Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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GESU’ CRISTO

 

VS

 

MAOMETTO

 

L’ISLAMIZZAZIONE

 

DEL MONDO

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

SOMMARIO

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

INTRODUZIONE.

CRISTIANI ED EBREI. UN CONFLITTO LUNGO DUE MILLENNI.

L’ANTISEMITISMO ISLAMICO.

EI FU…PADRE PIO.

I TESTIMONI DI GEOVA.

IL SATANISMO.

IL VATICANO E LA MASSONERIA.

IL VATICANO E GLI SCANDALI.

QUANTO GUADAGNANO.

LO SFRUTTAMENTO DELLE SUORE.

I CRISTIANI ORTODOSSI.

COME FURONO INVENTATI I PALESTINESI. 

GLI UTILI IDIOTI DELL’ISLAM.

SOCIALISMO ISLAMICO.

ATTENTATO A BARCELLONA. DA KARL MARX A MAOMETTO.

IL FASCISMO ISLAMICO. QUELLO CHE I FASCISTI NON VORREBBERO SAPERE…

CHE COS'E' IL DAESH (ISIS) E CHI SONO I SUOI CALIFFI.

CI UCCIDONO I FIGLI.

I MIGRANTI E LA SOLIDARIETA’ COLLUSA E SPECULATIVA.

L’ISLAM ED IL VELO DELLA DISCORDIA.

IL VENTRE MOLLE DELL’OCCIDENTE.

GUERRE ED INTOLLERANZA. PROCESSO AL MONOTEISMO.

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

QUELLI…PRO SATANA.

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

11 FEBBRAIO 2013. LA RINUNCIA DI UN PAPA.

LA CHIESA COMUNISTA.

IL PAPA COMUNISTA.

LA LAVATA DEI PIEDI AI MUSSULMANI.

LA FINE DEL CRISTIANESIMO.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

L'ISIS PARTIGIANO DELL'ORRORE.

HEZBOLLAH. I GUERRIERI DI DIO.

IL COMUNISMO E L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO: LE PROFEZIE.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE.

I FALSI DELLA STORIA.

LA MASSONERIA ED IL COMUNISMO PER L’ISLAMIZZAZIONE DELL’EUROPA.

LA DIFFERENZA TRA RELIGIONI.

CHI E’ MAOMETTO?

GESU’ CRISTO CONTRO MAOMETTO.

GUERRA DI RELIGIONE CONTRO LA RELIGIONE.

QUELLI CHE...ORIANA FALLACI AVEVA TORTO.

L’ISLAM ED IL COMUNISMO E LA FINE DELLA CIVILTA’ EUROPEA.

IL NATALE COME TRADIZIONE E CULTURA: GENESI ED EVOLUZIONE.

L’ANTICLERICALISMO COMUNISTA.

A PROPOSITO DI MAFIA E DI TERRORISMO ISLAMICO.

DALL’ESKIMO AL BURQA.

PARLIAMO DEI RISCATTI DEGLI ITALIANI RAPITI ALL'ESTERO E IL FINANZIAMENTO AI TERRORISTI.

SANTA INQUISIZIONE: COME LA RELIGIONE COMUNISTA CAMBIA LA STORIA.

SOTTOMESSI ALL’ISLAM!

L’ISLAM NON E’ DONNA.

IN EUROPA DOBBIAMO ESSERE TUTTI GAY.

LE ICONE ARTEFATTE DELLA SINISTRA.

L’ITALIA RAZZISTA.

PERCHE’ GLI ISLAMICI SON DIVERSI?

PERCHE’ I COMUNISTI SON DIVERSI?

L’ISLAM NON SI TOCCA.

LA VERA MAFIA E’ LO STATO. E PURE I GIORNALISTI? DA ALLAM ALLA FALLACI.

INCOSCIENTI DA SALVARE? COME SI FINANZIA IL TERRORISMO ISLAMICO.

LE CROCIATE: ORGOGLIO CRISTIANO!

QUELLI CHE VOGLIONO ROMA.

IL SUICIDIO DELL’EUROPA.

NEL CORANO LE RADICI DEL MALE.

COS'E' IL TERRORISMO? TERRORISTI E FIANCHEGGIATORI.

ORGOGLIOSO DI ESSERE CRISTIANO E CATTOLICO OCCIDENTALE.

SIAMO TUTTI ORIANA FALLACI.

I TAGLIA GOLE TRA DI NOI.

IL TERRORISMO ISLAMICO CHE VIENE DA LONTANO. QUANDO NEW YORK E PARIGI ERAVAMO NOI. 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che ne disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

INTRODUZIONE.

“La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica”. “La Patria non è un’opinione. O una bandiera e basta. La Patria è un vincolo fatto di molti vincoli che stanno nella nostra carne e nella nostra anima, nella nostra memoria genetica. E’ un legame che non si può estirpare come un pelo inopportuno.” Oriana Fallaci

Vittorio Feltri 15 Settembre 2018 su "Libero Quotidiano": Follia e bravura di Oriana Fallaci. Alessandro Gnocchi, l'autore del libro che vi accingete a leggere, è un eroe. Ha sopportato per mesi, che dico, anni le torture psicologiche e fisiche di Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice formidabile, la più grande di tutti i tempi, ma anche la meno malleabile. Il lettore deve sapere: ero amico di questa donna che stimavo moltissimo; amavo le sue opere, forti e godibili, scritte con mano felice, illuminanti, talvolta sconvolgenti.

La Fallaci "rinnegata" perché criticava islam e immigrazione. Da oggi in edicola il libro che racconta la polemica «buonista» contro Oriana, scrive "Il Giornale" Sabato 15/09/2018. I nemici di Oriana. La Fallaci, l'islam e il politicamente corretto di Alessandro Gnocchi sarà in edicola da oggi con il Giornale, a 8 euro più il prezzo del nostro quotidiano (pagg. 176, prefazione di Vittorio Feltri). Il libro racconta la Fallaci post 11 settembre 2001, quella de La Rabbia e l'Orgoglio e dei successivi La Forza della Ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa. L'Apocalisse. Una Oriana che vendeva milioni di copie, ma che era accusata, sui giornali e perfino in tribunale, di esser xenofoba, razzista, ignorante. La sua colpa? Aver violato i tabù dei benpensanti, esprimendo una posizione netta sull'islam, da lei ritenuto inconciliabile con i valori «occidentali», e sull'immigrazione incontrollata. Cose che non si potevano e non si possono dire senza incappare tuttora nella condanna del mondo intellettuale. Anche se la cronaca ci mostra l'attualità e la lungimiranza di quelle idee. Il libro dunque ripercorre la polemica seguita alla pubblicazione de «La Rabbia e l'Orgoglio», alla quale parteciparono Tiziano Terzani, Dacia Maraini, Umberto Eco e molti altri. Tutti schierati contro Oriana.

«I nemici di Oriana» di Alessandro Gnocchi, recensione di Lidia Gualdoni del 12-05-2016 su Solo Libri. A dieci anni dalla morte di Oriana Fallaci, avvenuta il 15 settembre 2006, esce un interessante saggio del giornalista Alessandro Gnocchi dal titolo “I nemici di Oriana. La Fallaci, l’islam e il politicamente corretto” (Melville Edizioni, 2016), il cui intento è ricostruire la polemica che ha accompagnato gli ultimi anni della Fallaci e che ancora ci pone domande in attesa di risposta. Ricorda Vittorio Feltri nella prefazione che la prosa della Fallaci era “liscia come l’olio, ma frutto di tormenti”. Per questo motivo, quando lavorava per Libero, aveva affidato ad Alessandro Gnocchi la confezione finale degli articoli che la “immensa Fallaci” regalava al giornale. Grazie a questa collaborazione, sebbene non ci sia mai stato un incontro diretto, Gnocchi è in grado di raccontare “con abilità e precisione vari aspetti della poderosa opera fallaciana, senza trascurare episodi in apparenza minori, ma tali da spiegare esaurientemente la personalità focosa e indomabile della miglior donna di pensiero nata e cresciuta nel nostro Paese”. Con l’articolo La Rabbia e l’Orgoglio, pubblicato sul quotidiano Il Corriere della Sera del 29 settembre 2001, in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, e poi in volume nel dicembre 2001, comincia, secondo l’autore, la prima e finora unica polemica di portata nazionale su temi quali l’immigrazione, la crisi d’identità dell’Europa, i pericoli dell’islam e l’inconciliabilità dei suoi valori con i nostri. Il concetto viene poi sviluppato ne La Forza della Ragione e ripreso in Oriana Fallaci intervista se stessa – L’Apocalisse, entrambi pubblicati nel 2004. Le opinioni espresse in questa trilogia sono state sufficienti per marchiare la Fallaci come razzista, xenofoba, violenta e ignorante, in Italia, come in tutti i paesi dove i volumi sono stati pubblicati. Certo non mancano le espressioni forti, controverse e colorite e alcune tesi possono non convincere completamente il lettore, ma accanto agli eccessi ci sono numerosi temi di importanza cruciale e di grande attualità, ai quali critici e benpensanti hanno preferito ribattere attaccando le esagerazioni verbali, piuttosto che entrare nel merito delle sue argomentazioni. “Oriana Fallaci, con la chiarezza delle sue posizioni, costringe invece a riflettere sul ruolo che l’Italia vuole assumere nel mondo e su cosa significhi essere italiani all’inizio del nuovo millennio”. La morte della scrittrice ha solo sopito la polemica che, oggi più che mai, dopo che l’Europa ha avuto i suoi “11 settembre” – Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles –, si ripresenta alla nostra attenzione, accendendo in tutto il continente un dibattito che ha coinvolto scrittori, filosofi, intellettuali, sociologi, religiosi e politici. La rapida, ma puntuale ricognizione militare e culturale fatta da Gnocchi mostra quanto le idee della Fallaci siano più che mai attuali, inserite in una discussione che supera i nostri confini e destinate, non solo a durate nel tempo, ma a condizionare la Storia. Eppure, l’Italia sembra averla cancellata. Secondo l’autore, infatti “il dibattito sull’immigrazione è clandestino. Non va al di là del multiculturalismo buonista o della propaganda politica. Forse siamo troppo legati al nostro passato e rinunciamo ad attrezzarci per il futuro. Forse l’accoglienza è un ottimo affare per qualcuno e non bisogna disturbare il manovratore. In ogni caso è evidente che non si possono trattare fenomeni epocali come quelli ricordati con le categorie dei buoni sentimenti, della convenienza elettorale o col silenzio”. La tendenza è dunque quella di nascondere la parte più fastidiosa della sua attività letteraria – quella posteriore all’11 settembre –, per concentrarsi sulla partigiana-adolescente, la grande reporter, la romanziera o l’icona anni Settanta.

La seconda parte del saggio è dedicata alla storia delle critiche su Oriana Fallaci e sui suoi libri. Dopo la reazione a La Rabbia e l’Orgoglio, nel capitolo dal titolo “Canzoni, No Global, minacce e processi”, vengono citati, in modo puntuale, uomini di cultura, trasmissioni televisive, testi di canzoni, vignette, libri in cui viene presa di mira, oltre ai quattro processi subiti proprio a causa della Trilogia. In queste pagine risulta evidente come le stesse categorie rimproverate al pensiero della Fallaci – come il pensare-per-nemici, il creare il Mostro o il semplificare i problemi, allontanando l’attenzione dalla dimensione oggettiva delle questioni affrontate – si possono applicare ai testi critici in cui la scrittrice interpreta la parte del mostro senza che le sue opere vengano davvero prese in considerazione. Eppure la sua conoscenza e comprensione del mondo arabo aveva radici profonde, risalenti alla fine degli anni Cinquanta e agli inizi degli anni Sessanta, quando aveva accettato di compiere un lungo viaggio alla scoperta della condizione delle donne nei vari Paesi del mondo: la prima tappa, il Pakistan, era stato subito un trauma. Questo interesse non era mai cessato, anche se aveva trovato meno spazio nei libri per motivi editoriali, e aveva portato, nel 1979, a due interviste storiche, a Khomeini e a Gheddafi. Molti dei suoi critici, che l’hanno accusata di parlare di fatti che non conosceva, non possono vantare esperienze neppure lontanamente simili. Nell’ultima parte del libro, fatti più recenti, come i gravi scontri razziali verificatisi nel 2010 a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, o l’assalto parigino del 13 novembre 2015, vengono citati per dimostrare come il linguaggio – soprattutto quello giornalistico e intellettuale – si sia modificato, cambiando o nascondendo il vero nome delle cose, così da eliminare le differenze e non urtare la sensibilità di qualcuno. Perché di fronte all’immigrazione crescente, alle tragedie nel Mediterraneo, ai segni evidenti di una mancata integrazione, si è andata imponendo una retorica diversa, radicata nel politicamente corretto di chi viene definito “il socialista umanitario”, ovvero chi scredita come razzisti tutti coloro che rifiutano il multiculturalismo, chiedono di regolare il flusso migratorio, stabiliscono un legame tra il numero di clandestini e il dilagare del crimine, rivendicano le proprie radici, criticano alcuni aspetti del mondo islamico. Con una lungimiranza fuori dal comune, Oriana Fallaci ha previsto molte delle situazioni che ora i governi europei stanno affrontando con gravi difficoltà: a distanza di dieci anni, siamo invitati ad intraprendere con lucidità e imparzialità un viaggio alla “riscoperta di una donna che ha consumato la vita per aprirci gli occhi e, soprattutto, la mente”.

I nemici di Oriana: uno sguardo inedito su Oriana Fallaci nel libro di Gnocchi. Intervista di Luigi Caiafa del 9 Aprile 2016 su Cultora. Oriana Fallaci, la giornalista pronta a demolire quanto si fosse frapposto alle sue imperiture convinzioni, irriducibile agli schemi del conformismo e del politicamente corretto. Da La rabbia e l’orgoglio fino alla sua morte, Oriana Fallaci subì severi attacchi da parte del mondo intellettuale e fu additata come razzista, xenofoba e guerrafondaia. Alessandro Gnocchi, capo redattore della sezione cultura del quotidiano il Giornale, nel suo libro appena pubblicato vuole presentare il vero volto della giornalista e scrittrice toscana, con cui ebbe modo di collaborare nei suoi ultimi anni di vita, inquadrando la fase finale di un percorso controverso per la maggior parte dell’opinione pubblica. Il libro I nemici di Oriana. La Fallaci, l’islam e il politicamente corretto, edito da Melville, che si pregia dell’introduzione di Vittorio Feltri, offre uno sguardo inedito, profondo e limpido sugli ultimi anni di Oriana Fallaci, cercando di chiarire i nodi essenziali delle sue parole, spesso travisate. Noi di Cultora abbiamo intervistato l’autore.

La scelta del tema è stata in qualche modo influenzata o vuole ricollegarsi all’attuale situazione politica internazionale?

«Ho deciso di scrivere un libro sulla Fallaci della “Trilogia” perché mi sembrava ci fosse un’attenzione lacunosa su questo periodo in realtà così interessante. Con la pubblicazione de La rabbia e l’orgoglio, a mio avviso, inizia la prima e per ora unica polemica di portata nazionale su temi ancora attuali come il fondamentalismo islamico, l’immigrazione di massa e il politicamente corretto. Il libro racconta proprio le reazioni indignate a quell’articolo e cerca di ricostruire quali fossero le fonti della Fallaci».

Nel suo libro Lei offre una panoramica delle polemiche sollevatesi dopo la pubblicazione del libro La rabbia e l’orgoglio, il primo della cosiddetta “Trilogia”, e riporta i commenti di autori italiani, da Tiziano Terzani a Dario Fo, che senza mezzi termini condannano le dichiarazioni della Fallaci. Qual è il suo rapporto con la Fallaci? E come considera l’atteggiamento critico degli intellettuali italiani nei confronti della giornalista scrittrice?

«Ho lavorato con la Fallaci proprio negli ultimi anni della sua vita. La Fallaci pubblicò diversi articoli fluviali su Libero, quotidiano di cui ero redattore. Il mio compito era far sì che arrivassero in edicola, seguendo ogni fase della lavorazione. La Fallaci era una perfezionista ed era guidata da una passione feroce. Non si è mai arresa alla malattia, che le procurava grandi dolori fisici. Ogni testo era corretto e ricorretto per giorni, tutto il giorno. Per venire alla seconda parte della domanda, credo che gli intellettuali italiani non l’abbiano mai presa in seria considerazione, se non per dirne male. Venne trattata con sufficienza: però le sue parole sono rimaste, a differenza di quelle dei suoi detrattori più decisi. Inoltre alcuni suoi critici non l’hanno letta con attenzione, per usare un eufemismo. Cosa che si capisce da alcuni dettagli. Ad esempio, la scrittrice ha fama di essere una guerrafondaia. Certo non era una pacifista, come avrebbe potuto esserlo una ex partigiana? Certo conosceva l’importanza di difendersi, se necessario con le armi in pugno. Ma il più duro e argomentato articolo italiano contro le guerre americane in Medio Oriente porta la sua firma. La Fallaci era sicura che deporre Saddam avrebbe destabilizzato l’intera area e condotto alla creazione di uno Stato islamico sul territorio iracheno. “Sangue chiamerà sangue, e non se ne uscirà più”, diceva con raccapriccio. Cosa che è puntualmente accaduta».

Fallaci considera l’Islam inconciliabile con i valori della cultura occidentale. Alla luce del recente dibattito sulla costruzione di una moschea a Milano, per citare l’ultimo caso esemplificativo, come considera il rapporto tra la cultura islamica e i paesi occidentali, in particolare l’Italia?

«Il tema è difficile e cruciale. Risposte convincenti su quale tipo di integrazione vogliamo perseguire non se ne sentono, né a destra né a sinistra. Anzi: non c’è stato alcun dibattito. O propaganda o buonismo. Entrambi irrealistici. Vorrei notare un fatto, forse marginale, forse no: negli anni che vanno dall’11 settembre 2001 a oggi, non è emersa, a livello mediatico, una figura carismatica, immediatamente riconoscibile come il volto dell’Islam “moderato” (chiamiamolo così per intenderci). Mi rendo conto che è una grossa semplificazione, e che nessuno, a differenza di quanto accade nel cattolicesimo, ha i titoli per parlare a nome dell’intero Islam. Ma questa assenza di leader e intellettuali “moderati” che possano essere considerati autorevoli e rappresentativi personalmente mi colpisce. Naturalmente ci sono, all’interno delle comunità: ma che peso hanno? Insomma: chi sono i nostri interlocutori?»

Quale potrebbe essere la chiave per una pacifica convivenza? Si possono rintracciare, secondo Lei, dei punti condivisi che possano essere la base per un dialogo tra l’Islam e la cultura occidentale?

«Qualunque chiave si utilizzi, non possiamo rinunciare ai cardini della società aperta e ad altri valori che connotano la libertà dell’Occidente. Ne dico qualcuno: Stato di diritto, separazione tra Stato e religione, libertà d’espressione, parità tra i sessi».

Nel suo libro si parla anche di immigrazione, un tema più che mai attuale e controverso. Cosa ne pensa, anche a proposito delle considerazioni avanzate a suo tempo da Oriana Fallaci?

«Innanzi tutto una precisazione: la “Trilogia” non è un manifesto contro gli immigrati in generale. La Fallaci distingue tra chi viene in Europa in cerca di lavoro o per fuggire alle persecuzioni e “quelli di cui parlo” ovvero gli irregolari. Nella immigrazione di massa, vedeva un pericolo demografico, culturale, sociale ed economico. Si sbagliava? Credo di no. Escludiamo subito dal discorso i profughi: quelli vanno accolti, fine della discussione. Ma qui stiamo parlando di altro. Prendiamo qualche numero. In questi giorni tiene banco il caso dell’Austria, che vuole chiudere il valico del Brennero. A Vienna sono cattivi? No, hanno fatto due conti. L’Austria è il paese europeo, insieme con la Svezia, con la più alta quota di residenti stranieri rispetto alla popolazione (il rapporto è del 17 per cento, dato Onu di poche settimane fa). In prospettiva, visto che il fenomeno delle migrazioni è in accelerazione (+41 per cento nei primi quindici anni del secolo, altro dato Onu), ci sono solo due opzioni: regolare i flussi o cessare di essere l’Austria per trasformarsi in qualcos’altro».

Lei ritiene che la cultura occidentale sia realmente minacciata dalla crescente presenza di musulmani nei paesi europei, come preannunciava la Fallaci? O forse l’indebolimento e il venir meno dei valori fondanti della cultura occidentale sono da ricercarsi altrove e in diverse responsabilità?

«C’è un libro molto bello di Alain Finkielkraut, L’identità infelice, sulla crisi dell’Europa. Secondo il filosofo francese, l’Europa ha scelto di disamorarsi di sé per uscire dal solco della sua storia sanguinosa. Il Vecchio continente ha rinunciato alla sua identità perché possano svilupparsi le identità che la sua storia ha maltrattato. L’immigrazione di massa è dunque una possibilità di redenzione e non una minaccia o una sfida. Va incoraggiata, non governata. Può essere un’analisi drastica, ma mi pare ci sia del vero. Di fronte alle forti rivendicazioni identitarie di alcune comunità, specie quella musulmana, gli europei fanno un passo indietro. Per insicurezza e in qualche caso disprezzo di se stessi. Il rischio è di arretrare troppo e volare gambe all’aria».

L'orgoglio della Fallaci e la rabbia dei conformisti. "I nemici di Oriana", da domani con "il Giornale": le idee più scomode e attuali della grande giornalista, scrive Alessandro Gnocchi, Venerdì 14/09/2018, su "Il Giornale". Con «La Rabbia e l'Orgoglio», poi pubblicato in volume dall'editore Rizzoli il 12 dicembre 2001, comincia la prima e finora unica polemica di portata nazionale su temi quali l'immigrazione, la crisi d'identità dell'Europa, i pericoli dell'islam e l'inconciliabilità dei suoi valori con i nostri. Per la prima e finora ultima volta l'Italia può toccare con mano cosa sia il politicamente corretto e quali effetti abbia prodotto. È un dato di fatto che il problema del fondamentalismo islamico entri stabilmente nella discussione pubblica (meglio: popolare) solo con la Fallaci. Come si vede dalle prime reazioni, l'11 settembre, invece di stimolare riflessioni sulle motivazioni degli attentatori, rischiava di diventare un referendum sugli Stati Uniti: se l'erano meritata? Non se l'erano meritata? Era la giusta rivincita dei Paesi colonizzati dal dollaro e umiliati dalla presenza, talvolta considerata sacrilega, delle basi militari dei marines? La parola «islam» era utilizzata con la massima cautela e sempre accompagnata da distinguo piuttosto fumosi. La Fallaci inoltre viola un santuario dei benpensanti: l'immigrazione incontrollata dai Paesi arabi. L'Italia, poco patriottica e poco orgogliosa della propria cultura, potrebbe essere travolta dalle forti rivendicazioni identitarie degli immigrati musulmani. Il concetto, introdotto ne «La Rabbia e l'Orgoglio», viene sviluppato ne La Forza della Ragione (Rizzoli, 2004) e ripreso in Oriana Fallaci intervista sé stessa L'Apocalisse (Rizzoli, 2004). L'immigrazione è un'invasione demografica auspicata dai Paesi arabi e realizzata con la fattiva collaborazione delle istituzioni di Bruxelles. L'Eurabia è una realtà. Le nostre città contengono altre città ove vige la sharia. Gli amministratori hanno già rinunciato a far valere la legge italiana nei quartieri ove la presenza musulmana è massiccia. L'integrazione è impossibile e neppure desiderata da molti immigrati che non credono nello stile di vita e nell'ordinamento laico della democrazia liberale. Aver espresso queste opinioni sarà sufficiente per marchiare la Fallaci come razzista e xenofoba in nome del multiculturalismo e della retorica sui «diseredati». Il dibattito pare centrato sulla condanna delle espressioni più colorite e controverse della Trilogia. Che non mancano, questo è vero. Ce n'è una realmente sconcertante nell'edizione francese de La Rabbia e l'Orgoglio, lo ammise la stessa Fallaci ne La Forza della Ragione: «Nell'Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Non a caso tra i capi d'accusa del processo che subii a Parigi v'era una frase (brutale, ne convengo, ma esatta) con cui m'ero tradotta in francese. Ils se multiplient comme les rats. Si riproducono come topi». Tuttavia concentrarsi sulla forma talvolta è un modo di evitare il confronto con la sostanza. Alcune argomentazioni della Fallaci possono non convincere, ad esempio la polemica volontà di ridurre al minimo il contributo della cultura musulmana nell'ambito del Mediterraneo si espone a scontate critiche accademiche. Accanto agli eccessi, in qualche caso, come l'ultimo citato, dettati dalla peculiare retorica del pamphlet, ci sono però numerosi temi di importanza cruciale, che toccano, anche in modo appunto «brutale», i nervi scoperti dell'epoca in cui viviamo. Raramente i numerosi critici della Fallaci entrano nel merito anche quando i fatti si incaricano di dimostrare loro che la scrittrice segnala problemi tragicamente concreti. Preferiscono ribattere sulle esagerazioni verbali e sulle questioni accessorie. È proprio questo che fa il politicamente corretto: spostare l'attenzione dalla realtà alle parole offrendo l'impressione infondata di fare cultura o addirittura politica. Oriana Fallaci, con la chiarezza delle sue posizioni, costringe invece a riflettere sul ruolo che l'Italia vuole assumere nel mondo e su cosa significhi essere italiani all'inizio del nuovo millennio. Domande tuttora in attesa di risposta. La morte della Signora, nel 2006, ha sopito la polemica ma oggi... Oggi la cronaca riconduce proprio alle idee della Fallaci, a prescindere da quale opinione se ne abbia. La Turchia è sospesa tra Europa e Medio oriente. I curdi hanno combattuto valorosamente contro lo Stato islamico e rivendicano una terra. La pace in Afghanistan è in bilico. L'Egitto è destabilizzato. La Tunisia, anche. La Libia è divisa in tribù e non si sa chi detenga il potere. Nel frattempo è facile preda di gruppi legati allo Stato islamico. La tensione in Israele è altissima. Beirut è dilaniata dalle bombe. Gli emiri sono accusati di essere doppiogiochisti. La marea di migranti, tra cui molti profughi siriani in fuga dalla guerra, è inarrestabile. Di fronte al caos, vengono in mente ancora una volta le parole di Oriana Fallaci.

La democrazia non si può esportare né tanto meno regalare, diceva la Signora. Pur non essendo pacifista, e come potrebbe esserlo una ex partigiana, la Fallaci aveva espresso forti dubbi verso le guerre in Afghanistan e Iraq. Le riteneva destinate al successo immediato ma al fallimento nel lungo periodo. Temeva avrebbero innescato una crisi politico-militare che avrebbe condotto all'instabilità dell'intera regione. Questi concetti sono esposti per la prima volta sul Corriere della Sera, nell'articolo La rabbia, l'orgoglio e il dubbio, pubblicato il 14 marzo 2003. (A proposito, nonostante tutto la Fallaci, per motivi che appaiono misteriosi ai suoi veri lettori, passa per essere stata una guerrafondaia). Ancora più chiaramente in Oriana Fallaci intervista sé stessa, la scrittrice spiega il rischio insito nella avvenuta deposizione di Saddam Hussein: «Il prezzo per toglierlo di mezzo è stato troppo alto. Il terrorismo islamico si è moltiplicato, i morti hanno partorito altri morti, continuano a partorire morti, partoriranno sempre più morti (...) Prima o poi ci ritroveremo con una Repubblica Islamica dell'Iraq. Ossia con un Paese nel quale i mullah e gli imam impongono i burkah, lapidano le donne che vanno dal parrucchiere, impiccano la gente allo stadio». La democrazia non si può regalare come una stecca di cioccolato: «Per volerla bisogna sapere cos'è. Gli iracheni non lo sanno. Ancor meno la capiscono. E di conseguenza non la vogliono. Non tanto perché diseducati da ventiquattr'anni di dittatura feroce quanto perché sono mussulmani: assimilati dalla teocrazia e incapaci di scegliere il proprio destino». Nei Paesi arabi, la democrazia, anche nelle frange più moderne, è sempre accompagnata dall'aggettivo islamica: una democrazia regolata dalla sharia? Secondo la Fallaci è una contraddizione irrisolvibile.

Vittorio Feltri contro David Parenzo: "L'unico ebreo del tutto fesso", scrive il 14 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Sono un estimatore di Giuseppe Cruciani, conduttore principe della radiofonica Zanzara, programma di successo. E noi abbiamo il privilegio di averlo quale collaboratore, autore di pregevoli articoli che pubblichiamo con soddisfazione nostra e dei lettori. Ciò detto, ci giunge notizia che la ex ministro Kyenge è stata ospite della trasmissione durante la quale, come è suo costume, ha dichiarato che un individuo di colore oggi in Italia deve avere paura. Di chi? Di tutti noi che siamo razzisti. Se questa sua affermazione fosse fondata, le chiederei sommessamente, perché allora centinaia di migliaia di africani continuano a voler sbarcare nel nostro Paese? e vengono qui in massa, pur consapevoli che siamo crudeli con i neri, mi domando come mai costoro non cessino un istante di tentare lo sbarco sulla penisola. Io se sapessi che in Senegal mi detestano, eviterei di recarmi laggiù. Mi sembra logico stare lontano da popoli inospitali e pronti ad aggredirmi. Viceversa i signori di pelle scura, pur dicendo di essere odiati da queste parti, non smettono di chiederci ospitalità. E il bello, anzi il brutto, è che seguitiamo ad accoglierli e a mantenerli ovviamente a nostre spese. O siamo scemi noi, più probabilmente, o sono scemi loro che corrono in bocca al lupo. Un lupo talmente buonino che non sbrana alcuno, come risulta dalle statistiche, ignorate da madame Kyenge. La quale avrebbe l'obbligo di rivelarci quanti negri abbiamo ucciso o almeno pestato. I dati ufficiali sono a disposizione di chiunque li voglia compulsare: gli episodi di razzismo nella nostra patria si contano sulle dita di due mani. Se su 60 milioni di connazionali, i razzisti sono una ventina - esagero - significa che accusarli in massa di xenofobia è una idiozia macroscopica che contrasta con i dati statistici. Non importa: il cervello della Kyenge forse non è in grado di elaborare in chiave sociologica i numeri ufficiali. Poco male. E non sorprende neppure il fatto che David Parenzo, aiutante di battaglia di Cruciani, sostenga questo concetto: Libero scrive che ci becchiamo le malattie quale la tubercolosi a causa degli immigrati, mentre nel Paese aumenta l'idiozia in quanto aumentano i nostri lettori. Però, che arguzia. La tubercolosi non viene dal continente nero, bensì da Zurigo o da Stoccolma. Simile idea può maturare soltanto nella testa di un cretino, con rispetto parlando. Difatti Parenzo è l'unico ebreo sciocco che abbia mai conosciuto. Non è cattivo, figuriamoci: è semplicemente privo di neuroni sufficienti per capire la realtà. In ciò è simile alla sua amica Kyenge, ex ministro inadeguato alla integrazione. Noi di Libero non disprezziamo né l'uno né l'altra: li compatiamo. P.s. Alla ex ministra scura di pelle raccomandiamo di pulire la cacca del suo simpatico cane anziché incolpare altri di spargere merda intorno a casa. Vittorio Feltri

Kyenge disse "Lega è razzista". È a processo per diffamazione. Querelata da Salvini, oggi la prima udienza, scrive Angelo Scarano, Venerdì 14/09/2018, su "Il Giornale". Disse che "la Lega è razzista" e per questa ragione ora l'europarlamentare del Pd Cecile Kyenge si trova a giudizio davanti al tribunale di Piacenza per diffamazione. A presentare la querela contro di lei è stato il leader della Lega Nord Matteo Salvini. L'accaduto risale al 2014 quando Kyenge, durante una festa dell'Unità nel Parmense, tacciò la Lega di essere razzista riferendosi a una polemica legata alla foto pubblicata su Facebook dall'allora segretario del Carroccio dell'Emilia Romagna Fabio Rainieri. Nella foto Cecile Kyenge veniva paragonata a un orango. Salvini, in qualità di segretario della Lega, la querelò per diffamazione. Oggi con la prima udienza è iniziato il processo. "Oggi a Piacenza: Salvini mi cita in tribunale, perché ho detto che la Lega è razzista. Secondo voi lo è? Giudicate voi. Ho deciso di rinunciare alla mia immunità parlamentare perché penso che i politici debbano assumersi le proprie responsabilità", ha detto Kyenge prima di entrare in aula.

Meluzzi: “Voglio morire da cristiano penitente e liberale impenitente”. Intervista del 13/09/2018 di Lodovico Terzi su "Il Giornale". Alessandro Meluzzi non è uno che le manda a dire. Soprattutto in questi tempi turbolenti, parlar chiaro e, come direbbero gli Antichi, “cum grano salis”, non è da tutti. Lui è uno dei pochi. Di recente ha pubblicato un video in cui ci mette in guardia dalla deriva dell’informazione “mainstream”: «In questo momento esiste in Italia una grave emergenza nell’informazione. Se voi avete come unica fonte di informazione i telegiornali e i grandi quotidiani, non avrete trovato queste notizie che sono invece fatti». Vi proponiamo il video e, soprattutto, la bella intervista di Ludovico Terzi (Redazione). In alcuni e precisi momenti della propria vita bisogna essere in grado di dare degli strappi, di mettersi lì, con tutte le forze che ti rimangono, a navigare controcorrente. Hai le onde che ti sospingono indietro, ma tu riesci a nuotare andando sempre più avanti; e questo possiamo dire che è la sintesi della vita di Alessandro Meluzzi, 62, psichiatra, che ha fatto sì che il controcorrente fosse effettivamente la direzione normale, quella di tutti i giorni.

Per iniziare, qual è stato un momento Off della sua vita?

«Quando ero ragazzo, nel 1982, ed ero soprattutto un semplice specializzando, organizzai un convegno sullo stress a Torino, che aveva tra gli ospiti Paolo Pancheri, psichiatra di fame internazionale. Quel giorno, nonostante ci fosse un ulteriore convegno organizzato invece dal professor Torre, io lo stesso mostrai il mio aspetto irriverente, accompagnato sempre dal mio animo ribelle e anticonvenzionale».

Anticonvenzionale è stato sicuramente anche nella sua confessione religiosa: prima cattolico, dopodiché ortodosso. Come mai questo cambio?

«Il motivo sostanziale di questo cambio è stato l’allontanamento che ho subito dalla Chiesa cattolica, in quanto, secondo loro, non potevo ricoprire la carica di diacono essendo stato membro della massoneria tempo prima. Allora decisi, dopo anni di studi, di subentrare nel ramo ortodosso, che suppongo sia quello più vicino a me».

Oltretutto lei ha avuto un ruolo importante all’interno del contesto politico italiano, essendo stato tra le altre cose anche senatore: com’è cambiata la politica negli ultimi 20 anni?

«Prima avevamo un concetto politico basato sulla contrapposizione tra Destra e Sinistra, che pian piano è morta, dando spazio a quella tra globalismo e sovranismo; io sono sovranista, in quanto ritengo che dovremmo avere una maggiore capacità di autodeterminazione».

Quindi riaffermare una nostra identità che va a perdersi?

«Sì, sicuramente. Io non sono contro il concetto d’Europa, anzi, noi facciamo parte dell’Europa fino al midollo; ritengo solo che determinate decisioni dovrebbero prendersi possibilmente di più a Roma, in quanto solo noi sappiamo ciò che è realmente giusto per noi. Abbiamo un’identità straordinaria, e dobbiamo preservarla».

Nella sua vita poi ha avuto due persone che le sono state particolarmente vicine, cioè don Gelmini e Francesco Cossiga. Me ne può fare un breve ritratto?

«Don Gelmini è stato un uomo di Dio, che ha aiutato moltissimi giovani e che poi, secondo me, ha subito una gigantesca calunnia ed aggressione che non meritava. Cossiga invece è stato un profondo maestro liberale, capace di trasmettere valori che tuttora io stesso seguo».

E che ruolo avrebbero all’interno del contesto politico-sociale odierno?

«Posso dire con certezza che ce l’hanno tuttora un ruolo; le opere di don Gelmini ancora oggi hanno un fine ultimo importante, aiutando tantissime persone. Per quanto riguarda Cossiga invece, posso dire che non si può essere europeisti e liberali senza sostanzialmente seguirne il pensiero. D’altronde, come lui stesso diceva: “Voglio morire da cristiano penitente e da liberale impenitente.”».

Dire «Bastardi islamici» non è un reato: Belpietro viene assolto. Il direttore era a processo per un titolo sui terroristi: «Non ha offeso una religione», scrive Martedì 19/12/2017 "Il Giornale". «Non c'era alcuna intenzione di offendere e di sostenere che tutti gli islamici sono bastardi». Maurizio Belpietro è convinto che queste sue ragioni siano state accolte dal giudice che ieri lo ha assolto nel processo sul titolo di prima pagina di Libero del 13 novembre 2015 «Bastardi islamici». L'oggi direttore de La Verità era in aula alla lettura della sentenza. Era accusato di «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone» aggravate dalla finalità di odio razziale. L'ex direttore di Libero, difeso dall'avvocato Valentina Ramella, è stato assolto dal giudice Anna Calabi «perché il fatto non sussiste». Aveva scelto quel titolo a effetto nel giorno delle stragi dell'Isis nella capitale francese. La sua difesa si fondava sulla grammatica della frase che suscitò molte polemiche. «Quando abbiamo fatto quel titolo Bastardi islamici - aveva spiegato davanti al Tribunale durante il suo esame - per noi era scontato che ci si riferisse ai terroristi, perché islamici era aggettivo relazionale del sostantivo bastardi e serviva a definire la matrice islamica degli attentati e non ho scritto, infatti, bastardi musulmani». Belpietro aveva anche sottolineato: «La lingua italiana è chiara, basta andare su Google e digitare islamico e si può leggere aggettivo». Aveva inoltre ricordato che dopo gli attentati di Parigi «un collega ebbe l'idea» di usare il titolo «Bastards» messo in prima pagina da un giornale di San Francisco all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle del 2001. Ma, continuava il direttore, se «in quest'ultimo caso non era chiara ancora all'epoca la matrice di quell'attentato, per noi invece dopo gli attacchi a Parigi e non solo era già drammaticamente nota la matrice islamica». Le proteste scatenate dalla testata? «Strumentali - aveva aggiunto il giornalista - perché si cerca di far sparire il fatto che c'è qualcuno che ammazza in nome dell'Islam». Il pm Piero Basilone aveva chiesto la condanna a una multa da 8.300 euro. «Il titolo Bastardi islamici - aveva sostenuto nella requisitoria - è un insulto generalizzato a un miliardo e mezzo di fedeli islamici, molti dei quali vittime di attentati terroristici». Secondo la Procura, Belpietro era «perfettamente consapevole di offendere» con una «espressione che ha generato grande frustrazione nella comunità musulmana». Il Caim, Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano e Monza, che si era costituito parte civile ed era stato ammesso al processo, aveva chiesto un risarcimento di 350mila euro, di cui 100mila immediatamente come provvisionale. Il procedimento era nato dalle querele di una decina di musulmani. «Non so quale siano le motivazioni con cui sono stato assolto (saranno note tra 15 giorni, ndr), immagino che il giudice abbia ritenuto che ciò che ho spiegato in aula e che io ho sempre detto è assolutamente fondato», ha detto il giornalista dopo il verdetto. Belpietro ha concluso ribadendo che la sua intenzione «era semplicemente di sostenere che i bastardi sono quelli che hanno assassinato quelle persone».

L'11 settembre 2001 iniziò il declino dell'impero americano, scrive Daniele Zaccaria il 9 settembre 2016. Oggi il peso geopolitico degli Usa è imparagonabile a quello che aveva all'inizio del millennio: in ritirata dal Medio Oriente, umiliati dalla diplomazia muscolare di Vladimir Putin. L'America trafitta dell'11 settembre è una potenza inespugnabile che all'improvviso si ritrova l'apocalisse in casa. E tutto precipita in un furente domino di guerra. Assieme alle Torri gemelle e alle tremila vittime dell'attentato terroristico più cruento della Storia, crolla anche l'immagine che gli Usa hanno coltivato di se stessi. Ma soprattutto quella che per decenni hanno proiettato all'intero pianeta. Colpiti al cuore da un miliardario saudita che per noia e fanatismo si reinventa sceicco del terrore. La rappresaglia sarà cieca e violentissima e provocherà centinaia di migliaia di vittime. Molti avversari sono spazzati via, ma non è una vittoria e nemmeno una missione compiuta; i conflitti e l'instabilità che oggi scuotono i teatri della missione enduring freedom sono figli di quel domino. Il declino dell'impero inizia, inesorabile, proprio in quel momento. A quindici anni di distanza il peso geopolitico ed economico dell'America è imparagonabile a quello che aveva all'inizio del millennio, in ritirata dagli scenari strategici del Medio Oriente, spaesata dall'insorgenza dello Stato Islamico (Isis), spettatrice dello scontro fratricida inter-islamico fra Teheran e Riyad, assente nei negoziati impossibili tra israeliani e palestinesi, messa a margine dallo scoppio delle "primavere arabe" umiliata dalla diplomazia muscolare di Vladimir Putin in Crimea e Siria. Ma anche epicentro della crisi finanziaria del 2008 che trascina il mondo nelle sabbie mobili della recessione e la nazione sul bilico del default. Una nazione che deve confrontarsi con le nuove potenze emergenti come Cina e India e che non può più rivendicare il ruolo di gendarme globale. La presidenza Obama, impegnata nel ritiro delle truppe dall'Iraq e nella battaglia per i diritti in patria, non ha fatto altro che accompagnare il Paese in questa fase di crepuscolo. In questo Obama è stato un grande presidente, ha capito il nuovo spazio e il nuovo perimetro d'azione degli Usa in un mondo multipolare e senza più imperatori in cui bisogna archiviare le antiche distinzioni imperiali, dall'embargo cubano alla guerra a bassa intensità con l'Iran degli ayatollah alla contrapposizione con l'Islam. E quel mondo multipolare inizia a profilarsi paradossalmente proprio dalle macerie del World Trade Center, quando gli Usa da animali feriti lanciano l'offensiva contro i "barbari", credendo di vincere e venendo travolti dalla Storia. Lo storico Alessandro Barbero individua anche lui una data per segnare l'inizio del declino di Roma, un passaggio che precede di quasi un secolo il 476 d. c. che nei manuali è indicato convenzionalmente come la fine dell'impero d'Occidente. Si tratta del 9 agosto 378, giorno della battaglia di Adrianopoli che avvenne in Tracia (l'attuale Turchia europea). I Goti popolazione di profughi in fuga guidata dal gagliardo Fritigerno polverizzano l'addestrato esercito dell'imperatore Valente, Adrianopoli è la Waterloo di Roma, un gigante dai piedi d'argilla: «Quella sconfitta segnò addirittura la fine dell'Antichità e l'inizio del Medioevo, perché mise in moto la catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell'impero romano d'Occidente». E pensare che molti storici e analisti vedono al contrario nell'11 settembre il punto di partenza di un ciclo "neoimperiale" degli Stati Uniti. La presidenza di George W. Bush, fino a quel momento avvolta in una specie penombra soporifera reagisce con spirito belluino all'attacco jihadista e organizza una caccia senza quartiere ai suoi nemici. Che in teoria sarebbero Osama Bin-Laden e la sua al-Qaeda, fantasmi nel deserto inseguiti per oltre un decennio rovesciando regimi e bombardando città. È la stagione della "guerra infinita", della "lotta al terrore", ma anche di Guantanamo e del "Patrioct act", protagonismo militare all'esterno, attacco ai diritti civili all'interno. I consiglieri del principe, un'agguerrita accolita di strateghi, politici e intellettuali che si fanno chiamare"neo con" sospingono lo stralunato Bush nell'avventura militare più imponente dai tempi del Vietnam, attivando le suggestioni ideologiche dello "scontro di civiltà". La libertà dell'Occidente contro l'oscurantismo del mondo arabo-musulmano e il suo "medioevo" religioso, con l'idea prometeica che la democrazia sia un bene da esportare e trapiantare, anche a suon di bombe e colpi di Stato. La guerra lampo contro l'Afghanistan del mullah Omar, quella molto più logorante contro il regime baahtista di Saddam Hussein, le migliaia di attentati contro i civili, la rinascita dei conflitti settari tra sciiti e sunniti, tutti elementi capaci di innescare una spirale di violenze che alimenta il jihadismo globale e le sue organizzazioni in costante mutazione. L'ultima, l'Isis del sedicente Califfo che nasce dalle macerie di al-Qaeda in Iraq, è l'ennesima nemesi per i declinanti Stati Uniti. Riacciuffati proprio mentre stavano abbandonando il campo di battaglia. Il parziale dietrofront di Obama nella guerra all'Isis non cambia la sostanza: anche in questo caso l'America non è più in prima linea dello scontro, ma una giusto una comprimaria di lusso.

Quell'eterno giorno dopo l'11 settembre. Gli impiegati di New York, coperti dalla polvere, erano come i profughi di oggi. Da allora ci culliamo in un impossibile sogno identitario di sicurezza. Scrive Wlodek Goldkorn il 9 settembre 2016 su "L'Espresso". Il 12 settembre, per chi ha vissuto quei giorni a New York, inizia l’11 settembre. Ma non per la vista della nuvola di fumo che si alzava dalla parte sud di Manhattan in una giornata insolitamente tersa e assolata, né per le macerie, che avevano assunto la forma di un animale preistorico morto, delle Torri Gemelle. Che fosse cominciata una nuova guerra mondiale e un’epoca di incertezza si era capito quando si sono viste le persone che risalivano dalle parti del World Trade Center verso il nord. Erano finanzieri e segretarie; funzionari di grandi aziende; gente benestante, casetta nei sobborghi; due automobili, tre figli e tutte le comodità. Ma le loro divise, i loro segni di appartenenza a un mondo ricco e sicuro (i tailleur Prada, le giacche Hugo Boss, le cravatte Armani), erano coperti da una polvere color marrone-grigio. Erano persone ridotte allo status primo e ultimo di ciascuno di noi. Erano solo dei corpi. Certo, molti di loro sono tornati nelle loro case, ma i segni contano. In quei corpi si poteva leggere il presagio di altri corpi che avremmo trovato anni dopo, alle nostre frontiere e sulle barche che tentano di raggiungere le nostre coste. Probabilmente tutto quello che stiamo vivendo oggi è la conseguenza di quella scena. Il giorno dopo, nell’Isola (Manhattan) in stato d’assedio, si verificò un fenomeno strano. All’improvviso nella metropolitana la gente cominciò a guardarsi negli occhi. Prima non era possibile, pena passare per un voyeur o un molestatore. Ora invece era tutto un cercarsi con gli sguardi. Certo, solidarietà tra i reduci e comunanza di destino. Ma anche l’idea di un’identità forte e che escluda gli altri: un paradossale difendere la purezza di una casa che comunque è già stata violata dai barbari. Le bandierine a stelle e strisce che addobbavano ogni finestra di Manhattan, da un simbolo di lutto e di resistenza, nel giro di pochi giorni hanno cambiato di segno: sono diventate manifestazione di orgoglio nazionalista (anche se a New York, l’identità per fortuna non è data dal sangue né dalla religione, come invece spesso accade nella “civile” Europa e nell’Italia della brava gente), rivolto contro gli altri. E gli altri sono coloro che non condividono “i nostri valori”. Da allora, e sempre più spesso parliamo infatti dei valori, raramente invece di linguaggio. La differenza? I valori rimandano a qualcosa di trascendentale in nome di cui è giusto uccidere e morire. Più difficile trovare qualcuno disposto a sacrificare la vita sua o altrui per un aggettivo; per il linguaggio appunto. Detto in parole povere. Il 12 settembre ci siamo scoperti profughi in un mondo senza certezze, come i naufraghi nella “Tempesta” di Shakespeare, ma anche come i migranti sommersi nel mare sotto le finestre delle nostre tiepide case. E per tornare a New York: la città aveva già visto dei profughi veri, decenni prima. Erano arrivati dall’Europa, privi di documenti. Li chiamavano apolidi. Tra di loro c’era Hannah Arendt: sull’essere apolidi scrisse pagine memorabili, che oggi leggiamo versando una lacrima di commozione. La commozione a sua volta è utile per evitare di associare la parola apolide alla parola clandestino; per non ricordare che da clandestini o apolidi si muore, come morì un caro amico di Arendt, Walter Benjamin. Morì d’angoscia per non aver i documenti in regola. Ecco, il mondo che comincia il giorno dopo l’11 settembre, è un universo dove leggiamo Arendt e Benjamin, come se fossero autori di successo e non borghesi ridotti allo status di vittime. Allo stesso modo guardiamo i corpi dei migranti per convincerci che noi siamo altro, che a noi non toccherà mai una disgrazia. Poi arriva un camion a Nizza e ci rendiamo conto che il 12 settembre non è finito. E allora torniamo a rifugiarci nel nostro sogno identitario. Ci guardiamo negli occhi, ma solo tra di noi. Sempre nella “Tempesta”, Shakespeare dice: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. I nostri sono ormai piccoli e limitati: Catalogna o Sardegna indipendenti, Italia o Germania senza musulmani e stranieri; città senza rom; Capalbio senza profughi. Nella speranza di rimandare il naufragio. Nella paura di affrontare la tempesta.

Cosa significa l'11 settembre per chi non era ancora nato. I nati dopo l'attentato alle Torri Gemelle, bambini e adolescenti, vivono in un mondo segnato da un evento che non hanno vissuto. Ma tra smartphone, internet e videogame la loro percezione della realtà è rimasta comunque influenzata da quel giorno. E il terrorismo resta una presenza costante delle loro vite, scrive Cecilia Tosi il 7 settembre 2016 su "L'Espresso". «Allà Akba!!!» Omar lancia il suo grido di battaglia e parte all’attacco. Ma Giulio non si fa intimorire. Omar pesa la metà di lui, anche se gli si lancia addosso dalla cima dello scivolo non vincerà mai. Marina di Grosseto, costa meridionale della Toscana. Due bambini maremmani di 12 anni giocano sulla spiaggia gridando «Dio è grande», ma non lo sanno. Non sanno neanche che Allahu Akbar è la frase araba con cui inizia la preghiera dei musulmani, per loro è solo un grido di guerra, la moderna versione del «Ti spiezzo in due» anni 80, una frase che rende potenti e invincibili. Non conta che significhi esattamente il contrario: un riconoscimento della propria soggezione di fronte alla grandezza delle divinità. Per un 12enne italiano è solo un suono che rievoca la forza sterminatrice di chi si lancia in mezzo alla folla e si fa esplodere. La strategia dei terroristi ha centrato in pieno il suo obiettivo: un uomo che si uccide per uccidere è diventato il simbolo della potenza. Che l’attentatore sia morto, è secondario. Resta solo il perverso successo della sua azione. Il suicidio, che di per sé rappresenta la più grande sconfitta dell’uomo, è diventato una clamorosa vittoria. Perché la vita non conta, conta solo la sua rappresentazione. I giovani nati dopo l’11 settembre 2001 sono venuti su a latte e internet, non possiamo pretendere che siano loro a disegnare una linea che divida virtuale e reale. Si muovono continuamente da un mondo all’altro, ne fanno anche una strategia di sopravvivenza. L’azione di un kamikaze che si fa esplodere in Siria è troppo disumana per essere vera, somiglia più ai giochi sparatutto della Playstation o della Wii: migliaia di proiettili al minuto, scontri con le spie di tutto il mondo, il protagonista muore ma poi il gioco ricomincia da capo. D’altronde passa tutto dagli stessi schermi, la guerra in Medio Oriente come i videogame, i reportage in prima linea e i fake con finti terroristi, le parodie e i documentari. Puoi entrare in un mondo o in un altro a seconda di dove porti il cursore o di quale bottone spingi. Clic, spegni la realtà e entri nel gioco. O almeno credi. Nella chat della playstation puoi ritrovarti i reclutatori di Isis che vanno a caccia di adepti, nei giochi on line puoi scontrarti con un soldato americano che si addestra o con un jihadista che si annoia. Senza contare che i combattenti del Califfato si fanno ritrarre dai fotografi nelle pose dei protagonisti di Call of duty, il videogame più venduto del mondo. Non è che i ragazzi non lo sanno, cosa è vero e cosa no, solo che la realtà è qualcosa di più flessibile di come lo era vent’anni fa. È “liquida”, dicono, prende la forma del suo contenitore, occupa lo spazio che i ragazzi le lasciano occupare. Chi è nato nel secolo scorso, quando ancora c’era il muro di Berlino e non esistevano i voli low cost, è abituato invece alle cose solide, a quei confini che sembravano fermi e invalicabili. E quindi continua a mettere barriere: fili spinati per allontanare gli immigrati, misure protezionistiche per salvare la propria economia, missioni militari per costruire un cordone sanitario. Ha stabilito che il confine delle terre amiche comprende Malta ma esclude Tunisi. L’ultima frontiera d’Europa è l’isola dei Cavalieri a cui fu affidata la difesa dei cristiani a Gerusalemme. Oltre, ci sono gli altri, che guarda caso sono musulmani. Gente che non ha niente a che fare con noi e che tutto sommato può anche morire senza che i nostri ragazzi rimangano turbati. Il guaio è che questo confine è inventato, non esiste, perché non possiamo più nascondere ai nostri figli cosa succede oltre il muro. Il mondo di oggi è nato l’11 settembre, quando il nostro è finito. «Certo che lo so, l’11 settembre 2001 è il giorno in cui hanno fatto esplodere i grattacieli a New York. Sono morte migliaia di persone». La generazione Zerozero la conosce quella data. Tutti gli anni gliela ricordano i telegiornali e l’immagine delle Twin Towers che crollano è qualcosa di troppo spettacolare da dimenticare. Ma perché due aerei si sono infilati nelle Torri Gemelle? Come mai qualcuno voleva uccidere migliaia di civili innocenti? «Non lo so, erano dei pazzi» «Ce l’avevano con gli americani» «Era gente che si voleva vendicare. Gente musulmana». Chi ha 13, 14 o 15 anni ha l’immagine dei grattacieli in fiamme davanti agli occhi, ma le ragioni, i protagonisti, le conseguenze, non le sa. L’11 settembre è uno dei tanti video che appaiono su youtube quando cerchi “cose più strane nella storia” o che vengono linkati su facebook per sostenere la teoria del complotto. «Ancora non si è capito se l’attentato veniva da fuori o se gli americani se lo sono fatti da soli. Ma in fondo mi interessa poco». A noi, che dividiamo i nostri ricordi tra prima e dopo quel momento, sembra impossibile che loro guardino crollare le Twin Towers senza impressionarsi. Ma per chi era davanti alla tv quel giorno, quella era la prima trasposizione nella realtà di uno spettacolo che aveva visto rappresentato solo al cinema, per chi è nato dopo il 2001, invece, è la realtà che diventa spettacolo. Gli Zerozero sono abituati a persone vere che diventano personaggi, non viceversa. Guardano gli youtuber che trasformano in spettacolo le loro vite, cliccano sulle “coincidenze più assurde” dove i fatti del mondo sembrano rispondere a una trama, al massimo scaricano le serie tv americane, sempre più affannate a correre dietro il presente. Noi – che ci guardiamo le stesse serie loro, ma ci fregiamo di leggere anche i quotidiani, o meglio la loro home page - ci limitiamo a redarguirli con frasi alla zia Peppa: ah, quando eravamo piccoli noi c’erano solo i cartoni animati su Italia 1! Altro che youtube, ci facevamo le cassettine registrando le canzoni dalla radio! Leggiti un libro, invece di stare tutto il giorno davanti a quello schermo! E invece lo schermo – del telefonino soprattutto, ma anche di tablet e tv - è l’unico mezzo che gli ha insegnato qualcosa, visto che né i professori né i genitori osano affrontare l’argomento. «Ho visto un documentario spagnolo una volta, spiegava che l’attentato l’hanno fatto gli estremisti islamici. Ma a farmi paura non è tanto morire in quel modo, mi sembra peggio essere uccisi lentamente, soffrendo». Bang, due a zero per i terroristi. Dopo che al Qaida ha reso normali i kamikaze, Isis ha messo in piazza la tortura, conquistando tutta l’attenzione del nemico. Ha gettato nella preistoria l’organizzazione di Bin Laden («Chi è Bin Laden? No, non l’ho mai sentito nominare») e conquistato la scena. Per gli Zerozero il terrorismo equivale agli atti di sadismo dello Stato Islamico e dei suoi seguaci in Europa. «Te la faccio vedere io, ti mando l’Isis!» «Scappiamo che arriva l’Isis» «Sei una faccia di merda, sei peggio dell’Isis». Il Califfato ha solo tre anni ma è penetrato nell’immaginario globale come una lama nel burro. Sfrutta il potere delle immagini, spamma i social network di filmati e regala a youtube milioni di clic. Con un miliardo di persone che ogni giorno si collega al sito di video sharing, i terroristi hanno a disposizione il pubblico più grande della storia. A contendergli il primato, ci sono solo Pewdiepie e CutiepieMarzia: il primo è lo youtuber più seguito del mondo, la seconda è la sua fidanzata, che fa lo stesso mestiere. Più precisamente, Pewdiepie è un gamer, cioè un giocatore di videogame che racconta agli altri le sue giornate alla console, facendoli spaccare dalle risate. CutiepieMarzia invece è makeup oriented youtuber, cioè una che insegna a truccarsi e a capire cosa va di moda. Sono la coppia d’oro dei teen-ager, il loro specchio. Non è che a noi andasse meglio, con Brenda e Dylan impegnati a vestirsi cool a Beverly Hills. Però Brenda era un personaggio inventato, Marzia è una persona reale. Lo spettacolo lo fa mettendo in mostra la propria vita, magari fingendo un po’, ma chi saprà vedere il confine? E chissà se i terroristi fingono o fanno sul serio, se anche sono attori di una grande recita ad uso e consumo degli spettatori globali. «Mi ha fatto impressione quello che è successo in Francia. C’era un camioncino che vendeva gelati e poi è partito e ha ammazzato tutte quelle persone». A 9 anni Alida non sa niente dell’11 settembre, ma gli attentati del 2015 e del 2016 ce li ha stampati negli occhi. «Ho avuto paura delle bombe a Parigi e negli aeroporti, vorrei capire come stare al sicuro». Anna si è appena iscritta al liceo, e dice che i professori delle medie non le hanno spiegato niente, mentre lei vorrebbe sapere cosa sta succedendo. «Ho paura quando i miei genitori vanno in trasferta. Io abito in una piccolo paese, qui non può succedermi niente. Ma nelle grandi città è pericoloso», spiega Antonio, 11 anni, che sa spiegare perfettamente come si sono fuse le Twin Towers, ma anche lui non conosce Bin Laden. «Quest’estate in vacanza ho sentito uno scoppio e ho pensato: oddio bisogna scappare è arrivato l’Isis!». Carolina è nata nel 2002 e di attentati in Europa ne ha vissuti parecchi, ma quando sono esplose la stazione di Madrid (2004) e la metropolitana di Londra (2005) era troppo piccola per rendersene conto. D’altronde, al Qaida non ha fatto niente per ricordarle quelle prodezze: nessun video virale da riproporre ogni anno, nessuna foto che scaldi le chat nei social network, nessuna teoria del complotto. Isis, invece, punta tutto sulla propaganda, sullo shock visivo. Solo così è riuscita ad attrarre combattenti stranieri da tutto il mondo e ci ha fatto credere di aver mandato in soffitta al Qaida. Su Instagram, il social più usato dai preadolescenti, circolano a manetta foto e commenti sugli attentati di Parigi, Nizza e Bruxelles. Eventi più recenti, certo, ma anche più ripresi, ritwittati, riguardati. I ragazzi stavolta si sentono coinvolti, anche perché l’Erasmus ha dato i suoi frutti, sparpagliando amici e parenti dei genitori a giro per l’Europa: «Un mio cugino vive proprio vicino a Place de la Republique!», «mia zia ha la casa a Nizza!», «Gli amici dei miei stanno a Bruxelles» «Il collega di papà proprio quel giorno doveva prendere l’aereo!». L’allarme c’è, dunque, ma non si vede. Se non glielo chiedi espressamente, i ragazzini non ti parlano di cosa pensano dei terroristi. E gli adulti non glielo chiedono. Spiegare i motivi è troppo difficile e a leggere i giornali ci sono tanti perché quanti gli esperti intervistati. Lo psichiatra che tira fuori la fragilità mentale, il sociologo l’anomia, l’antropologo l’identità, lo storico il conflitto regionale, il prete la radicalizzazione, il politico i governi irresponsabili. Il terrorismo è il fenomeno più analizzato del secolo e anche il meno compreso. È ancora più difficile spiegarlo se l’immagine che ne abbiamo è distorta. Bisogna recuperare la verità, ripulendola dalla propaganda. Gli attentatori che colpiscono in Europa non somigliano all’immagine stereotipata di un terrorista, con la tunica e la barba («Quando andiamo in gita e ne vediamo uno vestito in quel modo ci scansiamo»), l’islam non dice né di ammazzare civili innocenti né di giustiziare i prigionieri, anzi, obbliga a trattarli con rispetto («Forse la loro religione gli dice di fare questa guerra»), d’altra parte non è vero neanche che la religione non c’entra niente, che i terroristi sono solo pazzi, perché invece una versione integralista della fede consente di manipolare le menti di chi ha bisogno di poche e semplici regole («No, non credo che sia una questione di religione»). E infine Isis: ci ha stupito con i suoi effetti speciali e convinto di essere l’organizzazione combattente più forte del mondo, al punto che anche i giornalisti del tg si confondono e gli attribuiscono la responsabilità di attentati che invece ha rivendicato al Qaida, come quello a Charlie Hebdo. In realtà il suo potere si concentra in un’area molto piccola di Siria e Iraq e i gruppi affiliati entrano e escono dai network jihadisti a seconda di cosa conviene, e ci metteranno un attimo a tornare in seno all’organizzazione di Bin Laden. In nome della guerra al Califfato, l’Italia ha appoggiato gli americani nelle operazioni contro Isis a Sirte, in Libia. Ma la città viene “liberata” senza che uno Stato la prenda in affidamento. E quando la natura vede un vuoto, lo riempie. In Libia, come in Afghanistan, questi vuoti li sta riempiendo al Qaida, che - nonostante i proclami del Pentagono - non è affatto sconfitta. Tre a zero per loro.

11 settembre, com'è Ground Zero 15 anni dopo, scrive "Panorama" l'11 settembre 2016. Là dove per quasi 30 anni - dal 1973 fino all'11 settembre 2001 - le Torri Gemelle hanno svettato sulla parte meridionale di Manhattan, dopo che i due aerei dirottati da miliziani di Al Qaeda vi si schiantarono contro, per molti anni c'è stato Ground Zero, il luogo della distruzione (un termine mediato dalla guerra fredda che designa un'area coinvolta da un'esplosione atomica). L'area nella parte meridionale di Manhattan a New York dove, prima degli attacchi terroristici alle Twin Towers, sorgeva il complesso del World Trade Center è diventato il "Ground Zero" per antonomasia. Una tragedia politica e umana che, oltre ad infliggere un colpo al cuore degli Stati Uniti, ha sfregiato il volto della città. Più che ferita, per quasi 10 anni New York è apparsa come una città "amputata", fino alla rinascita, nel 2013, con il One World Trade Center, chiamato anche Freedom Tower, il quarto edificio più alto al mondo e simbolo della più grave strage terroristica della storia americana.  Per il riassetto dell'area e la nuova edificazione di edifici è stato indetto un concorso, vinto dall'architetto polacco-americano Daniel Libeskind, che ha portato alla costruzione della "Torre della libertà". Alla sua base si trovano un'area storico-museale - che si estende su sette piani, per lo più sotterranei - e un'area esterna commemorativa delle vittime dell'attacco islamista. Ground Zero ha dunque attraversato cambiamenti significativi, ma porta ancora nella sua stessa struttura la memoria di quel giorno che ha segnato la storia contemporanea, quando oltre 3.000 persone sono state uccise negli attacchi a New York e Washington.

11 settembre, quindici anni dopo. La tragica verità di Filippo Facci su “Libero Quotidiano” l’11 settembre 2016: perché l'islam ci ha sconfitto. Quindici anni fa, io e Mattia Feltri eravamo sul Frecciarossa diretto verso Roma quando a intervalli regolari cominciò a telefonarci Christian Rocca; Feltri e Rocca lavoravano al Foglio, oggi sono rispettivamente alla Stampa e al Sole24 Ore. Io cercavo di dormire, ma Rocca continuava a dire che un aereo si era schiantato contro un grattacielo di New York. E vabbeh. Poi, più tardi, ci disse che un altro aereo si era schiantato contro un grattacielo affianco, sempre a New York. Io volevo dormire, Rocca ci sembrava scemo. Quando ci richiamò per dirci che un terzo aereo era caduto sul Pentagono, ci chiese testualmente «ci credete adesso?» ma a me e Mattia faceva male lo stomaco dal ridere, pensammo che ci stesse pigliando per il culo. Ricordo che chiesi: «Bruce Willis a che ora arriva?». Più tardi, alla sede romana del Foglio, io e Mattia vedemmo la collega Maria Giovanna Maglie che piangeva e che parlava del suo cane che era a New York; mentre Marina Valensise, ai tempi non ancora all’Istituto italiano di cultura a Parigi, riguardava le immagini dei grattacieli e si chiedeva: «Ma saranno assicurati?». In molti di noi, comunque, prevaleva una segreta eccitazione e non c’era la minima contezza del momento «storico» che stavamo vivendo, di ciò che avrebbe rappresentato negli anni a venire. Ecco: gli anni a venire sarebbero stati un severo bagno di consapevolezza, qualcosa poi sintetizzato nel dibattutissimo «scontro di civiltà», comunque in una contrapposizione tra la mollezza dell’Occidente e la determinazione di chi - era l’espressione - amava la morte come noi amiamo la vita. Ora: si disse «nulla sarà come prima» e non lo fu, non lo è, ma chiedersi se oggi l’Occidente non stia ridiventando come quei due ragazzi che si spanzavano sul Frecciarossa, beh, forse è una domanda che pare un po’ meno assurda. Ora: di riassunti degli ultimi 15 anni ne troverete a bizzeffe, qui la domanda è un’altra. La domanda, per dire, è: che cosa accadrebbe se Oriana Fallaci, domani mattina, pubblicasse le due paginate de «La rabbia e l’orgoglio» sul Corriere della Sera: come verrebbe accolta? Oppure: 15 anni fa, a tratti, si visse anche una sindrome, non si poteva guardare un aereo senza pensarci: ma come avremmo reagito, allora, al pensiero che 15 anni dopo - oggi - sia più facile parlar male del Papa che non di un milione e mezzo di islamici che vivono nella Penisola? Che cosa avremmo pensato del fatto che non si possa antipatizzare per l’islam, chessò, su Facebook, senza che scattino censure? Oppure che il proposito di non offendere l’islam sia divenuto a tratti un’ossessione, a cominciare dalle parole «maiale» e «carne di maiale»? Dei capi di Stato che eliminano il vino da tavola nei convivi diplomatici? Dell’abitudine di accondiscendere al galateo di teocrazie dove le condanne e violazioni dei diritti umani sono la norma? Dei costumi da bagno «burkini»? Di mille cazzate che prese una alla volta sembrano trascurabili? Del fatto che ci sono zone - non solo a Milano - dove la gente prega per strada e dove ogni tanto riecheggia il muezzin? Del politicamente corretto che sta riavendo il sopravvento? Del presunto problema dei titoli di Libero o del timore di «assecondare Salvini» perché semplicemente si dice quel che si pensa? «Loro» non hanno certo vinto, ci mancherebbe, il punto è se non stiamo ricominciando - noi - a perdere. Il punto è se la sconfitta culturale, diciamo così, non sia un veleno che si è insinuato lentamente e inconsapevolmente. Dopo al-Qaeda, l’Isis. Dopo gli Usa, l’Europa. Prima gli aerei, poi i treni, persino i camion se soltanto vai a guardarti in spiaggia i fuochi artificiali. Ci siamo abituati, quasi assuefatti a un certo tasso di esposizione e pericolosità del vivere comune; ormai giudichiamo normale scegliere le vacanze all’estero sulla base degli attentati, sappiamo che prendere un’aereo è diventato e resterà un inferno, che per morire basta frequentare locali, concerti o riviste satiriche, che i pazzi e i lupi solitari sono dietro l’angolo, che ormai ogni spostato mentale può trovare un movente politico nel jhad. Ci siamo raccontati la ridicola e inconsistente bipartizione tra islam moderato e radicale, che le primavere arabe guardassero a un modello laico-occidentale, che sciiti e sunniti non convivano tranquillamente tra loro nelle nostre città, che noi tutti non abbiamo ristretto le nostre libertà politiche e civili rinegoziato la nostra sicurezza pubblica. Non abbiamo svenduto i valori cardine della nostra democrazia: ma la sensazione è che stiamo trattando. di Filippo Facci

L’11 settembre meno raccontato, di Stephanie Merry – The Washington Post dell'11 settembre 2016. Pensiamo sempre alle Torri Gemelle, ma ci fu anche il devastante attacco al Pentagono: ora per la prima volta un documentario lo racconta. Quando ricordiamo l’11 settembre 2001, non possiamo fare a meno di pensare a immagini che non siamo in grado di dimenticare: un aereo che esplode in una palla di fuoco mentre si schianta contro un grattacielo, le persone che si gettano dalle finestre più alte delle torri, gli abitanti di New York ricoperti da così tanta polvere da sembrare delle statue. Le immagini di quanto successo al Pentagono, nella contea di Arlington, in Virginia, non hanno mai lasciato la stessa traccia. Non esistono video che mostrano il volo American Airlines 77 schiantarsi contro l’ala ovest del gigantesco complesso di uffici. Il Pentagono ha una superficie di oltre 600mila metri quadrati spalmati in orizzontale, e perciò anche l’esplosione di un aeroplano è sembrata meno devastante rispetto alla distruzione nel Financial District di Manhattan. Forse è per questo che i registi di documentari non hanno mai esaminato gli eventi di Arlington nella stessa maniera in cui hanno analizzato quanto successo a New Yorko sul volo United Airlines 93. Il regista vincitore di un Emmy Kirk Wolfinger, però, ci ha provato. Quando un network televisivo lo contattò per fare un documentario sull’11 settembre, Wolfinger propose di raccontare l’attacco al Pentagono. La risposta del network fu inequivocabile: se Wolfinger voleva fare il film, doveva farlo sul World Trade Center. «Ovviamente non è una gara a chi ha avuto la tragedia più grande», ha detto Wolfinger di recente. Il numero dei morti a New York fu chiaramente più alto rispetto alle 184 persone uccise ad Arlington. Eppure al Pentagono quel giorno ci furono storie su cui valeva la pena tornare. Se non fosse stato Wolfinger a raccontarle, chi l’avrebbe fatto? Alla fine Wolfinger ha trovato il modo di raccontare quella tragica giornata. Lo speciale da un’ora 9/11 Inside the Pentagon diretto da Sharon Petzold, e di cui Wolfinger è il produttore esecutivo, è stato trasmesso per la prima volta negli Stati Uniti martedì sera dal network PBS. Wolfinger capisce le ragioni per cui alcuni registi potrebbero voler evitare di raccontare la storia del Pentagono. Il lavoro di un documentarista si basa sull’accesso alle informazioni, e ottenerle dalle forze armate americane non è facile. Ciononostante, Wolfinger fu sorpreso nello scoprire di essere il primo regista a presentare una richiesta credibile per ottenere l’assistenza del Pentagono su un progetto del genere: «E con questo intendo un progetto che non si occupasse di teorie del complotto». «Non mi hanno imposto limitazioni», ha raccontato. «Mi hanno solo detto: “Per favore, racconta la nostra storia, perché non l’ha fatto nessuno”». Nel film ci sono interviste ad alcuni dipendenti delle forze armate che si trovavano vicino al punto dello schianto, ai primi soccorritori, al vicedirettore delle operazioni e all’ingegnere strutturale dell’edificio. Le testimonianze su quanto successo a terra sono inframezzate da resoconti di quello che è avvenuto nel cielo, grazie ai ricordi di un controllore del traffico aereo della Federal Aviation Administration (FAA), l’agenzia del Dipartimento dei Trasporti americano che si occupa di aviazione civile. I racconti sono strazianti: persone che strisciano fuori da stanze completamente oscurate dal fumo; dipendenti che cercano di uscire rompendo le finestre infrangibili che erano appena state montate durante una ristrutturazione; scale così infuocate da bruciare i piedi delle persone attraverso le scarpe. Rimane però una domanda: il pubblico americano è interessato a sapere cosa successe al Pentagono l’11 settembre? Il capitano di un sottomarino della Marina americana in pensione, Bill Toti, che sopravvisse all’attacco al Pentagono e appare nel film, ha detto di capire perché tante persone si concentrano su New York. Ma «proprio come quella di Corea è la guerra dimenticata dagli americani, il Pentagono è l’11 settembre dimenticato». Per spiegarne le ragioni, Toti ha due teorie, che ha raccontato durante una recente intervista telefonica. La prima è quella a cui preferirebbe credere: gli attacchi di New York furono visti dal mondo in diretta, e dal punto di vista visivo sono stati sconvolgenti in modi in cui il Pentagono non lo fu. Nonostante ospitasse lo stesso numero di persone del World Trade Center, il Pentagono si dimostrò un edificio meno vulnerabile, e rispetto alle Torri Gemelle molte più persone ne uscirono vive. Toti, però, ha anche un’altra teoria, che lo mette più a disagio: «Ho avuto alcuni segnali che nel paese ci sia chi pensa che le persone del Pentagono fanno parte delle forze armate, e quindi morire fa in qualche modo parte del loro lavoro», ha raccontato. «Nonostante nessuno me l’abbia mai detto in faccia, a volte penso che la morte di un civile sia una perdita più profonda rispetto a quella di un soldato». Eppure – ironia della sorte – le persone uccise al Pentagono furono per la maggior parte civili. Questa per Wolfinger è stata una delle grandi sorprese. Non fu per niente una storia di militari. Al Pentagono lavorano circa 20mila persone, molte delle quali non portano un’uniforme. «Ci sono segretarie civili, amministratori, sovrintendenti e appaltatori privati che si occupano dell’impianto elettrico e idraulico», ha raccontato Wolfinger. «Tutte queste persone si trovavano nell’edificio quel giorno, e fanno parte della nostra storia». Una delle persone che non fa parte delle forze armate e appare nel film è Ed Hannon, che al tempo era un capitano dei pompieri di Arlington. In uno dei momenti di maggiore impatto del film, Hannon racconta di essersi inginocchiato per pregare insieme a diverse altre persone nel cortile al centro del Pentagono. L’FAA aveva già allertato che nel giro di qualche minuto ci sarebbe stato un secondo attacco da un altro aereo. Hannon sapeva che non c’era modo di uscire dall’edificio costruito a serpentina abbastanza velocemente, e quando il suono del motore di un aereo diventò sempre più forte, si preparò a morire. «Poi, quasi in contemporanea, tutti questi tizi delle forze armate iniziano a esultare», ha ricordato Hannon. Il rumore che avevano sentito era un aereo da combattimento “amico” che si era abbassato sorvolando il Pentagono. «A quel punto, ci rimaneva un incendio da spegnere», ha raccontato. La sera del 10 settembre Toti aveva infilato una lettera nella casella di posta del suo capo, in cui annunciava che aveva deciso di andare in pensione. La mattina dopo, Toti riuscì a scappare illeso dalla zona dello schianto, e passò la giornata a portare i feriti verso le ambulanze e gli elicotteri. Per Wolfinger, individuare Toti nei vecchi filmati dei telegiornali fu semplice: sembrava essere dappertutto. Alla fine la Marina lo nominò a capo delle operazioni di recupero. Una delle prime cose che Toti fece il 12 settembre fu riprendere la lettera che aveva scritto al suo capo e strapparla. Lo stesso giorno il Centro Storico della Marina lo implorò di usare il suo accesso al Pentagono per salvare alcuni dipinti dalla distruzione. Mentre recuperava un quadro da una sala conferenze, Toti sentì bussare alla finestra. Era un pompiere che lo avvertiva che il soffitto sopra di lui era ancora in fiamme. Toti ha anche molte altre storie da raccontare, come tutte le persone che erano al Pentagono quel giorno. Sono racconti tragici ed eroici. Nel caso qualcuno fosse interessato a conoscerli. 2016 – The Washington Post

11 settembre, perché lo jihadismo è diventato un’ideologia globale? Scrive Loretta Napoleoni l'11 settembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". A 15 anni dall’attacco contro le torri gemelle una nebulosa di gruppi jihadisti ha rimpiazzato al Qaeda. Alcuni, come l’ISIS, con pretese nazionaliste sono riusciti a conquistare vasti territori e ad autoproclamarsi una nazione, il Califfato. Sebbene Osama bin Laden sia morto e il suo corpo sia stato dato in pasto ai pesci dell’Oceano indiano, nuove icone sono emerse e la minaccia del terrorismo e del fondamentalismo islamico continua ad essere presente nella vita quotidiana degli occidentali e dei musulmani. Se l’11 settembre passerà alla storia come un attacco terrorista, anche se eccezionale e spettacolare, il jihadismo contemporaneo verrà definito un’ideologia anti-imperialista globalizzata poiché così viene percepito da segmenti sempre più grandi della popolazione mondiale. Un bilancio triste e surreale al tempo stesso perché stiamo parlando di azioni armate contro gli innocenti, cioè la popolazione civile, un bilancio appositamente tenuto nascosto dalla classe politica che negli ultimi 15 anni ha gestito la “guerra contro il terrorismo”. Perché? Ecco una domanda che a 15 anni dall’11 settembre dovremmo porci. Ma neppure i newyorkesi, prime vittime di quell’attentato, hanno voglia di farlo. A 15 anni dal crollo delle due torri gemelle, molti a New York hanno rimosso le immagini di distruzione di uno dei simboli del capitalismo finanziario occidentale e li hanno sostituiti con quelle del nuovo grattacielo e dei i monumenti ai “caduti dell’11 settembre”, costruzioni sorte dove un tempo c’erano le due torri. Ormai sono un’attrazione turistica come tante altre, da vedere e fotografare, magari con un selfie, e mostrare agli amici. Anche la stampa tradizionale evita di rivisitare gli errori degli ultimi 15 anni. Chi vuole conoscere i motivi veri del nostro fallimento deve cercarli nell’internet, su siti che ancora credono e praticano il giornalismo vero o deve frugare su Twitter, alla loro ricerca. Eppure oggi a 15 anni da quella tragedia c’è davvero bisogno di una riflessione sul perché lo jihadismo è un’ideologia globale mentre 15 anni fa era poco meno di un gruppo di terroristi che si chiamava al Qaeda. Cosa abbiamo sbagliato? La nostra sconfitta poggia su una serie di fattori negativi per l’Occidente, tutti legati alla scellerata risposta all’11 settembre: la guerra contro il terrorismo. L’errore che molti commettono è credere che sia stato l’attacco alle torri il motore della crescita dello jihadismo. Ed invece non è così! Rivisitare questi fattori può aiutarci a fare autocritica, un processo necessario se nei prossimi 15 anni vorremmo correggere tutti questi errori. Sul piano economico: la sezione finanziaria del Patriot Act, una legislazione repressiva introdotta appena un mese dopo l’11 settembre, ha portato alla fuoriuscita di centinaia di miliardi di dollari dagli Stati Uniti, denaro arabo e musulmano che è stato rimpatriato per paura che fosse congelato. Il sistema di monitoraggio globale delle transazioni in dollari che il Patriot Act ha introdotto, ha ridotto il volume mondiale degli investimenti in dollari mentre la nascita di un sistema di riciclaggio nuovo, la cui moneta di scambio è l’euro e non più il dollaro, per aggiralo ha ulteriormente indebolito il dollaro. La Riserva Federale ha cercato di contrastare la mini recessione innescata dall’11 settembre tagliando i tassi d’interesse, ma lo ha fatto in un momento in cui l’eccessivo indebitamento richiedeva una manovra esattamente opposta. Così facendo ha gonfiato a dismisura la bolla dei mutui subprime. L’amministrazione Bush ha incoraggiato la politica dei tassi bassi perché gli ha permesso di finanziare la guerra in Iraq con un crescente debito pubblico. Questa la genesi del crollo del 2007/2008, da cui l’economia mondiale non si è più ripresa. Sul piano politico: l’attacco preventivo in Iraq, costruito su una serie di menzogne prima fra tutte quella che presentava al Zarqawi come l’ambasciatore di bin Laden alla corte di Saddam Hussein, non ha prodotto i frutti aspettati. L’Iraq è diventato un ginepraio di gruppi armati, con in testa Twahid al Jihad, il gruppo guidato da al Zarqawi che grazie alle menzogne dell’asse Bush e Blair, ha guadagnato la fiducia degli sponsor di al Qaeda. Attraverso varie reincarnazioni quel gruppo oggi si chiama ISIS. Dal 2003 al 2007, la guerra in Iraq ha radicalizzato i giovani musulmani anche in Europa e negli Stati Uniti. Madrid, Londra sono state colpite e di colpo il terrorismo è tornato a essere di casa nel Vecchio continente. Il bilancio della guerra contro il terrorismo è particolarmente negativo in Europa, diventata teatro di attacchi di tutti i tipi: dall’assassinio di Theo Van Gogh in Olanda con un semplice coltello fino alle bombe all’aeroporto di Bruxelles o alla carneficina a Nizza. Ma è nel mondo musulmano che l’impatto di questo conflitto si è fatto maggiormente sentire producendo un processo di destabilizzazione che rischia di far saltare lo status quo internazionale. Nel 2003, nasceva al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), un gruppo finanziatosi con il contrabbando di cocaina che dal 2002, a seguito dell’introduzione del Patriot Act, arriva in Europa attraverso l’Africa occidentale, il sahel e il Nord africa. AQMI è stata la prima organizzazione a rapire stranieri quale fonte di finanziamento, soldi con i quali ha reclutato giovani africani. Il cocktail di traffico di cocaina e jihadismo africano è stato letale per la stabilità delle nazioni dell’Africa occidentale, la cui economia nel giro di un decennio è diventata dipendente da queste attività illegali. Dal 2003 tutti i gruppi armati del fondamentalismo islamico, ad esempio i talebani, al Qaeda nella Penisola Arabica, al Nusra in Siria, hanno imitato il modello africano. I rapimenti si sono moltiplicati diventando nelle zone di guerra come la Siria, l’Iraq, la Libia o l’Afghanistan, o negli stati falliti come la Somalia, la fonte primaria di sovvenzionamento non solo dell’attività terrorista ma per la sopravvivenza della popolazione intrappolata al loro interno. Non solo l’Occidente non ha ancora vinto la guerra contro il terrorismo, ma la destabilizzazione del mondo mussulmano ha dato vita all’esodo più grande dai tempi della seconda guerra mondiale. Nel 2015, 1,5 milioni di rifugiati sono entrati in Europa. La crisi dei rifugiati sta mettendo a durissima prova l’Unione europea ed in parte è responsabile per la vittoria del fronte anti europeista nel referendum britannico dello scorso giugno. A giudicare dai risultati abbiamo sbagliato tutto. E la conferma è che il terrorismo è una minaccia ben più grande di 15 anni fa.

11 settembre 2001, strategia sbagliata. Risultati disastrosi. Saddam, Libia, Assad: un errore dopo l'altro, scrive Mario Arpino l'11 settembre 2016 su "Quotiniano.net". In un discorso di sette minuti, la sera dell’11 settembre 2001 il presidente George Bush jr. dichiarava la Guerra al Terrorismo ( War on Terror ). Quel giorno, è anche cambiato il significato di una parola terribile, ‘guerra’. Questo lo si è subito compreso, sebbene la nostra mente fosse ancora rimasta a modelli che non si scostavano troppo da ciò che avevamo subito nel conflitto mondiale e temuto in cinquant’anni di Guerra Fredda. Qualcosa era necessario fare, e subito. Tutto il mondo guardava a Occidente, per capire se, come e quando avrebbe reagito. Certo, l’intelligence andava ristrutturata, gli amici trasformati in alleati, la protezione doveva adeguarsi alla nuova minaccia, le catene di comando richiedevano modifiche e le stesse strutture militari andavano criticamente adeguate. Tutto fattibile, ma solo in tempi lunghi. Le Forze Armate erano l’unico strumento in grado di intervenire con immediatezza e dimostrare quella volontà di reagire che il mondo si attendeva. Ma, in mancanza di un nemico materiale, il problema era come impiegarle, dove e contro chi. Bush, intanto, aveva tratto il dado: il primo nemico era qualsiasi organizzazione statuale o meno che ospitasse i militanti della fantomatica al-Qaeda o concedesse loro di addestrarsi. È così che gli Usa incassavano il placet della Nato per l’applicazione dell’articolo 5 del Trattato, quello relativo alla difesa comune tra i Paesi membri. L’obiettivo era la distruzione dei campi di addestramento in Afghanistan e la rimozione del governo dei talebani, che aveva concesso l’ospitalità. Con questo attacco punitivo contro al-Qaeda iniziava così quella serie di operazioni militari contro il terrorismo che, sviluppate con l’assenso dell’Onu (Afghanistan, Iraq, ancora Afghanistan, Yemen, Siria e Libia), sono ancora di attualità. È stato utile tutto ciò? Difficile dire cosa sarebbe accaduto se non fosse stato fatto. Di certo è che gli errori sono stati molti – vedasi gestione politica del post-operazioni in Iraq, ingiustificato attacco alla Libia e sostegno non selettivo anti-Assad in Siria – e ciò ha lasciato un alone negativo sull’impiego delle Forze Armate in funzione anti-terrorismo. Si poteva fare di più? Probabilmente no. Ma oggi, con i risultati spesso disastrosi che abbiamo sotto gli occhi, possiamo affermare con certezza che si poteva fare di meglio.

Ground Zero, pulviscolo di cemento e ossa. La New York di allora tra bandiere a mezz'asta e arabi terrorizzati, scrive Paolo Guzzanti, Domenica 11/09/2016, su "Il Giornale". Mi telefonò Lou da New York: «Stai guardando la televisione?». Accesi. Era in fiamme soltanto la prima delle due torri. Quando la seconda nuvola di fumo e fiamme colpì al cuore la seconda fu chiaro che non era un incidente ma l'inizio di una guerra. Ormai un secolo fa, non soltanto 15 anni. Corsi a Manhattan col primo volo. I taxi, guidati quasi tutti da musulmani pakistani o arabi silenziosi e impauriti, erano tappezzati di bandiere americane. Case, negozi, scuole erano una fioritura di bandiere a mezz'asta e quella commozione profonda, sul filo del pianto eroicamente contenuto che noi europei deridiamo. Mi raggiungono le notizie con voce atona degli amici del padre della mia ex moglie, Lou, scomparsi con l'aereo che si era schiantato sul Pentagono. Ancora nessuno osava dire che era una messinscena hollywoodiana, come lo sbarco sulla Luna. George W. Bush, il neopresidente, era sotto shock. La politica che aveva annunciato entrando alla Casa Bianca era un po' isolazionista (l'America si fa i fatti suoi) e con intenzioni pacifiche, quasi edonistiche. Era chiaro a tutti che l'attacco dell'11 settembre 2001 era una dichiarazione di guerra, ma non si poteva dire per certo da chi fosse venuta. Al-Qaida era ancora la forza di Osama Bin Laden già divo del terrorismo, malgrado le buoni relazioni che la sua famiglia saudita aveva con gli americani. Ma i giornali, tutti i giornali, tambureggiavano la parola «War», guerra. Prima di decidere a chi muoverla Bush proclamò intanto lo stato formale di guerra. Le agenzie di sicurezza ebbero subito potere di arrestare e trattenere qualsiasi sospetto e interrogarlo con la brutalità necessaria. Pochi obiettarono. Tutti, democratici e repubblicani, volevano la linea dura. Gli Stati Uniti non sono un Paese che porge l'altra guancia. La sconfitta del Vietnam ancora bruciava, a destra e a sinistra. E ora questo attacco puramente simbolico, sanguinario ma simbolico, avrebbe fatto virare il corso del nuovo secolo. Quando leggiamo oggi le testimonianze degli americani musulmani di origine africana o araba, si sente l'angoscia di allora, si sentirono additati e disprezzati come complici degli assassini. Perché il Paese non prendesse una deriva razzistica anti islamica, Bush si precipitò nelle mille moschee di New York. Rassicurò, chiamò i musulmani «my fellow Americans». La reazione nel complesso fu contenuta, ma la tentazione della cacciata globale, se non del linciaggio ci fu. A Ground Zero tornai molte volte fino al 2010, finché restò nell'aria un pulviscolo sabbioso che scricchiolava sotto i denti. Quel pulviscolo conteneva tutto: cemento, acciaio, ossa, detriti degli aerei, occhi dei morti, le teste dei valorosissimi pompieri di New York, per la maggior parte di cognome italiano: quei giganti buoni che tornarono due e anche tre volte negli edifici in cui morirono. Rudolph Giuliani era il re di Manhattan, ma anche la sua Madre Teresa: una faccia scolpita nel gesso e nel fumo, esausto e carico di energia allo stesso tempo. Le foto sui muri. Bambini: Mamma dove sei? Dimmi che sei viva, ti aspettiamo. Adulti: bambini miei (foto sorridenti) papà ed io vi stiamo cercando, telefonateci. Tutti sapevano che quei genitori e quei bambini non sarebbero mai tornati. Scricchiolavano in frammenti atomici fra i denti, capelli e acciaio, nasi scarpe e vetri di finestre. Un'unica pasta unificata a 3mila gradi di calore e poi polverizzata e rimasta lì, nell'aria, per anni. Oggi cominciano a morire di cancro i soccorritori che hanno respirato a lungo quel veleno. I morti continuano, in una catena non meno crudele di quella di Hiroshima, ovunque le vite umane siano annichilite da una strage di massa nel terrore e nel fuoco. Oggi a Ground Zero c'è un museo meraviglioso. Ancora non l'ho visto ma tutti ne parlano con commozione perché è concepito come un percorso, alla maniera dei memorial come quello del Vietnam a Washington (anche quello pieno di cognomi italiani). La nuvola dell'apocalisse si è diradata, poi si è posata vetrosa e impercettibile sugli oggetti e sui raggi solari che l'hanno portata via. Da allora molte, troppe conseguenze. Le abbiamo sotto gli occhi e ci siamo quasi dimenticati delle Torri Gemelle, la Sarajevo di questa nuova guerra senza fine e senza vero senso, ammesso che le guerre ne abbiano mai uno.

L'11 settembre infinito: quella lezione non è servita. La loro vera arma è il lavaggio del cervello, ma noi per sconfiggere i tagliagole ci siamo alleati coi taglialingue, scrive Magdi Cristiano Allam, Domenica 11/09/2016, su "Il Giornale". Quindici anni dopo il più clamoroso e sanguinoso attentato della Storia, che ha colpito al cuore della superpotenza mondiale abbattendo le due torri gemelle, simbolo dell'impero finanziario, bruciando vive circa 3mila persone, l'Occidente non ha ancora imparato la lezione più elementare: l'arma vera del terrorismo islamico non sono le bombe, i kalashnikov o le cinture esplosive, ma è il lavaggio di cervello. Perché quei 19 dirottatori votati al «martirio» islamico non erano armati. L'arma, che ha consentito loro di sequestrare quattro aereo e trasformarle in «bombe umane», era la la loro determinazione a morire per uccidere il maggior numero possibile di «miscredenti» e conquistare il paradiso di Allah. Così come l'Occidente non ha imparato che il singolo terrorista suicida-omicida è solo la punta dell'iceberg e che per vincere la guerra dobbiamo scardinare l'iceberg, non limitarci a scalfirne la punta arrestando ed espellendo solo se viene colto in flagranza di reato. Non abbiamo ancora capito che quando in mezzo a noi ci sono persone che sono state modificate mentalmente e affettivamente, al punto che con il sorriso sulle labbra ci dicono «così come voi amate la vita, noi amiamo la morte», è ormai troppo tardi, perché sono delle bombe umane pronte a farsi esplodere in ogni momento. La verità è che abbiamo paura di guardare in faccia alla realtà dell'iceberg, della «fabbrica del terrore», della filiera che partendo dalla predicazione d'odio, di violenza e di morte che avviene nelle moschee o nei siti che propagandano la guerra santa islamica, pratica il lavaggio di cervello, arruola, addestra militarmente, creando il terrorista islamico che sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere. Questa paura ha a tal punto sopraffatto l'Occidente che, dal 2005, si è caduti nella trappola di immaginare che per sconfiggere i terroristi tagliagole ci si dovesse alleare con i terroristi taglialingue, che ci hanno imposto la sospensione dell'uso della ragione per legittimare l'islam come religione a prescindere dai suoi contenuti violenti, concedendo loro sempre più moschee. L'esito più catastrofico della paura dell'islam è l'irrompere di un terrorismo islamico autoctono ed endogeno, con terroristi islamici con cittadinanze occidentali che colpiscono all'interno stesso dell'Occidente per massacrare altri cittadini occidentali da loro condannati indiscriminatamente come nemici dell'islam. Mentre i 19 terroristi islamici dell'11 settembre 2001 erano cittadini arabi trasferiti negli Stati Uniti per colpire il nemico esterno, i terroristi islamici che dal 7 luglio 2005 si fecero esplodere nel centro di Londra sino a quelli che si sono fatti esplodere a Parigi il 13 novembre 2015, erano cittadini occidentali di fede islamica che hanno colpito dentro casa propria. Ma ciò che più di altro determinerà la nostra sconfitta in questa guerra dichiarata e scatenata dal terrorismo islamico globalizzato, è la vocazione al suicidio demografico promuovendo una folle autoinvasione di milioni di clandestini islamici, immaginandoli come la soluzione al tracollo della natalità della popolazione autoctona nell'Ue. Solo una classe politica irresponsabile ha consentito, 15 anni dopo l'11 settembre, la crescita del terrorismo islamico dei tagliagole, il radicamento del terrorismo islamico dei taglialingue, l'irrompere del terrorismo islamico autoctono ed endogeno, il dilagare dell'islamizzazione demografica.

Abbiamo ignorato la profezia di Ratzinger E ora l'islam è più forte. Dobbiamo prendere atto che i nemici della nostra civiltà sono molto più forti e l'Occidente è sempre più votato al suicidio, scrive Magdi Cristiano Allam, Lunedì 14/09/2015, su "Il Giornale". Quattordici anni dopo l'abbattimento delle due Torri Gemelle e nove anni dopo le polemiche seguite alla Lectio Magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona, che ricorrono l'11 e il 12 settembre e che sono passati alla storia come l'apice del successo del terrorismo islamico dei tagliagole e dei taglialingue, dobbiamo prendere atto che i nemici della nostra civiltà sono molto più forti. All'opposto, l'Occidente è sempre più votato al suicidio, dopo essere caduto nella trappola letale di chi s'illude che, alleandosi con i terroristi taglialingue, si possano sconfiggere i terroristi tagliagole. Se nel 2001 i terroristi islamici disponevano soltanto dell'Afghanistan come base sicura, in virtù dell'alleanza strategica di Al Qaida con i Taliban, oggi controllano direttamente dei territori nello «Stato islamico» sorto a cavallo tra la Siria e l'Irak, in Libia, Somalia, Mali, Yemen e Nigeria, così come sono in grado di destabilizzare Afghanistan, Pakistan, Tunisia, Egitto, Algeria e Indonesia. Mentre nel 2001 fu l'Occidente a promuovere l'offensiva contro Al Qaida, oggi assistiamo alla sconvolgente alleanza tra l'Occidente e il terrorismo islamico, sia quello dei tagliagole dell'Isis in Siria, sia quello dei taglialingue dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo. Persino dentro casa nostra, dove il terrorismo islamico è diventato autoctono ed endogeno, con la «produzione» di decine di migliaia di aspiranti suicidi nel nome di Allah con cittadinanza occidentale, e dove si consolida una «roccaforte islamica» che consta di moschee, scuole coraniche, enti assistenziali e finanziari islamici, tribunali sharaitici, centri studi e di formazione. Se nel 2006 Benedetto XVI ebbe il coraggio di denunciare la violenza intrinseca all'islam, prima dovette dissociarsi dalle parole dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo («Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai solo delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva a diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»), poi fu costretto a pregare con il Gran Mufti Mustafà Cagrici nella Moschea Blu di Istanbul. Sempre nel 2006 l'Unione Europea vietò di usare il termine «terrorismo islamico», perché si incorrerebbe nel reato di offesa all'islam o di istigazione alla guerra religiosa. Per gran parte dei nostri mezzi di comunicazione di massa i terroristi islamici sono «miliziani fondamentalisti», «esercito dell'Isis», «insorti sunniti», «fondamentalisti sunniti», «jihadisti», «miliziani islamisti», «ribelli sunniti», «miliziani qaedisti», «gruppo integralista islamico» o. più banalmente. «assalitori», tranne che terroristi islamici. I leader occidentali si affannano a ripetere che l'islam è una «religione di pace». L'islamicamente corretto è diventato la camicia di forza che ci siamo auto-imposti nel contesto di una guerra in cui siamo oggettivamente perdenti. Il prossimo passo sarà la codificazione del reato penale di «islamofobia», in un Occidente dove si potrà criticare tutto e tutti tranne l'islam e Maometto. Nel frattempo si mettono a tacere gli avversari attraverso il «Jihad by Court», la «guerra santa islamica» tramite i tribunali, costringendoli a pagare fior di quattrini per denunce di diffamazione, fino a obbligarli a sottomettersi all'islamicamente corretto. Dobbiamo prendere atto che siamo in guerra. È il Jihad, la guerra santa islamica, che da sempre mira a sottomettere il mondo intero al dio Allah e a Maometto. È ciò che descrivo e denuncio nel mio nuovo libro «Islam. Siamo in guerra», in edicola con Il Giornale e in libreria da sabato 19 settembre.

I convertiti all'islam sono più pericolosi. Il buonismo dilagante ci fa chiudere gli occhi davanti all'odio dell'islam, scrive Magdi Cristiano Allam, Giovedì 02/07/2015, su "Il Giornale". Non commentiamo l'errore madornale di sottovalutare la presenza in Italia di autoctoni convertiti all'islam e arruolati nel terrorismo islamico globalizzato, riducendolo a un fatto di cronaca, sicuramente eclatante, ma che si archivia dopo qualche giorno. Ricordo che quando nel 1999 rivelai da Londra la presenza di campi di addestramento alla guerra santa islamica sul territorio britannico, il fatto suscitò più incredulità che preoccupazione. Solo quando il 7 luglio 2005 quattro terroristi suicidi britannici, tra cui un convertito, si fecero esplodere nella metropolitana e nel centro di Londra, il governo di Tony Blair capì che aveva la guerra in casa e denunciò i predicatori d'odio annidati nelle moschee. Ebbene, dieci anni dopo dobbiamo prendere atto che l'Occidente non è più solo una “fabbrica” di terroristi islamici che vanno ad espletare la loro Jihad altrove nel mondo, ma è diventato esso stesso territorio di guerra santa islamica, dove la minaccia più insidiosa è rappresentata dagli autoctoni convertiti, proprio perché sono simili a noi, tranne il fatto di odiarci al punto da volerci sterminare o sottomettere per far trionfare lo “Stato islamico” dentro casa nostra. I convertiti all'islam, che incarnano il terrorismo autoctono e prefigurano la guerra santa endogena, sono il cavallo di Troia permanente, il nemico interno a cui noi accordiamo i diritti sanciti dalla Costituzione, illudendoci che potremo fermarli un attimo prima che perpetrino degli attentati, grazie ad una efficace azione di prevenzione come quella che ha portato all'arresto dei familiari di Maria Giulia Sergio, partita con il marito albanese per lo “Stato islamico” dell'Isis, anche loro convertiti all'islam. Al riguardo, l'islam è categorico. Maometto, secondo la narrazione di Abd Allah, ha prescritto che il sangue di un musulmano può essere sparso «nel caso in cui abbandoni l'islam (commettendo apostasia) e lasci la comunità dei musulmani» (Hadis, 9:83:17). Il nemico interno viene immediatamente eliminato. All'opposto, l'Occidente il nemico interno lo coltiva. La profonda crisi valoriale e identitaria è il terreno fertile che favorisce l'islamizzazione delle nostre società. Il relativismo religioso, promosso anche dalla Chiesa cattolica, nobilita l'islam elevandolo a religione di pari dignità del cristianesimo. Il buonismo dilagante nega qualsiasi nesso tra l'islam e i terroristi, favorendo la diffusione delle moschee e il proselitismo islamico. Una volta che varcano la porta dello “Stato islamico”, i nostri convertiti si vedono subito affidare i compiti più sporchi, sgozzare, decapitare, massacrare. Con le mani grondanti di sangue subiscono un trauma mentale ed affettivo che li marchierà a vita. Non illudiamoci che possano essere “recuperati” alla civiltà che esalta la sacralità della vita. Loro sono l'arma più insidiosa che ci sconfiggerà, dopo essersi trasformati in “bombe umane” dal lavaggio di cervello che subiscono nelle moschee o nei siti jihadisti, pronti ad esplodere in qualsiasi momento.

11 settembre, il ricordo dei bambini rimasti orfani. Sono cento i bambini nati a poche ore dagli attentati dell'11 settembre 2001. Hanno perso almeno un genitore nel crollo delle Torri Gemelle, scrive Marta Proietti, Sabato, 10/09/2016, su "Il Giornale". Sono oltre 3mila i bambini rimasti orfani dopo gli attentati che l'11 settembre cambiarono per sempre la vita di tutti noi. In particolare, i media hanno seguito la storia di quei cento bimbi nati nelle ore o nei giorni seguenti il crollo delle Torri Gemelle. Come Allison Lee, venuta alla luce due giorni dopo: suo padre Daniel era sul volo dell'American Airlines che doveva andare da Boston a Los Angeles, ma si schiantò su una delle torri alle 8,45. Daniel stava tornando a casa per stare vicino alla moglie in attesa del parto. "Sono la gioia, sono la consolazione, sono l'amore", dice Jenna Jacobs, il cui figlio Gabriel è nato una settimana dopo l'attacco. Oggi quei bambini hanno quindici anni ma, anche se non li hanno conosciuti, ricordano i loro genitori come degli eroi. Come Lauren McIntyre, venuta al mondo tre mesi dopo. Il padre era un poliziotto che si gettò all'interno della torre sud per cercare di aiutare le persone a fuggire. Lauren, che porta una collana al collo con la targhetta di riconoscimento del papà, lo ricorda così: "Non riesco a immaginare quanto coraggio ci voglia per entrare in una situazione come quella". Justin Strada era nato invece quattro giorni prima gli attacchi terroristici e quel giorno perse suo padre. Tom era stato vicino alla moglie Terry per due giorni, poi aveva deciso di tornare in ufficio. Ha raccontato la moglie: "Guardare in tv quello che stava succedendo fu pura e semplice tortura".

