arriva fino agli inizi di novembre). Pur essendo calato il numero dei controlli a 722, le persone scoperte sono state 1.029 e 10 milioni e mezzo di euro l'ammontare complessivo delle contestazioni a fronte di cinque milioni e mezzo di euro guadagnati dai dipendenti pubblici senza autorizzazione». È proprio nella relazione pubblicata a fine ottobre scorso dagli ispettori del ministero allora guidato da Brunetta che viene citato il caso di «dodici tra funzionari e dirigenti in rapporto di lavoro con Aziende sanitarie che hanno ricevuto compensi superiori a 100 mila euro ciascuno» per attività extra. Ma il vero record l'ha raggiunto un dipendente statale citato in giudizio dalla magistratura contabile. Si legge nella relazione della Funzione pubblica: «Anche il procuratore capo della Corte dei conti della Regione Lazio ha citato durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 la "vicenda paradossale" di un dipendente sottoposto a giudizio per un'ipotesi di danno erariale di 2 milioni e mezzo di euro. Il dipendente è risultato titolare contemporaneamente di più rapporti di pubblico impiego, espletando altresì in un arco temporale di qualche anno ben 62 incarichi e consulenze professionali, figurando come avvocato e fatturando con la partita Iva della quale era titolare in quanto intestatario - tra l'altro - di un'attività commerciale di ristorazione». La direttiva d'intervento del comandante generale della Guardia di Finanza per il prossimo anno impone che l'attività dei vari reparti debba essere intensificata - oltre che nella lotta all'evasione fiscale - proprio sugli sprechi della spesa pubblica, così come del resto è stato più volte sollecitato dal governo. E quello dei doppi stipendi è certamente uno dei settori in cima alle liste di priorità per incrementare i «fondi di produttività» dei dipendenti pubblici (che servono tra l'altro a pagare gli straordinari); la legge prevede infatti che vengano incamerate non soltanto le somme ingiustamente percepite dai lavoratori, ma anche «gli introiti delle sanzioni comminate ai soggetti committenti, per lo più privati, che si avvalgono irregolarmente delle prestazioni dei pubblici dipendenti».

E poi, per ultimo ci sono i piccoli evasori-truffatori. L'esercito dei finti disoccupati. I costi dei raggiri all'Inps. Inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”. Rimborsi non dovuti, assegni e pensioni di parenti deceduti. L'esercito dei finti disoccupati. I costi dei raggiri all'Inps. Rimborsi non dovuti, assegni e pensioni di parenti deceduti. Quello delle truffe all'Inps è certamente il settore che genera maggiore allarme visto che l'ammontare del deficit continua ad aumentare, nonostante l'intensificazione dei controlli. Perché è vero che il lavoro «nero» rappresenta una vera e propria piaga, ma anche gli illeciti compiuti grazie a false certificazioni o alla complicità di dipendenti dell'istituto di previdenza - soprattutto nelle sedi periferiche - provocano una vera e propria emorragia di fondi pubblici. In attesa dei dati consolidati per il 2011, sono le segnalazioni di infrazione già trasmesse al comando generale della Guardia di Finanza a dimostrare quale sia il livello degli illeciti compiuti. C'è chi ritira la pensione del parente morto e chi continua a percepire l'indennità di accompagnamento nonostante sia ricoverato in una struttura di lungodegenza a totale carico dello Stato. C'è chi ha ottenuto il rimborso per la sospensione della propria attività dopo il terremoto in Abruzzo e ci sono le migliaia e migliaia di falsi braccianti che causano ogni anno una perdita milionaria all'Erario. Il fenomeno è molto più esteso di quanto si creda: nel 2011 la Guardia di Finanza ha scoperto complessivamente più di 6.500 falsi braccianti agricoli che hanno provocato un danno alle casse dell'Inps di oltre 42 milioni di euro. L'indagine più capillare è stata certamente quella condotta dalla tenenza di Capo d'Orlando, in Sicilia, che ha esaminato circa 33.000 istanze di disoccupazione. I risultati sono stati sorprendenti. È stato infatti accertato come «1.759 individui avevano ottenuto circa 7,5 milioni di euro dalle casse dell'Inps, in quanto - pur essendo in realtà titolari di partita Iva e svolgendo attività professionali, commerciali o imprenditoriali - avevano presentato all'Istituto false autocertificazioni in cui dichiaravano di versare nella condizione di "disoccupato". Tutti i soggetti, che hanno percepito assegni che variavano tra i 1.500 e i 9.000 euro annui, sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per falso e truffa ai danni dello Stato». Gli stessi reati sono stati naturalmente contestati ai datori di lavoro che, «al fine di dimostrare l'esistenza del rapporto facevano spesso ricorso a transazioni commerciali coperte da fatture false, utili da una parte a giustificare l'operatività di quei braccianti e, dall'altra, ad abbattere il reddito delle imprese». E questo ha fatto anche individuare «69 evasori totali e redditi non denunciati per circa 30 milioni di euro». Chi percepisce l'indennità di accompagnamento deve segnalare un eventuale ricovero in lungodegenza se si tratta di una prestazione erogata dal servizio sanitario nazionale. Una procedura che non sempre viene rispettata, come è stato scoperto dal nucleo di polizia tributaria di Lecce che ha effettuato 1.467 controlli sui «soggetti ricoverati in strutture sanitarie in regime di lungodegenza con retta a totale carico dell'Asl o di altre pubbliche amministrazioni, che risultavano essere anche percettori dell'"indennità di accompagnamento"». Alla fine delle verifiche sono state denunciate 443 persone per aver percepito complessivamente oltre 3 milioni e 800 mila euro di indennità non dovute. In particolare «26 persone hanno riscosso l'indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale, di fatto, risultavano ricoverate in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello Stato. Gli stessi soggetti, attraverso la dissimulazione di circostanze esistenti hanno indotto in errore l'Inps che ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 270.823 euro. Gli altri 417 soggetti hanno riscosso l'indennità di accompagnamento in un periodo durante il quale erano anch'essi ricoverati in strutture di lungodegenza o riabilitative con pagamento della retta di ricovero a totale carico dello stato. A differenza dei primi, hanno omesso di comunicare all'Inps le informazioni dovute - in particolate l'avvenuto ricovero con pagamento della retta a totale carico dello Stato - e hanno indotto in errore il medesimo Istituto di previdenza che, pertanto, ha provveduto a erogare loro trattamenti economici complessivamente pari a 3.550.892». La più determinata è una donna di Palermo che è riuscita a percepire la pensione della madre morta dieci anni prima. Ma sono decine e decine i casi scoperti dai finanzieri di Palermo di persone che grazie a un'autocertificazione con dati fasulli sono riusciti a riscuotere per lungo tempo la pensione del familiare morto. Le verifiche sono state effettuate ricostruendo i flussi finanziari transitati su centinaia di conti correnti postali e bancari per individuare il reale beneficiario e hanno consentito di scoprire che numerosi soggetti, proprio per sviare eventuali indagini, avevano fittiziamente spostato la residenza in altri Comuni del territorio nazionale o addirittura all'estero. Alla fine degli accertamenti sono state denunciate 441 persone con un danno erariale che supera gli 800 mila euro. «Il sistema di frode - è scritto nella segnalazione - ha consentito agli indagati di percepire le somme di danaro, con riscossione direttamente allo sportello, attraverso la redazione e sottoscrizione di una dichiarazione con cui si attestava falsamente l'esistenza in vita del titolare della pensione. In altri casi, invece, la morte del titolare della pensione veniva completamente taciuta e, quindi, mensilmente, continuava ad avvenire l'accredito diretto su conti correnti postali o bancari». Tra le agevolazioni concesse alle vittime del terremoto in Abruzzo del 2009 c'era anche l'indennità per chi era stato costretto a sospendere la propria attività. Ed è proprio per verificare il rispetto delle procedure che la Finanza ha avviato controlli su tutti coloro che ne avevano fatto richiesta. Si tratta di professionisti, lavoratori autonomi, artigiani e piccoli imprenditori, coltivatori diretti e commercianti, che avevano presentato l'istanza allegando «autocertificazioni attestanti danni a immobili, impianti e macchinari o altri impedimenti». Ma per 56 di loro quella documentazione si è rivelata falsa: gli investigatori hanno accertato che - nonostante avessero percepito indennità per 300 mila euro - avevano continuato a svolgere regolarmente il proprio lavoro». Sciacallaggio come quello compiuto da sei persone, denunciate nel corso della stessa operazione, che hanno ottenuto i 600 euro mensili previsti per chi non aveva più l'abitazione agibile con un danno complessivo già quantificato in 50 mila euro.

NON CI RESTA CHE PIANGERE....

La Massoneria appoggia Monti. Esclusivo: parla il Gran Maestro.

CHE COS'E' "IL GRANDE ORIENTE D'ITALIA".

"La Massoneria del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l'elevazione morale e spirituale dell'uomo e dell'umana famiglia. La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo. La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione. La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l'uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica. Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale. La Massoneria afferma l'alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale. I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta. Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino. La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l'ordine liberamente e democraticamente costituito della società. I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l'erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell'Ordine. Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.

E come in ogni altro tema sociale affrontato, troviamo sempre essa: la Massoneria.

Comunque la pensiate......

"Il curriculum di Mario Monti è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi".

Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, la principale loggia massonica, con una intervista ad Affaritaliani.it appoggia il nuovo governo. E sull'esecutivo Berlusconi ha un giudizio poco lusinghiero: "Quando sento dire da Tremonti che con la cultura non si campa... c'è qualche cosa di sbagliato". Un buon punto di partenza è il ritorno alla meritocrazia: "Se vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti del primo Parlamento e poi vado a vedere quelle di oggi... l'Aula non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro".

Come valuta la lettera aperta a firma del Venerabile Maestro Gioele Magaldi, leader del Grande oriente democratico (corrente eterodossa del Grande oriente d'Italia) che fa le congratulazioni al "fratello Mario Monti"?

"Sono convinto che certi personaggi si sveglino la mattina in cerca di notorietà. Non bisogna dare corda a questo individuo, che tra l'altro è stato espulso dal Grande Oriente. Cui prodest? Solo a Magaldi che è in cerca di visibilità. Come diceva Troisi: non ci resta che piangere".

Che cosa ne pensa di Mario Monti?

"Il curriculum è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi. Certo poi un governo va valutato sulla base delle opere che riesce a realizzare".

E' la persona di cui oggi l'Italia ha bisogno?

"Questo lo sapremo solo dopo che avremo visto i fatti. La massoneria non si occupa di politica del quotidiano. Si occupa dei grandi valori, dei grandi temi".

Ci spieghi meglio...

"Ancora ai tempi della Grecia antica un tale Aristotele disse che l'uomo è un 'animale politico', ma non certo perché è iscritto a qualche partito o perché ha una tessera. Semplicemente perché vive nella polis, nella società e quindi si fa carico dei problemi che riguardano la dignità e la libertà della persona. I grandi problemi della società erano i suoi problemi e sono quelli della massoneria".

In quest'ottica come valuta il governo Berlusconi?

"Beh, quando sento dire, da Tremonti, un ex ministro dello scorso governo, che con la cultura non si campa. Questo è una offesa, una violenza. Se non hai un ancoraggio ideologico, se non hai un sogno come puoi vivere. Da vecchio mazziniano dico che il problema è sempre l'educazione. Quando a Mazzini gli chiesero che cosa fosse la Repubblica lui disse che 'è una idea, non è una forza di governo o di partito che vince o che perde, è un progetto di educazione morale'".

L'Italia ha bisogno di meritocrazia?

"Assolutamente sì. E' un concetto che condivido. Anche se la meritocrazia significa anche la capacità di sapersi elevare, non solo di fare carriera in una azienda o in una professione. E' qualcosa di più ampio".

Secondo lei in politica ci sono troppo persone che non hanno i requisiti per sedere in Parlamento?

"Se considero la composizione del primo Parlamento e vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti e poi vedo quelle di oggi... Il Parlamento non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro. Lei sa chi era Alfredo Baccarini?".

No, devo ammetterlo, non lo conosco.

"Alfredo Baccarini è stato il più grande ministro dei Lavori pubblici che l'Italia abbia mai avuto. Era un uomo che quando il governo non manteneva il programma si dimetteva. E quando morì un giornale francese scrisse: 'E' morto povero, il più grande encomio che si possa fare ad un uomo politico'".

Ancora una volta, non ci resta che piangere, come dicevano Troisi e Benigni, anche dal ridere.

Francamente ci ha lasciato tutti per un attimo senza parole. Letteralmente. Perché, vedere un ministro che - mentre cerca di spiegare agli italiani quali "sacrifici" dovranno affrontare - scoppia a piangere, lascia davvero sconcertati. Poi lo stupore svanisce e rimane la domanda, anche un po' stizzita: ma perché diavolo piange la Fornero? Le risposte - come ci dimostrano i commenti dei nostri lettori - sono tra le più disparate. Chi si arrabbia, chi se ne frega, chi prova tenerezza. Eppure c'è un sentimento che si ripete in continuazione: lo sconforto. Che si rimanga inteneriti o incavolati neri, c'è uno scoramento di fondo perché: se nemmeno chi detta una via d'uscita crede in essa, dove vogliamo andare? Se proprio chi chiede agli italiani di fare sacrifici, lo fa senza speranza, vien da chiedersi: ma a chi siamo in mano? E, soprattutto, che fine faranno i nostri soldi? E questo fa arrabbiare praticamente tutti.

Il sondaggio - Il Corriere della Sera ha fatto un sondaggio: "E il ministro piange, via ha commosso o irritato?". Inizialmente il risultato mostrava una certa solidarietà verso il 'ministro sofferente': circa il 60% dei votanti si dichiarava commosso. Eppure, questa volta, nemmeno i lettori del Corriere hanno resistito a lungo. Così persino lo sponsor ufficiale del governo Monti è riuscito a difendere l'indifendibile e il risultato si è letteralmente ribaltato nel giro di poche ore. Segna circa il 60% di irritati contro circa il 40% dei commossi.

La manovra era necessaria e senza alternative, altrimenti «lo Stato entro breve non avrebbe potuto più pagare né stipendi nè pensioni» e quindi per l'Italia sarebbe stata la bancarotta. Mario Monti, al debutto televisivo da presidente del Consiglio, fa subito una premessa: «Sono qui per spiegare, non per far piacere a lei», ha detto a Bruno Vespa tramite il quale ha voluto completare il suo personale "road show" per illustrare - questa volta direttamente agli italiani - la gravità della situazione economica del nostro paese e i conseguenti sacrifici che il suo governo ha dovuto imporre. Ma gli italiani, si è detto convinto il premier, «certamente capiranno».

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». Presentando la manovra - ha affermato nello stesso salotto dove Silvio Berlusconi firmò il famoso "contratto con gli italiani" - «ho invitato tutti a considerare che questa operazione di rigore, equità e crescita chiedeva sacrifici. Ma l'alternativa non era quella di andare avanti come niente fosse, ma quella di correre il rischio che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni. Non abbiamo da guardare molto lontano: la Grecia è la rappresentazione di che cosa sarebbe potuto accadere in Italia». Il premier ha ammesso che si è trattato di una operazione tutt'altro che indolore anche per lui stesso ammettendo che l'intervento più sofferto è stato quello sulle pensioni più deboli: «La cosa che mi ha fatto più soffrire - ha rivelato - è quando ho visto che per fare una cosa corposa bisognava chiamare a contribuire anche i pensionati e quelli con livelli molto bassi con il blocco dell'inflazione. A quel punto ho capito che bisogna chiamare a contribuire anche quelli dello scudo fiscale».

Per Monti, quindi, la reazione dei sindacati è più che comprensibile: «In passato ci sono stati scioperi, anche generali, per molto meno. Francamente capisco la protesta ma invito anche tutti a pensare cosa sarebbe accaduto al lavoro e alle pensioni senza questo intervento. Con i mezzi che ci erano dati abbiamo comunque fatto molta più redistribuzione di quanto non si sia mai fatto. Gli italiani capiranno e noi spiegheremo le nostre decisioni».

«Decisioni per domare i mercati». Decisioni che servono anche a «domare i mercati: questi - spiega - sono una bestia feroce e oggi sono imbizzarriti. Certamente - assicura - noi lavoriamo per i cittadini e non per i mercati, ma non possiamo non tenerne conto perché il loro funzionamento è essenziale». Talmente tanto che Monti lascia intendere come la manovra approvata sia, di fatto, quasi il "minimo sindacale" richiestoci. Blindando il testo. Pur non annunciandola apertamente il premier ha di fatto evocato più di una volta la fiducia soprattutto quando ha fatto sapere che se «il Parlamento è sovrano, il tempo è però poco e i margini per eventuali modifiche sono pochissimi».

Ma nel futuro dell'Italia a guida Monti non ci sono solo sacrifici: «Il mercato del lavoro - ha infatti detto - sarà il nostro prossimo cantiere e la concertazione sarà essenziale. Le prossime iniziative riguarderanno lo sviluppo, le liberalizzazioni, misure che non chiedono sacrifici, ma modificano la struttura per togliere ingessature all'economia italiana».

«Misure impopolari ma indispensabili». Ha spiegato che le misure, anche quelle più impopolari come l'aumento della benzina e la reintroduzione dell'Ici, sono state «indispensabili», ma ha anche assicurato che l'Irpef non verrà toccata. Ma già si sentono gli effetti di questa manovra pesante: l'Italia - ha detto - d'ora in poi siederà al tavolo europeo e internazionale «da protagonista e non da osservatore distratto.

Silvio Berlusconi amava arrivare all'ultimo minuto, Mario Monti invece approda in via Teulada 75 minuti prima della diretta. Non tanto per marcare la discontinuità, quanto per incontrare i vertici Rai. E una volta seduto sulla poltroncina bianca di Porta a Porta il premier ricorda il Cavaliere per un istante soltanto. Quando si rivolge al padrone di casa con un «se mi permette, dottor Vespa...» seguito da un brusco «non sono qui per fare un piacere a lei». Per il resto, il paragone è impossibile. Lontani i tempi del «contratto con gli italiani», il premier è venuto a dire ai cittadini - in prima serata e in un format tv ideato dopo le polemiche che hanno preceduto l' intervista - che senza «i sacrifici pesanti» il treno Italia sarebbe deragliato. «L'alternativa era il rischio Grecia, il non poter pagare stipendi e pensioni». Monti non cerca l'applauso e nemmeno lo trova. Il momento è cruciale e le misure proposte «non fanno piacere a nessuno», tantomeno a lui. «Gli scioperi? Capisco le reazioni». Arrivando in Rai gli avevano chiesto se era emozionato. E lui: «No». Gessato grigio e cravatta a pallini biancocelesti, incappa subito nel bello della diretta. «Normalmente io guardo lei?», domanda a Vespa in fuorionda. E il conduttore: «Me e le telecamere, aiuta la conversazione». E quando il giornalista gli fa notare che ha perso «solo» nove punti di gradimento, il premier si sbilancia: «Dovevo farla più pesante, la manovra?». I partiti lavorano agli emendamenti, ma Monti avverte che il decreto è pressoché blindato. In Parlamento terrà «occhi e orecchie spalancati», perché le forze che lo sostengono non provino a cambiare troppo i contenuti pur tenendo fermi i saldi: «Il tempo è poco e il margine di flessibilità è pochissimo». Metterà la fiducia? «È prematuro affermarlo, ma le ho spiegato qualcosa di più importante - e qui il "prof" bacchetta lo studente Vespa - cioè che non modificheremo la struttura». La cosa che più lo ha fatto «soffrire» è aver dovuto toccare le pensioni più basse. «Ci siamo sentiti molto in difficoltà - ammette -. Lì ci siamo convinti che era il caso di chiamare a contribuire anche chi aveva usufruito dello scudo fiscale». La ministangata «sarà fatta», lo dice Monti e lo ribadisce Grilli a Ballarò, aggiungendo che gli «scudati» che non verseranno la tassa dell' 1,5 per cento perderanno l'anonimato. Sull'Ici il viceministro apre a una proroga per le prime case e, sulle pensioni, Elsa Fornero spera che, se si troveranno i soldi, si possa «alzare il tetto per garantire l'indicizzazione» agli assegni più bassi. Per due volte Monti loda la sua «piccola squadra» e promette una futura ribalta anche a quei ministri rimasti in ombra, «fiero e orgoglioso» com'è di aver scelto uomini e donne «di straordinaria qualità». Respinge le critiche dei cattolici per i mancati sgravi alla famiglia, fa capire quanto sia arduo dover fare «equilibrismo» tra Pd e Pdl e conferma che non alzerà l'Irpef. Scherza su Vespa «ministro dell' Economia» e rivendica di aver riportato l'Italia «nel salotto buono» del mondo. Quanto ai costi della politica «siamo solo all'inizio», prepara nuove sforbiciate Monti. E annuncia una «task force aperta anche ai contributi dei giornalisti». Solo sul finale concede uno squarcio della sua vita privata. La mamma lo ammoniva a «tenersi alla larga dalla politica» e la moglie lo rimprovera ogni sera per essere rientrato tardi nell'appartamento presidenziale: «Non credo sia interamente contenta per gli orari che faccio». È forse l'unico sorriso, l'unico momento in cui Monti si rilassa dopo aver tenuto, per mezz'ora, i gomiti puntati sui braccioli della poltroncina.

«Il rischio era che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni». E allora……?!?

Pensioni, d’oro, pensioni baby, pensioni privilegiate, stipendi a statali nullafacenti e irrispettosi che causano disservizi a catena. Sprechi e foraggiamento ai media per tacitare verità scomode. Di che parliamo. Di truffa legalizzata, se non di che cosa?

Proprio il 9 dicembre 1011 un servizio di Mingo su “Striscia la notizia” denuncia uno spreco colossale: Pagato, ma non lavora da sei anni. Mingo intervista un signore.

Mingo «Innanzitutto complimenti, perché lei mette la faccia nel dire questa cosa che a noi sembra incredibile. Cioè lei percepisce uno stipendio senza lavorare.»

Persona «Sì, sì, esattamente così.»

Mingo «He sì. Lei fa il segretario comunale.»

Persona «Sì, sì, e questo è il mio lavoro… segretario comunale.»

Mingo «E cosa consiste, detto in parole povere.»

Persona «Intanto, come dice la parola, lavoro nei Comuni. Lavoro nei Comuni e mi occupo di coordinare i vari servizi dei Comuni…»

Mingo «Certo…»

Persona «Presto consulenza, soprattutto giuridica ai vari organi….»

Mingo «Certo…»

Persona «E anche ho anche il compito ingrato, qualche volta di vigilare su..su…sull’attività del Comune…»

Mingo «Del Comune….. Mi spiega perché sta a casa e percepisce lo stipendio.»

Persona «E guardi. E’ semplice. Circa 15 anni fa…»

Mingo «Sì….»

Persona «La legge è cambiata. Prima ci assegnavano le Prefetture. Il Ministero tramite le Prefetture ai comuni. Da circa 15 anni è stato stabilito che il segretario debba essere di fiducia del Sindaco o del presidente della provincia…»

Mingo «Haaa….»

Persona «Quindi che succede. Quando il Sindaco si scegli il Segretario di sua fiducia, quello che già lavora se ne deve andare…»

Mingo «Ho capito. Percependo lo stesso lo stipendio….»

Persona «E certo…..»

Mingo «Lo stipendio, vogliamo ricordare di…»

Persona «Duemila e seicento euro.»

Mingo «Mi scusi. Da quanti anni lei percepisce lo stipendio e non lavora.»

Persona «Lo devo dire…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Lo dico…»

Mingo «Lo dica….»

Persona «Da sei anni netti.»

Mingo «Haaa….mi scusi però, perché ha scelto di dirlo a Striscia.»

Persona «Beh…intanto, perché questo problema non coinvolge soltanto me, ma possiamo dire, centinaia di persone…»

Mingo «In Italia…in tutta Italia…»

Persona «Sì, nel nostro paese, evidentemente, e poi perché il fatto che il mio destino personale, professionale, familiare debba essere affidato a persone sulle quali, in qualche modo, dovrei esercitare anche un minimo di controllo, per quanto non mi faccia piacere»

Mingo «Certo….»

Persona «E’ un’aberrazione che non mi sta bene, che danneggia me e danneggia soprattutto i cittadini per le ricadute di illegalità che questa situazione comporta. »

E non è tutto.

Tira una brutta aria, sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il premier Mario Monti intende mettere mano agli stipendi dei parlamentari: una sforbiciatina da 5mila euro a politico che sta infiammando i corridoi dei Palazzi romani. "Non è necessario attendere l’esito dell’indagine della commissione Istat per equiparare le retribuzioni dei parlamentari italiani alla media Ue: basta riferirsi semplicemente a quanto accertato dall’Europarlamento nella sua indagine del luglio 2008 che aveva fatto uno studio approfondito per arrivare a una media dei compensi fino ad allora attribuiti dai singoli Paesi". In una intervista all’Adnkronos il presidente della commissione Esteri del Senato, Lamberto Dini, replica duramente alle indiscrezioni, apparse oggi su alcuni quotidiani, che parlano di una rivolta in parlamento a causa dell'emendamento "taglia-stipendi" che scatterebbe per decreto qualora la commissione guidata dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini non finisse il proprio lavoro entro fine anno. La norma, contenuta nel decreto "salva Italia" licenziato dal premier Mario Monti, prevede la riduzione - già a partire dal gennaio 2012 - delle indennità ai parlamentari equiparandole a quelle percepite dai politici negli altri Paesi dell'Eurozona. Una presa di posizione che, a detta del Tgcom, non piace affatto ai nostri politici. Da Montecitorio e da Palazzo Madama fanno sapere che la norma violerebbe "l'autonomia del Parlamento". Lo stesso Dini va a riesumare una indagine disposta dall’Europarlamento due anni fa: la ricerca serviva a fissare la retribuzione degli eurodeputati come risultante dalla media delle retribuzioni dei parlamentari dei singoli Paesi. "La verità - ha spiegato il parlamentare del Pdl - è che le retribuzioni onnicomprensive nette (quindi non solo l’indennità, ma anche la diaria e i compensi accessori), dei deputati e senatori italiani sono già oggi, anche in virtù delle riduzioni già decise nei mesi scorsi, al di sotto della media delle analoghe retribuzioni dei colleghi europei". Per Dini questo dovrebbe bastare. Secondo i numeri riportati da Repubblica, l'indennità di un deputato ammonta a oltre 11.700 euro, cifra calcolata al netto della diaria. Si tratta di circa 6mila euro in meno (per essere precisi 5.339 euro) rispetto alla media delle retribuzioni percepite nel Vecchio Continente. A questi numeri il governo Monti sta guardando come modello al fine di riuscire a tagliare i costi del parlamento. La prima bocciatura ai tagli è stata decisa dalla commissione Affari costituzionali che ha espresso parere negativo sul settimo comma dell'articolo 23. Stesso copione anche a Palazzo Madama. "Quell'intervento, giusto nel merito, lede l'autonomia del parlamento - ha spiegato il senatore questore Benedetto Adragna a Repubblica - Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà un emendamento correttivo. Puntiamo all'equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue".

Un nuovo trucchetto della Casta, che come titola Libero in edicola, martedì 3 gennaio 2012, "frega pure Monti". Perché? Perché la Casta si è salvata gli stipendi d'oro. Era stata infatti creata una commissione che, come spiega il vicedirettore Franco Bechis, "entro il 31 dicembre avrebbe dovuto stabilire se e come tagliare i trattamenti economici di deputati, senatori, politici degli enti locali, giudici, dirigenti e boiardi di Stato". Peccato che questa commissione abbia già rinunciato alla titanica impresa, poiché "troppo delicata". Eppure la faccenda non pare così complessa: Libero ha completato i calcoli che erano stati delegati alla commissione in poche ore. Nel Sistema parlamentare italiano c'è una tessera che consente loro di salire e scendere liberamente da aerei, treni, navi, di non pagare il pedaggio autostradale. Un privilegio che non ha nessun collega europeo: in Francia i parlamentari hanno una tessera che permette loro di fare più di 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e sei fuori dal collegio. Come se non bastasse l'onorevole italiano usufruisce anche di 258 euro di rimborso mensile per le spese telefoniche e di 41 euro per la dotazione informatica. Fino al 31 dicembre 2011 la nostra Casta usufruiva di un vitalizio dopo solo due legislature, al compimento del 50esimo anno: resta l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione calcolata con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni d'età.  In Italia il vitalizio è stato di 2.486 euro mensili per due legislature. La Casta percepisce anche un'indennità di residenza, una somma assegnata al parlamentare per mantenersi fuori dalla città di residenza: sotto questo aspetto gli italiani non sono primi, perché la somma che percepiscono i colleghi tedeschi è più alta: 3900 euro invece dei 3500 degli italiani. Da qualche tempo questa ricca indennità viene decurtata in base alle assenze: non solo quelle nelle sedute dell'aula ma anche delle commissioni. Si possono tagliare gli stipendi dei parlamentari italiani? Per la Commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che i nostri deputati e senatori guadagnano più dei colleghi europei in termini di stipendio, però costano di meno in termini di assistenti (i cosiddetti portaborse) e spese aggiuntive. Lo dice il rapporto della Commissione. Per la Commissione è impossibile fare una media. L'organismo che aveva avuto l'incarico dal governo Berlusconi e dalle presidenze di Camera e Senato, confermato dall'esecutivo Monti, doveva rendere il suo verdetto entro il 31 dicembre 2011 e lamenta il poco tempo a disposizione. La media comunque è complessa: in Italia l'indennità parlamentare lorda per i deputati è di 11.283 contro i 7.100 euro della Francia, i 2.813 della Spagna, 8.500 nei Paesi Bassi, 7.668 in Germania. A cui si aggiunge in Italia una diaria da 3.500 euro. Sono però minori le spese accessorie, in particolar modo quelle dei collaboratori: rientrano per i deputati nostrani fra le spese di segreteria e rappresentanza, 3.690 euro al mese. Mentre per esempio in Francia un deputato può spendere fino a 9.100 euro al mese per i collaboratori, in Germania sono pagati dal Parlamento per un totale di 14.700 euro, in Austria sono dipendenti della Camera. Per la Commissione comunque i dati raccolti sono «del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Insomma insufficienti per capire se e quanto tagliare. Quindi «nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito a essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa».

Si potrebbe dire, però, che rapportati allo stipendio di altri boiardi di Stato, il Parlamentare non percepisce tanto, in riferimento alla carica ricoperta. Dà fastidio il fatto la loro tracotanza ed indifferenza nei confronti del cittadino che li elegge e che dovrebbe rappresentare. Provate a mandare un e-mail per chiedere un intervento istituzionale su un problema singolo o collettivo: lettera morta.

L'indagine di Mario Sensini su “Il Corriere della Sera”. Più di sedicimila euro al mese: il record dei parlamentari italiani. Le tabelle pubblicate dalla Commissione Giovannini. Al secondo posto i francesi con 13.500. Più di 16 mila euro lordi al mese in tasca. Contro i 13.500 di un deputato francese, i 12.600 di uno tedesco, i poco più di 10 mila euro che guadagna un rappresentante della Camera olandese, i 9.200 di un deputato belga, gli 8.650 di un austriaco, per non parlare dei 4.630 euro che costituiscono il «misero» appannaggio di un deputato spagnolo. Le tabelle che mettono a nudo i privilegi della politica italiana sono lì, appena pubblicate dalla Commissione Giovannini sul sito della Funzione pubblica: gli eletti del Bel Paese costano da un minimo del 20 per cento fino al 400 per cento in più rispetto ai colleghi. Dati che parlano chiaro, ma che rischiano di servire a ben poco.

Deputati e senatori italiani, insomma, si mettono in tasca il 60% in più rispetto alla media europea.

Ma quella media resta pur sempre un calcolo «a spanne», come ammette la stessa Commissione, e su queste basi sarà molto difficile, anzi praticamente impossibile, far scattare la mannaia sui costi della politica italiana. La norma voluta da Giulio Tremonti e attesa dai presidenti di Camera e Senato sembrava molto semplice, stipendi parametrati alla media europea, ma in realtà rischia di rivelarsi inapplicabile. Quell'articolo del decreto di luglio 2011, come scrive la stessa Commissione, presenta infatti «aspetti di ambiguità e talvolta di contraddittorietà». E il gruppo di lavoro guidato dal presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, composto da esperti di chiara fama, compreso un rappresentante di Eurostat, è letteralmente impazzito per tirarne fuori qualcosa di sensato. Senza riuscirci. Non solo per i tempi strettissimi che sono stati concessi alla Commissione, o perché la richiesta di una proroga è stata rifiutata da Palazzo Chigi, che ha ricordato come il termine ultimo per la consegna del lavoro sia quello del 31 marzo 2012. Alla Commissione ci sono volute intere settimane per arrivare a definire che cosa debba essere considerato nel «trattamento economico omnicomprensivo» cui fa riferimento la legge per le cariche apicali della pubblica amministrazione.

Altre settimane di lavoro, confronti, discussioni, per dare un senso alla definizione, invece, del «costo» relativo al trattamento economico omnicomprensivo che la legge prescrive di calcolare per i parlamentari. Poi c'è stato il problema dell'individuazione degli organismi «omologhi» a quelli italiani che in molti casi negli altri Paesi non ci sono (solo 16 istituzioni sulle 31 considerate dalla legge italiana perché fossero parametrate a quelle europee, hanno dei corrispondenti più o meno simili), la definizione del concetto di retribuzione (la legge italiana fa riferimento al lordo, ma come si sa a parità di retribuzione lorda le tasse e contributi fanno una differenza abissale), poi quello della ponderazione sul Pil (già, ma di quale Pil, se a prezzi correnti o a parità di potere d'acquisto la legge non lo dice), ed infine la raccolta dei dati. Spesso non ufficiali, e che sono arrivati attraverso i canali diplomatici solo a partire dal 13 dicembre scorso. Fatto sta che dopo tre mesi di riunioni a spron battuto, la Commissione Giovannini ha alzato le braccia e si è arresa. Ha pubblicato il rapporto entro il 31 dicembre 2011 come prevede la legge. Ma le conclusioni sono disarmanti: «La Commissione considera i dati contenuti del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Se qualcuno pensa di tagliare gli stipendi dei parlamentari e dei vertici dell'amministrazione pubblica usando questa strada, dice in sostanza la Commissione, si sbaglia di grosso. «Di fatto è stato chiesto alla Commissione di condurre in pochi mesi lo studio degli assetti istituzionali e organizzativi di sei Paesi, più l'Italia, con un dettaglio mai realizzato in letteratura e visto l'utilizzo a fini legali dei risultati, con l'esigenza di raccogliere dati di elevata qualità, inconfutabili e pienamente comparabili». Considerati tutti i limiti, non deve stupire la conclusione del rapporto Giovannini. «Nonostante l'impegno profuso e tenendo conto dell'estrema delicatezza del compito ad essa affidato, nonché delle attese dell'opinione pubblica sui suoi risultati, la Commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuna delle medie di riferimento con l'accuratezza richiesta dalla normativa». Abbiamo scherzato? Può darsi. «Le difficoltà finora incontrate dovrebbero far riflettere il legislatore sull'effettiva applicabilità della norma di riferimento della quale (non a caso) non si trova alcuna analogia negli altri principali Paesi dell'Unione europea», si legge nel rapporto della Commissione. Insomma: per andare avanti servono dei correttivi alla legge. Così, in attesa delle mitiche «medie» ci si deve così accontentare di una paio di tabelle riferite al trattamento economico e previdenziale dei deputati e dei senatori italiani ed europei, ma piene zeppe di note a margine e farcite di formulette matematiche. Oltre a questo, il rapporto della Commissione non si spinge. Non servirà a tagliare gli stipendi dei nostri parlamentari, ma se non altro offre all'opinione pubblica un paio di conferme, verificate scientificamente, e scontatissime. Su base omogenea, quindi senza contare la spesa per i collaboratori, e dunque considerando soltanto l'assegno materialmente incassato, i parlamentari italiani sono i più pagati d'Europa. Se si considera anche il contributo per portaborse e uffici stampa gli italiani sono battuti solo dai francesi, ma con una differenza fondamentale. In Italia i contributi per i collaboratori (3.690 euro per i deputati, 4.180 per i senatori) sono erogati formalmente ai gruppi politici di appartenenza, sotto la voce spese di rappresentanza, ma poi da questi vengono girati ai rispettivi titolari. Molto più semplicemente in Francia c'è una linea di credito offerta dal Parlamento per pagare i collaboratori, che se non viene utilizzata, deve essere restituita. Mentre in quasi tutti gli altri Paesi, spesso, il collaboratore del deputato o del senatore è già un dipendente stipendiato dell'istituzione di appartenenza. Anche sul trattamento previdenziale dei nostri parlamentari c'era qualche vago sospetto, che la Commissione Giovannini puntualmente conferma.

