foto antonio  1.jpgDenuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, calunnia o pazzia le accuse le provo con inchieste testuali tematiche e territoriali. Per chi non ha voglia di leggere ci sono i filmati tematici sul 1° canale, sul 2° canale, sul 3° canale Youtube. Non sono propalazioni o convinzioni personali. Le fonti autorevoli sono indicate.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro.

Dr Antonio Giangrande  

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INCHIESTE IN TESTO: TEMA - TERRITORIO

 

 

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SARAH SCAZZI

L'INCHIESTA BIS

IL COROLLARIO DELLA GOGNA

IL RESOCONTO DI UN AVETRANESE

 Di Antonio Giangrande

 

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http://www.megghy.com/immagini/animated/bobine/bandes-10.gifINIZIA IL COROLLARIO DELLA GOGNA

 

 

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

 

 SOMMARIO

 

INTRODUZIONE.

GLI AVVISI DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PER 12.

PROCESSO A MICHELE MISSERI.

PROCESSO A IVANO RUSSO.

PROCESSO A CLAUDIO RUSSO.

PROCESSO A ELENA BALDARI.

PROCESSO A ANTONIETTA GENOVINO.

PROCESSO A MAURIZIO MISSERI.

PROCESSO A ANNA LUCIA PICHIERRI.

PROCESSO A ALESSIO PISELLO.

PROCESSO A ANNA SCREDO.

PROCESSO A DORA SERRANO.

PROCESSO A GIUSEPPE SERRANO.

PROCESSO A GIUSEPPE OLIVIERI.

PROCESSO A GIOVANNI BUCCOLIERI.

GIORNALISTI MENTITORI ED INFANGATORI.

CONCLUSIONI. BASTA GOGNA!

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

Il Poema di Avetrana

di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

La Ballata ti l'Aitrana

di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Gli impresentabili e la deriva forcaiola.

Ognuno di noi, italiani, siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. In famiglia, a scuola, in chiesa, sui media, ci hanno deturpato l’anima e la mente, inquinando la nostra conoscenza. Noi non sappiamo, ma crediamo di sapere…

La legalità è il comportamento conforme al dettato delle centinaia di migliaia di leggi…sempre che esse siano conosciute e che ci sia qualcuno, in ogni momento, che ce li faccia rispettare!

L’onestà è il riuscire a rimanere fuori dalle beghe giudiziarie…quando si ha la fortuna di farla franca o si ha il potere dell'impunità o dell'immunità che impedisce il fatto di non rimaner invischiato in indagini farlocche, anche da innocente.

Parlare di legalità o definirsi onesto non è e non può essere peculiarità di chi è di sinistra o di chi ha vinto un concorso truccato, né di chi si ritiene di essere un cittadino da 5 stelle, pur essendo un cittadino da 5 stalle.

Questo perché: chi si loda, si sbroda!

Le liste di proscrizione sono i tentativi di eliminare gli avversari politici, tramite la gogna mediatica, appellandosi all'arma della legalità e della onestà. Arma brandita da mani improprie. Ed in Italia tutte le mani sono improprie, per il sol fatto di essere italiani.

Ci sono delle regole stabilite dalla legge che definiscono i criteri che vietano eleggibilità e candidabilità. Se un cittadino regolarmente iscritto alle liste elettorali non si trova in nessuna di queste condizioni si può candidare. Punto.

"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". (art. 49 della costituzione italiana). Alle amministrative del 31 maggio 2015 gli elettori saranno aiutati dalla commissione parlamentare antimafia che ha presentato una lista di impresentabili, spiega Piero Sansonetti. Cioè un elenco di candidati che pur in possesso di tutti i diritti civili e politici, e quindi legittimati a presentarsi alle elezioni, sono giudicate moralmente non adatte dai saggi guidati da Rosy Bindi. Le liste di proscrizione furono inventate a Roma, un’ottantina di anni prima di Cristo dal dittatore Silla, che in questo modo ottenne l’esilio di tutti i suoi avversari politici. L’esperimento venne ripetuto con successo 40 anni dopo da Antonio e Ottaviano, dopo la morte di Cesare, e quella volta tra i proscritti ci fu anche Cicerone. Che fu torturato e decapitato. Stavolta per fortuna la proscrizione sarà realizzata senza violenze, e questo, bisogna dirlo, è un grosso passo avanti. La commissione naturalmente non ha il potere – se Dio vuole – di cancellare i candidati, visto che i candidati sono legalmente inattaccabili. Si limita a una sorta di blando pubblico linciaggio. Un appello ai cittadini: «Non votate questi farabutti».

Ed i primi nomi spifferati ai giornali sono pugliesi.

Ma chi sono i 4 candidati impresentabili pugliesi, quelli che, in base al codice etico dei loro partiti o dei partiti al cui candidato sono collegati non avrebbero potuto presentare la loro candidatura?

Attenzione! Siamo di fronte al diritto di tutti i candidati ad essere considerati persone perbene fino all’ultimo grado di giudizio.

Uno di loro è semplicemente indagato, gli altri sono stati assolti dalle accuse in primo grado, anche se i pm poi hanno fatto ricorso. Nessuno di loro è incandidabile, secondo la legge Severino, e tutti e quattro fossero votati potrebbero fare i consiglieri regionali.

Il primo è l’imprenditore Fabio Ladisa della lista «Popolari con Emiliano» che appoggia il candidato del Pd ed ex sindaco di Bari, Michele Emiliano. La Commissione precisa che «è stato rinviato a giudizio per furto aggravato, tentata estorsione (e altro), commessi nel 2011, con udienza fissata per il 3.12.2015». Imputato, non condannato.

Con Schittulli c'è Enzo Palmisano, medico, accusato per voto di scambio (anche se poi il procedimento era andato prescritto). Prescrizione non vuol dire condanna, ma scelta legittima di economia processuale.

Con Schittulli c'è Massimiliano Oggiano, commercialista, della lista «Oltre» (per lui accuse attinenti al 416 bis e al voto di scambio con metodo mafioso, è stato assolto in primo grado e pende appello, la cui udienza è fissata per il 3 giugno 2015). Assolto, quindi innocente.

Giovanni Copertino, ufficiale del corpo Forestale in congedo, accusato di voto di scambio (anche se poi era stato tutto prescritto, contro tale sentenza pende la fase di appello ), consigliere regionale Udc è in lista invece con Poli-Bortone. Prescrizione non vuol dire condanna, ma scelta legittima di economia processuale.

C’è un solo caso davvero incomprensibile: quello del candidato Pd alla presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca. Per legge non potrà fare né il consigliere regionale, né il presidente della Regione Campania. Se venisse eletto il giorno dopo non potrebbe nemmeno mettere piede in consiglio regionale. Vittima, anch'egli di una legge sclerotica voluta dai manettari. Legge che ha colpito proprio loro, i forcaioli, appunto Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, e Luigi De Magistris, sindaco di Napoli e già dell’IDV di Antonio Di Pietro. Sospesi per legge, ma coperti temporaneamente dal Tar. Tar sfiduciato dalla Cassazione che riconosce il potere al Tribunale.

Con le liste di proscrizione si ha un regolamento politico di conti che nulla ha a che vedere con la legalità, spiega Mattia su “Butta”. La legalità la stabilisce la legge, non Rosy Bindi. Se la legge vigente non piace, liberissimi in Parlamento di modificarla affrontando l’opinione pubblica. Ma non è giusto mettere un timbro istituzionale su una cosa illegale come quella che sta facendo oggi la commissione antimafia. Illegale perchè va contro ed oltre la legge vigente, e non può farlo una istituzione. Non una istituzione, che per altro si è ben guardata dall’inserire nell’elencone degli impresentabili qualcuno macchiato del reato tipico dei consiglieri regionali: il peculato, la truffa sui contributi ai gruppi consiliari. L’avessero fatto, non ci sarebbero state elezioni...

Un privato cittadino può anche dire in giro che Tizio o Caio sono impresentabili perché X, ma rimane un suo giudizio personale. Già di suo è un giudizio scorretto: al massimo puoi dire che Tizio non deve essere eletto, non che è impresentabile. Puoi cioè invitare la gente a non votarlo (così come fai con tutti i candidati che non ti garbano) ma non è corretto dire che non dovrebbe essere nemmeno presentato. Può presentarsi eccome: in democrazia non c’è nessuno che è meno degno di presentarsi.

Forse non si percepisce la gravità di questo precedente. Il fatto che un pezzo di parlamento, ossia una istituzione che avrebbe ben altro da fare, come cercare la mafia nell’antimafia, si arroghi il diritto di indicare alla popolazione chi è degno di essere eletto e chi no in base ai propri gusti e non a una legge dello Stato è aberrante. Uscire l’ultimo giorno di campagna elettorale ad additare, con la forza di una istituzione, un tizio gridando “vergogna! è un X! non votatelo” senza dare al tizio la possibilità di difendersi allo stesso livello è preoccupante. Il metodo Boffo delle elezioni.

In questo modo avremo come impresentabili tutti quelli indicati da Filippo Facci.

1) Quelli condannati in giudicato;

2) No, quelli condannati in Appello;

3) No, quelli condannati in primo grado;

4) Basta che siano rinviati a giudizio;

5) Basta che siano indagati;

6) Sono impresentabili anche gli assolti per prescrizione;

7) Anche gli assolti e basta, ma "coinvolti" (segue stralcio di una sentenza);

8) Sono quelli che sarebbero anche gigli di campo, ma sono amici-parenti-sodali di un impresentabile;

9) Sono quelli che, in mancanza d'altro, sono nominati in un'intercettazione anche se priva di rilevanza penale;

10) gli impresentabili sono quelli che i probiviri del partito e lo statuto del partito e il codice etico del partito e il comitato dei garanti (del partito) fanno risultare impresentabili, cioè che non piacciono al segretario;

11) Sono quelli a cui allude vagamente Saviano;

12) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - che i giornali definiscono "nostalgici del Duce, professionisti del voto di scambio in odore di camorra";

13) Sono quelli - sempre innominati, sempre generici - di cui parlano anche il commissario Cantone e la senatrice Capacchione, e ne parlano pure i candidati che invece si giudicano presentabili, i quali dicono di non votare gli impresentabili;

14) Gli impresentabili sono quelli menzionati da qualche giornale, che però sono diversi da quelli nominati da altri giornali;

15) Sono i voltagabbana;

16) Gli impresentabili sono quelli che sono impresentabili: secondo me.

Come Me. E così sia.

GLI AVVISI DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PER 12.

5 maggio 2015. Dodici gli avvisi notificati dalla Procura: reticenza e falsa testimonianza i capi d’accusa. Sono il preludio al dibattimento, essendo, spesso, i gup considerati la longa manus dei PM. Ce n’è anche per il giovane con il quale Sabrina ebbe una relazione e per lo Zio Michele, scrive “Il Corriere del Mezzogiorno”. La Procura di Taranto ha chiuso l’inchiesta Scazzi-bis notificando 12 avvisi di conclusione delle indagini a quanti erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio della 15enne di Avetrana e hanno taciuto o detto il falso davanti a pm o alla Corte d’assise di Taranto. Anche l’inchiesta-bis è condotta dal procuratore aggiunto, Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. Tra i 12 indagati c’è Ivano Russo, il giovane con il quale Sabrina Misseri aveva una relazione, accusato di false informazioni al pm e falsa testimonianza alla Corte d’assise su come trascorse il giorno dell’omicidio di Sarah, il 26 agosto 2010. Stessi reati sono addebitati alla madre del giovane, Elena Baldari, al fratello Claudio e all’allora fidanzata Antonietta Genovino. Nei confronti di Michele Misseri, zio della vittima, viene ipotizzata l’autocalunnia per essersi autoaccusato dell’assassinio pur sapendosi innocente. Gli altri indagati, a vario titolo per falsa testimonianza o false informazioni al pm, sono un nipote di Michele, Maurizio Misseri e sua madre Anna Lucia Pichierri; Alessio Pisello, amico di Ivano e Sabrina; Anna Scredo (cognata del fioraio Giovanni Buccolieri, autore del sogno sul sequestro di Sarah); Dora Serrano (sorella di Concetta e Cosima, la quale risponde anche di calunnia contro i carabinieri per essersi inventata le molestie subite da Michele Misseri quando era minorenne) e suo fratello Giuseppe (anche calunnia contro i carabinieri). Per il delitto della 15enne di Avetrana sono state condannate all’ergastolo in primo grado la zia e la cugina di Sarah, Cosima Serrano e Sabrina Misseri. Otto anni di pena sono stati inflitti a Michele Misseri accusato di aver soppresso il cadavere della nipote fatto ritrovare in un pozzo in contrada Mosca il 7 ottobre del 2010. A Taranto è in corso il processo d’appello.

Scazzi-bis, la procura notifica 12 avvisi di conclusione indagini. Tra gli indagati anche Ivano, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Un processo al processo, un’altra puntata della lunga e tormentata telenovela sull’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne scomparsa ad Avetrana il 26 agosto del 2010. Mentre i periti nominati dalla corte d’assise d’appello stanno effettuando le verifiche sulle celle telefoniche per risalire all’esatta posizione dei principali imputati e della vittima il giorno del delitto, giunge al capolinea l’inchiesta-bis condotta dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. Sono 12 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari fatti notificare nelle ultime ore a quanti erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio e hanno taciuto, o peggio detto il falso, dinanzi ai pubblici ministeri o alla corte d’assise. Ma non solo. Dalle carte emerge un elemento che potrebbe anche cambiare sostanzialmente quanto finora emerso nel dibattimento di primo grado - conclusosi il 20 aprile del 2013 con la condanna all’ergastolo di Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri - e in quello d’appello, prossimo alla discussione. L’elemento riguarda Ivano Russo, l’indagato di spicco nella nuova inchiesta, il giovane di Avetrana che sarebbe stato al centro della contesa tra Sabrina e Sarah. A Ivano Russo i pubblici ministeri contestano il reato di false informazioni al pubblico ministero e quello di falsa testimonianza alla corte d’assise. Tra le altre cose, Ivano ha sempre sostenuto di aver trascorso in casa la giornata del 26 agosto, almeno sino al tardo pomeriggio quando poi è andato a lavorare sulla litoranea. Da quanto risulta alla Gazzetta, agli atti dell’indagine c’è il verbale di un testimone che invece colloca Ivano Russo fuori dalla sua abitazione proprio attorno all’ora di pranzo, ovvero quando Sarah sarebbe stata uccisa. Sul punto, ovvero sulla permanenza in casa di Ivano, una contestazione specifica per falsa testimonianza e false informazioni al pubblico ministero viene formulata anche a sua madre Elena Baldari, al fratello Claudio Russo e all’allora fidanzata Antonietta Genovino. Nell’elenco degli indagati ci sono poi Maurizio Misseri, figlio di Carmine Misseri (falsa testimonianza per una telefonata fatta allo zio Michele dal padre invece che da lui); Anna Lucia Pichierri, moglie di Carmine Misseri (falsa testimonianza riguardo alle circostanze della visita ricevuta da Valentina Misseri il 16 ottobre del 2010, il giorno dopo l’arresto di Sabrina); l’imprenditore Giuseppe Olivieri (falsa testimonianza e calunnia nei confronti dei carabinieri per l’orario di impiego di due donne delle pulizie il giorno del delitto); Alessio Pisello, amico di Ivano e Sabrina (falsa testimonianza riguardo le circostanze dell'incontro che si svolse in una villetta di San Pietro in Bevagna tra il primo avvocati di Sabrina Misseri Vito Russo e Ivano Russo); Anna Scredo, cognata del fioraio Giovanni Buccolieri (falsa testimonianza sulla storia del sogno riguardo il sequestro di Sarah compiuto da Sabrina e Cosima); Dora Serrano, sorella di Concetta e Cosima (false informazioni al pubblico ministero, falsa testimonianza dinanzi alla corte d'assise e calunnia contro i carabinieri, per essersi inventata le molestie subite da Michele Misseri quando era minorenne) e Giuseppe Serrano, fratello di Concetta e Cosima (calunnia contro i carabinieri e falsa testimonianza per quanto detto riguardo il giorno del delitto). L’elenco si chiude con Michele Misseri nei confronti del quale viene ipotizzata l’autocalunnia perché per assicurare l'impunità alla moglie Cosima e alla figlia Sabrina Misseri si è accusato – dinanzi a pm, gip, gup e corte d'assise - dell'omicidio di Sarah sapendosi innocente.