11/9, testimone racconta: "Sento ancora le urla..." Richard Loeb, newyorkese, era a Manhattan quell'11 settembre 2001, scrive Luca Romano, Domenica 11/09/2016, su "Il Giornale". "Ho ancora in testa i suoni delle sirene, le urla della gente, il frastuono del crollo delle torri, come se fosse successo cinque minuti fa. Invece sono trascorsi 15 anni...". Richard Loeb, newyorkese, era a Manhattan quell'11 settembre 2001. Ha visto il primo aereo schiantarsi contro la torre nord del World Trade Center, ha assistito all'arrivo dei soccorsi, ha respirato il fumo e la polvere che hanno circondato Lower Manhattan. "Una vera e propria Apocalisse nel mondo reale", ha scritto Loeb pochi giorni dopo l'attacco alle torri gemelle in un documento inedito di cui LaPresse è entrata in possesso e che, in esclusiva, racconta quei drammatici momenti. Quel martedì Loeb, all'epoca dipendente di una banca nel distretto finanziario di Manhattan, era in ufficio. "Ogni mattina - scrive - passavo sotto le torri del World Trade Center intorno alle 6.50, godendo della vista magnifica degli edifici di Lower Manhattan. Anche se le vedevo tutti i giorni, ogni volta restavo ammirato dalle torri, pensando che tutto il mondo le conosceva e io invece semplicemente 'passavo lì sottò". Poi, la notizia, alle 9. "Mia moglie Robin mi telefonò per chiedermi se stessi bene perchè, mi disse, un aereo si era schiantato contro una torre del World Trade Center. L'edificio in cui lavoravo è il più a sud di tutta Manhattan - spiega Loeb - a meno di un chilometro di distanza dalle torri. Scesi nell'ingresso e vidi che fuori c'erano fumo e detriti che, come coriandoli, cadevano ovunque". Richard decise così di tornare a casa ma, nel frattempo, un altro aereo aveva colpito la torre sud. "Capimmo così che eravamo sotto un qualche tipo di attacco". Arrivato sulla Broadway, Loeb racconta: "c'era polvere ovunque, si sentivano sirene di ogni tipo, la gente correva e piangeva. Molti sembravano essere appena usciti da un qualche tipo di disastro: avevano i capelli spettinati, i vestiti strappati, nei loro occhi si vedeva il terrore, alcuni piangevano, e tutti correvano". Arrivò davanti alla chiesa della Trinità. "Vedere il fumo e le fiamme innalzarsi, sapere che c'erano persone disperate ai piani superiori delle torri e, a quanto avevamo sentito, sul tetto, fece scorrere l'adrenalina nei corpi di tutti noi che osservavamo. Ma eravamo impotenti e frustrati". Loeb continua descrivendo una delle immagini più terrificanti dell'11 settembre: le persone imprigionate nelle torri che, nel vano tentativo di salvarsi, si lasciavano cadere dalle finestre. "Inizialmente non mi ero reso conto di cosa stessi vedendo, pensavo fossero strani detriti. Osservando una scena che si svolge a quasi 400 metri di altezza, a due isolati di distanza, una persona che precipita nel vuoto non appare subito agli occhi come un essere umano. La gente a terra strillava quando vedeva persone saltare giù". In quei primi momenti di confusione sembrò prevalere comunque l'ottimismo nella 'forzà americana. Loeb iniziò infatti a parlare con le persone vicine. "Alcuni dissero che nemmeno con degli aerei erano riusciti a far cadere le torri: “Ci hanno provato di nuovo”, dicevano, (riferendosi all'attacco del febbraio 1993, ndr). Credevamo che sarebbe bastata una pesante opera di ristrutturazione e le torri sarebbero tornate presto". Ma bastò una frazione di secondo per cancellare ogni sorta di ottimismo, di speranza. La parte superiore della torre nord si inclinò leggermente verso sinistra e "come in una scena al rallentatore, precipitò in basso.... Il terreno tremò, il suono che accompagnò il crollo fu qualcosa che mi perseguiterà per sempre. Non fu come sentire una serie di esplosioni, sembrava più un pesante tamburellare metallico, come quello che si sente durante un temporale prima che un forte tuono si abbatta a terra, o come quello di un treno della metropolitana in transito. Finì con un forte rombo, confuso e soffocato. Ora si potevano di nuovo sentire le persone che urlavano mentre correvano via, e le sirene...tutte quelle sirene. Era una vera e propria Apocalisse nel mondo reale". L'onda d'urto di fumo e detriti che si sprigionò dopo il crollo travolse la zona circostante. Loeb si nascose dentro la filiale di una banca. "Ero coperto di una polvere che non avevo mai visto prima: appiccicosa, acida, inconsistente - spiega Loeb - Ce l'avevo dappertutto: nel naso, negli occhi, in bocca, nelle orecchie, sopra e sotto i vestiti. Guardando fuori dalle finestre sembrava che fosse notte, con un turbine di pesante polvere grigia che mulinava intorno". Un quarto d'ora dopo il pavimento tornò a tremare: era la seconda torre che crollava. Trascorsero due ore di paura e di attesa. Poi la Guardia Nazionale iniziò le operazioni di evacuazione. "Le strade erano praticamente deserte, non c'erano sirene né altri suoni, tutto era attutito come quando si cammina durante una fitta nevicata - ricorda Loeb - Il contrasto tra i suoni e gli eventi incredibili di poco prima era qualcosa da ricordare. Le urla, i pianti, le sirene, tutto taceva. In quel momento ero in una città abbandonata, tutto era stato congelato e zittito dal crollo delle torri. Fu l'esperienza più incredibile, surreale, fisica, mentale ed emotiva che una persona possa mai immaginare". Loeb impiegò sei ore e mezza prima di arrivare a casa, a New City, sobborgo di New York. "Tra le braccia di mia moglie e dei miei figli ho pensato a tutto quello che era successo: le sirene, i suoni, il silenzio, le sofferenze, e la follia. Sapevo che non avrei mai più potuto essere lo stesso dopo quel giorno".

Lottare per la libertà: il grande compito che ci ha lasciato la Fallaci. La nostra editorialista, amica della scrittrice, la ricorda tra passioni politiche e vita privata, scrive Fiamma Nirenstein, Domenica 11/09/2016, su "Il Giornale". È ormai diventato quasi un luogo comune ripetere che l'Oriana aveva ragione. Ci si stupisce, con tante polemiche, tanto scandalo, tanta persecuzione. Forse adesso il coro di stupefatto di rimpianto e ammirazione generale diventa un impedimento a identificarla pienamente come una scrittrice e una mente poliedrica e profonda. Tutte le guerre di Oriana erano guerre sante e ben condotte, non solo quella all'Islam e al terrorismo. Piccola, con quei vestiti da signora fiorentina, la gonna scozzese e il twin set, e pronta nell'armadio, fino all'ultimo, la tuta Kaki per partire «embedded» su un carro armato non c'era angolo dell'universo politico in cui Oriana non agitasse la sua fiaccola scintillante, trascinando l'interlocutore in un labirinto di idee in cui lei si offriva generosamente come guida, capo supremo, sacerdote. Oriana faceva venire il cardiopalma, ti eccitava, ti sgridava, ti lodava: a me lo fece venire letteralmente, una notte prima di una mia visita finii al pronto soccorso cardiaco a New York. Dopo l'11 di settembre ero diventata uno dei suoi interlocutori su Bin Laden e in genere sull'Islam, spesso mi chiamava in Israele alle due di notte con una domanda improvvisa. La vita pratica, specie durante la malattia che durò 15 anni, le era di impaccio al volo ideologico continuo che lei puntigliosamente nutriva di cultura, citazioni, nomi e date. Era consapevole di essere graziosa, sempre con la virgola nera sui begli occhi. Un giorno andò perduto il caviale beluga: «L'avevo comprato per te, dov'è? Dove l'ho messo... eppure deve essere in frigorifero...» No, in frigorifero l'Oriana non l'aveva messo. L'aveva cacciato nel cassetto delle posate il giorno avanti... e così, addio, era andato a male, e mi preparò due ottime uova al tegamino. Lei rise e si arrabbiò. Si arrabbiava sempre di più per i tradimenti, le minacce, la sofferenza del cancro che ormai, e se ne pentì, non curava quasi più perché correva verso l'appuntamento impostole dalla storia: essere la profetessa dell'invasione islamica e la fustigatrice nella neghittosità occidentale. I tre piani della casa browstone al 222 della 61esima erano per quanto possibile la succursale (e viceversa) della magione vicino a Greve in Chianti dove si rifugiava anche a costo di quel maledetto viaggio aereo, così lungo senza sigarette. Anche la sigaretta era per lei un apologo di libertà, nessuno doveva romperle le scatole mai, in niente, anche se e quando le faceva male. Così va letta Oriana, come una leader e anche un'enciclopedia nella sempiterna guerra per la libertà, come donna e come cittadino; anche tutta la sua ultima guerra contro l'Islam militante che ci vuole soggiogare, contro Eurabia, contro la vigliaccheria del politically correct che si rifiuta di coniugare la parola Islam con «violenza» e tantomeno con «terrorismo» è tutta contro i lacci del totalitarismo che opprime le donne e la libertà di pensiero e di religione. Libertà è la parola chiave. Senza questo valore così specifico, così occidentale la vita non vale la pena di essere vissuta. Il nemico non è solo l'Islam che vuole sottometterci, ma quello che è nazi fascista come diceva lei. Aveva fatto la resistenza da staffetta, quasi bambina, portando armi e messaggi, aveva visto morire i suoi amici ed era rimasta partigiana e patriota. E benché vivesse ogni nemico come nazi fascista la sua vis rivoluzionaria lei la viveva in maniera del tutto irrituale, dato che davvero non era di sinistra, e tanto meno comunista. Anzi, i comunisti la rivoltavano, da Pol Pot ai russi totalitari: li minacciava di «prenderli a calci nel culo», come diceva con vezzo toscano. Oriana sfoggiava una incantevole scrittura fiorentina (teneva tre dizionari sul tavolo, curava spasmodicamente la punteggiatura) e esibiva la sua attitudine da dura, sembrava una John Wayne alla fiorentina, da «antica signora» e da guerriera. Firenze e America: erano i suoi due poli geografico-ideologici: «...Fiorentina parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All'estero quando mi chiedono a quale Paese appartengo rispondo: Firenze. Non Italia». E per quella Firenze si precipitò come un San Giorgio contro il drago, per difendere Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto, la torre del Mannelli dove aveva combattuto i tedeschi col padre e dove voleva «morire in piedi come Emily Bronte». È a Firenze in realtà che comincia la sua lotta contro l'invasione islamica, a seguito dell'occupazione da parte di immigrati somali dello spazio sacro fra il Duomo e il Battistero, fra il Campanile di Giotto e la Porta del Paradiso del Ghiberti. Oriana lotta con le unghie e con i denti contro il sacrilegio e contro i vigliacchi pusillanimi e stupidi che non lo impediscono: «L'arcivescovo che non si pronuncia, i turisti che si sorprendono, i cittadini che si offendono». Quello che la Fallaci otterrà dalla difesa della sua città sarà il rifiuto di attribuirle il riconoscimento del Fiorino. Una vergogna. Qui comincia la strada di Oriana che trova tutto il suo significato nella Rabbia e l'Orgoglio e La Forza della ragione, la sua impavida resistenza al politically correct che diventa poi minaccia di morte. Dalla nuova ferita a ciò che ama, cioè agli Stati Uniti con le Twin Towers, Oriana trae la determinazione ad andare a fondo anche nell'approfondimento del tema Islam. È stato colpito il suo amore, perché l'America è libertà: «Se non si fosse scomodata a fare la guerra a Hitler e a Mussolini oggi parlerei tedesco... se non avesse tenuto testa all'Urss oggi parlerei russo... È un paese da invidiare perché nasce dall'idea della Libertà sposata a quella dell'Uguaglianza. Non ne parlavano nemmeno i rivoluzionari della Rivoluzione Francese, dato che sarebbe cominciata nel 1789, ossia tredici anni dopo la Rivoluzione americana, che scoppiò nel 1776». Oriana pensava che Firenze fosse la città più bella del mondo, che gli Usa fossero la nazione più entusiasmante, che il suo mestiere fosse il più significativo, il suo amore per Panagulis il più alto e poi disperato dopo la morte, le sue battaglie quelle senza le quali un uomo non è un uomo. Si chiama identità, un dono sublime, e anche lotta senza quartiere per difenderla quando sia minacciata, significa sapere, un po' sfacciatamente, cosa si è e per che cosa si vive e quanto costa. Ha descritto tutto questo per filo e per segno, e ha denunciato il terribile sforzo di andare valorosamente fino in fondo studiando e riportando quel che vedeva anche mentre stava morendo. Da giornalista, da scrittrice. Da Oriana, l'unica.

11 settembre 2001, 15 anni dopo chi ha capito la verità sugli attacchi? Scrive Gianluca Ferrara l'11 settembre 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Gianluca Ferrara. Saggista e direttore editoriale di Dissensi Edizioni. L’11 settembre di 15 anni fa gli Stati Uniti D’America subirono l’attentato più grave della loro storia. Era dal 1815 che non ricevevano un attacco sul proprio territorio. Nel 2001 due aerei si schiantarono contro le Twin Tower al World Trade Center di New York, un altro aereo colpì il Pentagono e un altro ancora, secondo la versione ufficiale, precipitò in Pennsylvania dopo che alcuni passeggeri tentarono di fermare i terroristi. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre il grande shock per il popolo americano fu capire il perché una nazione buona e innocente fosse stata colpita con tale violenza. Era inverosimile immaginare che, come lo definì George W. Bush, “il faro più luminoso della libertà” fosse stato attaccato. Questo perché la gran parte degli statunitensi (ma degli occidentali in generale) vivono in una bolla mediatica che distorce la realtà e fa credere loro fin dalle scuole primarie di vivere nel “mondo libero” quello dalla parte giusta della storia. Ma è davvero così? Pochi giorni fa, dopo aver pubblicato un video messaggio intitolato Usa: l’impero più brutale della storia ho capito, dai tanti commenti ricevuti, che sempre più persone non credono alle tesi narrate dai principali organi mainstrean. In Italia è sempre più forte una richiesta d’indipendenza che, dopo 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e quasi 30 dalla caduta del muro di Berlino, sarebbe già dovuta iniziare da tempo. Nel nostro Paese sta maturando una domanda d’indipendenza e di vera sovranità che va ascoltata. A esclusione dell’episodio di Sigonella dell’ottobre 1985, l’Italia si è sempre tenuta al ruolo di fedele periferia dell’impero statunitense. Dopo il secondo conflitto mondiale e quelle atroci e inutili sofferenze inflitte ai civili giapponesi, la politica estera Usa ha mirato a occupare territori, attaccare paesi sovrani per imporre le proprie corporation e piazzare brutali dittatori. Si pensi a Somoza in Nicaragua, Pinochet in Cile, Suharto in Indonesia, Reza Pahlavi in Iran, Carlos Castillo Armas in Guatemala e Numumba in Congo. Dopo il 1945 gli Usa sono diventati un’economia di guerra intraprendendo un percorso di colonizzazione che secondo André Vtchek ha causato la morte diretta di almeno 50 milioni di persone. Dei 19 dirottatori dell’11 settembre nessuno era afgano o iracheno, ben 15 erano sauditi eppure gli Usa, legati economicamente all’Arabia Saudita, non fecero alcuna rimostranza verso questo regime a cui anche il nostro Paese vende armi; armi che di recente sono usate nel conflitto in Yemen che ha già ucciso 4000 persone. Non è mia intenzione avanzare ipotesi su chi sia stato e perché fu effettuato l’attacco dell’11 settembre. Una mia convinzione è che nel mondo non si muove una foglia se non ne sono a conoscenza preventivamente i servizi segreti Usa. A maggior ragione credo che sia impossibile che non ci fosse consapevolezza che fosse in programma un attentato di tale portata sul suolo americano. Sta di fatto che dopo quel terribile attentato in cui morirono 2974 persone il governo di George Bush ebbe un pretesto perfetto per proseguire il piano fissato nel 1990 di destabilizzare e poi controllare le fonti energetiche del Medio Oriente. Dopo il nemico comunista ne serviva subito un altro per giustificare gli ingenti fondi all’ipertrofica macchina bellica. Bin Laden ritenuto responsabile degli attentati era lo stesso combattente che, insieme a tanti jihadisti, fu definito da Ronald Reagan “Combattente per la libertà” allorquando la guerra santa fu armata e finanziata dagli Usa per fermare l’avanzata sovietica in Afghanistan. Bin Laden fu, secondo la versione governativa, ucciso il 2 maggio del 2011 durante un intervento di forze speciali denominato Operation Neptune Spear. Osama Bin Laden si nascondeva in un compound di Abbottabad in Pakistan, nell’assalto fu ucciso lo sceicco saudita suo figlio e altri tre abitanti della casa. Il corpo di Bin Laden fu portato via e gettato nell’oceano. L’uccisione di Bin Laden può essere equiparata a un raid malavitoso, non di certo a un’operazione compiuta da un governo che si reputa il faro della democrazia mondiale. Bin Laden era disarmato e persino i nazisti dopo il secondo conflitto mondiale ebbero diritto a un processo. Ma oggi a 15 anni di distanza da quel terribile giorno in quanti hanno capito la correlazione con la politica estera Usa? Quanti sono davvero a conoscenza delle atrocità commesse dalla macchina bellica statunitense? In quanti hanno davvero compreso che la democrazia Usa in realtà è un’oligarchia composta da grumi di potere che fissano una politica estera aggressiva che continua a mettere a repentaglio la sicurezza dei più per tutelare i propri interessi?

11 settembre, ecco tutti quelli che non credono alla versione ufficiale. Professionisti, scienziati, familiari, registi: chi sono coloro che non credono che quello che è stato raccontato sull'11 settembre corrisponde a verità, scrive il 10 settembre 2016 Mirko Bellis su "Fanpage”. L’attacco al World Trade Center e al Pentagono dell’11 settembre 2001 ha prodotto nel corso degli anni tutta una serie di teorie alternative alla versione ufficiale. Il rapporto della Commissione del Congresso degli Stati Uniti – incaricata dal presidente George W. Bush di fare luce sul peggior attentato della storia recente – ha suscitato fin dalla sua uscita le critiche di chi non crede a quella ricostruzione dei fatti. Le modalità con cui venne realizzato l’attentato – mai prima di allora dei dirottatori avevano compiuto una missione suicida contro degli obiettivi civili – le reticenze delle autorità americane e i misteri che gravitano attorno ad ogni evento di questa portata, hanno indotto molte persone a sostenere che l’11 settembre fu frutto di un complotto. Uno dei primi a realizzare una inchiesta-documentario fu Micheal Moore con il suo Fahrenheit 9/11, vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes nel 2004. Moore esamina le complesse relazioni fra il governo statunitense e la famiglia Bush con il clan dei bin Laden, il governo saudita, i talebani, nell'arco di oltre trent'anni. Moore afferma che, nei giorni immediatamente successivi all'attentato, ventiquattro membri della famiglia bin Laden, presenti negli Stati Uniti, sarebbero stati segretamente evacuati senza essere sottoposti ad alcun tipo di indagine. A finire sotto la lente del regista fu anche la reazione del governo americano.  Bush e i falchi Neocons che componevano il suo esecutivo (Rice, Cheney e Rumsfeld) individuarono subito il cosiddetto Asse del male del quale faceva parte anche l’Iraq di Saddam Hussein, assolutamente estraneo all'attentato. Nel 2013, gli Usa – con l’accusa, poi rivelatasi falsa, della possessione di armi di distruzione di massa da parte del regime di Baghdad – diedero inizio all'invasione dell’Iraq. Nel corso di questi quindici anni sono nate molte associazione negli Stati Uniti che hanno chiesto una riapertura delle indagini. Tra queste c’è il Family Steering Committee (Fsc) composto dai familiari delle vittime dell’attentato. Nell'autunno del 2001, i membri del Fsc iniziarono il primo di una serie di viaggi a Washington per chiedere un'indagine indipendente sugli attacchi terroristici dell’11 settembre. Il Fsc ottenne il sostegno bipartisan di importanti senatori come John McCain, del partito repubblicano, e Joseph Lieberman, per i democratici. Per niente soddisfatta dei risultati della Commissione Congressuale, l’associazione inviò nel 2004 cento domande ai massimi rappresentanti delle istituzioni degli Stati Uniti, tra cui l’ex presidente Bush, il segretario di Stato Condoleezza Rice e il direttore della Cia, George Tenet. I familiari delle vittime volevano sapere, tra le altre cose, perché la nazione fosse così impreparata ad un attacco o chi avesse approvato il volo della famiglia Bin Laden fuori degli Stati Uniti, quando tutti gli altri voli commerciali erano stati sospesi. Moltissime delle domande dell’associazione non hanno mai avuto nessuna risposta da parte dell’amministrazione Bush e le poche in cui si sono espresse le autorità non sono state considerate soddisfacenti da parte dei familiari delle vittime. A non credere alla versione ufficiale dei fatti di quel tragico 11 settembre, ci sono anche varie associazioni di ingegneri, architetti, piloti d’aereo e vigili del fuoco. Questi professionisti, ciascuno nel proprio campo, non accettano le conclusioni della Commissione Congressuale e chiedono un’investigazione indipendente. A sollevare dubbi sull'uso spregiudicato che l’amministrazione Bush fece dell’attentato non sono mancati neanche ufficiali di alto grado dell’esercito americano, come il generale Wesley Clark. Quello che fu il comandante delle forze Nato durante la guerra in Kosovo, durante un’intervista del 2007 a Democracynow, disse che guerre che seguirono agli attentati dell’11/9 erano state pianificate ben prima.  L’obiettivo di attaccare l’Iraq e altri Paesi – secondo la tesi del generale – rientrava in un disegno già prestabilito. Nell'elenco dei “complottisti”, il gruppo 911truth (Verità per l’11 settembre) – che comprende membri sparsi in tutto il mondo – accusa apertamente il governo americano di mentire. L’attacco – sostengono – sarebbe stata opera di elementi all'interno dell’amministrazione degli Stati Uniti che in qualche modo hanno orchestrato o partecipato all'esecuzione degli attentati. L’obiettivo di questo gruppo è di raccogliere tutti i documenti e le prove per rovesciare la storia ufficiale. Secondo 911truth, l’attentato sarebbe stato il pretesto usato dal governo americano per scatenare le guerre in Medio Oriente e per ridurre le libertà civili negli Usa. Solo un mese dopo dagli attacchi terroristi, fu approvato dal Congresso il Patriot Act, una legge federale che rinforzava il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, limitando pesantemente anche la privacy dei cittadini. A cercare di diffondere la tesi alternativa ci ha provato anche il milionario Jimmy Walter autore di Confronting the Evidence, un documentario mandato in onda anche in Italia nel 2006 dalla trasmissione Report di Raitre. Walter ha affermato: “Nessuna persona obiettiva può esaminare l'assenza di rottami al Pentagono e il crollo dell'edificio 7 del WTC senza rendersi conto che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato nella versione ufficiale”.

11 settembre 2001: Siems racconta gli errori americani. Finte confessioni, manipolazione pubbliche, segreti inconfessabili. Perché la guerra al terrore Usa non ha funzionato. Parla l'editore di Guantanamo's Diary, scrive Gea Scancarello l'11 Settembre 2016 su “Lettera 43”. Pochi minuti dopo la fine della nostra conversazione, Larry Siems salirà su un palco e racconterà – ancora una volta, l'ennesima, ma con lo stesso sgomento della prima – come un uomo qualunque possa lasciare casa propria dopo una normale giornata di lavoro, convinto di andare in commissariato per un interrogatorio di routine, ed essere invece caricato su un aereo segreto, picchiato selvaggiamente, spostato in varie carceri mediorientali fino a trovarsi incatenato mani e piedi dentro all’orrore di Guantanamo, dall’altra parte del mondo. E come quell'uomo sia costretto ad attendere cinque anni, senza alcuna imputazione, prima di poter parlare con un avvocato, tra torture quotidiane, violenze sessuali, umiliazioni di ogni genere. E poi altri otto, anche quando aguzzini e carcerieri sanno perfettamente che la ragione per cui è stato portato lì dentro è falsa: non è un terrorista, non ha alcun legame con gli attentatori dell’11 Settembre, non frequenta membri di al Qaeda. La storia è quella di Mohamedou Slahi, (allora) giovane della Mauritania e autore inconsapevole di Guantanamo Diary (in italiano 12 anni a Guantanamo,edito da Piemme): 400 pagine di appunti giornalieri, dettagliati e persino ironici, scritti per restare umano dentro alla meno umana delle prigioni. Il governo americano li ha requisiti e secretati per anni, finché gli avvocati di Slahi hanno vinto la battaglia legale, sono riusciti a ottenerli e a passarli a Larry Siems, giornalista, attivista dei diritti umani ed ex direttore del Freedom to Write and International Programsdel Pen, l'associazione degli scrittori americani per la libertà d'espressione. Siems, con la consapevolezza dell’enormità del compito che gli era stato affidato, li ha editati e trasformati in un libro uscito nel 2015, che Slahi non ha mai potuto vedere: è infatti ancora rinchiuso a Guantanamo. Il quindicesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, e della cosiddetta lotta senza quartiere al terrorismo, coincide con il 15esimo anno della sua detenzione illegale. Nel luglio scorso, un giudice ha stabilito che potrebbe essere tra i prossimi rilasciati e, nell’attesa che succeda, Siems e il fratello di Slahi girano raccontando a un’Europa sconvolta dalla nuova ondata di attentati come e perché non cedere agli errori e agli orrori di altre Guantanamo. «La violazione dei diritti umani, la tortura, il rinunciare ai nostri valori fondanti in nome di una presunta sicurezza è un danno che facciamo a noi stessi grande almeno quanto quello che ci fanno i foreign fighter o chi tortura a Raqqa», spiega Siems. Larry Siems, co-autore del libro 12 anni a Guantanamo.

DOMANDA. La sensazione però è che, al di là della retorica ufficiale, l'urgenza sia trovare una qualsiasi soluzione per arginare il terrorismo, più che il rispetto dei valori fondanti.

RISPOSTA. Potrei rispondere con la citazione di Benjamin Franklin che anche Mohamedou propone nel libro: «Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza».

D. Eppure è stata la strada scelta proprio dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre 2001, in nome della «guerra al terrore».

R. La reazione americana è stata sostanzialmente questa: prendi le tue certezze, i tuoi valori, le cose su cui hai fondato la tua storia e mettile da parte. Le extraordinary rendition, la sorveglianza di massa, le detenzioni preventive di cui Guantanamo è il più terribile esempio sono una sospensione totale della cornice legale e delle consapevolezze umane e giuridiche costruite in secoli.

D. Nonché una violazione di trattati internazionali, per esempio quello contro la tortura sui prigionieri di guerra.

R. Abbiamo torturato come fanno i terroristi a Raqqa, come fanno i regimi che hanno paura e vogliono una risposta qualsiasi subito: non giusta, non vera, ma una risposta. È un compromesso che non andava accettato. Tornare indietro poi è molto difficile.

D. Un compromesso utile, almeno?

R. Prendiamo il caso della sorveglianza di massa. Dicono quelli che sono incaricati di scavare nelle informazioni raccolte che l'accumulo mostruoso di dati sia controproducente, che rende il loro lavoro più difficile, che è più complicato isolare quello che è realmente importante.

D. E nella prevenzione del terrorismo? C'è un fil rouge tra l'11 settembre, Guantanamo e i recenti attentati?

R. Non è facile rispondere, ma pensiamo agli ostaggi dell'Isis con le stesse tute arancioni dei detenuti di Guatanamo: il segnale è chiaro. O prendiamo lo studio del Senato Usa sul programma di detenzione e di interrogatori della Cia: ha rivelato che le confessioni estorte ai detenuti sono state svianti per l'antiterrorismo. Poi c'è la consapevolezza che Al Baghdadi, il capo dell'Isis, fu detenuto nel carcere 'speciale' di Abu Ghraib...

D. I programmi speciali non erano poi così speciali, insomma.

R. Le nostre detenzioni illegali e le nostre violenze hanno minato l'impegno degli Stati Uniti nei confronti del rispetto della dignità e dei diritti umani. E nel momento in cui abbiamo consentito ad altri di questionare la nostra serietà nei confronti della libertà abbiamo contribuito a creare una animosità generale.

D. Eppure, nell'Europa sconvolta dagli attentati dell'Isis, sono molti a pensare che ci vorrebbe una Guantanamo anche qui per prevenire i rischi. 

R. Non so ovviamente quale sia il bilanciamento perfetto tra libertà e sicurezza, ma penso che il libro di Mohamedou riporti la questione alla sua essenza. Stiamo parlando di individui, di persone, di diritti umani e civili di base: i problemi del terrorismo non si risolvono prendendo un sacco di gente e consentendo ogni genere di abusi.

D. Qualcuno risponderebbe che anche non farsi ammazzare in un teatro parigino o lungo la passeggiata di Nizza è un diritto.

R. Questa è un'argomentazione consumata, vecchia, già morta. È frutto di una manipolazione, simile a quella per cui in America ci hanno convinto che i 798 detenuti a Guantanamo fossero le persone peggiori, le più cattive del mondo, l'incarnazione del male. I politici si sono fatti forti maltrattando gente che non hanno saputo riconoscere. Infatti la maggior parte di queste persone sono poi risultate totalmente estranee ai fatti: nel frattempo però non solo sono state distrutte le loro vite, ma anche quella delle loro famiglie, minando pericolosamente un intero tessuto sociale.

D. È per via di questa manipolazione che negli Usa non c'è mai stato un movimento davvero serio contro Guantanamo e certe sospensioni della legalità?

R. Penso che sia un insieme di fattori. A partire dalla segretezza: non è un caso che quella prigione sia stata realizzata a Cuba. L'hanno messa lontana, inaccessibile, tutto quello che succedeva era impossibile da sapere. Con il tempo alcune cose sono venute fuori, il diario di Mohamedou in questo senso ha aiutato moltissimo, ma penso che almeno quattro quinti delle cose rilevate nello studio sui programmi della Cia non saranno mai rese note.

D. Il libro di Mohamedou Shali, che lei ha editato, è pieno di omissis e di parti secretate. I nomi di certi aguzzini e responsabili però prima o poi verranno fuori. Cosa succederà allora? Sarà come quando i funzionari nazisti dissero che si limitavano a eseguire ordini?

R. Questo è un ottimo punto. Io penso che Mohamedou, e molti altri detenuti, siano rimasti dentro tutto questo tempo proprio perché non facciano i nomi: Guantano oggi esiste non per proteggerci dal terrorismo, ma per mantenere segreti. E mi amareggia sapere il danno fatto non solo ai sequestrati, ma anche agli americani: violando la loro comprensione di quello che è giusto e di quello che non lo è.

D. Il giudice ha stabilito di recente che Mohamedou potrà forse uscire. Cosa succede una volta fuori?

R. Questa è una cosa strana, perché a persone a cui è stato tolto tutto non resta che una cosa: il perdono. Molti ex detenuti hanno dimostrato questa attitudine, dopo aver avuto una capacità incredibile ed eroica di resistenza. Nonostante le loro famiglie abbiano subito condizioni di stress estremo e siano state caricate di uno stigma che ha portato alla lacerazione del tessuto sociale che stava loro intorno. Sarebbe giusto che gli Stati Uniti – ai quali nessuno comunque potrà chiedere i danni – chiedessero almeno scusa, che si prendessero la propria responsabilità nell'errore immenso che sono stati Guantanamo e tutti i programmi speciali inaugurati dopo l'11 settembre.

D. Invece?

R. Invece non c'è alcuna accountability, alcuna assunzione di responsabiltà. E il fatto che gli americani non abbiano mai pubblicamente ammesso l'errore e non abbiamo mai chiesto scusa, aumenta la percezione distorta degli europei, che ora sono tentati di imboccare soluzioni simili.

D. Obama aveva promesso che avrebbe chiuso Guantanamo, e non l'ha fatto. E la sua amministrazione ha invece confermato alcuni programmi.

R. Ci sono molte lotte, nell'Amministrazione, tra la Cia e il Pentagono, nel Congresso stesso. Penso che questi scontri abbiano impedito al presidente di chiudere Guantanamo come aveva detto. Ma lo ammiro molto, perché ha comunque cercato delle strade per riuscire a far uscire chi non doveva trovarsi lì. Ha ordinato udienze, revisione dei casi, ha stretto accordi con i Paesi perché i detenuti potessero tornare a casa. E anche così, pur nella consapevolezza acclarata che si stavano liberando innocenti detenuti illegalmente per oltre un decennio, a ogni ondata di rilasci i repubblicani tuonavano: «Stiamo rimettendo in libertà pericolosi terroristi...».

IL TERRORE TRA NOI. L’11 settembre e la paura Isis, scrive Toni Capuozzo l'11/09/2016 su “Il Tempo”. Vanno al liceo, o al college. Nel mondo c'è una generazione che è nata dopo quell'11 settembre del 2001. Come spiegare loro quello che significò quel giorno, per noi che accendemmo le televisioni, e assistevamo a qualcosa che non poteva essere vero? Non possiamo spiegarglielo, continuiamo a conservare solo spezzoni di immagini: l'aereo che si conficca nella seconda torre, le figurine delle persone che si lanciano nel vuoto, i volti dei vigili del fuoco, la polvere. In quindici anni molte cose sono cambiate: Bin Laden è stato ucciso e la sua salma nascosta per sempre, i talebani non governano più l'Afghanistan, sono morti Saddam e Gheddafi, Al Qaeda ha perso la sua supremazia nel mondo del fondamentalismo cedendola a un gruppo, se possibile, ancora peggiore. L'America ha, da allora, contato più vittime per sparatorie folli che per attentati terroristici, è stata guidata da un presidente nero, ed è diventata riluttante a mettere i piedi dei suoi soldati in un mondo confuso, preferisce la guerra asettica, un po' sdegnosa e un po' prudente, dei droni. L'Europa, che quindici anni fa assistette sgomenta a quello che succedeva nel World Trade Center, ma con l'angoscia di uno spettatore risparmiato dalla minaccia, ha dovuto contare i suoi morti, da Madrid a Parigi, da Bruxelles a Londra. I leader europei ci ripetono: siamo in guerra. Tra cinquanta o cento anni, quando nei libri di storia verrà raccontata, questa guerra, sarà risparmiata agli studenti la memorizzazione delle date: è una guerra che non ha una data d'inizio - c'erano già stati attentati alle ambasciate americane in Africa, gli stessi giochi olimpici di Sidney 2000 avevano convissuto con le minacce di uno sconosciuto saudita di ricca famiglia - e non avrà mai una data certa che possa essere definita la fine della guerra. Forse sceglieranno quell' 11 settembre di quindici anni fa come data atrocemente simbolica di un secolo che, chiuso il precedente con la dissoluzione dell'impero sovietico e le guerre etniche, si inaugurava smentendo ogni illusione, regalandoci le guerre sporche, il terrorismo internazionale, gli attentati. E allora, la stiamo vincendo, questa guerra? Lo Stato Islamico perde pezzi, certo. Ma non possiamo fare a meno di interrogarci sul futuro di migliaia di manovali del terrore sparsi per il mondo e in guerra con il mondo, un'armata di zombie che, perso il suo ridotto, entrerà nella clandestinità, e forse accanto a noi. Ecco, non è un caso che sia l'Isis a ricordare l'anniversario dell'11 settembre più ancora di quel che resta di Al Qaeda. Da Raqqa hanno fatto un appello ai lupi solitari perché entrino in azione proprio oggi, e lo condiscono appropriandosi delle immagini del World Trade Center e mettendo Bin Laden nella galleria dei loro cattivi maestri. Lo Stato Islamico si sta preparando - perdonateci l'aspro neologismo - ad alqaedizzarsi, a rendere carbonare le proprie strutture di massa. Possiamo consolarci pensando che stanno per perdere Sirte, che finalmente Russia e Stati Uniti un qualche accordo sulla Siria l'hanno trovato, e i francesi hanno fermato un commando femminile armato di bombole di gas? No: ci sono minori addestrati a uccidere che viaggiano verso le nostre rive ingenue, ci sono gas sarin e nervino preparati per riempire altre bombole, e i folli del fondamentalismo non sono più cellule di rampolli sauditi annoiati, ma elenchi senza fine di gente nata in Europa: il Belgio dice di temere il ritorno in patria di 200 tagliagole. Vedremo se succederà qualcosa oggi, ma comunque sia, quindici anni dopo, non possiamo permetterci il lusso di ricordare in una quiete dolorosa ma sicura. A quei ragazzi che non erano ancora nati possiamo solo dire che è stato risparmiato loro un passato duro, ma il futuro non appare migliore. Sappiamo che c'è chi continua a morire per le polveri respirate sul Ground zero. Noi continuiamo a vivere, ma il fiato, a guardare in faccia la realtà, a guardare l'America che non ha cancellato il nemico con Bush ma neanche con Obama, a vedere l'Europa che frana proprio sotto la spinta delle migrazioni, a registrare la morte, con le primavere arabe, di tante illusioni, il fiato è sospeso. Toni Capuozzo

Il delirio del sito islamista: "Il sisma punizione di Allah". "Sì all'Islam in Italia" è seguito da 43mila persone: "Un segno per convertire i peccatori". E fioccano le adesioni, scrive Paolo Bracalini, Venerdì 26/08/2016, su "Il Giornale".  Non c'è solo la spiegazione scientifica dei sismologi e dei geologi, c'è anche l'interpretazione islamica sulle vere ragioni del terremoto che ha devastato il centro Italia. La teoria arriva da un sito di musulmani residenti in Italia, «Sì all'Islam in Italia», che conta più di 43mila seguaci su Facebook. «Indubbiamente i terremoti che stanno accadendo in questi giorni sono tra i segni che Allah usa per spaventare i Suoi servi - si legge -. I terremoti e tutte le altre cose che accadono e che provocano danni e ferite alle persone sono a causa dello Shirk (l'idolatria, la falsa fede, ndr) e dei peccati, come Allah dice: Qualunque sventura vi colpisca, sarà conseguenza di quello che avranno fatto le vostre mani». La distruzione causata dal sisma non è casuale, né un evento solamente naturale, dietro ci sono la volontà di Allah e le colpe dei peccatori infedeli. Il post viene condiviso da centinaia di persone: Ibrahim residente a Milano, Mohammed che vive a Parma, Hamza che invece lavora a Padenghe sul Garda, Mehdi di Bergamo e molti altri. Il terremoto come punizione di Allah del resto trova riscontri in diverse sure del Corano, citate dal sito islamista a conforto della propria spiegazione. Una (Al-A'rf, 96) dice: «Se gli abitanti di queste città avessero creduto e avessero avuto timor di Allah, avremmo diffuso su di loro le benedizioni dal cielo e dalla terra. Invece tacciarono di menzogna e li colpimmo per ciò che avevano fatto». Un'altra ancora (Al-Ankabt, 40): «Ognuno colpimmo per il suo peccato: contro alcuni mandammo ciclone, altri furono trafitti dal Grido, altri facemmo inghiottire dalla terra e altri annegammo. Allah non fece loro torto: furono essi a far torto a loro stessi». Il concetto è chiaro anche se non viene detto in modo esplicito dal sito: chi è morto sotto le macerie si era macchiato di un grave peccato, non credere in Allah, e quindi se l'è cercata. Il sito «Sì all'Islam in Italia» cita a riprova un commentatore coranico del XIV secolo: «A volte Allah dà alla terra il permesso di respirare, il che avviene quando accadono forti terremoti; questo fa si che le persone si sentano spaventate, così si pentono, abbandonano i peccati, pregano Allah e provano rammarico per i loro peccati». La soluzione per evitare le catastrofi come quella che ha raso al suolo Amatrice e altri paesi del centro Italia, più che costruire abitazioni antisismiche, è la conversione all'islam: «Quello che devono fare i Musulmani e gli altri che sono responsabili e sani di mente, è di pentirsi ad Allah, aderire fermamente alla Sua Religione ed evitare tutto ciò che Egli ha proibito, in modo che possano essere indenni e raggiungere la salvezza da tutti i mali di questo mondo e dell'Altro: è così che Allah allontanerà da loro ogni male, e li benedirà con ogni bene». Nei commenti alla pagina Facebook, oltre ai ringraziamenti ad Allah «che ci fa vedere questi segni», c'è chi fa notare che tra i morti ci potrebbe essere anche qualche italiano di fede musulmana. Risposta degli amministratori (ignoti) del sito islamista: «L'articolo parla in generale. Si riferisce ai musulmani e ai non musulmani». Il sito (che come immagine profilo ha una cartina dove il nome «Israele» è barrato e al suo posto compare «Palestina») avvisa anche che «la Moschea di Rieti ha offerto immediata accoglienza e supporto logistico ai terremotati», mentre «Islamic Relief Italia sta già operando in coordinamento con la Protezione Civile, per far affluire prontamente i primi soccorsi». La spiegazione religiosa al terremoto non è peraltro prerogativa islamica. Anche «Militia Christi» si avventura in un'interpretazione altrettanto sconcertante, con un tweet («La tragedia del terremoto ci interroghi sui nostri peccati e sull'abominio delle unioni civili») poi cancellato e goffamente smentito. Mentre il post sul terremoto come castigo di Allah resta lì, senza che Facebook (inflessibile sui contenuti politicamente scorretti) intervenga.

Ed a proposito di Islam. Sul terremoto che ha straziato l'Italia prende la parola anche il presentatore Claudio Lippi. E' indignato, e le sue parole vengono riportate da Lettera43 (mentre il suo profilo Twitter risulta non accessibile). Lippi si riferisce alla diversità di trattamento tra i terremotati italiani delle zone di Rieti e gli immigrati: "Mettiamo 50 immigrati a Capalbio e i terremotati in una palestra? Non ho parole". 

Terremotati in tendopoli, immigrati in hotel: perché gli italiani s'infuriano, scrive di Fabio Rubini il 26 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”. Prima le lacrime e l'incredulità di fronte alle immagini che rimbalzavano dalle tv ai social e viceversa. Poi, piano piano, tra politici e la gente comune s'è fatto strada un dubbio: ma se ai clandestini lo Stato riserva alberghi con wi-fi e tv al plasma, perché ai terremotati italiani dovrebbero toccare tende e unità abitative di lamiera? È stato un attimo, la rete anche questa volta, è stata veicolo imbattibile e inarrestabile e così il tam tam è partito. Corroborato anche dalle notizie come quella apparsa sul sito dell'Huffington Post, secondo cui: «I terremotati dovranno stare nelle tende almeno fino alla fine di settembre, poi si vedrà». Qualcuno, come il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana, non l'ha presa bene e ha polemizzato su quelli che facevano polemica: «è evidente che non gli interessa né degli uni né degli altri. Vogliono solo contribuire a loro modo, versando bile», scatenando un dibattito sulla sua pagina Facebook tra quelli che erano d'accordo con lui e quelli che, più o meno velatamente, lo accusavano di non stare dalla parte degli italiani. A rinfocolare le polemiche ci ha pensato anche l'ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, che con una lettera inviata al Tempo spiega: «Conosco bene quella gente, nessuno vorrà andarsene lontano dai loro paesi, vanno trattati come cittadini di serie A con priorità assoluta» quindi «vanno piantate tendopoli nella zona colpita sperando che non le abbiano usate tutte per gli extracomunitari». Poi c'è il parroco di Boissano (Savona), don Cesare Donati, che in disaccordo con Bertolaso spiega: «Adesso è il momento, vista la tragedia del terremoto, di mettere gli sfollati nelle strutture e i migranti sotto le tende», raccogliendo anche il placet del leader della Lega Matteo Salvini: «Questo parroco non ha per niente torto». Il picco, però, è stato raggiunto a Milano. Il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, rilascia una dichiarazione per mettere a disposizione il campo base di Expo sia «per ospitare in questi primi giorni i terremotati» sia «per inviare i moduli abitativi nelle zone terremotate». E annuncia che «l'assessore Bordonali è già in contatto con la protezione civile» ben contenta dell'aiuto ricevuto. Tanto più che quel campo andrebbe comunque dismesso, per restituire l'area al vicino comune di Rho. Quindi la Regione e la società Expo Spa potrebbero in un sol colpo aiutare i terremotati e velocizzare lo smantellamento del Campo Base. Sulla vicenda, però, è entrato a gamba tesa il neo sindaco di Milano, il piddino Beppe Sala, ancora scottato dal «no» che lo stesso Maroni aveva posto alla sua richiesta di trasformare il Campo base di Expo in un campo profughi. Così, pensando di interpretare il pensiero del governatore come un dietrofront «opportunistico», lo ha accusato a testa bassa: «Questo terremoto è un dramma da non strumentalizzare - sbotta il sindaco -. La proposta di Maroni di utilizzare il campo base o i suoi moduli per gli sfollati del terribile terremoto sembra una delle tante dichiarazioni politiche che la Regione non ci fa mai mancare. Questa volta tentando anche una strumentalizzazione su una tragedia come quella che ha colpito il centro Italia». Un commento border line, come subito dopo gli fa notare lo stesso Maroni: «Sono sorpreso dalle dichiarazioni del sindaco Sala. In un momento così drammatico dobbiamo lasciare da parte le polemiche e fare ogni sforzo per aiutare chi è stato colpito dal terremoto - ribadisce Maroni -. Questo è il senso della mia proposta di mettere a disposizione il campo base Expo. Proposta che, per altro, è stata condivisa dalla Protezione civile nazionale. Intendo quindi procedere rapidamente in questa direzione per portare aiuto concreto a chi ha subito questa immane tragedia». Con buona pace di Sala e del Pd. Fabio Rubini.

Vittorio Feltri il 27 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”, la verità amara sul terremoto: "Perché pensano ai morti, ignorano i vivi". Di solito succede questo: le grandi tragedie nazionali mobilitano i mezzi di comunicazione, che per qualche giorno non fanno altro che parlarne in tutte le salse fino alla saturazione. Le maratone televisive, che riprendono da ogni angolazione i danni provocati dal terremoto, durano meno di una settimana, sempre le stesse, i soliti cumuli di pietre, mani nude che scavano, cadaveri, gente disperata, lacrime. D'altronde che altro potrebbero fare i giornalisti se non raccontare ciò che hanno sotto gli occhi? Ma la ripetitività a lungo andare spegne le emozioni che si tramutano in noia. Tra un po' i riflettori si trasferiranno dall’Umbria, dalle Marche e dal Lazio in altri luoghi e anche l'ultima sciagura sarà archiviata, salvo tornare a bomba quando si scoprirà che qualche malfattore, approfittando del dolore altrui, avrà trovato il modo di arricchirsi: appalti, stecche, prezzi gonfiati. C'è una regola che non muta mai: le disgrazie sono occasioni d'oro per chi non ha scrupoli. L'esperienza ci ha istruiti. Cosicché alla fine di settembre saranno pochi, oltre ai terremotati, a ricordarsi del flagello che ha martoriato il Centro Italia. Compariranno qua e là notizie riguardanti la ricostruzione, che tarderà a cominciare, il recupero dei capitali necessari a finanziare le opere, le beghe tra le imprese che cercheranno di accaparrarsi gli appalti. Nulla di appassionante. E le nostre coscienze si quieteranno. Ecco quanto è sempre successo e succederà ancora. Le brutte abitudini sono le più resistenti. Personalmente, in veste di cronista ho seguito parecchie calamità: il sisma che distrusse il Friuli nel 1976, quello che sbriciolò l'Irpinia nel 1980, quello di Perugia e dintorni nel 1997 e, assai recente, quello che ha violentato l'Emilia. L'indomani di ogni catastrofe si è assistito alle medesime immancabili scene e si sono uditi i medesimi discorsi improntati a buone intenzioni, a prescindere dal colore del governo in carica: faremo, brigheremo, ci impegneremo affinché le prossime scosse non ci colgano impreparati. Parole, parole, soltanto parole. Esportiamo in vari Paesi le nostre tecnologie da applicarsi agli edifici al fine di renderli sicuri, ma non le applichiamo in Patria. Siamo bravi nella cura di ogni territorio tranne quello che calpestiamo. Perché? Si possono avanzare soltanto ipotesi: non siamo capaci di organizzarci, abbiamo una classe politica scucita e perennemente in polemica con se stessa. Risultato, anziché fare, discutiamo. Si pensi che non abbiamo ancora un piano per le zone attualmente disastrate. Le istituzioni, la Boldrini in testa, si dannano per ottenere esequie collettive per le vittime. Sono più preoccupate dei morti che dei vivi. Spendono molti quattrini per i profughi e lesinano aiuti per i nostri connazionali bisognosi. Insomma, questa è la situazione e non promette niente di buono. C'è il timore che i terremotati siano costretti a stare in tenda mesi, mentre gli extracomunitari si crogioleranno in belle camere d'albergo, ben pasciuti, nutriti e riveriti. L'accoglienza e la solidarietà sono solo per individui di importazione. Vittorio Feltri.

LO STATO CRIMINALE. Lo sfregio dello Stato ai terremotati. Profughi e sfollati: chi riceve di più, scrive Roberta Catania, il 27 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”. Ci sono oltre 5mila immigrati che dormono in hotel o in confortevoli appartamenti nel raggio di 150 chilometri dalle cittadine distrutte dal terremoto del 23 agosto scorso, mentre 2.500 sfollati italiani abitano nelle tende messe in piedi nei campi vicini alle macerie di Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto, tra l'alto Lazio e le Marche. Nessuno di questi 5mila stranieri vive in quei casermoni conosciuti con i nomi di Cie o Cara, dove comunque vengono ospitati migliaia di clandestini. Questi numeri si riferiscono esclusivamente al progetto Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), un programma finanziato dal Ministero dell'Interno tramite il Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell'Asilo e che prevede l'accoglienza e la tutela dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti che sono soggetti ad altre forme di protezione. In questi casi, le 2.545 strutture messe a disposizione in tutta Italia sono di tre tipologie: l'82% sono appartamenti, poi ci sono alberghi (12%) e infine le comunità di alloggio, per lo più destinate ai minori, appena il 6%. Dati riferiti al 2015 e attuali fino all' aprile scorso, quando il Viminale ha diffuso l'ultimo report. Così, mentre gli immigrati, divisi in base all' età, alle parentele e ad altre necessità, hanno cucine, un bagno normale e il riscaldamento d' inverno, i 2.500 sfollati che dormono nelle tende provano ad arrangiarsi. Per ora lo fanno e va bene così, anche perché la maggior parte vuole rimanere vicino a quello che gli è rimasto della loro casa e nessuno, a così pochi giorni dai crolli, dormirebbe in una struttura dove, al primo scricchiolio, sarebbe assalito per il terrore di sentire di nuovo le macerie crollargli addosso. Ma tra qualche settimana, quando arriveranno le prime piogge e poi la neve, anche i più legati al territorio inizieranno a sognare un letto caldo, una cucina dove sia possibile preparare una minestra calda e un bagno dove lavarsi senza soffrire temperature glaciali. Qualcuno, già ora, ammette di temere l'arrivo del freddo. Alessandro, 67 anni, sfollato da Amatrice insieme alla moglie e al cagnolino, oggi vive in una tenda al campo di Sant' Angelo. Raggiunto dalle telecamere, l'uomo ha spiegato di avere «non avere paura di rimanere nella tenda per troppo tempo», ma di aver «paura dell'inverno, che», ha sottolineato, «è qui alle porte». Nessuno ha ancora pensato, invece, a ciò che sarà nei prossimi anni. Giustamente questi sono i giorni del lutto per chi ha perso i propri cari e dello choc per chi è sopravvissuto guardando la morte in faccia. Eppure, quasi come un amaro presagio, quattro giorni prima del terremoto tra Amatrice e Pescara del Tronto, un uomo sopravvissuto nove anni fa al sisma dell'Aquila, ha fatto i conti con la dura realtà delle istituzioni, che spente le telecamere ridimensionano anche il sostegno morale e - soprattutto - economico. Quello sfollato dell'aprile 2009, il 18 agosto scorso era salito su un cornicione al secondo piano di una palazzina del progetto Case di Cese di Preturo, in provincia dell'Aquila, minacciando di gettarsi a causa delle maxi bollette che stanno arrivando in questi giorni agli inquilini degli alloggi costruiti per gli sfollati dopo il terremoto e per la chiusura dell'acqua calda da parte del Comune nei confronti dei morosi. L' unico riuscito a far desistere l'uomo è stato il sindaco, Massimo Cialente, che evidentemente ha promesso uno sconto o la rateizzazione. Fatto sta che le collette e le donazioni a un certo punto finiscono e queste persone si trovano a far il conto con le spese di tutti i giorni, senza avere più un'attività o i risparmi di una vita. Il premier Matteo Renzi non ha tardato a stanziare i primi soldi per aiutare i terremotati: 50 milioni di euro sono già stati destinati ad Amatrice e le altre località colpite dal sisma di martedì notte. Però per i 5.845 immigrati ospitati negli alberghi e negli appartamenti del progetto Sprar tra le Marche, il Lazio, l'Umbria e l'Abruzzo, intorno cioè ai luoghi sbriciolati dalla scossa, sono stati spesi quasi 75 milioni solo nel 2015. A voler fare i conti in difetto, si tratta di 204.575 euro al giorno, senza cioè considerare che gestire i minori costa di più. E l'anno scorso, per le 21.613 persone ospitate in tutta Italia nel progetto Sprar il conto è stato salato: 276 milioni e 106mila euro. Troppo in confronto a quei 50 milioni. Roberta Catania

C’è razzismo e razzismo.

Di Pontelandolfo e Casalduni (BN)non rimanga una pietra: 14 agosto 1861 l'eccidio, scrive Leonardo Pisani l'11 agosto 2016. «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra.» Così disse il Generale Cialdini al Colonnello Eleonoro Negri. Era il 14 agosto 1861, in pieno periodo del grande Brigantaggio, qualche giorno prima il 7 agosto 1861 quando alcuni briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il cerretese Cosimo Giordano, approfittando dell’allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da Pontelandolfo, occuparono il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti, issandovi la bandiera borbonica e proclamandovi un governo provvisorio. Successivamente L’11 agosto il luogotenente Cesare Augusto Bracci, incaricato di effettuare una ricognizione, si diresse verso Pontelandolfo alla guida di quaranta soldati e quattro carabinieri. Nei pressi del paese, gli uomini del reparto piemontese furono catturati da un gruppo di briganti e contadini armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica. Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento dove informò i suoi superiori dell’accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli sull’accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini. Racconta Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri, che il rapporto inviato a Cialdini conteneva una descrizione raccapricciante dell’uccisione dei bersaglieri. Cialdini, consultandosi con altri generali, ordinò l’incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei due paesi “meno i figli, le donne e gli infermi”. Ma non fu così. Il colonnello Pier Eleonoro Negri, al comando di un battaglione di 500 bersaglieri, massacrò un numero stimato di oltre 400 inermi cittadini, altre fonti dicono quasi un migliaio e distrusse il paese incendiandolo: molte donne furono stuprate prima di esser assassinate e non furono forniti dati ufficiali sul numero totale delle vittime della repressione. Il generale Cialdini, per l’attuazione del piano, incaricò il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni. All’alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell’arrivo delle truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano. In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne (nonostante l’ordine di essere risparmiate) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero violentate: “Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne furono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nella chiesa prima denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffiò a sangue il viso di un piemontese; le furono mozzate entrambe le mani e poi fucilata. Anche i luoghi di culto non furono risparmiati, le chiese profanate, le sacre ostie calpestate; i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive rubati. Gli scampati al massacro furono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà fu fucilata. A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, per la maggior parte fuggì. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circondò il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messo a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.  Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie: «Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava.» Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell’episodio: “… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo…”. Alcuni particolari del massacro si leggono nella relazione parlamentare che il deputato Giuseppe Ferrari scrisse a seguito del suo sopralluogo a Pontelandolfo all’indomani del terribile evento. Nella relazione si citano due fratelli Rinaldi, uno avvocato e un altro negoziante, entrambi liberali convinti. I fratelli, usciti fuori di casa per vedere cosa stesse accadendo, vennero freddati all’istante e uno dei due, ancora in agonia dopo i colpi di fucile, fu finito a colpi di baionetta. Un altro episodio citato è quello di una ragazza, tale Concetta Biondi, che rifiutandosi di essere violentata da alcuni soldati, fu fucilata. «Una graziosa fanciulla, Concetta Biondi, per non essere preda di quegli assalitori inumani, andò a nascondersi in cantina, dietro alcune botti di vino. Sorpresa, svenne, e la mano assassina colpì a morte il delicato fiore, mentre il vino usciva dalle botti spillate, confondendosi col sangue» (Nicolina Vallillo) Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: «Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora.» Questo eccidio è stato sottaciuto, nascosto per più di un secolo nei “testi ufficiali” di storia, per una commemorazione ufficiale di un massacro di inermi si è dovuto aspettare Centocinquant’anni dopo, il 14 agosto 2011, Giuliano Amato, presidente del comitato per le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, ha commemorato quella strage, porgendo a tutti gli abitanti di quella che è stata definita «città martire», le scuse dell’Italia.

Capalbio e non solo, ex comunisti snobbano immigrati e metalmeccanici, scrive il 18 agosto 2016 Laura Naka Antonelli su “Wallstreetitalia”. Su Twitter viene lanciato anche un hashtag ad hoc per commentare il caso: l’hashtag è #capalbioforrefugees e l’ultimo caso tutto italiano, esploso qualche giorno fa, è quello di Capalbio. Un caso che coinvolge e travolge la sinistra italiana, e quella roccaforte della stessa, almeno fino a qualche tempo fa, che si chiama Regione Toscana. Le offese contro questa sinistra sempre più non pervenuta tra la gente comune si sprecano: si parla di ex comunisti radical chic che non vogliono gli immigrati. Tutto parte di fatto proprio dalla questione spinosa dell’immigrazione, dal momento che sono ben due i ricorsi che sono stati presentati al Tar dagli abitanti del centro storico di Capalbio, alla notizia dell’arrivo di 50 immigrati. “Non siamo affatto contro l’accoglienza”, precisa il sindaco del Pd Luigi Bellumori, dopo la bomba mediatica esplosa con le dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (prima PCI, ora Pd) che, dal suo profilo Facebook, nel giorno di Ferragosto, ha stroncato la sinistra di Capalbio. “A Capalbio nobili ambientalisti, boiardi di Stato e intellettuali ex comunisti non vogliono i profughi, non vogliono la strada, non vogliono nulla, perché le loro vacanze non possono essere disturbate”. Esulta ovviamente la destra, con Matteo Salvini, leader della Lega, che usa le parole del governatore Rossi per perorare la propria causa: “Sono 50 profughi, ma la sinistra radical chic non li vuole vicino ai campi da golf, alle piscine, ai giardini, ai villini e ai villoni di questa sinistra che i campi rom li pensa sempre in periferia». E poi: «Non li metterete davvero qui, hanno detto in coro. Loro si sono ribellati. Ecco la sinistra”. Il sindaco di Capalbio Bellumori difende se stesso e la comunità di Capalbio: “Questa non è accoglienza, è ghettizzazione. Non è integrazione calare 50 migranti in un borgo di 130 residenti. Perché Capalbio è sì, molto più esteso perché ha frazioni e ville sparse, ma qui si parla del centro medievale”. E sulle accuse di razzismo: “Capalbio ha accolto i braccianti del Sud negli Anni ’50, e i migranti dell’Est negli Anni ’90”. Promettendo infine: “Convocheremo un tavolo con prefettura e Regione, sono convinto che troveremo una soluzione. Noi non diciamo no agli immigrati, diciamo no a 50 in quel posto, siamo disposti ad accoglierne una quindicina”. Certo il caso rimanda a quella intervista a IO Donna (Corriere della Sera) rilasciata ormai un bel po’ di anni fa, nel 2009, da Giovanna Nuvoletti, giornalista e fotografa, moglie di Claudio Petruccioli, ex presidente della Rai. Nel commentare il suo romanzo L’era del cinghiale rosso, Nuvoletti aveva parlato proprio della sua Capalbio. “L’unico ricco comunista che abbia mai conosciuto, Giangiacomo Feltrinelli, a Capalbio non ci veniva. I comunisti che negli anni Settanta andavano in Maremma erano squattrinati. Chi poteva se ne andava a Porto Ercole”. E’ una pessima estate, quella di quest’anno, per la sinistra italiana. Non si può dimenticare neanche l’altro grande triste protagonista dei cosiddetti ex comunisti, Arcangelo Sannicandro, 73 anni, avvocato e parlamentare “comunista”, che ha un reddito da 400mila euro l’anno (dato relativo al 2014) e che si è opposto in modo piuttosto plateale, lo scorso 4 agosto, alla Camera, alla proposta del M5S relativa alla riduzione delle indennità di carica da 10.000 a 5.000 euro (tra l’altro richiesta non passata). “Non siamo lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici! Da uno a dieci noi chi siamo?”. E lui, anche, viene da Pci e da Rifondazione.

Capalbio, arrivo dei migranti: gli spocchiosi radical chic tolleranti col sedere degli altri, scrive il 17 agosto 2016 Emanuele Ricucci su “Il Giornale”. Arrivo migranti. A Capalbio è dramma collettivo. Bruciati i tricolori, interrotte le proiezioni della Trilogia dei colori di Krzysztof Kieślowski e le serate di degustazione delle mandorle bio dell’Uzbekistan in tutta la città; per protesta, i vip locali chiedono più diritti. C’è già chi grida “Fascisti!”. In queste ore caldissime, l’ANSiA riporta le ultime dichiarazioni ed iniziative per fronteggiare il dramma: ANSiA: Emergenza migranti a Capalbio. Arrivati i viaggiatori del mare. Distribuite ai poveri fuggiaschi dalla disperazione, pashmine colorate, occhialetti tondi, copie di Pasolini e Saviano. Ristabilito l’ordine. Un gesto umanitario necessario dopo il lungo viaggio, dopo stress alto e paura. A Capalbio i migranti arrivati sono cinquanta e sono stati destinati solo profughi poeti che narrano delle danze tipiche del loro Paese e che sono emarginati dalla dittatura tribale a cui si sono ribellati non potendosi più barbaramente permettere un nuovo Mercedes o di non poter presentare il nuovo libro in giro per il mondo. Altrove in Italia, tutti gli altri. Il sindaco di Lampedusa, ex perla del mediterraneo, si unisce al coro dei colleghi di tutta Italia – che senza battere ciglio hanno ricevuto ordine dalla Prefettura di ospitare i poveri fuggiaschi dalle guerre -, dal centro al Sud, fino al Nord, dai paesini più poveri e isolati a quelli più espressivi a livello architettonico e storico, fino alle grandi città d’arte, in un appello: “Ha ragione il collega toscano. L’arrivo dei 50 (cinquanta) migranti nella sua città, potrebbe essere una “una catastrofe lesiva dell’appeal di Capalbio” – parola del sindaco PD Luigi Bellumori -. Fa bene a dirlo; fa bene a difendere la sua realtà e chi se ne frega delle nostre città, del nostro turismo, della nostra arte e della nostra capacità di fare cultura. Del decoro delle nostre comunità”. Proprio in seguito a quanto si apprende dall’agenzia ANSiA, abbiamo raccolto alcuni pareri. “Appena ricevuta la notizia dell’arrivo di questi poveri viaggiatori sono corso a casa, ho preso mia moglie per un braccio e mio figlio Ubaldo Jonah e gli ho detto: “dobbiamo lasciare casa. Dobbiamo andarcene ora!”. Non credevamo che questo problema potesse toccare anche a noi in Italia. Pensavamo fosse una cosa da Sud, da isole di prossimità, da paesini sperduti del centro o del nord Italia, quelli devastati dalle politiche governative; la nostra Capalbio e chi poteva immaginarlo. Che ne sarà dei nostri reading? E delle sedi delle nostre associazioni umanitarie, deserte? E delle degustazioni di Tofu, del teatro sperimentale? – ci racconta ancora atterrito Gian Maria Ipocriti, stimato medico del luogo -. “Abbiamo riflettuto sulle parole del sindaco. È da fascisti, suvvia, non accogliere, da figli del terzo Reich, quelli a cui toglierei il diritto di voto e di vita; ma noi qui non possiamo proprio permettercelo. Non possiamo!”, ci racconta Guidobaldo Pace. C’è anche chi, come Luigi Colpavostra, addossa le colpe di un simile problema alla politica e alla storia: “La colpa dell’arrivo di cinquanta migranti? Di Salvini, oggi, e delle politiche di Mussolini, ieri. Se non avesse bonificato le paludi pontine, con il conseguente arrivo di operai veneti, del nord Italia, di altre regioni, insomma, venuti a lavorare per vivere, tutto questo non ci sarebbe stato!”. Duilio Demo Crazia, conte capalbiese, dopo due aver dato due corpose boccate di pipa ci risponde: “Chi l’ha detto che immigrazione faccia rima con sicurezza, sostenibilità, assistenzialismo. Roba da fascisti! Prendete le parole (reali) del sindaco. La sicurezza? “Non potrà essere garantita dalla polizia municipale che conta un solo agente a tempo indeterminato e due vigili estivi con il sindaco che ha il ruolo di comandante”. Integrazione e sostenibilità? “Ho delle perplessità che una comunità possa accettare che per un cittadino di Capalbio vengono spesi 31,28 euro l’anno in spesa sociale e per i richiedenti asilo 32,50 euro al giorno”. Vedete? L’immigrazione non ha nulla a che fare con la sicurezza, la sostenibilità, non porta problemi! Prima gli italiani? Fascisti!”. “SulGiornale, quello dei nazimaoistiklingoniani, sì, proprio quello, addirittura si legge: “Tra i moventi del lamento capalbiese, c’è il fatto che i profughi siano sistemati in «ville di gran lusso» vicine «all’area più residenziale». «In 19mila ettari bisognava metterli proprio là?», ha chiosato il primo cittadino. Altra equazione «profughi-decoro». Morale: l’unico immigrato buono per Capalbio è la colf”. Ma vi rendete conto dove siamo arrivati?”, così Patrizio Pierre Libertà. Nel frattempo, il DCSAGdAdPC, il Dipartimento Centro Studi Associazione Gruppo di Amici del Politicamente Corretto, ente freschissimo, istituito nella notte tra il 14 e il 15 agosto, approfittando delle partenze intelligenti degli italiani, si esprime, in una nota, sull’annosa questione di Capalbio: “Quello dei migranti è un dramma. Eppure a Capalbio il mare è bello, le menti sono belle. Crediamo sia un peccato rovinare questa cartolina d’Italia con l’arrivo di un contingente di poveri viaggiatori del mare, ben 50, che pensiamo di destinare altrove, verso un’Italia più povera, in cui non ci saranno le principali basi strutturali per l’accoglienza ma ci sono maggiori spazi territoriali. Ribadiamo il nostro sdegno verso chi ritiene l’immigrazione un problema, verso quelle comunità che si lamentano di non riuscire ad integrare, di non averne gli strumenti per farlo. Una barbarie proprio nel corso del giubileo della Misericordia. Questi sono i nemici della modernità, della democrazia, del nuovo modo di stare al mondo e di essere più che fratelli: coinquilini”.

Brutti, sporchi e cattivi, scrive Giovedì 18 agosto 2016 Nino Spirlì su “Il Giornale”. Ebbene, ora che anche la sinistra radicale di Capalbio ha ricevuto la sgraditissima visita di questi clandestini puzzolenti, che scappano dalle loro bidonville, per venire a bivaccare in Italia, possiamo dire che la misura sia colma. Finché hanno rotto i coglioni ai poveracci italiani, quelli che non arrivano alla prima settimana, quelli che stanno duellando con equitalia da anni, quelli che stanno ancora pagando a rate di sangue il finto benessere post DriveIn e AsFidanken, quelli che hanno recuperato i nonni a casa e magnano con le loro pensioni sicure (per ora), quelli che non sanno più per chi votare dopo aver fatto tutto il giro delle setteliste, finché, dicevamo, i coglioni triturati erano i loro, c’era, ad ogni lamentela,  l’islamofobia, il razzismo, l’accoglienza necessaria, la fratellanza cattolica di parata di Francesco il gaucho, la xenofobia, il volemosebbenismo. I giornali addomesticati avevano scancellato (è italiano, è italiano: significa fare le cancella tipo ####### sulla parola sbagliata e si usava sulle pergamene. NdA) tutti i termini tipo negro, zingaro, beduino… Certo pretame da politburo, certo vescovame unto di compromesso massomafioso e grasso di soldi facili da finta fratellanza, certo papame da fotoromanzo l’hanno avuta facile. Perché il cuore del governo, non ancora in ferie, era dalla loro parte. “Seicento negri al 15! N’acqua minerale lisca al 23! 387 siriani al 19! Na pajiata ar 5! Na camionata de regazzini ar grand hotel! Ahò, portaje na cinquantina de mignotte nigeriane ar privé!…” Sembrava una comanda continua. Poi, il piede in fallo! Venti negretti, docciati, sanati e vestiti alla marinara vanno sistemati in un cinquestelle a Capalbio! Col Cazzo! Ma che stamo a scherzà??? Qua c’abbiamo in ferie milionarie tutta a nomenclatura der piddì!!!! Politisci, imprenditori, zozzone rifatte, gente che conta… Robba da villona de millemetriquadri! Che, fra l’altro, i loro stranieri ce l’hanno già: filippini per i tappeti e i mobili, moldave per i nonni, svizzere per i bambini, capoverdiani per le siepi, giamaicani per le signore (e i signori, diciamolo)… Che gli mandi, i negri d’Africa????? Quelli sdentati, che gli puzza il fiato di carie e hanno le pulci fra i ricci? Quelli che te ribartano i cassonetti e bruciano i materassi? Quelli che se credono sto par de ciufoli e parlano di uguaglianza e diritti umani????? Brutti sporchi e cattivi! Ecco cosa sono! Un ammasso di straccioni che non possono pretendere di venire ad abitare in un paradiso terrestre destinato solo a pochi, pochissimi, (non)eletti che hanno il diritto di rilassarsi prima delle fatiche autunnali: shopping stagionale, party referendari, riaperture di canottieri, palestre eterofrocie, discotroieche di vecchio conio e nuova stampa…No, ragazzi, non si può! Sti clandestini vanno freesbati da n’artra parte! Mò chiamo io a Roma… Pronto, ma che, state a scherzà??? … E viene fuori che, “Stai tranquillo: tutto sotto controllo! Mò basta lo diciamo noi, compagno! Mò bombardiamo pure noi! Non ve lo volevamo dire, per evitare il clamore, ma, sì ragazzi: in Libia je stamo a fa un culo così! Gli abbiamo mandato quelli dei Servizi. E pure qualche bombetta. E mica se fermamo! No, no. Mò li sterminiamo tutti. Intanto, abbiamo controllato i gommoni e, toh!, Ci abbiamo trovato un tunisino che voleva venire in Italia, diononvoglia a Capalbio, per fare l’attentato. Dunque, c’est fini! Che crociata sia! Questi pur di distruggere Capalbio, sarebbero capaci di venirci a pisciare pure davanti al portone del palazzo a Roma. Magari a defecare nel parchetto sotto casa. E senza raccogliere con la paletta e la bustina, come fanno i nostri filippini coi nostri bassotti… No, No, No! Vanno rimandati tutti a casaccia loro.” Ma pensa te: invadere Capalbio! Che idea malsana! Considerazioni agostane, a qualche metro dalla vergognosa tendopoli di San Ferdinando, Area Industriale Porto di Gioia Tauro, piena fino al vomito. Anzi, con la nuova, più accogliente, in fase di montaggio proprio di fronte…Puah! Tra me e me…

I profughi a Capalbio: l'ultima spiaggia della sinistra. Le villette destinate ai profughi a Capalbio. Il luogo simbolo dell'Italia radical chic doveva dare una risposta diversa, avrebbe dovuto aprire le porte, scrive Roberto Saviano il 19 agosto 2016 su "La Repubblica". Capalbio non è solo Capalbio. Ci sono luoghi che trascendono ciò che sono, smettono di essere definiti dalle piazze e dagli affreschi, non sono descritti nemmeno dai volti, dai palazzi o dalle scalinate ma diventano simbolo creato dall'immaginazione. Capalbio è uno di questi luoghi. Non è per la grazia del suo meraviglioso borgo, per la dolcezza della sua costa, o quantomeno non è più solo per la sua bellezza armoniosa che Capalbio campeggia nel nostro immaginario. Capalbio è la storia delle estati della nostra Repubblica: della prima, della seconda e adesso di questa indecifrabile terza. La piccola Atene - definizione romantica in cui Capalbio con un po' di civetteria si riconosce - dove nel tempo delle ferie si sono incontrati da sempre intellettuali, dirigenti di partito, imprenditori, giornalisti e artisti progressisti e di sinistra. Capalbio è divenuta - forse persino suo malgrado - il dolce ritrovo degli intellettuali. Parola che nel tempo della rabbia, che è il nostro tempo, sta subendo sui social network lo stesso destino semantico di "parlamentare" o "consigliere comunale" - per non parlare di "assessore": troppo spesso sinonimi, per le nuove generazioni, di élite. E quindi, immancabilmente, di corruzione. E che cosa ti combina l'"intellighenzia" di Capalbio? Che cosa si fa per spegnere la rabbia e il qualunquismo? I fatti sono noti. Profughi in fuga dalla guerra o semplici poveri cristi in cerca di un futuro migliore. Certo, come in ogni emigrazione da qualche parte si nasconderà anche qualche brutto ceffo (non siamo stati noi a regalare agli americani Al Capone e Lucky Luciano?). Certo, in questi giorni c'è l'allarme per le infiltrazioni jihadiste. Ma qui stiamo parlando di immigrati a cui è stato già riconosciuto appunto lo stato di profughi. A Capalbio, come a tanti altri comuni d'Italia, è stato chiesto di esserci, nel tentativo di arginare l'emergenza. Quindi ospitarne, nel caso, cinquanta. E che è successo? Capalbio ha fatto le barricate. Sì, il sindaco (per la cronaca, il piddino Luigi Bellumori) sarà anche stato inopportuno, comportandosi come qualsiasi sindaco di un piccolo centro turistico, protestando per la decisione del prefetto: terrorizzato magari che i migranti allontanino le famiglie, che i ristoranti si svuotino, che la spesa turistica diminuisca. Ma Capalbio non è solo Capalbio: non è un piccolo centro turistico come un altro. E proprio per questo la piccola Atene doveva rispondere diversamente: in nome della sua storia. Il flusso di migranti, ben poco a dire il vero, avrebbe dovuto essere al centro di una risposta intelligente come i suoi villeggianti. Di fronte all'emergenza, Capalbio avrebbe dovuto rispondere in tutt'altro modo: focalizzando la sua estate su questo tema, essendo questa terra di dibattiti e incontri. Il che non avrebbe voluto dire trasformare una legittima vacanza in penitenza. Né tanto meno ospitare i migranti nelle proprie case (richiesta subdolamente razzista che si diffonde come un morbo online a chiunque sostenga politiche d'accoglienza "portateli a casa tua"). Invece, col loro silenzio, gli intellettuali di Capalbio non hanno fatto che fornire munizioni ai soliti fustigatori dei Radical Chic. Ecco: Radical Chic l'espressione mutuata da Tom Wolfe è una accusa sempreverde al di là di qualsiasi riflessione seria sul caso. Si sa da dove deriva: ma è bene fare una veloce sintesi. Se potete, rifiondatevi su quel libro di Wolfe, Radical Chic, pubblicato in Italia da Castelvecchi (meraviglioso). È il reportage di una serata particolare. A New York. In casa di Leonard Bernstein: il grande direttore d'orchestra nonché autore di West Side Story. Tra gli ospiti, il regista da Oscar Otto Preminger e i leader dei Black Panthers. Il libro racconta come la moglie di Bernstein, in una casa lussuosissima, raccogliesse fondi per i combattenti delle Pantere Nere. Wolfe fa capire come in quella casa si respirasse quasi l'eccitazione per qualcosa di esotico, lontano e proibito. Il tutto sapeva di impostura: il gioco puramente intellettuale di chi, da lontano, prende parti che nella vita reale non è costretto a sostenere, di chi insomma nella propria posizione può permettersi di giocare con le idee, senza doverne pagare mai il prezzo. Questo e molto altro si conserva dunque in quelle pagine e nella definizione di Radical Chic. Ma da allora - era il 1970 - quel titolo viene ormai usato come uno slogan dispregiativo. Chiunque decida di vivere del proprio lavoro culturale e abbia posizioni progressiste e democratiche diventa "radical chic". Provare a ragionare su certi temi, provare a cercare la mediazione, subito viene etichettato come furbesco e ipocrita. Radical Chic oggi è uno slogan qualunquista. Un insulto generico. Il fatto è che questa volta Capalbio ha risposto esattamente come nelle pagine di Tom Wolfe si muovono gli intellettuali americani alle prese con i "pericolosi" ribelli: attraenti da lontano, disgustosi da vicino. Ora, i migranti destinati a Capalbio non saranno certo i nuovi Black Panters. E nelle villette sul mare in Toscana non svernano certo i nuovi Bernstein (o i nuovi Preminger). Ma non ci voleva neppure l'intelligenza di Tom Wolfe per comportarsi con più buonsenso. Non lo sanno, nella piccola Atene, che il disgusto più grande, nella gente, nasce proprio quando si vede il problema migrazione scaricato lontano dalle loro case e quindi piombato nelle periferie? I loro figli, nelle scuole che frequentano, forse non si imbattono in quelle classi formate per la maggior parte da bambini immigrati. Le spiagge che frequentano - come la ormai mitica "Ultima spiaggia" - non sono come le spiagge libere e popolari piene di famiglie d'ogni cultura. Molto più facile - dicono i delusi dalla risposta di Capalbio - parlare di integrazione quando i problemi sono lontani. Non la vivono, i sostenitori dell'integrazione, la difficoltà dell'integrazione. Ecco perché da Capalbio ci si sarebbe aspettati una reazione diversa. Avete presente l'immagine dei migranti che entrano nella stazione di Monaco accolti dalla gente? Ricordate il milione di euro raccolti, sempre a Monaco, non dai circoli intellettuali (che pure tanto si sono impegnati e schierati) ma dagli ultras del Bayern? Certo: Capalbio non è Monaco. Ma tanto più dopo questa brutta storia non è più solo Capalbio. La piccola Atene avrebbe potuto fare la differenza. Che delusione invece questo silenzio di tutti gli intellettuali - quasi tutti: Asor Rosa è stata una delle pochissime eccezioni. Che vergogna vedere non "l'intellighenzia" ma l'intelligenza andare in vacanza. E nascondersi.

Quel "poverino" del colonnello dell'Isis. Così i compagni italiani lo difendevano, scrive “Libero Quotidiano” il 19 agosto 2016. C'è un filo nero che collega l'estremismo islamico e i militanti anarchici e neobrigatisti italiani. Un collegamento raccontato anche dalle lettere che il colonnello dell'Isis arrestato in Libia, Fezzani Moez Ben Abdelkader, detto anche Abu Nassim, scriveva agli "amici", i compagni anarchici attivi a Milano. Abu Nassim era stato arrestato a maggio 2010 e detenuto nel carcere di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza. Il destinatario delle sue lettere era l'associazione Ampi orizzonti, che ha inserito le carte nel dossier "è Ora di Liberarsi dalle Galere", con il quale gli anarchici milanese fanno controinformazione sullo stato delle carceri. I punti in comune tra le rinascenti Br e i terroristi islamici stanno tutti nella lotta all'imperialismo americano e contro la misura dell'isolamento nelle carceri. Per i compagni italiani, gli estremisti islamici sono "prigionieri di guerra arabi". Nel dossier "Guantanamo italiane - Dalle sezioni speciali per araboislamici" del 2014 c'è la rappresentazione plastica del legame tra i due mondi, considerando che il dossier porta le firme dei principali "prigionieri politici" rossi come Alfredo Davanzo e Claudio Latino. Dal carcere di Siano, in provincia di Catanzaro, scrivono: "Siamo solidali con la loro lotta contro il carcere dello Stato imperialista italiano". Per far breccia nei cuori dei compagni italiani, Abu Nassim aveva raccontato il suo curriculum carcerario. Quegli ultimi sette anni passati a Bagram, in Afghanistan, prigioniero dell'esercito americano, lo hanno reso praticamente un martire: "Ero legato al muro con i ferri - racconta in una lettera agli amici italiani - come i gladiatori romani, ricoperto dal suono della musica rock 24 ore su 24... Non dovrei trovarmi in carcere perché ho diritto all'asilo politico, perché dopo 7 anni nell'inferno di Bagram sono stato considerato innocente". Quando è tornato in Italia, Abu Nassim è stato espulso nel 2013, prima della condanna. In Tunisia ha fatto carriera tra le fila dell'esercito del Califatto, fino a toccarne i vertici.

Quegli strani rapporti tra jihad, Br e criminalità. Una lettera di Abu Nassim su una rivista rossa. Solidarietà ai detenuti islamici dai brigatisti, scrive Luca Fazzo, Sabato 20/08/2016, su "Il Giornale". L'emersione del cosiddetto «fondamentalismo islamico è solo una spia della rinascita di una civiltà di antiche e inestirpabili radici, dove la religione è etica, diritto, prassi politica»: bisogna partire da questa analisi, ospitata da uno dei siti di punta della sinistra antagonista italiana, per capire dove appoggi uno dei fenomeni più inverosimili della emergenza terrorismo in Italia: la saldatura tra gli ambienti dell'integralismo islamico e l'universo antagonista e insurrezionalista. Nelle carceri e fuori dalle carceri, i fanatici della jihad intrecciano legami con i fanatici della lotta armata made in Italy, dagli ultimi avanzi delle Brigate Rosse al magma anarchico e autonomo. Una intesa saldata da alcune parole d'ordine comuni: la battaglia contro il capitalismo occidentale e l'odio verso Israele, spesso tracimante in antisemitismo. In nome della lotta ai nemici comuni, i rivoluzionari nostrani non disdegnano il dialogo con chi decapita omosessuali e adulteri. A rilanciare l'allarme su un fenomeno già noto alle forze di polizia sono le lettere pubblicate ieri sul Corriere della sera scambiate in carcere tra Moez Fezzani, il terrorista espulso dall'Italia dopo una assoluzione campata per aria e ora catturato in Libia, e ambienti estremisti italiani. In particolare il quotidiano milanese cita una missiva inviata da Fezzani (alias Abu Nassim) e pubblicata da Altri orizzonti, la rivista anarchica dedicata al mondo delle carceri. La lettera viene inviata dall'islamico alla rivista nel 2010, dopo che Fezzani - a lungo rinchiuso nel carcere americano di Bagram - era stato consegnato all'Italia. Interessante il luogo di provenienza: Fezzani scrive da Rossano, il carcere calabrese di alta sicurezza dove il ministero concentra tutti i detenuti islamici considerati a maggiore rischio di militanza jihadista. In teoria, la corrispondenza degli estremisti detenuti a Rossano dovrebbe essere soggetta a censura preventiva. Ma la lettera in cui Abu Nassim denuncia presunte torture riesce a superare i varchi di censura e viene ricevuta e pubblicata da Altri orizzonti insieme a quelle di altri detenuti politici. Di rimando, nel 2014 dal carcere di Siano dove sono detenuti i capi delle «nuove Br» arriva il documento di solidarietà ai detenuti islamici, un dossier intitolato Le Guantanamo italiane in cui i terroristi rossi denunciano le condizioni in cui sarebbero detenuti i terroristi islamici. Nel documento, i Br sentono il dovere di prendere in parte le distanze dagli aspetti più integralisti della ideologia islamica. Ma si tratta di dettagli su cui i rivoluzionari italiani sono pronti a sorvolare senza fatica in nome della comune battaglia antimperialista: come sintetizza un titolo di un documento della Organizzazione comunista internazionalista, Dalla bandiera rossa alla bandiera verde per stato di necessità. Ad approfondire le basi ideologiche di questa alleanza basta leggere quanto il leader dei «Comunisti-marxisti leninisti» Giovanni Scudieri: «Il nostro posto attuale è al fianco di chi combatte l'imperialismo che è il nemico comune di tutti i popoli del mondo. Lo Stato islamico non vuole che l'imperialismo sia il padrone dell'Irak, della Siria, del Medioriente. Nemmeno noi lo vogliamo, quindi non possiamo non appoggiarlo». E sul sito campoantimperialista.it troneggia il titolo Rivolta islamica: un 11 settembre di massa, sotto cui si legge addirittura: «Il salafismo combattente, ancorché sconfitto, come l'araba fenice risorgerà dalle sue ceneri. Sempre risorgerà, fino a quando l'imperialismo dominerà il mondo». Insomma: privi di prospettive, davanti alla disarmante sordità delle masse popolari italiane ai loro proclami, i rivoluzionari di casa nostra cercano interlocutori più attivi nella galassia islamica. E a quanto pare, come dimostrerebbe la lettera di Fezzani, trovano disponibilità al dialogo. Un'alleanza potenzialmente assai pericolosa, che lo diverrebbe ancora di più se dai messaggi da una cella all'altra e dai ponderosi documenti ideologici si passasse ad una contiguità operativa. Di questa per ora non c'è traccia. A differenza di quanto emerso in alcuni casi di dialogo tra organizzazioni islamiche e ambienti legati alla criminalità organizzata: ma questo è un altro film. 

Il detenuto Moez era il «povero amico» di anarchici e brigatisti. Lettere dal carcere italiano del reclutatore Abu Nassim. Islamisti e «compagni» uniti nella lotta antimperialista. «Mi sveglio sempre alle 2 per parlare da solo come un pazzo a causa delle torture subite», scrive Gianni Santucci il 19 agosto 2016 su "Il Corriere della Sera". Rivolgendosi ai nuovi «compagni», anarchici e neobrigatisti, si firma così: «Il vostro povero amico Moez, che si sveglia sempre alle 2 per parlare da solo come un pazzo a causa delle torture subite». La lettera viene spedita dal carcere di Rossano Calabro (Cosenza). È datata 30 maggio 2010 e arriva a Milano poco dopo. Il «povero amico» è Fezzani Moez Ben Abdelkader (detto Abu Nassim): oggi colonnello dell’Isis in fuga dalla Libia. Secondo alcune fonti, non confermate, Fezzani sarebbe stato arrestato qualche giorno fa, ma è interessante sapere chi sono gli «amici» a cui scriveva prima della condanna e l’espulsione dall’Italia (nel 2013). Abu Nassim indirizzò la sua lettera all’associazione «Ampi orizzonti», che l’ha inserita in un ampio dossier «OLGa» («è Ora di Liberarsi dalle Galere»): il bollettino anti carcerario degli anarchici milanesi. Quel fascicolo racconta l’abbraccio solidale che, da un decennio, lega i «neri» e le nuove Br ai terroristi islamisti (definiti «prigionieri di guerra arabi»). Si sono ritrovati «compagni di strada» su un terreno comune: contro «l’imperialismo americano» e i reparti di isolamento nei penitenziari italiani. La testimonianza più profonda di questo legame sta in un’altra lettera di solidarietà ai condannati islamisti, anch’essa contenuta nel dossier «Guantanamo italiane - Dalle sezioni speciali per arabo-islamici» (2014), che porta la firma dei maggiori «prigionieri politici» delle Nuove Brigate Rosse (tra cui Alfredo Davanzo e Claudio Latino). Pur chiarendo che «ci distingue la concezione del mondo», dal carcere di Siano (Catanzaro) affermano: «Siamo solidali con la loro lotta contro il carcere dello Stato imperialista italiano». L’isolamento dei condannati islamisti ha un obiettivo primario: contenere il reclutamento in carcere dei detenuti per reati «comuni». Abu Nassim si radicalizzò nella moschea di viale Jenner nel 1993. Partì come mujaheddin per la guerra in Bosnia. Tornato a Milano, divenne un reclutatore per l’invio di combattenti di Al Qaeda in Afghanistan. Poi si spostò a fare lo stesso «mestiere» in Pakistan, dove venne fermato dagli americani e tenuto per 7 anni a Bagram. Ai «compagni» anarchici e comunisti raccontava questa esperienza: «Ero legato al muro con i ferri, come i gladiatori romani, ricoperto dal suono della musica rock 24 ore su 24... Non dovrei trovarmi in carcere perché ho diritto all’asilo politico, perché dopo 7 anni nell’inferno di Bagram sono stato considerato innocente». Riconsegnato all’Italia ed espulso prima della condanna, dalla Tunisia Abu Nassim ha scalato le gerarchie dell’Isis. L’abbraccio con gli estremisti italiani è stato politico, mai «operativo». Nell’ambiente anarchico e neobrigatista c’è stato un duro dibattito interno sull’amicizia con i «compagni (islamisti) che sbagliano».

Padre Rebqwar scuote il Meeting: "Sull'islam dovete dire la verità", scrive Franco Bechis il 22 agosto 2016 su “Libero Quotidiano”. "Sul rapporto con l'Islam bisognerebbe smetterla con il politically correct per non urtare sensibilità. L'unico criterio possibile per parlarsi èla verità, non nascondere i fatti come si fa con la polvere sotto il tappeto". Padre Rebwar Basa è un iracheno di 38 anni, nato ad Erbil e ordinato sacerdote nel monastero di San Giorgio a Mosul. Un religioso nella polveriera di questi anni, che ha vissuto in un Iraq dove i cristiani sono sempre più minoranza, perseguitata da tutti i gruppi islamici del paese e con una vita resa difficile anche dal potere ufficiale. Al Meeting di Rimini per tre giorni è venuto a raccontare la sua storia a chi visita la mostra sui martiri cristiani organizzata dalla onlus Aiuto alla Chiesa che soffre. È stato protagonista di un episodio che mai si era verificato al Meeting di Rimini: un testimone oculare di stragi che racconta la propria storia e che viene messo in discussione, ritenuto inattendibile dal pubblico che ascolta. L'ho filmato durante quel braccio di ferro con il pubblico, e lui ha tenuto botta: "Ogni tanto leggo che i cristiani sarebbero vittime collaterali di un conflitto. No, non è così: sono l'obiettivo principale. C'è una persecuzione che è anche un genocidio, e di questo dobbiamo parlare". Il pubblico rumoreggiava, contestava apertamente. Padre Rebwar con calma ha replicato: "Non vi fidate di me? Non ci credete? Potete anche approfondire: ci sono mass media, ci sono libri, ci sono altri testimoni. Potrete informarvi. Però qui spesso si ha paura di parlare per non toccare la sensibilità di altre religioni, di non dire questo, non dire quello. E state vedendo grazie a questo atteggiamento come è diventata la situazione dell'Europa, dove siete la maggioranza come cristiani e vivete in allerta. Immaginate cosa si vive da noi in Iraq, dove siamo lo 0,5% della popolazione. Qui da voi ci sono ragazzi dell'Islam che partono per andare a combattere in Iraq e in Siria, pronti a morire. E i vostri giovani non sono pronti nemmeno più a partecipare a una Santa Messa”. Il giorno dopo gli ho chiesto se era stupito di questa incredulità. Mi ha fatto capire di no, che non è la prima volta. Ho sentito le sue parole vibranti sugli errori dell'Occidente, ma lui ora quasi se ne ritrae: "Voi in Occidente siete molto più sviluppati che da noi, non posso dirvi cosa dovete fare. Secondo me c'è un solo criterio per giudicare quel che sta avvenendo: la libertà. Dove la libertà è assicurata, non c'è conflitto, non c'è ingiustizia. Ma per esserci libertà bisogna che una minoranza possa vivere in pace, e da noi questo non accade. L'Islam è una religione, che però spesso viene catturata dalla ideologia che lo rende radicale. I giovani che corrono a combattere con l'Isis sono vittime di questi islamici che gli insegnano l'odio, dicono loro di non accettare le diversità, di considerare gli altri infedeli. E quell'odio diventa persecuzione nei nostri confronti. Questo bisogna saperlo...". Franco Bechis.

Al Meeting di Rimini di CL. Oltraggio alla statua della Madonna: come l'hanno ridotta (per gli islamici), scrive “Libero Quotidiano" il 20 agosto 2016. La statua della Madonna nascosta per non urtare la "sensibilità" dei fanatici islamici. Anzi, per evitare che qualcuno, magari un lupo solitario ispirato dall'Isis, possa dare di matto e fare qualche gesto inconsulto. Il clima di terrore si è diffuso anche al Meeting di Comunione e Liberazione. Un video di RepubblicaTv svela cos'è successo nello stand della casa editrice Shalom, dove si vendono libri religiosi, rosari, poster e oggetti sacri. Qui però sulla statua della Vergine è stato posto un telo azzurro: "È per questi attacchi che stanno facendo. Loro hanno un odio verso la Madonna e quindi, per evitare, l'abbiamo coperta - spiega davanti le telecamere la responsabile dello stand -. La dovevamo togliere, addirittura perché qui ci sono tante religioni. Non era mai successo, avevamo dei quadri qui che ci hanno fatto togliere. È per evitare degli scontri". Il finale è all'insegna di un'amara ironia: "La Madonna è stata messa in castigo e ha accettato perché è umile. Ogni tanto la vengo a consolare".

Filippo Facci il 28 luglio 2016 su “Libero Quotidiano” svela il vero volto dell'Islam: "Perché lo odio". Odio l’Islam. Ne ho abbastanza di leggere articoli scritti da entomologi che osservano gli insetti umani agitarsi laggiù, dietro le lenti del microscopio: laddove brulica una vita che però gli entomologi non vivono, così come non la vivono tanti giornalisti e politici che la osservano e la giudicano dai loro laboratori separati, asettici, fuori dai quali annasperebbero e perirebbero come in un’acqua che non è la loro. È dal 2001 che leggo analisi basate su altre analisi, sommate ad altre analisi fratto altre analisi, commenti su altri commenti, tanti ne ho scritti senza alzare il culo dalla sedia: con lo stesso rapporto che ha il critico cinematografico coi film dell’esistente, vite degli altri che si limita a guardare e a sezionare da non-attore, da non-protagonista, da non vivente. Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle, anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare. Odio l’Islam perché l’odio è democratico esattamente come l’amare, odio dover precisare che l'anti-islamismo è legittimo mentre l’islamofobia no, perché è solo paura: e io non ne ho, di paura. Io non odio il diverso: odio l’Islam, perché la mia (la nostra) storia è giudaica, cattolica, laica, greco-latina, rousseiana, quello che volete: ma la storia di un’opposizione lenta e progressiva e instancabile a tutto ciò che gli islamici dicono e fanno, gente che non voglio a casa mia, perché non ci voglio parlare, non ne voglio sapere: e un calcio ben assestato contro quel culo che occupa impunemente il mio marciapiede è il mio miglior editoriale. Odio l’Islam, ma gli islamici non sono un mio problema: qui, in Italia, in Occidente, sono io a essere il loro. Filippo Facci

Vergognoso il razzismo anti-italiano del Governo, scrive Andrea Pasini il 23 agosto 2016 su “Il Giornale”. “Ma, detto con grande serenità, che cosa dobbiamo fare di più noi italiani nei confronti degli immigrati” si chiede laconico, qualche tempo fa, il direttore Alessandro Sallusti su la prima pagina de Il Giornale. Con Mare Nostrum e l’operazione Triton siamo andati a raccogliere i clandestini in mezzo al mare. Con i centri d’accoglienza li abbiamo accolti, sfamati e vestiti per sentirci dire che il popolo italiano non è nient’altro che razzista. La lista continua e ai rom, che spesso mi capita di citare, consentiamo di non pagare le tasse, di vivere in campi abusivi e senza la minima norma igienica. Agli islamici invece consentiamo di dettarci le regole, vedendo costruire moschee ad ogni latitudine della penisola senza sapere da dove provengono, in maniera precisa, i contributi che servono a finanziare l’edificazione di questi luoghi di culto. Una dinamica che non sta né in cielo, né in terra. Il tutto mentre gli italiani vittime di calamità naturali vivono ancora dentro a delle baracche a distanza di decenni. Gli anziani “campano” con 300 euro al mese di pensione, anche se le indagini Istat parlano di un pensionato su due che vive con più di 1000euro al mese di vitalizio miraggi da terzo millennio,­ morendo di fame. I giovani valorosi, con lauree e voglia di fare, si vedono il futuro sottratto perché davanti a loro, sulla corsia di sorpasso preferenziale, passano gli incapaci, ma amici degli amici. Qualche tempo fa ci siamo imbattuti nella morte di Emmanuel Chidi Namdi, l’immigrato deceduto a Fermo in seguito ad una rissa con Amedeo Mancini. Il fermano è già stato bollato dalla stampa come estremista di destra ed ultras per questo razzista e colpevole. Ben prima che la Magistratura faccia il suo corso. Si è detto che Mancini avesse insultato razzialmente il nigeriano e ne sarebbe nata una colluttazione, ma la testimone, la cui voce è stata messa in dubbio ripetutamente, Pisana Bachetti ha visto l’africano, che era accompagnato dalla consorte, aggredire l’italiano. Al funerale tutti gli alti funzionari da Laura Boldrini a Maria Elena Boschi. Ma costoro dov’erano agli estremi onori delle vittime di Dacca? Erano presenti al servizio funebre del giovane ternano, David Raggi, sgozzato da un marocchino irregolare sul suolo italiano con precedenti penali? Le parole della vedova del macellaio Pietro Raccagni, ucciso due anni fa da quattro immigrati clandestini albanesi, fanno raggelare il sangue: “noi discriminati dal governo”. Proprio così perché nessun politico parlò di razzismo in questi casi da me citati. Nessun presidente della Camera si recò ai funerali di questi uomini. Nessun anima pia della lotta all’antirazzismo spese una parola per questi italiani. Vittime di serie A e di serie B, ma per loro saremo sempre e solo vittime di serie B. “Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Inizia così la seconda parte dell’inno d’Italia e i doppiopetto della politica esercitano questa parole a meraviglia.

Si sta rompendo il patto sociale vigente in Italia. Si sta cercando di scardinare ogni appiglio di questa nazione, ogni speranza di rivalsa. Le famiglie italiane si impoveriscono giorno dopo giorno, gli imprenditori, le partite Iva e i commercianti lottano contro una burocrazia fattasi pachiderma che costringe i lavoratori a pagare il 60% delle loro entrate sotto forma di tasse. Le nostre forze dell’ordine sono senza mezzi, senza dignità e lasciati senza fiducia nella lotta che li vede contrastare il crimine in ogni angolo dello stivale. Immaginate voi, per pochi spiccioli, di combattere il male riversatosi su questa nazione e di dover essere schiacciati ed usurpati da chi ci comanda. Una pazzia. Il sistema sanitario è al collasso. La sanità è sempre stato un vanto tutto italiano dai medici ai primari passando per gli infermieri capaci e volenterosi di dare dignità al malato in ogni istanza. Mentre oggi per una visita specialistica, che può fare la differenza tra la vita e la morte, bisogna aspettare mesi, se non mesi anni. E il pronto soccorso? Si entra la mattina e si esce la notte, il tutto mentre ai clandestini vengono gettati a terra tappeti rossi e privilegi. La sanità va a pari passo con le case popolari e a soccombere sono, tra un incartamento e l’altro, i nostri concittadini. Vittime di attese e scavalcati da ogni lato dagli altri, che vengono prima ce lo dice il governo. Per non farci mancare nulla ovviamente l’orco brutto e cattivo della fiaba siamo noi, che non abbiamo cuore, che non ci doniamo come dovremmo. Per Papa Francesco “Dio è nei migranti”, ma non esiste per i padri divorziati che dormono in macchina per dare un futuro ai propri figli. Per chi raccoglie nella spazzatura un torsolo di mela pur di mangiare qualcosa. Per quegli italiani in fila al dormitorio che non vogliono passare una notte su di una panchina. Per il nostro vicino di casa senza lavoro che non vede un domani e pensa al suicidio. Dio per questa gente, secondo l’attuale Chiesa, si è voltato dall’altra parte. La saliva dei politici e dei prelati continua a dirci che dobbiamo accogliere i clandestini in casa nostra, che dobbiamo sostenere le comunità disagiate provenienti da ogni lato del mondo, che, come direbbe Nichi Vendola, dobbiamo abbracciare “i nostri fratelli rom e i nostri fratelli mussulmani”, che l’integrazione è fondamentale. Ma chi siede sui banchi di Montecitorio o a palazzo Madama che esempio dà? Nessuno, si sono adagiati sulla riva del mare per vedere affondare questa nazione, al fresco, visto il periodo di canicola, delle loro laute ricompense. Date il buon esempio e accoglieteli nelle vostre regge, spalancate i conventi per ospitare e mantenere tutti i clandestini presenti in Italia. Essere bravi a parole non vale nulla è troppo facile. Prima gli italiani, bisogna gridarlo in ogni piazza, perché gli interessi di questa nazione vengono prima di qualunque altra cosa. Gli italiani tutti i giorni si rimboccano le maniche e fanno sempre di più di quello che dovrebbero fare. Tutti i giorni devono cercare di sbarcare il lunario per pagare tasse su tasse, senza ricevere in cambio niente, nessun servizio, nessuna tutela, nulla di nulla. Ma attenzione, siamo stanchi di farci derubare dei nostri soldi che vengono utilizzati per mantenere chiunque l’importante è che non sia italiano. Ed avete la faccia tosta di chiamarci razzisti? Come osate? La classe dirigente di questo paese si deve vergognare, dovrebbe rappresentare con onore il popolo italiano e invece tutti i giorni lo offende, lo accusa, lo processa e soprattutto lo sfrutta. I veri razzisti siete voi. Basta con la discriminazione anti-italiana, basta con questa classe politica costituita da incapaci e traditori.

Italicidio. L’Italia è gli Italiani. Non tutti gli italiani sono l’Italia, scrive Nino Spirlì il 22 agosto 2016 su “Il Giornale”. « …Vergine Augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario » (S. Efrem) Italicidio, direi. Sì. Tanto per scimmiottare i neologisti dello specifico spasmodico. Morte della mia Patria, aggiungerei, pensando a mio Nonno Nino Spirlì, Vero Cavaliere di Vittorio Veneto e a Zio Giacomo Mangialardo, Camicia Nera fino all’estremo sacrificio. Assassinio della mia Terra, della mia Gente, della nostra Identità e della nostra Cultura, per mano sporca di schiavisti vestiti da cherubini. Per mano di trafficanti di libbre di carne umana, in cambio di strapotere occulto. Di vile denaro, lordo di sangue di innocenti e di pianti di italiani abbandonati a se stessi, mentre i macellai ci sgozzano come agnelli sacrificali e il papampero li incoraggia con la stupida e ottusa falsa accoglienza che gli fa cassa, eccome! Martirio della nostra Storia e della nostra Fede Cristiana, la quale, volenti o nolenti, è Radice inconfutabile della nostra Civiltà. Gesù Nazareno nacque Uomo, accolse la Legge degli uomini e il volere del Padre, e tracciò per noi, con la vita, la morte e la rinascita, il tempo e la strada da seguire. Che piaccia o no ai maomettani e similari, ai senzadio nostrani e ai disattenti politicanti da selfie tamarro, Cristo è Padre, Fratello e Signore dell’Occidente e degli uomini liberi di tutto il mondo. A Lui dobbiamo. Quando la nostra Civiltà e il suo progresso vengono schiaffeggiati, derisi, violati, uccisi, viene commesso reato e peccato. Insieme. Perché noi siamo così come siamo proprio perché Cristiani. E soprattutto i Cristiani non dovrebbero uccidere i Cristiani. Mentre sono proprio certi cristianoidi, bugiardi nella fede e nella dignità, che stanno aprendo le porte al maiale di troia (perché della nobiltà del cavallo nulla ha, questo nuovo strumento d’invasione), affinché dalle sue viscere si liberi quel fango violento che ci vorrebbe spazzare via dalla nostra Casa. L’Italia uccide l’Italia. Il Palazzo vende la carne del Popolo alle mafie e ai menzogneri di tutto il continente africano. Assassini, ladri, truffatori, pedofili, femminicidi di ogni stato del continente nero salgono sulle carrette del mare e si vomitano in Italia, senza un pezzo di carta che attesti chi siano e che cazzo vogliano da noi… Brutti nel corpo e nell’anima, sporchi nella dignità e nelle speranze, cattivi nella mente e nel cuore, sbarcano e si sentono padroni feroci. Anche delle nostre esistenze, che qualcuno gli presenta in dono. Ma noi non ci stiamo. Noi siamo l’Italia che non ci sta! Siamo Coloro i quali li spazzeranno via. Li costringeranno a tornarsene nei loro lontani covi malandrini, dai quali sono scappati non certo per persecuzioni o carestie, ma per codardia o colpevolezza. Ribellarsi all’invasione è un dovere. Ribellarsi alla malapolitica e alla sopraffazione massona è un diritto. Allontanare l’antiCristo è un obbligo, che ci viene dal nostro Signore. Che si chiama Gesù e non UE. Basta prendere schiaffi! Ognuno di noi cominci a lavorare nel proprio piccolo territorio. Non li chiamiamo più, i clandestini, per pulire il giardino o scaricare la legna per dieci euro. Non li chiamiamo più per svuotare le cantine. Non li copriamo più coi nostri vestiti ancora nuovi. E neanche con quelli lisi, se mai ne avessimo. Prima di consegnare un chilo di pasta o un barattolo di pelati, guardiamoci intorno: magari c’è una famiglia italiana che non ne ha da mesi…Apriamo, spalanchiamo le porte a Cristo, come diceva qualcuno. Prima che a Maometto, aggiungerei. E scegliamoci veri e buoni amministratori, che sappiano e vogliano difendere confini e territorio, dignità e avvenire della nostra Italia. L’Italia è gli Italiani. Non tutti gli italiani sono l’Italia. Fra me e me.

