Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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IL COMUNISTA

BENITO MUSSOLINI

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

Da Molfettadiscute.com

Da Malpensanews.it

Da Skepticism

Da Biografieonline.it

Da Francolondei.it

Da Ilgiornale.it

Da i45.tinypic.com

Da Wikimedia.org

Da Ilduce.net

Da Dagospia.com

Da Repubblica.it

 

 

LA MAFIA TI UCCIDE, TI AFFAMA, TI CONDANNA

IL POTERE TI INTIMA: SUBISCI E TACI

LE MAFIE TI ROVINANO LA VITA. QUESTA ITALIA TI DISTRUGGE LA SPERANZA

UNA VITA DI RITORSIONI, MA ORGOGLIOSO DI ESSERE DIVERSO

 

SOMMARIO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

COMUNISTA/FASCISTA A CHI?

INTRODUZIONE. PIU’ COMUNISTA DI COSI’.

DIO, PATRIA, FAMIGLIA.

LA PROPAGANDA E L'OSSESSIONE ANTIFASCISTA.

L’APOLOGIA DEL FASCISMO.

CONTRO LA CONGIURA DEL SILENZIO E DELLA MENZOGNA.

IL COROLLARIO DI PERSONAGGI.

I REGIMI TOTALITARI FIGLI DEL SOCIALISMO/COMUNISMO.

LA MASSONERIA ED IL NAZI-FASCISMO-COMUNISMO.

GLI ACCORDI SEGRETI DEI GERARCHI.

IL MUSSOLINI LIBERALE.

BENITO MUSSOLINI. UN COMUNISTA UCCISO DAI COMUNISTI.

QUANDO I NAZISTI CORTEGGIAVANO IL DUCE.

ALCUNE CITAZIONI DI BENITO MUSSOLINI

IL DUCE COMUNISTA.

IL DUCE ISLAMISTA.

IL FEDIFRAGO BENITO MUSSOLINI.

IL BENITO ROMANZIERE.

IL BENITO DRAMMATURGO.

MUSSOLINI GIORNALISTA. ODIERNO COMUNISTA.

IL FASCISMO E' DI SINISTRA!

CHI HA UCCISO BENITO MUSSOLINI?

MUSSOLINI. MORO, CRAXI. COME MUORE UNO STATISTA ITALIANO NON COMUNISTA.

LA ZONA GRIGIA. LA LOTTA DI CLASSE, LA REPUBBLICA SOCIALE (SALO’) ED IL REGNO DEL SUD.

25 APRILE. DATA DI UNA SCONFITTA.

L’ITALIA DELLE MENZOGNE.

E LA CHIAMANO DEMOCRAZIA…

IN QUESTO MONDO DI LADRI.

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

L'UGUAGLIANZA E L’INVIDIA SOCIALE.

BERLINGUERISMO. I MITI DELLA SINISTRA.

BELLA CIAO: INNO COMUNISTA E DI LIBERTA’ DI SINISTRA.

L’INTELLIGENZA E’ DI SINISTRA?

L’OLOCAUSTO COMUNISTA.

LE FOIBE E LA CULTURA ROSSO SANGUE DELLA SINISTRA COMUNISTA.

REVISIONISMO STORICO.

REVISIONISMO. IL LINCIAGGIO DI RENZO DE FELICE.

REVISIONISMO. IL LINCIAGGIO DI GIAMPAOLO PANSA.

SIAM TUTTI FIGLI DI FASCISTI. I VOLTAGABBANA E L’INTELLETTUALE COLLETTIVO.

IL TRAVESTITISMO.

IL MINISTERO DELLA CULTURA POPOLARE (MINCULPOP) FASCISTA/COMUNISTA.

IL FASCISMO E GLI EROI DI CARTONE.

IL TRIBUNALE DEL DUCE. IL TRIBUNALE SPECIALE PER LA DIFESA DELO STATO.

LE LEGGI RAZZIALI FASCISTE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

 c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

 ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori. 

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!      

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

 

  

 

 

 

 

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Caso Bellomo, le forti parole di Filippo Facci dopo le testimonianze delle allieve, scrive robertogp il 28/12/2017 su "NewNotizie.it". Come redazione di ‘NewNotizie.it‘ abbiamo preferito non parlare della pietosa vicenda riguardante il consigliere di Stato Francesco Bellomo, il quale si trova adesso indagato dalla procura di Bari, Milano e Piacenza per estorsione, atti persecutori e lesioni gravi. In breve, Francesco Bellomo, consigliere di Stato nonché magistrato, conduceva dei corsi volti ad affrontare al meglio l’esame di accesso alla magistratura; l’accusa rivoltagli negli ultimi giorni si precisa in diverse testimonianze di allieve o ex allieve che accusano l’uomo di alcune clausole molto particolari presenti nel contratto d’iscrizione ai suoi corsi. Veniva ad esempio richiesto alle studentesse di recarsi al corso truccate, con tacchi alti, minigonna e altre peculiarità espresse nel dettaglio all’interno del contratto. Altre bizzarre clausole erano presenti nel foglio da firmare, quali ad esempio che il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo o addirittura la revoca della borsa di studio in caso di matrimonio. Filippo Facci, giornalista di ‘Libero Quotidiano‘ ha espresso il suo parere riguardo la vicenda sostenendo che le allieve che hanno sporto denuncia abbiano “una fisiologica propensione a essere zoccole (auguri per qualsiasi carriera) oppure siano troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato”. Seppur i toni siano decisamente sopra le righe, Facci spiega con tre motivazioni il perché di una frase così forte: “Il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l’ esame per magistrato; i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi e infine, alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso”. Facci ricorda infine che “l’ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali”. Mario Barba

Filippo Facci per Libero Quotidiano il 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

“La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

Intervista al sociologo storico Antonio Giangrande, autore di un centinaio di saggi che parlano di questa Italia contemporanea, analizzandone tutte le tematiche, divise per argomenti e per territorio.

Dr Antonio Giangrande di cosa si occupa con i suoi saggi e con la sua web tv?

«Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché dice che “La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

«Libri, 6 italiani su dieci non leggono. In Italia poi si legge sempre meno. Siamo tornati ai livelli del 2001. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". La gente usa esclusivamente i social network per informarsi tramite lo smartphone od il cellulare. Non usa il personal computer perchè non ha la fibra in casa che ti permette di ampliare più comodamente e velocemente la ricerca e l'informazione. La gente, comunque, non va oltre alla lettura di un tweet o di un breve post, molto spesso un fake nato dall'odio o dall'invidia, e lo condivide con i suoi amici. Non verifica o approfondisce la notizia. Non siamo nell'era dell'informazione globale, ma del "passa parola" totale. Di maggiore impatto numerico, invece, è la ricerca sui motori di ricerca, non di un tema o di un argomento di cultura o di interesse generale, ma del proprio nome. Si digita il proprio nome e cognome, racchiuso tra virgolette, per protagonismo e voglia di notorietà e dalla ricerca risulta quanti siti web lo citano. Non si aprono quei siti web per verificare il contenuto. Si fermano sulla prima frase che appare sulla home page di Google o altri motori similari, estrapolata da un contesto complesso ed articolato.  Senza sapere se la citazione è diffamatoria o meritoria o riconducibile all'autore da lì partono querele, richieste di rimozione per diritto all’oblio o addirittura indifferenza».

Ha un esempio da fare sull’impedimento ad informare?

«Esemplari sono le querele e le richieste di rimozione. Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento)».

E sull’indifferenza…

«Le faccio leggere un dialogo tra me e un tizio che mi ha contattato. Uno dei tanti italiani che non si informa, ma usa internet in modo distorto. Uno di quel popolo di cercatori del proprio nome sui motori di ricerca e che vive di tweet e post. Un giorno questo tizio mi chiede “Lei ha scritto quel libro?”

E' un saggio - rispondo io. - L'ho scritto e pubblicato io e lo aggiorno periodicamente. A tal proposito mi sono occupato di lei e di quello che ingiustamente le è capitato, parlandone pubblicamente, come ristoro delle sofferenze subite, pubblicando l'articolo del giornale in cui è stato pubblicato il pezzo. Inserendolo tra le altre testimonianze. Comunque ho scritto anche un libro sul territorio di riferimento. Come posso esserle utile?

“Volevo giusto capire, io mi sono imbattuto per caso nell'articolo, cercando il mio nome... E sotto l'articolo ho visto un link che mi collegava al suo saggio...Capire più che altro perché prendere articoli di giornale su altra gente e farne un saggio... Sono solo curiosità”.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte - spiego io. - I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale. In generale. Dico, in generale: io non esprimo mie opinioni. Prendo gli articoli dei giornali, citando doverosamente la fonte, affinchè non vi sia contestazione da parte dei coglioni citati, che siano essi vittime, o che siano essi carnefici. Perchè deve sapere che i primi a lamentarsi sono proprio le vittime che io difendo attraverso i miei saggi, raccontando tutto quello che si tace.

"Siccome io le ho detto mi sono solo imbattuto per "caso"... Io ho visto questa cosa e sinceramente l'ho letta perché ho visto il mio nome, ma se dovessi prendere il suo saggio e leggerlo non lo farei mai. Perché: Cerco di lavorare ogni giorno con le mie forze. I miei aggiornamenti sono tutt'altro. Faccio tutto il possibile per offrirmi un futuro migliore. Sono sempre impegnato e non riuscirei a fermarmi due minuti per leggere".

Rispetto la sua opinione - rispondo. - Era la mia fino ai trent'anni. Dopo ho deciso che è meglio sapere ed essere che avere. Quando sai, nessuno ti prende per il culo...

"Ma per le cose che mi possono interessare per il mio lavoro e il mio futuro nessuno mi può prendere per il culo ... Poi è normale che in ogni campo ci sia l'esperto…"»

Come commenta...

«Confermo che quando sai, nessuno ti prende per il culo. Quando sai, riconosci chi ti prende per il culo, compreso l’esperto che non sa che a sua volta è stato preso per il culo nella sua preparazione e, di conseguenza sai che l’esperto, consapevole o meno, ti potrà prendere per il culo».

Comunque rimane la soddisfazione di quei quattro italiani su dieci che leggono.

«Sì, ma leggono cosa? I più grandi gruppi editoriali generalisti, sovvenzionati da politica ed economia, non sono credibili, dato la loro partigianeria e faziosità. Basta confrontare i loro articoli antitetici su uno stesso fatto accaduto. Addirittura, spesso si assiste, sulle loro pagine, alla scomparsa dei fatti. Di contro troviamo le piccole testate nel mare del web, con giornalisti coraggiosi, ma che hanno una flebile voce, che nessuno può ascoltare. Ed allora, in queste condizioni, è come se non si avesse letto nulla».

Concludendo?

«La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla...e vota. Nel paese degli Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, i nostri politici sono generatori automatici di promesse (non mantenute), osannati da giornalisti partigiani. Questa gente che non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla, voterà senza sapere che è stata presa per il culo, affidandosi ai cosiddetti esperti. I nostri politici gattopardi sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti»

L'informazione sulla politica? In Italia è troppo di parte (per 6 lettori su 10). I risultati di una ricerca del Pew Research Center di Washington in 38 Paesi: l'Italia è tra gli Stati dove la fiducia nell'imparzialità dell'informazione politica è più bassa. Per sette giovani su 10 è la Rete il luogo principale dove trovare notizie, scrive Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, il 11 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Solo il 36% degli italiani pensa che giornali, televisioni e siti web riportino in modo accurato le diverse posizioni politiche. Tra i Paesi occidentali solo gli spagnoli, con il 33%, e i greci, con il 18%, sono più critici. (In fondo all'articolo, la classifica completa). È uno dei risultati emersi dallo studio del Pew Research Center di Washington, appena pubblicato. Una ricerca di grande impegno, condotta dal 16 febbraio al 8 maggio 2017, raccogliendo 41.953 risposte in 38 Paesi.

Precisione e attendibilità. In tempi di «fake news» (qui la guida di Milena Gabanelli e Martina Pennisi), gli analisti del Pew Center hanno chiesto quanto siano considerati precisi, attendibili i media sui temi della politica. Tra gli Stati occidentali spiccano le percentuali di chi approva il lavoro di stampa e tv nei Paesi Bassi (74%), in Canada (73%) e in Germania (72%). Segue il gruppo intermedio con Svezia (66%) Regno Unito (52%), Francia (47%). Italia, Spagna e Grecia sono in coda. Negli Stati Uniti, già provati da un anno di presidenza di Donald Trump, il 47% degli interpellati apprezza il modo in cui vengono trattate le notizie politiche.

Meglio sugli Esteri. I numeri cambiano, anche sensibilmente, su altri quesiti. In Italia, per esempio, il 46% considera accurata l’informazione che riguarda l’azione di governo; il 60% quella sui principali eventi mondiali. In generale, considerando tutti i Paesi, il 75% del campione non considera accettabile un’informazione apertamente schierata su una posizione politica e il 52% promuove i media.

Per 7 giovani su 10 l'informazione è in Rete. Interessante anche il capitolo sulle news online. Si parte da un esito scontato, (i giovani si informano su Internet), per arrivare a compilare una classifica sul gap tra le diverse fasce di età tra gli utenti del web. Al primo posto il Vietnam, dove l’84% dei giovani tra i 18 e i 29 anni consulta la rete almeno una volta al giorno, contro solo il 10% degli ultra cinquantenni (gap pari al 74%). L’Italia è al terzo posto: 70% di giovani e 25% di navigatori oltre i cinquant’anni (gap del 45%). Gli Stati Uniti sono il Paese dove le distanze generazionali sono più ridotte: il 48% del pubblico più anziano consulta Internet, contro il 69% dei più giovani.

DUE PESI E DUE MISURE. Nicola Porro: "Fake news? No: se le scrive Repubblica, il giornale progressista", scrive il 28 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". "Le fake news sono tali solo se non riguardano un tema politicamente corretto e non sono scritte a titoli cubitali...", scrive Nicola Porro sul suo profilo Twitter. Repubblica, sottolinea il vicedirettore de Il Giornale, "a pagina 4 sparava con grande evidenza un numero impressionante: 6.788.000. E la didascalia recitava: Italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza pari al 31,6%". Peccato che questa notizia sia assolutamente "falsa, doppia come un gettone. Il tutto a corredo di un pezzo che chiede maggiori risorse contro il femminicidio: cioè maggiori tasse per far sì che una donna su tre (così spiega la didascalia) non debba più subire ignobili violenze". Quel numero, continua Porro, "è un macigno" e "il giornale antibufale per eccellenza, e cioè Repubblica", non ci dice "da dove esce". Bene, continua Porro, "nasce da un rapporto Istat del 2015 su dati del 2014", e "non si tratta di un dato puntuale, ma di un sondaggio. Cioè non ci sono 6,7 milioni di donne che hanno denunciato o lamentato o raccontato una violenza. C’è un sondaggio su un campione di 24.761 donne". Proprio così. Non solo, "si dice che il 31,6% delle donne italiane subisce violenza". Ma la maggior parte di loro subisce quella psicologica: il 22% della popolazione nazionale secondo l'Istat, e cioè 4,4 milioni su 6,7 milioni delle loro stime, si lamenta solo della violenza psicologica e non già di quella fisica. Grave comunque, ma ci sarà una differenza tra l’una e l’altra".

Firenze, le fake news dei giornali sugli stupri inventati. Diversi quotidiani nazionali hanno pubblicato la notizia: A Firenze nel 2016 false 90% delle denunce per violenza sessuale. Il questore smentisce, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca l'11 settembre su "it.blastingnews.com". “Tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a #Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. È questo il passaggio incriminato, privo di virgolette nella versione originale, di un articolo apparso il 9 settembre scorso sui quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, a margine di una intervista al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sui fatti legati all’ancora presunto stupro di Firenze. Anche altre testate, tra cui Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino (o, almeno, questa la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto Quotidiano Luisiana Gaita) hanno poi rilanciato la notizia che, però, si è rivelata essere una #Fake News, una bufala insomma. A smentire i Media ci ha pensato il questore di Firenze Alberto Intini: “Secondo la banca dati della polizia solo 51 denunce per#violenza sessuale nel 2016 e, nei primi 9 mesi del 2017, solo 3 da parte di ragazze americane”. Di fronte alla presunta fake news smascherata, Stampa e Secolo decidono di non mollare, virgolettano la frase da loro pubblicata e la attribuiscono a una non meglio precisata “fonte istituzionale attendibile”, anche se coperta dal segreto professionale. Dunque, a Firenze, nel 2016, ci sono state tra le 150 e le 200 denunce per violenza sessuale (reato che va dal palpeggiamento al vero e proprio stupro), oppure solo 51?. E poi, è vero che le denunce presentate dalle donne americane sarebbero false per il 90%? Sostenitori della prima tesi sono, come detto, le redazioni di Stampa e Secolo le quali, nella nota apparsa successivamente in calce al pezzo contestato, spiegano che “i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat”. Una pezza di appoggio abbastanza fumosa che, infatti, il procuratore di Firenze Intini contraddice fornendo i numeri provenienti dalla banca dati della polizia. Per non parlare dell’altra fake news che tutte le studentesse Usa in Italia sarebbero assicurate contro lo stupro Infatti, come ha spiegato anche Gabriele Zanobini, avvocato delle due ragazze protagoniste della vicenda, l’assicurazione stipulata dalle donne americane che si recano in Italia è generica e comprende ogni tipo di incidente o aggressione in cui si può incorrere.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.  Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni! I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

FAKE NEWS, GIORNALI E MORALISMI SENZA PIÙ NOTIZIE, scrive Alessandro Calvi il 22 dicembre 2017 su "Stati Generali". Certo, il problema sono le fake news; eppure, si dovrebbe dire anche dell’informazione di carta, di certe sue degenerazioni; o forse oramai è tardi, forse l’informazione è già morta e quello pubblicato dalla Stampa mercoledì 22 novembre – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – ne è il perfetto necrologio. Quella frase l’ha scritta Mattia Feltri dopo aver chiesto scusa ai lettori per aver costruito un pezzo su una notizia poi rivelatasi falsa; e però quella chiusa – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – sembra dirci che i giornali oramai ritengono di poter fare a meno di fatti e notizie, accontentandosi delle opinioni, anche di quelle costruite su notizie false; il necrologio del giornalismo, appunto. La storia è piuttosto semplice. Feltri aveva dedicato una puntata della sua rubrica «Buongiorno» alla notizia secondo cui una bimba di 9 anni sarebbe andata in sposa a un uomo di 45 anni e poi da questo sarebbe stata violentata; tutto si sarebbe svolto nella comunità musulmana di Padova. Ebbene, dopo aver spiegato che di questo genere di storie si conosce poco o nulla poiché «avvengono dentro comunità chiuse, regolate dalla connivenza, persuase di essere nel giusto per volere divino», Feltri ricordava la «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta, un po’ genericamente recriminatoria» contro «i Weinstein e i Brizzi di tutto il mondo» e concludeva: «Tanta agitazione per ragazze indotte o costrette a concedersi in cambio di una carriera nel cinema è comprensibile e condivisibile, ma tanto silenzio per donne e bambine sequestrate a vita, in cambio di niente, è spaventoso». Ecco: peccato che alla fine sia uscito fuori che la storia della sposa bambina era falsa. A Feltri non è restato che ammettere l’errore e chiedere scusa, non rinunciando però ad affermare che, sebbene la notizia fosse falsa, «la riflessione sopravvive». E invece no: ché, anzi, a sopravvivere è semmai tutto quell’apparato fatto di notazioni e coloriture – «tanta agitazione» o «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta» – il quale, al venir meno dei fatti, si rivela per quello che è: una semplice impalcatura ideologica, forse persino un po’ infastidita da quella «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta». Tuttavia, il problema non è certo Feltri al quale piuttosto si dovrebbe riconoscere d’essere un gran signore avendo fatto ciò che pochi fanno: ammettere l’errore e chiedere scusa. D’altra parte, capita a tutti di sbagliare, soprattutto se ogni giorno – ogni giorno! – si è costretti a trarre una morale dalle notizie, con metodo oramai quasi industriale; è capitato anche al più inossidabile, al più inarrestabile, tra i dispensatori di morali e opinioni, Massimo Gramellini; la ricostruzione che fornì Alessandro Gilioli sull’Espresso di uno di questi errori – e di mezzo c’è sempre una fake news presa per buona – vale la lettura. Ma, appunto, il problema non è l’errore in sé, poiché l’errore può capitare. Il problema, sta invece nell’essere oramai diventata accettabile – tanto che non s’è visto alzarsi neppure un sopracciglio – un’affermazione come quella secondo cui «la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive». Il problema riguarda una idea di giornalismo che sembra prescindere dai fatti, per cui le opinioni oramai precedono la cronaca la quale spesso trova spazio soltanto se è in grado di confermare le opinioni, altrimenti se ne fa a meno, poiché comunque «la riflessione sopravvive». Il problema sta insomma nel fatto che l’informazione è stata da tempo ridotta a mero dispensario di opinioni, anche senza più fatti a sostegno. Di recente, sugli Stati Generali, è stato pubblicato un intervento – «Se noi giornalisti siamo sempre meno credibili, ci sarà un perché» – di Fabio Martini, anch’egli giornalista del quotidiano La Stampa, col quale non si può che concordare. E, peraltro, da queste parti si è ragionato spesso sulla crisi del giornalismo, e in particolare sulle conseguenze della marginalizzazione della cronaca. Lo si era fatto ad esempio prendendo spunto da fatti drammatici, come le stragi delle quali i quotidiani quasi non danno più notizia, e si era fatto lo stesso anche a partire da vicende più vicine, come il mancato racconto dell’agonia del lago di Bracciano. Di recente lo si è fatto a proposito di come l’informazione ha trattato le vicende di Ostia e del Virgilio. Comunque sia, il tema è sempre lo stesso: dai primi anni Novanta la cronaca inizia a essere massicciamente sostituita da altro, in particolare dai retroscena; e questo cambia tutto: cambia l’informazione e cambia anche il rapporto tra giornali e potere. «Sulle pagine dei giornali – si perdonerà l’autocitazione da quell’articolo che prendeva a pretesto la vicenda di Ostia per parlare di giornalismo – si affacciano sempre più massicciamente spifferi di Palazzo, brogliacci, verbali. Sembra che il lettore, attraverso la lettura di un verbale riportato pedissequamente dai giornali, possa essere immerso dentro la notizia senza più filtri né mediazioni. Sembra una rivoluzione. È invece l’esatto opposto. Per farsene una idea, basterebbe chiedersi chi dirige il traffico, chi sceglie quali verbali far uscire e quali spifferi lasciar trapelare. Ecco: per lo più, sono le fonti a stabilirlo, se non altro perché sono le fonti che conoscono a fondo il contesto. Insomma, sostituendo lo spazio della cronaca con il retroscena e rarefacendo sempre più il tradizionale lavoro di inchiesta giornalistica, i giornali si sono disarmati e consegnati alle fonti, quindi al potere». Il passaggio dalla cronaca al retroscena, e l’affermarsi progressivo delle opinioni sui fatti, finisce per trasformare anche la scrittura dei giornali. Il linguaggio della cronaca diventa sempre più simile a quello degli editoriali, intessuto di pedagogismi e di toni moralisticheggianti che non dovrebbero trovare spazio nel resoconto di un fatto. Anche questo contribuisce ad allentare il rapporto con la realtà, finendo per trasformare la cronaca – quando ancora trova spazio in pagina – in un racconto di maniera che non dice più molto del mondo. E non è ancora tutto. In questi giorni sono usciti in libreria due libri – non uno, due! – che Michele Serra ha dedicato alla rubrica che da anni cura per Repubblica, «L’amaca». In quello dei due che costituisce l’esegesi dell’altro, Serra scrive che gli anni nei quali iniziò a scrivere corsivi – «gli anni della post-ideologia», afferma – non erano più quelli di Fortebraccio e della sua ferrea faziosità. In realtà, rispetto all’epoca di Fortebraccio stava cambiando soprattutto il contenitore nel quale il corsivo veniva collocato: stavano cambiando i giornali e stava cambiando persino il giornalismo. Prima, informazione era per lo più il resoconto di un fatto e quindi aveva un senso l’esistenza di editoriali e corsivi; poi, con la marginalizzazione della cronaca e l’editorializzazione dell’intero giornale, i corsivi finiscono annegati in un mare di opinioni senza più cronaca, poiché, come s’è appena visto, la cronaca ha lasciato il posto al retroscena il quale ha a sua volta contribuito all’avvicinamento della informazione al potere attraverso il disarmo nei confronti delle fonti. In questo contesto, anche la funzione dei corsivi finisce per essere stravolta rispetto all’epoca di Fortebraccio: e il rischio permanente è che si passi dal graffio contro il potere al moralismo che accarezza lo stato delle cose e che massaggia il potere o la pancia dei lettori. Imboccata questa strada – sostituita la cronaca con il retroscena, scollegata l’informazione dai fatti, ridottala a ragionamento che può essere persino basato su una notizia falsa, stravolta infine la funzione dei corsivi – i giornali si sono ridotti a raccontare sempre meno le cose del mondo e per questo hanno sempre meno lettori e sono sempre più in crisi. A sentire chi i giornali li fa, però, il problema sarebbe soprattutto quello delle fake news o della rete che ruba lettori. E quindi si finisce per ritenere che la soluzione per recuperare lettori e credibilità sia quella di differenziarsi dalla rete, lasciando alla stessa rete il notiziario e concentrandosi ancor di più sulle opinioni. Lo ha spiegato piuttosto chiaramente il direttore di Repubblica Mario Calabresi presentando la nuova veste del giornale, scrivendo di aver addirittura «raddoppiato lo spazio per le analisi e i commenti». Bene. Ma davvero abbiamo bisogno di tutte queste opinioni? Possibile che si abbia tutta questa sfiducia nella capacità dei lettori – sempre che ai lettori si raccontino anche i fatti – di formarsi da sé una opinione? Non sarà, infine, che a forza d’andar dietro alle opinioni si stia rischiando di rendere ancor più flebile il rapporto tra giornali e fatti, oltre a quello oramai quasi evanescente tra giornali e lettori? Lo dirà il tempo. Tuttavia, proprio nel giorno in cui Calabresi annunciava il raddoppio delle analisi e dei commenti, la nuova Repubblica esordiva in edicola con una grande intervista al premier spagnolo Rajoy firmata dallo stesso Calabresi e posta in apertura di edizione. Quello stesso giorno, gli altri giornali raccontavano come Amsterdam avesse sfilato a Milano l’Agenzia europea del farmaco anche per il mancato accordo tra governo italiano e governo spagnolo. Ebbene, nella intervista uscita su Repubblica al capo di quel governo non c’era neppure una domanda su quel fatto. Sarà stata un scelta di opportunità, sarà stato perché l’intervista era stata chiusa prima, comunque si è rimasti con la sensazione che mancasse qualcosa. Quella scelta è stata legittima, certo; difficile però poi lamentarsi se i lettori quel qualcosa non lo cerchino più nei giornali.

Una Costituzione troppo elogiata. Commenti positivi si arrestano sistematicamente alla prima parte del testo, mentre la seconda è ampiamente discutibile e discussa, scrive Ernesto Galli della Loggia il 12 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Non si può proprio dire che abbia destato un grande interesse il settantesimo anniversario appena trascorso dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica. Alla fine dell’anno passato, l’evento è stato naturalmente e doverosamente commemorato da tutte le autorità del caso ma nella più completa distrazione della gente immersa nelle festività natalizie. E altrettanto doverosamente esso ha innescato l’ormai consueto ciclo di celebrazioni ufficiali. Che stavolta ha preso la forma di un «viaggio della Costituzione» – organizzato dalla Presidenza del Consiglio - attraverso dodici città italiane ognuna destinata a essere sede di una lezione su un tema centrale della Carta (tra i quali temi fanno bella mostra di sé Democrazia e Decentramento, Stato e Chiesa e Diritto d’asilo, Solidarietà e Lavoro, mentre manca, assai significativamente, il tema della Libertà). Come di prammatica è stata organizzata anche una mostra itinerante, ovviamente multimediale, nella quale ciascuno dei dodici articoli principali è commentato dalla voce di Roberto Benigni, confermato anche in questa occasione nel suo ruolo ormai ufficiale di aedo della Repubblica. Paradossalmente, tuttavia, proprio l’assenza d’interesse da parte del pubblico unita alla piattezza celebrativa condita dei soliti discorsi esaltanti il «testo vivo» della Carta, la sua «sintesi mirabile» e così via magnificando, sono serviti a sottolineare per contrasto qualcosa che è assolutamente peculiare della nostra scena pubblica. Vale a dire la centralità che in essa ha la Costituzione. Una centralità beninteso tutta verbale, fatta per l’appunto di un continuo discorrere sulla Costituzione in ogni circostanza plausibile e implausibile, di una sua incessante evocazione ed esaltazione, di una profusione di elogi per ogni suo aspetto: per la sua saggezza, per la sua lungimiranza, completezza, incisività, bellezza stilistica, e chi più ne ha più ne metta. Credo che in tutta Europa non esista una Carta costituzionale fatta oggetto di un altrettanto inarrestabile fiume di parole laudative, così come credo che non esista un’altra classe politica (ma ci si aggiungono volentieri anche preti e vescovi) che se ne riempia tanto la bocca come quella italiana. A cominciare da coloro che rappresentano le istituzioni, il cui discorso, appunto, è, per la massima parte e in qualsivoglia circostanza più o meno «nobile», una trama di richiami di volta in volta ammonitori o storico-encomiastici alla Costituzione. È una caratteristica così tipicamente italiana da richiedere una spiegazione. La quale credo stia nel fatto che l’ufficialità italiana, non riuscendo a immaginarsi depositaria di un qualunque destino collettivo né investita di una qualunque prospettiva nazionale, non considerandosi attrice credibile e tanto meno portavoce di un qualunque futuro significativo del Paese, sa di non poter fare altro che richiamarsi al passato. Quando in una qualunque circostanza celebrativa la suddetta ufficialità è chiamata a dire di sé e di ciò che rappresenta in modo «alto», essa sa di non essere in grado di spingere lo sguardo avanti, di non avere la statura per dar voce a un progetto o a un destino, e quindi è costretta inevitabilmente a volgere lo sguardo all’indietro, solo all’indietro: cioè per l’appunto alla Costituzione. Naturalmente uno sguardo essenzialmente contemplativo: infatti, lungi dall’essere una retorica in vista dell’azione, la retorica ufficiale della Repubblica è vocazionalmente una retorica della memoria. La dimensione dei foscoliani «Sepolcri», insomma, è ancora e sempre la nostra: anche se oggi priva degli «auspici» che a suo tempo secondo il poeta da essi avremmo dovuto trarre. C’è ancora una considerazione da fare circa il discorso sulla Costituzione tipico della ufficialità italiana. Ed è che esso, nella sua abituale, pomposa, glorificazione del testo, tende sistematicamente a nascondere due verità. La prima è che forse quel testo medesimo così compiuto e perfetto non è, visto che fino a oggi sono almeno 16 (per un totale di oltre venti articoli) le modificazioni che è stato ritenuto utile o necessario apportarvi: e quasi sempre su aspetti per nulla secondari. La seconda verità nascosta dalla magniloquenza celebrativa quando nei suoi elogi si arresta, come fa sistematicamente, alla prima parte della Carta, riguarda la natura viceversa ampiamente discutibile e discussa della seconda parte, quella che tratta dei modi in cui il Paese è quotidianamente e concretamente governato e amministrato. Non a caso il modo come in Italia funzionano l’esecutivo, la giustizia, le Regioni o la burocrazia, non è mai fatto oggetto di attenzione e tanto meno di elogi dal discorso sulla Costituzione. Accortamente i ditirambi sono riservati solo ai massimi principi: alla solidarietà, al ripudio della guerra o al diritto allo studio e via dicendo. Sul resto, silenzio. Con il risultato che modificare ciò che pure a giudizio di moltissimi andrebbe modificato di questa seconda parte si rivela da sempre di una difficoltà titanica, dal momento che la cosa può facilmente essere fatta passare per un subdolo attacco ai principi suddetti. Ma se la Costituzione è così massicciamente presente nel discorso pubblico italiano questo avviene per un’ultima ragione, pure questa patologica. E cioè perché essa viene continuamente adoperata come arma contundente nella lotta politica quotidiana, piegata a suo uso e consumo. In realtà è la Costituzione stessa che si presta a esser adoperata in tal modo. Infatti, il lungo elenco di articoli dal 29 al 47 — articoli astrattamente prescrittivi riguardanti i rapporti «etico sociali» ed economici (l’astrattezza sta nello stabilire come obbligatori per la Repubblica, nella forma perlopiù di altrettanti «diritti» dei cittadini, una lunga serie di costosissimi obiettivi di una vasta quanto assoluta genericità) — tali articoli, dicevo, si prestano molto bene a essere fatti valere a difesa polemica di qualsiasi esigenza contro qualsiasi politica di qualsiasi governo. Non a caso, un tale uso strumentalmente politico della Costituzione cominciò fin dalla sua entrata in vigore, e si può dire che da allora non ci sia stato esecutivo italiano di destra o di sinistra che nelle più svariate occasioni non sia stato accusato in un modo o nell’altro di violare la Costituzione. Inutile dire quanto anche una simile pratica abbia contribuito e contribuisca a impedire che intorno alla Costituzione stessa si formi quell’aura di «sacralità» che invano i suoi celebratori vorrebbero.

COMUNISTA/FASCISTA A CHI?

Salvini, Di Maio o Renzi? Gli elettori del PD alla Leopolda non distinguono le dichiarazioni dell'ex leader politico del partito. Gli elettori del PD alla Leopolda non distinguono Matteo Renzi da Matteo Salvini. Scrive Saverio Tommasi il 23 ottobre 2018 (Video pubblicato su Striscia La Notizia di Canale 5 il 31 ottobre 2018. Sono stato alla Leopolda di Matteo Renzi per provare un esperimento sociale: sottoporre agli elettori del PD le dichiarazioni di Matteo Renzi, ma senza dire loro che le aveva pronunciate proprio il loro leader: Renzi.  Così le ho lette e ho chiesto loro di indovinare se le avesse pronunciate Luigi Di Maio o Matteo Salvini, attribuendo così la loro autenticità a uno dei due, invece che al loro vero autore: Matteo Renzi. Gli elettori di Matteo Renzi avranno riconosciuto l'autore delle dichiarazioni che abbiamo sottoposto loro? O le avranno attribuite davvero a Salvini e Di Maio? E quali saranno stati i loro commenti su tali dichiarazioni, non sapendo che le aveva pronunciate il loro leader Renzi, ma i due avversari politici Matteo Salvini e Luigi di Maio? Tutte le risposte le trovate nel video. IMPORTANTE: il video è sostanzialmente un gioco, teso soprattutto a mostrare come molti leader parlino in modo simile, con dichiarazioni talvolta interscambiabili. Non c'è nessuna volontà di presa in giro di elettori ed elettrici che anzi partecipano attivamente alla vita democratica di un partito o di un movimento, e questo è sempre un bene, qualunque sia quel partito o quel movimento. La volontà è invece quella di spingerci verso la memoria, per non scordare quello che i leader - di qualunque partito - dichiarano o promettono. Video di: Giampaolo Mannu e Saverio Tommasi.