Almeno fino al 31 dicembre scorso, quando è scattato il meccanismo del contributivo pro rata, gli italiani primeggiavano in Europa. Dopo cinque anni di mandato il vitalizio maturato era di 2.486 euro al mese, in Francia di 780 euro. Tre volte di meno. Maturato, per giunta, con una contribuzione previdenziale superiore: oltre il 10% dello stipendio contro l'8,6% versato dai parlamentari italiani.

Anche Carmelo Lopapa ha pubblicato la sua inchiesta su “La Repubblica”. L'indennità mensile (lorda) è la più alta d'Europa. Ma il "costo complessivo" del parlamentare in altri paesi, quali Francia e Germania, è ben superiore. Difficile, dunque, anzi "impossibile" decidere chi guadagna di più e chi meno. E soprattutto "fare una media". La Commissione per il livellamento retributivo, guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, rinuncia però a quell'obiettivo. L'organismo (composto anche da quattro accademici) incaricato dal governo Berlusconi  - confermato da Monti - e dalle presidenze di Camera e Senato di confrontare i compensi tra le cariche elettive e gli organi istituzionali di sei paesi Ue, pubblica dunque i risultati della sua attesa comparazione. La relazione, nelle 37 pagine depositate il 31 dicembre 2011, si limita a fotografare la "giungla" retributiva dei parlamentari nei sette paesi presi in esame: Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio. Giovannini ha chiesto però una proroga al 31 marzo per completare il lavoro su organi costituzionali e enti pubblici. "Nonostante l'impegno profuso - si legge nelle conclusioni - la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie".

INDENNITÀ

Supera gli 11mila euro, a Berlino e Parigi 7mila 

In nessun paese europeo un parlamentare percepisce un'indennità lorda mensile pari a quella del deputato (11.283 euro) e del senatore (11.550 euro) italiano. E quella costituisce solo una delle cinque voci che - si legge nella relazione - compongono il "costo" del parlamentare (diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato). Nel caso della Spagna, l'indennità in senso stretto (2.813 euro) è addirittura quasi quattro volte inferiore. Si avvicinano solo i Paesi Bassi con 8.503 euro. Tra i grandi paesi, Francia e Germania viaggiano tra i 7.100 e i 7.668. Ma si parla di lordo. E in Italia dopo le ultime (ripetute) decurtazioni, l'indennità netta è di poco superiore ai 5.000 euro. In ogni caso, fanno notare i professori della commissione, è difficile fare dei confronti perché diverso è anche il livello di tassazione tra paese e paese (per esempio in Francia tocca il 20 per cento sui 7.100 euro lordi). Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ieri dettava la sua ricetta: "Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno da sindaco di una grande città: 4.200 euro al mese". 

DIARIA 

3500 euro per spese di soggiorno, solo in Germania si spende di più

La diaria mensile o "indennità di residenza" non costituisce una prerogativa italiana. Per di più, il budget assegnato al deputato e al senatore per le spese di mantenimento fuori sede non costituisce un record continentale. A ricevere una cifra forfettaria più alta per le spese di soggiorno a Berlino è per esempio il parlamentare tedesco: 3.984 euro. Ma il collega italiano con 3.503 euro segue a ruota. Da qualche mese, alla Camera e al Senato questa ricca indennità accessoria (che non fa differenza tra chi soggiorna a Roma per l'attività parlamentare e chi vive e risiede comunque nella capitale) viene decurtata in proporzione alle assenze: non solo quelle nelle sedute d'aula, ma anche nelle sedute di commissione. Ed è il motivo delle recenti polemiche esplose per i frequenti casi di deputati presenti solo per firmare il registro e poi dileguarsi. In Francia il deputato non percepisce affatto la diaria, ma gode di alloggi a tariffe agevolate in residence di proprietà dell'Assemblea. A Madrid sì, ma ammonta a 1.800 euro, mille in meno poi se il deputato è eletto nella capitale. Trattamento simile nei Paesi Bassi, non prevista in Belgio.

PORTABORSE

4000 euro: meno che in altri Paesi, ma da noi non va giustificata

La commissione Giovannini le chiama "spese di segreteria e di rappresentanza". E accorpa sotto questa unica voce il budget messo a disposizione da Camera e Senato per i parlamentari al fine di consentire a deputati e senatori di avvalersi di collaboratori e di segreterie nei territori di origine e a Roma. Ma il confronto con gli altri cinque paesi messo nero su bianco dalla commissione Giovannini finisce per conclamare l'anomalia tutta italiana. L'anomalia consiste in questo caso non nell'importo - inferiore e in qualche caso di molto rispetto ad altri paesi quali Francia e Germania - ma nella modalità: forfettaria. Vale a dire che il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore. L'Europarlamento da sempre gestisce il budget assegnando al deputato il collaboratore richiesto, ma pagandolo direttamente. Avviene così anche in Germania (dove il fondo per la segreteria lievita a 14.712 euro) e in Belgio, si legge nella relazione. In Francia, se il deputato non utilizza la linea di credito da 9.138 euro in tutto o in parte, viene restituita.

BENEFIT

Treni, aerei, navi e autostrade solo a Roma non si pagano

Il monte benefit è la vera "babele" che fa del parlamentare - quello italiano soprattutto - un privilegiato. La relazione Giovannini lo certifica. La "libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea" consentita dall'apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi. In Francia, i deputati dispongono di una carta ferroviaria, più 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e 6 fuori dal collegio.

In Germania, solo tessera ferroviaria e rimborso per i voli domestici con rimborso a piè di lista. In Spagna, è prevista una diaria da 150 euro per ogni giorno di viaggio all'estero e 120 per viaggio interno. Nei Paesi bassi, treno di prima classe e rimborso chilometrico da 0,37 euro al km ma solo se non esistono mezzi pubblici che consentano al deputato di tornare a casa. Tutta un'altra storia. Il parlamentare italiano usufruisce anche di 258 euro mensili di rimborso per spese telefoniche (in Francia 416 euro, nei Paesi Bassi 33 euro appena) e di 41 euro per dotazione informatica. La Spagna però offre Ipad e telefoni portatili di servizio.

VITALIZI

Ue, tutti con le pensioni: ma in Italia c'è un superassegno

Fino al 31 dicembre 2011, i parlamentari italiani usufruivano di vitalizio dopo almeno due legislature, al compimento del cinquantesimo anno. Resta ora come allora l'assegno di fine mandato, ma il vitalizio è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature). In Italia, fa notare la relazione Giovannini, dopo 5 anni di mandato il vitalizio finora è stato pari a 2.486 euro mensili, con un versamento pari all'8,6 per cento dell'indennità lorda. In Francia, dopo cinque anni di mandato, il vitalizio minimo è pari a 780 euro a fronte di un versamento del 10,5 per cento dell'indennità legislativa, se ne ha diritto a 60 anni. In Germania, l'età alla quale il deputato matura la pensione è stata innalzata gradualmente dai 65 ai 67 anni. In Spagna la pensione è un beneficio di carattere integrativo ed è pari alla differenza tra la pensione che il deputato riesce a maturare nella vita lavorativa e la pensione massima raggiungibile in quel paese. Integrazione che può essere richiesta se il mandato è stato almeno di 11 anni.

"Salvate le persone, non le banche", diceva la folla di manifestanti negli Stati Uniti per reazione all'imponente piano di salvataggio del sistema finanziario varato dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, con l'obiettivo di evitare fallimenti a catena in seguito al tracollo della Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008.

La storia si ripete in Italia. Le misure adottate il 4 dicembre 2011 dal governo di Mario Monti, ex presidente dell'università Bocconi, sono severe con i pensionati, con i proprietari dell'abitazione (l'80% degli italiani possiede la propria casa), con chi ha un reddito medio-basso (i più colpiti dall'aumento dell'Iva di due punti).

Le stesse misure fanno invece sorridere le banche.

Nel decreto Monti ci sono almeno tre benefici per le banche. Il primo deriva dalla riduzione a mille euro del tetto per i pagamenti in contanti, finora era di 2.500 euro. Il tetto sarà più basso, solo 500 euro, per le pensioni. Questo farà aumentare i pagamenti con bonifico, assegno, carte di credito e prepagate. Una stima dice che queste transazioni aumenteranno del 30 per cento. Dunque le banche incasseranno più commissioni e aumenteranno gli utili. Secondo stime le maggiori banche italiane, Intesa Sanpaolo e Unicredit, potrebbero aumentare gli utili di una decina di milioni di euro all'anno ciascuna. Il tetto a 500 euro per i pagamenti in contanti delle pensioni obbligherà circa due milioni di pensionati ad aprire un conto corrente, anche questo andrà a vantaggio per le banche. Queste norme hanno l'obiettivo di ridurre i pagamenti in nero e l'evasione fiscale. Vedremo se accadrà. Tuttavia il governo non ha previsto un immediato abbassamento delle commissioni bancarie. Monti ha solo espresso un generico auspicio a una loro "adeguata riduzione". Si affida alla buona volontà dei banchieri...

Il secondo vantaggio per le banche deriva dalla riduzione dei prelievi in contante. Per le banche queste operazioni sono un costo, alcuni mesi fa alcuni istituti avevano perfino introdotto una tassa per chi prelevava allo sportello i propri soldi, sollevando una marea di proteste. Con l'aumento dei pagamenti senza denaro le banche avranno bisogno di meno personale allo sportello. Secondo stime autorevoli potrebbero essere in eccesso fino al 30 per cento dei cassieri. Per gruppi come Intesa e Unicredit questo significa diverse migliaia di potenziali esuberi (almeno 3-4mila cassieri in meno per ognuna di queste banche). Si tratta di personale dal costo medio di 70-80mila euro all'anno. E' difficile che le banche possano prepensionare questi dipendenti, nel momento in cui il governo alza l'età pensionabile. Avranno comunque una disponibilità di personale che potranno ricollocare. Uno dei banchieri più conosciuti stima che, se le banche riuscissero a ridurre il personale che risulterà in eccesso, nel complesso potrebbero risparmiare fino a un miliardo di euro.

Ma ecco l'aiuto più importante. Le banche sono senza soldi, non fanno più credito alle imprese. E non si prestano neppure il denaro fra loro, perché hanno paura che un'altra banca fallisca. In realtà non tutti sono a secco. Chi ha liquidità preferisce tenerla al sicuro alla Bce, a Francoforte, anche se riceve interessi solo dello 0,5 per cento, ci sono più di 300 miliardi parcheggiati. Cosa ha fatto allora Monti? Ha introdotto la garanzia dello Stato sulle passività delle banche, sulle obbligazioni che emettono per finanziarsi. La garanzia vale anche per le obbligazioni già emesse, è sufficiente che questi bond abbiano tre mesi di vita residua. Se un istituto non fosse in grado di rimborsare le obbligazioni alla scadenza, sarà lo Stato a pagare.

E lo farà con i soldi dei contribuenti, costretti a pagare di più con questa manovra. Il decreto stanzia infatti per questi possibili interventi a favore delle banche 200 milioni di euro all'anno, dal 2012 al 2016, in tutto un miliardo di euro. L'anno prossimo scadono 137 miliardi di bond delle banche. Il primo effetto di questa misura è ridurre il costo della provvista per le banche, grazie alla garanzia dello Stato dovrebbero riuscire a finanziarsi a tassi più bassi.

Se le banche fallissero sarebbe una catastrofe, anche per i piccoli risparmiatori. Dunque l'intento di Monti è comprensibile. Meno condivisibile però è che il salvagente non sia accompagnato da norme che consentano un controllo sulle banche e l'individuazione delle responsabilità e degli errori fatti dai banchieri. Per esempio molte banche hanno impegnato centinaia di milioni di euro in operazioni di potere, come gli interventi "di sistema" (cioè per favorire gli amici) di Intesa in Telecom e nella cordata berlusconiana della nuova Alitalia. Oppure i finanziamenti a favore di Ligresti e dell'immobiliarista Zunino, che vedono in prima linea Unicredit, Intesa e Mediobanca. Questi soldi sono stati sottratti a un utilizzo più corretto, distratti dal finanziamento della produzione delle imprese sane. Quando il presidente Obama ha varato il piano di salvataggio dei gruppi finanziari (Tarp), con un fondo da oltre 800 miliardi di dollari, ha introdotto norme precise di controllo, tra cui un tetto agli stipendi più alti, a cominciare dall'amministratore delegato delle società salvate, che non poteva guadagnare più di mezzo milione di dollari all'anno, pari a circa 350mila euro. Monti non ha messo alcuna norma di questo tipo. Eppure i capi delle grandi banche italiane guadagnano agevolmente almeno due-tre milioni di euro lordi all'anno.

Non c'è un conflitto d'interessi tra queste norme, così favorevoli alle banche, e il fatto che nel governo Monti ci sia una folta pattuglia di ex banchieri? O pensate che questa sia solo una coincidenza? C'è Corrado Passera, che ha lasciato la guida di banca Intesa per fare il superministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti (stipendio 2010: 3,5 milioni lordi) e possiede ancora circa otto milioni di azioni della banca. C'è Elsa Fornero, il ministro tagli-pensioni che era vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, c'è Piero Gnudi, il ministro del Turismo che era nel consiglio di Unicredit. E c'è Mario Ciaccia, uno dei principali dirigenti del gruppo Intesa, che adesso è il viceministro di Passera alle Infrastrutture. Monti chiama il decreto "salva Italia". Di sicuro è anche un decreto "salva banche". Potremmo chiamarlo decreto "ad bancam".

ITALIA E SISTEMA DI POTERE: UN POZZO SENZA FONDO

Tutte le Manovre 2011: un riepilogo per non perdersi.

5 Dossier per 5 Manovre. Abbiamo pensato di riepilogare in uno speciale tutte le Manovre approvate e pubblicate nel 2011, con l'indicazione dei principali provvedimenti e novità introdotte da ciascuna. Decreto Sviluppo 2011, Manovra Correttiva 2011, Manovra Bis di Ferragosto, Legge di Stabilità 2012 e infine la Manovra Monti.

Vista la proliferazione di Manovre elaborate nel 2011 dal Parlamento, ci è sembrato utile raggrupparle in ordine cronologico, con tutti i riferimenti normativi e le principali novità introdotte da ognuna di esse.

Ad ogni Manovra abbiamo dedicato un Dossier informativo che raccoglie tutta la rassegna stampa, la normativa e gli approfondimenti sul tema.

Riepilogando abbiamo le seguenti Manovre:

1.     Decreto Sviluppo 2011

2.     Manovra Correttiva 2011

3.     Manovra Bis di Ferragosto

4.     Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

5.     Manovra Monti – Decreto Salva Italia

Decreto Sviluppo 2011

DL del 13 maggio 2011 n. 70 - Semestre Europeo - Prime disposizioni urgenti per l'economia. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 110 del 13 maggio 2011. Convertito, con modificazioni, dalla Legge 12 luglio 2011 n. 106

Il Decreto Sviluppo 2011 (DL n. 70 del 13.05.2011) come modificato dalla legge di conversione del 12 luglio 2011, n. 106, è entrato in vigore il 13 luglio 2011 con tutte le sue novità introdotte nel corso dell'esame parlamentare. La legge di conversione del decreto sviluppo conferma l'impianto del testo originario, che contiene una miriade di norme che puntano soprattutto alla semplificazione degli oneri burocratici a carico di imprese e cittadini. Tra le modifiche di carattere generale l'abrogazione delle norme sulla concessione del diritto di superficie per il demanio marittimo, mentre per quel che riguarda il fronte fiscale le novità principali sono relative alle procedure di riscossione coattiva. Grazie all'entrata in vigore della manovra di rientro, però, le nuove disposizioni relative all'atto unico di accertamento e riscossione entreranno in vigore solo dal 1° ottobre.

Le novità immediatamente operative riguardano, invece:

                         divieto di ipotecare gli immobili in caso di debiti con l'erario inferiori ai 20.000 euro se la cartella contestata o ancora contestabile in giudizio e il debitore sia proprietario dell'unità immobiliare oggetto di ipoteca o espropriazione ed essa sia adibita ad abitazione principale;

                         8.000 euro la soglia al di sotto della quale non si può iscrivere ipoteca o procedere ad espropriazione immobiliare;

                         uscita di Equitalia dalla riscossione dei tributi locali a partire dal 2012;

                         per i tributi locali non pagati inferiori ai 2.000 euro obbligo di dare due preavvisi , a distanza di almeno sei mesi, prima di avviare le procedure cautelari;

                         obbligo di cancellazione delle segnalazioni dei ritardi di pagamento in seguito alla regolarizzazione.

Le altre principali novità riguardano:

                        credito d'imposta per gli investimenti in beni strumentali nelle aree sottoutilizzate del Mezzogiorno;

                         commissariamento per i comuni che non attuano le norme sullo sportello unico per le imprese;

                         allungamento dei termini per il varo da parte delle regioni delle modifiche al Piano casa;

                         obbligo di accatastamento per gli immobili rurali ai fini delle agevolazioni fiscali;

                         possibilità di utilizzare i dati catastali a fini commerciali;

·        aumento tasse catastali per le visure dal 1° settembre.

Manovra Correttiva 2011 - Manovra Finanziaria

Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98 recante disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 155 del 6 luglio 2011. Convertito, con modificazioni dalla Legge 15 luglio 2011, n. 111.

La manovra di riallineamento dei conti comprende un nutrito pacchetto di disposizioni fiscali destinate ad incidere in maniera significativa soprattutto sui lavoratori autonomi. Una manovra pesante, del valore di oltre 40 miliardi, approvata in 10 giorni dal varo del decreto alla legge di conversione. L’impatto sui conti è destinato a farsi sentire fin da subito e ancora una volta il settore fiscale è chiamato a fare la parte del leone. Nella miriade di norme, infatti, molte sono le novità che non risparmiano nessun settore.

Disposizioni tutte già in vigore grazie all’approvazione sprint del provvedimento.

Per quel che riguarda il pacchetto fiscale la novità di maggior rilievo la previsione del taglio del 5% delle agevolazioni fiscali per l'anno 2013, e del 20% a partire dal 2014, qualora entro il 30 settembre 2013 non siano adottati provvedimenti di riforma del sistema per un suo complessivo riordino, in grado di garantire 4 miliardi di risparmi per il 2013 e 20 miliardi dal 14 in poi. Interessati ai tagli lineari potrebbero essere tutte le agevolazioni fiscali contenute nell'articolo 21, comma 11 - lett. a) della legge 196/2009), senza eccezione alcuna. Previsti tagli, quindi, sia per le famiglie che per le imprese se non interviene una legge di riordino. Rivisto, poi l'aumento del bollo sui conti titoli che ora viene scaglionato in base al valore del deposito. Novità anche per l'addizionale sulle stock option, mentre per quel che riguarda il nuovo regime per i contribuenti minimi con la mini aliquota del 5% è stabilito che la durata può superare anche i cinque anni, ma il regime è valido non oltre i 35 anni di età del beneficiario. Riviste in parte anche le disposizioni in materia di ammortamenti. Alcune di queste misure entreranno in vigore solo il prossimo anno, mentre fin da subito scatta l'obbligo di pagamento del contributo unificato per i ricorsi di fronte alle Commissioni tributarie, come pure la possibilità di chiusura agevolata delle liti pendenti.

Ecco le principali disposizioni:

                         chiusura agevolata delle liti fiscali pendenti alla data del 1° maggio 2011;

                         contributo unificato per i ricorsi tributari;

                         abolizione della fidejussione per i versamenti rateali per accertamento con adesione;

                         accertamenti esecutivi dal 1° ottobre con obbligo di indicazione anche delle sanzioni;

                         obbligo per i gestori delle carte di credito di comunicare le operazioni ai fini dello spesometro;

                         rinvio dei pagamenti fino al 2012 e zona franca a Lampedusa;

                         limiti al riporto delle perdite e all'ammortamento dei beni gratuitamente devolvibili;

                         revoca delle partite Iva inattive;

                         aumento dell'imposta del bollo sul conto titoli;

                         addizionale sul bollo auto per i veicoli con oltre 225 kw di potenza.

Di seguito, invece, le novità operative dal 2012:

                         revisione del regime fiscale per i contribuenti minimi;

                         introduzione dell'obbligo di reclamo e mediazione in materia di ricorsi tributari.

Manovra di Ferragosto o Manovra Bis 2011

Decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 188 del 13 agosto 2011. Convertito dalla Legge 14 settembre 2011 n. 148.

La manovra di Ferragosto (d.l. 138/2011), in vigore dal 13 agosto 2011, è aggiuntiva rispetto a quella di luglio, per anticipare il pareggio di bilancio al 2013. L’intervento si è reso necessario a seguito delle sollecitazioni europee, e soprattutto della banca centrale europea. Fisco protagonista della manovra-bis. Dopo i tanti ripensamenti e le riscritture del provvedimento, è proprio quello delle entrate il settore destinato a garantire il valore aggiunto necessario per centrare l’obbiettivo del pareggio di bilancio fin dal 2013. Se i tagli in molti casi sono più che altro una dichiarazione d’intenti, come, in particolare, per quel che riguarda l’abolizione delle province, la stretta sulle entrate è un dato certo e ineludibile. Un insieme di disposizioni, peraltro, che si inseriscono nel solco tracciato già con la manovra del 2010. Ma se lo scorso anno per l’applicazione delle nuove disposizioni erano stati previsti tempi lunghi, quest’anno il clima è completamente diverso. Con la manovra-bis le novità sono tutte già in vigore, a partire dal ritocco dell’Iva, e con gran parte di queste occorrerà fare i conti già in sede di acconto.

Di seguito le principali novità in campo fiscale:

                         Iva ordinaria sui beni e sulle prestazioni professionali al 21%;

                         contributo di solidarietà del 3% sui redditi imponibili oltre i 300.000 euro lordi;

                         recupero coattivo delle somme dovute per il condono del 2002;

                         inasprite le sanzioni penali e aumentati i termini di prescrizione per i reati tributari;

                         maggiorazione del 10,5% dell'Ires per le società di comodo e quelle in perdita sistemica;

                         revisione della normativa fiscale sui beni d'impresa concessi in uso a soci o familiari;

                         revisione delle agevolazioni fiscali per le cooperative;

                         restituzione entro 90 giorni dei bonus bebè non spettanti per evitare le sanzioni fiscali;

                         bollo del 2% sui trasferimenti di denaro verso paese extracomunitari se l'ordinante non ha matricola Inps e codice fiscale;

                         arriva lo scontrino per gli stabilimenti balneari;

                         delineata la riforma degli ordini professionali

Legge di Stabilità 2012 (Legge Finanziaria 2012)

Legge 12 novembre 2011, n. 183 (Legge di stabilità 2012, ex legge finanziaria) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato. Approvata in via definitiva dal Parlamento il 12 novembre 2011 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale 14 novembre 2011, n. 265.

Approvata in tempi record per la crisi politica, la Legge di stabilità è destinata comunque ad entrare il vigore dal 1° gennaio 2012. Nessuna anticipazione delle misure, quindi, rispetto ai tempi originariamente previsti, tranne la riforma degli Ordini che dovrà essere operativa entro agosto 2012. In ogni caso saranno necessari decreti attuativi. In vigore da gennaio, invece, il taglio della burocrazia e le semplificazioni per le srl, mentre per la possibilità di avviare società tra professionisti appartenenti a ordini diversi occorrerà attendere un apposito decreto del ministero della Giustizia.

Di seguito le principali novità per professionisti e imprese:

                         riforma degli ordini professionali e possibilità di costituzione di società interprofessionali;

                         certificati sostituiti da autocertificazioni per i rapporti con enti pubblici e società di gestione di servizi pubblici;

                         zone a burocrazia zero estese dal Meridione a tutto il territorio nazionale;

                         semplificazioni per la gestione delle imprese a contabilità semplificata e per i collegi sindacali;

                         taglio dei contributi per i contratti di apprendistato per le imprese con meno di 9 addetti;

                         revisione delle aliquote contributive per la gestione separata;

                         dismissione del patrimonio immobiliare e vendita dei terreni agricoli con prelazione per i giovani coltivatori diretti;

                         aumento del contributo unificato per le spese di giustizia.

Manovra Monti "Salva Italia".

Una manovra, quella approvata dal Consiglio dei Ministri il 4.12.2011, che come suggerisce il Presidente Mario Monti “salva l’Italia” e che si è resa necessaria per affrontare la crisi finanziaria gravissima che ha investito l’area Euro e più specificatamente il debito italiano. Complesso il pacchetto di interventi che il Governo ha messo a punto e che, nonostante l’emergenza, dà il via ad una serie di riforme strutturali dell’economia italiana. In tutto la manovra ammonta a 30 miliardi di €, per il triennio 2012-2014. Di questi 30 miliardi, 20 saranno destinati alla correzione dei conti pubblici e 10 a promuovere la crescita. Si ricorda, inoltre, che il testo della manovra – sotto forma di D.l. - dovrà essere firmato dal Presidente della Repubblica per poi passare al Parlamento, l’obiettivo è ottenere il via libera definitivo entro Natale.

Principali provvedimenti:

                         ritorno dell’Ici sulla prima casa (c.d. IMU);

                         Incremento di due punti percentuali dell'Iva: quella del 21% passa al 23%, quella del 10% passa all’11% da settembre 2012;

                         l’integrale deducibilità dell’Irap sul costo del lavoro ai fini Irpef ed Ires;

                         Super bollo per le autovetture pari a 20 € per ogni chilowatt di potenza superiore a 170 Kw;

                         Supertassa per lo stazionamento delle imbarcazioni da diporto e degli aeromobili privati;

                         Limite di 1.000 € per il pagamento in contanti;

                         Prelievo dell’1,5% sui capitali fatti rientrare in Italia con lo scudo fiscale;

                         riforma delle pensioni con l’aumento dell’età pensionabile.

Manovre, nel 2011 interventi per 75 miliardi. I più imponenti di sempre. In 20 anni finanziarie per 460 miliardi. Se si dovessero guardare gli interventi correttivi dei conti, questa sarebbe la peggior crisi degli ultimi vent'anni, peggio di quella di inizio Anni 90. Il governo Berlusconi Quater e il governo di Mario Monti, insieme, sono destinati a varare manovre finanziarie pari a quasi 75 miliardi di euro in un solo anno. La cifra supera di gran lunga l'intervento messo a punto dal governo Amato nella crisi del 1992, un 'correttivo' da 48 miliardi (96 miliardi di vecchie lire), ma con impatto immediato sui conti, diversamente da quanto avviene per le manovre di oggi, che sono cambiate e hanno un impatto triennale.

DECRETO BERLUSCONI-TREMONTI DA 54,2 MILIARDI. Il decreto Berlusconi-Tremonti varato a inizio settembre 2011 aveva un valore di 54,2 miliardi, con impatto sul 2013. A questo vanno aggiunti i 20 miliardi della 'correzione' del nuovo governo tecnico guidato da Mario Monti. Per un totale per il 2011 di 74,2 miliardi di euro.

IN 20 ANNI MANOVRE PER 460 MILIARDI. Nel complesso, negli ultimi 20 anni, i conti pubblici hanno subito una correzione per quasi 460 miliardi di euro. Dopo la manovra del 2011, la seconda per entità è quella varata da Amato nel 1992, seguita da quella di Tommaso Padoa-Schioppa nel 2006 (oltre 35 miliardi). Mentre nel 1996, l'anno dell'eurotassa per centrare l'ingresso nell'euro, la manovra varata valeva 32 miliardi (62.500 miliardi delle vecchie lire).

Ecco una tabella che riepiloga l'entità degli interventi per anno governo e ammontare in miliardi di euro.

1991 Andreotti 29 miliardi di euro

1992 Amato 48

1993 Ciampi 16

1994 Berlusconi 25

1995 Dini 16

1996 Prodi 32

1997 Prodi 13

1998 D'Alema 7

1999 D'Alema 8

2000 Amato 0

2001 Berlusconi 17

2002 Berlusconi 20

2003 Berlusconi 16

2004 Berlusconi 24

2005 Berlusconi 27

2006 Prodi 35

2007 Prodi 15

2008 Berlusconi 13

2009 Berlusconi 11

2010 Berlusconi 13

2011 Berlusconi 74

2011 Monti 20

Queste manovre non ledono l’evasione fiscale: sia perché non si incentiva la volontaria e trasparente denuncia dei redditi con la detrazione assoluta di ogni spesa sostenuta, per obbligare il contribuente a chiedere la fattura o la ricevuta fiscale, sia perché pari a cento versato al fisco si ottiene zero in servizi.

Ergo si paga per sostenere le sanguisughe pubbliche, ed al cittadino, questo non gli va giù.

Allora i politici cosa fanno: si tirano fuori, nominano un capro espiatorio che si assume la responsabilità della stangata, per poi farlo fuori e ripresentarsi immacolati alle elezioni.

Sempre loro; sempre quelli uguali a se stessi da oltre 20 anni, sempre quelli, i quali hanno provocato il dissesto.

E gli italiani, coglioni, a rivotarli.

Iniqua, insostenibile, atroce, punitiva. Ma anche urgente, necessaria, senza alternative. Fra le molteplici definizioni e gli aggettivi che sono stati affibbiati alla manovra varata dal governo Monti forse manca quello più importante: inutile. Sebbene solo in pochi lo ammettano, voce ormai serpeggia fra gli economisti non allineati al pensiero dominante e gli osservatori più attenti: l'Italia si trova nel famigerato cul de sac, dal quale non è possibile uscire se non cambiando completamente paradigma. Uno dei postulati del paradigma della crescita è infatti il rapporto debito/pil. In un paese dall'economia sana – sempre ragionando nell'ottica della crescita - questo rapporto non dovrebbe essere superiore allo zero, e il debito non dovrebbe crescere con ritmi superiori al prodotto interno lordo. In Italia questo rapporto si aggira attorno all'1,2, ovvero il debito è circa il 120 per cento del pil. Inoltre il nostro debito sovrano è soggetto a forti speculazioni: quello che viene contratto in tempo di crisi, attraverso l'emissione di bond e obbligazioni, ha degli interessi a dieci anni che si aggirano attorno al 7 per cento. Il pil invece è praticamente fermo, ovvero l'Italia non cresce.

Ecco, in questa situazione – sempre nell'ottica dominante - si può intervenire un due modi: agendo sul debito o sulla crescita. La manovra Monti agisce sul debito: cerca cioè di tagliare il più possibile le spese per chiudere in attivo il bilancio statale e ripagare parte del debito (una parte minima a dire il vero) sperando così che con il diminuire del debito calino anche gli interessi da pagare su di esso. Ma così facendo egli va a colpire direttamente sia le risorse dello stato che le tasche degli italiani, che saranno più poveri e spenderanno meno. Dunque gireranno meno soldi, ancora meno ne entreranno nelle casse dello stato ed il bilancio tornerà in passivo. La crescita non ripartirà ed il debito aumenterà ancora.

Scrive acutamente nel suo blog il giornalista Paolo Barnard, “Mario Monti si troverà con un cane che si morde la coda, e mentre da una parte darà un colpo per raddrizzare il cerchio, dall’altra il cerchio picchierà sul muro storcendosi di nuovo”. È una situazione, quella attuale, dalla quale non si esce se non a patto di una radicale cambiamento di vedute. Per questo motivo sono fiorite, sul web come sulla carta stampata, moltissime proposte di contromanovre, che provano a vedere la situazione da altri punti di vista, e che nel cercare i soldi necessari al bilancio statale mettono al centro le esigenze dei cittadini piuttosto che quelle del mercato.

Il governo Passera-Monti decida di fornire garanzie statali sulle passività delle banche, garanzie pagate con soldi pubblici, che permetteranno agli istituti di credito di pagare più serenamente compensi milionari ai propri manager, senza che nessuno evidenzi un vergognoso conflitto d’interessi è francamente inaccettabile. Ci può spiegare il Primo Ministro secondo quale logica i conti delle banche italiane necessitano dei soldi di pensionati e famiglie se, tanto per citare un esempio, Banca intesa per il 2010 ha distribuito 1,3 miliardi di euro in dividendi ai propri soci e pagato poco meno di 4 milioni di euro come compenso al proprio amministratore delegato? Qual è la ratio che sta alla base della decisione di reintrodurre una tassa sulla casa di abitazione, bene per il quale la maggioranza degli italiani ha fatto sacrifici immani, non prendendo in considerazione ipotesi come quella di toccare grandi patrimoni, abolire i rimborsi elettorali e i finanziamenti pubblici dei partiti, eliminare tutti i “privilegi” della politica, non parlando demagogicamente solo dei costi, equiparare i livelli dei gettoni di presenza nei consigli comunali, spesso diversissimi tra Città e Città?”

Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant'anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto?

È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?

È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell'ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni. Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell'«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l'anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.

Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza.

Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l'apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell'Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell'Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.

Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l'anzianità «a regime» (campa cavallo...) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi...), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli...

ICI, QUELLI CHE NON PAGANO: anche Confindustria, partiti e sindacati, gli esentati.