Sabrina Misseri da 4 anni e 7 mesi è in carcere. Intanto gli imputati aumentano e nessuno critica il fantasioso e poco logico impianto accusatorio...scrive il 12 maggio 2015 Massimo Prati sul suo blog “Arbatros. Volando Contro Vento”. Il 15 ottobre 2010 Sabrina Misseri fu arrestata e portata al carcere di Taranto. Aveva 22 anni e la procura l'accusava di aver ucciso sua cugina Sarah in base alle parole dette da suo padre - in quello stesso giorno - durante uno stranissimo interrogatorio iniziato col primo sole in cantina e finito la sera in caserma. Un interrogatorio in parte registrato in cui si nota, già alle otto di mattina, lo stato psichico debilitato dell'allora reo-confesso, come si evince dalle riprese video, e la presenza di un avvocato difensore che incita il suo cliente, prospettandogli un futuro infernale, ad assecondare i procuratori. Il Gip Martino Rosati confermò la custodia cautelare in carcere, chiesta dai dottori Argentino e Buccoliero, perché, scrisse, la ricostruzione del padre che coinvolge la figlia nel delitto è attendibile. Per la procura e per il Gip, Sabrina Misseri mise in atto un'azione cruenta che durò diverso tempo. Almeno fino a quando Sarah cadde a terra. In pratica, sugli atti scritti dal Gip, venti pagine che ricalcavano la ricostruzione della procura e la chiamata in correità, ancora oggi è scritto che "si è trattato di un'azione preordinata, probabilmente giunta ad esiti più gravi di quelli programmati... un evento scaturito da un empito improvviso... un'azione cruenta protrattasi per lungo tempo durante il quale, almeno finché Sarah non è caduta esanime al suolo, Sabrina l'ha tenuta e le ha impedito di muoversi. Secondo il giudice Rosati Sarah arrivò a casa Misseri alle 14.28, lo dimostra lo squillo fatto al cellulare della cugina, il segnale convenuto per dirle che era arrivata e non che stava uscendo. L'omicidio - sempre per il Gip Martino Rosati - è avvenuto in sette minuti: nello spazio ricavato fra gli sms inviati dal cellulare di Sabrina fra le 14.28 e le 14.35. Visto quanto affermava la procura e avvalorava il Gip coi suoi atti firmati, il 15 ottobre 2010 Michele Misseri era una persona attendibile anche quando rispondeva non capendo le domande e unendo a fatica le parole. In fondo, per capirlo basta ascoltare gli interrogatori (sia quello in cantina in cui sin dall'inizio invece di farsi mostrare il modus operandi dell'omicidio gli si chiese di dire chi l'aveva aiutato, sia quello a cui fu sottoposta Sabrina Misseri a fine settembre), non era il padre ma sua figlia che gli inquirenti da tempo volevano sulla scena dell'omicidio. E che Michele Misseri inserendola fosse diventato più che attendibile, lo dimostra il fatto che la procura neppure ordinò di perdere una mezza giornata per fare un paio di indagini prima di arrestare la ragazza (è bene ricordare che era incensurata), giusto per verificare se quanto asserito dal padre (che ad oggi neppure ricorda di averlo asserito) avesse una minima base logica. Michele Misseri quel 15 ottobre era talmente credibile che si ordinò l'arresto di sua figlia seduta stante, senza ulteriori indagini e senza tentennamenti. Ma anche oltre quella data per i procuratori rimase molto attendibile. Lo fu per altri 35 giorni, fin quando modificando versioni inseriva sempre più la figlia nella scena del crimine. L'avvocato difensore di Misseri, scelto per lui da un procuratore (come uscito a processo), parlava al suo assistito in carcere e poi chiamava in procura e tutti accorrevano... anche abbandonando i processi in corso. Tutto questo durò fino al 19 novembre, quando in un incidente probatorio - assurdo e stranamente accettato da giudici e avvocati - il contadino disse che l'omicidio l'aveva commesso Sabrina durante un gioco chiamato "del cavalluccio". Pertanto è lampante come Michele Misseri per i procuratori non fosse un bugiardo patentato quando accusava sua figlia. In quei casi, come affermò più volte il suo avvocato che in schermo disse anche di sentirsi un suo figlio putativo, era un uomo genuino che aveva imboccato un percorso spirituale (verso la redenzione) per cercare di tornare sulla retta via. Questo nonostante avesse dichiarato ai giudici che Sarah era morta per sbaglio durante un gioco. Roba da chiodi che venne accolta come manna dal cielo e restò tale fin quando un televisore fece capolino nella cella del contadino che sino a quel momento era stato isolato dal resto del mondo. Come dice lo stesso Michele Misseri, gli bastò guardare un paio di programmi televisivi "doc" per pensare: "Che strano, io all'avvocato ho sempre detto di aver ucciso Sarah da solo. E lui, dopo avermi consigliato la strada migliore da percorrerestrada che ho seguito punto per punto anche nell'incidente probatorio, si presenta nelle varie reti nazionali per dire che ancora non sto raccontando tutta la verità? E fu per quei programmi televisivi - che prima di allora gli vietavano di guardare - che iniziò a ragionare in maniera diversa da quella cui l'avevano abituato in quel mese e mezzo di isolamento. E fu per quanto ascoltò in video che iniziò a spedire lettere in cui scagionava la figlia, le chiedeva scusa e accusava "qualcuno", che ora sappiamo essere proprio il suo ex avvocato e successivamente anche la consulente che lo affiancò, di averlo pilotato e portato a cambiare la versione iniziale con la promessa che in poco tempo tutto si sarebbe risolto al meglio. Da quel momento in poi chiese spesso di essere ascoltato dalla procura (inizialmente in assenza del suo legale) ma nessuno, dopo essere corsi alla sua cella e averlo verbalizzato più volte nei mesi precedenti, volle più ascoltarlo. Tanto che pochi giorni dopo la remissione del mandato al suo avvocato, il dottor Sebastio disse che Misseri non era credibile e la sua testimonianza non serviva perché il quadro probatorio contro sua figlia era chiaro e sicuro anche senza le sue accuse. Embé, scrivendo quelle lettere si era rovinato la reputazione perché, mentre prima seguiva un percorso spirituale verso la verità (quella che pensavano i procuratori) ed era genuino, il totale rovesciamento della testimonianza lo rese un sicuro bugiardo patentato. Ciò che per la procura non era quando - dopo sette testimonianze variamente modificate in un solo mese - si tolse dalla scena del crimine per farla occupare tutta dalla figlia. Quello fu un periodo importante della storia investigativo-giudiziaria perché la procura, nonostante quanto affermato, era in affanno e senza gli "aggiustamenti" del padre non aveva neppure una piccola prova che incastrasse Sabrina Misseri (non che ne abbia trovate di vere poi). Ma i fari degli inquirenti prima della confessione del padre erano puntati sulla ragazza che una linea investigativa credeva "la vera assassina di Sarah". E l'unico che poteva inserirla nel crimine era proprio Michele Misseri che certamente era stato a contatto col cadavere. Da più parti ancora oggi c'è chi crede alla bontà delle indagini non perché la logica porti alla dimostrazione che siano state ottime indagini, ma perché, generalizzando, pensa che la procura non avesse motivo, avendo già un assassino in mano, di perder tempo e passare da un reo-confesso a un omicida diverso. Però chi lo afferma non considera le indagini precedenti a una confessione, fra l'altro giunta come un fulmine a ciel sereno, che non dava soddisfazione a una linea investigativa che invece trovava legittimazione se dimostrava che il padre buono "copriva" la figlia assassina. La linea investigativa, quindi, soddisfatta dagli aggiustamenti portati in campo in un mese e mezzo da Michele Misseri (ma solo nei verbali di interrogatorio e nell'incidente probatorio perché a chiunque lo frequentasse in carcere continuava a ripetere di aver ucciso Sarah da solo), sarebbe caduta a rotoli se si fosse verbalizzata la sua ultimissima versione. Nessuno volle ascoltarla e verbalizzarla, ma lui la mise per iscritto a dicembre 2010 - nelle lettere indirizzate alle figlie - e la confermò varie volte nel 2011. Ed era una versione già conosciuta in procura, perché in effetti il contadino tornò alla sua prima confessione eliminando tutte le modifiche inserite dal 15 ottobre al 19 novembre. In pratica, era la stessa versione accettata a braccia aperte anche dal Gip Martino Rosati (quando avallò la sua carcerazione), la stessa che il 7 ottobre fece dire al dottor Sebastio che il caso era chiuso al 95%. Comunque, da dicembre 2010 in poi - dal momento in cui si capì che Michele Misseri avrebbe rivoltato le carte in tavola - qualcosa cambiò. Giusto in tempo perché in contemporanea il padre iniziò a scrivere le prime lettere alla figlia. Lettere che non si credevano farina del suo sacco e pensando ci fosse un suggeritore occulto si perquisì la sua cella e si sequestrarono anche i più piccoli fogli di carta. Per questo motivo gli fu impedito di inviare altre missive (tutte dovevano prima essere sequestrate e lette dai controllori). E forse per questo motivo a metà gennaio gli impedirono anche di parlare ai difensori di Sabrina di quanto accaduto durante l'omicidio. Uno dei tanti diritti negati alla difesa, una roba mai vista in democrazia e forse neppure in monarchia. A chi non si accontenta dell'apparenza risulta facile fare due più due e domandarsi il motivo per cui proprio in quel periodo vennero "aggiustate" le testimonianze di chi aveva dichiarato di aver visto la ragazzina, sia in casa che per strada, in orari non compatibili con la ricostruzione che stavano realizzando i procuratori. Come risulta facile domandarsi il motivo per cui si anticipò l'orario di uscita di Sarah e l'orario del suo arrivo dai Misseri. Lo stesso orario che per mesi fu verbalizzato e messo agli atti - quale "cosa certa" - dal Gip Rosati che scrisse: "Sarah arrivò a casa Misseri alle 14.28'.26'', quando fece a Sabrina uno squillo sul cellulare come segnale per dirle che era arrivata, non che stava uscendo". E questo, anche se lo squillo può averlo fatto imboccando via Deledda e non proprio quando era di fronte al cancello della villetta, è in effetti l'orario più giusto e logico, visto che in pratica ci dice che Sarah sarebbe uscita di casa sulle 14.25 - subito dopo il messaggio inviatole da Sabrina alle 14.25.08 in cui le scriveva: "Mettiti il costume e vieni". Sarah era già pronta naturalmente, perché sapeva che se non fossero andate con Mariangela al mare sarebbe probabilmente andata comunque con Sabrina. Fu la signora Pisanò a dirlo a processo parlando di quanto accadde la mattina del 26 agosto in casa Misseri. Ma l'orario di uscita, fino a quel momento giusto, cioè le 14.25, dopo la marcia indietro del contadino venne cambiato e portato alle 13.45/13.50. In pratica, se in precedenza all'uscita delle 14.25 corrispondevano venti minuti di vuoto temporale prima del primo passaggio di Sabrina e Mariangela in casa Scazzi (che chiedevano dove fosse Sarah), con la nuova versione tutto si dilatava a dismisura e lo spazio temporale prima dell'arrivo delle due ragazze diventava di un'ora. Il Gip, che in precedenza ne aveva avallato un altro di orario, avallò anche questo senza far caso che fra i venti minuti scarsi dichiarati ad agosto, settembre, ottobre e novembre, e l'ora di assenza stabilita nei verbali firmati a dicembre e a gennaio (sia dalla madre che dal padre che dalla badante), c'era una differenza di circa quaranta minuti. Eppure ci vuol poco a chiedere a un qualsiasi genitore cosa corre fra un orario e l'altro. Ci vuol poco a scoprire che una simile differenza una madre e un padre la notano subito, che non servono molti mesi e più interrogatori per rendersi conto di quanto passa fra un'assenza di venti minuti e un'assenza di un'ora. Perché una cosa è dire "è uscita poco fa per venire da te" e un altra è dire "è da tanto che è uscita per venire da te". Tre persone erano in casa Scazzi quel 26 di agosto... possibile che tutte e tre non si siano rese conto della differenza che passa fra venti minuti e un'ora? Possibile che abbiano trovato una nuova fresca memoria dopo quattro mesi? Ma forse la colpa fu del "fato"... "o di chi per lui". E forse fu lo stesso "fato" a decidere che per Avetrana dovesse circolare la signora Anna Pisanò. Una buona donna che occupava il suo tempo libero intrecciando pubbliche relazioni ad ampio raggio o girando per la zona con un registratore fornitole dai carabinieri autorizzati dalla procura. Una donna che fra una registrazione e l'altra si dilettava a frequentare giornalisti e programmi televisivi. Fu lei a dar per certo, non subito ma a troppi giorni di distanza dall'evento, ciò che solo lei disse di aver sentito dire a Sabrina Misseri. Fu lei che grazie a una confidenza della figlia parlò ai procuratori di un sogno, destinato poi a diventare parte basilare della nuova ricostruzione accusatoria, e di un fiorista che mai avrebbe voluto essere coinvolto per cause oniriche. Fiorista che da incensurato inesperto di interrogatori e interroganti, fu interrogato a modo scoprendosi nudo di fronte alla forza di persuasione che si è soliti usare durante le lunghe stesure dei verbali. Fiorista che quando si accorse di aver dato per vero ciò che vero non era, coraggiosamente fece marcia indietro. Ma a Taranto non tutti possono far marcia indietro, non tutti possono cambiare le carte ormai in tavola - anche se sono bianche e senza significato. E pensare che per credergli sarebbe bastato chiedersi il motivo di quella retromarcia e rendersi conto che fra la sua famiglia e la famiglia Misseri non c'era alcun tipo di rapporto o contatto. Insomma: per quale strano motivo avrebbe dovuto coprire gli autori di un sequestro, mentire di proposito, passare mille guai e far condannare i suoi parenti? Non essendoci alcun tipo di motivo sarebbe stato facile stabilire che la verità non si trovava sul primo verbale - nato dal chiacchiericcio accettato per vero da chi interrogava - ma sul successivo. Purtroppo a Taranto per alcuni vale ancora la famosa frase di Mike Buongiorno, la prima risposta è quella che conta, mentre per altri, e mi riferisco ai testimoni dell'accusa (a partire dai familiari di Sarah per arrivare al signor Petarra), vale il detto "più passano i mesi più i ricordi sono migliori". In pratica, chi ha indagato sulla morte di Sarah Scazzi ha fatto una cernita decidendo che a pari comportamento corrispondono diverse credibilità. Credibili sono diventati quelli che dal non sapere nulla, o non ricordare, sono passati al sapere tutto così da avallare la ricostruzione accusatoria. Incredibili gli altri che raccontano balle e andranno tutti a processo per falsa testimonianza. Ed ecco che ad oggi chi non ha seguito la linea accusatoria si trova o condannato o imputato. I parenti del fiorista, che sapevano di un sogno e di un sogno hanno parlato a processo, sono stati condannati in Assise, mentre chi nello stesso processo è rimasto neutro o ha parlato a favore dell'imputata, in questi giorni ha ricevuto la letterina della procura che li informa di essere nei guai e di trovarsi un avvocato. Fra i dodici nuovi imputati ci sono anche le zie di Sabrina Misseri e gli amici che vedevamo spesso in televisione: Ivano Russo e Alessio Pisello. Gli stessi che come Sabrina Misseri si son sbattuti l'anima per cercare Sarah, quelli che mentre la procura credeva che la ragazzina fosse "scappata di casa" ribadivano a gran voce di non credere a una fuga volontaria. Insomma, per i procuratori ad Avetrana ci sono persone che non la raccontano giusta. Peccato che la logica pare volerci dire che anche a Taranto c'è chi non la racconta giusta. Basta aver seguito il processo di primo grado per capirlo. Facciamo la prova del nove. Mettiamoci in posizione neutra e chiediamoci perché indagare tante persone per falsa testimonianza e non inserire nella lista anche la signora Anna Pisanò. Lei a processo raccontò una falsità enorme dicendo che il nome di chi aveva assistito al sequestro di Sarah non l'aveva fatto il giorno in cui si presentò in procura a parlarne perché ancora non lo sapeva. Disse che lo fece il giorno successivo, quando si ripresentò, perché quel giorno invece lo sapeva. Ma questa è una bugia, perché già durante l'interrogatorio aveva più volte ribadito che sua figlia il nome glielo aveva confermato tanti giorni prima mentre l'accompagnava all'aeroporto. Che senso ha avuto, dunque, la sua prima "visita onirica" in procura? Perché non ha ricevuto, come gli altri, la letterina? E perché non è stato accusato di falsa testimonianza anche il signor Petarra? Lui affermò di essere rimasto a pulire il marciapiede, quindi in strada, sino alle 15.30. Ma è pacifico che in quell'orario non fosse affatto sul marciapiede a pulire, visto che né Mariangela Spagnoletti né sua sorella lo videro quando dalle 14.45 alle 15.00 parcheggiarono per alcuni minuti, per ben tre volte, in via Verdi col muso dell'auto rivolto verso la sua casa. Quando per ben tre volte di fronte a quella stessa casa transitarono assieme a Sabrina per tornare in via Deledda. Dov'era in realtà il signor Petarra? Cosa stava facendo nell'orario in cui Sarah scomparve dopo essere passata a piedi di fronte a casa sua? Perché ha detto che i ricordi si sono rinforzati quando ha ricordato che sua moglie doveva andare a lavorare per le quattordici... quando invece chi le dava il lavoro (solo un'ora e trenta di pulizie a settimana) a processo dichiarò che la signora Petarra non aveva alcun orario da rispettare e di solito andava quando le pareva? Approfondire! Approfondire! Direbbe ai poliziotti un magistrato che conosco bene. Per cui, siccome una giustizia giusta deve essere paritaria, non solo i testimoni della difesa devono rischiare una condanna per falsa testimonianza. Tutte le persone che testimoniano il falso dovrebbero venir incriminate e condannate. Se la giustizia è uguale per tutti, la procura di Taranto deve darsi da fare e ampliare la propria vista, non osservare solo ciò che l'ha infastidita durante le indagini e il processo. Ci sono incongruenze enormi? Ed allora si indaghi su tutti e si cerchi di capire. In caso contrario bisogna ritenere che almeno una parte dei procuratori di Taranto usi il potere per come la pensa e non per come andrebbe usato. E a dire il vero ci sono prove che dimostrano come in varie occasioni si siano induriti sulla loro idea senza considerarne altre. Una su tutte, ma ce ne sono diverse, quando portarono a processo e fecero condannare Domenico Morrone (assolto dopo quasi quindici anni) e chi testimoniò in suo favore (testimonianze non false ma veritiere vista la successiva assoluzione). Guarda caso la stessa identica linea giudiziaria che si sta usando coi testimoni del processo Scazzi che non si sono schierati con la ricostruzione accusatoria. Ma se la legge è paritaria e uguale per tutti, oltre agli stessi testimoni dell'accusa indicati in precedenza anche i procuratori dovrebbero rispondere delle loro azioni e venire indagati e imputati da altre procure se le loro indagini e conclusioni si scoprissero unilaterali con una ricostruzione accusatoria palesemente sbagliata o troppo forzata. Così anche i Gip che avallano le diverse conclusioni senza verificarle, i Gup che autorizzano processi senza prove e i giudici che senza prove condannano. Sarebbe un modo nuovo di fare giustizia, ma buono a farci capire chi sia in realtà che la racconta giusta. Perché troppe versioni dimostrano che troppe cose non tornano. E per restare a Taranto c'è già da porsi la domanda: "Chi ha cambiato più volte la propria versione, risultando quindi meno credibile, Sabrina Misseri o chi la accusa?" Vediamo le versioni opposte partendo dai procuratori e dal Gip che, pur rimasti all'ombra di una stampa troppo spesso allineata, hanno cambiato più volte le carte in tavola.