Il fascistometro a premi. 24 domande per sapere da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo, scrive il 31 Agosto 2014 Domenico Maltoni dalla sezione delPartito Comunista Lavoratori Romagna. Vi proponiamo il solito giochetto estivo, per passare il tempo ma anche per esercitare il senso critico: il Fascistometro. Un questionario per misurare la quantità di autoritarismo attualmente presente nel nostro paese. Il fascismo fu il livello massimo di autoritarismo dello Stato mai raggiunto in epoca moderna, per cui ci appare lontano più di quanto lo sia realmente negli anni. Ma il fascismo, come tutti i sistemi di governo e di potere, non è ciò che appare ai posteri ma ciò che appariva e come veniva percepito a livello di massa nel periodo in cui c’era. Dobbiamo infatti considerare che qualsiasi sistema politico, una volta stabilizzato, (il fascismo durò vent’anni), non si regge mai sulla pura coercizione ma anche su una certa quantità di consenso, non solo fra le classi dirigenti ma anche a livello popolare. Ma pure il consenso va qualificato; il consenso di massa al fascismo fu passivo, conformista e organizzato dall’alto con tecniche pubblicitarie assolutamente all’avanguardia per i tempi. Insomma quando c’era il fascismo la maggior parte della gente non sapeva che ci fosse, nel senso che quello era la realtà e non poteva esistere nient’altro. Questo fu possibile perché il fascismo si affermò con la sconfitta del movimento operaio, anzi fu lo strumento della borghesia e delle classi medie per reprimere le rivendicazioni dei movimenti proletari, operai e contadini. Lascio a voi le conclusioni: rispondendo alle domande del Fascistometro potrete misurare la quantità di fascismo che, secondo voi, è attualmente in vigore nel nostro paese. Ad ogni domanda rispondete dando un punteggio da uno a dieci. Una volta risposto a tutte le domande fate la somma e dividete per 24. 

Più basso sarà il punteggio medio ottenuto più alto risulterà il fascismo presente oggi in Italia. Se il Fascistometro avrà successo fra i nostri “visitatori”, colui/colei che si sarà avvicinato/a di più al punteggio medio di tutti i questionari inviati riceverà a casa gratuitamente un libro e l'ultimo numero della rivista teorica del PCL: “Marxismo Rivoluzionario”. 

1 Quanto l'attuale Governo risponde ai bisogni di tutti i cittadini? 

2 Quanta è la differenza ideologica e programmatica fra i partiti di governo e quelli di opposizione rappresentati in parlamento? 

3 A quale livello situate la rappresentanza dei lavoratori dipendenti nelle istituzioni nazionali e locali? 

4 Le attuali leggi elettorali maggioritarie, in che misura influenzano il risultato finale delle elezioni? Sotto i sei punti influenzano il risultato finale.

5 Durante le campagne elettorali, in che misura i mezzi di informazione di massa, soprattutto le televisioni, concedono uguale spazio ad ogni forza politica (par condicio)? 

6 Fra i poteri dello Stato, quale prevale fra potere esecutivo (governo) e potere legislativo (parlamento). Sotto i sei punti prevale l'esecutivo.

7 Quanta fiducia riponete nelle elezioni come mezzo per cambiare le cose? 

8 Quanto la giustizia è davvero uguale per tutti? 

9 In che misura le forze dell'ordine si comportano nella stessa maniera nei confronti di tutti? 

10 Le leggi in vigore tutelano di più i ricchi o i poveri? Sotto i sei punti tutelano i ricchi.

11 Secondo voi, quanto è presente fra gli italiani la solidarietà nei confronti degli immigrati? 

12 I Sindacati confederali (CGIL-CISL-UIL) quanto rappresentano veramente i lavoratori? 

13 Che voto daresti all'ultimo contratto della tua categoria? 

14 Sta migliorando o peggiorando il potere di acquisto dei salari degli stipendi e delle pensioni? Sotto i sei punti sta peggiorando.

15 I diritti dei lavoratori stanno migliorando o peggiorando? Sotto i sei punti peggiorano.

16 Quanto conta l'opinione dei lavoratori all'interno delle imprese? 

17 La sanità pubblica migliora o peggiora? Sotto i sei punti sta peggiorando.

18 La scuola pubblica migliora o peggiora? Sotto i sei punti sta peggiorando.

19 Quanto il governo opera per la tutela dell'ambiente naturale? 

20 Quanto il governo finanzia l'arte, la cultura e la ricerca scientifica per fini sociali? 

21 Il Governo e le forze politiche in parlamento, in che misura agiscono autonomamente dalle posizioni della chiesa cattolica? (laicità dello stato)

22 Che voto dareste al nostro Governo come operatore di pace nel mondo? 

23 In che misura è diffusa fra gli Italiani la conoscenza della propria storia? 

24 A che livello ponete la conoscenza politica degli italiani?

Il fascistometro di Michela Murgia: scopri la sinistra tragicomica, scrive Eugenio Palazzini il 31 ottobre 2018 su ilprimatonazionale.it. Michela Murgia scriveva romanzi. Poi si ricordò il passato nell’Azione Cattolica e decise che l’impegno politico era cosa buona e giusta, ma soprattutto fonte di salvezza. Rilasciò così qualche intervista estemporanea e fece subito capire a tutti di saperci fare anche con il realismo: auspicò l’indipendenza della Sardegna. Forte degli entusiasmanti successi elettorali del suo straripante partito, Progetu Repùblica de Sardigna, si convinse allora che l’isola c’è ed è italiana, ma qualcun altro più che altro ci fa e vorrebbe non esserlo. D’un tratto la fulgida figura della Murgia si ritrovò sulla copertina de L’Espresso insieme al compagno di folgorazioni Zerocalcare, con tanto di spiegone Damilano: “Ribelliamoci alla destra egemone. Perché nessuno possa dire: non avete fatto niente”, tuonava il settimanale del cristallino De Benedetti. Apriti sesamo, la scrittrice ex insegnante di religione cattolica ha spalancato le porte del magico regno della sinistra materialista. Ci siamo signori, nel deserto del tartaro ideologico si può adesso sguazzare ed emergere. Nessun punto di riferimento, nessuna credibilità, distacco totale da quel maledetto popolino che non ci segue più. Siamo pronti per “raccontare le parole perdute da ritrovare”, novelli Pollicino contro i vigliacchi oziosi sordi a ogni sofferenza. Caro Sancho, solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora, eccoti serviti i nuovi Don Chisciotte (Cervantes ci perdoni per l’ignobile paragone). Pronti così a lanciarsi contro i mulini a vento in sella all’antifascismo ronzinante e armati del libello rosso dell’avvenire: “Istruzioni per diventare fascisti”. Perbacco Sancho, è un capolavoro questo saggio che ti propone in fin di sermone un bel test: “Scopri quanto sei fascista”. Il fascistometro della Murgia, pubblicato convintamente da L’Espresso, segnerà un’inaspettata svolta nella liquida irrealtà esistenziale di sinistra. “Spunta le frasi che ti sembrano di buon senso”, vi chiede la scrittrice sarda. Potrete leggere una sequela di esternazioni che quel maledetto popolino osa dire e pensare. Poi all’improvviso eccola, la frase delle frasi, quella che vi farà sobbalzare dalla sedia: “Il suffragio universale è sopravvalutato”. Fermi tutti, ma non era il Barbapapà di Repubblica Scalfari a dire di farla finita con questa “trovata” troppo democratica? Nossignori, secondo la Murgia è il popolo che vota male, ovvero non come vorrebbe lei. Lo stesso che urla (si legge nel fascistrometro) che “un paese senza confini non è un paese”. Perbacco fortuna che la Sardegna di confini ne è priva, altrimenti sai gli indipendentisti. E che straparla di “radici cristiane da difendere”, perché acciderbolina mica siamo all’Azione Cattolica adesso. Il resto delle presunte frasi in bocca al popolo pronto a diventare fascista potete gustarvele sul settimanale debenedettino. Vi serviranno ad ammirare la banalità del presunto bene di cui si ammantano i detentori della morale, gli stessi che si dilettano a citare il “male” della Arendt, quasi sempre avendone letto giusto la quarta di copertina sugli scaffali della Feltrinelli. Un coacervo di stereotipi e caricature del popolo, quella massa prima osannata e oggi appunto relegata a popolino che si fa abbindolare dal populismo. Sul piedistallo del disprezzo si finisce disprezzati e non resta che il tempus loquendi proprio quando urge il tacendi. Ma la sinistra ha smesso di voltarsi indietro alla ricerca di se stessa, ormai è fuori dal tempo e cerca solo castagne marce nel paniere dell’avversario. Eppure l’avversario gioca ormai una partita in solitaria, senza il piacere di trovarsi di fronte un giocatore, come in un settimo sigillo privo di cavalieri ma stracolmo di saltimbanchi che sembrano non accorgersi della tragedia che li circonda. Eugenio Palazzini

Mi costituisco: "Io sono un fascista". Lo ha detto la Murgia. Il test radical chic sull'Espresso: basta non essere fan dell'immigrazione per essere schedati come fascisti, scrive Francesco Maria Del Vigo, Venerdì 2/11/2018 su "Il Giornale". Mi costituisco: sono fascista. Le forze dell'ordine chiamino pure la segreteria del Giornale che darà loro i miei estremi. Tra l'altro abito a Milano, quindi ci mettono un attimo a tradurmi in piazzale Loreto. Sono fascista a mia insaputa. D'altronde c'è chi aveva le case a sua insaputa, figurarsi se io non posso avere il cuore nero, a mia insaputa. Sono fascista al 54,5 per cento, lo so con precisione, perché me lo ha detto la Murgia. Michela Murgia, la scrittrice che con la scusa di andare in tv a smarchettare i suoi libri propala tonnellate di buonismo. Spettacolo al contempo disgustoso ed esilarante. La Murgia, essendo di professione denunciatrice di fascismi (con un lievissimo ritardo di 73 anni), vede ovunque camicie nere e fasci littori. Ha così paura di rimanere senza lavoro - cioè senza camerati - che si è anche premurata di dare alle stampe un libro dal titolo chiarissimo: «Istruzioni per diventare fascista». Lei pensa di essere provocatoria e invece è inconsapevolmente sincera: foraggia il settore sul quale lucra. La Murgia sta al fascismo come il servizio di pompe funebri sta alla morte. Il primo non si augura esplicitamente il secondo, ma diciamo che gli fa comodo. Così, non essendoci fascismo in Italia, lei se lo inventa. Vede fascisti in ogni dove. In calce al suo libro, per fugare ogni dubbio, ha messo un test: il fascistometro. Prontamente ripreso dal sito dell'Espresso e immediatamente spernacchiato in rete. «Come direbbe Forrest Gump: fascista è chi il fascista fa. Ma pensaci un attimo: quanto puoi dirti davvero fascista? (...). Perciò meglio non rischiare: esegui questo test, scopri qual è il tuo livello di fascismo e segui le istruzioni per migliorarti puoi sempre farlo, non c'è limite al fascismo», recita il testo. E poi il trappolone, perché, ovviamente, lo scopo del questionario è farti sentire anche solo un briciolo fascista. E quindi sbagliato. «Spunta le frasi che ti sembrano di buon senso», mi esorta la Murgia. E giù una lenzuolata di sessantacinque dichiarazioni: alcune surreali, altre naïf, molte banali e tante condivisibili. «Non abbiamo il dovere morale di accoglierli tutti», «in Italia chiunque può dire No e bloccare un'opera strategica», «prima dovrebbero venire gli italiani», «i bambini dovrebbero fare i bambini e le bambine le bambine», «facile parlare quando hai il culo al caldo e l'attico in centro», «uno vale uno», «non sono profughi, sono migranti economici», «penso ai nostri ragazzi delle forze armate», «c'erano quelli dei centri sociali» e via discorrendo. Alla Murgia piace vincere facile, è evidente. Perché mentre spunto il questionario in modo furtivo, guardando che alle spalle non arrivi una brigata partigiana per rastrellarmi, mi rendo conto che secondo il Murgia-pensiero tutto ciò che non è ipocrita melassa radical chic è fascismo. Ma proprio tutto: da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 Stelle e ovviamente la Lega. Praticamente rimangono fuori solo lei, quattro gatti di Leu e due vecchi arnesi di Potere al popolo. Basta mettere, anche solo minimamente, in dubbio l'accoglienza indiscriminata, lamentarsi della sicurezza e magari difendere gli interessi del proprio Paese e in un battibaleno ci si ritrova con gli stivaloni, il fez e la camicia nera. Finito l'estenuante test, clicco in fondo alla pagina e dopo qualche secondo di interminabile attesa ho il responso: sono fascista al 54,5 per cento. Con la mano sinistra blocco il braccio destro, perché qui - d'istinto - stava per partirmi un saluto romano. Avrei dato una gioia alla Murgia. Non la merita. E poi io credo nel libero mercato, penso che lo Stato sia un male (necessario) che debba stare il più possibile alla larga da me, sono garantista e libertario, ho pure i capelli lunghi e la barba. Cosa vuole la Murgia dalla mia vita? Non ho manco fatto il militare. Mussolini mi avrebbe mandato direttamente al confino. Che poi, se penso a quello di Curzio Malaparte, non era neppure così male eh... Accidenti, ma allora sono davvero fascista? Una delle affermazioni del questionario era proprio «non ha ucciso nessuno, al massimo mandava la gente in vacanza al confino». E io non l'ho nemmeno spuntata, altrimenti salivo all'80 per cento nel fascistometro. Il problema è che la Murgia, e quelli come lei, vorrebbero mandare al confino, morale e intellettuale, tutti quelli che non la pensano come loro. Da un altro punto di vista, però, il fascistometro è uno strumento formidabile. Perché si trasforma in un radicalchiccometro che ci restituisce perfettamente tutto l'odio e il distacco che quel che resta della sinistra ha per la pubblica opinione. Per usare il dizionario della Murgia: c'è odore di fascismo in questo aristocratico complesso di superiorità. Va beh, chiudo il computer e vado a farmi due salti nei cerchi infuocati.

Lenin è di destra. Lo dice il demenziale fascistometro, scrive il 2 novembre 2018 Diego Fusaro, Filosofo, su "Il Fatto Quotidiano". L’antifascismo in assenza di fascismo come alibi delle sinistre per non essere anticapitaliste in presenza di capitalismo è già abominevole di suo. Ma non bastava. Ecco recentemente: “È un cane fascista. L’interrogazione del consigliere Pd di Monza”. Il logos è perduto e, con esso, anche la dignità. Ma, anche in questo caso, non bastava. Ed ecco ora che arriva il termometro che misura la temperatura fascista nascosta in ciascuno di noi. È il fascistometro, il culmine dell’idiozia delle sinistre che si dilettano nel fare le antifasciste, finché il fascismo non c’è, per poter essere lietamente al servigio del capitale, quando esso c’è. E così possono tranquillamente condannare il manganello mussoliniano, che per fortuna non c’è più, e insieme accettare e legittimare il manganello invisibile dell’Unione europea e delle politiche di austerità liberista, che sta massacrando le classi lavoratrici e i popoli d’Europa. Secondo il fascistometro, di fatto figura come fascista chiunque non sia ortodosso rispetto ai dogmi del pensiero unico mondialista liberal-libertario. Fascista chi crede nella sovranità nazionale democratica dell’Italia. Fascista chi difende la famiglia. Fascista chi vuole proteggere i diritti dei lavoratori contro il mercato cosmopolita. Fascista chi non rinunzi al concetto di patria. Insomma, secondo il demenziale fascistometro sarebbero fascisti financo Lenin e Togliatti, Gramsci e il Che Guevara di Patria o Muerte. L’abbiamo capito. Il fascistometro è un’arma, per quanto risibile, nelle mani dei dominanti, a cui procura consenso e legittimazione. L’ho detto e lo ridico. Il benemerito ed eroico antifascismo di Gramsci era patriottico, anticapitalista e in presenza reale di fascismo. L’antifascismo patetico e vile odierno delle sinistre è globalista, ultracapitalista e in assenza totale di fascismo. Quando poi il fascismo torna, le suddette sinistre lo appoggiano in pieno. Ricordate il colpo di Stato in Ucraina nel 2014? Secondo la Russia, era appoggiato dagli Usa e dalla Ue, desiderosi di destabilizzare gli ex spazi sovietici e di atlantizzarli. Ordunque, le sinistre erano con l’Ucraina e contro Putin, che si batté contro i nazifascisti ucraini (Svoboda, Pravi Sektor) mentre per i nostri antifascisti è il fascista per eccellenza. Di tutto ciò ovviamente non v’è traccia nel demenziale fascistometro messo a punto da qualche intellettuale che ha messo la propria testa al servizio del capitale e della sua classe di riferimento.

Oddio, siamo tutti fascisti (oppure il Fascistometro è rotto), scrive "L'Inkiesta" l'1 novembre 2018. Il test per determinare il quoziente di fascismo legato al libro di Michela Murgia offre risultati imbarazzanti. E fa capire molti argomenti e ragionamenti considerati fascisti fanno parte in modo radicato dei valori e delle idee di sinistra. Il Professor G.C., uno che studia storia dell'Urss da tutta la vita e non nasconde la nostalgia per l'Est prima della caduta del Muro, ammette di essere ai limiti: punteggio 15,2, la soglia che divide i «democratici incazzati» dai fascisti. Il compagno A.D.L il limite l'ha superato e sta a 28,6, cioè pronto per il fez e l'orbace. B.C. Ha in bacheca foto di Che Guevara e però sta a quota 17, «neofita o proto-fascista», e viene ammonito: «Sei consapevole di quanto il metodo fascista sia efficace ma lo consideri un'opzione tra le altre». Il test allegato all'ultimo libro di Michela Murgia (“Istruzioni per diventare fascisti”, Einaudi, pp. 112, euro 12) suscita più apprensione a sinistra che a destraperché, cliccando sulle 65 domande riproposte dall'Espresso online, anche i più tenaci democratici scoprono di coltivare segrete pulsioni autoritarie e nostalgie innominabili. Il questionario è effettivamente illuminante. Leggendolo, è chiaro che una volta stabilito l'assioma populismo = fascismo, toccherà promuovere a Quadrumviri un buon numero di democratici doc. «Lo stupro è più inaccettabile se lo commette uno straniero»? La prima a dirlo fu Debora Serracchiani, all'epoca governatrice Pd del Friuli. «Le indennità parlamentari sono un insopportabile privilegio»? Opinione largamente condivisa da Leu a Fratelli d'Italia. «Rottamiamoli»? Sicuramente Made in Matteo Renzi. «Le quote rosa sono offensive per le donne»? Lo pensano soprattutto i deputati del Pd, furono loro nel 2014 ad affossare il capitolo dell'Italicum che le prevedeva. «Le quote rosa sono offensive per le donne»? Lo pensano soprattutto i deputati del Pd, furono loro nel 2014 ad affossare il capitolo dell'Italicum che le prevedeva. Insomma, a guardare il Fascistometro, «Vogliamo i Colonnelli» lo gridano un po' tutti, destra, sinistra, centro. Persino sul tema degli stranieri, cartina al tornasole dei tempi, l'eventuale consenso all'espressione «aiutiamoli a casa loro» mette insieme affondatori di barconi e terzomondisti convinti, simpatizzanti del Ku Klux Klan e vecchi supporter della guerriglia del Frelimo, per non parlare di Marco Minniti e di Matteo Salvini, entrambi convinti della validità dell'opzione. Tutti fascisti, nessuno fascista o cosa? Il paradosso della situazione è che la sinistra, per demolire la narrazione della maschia gioventù dovrebbe scavalcarla proprio sul piano della fascisteria. Terre incolte in concessione per vent'anni alle famiglie? Il fascismo le terre diede in proprietà ai braccianti, dopo aver espropriato il latifondo ai principi, abbiate il coraggio di fare altrettanto. Premi alla natalità? Tirate fuori un'Opera Maternità e Infanzia, una tassa sul celibato, un prestito matrimoniale a tasso zero, un premio di natalità per tutte (500 lire, un mese di stipendio di un impiegato qualificato). Grandi opere? Non basta un ponte, una pedemontana, un tunnel per farsi belli, fateci vedere una bonifica pontina. Ma ovviamente questo incasinerebbe ulteriormente le cose perché i signori G.C., A.D.L. E B.C., con i loro trascorsi sicuramente democratici e progressisti, si ritroverebbero a polemizzare col fascismo alle vongole in nome del fascismo storico. Roba da psichiatra. L'eventuale consenso all'espressione «aiutiamoli a casa loro» mette insieme affondatori di barconi e terzomondisti convinti, simpatizzanti del Ku Klux Klan e vecchi supporter della guerriglia del Frelimo, per non parlare di Marco Minniti. Qualche giorno fa in un editoriale molto discusso Paolo Mieli, giusto in coincidenza con la fatal data del 28 ottobre, invitava a riflettere sull'uso improprio delle accuse di fascismo, nel tempo rivolte da sinistra a qualsiasi avversario: da Gronchi a Segni, e in seguito anche Saragat, Leone, Cossiga, Fanfani e persino Scelba (quello che firmò la legge che vietava la ricostituzione del Pnf), per non parlare di Andreotti, Craxi, Berlusconi e ogni leader straniero non-amico a cominciare da Charles De Gaulle, che pure guidò la resistenza francese al nazismo. Attenzione – concludeva Mieli – ad agitare fantasmi, si rischia di non capire «la specificità di movimenti nuovi che vanno individuate in ogni epoca senza indulgere alle evocazioni facilone». A quel tipo di pericolo se ne aggiunge adesso uno nuovo. A furia di allargare la definizione di fascismo, di estenderla a ogni manifestazione dell'autorità che non ci piace, ecco, tra un po' scopriremo che è fascista pure il fidanzato appena tornato dalla convention di Zingaretti, la moglie andata in piazza con “Tutti per Roma”, per non parlare dell'amica del cuore che cento volte ha scritto sulla sua bacheca «Vi ricordo che questa gente vota» (voce n. 40 del Fascistometro).

Da “Circo Massimo - Radio Capital”, 1 novembre 2018. Un test che fa arrabbiare tutti. Alla fine dell'ultimo saggio di Michela Murgia "Istruzioni per diventare fascisti" (Einaudi) c'è il fascistometro, un questionario che misura quanto si è fascisti: "È una raccolta di 65 frasi veramente pronunciate da politici negli ultimi vent'anni. Potrebbero essere state dette dalla stessa persona, ma alcune le ha pronunciate Salvini e altre Serracchiani", racconta Murgia a Circo Massimo, su Radio Capital, "Persone che ideologicamente dovrebbero essere contrapposte. Come Renzi e Salvini, che hanno utilizzato due parole, rottamazione ruspa, che appartengono alla stessa area semantica: entrambe vedono l'altro come un detrito, un rifiuto". Quel fascistometro, però, ha fatto arrabbiare tanti. Anzi, tutti: "Tante persone di sinistra che hanno fatto il test si sono infuriate perché sono risultate simpatizzanti", rivela la scrittrice, "ma mi hanno scritto anche militanti di Casapound indignati perché risultavano fascisti solo al 47%". Critico anche Massimo Gramellini, risultato protofascista: "Avrei detto un punteggio più alto", scherza Murgia, che poi risponde al vicedirettore del Corriere della Sera: "Sbaglia quando dice che misurare il fascismo altrui è un gesto fascista, perché quel test serve a misurare il mio fascismo, e anche il suo, in termini di metodo. Ideologicamente, siamo tutti d'accordo, quelli di sinistra, di non essere fascisti; il problema è quando ci ritroviamo a fare le stesse cose che fanno gli altri, come quando alcune persone di di estrema sinistra aggredirono un nazifascista". Il risultato di Massimo Gramellini, fra l'altro, è lo stesso proprio di Michela Murgia: "Anch'io sono risultata protofascista, ma secondo me perché non sono stata del tutto sincera. Chiaro che all'esito della brexit ho guardato i risultati e ho pensato che il suffragio universale fosse sopravvalutato, poi però mi fermo un attimo e ragionando mi rendo conto che non vorrei un mondo in cui il voto fosse solo di pochi oligarchi illuminati".  

CONFESSIONI DI UN PROTOFASCISTA. Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'1 novembre 2018. Ho risposto alle sessantacinque domande del fascistometro, l'illuminante test pubblicato da Michela Murgia nel suo ultimo saggio Einaudi per misurare il tasso di fascismo presente in ciascuno di noi, e sono preoccupato. Risulto appartenere al profilo «protofascista». Non ancora un gerarca con l'orbace, ma un insincero democratico che considera il ricorso alla dittatura una delle opzioni possibili. E tutto perché ho spuntato alcune voci che, nella mia ingenuità (altro sintomo, temo, di protofascismo), consideravo ovvie. Per esempio che in Italia ci sono troppi parlamentari: il doppio degli Stati Uniti, cinque volte più popolati di noi. O che la gran parte dei richiedenti asilo sono migranti economici e non rifugiati politici: affermazione non attribuibile al Ku Klux Klan, ma ai report del ministero dell'Interno. Oppure che, nella patria dei Tar, chiunque può bloccare un'opera pubblica con ricorsi infiniti. Non si tratta di opinioni, ma di fatti. A meno che, per meritarsi l'appellativo di fascista, in alcuni casi basti dire la verità. Quando verrò chiamato a rispondere dei miei crimini, proverò a difendermi così. Non tutto ciò che pensa la maggioranza è reazionario. I luoghi comuni diventano tali anche perché ogni tanto sono veri. E se il fascismo è sopraffazione, conformismo e inflessibile mancanza di senso dell'ironia, alle sessantacinque voci del fascistometro bisognerebbe aggiungere la numero 66: «Scrivere un test per misurare il fascismo altrui».

IL FASCISTOMETRO BUONISTA TRASFORMA TUTTI IN CAMICIE NERE di Francesco Maria Del Vigo per “il Giornale” l'1 novembre 2018. Mi costituisco: sono fascista. Le forze dell'ordine chiamino pure la segreteria del Giornale che darà loro i miei estremi. Tra l'altro abito a Milano, quindi ci mettono un attimo a tradurmi in piazzale Loreto. Sono fascista a mia insaputa. D'altronde c' è chi aveva le case a sua insaputa, figurarsi se io non posso avere il cuore nero, a mia insaputa. Sono fascista al 54,5 per cento, lo so con precisione, perché me lo ha detto la Murgia. Michela Murgia, la scrittrice che con la scusa di andare in tv a smarchettare i suoi libri propala tonnellate di buonismo. Spettacolo al contempo disgustoso ed esilarante. La Murgia, essendo di professione denunciatrice di fascismi (con un lievissimo ritardo di 73 anni), vede ovunque camicie nere e fasci littori. Ha così paura di rimanere senza lavoro - cioè senza camerati - che si è anche premurata di dare alle stampe un libro dal titolo chiarissimo: «Istruzioni per diventare fascista». Lei pensa di essere provocatoria e invece è inconsapevolmente sincera: foraggia il settore sul quale lucra. La Murgia sta al fascismo come il servizio di pompe funebri sta alla morte. Il primo non si augura esplicitamente il secondo, ma diciamo che gli fa comodo. Così, non essendoci fascismo in Italia, lei se lo inventa. Vede fascisti in ogni dove. In calce al suo libro, per fugare ogni dubbio, ha messo un test: il fascistometro. Prontamente ripreso dal sito dell'Espresso e immediatamente spernacchiato in rete. «Come direbbe Forrest Gump: fascista è chi il fascista fa. Ma pensaci un attimo: quanto puoi dirti davvero fascista? Perciò meglio non rischiare: esegui questo test, scopri qual è il tuo livello di fascismo e segui le istruzioni per migliorarti puoi sempre farlo, non c' è limite al fascismo», recita il testo. E poi il trappolone, perché, ovviamente, lo scopo del questionario è farti sentire anche solo un briciolo fascista. E quindi sbagliato. «Spunta le frasi che ti sembrano di buon senso», mi esorta la Murgia. E giù una lenzuolata di sessantacinque dichiarazioni: alcune surreali, altre naïf, molte banali e tante condivisibili. «Non abbiamo il dovere morale di accoglierli tutti», «in Italia chiunque può dire No e bloccare un'opera strategica», «prima dovrebbero venire gli italiani», «i bambini dovrebbero fare i bambini e le bambine le bambine», «facile parlare quando hai il culo al caldo e l'attico in centro», «uno vale uno», «non sono profughi, sono migranti economici», «penso ai nostri ragazzi delle forze armate», «c' erano quelli dei centri sociali» e via discorrendo. Alla Murgia piace vincere facile, è evidente. Perché mentre spunto il questionario in modo furtivo, guardando che alle spalle non arrivi una brigata partigiana per rastrellarmi, mi rendo conto che secondo il Murgia-pensiero tutto ciò che non è ipocrita melassa radical chic è fascismo. Ma proprio tutto: da Forza Italia al Pd, passando per il Movimento 5 Stelle e ovviamente la Lega. Praticamente rimangono fuori solo lei, quattro gatti di Leu e due vecchi arnesi di Potere al popolo. Basta mettere, anche solo minimamente, in dubbio l'accoglienza indiscriminata, lamentarsi della sicurezza e magari difendere gli interessi del proprio Paese e in un battibaleno ci si ritrova con gli stivaloni, il fez e la camicia nera. Finito l'estenuante test, clicco in fondo alla pagina e dopo qualche secondo di interminabile attesa ho il responso: sono fascista al 54,5 per cento. Con la mano sinistra blocco il braccio destro, perché qui - d' istinto - stava per partirmi un saluto romano. Avrei dato una gioia alla Murgia. Non la merita. E poi io credo nel libero mercato, penso che lo Stato sia un male (necessario) che debba stare il più possibile alla larga da me, sono garantista e libertario, ho pure i capelli lunghi e la barba. Cosa vuole la Murgia dalla mia vita? Non ho manco fatto il militare. Mussolini mi avrebbe mandato direttamente al confino. Che poi, se penso a quello di Curzio Malaparte, non era neppure così male eh... Accidenti, ma allora sono davvero fascista? Una delle affermazioni del questionario era proprio «non ha ucciso nessuno, al massimo mandava la gente in vacanza al confino». E io non l'ho nemmeno spuntata, altrimenti salivo all' 80 per cento nel fascistometro. Il problema è che la Murgia, e quelli come lei, vorrebbero mandare al confino, morale e intellettuale, tutti quelli che non la pensano come loro. Da un altro punto di vista, però, il fascistometro è uno strumento formidabile. Perché si trasforma in un radicalchiccometro che ci restituisce perfettamente tutto l'odio e il distacco che quel che resta della sinistra ha per la pubblica opinione. Per usare il dizionario della Murgia: c'è odore di fascismo in questo aristocratico complesso di superiorità. Va beh, chiudo il computer e vado a farmi due salti nei cerchi infuocati.

Il giorno in cui ci siamo svegliati tutti fascisti, grazie a Michela Murgia. Il “fascistometro” della scrittrice doveva stabilire il grado di fascismo in noi, ma ci ha fatto capire cosa considera fascista lei: più o meno tutto. E se tutto è fascista, niente è fascista, scrive Manuel Peruzzo il 2 novembre 2018 su Wired. Non sapevo d’essere fascista. Michela Murgia ha inventato un nuovo format col quale indagare il nostro grado di violenza politica, è il fascistometro, un test sull’Espresso con 65 frasi da bar che sembra servire più a promuovere il suo nuovo libro Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, che a stabilire quanto siamo nei guai. Tra le domande ci sono frasi da bar (“loro sono i primi che rubano”; “Non rispettano le nostre tradizioni”; “E i nostri figli laureati costretti a emigrare!”), ci sono i tormentoni leghisti (“è finita la pacchia” “l’ideologia gender sta rovinando le famiglie” “li raderei al suolo e spianerei con una ruspa”), i mantra grillini (“uno vale uno” “Non sono profughi, sono migranti economici” “sono laureato all’università della vita”) e pure la quota Pd (“rottamiamoli tutti”). Ci sono anche frasi generiche, alcuni luoghi comuni che diventano tali perché effettivamente hanno un fondo di verità, frasi su cui si può discutere: ma bollare come fascista chiude le porte a qualsiasi tipo di discorso, ovviamente. Per Murgia c’è del proto fascismo in tutti. “Il suffragio universale è sopravvalutato”, uno degli enunciati presenti nel fascistometro murgiano, è una frase che possiamo trovare in Contro la democrazia di Jason Brennan, filosofo analitico e libertario, che sostiene in questo saggio la possibilità di superare la democrazia grazie a un sistema nel quale il potere politico è ripartito sulla base della conoscenza; “il cittadino medio è come un bambino di 12 anni non troppo intelligente”, non è altro che l’esito di numerosi studi: lo scienziato politico Larry Bartels osserva che “l’ignoranza politica degli elettori americani è uno dei tratti meglio documentati della politica contemporanea”, il teorico della politica Jeffrey Friedman che “il pubblico è estremamente più ignorante di quanto gli accademici e i giornalisti che lo osservano possono immaginare” (e in Italia le cose non vanno meglio). Ancora, proseguendo nel questionario della scrittrice, “non abbiamo il dovere morale di accoglierli tutti” non significa solo, sempre e necessariamente che non si debba prestare soccorso a chi naufraga, ma può anche assumere una prospettiva che richiede un minimo di realismo: non si può effettivamente accogliere chiunque senza una politica, dei mezzi, una certa dovuta organizzazione; “le quote rosa sono offensive per le donne”, è una frase che suona diversa a seconda di chi la pronuncia: se a dirlo sono Camille Paglia e Emma Bonino è un conto, se è MachoLatino85 su internet del tutto un altro. La cattiva fede di chi esprime una frase ambigua non deve però screditare o portare a facili assolutismi (tipici dei regimi totalitari, peraltro): in quest’ultimo caso, il principio che si può intendere è che l’autodeterminazione femminile, per alcune femministe, passa per l’equità nel merito e non per aiuti speciali in quote percentuali. Murgia riesce anche a sostenere che se uno dice “ci vorrebbe il presidenzialismo” è un po’ fascista (Pannella si starà rivoltando nella tomba). Non resta che chiederselo: cos’è il fascismo? Prendere a scarpate gli appunti del commissario europeo agli Affari economici, indossare una maglietta con la scritta Auschwitzland a Predappio, concedere terreni coltivabili e da bonificare alle famiglie che fanno il terzo figlio, essere conservatori sul ruolo della donna nella società, negare diritti all’aborto, alle coppie di fatto, all’eutanasia, forse. Ma forse no. Facendo di tutta l’erba un fascio (ops), in ogni caso, si rischia di svuotare la parola fascismo del suo significato: se tutto è fascismo non lo è più nulla. Una destra conservatrice, cattolica, bigotta non è necessariamente fascista. Una donna in gita a Predappio forse sarà fascista, ma è soprattutto penosa e grottesca. Non lo era di certo Renzi quando cercava il ricambio generazionale, e probabilmente non lo sono neppure i grillini. Sono qualcos’altro, e il problema è adattare lenti interpretative vecchie a fenomeni nuovi, finendo per deformare tutto. Il fascistometro di Murgia più che stabilire il grado di fascismo in noi, qualsiasi cosa voglia dire, ci fa capire cosa considera fascista lei: più o meno tutto. Se credi nel presidenzialismo, sei fascista; se sai che l’elettorato è mediamente ignorante e vota senza cognizione, sei fascista; se dai ascolto ai dati e sai che i migranti sono soprattutto economici, sei fascista; se dai una possibilità all’epistemocrazia e pensi che la democrazia possa essere migliorabile, sei fascista. E se non sei fascista puoi diventarlo perché alcuni fascisti secondo Murgia erano democratici (forse si riferisce ai comunisti: che non erano democratici). Come manovra di marketing funziona, tutti ne parlano e si sentono in colpa, ma dal punto di vista storico e interpretativo è un ottusometro. Murgia mi ha convinto, per capire meglio il fascismo meglio i libri di Renzo De Felice, Sergio Luzzatto ed Emilio Gentile. 