Il poliziotto racconta: “L’accoglienza un business dei poteri forti. E chi parla viene fatto fuori dal sistema”, scrive Mattia Sacchi il 22 agosto 2016 su “Il Mattino On Line”. E’ uno dei poliziotti più famosi d’Italia, grazie alle sue denunce pubbliche su quanto succede nei centri d’accoglienza e nelle procedure per identificare i migranti. Daniele Contucci, assistente capo della Polizia di Stato in forza presso la Direzione centrale immigrazione e Polizia delle Frontiere, ora dirigente sindacale Consap, racconta quanto visto negli sbarchi di migranti sulle coste italiane.

Daniele Contucci, lei è stato in prima linea durante l’emergenza immigrazione…

«Ho fatto parte dell’URI. Si trattava di un’unita il cui obiettivo era quello dell’impiego in tutte le emergenze di immigrazione. Facevamo interviste a tutti i migranti che duravano circa 20 minuti e durante le quali ricostruivamo tutto il loro trascorso: tra cui le generalità, il percorso fatto per arrivare fino all’Italia e se avevano ricevuto ritorsioni nel loro paese d’origine. Successivamente, i dati venivano inviati in un database che veniva girato alla commissione territoriale la quale decideva se concedere l’asilo politico».

Lei ha visto da vicino il Cara di Mineo, uno dei più grandi centri richiedenti l’asilo d’Europa…

«Un centro in grado di ospitare 4000 richiedenti, ognuno dei quali ha un costo giornaliero di circa 37 euro, di più se il richiedente è minorenne. Potete quindi immaginare il tipo di business, per non dire altro, che ci sia dietro. Centinaia di persone che lavorano all’interno del centro, quindi un indotto economico enorme per l’entroterra siciliano. Con tutti gli interessi del caso e gli scambi clientelari. La task force di cui facevo parte riusciva a ridurre i tempi di permanenza di un anno. Successivamente l’unità è stata demansionata e chiusa, chissà perché…»

I migranti che ha incontrato le da­vano tutti l’impressione di scappare da qualcosa?

«Assolutamente no! Abbiamo avuto a che fare con tante persone dal pas­sato tragico, ma anche da tanti migranti che si capiva sin da subito che avevano altri obiettivi. D’altronde i numeri parlano chiaro: nel 2014 sono arrivati in Italia 172mila migranti. Di questi solo il 10% riconosciuto lo status di asilante politico, per un totale di 36mila migranti a cui è stato riconosciuto un titolo per stare sul territorio europeo. Tutti gli altri avrebbero dovuto rimpatriare e invece la maggior parte è sparita nel nulla».

Lei è conosciuto anche per essere stato il primo a denunciare casi di turbercolosi e malattie infettive…

«Durante un’operazione di sbarco migranti nel Porto Augusta nel giugno 2014, siamo stati un giorno e mezzo a trattare con 1.200 persone, di cui 66 con la scabbia e altri con la tubercolosi. Ma, contro ogni procedura, siamo stati mandati allo sbaraglio con delle semplici mascherine e guanti in lattice. Io ho un figlio che all’epoca era appena nato e, per paura di non contagiarlo, non l’ho incontrato per un mese e ho fatto degli esami privati per accertarmi di non aver contratto alcuna malattia infettiva. Potete immaginare la frustrazione nel non poter vedere il proprio figlio crescere nei primi mesi di vita. Allora ho voluto denunciare questa situazione assurda che metteva i poliziotti a serio rischio».

Aveva paura delle malattie che si potevano contrarre?

«Certamente. Salivamo e scendevamo dalle navi senza le protezioni necessarie, incontrando persone che magari avevano malattie infettive. Finché si trattava di scabbia poteva essere fastidiosa ma non grave. Ma con la tubercolosi si può morire e soprattutto si rischia di contagiare i propri cari. Cosa avrei fatto se mio figlio avesse contratto una malattia del genere? Non me lo sarei mai perdonato, il solo pensiero era terribile».

Le sue denunce hanno portato a qualcosa?

«Prima le visite mediche duravano pochi minuti, adesso sono fortunatamente più approfondite, anche se non abbastanza. Proprio qualche giorno fa è stato trovato nella provincia di Como un migrante con una diagnosi di scabbia riscontrata pochi giorni prima nel Meridione d’Italia, senza sapere se aveva effettuato la profilassi del caso. Questi sono pericoli per la salute pubblica. Ma non è l’unico problema nelle procedure con i migranti in Italia».

Cosa intende dire?

«La mancata fotosegnalazione dei migranti ha creato dei grandissimi problemi. Io sono stato il primo a denunciare queste manchevolezze, che impedivano il rispetto dei trattati di Dublino. Molti di questi migranti evitavano di farsi fotografare, con la compiacenza delle autorità italiane: parliamo di 100mila persone non fotosegnalate tra il 2014 e il 2015. Magari alcuni di loro sono terroristi o legati ad associazioni dai fini criminali. Anche se fosse solo uno su mille sarebbe una cosa gravissima dalla portata decisa­mente pericolosa con evidenti responsabilità dei vertici governativi e di sicurezza».

Le sue denunce le hanno portato ripercussioni sul posto di lavoro?

«Solo problemi e ritorsioni. La nostra sezione è stata ufficialmente chiusa, noi demansionati dai nostri incarichi. Io lavoro a Roma e hanno cercato ad ogni modo di convincermi a far domanda di trasferimento, situazione comoda vista la lontananza da un ufficio centrale di importanza così rilevante. E anche i colleghi che prima mi sostenevano sono piano piano spariti, lasciandomi solo contro tutti. Chissà se qualcuno di loro comprato?»

La politica si è però interessata a lei e al suo caso…

«La Lega Nord aveva presentato delle interpellanze sui casi da me denunciati, ma quando il gioco ha cominciato a farsi più serio sono spariti anche loro. Forse gli interessi che ho toccato sono troppo grandi. Poi ho accettato la candidatura al Consiglio comunale a Roma con Fratelli d’Italia: se avesse vinto la Meloni forse avrei fatto parte del Consiglio comunale per continuare a lottare affinché giustizia, verità e libertà trionfino contro la casta e il malaffare legato al business dell’immigrazione»

Quindi cercava anche lei la poltrona…

«Ma per niente! Solo che in questa si­tuazione è praticamente impossibile proseguire in Po­lizia il mio lavoro di verità e giustizia. Ricoprendo un incarico politico elettivo rinuncerei a qualsiasi euro in più rispetto alla mia ultima busta paga a dimostrazione del mio disinteresse economico. Lo avrei fatto solo per continuare la lotta contro la delinquenza, ovunque essa sia».

Come valuta la situazione a Como?

«E’ una situazione molto particolare. I migranti che arrivano vogliono passare il confine svizzero. Solo che se entrano in Svizzera e non sono stati fotosegnalati prima in Italia è più difficile accertare il primo paese di approdo per poi esser riaccompagnati alla frontiera. Ma comunque dalle interviste delle polizie locali si risale poi ai fatti e quindi rispediti lo stesso in Italia. A questo punto è giusto che le Guardie di Confine siano li per garantire la sicurezza del loro popolo, visto anche il concreto rischio terrorismo»

Ma l’Italia ha colpe in tutto questo?

«Direi proprio di si. I trattati di Dublino probabilmente penalizzano l’Italia, ma la soluzione non è non identificare i migranti. Durante il semestre di presidenza europeo, l’Italia poteva far qualcosa su questo fronte ma in realtà, nonostante i proclami, non si è fatto nulla. Un’immigrazione controllata e integrabile può essere sana, ma non è certo questo il caso».

“Immigrazione integrabile”. Ritiene che molti immigrati rifiutino di integrarsi?

«Chiedete alle donne poli­ziotte quando alcuni migranti di sesso maschile si rifiutavano di rilasciare le dovute interviste. Già questo indicativo della differenza di mentalità».

Cosa pensa di Mare Nostrum e Triton?

«Mare Nostrum è stata un’operazione italiana dai costi incredibile che ha fatto il gioco degli scafisti, visto le regole d’ingaggio che permettevano di arrivare a 10 miglia dalle coste libiche. Mentre Triton, sotto Frontex e tutt’ora in atto, ha come obiettivo salvaguardare le coste e arrestare gli scafisti con l’ingaggio a 30 miglia dalle coste libiche. Un migrante prima di queste missioni pagava 2-3 mila euro per il viaggio verso l’Italia, successivamente solo 700-800 perché ovviamente i rischi, sempre altissimi, sono diminuiti con Mare Nostrum. Bisogna arrivare alle origini del fenomeno, facendo lavorare le diplomazie. All’estero ci sono consolati e ambasciate italiane: si potrebbe gestire la cosa nei paesi d’origine organizzando e gestendo le richieste d’asilo direttamente presso le nostre diplomazie all’estero. In quel modo la gente potrebbe sapere che c’è una strada normale e ordinaria per arrivare in Italia e si toglierebbe un business mortale dalle mani dei trafficanti di esseri umani. Poi servirebbe un’operazione cusci­netto sotto l’egida dell’Onu creando dei campi sosta per selezionare da lì i richiedenti asilo. Accompagnando inoltre corridoi umanitari per le popolazioni effettivamente in guerra come la Siria o Libano. Purtroppo invece si preferisce la politica delle lacrime di coccodrillo e delle morti annunciate».

Nonostante le ritorsioni, continuerà a denunciare i malfunzionamenti delle politiche migratorie?

«Certo, continuerò a lottare da uomo libero quale sono e non mi fermerò di fronte ad alcuna ritorsione o minaccia. Rac­conterò i fatti, nella convinzione che molti apriranno gli occhi…»

Mario Giordano su “Libero Quotidiano” del 19 agosto 2016: la verità è che gli immigrati non vogliono lavorare. Lavoro? Non ce n' è, perciò noi lo diamo ai profughi. È un'idea geniale quella del governo, avanzata tramite il capo dell'Immigrazione, prefetto Mario Morcone. Un' idea candidata ufficialmente al Premio Oscar della Stupidaggine 2016. E del resto solo chi sta gestendo l'accoglienza nel modo delirante che abbiamo sotto gli occhi, con piccole frazioni invase da centinaia di immigrati e cooperative improvvisate che si riempiono le tasche di soldi, poteva partorire una scemenza di tale portata. E solo chi sta cercando disperatamente un diversivo per celare la propria incapacità poteva lanciarlo a nove colonne sul Corriere della Sera come una vera proposta su cui far discutere il Paese. Intanto, per prima cosa, va detto che se questa è una novità anche Matusalemme potrebbe passare per un neonato. Di Comuni che negli ultimi mesi hanno cercato di impiegare i sedicenti profughi in lavoretti vari, infatti, se ne contano a bizzeffe: a Belluno gli immigrati hanno ridipinto le ringhiere, a Vicenza hanno pulito i parchi, a Castello d' Argile hanno fatto lavoretti nell' asilo, a Lucca si sono occupati della manutenzione della via Francigena, in Val Bormida hanno tolto i rami dai fiumi, ad Arezzo e Vittorio Veneto si sono occupati di giardinaggio, a Genova si sono trasformati in archivisti al Museo Doria… Il problema, piuttosto, è che "lavorare" per molti aspiranti profughi è una parola grossa, la questione non è tanto trovare loro un'occupazione quando ottenere che la svolgano. Evidentemente mangiare a sbafo, per molti, è assai più comodo… Il prefetto Morcone, dunque, dimostra ancora una volta di non conoscere la realtà che dovrebbe amministrare perché propone un'idea che non solo è vecchia come il cucco, ma che già mostra la corda in tutto il Paese per manifesta inapplicabilità. Probabilmente, come dicevamo, lo fa soltanto per creare un diversivo in mezzo alle polemiche. Ma quello che è grave è l'idea devastante che questa proposta rivela, la concezione mortale della nostra società che si nasconde dietro di essa. Lo si capisce perfettamente quando il giornalista del Corriere chiede al prefetto Morcone: «E gli italiani che non hanno lavoro?», e lui risponde sprezzante: «Io mi occupo di immigrati». Chiaro, no? Lui si occupa di immigrati. È giusto che gli immigrati abbiano vitto, alloggio, i soldi per il telefono e ora anche il nostro lavoro. E gli italiani? Che restino disoccupati. Che muoiano pure di fame. Oppure, se preferiscono, che spariscano dall' Italia. Sia chiaro, lo ripetiamo per non essere fraintesi. In sé l'idea di togliere i clandestini dai muretti dove bighellonano da mane a sera non è priva di qualche fascino. Vedere schiere di giovani baldi e forti (a proposito: perché i sedicenti profughi che arrivano in Italia sono tutti baldi e forti?) che ciondolano nullafacenti negli hotel quattro stelle in attesa del pranzo e della cena (che contestano se non è di loro gradimento) o bivaccano sulle panchine smanettando sugli smartphone di ultima generazione (a proposito: perché i sedicenti profughi che arrivano in Italia hanno tutti smartphone di ultima generazione?), magari provocando risse, furti, scippi e altri guai, non è piacevole. Di qui è ovvio che qualche sindaco si lasci tentare: perché, almeno, non facciamo fare loro qualcosa? Ma dev' essere chiaro che se un immigrato fa (gratis o sottopagato) il giardiniere o il cantoniere o l'archivista, evidentemente toglie il posto a un italiano, che quel lavoro non lo può fare gratis né sottopagato per il semplice motivo che a lui quei soldi servono per vivere perché non c' è nessuno che lo mantiene, a differenza dell'immigrato. Dunque ci sarà un operaio disoccupato in più, una piccola azienda che perde la commessa, un artigiano senza lavoro. E allora vi sembra logico che un italiano paghi le tasse (e tante) per mantenere in Italia profughi che vivono a sbafo e poi portano via pure il posto di lavoro? Non è un circolo perverso, una spirale mortale, un tunnel che porta al nulla? Questo è quello che è successo finora: lo Stato dà i soldi ai profughi e affama i sindaci, i sindaci affamati dallo Stato si fanno tentare dall' utilizzare manodopera gratis, e alla fine chi è che paga il conto? I lavoratori italiani, ovviamente. Quelli che hanno sempre pulito le strade, riparato le strade, verniciato le ringhiere. E che ora lo fanno sempre meno. Per la crisi, si capisce. Ma anche per la concorrenza sleale di chi può lavorare gratis perché mantenuto. Ancora più grave, poi, se tutto ciò avviene non per lavori di pubblica utilità, ma in attività private, come accadde l'anno scorso alla festa del Pd di Reggio Emilia. Qui lo sfruttamento è totale e non ha nemmeno l' alibi del servizio alla collettività… Che ora lo Stato, attraverso il capo dell' Immigrazione, proponga questo come sistema generale è preoccupante perché dimostra il modello di società che hanno in mente, che si basa per l' appunto sullo sfruttamento totale, una cosa che arriva quasi a sfiorare la moderna schiavitù: l' invasione programmata di clandestini serve infatti ad abbassare fino all' annullamento i diritti dei lavoratori e la loro retribuzione, fino a considerare cioè la retribuzione non come la giusta ricompensa ma come un "di più", una mancetta da elargire insieme a un tozzo di pane e a un posto letto improvvisato. Vi siete mai chiesti, per esempio, perché a Rosarno non si riesca a eliminare l'eterna tendopoli dei clandestini? Semplice: perché serve manodopera a bassissimo costo per i caporali che reclutano lavoratori per i campi. E gli italiani, se vogliono lavorare, devono adeguarsi a quelle condizioni, come in effetti già stanno facendo. Ecco il modello Morcone è una specie di maxi-caporalato esteso a livello nazionale, una Rosarno moltiplicata per mille: diffondo lavoro sottopagato per costringere gli italiani ad adattarsi, oppure ad emigrare. Un progetto devastante che si nasconde dietro il volto gentile dell'integrazione, del "non possiamo lasciarli abbruttire", dei "meccanismi premiali" e dei "comportamenti virtuosi". Tutte parole inutili per nascondere due verità semplici che il prefetto Morcone, ovviamente, si guarda bene dal dire. La prima verità: quelli che bivaccano nei nostri centri di accoglienza nella maggioranza non sono profughi, ma "richiedenti asilo". Cioè sono persone che chiedono una cosa di cui non hanno e non avranno diritto. E dunque (seconda verità) l'unico modo per non farli bivaccare o abbruttire o bighellonare non è dar loro un lavoro togliendolo agli italiani. Ma è rispedirli subito nel loro Paese. Senza farne entrare altri. Mario Giordano

I trecento cristiani perseguitati dagli islamici in Puglia, scrive il 20 agosto 2016 “Libero Quotidiano”. Fedeli cristiani segregati in Italia, costretti a celebrare messe clandestine, Crocifissi nascosti per evitare che vengano distrutti, bruciati da fanatici islamici. Tutto questo nel Gargano, a 40 km dalla tomba di San Padre Pio in Puglia. La storia, incredibile, la racconta Cristiano Gatti sull'Espresso e Repubblica ne anticipa una parte. Si tratta di 300 immigrati africani, lavoratori stagionali dei campi di pomodoro, che vivono in una vera e propria bidonville sotto costante minaccia di musulmani che vengono da fuori: "Abbiamo paura, sì. Da due anni la domenica preghiamo tra di noi senza farci vedere". Di fatto il ghetto di Rignano Garganico è la riproposizione su piccola scala dei drammi della Nigeria e di altri Paesi africani dove i cristiani vengono perseguitati, picchiati, uccisi. "La bidonville aumenta di 10 nuovi arrivati ogni 24 ore. Ha già superato il record di 2mila abitanti e, con la raccolta dei pomodori, si avvia verso i 3mila. Troppa manodopera. Il risultato è che trovano lavoro per non più di 3 o 4 giorni al mese". I racconti dei cristiani sono atroci. Un nigeriano custodisce una croce, due legnetti di fortuna legati insieme alla bell'e meglio: "L'abbiamo fatta con i resti della baracca della fedele che ogni domenica ospitava la messa. La baracca l'hanno bruciata una notte di due anni fa. Poi qualcuno ci ha fatto capire che, se non volevamo altri incendi, non dovevamo pregare davanti ai musulmani. Anzi non dovevamo proprio farci vedere. Noi cristiani siamo una minoranza. Trecento contro duemila, troppo pochi. Così per paura abbiamo dovuto rinunciare alla messa. Solo a Pasqua abbiamo chiesto che venisse un prete. Almeno a Pasqua. Per il resto, preghiamo di nascosto. Loro hanno 3 moschee qui. Ma nessuna baracca può essere usata come chiesa". "I braccianti musulmani sono solidali con noi", spiega, rivelando che i persecutori sono "spie dei caporali", africani anche loro, che per ora non hanno dichiarato la loro vicinanza a Boko Haram o Isis. Ma l'intolleranza sta aumentando anche nel ghetto, con l'arrivo di nuovi immigrati: "Oggi ci dicono che non vogliono vedere croci o immagini di Gesù. Papa Francesco dovrebbe venire qui e scoprire con quanta fatica viviamo".

Apocalisse in Puglia, un pezzo del Paese oltre ogni umanità. Una spaventosa baraccopoli arsa dal sole e dal degrado. Clan di schiavisti in guerra. Migranti islamici che bruciano le croci di quelli cristiani. Violenze, minacce, agguati. A Rignano Garganico è la peggiore estate di sempre, scrive Fabrizio Gatti su "L'Espresso" il 22 agosto 2016. L’ultima messa l’hanno celebrata a Pasqua. La penultima non se la ricordano nemmeno. Nella torrida pianura ai piedi del Gargano, a 40 chilometri dalla tomba di San Padre Pio, c’è una bidonville di oltre duemila abitanti dove trecento cristiani vivono segregati. La misera baracca, in cui ogni settimana un padre missionario veniva a santificare le domeniche, l’hanno bruciata una notte di due anni fa. Dai resti del luogo di preghiera hanno costruito un crocifisso per ricordare l’aggressione: due moncherini di legno carbonizzato, legati insieme da un nastro di plastica nero ricavato dai tubi che irrigano i campi di pomodoro. La croce adesso la conservano nascosta sotto uno scaffale. Non se la sentono di esporla. Hanno paura di nuovi attacchi: «Abbiamo paura, sì. La domenica preghiamo tra di noi senza farci vedere fuori». La vita dei braccianti nelle campagne della provincia di Foggia è già difficile. Ma per i trecento cattolici africani, isolati in mezzo alla maggioranza musulmana del Ghetto di Rignano Garganico, lo è molto di più. Il Ghetto di Rignano è un valico in uscita. Quando le rotte carsiche verso l’Europa si chiudono, qui la baraccopoli si riempie. È la capitale delle bidonville nostrane. La più grande. Un termometro del clima sociale. Dovrebbero ammetterlo gli italiani che vorrebbero seguire la Brexit: finora ci hanno salvato le frontiere aperte, cioè l’Unione Europea. Dei 170 mila profughi sbarcati in Italia nel 2014, centomila hanno continuato il viaggio verso Nord. Se ne sono andati anche un po’ dei 153 mila arrivati nel 2015. Ma la grande maggioranza e i novantamila che si sono finora aggiunti quest’anno non hanno alternative. Si dovranno accontentare dell’Italia, anche se non piace. L’Austria prima, poi la Francia e la Svizzera non li lasciano più passare. È la nuova fase dell’immigrazione, la più maledetta: dalla chiusura delle frontiere europee dobbiamo cavarcela da soli. E le premesse non sono buone. Nel 2015 sui 29.698 stranieri riconosciuti come rifugiati e transitati nei progetti Sprar, il sistema di protezione italiano, soltanto 1.972 sono usciti dal percorso con un contratto di lavoro. E il 32 per cento dei progetti non ha portato a nessuna assunzione (dati Atlante Sprar). Normale, con un tasso di disoccupazione nazionale al 12 per cento. Ma l’Africa continua a partire al di là del mare. E quasi mai i nostri ministri la vanno ad ascoltare. Il 25 maggio il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, è atterrato in Niger, snodo cruciale lungo la rotta del deserto verso la Libia. La sua missione è durata solo un pomeriggio. Pochi giorni prima Francia e Germania avevano inviato contemporaneamente i loro ministri degli Esteri. E insieme, con il governo di Niamey, hanno avviato una collaborazione ad alto livello che riguarda anche noi. Ma senza di noi. La frontiera che porta alla bidonville di Rignano è diversa da quelle di Ventimiglia, Ponte Chiasso o del Brennero. Il Ghetto, così lo chiamano senza giri di parole i suoi abitanti, sorge al di là di un confine interiore. È il valico dentro ciascuno di noi tra la decenza e l’indecenza, la democrazia e il caporalato. Dopo il tour nei centri ordinari e straordinari per richiedenti asilo, un periodo variabile tra nove mesi e due anni e aver tentato inutilmente di entrare in Francia o in Germania, i profughi riappaiono qui. Non fa differenza se hanno o non hanno ottenuto un qualsiasi tipo di permesso di soggiorno. Tanto, là fuori, di lavoro regolare non ce n’è più. E qui dentro perfino i capineri, i caporali africani, i kapò del nostro tempo, fanno fatica a soddisfare tutti. Dieci anni fa il rapporto era di un caponero ogni dieci, venti braccianti. Quest’anno siamo a uno ogni cento. Troppa manodopera. Il risultato è che si lavora non più di tre o quattro giorni al mese. Il resto delle settimane si sopravvive con la solidarietà tra connazionali, un piatto di riso al giorno, un morso di carne arrostita regalato dal vicino di baracca. La bidonville aumenta di dieci abitanti ogni ventiquattro ore. Il Ghetto ha già superato il record di duemila persone e con la raccolta dei pomodori si avvia verso quota tremila. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha ottenuto dal prefetto lo sgombero. Stanno studiando dove trasferire gli abitanti. Un pericoloso azzardo, in piena stagione di raccolto. Ci avevano provato già in passato. Ma le alternative offerte si limitavano a spiazzi sperduti. Così la bidonville ogni volta è risorta: la sera, di ritorno dal lavoro nei campi, è meglio l’intimità di una casa di legno e cartone, piuttosto che l’ipocrita benevolenza delle tendopoli e dei container di Stato. Adesso le autorità ci riprovano. Magari sgomberassero l’economia locale dal piglio criminale di molti imprenditori. Prendete l’esempio di Franco Valenzano, agricoltore di Borgata Arpinova a Foggia. L’anno scorso il Tribunale l’ha condannato a risarcire 19.595 euro di arretrati non pagati a uno dei suoi schiavi, un geometra del Burkina Faso, padre di tre figli, arrivato in Italia in aereo nel 2009 con un visto di lavoro. Valenzano non ha fatto ricorso in Appello. Dopo quasi un anno dalla sentenza semplicemente continua a non pagare. E anche il suo ex dipendente è precipitato in una baracca del Ghetto. In mezzo a questa arroganza italiana perfino l’eredità sindacale di Giuseppe Di Vittorio diventa un privilegio. Meglio un caporale subito e dodici ore di fatica a venti euro al giorno. «Padrone mio... damme li botte», supplica la triste canzone del compositore foggiano Matteo Salvatore. «Questa è la croce bruciata», dice sottovoce il bracciante nigeriano che la custodisce. La prende dallo scaffale. La mostra cauto, come fosse una sacra reliquia. E lo è. «L’hanno benedetta due volte. L’abbiamo fatta con i resti della baracca della fede che ogni domenica ospitava la messa. La baracca l’hanno bruciata una notte di due anni fa. Lei per fortuna non c’era. Poi qualcuno ci ha fatto capire che se non volevamo altri incendi non dovevamo pregare davanti ai musulmani. Anzi non dovevamo proprio farci vedere. Noi cristiani siamo una minoranza. Siamo del Togo, del Ghana, noi nigeriani. Trecento contro quasi duemila, troppo pochi. Così per paura di altri incendi abbiamo dovuto rinunciare alla messa. Solo a Pasqua abbiamo chiesto che venisse un prete. Almeno a Pasqua. Per il resto, preghiamo di nascosto. Loro hanno tre moschee qui. Ma nessuna baracca può essere usata come chiesa». Chi sono quelli che vi hanno fatto capire? «No, non facciamo nomi. Sono spie dei caporali, africani che non vivono nel Ghetto, vengono da fuori. Poche persone, ma stanno seminando paura. No, no, nessuno si è mai dichiarato a favore dei terroristi di Boko Haram o dello Stato islamico. I braccianti musulmani sono perfino solidali con noi. Con loro i rapporti sono buoni. Ma negli ultimi due anni è arrivata tanta gente nuova. E molti di loro non sembrano così tolleranti». Una sera di febbraio un altro incendio, partito da una stufa a gas, ha distrutto la baraccopoli. «Abbiamo messo in salvo le nostre cose, la batteria, il pannello solare. Ma mentre stavamo tentando di spegnere il fuoco, ce le hanno rubate. Anni fa nessuno ti chiedeva di che religione sei. Ora ci dicono che non vogliono vedere croci o immagini di Gesù. Papa Francesco dovrebbe venire qui e scoprire con che fatica viviamo». Gli immigrati che hanno costruito il Ghetto una decina di anni fa erano cresciuti nella speranza laica e socialista di Thomas Sankara. E anche l’emigrazione era vissuta come lo strumento necessario per finanziare il riscatto scolastico dei propri figli, rimasti con le mamme in Africa. I ventenni che sbarcano ora non sanno che farsene di Sankara, nemmeno di Nelson Mandela. Gran parte di loro ha trascorso anni a ciondolare il capo leggendo ad alta voce versetti nelle madrase coraniche, pagate dall’Arabia Saudita lungo tutto il Sahel. La lingua internazionale dei più giovani appena arrivati nella bidonville non è più il francese o l’inglese, ma l’arabo. Sono i figli dei patti di stabilità imposti dalle istituzioni mondiali agli Stati africani: tagliare la spesa, in cambio di aiuti. Così hanno tagliato le scuole statali. E a riempire il vuoto è piovuto dal Golfo l’imperialismo wahhabita, il razzismo religioso che sta sconquassando il mondo, finanziato dagli stessi emiri che in Europa comprano squadre di calcio, interi quartieri e compagnie aeree. Il tramonto adesso allunga le ombre. E nonostante le minacce alla comunità cristiana, la baraccopoli di Rignano sembra correre nella direzione opposta. I genitori musulmani consegnano senza remore i pochi bambini a don Vincenzo, giovane missionario scalabriniano, che con i suoi volontari viene fin qui qualche ora alla settimana a insegnare italiano. Per adescare i raccoglitori di pomodori sono accorse da Napoli le maman nigeriane con ragazze giovanissime da far prostituire nei bar improvvisati ovunque. E anche quest’anno una rete di studenti da tutta Italia si dà il cambio per mantenere accesa Radio Ghetto, davanti all’autoproclamato imam senegalese dell’autocostruita moschea di legno e cellophane, che al di là del spiazzo di polvere passa e saluta. Sotto sotto però, la delusione, il sovraffollamento, l’infiltrazione delle gang hanno rotto l’equilibrio. A fine luglio un bracciante del Mali, Ibrahim Traoré, 34 anni, viene ucciso a coltellate da un ivoriano di 26 anni, poi arrestato dai carabinieri. Pochi giorni dopo, un ladro sorpreso a rubare 300 euro, rischia il linciaggio. Lui si chiude in una baracca. Da fuori impugnano bastoni chiodati. «Bagnatelo tutto che lo colleghiamo all’elettricità», gridano i rivali assatanati. Ritornano i carabinieri e la sera alcuni connazionali che li hanno avvertiti passano un brutto quarto d’ora. Quando ormai è buio, telefonano da Lampedusa per raccontare della visita al campo profughi dell’europarlamentare di “Possibile”, Elly Schlein, accompagnata dall’avvocato Alessandra Ballerini della rete “LasciateCIEntrare”. È un altro passo dentro i confini dell’indecenza: 350 stranieri rinchiusi, venti donne, sei bambini piccoli, dieci minori, e solo otto docce (una ogni 43 persone), dodici turche in condizioni pessime (una ogni 29), wc inagibili e niente doccia nel settore minori, dormitori di lamiera rovente e mai un ricambio per i materassini di gommapiuma su cui dormono senza lenzuola i malati di scabbia. Eppure Lampedusa è diventata un “hotspot” europeo. Bruxelles ha inviato una palata di soldi all’Italia che una gara d’appalto ha girato alla “Confederazione nazionale delle Misericordie”, l’associazione cattolica che l’ha vinta. Fine della telefonata. A pochi passi da un disoccupato di Foggia che vende patate dal bagagliaio della sua macchina, gli ultimi inquilini del Ghetto portano notizie del mondo di fuori. Dicono che la polizia adesso fa scendere a Genova i neri che salgono sui treni per Ventimiglia. E sorridono spiegando che aerei pagati dal ministero dell’Interno riportano in Sardegna i rifugiati sgomberati dal confine francese. Qualcuno di loro ha già fatto su e giù addirittura quattro volte: sì, nel caos del prossimo autunno, finiremo con i gommoni che scappano da Olbia per sbarcare a Sanremo.

Migranti, in centomila sono scomparsi. La grande fuga dopo lo sbarco. Mentre bruciamo miliardi per l’accoglienza. Senza riuscire ad aiutarli, né a controllarli. Cosi in 104.750 sono sfuggiti ai controlli. Scappano anche davanti ai militari. Che non intervengono: in esclusiva le immagini di Bari, scrive Fabrizio Gatti il 21 gennaio 2015 su "L'Espresso". Lo Stato c’è, eccome. Il Tricolore sventola nella brezza. Il cartello giallo sulla rete avverte: «Zona militare. Divieto di accesso. Vigilanza armata». La camionetta dell’esercito con i due soldati di ronda arriva puntuale. Davanti ai loro occhi, sette tra africani e asiatici non si scompongono. Scavalcano i quattro metri e mezzo di recinzione. Scappano dal Cara di Bari, il Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Uno di loro è vestito da talebano: caffetano bianco, berretto afghano sulla testa, barba e capelli lunghi. Forse è per questo che per uscire non passano dalla portineria. I militari guardano e non si fermano. La camionetta tira dritto, sempre a passo d’uomo. Sono le 10.30 di mercoledì 14 gennaio. La grande fuga continuerà per tutta la mattinata. Ma era così anche dieci minuti fa, un’ora fa, stamattina presto, stanotte, ieri sera, ieri pomeriggio, ieri mattina. Decine e decine di stranieri fuggono a ogni ora del giorno e della notte dal centro che dovrebbe registrare la loro presenza in Italia. Altri profughi, sbarcati addirittura nel 2011, a Bari usano il Cara per mangiare, dormire, farsi la doccia. Loro si arrampicano sulla recinzione due volte al giorno. Andata e ritorno. Hamid, 35 anni, bengalese, richiesta di asilo respinta, fa questa vita da due anni: esce la sera per andare a lavare i piatti in una pizzeria, la mattina rientra. Non importa se non è registrato. Perfino gli imam, quelli autoproclamati che nessuna moschea ufficiale riconosce, entrano a predicare il loro Islam. E, quando hanno finito, escono indisturbati. Eccone due. Si calano dalle sbarre di ferro del perimetro, lato Sud. La camionetta dell’esercito riappare dietro di loro e, puntuale, tira dritto. Sempre a passo d’uomo. Lo Stato c’è. Ma è di burro. Non solo a Bari. Accoglienza all’italiana. La strage di Parigi ha fatto risuonare l’allarme terrorismo. I rifugiati non sono criminali. Ma in tempi di massima allerta, registrare l’identità di chi entra in un Paese è il minimo indispensabile. Per avere il quadro della situazione, prevenire i rischi. Ecco, già questo elementare calcolo è impossibile: perché nel 2014 ben centomila dei 170 mila profughi arrivati in Italia sono scomparsi da ogni forma di monitoraggio. Fantasmi di cui non si sa più nulla. Nella maggioranza dei casi, nemmeno la vera identità: soccorsi in mare e contati, una volta arrivati a terra sono stati lasciati fuggire. Proprio come a Bari. Quasi sempre prima di essere identificati. Sono dati ufficiali del ministero dell’Interno. Le crisi umanitarie nell’area del Mediterraneo e l’operazione «Mare nostrum» hanno quasi triplicato il record nazionale del 2011:170.816 profughi arrivati nel 2014 contro i 64.261 di quattro anni fa. Nell’ultimo anno, però, soltanto 66.066 risultano registrati e ospitati nei centri. Significa cioè che104.750 stranieri sbarcati nel 2014 sono ora al di fuori di qualunque controllo. Colpiscono anche le cifre suddivise per origine. Siria: su 51.956 sbarcati nel 2014, solo 505 hanno richiesto protezione in Italia. Eritrea: su 43.865, solo 480. Somalia: su 8.152, solo 812. Il resto? Spariti. Rimangono i profughi partiti da altri Stati africani. Nigeria: 10.138 le domande d’asilo nel 2014. Gambia: 8.556. Mali: 9.771 su 11.119 sbarcati. Gran parte di siriani, eritrei e somali è andata ad alimentare il record di arrivi in Germania e Svezia. Moltissimi però vengono rimandati indietro. Oppure non escono dai nostri confini. Vanno ad aggiungersi alle migliaia di loro connazionali, in Italia dal 2011 o anche da prima, che non hanno mai ottenuto un permesso di soggiorno, o se l’hanno ricevuto non hanno più un lavoro regolare. Tremila di loro vivono a Roma: per strada, sotto i portici della stazione Termini o in case e uffici abbandonati. Nessun mezzo di sostentamento se non le mense di beneficenza. E, per qualche centinaio di africani, lo spaccio al Pigneto, il quartiere di Pier Paolo Pasolini. Altri cinquemila si stimano nelle province di Napoli e Caserta. Settecentocinquanta all’ex villaggio olimpico di Torino. Cinquecento al Ghetto di Rignano Garganico: la baraccopoli di braccianti e caporali nella campagna foggiana per la prima volta non si è svuotata, anche se è pieno inverno e in giro non c’è niente da fare. Centinaia dormono in ripari di cartone e container intorno ai centri statali per richiedenti asilo. Come Borgo Mezzanone, vicino a Foggia, o Pian del Lago, a Caltanissetta: una volta usciti dai Cara, con il permesso di soggiorno o il respingimento in tasca, le persone si spostavano a cercare lavoro. Adesso no: è più sicuro rimanere nelle vicinanze e attraverso la recinzione elemosinare un pasto a chi ha ancora diritto all’accoglienza di Stato. Insicurezza alimentare, la chiamano. Ci si aiuta così. L’Italia in recessione crea mille disoccupati ogni giorno. Nel frattempo avrebbe dovuto assimilare 291.247 nuovi cittadini: tanti quanti ne sono sbarcati dal 2011 al 2014. Il sogno infranto dalla crisi. Per noi. Per loro. “L’Espresso” è andato a cercarli. Dal Piemonte alla Sicilia. Dalla Calabria al Friuli. Ritorna una parola da decenni scomparsa dal vocabolario delle nostre strade: fame. L’alimentazione tipo la descrive Isaac Kumih, 32 anni, partito dal Ghana e incagliato nei prefabbricati di lamiera sulla pista della vecchia base militare di Borgo Mezzanone, quattro materassi in una stanza: «Una fetta di pane secco e una tazza di tè la mattina, un piatto di semolino la sera. Ho raccolto pomodori in agosto: 550 euro. Mi devono ancora pagare. Non posso permettermi il pranzo». Un alto funzionario della polizia italiana si lamenta perché alla frontiera del Brennero i colleghi austriaci rimandano indietro gli eritrei: «Sono spesso ragazzi cresciuti nei campi profughi». Ma si tengono i siriani diplomati e laureati. Non è solo cinismo. Quei titoli di studio in Italia andrebbero probabilmente sprecati. Mohanad Jammo, 42 anni, medico di Aleppo fuggito dalla guerra in Siria e poi dalla Libia in fiamme, è sopravvissuto con la moglie e la figlia di 5 anni al naufragio dell’11 ottobre 2013. Il più grande e il più piccolo dei loro bambini sono scomparsi in mare. Da Malta, la famiglia Jammo è stata accolta in Germania. Destinazione, un appartamento affittato dal sistema federale a due ore da Francoforte e un contributo mensile di 350 euro a persona per la spesa e il vestiario. Nel 2014 il dottor Jammo ha potuto frequentare un corso di tedesco. Nemmeno la sua laurea siriana è stata cestinata. A fine autunno ha superato l’esame per convertire la qualifica ed esercitare in Germania: da inizio gennaio Mohanad Jammo lavora in un ospedale. Dopo appena quattordici mesi e una tragedia immensa, la sua famiglia non è più a carico del governo tedesco. Un altro sopravvissuto allo stesso naufragio del 2013, un ragazzo che non vuole che il suo nome sia rivelato, ha chiesto protezione all’Italia. Dopo quasi un anno trascorso in un centro temporaneo in provincia di Varese, viene trasferito all’improvviso con una trentina di profughi a Carfizzi, milleduecento chilometri a Sud, 700 abitanti in mezzo alla Sila. Il paese in provincia di Crotone e il progetto di una cooperativa locale sono entrati nella rete Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati: è l’ultima tappa, da sei mesi a un anno di accoglienza che dovrebbe fornire all’ospite conoscenze linguistiche e capacità professionali per vivere e lavorare in Italia. «A Carfizzi ci sono 33 profughi», spiegano il 6 gennaio Yasmine Accardo, dell’associazione LasciateCientrare, e l’avvocato Alessandra Ballerini: «Oggi un ragazzo con mal d’orecchie non è riuscito a contattare nessuno. Abbiamo provato a chiamare mediatrice e gestore: niente. La guardia medica non risponde». Dopo una visita al centro, parte la segnalazione al servizio centrale Sprar: «La struttura, un ostello della gioventù, è posta al di fuori del paese... Gli ospiti ci chiedono aiuto sotto diversi aspetti: cibo scarso, ritardo dei documenti, isolamento sociale, scarsa assistenza medica, assenza di riscaldamento... Moltissimi ospiti hanno radicato i loro documenti a Varese e tanti ci hanno fatto vedere la documentazione con appuntamenti già scaduti. Veniamo a sapere che il gestore dichiara che non ha soldi per acquistare il biglietto per il Nord. Nelle comunicazioni della questura, lo spazio riservato all’interprete è sempre vuoto. Sono tutte in lingua italiana. È evidente che la mediazione multiculturale non sia il forte di questo soggetto gestore che in alcuni documenti addirittura scrive: englesh». Dopo quattordici mesi, il ragazzo sopravvissuto come il dottor Jammo non parla italiano, non parla inglese, è in profonda depressione. Ed è ancora a carico dello Stato italiano. Come tutti gli altri 32 ospiti a Carfizzi: cioè, la loro presenza in Italia permette all’ente gestore di incassare circa 35 euro al giorno per persona, 1.050 euro al mese. Fanno tre volte il contante versato dalla Germania a ciascun profugo perché possa mantenersi e, con le sue spese, contribuire all’economia locale. Degli oltre mille euro pagati dal sistema Sprar alla cooperativa di Carfizzi, però, il ragazzo siriano riceve soltanto 75 euro al mese. Per le piccole necessità: le telefonate alla famiglia, l’integrazione del cibo quando è scarso, le marche da bollo per i documenti. Dal 2011, con i primi decreti sull’ emergenza Nord Africa, questo sistema ci è costato due miliardi 287 milioni 851 mila euro: 483 milioni soltanto nel 2014 per vitto e alloggio, più 117 milioni e mezzo per l’operazione «Mare nostrum». Trenta-trentacinque euro al giorno per persona non sono affatto pochi. Un esempio è l’albergatore napoletano Pasquale Cirella, 49 anni: grazie ai 614 profughi che le prefetture campane gli hanno affidato, incassa 19 mila euro al giorno. Così la sua società Family srl è passata dai 44 mila euro di fatturato del 2009 al milione 853 mila euro del 2012. Con utili annuali cresciuti da 676 euro a 170 mila euro. Un altro imprenditore a Monteforte, in provincia di Avellino, ha messo a dormire 107 rifugiati in tre appartamenti: tagliando sulle spese di assistenza, come interpreti e tutela legale, se le prefetture non controllano il guadagno aumenta. “L’Espresso” ha scoperto che nel 2006 il Comune di Roma riusciva a garantire ospitalità a cifre bassissime, tra i 4,70 e i 8,30 euro al giorno per persona. Se ne occupava Luca Odevaine, futuro consulente del Cara di Mineo, provincia di Catania, arrestato nell’operazione «Mafia capitale». L’aumento da allora ha raggiunto il 421 per cento. Oggi il consorzio dei Comuni, che a Mineo controlla il più grande centro di accoglienza profughi, incassa dallo Stato decine di milioni. Il direttore generale, Giovanni Ferrera, tre mesi fa ha stanziato diecimila euro del bilancio al Comune di San Cono per organizzare la “XXIII Sagra del ficodindia”. Un comunicato ci assicura che «l’integrazione è passata attraverso la partecipazione e la condivisione di iniziative popolari come la Festa del grano di Raddusa e la Sagra del ficodindia di San Cono...»: 648 parole pagate all’autore locale 720 euro, organizzazione della conferenza stampa inclusa nel prezzo. Sempre il direttore generale nel 2013 ha pagato un’altra conferenza stampa 4.514 euro: 855 parole di comunicato alla cifra di 5,27 euro a parola e incontro con i giornalisti locali compresi nella fattura. C’è anche la “Partita del Cuore” attori contro Cara: tredicimila euro di noleggio dei pullman per lo stadio e altri cinquemila per i biglietti. E l’educazione stradale ai profughi? Ventimila euro. I volontari della protezione civile? Quattordicimila 900 euro. La festa dell’uva a Licodia? Fuori altri diecimila euro. L’Estate ramacchese? Diecimila euro. Tradizioni e sapori a Raddusa? Diecimila euro. Cara estate a Mineo? Diecimila euro. L’agosto mirabellese? Diecimila euro. Il Natale dell’amicizia a Castel di Iudica? Diecimila euro. Il presepe vivente a Mineo? Diecimila euro. Tutto regolare, ovviamente. Pagano gli italiani. Nessuna obiezione dal sindaco-presidente del consorzio, Anna Aloisi. Né dal rappresentante legale delle cooperative locali che lavorano nel centro, Paolo Ragusa. Né dall’ex commissario delegato per il Cara di Mineo, Giuseppe Castiglione, attuale sottosegretario all’Agricoltura nel governo Renzi. Sono tutti e tre sostenitori del Nuovo centrodestra, il partito del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, di cui Castiglione è coordinatore in Sicilia. Clifford Emeanua, 35 anni, moglie e due figli in Nigeria, faceva il muratore in Libia. Scoppiata la guerra, è scappato: sbarco a Lampedusa il 4 agosto 2011. Poi l’hanno portato al campo di Mineo: «Sono rimasto lì un anno e mezzo». Cosa ha fatto in quell’anno e mezzo? «Non c’è lavoro a Mineo. Chiedevo l’elemosina ai bianchi per strada per qualche soldo da mandare alla mia famiglia. Dentro il campo non potevamo fare niente. Solo mangiare e dormire». Ha frequentato un corso d’italiano? «Non c’era nessuna scuola quando io ero a Mineo. Se c’era, avrei imparato un po’ di italiano. Questo è il problema che ho oggi. Nessun lavoro. Niente. Sono un essere frustrato. Non so dove sto andando. Non so cosa fare. Perfino mangiare è un grande problema. Se chiedo l’elemosina per strada, mangio. Se non raccolgo soldi, non mangio». Conclusa per decreto l’emergenza Nord Africa, nell’inverno 2013, Clifford è stato messo fuori dal Cara con un permesso umanitario. E come migliaia di profughi cancellati da un giorno all’altro dal governo, si è ritrovato sulla strada. È salito a Torino e ora dorme in una stanza dell’ex villaggio olimpico al Lingotto. Quattro palazzine occupate nel 2013. Dal 2006, anno dei Giochi invernali, erano ancora abbandonate. Lui quasi si scusa: «Dormivo in un giardino. Faceva freddo. Gli amici mi hanno detto che qui c’erano appartamenti vuoti da sette anni». Un meccanico nello scantinato costruisce carri da trainare con le biciclette. Li usano per raccogliere e rivendere vestiti, elettrodomestici, metalli recuperati tra i rifiuti. Dieci ore fuori, da 50 centesimi a tre euro l’incasso. Soltanto alcuni centri sociali si occupano di loro. Mentre Lega e neofascisti chiedono lo sgombero. Stesso clima all’ex Ferrhotel: settanta profughi somali, uomini e donne, vivono nell’albergo abbandonato accanto alla stazione di Bari. Per la realizzazione di un centro per rifugiati qui dentro sono stati già stanziati due milioni, di cui quasi un milione e mezzo dall’Unione Europea. Fine lavori: 30 dicembre 2012. Proprio così: non sono mai cominciati. A Pescopagano, frazione africana di Castelvolturno, gli ultimi abitanti sono arrivati dopo il 2011. All’alba li vedi alle rotonde alla ricerca di un ingaggio. Il caporalato è ormai l’unica forma di welfare: il vero jobs act per migliaia di lavoratori. Ma la manodopera è in eccesso. Amou Otoube, 31 anni, la moglie in Ghana che non vede da 9 anni, nel 2014 ha lavorato soltanto due giorni: un guadagno annuo di 70 euro. Isaac Onasisi, 48 anni, come molti italiani disoccupati è alle prese con le bollette. Il Comune gli ha mandato la tassa sui rifiuti: 239 euro, anche se da anni non passa nessun servizio di nettezza urbana. Sul prato all’ingresso di via Parco Fabbri crescono più sacchi dell’immondizia che erba. Centri che funzionano bene esistono. Come lo Sprar dell’Ex-canapificio a Caserta: 40 ospiti in appartamenti diffusi, corsi professionali e di italiano. Fabio Ballerini, dell’associazione Africa Insieme, racconta invece che a Pisa la prefettura ha messo rifugiati perfino nell’ex tenuta presidenziale di San Rossore. Undici richiedenti asilo, erano 40 fino a qualche mese fa, li stanno ospitando a 4,6 chilometri dall’uscita del parco. Altri dieci a quattro chilometri. Con relativi appalti per le cooperative di gestione. Gli unici collegamenti con il mondo sono due o tre biciclette da condividere. L’integrazione in mezzo al nulla. Forse c’è una logica nel nascondere i profughi. Ricordate a Genova gli angeli del fango? Sono i venti ragazzi africani armati di badili che con i genovesi hanno ripulito la città dopo l’alluvione. In quei giorni erano ospitati nell’ex ospedale a Busalla. Lega e Forza nuova hanno protestato con i manifesti: «Ospedale per italiani, non ostello per africani». Anche se riaprire l’ospedale a Busalla sarebbe un oltraggio alla spesa pubblica, la prefettura ha deciso il trasferimento. Evviva la gratitudine. Gli angeli del fango sono finiti a Belpiano, in mezzo ai boschi dell’Appennino ligure: quattro ore e mezzo di pullman e treno da Genova, quasi tre ore da Chiavari, sette chilometri a piedi da Borzonasca, il paese più vicino dove trovi soltanto una tabaccheria e cinque frane che si sono mangiate pezzi di strada. Non appena hanno visto il posto, due ragazzi sono usciti dal programma di accoglienza. Questa è l’Oasi di don Mario Pieracci. Lui sale raramente. Vive a Roma ed è più facile incontrarlo in tv, ospite della Rai. L’Oasi è un villaggio vacanze della chiesa. Un tempo era aperto solo d’estate. Dagli sbarchi del 2011, funziona tutto l’anno. Centoventi profughi, asiatici e africani, conferma Caterina, la cuoca che da sola gestisce il centro e la cucina. Il corso di italiano è affidato a uno studente di ingegneria che parla inglese. Nessun aiuto linguistico per chi conosce appena arabo, pashtun o francese. Anche per questo soltanto otto ragazzi su 120 frequentano oggi la lezione. Per scendere in paese, si va a piedi. Una volta al mese. Il vecchio pullmino è rotto. Non c’è Internet. Non ci sono film in lingua straniera. La tv riceve solo i programmi della Rai. «Poveri cristi», ammette Caterina, «ci sono ragazzi che sono arrivati il 5 gennaio 2014 e sono qui ancora in attesa dei documenti». Mangiano, dormono. Si scaldano le infradito e i piedi scalzi, seduti intorno alla stufa a legna. Si riparte. Qualche ora di autostrada ed ecco Gorizia, la Lampedusa dell’Est: ogni mese la rotta balcanica scarica dai camion decine di richiedenti asilo afghani e pakistani. Gli amministratori della cooperativa siciliana Connecting People e una vice prefetto sono sotto processo con l’accusa di avere gonfiato numeri e fatture del Cara di Gradisca d’Isonzo. I dipendenti della cooperativa non ricevono lo stipendio da mesi. Molti di loro sono allo stremo, come gli africani di Pescopagano. Nonostante lo scandalo, secondo i sindacati il prefetto potrebbe presto arrivare a una risoluzione consensuale del contratto. Una conclusione amichevole: la Connecting People non perderebbe così la cauzione da 791 mila euro. Mentre i lavoratori perderebbero gli arretrati. Nell’industria dei rifugiati, tutto è possibile. All’inizio dell’inverno sempre a Gorizia, provincia con decine di caserme da anni deserte, la prefettura ha pagato come dormitorio un’officina: umidità, materassi per terra, riscaldamento scarso, 25 euro per persona e 70 profughi che al fortunato proprietario hanno reso 1.750 euro al giorno. Una velocità di 73 euro l’ora. Proprio quell’officina era il garage di una concessionaria Lancia. Curiosa parodia che riassume il destino dell’economia italiana: perse le auto, si spremono i profughi. (Ha collaborato Francesca Sironi).

Sfruttamento selvaggio, ora gli schiavi d'Italia dicono basta. Non solo Rosarno. Dalla pianura pontina al distretto del pomodoro in Puglia sfruttamento, ghetti e zero sicurezza riguardano 400 mila lavoratori. Che finalmente denunciano, scrive Floriana Bulfon e Francesca Sironi il 18 luglio 2016 su "L'Espresso". Picchia il sole su 400mila lavoratori impiegati senza tutele a raccogliere casse di pomodori e ceste di meloni, fino alle uve d’autunno. La cifra è fornita dall’osservatorio della Cgil sul caporalato. In inverno erano a Rosarno o Ginosa per gli agrumi. Con l’estate si trovano a Foggia come a Nardò, come in qualche località della Campania. Altro raccolto, altra schiavitù. Perché nonostante leggi, programmi e promesse, lo sfruttamento nei campi continua. Assume nuove forme, indossa maschere semi-legali: intermediazione, contratti a ore, aziende fantasma. Riceve fondi europei. Conta sulla mancanza di controlli. E non arretra. E oggi all’emergenza “storica” (in Calabria è da otto anni che le associazioni parlano di schiavitù, in Puglia la prima rivolta dei braccianti risale al 2011) se ne aggiunge una nuova. Nei centri d’accoglienza per i richiedenti asilo sono registrati 111mila migranti. Arrivano da Pakistan, Nigeria, Gambia, Senegal, Mali. Erano 33 mila in meno un anno fa. Nella tendopoli di San Ferdinando, dove un carabiniere ha ucciso, sparando, un ragazzo che lo minacciava con un coltello, il 33 per cento dei 471 stagionali curati da “Medici per i diritti umani” era un “diniegato”, un esule cioè in attesa di ricorso in tribunale. Più della metà aveva in tasca un permesso di protezione internazionale. Il 10 maggio da un’inchiesta della Digos di Prato sono stati indagati 12 pakistani: per la vendemmia di cinque aziende del Chianti - “Chianti classico”, docg e “gran riserva” - facevano il giro dei centri d’accoglienza. Caricavano su van dai vetri oscurati i profughi - cento, almeno, quelli coinvolti - per pagarli da quattro a sei euro l’ora, contro i 9 del contratto nazionale. Al telefono li chiamavano «questi schiavi negri e stronzi». Sono stati perquisiti anche tre italiani: professionisti di Prato, fornivano false buste paga e documenti. Fra quelle vigne mancavano ispezioni, prima della denuncia da cui è partita l’indagine, aiutata dal direttore della cooperativa che ospitava i rifugiati e che si era accorto che qualcosa non andava. Del resto sui campi, quando arrivano i controlli, arrivano anche le sanzioni: nelle 8.862 aziende agricole ispezionate dalle autorità nel 2015 sono stati intercettati 6.153 irregolari e 3.629 braccianti totalmente in nero. Impiegati secondo l’antica prassi di ricatti, rimborsi per il “viaggio” dovuti ai caporali, ghetti, nessuna sicurezza. Fino alla fame: meno di un mese fa i carabinieri hanno arrestato nel brindisino una madre e suo figlio. Italiani, portavano, secondo l’accusa, i braccianti fino nel barese, stipati in furgoncini; se non c’era posto, li chiudevano nel bagagliaio. «Non mangio da giorni», diceva disperata una di loro. «Ho provato vergogna. Qui mancano i diritti e non è riconosciuta la dignità». Così Camilla Fabbri, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, commentava il 24 maggio l’ispezione appena terminata nella cooperativa “Centro Lazio”, nella pianura pontina. In quattro ore di controlli i Carabinieri di Latina e gli agenti dei Nuclei Antisofisticazioni e Sanità hanno trovato nelle serre braccianti “in regola” per 12 giorni al mese quando ne lavoravano 20, per paghe da meno di quattro euro l’ora e turni da dodici ore al giorno. Raccoglievano in queste condizioni pomodori e zucchine “di alta qualità”, come pubblicizza il sito dell’azienda, che ha chiuso il bilancio del 2014 con un fatturato di 14 milioni di euro. La “Centro Lazio” ha ricevuto negli ultimi tre anni un milione e 440mila euro di fondi agricoli europei: 304mila nel 2013, altri 600 nel 2014 e 536mila l’anno scorso. Rappresentante dell’impresa è Fiorella Campa, che con la sorella Stefania (anche lei socia della cooperativa) era già stata denunciata nel 1994 per sfruttamento, riporta l’archivio dell’Agi. Il padre, Luigi, «tuttora impegnato a sostenere le figlie con una presenza costante e vigile sul campo», come si legge in un’intervista con cui le sorelle presentano i loro progetti per diventare «un colosso dell’ortofrutta», era stato arrestato nel gennaio del 1993 con l’accusa di occultamento di cadavere e violazione della legge sugli stranieri. Secondo un giovane impegnato nei campi l’amico di 31 anni si era sentito male dopo aver mangiato, ed era morto. «Se lo trovano qui succede un macello», avrebbe detto il padrone: «Buttiamolo nella discarica». La “Centro Lazio” fa parte di un grande consorzio: “Italia ortofrutta”, 140 aziende associate. Gennaro Velardo, il presidente, commenta così i risultati dell’ispezione: «Verificheremo per capire l’origine del problema. Lo sfruttamento è inaccettabile ma di certo c’è anche un problema di crisi del reddito per i produttori. Niente è giustificabile però sappiamo cosa può capitare, quando la grande distribuzione chiede prezzi sempre più bassi». L’estate scorsa un altro consorzio aveva espulso immediatamente una delle sue consociate dopo la denuncia di 14 immigrati che venivano rimborsati a 2,5 euro a cassetta. «Incontreremo la società per capire cos’è successo», dice invece Velardo, che aggiunge: «Gli autocontrolli ci sono, le irregolarità non sono così diffuse. E insisto: bisogna capire anche i bisogni degli agricoltori. Lo dico con una battuta: ma forse il cottimo non sarebbe sbagliato». Di “Italia Ortofrutta” fa parte anche “Ortolanda”, una cooperativa olandese con una lunga esperienza nella coltivazione di ravanelli. Dai Paesi Bassi è scesa fino all’Agro Pontino per coltivare in nome della qualità e dello sviluppo sostenibile. Nove lavoratori Sikh hanno presentato lo scorso agosto una denuncia: avevano un caporale, connazionale, che li convocava la sera per il giorno dopo. Per comodità aveva creato un gruppo WhatsApp intitolato “Ortolanda”: 34 utenti, lui l’unico “amministratore” che decideva chi lavorava e chi no. Le indagini sono in corso e stabiliranno chi dice la verità. Intanto nelle serre pontine si lavora senza sosta. Per reggere la fatica spesso ci si aiuta anestetizzandosi. Metanfetamine, antispastici e soprattutto oppio: la produzione è in mano agli italiani, lo spaccio agli indiani e costa pochissimo, dieci euro a bulbo. Una spirale che può portare al suicidio: pochi giorni fa è stato trovato un altro ragazzo appeso a una corda dentro un capannone nelle campagne di Borgo Hermada, a ridosso del fondo agricolo in cui lavorava. Aveva trent’anni e non c’era più niente che potesse prendere per sopportare la schiavitù. «Nel sikhismo il suicidio è vietato; la comunità lo associa allo sfruttamento lavorativo intensivo», spiega Marco Omizzolo dell’associazione InMigrazione: «La stessa comunità che affronta con una colletta per i costi per mandare la salma in India». Il caporale sbraita - «dovete muovervi, riempire i cassoni!» - e loro, per la prima volta incrociano le braccia. È l’estate del 2011 ed era il primo sciopero dei migranti contro la schiavitù. Grazie a quella protesta nelle campagne di Nardò, in Puglia, fu approvata la legge penale contro il caporalato. Cinque anni dopo «la situazione è peggiorata, i diritti sono regrediti», dice con amarezza Yvan Sagnet, il giovane ingegnere camerunense che per pagarsi gli studi al Politecnico di Torino era arrivato in Salento (un amico gli aveva parlato di “paghe da favola” e invece s’era ritrovato a rischiare di morire): «Sono stati approvati molti provvedimenti, ma rimangono inefficaci se non ci sono i controlli». «Qualche passo in avanti c’è, ma insufficiente», conferma Guglielmo Minervini, consigliere regionale in Puglia ed ex assessore: «A Rignano Garganico si sta già ri-formando il ghetto. Il “distretto del pomodoro” è stato portato a Foggia. Ma per ora non sta accadendo niente». Nel frattempo, la schiavitù si evolve. In Basilicata, dove dal 2013 i controlli sono più stretti, gli investigatori hanno scoperto cooperative fantasma che regolarizzavano cittadini italiani, pagando per loro i contributi, mentre a raccogliere andavano stranieri, ad un costo inferiore. E sono sempre più diffusi gli sfruttati “a contratto”: sulla carta le ore di lavoro sono solo tre, eppure passano l’intera giornata chinati sui campi. Ma se arriva un controllo: risultano in regola. Anche i caporali ora operano legalmente all’ombra delle agenzie interinali. In Puglia uno di loro è riuscito, da solo, a spostare da una società d’intermediazione all’altra seimila persone, rassegnate a condizioni prive di sicurezza. Spostate come merci, da buttare quando non servono più. Come è successo a Paola Clemente, uccisa lo scorso agosto dalla fatica mentre raccoglieva uva a 150 chilometri da casa. «Le agenzie interinali celano spesso i caporali del terzo millennio», nota Bruno Giordano, magistrato e consulente giuridico della Commissione: «Dovrebbero esserci maggiori controlli. E quando il reato di caporalato avviene da parte di un’agenzia bisognerebbe prevedere un’aggravante». Perché una morte come quella di Paola Clemente non si ripeta, il 27 maggio è stato firmato un “protocollo contro il caporalato” per le regioni del Sud. «È un risultato forte», dice Ivana Galli, segretario generale della Flai Cgil: «Il programma avrà a disposizione fondi Ue e risponderà a esigenze concrete». Ora bisogna seguirlo, però. Mentre il 25 giugno i sindacati saranno a Bari per chiedere di votare, finalmente, il disegno di legge contro lo sfruttamento in agricoltura, che «prevede una sanzione per l’azienda: fino ad oggi veniva punito solo il caporale», spiega la senatrice Fabbri, e la confisca dei beni utilizzati per lavorare, fino a tutto il patrimonio qualora si accerti che non coincide con la situazione fiscale. Leggi da modificare, ma soprattutto da applicare, rafforzando i controlli e modificando alcuni aspetti: «Da quando è stata introdotta la legge sul caporalato un solo processo è giunto fino in Cassazione», nota il magistrato Giordano. Per tutti gli altri a poco è valso il coraggio di chi ha denunciato. Per ora, ha vinto l’impunità.

Artigli e passamontagna. Ecco come i «pacifisti» aiutano i clandestini. Spranghe, coltelli e un artiglio da film horror sequestrati ai "No border" a Ventimiglia. Gabrielli: "Professionisti dell'agitazione", scrive Stefano Zurlo, Martedì 09/08/2016, su “Il Giornale”. Un'arma degna di Wolvwerine o di Freddy Krueger. Sembra di stare dentro una scena da incubo della saga horror di Nightmare, invece siamo alla frontiera di Ventimiglia. Dove l'Europa va in frantumi, i migranti si accatastano, i No Borders soffiano sul fuoco. Otto arresti, sette francesi e un'italiana residente a Parigi, ma soprattutto un catalogo impressionante di armi: un guanto con punte acuminate modello X-Men, coltello da rambo con lama di 30 centimetri, mazze, tubi di plastica da maneggiare come manganelli, cappucci. Il kit del perfetto dimostrante che si schiera al fianco dei disperati arroccati in attesa di un domani sugli scogli dei Balzi Rossi, ma poi distribuisce violenza, prima di giocare la solita parte della vittima. Insomma, il classico «pacifista» armato. Nessuno vuole colpevolizzare le idee, ci mancherebbe. Gli antagonisti e i centri sociali hanno tutto il diritto di dare voce alle proprie opinioni, ma troppe volte il copione deraglia. Qui, con 600 persone bloccate a un passo da Mentone e dall'agognata Francia, arriva l'imprevisto che sconvolge i piani di guerriglia: sabato sera un agente, Diego Turra, muore d'infarto sulla prima linea della protesta. I No Bordes, spiazzati, annullano il corteo previsto e mettono le mani avanti: «Non vogliamo cadere in trappola. Non c'entriamo nulla con quella morte, avvenuta per cause naturali mentre i suoi colleghi ci inseguivano e ci picchiavano». Fermi e fogli di via disegnano uno scenario assai diverso. Ci sono tutti gli strumenti classici per imbastire un pomeriggio di terrore, ambientato non più nel cuore di Milano o in Val di Susa, ma dove Italia e Francia s'incontrano. Al crocevia di una politica sempre più impotente. «E' lo stesso meccanismo che abbiamo visto tante volte con i Black Blok - dicono gli agenti che stanno monitorando il fenomeno - italiani o francesi non importa: si organizzano e si danno appuntamento nei luoghi più problematici per alimentare la tensione». Angelino Alfano, in un'intervista a Repubblica, sconfina attribuendosi meriti straordinari: «Se Ventimiglia non è fin qui diventata una Calais italiana lo si deve al fatto che abbiamo realizzato controlli». Ma le sue parole roboanti non tranquillizzano. Anzi. Il Governatore della Liguria Giovanni Toti denuncia «la situazione ormai insostenibile a Ventimiglia, dove serve subito un intervento fermo e deciso del governo con l'identificazione degli immigrati e il pugno duro con i No Borders che, irresponsabilmente, aggiungono tensioni a tensioni». Sulla stessa lunghezza d'onda, anzi più in là, il senatore forzista Maurizio Gasparri: «Il Governo sta drammaticamente sottovalutando la situazione a Ventimiglia. Ci aspettiamo l'allontanamento immediato dalla città di tutti i clandestini e fermezza contro i provocatori». Il capo della polizia Franco Gabrielli dosa i concetti come un politico consumato: «Intensificheremo le operazioni di decompressione, in modo da alleggerire la pressione nell'area. E alleggerire la pressione significa prendere le persone e portarle da un'altra parte». Poi si concentra sulla protesta: «I No Borders sono professionisti dell'agitazione, ma - aggiunge subito - addebitare a loro la morte di Turra è un esercizio poco serio». Un punto che tutti condividono. Ma che non cancella il malcontento: mentre l'Europa si scioglie, gli agenti sono sempre più vecchi, mal pagati, peggio equipaggiati. E devono fronteggiare, in quel lembo estremo d'Italia, anche il rischio che qualche terrorista si mescoli ai profughi.

Tra islamici e anarchici il lato «oscuro» degli attivisti. I legami internazionali del movimento anti-confini sotto la lente degli investigatori. Le prove dei video, scrive Fausto Biloslavo, Martedì 09/08/2016, su "Il Giornale". Gli attivisti «No Borders» hanno dei lati oscuri e dei collegamenti internazionali sotto la lente degli investigatori. Non si tratta solo della solidarietà estrema ai migranti «nelle loro pratiche di resistenza e violazione dei confini attraverso le frontiere interne ed esterne dell'Europa», come dichiarano gli stessi attivisti. Mohamed Lahaouiej Bouhlel, che ha falciato con un camion 84 persone a Nizza, è stato ripreso in un video e identificato dalla polizia a Ventimiglia nel giugno dello scorso anno. Il futuro stragista islamico partecipava ad una manifestazione pro migranti assieme all'associazione «Cuore della speranza» con base a Nizza. Il gruppo pseudo caritatevole era gestito da estremisti salafiti, che accoglievano e aiutavano soprattutto profughi o clandestini musulmani. Le foto sul profilo Facebook mostrano la mobilitazione a Ventimiglia e personaggi con il barbone islamico d'ordinanza che alzano un dito verso il cielo per indicare la volontà e la potenza di Allah. Nonostante l'inquietante commistione gran parte degli antagonisti «No Borders» italiani, che negli ultimi giorni si sono mobilitati dai centri sociali della Liguria, Piemonte e Lombardia hanno simpatie e agganci anti Stato islamico. I loro riferimenti sono i miliziani curdi di estrema sinistra del Ypg, che combattono nel nord della Siria contro l'Isis. Lo dimostra uno dei loro siti di riferimento, InfoAut, con tanto di stellina rossa. Sul blog di contro informazione si legge: «Il ruolo preposto dall'Unione europea all'Italia per i prossimi anni è quello di essere un deposito di materiale umano sfuggito alle guerre umanitarie dell'Occidente e alla sistematica spoliazione delle risorse dei paesi del sud globale che hanno subito gli ultimi decenni di «aiuto allo sviluppo». La «resistenza» pro migranti e contro i confini è pan europea. In marzo attivisti «No Borders», anche italiani, hanno fomentato i migranti rinchiusi nel campo greco di Idomeni distribuendo volantini con indicato un tragitto per raggiungere la Macedonia. Il risultato è stata la reazione della polizia con scontri ed arresti. Dallo scorso anno il movimento «No ai confini» influenzato dalla sinistra antagonista si è mobilitato da Ventimiglia a Calais, dove sono state arrestate e poi rilasciate tre attiviste italiane che studiano a Parigi. Chi paga proteste e mobilitazioni? Ufficialmente i soldi vengono raccolti in rete con il crowdfunding, ma da noi la campagna pro migranti è ampiamente rilanciata sul sito Melting Pot Europa. Lo sponsor del sito è l'Istituto nazionale assistenza ai cittadini (Inac). Un patronato «da oltre 40 anni impegnato nel sociale» e promosso dalla Confederazione italiana agricoltori, che fornisce assistenza gratuita agli immigrati per il rilascio del permesso di soggiorno o le pratiche del ricongiungimento familiare. Dalla scorsa estate volontari pro migranti italiani e di mezza Europa hanno fornito assistenza non solo umanitaria, grazie a mappe scritte anche in arabo con indicazioni precise sulle rotte, passaggi e sotterfugi per raggiungere soprattutto la Germania. Via twitter con gli hashtag #Crossingnomore o #marchofhope e WhatsApp hanno indirizzato migliaia di migranti verso determinati punti di frontiera per cercare di sfondarli. La rete «No Borders», infiltrata dagli anarchici, «è uno strumento per i gruppi e le organizzazioni di base a favore dei migranti e dei richiedenti asilo - si legge sul web - al fine di lottare al loro fianco per la libertà di movimento». Alcuni gruppi europei anti confini o Stop Deportation hanno piani più aggressivi. Le compagnie aeree come Lufthansa, Air France, Swissair, Sabena, British Airways, Iberia e pure le agenzie di viaggio sono finite nel mirino perché «deportano» i clandestini. I campi pro-migranti come quello di Ventimiglia, già organizzati in Slovacchia, Germania, Polonia, Sicilia e Spagna, sono un altro tassello del piano pro «invasione». Ulteriori azioni prevedono l'«evasione dai centri (di accoglienza nda), la loro distruzione o la lotta contro le nuove costruzioni». Dopo Ventimiglia il passaggio ad azioni violente è dietro l'angolo.

CRISTIANI ED EBREI. UN CONFLITTO LUNGO DUE MILLENNI.

Vittorio Feltri il 14 Settembre 2018 su "Libero Quotidiano" contro David Parenzo: "L'unico ebreo del tutto fesso". Sono un estimatore di Giuseppe Cruciani, conduttore principe della radiofonica Zanzara, programma di successo. E noi abbiamo il privilegio di averlo quale collaboratore, autore di pregevoli articoli che pubblichiamo con soddisfazione nostra e dei lettori. Ciò detto, ci giunge notizia che la ex ministro Kyenge è stata ospite della trasmissione durante la quale, come è suo costume, ha dichiarato che un individuo di colore oggi in Italia deve avere paura. Di chi? Di tutti noi che siamo razzisti. Se questa sua affermazione fosse fondata, le chiederei sommessamente, perché allora centinaia di migliaia di africani continuano a voler sbarcare nel nostro Paese? Se vengono qui in massa, pur consapevoli che siamo crudeli con i neri, mi domando come mai costoro non cessino un istante di tentare lo sbarco sulla penisola. Io se sapessi che in Senegal mi detestano, eviterei di recarmi laggiù. Mi sembra logico stare lontano da popoli inospitali e pronti ad aggredirmi. Viceversa i signori di pelle scura, pur dicendo di essere odiati da queste parti, non smettono di chiederci ospitalità. E il bello, anzi il brutto, è che seguitiamo ad accoglierli e a mantenerli ovviamente a nostre spese. O siamo scemi noi, più probabilmente, o sono scemi loro che corrono in bocca al lupo. Un lupo talmente buonino che non sbrana alcuno, come risulta dalle statistiche, ignorate da madame Kyenge. La quale avrebbe l'obbligo di rivelarci quanti negri abbiamo ucciso o almeno pestato. I dati ufficiali sono a disposizione di chiunque li voglia compulsare: gli episodi di razzismo nella nostra patria si contano sulle dita di due mani. Se su 60 milioni di connazionali, i razzisti sono una ventina - esagero - significa che accusarli in massa di xenofobia è una idiozia macroscopica che contrasta con i dati statistici. Non importa: il cervello della Kyenge forse non è in grado di elaborare in chiave sociologica i numeri ufficiali. Poco male. E non sorprende neppure il fatto che David Parenzo, aiutante di battaglia di Cruciani, sostenga questo concetto: Libero scrive che ci becchiamo le malattie quale la tubercolosi a causa degli immigrati, mentre nel Paese aumenta l'idiozia in quanto aumentano i nostri lettori. Però, che arguzia. La tubercolosi non viene dal continente nero, bensì da Zurigo o da Stoccolma. Simile idea può maturare soltanto nella testa di un cretino, con rispetto parlando. Difatti Parenzo è l'unico ebreo sciocco che abbia mai conosciuto. Non è cattivo, figuriamoci: è semplicemente privo di neuroni sufficienti per capire la realtà. In ciò è simile alla sua amica Kyenge, ex ministro inadeguato alla integrazione. Noi di Libero non disprezziamo né l'uno né l'altra: li compatiamo. P.s. Alla ex ministra scura di pelle raccomandiamo di pulire la cacca del suo simpatico cane anziché incolpare altri di spargere merda intorno a casa. Vittorio Feltri

Roma e gli ebrei, una storia lunga 22 secoli. Il libro di Riccardo Calimani, La Città eterna degli ebrei. La storia dei «giudii» a Roma dall’antichità al Novecento e alle leggi razziali in un volume pubblicato da Mondadori: ventidue secoli di aperture e feroci conflitti, scrive Gian Antonio Stella l'8 ottobre 2018 su "Il Corriere della Sera". «Lunedi i soliti 8 ebrei corsero ignudi il palio loro favoriti da pioggia, vento et freddo degni di questi perfidi, mascherati di fango al dispetto delle gride. Dopo queste bestie bipede correranno le quadrupede domani». Rileggiamo: «queste bestie bipede». Bastano queste righe pubblicate negli «Avvisi di Roma» del 16 febbraio 1583 per capire quanto fossero radicate le ostilità anti-ebraiche nella Città eterna che ottant’anni fa si adeguò silente, per non dire di peggio, alle leggi razziali del 1938 che avrebbero aperto la strada, cinque anni dopo, alla retata nazista. Per oltre due millenni, infatti, come documenta lo storico Riccardo Calimani nella Storia degli ebrei di Roma. Dall’antichità al XX secolo appena edita da Mondadori, i rapporti tra i romani e «li giudii» erano stati segnati da periodi di conflitti e aperture, aperture e conflitti. Dalla lettera del 325 di Costantino a tutte le Chiese dell’impero («Vi esorto pertanto a non serbare nulla in comune con l’odiosissima turba giudaica») all’ordine agli ebrei di portare una «rotella gialla» sul petto, dalla bolla di Paolo IV Cum nimis absurdum che istituì il Ghetto di Roma alle «prediche coatte», dalle feste per la Breccia di Porta Pia (vista da qualche ebreo come «il Giorno in cui il Signore ha tratto il suo popolo fuori dal crogiolo delle sofferenze, portandolo da schiavitù in libertà») fino alle virtuose solidarietà e alle odiose complicità negli anni della «Difesa della Razza». Nulla però spiega cosa rimestasse per secoli nella pancia del popolino quanto le infami bravate del carnevale romano, cancellato per i troppi eccessi solo da Clemente IX nel 1667. Bravate dedicate in larga parte, come ricordano quelle del marchese del Grillo, agli ebrei. «Giudate», le chiama Giovanni Mario Crescimbeni, fondatore dell’Accademia dell’Arcadia, nell’Istoria della volgar poesia: «Giudate perciocché in esse non si tratta d’altro che di contraffare e schernire gli Ebrei in istranissime guise, ora impiccandone per la gola, ora strangolandone e facendone ogn’altro più miserabil giuoco». Ed ecco «l’ebreo dentro la botte rotolato dalla plebaglia» raffigurato nella celebre incisione di Bartolomeo Pinelli. Il rito umiliante del calcio nelle natiche al Gran Rabbino prostrato davanti al «Senatore». La sommossa che scoppia, raccontata nel Meo Patacca, alla notizia (falsa) degli ebrei alleati dei turchi nell’assedio a Vienna: «Sul mezzo dì, pe’ la città si sparze / sta nova appena, e la sentì la plebbe / ch’arrabbiata de collera tutt’arze / e li Giudii già lapidà vorrebbe…». «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto», dice il «Manifesto degli scienziati razzisti» pubblicato il 5 agosto 1938 nel primo numero de «La Difesa della Razza»: «Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani». In realtà, spiega Calimani, «gli ebrei vivevano a Roma probabilmente ben prima della seconda metà del II secolo a.C. quando, in particolare tra il 161 e il 165, Roma e Gerusalemme cominciarono ad avere i primi contatti politici ufficiali». Molti altri si aggiunsero dopo le campagne di Pompeo con «l’arrivo di numerosi ebrei ridotti in schiavitù, sia a causa delle annessioni romane di territori dell’Asia minore, della Siria e dell’Egitto, dove esistevano comunità ebraiche molto numerose, sia a causa dell’occupazione della stessa Giudea». In città, «molti dei nuovi arrivati andarono a vivere in quartieri assai popolosi: gli ebrei erano numerosi nell’isola Tiberina, tant’è che al ponte Cestio fu dato il nome di pons Iudaeorum…». E non c’era solo il Ponte dei Giudei. Via via, infatti, come ricorda lo storico capitolino Claudio Rendina, si aggiunsero Piazza Giudia, l’Ortaccio degli Ebrei («detto anche de’ Giudei, sprezzante definizione del cimitero israelita alle falde dell’Aventino»), un altro Campo Giudeo a Trastevere, la Piazza delle Scòle, dove avevano sede ben cinque scuole ebraiche… Già ai tempi del consolato di Marco Tullio Cicerone, scrive Calimani, «secondo alcune fonti gli ebrei che vivevano in città erano circa 50-60.000, su una popolazione di quasi un milione di abitanti». E insomma tutta la storia degli ebrei, quando il fascismo scelse di cavalcare il razzismo, era intrecciata da oltre ventidue secoli con la storia della città Caput Mundi. Di famiglia ebraica era Tito Flavio Giuseppe, nato col nome di Yosef ben Matityahu, lo storico che dopo esser finito a Roma come prigioniero entrò nelle grazie di Vespasiano, di cui prese il nome gentilizio, per vivere fino alla morte alla corte imperiale. E così Pietro Pierleoni, eletto Papa (ma considerato antipapa) nel 1130 col nome di Anacleto II contro Innocenzo II imposto dai Frangipane. E Sidney Sonnino, romano d’adozione, più volte ministro nonché presidente del Consiglio del Regno. E il grande sindaco capitolino Ernesto Nathan che a settant’anni fu il più vecchio dei volontari decisi a combattere nella Grande guerra. Alla quale parteciparono non solo patrioti di famiglia ebraica ma addirittura dei «rabbini militari» mandati al fronte per tener su il morale ai soldatini fedeli al Talmud… Ne avevano passate tante, gli ebrei romani, già prima del 1938. Ma in quell’annus horribilis tirava un’aria davvero fetida. Scrive Calimani: «Sui giornali, per esempio sul “Popolo” di Torino, si potevano leggere articoli in cui comparivano affermazioni come: “Diecimila volontari ebrei nelle file dei rossi spagnoli”. Oppure sulla “Sera” di Milano si poteva trovare un titolo di questo tipo: “I figli dei matrimoni misti con gli ebrei sono predisposti alla tubercolosi”. Il 12 gennaio, sul “Regime Fascista”, Roberto Farinacci aveva scritto: “Chiediamo che i 43 milioni di italiani cattolici abbiano in tutti i centri più delicati dello Stato e della vita della Nazione i propri legittimi rappresentanti; essendo gli ebrei quasi la millesima parte della popolazione, bisognerebbe concludere che su mille posti uno spetterebbe agli ebrei, novecentonovantanove ai cattolici”». Va da sé che nella piccola comunità israelita montasse di giorno in giorno la paura. Pio XI, certo, non era d’accordo con questi sedicenti «cattolici» fascisti. Basti rileggere la parole nette che usò il 28 luglio 1938 davanti agli alunni del Pontificio collegio urbano De Propaganda Fide, che erano più di duecento e arrivavano da trentasette Paesi: «Il genere umano non è che una sola e universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali… La dignità umana consiste nel costituire una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana. Questo è il pensiero della Chiesa». Non bastasse, fece pubblicare sull’«Osservatore Romano» una chiusa: «Ci si può chiedere quindi come mai, disgraziatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania». Il Duce, arrogante, rispose nel discorso a Trieste del 18 settembre: «Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito ad imitazioni, o peggio, a suggestioni (di Hitler), sono dei poveri deficienti…». Cinque anni dopo dalla Tiburtina partivano i vagoni per Auschwitz. Oltre all’ottantesimo delle leggi razziali, che vennero introdotte dal regime fascista a partire dal settembre 1938, fino ai provvedimenti organici del successivo novembre, ricorre sempre in questi giorni il settantacinquesimo anniversario della razzia nel ghetto ebraico di Roma, compiuta dalle SS di Herbert Kappler il 16 ottobre 1943 durante l’occupazione nazista. Nella retata i tedeschi catturarono un migliaio di civili che furono avviati allo sterminio. Per ricordare quei tragici eventi e trarne i necessari insegnamenti dinanzi ai problemi attuali, l’Istituto nazionale «Ferruccio Parri» e la Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) hanno organizzato il 10 e l’11 ottobre a Macerata il convegno «A ottant’anni dalle leggi razziali. Una riflessione tra storia e contemporaneità». All’incontro, che si tiene presso l’aula verde del Polo Pantaleoni, partecipano tra gli altri: Michele Battini, Francesca Cavarocchi, Fabio Dei, Filippo Focardi, Valeria Galimi, Betti Guetta, Paolo Pezzino, Liliana Picciotto, Antonella Salomoni, Elisabetta Ruffini, Michele Sarfatti.

La lunga lotta di Roma contro Israele. Lo scontro con il popolo ebraico coinvolse gran parte dell'Impero, scrive Rino Cammilleri, Sabato 04/08/2018, su "Il Giornale". Quanto fossero ingestibili gli ebrei l'Impero Romano lo sapeva. Bastava che uno di loro si atteggiasse a «messia» e ai romani toccava intervenire con grande dispendio. Dopo che Vespasiano e Tito ebbero domato la rivolta del 66-70 d.C. distruggendo addirittura il Tempio, gli ebrei sopravvissuti e non venduti schiavi si rifugiarono presso i correligionari della diaspora. Ma il loro esclusivismo non mancava, neanche «all'estero», di creare problemi con gli autoctoni. Si conosce la «soluzione finale» con cui Adriano nel 135 d.C. la fece finita radendo al suolo Gerusalemme e cambiandogli pure nome. Dopo l'insurrezione del «messia» Bar Kokhba, Gerusalemme divenne colonia romana, Aelia Capitolina, piena di templi pagani e col divieto assoluto per ogni ebreo di rimettervi piede, pena la morte. Ma non tutti sanno che tra il 70 e il 135 d.C. ci fu un'altra, grande rivolta, questa volta nella diaspora. La racconta per la prima volta Lidia Capponi ne Il mistero del Tempio. La rivolta ebraica sotto Traiano (Salerno Editrice, pagg. 140, euro 14,50). Dopo la mano pesante degli imperatori Flavi, Nerva aveva abolito il fiscus iudaicus, cioè la tassa che colpiva gli ebrei in quanto tali. Ciò aveva provocato malumori in quei «greci», cioè i pagani, che con gli ebrei vivevano a contatto. Il successore di Nerva, Traiano, dopo la conquista della Dacia mosse contro l'impero dei Parti, nel quale stavano importanti comunità giudaiche. Per garantirsene se non l'appoggio almeno la neutralità, Traiano ventilò agli ebrei due golosissime opportunità: il ritorno in patria degli esuli (anche quelli di seconda e terza generazione vivevano con questo sogno) e la ricostruzione del Tempio a spese dello stato romano. Incaricò all'uopo due personaggi altolocati scelti appositamente perché discendenti dei due più importanti profanatori del Tempio: Tiberio Giulio Alessandro Giuliano e Gaio Giulio Antioco Epifane Filopappo. Il primo era figlio di Tiberio Giulio Alessandro, che aveva abbandonato la religione ebraica per far carriera nell'impero ed era stato luogotenente di Tito nell'assedio di Gerusalemme culminato nel disastroso incendio del Tempio. Il secondo discendeva da quell'Antioco IV Epifane che aveva scatenato la rivolta dei Maccabei portando l'«abominio della desolazione» profetizzato da Daniele nel Tempio. Traiano conquistò l'Armenia e la Partia, occupando nel 116 la capitale dei parti, Ctesifonte. Il Senato gli diede il titolo di Parthicus e ne decretò la divinizzazione. Primo errore. Secondo errore: Traiano fece erigere sue statue, ormai «divine», in Gerusalemme. Ma ormai le speranze messianiche le aveva sollevate e fu catastrofe: gli ebrei si ribellarono ad Alessandria, Cirene, Cipro e in tutto l'ex impero partico, costringendo Traiano a mandare legioni su legioni. Fu un bagno di sangue. La sinagoga di Alessandria, orgoglio dei giudei, fu rasa al suolo e la repressione costò centinaia di migliaia di morti. Traiano morì nel 117 e l'evento fu festeggiato per sempre dai rabbini.

Filosofia e religione s’incontrarono. La rivoluzione culturale di Cristo. La nuova fede coniugò le pratiche di culto e il discorso speculativo su Dio, scrive Marco Rizzi il 4 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Intorno alla metà del II secolo dopo Cristo, nella città greca di Corinto, un rabbino ebraico si imbatté casualmente in un cristiano ed ebbe con lui una lunga discussione sull’interpretazione delle profezie messianiche contenute nella Bibbia. Il loro dialogo venne poi messo in forma scritta dall’interlocutore cristiano, Giustino, ed è giunto sino a noi con il titolo di Dialogo con l’ebreo Trifone. Nelle battute iniziali, però, quest’ultimo identifica Giustino come un filosofo, giacché indossava un mantello con cappuccio, il pallium, caratteristico dei maestri di filosofia. Lungi dall’esserne imbarazzato, Giustino ricostruisce il suo percorso intellettuale che lo aveva visto vagare da una scuola filosofica all’altra (platonica, stoica, aristotelica…) rimanendone sempre insoddisfatto, sinché non si era imbattuto in un maestro che lo aveva introdotto alla lettura della Bibbia e alla «filosofia» cristiana, presentata come l’unica vera che permette di raggiungere con certezza le verità ultime su Dio, il mondo e l’uomo. Un paio di decenni più tardi, Melitone, vescovo della città di Sardi in Asia Minore, scrivendo direttamente all’imperatore Marco Aurelio, noto amico dei filosofi ma non altrettanto dei cristiani, segnalerà la coincidenza cronologica tra la fondazione dell’impero da parte di Augusto e la nascita della «nostra filosofia», quella dei cristiani, volendo così sottolineare il comune destino che legava entrambi. L’idea che il cristianesimo fosse una «filosofia» rimase costante nel pensiero cristiano di tutti i primi secoli, generando pensatori di spicco quali Origene e Agostino. Si tratta di una novità importante rispetto al mondo antico, che ha cambiato profondamente il significato e il ruolo stesso della religione e della filosofia. Fino alla comparsa del cristianesimo, la religione costituiva anzitutto un’attività pubblica, un «fare» che si concretizzava in riti e sacrifici, cui assistere e partecipare; nessuno vi collegava un «credere», al massimo ci si rifaceva al mito tradizionale come ad uno sfondo narrativo. Il discorso su Dio era invece proprio della filosofia, anzi di una parte specifica di essa, ovvero quella che si occupava dei principi fondamentali della realtà (in greco le archai), che ad esempio la tradizione platonica identificava nelle idee, nel numero, nella materia, oltreché appunto nel divino. Le diverse filosofie, poi, potevano ispirare una specifica etica, che si traduceva in un concreto stile di vita: la vita ritirata e al riparo dagli affanni degli epicurei, il rigoroso impegno civile degli stoici e così via. Affacciandosi nel mondo greco e romano dopo la sua genesi nell’ebraismo, il cristianesimo legò invece in unità tutti questi ambiti: la pratica cultuale (anzitutto il battesimo e la celebrazione eucaristica) si associò a un sistema di conoscenze e di credenze relative a Dio e alla sua intrinseca realtà (a partire dalla persona di Cristo, Dio incarnato, nel suo rapporto con il Dio creatore del mondo, il Padre), dal cui insieme scaturiva un’etica esigente che a sua volta si alimentava alla liturgia e alla lettura della Bibbia. Se prima la filosofia rappresentava un interesse limitato alle ristrette élite che possedevano gli strumenti materiali e intellettuali per poterla coltivare, ora essa si universalizza e si allarga a tutti gli strati sociali, attraverso la mediazione degli intellettuali e dei predicatori cristiani, che si impegnano a ridefinire gli orizzonti della speculazione tradizionale a partire dalla Bibbia e dalla sua interpretazione.

In questo modo, il cristianesimo riuscì a intercettare e a plasmare nella direzione voluta fenomeni sociali e culturali abbozzati o già in atto. Presentandosi nel mondo romano come una «filosofia», il cristianesimo si inserì efficacemente, da un lato, nella crescente vita intellettuale delle città dell’impero, specie nel periodo di pace e prosperità del II secolo, e dall’altro poté superare le perplessità suscitate dal fatto che a differenza delle religioni tradizionali e dello steso ebraismo non celebrava sacrifici o altri riti paragonabili (l’idea della celebrazione eucaristica come «sacrificio» si affermerà solo nel IV secolo). A sua volta, il cristianesimo rafforzò, fino a egemonizzarla, la tendenza della filosofia di epoca imperiale a concentrarsi sul divino quale tema metafisico centrale: con i pensatori cristiani, il discorso su Dio cessa di essere una parte, per quanto importante, della riflessione sulle archai, per acquisire piena autonomia e collocarsi al culmine dell’intero sistema delle conoscenze, cui tutte le altre discipline risultano finalizzate. La filosofia inizia così il cammino che la condurrà a essere ancilla theologiae, «serva della teologia» nel sistema medioevale delle arti liberali, scolasticamente organizzate nell’insegnamento del trivio e del quadrivio. Nella società cristiana medievale, però, sia la teologia, sia la filosofia torneranno ad essere dominio di una ristretta élite, in qualche misura rinnegando l’iniziale presentazione del cristianesimo quale «vera» filosofia e canale universale di accesso alla verità su Dio e sull’uomo.

Perchè gli ebrei sono stati sempre perseguitati, scrive il 19 agosto 2017 Lettera 43. Gli ebrei, a partire dalla tirannia degli assiri e dei babilonesi, dei greci e dei romani, fino al tragico climax del nazismo e del fascismo, sono stati, sempre, perseguitati e sono stati, sempre, oggetto di discriminazione, di isolamento, di tirannia e, in ultimo, di genocidi da parte degli altri popoli.

Un breve excursus storico. Già gli assiri, infatti, sottoposero gli ebrei sottomessi a un lungo dominio e molti di loro vennero deportati. Gli ebrei stessi, per esempio, dal 438 d.C., con gli editti di Valentiniano e di Teodosio, furono esclusi prima da ogni carica pubblica e poi dal diritto di accesso alle università. La discriminazione durò, in generale, fino al 1791, con l'intervento di Napoleone, a favore degli ebrei, che emancipò, di fatto, la popolazione ebraica. Ma alcuni divieti furono ripristinati dal Congresso di Vienna, nel 1815. Nel 1871 vi fu l'emancipazione degli ebrei da parte della Germania e di tutti i paesi europei tranne la Russia che concessero la massima libertà, di fatto, agli ebrei. In alcuni paesi si concedettero dei diritti limitati agli ebrei stessi: con la speranza che questi "cambiassero per il meglio". Fino al fascismo e al nazismo, dove si stabilì l'inferiorità degli ebrei e la "superiorità della razza ariana" e con la triste storia delle deportazioni, delle discriminazioni e dei campi di concentramento. Fino ad oggi: dove si sta registrando, negli stati europei, un'accelerazione delle partenze verso Israele: soprattutto da Francia, Ucraina e Belgio. Questo a causa di antisemitismo, instabilità interna dei tre paesi citati e difficoltà economiche. Queste molte partenze per Israele si stanno registrando, anche, dall'Italia. Quindi, un dato, anche, attuale.

Ma perchè gli ebrei sono stati, sempre, perseguitati? Ecco un breve elenco di ragioni.

Gli ebrei sono coloro che hanno tradito Gesù. Innanzitutto, c'è una ragione cristiana dell'antisemitismo. Infatti, gli ebrei sono stati quelli che hanno crocifisso Gesù. Quindi, per la loro esistenza, la popolazione ebraica era un pericolo costante nei confronti di una società (medievale) dominata dalla religione cristiana. L'idea della colpa degli ebrei per la morte di Gesù rappresentò la "condanna" per molti di essi.

Gli ebrei diffondevano la peste. Inoltre, nel Medioevo, con l'insorgere della peste, si diceva che gli ebrei avessero avvelenato i pozzi, diffondendo la stessa. Molti teologi cristiani affermavano, infatti, che gli ebrei avessero un carattere criminale. Questi erano "rei" di diffondere questa paurosa malattia: per cancellare dalla faccia della terra i cristiani.

La comune idea sugli ebrei. C'era, anche, la comune idea che gli ebrei fossero degli avari, degli usurai e che si arricchissero con i soldi degli altri. Molti ebrei erano, nelle popolazioni dove emigravano, anche dei prestasoldi e cambiamonete. Vi furono delle norme, per esempio, rilasciate da Papa Innocenzo III contro la popolazione ebraica. Infatti, vi fu questa idea di "ghettizzare" questi cittadini e di escluderli dalle associazioni professionali.

La persecuzione per la mancata integrazione nel mondo cristiano e occidentale. Un'altra ragione della persecuzione di questo popolo era (si diceva) la sua mancata integrazione nel mondo cristiano e occidentale. Relegati, infatti, da sempre nei loro ghetti: ciò causò persecuzioni e stermini nei confronti degli ebrei. Il loro modo di vestirsi, le loro abitudini quotidiane e il loro forte radicamento culturale erano, infatti, fonte di attacchi da parte delle popolazioni che li ospitavano. La loro diversità (e la loro ricchezza culturale e materiale) hanno sempre fatto paura agli stati ospitanti.

I ruoli chiave occupati dagli ebrei nei governi. Un'altra fonte di persecuzione degli ebrei fu quella più recente: secondo la quale in tutti i governi e le istituzioni si potevano trovare degli ebrei. Questo grazie, anche, alla loro intelligenza. E quindi, gli ebrei facevano paura: per la loro ascesa al potere. Fino al nazismo e al fascismo. Dove facevano paura questi ruoli di responsabilità occupati dagli ebrei stessi, ma dove l'antisemitismo doveva diventare una lotta di tutti i popoli contro un nemico enorme e universale: la popolazione ebraica. Venne stabilita la superiorità della razza ariana e gli ebrei venivano visti come degli "strozzini" e degli approfittatori dal nazismo. Quando, davanti ai negozi, si esponevano i cartelli di non acquistare presso i vari negozi ebraici.

Insomma, per concludere, questo popolo è stato, sempre, discriminato perchè è stato, sempre, una forte comunità culturale, nonchè economica e religiosa. Con gli ebrei c'è sempre stato, da parte del mondo occidentale e da parte delle varie popolazioni, un "senso di inferiorità" mascherato, che spingeva a perseguitarli, sempre e a discriminarli (vedi tutte le popolazioni e il nazismo e il fascismo). Dietro alla persecuzione agli ebrei si celava e si cela ancora paura, debolezza e, anche, inettitudine.

Perché l'odio contro gli ebrei? Sulle origini dell'antisemitismo, scrive "Viaggio-in-germania.de". 

Origine n°1: "Gli ebrei sono quelli che hanno crocefisso Gesù". La più antica fonte dell'antisemitismo è cristiana: "Gli ebrei sono quelli che hanno crocefisso Gesù!". Per molti secoli la chiesa ha alimentato nel popolo questa convinzione demagogica che serviva a giustificare la persecuzione e l'eliminazione della "concorrenza" religiosa. La comunità religiosa degli ebrei era sparsa in tutta l'Europa, e costituiva sempre un corpo estraneo in una società in cui la chiesa voleva essere l'unica autorità, non solo religiosa, ma anche culturale e politica. Solo per la loro esistenza, gli ebrei erano un pericolo costante per una società medievale dominata dalla religione cristiana. Il loro costante rifiuto di farsi cristiani era una specie di delegittimazione della validità universale della fede cristiana. Così è nato l'odio e anche la spiegazione "teologica" per quest'odio. L'idea della "colpa collettiva" degli ebrei per la morte di Gesù fu praticamente la condanna a morte per decine di migliaia di essi. Questa convinzione si mantenne molto a lungo, a livello più o meno conscio, in vasti strati della popolazione.

Origine n°2: "Gli ebrei sono responsabili della peste". Questa è una variante dell'odio di origine cristiana descritta sopra. Nel medioevo, la peste fu una delle malattie più terribili e più temute capace di annientare decine di migliaia di persone e di spopolare intere regioni. L'origine era misteriosa, e dalla convinzione che fosse il diavolo a mandare la peste in terra fino a dare la colpa agli ebrei (che avrebbero avvelenato i pozzi) il passo non era lungo. Numerosi teologi cristiani (come p.e. Johannes Chrysostomos o l'arcivescovo Agobardo di Lione) avevano attribuito a gli tutti ebrei un carattere criminale e così, gli ebrei erano facilmente individuati come quelli che scatenavano periodicamente la peste per eliminare i cristiani. Un'altra teoria sosteneva che la peste era una punizione di Dio per il fatto che i cristiani tolleravano gli ebrei nelle loro città. Comunque sia, i risultati erano gli stessi: ogni volta che il flagello della peste colpì l'Europa aumentarono le sommosse popolari antisemite, i massacri e saccheggi, spesso con il tacito consenso – se non con l'appoggio attivo – delle autorità. Un esempio per tanti casi simili: nel 1349, a Strasburgo, furono sepolti vivi 2.000 ebrei ritenuti responsabili di quella terribile epidemia.

Origine n°3: "Gli ebrei sono avari, degli usurai che si arricchiscono con i soldi degli altri". Durante il Concilio Laterano del 1215 il Papa Innocente III, un nemico giurato degli ebrei, fece rilasciare una serie di norme che dovevano segnare il destino degli ebrei per molti secoli. Vietò per esempio ai cristiani di prestare soldi contro interessi e consigliò di escludere gli ebrei dalle altre associazioni professionali. Successivamente, quasi tutte le associazioni professionali, riferendosi a queste prescrizioni della chiesa, vietarono agli ebrei l'esercizio della loro professione e costrinsero questi a delle attività professionali (cambiamonete, prestasoldi etc.) che il popolo, comprensibilmente, odiava. Tutti, anche i contadini più poveri, dovevano rivolgersi prima o poi a un ebreo per farsi prestare dei soldi e ogni raccolta andata male portava a un odio crescente verso di loro. Ma anche gli imperatori avevano un gran bisogno di denaro, motivo per cui di solito i poteri imperiali erano molto più tolleranti nei confronti degli ebrei dai quali spesso dipendevano.

Origine n°4: "Gli ebrei non vogliono integrarsi nel mondo cristiano-occidentale". Relegati da leggi religiose e civili nei loro ghetti, periodicamente perseguitati e anche sterminati, gli ebrei svilupparono una forte identità culturale che li fece sopportare e sopravvivere. Ma il loro essere diversi che si vedeva anche nel modo di vestirsi e in molte abitudini quotidiane, la loro "resistenza culturale", li rese ancora più oggetto di sospetti e di attacchi ingiusti. Colui che è diverso è tendenzialmente pericoloso. E questo valeva non solo per la società medioevale, ma anche per oggi.

Origine n°5: "Gli ebrei vogliono manovrare tutti i paesi secondo i loro interessi". Questa è la versione più recente dell'antisemitismo, è quella inventata dai nazisti per canalizzare e deviare i mille motivi di scontentezza e di rabbia del popolo contro una facile preda e per dare una semplice "spiegazione" alle molte ingiustizie nel mondo che molta gente non riusciva a spiegarsi. In tutti i governi, in tutte le organizzazioni internazionali si potevano trovare degli ebrei, anche in posizioni importanti, e così era molto facile trovare delle "prove" per questa assurda affermazione. Secondo la teoria di Hitler l'antisemitismo doveva diventare così una lotta di tutti i popoli contro un nemico universale. Per essere giustificato, lo sterminio sistematico aveva bisogno di una motivazione più forte, più "politica" e non solo etnica o religiosa.

Hermann Hesse sulle origini dell'antisemitismo: "L'uomo primitivo odia ciò di cui ha paura, e in alcuni strati della sua anima anche l'uomo colto è primitivo. Anche l'odio dei popoli e delle razze contro altri popoli e razze non si basa sulla superiorità e sulla forza, ma sull'insicurezza e sulla paura. L'odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei certi strati meno saggi di un'altra razza sentono un'invidia che nasce dalla concorrenza e un'inferiorità umiliante. Più fortemente e più violentemente questa brutta sensazione si manifesta nella veste della superiorità, più è certo che dietro si nascondono paura e debolezza." (1958)

La teoria razziale e l'antisemitismo di Hitler.

La teoria razziale: Al centro della teoria di Hitler sta l'idea della razza. Tutta la storia, dice Hitler nel suo libro "Mein Kampf" (1925), è solo espressione dell'eterna lotta tra le razze per la supremazia. La guerra è l'espressione naturale e necessaria di questa lotta in cui il vincitore, cioè la razza più forte, ha il diritto di dominare. L'unico scopo dello stato è mantenere sana e pura la razza e creare le condizioni migliori per la lotta per la supremazia, cioè per la guerra. E la guerra è l'unica cosa che può dare un senso più nobile all'esistenza di un popolo. Di tutte le razze quella cosiddetta "ariana" o "nordica" è, secondo Hitler, la più creativa e valorosa, in fondo l'unica a cui spetta il diritto di dominare il mondo. Tradotto nella realtà questo significava per Hitler prima l'unificazione del continente europeo sotto il dominio della nazione tedesca, per cercare poi nuovo spazio vitale all'est, cioè in Polonia e in Russia. Ma questo doveva essere, come scrive Hitler, solo il preludio dell'ultima grande sfida, dello scontro finale contro gli Stati Uniti. É un fatto singolare e molto significativo, che l'andamento reale della seconda guerra mondiale rispecchia quasi esattamente questa teoria, che Hitler aveva sviluppato 14 anni prima dell'inizio della guerra. É un esempio lampante della testardaggine con cui Hitler seguiva le proprie idee e cercava di applicarle a tutti i costi, una caratteristica che si nota spesso in lui. Ci sono numerose contraddizioni e imprecisioni nella teoria razziale di Hitler. Già il concetto di base, la "razza ariana", è un'assurdità storica. Inoltre Hitler confonde spesso "razza" con "popolo" o "nazione", confonde i concetti "tedesco", "germanico" e "ariano". Ma probabilmente tutto questo non è molto importante per Hitler, dato che alcuni capitoli più avanti scrive con molta franchezza "la propaganda non ha il compito di essere vera, ha invece l'unico compito di essere efficace." Infatti, questa propaganda doveva rivelarsi molto efficace. Sicuramente al disoccupato faceva piacere sentire che in fondo non era un piccolo disgraziato ma uno che apparteneva a una razza superiore. Parlando del suo futuro Reich Hitler promette: "Essere uno spazzino in un tale Reich sarà onore più alto che essere un re in uno stato estero".