Prima versione: il colpevole è il solo Michele Misseri.

Seconda versione: il colpevole è sempre il Misseri ma è stato aiutato di sua figlia Sabrina.

Terza versione: il colpevole è la sola Sabrina Misseri e il padre l'ha solo aiutata.

Quarta versione: il colpevole è la sola Sabrina Misseri, ha ucciso per sbaglio durante il gioco del cavalluccio (sempre in garage) e suo padre dormiva.

Quinta versione: il colpevole è Sabrina Misseri, ma ha ucciso in casa durante un litigio.

Sesta versione: il colpevole è Sabrina Misseri che prima di uccidere è salita sull'auto guidata da sua madre per rincorrere Sarah per le vie di Avetrana. Sua madre ha poi partecipato al crimine non impedendo il delitto.

Insomma, un bel movimento di versioni e ricostruzioni che minerebbero la credibilità di chiunque. Perché non quella della procura di Taranto? Perché non ha colpa essendosi spesso adagiata alle varie versioni di Michele Misseri? Ma che significa "non ha colpa"? Colpa ne ha per forza perché prima di legittimarle avrebbe dovuto verificarle in maniera professionale. Se Misseri avesse detto che ad uccidere Sarah era stato il sindaco di Avetrana, avrebbero arrestato il sindaco senza fare indagini o avrebbero prima cercato riscontri alle parole del contadino? Chiaramente avrebbero cercato riscontri. Ed allora perché non si son cercati anche il 15 ottobre 2010, prima di arrestare Sabrina Misseri? Meglio andare oltre e analizzare la versione di chi da quattro anni e sette mesi è in carcere e non si vuole che esca. Prima di tutto c'è da sottolineare come nel tempo non sia mai cambiata. Lei ha sempre detto di essersi stesa sul letto dei suoi genitori in attesa del messaggio dell'amica Mariangela - e sua madre ha confermato di averla trovata a riposare. Ma Cosima è coimputata, quindi la ragazza non ha alibi? No, l'alibi ce l'ha. Glielo forniscono i tabulati telefonici del pomeriggio del 26 agosto 2010 - tabulati che riportano la sequenza di sms intercorsi tra lei, Mariangela, Sarah e un'altra amica. Questa sequenza:

ore 14.23'.31" da Mariangela a Sarah "Il tempo di mettermi il costume e vengo;"

ore 14.24'.03" da Sabrina a Mariangela "Avverto Sarah?";

ore 14.24'.15" da Mariangela a Sabrina "Ok";

ore 14.25'.08" da Sabrina a Sarah "Mettiti il costume e vieni";

ore 14.28'.13" da Sabrina a Sarah "Hai letto il messaggio?";

ore 14.28'.26" Sarah effettua lo squillo sul cellulare di Sabrina;

ore 14.28'.40" da Sabrina a Mariangela "Sto tentando in bagno :)";

ore 14.31'.44" da Angela Cimino a Sabrina "Allora oggi il trattamento non si fa?";

ore 14.35'.37" da Sabrina a Angela Cimino "No, non si fa";

ore 14,39'.31" da Sabrina a Mariangela "Sono pronta".

Ora, ai tempi scritti sui tabulati aggiungiamo un altro orario: ore 14.18' sms da Francesca a Sarah. Questo sms, che non ha ricevuto risposta, per la procura dimostra che Sarah è morta prima delle 14.18. Ed allora, se è morta prima di quell'orario, per verificare quanto sia logica la ricostruzione accusatoria ammettiamo pure che il Petarra non si sia confuso, che abbia ricordato giusto e visto Sarah andare verso via Kennedy sulle 13.50. Ammettiamo quindi che Sarah sia arrivata dai Misseri prima delle 14.00 - anche se sul tabulato telefonico non risulta lo squillo che inviava di solito al momento del suo arrivo pomeridiano (e tutti sanno che se non c'era nessuno fuori lo inviava, anche suo fratello come ha chiaramente testimoniato a processo). Detto questo, abbiamo uno spazio temporale che va dai venti ai ventitré minuti. Un lasso di tempo ristretto in cui, basandosi sulla ricostruzione accusatoria, devono per forza essersi compiute svariate azioni. Proviamo a metterle in fila assecondando l'accusa, quindi senza aggiungere quei tempi logici che prevedono, prima di un simile delitto, il montare di una rabbia cieca che sfoci in un'ira incontrollata. Restiamo scarni come se durante l'omicidio non si fossero provate emozioni di alcun tipo e vediamo cosa accade ad ogni azione.

Prima: Sarah alle 13.56 arriva di fronte alla villetta dei Misseri. Per facilitare pure in questo caso la ricostruzione accusatoria - quindi per accorciare i tempi - accettiamo anche che trovi la cugina ad attenderla sulla veranda (pur se il fatto si mostra illogico visto che non l'aveva avvisata del suo arrivo) e che senza perdite di tempo con lei entri nella casa degli zii.

Seconda: Sabrina inizia subito a rinfacciare a Sarah le sue fantasie adolescenziali su Ivano (per pensare che sia così dovete abbandonare la logica e non ricordare che le due cugine erano state insieme fino a un'ora prima e che Sarah a casa sua non si era poi mostrata né preoccupata né tesa). Sulle 14.00 il tutto si inasprisce e parte una sorta di aggressione verbale pesante che dura pochi minuti ma che impaurisce Sarah come mai si era impaurita.

Terza: Sarah alle 14.05 scappa dalla casa degli zii (anche se è strano che abbia reagito in questa maniera visto che tutte le testimonianze ci dicono che quando Sabrina la sgridava lei restava in silenzio senza muoversi o reagire).

Quarta: Cosima e Sabrina alle 14.07 si infilano le scarpe al volo ed escono per salire in auto e inseguirla.

Quinta: Cosima zigzaga fra i sensi unici di Avetrana, indovina con fortuna le strade e individua la posizione raggiunta dalla nipote. Alle 14.11 la blocca e senza pensare che qualcuno possa sentirla o vederla le intima di salire in auto.

Sesta: Sarah alle 14.12 si trova in strada, sotto le finestre aperte di diverse abitazioni, vede il fiorista passare lentamente coi finestrini abbassati (come lo vedono Sabrina e Cosima) ma non urla, non fa nulla, non chiede aiuto e nonostante la paura che poco prima l'ha convinta a scappare dalla casa degli zii sale in auto per tornarvi.

Settima: Senza perdere tempo, alle 14.13 Cosima risale nuovamente sulla vettura, ancora zigzaga per Avetrana e ritorna con l'auto in via Deledda.

Ottava: Alle 14.17 le tre rientrano in casa senza che Sarah dica o faccia nulla.

Nona: Sabrina, senza avviare nessuna discussione e senza gridare, alle 14.18, incurante del messaggio che arriva sul cellulare della cugina e del fatto che il fiorista abbia visto sua madre obbligarla a salire in auto, va in camera e prende una cintura perché ha deciso di ucciderla e non gli frega nulla del testimone che può incastrarla.

Decima: Vabbè, Sarah non è morta prima dell'orario indicato dalla procura, ma andiamo avanti perché qualche limata ai tempi suddetti si può anche ipotizzare e perché potrebbe comunque morire subito dopo e restare all'interno di una logica ricostruttiva. Perciò alle 14.19 Sabrina torna in cucina, o in sala. Sarah è ancora lì con la zia e lei le stringe al collo la cintura per qualche minuto e la uccide senza che la piccola si ribelli urlando o faccia nulla per impedirglielo.

Undicesima: Sarah è a terra morta e Sabrina non ha né tremori né sensi di colpa. Alle 14.23'.31'' riceve il primo messaggio di Mariangela. Ecco, Sarah è stata uccisa nel modo pensato dall'accusa. Nessuno scrupolo o sentimento da parte di chi per anni l'ha accudita sono entrati nella scena del crimine. Solo odio puro come se i protagonisti avessero vissuto insieme ma disprezzandosi l'un l'altro. Certo, per condannare all'ergastolo una persona incensurata non basta una ricostruzione del genere che, se vagliata con logica e buonsenso, pare più cinematografica che reale. Inoltre a invalidarla c'è lo squillo successivo che alle 14.28 parte dal cellulare di Sarah. Uno squillo che lega le mani alla procura fin quando non decide di calare l'asso del "depistaggio". In pratica, tutte le azioni che seguono l'omicidio per la procura sono parte di un piano mentale elaborato da Sabrina Misseri per far credere agli inquirenti di avere un buon alibi. Continuiamo quindi l'elenco e vediamolo questo asso, queste sicure azioni di depistaggio capaci di inventare un alibi.

Dodicesima: Sabrina, senza tremori né dolori, nonostante abbia stretto una cintura al collo della cugina per diversi minuti, calma come se avesse ucciso una zanzara, è eccezionalmente veloce e in soli 32 secondi riesce sia a leggere il messaggio inviatole da Mariangela, sia a decidere di crearsi un alibi sia a scrivere e inviare un sms in cui chiedere se può avvertire Sarah. Il tutto accade dalle 14.23'.31'' alle 14.24'.03'' - in soli 32 secondi, per l'appunto.

Tredicesima: Sabrina è anche fortunata, perché Mariangela le risponde subito (se non le avesse risposto non avrebbe potuto inviare un sms al cellulare di Sarah). Ed ecco che alle 14.25'.08'' parte il primo messaggio a cui Sarah non può rispondere perché per la procura è già morta.

Quattordicesima: Il cadavere è steso sul pavimento e bisogna occultarlo. Così Sabrina scende in garage e chiede a suo padre di occuparsene. Poche parole perché non c'è tempo da perdere. Lui non fa una piega e non discute l'ordine impartitogli. Questa azione si svolge in soli tre minuti, ma pur se corta ha impedito a Sabrina di inviarsi lo squillo di conferma col cellulare della cugina. Ma lei lo squillo lo faceva sempre, per questo è obbligata ad inviare un ulteriore sms. Sono le 14.28'.13''.

Quindicesima: Il messaggio arriva al cellulare di Sarah, già nelle mani di Sabrina che in un batter d'occhio lo aziona e si invia uno squillo. Sono le 14.28'.26'' e per la procura quello squillo partito dal cellulare di Sarah è stato inviato da Sabrina Misseri per depistare le indagini.

Sedicesima: La velocità mentale di Sabrina è incredibile. Per questo non appena inviato lo squillo lancia il cellulare di Sarah a suo padre e in un lampo decide di inventarsi cosa scrivere e di scrivere un sms che ritardi l'arrivo di Mariangela. Occhio ragazzi, come direbbero quei "maghi" che ingoiano le spade in pubblico, questa magia potrebbe risultare pericolosa e vi invito a non tentarla perché non è facile pensare a cosa scrivere e dopo averlo pensato scriverlo e inviarlo tramite sms in soli 14 secondi. Infatti a Mariangela (che fortunatamente non è ancora pronta perché nel caso fosse giunta subito in via Deledda sarebbe stato il caos) il messaggio lo riceve alle 14.28'.40''.

A questo punto credo sia inutile andare avanti. Credo che per ogni persona dotata di logica sia lampante che la ricostruzione della procura sul depistaggio in grado di creare un alibi perfetto vada aldilà di ogni umana possibilità mentale e fisica. Credo che abbia ragione il dottor Coppi quando dice che l'alibi di Sabrina è inattaccabile. Credo che basterebbe anche poca logica e poco buonsenso per capire che non ci sono indizi colpevolisti, né gravi né concordanti, che si adattino a una Sabrina Misseri assassina. E soprattutto, credo che non sia giusto tenere in carcere più persone incensurate, in attesa di un verdetto definitivo, senza avere in mano vere prove. Perché ci sarebbe anche da capire il motivo per cui Cosima Serrano è in carcere... qualcuno per caso lo sa?

PROCESSO A IVANO RUSSO.

Racconto shock: «Ivano ha visto Sarah e Sabrina litigare», scrive Nazareno Dinoi sul Corriere del Mezzogiorno – Corriere della Sera. «Sabrina e Sarah quel pomeriggio stavano litigando». Lo avrebbe confidato Ivano Russo alla sua ex fidanzata, Virginia Coppola, che alla fine di un tormentato rapporto con il giovane dal quale ha avuto un figlio, ha deciso di raccontare una sua verità tenuta nascosta per quattro anni. Quella verità che i pubblici ministeri hanno sempre cercato senza mai trovare riscontri certi. «Il 26 agosto del 2010 – racconta la donna nelle sue dichiarazioni spontanee rilasciate a gennaio scorso al pm Mariano Buccoliero -, Ivano è uscito da casa intorno alle 13,50 per andare a comprare le sigarette ed è rientrato nervoso, intorno alle 14,45, sbattendo il telefonino sul tavolo della cucina». Quel giorno, esattamente intorno a quell’ora, la piccola Sarah veniva strangolata in casa Misseri. L’uscita di Ivano e l’irrequietezza al suo rientro dopo quasi un’ora di assenza, è una circostanza che la testimone dice di aver appreso, frequentando successivamente la casa dei Russo, da un’altra persona di famiglia che dovrà confermare o meno l’accaduto. Il motivo dell’agitazione dell’allora ventiseienne che ha sempre negato di essersi spostato da casa il giorno dell’omicidio, se non dopo le 17,30, lo spiega Virginia Coppola riferendo una confidenza avuta proprio da Ivano quando stavano già insieme. «Alla mia richiesta se avesse visto la bambina, cioè Sarah (sempre il pomeriggio del delitto, ndr), Ivano mi disse vagamente “quelle stavano litigando”. E’ sempre lei a raccontare al magistrato un altro episodio di facile interpretazione. Parlando dei numerosissimi messaggi che si scambiarono Sabrina con Ivano, quest’ultimo avrebbe confessato di averne cancellati alcuni di cui non ricordava il contenuto dicendosi peraltro preoccupato nel caso gli investigatori li avessero ritrovati. Il verbale di tre pagine che la donna ha riempito assistita dai due suoi avvocati, Antonella Demarco e Gaetano Di Marco, contiene poi vicende personali dell’ex coppia con risvolti violenti di lui che aggredisce lei, incinta di poche settimane, finita in ospedale senza nulla di grave. Il perché di questo lungo silenzio su fatti così importanti, lo spiega così Virginia al magistrato: «ho avuto paura della reazione di Ivano ma soprattutto non volevo che questo potesse influire su mio figlio». Tirato pesantemente in causa, Ivano Russo che ora è indagato per false dichiarazioni al pm, fa sapere attraverso il suo legale, Francesco Mancini, di essere all’oscuro di tutto e collega tutto ad un presunto piano della sua ex per fargliela pagare dei risvolti giudiziari in cui si è trascinata la loro storia. Tra i due è in corso un delicato procedimento per l’affido del figlio e reciproche denunce sia civili che penali. La donna, da parte sua, si è trincerata in casa e non ha voglia di parlare: «lasciatemi in pace, ho già sofferto abbastanza», dice al riparo della casa paterna dove vive con il figlio.

Caso Sarah Scazzi, Ivano Russo indagato: un atroce sospetto grava su di lui, scrive Michele Becciu su “Urban Post”. Ivano Russo è indagato per falsa testimonianza nell’ambito dell’indagine Scazzi bis: gli inquirenti hanno su di lui un terribile sospetto, ecco quale: “Al tempo raccontai tutto ciò che sapevo ai magistrati, ora vengo a sapere che sono indagato … cado dalle nuvole”, così Ivano Russo dopo aver appreso di essere tra le 12 persone indagate nell’inchiesta Scazzi bis. Ivano – è stato acclarato – ha mentito ai giudici. Se innocente ed estraneo alla vicenda, perché raccontò ai magistrati di avere trascorso tutto il pomeriggio a dormire, quel 26 agosto 2010? È stato un testimone ad aver fatto crollare il suo castello di menzogne – “lo vidi uscire di casa intorno alle 13.30″ – e lui, l’oggetto del desiderio di Sarah Scazzi e della cugina Sabrina Misseri, non ha potuto che correggere il tiro ed ammettere: “Sì, è vero. Sono uscito un attimo per acquistare le sigarette ma poi sono tornato a casa”. A quel punto, però, le sue dichiarazioni furono giudicate inattendibili, mere menzogne atte a depistare le indagini. Ed ora l’indagato è sospettato di avere taciuto importanti verità che avrebbero potuto giovare alle indagini. Gli inquirenti, infatti, sarebbero propensi a pensare che Ivano Russo si sia trovato in casa Misseri proprio in quel pomeriggio di agosto che fu fatale alla piccola Sarah. Il giovane avrebbe assistito alla furibonda lite tra cugine, sfociata poi nell’omicidio della 16enne. Cosa vide, Ivano? E perché non parlò in sede opportuna?