Michela Murgia e il "fascistometro". La vergogna rossa sull'Espresso, come insulta gli italiani, scrive il 2 Novembre 2018 Gianluca Veneziani su "Libero Quotidiano". Gentili signori della corte rossa, giudici del Tribunale del Pensiero Unico, lo confesso: sono un fascista. Ho ripetutamente difeso la famiglia naturale, ho creduto che i bambini debbano fare i bambini e le bambine le bambine, ho scritto di radici cristiane dell'Europa e mi sono convinto che un Paese, per essere tale, debba avere dei confini; ho perfino sostenuto la bontà della legittima difesa, ho polemizzato contro le quote rosa, ho sottolineato la differenza tra migranti economici e profughi e ho addirittura elogiato l'operato delle Forze Armate. Sì, lo so, non vado ancora in giro con fez e camicia nera, non ostento saluti romani né grido in pubblica piazza «Viva il Duce»; sono ancora un fascista immaturo, un proto-fascista, come risulta dall' illuminante test del «Fascistometro», pubblicato sul sito dell'Espresso, cui mi sono volontariamente sottoposto, per tirar fuori il fascista nascosto che è in me. Devo migliorare, ne sono consapevole, ma in questo percorso di formazione mi aiuterà il vademecum per riconoscersi camerati a propria insaputa, ossia l'imperdibile "Istruzioni per diventare fascisti" (Einaudi, pp. 100, euro 12) della nostrissima Michela Murgia. Questo testo servirà a me e tutti voi, cripto-fascisti, a identificare non solo latenti nostalgie del Ventennio, ma soprattutto a riconoscere metodi, linguaggi, stile e approccio alla vita di un uomo nato con la camicia (nera). Perché, fa sapere l'autrice attingendo al filosofo Forrest Gump, fascista è chi il fascista fa.

EJA EJA ALALÀ - Ad esempio, siete soliti utilizzare la parola «capo» anziché «leader», o cercate qualcuno da cui essere guidati e non solo ispirati? Ebbene, siete dei fascisti! Osate sostenere che gli italiani si sono impoveriti e che gli anziani debbano essere sostenuti con contributi materiali? Non fate altro che attingere alla retorica già adottata da zio Benito. Ancora: siete favorevoli all' uso della forza da parte dello Stato per tutelarci dai malviventi, oppure, in assenza dello Stato, siete disposti a difendervi da soli con le armi? Non lo ammettete, ma in entrambi i casi siete fascisti appassionati di violenza. Se poi vi siete stancati del linguaggio politicamente corretto, e avete preso a chiamare le cose col loro nome, tipo «rottura di coglioni» una seccatura e «troie» le mestieranti di strada, allora voi parlate da fascisti, perché nell' animo in fondo lo siete. Molto più banalmente, se pensate che la famiglia naturale sia composta da maschio e femmina, se ritenete pericolosa l'ideologia gender, o se ricorrete alla parola scandalosa «madre», allora in modo implicito state dichiarando la vostra nostalgia del regime mussoliniano.

Sì, perché come già faceva notare l'autrice in tv, se «la donna viene protetta ed esaltata solo in quanto madre», «se tu riduci l'interesse su una donna al suo utero, ti stai comportando secondo le istruzioni che caratterizzano il metodo fascista». Siete avvisati, bimbi e bimbe, che vi ostinate a dire «mamma» come prima parola. Potreste essere presto tacciati di apologia di fascismo.

La Ducessa - Ma attenti anche a quando fate i piacioni e cercate il consenso di un gruppo di persone: inconsapevolmente state facendo i fascisti. Come insegna la Murgia, «se volete essere fascisti, siate prima di tutto seduttori», compiacete cioè tutti e tutte; e allora lodate le piccole imprese del Nord, che hanno saputo far grande il made in Italy (tipico discorso da gerarchi col fascio), oppure sollecitate l'autostima dei meridionali, sostenendo che sono accoglienti e veraci (e quale fascista non li ha conquistati così!). Sui temi politici, poi, occhio a come screditate l'avversario, che per voi è sempre un nemico da eliminare: se sostenete che non è buono ma solo buonista, o che fa il comunista col Rolex, allora siete sulla buona strada per gridare Eja Eja Alalà. Ma anche se affermate la necessità di una riforma presidenzialista, o tifate per le grandi infrastrutture, disprezzando chi dice a prescindere No, ci risiamo: avete da qualche parte nascosta la tessera del Pnf. In base a questo prontuario, praticamente siamo tutti fascisti potenziali, incoscienti ma in fin dei conti convinti (perfino chi non condivide nessuna delle frasi del Fascistometro, secondo il test, è comunque un «aspirante» fascista). E lo deve essere verosimilmente anche l'autrice di questo libro, alla quale proponiamo un accordo: noi ci impegniamo per diventare fascisti-modello seguendo le sue istruzioni, ma lei si candida a essere la nostra nuova Leader, pardon, il nostro nuovo Capo. Facciamo Michela Murgia Ducessa del risorto Fascismo 3.0. E il 28 ottobre, in suo onore, al posto della Marcia, organizzeremo la Murgia su Roma. 

IL TEST. E tu quanto sei fascista? Scoprilo con il fascistometro di Michela Murgia pubblicato il 29 ottobre 2018 su "L'Espresso". Il provocatorio saggio della scrittrice, “Istruzioni per diventare fascisti” pubblicato da Einaudi, propone in conclusione un test: per misurare il grado di apprendimento raggiunto e i progressi fatti. Sessantacinque frasi, luoghi comuni, slogan. Spuntate quelle che vi sembrano di buon senso e leggete il risultato finale.

1 Il suffragio universale è sopravvalutato.

2 Non abbiamo il dovere morale di soccorrerli tutti.

3 Il cittadino medio è come un bambino di 12 anni non troppo intelligente.

4 Basta partiti e partitini.

5. Come può fare il ministro uno che non ha manco il diploma.

6 Sono laureato all’università della vita.

7 In Italia chiunque può dire NO e bloccare un’opera strategica.

8 Lo stupro è più inaccettabile se commesso da chi chiede accoglienza.

9 I bambini facciano i bambini, le bambine facciano le bambine.

10 Prima dovrebbero venire gli italiani.

11 Con la cultura non si mangia.

12 L’Italia è un paese ingovernabile.

13 Una donna, per quanto in vista, deve sempre dare luce ad un uomo.

14 Ci sarà una ragione se la cultura occidentale è quella che ha plasmato il mondo.

15 Davvero ci serve un altro tavolo di concertazione?

16 Le indennità dei parlamentari sono un insopportabile privilegio.

17 Non ha ucciso nessuno, al massimo mandava la gente in vacanza al confino.

18 Facile parlare quando hai il culo al caldo e l’attico al centro.

19 E comunque esiste una famiglia naturale.

20 Non ricordo tutta questa solidarietà per i nostri terremotati

21 La lobby gay adesso sta esagerando con le pretese.

22 Bisogna capire che la gente è stanca.

23 Abbiamo le radici cristiane da difendere.

24 A questi manca la cultura del lavoro.

25 Ci rubano il lavoro.

26 I sindacalisti sono dei servi venduti.

27 Il femminismo ha insegnato alle donne ad odiare gli uomini.

28 La prima cosa è diminuire il numero dei parlamentari.

29 Questa non è bontà, è buonismo.

30 Un paese senza confini non è un paese.

31 Rottamiamoli tutti.

32 Sarebbe meglio aiutarli a casa loro.

33 Un paese civile non può dare diritto di voto a gente che ieri stava sugli alberi.

34 Non sono profughi, sono migranti economici.

35 Se lo Stato non mi protegge, devo proteggermi da solo.

36 Le quote rosa sono offensive per le donne.

37 E’ razzismo al contrario.

38 Destra e sinistra ormai sono uguali.

39 Uno vale uno.

40 Vi ricordo che questa gente vota.

41 I giornalisti sono tutti servi del potere.

42 Noi siamo violenti per necessità, non per cultura.

43 Anche i partigiani comunque non erano stinchi di Santo.

44 Penso ai nostri ragazzi delle Forze Armate.

45 E il radical chic che dà lezioni col Rolex al polso?

46 E i nostri figli laureati costretti ad emigrare!

47 Non si fa nulla per il problema delle culle vuote.

48 Nei loro paesi questo a noi non lo lasciano fare.

49 C’erano gli anarcoinsurrezionalisti dei centri sociali.

50 L’ideologia gender sta rovinando le famiglie.

51 Ma il Parlamento a che serve?

52 E’ finita la pacchia.

53 Comunque è vero che ha fatto cose buone.

54 Non rispettano le nostre tradizioni.

55 Quando ti imporrano il burqa non lamentarti.

56 Certo, se vai in giro conciata così un po’ te la cerchi.

57 Basta con quelli che dicono di NO a tutto.

58 Bisogna sapere quanti sono, censirli.

59 Senza vincolo di mandato i parlamentari cambiano casacca ogni volta che vogliono.

60 Loro sono i primi che rubano.

61 I nostri nonni emigravano con già un lavoro.

62 Questa è giustizia ad orologeria.

63 Ci vorrebbe il Presidenzialismo.

64 Li raderei al suolo e poi spianerei con la ruspa.

65 Se ti piacciono tanto, portali a casa tua.

LA SINISTRA CHE ROSICA. Fascio-test? E allora ecco lo "zeccometro". Sull'Espresso un elenco di luoghi comuni per stabilire il tasso "mussoliniano" nei lettori. E noi replichiamo col misura-comunismo, scrive Pietro De Leo il 2 Novembre 2018 su "Il Tempo". Un «fascistometro» per scoprire quanto di «ducesco» alberga in noi. È l’ultima discutibile iniziativa dell’Espresso che, con la collaborazione della scrittrice Michela Murgia, ha coniato un test basato su 65 luoghi comuni considerati, evidentemente, indice di fascismo. A seconda di quanti vengono considerati condivisibili dal lettore, il test rivela un profilo che può spaziare da «aspirante» (o fascista primordiale) a «proto fascista», da «non sono fascista ma...» a «Militante consapevole», fino al livello massimo: «Patriota». L’iniziativa, già comica di suo, diventa ancora più paradossale se si dà uno sguardo alla assoluta indeterminatezza delle frasi proposte, totalmente sganciate da ogni contesto. Per quelli dell’Espresso, insomma, basterebbe condividere un pensiero come «questo è razzismo al contrario» o «con la cultura non si mangia» per essere, in fondo all’animo, un po’ fascisti. E allora Il Tempo ha deciso di accettare il livello - basso, a dir la verità - del ragionamento e di proporre un test uguale e contrario. Scoprite anche voi, attraverso il nostro «comunistometro», se sotto i vostri vestiti si nasconde un radical chic con rolex e attico in centro.

Spunta le frasi che ti sembrano di buonsenso:

1) Accogliere tutti gli immigrati è una dimostrazione di umanità.

2) Se Salvini vola nei sondaggi è perché gli italiani sono un popolo di ignoranti.

3) Con la vittoria di Trump è tornato il suprematismo bianco.

4) Si dice «ministra».

5) Se i rom rubano è colpa nostra che non li sappiamo integrare.

6) Ah, se fosse passata la riforma di Renzi!

7) Serve un partito di «competenti».

8) Non è vero che gli immigrati delinquono di più, ma è solo percezione.

9) Dobbiamo accoglierli perché scappano dalla guerra.

10) Lo Ius soli è una misura che va incontro ai diritti di migliaia di bambini nati in Italia da genitori stranieri e parlano italiano, tifano squadre italiane e mangiano cibo italiano.

11) Gli immigrati sono risorse.

12) Con le unioni civili, l’Italia si è adeguata al resto del mondo.

13) Meglio cresciuto da una coppia di gay che in un orfanotrofio.

14) L’aborto garantisce la libertà delle donne.

15) Finalmente Papa Francesco!

16) Gli immigrati ci pagano le pensioni.

17) Dagli immigrati possiamo imparare tantissimo.

18) Il fascismo può sempre tornare.

19) Embe’? Perché, forse gli italiani non stuprano?

20) In uno Stato laico il crocifisso a scuola non ha senso.

21) Il presepe a scuola offende i figli dei musulmani.

22) La Festa della Mamma e la Festa del Papà offendono i bambini di coppie omosessuali.

23) Non si dice «sesso», si dice «genere».

24) Sui documenti pubblici, invece di «madre» e «padre» è meglio indicare Genitore 1 e Genitore 2.

25) Abbiamo il dovere di accogliere, ma purtroppo non ho spazio per ospitarne uno a casa mia.

26) Di questo passo finiremo come la Grecia.

27) Il mio eroe civile è Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

28) Non è un caso che il Decreto Sicurezza arrivi 80 anni dopo le Leggi Razziali.

29) La ragazza era già tossicodipendente e aveva brutte compagnie, se anche è stata ammazzata da un gruppo di africani l’immigrazione non c’entra niente.

30) Il movimento Metoo è una straordinaria affermazione dei diritti della donna.

31) Contro le donne esiste anche la «molestia percepita».

32) Dire «è finita la pacchia» agli immigrati è un abominio.

33) Le Ong sono indispensabili per salvare le vite.

34) George Soros sotenitore delle migrazioni di massa è una fake news.

35) Il Pd perde le elezioni per colpa delle fake news.

36) C’è un clima da Weimar.

37) Il sovranismo può portare ad una nuova stagione di conflitti bellici.

38) La bocciatura a scuola è un’umiliazione diseducativa per i ragazzi.

39) I bulli non vanno puniti ma vanno comprese le ragioni del loro disagio.

40) Ricordare i delitti dei partigiani nel triangolo rosso il 25 Aprile è demagogia revisionista.

41) Nel mio Pantheon ideale voglio Steve Jobs e Nelson Mandela.

42) L’Islam con l’Isis non c’entra niente.

43) La responsabilità dei naufragi nel Mediterraneo è di chi vuole chiudere i porti.

44) Non lo dico apertamente, ma in fondo un’altra Piazzale Loreto non sarebbe poi così male.

45) Rivedere l’istituto della «protezione umanitaria» significa rispedire donne e bambini nelle zone di guerra.

46) Ha ragione Saviano.

47) L’Italia è diventato un Paese razzista.

48) Gli odiatori del web sono tutti del M5S.

49) Salvini cominciasse a restituire i 49 milioni.

50) L’Unione Europea è l’unica garanzia di libertà.

51) Quasi quasi era meglio Berlusconi.

52) La flat tax aiuta i super ricchi.

53) Fortuna c’è Mattarella.

54) Da quando c’è Salvini al governo, le violenze contro gli stranieri sono aumentate.

55) …E allora le Crociate dei cristiani?

56) Le pubblicità in cui è la mamma che porta a tavola sono sessiste.

57) Liberalizzare la cannabis sconfiggerebbe lo spaccio.

58) Riformare la legittima difesa è un regalo alla lobby delle armi.

59) Con questo governo l’Italia non conta più niente in Europa.

60) Putin finanzia tutti i partiti della destra europea.

61) Bisognerebbe vietare la vendita dei gadget del Ventennio.

62) Chi pensa che il fascismo abbia prodotto anche opere positive è un fascista.

63) Bisognerebbe abbattere l’obelisco Mussolini.

64) Lo stupro commesso da un immigrato non è più condannabile di uno commesso da un italiano.

65) Non è vero che il Corano invita alla sottomissione.

66) Il primato della famiglia tradizionale è un retaggio anacronistico.

67) Il velo islamico non è un’anomalia perché anche le nostre nonne sessant’anni fa si coprivano il capo con un fazzoletto.

68) Si dice «Spianata delle Moschee», non Monte del Tempio.

69) Ha ragione l’Europa.

70) È doveroso inserire menù etnici nelle mense scolastiche.

71) Serve una grande mobilitazione di resistenza civile.

72) Stefano Cucchi era un geometra.

73) Carlo Giuliani è morto da eroe.

74) Alessandra Mussolini, con quel cognome, dovrebbe solo tacere.

Attribuisci un punto per ogni espressione spuntata e controlla i risultati.

Da 1 a 15 - Medioprogressista d’assalto. “Proprio comunista no. Vede, io sono medioprogressista”, rispondeva il Mega Direttore alla domanda di uno stralunato Fantozzi su quale fosse il suo orientamento politico. Hai i tuoi punti fermi di legge e ordine, ma un piedino nel mare del politicamente corretto lo metti. Magari per non sfigurare nelle tue frequentazioni altolocate dove guai a confondersi con “quelli di destra”. Diciamola tutta. Pure a te urta l’immigrato che ti tormenta fuori dal supermercato, o spaccia nel parco dove giocavi da bambino. Il “torna a casa tua” ti balla sul palato ma te ne guardi bene, perchè in certe occasioni “la solidarietà” fa figo e peraltro non vuoi fare la figura di un troglodita nei tuoi apericena alla moda. Tranquillo, anche se ti sgamano, nessuno dei tuoi compari dirà mai nulla. Perché la pensano esattamente uguale.

Da 16 a 35 - Osservatore coinvolto. Il mondo di colpisce dalla poltrona di casa. Ti senti coinvolto, vorresti fare qualcosa, ma tanto da solo che cambieresti? E comunque, quelli di là, quelli del non accogliere, della sicurezza, della famiglia tradizionale, un microscopico dubbio te lo mettono. Allora meglio farsi le proprie letture, da “selezionare” attentamente sul web per non incappare nelle fake news, aspettare che questi “tempi bui, signora mia” finiscano. Però guai intavolare con te una conversazione che abbia come tema l’immigrazione, il multiculturalismo, la famiglia tradizionale. Da Clark Kent ti trasformi in un Superman di logorrea politicamente corretta. E ti schieri, sì, ti schieri, slegato dalle inibizioni, travolgendo il malcapitato interlocutore.

Da 36 a 50 - Militante irreggimentato. Non te ne perdi una: gli editoriali di Saviano, le vignette di Vauro, le sortite dell’attore tal dei tali contro Salvini. E’ il tuo momento, anche tu fai parte della Resistenza. Lavori molto sui social, posti, condividi. Spesso scrivi pensierini seriosi, perché tu ti senti ampiamente calato nella Storia di cui vuoi essere protagonista, convinto che “se tutti noi nel nostro piccolo ecc.”. A vederti fare la spesa sembri uno così a modo. Ma ti trasformi al cospetto del tuo nemico numero uno, l’elettore salviniano. Se lo identifichi, lo guardi storto. Se ti tocca salutarlo perché lo conosci, lo fai a mezza bocca. Se lo punti sul web, lì c’è il rischio che ti scappi la frizione, e la bontà ostentata lascia il posto al rancore autentico. Tu, una Piazzale Loreto, la vuoi eccome. Ah, se sei donna, inutile discutere con te: contraddirti significherebbe essere sessista.

Da 51 a 74 - Zecca irrecuperabile. Qui la politica non c’entra nulla, sei completamente ottenebrato da un’ideologia abbracciata con una superficialità tale da spingere gli altri a vergognarsi per te. Hai la foto di Mussolini a Piazzale Loreto come sfondo del Desktop, la tua bandiera non è il tricolore ma quella arcobaleno. Nuoti nella contraddizione. Ti dichiari per la libertà della donna, ma tolleri l’arrivo di quelli che la costringono al velo. Odi l’Occidente, ma col cavolo che andresti a vivere nel Terzo Mondo. Se sei giovane, frequenti i centri sociali, e manifestando non disdegni gli scontri con “gli sbirri”. Perché ovviamente ti dichiari anche non violento. Talmente non violento da augurare di “penzolare” a chi non la pensa come te, a cui apponi in automatico il timbro di “fascio”. 

IL DEMOCRATOMETRO, scrive il 02.11.2018 G. P. su conflittiestrategie.it. Picchiavano sulla teste i comunisti, picchiavano i fascisti, picchiava la polizia al servizio dei liberali, quest’ultimi i più codardi di tutti perché violenti per procura, sempre dietro ad una cattedra o una cadrega, protetti dai corpi speciali della Bestia Statale (come la chiamano in sede economica). Lenin invocava la rottura dei crani, Mussolini quella delle reni, Hitler quella di tutte le ossa. I liberali, dall’alto ideale, sganciavano la bomba mortale, oltre a tutto il resto dell’arsenale. Siamo tutti canaglie, quando obbligati dal flusso conflittuale della società a lottare per primeggiare. Dare del fascista ad uno non aggiunge ne’ sottrae nulla all’infinita cattiveria di cui siamo capaci. Anzi, i fascisti che distribuivano gratis olio di ricino erano dei buonisti rispetto agli americani che distribuiscono ancora gas in giro per il mondo, in nome della libertà, la loro. Non c’è gente più violenta dei democratici, per questo hanno vinto le guerre. Per stigmatizzare qualcuno di carattere violento bisognerebbe dirgli “sei un democratico”. La definizione sarebbe assoluta e non attualmente superabile. I democratici sono in cima alla catena alimentare della predazione intraspecifica. Se volete insultare veramente qualcuno chiamatelo democratico e se volete proprio esagerare anche liberal-democratico. Al momento la specie umana non offre esseri più ferali. Altro che fascisti e comunisti! Il fascistometro non misura più nulla se non l’ignoranza di certi letterati.

Ps. I crimini si reiterano perché chi li ha commessi ha una giustificazione da offrire, chi li ha subiti dei torti da cancellare e tutti sempre dei pretesti da utilizzare all’occorrenza, per avere ragione della ragione. Così va la Storia, un po’ si è vittime, un po’ carnefici, un po’ opportunisti, dipende dall’epoca.

INTRODUZIONE. PIU’ COMUNISTA DI COSI’.

Ecco il vero racconto della caduta del Duce. Un «verbale ufficioso» consente di ricostruire i momenti drammatici del 25 luglio 1943, scrive Giancristiano Desiderio, Mercoledì 19/12/2018, su "Il Giornale". Come cadde realmente il fascismo e cosa accadde nella drammatica seduta del Gran Consiglio del 24-25 luglio 1943? Sappiamo che la Monarchia, tramite Dino Grandi, svolse un ruolo decisivo. Sappiamo che anche il Vaticano, con Galeazzo Ciano, fece la sua parte. Sappiamo, naturalmente, che il controllo delle Forze armate che aveva il generale Badoglio fu determinante. Ciò che non sappiamo è come andarono effettivamente le cose nella seduta del Gran Consiglio perché il verbale ufficiale fu distrutto dai gerarchi Guido Buffarini Guidi e Carlo Scorza. Non lo sapevamo almeno fino ad ora. Lo storico Antonio Alosco ha scovato una «documentazione finora inedita» tra le carte del Regno del Sud e «conservata nell'Archivio privato di Pasquale Schiano, all'epoca segretario del Centro Meridionale del Partito d'Azione» che può essere considerato un «verbale ufficioso» della seduta in cui Mussolini fu messo in minoranza e fu arrestato. Il documento, infatti, narra in modo molto dettagliato e con dovizia di particolari la riunione dell'organo supremo del regime fascista: non solo episodi ed aneddoti che potevano essere conosciuti solo da chi partecipò alla seduta del Gran Consiglio, ma anche il modo in cui i congiurati riuscirono a controllare la Polizia, i Carabinieri Reali e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Per questo motivo, il verbale «probabilmente fu redatto da un componente del Gran Consiglio rifugiatosi nel Meridione all'ombra della monarchia»: il grande avvocato e giurista Alfredo De Marsico - noto anche per il motto fulminante: «meglio essere un ex che una x» - che rivide il testo dell'ordine del giorno Grandi, che andrebbe meglio definito ordine Grandi-De Marsico. Lo studioso Alosco, che da collaboratore di Renzo De Felice non è nuovo a ritrovamenti di documenti storici così importanti, illustra l'importante scoperta filologica nel libro Socialismo tricolore. Da Garibaldi a Bissolati. Da Mussolini a Craxi (grauseditore) nel capitolo dedicato, appunto, alla caduta del regime mussoliniano. Ciò che viene fuori è una sorta di cronaca di quell'ultima riunione del Gran Consiglio che smentisce le ricostruzioni finora tentate che, forse, troppo facilmente sulla base di memorie hanno avvalorato l'idea che il regime di Mussolini si sciolse come neve al sole. Il documento, infatti, non trascura neanche qualche aneddoto curioso ma secondario o addirittura tragicomico «come il doppio svenimento con relativo pianto a dirotto» di Carlo Pareschi che poi «trovò la forza alla fine per votare a favore dell'ordine del giorno Grandi, di cui peraltro era firmatario». Pareschi, che fu ministro dell'Agricoltura dal 1941 al 1943, venne poi arrestato, sommariamente processato, condannato e fucilato con De Bono, Ciano, Marinelli e Gottardi. Un momento particolare della seduta riguarda il voto, contrario a Mussolini, di Giovanni Balella, presidente della Confindustria: «Il voto non rappresentava una sua opinione prettamente personale, ma l'opinione dell'intera organizzazione degli industriali». Il verbale ufficioso parla di una «breve interruzione» e dell'ingresso dell'usciere che comunicò a Balella che «egli era stato cercato telefonicamente in continuazione per tutta la notte». Il presidente della Confindustria uscì per parlare al telefono e la sua uscita mise in allarme i firmatari dell'ordine Grandi che sospettavano una contro-mossa o, come scrive Alosco, «un perfido contro complotto». Non a caso proprio Dino Grandi disse: «Attenzione, si sta preparando il nostro assassinio». I principali artefici della congiura furono Grandi e Luigi Federzoni, con il contributo importante di De Marsico. Grandi e Federzoni erano stati insigniti del Collare dell'Annunziata ed erano, dunque, cugini del re. Anche Ivanoe Bonomi ricevette la stessa onorificenza e appoggiava il colpo di Stato dall'esterno e di lui, non a caso, si parlò inizialmente come del futuro capo del governo, ma erano della partita anche Vittorio Emanuele Orlando e Alberto Bergamini. La discussione del Gran Consiglio, dopo la fase introduttiva, divenne drammatica tra invettive e offese. Mussolini ricorse alle minacce e rivolto al segretario del Pnf, Scorza, gli disse: «Forse dovrò darvi l'ordine di arrestare questi messeri». Avvenne il contrario: si giunse alla votazione e il Duce fu messo in minoranza. Ma la riuscita della congiura fu opera di Badoglio e Carmine Senise, ex capo della Polizia. Quest'ultimo la mattina stessa del 25 luglio, su ordine di Badoglio e senza che fosse avvisato l'allora capo della Polizia, Renzo Chierici, ritornò al comando della Polizia. I Carabinieri, che erano rimasti orfani del generale Azolino Hazon, devotissimo di Mussolini, che morì il 19 luglio nei bombardamenti di Roma, erano sotto il controllo di Badoglio. Di fatto nelle mani di Mussolini vi era solo la Milizia comandata dal generale Galbiati che gli fu fedele. Proprio Galbiati, prevedendo il peggio, aveva predisposto «uno schema di telegramma circolare» da inviare «a tutti i comandanti della Milizia di tutte le città d'Italia»: il messaggio dava «l'ordine di mobilitazione di tutti i militi e tenersi pronti per ogni eventualità». Ma qui avvenne il doppio colpo di scena. Il generale Galbiati «era convinto che il suo telegramma avesse raggiunto i destinatari e che poteva disporre di tutta la Milizia fascista d'Italia, invece, Senise prima impedì che partisse il telegramma di Galbiati e poi, con Badoglio, ne inviò uno scritto da lui «con la firma apocrifa di Galbiati» che comunicava «che per il futuro la Milizia faceva parte integrante dell'Esercito». Con questo stratagemma, raccontato nel «verbale ufficioso», tutte le Forze armate di ogni ordine e grado erano sotto il controllo di Badoglio, del nuovo governo e del re. Più una sorta di cambio di dittatore che di regime.

La dura sorte del «conte mollo» Esce in Francia una biografia di Ciano, scrive Martedì 19/06/2007 Il Giornale. Michel Ostenc, italianista di lungo corso, pubblica dalle Editions du Rocher una biografia francese di Galeazzo Ciano, la prima da molti anni, che è forse la migliore mai dedicatagli Oltralpe. Sin dal sottotitolo Ostenc si muove sulla linea interpretativa di Renzo De Felice, definendo Ciano «un conservatore di fronte a Hitler e Mussolini». Non fu infatti mai un vero fascista, era e rimase fino allultimo un conservatore di provincia, borghese e cattolico. Non riusciva ancora a convincersi di avere ai suoi piedi una Roma, allora (come sempre) capitale corrotta, dove tra i suoi nomignoli il più azzeccato era «il conte mollo» a imitazione di un celebre ponte. Le cose cambiarono nei giorni della non belligeranza, quando Ciano da commesso viaggiatore dellAsse si trasformò nel suo più visibile oppositore. Ma lindignazione che echeggia da quel momento nel suo diario non va presa troppo alla lettera, anche a prescindere dalla tesi mai provata, secondo cui il testo sarebbe stato rimaneggiato dopo il rimpasto del febbraio 1943, quando Mussolini trasferì il genero di cui non si fidava più allambasciata presso la Santa Sede. Luomo si era però accorto che Hitler e Ribbentrop usavano lalleanza con lItalia a loro piacimento, sorvolando sugli impegni presi quando faceva loro comodo, si trattasse dellAnschluss, della spartizione cecoslovacca dopo Monaco, dellaccordo con la Russia o della decisione di attaccare la Polonia. Tuttavia, senza lassenso del Duce, Ciano non avrebbe mai potuto pronunciare il discorso alla Camera del 16 dicembre 1939, in cui veniva addirittura reso omaggio alla resistenza dei polacchi. Questa battaglia sfortunata che costò a Ciano lodio mortale dei tedeschi, è al centro della biografia molto documentata di Ostenc. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo troppo giovane e inesperto per limmenso potere che sfiorò senza conquistarlo, buono ma debole, intelligente ma superficiale, irretito da una vita di mondanità da cui il suocero (né buono né superficiale) si teneva alla larga. Come tutti gli insicuri adorava essere adulato e corteggiato, ma fu meno clientelare della media dei gerarchi politici di allora (e di dopo). Quando la guerra si avvicinò, intuì che il regime saliva su di un treno impazzito. Ma come molti italiani medi era convinto di essere furbo, anzi il più furbo di tutti. La tendenza allintrigo lo portò ad architettare una serie di disastri, come la sciagurata politica albanese, e a consegnarsi poi al carnefice, convinto fino allultimo di poter giocare una partita molto più grande di lui tra tedeschi, ultrà di Salò e alleati. Ottenne solo di morire bene, appena quarantenne, dopo aver vissuto troppo spesso male.