L'antisemitismo: Il secondo elemento fondamentale è l'antisemitismo. Per Hitler gli ebrei non sono una comunità religiosa, ma una razza, e cioè la razza che vuole rovinare tutte le altre. Mescolandosi con gli altri popoli, gli ebrei cercano di imbastardirli, distruggendo la purezza della razza e eliminando così la loro forza, necessaria per la lotta per la supremazia. L'ebreo è il nemico più pericoloso, è cattivo fino in fondo. Hitler dice: "Gli Ebrei sono come i vermi che si annidano nei cadaveri in dissoluzione." L'antisemitismo diventa in Hitler una vera e propria ossessione. Pacifismo, marxismo, la democrazia, il pluralismo, persino il capitalismo internazionale e la "Lega dei popoli", predecessore del ONU, tutto questo è risultato del lavoro distruttivo e sotterraneo degli ebrei. Hitler: "L'Ebreo è colui che avvelena tutto il mondo. Se l'ebreo dovesse vincere, allora sarà la fine di tutta l'umanità, allora questo pianeta sarà presto privo di vita come lo era milioni di anni fa." Oggi queste parole suonano decisamente ridicole, e anche all'epoca molti le ritenevano tali e vedevano in esse solo uno strumento politico per incanalare la rabbia del popolo su un capro espiatorio. Ma l'odio di Hitler contro gli ebrei non era solo strumento politico, era reale con tutto il suo evidente anacronismo e la sua irrazionalità. Gli orrendi eventi degli anni 1940-1945, quando l'antisemitismo non poteva più servire come strumento politico, lo dimostrano in modo spaventoso. E nella lotta contro gli ebrei Hitler si vede come pioniere di tutta l'umanità: Nel aprile del 1945, quando Hitler presagiva già la propria fine, detta al suo segretario: "Un giorno si ringrazierà il Nazionalsocialismo del fatto che io ho annientato gli ebrei in Germania e in tutta l'Europa centrale".

Lo scrittore tedesco Hermann Hesse scrisse sull'antisemitismo: "L'uomo primitivo odia ciò di cui ha paura, e in alcuni strati della sua anima anche l'uomo colto è primitivo. Anche l'odio dei popoli e delle razze contro altri popoli e razze non si basa sulla superiorità e sulla forza, ma sull'insicurezza e sulla paura. L'odio contro gli ebrei è un complesso di inferiorità mascherato: rispetto al popolo molto vecchio e saggio degli ebrei certi strati meno saggi di un'altra razza sentono un'invidia che nasce dalla concorrenza e un'inferiorità umiliante. Più fortemente e più violentemente questa brutta sensazione si manifesta nella veste della superiorità, più è certo che dietro si nascondono paura e debolezza." (1958)

“La città senza ebrei”, il film che predice di 20 anni l’arrivo di Hitler. La pellicola, uscita nelle sale nel 1924, racconta la storia di una città in cui si decide di cacciare tutti gli ebrei. Emblema dell’antisemitismo del periodo, il film profetizza quello che avverrà, qualche anno dopo, con l’Olocausto, scrive LinkPop il 9 Aprile 2018 su "L’Inkiesta”. “È terribile espellere gli ebrei, ma bisogna anche venire incontro alle richieste della popolazione”. Chi lo ha detto? Nessuno, o quasi. La frase, mai pronunciata nella realtà da alcun capo di Stato (o dittatore), si trova in un film austriaco del 1924, “La città senza ebrei” (Die Stadt ohne Juden), in cui si prediceva, con 20 anni di anticipo, la salita al potere del nazismo. La pellicola, che conobbe un certo successo all’esordio, scomparve – insieme alla maggior parte dei film muti – all’arrivo del sonoro. Gli appassionati la davano ormai per persa per sempre e dovevano accontentarsi di qualche spezzone danneggiato trovato in Olanda nel 1991. Ben poco, per un film che, basato sul libro satirico/distopico dello scrittore austriaco ebreo Hugo Bettauer, raccontava con spirito purtroppo profetico la storia di una città in cui l’insofferenza verso gli ebrei, col passare del tempo, diventa odio, fino a quando, basandosi su accuse false e pretestuose, la popolazione decide di cacciarli in massa – nessuno (forse) immaginava, alla prima, che qualche anno dopo sarebbe accaduto davvero. Solo nel 2015, per puro caso, una versione ancora integra del film spuntò in un mercatino dell’usato di Vienna. Un colpo di fortuna che, vista anche l’importanza storica della pellicola, l’Austrian Film Archiv non si lascia sfuggire e organizza una raccolta fondi per finanziare il suo restauro. Ora è di nuovo possibile vedere “La città senza ebrei”, con tutte le scene di malcontento verso gli ebrei, le proteste, gli insulti. E poi le espulsioni, i saluti con bambini in braccio e tanti pianti. Tutte cose che, nel giro di qualche anno, sarebbero passate nella realtà. Solo la fine sarebbe stata diversa: nel film la popolazione della città chiede di riaccogliere gli ebrei, ormai resasi conto di come fossero peggiorate le cose in città senza di loro. Nella realtà lo sappiamo tutti. Anche Bettauer, l’autore del libro, pagò subito per il successo del film. Nonostante il successo nelle sale, la destra politica decise di reagire e Bettauer venne ucciso da un nazista al termine di una campagna di odio mediatico nei suoi confronti. L’uomo se la cavò con una sentenza lieve. Come spiega alla Bbc lo storico Nikolaus Wostry, “Personaggi come Hugo Bettauer cercavano di trovare un clima diffuso di tolleranza, non solo per gli ebrei ma anche per omosessuali e donne lavoratrici”. Non andò così. La destra, maggioritaria in Austria e in Europa, entrò subito in conflitto con lui e con le sue idee. Cosa accadde dopo, è storia nota. Ma, rivedendo il film, non si può più dire che nessuno fosse stato avvertito.

Perché Hitler odiava gli ebrei, scrive il 23 luglio 2018 Lettera 43. Adolf Hitler, tra i personaggi più noti della storia contemporanea, è forse uno degli uomini più folli che l’umanità abbia conosciuto. Ma perché quest’uomo, non tanto alto, con il baffo squadrato e la voce strillante, ce l’aveva così tanto con il popolo ebreo? Perché il suo sogno era lo sterminio delle altre razze, per creare un popolo formato dalla sola “razza pura”? Queste e altre, le domande, che ancora oggi gli studiosi si pongono, sull’uomo dalle mille sfaccettature e dai tanti misteri.

La Germania, una nazione antisemita. L'odio e la rabbia verso il popolo ebreo aveva da sempre aleggiato nel popolo tedesco, ancora prima che Hitler salisse al potere. Basti pensare al cosiddetto "cancelliere di ferro", Bismarck e a Guglielmo II che, con la loro politica d’espansione, diedero vita al cosiddetto “Pangermanesimo", termine di origine polemica francese, denunziante l'espansionismo tedesco che voleva unificare sotto un unico sovrano tutti i popoli di stirpe germanica, proclamando la loro superiorità biologica ed etnica. Il senso di dominio tedesco, come si può ben capire, è stato dunque sempre molto presente in Germania, e Hitler, salendo al potere, si ritrovò in un territorio già fortemente preparato in tal campo.

L'odio di Hitler verso gli ebrei: questioni di razza. Per Hitler e i nazisti, era la “razza ariana” ad essere la migliore, la più forte. Gli ebrei invece erano identificati come razza inferiore, tanto da non essere nemmeno considerati come “esseri umani”. Essi erano considerati infatti:

l'ncarnazione del male sotto ogni punto di vista;

una razza pericolosa per la tranquillità della popolazione tedesca;

portatori di malattie e quindi portatori di morte;

“quelli che hanno crocefisso Gesù”;

un popolo molto ricco, che da sempre avrebbero voluto manovrare tutti i paesi secondo i loro interessi. Questa la versione più recente dell’antisemitismo, inventata dai nazisti per canalizzare e deviare i mille motivi di scontentezza e di rabbia del popolo contro una facile preda e per dare una semplice “spiegazione” alle molte ingiustizie nel mondo che molta gente non riusciva a spiegarsi.

Hitler e lo sterminio degli ebrei: le ragioni personali. Gli ebrei in realtà da sempre hanno fatto parte della vita del Fuhrer: nelle vene di Hitler scorreva sangue ebreo. A tal proposito due, le ipotesi:

la nonna paterna, domestica presso una famiglia di ricchi ebrei avesse avuto una relazione clandestina, con un ebreo appunto, dalla quale sarebbe nato Alois, il padre di Hitler;

la nonna paterna fosse un'ebrea convertita. Il suo cognome, Schicklgruber, era difatti comune fra gli ebrei ai quali, l’imperatrice Maria Teresa concesse la cittadinanza austriaca dopo la loro conversione al cattolicesimo.

Il padre, con il quale il rapporto non fu dei migliori, era dunque per metà ebreo. E fu proprio il rapporto di Hitler con il padre, un ubriacone che in casa era autore di atti di violenza, specialmente contro i figli, a far nascere in lui, quel profondo odio non solo verso di lui, ma verso ciò che lui rappresentava, ovvero il popolo ebreo. A rafforzare la sua convinzione vi fu anche l’aspetto psicologico e sociale che si respirava in quel periodo, durante il quale l’antisemitismo era un fenomeno di intolleranza diffuso in tutta la Germania, nonché le letture antisemite che Hitler ebber modo di fare a Vienna e che fecero gli davano la visione del popolo ebreo come iniziatore del male e capace di sovvertire l’ordine della società, e che aveva come unico scopo, quello di voler governare la Germania al posto dei tedeschi. L’antisemitismo diviene man mano una vera e propria ossessione per Hitler, il suo unico e solo obiettivo, soprattutto dopo la morte del padre. Un forte desiderio di cancellare il suo passato che lo porta a creare “la soluzione finale”: la repressione di ciò che per lui era stata causa di sofferenza. In realtà c'è anche chi, come il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, ha sostenuto che, così tanta avversione fu dovuta al fatto che una prostituta ebrea contagiò il giovane Adolf con la sifilide al tempo del suo soggiorno viennese; e chi invece la riconduce al rancore ad un medico ebreo, Eduard Bloch, che sottopose a cure sbagliate la madre Klara. Ma sarebbero queste, ipotesi molto meno accreditate.

La storia della Shoah inizia da una fake news e finisce con l'Olocausto. Dall'antisemitismo all'Olocausto: ecco come si è arrivati alla pagina più nera della storia dell'umanità, scrive il 26 gennaio 2018 Giuliana Rotondi su Focus. Per "Shoah" comunemente si intende la morte di quasi 6 milioni di Ebrei, uccisi tra il 1939 e il 1945. Un'interpretazione più ampia di Olocausto include anche soldati sovietici morti nei lager (tra i 2 e i 3 milioni), i polacchi (quasi 2 milioni), gli zingari (90.000-220-000), i disabili (150.000), i testimoni di Geova (2.000) e gli omosessuali - il cui dato certo non è noto. In principio furono dicerie: fumosi proclami in nome di una presunta superiorità della razza ariana. Poi, con l'ascesa di Hitler al potere (1933), gli slogan lasciarono posto a leggi discriminatorie. Così, in un crescendo, si arrivò ai ghetti, ai primi massacri e alla pianificazione della famigerata soluzione finale: il progetto che istituiva i campi di sterminio, luoghi deputati alla morte seriale di milioni di ebrei, le principali vittime della Shoah - anche se un'interpretazione più ampia di Olocausto contempla anche altre vittime: Rom, Sinti, comunisti, testimoni di Geova, gay e disabili.

PRIMA DEL III REICH. La propaganda antisemita in Europa non iniziò con il terzo Reich, ma molti secoli prima. In origine aveva basi soprattutto religiose (i cristiani attribuivano agli ebrei la responsabilità della morte di Gesù). Dopo la rivoluzione francese (1789), con la secolarizzazione della società, i partiti nazionalisti diedero all'antisemitismo una connotazione politica: ritenevano gli ebrei responsabili di una cospirazione giudeo-bolscevica che minacciava i valori della società tradizionale cristiana. A gettare benzina sul fuoco fu, nel 1903, la divulgazione di una delle più celebri fake news della storia: i Protocolli dei Savi di Sion, un falso documento "ritrovato" nella Russia degli zar che parlava di una cospirazione ebraica e massonica per impadronirsi del mondo. Il presunto complotto fu poi presentato per la bufala che era nel 1921, dal Times, con alcuni articoli che ne svelavano genesi e falsità. 

CAPRI ESPIATORI. Hitler intercettò l'odio verso gli ebrei e ne fece la sua bandiera politica. Il malcontento in Germania, dopo la disfatta della I Guerra mondiale, stava mettendo a dura prova la tenuta sociale del Paese. Lui ebbe l'intuizione e la capacità di farsene carico e nel suo Mein Kampft (1925) disse di chi era la colpa: principalmente (ma non solo) degli ebrei. "Se gli Ebrei fossero soli su questa terra, essi annegherebbero nella sporcizia e nel luridume, combattendosi ed eliminandosi in lotte gonfie d'odio" scriveva. Il futuro Führer con queste parole sapeva di guadagnare consenso tra un popolo ridotto in miseria e di aprirsi la strada al cancellierato (1933).

DALLE PAROLE AI FATTI. L'obiettivo politico iniziale del regime nazista fu l'allontanamento degli ebrei dal Paese. Il Reich creò quindi le premesse per il loro isolamento. Prima proclamò le cosìddette Leggi di Norimberga (1935), che escludevano gli ebrei dalla vita sociale e dagli incarichi pubblici; tre anni dopo impose la arianizzazione delle attività ebraiche autonome, dei servizi, dell'industria e del commercio. La notte dei cristalli, infine, li segregò: tra il 9 e 10 novembre 1938 su impulso del Ministro della propaganda Goebbels, in Germania, Austria e Cecoslovacchia furono distrutte le sinagoghe, i cimiteri e i luoghi di aggregazione della comunità ebraica. Migliaia di negozi e di case vennero oltraggiate e circa 30.000 ebrei furono privati dei beni e portati in campi di concentramento.

NEI GHETTI. A quel punto, chi potè lasciò il Paese. Chi rimase andò incontro all'inferno. Nel 1939 con l'invasione della Polonia e lo scoppio della II Guerra mondiale la condizione di vita degli ebrei divenne ancora più critica. Molti finirono in ghetti sovraffollati, come quello di Varsavia, istituito nel 1940, che arrivò a contare 400.000 persone in uno spazio di quattro chilometri per due. La vita all'interno del ghetto di Varsavia era terribile: la fame e le malattie decimavano la popolazione, e per qualunque cosa a dominare era la microcriminalità: la presenza dei Judenräte (kapò locali) e di una polizia ebraica al servizio dei tedeschi divideva la comunità in bande fratricide, tra recriminazioni e guerre senza quartiere. Nel frattempo il "commissariato del Reich per la difesa della razza tedesca", guidato dal comandante della polizia Himmler, pianificava le operazioni di pulizia etnica con l'obiettivo di svuotare dagli ebrei la Germania e i nuovi territori annessi (solo in Polonia erano 3 milioni): dove metterli tutti?

IN ETIOPIA O IN MADAGASCAR? Himmler propose di creare una non meglio precisata colonia africana. Recuperò anche un vecchio piano di fine '800 che prevedeva la creazione di una colonia ebrea in Madagascar. Il previsto trasferimento via nave, però, presentava grosse difficoltà. Non ultima il fatto che gli inglesi, che avevano il controllo dei mari, non li avrebbero fatti passare. Mussolini propose un "piano B": la creazione di un territorio autonomo ebraico in Etiopia, che allora era colonia italiana. Probabilmente Hitler non prese neppure in considerazione l'ipotesi. Quello che sappiamo è che con l'avanzare della guerra e con l'invasione dell'Unione sovietica (1941) la situazione precipitò. I ghetti non bastavano più a ospitare i milioni di ebrei residenti nelle regioni orientali: a partire dal luglio 1941 si scatenò così un'ondata di stermini di massa.

LA SOLUZIONE FINALE. Il punto di non ritorno fu raggiunto dopo il 1942, quando durante la conferenza di Wannsee furono decise le modalità della "soluzione finale della questione ebraica". Fu allora che, nella massima segretezza furono creati i "centri di sterminio" di Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek, Jasenovac e Auschwitz-Birkenau. Nei campi di sterminio vennero deportati e uccisi circa tre milioni di ebrei (il 90% delle vittime totali), con una "procedura standardizzata" che ricordava il lavoro delle moderne fabbriche. Molti storici lo ritengono un evento senza precedenti: mai fino a quel momento si era pianificata con tanta lucidità la morte di milioni di uomini, donne, vecchi e bambini. La media giornaliera di morti in un campo era di 6.000 persone: chi non veniva gasato, moriva per il troppo lavoro o per gli esperimenti pseudoscientifici cui era sottoposto.

LA FINE DELL'INCUBO. Nonostante i campi di sterminio dovessero rimanere un segreto istituzionale, nei villaggi vicini iniziarono a circolare notizie inquietanti: i fumi delle ciminiere dei crematori di Auschwitz ad esempio erano sempre accesi ed erano visibili fino a 19 chilometri di distanza tra odori nauseabondi che si diffondevano nell'aria. La gente che voleva sapere, iniziò capire. Mentre gli altri chiudevano gli occhi. Dopo il loro arrivo, le forze alleate obbligarono i civili che vivevano nei dintorni dei lager a visitarli e prendere coscienza degli orrori che vi erano stati commessi. Nell'immagine, civili tedeschi costretti a passare accanto ai cadaveri di 30 donne ebree, a Volary, nei Sudeti. Non mancarono casi eroici di persone che si distinsero per coraggio e umanità, mettendo in salvo centinaia di vite, ma sono stati casi sporadici. Nella primavera del 1945, però, anche chi non aveva voluto o potuto vedere, fu costretto ad aprire gli occhi, mentre il mondo si confrontava con l'enormità dell'Olocausto.

Notte dei cristalli, cos'è, scrive il 20 luglio 2018 Lettera 43. Con l'ascesa al potere di Hitler prese il via la propaganda antisemita che, attraverso l'utilizzo di stereotipi e immagini già esistenti, dipingeva gli Ebrei come un "corpo estraneo" che viveva a spese della nazione che li ospitava, avvelenando la sua cultura. Le dimostrazioni pubbliche di antisemitismo assunsero diverse forme, da quelle contenute nei cartelloni pubblicitari a quelle pubblicate dai giornali, o emesse attraverso film e programmi-radio. Gli Ebrei non furono però gli unici ad essere esclusi dalla nuova "comunità popolare", anche i Rom (Zingari), gli omosessuali, i testimoni di Geova e tutti quei Tedeschi considerati geneticamente inferiori o pericolosi per la "salute nazionale" (come persone affette da malattie psichiche o da handicap fisici o mentali) vennero considerati "antinazionali".

Dalle leggi di Norimberga alla notte dei cristalli. La suddetta discriminazione fu ufficialmente sancita il 15 settembre 1935 dalle cosiddette "leggi di Norimberga" che presero il nome dalla città dove furono emanate e che tolsero agli ebrei, e non solo, la parità dei diritti conquistata nel 1848. Le leggi di Norimberga, rappresentanti una fondamentale tappa nel processo che condusse all’Olocausto, erano due:

la legge sulla cittadinanza del Reich, che negava agli ebrei la cittadinanza germanica. Ciò comportò la perdita di tutti i diritti garantiti ai cittadini come, ad esempio, il diritto di voto.

la legge per la protezione del sangue tedesco, che vietava i matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini e le relazioni extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini.

La discriminazione antisemita subì un'ulteriore accelerazione a partire dal novembre 1938, quando, traendo pretesto dall'uccisione di un diplomatico tedesco a Parigi per mano di un ebreo, i nazisti organizzarono un grande "pogrom" in tutta la Germania: quella tra il 9 e il 10 novembre 1938 è passata alla storia come "notte dei cristalli" per via delle numerose vetrine di negozi appartenenti agli ebrei che furono infrante dalla furia dei dimostranti. In ventiquattro ore, il bilancio di vittime e distruzioni fu sconvolgente: sinagoghe distrutte, abitazioni devastate, decine ebrei feriti e migliaia uccisi. Da allora in poi la vita degli ebrei rimasti in Germania divenne pressoché impossibile, furono infatti taglieggiati nei loro beni, privati del loro lavoro, accusati di cospirare contro il Reich e dunque minacciati di nuove violenze e misure di repressione.

Hitler e la soluzione finale. Quanto detto, portò al concepimento da parte di Hilter, a guerra mondiale già iniziata, del mostruoso progetto di una "soluzione finale" (in tedesco "Endlösung der Judenfrage"), consistente nella deportazione in massa e nel progressivo sterminio del popolo ebraico a scopo di “purificazione razziale”, in conseguenza al mito, elaborato già agli albori del nazismo, della purezza della razza ariana, minacciata dagli ebrei e in secondo degli zingari, degli omosessuali e degli handicappati. Fu così progettato un articolato sistema, basato sul lager, in cui dapprima i deportati erano sfruttati come forza lavoro e, una volta giunti allo stremo, eliminati nelle camere a gas. Si ricorda inoltre che l'organizzazione di tale sterminio fu affidata alle SS, e i lager vennero principalmente installati in Polonia e in Germania; basti pensare a quelli di Auschwitz, Dachau e Buchenwald.

La notte del cristalli: quando il male divenne assoluto. Quattrocento i morti, 10mila tra vetrine e luoghi di culto distrutti e incendiati, la via che doveva portare ad Auschwitz e alla Soluzione finale fu imboccata in quel momento, scrive Paolo Delgado il 10 Novembre 2018.  Kristallnacht, la Notte dei Cristalli: forse mai nella storia un evento tanto feroce e tanto atroce è stato ricordato con un nome così poetico. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre circa 7500 negozi ebrei furono assaltati, distrutti, spesso rasi al suolo, 1400 sinagoghe e Yeshivot, case di studio e preghiera, vennero devastate e incendiate. Le strade delle città tedesche furono cosparse dai vetri dei negozi contro i quali si era scatenato il primo pogrom della Germania nazista: erano quelli i “cristalli”. Gli ebrei furono assaliti spesso anche nelle loro case, aggrediti e picchiati a morte per strada e nelle abitazioni: le vittime accertate furono 91 ma lo storico del nazismo Richard Evans, la cui trilogia sul Terzo Reich è per ora forse la più esaustiva storia della Germania nazista, ritiene che i morti siano stati molti di più: intorno ai 400. La polizia aveva l’ordine di intervenire solo per arrestare le vittime: nella notte e nel giorno seguente, mentre gli attacchi proseguivano e si moltiplicavano, furono presi e spediti nei lager 30mila maschi ebrei tra i 16 e i 60 anni. Anche ai vigili del fuoco era stato ordinato di non muoversi a meno che le fiamme non minacciassero anche edifici ariani. Le sinagoghe e le yeshivot bruciarono letteralmente sotto gli occhi di polizia e pompieri immobili. In compenso Reinhard Heydrich, potentissimo capo dell’SD, il servizio di sicurezza delle SS, si era premurato di mobilitare sia la Gestapo che la Kripo, la polizia criminale, per proteggere tedeschi non ebrei e turisti. Il costo delle vetrine destinate a fissare nella memoria quella tremenda notte fu altissimo e ricadeva spesso sui proprietari degli stabili, quasi tutti “ariani”: 40 milioni di marchi. Furono addebitati agli ebrei, ai quali vennero anche confiscati i risarcimenti delle assicurazioni. Non bastava a compensare i gravissimi danni che la furia del pogrom aveva inflitto all’economia tedesca. Nel vertice dei gerarchi nazisti che si riunì il 12 novembre fu Goering a trovare una parziale soluzione: un miliardo di marchi di multa a carico della comunità ebraica. «Così quei porci ci penseranno bene prima di commettere un secondo omicidio», commentò. Poi aggiunse: «Non vorrei essere un ebreo in Germania di questi tempi». L’omicidio a cui alludeva Hermann Goering era quello del funzionario presso l’ambasciata a Parigi Ernst vom Rath. A sparargli era stato un ebreo diciassettenne, Herschel Grynzspan. Era nato ad Hannover, in una famiglia di ebrei polacchi trasferitisi in Germania nel 1911, ed era arrivato a Parigi due anni prima per sfuggire a una vita quotidiana già flagellata dal razzismo antisemita. Lo aveva spinto a sparare la crisi dei profughi che si era aperta in ottobre tra Germania e Polonia. Il 29 ottobre erano stati espulsi circa 12mila ebrei polacchi residenti in Germania ma la Polonia aveva aperto i confini solo per quelli con i documenti in ordine. Ottomila persone erano rimaste per giorni nella terra di nessuno tra i due confini sbarrati, sotto una pioggia sferzante. Tra loro c’erano i genitori di Herschel, che il 7 novembre aveva deciso di compiere un gesto clamoroso per imporre il dramma degli apolidi ebrei all’attenzione di un mondo che voleva tenere assolutamente gli occhi chiusi. Aveva comprato una rivoltella, si era recato all’ambasciata, aveva chiesto di parlare con l’ambasciatore o con qualche alto funzionario per richiedere il visto per tornare in Germania. L’unico funzionario disponibile in quel momento era vom Rath. Appena entrato nel suo studio Herschel gli aveva sparato cinque colpi, uno dei quali fatale, arrendendosi poi senza opporre resistenza alla polizia francese. Negli ultimi anni uno storico ha avanzato l’ipotesi che tra l’attentatore e la sua vittima ci fosse una relazione omosessuale e che ad armare la mano dell’attentatore fosse stata la passione non la politica. Sporadici attacchi contro sinagoghe in Germania, in quei casi effettivamente spontanei, c’erano stati già il giorno dell’attentato, mentre vom Rath combatteva tra la vita e la morte. Il funzionario spirò il 9 novembre, la data più sacra per i nazional-socialisti, ricorrenza del fallito putsch hitleriano del 1923 a Monaco. Il fuhrer si trovava effettivamente a Monaco per il tradizionale raduno dei vecchi combattenti ma decise di rinunciare al discorso dopo aver saputo della morte del funzionario. Al suo posto parlò Goebbels ed esortò al pogrom: «Il fuhrer ha deciso che non ci saranno manifestazioni organizzate dal partito. Ma se dovessero verificarsi spontaneamente non saranno ostacolate». Contemporaneamente venivano diramati ordini ai Gauleiter per scatenare gli attacchi in tutta la Germania e nell’Austria annessa pochi mesi prima. La disposizione era di evitare le divise delle SA e agire in borghese, mettendo fine agli attacchi entro le 5 del mattino. Contemporaneamente lo Standartenfuhrer delle SS Heinrich Muller inviava un messaggio alle sedi della Gestapo avvertendo degli imminenti assalti e ordinando alla di collaborare con la polizia evitando però i saccheggi. A mezzanotte meno un minuto arrivò la prima telefonata ai vigili del fuoco di Monaco: la vetrina di un negozio ebreo era stata infranta ed era stato appiccato il fuoco alla merce. Appena tre minuti e una seconda telefonata diede un nuovo e più grave allarme, stavolta era in fiamme una sinagoga. Per gli ebrei si erano aperte le porte dell’inferno. Nelle ore seguenti attacchi, incendi, aggressioni, pestaggi, in alcuni casi stupri si verificarono ovunque ci fosse una comunità ebraica. A decidere il pogrom era stato in realtà il solo Goebbels, con il “permesso” del fuhrer. Gli altri gerarchi nazisti restarono spiazzati e furibondi. «Suppongo che la responsabilità di aver iniziato questa operazione in un momento particolarmente difficile sul fronte diplomatico sia della megalomania e della stupidità di Goebbels». Commentò gelido il Rechsfuhrer delle SS Himmler. «Ne ho abbastanza di queste manifestazioni che non danneggiano gli ebrei ma me, in quanto responsabile supremo della tenuta dell’economia», sbottò Goering. In effetti Saul Friedlander, massimo studioso della persecuzione degli ebrei nella Germania nazista, ritiene che a muovere Goebbels fosse la necessità di risollevare le proprie quotazioni agli occhi di Hitler, offuscate dall’irritazione del fuhrer per la sua relazione con l’attrice Lida Baarova. Ma questi sono in realtà particolari. La sterzata dalla discriminazione alla persecuzione che fu inaugurata dalla Kristallnacht era in realtà già scritta, comunque imminente. I primi anni del regime nazional-socialista, dal 1933 al 1936, erano stati durissimi per gli ebrei. I nazisti erano partiti con il boicottaggio dei negozi ebrei già il primo aprile 1933, due mesi dopo essere arrivati al potere. Una settimana dopo era stato il turno della legge che proibiva agli ebrei di lavorare nell’amministrazione pubblica. Da quel momento aggressioni e discriminazioni erano state all’ordine del giorno, il numero dei paesi judenfrei, senza più ebrei, si era moltiplicato. Nel 1935 le leggi di Norimberga avevano privato della cittadinanza gli ebrei e proibito i matrimoni misti. L’obiettivo, allora, era solo spingere gli ebrei ad abbandonare la Germania e aveva avuto successo. Se ne erano andati circa 25mila ogni anno, fino a un quarto dell’intera popolazione ebraica. Ne restavano 300mila, senza contare i mischlinge, i cittadini di sangue misto. Nel 1936, in occasione delle Olimpiadi, però le manifestazioni antisemite erano state quasi messe al bando. Un’atleta ebrea era addirittura salita sul podio col saluto nazista. Anche a giochi olimpici chiusi il clima era rimasto relativamente sereno fino a tutto il 1937.La nuova ondata era iniziata con l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. All’improvviso la Germania si era ritrovata con altri 191mila ebrei, problema che si sarebbe riproposto in forma macroscopica durante la guerra, in particolare con l’invasione della Polonia e poi dell’Urss. Il paese razzista che voleva essere judenfrei, contava d’occupazione in occupazione milioni di ebrei al proprio interno, e l’elemento ebbe il suo peso nell’ulteriore passaggio dalla persecuzione allo sterminio. Anche prima del grande pogrom il ‘38 era stato un anno terribile. Erano riprese le aggressioni per le strade, in giugno era stata incendiata la grande sinagoga di Monaco, in agosto quella di Norimberga. Il 17 agosto era stato cambiato il nome di tutti gli ebrei: doveva sempre essere preceduto da Israel per i maschi, Sara per le femmine. In settembre arrivò la proibizione di esercitare per gli avvocati ebrei, in ottobre il ritiro dei passaporti sostituiti da una speciale carta d’identità. Ma la Notte dei Cristalli fu il punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, il 15 novembre, gli ebrei furono cacciati dalle scuole. A fine mese le varie autorità locali si videro riconosciuto il potere di imporre il coprifuoco per gli ebrei. In dicembre fu vietato loro l’accesso a gran parte degli spazi pubblici tedeschi. La “soluzione finale” era ancora lontana. Ma la via che doveva portare ad Auschwitz fu imboccata quella notte.

Leggi razziali, 80 anni fa la nascita del razzismo di Stato in Italia. Cos'erano e perché è importante ricordare i provvedimenti contro gli ebrei che portarono il nostro paese a condividere le responsabilità della Shoah, scrive Eleonora Lorusso il 5 settembre 2018 su "Panorama". Nel settembre del 1938 l'Italia fascista varò le leggi razziali, firmate senza battere ciglio dal re Vittorio Emanuele III, che macchiò per sempre di infamia Casa Savoia.

Le leggi razziali in Italia. Il Regime di Benito Mussolini, con il Regio Decreto del 5 settembre del '38, si adeguò di fatto alla legislazione antisemita della Germania nazista, che fin dal 1933, anno dell'ascesa al potere del Führer, varò una serie di provvedimenti contro gli ebrei, che portarono all'Olocausto, ovvero il genocidio di 6 milioni di persone, compresi donne e bambini, ricordati con la Giornata della Memoria, il 27 gennaio.  Nel 1933 si stima che ci fossero 13 milioni di ebrei in Europa, dei quali circa 40.000 in Italia. Anche questi diventarono progressivamente vittime di un "razzismo di Stato", prima tramite leggi discriminatorie a livello sociale ed economico, poi con la violenza vera e propria.

I primi provvedimenti. Anche dopo l'introduzione delle prime norme anti-semite in Germania, in Italia non si assisteva ancora a forme di discriminazione. Dopo che i Patti Lateranensi avevano definito l'ebraismo come culto ammesso, il governo fascista nel 1930 emanò la Legge Falco, che istituiva e rendeva obbligatoria l'iscrizione all'Unione delle comunità ebraitiche italiane, vista con favore però degli ebrei come forma di semplificazione burocratica. Fu, invece, nel 1938 che la situazione cambiò profondamente. Il 14 luglio viene redatto il primo il primo documento che parlava ufficialmente di "razza ariana italiana". Era redatto da 10 docenti universitari di Neuropsichiatria, Pediatria, Antropologia, Demografia e Zoologia, e tra i firmatari figuravano anche Giorgio Almirante, Giorgio Bocca, Giuseppe Bottai, Giovanni Gentile, Giovanni Papini, Amintore Fanfani, accanto a Pietro Badoglio, Emilio Balbo e Galeazzo Ciano.

La nascita della "razza ariana italiana". Il testo era diviso in punti e sanciva alcuni concetti ritenuti fondamentali:

1) Le razze umane esistono; 

2) Esistono grandi razze e piccole razze; 

3) Il concetto di razza è un concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose; 

4) La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana. 

Al punto 5 si definiva "leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici", affermando che "dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione; 

6) Esiste ormai una pura "razza italiana"; 

7) E' tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti;  

8) È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte, e gli Orientali e gli Africani dall'altra; 

9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.

10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo.

La discriminazione a scuola, nel lavoro e nella società. Dalla definizione di razze alla discriminazione ed espulsione di cittadini (e bambini) ebrei dalla vita sociale e dal mondo lavorativo e scolastico il passo fu breve. Con la Disciplina dell'esercizio delle professioni da parte di cittadini di razza ebraica, del 29 giugno del 1939, venivano imposte limitazioni e divieti, in particolare per chi era "giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale". Con il Regio decreto legge N.1728 nel novembre 1938 (Provvedimenti per la Difesa della Razza Italiana) si stabilì poi il divieto di matrimoni misti tra ebrei e "cittadini italiani di razza ariana". Proibito anche prestare servizio militare o come domestici presso famiglie non ebree; possedere aziende con più di 100 dipendenti, essere proprietari di terreni o immobili oltre un certo valore; essere dipendenti di amministrazioni, enti o istituti pubblici (quindi anche scuole di ogni grado), banche di interesse nazionale o imprese private di assicurazione. Venivano fatte eccezioni per i familiari di caduti nelle "guerre libica, mondiale, etiopica e spagnola, e caduti per la causa fascista"; mutilati, invalidi, volontari di guerra o decorati, iscritti al Partito Fascista della prima ora, legionari di Fiume o per coloro che avevano ottenuto benemerenze eccezionali. Dopo l’armistizio dell’8 settembre, esattamente il 13 dicembre 1943, iniziò anche per gli ebrei italiani il periodo di deportazione e sterminio.

L'esempio della Germania. Le leggi razziali italiane seguirono l'esempio di quelle tedesche, emanate a partire dal 1933 e proseguite tra il '35 e il '38. Si iniziò con la Legge per il rinnovo dell'Amministrazione Pubblica, che pensionava gli impiegati pubblici non di discendenza ariana. Seguirono le leggi per la protezione dei caratteri ereditari, del sangue e dell'onore tedesco, oltre a quelle sulla cittadinanza, sui nomi, sul passaporto degli Ebrei, fino all'Ordinanza per l'esclusione dall'economia tedesca per questi ultimi.

Cibo razionato per i bambini. A gennaio del 1942, la Conferenza di Wannsee discusse invece della "Soluzione Finale" della questione ebraica, mentre il 18 settembre del 1942 venne emanato un Decreto per il razionamento alimentare per gli Ebrei, che vietava loro di ricevere carne e prodotti derivati, uova, farinacei (dolci, pane bianco, panini, fecola di grano, ecc) e latte fresco. Le uniche eccezioni erano ammesse per bambini e ragazzi ebrei fino ai 10 anni, che potevano ricevere la razione di pane uguale a quella dei "normali consumatori" e per i bambini ebrei fino ai 6 anni d'età, che potevano contare sulla razione di grassi assegnata ai coetanei tedeschi, ma senza sostituti del miele e senza cacao in polvere. I ragazzi di età compresa dai 6 ai 14 anni non ricevettero invece più il supplemento di marmellata, mentre i bambini ebrei sino ai 6 anni continuarono a poter avere mezzo litro di latte fresco scremato al giorno.  

Le recenti polemiche: da Vittorio Emanuele III ad Attilio Fontana. Il 17 dicembre scorso è rientrata in Italia la salma dell'ex re Vittorio Emanuele III, non senza polemiche: la Comunità ebraica italiana ha espresso "profonda indignazione", ricordando l'ex re come "complice di quel regime fascista di cui non ostacolò l'ascesa", colui che "avallò le leggi razziali" e che con quell'atto ha "gettato discredito e vergogna su tutto il paese", come spiegato da Noemi Di Segni. E' di pochi giorni fa, invece, la bufera scatenata dalle parole del candidato di centrodestra alla Presidenza della Regione Lombardia. Attilio Fontana, parlando di immigrazione, ha sostenuto la necessità di difendere la "razza bianca" dall'invasione di migranti. Dopo essersi scusato per "l'espressione sbagliata" ha anche ricordato la Costituzione ("È la prima a parlarne")...Il riferimento è all'articolo 3, che però recita: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Le leggi razziali e la loro voce: "La Difesa della Razza" (1938-1943). Diretto da Telesio Interlandi, il periodico fu strumento di divulgazione dell'antisemitismo e delle teorie razziste del fascismo, alle quali si cercò di dare una pretesa base scientifica, scrive Edoardo Frittoli il 5 settembre 2018 su "Panorama". Il primo numero del quindicinale "La Difesa della Razza" uscì esattamente un mese prima della firma delle leggi razziali, il 5 agosto del 1938. Il 14 luglio precedente fu stilato il "manifesto degli scienziati razzisti", effetto della sempre più stretta omologazione ideologica con la Germania nazista. Tra i firmatari più eminenti tra gli accademici italiani furono il patologo Nicola Pende, l'antropologo Lidio Cipriani, il demografo Franco Savorgnan, lo zoologo Edoardo Zavattari, il neuropsichiatra Arturo Donaggio. Secondo alcune fonti il testo del manifesto sarebbe stato dettato dallo stesso Mussolini e affermava l'esistenza delle diverse razze umane secondo una classificazione che pretendeva di basarsi sull'esperienza scientifica. Uno dei primi articoli del manifesto accusava gli Ebrei per la loro pretesa di ritenersi una razza separata e superiore alle altre, con l'aggravante politica di aver costituito la spina dorsale dell'antifascismo. La rivista quindicinale "La Difesa Della Razza", fortemente voluta da Mussolini in funzione divulgativa delle teorie razziste nella cultura e nell'educazione degli Italiani doveva riprendere, approfondire e sviluppare i temi contenuti nel manifesto razzista, dopo essere stata legittimata, rafforzata e resa autorevole dalla firma delle leggi del settembre 1938.

Il razzismo in rotativa. Stampato a Roma dall'editore Tumminelli, il quindicinale fu diretto sin dal primo numero da Telesio Interlandi, già direttore del fasciatissimo quotidiano "Il Tevere". Intransigente verso alcuni degli esponenti più moderati degli anni del regime fascista come Balbo, Bottai e Piacentini, Interlandi espresse sulle pagine della rivista il punto di massima adesione ed omologazione al razzismo nazionalsocialista, tanto da ricevere durante gli anni della direzione alcuni rimproveri di Mussolini che desiderava distinguere il razzismo italiano da quello hitleriano. Un altro eccesso nella linea editoriale di Interlandi fu la scelta estrema di abbracciare un approccio zoologico alla teoria delle razze umane, facendo inorridire gli antropologi e aprendo un delicato fronte con la Chiesa cattolica. Nel primo numero de "La Difesa della Razza", diffuso in circa 150mila copie, era riportato integralmente il testo del Manifesto degli scienziati razzisti con una grafica chiara ed ordinata. Il punto focale degli articoli si concentrava sulla teorizzazione dell'esistenza biologica delle razze umane e di conseguenza dichiarava l'esistenza di una "pura razza italiana" di origine ariano-nordica non ben definita in termini scientifici. Tra le piccole e grandi razze europee non poteva naturalmente figurare alcuna contaminazione dall'Africa. Nel caso ad esempio dell'invasione araba della Sicilia, i redattori del manifesto si premurarono sin da subito di escludere ogni tipo di mescolanza rimasta attraverso i secoli. La volontà enunciata nelle pagine di apertura del primo numero del quindicinale era certamente quella di dare una base biologica ed ereditaria al carattere antropologico della popolazione italiana, senza dimenticare l'aspetto psicologico relativo alla formazione di una consapevolezza collettiva dell'appartenenza ad una nobile razza ariana. Per quanto riguarda gli Ebrei, il manifesto li indicava come non appartenenti alla razza italiana. Anche in questo caso l'affermazione non presentava basi scientifiche ma piuttosto la diseguaglianza si sarebbe sviluppata per una sorta di segregazione naturale dovuta alle antiche origini non-europee dei semiti.

Italiani, gente ariana. All'interno del numero 1 del periodico si affronta anche la questione delle popolazioni, o meglio razze, del continente africano con particolare attenzione alle popolazioni indigene delle colonie dell'Impero fascista. Altra teoria razzista enunciata già dal primo numero della rivista sarà quella del sangue. La divisione pseudo-scientifica delle razze umane si basava, secondo gli accademici del manifesto, sulla presunta analisi della distribuzione etnico-geografica dei gruppi sanguigni. Naturalmente la razza italiana sarebbe biologicamente analoga (teoria mancante di ogni prova scientifica abbinata) alle più pure razze ariane germaniche e scandinave. Durante gli anni della diffusione de "La Difesa della Razza", sulle pagine del giornale furono colpiti, oltre agli Ebrei, anche le razze "inquinate dal meticciato" in cui si pretese di dimostrare scientificamente il pericolo della progressiva corruzione dell'arianesimo dovuta all'origine aggressiva dei caratteri delle razze inferiori contaminanti.

L'antisemitismo per tutti. La grafica semplice e curata del quindicinale volle "aiutare" gli italiani nel processo di assimilazione dell'odio antisemita con tavole e vignette che sintetizzavano le malefatte degli Ebrei e ribadivano i divieti e le restrizioni dettati dalle leggi promulgate nel settembre 1938. Molte e variegate furono le firme che si avvicendarono sulle pagine del periodico razzista: spicca quella di Julius Evola, poi escluso da Interlandi per avere introdotto teorie vicine al razzismo esoterico caro al Terzo Reich ma sgradito agli "scienziati" fascisti e per l'esplicito desiderio di Mussolini di mantenere separati nell'approccio l'antisemitismo germanico da quello italiano. A "La Difesa della Razza" collaborarono nomi importanti della politica italiana nel dopoguerra. Tra questi ultimi figurano Giovanni Spadolini e Amintore Fanfani, tra i grandi giornalisti dell'Italia repubblicana Indro Montanelli. Per alcuni anni il segretario di redazione sarà Giorgio Almirante che- come il direttore Interlandi- diventerà esponente di primo piano del Ministero della Cultura Popolare della RSI.

La fine delle pubblicazioni e la caduta del Fascismo. L'ultimo numero del quindicinale uscì il 20 giugno del 1943, un mese prima dell'arresto di Mussolini. Lo stesso Interlandi fu catturato e rinchiuso nelle carceri del Forte Boccea di Roma. Fuggito dopo l'occupazione tedesca della Capitale, fu attivo come responsabile della propaganda radiofonica della Repubblica Sociale per l'Italia Liberata. Sarà arrestato nuovamente dopo una breve latitanza nelle campagne del bresciano l'11 ottobre 1945. Sarà graziato per gli effetti dell'amnistia Togliatti l'anno successivo. Morirà 20 anni dopo a Roma, nel 1965, portando con sè nella tomba il terribile bagaglio della corresponsabilità per aver sostenuto e divulgato quelle idee che formarono la base pseudo-scientifica dell'Olocausto degli Ebrei italiani.

L'Italia ebbe le leggi razziali. Ma non fu mai antisemita. Hannah Arendt e Gideon Hausner, procuratore generale al processo contro Eichmann, elogiarono il comportamento del nostro Paese. Che in pratica ignorò il diktat nazista, scrive Marcello Veneziani, Lunedì 27/01/2014, su "Il Giornale". Oggi è il Giorno della Memoria anche se da dieci giorni se ne parla ampiamente sui giornali e in tv. Non ha torto Elena Loewenthal, studiosa di cultura ebraica, a scrivere un libretto Contro il giorno della memoria e a proporre un intenso silenzio più che una così retorica esibizione a settant'anni dalla Shoah. Per la ricorrenza sarà proiettato oggi e domani in alcune città il film di Margarethe von Trotta dedicato ad Hannah Arendt, la principale studiosa ebrea del nazismo e dei regimi totalitari, sfuggita alle persecuzioni naziste. Il film trae spunto dal celebre testo della Arendt, La banalità del male (edito da Feltrinelli), nato dai suoi reportage per il processo al nazista Adolf Eichmann, cinquant'anni fa in Israele. La banalità del male è importante anche per le pagine dedicate agli italiani in relazione alle deportazioni. Scrive la Arendt: «L'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare». Infatti, aggiunge, «l'assimilazione degli ebrei in Italia era una realtà». La condotta italiana «fu il prodotto della generale spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Un popolo che dai tempi dei Romani conviveva con gli ebrei, e continuò a conviverci, con alti e bassi, anche all'ombra della Chiesa cattolica e del Papa re pur nella considerazione degli ebrei come popolo deicida. «La grande maggioranza degli ebrei italiani - scrive la Arendt - furono esentati dalle leggi razziali», concepite da Mussolini «cedendo alle pressioni tedesche». Perché gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei veramente antifascisti non erano più in Italia. Persino il più razzista dei gerarchi, Roberto Farinacci, «aveva un segretario ebreo». Si potrebbe ricordare il concordato del 1931 tra lo Stato fascista e la comunità israelitica italiana, accolto con soddisfazione dagli ebrei. A guerra intrapresa «gli italiani col pretesto di salvaguardare la propria sovranità si rifiutarono di abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero il paese». E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare gli ottomila ebrei presenti «non potevano fare affidamento sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire». Alcuni con l'aiuto del Vaticano. Le stesse tesi aveva espresso al processo Eichmann il procuratore generale Gideon Hausner, il quale definì l'Italia «la nazione più cara a Israele». I nazisti, aggiunge la Arendt, «sapevano bene che il loro movimento aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler». L'Italia fascista, secondo la studiosa ebrea, adottò nei confronti dei rastrellamenti un sistematico «boicottaggio». Nota la Arendt: «il sabotaggio italiano della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna. Finché l'Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto... Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda». Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò cinquemila ebrei, non fu isolato. Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità, cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari ebraici, che arrestò 22mila ebrei, ma in gran parte consentì loro di salvarsi dai nazisti, come scrive la studiosa ebrea. Nota la Arendt, perfino eccedendo, che «un migliaio di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi dell'Isère e della Savoia». Insomma «gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia». Si può dire che morirono più italiani nelle foibe comuniste che ebrei italiani nei campi di sterminio? Odiosa contabilità, ma per amore di verità va detto. Certo, la Shoah nel suo complesso è una catastrofe imparagonabile. Anche per gli storici israeliti Leon Poliakov e George Mosse l'Italia boicottò le deportazioni naziste e protesse gli ebrei. Le origini culturali dell'antisemitismo per la Arendt sono riconducibili a leader, movimenti e ideologi di sinistra. Ne “Le origini del totalitarismo” ricorda che fino all'affaire Dreyfus in Francia, «le sinistre avevano mostrato chiaramente la loro antipatia per gli ebrei. Esse avevano seguito la tradizione dell'Illuminismo, considerando l'atteggiamento antiebraico come una parte integrante dell'anticlericalismo». In Germania, ricorda, i primi partiti antisemiti furono i liberali di sinistra, guidati da Schönerer e i socialcristiani di Lueger. Non si tratta di assolvere regimi né di cancellare o relativizzare le leggi razziali del '38 che infami erano e infami restano. Né si tratta di salvare il fascismo dal nazismo e dal razzismo, ma di riconoscere la pietà e la dignità del popolo italiano, che in quella tragedia si comportò con più umanità. Magari in altri casi no, si pensi alla guerra civile, al triangolo rosso, alle stragi d'innocenti o di vaghi sospettati; ma nel Giorno della Memoria della Shoah, ricordiamoci che gli italiani furono meno bestie di tanti altri. Per una volta non denigriamoci. Quanto alla Arendt, fu dura per lei la sorte di apolide, straniera nella sua terra natia, la Germania, poi vista con diffidenza per la sua relazione giovanile con Heidegger, quindi detestata dalla sinistra per la sua critica al totalitarismo e al comunismo, e pure in aperto conflitto col mondo ebraico. Dopo aver letto La banalità del male lo studioso di mistica ebraica Gershom Scholem la accusò (il carteggio è riportato in fondo a Ebraismo e modernità, edito da Feltrinelli) di avversare il sionismo e di non amare gli ebrei. «Io non amo gli ebrei - rispose lei - sono semplicemente una di loro». Una lezione di verità per tutti.

Il concordato dimenticato tra ebrei e fascisti, scrive Marcello Veneziani su Il Giornale il 27 gennaio 2015. Se questa è la Giornata della Memoria, è giusto ricordare oltre le sciagurate leggi razziali e gli orrori della Shoah, un evento positivo e obliato che riguardò gli ebrei e lo Stato italiano, nel 1930. Fu il Concordato tra Stato fascista ed ebrei. Lo Stato pontificio e poi lo Stato laico e liberale non avevano riconosciuto giuridicamente la comunità israelitica in Italia; lo fece il regime di Mussolini. Fu insediata una commissione paritaria, tre rappresentanti ebrei e tre giuristi per lo Stato italiano. In particolare se ne occupò un giurista cattolico liberale, Nicola Consiglio, che aveva avuto un ruolo importante nei Patti Lateranensi (è stato pubblicato il suo diario a cura di Luca de Ceglia). Consiglio elaborò la legge che portò al pieno riconoscimento delle comunità israelitiche. Scrive Renzo De Felice: «Il governo fascista accettò pressocchè in toto il punto di vista ebraico». A legge varata, il presidente del consorzio ebraico, Angelo Sereni, telegrafò a Mussolini «la vivissima riconoscenza degli ebrei italiani» e sulla rivista Israel Angelo Sacerdoti definì la nuova legge “la migliore” fra quelle emanate dagli stati. Consiglio ricevette una medaglia d’oro dalla Comunità ebraica. Poi arrivarono le sanzioni economiche per l’impresa d’Etiopia, quindi l’alleanza con Hitler e le infami leggi razziali. Poi nell’Italia antifascista, il presidente del nefasto tribunale della razza, Gaetano Azzariti, diventò collaboratore di Togliatti e Presidente della Corte Costituzionale… Gli assurdi testacoda della storia.

Cos'è il "giorno della memoria", scrive il 28 gennaio 2016 Lettera 43. Il 27 gennaio è il giorno della memoria, dedicato al ricordo delle vittime della Shoah. Nel novembre del 2005 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì il giorno della memoria il 27 Gennaio di ogni anno. In questa data, nel 1945, le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, dove per la prima volta, attraverso le scoperta del campo stesso e degli strumenti di annientamento e grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, il mondo venne a conoscenza degli orrori del genocidio nazista. In Italia la giornata commemorativa era stata istituita nella stessa data cinque anni prima, su proposta del deputato Furio Colombo, che inizialmente proponeva di commemorare il genocidio il 16 Ottobre, in ricordo del rastrellamento del ghetto di Roma del 1943 in cui furono deportati oltre mille ebrei. Nel 1996 la Germania aveva scelto lo stesso giorno per commemorare le vittime del nazionalsocialismo. Nel campo di concentramento di Auschwitz furono uccise fra il 1942 e il 1945 oltre un milione di ebrei. Il campo ricopriva una superficie di 40 km quadrati, diviso in tre campi: Monowitz, il campo di lavoro, Auschwitz, il campo d concentramento, e Birkenau, adibito allo sterminio e diventato il simbolo della Shoah. Paola Sereni, per decenni preside della Scuola Ebraica di Milano, parla del valore di questa giornata.

«Il giorno della memoria fu istituito per ricordare la Shoah. Questo è il termine esatto per definire lo sterminio degli ebrei. Non Olocausto. Olocausto è una parola greco- latina che indicava un sacrificio religioso, talvolta anche volontario. Chiaramente, non è il più adatto a definire quanto è successo e il termine più adatto è Shoah, che più o meno significa sterminio.»

Parliamo del 27 gennaio.

«Il 27 gennaio è il giorno in cui l’armata russa liberò il campo di Auschwitz. C’è una scena stupenda all’inizio de "La Tregua" di Primo Levi, in cui l’autore descrive l’arrivo di quattro soldati russi a cavallo che dal bordo del campo, sbalorditi e distrutti da quello che vedevano, guardavano in giù verso il campo disseminato di cadaveri e esseri viventi più morti che vivi. Si può dire che l’orrore sia stato scoperto in quel momento, anche se in realtà qualcosa si sapeva già, e si sa anche che gli eserciti alleati e i russi non fecero niente per impedirlo. Non bombardarono mai i campi, o i binari che portavano ai campi, ad esempio. Non diffusero le notizie. Per cui si sapeva e non si sapeva, e lo sterminio continuò per anni. Il numero dei campi è impressionante. Guardando una mappa, si può vedere che tutta la Germania, buona parte della Polonia e dell’Austria sono ricoperte di segni che ne indicano la presenza. Non tutti erano campi di sterminio. Molti erano campi di concentramento, dove però ovviamente si moriva lo stesso: di freddo, di fame, di malattie, di indifferenza, di crudeltà, di tutto ciò che può provocare il vivere al freddo, ammassati uno sull’altro, in condizioni igieniche impossibili. Il significato è non solo quello di ribadire l’unicità di questo sterminio, che comprende un numero di vittime enormi che si aggira intorno ai 6 milioni. Si distingue da molti altri per aver eliminato non solo uomini o avversari politici, ma degli ebrei che avevano la sola colpa di essere nati ebrei. Oltre un milione e mezzo di bambini vennero uccisi senza motivo. Ti rendi conto di cosa significa? Bambini che, se non uccisi immediatamente, venivano sottoposti esami e esperimenti, gli venivano inoculate malattie per vederne il percorso. C’è una caratteristica di odio insensato e crudeltà gratuita. Tutti quelli che sono stati nei campi raccontano di aver subito inutili crudeltà, per esempio l’appello fatto in piedi al freddo ogni mattina e che durava ore, insulti, botte, separazione di madri dai figli. È un’organizzazione che, infatti, Primo Levi definisce una “logica perversa”, perché era tutto razionalmente organizzato ai fini della distruzione, ma anche della crudeltà. Tutto era concesso. Questo a mio avviso distingue questo avvenimento, l’inutile, cieca crudeltà, l’odio inculcato in tutti i seguaci di Hitler, perché non fu fatto da una persona ma da centinaia di migliaia, da milioni di persone assolutamente convinte e autorizzate ad esercitare ogni genere di vessazione. Non c’è una spiegazione razionale per quest’odio così terribile, che aveva portato a decidere nella riunione di Wansee del 1942, la soluzione finale, lo sterminio totale degli ebrei, che per fortuna non fu “finale”. Nonostante la strage immensa, Hitler non è riuscito nel suo intento di eliminare gli ebrei dalla faccia della terra.»

Com’è possibile che migliaia di persone si siano trasformate in dei mostri? E perchè gli ebrei non si ribellarono? 

«C’è stata un’opera di plagio e convinzione incredibile, che ha coinvolto un numero altissimo di persone. È difficile capire come il fanatismo e la propaganda serrata abbiano potuto persuadere così tutti questi individui. Ci si domanda perché gli ebrei non reagirono - che poi non è neanche vero che non lo fecero mai, potremmo parlare a lungo della rivolta del ghetto di Varsavia e nel campo di Sobibor - ma non potevano reagire, erano disarmati, inermi, morti di fame di fronte ad un esercito agguerrito e spietato. Come si poteva reagire? Ti tiravano giu dal letto, nella tua casa, e ti trascinavano, armati fino ai denti, via con loro. Chi reagiva veniva ucciso sul momento. Si può leggere al riguardo il bellissimo libro “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti, che racconta la razzia nel ghetto di Roma, in cui vengono portati via donne, bambini, vecchi, senza distinzione, senza che nessuno di questi soldati mostri la minima emozione di fronte ai pianti, al terrore e alla disperazione. Come si poteva reagire? Come potevano degli inermi, di fronte a soldati crudeli e armati fino i denti, reagire? La reazione venne a volte più tardi, come in qualche ghetto, in qualche campo, ma celebre è soprattutto la rivolta del ghetto di Varsavia, perchè ormai consapevoli di essere destinati alla morte, decisero di vendere cara la pelle e ribellarsi, e fu una cosa eroica, da cui nessuno uscì vivo. In Israele c’è un kibbutz, Yad Mordechay, che rievoca il nome del capo della rivolta del ghetto. Lì fu la forza della disperazione, erano così convinti che sarebbero morti che decisero di farlo combattendo. Ma altrimenti era impossibile, erano ridotti allo stremo. Come dice Primo Levi, “dovevano non solo uccidere la vita, ma calpestare la loro dignità”, la loro umanità, la loro personalità. Erano ridotti a pezzi, non erano persone, erano numeri, il numero che avevano stampato sul braccio. Erano "stucke", come dicevano i tedeschi, "pezzi". E allora mi sembra logica la commemorazione di una simile tragedia.»

L’antisemitismo esiste ancora?

«Purtroppo serpeggia ancora, non solo nel mondo arabo, ma anche al di fuori, spesso mascherato da sentimento anti israeliano. Ma Israele non rappresenta tutti gli ebrei. Israele è uno stato, che ha commesso anche una quantità di errori che è giusto criticare. Ma non criticarlo in quanto stato ebraico, criticarlo come si può criticare l’azione di qualsiasi paese. Invece l’antisemitismo moderno ha preso le forme di un sentimento anti-Israele. Ma non tutti gli ebrei sono israeliani. Sono italiani di religione ebraica, o francesi di religione ebraica. Non sono israeliani. Se volessero essere israeliani vivrebbero in Israele. Se non vivono lì è perché si sentono tanto ebrei quanto però appartenenti alla nazione in cui vivono. E questo sentimento (l'antisemitismo, ndr) è pericoloso, per cui bisogna cercare di spiegare ai giovani, e questo lo fanno i sopravvissuti come Liliana Segre quando vanno nelle scuole, che non esistono differenze fra un essere umano e un altro - e di fronte all’immigrazione siamo di nuovo posti davanti a questi problemi -. Ma soprattutto che non bisogna girare la testa da un’altra parte, come è stato fatto durante la deportazione, nell’indifferenza totale di quasi tutti gli altri. Certo, ci furono alcuni, che poi vennero definiti Giusti da Israele, che hanno corso anche dei rischi enormi per salvare delle vite. Ma fondamentalmente regnava l’indifferenza, e lo racconta benissimo Liliana Segre. Quando fu prelevata e messa su un pulmino e portata alla Stazione Centrale di Milano dalla sua casa in zona Magenta, passò in mezzo all’indifferenza totale. Nessuno si preoccupò di capire cosa succedesse. Arrivò alla stazione e non solo tedeschi, ma purtroppo anche italiani collaborazionisti la spinsero sul treno a calci e pugni. Per questo è giusto che se ne parli, per questo è giusto che i pochi sopravvissuti che sono rimasti spieghino ai ragazzi cosa è successo e insistano, per persuaderli, dicendo loro che non devono accettare nessuna disuguaglianza, non devono sentirsi superiori a nessuno, non disprezzare chi è diverso, non essere indifferente di fronte alle sofferenze degli altri. Devono cercare di essere uomini fra uomini uguali, di essere giusti. Per questo deve essere trasmesso questo duplice messaggio: da un lato il racconto reale di quello che è successo, perché è stato unico, crudele e ingiustificato, frutto di una lunga tradizione di antigiudaismo, anche cristiano, insensato e istintivo, che durò per secoli, alimentato dell’accusa di deicidio e culminato nel razzismo feroce di Hitler. Dall’altro un insegnamento che deve trasferirsi e aprire le coscienze. Ieri sera (il 26 gennaio, ndr) ho visto in tv l’intervista alla Boldrini, che era stata ad Auschwitz con 120 ragazzi, e diceva che dopo quella visita i ragazzi non erano più gli stessi. Avevano capito. A noi interessa che capiscano. Che capiscano cos’è la barbarie, capiscano cos’è l’ingiustizia, capiscano l’orrore della violenza gratuita, capiscano soprattutto cos’è l’indifferenza e quanto può essere terribile. Nel memoriale della Shoah di Milano c’è una grande scritta all’ingresso: “indifferenza”. Vuol dire che tutto ciò, la partenza dal binario 21 da cui partivano i convogli di ebrei per Auschwitz, avvennero nella totale indifferenza dei milanesi. Questo è il messaggio che deve passare: mai più indifferenza per i mali altrui, per le ingiustizie, le sofferenze gratuite di un gruppo, mai più sentirsi superiori agli altri, perché l’indifferenza è un modo per collaborare col male. Per questo secondo me la giornata della memoria ha un senso, ha importanza. In realtà è un incitamento alla vita. A una vita migliore, più giusta, più viva. Non è solo il ricordo o il racconto di stragi e di morti, ma soprattutto l’invito che non succeda mai più e che si cambi la mentalità.»

In uno dei libri più famosi sul genocidio nazista, “La Notte” di Elie Wiesel, l’autore, davanti ad un ragazzino impiccato, con tutti i prigionieri costretti ad osservare la sua agonia, si chiede “dov’è Dio?”. E la risposta che gli sale da dentro è terribile: “Dio è lì, appeso a quella forca”. Ecco, in che modo un ebreo risponde a questa domanda davanti a quanto successo?

«Non risponde, credo. Gli ortodossi sono arrivati alla conclusione, addirittura, in un certo frangente, che la Shoah fosse una punizione per aver contravvenuto alle regole delle Torah, ma in genere la domanda resta irrisolta. È una delle domande che ci porremo sempre: perché il male? Perché tanto dolore? È la domanda che si sono posti i filosofi per secoli: perché Dio permette il male? Ognuno risponda come vuole. Io non mi permetto.»

L'uso improprio della Shoah. Quando l'Olocausto diventa arma politica, scrive Bruno Giurato il 27 gennaio 2012 su Lettera 43. Il Giorno della memoria ci porta nel cuore di tenebra della storia europea e mondiale. I campi di concentramento sono stati raccontati come «il luogo della morte di Dio», come aberrazione dell'idea di progresso, come gorgo esistenziale da cui nessuno può tirarsi fuori. E come l'evento storico che ha distrutto per sempre l'idea atemporale di poesia e di bellezza. Tanto che il filosofo Theodor Adorno si chiedeva: «Ha senso fare poesia dopo Auschwitz?». Ma spesso il destino dei grandi intenti, delle grandi idee, è quello di finire ricoperti di melassa buonista, o peggio ancora essere usati come arma impropria (molto impropria) per pigliarsela con l'avversario di turno.

RISCHIO DI VOLGARIZZAZIONE. Alvin Rosenfeld, autorevole storico Usa, ha scritto un libro contro gli “usi impropri” della Shoah. Nel suo The end of the Holocaust ha denunciato i rischi di «volgarizzazione» e di «banalizzazione» della più grande tragedia del XX secolo. Mentre Valentina Pisanty ha pubblicato Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, in cui punta il dito contro la «retorica celebrativa, consolatoria e autoindulgente» del Giorno della memoria. Prima di essere sommersi dalle foto dei campi di sterminio postate e condivise a catena dai nostri amici di Facebook, o dagli status con le lacrime agli occhi che troviamo su Twitter, e prima di trovarci senza accorgercene in una grande puntata di Uomini e donne, dove si piange in massa senza uno straccio di catarsi, forse è opportuno tornare ai classici.

«CHI È IL MIO EBREO?». Primo Levi in Se questo è un uomo racconta già dalle prime, rapide pagine, la dimensione infera del campo di concentramento: lo schizzare di urla e insulti e il tatuaggio che fa l'uomo numero. La quotidianità di un luogo dove «è vietato tutto», in cui per mangiare bisogna rubare e che, anche lavandosi la faccia con l'acqua fangosa, bisogna tenere coperta e gamella tra le gambe, perché gli altri internati sono pronti al furto.

IL CATTIVO VINCE SEMPRE. Levi, poi, spiega come l'uomo diventi cattivo coi suoi simili. Che i più cattivi, i più stupidi, i più crudeli diventano dei «Prominent». Racconta la condizione umana, oltre l'esempio dei campi di sterminio. In Sommersi e i salvati, per esempio, dove descrive la “zona grigia” fatta da coloro che nel sistema-lager sono conniventi, colpevoli senza parere. Praticamente tutti. Levi quindi non ci consegna solo pagine di memoria sulla Shoah, ma anche un modello umano ordinario fatto di crudeltà, un meccanismo di sopraffazione sempre attivo. E non solo ad Auschwitz. Quanto alle posizioni politiche, poi, quelle di Levi sono a prova di retorica: fu lui, ebreo, a dire, nel 1969: «Ognuno è ebreo di qualcuno». In occasione della ricorrenza ci sarebbe da domandarsi: «Chi è il mio ebreo personale?». Giusto per evitare di sentirsi troppo puri. Poi uno sfoglia le prime pagine dei giornali e si imbatte in titoli come quello de Il Giornale: «A noi Schettino, a voi Auschwitz». Oppure entra in Facebook e si trova davanti le foto di un bambino palestinese bruciato vivo dal fuoco israeliano, immagine usata dai filopalestinesi come arma politica. La mente va a quel Se non ora quando?, titolo di un libro di Levi diventato lo slogan di chi manifestava contro il Cav, altrimenti detto «Er Banana».

PRENDIAMOCELA CON VAURO. E ancora assiste a polemiche assurde come quella contro Vauro reo di aver tratteggiato la giornalista Fiamma Nirenstein con il fascio littorio e la stella di David. Il giornalista Peppino Caldarola in un articolo sul Riformista l'aveva subito attaccato, scrivendo che Vauro l'aveva disegnata come una «sporca ebrea». Vauro l'aveva querelato. E ha vinto la causa. Ma l'intellighenzia tutta si è rivoltata contro il vignettista toscano: Pierluigi Battista sul Corriere della Sera ha usato la questione per chiedersi «a che punto è l'antisemitismo in Italia». Nei panni di Battista forse ci preoccuperemmo più degli usi strumentali di un dibattito culturale, che trasforma una questione davvero importante in melassa, arma d'offesa politica. O magari in soggetto da barzelletta.

Shoah, l'Olocausto degli ebrei. A cura di Edoardo Angione su "studenti.it". Shoah, storia e significato dell'Olocausto, la persecuzione ed il genocidio degli ebrei avvenuto durante la Seconda guerra mondiale ad opera dei nazisti.

Significato della Shoah. La Germania nazista adottò "la soluzione finale" della questione ebraica nel 1942All’epoca della Repubblica di Weimar, quindi dal 1919 in poi, gli ebrei tedeschi si sentivano tedeschi a tutti gli effetti, ed erano riusciti ad avere successo e ad arricchirsi. Per i nazisti, gli ebrei erano un pericoloso nemico interno, colpevole di molti dei problemi che affliggevano la Germania. Non sappiamo se all’inizio la retorica di Hitlerfosse solo propaganda. Tutto quello che sappiamo è che dopo anni di atroci discriminazioni che rendevano la vita impossibile per gli ebrei tedeschi, nel 1942 la Germania nazista adoperò spazi, uomini e risorse per mettere in pratica ciò che i gerarchi nazisti avevano definito “la soluzione finale”: lo sterminio di tutti gli ebrei.    

Olocausto: forma di sacrificio in cui le vittime venivano interamente bruciate. Proprio in questi anni, in cui gli ultimi superstiti della Shoahhanno più di 80 anni, e strampalate teorie cospirazioniste negano l’esistenza stessa della Shoah, è importante ricordare lo sterminio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti, un fenomeno reale e documentato, che avvenne nel cuore d’Europa in tempi neanche tanto lontani. Alcuni storici ed alcuni sopravvissuti hanno chiamato e chiamano tuttora questo fenomeno Olocausto, una parola greca, che fa riferimento a sacrifici praticati nell’epoca antica (in particolare da greci ed ebrei) in cui le vittime - agnelli, tori e capre - venivano bruciate per intero, esattamente come migliaia di ebrei, dopo essere stati giustiziati vennero bruciati dai nazisti nei forni crematori. I sacrifici venivano tuttavia praticati per motivi religiosi, per ingraziarsi una divinità o per espiare dei peccati, e nella Shoah non c’era nulla di religioso, né tantomeno nulla da espiare. Per questo motivo si preferisce oggi il termine Shoah, una parola biblica che significa "catastrofe". 

L’antisemitismo. Gli ebrei si emanciparono con la Repubblica di Weimar. L’antisemitismo, ovvero l’odio e la discriminazione nei confronti delle persone di fede e di famiglia ebraica, esisteva in Germania ed in Europa da molto prima dell’avvento del nazismo. Si trattava di un fenomeno antico, risalente al medioevo, ma che nel corso del XIX secolo si era andato acuendo, in particolare in Russia ed in Germania. Negli anni ‘20 del ‘900 tuttavia, con la Repubblica di Weimar, gli ebrei tedeschi avevano raggiunto ormai una libertà ed un’eguaglianza sociale totali, ed erano perfettamente integrati nel mondo lavorativo tedesco. Si trattava di una minoranza, corrispondente a circa l’1% della popolazione. Alcuni ebrei erano persone facoltose, inserite nell’alta borghesia, nel mondo degli affari, ma anche in politica e nelle arti. Gli ebrei tedeschi avevano combattuto nell’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale, alcuni di loro avevano sposato tedeschi di origine non ebrea, alcuni avevano abbandonato la propria religione.  1933: Hitler scatenò una violenta propaganda contro gli ebrei. Adolf Hitler era riuscito a conquistarsi il favore dei tedeschi grazie alla propaganda, ed una delle armi della propaganda è quella di semplificare le cose, offrendo alle persone delle certezze facili. In questo caso, Hitler aveva convinto i tedeschi del fatto che la prima guerra mondiale era stata persa non per un complesso concorso di cause che tuttora, un secolo dopo, ancora studiamo. La realtà proposta dal nazismo era molto più facile: era colpa del tradimento e dell’intrigo dei politici, dei comunisti, e soprattutto degli ebrei. L’unico modo per tornare ad avere una Germania forte, ricca e rispettata internazionalmente, era la liquidazione di nemici interni: politici, comunisti, disfattisti, ed in particolare ebrei. Gli ebrei sarebbero stati colpevoli di aver inquinato la razza tedesca, che secondo le teorie del razzismo scientifico dell’epoca sarebbe stata destinata invece ad assumere un ruolo di comando nel mondo intero. 

Persecuzioni degli ebrei. La persecuzione contro gli ebrei iniziò quando Hitler conquistò il potere in Germania. Le persecuzioni contro gli ebrei nella Germania nazista iniziano non appena Hitler ottiene il potere.

Nel 1933 iniziano le prime violenze contro gli ebrei in Germania, spesso perpetuate ed organizzate dalle SA di Hitler.

Nel 1935 viene approvata una legge per la cittadinanza (leggi di Norimberga, a settembre), secondo la quale gli ebrei non sono più considerati cittadini tedeschi. Da questo momento non possono più votare e non possono più sposarsi con cittadini tedeschi. Nei negozi tedeschi spuntano i primi cartelli con scritto “gli ebrei non possono entrare”. Varie leggi discriminano gli ebrei in vario modo, impedendo loro, tra le altre cose, di uscire la sera, o di possedere una bicicletta.

Nel 1936 (marzo) viene proibito ai medici ebrei di praticare la propria professione negli ospedali pubblici tedeschi. Stesso discorso per gli avvocati e gli insegnanti. Naturalmente, il provvedimento riguarda anche i professionisti del futuro: gli ebrei non possono più ottenere l’abilitazione per questi titoli. 

Nel luglio del 1937 Monaco ospita una mostra di ‘arte degenerata’: un vero e proprio attacco rivolto dai nazisti all’arte moderna, ideato da Goebbels. Più che una mostra era una gogna, che metteva in ridicolo gli artisti contemporanei non conformi ai rigidi canoni nazisti, giudicando le loro opere il frutto di menti folli e malate. Naturalmente la colpa della ‘degenerazione’ veniva fatta ricadere sull’influsso ebraico. 

Notte dei cristalli, 9 novembre 1938: notte in cui vennero distrutte le vetrine dei negozi, sinagoghe e case degli ebrei. Una svolta decisiva si avrà il 9 novembre del 1938 con la Notte dei cristalli, un gigantesco pogrom pilotato dalle SS, durante il quale vengono devastati negozi gestiti da ebrei, sinagoghe e case per tutta la Germania, oltre che nei territori recentemente annessi (Austria e Cecoslovacchia). Da questo momento la pesante discriminazione civile si trasforma in persecuzione di massa, volta a rendere la vita degli ebrei impossibile, spingendo molti di loro ad emigrare. Secondo Hitler, e secondo la penetrante propaganda nazista, gli ebrei stavano spingendo i paesi stranieri a muovere guerra alla Germania. 

Il genocidio degli ebrei ed i campi di concentramento.

1939: gli ebrei vennero trasferiti nei ghetti nazisti con l'obiettivo di realizzare la "soluzione finale". L’inizio della seconda guerra mondiale, con l’invasione della Polonia, segna un deciso cambiamento di rotta nelle politiche dei nazisti a danno degli ebrei. Già dalla fine del 1939, dopo che hanno conquistato in modo fulmineo la Polonia, paese dove abitavano circa 3 milioni di ebrei, i nazisti iniziano a confinarli in ghetti. Si trattava di piccole aree completamente isolate dal mondo circostante, spesso recintate, dove gli ebrei venivano deportati ed obbligati a vivere in condizioni misere, senza la possibilità di lavorare. In polonia ed in Unione Sovietica i tedeschi avrebbero istituito più di 1000 ghetti. Si trattava di una misura provvisoria, in attesa di una strategia efficace per l’eliminazione totale. Un ghetto che è rimasto particolarmente famoso è ad esempio quello di Varsavia, che in meno di due chilometri quadrati ospitava 400.000 ebrei, che nella primavera del 1943 avrebbero organizzato un’insurrezione armata, soffocata sanguinosamente dai nazisti. Nei ghetti, gli ebrei erano costretti ad indossare segni di identificazione, come bracciali o targhette. Se da una parte l’ordine era fatto rispettare da una polizia interna, dall’altra i ghetti vedono numerose forme di resistenza, come l’introduzione di cibo, informazioni armi e medicine.

1941: il nazismo obbligò gli ebrei ad indossare segni di riconoscimento, una stella di David, per impedirgli di lavorare. Nell’autunno del 1941 gli ebrei, che dal settembre del ‘41 sono obbligati ad indossare una stella di David gialla cucita sugli abiti sin dall’età di 6 anni, non possono più emigrare dal Reich: tutti quelli che non erano riusciti ad andarsene prima si trovavano dunque in trappola, perché il 20 gennaio del 1942 ha luogo la Conferenza di Wannsee, presso una villa nell’omonimo quartiere di Berlino. A Wannsee si incontrano 15 importanti gerarchi delle SS, dello stato nazista e del partito nazista, per discutere del modo in cui sarebbe stata applicata la soluzione finale, nome in codice per l’eliminazione fisica sistematica degli ebrei d’Europa. Non viene auspicata un’unica soluzione, ma in generale da questo momento le politiche naziste sono apertamente indirizzate ad uno sterminio di massa degli ebrei. Vengono studiate strutture dedicate allo sterminio, approntate in luoghi come Auschwitz, dove gli ebrei saranno eliminati in massa attraverso metodi come le camere a gas. Altri prigionieri ebrei, organizzati in squadre speciali (Sonderkommando), avevano il compito di eseguire, tra le altre cose, la cremazione dei numerosi cadaveri in forni crematori industriali. Moltissimi altri prigionieri invece continueranno a perdere la vita nei campi di lavoro, obbligati a compiere sforzi disumani per sostenere l’economia bellica della Germania. Gli ebrei venivano deportati nei campi in Germania tramite le "marce della morte". Più tardi, nell’inverno tra il 1944 ed il 1945, mentre i Russi avanzeranno verso la Germania, le SS deporteranno gli ebrei russi verso i campi di concentramento ad ovest, all’interno dei confini della Germania. Molti di loro moriranno o saranno uccisi durante le devastanti marce che ricordiamo come marce della morte, e per molti di quelli che riusciranno a raggiungere i campi (come Bergen-Belsen, nella Germania occidentale), il destino non sarà migliore.  

Gli ebrei in Italia. La Repubblica di Salò guidata da Mussolini collaborava con i nazisti nella deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. Nell’estate del 1943, dopo la caduta del regime fascista in Italia, Mussolini viene liberato dai nazisti e posto al comando di un nuovo regime fascista, la Repubblica di Salò, che sostanzialmente eseguiva direttive dei nazisti. Se l’Italia fascista era stata responsabile di persecuzioni e discriminazioni nei confronti degli ebrei, la Repubblica di Salò si ritrova a collaborare strettamente con i nazisti in vista della ‘soluzione finale’. A settembre iniziano gli arresti e le deportazioni sistematiche che avrebbero portato, secondo le stime degli storici, poco meno di 10.000 ebrei italiani ad essere deportati nei campi di concentramento e di sterminio nell’Europa centrale e orientale, ed in particolare ad Auschwitz, tra il settembre del ‘43 ed il febbraio del ‘45. Gli altri erano costretti a nascondersi per mesi. Piero Terracina è uno dei sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz. Tra le tante testimonianze di ebrei italiani sopravvissuti ad Auschwitz (tra cui bisogna ricordare Primo Levi) abbiamo quella di Piero Terracina, uno degli ultimi sopravvissuti tuttora in vita (all’inizio del 2016), che nel 1944, quindicenne, viene arrestato e deportato insieme a tutta la sua famiglia. Sarà l’unico a sopravvivere. Terracina era stato cacciato dalla propria scuola nel 1938 in seguito alle leggi razziali, per poi iscriversi ad una scuola ebraica appositamente istituita, dove insegnavano numerosi professori a cui il fascismo non consentiva più di lavorare. Con l’occupazione tedesca, iniziata nel ‘43, la famiglia Terracina era stata costretta a nascondersi e a fuggire, senza ovviamente poter lavorare. Nel 1944, denunciati da un delatore, i Terracina vengono arrestati dalle SS. L’intera famiglia viene schedata, e dopo qualche giorno dal carcere di Regina Coeli viene deportata ad Auschwitz, prima in camion e poi in treno. Piero Terracina racconta di come, arrivati ad Auschwitz, suo padre, suo nonno e sua madre siano stati separati dai membri più giovani della famiglia, e mandati direttamente a morire nelle camere a gas, perché inadatti al lavoro. A questo punto, i prigionieri rimasti venivano denudati, rasati a zero e disinfettati, e gli veniva tatuata una matricola sul braccio sinistro, che da allora li avrebbe identificati, sostituendo i loro nomi e la loro vecchia identità. Piero Terracina era stato assegnato ad una squadra di scavatori che lavoravano senza sosta e senza acqua sotto al sole per 8-10 ore al giorno. Verrà liberato soltanto il 27 gennaio del 1945: pesava ormai 38 chili, e tutti i suoi familiari erano morti.

Le conseguenze. E' difficile stimare il numero preciso delle vittime in quanto parte della documentazione fu distrutta dai nazisti. Il termine ebraico Shoah, che si trova anche nella bibbia, significa una catastrofe, una tempesta devastante, e probabilmente non ci sono parole migliori per descrivere quella che fu una catastrofe non soltanto per gli ebrei, ma per tutta l’Europa e per tutto il mondo. Gli ufficiali nazisti non ci hanno lasciato documenti precisi con un conteggio delle vittime, e per questo motivo calcolare quante persone siano state uccise dai nazisti non è un compito facile per gli storici. Ci sono alcune buone ragioni per cui i documenti relativi alle vittime dell’olocausto sono scarsi: a partire dal 1943, quando si inizia a temere che i paesi dell’Asse avrebbero perso la guerra, buona parte della documentazione raccolta riguardo alle vittime inizia ad essere distrutta dai nazisti, che immaginavano che al termine della guerra ci sarebbero stati dei processi. Soltanto con la fine della seconda guerra mondiale i paesi vincitori iniziano ad impiegare personale incaricato di contare le vittime del nazismo.  Per calcolare i danni bisogna affidarsi a stime e calcoli demografici. Per arrivare alle stime attuali, sono state utilizzate fonti di vario tipo, comprendenti non soltanto archivi nazisti e censimenti, ma anche indagini compiute alla fine della guerra, ed in particolare studi demografici. I dati riguardano esclusivamente vittime civili e disarmate. Secondo queste stime, gli ebrei sterminati sistematicamente dai tedeschi per motivi razziali ammontano a circa 6 milioni di persone. Bisogna aggiungere a questa cifra circa 200.000 zingari, e circa 250.000 disabili. I civili sovietici che possiamo considerare vittime del nazismo ammonterebbero a circa 7 milioni, ai quali andrebbero aggiunti 3 milioni di prigionieri di guerra. I polacchi sono circa 1,8 milioni, i cittadini serbi 312.000. I criminali comuni uccisi dal nazismo, che includono anche i cosiddetti ‘asociali’ (tra cui anche migliaia di omosessuali) sono circa 70.000.   Alcuni leader del Nazismo furono processati a Norimberga tra il 1945 e il 1946. Non erano mancati alcuni tentativi di reazione da parte degli ebrei, come ad esempio una rivolta nel ghetto di Varsavia nel 1943. Alcuni ebrei vennero salvati grazie all’eroismo e all’altruismo di alcune persone, ebree e non: un ottimo esempio è quello raccontato nel film Schindler’s List. Dopo la guerra, alcuni tra i principali leader del nazismo vengono processati a Norimberga (1945-1946). Tra le prove utilizzate nei processi c’erano alcune copie di carte d’archivio ottenute dall’esercito americano, inglese e sovietico.  

Interpretazioni della shoah: i motivi del genocidio. Il termine genocidio indica l'uccisione di un'intera popolazione senza distinzioni di età, razza e religione. Il termine "genocidio" viene utilizzato ufficialmente per la prima volta nel 1946, mentre i dirigenti della Germania nazista venivano processati a Norimberga per crimini contro l’umanità. Lo sterminio di circa due terzi degli ebrei che abitavano l’Europa è considerato appunto un genocidio, ovvero l’uccisione deliberata di un intero popolo, senza distinzioni di età, sesso, opinioni o religione. Non si tratta dell’unico genocidio della storia: soltanto nel ‘900 c’è stato quello degli armeni in Turchia durante la Prima Guerra Mondiale. Per molti storici anche la deportazione di milioni di contadini (e spesso di intere popolazioni) compiuta da Stalin tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40, comportando veri e propri stermini, è un genocidio. Uno degli ultimi grandi genocidi del ‘900 è poi quello compiuto dalla dittatura comunista in Cambogia tra 1975 e 1976. Ma i casi non mancano neanche andando indietro nella storia: basti pensare allo sterminio degli Incas e degli Aztechi nelle americhe, o a episodi come la crociata contro gli Albigesi nella Francia del Medioevo. Cos’è dunque a rendere unica la shoah? Stabilire una classifica di quale sia stato il peggiore sterminio di massa di popolazioni inermi (inclusi i bambini) nella storia è assolutamente inutile. Forse è importante però ricordare come ciò che rende unica la ‘soluzione finale’ teorizzata dai nazisti è il suo carattere sistematico e pianificato. Nel cuore della civilissima Europa, nel periodo in cui gli europei si consideravano i popoli più ‘avanzati’, sia tecnologicamente che culturalmente, di tutto il mondo, Hitler ed il nazismo pianificavano la cancellazione totale di tutti gli ebrei dalla faccia della terra. Hitler teorizzava la distruzione degli ebrei già prima di salire al potere. Un altro fattore incerto e che in qualche modo divide gli storici è la decisione di sterminare gli ebrei. Secondo gli intenzionalisti già dal 1920, nascita del partito nazista, lo sterminio era deciso. Secondo i funzionalisti invece la shoah è il frutto di una serie di avvenimenti successivi al 1933, che avevano portato il regime nazista a radicalizzarsi e ad andare oltre quelli che erano i piani originari. Oggi si tende ad adottare una posizione intermedia, che tiene conto del ruolo fondamentale di Hitler nel teorizzare la distruzione degli ebrei già da prima degli anni ‘30, ma senza dimenticare come le decisioni, a partire dal 1933, vengono prese in stretta connessione con gli eventi della seconda guerra mondiale. La ricerca e le testimonianze dei sopravvissuti permettono di non dimenticare questi episodi drammatici. In ogni caso, grazie alla ricerca e alla testimonianza dei sopravvissuti (gli ultimi dei quali stanno sparendo in questi anni), tra cui spicca l’opera di Primo Levi (Se questo è un uomo, del 1947, e I sommersi e i salvati, del 1986), oltre che alla presenza di film, documentari e serie televisive, il negazionismo, tuttora diffuso (in particolare in rete) non ha intaccato il posto centrale che lo sterminio degli ebrei ha assunto nella memoria collettiva. 

Concetti chiave

Le origini dell'antisemitismo. L’antisemitismo era un fenomeno antico, ma era incrementato in modo particolare nell’Europa dell’800. Negli anni ‘20 del ‘900, gli ebrei tedeschi si erano emancipati, riuscendo a prosperare e ad inserirsi in pieno nella Germania della Repubblica di Weimar. Facendo proprie una serie di teorie provenienti dal razzismo scientifico in voga tra 800 e 900, Adolf Hitler individua negli ebrei il principale nemico della nazione e della razza germanica.

La persecuzione degli ebrei in Germania. Con l’invasione della Polonia (settembre del ‘39), il nazismo inizia a rinchiudere in ghetti gli ebrei dei territori conquistati, obbligandoli ad indossare segni di riconoscimento, impedendo loro di lavorare:

Nel ‘41 gli ebrei non possono più emigrare dalla Germania;

Il 20 gennaio del ‘42 viene discusso il modo in cui applicare la soluzione finale;

Nel corso dell’anno vengono approntate le prime strutture per lo sterminio;

Nell’inverno tra 1944 e 1945, con l’avanzata russa, gli ebrei vengono deportati nei campi in Germania tramite le marce della morte.

Persecuzione degli ebrei in Italia. La Repubblica di Salò instaurata nel settembre del ‘45, collabora strettamente con gli occupanti tedeschi nell’arresto e nella deportazione sistematica di ebrei italiani. 10.000 di loro saranno deportati nei lager, in particolare ad Auschwitz, tra il settembre del ‘43 ed il febbraio del ‘45.

Le vittime del nazismo. Al termine della guerra, i nazisti hanno distrutto moltissimo materiale relativo alla “soluzione finale”, ed in generale agli stermini compiuti nei lager. Per calcolare i danni bisogna affidarsi a stime e calcoli demografici. Le stime più affidabili indicano circa 6 milioni di ebrei uccisi. Altre vittime del nazismo sono 200.000 zingari, 250.000 disabili, decine di migliaia di detenuti politici e di asociali. I principali leader del nazismo saranno processati per questi crimini di guerra a Norimberga tra il 1945 ed il 1946, sulla base di prove ottenute da carte d’archivio.

Diverse interpretazioni della Shoah. Il genocidio degli ebrei è stato un fenomeno pianificato dall’alto e portato avanti in modo sistematico, esclusivamente su base razziale. Hitler aveva già teorizzato lo sterminio degli ebrei da prima di andare al potere, ma allo stesso tempo gli eventi della guerra hanno influenzato le decisioni del regime. La ricerca degli studiosi e la testimonianza dei sopravvissuti alla Shoah ci permettono di non dimenticare questi episodi drammatici della nostra storia.

Pesci nel Mar Morto come nella Bibbia. "È la profezia di Ezechiele che si compie". L'immagine scattata da Noam Bedein per il Dead Sea Revival Project mostrerebbe pesci nel Mar Morto. Un fotoreporter israeliano dice di aver fotografato pesci nuotare nello specchio d'acqua più salato al mondo: è la prima volta. La circostanza è riportata nella Bibbia e sarebbe presagio della fine del mondo, scrive Nicolò Delvecchio l'8 ottobre 2018 su "La Repubblica". Immaginare vita nel Mar Morto non è cosa semplice, soprattutto per chi ha visitato il lago della depressione più profonda della Terra, a 400 metri al di sotto del livello del mare. Già nel 2011, però, alcuni ricercatori avevano scoperto che le doline - una sorta di conche - di acqua dolce sul suo fondo producevano numerose forme di vita, prevalentemente batteri. Ma ora la scoperta del fotoreporter israeliano Noam Bedin andrebbe oltre. Il fotografo del progetto Dead Sea Revival Project, avrebbe infatti immortalato dei pesci nuotare nel Mar Morto. Una circostanza che sarebbe oscuro presagio di una profezia biblica, raccolta da Ezechiele, per cui al ritorno della vita in quell'area sarebbe corrisposta la fine del mondo. "Il Mar Morto è tutt'altro che morto. È l'ottava meraviglia del mondo", ha detto. Lo stesso Bedin ha spiegato il fenomeno come la realizzazione della profezia di Ezechiele. "Venite sul Mar Morto e osservate la profezia che si compie!", ha detto. Per la Bibbia, infatti, l'area intorno al lago sarebbe stata in passato una delle più fertili della regione, fino alla distruzione di Sodoma e Gomorra che ne ha cambiato per sempre i connotati rendendola arida e priva di vita. "Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte - prima che il Signore distruggesse Sòdoma e Gomorra -; era come il giardino del Signore, come il paese d'Egitto, fino ai pressi di Zoar” (Genesi 13:10). Per la profezia, un giorno dell'acqua proveniente dall'est avrebbe ricoperto tutta la regione, riportando la vita nel mare e nel deserto circostante: "Mi disse: «Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell'Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà". (Ezechiele 47:8-9), e ancora: "Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina" (Ez. 47:12). Nonostante il taglio mistico dato al fenomeno, è proprio l'abbassamento del livello dell'acqua uno dei punti su cui Bedin cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica. "Il Mar Morto offre scenari spettacolari grazie alle sue costruzioni di sale, ma ogni giorno perde l’equivalente di 600 piscine olimpiche di acqua, una vera e propria catastrofe ambientale”, ha detto. “La prossima generazione non potrà godere del Mar Morto come lo conosciamo oggi". Negli ultimi due anni il giornalista ha documentato i cambiamenti e i fenomeni geologici del lago con dei tour in barca per educare i visitatori sullo stato dei cambiamenti del bacino. In passato fiumi e torrenti, in particolar modo il Giordano, riversavano le acque dolci nel Mar Morto, che è diventato così salato perché l'acqua, evaporando, rilasciava sul suolo sali minerali disciolti che si accumulavano. Questo ha impedito che forme di vita più grandi, come i pesci, sopravvivessero. Negli anni Cinquanta però le autorità di Amman hanno deviato il corso del Giordano per raccogliere acqua potabile, e questo ha causato il drastico abbassamento del livello dell'acqua del lago che continua a diminuire per più di un metro all'anno. Un progetto per risolvere il problema potrebbe essere quello dell'impianto di desalinizzazione sul Golfo di Aqaba, che permetterebbe alla Giordania di ottenere acqua potabile dal Mar Rosso e di riaprire la diga del Giordano verso nord. Problemi politici hanno però bloccato il progetto, e l'impianto è in fase di stallo. Nel frattempo, lo stillicidio del Mar Morto continua. E non sarà qualche pesce a fermarlo.

L’ANTISEMITISMO ISLAMICO.

Benito Mussolini, in un libro l'amicizia tra il Duce e l'islam, scrive il 23 Aprile 2017 “Libero Quotidiano”. E' un tema poco esplorato, quello del rapporto tra Fascismo e nazismo da una parte e musulmani dall'altra. Ma negli ultimissimi tempi, due libri hanno fatto luce su questi rapporti, evidenziando come fossero forti e strutturali, in una chiave soprattutto anti-ebraica. "Bambini in fuga" di Mirella Serri racconta soprattutto del forte legame non solo ideologico tra Adolf Hitler e il Gran Muftì di Gerusalemme. In "Mussolini e i musulmani", invece, Giancarlo Mazzucca e Gianmarco Walch si concentrano sul fascino che islam e mondo arabo ebbero sul Duce. Un interesse che, scrivono i due autori, ebbe origine da un misto di ragioni di carattere personale e di politica estera. Nel primo caso si trattò di una affettuosa amicizia che Mussolini intrattenne con la giornalista Leda Rafanelli, detta l'odalisca, di fede musulmana, negli anni Dieci del Novecento. Nel secondo caso, negli anni Trenta, fu l'antisemitismo a spingere il capo del governo italiano e gli islamici dalla stessa parte della barricata. In quegli anni il Duce guardò con sempre maggiore attenzione ai paesi islamici, imponendo nel 1934 a Radio Bari di trasmettere programmi in lingua araba e curando i rapporti commerciali con quei Paesi, da cui, come scrive il quotidiano Il Messaggero, venne ricambiato con fervore: là nacquero infatti diversi movimenti come le Falangi Libanesi, le Camicie Verdi, il Partito Giovane Egitto e le Camicie Azzurre che seguivano il fascismo come esempio tramite il quale nazionalizzare le masse per via autoritaria. Il feeling proseguì negli anni di guerra con il progetto di costruire in Italia una legione araba fedele alle forze dell'Asse, con la benedizione del Gran Muftì di Gerusalemme, al quale Mussolini nel '36 diede la disponibilità a fornire uomini e materiale per mettere in atto l'avvelenamento dell'acquedotto di Tel Aviv, città nella quale avevano trovato rifugio gran parte degli Ebrei in fuga dalle leggi razziali in Europa. Il piano fu poi abbandonato, ma al Gran Muftì arrivarono dal governo italiano 138mila sterline, che allora erano una cifra davvero cospicua.

L'antisemitismo islamico in breve, scrive a Marzo 2014 informazionecorretta.com.

L'antisemitismo islamico. Gli studi sulla natura dell’antisemitismo islamico definiscono diversi atteggiamenti nella legge islamica e nella teologia islamica sugli ebrei. Ebrei e cristiani sono considerati monoteisti e quindi hanno diritto alla protezione sotto lo status della dhimma. Ciononostante, secondo il pensiero islamico gli ebrei sono colpevoli di aver distorto il messaggio biblico e di aver rifiutato il profeta Muhammad. Le fonti islamiche si esprimono diversamente riguardo agli ebrei: alcune descrivono gli ebrei positivamente, mentre altre li considerano manipolatori e complottardi, secondo la storia islamica e gli avvenimenti nella vita del profeta. A causa di fonti teologiche e giuridiche contrastanti, è difficile definire un pensiero coerente sugli ebrei nell’Islam. Storicamente sia gli ebrei sia altre minoranze non-islamiche sotto dominio musulmano, sono state vittime di segregazione sociale nel sistema della dhimma, che ha alimentato lo stereotipo dell’ebreo debole e infedele. Lo storico del Medio Oriente Bernard Lewis ha puntualizzato che, comunque, l’ostilità islamica verso gli ebrei non è mai stata razziale o etnica, come si è sviluppata in Europa.

Antisemitismo islamico ed europeo. Molti storici concordano nel ritenere che l’antisemitismo europeo sia stato importato nel Medioevo durante il XIX secolo. Gli stereotipi antisemiti occidentali, tra cui in particolare la paura di un “complotto giudaico” per il dominio del mondo, si sono radicati nel mondo islamico, che già riteneva l’ebreo come un potenziale pericolo per l’ordine e l’autorità islamica. Inoltre, l’influenza islamica in molti Paesi arabi negli anni ’30 e ’40 ha anche mobilizzato le masse arabe e musulmane contro le comunità ebraiche. Il Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseyni è ritenuto la figura centrale nello sviluppo del pensiero teologico islamico antisemita. Anche in questo periodo la letteratura europea antisemita è ampiamente diffusa tra i lettori arabi, compreso il “Mein Kampf” di Hitler e i “Protocolli dei Savi di Sion” che sono stati dei best-seller negli ultimi anni sia nei Paesi arabi sia tra le comunità di lingua araba in Europa.

Antisemitismo islamico e terzomondismo. La fondazione dello Stato di Israele ha consolidato la convinzione che gli ebrei siano una minaccia per l’Islam e per la nazione araba. Mentre si ritiene che il conflitto arabo-israeliano sia principalmente politico o territoriale, gran parte dell’ostilità anti-israeliana nei Paesi arabi si nutre di stereotipi antisemiti. L’antisionismo e l’odio anti-israeliano sono spesso veicoli di convinzioni profondamente anti-giudaiche, poiché l’esistenza di Israele è percepita come un affronto all’identità arabo-islamica. La retorica anti-israeliana usa un linguaggio terzomondista, mascherando l’antisemitismo con il linguaggio della lotta contro l’oppressione israeliana del popolo palestinese. Palestinian Media Watch e MEMRI documentano la diffusione capillare dell’antisemitismo nei media, nella letteratura, nella politica e nei dibattiti del mondo arabo, islamico e palestinese in particolare. L’antisionismo e l’anti-colonialismo hanno coalizzato correnti della sinistra profondamente anti-israeliana e correnti islamiste ferocemente anti-ebraiche, unendo visioni apparentemente inconciliabili. Nonostante le profonde differenze di visione rispetto ai diritti umani e alla secolarizzazione, la sinistra estrema e i movimenti islamisti condividono l’ostilità anti-ebraica, anti-israeliana e anti-occidentale che ha origine anche nel pensiero marxista, nel pensiero post-coloniale e nel pensiero islamico.

Antisemitismo islamico in Europa. L’antisemitismo islamico in Europa è un fenomeno in crescita, sia per il numero sempre maggiore di musulmani sia per gli incidenti antisemiti di allarmante gravità, che sono causati anche dall’estrema destra e dall’estrema sinistra. Gli episodi di antisemitismo islamico sono particolarmente violenti, tra cui l’attentato alla scuola ebraica a Tolosa perpetrato da Mohammad Merah, i costanti attacchi fisici e verbali agli ebrei in Belgio e in Svezia e l’incitamento all’odio anti-ebraico nelle moschee in tutta Europa. Le autorità europee, nonostante il fenomeno dell’antisemitismo islamico sia di crescente gravità, non hanno ancora adottato una politica precisa, rifiutandosi di affrontare il problema diffuso nelle comunità originarie del Medio Oriente e dell’Africa islamica. La propaganda antisemita nei media arabi diffusi in Europa così come la crescente ostilità antiebraica nelle frange dell’estrema destra e il sempre più radicale antisionismo nell’estrema sinistra fanno sorgere dubbi sul futuro dell’ebraismo europeo e delle relazioni tra Europa e Israele.

Odio verso gli ebrei ed Israele giustificato dal Corano. Se si usa l’aggettivo islamico per definire una forma specifica di antisemitismo, soprattutto oggi, s’intende un tipo di ostilità verso gli ebrei, l’ebraismo, il sionismo e lo Stato di Israele che si giustifica sulla base dell’Islam e dei suoi precetti. Questo vale in particolare per quelle correnti dell’Islam che sono spesso definite “fondamentaliste”, e che sostengono che la soluzione per i problemi dell’Islam oggi sia il ritorno ai principi base del credo islamico. Questa corrente dà particolare rilievo al precetto di guerra santa, la cosiddetta “jihad”, contro gli infedeli. Gli infedeli sono identificati principalmente come ebrei e cristiani, che in diversi modi minacciano l’identità, la cultura e il credo della “umma” islamica – la comunità transnazionale che rappresenta più di un miliardo di fedeli. La base ideologica della guerra islamica contro gli ebrei, sia retorica sia pratica, deriva principalmente da fonti islamiche, come nel Corano la guerra che il Profeta Muhammad ha mosso contro gli ebrei nel VII secolo in Arabia, negli Hadit e nelle varie tradizioni che si sono definite nel tempo con riguardo agli ebrei. In questo modo si è creato uno stereotipo che sta alla base dell’antisemitismo islamista che dipinge l’ebreo come infido, sleale, sovversivo, disobbediente verso Dio, colpevole di aver ucciso i profeti che sono stati mandati al popolo ebraico e soprattutto come nemico dell’unità e del credo dell’Islam. È un antisemitismo la cui ragion d’essere versa nell’autorità divina; pertanto il carattere degli ebrei e dello Stato di Israele è predeterminato dal Corano e il conflitto non si risolverà finché i musulmani non riusciranno a distruggere gli ebrei. Oltre a questa particolarità islamica, dal XIX secolo elementi di anti-giudaismo europeo si sono fatti strada nel mondo arabo e islamico, tra cui in particolare l’accusa di omicidio rituale, originato da fonti cristiane medievali e oggi molto diffuso nei media in lingua araba. Inoltre vi è anche la convinzione che gli ebrei cerchino di dominare il mondo, che controllino le banche, i media, il sistema capitalista internazionale, gli Stati Uniti e l’imperialismo occidentale, e che siano anche responsabili del comunismo e delle tendenze laiche in generale. Per questo i “Protocolli dei Savi di Sion” sono così popolari nel mondo arabo-islamico, in cui per anni è stato un best-seller.

Nazionalismo arabo e rivoluzione islamica come fonte ulteriore di antisemitismo. Sin dalle sue origini nel XX secolo, il nazionalismo arabo ha sviluppato una forma di esclusione verso le minoranze non-arabe e, in molti casi, ha adottato una posizione di sospetto e ostilità verso gli ebrei, che sono considerati o come agenti dell’Occidente o come una quinta colonna sionista. Dopo la fondazione di Israele nel 1948, la condizione degli ebrei nei Paesi arabi è divenuta insostenibile proprio a causa di tale ostilità, ma molto probabilmente gli ebrei sarebbero stati espulsi prima o dopo anche senza l’esistenza di Israele. È successo ai francesi in Algeria, agli italiani, greci e altri in Egitto e sta accadendo lo stesso alle minoranze non-islamiche, in particolare ai cristiani, che soffrono di discriminazione e persecuzione in tutto il Medio Oriente. Assistiamo oggi al tramonto dell’antica storia dei cristiani in Iraq e Siria, mentre vediamo che nei Territori Palestinesi i cristiani sopravvivono a fatica, che in Egitto, Pakistan sono discriminati e il loro futuro è molto incerto anche in Libano. Tutto ciò sta accadendo circa sessant’anni dopo la pulizia etnica di circa un milione di ebrei in tutto il Medio Oriente, mettendo in dubbio l’intero discorso sulla tolleranza musulmana.

Il fattore islamista ha invece assunto un ruolo primario dopo la vittoria degli ayatollah nella rivoluzione islamica nel 1979. Durante gli ultimi trentacinque anni abbiamo assistito alla diffusione di quello che chiamerei “Sciismo rosso”, propugnato dall’Iran, Hezbollah e altri movimenti legati al regime degli ayatollah, capace di essersi posto a capo della “alleanza degli oppressi” contro quello che ritengono “l’arroganza del mondo” (USA) e il “piccolo Satana”, Israele. Questa ideologia clericale, che usa un linguaggio di estrema sinistra per esportare la rivoluzione, adotta una teoria completamente antisemita che unisce il credo in una cospirazione ebraica mondiale con la negazione della Shoah, l’influenza occulta degli ebrei in tutte le sfere di potere in Occidente. L’Iran ha esteso la sua influenza sul mondo arabo, che è pronto a credere in queste idee, anche se vede con sospetto le intenzioni iraniane.