Sull'Ici è guerra di tutti contro tutti. Dopo le accuse alla chiesa cattolica i cui immobili - anche quelli adibiti ad attività di lucro - sono esentati dalla tassa sugli immobili, si è allungata la lista delle associazioni che non pagano. Dalle tante chiese e confessioni - sinagoghe e moschee in testa - ai partiti politici. In questo caso aggirare la legge è semplice: basta intestare l'immobile a una fondazione e il gioco è fatto. Per non parlare di ambasciate, consolati e sindacati. Il patrimonio della Cgil, per esempio, è stimato che si aggiri intorno alle 1.000 unità, anche se è difficile districarsi tra sigle e sottosigle, tra Filcams, Fillea, Fisac, Spi, Fgil. La Cisl conta sedi in ogni capoluogo di provincia e anche qui arriviamo a numeri a tre zeri. Idem per la Uil, che ha addirittura creato una società ad hoc per gestire il patrimonio immobiliare: la Labour Uil. Dal canto loro i confederali hanno prontamente rispedito le accuse al mittente: «Tutte le strutture sindacali, a ogni livello, pagano regolarmente l'Ici in base alla legislazione vigente», hanno messo nero su bianco in un comunicato congiunto. «Cgil, Cisl e Uil», hanno ribadito, «possono attestare l'avvenuto pagamento dell'Ici con i relativi bollettini a disposizione di tutti gli organi di informazione, a dimostrazione della trasparenza dell'attività sindacale».

È partita la caccia a chi non paga l'Ici. Si allarga il fronte politico di chi vorrebbe maglie più strette per far pagare le tasse anche alla Chiesa. Da "Il Corriere della Sera" si apprende che il presidente della Cei Bagnasco ha mostrato disponibilità «a valutare la chiarezza della norma». Ma allo stesso tempo l'Avvenire passa al contrattacco segnalando che non soltanto i beni ecclesiastici sono esentati dal pagamento delle tasse sugli immobili. In effetti l'elenco è lungo, e comprende tutti gli edifici di proprietà di organizzazioni internazionali e Stati esteri (compreso però il Vaticano), così come le fondazioni culturali e liriche, le Camere di Commercio, le università, le scuole. Anche i musei, ma a patto che non comprendano attività commerciali come book-shop o caffetterie (il che li esclude praticamente tutti). Sono poi esentate tutte le associazioni impegnate nel sociale, e in questo novero finiscono anche le attività ricreative, come buona parte dei 5.500 circoli Arci.

Ma torniamo ai beni ecclesiastici. Secondo stime dell'Anci aggiornate al 2007 - quando ancora esisteva l'Ici sulla prima casa - l'esenzione vale 400 milioni di euro l'anno, al netto dell'inflazione e della rivalutazione degli estimi catastali prevista dalla manovra. Come è noto, solo i luoghi di culto, di pertinenza religiosa o che svolgono funzioni di assistenza ai bisognosi sono esentati dalla legge. Ma da più parti sono stati sollevati dubbi sul rispetto delle norme. Al punto che lo stesso Bagnasco ha chiesto che vengano sanzionati gli eventuali abusi. Il controllo «fiscale» sui beni della Chiesa spetterebbe alle amministrazioni, che però su questo fronte fanno poco o nulla. Secondo alcune rilevazioni, addirittura il 20% del patrimonio immobiliare italiano farebbe capo alla Chiesa. Il catasto comprenderebbe 100mila fabbricati, con un valore di circa 9 miliardi di euro. Le stime di settore parlano di circa 115mila immobili, quasi 9mila scuole e oltre 4mila tra ospedali e centri sanitari. Solo a Roma ci sono 23mila tra terreni e fabbricati, 20 case di riposo, 18 istituti di ricovero, 6 ospizi. Ma di questi quanti realmente dovrebbero essere tassati?

I Radicali da anni, spesso come voce solitaria, segnalano l'anomalia dei beni di proprietà della chiesa sfruttati a fini commerciali e tuttavia esentati dall'Ici. Il consigliere comunale di Milano Marco Cappato ha presentato un'interrogazione per conoscere quali sono i beni della Chiesa, i controlli fiscali eseguiti e con quale risultato: «Non ho ancora ricevuto risposta - spiega al Corriere della Sera - nell'attesa ho chiesto conferma del trattamento riservato ad alcuni beni ecclesiastici chiedendo se fossero esentati. Ed ottenuta risposta positiva, abbiamo provveduto noi a fare una piccola verifica». Il segretario dei Radicali Mario Staderini si è presentato in alcuni studentati e convitti ecclesiastici chiedendo una stanza per qualche notte. Ha così scoperto che in qualche caso, dietro la parvenza di una struttura religiosa, si celava un vero e proprio albergo, con tanto di tariffe perfettamente in linea con i costi del mercato. Il tutto filmato da una telecamera nascosta.

Per Avvenire bisognerebbe diffidare dalla «Fissazione radicale». Come spiega il direttore Marco Tarquinio, quella in corso è un'offensiva contro la solidarietà: «I promotori della nuova campagna anti-Chiesa, che ha risposto acremente agli appelli del mondo cattolico per misure fiscali pro famiglia e anti evasione, vogliono in realtà tassare la solidarietà». Il giornale dei vescovi ribadisce che l'esenzione compensa il welfare erogato dalle strutture ecclesiastiche. «Chiunque altro risponderebbe con una serrata dimostrativa di almeno sette giorni delle proprie attività - aggiunge Tarquinio -. Ma una settimana senza carità cristiana l'Italia non se la merita e non se la potrebbe permettere, soprattutto oggi. E i cattolici, poi, non sanno nemmeno come si fa una serrata».

In un altro articolo appare invece una breve elencazione degli «esenti meno noti», ossia «partiti, circoli culturali e sindacati». Tesi poi ribadita anche da alcuni esponenti politici di primo piano, come Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo alla Camera del Pdl: «Esistono esenzioni fiscali per le attività non lucrative - prosegue - di cui beneficiano non solo le confessioni religiose ma ad esempio anche i sindacati e la vasta galassia dell'associazionismo». Avvenire cita il caso dei circoli di volontariato che diventano ristoranti: «Vi è mai capitato di entrare in un locale dove si ascolta musica, si mangia e si beve allegramente? Prima di entrare vi fanno pagare una piccola quota associativa con tanto di tesserina? Bene, quel locale, noto circolo di una nota associazione ricreativa, non paga l'Ici». In un duello che inevitabilmente riporta la memoria ai tempi di don Camillo e Peppone, il quotidiano dei vescovi passa poi ad elencare «le case del popolo, così come i partiti politici».

Quindi anche il Partito Radicale, che da anni è l'alfiere della caccia all'esenzione, non pagherebbe l'Ici? «Non è affatto vero - replica Staderini - per la nostra sede noi paghiamo eccome, anche 2-3mila euro all'anno». È ancora più preciso il tesoriere del Pd, Antonio Misiani: «La normativa vigente prevede che i partiti politici siano soggetti al pagamento dell'Ici, salvo diversa deliberazione delle amministrazioni comunali». Che però vengono gestite dai partiti medesimi. Ugualmente sollecitate, tutte le sigle sindacali hanno provveduto a fare lo stesso comunicato: «Paghiamo regolarmente l'Ici». Su un patrimonio che del resto, restando solo alle organizzazioni confederali, sfiora quota diecimila immobili.

Quelli che pagano meno dei preti. Un po' di chiarezza la fa Franco Bechis su Libero. Non pagano le tasse, o le pagano appena appena, ma non sono evasori. Sono decine di migliaia i privilegiati del fisco italiano che non troveranno mai l’esattore alla loro porta con la cartella in mano per reclamare il dovuto. C’è la Chiesa italiana, è vero, con tutti i suoi ordini religiosi e associazioni in qualche modo collegate. Come lei tutte le Chiese riconosciute in Italia, che certo pesano numericamente assai meno Ma ci sono anche partiti, movimenti e associazioni politiche nazionali e nelle loro ramificazioni territoriali. Ci sono i sindacati nazionali, le loro associazioni di categoria, le loro ramificazioni territoriali. Ci sono le associazioni di promozione sociale, una voce dentro cui finisce davvero di tutto: dall’Arci, agli alcolisti anonimi, a Italia Nostra, alla comunità di Sant’Egidio, al Movimento delle casalinghe, a Legambiente, alle associazioni dei consumatori, fino al Touring club italiano. Ci sono tutti gli enti non commerciali, un mare indistinto dove ci si riesce a infilare con una certa facilità. E naturalmente il mondo delle Onlus. Nemmeno la commissione presieduta da Vieri Ceriani che ha censito tutte le agevolazioni fiscali italiani è riuscita fino in fondo a quanto ammonti questo variegato mondo del no-tax. Per alcune voci i calcoli sono stati fatti, per altre lasciati in bianco: a occhio e croce lo sconto fiscale complessivo ammonta ad almeno una decina di miliardi di euro, e piccola parte è quella rappresentata dalla Chiesa italiana.

Ora la polemica sui beniamini del fisco è tutta centrata sull’Ici. Non la paga nessuna chiesa per fabbricati destinati al culto e relative pertinenze. Ma già su questa ultima formula ogni comune e commissione tributaria fa un po’ come vuole. Ci sono regioni che non hanno ammesso all’esenzione (per decisione della commissione tributaria) la casa del parroco, le stanze di un monastero dove vivevano le suore, in un caso perfino la stanza del vescovo. A Milano la chiesa paga l’Ici per gli oratori parrocchiali, che sembrerebbero esenti. A Roma e in altre città invece non paga. Stessa cosa per i cinema parrocchiali: in qualche posto si paga, in altri no. Eppure l’esenzione è pienamente sfruttata da enti laicissimi, come l’Arci e le associazioni di promozione sociale, che a differenza della Chiesa spesso riservano manifestazioni e servizi solo ai possessori di una tessera di adesione annuale a pagamento. È certo che l’Ici non venga pagata dai partiti e movimenti politici. In qualche caso nemmeno dalle fondazioni politiche che stanno nascendo come funghi. Sui sindacati qualche incertezza interpretativa in più c’è. La Cgil, poi la Cisl e la Uil hanno giurato di pagare su tutti i loro immobili ad ogni livello territoriale e funzionale. Dicono di essere pronti a mostrare i bollettini, ma non li mostrano. Solo la Cgil per la sede nazionale dovrebbe pagare 71.387 euro di Ici. Attendiamo con ansia copia della ricevuta di versamento al comune di Roma. Altro modo di verificare non c’è, perché i sindacati sono i meno trasparenti di tutto questo mondo no-tax. L’unica verifica possibile è sulle società controllate. I Caaf Cgil spesso hanno immobili di proprietà e pubblicano i loro bilanci. A leggerli, sembrano dare torto alla Cgil nazionale. Ha immobili il Caaf Cgil Puglia, e in bilancio indica 1.756 euro di Ici pagata. Però è l’unico. Perché hanno immobili anche i Caaf Cgil di Sardegna, Calabria, Lombardia e Mantova. Ma nessuno di loro indica in bilancio un euro di Ici pagata: tutte le altre imposte (scontate, scontatissime), invece ci sono. Non c’è solo l’Ici però: partiti e sindacati hanno sconti o esenzioni fiscali anche sulle principali tasse sul reddito, e per loro non entra nell’imponibile nemmeno l’attività commerciale temporaneamente esercitata durante manifestazioni, congressi, happening e così via. Godono di regime fiscale privilegiatissimo per tutte le donazioni a loro rivolte. Sono esentati da tutte le tasse di concessione governativa, hanno uno sconto dell’80% sulla Tosap per tutte le loro manifestazioni, del 50% delle imposte comunali sulla pubblicità e sui diritti alle pubbliche affissioni. Così come è scontato del 50% ogni tipo di attività promossa con il patrocinio di un ente territoriale (che certo non si nega mai a un partito o a un sindacato). Ben più anomala dell’Ici è invece l’agevolazione fiscale di cui gode il Vaticano insieme a tutti gli enti controllati su tutte le imposte principali: 3.400 dipendenti godono dell’esenzione totale Irpef sulle retribuzioni, sul Tfr e dell’esenzione totale contributiva. Si tratta di dipendenti che fanno lavori comuni, non strettamente collegati all’attività di culto. Amministrativi, dipendenti della farmacia vaticana, segretari di ufficio, dirigenti dell’Apsa o di Propaganda Fide, medici e amministrativi di ospedali e strutture di proprietà vaticana. Non sono cittadini stranieri, ma quasi tutti italiani con residenza a Roma e provincia. Ma ricevono busta paga dove il lordo è identico al netto. E avranno pagata lo stesso la pensione senza avere mai versato un contributo.

Se solo le nostre tasse corrispondessero a servizi pubblici e meritocrazia....saremmo tutti più contenti a pagarle, anzichè evaderle o eluderle.

A PROPOSITO dI SPRECHI PARLIAMO DELLa «MACCHINA» PUBBLICA.

Un’inchiesta di Fiorenza Sarzanini su “Il Corriere della Sera”.

Sei miliardi di euro sottratti all'Erario. In tre anni hanno provocato un «buco» nel bilancio dello Stato pari a 6 miliardi e 250 milioni di euro, quasi un terzo della manovra da 20 miliardi già varata dal governo di Mario Monti per il 2012. Sono i dipendenti pubblici accusati di danno erariale, dopo essere finiti sotto inchiesta per reati che vanno dalla corruzione alla truffa, dall'omissione in atti d'ufficio all'abuso. Ma anche per semplici «negligenze» nello svolgimento delle proprie mansioni. Funzionari e impiegati che sfruttano il lavoro dei propri colleghi e nella maggior parte dei casi riescono ad arricchirsi. Complessivamente, 14.327 persone che tra il 2009 e il 2011 sono state «segnalate» dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti e per molte di loro è scattata anche la denuncia penale. Si tratta di una minoranza, ma capace di mandare in crisi il bilancio. Soltanto nell'ultimo anno sono state 883 le «ispezioni» effettuate dai finanzieri, 4.148 le «segnalazioni» per una «perdita» quantificata in un miliardo e 841 milioni di euro. Il settore della spesa sanitaria rimane in cima alla lista degli sprechi e delle ruberie, ma molti altri sono i campi dove la «cattiva gestione» si mescola all'illecito. Uno è certamente quello delle case popolari, amministrate spesso con l'obiettivo di favorire parenti, amici e potenti. E poi c'è il mercato delle consulenze, con amministrazioni locali che addirittura sostituiscono i dipendenti con «esperti» ingaggiati all'esterno e pagati con parcelle da capogiro. E proprio sull'attività di controllo nel settore della spesa pubblica che - al pari dell'evasione fiscale - si concentrerà l'attenzione investigativa della Finanza anche nel 2012 come ha ribadito nella sua direttiva il comandante generale Nino Di Paolo, proprio alla luce dei risultati ottenuti.

Le case vuote e i «senzacontratto».

A Catania il direttore dell'Ente Case Popolari aveva assegnato un negozio a suo figlio - che non ne aveva diritto - e non si è preoccupato di allegare neanche la richiesta, tantomeno di riscuotere il canone. Del resto sono moltissimi gli alloggi che aveva concesso a parenti e amici e alla fine ha provocato un danno di 42 milioni di euro. Grave è anche il «buco» causato da 21 tra amministratori comunali e responsabili di un altro Istituto case popolari che hanno consentito a numerosi inquilini di prendere possesso degli immobili, ma non hanno mai stipulato con loro un contratto di locazione e alla fine non hanno potuto pretendere neanche un euro. C'è anche il caso di un ente con 83 milioni di affitti non riscossi e lì per cercare, inutilmente, di recuperarli è stata autorizzata una consulenza legale che ha provocato un ulteriore esborso di tre milioni di euro. Altri problemi sono stati riscontrati dai finanzieri al momento di censire gli appartamenti lasciati vuoti. In un caso si è scoperto che c'erano 50 alloggi popolari pronti da anni e mai utilizzati: il mancato introito verificato è stato di due milioni di euro, da sommare alle spese di ristrutturazione per renderli nuovamente abitabili dopo anni di abbandono. Numerose indagini sono state avviate pure sulla «cartolarizzazione» degli stabili perché al momento della cessione è stato determinato un prezzo molto inferiore al valore di mercato. Fatti i conti, l'ammanco complessivo per il 2010 e il 2011 è stato di 170 milioni di euro con 70 persone denunciate alla Corte dei Conti e 34 alla magistratura ordinaria.

Il record del primario e le Tac private.

I casi più frequenti di «danno» sono quelli dei medici che lavorano per il Servizio sanitario nazionale e senza autorizzazione svolgono anche attività privata. Negli ultimi due anni, denunciano i finanzieri, «le verifiche per le prestazioni mediche "intramoenia" hanno consentito di scoprire un danno pari a 172 milioni di euro e di deferire ai giudici contabili 190 dipendenti, mentre nei confronti di 71 è scattata anche la denuncia penale». Il record di quest'anno spetta a un primario che ha svolto oltre 3.500 visite presso il proprio studio privato senza naturalmente dichiarare i relativi ricavi. Alcuni suoi colleghi di una Asl che percepivano le indennità di esclusiva, uscivano per andare a visitare i pazienti, ma per giustificare le assenze presentavano falsi contratti per attestare che andavano a insegnare.

Il «sistema» è stato sfruttato in maniera costante in Calabria: i finanzieri hanno denunciato alla Corte dei Conti 115 medici e 25 impiegati della Asp di Catanzaro contestando loro un danno complessivo di 12 milioni di euro. Il meccanismo di illecito riguarda la «Alpi», vale a dire l'attività libero professionale intramuraria. Chi l'accetta può svolgere lavori esterni soltanto in casi particolari e con il «visto» del dirigente. E invece si è scoperto che nessuno effettuava i controlli e questo ha consentito al personale ora finito sotto inchiesta di lavorare fuori e di svolgere l'attività privata addirittura all'interno di una clinica che non aveva le autorizzazioni per alcune prestazioni che invece venivano effettuate. Altrettanto grave è il caso di tre medici che dichiaravano sul foglio presenza di essere al lavoro, mentre facevano visite nei propri studi privati dall'altra parte della città o addirittura in un'altra provincia. La «segnalazione» delle Fiamme Gialle ai giudici contabili riguarda incassi «in nero» per 200 mila euro, ma è stata presentata anche una denuncia penale per truffa. Stesso reato è stato contestato ad alcuni specialisti che utilizzavano Tac e risonanze magnetiche delle strutture pubbliche per i propri pazienti privati.

I medici del lavoro e le «ispezioni».

Truffa, falso e concussione sono gli illeciti addebitati ad alcuni dottori che lavoravano in una struttura ispettiva sull'igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro e avevano accettato consulenze da quelle stesse aziende che dovevano tenere sotto controllo. Onorario concordato: mezzo milione di euro, oltre a docenze e corsi di formazioni pagati a parte.

Al momento appare inspiegabile il comportamento del direttore sanitario di un ospedale che, come viene sottolineato nella relazione della Guardia di Finanza «ha autorizzato personale sanitario dipendente all'esercizio dell'attività libero professionale intramuraria ambulatoriale presso strutture private non accreditate, pur avendo a disposizione spazi realizzati ad hoc utilizzando un finanziamento pubblico di quasi 700 mila euro».

I consulenti legali.

Il caso più eclatante è certamente quello di un Comune che - nonostante potesse contare su un ufficio legale interno - aveva affidato incarichi esterni per un'attività che, come hanno riscontrato le Fiamme Gialle, era «seriale, superflua e svolta soltanto formalmente». Questo non ha comunque impedito un esborso di ben 21 milioni di euro. Nel dossier si evidenzia come quello dei lavori affidati a personale non dipendente sia ormai un vero e proprio «sistema» che consente agli alti funzionari di gratificare amici e parenti con un danno per il bilancio da centinaia di milioni di euro e soprattutto a discapito di quegli «esperti» interni che potrebbero svolgere perfettamente le stesse mansioni.

Scurriculum, le carriere misteriose di amici e amanti senza alcun merito. Una rassegna impietosa, e a tratti ironica, di eclatanti casi di raccomandazioni in uffici pubblici e delicati ruoli dirigenziali: mediocrità al potere, mentre l'Italia affonda nelle classifiche della competitività globale. L'Italia degli Scurriculum, di quei tanti personaggi che pur non avendo titoli adeguati sono stati piazzati dalla politica a fare i manager di imprese pubbliche, di Asl, di istituti di ricerca statali o di municipalizzate, potrebbe riassumersi tutta nella trascrizione di un interrogatorio dell'inchiesta Tarantini, l'imprenditore delle escort di Arcore e delle mazzette sulle protesi. Al pm Digeronimo l'ex direttore generale dalla Asl di Taranto racconta di aver incontrato un politico pugliese al pronto soccorso di Massafra. "Gli ho chiesto come mai fosse lì e fosse così preoccupato - fa mettere a verbale il direttore generale - e lui m'ha risposto che la figlia aveva avuto un incidente automobilistico. Allora l'ho rassicurato: guarda oggi dentro ci sta proprio il primario di ortopedia. E lui: è per questo che sono preoccupato, quello ce l'ho messo io là e so come ho fatto". Sembra una barzelletta, ma come in tante altre storie raccontate nel libro "Scurriculum, viaggio nella demeritocrazia", è solo uno dei tanti esempi che dimostrano come l'Italia sia sempre più una Repubblica fondata sulla mediocrità, una "mediocracy". Cioè un sistema che seleziona e promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese, ma al partito. Al leader. Al segretario.

E' proprio questo il filo conduttore di Scurriculum (Aliberti editore). Il saggio scritto dal giornalista Paolo Casicci e da Alberto Fiorillo di Legambiente, con la prefazione di Gian Antonio Stella: mostrare come, a forza di spintarelle, raccomandazioni, tanti onesti gregari dall'esperienza professionale leggera e dalle amicizie pesanti, in virtù del tocco magico della politica, siano stati trasformati in straordinari manager e capitani d'impresa che hanno a che fare col domani del Paese e con l'oggi di tutti noi: con la salute, il trasporto pubblico, la spazzatura, la cultura, l'istruzione, il lavoro, l'ambiente... Una corte di vassalli che ha l'unica funzione di soddisfare le esigenze del principe (e ovviamente le proprie) a scapito della collettività. Come scrive Gian Antonio Stella nella prefazione, infatti, "da noi vige un sistema, ignobile e suicida, che mortifica i più bravi costringendoli spesso a regalare la loro intelligenza ai Paesi stranieri e premia al contrario quanti hanno in tasca la tessera giusta o il telefono del deputato giusto. Un errore che ha infettato la società italiana rendendola sempre più debole e incapace di stare al passo di un mondo che cambia a velocità immensamente superiore alla nostra".

E infatti via via Scurriculum dipana una galleria degli orrori: storie esemplari raccolte in altrettanti curricula, che spiegano come un ex calciatore dilettante o un insegnante di francese in pensione possano guidare due importanti enti di ricerca, come il dentista fidanzato con la Brambilla possa essere tra i boiardi che decidono le sorti della Formula1 a Monza, o come un cacciatore e un ultrà possono governare due aree protette, una nazionale e una regionale. Dal mazzo si può pescare ancora la carriera di Massimo Zennaro, portavoce e direttore generale dell'ex ministero della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini. L'uomo è famoso per avere inventato l'esistenza di un tunnel costruito tra il Cern in Svizzera e i laboratori del Gran Sasso, lungo il quale i neutrini avrebbero superato la velocità della luce. Oggetto che gli è valso a lungo gli sfottò della Rete (e l'incredulità della stampa straniera). Laureato in Scienze politiche, un precedente di semplice "comunicatore" al Comune di Milano, Zennaro scala il ministero praticamente senza curriculum. Ed è ancora lì, dirigente all'istruzione, con il nuovo governo. La conclusione degli autori? "Ci resta la dignità della denuncia. O una moratoria contro i 'figli di'".

Senza parlare poi de LA CASTA DELLE STELLETTE.

Pensioni, case, indennità: ecco la casta con le stellette, secondo “Il Giornale” ad un capo di Stato maggiore spettano un milione di liquidazione e 15mila euro al mese. Ed ai vertici di Esercito, Carabinieri e Finanza va anche un bonus di 409mila euro. La casta per definizione è quella dei politici e anche i giornalisti che li criticano non sempre possono lanciare la prima pietra, ma nell’Italia dei privilegi pure i generali e gli ammiragli non scherzano. Gli alti ufficiali sono tanti, troppi, secondo qualche fonte il 30% in più del necessario, per un esercito volontario che verrà ridotto di ulteriori 40mila uomini. I capi di stato maggiore tirano i remi in barca con una liquidazione che sfiora il milione di euro e 15mila euro di pensione. Non solo: i vertici delle forze armate, compresi Carabinieri e Finanza, godono di una speciale indennità pensionabile di 409mila euro lordi, che in tempi di vacche magre salta agli occhi. Oggi lo Stato sta pagando oltre 4 milioni di euro per questa indennità ad personam. La chiamano S.I.P. e non ha niente a che fare con la vecchia compagnia telefonica. Nel 1981 il primo a godere della speciale indennità pensionabile era stato il capo della polizia. Nel corso degli anni si sono aggiunti il comandante della guardia forestale ed il direttore generale delle carceri. Le stellette hanno brontolato chiedendo, per certi versi a ragione, uguali diritti e così la SIP è stata garantita anche al comandante generale dei carabinieri, a quello della Finanza ed ai capi di stato maggiore delle Forze armate che sono 4 (Difesa, Esercito, Aeronautica e Marina), oltre che al segretario generale e direttore degli armamenti. Un generale a tre stelle non arriva a 6.500 - 7.000 euro al mese, meno della metà di tanti alti dirigenti dello stato. Nel momento in cui viene nominato capo di stato maggiore, con la responsabilità su decine di migliaia di uomini, forse è giusto garantirgli un’indennità di carica. Anche se 22.755 euro in più al mese per 13 mensilità «rivelati » in una proposta di legge che addirittura voleva allargare il privilegio ai vice, non sono bruscolini. Dalla precedente gestione della Difesa non siamo riusciti ad ottenere le cifre esatte, ma secondo le fonti de il Giornale e di stampa stiamo parlando di 409mila euro lordi che corrispondono ad oltre 250mila euro netti. L’aspetto più controverso è quel termine «pensionabile». In pratica la speciale indennità viene poi riconosciuta per calcolare la pensione. Dalla Difesa scrivono che «si tratta di indennità (...) soltanto parzialmente pensionabile istituita per eliminare o quantomeno attenuare il grande divario all’epoca esistente con i vertici delle Forze di Polizia». Fonti de Il Giornale, però, sostengono che la SIP è quasi totalmente pensionabile, a parte una decurtazione che si aggirerebbe sul 10%. In definitiva le stellette che sono state ai vertici delle Forze armate si godono una pensione che si aggira sui 15mila euro. «Le responsabilità che hanno assunto sono elevatissime e quindi non mi sembra scandaloso - sostiene una fonte de il Giornale nelle Forze armate che conosce i conti - Invece è scandaloso il tentativo di estenderla anche ad altri» come i vicecomandanti ed i vicari. In Italia i generali delle Forze armate sono 425. Negli Stati Uniti gli alti ufficiali sono 900, ma comandano 1 milione e 400 mila uomini, sette volte più di noi. Secondo una fonte de il Giornale che conosce il problema generali ed ammiragli potrebbero essere anche il 30% in più del necessario, compresi i carabinieri. Per non parlare della Finanza e degli altri corpi di sicurezza della Stato. E dei privilegi garantiti a 44 alti ufficiali, che beneficiano di appartamenti da 600 metri quadrati compresi di battitura tappeti e lucidatura dell’argenteria. La spesa per lo Stato sarebbe di 3 milioni e mezzo di euro l’anno. Non è un caso che nel piano di tagli in via di preparazione sia prevista una drastica riduzione degli alti ufficiali. Non solo: La Difesa sta studiando un taglio di almeno 40mila uomini su 190mila, che dovrebbe presentare entro fine anno al nuovo ministro, Giampaolo Di Paola. Per la prima volta è stato nominato al vertice un ammiraglio ancora in servizio, anche se oltre l’età prevista per la pensione. Proprio Di Paola è il fautore del nuovo «Modello di Difesa» che prevede la riduzione degli organici a circa 120/140mila uomini. Le spese del personale assorbono il 62% delle risorse della Difesa (quasi 9 miliardi di euro). L’obiettivo è arrivare ad un costo del 50% senza tagliare le unità operative. Nelle missioni all’estero, comprese quelle di guerra come in Afghanistan, sono impegnati fra 10 e 12mila uomini. Il problema è che i tagli hanno ridotto all’osso l’addestramento ed il prossimo anno potrebbero esserci 3mila volontari in meno da arruolare per mancanza di soldi. «Già adesso i bandi per ufficiali e sottufficiali hanno numeri sempre più ridotti. Si rischia che le forze armate diventino ancora più “vecchie”» spiega una fonte de il Giornale sottolineando l’altra faccia della medaglia rispetto ai tagli. Per snellire la Difesa bisogna sicuramente continuare sulla strada della chiusura degli enti inutili. Interi reparti esistono più o meno sulla carta. Dal 2008 il programma di dismissioni che dovrebbe portare alla vendita di 200 caserme, 3.000 alloggi e 1.000 installazioni va avanti a rilento. Spesso molti degli immobili sono occupati da abusivi o gravati da incredibili intoppi burocratici, anche se le norme per la dismissione si stanno sbloccando. Gli accorpamenti necessari riguarderanno la logistica, ma sacrifici, secondo il capo di stato maggiore della Difesa, Biagio Abrate, coinvolgeranno «soprattutto le strutture di comando e supporto alle categorie dirigenziali ». Anche sulla sanità militare si addensano critiche. Centinaia di posti letto e camici con le stellette dispersi in tutta Italia si occupano sempre più di certificazioni di invalidità. L’ufficiale medico può esercitare all’esterno, ma se gli chiedono di andare in prima linea in Afghanistan spesso marca visita. Un’altra realtà controversa è l’ausiliaria. Quando il militare raggiunge i limiti di età, o dopo 40 anni di contributi, può fare domanda per questo istituto, che dura 5 anni. In pratica serve a garantirgli «il 70 per cento degli incrementi di stipendio riconosciuti al pari grado in servizio». Un ufficiale in ausiliaria può venir richiamato nella provincia di residenza, ma capita per una piccola minoranza. Ai tempi della guerra fredda serviva alla mobilitazione generale in caso di conflitto, ma oggi l’ausiliaria è un po’ desueta. Dalla Difesa fanno notare che da quest’anno fino al 2014«l’istituto è di fatto sterilizzato» perché gli stipendi dei militari sono bloccati. Non durerà per sempre, si spera, ed in ogni caso l’ausiliaria pesa nell’ultimo bilancio della Difesa per 326,1 milioni di euro, con un incremento minimo dello 0,7%. Soldi che secondo alcuni, nelle Forze armate, sarebbe meglio utilizzare per stipendi più adeguati al personale in servizio e realmente operativo.

Nessuno parla dei COMMESSI PARLAMENTARI.

L’altra Casta. Reportage de “Il Giornale”. Commessi da 9mila euro I privilegi della Camera. Intorno agli onorevoli c'è la tribù degli addetti: dai tecnici agli stenografi. Tre volte più numerosi dei deputati. Alla Camera sono 1.642, quasi tre per ogni deputato. E da questo numero sono esclusi i collaboratori degli onorevoli, per i quali i parlamentari hanno un contributo a parte (fino a 3.690 euro al mese). Sono le comparse di Montecitorio, l’ingranaggio sotterraneo della Camera che non si vede, o che s’intravede in qualche seduta movimentata, quando un braccio nero arriva ad agguantare un eletto del popolo che si sta avventando su un altro eletto del popolo. Sono questi i cosiddetti commessi parlamentari, o assistenti, ma l’infinita varietà di mansioni dell’alveare Camera propone ben 19 servizi e 7 uffici della segreteria generale, con incarichi che vanno dall’operatore tecnico al segretario, appunto, che vanta uno stipendio superiore a quello del presidente della Repubblica (28.152 euro lordi mensili). La spesa complessiva di Montecitorio per stipendi e pensioni dei 1.642 nel 2010 ha superato il mezzo miliardo di euro, 508 milioni 225mila euro. Tutto ruota intorno alla Casta, ma per muovere l’onorevole tribù c’è appunto quest’altra Casta quasi tre volte più numerosa, che a ben guardare costa alle casse pubbliche non meno della dorata schiera dei politici. Il bilancio consuntivo 2010 della Camera dice che per gli stipendi del personale (ascensoristi, commessi seda-risse, stenografi, consiglieri eccetera) la spesa è stata di 256 milioni 128mila euro. Questo significa che il guadagno medio di un dipendente è di 155mila 985 euro lordi l’anno, 6mila euro al mese netti di media. Uno stenografo sfiora i 260mila euro l’anno. Per fare un paragone, le controverse indennità parlamentari si sono fermate a 94 milioni 545mila euro. Non è solo una questione di grandi numeri. Entrare alla Camera, anche nei ruoli meno prestigiosi come appunto quello di commesso con il compito di sorvegliare la seduta di assemblea, implica portare a casa uno stipendio base, alla prima assunzione, di 2.618 euro netti. Dopo 15 anni di lavoro la busta si gonfia: 5.613 euro. A fine carriera, dopo 35 anni, il supercommesso arriva a guadagnare 9mila 400 euro. La paga di circa cinque operai. E a proposito di fine carriera va segnalato che anche per i dipendenti, fino alla settimana scorsa, sono valse regole, se non favolose come quelle dei deputati, eccezionali rispetto ai comuni lavoratori italiani: gli assunti prima del 2009 potevano andare in pensione anche a 57 anni con 35 di contributi, oppure molto prima se gli anni effettivi di servizio alla Camera erano stati almeno venti. Le nuove norme stabilite dall’ufficio di presidenza lo scorso 14 dicembre 2011 impongono anche per l’altra Casta la pensione a 65 anni, con sistema contributivo. In men che non si dica però, nello stesso giorno,l’associazione dei consiglieri della Camera ha recapitato al presidente Fini e ai parlamentari una lettera, non ancora resa nota alla stampa, per rendere consapevole «l’intera rappresentanza parlamentare» che «uno slittamento dell’età di pensionamento» anche «di dieci anni» anche per «i dipendenti prossimi al pensionamento» non rispetterebbe il requisito «dell’equità». Si segnala quindi che la «burocrazia parlamentare non appare assimilabile a nessuna delle categorie di pubblico impiego». Pur consapevoli della necessità «di fare ogni sforzo per favorire il consolidamento dei conti pubblici», i consiglieri rivendicano «la dignità e la qualità professionale della burocrazia parlamentare» e il loro «ruolo centrale» nel «sistema democratico». Una qualità professionale che, comunque sia, è pagata benissimo. Un consigliere caposervizio (che gode di un’indennità di ruolo di 1.198 euro mensili) può arrivare a guidare un servizio e avere uno stipendio fino a 23.825 euro lordi al mese, praticamente superiore a quello di un parlamentare. Le pensioni dei dipendenti valgono oltre 200 milioni di euro. E a questa voce compaiono anche 110mila euro di «assegni integrativi », 145mila euro di contributi socio- sanitari ai pensionati e 390mila euro di oscure «pensioni di grazia », di cui una rapida ricerca storica consente di trovare traccia nei registri finanziari del regno di Napoli ( XVIII-XIX secolo).I contributi previdenziali a carico dell’amministrazione hanno sfiorato nel 2010 i 47 milioni di euro,di cui quasi 11 milioni versati all’Inpdap e 36 milioni di «integrazione al fondo di previdenza del personale».