Sì, Galeazzo Ciano tradì (la verità nel suo "Diario"). Grecia, golpe di Franco, Patto d'Acciaio e non solo Documenti inediti rivelano omissioni e falsità, scrive Giampietro Berti, Venerdì 30/11/2018, su "Il Giornale". Sul fascismo la bibliografia è ormai sterminata. Non c'è momento, aspetto e problema del suo manifestarsi che non sia stato indagato sotto i più diversi angoli visuali. Tanto da poter dire che l'interesse verso la sua storia ha assunto forme enfatiche, per non dire parossistiche, quasi a significare che i conti con la sua esperienza siano ancora lontani dall'esser chiusi. Eppure il fascismo, come il comunismo, è morto; anzi, stramorto. Il significato della sua parabola si delinea ormai in modo inequivocabile relativamente al suo posto e al suo peso nel bilancio complessivo del secolo trascorso. Certo, la conoscenza di tutto quello che esso ha prodotto non può che risultare «inesauribile», come «inesauribile», ovviamente, risulta ogni evento del passato, specialmente se questo si pone, come nel caso del fascismo, al centro di un crocevia fondamentale della storia novecentesca. Su questa inesauribilità getta ora nuova luce lo studio fondamentale di Eugenio Di Rienzo dedicato a Galeazzo Ciano, uscito oggi presso la casa editrice Salerno (Ciano. Vita pubblica e privata del «genero di regime» nell'Italia del Ventennio nero, pagg. 696, euro 34) che si basa su una ricca documentazione inedita proveniente dagli archivi italiani, vaticani, britannici, francesi, nipponici, tedeschi, statunitensi. Attraverso questa imponente e accuratissima biografia, Di Rienzo ricostruisce i passaggi decisivi del regime fascista, soprattutto a partire dal momento in cui il genero di Mussolini assume, nel 1936, la guida della politica estera nella grande scacchiera delle relazioni internazionali che comprendevano non solo tutto l'Occidente, ma anche il Mar Rosso, i Balcani, l'Egitto, il Medio Oriente, l'Afghanistan, l'India, l'Asia orientale, l'America meridionale. Come ministro degli Esteri, Ciano prese sul serio l'esortazione del Conte di Cavour («Essere presenti sempre e dappertutto!»), proiettando il suo protagonismo politico e diplomatico con grande impegno, senza risolvere tuttavia il problema storico, o piuttosto il dramma, della politica estera italiana, rimasto immutato dal 1870 al 1943, quello, cioè, di una nazione provvista di una potenza virtuale molto più elevata di quanto la sua potenza effettiva le consentisse di esercitare, e per quest'anomalia indotta ad assumere decisioni a volte azzardate e apparentemente irrazionali. Oltre a far luce sull'azione politico-diplomatica, l'importanza di questo studio consiste nel fatto che Di Rienzo pone al centro della sua ricerca il Diario, redatto dal genero di Mussolini dal 9 giugno 1936 al 6 febbraio 1943, fonte documentaria alla quale hanno dato credito quasi tutti i suoi biografi e la maggioranza degli analisti dell'ultima fase del regime fascista (non escluso Renzo De Felice e buona parte della sua scuola) perché testo considerato genuino e addirittura inoppugnabile. Per Di Rienzo, invece, il Diario è in gran parte inautentico e contraffatto, come lo sono le tante testimonianze apologetiche che moltissimi protagonisti del regime (Bottai, Grandi, Bastianini) hanno consegnato ai posteri. Già Allen Welsh Dulles (direttore a Berna della «Divisione Europa» dell'Office of Strategic Services) e Gaetano Salvemini, presa visione del manoscritto del Diario, riscontrarono in esso inesattezze, errori di datazioni, contraddizioni cronologiche e fattuali, cancellature e sostituzioni, vistose lacune inerenti alcuni momenti cruciali della politica estera italiana. Espressero un analogo giudizio anche il ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, quello spagnolo Ramón Serrano Súñer, l'ambasciatore francese a Roma dal 1938 al 1940 André François-Poncet, il direttore del «giornale di famiglia» dei Ciano, Giovanni Ansaldo. Anzi fu proprio Ansaldo a scrivere che non bisognava «credere che Ciano, pur considerando il diario la sua valvola di sfogo, pur riservandosi di servirsene, un domani, anche contro Mussolini, fosse sincero nella sua stesura». In conclusione, per Di Rienzo il Diario costituisce, nella sua interezza, una testimonianza infedele, dove appare evidente il gioco della simulazione, della dissimulazione e della mistificazione sistematica, dato che esso fu deliberatamente vergato al solo fine di separare le responsabilità del suo autore da quella del Duce. Ad esempio, solo scarsi accenni sono fatti alla riunione del 15 ottobre 1940 nella quale Mussolini, Ciano e Badoglio pianificarono l'aggressione della Grecia, mentre sono state distrutte e sostituite le pagine originali sul disastro militare che fece seguito a quella decisione. Nessun riferimento è poi fatto al ruolo giocato dal governo fascista per la preparazione, l'attuazione e il sostegno al golpe di Franco, né ovviamente al cosiddetto Gabinetto Ufficio Spagna, che permise a Ciano di coordinare, subordinando alla sua iniziativa l'azione del Ministero della Cultura Popolare e dei dicasteri economici e militari, l'intervento fascista a favore delle forze golpiste guidate dal Caudillo. Di enorme rilevanza sono, infine, le omissioni e le falsificazioni del Diario, portate alla luce da Di Rienzo, per ciò che concerne la decisione di occupare l'Albania, il convegno di Milano del 6-7 maggio 1939 tra Ciano e von Ribbentrop, la firma del Patto d'Acciaio del 22 seguente, l'intero periodo della «non belligeranza» (settembre 1939-giugno 1940), le reazioni di Mussolini subito dopo il disastroso fallimento dell'offensiva del Regio Esercito in Epiro. Partendo da queste constatazioni e da queste premesse metodologiche, è possibile quindi vedere con occhi diversi e più disincantati alcuni momenti centrali della storia del fascismo, e comprendere con maggiore profondità analitica le scelte fondamentali fatte da Mussolini riguardo il periodo successivo all'invasione dell'Etiopia, la guerra di Spagna, l'asse Roma-Berlino, il conseguente Patto d'Acciaio con la Germania nazista, l'entrata in guerra dell'Italia, i rovesci militari italiani in Grecia, Russia, Nord d'Africa, la caduta del regime.

È morta Frau Beetz, la spia che doveva rubare i diari di Ciano. Aveva 90 anni, la leggenda vuole che si innamorò del conte prigioniero a Verona. Aiutò Edda Mussolini a fuggire in Svizzera e salvare le carte del marito, scrive Luigi Mascheroni, Mercoledì 31/03/2010, su "Il Giornale". Hildegard Burkhardt, l'ex spia tedesca incaricata dal regime nazista di impossessarsi dei diari del conte Galeazzo Ciano mentre si trovava in prigione, è morta lunedì a Bonn all'età di 90 anni. La notizia è stata riportata dal sito internet tedesco Trauer.de. Secondo la leggenda, da spia si trasformò nell'amante del genero di Mussolini, aiutando infine la fuga di Edda Ciano in Svizzera, dove riuscì a mettere in salvo i diari del marito. Passata alla storia come Frau Felizitas Beetz, fu segretaria del tenente colonnello Wilhelm Hottl, capo del servizio segreto tedesco in Italia. Controverso e misterioso personaggio, dotata di ottima cultura e di notevole padronanza della lingua italiana (si era laureata in letteratura italiana all'Università Lipsia), ricevette, all'età di 22 anni, l'incarico di tentare di farsi consegnare da Galeazzo Ciano i suoi diari, considerati compromettenti per gli alti gerarchi nazisti (in particolare da Joachim von Ribbentrop) oltre che da Adolf Hitler. Per raggiungere il suo scopo, Frau Beetz frequentò assiduamente la cella numero 27 del carcere in cui fu rinchiuso Ciano, arrestato perché tra i componenti del Gran Consiglio del Fascismo che il 25 luglio del 1943 determinarono la caduta del regime fascista. Invece di impegnarsi a trovare i diari di Ciano, alla fine Beetz cercò di salvare il conte Galeazzo, marito di Edda, figlia di Benito Mussolini. Felicitas Beetz partecipò a tutte le udienze del processo di Verona, ritornando ogni sera al carcere degli Scalzi per rincuorare Galeazzo. Assistette Ciano fino all'ultimo momento, fin quando questi venne trasferito al poligono di Porta Catena per l'esecuzione. Dopo la fucilazione di Ciano (11 gennaio 1944), fu Frau Beetz a consegnare gli ultimi oggetti di Ciano alla madre - Carolina - ricoverata, perché ammalata di cuore, nella casa di salute "La Quiete" di Varese. In occasione di quell'incontro, Frau Beetz confidò a Carolina Ciano: «Io ho amato Galeazzo, contessa. E lo amo ancora. È stato il grande amore della mia vita». Sembra che Edda Mussolini avesse visto nella spia tedesca, più che una rivale, un'alleata. Questa circostanza appare confermata anche nelle sue memorie, in quanto Felicitas, insieme al conte Emilio Pucci, aiutò Edda a fuggire con i bambini in Svizzera. La fuga in Svizzera di Edda e la sua famiglia consentirono che gli esplosivi diari di Galeazzo Ciano potessero essere salvati e consegnati alla storia. Dopo la seconda guerra monduale, Hildegard Burkhardt lasciò l'Utalia e ritornò in Germania. Dopo aver divorziato dal primo marito, Gerhard Beetz, si risposò con Carl-Heinz Purwin, dal quale ebbe un figlio, Ulrich. In seguito intraprese una brillante carriera di giornalista con il nome di Hilde Purwin. Fu, tra l'altro, corrispondente del quotidiano «Neue Ruhr Zeitung» da 1951 fino a 1984.

Quando Nenni consolò Edda Ciano con una mela e Spadolini era vittima di Missiroli. «Un bambino e la storia» di Ugo Intini: la vita sotto le bombe degli «Alleati», la ricostruzione, l'alba della Repubblica. I fenomenali ricordi raccolti dall'ex direttore dell'«Avanti!» partendo dagli occhi di un bimbo per ritrovare la strada smarrita di una «memoria condivisa» da tutti, scrive Roberto Scafuri, Giovedì 21/10/2010, su "Il Giornale". Mica facile scrivere della memoria. Pescare all'interno di sé, nel profondo, bagliori di ciò che abbiamo vissuto. A volte arrivano su, all'amo che abbiamo innescato, ricordi persino inattesi, prima inafferrabili, che misteriosamente si fanno avanti senza pudore. Altre volte, a dispetto dei potenti fasci di luce inviati giù, la ricerca di un particolare che ci sembrava fondamentale invece stenta a venir fuori. E quando magari sbuca, ecco che svapora nella risalita, appare meno importante o del tutto ininfluente. È uno sforzo imponente dell'anima - dell'Io, se si preferisce - andare a pesca nella memoria. Peggio, se si è nati nel 1941 e ci si trova, per coerenza e completezza, a interrogare ciò che resta di eventi storici capitati soltanto due anni dopo. Eppure Ugo Intini - già direttore dell'Avanti!, deputato socialista di lungo corso, uno dei pochi a essere uscito intero, specchiato e a testa alta dal ciclone di Tangentopoli - ci riesce. Da qui, dai bombardamenti feroci del terzo anno di guerra, decide di partire per la sua ultima fatica, «Un bambino e la storia - 1941-50: memoria per unire. I bombardamenti, la guerra civile, la ricostruzione» (Ponte Sisto, 16 euro). Libro uscito già da un po', ma davvero insolito per il timbro da saggista politico che aveva dominato i precedenti lavori di Intini, e forse più congeniali all'uomo e giornalista che ha vissuto l'intera vita profondamente «calato» nelle vicende del Paese. Segno di un impegno civile probabilmente oggi non più «di moda». Il fortuito passaggio per il paesino del Torinese nel quale la sua famiglia era «sfollata» durante la guerra, Balangero, pare folgorarlo e richiamare alla sua mente flash del passato, la «macchina del tempo» che lo risucchia e magicamente lo convince che «avevo visto abbastanza per poter andare indietro, ricostruire e far rivivere frammenti del periodo tumultuoso in cui è nata l'Italia. Non da storico, perché non lo sono, ma da spettatore bambino prima, da ascoltatore poi». Già, perché per ben raccontare occorre sapere ben ascoltare. Ed è anzitutto per questo, che il libro andrebbe fatto adottare nelle scuole, o almeno in qualche scuola di giornalismo: per la capacità di raccogliere testimonianze, di costruire ricordi sbiaditi o impossibili (considerata l'età dell'autore all'epoca di molti degli eventi), di documentarli da giornalista vero (persino fin troppo accurato, verrebbe da dire, laddove dati e numeri interrompono il fluire della memoria). Esempio di metodo, ed esempio di impegno civile anch'esso, questo lavoro certosino che ormai certa «liquidità» tecnologica fa ritenere superato, e invece costituisce il sale della vita pubblica (e privata). Andrebbe proposto ai giovani di oggi, questo volume di 259 pagine dalla prosa fluida ma non per questo leggera. Anche per illuminare, in modo sicuramente più interessante di certi libri di storia, l'alba della nostra Repubblica, dove cominciano a muoversi personaggi che saranno Padri della Patria, dove certe dinamiche spiegano il dispiegarsi successivo dei fatti, dove l'obbiettività maniacale è quasi sempre foriera di giudizi condivisibili proprio perché non calati dall'alto, bensì dimostrati e dimostrabili. Oggi che prevale il «sapere superficiale» dei «nuovi barbari» cantati da Baricco (o almeno non abbastanza vituperati), un libro del genere rappresenterebbe in maniera lampante perché non gettare il bimbo con l'acqua sporca, perché doversi impegnare ancora, perché - come vorrebbe in un impeto di giovanile entusiasmo dell'autore - gli italiani dovrebbero ritrovare la possibilità di una "pacificazione". Di un sentire comune che inviti ciascuno ad assumere il punto di vista anche dell'avversario, e che invece proprio oggi appare inattuale più che mai. Ma come non ascoltare incantati il racconto della vita di guerra nella Milano martoriata dalle bombe di coloro che diventeranno gli «Alleati»? Come non condividere le ragioni - ricostruite con dovizia - che portarono i guerreggianti, ma in particolar modo proprio coloro che si sarebbero arrogati il diritto di diventare «giudici dei vinti», a utilizzare i bombardamenti proprio per terrorizzare la popolazione, e dunque come dei veri e propri «terroristi»? Forse interrompono il fluire dei ricordi, le tante considerazioni dell'autore, e danno al libro uno strano timbro, a metà tra la testimonianza che cattura il cuore e il ragionamento che conquista la mente. Ma come fare a non incedervi, di fronte all'enormità dello sdegno, a certe delusioni postume, alla falsità delle ricostruzioni di comodo? Intini non resiste, si vede che la natura del politico prende il sopravvento sull'aneddotica che pure abbonda di particolari gustosissimi. Come quello, per esempio, della carriera del giovane Spadolini dovuta, secondo Afeltra, alle cospicue «pacche sulle cosce» regalategli dal direttore Missiroli nei lunghi giri notturni per la città a bordo dell'automobile del Corriere della Sera. O alle altrettanto lunghe passeggiate notturne del sindaco socialdemocratico di Milano, Cassinis, che al termine del Consiglio comunale chiamava il giovane ma combattivo assessore (all'Economato) Bettino Craxi intimandogli: «Vieni qui, Bettino, vieni a fare una passeggiata con me, ché mi racconti cosa succede in politica!». Sparivano nelle vie del centro fino quasi all'alba, per poi magari ritrovarsi con qualche giornalista in un'osteria di via Cadore che apriva alle quattro del mattino per offrire una «trippa favolosa» agli scaricatori del mercato al primo turno. O ancora: il già vecchio Pietro Nenni che «dava importanza alle piccole cose come chi viene da una tradizione di povertà contadina» e s'informa degli alberi di mele della fattoria di Italo Pietra (poi direttore del Giorno), chiedendogli di mandargliele. E che alla sfortunata Edda Ciano, in visita alla moglie nel Dopoguerra, consegna una di queste mele per lui così importanti dicendole: «Ci prenderanno a torsoli», che per Nenni significava il riconoscimento di un errore e il timore per la potenziale impopolarità. Un Nenni che sembra di vedere, assorto a dettare un pezzo per l'Avanti!, virgole comprese, al giovane Intini. O che, sempre a occhi chiusi, come disfatto dagli eventi, comunica al collega il titolo su Piazzale Loreto, dove s'era fatto scempio del cadavere del suo antico compagno di cella Mussolini, con voce sottile e distante: «Giustizia è fatta». Tale e tanta, la messe di ricordi personali - dal Pertini deputato che dorme con la moglie nel suo ufficio al Lavoro di Genova al giovane Cossutta che rifiuta la comunione di Schuster in carcere - che non si può far torto all'autore raccontandone soltanto accenni. Sembra quasi di rompere quell'incanto della memoria che illumina il passato, che ci fa piombare nel rimpianto di una Milano irripetibile e gravida d'ogni energia. Nel rammarico, condiviso con l'autore, di un Paese che ha smarrito la sua strada.

La legge anti-caporalato? La fece il fascismo nel 1926. E la abolì Badoglio, scrive Antonio Pannullo, mercoledì 8 agosto 2018, su "Il Secolo d’Italia". Il “caporale” è la figura di intermediatore illegale tra latifondista e manodopera non specializzata. È una piaga presente da sempre, e in Italia si è saldata con la criminalità organizzata, soprattutto nel centrosud. La parola “caporalato” è tornata in questi giorni sotto i riflettori a causa degli incidenti che hanno visto coinvolti lavoratori stagionali stranieri in Puglia, ma è un male antico, un male “liberale”. Nel 2016 la Camera approvò la cosiddetta legge anti-caporalato, che però evidentemente non ha avuto effetto sul fenomeno, probabilmente a causa degli scarsi controlli da parte delle autorità. La rivista e blog Italia coloniale però, diretta da Alberto Alpozzi, ci ricorda che il caporalato fu combattuto e sconfitto, come la mafia del resto, dal fascismo, che nel 1926 varò la legge 563, detta “legge sindacale”, perfezionata e modificata fino al 1938 con altre norme tese a “contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione”. Italia coloniale ricorda anche che queste rivoluzionarie normative, inserite nel Codice corporativo e del lavoro fascista, valevano oltre che in Italia anche nelle colonie, cosa che contribuì ad abolire nell’Africa italiana la schiavitù e la servitù della gleba, fiorenti fino alla conquista da parte dell’Italia dell’Africa orientale.

Il caporalato era completamente scomparso. In particolare, racconta ancora l’Italia coloniale, due furono i provvedimenti più incisivi: “i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato”, provvedimenti non esistenti nella precedente legislazione liberale. Insomma, l’imprenditore poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi, dice ancora la rivista storica. In nessun caso l’imprenditore poteva assumere operai attraverso intermediatori privati, considerati dal fascismo né più né meno che parassiti sociali. Inoltre, ci dice l’Italia coloniale, le richieste di manodopera non potevano essere nominative ma numeriche, per evitare qualsiasi tipo di clientelismo. Se un lavoratore veniva licenziato senza motivo, poteva ricorrere alla Magistratura del Lavoro. Caporalato e mafia, quest’ultima grazie al prefetto Cesare Mori, furono bandire per qualche anno dall’Italia. Fino al settembre 1944, quando il governo Badoglio con il decreto 287 abolì tutte le leggi della Carte del Lavoro con le conseguenze che oggi ci troviamo a combattere.

Caporali e Operai. La legge fascista anti caporalato valida in Italia e nell’Africa Orientale, scrive Alberto Alpozzi il 18 luglio 2017 su Italiacoloniale.com. (Di Maria Giovanna Depalma). Il Caporale è una figura storica che da sempre si occupa sia di intermediazione tra proprietà agricola e manodopera – rigorosamente poco specializzata – che di reclutamento, organizzazione del lavoro, gestione delle paghe. Un sodalizio che spesso unisce la criminalità organizzata e lo sfruttamento dei lavoratori. Un giro d’affari da 17 miliardi di euro che oggi coinvolge 400 mila braccianti in tutto il territorio nazionale, pagati in media 3 euro per ogni occasione. A seguito di diverse denunce che hanno confermato una larga diffusione del fenomeno, nell’ottobre del 2016, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la legge anti-capolarato che prevede la descrizione del comportamento punibile e l’inasprimento delle pene già previste dall’articolo 603-bis (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro). C’è da dire, però, che questa pratica criminale è una vecchia piaga del sistema liberale, già conosciuta e combattuta dal Governo italiano a partire dal 1926 grazie alla legge n. 563 ovvero la “Legge Sindacale”. Attraverso l’attuazione dell’Art. 16 della predetta legge e di una serie di norme giuridiche varate tra il 1926 e il 1938 atte a “Contemperare secondo equità gli interessi dei datori di lavoro con quelli dei lavoratori tutelando, in ogni caso, gli interessi superiori della produzione” venne attuata una vera e propria rivoluzione sia in campo economico che sociale. Ovviamente queste leggi -previste dal Codice Corporativo e del Lavoro – valevano sia nella Madre Patria che nelle Colonie, sia per i lavoratori coloni che per gli autoctoni, abolendo così anche forme di schiavitù o servitù della gleba nell’Africa Orientale Italiana. Furono due, in particolare, i provvedimenti più incisivi in termini di organizzazione del lavoro e tutela dei lavoratori (non contemplati nel sistema liberale vigente in precedenza): i contratti collettivi di lavoro e gli uffici di collocamento gratuiti per i lavoratori disoccupati. I primi dovevano essere obbligatoriamente redatti e approvati dal Sindacato di categoria (ente che provvedeva anche al continuo miglioramento della formazione professionale dei lavoratori attuata attraverso gli organi d’istruzione professionale) prima di iniziare qualsiasi rapporto di lavoro subordinato. Gli elementi essenziali di questi contratti stabilivano: il periodo di prova del lavoratore, la misura e le modalità di pagamento della retribuzione, l’orario di lavoro, il riposo settimanale, il periodo annuo di riposo feriale retribuito, i rapporti disciplinari, la cessazione dei rapporti di lavoro per licenziamento senza colpa, il trattamento dei lavoratori in caso di malattia o richiamo alle armi (Legge n.1130/1926). Invece per combattere il fenomeno del caporalato, seguendo i principi sanciti dalle dichiarazioni XXII e XXX della “Carta del Lavoro”, si utilizzarono gli uffici di collocamento (Legge n. 1103 del 28 marzo 1928). Questi enti funzionavano a 360 gradi: servivano sia a controllare il fenomeno dell’occupazione e della disoccupazione (indice complessivo della produzione e del lavoro) che a tutelare gli operai dai caporali. L’imprenditore, infatti, poteva assumere la manodopera soltanto per mezzo di tali uffici, scegliendo tra gli operai iscritti; viceversa quest’ultimi, per cercare un impiego, avevano l’obbligo di avvalersi degli stessi: in caso contrario erano previste sanzioni pecuniarie per entrambi. In tal modo l’imprenditore non poteva più assumere gli operai attraverso dei mediatori privati, che lucrando sui bisogni dei lavoratori, esercitavano una vera e propria funzione di parassiti. Per di più, con la “Riforma del Collocamento” attuata con il decreto-legge n. 1934 del 21 dicembre 1934, gli uffici assunsero anche la funzione pubblica di controllo: attraverso gli organi territoriali preposti, accertavano che l’obbligo di avviamento al lavoro per il tramite degli uffici di collocamento fosse rispettato da tutti i lavoratori. Solo in casi di urgente necessità (allo scopo di evitare danni alle persone alle materie prime, o agli impianti) fu data facoltà ai datori di lavoro di assumere direttamente la mano d’opera con l’obbligo, però, di darne comunicazione entro tre giorni all’ufficio di collocamento competente. Successivamente, nel 1935, il Governo sancì un’ulteriore regola per gli imprenditori: la richiesta di manodopera non doveva essere più nominativa ma numerica, indispensabile ai fini di un’equa distribuzione del lavoro tra gli operai ed evitare qualsiasi rapporto di clientelismo. Per i datori di lavoro, tra l’altro, vigeva l’obbligo di denunciare entro 5 giorni, sempre presso gli uffici competenti per territorio e per categoria, i lavoratori che per qualsiasi motivo cessavano il rapporto di lavoro. Anche in questo caso l’azione dello Stato fu lungimirante: se il lavoratore veniva licenziato ingiustamente aveva facoltà di ricorrere presso la “Magistratura del Lavoro”, organo competente nella risoluzione delle controversie tra datore di lavoro e operai. Tutto questo cessò di esistere il 14 settembre 1944 quando il Governo Badoglio con il decreto n. 287 abolì tutte le leggi (comprese quelle anti-capolarato) che avevano preso forma nella Carta del Lavoro attuando la rivalsa del sistema liberale nei confronti di quello corporativo e ripristinando quel principio economico basato sull’espansione del singolo individuo – senza limitazioni di sorta pur di accrescere la propria ricchezza – anche a scapito della collettività e della giustizia sociale. Di Maria Giovanna Depalma.

In una circolare fascista la tutela dei lavoratori somali che i sindacati di oggi dovrebbero leggere, scrive Alberto Alpozzi il 29 maggio 2017 su Italiacoloniale.com. A Genale, poco a sud di Mogadiscio, quando la Somalia era chiamata italiana, vi era la sede dell’Azienda Agricola Sperimentale. Qui, negli ’20 e ’30 del ‘900, si trovava una vasta zona di concessioni agricole, sorrette dal Governo italiano. Le concessioni si estendevano su 30.000 ettari per la coltura del cotone, resa possibile dalla grande diga di sbarramento dell’Uebi Scebeli e dalle numerose canalizzazioni che il Regno d’Italia aveva realizzato. Vi si coltivavano, oltre al cotone, anche la canna da zucchero, il sesamo, il ricino, il granoturco, la palma, il capok e soprattutto le banane. La prima azienda sperimentale a Genale venne creata nel 1912 da Romolo Onor che vi condusse i primi studi tecnici ed economici sull’agricoltura in Somalia. Nel 1918, alla sua morte l’Azienda cadde in disgrazia e quasi abbandonata. Fu il primo Governatore fascista, il Quadrumviro della marcia su Roma, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che ne intuì l’importanza e la risollevò, facendone un grosso centro di colonizzazione unico nel suo genere. Fu infatti il primo esperimento di colonizzazione sorretto totalmente dallo Stato, assegnando i terreni a coloni italiani. L’Ufficio Agrario e l’ufficio di Colonizzazione ordinavano e disciplinavano le concessioni e curavano e distribuivano l’acqua per l’irrigazione. Il Governatore de Vecchi fece studiare anche un nuovo sistema di irrigazione in derivazione del fiume Uebi Scebeli per distribuire omogeneamente l’acqua in tutto il comprensorio, facendo realizzare una nuova diga, lunga 90 metri, in sostituzione di quella vecchia ormai fatiscente. Insieme alla diga, inaugurata il 27 Ottobre 1926, vennero realizzati un nuovo canale principale di 7 chilometri e cinque secondari, creando complessivamente una rete di 55 chilometri di nuove canalizzazioni, insieme a 200 chilometri di strade camionabili terminate poi nel 1928. Parallelamente alle opere per l’irrigazione l’intero comprensorio, circa 18 mila ettari, venne indemaniato, inquadrato e colonizzato, suddividendolo in 83 concessioni divise in cinque zone. Ma come funzionava la manodopera nelle concessioni e quali erano le direttive del governatore fascista per gestire il comprensorio?

Così scriveva il de Vecchi in una CIRCOLARE del 14 GIUGNO 1926 (vedi “Orizzonti d’Impero”, Mondadori 1935, pagg. 320-327)indirizzata al Residente di Merca: “Le popolazioni indigene hanno risposto allo sforzo dello Stato con una ubbidienza, una disciplina ed uno slancio, di cui non si può a meno di tenere conto oggi ed in avvenire, quando si ricordi che appena poco più di due anni addietro il Governo stentava a mettere assieme in questa regione duecento uomini per il lavoro dei bianchi, che si rassegnavano a lasciar perire ogni impresa per la deficienza della mano d’opera, mentre oggi abbiamo al lavoro nella zona circa settemila persone, senza che mai avvenga il benché minimo incidente da parte delle masse lavoratrici, buone, serie e fedeli; si deve avere ragione di profondo compiacimento, sia per i risultati della politica compiuta, sia per il giudizio sulle popolazioni.” […] Molti dei concessionari, invece di comprendere tutto ciò e di sforzarsi di rimanere nella loro funzione, materialmente la più proficua senza dubbio, di parti di una grande macchina, sono portati da un male inteso individualismo, dominato da un egoismo gretto e da non poca protervia, a credersi ciascuno creatore, operatore e centro della risoluzione di un problema che invero è stato risolto soltanto dal dono fondamentale dell’acqua, della terra e della organizzazione delle braccia che la lavorano, e cioè della Stato per tutti. […] Il Governo ed il Governatore hanno un solo interesse: quello del popolo italiano e cioè quello di tutti. Ogni singolo è parte dello Stato. […] Ho riservata da ultima la questione delle mano d’opera. Ho detto più sopra che il Governo della Colonia ha creduto opportuno di organizzare e guidare questo servizio, ottenendo così quello che può essere ritenuto un miracolo in confronto ai convincimenti prima radicatasi in Colonia ed in Patria nella materia. La soluzione, così pronta e così ferma, del problema ha indotto la massima parte dei concessionari ad attendersi tutto dal Governo ed a credersi in diritto di pretendere che quegli vi provveda ora e sempre, secondo aliquote fisse o variabili createsi nella fantasia degli interessati. Avviene assai spesso di sentir parlare di “proprio spettanza”, di “propria mano d’opera”, di “assegnazione ordinaria o straordinaria”, di “gente che scappa”, di “forza presente”, come se ciascun bianco che arriva qui dall’Italia, per la semplice ragione di aver fatto un viaggio per mare e di aver ottenuto in uso un pezzo di terreno, avesse pieno diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di trattarlo… come purtroppo è avvenuto. Non mi fermo sulla questione del trattamento limitandomi a ricordare che in Somalia vige per legge il Codice penale italiano per bianchi e neri; che il Giudice della Colonia conosce molto bene il suo dovere e che io sono fermamente deciso a non ammettere da chicchessia la benché minima violazione della legge. Ma la precisa informazione che qui intendo dare perché tutti la conoscano, si è che non tarderanno molto tempo ad essere emanate altre chiare disposizioni di legge protettive del lavoro e quindi della mano d’opera anche agricola nella intera Colonia, e che la organizzazione e l’impiego dell’ascendente enorme del Governo e del Governatore sugli indigeni hanno lo scopo umanitario, disciplinare e fascista di un graduale avviamento al lavoro di queste popolazioni, e non mai di qualsiasi coazione che crei larvate schiavitù o servitù della gleba, e meno che mai a semplice uso od abuso e servizio di privati.” Singolare come nessun libro di storia coloniale abbia mai ripreso questa circolare fascista, fascistissima, del 1926 del Governatore de Vecchi a tutela dei lavoratori somali, affinché non venissero sfruttati e maltrattati, che non si creasse una qualsivoglia forma di sfruttamento o di caporalato e che sottolineava come in Colonia vigesse il Codice Penale italiano e che era valido per bianchi e neri.

DIO, PATRIA, FAMIGLIA.

Il tragico obiettivo di forgiare gli italiani. In un discorso al Consiglio nazionale del Pnf Mussolini rivelò il suo piano, scrive Giordano Bruno Guerri, Domenica 26/08/2018, su "Il Giornale". Dopo la conquista dell'impero, nel 1936, da profeta e duce Mussolini si trasformò in una specie di divinità. Voleva l'adesione religiosa non più soltanto dei fascisti ma di tutta la nazione, esigeva non più la fedeltà ma la fede. La fede si dimostra cambiando i propri istinti e sacrificando la ragione ai dogmi: fu questo il senso di provvedimenti irreali e insieme formalissimi, come il passaggio dal «lei» al «voi» (più consono alla vena maschia del regime e scevro dal «servilismo» del «lei»), il «passo romano», che imponeva ai soldati italiani, dalle gambe mediamente corte, un'imitazione del «passo dell'oca» dei più longilinei tedeschi. Nel quadro della «fascistizzazione integrale» si inserì anche la scelta razzista, solo in parte stimolata dall'alleanza con la Germania e dal problema di doversi distinguere, dopo la conquista dell'Etiopia, da una popolazione «inferiore» e dalla pelle scura. Popolo tradizionalmente non razzista, gli italiani si limitavano a una sorta di (...) (...) diffidenza pregiudiziale sugli ebrei, insufflata dalla Chiesa. Erano stati i papi a creare i ghetti, a imporre agli ebrei di portare un cappello giallo, a fare mestieri umilianti come quello degli stracciaroli, odiosi come quello degli usurai. Dall'Ottocento era la gesuitica Civiltà cattolica a infierire su di loro. Il razzista Roberto Farinacci poté dichiarare: «Se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che ci furono dati dalla Chiesa durante venti secoli». «È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti», dichiarava il Manifesto della razza, pubblicato il 14 luglio 1938 da un gruppo di modesti studiosi. Fino a quel momento il regime era stato piuttosto indifferente ai problemi della razza, a parte le remore naturali di un movimento nazionalista. Mussolini non era antisemita e come lui moltissimi gerarchi. Quasi nessuno credette davvero alla «differenza biologica»: riviste come La difesa della razza, di Telesio Interlandi, rappresentavano soltanto il fanatismo di qualche intellettuale. Nella logica del fascismo, però, il razzismo era uno strumento per «forgiare» - verbo che allora piaceva molto - i nuovi italiani: che dovevano sentirsi geneticamente superiori agli altri popoli, quindi dovevano eliminare ogni possibile «contaminazione», come quella ebraica. Il primo settembre 1938 venne istituito presso il ministero degli Interni il Consiglio superiore per la demografia e per la razza; lo stesso giorno si stabiliva con un decreto legge che gli ebrei residenti in Italia da dopo il 31 dicembre 1918 dovevano andarsene; veniva revocata la cittadinanza italiana agli ebrei stranieri che l'avevano ottenuta dopo quella data. A tutti venne vietato di porre la propria residenza entro i confini del regno, agli italiani furono vietati i matrimoni con gli ebrei e ai dipendenti statali con qualsiasi straniero. Venne vietato di accogliere nelle scuole gli studenti ebrei, di conferire incarichi e supplenze a docenti di razza ebraica, di usare libri di testo di autori ebraici, di accettare lasciti o donazioni per borse di studio da parte di ebrei; per non creare un analfabetismo razziale di Stato si istituirono sezioni particolari e a volte anche intere scuole per l'istruzione degli ebrei e si consentì agli universitari di terminare gli studi. Gli odiosi provvedimenti colpirono duecento insegnanti, 4.400 studenti elementari, mille delle medie e duecento universitari. Le uniche personalità di spicco che avversarono davvero i provvedimenti furono Italo Balbo, Massimo Bontempelli e Filippo Tommaso Marinetti. Enrico Fermi, premio Nobel per la Fisica proprio nel 1938, avendo sposato un'ebrea lasciò per protesta l'Italia. Gli altri intellettuali e gerarchi si adattarono all'antisemitismo al pari del popolo, forse soltanto perché c'era qualcuno su cui riversare la responsabilità e il malcontento per la stretta economica subita con le guerre d'Etiopia e di Spagna, con le sanzioni imposte dalla Società delle nazioni. Chi disapprovava limitò il dissenso a episodi di pietismo individuale. Non soddisfatto, il 25 ottobre 1938 Mussolini tenne al Consiglio nazionale del Pnf un discorso che non volle diffondere, però invitò i presenti a trasmetterlo «per diffusione orale»: «Alla fine dell'anno XVI ho individuato un nemico, un nemico del nostro regime. Questo nemico ha nome borghesia». (Solo nel 1941 arrivò a una definizione che egli stesso giudicò «definitiva» del borghese: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile») Contro questo nemico si dettero i tre «poderosi cazzotti nello stomaco», secondo le parole del duce, dell'abolizione del «lei», dell'introduzione del passo romano e - appunto - del razzismo. È dunque errato il luogo comune per cui ai ripugnanti provvedimenti si arrivò per pedissequa imitazione della Germania nazista: facevano già parte della logica evoluzione del regime, e se influenza ci fu si dovette alla necessità di mettere l'Italia fascista al passo con i totalitarismi che sembravano sul punto di contendersi il mondo, quello hitleriano ma anche quello staliniano. Oltre ai «fascisti religiosi» anche molti giovani furono entusiasti. Cresciuti nel regime, suggestionati dalla propaganda, dagli esempi delle guide intellettuali e politiche, vennero affascinati soprattutto dalla visione di una nuova cultura in funzione antiborghese che sarebbe nata dal concetto di razza: solo dei «puri» e dei «forti» potevano permettersi di sentirsi razzialmente superiori. Alla borghesia era piaciuto il fascismo perché condivideva i suoi stessi valori (Dio, patria, famiglia), l'aveva difesa dagli attacchi del proletariato e - almeno così si faceva credere - dagli interessi del grande capitale. Le era piaciuto essere titillata nell'orgoglio nazionalistico e nei propri meriti di buon comportamento civile: non le poteva piacere, adesso, venire indicata - senza avere cambiato il proprio modo di essere, anzi avendo fatto sempre quel che il regime voleva - come la bestia nera del fascismo, da combattere e rieducare. La guerra alla borghesia, lo staracismo e l'assurda pretesa di intervenire in ogni aspetto della vita privata furono - più del razzismo - un vero e proprio boomerang per il regime: insieme all'alleanza con la Germania e alle difficoltà economiche danneggiarono il miraggio di rifondazione del fascismo e del popolo italiano dopo la conquista dell'impero, compromettendo il consenso accumulato.