L’aspetto più pericoloso, a mio avviso, consiste nel fatto che questa propaganda tossica si è profondamente radicata nella società e nella politica del mondo islamico, creando un enorme distacco dalla realtà e rendendo difficile qualsiasi soluzione ragionevole alla questione della Palestina.

L’antisemitismo in Europa è arabo e islamico. Riflettere su questa verità incontrovertibile è scomodo per i media e la politica europea, impone di trarre conseguenze gravi, a partire dalla presa d’atto di un odio contro gli ebrei connaturato con la natura stessa del Corano, scrive Carlo Panella il 26 aprile 2018 su Lettera 43. Parole chiare sull’impressionante ondata di antisemitismo omicida che scuote l’Europa: è arabo, è islamico, non è europeo. Tutti, proprio tutti gli episodi di ferocia antisemita che hanno sconvolto l’Europa, l’omicidio della anziana ebrea Mireille Knoll poche settimane fa a Parigi, sempre a Parigi quello dell’anziana ebrea Sarah Halmi nel 2016, quello feroce (fu rapito e torturato a morte per giorni) del giovane ebreo Ilan Halmi, così come gli innumerevoli episodi di violenza in Francia, gli attentati antiebraici di Bruxelles e Tolosa e l’ultimo episodio di violenza contro un giovane a Berlino colpevole solo di portare la Kippah, sono opera di arabi e islamici, non di esponenti della estrema destra europea.

L'IPOCRISIA DEI MEDIA EUROPEI. Gli ebrei fuggono dalla Francia in Israele al ritmo di 6-8 mila l’anno perché perseguitati, uccisi, violentati da arabi e islamici al grido di «Allah akbar» o di «sporco giudeo», non da neonazisti nostrani. È questo il prodotto - nascosto ipocritamente - della società multietnica. Prodotto negato da chi sui media, con ciglio corrucciato, denuncia genericamente l’antisemitismo e non lo ricollega alla sua chiara, evidente, inequivocabile matrice arabo islamica. Matrice - sia chiaro - che nulla ha a che fare col conflitto israelo-palestinese, ma che riecheggia i tanti brani del Corano e soprattutto degli Hadith che definiscono gli ebrei «porci e scimmie» e che sostengono che «il giorno del Giudizio Ultimo non verrà sino a quando l’ultimo ebreo non sarà ucciso». Gli ebrei fuggono dalla Francia in Israele al ritmo di 6-8 mila l’anno perché perseguitati, uccisi, violentati da arabi e islamici al grido di «Allah akbar» o di «sporco giudeo», non da neonazisti nostrani. Questa matrice arabo-islamica e coranica dell’antisemitismo è la ragione per la quale le comunità musulmane “moderate” e i dirigenti della comunità araba nulla fanno per contrastarlo. Anzi. Riflettere su questa verità incontrovertibile è scomodo per i media e la politica europea, impone di trarre conseguenze gravi, a partire dalla presa d’alto di un antisemitismo islamico connaturato con la natura stessa del Corano, con la definizione degli ebrei come complottatori e traditori del patto stretto con Allah, più volte e chiaramente elevata dal Profeta in più versetti.

SERVE UNA RIFORMA DELL'ISLAM. Impone di riflettere con gravità prima di affermare che «l’Islam appartiene alla Germania», come ha fatto recentemente Angela Merkel in polemica con il suo ministro dell’Interno Horst Seehofer che giustamente affermava il contrario. Impone infatti di chiedere con fermezza ai musulmani di operare una lettura critica del testo coranico, di storicizzarlo, (Maometto abbandona l’ecumenismo nei confronti degli ebrei quando valuta che lo ostacolano nella guerra della Medina contro gli abitanti politeisti della Mecca). Impone insomma di affrontare di petto una enorme verità: l’antisemitismo è connaturato con la tradizione islamica e senza una riforma razionalista non ne verrà mai espulso. Ma l’Islam è incapace di tale riforma, se non in sue componenti minoritarie (per esempio, in Marocco). Beninteso, non vogliamo qui negare che esista e operi un antisemitismo europeo, potentemente presente in Polonia, in Ucraina e altrove (anche in Gran Bretagna e il laburista Corbyn ne è complice), ma questa tradizione non si esprime se non attraverso slogan o attacchi alle cose (lapidi, cimiteri ebraici, ecc…). L’antisemitismo violento, fisico, omicida in Europa è monopolio praticamente esclusivo della componente arabo islamica, anche di seconda o terza generazione. E va detto. Con forza.

L’antisemitismo arabo continua a diffondersi: “Il nostro odio per gli Ebrei è basato sulla nostra fede. Il Corano ci dice di odiarli, non di amarli”, scrive Emanuel Baroz il 18 novembre 2010 su focusonisrael.org.

Come parlano gli arabi degli ebrei.

 Abdallah Jarbù, ministro di Hamas per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10: “Gli ebrei soffrono di disordini mentali, perchè sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perchè ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo:” Troverai che gli uomini più potenti che odieranno i credenti sono Ebrei”. Possa Egli annichilire questo popolo immondo che non ha religione nè coscienza. Io condanno quei credenti che normalizzano i rapporti con loro, coloro che accettano di sedersi accanto a loro, e coloro che credono che essi sono esseri umani. Essi non sono esseri umani, non sono un popolo. Non hanno una religione, una coscienza o valori morali”.

Salam Abd Al-Qawi, clerico egiziano alla tv Al-Nas (Egitto) l’8 gennaio del 2009: “Il nostro odio per gli Ebrei è basato sulla nostra fede. Il Corano ci dice di odiarli, non di amarli”.

Un esponente religioso mussulmano in una tv araba: “Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perchè hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente”.

Muhammed Al.Kuraikhi alla tv del Qatar il 09/02/09: “Noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perchè essi sono infedeli”.

Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08: “In breve questo sono gli Ebrei. Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perchè essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte”.

Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09: “I più grandi nemici dei mussulmani – dopo Satana – sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto.

Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05: “Nel 1883, circa 150 bambini francesi, vennero assassinati in modo orribile nei sobborghi di Parigi prima della Pasqua ebraica. Recenti ricerche hanno dimostrato che li uccisero gli Ebrei per prendere il loro sangue. Questo fatto provocò rivolte a Parigi e allora il governo francese si trovò sotto pressione. Un simile incidente avvenne a Londra, dove molti bambini inglesi vennero uccisi dai rabbini”.

L’antisemitismo, malattia (infantile e senile) del mondo arabo, provoca danni non solo sul campo di gioco. Un problema di mentalità che nel vicino oriente ha generato distruzione di capitale umano, guerre costose e ossessioni ideologiche. Un editoriale di Bret Stephens, scrive il 17 Agosto 2016 Il Foglio. Venerdì, alle Olimpiadi di Rio, il judoka israeliano Or Sasson ha sconfitto l’egiziano Islam El Shehaby, il quale, dopo l’incontro, ha ignorato la mano tesa del suo avversario, guadagnandosi i fischi del pubblico. Si è venuto a sapere che El Shehaby aveva ricevuto pressioni da gruppi anti-israeliani perchè si ritirasse prima dell’incontro. Dopo molte polemiche con il Cio, la federazione egiziana di judo ha deciso di rispedire in patria il proprio atleta. In un editoriale apparso sul Wall Street Journal, Bret Stephens ha spiegato che questo gesto simboleggia l’odio cieco per gli ebrei e per Israele che pervade il mondo arabo, il quale si trova in declino anche a causa di questo atteggiamento. Stephens osserva come tale aspetto della realtà mediorientale sia spesso taciuto in analisi accademiche e articoli giornalistici. Rimane il fatto che, continua Stephens, negli ultimi 70 anni il mondo arabo, “si è liberato della sua popolazione ebraica, circa 900.000 persone, senza smettere di odiarla. Con il passare del tempo questo si è rivelato disastroso: una combinazione di capitale umano perso, guerre esageratamente costose, ossessioni ideologiche mal indirizzate e un panorama intellettuale funestato da teorie del complotto e dalla ricerca costante di un capro espiatorio. I problemi del mondo arabo sono i problemi della mentalità araba, e il nome di quei problemi è l’antisemitismo.” La relazione tra stagnazione sociale e politica e antisemitismo non è una novità recente. Nel 2005 lo storico Paul Johnson, in una ricerca per Commentary, ne dava ampi esempi. La Spagna espulse gli ebrei nel 1492, “privando la madrepatria e le colonie di una classe sociale già nota per le sue capacità finanziarie”. Nella Russia zarista le leggi antisemitiche causarono migrazioni di massa degli ebrei e “un enorme incremento della corruzione nella Pubblica amministrazione”. La Germania nazista avrebbe potuto vincere la corsa allo sviluppo di armi atomiche, “se Hitler non avesse mandato in esilio negli Stati Uniti Albert Einstein, Leo Szilard, Enrico Fermi e Edward Teller”. Questi fenomeni si sono ripetuti nel mondo arabo e, contrariamente all’immaginario popolare, precedettero la creazione dello stato di Israele. “Nel 1929 vi furono sanguinosi pogrom in Palestina, replicati in Iraq nel 1941 e in Libano nel 1945. Non è accurato accusare Gerusalemme di aizzare l’antisemitismo rifiutando di cedere territori in cambio di pace. Tra gli egiziani l’odio per Israele si affievolì appena dopo che Menechem Begin restituì il Sinai ad Anwar Sadat. Tra i palestinesi l’antisemitismo aumentò notevolmente durante gli anni del processo di pace di Oslo”. Johnson aveva definito l’antisemitismo come una malattia “altamente infettiva, endemica in certe località e società, che non rimane confinata tra le persone più deboli o meno istruite”. L’antisemitismo potrà anche essere irrazionale, ma la sua efficacia sta nel trasformare l’irrazionalità personale e istintiva, offrendole uno sbocco sistematico e politico, concludeva Johnson: “Per chi odia gli ebrei ogni crimine ha il medesimo colpevole e ciascun problema ha la stessa soluzione”. Stephens nota come sia facile cedere all’antisemitismo, semplificando la propria visione del mondo, ma condannandosi a un permanente oscurantismo. A riprova di ciò, il commentatore elenca semplici fatti: “Non esiste alcuna grande università nel mondo arabo, non vi è una seria comunità scientifica locale e la produzione letteraria è minima. Nel 2015 l’ufficio brevetti degli Stati Uniti ha registrato 3.804 brevetti da Israele, e solo 364 dall’Arabia Saudita, 56 dagli Emirati Arabi Uniti e 30 dall’Egitto”. Nonostante Israele convogli acqua in Giordania per aiutare lo stato arabo e offra intelligence all’Egitto per combattere l’Isis nel Sinai, osserva Stephens, la popolazione araba non se ne rende conto, e l’unica immagine che ha di Israele è di “soldati israeliani in tenuta antisommossa che malmenano un palestinese”. La dolorosa realtà, nota Stephens, è che “le nazioni di successo provano a emulare i propri i propri vicini. Nel mondo arabo, invece, generazione dopo generazione, si è insegnato a odiare i propri vicini”. Vi è comunque qualche speranza di cambiamento. Negli ultimi cinque anni il mondo arabo è stato costretto a confrontarsi con i propri fallimenti senza poter addossare alcuna colpa a Israele. Questo però non basta conclude Stephens: “Finché un atleta arabo non può rispondere alla cortesia di una stretta di mano da parte di un suo omologo israeliano, la malattia della mentalità araba e la sfortuna del suo mondo continueranno. Per Israele è un peccato. Per gli arabi è una calamità. Chi odia soffrirà sempre più di chi è odiato”.

Ebrei perseguitati nei Paesi arabi. L’odio precede la nascita d’Israele. Esce in libreria giovedì 15 novembre il saggio di Georges Bensoussan, «Gli ebrei del mondo arabo» (traduzione di Vanna Lucattini, Giuntina, pagine 171, euro 15). Il saggio di Bensoussan (Giuntina) riporta l’attenzione su fatti tragici che molti non vogliono affrontare. In Francia l’autore ha attirato su di sé accuse di razzismo, scrive il 12 novembre 2018 Paolo Mieli su "Il Corriere della Sera". Alcuni ebrei provenienti dai Paesi arabi in un campo di raccolta allestito in Israele. La foto risale al 1950, due anni dopo la fondazione dello Stato ebraico, nel quale affluirono molti profughi dai Paesi arabi (Jewish Agency for Israel) . Sotto l’occupazione tedesca della Tunisia (novembre 1942-maggio 1943) alcune case di ebrei furono saccheggiate e alcune donne ebree furono stuprate da musulmani. «In generale gli autori di queste violenze furono incoraggiati dai tedeschi», ha scritto Norman Stillman anche se, «temendo disordini di maggiore ampiezza, il comandante tedesco intervenne per mettere fine a quegli incidenti». Quegli «incidenti», in ogni caso, furono ricondotti — in tema di responsabilità — all’occupazione nazista. Ma lo stesso Stillman notò, non senza sorpresa che «i saccheggi di case ebraiche ad opera degli arabi furono più gravi dopo che i tedeschi si ritirarono dalla città». Proprio così: le violenze antiebraiche in Tunisia nel corso della Seconda guerra mondiale sono cresciute dopo il ritiro dei nazisti. E quando arrivarono gli Alleati, Philip Jordan, corrispondente di guerra britannico, scrisse che «tutti gli ebrei della città avevano subito saccheggi dagli arabi e che erano state rubate persino porte e finestre». Anche, se non soprattutto, dopo che i soldati con la svastica se n’erano andati. Come mai? E perché subito dopo il mondo arabo si è svuotato dei suoi ebrei nel corso di appena una generazione (1945-1970)? Tra l’altro quasi senza espulsioni palesi, eccetto l’Egitto… Perché questo strappo così rapido da una terra sulla quale gli ebrei vivevano da oltre duemila anni? Georges Bensoussan ha scritto un libro, Gli ebrei del modo arabo. L’argomento proibito, che sta per essere pubblicato da Giuntina, nel quale analizza le vessazioni a cui sono stati sottoposti gli israeliti in quell’area geografica da molto prima che esplodesse il conflitto tra Israele e i palestinesi. Gli ebrei sono stati costretti ad abbandonare quelle terre in una misura davvero rimarchevole: se ne dovettero andare novecentomila persone nel secondo dopoguerra, nell’arco di poco più di due decenni. Un esodo che, secondo Bensoussan, «mise fine ad una civiltà bimillenaria, anteriore all’Islam e all’arrivo dei conquistatori arabi». Come è potuto accadere? «Più del sionismo e della nascita dello Stato di Israele», risponde l’autore, «sono stati l’emancipazione degli ebrei attraverso l’istruzione scolastica e l’incontro con l’Occidente dei Lumi a provocarne la scomparsa in quei Paesi, quindi il loro riscatto, un evento inconcepibile per l’immaginario di un mondo in cui la sottomissione dell’ebreo aveva finito per costituire una pietra angolare». Generalmente, scrive Bensoussan, «ci dicono che le società ebraiche d’Oriente sarebbero declinate con il conflitto arabo-israeliano e che l’antigiudaismo arabo sarebbe una ricaduta del conflitto palestinese». Ma «questa tesi è smentita da moltissimi testimoni occidentali riguardo agli anni 1890-1940, siano essi amministratori coloniali, militari, medici, giornalisti o viaggiatori». Tutti raccontano «della virulenza di un sentimento antiebraico, ad ogni evidenza variabile a seconda delle regioni e dei periodi, senza connessione alcuna con la questione palestinese».

Nato in Marocco nel 1952, lo storico francese Georges Bensoussan è autore di molti studi sulla Shoah, l’antisemitismo e il sionismo, tradotti anche in Italia. Bensoussan è uno storico francese ebreo nato nel 1952 in Marocco. Timido, ha sempre scelto di starsene in disparte. Non ha mai amato il palcoscenico letterario. Fino al 2015 non godeva, anzi, di grande notorietà, nonostante avesse scritto diversi libri, avesse ricevuto importanti premi, fosse stato nominato direttore editoriale del Mémorial de la Shoah. Che cosa è allora che lo ha portato alla ribalta nel 2015 quando aveva 63 anni? Nel corso di una trasmissione radiofonica su France2, Répliques, gli sfuggirono (o forse le pronunciò intenzionalmente) le seguenti parole: «Il sociologo algerino Smaïn Laacher, con grande coraggio, ha detto che nelle famiglie arabe in Francia — è risaputo ma nessuno vuole dirlo — l’antisemitismo arriva con il latte materno». Era la citazione di un ragionamento altrui, anche se ad ogni evidenza Bensoussan lo condivideva nel merito. Comunque sarebbe passata inosservata se non fosse sceso in campo il «Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli», accusando lo storico d’aver fatto sue «parole antiarabe e razziste» per di più «in un servizio pubblico». Il Movimento chiese alla radio nonché ai responsabili del Mémorial di prendere le distanze da Bensoussan, e lo trascinò per ben due volte in giudizio. Radio e Mémorial lo misero in quarantena assai prima della sentenza definitiva e pochi solidarizzarono con Bensoussan: tra questi meritano di essere ricordati Pierre Nora, Alain Finkielkraut e, dall’Algeria, Boualem Sansal. Dopodiché la sua vita fu praticamente distrutta. Infine nel 2018 è arrivata la definitiva assoluzione, ma ormai sarebbe stato difficile per lui recuperare una qualche serenità. Ma, con ostinazione, Bensoussan ha continuato a studiare le condizioni in cui gli ebrei vivevano nel mondo arabo quando lo Stato di Israele non era ancora neanche all’orizzonte. Mettendo in evidenza anche i (pochi) caratteri positivi di quella coabitazione con il mondo musulmano. In un quadro per il resto agghiacciante. All’inizio del XVI secolo il frate francescano Francesco Suriano descriveva con queste parole la vita degli israeliti in Palestina: «Questi cani, gli ebrei, sono calpestati, picchiati e tormentati come meritano. Vivono in questo Paese in una condizione di sottomissione che le parole non possono descrivere. È una cosa istruttiva vedere che a Gerusalemme Dio li punisce più che in ogni altra parte del mondo. Ho visto questo luogo per lungo tempo. Essi sono anche uno contro l’altro e si odiano, mentre i musulmani li trattano come cani… Il più grande obbrobrio per un individuo è di essere trattato da ebreo». E ancora: «Ovunque — scrive nel 1790 l’inglese William Lemprière a proposito degli ebrei di Marrakech — sono trattati come esseri di una classe inferiore alla nostra. In nessuna parte del mondo li si opprime come in Berberia… Malgrado tutti i servigi che gli ebrei rendono ai mori, essi sono trattati con più durezza di quanto farebbero con i loro animali». La stessa immagine che usa l’abate francese Léon Godard nel 1857, di ritorno da un viaggio: «Gli ebrei in Marocco sono considerati tra gli animali immondi… La tolleranza dei prìncipi musulmani consiste nel lasciare vivere gli ebrei come si lascia vivere un gregge di animali utili». «Se un musulmano li colpisce», prosegue Godard, agli ebrei «è proibito, pena la morte, di difendersi eccetto che con la fuga o con la destrezza». A ridosso della Seconda guerra mondiale, il Marocco fu relativamente al riparo dalle esplosioni di violenza antiebraica. Molto relativamente. Nel Maghreb, qualcuno sostiene, la popolazione musulmana non avrebbe gioito per le misure antiebraiche promulgate da Vichy. Avrebbero perfino manifestato solidarietà nei confronti dei perseguitati. Ma secondo Bensoussan (e con lui, adesso, la maggioranza degli storici) «la popolazione musulmana tutt’al più rimase indifferente». In Tunisia (finché fu una colonia) le autorità francesi fingevano di non vedere le persecuzioni antiebraiche per evitare di affrontare la maggioranza araba. Lo stesso accadde in Marocco dopo i pogrom di Oujda e Jérada (giugno 1948): le stesse autorità francesi raccomandarono a quelle locali «di usare indulgenza» (nei confronti dei responsabili degli atti antiebraici) al fine di «evitare ogni esplosione di violenza da parte araba». E nel secondo dopoguerra dopo la nascita dello Stato di Israele (1948)? Ad eccezione dell’Egitto, sostiene lo storico, non ci sono state praticamente espulsioni di ebrei dal mondo arabo. E la Tunisia è stato il Paese più tollerante. Qui la Costituzione del 1956 assicurava che gli ebrei erano cittadini come gli altri e potevano «esercitare qualsiasi professione». Tuttavia «dovevano sempre aspettare più degli altri le necessarie autorizzazioni amministrative» e, per così dire, «elargire più bustarelle». Anche sotto la guida del presidente Bourghiba, gli ebrei furono a poco a poco estromessi dai posti più importanti («eccetto che al Ministero dell’Economia dove non c’erano musulmani competenti per rimpiazzarli»).

Nel 1960 gli ebrei rappresentavano ancora il 14% della popolazione di Tunisi, ma nel Consiglio comunale della capitale ce n’erano solo due su sessanta membri (il 3%). Poi venne la «guerra dei Sei giorni» (1967) e per gli israeliti furono dolori. Scriveva — in una lettera del 7 giugno 1967 a Georges Canguilhem — Michel Foucault che all’epoca insegnava all’università di Tunisi: «Qui lunedì scorso c’è stata una giornata (una mezza giornata) di pogrom. È stato molto più grave di quanto abbia detto “Le Monde”, una cinquantina buona di incendi. Centocinquanta o duecento negozi — ovviamente i più miserevoli — saccheggiati, lo spettacolo della sinagoga sventrata, i tappeti trascinati per strada, calpestati e bruciati, gente che correva per le strade si è rifugiata in un edificio al quale la folla voleva dar fuoco. E poi il silenzio, le saracinesche abbassate, nessuno o quasi nel quartiere, i bambini che giocavano con le suppellettili rotte… Quanto successo appariva manifestamente organizzato… Se poi a questo si aggiunge che gli studenti, per “essere di sinistra” hanno dato mano (e un po’ di più) a tutto questo, si è abbastanza tristi. E ci si domanda per quale strana astuzia (o stupidità) della storia il marxismo ha potuto dare occasione (e vocabolario) a tutto ciò».

Al Cairo, nel 1927, dall’oggi al domani, la legge egiziana chiude agli ebrei l’accesso agli impieghi pubblici. Qui nel 1950 (ben diciassette anni prima di quel che si sarebbe venuto a creare dopo la guerra dei Sei giorni), Sayyd Qutb, successore di Hassan el-Banna a capo dei Fratelli musulmani, pubblicò un manifesto, La nostra battaglia contro gli ebrei, che conteneva parole inquietanti. «Gli ebrei», si poteva leggere in questo testo, «hanno ricominciato a fare il male… Allah inviò loro Hitler per dominarli; poi la nascita di Israele ha fatto provare agli arabi, i proprietari della terra, il sapore della tristezza e della sofferenza».

In Siria dopo il 1945 imperversa una violenza antiebraica che spinge la maggior parte dei 15 mila ebrei del Paese ad andarsene; tutte persone che sono poi scomparse da ogni «memoria ufficiale». Nei confronti degli ebrei rimasti si ebbero attentati come la bomba che colpì un’istituzione ebraica a Damasco nel 1948, e le altre che nel corso dell’estate di quello stesso anno, uccisero decine di israeliti. Analoghe violenze si ebbero in Yemen. In Libia rimasero solo cinquemila ebrei su trentacinquemila e questa minoranza «fu progressivamente spinta a partire, strangolata socialmente e assoggettata a un clima di paura». A Tripoli nel 1961 la legge stabilì che a ogni ebreo che intrattenesse «rapporti ufficiali o professionali» con Israele (vale a dire, per la maggior parte dei casi, con i loro connazionali trasferitisi nello Stato ebraico) sarebbero stati confiscati i beni.

Ma perché di tutto questo si comincia a parlare in modo esplicito soltanto adesso? La storia degli ebrei del mondo arabo, risponde Bensoussan «è stata a lungo confiscata». Il più delle volte è stata scritta da degli ebrei di corte ed è per questo che solo recentemente si è emancipata dalla visione irenica di un tempo. A lungo il racconto ufficiale illustrava un universo sereno di un “mondo che abbiamo perduto”, una visione storica unita a un pensiero consolatore, «tanto grande era il dolore di mettere a nudo una vita da dominato». Più si scendeva in basso nella scala sociale e «più la memoria ebraica diventava dolorosa», mentre coloro che coltivavano una memoria felice, «il più sovente provenivano da ambienti agiati, dove i contatti con il popolino musulmano erano generalmente limitati al personale di servizio». Accade così, conclude lo studioso, che «scrivere la storia degli ebrei dell’Oriente arabo mette a nudo i rapporti di servitù mascherati da racconti folcloristici». Una complicazione che ha fin qui impedito di raccontare la vera storia degli ebrei nel mondo arabo.

Bibliografia. Un testo di grande rilievo per quanto riguarda i temi trattati da Georges Bensoussan è lo studio di Bernard Lewis Gli ebrei nel mondo islamico (traduzione di Silvia Bemporad Servi, Sansoni, 1991). Riguarda invece un caso specifico, quello della Libia, il saggio di Renzo De Felice Ebrei in un Paese arabo (il Mulino, 1978). L’esperienza personale del filosofo Michel Foucault è riferita dal suo amico Paul Veyne nel libro Foucault, il pensiero e l’uomo (traduzione di Laura Xella, Garzanti, 2010). Da segnalare anche il saggio di Marcel Gauchet Il disincanto del mondo (traduzione di Augusto Comba, Einaudi, 1992) e le memorie dello storico ebreo Saul Friedländer A poco a poco il ricordo (traduzione di Natalia Ginzburg, Einaudi, 1990).

EI FU…PADRE PIO.

50 anni fa moriva Padre Pio, il frate con le stigmate. La notte del 23 settembre 1968 si spegneva a san Giovanni Rotondo uno dei religiosi più venerati al mondo. Fu osteggiato da parte della Chiesa. È Santo dal 2002, scrive Edoardo Frittoli il 21 settembre 2018 su "Panorama". Quella di Padre Pio da Pietrelcina (oggi San Pio) è una delle più importanti storie di devozione collettiva della storia della Chiesa cattolica. Il suo carisma e la sua presenza nella vita dei fedeli italiani e nel mondo è tuttora fortissimo a 50 anni dalla morte, avvenuta alle prime ore del mattino del 23 settembre 1968. Ripercorriamo le tappe principali della sua vita, dalla vocazione alle stigmate, dalle alterne fortune nei confronti della Chiesa e delle istituzioni ai fenomeni miracolosi che ne hanno costituito l'immensa fama.

La fame e la Fede: dall'infanzia a Pietrelcina al convento. E' uno scenario di fame e povertà quello del piccolo paese di Pietrelcina nel cuore della campagna beneventana quando Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nasce il 25 maggio 1887. La famiglia del futuro Santo è umilissima e religiosissima, dedita ad una devozione fervente e molto orientata ai riti collettivi delle società rurali arcaiche. Sarà l'incontro ed il dialogo con un frate cappuccino del convento di Pietrelcina, oltre all'influenza della madre Maria Giuseppa (devota a San Francesco), ad indirizzare la scelta incondizionata del figlio verso la vita monastica. Per poter pagare gli studi al figlio, il padre Grazio emigrò negli Stati Uniti, permettendo al giovane Francesco di entrare in seminario a Morcone nel Matese all'inizio del 1903. Il periodo al convento dei frati cappuccini fu caratterizzato dalla ricorrenza di sogni premonitori e visioni che avrebbero anticipato la perenne lotta contro il male, i cui segni si sarebbero presto palesati nel fisico di Frà Pio, che sin dalla tenera età fu tormentato da una grave forma di tubercolosi, patologia dovuta alle privazioni e alle cattive condizioni sanitarie del mondo contadino campano all'inizio del secolo XX. Ordinato sacerdote sette anni più tardi, nel 1910, iniziò per il frate un periodo di malattia che più volte lo mise a rischio della vita. Costretto a rientrare a Pietrelcina, ebbe spesso visioni durante gli accessi di febbre altissima e i primi segni dolorosi delle stigmate a mani e piedi, per quanto ancora invisibili. Nel 1915 sarà chiamato alle armi nel Corpo di sanità a Napoli, ma congedato dopo numerose visite per la grave patologia polmonare in corso. Nel 1916 è assegnato al convento di San Giovanni Rotondo nel Gargano, da dove non si muoverà più sino alla morte.

Le stimmate, i dubbi della Chiesa, l'ascesa del fascismo. Il dolore sofferto negli anni precedenti e l'immedesimazione nella Passione e nel Crocifisso si manifestarono nel fisico di Padre Pio la mattina del 20 settembre 1918, durante uno dei periodi di maggiore sofferenza per l'Italia decimata dalla guerra e dalla furia dell'influenza spagnola. Il francescano fu trovato esanime nella sua cella dai frati cappuccini, le mani i piedi ed il costato grondanti sangue. La seconda vita di Padre Pio, segnata dall'apparizione delle stigmate e dal continuo manifestarsi di visioni e prodigi. Presto il frate di Pietrelcina divenne famoso, e cominciò a ricevere la visita di migliaia di fedeli che attendevano presso il convento di San Giovanni Rotondo la confessione del "frate con le stigmate". Il fenomeno non tardò ad attirare l'attenzione delle gerarchie ecclesiastiche sotto il pontificato di Papa Pio XI negli anni che precedettero il Concordato. In particolare modo fu quella élite in seno alla Chiesa più vicina all'approccio razionalista e scientifico ad esercitare il dubbio sull'autenticità dei prodigi dell'umile e ruvido frate del Gargano. Il più illustre rappresentante di questa corrente fu Padre Agostino Gemelli (il fondatore dell'Università Cattolica di Milano). Con lui si mossero anche il Vescovo di Manfredonia Andrea Cesarano, una delle figure più ostili al frate campano. Prima ancora dell'azione del Sant' Uffizio lo stesso Gemelli si recò a san Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio nell'aprile 1920, ma gli fu impedito di esaminare le stigmate ricevute due anni prima. Sarà nominata anche una commissione mista composta da un medico, uno psichiatra e un teologo al fine di investigare su un fenomeno di venerazione che, negli anni del primo dopoguerra, stava diventando un evento di massa. Alla fine del processo istruttorio, il Sant'Uffizio ritenne la relazione di Padre Gemelli la più attendibile. Un giudizio, quello del medico e teologo, tra i più spietati nei confronti di Padre Pio: il fenomeno delle stigmate veniva ricondotto ad una forma di isterismo psicosomatico. Recentemente, sulla base di studi effettuati su materiali d'archivio conservati in Vaticano, parte della storiografia ha ridimensionato il ruolo di Padre Gemelli come persecutore di Padre Pio, relegandolo ad una posizione marginale nella vicenda. Contemporaneamente all'azione investigativa degli organi ecclesiastici, approvata da un Pio XI da sempre scettico, si verificò nel paese di san Giovanni Rotondo un grave fatto di sangue che sarà all'origine dei sospetti di clericofascismo a carico di Padre Pio. La vittoria dei Socialisti alle elezioni comunali fu all'origine di scontri tra manifestanti e Carabinieri, i quali volevano impedire ai vincitori di issare la bandiera rossa sul pennacchio del Municipio. La situazione degenerò in uno scontro a fuoco nel quale persero la vita 13 civili ed un Carabiniere. Secondo gli accusatori del frate di Pietrelcina (tra i quali lo storico torinese Sergio Luzzatto) i disordini sarebbero nati a causa dell'azione provocatoria di un gruppo di ex combattenti locali, i cosiddetti "Arditi di Cristo", con i quali il frate dei miracoli avrebbe intrattenuto rapporti per tramite del segretario della locale Associazione Mutilati ed Ex Combattenti. L'ascesa del fascismo non fermò, almeno nei primi anni del regime, l'azione coercitiva dell'autorità ecclesiastica nei confronti di Padre Pio, in quegli anni già meta di incessanti pellegrinaggi alimentati dal perdurare delle manifestazioni miracolose del frate come estasi, transverberazioni, preveggenza. L'ombra gettata dal Vaticano sl convento di San Giovanni Rotondo si spingerà fino al divieto per Padre Pio di officiare la Messa in pubblico, limitando al massimo i contatti con i devoti. Durante la lunga fase investigativa emergeranno quelle che saranno forse le più gravi accuse nei confronti della veridicità delle stigmate. In particolare la confidenza raccolta dal farmacista di San Giovanni Rotondo, che avrebbe rivelato di avere venduto dietro promessa di segretezza numerosi flaconi contenenti acido fenico, dalle note caratteristiche anticoagulanti. Una relazione medica svolta nel periodo indicò anche la possibile presenza attorno alle ferite di Padre Pio di tracce di tintura di iodio che, in caso di applicazione prolungata nel tempo, risulterebbe fortemente caustica. Riguardo al fenomeno dei segni del Crocifisso, la scienza medica si dividerà sulla questione, poichè i difensori della veridicità del fenomeno sostengono la ragione che 50 anni di ferite auto-inferte avrebbero portato ad una grave insufficienza funzionale degli arti, cosa non evidente nell'anamnesi su Padre Pio. La sempre crescente popolarità di Padre Pio al di fuori delle mura del convento del Gargano fece progressivamente allentare la morsa alle autorità fasciste, che vedevano nella accanita difesa del frate da parte della massa dei fedeli un grave turbamento dell'ordine pubblico negli anni della cosiddetta "normalizzazione" del regime. Nel 1933 tutte le restrizioni saranno abolite, e Padre Pio riabilitato nella sua piena funzione. Sei anni più tardi veniva eletto Pontefice Eugenio Pacelli (Papa Pio XII) e l'atteggiamento del Vaticano ebbe un totale cambio di rotta essendo il nuovo Papa un estimatore del frate di Pietrelcina.

Storia del "frate che vola". Gli anni della guerra. Quando l'Italia entrò in guerra Padre Pio era ormai venerato e visitato anche da personalità di primissimo piano come Maria José di Savoia o la famiglia reale del Belgio, mentre le terribili privazioni e sofferenze si abbattevano sull'Italia e sul Gargano così come le bombe alleate. Proprio i bombardamenti aerei saranno protagonisti di uno dei più incredibili prodigi attribuiti a Padre Pio. Durante la prima fase dell'occupazione alleata gli Americani del 464th Bomb Group avevano occupato l'aeroporto di Pantanella (Foggia). Al ritorno da diverse missioni nei cieli del Sud Italia, gli aviatori raccontarono di un fenomeno ricorrente vissuto collettivamente nel cielo sopra San Giovanni Rotondo. Gli avieri dissero che, giunti sopra la cittadina pugliese, videro apparire in cielo la figura di un frate barbuto con le braccia aperte e le mani segnate dalle stigmate. Poco dopo la visione, gli aerei avrebbero invertito la rotta da soli e sganciato le bombe in aperta campagna. In quei mesi era presente uno dei più alti ufficiali della 15th Air Force, il Generale Nathan Twining. Venuto a conoscenza dell'incredibile fenomeno il Generale volle investigare di persona prendendo parte ad una missione che aveva per obiettivo un deposito di munizioni proprio nei pressi di San Giovanni Rotondo. Giunti in formazione a poca distanza dal bersaglio, Twining raccontò di aver visto con i suoi occhi il frate con le stigmate fluttuare nel cielo. Dopo la fine della guerra il Generale si recò in visita al monastero di San Giovanni Rotondo e riconobbe in Padre Pio il frate volante. Accolto con sarcasmo dal francescano, che lo accolse sogghignando con la frase "tu sei dunque quello che voleva eliminarci tutti!" il Generale Twining rimase da allora amico del futuro Santo.

Gli anni '50 e gli anni '60. L'apoteosi di Padre Pio e le nuove accuse. La fama di Padre Pio ebbe un'impennata decisiva negli anni del dopoguerra e del "boom" economico. Amplificata dalla larga diffusione dei mass media negli anni '50, la figura del frate di Pietrelcina fu celebrata oltre che per i miracoli ed i prodigi, anche per la realizzazione di un grande centro di assistenza fortemente desiderato dal frate che provò malattia, dolore e miseria negli anni della sua gioventù. Il 5 maggio 1956 fu inaugurata a San Giovanni Rotondo la "Casa Sollievo della Sofferenza", un centro ospedaliero polispecialistico ad oggi fiore all'occhiello della Sanità italiana ed europea. Durante la prima metà degli anni '50 l'attività spirituale del Frate di Pietrelcina raggiunse l'apice, con l'organizzazione dei cosiddetti "Gruppi di Preghiera" a lui dedicati, che a partire dall'Anno Santo 1950 si diffusero capillarmente. Quando la gloria di Padre Pio fu universale, la morte di Papa Pio XII segnò un nuovo periodo di ostilità da parte delle gerarchie ecclesiastiche e del nuovo pontefice Giovanni XXIII, che non esiterà a definire Padre Pio un "Idolo di Stoppa". Nel 1960 il Sant'Uffizio richiese nuovamente una relazione su quanto accadeva a San Giovanni Rotondo, dopo che nel dossier erano state aggiunte prove giudicate "compromettenti" come alcune registrazioni di presunti rapporti fisici tra il frate e le "pie donne" a lui più vicine nelle funzioni quotidiane. Monsignor Carlo Maccari interrogò Padre Pio nell'estate 1960 e con lui quanti ebbero stretti rapporti personali con il frate dei miracoli. La relazione presentata al Sant'Uffizio fu assolutamente negativa e al rapporto seguiranno dure misure restrittive soprattutto riguardo alle apparizioni pubbliche di Padre Pio, alla mancata osservazione regole monastiche, alla riduzione dell'orario delle Messe officiate dal frate di Pietrelcina fino alla revoca delle azioni della "Casa Sollievo della Sofferenza" che verranno passate allo Ior, la banca vaticana. La decisione del Vaticano provocò dure forme di protesta nella massa dei fedeli e l'organizzazione di manifestazioni di piazza. L'isolamento di Padre Pio terminò con la repentina morte di Papa Roncalli, sostituito dall'ex Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (Paolo VI), che ebbe occasione di incontrare Padre Pio e dimostrare stima e riguardo nei confronti della sua figura. Nel 1964 le restrizioni furono tolte e Padre Pio poté ritornare in mezzo alla massa di fedeli che ogni giorno si recava a San Giovanni Rotondo per confessarsi.

Morte di Padre Pio. Nonostante la relativa tranquillità degli ultimi anni della vita di Padre Pio, la sua figura non sarà mai abbandonata dai sospetti di impostura che lo accompagnarono per gran parte della prodigiosa vita. Parallelamente peggiorò il suo quadro clinico, da sempre caratterizzato da una salute decisamente precaria. Non presenziò neppure alla Messa solenne in onore del cinquantesimo anniversario dell'apparizione delle stigmate e il 22 settembre 1968 fu colto da grave insufficienza respiratoria causata da una forma di asma bronchiale acuto. L'ultima apparizione in pubblico avvenne quella stessa domenica, quando stravolto nel fisico e con un filo di voce, intonò la Praefatio prima di collassare sull'altare. Confortato dalla presenza al capezzale di Padre Pellegrino da Sant'Elia, Padre Pio esalò l'ultimo respiro seduto sulla poltrona nella sua cella alle 2:30 del mattino del 23 settembre 1968.

I miracoli prima e dopo la morte. Alle esequie a San Giovanni Rotondo parteciparono più di 100.000 fedeli, mentre nei giorni dell'ostensione del corpo le stimmate erano sparite dalle mani e dai piedi del frate. La fine della vita terrena di Francesco Forgione non sarà tuttavia motivo di obliò nel culto del francescano dei prodigi. Molti saranno infatti i fedeli a ritenersi miracolati dopo la preghiera rivolta al futuro San Pio. Impossibile elencare tutti i casi, dalle guarigioni alla salvezza da pericoli mortali (come nel caso di numerosi soldati durante la guerra) fino alla preveggenza, alla capacità di "leggere nel cuore" e ad una straordinaria ipertermia corporea nelle fasi di estasi. Molti di questi fenomeni sono rimasti nella storia, in particolare nei frangenti in cui la scienza medica ha evitato di pronunciarsi. E' questo il caso di una bambina siciliana nata senza pupille nel 1940 alla quale fu ridonata la vista dopo la guerra in occasione dell'incontro con Padre Pio. Tra le testimonianze sull'attività soprannaturale del frate, molte si concentrano sulla facoltà di bilocazione, ossia di apparire in luoghi molto lontani da San Giovanni Rotondo. Uno dei casi più famosi è certamente quello vissuto e raccontato dal Beato Don Orione, il quale sostenne di aver incontrato Padre Pio in San Pietro in occasione della cerimonia di beatificazione di Santa Teresa di Lisieux mentre il frate si trovava fisicamente nel convento di san Giovanni Rotondo. Non mancheranno nella lunga lista dei fenomeni legati all'ubiquità di Padre Pio testimonianze illustri come quella del Generale Luigi Cadorna, che avrebbe tentato il suicidio in seguito alla disfatta di Caporetto. Quando il comandante supremo fu sul punto di premere il grilletto gli sarebbe apparso un frate che con parole suadenti lo avrebbe convinto a desistere. Anni dopo Cadorna sarebbe andato in visita a Padre Pio, che lo accolse con la consueta semplice ironia che lo contraddistingueva, esclamando "L'abbiamo scampata bella quella notte, Generale!".

Da frate a Santo. Giovanni Paolo II e la canonizzazione di Padre Pio. Karol Wojtyla incontrò personalmente Padre Pio nel 1948, anno del trentennale dell'apparizione delle stigmate. Il futuro Papa (che si racconta ebbe la preveggenza del frate di Pietrelcina sulla sua elezione e sull'attentato) fu uno dei massimi estimatori del frate dei miracoli. Nel 1974 visitò la sua tomba quando era Arcivescovo di Cracovia, subito dopo aver introdotto la causa di beatificazione. La visita si ripeterà nel 1987 per il disappunto di buona parte delle gerarchie ecclesiastiche, nella anno in cui da San Giovanni Rotondo erano passati più di un milione di fedeli a quasi 20 anni dalla morte di Padre Pio. I gruppi di preghiera durante gli anni '90 supereranno i 2.500 in tutto il mondo. Un fenomeno di devozione collettiva incrollabile, che porterà prima alla cerimonia di beatificazione il 2 maggio 1999 e infine alla canonizzazione del 16 giugno 2002, per la quale fu decisivo il riconoscimento del miracolo della guarigione di un bambino di San Giovanni Rotondo, Matteo Pio Colella, i cui sintomi di una fatale forma di meningite batterica fulminante. Il piccolo miracolato avrebbe riconosciuto in Padre Pio la figura del frate barbuto che venne a visitarlo e rassicurarlo durante il coma.

I TESTIMONI DI GEOVA.

Testimoni di Geova. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. I Testimoni di Geova sono un movimento religioso cristiano, teocratico, millenarista e restaurazionista; originariamente denominati "Studenti Biblici", derivano dalla congregazione di un gruppo di studenti della Bibbia fondata nel 1870 in Pennsylvania da Charles Taze Russell, e sostengono di praticare il ripristinato cristianesimo del I secolo. Secondo il rapporto del Corpo direttivo, al 2017, sono 8.457.107 i testimoni di Geova attivi in tutto il mondo.

Denominazione. In origine i testimoni di Geova erano noti come Studenti Biblici. Il nome attuale fu adottato ufficialmente il 26 luglio 1931 all'assemblea svoltasi a Columbus, durante la quale Joseph Franklin Rutherford, secondo presidente della Watchtower Society, pronunciò il discorso Il regno, la speranza per il mondo, con l'accettazione della risoluzione Un nuovo nome, nella quale si dichiarava: "Desideriamo essere conosciuti e chiamati con il nome, cioè, testimoni di Geova". La scelta di quel nome si ispirava a Isaia 43.10, passo che, nella traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture edizione 2017, recita: «"Voi siete i miei testimoni", dichiara Geova, "...Prima di me non è stato formato nessun Dio, e dopo di me non ce n'è stato nessuno".» Il nome "Geova" è la resa italiana del tetragramma biblico, la sequenza di lettere che compongono il nome del dio giudaico-cristiano, con l'aggiunta delle vocali di "Adonai". Occorre precisare che la corretta pronuncia del nome di Dio (יהוה, YHWH), contenuto nel solo testo ebraico 6.827 volte, nel corso dei secoli è andata perduta. La ragione di ciò va individuata nell'atteggiamento degli scribi e dei Masoreti, i quali temevano che l'uso del nome proprio di Dio comportasse la violazione del divieto biblico di nominare il nome di Dio invano; pertanto evitarono di utilizzarlo, sostituendolo con il termine "Signore". Il nome Geova d'altronde, pur vantando un uso addirittura antecedente alla fondazione del movimento dei Testimoni di Geova ad esempio presso i teologi medioevali non rappresenta neppure per i testimoni l'esatta pronuncia del nome di Dio. Questi affermano che il non conoscere la giusta vocalizzazione del nome divino non autorizza a non usarlo. Per essi l'uso del nome di Dio ha valenza teologica per identificare e santificare il Dio della Bibbia; l'importante per loro è che tale nome sia usato e conosciuto nella propria lingua e per questo accettano l'uso del termine "Geova".

Storia. Fondazione e crescita. Il Movimento Studenti della Bibbia è stato fondato da Charles Taze Russell nel 870 in Pennsylvania. Russell formò con pochi conoscenti di Pittsburgh e di Allegheny, fra cui il padre, un gruppo di studio della Bibbia, i cui membri vennero chiamati in seguito Studenti Biblici. L'inizio del movimento seguì ad un periodo di crisi spirituale di Russell, il quale era stato educato alla religione presbiteriana dai genitori, ma si era unito successivamente alla Chiesa congregazionalista. Egli, non riuscendo a conciliare l'insegnamento del tormento eterno predicato da tutte le chiese dell'epoca con la descrizione della Bibbia di un Dio amorevole, stava perdendo la fede. Una predica di Jonas Wendell, ministro della Chiesa cristiana avventista di George Storrs, lo aiutò a superare tale crisi, ristabilendo in lui la fede nell'ispirazione divina della Bibbia. Convinto della necessità di studiare la Bibbia in quanto unica fonte riportante la parola di Dio, e convinto che nessuna delle religioni esistenti fosse depositaria della verità, ma che ognuna fosse partecipe di una sua parte, nel 1870 fondò il movimento da cui sarebbero derivati gli attuali Testimoni di Geova, adottando la Bibbia come unico libro di testo per le loro credenze. Russel collaborò con l'avventista Nelson H. Barbour, direttore della rivista Herald of the Morning di Rochester e membro della Chiesa cristiana avventista di George Storrs, che finanziò, in qualità di condirettore per via di alcune comunanze di vedute religiose, nella pubblicazione del libro Three Worlds, and the Harvest of This World[34] nel quale si esponeva un dettagliato parallelo tra le forme di governo succedutesi a Roma nel corso dei secoli e quanto riportato nelle profezie bibliche degli ultimi tempi. Nel luglio 1879, a seguito di disaccordi dottrinali sul riscatto di Cristo, si dissociò e fondò una propria rivista, la Zion's Watch Tower and herald of Christ's presence (in italiano La Torre di Guardia di Sion ed araldo della presenza di Cristo), iniziando un'opera di divulgazione delle sue dottrine che ebbe eco anche in Canada ed in Inghilterra. Russell ne fu direttore ed editore e fu aiutato da cinque collaboratori. Del primo numero furono stampate 6000 copie. Nel 1884 fondò una società per la pubblicazione dei suoi scritti, la Zion's Watch Tower Tract Society (Società del libro della Torre di Guardia di Sion), in conformità alla legge sugli enti non lucrativi del Commonwealth di Pennsylvania e, nel 1914, la International Bible Students Association. Russel fu presidente della società, la moglie ne fu segretaria; ad essi si aggiunsero un vice presidente e 7 direttori. Verso la fine degli anni novanta del XIX secolo l'attività di evangelizzazione e di promozione della congregazione iniziò ad essere perseguita anche attraverso assemblee pubbliche, mentre dall'inizio del XX secolo ebbe eco anche su molti quotidiani americani, canadesi ed inglesi del tempo, che pubblicarono regolarmente i sermoni di Russell. Secondo le fonti ufficiali del movimento nel 1913, tramite 2000 giornali, i sermoni di Russell raggiunsero quindici milioni di lettori. In poco tempo, come rileva anche il CESNUR, Russell diventò uno dei più noti predicatori degli Stati Uniti. Nel 1912 gli studenti biblici produssero un film chiamato "Fotodramma della Creazione", un insieme di diapositive e filmati sincronizzati con registrazioni musicali e discorsi incisi su dischi. Nel gennaio 1914 ne venne presentata la prima a New York e, secondo le fonti dei testimoni, fu visto gratuitamente da circa 9.000.000 di persone. Alla morte di Russell, avvenuta nel 1916, gli succedette alla presidenza della Società Torre di Guardia il giudice Joseph Franklin Rutherford. Rutherford rilanciò le profezie bibliche in cui credeva Russell, quindi riorganizzò gli studenti biblici per un'opera di predicazione mondiale.

Dopo la morte del fondatore. Dopo la morte di Russell l'organizzazione divenne sempre più teocratica e basata sulla nozione di ubbidienza alla volontà di Dio e sul fervore missionario. Nel corso degli anni venti le innovazioni introdotte da Rutherford provocarono la separazione dal movimento di alcuni gruppi, tra cui la Chiesa del Regno di Dio (conosciuta in alcuni paesi come Assemblea Filantropica degli Amici dell'Uomo), la Chiesa cristiana millenarista e la Dawn Bible Students Association. Alcune delle innovazioni erano legate alla predicazione di casa in casa, che con Rutherford divenne requisito fondamentale per ogni appartenente del gruppo compresi gli anziani, ovvero coloro i quali avevano compiti di responsabilità all'interno della comunità. Nel 1921 gli Studenti Biblici, attraverso le pubblicazioni Watch Tower, presentarono in modo negativo le vaccinazioni. Solo il 1º novembre 1953 la Torre di Guardia si espresse sull'argomento, spiegando che la decisione di vaccinarsi è una questione personale e non religiosa. Il fatto che le vaccinazioni fossero di fatto proibite negli anni venti del secolo scorso è ancora oggetto di discussioni al di fuori del movimento. Nel 1925 Rutherford pubblicò il libro Milioni ora viventi non moriranno mai[45]: in esso esponeva 477 prove, tratte da personali interpretazioni della Bibbia e della storia, sulla base delle quali sosteneva che il mondo sarebbe presto finito e che a molti in vita in quell'anno sarebbe stata offerta l'opportunità di non morire, ma di entrare nel pacifico governo di Geova. Rutherford narrava l'imminente risurrezione dei fedeli dell'antichità, come Abramo, Giuseppe e Davide, che sarebbero stati "principi in tutta la terra". Per fornire un degno alloggio ai patriarchi della fede cristiana, Rutherford donò nel 1930 alla WTBTS Beth Sarim, la villa di San Diego dove passava l'inverno, mantenendone l'usufrutto. L'idea dell'imminente resurrezione dei "principi" venne modificata nel 1950, a partire dal quale i Testimoni ritengono che queste persone saranno risuscitate dopo "Har-maghedon", il giudizio finale di Dio. Tra il 1926 ed il 1927 i testimoni di Geova abbandonarono il formale abito scuro da cerimonia con cui fino ad allora gli oratori della congregazione tenevano discorsi pubblici. Nel 1927 sulla base dell'interpretazione del testo biblico di Levitico 3:17 ed Atti 15:20,29, iniziarono un percorso esegetico che nel 1945 li porterà a definire la propria posizione di rifiuto del sangue sia come cibo infatti non mangiano sanguinacci o cibi preparati con il sangue animale sostenendo che questo era il rifiuto dei cristiani del I secolo come fa rilevare Tertulliano nel suo Apologetico e Marco Minucio Felice in Ottavio, sia nelle trasfusioni. Dal 1928 cessarono di festeggiare il Natale, ritenuto festa pagana, in quanto derivante dalla festa di Saturno, di Mitra e del Sol Invictus, e ritenuto non indicante il giorno esatto della nascita di Gesù. Allo stesso modo anche i compleanni non furono più osservati. Fu inoltre messo in discussione il simbolo con "croce e corona", che era stato stampato sulla copertina della Torre di Guardia dal numero di gennaio 1891 e che cessò di essere usato nel 1931. Dal 1930 furono introdotte una serie di rettifiche dottrinali. Fu ribadito che Russell non era lo schiavo fedele e discreto predetto nel Vangelo di Matteo. Venne affermato che questa profezia era riferita non ad un singolo ma ad un gruppo di persone, ovvero i 144.000 santi descritti nel libro di Rivelazione 7:4 e 14: 1-3 che sarebbero andati in cielo dopo la morte. Nel 1931, durante un Congresso a Columbus, fu adottato ufficialmente il nome di Testimoni di Geova. Dal 1933 i testimoni di Geova furono oggetto di persecuzione da parte della Germania nazista. Il loro movimento fu bandito, principalmente a causa del rifiuto di servire nell'esercito - circa 250 furono giustiziati per renitenza alla leva - e di riconoscere lo Stato come suprema autorità. Dei circa 25.000-30.000 adepti componenti l'allora comunità tedesca dei testimoni di Geova, diecimila furono arrestati; 1650 di essi (compresi quelli provenienti dai paesi occupati) perirono nei lager e nei campi di sterminio e nelle prigioni naziste[50]. Per essere scarcerati, a differenza di ciò che accadde con altri gruppi di internati, i testimoni di Geova potevano firmare un documento di abiura con il quale attestavano di non far più parte della loro organizzazione, cosa che rifiutarono di fare. Nel 1935 la grande folla descritta nel capitolo 7 del libro della Rivelazione fu identificata con coloro che avevano la speranza di vivere per sempre sulla terra: si affermò che, dopo la distruzione totale degli attuali regni terreni, i sopravvissuti al Giudizio e i risorti avrebbero continuato a vivere sulla Terra eternamente in condizioni paradisiache in un mondo perfetto retto da un governo teocratico divino. Durante la celebrazione della Cena del Signore, chiamata Commemorazione, solo i membri scelti per la vita celeste - i 144.000 descritti nel libro di Rivelazione, attualmente circa 8.000 persone in tutto il mondo - avrebbero potuto prendere il pane e il vino. Il ritorno di Israele in Palestina, annunciato da Russell, fu considerato simbolico e non più letterale. Dal 1936 adottano l'interpretazione secondo cui Gesù fu ucciso non su una croce di legno, bensì su un albero o palo. Dal 1942 pubblicarono la Bibbia di Re Giacomo, attualmente la versione più diffusa nel mondo anglosassone, essendo la versione ufficiale autorizzata dalla Chiesa anglicana. Questa versione in lingua inglese è ancora stampata e diffusa fra Testimoni di Geova come opera di comparazione per lo studio delle Scritture. Nel 1950 fu pubblicata la prima parte (Il Nuovo Testamento) di una loro traduzione biblica ovvero Traduzione del Nuovo Mondo delle Scritture greco-cristiane in inglese e l'opera completa venne pubblicata nel 1961 e successivamente tradotta in italiano. I Testimoni di Geova da allora utilizzano principalmente questa versione della Bibbia (tradotta e redatta da autori anonimi, come avviene per tutte le pubblicazioni del movimento, «al fine di non richiamare l'attenzione sulla persona», deviandola dal testo). Questa traduzione ha alcune particolarità che hanno attirato critiche da parte di studiosi appartenenti ad altre confessioni religiose. Nel 1953 abbandonarono ufficialmente l'idea che il trono di Geova Dio fosse localizzato nelle Pleiadi, considerato da molti il centro dell'universo fino agli anni trenta. Nel 1968 assunsero un atteggiamento critico nei confronti del trapianto degli organi, non esplicitamente vietato ai membri del movimento, rivisto nel 1980 dove si metteva in evidenza che era una questione di coscienza individuale. Nel 1973 condannarono, sulla base dell'interpretazione del passo biblico 2 Corinti 7:1, la pratica di fumare, considerando il fumo una "contaminazione di carne e di spirito" e pertanto un atto impuro spiegando che un associato poteva essere per tale atto disassociato (espulsione dalla congregazione cristiana). Nel 1982 i testimoni concepiscono il MEPS, un sistema editoriale multilingue, non commerciale, per la gestione simultanea di più di 700 lingue diverse per la diffusione della Bibbia e di pubblicazioni bibliche nel mondo. Nel 2017 nell'edizione per lo studio della Torre di Guardia di febbraio, alla pagina 26, paragrafo 12, si afferma pubblicamente che il Corpo direttivo non è ispirato e nemmeno infallibile.

Dottrina. I testimoni di Geova affermano di professare il cristianesimo del I secolo. Il loro movimento pone l'accento su una interpretazione delle Sacre Scritture, considerate come parola di Dio infallibile. L'attività interpretativa è svolta dal corpo direttivo dei Testimoni di Geova nella sede centrale dei testimoni di Geova a Warwick, New York.

Interpretazione della Bibbia. Il metodo dello Studio personale della Bibbia. La Traduzione del Nuovo Mondo, e una pubblicazione ausilio per lo studio biblico, Cosa insegna realmente la Bibbia? La questione della corretta interpretazione della Bibbia è centrale nel movimento dei testimoni di Geova: la sua stessa fondazione si deve alla volontà di ritornare ad una lettura considerata più esatta del testo biblico attraverso il suo studio da parte di un gruppo di devoti, quando il movimento non aveva ancora un nome ufficiale, studenti biblici. Essendo lo studio della Bibbia l'esigenza principale di ogni fedele, vengono stampate e diffuse gratuitamente copie della Bibbia in tutte le principali lingue del mondo (più di 149 lingue). I testimoni hanno inoltre un sito web ufficiale[59] che consente sia la lettura della loro traduzione della Bibbia on-line in moltissime lingue sia il raffronto di ogni singolo passo con analoghe citazioni in ogni altro punto della Bibbia. Inoltre per i testimoni di Geova è il corpo direttivo (che è lo "schiavo fedele e saggio" menzionato nei vangeli Matteo 24:45 e Luca 12:42) a dare l'interpretazione delle Sacre Scritture, i fedeli accettano tali interpretazione. Il corpo direttivo si riunisce collegialmente quando si tratta di riesaminare insegnamenti biblici che includono l'esatta comprensione delle profezie dei tempi di Dio riguardanti il suo proposito per la terra, che si realizza dopo il giorno del giudizio, ad Armaghedon. Non hanno la pretesa di essere depositari di verità, sulle profezie, ma si ritengono usati da Dio per discernere al suo tempo stabilito le istruzioni, che essi ritengono provenire dallo spirito santo, dal quale si ritengono guidati, non hanno un leader, all'interno del gruppo, né esiste un voto di maggioranza per modificare intendimenti preesistenti o produrne di nuovi, ma aspettano che tutti siano concordi prima di mettere sulla pagina stampata quello che loro ritengono debba essere l'illuminazione di provenienza divina per quelle scritture esaminate , nell'agire così soddisfano i requisiti espressi nei passi delle lettere di San Pietro: "Nessuna profezia della Scrittura sorge da privata interpretazione" Questo significa che anche se i cambiamenti ritenuti necessari sono rimessi all'approvazione del collegio, nessuno è estromesso dal proporre suggerimenti migliorativi purché ci sia certezza che tale intendimento sia in perfetta sintonia con le scritture e in esso vi si riconosca la guida dello spirito santo. L'umiltà del Corpo Direttivo concede con la rubrica domande dei lettori, mediante lettere, a tutti di dimostrare se in quella determinata situazione sono stati usati da Dio, in base al principio biblico che tutte le sue creature sono considerate come argilla nelle mani di un grande vasaio, supposto che questo vasaio sia Dio stesso. La posizione dello Schiavo fedele e saggio resta però massimamente autorevole, in altre parole, chiunque sia la persona che dimostra inesatto o incompleto un intendimento su un versetto biblico, sarà poi sempre il corpo direttivo a dover decidere in ultima analisi, prima di passare ad una effettiva pubblicazione su Torre di Guardia o su libri. Tale posizione deriva dalla convinzione che lo Spirito Santo guidi i suoi servitori tramite l'organizzazione dei testimoni di Geova. I testimoni sono per questo vivamente incoraggiati a studiare la Bibbia ogni giorno sia attraverso la lettura diretta del testo sia attraverso i testi pubblicati dalla società dei testimoni stessi. In queste pubblicazioni, corredate da versetti della Bibbia (principalmente tradotti sulla base della versione nota come Traduzione del Nuovo Mondo) e con domande predisposte, viene esplicato il punto di vista biblico dei testimoni agli aderenti. L'attività di studio riveste tale importanza (poiché ritenuto edificante per la fede) che vengono indicati quattro modi per fare rifornimento regolarmente: «Primo, dobbiamo studiare a livello personale e conoscere bene la Bibbia leggendola ogni giorno. Certo, non basta semplicemente leggere; dobbiamo capire ciò che leggiamo. Secondo, è necessario che facciamo buon uso della sera per l’adorazione in famiglia. Ogni settimana ci fermiamo a fare il pieno o mettiamo solo pochi litri di carburante nel serbatoio? Terzo, dobbiamo assistere alle adunanze di congregazione. Quarto, abbiamo bisogno di meditare con calma, in un ambiente tranquillo, su Geova e sul suo modo di pensare e di agire.» (La Torre di Guardia, 15 giugno 2010, p. 7). Inoltre settimanalmente, ad una loro adunanza studiano un argomento biblico specifico basato sulla loro rivista La Torre di Guardia, partecipando con commenti basati su domande prestabilite dall'articolo della rivista e ampliando i concetti con versetti in tema all'argomento trattato. Le versioni bibliche relative a questi articoli "Torre di Guardia" contemplano oltre che la loro Traduzione del Nuovo Mondo, anche diverse versioni di altre confessioni religiose.

Trinità. I testimoni di Geova credono all'unicità di Dio e rigettano la dottrina trinitaria, secondo la quale Dio sarebbe uno e allo stesso tempo trino (Padre, Figlio e Spirito Santo), sulla scorta di un'analisi della Bibbia che né esplicita né lascia supporre il concetto trinitario. Essi affermano che il Padre ovvero Geova, è la Causa Prima, auto-esistente, eterno, onnisciente ed onnipotente. Egli non è onnipresente, ma ha un corpo spirituale che risiede in un luogo specifico[62]. Ha creato il mondo con il Figlio, Gesù, il quale è la prima delle creature del Padre oltre che unigenito creato direttamente da Lui. Affermano questo sulla base dei seguenti passi: nell'Apocalisse viene chiamato "il Principio della creazione di Dio" Apocalisse 3:14 e dall'apostolo Paolo nella lettera ai Colossesi "Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura" Colossesi 1:15). Prima di incarnarsi, Gesù era noto come il logos o "la Parola". Incarnatosi, perì per riscattare i peccati del genere umano. Inoltre i testimoni identificano Gesù con l'arcangelo Michele, (Letteralmente dall'ebraico: "Chi è simile a Dio?") capo dell'esercito angelico che combatterà contro Satana e i suoi demoni "alla fine dei tempi", nel momento indicato dal libro Apocalisse (o Rivelazione). I testimoni asseriscono che lo Spirito Santo di Dio è la sua forza attiva e non una persona distinta da Lui quindi né il Figlio coincide con il concetto biblico di Dio né lo Spirito Santo. Il Giovanni 1:1 viene tradotto dai testimoni di Geova: "In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio". Sostengono che tra "il Dio" e "un dio" c'è una netta distinzione, l'appellativo utilizzato per il padre, τον θεον (ton theon), differisce da quello utilizzato per la parola, θεος (theos) che ne sottolinea la natura divina e spirituale ma non l'eguaglianza a Dio. Sostengono inoltre che molte altre traduzioni traducono il passo di Giovanni come lo traducono i testimoni (dio con d minuscola; inglese: The Word was a god). L'opuscolo Cosa richiede Dio da noi dice testualmente

«Trinità: Geova è forse una Trinità, tre persone in un Dio? No! Geova, il Padre, è il solo vero Dio» (Giovanni 17:3; Marco 12:29)

«Gesù è il Figlio primogenito di Dio, e gli è sottomesso» (1 Corinti 11:3)

«Il Padre è maggiore del Figlio.» (Giovanni 14:28)

«Lo spirito santo non è una persona; è la forza attiva di Dio.» (Genesi 1:2; Atti 2:18).

Inferno e immortalità dell'anima. Una delle principali dottrine che distingue i testimoni di Geova dalle altre chiese della cristianità[72], è la dottrina dell'inferno e il relativo tormento eterno per tutti coloro che nella vita terrena sono stati peccatori impenitenti e commesso peccati mortali e che quindi l'anima sopravviva alla morte del corpo. I testimoni di Geova asseriscono che anche questa credenza trova radici nel paganesimo e, secondo il loro punto di vista, «risale alle antiche civiltà mesopotamiche dei sumeri e dei babilonesi. In seguito fu adottata dai greci, i cui filosofi, come Platone, perfezionarono la teoria. La loro raffinata credenza dualistica in “corpo e anima” entrò a far parte delle credenze apostate degli ebrei». Il pensiero dei testimoni su questa dottrina è espresso in molte loro pubblicazioni. La loro rivista ufficiale, La Torre di Guardia parlando dell'inferno e del tormento eterno osserva: «Cosa dice la Bibbia? “Quelli che sono vivi sanno che moriranno, mentre i morti non sanno nulla [....] poiché non c’è alcuna azione, né progetto, né conoscenza, né sapienza nello Sceòl, dove tu stai andando”. — Ecclesiaste 9:5, 10, La Bibbia Concordata. Il termine ebraico Sceol, che si riferisce alla “dimora dei morti”, è tradotto “inferno” o “inferi” in alcune versioni della Bibbia. Cosa rivela questo passo sulla condizione dei morti? Vanno a soffrire nello Sceol per espiare i loro errori? No, visto che “non sanno nulla”. Ecco perché il patriarca Giobbe, in preda a terribili sofferenze dovute a una grave malattia, implorò Dio: “Oh, ti piacesse nascondermi nell’inferno [ebraico, Sceol]”. (Giobbe 14:13, Sales) Giobbe 14:13Questa richiesta non avrebbe senso se lo Sceol fosse un luogo di tormento eterno. In senso biblico l’inferno è semplicemente la comune tomba del genere umano, dove ogni attività cessa. Questa definizione di inferno non è forse più logica e in armonia con le Scritture? Quale delitto, per quanto orribile, potrebbe indurre un Dio di amore a torturare una persona in eterno? (1 Giovanni 4:8) Ma se il concetto di un inferno di fuoco è errato, che dire della vita in cielo? Confrontate questi versetti biblici: Salmo 146:3, 4; Atti 2:25-27; Romani 6:7, 23» (La Torre di Guardia 1º novembre 2009, pag. 2). Inoltre il pensiero dei testimoni sulla dottrina della immortalità dell'anima è riassunto nella rivista La Torre di Guardia del 1º luglio 2011, pag. 7 da ciò che essi considerano «tre verità fondamentali contenute nella Bibbia: È proposito di Dio che la terra sia l'eterna dimora dell'umanità, non un temporaneo banco di prova atto a stabilire chi merita di vivere con lui in cielo. Se Adamo ed Eva avessero ubbidito alle leggi di Dio sarebbero ancora vivi qui su una terra paradisiaca. — Genesi 1:27, 28; Salmo 115:16. Mentre quasi tutte le religioni insegnano che l'uomo ha un'anima, una sorta di entità immateriale che risiede dentro di noi, la Bibbia insegna qualcosa di più semplice. L'uomo è “un'anima vivente” tratta “dalla polvere del suolo”. (Genesi 2:7) La Bibbia non dice mai che l'anima sia immortale. Dice che può essere uccisa o distrutta, cessando completamente di esistere. (Salmo 146:4; Ecclesiaste 9:5, 10; Ezechiele 18:4, 20) La prima anima, Adamo, morì e tornò alla polvere da cui era stata creata. Tornò a uno stato di inesistenza. — Genesi 2:17; 3:19. Le prospettive di vita futura dell'uomo non dipendono dall'avere un'anima immortale che va in un mondo spirituale, ma dalla promessa divina di risuscitare i morti su una terra paradisiaca. — Daniele 12:13; Giovanni 11:24-26; Atti 24:15.»

Predicazione. Predicazione casa per casa (Sofia). Ogni testimone di Geova attivo della congregazione dedica del tempo, come servizio volontario, alla predicazione di ciò che è definita la buona notizia del Regno, ovvero l'annuncio della speranza biblica di un nuovo mondo giusto e migliore, agendo in qualità di proclamatore della Parola di Dio. La predicazione è svolta di "casa in casa", ovverosia mediante il recarsi fisicamente di abitazione in abitazione per parlare con i residenti ed informarli del contenuto del messaggio biblico. Questa modalità di predicazione è stata scelta perché ritenuta praticata dai primi cristiani[75]. In queste circostanze si avvalgono della Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture e di pubblicazioni come La Torre di Guardia, Svegliatevi!, opuscoli, libri e volantini che lasciano gratuitamente a chi li ascolta. Inoltre, parlano del loro messaggio anche in maniera informale, facendo chiamate telefoniche o scrivendo lettere a persone del territorio assegnato alla Congregazione.

Separazione dal mondo. Espositori mobili con in mostra alcune tra le principali pubblicazioni dei testimoni di Geova. Oltre alla predicazione di casa in casa i testimoni di Geova predicano nelle piazze e nei centri urbani - Milano 2013, Corso Buenos Aires, Italia. «I Testimoni di Geova vivono in mezzo alla società umana, devono amare gli altri loro simili come fa Dio; Ma il vero cristiano non ama le loro azioni malvagie. Non ne adotta i modi di pensare e di agire e non ne condivide le aspirazioni. Non partecipa affatto alla loro religione e alla loro politica corrotta. E anche se deve lavorare nel mondo commerciale per guadagnarsi da vivere, non ricorre a pratiche disoneste, né fa dell'acquisto di beni materiali lo scopo principale della sua vita. Essendo a favore del nuovo sistema di Dio, evita la cattiva compagnia dei sostenitori del mondo di Satana. (1 Corinti 15:33; Salmo 1:1; 26:3-6, 9, 10) Di conseguenza, vive nel mondo di Satana ma non ne fa parte». I testimoni di Geova predicano la separazione dal "mondo" sulla base della loro interpretazione della Bibbia, intendendo con tale parola la società umana estraniata da Dio, più specificatamente:

1) Tutte le organizzazioni religiose diverse dalla loro, che, secondo i testimoni, insegnano dottrine false. Per questo motivo vengono chiamate secondo quanto afferma Rivelazione 16:19: Babilonia la Grande che identificano come l'impero mondiale della falsa religione[81] non sostenendo né partecipando ai movimenti per l'unione delle fedi.

2) Le organizzazioni e i governi politici, che si propongono come soluzione ai problemi dell'umanità comprese le Nazioni Unite (alla quale tuttavia hanno aderito come ONG per alcuni anni). Per le stesse ragioni - ma anche per il rispetto di ulteriori prescrizioni bibliche in tal senso - si astengono dall'uso delle armi e dall'adesione a corpi militari, praticando l'obiezione all'uso delle armi. Si astengono dall'esprimere il proprio voto politico, perché solo la legge di Dio è capace o degna di governare il mondo. Rispettano le decisioni prese dalle autorità governative, in quanto ritengono che esse derivino la loro autorità da Dio. I testimoni mostrano quindi sottomissione relativa alle autorità governative, ma riconoscono che solo Dio merita sottomissione assoluta. Quando una legge umana contrasta con una legge divina contenuta nella Bibbia, rispettano la divina;

3) Il sistema commerciale avido e corrotto. A tal proposito è opportuno segnalare che la vita dei fedeli è principalmente incentrata sulla spiritualità, per cui gli stessi sono invitati a mantenere una condotta frugale per "non essere distratti dalle cose materiali".

Millenarismo, escatologia, salvezza. È ricorrente nei testimoni di Geova, che si muovono entro un orizzonte di pensiero creazionista, il riferimento millenaristico agli "ultimi giorni" di questo mondo, dopo i quali sorgerà un nuovo "Regno di Dio" retto da Cristo, il quale dominerà la terra con giustizia e pace[88] ed abbatterà il "mondo malvagio". Geova interverrà per riportare il mondo allo stato precedente alla prima disubbidienza, adempiendo così, nella concezione dei testimoni, quello che Gesù ha insegnato nella sua preghiera, il Padre nostro: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà anche in terra come è fatta in cielo (Matteo 6:9-10). Cristo, presente oggi solo come governante in cielo in attesa di intervenire, nel giorno denotato nell'Apocalisse come Armageddon giudicherà quale Re e Sommo Sacerdote investito da Geova le persone di questa terra. In merito agli eventi attesi del ritorno di Gesù e della fine del "mondo malvagio" i testimoni di Geova non parlano di fine del mondo bensì di "fine del sistema di cose". Infatti, per i testimoni di Geova, la fine non significherà la distruzione del pianeta Terra o della vita su di essa, come inteso ad esempio da alcune altre confessioni, ma più semplicemente la fine di un sistema di vita basato sull'egoismo, la fine della malvagità con l'annientamento di tutti gli esseri umani che non hanno voluto riconoscere l'autorità e la sovranità del loro creatore Geova e che saranno da Lui giudicati, la distruzione di tutti i sistemi politici, economici e religiosi oggi esistenti e l'avvento letterale del Regno teocratico di Dio sulla Terra. Più specificatamente, secondo la loro dottrina, nel 1914 Gesù Cristo avrebbe cominciato a regnare come re del celeste governo di Dio: da questa data il mondo è negli "ultimi giorni", che concludono un periodo di millenni dell'intero sistema mondiale. Appena divenuto tale, Gesù avrebbe scacciato Satana e i suoi angeli malvagi dal cielo, scagliandoli sulla Terra, determinando a partire dal 1914 un peggioramento progressivo della situazione dell'umanità sulla medesima. La scelta della data del 1914 è dovuta al fatto che il fondatore del movimento Russell, influenzato dall'Avventismo, riteneva che il secondo avvento di Cristo con la loro ascesa al cielo avrebbero avuto luogo nel periodo tra l'ottobre 1914 e l'ottobre 1915, basando tali datazioni sullo studio delle profezie bibliche. Una di queste profezie è riportata nel libro biblico di Daniele, dove i Testimoni di Geova basandosi su date storiche tracciano la Cronologia dei 7 tempi, servendosi di avvenimenti profetici come punti di partenza e di arrivo nel contare gli anni di questi tempi, al termine dei quali è possibile pervenire al 1914 come anno in cui terminano i tempi dei gentili, menzionati da Gesù, nel libro di Luca, questi tempi dei gentili vengono definiti anche "tempi fissati delle nazioni". Successivamente Rutherford, soprannominato "il giudice" poiché era stato giudice nel Missouri, nel suo libro Milioni ora viventi non moriranno indicò nel 1925 l'anno della venuta di Armageddon; in un discorso radiofonico del 1969 Nathan Knorr indicò nell'anno 1975 la fine di 6000 anni dalla creazione del primo uomo, Adamo e la possibilità di Armaghedon. Dopo il 1975 i testimoni riconobbero l'impossibilità di stabilire una data di cui perfino Gesù Cristo dichiarava di non conoscere durante la sua esistenza umana. I testimoni continuano fino ad oggi a dare enfasi al 1914 indicando l'anno, come l'inizio di "un tempo di afflizione" che porterà alla fine del sistema malvagio di cose. Anche se si è spesso insistito su alcune date, soprattutto il 1975, indicate dai testimoni di Geova come il termine dell'attuale sistema di cose, l'interpretazione posteriore che questi danno delle pubblicazioni precedenti a quegli anni, afferma che su alcune date si è trattato di speculazioni più o meno diffuse tra i testimoni, ma mai veramente confermate dalla Torre di Guardia. In questa rivista, rilevano gli stessi testimoni di Geova, il Comitato Direttivo ha in realtà avuto un atteggiamento possibilista su queste date, senza prendere una posizione definitiva. I testimoni sostengono oggi che in realtà avevano assunto e consigliato di essere possibilisti e non dogmatici, ma che i testimoni di allora non seguirono quel consiglio e vennero pertanto pubblicate e diffuse altre dichiarazioni sull'argomento, in forma più specifica di quanto fosse consigliabile. Per quanto concerne la generazione che avrebbe assistito alla distruzione del "mondo malvagio", pur tra discordanze in alcune pubblicazioni dei testimoni[106], fino al 1995 era comune la credenza che essa fosse quella già in vita nel 1914. Nel 1995 un'ulteriore ricerca interpretò il termine "generazione" usato da Gesù in Luca 21:32 come connotazione morale e non solamente temporale e pertanto includente tutti i contemporanei che osservavano i segni degli "ultimi giorni" ma non agivano prontamente per trovare il favore di Dio. Recentemente, dopo un ulteriore approfondimento dottrinale, è stato nuovamente reinterpretato il termine "generazione", che farebbe riferimento agli "unti" ancora in vita qui sulla terra in grado di comprendere i segni degli "ultimi giorni". Inoltre, per i testimoni, è assodato quanto segue, sulla base dell'interpretazione dei passi biblici indicati:

Il regno di Dio porterà sulla terra condizioni di vita ideali (Riv. 7:9, 10, 13-17)

La Terra non sarà distrutta o spopolata (Eccl. 1:4; Isa. 45:18; Sal. 78:69)

Dio eliminerà l'attuale sistema di cose (Dan. 2:44, Isa. 34:2; 55:10, 11)

I malvagi saranno distrutti per sempre (Matt. 25:41-46;)

Le persone che Dio approva riceveranno la vita eterna (Giov. 3:16; 10:27, 28; 17:3; Mar. 10:29, 30).

Per ottenere la salvezza è necessaria una forte fede arricchita dalle opere (Giacomo cap.2 versetto 26), poiché "per ottenere l'approvazione da parte di Geova", spiega This Good News of the Kingdom (Questa buona notizia del Regno), bisogna "restare fedeli a Geova fino all'Armageddon e poi nel nuovo mondo" (Matteo cap.24 versetto 13; Rivelazione e Apocalisse cap. 19): se si "desidera essere fra queste persone, si deve dimostrare di essere il tipo di persona che Geova vuole già in questo mondo". Con riferimento alla Salvezza, secondo i testimoni:

C'è una sola via che conduce alla vita. (Matt. 7:13, 14; Efes. 4:4, 5);

L'anima umana alla morte cessa di esistere, non esiste dicotomia tra corpo e anima: l'uomo stesso è un'anima. (Ezechiele 18:4; Ecclesiaste 9:10; Salmi 6:5; 146:4; Giovanni 11:11-14; Genesi 2:7);

L'inferno di fuoco non esiste, il vero significato in greco (tradotto poi in latino) del lemma italiano "inferno" corrisponde alla comune tomba del genere umano. (Giob. 14:13, Martini; Apoc. (Riv.) 20:13, 14);

La speranza per i morti è la resurrezione che è di due tipi: il risveglio dalla morte alla vita sulla terra restaurata per la grande folla dei Testimoni o in cielo come co-regnanti di Gesù Cristo per i 144.000. (1 Cor. 15:20-22; Giov. 5:28, 29; 11:25, 26);

La morte scioglie il matrimonio. I resuscitati "non si sposano né le donne sono date in matrimonio": Gesù, con queste parole, si stava riferendo in particolare a coloro che hanno la speranza di vivere in cielo. (Matteo 22:30);

Soltanto un piccolo gregge di 144.000 unti avrà una risurrezione celeste per regnare con Cristo. (Luca 12:32; Riv. 14:1, 3; 1 Cor. 15:40-53; Riv. 5:9, 10);

Solo i 144.000, una volta morti verranno rigenerati come figli spirituali di Dio sotto forma di un corpo, appunto, spirituale. (1 Piet. 1:23; Giov. 3:3; Riv. 7:3, 4)

Più specificatamente, con l'Armageddon si avrà la resurrezione dei "giusti" con la ricompensa per le loro buone azioni; la Terra, trasformata in un paradiso, accoglierà i "giusti", mentre si avrà l'assunzione in Cielo del "piccolo gregge", ovverosia 144.000 "santi" o "unti", i migliori tra i "giusti". Per i "malvagi" non ci sarà né inferno né altro, in cui i testimoni non credono ma la distruzione, cioè l'estinzione di tutti gli esseri umani che non sono testimoni di Geova.

Satana. I testimoni di Geova affermano che Satana (identificato da alcune traduzioni della Bibbia anche come Lucifero, sia un personaggio reale e «non un'invenzione dell'uomo per giustificare la propria peccaminosità»; i testimoni affermano che Satana esiste realmente in quanto considerano la Bibbia priva di errori. La risposta di Gesù famosissima: - "Va via Satana", nel racconto biblico del vangelo nelle altrettante famose 3 tentazioni, dimostrano che Gesù fu contattato da un'entità soprannaturale. Il racconto evangelico che pone Gesù di fronte al diavolo e le successive dichiarazioni di Gesù fatte al suo discepolo Giovanni, ci parlano di un potere retto da qualcuno, un individuo con una mente pensante e un corpo spirituale esattamente come lo ha Geova, gli angeli e lo stesso Gesù, è da escludere dunque qualsiasi possibile riferimento al male come fosse un'entità impersonale, o una condizione che coesiste dentro l'anima di una persona capace di farle compiere azioni cattive, ma tali riferimenti convergono tutti verso la conclusione che il male è prodotto da identità di persone, ed il suo ispiratore primo è Satana, il governante dell’autorità dell’aria, lo spirito che ora opera nei figli di disubbidienza. In origine Satana era un angelo perfetto che si ribellò a Geova e le sue calunnie fatte tramite "un serpente" nell'Eden contribuirono alla disobbedienza di Adamo ed Eva. Sarebbe lui la causa indiretta del peccato originale. Il peccato viene al mondo a causa della disobbedienza delle creature un tempo fedeli a Dio. Il peccato produce la morte. Secondo i testimoni Satana sollevò una contesa che riguardava la supremazia universale e quindi la sovranità stessa di Dio. I testimoni affermano che venne cacciato dai cieli insieme ai suoi demon, data in cui terminarono "i tempi dei gentili" o "i tempi fissati delle nazioni" secondo i testimoni. I testimoni sono convinti del fatto che Satana sia il Signore che domina con il suo spirito l'odierno ordine delle cose e del mondo, che la società umana sia influenzata e ingannata da lui e dai suoi demoni, e che essi sono anche la causa della sofferenza per gli umani. Inoltre sostengono la sua influenza sui governi del mondo basando questa convinzione sul libro biblico di Apocalisse (capitolo 12), ma allo stesso tempo egli non controlla direttamente ogni singolo capo di Stato umano. Secondo i testimoni, Geova tramite il suo seme (Gesù Cristo) distruggerà Satana e i suoi demoni e il mondo abitato da uomini perfetti non subiranno più, per i secoli dei secoli, la sua diabolica influenza.

Sessualità e proibizioni. I testimoni di Geova condannano apertamente rapporti sessuali prematrimoniali, adulterio, rapporti omosessuali (considerati una perversione), e non praticano l'aborto. Testimoni che hanno rapporti sessuali prima del matrimonio, oppure extraconiugali, in caso di mancato pentimento possono anche essere espulsi dalla congregazione. La struttura familiare è basata sull'operato e le decisioni dei genitori. Il padre e la madre sono considerati responsabili della educazione dei figli, dei loro fabbisogni materiali, della loro spiritualità e degli aspetti emotivi dei figli. I matrimoni devono essere monogami e registrati legalmente alle autorità. Il matrimonio insieme ad un non-credente, cioè una persona che non fa parte dei testimoni di Geova, viene fortemente disapprovato. Vi è una forte opposizione da parte dei testimoni di Geova anche nei confronti del divorzio, e la possibilità di risposarsi è totalmente proibita se il divorzio non viene ottenuto per adulterio come causa di divisione, che dai testimoni viene considerato un "divorzio scritturale". Se il divorzio viene ottenuto per un'altra ragione qualsiasi, il secondo matrimonio viene considerato adultero, a meno che il partner precedente non sia morto oppure viene considerato a partire da quel momento sessualmente immorale. In casi quali maltrattamenti ed abusi fisici estremi, la volontà di non supportare la famiglia, e ciò che in termini religiosi i testimoni di Geova chiamano "assoluta messa a rischio della spiritualità", può essere considerata la separazione legale tra i coniugi. I testimoni consentono l'uso solo di alcuni metodi e presidi contraccettivi esclusivamente all'interno della vita sessuale matrimoniale e, in ogni caso, negano la possibilità per le donne di ricorrere alla pillola del giorno dopo perché considerata alla stregua di un'interruzione di gravidanza.

Fumo, droghe, alcool e suicidio. Ritenendo la vita sacra, essi rifiutano il consumo di tabacco, l'utilizzo non terapeutico di sostanze stupefacenti illegali, e non fanno abuso di alcool. Il suicidio viene considerato dai testimoni di Geova come un "omicidio auto-inflitto" e un peccato contro Geova.

Ricorrenze. L'unica ricorrenza religiosa dei testimoni di Geova è la celebrazione dell'ultima cena, definita la Commemorazione o Pasto serale del Signore. Viene celebrata una volta sola all'anno, il 14 del mese ebraico di Nisan, ossia nel giorno in cui ricorre la Pasqua ebraica. Durante la commemorazione i testimoni utilizzano pane non lievitato e vino rosso non adulterato, che richiamano l'ultimo pasto di Cristo. Pane e vino vengono fatti passare di mano in mano tra i presenti, ma vengono consumati solo dagli "unti", ovverosia da quei membri della congregazione considerati parte dei 144.000 "santi" che "andranno a regnare in cielo assieme a Cristo dopo l'istituzione del "nuovo sistema celeste e terreno". I fedeli non festeggiano ricorrenze legate ad altre religioni o considerate di origini pagane, come i compleanni, ma non è fatto divieto di creare altre occasioni di ritrovo.

Organizzazione. Struttura della congregazione. La sede centrale dei testimoni di Geova è a Warwick, New York: qui vi ha sede la Società Torre di Guardia, principale soggetto giuridico del movimento, oltre al corpo direttivo della medesima, che sovrintende alle attività mondiali della congregazione. L'organizzazione dei testimoni di Geova "è guidata e diretta in modo teocratico da questo corpo direttivo. La legittimazione dello stesso all'esercizio di tale funzione deriva dal fatto che, secondo la dottrina dei testimoni, esso è portavoce dello "schiavo fedele e discreto".

Esso è deputato tra l'altro a fornire le indicazioni dottrinali e disciplinari ai membri del movimento, che vengono diffuse attraverso la cosiddetta "letteratura biblica", costituita di pubblicazioni periodiche a cura della congregazione. La "letteratura biblica" ha grande peso presso i testimoni, per quanto, come asserito entro le varie pubblicazioni che ne fanno parte, né gli scrittori né gli editori delle medesime pretendono che quanto scritto sia divinamente ispirato od infallibile. Tale ruolo è riconosciuto al corpo direttivo perché credono che esso rappresenti il biblico "schiavo fedele e discreto", formato da cristiani "unti" incaricati da Geova di provvedere "cibo spirituale a suo tempo" che fornisce sotto forma di pubblicazioni per lo studio biblico. Il movimento opera internazionalmente sotto la supervisione del corpo direttivo attraverso diverse associazioni religiose no-profit, tra cui ad esempio la Watchtower Bible and Tract Society of New York Inc e la Watch Tower Bible and Tract Society of Pennsylvania per gli Stati Uniti e l'International Bible Students Association per il Commonwealth delle nazioni. In Italia l'ente opera come ente morale con il nome di Congregazione cristiana dei testimoni di Geova. I passi da fare per diventare un componente della congregazione Cristiana dei testimoni di Geova consistono, innanzitutto, nell'acquistare conoscenza di Geova e di suo Figlio, Gesù Cristo, questo contribuisce ad accrescere la fede. Invocare regolarmente Geova in preghiera, comprendere la necessità di riunirsi regolarmente con chi condivide la stessa fede; indispensabile il pentimento dei peccati e la conversione, respingendo perciò le pratiche malvagie, la fede spingerà a predicare pubblicamente. Altro passo importante la dedicazione a Geova per fare, a imitazione di Gesù, la sua volontà per ultimo, ma solo in ordine di tempo, simboleggiare la dedicazione con il battesimo in acqua. Il battesimo avviene per immersione, a seconda dei luoghi, in piscine, in vasche, in fiumi o in qualunque adeguato specchio d'acqua. Non viene stabilito un limite d'età ma viene preso in considerazione il requisito principale: essere un discepolo di Cristo mentre per un figlio, o una figlia, molto giovane, saranno i genitori a valutarne i requisiti, anche se alla fine saranno i responsabili della "congregazione", qualsiasi sia la loro età, a stabilire se hanno assorbito i principi biblici a tal punto da avere messo la loro vita in conformità con essi. In ogni congregazione coloro che ricoprono incarichi di responsabilità vengono chiamati "anziani"; si tratta di uomini spiritualmente maturi il cui compito primario è guidare la congregazione e svolgere l'opera pastorale, così come svolgono altri compiti meno evidenti. Per permettere agli anziani di concentrarsi sull'insegnamento e sull'opera pastorale, altri fratelli assolvono responsabilità nella congregazione, aiutano il corpo degli anziani svolgendo servizi di utilità pratica, e sono i "servitori di ministero". Entrambi, al pari di tutti i proclamatori, svolgono attività di predicazione. Vari "anziani", da diverso tempo nel servizio continuo, vengono impiegati come "sorveglianti viaggianti", ovvero come responsabili itineranti con il fine di sovrintendere all'attuazione delle direttive della congregazione a livello transnazionale. Alcuni componenti delle congregazioni operano nel servizio definito continuo e vengono chiamati "pionieri". Quelli che compiono quest'opera per uno o più mesi all'anno sono nominati "pionieri ausiliari" a seguito di una richiesta scritta fatta dallo stesso interessato e, nei mesi relativi ad avvenimenti particolari, vi è la possibilità di compiere lo stesso servizio con un minor numero di ore offrendo così, anche a chi non ha, per svariati motivi, circostanze favorevoli, la possibilità di svolgere questo tipo di attività. Mentre quelli che la compiono per uno o più anni sono definiti "pionieri regolari", anche questi nominati a seguito di una richiesta scritta, dedicano alla predicazione un numero maggiore di ore. Altri, già nel servizio continuo da alcuni anni, vengono scelti per servire come "pionieri speciali" e per essere inviati dove il bisogno è maggiore, questi ultimi impegnano ancora maggior tempo per l'opera di testimonianza. Tutta l'attività del movimento viene sostenuta tramite contribuzioni volontarie.e risoluzioni contabili portate all'attenzione della comunità durante una delle adunanze e approvata con alzata di mano.

Luoghi di culto. I testimoni di Geova utilizzano come locali di culto le Sale del Regno oppure sale di maggiori dimensioni chiamate "Sale delle Assemblee". Queste costruzioni vengono utilizzate unicamente per fini religiosi. Tengono adunanze settimanali con la possibilità per il pubblico di parteciparvi; dal 1º gennaio 2009 vengono raggruppate in due giorni la settimana. Ognuna inizia e termina con un cantico e una preghiera, seguiti dalla trattazione di argomenti biblici e talora di interventi dei presenti. Le preghiere vengono rivolte solo a Geova; nel corso delle loro cerimonie i testimoni non fanno uso di immagini del divino. Tre volte l'anno si radunano in 2 assemblee di circoscrizione di un giorno tra le comunità presenti in un dato territorio (l'equivalente delle parrocchie presenti nell'ambito di una diocesi cattolica) ed un congresso di 3 giorni per leggere passi biblici e ascoltare discorsi biblici. In Italia i testimoni si sono a lungo avvalsi di strutture non proprie e solo recentemente hanno iniziato ad acquistare edifici per adibirli a luogo di culto o a costruire locali nelle loro proprietà, similmente a quanto fatto in altri paesi. Una simile opera viene realizzata e finanziata principalmente con il lavoro volontario e non retribuito dei membri della zona unito alle loro contribuzioni volontarie. Nei raduni religiosi e nelle adunanze organizzate dai testimoni l'ingresso è libero e non avvengono prevedono collette.

Provvedimenti disciplinari. I testimoni di Geova possono essere soggetti a provvedimenti disciplinari: possono essere ammoniti come "disordinati" o "segnati" oppure possono essere disassociati, ovverosia espulsi, come "trasgressori". Possono inoltre liberamente dissociarsi dalla congregazione. Il segnato è ancora considerato un testimone di Geova, a differenza del disassociato e del dissociato, che comunque, stante una certa condotta e cammino spirituale, possono essere riammessi. La disassociazione è un provvedimento disciplinare con il quale il "corpo degli anziani", qualora rilevi gravi mancanze di natura morale o errori dottrinali e qualora constati la mancanza di un reale pentimento, espelle un testimone dalla congregazione. Tale organo ha infatti la responsabilità di correggere chi segua una condotta o dottrina errata: può intervenire dando consigli in privato, oppure, se la condotta viene considerata un pericolo spirituale per il resto della congregazione, mediante un discorso rivolto alla comunità locale e basato sulle Scritture nel quale, senza far nomi, indicano ciò che essi ritengono ragioni bibliche per evitare un tale comportamento e, solo come extrema ratio, può procedere con la disassociazione. Seguendo la loro interpretazione del passo biblico di 2 Giovanni, versetti 8, 9 e 10, i testimoni non intrattengono rapporti sociali con i dissociati ed i disassociati salvo si tratti di familiari stretti, con i quali vengono interrotti solamente i rapporti spirituali: a costoro non rivolgono il saluto né tanto meno possono mangiarvi insieme. Se il familiare non è convivente ma esistono obblighi familiari (es. figli o genitori anziani) i rapporti sociali con l'espulso sono mantenuti, ma si cerca di limitarli al minimo indispensabile. Nel caso di familiare non prossimo o di persona non legata da vincoli familiari, si interrompono tutti i rapporti sociali non indispensabili. I disassociati possono, comunque, frequentare le adunanze nella Sala del Regno e contattare gli anziani per ricevere aiuto e poter analizzare la loro posizione (All'atto stesso del procedimento di espulsione, questi riceve dettagliate istruzioni bibliche sulla metodica necessaria per essere riammesso). Una volta all'anno inoltre gli anziani della congregazione visitano i disassociati per incoraggiarli a ravvedersi e confermare loro la possibilità di ritornare all'interno della Congregazione come membri a tutti gli effetti[180]. Secondo statistiche, un certo numero di espulsi è stato riammesso nella congregazione dopo aver cambiato la propria condotta e aver dato chiari e inequivocabili segni di pentimento. La disassociazione può operare anche senza particolari formalità quando è di pubblico dominio, portando così biasimo sull'Organizzazione, un comportamento che denota una mancanza di fede e costituisce un tradimento dell'organizzazione di Geova, ad esempio la partecipazione alle attività della vita politica, associarsi a un'altra organizzazione religiosa, commettere atti illegali, o commettere immoralità sessuale. Distinto dai dissociati e disassociati è il "disordinato", ovvero l'inadempiente nei confronti di un principio differente da un comando perentoriamente espresso dalla legge di Geova. Attualmente viene ammonito con un "discorso di segnatura", ovvero reso oggetto di un discorso basato sulle cattive conseguenze della condotta errata da lui tenuta così come indicate dalla Bibbia, nel quale si fa leva sulla disattesa lealtà a Geova e alla sua santa organizzazione. Nell'ammonizione si evita di pronunciare pubblicamente il nome del disordinato. I motivi di ammonizione, documentabile nelle pubblicazioni della rivista La Torre di Guardia, è il fidanzamento od il legame emotivo con una persona non testimone di Geova, in accordo con un'interpretazione delle parole di San Paolo, che si espresse dicendo che una vedova cristiana era libera di risposarsi "solo nel Signore", il modo di acconciarsi i capelli e di vestirsi, alcune forme di svago, e altre condotte che imitino in modo palese condotte non in armonia con i principi biblici. Il disordinato, ovverosia colui che è nella "condizione di segnatura", può, se reitera nel tempo con gravità crescente e senza pentimento i comportamenti per il quale è stato ammonito, essere disassociato. In definitiva, il disordinato, al contrario del componente meritevole di disassociazione, non commette atti di per sé gravi, mostrando un atteggiamento "trascurato", più che "impenitente", proprio di chi merita l'espulsione. Ciò non toglie però, che a lungo andare, la trascuratezza, come in ogni altro campo, porti ad una totale perdita di aderenza a quei principi cui aveva asserito di attenersi, commettendo azioni gravi senza rammaricarsene. Attualmente, alla congregazione locale, per garanzia della privacy, si annuncia la "cessata appartenenza di un elemento alla comunità dei Testimoni di Geova", non specificando se tale appartenenza è avvenuta per espulsione o per allontanamento volontario (dissociazione).

Diffusione. Nel mondo. I testimoni di Geova considerano come tali coloro che sono considerati attivi predicatori, ovverosia che svolgono almeno un'ora di predicazione al mese. Nel caso di persone con seri impedimenti, dovuti ad età avanzata o salute cagionevole, si può essere considerato attivo predicatore anche se si dedica ad essa almeno 15 minuti al mese. A partire da metà del Novecento fino ad oggi, il tasso annuo di crescita dei membri attivi è stato del 2,5%. Secondo dati forniti dal movimento, nel 2017 nel mondo i testimoni di Geova attivi nell'opera di predicazione erano 8.457.107, organizzati in 120.053 congregazioni presenti in 240 paesi o territori. Nel 2017 sono state spese 2.046.000.202 ore nella predicazione; gli studi biblici tenuti ogni mese nel 2017 sono stati 10.071.524. Nel 2017 hanno assistito nel mondo alla commemorazione della morte di Gesù Cristo 20.175.477 persone.

Diffusione. In Italia. In Italia i testimoni di Geova hanno costituito un ente con il nome Congregazione cristiana dei testimoni di Geova. Essa è riconosciuta dallo Stato come "ente di culto" ai sensi dell'art. 2 L. 1159/1929 e dell'art. 10 R.D. 289/1930. È stata riconosciuta come ente morale con personalità giuridica con DPR 31 ottobre 1986, n. 783, su conforme parere del Consiglio di Stato. Tra la Repubblica Italiana e la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova è stata stipulata un'intesa ai sensi dell'art. 8 della Costituzione. Il testo, datato 18 novembre 1999 ed approvato a maggioranza dal Consiglio dei ministri il 21 gennaio 2000, è stato sottoscritto dal Governo il 20 marzo 2000. A questo schema di intesa non è ancora seguita però la legge di approvazione ed esecuzione, di competenza parlamentare, il che implica che non se ne può assumere l'immediata efficacia nel diritto statuale. In data 4 aprile 2007 è stato firmato a Palazzo Chigi un nuovo testo dell'intesa[184], che dovrà essere sottoposto al Consiglio dei ministri per la successiva trasmissione al Parlamento per la conseguente ratifica. Nel 2017, secondo dati forniti dal movimento, in Italia i testimoni di Geova attivi nell'opera di predicazione sono 251 192[186] organizzati in 2.955 congregazioni, 21 in meno rispetto al 2016, anno in cui in Italia sono state battezzate come testimoni 4.915 persone e alla commemorazione della morte di Gesù Cristo hanno assistito 438.412 persone. Secondo una ricerca del CESNUR del 2002, i testimoni di Geova sono la seconda religione in Italia, se si considerano solo i cittadini italiani, o la terza, dopo i musulmani, contando anche gli immigrati. La loro crescita più significativa è avvenuta in Italia nel periodo dagli anni 1960 agli anni 1980 (più 317%), quando sembravano, secondo le parole del CESNUR stesso, "l'unica alternativa al Cattolicesimo". La presenza dei testimoni in Italia risale al 1903. In questo anno fu edita per la prima volta l'edizione italiana della rivista La Torre di Guardia. Per la stampa delle loro prime opere si affidarono da principio alla Tipografia Sociale, sita in Pinerolo. Originariamente aventi sede a San Germano Chisone, si trasferirono dal 1909 a Pinerolo in provincia di Torino. Durante il fascismo i testimoni di Geova vennero perseguitati venendo incarcerati e messi al confino; nell'aprile del 1940, 26 membri furono processati dal Tribunale Speciale Fascista e condannati ad oltre 180 anni di carcere[193]. Dopo lo Sbarco a Salerno alcuni furono rinchiusi nei campi di concentramento nazisti, dove almeno un Testimone italiano, Narciso Riet, trovò la morte.

Organizzazioni scismatiche. Varie organizzazioni si sono separate nel tempo dai testimoni di Geova. Nel 1920 nacque per iniziativa di Alexander Freytag, precedentemente per 5 anni responsabile della filiale svizzera della Società Torre di Guardia, la Chiesa del Regno di Dio, conosciuta anche col nome di Associazione filantropica degli amici dell'uomo; è presente in Italia, ove pubblica due giornali, il Monitore del Regno della Giustizia ed il Giornale per tutti, e conta secondo stime interne alla chiesa circa 6000 aderenti di cui 1000 attivi. Nel 1921 nacque il Movimento interiore laico fondato da Paul S. Johnson, ex oratore degli studenti biblici e collaboratore di Russell, privo di rappresentanza in Italia. Nel 1928 nacque la Chiesa cristiana millenarista, originatasi quando gli studenti biblici del Connecticut, poi confluiti nella Dawn Bible Student's Association, abbandonarono la Società Torre di Guardia per dissensi dottrinali; presente in Italia, ha sede a Pescara e vi pubblica il giornale trimestrale La nuova Creazione. In Romania è presente un gruppo chiamato La Vera Fede i Testimoni di Geova, che contesta alcuni aspetti dottrinali propri del movimento principale. Negli Stati Uniti d'America sono presenti altri tre piccoli movimenti scismatici: sono la House of Yahweh che considera Yahweh il nome sacro di Dio, poi i "Servitori di Yah", che considerano invece Yah come il nome sacro di Dio, e gli "Amici del Nazareno". In Italia esiste invece l'"Assemblea di Yahweh del Settimo Giorno".

Aspetti controversi e critiche. I testimoni di Geova sono stati oggetto di critiche e controversie:

la Chiesa cattolica e altre confessioni cristiane non riconoscono la dottrina dei Testimoni di Geova come cristiana a causa, principalmente, del loro antitrinitarismo, del rifiuto di considerare Gesù uguale a Dio ma di identificarlo con l'arcangelo Michele, della negazione della natura spirituale e immortale dell'anima;

la loro interpretazione della Sacra Scrittura è stata accusata di essere "letterale e fondamentalista, e persino falsificante" dalla Conferenza Episcopale Italiana. I Testimoni di Geova non partecipano al Consiglio Ecumenico delle Chiese (l'organo principale che raduna le differenti Chiese cristiane nel mondo) e non accettano di aderire ad alcuna forma di ecumenismo organizzato, ritenendo preferibile ad esso il solo colloquio con le singole persone;

sono stati accusati di condizionare pesantemente l'individuo all'interno della congregazione;

sono stati criticati per l'astensione dalla vita politica e la conseguente accettazione passiva di ogni forma di Governo;

le interpretazioni della Bibbia date dal Comitato direttivo sono state tacciate di arbitrarietà, poiché, secondo i critici, prive di fondamento letterale e/o contestuale. Oggetto di perplessità è in particolare la Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture, che presenterebbe errori e sarebbe stata realizzata in modo infedele al testo originale; si afferma, infatti, che sia stata realizzata cambiando il significato della Bibbia al fine di adattarla alla dottrina del movimento;

la concezione millenarista dei testimoni ha suscitato controversie per quanto concerne l'attendibilità delle relative predizioni sull'Armageddon (la Società Torre di Guardia indicò con precisione alcune date, come il 1914, il 1915, il 1918, il 1925 ed il 1975), non realizzatesi;

la pratica del rifiuto delle trasfusioni di sangue;

altra critica riguarda la disassociazione. Con questo termine si intende la prassi di espellere dalla congregazione gli associati battezzati che, secondo i testimoni di Geova, trasgrediscono i principi biblici con la loro condotta. Ai testimoni di Geova è predicato di evitare contatti di qualsiasi tipo con chiunque si allontani dai principi della congregazione, solo con i familiari stretti o conviventi possono continuare le attività quotidiane ma non quelle di natura spirituale.