Ci impongono il rispetto della legalità dal basso...dai cittadini.

Perchè non pretendiamo il rispetto della legalità dall'alto, da chi dovrebbe dare l'esempio?

Il ministro dell'economia fu indagato nel 1996 per evasione fiscale. Un'inchiesta poi archiviata, ma rimasta nascosta per 15 anni. E in cui giocò un ruolo anche Milanese. 'L'Espresso' ha scoperto e ricostruito tutta la vicenda.

L'interrogatorio di un super ministro che resta segreto per 15 anni. Mentre l'indagine muore sepolta da un'archiviazione molto contestata, con il risultato, fino a ieri raggiunto, di rendere inaccessibili le notizie più imbarazzanti. Come una fragorosa denuncia di Giulio Tremonti, poi ritrattata, contro Silvio Berlusconi. O la scoperta che l'operazione Bell-Telecom, cioè la più colossale evasione fiscale mai accertata in Italia, fu architettata dallo stesso avvocato lussemburghese che aveva gestito la cassaforte estera del professor Tremonti.

L'Italia è una Repubblica fondata sui segreti. Un sintomo inedito di questo male nazionale è nascosto in una vecchia inchiesta penale, in apparenza innocua. Tra la caduta del primo (1994) e la nascita del secondo governo Berlusconi (2001), il ministro dell'Economia ha dovuto deporre come indagato, per una spiacevole accusa di evasione fiscale, davanti a un ex pm della procura di Milano. Finora nessuno aveva potuto informare i cittadini neppure dell'esistenza di questo interrogatorio. Dopo varie peripezie, anch'esse rimaste segrete, l'indagine si è chiusa con un proscioglimento controverso. E ora si scopre che i più delicati risvolti politici e fiscali dell'inchiesta su Tremonti furono gestiti da un capitano della Guardia di finanza allora ignoto ai più: Marco Milanese.

Il politico e l'ufficiale. Entrato nelle Fiamme gialle nel 1981, Milanese è diventato dal 2001 il braccio destro del ministro Tremonti e dal 2008 è parlamentare del Pdl. Inquisito a Napoli per più corruzioni, violazioni di segreti istruttori e associazione per delinquere, ha evitato il carcere solo grazie all'immunità votata in luglio 2011 da Pdl e Lega. I giudici di Napoli accusano Milanese di aver intascato tangenti, tra il 2004 e il 2010, per oltre un milione di euro: 450 mila in contanti, altrettanti vendendo a prezzi gonfiati ville in Francia e barche di lusso, oltre a farsi pagare gioielli, orologi, vacanze a New York, Ferrari e Bentley. In cambio, il deputato garantiva favori ministeriali: usava il suo potere sulla Guardia di finanza per spiare le intercettazioni antimafia e piazzava i propri corruttori ai vertici di aziende pubbliche. L'inchiesta di Napoli ha spinto Milanese a svelare anche giri di denaro con Tremonti: era lui a finanziare l'affitto della casa di Roma abitata dal 2009 dal ministro, che a quel punto ha dovuto dichiarare che gli restituiva "mille euro in contanti alla settimana". Il 16 dicembre 2010, sentito come testimone dal pm Vincenzo Piscitelli, il ministro ha descritto così l'origine del rapporto: "Ho avuto occasione di conoscere Marco Milanese intorno al 2001, in occasione della sua applicazione come "aiutante di campo" al ministero dell'Economia". E "non c'è mai stata una collaborazione professionale di Milanese con lo studio di cui sono stato socio".

Carriera in orbita. Altre fonti, rintracciate da "l'Espresso", retrodatano il legame. Un generale della Finanza ricorda di aver inserito Milanese "tra i militari del nucleo a diretto servizio di Tremonti già dal '94, ma in via occasionale, senza ruoli formali". Un ex ministro aggiunge che "già nel '96" Milanese si presentò al suo staff come "tremontiano di ferro". Stando ai documenti interni delle Fiamme gialle, Milanese viene "distaccato" ufficialmente a Milano, come addetto militare di Tremonti, il 28 giugno 2001. Vari ufficiali dell'epoca precisano però che la sua nomina fu un colpo di scena: a quel posto era destinato un capitano già pronto a partire dal Friuli. Motivazione comunicata in caserma: "Tremonti ha voluto Milanese". Fin qui, le diverse versioni potrebbero dipendere solo da cattiva memoria.

Di certo un aggancio precedente al 2001 porta a Dario Romagnoli, preparatissimo ex ufficiale della Finanza (primo in graduatoria) che era amico di Milanese fin dai tempi dell'Accademia e che tuttora è una colonna dello studio tributario fondato da Tremonti. Romagnoli però è stato assunto dal professore nel '90. Eppure fino a tutto il '95 Milanese è rimasto un oscuro "capitanicchio", come lo etichettano due ufficiali già allora vicini a Tremonti. Di fatto la sua carriera entra in orbita solo a partire dal '96, quando diventa maggiore, compra la sua prima villa a Cap Martin e soprattutto si fa largo come factotum del nuovo comandante del nucleo di Milano, un fedelissimo del generale Nicolò Pollari. A quel punto riesce a entrare nella Scuola di Ostia che seleziona i vertici della Finanza e dal 2000 è tenente colonnello a Roma. Finora però s'ignorava che il balzo in avanti di Milanese fosse coinciso con due anni di indagini su Tremonti, gestite tanto riservatamente che i passaggi più delicati furono tenuti segreti perfino all'allora procuratore Francesco Saverio Borrelli.

PARLIAMO DI ESTORSIONE ED USURA LEGALIZZATA: LE CARTELLE ESATTORIALI.

Milioni di italiani ricevono richieste assurde di soldi, spesso per multe e bollette già pagate o non dovute. Un Moloch di Stato che non ascolta ragioni e ti pignora la casa per pochi euro. Sul “L’Espresso” il dossier.

Un grande falò di cartelle esattoriali sotto la Mole Antonelliana. Parte da Torino la rivolta fiscale contro Equitalia. Sono pronti a migliaia per la prima class action, proprio come nei film americani, che porterà davanti al giudice quello che definiscono il nuovo sceriffo di Nottingham: il fisco impazzito. Non difendono certo gli evasori e le frodi. Anzi, denunciano i metodi della società pubblica che riscuote tasse, contributi Inps, Iva, multe e canone Rai per conto dello Stato. Nel 2006 fu armata dal governo per scucire il dovuto ai più incalliti nemici del fisco, ma sta diventando l'incubo di un'altra categoria: artigiani senza più commesse, commercianti oberati di debiti, famiglie monoreddito stremate dai conti di casa. Secondo i dati diffusi per la prima volta, i 18 milioni di cartelle inviate solo nell'ultimo anno e i 40 milioni fra solleciti, notifiche e avvisi di pagamento colpiscono con la stessa rudezza furbi e imbroglioni, ma pure cittadini con colpe veniali e magari pronti a pagare. Gente che si vede trattare dagli sceriffi di Equitalia come ricercati. E che sfinita si sta ribellando.

Tutta Italia ne ha parlato. In galera per una settimana per aver omesso di versare 134 euro di contributi Inps. Siamo il Paese dove i grandi evasori fiscali quasi mai finiscono dietro alle sbarre, dove in Parlamento siedono liberi deputati e senatori condannati per mafia, dove le pene sono più teoriche che effettive, fatta eccezione per i poveracci e gli sbadati. Lo sa bene l'artigiano trentino che per una micro evasione contributiva rischiava di passare il Natale in carcere, benché certo non sia un delinquente.

Cosa era accaduto? L'uomo, in passato titolare di una ditta individuale, nel 2006 omise un versamento contributivo da 134 euro. Una cosa di poco conto insomma che poteva essere sanata con il pagamento e una piccola sanzione. Per qualche ragione ciò non avvenne e quella che era una bagatella si trasformò in un procedimento penale. All'inizio del 2010 l'artigiano venne processato e l'8 febbraio del 2010 fu condannato in contumacia a tre mesi e 300 euro di multa. Non beneficiò della sospensione condizionale forse perché aveva avuto un'altra condanna simile: un mese per un altro mancato versamento di contributi Inps da 68 euro. Per quella prima condanna l'uomo - padre di famiglia con moglie e una figlia piccola - aveva intrapreso un percorso di "riabilitazione" seguito dall'Ufficio esecuzione pene esterne. Al passaggio in giudicato della seconda condanna - quella più pesante a 3 mesi - all'artigiano venne notificato un ordine di esecuzione pena con sospensione di 30 giorni per permettergli di ricorrere al medesimo servizio. L'uomo però, che in quel momento non era seguito da un avvocato, ha erroneamente creduto che gli avvisi si riferissero sempre al primo procedimento, per cui era già seguito dall'Ufficio esecuzione. Certo l'artigiano ha commesso una grave leggerezza, pagata cara. Infatti, ha ricevuto una telefonata da parte dei carabinieri che gli dovevano notificare degli atti. Dopo aver salutato moglie e figlia convinto di dover solo ritirare una carta, ha scoperto in caserma che per lui si stavano aprendo le porte del carcere. Solo a questo punto è stato chiesto l'intervento di due avvocati di fiducia, ma la "frittata" era ormai fatta.

Il consigliere regionale Alberto Goffi è una specie di Robin Hood che viaggia per Torino su una jeep verde con il numero di cellulare sulla fiancata. È lui che ha chiamato a raccolta questo popolo e ha ingaggiato un duello inedito fra due soggetti pubblici: il locale ufficio di Equitalia Nomos e l'Osservatorio messo in piedi dalla Regione Piemonte, che gli fa le pulci. Un duello che potrebbe allargarsi a macchia d'olio in tutto il Paese. E così in mezzo a chi le tasse non le paga davvero, nasconde capitali all'estero, distrugge le multe e con le bollette riempie i cuscini, c'è sempre più gente come Anna: dopo la crisi della Fiat per mandare avanti l'azienda che faceva componenti per auto ha congelato i versamenti Inps. Aveva un debito da 300 mila euro, che nel frattempo è salito a più di un milione. E non si ferma. La rata da 37 mila euro al mese non la reggeva. Così, adesso che gli ordini sono tornati a salire e avrebbe lavoro per un decennio, sta licenziando e chiuderà baracca: "L'interesse annuale è più alto del debito, così io pago ma non finisco mai. Mi hanno portato via tutto, mobili, macchinari, auto e casa. Mi resta l'orologio che mi regalò mio marito e ho paura che me lo sfilino dal polso. Secondo lei, se volevo evadere mi intestavo tutto?". C'è Francesco, 46 anni, licenziato, bimba a carico. S'è visto ipotecare il mini-appartamento per non aver pagato il canone Rai. C'è Giorgio, 39 anni, cassintegrato: "Il mutuo mi mangia tutto e quelle vecchie multe di quattro anni fa si sono trasformate in un incubo: il debito è triplicato, paghiamo ogni mese e non scende mai". E c'è Giovanni, 60 anni, che fornisce macchinari alle carceri. Stavolta è lo Stato che ha smesso di pagarlo e così lui non ha potuto versare i contributi Inps per i tre dipendenti. Solo che adesso quello stesso Stato è pronto a mettergli all'asta la casa.

Nell'ottobre 2009 Equitalia mandò un preavviso di ganasce fiscali addirittura al Radio Soccorso di Torino, che trasporta i malati di cancro. Il tutto per un debito di 3.058 euro su una vecchia tassa rifiuti. "Una cosa è la caccia ai delinquenti, che ogni anno nascondono allo Stato 120 miliardi di tasse e vanno presi. Altra cosa è infierire su questi poveracci per fare cassa", dice Goffi.

Ecco il punto. Dal 2009 l'Agenzia delle Entrate ha diminuito le "commesse" per Equitalia: meno riscossioni con la forza, più disponibilità a trattare con i presunti evasori per ottenere in via bonaria e in tempi più rapidi il dovuto. In questo modo l'Agenzia incassa direttamente oltre il 67 per cento dei crediti, lasciando alla società di riscossione circa un caso su tre. E così Equitalia si concentra sempre di più su multe, canoni, Tarsu e ritardi di pagamento o sui piccoli imprenditori soffocati dalla recessione. Applicando le stesse ipoteche e pignoramenti previsti per chi evade, anche per poche centinaia di euro. L'effetto pratico è bizzarro: l'evasore consapevole, mimetizzato dietro off shore e conti esteri, senza case da sequestrare né auto da bloccare, se la cava spesso con un concordato. Mentre il cittadino che ogni anno compila il modello Unico, ma non ha i quattrini per saldare, si vede spogliato di tutto. Emblematico il fenomeno della case ipotecate spesso per pochi spiccioli. A "L'espresso" Equitalia ha fornito un primo quadro nazionale. Si parla di oltre 616 mila ipoteche iscritte dal 2007 al 2010. E sarebbero già tante. Eppure Federcontribuenti ripete che il dato non è attendibile e che in Italia le ipoteche sarebbero già oltre un milione e mezzo. "Basta leggere i dati della Provincia di Torino trasmessi alla Regione. Oggi in un territorio di 2 milioni di abitanti ci sono almeno 39 mila ipoteche attive. Impensabile che in Italia siano poco più di 600 mila, soprattutto se si considera che nelle grandi città come Roma e Napoli il fenomeno è storicamente più diffuso", spiega Goffi.

A dimostrare che i provvedimenti non scattano solo nei confronti degli evasori veri, c'è il boom di ricorsi da Roma a Milano. Centinaia di persone si sono trovate l'ipoteca per debiti inferiori ai mille euro, magari per vecchie multe. A chi s'è presentato allo sportello di Equitalia la risposta è stata sempre la stessa: "Noi applichiamo la legge". Lo ripetono tutti. Dal responsabile comunicazione dell'Equitalia, al direttore generale. Peccato che la Cassazione l'abbia smentito, dichiarando illegittima l'ipoteca della casa per meno di 8 mila euro. Equitalia ha preso atto e ha subito promesso di cancellare senza oneri per il contribuente le ipoteche irregolari iscritte dal 2007. Eppure finora non è accaduto nemmeno questo, in un rimpallo su chi debba sborsare i quattrini necessari. C'è pure il caso di chi, come Gianni di Milano, artigiano nel settore del mobile, s'è visto mettere all'asta la sua quota di casa che divideva con la moglie. Il 50 per cento è finito in mano a un estraneo che, pochi giorni dopo, ha cominciato a presentarsi a casa a tutte le ore: "Mi diceva questo: o ti ricompri da me la tua quota al doppio del prezzo o vi rendo la vita impossibile. Per me è cominciato un incubo". "Questi sono problemi che stanno emergendo e su cui è necessaria un riflessione sia a livello politico, sia di sistema", ammettono ai piani alti dell'Agenzia delle Entrate. Che vi sia un abuso lo conferma l'avvocato Carmelo Calderone. Siede in quasi tutte le commissioni tributarie d'Italia, da Trieste a Messina, e da tempo denuncia le storture del sistema: "La vessazione è evidente. Nell'ultimo triennio Equitalia nel Lazio ha attuato l'ipoteca al 69 per cento dei proprietari raggiunti da una cartella. È così che la bandiera della presunta lotta all'evasione sventola fiera sui tetti degli immobili ormai diventati di Equitalia".

Il fatto è che per sopravvivere la piovra di Stato Equitalia deve fare budget. E per riuscirci non guarda in faccia nessuno. Al Capone e la vecchietta con 500 euro di pensione che non è riuscita a pagare la tassa immondizie per loro sono la stessa cosa. "Lo dice la legge", ripetono ai call center. È vero, è una società pubblica (51 per cento di proprietà della Agenzia delle entrate, 49 dell'Inps). Un baraccone all'italiana con 8 mila dipendenti, come un ministero, che ha raccolto i rami secchi del vecchio sistema di riscossione privato abrogato nel 2005 dal ministro Vincenzo Visco. Per mandarlo avanti l'unico introito sono proprio le cartelle esattoriali. Su ogni debito contestato, alla società spetta il cosiddetto aggio, ovvero un interesse del 9 per cento. Una specie di gabella che si calcola sull'importo già maggiorato dalle sanzioni e non sul debito reale che il cittadino ha contratto. Significa che più cartelle spediscono, più notifiche mandano, più avvisi recapitano e più incassi fanno.

Di gente tartassata così ce n'è a migliaia. E l'incubo che grava sul Paese ha i numeri di una catastrofe finanziaria. Basta guardare una cartella esattoriale per capire che il sistema è destinato a esplodere, col debito che aumenta anche di quattro o cinque volte. In un caso documentato, un piano di ammortamento datato 18 dicembre 2009 partiva da circa 350 mila euro. Contributi in ritardo perché l'impresa doveva scegliere fra licenziare a Natale metà dei dipendenti o sospendere l'Inps in attesa di tempi migliori. L'hanno fatto decine di migliaia di aziende del Nord. Per Equitalia è evasione fiscale. Così ha fatto i conti e l'importo iscritto a ruolo è salito a oltre 544 mila euro, poi a 726 mila con gli interessi di mora. In più, su ognuna di quelle cartelle, la società si porta a casa il famoso 9 per cento: 25 mila euro calcolati sull'importo iscritto a ruolo, cioè già gonfiato. A questo punto l'imprenditore accetta di rateizzare e il calcolo riserva l'ultima amara sorpresa: il debito sale a 828 mila euro.

Senza tirare in ballo le migliaia di cartelle "pazze", multe mai ricevute che riappaiono dieci anni dopo con importi cinque volte superiori, capita anche che la contravvenzione annullata dal giudice di pace prosegua comunque il suo iter di riscossione. E che Equitalia ti mandi la cartella esattoriale. Nessuno è tenuto a informarla che quella sanzione sia ormai illegittima. E l'unico che resta fregato è il contribuente. L'importo cresce anche del 120 per cento e, se non viene coperto entro i fatidici 60 giorni, scatta il blocco dei beni. L'avvocato Antonella Nanna della Federconsumatori è in prima linea nel denunciare le storture del sistema. Dal Lazio alla Toscana, da Napoli a Trento sono migliaia le segnalazioni: "Un nostro associato aveva ottenuto l'annullamento di una cartella esattoriale con liquidazione delle spese processuali a suo favore, eppure s'è visto notificare un fermo all'auto", racconta. Un altro, con tanto di sentenza favorevole della commissione tributaria che prevedeva il rimborso di somme che aveva già versato a Equitalia, non ha ottenuto la restituzione dell'importo perché non era possibile stabilire chi dovesse risarcirlo.

E così la rivolta torinese è ormai una rivoluzione nazionale. Dal Veneto alla Lombardia, dalla Toscana alla Puglia, le storie sono tutte simili e drammatiche. Un circolo vizioso, secondo il presidente dell'Api torinese Fabrizio Cellino, il primo industriale italiano a schierarsi apertamente contro Equitalia. "Nelle regioni produttive del Nord oggi pesa perfino più della crisi economica: se un artigiano o un commerciante è in difficoltà, magari perché proprio lo Stato ritarda i pagamenti, Equitalia pignora e segnala la posizione alla centrale rischi. Il debito aumenta e molti chiudono. O finiscono nelle mani degli usurai. Mentre lo Stato non paga mai", spiega. La loro proposta al ministro Giulio Tremonti è una moratoria che consenta ai vessati di uscire dal gorgo dei debiti, per ripartire con la caccia all'evasione quando le regole saranno più eque.

Che il problema esiste, l'Agenzia delle Entrate lo sa. Tanto che ha varato il cosiddetto "bon ton" del fisco. Il gran capo Attilio Befera, che è anche presidente di Equitalia, è dovuto ricorrere a una severa lettera di richiamo per riportare a modi più civili il comportamento dei suoi segugi. Non che gli evasori meritino il guanto di velluto, ma la mossa indica il bisogno di cambiare il clima tra erario e contribuenti, soprattutto in vista della nuova battuta di caccia che si aprirà a breve: tra il 2011 e il 2013 all'Agenzia tocca di scovare 20 miliardi di euro che oggi le sfuggono e riportarli a casa. E se per l'Agenzia il sistema funziona meglio non si può dire che Befera abbia ottenuto grossi risultati con Equitalia, anch'essa con un obiettivo ambizioso: aumentare le riscossioni di un miliardo entro il 2012 (oggi è a quota 8).

Mentre da un lato il mastino di Giulio Tremonti sul fronte del fisco si preoccupa di bon ton, dall'altro si rafforzano i poteri del braccio operativo di Equitalia. Già superiori a quelli della stessa Guardia di finanza. Arrivano, notificano, pignorano, sequestrano, ipotecano, bloccano i conti senza nemmeno la necessità di un giudice che firmi. Ma non è finita. Dal 2011 la società ha anche un'altra arma: quella di agire direttamente sul contribuente infedele con indagini finanziarie che fino a oggi erano riservate all'Agenzia e relegate alla procedura penale, e rispetto alle quali il contribuente godeva di garanzie e tutele. Gli esattori potranno eseguirle in via amministrativa e guardare così nei conti correnti e negli investimenti di chiunque.

Nel 2008 è nato pure il Fondo giustizia, che incamera tutti i denari bloccati da un provvedimento giudiziario e finora depositati nelle banche. Si tratta di 1,7 miliardi, che Equitalia dovrà investire come fosse un gestore finanziario (incassando un aggio del 5 per cento sull'utile). Sempre per il ministero retto da Angelino Alfano, la Spa guidata da Befera dovrà recuperare i crediti delle spese processuali e le sanzioni pecuniarie maturate alla fine di un processo. Fra i pezzi grossi di Equitalia vige la regola del silenzio. A Torino l'amministratore delegato Nicola De Chiara non riceve giornalisti. Al centralino puoi chiamare decine di volte, che tanto nessuno ti passa nessuno. L'unico modo per parlarci e andarci di persona. Ma niente contatto diretto. "Parlate con Roma", rimbalza la segreteria. Eppure, fuori microfono, qualcuno che ammette gli errori c'è. Una mail riservata, partita dagli uffici milanesi, invita a osservare una coincidenza quanto meno bizzarra: mentre Equitalia continuava ad accumulare ipoteche sulle case nei mesi dello scudo fiscale, buona parte dei capitali che rientravano dai conti dei veri evasori all'estero (pagando solo il 5 per cento del dovuto) è finita proprio sul mercato immobiliare. Vale a dire che, oltre a portarsi in Italia milioni di euro con meno di un ventesimo di quello che versano i contribuenti trasparenti, quei soldi sono spesso serviti ad accaparrarsi, sottocosto, ville e appartamenti messi all'asta da Equitalia. Un trend che al quartier generale dell'Agenzia delle entrate a Roma osservano a distanza: "C'è anche un aspetto positivo: quegli evasori rientrati dovranno pagare le imposte e noi ora sappiamo dove sono. E possiamo controllarli". Peccato solo che molte di quelle case le ha perse gente che i redditi li aveva almeno dichiarati.

Le inique cartelle: ancora il dossier del “L’Espresso”.

Milioni di italiani ricevono cartelle esattoriali per multe non pagate, contributi non versati e tasse evase. Equitalia è diventata un carro armato fiscale che, solo nel 2010, ha recuperato 8,9 miliardi di euro. Ma gli errori sono tanti e molte le ingiustizie. Spesso a rimetterci sono i cittadini che hanno piccoli debiti col fisco. Restano indenni i "grandi" evasori, che hanno il patrimonio in società off-shore all'estero.

Sotto la direzione di Attilio Befera e la strategia del ministro Giulio Tremonti, che si serve della struttura per raccontare in Europa che lui la lotta all'evasione fiscale la fa davvero, Equitalia è diventato un pervicace tartassatore di cittadini (molti) ed evasori fiscali (alcuni). Si stimano in 18 milioni le cartelle esattoriali che ogni anno l'ente controllato dall'Agenzia delle Entrate (51 per cento) e dall'Inps (49 per cento) invia alle famiglie italiane. Sono dati comunicati dall'ente ma contestati da osservatori e associazioni consumatori.

In quella massa di ingiunzioni ci sono contestazioni sul tenore di vita dichiarato, errori formali sul "730", multe stradali non pagate, ma anche contributi previdenziali non versati da parte di aziende medio-piccole oggi sull'orlo della chiusura. Le contestazioni sono di diversa natura e l'onere della prova - capovolgendo il percorso del diritto naturale - spetta sempre al cittadino contestato. Chi riceve la "cartella" deve dimostrare in fretta di aver ragione, recuperare pezzi di carta vecchi anche dieci anni perché dopo 60 giorni scattano le sanzioni fiscali, cui poi si sommano gli aggi, le more, le percentuali quotidiane di crescita della cifra dovuta. Una multa da 38 euro dieci anni dopo è una cartella esattoriale da 363,53 euro.

Spesso la notifica della contestazione di Equitalia avviene a indirizzi sbagliati, non c'è la firma dell'interessato, eppure la macchina fiscale non si ferma e aziona gli strumenti straordinari di cui è stata dotata: fermo amministrativo dell'auto con cui si circola e si lavora (le ganasce fiscali), ipoteca su un pezzo della prima casa, sulla casa intera, blocco o prosciugamento dei conti correnti, richiesta al datore di lavoro del quinto di stipendio. I poteri di Equitalia sono ampi, probabilmente smisurati, tanto che l'ex ministro Vincenzo Visco, che l'ha inventata unificando quaranta riscossori privati presenti in Italia sotto un unico tetto pubblico (Riscossione spa), oggi dichiara: "Così cattiva io non l'ho mai pensata".

La struttura nel 2010 ha recuperato, contro i 3 miliardi e 800 milioni di euro del 2005, 8,9 miliardi (è il 130 per cento in più), ma sconta una buona quantità di errori e un buon numero di ingiustizie. Si segnalano "liti temerarie" che i giudici iniziano a sanzionare, possibilità di difese negate, restrizioni da applicare a una sola persona (la porzione del parcheggio di casa sequestrato) allargate invece all'intero condominio (parcheggio pignorato a tutti), appartamenti ipotecati nonostante il proprietario l'avesse venduto e in generale un atteggiamento da "carro bestiame" nei confronti del cittadino chiamato a rispondere della presunta evasione: lo si può quotidianamente verificare negli uffici delle varie Agenzie delle Entrate e della stessa Equitalia.

 

In questa inchiesta vi proponiamo la storia di un imprenditore romano a cui sono state messe sotto sequestro quattro case e sono stati bloccati tutti i conti con le relative carte di credito per non aver pagato multe stradali che non avrebbe mai dovuto ricevere (gestisce un servizio di limousine con autista), quindi i racconti dell'avvocato torinese Alberto Goffi, consigliere udc della Regione Piemonte, ormai alfiere della battaglia anti-Equitalia, e ancora il presidente del Palermo Maurizio Zamparini che su una radio romana arringa gli ascoltatori sui guasti delle ingiunzioni fiscali. Infine, ascolterete i pareri del presidente e dell'avvocato della Federconsumatori, l'associazione che segue più da vicino i cittadini colpiti da Equitalia.

E' dalla scorsa primavera che attorno all'ente di Befera - i suoi metodi, le sue funzioni - si è levato un forte dibattito. Ci sono stati assalti a sedi di Roma, Genova e Torino e nel Nord-Est un esattore è stato sequestrato. La Lega Nord ha addossato a Equitalia la sconfitta al Nord nelle ultime elezioni amministrative e ha ottenuto di non far pagare le multe per le quote latte ai produttori della sua base. Il ministro Tremonti ha accolto alcune proteste togliendo a Equitalia il controllo delle sanzioni stradali (dal 2012 torneranno ai Comuni) e la possibilità di ipotecare la prima casa per debiti inferiori ai 20mila euro.

Attilio Befera ha imposto un fermo all'attività a rischio mediatico e ha bloccato le interviste complesse (anche al sito delle inchieste di Repubblica.it, che gli aveva offerto la possibilità di spiegare). L'ex manager privato diventato primo consigliere di Tremonti vuole portare a termine la riforma che dal primo ottobre trasformerà le sedici Equitalia territoriali in tre macrostrutture dotate di un ulteriore potere straordinariamente oppressivo: trascorsi sessanta giorni dal debito riconosciuto dall'Agenzia delle entrate non ci sarà bisogno di formare una cartella esattoriale per far partire la contestazione formale. Il debito sarà subito contestabile.

Come racconta l'avvocato Alberto Goffi (l'UDC piemontese che da tempo denuncia gli abusi dell'agenzia), l'implacabile macchina da guerra Equitalia porta dentro di sé diversi conflitti d'interesse. La presidente di Equitalia Nomos (la struttura sovrintende Torino e provincia, in attesa di essere inglobata in Equitalia Nord) è Matilde Carla Panzeri. Già funzionario della Banca d'Italia, oggi la Panzeri è presidente di una società pubblica che cura il recupero dei crediti dello Stato e degli enti locali. Ha quindi possibilità di accesso alle informazioni sullo stato patrimoniale dei torinesi, sulla solvibilità degli imprenditori della provincia e - tra l'altro - negli ultimi quattro anni la Panzeri attraverso i suoi dirigenti ha firmato 43mila ipoteche sulle case di Torino e il suo hinterland. La manager, però, dal 2008 è anche presidente di una società privata, la Npl spa (sede a Milano), che cura per statuto l'acquisizione di immobili, la riscossione di crediti in sofferenza, il finanziamento terzi, ed è leader nella cartolarizzazione dei crediti bancari. Solo la disponibilità dei dati pubblici, si comprende, è un chiaro vantaggio per una società privata, in questo caso la sua Npl (Non Performing Loans).

Alcune inchieste giornalistiche e di magistratura hanno già messo in evidenza come spesso nei consigli di amministrazione delle sedici società satellite di Equitalia (oggi in via di scioglimento) vi siano ex politici che controllano come nel collegio di riferimento i controlli fiscali non siano troppo serrati. L'inchiesta della Procura di Napoli sulla P4, poi, sta rivelando come il braccio destro di Giulio Tremonti, il deputato pdl Marco Milanese (per il quale il pm John Woodcock ha chiesto l'arresto), ha usato anche la società pubblica di riscossione per sistemare uomini a sè vicini. Tra questi, Guido Marchese, commercialista del sindaco di Voghera Carlo Barbieri (Pdl). Marchese è stato figura di riferimento in Equitalia Esatri (la struttura che cura la riscossione a Milano e provincia). Entrambi, il sindaco di Voghera e il suo commercialista Marchese, oggi sono agli arresti domiciliari per corruzione (l'inchiesta, appunto, su Milanese).

E spulciando negli elenchi del personale di Equitalia, si scopre che dal 2008 vi lavora Flavio Pagnozzi, figlio del segretario generale del Coni, Lello. Più o meno nello stesso periodo, ai servizi legali del Comitato Olimpico è stato contrattualizzato Marco Befera, figlio di Attilio. Potrebbe sembrare un caso di "assunzioni incrociate".

Alberto Goffi, eletto in Piemonte nelle file dell'Udc, viaggia esponendo sulla propria auto un numero di telefono per raccogliere le segnalazioni contro l'agenzia di riscossione. La denuncia: "Chiudono più aziende per colpa del fisco che a causa della crisi economica".

La denuncia di Federconsumatori: multe raddoppiate in sei anni. Il presidente Rosario Trefiletti interviene e contesta i comportamenti di Equitalia. "E' assurda - dice - la cauzione da versare per i ricorsi al giudice di pace".

Antonella Nanna, avvocato di Federconsumatori, individua i difetti del sistema: "Gli Italiani sono spesso costretti a doppi ricorsi per le inefficienze di comunicazione tra gli enti e l'agenzia di riscossione".

Il presidente del Palermo, promotore di una class action contro l'agenzia di riscossione, raccoglie le testimonianze dei contenziosi con Inps e Agenzia delle Entrate. Un radioascoltatore: "E' assurdo, vanto un credito con il Comune di 60mila euro, ma mi bloccano i pagamenti per un debito di 5mila con l'ente previdenziale".

Prigionieri delle multe. Business da 4 miliardi.

Cartelle pazze e ricorsi inutili, così Equitalia va all'assalto di case, auto e conti correnti. Per il 2011 i Comuni hanno messo a bilancio entrate straordinarie prevedendo 14 milioni di contravvenzioni.

Le multe stradali, ormai, sono un pezzo della crisi economica, il più odioso. Ed Equitalia, il riscossore, viene vissuto come un nuovo problema sociale. Gli 8.094 comuni italiani, a forza di impiantare nuove telecamere agli incroci e chiedere ai 165 agenti che nel Paese riscuotono per gli enti pubblici di iscrivere ipoteche su case private hanno messo in conto tre miliardi e novecento milioni per il 2011.

Sono gli incassi previsti dalle contravvenzioni. Una necessità di sopravvivenza, assicurano i sindaci che non possono più contare sull'Ici, tassa federalista abolita dal centrodestra. Ma questa montagna di multe, 14 milioni, sta piegando le spalle dei cittadini-automobilisti. Sono un milione e mezzo, ormai, gli immobili con un'ipoteca giudiziale iscritta al registro immobiliare, 426 mila le ipoteche degli ultimi tre anni. E una parte consistente delle iscrizioni dipende dalle contravvenzioni stradali entrate a ruolo.

PIÙ MULTE CHE RESIDENTI.

A Roma lo staff del sindaco Gianni Alemanno ha annunciato con fierezza che nel 2010 l'Ufficio contravvenzioni ha comminato tre milioni e 631 mila multe: 731 mila in più dell'anno precedente, 1,3 multe per residente. Le telecamere sulle corsie preferenziali romane hanno avvistato 2000 infrazioni al giorno, altre 2000 multe sono arrivate quotidianamente per l'invasione delle zone a traffico limitato. Il Campidoglio incasserà 190 milioni di euro, nonostante in campagna elettorale Alemanno avesse annunciato che i vigili romani avrebbero smesso di fare verbali.

Perché le amministrazioni delle città aumentano il livello delle multe? Perché si costruiscono bilanci sulle sanzioni stradali? In tutta Italia (Equitalia-Gerit è riscossore in sedici città) la questione è bollente. A Mantova, 48 mila abitanti, le contestazioni sono state 66 mila per 3,7 milioni di incassi. Ad Alcamo, provincia di Trapani, si fanno 6 mila multe ogni anno per 600 mila euro di proventi. A Firenze le sanzioni da autovelox sono state centomila in più e il sindaco Matteo Renzi si è ritrovato 52 milioni di euro a budget dopo averne preventivati 42. Analizzando i bilanci comunali si scoprono manovre correttive fatte in nome della multa: se al 30 giugno un municipio è sotto la previsione, nei restanti sei mesi accende le telecamere e raggiunge il tetto. Il neo agente delle riscossioni Gerit, che in nove province italiane è subentrato a Montepaschi, sta dimostrando di avere corazza e armi per scatenare una guerra delle ingiunzioni mai vista prima. Sono diciotto milioni le cartelle (di ogni genere) inviate solo nel 2010, quaranta milioni gli atti firmati nello stesso anno nei confronti di chi non ha pagato l'Inps, la tassa sulla spazzatura, ha sbagliato il "730" o deve rispondere di contestazioni stradali.