Colpo di scena ad Avetrana: “Ivano Russo era in casa Misseri il giorno del delitto”. Una svolta importante sul processo di Avtrana: Ivano Russo sa la verità. A svelare questo nuovo mistero è il settimanale GIALLO in edicolo, in via straordinaria, oggi, mercoledì 13 maggio. Così scrive Giallo riportato da Rete News 24: A cinque anni dal delitto di Avetrana arriva il colpo di scena. Dodici persone avrebbero contribuito a infittire il mistero sul la tragica fine di Sarah Scazzi, la quindicenne svanita nel nulla il 26 agosto 2010 e ritrovata morta in un pozzo dopo 42 giorni. Il castello di bugie e depistaggi, però, ora è crollato, grazie alle indagini dei magistrati di Taranto. Il procuratore aggiunto Pietro Argentino e il sostituto Mariano Buccoliero, che con la loro caparbietà sono riusciti a far condannare all’ergastolo per omicidio la zia Cosima Serrano e sua figlia Sabrina Misseri, hanno notificato i 12 avvisi di garanzia per l’inchiesta Scazzi- bis, un procedimento parallelo al processo principale. Gli indagati andranno alla sbarra per falsa testimonianza e false dichiarazioni ai pm perché, secondo gli inquirenti, conoscevano le circostanze dell’uccisione della ragazzina ma hanno mentito. E la posizione più grave è quella di Ivano Russo, “l’Alain Delon” di Avetrana di cui Sabrina era innamorata e per il quale anche Sarah, negli ultimi tempi, aveva una simpatia. Contro di lui ci sono due supertestimoni, la cui identità è coperta dal massimo riserbo, che smontano l’alibi del “bel tenebroso” e gettano ombre su cosa sia successo davvero nella villetta dei Misseri, in via Grazia Deledda. Ma cosa aveva raccontato all’epoca Ivano? Il cuoco conteso tra le due cugine, a suon di interviste in televisione, aveva fin da subito negato qualsiasi coinvolgimento sentimentale sia con Sabrina che con Sarah. Ai pm che cercavano la ragazzina aveva fornito un alibi per il giorno della scomparsa: aveva detto di non sapere nulla sulla sparizione, che quel 26 agosto era stato a casa tutto il giorno e che solo alle 17 era venuto a sapere che Sarah era svanita nel nulla. Anche alle domande che gli chiedevano conto di una serie di sms che Sabrina gli aveva mandato all’ora di pranzo, Ivano aveva avuto la risposta pronta, dichiarando di aver dimenticato il cellulare in macchina la sera prima e averlo preso solo il giorno dopo, quando era uscito. A confermare le dichiarazioni del bell’Ivano erano stati la madre Elena Baldari, il fratello Claudio e la fidanzata di allora Antonietta Genovino, ora indagati insieme con Ivano per la falsa testimonianza. Gli inquirenti avevano già sospetti che il racconto di Ivano non quadrasse, visto che in un’intercettazione tra madre e figlio il cuoco istruisce la donna su cosa dire ai pm: «Hanno scritto cose assurde, se ti chiedono qualcosa tu devi dire “mio figlio a quell’ora stava dormendo”». Elena Baldari, inoltre, aveva contraddetto le dichiarazioni di Ivano anche sul cellulare, perché aveva detto che il giorno della scomparsa di Sarah il telefonino del figlio squillava, quindi non era in macchina, ma in casa. Se però, fino a poco tempo fa, le bugie di Ivano erano solo un sospetto, ora, con i due supertestimoni, sono diventate una prova contro il cuoco. E non solo perché svelano un comportamento ambiguo, interpretato inizialmente dagli investigatori come una mossa maldestra per proteggere Sabrina, ma perché cambierebbero lo scenario che ha portato all’omicidio della piccola. Dal racconto dei testimoni, infatti, emerge che, verso l’ora di pranzo di quel 26 agosto, nella villetta di via Deledda si sarebbe tenuto una sorta di “processo” a Sarah e che, oltre a Cosima e Sabrina, era presente anche Ivano. Motivo della discussione un fatto molto compromettente, che doveva rimanere segreto e che invece, ormai, era sulla bocca di tutti. Sabrina si era denudata in auto e si era offerta a Ivano, ma il bel tenebroso l’aveva rifiutata, dicendole di rivestirsi. La gente del paese chiacchierava e Cosima era andata su tutte le furie. Ma come si era sparsa la voce? La zia voleva un colpevole ed era convinta che fosse stata proprio Sarah a rivelare il segreto a una persona a lei molto vicina, che poi l’aveva spiattellato a tutti. A casa Misseri si stava consumando una tragedia, scatenata dalla vergogna, e Ivano aveva capito che era meglio defilarsi, quindi era andato via. Ma quella litigata non era rimasta tra le mura della villetta. Il cuoco aveva raccontato la vicenda a una persona allora a lui legata, che poi, finiti i rapporti, ha deciso di dire la verità ai pm. A confermare il fatto che Ivano non stesse dormendo c’è la dichiarazione dell’altro supertestimone, un uomo che ha visto una macchina amaranto, come quella del cuoco, allontanarsi da via Deledda intorno alle 14. Poco dopo anche Sarah aveva cercato di scappare, ma Cosima e Sabrina l’avevano raggiunta in strada e riportata dentro. Proprio come aveva raccontato il fioraio Giovanni Buccolieri, che aveva assistito alla scena. Le sue parole, però, erano state smentite dalla cognata Anna Scredo, che aveva assicurato come quello del commerciante fosse solo un sogno. Per aver inventato quella storia, anche lei, ora, è tra gli accusati di falsa testimonianza.

Una nuova testimone contro Ivano, scrive a sua volta “La Voce di Manduria” svelando il nome della testimone. Ivano Russo il pomeriggio in cui fu uccisa Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana trovata in un pozzo 42 giorni dopo la scomparsa, non era vero che si trovava in casa, come ha sempre sostenuto, ma era uscito per comprare le sigarette. Sarebbe una delle otto bugie, la più pesante, che, secondo chi lo accusa, l’ex amico di Sabrina Misseri, condannata all’ergastolo per la morte della cugina insieme a sua madre Cosima Serrano, avrebbe raccontato ai magistrati che ora lo indagano per false dichiarazioni al pubblico ministero. La nuova versione che getta ombre sulla figura di Ivano Russo, è stata raccontata da una nuova testimone ascoltata di recente dagli inquirenti che a sua volta l’avrebbe appresa dallo stesso giovane. Ritenuto dalla pubblica accusa il vero movente dell’omicidio della ragazzina (le due cugine sarebbero state entrambe attratte da lui), il bell’Ivano ha sempre detto di essersi addormentato a casa quel giorno e di essere uscito con sua madre intorno alle 17.30. Solo allora, sostiene Ivano, dai messaggi che l’amica Sabrina gli aveva inviato mentre lui dormiva, avrebbe appreso della scomparsa di Sarah. La sua collocazione in giro per Avetrana intorno all’ora in cui è stato commesso l’omicidio, se la soffiata della sua ex compagna dovesse rispondere al vero, cambierebbe di molto la posizione di Ivano che si è sempre tirato fuori dalle presunte liti tra le cugine.

Le otto accuse per Ivano Russo, continua il ben informato Nazareno Dinoi su “La Voce di Manduria”. Ivano Russo ha mentito. Lo ha fatto per otto volte. E lo ha fatto per assicurare l’impunità a Sabrina Misseri». A formulare questa clamorosa accusa sono il procuratore aggiunto di Taranto Pietro Argentino e il sostituto procuratore Mariano Buccoliero: i due pubblici ministeri del processo per il delitto di Avetrana, che ha visto Sabrina Misseri, ventisei anni, e sua madre Cosima Serrano, cinquantanove anni, condannate in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi, la cuginetta quindicenne di Sabrina, uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto 2010. E questa nuova accusa, se i giudici la riterranno vera, potrà costare fino a sei anni di carcere, a Ivano Russo, trentuno anni, il giovane che, del tragico “caso di Avetrana”, è stato fin dall’inizio uno dei protagonisti. Ivano, che è stato soprannominato “il bell’Ivano” e “l’Alain Delon di Avetrana”, era per tutti l’amico del cuore di Sabrina ma, come era emerso nel processo, era stato anche suo amante. Non solo: secondo gli inquirenti e i giudici, Ivano era conteso tra Sabrina e Sarah, entrambe innamorate di lui; e, sempre per gli inquirenti e i giudici, è stata proprio la gelosia per Ivano che ha portato Sabrina a uccidere Sarah. Ora, però, i pubblici ministeri Argentino e Buccoliero sono convinti che Ivano, in questa terribile storia, non abbia avuto solo il ruolo di involontario “movente” del delitto: secondo loro, infatti, Ivano, nel tentativo di salvare Sabrina, ha detto bugie, in otto diverse occasioni, sia agli inquirenti che lo interrogavano, sia ai giudici davanti ai quali ha testimoniato in Tribunale durante il processo a Sabrina e a sua madre Cosima. Per Ivano è già pronta la richiesta di rinvio a giudizio da parte dei pubblici ministeri, che proprio in questi giorni hanno concluso le indagini su di lui. Se la richiesta sarà accolta, Ivano andrà a processo; e, se sarà condannato, rischierà di finire in prigione per sei anni. I pubblici ministeri, infatti, lo accusano di “false dichiarazioni al pubblico ministero” e “falsa testimonianza con l’aggravante della continuazione del reato”: due reati che la legge punisce, rispettivamente, con il carcere fino a sei anni senza contare l’aumento per le aggravanti. Ma quali sono, secondo l’accusa, le  otto bugie che Ivano avrebbe raccontato nel tentativo di salvare Sabrina? Vediamole una per una, basandoci sulle carte dell’inchiesta.

La prima bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere nascosto il fatto che Sabrina era innamorate di lui.

La seconda bugia di Ivano, sempre per l’accusa, consiste nell’avere nascosto il fatto che anche Sarah era innamorata di lui. “Ivano Russo”, scrivono infatti i pubblici ministeri “ricostruiva in modo reticente e difforme dal vero i rapporti che aveva con Sabrina Misseri e Sarah Scazzi cercando di non fare emergere il particolare interesse sentimentale che Sabrina aveva nei suoi confronti e l’interesse sentimentale che Sarah aveva maturato sempre nei suoi confronti”.

La terza bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere nascosto che, a causa sua, Sabrina e Sarah avevano litigato. “Ivano Russo”, scrivono i pubblici ministeri “ha nascosto il contrasto nato tra le due cugine”.

La quarta bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere fatto finta di non essere mai stato amante di Sabrina. “Ivano Russo”, scrivono i pubblici ministeri “ha taciuto prima, escludendoli poi, due rapporti sessuali tra lui e Sabrina Misseri”. Ma,in un secondo momento, lui stesso ha amesso di essere stato amante di Sabrina quando gli inquirenti hanno scoperto diversi sms che lui e Sabrina si erano scambiati prima del delitto e che dimostravano, in modo inequivocabile, che la loro non era stata solo un’amicizia.

La quinta bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere tentato di nascondere ai magistrati che Claudio Scazzi, il fratello maggiore di Sarah, gli aveva chiesto di non incoraggiare l’infatuazione che la ragazza nutriva per lui. “Claudio Scazzi”, scrivono infatti i pubblici ministeri “aveva avvisato Ivano di comportarsi con la sorella in ragione della sua giovane età”.

La sesta bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere negato un fatto che, invece, per i giudici è sicuramente accaduto: il fatto di essere stato nella stessa stanza con Sarah mentre lei era in pigiama, e di averle prestato il suo cellulare, con cui la ragazzina si era scattata da sola una foto in quell’abbigliamento “da camera”. “Ivano Russo”, scrivono i pubblici ministeri “mentì alla Corte quando escluse di aver ceduto il suo cellulare a Sarah mentre la ragazzina era in pigiama nella stanza di Sabrina Misseri”. Per l’accusa, questo episodio è importante  perché dimostra che tra Ivano e Sarah c’era un rapporto di grande confidenza: una confidenza che, sempre secondo l’accusa, aveva spinto Sabrina a vedere in Sarah una sua potenziale rivale, suscitando nel suo cuore una gelosia e una collera che, alla fine, sono “esplose” nell’omicidio.

La settima bugia di Ivano, secondo l’accusa, consiste nell’avere tentato di nascondere il vero motivo di un animato “faccia a faccia” che si era svolto tra Sarah e Sabrina il 21 agosto 2010, cinque giorni prima del delitto. Una testimonianza, infatti, aveva informato gli inquirenti che in quella occasione Sabrina aveva rimproverato a Sarah di stare troppo attaccata a Ivano e le aveva detto, facendola scoppiare in lacrime: «Per due coccole ti vendi!». Ma, scrivono i pubblici ministeri, “Ivano ha mentito escludendo che l’incontro del 21 agosto tra Sarah e Sabrina era per chiarire la circostanza rilevata da Sarah di un rapporto sessuale tra lui e Sabrina».

L’ottava bugia di Ivano, infine, secondo l’accusa è anche la più grande di tutte: Ivano ha detto di essere rimasto sempre a casa il giorno in cui Sarah è stata uccisa; ma un testimone, invece, dice di averlo visto per strada proprio a quell’ora. “Ivano Russo”, scrivono i pubblici ministeri “ha mentito dicendo di non essere uscito dalla sua abitazione proprio il pomeriggio della scomparsa di Sarah Scazzi, il 26 agosto del 2010. A smentirlo in questa circostanza è stato un testimone che ha dichiarato invece di averlo visto in giro intorno all’ora in cui fu uccisa Sarah”. Se il testimone che smentisce Ivano sarà ritenuto attendibile dai giudici, sorgerà una nuova, inquietante domanda: come mai Ivano non voleva fare sapere ai magistrati di essere uscito di casa proprio nel tragico pugno di minuti in cui Sarah è stata uccisa? Che cosa voleva nascondere? È un mistero che, per ora, non ha risposta. Ma su cui, adesso, gli inquirenti vogliono vederci chiaro.

Sarah Scazzi, delitto di Avetrana ultime news 20/5: "Ivano Russo era là, lui sa tutto", scrive Gigi Rovelli su “Blasting News”. Omicidio Sarah Scazzi, Ivano Russo era a casa Misseri quel pomeriggio del 26 agosto 2010? Il caso legato al delitto Sarah Scazzi si arricchisce di nuovi ed importanti dettagli che potrebbero rivelarsi decisivi per scoprire cosa avvenne veramente in quel giorno di fine agosto del 2010, quando perse la vita la quindicenne. In particolar modo, è la posizione di Ivano Russo, il ragazzo di cui era innamorata Sabrina Misseri, ad essersi aggravata nelle ultime ore. "Lui sa tutto, Ivano sa molto di più di quello che ha detto". Queste sono le parole di Virginia Coppola, ex compagna di Ivano Russo, dal quale ha avuto persino un figlio, in un periodo posteriore al delitto.  "Quando mi chiameranno, racconterò quello che ho scoperto". La donna, in realtà, non venne mai convocata ma fu lei a rilasciare spontaneamente dichiarazioni riguardanti quel tragico pomeriggio. Virginia Coppola ha deciso di vuotare il sacco, anche perchè non riusciva a spiegarsi come mai Ivano e la sua famiglia si ostinassero a mentire agli inquirenti, asserendo che quel giorno lui si trovava a casa sua a dormire. La donna seppe che non era vero dalla compagna del fratello di Ivano che lei chiama cognata, perchè all'epoca era come se lo fosse: per la verità, lo stesso Ivano ammise, seppur vagamente, di aver visto Sabrina e Sarah litigare. Proprio per accertare la presenza del ragazzo a casa Misseri, nei prossimi giorni, verranno ascoltate diverse persone: Antonietta Genovino, ovvero la sopra citata cognata di Virginia Coppola, ma anche Claudio Russo ed Elena Baldari, rispettivamente fratello e madre di Ivano Russo. La loro posizione, di fronte agli inquirenti, si è fatta delicata perchè entrambi sono ora indagati per falsa testimonianza. Come ha reagito Ivano Russo di fronte alle dichiarazioni dell'ex compagna? L'uomo confessa che non si sarebbe mai aspettato un comportamento del genere e che, secondo lui, si starebbe vendicando. "Io ero in casa a dormire" continua a ribadire il Russo, invitando gli inquirenti a controllare meglio la posizione del suo cellulare prima di credere a delle dichiarazioni rilasciate da una persona che, evidentemente, vuole fargli del male. "Io non avevo alcun motivo di andare a casa dei Misseri, visto che la mia storia con Sabrina era già finita" . Chi ha ucciso Sarah Scazzi? Ivano Russo sta nascondendo qualcosa o si tratta solo di una vendetta trasversale dell'ex compagna?