I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati. Casi insabbiati ed espulsioni per chi non si allinea. Le inchieste in Australia e Stati Uniti e Gran Bretagna sollevano dubbi in Italia, scrive Antonio Castaldo il 23 maggio 2016 su "Il Corriere della Sera". «Sono un testimone di Geova battezzato da molti anni». Comincia così la lettera inviata da Raffaele Di Martino ai vertici della sua organizzazione religiosa. Una richiesta di informazioni, e al contempo un modo per prendere le distanze. Il segno di una inquietitudine che accomuna il camionista 34enne di Ancona a molti altri «fratelli» in tutto il mondo dopo l’esplosione di un caso internazionale legato a episodi di pedofilia non denunciati. In Australia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e a cascata in molti altri Paesi del mondo, sono spuntate storie di bambini abusati e di mancate denunce, se non proprio di vicende taciute alle autorità giudiziarie. La questione è finita nelle aule dei tribunali. Ed è rimbalzata su forum, blog, profili Facebook di migliaia di fedeli che hanno cominciato a chiedersi se la naturale attitudine alla riservatezza di chi professa il credo di Charles Taze Russel non sia in passato degenerata nella sistematica copertura di pedofili e predatori sessuali.

La lettera alla Betel per prendere le distanza. Anche la famiglia Di Martino si è posta gli stessi dubbi e li ha messi nero su bianco nella lettera spedita alla Betel, l’equivalente del Vaticano per i quasi 248mila battezzati nel nome di Geova in Italia. «Chiedevamo la cancellazione dei nostri dati dagli archivi della congregazione - spiega Raffaele - perché vogliamo prendere le distanze, pur restando fedeli a questa religione che per noi è tutto. Per tutta risposta ci hanno convocato per un comitato giudiziario, il nostro tribunale interno. Noi abbiamo spiegato che avremmo risposto solo a comunicazioni scritte e loro, gli anziani, ci sono venuti a trovare una seconda volta a distanza di due giorni per comunicarci che non eravamo più testimoni di Geova. Cacciati via e cancellati dal ricordo e dalla frequentazione di tutti gli altri fratelli. Ai loro occhi non esistiamo più». È l’ostracismo, la procedura che vieta ai fedeli qualsiasi rapporto con chi è stato «scomunicato». Una punizione che equivale alla «morte sociale» di individui nati e cresciuti all’interno di comunità che scoraggiano qualsiasi contatto esterno. Improvvisamente si ritrovano gettati nel «mondo degli infedeli», invisi ad amici e parenti, madri, padri, figli e fratelli, rimasti all’interno con l’obbligo di chiudere la porta in faccia a chi è uscito dal gregge. Un destino di solitudine e sofferenza per chi è stato educato a vivere sempre e soltanto all’interno dell’organizzazione. Per loro, per i «disassociati», sono nate alcune associazioni, come la Quo Vadis, dello stesso Rocco Politi, e l’associazione Vittime della Torre di Guardia di Francesco Sarais, che offrono assistenza psicologica e legale.

L’inchiesta australiana. «Da alcune settimane — scriveva lo scorso novembre Di Raffaele — sto seguendo con molta attenzione le vicende giudiziarie che coinvolgono la Watchtower australiana». Dall’altra parte del mondo, infatti, una commissione d’inchiesta ha individuato 1006 casi nel corso degli ultimi 70 anni non segnalati alla magistratura. Nel corso della deposizione davanti alla Commissione Reale sulla pedofilia, istituita a Sidney la scorsa estate, Geoffrey Jackson, membro del corpo direttivo della Watchtower, uno dei 7 «papi» dei testimoni di Geova, ha ammesso che le procedure adottate fino ad allora si erano rivelate inadeguate: «Altrimenti - ha spiegato - non le avremmo modificate». Negli ultimi anni il libro degli Anziani, il testo di riferimento per chi guida le comunità di fedeli sul territorio, è stato progressivamente emendato. Fino al 2010 i testimoni di Giustizia non potevano ritenersi a tutti gli effetti «liberi di denunciare» abusi sui minori. Fino a quella data, era necessario avere almeno due testimoni per ritenere veritiero un fatto penalmente rilevante. «Ma nei casi di violenza sessuale come si fa ad avere due testimoni? Se non c’è confessione del colpevole, l’unico testimone è la vittima. E da sola non basta», spiega Rocco Politi, fino al 2001 anziano a Modena e anche sostituto sorvegliante. «Nel corso della mia esperienza — aggiunge Politi, oggi commentatore per Radio Maria — ho trattato almeno dieci comitati giudiziari che avevano per tema casi di molestie su minori. In nessun caso abbiamo riferito all’autorità giudiziaria».

La regola dei due testimoni. Come ogni dettaglio della vita spirituale (e non) dei testimoni di Geova, anche la regola dei due testimoni è mutuata da una minuziosa lettura della Bibbia. In questo caso si tratta di alcuni versetti del Deuteronomio: «Nessun testimone singolo deve levarsi contro un uomo rispetto a qualunque errore o a qualunque peccato, nel caso di qualunque peccato che egli commetta. La questione dev’essere stabilita per bocca di due testimoni o per bocca di tre testimoni». La regola nel 2010 è stata modificata, i fedeli sono liberi di denunciare e gli anziani sono invitati a non interferire con la scelta delle famiglie. Questo almeno è il dettato del libro degli anziani, un «codice» per chi guida le comunità. Per entrare più nel dettaglio delle procedure adottate in casi come questi, bisogna consultare però le lettere agli anziani, circolari aggiornate periodicamente che costituiscono una sorta di manuale pratico. In una lettera del 2012 si legge chiaramente: «Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa su abusi su minori, dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio», ovvero la Betel, la sede centrale della congregazione a Roma. E allo stesso modo, in altre lettere viene più volte rimarcata la centralità dei responsabili romani su ogni delicata questione legale. Lo scorso 18 febbraio, «Le Iene» hanno raccontato la vicenda di Riccardo Maggi. Venuto a conoscenza di un presunto abuso sessuale ai danni di un bambino di 9 anni, ha cercato di convincere gli altri anziani della congregazione a presentare denuncia. Dinanzi al loro rifiuto, ha deciso di denunciare da solo il fatto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. E inoltre ha avvisato anche le altre famiglie della comunità dei rischi legati alla presenza tra di loro di un presunto pedofilo. Per tutta risposta, gli anziani lo hanno disassociato. Condannandolo alla «morte sociale» che spetta agli scomunicati di Geova.

La replica dei testimoni di Geova. A una richiesta di intervista di CorriereTv, l’ufficio informazione pubblica della Betel ha risposto con una lettera: «I testimoni di Geova ripudiano la pedofilia e gli abusi all’infanzia, reati perpetrati purtroppo a tutti i livelli della società. Per noi la salvaguardia dei bambini è di importanza capitale. Da decenni sia le nostre riviste sia il nostro sito web pubblicano articoli rivolti tanto ai testimoni di Geova che al pubblico in generale che trattano come proteggere i bambini dagli abusi», si legge nel comunicato, che spiega poi le modalità con cui i bambini partecipano alle attività: «Non sono mai separati dai genitori». Riguardo poi al nodo fondamentale del rapporto con l’autorità giudiziaria in caso di molestie, il testo specifica: «La vittima o i relativi genitori hanno il sacrosanto diritto di denunciare i casi di abuso alle autorità competenti. Gli anziani di congregazione non celano alle autorità chi compie abusi o eventuali pedofili, né cercano in alcun modo di evitare a costoro le conseguenze delle loro azioni. Chi si macchia del peccato di abuso all’infanzia è passibile di espulsione dalla congregazione e, se ha una posizione di responsabilità, decade dall’incarico». Riguardo all’inchiesta australiana, i vertici dei Testimoni di Geova italiani rimandano alla memoria difensiva presentata nel corso del procedimento, in cui si ribadisce che «i testimoni di Geova non perdonano né coprono» gli abusi su minori, ed anzi sono stati parte attiva «nelle indagini e nella documentazione» di casi di questo tipo. Per gli avvocati della Watchtower, inoltre, casi reali di molestie non sarebbero 1006, ma molti di meno. E in almeno 200 circostanze riguarderebbero fatti commessi da persone prima del loro battesimo. Infine, per quanto riguarda le accuse di Riccardo Maggi, i funzionari della Betel italiana aggiungono: «Aspettiamo di conoscere l’esito delle indagini avviate».

La precisazione. A distanza di tre giorni dalla pubblicazione del servizio, dall’Ufficio Informazione Pubblica dei Testimoni di Geova è arrivata una cortese richiesta di precisazione. Dopo aver ribadito quanto già enunciato e riportato nel testo dell’articolo, ovvero che i Testimoni di Geova ripudiano la pedofilia, la Congregazione centrale puntualizza che «rispondiamo a tutte le richieste di accesso ai dati personali nel pieno rispetto della normativa vigente e nei termini prescritti dalla legge. Mai nessun testimone di Geova è stato espulso per il motivo di aver richiesto l’accesso ai propri dati personali, richiesta che, si ribadisce, è pienamente legittima».

Il servizio de Le Iene su Testimoni di Geova e pedofilia, scrive il 27 gennaio 2016 Next Quotidiano". Ieri Le Iene hanno mandato in onda un servizio di Luigi Pelazza sui Testimoni di Geova e su uno scandalo di pedofilia. Nel servizio si è parlato anche del CESAP, Centro Studi sugli Abusi Psicologici (Ce.S.A.P.), associazione senza fini di lucro, aconfessionale ed apolitica che si occupa in generale delle sette in Italia. Avevamo parlato qualche tempo fa dello scandalo pedofilia nei Testimoni di Geova in Australia. Ne ha parlato il Sydney Morning Herald citando le conclusioni di un’inchiesta giudiziaria nel paese. La chiesa, che conta in Australia 70mila membri attivi, ha seguito la politica di gestire le accuse all’interno come per tanti anni ha fatto anche la Chiesa cattolica. La Commissione ha sentito i responsabili della Chiesa in un’interrogazione istituzionale sugli abusi sessuali sui minori, in particolare su due casi di anziani dell’istituzione accusati di pedofilia. Secondo le loro regole chi abusa di bambini può essere espulso dalla chiesa se le accuse sono dimostrati, ma tra i requisiti è necessario che almeno due testimoni parlino davanti a un comitato giudiziario interno, davanti al quale però molti accusati non sono stati interrogati. Angus Stewart della commissione che indaga sugli abusi ha detto che i testimoni di Geova hanno registrato 1006 casi di autori di presunti abusi all’interno dell’organizzazione a partire dal 1950, ma la Chiesa ha seguito pedissequamente l’indicazione di non denunciare le accuse di abusi alle autorità secolari. La commissione ha sentito che la Chiesa aborrisce abusi sessuali su minori, che riconosce come “un peccato grave e un crimine”. “I testimoni di Geova credono che l’unico modo per porre fine finalmente gli abusi sui minori è, come dicono loro, ‘abbracciare il regno di Dio retto da Cristo’ e ‘amare Dio con tutto il tuo cuore e il tuo prossimo come te stesso’, in modo da essere salvati quando arriverà la fine del mondo”, ha detto Stewart.

IENE. TESTIMONI DI GEOVA, DUE TESTIMONI PER PUNIRE UN ABUSO SESSUALE, scrive il 02.03.2016 Giornalettismo. La comunità dei Testimoni di Geova – spiega il servizio de Le Iene – non ammette relazioni degli associati con l’esterno e, per provare la veridicità di fatti gravi come un abuso occorre la testimonianza di due persone. Senza considerare che viene vietata la possibilità di denunciare il fatto all’Autorità giudiziaria. Ogni decisione e sanzione (nella peggiore delle ipotesi la disassociazione) spetta ad una sorta di tribunale interno. La regola (che deriva dalla Bibbia, dal Libro del Deuteronomio, capitolo 19) è scritta in una circolare interna della congregazione: in casi di abusi sessuali su minori gli anziani (i membri più autorevoli della comunità) «non sono autorizzati dalle Scritture a intraprendere alcuna azione […] fino a che non ci sarà una confessione o la testimonianza di due testimoni credibili». «Comunque uno se abusa su minore, non penso che lo fa alla vista di due persone», è il commento di uno degli associati ai Testimoni di Geova che ha deciso di parlare alle Iene in forma anonima per svelare i criteri interni di decisione. «Non penso – aggiunge il ragazzo – che gli anziani abbiano capacità o qualifiche professionali per poter valutare dei casi di questo tipo. Non è normale comportarsi così». Il rischio è che diversi casi di abusi compiuti da Testimoni di Geova non siano stati mai denunciati nonostante prove o sospetti. In Australia è stato scoperto che gli associati avrebbero distrutto prove di mille abusi sessuali compiuti su minori. Qualcosa di ugualmente grave potrebbe essere successo anche in Italia. «Una sera – è una delle testimonianze raccolte e pubblicate da Le iene – mi mandarono a dormire a casa di alcune persone di quella congregazione che noi frequentavamo. Avevo nove anni. Mi hanno mandato al piano di sopra per andare a letto. Quando sono entrata in camera è entrato un anziano. Cominciò a farmi una specie di predica. Dopodichè, mi attiro a sè prendendomi prima il braccio e poi la testa. Mi costrinse a fare quello che un bambino non dovrebbe neanche immaginare, il sesso orale». E dopo la confessione alla mamma di quanto accaduto? «Mi diede della bugiarda», racconta la vittima. «Lei voleva che lo denunciassi, ma non all’Autorità, perché loro non fanno così. Voleva che io trattassi la questione con gli anziani. Loro avrebbero parlato con lui. Ma se vanno a chiedere a lui, lui mica ammette?». Per loro – dice ancora la donna parlando della congregazione e di come reagisce agli abusi – la punizione di un pedofilo vuol dire, portarlo, quelle volte che succede, davanti al tribunale interno. Ma sono normali due testimoni in un abuso su minore?». E se lo condannano? «Al massimo lo disassociano». «Ho scoperto che c’erano anche altri miei familiari che avevano avuto la mia stessa sorte», è invece il racconto di una donna denuncia abusi sessuali e violenze del padre all’età di 13 anni. «Siamo andati a parlare dagli anziani. L’unica cosa che mi è stata detta: ‘Tuo padre non è pedofilo’. E che comunque questa storia non dovevo raccontarla in giro, perché era una vergogna per gli altri miei familiari». E anche dopo la confessione del padre davanti agli anziani sarebbe cambiato poco: «È stato fatto un Comitato Giudiziario ed è stato disassociato. Poi è stato riassociato dopo due anni». Nessuno avrebbe mai chiesto, davanti alle storie di violenze e abusi, di presentare una denuncia. «Hanno le mani macchiate del sangue di innocenti. Tutti quelli che vengono a conoscenza non fanno niente, sono complici». E la risposta della congregazione? «Noi ripudiamo gli abusi. Si documenti bene e si accorgerà che è nel totale errore», si limita a dire telefonicamente un addetto stampa rispondendo a Luigi Pelazza. Che infine si chiede: «E se a fare le stesse domande fosse un magistrato?»

Le Iene e i ragazzi ex testimoni di Geova cacciati dai genitori, scrive Giornalettismo. Dopo il servizio della settimana scorsa, un nuovo filmato realizzato de Le Iene firmato da Luigi Pelazza raccoglie ancora testimonianze di persone dissociate dai Testimoni di Geova. La trasmissione di Italiauno ha raccolto, in particolare, la testimonianza di due ragazze stufe di essere condizionate dalla congregazione in ogni aspetto della loro vita. «Tantissime persone si sono svegliate, sono stufe di essere condizionate in ogni minimo aspetto della loro vita, solamente che si trovano nella nostra stessa situazione», hanno affermato alle telecamere di Mediaset nel corso di un’intervista rilasciata senza rendere il proprio volto riconoscibile. «Vorrebbero uscire, ma sanno – hanno continuato – che nel momento in cui abbandonano questo culto perderanno tutti i loro affetti, per via di questa regola interna inflessibile». «Sarebbe la fine per noi…», hanno poi affermato relativamente al rischio di essere scoperte.

I BAMBINI VITTIMA DI UN «PLAGIO MENTALE» – Si parla, dunque, di regole rigidissime da rispettare, fin da giovanissimi. Nella scuola teocratica s’insegna «come dobbiamo accattivare la persona, quindi capendo i punti deboli e automaticamente lavorare su quelli», spiegano le ragazze. I bambini di pochi anni, affermano nell’intervista, «devono giocare con i bambini della congregazione, perché gli altri sono sempre una minaccia, anche se si tratta di persone perbene». I fanciulli, secondo le ragazze intervistate, sarebbero vittima di un vero e proprio «plagio mentale». Lo dimostrerebbe anche un cartone animato distribuito all’interno della comunità dei Testimoni di Geova per spiegare ai figli che non tutti i giocattoli sono adatti al divertimento, ma solo quelli che «rendono felici» Geova.

L’ALLONTANAMENTO FORZATO DALLA FAMIGLIA – Ma a preoccupare diversi fratelli della congregazione sarebbe anche e soprattutto l’allontanamento forzato dai propri cari nel caso di abbandono del loro credo. «Io penso – racconta ancora una delle ragazze alle Iene – che se tutti quanti prendiamo coraggio, alziamo la testa e acquistiamo la nostra libertà magari un domani potrà cadere l’ostracismo. Io me lo auguro con tutto il cuore per tutti quelli che in questo momento stanno soffrendo come noi». Alle telecamere di Italiauno, è stata ascoltata anche una ex testimone di Geova, Marcella, che ha raccontato di essere stata costretta ad allontanarsi dai genitori. «Sono stata dissociata – ricorda la ragazza – quando avevo 22 anni, perché nel luogo di lavoro avevo conosciuto un ragazzo. Dopo che c’eravamo frequentati… lui voleva avere dei rapporti sessuali ed io comunque mi ero rifiutata, perché comunque sapevo che stavo andando contro le regole rigide che c’erano nella mia religione». Ad ordinare la dissociazione di Marcella sarebbero stati gli anziani della congregazione, alla quale la ragazza si era rivolta per la sua situazione! Qualcosa doveva essere successa per forza!». Dunque, dopo l'allontanamento dai Testimoni di Geova, Marcella dice di essere rimasta sola, lontana da genitori, fratello e zii. Respinta. Rifiutata. «Questo calvario dura da 12 anni», afferma a Le Iene.

I GENITORI CHE RESPINGONO I FIGLI – Un calvario, quello vissuto in famiglia dagli ex testimoni, che la stessa Marcella ha deciso di raccontare in prima persona registrando con una telecamera nascosta una conversazione con i propri genitori del disperato e inutile tentativo di riallacciare un dialogo. In un video diffuso da Le Iene la ragazza incontra madre e padre per spiegare che la loro vita di litigi non può continuare e che sarebbe meglio avere un rapporto normale. Ma la risposta dei genitori, quasi straniti per la visita della figlia, è lapidaria: «Tu non hai capito niente allora? Tu hai fatto la tua scelta, ti sei allontanata da Geova. Lo sai che Geova mette un muro». Il papà afferma: «Lo sapevi che con i dissociati non dobbiamo avere niente a che fare, compresi i figli». Poi, la mamma aggiunge: «Tu hai lasciato Geova, a me non appartieni più! Quando tornerai da Geova allora le cose ritorneranno come prima, lo sai. Tu sei andata contro Geova. Io non voglio la maledizione di Geova! Io amo Geova, punto e basta!».

LA CONGREGAZIONE NON RISPONDE – Ma cosa pensa la congregazione di tutto ciò? Stefano Papanzian, uno dei responsabili dell’informazione pubblica dei testimoni di Geova davanti alle telecamere di Italiauno si rifiuta di commentare le testimonianze di dissociati e ripete di rispettare a pieno le regole della Bibbia. Chiede di ricevere domande via mail per un’intervista alla quale fornire risposte scritte. E degli ex fratelli dice: «Non ho interesse ad incontrarli, frequentarli o ascoltare le loro accuse».

Testimoni di Geova. Video, Le Iene e la manipolazione degli adepti, la denuncia: non è la prima volta, il precedente del 2014 (oggi, 27 gennaio 2016). Testimoni di Geova, 27 gennaio 2016, le Iene denunciano la manipolazione mentale shockante che subiscono i membri della setta, video del servizio con l'inviato Pelazza sulla pedofilia, scrive il 27 gennaio 2016 "Il Sussidiario". Il giorno dopo il video choc sui Testimoni di Geova mostrato dalle Iene fa discutere, sia per il contenuto di quanto rivelato sulla manipolazione dei alcuni adepti, sui presunti abusi, e sia per la particolare presa di mira di un’intera religione da parte del programma di Mediaset. Questo servizio tra l’altro non è il primo in cui Le Iene si occupano del caso Testimoni di Geova: già nel 2014 un servizio aveva cercato di raccontare e denunciare alcune pratiche strane. Due ragazze avevano raccontato alla trasmissione di Italia 1 di essere stufe di essere condizionate dalla congregazione in ogni aspetto della loro vita. Ecco le loro parole dell’epoca, riportate in un articolo di Giornalettismo: «Tantissime persone si sono svegliate, sono stufe di essere condizionate in ogni minimo aspetto della loro vita, vorrebbero uscire ma sanno che nel momento in cui abbandonano questo culto perderanno tutti i loro affetti». Problemi, manipolazioni e soprattutto minacce di abbandono. Sono passati anni ma la questione è sempre così: la domanda è se si tratta di alcuni casi isolati o se la quesitone è più diffusa di quanto si pensi o di quanto mostrano le Iene. Sta sicuramente facendo discutere il servizio sui Testimoni di Geova realizzato da Luigi Pelazza è trasmesso ieri a Le Iene Show per svelare quello che succede dentro il loro Comitato Giudiziario e la manipolazione subita dagli adepti. Un video che ha sicuramente fomentato l'odio verso i seguaci di questa religione, ma che ha anche diviso il pubblico sui social, visto che non tutti si sono sentiti di condannare a priori queste persone: "Basta pensare che secondo le leggi di Geova non si può donare il proprio sangue ad un figlio/a morente. Genitori/persone/religione di m*rda!", "Il prossimo testimone di Geova che mi viene a bussare, gli butto un bel secchio di urina dal balcone. Sono ufficialmente razzista verso queste latrine!", "Io nn sono testimone di Geova...ma quello che scrivete voi mi fa abbastanza schifo...facile credere alle cazzate che dice la televisione.. io ho alcuni amici e sono delle brave persone...conosco anche infermieri e dottori quindi nn è vero niente il fatto dell'Università...conosco TG con figli gay e che cmq stanno in. casa mangiano con i genitori ecc quindi TT stronzate", "Bisogna conoscerli prima di guiducarli...vergogna. Nn sono testimone di Geova ma nn si può fare di un erba un fascio!!! Quante famiglie cattoliche coprono cose oscene e orribili?". Nella scorsa puntata, Le Iene Show ha trasmesso un servizio sui Testimoni di Geova, denunciando la mancanza di libertà in cui vivrebbero gli adepti di questa religione. In Italia i membri sono 500 mila membri e da diversi anni la Cesap, l’associazione italiana di medici e psicologi, indagano sul plagio che subiscono i Testimoni di Geova. L’inviato Pellazza, come si può vedere in video, intervista la dottoressa Lorita Tinelli, psicologa del Cesap, che afferma che i membri di questa religione subiscono costantemente “manipolazione mentale altamente nociva” da parte dei livelli ‘alti’. Uno degli aspetti del plagio parte dall’omologazione degli adepti, costretti ad indossare gli stessi vestiti, fare gli stessi gesti ed usare le stesse parole. Il servizio ci mostra anche due episodi, entrambi con al centro due maggiorenni che compaiono di fronte ad una commissione di anziani volta a giudicarne il comportamento. I due ragazzi hanno avuto rapporti sessuali consenzienti con altre due persone e le rispettive madri li hanno portati di fronte ai ‘giudici’ della setta, costringendoli a rivelare anche i dettagli più intimi. Alla fine i due ragazzi sono stati espulsi come membri e come ci spiega la dottoressa Tinelli, questo implica anche che non possono avere nessun contatto anche con i propri familiari. Anche se abitano nella stessa casa. La seconda parte del video tocca un tema molto più forte, quello della pedofilia. Un ex anziano riferisce alle telecamere di essere stato allontanato dalla setta quando ha denunciato un presunto atto di pedofilia che sarebbe stato compiuto da un membro. Il ragazzo sarebbe stato sorpreso in macchina con un bambino ed il provvedimento preso dagli anziani è stato di impedirgli di parlare pubblicamente ai confratelli durante le riunioni. La setta vieta espressamente di denunciare alle autorità qualsiasi confratello, anche se ha commesso i reati più gravi come questo. L’inviato ha anche cercato di parlare con il padre del bambino ma il plagio è tale che l’uomo, come mostra il servizio, non si rende nemmeno conto di essere manipolato. La dottoressa Tinelli ha confermato che secondo gli studi molte persone, una volta estromessi dalla setta, arrivano anche a commettere il suicidio. Sempre secondo la dottoressa, quindi, l’eventualità quindi di non poter far più parte del gruppo diventa un deterrente e dimostra fuori da ogni dubbio il soggiogamento che tali persone sono costrette a subire. 

14 ottobre 2011. L’udienza preliminare. Nell'aula Alessandrini del Palazzo di giustizia di Taranto è cominciata l'udienza preliminare dinanzi al gup Pompeo Carriere per l'omicidio di Sarah Scazzi, avvenuto il 26 agosto 2010. Tredici gli imputati. La Cassazione ha stabilito che il processo si terrà a Taranto, rigettando la richiesta di rimessione del processo e trasferimento a Potenza avanzata dai difensori di Sabrina Misseri.

L'udienza preliminare si svolge - come di norma a porte chiuse. In aula ci sono Sabrina Misseri e la madre Cosima Serrano, entrambe detenute e accusate in concorso tra loro di omicidio volontario, sequestro di persona e soppressione di cadavere. Presenti anche Michele Misseri, il fratello Carmine e il nipote Cosimo Cosma, tutti e tre accusati con le due donne della soppressione del cadavere di Sarah. Non c'è Concetta Serrano, madre di Sarah: i legali della famiglia, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, hanno annunciato una conferenza stampa di Concetta ad Avetrana, una volta conclusa l'udienza odierna.

Sapientemente, come una partita a scacchi, che non si gioca nelle aule dei tribunali, ma nei salotti mediatici. Poi ci si lamenta che il popolino, ingenuo, ne venga influenzato.

Stretta ai lati dai suoi avvocati, Valter Biscotti e Nicodemo Gentile, abili registi di un processo mediatico, e assediata da giornalisti e telecamere che ha accolto nella sua casa, Concetta Serrano Spagnolo, la mamma di Sarah Scazzi, ha voluto sfogarsi come non faceva da tempo. Sotto il fuoco incrociato delle domande dei cronisti la donna dai capelli rossi e lo sguardo senza pianto né sorrisi ha voluto puntare subito sulla nipote Sabrina: «Dico a Sabrina che se dice la verità, starà bene lei stessa. Se la verità non continua a dirla, sono certo che Dio Geova farà parlare persino le pietre per far uscire fuori la verità. Perché se Sarah ha sofferto pochi istanti, la sofferenza che lei potrà provare a non dire la verità sarà un tormento senza pace. Mia figlia ha sofferto pochi minuti, ma se lei non parla e dice la verità vivrà nel tormento per tutta la vita». Ricordando i tempi in cui sua figlia frequentava chi l’avrebbe poi uccisa, mamma Concetta ha parlato di una Sabrina diversa da come lei stessa si vuole presentare. «Mia figlia si lamentava per come Sabrina la usava e la chiamava solo quando voleva aiuto mentre spesso la lasciava a casa da sola». Parole dure anche nei confronti della sorella Cosima. «Non riesco ancora ad inquadrare il suo ruolo. Lei che non parla mai – ha detto Concetta – sarebbe ora che parlasse e che dicesse finalmente quello che certamente sa. Se è vero che mamma e figlia hanno aiutato Michele a gettare Sarah nel pozzo, vuol dire che hanno anche ucciso. Provo tanta rabbia per loro e non riesco a capacitarmi di come abbiamo potuto uccidere una bambina per di più loro parente». A proposito della sorella Cosima, poi, la mamma di Sarah ha ricordato un episodio accaduto il giorno della scomparsa di sua figlia: «Eravamo in caserma per la denuncia e ricordo che trattenendo le lacrime disse così: “questa volta Sarah l’ha fatta veramente grossa”. Fu allora che cominciai a pensare che mia sorella sapesse qualcosa». Parole di sdegno anche per il cognato Michele. «Prima mi faceva solo pena ora mi fa schifo lui e la sua famiglia; mio cognato ha sempre fatto quello che hanno voluto gli altri ed ora è un bugiardo; se deve venire a parlarmi per dire le sciocchezza che sta dicendo è meglio che resti dov’è, perché quando dice quelle cose mi fa schifo». La donna non ha risparmiato accuse «a certi giornalisti – ha detto – che invece di concentrarsi sulla giustizia e sulla verità, si concentrano su altro, per esempio quando sono andati a casa di Michele quando è stato scarcerato: quella è stata una cosa di pessimo gusto». Come «squallida – ha aggiunto – è stata la messinscena dell’altarino di mia figlia sotto al garage dove è stata uccisa. Tutta l’attenzione ora è rivolta a queste persone squallide mentre di mia figlia che non c’è più sembra se ne siano dimenticati. Provo rabbia e dolore quando sento che Michele parla e piange parlando di mia figlia. In questo modo non fa che infangare il suo nome e il suo ricordo». Dopo mesi di silenzio è tornata a parlare Concetta Serrano Spagnolo, la madre di Sarah Scazzi, la quindicenne uccisa ad Avetrana (Taranto). La donna ha incontrato i giornalisti, perché «voglio conoscere la verità, voglio sapere chi ha ucciso mia figlia. Se non ci fosse stata la stampa Sarah non sarebbe stata mai trovata. Ma non tutti i giornalisti fanno il loro lavoro con coscienza. Certi giornalisti li disprezzo, perché invece di ricercare la verità si concentrano su altro. Si concentrano tutti su questi possibili criminali, sembrano dei miti, mentre Sarah viene dimenticata da tutti. La sogno spesso come se fosse viva. Tutti la conoscevamo come una ragazza allegra, solare, sorridente. Questa tragedia mi ha lasciato sinceramente allibita: chi si aspettava una cosa del genere da familiari? C’è tanta rabbia perché non riesco a capire come siano riusciti a uccidere una bambina, dei familiari poi!?! Mi rendo conto che sono state delle persone che non solo hanno ucciso Sarah, ma hanno ingannato anche me con la loro presenza. A tante domande devono rispondere loro. Per questo dico sempre che devono dire la verità, una verità che ancora non è venuta fuori. Io mi faccio mille domande, penso a tante cose. Non posso escludere che Sarah abbia sentito discorsi o visto quello che facevano in casa». Quanto a ricucire i rapporti con la famiglia Misseri? «Questo sarà difficile che avvenga. Loro non hanno mai detto la verità, nemmeno ai giudici. Hanno paura che esca fuori la verità. Michele mi faceva pena prima, oggi mi fa schifo come il resto della sua famiglia. Lui ha un suo bagaglio di bugie e si carica anche di quelle di moglie e figlia. Mia figlia non sarebbe mai entrata nel garage, perché Sarah ha paura del buio. Michele fa quello che gli dicono di fare. Sta recitando solo una parte per compiacere i suoi famigliari. E' un uomo che non ha il senso della giustizia, della moralità. Quell'altarino nel garage è una cosa squallida. Vuole chiedermi perdono? Che la smetta di dire tutte quelle cretinate e racconti solo come è morta mia figlia».

Dopo circa tre quarti d’ora di domande e risposte Concetta ha chiuso l’incontro con un desiderio: «Voglio che sia fatta giustizia, ma non voglio un colpevole – ha detto – ma il vero colpevole che ha ucciso mia figlia».

Partiamo dall’aspettativa di giustizia che hanno le vittime (ed i loro familiari). La mamma di Sarah, Concetta Spagnolo Serrano, non crede nella giustizia. «La morte di Sarah è un segreto che si porteranno sempre dentro Cosima e Sabrina». Queste alcune delle parole di Concetta Serrano, madre di Sarah Scazzi, raccolte dall'inviato di Quarto Grado e in onda su Retequattro alle 21.10 del 7 settembre 2012. «Quel 26 agosto - racconta Concetta Serrano parlando con l'intervistatore del giorno della scomparsa della figlia quindicenne - ho avuto l'impressione che a Sarah fosse accaduto qualcosa di grave, ma non sapevo di preciso cosa. Mai avrei immaginato nulla del genere». «Mia figlia - afferma la donna - è stata vittima della cattiveria di Sabrina e Cosima. Il fatto che mia sorella, insieme alla figlia, abbiano rincorso Sarah, mi fa pensare a qualcosa di più squallido della gelosia. Secondo me oltre a quello ci sono altre cose». «In questi mesi non ho mai avuto il desiderio di parlare con loro semplicemente perché tanto, vigliaccamente, non si assumono le loro responsabilità dicendo la verità. Continueranno sempre con quella versione all'infinito. È una pugnalata quando mi guardano con quegli occhi indemoniati e pieni di scherno. Mi sento tradita e penso che un tempo erano altre persone». «Non so se ci sia ancora poco o molto da scoprire sull'omicidio di mia figlia.

L'importante - dice ancora la donna - è che si arrivi alla verità.

Questo è un segreto che si portano dentro Cosima e Sabrina e non so come facciano a sopportare questo peso atroce sulla coscienza, ammesso che ne abbiano una». La donna conclude parlando del processo e del suo stato d'animo quando si trova in aula: «Quando sono in aula - racconta - mi sembra di perdere il contatto con la realtà. In questi mesi ho assistito alle udienze e sono rimasta profondamente turbata. Mi sembra un processo assurdo, tant'è che spesso mi pongo degli interrogativi e dico: ma questo processo perché si svolge? A chi serve? Chi se ne avvantaggia? La vittima? Non direi proprio». «Se la giustizia deve rendere a ciascuno il suo - conclude Concetta Serrano - a Sarah cosa verrà corrisposto?»

La domanda che sorge spontanea è: cerchiamo giustizia o piuttosto pretendiamo vendetta? Ed una persona di fede che crede nella misericordia divina, può perseguire la vendetta e non la giustizia? E poi quale giustizia: quella pretesa dai media; quella pretesa dalle parti; quella imposta dai magistrati?

Nella trasmissione "Quarto Grado", in onda su Rete 4, è intervenuta la mamma della povera Sarah, la bimba uccisa due volte: prima dall’omicida e dopo dai media. Pur comprendendo il dolore di una madre a cui viene uccisa una figlia, in modo crudele e da parenti, c'è da dire che la signora ha lanciato una serie di nefandezze. Nessuno le toglie il diritto sacrosanto di pretendere giustizia giusta e vedersi risarcita per la perdita della figlia.

Tuttavia, questo non la autorizza, in pubblico via Tv, a lanciare proclami di vendetta con parole forti e ancor di più fare ingiusta pubblicità alla setta dei Testimoni di Geova. Proprio lei che afferma che chi invita "zio Michele" nelle trasmissioni tv, lo invita in cerca audience a buon mercato. Concetta Spagnolo Serrano più volte ha detto che vuole vendetta, che questa vendetta è gradita a Dio Geova. Insomma, un Dio vendicatore e giustiziere, una vera eresia mandata in diretta, senza che nessuno degli ospiti avesse avuto il coraggio di contraddirla. A parere della mamma di Sarah Scazzi, Dio dovrebbe mandare fulmini e saette sugli assassini. Una concezione eretica e blasfema, perché detta da una persona di fede. Quel Dio a cui la signora si riferisce forse è il Dio del vecchio testamento, adorato dai Testimoni di Geova, dagli ebrei e dai mussulmani. Il Dio di Gesù Cristo è Dio fatto da amore puro e misericordia e sa perdonare, se pentito, anche il peggior delinquente. Se Dio fosse stato come dice la signora, non sarebbe morto di Croce, avrebbe sterminato facilmente i suoi aguzzini.

Bisogna distinguere: Dio non manda mai il male, ma lo permette, quando questa specie di catechismo del male, serve per ottenere un bene. La sparata della signora Scazzi, ci fa riflettere su come la Tv esageri con dibattiti relativi ai delitti, alle morti. Si ascoltano parole in libertà, interviste che potrebbero anche essere frutto di contrattazione e teorie spesso senza fondamento, in quanto nessuno dei soloni, ha letto le carte processuali. Non sarebbe ora di smetterla con questi catechizzatori mediatici, senza arte, ma di parte, che ci lavano il cervello?

Nei fatti di cronaca nera si impreca contro il mostro sbattuto in prima pagina, spinti dall’impeto dell’odio ed in base alle informazioni date per un interesse, quindi spesso distorte od artefatte. Al presunto autore si scaglia l’anatema più grave: affinché egli bruci all’inferno per tutta l’eternità. Inferno è il termine con il quale in ambito religioso, si indica il luogo metafisico (o fisico) che attende, dopo la morte, le anime (o i corpi) degli uomini che hanno rifiutato Dio scegliendo in vita il male ed il peccato. l'Inferno è caratterizzato da estremo dolore, enorme disperazione e tormento eterno. Può essere visto come un luogo metafisico o spirituale che ospita le anime incorporee dei morti, oppure come luogo fisico sede di tormenti altrettanto fisici. L'Inferno costituisce una condizione di dannazione eterna e questa condizione è solitamente assegnata in base alla condotta morale e spirituale che la persona ha tenuto in vita. Certo è che nessuno sa che l’inferno in terra si chiama carcere e che lì dentro vi sono persone, spesso, che non meritano di starci.

E’ una discarica di rifiuti umani, spesso frutto di raccolta differenziata (poveri ed indifesi), la maggior parte senza colpa, o colpa apparente, o comunque non tanto grave da giustificarne la reclusione. Di questo tutti stanno attenti a non parlarne, tanto i delinquenti sono sempre gli altri e meritano quella pena. Ce ne rammarichiamo solo quando in discarica ci andiamo noi, ben pensanti. Solo allora scopriamo che l’inferno in terra è ingiusto, specie se esso a noi perviene dalla giustizia terrena e non da quella divina.

La mamma di Sarah come non si era mai raccontata prima intervistata da Nazareno Dinoi per il settimanale Di Più e per “La Voce di Manduria”.

Come per liberarsi di un pesante fardello che la opprimeva da quella terribile notte del 6 ottobre in cui la figlia fu trovata morta nel pozzo in contrada Mosca, appesantito dalle lunghe udienze del processo in Corte d’assise, Concetta Serrano Spagnolo, mamma di Sarah Scazzi, mi rilascia una lunga intervista in cui si apre come mai aveva fatto prima, parlando di tutti i dubbi accumulati in questi due anni.

In questi anni, ha mai pensato che forse avrebbe potuto salvare sua figlia Sarah?

«No. Più che altro avrei voluto che avesse seguito la mia religione. Io appartengo ai Testimoni di Geova e avrei voluto che restasse tra noi fratelli, come noi Testimoni di Geova ci chiamiamo l’un l’altro: tra noi sarebbe stata più al sicuro. Noi Testimoni di Geova nemmeno nella fantasia possiamo pensare di uccidere una persona, figuriamoci realmente. Lo dicevo sempre a mia figlia che chi non ama Dio non può amare te. Non l’ho mai obbligata a seguirmi, forse in questo ho sbagliato? ».

I suoi parenti le stanno vicino?

«I miei parenti? E dove sono? Nella mia congregazione dei Testimoni di Geova ho sorelle, figli, nonni, nipoti, quella ora è la mia famiglia. Nessuno dei miei parenti è più presente, sono come morti. Le mie sorelle, piuttosto che stare vicino a me che ho perso una figlia in quel modo atroce, hanno subito parteggiato per l’altra sorella che invece ha la figlia in carcere».

Si è mai sentita in colpa di ciò che è successo?

«L’unico rammarico è non essere riuscita a convincere mia figlia a seguire la mia religione di Geova. Le dicevo sempre che gli uomini sono cattivi e solo con Geova si è al sicuro».

Questa storia le ha portato via una figlia e, in maniera differente, anche una parte dei parenti. Che rapporto ha con gli altri suoi familiari?

«I miei parenti sono le consorelle e i confratelli di Geova. Tutti gli altri hanno preferito stare con la sorella che ha la figlia in carcere e non con me che una figlia non ce l’ho più».

Eppure, nonostante la sicurezza di Concetta, senza alcun ombra di dubbio, troviamo d’altro canto la certezza di Michele Misseri.

IL SATANISMO.

Scorsese: «Io, che volevo fare il prete, vi racconto Dio». Da giovedì nelle sale “Silence”, tratto dal libro di Shusaku Endo. Dopo la presentazione in Vaticano alla presenza del Papa, arriva il nuovo film del regista statunitense, scrive Chiara Nicoletti l'11 gennaio 2017 su "Il Dubbio". È dal 1988 che Martin Scorsese voleva girare Silence, ma il regista premio Oscar ha dovuto aspettare ben ventinove anni per poterlo realizzare. Presentato negli Stati Uniti lo scorso 23 dicembre e nelle sale italiane dal 12 gennaio Silence si basa sul romanzo del 1966 di Shusaku Endo da cui prende il titolo, libro arrivato nelle mani di Scorsese grazie all’arcivescovo Paul Moore incontrato proprio in quel lontano 1988 a New York in occasione della proiezione speciale di L’ultima tentazione di Cristo tenutasi per dei leader religiosi. Sul bestseller e capolavoro di Endo, Scorsese ha dichiarato: «Il tema che Endo analizzava nel suo libro era presente nella mia vita da sempre, fin da quando ero molto, molto giovane. Sono cresciuto in una famiglia profondamente cattolica ed ero molto coinvolto nella pratica religiosa. I miei principi e le mie idee sono ancora basati sulla spiritualità del cattolicesimo in cui ero immerso da bambino, una spiritualità che ha a che fare con la fede». Pochi sanno che Martin Scorsese voleva farsi prete ed ha studiato per diventare tale. Lo ha ricordato spesso nelle interviste, anche recentemente al New York Times e i più attenti al suo cinema sapranno rilevare un sottotesto religioso in ogni sua opera. In alcuni film è più evidente, in altri meno, ma la lotta continua tra bene e male, peccato e moralità, violenza e spiritualità è sempre presente nelle sue opere e sembra condensarsi pienamente in Silence. Per un uomo cresciuto in una Little Italy dove le scelte obbligate erano la malavita o la carriera ecclesiastica, risulta evidente come sia stato fondamentale per Scorsese, utilizzare proprio gli elementi che ha vissuto in prima persona per affrontare più grandi temi. Così, come in un lungo processo di crescita, da film estremamente autobiografici come Mean Streets Domenica in chiesa, lunedì all’inferno in cui si raccontava di un gangster in conflitto tra vita religiosa e malavitosa, Scorsese si è spesso apparentemente allontanato dalle crisi di coscienza ma le ha invece affrontate in maniera estrema, attraverso la pazzia da rifiuto e abbandono in Taxi Driver o il declino della fama e del successo in Toro Scatenato. Come forse a voler concludere un cammino, Scorsese ha voluto ricevere una sorta di approvazione “divina” prima di far uscire il film e il 1 dicembre 2016 è giunto in Vaticano per mostrarlo a Papa Francesco ed a una comunità di maggioranza gesuita. Ambientato nel XVII secolo, Silence racconta infatti di due missionari della Chiesa Cattolica Romana, i padri gesuiti Sebastian Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) nel loro arduo e pericoloso viaggio in Giappone, intrapreso per ritrovare il loro maestro e mentore, padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson) ed al contempo diffondere il cristianesimo. A quel tempo, il Giappone era profondamente anti- cattolico e anti- cristiano. I signori feudali e i Samurai erano decisi a sradicare il cristianesimo dal paese e quindi tutti coloro che si professavano cristiani erano arrestati e torturati, costretti a rinnegare la loro fede o ad essere condannati a morte.

Fede e spiritualismo. Come queste due componenti non fisiche possono mettere in conflitto l’uo- mo tra sé e sé e con gli altri. Martin Scorsese, regista e sceneggiatore di Silence, riflette su un silenzio più grande e inspiegabile, quello di Dio di fronte alle brutalità umane. Un silenzio che non scalfisce e non mette in dubbio l’esistenza di Dio, ma non trova risposta se non nella quiete privata e personalissima. Come lui stesso ha scritto: «Silence è la storia di un uomo che impara – molto dolorosamente – che l’amore di Dio è più misterioso di quanto lui pensi, che Lui lascia più spazio agli uomini di quanto crediamo e che è sempre presente… anche nel Suo silenzio». Martin Scorsese porta il romanzo giapponese nei paesaggi di Taiwan, e confonde tra i colori morti e la forza scenica della natura una crisi profonda che non risale esclusivamente al 1600. Scappare dalla persecuzione e continuare nel proprio credo o rinnegarlo e andare avanti? In questa situazione estrema, Scorsese affida al carisma di Liam Neeson il ruolo più importante e metaforico, quello di un prete costretto a sacrificare il suo credo per un fine più grande. A chiusura del cerchio ed a porre la parola fine all’analisi che negli anni Scorsese ha portato avanti per la sua crescita personale e spirituale oltre che artistica, il continuo binomio tra spiritualità e peccato è visibile nell’alternarsi o fondersi del simbolismo e le grandi metafore sulla fede con una violenza nel film che non è mai celata, anzi estrema e viscerale. Silence con i suoi silenzi sospesi e le parole urlate insieme alle lacrime dei personaggi, non offre consigli, non giudica, non persuade a una verità. Lascia il silenzio della riflessione, per un tema complesso e per un cinema a cui non siamo più abituati.

Satanismo. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Satanismo è un termine generale che ricopre un'ampia gamma di significati, principalmente letterari, artistici, poetici, religiosi e filosofici, che hanno come punto di riferimento la figura di Satana, inteso e rappresentato in numerosi modi, non necessariamente biblici; talvolta come un simbolo o un archetipo, altre volte come un personaggio immaginario, e ancora come un essere realmente esistente. Originariamente indicava un genere immaginativo poetico-letterario, con iconografie caratteristiche, attestato per la prima volta come fenomeno letterario nell'ambito della letteratura inglese del romanticismo nel XIX secolo; diffusosi poi in Europa, si ritrova anche in alcuni autori del decadentismo come P. B. Shelley, Lord Byron, Oscar Wilde, Charles Baudelaire e vari altri.

Età antica. «L'ascendenza di Satana è il risultato di un elaborato incrocio di tradizioni che è durato millenni.» (Chris Mathews, Modern Satanism: Anatomy of a Radical Subculture, p.1.) La figura occidentale di Satana o del demonio risale a numerosi secoli antecedenti rispetto alla nascita della cultura giudaico-cristiana: si possono ritrovare le sue origini nella zona del Medio Oriente, in particolare nelle mitologie e religioni del Vicino Oriente antico, mesopotamiche, egizia, zoroastriana, caldea e cananea, caratterizzate da un pantheon o dalla credenza in divinità o spiriti malvagi e crudeli, ma anche neutrali o associati a catastrofi naturali (si confronti con Set). Fu principalmente a causa dell'influenza zoroastriana sull'élite ebraica di Gerusalemme, avvenuta durante l'esilio babilonese, che l'ebraismo del Secondo Tempio iniziò a sviluppare una complessa teologia morale sul dualismo dell'eterna lotta tra bene e male, le cui tracce si possono abbondantemente ritrovare nell'apocalittica giudaica e nel giudaismo enochico (corrente di pensiero ebraica a cui vanno attribuiti numerosi apocrifi dell'Antico Testamento). L'influenza zoroastriana e caldea tuttavia fu molto importante anche per il passaggio dal concetto di Sheol a quello dell'Inferno (insieme alla visione greca del Regno dei Morti), del giudizio divino, della punizione per i malvagi, dell'identificazione del male con il serpente[6], e, infine, con la nascita della demonologia nel giudaismo rabbinico.

Nel Tanakh e nell'ebraismo del Secondo Tempio. Il Tanakh o "Bibbia ebraica" è molto povero di riferimenti a Satana (viene citato solo quattro volte), e comunque viene relegato ad un ruolo minore nei pochi libri in cui compare[6]. La maggior parte dei demoni che vengono citati sono in realtà delle divinità presenti nei pantheon cananei ed egizi, che sono stati "demonizzati" in seguito alla divisione degli antichi israeliti dal popolo di Canaan e dalle altre popolazioni che all'epoca risiedevano in Palestina e nel Levante, per ragioni di carattere nazionalistico e indipendentista. Nonostante Satana venisse già citato nel libro di Zaccaria, il primo manoscritto biblico in cui Satana fa la sua vera comparsa è il libro di Giobbe, uno dei testi prodotti dalla corrente del giudaismo sapienziale, la quale, così come gli apocalittici, cercava un modo per spiegare l'origine del male e la sofferenza umana. L'esempio ebraico si esplica nello Tanakh e svolge sempre il ruolo di angelo subordinato a Dio ed esegue gli ordini di quest'ultimo, senza mai ribellarsi. L'interpretazione teologica che vede Satana nel serpente di Genesi è in realtà molto tardiva, e non venne formulata dagli ebrei ma dai cristiani, che ancora oggi utilizzano questo modo di considerare il suddetto animale nel mito in questione. Sta di fatto però che nella cultura ebraica il serpente non ha nessun significato particolare. Dopo la scomparsa della corrente apocalittica giudaica e la fine del periodo del Secondo Tempio, i cui unici rimasugli furono le sette del giudeo-cristianesimo e una minore influenza sull'ebraismo rabbinico, gli ebrei rabbinici abbandonarono le idee apocalittiche e tornarono a considerare l'esistenza di un esclusivo Dio benevolente, usando come basi gli insegnamenti dei rabbini del Talmud, e l'impossibilità di ribellione da parte degli angeli, in quanto creati senza peccato. Nonostante ciò le tradizioni ebraiche su Samael, che comprendono racconti, leggende ecc. riportati nell'Aggadah (ereditate anche dai cristiani) e le spiegazioni sull'esistenza del male presenti nella Qabbalah continuarono in momenti diversi a far riemergere la figura di un angelo ribelle. Ma nell'ebraismo il diavolo (costruito soprattutto su religioni e tradizioni straniere) rimane un'allegoria delle inclinazioni o comportamenti negativi che fanno parte della natura umana.

Nel Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento presenta Satana, o il diavolo, molto più di frequente rispetto al Tanakh, in una maniera del tutto nuova e assolutamente negativa di questo personaggio. Egli acquisisce un ruolo molto importante nelle narrazioni su Gesù come suo tentatore o accusatore. Viene inoltre associato a numerosi demoni-divinità straniere del Tanakh, come Baal o Beelzebub, e a figure mostruose della mitologia ebraica, come il Leviatano, soprattutto nell'Apocalisse di Giovanni. Il Nuovo Testamento contiene una sorprendente agitazione di forze demoniache. Nel cristianesimo, Satana assume definitivamente il ruolo di spirito maligno e portatore dell'oscurità, contrapposto al Dio buono della luce, in questo caso Ahura Mazdā. Nel giudeo-cristianesimo, prodotto del giudaismo enochico così come l'essenismo e influenzato anche da quest'ultimo (cfr. Rotoli del Mar Morto), Satana assume definitivamente negli scritti evangelici lo stesso ruolo che Angra Mainyu ricopre nello zoroastrismo, cioè di spirito maligno e portatore dell'oscurità contrapposto al Dio buono della luce, in questo caso Ahura Mazdā. I vangeli hanno contribuito enormemente a costruire una identità malvagia vera e propria di Satana, attribuendogli la totalità del male, molto distinta dal suo ruolo di angelo obbediente inviato da Dio, come invece era raffigurato nel Tanakh.

Età apostolica e patristica. Il primo scrittore cristiano a identificare il serpente di Genesi con Satana fu probabilmente Giustino, nei capitoli 45 e 79 del Dialogo con Trifone. Altri padri della Chiesa a menzionare questo punto di vista furono Tertulliano e Teofilo. Ulteriori interpretazioni errate cristiane sul Tanakh riguardo alla presenza o riferimenti a Satana sono ad esempio il passo biblico 14,12-15 del libro di Isaia, nel quale viene citata la "stella del mattino", cioè il pianeta Venere, che però in questo contesto diventa una metafora per la sconfitta del sovrano babilonese Nabucodonosor II, nemico degli israeliti, presente anche lui nel medesimo capitolo. Questa interpretazione cristiana e la sua erroneità va attribuita a san Girolamo, che tradusse, verso il 408, la Bibbia dal greco al latino, quindi dal termine Φωσφόρος (Phosphoros, cioè "portatore della luce") dedusse quello di Lucifer ("Lucifero"), il quale era già ricco di significati e proveniente da una tradizione letteraria e mitologica greco-romana affermata, che lo metteva in relazione con il leggendario Prometeo. A causa di questa traduzione, la Vulgata, ma più che altro della sua interpretazione letterale, nella quale Girolamo considerava la "stella del mattino" di Isaia un angelo ribelle che cade dal cielo, egli pensò che si riferisse a Satana, e non al sovrano Nabucodonosor II, facendo entrare il termine "Lucifero" nel linguaggio cristiano come uno dei nomi di Satana. Allo stesso modo anche altri passi del Tanakh; ad esempio il 28,14-15 del libro di Ezechiele viene interpretato dai cristiani come un riferimento a Satana, perché narra di un cherubino che, nonostante la sua perfezione, cade in disgrazia. Il passo in questione, insieme all'intero capitolo, è però riferito al re di Tiro. La concezione dualistica tra bene e male del paleocristianesimo venne influenzata anche dal contrasto tra materia e spirito dell'orfismo e platonismo greci. Già dal 94-97 i cristiani del Mediterraneo concepivano Satana come un antagonista il cui obbiettivo è di condurre la cristianità alla dannazione. Ignazio di Antiochia affermava nelle sue lettere che Satana regna sul mondo da quando quest'ultimo è nato e che, grazie all'incarnazione di Gesù e all'imminente parousia, la fine del suo dominio sarebbe arrivata molto presto. È chiaro quindi che Ignazio, così come la stragrande maggioranza dei successivi padri della Chiesa e leader cristiani, prendeva la Bibbia alla lettera invece di interpretarla. Ad ogni modo, le opere di Ignazio sono importanti dal punto di vista linguistico, poiché egli utilizza per primo per riferirsi a Satana la parola ρχων("arconte"), termine che avrebbe assunto un particolare significato nello gnosticismo. L'insistenza di Ignazio per Satana era dovuta al suo continuo e incessante pensiero verso il martirio, ed era tale da considerare persino un'iniziativa ecclesiastica priva dell'autorizzazione di un vescovo come un atto effettuato da un adoratore del diavolo. In seguito venne bollata come un'opera di Satana la comparsa di scismatici ed eretici, contro i quali la Chiesa pronunciava anatemi sull'impossibilità di raggiungere il regno di Dio. Dopo il I secolo diventò una misura standard da parte della Chiesa, accusare gli eretici o gli eterodossi di essere alla mercé del diavolo.

Età moderna e contemporanea. Le origini dei movimenti culturali e filosofici aventi come culto la figura di Satana non possono essere fatte risalire anteriormente al XIX secolo: in particolare, secondo Dawn Perlmutter, la nascita del Satanismo, inteso come fenomeno religioso, potrebbe essere fatta risalire alla figura di Aleister Crowley e ai suoi scritti. A cominciare dal XV secolo si era tuttavia diffusa la credenza, in ambito cristiano, dell'esistenza di fenomeni organizzati di devozione a Satana, che furono pesantemente condannati in opere sulla stregoneria quali il Malleus maleficarum (1486 circa) e il Compendium maleficarum (1620 circa). I movimenti aventi come culto la figura di Satana hanno avuto sorti alterne di repressione e di revivescenza «a partire dai tempi di Luigi XIV, alla cui corte vengono celebrate le prime messe nere per ottenere favori e vantaggi materiali fino al Satanismo contemporaneo, che nasce con Aleister Crowley, un facoltoso inglese vissuto nella seconda metà dell'Ottocento, che dedicò la sua vita all'occultismo. Crowley fondò la prima congregazione satanista della storia, a cui, nel 1911, fornì un'abbazia in Italia, a Cefalù, dove Crowley visse per qualche anno. Nella storia del Satanismo riveste grande importanza la figura del regista underground di Hollywood, Kenneth Angaer e il suo amico Anton Szandor LaVey — pseudonimo di Howard Stanton Levey (1930-1997) — e con il cineasta underground di Hollywood Kenneth Anger, fondatori del Magic Circle nel 1961 e della Chiesa di Satana nel 1966». Nel 1966 il californiano Anton LaVey fondò a San Francisco la Chiesa di Satana, diffondendo questo culto prima negli Stati Uniti e, successivamente, in Europa, durante il periodo della cosiddetta controcultura. In questo contesto venne proposto il "mito" dell'esistenza di un "Satanismo antico" che andava recuperato al fine di generare un autentico "Satanismo moderno". La stessa biografia "leggendaria" di Anton Lavey è oggi messa in discussione. Nel 1975 Michael Aquino, il quale aveva aderito nel 1969 alla Chiesa di Satana fondata da Lavey, se ne distaccò per fondare un movimento satanista alternativo, il Tempio di Set. Il tramonto della controcultura ha progressivamente ridotto il proselitismo delle Chiese sataniche anche se non ha ridotto l'interesse per il Satanismo. Durante gli anni ottanta negli Stati Uniti d'America, in Canada e in Europa le autorità pubbliche, allarmate da una serie di episodi criminali, sospetti o presunti rinvenimenti di sacrifici umani o animali, nonché da numerose testimonianze di psicoterapeuti che riferivano di abusi satanici durante l'infanzia da parte di loro pazienti, nonché testimonianze di bambini maltrattati, hanno avviato una serie di indagini coinvolgendo le chiese sataniste e creando "allarme sociale" intorno ai loro culti. David G. Bromley[35] evidenzia tuttavia che non vi è alcuna prova del coinvolgimento della Chiesa di Satana e del Tempio di Set in questi presunti accadimenti, i quali, peraltro, sono stati frequentemente via via spiegati diversamente. Questi accadimenti, occorsi negli anni ottanta, hanno ridotto drasticamente, sempre secondo David G. Bromley, la diffusione delle Chiese di Satana.

Caratteristiche del Satanismo. Il Satanismo in senso stretto è un movimento che ha come perno della propria filosofia il culto di Satana, e ne fa il punto di riferimento principale della sua ritualità. Secondo lo scrittore decadente Joris Karl Huysmans (1848-1907), il Satanismo è un atteggiamento che «consiste in una pratica sacrilega, in una ribellione morale, in un'orgia spirituale, in un'aberrazione per nulla ideale e cristiana; risiede anche in un godimento temperato dal timore... la gioia proibita di trasferire a Satana gli omaggi e le preghiere dovute a Dio; consiste nell'inosservanza dei precetti cattolici che vengon seguiti all'incontrario, commettendo, per oltraggiare più gravemente Cristo, i peccati che egli ha più espressamente maledetti: la contaminazione del culto e l'orgia carnale».

Movimenti e sette sataniche. Esistono differenti tipi di movimenti e sette sataniche. Il sociologo delle religioni Massimo Introvigne ed il CESNUR hanno classificato diverse tipologie di satanismo. Per una disamina più dettagliata sulla storia del satanismo, si veda l'introduzione al satanismo di Introvigne sul sito ufficiale del CESNUR.

Dalla varie sette, Satana viene concepito in diverse maniere: come archetipo di uno stato di coscienza superiore dell'uomo (Satanismo gnostico), che talora tende verso l'ateismo materialista (Satanismo razionalista); come una divinità a tutti gli effetti (Satanismo luciferiano e spirituale), o come un'entità spirituale preternaturale (Satanismo occultista).

Satanismo occultista. Il satanismo occultista rappresenta la corrente più "nera" del Satanismo, comprendendo quel particolare percorso denominato "via della mano sinistra" che per secoli è stato concepito, appreso e trasmesso su base individuale.[senza fonte] Il Satanismo tradizionale è occultista proprio poiché segue il sentiero oscuro tracciato dalla via della mano sinistra, che è molto legato all'uso della magia nera, la quale assorbe molti concetti proposti dalle divulgazioni di John Milton, Eliphas Lévi e Aleister Crowley. Croce rovesciata (o di San Pietro), simbolo sia anticlericale che dell'anticristo molto usato nell'ambito del Satanismo. Il Satanismo occultista rappresenta la corrente più tradizionale ed ha una forte connotazione di stampo anticlericale. In questa corrente Satana viene considerato in grado di premiare chi si schiera con lui. Gli adepti tengono ben presente il racconto riportato dalla Bibbia giudeo-cristiana che descrive Satana come "principe delle tenebre", "angelo caduto" o "anticristo", e ne fanno un uso stereotipato del loro antagonismo. Tra i vari satanisti presenti sul territorio italiano, soprattutto a Torino, la tendenza comune è quella di venerare Satana compiendo rituali magici finalizzati ad ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Il Satanismo tradizionale occultista è quello che può contare sul maggior numero di adepti. In questo ambito Satana è venerato come un'entità spirituale antica, non malvagia, in grado di dare conoscenze occulte e poteri terreni ai maghi più preparati. La ritualistica occultista è molto complessa e ha molte fonti, come ad esempio la Clavicula Salomonis, il Grimorium Verum, o la Cabala ermetica. Questa corrente pratica l'oscura via dell'Ars goetia. Il satanismo tradizionale occultista opera anche sul piano sociale, andando contro le sovrastrutture consuete della società, dalmonoteismo al materialismo, passando per tutti quei riti, considerati vuoti e inutili, delcerimoniale religioso odierno. Gli occultisti nei loro rituali trattano con demoni di varia natura, riconosciuti dalle caratteristiche peculiari di ognuno, che spesso sono opposte a quelle rivelate dalle religioni monoteiste. Il panorama italiano dei satanisti occultisti si concentra soprattutto nel torinese, dove tra i tanti, dal 2013 è presente il Tempio di Satana. Alla corrente occulta del satanismo appartengono i seguaci del Tempio di Set di Michael Aquino, il quale, ex sostenitore dell'ateismo materialista propinato dalla Chiesa di Satana di Anton LaVey, si rese protagonista di uno scisma da quest'ultima, per concepire una visione più concreta di Satana, riconoscendolo come essere reale. A questa corrente di satanismo appartiene anche l'Ordine dei Nove Angoli che è stato il primo gruppo a descrivere il suo occultismo come "Satanismo tradizionale" nel suo Libro Nero di Satana, pubblicato nel 1984, e che rappresenta il gruppo più estremo di tale corrente.

Satanismo razionalista (o ateo). Il satanismo razionalista nasce negli anni sessanta per opera del musicista Anton S. LaVey, che, attraverso La Bibbia Satanica, tentò di dare un fondamento razionale e compiuto alla sua visione del Satanismo. LaVey è stato il fondatore della Chiesa di Satana. Il satanismo razionalista è ateo ed è concepito in chiave estremamente materialista, edonista, anticristiana e umanista: i suoi adepti, pur non credendo in alcuna divinità, adottano il nome "Satana" — considerato il "ribelle" contro il dio cristiano, e dunque, Satana viene visto semplicemente come una figura emblematica di ribellione contro il sistema di valori cristiani — in contrapposizione alla dottrina cristiana, che ritengono essere oscurantista, in quanto mortificherebbe l'uomo togliendogli ogni valore. I razionalisti propongono una visione antropocentrica della realtà.

Satanismo spirituale (o teista). Il satanismo spirituale nasce nei primi anni duemila con la creazione del sito internet Joy of Satan (abbreviato: JoS) per opera di Andrea Herrington (nota anche come "Maxine Dietrich"), moglie di Clifford Herrington, entrambi militanti del Partito Nazista Americano, un'organizzazione neonazista, neofascista, antisemita e omofoba che promuove la segregazione razziale e la supremazia della razza bianca negli Stati Uniti, iscritta all'Unione Mondiale dei Nazional-Socialisti; la dottrina di JoS è quasi completamente basata sull'ideologia del Partito, eccetto che per una maggiore enfasi sul rifiuto delle religioni abramitiche,[46] una forte componente antiebraica e anticristiana, e la conseguente simpatia per le religioni pagane, in particolare le religioni sumero-babilonesi, e per un estremo monoteismo sincretistico secondo il quale Satana sarebbe da identificare con tutte le divinità pagane delle religioni antiche non più esistenti, che, secondo JoS, sarebbero state occultate dagli ebrei; nello specifico, Satana viene spesso identificato da JoS con il dio sumero Enki e con Melek Taus, dio degli Yazidi (quest'ultimo per influsso degli scritti di LaVey). La dottrina di JoS, che si ispira alla mitologia sumero-babilonese e la riformula a proprio piacimento, mescolandola al razzismo scientifico di derivazione nazista e ad un'ampia gamma di teorie del complotto di vario genere (complotto giudaico, alieni, antichi astronauti, rettiliani, ecc.), in particolare quelle degli scrittori complottisti David Icke e Zecharia Sitchin, sostiene che l'universo sia invischiato in una battaglia cosmica tra una razza di "alieni illuminati" e una di alieni malvagi, i rettiliani. Enki (Satana), uno degli alieni buoni, fu colui il quale "creò" insieme ai suoi collaboratori la razza umana formata solo da esseri umani "nordico-ariani"[46] sul pianeta Terra, attraverso un processo di ingegneria genetica e le diede la conoscenza. I rettiliani invece crearono gli ebrei, combinando il loro DNA con quello di alcuni animali semi-umanoidi. Dopo che gli alieni buoni lasciarono la Terra più di diecimila anni fa, gli ebrei, in quanto discendenti dei rettiliani, crearono delle false religioni per nascondere la verità, incluso il cristianesimo; attraverso queste religioni, gli ebrei-rettiliani avrebbero demonizzato gli alieni buoni, instaurando un clima di terrore, specie la fobia per il sesso, per poter controllare e "programmare" gli umani nordico-ariani. Tuttavia, Enki (Satana) si sarebbe rivelato direttamente ad Andrea Herrington tramite il Black Book of Satan, per poter fondare il sito Joy of Satan e affinchè i suoi adepti "collaborino direttamente con Satana"[46] attraverso meditazione, rituali per evocare demoni e magia sessuale. Un'organizzazione nata in Italia da una costola di JoS è l'Unione Satanisti Italiani (USI), fondata nel 2010 da Jennifer Mezzetta (detta "Crepuscolo"), che promuove l'indipendenza e la libertà individuale dei fedeli rispetto ad organizzazioni o istituzioni religiose di qualunque tipo, comprese quelle sataniste, delle quali è fortemente critica, sebbene la dottrina, la propaganda neonazista e l'odio antisemita dell'USI siano uguali identiche a quelle professate da JoS, eccetto che per un leggero interesse verso il neo-paganesimo, dal quale comunque l'USI mantiene sempre le distanze. Tuttavia, nel 2014 un gruppo dissidente guidato da Giulia Conti si separa dall'USI e fonda il movimento Satanismo Razionalista, che, come si evince dalla sigla adottata, rifiuta interamente il satanismo spirituale e abbraccia il satanismo ateo di LaVey. Entrambi i gruppi sono attivi soprattutto su Facebook.

Satanismo gnostico. Il satanismo gnostico è una corrente spesso confusa con il Luciferismo; in questo ambito Satana non è visto come il malefico descritto nella Bibbia, ma come una divinità che ha dato all'uomo la capacità di evolversi e tornare al suo stato divino originario. Prende molti concetti dalle dottrine dello gnosticismo, anche se rinnega la visione gnostica del mondo materiale inteso come una prigione da cui fuggire. Il fondatore di questa corrente, Dean Joseph Martin, riordinò tutta una serie di idee riferendosi agli aspetti religiosi mistici del pitagorismo, dello gnosticismo, dell'ermetismo e della Cabala esoterica. Il tratto distintivo di questo lavoro di riordino e di unione di idee in apparenza dissimili tra loro è anche la principale chiave di lettura della corrente gnostica: ovvero che sia spiegabile anche il cosiddetto "dio" o "soprannaturale" con lo studio e le leggi scientifiche, in quanto parte di una realtà superiore, ma non per questo priva di logica, anzi strettamente soggetta alle leggi scientifiche. Si prefigge l'evoluzione dell'uomo fino al ritorno a uno stato di divinità, da cui proviene, utilizzando gli strumenti di cui è stato dotato, e che Satana ha contribuito a rendere utilizzabili concretamente. L'ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza, è vista come un vero e proprio peccato, una condizione da cui l'uomo deve riscattarsi mediante lo studio e la conoscenza in senso lato, che si ottengono con il costante ragionamento sia sulle esperienze spirituali, sia su quelle fisiche. La vita stessa è intesa come una sorta di aula di studio, le cui esperienze sono una fonte inestimabile di conoscenza ed illuminazione. Vita che quindi, secondo il Satanismo gnostico, va vissuta pienamente, senza condizionamenti esterni quali superstizioni o convenzioni sociali, ma nel rispetto di se stessi, degli altri e della legalità. Alcuni di questi principi del Satanismo gnostico risultano, quindi, molto simili a quelli della corrente razionalista di LaVey, per il quale Martin ammise sempre di avere rispetto e ammirazione. L'organizzazione satanista gnostica mondiale di riferimento è il Capitolo italiano del TST (The Satanic Temple) che ha la sua sede aTorino.

Satanismo luciferiano. In questo contesto del satanismo è più corretto parlare di "Luciferismo" in quanto qui si collocano la figura e il culto di Lucifero, considerato nella dottrina catara, l'angelo che era stato ingiustamente cacciato dal Cielo e di cui si attendeva il ritorno in Terra. Lucifero viene venerato come principio del "bene" in opposizione al dio del male e creatore del mondo: il Demiurgo. Questo perché Dio ha voluto negare agli uomini la conoscenza, che invece ha offerto Lucifero sotto forma di serpente dell'Eden. Lucifero, per inciso, non viene neanche identificato come Satana, bensì come l'Eone della Conoscenza, chiamato anche Sophia. Gli aderenti a questa corrente, detti luciferiani, non si definiscono neppure satanisti; proclamano che la salvezza si raggiunge tramite la conoscenza che viene ostacolata dai dogmi e dalla "cieca" fede. Un esempio di Luciferismo venne fornito dalla Process Church of the Final Judgment fondata negli anni sessanta dall'inglese Robert De Grimston (oggi scomparsa). Oggi il Luciferismo è rappresentato da due congregazioni strutturate: la Greater Church of Lucifer e la Neo-Luciferian Church.

Satanismo acido. In questo contesto sarebbe più appropriato e corretto parlare di "Acidismo", poiché più che una corrente satanica, questo è in realtà un fenomeno del tutto indipendente dal movimento satanista, da interpretare e connettere più propriamente alla sottocultura giovanile; ossia a quei gruppi di giovani disadattati, dediti a episodi criminosi di vario tipo, tra cui: le azioni violente, la profanazione di cimiteri, l'abuso e lo spaccio di sostanze stupefacenti, che loro dichiarano di compiere nel nome di "Satana" e contro il dio cristiano. In Italia un gruppo di tal natura furono le cosiddette, famigerate e tristemente note, bestie di Satana, una banda criminale giovanile dedita alla pratica di pseudo-messe nere e omicidi rituali, ispirata proprio all'Acidismo (e a nessuna corrente propriamente appartenente al Satanismo). Analogamente, negli Stati Uniti e in altri Paesi, criminali solitari e leader carismatici come Ricky Kasso e Charles Manson rientrano nei diversi casi di notorietà mediatica dedicati a tale subcultura. Non essendo quindi l'Acidismo una corrente satanica vera e propria, gli acidisti sono privi di una filosofia o di un'escatologia che ne tracci una fisionomia comune; e infatti, a riprova di questo, a tutt'oggi non hanno mai avuto né saputo organizzarsi in una congregazione di riferimento.

Mappa del satanismo in Italia, scrive "La Repubblica". Secondo il sociologo Massimo Introvigne, uno dei maggiori esperti italiani dei culti esoterici, si possono distinguere quattro correnti di satanismo, a ciascuna delle quali si ispirano poi i vari gruppi, anche se poi, nella pratica la distinzione non è mai così netta e spesso riti e motivazioni si mescolano:

1) Satanismo razionalista: Satana è semplicemente il simbolo del Male, di una visione del mondo anticristiana, edonista e immorale; 

2) Satanismo occultista: accetta la visione del mondo descritta dalla Bibbia, la stora della Creazione, la cacciata dal Cielo degli Angeli ribelli poi divenuti demoni, però schierandosi "dall'altra parte", al servizio del diavolo; 

3) Satanismo acido: i riti si basano sull'uso di sostanze stupefacenti, orge e abusi psicologici e sessuali. Il culto del diavolo è semplicemente una scusa per eccessi e depravazioni; 

4) Luciferismo: è il satanismo di derivazione maniche o gnostica. Lucifero e satana sono oggetto di venerazione all'interno di cosmogonie che ne fanno un aspetto "buono", o comunque necessario, del sacro.

Ecco di seguito le principali sette attive anche in Italia:

Bambini di Satana: è quella più famosa, per le recenti vicende giudiziarie che hanno coinvolto il suo leader, l'ex guardia giurata Marco Dimitri (la "Bestia 666", come si autodefinisce). Può contare su circa 60 adepti e ha sede a Bologna. Come impostazione il gruppo si riallaccia alla Chiesa di satana fondata a San Francisco da Anton La Vey nel 1966. I seguaci americani sono stati più volte cinvolti in vicende di abuso di minori e violenze sessuali, ma nella maggior parte dei casi l'adorazione del demonio segue rituali innocui, legati all'occultismo.

Chiese di Satana di Torino: il capoluogo piemontese vanta la comunità di satanisti più attiva d'Italia, 40 mila seguaci secondo il responsabile di una delle sette cittadine, molti di meno secondo le indagini del professor Introvigne, che parla di non più di 5-600 adepti, divisi in due Chiese. Le loro messe nere hanno un rituale meno macabro di quello di altri gruppi: niente orge o abusi sessuali, ma celebrazioni nel corso delle quali viene gridato l'odio a Dio, attraverso la profanazione del Crocifisso e l'uso di amuleti.

Confraternita Luciferiana: con sede a Roma, questa setta guidata dall'occultista Efrem del Gatto segue il culto di Lucifero, ritenuto il "principe perfetto" di gran lunga superiore a Satana. Nei riti si eseguono flagellazioni liberatorie e durante le messe nere si tagliuzzano mani e braccia per offrire sangue al loro signore. Gli adepti sono circa 150.

Cerchio satanico: una setta clandestina, ispirata al pensiero e alle azioni di Charles Manson, con sede a Bassano del Grappa.

Figli di Satana: setta clandestina, attiva in Piemonte, e dedita soprattutto alla profanazione dei cimiteri di campagna.

Ierudole di Ishtar: un misterioso gruppo satanista tutto femminile, di cui si è scoperta traccia a Pescara.

Tempio di Set: è il più importante gruppo satanico americano, fondato nel 1975 da Michael Aquino. La filiale italiana si trova a Napoli, ed è stata accusata di aver organizzato una messa nera nei sotterranei dello Stadio San Paolo.

Sette sataniche: boom di violenze rituali. Ogni giorno il numero verde anti sette della Comunità Giovanni XXIII riceve quindici telefonate di vittime, oltre 5mila l’anno. Storie di bambini abusati: come Luca, violentato anche dai nonni. In Italia, oltre ai Bambini di Satana, sono presenti le Chiese di Satana a Torino, la Confraternita Luciferiana, fondata a Roma, il Cerchio satanico (ispirato al pensiero a Charles Manson con base a Bassano del Grappa), i Figli di Satana in Piemonte, Ierudole di Ishtar a Pescara e il Tempio di Set la cui filiale italiana è a Napoli, scrive il 15/04/2018 Andrea Malaguti su La Stampa. Questa storia comincia molte volte per non finire mai, perché è costruita su un orrore che va avanti da secoli e si fonda sugli istinti più feroci e bassi degli esseri umani. È una storia che si ripete quotidianamente e sconvolge le vite di intere famiglie, segnando per sempre l’esistenza di bambini con un’età compresa tra i quattro e i dodici anni. A volte anche più piccoli. Bambini abusati sessualmente da pedofili che, nell’85% dei casi, vivono in famiglia. Bambini sfruttati e fotografati per il mercato nero di internet. Bambini utilizzati come marionette sacrificali nelle notti delle messe nere e dei riti satanici. Riti che la coscienza popolare tende a negare, che la giustizia fatica a perseguire e a condannare, che un esercito internazionale di Orchi vorrebbe normalizzare. Secondo il dottor Luigi Corvaglia, membro della Federazione Europea dei Centri di ricerca e informazione sul settarismo, sono almeno dieci le sette sataniche («strutturate e organizzate») presenti in Italia. «Ciascuna con almeno cento adepti». Ed è impossibile calcolare il numero delle sette fai da te. «Gruppi che spesso sono responsabili di fatti di sangue, mutilazioni di animali e atti vandalici». 

Famiglia-modello. Per capire di che cosa parliamo, partiamo da un caso che somma pedofilia, abuso familiare e abuso rituale. Un caso aperto, che potremmo intitolare: distruzione di una famiglia modello. Ci sono volute settimane per trovare le persone giuste ed è stato necessario dare molte garanzie, a cominciare da quella dell’anonimato. Poi il dottor Claudio Foti, psicoterapeuta che dirige il centro Hansel e Gretel di Torino, ha telefonato: «D’accordo, andiamo». Partiamo per il Veneto. Il treno si ferma in un paese collinare, in una stazione piccola, vicina a un capoluogo di provincia. Arriva a prenderci una macchina azzurra. L’uomo al volante si chiama Marco, ha poco più di quarant’anni, un bell’aspetto, anche se i capelli sono diventati precocemente bianchi. È un piccolo imprenditore. Ha una moglie, Anna, e due bambini che potrebbero stare in uno spot televisivo di una marca di biscotti. Fino a quattro anni fa la sua vita era perfetta. Un fratello ingegnere a cui è legato visceralmente, un padre e una madre, imprenditori a loro volta, presenti, amorevoli e collaborativi. Una famiglia benestante e piuttosto nota. Una famiglia unita. Anzi, d’acciaio. Di quelle che si pranza insieme la domenica e non si fa niente senza dirlo agli altri. Una meraviglia. E invece è un bluff. Peggio è un inferno. 

Le prime crepe. Luca, il figlio più grande di Marco, ha otto anni, è nervoso e nessuno capisce perché. Urla, si ribella, insulta i genitori quando lo lasciano a casa dei nonni, o dello zio, li chiama «bastardi». Da qualche settimana si tocca i genitali e fa gesti dal contenuto esplicitamente sessuale. Eppure va bene a scuola, ha il cervello rapido e in casa è amato come raramente succede. Solo che un giorno, arrivando dai genitori di Anna, salta addosso alla nonna e le infila una mano sotto la gonna, poi schizza sul divano dove è seduto il nonno, e gli mette una mano tra i pantaloni. Marco, suo padre, sbianca. Lo porta in bagno e gli grida: «Adesso basta, dimmi che cos’hai». Luca diventa rosso, abbassa la testa e poi, inciampando sulle parole, dice: «Non te lo posso raccontare, è un segreto tra me e zio Gabriele». Marco non capisce bene. Lo accarezza sulla testa: «Luca, non ci sono segreti tra me e te, tu mi puoi dire tutto». Luca parla: «Zio fa delle cose che non vuole che ti racconti». A Marco si gela il cuore. Quali cose? «Il gioco che mi fa strusciare il pisello». Prende l’asciugamano, lo arrotola e comincia ad accarezzarlo. Marco mantiene la calma: «Ma tu lo vuoi fare?». «No». «E allora perché lo fai?». «Perché zio dice che poi mi dimentico tutto. Ma io non mi dimentico niente». Nella testa di Marco si accendono mille lampadine. Collega una serie di episodi apparentemente secondari che diventano la sua nuova mappa della verità. Capisce che Luca non mente. «Dillo anche a mamma». Luca sembra sgretolarsi, si prende la testa tra le mani, grida: «Nooo, basta». Il cervello di Marco si annebbia. La rabbia sale. Carica in macchina due taniche di benzina e una spranga per andare ad ammazzare il fratello. La moglie lo ferma. Abbraccia Luca davanti a lui. Marco allora corre dal padre a raccontargli ogni cosa. Il nonno non lo lascia finire. Si butta a terra come se gli avessero sparato. Piange. È sconvolto. E allora Marco lo tranquillizza, mentre suo padre lo implora: «Non dire niente a mamma, non lo sopporterebbe». Tornando a casa Marco cerca di ricordare quante volte ha lasciato soli i bambini con lo zio. Un sacco di volte. Gli torna in mente una mattina. Anna non c’era e i bambini erano nel lettone a dormire. Gabriele suona alla porta, sale, lui gli dice: «Vado a spostare la macchina e a fare colazione, bada tu a Luca e Gianni». Tornando senta delle urla. Sale di corsa e trova Luca con il pannolino abbassato. Piange come un disperato. «Che succede Gabriele?». Lo zio risponde: «Niente, si è svegliato di colpo e invece di vedere te ha visto me. Si è spaventato. Capita». Capita. Marco gli crede. Ovvio che gli crede. Adesso vede quell’episodio sotto una luce diversa. Vuole denunciare il fratello, ma il padre gli chiede di non farlo. Lui lo fa lo stesso. In casa la tensione si alza, perché Luca racconta che anche Gianni ha subito abusi dallo zio. Gianni ha solo tre anni. 

I segni dell’orrore. Luca peggiora ogni giorno. Lecca i muri, si barrica in camera, dice e fa cosce oscene. È come se dovesse spurgarsi dallo schifo. Fa anche dei disegni. Uno più spesso degli altri. Una casa nera con le finestre che sanguinano. E dentro la casa uno zombie verde. Quello zombie è lo zio. È un orrore. Ma non è ancora tutto l’orrore. A tre giorni dalla prima udienza contro lo zio, Luca aggiunge al disegno anche una strega. Marco gli chiede: «Chi è la strega Luca?» e Luca dice: «La nonna». Si può scendere più in basso di così? Si può. Perché Luca ha un’altra domanda da fare a suo padre: «Tu lo sai chi è il più cattivo di tutti, papà?». Marco traballa. «Lo zio?». «No, il nonno». Cioè il padre di Marco. Cioè l’uomo al quale Marco si è appoggiato fin da bambino. «In quell’istante ho dubitato della sanità mentale di mio figlio», dice Marco. «Mi ha convinto con tre particolari che non poteva inventare. Il mio mondo è crollato». Luca e Gianni violentati. Dallo zio. Dalla nonna. Dal nonno. Tutta la sua famiglia. Altre lampadine che si accendono. Altri episodi che tornano alla mente. «Ricordo una sera. Arrivo dai miei per riprendere i ragazzi. Era una giornata felice perché mi era andato bene un lavoro. Sento Luca urlare. Corro in camera. E lui è lì con mio padre. Che mi aggredisce: “Tu non sai educare i tuoi figli, piangono sempre, urlano sempre”. Esco dalla camera e vedo mia madre che si picchia sul viso e dice: “Non lo sopporto più, non lo sopporto più”. Una scena assurda. Che ora mi spiego benissimo». L’avvocato di Marco e Anna suggerisce di non coinvolgere i nonni per il momento. Il processo è troppo vicino. Bisognerebbe rifare tutto da capo. I piccoli testi non sarebbero ritenuti attendibili. Ai bambini è difficile credere in generale. Figurarsi in un caso come questo. Marco e Anna accettano. Forse sbagliano. Forse. Ma sono devastati e di qualcuno si devono pure fidare, persino di questo avvocato mezza tacca. 

Gli abusi dell’infanzia. Ogni volta che si addormenta Luca piange, da sveglio non lo fa mai. I suoi occhi si riempiono di lacrime. I suoi sogni sono pieni di sofferenza. Ma i suoi racconti non terminano. Anzi, si moltiplicano. E diventano sempre più duri. I dettagli sono schifosi ed è inutile raccontarli, il contesto è un abisso di sporcizia e di cattiveria. Luca racconta di essere stato portato assieme a Gianni in un canile. Di essere stato chiuso in una gabbia. Racconta dei cani, forse morti, buttati sul suo corpo. Di uomini con le maschere. Di calici riempiti di urina e sperma che è obbligato a bere. Disegna anche il profilo di un uomo, identico al capo di suo zio. Sono abusi rituali, quelli di cui gli avvocati non si vogliono occupare, perché quasi impossibili da dimostrare a giudizio. I bambini sono vittime perfette. Per i carnefici. Imperfette. Per la giustizia. Pochi riscontri. Molti pensieri confusi. Contraddizioni. In più c’è il trauma. Che li porta alla dissociazione. Alla necessità di far sparire dalla testa questa valanga di fango. Paura. Dolore. Incapacità di capire. Sono dilaniati. Anna e Marco scopriranno che le violenze su Gianni e Luca andavano avanti da anni. Scopriranno che anche Gabriele era stato abusato da bambino dal padre. E Marco si chiede ancora adesso perché lui no e suo fratello sì. «Forse mi usava da alibi». Anna e Marco scopriranno anche che i vecchi amici di fronte a storie come questa spariscono e che alla giustizia servono anni prima di arrivare a un giudizio. Non alla verità. A un giudizio. Scopriranno anche che l’elaborazione dei traumi è lenta e straziante, che ti costringe a vedere tuo figlio che si fa del male, che si stacca a morsi sette unghie su dieci senza che il suo corpo reagisca al dolore perché ormai è anestetizzato a tutto. E scopriranno anche che la nuova realtà del loro matrimonio. Una realtà fatta di sensi di colpa. Di tensione. Di angoscia. Eppure si va avanti. Per Luca e per Gianni. Col terrore che possano diventare come il nonno. È quasi impossibile non credere al racconto di Marco e di Anna, perché non hanno un solo motivo per distruggere la famiglia. La storia è coerente, piena di dettagli e di sofferenza. O sono dei romanzieri da Nobel o dicono la verità, anche se alla giustizia potrebbe non bastare. Il dottor Foti aggiunge dei particolari. «Quando Anna e Marco raccontano che Luca ha fatto esplodere il suo malessere in modo plateale dopo la confessione, confermano un dato che la letteratura scientifica conosce bene e che loro non possono maneggiare. Quando un bambino inizia un sofferto processo di rivelazione, manifesta subito una grande fioritura di sintomi. Io stesso ho fatto con Luca e Gianni un percorso di terapia e i sintomi hanno cominciato a sparire quando i loro racconti e i loro sentimenti sono stati ascoltati e presi sul serio. E per esperienza so una cosa: un mitomane si gonfia come una rana e aggiunge dettagli incredibili. Una vittima invece piano piano si sgonfia, perché è come se si liberasse». Basta per la giustizia? No. Per questo Foti dice che «i bambini sono testimoni sconvolti, fragilissimi, facilmente non credibili e quindi indifendibili: l’impunità dei colpevoli è assicurata. In sintesi, sappiamo che il fenomeno c’è, ne abbiamo le prove documentali e ne vediamo i danni nell’attività clinica. Eppure ciò che è inimmaginabile vince sulla realtà e il riconoscimento sociale è per ora impensabile». Per ora è impensabile. 

Indifesi contro gli Orchi. La psicoterapeuta bolognese Maria Rosa Dominici la pensa allo stesso modo. «I bambini abusati difficilmente vengono creduti e spesso portano incisa nella memoria corporea una ferita che continuerà a sanguinare. Per loro non è prevista nessuna pietà». Mentre lo Stato resta a guardare, nei tribunali italiani trovano ancora accoglienza teorie respinte dalla comunità scientifica internazionale come la Sindrome da Alienazione Parentale, che attribuisce le denunce dei bambini a una manipolazione operata su di loro dai genitori nella guerra per divorziare.  I bambini sarebbero dunque usati e non abusati. «Ma noi sappiamo perfettamente che su cento casi di abusi denunciati, sono al massimo cinque quelli in cui i genitori manipolano i ricordi dei piccoli», dice l’avvocato Andrea Coffari, presidente del Movimento per l’Infanzia e autore di un libro in uscita sul potere delle lobby pedofile. Ogni giorno il numero verde anti sette (800-228866), voluto dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, e diventato ben presto strumento prezioso per le forze dell’ordine, riceve quindici telefonate di vittime. Oltre cinquemila l’anno. Molti sono genitori di bambini abusati, che davanti alla legge non riusciranno mai ad ottenere giustizia. 

Massimo, schiavo della setta. Nella stanza dell’associazione Hansel e Gretel di Moncalieri, Massimo tossisce piano, come se un grumo di polvere gli fosse entrato in gola. «Mi succede tutte le volte». Tutte le volte quando, Massimo? «Quando parlo della mia storia». Solleva la manica della maglia. «Mi viene anche la pelle d’oca. Non posso farci niente». È teso, come se andasse continuamente a sbattere contro gli spigoli di un oggetto che non riesce a vedere. Ha 57 anni ed è un imprenditore di successo. Guadagna bene. E tra poche settimane si sposa. Per la seconda volta. «Mia moglie l’ho conosciuta qui al centro». E finalmente si sente padrone della sua vita. L’associazione Hansel e Gretel gli ha ridato un baricentro. Lo aveva perso da bambino. Violentato dai quattro ai dodici anni. Prima dal padre. Poi dagli amici del padre. Poi da una setta. Abusi rituali. E adesso che lo dice sa bene che non potrà mai avere giustizia. I tribunali fanno fatica a credere a quelli come lui. Ma a Massimo basta avere un po’ di pace. Accettare quello che è successo. Convincersi che non è stata colpa sua. «Ho rimosso ogni cosa fino ai diciotto anni. Cancellato. Come se non esistesse. Credevo di avere avuto una vita normale. Solo che non riuscivo a entrare in contatto con le mie emozioni. E anche il mio corpo aveva delle reazioni strane. Al dolore, per esempio, era come se non lo sentisse. All’improvviso i ricordi hanno ricominciato ad affiorare. È stata dura». Anche adesso il suo corpo reagisce in modo strano al dolore. Nel maggio scorso, durante una grigliata con amici, del grasso bollente gli era finito su una mano. Non se n’è accorto. Finché non gli hanno detto: Massimo, sei tutto gonfio. «Il dolore è arrivato solo quattro giorni dopo». Il primo ricordo a ripresentarsi è stato quello del pavimento di una chiesa. In marmo. «Ero sdraiato, con la faccia in giù, e un prete vestito di verde mi stava sopra». È stato come aprire un rubinetto. I ricordi hanno cominciato a inseguirsi con cattiveria. Gli è tornato in mente il padre, che lo chiamava in cantina e abusava di lui. Faceva l’operaio. E qualche volta portava un amico. Poi sono ritornate anche le immagini di un tunnel polveroso - quello che ancora oggi gli fa sentire l’amaro in bocca - e le maschere degli uomini che si approfittavano di lui. Calici pieni di sangue e di sperma. Animali sgozzati. E lui che chiude gli occhi. Che cerca di non vedere. «Adesso mi è tutto chiaro». Come gli è chiara la volta in cui l’hanno portato all’ospedale dopo che due pedofili l’avevano sbattuto in macchina per abusare di lui. «Avevo dodici anni e nel quartiere quella gente mi considerava un giocattolo». Dal primo matrimonio ha avuto due figli. Li ha sempre trattati con distacco ma senza aggressività. Un giorno, in bagno, ha avuto però l’impulso di affogare il più piccolo. «Stavo andando verso di lui per ucciderlo, ma nello specchio ho visto un’immagine che non ero io. Era mio padre. Ho capito che mi dovevo fermare». Ci sono voluti anni di terapia per riuscire a guardare il mostro negli occhi, per riprendersi la vita in mano, per accettare che sono sempre i legami forti a essere traditi. E che noi non siamo quello che ci fanno. 

Sesso, violenza, perversioni: satanisti, parla la donna della setta, scrive il 14 Settembre 2018 Azzurra Noemi Barbuto su "Libero Quotidiano". Vengono considerati adoratori del Male e si ritiene che compiano ogni genere di nefandezza, dai sacrifici sia umani che animali agli stupri, al fine di onorare il loro dio, descritto come un essere bestiale dotato di corna e forcone acuminato, eppure non tutti i satanisti sono cattivi. Anzi, coloro che agiscono in modo turpe e malefico sono disprezzati dagli autentici cultori di Satana. Ce lo assicura Jennifer Crepuscolo, 29 anni, fondatrice e attuale presidente dell'Unione Satanisti Italiani, associazione attiva da 8 anni che mira a contrastare la disinformazione intorno ai seguaci di Belzebù «al fine di difendere i diritti di una minoranza da sempre inascoltata». Netta è la distinzione che Crepuscolo fa tra satanismo e frange criminali. «Violenza, aggressività, odio gratuito non rientrano nella nostra natura. Se uno delinque in nome di Satana, non è uno di noi, bensì un pessimo cristiano, poiché, anziché seguire gli insegnamenti di Satana, agisce per violare quelli di Cristo», dice il presidente, che sottolinea come continuare ad alimentare certi pregiudizi e generalizzazioni favorisce la discriminazione religiosa di cui sono vittime tutti coloro che confidano nel diavolo. «Il vero satanista sa lottare in modo nobile e leale, con onore. Chi uccide, chi prevarica, chi fa soffrire gli altri, non ha niente a che vedere con noi», continua Crepuscolo che condanna altresì la dipendenza da sostanze stupefacenti, in quanto costituisce «una forma di schiavitù», contraria quindi al principio cardine della sua religione, ossia la libertà dell'individuo. Insomma, le parole di Jennifer sgretolano in un attimo l'immagine del sostenitore del demonio che ognuno di noi ha in testa, cioè quella di un soggetto da cui stare alla larga, che fa uso di droghe pesanti, che si dedica a bizzarri riti nonché ad orge con vergini innocenti. Anche la figura del diavolo è ben diversa da quella dell'iconografia cristiana: «Rappresentarlo come un mostro è solo una strategia per creare uno spauracchio e fare in modo che le persone se ne tengano a distanza, evitando che possano scoprire la verità sul suo conto». Dunque sembra quasi che, se solo lo conoscessimo davvero, il demonio non ci dispiacerebbe. E per quanto riguarda i sacrifici di sangue, Jennifer assicura: «Satana li trova grotteschi, poiché è un dio evoluto ed elegante». Bene e male - Di una cosa ci tocca dare atto a Belzebù, e non per questo facciamo gli avvocati del diavolo: i peggiori delitti sono stati perpetrati da sempre in nome di Dio ed ancora oggi per ossequiare Allah vengono trucidati ogni anno centinaia di esseri umani, bambini inclusi, in tutto il mondo. Senza dubbio nella psiche degli uomini regna un po' di confusione riguardo le categorie di Bene e Male, dato che troppo spesso sotto l'insegna di nobili valori viene sparso copioso sangue. Il che fa presumere che sia Dio che Satana vengano usati a proprio piacimento da coloro che devono trovare una giustificazione al proprio operato ingiustificabile. Li cerchiamo all' esterno, eppure Bene e Male vivono in noi. Ci tocca scegliere cosa fare trionfare. Certo è che, se davvero esiste un Regno dei Cieli, in esso troverebbe posto più facilmente un satanista dell'USI che un cristiano che ammazza in nome del Signore. Quest' ultimo non se lo prendono neanche all' inferno. E non perché gli inferi siano sold-out, anche se - a quanto sembra - sono molto affollati. «Il satanista non prega, dialoga. Affronta da solo i suoi problemi, senza chiedere interventi divini. Satana stesso non si sostituisce all' uomo, bensì aspira a rafforzare il suo erede», illustra Crepuscolo. Insomma, anche l'idea che i seguaci del diavolo gli vendessero l'anima è una bischerata: Belzebù non la vuole. «Molti si rifugiano nella religione per trovare conforto in "qualcosa", altri nell' ateismo poiché delusi da "qualcosa". Il satanista invece incentra la sua ricerca non su "qualcosa", ma su "qualcuno", ossia su se stesso», continua la ventinovenne. Sette pericolose - A spiegarci gli amanti di Mefistofele è anche Edmondo Capecelatro, criminologo, avvocato penalista e docente universitario di criminologia, il quale specifica che oggi le sette più pericolose non sono le sataniche bensì quelle psichiche, che impongono all' adepto uno stile di vita che implica la rinuncia alla carne, o al sesso, o ai farmaci, e che mirano ad isolarlo, per renderlo vulnerabile e tenerlo sotto scacco. «I cultori del diavolo si distinguono in: razionalisti, i quali venerano il male e predicano il piacere sfrenato; occultisti, meno innocui dei precedenti perché portati alla profanazione di tombe, alla commissione di reati di tipo sessuale nonché al sacrificio umano; acidi, i quali utilizzano stupefacenti», dichiara Capecelatro. Al satanismo acido appartenevano, ad esempio, le Bestie di Satana, un gruppo di assassini seriali della provincia di Varese, autori di omicidi di matrice satanista compiuti tra il 1998 e il 2004. Sette segrete sono attive anche nel Bel Paese, come testimoniano le tracce di rituali che vengono rinvenute di frequente. Gli adepti hanno soprattutto tra i 15 ed i 35 anni e difficoltà di inserimento sociale, all' interno del gruppo si sentono realizzati e forti. Non destano preoccupazione i satanisti luciferini, impegnati nell' adorazione di Lucifero, un angelo che avrebbe tradito Dio e che per questo sarebbe stato scaraventato all' inferno. «I luciferini ritengono che tale rottura sia avvenuta nel paradiso terrestre, quando Lucifero ha donato la conoscenza, ossia la mela, all' essere umano e il Signore non ha gradito il gesto», conclude il criminologo. Insomma, adesso sappiamo che il fan club di Satana non vanta partecipanti meno virtuosi del nostro gruppo parrocchiale. Azzurra Noemi Barbuto

Credo in Satana e vi spiego perché il satanismo non è quello che vi hanno sempre raccontato. TPI ha provato a fare chiarezza chiedendo a Jennifer Mezzetta, fondatrice dell'Unione Satanisti Italiani, cosa sia per loro il satanismo e come funzioni questo culto, scrive il 12 Settembre 2017 TPI. Un sedicente “mago” di 69 anni e due suoi complici, di 73 e 19 anni, sono stati arrestati il 14 marzo 2017 dalla polizia di Torino con l’accusa di violenza sessuale di gruppo, aggravata dall’uso di sostanze stupefacenti e dalla minore età della ragazza. La vittima, una studentessa di 17 anni, era stata convinta dall’allora fidanzato a partecipare a sedute spiritiche, alle quali – secondo diverse fonti e media – la ragazza prendeva parte per “liberarsi dal demonio”. Non è stato ancora chiarita la natura di quegli incontri e se fossero realmente legati al mondo del satanismo. Quel che è certo è che, anche in questo caso, uomini privi di scrupoli hanno fatto leva sulla debolezza psicologica di una persona millantando poteri magici e arricchendo l’immaginario spaventoso legato alla religione del satanismo. Già, perché anche se a molti di noi sembrerà di difficile comprensione, il satanismo è a tutti gli effetti una religione. Religione della quale si sa molto poco e che viene nominata esclusivamente quando emergono macabri fatti di cronaca. Ma perché si dovrebbe venerare il diavolo e chi sono queste persone che rivendicano questa volontà? Cercando informazioni in rete è difficile riuscire a comprendere da chi sia realmente composto questo culto: i siti in circolazione sono tantissimi e – sorprendentemente – esistono pagine e pagine web che illustrano le modalità per diventare satanisti, le pratiche da compiere; veri e propri vademecum, anche molto inquietanti, da seguire pedissequamente per dedicare la propria vita a satana. Consultando il sito del Cesnur (Centro studi nuove religioni), i siti di associazioni sataniste italiane sono tre: Unione Satanisti Italiani, I bambini di Satana e La loggia nera. I primi due sono dei gruppi che non professano un Satanismo inteso come adorazione del Diavolo, ma come stile di vita, di pensiero e di esaltazione dell’individualità del singolo mentre l’ultimo, del quale in realtà non vi è un sito vero e proprio ma una sorta di manifesto del gruppo, sembrerebbe improntato verso una concezione satanica di stampo e anticristiano. TPI ha provato a fare un po’ di chiarezza chiedendo a Jennifer Mezzetta, conosciuta come Jennifer Crepuscolo, fondatrice dell’Unione Satanisti Italiani, cosa sia per loro il satanismo e come funzioni questo culto.

Che cos’è il satanismo?

«Per capire il satanismo ci vogliono tempo e studi approfonditi. Nel corso del tempo il movimento ha subito molte frammentazioni al suo interno ed è stato fatto preda di tante visioni meno nobili. Possiamo definirlo un culto ma non è un culto dottrinale, nel senso che non abbiamo dogmi, non abbiamo una dottrina, non abbiamo libri rivelati o dettami, regole e divieti. O sei satanista o non lo sei, è una questione di natura».

Il satanismo è una fede?

«Bisogna prestare attenzione nel parlare di fede: noi amiamo, ci fidiamo del nostro dio, ma non si può parlare di fede nel senso di cieca accettazione fideistica. Ci sono dei momenti, ovviamente, in cui le cose non le capisci, ma hai fiducia che le capirai. Il dubbio ce l’hai sempre: il dubbio, il desiderio di scoprire non si ferma mai, non esiste la stasi, non si resta immobili ad aspettare che dio faccia qualcosa per te».

Il vostro dio è satana?

«Il nostro dio è satana ma non siamo monoteisti, abbiamo un pantheon di dei. Quello che noi definiamo satana non è il diavolo biblico, quello rosso con le corna creato dal cristianesimo. Per noi satana si riferisce a quelli che oggi vengono chiamati demoni in senso mistificatorio, ma che in realtà sono gli antichi dei pagani, gli antichi dei delle origini. L’istituzione della chiesa e l’ebraismo li hanno poi connotati di un senso negativo».

Ma esiste una vera e propria celebrazione del diavolo?

«Ogni iniziato fa di testa sua: ci sono fratelli che amano celebrare e fare rituali di ringraziamento, e fratelli che preferiscono meditare nell’intimità. Esistono comunque dei rituali ma non hanno niente a che vedere con le messe nere e con quelle attività macabre come introdurre ostie nelle vagine o terribili violenze. Sono le attività che fanno gli acidi, gli anti cristiani, non c’entra niente con il satanismo perché il nostro non è il culto del male. Noi onoriamo il nostro dio, non ci interessa di bistrattare l’altro».

Colpisce vedere che su internet esistono moltissimi siti che spiegano come si fa a diventare satanista. Sono attendibili?

«Io so solo che sette anni fa non c’era niente, poi da quando è nata l’Unione, molte persone hanno deciso di cavalcare l’onda, e ognuno si è fatto il suo orticello andando a snaturare alcuni valori del culto. Si è fatta confusione. Posso dirti che non esiste un libretto di istruzione per diventare satanista, una persona può al massimo informarsi sul satanismo e riconoscersi tale, rendersi conto che quella verità era già dentro se stesso».

Su internet si legge di una procedura per un rituale di consacrazione…

«Noi non abbiamo un percorso guidato che ti dice cosa fare: l’iniziato è solo con dio, nel suo abisso personale. Esiste la dedica, ma la consacrazione è una cosa individuale. La dedica annulla qualsiasi altro sacramento».

Come raffigurate satana?

«La forma è relativa, dio potrebbe apparirti in qualunque modo, anche se ad alcuni affascina l’iconografia classica magari più grottesca. Noi diciamo sempre che satana è bellezza e ad alcuni piace il lato più oscuro».

C’è comunque un legame con tutto quello che è nascosto, con le tenebre…

«Il culto di satana, è un culto completo, noi osserviamo la natura e impariamo dalla natura: c’è il giorno e la notte, non si può essere solo la notte e non si può essere solo il giorno. Questo vuol dire che non associamo le tenebre al male, noi non pensiamo che il buio sia il male».

Cos’è il male per voi?

«Ognuno ha la sua visione, per noi tutto quello che è contro natura, che non è armonia.

La natura è stata creata dal vostro dio?

«La realtà che vediamo sì, la forma è creata dagli dei, l’essenza, l’anima, il principio sono cose che nessun sa».

Non è una difficoltà in più credere in un dio che è spesso associato a qualcosa di negativo?

«Oltre a una facciata sociale, cerchiamo di dare informazioni, c’è tanta cattiva informazione sul satanismo. Esiste una componente iniziatica nel nostro credo: ogni persona che si ferma davanti alla paura di un termine come “satana” e non ha il coraggio di andare oltre un nome, non è una persona che merita la verità. Non voglio parlare come se fossimo profeti con grandi rivelazioni, però voglio dire che se una persona comincia a capire perché satana è stato demonizzato, cosa si nasconde davvero dietro il nome satana, è come se fosse in possesso di una chiave di volta che riesce ad aprire molte altre porte. C’è un motivo per cui usiamo in termine satana: se si va a vedere la lingua più antica, il sanscrito, Satana ha molti significati molto più nobili».