Novantun euro è il valore medio della multa comminata in Italia, ma al momento in cui arriva la cartella esattoriale già ne costa duecento grazie a interessi, more e aggio applicati immediatamente (l'aggio è il guadagno di Equitalia, il 9 per cento della cifra contestata). Un divieto di sosta non pagato nel 2001, 38 euro, e passato indenne da ogni contestazione avanzata, dieci anni dopo è una cartella da 363,53 euro. Un aumento del mille per cento.

È possibile difendersi da questo diluvio di multe stradali? Ha un senso affrontare la lunga strada del ricorso oggi? No, in questa fase espansiva di Equitalia-Gerit e delle sue sorelle minori non c'è difesa. E la questione è ben più ampia rispetto alla potenza riscossoria degli agenti delle tasse. Spiega Carla Rufini, giudice di pace a Roma: "Il cittadino è stretto tra il contribuito obbligatorio, i ritardi abissali degli uffici giudiziari e il nuovo codice della strada. Non può che perdere". Infatti, i ricorsi nell'ultimo anno sono crollati: la gente ha compreso che non servono a nulla. A Roma le opposizioni in Comune contro le multe ingiuste sono passate da 350 mila a 261 mila. A Milano quelle avanzate ai giudici di pace sono quasi scomparse. A Napoli erano un terzo del lavoro dei giudici, in questo scorcio del 2011 sono diventate un quinto. Contributo obbligatorio, nuovo codice della strada. Tutte scelte del governo in carica per togliere - è già accaduto con la class action spompata - potere al cittadino-automobilista. Il contributo unificato per attivare un ricorso al giudice di pace è stato istituito nel gennaio 2010: si chiedono almeno 41 euro per una multa che può valerne 38. Meglio rinunciare. Con il nuovo codice stradale il giudice di pace può concedere la sospensiva a un'azione di riscossione solo se all'udienza sono presenti entrambe le parti. "Il Comune e la prefettura di Roma non si presentano mai", spiega l'avvocato Riccardo Galdieri. Il giudice non può sospendere e l'azione della Gerit inesorabilmente procede. C'è un terzo aspetto, ed è tutto romano. In queste settimane le cancellerie di via Teulada hanno aperto le buste dei ricorsi inviati per posta nel 2008: un ritardo di 27-28 mesi. E poi, causa triplicazione del lavoro e mancata sostituzione dei giudici pensionati, duecentomila sentenze depositate non sono mai diventate pubbliche. Le più vecchie hanno 19 mesi.

GANASCE ALL'AMBULANZA.

Ogni giudice di pace sul territorio italiano si muove con modalità proprie. L'avvocato Giuseppe Ceppaluni racconta di un suo assistito colpito in autostrada dai flash di tre autovelox, uno dopo l'altro: a Pontecorvo, a Cassino, infine a Frosinone. Tre foto, tre verbali distinti. Bene, il giudice di pace di Frosinone ha fissato l'udienza a ottobre 2010. A Cassino si è andati a maggio 2011. A Pontecorvo processo nel 2015. Nel frattempo, in attesa che si consumi l'udienza di Pontecorvo o si aprano le lettere-opposizione degli automobilisti romani, Equitalia-Gerit ha messo ganasce elettroniche ad auto e furgoni, ha pignorato box e tinelli. È accaduto, ancora, che un multato romano, uscito vivo e vittorioso dagli archivi di via Teulada, abbia raggiunto lo sportello del riscossore agitandogli la sentenza favorevole e ricevendo risposte liquidatorie: "Ci muoviamo solo su indicazioni ufficiali del nostro cliente, il suo atto non ferma la nostra azione". Sono 4.500 i clienti pubblici di Equitalia e il Comune di Roma, nella fattispecie, nel 50% dei casi non si costituisce davanti al giudice di pace e nel 100% non viene avvisato della sentenza.

Le storie che si raccolgono nei tribunali civili e di pace, negli uffici a difesa di consumatori e contribuenti, agli sportelli dei riscossori rendono visibile il concetto di "giustizia impossibile" rispetto a una sanzione stradale. "Un nostro associato aveva ottenuto dal giudice l'annullamento di una cartella esattoriale, gli hanno notificato lo stesso il fermo dell'auto", racconta Claudio Faielli, presidente della Federconsumatori Lazio. "Ho in mano un giudizio civile definitivo che da tre anni intima alla Gerit di restituirmi 770,45 euro non dovuti", racconta Emilio Colombino, direttore del canale Nuvolari su Sky, "da tre anni mi rimpallano tra l'Agenzia delle entrate e Gerit. Ho desistito". Il notaio Pacifico Spagnoletto rivela: "Mi sono dovuto occupare di ipoteche iscritte su beni immobiliari che non erano più nella proprietà del multato". A Roma immobili da un milione sono stati vincolati per 500 euro di debito, a Napoli una cautela giudiziale da 4 mila euro ha fatto saltare una transazione su un appartamento da 400 mila. Ancora il notaio Spagnoletto: "Equitalia nelle trascrizioni commette errori e spesso non controlla gli atti che sottoscrive: per mettere un'ipoteca sul posto auto di un protestato ha vincolato l'intero parcheggio di dieci persone". "La tensione è alta, prevedo una pioggia di ricorsi", dice il legale. All'Agenzia delle Entrate assicurano che controlleranno i casi segnalati "e se avremo sbagliato interverremo". Giorgio, 39 anni, cassintegrato, racconta: "Il mutuo si mangia tutto lo stipendio e le multe di quattro anni fa sono il mio incubo: debito triplicato, pago la rata ogni mese e la quota non scende mai". Sono molti i casi di persone mai avvertite dell'atto di ipoteca sulla casa. I funzionari dell'Agenzia: "Il sistema delle notifiche ha problemi, ma non dipende da noi. Equitalia spesso è vittima del contorno istituzionale che non funziona". Le poste, i comuni, le prefetture, le cancellerie dei giudici di pace.

C'è una protesta nel paese contro la riscossione aggressiva? E come è stata organizzata? Il consigliere regionale Udc Alberto Goffi, sceriffo anti-Equitalia, viaggia per Torino con il numero del cellulare sulla fiancata della jeep. Racconta: "Sono figlio di un artigiano che ha vissuto il dramma dello Stato esattore in casa e insieme al presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, ho deciso di organizzare una class action contro Equitalia Nomos".

ERRORI E VESSAZIONI.

Ci sono aree del Nord-Ovest e del Nord-Est dove la Gerit è vissuta peggio della crisi. Solo a Torino, focalizza il consigliere Goffi, sono 45 mila le ipoteche sulla prima casa e 75 mila le ganasce alle auto. "Nei primi mesi del 2010 i depositi della città sono stati riempiti in due giorni e mezzo". In quel periodo Equitalia minacciò di fermare l'ambulanza di Radio soccorso di Torino: trasportava malati di cancro. A Roma hanno agganciato il mezzo di una disabile. L'avvocato Carmelo Calderone siede in molte commissioni tributarie e dice: "La vessazione è evidente, nell'ultimo triennio Equitalia ha attuato l'ipoteca al 69 per cento dei proprietari raggiunti da una cartella esattoriale". L'avvocato Antonella Nanna, esperta in contravvenzioni e riscossioni coatte: "In circolo ci sono multe già pagate che i colpiti saldano una seconda volta per sfinimento". Chiosa Goffi: "Equitalia ha più poteri della Finanza, può aggredire il quinto di stipendio e i conti correnti. Sotto Tremonti è diventata potente e dal prossimo luglio, con la riforma che le consentirà di rendere subito esecutivi i debiti dell'Agenzia delle Entrate, sarà invincibile".

Ogni giorno quattro siti "anti" allargano amici su Facebook mentre la Federcontribuenti sabato scorso ha organizzato, in un albergo vicino alla stazione Termini di Roma, la manifestazione nazionale "contro le vessazioni di Equitalia". Il presidente Carmelo Finocchiaro: "Sono al di fuori di ogni controllo, la legge ha eliminato qualsiasi compito di verifica sui concessionari". In Sardegna i comitati contro hanno già inscenato proteste a Cagliari, Nuoro, Sassari. L'associazione NoiConsumatori vuole inoltrare ricorso alla Corte europea dei Diritti dell'uomo. A Genova gli indisponibili del movimento studentesco autunnale hanno fatto irruzione nell'ufficio dell'assessore comunale al Bilancio, Franco Miceli, simulando un pignoramento: gli hanno spostato mobili e sedie nel corridoio, libri e cancelleria. Hanno lasciato questo volantino, prima di fuggire: "Volevamo farle provare, assessore, cosa si sente a stare nei panni di chi si vede.

Ma non è tutto. Il dr Antonio Giangrande, Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, fino a quando gli è stato permesso di esercitare la professione forense, ha presentato presso il Giudice di Pace di Manduria una richiesta di risarcimento danni a favore dei cittadini contro il Comune di Avetrana, in quanto l’Ente li aveva diffamati ed arrecato danno economico per la tutela, contestando loro l’evasione fiscale in cartelle di pagamento. Credito attestato essere inesistente. Il giudice rigettò con sarcasmo la particolarità della richiesta. Peccato che in altri fori molte associazioni dei consumatori hanno ottenuto numerose condanne al risarcimento del danno esistenziale e personale provocato ad alcuni cittadini vittime di cartelle pazze.

Sulla scia del fenomeno denunciato è scandaloso quanto succede a Taranto.

L’avv. Patrizio Giangrande, fratello del presidente Antonio Giangrande, e l’avv. Giancarlo De Valerio vincono la causa contro Equitalia Spa per risarcimento danni, sulla base di ipoteche su immobili emesse da detta società senza alcun avviso e per importi milionari attinenti presunti crediti, risultati inesistenti. Il Tribunale ha riconosciuto il risarcimento di svariate migliaia di euro liquidati in via equitativa. La cosa scandalosa è che, purtroppo, sono migliaia i casi in cui avvengono invii di cartelle talvolta recanti debiti anche estinti e con scadenze decennali. Il sistema permette al Fisco di effettuare sequestri di immobili o fermo amministrativo di auto, senza aver verificato, come nel caso di causa, la effettiva esistenza debitoria applicando interessi e spese che spesso superano l’importo del debito stesso, stranamente somme non calcolate come usuraie.

Allucinante è il fatto che gli avvocati, in virtù della sentenza di condanna, recatisi unitamente all’ufficiale giudiziario per rendere ad Equitalia il torto subito ed eseguire il pignoramento presso la loro sede a Taranto, gli è stato comunicato dalla stessa Equitalia spa che non intende pagare, ritenendo i beni e i fondi insequestrabili.

Pazzesco è che solo il Quotidiano di Puglia, alla pagina interna su Manduria, a firma di Gianluca Ceresio, si è occupato della vicenda che interessa tutti i cittadini, non solo tarantini, per la disparità di trattamento dei diritti lesi. 

1 .Origini del fenomeno

Dal 1 ottobre 2006 la Società Equitalia spa, facente capo all’Agenzia delle Entrate, ha rilevato tutto il sistema di riscossione. Quindi le responsabilità per le cartelle pazze vanno equamente suddivise tra Equitalia, con attività delegata di riscossione, e gli Enti Impositori, deleganti.

Si precisa che per errate iscrizione a ruolo devono intendersi: le  cartelle esattoriali mai notificate; i debiti prescritti o nulli; i tributi o multe già pagati o condonati; gli atti esecutivi già annullati con ricorso/sgravi; i crediti non riscossi nei termini e senz'avviso di intimazione.

Ci sono persone che si vedono preannunciare il "Fermo Amministrativo" dell'auto per contravvenzioni già pagate da anni o per sanzioni ormai prescritte. Tanti e  tali sono i casi anomali, tale e tanta è la rabbia che si respira ogni giorno presso gli Uffici Tributi e Contravvenzioni dei Comuni interessati.

Cartelle pazze che arrivano a raffica ai contribuenti, verifiche contabili senza un codice di comportamento per il personale addetto, troppi ritardi nei rimborsi e troppi stock di crediti ancora da rimborsare. La Corte dei Conti nella relazione sui rapporti fra cittadini e fisco e sullo stato di attuazione dello Statuto del contribuente punta l'obiettivo sulle criticità rilevate. Un rapporto che segnala ancora troppe disfunzioni e disservizi nel sistema fiscale. Troppo forte anche la «pressione legislativa», sia per la quantità di norme che regolano la materia tributaria, sia per il susseguirsi a distanza breve di modifiche, ma anche per la contraddittorietà di norme sulla stessa materia e per la carenza di norme di coordinamento e semplificazione. Viene anche rilevato che manca la piena attuazione dello Statuto del contribuente, in vigore dal 2000.

Sul fronte delle verifiche contabili la magistratura di viale Mazzini segnala questioni aperte su modalità di svolgimento, tempistica, durata, numeroso contenzioso e sui dubbi interpretativi. Inattuata anche la previsione di un codice di comportamento del personale addetto alle verifiche tributarie. Nel mirino della Corte dei Conti, poi, le cartelle pazze, fenomeno «ricorrente con ciclica virulenza negli ultimi anni e inteso quale generalizzata erroneità di comunicazioni, avvisi di accertamento e iscrizioni a ruolo in tema di cartelle esattoriali».

Troppi ritardi, poi, nell'erogazione dei rimborsi alla cui origine la magistratura contabile pone le complesse procedure di accertamento e compensazione. La relazione segnala che nel 2004 il tavolo di concertazione tra Agenzia delle Entrate e Ministero dell'Economia portò all'individuazione di un magazzino arretrato di circa 4 milioni e 800mila rimborsi.

Non sufficientemente definiti, poi, i poteri dei Garanti del Contribuente e l'efficacia delle determinazioni dei paladini del contribuente nei confronti dell'amministrazione finanziaria. Secondo la magistratura contabile una sempre più concreta attuazione dello statuto dovrebbe mirare a obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità dell'azione amministrativa finanziaria, in direzione della ottemperanza volontaria degli obblighi fiscali, la cosiddetta tax compliance dei Paesi del Nord Europa.

Dai dati sul contenzioso tributario si rileva, invece, che il Fisco ha ragione 1 volta su 4.

Dopo le azioni giudiziarie molte sono le condanne al risarcimento del danno esistenziale e personale a favore del contribuente.

Il fenomeno ebbe origine nell’anno 1998, allorché l’allora Ministero delle Finanze emanò milioni di cartelle esattoriali sbagliate, procurando non pochi problemi  ai contribuenti italiani.

Questo increscioso inconveniente,scaturito dal tentativo dell’Amministrazione Finanziaria di procedere alla modernizzazione e alla informatizzazione del servizio del sistema fiscale italiano,fu denominato dalla stampa specializzata e dall’opinione pubblica “ FENOMENO DELLE CARTELLE PAZZE”.

Fu Padre Rastrelli, nella trasmissione televisiva "Cara Giovanna" andata in onda il 17 febbraio 1998 su RAI UNO, che ha sensibilizzato l'opinione pubblica sul dramma delle Cartelle esattoriali errate emesse dalla Pubblica Amministrazione, denunciando un numero di  un milione e cinquecentomila "CARTELLE PAZZE" iscritte a ruolo nell'anno 1998.  

Tutto il paese si ribellò. E per primi scesero in campo le associazioni di categorie facenti capo alla difesa dei contribuenti italiani che, insieme a Padre Rastrelli, organizzarono la più grande manifestazione degli ultimi tempi avutasi nei confronti del Ministero delle Finanze.

Il 9 marzo 1998 incrociarono le braccia tutti i dipendenti del Ministero delle Finanze e lo stesso giorno furono ricevuti dall’allora in carica Segretario Generale del Ministero Dott. Giuseppe Roxas.

Ad "oras", il Ministero delle finanze fu costretto a emettere e pubblicare la famosa circolare n. 77/E del 1998 con la quale si sospendeva la riscossione delle Cartelle pazze per il 1998. Di tutto ciò i mass media diedero ampio risalto.

Si precisa che per errate iscrizione a ruolo devono intendersi:• LE  CARTELLE ESATTORIALI MAI NOTIFICATE! • I DEBITI PRESCRITTI O NULLI! • I TRIBUTI O MULTE GIA' PAGATI O CONDONATI! • GLI ATTI ESECUTIVI GIA' ANNULLATI CON RICORSO/SGRAVI! • I CREDITI NON RISCOSSI NEI TERMINI E SENZ'AVVISO DI INTIMAZIONE.

2. Il fenomeno nell’anno 2003

A distanza di alcuni anni, bisogna prendere atto che tutto ciò non è servito a niente.

Infatti il Ministero delle Finanze successivamente ha dato attuazione ad un programma accelerato di smaltimento delle dichiarazioni dei redditi dal 1994 al 1998 che prevedeva, come termine ultimo di lavorazione delle dichiarazioni, il 31 dicembre del 2000.

Ciò, ha comportato, nei  due anni successivi (2003 e 2004), un invio di 20 - 25 milioni di cartelle esattoriali relative a tributi erariali. Secondo una stima degli stessi funzionari del Ministero delle Finanze, circa il 40% delle cartelle lavorate hanno  presentato errori sostanziali per cui è riesploso nuovamente il fenomeno delle "CARTELLE PAZZE .

Il fenomeno colpì venticinque milioni di italiani  ed ebbe un’eco talmente clamorosa da indurre anche il Presidente della Repubblica Italiana di allora a denunciare pubblicamente le mostruosità del fisco italiano, arrivando a definire il 740 del 2003 come "lunare".  

Le richieste di pagamento dell'amministrazione Finanziaria riguardavano i redditi del 1999 e comportavano  interessi esorbitanti, tanto da raggiungere  percentuali fino al 244%.  Trattavasi, come si può facilmente arguire,  di inutili vessazioni che minavano la fiducia tra cittadini, Amministrazione dello Stato e lavoratori, i quali oltre a sobbarcarsi a responsabilità non proprie, hanno prodotto dei carichi di lavoro tanto enormi quanto non produttivi per la Pubblica Amministrazione avendo generato, in modo indotto, danni all'erario per aver effettuato la loro prestazione professionale inutilmente.

E’ stato all’uopo ritenuto innanzitutto che le sanzioni non andavano pagate, dal momento che tale comportamento comportava una violazione dello statuto del contribuente ( la sanzione deve essere proporzionata al presunto errore). Ed inoltre venne manifestata la necessità di costituire un'Authority che oltre a vigilare possa anche sanzionare i responsabili di simili errori.

Il problema,tra l’altro, riguarderebbe, oltre ai semplici contribuenti, anche le società. E’ stato, inoltre sostenuto da Associazioni di categoria che avevano anche auspicato l’apertura di uno sportello del contribuente, che dietro il fenomeno delle cartelle pazze poteva ipotizzarsi una manovra Finanziaria occulta in quanto, cifre alla mano, o il contribuente pagava la sanzione ingiusta oppure per dimostrare la propria estraneità doveva  comunque sborsare almeno 20,66 euro per marche da bollo.

Se queste cifre venivano moltiplicate per i milioni di avvisi pervenuti ai cittadini, il conto era presto fatto. Le medesime associazioni preannunciavano anche l'avvio di un'azione di responsabilità nei confronti del ministero dell'Economia e delle Finanze sia per la mancata costituzione di un tavolo permanente di confronto con le associazioni dei contribuenti e dei consumatori, obbligata tra l'altro dal Parlamento, sia per mancata vigilanza sulle Agenzie delle Entrate, responsabili del fenomeno, e sui concessionari alla riscossione.

Le giustificazioni addotte dalla Agenzia delle Entrate sono state quelle di minimizzare il fenomeno, rassicurando i contribuenti  che se ci fossero stati errori in misura molto limitata, si sarebbe, comunque,  proceduto all' annullamento. E’ stato precisato che il  rischio di errori  potrebbe essere stato determinato dal fatto che nel ' 99 non funzionava il modello F24  e questa potrebbe essere una fonte di errori perché non c' era un controllo automatico. Ma, è stato sottolineato ancora,  nel 2000 esisteva già un filtro, ovvero gli avvisi preliminari.  Ovvero c' era un sistema di controllo telematico, in modo tale che se risultavano irregolarità veniva inviata una lettera ai contribuenti che regolarizzavano o meno la propria situazione .

Inoltre è stato fatto  notare che  dai call center delle Finanze non risultavano telefonate e lamentele sul ' 99. E se ci fossero state milioni di cartelle, credo  che l’Amministrazione lo avrebbero,comunque, saputo . L’agenzia delle Entrate ha precisato, inoltre, che l’anno 1999  era il secondo anno del telematico.

Non  era ancora entrato in vigore il Mod  F24 e la trasmissione da parte delle banche avveniva con la delega azzurra. Ma nel 2001, quando sono state liquidate le dichiarazioni del ' 99, un buon 70-75% di dichiarazioni erano già state definite. Quelli di cui trattasi erano, dunque ruoli di chi non aveva pagato oppure, avendo ricevuto la comunicazione, il contribuente non si era attivato . Quindi, se ci sono stati errori, concludeva l’Agenzia delle Entrate,  essi sono stati limitati:  4-5% di errori commessi dai contribuenti o dall' amministrazione o da tutti e due. Comunque veniva data ampia assicurazione che le situazioni sarebbero state esaminate caso per caso e ,qualora fossero scaturiti errori, questi sarebbero stati immediatamente annullati attraverso l' autotutela.

3. Il fenomeno nell’anno 2007.

L’amara esperienza in materia vissuta dall’Amministrazione Finanziaria negli anni  1998 e 2003, probabilmente non è servita a nulla se anche nel 2007 si è ripetuto lo stesso fenomeno. Ecco cosa scrivono alcune agenzie giornalistiche:

A) FISCO/CONTRIBUENTE.IT: ONDATA CARTELLE PAZZE, COLPITI IN 630MILA. Notificate 1,5 mln cartelle esattoriali, il 42% sono errate.

Roma, 11 aprile 2007. (APCom) - Su 1,5 milioni di cartelle esattoriali notificate in questi giorni agli italiani per multe automobilistiche, Ici, diritti camerali, Tarsu, Irpef, Iva, Inps e redditi soggetti a tassazione separata ben il 42% sono 'pazze', cioè sbagliate, perché gli importi non sono dovuti.

La denuncia arriva da ' CONTRIBUENTI.IT' (Associazione contribuenti italiani) attraverso 'Lo Sportello del Contribuente' che rileva che il fenomeno ha colpito 630 mila cittadini in regola .il fisco. "Purtroppo - sottolinea l'Associazione - solo 18mila su quasi 630mila cartelle pazze sono state individuate dagli agenti della riscossione prima della spedizione". Il fenomeno delle “cartelle pazze”, spiega 'Lo Sportello del Contribuente, si registra in tutta Italia e la punta dell'iceberg è a Roma con 54.600 “cartelle pazze” seguita da Napoli con 53.900, Milano con 52.100, Genova con 47.600, Torino con 44.900, Palermo con 43.700, Bologna con 41.100 e Bari con 34.500. Chiude Campobasso ed Isernia rispettivamente con 15.100 e 6.200 avvisi.

Ciò che più allarma Lo Sportello del Contribuente è che tra le vittime figurano anche i minorenni, i disabili e persone decedute. "Basta con il continuo reiterarsi di queste inutili vessazioni poste in essere in dispregio di norme costituzionali, tributarie e statuto dei diritti del contribuente che minano la fiducia tra fisco e contribuente, generando, in modo indiretto, danni all'erario - afferma Vittorio Carlomagno presidente di CONTRIBUENTI.IT - il governo deve immediatamente prendere dei provvedimenti e fermare questo odioso fenomeno e malcostume".

B) Fisco: Contribuenti.It, Nuova Ondata Di Cartelle Pazze (ASCA)

Roma, 11 aprile 2007 - Nuova ondata i "cartelle pazze", per circa un milione e mezzo di contribuenti, di cui il 42% sono sbagliate. "Le cartelle notificate in questi giorni per multe automobilistiche, ICI, diritti camerali, Tarsu, IRPEF, IVA, INPS e redditi soggetti a tassazione separata e, tra queste, ben il 42% sono pazze, perche' gli importi non sono dovuti".

La denuncia arriva da CONTRIBUENTI.IT - Associazione Contribuenti Italiani attraverso "Lo Sportello del Contribuente", secondo la quale il fenomeno delle "cartelle pazze", cioe' sbagliate, ha colpito 630 mila di cittadini in regola con il fisco.

C) LA PADANIA 13/04/2007 Questo fisco ha le cartelle che si merita... gianmarco gallizzi.

Roma - Da oggi il Fisco nazionale ha qualche nemico in più, 630mi1a per l'esattezza. è infatti questo il numero allucinante di quanti hanno ricevuto in questi giorni cartelle esattoriali non dovute. Multe automobilistiche, Ici, diritti camerali, Tarsu, Irpef, Iva, Inps e redditi soggetti a tassazione separata: l'elenco delle notifiche "pazze", perché relative appunto a debiti inesistenti, è lungo e secondo CONTRIBUENTI.IT, l'associazione dei contribuenti italiani, la percentuale di errore sarebbe pari al 42% su un totale di un milione e mezzo di cartelle. Un'ingiustificata enormità.

Il fenomeno non fa discriminazioni geografiche, tutte le grandi città sono state colpite. II picco a Roma con 54.600 cartelle, poi Napoli (53.900), Milano (52.100), Genova (47.600), Torino (44.900), Palermo (43.700), Bologna (41.100) e Bari ( 34.500). Chiudono la classifica Campobasso ed Isernia rispettivamente con 15.100 e 6.200 avvisi.

Tra le vittime anche disabili e perfino persone decedute. La solerzia con cui si sono mossi gli agenti della riscossione ha permesso di bloccare soltanto 18mila cartelle sbagliate  su un totale che arriva – come detto – a 630.000.

«Basta con il continuo reiterarsi di queste inutili vessazioni poste in essere in dispregio di norme costituzionali, tributarle e statuto dei diritti del contribuente che minano la fiducia tra fisco e contribuente, generando, in modo indiretto, danni all'erario», ha tuonato lo stesso presidente di CONTRIBUENTI.IT, Vittorio Carlomagno.

«Il Governo deve immediatamente prendere dei provvedimenti e fermare questo odioso fenomeno e malcostume». In effetti, se è possibile considerare quasi fisiologica una percentuale (minima) di errore nell'invio delle cartelle esattoriali, non si può fare a meno di indignarsi di fronte a numeri di tale portata.

E dice bene il presidente Carlomagno, sono proprio queste odiose vessazioni (perché in altro modo non è proprio possibile chiamarle) che incrinano quello che dovrebbe essere un rapporto di totale e cieca fiducia tra Erario e contribuenti. In questo momento, l'unica cosa cieca è invece la furia di chi, oltre a piegare la testa e pagare fino all'ultimo centesimo ogni tassa e imposta, si ritroverà a fare conti, non dovuti, con la "perfetta" macchina da soldi dell'Erario che - evidentemente cieca anch'essa - non guarda in faccia nessuno quando c'è da raccogliere. Sì, siamo tutti disposti a pensare che di errore si tratti e non certo di volontà di nuocere, ma per il contribuente poco importa finché il risultato è il medesimo.

E se la massiccia dose di tolleranza nei confronti delle Istituzioni di cui è ricco il nostro dna spinge a chiudere spesso un occhio di fronte all'insipienza di alcuni addetti poco diligenti nel proprio lavoro, di certo l'errore assolutamente imperdonabile ora sarebbe quello di non porre rimedio in modo rapido e completo alla questione. La pazienza dei contribuenti non è eterna.

D) LA PADANIA 14/04/2007 Divina: «Sospendere subito l'invio delle cartelle pazze».

Il senatore leghista Sergio Divina torna sul caso delle "cartelle pazze" con un'interrogazione al ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Al titolare dei dicastero di via XX Settembre Divina ha chiesto «quali iniziative si intendano assumere nell'immediato per ovviare ai pesanti disagi prodotti ai contribuenti - anche in termini di danni economici - con l'arrivo a domicilio di migliaia di cosiddette "cartelle pazze" e se il ministero non ritenga urgente emettere un provvedimento di sospensione della riscossione per le cartelle pazze già emesse e bloccare l'inoltro di quelle non ancora inviate ai contribuenti». L'esponente della Lega Nord ha chiesto inoltre «se ci sia l'intenzione di esaminare caso per caso gli errorî commessi procedendo all'annullamento delle cartelle errate, se non si ritiene necessario attivare lo Sportello del Contribuente dell'Agenzia delle Entrate, e di istituire immediatamente un tavolo di consultazione permanente tra le varie associazioni dei contribuenti ed il Governo, così come approvato dalla Commissione Finanze della Camera nel 2003».

E) Noi Consumatori - Una nuova ondata di cartelle pazze.

PASQUA 2007: AMARA SORPRESA PER I CONTRIBUENTI, LA CAMPANIA INVASA DA ALTRE 300 MILA CARTELLE PAZZE E NUOVE MINACCE DI FERMI AUTO ED IPOTECHE, AVV. ANGELO PISANI DENUNCIA ILLEGITTIMITA' METODI DELLA GESTLINE E CHIEDE RISARCIMENTO PER DANNI DA FESTIVITA' E VACANZE ROVINATE, OLTRE DANNI ESISTENZIALI E BUON NOME . PER I NOTIFICATORI GESTLINE IL 90% DEI CONTRIBUENTI SONO IRREPERIBILI 0 SCONOSCIUTI, PER NOI CONSUMATORI LE NOTIFICHE SONO VIRTUALI.

Una nuova ondata di cartelle pazze -per tasse automobilistiche palesemente prescritte del 1998/99- inviate sotto forma di "sollecito pagamento della GESTIine", con inammissibili ed ingiustificate minacce di azioni esecutive quali ; I) iscrizione ipoteca nei registri immobiliari ed espropriazione immobiliare; II) ) iscrizione di fermo amministrativo su veicolo o altri beni mobili ( nonostante l'illegittimità della medesima procedura stabilita ormai anche dal Consiglio di Stato); III) pignoramento presso terzi di stipendi, pensioni, provvigioni etcc; IV °) accesso alla sede/abitazione per la ricerca, il pignoramento e l'asporto di beni per la successiva vendita; per presunti e fantasiosi mancati pagamenti di carichi di ruolo prescritti, mai notificati, non specificati e comprendenti anche spese illegittime, tipo diritto di notifica di 5,56 euro quando i solleciti s'inviano con posta semplice del costi di 0,25 centesimi di euro, si stanno abbattendo sulle teste di ignari contribuenti campani da parte della solita GESTLine spa Gruppo Riscossione, che, pur di far quadrare i propri bilanci e proseguendo nel suo discutibile operato, dimenticando norme sulla trasparenza, correttezza e buona fede ed ignorando lo Statuto dei diritti dei Contribuenti, continua a perseguitare i cittadini cercando di ottenere pagamenti non dovuti, addirittura già versati oppure oggetto di sentenze o di sgravio, per non parlare di quelli prescritti o mai notificati, in un territorio dove secondo i notificatori di GESTIine tutti i contribuenti sarebbero sconosciuti o irreperibili.

Dopo le azioni giudiziarie del movimento NOI Consumatori, che ha ottenuto numerose condanne della stessa GESTLINE al risarcimento del danno esistenziale e personale provocato ad alcuni cittadini vittime di cartelle pazze, afferma l'Avv. Angelo Pisani, ancora una volta diffidiamo il Concessionario delta Riscossione ad attenersi alla normativa vigente ed a non proseguire nell'invio di tali cartelle pazze e nella minaccia di ipoteche, pignoramenti e fermi dei veicoli che terrorizzano i contribuenti e violano il loro diritto di difesa, pregiudicando anche le festività e vacanze pasquali di cui chiederemo il debito risarcimento .

Il movimento Noi Consumatori, invita tutte le vittime della solita persecuzione ed i contribuenti italiani che vengono raggiunti da cartelle pazze a denunciare l'accaduto alla Procura della Repubblica ed a chiedere alla magistratura la condanna della concessionaria tributi per ottenere il risarcimento dei danni personali, alla salute, da vacanza rovinata e patrimoniali subiti, avvalendosi, nel caso, del modulo scaricabile gratuitamente dal sito dove è pubblicata una sezione speciale dedicata alle ipoteche e fermi con tutta la documentazione necessaria per far valere i propri diritti.

L'avv. Pisani, quindi, invoca l' intervento preventivo della Procura della Corte dei Conti e detta Procura detta Repubblica di Napoli, promuovendo una raccolta di firme per la richiesta d'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla scandalosa persecuzione dei cittadini e per una proposta di legge popolare di modifica della normativa sulla riscossione. DIRITTI VIOLATI, il giorno di Pasqua in piazza contro i metodi ed abusi GESTIine, Una moratoria Onu dette persecuzioni bancarie ed assicurative in tutta Italia. Questo l'obiettivo detta fiaccolata prevista per giorno di Pasqua, domenica 8 aprite, nelle strade di Napoli. L'iniziativa, organizzata e patrocinata da NOICONSUMATORI.IT, per lanciare un segnale provocatorio al Parlamento e al Governo perché rafforzino l'impegno a presentare un a giusta legge di riscossione tributi, proponendo all'assemblea generale dette Nazioni Unite, la risoluzione di moratoria universale delta persecuzione del contribuente. Per sottolineare visibilmente l'appello, le cartelle pazze saranno ingredienti del falò dove saranno bruciate te prove dello scandalo in corso.

F) ilGiornale.it - Scoppia il caso cartelle pazze e l'opposizione chiede lumi –

Redazione - domenica 08 aprile 2007 - Maretta ad Anzio per 20mila bollette spedite ai cittadini per presunti mancati pagamenti di tasse comunali. Di fronte alla segnalazione di diverse «cartelle pazze», bollette di messa in mora relative a multe o imposte già regolarmente pagate, il centrosinistra ha presentato un'interpellanza urgente per chiedere lumi. Già dodicimila i residenti di Anzio che hanno ricevuto la lettera della Centro servizi europeo di Roma (Cse), incaricata dal Comune di richiedere «crediti inesigibili» come vecchie quote di tasse comunali o multe automobilistiche che risultano non pagate.

Gran parte cittadini, invece, sarebbe in grado di dimostrarne il pagamento. In difficoltà invece quanti hanno pagato le multe automobilistiche ma ne hanno gettata la ricevuta, e adesso rischiano, se non «regolarizzano» entro dieci giorni penali fino al 300 per cento. Proprio sulla scadenza tassativa e sull'impennata, considerata «da strozzinaggio», delle quote richieste in caso di ritardi sono al centro dell'interrogazione rivolta all'assessore alle Finanze Patrizio Placidi da parte del centrosinistra.

Nel documento si mette in evidenza anche come le lettere «per posta semplice» della Cse richiedano di regolarizzare il pagamento di tributi «dichiarati inesigibili dal concessionario per la riscossione, la società Gerit Spa». Dunque, se «a tutt'oggi la società incaricata per la riscossione dei tributi è la Gerit», le nuove cartelle possono «determinare una confusione delle procedure amministrative tra la Cse e la Gerit stessa a danno dei contribuenti». Di fronte alla richiesta di un consiglio urgente da parte dell'opposizione, il vicesindaco e assessore alle Finanze Placidi ha comunque difeso l'iniziativa dell'amministrazione. Pur «scusandosi» con quanti sono in regola e garantendo che a questi «sarà rilasciata una comunicazione scritta di chiusura pratica». Placidi, ricordando che «comunque l’ amministrazione avevamo il dovere di richiedere questi arretrati» ha reso noto di aver ottenuto dalla Cse «l'attivazione di un conto corrente posta che consentirà ai contribuenti di regolarizzare la posizione tributaria», prevedendo anche la possibilità di rateizzare i pagamenti.