Gli «insospettabili» difensori della razza. Da Scalfari a Bocca, da Moro a Fanfani. Ecco i loro imbarazzanti articoli, scrive Roberto Festorazzi, Domenica 26/08/2018, su "Il Giornale". A ottant'anni dal varo delle leggi antisemite in Italia, proviamo a offrire un breve repertorio del pensiero di insospettabili apologeti e teoreti del razzismo. Il diciottenne Eugenio Scalfari, su Roma Fascista, il 24 settembre 1942, alla vigilia di un grande raduno a Venezia delle rappresentanze giovanili di Italia, Germania e Giappone, scrisse: «Il convegno di Venezia ha un significato essenzialmente politico; esso riunisce le forze migliori del Tripartito, quelle che sono depositarie e garanti dell'avvenire delle tre nazioni, quelle cui spetterà il compito gigantesco dell'Impero». Un fattore nuovo della storia del mondo, l'Impero, che il futuro fondatore della Repubblica descriveva come «tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza». E il giornalista Giorgio Bocca, sulla Provincia Grande - Sentinella d'Italia, foglio della Federazione fascista di Cuneo, il 14 agosto 1942, così si esprimeva: «Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l'idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? È certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo. Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù». Da parte sua, il giovane Giovanni Spadolini, sulla rivista fiorentina Italia e Civiltà del 15 febbraio 1944, denunciava la crisi progressiva del fascismo, iniziata nel 1936, «sicché esso perse a poco a poco il suo dinamismo rivoluzionario. Si cristallizzò in un partito borioso e pletorico, proprio mentre riaffioravano i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo». In ambito cattolico, non furono rare le teste d'uovo che professarono idee razziste. Il ventitreenne Giulio Andreotti, sul numero di ottobre-novembre 1942 della Rivista del Lavoro, edita dalla Confederazione fascista dei lavoratori dell'industria, riferiva del Congresso della Società italiana per il progresso delle scienze. Riassumendo la relazione del filosofo del diritto Widar Cesarini Sforza, su «Stato e individuo nell'ordine politico e sociale moderno», il Divo Giulio affermava: «La società viene così concepita come un tutto, un corpo omogeneo, di cui lo Stato costituisce l'organizzazione giuridica trovando nelle finalità supreme della nazione o della razza la giustificazione perentoria della propria autorità, quella giustificazione che è viceversa impossibile trarre dalla società, quando questa è concepita, liberisticamente, come molteplicità di fini e di voleri. Poiché dunque l'autorità, e quindi la giustificazione dell'autorità, ossia di un volere superiore ai voleri individuali, non può essere ricavata da questi ultimi, gli Stati totalitari la ricavano dall'entificazione della società come un tutto, il che permette di dare un ordine unitario alla molteplicità dei voleri e dei fini particolari, e fornisce un criterio di valore assoluto per risolvere i problemi della convivenza sociale». Significativo il contributo che Aldo Moro forniva all'elaborazione del concetto giuridico di razza, da lui definita «l'elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l'individuazione del settore particolare dell'esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello Stato». Nel 1943, il leader democristiano poi rapito e ucciso dalle Brigate Rosse qualificava la guerra come una «tipica realizzazione di giustizia», e aggiungeva: «In definitiva l'anima più profonda della guerra, il suo significato vero, il suo valore, sono in questo suo immancabile protendersi verso l'armonia dei popoli che essa, nella forma provvisoria della lotta, dà opera a costruire. Per questo la guerra può essere grandissima e umanissima cosa; per il suo immancabile anelito verso l'unità e la giustizia, per il suo accettare ogni prova, e quella suprema del sangue, perché la giustizia sia, talché proprio nella guerra della verità universale si afferma il supremo valore, se proprio per realizzarla gli Stati, e cioè gli uomini che sono gli Stati, accettano tutte le prove e tutti i dolori». Amintore Fanfani, più volte segretario della Dc e primo ministro, in un suo libro del 1941, illustrava «il problema della difesa della Razza come necessità biologica e come fatto spirituale di fronte all'urgente necessità di distruggere quel fenomeno dell'ebraizzazione che dall'unità d'Italia in poi dilagò in tutti i campi della cultura, della economia, della politica». E mentre la futura medaglia d'oro della Resistenza Paolo Emilio Taviani redigeva uno studio intitolato Come il nazionalsocialismo risolve il problema classista, un altro partigiano bianco, Benigno Zaccagnini, segretario dello Scudocrociato dal 1975 all'80, l'11 febbraio 1939 firmava, sull'organo del Gruppo universitario fascista di Ravenna, un articolo contro il meticciato. L'onesto Zac definiva la razza come «un termine intermedio e di legame tra l'individuo e la specie, ossia fra due termini opposti di ordine massimamente particolare l'uno e di ordine sommamente unitario e generale l'altro; intendendo la specie, nel suo significato biologico, come la somma di tutti gli individui capaci di dar fra loro incroci fecondi». Ne derivava una dura condanna della mescolanza tra etnie, considerata «un tentativo di rompere l'equilibrio nella direzione di una eccessiva dilatazione dei confini razziali». Zaccagnini aggiungeva: «I pericoli e i danni del meticciato sono innanzitutto di ordine genetico», e si manifestano nella «comparsa di figli notevolmente disarmonici e portatori di più o meno gravi squilibri genetici». Infine: «Il meticcio, per il suo carattere intermedio fra le razze d'origine, viene da entrambi i genitori riguardato in genere come qualcosa di estraneo e finisce per crescere fuori da ogni ambiente come un reietto o un rifiuto per tutti. Ciò si risolve da un lato in un grandissimo rallentamento di ogni vincolo familiare e dall'altro in un'assoluta mancanza di educazione morale e intellettuale di questi infelici, non solo, ma in una continua eccitazione dei loro più bassi istinti (odio, vendetta, furto) da parte di un ambiente universalmente ostile». Scioccante il giudizio di entusiastica approvazione espressa da un giovanissimo Carlo Lizzani, futuro regista comunista, riguardo a Süss l'ebreo («film ottimamente riuscito»), di Veit Harlan, concentrato di puro veleno ideologico. Si tratta, infatti, della tristemente celebre pellicola del Terzo Reich, voluta dal ministro della Propaganda, Joseph Goebbels, ed eretta a simbolo del razzismo di quel regime, tanto da incitare all'assassinio in nome della purezza etnica. Il critico cinematografico Morando Morandini, nel 1942, su Gioventù Lariana, foglio della Gil (Gioventù italiana del littorio), si dichiarò a favore dell'eugenetica, allo scopo di «salvaguardare e migliorare sul piano biologico, qualitativo, estetico la fisionomia del popolo italiano, risanando ambienti e individui, potenziando i caratteri ereditari validi, cercando di modificare o di eliminare quelli tarati o patologici per ricondurre ad una unità e individualità organica le caratteristiche etniche e morali della Nazione e per restituire alla razza la totale responsabilità storica del suo destino». Roberto Festorazzi

Fiano camerata a sua insaputa, scrive il 14 settembre 2017 Francesco Maria del Vigo su "Il Giornale". Non so voi, ma io non avevo mai visto così tante immagini del Ventennio come in questi giorni sciocchi nei quali è stata approvata alla Camera la legge Fiano. Emanuele Fiano, deputato del Pd, di professione pare che faccia l’antifascista. Che nel 2017 è un po’ come fare l’acchiappafantasmi, perché di fascisti in giro se ne vedono pochi e male assortiti. Ma soprattutto non sembrano essere in alcun modo pericolosi per la tenuta democratica del nostro Paese, tanto sono residuali. Per Fiano, e quindi anche per il governo e per il Partito Democratico, sono invece una priorità assoluta. Dato che Montecitorio, dopo la lunga pausa estiva, ha aperto i lavori proprio con questo ddl. Ddl che, diciamo la verità, non ha poi così tante speranze di essere approvato anche al Senato, così come tante altre leggi – ben più importanti di questa – che moriranno insieme a questa legislatura. Però il risultato paradossale della legge Fiano è aver messo al centro della cronaca un fenomeno nato nel 1919, 98 anni fa. Se non conoscessimo Fiano potremmo dire che ha fatto da agit prop ai nipotini di Mussolini. A sua insaputa. Anche perché una legge che impedisce la diffusione di un’idea e dei suoi simboli combacia perfettamente con l’idea di fascismo che la sinistra ci ha raccontato fino a oggi. E pensare di fare una legge “fascista” contro il fascismo è piuttosto bizzarro. E, soprattutto, finisce per sortire l’effetto opposto: qual è il miglior modo per rendere affascinante un’idea? Ma ovviamente vietarla. Principio elementare che, tuttavia, non riesce a entrare nella testa di una sinistra rancorosa e con la bava alla bocca, sempre con la testa voltata al passato e pronta a prendere a calci la bara di qualche vinto. Perché, da qualunque lato si guardi la questione, l’antifascismo al giorno d’oggi è una battaglia contro i cadaveri. O i fantasmi, come dicevamo prima. Emanuele Fiano avrebbe fatto bene a ricordare la recente lezione della corte federale tedesca che non ha messo al bando l’Npd, il partito di estrema destra neonazi, perché “mancano delle concrete e pesanti indicazioni che possano far sembrare possibile un seguito significativo ai loro comportamenti”. Se al posto del livore ci fosse stato un po’ di buon senso avremmo seguito l’esempio tedesco, gettando acqua e non benzina sul fuoco. Sarebbe stata una lezione di democrazia.

LA PROPAGANDA E L'OSSESSIONE ANTIFASCISTA.

"Pd ipocrita, non basta definirsi antifascisti per essere democratici". È il retaggio culturale degli eredi del Partito comunista mettere all'indice tutte le idee a loro contrarie. Compresa la famiglia, scrive Matteo Forte, Consigliere comunale, martedì 19/12/2017, su "Il Giornale". È tornata la parolina magica che la sinistra milanese rispolvera in vista della prossima campagna elettorale: antifascismo. Ed ecco che a Palazzo Marino viene presentata una bella mozione che di più democratiche non ce n'è. La mozione, firmata in pompa magna da tutti i consiglieri di maggioranza, sottomette la concessione di spazi pubblici, contributi e patrocini ad una dichiarazione in cui il richiedente certifica il suo antifascismo e il suo essere contro il razzismo, le discriminazioni di genere e d'orientamento. A più di settant'anni, però, è giunto il momento che qualcuno di insospettabile dica una cosa che ormai anche nella storiografia più recente è stata sdoganata: non basta essere antifascisti per dirsi democratici. Il concetto di antifascismo fu egemonizzato fin da subito dall'Unione sovietica di Stalin che, vedendo nel fascismo nient'altro che l'ultimo stadio dello stato borghese, lo faceva coincidere con l'anticapitalismo. Da allora è passata l'idea che antifascisti, e quindi sinceramente democratici, sono solo quelli di sinistra. Tale retaggio culturale affligge ancora oggi gli eredi del Pci, quelli che il «comunismo italiano era un'altra cosa» e i loro giovani nipotini dem. I democratici di oggi finiscono per rigettare nel campo del fascismo tutte le idee che loro osteggiano. È fascista chi, per esempio, si oppone alla «colonizzazione ideologica» nelle scuole medie statali da parte di esponenti dell'Arcigay, com'è capitato all'assessore Deborh Giovanati del Municipio 9. Lei ha sollevato il caso di sedicenti «corsi contro la discriminazione» in cui si parlava a ragazzini adolescenti di «pansessualismo» e si invitava una consigliera Pd a presentare il suo libro su Islam e integrazione. Giovanati ha chiesto semplicemente se i genitori fossero stati opportunamente informati e se, nel caso, fosse prevista una pluralità di voci su temi così delicati in cui risulta violento andare contro le convinzioni più intime delle famiglie. Apriti cielo. Sono fioccati interventi sdegnati di parlamentari Pd contro la presunta ingerenza del Municipio nell'autonomia della scuola. Sono fioccate mozioni di censura contro l'assessore. È intervenuta l'Anpi zonale durante una seduta dell'ex consiglio di zona. La libertà è solo quella di poter esprimere le idee politicamente corrette e più accreditate. Le altre sono semplicemente fasciste. Ecco perché nella mozione liberticida ancora in discussione a Palazzo Marino si richiede l'autocertificazione pure contro le discriminazioni di genere e d'orientamento sessuale. Del resto non è un caso che la madrina delle unioni civili, la senatrice Cirinnà, abbia espressamente minacciato: «L'intuizione del grande sociologo Bauman è ormai da tempo una dura realtà: la società liquida, nella quale abbiamo dovuto abituarci a vivere, ci pone quotidianamente di fronte a nuove sfide culturali, sociali, intellettuali, per cui il tema della libertà d'espressione è indubbiamente la nuova frontiera che dobbiamo definire». In un regime sotto il Patto di Varsavia non avrebbero saputo fare di meglio. Per questo ancora oggi non basta dirsi solo antifascisti per difendere la libertà.

I comunisti e i fan del politicamente corretto sono sostenitori morali anche del terrorismo, scrive il 16 dicembre 2017 Andrea Pasini su "Il Giornale". Esiste un confine, netto, tra l’umana paura ed il sostegno morale al terrorismo. Oggi quel confine è stato varcato da migliaia di persone. In ogni canale mediatico, in centinaia di discussioni ed in milioni di coscienze è sbocciato un nuovo fiore del male. È il loto che erode la percezione. Cancella la memoria, annebbia i fatti. Ci suggerisce che la soluzione migliore sia arrendersi. Dialogare. Ci dice che queste cose sono inevitabili, che qualsiasi cosa facciamo è inutile. E fa guardare a chi lotta, a chi non si arrende, a chi chiama le cose col proprio nome come ad un molesto provocatore. Una voce da soffocare nella diffamazione. Negli anni ’70 le Brigate Rosse divennero un mostro perché nessuno ebbe il coraggio di riconoscerle. Decide di morti sulla loro scia, nel silenzio e l’assenso dei molti, della porporata intellighenzia di sinistra. Oggi viviamo la stessa fase di rimozione. In tanti cominciano con i distinguo e le profonde analisi politologiche. Tutto pur di non affrontare la realtà. Riecheggiano le auliche parole. I grandi ragionamenti si sprecano. Con il sangue ancora caldo ci dicono che chi ha sparato, chi si è fatto esplodere o chi con un camion ha investito e ucciso decine e decine di persone sono un caso isolato. Un pazzo senza matrice razziale. Rifiutano il fatto che il terrorismo sia, in diversi di questi casi, di matrice islamica. Un terrorismo figlio dell’odio religioso. No. Basta, è ora di cominciare a dire la verità. Urlarla per le strade. Dalle finestre. Sui social network. I morti in Francia, Belgio, Spagna e Regno Unito sono vittime del terrorismo islamico. Chi ha sparato era devoto all’Islam. Non satanisti sotto mentite spoglie. Non sono alieni, ma nuovi barbari. Sono uomini con un passato ed un presente forgiato nei nostri Paesi. Figli dell’oblio culturale frutto del tramonto dell’Occidente, per dirla citando Oswald Spengler. Alcuni di loro sono stati nostri vicini di casa. Frutto di quel melting pot culturale che riecheggia fin dagli anni ’80 ed è esploso, in questi giorni, con la generazione Erasmus. Erano assistiti dallo Stato, che li imboccava, sparsi per l’Europa, con sussidi, ma non nutriva la loro anima lasciandoli, per dirla questa volta alla Massimo Fini, allo scoperto del nostro vizio oscuro dell’Occidente. Erano tra noi. Come lo erano gli attentatori di Charlie Hebdo. Come lo erano i terroristi di Londra. Ammetterlo è il primo passo. Serve per rendere onore ai morti, seppellendoli senza bugie e false parole. Raccontare ai loro cari la realtà, sono morti per le negligenze di questa società, complice di chi è armato dalla fede islamica. È rendere un servizio ai vivi. Indicando il nemico e dando ad ognuno la possibilità di difendersi. Questo aspetto ad alcuni fa paura. Ma come, si domandano questi soloni, come possiamo permettere che la gente sappia e si tuteli? La violenza potrebbe diffondersi. Il razzismo rinascere. Per questo dobbiamo negare. Dobbiamo distinguere. Spiegare. Catechizzare all’amore incondizionato verso il diverso. Ma soprattutto sradicare, eliminare e tacitare di razzismo chiunque denunci questo malcostume. La gente, libera di vedere, diverrebbe una belva. Questo pensano i buonisti. Questo pensano i complici. Ora basta, guardiamo in faccia la realtà. Chi difende i terroristi per elevare la radicazione di una cultura informe rispetto alla nostra non è un libero pensatore, ma semplicemente un venduto. Sulle sue mani c’è il sangue dei caduti. Dei nostri fratelli. Parliamo di un vile Caino. L’odio contro di noi come occidentali, come cristiani, come europei e come uomini e donne liberi esiste. Fatevene una ragione. Se vogliamo che questo odio non ci conduca nell’abisso non arrenderci è la soluzione. Dobbiamo combattere. Putin, nei giorni scorsi, a mezzo stampa dopo essere stato in Siria ha dichiarato: “Abbiamo sconfitto Isis, ora ritiro truppe”, ma dobbiamo ricordarci che siamo un bersaglio. Siamo il bersaglio di chi vuole mettere in ginocchio il nostro stile di vita. Dobbiamo con coraggio e lealtà reagire per non farci sottomettere e conquistare. Questo tipo di Islam non è nostro amico. Non resta che tenere la guardia alta, lo sguardo concentrato per non cadere nella trappola del nemico che ci vuole gambizzati. Caduti nell’oblio del nulla. 

Le Reali Tombe del Pantheon, scrive Camporotondo. Il Pantheon sorge in Piazza della Rotonda, a Roma; è così chiamato perchè era un tempio dedicato a più divinità. La costruzione venne iniziata nel 27 a.C. dal console Marco Agrippa, ma durante gli incendi dell'80 e del 110 d.C. venne distrutta; essa fu ricostruita nel 118 d.C. dall'imperatore Adriano. Fu restaurato da Domiziano ed è arrivato fino a noi quasi integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. L'imperatore Foca donò nel 608 il Pantheon al Papa Bonifacio IV, il quale lo trasformò in una chiesa cristiana con il nome di Santa Maria dei Martiri. Il monumento è formato da un cilindro che sostiene la più grande cupola mai costruita in muratura: il suo diametro infatti misura 43,3 metri. La cupola è decorata da cinque file di cassettoni concentrici che degradano verso l'alto e terminano in un'apertura circolare di 9 metri di diametro; ogni anno, alle 12 del 21 giugno, in occasione del solstizio d'estate, un raggio di sole attraversa “l'oculus” irradiandosi all'interno della costruzione. Il pavimento presenta il disegno che aveva in origine: per costruirlo furono adoperati gli stessi materiali usati per le decorazioni architettoniche, ossia i marmi tipici delle costruzioni romane: il granito, il porfido, il pavonazzetto, il giallo antico. Nel gennaio del 1878, in occasione della morte del primo Re d'Italia Vittorio Emanuele II, il Pantheon fu scelto quale dimora delle salme dei Reali d'Italia. Attualmente accoglie le spoglie mortali di Re Vittorio Emanuele II, Re Umberto I e della Regina Margherita di Savoia. Sono destinate ad esservi sepolte anche le salme dei Reali d'Italia ancora sepolti in esilio: Vittorio Emanuele III, La Regina Elena, Re Umberto II e la Regina Maria Josè.

Al Pantheon i geni, non i supini, scrive il 18 dicembre 2017 Luca Nannipieri su "Il Giornale". Ma se mettessimo davvero la salma del re Vittorio Emanuele III dentro al Pantheon a Roma, accanto alla tomba eterna di Raffaello, le salme di Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Giorgio De Chirico, Giuseppe Ungaretti, Gabriele D’Annunzio, Italo Svevo, Vittorio De Sica, dove le avremmo dovute mettere? Avremmo dovuto dedicare uno speciale mausoleo per ciascuno di loro. Perché è vero che nel Pantheon è sepolto anche un altro re d’Italia, ma col tempo, con il turismo globalizzato che si concentra a milioni ogni anno in visita a questo tempio, il Pantheon ha smesso di essere il luogo di sepoltura di reami e dinastie, e può diventare il luogo per eccellenza dove seppellire le massime vette del genio italiano. Anche nella lingua comune, pantheon è luogo delle rarissime eccellenze che hanno la forza di essere riconosciute come fondatori e padri spirituali di un popolo. Già nei primi del Novecento lo storico dell’arte Alois Riegl teorizzò la metamorfosi delle funzioni dei monumenti: un monumento non è statico, immobile, ma il suo significato varia a seconda delle epoche e dei valori che in esso si agitano. Re Vittorio Emanuele III è un padre spirituale? Neanche lontanamente. Accettò le leggi razziali, con la stessa supina accondiscendenza con cui don Abbondio, nei Promessi Sposi, si inchina ai bravi. Il Pantheon sia il luogo dei padri fondatori come Raffaello, non dei don Abbondio della storia.

Il Pantheon no. A proposito di Vittorio Emanuele, scrive il 18 dicembre 2017 Marco Valle su "Il Giornale". Torni dall’Egitto e riposi in pace Vittorio Emanuele. Riposi nel suo Piemonte. Riposi accanto ad Elena, il suo amore montenegrino. Finalmente, nel silenzio di una antica abbazia sabauda, “Curtatone e Montanara” — la definizione è degli Aosta, il ramo cadetto ed impertinente della dinastia — possano dormire assieme. Bene. Torni in Patria Vittorio, il re che seppe difendere nel 1917 a Peschiera, all’indomani di Caporetto, l’onore dell’Italia. Venga sepolto lassù, tra langhe, colline e montagne, il sovrano che nell’ottobre del 1922 impedì una guerra civile e poi, di malavoglia, accettò una modernizzazione autoritaria forgiata dal figlio di un fabbro di Predappio. Vittorio, borbottando, firmò ogni sua legge: la scuola di Gentile, le riforme sociali, le “città nuove”, le pensioni, l’orario di lavoro, i diritti delle madri, la salvaguardia dell’ambiente di Bottai e molto altro. Tante firme, anche sui provvedimenti più stupidi ed odiosi. Gli errori del Fascismo. La storia è nota. Inutile aggiungere note superflue. Basta leggere De Felice. Per un ventennio lui e tutti i Savoia preferirono crogiolarsi nel ventre caldo del regime, accettando cariche, piume, soldi e corone (Etiopia, Albania). Un bel gioco. Poi, la guerra. Nel giugno del 1940 Vittorio chiese al Duce — sempre De Felice — Nizza, Savoia, il confine al Var. La “roba” che Cavour aveva barattato con Napoleone III in cambio dell’Unità. Piccoli calcoli dinastici in una guerra mondiale. Con l’età gli orizzonti dell’uomo si erano erano ristretti tra le sue monete (era un numismatico compulsivo), la famiglia e gli egoismi di casta. Poi, le vittorie (poche) e le sconfitte (tante) sino al 25 luglio del 1943. Il crollo. La classe dirigente fascista — una folla di gerarchi, ministri, di “fedelissimi” e, persino, il genero — decise di suicidarsi offrendo al sovrano il pretesto per arrestare Mussolini e imbarcalo in un’ambulanza. Poi, con il “generalissimo” Badoglio — massone, affarista e cretino — il re organizzò, nel modo peggiore possibile, l’armistizio. L’8 settembre 1943. Una data pesantissima che, giustamente, Galli della Loggia, ha definito la “morte della Patria”. Poi la fuga ad Ortona e l’imbarco di reali e gallonati sulla corvetta Baionetta — la “zattera della Medusa” della dinastia — verso Brindisi. L’usbergo graziosamente concesso dagli invasori al monarca. Un piccolo ricordo. Tanti, troppi anni fa, con mio padre scoprivo Alessandria d’Egitto. Arrivati alla Cattedrale cattolica ci accolse un padre francescano. Al termine della visita chiese se volevamo visitare la tomba del Savoia. Babbo s’inalberò. «No, no. Lui ci ha traditi, ci ha abbandonato, ci ha umiliato». Non l’avevo mai visto così adirato. Una volta usciti dal tempio mi raccontò il suo 8 settembre ’43. La flotta salpata da La Spezia — corazzate, incrociatori, caccia — per la “battaglia dell’onore”. Lo scontro decisivo e finale contro gli anglo-americani nel mare di Salerno. Un beau geste. In navigazione arrivò, invece, l’ordine di mettere a prua verso sud e innalzare pannelli neri come segno di resa. Poche ore dopo i tedeschi affondarono la “Roma”, il gioiello della nostra Marina. Poi l’umiliazione a Malta. Babbo era imbarcato sul cacciatorpediniere Grecale, una delle prime unità a cui gli inglesi consentirono di rientrare a Taranto. Quel giorno, mentre una banda raffazzonata suonava l’inno del Piave, i marinai scorsero sulla banchina il re e suo figlio. Dalla tolda una tempesta di fischi e insulti salutarono i reali. Storie vecchie. Vittorio Emanuele torni pure dall’Egitto. Lo si chiuda nel suo sepolcro alpino. Dorma in pace. Chi vuole lo pianga, sventoli bandiere, indossi i palandrani dei vari sodalizi sabaudi. Chi vuole suoni la “Marcia reale”. I defunti vanno rispettati. Sempre. Ma non si chieda per Vittorio la sepoltura al Pantheon. La meriterebbe, piuttosto, Carlo Alberto — in ogni caso un personaggio centrale del processo unitario — e, forse, forse — Umberto II, ma non il “re sciaboletta”. No, lui no. No.

Le polemiche sulle sepolture dei Savoia sono vecchie di 140 anni. Torna in Italia la salma di Vittorio Emanuele III, dopo quella della moglie Elena. Sarà sepolto a Cuneo, ma secondo gli eredi gli spetterebbe il Pantheon, scrive "Agi" il 16.12.2017. Finisce l'esilio postmortem di Vittorio Emanuele III di Savoia e della moglie Jelena Petrovic Njegos. Dopo che la salma della Regina Elena, in gran segreto, era stata traslata dal cimitero di Montpellier, in Francia, dove fu inumata il 28 novembre 1952, è arrivata al santuario di Vicoforte, nei pressi di Mondovì, nel cuneese, anche il feretro del consorte, che riposava invece ad Alessandria d'Egitto. Un trasferimento, che, come era previsto, ha sollevato polemiche, date le responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III nella tragica avventura bellica dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Elena aveva seguito il marito in esilio ad Alessandria e, rimasta vedova, si era trasferita in Francia per curare i gravi tumori dei quali soffriva.

"Profonda gratitudine a Mattarella". La notizia è stata data, a traslazione avvenuta, dalla nipote Maria Gabriella con un comunicato all'agenzia France Presse: "A nome dei discendenti della coppia reale che ha vissuto i suoi 51 anni di matrimonio insieme agli italiani, nella buona e nella cattiva sorte, esprimo la più profonda gratitudine al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che ha favorito il trasferimento in Italia". Il Quirinale in una nota ha confermato di essersi mosso "sul piano diplomatico" per il rientro delle spoglie mortali degli ex regnanti.  "Confido che il ritorno in Patria della Salma di Elena di Savoia, la Regina amata dagli italiani, concorra alla composizione della memoria nazionale nel 70esimo della morte di Vittorio Emanuele III (28 dicembre 1947) e nel Centenario della Grande Guerra", ha aggiunto Maria Gabriella. E alcuni quotidiani sostengono che proprio in quella data la salma del re potrebbe essere rimpatriata. A confermarlo a Repubblica il rettore della basilica, don Meo Bessone, che ha celebrato ieri la cerimonia per la sepoltura della regina nel santuario che, nelle intenzioni dei duchi di Savoia, avrebbe dovuto diventare il mausoleo della casata. Chissà se vi troveranno posto in futuro anche Umberto II e Maria José, che regnarono un solo mese prima della proclamazione della Repubblica e riposano nell'abbazia di Heutecombe, in Savoia. 

"I re e le regine d'Italia debbono riposare al Pantheon". Un gesto di conciliazione che non tutti gli eredi hanno apprezzato. "La mia bisnonna, l'amata regina Elena seppellita a Cuneo? Mio padre Vittorio Emanuele, capo di Casa Savoia, è rimasto sconvolto dall'iniziativa della sorella Maria Gabriella e soprattutto dai modi della traslazione della salma della regina d'Italia, in gran segreto. Ma perché?" è subito sbottato Emanuele Filiberto di Savoia, che al 'Corriere della Sera' spiega i motivi della tensione con la zia Maria Gabriella che ha preso "in autonomia" la decisione di far rientrare in Italia le spoglie. "Farla tornare adesso di nascosto, quasi fosse stata una terrorista, per noi Savoia è un insulto. La nostra battaglia è sempre stata quella di far tornare le salme degli ex re nell'unico luogo deputato alla loro sepoltura, il Pantheon a Roma. Non in una tomba qualsiasi in Piemonte".

Chi riposa al Pantheon. Il Pantheon conserva le tombe dei due primi re d'Italia, Vittorio Emanuele II e suo figlio Umberto I. La tomba di Vittorio Emanuele II si trova nella cappella centrale a destra. In realtà la destinazione della salma del re al Pantheon fu oggetto di un'accesa discussione: in molti, infatti, volevano che fosse inumata nella Basilica di Superga, luogo tradizionale di sepoltura dei Savoia. Alla fine tuttavia prevalse la volontà del presidente del Consiglio Agostino Depretis e del ministro dell'Interno Francesco Crispi. Come sacrario di casa Savoia nel 1882 sorsero immediate le proteste per impedire che venisse inumata nel Pantheon la salma di Giuseppe Garibaldi. Esattamente sul lato opposto del Pantheon sorge la tomba di re Umberto I e della sua consorte, la regina Margherita. Le tombe reali vengono mantenute in ordine da volontari delle organizzazioni monarchiche. Il servizio di guardia d'onore è reso dai volontari dell'Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon. Non solo Savoia, però: nel Pantheon riposano i pittori Raffaello e Carracci, l'architetto Baldassarre Peruzzi e il musicista Arcangelo Corelli. Anche per il principe Serge di Jugoslavia, bisnipote della regina, l'ultima dimora dei reali d'Italia non può che essere il Pantheon. "Nonno Umberto II e il bisnonno Vittorio Emanuele III si rivolterebbero nella tomba", dichiara al Corriere, "i re e le regine d’Italia debbono riposare al Pantheon a Roma, e soltanto lì. È dal 1998, quando Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto hanno potuto far ritorno in Italia che mi faccio portavoce di questa battaglia: i sovrani d’Italia debbono poter riposare tutti al Pantheon. E poi in famiglia le decisioni si prendono discutendo, e invece in questo caso, se i fatti stanno così, nessun altro in famiglia ne era al corrente. Mia madre, Maria Pia, con me non ne sapeva nulla, neppure zio Vittorio Emanuele e tantomeno Emanuele Filiberto con i quali ho parlato: siamo tutti contrariati da questa iniziativa".

Vittorio Emanuele III, i Monarchici rispondono all’Ucei: “Leggi razziali? Non interessano più”, scrive Alfonso Raimo su "Dire" il 17-12-2017. “La storia è storia. A distanza di 70 anni lasciamo in pace i morti. Questo vale anche per Vittorio Emanuele III. Il piccolo grande re. Il re della vittoria. Non ci ricordiamo le leggi razziali, che non furono ascrivibili alla sua volontà. Ricordiamo quel che fu ascrivibile alla sua volontà: la riscossa dopo Caporetto”. Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica italiana, in un’intervista all’agenzia DIRE replica alla presidente delle comunità ebraiche Noemi Di Segni, che ha chiesto di non procedere alla traslazione della salma di Vittorio Emanuele III al Pantheon perchè il re porta “il peso di decisioni che hanno gettato discredito e vergogna su tutto il paese” a cominciare dalla firma delle leggi razziali. “Cominciamo col dire che da oggi in poi i Pantheon sono due: uno a Roma e uno a Vicoforte. Il Pantheon, infatti, è là dove è sepolto il re. E siccome il re è a Vicoforte, lì è il Pantheon”, premette Sacchi. Noemi Di Segni ha un’opinione specularmente opposta. “Massimo rispetto ma non sanno cosa significhi essere un re parlamentare e costituzionale, ruolo che Vittorio Emanuele III conservò anche durante il periodo fascista”, risponde il presidente dei monarchici. L’aspetto più controverso è la firma delle leggi razziali. “Ma un re deve controfirmare gli atti del governo. Capisco bene la loro posizione e me ne posso dispiacere tanto e considerare le leggi razziali un abominio. Ma non furono decise da Vittorio Emanuele III, che da capo costituzionale non poteva fare altro che firmare. Sì è vero: avrebbe potuto rifiutarsi e salvarsi la coscienza con l’abdicazione. Dopo di che Mussolini avrebbe fondato la repubblica fascista e promulgato comunque le leggi razziali. Del resto è quello che i fascisti hanno fatto a Salò, no?”. Ma qual è il suo giudizio sui rapporti tra il re Savoia e il regime? “Senza Vittorio Emanuele III non ci sarebbe stato il freno nei confronti del fascismo che comunque c’è stato”, risponde Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica italiana. “Ma io - aggiunge - non pensavo che ancora oggi, dopo 70 anni, avrei dovuto fare la difesa d’ufficio dalle accuse di vicinanza al fascismo. Per me la monarchia è il futuro. Tutto nella storia ha una sua giustificazione, anche la firma delle leggi razziali. Che senso ha parlarne oggi?”. In che senso dice che tutto ha una giustificazione? “Qualunque atto umano trova una sua ratio. Da che sono il capo dei monarchici italiani- aggiunge Sacchi - passo una parte del mio tempo per spiegare delle cose che tutto sommato non interessano più nessuno, come la marcia su Roma, le leggi razziali, la fuga di Pescara. Ci sarebbe, invece, molto da dire sulla funzione che hanno oggi le monarchie nel consesso dei popolo democratici. Le più belle democrazie sono oggi monarchie costituzionali. Di questo vorrei parlare e non perdere tempo a domandarsi dopo 70 anni quali responsabilità ebbe la monarchia in questo o quel frangente. Ripeto: tutto ha una giustificazione e una ratio”. Il giudizio complessivo sul re è più che positivo. “Vittorio Emanuele III è stato il più intelligente dei capi dell’Italia unita dal 1861. E soprattutto quello che più di chiunque altro ha rispettato lo Statuto. Una cosa che gli è costata anche cara, visto che anche i suoi consiglieri volevano farlo abdicare già nel 1943 e lui non volle, perchè sosteneva che abdicando avrebbe implicitamente ammesso di aver commesso degli errori. Cosa che non fu. Neppure quando diede l’incarico a Mussolini per formare il governo. Ci si dimentica che fu il parlamento italiano ad affidarsi a Mussolini. Che nel primo governo Mussolini c’erano anche i popolari. Si vorrebbe Vittorio Emanuele III colpito da una damnatio memoriae. Ma è stato un grande re”.