Cosa c’è dietro la parola Satana quindi?

«Per i testi sanscriti, Satana vuol dire il “cui nome è verità”. Sarebbe una sorta di participio presente di “essere”. C’è difficoltà nel superare le distorsioni. Perché c’è cattiva informazione. Se si fa passare un messaggio scorretto, se si dice alle persone che il satanismo è il culto del male, è normale che poi ci saranno persone che odieranno il satanismo e altrettanti ignoranti anche che andranno ad alimentare le menzogne».

E quelli che si definiscono santoni?

«In tutti questi anni di attività con l’unione satanisti italiani a me non interessava elargire verità assolute, però se c’è una cosa su cui ho sempre battuto il chiodo, è che ogni iniziato, specialmente quelli giovani, deve imparare ad essere indipendente. Se c’è una cosa che sempre ho detto alle persone è di non fidarsi di nessun santone, di nessuna psico-setta, di percorrere la propria via iniziatica spirituale ma da asolo, senza maestri, senza intermediari tra se stesso e il divino. Perché si possono incontrare persone per bene che ti aiutano, e persone che se ne approfittano, come negli ultimi fatti di cronaca».

Si usa praticare l’esorcismo?

«Sono rarissimi i veri casi di possessione, non ho mai sentito che un dio possiede una persona con un demone. È terrorismo psicologico: fanno leva su queste cose, con film e documentari, per allontanare le persone da questa religione. Si vuole ignoranza».

Il satanismo vive in aperta contrapposizione alla religione cattolica?

«Non ho in simpatia la chiesa cattolica perché è un religione che ha demonizzato il nostro dio, è una dottrina che castra la natura umana, però posso anche trovarmi d’accordo su certi principi. Non nasciamo in funzione antitetica al cristianesimo. Non esistiamo in virtù di questo».

Ti è capitato di essere contattata da persone, anche molto giovani, che sentivano di appartenere a questa religione ma avevano difficoltà a dirlo?

«Sì, questo è un problema che riscontrano sia i ragazzi molto giovani, a scuola, sia le persone adulte: ho amici che hanno avuto problemi a lavoro, ostacoli nelle cause giudiziarie per l’affidamento dei figli. Il punto è che anche se in Italia c’è libertà di culto poi bisogna fare i conti con la legge del popolo e con il pregiudizio sociale, che è difficile da scalfire. Dico sempre alle persone di evitare di nascondersi. Ai ragazzi giovani consiglio di parlare con i genitori, perché con quello che si vede in televisione oggi è ovvio che se genitore scopre un figlio con una pagina sul satanismo resta impressionato. Meglio parlare, meglio spiegare. Satana deve portare qualcosa in più nella tua vita, non deve toglierti quello che già hai».

Nel corso del tempo le cose però sono migliorate…

«Il miglioramento è evidente, ci sono famiglie che stanno capendo, non è il culto del male. Da quando esiste questa unione, molti maestri millantatori e santoni vari sono stati allontanati dai ragazzi che stanno imparando il valore dell’indipendenza».

IL VATICANO E LA MASSONERIA.

L'inquietante flirt tra Chiesta e massoni: un dialogo pericoloso perché contro la Fede. Il pontificato di Bergoglio ha scelto una pastorale che sta svuotando la dottrina, scrive Riccardo Cascioli, Domenica 11/11/2018, su "Il Giornale". In principio fu il cardinale Gianfranco Ravasi, con un articolo sul Sole24Ore il 14 febbraio 2016. «Cari fratelli massoni» era il titolo che peraltro rendeva bene il tono e il senso dell'articolo. Apparentemente era una semplice recensione di un volumetto dedicato ai rapporti tra Massoneria e Chiesa cattolica, in realtà è stata l'occasione per lanciare un messaggio ben preciso: basta chiusure e pregiudizi, è l'ora del dialogo, cerchiamo quello che ci unisce e non quello che ci divide. E infatti ecco che da allora sono iniziati una serie di incontri nelle diocesi italiane con l'attiva partecipazione del Grande Oriente d'Italia (Goi). In realtà cercare quel che unisce non è così semplice, perché dalla fondazione della Gran Loggia di Londra del 1717, la Massoneria ha collezionato ben 586 condanne da parte della Chiesa, la prima nel 1738, l'ultima nel 1983: un record assoluto. Il motivo è semplice: la Chiesa ha sempre ravvisato il carattere satanico del progetto massonico e quindi la sua pericolosità per i fedeli cattolici. Si comprende dunque perché per la Chiesa resti sempre valida l'incompatibilità di un cattolico con l'ordine dei liberi muratori e la scomunica automatica per chi aderisce a una loggia. E allora? Allora si segue semplicemente il metodo del «pastoralismo», che sembra essere la chiave interpretativa del pontificato di Francesco. Vale a dire: non ci interessiamo della dottrina, diciamo che resta sempre valida, però nella pratica dobbiamo andare incontro alle persone quindi libertà anche di fare l'opposto. È il primato della prassi, di fatto uno svuotamento della dottrina, al grido di «Abbattiamo i muri, costruiamo ponti». Infatti il cardinal Ravasi nell'articolo riconosce l'incompatibilità formale tra le due appartenenze, ma condanna la demonizzazione dei massoni e intanto sottolinea i punti in comune. Quali? «La dimensione comunitaria, la beneficenza, la lotta al materialismo, la dignità umana, la conoscenza reciproca». Agli osservatori più attenti, come la storica Angela Pellicciari, non era sfuggito che l'articolo di Ravasi non voleva essere una semplice recensione ma un vero segnale di via libera a una nuova era, tanto da invocare un nuovo pronunciamento ufficiale della Santa Sede contro la Massoneria. Richiesta per ora non accolta, in compenso i pontieri sono scesi in campo, dall'una e dall'altra sponda. Ha cominciato il Grande Oriente d'Italia in Sicilia, organizzando un convegno a Siracusa il 12 novembre 2017, a cui ha partecipato il vescovo di Noto, Antonio Staglianò: «Chiesa e massoneria, così vicini così lontani», il titolo provocatorio. Qualche polemica c'è stata, anche per quell'immagine di Cristo col compasso (in realtà un'opera medievale che con la Massoneria non aveva nulla a che fare) che campeggiava sulla locandina. Ma il vescovo Staglianò se l'è cavata con disinvoltura dicendo che lui avrebbe solo ribadito l'insegnamento della Chiesa. Ed è in qualche modo ciò che ha fatto, si sa però che in certi casi il gesto conta ben più delle parole, e il ghiaccio quindi è stato rotto. Così poi l'iniziativa è passata alla Chiesa e si è intensificata, praticamente è diventato un format che certamente vedremo replicato in altre parti d'Italia. Alla fine di ottobre l'incontro si è svolto a Gubbio, organizzato dalle Acli e dalla sezione umbra del Grande Oriente, sponsorizzato però dalla vicina diocesi di Assisi, che ha fatto marcia indietro solo dopo che la notizia è rimbalzata su giornali nazionali. All'inizio di novembre la replica a Matera, con tanto di «benedizione» del vescovo locale, Pino Caiazzo. In entrambe le occasioni hanno partecipato teologi e religiosi cattolici, ovviamente convinti della bontà di questo dialogo. A sottolineare l'importanza dell'evento sta la presenza sia a Gubbio sia a Matera del Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Stefano Bisi, che infatti non ha mancato di collegare tutti questi appuntamenti all'articolo del cardinale Ravasi, tutto parte di un lavoro per creare «ponti tra gli uomini». Bisi non ha neanche dovuto nascondere il carattere esoterico e iniziatico della Massoneria, che non è ostacolo di poco conto con la Chiesa cattolica. Ma oggi nella Chiesa sembra prevalere una voglia di religione universale che affratelli tutti gli uomini, a cui sacrificare la propria identità. Non a caso gli organizzatori cattolici di questi incontri se la prendono con una visione identitaria della Chiesa, che sarebbe superata con l'avvento di papa Francesco, come se la Verità che Cristo rappresenta sia un ostacolo all'incontro con gli altri. Per cui tornano d'attualità le tesi che il massone Albert Lantoine, 33° e ultimo grado del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Francia, scrisse nel 1937 nella lunghissima lettera a Pio IX, chiedendo al Papa di smettere di combattere la Massoneria nell'ottica della «conciliazione degli opposti»: secondo Lantoine, la Massoneria e la Chiesa, Lucifero e Dio sarebbero necessari l'uno all'altro. Una prospettiva che è stata ovviamente condannata dalla Chiesa, ma oggi sembra esserci una folla di teologi e prelati che ardono dal desiderio di abbandonare la via di Cristo per confondersi con il mondo, e soprattutto con il Potere di questo mondo.

Chiesa & Massoneria, incontro manda in tilt due diocesi, scrive il 18-10-2018 "La Nuova Bussola Quotidiana". Prosegue l'Operazione loggia lanciata dal cardinal Ravasi per avvicinare Chiesa e Massoneria. Dopo Siracusa tocca a Gubbio. Le cattoliche Acli e il GOI domani insieme per un "dialogo possibile" dove la dottrina cade sotto i colpi di una prassi conciliante. Imbarazzo in diocesi ad Assisi, che, dopo la telefonata della Nuova BQ, cancella la notizia dal sito. E irritazione a Gubbio, il cui vescovo ha provato, invano, a non pubblicizzare l'evento a cui presenzierà il Gran Maestro Bisi. Ora però serve una posizione chiara per fermare l'agenda cattomassonica. Chiesa e Massoneria, ci risiamo. Chi pensava che l’evento organizzato lo scorso anno a Siracusa fosse stato solo un esperimento isolato, dovrà ricredersi e iniziare a valutare che l’agenda della neo Chiesa punta anche a sdoganare grembiulini & logge. D’altra parte bisogna tenere presente che tutto è partito con la lettera del cardinal Ravasi al Sole 24 Ore che si era rivolto ai “cari fratelli massoni” iniziando così il lungo cammino di sdoganamento, che ora passa inevitabilmente da incontri ambigui come quello di cui parliamo oggi. La seconda tappa del processo di avvicinamento con la Massoneria fa sosta a Gubbio dove venerdì si terrà un incontro che nel titolo e nella locandina, anche nell’immagine scelta del Dio col compasso, è del tutto simile a quello di Siracusa di un anno fa: Chiesa e Massoneria. Un dialogo possibile? Dove il punto di domanda serve in forma retorica per orientare già affermativamente il giudizio. Vediamo. E’ organizzato dall’Acli di Fossato di Vico, diocesi di Assisi, ma si svolgerà a Gubbio, che è un’altra diocesi. Dunque, un’associazione che nel nome richiama la sua appartenenza cristiana. La diocesi di Assisi, nel cui territorio ricade il comune di Fossato pubblica la nota stampa dell’evento sul suo sito, facendo così sembrare la cosa in tutto e per tutto sponsorizzata dal vescovo Sorrentino. Il comunicato è pieno di ambiguità e trappole. A cominciare dalla motivazione con la quale si organizza l’incontro che vedrà la presenza del vertice del GOI italiano, Stefano Bisi (in foto), il pastore valdese Pawel Andrzej Gajewski e un religioso cattolico, Don Gianni Giacomelli, Priore del Monastero di Fonte Avellana. “La manifestazione – si legge sul sito dell’Acli e della diocesi di Assisi - suscita particolare interesse in un momento storico nel quale, a fronte della posizione ufficiale di inconciliabilità tra fede ed iscrizione alla Massoneria da sempre affermata dalla Chiesa Cattolica, al suo interno si riaffacciano posizioni più dialoganti ed aperte, quale quella espressa di recente dal Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura”. Ecco spiegato perché, a fronte di decine e decine di encicliche, documenti, lettere e prese di posizione con le quali la Chiesa in tre secoli ha comminato alla Massoneria più capi di scomunica del comunismo, ci si fa forza per ribaltare l’orientamento negativo utilizzando una lettera maldestra di un cardinale a un giornale. Operazione che non sta in piedi dal punto di vista della ratio e della logica, ma che viene spacciata come magisteriale. Non poteva mancare, poi, il coinvolgimento dell'aneddotica letteraria su Papa Francesco nel giustificare l’evento: “In una fase delicata del Pontificato di Francesco, Papa di un cristianesimo egualitario più che identitario, e in un momento di rinnovata propensione dei credenti verso l’apertura a nuovi mondi ed alle diversità, l’incontro promosso dal Circolo A.C.L.I. e Grande Oriente d’Italia potrebbe far ripartire la costruzione di “ponti” i cui cantieri, in passato, avevano aperto possibilità di riconciliazione poi mai maturate”. Quando si dice che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi: per dialogare sotto copertura della diocesi di Assisi, le Acli hanno scelto un'obbedienza Massonica apertamente laicista, progressista, antidogmatica ed esoterica, come si può evincere dalle costituzioni del GOI. Che dialogo potrà mai essere possibile con tale realtà? E ancora: "Dialogo", "costruzione di ponti", "riconciliazione". Si tratta dell’ennesimo tentativo che vede congiunti due mondi apparentemente diversi, quello catto-liberal-progressista e quello massonico. La loro mèta: dal dialogo allo sdoganamento della Massoneria all'interno della Chiesa. La strategia è chiara: prima si diffonde tra i cattolici un pensiero massonico o simil-massonico, quale appunto quello liberal-progressista, che oramai ha conquistato una larga fetta del cattolicesimo "alla PD" e poi con questa nuova mentalità, si arriva a giustificare tutto. Non solo la comunione ai divorziati risposati che non vogliono vivere casti e indulgenza-tolleranza-simpatia verso la prassi LGBT, ma anche la doppia appartenenza a Chiesa e a Massoneria. Significativo poi il passaggio in cui si ribadisce la contrarietà della dottrina, ma si accettano le posizioni più dialoganti. E’ l’ormai onnipresente stile utilizzato anche per altre vicende della prassi sganciata dal Magistero di sempre, che sovrasta la dottrina fino ad annacquarla o anestetizzarla. E’ dunque la riconciliazione l’obiettivo ufficiale di questi incontri? Messa nero su bianco da una diocesi italiana che ne promuove la diffusione? E il dialogo è possibile con realtà che sono apertamente nemiche della Chiesa? No, in realtà il dialogo non è assoluto, non è un comandamento evangelico né un modus operandi cattolico, soprattutto quando le finalità del dialogo sono così smaccatamente ambigue. Significativo poi è il fatto che, mentre a Siracusa la Chiesa era ospite di un evento promosso dalla loggia locale, a Gubbio invece l’evento è promosso e organizzato di concerto dalle Acli e dal GOI. Con la benedizione della diocesi di Assisi. Possibile? Per scoprirlo la Nuova BQ ha iniziato a indagare e ha scoperto che in realtà l’evento è il risultato di una somma di gaffe e pressapochismo su cui facilmente si sono innestate le logge. “L’evento viene fatto a Gubbio perché qui c’è una forte tradizione muratoria – ci spiega Sante Pirrami, presidente dell’Acli di Fossato – noi abbiamo fatto girare la cosa e sono felice che la diocesi abbia deciso di pubblicarla sul suo sito, ma formalmente le due diocesi, quella di Assisi e quella di Gubbio non figurano tra i promotori che siamo noi e il GOI”. Chiediamo: "Ma i vescovi erano informati?". “Sì abbiamo informato tutti i vescovi della zona attraverso i nostri canali comunicativi – ha proseguito Pirrami -. Non vedo dunque il perché di eventuali critiche, anzi abbiamo avuto incoraggiamenti da parte di ambienti universitari”. In quanto all’esoterismo nascosto negli statuti del GOI, Pirrami è tranchant: “Noi non parleremo di queste cose, anzi parleremo anche degli elementi di inconciliabilità, ma accanto a questi ci sarà spazio per discutere anche della figura dell’architetto dell’Universo. C’è chi lo chiama Dio e chi lo chiama Grande architetto, non vedo dove sia lo scandalo. E’ su questo che verterà il confronto”. Con premesse di questo tipo è chiaro che l’incontro di domani sarà ad alto tasso esplosivo. Ma che cosa ne pensano le due diocesi che vengono lambite e tirate in ballo dalla conferenza? Qui inizia il secondo tempo della nostra inchiesta. A Gubbio il clima non è dei migliori. Fonti vicine al vescovo Luciano Paolucci Bedini ci parlano di un’iniziativa controversa che non è piaciuta per nulla al pastore di Gubbio. “Per quanto riguarda l'organizzazione, il vescovo non ne sapeva nulla – ci spiega una persona informata dei fatti -, ma posso dirle che il nostro vescovo non era affatto felice tant’è vero che ha provato a far togliere l’avviso dal settimanale delle diocesi umbre. Ma ormai, la notizia era in stampa…”. Ad Assisi invece la reazione è di stupore e imbarazzo: “No, la diocesi non c’entra nulla – ci risponde l’ufficio stampa – infatti non c’è il nostro logo”. Facciamo notare che la notizia è stata data sul sito della diocesi che si presume condivida dunque l’incontro. “No, in realtà…no. Insomma, non sappiamo perché la cosa sia finita sul sito diocesano”. L’imbarazzo nella cittadella di San Francesco è palpabile. Così palpabile che poche ore dopo la nostra telefonata, come d’incanto, la notizia sparisce dal sito diocesano. Arriva anche una telefonata chiarificatrice: “Abbiamo chiesto al vescovo Domenico Sorrentino e ha detto di non sapere nulla di questo incontro. Tanto più che, anche recentemente, ha scritto proprio contro la Massoneria. Ci dispiacerebbe se il nome della diocesi venisse associato a questo evento di cui non condividiamo le finalità”. Perché allora la notizia è finita sul sito? La risposta però è un misto di scuse maldestre e sviste. E’ mancato dunque un controllo? O forse la diocesi, dopo aver ricevuto la nostra telefonata e informatasi sulle polemiche che su internet stanno iniziando a montare, ha pensato bene di smarcarsi? Chissà, quel che è certo è che l’agenda cattomassonica prosegue nonostante un vescovo, quello di Gubbio, non abbia mancato di manifestare in privato la sua contrarietà e quello di Assisi, abbia provato con imbarazzo a fare marcia indietro e smarcarsi. L’incontro però, al momento è confermato, garantiscono le Acli, che portano avanti il buon nome del cattolicesimo così a la page. Se ci dovessero essere sviluppi ulteriori, questi non potranno che arrivare dai due vescovi coinvolti, i quali, a questo punto devono decidere da che parte stare: se prendere le distanze e condannare l’incontro portato avanti da una realtà che si definisce cattolica o se invece fare finta di niente, ma di fatto, lasciando che l’agenda dell’Operazione loggia prosegua inarrestabile con il placet del potente Prefetto della Cultura, Ravasi. In questo caso si moltiplicheranno sul territorio iniziative di questo tenore. E’ una scelta di campo che potrebbe portare a sviluppi deleteri e di totale annichilimento dell'identità cattolica.

CHE RAPPORTI CI SONO TRA CHIESA E MASSONERIA? Scrive il 03/02/2017 su famigliacristiana.it Maurilio Guasco. La massoneria determina le politiche di molti Paesi. Ma non è in contrasto con le regole della Chiesa cattolica? Andrea R. La Chiesa non ha modificato i testi di condanna della massoneria. Vi è per esempio l’enciclica di Leone XIII, Humanum genus, del 20 aprile 1884, che la condanna in modo forte. È bene ricordare che essa era allora in alcuni Stati la vera nemica della Chiesa. La Congregazione per la dottrina della fede il 26 novembre 1983 ha ribadito le condanne nella “Dichiarazione sulla massoneria”, per rispondere a chi chiedeva delucidazioni, notando che il nuovo Codice di diritto canonico non ne parla in modo esplicito. Rimane, quindi, il giudizio negativo. La ragione è chiara: contiene princìpi inconciliabili con la dottrina della Chiesa. Non va, però, dimenticato che esiste una forma di massoneria che utilizza mezzi anche illegali per raggiungere il proprio scopo (vedi la P2), e una forma ben diversa, che rappresenta un’associazione di aiuto reciproco fra gli aderenti, dato alla luce del sole e senza illegalità. Per questo, in genere, si tende a parlare della massoneria solo in certe occasioni. Quanto all’appartenenza, è sempre difficile fare nomi. In molti elenchi figurano anche Pio IX e molti cardinali. Credo sia fuori luogo fornire elenchi senza prove. Si tratta di accuse infondate da cui è bene astenersi.

Chiara inconciliabilità. Chiesa e Massoneria lo «scandaloso» dialogo, scrive Ennio Stamile, *Sacerdote, referente regionale di Libera Calabria, mercoledì 1 novembre 2017 su "Avvenire". "Caro direttore, un dibattito che si cerca di mantenere vivo da diverso tempo, quello sul rapporto tra Chiesa e Massoneria. Da circa quarant’anni, da quando la Congregazione per la dottrina della fede ha emanato la Dichiarazione sulla Massoneria, chiarendo che se bene nel nuovo Codice di diritto canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore «rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita». Veniva ribadita, quindi, a chiare lettere la scomunica latae sentiae nei confronti di essa. Nessuna novità se periodicamente vengono riaccesi i riflettori sulla vexata questio. Questa volta, però, il dibattito dal titolo 'Chiesa e Massoneria, così vicini e così lontani' organizzato dal Grande Oriente d’Italia a Siracusa ha suscitato molto scalpore, addirittura scandalo in alcuni, per ragioni che francamente non mi sento di condividere. Intanto, per l’immagine utilizzata sul manifesto. È stato raffigurato un Cristo con il compasso in mano, a voler rappresentare che 'anche' Cristo per i massoni può essere considerato «il Grande architetto dell’universo». È arcinota la strategia della fratellanza massonica tesa a utilizzare particolari simboli, messaggi e attività filantropiche per diffondere messaggi che non hanno nulla a che fare con un corretto approccio alla fede cristiana. Per noi Dio non è una sorta di vago noumeno kantiano o 'G.A.D.U', che possa essere veicolato da tutte le religioni del mondo, purché infinitamente e indefinitivamente distante dall’uomo. Insomma, una sorta di neo-arianesimo sempre latente. Senza dover richiamare alcun 'assioma rahneriano', le nostre verità di fede si fondano su quel volto Unitrinitario di Dio che l’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù ci ha rivelato. Come ci ricorda la stessa Congregazione per la dottrina della fede, con la Riflessione ad un anno di distanza dalla Dichiarazione sulla Massoneria: «Solo Gesù Cristo è il Maestro della Verità e solo in Lui i cristiani possono trovare la luce e la forza per vivere secondo il disegno di Dio, lavorando al vero bene dei loro fratelli». Non abbiamo bisogno né di essere massoni, né di maestri, venerabili e no, con tanto di grembiulini colorati! L’altro motivo che ha suscitato scandalo è il fatto che a questo dibattito vi partecipino il vescovo di Noto monsignor Antonio Staglianò e monsignor Maurizio P. Aliotta. Intanto vorrei ricordare che si tratta di due noti e apprezzati teologi. Il primo, poi, lo conosco molto bene, visto che è stato mio docente di teologia sistematica. Per usare una metafora calcistica, se l’intenzione fosse strumentalizzatrice, gli organizzatori massoni avrebbero fatto un autentico 'autogol'... I numerosi testi e le lezioni del vescovo Staglianò mi hanno fatto gustare la bellezza e la profondità della fede cristiana. Al di là di possibili e risibili malizie, mi pare ovvio e importante che a simili dibattiti debbano partecipare persone in grado di motivare anche teologicamente le ragioni della «inconciliabile lontananza» tra Chiesa e logge massoniche. Ma su questo è davvero troppa la superficialità (a volte, ahinoi, anche l’ignoranza) che serpeggia indisturbata in molti ambienti anche ecclesiali. Infine, vorrei richiamare non solo l’importanza di quel fides quaerens intellectum (e viceversa), tanto dimenticato anch’esso soprattutto nella prassi omiletica, ma anche dell’invito al dialogo con tutti – nessuno escluso, quindi – che papa Francesco ha sin da subìto fatto suo e indicato ai cattolici. Ho l’impressione che spesso si abbia paura di dialogare, quasi con il timore di perdere la propria identità. Il dialogo, invece, rimane l’unica strada da percorre, affinché, nonostante le differenze, si possano intraprendere percorsi autentici di servizio al bene comune e all’impegno trasparente e responsabile per la giustizia sociale. Perché scompaia finalmente la metastasi delle 'lobby di potere'. Realtà tutte incentrate non solo alla ricerca e alla custodia del potere politico ed economico con i soliti e gravissimi intrecci con le mafie, ma anche a creare logiche di appartenenza a scapito di meriti e competenze delle quali nessuno, neppure la Chiesa in alcune sue realtà, può dirsi estraneo.

IL VATICANO E GLI SCANDALI.

La terribile resa del Papa. Socci, rabbia su Bergoglio: "Islam e migranti, la verità", scrive il 16 Dicembre 2018 Antonio Socci su "Libero Quotidiano". I cristiani del Medio Oriente, finora martirizzati, perseguitati, dispersi e ignorati da tutti, hanno finalmente un difensore. Non si trova in Vaticano, ma a Washington, precisamente alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha infatti firmato l'Iraq and Syria Genocide Relief and Accountability Act (HR390), cioè una legge che riconosce il «genocidio» in corso, perpetrato dai gruppi Jihadisti ai danni di cristiani e yazidi. È una legge che obbliga formalmente il governo americano ad andare in soccorso di queste popolazioni anche con progetti umanitari che difendano le minoranze religiose e stabilizzino quelle aree. Inoltre tale legge permette all' amministrazione Usa di intervenire contro i persecutori, per dare la caccia ai terroristi che si macchiano dei crimini più efferati. Per la firma di Trump, a questo atto solenne, hanno esultato i cristiani del Medio Oriente e quelli americani, insieme con i loro vescovi. Gelida invece la reazione negli ambienti vaticani: è il Vaticano di papa Bergoglio, dove si detesta Trump, dove non si muove un dito per i cristiani perseguitati e dove invece si preferisce caldeggiare - quotidianamente e ossessivamente - le migrazioni di massa (specie musulmane) in Italia e in Europa. Il cinismo del Vaticano bergogliano nei confronti dei cristiani perseguitati si è reso evidente in una recente dichiarazione del Segretario di Stato di Bergoglio, il cardinale Parolin, una dichiarazione che ha dell'incredibile. Come riporta l'agenzia dei vescovi italiani, Sir, Parolin è stato interpellato sulla tragedia di Asia Bibi, la donna pakistana, madre di cinque figli, che, per la sua fede cattolica, era stata accusata falsamente di blasfemia. Asia ha sopportato quasi dieci anni di carcere durissimo, rifiutando di convertirsi all' Islam, è stata condannata a morte in due gradi di giudizio e infine è stata assolta dalla Corte Suprema del Pakistan. Com' è noto la donna e la sua famiglia ora vivono braccati dai fanatici e suo marito ha chiesto asilo politico in diversi Paesi. La famiglia è poverissima ed è ad altissimo rischio in Pakistan.

I SILENZI DI PAROLIN - Ebbene Parolin, il numero 2 della Chiesa di Bergoglio, interrogato su questo caso, che ha commosso e indignato il mondo intero, ha dichiarato che attualmente non c' è nessuna attività diplomatica della Santa Sede per Asia Bibi e la sua famiglia. Poi ha testualmente aggiunto: «È una questione interna al Pakistan, spero possa risolversi nel migliore dei modi». Come dire: chi se ne frega, la cosa non ci riguarda. La sconcertante dichiarazione dell'uomo di punta del Vaticano ha scandalizzato molti, pur essendo passata in sordina sui media. Infatti le gravi violazioni dei diritti umani non sono mai un affare interno di un regime, ma chiamano in causa tutti gli uomini e tutti i popoli. Lo proclama quella «Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo» di cui proprio in questi giorni il mondo ha celebrato i 70 anni (dall' approvazione all' Onu). Ma soprattutto è sconcertante che sia il vertice della Chiesa a lavarsi le mani così platealmente della sorte di una donna condannata a morte per la sua fede cattolica e oggi minacciata con tutta la sua famiglia. Sono parole inaudite che cestinano pure il Vangelo, oltre al semplice senso di umanità.

NON DISTURBARE - Purtroppo però la scelta di questo pontificato sembra proprio quella di non disturbare i regimi che perseguitano i cristiani, "sacrificando", all' abbraccio con i dittatori, i diritti fondamentali dei perseguitati per la fede: lo dimostra anche il recente accordo del Vaticano con il regime comunista cinese che ha scandalizzato sia i cattolici perseguitati della Cina, sia i cattolici del mondo libero. Peraltro lo stesso cardinale Parolin - contraddicendosi platealmente - ha poi rilasciato un'altra dichiarazione sconcertante. Intervistato da Rai News il 13 dicembre scorso sul Global Compact sull' immigrazione, ha sostenuto, a nome del Vaticano, che «poter migrare è un diritto», mentre, per gli Stati come l'Italia, «il diritto a non accogliere non c' è». Un' idea del genere, grottesca fino al ridicolo (oltreché inquietante), di per sé distrugge la sovranità di qualunque Stato, perché se uno Stato non può controllare le sue frontiere ed è costretto a subire qualsiasi emigrazione di massa, non esiste più come Stato. Basti pensare all' Italia che dovrebbe rassegnarsi, senza poter fare nulla, alla potenziale emigrazione sul suo territorio di centinaia di milioni di persone dall' Africa. Sarebbe davvero un'invasione e con effetti apocalittici. L' aspetto surreale delle posizioni espresse dal numero 2 di Bergoglio è questo: mentre il Vaticano non intende disturbare i regimi dove sono violati i diritti umani fondamentali (perché sono questioni interne), lo stesso Vaticano nega a paesi liberi e democratici di esercitare una loro fondamentale prerogativa, quella di controllare le proprie frontiere, e decidere se e quale politiche migratorie praticare. Tutto questo, peraltro, mentre il Vaticano, circondato da alte mura, è l'unico Stato che non ha accolto e non accoglie nessun migrante e nessun profugo. Tanto meno accolgono la famiglia di Asia Bibi che, per la fede cattolica, è gravemente a rischio. Eppure Oltretevere vi sono grandi palazzi e lussuosi appartamenti, occupati da prelati che poi fanno prediche agli altri sul dovere dell'accoglienza. Gesù così tuonava contro alcuni esponenti del potere religioso del suo tempo: «Dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23, 3-4). Si ha la netta sensazione che a questo Vaticano importi assai poco pure dei migranti, ma li usa ideologicamente secondo l'Agenda Obama che poi è l'Agenda Onu. Nella stessa direzione del Global compact for migration"che produrrebbe una destabilizzazione globale, colpendo le identità dei popoli. Per l'Italia, per l'Occidente e per la Chiesa le posizioni di Bergoglio sono devastanti. Anche sul Global Compact - come sui cristiani perseguitati - meno male che c' è Trump. Antonio Socci

Il concerto di Natale interculturale. E in chiesa intonano "Bella ciao". Polemiche per il concerto natalizio in una parrocchia a Bologna. In chiesa il coro intona "Bella Ciao", scrive Giuseppe De Lorenzo, Lunedì 17/12/2018, su "Il Giornale". Prima il coro dei bimbi sulle note natalizie, poi "bella ciao" e le reprimende per "la limitazione della libertà" che stiamo vivendo "in questo momento storico". Potrebbe sembrare tutto normale, se ci trovassimo alla festa di Natale del circolo del Pd o in una vecchia casa del popolo. E invece si tratta di una normale domenica pomeriggio di dicembre nella parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù a Bologna. Due bandiere della pace a sinistra, l'immagine della vergine a destra, il crocifisso al centro. Un gruppo di cantori degli adulti intona (in chiesa) l'inno dei partigiani quando (forse) ci si attenderebbe solo un normale "Tu scendi dalle stelle". E tutti applaudono. Se ci fosse stato don Camillo di Giovannino Guareschi, a concerto concluso avrebbe chiesto al crocifisso cos'ha provato nel trovarsi alle spalle di un coro che ha voluto infilare "Bella ciao" nella scaletta natalizia. "Gesù, lo vedete fin dove siamo arrivati? - diceva don Camillo in uno dei celebri film all'elezione di Peppone a sindaco - io le dico che un giorno verranno fin qui dentro e ci pesteranno sotto i piedi". Forse oggi ci siamo davvero arrivati. Ieri sera nella parrocchia bolognese del quartiere Savena era in programma un "concerto corale" per il "Natale più interculturale che ci sia". E già il manifesto lasciava intendere (forse) il tono dell'evento. A scaldare le corte vocali erano presenti il "Mikrokosmos" (coro multietnico di Bologna), il "Coro ad Maiora: la bottega della voce", il "coro giovanile Bassi&co." e il "Mikrokosmos dei piccoli". Direttore della serata: Michele Napolitano. "Sembrava tutto normale - racconta al Giornale.it una ragazza presente alla serata - prima ho sentito cantare i bimbi canzoni natalizie, poi è stato il turno degli adulti". Ad un certo punto la "sorpresa". "I coristi hanno intonato Bella ciao - continua la testimone - e non mi sembra faccia proprio parte del repertorio di Natale". Il video della performance partigiana (guarda qui) sta scatenando le più svariate reazioni. "Sono rimasta sconvolta e sconcertata - aggiunge la ragazza - È pazzesco che in chiesa si mettano a cantare quelle canzoni". Non solo. Perché a quanto pare "il maestro del coro" dopo aver "parlato dei partigiani" avrebbe anche "utilizzato una allusione chiarissima: non ha citato l'attuale governo, ma ha detto che ci troviamo in un momento storico dove si sta verificando una limitazione di libertà". Il tutto con il Santissimo Sacramento poco distante. Esplode immediata la polemica politica. "I parroci 'rossi' non sono certo una novità - attacca Umberto Bosco, consigliere comunale della Lega - ma, da quando Salvini ha compromesso gli interessi economici e ideologici di chi operava nell'accoglienza indiscriminata, le cooperative rosse e quelle bianche hanno rinforzato il sodalizio contro il governo in carica. In questo modo pensano di allontanare l'elettorato cattolico della Lega ma resteranno nuovamente delusi". Per l'onorevole Galeazzo Bignami si tratta di "uno schifo" in una città dove sempre più "Dio ti vede e Stalin ti sente": "Non starò qui a ricordare le decine di preti ammazzati da partigiani che intonavano quella stessa canzone - dice al Giornale.it - Non starò nemmeno a discutere sul significato politico di quella canzone. Ma ritengo inaccettabile che un canto di guerra e divisivo, connotato evidentemente e notoriamente da un significato politico, non dovrebbe essere ascoltato in quel contesto e in questo momento". Non è chiaro se parroco di Santa Teresa fosse a conoscenza della scaletta o se abbia solo messo a disposizione la chiesa (abbiamo telefonato alla parrocchia, ma il don non era disponibile e siamo in attesa di essere ricontattati). Resta però l'inequivocabile video. E quel canto che stona col crocifisso costretto suo malgrado ad ascoltare.

Don Gallo canta ''Bella ciao'' in chiesa, scrive il 22 gennaio 2013 Repubblica TV. Sacro e profano. Non capita spesso di veder intonare una canzone partigiana da un sacerdote e dai fedeli al termine di una messa. Sarà per questo il grande successo in Internet di un video in cui il prete genovese, don Andrea Gallo, canta "Bella Ciao" sull'altare, sventolando un drappo rosso, alla fine della messa celebrata lo scorso 8 dicembre nel capoluogo ligure in occasione del 42esimo anniversario della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova. In poco più di un mese il video, girato da Sergio Gibellini ha già superato le 200 mila visualizzazioni su YouTube.

Don Ciotti ricorda don Gallo e canta Bella Ciao in chiesa, scrive l'8 dicembre 2013 Repubblica TV. E' il primo Natale senza don Gallo e per celebrare la Messa dell'Immacolata nella piccola chiesa di San Benedetto, 43 anni dopo la nascita della comunità, è venuto a Genova un amico del "prete di strada" scomparso: don Luigi Ciotti, il sacerdote che combatte le mafie d'Italia. E come fece don Andrea Gallo, anche don Ciotti, all'altare, ha intonato Bella Ciao: "In queste stanze, esattamente 43 anni fa, don Gallo fondò la comunità per aiutare gli ultimi. Non dimentichiamolo".

Preti, transessuali e partigiani cantano “Bella Ciao”. In ricordo di don Gallo, scrive lunedì 8 dicembre 2013 Gabriele Farro su Secolo D’Italia. Rieccoli, i preti rossi. Alla fine della messa anche padre Alex Zanotelli ha intonato con gli altri fedeli Bella Ciaoper ricordare l’amico don Andrea Gallo, il prete morto l’anno scorso. E’ successo nella chiesa di San Benedetto a Genova dove la omonima comunità per gli emarginati nata 44 anni fa ha ricordato il fondatore. Una messa fuori dagli schemi, con “La canzone del maggio” e altre liriche di De Andrè, poi tante testimonianze in ricordo del “gallo”. Padre Zanotelli, il missionario comboniano tra i fondatori dei ‘Beati i costruttori di pace’ ha detto che “il ricordo più bello di Andrea riguarda l’epoca delle polemiche più dure quando Nigrizia divenne caso nazionale per la denuncia di tangentopoli con sei anni di anticipo. Mi telefonò dandomi piena solidarietà e invitandomi a Genova. Ci siamo sempre sentiti in profonda sintonia e quindi sono venuto oggi a Genova per un dovere”. Alex Zanotelli ha invitato la Comunità di San Benedetto al Porto ad andare avanti: “non è facile proseguire dopo la morte di un personaggio così carismatico come Don Gallo” ha detto. In chiesa tantissime persone, i ragazzi della comunità, i transessuali, le bandiere dei partigiani dell’Anpi e, sull’altare, un quadro di Don Gallo e la sua bandiera della pace.

I precedenti delle tonache rosse. Le tonache. Gli episodi sono tanti. Si ricorda la performance di don Paolo Farinella, sacerdote della Diocesi di Genova, che è stato ospite del programma di Radio2 Un giorno da pecora. Contro chi si è scagliato? Naturalmente contro Berlusconi che «fa soldi solo con la corruzione e se ne frega della fede». Poi ha aggiunto: «Se lui non fosse così vigliacco da scappare dai tribunali e venisse fuori che è colpevole, deve andare dentro». Torniamo a don Gallo, il fu sacerdote antagonista, fede vendoliana. Record di visualizzazioni per il video in cui si vede il prete, nella Chiesa di San Benedetto a Genova, sventolare il paramento sacro che aveva sulla tonaca come se fosse una bandiera rossa e cantare Bella Ciao. Il tutto davanti ai fedeli. Don Gallo nel 2009 partecipò al Genova Pride e dichiarò che «sarebbe magnifico avere un Papa gay». Da ricordare anche don Giorgio, il parroco di Monte di Rovagnate, che creò un mare di polemiche per una sua frase («prego il Padreterno che mandi un bell’ictus a Berlusconi facendolo rimanere secco») che nulla aveva di cattolico. Tutti “figli” di don Vitaliano, che tutti ricordano come il prete no-global: insieme con Vittorio Agnoletto (ex parlamentare di Rifondazione comunista) piombò nella sala stampa del Festival di Sanremo munito di bandiere pacifiste.

De Simone. "Bella ciao? Era un canto religioso", scrive Stella Cervasio il 30 giugno 2018 su "La Repubblica". Il musicista mette in dubbio le radici della canzone- simbolo della Resistenza e compone sul suo tema una "lauda musicale" per Padre Pio Il 7 luglio l'anteprima nel Duomo di Amalfi. "Era già nota negli anni Venti". Con la consueta eresia che ne fa un grande e scomodo personaggio del nostro tempo, Roberto De Simone mette in dubbio le radici del canto simbolo della Resistenza: "Bella ciao". Lo fa con un progetto di grande effetto su Padre Pio, che sarà anticipato da un concerto in prima assoluta il 7 luglio nel Chiostro del Duomo di Amalfi. Il maestro della Gatta Cenerentola ha scritto e musicato una "Lauda per frate Francesco de Pietrelcina", che prende il nome dai versi medioevali di argomento religioso composti su arie profane. È un brano in 24 strofe, quante sono le stazioni della Via Crucis. Il tema è quello di "Bella ciao", su cui però il musicista ha creato una orchestrazione con variazioni e ponti strumentali suggestivi. Visivamente, padre Pio viene trasferito sulla scena della Passione di Cristo accanto ai personaggi di sempre: le pie donne e i protagonisti della crocefissione nelle 24 ore della Passio Christi, una partitura dove le 12 tonalità, alternandosi, si ripetono per due volte, arrivando dunque a 24 come le ore precedenti la morte del Salvatore. «La base dell'operazione è culturale — spiega De Simone — il risultato musicale però è sinfonico. L'ho composta in un mese e la dedico alla vera cultura napoletana. Non è assolutamente rivolta alle istituzioni e ai politici, che vivono nel degrado culturale. Il testo si basa su un altro originario che registrai prima del 1970 al santuario di San Michele del Gargano in Puglia durante una processione del santo di cui dalla chiesa rupestre viene portata fuori soltanto la spada e immersa nell'acqua del mare. A cantarlo erano i devoti, ricordo che facevano riferimento all'"alma pellegrina" di Padre Pio. Doveva essere il periodo in cui la Chiesa, scettica sul frate, gli aveva chiuso le porte, vietandogli anche di dire messa in pubblico. La sua vita si apre a molti interrogativi e dubbi, ma la sua figura è grande, è comunque un mito e anche se oggi è inserito tra i mass media del consumo, rimane un personaggio sacrale impossibile da giudicare». Il santo beneventano quindi soppianta i patrioti della Resistenza, perché la musica è pur sempre quella che conosciamo come "Bella ciao". Un brano che ha una storia controversa. Alan Lomax, lo scopritore del blues, ne registrò una versione negli anni Venti: era un canto yiddish dove ricorreva il tema noto, ma che commemorava i fuochisti del Titanic, morti sul lavoro colati a picco con la nave a causa di un incendio scoppiato a bordo, e che poi — secondo una recente scoperta giornalistica — sarebbe stata la vera causa del suo affondamento, ancora prima dello scontro con l'iceberg. «Penso che sia un canto funerario che torna nella tradizione delle mondine. E credo che sia stato trasferito in quell'ambito da zingare assoldate per lavorare nelle risaie, che cantavano la storia di una di loro morta per amore. Un motivo musicale che ricorreva anche nei giochi di bambini». Dunque i partigiani c'entrano poco? «L'equivoco — replica De Simone — è nato all'epoca dello spettacolo di Dario Fo "Ci ragiono e canto" nel 1966. Mi pare difficile che un canto di lavoro, religioso o funebre venisse assunto dai partigiani». De Simone è intervenuto sulla musica rendendola antica, rispettandone la forma ma portando all'estremo, con modernità, la struttura: «Ho scelto tonalità che non avessero ponti armonici». E ha collegato il tutto alla struttura vocale di Raffaello Converso, voce che collabora con il maestro dai tempi della Nccp. «Ho scritto la lauda con le regole che partono da Pergolesi, dove le parti d'orchestra non toccano mai la voce, sennò la musica non sarebbe arte. Ho voluto che tutta questa operazione non sfiorasse né il folklore nè la napoletanità». Musica europea e brividi che corrono lungo la schiena. Ad Amalfi Raffaello Converso interpreterà la "Lauda", e altri brani tratti dall'album del 2015 "L'armonia sperduta", dove De Simone, attraverso la voce dell'interprete, ribadiva la sua concezione storica e ortodossa della canzone napoletana, contro le mille contaminazioni odierne. Ad accompagnarlo, un'orchestra di fiati, archi, organo, pianoforte e percussioni, diretta da Luigi Grima. Il 10 replica nell'Arsenale della Repubblica di Amalfi.

Papa Francesco, il dossier da incubo: scatta la censura in televisione, l'ultimo scandalo in Vaticano, scrive il 18 Dicembre 2018 Libero Quotidiano". E' stato un anno difficile per Papa Francesco. Lo scontro interno al Vaticano, gli scandali della pedofilia nella Chiesa, le riforme promesse ma di fatto mai realizzate. E, infine, il calo mai visto prima di preti in televisione per censurare le notizie che stanno spaccando il clero in questo ultimo periodo. Riporta il Fatto Quotidiano che la presenza della chiesa cattolica in tv ha cominciato a discendere. Con l'unica, vistosa eccezione del Tg1 che nell'anno precedente aveva raggiunto il record del 98,23 per cento e quest'anno il 98,93, tutti gli altri telegiornali registrano un calo. In particolare a Mediaset. La presenza di preti nel complesso delle trasmissioni sono passate da 616 a 244: Porta a Porta da 48 a 19, Uno mattina da 178 a 64, Agorà da 169 a 94, Omnibus da 44 a 20. 

Papa Francesco, l'omelia di Natale: "Uomo vorace, insaziabile e ingordo", scrive il 25 Dicembre 2018 Libero Quotidiano". Un'omelia che invita alla condivisione, quella di Papa Francesco nella messa della notte di Natale. L'uomo, denuncia il Pontefice, "è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un'insaziabile ingordigia" che porta "ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere". E spiega che Gesù "lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare". "Betlemme - insiste - è la svolta per cambiare il corso della storia". Ma per andare verso Gesù "la strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell'egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo". Quindi ancora l'invito a condividere con chi è in difficoltà e l'esortazione a vivere "nell'attesa di Dio e non nella pretesa", a non aspettare Dio "sul divano", come "chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla". Solo andando incontro a Dio, come hanno fatto i pastori con Gesù, non dormendo ma rischiando, si può cogliere l'essenza del messaggio di Natale. "Infatti - sottolinea - i pastori si muovono: “andarono senza indugio”, dice il testo. Non stanno fermi come chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla, ma vanno, lasciano il gregge incustodito, rischiano per Dio. E dopo aver visto Gesù, pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo, tanto che 'tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori'. Attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza: sono gesti di amore".

Il destino delle nostre Chiese vuote. Il Papa annuncia che i luoghi sacri, senza fedeli, vanno riconvertiti per l'accoglienza. Il segno di una crisi profonda, scrive Marcello Veneziani il 24 dicembre 2018 su Panorama. Alle soglie di Natale la Chiesa annuncia che chiuderà per mancanza di preti e di fedeli. Non era mai capitato di sentire una cosa del genere, e non da gente qualunque o da un sacerdote irriverente ma dal Vicario di Cristo in terra, il Papa in persona. Molte chiese, ha detto Bergoglio, «fino a pochi anni fa necessarie, ora non lo sono più, per mancanza di fedeli e di clero». La Chiesa deve adattarsi ai tempi cambiati, ha proseguito Francesco, deve dismettere le chiese e aiutare i poveri, giacché «non ha valore assoluto il dovere di tutelare e conservare i beni culturali della Chiesa, perché in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri». Un annuncio storico, per giunta sotto Natale, ma è passato quasi inosservato. Siamo alla liquidazione dell’esercizio? In passato avevamo sentito i papi denunciare la scristianizzazione della società ma nessuno si era mai spinto a parlare di chiese senza devoti e senza sacerdoti da riadattare come ospizi per barboni e migranti, o da cedere allo stesso scopo filantropico. Che regalo di Natale...Un patrimonio religioso diventa patrimonio immobiliare, la religione della fede diventa «religione dell’umanità», avrebbero esultato i positivisti e i socialisti. Un luogo sacro e santo che si trasforma in ostello è lo specchio di una Chiesa che diventa Organizzazione umanitaria. Come una qualsiasi ditta, la Chiesa con Papa Francesco sta cambiando la sua «ragione sociale»? E noi qui a discutere del presepe, del crocifisso nelle aule pubbliche, o delle moschee. E la gente applaude a Matteo Salvini e ai ministri Lorenzo Fontana e Marco Bussetti che sollevano il tema della difesa della civiltà cristiana e dei suoi simboli millenari, la croce, il presepe. A proposito, non bastava l’annuncio papale ma a cancellare il Natale ora ci sono anche i preti d’assalto: il genovese don Paolo Farinella non celebra il Natale in odio a Salvini e alla politica sui migranti. E il prete padovano don Luca Favarin si rifiuta di fare il presepe perché gli dà fastidio il suddetto fronte presepista di Diopatriaefamiglia. Su una cosa però hanno ragione: non si può diventare cattolici solo a Natale, e andare a messa e farsi i selfie col presepe. Il ministro della cultura della Chiesa, il cardinal Ravasi dice che i cattolici sono ormai una minoranza in Occidente, nell’Occidente cristiano, e non solo nel mondo, c’è ormai apatia religiosa e le chiese vuote, se non vogliamo che finiscano come pizzerie, diventino almeno musei o luoghi di dibattito. Come dire, non più luoghi di culto ma di cultura; la fede lascia la chiesa in eredità agli intellettuali. Soluzione illuminista. Intanto, in giro, le chiese sconsacrate diventano resort, trattorie, teatri, luoghi polifunzionali. O peggio, come si stava facendo a Bergamo con la chiesa dei Cappuccini, rischiano di essere comprate dagli islamici per farne una moschea; una specie di nemesi religiosa, se si considera che molte chiese cristiane sorgono su luoghi di culti precristiani. Ah, se li sentisse il cardinal Carlo Caffarra che ha fatto in tempo a morire nel 2017. Si chiedeva l’arcivescovo di Bologna - di cui è uscito ora un libro postumo Scritti su etica, famiglia e vita (ed. Cantagalli) - «è rimasta solo la Chiesa a farci sentire il respiro dell’eternità nell’Amore umano. E se anch’essa rinunciasse a farlo sentire?». L’impressione è che la Chiesa vi abbia rinunciato. Ma se le chiese vanno dismesse per mancanza di utenti e trasformate in centri d’accoglienza, «il respiro dell’eternità» non cede all’affanno dei tempi? Se i papi nei secoli avessero distribuito i soldi ai poveri del loro tempo anziché edificare altari, conventi e cattedrali, oggi non avremmo capolavori d’arte né luoghi di preghiera in cui viene consacrata e affidata la nascita, la morte, il matrimonio. In ogni chiesa è riflesso il travaglio di popoli e di generazioni, il sacrificio e la fede di chi l’ha edificata, amata, vissuta; c’è il ricordo dei santi e dei martiri, il legame sacro di una comunità, la sua anima, la sua storia, la sua identità. È desolante vedere le chiese vuote ma si può liquidare una fede cambiandole la destinazione d’uso, riducendola a pura assistenza sociale? Magari per aiutare i poveri si potrebbe usare il vasto patrimonio immobiliare della Chiesa. Meglio cedere un edificio per usi profani piuttosto che una chiesa. Ed è meglio che le chiese celebrino il Natale e allestiscano il presepe, piuttosto che ridursi a sedi per assemblee di migranti. Qualche anno fa ebbi la fortuna di visitare le parti del Vaticano non aperte al pubblico: in 200 metri vidi la più alta concentrazione di capolavori che ci sia al mondo: la Cappella paolina di Michelangelo, le sale del Bernini per ricevere i sovrani, le logge dipinte dalla scuola di Raffaello, la prima carta geografica con l’America collocata a Oriente, vidi perfino un minuscolo e magnifico bagno del segretario di Stato dipinto dallo stesso Raffaello. Non c’è al mondo tanta densità di grazia e di bellezza in uno spazio così intensamente popolato d’arte, contiguo alla Cappella Sistina: in quegli affreschi era descritta la condizione umana, il viaggio di anime e corpi tra cielo e terra, luce e tenebra. Là c’era tutto l’uomo, nella sua massima grandezza e nel nudo confronto con la sua miseria di mortale. Se al posto di tutta quella bellezza, la Chiesa avesse soccorso i poveri, sfamato un po’ di gente, cosa avrebbe lasciato alle generazioni seguenti, quali risposte avrebbe dato alla vita, alla morte, alla speranza? Certo, sconforta vedere sotto Natale le chiese vuote. Ma ancor più sconforta l’annuncio dei saldi di fine cristianità.

Tonache pulite. L'editoriale del direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, dedicato all'altro volto dell'inchiesta su Chiesa e pedofilia e al servizio sui baby transgender, scrive Maurizio Belpietro il 24 dicembre 2018 su "Panorama". Mi ha scritto l’ex direttore di Verona Fedele, il settimanale della diocesi scaligera. Don Bruno Fasani è un amico e voleva farmi gli auguri, per Panorama e per Natale. Tuttavia ha colto l’occasione per rimproverarmi, segnalandomi che i preti non sono tutti come quelli che abbiamo raccontato nell’inchiesta su Chiesa e pedofilia. Non ce n’era bisogno: so bene che la maggioranza dei sacerdoti sono persone per bene, che hanno scelto una vita di sacrificio e di preghiera in nome della fede. Lo so per esperienza diretta, perché, nonostante abbia sessant’anni, ho nitido il ricordo della mia adolescenza. Al pari di molti miei coetanei, quegli anni li ho trascorsi tra la parrocchia e l’oratorio, a stretto contatto con un giovane curato. Si chiamava Piergiorgio, era piccolo, calvo e pignolo. Non era un trascinatore di folle e neppure un brillante oratore. Anzi, diciamoci la verità: le sue prediche erano noiose, perché parlava come un libro di catechismo. Con il senno di poi, però, posso dire che era un bravo prete: uno che ci credeva e che - se mi è permessa la battuta - ci metteva l’anima. Io sono cresciuto in mezzo ai preti. Don Piergiorgio era il curato della mia parrocchia, ma poi c’era don Giacomo, l’insegnante di religione delle medie, uno che arrivava su una coupé 850 Fiat di colore azzurro elettrico e storpiava la canzone di Gian Pieretti, un cantante dell’epoca. Invece di «Tu sei bello e ti tirano le pietre» lui entrava in classe canticchiando: «Tu sei bello e ti tirano l’uccello, tu sei brutto e te lo tirano del tutto». Come potrete immaginare era amatissimo, anche perché tra la spiegazione di una parabola e l’altra ci infilava qualche barzelletta. Quando se ne andava sulla sua rombante macchinetta, raccontava che ai vigili che l’avevano fermato per eccesso di velocità, si era giustificato dicendo che stava correndo da un fedele per impartirgli l’estrema unzione. Indossava la tonaca e allo stesso tempo un tono scanzonato e simpatico. Così come simpatico era don Silvio, il prete delle superiori, anche lui un barzellettiere nato, che aveva la stessa faccia del don Camillo di Guareschi versione Rai. Poi ho fatto in tempo a conoscere anche padre Francesco, un comboniano secco come un grissino che studiava portoghese con l’intenzione di partire per il Mozambico, ex colonia di Lisbona, dove era in corso una guerra tra fazioni marxiste o più semplicemente fra bande che dopo anni di dittatura non riuscivano ad adeguarsi alla democrazia. Se vi racconto tutto ciò non è però per rendervi noti i fatti miei, ma solo per dire che i preti li conosco da vicino. Ho fatto il chierichetto e il lettore di sacre scritture (all’epoca i brani del nuovo testamento li leggeva una specie di chierichetto più grande e non un fedele che lasciati i banchi sale verso l’altare) e tuttavia nessuno fra i sacerdoti che ho frequentato ha mai molestato me o qualcuno dei miei compagni. La parrocchia e l’oratorio erano luoghi protetti, che ai genitori garantivano sicurezza oltre che insegnamenti. Di sesso o di approcci sessuali neanche a parlarne. Anzi, un giorno, avendo scoperto nella biblioteca della parrocchia una copia de Il prete bello di Goffredo Parise, storia di un parroco di provincia conteso e coccolato dalle donne del quartiere, vicenda grottesca e scandalosa che finisce con la morte del sacerdote dopo che questi ha messo incinta la bella Fedora, don Piergiorgio sequestrò il volume, facendolo a pezzi e gettandolo nel cestino. Come dicevo però, tutto ciò accadeva molto tempo fa. Quella era un’Italia molto diversa. Certo, don Dino aveva scelto di lasciare la tonaca per mettersi con una donna, ma nei luoghi che ho frequentato io di preti pedofili non c’era ombra. Direte: erano altri tempi. Sì, certo, all’epoca non di discuteva neppure di baby transgender, ovvero di ragazzini che a sette o 12 anni vogliono cambiare sesso, l’argomento che abbiamo scelto di mettere in copertina. È un fenomeno sommerso, ma come potrete leggere nell’inchiesta di Terry Marocco, molto più diffuso di quanto riteniate. Sono centinaia i bambini e adolescenti che in Italia vengono sottoposti a cure che li aiutano a diventare altro rispetto a quello che sono. Gli esperti descrivono un fenomeno che sta crescendo con percentuali inimmaginabili, mentre una psicoterapeuta che li ha in cura parla di contagio sociale. Non so se sia così. So che il gemello di un dodicenne di Ravenna supplica il fratello: «Sei nato maschio come me, rimani maschio». (Editoriale pubblicato nel n° 1 di Panorama in edicola dal 19 dicembre 2018)

Chiesa ed abusi, nessuna responsabilità. Don Ruggero Conti è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale ma non è mai stato in carcere, scrive il 24 dicembre 2018 Panorama. Fascicolo 4866 del 2008. L’asettico numero seriale cela il più fragoroso processo italiano a un prete per abusi su minorenni. Sette vittime, decine di testimoni e migliaia di atti. Da cui, ancora una volta, affiorano le reticenze e le omissioni della curia. L’imputato si chiama don Ruggero Conti: lombardo di Legnano, amico di politici ed economo della sua diocesi. A quel tempo è il carismatico e influente parroco di una chiesa di Selva Candida, al di là del Grande raccordo anulare che abbraccia la capitale. L’inchiesta della Procura di Roma si trasforma in un eclatante caso giudiziario. Che porta, nel 2015, alla più grave condanna definitiva mai comminata dalla giustizia italiana a un sacerdote accusato di pedofilia: 14 anni e due mesi di carcere. Eppure il sacerdote non è mai entrato nelle patrie galere. Anzi, a settembre 2017 è perfino evaso dai domiciliari, concessi in una clinica laziale, tentando una rocambolesca fuga in taxi. Infine, le ultime aggravanti: nessun risarcimento versato alle vittime e nemmeno una parola di conforto per i minori violati. Nonostante tutto sia accaduto alle porte del Vaticano. O, magari, proprio per questo. Chiesa della Natività di Maria Santissima, periferia di Roma, 30 giugno del 2008: don Conti, 54 anni all’epoca, viene arrestato mentre è in partenza, con alcuni ragazzi, per la Giornata mondiale della gioventù di Sydney. La Procura di Roma, nei mesi seguenti, comincia a sentire testimoni. Scoprendo, sotto gli orrori, un manto di protezione. Emerge già dalla deposizione di Gino Reali, il vescovo di Porto-Santa Rufina, la diocesi romana sotto cui ricade la chiesa di Selva Candida. Il 1° dicembre 2008 il pm Francesco Scavo Lombardo convoca il monsignore. Il prelato ammette di aver appreso già nel settembre 2006 dei comportamenti equivoci di don Conti. E due mesi dopo, il vice parroco della Natività di Maria Santissima, Don Claudio Peno Brichetto, gli aveva confermato le accuse. Che il vescovo, però, considerò inaffidabili. Anche le parole di altri tre ragazzi, tra i quali il responsabile dell’oratorio e alcuni dei giovani abusati, furono prese con le molle. «È chiaro che non posso nemmeno andar dietro a tutte le voci» si giustifica monsignor Reali con il magistrato, riferendosi a quegli incontri. «Io faccio il vescovo, non è che faccio il giudice istruttore... Non sono riuscito a trovare dei riscontri che potessero portarmi a un provvedimento di trasferimento». E aggiunge: «Noi oggi abbiamo anche l’impegno molto grande di salvare la buona fama della Chiesa. Lei non ha idea di quante accuse vengono fatte. E alcune non hanno alcun “fundamentum in re”, come si diceva una volta». Già, «la buona fama della Chiesa». Nessuno, quindi, viene avvertito. E don Conti continua ad abusare dei giovani parrocchiani. Persino in seguito al suo arresto, la curia non prende provvedimenti. «Da un punto di vista canonico noi aspettiamo quello che viene fuori dalle indagini della Procura» spiega il vescovo al pm Scavo Lombardo. «Quindi, in questo momento, siamo perfettamente fermi». Riassumendo: nel 2008 la diocesi, nonostante l’arresto per supposta pedofilia di un suo influente sacerdote, decide di stare a guardare. Fino a quando la giustizia non dimostrerà le violenze: al di là di ogni ragionevole dubbio. Una Chiesa, dunque, che interviene solo dopo la giustizia penale. Ovvero: quando non può farne a meno. Una condotta che negli anni scorsi è diventato metodo. Come dimostrano i casi raccontati da Panorama nelle scorse puntate di questa inchiesta. Nella deposizione di monsignor Reali, l’eccesso di cautela trabocca. Nel settembre 2005 alcuni genitori avevano informato monsignore che un altro prete, don José Poveda Sanchez, molestava telefonicamente alcuni ragazzini. In udienza il pm romano chiede al vescovo anche di questo precedente. Ci sono messaggi dall’inequivocabile tenore: «Pezzo di culo, vieni stasera». Oppure: «Ciao, culetto d’oro». Reali, ricevuta la scomoda segnalazione, spiega al magistrato, di aver convocato il religioso spagnolo. «Mi promise che sarebbe cambiato... Ma qualche mese più tardi fui avvisato che c’era stato invece un nuovo messaggio. Lo richiamai e lo invitai a lasciare la parrocchia. Lui allora chiese di rientrare in Spagna». Anche questa, una prassi consolidata: i preti sospetti vengono spostati da una sede all’altra, sperando di sopire denunce e scandali. Monsignor Reali, quindi, invia nel 2005 una lettera a Joaquín María López de Andújar, all’epoca vescovo di Getafe, la diocesi vicino Madrid che accoglierà don Poveda Sanchez. Ma si guarda bene dal segnalare i precedenti del sacerdote. Anzi, spiega il pm in udienza, «scrive una sorta di raccomandazione al suo pari grado a Madrid: “Persona a posto, brava, che si recava in Spagna per accudire la madre malata”». Tre anni dopo emerge che il prete iberico viene indagato per gli abusi sessuali su quattro ragazzini. Il parroco è così costretto ad ammettere i suoi precedenti con la curia di Getafe. I pm romani ricostruiscono però anche l’omissione di un altro monsignore: Carlo Galli, all’epoca prevosto di Legnano. A lui, nel 2005, un uomo aveva raccontato di aver subito violenza sessuale proprio da don Conti. Un’informazione che, però, il monsignore aveva tenuto per sé. Salvo poi riferirla al vescovo Reali, dopo aver appreso dell’arresto del parroco di Selva Candida. Il processo a don Conti comincia nel giugno 2009. Tra le parti civili c’è la onlus «Caramella buona», che ha contribuito ad avviare l’inchiesta, con il suo presidente, Roberto Mirabile. Così come Mario Staderini, consigliere municipale romano e futuro segretario dei Radicali italiani: rappresenta il Comune di Roma, che ha rinunciato a entrare nel procedimento (lo farà solo in seguito). All’epoca il sindaco della capitale è Gianni Alemanno: e in campagna elettorale, don Conti è stato il suo garante «per la famiglia e le periferie». Il 1° dicembre 2009 M.Z. È sul banco dei testimoni. Rivela di essere andato da Reali, assieme al responsabile dell’oratorio. E di avergli raccontato degli abusi subiti. Ma il vescovo gli avrebbe replicato: «Non fatevi mettere idee in testa dalla voci che sentite». Il giovane, in Tribunale, aggiunge: «La risposta non c’era piaciuta, il modo in cui l’aveva detto. Quasi per dire: “Non hai le prove, come fai a sostenere una cosa del genere?”. Ma la prova ero io. E quindi mi sono sentito abbandonato». Insomma, sintetizza: «Lui non ci credeva». Lo stesso 1° dicembre 2009 depone M.F.. Ricorda di aver scritto una lettera, in cui ricostruiva le violenze a cui era stato sottoposto, e di averla portata al monsignore. Che gli suggerì «di fare una denuncia alle autorità». Una strada che, però, il parrocchiano non aveva voluto intraprendere. È lo stesso Reali a spiegarlo ai giudici nell’udienza del 20 maggio 2010. Il monsignore chiarisce anche di non aver voluto avviare un’«indagine previa» interna. E di avere contattato «solo informalmente» la Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo vaticano che istruisce i processi canonici contro i preti pedofili. I giudici romani sentono pure il primo accusatore di Ruggero Conti, don Peno Brichetto, suo vice nella chiesa di Selva Candida: nel 2007 aveva scritto una lettera alla stessa Congregazione per segnalare i comportamenti del parroco. Viene però convocato in Vaticano solo dopo l’arresto del sacerdote: «Mi hanno detto che loro operano solo se c’è l’invio di una documentazione. Infatti hanno confermato che Reali non ha mandato nulla: né prima né dopo il 2008». Morale: solo nel 2011 il sacerdote sarà sospeso «a divinis» dal sacerdozio. Quasi un buffetto. A maggio dello stesso anno, infatti, l’ex parroco della Natività di Maria Santissima viene condannato a 15 anni e 4 mesi: violenza sessuale aggravata su sette minori tra il 1998 e il 2008. Deve anche pagare 271 mila euro alle parti civili. In appello, nel maggio 2013, prescritti alcuni reati, la pena scende a 14 anni e due mesi. Due condanne, nessun risarcimento. Così il 28 giugno 2013 gli avvocati Giacomo Tranfo e Guido Lombardi, che assistono uno dei ragazzi, scrivono al cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, chiedendo un appuntamento. La replica del prelato arriva dieci giorni dopo: «Rispondo alla sua cortese lettera relativa alle difficoltà che incontra il giovane F.B., che dice di essere vittima di abusi da parte di don Ruggero Conti». Consiglia poi di rivolgersi al vescovo Reali, che però non darà mai riscontro ai due legali. «Dice di...», scrive il cardinale Vallini: evidentemente due gradi di giudizio non sono ritenuti sufficienti alla Chiesa per dubitare di uno dei suoi pastori. Anche la Cassazione, però, nel maggio 2015 conferma la condanna all’ex parroco di Selva Candida: 14 anni e due mesi. Una delle pene più severe mai comminate dalla giustizia italiana alla Chiesa. Eppure don Conti non è mai entrato in carcere. Precarie condizioni di salute. Che però non gli impediscono di tentare la fuga nel settembre 2017 da una casa di cura. I carabinieri lo ritrovano a Milano, in un’altra struttura sanitaria. Da quel momento, di lui s’è persa ogni traccia. Niente galera, niente risarcimenti, niente scuse. E quella frase, pronunciata in aula da un vescovo, a far da epitaffio: «Dobbiamo salvare la buona fama della Chiesa».

Vittorio Feltri bombarda il Vaticano: "Papa Francesco caccia i preti gay? Vuol dire che in sacrestia...", scrive il 13 Dicembre 2018 Libero Quotidiano". No, Papa Francesco non vuole preti gay nella Chiesa. Ovvio, quando sei a capo del Vaticano. E sulla presa di posizione del Pontefice interviene Vittorio Feltri. Lo fa su Twitter, con un parere sintetico e durissimo. Il direttore di Libero, infatti, cinguetta: "Il Papa non vuole preti gay. Ma se li caccia tutti, la chiesa rimane con tre etero che non bastano nemmeno per fare una partita a tressette in sacrestia". Al solito, senza peli sulla lingua.

Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano. Le anticipazioni in esclusiva per Panorama dell'inchiesta sugli abusi subiti da alcuni giovani che servivano Messa in Vaticano, scrive Gianluigi Nuzzi il 18 dicembre 2018 su "Panorama". Dopo sei mesi d’indagini riservatissime si sta per chiudere in Vaticano l’inchiesta sugli abusi sessuali che avrebbero subito alcuni chierichetti del Papa, alunni del pre-seminario san Pio X all’interno del piccolo Stato. L’istituto, voluto da Pio XII dal 1956, ospita gli studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi di tutto il mondo per il cosiddetto «discernimento vocazionale», ovvero capire se esprimono una predisposizione al sacerdozio. A questi giovani, tra l’altro, è affidato un compito davvero privilegiato, ovvero quello del servizio liturgico nella basilica di san Pietro. Da qui l’appellativo di «chierichetti del papa», visto che spesso come piccoli ministranti servono le messe officiate dal pontefice in persona. I fatti risalgono al periodo tra 2010 e 2011. Di giorno gli alunni frequentavano la scuola privata parificata Sant’Apollinare nella Capitale, per poi ritirarsi nelle camerate del pre-seminario, ospitato nel corpo interno di palazzo san Carlo. Qui si sarebbero consumate le violenze ai danni di alcuni seminaristi minorenni. Uno scandalo emerso nel novembre del 2017, quando nel saggio Peccato Originale veniva raccontata la storia di un ex alunno, il polacco Kamil Jarzembowski, entrato in collegio nel settembre del 2009 e che dall’estate del 2014 aveva denunciato alle autorità ecclesiastiche gli abusi dei quali sarebbe stato testimone oculare, compiuti ai danni di un suo compagno di stanza, un ragazzino che chiameremo Paolo. La vicenda si amplificò: altre vittime - tutte frequentanti l’ex seminario - si fecero avanti. In diverse interviste in tv vennero indicati almeno due «carnefici»: uno studente già grande, alloggiato anche lui nella struttura e che frequentava l’università, e un monsignore assai noto in curia e messo in disparte da Francesco poche settimane dopo la sua elezione a pontefice. Tutte accuse smentite da chi gestiva e gestisce il pre-seminario, ovvero l’opera don Folci di Como, e anche dalla diocesi di Como che aveva ricordato come le accuse nei confronti del seminarista presunto molestatore, ora sacerdote, fossero «già state oggetto di accertamento da parte delle competenti sedi ecclesiastiche» ed evidentemente ritenute infondate.

La decisione di Bergoglio. Invece, negli ultimi mesi, la nuova indagine ha preso consistenza, grazie anche alla denuncia penale presentata a marzo scorso proprio da Paolo. Il promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, con l’aggiunto Roberto Zanotti, entrambi docenti universitari in atenei italiani, hanno sentito decine e decine di testimoni (in tutto circa 30) tra presunte vittime e potenziali carnefici, chierichetti testimoni, sacerdoti confessori e monsignori. Nel fascicolo sono finite anche numerose lettere di denuncia scritte da Jarzembowski a cardinali e alti prelati (da Angelo Comastri a Giovanni Angelo Becciu), dvd di puntate di programmi televisivi che seguirono la storia (da Quartogrado alle Iene) e persino alcune registrazioni con testimonianze e accuse. Il procedimento si è così sviluppato ipotizzando diversi reati (dagli abusi sessuali all’omissione di atti d’ufficio al favoreggiamento) a carico di più persone. Sui nomi degli indagati c’è ancora il massimo riserbo, anche se è destinato a durare poco. Appena conclusa l’indagine, questione ormai di giorni se non di ore, il promotore di Giustizia chiederà o l’archiviazione o il processo. Sarà poi il tribunale vaticano a decidere anche se in curia è chiaro che l’ultima parola sullo sviluppo processuale di questa storia imbarazzante sarà quella pronunciata da Bergoglio. Essendo il Papa monarca assoluto nel piccolo Stato, a lui spetta la decisione finale. 

Vittime e carnefici. Di certo l’indagine conquista alcuni rilevanti primati. Innanzitutto è la prima che viene condotta su diversi episodi che si sarebbero tutti consumati non in qualche polveroso sottoscala di oratori di provincia, ma addirittura all’interno delle mura leonine, negli inviolati sacri palazzi, cuore pulsante della curia romana. L’altro primato riguarda certamente la profondità degli accertamenti svolti. Francesco ha chiesto che venisse portato avanti un accertamento non di facciata ma approfondito, senza sconti e indulgenze. Si è quindi partiti proprio dalla lunga testimonianza di Kamil, sentito più volte come testimone in Vaticano: «A settembre 2011, cioè al mio rientro in Vaticano dopo le vacanze estive, il rettore mi assegnò una stanza-dormitorio da dividere con Paolo, anch’egli alunno del pre-seminario. Nel corso dell’anno scolastico 2011/2012 e, più precisamente, dalla fine del mese di settembre 2011 fino all’inizio del mese di giugno 2012, sono stato testimone di atti sessuali che Antonio (nome di fantasia, ndr) esigeva da Paolo, atti sessuali che si compivano nonostante la mia presenza. Gli atti venivano svolti sempre di sera, intorno alle ore 23. Antonio, dopo che tutti gli altri alunni si erano già coricati, accedeva nella stanza-dormitorio condivisa da me e Paolo. Qui avvenivano rapporti di sesso orale, mentre, alcune volte, i due si recavano insieme nella stanza di Antonio per proseguire il rapporto». Altri episodi si sarebbero consumati ai danni di un altro ragazzo, vittima di abusi a casa di un potente monsignore che, pur non essendo nell’organico del Pio X, aveva modo di frequentare gli allievi dell’istituto e di adescarli. Questo stando almeno alla presunta vittima che ha raccontato in tv delle vessazioni subite e di come pur essendo trascorsi diversi anni dai fatti, ancora oggi si fa numerose docce al giorno, come per «pulire» quel senso profondo di vergogna. Quest’ultima vittima ha tra l’altro anche tentato più volte il suicidio, mentre il presunto carnefice ancora oggi è monsignore e frequenta liberamente i sacri palazzi.

Servirà L’incontro al vertice di febbraio? La decisione sul futuro di questa inchiesta cade in un momento assai particolare, essendo in Vaticano il tema della pedofilia sempre più di attualità, dopo gli esposti su presunte coperture presentate da monsignor Carlo Maria Viganò la scorsa estate. In più sono ormai in corso i preparativi per gli incontri che si terranno a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019, quando Francesco incontrerà i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per discutere proprio della questione della pedofilia e della protezione dei minori. Un appuntamento senza precedenti, visto che gli alti prelati saranno chiamati proprio a studiare misure efficaci ad arginare il fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Misure non solo sociali, di diritto canonico ma anche penali. C’è poi da colpire quella rete di protezioni, insabbiamenti che hanno spesso garantito l’impunità ai molestatori e ai violentatori. Un sistema «Spotlight», dal nome del recente film e ben raccontato di recente proprio su Panorama da Antonio Rossitto. Del resto solo qualche settimana fa è stato Georg Ganswein, storico collaboratore di Benedetto XVI, a paragonare per gravità questa piaga all’11 settembre quando Al Qaida attaccò le Torri gemelle a New York: «La Chiesa» ha spiegato «guarda con sconcerto al proprio “11 settembre”, anche se questa catastrofe purtroppo non è avvenuta in una sola data, ma in tanti giorni, mesi, anni, che hanno creato innumerevoli vittime. Non fraintendetemi: non confronto né le vittime né gli abusi con le 2.996 persone che persero la vita in quegli attentati. Nessuno sinora ha attaccato la Chiesa cattolica con aerei passeggeri, la basilica di San Pietro è ancora in piedi, e tuttavia tutte queste anime ferite mortalmente, per noi sacerdoti è un messaggio più terribile della notizia che fossero crollate tutte le chiese della Pennsylvania e la Basilica del santuario nazionale dell’Immacolata concezione di Washington». È anche vero che la celebrazione di un simile processo non ha precedenti nella storia d’Oltretevere, a eccezione di quando nel settembre del 2014 venne arrestato e processato l’ex nunzio Jozef Wesolowski, sotto inchiesta per pedofilia. In verità, quella storia si concluse ancor prima di iniziare. Infatti, rinviato a giudizio il 15 febbraio del 2015, Wesolowski ebbe un malore tanto da rinviare la prima udienza, che si sarebbe dovuta celebrare nel luglio successivo. Ma il processo non ebbe mai luogo perché il nunzio morì nella sua stanza del collegio dei penitenzieri nella sera del 27 agosto 2016 per un problema di cuore. Dovesse essere celebrato un processo sarebbe quindi, di fatto, la prima volta. 

Chiesa: i preti pedofili e la pericolosa generalizzazione indiscriminata. "I giudici servono per il reati, non per governare il clero". Il commento di Giuliano Ferrara dopo le dimissioni collettive dell'episcopato del Cile, scrive Giuliano Ferrara il 28 maggio 2018 su "Panorama". L'illusione era che con l'avvento di papa Francesco il mondo secolare riconoscesse alla chiesa, che rinunciava a rivendicare uno spazio pubblico per i criteri e la cultura della fede cristiana, abbracciando un discorso più aperto al modo di vita nella modernità e nella postmodernità, una sua autonomia evangelizzatrice e un certo rispetto.

Dopo Benedetto XVI l'illusione del cambiamento. Benedetto XVI aveva motivato con la stanchezza dell'età ingravescente la sua Renuntiatio, ma è certo che il suo pontificato, anche per la campagna contro il relativismo etico da lui sostenuta (e dal suo predecessore san Giovanni Paolo II), era sotto assedio. Dai tempi dell'inchiesta del Boston Globe sulla diocesi guidata dal cardinale Bernard Law, poi sceneggiata nel film Spotlight, si era diffusa in tutto il mondo la generalizzazione indiscriminata delle accuse al clero in fatto di perversioni pedofile e di coperture irriguardose per la condizione delle vittime degli abusi. Ma l'illusione che le cose fossero cambiate con il nuovo Papa buono, conciliare senza riserve, capace di affascinare i popoli e le élite secolari con i suoi discorsi critici del liberalismo, ambientalistici e tolleranti verso ciò che la chiesa ha sempre censurato nei modi di vita relativisti, è durata poco. 

Le dimissioni collettive dei vescovi in Cile. Le dimissioni collettive di una intera nazione o conferenza episcopale sono qualcosa di integralmente e scandalosamente nuovo nella storia canonica di quel possente e fragile organismo che è la chiesa cattolica di rito latino. Il Cile non è periferia, è il Paese che in un continente segnato dalla disperazione e dall'insuccesso nell'organizzazione sociale, dalla miseria e dalla deriva caudillista, è riuscito per vie traverse e drammatiche a darsi un profilo e una prospettiva di democrazia in sviluppo, capace di temperare i tradizionali e ben noti squilibri di un continente quasi privo di una classe media e di istituzioni protette da procedure democratiche. La sua autodecapitazione ecclesiastica è un segno dei tempi numinoso, un tuono, una grande ombra. I laudatori del Papa di tendenza progressista e riformista, quelli che credono nella fine del celibato dei preti, e a questo collegano la loro adesione fiduciosa all'idea di una corruzione clericale diffusa testimoniata dalla vastità e dal rango dei coinvolti nelle accuse di abuso, non escludono che le dimissioni collettive siano non una messa a disposizione ma una sfida al pontefice, e questo dopo una storia tortuosa di ricognizione sul campo che aveva indotto Francesco prima a contrattaccare contro la calunnia, poi a scusarsi sotto pressione mediatica e a fare il processo interno nel segno della tolleranza zero. Difficile dire, quasi tutto ormai si fa ambiguo nel regno del Papa gesuita che era venuto a portare un approccio di riconciliazione al mondo. Il viaggio apostolico in Cile era stato funesto, un fallimento su tutta la linea; il Papa non è mai andato in Argentina, il Paese fine di mondo da cui proviene; il Venezuela è nella condizione che si sa; il più popoloso continente cristiano rischia travolgenti passi indietro nella stessa evangelizzazione: e ora il vertice intero di un Paese-chiave se ne va, innescando le delicatissime procedure di un traumatizzante ricambio all'interno di quella catena che è la sostanza stessa della chiesa, l'idea di una successione apostolica la quale sola giustifica la continuità e la legittimità della chiesa di Cristo e dei suoi primi discepoli.

I riflettori sul clero e sulle sue responsabilità. Il problema non è che la cattolicità tarda a inserire nel diritto canonico la facoltà per i preti di sposarsi o immettere le donne nell'ordine consacrato. Sappiamo tutti che una campagna estesa e possente, originata nel circuito mediatico e giudiziario, con ampie richieste di risarcimento, e non solo morale o psicologico, ha messo il suo abbagliante riflettore sul clero e sulle sue responsabilità che per definizione delegittimano la sua funzione di educazione dei fanciulli e dei giovani. La situazione delle patologie e devianze di tipo pedofilo è drammatica, secondo tutte le statistiche, nelle famiglie, oltre che in altri organismi e luoghi monosessuali. Il punto è che 500 anni fa la Riforma protestante ha inaugurato il mondo moderno denunciando il carattere anticristico del papato e dell'ordine consacrato, e quelli che Guicciardini chiamava ai primi del XVI secolo "gli scelleratissimi preti" sono oggetto di un processo e di una gogna culturale e rituale da secoli, ormai, ora in dirittura finale in una società per molti aspetti compiutamente scristianizzata. Le depravazioni con le loro implicazioni penali esigono sanzioni per tutti sotto il segno della eguaglianza giuridica, ovvio. Ma la costituzione del clero, la sua funzione di cura delle anime e di pastorale, il suo stesso profilo di obbedienza e comando sotto la supervisione dei vescovi e del Papa, questo è quello che viene messo in discussione. Tanti anni fa a New York, una signora della buona borghesia protestante invocava l'arresto del cardinale che aveva permesso misure interne incompatibili con la tolleranza zero del diritto penale. Le obiettai una cosa semplice: "La giustizia secolare ha diritto di processare chiunque favorisca reati o li commetta, eppure non ha il diritto di intromettersi nella pastorale interna della chiesa e di insegnare ai preti chi sono e come debbano comportarsi". Non mi capiva, era sorda e muta a ogni interlocuzione. Penso che quella sottile linea divisoria, difficile ma non impossibile da governare, sia all'origine dell'assedio che mette a rischio autonomia e identità della chiesa e del suo clero, a partire dalla interiorizzazione cattolica della colpa che è invalsa negli ultimi decenni. (Articolo pubblicato sul n° 23 di Panorama in edicola dal 24 maggio 2018 con il titolo "I giudici servono per i reati, non per governare la chiesa")

Viaggio nella Chiesa dell'omertà. Con l'articolo sulla diocesi di Firenze, Panorama comincia un'inchiesta a puntate dedicata ai tanti casi di pedofilia tra i preti italiani, coperti dai vertici ecclesiastici, scrive Maurizio Belpietro il 26 novembre 2018 su "Panorama". L’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nello scorso mese di agosto ha puntato il dito contro le gerarchie vaticane, colpevoli a suo dire di aver coperto l’opera di «corruzione morale» portata a termine su giovani seminaristi dal cardinale di Washington Theodore Edgar McCarrick. Il memoriale, pubblicato in esclusiva da La Verità, era un vero e proprio atto d’accusa contro la Chiesa, e faceva nomi e cognomi di alti prelati che da anni erano a conoscenza del comportamento del porporato, il quale dormiva abitualmente con i giovani a lui affidati. Ma nonostante le denunce dei ragazzi abusati, nessuno fece nulla e solo quando la faccenda finì sul New York Times il cardinale fu destituito. La Procura della Pennsylvania, sempre nello scorso mese agosto, ha reso noto un dossier di 1.300 pagine sugli abusi sessuali compiuti in sei delle otto diocesi dello Stato americano: un’indagine condotta in due anni dal gran giurì e che ha portato sul banco degli imputati 301 sacerdoti, i quali avrebbero approfittato di oltre mille minori. Anche in questo caso con le coperture di vescovi e arcivescovi i quali, pur avendo ricevuto diverse segnalazioni, hanno preferito rivolgere lo sguardo altrove. Casi analoghi sono venuti alla luce in Cile, in Paraguay, a Santo Domingo, in Irlanda, in Australia, in Germania, in Belgio, in Olanda. L’elenco è lungo e quasi sempre dalle carte delle inchieste spunta il silenzio dei vertici, di chi aveva la possibilità di rimuovere il predatore sessuale in tonaca e non lo ha fatto. E in Italia? Mentre all’estero si riflette sul comportamento della Chiesa nei casi di abusi su minori compiuti da sacerdoti, nel nostro Paese che cosa è avvenuto? Panorama è andato a rileggersi le carte delle inchieste che hanno visto coinvolti preti che invece di consacrare la propria vita a Dio l’hanno consacrata agli abusi, approfittando dei minori che avevano intorno. Gli atti dei processi sono sconvolgenti, perché non solo si scopre che quasi mai le vittime sono state risarcite per ciò che hanno subito, private di un qualsiasi indennizzo sia dal colpevole sia dai superiori, i quali, pur sapendo, hanno preferito l’omertà alla denuncia. Ma si scopre anche che mentre la Giustizia faceva il proprio corso, accertando gli abusi, il tribunale ecclesiastico assolveva il pedofilo in tonaca consentendogli di continuare a esercitare il suo magistero e, dunque, spesso anche di commettere altre violenze. Le storie che leggerete nell’inchiesta che comincia con questo numero di Panorama sono agghiaccianti. Ci sono alti prelati, tutt’ora in servizio, in qualche caso hanno fatto anche carriera, che non solo non sono intervenuti per impedire che un prete accusato di abusi proseguisse l’opera di predatore sessuale, ma addirittura sono stati accusati di aver fatto sparire sms compromettenti o, incredibile, di aver avvisato il prete dell’esistenza delle indagini e di intercettazioni disposte dalla magistratura. Grazie alla prescrizione le vicende sono spesso restate impunite anche perché, a causa della minore età delle vittime, le denunce sono state presentate anni dopo i fatti, proprio come è successo in America o in Cile. Ma, a differenza di quanto capitato negli Stati Uniti o in America Latina, da noi nessuno paga e soprattutto nessuno parla. Gli arresti sono confinati nelle cronache e le carte dei processi con le responsabilità dei vertici vaticani sono seppellite negli archivi dei tribunali. Con l’articolo sulla diocesi di Firenze, Panorama comincia oggi un’inchiesta a puntate dedicata ai tanti Spotlight (dal nome del film, premiato con l’Oscar, che ha svelato le coperture dei vertici della Chiesa sugli abusi commessi nella diocesi di Boston) italiani. Quello dei nostri inviati è un viaggio nella Chiesa dell’omertà. Buona lettura.

Preti pedofili in Italia: abusi e coperture nella Chiesa toscana. Ecco l'inchiesta di Panorama. La prima puntata. Con una serie di documenti inediti ricostruiamo omissioni ed omertà sulle violenze compiute da alcuni prelati a Firenze. A partire dal caso di Don Lelio Cantini, scrive Antonio Rossitto il 26 novembre 2018 su "Panorama". Quell’unica lancetta della Torre di Arnolfo, che svetta su Firenze, segna impietosa il passare del tempo. Giorni, mesi, anni... Inesorabili, sono passati sulla testa delle vittime dei religiosi. La curia della città ha chiuso gli occhi davanti ai crimini dei suoi pastori. È stata un silenzioso avamposto dei mali che hanno sconquassato la Chiesa: la pedofilia e le violenze sessuali. Panorama ha raccolto prove e documenti inediti. Ha disseppellito faldoni giudiziari. Ha parlato con le vittime. Ha incrociato date e nomi. E la diocesi di Firenze è soltanto l’inizio: nelle prossime settimane, racconteremo altre storie di colpevoli omissioni. Omertà e inerzie che hanno sterilizzato la giustizia penale, garantendo impunità ai rei. Grazie anche a un paradosso secolare: i vescovi italiani non hanno l’obbligo di denuncia penale. Un paravento dietro il quale troppe curie continuano a nascondere reati e oscenità. Com’è successo nella parrocchia Regina della Pace, periferia di Firenze, fino al 2004 scabroso regno di don Lelio Cantini. Qui si è consumato uno dei più gravi casi di abusi, fisici e morali, nella storia della Chiesa. Decenni di violenze e segreti. E solo nel 2007 la Procura di Firenze aprirà un’indagine: accerterà i fatti, ma il processo contro don Cantini si estinguerà per prescrizione. Quelle donne, al tempo ragazzine, si chiamano M.V. oppure L.P.. Sono decine. E le loro storie sono tutte, tragicamente, identiche. Conoscono don Cantini mentre si preparano alla prima comunione. C’è anche chi ha appena dieci anni: è una bambina. Il prete chiama tutte nella sua stanza, dopo il catechismo o la messa. Le tocca, le bacia. Poi si spoglia e le costringe a rapporti orali o completi. «Dovete sentirvi delle privilegiate, scelte dal Signore». Su quegli incontri, si raccomanda, nemmeno un fiato. Un giogo atroce. E, per alcune, interminabile. È stato così per M.A., abusata dall’adolescenza fino alla sera del suo matrimonio, celebrato proprio da don Cantini. Mentre la curia voltava la testa dall’altra parte. «Le autorità ecclesiastiche», scriverà anni più tardi il pm fiorentino Paolo Canessa, «erano state avvisate all’epoca, o comunque per tempo, delle accuse rivolte al sacerdote Cantini. Ma nessuno, apparentemente, si era mosso per impedire che le violenze continuassero. E tantomeno per accertare la verità e la punizione dei fatti». Il magistrato annoterà: «Solo con la notorietà degli episodi segnalati s’erano determinate a prendere in considerazione la questione».

Orrori in sacrestia e omissioni eccellenti. Già nel 1992, emerge dalle carte dell’inchiesta, viene denunciato un abuso al cardinale Silvano Piovanelli, allora arcivescovo di Firenze. Poi, di nuovo, nel 1995. Passano gli anni. Una vittima parla con un’altra. Qualcuno si libera dell’orrore. Chi l’ha seppellito per vergogna ritrova la forza. Nella primavera del 2005, dieci donne cominciano a stendere i loro memoriali. Li consegnano a Piovanelli. Gli chiedono di far da tramite con il suo successore: il cardinale Ennio Antonelli, oggi presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Don Cantini, intanto, viene spostato nella canonica di Mucciano, a 30 chilometri da Firenze. Le vittime però aumentano. Continuano a cercare risposte. Fino a quando, il 20 marzo 2006, non decidono di inviare una lettera con 19 firme a Papa Benedetto XVI. Alla missiva sono allegate quelle atroci testimonianze. Le vittime scrivono di essere state ascoltate il 28 febbraio 2006 da Antonelli, dopo «numerose richieste di intervento». Nella lettera viene chiamato in causa Claudio Maniago, in quel momento vescovo ausiliare a Firenze. È uno degli allievi di don Cantini, «cresciuto con tanti di noi nella parrocchia Regina della Pace». Maniago, sostengono i 19 firmatari, avrebbe saputo delle violenze del suo maestro già nel 2004. E nulla avrebbe fatto. Adesso Antonelli ha promesso che don Cantini, entro la fine di marzo 2006, lascerà la canonica di Mucciano: «Dove però, in piena tranquillità, ha continuato l’opera mistificatrice e diabolica con famiglie intere, giovani, ragazzi e bambini». La lettera aggiunge: «Chiediamo che vengano sospese a questo sacerdote le potestà derivanti dal suo stato». E conclude: «Qualora però la nostra richiesta non trovasse accoglimento, e questi fatti venissero ignorati od occultati, non potremmo che rivolgerci alla giustizia. Con conseguenze che tutti noi possiamo immaginare». La risposta di Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, è dell’1 aprile 2006. Panorama ne rivela il contenuto: «Alla luce della documentazione allegata, ho provveduto a prendere contatti con l’arcivescovo di Firenze (cioè Ennio Antonelli, ndr), il quale mi ha assicurato che la vicenda è all’esame dei competenti organi della Santa Sede. Nel contempo, mi ha assicurato che il sacerdote ha lasciato la diocesi, non celebra pubblicamente l’eucarestia e si astiene dall’amministrare il sacramento della penitenza. Auspico che quanto disposto dall’autorità ecclesiastica rafforzi la comunione e infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo». Nonostante la gravità dei fatti, il Vaticano non denuncia don Cantini. Tutto rimane chiuso tra le solida cinta della Santa Sede. E i passi successivi non infondono certo la «serenità» auspicata da Ruini. A maggio 2006 la Congregazione per la dottrina della fede autorizza «il processo penale amministrativo» contro il sacerdote. Indaga la curia di Firenze. Il verdetto arriva otto mesi dopo: il 12 gennaio 2007. L’arcivescovo Antonelli scrive: «Devo constatare, sia pure con intima sofferenza, che le accuse di falso misticismo, dominio delle coscienze, abusi sessuali dal 1973 al 1987, suffragate da abbondante documentazione, risultano oggettivamente credibili, almeno nella loro sostanza». Poi esplicita le pene: per cinque anni don Cantini non potrà confessare, dire messa e assumere incarichi ecclesiastici. A dispetto dell’enormità delle accuse, rimarrà quindi prete. Le successive sanzioni sono ancora più sbalorditive: il parroco è obbligato a versare un’offerta. E a recitare, per un anno, una volta al dì, «con umiltà e fiducia, compatibilmente con le condizioni di salute», il Salmo 51: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia».  

"Lo stile evangelico": silenzio e mitezza. Per le vittime è l’ennesimo sfregio. I fatti cominciano a trapelare. I memoriali girano. La notizia finisce sui giornali. E il 10 aprile 2007, finalmente, la procura di Firenze apre un’inchiesta. Quattro giorni dopo, il 14 aprile 2007, il cardinale Antonelli interviene pubblicamente: «Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Nel clamore mediatico finora ho taciuto, non perché volessi nascondere qualcosa, ma perché, prima di parlare, volevo confrontarmi e consigliarmi con alcuni autorevoli sacerdoti, i vicari foranei». Prosegue: «Comprendo che le vittime ritengano la punizione troppo leggera (...). Ma la Chiesa deve mirare soprattutto al ravvedimento del peccatore e a cercare di vincere il male con la forza della mitezza». Il cardinale si duole anche dell’eco avuto dal caso: «Ho letto recriminazioni perché la vicenda non è stata trattata apertamente, in pubblico, fin dall’inizio. Non mi pare che sia questo lo stile evangelico di trattare le persone, per quanto gravi siano i peccati di cui si siano rese responsabili. La procedura seguita risponde in tutto alla prassi stabilita dalla Santa Sede». «Lo stile evangelico» impone, dunque, che i panni sporchi della Chiesa si lavino nelle case del Signore: la curia e il Vaticano. 

"Decenni di inerzia". Oggi è tutto prescritto. La decisione, e i successivi commenti di Antonelli, si trasformano in boomerang. Tanto che la diocesi è costretta a un’istruttoria supplementare, avviata il 30 giugno 2007. L’indagine dura un altro lunghissimo anno. Alla fine, il 12 ottobre 2008, Papa Benedetto XVI decide la riduzione allo stato laicale di don Cantini. Dalla denuncia dei primi abusi sono passati 16 anni. «Oltre un decennio di inerzia e assordante silenzio da parte delle autorità ecclesiastiche» scrive il giudice Paola Belsito, che il 27 aprile 2011 chiede «l’archiviazione per intervenuta prescrizione di tutti i reati ipotizzabili a carico di don Lelio Cantini». «Inerzia e assordante silenzio». A cui si sono aggiunte, continua il giudice, «le più o meno velate minacce, pure in tempi recenti, da parte di alcuni alti prelati, tra cui viene segnalato il vescovo ausiliario Maniago, anch’egli allievo di don Cantini». Minacce. Cioè «conseguenze negative per le loro attività professionali legate alla diocesi a quelle vittime che manifestavano la volontà di ottenere giustizia» dettaglia il pm Canessa nella richiesta d’archiviazione del 7 febbraio 2011, accolta dal Tribunale. Il monsignore però è salvo: «Si tratta di condotte perseguibili solo a querela di parte, che non è stata mai presentata» annota Belsito. Ma è tutta la curia fiorentina a finire sotto accusa. «Gli abusi, di natura tanto sessuale che morale, vennero denunciati da alcune parti offese già molti anni fa» chiarisce il giudice. «Da G.M., che era una vedova con quattro figli che lavorava in parrocchia, già nel 1975 al cardinale Piovanelli. Da F.A., ex sacerdote che s’era recato dal cardinale Piovanelli una prima volta nel 1992, poi nel 1995. Dalle mole delle parti offese, ancora nel 2005, allorché si erano rivolti anche, tra gli altri, a monsignor Maniago». Che, scrive Belsito, sarebbe stato protagonista nell’agosto 1996 di un «festino», rivelato da P.C.: «Abuso perpetrato in una parrocchia livornese da alcuni sacerdoti, tra i quali avrebbe riconosciuto Maniago». Gli investigatori avrebbero trovato «precisi riscontri»: «Un bonifico bancario di 4 milioni di lire a favore di P.C. da un conto intestato “parrocchia per contributo”». Denaro che sarebbe servito, sostiene P.C., a fargli tenere la bocca chiusa. Ma l’uomo non ha mai presentato querela: quindi «anche i reati ipotizzabili in questo caso non sono perseguibili». 

Sesso con una minorenne e poi tre aborti. Negli stessi giorni in cui si prescrivono le pene di don Cantini, il 21 marzo 2011 il tribunale di Firenze, nel silenzio generale, condanna a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale un altro prete: John Moniz, 51 anni, parroco in una chiesa di Montelupo Fiorentino. Un altro caso di violenze su una minorenne coperto dalla curia. L’inchiesta, scrive il giudice Linda Vannucci, nasce nel 2006. C.B., una ragazza di 22 anni, si presenta ai carabinieri. È angosciata. Continua a ricevere telefonate anonime. Di fronte alle domande del maresciallo scoppia a piangere. Ripercorre i suoi rapporti con un prete: fin da quando aveva 15 anni, poco dopo la sua cresima. S’invaghisce del sacerdote. Resta incinta per la prima volta due anni più tardi, ancora minorenne, ma lui le chiede di abortire. C.B. scivola nell’anoressia. Cerca di troncare la relazione. Il parroco, riferisce, comincia a tempestarla di telefonate: le promette che lascerà la tonaca. A vent’anni la ragazza rimane di nuovo incinta, ma ha un aborto spontaneo. Una terza interruzione di gravidanza «naturale» avviene a marzo 2006. Poi C.B. si decide a troncare quel rapporto malato. Due mesi dopo comincia a ricevere chiamate nel cuore della notte. Ansimi. Minacce. Ha paura. Va dai carabinieri. E, sotto pressione, racconta tutto. Le indagini non rivelano però solo la relazione tra i due. Ma, ancora una volta, i silenzi degli alti prelati. La ragazza, accompagnata dal legale Antonio Voce, che la assiste nel processo, viene sentita il 28 giugno 2010. Riferisce di aver già confessato la sua storia, nel dicembre 2005, a Paolo Brogi, parroco di una chiesa vicina. Il prete, dopo il colloquio, ne parla con il cardinale Antonelli. E ad aprile 2006 C.B. viene ricevuta proprio dall’arcivescovo, che le promette l’allontanamento del sacerdote: «Mi disse che lo mandava in questa struttura di riabilitazione dei preti a Collevalenza. Aveva assicurato che sarebbe rimasto lì, in attesa di partire per una missione».  

La curia cancella gli sms e invita: "Non denunciate". C.B. fornisce altri dettagli: «Il cardinale Antonelli aveva preso il mio cellulare dell’epoca». Nella memoria ci sono i messaggi di Moniz. «Lasciai il telefono al suo segretario, don Alessandro, in modo che lo desse a monsignor Antonelli, perché me lo chiesero loro... Ma quando me l’hanno reso, i messaggi erano cancellati». Insomma le prove della relazione, memorizzate su quel vecchio Nokia, spariscono.  All’incontro con il cardinale partecipano pure i genitori della ragazza: «Questo cellulare lo diede al vescovo» conferma la madre di C.B… «So che lo volevano per vedere questi messaggi. Al pm, Giulio Monferini, dettaglia: «Glielo chiesero per accertarsi di queste cose». Il magistrato insiste: «Vi fu chiesto di non fare denuncia?». «Sì» risponde la donna. «Chi?» sollecita il magistrato. «Anche il cardinale. Ci disse che avrebbe mandato via il prete». La sentenza riassume: «Il cardinale chiese loro espressamente di non denunciare in sede penale il parroco, promettendo di allontanare don Moniz dalla parrocchia». Nel processo, il 12 gennaio 2011, viene ascoltato pure don Brogi, il confessore della ragazza, diventato intanto segretario di Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze dal 2008. Gli chiedono se sul sacerdote di Montelupo girassero storie. Una, in particolare: tentava approcci sessuali con le parrocchiane, durante le confessioni. «Qualcuno l’aveva riferito» risponde don Brogi. «Voci di paese, così... Però sinceramente alle voci di paese non ho mai dato credito». In realtà c’era di più, ammette il prete. Una suora di Signa, tempo prima, gli aveva raccontato che don Moniz s’era presentato a casa sua con un preservativo in mano. E le aveva chiesto un rapporto.  Eppure, nessuno aveva approfondito. Sarà così fino a quando, per caso, non emergono i reati su C.B… Anche questi, però, non reggeranno al peso del tempo. Nel 2016, in appello, tutto viene prescritto.

L'agguato dei misteri e il prete "amichevole". In questa storia di pensieri, parole, opere e omissioni, l’ultimo tassello si incastra a qualche mese dalla deposizione di don Brogi. E nasce da una scampata tragedia. Il 4 novembre 2011 il segretario dell’arcivescovo viene ferito da un colpo di pistola all’addome, nell’androne della curia. Assieme a lui c’è proprio Betori. Dopo lo sparo, il misterioso assalitore scompare. Un mistero. È stato un avvertimento? Qual è il movente? L’unico indizio sono le parole minacciose rivolte dall’uomo all’arcivescovo, rimasto illeso: «Tu non devi dire...». E poi, prima di sparire nel buio: «Tu non devi fare...». Anche gli investigatori brancolano nel buio. Si indaga in ogni direzione. Panorama pubblica i documenti e le intercettazioni inedite dell’inchiesta sull’agguato. Chi ha sparato? Tra le piste seguite, c’è pure la vendetta per gli scandali di pedofilia nel clero fiorentino: a partire da don Cantini. Una circostanza incuriosisce gli investigatori. L’arcivescovo, due giorni dopo l’aggressione, avrebbe dovuto visitare una parrocchia di Empoli. Anche lì c’è un prete già «segnalato» per le sue eccessive attenzioni verso i giovani: Daniele Rialti. Betori viene sentito come persona informata dei fatti il 29 novembre 2011. Dopo aver ripercorso le fasi dell’agguato, i magistrati gli chiedono di don Rialti. L’arcivescovo conferma di aver condotto un’«indagine previa» e spiega come ci si comporta quando vengono denunciate  le molestie di un sacerdote: «L’arcivescovo apre un’indagine, svolta personalmente o tramite persone di fiducia» spiega. «Solo nel caso in cui emergano fatti concreti sottopone la domanda di apertura della fase istruttoria alla Santa Sede. Che, se ritiene presente il fumus delicti, invita ad avviare l’istruttoria del processo, affidandola a un giudice nominato dall’arcivescovo. L’esito viene poi sottoposto alla Santa Sede, che indica all’arcivescovo i contenuti della sentenza che deve emettere». Per la prima volta, insomma, viene messa nero su bianco la lunga e arcigarantista prassi che la giustizia ecclesiastica applica ai casi di presunte violenze sessuali. E svela ciò che s’è sempre sospettato: ogni caso viene segnalato, seguito e ratificato dal Vaticano. Anche quello accaduto nella più remota canonica. Ovvero: non può, e non poteva, non sapere. Concluso il preambolo, Betori riferisce al pm, Giuseppina Mione, della sua «indagine previa»: «Due anni fa, a Empoli, l’allora parroco, don Paolo Cioni mi riferì che correvano voci di attenzioni di don Rialti verso minorenni». L’arcivescovo interpella l’interessato: «Mi disse che un ragazzo avrebbe lamentato attenzioni nei suoi riguardi per un gesto che lo stesso Rialti riferì essere stata solo una “pacca sul sedere”, data amichevolmente».  Del caso viene investito pure Maniago, già coinvolto nell’inchiesta su don Cantini: «Interrogò il direttore del consiglio parrocchiale» dice Betori. «Ma anche da questa verifica non emersero fatti concreti». 