4. Il comunicato di Equitalia s.p.a.

Sull’insorgenza del fenomeno delle cartelle pazze è prontamente intervenuta la Società Equitalia s.p.a. (la società pubblica facente capo all’Agenzia delle entrate che ha rilevato dal 1 ottobre 2006 tutto il sistema di riscossione)minimizzando l’episodio, e sostenendo che il margine di errore delle cartelle di pagamento delle tasse e delle imposte iscritte a ruolo è molto basso, si aggira intorno al 3%-5% del totale.

Di fronte ai timori dei cittadini per nuove ondate di avvisi più o meno "pazzi" Attilio Befera amministratore delegato di Equitalia  spa spiega che su circa 6 milioni di cartelle inviate nei primi 100 giorni di quest'anno, quelle che contengono errori si aggirano tra 180.000 e 300.000. Estendendo la stima all'intero anno le cartelle inviate complessivamente dovrebbero aggirarsi in-torno a quota 20 milioni, con un margine di errore pari a 500.000 unità ben al di sotto del 3%, grazie agli strumenti che Equitalia sta mettendo in campo proprio allo scopo di ridurre gli sbagli. Si tratta, quindi, di cifre ben più contenute rispetto ai numeri che recentemente hanno alimentato le polemiche. Errori che, precisa Bef'era, non sono riconducibili alla società di riscossione, in quanto la società «non è responsabile della bontà del credito ma si occupa esclusivamente di eseguire l'attività della riscossione».

Quando si parla di errori, quindi, nella maggior parte dei casi «si parla di errori compiuti dall'ente creditore, per esempio il singolo Comune, e non dalla società di riscossione». Tuttavia Equitalia ha deciso di agevolare i contribuenti con un numero verde speri mentale: 800.422.687, per ora in funzione a Roma e gratuito per il cittadino.

VADEMECUM DEL CONTRIBUENTE

A:PREMESSA

Come si può rilevare dalla rassegna stampa sopra riportata non vi è dubbio che i cittadini sono inviperiti. I Comuni in cui si è verificato il fenomeno attaccano  le nuove Società concessionarie partecipate da Equitalia spa ,(su cui deve ricadere tutta la responsabilità di gestione, avendo proceduto di recente alla nomina dei nuovi amministratori o, come molto spesso è accaduto, alla riconferma degli stessi,nonostante la cattiva gestione precedente) ,mentre quest’ultime si difendono o scaricando sugli enti impositori le responsabilità del fenomeno o minimizzando il fenomeno stesso.

Una cosa è certa:una valanga di  avvisi di pagamento, di  cartelle esattoriali ,di iscrizione di ipoteche,di fermo macchine e di procedure presso terzi per multe vecchie e "sepolte “, sta facendo infuriare migliaia di cittadini avvelenando i rapporti tra le stesse amministrazioni.

Ci sono persone che si sono viste preannunciare il "Fermo Amministrativo" dell'auto per contravvenzioni già pagate da anni o per sanzioni ormai prescritte. Tanti e  tali sono i casi anomali, tale e tanta è la rabbia che si respira , ogni giorno agli Uffici Tributi e  Contravvenzioni dei Comini interessati, che hanno sollecitato incontri e chiarificazione ai vertici dei  Gruppo Riscossione competenti, le società controllate dallo Stato che hanno  sostituiti,  dal 1 ottobre 2006, i vecchi concessionari.

In particolar modo gli Enti impositori si chiedono  perché i nuovi Gruppi di riscossione hanno atteso così a lungo per emettere gli atti esecutivi su ruoli di cui già si sapeva l'esistenza e, soprattutto, perché stanno  arrivando tutti insieme tenendo conto che  detti atti contengono richieste non dovute. Si è anche ipotizzata l’ipotesi che i nuovi gestori dell’azione esecutiva si siano accorti che migliaia di ruoli stavano per diventare automaticamente inesigibili, mandando in riscossione tutto quello che avevano in archivio, senza verificare nulla sulla posizione debitoria di ciascun contribuente.

È sempre più chiaro che il meccanismo del sistema riscuotitivo, basato esclusivamente su procedure  massive (Fermo macchine,iscrizioni ipotecarie e procedure presso terzi) messe  in piedi nel corso degli anni producono risultati infernali.

Nemmeno un'amministrazione prussiana sarebbe in grado di gestire i milioni di atti procedurali che ogni anno raggiungono i contribuenti italiani. I cittadini si infuriano. Gli uffici soli subissati di proteste.

I ricorsi sono centinaia di migliaia.

I nuovi agenti della riscossione emettono montagne di cartelle di pagamento.

Gli errori in questa mole imponente di lavoro, sono inevitabili.

L'assurdo è che i cittadini, anche quando hanno ragione, anche quando hanno già pagato, anche quando la muta è prescritta.

Anche quando sono in attesa della sentenza di un giudice devono sbattersi da un posto all'altro per vedere riconosciuti i loro diritti.

Sono contribuenti. Ma qualcuno, evidentemente, li considera solo pecore da tosare.

B: LE PROCEDURE ESECUTIVE, COME DIFENDERSI

Cartelle esattoriali e accertamenti esecutivi. Quando arrivano a casa bisogna prima di tutto chiedere la sospensione che può avvenire per via giudiziale, amministrativa ed in taluni casi dall’agente della riscossione.

Cartelle pazze. Procedere immediatamente con un’istanza in autotutela, la quale non sospende i termini per il ricorso: se non interviene lo sgravio della cartella entro 30 giorni, occorre procedere con il ricorso in commissione tributaria per evitare che il titolo diventi definitivo.

Ipoteca sulla prima casa. Se il debito è inferiore a 20.000 euro, l’immobile è adibito a prima casa, e se la somma è contestata in giudizio, non può essere iscritta ipoteca. Se vi è una procedura esecutiva in corso possono essere solamente usate le normali procedure previste per l’opposizione all’esecuzione, ma che difficilmente portano alla sospensione della vendita.

Centrale rischi. Dal 1 ottobre 2011, nel termine di 60 giorni dalla notifica senza opposizione e degli ulteriori 180 giorni prima dell’esecuzione forzata, non si esclude che si possa comunque iscrivere ipoteca con comunicazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia, con evidenti conseguenze pregiudizievoli per gli imprenditori che hanno degli affidamenti in corso con gli istituti di credito.

Enti locali. Dal 1 gennaio 2012 sono gli stessi Comuni a procedere alla riscossione delle loro entrate tributarie e patrimoniali. I Comuni potranno procedere mediante: riscossione spontanea; riscossione coattiva.

Ganasce fiscali. Una novità introdotta dalla Legge n. 106/2011 riguarda l’esonero del contribuente dalle spese di cancellazione del fermo. L’articolo 7, comma 2, lettera gg-octies della Legge n. 106/2011, infatti, prevede che «in caso di cancellazione del fermo amministrativo iscritto sui beni mobili il debitore non è tenuto al pagamento di spese né all’agente della riscossione né al pubblico registro automobilistico gestito dall’Automobile Club d’Italia».

LE PROCEDURE DI ISCRIZIONI IPOTECARIE

Va innanzitutto, sottolineata una certa superficialità, in generale, nell'applicazione dei mezzi di riscossione che appaiono assolutamente coercitivi nei confronti dei cittadini. Il più delle volte l’agente della riscossione,  che ha sostituito il vecchio concessionario,  provvede, all'iscrizione ipotecaria sulla base di titoli mai notificati nei modi e nelle forme previste dalla normativa vigente ed incorrendo anche in una condanna del giudice di pace, come è successo alla Gest line di Napoli, come da sentenza depositata il 28.11.2005.

In questo caso i quattro contribuenti, l'attore principale della causa e i tre intervenuti nel giudizio,  hanno ottenuto oltre al pagamento, da parte della Gest line, delle spese per la cancellazione delle ipoteche e quelle relative alle spese di giudizio, anche il risarcimento del danno esistenziale e il turbamento della vita, essendo risultata la nullità delle notifiche delle cartelle esattoriali perché non sono state eseguite regolarmente.

Com’è noto, L'art. 50, comma 1, del dpr 302/73 prevede infatti che il concessionario, decorso il termine di 60 giorni dalla notifica della cartella esattoriale, possa procedere a espropriazione forzata dei beni del contribuente inadempiente. Il secondo comma dell'art. 50 stabilisce, poi, che se l'espropriazione non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella, l'espropriazione stessa deve essere proceduta dalla notifica di un avviso che contiene l'intimazione ad adempiere l'obbligo risultante dal ruolo entro cinque giorni.

Qualora viene rilevato l’irregolarità e l’inesattezza nella notifica della cartella di pagamento e del successivo avviso di intimazione,che comportano la  nullità delle iscrizioni a ruolo,  ne discende anche la nullità dell'iscrizione ipotecaria.

Va poi controllato il comportamento dell’Agente della riscossione  che ha effettuato l'iscrizione ipotecaria  primo atto dell'esecuzione immobiliare (e non la vendita), se lo stesso sia in contrasto con l'art. 76 del dpr 603/1973.

Detta norma, da interpretare in modo estensivo , dispone che non si possa procedere a esecuzione immobiliare per un credito inferiore a 1.500 euro (ora aggiornato a 8 mila euro dall'art. 3, comma 40, lettera b-bis, della legge 248/2005 comprensivo di interessi e spese.

Se ciò accade ai  contribuenti compete il risarcimento dei danni di tipo esistenziale e morale per condotta lesiva da parte dell’Agente della riscossione di pubblico servizio, nei confronti di interessi legittimi dei cittadini . Nei casi su indicati sottoposti appare evidente che i contribuenti abbiano dovuto dedicare tempo alla vicenda chiedendo spiegazioni all’Agente della riscossione  senza apparente esito e dovendosi rivolgere a un legale per la tutela dei propri interessi.

C: LA FUNZIONE E IL CONTENUTO DELLA CARTELLA DI PAGAMENTO.

La cartella di pagamento, in misura ancora maggiore rispetto a quanto avveniva in passato, riveste oggi  un'importanza fondamentale nella procedura di riscossione dei tributi. Infatti oltre che mezzo per portare a conoscenza il debitore di quanto deve pagare - quindi con funzione di atto puramente comunicativo operante in via amministrativa - assume,  la funzione di atto di messa in mora e quindi con funzione parallela a quella del precetto nell'esecuzione forzata ordinaria.

Come è noto il ruolo è l'insieme dei nominativi dei soggetti debitori e delle relative somme da essi dovute. Si tratta quindi di un atto collettivo, in quanto riferito ad una molteplicità di intestatari. La cartella di pagamento, invece, scinde la posizione del singolo da quella degli altri contribuenti, rendendo autonomo il rapporto giuridico. Tramite l'invio della cartella, l'interessato ha conoscenza dei dati contenuti nel ruolo ed a lui relativi.

In sostanza, la stessa cartella deve contenere gli elementi che facciano comprendere i fatti costitutivi della cartella medesima e la motivazione della richiesta. Ciò è quanto mai importante ai fini della sua legittimità essendo la cartella il principale strumento con cui il concessionario notifica al contribuente l'avvenuta iscrizione a ruolo di una richiesta di imposta, interessi e sanzioni a suo carico.

Prima del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, la cartella di pagamento era come la semplice rappresentazione cartacea del titolo esecutivo. Nell'ipotesi di mancato pagamento, si procedeva alla notifica dell'avviso di mora, al quale si connettevano effetti del tutto analoghi a quelli che, nell'ordinario processo di esecuzione, conseguano alla notifica dell'atto di precetto il quale contiene l'invito al debitore ad adempiere l'obbligazione, come essa risulta dal titolo esecutivo, entro un termine assegnato che non può essere inferiore a dieci giorni, con avvertimento che in mancanza si darà avvio all'esecuzione forzata.

L’avviso di mora, in modo abbastanza simile, indicava l'esatto importo del debito (capitale, interessi, sanzioni), dell'indennità di mora e delle spese, con invito ad effettuare il versamento entro cinque giorni dalla notificazione. L'atto produceva i propri effetti per centottanta giorni, trascorsi i quali occorreva emettere un nuovo avviso.

L'attuale normativa (art. 25 del DPR 29 settembre 1973, n. 602, nella versione riformata) prevede che la cartella "assorba" al suo interno l'avviso Dal 1 ° luglio 1999, se il contribuente non effettua il, pagamento delle somme indicate sulla cartella entro il termine di 60 giorni dalla notifica della stessa non sarà più necessario notificare l'avviso di mora, in quanto, come sopraccennato, la cartella già contiene l'intimazione ad adempiere.

Il nuovo art. 50 del D.P.R. n. 602/73 delega, quindi, l'istituto dell'avviso di intimazione ad una funzione residuale. È prevista infatti la sua notifica solo nel caso in cui l'espropriazione non sia iniziata entro in anno dalla notifica della cartella di pagamento. Il nuovo documento contiene quindi l'intimazione ad adempiere il pagamento, entro 5 giorni dalla notifica stessa, dell'obbligo risultante dal ruolo e perde efficacia trascorsi 180 giorni dalla predetta notifica.

Al riguardo è da evidenziare come con D.Lgs. n. 193/2001 è stato previsto che anche la notifica di tale atto possa essere effettuata con le modalità di cui all'art. 26 del D.P.R. n. 602/73 e quindi con raccomandata o messo notificatore oltre che con l'ufficiale della riscossione.

Per quanto riguarda la nuova cartella di pagamento si rimanda alle “ MODIFICHE AL MODELLO DELLA CARTELLA DI PAGAMENTO” Provvedimento del 13/02/2007 - art. 1 Agenzia delle Entrate - Titolo del provvedimento:Modifiche al modello della cartella di pagamento, ai sensi dell'articolo 25 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. Testo:in vigore dal 21/02/2007 con effetto dal 25/03/2007- Sollecito di pagamento   Il sollecito di pagamento o avviso di intimazione, è l’atto indispensabili per procedere alle successive incombenze procedurali.

Questo atto, tuttavia sta confondendo le idee ai contribuenti. l. Primo problema: il sollecito è un avviso "amichevole'', non un provvedimento, e, contro un avviso non e possibile presentare ricorsi. Cosa farà allora? Le strade sono due. La prima è ignorarlo e attendere gli atti veri e propri che invece sono ricorribili.

Nel frattempo si potrà  predisporre la difesa.

Sul retro del foglio, ad esempio; c'è il numero di Cartella Esattoriale di cui si sollecita il saldo.

Se questa, ad esempio, fu notificata in modo illegittimo (a un portiere, a un vicino di casa, a un familiare non convivente), un futuro ricorso avrebbe ottime probabilità d i vittoria.

La prova e la copia della notifica va chiesta all’Agente della riscossione competente.

L'altra strada ovviamente è pagare: se si è coscienti di avere torto e di non avere appigli per un eventuale ricorso, rinviare è, inutile.

D: IL  PREAVVISO DI FERMO.

Il preavviso di fermo è l'atto con cui l’ Agente della riscossione  avverte il contribuente che è pronta (in genere entro 20 giorni) a imporre il "fermo amministrativo" di un veicolo a fronte di un debito scaduto (per una multa non pagata o altro).

Centinaia di contribuenti stanno ricevendo preavvisi per contravvenzioni di otto o nove anni fa.

Cosa stia accadendo e perché non è chiaro: gli uffici,come abbiamo visto nelle premesse,  si rimpallano le responsabilità. E' chiarissimo invece che il tempo è tutto.

Se la cartella esattoriale da cui si fà discendere il fermo è stata notificata, rispetto alla data del preavviso, più di cinque anni prima, si potrà chiedere il blocco della procedura.

Idem se la notifica non fu fatta all'interessato.

Ma il cittadino non può fermare da solo la macchina burocratica. In , questo caso, può farlo solamente rivolgendosi ai Comuni,in caso di contravvenzioni al codice stradale e di tributi di loro competenza, oppure all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate del luogo,  per i tributi erariali, previa acquisizione di un appuntamento.

Sempre che la richiesta sia fondata, i citati uffici provvederanno ad emettere  il discarico del provvedimento. Va sottolineato che se la cartella viene notificata cinque anni dopo la notifica della multa o del verbale di accertamento delle infrazioni  da cui discende oppure è avvenuto il pagamento, bisogna sempre chiedere il discarico della partita all’Ufficio competente.

5x1000: BENEFICI, MA NON PER TUTTI

Il trucco del 5x1000: beneficio, ma non per tutti.

Con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 aprile 2010 si è previsto per il 2010 la possibilità per i contribuenti di destinare una quota pari al 5 per mille dell'Irpef a finalità di interesse sociale. Associazioni ed enti pronti a rimpinguare le loro misere casse con l'adesione di cittadini seguaci delle loro attività. Sarebbe bello se non fosse tutto un trucco, così come ha constatato l'Associazione Contro Tutte le Mafie, che avrebbe investito quei contributi nei suoi siti web: d'inchiesta www.controtuttelemafie.it e di promozione del territorio www.telewebitalia.eu .

L’Agenzia delle Entrate ha imposto la presentazione delle richieste di ammissione al beneficio entro il 7 maggio 2010 e solo in forma telematica, nei modi e nelle forme previste dall’ufficio. Per farlo vi è l’obbligo dell’abilitazione ai servizi telematici.

Dal 23 aprile al 7 maggio ci sono 14 giorni, di cui solo 10 lavorativi.

In questi 10 giorni, molti richiedenti hanno provato ad inoltrare la richiesta, ma il sistema non ha riconosciuto la password e il pincode dell’anno precedente.

I contatti telefonici con l’agenzia (a pagamento) sono stati impediti dalla lunga lista d’attesa, (fino a 70 contribuenti).

La richiesta del nuovo pincode e password è rimasta disattesa nei termini, se non riceverla dopo 12 giorni dall’istanza. Le comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate non hanno alcuna data, per cui inutile contestare il ritardo, non avendo prova, né te la fornisce il servizio postale, che interpellato sull’apposizione della data di ricezione, ti dice: “noi non mettiamo alcuna data, altrimenti i ritardi dell’Agenzia delle Entrate ricadono su di noi”. In questo modo gli enti pubblici fanno ricadere le colpe sui contribuenti, che non possono provare il disservizio.

Comunque, se pur in palese ritardo, la richiesta del beneficio non si può inoltrare, in quanto avere il pincode e la password non basta. Dopo tutto il casino, nel momento in cui attivi i servizi telematici,  ti comunicano sul portale web dell’Agenzia che bisogna rivolgersi ad un incaricato terzo abilitato (a pagamento). Cosa che a saperla, si sarebbe potuta fare dall’inizio, senza aver percorso tutta la trafila burocratica inutile.

Risultato: in tempi ristretti e per i disservizi dell’Agenzia delle Entrate non tutti hanno potuto accedere al beneficio. Ed è solo una semplice istanza.

Il problema è che la prassi si ripete ogni anno e nessuno vi pone rimedio, mentre i contribuenti ignari pensano di aver donato una quota di tasse alla loro associazione, mentre i contributi, in realtà, vanno ad altri sodalizi.

Nonostante un'interrogazione Parlamentare nessun ristoro vi è stato per il diritto leso.

GIOCHI D’AZZARDO LEGALIZZATI

PARLIAMO DI GIOCO D’AZZARDO DI STATO

Slot, gratta e vinci, poker on line, bingo, lotterie: sarà l'anno record per le scommesse legali, con 72 miliardi di giocate. Gestite dai grandi gruppi ma anche dalla malavita. Inchiesta de “La Repubblica”. Un popolo di santi, poeti. E giocatori: scommettitori seriali, professionisti delle lotterie, pokeristi. Per vocazione e per necessità: obbligati a giocare d'azzardo dalla fragilità dei tempi. Sempre inclini all'"economia del vicolo" - la fantasia, lo spirito di adattamento, la tentazione a rilanciare - per ribaltare la sorte. E non soltanto perché siamo italiani: "Il mondo è ormai troppo complesso per essere affrontato solo con il ragionamento. Oggi bisogna indovinare". Ma non si tratta di uno scacco alla razionalità. Al contrario, significa alzare la posta: affrontare la sfida della modernità vuol dire anche armarsi di strumenti razionali per dominare il caso. Stare al gioco, tirare il dado, ma conoscerne esattamente le facce. Se serve, qualche volta persino truccarlo.

Intervista al professore di Filosofia presso la University of California di Los Angeles.  Professor Bodei, perché l'azzardo ci attrae così tanto? "Perché richiama la fortuna. E la fortuna ci coinvolge già nascendo. Si nasce in un certo posto e in un certo tempo. Per tutta la vita siamo costretti a navigare su rotte non tracciate e ad affrontare l'incertezza. Ecco perché da sempre l'uomo ha elaborato strategie per prevedere il futuro: dalla lettura dei segni premonitori alla divinazione, fino, in età moderna, al calcolo". Come popolo siamo straordinariamente sedotti dall'azzardo. C'è un rapporto tra intelligenza collettiva e propensione al gioco? "C'è una stretta correlazione tra l'incertezza e il gioco. Quanto più c'è incertezza tanto più si punta a vincere il superenalotto. L'incertezza del futuro porta a un oscillamento continuo tra paura e speranza. Se avessimo vite più sicure ci sarebbe più razionalità in giro. Invece, l'incremento del gioco è un dato di fatto". Sta dicendo che l'azzardo è il destino della contemporaneità? "Dico che il futuro è percepito in modo più incerto che in passato, che il caso gioca un ruolo forte, e che tutto ciò porta gli individui a rischiare di più. Si sta realizzando quanto diceva John Maynard Keynes: che "l'inevitabile non accade mai, l'inatteso sempre". Sono state inattese la caduta del muro di Berlino, le guerre nella ex Jugoslavia, in Cecenia, le guerre del Golfo. O la crisi economica che, per effetto della globalizzazione, ha avuto ripercussioni in tutto il mondo. A lungo abbiamo considerato la storia guidata da una logica di necessità. Oggi la prospettiva è cambiata: il futuro sembra aver riconquistato la sua natura di assoluta contingenza, di luogo nel quale si manifestano forze che sfuggono al controllo degli uomini". Nonostante tutti gli strumenti di previsione a disposizione? "Il paradosso è proprio questo. Ci sono settori nei quali la casualità diminuisce: nella medicina, ad esempio. Ma nei macrosettori l'azzardo pesa moltissimo e impedisce previsioni a lungo termine. Riguardo alla crisi economica, non è forse stato il gioco ad alto rischio delle Goldman Sachs e dei Lehman Brothers, degli hedge fund e dei subprime, a determinare le conseguenze più rovinose? Anche i sistemi capitalistici più sofisticati sono sottoposti a elementi irrazionali. Lo aveva intuito Max Weber a proposito della Borsa: un sistema perfetto, basato sul gioco d'azzardo. Sensibile alla paura, però: l'effetto-panico può farla crollare". Il caso è oggi il fondamento delle grandi narrazioni. Il cinema di Pedro Almodóvar ne è l'emblema. In letteratura ce lo ricorda Paul Auster: la vita è fatta di una serie di circostanze fortuite. E molti altri aspetti della cultura si muovono in formato random. L'azzardo è la metafora più giusta dei nostri tempi? "L'età moderna si apre con le enunciazioni di Machiavelli di situazioni "fuori di ogni umana congettura", di una fortuna che agisce oltre ogni possibile previsione. E il gesuita Baltasar Gracián, nel Seicento, scrisse un "Oracolo manuale o arte di prudenza" per evidenziare che, se una volta ragionare era l'arte suprema, quando i tempi si fanno complessi non resta che indovinare. E' vero: molti scrittori sottolineano che il mondo è esposto a una serie di casualità. Se non avessimo incontrato quella persona, se non avessimo fatto quel gesto, dicono, le nostre vite sarebbero cambiate. E' un ragionamento che in letteratura funziona. Lo trovo affascinante persino applicato alla storiografia, quando utilizza questo approccio congetturale: se nella battaglia di Maratona del 490 a. C. tra greci e persiani avessero vinto i persiani, il razionalismo greco, cioè la nostra civiltà, sarebbe stato soffocato sul nascere, le religioni orientali si sarebbero imposte. Però nella vita che senso ha ragionare così? Siamo quello che siamo esattamente perché abbiamo incontrato quella persona, compiuto quell'azione". E dunque? Non possiamo far altro che subire il caso? "Il caso non è un'entità metafisica. Le situazioni si possono ancora spostare, e cambiare, grazie al "dado truccato" suggerito da Max Weber. Mi spiego meglio. Se io lancio un dado la probabilità che esca, poniamo il 3, è di un sesto. Questa è la probabilità oggettiva, perché il dado ha sei facce. Weber ha mostrato che se spostiamo il centro di gravità di un dado verso il 3 aumentiamo le probabilità che esca quel numero. Quello spostamento di baricentro corrisponde all'intervento umano, perché tra necessità e caso c'è uno spazio largo, che può essere modificato. E più interveniamo, più le cose cambiano". Cioè, dobbiamo barare? "Più che barare, per piegare il caso alla nostra volontà dobbiamo fare dei calcoli basati su criteri di probabilità soggettiva, cioè prendere in considerazione il maggior numero di fattori possibili. Faccio un esempio. Se sto per aprire un negozio, e voglio avere successo, posso cercare di ridurre l'incertezza aumentando la quantità di informazioni in mio possesso: sui concorrenti, sulle caratteristiche del territorio, sulla gente che vi abita, su ciò che vendo. La conoscenza è un limite al caso. L'ignoranza, invece, ne incrementa il potere. Lo aveva già detto Aristotele: il caso non è altro che espressione della nostra ignoranza". Il caso si può razionalizzare? "Si può interpretare e controllare. Il matematico Condorcet, a fine Settecento, sosteneva che l'istruzione abbassa l'incertezza. Ecco perché fu tra i più attivi promotori della scuola gratuita e aperta a tutti. Vale la pena ricordarlo ai tempi del ministro Gelmini: perché acuire ed espandere l'intelligenza, promuovendo l'istruzione, è porre un argine al dominio del caso". Più siamo informati, meno siamo in balia dell'azzardo? "Più conosciamo, più il futuro diventa plausibile. Per questo è nata la statistica. E il calcolo delle probabilità, con Pascal. Fu un giocatore d'azzardo, Chevalier de Méré, a indurlo a contattare il matematico Pierre de Fermat. Ed è curioso sapere che Pascal è l'inventore del termine "roulette", che indicava non tanto il gioco in sé, ma la curva cicloide tracciata dalla pallina, girando". Il gioco è il tentativo di esorcizzare l'ignoto attraverso le regole. E come la mettiamo con la sfortuna? "Da razionalista, penso che la iella non esista. Certo, ci sono individui dall'aspetto così sinistro, come quelli rappresentati nei film di Totò, da provocare effetti negativi. Mia madre aveva un cugino ebreo che si era fatto prete. Viveva in Sardegna, e a quei tempi la vista di un prete suscitava nei maschi un gesto scaramantico. Un giorno, camminando insieme, incrociammo un signore che ebbe quella reazione davanti a lui. "Toccati in testa, che è la stessa cosa", gli disse mio cugino. Ecco: di fronte alla superstizione, dovremmo toccarci per prima cosa la testa. E ragionare". C'è nella letteratura russa un campionario di ufficiali che impugnano una pistola e, per similitudine con la roulette, si giocano la vita. C'è un rapporto tra azzardo e nichilismo? "Ho in mente anch'io, in Dostoevskij e in Tolstoj, quei personaggi mezzi ubriachi, sul davanzale della finestra con la pistola in mano, che fanno la roulette russa. La verità è che meno la vita vale, più ci si lascia andare al caso. Bisogna avere l'intelligenza di modificare il caso, e non restare marionette nelle mani della fortuna". Anche la fede è un fatto di fortuna? "Ci sono forti relazioni tra religione e caso. La Provvidenza, che "prevede e provvede", è una conferma di aver fatto la volontà di Dio. E non è un caso che i giochi d'azzardo nascano nel Seicento, in un momento in cui la fede nella Provvidenza si erode. Lo stesso Pascal, per l'esistenza di Dio, non usa prove ma una scommessa: dobbiamo scommettere che Dio c'è, tanto non abbiamo nulla da perdere. Oggi l'equazione è identica: più cresce l'incertezza più giochiamo d'azzardo; più cresce la sicurezza, meno siamo propensi a farlo. Ma se allo stato attuale guardiamo al futuro scommettere è un obbligo".

Dimenticate il giocatore con le fiches in una mano e il sigaro nell'altra, che aspetta la mossa dell'avversario tra i fumi di una bisca. L'azzardo è sempre più donna, e la partita inizia al supermercato e si chiude in fila all'ufficio postale. Un giocatore su tre è una signora, una pensionata che ha 'grattato' per la prima volta con le amiche al bar davanti a un cappuccino o una giovane mamma con il figlio in braccio di fronte alle slot. "Oggi le donne sono un terzo del totale: su circa 1.200.000 giocatori patologici, l'ipotesi è che la febbre del gioco abbia colpito più di 400.000 donne", dice Fulvia Prever, psicoterapeuta dell'associazione And (Azzardo e Nuove Dipendenze), che a Milano gestisce il primo gruppo in Italia per sole giocatrici. Ma chi sono queste donne per cui l'azzardo non è più un gioco? "L'età varia dai 30 agli oltre 60 anni, il livello di scolarizzazione è medio-basso, ma non mancano i casi di giocatrici di buona estrazione con passati brillanti e presenti di miseria e marginalità. Ci sono giovani mamme che si ritrovano alle sale slot dopo aver portato i figli a scuola, casalinghe di mezza età, ma anche professioniste e soprattutto pensionate". Ma da quando l'azzardo porta i tacchi? In principio fu un cavallo. In una nota pubblicità, una donna adagiata su un destriero ricordava che anche al gentil sesso piacciano i cavalli. E non si trattava di equitazione, ma di scommesse. Primo tentativo della gigantesca macchina del marketing dei monopoli di stato di sfondare il muro tradizionalmente maschilista delle sale da gioco. Poi ci fu il color pastello, con cui vennero dipinte le sale da gioco per renderle più accoglienti, accompagnato da un'illuminazione più calda e dalla possibilità di consumare qualche bevanda. Ma la vera rivoluzione è stato portare l'azzardo nel regno delle casalinghe: Bingo piazzati al posto dei vecchi mercati rionali, Gratta e vinci alle Poste, biglietti della Lotteria con il resto della spesa. Geniale. Il gioco si vende come una lavatrice o, meglio, come un pacchetto di caramelle. Perché le puntate sono bassissime, mica roba da casinò. E poi "giocare è facile", lo dice pure Claudio Bisio. "Il gioco più diffuso tra le donne è il Bingo, perché è una sorta di Tombola camuffata, ha un'aura familiare, rassicurante", spiega la psicoterapeuta. D'altronde basta fare un giro fuori da questi templi delle meraviglie: a qualsiasi ora, dalle 7 del mattino alle 2 di notte, più della metà degli astanti sono gentili signore di mezza età o più.. "Questi luoghi hanno la parvenza di un ritrovo sociale, dove scambiare due chiacchiere", continua la dottoressa Prever. Altro che due chiacchiere, una volta dentro il livello di concentrazione è altissimo e le giocate si susseguono a ritmo serrato. Ma almeno per quell'ora non si pensa ad altro che al numero che deve uscire. "Se l'uomo lo fa per sfida, competizione, questi giochi assecondano un meccanismo tipicamente femminile: più che un interesse per la vincita, per la donna giocare significa alienarsi, trovare solidarietà con altre persone che come lei inseguono un sogno, in un luogo dove dimenticare e staccare dalle preoccupazioni quotidiane". Una professionista milanese, 34 anni, con un figlio piccolo, spiega così la sensazione che prova al tavolo da gioco: "Il Bingo mi dà quella leggerezza di rapporti che non trovo altrove, mi fa evadere, mi anestetizza, mi pare di stare in una bolla, tutto il resto fuori...". Un'altra giocatrice compulsiva, lombarda, 60 anni e una relazione di coppia deludente, dice del gioco: "Almeno lì non devi essere una pin-up per sfondare, siamo tutti uguali, solo le vincite sono al centro dell'attenzione". E se non è il Bingo, è la macchinetta al bar sotto casa. Lo sa bene Lisa, romana di 66 anni, che alle slot ha dedicato 35 anni della sua vita: "Ho iniziato con i numeri ritardatari al Lotto, poi sono passata alle slot dopo l'ufficio. Una volta andata in pensione, con tutto quel tempo libero a disposizione, è stato un disastro. E poi dove ti giri ti giri, al supermercato o in tabaccheria, è un immenso campo da gioco. Mi sono giocata tutta la liquidazione... ho rubato persino ai miei nipoti quando non avevo più soldi. Il gioco era tutto, non mi interessava neanche più andare dal parrucchiere o lavarmi". Da 5 anni in recupero nelle strutture dei Giocatori Anonimi, è stata salvata dalla figlia che l'ha portata lì in cambio di 10 euro per giocare. Oggi vive una vita "normale", anche se, dice, "dentro di me ho una bestia che tengo dormiente".Stefania invece ha iniziato il folle inseguimento del jackpot sulla soglia della quarantina, la separazione dal marito, un lutto in famiglia e, senza nemmeno accorgersene, si è ritrovata giù nel tunnel del gioco: "Il mio calvario è iniziato con un paio di euro alle slot in pausa caffè. Non sapevo nemmeno giocare, ma per imparare e autodistruggermi è bastato un attimo. Avevo perso ogni dignità, per me non esisteva più nessuno, nemmeno i miei figli". Oggi che di anni ne ha 55, e inizia a vedere la luce grazie a un gruppo romano di Giocatori Anonimi che l'ha accolta da qualche mese: "Lì siamo tutti uguali, nessuno ti giudica. Non vedo l'ora che arrivi il giorno in cui ci troviamo, quelle stanze per me sono un miracolo". Sì, perché l'azzardo non è uno scherzo, ma può diventare una vera patologia, riconosciuta come tale anche dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Tanto che sia le strutture pubbliche, che quelle del privato sociale, hanno attivato una rete di servizi ad hoc. "Le donne fanno molta più fatica ad arrivare ai servizi, spesso per l'impossibilità di poterne parlare in famiglia", spiega la psicoterapeuta Fulvia Prever, "inoltre le giocatrici rappresentano una sfida maggiore per il terapeuta, perché impiegano più tempo degli uomini a passare le barriere della trasgressione, ma quando avviene, è in modo esasperato". Come per il fumo e l'alcol, le donne ci arrivano dopo, ma poi ne diventano consumatrici incallite. "Per non parlare di un'altra popolazione femminile sommersa, ancora più silente: quella delle donne straniere, colf sudamericane, badanti dall'Est Europa che spesso perdono tutto e rischiano di entrare in un giro di piccola prostituzione per recuperare il denaro". Non è difficile vederle fuori dalle sale Bingo, ad offrirsi in cambio di pochi soldi per una nuova giocata.  "A partire dalla metà del decennio scorso, le donne sono diventate un preciso obiettivo di marketing, attirate da un'offerta sempre più ampia, creata appositamente per un target femminile", spiega Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta nazionale Antiusura, che sottolinea come la nostra legislazione non limiti ma, anzi, incentivi l'estensione del gioco: "Se dieci anni fa la spesa era di 10 miliardi di lire, oggi l'azzardo è il terzo investimento finanziario nazionale". Ma a chi conviene che sempre più donne abbassino la leva delle slot? Alle casse dell'erario no di certo. "Non c'è alcun interesse pubblico nel mantenere l'economia del gioco, anzi l'azzardo è una delle componenti strutturali del debito pubblico", chiosa Fiasco. "Si è assistito a una costante defiscalizzazione, passando da un'aliquota che superava il 30 per cento a inizio anni Duemila, al 14 per cento di oggi". Insomma, la spesa aumenta ma il guadagno per lo Stato diminuisce; eppure l'Italia, con meno dell'1 per cento della popolazione mondiale, assorbe il 23 per cento della spesa planetaria di gioco d'azzardo, ovvero 61,5 miliardi su quasi 260 miliardi di euro (dati 2010). Nel frattempo le possibilità si moltiplicano. Oggi si può tentar la sorte comodamente dal proprio salotto, senza che i vicini vedano o che i figli possano giudicare: non serve nemmeno alzarsi dal divano, basta accendere la tv e sintonizzarsi sul nuovissimo canale 63 del digitale terrestre interamente dedicato al gioco. Meglio delle televendite. Ma la prossima frontiera saranno i giochi online: e se le casalinghe italiane per il momento non hanno troppa destrezza con la tecnologia, non c'è da temere. A Londra (dove l'uso di Internet e la banda larga sono ben più diffusi) è già attivo il primo centro di cura pubblico dedicato alle donne che si sono bruciate le tasche e la vita per una puntata online.