Ma i re non si smacchiano dalla storia, scrive Marcello Veneziani su "Il Tempo" il 18 dicembre 2017. Abbiate pietà per il piccolo Re. Abbiate pietà per i morti, per la storia, per l’Italia. Riattivate quel sentimento nobile e pudico che si chiama carità di patria. Accogliete le salme dei reali come si deve. Non solo a Torino ma anche a Roma, al Pantheon, dove ci sono le salme dei loro avi. Perché sono pezzi di storia patria, e non potete adottare fratture, salti, amnesie. Se volete riscrivere la storia, cancellare e modificare il nostro passato, allora via a eliminare in tutte le città d’Italia gli omonimi corsi, le omonime piazze dedicate a Vittorio Emanuele. Non a lui, beninteso, ma a suo nonno, che benché II° fu il primo re d’Italia. Cos’è questa fobia, questa paranoia che si abbatte sul passato, questa voglia di abbattere monumenti, cancellare memorie e paternità, disconoscere eventi storici? E magari tenersi qualche viale Lenin, viale Unione Sovietica, persino Stalingrado, oltre a svariati viali Togliatti, e cancellare tutto il resto. Anche il re viene vituperato in nome dell’antifascismo. Ma questo paese avrebbe bisogno di antirabbica più che antifascismo: troppo livore, troppi rancori. Su Re Vittorio Emanuele III diciamo due o tre cose. Fu il Re più duraturo nella storia d’Italia. Cominciò da ragazzo, quando gli uccisero il padre, Umberto I, a Monza, agli albori del ‘900 e rimase re fino a maggio del ’46, quando abdicò in favore di suo figlio Umberto II. Sarà stato un mezzo re quanto a statura, o un re dimezzato quando dovette coabitare con l’ingombrante duce, ma durò mezzo secolo sul trono. E un mezzo secolo in cui l’Italia combattè due guerre mondiali, alcune guerre coloniali, un paio di guerre civili, dal biennio rosso alla guerra civile fascio-partigiana, e in cui un paese contadino e analfabeta si modernizzò, si istruì, in massa. Fu un buon soldato, re sciaboletta, una persona triste, un po’ introversa, non maestosa ma sommessa. Commise alcuni errori, alcuni cedimenti. Dal fascismo subì non solo gli oltraggi, la marcia su Roma, le leggi liberticide o razziali; ma ebbe anche prestigio mondiale e nazionale, un impero, una storia. Non finì bene, la sua fuga resta una macchia nera nella sua biografia: magari non lo fece per salvarsi la pelle ma per salvare un regno anche se non vi riuscì. Conosco le giustificazioni, ma non fu una bella pagina. Fu perfino più grave del pastrano tedesco con cui fu preso Mussolini. Ma la storia è la storia. Si prende sulle proprie spalle la croce del tuo paese, insieme agli onori e ai ricordi. E si storicizzano gli eventi raccontandoli nel bene e nel male, e non vietandoli, smacchiandoli come tracce di unto, addirittura negando onorata sepoltura. La monarchia sabauda in Italia fu una monarchia breve per un paese antico, durò meno della vita di un uomo, ottantasei anni. Poco per un paese di millenarie tradizioni come il nostro. E i Savoia, dissi una volta con un filino di perfidia, seguono la via dell’involuzionismo, ossia il figlio è sempre peggio del padre o se preferite una formulazione più indulgente, il padre è sempre meglio del figlio. Carlo Alberto era meglio di Vittorio Emanuele II, e questi era meglio di Umberto I, e Umberto meglio di lui, il piccolo Re. E lui meglio di Umberto II e questi meglio di Vittorio Emanuele IV. Che temo sia meglio di Emanuele Filiberto… Poi ci sono gli Aosta, ma è un altro discorso. Mille aneddoti e maldicenze gremiscono la storia di Vittorio Emanuele III; ci piace ricordarne solo una, più innocuo. Quando Italo Balbo, a Tripoli, dov’era governatore, fece travestire il piccolo Leo Longanesi da Re e lo fece scorrazzare nella città su un’auto scoperta. Poi furono chiamati a rapporto da Mussolini che voleva punirli per il goliardico vilipendio, ma a sentire il racconto il ducione non riuscì a trattenere una fragorosa risata…In Italia le nostalgie monarchiche oggi toccano più i Borboni, gli Asburgo, e altre dinastie, più che i Savoia. Ma è giusto che le salme dei Savoia, di lui e della regina Elena, vadano accanto agli avi nel Pantheon. Perché il rapporto dei Savoia con l’Italia è lo stesso delle salme sabaude col Pantheon. L’Italia è una grande civiltà, una grande nazione, con uno stato storto, piccolo e recente, e dunque una monarchia breve e controversa. Così come il Pantheon è un luogo più importante dei re sabaudi che accoglie; c’è la romanità, c’è la Tradizione, c’è l’Impronta di Grandi Imperatori e c’è la dedica a tutti gli dei che grandeggia sulle vicende della storie, come l’eternità rispetto al secolo. Così in quell’ombelico del mondo (omphalos mundi), un posto spetta ai re d’Italia, uno spicchio di storia che non possiamo cancellare di un Paese che fu una grande civiltà e un modesto regno. Riportate il Re in famiglia oltreché in Patria.

Ma per la morte di Stalin il popolo dei moralisti impose il lutto all'Italia. Quante inutili polemiche sul re tenero con il fascismo. Con il dittatore sovietico invece..., scrive Matteo Sacchi, Martedì 19/12/2017, su "Il Giornale". Tante polemiche per il rientro in Italia del corpo di Vittorio Emanuele III, un re che ebbe la colpa di non sapere fermare l'ascesa della dittatura fascista. E un re che, quando dal fascismo si staccò, ebbe la colpa di non riuscire in nessun modo a prevenire la reazione tedesca. Eppure il nostro Paese, in altri casi, non si è fatto mancare giganteschi rituali di lutto collettivo, per tiranni ben peggiori, e che per altro italiani non erano. Basta pensare a come venne accolta la morte di Stalin, nel 1953. L'occhiello della prima pagina, bordata di nero, dell'Unità di venerdì 6 marzo 1953 così recitava: «Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e il progresso dell'umanità». Venne anche organizzato un subitaneo lutto collettivo, imposto o no che fosse. Ecco come lo raccontava un altro degli organi di stampa più letti della sinistra dell'epoca, Rinascita: «La luttuosa notizia della morte del Capo amato dei lavoratori ha trovato la prima eco dolorosa nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro di tutta Italia. In centinaia e centinaia di aziende, dai grandi complessi alle piccole officine, in ogni provincia, il lavoro è stato spontaneamente sospeso per qualche minuto. Le maestranze si sono raccolte in assemblea, hanno commemorato la figura e l'opera di Giuseppe Stalin; negli stabilimenti, nei reparti, nei cortili sono apparse le prime bandiere abbrunate, i primi ritratti, i primi registri per la raccolta delle firme». E fu solo l'inizio. In onore del «Grande combattente della pace» le manifestazioni si moltiplicarono rapidamente: raccolte di firme da spedire in Urss, lezioni sospese in moltissime scuole, intere città, come le rossissime Livorno e Cerignola, vennero parate a lutto. Si arrivò anche a iniziative più bizzarre: ad Ancona si decise la diffusione di ventimila copie del discorso di Stalin al XIX congresso del Pcus; a Sbarre (Reggio Calabria) venne costituito, nel nome di Stalin, un nuovo reparto di Pionieri (l'organizzazione giovanile comunista). E qualcuno si precipitò verso il territorio sovietico più vicino e reperibile. Così di nuovo su Rinascita: «Gruppi di cittadini si recano a bordo delle navi sovietiche ancorate nei porti italiani, a recare agli ufficiali e ai marinai dell'Urss l'espressione del cordoglio e della solidarietà del nostro popolo». Non si fece mancare nulla nemmeno il mondo politico: sia alla Camera sia al Senato, la seduta fu sospesa per un'ora in segno di lutto. Anche non comunisti, come il socialista Pietro Nenni, usarono toni a dir poco apologetici: «Onorevoli colleghi, nessuno fra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che ha lasciato Giuseppe Stalin». Non bastando l'apologia collettiva partì la caccia ai pochi che ebbero il coraggio di dire, se non la verità sull'ideatore delle purghe più sanguinarie, almeno di correggere l'enormità di alcune di quelle bugie. Alcide De Gasperi si limitò a puntualizzare che: «Da vivo, il dittatore non mostrò per il nostro Paese né comprensione né considerazione...». Venne sottoposto a un vero e proprio linciaggio morale. Certo, si può ovviamente dire che nel 1953 non tutta la verità sul sistema concentrazionario era stata rivelata. L'Italia però non si fece mancare una nutrita delegazione ai funerali di Tito nel 1980. E anche in quel caso, seppure in tono minore, partì l'elogio collettivo (con poche eccezioni). Eppure sulle foibe non c'era molto da scoprire. Evidentemente su un re che ebbe molte colpe, ma anche qualche merito, come la condotta specchiata durante la prima guerra mondiale, la tolleranza è minore.

Fascismo, selfie della nazione, scrive Fulvio Abbate il 12 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Come la più ottusa delle scimmie, il suo riflesso è potenzialmente presente dentro ciascuno di noi. Il fascismo ci riguarda tutti da vicino. Come la più ottusa delle scimmie, il suo riflesso è potenzialmente presente dentro ciascuno di noi: ci basta scoprire che hanno fregato il deflettore dell’auto per sognare il ritorno di un sistema poliziesco degno di Pinochet e dei “voli della morte”, delle camere a gas, del razzismo. Ed è sbagliato sostenere che si tratti di una questione strumentale nel frangente delle elezioni. Il fascismo è il selfie della nazione. Più che la sua “autobiografia”, parafrasando Piero Gobetti. Perché il fascismo ci riguarda tutti da vicino. Infatti, come la più ottusa delle scimmie, il suo riflesso è potenzialmente presente dentro ciascuno di noi (sia detto senza offesa per King Kong, creatura che, come pochi, sapeva invece amare), ci basta scoprire che hanno fregato il deflettore dell’auto per sognare il ritorno di un sistema poliziesco degno di Pinochet e dei “voli della morte”, delle camere a gas, del razzismo. Senza scomodare ciò che spiegava Gramsci – «Il fascismo si è presentato come l’anti- partito, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano» – va detto però che questa riflessione sembra andare bene anche per il dispositivo mentale di altre compagini politiche recenti, come il M5S. D’altronde, assodato che il fascismo è semplificazione, l’opinione che Mussolini aveva di Gobetti non sfigurerebbe in un tweet di CasaPound: “segaiolo incarognito”, prosa da mattinale di questura e fureria. Proseguendo nel racconto della subcultura neofascista sarà bene aggiungere un ricordo personale: era il giorno dell’uscita nelle sale di Jesus Christ Superstar, 1973, e i fascisti stavano già lì a piantonare i cinema, accusando quel film di “blasfemia”. La fantasia di un musical a fronte di una ventina di figli di una piccola borghesia ottusa, i capelli tagliati dal “Kociss” delle caserme. I neofascisti, in questo accompagnati dai convinti d’altre sigle politiche perfino democratiche, di fronte a ogni obiezione spostano sempre l’oggetto della discussione, come al baretto rionale. Se provi a far notare che non si può iscrivere Anne Frank al campionato calcistico italiano 2017- 2018, loro ribattono: «… e allora le foibe?». Oppure: «E allora il comunismo?». «E allora la bomba degli anarchici ai carabinieri di San Giovanni?». Prendiamo ad esempio la bandiera del secondo Reich esposta in una cameretta della caserma dei carabinieri a Firenze. In questo caso basterà leggere i molti commenti contro la ministra Pinotti, accusata di essere ignorante in fatto di vessilli imperiali germanici, per comprendere l’analfabetismo “civile” che contraddistingue sia la zona nera sia la “zona grigia” benevolente verso certe forme di violenza e autoritarismo endemiche. Lo stesso vale per l’appello alla privacy: «Sia denunciato piuttosto il giornalista che con la sua telecamera si è introdotto in un presidio militare!». Questo genere di mistificazione si nutre talvolta di care memorie familiari: ampi strati del Paese privo di sentire democratico, ancora adesso ringraziano il duce per avere loro donato un’uniforme da capo- fabbricato, e con quella, i nonni e le nonne al momento opportuno, forti di un decreto emesso dal regime nel 1938, avrebbero denunciato i condomini ebrei del secondo e quarto piano, è accaduto proprio in un civico di fronte a una delle mie residenze romane. Obiezione: «E allora i comunisti che nel mondo hanno fatto più vittime di tutti?». Il neofascista, in cuor suo, con animo da modellista di stukas e V2, piange ancora adesso sulla sconfitta dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale, l’assunto del lutto è facile a dirsi: con la disfatta del “Reich millenario”, ai loro occhi, avviene “la morte dell’Europa”. I neofascisti hanno ancora l’orgoglio identitario e sovranista, cioè «non vogliono stranieri in casa propria». Probabilmente, anche i nostri più ottusi cognati o generi o suocere o cugini, magari acquirenti furtivi di tallio per far fuori i consanguinei, gli appaiono comunque migliori dei “negri”. La legittimazione dei neofascisti come una cosa che «non è che poi fosse tanto male, eh?» è avvenuta con Tangentopoli, a un certo punto, anche a sinistra, si è cominciato a dire che «saranno pure fascisti, però sono onesti, mica come i Dc e i socialisti di Craxi!». Ricordando, metti, che Leonardo Sciascia sempre citava una relazione di minoranza dei missini nella Commissione antimafia. Mi direte che la legge Fiano non risolve il problema e si accanisce perfino sugli inoffensivi collezionisti di cimeli del Ventennio, vero, e infatti secondo alcuni il neofascismo insorgente andrebbe distrutto con le armi dell’ironia, così i più sarcastici, commentando l’irruzione di Forza Nuova sotto la redazione di Repubblica con bandiere e fumogeni hanno scritto: «Non sono fascisti, semmai appassionati della storica tradizione degli sbandieratori che difendono questa antica arte folkloristica strenuamente» . Bene, occorre ironia! Poi però ti guardi intorno e scopri che nulla o quasi è cambiato dal tempo in cui andavi da ragazzino al doposcuola – che sarà stato, il 1969? e il nipote, tuo coetaneo, del prof di aritmetica, già capomanipolo, diceva: «Perché i comunisti hanno ammazzato il duce, lo hanno appeso a testa in giù a piazzale Loreto, partigiani assassini, vergogna!». Allora provavi a spiegargli che il fascismo, restando in ambito familiare, aveva mandato tuo padre a combattere dichiarandolo volontario a sua insaputa (accadde con la classe del 1921) così papà, a 19 anni, era finito in guerra. «Eh, ma queste sono cose vecchie! Il fascismo è finito una vita fa!». Impossibile spiegare a questa gente che, al di là del dato storico, il fascismo è un modus vivendi, la scimmia che si risveglia davanti al deflettore dell’auto rotto, davanti al gommone del migrante. Diceva Pasolini: «Il fascismo è stato una banda di criminali al potere». Già, chi veste una divisa potrà mai esserlo? Obiettano quegli altri, ripensando ancora una volta al nonno con la camicia nera e i galloni da capofabbricato. A quel punto, provandole tutte, gli fai notare che la destra, metti, francese, è, sì, quella che mandava i suoi celerini, i “Crs”, a manganellare gli studenti nel maggio ’ 68 e ancor prima gli algerini, tuttavia era la stessa che anni prima aveva combattuto in prima fila i nazisti occupanti. Neppure l’argomento sulla propensione criminale propria dei fascisti, dalle vicende della banda della Magliana al caso di “Mafia capitale”, fino agli Spada a Ostia, neppure questo sembra smuoverli. Alla fine resta una domanda, che è poi la stessa che ci poniamo di fronte alle tiepide reazioni di sdegno da parte dell’opinione pubblica musulmana davanti alle stragi di “Charlie Hebdo” o del “Bataclan”, ma ci sarà una destra civile che voglia marcare la propria distanza assoluta dallo squadrismo mafioso neofascista? Se sì, ne attendiamo le parole. E Pietrangelo Buttafuoco, ospite di Myrta Merlino a La7, non dica che ciò che sta accadendo sono tutte “minchiate” ( sic), poiché definirle in questo modo è ingiusto e sa di mistificazione su gravi episodi che si ripetono in modo esponenziale, dalle aggressioni ai ragazzi romani da parte dei giovani neofascisti del Fronte della Gioventù che reputano di dover presidiare il territorio secondo un principio squadristico, all’immagine dei pacchi alimentari consegnati da Casa Pound a Ostia sotto le elezioni, tra negazione del principio della dignità al voto di scambio. «E allora perché non ci pensa il Pd, eh?». O ancora, tornando alla bandiera, ripetere, come se fossimo tutti sciocchi, che «quella non è una bandiera nazista e il ministro della Difesa non può essere digiuna di storia militare». Spalleggiato dai giornali del blocco leghista e berlusconiano che a loro volta minimizzano perché in cuor loro un certo modo di agire razzista dà calore e conforto a ogni ben pensante. Evidentemente, chi lo fa reputa il fascismo un bene rifugio di famiglia e tutto il resto un fatto secondario. Il fascismo è diventato il selfie della nazione. Chiedere a queste persone di elaborare il concetto di democrazia è evidentemente troppo. «E allora che dobbiamo dire del comunismo?».

Ps: Sostenere che si tratti soltanto una questione strumentale nel frangente delle elezioni è da analfabeta incapace di riflettere su un nodo storico e culturale che prescinde dalla contingenza e dai piccoli espedienti di una sinistra in difficoltà. E perfino il filosofo Slavoj Žižek sembra semplificare la questione per proprio narcisismo.

Fascismi giudiziari e aggravanti televisive, scrive Vittorio Sgarbi, Martedì 21/11/2017, su "Il Giornale". Assistiamo da anni a una aggressione giudiziaria, di stampo fascista. Penso agli insensati scioglimenti di Comuni per mafia, all'arresto plateale (seguito dall'incongrua liberazione) di Cateno De Luca, ai processi illegittimi come quello a Contrada, alle condanne arbitrarie di Dell'Utri e di Cuffaro, alle indagini su Berlusconi, e alla farsa degli alimenti a Veronica, conclusa con un risarcimento di lei a lui (in un impressionante squilibrio dei collegi giudicanti), al processo infondato per Mafia capitale, all'arbitrario arresto, fino a farlo morire, dell'innocente sindaco di Campobello di Mazara, Ciro Caravà, all'inverosimile metodo Woodcock, all'abuso di Cantone su Carla Raineri. Una lunga serie di veri e propri errori, per ignoranza o malafede. Fino all'arresto di Spada, per «testata» con l'aggravante di mafia, in un carcere di massima sicurezza. «Ha sbagliato, ma non ci scordiamo che Sgarbi schiaffeggiò la Mussolini in diretta televisiva», ricorda il cugino di Spada. Ricorda male. Fu lei a farmi cadere gli occhiali, e io le dissi semplicemente: «Fascista». Vero invece, e più pertinente al caso Spada, che io spaccai il tapiro in testa a Staffelli. Certo un cattivo esempio. Il cugino osserva: «Ma dove sta questa mafia? La mafia ve la state inventando voi». Ha evidentemente ragione. Roberto Spada, nella sua aggressione era solo, e la mafia prevede una associazione. La sola aggravante è quella televisiva.

Dal Lago: «Dell’Utri: Popolo e giudici gridano insieme “vendetta, vendetta!”», scrive Giulia Merlo il 13 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". “La sinistra si è persa in un incomprensibile degrado giustizialista. Da anni subisce il fascino dei leader magistrati: prima si chiamavano De Magistris, Ingroia e Di Pietro, oggi Piero Grasso”. «La nostra giustizia penale è vendicativa e l’opinione pubblica lo è altrettanto». Alessandro Dal Lago, sociologo e intellettuale di sinistra, interviene sulla vicenda penale di Marcello Dell’Utri e condanna non solo il sistema giudiziario ma anche il silenzio assordante della sinistra.

Professore, il nostro sistema penale è vendicativo?

«La giustizia penale nel mondo occidentale e soprattutto in Italia ha caratteri evidentemente vendicativi, anche quando la nostra Costituzione prevede la funzione rieducativa della pena. Eppure l’attuale situazione delle carceri italiane contrasta ampiamente con questa previsione e le retoriche pubbliche e politiche sono per lo più forcaiole e punitive. Ma attenzione, l’opinione pubblica non è da meno».

Gli italiani sono figli di questo sistema?

«Guardi, io ho scritto un post sulla mia pagina Facebook in cui ho sostenuto che la scelta del Tribunale del Riesame contro la scarcerazione di Dell’Utri fosse priva di umanità. Ho ricevuto alcuni commenti terrificanti, la cui cifra ultima è che Dell’Utri è il nemico e per lui non c’è alcuna pietà: una visione che fa rabbrividire nel Ventunesimo secolo».

L’opinione pubblica italiana confonde la politica con la giustizia?

«Chiariamoci, Marcello Dell’Utri è un mio avversario politico da sempre, ma ciò non può fare di lui un nemico da distruggere e nemmeno giustifica un accanimento nei suoi confronti. Oggi l’opinione pubblica si indigna contro chi ne sostiene la liberazione, mentre invece non fa una piega quando lo stesso Dell’Utri dichiara che si lascerà morire di fame».

Come se lo spiega? L’Italia è un paese giustizialista?

«Basta un dato: in Italia il 30% degli elettori vota per un partito che mette la legalità sopra a tutto. Oggi, nel nostro Paese, c’è ancora chi vuole una giustizia che sia esemplare».

E nel caso di Dell’Utri lo è stata?

«Mi limito a commentare la sentenza e parto dal presupposto della fiducia in ciò che scrivono i medici. Per questo mi indigna il fatto che un Tribunale sia passato sulla testa di tre specialisti che hanno valutato come grave la situazione di salute di Dell’Utri: la legge permette a un magistrato di non tener conto delle valutazioni dei periti».

Quanto c’entra la politica nella vicenda di Dell’Utri?

«Molto, a partire dal fatto che dopo Mani pulite l’esaltazione della giustizia penale è diventata un principio centrale. Non solo, però. Forse è solo un’impressione, ma non mi sento di escludere che la decisione dei giudici del Tribunale delle Libertà sia stata condizionata dal fatto che Dell’Utri sia un uomo di Berlusconi. Allo stesso modo, l’insurrezione dell’opinione pubblica è in parte motivata proprio dall’avversione per il berlusconismo».

Spiega così la mobilitazione della stampa orientata a destra in favore di Dell’Utri?

«Una mobilitazione quantomeno contraddittoria. Quotidiani come il Giornale, il Tempo e Libero lanciano una petizione in favore di Dell’Utri e ora tirano in ballo lo stato delle carceri, ma sono gli stessi giornali che da sempre predicano la frusta contro reati irrisori. La destra si mobilita per Dell’Utri, ma non lo avrebbe mai fatto per i tanti poveracci che condividono la sua stessa sorte. La loro è un’indignazione moralista e populista: ora dicono che quella contro Dell’Utri è tortura, sono stati loro i primi ad opporsi a una legge contro la tortura».

La sinistra, invece, è rimasta in silenzio.

«La sinistra si è persa in un incomprensibile degrado giustizialista. Dalle elezioni del 2013 subisce il fascino dei leader magistrati, che allora si chiamavano Di Pietro, De Magistris e Ingroia e oggi Piero Grasso. Questo è il lungo effetto di Mani pulite, che ha fatto perdere alla sinistra i principi garantisti».

Non esiste garantismo, quindi, nella sinistra italiana?

«Da quando Berlusconi è diventato un avversario giudiziario oltre che politico, la giustizia è diventata il faro della sinistra. In questo modo si è perso l’atteggiamento di critica minima nei confronti della legge e del sistema penale e ci si è dimenticati la cultura dei diritti umani e civili, che sono stati invece il cuore della sinistra. L’unica a restare garantista è Emma Bonino, ma la sua è una posizione marginale nella galassia della sinistra».

Come pensa che finirà la vicenda Dell’Utri?

«Se davvero Dell’Utri dovesse continuare fino alle estreme conseguenze lo sciopero della fame, sarebbe una botta tremenda per il giustizialismo di Stato. Io credo, però, che non si arriverà a questo punto: sul piano politico sarebbe un disastro e qualcuno di sicuro interverrà per aggiustare la situazione».

E’ una lotta tra la giustizia e la politica?

«No, io non ne faccio una questione politica ma di diritti umani: valgono per tutti, devono valere anche per Dell’Utri. Di più, io sono convinto che i diritti umani siano superiori alla giustizia. Bisogna smetterla di pensare che il diritto penale sia il criterio supremo di giudizio: esistono valori superiori come quello di umanità, che è un valore politico nel senso più alto del termine».

Il vero fascismo. Che patologia più grave di un grave tumore aveva Sofri rispetto a Dell'Utri, da essere trattato in modo così diverso? La risposta è semplice: era di sinistra, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 08/12/2017, su "Il Giornale". Devo ricredermi, ha ragione La Repubblica a lanciare l'allarme su un pericoloso rigurgito di fascismo in Italia. Ma non perché - come enfatizza il quotidiano diretto da Mario Calabresi - cinque cretini di Forza Nuova leggono un volantino in un centro culturale pacifista e altrettanti agitano fumogeni sotto la sede del suo giornale mascherati manco fosse carnevale. Stiamo diventando un Paese fascista perché un anziano e malato detenuto viene tenuto in carcere nonostante i medici abbiano certificato che le sue condizioni di salute sono senza dubbio incompatibili con il regime di detenzione. Anzi, per la verità Mussolini gli oppositori politici li mandava al confino nella splendida isola di Ventotene o in esilio, come capitò anche a Indro Montanelli, futuro fondatore di questo Giornale. La decisione di ieri del tribunale di sorveglianza di negare cure adeguate in luoghi adeguati a Marcello Dell'Utri, 76 anni, malato di tumore e ad alto rischio cardiopatico, suona come una condanna a morte di Stato. Condanna che l'imputato ha accettato annunciando di sospendere volontariamente e da subito anche le poche terapie che gli vengono somministrate in carcere. Noi quella condanna non la accettiamo e la cosa dovrebbe fare inorridire anche i sinceri democratici antifascisti che si agitano tanto per le pagliacciate di quattro ragazzotti in cerca di pubblicità (facendo così peraltro il loro gioco) ma che appaiono indifferenti alle violenze fasciste della giustizia. Tanto accanimento, direi odio, nei confronti di Dell'Utri non può che avere radici politiche, perché il codice penale permetterebbe ben altre soluzioni. Tipo quelle trovate per Adriano Sofri, icona della sinistra salottiera e rivoluzionaria, che condannato per l'omicidio del commissario Calabresi (padre dell'attuale direttore della Repubblica) scontò metà di una misera pena (15 anni) nel comodo di casa sua per «motivi di salute». Chiedo ai signori giudici: che patologia più grave di un grave tumore aveva Sofri rispetto a Dell'Utri (che per di più non ha mai ucciso nessuno), da essere trattato in modo così diverso? La risposta è semplice. Sofri era di sinistra (e che sinistra), Dell'Utri è stato a lungo il braccio destro di Berlusconi, e per questo può morire in cella come un cane. Se dovesse succedere, e mi auguro di no, chiunque può fare qualche cosa per fermare questo «fascismo» giudiziario - dal ministro della Giustizia al presidente della Repubblica - e se ne lava le mani dovrà risponderne. Agli uomini liberi da pregiudizi e alla propria coscienza, per tutta la vita.

Pasquino: «Ha ragione Bersani: Il M5S è un partito di centro sinistra», scrive Rocco Vazzana il 14 Aprile 2017 su "Il Dubbio".  Intervista a Gianfranco Pasquino: «Mi auguro che i 5 Stelle si impegnino: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». «Meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». È questa, per Gianfranco Pasquino, la strada che il Movimento 5 Stelle deve imboccare se vuole conquistare Palazzo Chigi.

Professore, dopo Ivrea Beppe Grillo ha scritto sul Blog: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro». È iniziata la fase 2 del M5S?

«Che si stiano preparando a governare il Paese lo do per scontato, sarebbe sbagliato se non lo facessero. Dopo l’esperienza di Roma dovrebbero aver imparato che è meglio arrivare preparati invece di fare i dilettanti, o le dilettanti, allo sbaraglio. Anzi, mi auguro che si impegnino di più su questo terreno: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni. Ma non basta organizzare convegni ben frequentati, un partito con ambizioni di governo deve anche essere presente in piazza, Grillo lo sa benissimo. Il Movimento ha bisogno dell’elemento spettacolare».

E come convinceranno la parte “mite” del Paese a votare Movimento 5 Stelle?

«Dovranno trovare alcune persone di cui non si possa dire “uno vale uno” ma che valgano molto più degli altri. Servono personalità che conoscano come funziona l’economia di un Paese, il sistema scolastico, il mercato del lavoro, che non propongano soluzioni sbagliate e che abbiano una biografia professionale che parli per loro. Devono trovare almeno quattro o cinque persone per vincere. Credo sia un’operazione fattibile».

Lo scouting è iniziato a Ivrea?

«Ivrea secondo me è stato un inizio, ma bisognerà andare avanti.

Per governare serve anche una legge elettorale che consenta di farlo. I 5 Stelle vorrebbero di estendere l’Italicum corretto dalla Consulta al Senato, dove però il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Come si aggira l’ostacolo?

«È possibile fare tutto. Il Parlamento è sovrano. Le leggi elettorali deve scriverle il Parlamento, non il governo con voto di fiducia o la Corte costituzionale. Ma secondo me, la proposta dei 5 Stelle è sbagliata. L’Italicum deve essere buttato nel cestino della spazzatura e le Camere devono riflettere a fondo guardando a due modelli che funzionano: il sistema tedesco, se si preferisce il proporzionale, il Mattarellum o il sistema francese, se si preferisce il maggioritario. Tutte le altre proposte sono operazioni propagandistiche».

Pd e 5 Stelle fanno solo propaganda?

«Entrambi vogliono dire: “è colpa loro se abbiamo questa brutta legge elettorale”. Giocano a fare lo scaricabarile per non rimanere ultimi col cerino in mano. Ma quando si parla di riforma elettorale non è un problema di cerino ma di libri, di analisi comparata. Bisogna rendersi conto che una democrazia vera quando sceglie un sistema elettorale lo utilizza per molto tempo».

Dunque, discorso rimandato alla prossima legislatura?

«La mia intelligenza istituzionale mi dice che lei ha ragione, non ce la faranno a cambiare legge elettorale adesso, la mia volontà gramsciana dice che debbono farcela se vogliono avere una democrazia decente».

Esiste la possibilità che i 5 stelle si alleino con altre forze politiche?

«La storia politica italiana prevede anche la formazione di governi di minoranza appoggiati dall’esterno. Quindi, se il Movimento dà una grandissima prova di sé da un punto di vista elettorale, trova un personaggio adeguato per fare il presidente del Consiglio e si presenta dal Capo dello Stato esplicitando anche i punti programmatici, il Presidente della Repubblica potrebbe anche acconsentire al tentativo di formazione di un governo nella speranza di individuare alleati esterni. Oppure, al contrario, il Movimento potrebbe sostenere un governo a guida Pd a patto che i democratici accettino una parte delle proposte politiche dei pentastellati».

Non sarebbe più naturale cercare un’intesa con la Lega dopo il voto?

«La troverei molto complicata e non so neanche se numericamente sufficiente. Ma poi su cosa riuscirebbero a trovare un’intesa? Sul fatto che sono entrambi sovranisti? Sul no all’Euro e all’Unione europea? Ma si può fare un governo basandosi su dei no?»

Lei ha sempre contrastato chi sostiene la fine della distinzione destra/ sinistra perché i cittadini alla fine sanno sempre riconoscere le forze politiche e catalogarle in base a questo schema. Dove colloca allora il Movimento 5 Stelle? Destra o sinistra?

«Grosso modo dove si trovano adesso: in parte seduti a sinistra del Pd, in parte sopra e in parte verso il centro. Non vanno sui banchi della destra. Certo, al loro interno ci sono anche esponenti di destra. Come definire altrimenti Virginia Raggi? Però, credo che il Movimento 5 Stelle sia votato soprattutto da colo i quali sono insoddisfatti del Pd. Aveva ragione Bersani a provare di fare scouting. Ma non tra gli eletti, tra gli elettori».

In definitiva, elettori a parte, per lei il M5S è di destra o di sinistra?

«Io lo definirei un partito di centro sinistra, sta da quelle parti lì. E i suoi elettori stanno da quelle parti lì. Per intenderci, credo che Salvini non prenda neanche un voto dagli elettori insoddisfatti dal Movimento 5 Stelle».

Però il Movimento 5 Stelle vuole prendere i voti di Salvini. Su sicurezza, immigrazione ed Europa, ad esempio, Grillo strizza molto l’occhio all’elettorato della Lega.

«Questo è possibile. Se qualcuno riesce a rubare i voti alla Lega va bene, poi bisogna vedere come declinano il tema della sicurezza».

E come si declina il tema del lavoro. Pochi giorni fa sul Blog è iniziata la discussione sul programma di governo in cui i 5 Stelle si invocano un ridimensionamento dei sindacati. In questo Grillo insegue la destra o Renzi?

«Credo che scimmiotti Renzi, ma non ha capito che l’idea non funziona. Perché comunque il sindacato mantiene una sua forza e una sua presenza. Se uno vuole costruire un percorso di sinistra riformista può solo ispirarsi all’esperienza socialdemocratica. Ma lo si fa soltanto col consenso dei sindacati. Magari sfidandoli, portandoli su posizioni riformiste».

«CARA SINISTRA, MUORI UN PO’ PER POTER VIVERE…», scrive Rocco Vazzana il 10 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Intervista a Fausto Bertinotti: “Oggi il Parlamento è la cassa di risonanza del governo, non ha nessun appeal. Le elezioni non hanno alcuna incidenza sulla vita delle persone. E la sinistra reale si comporta come se tutto questo non esistesse”. La sinistra per rinascere dovrebbe saltare almeno «un giro elettorale». Fausto Bertinotti è convinto che tutte le proposte politiche in campo, fuori dal Pd, soffrano di un vizio d’analisi imperdonabile: il governo a ogni costo. Una prospettiva che costringe la sinistra «in una prigione» da cui è impossibile uscire senza ribaltare lo schema.