Omicidio Sarah Scazzi: Ivano Russo indagato per falsa testimonianza, scrive Francesca Rogar su "Magazine Donna". Sembra una soap opera dal sapore amaro, piena di intrecci intricati, con lei che denuncia lui lo stesso giorno in cui lui presenta querela contro di lei. Che dopo un mese rilascia dichiarazioni spontanee in Procura. Contro di lui. Che poi, più tardi, la querelerà nuovamente. Una soap con due protagonisti: Ivano Russo e la sua ex compagna Virginia Coppola, con la quale tre anni fa ha avuto un figlio, Simone. Sullo sfondo c’è un delitto, quello di Sarah Scazzi, commesso il 26 agosto del 2010. Questa trama complicata inizia a fine dicembre di due anni fa. Le cose tra Ivano e la sua ragazza non vanno bene. Da mesi si trascinano i litigi. Volano parole grosse. Lei va a presentare denuncia, parla di aggressione e insulti. Ivano la querela. Trentotto giorni più tardi – è il 30 gennaio 2014 – è di nuovo Virginia ad agire, questa volta con un atto d’accusa lungo 99 righe in cui sostiene che Ivano ha mentito sul racconto di quel 26 agosto. Su quel terribile giorno Virginia dice che, contrariamente a quanto sostenuto da lui davanti ai Pm, Ivano non sarebbe rimasto a casa fino alle 5 del pomeriggio, ma sarebbe «uscito di casa intorno alle 13.50 per andare a comprare le cartine per fare le sigarette ed è rientrato nervoso, in casa, intorno alle 14.15, sbattendo le cartine e il  suo telefono cellulare sul tavolo della cucina». Dunque Ivano, a detta di Virginia, mente e sarebbe rientrato a casa nervoso. E mentirebbero anche la madre, il fratello e la cognata che, presenti, hanno negato quella circostanza e che sono stati anche loro indagati per false testimonianze. Poche righe dopo Virginia attacca ancora più duramente. Dice di aver parlato con il diretto interessato che «alla mia esplicita richiesta se avesse visto la bambina, cioè Sarah Scazzi, mi disse vagamente: “Quelle stavano litigando”». Dunque finiscono dentro il verbale anche Sabrina e Sarah. A quando farebbe riferimento quello “stavano litigando”? Allo stesso 26 agosto? C’è di più: Ivano ha sempre detto che i contatti con Sabrina si erano interrotti alcuni giorni prima, con la decisione di lui di allontanarsi. Virginia lo smentisce: «Ivano mi confidò che il giorno prima dell’arresto di Sabrina c’era stato un contatto fisico tra i due». E poi l’affondo finale, che lega la vicenda di Avetrana al rapporto stesso tra Virginia e Ivano. Virginia racconta che un giorno, durante la gravidanza, davanti alla volontà di lei di parlare di nuovo di quel 26 agosto, lui l’avrebbe aggredita, gettandola a terra. Lei sarebbe subito corsa in ospedale, riportando un “trauma contusivo in regione lombare”. Davanti alla dottoressa però, racconta Virginia, «dichiaravo di essere semplicemente caduta per strada, per evitare complicazioni ad Ivano». La denuncia si conclude con l’ultimo atto di accusa e di violenza. «Ho atteso questo momento per riferire quanto era a mia conoscenza, perché intimorita dalla reazione di Ivano. Ma dopo che ha lanciato un mazzo di chiavi contro mio padre che in quel momento aveva in braccio mio figlio, in occasione del primo compleanno, ho maturato la volontà di liberarmi del peso che avevo». Queste le parole di Virginia, che al telefono con noi aveva però negato di aver mai “conferito” con l’autorità giudiziaria. Secco Ivano: «Fa tutto per ripicca, mente e la verità verrà fuori. Purtroppo mi sta colpendo sul lato in cui sono più vulnerabile. Su quel giorno non ho mai mentito e la denuncerò per calunnia». Sarà forse un processo, un altro, a dover stabilire chi ha ragione in questa vicenda. Con Ivano abbiamo parlato all’inizio del fatto, un paio di volte. Gli ho chiesto delle cose e lui mi ha risposto. Il confronto è stato quello». Parla Claudio Scazzi, fratello maggiore di Sarah, ospite in studio a Quarto Grado dopo le accuse dei magistrati a Ivano Russo. Ora che la Procura ha messo sotto la lente di ingrandimento le sue dichiarazioni, ritenendole in parte mendaci, su quel lontano 26 agosto 2010, quando Sarah è stata uccisa senza pietà. «La mia idea – spiega Claudio – è che all’inizio di tutta la vicenda, quando ci sono state le prime audizioni, alcune cose sono state prese sottogamba dalle persone interrogate. Persone che hanno avuto lo scrupolo, magari in buona fede, di omettere dettagli, forse pure importanti ai fini delle indagini, per non tirare in ballo conoscenti o amici che, a loro avviso, avrebbero rischiato di finire, senza ragione, nel calderone dell’inchiesta. Persone che hanno sottovalutato la situazione all’inizio, non pensando che se arriva da Taranto un simile pool di investigatori, probabilmente conoscono già molte delle risposte alle domande che ti pongono. Dentro quelle risposte gli inquirenti non cercano solo la dinamica dei fatti, ma anche la sincerità e l’attendibilità di chi stanno interrogando». Su Ivano, perciò, Claudio Scazzi sospende il giudizio, facendo intendere che, se anche avesse raccontato agli inquirenti verità parziali o una versione del proprio alibi discostante dalla realtà, sarebbe più dovuto ad ingenuità e leggerezza che non al torbido intento di nascondere elementi importanti. «Non è quindi un muro di omertà, nel tacere fatti gravi, ma di leggerezza, nel temere che le proprie parole potessero essere fraintese». E sebbene ci sia una differenza abissale tra prudenza e menzogna, il fratello di Sarah resta garantista, in vista del nuovo processo: «Ci sarà un dibattimento, saranno ascoltate anche le versioni di Ivano e della sua ex compagna, che lo accusa di aver detto il falso. Solo dopo averli ascoltati potremo sapere chi di loro dice la verità».

PROCESSO A GIOVANNI BUCCOLIERI.

13 Maggio 2015: inizia il dibattimento. Caso Scazzi, in tribunale il finto sogno del fioraio, scrive Mimmo Mazza il 14 maggio 2015 su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lo schieramento di mezzi e inviati era quasi quello dei bei (...) tempi, quando il giallo di Avetrana monopolizzava telegiornali, trasmissioni del pomeriggio, prime e seconde serate. Ma ieri mattina la prima udienza del processo nei confronti di Giovanni Buccolieri, il 43enne fioraio di Avetrana protagonista non secondario dell’inchiesta sull’omicidio di Sarah Scazzi, è durata appena un paio di minuti, il tempo necessario al sostituto procuratore Mariano Buccolieri e all’avvocato Pasquale Lisco, difensore di Buccolieri, di proporre al giudice monocratico Elvia Di Roma le questioni preliminari. Alla sbarra si trovano Buccolieri e il suo amico Michele Galasso, entrambi ritenuti responsabili di false dichiarazioni al pubblico ministero. Buccolieri, in particolare, è finito nei guai per le diverse versioni fornite agli inquirenti su quanto vide il 26 agosto del 2010, giorno della scomparsa di Sarah Scazzi. In un interrogatorio del 9 aprile del 2011, il fioraio mise a verbale che «mentre era alla guida del suo furgone per le vie di Avetrana, il 26 agosto del 2010, poco dopo le 13.20 aveva visto Cosima Serrano, vicino alla sua autovettura Opel Astra grigio-azzurro, rivolgersi alla nipote Sarah che era ferma sul marciapiede, dicendole, con tono minaccioso “Moh ha nchianà intra la macchina”, contestualmente facendo un gesto perentorio con il braccio e con il dito indice. Nell’occasione, Sarah era molto turbata e con la testa chinata; all’interno dell’auto della Serrano aveva scorto una sagoma di altra persona di sesso femminile con capelli legati all’indietro che si abbassava mentre Sarah entrava in auto dallo sportello posteriore destro; Cosima, vestita di scuro, rimaneva sorpresa non appena egli la incrociava con il suo furgone tanto che la stessa spalancava gli occhi repentinamente». Dopo tale racconto, ritenuto cruciale dagli inquirenti prima e dalla corte d’assise poi per consolidare le accuse di sequestro di persona a carico di Cosima e Sabrina (entrambe condannate all’ergastolo), il fioraio Buccolieri però cambiò idea, sostenendo l’11 aprile del 2011 che si trattava solo di un sogno fatto dopo il ritrovamento del cadavere di Sarah. Michele Galasso, invece, è imputato per aver detto l’11 aprile del 2011 agli inquirenti di non aver avuto nessun contatto con il suo amico Buccolieri, tesi però smentita da intercettazioni telefoniche e tabulati che dimostrano come i due si siano sentiti, per concordare la versione da offrire agli investigatori, proprio mentre Galasso era in auto per raggiungere la Procura. Citato come testimone il 17 luglio del 2012 durante il processo per l’omicidio di Sarah, Buccolieri si avvalse della facoltà di non rispondere. Ieri mattina l’avvocato Lisco ha chiesto al giudice Di Roma di escludere la fascicolo del dibattimento i numerosi verbali di assunzione di informazioni inseriti dal pubblico ministero e le motivazioni della sentenza della Corte d’Assise con la quale Sabrina Misseri e sua madre Cosima sono state condannate all’ergastolo. Il giudice deciderà nell’udienza del 20 maggio quando esaminerà anche le richieste di mezzi di prova. La pubblica accusa ha depositato una lista di testimoni composta da 12 persone. Si tratta di parenti e conoscenti del fioraio Buccolieri e dei luogotenenti dei carabinieri Antonio Calò e Giovanni Bardaro. L’avvocato Pasquale Lisco, difensore di Giovanni Buccolieri, ha invece chiesto l’audizione del luogotenente dei carabinieri Fabrizio Viva, comandante della stazione di Avetrana, del luogotenente Armando Coccioli, dell’ex commessa del fioraio Vanessa Cerra e di sua madre Anna Pisanò, entrambe residenti da anni in Germania.

GIORNALISTI MENTITORI ED INFANGATORI.

Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità e mentire spudoratamente? Si chiede Massimo Prati sul suo Blog “Albtatros-Volando Controvento”. America - 1880 (milleottocentoottanta) - a una cena di giornalisti all’American Press Association c'è anche John Swinton, un editorialista del New York Sun che invitato a brindare alla stampa indipendente dice: "In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che anche scrivendole non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattrore la mia occupazione sarebbe liquidata. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali". Sono passati 135 anni da quel discorso e da noi, in Italia, a dire il vero qualcosa è cambiato. Ora da noi la stampa non si inchina più solo al volere degli uomini ricchi, a chi detiene il potere maggiore di uno stato, ora si inchina anche agli "uomini del potere locale". Vi siete mai chiesti perché ci sono giornalisti sportivi a cui è vietato entrare nella sala stampa del "loro" stadio? Semplicemente perché hanno criticato la squadra di cui scrivono o chi la guida a livello dirigenziale. Vi siete mai chiesti cosa accade quando un giornalista non allineato non può entrare in una sala stampa e non può intervistare i calciatori? Semplice. Leggeremo sempre notizie buoniste di un certo tipo che mai porteranno critiche serie. Ed anche se l'esempio sembra stupido perché si parla di sport, quindi di una informazione minore, in effetti stupido non è perché rapportandolo a qualsiasi altro argomento, dalla politica alla giustizia, fa capire quali siano i rapporti che si vogliono obbligatoriamente far intercorrere fra chi informa e chi, in pratica, comanda. I giornalisti politici, ad esempio, devono seguire una linea editoriale di parte per "partito preso". Per cui occorre, a prescindere, criticare ciò che fa o dice lo schieramento opposto... anche se sinteticamente identico a quanto dice o fa il proprio. Vi siete mai chiesti chi è che sparge il pregiudizio? Per forza di cose chi ci informa, chi sparla additando a colpevole chi una procura vuole colpevole. Magari non ci sono prove. Magari neppure ci sono indizi seri. Ma a forza di insistere su un argomento si crea una convinzione (un meme). E la convinzione fa sembrare prova e indizio anche la più inutile delle banalità Banalità che sparsa ai quattro venti dall'informazione e dagli opinionisti che la cavalcano, verrà metabolizzata dall'opinione pubblica e creduta di una importanza vitale. Ed ecco che così facendo si fa credere ai lettori che la verità è quella scritta sugli atti giudiziari e non sui ricorsi dei difensori. Questo accade, anche se in realtà sugli atti si legge tutt'altra cosa. Ma il fatto che in pochi abbiano accesso ai verbali di interrogatorio agevola chi scrive articoli "mirati" a cui nessuno fa da contraltare. Anche perché, dopo l'iniziale assembramento, è la stampa locale che fornisce la maggior parte delle informazioni a quella nazionale. E dove le prende le informazioni se non in procura? Quale giornalista moderno rischierebbe di diventare "ospite sgradito", ad esempio criticando una linea investigativa o un arresto immotivato, sapendo che le porte di "certi uffici" gli si potrebbero chiudere in faccia? Tutti vogliono lavorare e guadagnare. E chi scrive di cronaca nera da troppi anni si nutre grazie all'accondiscendenza di alcuni. Quella che permette a certi giornaluncoli di nascere e sviluppare grazie a scoop creati ad arte con frasi "ad hoc" estrapolate in maniera unilaterale da un verbale o da una intercettazione secretata. E quasi tutti sono contenti. Contenta è la procura che vede aumentare la sua credibilità, l'editore che vede aumentare i profitti e il giornalista che si ritrova famoso perché catapultato sotto i riflettori per quanto ha scritto e si è usato per più puntate nei talk show dell'orrore. Gli unici scontenti sono gli indagati, i loro familiari e, quando ce ne sono, i loro figli minori che dalla valanga di notizie gettate a pioggia, che inevitabilmente bagneranno anche il loro ambiente sociale, verranno demoliti psicologicamente. A nessuno importa spargere la verità assoluta, quella che deriva solo dalla logica impossibile da alterare. L'informazione da tanto non fa cernite, da tanto non vaglia con critica la "velina" che arriva dagli uffici a cui attinge a piene mani. Chi li informa sa che per i media è facile amalgamare l'opinione pubblica alla linea voluta. Basta sbatterle in faccia la solita domanda: "Perché i procuratori dovrebbero, se non ci sono motivi, accusare una persona a caso?". La risposta potrebbe essere facile, visto che non esiste l'investigatore infallibile e gli errori giudiziari sono ormai una regola che annualmente costa tanti denari pubblici. Ed è logico che se non è l'informazione a ribadire questa ovvietà, si finisce sempre nel solito imbuto. Quindi a credere che quanto dice la difesa è falso, perché le indagini sbattute sui video per anni dicono il contrario e i difensori per luogo comune farebbero di tutto pur di salvare il dietro al loro assistito, mentre quanto afferma l'accusa è più che vero. Anche se la sua ricostruzione appare incredibile e illogica. Così facendo si distrugge la vera informazione, quella parte di giornalisti che racconta solo la verità e critica chi va contro le giuste regole, e si finisce per dover accettare una serie infinita di compromessi. Forse qualcuno ancora non lo sa, ma il compromesso è l'inizio della fine perché chi accetta il primo non potrà rifiutare il secondo e neppure il terzo e il quarto e così via. Facendo così la fine di quei delinquenti che una volta entrati nell'organizzazione malavitosa non hanno più modo di uscirne... se non da morti. Come disse John Swinton? "Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Noi siamo delle prostitute intellettuali". Forse Swinton è stato anche troppo drastico coi suoi colleghi, forse nei giornalisti non c'è quella intenzione convinta di distruggere la verità... ma troppi esperimenti mentali si son fatti nell'ultimo secolo da non sapere che una volta plasmata l'idea altrui nessuno leggerà più usando la logica e nessuno si accorgerà di aver letto o ascoltato, e mentalmente accettato anche per anni, articoli o parole di una stupidità eclatante. Chi di voi sa cos'è il meme? Per restare nell'orbita semplice e non inserirsi in spiegazioni difficili da comprendere, il meme moderno si può paragonare a un tormentone che viene lanciato in grande stile e condiviso da più menti così da unificarle e farle diventare parte integrante di una grande mente che funge e prende il posto della mente individuale. Se parliamo di internet, si può paragonare alla foto del momento che postata su facebook viene condivisa da migliaia di persone. Pare nulla, una cosa poco pericolosa, ma così non è dato che se i media lanciano e danno per vero un meme falso, e qui comprendo anche il campo giustizia, la mente lo elaborerà facendolo proprio come fosse vero. E più se ne lanciano, e più se ne elaborano, e più si corre il rischio di non riuscire a capire che la realtà non è quella che si crede vera. E più si corre il rischio di far crescere una specie di tumore, un virus (da qui la parola "virale" usata quando prende piede la moda del momento grazie a un meme) che impossessandosi del nostro cervello lo porterà a fare ragionamenti mirati che una mente libera troverebbe ridicoli e privi di validità. Ci si può salvare da un virus che pare ormai essersi propagato a dismisura e che con l'avvento di internet ha attecchito e si è espanso grazie anche ai copia-incolla che duplicano all'infinito la notizia del momento? Certo che sì. Basterebbe che i media invadessero l'etere di notizie vere in grado di delegittimare quelle false. Ma in Italia, in questo periodo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so io. Scrivere ciò che si pensa non si può. I giornalisti devono obbedire, oggi come 135 anni fa. In caso contrario qualcuno smetterà di fornire loro informazioni, qualcun altro smetterà di invitarli in certe trasmissioni e l'editore li manderà a scrivere i necrologi. Motivo per cui, per non soccombere ognuno di noi deve cercarsi una cura su misura che possa contribuire anche alla demolizione del virus. Ad esempio, si potrebbe iniziare a spegnere la televisione quando in tivù c'è chi il virus lo spande a piene mani e si potrebbe iniziare a far marcire in edicola quei settimanali che il virus lo mostrano già in copertina. Così facendo gli editori capirebbero che il filone si sta prosciugando, che il pubblico pagante sta guarendo e che tenere in piedi un carrozzone solo per pochi intimi economicamente non conviene. Solo toccando loro le tasche e i portafogli si può sperare di risolvere una situazione altrimenti irrisolvibile. Certo, in questo modo si risolverebbe solo una delle piaghe. Ne rimarrebbero ancora tante da sistemare, ad iniziare dal rapporto che da secoli si è instaurato fra i media e la politica. Ma forse è troppo tardi ormai e quello è, e grazie al meme continuo rimarrà, un male incurabile...