Fino a pochi anni fa il gioco d'azzardo era confinato in una nicchia ai margini della legge. Oggi l'Italia assomiglia a una gigantesca bisca di Stato. Solo negli ultimi dieci anni, tra lotterie, new slot, jackpot e scommesse di ogni tipo, ci siamo giocati più di 400 miliardi di euro. Una cifra pazzesca: più di un quinto di tutta la montagna di debito pubblico accumulato dall'Italia in 150 anni di storia. E mentre la recessione sconvolge l'economia mondiale, il business del gioco legale non conosce crisi, anzi è in continua crescita: nel 2011 le puntate degli italiani sono arrivate a superare la quota record di 6 mila milioni al mese e l'anno si dovrebbe chiudere con un totale di oltre 72 miliardi. Il poker cash, che è solo l'ultima trovata on line, è fresco di legalizzazione, eppure già raccoglie poco meno di un miliardo al mese. Un mercato spaventosamente liquido, diviso tra pochi grandissimi concessionari e decine di migliaia di imprese minori, con regole davvero speciali. La più vistosa è che le tasse sono molto basse. E nell'ultimo decennio i governi di ogni colore hanno fatto a gara per ridurle. Quindi l'affare è sempre più ricco, ma l'indebitatissimo Stato italiano si accontenta, a conti fatti, di un settimo della torta. Mentre la Guardia di Finanza svela che l'illegalità è diffusissima. E i magistrati più attenti avvertono che scommesse illecite e giochi anche leciti rappresentano "la nuova frontiera della criminalità mafiosa". C'era una volta un divieto generale, con rare eccezioni: totocalcio, lotto e scommesse regolari sui cavalli. Dalla fine degli anni '90 è iniziata la liberalizzazione. All'italiana. In Svizzera, prima di aprire 22 nuovi casinò, il governo ordinò un'indagine epidemiologica per studiare i danni del gioco. In Italia, come avverte una ricerca del Censis sostenuta dal Codacons, "non c'è stato anno, dal 1997 in poi, in cui l'esecutivo non abbia introdotto nuove offerte di gioco d'azzardo pubblico". Senza analisi né precauzioni. Da Berlusconi a Prodi, dai decreti di Bersani alle manovre di Tremonti, tutti i governi hanno continuato a regalare nuovi spazi alle piccole e grandi imprese del gioco organizzato, spesso ben agganciate ai partiti. E nell'illusione di togliere acqua alle scommesse illegali (un business stimato in circa 20 miliardi all'anno), i politici hanno ridotto le tasse a un'aliquota media al 13,5 per cento, che crolla a una microscopica "imposta unica del 3 per cento" per i giochi di carte on line, il nuovo settore in turbo-accelerazione. Il risultato è che le puntate degli italiani hanno fatto il botto: dai 15 miliardi del 2003 si passa agli oltre 61 del 2010, con almeno 72,5 miliardi previsti per l'anno in corso. Le entrate fiscali però restano ferme o addirittura calano. E i super profitti dell'azzardo di Stato vengono privatizzati. Tirando le somme, dal 2003 al 2006, quando gli italiani si erano giocati la bellezza di 103,7 miliardi, lo Stato ne aveva recuperati 23,6, cioè quasi un quarto. Nel successivo quadriennio 2007-2010 le puntate sono raddoppiate (oltre 205 mila milioni), ma le entrate fiscali sono sprofondate a un sesto del totale (32,6 miliardi). Anche perché i giochi di maggior successo, caso strano, sono i meno tassati. Nonostante la crisi e lo stratosferico debito pubblico italiano. Il fiume straripante di denaro privato sta modificando l'identikit di intere categorie. I tabaccai ormai incassano, in media, quasi metà dei ricavi dalle lotterie d'ogni tipo. E il mercato è dominato dalle macchinette diffuse in decine di migliaia di bar: sui 48,3 miliardi giocati da gennaio ad agosto di quest'anno, ben 27,2 sono stati ingoiati da "new slot" e "videolotterie (vlt)". L'agenzia specializzata Agicos informa che "in Italia sono attivi 320 mila apparecchi elettronici e almeno 30 mila vlt, con altre 27 mila già autorizzate". "Per spesa pro capite siamo già i primi al mondo", spiega il direttore Fabio Felici, "e con l'asta di fine anno supereremo quota 400 mila". Il che equivale a una macchinetta mangiasoldi ogni 150 abitanti: come avere un mini-casinò in ciascun condominio. Il gioco legale è un mercato chiuso: si entra solo per concessione dei Monopoli di Stato (in sigla, Aams). Sul gradino più basso e più affollato si collocano, secondo i dati di Agipronews e Agicos, "circa 5 mila imprese con 120 mila lavoratori". In cima alla piramide, una decina di grandi concessionari. I big sono due: Lottomatica, controllata dal gruppo De Agostini, che con l'acquisto per 4 miliardi dell'americana G-Tech è diventata leader mondiale. E Sisal che, tramite una holding lussemburghese, fa capo a tre fondi, i britannici Apax e Permira e l'italiano Clessidra di Claudio Sposito, ex amministratore della Fininvest. Le due società quotate sono entrate anche in Confindustria con una neonata federazione di categoria che, informa Massimo Passamonti, "riunisce il 75 per cento delle imprese del settore, che raccolgono l'80 per cento delle giocate". Insomma, fuori la Fiat, dentro il Superenalotto e il Gratta e vinci. Lottomatica ha raccolto solo in Italia giocate per 20,6 miliardi nel 2010 (versandone cinque di tasse) e altri 14,4 nel primo semestre 2011. Per l'intero gruppo, il margine di profitto prima delle tasse (ebidta) è balzato a 1,3 miliardi in 18 mesi. Sisal si è accontentata di 7,1 miliardi di giocate nel 2010 e altri 3,8 tra gennaio e giugno scorsi, con guadagni netti per 265 milioni nello stesso anno e mezzo. Al terzo posto tra i colossi c'è la Snai, radicata da anni nelle scommesse sportive (ippica e calcio). Proprietari sono i veneti di Palladio finanziaria e la Investindustrial di Andrea Bonomi. Insieme hanno scalato pure la Cogetech. Le grandi imprese tengono a sottolineare che gran parte delle puntate tornano ai vincitori: ogni gioco ha le sue quote (e aliquote fiscali), ma la media dei premi è del 71 per cento. L'effetto è una colossale redistribuzione invisibile: l'anno scorso 44 miliardi sono usciti dalle tasche dei perdenti per entrare in quelle di ignoti vincitori. La massa degli esercenti, sempre in media, si divide l'8 per cento della raccolta lorda. Il resto viene spartito fra lo Stato e i concessionari. La nuova gara per le new slot, bandita dopo anni di proroghe, potrebbe garantire spazi per gli austriaci di B-win, i tedeschi di Merkur, gli spagnoli di Cirsa e Codere o i greci di Intralot. Ma per ora i colossi stranieri occupano piccole nicchie del fortunatissimo mercato italiano. Dove non mancano assetti proprietari che i magistrati definiscono "opachi" e "molto sospetti". L'esempio più chiacchierato è la B-plus, erede della Atlantis, che controlla circa il 30 per cento delle new slot. Nel silenzio delle autorità, fu un'inchiesta de "L'Espresso" a svelare che faceva capo, tramite società caraibiche, a due figli di Gaetano Corallo, amico del boss Santapaola e condannato (ma non per mafia) nel processo sulle scalate ai casinò. I figli però giurano di non aver alcun rapporto con il padre. Ed escludono che i legami con parlamentari di An abbiano favorito la concessione statale. Al primo posto nel neonato business del poker cash, ora, compare la società Pokerstars: è uno dei tre siti on line che in aprile sono stati banditi dalle autorità statunitensi, per presunte frodi da 3 miliardi di dollari. Dall'estero, i manager ribattono che le accuse dell'Fbi sarebbero infondate. Mentre i Monopoli di Stato osservano che Pokerstars non ha mai violato la legge in Italia. Al centro del sistema legale c'è proprio la rete telematica dell'Aams: un super contatore nazionale, a cui non dovrebbe sfuggire neppure una puntata. In realtà i trucchi abbondano: dalle macchinette scollegate alle doppie schede, dalle sale gioco abusive ai siti fuorilegge. Tra gennaio e settembre di quest'anno la Guardia di Finanza ha eseguito 4.484 interventi. Il bilancio? Ben 5.091 multe, 2.691 apparecchi sequestrati, 1.100 punti-scommesse chiusi perché fuorilegge. Nel 2010, a 6.095 controlli corrispondevano 6.295 violazioni, con sequestri di 3.746 macchinette e di 1.918 sale giochi abusive. Per i furbi il guadagno è doppio: tasse azzerate e nessuna percentuale da redistribuire con le vincite. Almeno fino al 2005, secondo un'indagine della Corte dei conti, anche i grandi concessionari avrebbero beneficiato dei buchi della rete di controllo statale. Sommando le sanzioni per migliaia di apparecchi scollegati, la procura era arrivata a contestare supermulte per 98 miliardi di euro. In teoria i processi sono ancora aperti. Ma i portavoce delle grandi aziende annunciano che "gli importi sono stati molto ridotti o azzerati dai ricorsi delle difese". L'Organizzazione mondiale della sanità classifica già dal 1992 il "gioco compulsivo" (o "ludopatia") tra le patologie che andrebbero curate come la dipendenza da droghe, alcol o fumo. Secondo il Censis, la sindrome più grave colpisce "almeno 105 mila italiani", mentre una ricerca del Cnr di Pisa stima un totale di "tre milioni di soggetti a rischio". Un problema ignorato dai politici, nonostante la mole di notizie allarmanti pubblicate dai giornali. Tra i tanti casi, c'è l'imprenditore veneto che porta la sua fabbrica alla bancarotta per debiti di gioco; la signora toscana ricoverata d'urgenza per un delirio da overdose di slot machine; l'invalido di Napoli che rapina il bar dove si era giocato la pensione; il nonnino derubato e ridotto in fin di vita da un maniaco del casinò. I ricercatori rimarcano che le nuove tecnologie rendono le puntate accessibili da ogni bar o dal computer di casa a tutte le ore. Con pesanti ricadute sui giovanissimi: secondo uno studio di Nomisma, il 5 per cento dei ragazzi tra i 16 e i 19 anni è "in situazioni di criticità", soprattutto per le scommesse on line. Tra i "giocatori patologici", secondo studi inglesi, i tentativi di suicidio sono il quadruplo della media. E tra gli assistiti dal centro specializzato di Campoformido (Udine), il primo in Italia, "uno su dieci risulta vittima di usura". In questi anni pochissimi parlamentari, concentrati tra centro e sinistra, hanno proposto disegni di legge per combattere la "dipendenza da gioco". Il governo ha sempre avuto altre urgenze. Solo nell'ultima manovra il ministro Giulio Tremonti ha varato le prime sanzioni contro gli esercenti che non vietano ai minorenni di giocarsi il futuro: multe massime fino a 20 mila euro e chiusura del locale da 10 a 30 giorni. E con lo stesso decreto di luglio il ministro ha istituito tre nuovi giochi di Stato. Il 5 novembre 2007, al boss palermitano Salvatore Lo Piccolo e a suo figlio Sandro, vengono sequestrati dei pizzini molto strani: resoconti in codice di attività economiche coperte da una cifra misteriosa, "(323)". Quella sigla, dimostrano le indagini, nasconde gli interessi di Cosa Nostra nel calcio-scommesse. E in gennaio un imprenditore siciliano, Giovanni Botta, viene arrestato come prestanome del clan Lo Piccolo nella gestione di sale (legali) per puntate sportive. A quel punto confessa di aver gestito anche l'azzardo illegale: toto nero e scommesse clandestine. Il gioco organizzato, secondo la procura nazionale antimafia, è "la nuova frontiera della criminalità mafiosa". Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta non si limitano a imporsi anche in questo ricchissimo mercato con i metodi di sempre: estorsioni, usura, rapine, sequestri, attentati, ferimenti e omicidi. Oggi l'emergenza, scrive il pm Diana De Martino in un'allarmante relazione in gran parte inedita, è che i clan finanziati dai superprofitti della droga e del crimine organizzato "si stanno strutturando sotto forma di imprese normali, in apparenza pulite", capaci di beneficiare delle "rendite monopolistiche" garantite dalla privatizzazione delle concessioni statali. E soltanto inchieste difficili, con lunghe intercettazioni e preziose confessioni di pentiti, possono dimostrare che dietro queste aziende d'oro ci sono i boss e i capitali mafiosi. Il contagio riguarda tutta Italia. Solo per l'ultimo anno giudiziario, il dossier dell'Antimafia elenca decine di casi. Il clan dei Casalesi, secondo l'accusa (29 arresti), era arrivato a controllare la società Betting 2000, che era la numero uno a livello nazionale per volume di scommesse sportive. Tra Campania e Lazio il loro imprenditore-prestanome, Renato Grasso (vedi box a pag. 41), beneficiava di un "monopolio di fatto nel noleggio di new slot e videolotterie", grazie a patti territoriali con decine di boss della camorra. Finora solo questa inchiesta ha portato al sequestro di patrimoni per 150 milioni di euro e di sale bingo sparse da Brescia a Lucca, da Frosinone a Padova. Nell'area di Santa Maria Capua Vetere il clan Amato-Belforte imponeva con "ronde armate" i propri apparecchi mangiasoldi, ovviamente scollegati alla rete dei controlli fiscali, e s'impadroniva delle vincite (parola d'ordine: "Facciamo scoppiare la macchinette") spiando le giocate al computer. Tra Caltanissetta e Catania (dieci arresti) i clan Madonia e Santapaola controllavano i videopoker attraverso due reclutatori di imprenditori incensurati: Carmelo Barbieri e Antonio Padovani, un colletto bianco che secondo i magistrati antimafia si era costruito "una porta d'accesso privilegiata per il rilascio delle licenze dei Monopoli di Stato". A Reggio Calabria un ricchissimo imprenditore, Gioacchino Campolo, titolare della società Are, sarebbe diventato "il re dei videopoker" grazie all'appoggio di due famiglie della 'ndrangheta federate al clan Libri. I magistrati gli hanno sequestrato opere d'arte di straordinario valore, tre aziende e la bellezza di 260 immobili tra Roma, Parigi, Taormina, Milano e la Calabria. Da Lecce è partita l'inchiesta, per un giro milionario di scommesse illegali via Internet, sulla Goldbet Sportwetten, in teoria austriaca, in realtà controllata da soci e amministratori italiani. La Goldbet aveva una rete con 500 agenzie in tutta la Penisola: 50 sono risultate controllate dal boss pugliese Saulle Politi. In provincia di Modena il clan Schiavone, corrompendo due agenti di custodia, è riuscito a gestire dal carcere duro due bische clandestine, mascherate da circoli privati, che fruttavano ai Casalesi 200 mila euro al mese. Altre inchieste sulle catene criminali che uniscono usura ed estorsioni al gioco illegale, riciclando denaro anche tramite vincite pilotate, coinvolgono imprese mafiose attive da Roma a Siracusa, da Gallipoli a Palermo. Ma il denaro sporco non ha confini, per cui le filiali abbondano anche in Lombardia, Veneto o Emilia Romagna. Tra le inchieste più recenti spicca l'indagine della Procura di Napoli sul clan D'Alessandro. Sotto osservazione c'è un mare di "puntate anomale" su circa 150 partite sospette di calcio e altri sport. Tra i fermati, a fine settembre, spuntano due manager di Intralot Italia (che si è dichiarate parte lesa), intercettati mentre vantavano rapporti con i boss di Castellammare con frasi del genere: "La gente con cui sto io, mannaggia la marina, ha trenta omicidi per uno". Dopo anni di lassismo, il ministro Giulio Tremonti ha inserito nella manovra salva-bilancio del luglio 2011 le prime misure antimafia. Niente concessioni alle società con dirigenti "condannati o anche solo indagati per associazione mafiosa e riciclaggio". E per il futuro, i candidati alle licenze statali dovranno indicare tutti i "proprietari effettivi" con quote superiori al 2 per cento. Secondo le grandi aziende con azionisti trasparenti, il nuovo decreto è "un primo segnale importante", ma non risolutivo: se un'azienda italiana è controllata da una società estera, che magari fa capo alla classica off shore esotica, la proprietà resta anonima. Perfino le condanne del passato, in Italia, sembrano pesare poco e insegnare nulla. Il colmo è che in questi mesi è tornato sotto inchiesta perfino il casinò di Sanremo, che negli anni '80 fu al centro di due clamorose scalate affaristico-mafiose. La nuova indagine, partita da due croupier che rubavano soldi gonfiando i cambi di fiches, ha scoperto un giro di tangenti divise tra porteur (reclutatori di clienti) e almeno un dirigente del casinò. Che prima dell'arresto aveva "continui rapporti" con un fiduciario del clan Zaza: l'ala della camorra con i primi alleati storici di Cosa Nostra.

Il gioco del lotto è un gioco d’azzardo, e probabilmente il gioco a premi più diffuso in Italia. Il gioco è disciplinato dalla legge n. 528 del 2 agosto 1982 e dal DPR n. 560 del 16 settembre 1996. La sua gestione è affidata all'Ispettorato Generale per il Lotto e le Lotterie, Direzione Generale delle Entrate Speciali, che ha sede presso il Ministero delle Finanze. La gestione della raccolta delle giocate e dei pagamenti delle vincite è affidata in concessione a Lottomatica. Si devono indovinare da 1 a 5 numeri su 90.

Si può scommettere di indovinare, su una ruota, su più ruote o su tutte le ruote:

l'ambata, o estratto semplice, ovvero un solo numero (l'ordine di estrazione non conta);

l'estratto determinato, ovvero un numero e la posizione in cui viene estratto;

l'ambo, ovvero due numeri;

il terno, ovvero tre numeri;

la quaterna, ovvero quattro numeri;

la cinquina, ovvero cinque numeri.

Si possono giocare fino a 10 numeri sulla stessa scheda. La vincita è pagata a quota fissa e dipende da quanti numeri si sono indovinati, da cosa si è giocato e da quanti numeri sono stati messi in gioco.

Nella seguente tabella viene indicata la vincita lorda che si ottiene giocando 1 euro su 1 ruota e indovinando tutti i numeri in gioco.

Numeri giocati           1             2             3                   4                      5

Numeri giocati           1             2             3                   4                      5

Vincita lorda (euro)   11,23      250,00    4500,00        120 000,00      6 000 000,00

Probabilità di vincita 1 su 18   2 su 801  1 su 11 748   1 su 511 038   1 su 43 949 268

La tabella mostra anche che da un punto di vista matematico il gioco del lotto è un gioco definibile "non equo", laddove per gioco equo si intende un gioco che paga al vincitore una vincita pari alla posta giocata moltiplicata per l’inverso della probabilità di vincita.

Il Superenalotto è un gioco d'azzardo a premi gestito dalla Sisal, introdotto per la prima volta in Italia il 3 dicembre 1997, in sostituzione del gioco dell’Enalotto.

Come l'Enalotto, è stato legato strettamente alle estrazioni del lotto componendo la combinazione vincente con il primo numero estratto dalle seguenti ruote, in un ordine qualsiasi: Bari, Firenze, Milano, Roma, Napoli e Palermo. Qualora il primo numero estratto in una delle ruote suddette fosse stato uguale ad un precedente primo estratto, si considerava valido ai fini del gioco il secondo numero di tale ruota e così via. La combinazione vincente è completata anche dal cosiddetto "numero Jolly", ovvero il primo estratto (o il secondo o il terzo e così via in caso di uguaglianza) della ruota di Venezia, e dal "SuperStar", il primo estratto sulla ruota nazionale.

Il Superenalotto (a differenza, ad esempio, del Lotto) è un gioco a vincita variabile, nel senso che il Montepremi (più eventualmente il jackpot del concorso precedente) di ogni concorso viene suddiviso nelle 5 categorie di vincita e spartito in modo equo tra i vincitori delle singole categorie. Pertanto la vincita dipende dal montepremi e dal numero di altri vincitori della stessa categoria.

La probabilità di vincita delle categorie più alte è quasi nulla: nonostante ciò il gioco ha attirato, fin dal 1997, moltissimi giocatori, attratti dalle cifre milionarie messe in palio ad ogni concorso. Si tratta di un gioco d'azzardo che propone una speranza matematica di vincita remota ed infinitesimale: una vincita col punteggio di 6 al SuperEnalotto si colloca a 1 su 622.614.630.

Il vero vincitore di un tale business è chi lo gestisce, ossia lo Stato, i suoi concessionari e tutti coloro che ne fanno la pubblicità. Inoltre a tanti guadagni corrisponde equivalente pubblicità, sui giornali, e in televisione. Più si guadagna, più è facile da promuovere.

E’ una vera e propria “tassa” autorizzata, tra l’altro anche cara. Le lotterie furono inventate dagli imperatori romani che avevano bisogno di liquidità e non potevano tassare ulteriormente i cittadini. Quindi hanno inventato un intelligentissimo modo per “spremerli” senza che questi ne fossero consapevoli.

AFFITTI IN NERO

Denunciare all'Agenzia delle Entrate l'affitto in nero conviene e questo grazie al decreto legge 23 del marzo 2011. Lo dimostra il secondo caso avvenuto in tutta Italia quello di Salvo, un palermitano che vive con la moglie e un figlio piccolo nella zona del porto, che si ritrova con 366 euro in più al mese sul conto in banca, dopo aver denunciato all'Agenzia delle entrate il proprietario di casa che aveva registrato un contratto fittizio. Oggi paga 84 euro al mese anziché 450 per un appartamento di tre vani nel centro di Palermo. “Ho scoperto per caso – racconta il protagonista - che la proprietaria aveva registrato un contratto di locazione da 2700 euro, cioè 225 euro al mese, esattamente la metà". Dopo un po' di paura iniziale, il giovane ha deciso di denunciare. Il suo è il primo caso in Sicilia, il secondo in Italia. Il decreto legge in materia di affitti prevede che chi denuncia ottiene un contratto della durata di quattro anni, con possibilità di rinnovo per altri quattro, e un canone pari al triplo della rendita catastale, uno sconto dell'80 per cento rispetto al valore di mercato. I proprietari irregolari avevano tempo fino al 6 giugno 2011 per sanare la loro posizione. Da quella data l'inquilino può denunciare un contratto non registrato o fittizio, presentando le prove che attestino il suo domicilio nell'appartamento. Bastano una copia del bonifico del canone mensile e le bollette delle utenze intestate a suo nome.

Contratti non registrati a rischio: si passa a un regime imposto dall'alto su durata e canone. Questo vale anche nel caso di contratti di comodato simulati o di simulazione del canone (registrato in misura inferiore a quella effettiva). E basta la richiesta anche di uno solo dei contraenti e senza necessità di esibire particolare documentazione. È quanto prevede il decreto legislativo sulla cedolare secca (n. 23/2011). Anche se la registrazione entro il 6 giugno 2011 sbarra la strada al regime vincolistico. Quindi si regolarizza la situazione sottraendosi alle conseguenze descritte al comma 8 dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 23/2011. Vediamo, dunque, a cosa si va incontro se non si provvede alla registrazione. Ai contratti di locazione degli immobili ad uso abitativo, comunque stipulati, che, ricorrendone i presupposti, non sono registrati, il decreto legislativo (all'articolo 8) prevede la seguente disciplina: 1) la durata della locazione è stabilita in quattro anni a decorrere dalla data della registrazione, volontaria o d'ufficio; 2) al rinnovo si applica la disciplina di cui all'articolo 2, comma 1, della citata legge n. 431 del 1998; 3) a decorrere dalla registrazione il canone annuo di locazione è fissato in misura pari al triplo della rendita catastale, oltre l'adeguamento, dal secondo anno, in base al 75% dell'aumento degli indici Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli impiegati e operai. Se il contratto prevede un canone inferiore, si applica comunque il canone stabilito dalle parti. In base all'articolo 2 della legge 431/1998 il rinnovo varrà per un periodo di quattro anni, tranne i casi in cui il locatore intende adibire l'immobile agli usi o effettuare sullo stesso le opere di ristrutturazioni o sopraelevazioni, oppure vendere l'immobile. Inoltre il decreto legislativo prevede che le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 346, della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (nullità del contratto non registrato), ed al comma 8 dell'articolo 3 del decreto legislativo si applicano anche ai casi in cui nel contratto di locazione registrato sia stato indicato un importo inferiore a quello effettivo e anche nel caso in cui sia stato registrato un contratto di comodato fittizio. Questo significa che con la registrazione si ottiene il risultato di assoggettare a un regime vincolistico il contratto in tutti i suoi elementi essenziali e quindi durata, compreso il rinnovo e quantificazione del canone. Chi va a registrare il contratto ha un grosso potere e valuterà caso per caso il proprio interesse a poter fruire delle condizioni di legge. Tra l'altro le modalità previste dalla circolare dell'agenzia delle entrate sono particolarmente facilitate, non richiedendo oneri formali e soprattutto non richiedendo la produzione di documenti.

Affitto in nero, ti denuncio di Roberta Carlini. Se siete inquilini con un contratto irregolare, potete autoridurvi il canone fino all'80 per cento. L'hanno già fatto in tanti. Ecco come.

Come autoridursi l'affitto dell'80 per cento in una settimana. Non è una pubblicità per gonzi, né un rigurgito degli espropri anni Settanta, ma una piccola rivoluzione legale che, in giro per l'Italia, è già cominciata. Basta mettersi in coda all'Agenzia delle entrate, o fare un giro tra i sindacati degli inquilini, per trovare traccia della legge 23, battezzata col nome ostico di "cedolare secca". Legge che, oltre a fare uno sconto fiscale ai padroni di casa onesti, quelli in regola col fisco, ha dato un grimaldello potente agli inquilini in nero. Che da giugno possono denunciare i proprietari, ottenere la riduzione del canone e un contratto stabile per otto anni. All'inizio, della novità si sono accorti in pochi, e qualcuno ha parlato di fallimento della legge. Ma adesso il passaparola sta girando: complice la crisi che morde, e i vari movimenti degli "occupy" che, oltre a Wall Street, hanno preso di mira anche il caro-casa e gli affitti in nero degli studenti.

"Deboli sì, ma non ignoranti". Stella Liberato ha 33 anni, di mestiere fa la consulente aziendale, e da qualche mese respira. Invece dei soliti 850, adesso sborsa 250 euro al mese per la sua casa in affitto, nella semiperiferia romana. E non le sembra vero. Davanti a un'assemblea di studenti alla Sapienza, sotto lo striscione della campagna Fuori dal nero, racconta la sua storia. Simile a quella della maggior parte dei ragazzi che la ascoltano, studenti fuori sede a 3-400 euro per stanza. "Anche io da studentessa sono sempre stata al nero, ma adesso basta. C'è questa legge, usiamola. Non dobbiamo essere complici dell'evasione, né avere paura dei padroni di casa". Stella parla delle nuove regole e dei trucchi per aggirarle; spiega che se paghi con un bonifico o un assegno o anche se hai un paio di testimoni del pagamento in nero il gioco è fatto. Racconta che non c'è niente da temere: "Il proprietario, nel mio caso, si è trovato di fronte al fatto compiuto, quando ha visto che gli è arrivato un bonifico più basso del solito. Si è arrabbiato, ma non poteva fare niente". Ormai l'affitto è quello, e durerà per otto anni. Senza contare il pericolo concreto che il fisco poi bussi alla porta per recuperare tutta l'evasione passata. Mentre gli inquilini dal punto di vista legale sono in una botte di ferro: "Alcuni padroni di casa cercano di mandarti via con soldi; altri si infuriano, minacciano; altri ancora si rassegnano. Dovevano pensarci prima", dice Stella. Ma se è così, perché non lo fanno tutti?

"Finora a Roma abbiamo aiutato 450 famiglie, che in media vengono a spendere 700 euro in meno al mese". Walter De Cesaris, segretario dell'Unione inquilini, è contento come una Pasqua. "In un mese, l'insieme di queste famiglie risparmia 315 mila euro. In otto anni, risparmieranno più di 30 milioni". E a chi obietta che 450 case sono una goccia nel mare degli affitti in nero a Roma, De Cesaris risponde: "Finora abbiamo avuto poco tempo, ma adesso il passaparola corre. Solo il nostro sindacato in tutt'Italia ha fatto registrare 2 mila contratti". Il Sunia, sindacato inquilini della Cgil, parla di 5 mila regolarizzazioni totali e denuncia l'inerzia dei comuni e degli uffici fiscali. In effetti, non è che tutte le sedi dell'Agenzia delle entrate siano altrettanto chiare e solerti, quando gli inquilini si presentano allo sportello.

"Qui a Roma noi mandiamo gli inquilini all'Agenzia dell'Aurelio, sono i più corretti", dice Fabrizio Ragucci, soldato di prima linea della battaglia degli affitti in nero. Nella sede romana dell'Unione inquilini, riceve e smista lunghe file di persone in cerca di informazioni, aiuto, protezione. Poche ore alla sua scrivania danno uno spaccato vivido della questione casa nella capitale, e dell'intreccio di piccole e grandi evasioni, complicità e conflitti che regge l'impalcatura enorme degli affitti in nero in Italia. Che secondo il Sunia sono almeno 1,5 milioni e che l'Agenzia del territorio non riesce a censire, ma classifica dentro la generica categoria "altri utilizzi" nelle sue tabelle, confusi dentro uno stock di 5 milioni di abitazioni del quale non si sa la destinazione.

Arrivano alcuni studenti di piazza Bologna, con un contratto semifalso in mano. Pagano 1.400 euro al mese in quattro, sul contratto c'è scritto 600. La differenza è versata in contanti, "vale come testimone l'amico, la sorella, il parente?". Sguardi preoccupati. Tornano Alessio e Giovanna, la loro pratica è quasi chiusa: sono andati a vivere fuori Roma per cavarsela, ma pagavano comunque 450 euro al mese più il condominio. Adesso sono a 160 euro puliti, e il figlio che sta per nascere starà in quella casa almeno fino all'ottavo compleanno. Non hanno sensi di colpa, "il nostro padrone di casa ha 23 appartamenti".

Invece Mario, anche lui abbastanza giovane e con un affitto in nero nell'hinterland di Roma, la denuncia non l'avrebbe neanche voluta fare: "Ma per una sola volta che ho tardato un pagamento perché avevo difficoltà, la padrona mi ha fatto scrivere dall'avvocato, intimandomi di andare via". Quella lettera ingenua è diventata una fonte di prova schiacciante, e adesso Mario resta lì con affitto al minimo. "Vengono soprattutto giovani coppie, ma anche molti studenti", racconta Fabrizio, "immigrati di meno, si sentono più ricattabili". A Firenze, per esempio, ha fatto rumore la storia di Occresio Borges, venditore brasiliano che si è trovato messo fuori casa, con la serratura cambiata e tutte le sue cose sul pianerottolo. Ha chiamato i carabinieri e ha avuto ragione.

"Abbiamo il 56 per cento degli affitti in nero in città, e riguardano soprattutto immigrati e studenti", dice Simone Porzio, del Sunia fiorentino, "per questo abbiamo fatto un patto d'azione con le reti degli universitari". Per evitare le ritorsioni fisiche e le minacce, i sindacati danno consigli strategici: cambiare la serratura e le utenze prima di tutto, non parlarne con nessuno finché non si ha il contratto regolarizzato in mano. A quel punto, ai proprietari resta solo la strada di un'azione penale che però è spesso accidentata e pericolosa per loro. Ma più che le minacce fisiche e legali, spesso a frenare le denunce è un impasto di quieto vivere, inconscia complicità, vecchie relazioni. Come nel caso di Michela e Silvia, due ragazze romane che da settimane meditano sul da farsi. Si dividono una casa al Pigneto, hanno due lavori precari e portano a casa sì e no 2 mila euro al mese. Quasi la metà se ne va in affitto. "E' in nero. Però il padrone di casa è sempre stato gentile, interviene se qualcosa non va, fa le riparazioni. Non è uno molto ricco, ha questa casa in più che affitta... un po' ci dispiacerebbe dargli questa botta". E però: "Ci pensi, risparmiare 5-600 euro al mese? Soprattutto di questi tempi, con il lavoro che va e viene? Ci cambierebbe la vita".

PARLIAMO DELL’ITALIA DEI CONDONI.

Pornotax, archeocondono, condoni fiscali, edilizi, paesaggistici e ambientali, multe per eccesso di velocità. Fatti e norme fra loro in apparenza irrelati, ma sintomi di una tendenza comune.