Presidente, partiamo dal tentativo fallito di Pisapia di unire il centrosinistra. Si aspettava che avrebbe gettato la spugna?

«Faccio una premessa, altrimenti tutti i miei giudizi risultano fuorvianti: io guardo a queste vicende come a una realtà lontana ed estranea a ciò che io considero necessario alla politica. Ciò che avviene sulla scena della rappresentanza delle forze della sinistra istituzionale non può portare a nulla di positivo per il destino della sinistra. La scena su cui si esercita la politica delle alleanze è inquinata, ci si muove dentro a una prigione».

Inquinata da cosa?

«Dalla morte della sinistra istituzionale che ha depositato i residui sul terreno, rendendolo inquinato. Non c’è niente da fare. La sinistra può rinascere solo fuori da questo recinto».

Cosa intende con sinistra istituzionale?

«La sinistra reale che occupa oggi la scena, anche se il termine sinistra risulta inutilizzabile. La sinistra ha subito una mutazione genetica che l’ha trasformata irrimediabilmente. È un problema enorme, basti guardare alla gerarchia delle priorità: governo, assunzione cioè del paradigma della governabilità; centralità della presenza politica solo sul terreno della democrazia rappresentativa; costituzione del soggetto politico; e infine la società. Questa gerarchia è mortifera, andrebbe completamente rovesciata. Il governo è stata una grande opportunità ma oggi si rivela nel suo contrario. Facciamo un esempio: la Spd tedesca. Per un partito in crisi drammatica l’unica ricetta per rinascere poteva essere il ricostituente dell’opposizione. Il ritorno alla grande coalizione equivale al ritorno nella tomba. Il problema è che la democrazia rappresentativa non è più centrale. Oggi il Parlamento è la cassa di risonanza del governo, non ha nessun appeal. Le elezioni sono diventate, come diceva Sartre, un’attività seriale, priva di qualunque incidenza sulla vita delle persone. È così vero che metà della popolazione non va a votare. E la sinistra reale si comporta come se questo elemento non ci fosse».

Il progetto di Pisapia non ha tenuto conto di questo elemento?

«È un vizio che riguarda tutta la sinistra. In termini diversi e con diversi gradi questa è la cultura delle sinistre istituzionali, si differenziano solo per il tasso di adesione a questa concezione. Non c’è nessuna forza di sinistra che pensa di rinascere fuori da questo campo, come invece hanno fatto altri soggetti in Europa come Podemos. Il fallimento delle alleanze a sinistra non è il prodotto delle caratteristiche psicopolitiche dei dirigenti, ma della natura del progetto: un’alleanza elettorale solo per influenzare il governo è un delirio. Se sei nel deserto devi dotarti di una risorsa per poterlo attraversare, non inseguire il miraggio. Per questa ragione sono convinto che sarebbe stato meglio saltare questo giro elettorale. Solo così si può ricostruire la gerarchia delle priorità: conflitto, soggettività politica, rappresentanza e poi, semmai, il governo».

Quando è iniziata questa mutazione genetica?

«A mio avviso inizia grosso modo all’inizio degli anni Ottanta, quando le borghesie si ribellano e puntano alla demolizione del ciclo inaugurato nel ‘ 68 e la sinistra risponde in maniera inadeguata a questa controffensiva. Lì muore la sinistra come espressione del movimento operaio.»

La sinistra ha bisogno di stare nel conflitto per definirsi tale?

«Esattamente. O la sinistra è una parte del conflitto, in contrapposizione a un’altra, o non è.»

E la sinistra che si organizza attorno a Piero Grasso che sinistra è?

«Non c’è un paradigma diverso rispetto a quello che attraversa il Pd, non ci sono soggetti in grado di fuoriuscire dalla mutazione genetica. E infatti si definiscono per differenza da Renzi, non per alternativa di visione sociale. Ci sono varie formazioni, ma come mai nessuna si chiama sinistra? C’è un senso di colpa dichiararsi di sinistra?»

Dicono dipenda dalla necessità di allargare il campo…

«Senza rendersi conto che il campo che ambiscono ad allargare è quello inquinato. La maggioranza del popolo sta fuori da questo recinto.»

Ci sono somiglianze tra Liberi e Uguali e la sua Sinistra arcobaleno?

«No, perché la sinistra arcobaleno, per quanto disastrosa, poggiava su una resistenza lungamente praticata. È vero, venivamo da una brutta esperienza di governo che ci aveva logorato, ma prima noi eravamo a Genova, nei movimenti altermondisti, in quelli pacifisti, eravamo dentro al conflitto. A differenza di Liberi e Uguali che non ha nessuna di queste radici, nessuna esperienza di scontro praticato. Basti pensare che il più grande movimento degli ultimi anni, quello delle donne, non è mai entrato neanche per sbaglio nell’agenda politica. O ancora, per la prima volta in Italia c’è uno sciopero in un luogo che sembrava precluso al conflitto, Amazon, qualcuno se n’è occupato? No, dobbiamo pensare alle alleanza secondo l’agenda parlamentare.»

Quindi crede che lo scontro tra Pd e Liberi e Uguali sia solo tattico?

«Lo scontro c’è ma è all’interno di un campo arido. Un tempo c’erano due sinistre con due approcci diversi: da una parte i blairiani e dall’altra gli antagonisti, grosso modo. Oggi ci sono due centrosinistra: uno che vuole governare in continuità con i precedenti esecutivi e uno che si candida a governare secondo una logica emendativa rispetto al passato. I secondi si rifanno al ritorno alle origini del centrosinistra ma chi rimpiange quella stagione non si rende conto che rimpiange l’origine dell’eutanasia della sinistra.»

Ma c’era anche la sua Rifondazione in quel centrosinistra…

«No, abbiamo sostenuto governi di centrosinistra ma non facevamo parte del centrosinistra. Abbiamo sempre rifiutato quella cultura politica della governabilità. La rottura con Prodi da dove nasce se non da questo? La cultura prodiana non c’è mai appartenuta».

Avete partecipato al secondo governo Prodi…

«Abbiamo sempre avuto in mente la centralità del conflitto e l’idea rispetto al governo è sempre stata strumentale. Ricordo che il primo Prodi condusse un’intera campagna elettorale contro di noi ma non aveva i numeri per governare. Fu costretto ad accettare il soccorso rosso. Noi sostenemmo il suo esecutivo senza entrarci, senza un ministro, senza un sottosegretario, senza un usciere».

In altre occasioni, alle Politiche del 2001, Rifondazione decise una desistenza unilaterale. Per quale motivo?

«C’era una legge elettorale asimmetrica. Alla Camera era consentito il voto disgiunto e al Senato no. Al Senato ci candidammo dappertutto, ma alla Camera decidemmo di presentarci solo al proporzionale e non nei collegi uninominali, per non favorire le destre. Era un atto unilaterale per ridurre il danno. Un gesto di generosità irripetibile».

Invece Liberi e Uguali e Pd si faranno la guerra. I bersaniani non escludono di aprire un dialogo col Movimento 5 Stelle dopo il voto…

«Il Pd di Bersani tentò già quel percorso. È un meccanismo in qualche modo scontato. Con questo sistema elettorale bisogna farsi piacere gli altri per tentare delle alleanze. Ma è un meccanismo figlio di un errore politico di partenza: il governo a ogni costo».

Liberi e Uguali è il partito di D’Alema o di Piero Grasso?

«Proporrei per un momento di fare a meno concettualmente di Massimo D’Alema. E proverei anche a pensare meno a Piero Grasso, nonostante lo stimi molto. Vedo una sinistra che si presenta sulla scena abdicando alla sua identità politica. L’idea per cui bisogna portare a termine un’operazione mimetica per presentarsi all’elettorato, attraverso uno schermo ieri Prodi, oggi Grasso – è sinonimo di debolezza. Chiamare qualcuno d’oltrefrontiera, in questo caso un ex magistrato, a rappresentarti è una manifestazione di fragilità».

Pisa, il simbolo di «Lotta Continua» nell’ufficio del funzionario della Questura. Un pugno chiuso su sfondo rosso al secondo piano dell’ufficio di polizia della provincia storicamente legata alla formazione extraparlamentare di cui leader è stato Adriano Sofri. Qualcuno ha fotografato il simbolo che ora sta facendo il giro del web, scrive Marco Gasperetti il 12 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Dietro la scrivania del funzionario di polizia, una donna, in un ufficio al secondo piano della questura di Pisa, un pugno chiuso su sfondo rosso “saluta” tutti coloro che entrano nella stanza. E’ il simbolo di Lotta Continua, la formazione extraparlamentare che negli anni Settanta polarizzò parte della sinistra di orientamento operaista e rivoluzionario e fece lavorare non poco la Digos. In quell’ufficio della questura, il simbolo di Lotta Continua è stato incorniciato in primaria evidenza, accanto a un gagliardetto del Pisa Calcio e del crocifisso. Che cosa ci sta a fare? «E’ un cimelio di una quarantina d’anni – rispondono fonti della Questura – nessun poliziotto lo ha appeso in quanto simpatizzante o nostalgico di quegli anni. E’ solo storia». Resta il fatto che qualcuno quel cimelio, un po’ atipico per abbellire un ufficio della questura, lo ha fotografato e lo ha spedito ad alcuni siti e quotidiani. E la notizia in poco tempo ha fatto il giro della Rete. Anche perché Pisa è storicamente legata alla formazione extraparlamentare di cui leader è stato Adriano Sofri, accusato e condannato per l’omicidio del commissario Calabresi, delitto del quale Sofri si è sempre proclamato innocente. Così, dopo le polemiche sulla bandiera del Secondo Reich appesa in una camerata nella caserma dei carabinieri di Firenze, ecco il Pugno Chiuso della questura di Pisa. Sarebbe quasi un derby se non ci fossero dubbi sull’opportunità e qualche sospetto (per il caso di Firenze) di simpatie.

Perché la sinistra non piace più…, scrive Riccardo Paradisi l'8 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". La nascita di “Liberi e uguali”, il tentativo fallito di Pisapia, il Pd di Renzi in mezzo al guado: in crisi è il rapporto con il proprio elettorato. La sinistra perde pezzi e soprattutto consenso. Non sa più chi è, cosa deve essere. Come in mezzo a un guado non sa se andare avanti o tornare indietro. L’esperimento fallito o almeno interrotto di Renzi ha incoraggiato il ricomporsi d’un blocco socialdemocratico che affida le sue sorti a un magistrato, Renzi fa loro gli auguri ma risponde che sulla riforma del lavoro non si torna indietro, intanto però si sgancia anche Pisapia, perché in nome della realpolitik lo Ius soli è stato di fatto derubricato dall’agenda di fine legislatura. Ma questa è cronaca di palazzo, nella società, nel mondo del lavoro, nelle periferie, là dove la sinistra fino a un paio di decenni fa c’era e svolgeva un ruolo egemonico, adesso non c’è più. Perché? Cosa è accaduto? Sociologo, docente di analisi dei dati all’università di Torino, Luca Ricolfi è un ricercatore che lascia parlare dati, numeri e fatti senza piegarli a un teorema ideologico stabilito a priori. Al campo liberal e progressista dedica libri che ai destinatari non son risultati troppo graditi. Nel 2008 Ricolfi dedicò alla sinistra il suo Perché siamo antipatici (Longanesi), descrivendo il complesso dei migliori che non ha mai smesso di affliggere il campo progressista. Adesso arriva l’altro affondo: Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi (Longanesi, 288 pagine, 16,90 Euro). Qui Ricolfi, che non è un uomo di destra, spiega perché oltre ad essere antipatica la sinistra tradizionale è ormai anche priva di consenso. Ricolfi muove dalla constatazione dell’estinzione delle categorie di destra e sinistra, contestando però alla sinistra di avere usato fino ad oggi questa assiologia a suo favore come discrimine tra il bene e il male. La maggiore responsabilità di questa divisione manichea riguarda, secondo Ricolfi, soprattutto Norberto Bobbio e in particolare un suo libro di successo di 90 pagine pubblicato nel 1994 dal titolo Destra e sinistra.

Un testo chiave dove il filosofo torinese sostiene che la sinistra rappresenta il progresso e dunque il bene, la destra la reazione e dunque il male. La sintesi è semplificatoria ma rispecchia il pensiero di Bobbio che scrive: “Proprio perché i due termini descrivono un antitesi, la connotazione positiva dell’uno implica necessariamente la connotazione negativa dell’altro. Ma quale dei due sia quello assiologicamente negativo non dipende dal significato descrittivo, ma da opposti giudizi di valore che vengono dati sulle cose descritte” Le cose descritte sono eguaglianza e libertà e di queste due idee solo la sinistra, per Bobbio, è la legittima proprietaria. Non solo: siccome eguaglianza e libertà sono i massimi ideali che l’umanità si è data c’è una sola parte politica, la sua, che li incarna entrambi; le altre posizioni politiche sono fuorigioco. Per Bobbio la destra moderata, per dire, è solo conservazione: il suo unico merito è accettare la democrazia. Uno schematismo manicheo secondo Ricolfi che non ha certo aiutato la sinistra a orientarsi nel mondo nuovo ma l’ha bloccata in un riflesso narcisistico e autocompiaciuto di rappresentare comunque la parte giusta, il reale movimento delle cose, il progresso e l’emancipazione, qualsiasi cosa queste cose vogliano dire. Il problema è che, nell’era della globalizzazione, non c’è un solo discrimine ma ve ne sono due. Il discrimine più importante – sostiene infatti Ricolfi è fra forze dell’apertura, che accettano o promuovono ogni tipo di scambi (merci, servizi, capitali, informazioni), e forze della chiusura che invece invocano qualche tipo di chiusura, economica o sociale, comunque basata sull’idea che gli stati debbano riprendersi alcune prerogative, dal controllo delle frontiere a quello della moneta. In questo quadro il discrimine fra destra e sinistra resta, ma assume un carattere più sfumato, e soprattutto è trasversale alla dicotomia fra forze dell’apertura e forze della chiusura. In entrambi i campi sinistra significa una maggiore attenzione ai diritti e alla lotta alle diseguaglianze, destra significa maggiore attenzione ai doveri, alla tradizione e alla difesa della libertà, soprattutto in campo economico. Ma è piuttosto comune che questi più o meno nobili ideali subiscano contaminazioni e ibridazioni: la sinistra, ad esempio, sta sempre più diventando la paladina dei garantiti e dei ceti medi, la destra oscilla tuttora fra il polo conservatore e quello liberista.

Il divorzio tra sinistra e popolo tuttavia non nasce recentemente. Ricolfi lo fa addirittura risalire agli anni sessanta del Novecento con l’inizio della crisi dell’era del welfare. Il punto di svolta, l’arco temporale in cui è avvenuta l’inversione di tendenza, viene collocato da Ricolfi fra il 1970 e il 1975. Nel biennio 70- 71 il tasso di crescita delle economie avanzate subisce un rallentamento per poi precipitare nel biennio 74- 75, l’anno della prima recessione globale del secondo dopoguerra. Da allora non c’è più stato un periodo in cui le economie dei paesi avanzati siano tornate a crescere come negli anni centrali dell’età dell’oro: i decenni del secondo dopoguerra. “E da allora le istituzioni del welfare non sono più state le stesse, se non altro perché – con il passare degli anni – si è fatta sempre più strada l’idea che alla lunga non fossero sostenibili”. Tuttavia la fine dell’età dell’oro del welfare non coincide con il suo smantellamento. Anzi gli anni settanta, ricorda Ricolfi, sono anni di aspettative crescenti in tutta la sfera occidentale del pianeta. Le richieste dei cittadini nei confronti dello Stato si moltiplicano e la risposta dei governi è positiva anche se in deficit: più servizi sanitari, più sussidi, più istruzione. Insomma la crisi fiscale dello stato, che intanto è acclarata, non ne provoca lo smantellamento anzi ne segna il suo trionfo, “e questo nonostante la torta del prodotto nazionale cresca sempre più lentamente impigliata com’è nelle spire della stagflazione”. Qual è il segreto? Semplice il trionfo del welfare viene finanziato dall’aumento della pressione fiscale, dalla spesa pubblica in deficit e dalla riduzione del peso degli investimenti pubblici sulla spesa totale dello stato. Si innesta così un circuito vizioso il cui risultato è che all’espansione della sfera pubblica e dello stato sociale non corrisponde un aumento altrettanto rapido e sufficiente del prodotto, dell’occupazione e dei consumi privati. La realtà presenterà presto il conto ovviamente. E infatti fra la fine degli anni settanta e i primi ottanta “vengono meno tutti i meccanismi che hanno surriscaldato gli anni della stagflazione: la disoccupazione raffredda le rivendicazioni salariali, i deficit pubblici raffreddano la domanda di welfare, la recessione raffredda i prezzi”. È il primo momento della regressione. Il secondo momento, ancora più devastante, arriva con l’avvento della globalizzazione dei mercati che fa entrare nel gioco della competizione gli esclusi dell’Asia e delle Americhe. E ancora una volta la sinistra liberal, che della globalizzazione si fa alfiere dopo essersi intestata l’espansione del welfare, prende il secondo fatale abbaglio. Dalla fede nella socialdemocrazia i liberal passano a quella nel mercato globale: un entusiasmo quello dell’unificazione del mondo sotto le insegne della libertà di mercato che porterà a sottovalutare i rischi di un processo di integrazione troppo rapido e soprattutto poco sorvegliato. Vengono liberalizzate le importazioni dall’estero mentre si ingessa il mercato interno con un surplus di regolamenti, vincoli e proibizioni. Per la verità Giulio Tremonti già nel 1995, l’anno di nascita del Wto, inascoltato aveva lanciato l’allarme: “I salari occidentali entrano in concorrenza con quelli orientali senza che i salariati orientali debbano immigrare e venire a lavorare nelle nostre fabbriche. Non occorre che gli operai si muovano. A muoversi ci pensano infatti i capitali occidentali che direttamente o indirettamente finanziano le fabbriche orientali. La convenienza a investire capitali dove la manodopera costa pochissimo fa infatti scattare su scala mondiale la concorrenza salariale”. Insomma i lavoratori occidentali si trovano stretti nella morsa tra salari orientali e costi occidentali. Del resto avrebbe dovuto mettere qualche sospetto il fatto che se per integrare il mercato europeo ci sono voluti alcuni decenni altrettanti se non di più ce ne sarebbero occorsi per trasformare l’intero mondo in un mercato unico con le adeguate prudenze, laddove invece per la globalizzazione sono bastati cinque anni. Di più: la liberalizzazione dei movimenti di capitali si è accompagnata a una imponente finanziarizzazione dell’economia con la rapida diffusione di nuovi strumenti di gestione delle transazioni. Da qui il terzo colpo: il ripetersi di bolle speculative e la crisi finanziaria globali. E così, scrive Ricolfi, “coltivato per due decenni nei più raffinati laboratori del pensiero progressista il sogno di una sinistra amica del mercato si trasforma in un incubo nel 2008, allo scoppio della crisi, quando ci si avvede che non si tratta di una normale recessione ma della crisi di un paradigma che la sinistra riformista aveva adottato dopo il 1989, abbagliata dai successi del capitalismo che ora tende a rinnegare”.

Il divorzio tra sinistra e realtà, tra sinistra e popolo dunque si è prodotto nell’arco di quasi mezzo secolo. Decenni in cui la sinistra di sistema ha oscillato come un pendolo cercando di assecondare le realtà che però intanto la lasciava sempre dall’altra parte, in ritardo, scoperta di tutto tranne che del proprio sussiego e snobismo: persuasa malgrado tutto d’essere dalla parte della ragione malgrado la realtà, in ciò confortata dalla lezione in fondo rassicurante di Norberto Bobbio. L’altra ragione, ulteriore all’incapacità di leggere la realtà e di farle fronte politicamente, per cui il popolo non trova più nella sinistra la sua voce e la sua espressione è ancora più semplice: l’establishment di sinistra non ama il popolo, disprezza profondamente la gente comune, di cui non capisce né le ansie né i drammi quotidiani considerati materia volgare rispetto alle problematiche dei ceti medi riflessivi. I quali sempre evocati non sono mai stati precisamente definiti tanto da lasciar immaginare che siano una cosa di mezzo tra gli impiegati statali e le professoresse che leggono Repubblica. La realtà, dice Ricolfi, è che la sinistra ha perduto la capacità d’analisi: con Machiavelli e Gramsci il senso reale delle cose; con Marx la percezione della struttura sociale continuando invece a ragionare “come se i problemi fossero rimasti quello del mondo sostanzialmente chiuso dei primi decenni del dopoguerra, quando l’80% del Pil mondiale era prodotto da appena una ventina di paesi e la dinamica dell’economia dipendeva dalle decisioni di pochi leader”. La realtà invece è che la torta occidentale non aumenta più ma diminuisce a vista d’occhio e la sinistra non sa fare a meno della torta della crescita, perché da quella traeva l’idea della redistribuzione. Da qui la crisi della sinistra, crisi culturale e politica ma prima ancora crisi di rappresentanza. Da qui l’emersione prepotente dei populismi, fenomeno che la sinistra attribuisce alla destra non vedendo come molto consenso populista proviene proprio dai suoi ranghi. Se gli operai votano in Italia Lega o Cinquestelle o Marie Le Penin Francia – il fatto che il Fronte nazionale sia stato bloccato nell’ascesa all’Eliseo non toglie che sia la seconda forza francese – qualcosa vorrà pur dire. Come vorrà pur dire qualcosa che le forze populiste raccolgono consensi altissimi nei quartieri popolari, anche in grandi città come Roma e Torino un tempo roccaforti della sinistra. Certo al netto dello snobismo e della riottosità all’autocritica la soluzione del dilemma della sinistra non è affatto facile. La sinistra, per costituzione favorevole all’eguaglianza e all’internazionalismo, non può negare ai nuovi protagonisti della scena globale economica, l’accesso alle opportunità del mercato globale, ma al tempo stesso deve rispondere delle istanze dei popoli occidentali schiacciati dal dumping sociale e impoveriti da disoccupazione e delocalizzazione. Il rischio è che la contraddizione sia insanabile.

La sinistra è morta all’Ilva di Taranto. Quella dell’impianto siderurgico pugliese è una vicenda enorme, che coinvolge decine di migliaia di lavoratori e il diritto alla salute di una comunità. In tutto questo, le due sinistre italiane - né Renzi, né Grasso - hanno una posizione chiara. Avanti così, verso l'irrilevanza, scrive Francesco Cancellato il 4 Dicembre 2017 su "L'Inkiesta". Sulla vicenda Ilva sappiamo tante cose. Sappiamo che è complessa, innanzitutto. Perché se un’azienda decide di mettere 2,4 miliardi in investimenti industriali e progetti ambientali nell’acciaieria più grande d’Europa, col corollario di 10mila nuovi posti di lavoro, è indubbiamente un’ottima notizia. Allo stesso modo, però, l’allungamento dei tempi del piano di recupero ambientale è una brutta notizia – certificata dall’Arpa e sottoscritta da un profondo conoscitore della vicenda Ilva come l’ex ministro dell’ambiente Corrado Clini - soprattutto per gli abitanti del quartiere Tamburi, a poche centinaia di metri dal campo minerario, le cui scuole non aprono ogni volta che tira vento, per evitare che i bambini respirino veleno. Nel frattempo, mentre tutto questo accade, si sente dire che serve la sinistra. Che serve per combattere le onde nere, i fascismi di ritorno, i populisti, le destre vere e quelle mascherate. Perfetto: ma come la mettiamo con l’Ilva? Che opinione avete in proposito? Vanno bene 10mila nuovi posti di lavoro e 2,4 miliardi di investimenti o ha ragione Emiliano a ricorrere al Tar contro il decreto ministeriale per difendere, qui e ora, la salute dei tarantini? Va bene tornare a produrre acciaio, a costo di inquinare – meno ma comunque un bel po’ – l’aria, oppure è meglio importarlo dalla Cina, dall’India e da ovunque vi siano governi che non si pongono certe remore? Di fronte a questa domanda, la sinistra non sa, o comunque non risponde. Non sa Renzi, che evidentemente ritiene molto più importante – bontà sua – occuparsi di fake news e bufale online. E se non lo sa il suo segretario, figurarsi se lo sa la base: così, mentre il sottosegretario Teresa Bellanova sta con il ministro Calenda e contro Emiliano, i consiglieri regionali pugliesi sono usciti dall’aula o si sono astenuti quando un loro collega ha promosso un ordine del giorno che prevedeva, tra le altre cose, il ritiro del ricorso al Tar promosso dalla Regione contro il decreto del Governo. Di fronte a questa domanda, la sinistra non sa, e comunque non risponde. Non sa Renzi, che evidentemente ritiene molto più importante – bontà sua – occuparsi di fake news e bufale online. E anche dalle parti di “Liberi e Uguali”, nel giorno della fondazione del nuovo soggetto politico a sinistra del Pd, tutto tace sulla vicenda Ilva. Nemmeno a sinistra del Pd il quadro è chiaro. Nel giorno della nascita del nuovo soggetto politico “Liberi e Uguali” tutto tace sulla vicenda Ilva. Il neo leader Piero Grasso parla di dignità del lavoro, di diritti e di doveri, di Falcone e Borsellino - e di Renzi, ovviamente - ma non risulta abbia rilasciato memorabili dichiarazioni programmatiche sul sito tarantino, così come del resto i suoi compagni di viaggio. La stessa Cgil ha le idee un po’ confuse, se è vero che Susanna Camusso ha definito il ricorso di Emiliano «un gioco da bambini», sebbene la Fiom di Maurizio Landini sarà l’unica sigla sindacale che non parteciperà al presidio sotto la sede della Regione Puglia per convincere Emiliano e compagni a ritirare il ricorso al Tar. Motivo? «Non è utile per raggiungere l’obiettivo», disse l’uomo che meno di un mese fa ha occupato l’Ilva di Genova, perché «lo Stato ci costringe a fare i matti». Mistero. Di certo c’è che su vicende come questa una linea ce la dovete avere, care sinistre in cerca d’autore. E se non ce l’avete, se pensate che siano più importanti le fake news o la distanza dal Pd del destino di 35mila lavoratori – sommando addetti, indotto e nuove assunzioni previste -, o che un feticcio giuslavorista come l’articolo 18 sia più meritevole d’attenzione delle politiche industriali non è che non siete di sinistra. Semplicemente, non siete. E qualunque colore va bene, alla gente, persino il nero pece, se l’alternativa è trasparente.

Nonostante ciò, c’è qualcuno, ancora, che continua a fare propaganda comunista.

Diego Bianchi debutta su La7: "Ormai in Italia si fa solo propaganda. E allora ecco la nostra", scrive Cinzia Marongiu il 28 settembre 2017. Cambia la rete, cambia la collocazione in palinsesto, cambia il nome, ma la squadra, quella che ha fatto nascere “Gazebo e che lo ha fatto diventare una delle più interessanti e originali realtà tv, è rigorosamente la stessa. Diego Bianchi, lo “Zoro” nato sul web con i suoi video esilaranti sulle mille divisioni della sinistra, dopo cinque stagioni di Rai3, arriva a La7 e conquista la prima serata. Il debutto di “Propaganda Live”, questo il nome del programma è fissato per venerdì 29 settembre ma già in conferenza stampa Diego Bianchi e Andrea Salerno, nella duplice veste di direttore di rete ma anche di collaboratore storico prima di Gazebo e ora del nuovo programma, ne danno un assaggio spassoso. Si tratta di alcune pillole video della “Scuola Bianchi”, “cioè la scuola che immigrati devono frequentare per diventare come noi”, sottolinea ironico Diego Bianchi. “Quello dell’immigrazione sarà sicuramente uno dei temi al centro di Propaganda Live, così come lo è da mesi al centro di una becera propaganda politica”, dice nella videointervista concessa a Tiscali.it. “Perché il titolo? Abbiamo scelto qualcosa che rappresentasse al meglio il periodo che viviamo. Cinque anni fa la politica italiana era piena di gazebo. Ora invece siamo nella fase della propaganda, che con la campagna elettorale crescerà. Noi ci buttiamo nell'agone e facciamo la nostra”. Gli ingredienti sono i reportage dello stesso Bianchi (si comincia con uno a bordo di una nave di una ong), il racconto della realtà attraverso i social media, gli ospiti (si parte a razzo con Roberto Saviano che farà un riassunto della propaganda estiva”), ma anche la satira e la musica, con la band dal vivo di Roberto Angelini. Immancabile il disegnatore Maccox, ovvero Marco Dambrosio, che con una delle sue dissacranti strisce animate festeggerà i compleanni di Silvio Berlusconi e di Pierluigi Bersani. Nella videointervista a Tiscali.it Diego Bianchi spiega anche perché ha lasciato la Rai: "Con il passaggio di Andrea Salerno a La7 non avremmo potuto più lavorare insieme. E poi qui abbiamo un altro spazio, quello dela prima serata che ci permette di raccontare la realtà con un respiro più ampio. La striscia quotidiana di "Gazebo" ci schiacciava troppo sull'attualità. Io finivo per leggere le classifiche social e non potevo fare più reportage". Infine una battuta: "Tranquilli. Morto un hashtag se ne fa un altro".

Propaganda Live, Gasparri contro Zoro e Makkox: «Falliti, provocatori senza ascolti», scrive sabato 21 ottobre 2017 14:58 Marco Leardi su Davide Maggio”. Quelli di Propaganda Live dovevano aspettarselo. Chiamando in causa Maurizio Gasparri, avrebbero innescato una sua replica via social. Ad ogni azione corrisponde una reazione: e infatti così è stato. Ieri sera, durante il programma di La7 condotto da Zoro, è stata trasmessa una vignetta di Makkox (la riportiamo in apertura) che ridicolizzava il senatore forzista e quest’ultimo – che non stava nemmeno seguendo la diretta – non ha esitato a rispondere su Twitter prendendo di mira i protagonisti della trasmissione ed i loro ascolti. Gasparri si trovava in Sicilia per un incontro politico e non stava davanti alla tv, ma qualcuno lo ha informato che su La7 era appena stata proposta una sua caricatura disegnata dal vignettista Makkox. Il senatore a quel punto si è trattenuto: che fanno i parassiti di #propagandalive? Io sto tra la gente per elezioni in Sicilia, non sono senza pubblico come @makkox. Su Twitter l’esponente di Forza Italia ha punzecchiato direttamente Makkox, con un frecciatina sull’assenza di pubblico riferita con ogni probabilità agli ascolti disastrosi di Skroll, il programma a cura del vignettista laziale (qui la nostra recensione), che La7 ha recentemente spostato dalla fascia preserale a notte fonda (ora va in onda all’1.40) proprio a motivo dello scarso share. Mentre a Propaganda Live si sghignazzava per la freddura su Gasparri, questi tornava alla carica a più riprese. "Pare che io sia l’ossessione di questi falliti @makkox e @zdizoro saluti dalla Sicilia dove noi abbiamo voti, voi 0 ascolti #propagandalive", ha twittato nuovamente il senatore, definendo quelli di Propaganda Live “provocatori senza ascolti”. E ancora: "il vignettista è ossessionato da me. Disse che non mi aveva mai disegnato, invece l'aveva fatto e continua a farlo. Ascolti zero, coerenza zero". Nella passata esperienza a Rai3, Zoro e la sua banda si erano scornati più volte con Angelino Alfano. Stavolta ad alzare la voce è stato Gasparri, il quale però non è nuovo ad impetuosi (ma paradossalmente pure innocui) sfoghi su Twitter. Nel 2016, ad esempio, il senatore forzista se l’era presa sempre con Zoro definendolo un “astioso comunista”. Pane per i denti del videomaker romano, che su questi contenuti social ci ha costruito un programma.

Gasparri contro Diego Bianchi su Twitter: "Zoro comunista astioso e fallito", scrive il 9/04/2016 "L'Adnkronos.com". La lezione social di Diego Bianchi, in arte Zoro, in trasferta al Festival del giornalismo di Perugia con la sua "compagnia di giro" manda su tutte le furie il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (Fi). Zoro si è soffermato sui tweet "sgrammaticati" del senatore azzurro, provocandone la reazione stizzita su Twitter: "@zdizoro si crede spiritoso, è un astioso comunista sul cui fallimento umano la sua famiglia riflette, solidarietà ai parenti #fallito".

"Mi diffama": Alfano denuncia Gazebo, che risponde così..., scrive il 20/05/2017 "Adnkronos.com". "Ieri, con i soldi degli italiani -due milioni e mezzo di euro per il 2017! - si è consumata la consueta diffamazione. Quel che è più grave è che essa è stata perpetrata da parte del servizio pubblico. Il presidente di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, annuncia, dunque, di avere dato mandato ai propri legali per denunciare autori e conduttori di Gazebo in sede civile e in sede penale". E' quanto si legge in un comunicato di Ap. "Alla denuncia -prosegue- Alfano allegherà i riferimenti diffamatori a lui rivolti durante gli ultimi tre anni di puntate televisive di Gazebo, per dimostrare ciò che sarà facile dimostrare: non si è trattato di un singolo atto diffamatorio - che sarebbe stato comunque grave - ma di una intera campagna diffamatoria durata anni a spese del contribuente e con una pervicacia diffamatoria che rende plateale il dolo, l'intenzionalità, la tenace volontà di creare un danno alla persona e all'area politica che rappresenta". "Il punto - continua la nota - è reso ancor più grave dall'enorme sproporzione che vi è, all'interno del servizio pubblico, tra lo spazio dedicato alla diffamazione da questa trasmissione e lo spazio dedicato alla informazione, in altre trasmissioni Rai, sulla medesima area politica e sulla stessa persona che la rappresenta. Infine, è stata la stessa Rai 3, pochi giorni fa, a sottolineare che tale trasmissione è un mix tra informazione e satira, con questa frase contenuta nella nota che era stata diffusa e che riportiamo qui fedelmente: "... programma caratterizzato dal mix di satira e informazione che ne definiscono l'identità...". "Quindi - continua la nota - se è già stato ampiamente superato il confine della satira traducendosi in diffamazione, a maggior ragione tutto ciò nulla ha avuto a che fare con l'informazione. Ultima considerazione amara: questa diffamazione non può che essersi svolta con la azione o la dolosa e persistente omissione di una intera catena di comando che, dalla rete sino ai vertici massimi, ha consentito questi abusi". "Anche costoro, nei limiti del legalmente consentito, saranno, da Alfano, chiamati a rispondere sia nel giudizio civile che nel giudizio penale. Alfano fa presente, infine, di essere giunto a questa amara determinazione dopo tre anni di paziente sopportazione di questo scempio che ha fatto il servizio pubblico, nella speranza - è la conclusione - che vi fosse un operoso ravvedimento nella diffamazione". E la replica? Sull'account Twitter della trasmissione, è stata pubblicata integralmente la nota di Alternativa Popolare. Poco dopo è arrivato il cinguettio di Diego Bianchi, alias Zoro: una sola parola, "pervicacia", abbinata all'hashtag #gazebo e al retweet del messaggio inviato dall'account del programma.