Lettera aperta a Quarto Grado. Nuzzi, Longo ed Abbate, Avetrana vi dice: vergogna! Dissertazione difensiva di Antonio Giangrande, avetranese, che sul delitto di Sarah Scazzi ha scritto due libri, uno il sequel dell’altro. Un lungo resoconto, che parte sin dall’inizio e non tralascia nulla. Più che parodia di un programma di approfondimento, siamo ormai alla satira. Da troppo tempo, (sin dall'inizio della vicenda) la cittadinanza di Avetrana è accusata di omertà o di reticenza, rendendoci o facendoci apparire, di fatto, complici inconsapevoli dell'efferato delitto. E questo, la gente che incontriamo in tutta Italia, ce lo fa notare. Credo proprio che la misura sia ormai colma. A voler usare lo stesso metro della d.ssa Bruzzone, non credo che gli autori del programma possano essere contenti. La satira a volte può creare polemiche. L'ultimo caso riguarda l'imitazione di Virginia Raffaele che ad Amici ha vestito i panni di Roberta Bruzzone, una tra le più note criminologhe d'Italia, grazie ai salotti come "Quarto Grado". La parodia dell'attrice comica non è stata gradita dalla criminologa. E così dopo l'esibizione della Raffaele su Twitter è scoppiata la polemica. La Bruzzone ha seguito in diretta lo show dell'attrice e subito dopo l'ha fulminata con un cinguettio: "La Roberta Bruzzone originale è e rimarrà sempre semplicemente inimitabile..". Poi ha aggiunto: "Chissà se ciò che le stanno preparando i miei legali lo troverà divertente". "Io non ho nessun problema contro la satira"- precisa Bruzzone - "l’elemento intollerabile è giocare sull’aspetto sessuale in maniera sguaiata, becera, volgare, gratuita". Insomma, la criminologa non ha preso per niente bene l'immagine ironica e sensuale che l'imitatrice ha portato in scena. E, dopo aver minacciato querela nei confronti della Raffaele, si è aperto un vero e proprio "caso mediatico". "L’elemento che mi porta in tv ormai da oltre dieci anni - sottolinea - non è la mia avvenenza fisica ma il tipo di contenuti che tratto e l’esperienza dovuta al lavoro che svolgo". "Non siamo più nella satira, questa è diffamazione bella e buona" aggiunge, confermando la sua decisione di procedere per vie legali.

Ed anche su Avetrana, ormai "Non siamo più nella satira, questa è diffamazione bella e buona".

Parlare o sparlare dei fatti e dei protagonisti delle vicende giudiziarie è comprensibile. Diffamare gente che nulla c'entra con le vicende è criminale e per nulla professionale, tanto da meritare il licenziamento, come si è adoperato nel fare per altre vicende di falsi in tv di sponda Mediaset.

Da tempo mi son posto come antagonista ad un certo modo di fare giustizia, tanto da non aver fiducia nella magistratura, che diligentemente me lo conferma. Quindi nulla ho da fare per tutelare i miei diritti di avetranese, perchè non troverei sponda.

Molto potrebbe fare, invece, l’amministrazione comunale di Avetrana. Ma se dopo anni di massacro mediatico contro i cittadini che rappresenta, inspiegabilmente, questa nulla ha fatto, non posso certo sperare che inizi sin da ora a darsi quel coraggio o quella capacità che le mancano.

A me, quindi, scartata la via giudiziaria o escluso il coinvolgimento del sindaco di Avetrana, non rimane che usare l’arma a me più congeniale: adoperare la tastiera è rimbrottare pubblicamente chi diffama Avetrana.

Ci si può fidare della tv? E’ la domanda che gli spettatori della tv contemporanea dovrebbero porsi.

Sarah Scazzi bis. Un processo al processo già di per sé criticabile e criticato. Un’altra puntata della lunga e tormentata telenovela sull’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne scomparsa ad Avetrana il 26 agosto del 2010. Mentre i periti nominati dalla corte d’assise d’appello stanno effettuando le verifiche sulle celle telefoniche per risalire all’esatta posizione dei principali imputati e della vittima il giorno del delitto, giunge al capolinea l’inchiesta-bis condotta dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dal sostituto Mariano Buccoliero. Sono 12 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari fatti notificare a quanti, secondo l’accusa, erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio e hanno taciuto, o peggio detto il falso, dinanzi ai pubblici ministeri o alla corte d’assise. Quanti, secondo altri, che non si sono genuflessi alle volontà dei magistrati inquirenti. Secondo Argentino e Buccoliero, queste 12 persone conoscevano particolari importanti riguardo il feroce assassinio di Sarah, ma hanno taciuto, oppure hanno dichiarato spudoratamente il falso dinanzi ai due pubblici ministeri ed alla Corte d'Assise. Proprio per questi reati, secondo i due pm, tali indagati dovranno essere giudicati. Tra questi vi è anche il nome di Michele Misseri, lo zio acquisito della piccola Sarah; a lui è stata contestata l'autocalunnia, in quanto, come è oramai risaputo, si autoaccusò di aver eliminato la nipote, al fine di coprire la moglie e la figlia, tesi che sostiene tuttora, accusando la Bruzzone di averlo indotto a cambiare versione e ad accusare la figlia Sabrina. Ma è la posizione di Ivano Russo la vera novità, quella che è saltata subito all'occhio. Se, come sostengono i procuratori, il ragazzo avesse davvero cercato di coprire Sabrina, nascondendo e non dichiarando alcune circostanze importanti riguardo al delitto, allora ecco che il caso della sventurata quindicenne d'Avetrana dovrebbe essere riscritto da cima a fondo. Il giovane dichiarò agli inquirenti, che il 26 Agosto, giorno dell'uccisione di Sarah, sarebbe rimasto tutto il tempo a casa e che avrebbe appreso della sparizione della ragazzina solo alle 17:00 del pomeriggio. "E le telefonate e gli sms che ti aveva inviato Sabrina all'ora di pranzo?" gli chiesero gli inquirenti, Ivano rispose così: "Rientrando a casa la notte prima, avevo dimenticato il telefono in macchina, l'ho ripreso solo il pomeriggio alle 17:00. Solo allora mi sono accorto che Sabrina mi aveva cercato". Questa spiegazione non aveva molto convinto i procuratori Argentino e Buccoliero, anche la madre di Ivano parlò del telefonino del figlio, che il giorno della morte di Sarah squillava.

Nell’onda dell’entusiasmo molti programmi della cosiddetta tv spazzatura si sono buttati a capofitto sulla notizia.

Nel caso dell'omicidio di Sarah Scazzi, trattato molto spesso da “Quarto Grado” su “Rete 4” di Mediaset la redazione (guidata da Siria Magri) si è attestata su una linea prevalentemente conforme agli indirizzi investigativi della pubblica accusa, cioè della Procura della Repubblica di Taranto. Tanto che i suoi ospiti, quando sono lì a titolo di esperti (pseudo esperti di cosa?) o, addirittura, a rappresentare le parti civili, pare abbiano un feeling esclusivo con chi accusa, senza soluzione di continuità e senza paura di smentita. A confermare questo assioma è la puntata del 15 maggio 2015 di “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi ed Alessandra Viero e curato da Siria Magri.

“A quell’ora ero a casa” – ha sempre raccontato Ivano ai pm – “ho dormito fino alle 17″.“L’ho visto uscire di casa intorno alle 13.30″, dice invece un testimone. Ma Ivano non ci sta, rigetta le accuse e si difende davanti ai microfoni di Quarto Grado. “Mi sento abbastanza tranquillo perché sono a posto con la mia coscienza…e in merito alla intercettazione secondo cui sono accusato di avere pilotato la deposizione di mia madre, in realtà le dissi solamente di raccontare ai magistrati ciò di cui si ricordava bene invitandola a non dire cose che non ricordava con esattezza”. E poi dà la sua versione dei fatti in merito al nuovo testimone che lo accusa: “Nel dicembre ci sono state denunce reciproche con la mia ex compagna madre di mio figlio, e guarda caso nel gennaio 2014 è spuntata una persona che ha fatto delle dichiarazioni spontanee al pm contro di me … farò denuncia per calunnia contro questa persona”.

A riprova della linea giustizialista del programma, lo stesso conduttore è impegnato a far passare Ivano come bugiardo, mentre il parterre è stato composto da:

Alessandro Meluzzi, notoriamente critico nei confronti dei magistrati che si sono occupati del processo, ma che sul caso trattato è stato stranamente silente o volutamente non interpellato;

Claudio Scazzi, fratello di Sarah;

Nicodemo Gentile, legale di parte civile della Mamma Concetta Serrano Spagnolo Scazzi.

Solita tiritera dalle parti private nel loro interesse e cautela di Claudio nel parlare di omertà in presenza di cose che effettivamente non si sanno.

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati, ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenerlo egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «..però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo!

Si noti bene: nessun ospite è stato invitato per rappresentare le esigenze della difesa delle persone accusate o condannate o addirittura estranee ai fatti contestati.

Nell'ordinamento giuridico italiano, la diffamazione (art. 595, codice penale) è un delitto contro l'onore ed è definita come l'offesa all'altrui reputazione, comunicata a più persone con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di comunicazione. A differenza del delitto di ingiuria di cui all'art. 594 c.p., il delitto di diffamazione può essere consumato solo in assenza della persona offesa. Il bene giuridico tutelato dalla norma è la reputazione intesa come l'immagine di sé presso gli altri. L'analisi testuale della norma consente di risalire ai suoi elementi strutturali: l'offesa all'altrui reputazione, intesa come lesione delle qualità personali, morali, sociali, professionali, etc. di un individuo; la comunicazione con più persone, laddove l'espressione "più persone" deve intendersi senz'altro come "almeno due persone"; l'assenza della persona offesa, da intendersi secondo la più autorevole dottrina come l'impossibilità di percepire l'offesa. In quasi tutti gli ordinamenti giuridici si ha diffamazione se quanto asserito è falso, e spetta all'accusa dimostrare tale falsità. In altri, come quello italiano, ciò non è richiesto e solo in casi molto limitati è, viceversa, la difesa che ha la facoltà di discolparsi dimostrando la verità delle asserzioni ritenute diffamatorie. La diffamazione è punita nella maggioranza degli Stati, e considerata un delitto punito dal codice penale, ma che comporta anche la condanna a un risarcimento civile. La diffamazione può anche coesistere con una lesione del diritto alla privatezza, da contemperare al diritto alla libertà di espressione dei fatti veritieri.

Per quanto mi riguarda per le frasi da me proferite e ritenute offensive, in base all’art. 599 c.p. (ritorsione e provocazione), si stabilisce che ”nei casi preveduti dall'articolo 594, se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori. Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso. La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche all'offensore che non abbia proposto querela per le offese ricevute”.

Per gli effetti della norma citata mi preme affermare in aggiunta quanto segue.

Altro che bugiardi. Voi fate parte di quella tv spazzatura che di questi tempi è accusata di falsi scoop. Da Fabio e Mingo su Striscia la Notizia a Fulvio Benelli di Quinta Colonna, fino a Francesca Bastone ed Alessandra Borgia di Video News.

Fulvio Benelli e gli altri: il professionismo della recita in Tv, scrive Giorgio Simonelli (Docente di Storia della televisione e di Giornalismo televisivo) su “Il Fatto Quotidiano”.

Fulvio Benelli licenziato, Lerner: “E’ capro espiatorio di una tv fatta di falsi scoop”. Con un post sul proprio blog, l'ex direttore del Tg1 esprime solidarietà al cronista di Quinta Colonna cacciato da Mediaset con l'accusa di aver confezionato servizi falsi: "Sono gli autori e i conduttori e i direttori di rete a spingere in questa squallida direzione". "Chi oggi lo licenzia - scrive quindi il giornalista su Twitter - ne conosceva benissimo e incoraggiava il metodo di lavoro nella pseudo-tv-verità".

Ritenuto che la misura sia ormai colma si è scritto agli amministratori di Avetrana con prot. 3468.

Al Presidente del Consiglio Comunale di Avetrana

Per il sindaco di Avetrana e la Giunta Comunale

Per i consiglieri comunali

Avetrana lì 3 giugno 2015

Oggetto: Art. 47/49 Statuto di Avetrana. Richiesta di convocazione di un Consiglio Comunale monotematico attinente il Caso Sarah Scazzi per la ricerca di strumenti di tutela dell’immagine e della reputazione del paese e dei suoi cittadini di fronte alla gogna mediatica a cui è perennemente sottoposto.

 

Il sottoscritto Dr Antonio Giangrande, scrittore, nato ad Avetrana il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni, 51, presidente nazionale della Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, direttore di Tele Web Italia e vice presidente della Associazione Pro Specchiarica, sodalizio di promozione del territorio, con sede legale in via Piave 127 ad Avetrana, tel 0999708396 cell. 3289163996,

premesso che

sin dal 26 agosto 2010, dal momento della scomparsa di Sarah Scazzi in Avetrana, i cittadini del paese sono oggetto di una gogna mediatica senza soluzione di continuità che non trova pari in nessun altro caso di cronaca nazionale ed internazionale. Da allora ho scritto 3 libri sul delitto, rendicontando giorno per giorno eventi avvenuti e commenti elargiti in tutta Italia. Per gli effetti ho verificato che di Avetrana si è fatta carne da macello. Se da una parte, per quanto riguarda i protagonisti della vicenda, il diritto di cronaca è tutelato dalla Costituzione italiana, quantunque per esso non vi è giustificazione quando per loro questo si travalica. E’ criminale, però, quando si coinvolgono in questa matassa tutti gli altri cittadini di Avetrana che nulla centrano con la vicenda. Eppure dal 26 agosto 2010 tutti gli avetranesi sono stati dipinti come retrogradi, omertosi e mafiosi. Chi riesce ad andare oltre i confini della “Cinfarosa” si accorge che Avetrana è conosciuta in tutto il mondo e certo non in toni lusinghieri. Tanto da far mortificare i suoi cittadini e far pagare loro fio per colpe non commesse. Non basta il mio prodigarmi a favore di Avetrana attraverso la pubblicazione dei miei libri o di video o di note stampa sui miei o altrui blog per ristabilire la verità. Io sono sempre un semplice cittadino che non fa testo e questo è un limite, oltretutto, chi mi segue, per come mi conosce, non pensa che io sia di Avetrana e ciò rende meno efficace la posizione da me assunta. D’altra parte, però, a difesa dei diritti di Avetrana si è notato una certa mancanza di iniziativa adeguata da parte dell’Amministrazione Comunale, tanto meno la minoranza ha adottato misure opportune di pungolo o di critica. Il tutto per mancanza di coraggio o di impreparazione comunicazionale. E per questo nei libri non ho mancato di rilevare l’ignavia atavica degli amministratori. Poco si è fatto e quel poco è risultato al di più dannoso. Se da una parte può essere considerato opportuno, con oneri per la comunità, costituirsi parte civile nei confronti di chi si addita prematuramente come responsabile e comunque non ha nulla da risarcire, intollerabile è che Pasquale Corleto, avvocato per il Comune di Avetrana, che dovrebbe tutelare l’immagine degli avetranesi, dica in pubblica udienza inopinatamente:  «Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona». Io non sono come Michele Misseri. Io non mi accuso di essere un assassino!

Comunque, l’inadeguato contrasto da parte del Comune di Avetrana ha portato all’apice dell’ignominia.

In occasione della notifica dei 12 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari fatti notificare a quanti, secondo l’accusa, erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio e hanno taciuto, o peggio detto il falso, dinanzi ai pubblici ministeri o alla corte d’assise, i media si sono sbragati.

Nel caso dell'omicidio di Sarah Scazzi, trattato molto spesso da “Quarto Grado” su “Rete 4” di Mediaset la redazione (guidata da Siria Magri) si è attestata su una linea prevalentemente conforme agli indirizzi investigativi della pubblica accusa, cioè della Procura della Repubblica di Taranto. Tanto che i suoi ospiti, quando sono lì a titolo di esperti (pseudo esperti di cosa?) o, addirittura, a rappresentare le parti civili, pare abbiano un feeling esclusivo con chi accusa, senza soluzione di continuità e senza paura di smentita. A confermare questo assioma è la puntata del 15 maggio 2015 di “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi ed Alessandra Viero e curato da Siria Magri.

A riprova della linea giustizialista del programma, lo stesso conduttore è impegnato a far passare Ivano come bugiardo, mentre il parterre è stato composto da:

Alessandro Meluzzi, notoriamente critico nei confronti dei magistrati che si sono occupati del processo, ma che sul caso trattato è stato stranamente silente o volutamente non interpellato;

Claudio Scazzi, fratello di Sarah;

Nicodemo Gentile, legale di parte civile della Mamma Concetta Serrano Spagnolo Scazzi.

Solita tiritera dalle parti private nel loro interesse e cautela di Claudio nel parlare di omertà in presenza di cose che effettivamente non si sanno.

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati; vada per gli indagati; ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «Io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenere egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «..però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo! Tutto ciò detto di fronte a milioni di spettatori creduloni.

Si noti bene: nessun ospite è stato invitato per rappresentare le esigenze della difesa delle persone accusate o condannate o addirittura estranee ai fatti contestati.

Per questi motivi

SI CHIEDE ALLA SV VOSTRA

Non essendoci fin qui, colpevolmente, nessun provvedimento adottato per motu proprio, ossia d’ufficio, nonostante le segnalazioni verbali al presente ufficio di presidenza, al sindaco, al vice sindaco ed ad esponenti della minoranza, di convocare ai sensi dello Statuto del Comune di Avetrana, come previsto dagli artt. 24 comma 3, 29, 37, attraverso la presente richiesta di pubblico interesse inoltrata in virtù del dettato dello Statuto del Comune di Avetrana, ex art. 47, in qualità di presidente di una associazione ed ex art. 49 da semplice cittadino, un consiglio comunale monotematico per le motivazioni in oggetto, opportunamente pubblicizzato e partecipato. In tale sede si ricerchino e si adottino, finalmente all’unanimità ed in unione, adeguati e netti strumenti di tutela dell’onorabilità di Avetrana e dei suoi cittadini, come per esempio una denuncia per diffamazione a mezzo stampa e relativa azione civile contro i giornalisti ed al direttore del programma televisivo citati. Altresì aggiungersi una campagna stampa istituzionale, affinchè, a tale delibera adottata, sia data ampia rilevanza nazionale in modo tale che la querela non sia fine a se stessa ma attivi un clamore mediatico. In questo modo, dal dì di approvazione in poi, sia di monito a tutti e, finalmente, tutti si possano lavare la bocca prima di pronunciare qualsivoglia considerazione malevola sul nostro paese.