L’Italia: Paese dei record per pressione fiscale o per numero di condoni? Probabilmente, tutte e due assieme, e non a caso. È proprio quando di tasse se ne pagano troppe, infatti, che la gente comincia a evaderle, e bisogna offrire allora qualche sconto per recuperarle. Comunque, sembra che sia stato proprio da noi che il condono fiscale sia stato inventato: con l’imperatore romano Adriano, che nel 118 cancellò tutti i debiti fiscali dei contribuenti per i 16 anni precedenti, facendo bruciare in una sola notte documenti contabili equivalenti a 900 milioni di sesterzi. Andando più vicino a noi, il primo “condono di pene pecuniarie” del XX secolo fu varato con il Regio Decreto numero 367 dell’11 novembre 1900. Se non ce ne siamo dimenticati qualcuno per strada, il che è peraltro probabile, fino allo scudo fiscale ne sono stati approvati dopo di quello altri 72. Cioè, 73 condoni in 109 anni, alla media di uno ogni ventina di mesi. Ventuno nei 46 anni dell’epoca monarchica, e 52 nei 63 anni di repubblica. Che poi ogni tanto si accelera pure: tra 1987 e 1992, sul finale della Prima Repubblica, si arrivò a uno ogni 18 mesi.

Il condono fiscale ha una lunga storia, a partire dal quarto governo Rumor (1973), quando ministro delle finanze era Emilio Colombo (poi senatore a vita), ma ha raggiunto il culmine coi condoni del 2003 e del 2005 (governo Berlusconi, ministro Tremonti), seguiti da un condono erariale (2006) che ridusse l’entità delle oblazioni comminate da condanne di primo grado. Il principio è chiaro: cittadini e imprese che hanno evaso le tasse (cioè violato la legge) vengono invitati a confessarlo, e pagando una frazione di quello che avrebbero dovuto vengono assolti dal peccato e dalle sue conseguenze. Il procuratore generale della Corte dei conti Pasqualucci nella relazione inaugurale 2008 ha stigmatizzato queste e altre sanatorie contabili come "incuranti dei loro effetti sui bilanci pubblici"; la Corte di Giustizia Europea ha condannato l’Italia (17 luglio 2008) per aver favorito mediante il condono la frode fiscale, violando il principio di eguaglianza fra i contribuenti degli Stati europei. Ma nulla assicura che altri condoni, più o meno "tombali", non siano in agguato.

Analogo il meccanismo sanatorio dei condoni edilizi, ambientali e paesaggistici. Cittadini che hanno violato la legge e sarebbero passibili di punizioni penali e pecuniarie (nonché dell’abbattimento di edifici abusivi) vengono istantaneamente assolti su pagamento di un’oblazione.

In tal modo si legittima l’abuso col sigillo della legge, incoraggiando ulteriori abusi, perpetrati in attesa del prossimo, immancabile condono. Piombate a proteggere e incoraggiare la cementificazione dell’Italia coi governi Craxi (1985) e Berlusconi (1994, 2003, 2004), queste sanatorie mostrano la loro logica in alcuni episodi illuminanti. Per esempio nel 2004, pochi mesi dopo l’approvazione del Codice Urbani che prescrive l’assoluto divieto di sanatorie paesaggistiche (art. 181), lo stesso governo Berlusconi approvava una legge (308/2004) con la totale sanatoria di ogni illecito ambientale e paesaggistico, anche i più gravi. Nessuno vorrà credere che (come scrissero alcuni giornali) questo voltafaccia fosse indirizzato a sancire abusi edilizi in una villa del presidente del Consiglio; ma nessuno ha mai spiegato come mai a distanza di pochi mesi lo stesso governo adottasse per legge due principi tra loro opposti, prima condannando l’abusivismo e poi premiandolo.

Il cosiddetto "archeocondono" è fratello (non tanto minore) di queste sanatorie, e può rispuntare a sorpresa come emendamento alla Finanziaria. Capovolgendo la legge secondo la quale il patrimonio archeologico è di proprietà pubblica, questa norma più volte presentata e finora mai approvata (un primo, timido tentativo si deve a Veltroni: Atti Camera 3216/97), prevede che chiunque illecitamente detenga materiali archeologici possa, anziché esser perseguito dalla magistratura o arrestato dai Carabinieri, autodenunciarsi pagando un’oblazione volontaria e restando in possesso dei materiali (secondo una versione più ipocrita, la proprietà sarebbe dello Stato, che li concederebbe al collezionista, tombarolo o trafficante, in deposito più o meno perpetuo, con facoltà di trasferirlo a pagamento ad altri). Anche i reati penali legati al traffico illecito di oggetti archeologici verrebbero estinti da questa "multa". Vanificato il lavoro di magistratura, Carabinieri, Guardia di Finanza. Ridicolizzata la nostra richiesta ai musei stranieri di restituire gli oggetti scavati illecitamente.

Una ratio comune lega queste norme e questi progetti: far cassa, ad ogni costo. Non ci sono soldi per l’opera lirica? Ricaviamoli dalla pornotax. Mancano finanziamenti per ridurre l’indebitamento pubblico? Ci aiuterà qualche sanatoria edilizia o ambientale, e se sarà al costo di disastri ecologici e paesaggistici, pazienza. Anche l’archeocondono, si sussurra, produrrebbe un gettito per ridurre (di poco) la voragine aperta dalla legge 133 nei conti del Ministero dei beni culturali. Stesso fine avrebbe il deposito ai privati di opere d’archeologia e d’arte su pagamento di canoni di concessione: il primo passo verso la vendita. Intanto qualcuno già corteggia emiri del Golfo Persico sperando in "depositi lunghi", pronto cassa, di qualche Botticelli o Caravaggio "minore" (?). Anche l’intensificarsi dei controlli sulla velocità nelle strade (lettori automatici, tutor, e così via) e il moltiplicarsi delle multe per assicurare introiti ai Comuni sempre più annaspanti ha, in piccolo, la stessa logica. Vuoi violare i limiti di velocità (o la legge sul patrimonio archeologico)? Tutto ok, purché sia a pagamento. Purché si inventino nuovi eufemismi: la pornotax diventa "tassa etica", le sanatorie vengono battezzate "programmazione fiscale", l’archeocondono pudicamente si traveste da "riemersione di materiali archeologici".

Si può ipotizzare l’estensione della medesima ratio ad altri ambiti. Pochi soldi per l’università dopo la legge 133? Semplice, vendiamo qualche esame e un po’ di lauree (magari ad honorem, rendono di più). Mancano i poliziotti, o la benzina nelle loro macchine? Facile, prendiamo i reati più comuni (furto, droga, violenze varie) e decretiamo che si estinguono sull’istante mediante autodenuncia e oblazione volontaria. E si potrebbe continuare. In tal modo, proprio come nel caso dell’archeocondono, il funzionamento della legge e delle istituzioni verrebbe garantito dai soldi di chi viola la legge e offende le istituzioni. Vi sarebbero da una parte gli impuniti che si arricchiscono violando la legge e si mettono al sicuro pagando oblazioni, dall’altra la massa dei cittadini tenuti (per mancanza di soldi) al rigoroso rispetto delle norme. Alle leggi ad personam che già offendono giustizia e diritto, si aggiungerebbe un pulviscolo di leggi a benificio di determinate categorie: ieri evasori fiscali, speculatori edilizi, distruttori del paesaggio, domani trafficanti di materiali archeologici, dopodomani chissà...

Fantapolitica? Forse. Ma fantasiose sarebbero apparse a chiunque, solo dieci anni fa, troppe cose che abbiamo visto accadere, incluse quelle di cui sopra. Se non è troppo tardi, fermiamoci a pensare. È proprio sicuro che la priorità assoluta debba essere far cassa, a costo di svuotare dall’interno le leggi che regolano la convivenza civile? È giusto che pagando si possa violare impunemente la legge? Che chi ha più soldi debba farla franca? Che, poiché la crisi economica impone di far cassa, nulla (ma proprio nulla) si debba fare per ridurre la gigantesca evasione fiscale, la più grande del mondo in valori assoluti (280 miliardi nel 2007 secondo l’Agenzia delle entrate)? È giusto che si rinunci ai maggiori introiti fiscali per poi tappare il buco tagliando gli investimenti sulla cultura? Siamo sicuri che invece di reprimere e punire chi non paga le tasse è giusto reprimere e punire, mediante tagli di bilancio sferrati alla cieca, chi fa ricerca, chi fa musica o teatro, chi insegna e chi studia, chi scava o vuol visitare in pace un piccolo museo? Dov’è finito il principio di eguaglianza sancito dalla Costituzione? Nella colpevole inerzia di troppe forze politiche (di maggioranza e "opposizione"), resta un soggetto che può e deve rispondere a queste domande.

Noi, i cittadini.

Esemplare, però, è la ipocrisia delle opposizioni. Prendiamo l’approvazione del cosiddetto “Scudo Fiscale”.

Il via libera al provvedimento arriva alla Camera il 2 ottobre 2009 a ora di pranzo con solo 20 voti di scarto (250 i no, 270 i sì e 2 astenuti, Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa). I ventinove assenti (22 del Pd, 6 dell’Udc e uno dell’Idv) in poche parole "graziano" il governo che ottiene il via libera al testo con soli 9 voti in più rispetti a quelli della maggioranza richiesta (261). E poi vanno in piazza ad aizzare il popolino travestendosi, come Di Pietro, da mafioso, per fare il verso a Berlusconi.

PARLIAMO DI EVASIONE FISCALE LEGALIZZATA.

Dieci finanziarie ogni anno. È l'ammontare dell'evasione fiscale in Italia: ogni anno circa 300 miliardi di euro di imponibile vengono sottratte all’erario. Di queste, l'evasione di imposte dirette è 115 miliardi di euro, l'economia sommersa sottrae 105 miliardi, la criminalità organizzata 40 miliardi e 25 miliardi chi ha il secondo o terzo lavoro. La stima è stata fatta da Krls Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it, Associazione contribuenti italiani, elaborando dati ministeriali e dell’Istat.

Le aree di evasione fiscale analizzate nello studio sono cinque: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese.

ECONOMIA SOMMERSA. I lavoratori in nero sono circa 2 milioni, di questi 800 mila sono dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro (con un'evasione d’imposta di 25 miliardi di euro). L'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo. Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare". Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento.

ECONOMIA CRIMINALE. La seconda area di evasione è quella dell’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose che, in almeno tre regioni del Mezzogiorno, controllano buona parte del territorio. Il giro di affari della criminalità è di 120 miliardi di euro all’anno con un’imposta evasa di 40 miliardi di euro.

ECONOMIA PICCOLE SOCIETA’. La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese: secondo i dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, il 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (52%) o meno di 10 mila euro (26%). In pratica su un totale di circa 800 mila società di capitali il 78% non versa quanto dovuto di imposte dirette. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 15 miliardi di euro l’anno.

ECONOMIA GRANDI SOCIETA’. La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre chiude il bilancio in perdita e non paga le tasse. Inoltre il 92% delle big company abusano del «transfer pricing» per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei Paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 27 miliardi di euro.

ECONOMIA LAVORO AUTONOMO E PICCOLE IMPRESE. Infine c’è l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8 miliardi di euro l’anno.

Un altro studio evidenzia l’evasione fiscale per categoria. Ecco di seguito la classifica degli evasori fiscali, in base all'esperienza degli intervistati dall'Eures.

Insegnanti privati, architetti, negozianti di piastrelle e materiali edili. Sono queste le professioni al top dell'evasione fiscale nelle tre categorie di servizi, professionisti e commercianti.

Gli insegnanti evadono sulle ripetizioni private, mentre imbianchini e idraulici, elettricisti e falegnami non rilasciano ricevuta per i loro interventi nelle case.

Ma tra i super-evasori ci sono anche professionisti come gli avvocati e gli psicologi, gli architetti e i dentisti, i veterinari e i notai.

E le famiglie. Anche loro nel calderone. Affitti, i conti dell'evasione: 500mila contratti in nero.

Una metropoli in cui vivono un milione e 200mila persone, tutte in affitto esentasse. Anzi, intere Regioni: l'evasione fiscale sugli affitti è tale che corrisponde alle case locate in tutto il Triveneto, o se preferite in Campania, oppure nelle Marche e nel Lazio messi insieme. Mezzo milione di appartamenti, oltre il 15% dell'intero stock delle case affittate da privati, sfugge completamente al Fisco. Sono 2,8 milioni gli affitti regolarmente registrati e dichiarati da persone fisiche nel 730 o in Unico, cui si sommano 122mila immobili affittati da società o imprese e circa 850mila case di proprietà di Stato ed enti pubblici vari. In totale 3,8 milioni di unità immobiliari locate "in chiaro". Peccato che le famiglie in affitto siano 4,3 milioni: mezzo milione di abitazioni sono quindi locate con una stretta di mano e tanti saluti al Fisco, che ci perde almeno un miliardo all'anno. Il 3% delle entrate fiscali totali derivanti da immobili. E senza considerare i finti comodati, le locazioni estive e gli stranieri irregolari.

E questo è solo il dato più eclatante nel libro immobiliare dell'Italia, un'Italia di prime case e di immobili nascosti. Che emerge dai dati diffusi dall'agenzia del Territorio, in collaborazione con Sogei e dipartimento delle Finanze. Si tratta del primo tentativo ufficiale di mappatura completa del patrimonio immobiliare italiano. Il primo in cui le banche dati catastali e quelle sulle dichiarazioni dei redditi siano state incrociate, facendo emergere alcune certezze e parecchie incertezze.

Il nodo dei non dichiarati. I 55 milioni di fabbricati censiti (non dimentichiamo che ce ne sono altri due milioni di case fantasma) sono stati analizzati sotto il profilo dell'utilizzo, in base a quanto dichiarato da 19 milioni di contribuenti nei quadri B ed RB dei modelli 730 e Unico. I 31 milioni di abitazioni sono quindi risultati essere, per quasi la metà (14.596.735) abitazioni principali, mentre 4,14 milioni sono case tenute a disposizione e solo 2,8 milioni risultano locate. Per 732mila l'utilizzo non è stato ricostruito e ben 2,89 milioni di abitazioni regolarmente censite non sono state riscontrate in dichiarazione. E fin qui stiamo parlando di abitazioni di proprietà di persone fisiche. Ma considerando i dati complessivi, cioè i 55 milioni di fabbricati totali, le unità non riscontrate in dichiarazione sono ben 6,02 milioni, il 10,9% del totale.

Come si spiega questa massa di mattoni conosciuti al Catasto, ma non all'agenzia delle Entrate? In parte con la presenza di molti contribuenti "sotto soglia", che cioè incassano solo il proprio stipendio e sono proprietari della casa d'abitazione o poco più, che quindi non risultano (legittimamente) nella dichiarazione. In parte sono immobili strumentali di imprese o immobili di enti pubblici che (sempre legittimamente) non li devono dichiarare. Ma nel resto si annida altra evasione, ancora non quantificabile.

Le azioni di contrasto. Resta da chiedersi come arginare il malcostume. Mentre le associazioni di proprietari chiedono la cedolare secca, cioè un'aliquota fissa con cui tassare i proventi delle locazioni, la Guardia di Finanza si impegna sul territorio.

All'Aquila, racconta il comandante provinciale Leonardo Matera, sono stati inviati speciali questionari ai neolaureati residenti fuori città e fuori regione. E nel 25% dei casi si è scoperto che gli studenti avevano abitato "in nero", spesso in cambio di uno sconto sul canone. Anche a Siena si lavora sulle case per studenti, ma qui la GdF segue un'altra via: controlli incrociati tra le banche dati (anagrafe tributaria, Catasto, utenze domestiche, tassa rifiuti) seguiti da sopralluoghi porta a porta. Ma non solo. Altro fronte delicato, spiega il colonnello Giovanni Padula, sono i falsi prestiti: «Il contratto di comodato registrato è un indice di grande rischio. Il più delle volte gli accertamenti bancari evidenziano entrate che il proprietario non è in grado di giustificare».

A Bologna la GdF collabora con Comune e Università, ma gli ultimi controlli hanno evidenziato anche altro: «Abbiamo individuato un patrimonio - commenta il comandante provinciale Piero Burla - costituito anche da uffici e capannoni, spesso affittati a extracomunitari e registrati dichiarando l'importo di un mese anziché di un anno». E sugli affitti agli stranieri si è concentrata anche la Gdf di Roma, come dice Massimiliano Mora, comandante del I Gruppo di Roma: risalendo agli alloggi in cui vivono gli extracomunitari coinvolti in altre indagini si è scoperto un tasso di affitti in nero del 90%, con canoni da 4mila a 6mila euro per appartamento.

I dati di partenza. L'elaborazione del Sole 24 Ore è partita dai dati presentati dall'agenzia del Territorio, fra cui quelli relativi alle dichiarazioni dei redditi, cui sono stati aggiunti i dati sul Trentino Alto Adige, che il Territorio non aveva considerato.

Il confronto. Le abitazioni locate con contratto regolare (libero mercato, patti in deroga e convenzionati) da persone fisiche sono state confrontate con il numero di famiglie in affitto in base ai dati Istat. Considerando anche le famiglie alloggiate in case locate da imprese o enti pubblici (che si presumono regolarmente dichiarate), all'appello ne mancano 507mila, ed è ragionevole presumere che a ogni famiglia corrisponda un'abitazione.

Insomma, sono davvero molti i mestieri in cui compaiono gli artisti dell'evasione.

Nonostante i numeri, per pagare c’è sempre tempo, soprattutto se a batter cassa è lo Stato. Il quale insegue spesso invano i cittadini debitori, con ammende, multe, bollette e canoni scaduti che si accumulano e rischiano di finire nel dimenticatoio. Se l’assenteismo nella Pubblica Amministrazione costa quasi un punto annuo di PIL, i mancati incassi pesano ben di più. I dati sono sconfortanti: lo Stato incassa appena il 3-7 per cento delle spese di giustizia e delle pene pecuniarie inflitte ai cittadini condannati; si arriva a un modesto 10 per cento dei tributi iscritti a ruolo da Equitalia per Agenzia delle entrate, Dogane, Inps e Inail.

E ci sono 606 grandi morosi, con debiti di oltre mezzo miliardo di euro ciascuno, che frappongono ogni cavillo per evitare le incursioni dell’unità speciale creata per loro.

Ancora: 6,4 milioni di famiglie non pagano il canone Rai (una su quattro), equiparato a una tassa, con una perdita secca di oltre 550 milioni annui.

La lista è infinita. Con code tragicomiche persino su casa e acqua. In Puglia un popolo di clandestini fa sparire ogni anno 71 milioni di metri cubi d’acqua (tra contatori obsoleti e abusivi), mentre i morosi devono importi per bollette non pagate per 268 milioni. In altre regioni non cambia granché: in Sicilia ci sono acquedotti che vantano crediti dagli utenti per 200 milioni di euro.

L’odiata Ici: prima della cancellazione i comuni si dannavano nel recupero spiando gli italiani persino con l’ortofotogrammetria, cioè con fotografie aeree a rilievo matematico: in Liguria, così, sono spuntate ville censite come ruderi, nel Sud sono apparsi accatastati come campeggi. In tutto sfuggivano 2 milioni di case fantasma con un’evasione stimata intorno a 1,4 miliardi di euro.

Le cause sono diverse. Anzitutto c’è il mancato dialogo fra le banche dati delle varie amministrazioni a rendere lenti e faticosi gli accertamenti e a lasciare sfuocata l’identità dei responsabili. La scarsa riscossione, inoltre, sviluppa interessi, clientele, rapporti grigi tra politici, amministrazioni e territorio. Anche perché spesso a non pagare sono proprio gli enti pubblici. Per oltre il 50 per cento i debitori dell’Acquedotto Pugliese sono comuni e consorzi.

I grandi numeri arrivano dalle cartelle esattoriali della Equitalia.

Resta ancora il 90 per cento da incassare.

Un caso a parte sono i crediti di giustizia, per i quali l’Amministrazione fa sforzi enormi per ribaltare la situazione. Si è scoperto che del mezzo miliardo di euro da recuperare in un anno, lo Stato aveva incassato appena 12,6 milioni ovvero un misero 2,5 per cento.

Il tesoretto non incassato lievita di circa mezzo miliardo ogni anno. Con un residuo, comprensivo di multe amministrative, schizzato oltre i 4,4 miliardi. Questa somma rischia di rimanere virtuale perché diversi crediti diventano poi inesigibili in quanto cadono in prescrizione o sono imputati a persone irreperibili, a immigrati clandestini o senza domicilio certo.

Infine il canone Rai: lo Stato non lo dice ma su questo fronte ha di fatto rinunciato alla battaglia. È di oltre 6,5 milioni lo scarto tra le famiglie censite dall’Istat e quelle abbonate.

Qualche sforzo in più viene compiuto nelle indagini penali per truffa, falso ideologico e falso nell’autocertificazione, una prassi necessaria per ottenere agevolazioni come l’esonero dal pagamento del ticket sanitario, per ottenere l’assegno per famiglie numerose, per avere l’assegno di maternità, sino all’ottenimento dell’alloggio popolare. Ma i controlli vengono spesso vanificati dai tempi della giustizia e dalle prescrizioni. Le inchieste coinvolgono decine (se non centinaia) di cittadini per volta. Gli stessi cittadini che chiamano ladri gli altri !!

Ma anche lo Stato evade i tributi. Non pagano la tassa rifiuti da anni, a volte non concedono nemmeno risposte a richieste di saldi. Tutti morosi. Dai ministeri, alla polizia, alla Fao, alla Procura, fino alla Sovrintendenza dei Beni Ambientali: le grandi istituzioni a Roma «evadono» l’imposta sull’immondizia, alcune da quando è nata la tassa. Hanno un maxi debito con l’Ama, la Spa dei rifiuti del Campidoglio, per quasi 46 milioni di euro. Con questi soldi l’azienda che si occupa di raccolta e spazzatura nella prima città italiana potrebbe acquistare 250 compattatori o assumere 1.500 spazzini. In totale a Roma non si paga la tassa Tari, tra aziende grandi e piccole, per 700 milioni di euro. Le grandi istituzioni contribuiscono per quasi l’8% a questo debito stellare che, se saldato, potrebbe trasformare il servizio di raccolta nella Capitale. Venticinque enti hanno arretrati per più di 500mila euro.

Non versare la tassa sulla spazzatura è una consuetudine che a Roma sembra piuttosto diffusa nei palazzi dello Stato, una pratica che negli anni ha creato situazioni paradossali: fino a poco tempo fa era morosa persino l’Agenzia delle Entrate. L’ufficio che riscuote le tasse dei cittadini non pagava la tassa sull’immondizia per 3 milioni 200mila euro. Recentemente ha estinto il debito.

La lista nera di chi ignora la Tari parte con la Fao: l’agenzia delle Nazioni Unite, che ha una morosità di 5 milioni 337mila milioni di euro. Record. In genere si tratta di debiti accumulati nel corso dell’ultimo quinquennio: alcuni enti hanno mostrato spiragli di dialogo per un prossimo pagamento, altri, come l’organizzazione dell’Onu, non offrono segnali di trattativa.

Non si salva dall’evasione la giustizia, di nessun grado, non si salvano i Ministeri, tutti. Procura generale, Appello e Cassazione: nessuno paga la tassa rifiuti. La Suprema Corte ha un debito di 281mila euro, la Corte d’Appello di 805mila euro, la Procura di 139mila.

Non versano la Tari il Comando Generale dei Carabinieri del Lazio, la Guardia di Finanza, con la sua Scuola di Polizia Tributaria. Tra i palazzi governativi, è morosa anche la Presidenza del Consiglio: pagamenti scaduti per 158mila euro. La Camera dei Deputati deve più di 243mila euro secondo i dati dell’Ama, anche se a Montecitorio assicurano di aver saldato il dovuto per la spazzatura. Nell’elenco dei morosi ci sono poi la Motorizzazione, la Marina, la Pontificia Università Gregoriana. La Sovrintendenza dei Beni Ambientali, dove la cura della pulizia cittadina dovrebbe essere una priorità, ha un’inadempienza di 217.293 euro.

Dall’elenco si scopre che «evade» la tassa sull’immondizia anche il Ministero delle Finanze: gli arretrati superano i 2 milioni e 200mila euro per differenti immobili, anche se il dicastero è al momento «in trattativa». Risultano evasioni a parte per il Ministero del Tesoro, Ragioneria Generale: più di 383mila euro.

L’Ama ha ricevuto generiche garanzie di pagamento (meglio del silenzio di altri) dalla Farnesina, che ha una morosità superiore al milione e 700mila euro, e dal Ministero della Difesa, dove non si versa la tassa per quasi 2 milioni di euro. I debiti più alti tra i Ministeri vanno al Viminale, Dipartimento di Pubblica sicurezza (quasi 2 milioni e mezzo) e al dicastero delle Comunicazioni (più di 3 milioni).

Nel corso degli anni alcuni Ministeri hanno cambiato nome, si sono accorpati o spacchettati, ma senza perdere la morosità. Come il Ministero dei Beni Culturali, che oltre a debiti più recenti intorno ai 350mila euro, ne ha per altri 155mila di quando deteneva anche le competenze ambientali. Ma non pagava la tassa sui rifiuti.

L’evasione colpisce anche il volontariato. Entri in un locale, ha tutta l'aria di un normalissimo pub, e ti portano una tesserina da riempire coi tuoi dati. Una firmetta et voilà: ne sei diventato socio e nemmeno te ne accorgi, perché bevi e mangi spendendo più o meno lo stesso degli altri locali in zona. Ma ad accorgersene è il proprietario, che sui tuoi soldi non paga le tasse perché in realtà ha travestito il suo pub da Onlus, ossia Organizzazione non lucrativa di utilità sociale. È solo un esempio, come ce ne sono tanti, di associazioni che fanno da paravento ad attività assolutamente profit, spaziando da palestre a prezzi vantaggiosi mimetizzate come circoli sportivi; a cinema che si presentano come centri culturali o circoli ricreativi per persone sole, anziani o stranieri che lucrano sul bar. Altri mascherano l'assistenza prezzolata alla terza età, le agenzie matrimoniali e persino case d'appuntamenti.

Insomma, benvenuti nel lato oscuro del Terzo Settore, un sottobosco dove le eccezioni viziose abbondano. Vere truffe ai danni dello Stato o ai danni degli ignari cittadini, che fanno loro donazioni. Oppure organizzazioni che l'etichetta Onlus la sfruttano semplicemente a fini elusivi. Perché il riconoscimento permette di godere di notevoli agevolazioni fiscali: una concessione che premia le tante associazioni sane, punto di forza del volontariato nel nostro Paese. Le Onlus infatti non pagano l'imposta sul reddito, perché i proventi non sono soggetti all'Ires. Poi ci sono molte operazioni senza Iva e l'esenzione da altre tasse, minori ma ugualmente onerose. Insomma, un bouquet di vantaggi per sostenere chi ha un reale impegno sociale. Ma che diventa un'occasione prelibata per i malintenzionati. Un ristorantino travestito da Onlus può battere sul prezzo qualunque concorrente in regola, oppure (a listino invariato) far più profitti. Per non parlare, infine, del 5 per mille cui queste associazioni hanno titolo, e c'è il rischio che finiscano per attingervi, nonostante i controlli. Aggiungendo al danno la beffa.

Ma quello delle Onlus che nascondono un'attività puramente commerciale è solamente una delle tipologie fraudolente. Altre truffe, grandi e piccole, vengono ordite attraverso la raccolta di donazioni, che è più informale e lascia meno tracce, da parte di finti enti solidaristici.

PARLIAMO DI TASSE NON RISCOSSE.

«Guardi che sono problemi che risalgono a ben prima del mio Governo»: esordisce così, il premier Romano Prodi, incalzato da Moreno Morello, inviato di “Striscia la Notizia”, che gli chiede ragguagli sugli ormai famosi 98 miliardi di euro.

Di quel tesoro, insomma, che - secondo i calcoli della Corte dei Conti - le società concessionarie delle slot-machine, tra tasse non riscosse e multe non pagate, dovrebbero allo Stato.

Così l’inchiesta del Secolo XIX arriva sino all’inquilino di Palazzo Chigi: dopo mesi di insistenze, dopo che anche il blog di Beppe Grillo aveva sposato la causa del giornale, “Striscia” ha deciso di andare fino in fondo.

Determinanti sono state soprattutto le migliaia di e-mail che i lettori del Secolo XIX e i frequentatori del blog di Grillo hanno mandato all’inquilino di Palazzo Chigi; lo ammette lo stesso Prodi: «Ho ricevuto un sacco di e-mail su questo problema».

Certo, la risposta di Prodi arriva dopo molte insistenze. E, come hanno mostrato le immagini di “Striscia”, non è stata esattamente spontanea: Moreno Morello, tipico smoking bianco ed espressione vagamente beffarda, si è prima appostato per giorni davanti a Palazzo Chigi, inseguendo il premier, che filava via a bordo della sua Lancia Thesis.

PARLIAMO DI BALZELLI NON DOVUTI.

Le compagnie fornitrici (telefoniche, del gas, dell'acqua e via dicendo) pretendono il pagamento delle spese di spedizione della bolletta. Ma non è vietato?

Pretendere il pagamento delle spese di spedizione delle bollette è assolutamente vietato dall'art. 21 comma 8 del DPR del 26 ottobre 1972 n. 633; quindi tutti gli utenti che hanno pagato tali imposte, possono richiederne il risarcimento delle spese sostenute negli ultimi 10 anni.

La Telecom Italia SpA, è già stata sottoposta a giudizio dal Giudice di Pace di Bologna, con sentenza del 21 febbraio 2003.

PARLIAMO DI PARLAMENTARI BARBONI O EVASORI.

Il mistero delle dichiarazioni dei redditi dei nostri Parlamentari. Alcuni sono vicini allo zero, altri sono da fame. E allora viene un dubbio...

Piangono gli imprenditori, piccoli medi e grandi. Nessuno li aiuta, nessuno li incoraggia, nessuno provvede a rilanciare l'economia con incentivi adeguati. Piangono i cinesi perché obbligati a sottostare a regole, che non conoscono o conoscono approssimativamente. Piangono i commercianti schiacciati dalla macrodistribuzione. Piangono i benzinai liberalizzati e incazzati. Piangono i patrioti perché temono di perdere aziende su cui sventola il tricolore. Piangono tassisti, farmacisti, commercialisti, avvocati. Ma il quadro più struggente dell'indigenza nazionale ci viene fornito dall'elenco dei redditi denunciati dai parlamentari, 630 deputati e 315 senatori (esclusi quelli a vita che annegano nelle pensioni da pascià). Scorri la lista e sei colto da profonda malinconia. Eccetto alcuni signoroni che fan rima con Berlusconi, tutti gli altri son barboni. Mamma mia che desolazione. C'è gente che ha denunciato zero euro all'anno, gente che prima di essere eletta non possedeva nulla e ci si chiede come abbia potuto sopravvivere fino all'ingresso nel Palazzo.

A giudicare dalla media delle cifre dichiarate dai nostri rappresentanti politici, siamo di fronte a una categoria di sfigati che non si capisce come abbia sostenuto le spese folli della campagna elettorale. La maggioranza dei candidati al seggio sarà stata costretta a dedicarsi alla questua per saldare le fatture dei manifesti, dei santini, dei comizi eccetera.

PARLIAMO DI PENSIONI DI INVALIDITA’.

L’Inps ha revocato il 13% delle pensioni d’invalidità e delle indennità di accompagnamento, con punte di quasi il 22% in Sardegna e Sicilia, del 19% in Calabria e del 15,5% in Campania e Puglia. Le prestazioni sono state annullate per il venir meno o per l’insussistenza dell’invalidità, accertata in seguito a una visita effettuata dai medici dell’Inps. Si tratta, dice il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, di «una campagna senza precedenti».

Come prevede l’articolo 80 della legge 133 del 2008, tutti e 200 mila i controlli previsti saranno conclusi, assicura il presidente. E si può stimare che, con una percentuale di revoche del 12-13%, si potranno risparmiare più di 100 milioni di euro all’anno. Le pensioni d’invalidità sono in tutto 2,6 milioni, per una spesa totale di circa 13 miliardi di euro. Se tutte fossero sottoposte a verifica, e pur scontando una percentuale complessiva di revoche inferiore (visto che il cam­pione sottoposto a controlli e stato selezionato tra le situazioni più a rischio), si potrebbe tranquillamente arrivare a un risparmio di almeno un miliardo di euro all’anno, dicono i tecnici dell’Inps.

Anche alla luce dell’esperienza in corso, annuncia Mastrapasqua, l’Inps presenterà al governo una serie di proposte per migliorare la situazione. «A partire dal contenzioso: oggi ci sono più di 400 mila cause pendenti tra cittadini che rivendicano la pensione d’invalidità e l’amministrazione. E nella maggioranza dei casi noi perdiamo per semplice inefficienza. Per esempio, perché i fascicoli presso le Asl sono ancora cartacei e spesso non si trovano più o perché l’ente in questione non si presenta durante la causa».

PARLIAMO DI DIRITTI D’AUTORE.

Non tutti sanno che, in tema di intrattenimento musicale, le direttive dell’Unione Europea e la legge sul diritto d’autore (vedi gli articoli 72, 73 e 73 bis, Legge n. 633/1941) riconoscono e tutelano sia i diritti degli autori, che compongono i brani (gestiti dalla Società Italiana Autori ed Editori), sia i diritti dei discografici, che realizzano le registrazioni musicali (gestiti in maggior parte dalla Società Consortile Fonografici).

Il consorzio SCF è oggi composto da case discografiche major e indipendenti ed attualmente  tutela i diritti discografici di oltre 280 imprese, rappresentative di larga parte del repertorio discografico nazionale e internazionale pubblicato in Italia.

Ciò significa, che per sentire un brano musicale registrato, in qualunque modo e forma, è necessario riconoscere anche un compenso al SCF, diritto autonomo rispetto a quanto dovuto alla SIAE.

Ciò, per entrambi, avviene comunemente nei seguenti contesti:

trasmissioni radiofoniche e televisive;

trasmissioni via satellite;

attività che utilizzano musica a scopo di lucro (es. discoteche, sfilate di moda, corsi di fitness);

attività per le quali la musica in diffusione di sottofondo costituisce un elemento di valore aggiunto al business (es. bar, ristoranti, alberghi, esercizi commerciali, studi od esercizi professionali, oratori parrocchiali, circoli privati, feste patronali, ecc).

Il compenso è dovuto anche nel caso in cui la diffusione dell’opera avvenga senza fine di lucro (in auto o in casa).

Ai sensi della legge sul diritto d’autore, non pagare i diritti alla SIAE o alla SCF comporta l’applicazione della sanzione penale, oltre che amministrativa.

Per la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 00626/2007 resa l'8 giugno 2007 dalla terza sezione penale, la diffusione di musica registrata senza aver versato i diritti connessi alle imprese discografiche per la riproduzione dei brani musicali, in questo caso rappresentate da SCF, Società Consortile Fonografici, viola la legge sul diritto d’autore e assume rilevanza penale.

Solo che il Conna, ente rappresentativo degli interessi di molte emittenti radiotelevisive, disconosce tale sentenza rilevando che l'articolo 180 della legge 633 del 22 aprile del 1941 dice che l'attività di intermediario è riservata in via esclusiva alla Siae e al punto 3 aggiunge che essa curerà la "ripartizione dei proventi medesimi fra gli aventi diritto".

Un brutto colpo per i cittadini italiani, che dell’intrattenimento musicale, fanno il loro stile di vita, salvo far finta di niente, fino a quando non si presenta qualcuno alla porta, che ce lo ricordi.