La curia intercettata: "Il papa risolve la cosa". Il dettaglio della deposizione viene rivelato dall’arcivescovo allo stesso Maniago, in una telefonata del 6 dicembre 2011: «Sulla questione di Empoli, avevo fatto il tuo nome...». Maniago, annotano gli inquirenti, in quei giorni è stato convocato in Procura per l’inchiesta sull’agguato, anche lui come semplice persona informata dei fatti. Betori gli consiglia anche di contattare l’avvocato di fiducia della curia: «Senti lui per capire come impostare le cose». E aggiunge: «Credo che lui ti possa istruire bene». Anche don Cioni è intercettato. È stato il primo a denunciare i supposti atteggiamenti equivoci di don Rialti: «Nella comunità l’han parato tutti, capito?» rivela a un altro prete. «Hanno fatto l’arcano». E lo stesso Don Rialti, nonostante tema le intercettazioni, parla con un ragazzo di una «seratina», di un «hotel fuori dal mondo» e di un «regalino». La Procura apre un fascicolo. Il sacerdote di Empoli viene iscritto nel registro degli indagati. Il fascicolo però sarà archiviato il 7 maggio 2013 perché i giovani coinvolti sono tutti maggiorenni. Nell’inchiesta sul ferimento di Don Brogi sono diverse le utenze della curia intercettate dalla procura. A partire da quelle di Maniago e Betori, che sanno di avere il telefono controllato. Lo stesso Betori, in una chiamata del 23 novembre 2011, ne parla con Enrico Viviano, in quel momento addetto stampa dell’arcivescovato: «Adesso l’unico problema che io vedo è questo. È che io son monitorato dai poliziotti eh... Sappilo». Aggiunge: «E sanno tutto ovviamente. Dove sto...». Così i dialoghi telefonici sono spesso ermetici, con rimandi e rinvii: «Ne parliamo a tu per tu». Oppure: «De visu è sufficiente». La curia è in ambasce. «'Un ce ne facciamo mancare una, via!» scherza al telefono l’arcivescovo con Maniago. Don Brogi, fortunatamente, non è in pericolo di vita. Ma le ferite non sono sono quelle fisiche. E arrivano fino al Vaticano. Betori e Brogi vengono ricevuti da Papa Benedetto XVI. Lo racconta lo stesso arcivescovo in una telefonata intercettata il 4 dicembre 2011, alle 14,42, con un certo «Carlo». L’uomo gli domanda: «Finalmente hai ricevuto l’udienza?». Betori conferma, e aggiunge: «M’ha promesso che risolve la cosa». A cosa si riferisce l’arcivescovo? E come sarebbe dovuto intervenire il Papa?

La "pista giusta" e gli altri orchi. Pochi giorni dopo, il 7 dicembre 2011, un informatore mette gli inquirenti fiorentini sulla traccia giusta. L’attentatore di don Brogi, rivela, è un signore di 73 anni con precedenti penali: Elso Baschini. L’uomo si professa innocente. Non c’è movente. Non c’è arma. Ma ci sono tanti indizi. Che condurranno Baschini alla condanna in primo grado: 12 anni e sei mesi. Nella sentenza, si parla anche della sfumata pista su don Rialti: «Le informazioni raccolte e gli esiti dell’attività di intercettazione davano contezza che costui si era reso protagonista di atti di pedofilia in danno di giovani, che però in un secondo momento si accertava essere tutti maggiorenni». Anche questo fascicolo viene archiviato. La pena per Baschini, difeso dall’avvocato Cristiano Iuliano, in appello scende a 9 anni e un mese. Ma la sentenza viene poi annullata in Cassazione. Tutto da rifare. Il 20 dicembre 2016 l’uomo viene ri-condannato a 8 anni e 10 mesi. Pena che la suprema corte conferma il 28 settembre 2018. Caso chiuso. La piaga della pedofilia, invece, non si rimargina. A Firenze, l’ultimo scandalo scoppia il 23 luglio 2018. Don Paolo Glaentzer, amministratore parrocchiale di una chiesa di Calenzano, viene arrestato mentre molesta in auto una bambina di dieci anni. Davanti ai magistrati, si giustifica: «Pensavo ne avesse 14». È stato «cautelativamente sospeso dall’esercizio del ministero pastorale». «Le vicende legate alla pedofilia hanno segnato i momenti più brutti del mio mandato» ha spiegato l’arcivescovo Betori sul Corriere fiorentino del 17 ottobre 2018. «Bisogna riconoscere come il male aggredisce anche la Chiesa con i suoi uomini, e prendere atto della nostra fragilità». Nell’intervista aggiunge: «Il danno, innanzitutto, è quello provocato sulle vittime. Anche fosse successo una sola volta, in una sola parte del mondo, sarebbe un trauma per la nostra fedeltà al Signore». 

Amaro epilogo (con promozioni). La curia fiorentina adesso prova a seguire la retta via. Betori è uno stimato cardinale: Papa Francesco l’ha nominato membro del Pontificio consiglio per i laici, della Congregazione per il clero e della Congregazione per le cause dei santi. Il suo predecessore, il cardinale Antonelli, è presidente emerito del Pontificio consiglio per la famiglia. Il cardinale Piovanelli è morto due anni fa. Maniago, divenuto vescovo di Castellaneta, è anche presidente della Commissione episcopale per la liturgia della Cei e membro della Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti. Lelio Cantini è morto nel 2012, a 89 anni. John Moniz ha fatto perdere le sue tracce. Don Rialti indossa ancora la tonaca ed è giudice ecclesiastico. Anche le vittime provano ad andare avanti. Ricacciano dentro il dolore. Le loro storie giacciono in polverosi fascicoli, negli archivi del Tribunale di Firenze. La giustizia penale ha tentato di fare il suo corso. Quella divina, molto meno. (Articolo pubblicato nel n° 49 di Panorama in edicola dal 21 novembre 2018 con il titolo "Santo Silenzio. Gli abusi e le coperture nella Chiesa")

Papa Francesco, l'accusa: "Editto contro due iniziative anti-abusi", altro terremoto in Vaticano, scrive il 13 Novembre 2018 "Libero Quotidiano". Una nuova, durissima, accusa a Papa Francesco. Fari puntati su Baltimora, dove si tengono i lavori dell'assemblea dei vescovi Usa d'autunno. I quali, rivela il blog specializzato marcotosatti.com, hanno ricevuto un annuncio da parte del presidente, il cardinale Daniel Di Nardo: Papa Francesco non vuole, infatti, che votino su due temi. Due temi piuttosto urgenti, considerato lo scandalo degli abusi sessuali che ha colpito la chiesa americana. Secondo quanto rivelato dal blog, il Pontefice non vuole che si voti per "la creazione di un nuovo Codice di condotta per i vescovi" e per "la creazione di un organismo, guidato da laici, per indagare sui vescovi accusati di comportamenti scorretti". “Su insistenza della Santa Sede, non voteremo sulle due azioni”, ha detto Di Nardo. Il quale ha poi aggiunto detto di essere “deluso” dalla direttiva del Papa. Anne Barrett Doyle, condirettore di ishopAccountability.org, ha definito “davvero incredibile” l’ordine dell’ultimo minuto dal Vaticano. “Ciò che vediamo qui è il Vaticano che sta tentando di sopprimere anche i modesti progressi dei vescovi statunitensi”, ha detto Doyle, il cui gruppo raccoglie dati sull’abuso del clero nella chiesa. “Stiamo vedendo dove è il problema, e il problema è con il Vaticano. L’esito di questo incontro, nel migliore dei casi, sarebbe stato tiepido e inefficace, ma ora sarà completamente privo di sostanza". L'articolo (qui potete leggere l'integrale) è stato rilanciato su Twitter da Antonio Socci, il quale sintetizza così la vicenda: "Un ukase del Papa blocca le due iniziative anti-abusi dei vescovi Usa. Codice di condotta e commissione dei laici". E per chi si chiedesse cosa sia un ukase, si tratta di una traduzione semifrancese della parola russa ukaz, la quale significa editto, decreto (con riferimento all'autorità dello zar).

UN UKASE DEL PAPA BLOCCA LE DUE INIZIATIVE ANTI-ABUSI DEI VESCOVI USA. CODICE DI CONDOTTA E COMMISSIONE DEI LAICI. Scrive il 12 novembre 2018 Marco Tosatti. I vescovi USA hanno cominciato a Baltimora i lavori della loro assemblea, quella d’autunno. E hanno ricevuto un’incredibile annuncio da parte del presidente, il card. Daniel DiNardo: il Pontefice non vuole che votino su due temi che appaiono urgenti e pressanti, vista la crisi in cui lo scandalo degli abusi sessuali ha gettato la Chiesa americana. E cioè la creazione di un nuovo “Codice di condotta” per i vescovi, e la creazione di un organismo, guidato da laici, per indagare sui vescovi accusati di comportamenti scorretti. I vescovi delle 196 diocesi e arcidiocesi cattoliche si sono riuniti a Baltimora incontrandosi per la prima volta da quando gli scandali di abusi sessuali hanno scosso la chiesa in estate.  Ma in apertura dei lavori è arrivata la notizia, come scrive il Washington Post “Il papa non vuole che i vescovi statunitensi agiscano per fronteggiare la responsabilità dei vescovi sugli abusi sessuali fino a quando non condurrà un incontro mondiale dei leader della chiesa in febbraio”. “Su insistenza della Santa Sede, non voteremo sulle due azioni”, ha detto DiNardo. Ha detto di essere “deluso” dalla direttiva del papa. Anne Barrett Doyle, condirettore di BishopAccountability.org, ha definito “davvero incredibile” l’ordine dell’ultimo minuto dal Vaticano. “Ciò che vediamo qui è il Vaticano che sta tentando di sopprimere anche i modesti progressi dei vescovi statunitensi”, ha detto Doyle, il cui gruppo raccoglie dati sull’abuso del clero nella chiesa. “Stiamo vedendo dove è il problema, e il problema è con il Vaticano. L’esito di questo incontro, nel migliore dei casi, sarebbe stato tiepido e inefficace, ma ora sarà completamente privo di sostanza “. Non appena i vescovi hanno ascoltato l’annuncio di DiNardo, l’Arcivescovo Christophe Pierre – l’ambasciatore del Vaticano negli Stati Uniti – ha tenuto un lungo discorso, in cui ha difeso ciò che i vescovi hanno già fatto per ridurre gli abusi, e ha espresso dubbi sul fatto che chiunque altro al di fuori del clero, come leader laici o autorità civili, possano punire gli abusi del clero. “Ci sono molte richieste di riforma nella chiesa, in particolare nella crisi attuale. Voi stessi avete espresso un maggiore desiderio di responsabilità e trasparenza “, ha affermato. Ma poi Pierre, un vescovo francese inviato da Francesco a Washington nel 2016. “Potrebbe esserci la tentazione da parte di alcuni di affidare ad altri la responsabilità di riformare noi stessi, come se non fossimo più in grado di riformare o di fidarci di noi stessi”, ha detto Pierre, che sembrava riferirsi alla proposta per istituire una commissione laica in grado di indagare sulla cattiva condotta dei vescovi, e anche alla dozzina di indagini penali e civili in corso negli Stati Uniti sui crimini commessi dai sacerdoti. “L’assistenza è sia gradita e necessaria, e sicuramente la collaborazione con i laici è essenziale. Tuttavia, la responsabilità come vescovi di questa Chiesa cattolica è nostra”. Di Nardo ha usato un tono diverso. Ha detto che lui personalmente e altri vescovi restavano impegnati sulle proposte che erano in agenda di voto mercoledì, e cioè un nuovo codice di condotta per i vescovi a cui aderire e una commissione laica con il potere di indagare sui vescovi. “Fratelli vescovi, esentarci da questo alto standard di responsabilità è inaccettabile e non può stare in piedi”, ha detto. Vedremo come si svilupperà la situazione nei prossimi giorni. Ma alcune considerazioni sono ineludibili. La prima: come rientra nella sinodalità, di cui il Pontefice parla, e di cui la cerchia papale si riempie la bocca, e con il decentramento questa pesante interferenza della Santa Sede sui lavori interni di una Conferenza episcopale? Che cerca di affrontare una crisi gravissima, di cui anche il Vaticano ha responsabilità, rispondendo alle giuste richieste dei fedeli? Secondo: nel momento in cui una Conferenza episcopale decide di affidare – finalmente – ai laici un compito delicato e difficile, è possibile definire se non come un esempio eminente di clericalismo – quello a parole esecrato dal Pontefice – il blocco della commissione laica, e il discorso, evidentemente ispirato da Roma, dell’osservante nunzio Christophe Pierre? Terzo. Il comportamento del Pontefice. Che dimostra – una volta di più, come ormai anche i media internazionali rilevano, quelli stessi che lo esaltavano fino a qualche mese fa, un atteggiamento tutt’altro che limpido nella crisi degli abusi sessuali. Il silenzio di fronte alle testimonianze dell’arcivescovo Viganò, inspiegabile e indifendibile, ne è il primo episodio, Il rifiuto della richiesta dei vescovi americani di un’indagine apostolica su McCarrick e la crisi degli abusi è il secondo. Ricordiamo che un’indagine apostolica avrebbe potuto aprire tutte le porte e tutti gli armadi, anche in Vaticano; cosa che un’inchiesta della Chiesa USA non può fare. E questa terza mossa, impedire una reazione immediata dei vescovi della Chiesa più colpita, rimandando tutto al meeting delle conferenze episcopali a febbraio, cioè fra ben quattro mesi, può ben essere tacciato di ostruzionismo, e di cercare di diluire sui tempi lunghi risposte e responsabilità. L’impressione è che nella bolla di potere in cui è racchiusa Santa Marta non ci si voglia rendere conto dello stato di sfiducia nei confronti della Chiesa e della perdita di credibilità dei suoi esponenti. Non ingiustificato, ahimè, allo stato dei fatti.

Buio in Vaticano: ecco l'ultimo scandalo. Accuse di “condotte immorali” al nuovo numero due della Segreteria di Stato. E il papa dice: è un attacco contro di me, scrive Emiliano Fittipaldi il 18 ottobre 2018 su "L'Espresso". In Italia il nome del monsignor Edgar Peña Parra non dice nulla a nessuno. E anche a Roma, dietro le mura del Vaticano, il viso del prelato venezuelano, 58 anni compiuti a marzo, dal 2011 vescovo della minuscola Thelepte in Tunisia e fino a ieri nunzio in Mozambico, è sconosciuto ai più. Eppure Peña Parra sta per diventare uno degli uomini più influenti della Santa Sede: come annunciato da Francesco lo scorso Ferragosto, l’ex ambasciatore siederà dal 15 ottobre sulla poltrona di Sostituto per gli affari generali alla Segreteria di Stato. Un incarico che lo proietta nell’empireo della gerarchia vaticana, secondo solo al papa e al segretario di Stato Pietro Parolin. Il ruolo del Sostituto, nonostante alcune prerogative specifiche siano state spostate alla terza sezione della Segreteria creata nel 2017, resta ancora cruciale nel governo della Chiesa e del clero di Roma. Angelo Becciu, che ha guidato gli Affari generali fino al 28 giugno prima di diventare cardinale e prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, era considerato l’uomo forte d’Oltretevere, capace nel primo quinquennio di Bergoglio di governare la riottosa curia romana, gestire scandali e polemiche assortite (dal secondo VatiLeaks all’allontanamento del revisore di conti Libero Milone, fino al commissariamento dell’Ordine di Malta) e intessere relazioni con le istituzioni e la politica italiana. Non è un caso che l’ex premier Paolo Gentiloni e Bergoglio, quando si incontrarono in forma privata, lo fecero proprio a casa di Becciu. Quella del Sostituto è dunque una nomina delicatissima. E il nome di Peña Parra ha colto di sorpresa gerarchie e addetti ai lavori. Se il nunzio a Roma è un marziano, in Venezuela lo conoscono in tanti. Molti lo stimano. Altri assai meno. Anche l’arcivescovo Carlo Maria Viganò nel celebre j’accuse contro Francesco ha dedicato al monsignore sudamericano parole di fuoco. «Lui ha una connessione con l’Honduras, cioè con il cardinale Oscar Maradiaga. Peña Parra dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere», ha attaccato Viganò. «Come delegato per le rappresentanze pontificie, mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo». L’ex nunzio a Washington non chiarisce i motivi delle sue «preoccupazioni». Ma è certo che non è il solo ad avere qualche dubbio sulla scelta di Francesco. Peña Parra ha molti nemici. E qualcuno di essi, nove giorni dopo la sua promozione, ha deciso di prendere carta e penna, e compilare un durissimo rapporto sulle presunte condotte immorali del sacerdote. Allegando pure alcune fotocopie di lettere firmate dall’allora arcivescovo di Maracaibo Domingo Roa Pérez, in cui si fa riferimento a dubbi e accuse gravissime sul conto di Edgar, allora seminarista. Il dossier di 25 pagine è firmato dai “Laici dell’arcidiocesi di Maracaibo” (capitale della regione dello Zulia dove il neo Sostituto è nato e cresciuto, una città diventata famosa anche in Italia perché lì crollò, travolto da una petroliera, uno dei ponti progettati dall’ingegnere Riccardo Morandi), e nei giorni scorsi è finito nella posta elettronica di alcuni prelati, che hanno informato il papa. L’Espresso lo ha letto. Cuore delle accuse, è una missiva del 1985 firmata proprio da Roa Pérez e spedita al rettore del primo seminario (il San Tommaso D’Aquino a San Cristobal) frequentato dal giovane Peña Parra. Laureatosi in filosofia nel 1981, all’inizio del 1985 il giovane Edgar ha appena concluso un altro seminario interdiocesano, quello dell’istituto “Santa Rosa de Lima” a Caracas, stavolta specializzandosi in teologia. Ad agosto è prevista la sua ordinazione come sacerdote. L’arcivescovo Roa Perez, che da qualche tempo nutriva dubbi sul candidato, ha appena ricevuto una lettera anonima che giudica molto circostanziata. E decide di vederci chiaro: «Egregio monsignore, in questo adorato seminario ha studiato filosofia il giovane Edgar Robinson Peña Parra» spiega l’alto prelato al rettore del “San Tommaso D’Aquino”, Pio Leon Cardenas. «I rapporti concernenti le sue abitudini sono stati abbastanza negativi, per questo la direzione decise di non farlo proseguire. Pensando che l’errore forse non era così grave da escluderlo definitivamente dal seminario... ho deciso di mandarlo al seminario di Caracas, dove ha studiato teologia ed è sul punto di ricevere il diaconato e presto il sacerdozio. I rapporti del seminario interdiocesano sono in generale positivi. Anzi buoni», chiosa ancora il vescovo Roa Perez. «Ora mi arriva una lettera anonima da Caracas, che dice che (Peña Parra, ndr) “fu espulso dal seminario San Tommaso D’Aquino alla fine del suo terzo anno perché omosessuale...”. Afferma che tale fatto “è stato verificato nella realtà dal suo padre assistente di quell’anno di studio, Padre Leye, e che lei non è arrivato a saperlo” perché un sacerdote di questa arcidiocesi ha falsificato il rapporto». La presunta lettera anonima, arrivata a Roa Perez qualche settimana prima con allegata una foto del giovane Peña Parra, in realtà fa nome e cognome di chi avrebbe strappato la relazione originale che avrebbe inguaiato l’attuale Sostituto. Ossia di monsignor Roberto Lückert Leon, oggi arcivescovo emerito di Coro e potente presidente della Commissione comunicazioni sociali della Conferenza episcopale venezuelana. Lückert (che organizzò nel 2016 l’incontro tra Francesco e il presidente venezuelano Nicolas Maduro) è stato parroco della piccola chiesa di Nostra Signora di Chiquinquirà a Maracaibo, frequentata fin da bambino dal nuovo Sostituto. Secondo i laici che firmano il dossier, è stato proprio Lückert a indicare a Peña Parra la strada del sacerdozio, e in seguito a consigliarlo e proteggerlo come un figlio. «Non so se si tratta di intrighi», conclude infine Roa Perez. «Certamente sembra che (Peña Parra e Lückert, ndr) si conoscano abbastanza. La lettera riproduce una fotografia di Edgar Peña, tipo passaporto, di qualche anno fa. Lo chiama “malato sessuale”. Può immaginare Sua Signoria illustrissima l’angoscia che ora mi assale. Ho molto bisogno di sacerdoti, ma non posso essere “un pietoso empio” come afferma un santo della Chiesa riferendosi all’ordinazione di coloro che sono chiaramente indegni. Come ho detto può trattarsi di intrighi, e può essere vero quello che l’anonimo sostiene con fermezza. La prego con veemenza che riveda i rapporti e ascolti Padre Leger per vedere se ricorda il caso». Tra i documenti del dossier ci sono anche alcune schede sul profilo caratteriale e spirituale del nuovo Sostituto, firmate da padre Jesus Hernandez, rettore del seminario Santa Rosa de Lima di Caracas, tra agosto e dicembre del 1982. In alcune si segnala come Edgar sia «educato, un po’ impulsivo nel carattere, un po’ presuntuoso nel modo di presentarsi, ma bravo studente migliorato dal primo al secondo semestre». In altre si raccontano vicende curiose, come la protesta di Peña Parra e «dei suoi compagni sul cibo» non buono del seminario. Un’altra nota, infine, conferma quello che già aveva scritto Roa Perez: «Edgar ha appena finito filosofia nel seminario di San Cristobal da dove secondo il rapporto è stato allontanato. In questo primo anno non si è visto niente di negativo in rapporto ad alcuni elementi del rapporto precedente del menzionato seminario. Continueremo a osservare il suo comportamento con attenzione. D’altra parte egli deve cominciare a controllare una certa impulsività, cercare la sincerità in tutti gli atteggiamenti e continuare nell’impegno a crescere nella vita spirituale». L’Espresso ha chiesto lumi alla sala stampa della Santa Sede, chiedendo per giorni un commento sul dossier e soprattutto sull’autenticità o meno della lettera di Roa Perez (morto nel 2000), ma senza ricevere alcuna risposta. È un fatto, però, che il papa - dopo essere stato informato della vicenda - ha spiegato con risolutezza di non credere affatto alla fondatezza delle accuse. «Il papa sostiene si tratti di un altro attacco contro di lui, dopo quello di Viganò», ragionano i fedelissimi, ipotizzando che sia sempre il fronte conservatore a tentare di screditare il suo magistero. Bergoglio, come di consuetudine, prima di promuovere il monsignore venezuelano ha chiesto alla Segreteria di Stato se ci fossero rapporti o informative ostative alla nomina, ma nulla era saltato fuori dagli archivi. La lettera di Roa Perez, spuntata all’improvviso, è stata così sottoposta all’analisi di alcuni esperti interni, per capire se fosse davvero una fotocopia dell’originale (come sembra) o falso ben fatto: mentre scriviamo nessuno - nonostante i nostri solleciti - ne ha smentito l’autenticità. In Vaticano sottolineano che comunque i dubbi di Roa Perez sul presunto comportamento libertino del neo Sostituto nascono dalle informazioni di un anonimo. E che, se non conosciamo i risultati dell’indagine conoscitiva sollecitata dalla missiva, è sicuro che proprio l’arcivescovo di Maracaibo, il 23 agosto 1985, ordinerà sacerdote Peña Parra. Dunque delle due l’una: o, come scrivono coloro che hanno confezionato il dossier, Roa Perez ha chiuso un occhio per non scoperchiare un vaso di Pandora che avrebbe coinvolto parte della curia venezuelana («papa Francesco è stato ingannato e mal informato dai suoi collaboratori» scrivono “i laici” che hanno inviato la lettera e gli altri documenti); o si è definitivamente convinto della liceità della condotta del seminarista, attaccato con calunnie da nemici sconosciuti. Indossata la tonaca, la carriera del successore di Becciu prende il volo in pochi anni: nel 1989 Peña sarà il primo venezuelano a frequentare la Pontificia accademica ecclesiastica, cioè la scuola diplomatica vaticana, poi qualche tempo dopo si laurea alla Gregoriana, e riesce ad entrare nel servizio diplomatico della Santa Sede. Lavora così in Kenya, nell’ex Jugoslavia, e a Ginevra presso la sede dell’Onu. Gira il mondo, come dipendente delle nunziature apostoliche in Sud Africa, Messico e Honduras. Proprio nel minuscolo paese centroamericano Edgar allaccia rapporti stretti con l’arcivescovo di Tegucigalpa Oscar Maradiaga, attuale e potentissimo coordinatore del C9, il consiglio dei cardinali che deve aiutare Francesco nella gestione della Chiesa universale. Peña Parra stringe amicizia anche con il braccio destro del porporato, ossia il vescovo ausiliare Juan José Pineda, travolto qualche mese fa dalle accuse di abusi sessuali su seminaristi maggiorenni, raccontate proprio da un’inchiesta de L’Espresso a fine 2017. Nonostante la strenua difesa tentata da Maradiaga, il papa ha accettato le dimissioni di Pineda lo scorso luglio. Ma non ha mai perso fiducia nel suo principale consigliere. Anzi: molti credono che il cardinale honduregno abbia avuto un ruolo preminente nella promozione del nuovo sostituto. Peña Parra - che parla spagnolo, italiano, inglese, francese, portoghese e serbo-croato - nel 2011 viene consacrato vescovo da Benedetto XVI, e poi vola in Pakistan come nunzio apostolico. Francesco, nel 2015, lo trasferisce a Maputo, in Mozambico. Secondo il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, intervistato due mesi fa da Avvenire, Edgar è un sacerdote devoto e capace, che ha lavorato «per favorire i cristiani più poveri nella scuola, a favore dei bambini di strada e del dialogo interreligioso». «La verità è che l’arrivo di Peña Parra fa tremare potentati del clero romano che volevano per loro quella poltrona chiave, e tutti quelli che vogliono bloccare le riforme del papa. È questo il motivo delle calunnie gravi e indimostrabili», spiegano al nostro settimanale fonti della Santa Sede, che ricordano come le accuse di omosessualità sono nella Chiesa usate per regolare conti interni. «Non è un caso che questo dossier spunti fuori pochi giorni dopo l’affaire di Viganò», aggiungono fedelissimi di Bergoglio, preoccupati dal delicato momento che vive il magistero di Francesco. Dopo le accuse di Viganò (quelle più gravi, riguardanti la presunta copertura del papa degli abusi sessuali dell’ (ex) cardinale Theodore McCarrick, sono state smontate con efficacia la settimana scorsa dal prefetto della Congregazione per i Vescovi Marc Ouellet) e gli scandali sulla “lobby gay” e la pedofilia ecclesiastica scoppiati in Pennsylvania e Germania, le ombre sulla nomina di Peña Parra rischiano di essere usate come una clava dai nemici di Francesco. Ecco perché, se gli anonimi “laici dell’arcidiocesi di Maracaibo” spiegano di aver redatto il documento spinti dalle parole dei “lineamenta” del Sinodo dei vescovi del 2012 sulla nuova evangelizzazione, che invitano i fedeli cattolici ad avere «il coraggio di denunciare le infedeltà e gli scandali che emergono nelle comunità cristiane», sono tanti i sospetti sui reali obiettivi dell’operazione. Dal timing (Viganò è il primo, lo scorso fine agosto, a mettere in cattiva luce il neosostituto), alla forma anonima dell’invettiva, al tentativo di coinvolgere nella vicenda persino Pietro Parolin (che quando era nunzio in Venezuela sarebbe stato «avvertito da un gruppo di sacerdoti e laici sulla condotta immorale di monsignor Peña Parra»), fino al fatto che Roa Perez, autore della lettera chiave, sia deceduto e non possa più dire la sua.

Vaticano, indagato il direttore del coro di Papa Francesco: "Cosa faceva ai bambini", scrive il 14 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Tra gli scheletri nell'armadio della Santa Sede ora c'è anche il coro della Cappella Sistina. È lo stesso direttore Massimo Palombella a finire nel mirino: molte le segnalazioni di mamme che denunciano i metodi rudi utilizzati nei confronti dei loro figli che cantano durante le celebrazioni presiedute dal Papa nella basilica di San Pietro, ma anche in giro per il mondo. Non solo, perché qualche mese fa sul coro lo stesso papa Francesco ha autorizzato dei controlli in merito agli aspetti economico-finanziari. "Il sospetto riguarda un uso disinvolto dei soldi che entravano in Sistina per i concerti, indirizzati in un conto presso una banca italiana - riferisce la Sala Stampa del Vaticano - "Le ipotesi di reato sono riciclaggio, truffa aggravata ai danni dello Stato e peculato". Indagati, secondo alcune fonti, sarebbero i responsabili ultimi della Sistina: il direttore amministrativo, Michelangelo Nardella e Palombella. Dopo diversi accertamenti interni, il nunzio apostolico Mario Giordana ha consegnato una relazione, coperta dal segreto, a padre Georg Gänswein, prefetto della casa pontificia da cui dipende il coro, e al segretario di Stato Pietro Parolin. Si parla di abusi, ma ancora è da accertare se si tratti di molestie sessuali. È al vaglio degli inquirenti anche un conto corrente dove transitavano i soldi di alcuni concerti, utilizzati però per spese personali. Ma anche Nardella non è poi così virtuoso, già lo scorso luglio è stato sospeso per un procedimento amministrativo. Si è scoperto infatti che, in occasione di un convegno di medici, gli organizzatori avevano chiesto a Nardella una lettera di saluto del Papa. La segreteria di Stato aveva rifiutato e Nardella aveva comunque autorizzato l'utilizzo di un'altra missiva inviata a un altro convegno che si era svolto qualche settimana prima, cambiando giusto qualche parola. 

Coro Sistina: la festa e i selfie con le star, ecco come è nata l’inchiesta. L’imbarazzo della Santa Sede e le tre le indagini scaturite dalle proteste di alcuni genitori dei ragazzi che hanno scritto alla segreteria di Stato, scrive Fiorenza Sarzanini il 14 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". A tradire il maestro del coro della cappella Sistina Massimo Palombella sono state le foto inviate nelle chat WhatsApp di numerosi preti e coristi. Perché quando hanno visto come si era trasformato l’evento organizzato nel maggio scorso presso il Metropolitan Museum di New York, molti genitori dei «pueri» hanno deciso di scrivere alla segreteria di Stato del Vaticano per protestare. E pochi giorni dopo papa Francesco ha autorizzato l’avvio dell’indagine contro lo stesso Palombella e il direttore amministrativo Michelangelo Nardella, poi sospeso dal servizio. Nelle immagini si vedono i preti sorridenti che scattano foto e selfie con la cantante di fama mondiale Rihanna, con la sua collega Jennifer Lopez e con l’attrice Salma Hayek, tutte con abiti di scena molto succinti. E poi altre attrici vestite da suore in un tripudio di musica e balli che all’interno delle Mura deve essere apparso eccessivo per un appuntamento che era stato presentato in maniera del tutto diversa.

La manifestazione. Alla fine di febbraio è monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ad annunciare la scelta di partecipare alla manifestazione. «Parafrasando un filosofo materialista dell’800 che diceva “L’uomo è ciò che mangia” — aveva detto Ravasi — io dico che l’uomo è ciò che veste. Già dalla Bibbia si capisce che è Dio il più grande sarto: capitolo terzo versetto 20, Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì». Il programma prevede la partecipazione del coro, ma evidentemente nessuno immagina che cosa accadrà negli Stati Uniti. E invece quando cominciano a circolare le foto della festa con i religiosi in abito liturgico rosso, i genitori dei piccoli coristi si allarmano. E non sono gli unici.

Maltrattamenti. Le mamme scrivono a monsignor Georg Gänswein, prefetto della casa pontificia, e al segretario di Stato Pietro Parolin. Protestano per l’evento, ma denunciano anche il comportamento del maestro Palombella con i coristi. Si parla di maltrattamenti. E monta il caso. L’indagine autorizzata dallo stesso pontefice viene affidata al nunzio apostolico Mario Giordana. Nella prima relazione — ancora segreta — si parla di abusi, ma le verifiche sono ancora in corso per stabilire se siano state compiute anche molestie.

Scalpore. Quanto è stato scoperto ha comunque creato molto scalpore e all’interno della Santa Sede c’è già chi dà per scontato che il maestro Palombella possa essere a breve sospeso dall’incarico, anche tenendo conto che con Nardella è accusato anche di aver gestito in maniera illecita i soldi della cappella musicale ed è indagato dalle autorità vaticane per riciclaggio, peculato e truffa.

Vaticano, un super-vertice per contrastare gli abusi, scrive Alessandro Fioroni il 14 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Travolte dagli scandali delle violenze sui minori, le alte gerarchie della Chiesa si riuniranno a febbraio. L’occasione per rilanciare la tolleranza zero contro gli abusi commessi dai preti e sradicare il fenomeno. Stati Uniti e ora anche la Germania, un’onda di denunce e di testimonianza che raccontano di abusi su minori da parte di esponenti del clero. Non passa giorno che da qualche parte nel mondo non scoppi un caso. Omissioni e coperture dei responsabili sono ora sempre più note e offrono materiale anche per gli attacchi ricevuti da papa Bergoglio e che sono l’espressione di una lotta (conservatori ed innovatori) serratissima che si svolge all’interno della Curia romana. In questo senso va letta l’offensiva lanciata dal Pontefice il 12 settembre al termine della riunione del Consiglio dei 9 cardinali, detto C9. Bergoglio infatti ha convocato i massimi responsabili della Chiesa di tutto il mondo per un incontro che si svolgerà dal 21 al 24 febbraio del prossimo anno. Al centro di questa specie di Sinodo ci sarà la lotta agli abusi e la tutela dei minori. Una decisione importantissima che segnala però anche il grado zero raggiunto da questo problema. Il C9 infatti è il gruppo di porporati cui lo stesso Pontefice ha affidato il compito di aiutarlo nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale. Il vertice si concentrerà sulla prevenzione e ribadirà, almeno da quanto è contenuto nel comunicato al termine del Consiglio, la linea della tolleranza zero lanciata da papa Francesco ma indebolita sia dalle titubanze ad applicarla sia dai continui scandali. Ma sulla strada che porterà all’appuntamento del prossimo febbraio gli ostacoli sono moltissimi così come i dossier da affrontare. Ad iniziare dalla situazione della Chiesa americana. Non a caso il giorno dopo la riunione del C9 (13 settembre) Bergoglio ha incontrato i massimi vertici dell’episcopato statunitense. Nel palazzo apostolico si è tenuto un colloquio con Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e leader della Conferenza dei vescovi Usa, il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, Jose Horacio Gomez, arcivescovo di Los Angeles e vicepresidente della Conferenza episcopale e monsignor Brian Bransfield, segretario generale. La situazione negli Usa è gravissima, sembra essersi aperto un vaso di Pandora difficilmente richiudibile. Una nuova serie di inchieste per abusi sui minori si stanno aprendo a ripetizione. E così anche lo stato del Kentucky ha annunciato la convocazione di un Gran Giurì che indaghi sulle molestie del clero dopo che nel 2004 tre ex chierichetti, vittime di abusi, avevano esposto denuncia contro i loro persecutori sostenendo la corresponsabilità dello stesso papa di allora. Un caso che si aggiunge alle iniziative di altri sei stati (New York e New Jersey, Illinois, Missouri, New Mexico e Nebraska) più la Florida che sta valutando se unirsi alle indagini. In New Jersey, una speciale linea telefonica creata dal ministro alla Giustizia statale Gurbir Grewal per raccogliere nuove denunce ha registrato un numero record di chiamate. In Pennsylvania a metà agosto un Gran Giurì aveva presentato e documentato le accuse mosse da circa mille vittime a oltre 300 sacerdoti.Per fermare l’esplosione in corso sembrano prossime le dimissioni del cardinale dell’arcidiocesi di Washington. Ne parlerà con il papa ha detto ma le accuse a suo carico sono non solo documentate ma pericolose per lo stesso Bergoglio. Infatti il 77enne Wuerl è accusato di aver in parte coperto lo scandalo degli abusi sessuali in Pennsylvania e le vicende legate al suo predecessore, l’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick, il protagonista di vicende che hanno fornito materiale per le missive dell’ex nunzio apostolico negli Usa, Mons. Viganò, arrivato a chiedere le dimissioni di Francesco. Tocca dunque agli “americani” muoversi. Le parole del cardinale bostoniano O’Malley, membro anche del C9, non lasciano dubbi: «alla luce della situazione attuale, se la Chiesa si dimostra icapace di rispondere con tutto il cuore e di fare di questo tema una priorità, tutte le altre nostre attività di evangelizzazione, di carità, ne risentiranno». Tradotto, la perdita di credibilità sarà così forte da mettere in pericolo l’esistenza stessa, anche economica, dell’episcopato statunitense. Sul tavolo di Bergoglio però non c’è solo la documentazione di quello che succede oltre oceano, anche dalla Germania arriva un vento di denuncia. Il 25 settembre prossimo durante la prossima Assemblea episcopale tedesca che si terrà a Fulda, verrà presentato un rapporto che si preannuncia scioccante.Si tratta di 3677 casi di abusi avvenuti tra il 1946 e il 2014. Gli autori sono 1670 tra sacerdoti e religiosi in genere. Le vittime avevano al massimo 13 anni. Il contenuto del rapporto è stato anticipato dai settimanali Die Zeit e Der Spiegel suscitando l’imbarazzo e il rammarico dei cardinali tedeschi che certo non avrebbero voluto consegnare altro materiale infiammabile all’opinione pubblica.

Vaticano, siamo alle telefonate anonime: "Eminenza, se lei parla noi l'ammazziamo", scrive il 14 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Volano minacce in Vaticano. "Eminenza, se lei parla noi l'ammazziamo" è questo il contenuto della telefonata anonima, in lingua spagnola, ricevuta da Óscar Andrés Rodriguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e coordinatore del Consiglio dei cardinali. A dispetto di quanto avrebbe voluto l'intimidatore, il porporato ha subito messo al corrente il Capo della Santa Sede su quanto accaduto. Maradiaga era già stato bersaglio di numerose critiche ricevute da alcuni siti americani e spagnoli, legati ai protagonisti dello scandalo Vatileaks 2. I motivi erano due: le accuse di comportamenti inappropriati nei confronti dell'ex vescovo ausiliare di Tegucigalpa, Juan José Pineda accusato di abusi sessuali e la critica di aver ignorato le denunce di un gruppo di seminaristi sull'esistenza di una lobby gay all'interno del seminario della capitale honduregna. Anche in quell'occasione l'arcivescovo aveva ricevuto telefonate minatorie, che gli garantivano la morte se avesse replicato. La Chiesa sta vivendo una situazione non proprio rosea, dopo la pubblicazione del dossier del monsignor Carlo Maria Viganò. Giusto ieri, 13 settembre, Bergoglio ha silurato un altro vescovo statunitense accusato di abusi sessuali, Michael Bransfield. Non solo, Papa Francesco incontrerà per la seconda volta il cardinale di Washington, Donald Wuerl, successore di McCarrick, proprio per discutere le sue dimissioni.

Chiesa australiana nella bufera: il 7% dei preti abusava di bambini. Le conclusioni choc della Royal Commission: quasi 4500 casi tra il 1980 e il 2015, scrive Lorenzo Carbone il 7 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". Dopo quattro anni di ricerche, interviste, udienze, testimonianze, la Royal Commission, istituita in Australia per far luce sugli abusi sessuali sui minori, ha reso note le sue conclusioni. Si stima che il 7% dei preti cattolici australiani abbia commesso un abuso sessuale tra il 1950 e il 2015. Detto così sembra un dato vago, ma la Royal Commission ha approfondito le proprie ricerche parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi, senza tralasciare nemmeno orfanotrofi, associazioni giovanili, club sportivi e scuole. È la più vasta investigazione mai compiuta sulla pedofilia all’interno di istituzioni religiose o centri finanziati dalle diocesi cattoliche. Tra il 1980 e il 2015 sono state registrate 4444 vittime di abusi. Si tratta di 126 abusi all’anno, e stiamo parlando solo degli abusi che sono stati denunciati. Francis Sullivan, capo del Truth Justice and Healing Council della Chiesa Cattolica in Australia china il capo, quasi in lacrime: «Queste cifre sono indifendibili. Questi dati possono essere interpretati in un solo modo: l’immenso fallimento della Chiesa Cattolica d’Australia nel proteggere i bambini». La responsabile della Commissione, Gail Furness, durante la conferenza stampa parla sommessamente: «Speravamo di ricevere assistenza e documenti da parte delle istituzioni religiose su ogni caso. Invece l’Ambasciata Australiana presso la Santa Sede ( Holy See) a luglio 2014 ci rispose “non è possibile nè appropriato provvedere alle informazioni richieste”». La Furness sottolinea come le risposte delle varie diocesi fossere sempre «tristemente simili». Le vittime erano per la maggioranza bambini di circa undici anni e in minor parte bambine di dieci. Secondo le minuziose ricostruzioni sono stati identificati circa 1880 colpevoli mentre 500 e più rimangono sconosciuti. Gli abusi sono stati perpetrati per un 62% da preti, parroci, seminaristi (ossia chi possedeva gli ordini), un 29% da chi invece non aveva gli ordini clericali ma semplicemente lavorava nelle istituzioni cattoliche, e per un 5% da suore, monache o seminariste donne. Inoltre la Royal Commission ha analizzato le percentuali di violenze diocesi per diocesi, arrivando alla conclusione che gli abusi erano sempre maggiori nelle istituzioni religiose. Per esempio, nelle strutture dell’Ordine di Saint John of God Brothers, specialmente scuole per bambini con difficoltà di apprendimento negli stati del sud dell’Australia, più del 40% di chi vi lavorava è accusato di violenze. «I bambini che denunciavano un abuso venivano ignorati o puniti. Le accuse non venivano investigate. I preti accusati di abuso venivano trasferiti. E le parrocchie e comunità che li accoglievano disconoscevano il loro passato» spiega lentamente Gail Furness in conferenza stampa. Papa Francesco sta seguendo da vicino i lavori della commissione, anche perchè tra chi ha insabbiato gli abusi potrebbe esserci il cardinale George Pell, dal 2014 prefetto all’Economia del Vaticano.

“Dietro l’altare”, il docu-film sugli abusi della Chiesa. Una storia di violenze e insabbiamenti. Lucio Mollica racconta come è nato “Dietro l’altare”, il docu-film sui casi di pedofilia nella Chiesa, scrive Francesca Spasiano il 26 luglio 2017 su "Il Dubbio". Una storia di violenze e insabbiamenti. Il lungo trascorso della Chiesa è costellato di capitoli bui e adesso lo scandalo degli abusi bussa alle porte del Vaticano. Se anche la commissione antipedofilia voluta da Papa Francesco si è rivelata insufficiente nell’affrontare la guerra alle tonache incriminate, sorge naturale lo scoramento dei più ottimisti. «Abbiamo un bisogno disperato di credere in papa Francesco. Il papa trasuda sincerità. È senz’altro un uomo buono. Quindi mettere in discussione le sue parole e misurare il loro divario con la realtà è stato più che uno sforzo intellettuale: uno sforzo emotivo, ancora più doloroso se l’argomento è quello degli abusi sui minori», racconta John Dickie nel presentare il suo ultimo lavoro, Dietro l’altare (Behind the altar), in onda stasera alle 21 in prima tv mondiale su LaF (Sky 139). Il documentario risponde alla crescente domanda di chiarezza sul tema della pedofilia, proprio mentre il dibattito sulle vicende di violenze sessuali investe la Santa Sede ai suoi vertici sulla scorta del caso George Pell. Il lavoro di inchiesta e investigazione internazionale realizzato dallo storico britannico riporta la preziosa testimonianza di vittime, esperti e religiosi: da Marie Collins a Padre Hans Zollner, entrambi membri della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori. Il docu-film – diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e prodotto da GA&A Productions con ZDF/Arte, EO, Witfilm in associazione con Effe tv e altre nove broadcast internazionali – è un viaggio verso la verità, dagli Stati Uniti d’America alla Francia, dal Vaticano all’Argentina attraverso la Storia della Chiesa fino alla rivelazione di casi sconosciuti. Ce lo racconta Lucio Mollica, tra gli autori del documentario insieme a Vania del Borgo e lo stesso John Dickie. Il team si era già consolidato nel lavoro di scrittura di “Chiesa Nostra”, uno speciale che svela il sodalizio tra Chiesa cattolica e criminalità organizzata.

Quale contributo apporta questo documentario al lavoro di indagine sui casi di pedofilia nella Chiesa?

«L’obiettivo di questo film era documentare quanto sta avvenendo sotto il papato di Francesco sul tema della lotta agli abusi sui minori. La sorpresa è che la Chiesa non ha davvero voltato pagina nonostante l’impegno promesso dal pontefice. Le aspettative deluse sono al centro del nostro lavoro».

Si esprime dunque un giudizio nei confronti dell’operato di Papa Francesco?

«Il papa ha più volte ribadito intransigenza contro quei preti protagonisti d’abusi e ha promesso tolleranza zero. Non abbiamo motivo di dubitare della sincerità delle sue parole, ha ancora il tempo per riprendere il cammino di riforme avviato da Benedetto XVI, ma episodi di pedofilia interni alla Chiesa continuano a verificarsi numerosi in ogni parte del mondo senza che vi sia una concreta assunzione di responsabilità e un intervento deciso. Se Papa Francesco non vuole vanificare la bontà dei suoi intenti deve correre ai ripari e schierarsi con provvedimenti severi».

Lo scandalo del Caso Pell ha coinvolto per la prima volta la Chiesa nelle sue più alte sfere, accentrando il dibattito sulle vicende di pedofilia, oggi più acceso che mai. Cosa si nasconde “dietro l’altare”?

«Sono molte le figure controverse tra la rappresentanza ecclesiastica. Si pensi al cardinale cileno Errazuriz chiamato a far parte del gruppo di 9 alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale nonostante sia stato criticato dalle vittime per non aver condotto adeguatamente le indagini sul più noto caso di pedofilia del clero cileno. L’imperativo è rompere la coltre di silenzio. Molti episodi si sarebbero potuti evitare se si fosse prestato attenzione alle denunce dei parenti delle vittime, e se la Chiesa si fosse prestata a collaborare con le autorità giudiziarie».

Sappiamo che il lavoro di inchiesta condotto ha una portata internazionale. Come avete selezionato le tappe del viaggio?

«Il numero di vittime è davvero impressionante. Dopo un lungo lavoro di scrematura abbiamo selezionato le storie che ci sembravano più rappresentative del fenomeno di abusi e violenze diffuso in tutto il mondo. Siamo partiti dalla Francia, a Lione dove sono emersi episodi di abusi su almeno 70 bambini. Tornando in Italia, ci siamo soffermati sul caso di Don Inzoli, senz’altro rappresentativo della lentezza della burocrazia e della Chiesa nell’affrontare la lotta ai crimini sessuali. Preziosa la testimonianza di Marie Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori e a sua volta vittima, che ci ha raccontato come il percorso di riforme intrapreso abbia infine condotto alle sue dimissioni a cause delle resistenze incontrate in Vaticano. Negli Stati Uniti, siamo stati ad Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, per un’inchiesta su centinaia di bambini vittime di abusi sessuali: a seguito degli scandali esplosi l’atteggiamento della procura è di tolleranza zero. Infine l’Argentina, il paese del Papa, con le prime ed esclusive interviste alle vittime di Padre Corradi, arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’Istituto Provolo di Mendoza».

Che tipo di resistenza avete incontrato nel corso della vostra ricerca?

«Il problema principale per chi conduce indagini di questo tipo è di dover confrontarsi con una Chiesa che si ostina a mantenere sotto silenzio tutto ciò che riguarda gli abusi sessuali. Questo vale sia per noi giornalisti, che per i legali delle vittime e soprattutto per i magistrati. Nel film raccontiamo il caso di un pm italiano che si è visto rifiutare dal Vaticano una rogatoria internazionale. I processi canonici sono sotto segreto pontificio, e per chi tradisce questa regola ci sono pene severissime. Omertà e silenzio sono al centro di un atteggiamento increspatosi negli anni».

Il tema degli abusi sui minori è prima di tutto un argomento fatto di sofferenza umana. Come raccontare la pedofilia?

«È stato molto difficile confrontarsi con storie così raccapriccianti, che vedono al centro i bambini. Definiamo spesso i protagonisti di queste vicende delle “vittime”, eppure io li appellerei “eroi”: nonostante il peso ditali sofferenze, trovano il coraggio di raccontare la propria storia e di sfidare la autorità, vittime ancora una volta. Mi piacerebbe segnalare tra le testimonianze raccolte il ruolo delle donne, sempre in prima linea nel rompere il silenzio. È forse proprio da loro che la Chiesa dovrebbe ricominciare per condurre la “rivoluzione” necessaria».

Vaticano e abusi: il peso delle accuse e il giornalismo che non informa. Anziché dar conto dei fatti e investigare sulle clamorose e circostanziate accuse di monsignor Carlo Viganò a Papa Francesco e altre massime autorità del Vaticano – “Sapevano degli abusi sui minori” – sui media è partita una rimozione catafratta e azzerante a colpi di argumenta ad hominen e di cui prodest. Sperando che il giornalismo cominci a fare il suo lavoro, pubblichiamo integralmente il documento di Viganò con una nota introduttiva, scrive Paolo Flores d'Arcais su Micromega il 28 agosto 2018.

L’argumentum ad hominem è una classica fallacia logica evidenziata in ogni manuale. Consiste nel respingere un’affermazione non già entrando nel merito (chiedendo prove o confutando quelle addotte) bensì invocando le malvagie intenzioni di chi l’affermazione ha avanzato. Chiunque scriva o parli sui media sa perfettamente, anche se crede nella Trinità e nella verginità della Madonna, che l’argumentum ad hominem come argomento vale zero. Eppure sulle circostanziate accuse di monsignor Viganò a pezzi consistenti e da novanta del Sacro Collegio, e infine anche a Francesco, è partita tutta e solo una quadriglia di argumenta ad hominen, una sarabanda di cui prodest, una rimozione catafratta e azzerante delle minuziose accuse di cui sopra. E dire che la vocazione del giornalismo sarebbe proprio dar conto dei fatti. Dunque, di fronte ad accuse tanto clamorose e devastanti, che bollano di omosessualità o connivenza due cardinali Segretari di Stato del calibro e del potere di Angelo Sodano (decano del collegio cardinalizio, dunque dominus alla morte del Papa) e Tarcisio Bertone (quello dell’attico coi soldi dei bambini malati, sì), dovrebbe sbrigliarsi a investigare, frugare negli archivi, incrociare testimonianze e interviste, dare conto ai lettori di chi si rifiuta di rispondere, e via informando. Monsignor Viganò è parte di una manovra delle destre cattoliche in curia e negli episcopati (soprattutto quello americano) contro la svolta “progressista” di Bergoglio, si dice. Va da sé ed è anzi ostentato, facendo pubblicare il documento sui siti ecclesiali più reazionari e sul quotidiano italiano “La Verità” diretto da Maurizio Belpietro, seguito dal concordato carico da otto del cardinal Burke. E allora? Queste circostanze non dicono assolutamente nulla rispetto alla fondatezza delle accuse mosse. Monsignor Viganò è animato da astio personale covato lungamente, per promozioni e berretta che immaginava già sul capo e che sono andate invece ad altri. Possibile, anche probabile, perché troppo umano, e se c’è un ambiente dove i sette vizi capitali più sontuosamente allignano è quello dei prelati di Santa Romana Chiesa, Cattolica ed Apostolica. E allora? La caratura della sua invidia, toccasse anche i ventiquattro, non sminuirebbe di un’oncia il peso delle sue accuse. Speriamo perciò che ora il giornalismo cominci a fare il suo lavoro. Che è quello di prescindere dal “a chi giova?” e di verificare accusa per accusa il cahiers de doléancesdel monsignore codino. Alcune sono riscontrabili con un clic su Google (digitando “sodano maciel” compaiono in 0,33 secondi 32.000 occorrenze che documentano l’inesausto impegno profuso dal Sodano in difesa del boss pedofilo dei “Legionari di Cristo”, contro il quale le prime accuse risalgono addirittura al 1948!) Altre sono verificabili o rifiutabili o catalogabili in un punto dello spettro delle probabilità, procedendo con gli elementari ferri del mestiere giornalistico, più sopra citati. Solo che lo si voglia. Ma chi vuole ancora fatti e verità? A chi non giovano? Paolo Flores d’Arcais

Il dossier che accusa Papa Francesco: “Sapeva degli abusi sui minori”, di Mons. Carlo Maria Viganò Arciv. tit. di Ulpiana Nunzio Apostolico. In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, ecc., gravissima è la responsabilità dei Vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d’America dove fui inviato come Nunzio Apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei Primi Martiri dell’America Settentrionale. I Vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, ed io con loro, a seguire l’esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d’America, ad essere testimoni credibili dell’incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita. Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati. Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. “Tutto quello che avete detto nelle tenebre… sarà proclamato sui tetti” (Lc. 12:3). Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in se stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità che con relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da S. Giovanni Paolo II come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016. Come Delegato per le Rappresentanze Pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle Nunziature Apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all’episcopato, ecc.) e l’esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al Delegato dal Cardinale Segretario di Stato o dal Sostituto della Segreteria di Stato. Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i Nunzi Apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del P. Boniface Ramsey, O.P. del 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il Nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta a richiesta del compianto Nunzio Montalvo. In essa P. Ramsey, che era stato professore nel Seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni ’80 fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l’arcivescovo “shared his bed with seminarians”, invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. Ed aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l’arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare ed avevano condiviso il letto con l’arcivescovo. L’ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del Nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il Card. Angelo Sodano. Parimenti, il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede. Nel redigere l’Appunto su questi documenti che come Delegato per le RR.PP. mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il Card. Tarcisio Bertone e il Sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell’arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti. In quel mio Appunto che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il Sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d’azione:

Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al can. 1405 § 1, n. 2˚, “ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi”; proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa. Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l’Autorità ecclesiastica avesse ad intervenire prima di quella civile e se possibile prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po’ di dignità ad una Chiesa così provata ed umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l’Autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale abusando della sua autorità continuasse a distruggere vittime innocenti. Quel mio Appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un’eventuale decisione superiore al riguardo. Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato in internet nel sito richardsipe.com lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Card. William Levada, al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008. Il giorno seguente consegnavo al nuovo Sostituto Fernando Filoni il mio Appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006. In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso ed accorato appello a Papa Benedetto XVI: “I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, Pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken”. Terminavo questo mio Appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima togliendo il cappello cardinalizio al Card. McCarrick e che gli fossero inflitte le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio Appunto non fu mai restituito all’Ufficio del Personale e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l’inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo Appunto del dicembre 2006. Ma finalmente seppi con certezza, tramite il Card. Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i Vescovi, che il coraggioso e meritevole Statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato. Papa Benedetto aveva comminato al Card. McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da Papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi ad una vita di preghiera e di penitenza. Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da Cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l’ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all’allora primo collaboratore del papa, Card. Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, solito a gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al papa. In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche e che esse gli furono comunicate dal Nunzio Apostolico negli Stati Uniti Pietro Sambi. Mons. Jean-François Lantheaume, allora primo Consigliere della Nunziatura a Washington e Chargé d’Affaires a.i. dopo la morte inaspettata del Nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington – ed egli è pronto a darne testimonianza – di un colloquio burrascoso, di oltre un’ora, del Nunzio Sambi con il Card. McCarrick convocato in Nunziatura: “la voce del Nunzio – mi disse Mons. Lantheaume – si sentiva fin nel corridoio.” Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Card. Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio. A mia volta le ribadii al Card. McCarrick al mio primo incontro con lui in Nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l’errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza. I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale ed hanno pieno diritto di sapere chi era a conoscenza, chi ha coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia Romana. Il Card. Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il Nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di P. Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick. È noto che Sodano cercò di coprire fino all’ultimo lo scandalo del P. Maciel, rimosse persino il Nunzio a Città del Messico Justo Mullor che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel ed al suo posto nominò Sandri, allora Nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè Papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel, fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato. Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile. McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro – non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l’allora Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Card. Giovanni Battista Re. Alla Nunziatura di Washington c’è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il Card. Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il 14mo nella lista per la provvista di Washington. Al Card. Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del Nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal Sostituto i miei due sopra citati Appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008. Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l’episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi – cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato Arcivescovo-Vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi – e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto. Il Card. Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch’egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l’elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell’aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al Card. Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta! Lo stesso si dica per il Card. William Levada, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e per i Cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, eLorenzo Baldisseri, già Segretario della medesima Congregazione per i Vescovi, e l’Arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale Segretario della medesima Congregazione. Essi in ragione del loro ufficio erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick. I Cardinali Leonardo Sandri, Fernado Filoni e Angelo Becciu, come Sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del Card. McCarrick. Così pure non potevano non sapere i Cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, checome Segretari per i Rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato. Per quanto riguarda la Curia Romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il Card. Francesco Coccopalmerio e l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omossessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell’omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal Card. Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i Cardinali Edwin Frederick O’Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae. Vengo ora agli Stati Uniti. Ovviamente, il primo ad essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il Card. Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh. È assolutamente impensabile che il Nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull’argomento con il Card. Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell’arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio ad un incontro con il Card. McCarrick. Telefonai subito al Card. Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell’annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se come ora continua ad affermare non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto come si spiega la sua risposta? Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver nulla saputo, anche se all’inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo Cancelliere, Mons. Antonicelli. Del resto già in altra occasione il Card. Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown University, avevo richiamato l’attenzione del suo Presidente Dr. John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere. Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla! Il Card. Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal Card. McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l’ordine del papa, gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi. Il Vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l’Arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo. Il Card. Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch’egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick. Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapeva dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo? Del Card. Sean O’Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità. 

La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone. Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i Nunzi Apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e S. Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l’Udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore. Naturalmente anch’io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo papa eletto solo tre mesi prima dopo la rinuncia di papa Benedetto. La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiatati. Appena entrato nella hall mi incontrai con il Card. McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l’ambiguo e il trionfante: “Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina”. Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi. Il giorno dopo ebbe luogo l’Udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il papa volle salutare uno ad uno tutti i Nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli “sono il Nunzio negli Stati Uniti”, che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: “I Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!” Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e per il modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il Card. O’Malley mi aveva consegnato per il papa qualche giorno prima, dicendomi “così ripassa il portoghese prima di andare a Rio per la Giornata Mondiale della Gioventù”. Glielo consegnai subito liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante. Al termine dell’Udienza il papa annunziò: “Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae”. Io naturalmente pensai di restare per chiarire quanto prima cosa il papa aveva inteso dirmi. Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il papa, chiesi a Mons. Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava ad indossare i paramenti, se poteva chiedere al papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il papa voleva da me? Terminata la Messa, mentre il papa salutava i pochi laici presenti, Mons. Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: “Il papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!” Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del papa e che lo ringraziavo per ricevermi subito. Il papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: “Abbiamo 40 minuti prima dell’Angelus”. Iniziai io la conversazione, chiedendo al papa che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l’avevo salutato il venerdì precedente. Ed il papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: “Sì, i Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l’arcivescovo di Filadelfia, (il papa non mi fece il nome dell’arcivescovo) devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra – ed aggiunse, alzando tutte e due le braccia – e quando dico di sinistra intendo dire omosessuali”. Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra e essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il papa mi chiese con tono accattivante: “Il card. McCarrick com’è?” Io gli risposi con tutta franchezza e se volete con tanta ingenuità: “Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza”. Il papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il papa mi aveva posto quella domanda: “Il card. McCarrick com’è?”. Evidentemente voleva accertarsi se ero alleato di McCarrick o no. Rientrato a Washington tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche ad un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz il 9 luglio 2013 inviai il primo Consigliere, Mons. Jean-François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di Bioetica. Di ritorno, Mons. Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il Card. McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il papa aveva detto a me a Roma: “I Vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori…”. Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal card. McCarrick. Anche la menzione da parte del papa “non come l’arcivescovo di Filadelfia” conduceva a McCarrick, perché fra i due c’era stato un forte diverbio a riguardo dell’ammissione alla comunione dei politici favorevoli all’aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell’allora Card. Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto poi sapevo quanto certi cardinali come Mahony, Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco. Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell’udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013, papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il Card. Donald Wuerl. Mi chiese: “Il Card. Wuerl com’è, buono o cattivo?” “Santo Padre – gli risposi – non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti”. Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla George Town University e l’invito da parte dell’arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio ad un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il papa non manifestò alcuna reazione. Era poi evidente che a partire dalla elezione di papa Francesco McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il Card. Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti ed il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l’amministrazione Obama. Così si spiega che come membri della Congregazione per i Vescovi il papa sostituì il Card. Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Cupich fatto subito cardinale. Con tali nomine la Nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari – il grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio – Segretario della medesima Congregazione per i Vescovi e Segretario del Collegio dei Cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad Arcivescovo Segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante! Le nomine di Blaise Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla Nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l’ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l’evidenza ormai palese a tutti: che cioè l’80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime. Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia essendo stato Presidente del Committee on Protection of Children and Young People della USCCB, ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l’omosessualità e che affermarlo è solo un modo per distogliere l’attenzione dal vero problema che è il clericalismo. A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto “stranamente” riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell’apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell’inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato “candidamente” che i risultati di quell’indagine furono totalmente smentiti dai successivi Rapporti indipendenti del John Jay College of Criminal Justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l’81% delle vittime erano maschi. Infatti, P. Hans Zollner, S.J., Vice-Rettore della Pontificia Università Gregoriana, presidente del Centre for Child Protection, Membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa, che “nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali”. Anche la nomina poi di McElroy a San Diego fu pilotata dall’alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come Nunzio, dal Card. Parolin: “Riservi la sede di San Diego per McElroy”. Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016. A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all’ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a P. Robert Drinan, S.J., eletto quattro volte alla Camera dei Rappresentanti, accanito sostenitore dell’aborto, o a P. Vincent O’Keefe, S.J., fra i principali promotori del documento The Land O’ Lakes Statement del 1967, che ha gravemente compromesso l’identità cattolica delle Università e dei Collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora Presidente dell’Università cattolica del Portorico, partecipò a quell’infausta impresa così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com’era all’ala deviata dei Gesuiti. P. James Martin, S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McEnroy, nominato Consultore del Dicastero per le Comunicazioni, noto attivista che promuove l’agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l’Incontro mondiale delle Famiglie, non è se non un triste recente esemplare di quell’ala deviata della Compagnia di Gesù. Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare se stesso, mentire ad oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell’amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell’ambasciatore dell’Honduras Alejandro Valladares, già Decano del Corpo Diplomatico presso la Santa Sede. Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l’articolo apparso sul settimanale L’Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire” il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga. In nome della trasparenza dal papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il Visitatore, il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al papa. Infine, anche la recente nomina a Sostituto dell’Arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l’Honduras, cioè con Maradiaga. Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la Nunziatura di Tegucigalpa in qualità di Consigliere. Come Delegato per le RR.PP. mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo. In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il papa difende ad oltranza il suo uomo, il Card. Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Errazuriz e Ezzati. Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica. Ora negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, Professoressa di Teologia Morale nel Sacred Heart Major Seminary di Detroit. “Il problema degli abusi del clero – ha scritto – non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate”. Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc., agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l’intera Chiesa. Imploro tutti, in particolare i Vescovi, a rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità S. Giovanni Paolo II: Non abbiate paura! Non abbiate paura! Papa Benedetto nell’omelia dell’Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della Nuova Alleanza, siglata nel sangue dell’Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant’Ambrogio: la Chiesa è “immaculata ex maculatis”, è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato. Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall’omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie. Papa Francesco all’Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: “Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene”. Se questa giustamente è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo. In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro. Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l’enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la loro vocazione sacerdotale. È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui! Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica!” Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L’ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, Madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, Madre del Re della gloria, prega per noi! Roma, 22 Agosto 2018. Beata Maria Vergine Regina (28 agosto 2018)

La guerra a Bergoglio. Il siluro di Ratzinger apre ufficialmente la guerra a Francesco, scrive Piero Sansonetti il 23 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Un ex papa che indirizza un siluro micidiale contro il suo successore non si e era mai visto (anche perché, in verità, non si erano mai visti ex papi…). La decisione di Joseph Ratzinger di compiere un gesto clamoroso e aperto di ostilità verso Francesco lascia abbastanza stupiti. Ma suggerisce anche alcune riflessioni. Stupiti perché magari uno non si aspetta la freccia avvelenata dal rappresentante (o, comunque, ex rappresentante…) di Dio in terra. Deve essere complicato, per un cattolico, immaginare come possa una persona scelta e ispirata dallo Spirito Santo – cioè dalla bontà celeste – compiere un gesto oggettivamente perfido come quello compiuto da Benedetto XVI. Gli hanno chiesto di scrivere una introduzione a un libro su Francesco, lui poteva tranquillamente rispondere di no, punto e basta. Non sarebbe successo niente. Ma accettare l’incarico, poi scrivere con feroce malizia di non avere avuto tempo di leggere il libro, e infine vergare parole al veleno contro uno degli autori… beh sembra un gioco dettato molto più dall’astio che da Dio. Dopodiché il Vaticano ha fatto un pasticcio e ha censurato Ratzinger. E a quel punto l’ex papa ci ha messo il carico da 11, innalzando ancora il livello di cattiveria nello scontro, e vendicandosi nel modo in cui in genere fanno i politici o i Pm: pas- sando le carte a qualche giornalista amico e facendo scoppiare lo scandalo. Fin qui lo stupore. Diceva Andreotti, che di Vaticano se ne intendeva assai, «a pensare male si fa peccato ma in genere ci si azzecca…». Poi c’è la riflessione, e nella riflessione lasciamo da parte le ironie e gli sberleffi. Dunque Ratzinger, in modo abbastanza esplicito, ha aperto le porte al piccolo e battagliero esercito, interno alle gerarchie ecclesiastiche, che è in guerra aperta con il papa. La guerra, come tutte le guerre, riguarda naturalmente il potere e la suddivisione del potere, però riguarda anche alcune grandi scelte ideali. E questa guerra, combattutissima dentro la Chiesa e dentro le gerarchie, si è largamente estesa a pezzi ampi di società. Alla politica, dell’intellettualità, soprattutto al giornalismo. A questo punto ci interessa limitatamente la questione del potere nella Chiesa. Ci interessano di più, perché riguardano tutti – anche il pezzo di società dei non credenti (della quale, peraltro faccio parte) – le idee di fondo che sono al centro di questa guerra. Papa Francesco ha portato dentro la Chiesa e dentro il suo magistero una vera e propria rivoluzione. Ha rovesciato senza tanti indugi gli atteggiamenti del suo predecessore, e anche in gran parte i suoi punti di vista. Ha trasformato la dottrina della Chiesa da dottrina fondamentalmente conservatrice (come era diventata da subito dopo la conclusione del Concilio, diciamo più o meno dalla fine degli anni sessanta) a dottrina liberale e di progresso. Ha accentuato la parte antiliberista del pensiero di Wojtyla, gettando a mare però tutto l’apparato fideistico, tradizionalista e liturgico di Giovanni Paolo II. Ha inventato un modello di Chiesa molto sociale, costruita sul valore assoluto della carità e della fratellanza (ispirandosi a San Paolo), e che mette in secondo piano l’importanza della fede, i riti, le gerarchie, gli autoritarismi. Ha immaginato, e sta provando a costruire, una Chiesa che sia il punto di riferimento per un pezzo di società laica, e anche non credente, liberale, democratica e che considera la solidarietà e l’aspirazione all’uguaglianza come le bussole per la politica. Vi pare poco? Beh, in nessun caso sarebbe poco, un’impresa di questo genere. Diventa davvero un’impresa titanica se viene messa in moto, in Occidente, in un momento storico caratterizzato dal dilagare, nello spirito pubblico, del populismo, del nazionalismo, del giustizialismo, ma anche della meritocrazia e del mercatismo. Cioè tutto il contrario del bagaglio ideale e spirituale che il papa getta nella mischia. Con la consapevolezza di compiere una scelta minoritaria, quasi di elite, e cioè una scelta in contrasto con un pezzo grandissimo della storia della Chiesa (che, di solito, ama lo stare in maggioranza). C’è una obiezione, che spesso mi sento fare. Questa: come fai a sostenere che il papa è nemico del populismo, visto che lui stesso ha un’origine culturale e persino religiosa di chiaro stampo populista, o addirittura peronista? La domanda, naturalmente non è infondata. Il fatto è che il populismo di oggi – sostanzialmente nazionalista, xenofobo e legalitario – ha pochissimo a che fare col populismo peronista dal quale proviene Bergoglio. Il peronismo di Bergoglio è in modo evidente un peronismo rivoluzionario. Il populismo che sta dominando l’Europa è di carattere reazionario. Il peronismo di Bergoglio è fortemente cristiano, affonda le radici sull’essenziale del vangelo. Il populismo moderno è completamente pagano, anticristiano, cresciuto nella negazione orgogliosa della solidarietà, della diversità, e nel rifiuto degli ultimi. Ho scritto queste cose per sostenere un concetto molto semplice: la lotta tra bergogliani e anti bergogliani (nella quale ha deciso di scendere anche Ratzinger) non è una semplice guerra civile interna alla Chiesa. E’ il fronteggiarsi tra due idee di modernità, opposte e difficilmente conciliabili, che con il passare dei prossimi anni finiranno per giungere alla resa dei conti finale. Sarà difficile assumere posizioni intermedie. Bisognerà scegliere. La modernità è solidarietà e diritti, o invece la modernità è merito e mercato? Ciascuno di noi dovrà rispondere, compiendo una scelta non solo di fede. E in questa scelta la Chiesa avrà un peso grande. Bisognerà vedere se resterà la Chiesa di Bergoglio o tornerà ad essere la Chiesa di Ratzinger.

Il Papa contro i “cani selvaggi”, scrive Marcello Veneziani su Il Tempo il 5 settembre 2018. No, Santità, un Papa non può chiamare “cani selvaggi” il prossimo, soprattutto quando si tratta di cattolici, cristiani, credenti. Cani è la definizione spregiativa che gli islamici danno degli infedeli e dei cristiani. Perfino i più spietati terroristi furono definiti dai pontefici che hanno preceduto Francesco, “uomini delle Brigate rosse”, uomini dell’Isis. Mai cani. Scendere a quei livelli livorosi non è degno di un Santo Padre. Il silenzio e la preghiera erano le risposte più dignitose. Per carità, non facciamo le anime belle. Sappiamo che verminaio c’è negli intestini della curia e nei bassifondi della Chiesa. Il racket della pedofilia, come la lobby gay a cui lo stesso Bergoglio una volta accennò, sono solo alcuni dei lati oscuri della Chiesa. Quella pedofilia di cui sconcertano le proporzioni, la collegialità, la complicità reciproca, prima che i suoi singoli e frequentissimi episodi. Ma oltre quei giri torbidi che riguardano la sfera sessuale ce ne sono almeno altri due: uno incentrato sul malaffare e l’altro sulla guerra senza esclusione di colpi per conquistare ruoli di potere clericale. Giri che non nascono certo con Papa Bergoglioma sono il lato b della Chiesa, il suo volto corrotto e si presentano con alti e bassi da svariati secoli, con un’accentuazione speciale da quando l’ateismo e il nichilismo hanno corroso anche la fede dentro i sacri portoni della Chiesa. Verrebbe voglia di invocare i cani per risanare la Chiesa ma i cani del Signore, come si chiamarono i Domenicani, a cui appartenne anche il più fulgido Dottore della Chiesa, San Tommaso d’Aquino. Come ha reagito il partito bergogliano alle accuse precise che sono state rivolte dal dossier Viganò? Da un verso squalificando la fonte, il Monsignore, dall’altro imbarcandosi nel più classico complottismo. Pessima caduta doppia, che elude le domande principali: ma sono fondate o meno quelle accuse, ci sono circostanziate e convincenti risposte a quelle precise testimonianze, si può dimostrare che sono documenti falsi, forzati oppure no, sono tristemente veri? Macché, si reagisce insultando e gridando alla cospirazione, un po’ come facevano i regimi comunisti quando davanti a ogni dissesto, a ogni scandalo, gridavano al complotto delle forze oscure della reazione e così giustificavano sanguinose repressioni. Abbiamo sentito i bergogliani d’ufficio, presenti in tutti i media come unica voce senza contraddittorio, seguire questo indegno canovaccio da bassa politica e da brutto regime. E li abbiamo sentiti gridare all’intreccio tra complotto reazionario e politica sovranista, come ha fatto per esempio lo storico difensore di Bergoglio, Alberto Melloni. Non intendo tornare sul tema lacerante sollevato dal dossier sul cardinale McCarrick e non ho fonti riservate per discuterne la veridicità o meno, ma mi soffermo proprio su questa accusa cruciale: qualcuno vuol dividere la chiesa e buttarla in politica, in senso rezionario e sovranista. Risaliamo a quel che è accaduto negli ultimi cinquant’anni o poco più. Il Concilio Vaticano II spaccò la Chiesa in due versanti, i conservatori e i progressisti. Le categorie della politica entrarono nella Chiesa in quella occasione e vi entrarono con lo spirito del tempo, avendo aperto quel Concilio i portoni della Chiesa al soffio dell’epoca e in Italia alle aperture a sinistra. Quella lacerazione perdurò con Papa Paolo VI, si acuì con la liquidazione della messa in latino, la chitarra e i beat in chiesa, il terzomondismo, fino all’annunciato scisma di Levevbre. E con la diffidenza nei fenomeni di devozione popolare, come fu il caso di Padre Pio, fenomeno di populismo religioso, un santo a furor di popolo. I cattolici progressisti del Concilio Vaticano II si sentirono più vicini ai progressisti non cattolici che ai cattolici non progressisti. Una scelta di campo in cui l’essere cattolici diventava una variabile secondaria rispetto all’essere progressisti. La divisione della Chiesa risale a quel preciso momento. E i complotti reazionari, le scelte politiche di destra non c’entrano affatto. L’arrivo di Karol Magno, Giovanni Paolo II, ricucì la frattura, perché quel Papa riaprì le porte ai “conservatori”, al latino, a Lefevbre, a Padre Pio, alla Tradizione e all’Europa, senza chiuderle ai progressisti e agli anticapitalisti. Difese i poveri, gli sfruttati, i disperati, criticò l’Occidente sazio e disperato, senza far perdere alla Chiesa il suo ruolo pastorale e spirituale nel cuore della civiltà cristiana. Su quella linea si inserì anche un Papa filosofo e considerato conservatore, come Ratzinger che ricevette attacchi ben più duri di Bergoglio ma non si sognò mai di definire cani selvaggi i suoi detrattori. E non solo: la Chiesa di Benedetto XVI non fu mai la Chiesa della divisione e non suscitò pulsioni di scissione. Quando arrivò Bergoglio, invece, fu fatta una precisa scelta di campo, sociale, politica, culturale, non dirò dottrinaria per la debolezza teologica di questo pontefice. Una scelta di campo nel linguaggio, nel modo di fare, nella lontananza dal rito, dalla liturgia, dalla tradizione. Il Papa scelse temi, interlocutori, autori da citare, territori e popoli che non appartenevano alla Chiesa, alla civiltà cristiana, che non si ispiravano ai santi, ai martiri, ai padri della Chiesa. E l’idea stessa di chiamarsi Francesco, un papa senza precedenti, fu un preciso segno di rottura. Ora con queste premesse mi pare assurdo invertire la sequenza e accusare i “conservatori” di complottare contro il Papa. È Bergoglio che li ha messi fuori dalla Chiesa, li ha fatti sentire estranei e colpevoli. È Bergoglio che ha spaccato la cristianità, che ha separato la Chiesa presente dalla sua tradizione millenaria, che ha preferito dialogare con i non cristiani, i non cattolici, i non europei, oscillando tra atei, islamici e protestanti e aprendo, seppure in modo contraddittorio, a coppie diverse dalle famiglie. Non a caso Bergoglio è diventato il leader morale di tutte le sinistre, acclamato dai liberal come dai radical, dall’establishment progressista e dagli antagonisti. E sul tema dell’accoglienza è andato ben oltre le aperture dei suoi predecessori, ponendosi drasticamente da una parte, con le Ong, senza mai considerare i disagi, i pericoli e l’arrivo massiccio di islamici. Non dirò che il Papa si è posto fuori dalla Cristianità e dalla Chiesa, non avrei alcuna autorità per dirlo, e non seguirò la tendenza di alcuni tradizionalisti a scomunicare il Papa, ergendosi essi stessi – in una paradossale eresia ultraprotestante – a tribunale infallibile dell’ortodossia. Però, l’accusa di dividere la Chiesa e buttarla in politica mi pare che debba essere ritorta alla “politica bergogliana” e al suo partito, per tre quarti laico se non laicista. Non caldeggio altre dimissioni papali, auspico sempre miracolosi ravvedimenti. Sento spegnersi la fede e vedo tramontare la civiltà cristiana. Tuttavia, dico ai credenti: i Papi passano, la Chiesa resta. Malconcia, ma resta.

Vaticano in subbuglio, assalto al Papa, scrive Rocco Buttiglione il 28 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Il caso in Vaticano. Il mondo ha tradito la Chiesa, o la Chiesa ha tradito il mondo? Il Papa a Dublino ha detto tutte le cose giuste e politicamente corrette che i giornali si aspettavano dicesse e che hanno poi correttamente riportato. Ha riconosciuto il fallimento della Chiesa. Ha chiesto scusa alle vittime. Ha rafforzato la “tolleranza zero” verso i pedofili e tutti coloro che li coprono. Se avesse detto solo questo si sarebbe comportato come il dirigente di una multinazionale che gli scandali sessuali hanno messo in difficoltà. La norma è stata trasgredita, ripristiniamo la norma e, per garantirla, comminiamo sanzioni più pesanti ai rei, inventiamo nuove fattispecie di reato per colpire comportamenti anche semplicemente ambigui, stabiliamo più efficaci misure di protezione. È quello che, in una situazione diversa e pure analoga, ha fatto lo show business di Hollywood davanti allo scandalo Weinstein. Sul fatto che queste misure abbiano successo e riescano a sradicare la mala pianta dell‘ abuso è lecito dubitare, anche se certamente quelle misure sono opportune e necessarie. Il problema, infatti, è l’uomo. È l‘ uomo che è marcio. Ogni qual volta si presume di dividere con nettezza il mondo in due, mettendo da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, si scopre che i buoni alla fine sono cattivi anche loro, come ha mostrato di recente il caso di Asia Argento. Quelli, del resto, che oggi sono i cattivi, sia nella Chiesa che nello show business, fino a ieri erano i buoni e, anzi, i più buoni dei buoni. Cantava una volta il mio amico Claudio Chieffo: “C’è bisogno di qualcuno che ci liberi dal male… “e proprio questo ha detto il Papa nella parte dei suoi discorsi che la stampa ha echeggiato di meno. Ha pregato Dio di risanare il cuore dell‘ uomo e di liberarlo dal male. Ha ringraziato Dio per il dono della grazia, perché Dio in Gesù Cristo già è venuto e continua a venire a risanare il cuore degli uomini. Ha parlato di peccato e di redenzione. Ha parlato del potere e della tentazione che esso sempre porta con se, la tentazione di considerare l‘ uomo come una cosa da usare per il proprio piacere, oppure come uno strumento da usare per conseguire ancora più potere. Il Papa, infatti, non é il capo di una multinazionale ma il Vicario di Cristo in terra, e per questo può parlare di peccato, di grazia, di perdono e di redenzione come il capo di una multinazionale non potrebbe fare. Fin qui le cose che il Papa ha detto valgono per tutti gli uomini, anche per quelli che lavorano in una multinazionale, anche se quelle parole non sarebbero state bene in bocca al dirigente di una multinazionale. Ognuno di noi porta nel proprio cuore la tentazione del potere ed ognuno di noi contribuisce ogni giorno a costruire una società ed una cultura in cui la preoccupazione del successo e del piacere, la cultura dello sballo, rende ciechi alla dignità ed alla bellezza della persona umana. C’è poi una terza parte delle cose che il Papa ha detto che vale in modo particolare per chi esercita il potere spirituale, per chi parla in nome di Dio, per i vescovi ed i preti della Chiesa Cattolica. Il Papa ha pronunciato la parola clericalismo, ha condannato il clericalismo ed ha anche spiegato che cosa è il clericalismo. Il clericalismo non è altro che la tentazione del potere mondano che diventa però di molto più orribile quando ad essa cedono coloro che parlano in nome di un Dio che è venuto al mondo non per essere servito ma per servire. Il clericalismo deforma il volto di Cristo e trasforma il sacrificio del Figlio di Dio in uno strumento di potere mondano. Allora diventa possibile mettere a tacere la voce del violentato e dell’offeso e proteggere il colpevole per difendere il prestigio della istituzione. Si pensa infatti che la salvezza venga dalla istituzione e non dalla grazia, dall’ esercizio di un ruolo e non dalla presenza dello Spirito, dall’occultamen-to del proprio peccato piuttosto che dal suo riconoscimento e dalla umile invocazione del perdono. Davanti al popolo il prete si attribuisce allora il ruolo di guida infallibile e Salvatore piuttosto che quello di umile strumento ed intermediario della grazia. Jorge Mario Bergoglio si è sempre definito, invece, come un peccatore. Un peccatore che, nella sua imperscrutabile misericordia, Dio ha scelto per essere strumento della salvezza di molti. Questo ci fa comprendere in modo assai più drammatico lo scandalo dei preti pedofili. Le famiglie consegnano i propri figli alla Chiesa perché essi siano educati ed essi vengono invece violentati. I fanciulli si affidano al prete vedendo in lui l’amico di Gesù è questo si rivela invece un ausiliare di Satana. Capiamo anche in modo diverso il dramma del prete pedofilo che, prima di arrivare a consumare quell’atto sacrilego, ha vissuto nel tormento la crisi e la morte della sua vocazione umana e cristiana. Dov’erano allora i suoi fratelli nella fede? Dov’erano i suoi confratelli nel presbiterato? Dov’era il suo vescovo? Possibile che nessuno si sia accorto di niente? E se nessuno davvero si è accorto di niente la cosa è, per certi aspetti, ancora più grave. Quanto parlano con i loro preti i vescovi nelle cui diocesi si sono verificati dieci o venti casi di preti pedofili? Qual’è il colloquio paterno che intrattengono con il loro clero? Possibile che non si siano accorti del dramma che vivevano questi uomini? Non è che per caso questi vescovi esercitavano un ruolo invece di vivere una paternità? Davanti alla apostasia del mondo (occidentale) T. S. Eliot si domanda, in un testo spesso citato da don Luigi Giussani, se sia stato il mondo a tradire la Chiesa o piuttosto la Chiesa a tradire il mondo. Tutte e due le cose sono vere. Don Giussani diceva che la forma del tradimento della Chiesa è il clericalismo. Negli ammonimenti del Papa di oggi sembra di sentire l’eco delle sue parole.

“La Chiesa di Francesco un cantiere aperto per battere i gattopardi”. Intervista al vaticanista de La Stampa Andrea Tornielli di Valerio Sofia del 23 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". La riforma della Curia è un cantiere aperto dove molte cose stanno cambiando ma è presto per dare giudizi. Ed è ovvio che ci siano resistenze, dato che si toccano tante cose. Ma non tutte le resistenze sono uguali, come ha spiegato ieri lo stesso Papa Francesco, che ha parlato anche di “resistenze malevole”, proseguendo un ragionamento iniziato nel 2014. Lo spiega Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa, tra i più accreditati interpreti di questo pontificato.

Cosa ha detto e cosa ha voluto dire il Papa ieri nel suo discorso di auguri alla Curia?

«Il Papa ha proseguito il filo del suo ragionamento. Nel dicembre del 2014 aveva parlato delle malattie della Curia. Nel 2015 invece aveva scelto come tema le virtù necessarie per servire la Chiesa nella Curia. Quest’anno invece ha parlato delle prescrizioni, delle cose da fare, della cura concreta. Ha presentato in modo puntuale tutte le riforme fatte fino ad adesso, inquadrandole in dodici caratteristiche che la riforma della Curia deve avere e a ciascuna delle quali ha dedicato alcune frasi».

La parte che è emersa di più è stata quella del riferimento alle resistenze alle riforme, resistenze che il Papa ha definito “malevole”…

«C’è stata anche una parte dura, sì, in cui il Papa ha parlato appunto di resistenze. Però ha voluto fare delle distinzioni. Ha detto che anche le resistenze sono comunque un segno di vitalità e vanno prese in considerazione. Il Papa infatti ha parlato di passi avanti ma anche di passi indietro dopo una sperimentazione. Poi ha fatto delle specificazioni. Ha parlato infatti di resistenze aperte che nascono dalla buona volontà e dal dialogo sincero, e ha fatto capire che queste non gli dispiacciono. Poi ha parlato di resistenze nascoste che nascono da cuori impietriti, dal gattopardismo spirituale che vuole che nulla cambi pur dando l’apparenza del cambiamento. E infine ha affermato che esistono anche resistenze malevole in menti distorte cui il demonio ispira intenzioni cattive».

Non parole di poco conto, tanto più se riferite all’interno della Chiesa e dei suoi vertici… 

«Certamente si tratta di parole forti. Il gioco che si crea è quello di abbinare delle facce a queste categorie, ma non è proprio così che funziona. Le tre categorie di per sé parlano più che altro di tipi di atteggiamento. E soprattutto rispetto a quelli che hanno intenzioni non buone ci si riferisce a chi si muove dietro le quinte, chi fa il doppio gioco, chi fa resistenza non volendo che si sappia che la fa, e quindi è più difficile da individuare. Peraltro un fenomeno non nuovo in nessun ambiente e che è sempre esistito anche in Curia. D’altro canto in tre anni e mezzo è stato toccato tutto, economia, finanza, strutture. È chiaro che ci sono punti sensibili ed interessi non solo spirituali, e non necessariamente solo di persone in vista».

È una divisione che ha a che fare con tradizionalisti e progressisti, come qualcuno ha subito detto?

«No. Il dividere in progressisti e conservatori e tanto più identificarli con buoni e cattivi è una stupidaggine. Sono convinto che nelle varie categorie possono rientrare parte dei primi come parte dei secondi. Sono categorie giornalistiche e politiche inadatte per definire la vita della Chiesa, anche perché si può essere conservatori su certi temi e liberali in altri».

Come procede la riforma della Curia?

«Il cantiere è ancora aperto. Sono stati fatti significativi aggiustamenti, a gennaio partiranno due dicasteri nuovi che accorpano diversi Pontifici consigli, quello per i laici e la famiglia e quello per la giustizia sociale, i migranti e la carità. È una razionalizzazione che dovrebbe por- tare a uno snellimento. L’intento è quello di semplificare, snellire, rendere sempre più la Curia adeguata ai tempi e al servizio al Papa. Ma sono processi lunghi, si toccano cose strutturate, persino giuridicamente. Per ora si tratta di accorpamenti che hanno lasciato poco variate le macchine dietro i vertici, ma questo è normale. È una fase di lavori in corso, sperimentale. Ad esempio è stato creato il nuovo dicastero per l’Economia, e questo è importante, però si è tornati indietro da una prima unificazione totale per meglio distinguere controllato e controllore».

Quali sono gli aspetti più significativi al momento?

«Sono stati posti una serie di correttivi e disposizioni per fare sì che certe cose del passato non si ripetano. Per esempio nella gestione economico- amministrativa, o nelle vicende dei minori con maggior rigore verso ogni sospetto di tolleranza di abusi. Cose che non coinvolgono solo la struttura della Curia ma la vita della Chiesa, migliorando la possibilità di offrire risposte ai problemi esistenti».

La battaglia di Francesco l’anti Young Pope. Bergoglio è l’opposto Pontefice messo in scena da Paolo Sorrentino: il primo vuole una Chiesa rinnovata e aperta al mondo, il secondo la vuole austera e reazionaria. Entrambi rimangono inascoltati, scrive Angela Azzaro il 25 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". Francesco è l’opposto del capolavoro di Paolo Sorrentino, The Young Pope. Il giovane americano che conquista il Vaticano, immaginato e portato sul piccolo schermo dal regista de La Grande Bellezza, parla poco, non si mostra, è sprezzante e cerca di affermare una Chiesa austera e reazionaria. Francesco parla molto, è affabile, viaggia, si mostra con piacere, non per narcisismo ma perché ama il contatto con le persone, ancora meglio se umili. Soprattutto questo Papa, il Papa vero, sta tentando qualcosa di unico: rinnovare contemporaneamente “lo spirito” della chiesa e insieme le sue strutture mondane, cioè quelle strutture che di fatto oltre a occuparsi delle anime dei fedeli, sono il braccio politico ed economico del Vaticano. Eppure, per quanto strenuamente diversi, anzi opposti, il Papa della serie televisiva e il Papa argentino hanno una cosa in comune: entrambi suscitano sgomento, scuotono le coscienze. Lo fanno in due modi diversi, contrapposti, ma l’effetto sembra lo stesso. Uno parla di odio (The Young Pope) l’altro (Francesco) parla d’amore: l’amore per Dio che si tramuta in amore per l’altro, per l’umanità. Ma entrambi, come una maledizione, che il regista Sorrentino intuisce e racconta, restano inascoltati, non suscitano la reazione che dovrebbero. Ma mentre il Papa fantastico gode di questo isolamento, per suscitare – spera – l’effetto contrario, Francesco non fa calcoli e non fa sconti. Le sue parole piene d’amore hanno l’effetto di macigni, ma non provocano la reazione che dovrebbero. Sono discorsi contro le guerre, contro l’indifferenza, contro lo sfruttamento degli esseri umani e dell’ambiente. Sono parole che toccano il punto oggi centrale: quello sull’accoglienza dei migranti. È forse uno dei pochi leader mondiali, se non l’unico, che non fa distinzione tra rifugiati e migranti cosiddetti economici: secondo lui tutti devono essere accolti, tutti appartengono a una sola categoria: quella di esseri umani. Eppure il suo magistero così unico e forte, a poco a poco, sta sparendo dalle prime pagine dei giornali e dai titoli dei telegiornali. Facevano più notizia i Papi che cercavano di mettere bocca sugli affari di altri Stati, come quello italiano, o che si inerpicavano in sofisticate disquisizioni teologiche. Francesco sta facendo una cosa unica: riportare la Chiesa vicino a ciò che raccontano iVangeli, cioè alle parole di Cristo. E lo dice a tutti, piccoli e grandi della terra. Lo ha detto ieri anche in tv, intervenendo al programma del primo canale Rai, Uno Mattina. Ha chiesto di festeggiare un Natale cristiano, come quello delle origini, senza sprechi, senza fronzoli. È un messaggio che non riguarda solo i credenti, ma tutti coloro che guardano con attenzione alla vita della Chiesa. Ma la radicalità di Francesco dà fastidio. La sua è una crociata contro un mondo che, ogni giorno di più, combatte guerre, alza muri, costruisce barriere vere o ideali, pensa che i problemi si risolvano criminalizzando l’altro. Francesco parla ai poveri, ma chiede loro di non odiare chi sta peggio, chiede invece di lottare insieme e di credere nella solidarietà. Sono messaggi bomba, ma spesso cadono nel vuoto e nell’indifferenza. È un modo per arginare il loro potere sovversivo, per ridurne la portata. Ma è impossibile che tanto coraggio, tanto amore, non riescano a suscitare importanti conseguenze. Prima o poi accadrà. Prima o poi ci si renderà conto che Francesco parla di noi, parla del futuro. Alla fine di The Young Pope la strategia comunicativa del giovane americano ottiene il successo sperato, tutti pendono dalle sue labbra. Che sia una premonizione?

Era un giallo “normale”… Poi diventò un affare di Stato (Vaticano). La scomparsa di Emanuela Orlandi, da Marcinkus alla banda della Magliana, una storia di misteri e depistaggi sullo sfondo delle nuove rivelazioni del libro di Fittipaldi pubblicate dall’Espresso, scrive Paolo Delgado il 19 Settembre 2017 su "Il Dubbio". C’è il terrorismo internazionale: l’attentato al papa, i Lupi grigi, la guerra santa del Papa guerriero (e polacco) contro l’idra rossa, la Stasi che s’impiccia e depista per stornare gli sguardi dallo zampino di Bucarest nell’attentato del lupo Alì. C’è il nido di vespe finanziarie che ruotava intorno al Ior, con di mezzo il chiacchieratissimo banchiere di Dio Paul Marcinkus, il banco Ambrosiano, la loggia più famosa del mondo e di conseguenza qualche ombra sinistra, quella dei Frati Neri con il loro bravo impiccato, quella dell’attentato in cui al posto della vittima predestinata finì ammazzato il killer, nonché boss della Magliana Danilo Abbruciati. E c’è la bandaccia naturalmente, tirata in mezzo dal pentito Antonio ‘ l’Accattone’ Mancini ma anche da Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore dal piede dorato Bruno Giordano, ex amante o sedicente tale di Renatino De Pedis, il boss ripulito ammazzato in mezzo alla strada in pieno giorno, a Campo de’ Fiori, nel 1990 e destinato poi a riposare, sino alla recente cremazione, nella basilica di sant’Apollinare, con papi e santi ma per la verità anche con gente di meno nobili natali e senz’aureole di sorta. Testimoni discutibili, che non lesinano strafalcioni ma che, specie la Minardi, ogni tanto qualche riscontro lo hanno portato. Entrambi addossano al sepolto in sant’Apollinare la responsabilità del ratto senza specificarne però in modo sia pur minimamente convincente il movente. C’è l’ombra perversa di festini a base di adolescenti ancora quasi bimbe per prelati porconi e fatali incidenti, e non è neppure tutto. Grotte sotterranee che permettono di deambulare sotto la Capitale, sussurri di salme accumulate nei ridenti giardini del Vaticano, legami ipotizzati pur se mai provati con altre scomparse misteriose, a partire da quella di un’altra ragazzina, Mirella Gregori, un mese e mezzo prima della sparizione della Orlandi. Materiale che al confronto I Misteri di Parigi vagheggiati da Eugene Sue sembrano segretucci da educande. Il caso Orlandi è il vero grande giallo italiano. Lo resterebbe anche se, come sostiene il giornalista che più di ogni altro è andato a fondo nel fattaccio, Pino Nicotri, tutto questo clamore che da quasi 35 anni non si attenua fosse solo frutto di una perversa spirale mediatica, uno show troppo ghiotto, con audience troppo malata e rinnovatasi nel tempo per essere abbandonato. Perché anche in quel caso la somma di depistaggi, interferenze, intrecci poco districabili di bugie e verità basterebbero a rendere quella scomparsa l’evento forse più clamoroso nella storia criminale della Capitale e del Paese tutto. Le ultime a vedere viva Emanuela Orlandi, 16 anni non ancora compiuti, furono due compagne di corso nella scuola di musica di sant’Apollinare dove la ragazza faceva, pare, mirabili progressi con il flauto. Si incontrarono alla fermata dell’autobus di fronte al Senato intorno alle 19 del 22 giugno 1983. Emanuela raccontò di una allettante proposta di lavoro: 350mila lire per pubblicizzare una linea di prodotti di bellezza. Le suggerirono di stare in campana. Promise di decidere solo dopo aver chiesto il permesso a casa e in effetti telefonò alla sorella che le suggerì di aspettare e parlarne con i genitori. Poi le tre amiche si separarono e da quel momento di Emanuela non si è più saputo niente.

Era una ragazza tutta casa, scuola e Chiesa, dissero parenti e amici, impossibile sospettare qualche frequentazione equivoca. Quasi vent’anni dopo l’avvocato della famiglia, Gennaro Egidio, smentì: «I motivi della scomparsa sono molto più banali di quello che si è fatto credere. Contrariamente alle dichiarazioni dei familiari, Emanuela di libertà ne aveva molta». Le nuove indagini confermarono: Emanuela era una ragazza normale. Le capitava di saltare la scuola e firmarsi la giustificazione da sola. Tra i ragazzi un po’ più grandi che frequentava ce n’erano alcuni che usavano stupefacenti, o che andavano a rimorchio di ragazze per le strade da quel punto di vista ottimamente frequentate intorno al Vaticano, a uno era capitato pure di prostituirsi. Secondo il legale sarebbe stato casomai opportuno scandagliare meglio il giro di amicizie dalla zia paterna. Egidio promise a Nicotri di dire qualcosa in più su quelle frequentazioni di zia Anna a breve, ma era malato e spirò prima di farlo. Nulla di speciale, se non, forse, che l’identikit alla santa Maria Goretti ostacolò forse sul momento la pista più ovvia, quella di un rimorchio da parte dello sconosciuto che offriva soldi facili e soprattutto visibilità patinata finito in tragedia. Fu infatti facile appurare che non c’era nessuna ricerca di volti nuovi da parte di quella società di cosmetici e che, in compenso, il marpione e forse peggio aveva già provato ad adescare fanciulle in quel modo, e nella stessa zona, altre volte. A rendere il caso qualcosa in più che non uno dei tanti casi di ragazze sparite che costellano da decenni le puntate di Chi l’ha visto? fu il papa in persona. Emanuela era cittadina vaticana e appena dieci giorni dopo, il 3 luglio, durante l’Angelus, Giovanni Paolo II lanciò un appello ai rapitori. Ne seguirono altri 7. Fu quell’appello a evocare la tempesta o si sarebbe prodotta comunque? Difficile, anzi impossibile dirlo. Di fatto, appena due giorni dopo, un uomo con accento americano telefonò in sala stampa vaticana per chiedere uno scambio con Alì Agca, il turco che nel 1981 aveva sparato al papa. Arrivarono altre telefonate: una a un’amica della giovane scomparsa: amica di fresca data, il cui numero di telefono Emanuela aveva segnato proprio poche ore prima di sparire. Altre 15 dall’’ Americano’ che i periti ipotizzarono potesse essere Paul Marcinkus, il cardinale al vertice della banca vaticana, lo Ior, in persona. Un anno dopo, tanto per restare in tema turco, arrivò anche la chiamata dei Lupi grigi, l’organizzazione in cui aveva militato Agca. Si scoprì poi che a chiamare erano invece i servizi tedeschi dell’est, per sviare dai colleghi bulgari il sospetto di aver organizzato l’attentato del 1981. A tirare in ballo la Magliana, già nel nuovo millennio, fu prima una telefonata anonima, poi Mancini, infine, e con dovizia di particolari Sabrina Minardi. Confusa, anche per via dei decenni di stupefacenti assunti nel frattempo, spesso incoerente, pasticciona sulle date, la (sedicente) ex amante di Renatino non si poteva né si può definire del tutto non credibile. Aveva parlato lei per prima di un rifugio sotterraneo che si prolungava per chilometri, al quale si poteva accedere da un appartamento nel quale sarebbe stata tenuta prigioniera Emanuela, e l’immenso sotterraneo, quasi una città sotto la metropoli, c’è davvero, con tanto di lago sotterraneo. Aveva raccontato di essere andata anche lei a prelevare la Orlandi, con una BMW, in quel 22 giugno 1983, e l’automobile è saltata fuori davvero, proprietà del faccendiere Flavio Carboni, uno dei ballerini impegnati nella danza macabra intorno a Roberto Calvi poco prima dell’impiccagione del banchiere sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, passata poi a uno dei tanti che gravitavano intorno alla Banda più celebrata della storia criminale italiana. Inevitabilmente il dossier spuntato dal Vaticano ricaricherà le batterie del carrozzone mediatico. Autorizzerà sospetti, permetterà di lanciarsi in nuove ipotesi, attirerà picchiatelli e bugiardi meno disinteressati. Forse ha ragione Nicotri, convinto che di misterioso, in questo caso, ci sia solo il nome del bastardo che dopo aver attirato Emanuela in trappola l’ha ammazzata. Ma anche al netto dei mitomani e dei depistatori, che in questo caso sono stati davvero una legione, è difficile evitare la sensazione che qualcosa di misterioso, nel giallo della povera Emanuela, ci sia davvero.

In Vaticano è boom di processi. Non c'è pace alla Congregazione della Dottrina della Fede dove si moltiplicano le denunce di scandali a carico di preti, vescovi e cardinali, scrive Orazio La Rocca il 22 marzo 2018 su "Panorama". Vescovi dimessi d'autorità per colpe legate a casi di violenze sessuali e di pedofilia nel clero. Ma anche per aver taciuto di fronte alle violenze di narcotrafficanti, di politici corrotti e bande armate. Cardinali costretti a difendersi in tribunale da accuse infamanti per presunti omessi controlli su preti pedofili delle loro diocesi. Come pure porporati coinvolti, direttamente o indirettamente, in operazioni finanziarie illecite e accusati di truffa. Inchieste giudiziarie, processi, sentenze clamorose, condanne. Non c'è pace alla Congregazione della Dottrina della Fede (l'ex Sant'Uffizio) retta da qualche mese dall'arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, 74 anni il prossimo 19 aprile. Negli ultimi tempi, il dicastero che sovrintende al giudizio sui grandi peccati del clero, è stato sottoposto ad un super lavoro per il moltiplicarsi di denunce arrivate da ogni parte del mondo su vicende legate a scandali di natura sessuale, finanziaria, compromissioni politiche a carico di preti, vescovi e, persino, cardinali. E, contrariamente al passato, i provvedimenti fioccano, e abbastanza velocemente, anche in seguito a quella “tolleranza zero” imposta da papa Francesco nei confronti dei prelati che si macchiano di colpe gravissime, a partire dalla pedofilia. Piaga dolorosissima sollevata dal pontefice in tante occasioni, anche nell'ultima udienza concessa alla Pontificia commissione per la tutela dell'infanzia, ai cui membri ha chiesto “più velocità e più decisione nei giudizi, perchè su questi problemi nella Chiesa c'è troppo ritardo e sono in troppi a far finta di niente”. E per essere ancora più incisivo, il Papa – nel corso della stessa udienza – ha annunciato il “potenziamento” del personale addetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per istruire più celermente i processi e portarli a conclusione nel più breve tempo possibile. Non a caso, tra i casi sottoposti dai vescovi italiani all'ex Sant'Uffizio, in pochi mesi ne sono andati a sentenza cinque, ed altre sono in dirittura d'arrivo. Stessa velocità decisionale anche per le denunce arrivate dal resto del mondo.

I provvedimenti. Come dimostra l'ultimo provvedimento emesso tre giorni fa dopo appena qualche mese di inchiesta fatta dal delegato papale, il cardinale Leo Raymond Burke, la condanna e la rimozione dalla guida della diocesi di Agana, nell'isola di Quam del Pacifico, dell'arcivescovo Anthony Sablan Apuron, francescano dell'ordine dei Cappuccini, accusato di abusi sessuali su minori in età giovanile. La sentenza è stata emessa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che ha dichiarato “l'imputato colpevole” e lo ha condannato “alla pena di cessazione dall'ufficio e il divieto di residenza nell'Arcidiocesi di Guam". Stessa sorte, ma per motivi politici, per monsignor Alfredo Zecca (69 anni, quindi lontano dai canonici 75 anni, l'età della pensione dei vescovi), rimosso dalla diocesi Tucuman, in Argentina, per non aver difeso la memoria di padre Juan Viroche, il sacerdote ucciso dai narcos nella sua parrocchia a La Florida. Padre Viroche è stato trovato lo scorso 5 ottobre impiccato nella sua chiesa, con sul corpo segni di percosse e ai piedi panche divelte e una statua del Crocifisso distrutta in seguito ad una colluttazione. Il sacerdote aveva denunciato i politici del posto di essere “compromessi” con i narcotrafficanti. Ma monsignor Zecca non lo ha assecondato, evidentemente per non mettersi contro le istituzioni locali. Non spira una buona aria nemmeno per il vescovo cileno Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del suo direttore spirituale, il sacerdote Fernando Karadima. Sulla vicenda il mese scorso ha indagato su incarico papale, l'arcivescovo Charles Scicluna, ex promotore di giustizia (sorta di pubblico ministero) dell'ex Sant'Uffizio dove ora è presidente della speciale Commissione per l'esame dei Delicta Riservata. Scicluna ha sentito le vittime ed i testimoni – allargando la sua inchiesta anche a presunti casi denunciati negli istituti cileni dei Fratelli Maristi -, ed ora la sua relazione è al vaglio della Congregazione. Ma nemmeno il Sacro Collegio cardinalizio si salva dalle “attenzioni” della Congregazione della Dottrina della Fede, con due notissimi cardinali costretti a difendersi da accuse piuttosto scomode, George Pell e Oscar Maradiaga. Il cardinale Pell, il super ministro dell'Economia, è in Australia su “permesso” del papa per difendersi in tribunale da chi lo accusa di presunto mancato controllo sui preti p