Comunque qualcosa va fatto, in quanto la misura è abbondantemente colma e con vostra responsabilità.

Mi è stato consigliato di soprassedere alla mia proposta, ovvia e normale in altri luoghi, ma forse considerata estemporanea ad Avetrana. Io non dispero, considerando, nonostante tutto, Avetrana un paese normale.

Con ossequi. Dr Antonio Giangrande  

CONCLUSIONI. BASTA GOGNA!

Il super-Pm sbotta: «Giudici, ora basta», scrive l'11 maggio 2015 Piero Sansonetti su “Il Garantista”. Lo sapete tutti che nei manuali di giornalismo c’è scritto che una notizia è notizia quando l’uomo morde il cane, e non viceversa. Beh, stavolta è ancora più notizia: è il magistrato che morde il magistrato. Cosa mai vista, finora. E il magistrato in questione non è un tizio qualunque, ma è il Procuratore di Torino Armando Spataro, anni 67, carriera lunghissima, sempre impegnato in indagini molto delicate, prima la lotta al terrorismo di sinistra, nei primi anni ottanta, poi l’antimafia. Spataro è un’icona di coloro che amano i Pm. Duro, rigoroso, burbero, cattivo, non sorride mai. Uno sceriffo. E uno che parla chiaro, non si nasconde, te le grida in faccia. A occhio non è proprio il tipo del magistrato garantista. Ed è difficile trovare qualche sua frase di simpatia per i garantisti. Beh, ieri Spataro è andato a parlare nella tana del nemico, e cioè a un convegno organizzato dalla camere penali del Piemonte, e ha pronunciato una requisitoria delle sue, ma stavolta contro i suoi colleghi. Spataro ha tuonato contro i magistrati protagonisti, i magistrati presunti ”eroi”, i magistrati moralisti, i magistrati maestri di storia, i magistrati faziosi, i magistrati narcisi eccetera eccetera. Ha messo nel mirino (senza mai nominarli) Ilda Boccassini, Vittorio Teresi, Antonio Ingroia, Antonio Di Pietro (ma anche Borelli, D’Ambrosio e Colombo) forse anche Pignatone, sicuramente, e con durezza, il ministro Alfano. E poi ha disintegrato l’immagine dei giornalisti giudiziari, accusandoli di pigrizia e scarsa professionalità (ma anche un po’ di servilismo…). Ha pronunciato un discorso simile agli articoli che su questo giornale scrive Tiziana Maiolo…I casi sono due. O prendiamo questo sfogo di Armando Spataro come una boutade (o come semplice espressione della lotta interna tra le correnti della magistratura); oppure lo prendiamo sul serio ed esaminiamo una a una le cose che lui ha detto e immaginiamo che forse si è arrivati – nella vicenda del potere sempre più grande in mano alla magistratura – a quel punto di rottura che provoca reazioni, discussioni, dubbi, e che forse può portare a una inversione di tendenza. Speriamo. Naturalmente è chiaro che alcuni degli attacchi di Spataro possono essere effettivamente letti all’interno della lotta tra correnti della magistratura. Spataro ce l’ha sempre avuta con ”Magistratura Democratica” e oggi gli tira un po’ di frecce avvelenate. Così come è noto che Spataro non ha mai amato la Boccassini, che addirittura una volta fece pedinare degli indagati sui quali stava indagando, appunto, Spataro, che la prese molto male. Ed è anche noto che Spataro non ama il ministro Alfano e perciò – come vedrete – lo espone a impietosi paragoni con ministri dell’Interno del passato (Virginio Rognoni, in particolare) e lo maltratta in tutti i modi. Detto ciò, vediamo quali sono i sassolini che Spataro si toglie dalla scarpa. Trascrivendo pari pari le frasi che ha pronunciato a Torini, senza cambiare una virgola. «E’ una fortuna che sia finita l’era di mani pulite e l’era di Di Pietro. Rammento i giornalisti a frotte dietro i pubblici ministeri nei corridoi, e devo dire che alla fine qualche collega era più convinto dell’importanza della notizia in prima pagina che non dell’esito del processo…«Badate che non sto contestando il diritto e il dovere del magistrato di intervenire nel dibattito civile. E’ giusto che intervenga. Senza però dare alcun segnale di dipendenza o vicinanza politica…«Vi faccio qualche esempio di protagonismo non virtuoso: c’è un magistrato che a Palermo, dopo aver letto una sentenza che disattendeva le sue conclusioni, disse che se lui fosse stato un professore avrebbe dato quattro meno al giudice che aveva fatto quella sentenza (e qui si riferisce al dottor Vittorio Teresi, coordinatore del pool antimafia della Procura di Palermo, il quale pronunciò quella frase infelice commentando la sentenza del processo Mori, ndr); poi c’è chi ha detto che il Csm avrebbe dovuto valutare, al fine di designare il nuovo procuratore capo di Palermo, il grado di condivisione dei candidati con l’impostazione del processo sulla trattativa Stato mafia (e qui si riferisce ancora a Teresi, ma anche a Ingroia e più in generale a tutti i Pm che fanno capo all’ex Procuratore di Palermo De Matteo, ndr). Mi sembra una impostazione inaccettabile». «Poi c’è il caso di quei pubblici ministeri che a distanza di 20 anni dall’inizio dei processi di mafia al Nord, dicono: ”Finalmente arrivo io e indago sulle infiltrazioni di mafia al Nord”, oppure che continuamente fanno riferimenti a entità esterne, ai poteri forti…Il vizio più pesante della magistratura è la tendenza a porsi come moralisti, come storici, cioè pensare che tocca ai magistrati moralizzare la società e ricostruire un pezzo di storia». «Non sopporto più i colleghi che si propongono come gli unici eroi che lottano per il bene, mentre tutto attorno c’è male, e loro sono una sorta di Giovanna D’Arco, e sono alla continua denuncia dell’isolamento nel quale si trovano. Ma l’isolamento del magistrato non ha niente di eccezionale, è una condizione tipica del nostro lavoro. Non sopporto quelli che vanno in piazza per raccogliere firme di solidarietà». «Se si dovesse fare una riforma della Costituzione, vorrei che fosse inserita una norma che prevede l’indipendenza della stampa dal potere politico. Anni fa feci un viaggio negli Stati Uniti e chiesi al Procuratore federale di Chicago come facessero a mantenere l’indipendenza visto che sono nominati dal presidente degli Stati Uniti. Lui mi rispose: «Ma qui c’è la stampa», alludendo al ruolo della stampa e alla sua assoluta indipendenza. In Italia invece abbiamo degenerazioni di ogni tipo: magistrati che sfruttano il processo famoso per curare la propria icona, avvocati che tendono a trasferire il processo in Tv per auto-promuoversi, giornalisti che non cercano riscontri ma inseguono misteri, e ministri che inseguono slogan e telecamere. «Quando arrestammo Mario Moretti, il capo delle Br, non potrò mai scordarmi che mi telefonò l’allora ministro dell’Interno (Virginio Rognoni ). Avevo 31 anni, mi emozionai ( in verità ne aveva 33…anche lui bada un po’ alla sua immagine e si cala l’età…peccato veniale…, ndr). Il ministro mi chiamò per dirmi: ”lei sa quanto è importante per noi diffondere la notizia dell’arresto di Moretti, ma deve essere lei a dirmi che posso farlo, perché prima vengono le indagini”. Oggi avviene esattamente il contrario: notizie di operazioni contro il terrorismo internazionale vengono diffuse prima ancora che si realizzino, abbiamo notizie che vengono riprese senza alcun potere critico da parte della stampa, ad esempio quella sui terroristi che arrivano sui barconi dei migranti in Sicilia. Veicolare questa informazione interessa alla politica: possibile che non ci sia nessun giornalista che scriva che questa cosa non sta né in cielo né in terra?…» Questa è la sintesi del discorso di Spataro. Non mi è mai capitato di parlare bene di Spataro…Però questi suoi ragionamenti, se fossero ripresi da qualche altro Pm, potrebbero essere un punto di partenza per una discussione seria, no? Del resto sono convinto che la possibilità di fermare l’aggressività politica della magistratura (e del patto di ferro tra magistratura e giornalismo) , oggi esiste solo se la critica parte dall’interno della magistratura.

Gherardo Colombo: "Io, magistrato pentito, non credo più nella punizione". Il modello possibile della giustizia riparativa. Rispetto a un sistema che non riconosce le vittime e che crea solo inutile sofferenza. Rendendo più insicura la società. Ma i politici hanno un solo cruccio: aumentare le pene. Come nel caso - "fuori luogo" - dell'omicidio stradale. Parla il grande giudice e pm, scrive Francesca Sironi su “L’Espresso”. Gherardo Colombo: «Questa donna ha ragione. E va ascoltata. Perché se oggi il carcere svolge una funzione, è la vendetta». Prima giudice, poi pubblico ministero in inchieste che hanno fatto la storia d’Italia come la Loggia P2 o Mani Pulite, Gherardo Colombo ha messo profondamente in discussione le sue idee: «Ero uno che le mandava le persone in prigione, convinto fosse utile. Ma da almeno quindici anni ho iniziato un percorso che mi porta a ritenere errata quella convinzione».

Da uomo di legge, la sua è una posizione tanto netta quanto sorprendente.

«È concreta. I penitenziari sono inefficaci, se non dannosi per la società. Anziché aumentare la sicurezza, la diminuiscono, restituendo uomini più fragili o più pericolosi, privando le persone della libertà senza dare loro quella possibilità di recupero sancita dalla Costituzione. Esistono esempi positivi, come il reparto “La Nave” per i tossicodipendenti a San Vittore, o il carcere di Bollate, ma sono minimi».

Molti dati mostrano la debolezza della rieducazione nei nostri penitenziari. Ma perché parlare addirittura di vendetta?

«Credo sia così. Pensiamo alle vittime: cosa riconosce la giustizia italiana alla vittima di un reato? Nulla. Niente; se vuole un risarcimento deve pagarsi l’avvocato. Così non gli resta che una sola compensazione: la vendetta, sapere che chi ha offeso sta soffrendo. La nostra è infatti una giustizia retributiva: che retribuisce cioè chi ha subito il danno con la sofferenza di chi gli ha fatto male».

Esistono esperienze alternative?

«Sì. In molti Paesi europei sono sperimentate da tempo le strade della “giustizia riparativa”, che cerca di compensare la vittima e far assumere al condannato la piena responsabilità del proprio gesto. Sono percorsi difficili, spesso più duri dei pomeriggi in cella. Ma dai risultati molto positivi».

Se questa possibilità è tracciata in Europa, perché un governo come quello attuale, così impegnato nelle riforme, non guarda anche alle carceri?

«Nei discorsi ufficiali sono tutti impegnati piuttosto ad aumentare le pene, a sostenere “condanne esemplari”, come sta succedendo per la legge sull’omicidio stradale - una prospettiva che trovo quasi fuori luogo: quale effetto deterrente avrebbe su un delitto colposo? Ma al di là del caso particolare, il problema è che i politici rispondono alla cultura dei loro elettori. Il pensiero comune è che al reato debba corrispondere una punizione, che è giusto consista nella sofferenza. Me ne accorgo quando parlo nelle scuole del mio libro, “Il perdono responsabile”: l’idea per cui chi ha sbagliato deve pagare è un assioma granitico, che solo attraverso un dialogo approfondito i ragazzi, al contrario di tanti adulti, riescono a superare. D’altronde il carcere è una risposta alla paura, e la paura è irrazionale, per cui è difficile discuterne».

È una paura comprensibile, però. Parliamo di persone che hanno rubato, spacciato, ucciso, corrotto.

«Ovviamente chi è pericoloso deve stare da un’altra parte, nel rispetto delle condizioni di dignità spesso disattese nei nostri penitenziari. Ma solo chi è pericoloso. Ed è invece necessario pensare fin da subito, per tutti, alla riabilitazione. Anche perché queste persone, scontata la condanna, torneranno all’interno di quella società che li respinge».

Luigi Manconi: "Aboliamo il carcere". Inefficace, costoso e violento. Per questo il sistema penitenziario va cambiato. Le proposte in un libro appena uscito, continua Francesca Sironi. Primo: il carcere È inutile, perché sette detenuti su dieci tornano a compiere reati. Secondo: le galere non esistono da sempre. Terzo: le celle sono violente. Cambiare l’esecuzione della pena in Italia è l’obiettivo di un libro implacabile scritto da Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, appena pubblicato da Chiarelettere con il titolo: «Abolire il carcere, una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini». Il volume raccoglie dati, storie e notizie su torture, recidiva, costi assurdi, sbagli e omissioni di un sistema che restituisce alla collettività criminali peggiori di quelli che aveva rinchiuso. Da questa analisi, scrive Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, emerge come «la pena si mostri in carcere nella sua essenzialità quale vera e propria vendetta. E in quanto tale priva di qualunque effetto razionale e totalmente estranea a quel fine che la Costituzione indica nella rieducazione del condannato». Per questo gli autori propongono dieci riforme possibili. A partire dall’idea che «il carcere da regola dovrebbe diventare eccezione, extrema ratio», come sostiene il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nella postfazione.

E l'ex procuratore disse: "Basta con la gogna". Piero Tony, per 45 anni magistrato (e dichiaratamente di sinistra), scrive un libro che è un durissimo j’accuse contro il populismo giudiziario, scrive Maurizio Tortorella su “Panorama”. «Non ce la facevo più. Non potevo andare avanti in un mondo divenuto surreale, dove ogni giorno vedevo cose che non avrei mai voluto vedere. Così nel luglio 2014 ho preferito andarmene, a 73 anni, due in anticipo sulla pensione. E ora lancio questo tricche-tracche, un mortaretto in piccionaia». Sorride, Piero Tony. Ma non è un sorriso rassicurante. Per 45 anni magistrato, da ultimo procuratore della Repubblica a Prato, Tony ha appena pubblicato un libro, Io non posso tacere (Einaudi, 125 pagine, 16 euro) e non è affatto un mortaretto: anzi, è una bomba atomica. Che in nome di un ineccepibile garantismo devasta, spiana, annienta tutte le parole d’ordine del populismo giudiziario. È tanto più potente, la bomba, in quanto a lanciarla è un serissimo, autorevolissimo ex procuratore che per di più è stato a volte definito «uomo di sinistra estrema»: per intenderci, uno che nei primi anni Ottanta s’è iscritto a Magistratura democratica e non ne è mai uscito.

Qualche frase del libro?

«È ovvio che molti magistrati giochino spesso con i giornalisti amici per amplificare gli effetti del processo: purtroppo, quando un pm è politicizzato, può utilizzare questo strumento in maniera anomala. Funziona così, negarlo sarebbe ipocrisia».

Ancora?

«Con la Legge Severino la politica ha delegato all’autorità giudiziaria il compito, anche retroattivamente, di decidere chi è candidabile e chi no a un’elezione». Continuiamo? «L’obbligatorietà dell’azione penale è una simpatica barzelletta». Non vi basta? «Spesso si sceglie di mandare in gattabuia qualcuno, evitando altre misure cautelari, per far sì che paghi comunque e a prescindere».

Dottor Tony, lei lo sa che non gliela perdoneranno, vero?

«Il libro è intenzionalmente provocatorio. Perché vorrei sollecitare la discussione su una situazione che con tanti altri ritengo insostenibile, ma di cui si parla solo in certe paraconventicole. Nei miei 45 anni di professione ho visto una giustizia che è andata sempre più peggiorando: mi riferisco ai frequenti eccessi di custodia cautelare, ai rapporti troppo familiari tra alcuni pm e i mass media, e alla conseguente gogna, sempre più diffusa e intollerabile».

Lo sa che rischia attacchi feroci, vero?

«Amo troppo la magistratura per avere paura di rischiare. E poi  qualcuno deve pur dirlo che non è accettabile quella parte della giustizia che opera disinvoltamente rinvii di anni; che spiffera ai quattro venti le intercettazioni; che pubblica atti e carte in barba a tutti i divieti; che lancia inchieste fini a se stesse, che partono in quarta per poi sgonfiarsi; che anticipa le pene con misure cautelari «mediatizzate»».

Lei scrive che le correnti sono come partiti, e che «nel Csm si fa carriera soprattutto per meriti politici». Ma si rende conto di quel che rischia?

«Certo che me ne rendo conto, ma è così: le correnti oggi non sono lontane dalla compromissione politica. Sarebbe molto meglio che i membri togati del Csm fossero scelti per sorteggio. Qui ormai si fa carriera quasi solo con l’appartenenza, con criteri di parte. Io non riesco a criticare chi sostiene che con una magistratura così esista il rischio che le sentenze abbiano una venatura politica. Ed è un dramma, negarlo sarebbe follia».

Lo dice lei, per una vita iscritto a Magistratura democratica?

«Nei primi anni Ottanta, almeno lì dentro, si respirava garantismo. Ahimé durò poco: oggi non faccio fatica a dire, purtroppo, che il garantismo è estraneo anche a Md. Perché garantismo e sospetti non sono compatibili. E nemmeno Md sa rinunciare al sospetto».

Il sospetto: è il tema tipico del concorso esterno in associazione mafiosa. Lei ne scrive che è «uno degli obbrobri del nostro sistema giudiziario».

«Peggio. Non è nel nostro sistema normativo: e fino a quando non interverrà il legislatore, come auspicato da tutti, è un vero mostro giuridico. Sono sicuro che se invece che a Zara fossi nato a Napoli, dove da giovane vissi per qualche anno, avrei corso il rischio di finire in una foto con un criminale. Ma un po’ per dolo, un po’ per sciatteria, in certe Procure c’è chi si accontenta di qualche prova anche rarefatta per accusare e per avviare un processo».

La Corte di Strasburgo ha da poco stabilito che Bruno Contrada fu condannato indebitamente per concorso esterno. Che ne dice?

«Non ho letto gli atti del suo processo, ma è notorio che negli anni Cinquanta e Sessanta il capo di una Squadra mobile aveva rapporti ambigui, spesso pericolosamente diretti e negoziatori, con la criminalità: rapporti che non di rado si prestavano a essere, quantomeno formalmente, d’interesse penale. Oggi Strasburgo ci fa fare un passo avanti nella civiltà giuridica: s’invoca il principio della irretroattività, nessuno può essere condannato per fatti compiuti prima che siano considerati reato. In questo caso, visto che il reato colpevolmente non è mai stato tipizzato dal legislatore, si dice che Contrada non poteva essere condannato per fatti compiuti prima che la Cassazione avesse stabilito bene che cosa fosse il concorso esterno, nel 1994».

Passiamo alle intercettazioni?

«Temo che restrizioni della nostra privacy saranno sempre più necessarie: non se ne può fare a meno, in una società atomizzata e nel contempo globalizzata. Ma è l’applicazione mediatica delle intercettazioni che in Italia è vergognosa, così come leggere sui giornali la frase di due  intercettati che dicono, per esempio: «Il tal sottosegretario ha strane abitudini sessuali». E quello non c’entra nulla con le indagini. È ciò che io chiamo «il bignè»».

Il bignè?

«Ma sì: l’ottimo bignè con la crema, regalato da certi pm ai giornalisti. E più sono i bignè offerti, più saranno i titoli sui giornali: quindi l’inchiesta sarà apprezzata dall’opinione pubblica, il pm diventerà famoso e l’indagato, o chiunque sia coinvolto, verrà seppellito dal fango. Non si può vivere in questo modo. La dignità umana è un diritto fondamentale, forse il primo».

Ha visto che ora alcuni suoi colleghi, da Edmondo Bruti Liberati a Giuseppe Pignatone, propongono una «stretta» nell’utilizzo delle intercettazioni?

«È sempre inutile aumentare le pene, visto che si delinque con la convinzione di farla franca, e vista anche la diffusa mancanza d’effettività della pena».

Qual è la sua soluzione, allora?

«Quando arrivai a Prato, nel 2006, prescrissi, anzi pregai i miei sostituti di fare un «riassunto» delle intercettazioni per qualsiasi richiesta di provvedimento, evitando ogni inserimento testuale delle trascrizioni. È il riassunto la soluzione: così i terzi indebitamente coinvolti restano automaticamente protetti, e nessuno, per restare all’esempio, conoscerà mai le «strane abitudini sessuali» del sottosegretario. Il fatto è che così il pm dovrebbe fare più fatica. Quindi preferisce il maledetto taglia-e-incolla. A parte i miei sostituti pratesi, ovviamente… E troppo spesso il taglia-e-incolla si trasforma in un ferro incandescente».

Ma è soltanto sciatteria?

«In genere sì. Solo le mele marce lo fanno con intenti sanzionatori o per motivi loro, che nulla hanno a che fare con la Giustizia, quella con la g maiuscola».

Cambierà qualcosa con la nuova responsabilità civile dei magistrati?

«La levata di scudi della categoria contro la riforma, in febbraio, è stata penosa. Sostenere che ora tutti i magistrati avranno paura d’incorrere in decurtazioni di stipendio, e per questo non lavoreranno più come una volta, è assurdo. Paralizzante sarebbe quindi il pericolo di una riduzione dello stipendio, e non piuttosto quello di danneggiare illegalmente un indagato, per dolo o per colpa grave? Ma di che cosa parlano?»

Che cosa si aspetta, ora che il suo libro è uscito?

«Spero che se ne discuta serenamente. Temo una sola cosa: l’incatalogabilità».

Cioè?

«Purtroppo, prima di elaborare un giudizio, sempre più ci si chiede: ma è un discorso di destra o di sinistra? E quello che ho scritto sicuramente non è allineato, anzi è eretico da qualsiasi parte lo si guardi. Ecco, in molti potrebbero avere paura di dare un giudizio perché, da destra come da sinistra, non riusciranno a catalogarmi. Io mi sono sempre ritenuto, e sono sempre stato ritenuto, di sinistra; anzi, sono praticamente «certificato» come tale. Questo non m’impedisce di pensare tutto quel che ho scritto, che è poi alla base delle garanzie della persona, dell’individuo. E non sono il solo».

Resta il fatto che il «populismo giudiziario», che lei avversa, oggi stia soprattutto a sinistra. O no?

«È di destra o di sinistra pensare che nessuna ragione al mondo può giustificare il sacrificio di diritti fondamentali di una persona, se non nei limiti stabiliti dalla legge democratica? È per questo che chi crede davvero nella civiltà giuridica non può accettare le troppe disfunzioni della giustizia italiana. Ed è per questo che io non potevo più tacere».

Soro, Garante della privacy: «Stop ai processi mediatici, ne va della vita delle persone», scrive Errico Novi su “Il Garantista”. C’è una parola che Antonello Soro non si stanca di ripetere: «Dignità». A un certo punto tocca chiedergli: presidente, ma com’è possibile che non riusciamo a tenercela stretta, la dignità? Che abbiamo ridotto il processo penale a un rodeo in cui la persona è continuamente sbalzata per aria? E lui, che presiede l’Autorità garante della Privacy, può rispondere solo in un modo: siete pregati di scendere dalla giostra. La giostra del processo mediatico, s’intende. «È una degenerazione del sistema che può essere fermata in un modo: se ciascuna delle parti, stampa, magistrati, avvocati, evita di dare un’interpretazione un po’ radicale delle proprie funzioni. C’è un nuovo integralismo, attorno al processo, da cui bisogna affrancarsi. Anche perché la giustizia propriamente intesa si fonda sulla presunzione d’innocenza. Quella mediatica ha come stella polare la presunzione di colpevolezza».

Senta presidente Soro, ma non è che il processo mediatico è una droga di cui non possiamo più fare a meno, magari anche per alleviare i disagi di una condizione generale del Paese ancora non del tutto risollevata?

«Non credo che per spiegare le esasperazioni dell’incrocio tra media e giustizia sia necessario arrivare a una lettura del genere. Siamo in una fase, che ormai dura da molto, in cui prevale un nuovo integralismo, anche rispetto alla preminenza che ciascuno attribuisce al proprio ruolo. Succede in tutti gli ambiti, compreso quello giudiziario. Ciascuna delle parti si mostra poco disponibile ad affrontare le criticità del fenomeno che chiamiamo processo mediatico».

Be’, lei descrive una tendenza che brutalmente potremmo definire isteria forcaiola.

«È il risultato di atteggiamenti – che pure non rappresentano la norma – sviluppatisi tra i giornalisti e anche tra i magistrati, persino tra gli avvocati. Ciascuna di queste componenti finisce in alcuni casi per deformare la propria missione. Il tema è sicuramente complesso, io mi permetto sempre di suggerire che si lascino da parte i toni ultimativi, quando si affronta la questione. Lo sforzo che va fatto è proprio quello di trattenersi dall’esaltare la propria indispensabile funzione. Esaltare la propria si traduce fatalmente nel trascurare la funzione degli altri».

È una situazione di squilibrio in cui parecchi sembrano trovarsi a loro agio, tanto da difenderla. È il caso delle intercettazioni.

«Nessuna persona ragionevole può mettere in discussione l’utilità delle intercettazioni e il diritto dei cittadini all’informazione. Due elementi di rango differente ma ugualmente imprescindibili. Nessuno pensa di rinunciare né alle intercettazioni né all’informazione. Si tratta di valutare con il giusto spirito critico la funzione di entrambe».

E non dovrebbe volerci uno sforzo così grande, no?

«No. Però cosa abbiamo davanti? Paginate intere di intercettazioni, avvisi di garanzia anticipati ai giornali, interrogatori di indagati in stato detentivo di cui apprendiamo integralmente il contenuto, immagini di imputati in manette, processi che sembrano celebrarsi sui giornali più che nelle aule giudiziarie. E in più c’è una variabile moltiplicatrice».

Quale?

«La rete. E’ un tema tutt’altro che secondario. La diffusione in rete delle informazioni e della produzione giornalistica non è neppure specificamente disciplinata dal codice deontologico dei giornalisti, che risale al 1998, quando il peso oggi acquisito dal web non era ancora stimabile».

Qual è l’aspetto più pericoloso, da questo punto di vista?

«Basta riflettere su una differenza, quella tra archivi cartacei e risorse della rete. Su quest’ultima la notizia diviene eterna, non ha limiti temporali, ha la forza di produrre condizionamenti irreparabili nella vita delle persone».

La gogna della rete costituisce insomma un fine pena mai a prescindere da come finisce un processo.

«È uno degli aspetti che contribuiscono a rendere molto complesso il fenomeno dei processi mediatici. Tutto può essere riequilibrato, ma ora vedo scarsa attenzione per tutto quanto riguardi il bilanciamento tra i diritti fondamentali in gioco. Un bilanciamento che invece ritengo indispensabile quando riguarda la dignità delle persone».

È un principio di civiltà così elementare, presidente, che il fatto stesso di doverlo invocare fa venire i brividi. Di paura.

«Nel nostro sistema giuridico anche chi è condannato deve veder riconosciuta la propria dignità. Basterebbe recuperare questo principio. Che nella nostra Costituzione è centrale. Una comunità che rinuncia a questo presidio di civiltà ha qualche problema».

Com’è possibile che abbiamo rinunciato?

«Ripeto: stiamo dicendo per caso che dobbiamo eliminare l’uso delle tecnologie più sofisticate nelle indagini? No. Si pretende di negare il diritto all’informazione? Neppure. Si dovrebbe solo coniugare questi aspetti con la dignità delle persone, anche con riguardo alla loro vita privata. La privacy non è un lusso. Il fondamento della privacy è sempre la dignità della persona».

Se si prova a toccare le intercettazioni parte subito la retorica del bavaglio.

«Al giudice, in una prima fase, spetta la decisione sull’acquisizione delle intercettazioni rilevanti ai fini del procedimento, mentre al giornalista spetta, in seconda battuta, la scelta di quelle da pubblicare perché di interesse pubblico. Non è detto che il giornalista debba pubblicare tutti gli atti che ha raccolto compresi quelli irrilevanti ai fini del processo».

Spesso quelli irrilevanti sul piano penale sono i più succosi da servire al lettore.

«Guardi, è plausibile che alcune intercettazioni contengano elementi utili per la ricostruzione dei fatti penalmente rilevanti anche se non riguardano la persona indagata. Può avere senso che elementi del genere vengano resi pubblici. Ma altri che non hanno utilità ai fini del processo andrebbero vagliati con particolare rigore in funzione di un vero interesse pubblico. Prescinderei dai singoli episodi. Ma ricorderei due princìpi abbastanza trascurati. Da una parte, la conoscenza anche di un dettaglio della vita privata di un personaggio che riveste funzioni pubbliche può essere opportuna, se quel fatto rischia di condizionarne l’esercizio della funzione. È giusto che il cittadino conosca cose del genere».

Ad esempio, il fatto che Berlusconi ospitasse a casa sua molte giovani donne, alcune delle quali erano prostitute e lui neppure lo sapeva.

«Sì, però poi i dettagli sulle attività erotiche di un leader politico, tanto per dire, possono alimentare curiosità, ma è difficile riconoscerne il senso, in termini di diritto all’informazione. In altre parole: può essere utile sapere che quel leader, in momenti in cui esercita la propria funzione pubblica, compie atti che, ad esempio, lo espongono al ricatto; ma riportare atti giudiziari che entrano morbosamente nel dettaglio, diciamo così, va al di là di quell’informazione utile di cui sopra. A meno che non riferiscano comportamenti che costituiscono reato».

Negli ultimi anni l’inopportunità di certe divulgazioni spesso è emersa quand’era troppo tardi.

«E in proposito mi preoccupa ancor di più il dramma vissuto da privati cittadini casualmente intercettati ed esposti a una gogna molto pesante. E la gogna mediatica è una pena inappellabile, a prescindere da come finisce in tribunale. Ho segnalato più volte la situazione del cittadino Massimo Bossetti. Nel suo caso sono stati divulgati i dati genetici di tutta famiglia, i comportamenti del figlio minore e di tutti familiari, fino al filmato dell’arresto, all’ audio dell’interrogatorio e al colloquio con la moglie in carcere: tutto questo contrasta la legge sul diritto alla riservatezza. Che rappresenta una garanzia per i cittadini e che però viene travolta da una furia iconoclasta, funzionale al processo mediatico. Nel processo propriamente inteso vige la presunzione di innocenza, in quello mediatico si impone la presunzione di colpevolezza».

Come se ne esce?

«Tutti, magistrati, giornalisti, avvocati, cittadini, debbono cercare il punto di equilibrio più alto. E smetterla di pensare che qualche diritto debba essere cancellato. Anche perché oltre alla dignità delle persone è in gioco anche la terzietà del giudice».

Cosa intende?

«Chi siede in una Corte viene inondato da una valanga di informazioni dei media che finiscono per costruire un senso comune. In un ordinamento in cui esistono anche i giudici popolari c’è il rischio che questi non formino la loro convinzione in base alla lettura degli atti ma in base al processo mediatico, che ha deciso la condanna molto tempo prima, e non nella sede dovuta. Intercettazioni, atti e immagini divulgati dai media, non solo costituiscono uno stigma perenne per la persona, ma rischiano di condizionare anche l’esercizio della giurisdizione in condizioni di terzietà».

Ma non è che i magistrati alla fine spingono il processo mediatico perché pensano di acquisire in quel modo maggiore consenso?

«Guardi, quando un singolo magistrato ricerca il consenso può casomai far calare un po’ il consenso dell’intera magistratura. E questo lo hanno affermato negli ultimi tempi autorevoli magistrati, che hanno usato parole molto eloquenti nel criticare gli abusi di singoli colleghi. Mi riferisco in particolare al procuratore capo di Torino Armando Spataro quando dice che durante Mani pulite, per esempio, alcuni magistrati sembravano più preoccupati della formazione della notizia da prima pagina che della conclusione del processo. Ecco, la legittimazione che ha il magistrato viene messa in discussione proprio da quei comportamenti impropri. La ricerca del consenso non è propria della funzione del magistrato. Chi ha da decidere della giustizia ha un compito che da solo gratifica e impegna la vita. Io ho una grandissima considerazione di questo compito e credo vada preservato».

Nordio agita i colleghi in toga: "Niente multe, via i pm scarsi". Il procuratore di Venezia critica la scelta del governo sulla responsabilità civile: "Inutile, paga l'assicurazione", scrive Anna Maria Greco su “Il Giornale”. I magistrati hanno una gran fretta: per denunciare davanti alla Consulta l'incostituzionalità della legge sulla responsabilità civile, varata solo a febbraio, non hanno aspettato che un cittadino chiedesse i danni a uno di loro. Hanno giocato d'anticipo. Per il giudice civile Massimo Vaccari del tribunale di Verona basta il timore di un giudizio di responsabilità per condizionare l'autonomia e l'indipendenza della toga, ledere i suoi diritti e privarla della necessaria serenità nel suo lavoro. Così, il 12 maggio ha inviato alla Corte costituzionale 17 pagine di ricorso, che sostengono contrasti con diversi articoli della Carta. La notizia arriva proprio mentre il Matteo Renzi ricorda su Twitter l'anniversario della morte di Enzo Tortora, sottolineando che da allora, e grazie a lui, le cose sono cambiate. «Ventisette anni dopo la morte di Tortora - scrive il premier-, abbiamo la legge sulla responsabilità civile dei giudici e una normativa diversa sulla custodia cautelare #lavoltabuona». Nella stessa giornata e proprio partendo dal tempestivo ricorso del giudice veronese, su Il Messaggero il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio firma un editoriale che certo non farà piacere ai suoi colleghi. Basta il titolo: «Il magistrato che sbaglia va rimosso più che multato». Mentre le toghe, con l'Anm in testa, protestano aspramente per la legge, minacciano lo sciopero e si organizzano perché la Consulta la faccia a pezzi, Nordio sostiene dunque che le nuove norme sono troppo deboli e non risolvono i problemi, cioè le cause degli errori giudiziari: dall'«irresponsabile potere dei pm» a quello dei giudici di «riprocessare e condannare un cittadino assolto», con una «catena di sentenze». Il magistrato accusa governo e Parlamento di aver «risposto in modo emotivo» alle richieste dell'opinione pubblica, puntando sull'«effetto intimidatorio delle sanzioni, privilegiando peraltro quelle pecuniarie». Così, per Nordio, hanno fatto «una scelta inutile, perché ci penserà l'assicurazione; e irragionevole, perché la toga inetta o ignorante non va multata, va destituita». Denunciando davanti all'Alta corte, sostiene il pm, «la parte più ambigua della legge, quella che consente, o pare consentire, di far causa allo Stato prima che la causa sia definitivamente conclusa», paralizzando i processi, se ne otterrà forse una parziale abrogazione. E «i magistrati impreparati o inetti tireranno un sospiro di sollievo». Vedremo se andrà proprio così. Intanto, il ricorso a bocce ferme del giudice veronese deve superare il giudizio di ammissibilità. Vaccari cita un precedente simile contro la legge del 1989, ma non è affatto detto che riesca nel suo intento. I magistrati, però, si sono organizzati da un pezzo per ricorsi singoli o collettivi e, se questo verrà bloccato, di certo alla Consulta ne arriveranno molti altri. L'ultima parola sarà anche stavolta dei giudici costituzionali.