Perdita gravissima, Angelino Alfano: Non mi ricandido. Zoro disperato. Il ministro degli Esteri a sorpresa lo ha detto durante la registrazione di “Porta a Porta”. Anche Ap, il suo partito, è sotto choc: non aveva avvertito nessuno, scrive il 6 dicembre 2017 "Ragusa News". Diego Bianchi, in arte "Zoro", storico conduttore di "Gazebo", su Rai Tre, e ora di "Propaganda", su La 7, è disperato. Il conduttore televisivo ha fondato molta della sua fortuna sull'attuale Ministro degli Esteri. Angelino Alfano non si ricandiderà alle prossime elezioni politiche. L’annuncio è arrivato nel corso della registrazione di Porta a Porta: «Non starò seduto tra i banchi del prossimo Parlamento, perché ho deciso di non ricandidarmi alle prossime elezioni. Dimostrerò che si può fare politica anche fuori dal palazzo». Il ministro degli Esteri ha aggiunto: «Ritengo - spiega - che ci siano dei momenti in cui vadano fatti dei gesti, voglio dimostrare che tutto ciò che abbiamo fatto è stato motivato da una profonda responsabilità verso il paese». Un annuncio arrivato a sorpresa su una notizia che persino i suoi fedelissimi non sapevano: «L'ho detto a mia moglie che condivide, anzi di più e a mio padre e a mia madre. Solo a loro tre. Non avvertito nessun altro. Non l’ho detto a Renzi? Non avevo dovere di comunicazione con lui». Una notizia dunque che ha messo in subbuglio il suo partito, Ap che alcuni definiscono ora sotto choc. Angelino ha del resto spiazzato tutti. Ma ora ne parlerà direttamente, a quanto si apprende, alla segreteria del partito convocata nella sede di via del Governo vecchio. La decisione del ministro degli Esteri cade anche in un momento particolare, data la direzione nazionale convocata per lunedì prossimo al romano hotel Flora. Una Direzione che dovrebbe votare tra le opzioni in campo in vista delle politiche: alleanza con il Pd o corsa solitaria. Al momento l’appuntamento risulta confermato.

La rinuncia di Angelino Alfano. Zoro legge Ragusanews su La 7. E son soddisfazioni, chiosa "Ragusa News" l'8 dicembre 2017.

Nemo e Gazebo si salvano. Come Alfano, scrive Marco Castoro Venerdì 9 Giugno 2017 su "Ill Messaggero. I numeri contano. Non solo in matematica. Lo sanno tutti che per andare avanti ci vogliono i numeri. E a volte basta un numero per cavarsela. Ora che la legge elettorale con lo sbarramento al 5% sembra solo un incubo passato, Angelino Alfano può tirare un bel sospiro di sollievo. Lo stesso sospiro di sollievo possono tirarlo Gazebo e Nemo. Ebbene, per ironia della sorte, sia il programma di Zoro-Bianchi su Raitre sia quello di Enrico Lucci su Raidue, non amati da Alfano, sono andati molto bene, superando entrambi (alla grande!) lo sbarramento del 5%. Diego Bianchi ora se ne va a La7 e Daria Bignardi dovrà inventarsi un nuovo programma per sostituire il format e il conduttore. Mentre Nemo - che nel frattempo ieri sera ha superato il 7%, crescendo di settimana in settimana rispetto agli esordi col 3% - è stato confermato dal direttore di Raidue Ilaria Dallatana anche per la prossima stagione. Del resto il 7% per Alfano alle elezioni resta un sogno. Nemo e Gazebo lo sbarramento l'hanno superato. 

Un triste "Gazebo" tra conformismo e battute scontate. C'è una trasmissione su Rai 3 che vale la pena di vedere una volta senza correre il rischio di vederla una seconda, scrive Vittorio Feltri, Domenica 04/10/2015, su "Il Giornale". Il titolo è Gazebo, che evoca raccolte di firme per referendum e roba simile. Niente di strano. Ciò che è popolare a noi non disturba, forse perché non siamo di sinistra. Il conduttore è Diego Bianchi, nome d'arte (si fa per dire): Zoro, nientemeno. Credo che sia romano de Roma, dato che, presentando il suo primo capolavoro stagionale, domenica 27 settembre ha esordito con questa parola: «puntada». Che sta per puntata. Anche qui, niente di strano. Ciascuno parla come mangia, lui mangia i «bucadini». Il programma si avvale del supporto di un batterista, un chitarrista e altri musicanti; c'è pure il pubblico: una ventina di facce da studenti fuori corso, barbe a strafottere. Solo un volto ci è abbastanza familiare: quello di Marco Damilano, vicedirettore di fresca nomina dell'Espresso. Dato che è un bravo giornalista, ci domandiamo che ruolo abbia al Gazebo. Transeat. Si comincia con un pistolotto di Zoro che fa lo spiritoso. Mostra delle foto di vari personaggi e li prende in giro. Un esempio, Roberto Maroni accanto al Gabibbo. Commento che dovrebbe essere esilarante: di questi due il grande politico è il Gabibbo. Però, che battuta. Compare un'istantanea di Daniela Santanchè. Alla signora si attribuisce la seguente invocazione: marò liberi. Non è nuova, ma si presta a un'altra battutona di Diego Bianchi: piuttosto che incontrare la Santanchè, i marò rimangono in India tutta la vita. Quando si dice la satira raffinata della sinistra. L'arguto conduttore termina la carrellata esibendo in effigie Giorgia Meloni, rassicurando gli utenti Rai che la signora «non è lesbica». Notizia della quale sentivamo un urgente bisogno. Poi gli intellettuali di Gazebo informano che è morto Pietro Ingrao a cento anni suonati. Non ci viene il dubbio che egli sia perito soffocato dalla balia; apprendiamo con sgomento che è stato un poeta di alto livello e un comunista inflessibile, tant'è che disse ai compagni in procinto di chiudere la bottega del Pci e di aprire quella del Pds: «Non mi avete convinto». Cosicché Ingrao rimase fedele all'utopia della dittatura del proletariato sino all'ultimo respiro. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Aforisma abusato, però rende l'idea di quale tempra fosse il de cuius. Esaurita questa parte, va in onda un reportage realizzato da due signori che in auto si avventurano in Ungheria, attraversando mezza Italia (partenza dalla Capitale), la Slovenia, la Croazia e la Serbia. Le telecamere registrano le freddure dei due reporter in viaggio tra qualche difficoltà, quindi riprendono le scene dei migranti (o profughi, scelgano i lettori) alle prese con gli ostacoli che impediscono loro di recarsi in Paesi teoricamente ospitali, non funestati dalla guerra e dalla miseria. Immagini toccanti che sarebbero anche interessanti se fossero inedite, mentre le abbiamo viste scorrere sul video per giorni e giorni e ci siamo assuefatti ad esse. Indubbiamente, la documentazione audiovisiva del doloroso fenomeno della migrazione in massa ferisce il cuore di chiunque abbia un minimo di sensibilità. Centinaia, migliaia di persone che marciano appesantite da fagotti, seguendo i binari del treno, per sfuggire ai disastri della loro patria, commuovono. Stupisce inoltre la quantità dei bambini, con gli occhi pieni di paura, che camminano esausti accanto ai genitori. Ma trattasi di repliche di filmati logori. Una curiosità tetra. Come mai fra i marciatori non ci sono vecchi e neppure anziani? Sono stati lasciati dai figli sotto le bombe e in balia dell'Isis. A quelli di Gazebo non frega nulla. E Damilano? Non ha fiatato. Ha fatto di tutto per rendersi inutile. Meglio così.

Il pericolo farsista, scrive Marcello Veneziani. MV, Il Tempo 3 dicembre 2017. Siamo alla paranoia ideologica virale. Una bandiera del Secondo Reich, che era una monarchia costituzionale ottocentesca, tenuta in caserma da un ragazzo carabiniere di vent’anni, diventa il pretesto del giorno per gridare al Nazismo risorgente, che non c’entra un tubo con la bandiera e con la storia del secondo Reich. L’uso fake della storia sconfina nel delirio persecutorio. Ma non basta. In pieno autunno del 2017, un benemerito compagno ha scoperto una cosa tremenda: il 20 maggio del 1924, la città di Crema conferì su proposta della giunta locale la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. L’orrenda scoperta ha subito compattato il valoroso popolo de sinistra – enti, associazioni, partiti e sindaca, oltre l’ineffabile Anpi – che ha intimato di provvedere subito a ritirare l’atto osceno in luogo pubblico. Togliendo la cittadinanza onoraria di Crema a Mussolini avremo finalmente un Duce scremato. Tempestivo, non c’è che dire, se ne sentiva l’urgenza, 93 anni dopo. Ma come dice un proverbio politicamente corretto, Chi va piano va Fiano e va lontano. E’ tutta una gara in Italia per scoprire e revocare la cittadinanza onoraria al Duce in un sacco di comuni. Pensavo a questo eroico atto di ribellione al fascismo da parte della città cremosa mentre leggevo per il terzo giorno consecutivo commenti, anatemi e mobilitazioni contro il pericolo fascista dopo la sconcertante “azione squadrista” compiuta a pochi chilometri da Crema, a Como. La Repubblica, per esempio, ha schierato il suo episcopato per condannare il fascismo risorgente e chiamare a raccolta l’antifascismo eterno. Sui tg c’è stato un tripudio di demenza militante a reti unificate. Non avevo intenzione di scriverne, mi pareva immeritevole d’attenzione, ma la paranoia mediatico-politica non accenna a scemare.

1) Ora, per cominciare, quell’irruzione in un’assemblea pro-migranti non è di stampo squadrista semmai di stampo sessantottino. Gli squadristi, come i loro dirimpettai rossi, non irrompevano per leggere comunicati e andarsene senza sfiorare nessuno. L’abitudine di interrompere lezioni, assemblee, lavori è invece tipicamente sessantottina e poi entrò negli usi degli anarco-situazionisti, della sinistra rivoluzionaria, dei centri sociali, ecc. Gli “skin” in questione ne sono la copia tardiva, l’imitazione grottesca.

2) Secondo, i comunicati. Trovate pure demente e mal recitato, quel comunicato che gli impavidi neofascisti hanno letto interrompendo la riunione filo-migranti. A me fa sorridere, se penso ai comunicati degli anni di piombo. Vi ricordate? Davano notizie o annunci di assassini, accompagnavano attentati ed erano a firma Br, Primalinea e gruppi affini. Quando penso a quei comunicati, deliranti ma corrispondenti ad azioni deliranti e sanguinose, trovo farsesco il remake a viso aperto di quattro fasci e l’allarme mediatico che ne è seguito.

3) Terzo, la violenza di irrompere e interrompere. Succede ancora, nelle università, in luoghi pubblici, verso chi non piace ai movimenti di sinistra radicale, lgbt, centri sociali o affini. È capitato anche a me, girando l’Italia, di trovare aule universitarie e luoghi pubblici in cui non riesci a parlare o parli sotto scorta, tra interruzioni, proclami e incursioni. Di questo teppismo i giornali e i tg non ne parlano mai. E nessuna di queste anime belle che gridano indignate al pericolo fascista, ha mai espresso una parola di solidarietà e di condanna. Lo dico anche al pinocchietto fiorentino che esorta la comunità nazionale a indignarsi tutta e non solo la sua parte politica, per l’episodio di Como, anzi per la strage virtuale: lui non ha mai speso una parola per stigmatizzare episodi di segno opposto, assai più numerosi e più violenti e pretende che l’Italia insorga compatta per una robetta del genere? Diamine, ci sono ogni giorno storie di violenza e di morti, aggressioni in casa, e la comunità nazionale intera deve mobilitarsi unita di fronte a un episodio verbale così irrilevante? In realtà, voi informazione pubblica, voi governativi, voi giornaloni e associati, siete i primi spacciatori di bufale o fake news. Perché prendete una minchiata qualsiasi e la fate diventare La Notizia della Settimana, ci imbastite teoremi, prediche, rieducazioni ideologiche, campagne e mobilitazioni antifasciste. Se il pericolo che corrono le nostre istituzioni ha tratti così farseschi, allora il primo pericolo è la ridicolizzazione della storia e della democrazia da voi operata quando sostenete che sono messe a repentaglio da episodi così fatui e marginali. Non sapete distinguere tra una bomba e una pernacchia. E finirete spernacchiati.

Fascismo e antifascismo tra retorica e opportunismo, scrive Leonardo Agate l'8/12/2017 su "TP24". Francamente mi comincia a stare sulle scatole tutta questa retorica antifascista che riempie i mezzi di comunicazione di massa ogni giorno. Sia chiaro che non sono un fascista, e per questo sono antifascista, ma non mi sento di identificarmi con l’antifascismo di maniera, che è quello che non sopporto. Come, per altro aspetto, sono per la lotta alla mafia ma non faccio professione di antimafia. Il fascismo e l’antifascismo, come li abbiamo conosciuti in Italia dopo il crollo del fascismo, sono le due facce della stessa medaglia. Nel passaggio dal Regno alla Repubblica ci fu una corsa sfrenata per salire sul carro del vincitore. Il popolo fu, per fede, per opportunità o per quieto vivere, quasi interamente fascista finché il fascismo rappresentò sviluppo economico e sociale. Il limitato antifascismo crebbe con la creazione dell’asse politico Roma – Berlino, con le leggi razziali e con l’ingresso del nostro Paese nella Seconda Guerra Mondiale. A parte la limitata opposizione al fascismo, proveniente soprattutto dalla sinistra socialista e comunista, fino al 1936 il nostro Paese era massicciamente fascista. Era un regime totalitario, e fece le sue vittime fra gli oppositori, ma nulla a paragone di quello che avveniva in altre regimi totalitari come in Germania o in Russia. Si deve distinguere tra il popolo che inneggiò a Mussolini fino alla creazione dell’Impero, e il limitato antifascismo che il regime perseguì e fece soffrire. Quando il corso della Storia cominciò a cambiare, con l’avvicinamento dell’Italia alla Germania, il nascosto movimento antifascista si ingrossò, fino a sfociare nella Resistenza quando le truppe alleate cominciarono a risalire per lo Stivale. Il crollo definitivo del Regno e del regime fascista con la vittoria degli alleati diede la stura alla più veloce trasformazione degli italiani da fascisti ad antifascisti. Come se nessun consenso il regime mussoliniano avesse avuto fino al 1936, ed anche oltre, gli italiani si scoprirono in massa antifascisti. L’antifascismo che sostituì il fascismo portava nel suo DNA il virus fascista che lo aveva accompagnato per circa un ventennio. Cosicché si poteva dire che in Italia ci sono stati due tipi di fascisti: i fascisti veri e propri e gli antifascisti che li hanno sostituiti. La retorica degli uni è simile, anche se opposta, a quella degli altri. Lo abbiamo visto e sentito in ogni ricorrenza del 25 aprile. L’antifascismo di professione è quello che in queste ultime settimane vuol farci credere che ci sia un pericolo fascista da prendere in seria considerazione, solo perché un gruppo di stupidi estremisti di destra, della sigla “Veneto fronte skinhead”, ha interrotto l’assemblea della rete di associazioni pro migranti “Como senza frontiere”, per leggere un proclama contro l'invasione dei migranti. L’estate scorsa uno stabilimento balneare della riviera toscana è stato per settimane agli onori della cronaca perché il suo titolare esponeva simboli del ventennio fascista e faceva discorsi contro gli immigrati. A Predappio, dove Mussolini aveva la casa, si vendono ricordini del Ventennio, e se ne fa una questione di alta politica. Il deputato Fiano, Pd, ha presentato una proposta di legge per perseguire in modo più radicale i simboli e i comportamenti ritenuti fascisti, come se le norme della Costituzione e quelle della legge Scelba e della legge Mancino non fossero sufficienti ai giudici per perseguire e condannare i colpevoli di reati legati al possibile risorgere di movimenti fascisti. Il fatto è che l’antifascismo è una professione indolore e redditizia per chi gli si dedica: esclude una seria ricostruzione storica del periodo prima fascista e poi repubblicano; è una nuova patacca da mettersi al petto; si tratta ormai di un classico di moda, che dura ininterrottamente da oltre 70 anni. E’ stata un’autoassoluzione che ha sostituito l’orbace con la camicia bianca, mantenendo dentro il petto il pressapochismo e l’opportunismo di sempre.

“Blitz a Repubblica più grave di bomba a carabinieri”. La frase shock di Gabrielli scrive Davide Romano l'8 dicembre 2017 su "Primato nazionale". L’emergenza democratica causata dall' “onda nera” ricorda un po’ il caso Weinstein. Ovvero dopo la prima denuncia di molestie contro il produttore hollywoodiano, qualsiasi cosa, anche una semplice avances o uno sguardo equivoco, veniva innalzato al grado di “molestia sessuale” dall’ultima “vittima” in cerca di notorietà. L’antifascismo ai tempi della propaganda di Repubblica è al pari di una giornata mondiale contro la violenza di genere o ad un hashtag come #metoo. Non serve più nessun aggancio alla realtà per indignarsi o lanciare “l’allarme”. Basta la lettura di un volantino, una bandiera appesa in una caserma e un blitz di 8 persone con 4 fumogeni sotto un giornale per gridare ai quattro venti che “la democrazia è in pericolo”. E il vero pericolo è che a questo tipo di montatura diano fiato e corda il ministro della Giustizia e quello dell’Interno, oltre ad altri esponenti di peso nelle istituzioni. L’ultimo è il capo della Polizia Franco Gabrielli, un tempo noto, oltre che per l’assenza di scrupoli, anche per un certo pragmatismo. Per questo le sue ultime dichiarazioni rispetto alla dimostrazione di Forza Nuova sotto la sede di Repubblica e l’Espresso lasciano di stucco. Commentando l’ordigno esploso davanti ad una caserma dei carabinieri nel quartiere San Giovanni di Roma ha dichiarato: “È un fatto grave ma non dobbiamo amplificarlo oltremodo. Questi episodi sono avvenuti anche in passato. Vorrei quindi dare un messaggio di rassicurazione. Per certi aspetti ritengo molto più grave la piazzata che è stata fatta ieri nei pressi della redazione di un gruppo editoriale importante”. Un ordigno esploso davanti ad una caserma dei carabinieri con tanto di rivendicazione anarchica, è meno grave di una piazzata. Il primo va minimizzato, il secondo amplificato. Questo ci sta dicendo il capo della Polizia, senza tanti giri di parole. Se un tempo la prassi era la distorsione della realtà da parte dei media, ormai siamo arrivati alla sostituzione della realtà, ovvero ciò che è reale lo decide Repubblica e le istituzioni seguono. In questo modo “vale tutto”, eliminato il reale dall’informazione, dalla politica, dalle istituzioni e dal diritto, qualsiasi provvedimento, anche il più illiberale e ingiusto, può essere giustificato. Mala tempora currunt.

Il petardo neofascista contro “Repubblica” e i veri pericoli. L’indignazione per la dimostrazione di Forza Nuova? Ennesimo esempio di un’ansia comprensibile ma non giustificabile, scrive l'8 dicembre 2017 Corrado Poli su "Vvox" (Primaonline.it). Quattro disadattati fanno esplodere un petardo davanti alla sede di Repubblica e immediatamente non par vero che si possa sollevare un’indignazione antifascista fuori misura. Come se migliaia di drappelli marciassero su Roma per occupare le “aule sorde e grigie” del Parlamento. Basta il poco fumo di un petardo di Capodanno per ravvivare la nostalgia della ormai usurata contrapposizione tra fascisti e antifascisti e confondere ancor più le idee. Ci si domanda se si tratti di un fenomeno di ansia patologica o di strumentalizzazione di fatti quasi irrilevanti. L’ansia è comprensibile. Il fascismo rievoca le grandi tragedie del Novecento e sul linguaggio antifascista è cresciuta la riconquistata democrazia e la sua successiva retorica. Il tempo passa e la democrazia è invecchiata; fascismo e guerra li conosciamo solo per sentito dire. L’ansia invece è una patologia e va curata altrimenti ci si concentra su pericoli immaginari e ci si distrae dalle questioni reali. I veri pericoli in Europa vengono dallo s-fascismo delle destre demagogiche di oggi con il solo programma della conquista del potere; e dalluogocomunismo delle sinistre che, essendo state progressiste oltre mezzo secolo, oggi ripetono insignificanti lotte, vecchi slogan e narrazioni nostalgiche. Così ci battiamo contro un inesistente neoliberismo che è invece un corporativismo travestito come nel progetto degli autentici fascisti; ed è allo stesso tempo uno statalismo simile al comunismo sovietico. Entrambi pervadono le soi disantes democrazie liberali occidentali. Di liberista non c’è nulla in Europa se non le piccole imprese, i lavoratori a contratto e i professionisti – quelli che ho definito i prof-letari. Sono cittadini politicamente non rappresentati e quindi davvero potenzialmente rivoluzionari sebbene non violenti. In assenza di un’ideologia solida, a stento si accorgono della loro condizione e il loro voto vaga a casaccio tra l’astensionismo, la destra demagogica e la sinistra luogocomunista. In Italia si avvicina in parte crescente ai Cinque Stelle, l’unico partito europeo alternativo ma “di centro” che prescinde da vecchi modelli politici (anzi politologici). Un Movimento che però non ha ancora elaborato un sistema di pensiero il cui consolidamento ne faciliterebbe la comprensione da parte di un più ampio e stabile elettorato potenziale. Così succede che l’ansia e i vecchi linguaggi portino a confondere un petardo con il pericolo fascista e i ripetitivi congressi delle plurisinistre luogocomuniste con un partito che crede di essere progressista mentre in realtà insegue i fantasmi del futuro di ieri. Purtroppo il progetto economico e sociale comunista e fascista ha già sconfitto le liberal-democrazie che per fortuna conservano ancora il pluralismo politico. Oggi, secondo il progetto economico totalitario fascio-comunista – che potremmo definire di modernizzazione integrale, un obiettivo quasi generale degli anni trenta del novecento – s’è affermato lo strapotere delle grandi imprese, di immense banche, quello delle corporazioni sindacali e di categoria, delle mastodontiche burocrazie autoreferenziali e infine degli eserciti che per ora – non si sa per quanto – stanno tranquilli (ma Berlusconi ha già fatto il nome di un generale come capo del governo)! Lasciamo perdere Forza Nuova e i quattro violenti di sinistra: se delinquono, se ne occupi la polizia e la politica li ignori. I veri pericoli sono da una parte lo sfascismo che induce al totalitarismo di destra; dall’altra una bieca conservazione luogocomunista che vuole trasformare l’Italia in una casa di riposo. Le forze vitali del Paese e dell’Europa sono da una parte il conservatorismo decente delle grandi coalizioni che consente la stabilità. Dall’altra la formazione di movimenti autenticamente progressisti con al centro dei loro programmi una politica federale e comunitaria solidale che ponga al centro la questione ambientale e avvicini al cittadino semplici e legittime istituzioni. Costoro, sia che vadano al governo (contenuti dall’opposizione e dalle strutture burocratiche) sia che restino all’opposizione (incalzando la conservazione) possono svolgere un ruolo fondamentale di progresso civile, intellettuale e in definitiva riformare una democrazia e un’economia sempre più scandenti. Senza lasciarci distrarre da infantili petardi e molotov che svegliano solo i nonni sordi.

L’ossessione per il fascismo del gruppo L’Espresso ora è preoccupante, scrive Giorgio Nigra il 28 luglio 2017 su "Il Primato Nazionale". Appena qualche settimana fa, l’Espresso se ne usciva con una copertina eloquente: il disegno di Grillo, Salvini e Berlusconi vestiti da squadristi, che avanzano minacciosi, manganelli in mano, in un vicolo buio. Titolo: “Ci rifanno neri”. Ecco il livello dell’argomentazione: il consenso dei grillini? La popolarità mediatica di Salvini? L’eterno galleggiamento di Berlusconi? Non servono analisi politologiche, studi sui cambiamenti avvenuti nella nostra società e magari autocritiche sull’incapacità della sinistra di saper comprendere le priorità e le sofferenze del popolo italiano. È solo l’eterno fascismo che rialza la testa. Per sconfiggerlo, quindi, basta il solito richiamo alla “Costituzione nata dalla resistenza” e l’appello a tutti i “sinceri democratici” affinché si uniscano contro la marea nera montante. Non contenti di aver fornito tali indispensabili chiavi al dibattito della società civile, domani quei simpaticoni dell’Espresso se ne usciranno con un numero la cui copertina è tutta un programma: “Nazitalia”, scritto in caratteri gotici. Il tutto in campo rosso, con al centro un cerchio bianco dentro cui campeggiano due Italie sovrapposte nere a formare una rudimentale svastica. L’Italia del 2017, insomma, vive molto semplicemente sotto il nazismo. Non sappiamo cosa ci sia dentro, ma possiamo immaginarlo: il solito dossier con i soliti numeri sparati a caso, le solite interviste all’Osservatorio democratico contro le nuove destre. Insomma, un eterno dejà vu. Come quello che si ha leggendo l’ennesima inchiesta su Repubblica di Paolo Berizzi (un giornalista già autore di gaffe e falsificazioni tali che, in un Paese normale, farebbe da tempo il correttore di bozze nel giornalino della parrocchia). Quale notizia inedita ha generato questo articolo, rispetto all’ultimo, esattamente identico, di poche settimane fa? La foto, postata sui social, di una cena di alcuni esponenti di CasaPound con altri di Lealtà Azione. Caspita, stupisce che il New York Times non vi abbia dedicato una copertina dal titolo “Anche i fascisti cenano”. Si tratta, peraltro, di una foto liberamente diffusa dai diretti interessati. Nulla di nascosto, nulla di segreto, nulla di misterioso. Ma, all’occhio vigile del giornalista democratico, una cena fra amici si rivela per ciò che essa segretamente è: un patto di sangue, un segnale para-mafioso, un messaggio in codice, il simbolo dell’ora delle decisioni irrevocabili finalmente giunta per portare l’eversione in Italia. Qual è il senso di questa cosa? Qual è il valore euristico, anche per chi è di sinistra, di servizi come questi? Quanto fanno avanzare la coscienza democratica del Paese? Si tratta, come è ovvio, di puro scandalismo, di qualunquismo a buon mercato. Spararla grossa per solleticare il pubblico, esattamente come altre testate fanno su altri argomenti. Fa tutto parte di questa estate pazza, in cui per giorni la prima notizia dei giornali è stata la “spiaggia fascista” di Chioggia. E poi l’exploit elettorale dei Fasci italiani del lavoro in un paese di 7000 abitanti, la prof che inneggia al Duce su facebook, l’assurda “pista nera” per i delitti del Mostro di Firenze, le campagne di Fiano e Boldrini contro i monumenti fascisti, i saluti fascisti, gli accendini fascisti. Tutto concorre strumentalmente a rendere l’idea di una emergenza, di una situazione da sanare. Come? Ma è ovvio con una bella legge speciale, con una bella norma liberticida. È tutto così dannatamente chiaro…

Laura Boldrini ossessionata dal fascismo, scrive il 27/09/2017 Emma Moriconi su "Il Giornale d’Italia". Nuovo attacco alle pagine di facebook, paternali infinite e coccole ai partigiani: ecco le pene della presidente della Camera dei Deputati. Laura Boldrini non trova pace, la sua "crociata", la sua "guerra santa" contro il Fascismo sembra un'ossessione, non passa giorno che non ne dica una delle sue. Ieri in occasione dell’incontro con una delegazione di sindaci e delle associazioni partigiane nel 73° anniversario dell’eccidio del Grappa, dopo aver salutato "i sindaci e le sindache" (insistendo sulla femminizzazione esasperata di ogni cosa), ha dichiarato che i cittadini di quelle terre, "insieme ai cittadini di Marzabotto, di Sant'Anna di Stazzema, ai romani che ricordano le Fosse Ardeatine" hanno "la responsabilità di ricordare cosa è stato il nazifascismo, la brutalità con la quale i nazisti trattarono i nostri giovani, la brutalità con la quale tenevano sotto scacco il nostro Paese, il loro disprezzo nei confronti degli italiani". Poi si è lanciata in una disquisizione linguistica (lei, si) sui termini "patriottismo" e "nazionalismo". Lei, Laura Boldrini. Che però Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema e le Fosse Ardeatine furono scientemente provocate proprio dai partigiani non lo ha detto. Peccato. Non contenta, non paga, sempre nella giornata di ieri ha voluto precisare: "Abbiamo già rivolto ad aprile a Zuckerberg, accogliendo l'invito dell'Anpi, la richiesta di bloccare le molte pagine Facebook apologetiche del fascismo. Sono almeno 300, a dimostrazione che non si tratta di un fenomeno locale. In Italia l'apologia e' reato, quindi anche su Facebook dovrebbe esserlo. Dobbiamo insistere con facebook- ha detto ancora - che non può continuare a dire che non si occupa di fenomeni locali. Il nazifascismo è un fenomeno mondiale e bisogna dunque evitare di fomentare razzismo e xenofobia. Ispirarsi a questi principi è una minaccia all'assetto democratico". Questi i pensieri che assillano quotidianamente l'animo della "presidenta" della Camera Laura Boldrini, ogni giorno ha un pensiero da dedicare a questo argomento, del resto in effetti in Italia di problemi ve ne sono pochi, c'è giusto il tempo e l'opportunità di dedicarsi a un po' di sana demagogia. L'ossessione, poi, si intensifica sempre di più ogni giorno che passa, quello che vive l'omonima di Bulow è un vero e proprio incubo, un chiodo fisso dal quale non riesce proprio ad affrancarsi. Non riesce, la seconda carica dello Stato, a identificare con esattezza le epoche storiche, vive il Fascismo come se fosse ancora in atto, non le riesce di canalizzarlo nella storia di questa Nazione (Nazione, Patria, Paese, potremmo fare una lunga dissertazione linguistica pure noi, a dire il vero). Sorge il sospetto che questo tormentone antifascista sorga dalla consapevolezza che il suo mandato sta per giungere al termine, e siccome per l'Italia questa signora non ha fatto nulla di buono se non difendere i partigiani, questi siano diventati ormai il solo zoccolo duro che le resta nel Paese (o Patria, o Nazione, faccia lei). Un corpo elettorale assottigliato, però. E pure un po' muffito. 

"Il fascismo è l'ossessione di chi non sa vivere senza nemici e rancore". L'intellettuale: "Si appigliano a leggende metropolitane per rianimare la mobilitazione", scrive Davide Brullo, Mercoledì 12/07/2017, su "Il Giornale". Sul grottesco parapiglia in cui si è arenata la discussione parlamentare sul reato di apologia di fascismo abbiamo chiesto un parere a Marcello Veneziani, un intellettuale abituato a pensare oltre i meri spot ornamentali, elettorali. La proposta di legge di Fiano e del suo partito di mandare al carcere chi vende gadget fascisti o divulga in rete immagini del Duce nasconde una insana nostalgia verso le ideologie. Nelle pagine di Storia non ci sono innocenti e non si possono eleggere «giusti» per legge. Lei come la pensa?

«C'è innanzitutto qualcosa di sproporzionato, di mostruoso, nel demonizzare per 72 anni (e non è finita) un'esperienza che è durata poco più di venti. C'è poi una ricerca ossessiva di rassicurazioni identitarie per rianimare la sinistra dispersa: l'antifascismo funziona in questo senso da sala rianimazione, restituisce un nemico assoluto a un'area che non sa vivere senza un rancore verso qualcuno (Berlusconi, la destra, il populismo) e appena ne declina uno, bisogna rimettere in piedi l'Eterno Fascismo (Ur-fascismo diceva Eco). E non si distingue più tra il neofascismo politico di una volta e il folclore, il vintage, la civetteria di esibire cimeli fascisti che non hanno alcuna ricaduta politica, ma solo sentimentale e commerciale. Cominciai a seguire la politica nei primi anni Settanta. Da allora ciclicamente ma ininterrottamente, sento parlare di un imminente pericolo fascista che serpeggia nella società. Una leggenda metropolitana che serve per rianimare la mobilitazione antifascista».

Perché fa così paura il Ventennio? Perché non studiamo a dovere cosa è stato il fascismo? A proposito, cosa è stato?

«Il fascismo non si può ridurre solo a qualcosa di criminale. Non lo farei neanche per il comunismo che per estensione, durata, vicinanza temporale, numero di vittime (in tempo di pace, si badi bene) ha prodotto crimini inarrivabili. C'è poi da chiedersi perché ancora tanta gente ha un giudizio positivo del fascismo. Non si può ricordare del fascismo la violenza, la guerra, la persecuzione razziale (che riguarda il nazismo e solo di riflesso, in modo infame e caricaturale l'ultima fase del fascismo) dimenticando le opere realizzate, la tutela sociale, l'integrazione nazionale, i passi da gigante compiuti dall'Italia nel segno della modernizzazione, la forte passione ideale e civile, il consenso... Durante il fascismo gli italiani ebbero in assoluto il maggior attaccamento allo Stato e maggior fiducia nelle istituzioni, e potrei continuare. Il fascismo fu una rivoluzione conservatrice che modernizzò il paese nel nome di valori e primati tradizionali, cercando di accordare l'avvenire del socialismo con l'eredità della nazione».

Perché, poi, simili posizioni non si esprimono nei riguardi dell'apologia del comunismo o dell'islamismo, a questo punto?

«Il paradosso è che questa ennesima ondata contro il fascismo sorge nell'anno in cui ricorrono i cent'anni dalla Rivoluzione bolscevica. Sul piano storico, è il comunismo il tema di quest'anno, la sua parabola, i suoi orrori, la stretta linea di continuità tra Lenin e Stalin, il fallimento di ogni comunismo in ogni paese e in ogni tempo, i residui tossici che sono rimasti, il passaggio dal Pc al Pd, nel senso del politically correct, il comunismo dei nostri anni. Invece il comunismo è totalmente rimosso, confinato in una dimenticata antichità, salvo qualche reperto mitico, come il Che o da noi come Gramsci e Berlinguer. Gli unici miti spendibili perché sono due comunisti che (per fortuna) non andarono al potere. Come diceva Gomez Davila, gli unici comunisti da rispettare sono quelli che non sono andati al potere».

Le manganellate contro l'apologia di fascismo ricordano simili punizioni inflitte a personaggi ritenuti scomodi. La cultura è ancora strumentalizzata per puri fini di partito ed elettorali?

«La cultura strumentalizzata rientrava ancora in una fase eroica in cui si riteneva che annettersi un autore o condannarne un altro avesse un'incidenza effettiva, e un significato. Oggi la cultura è considerata una zavorra molesta e obsoleta, irrilevante. E nei confronti degli intellettuali non riconducibili alla dominazione corrente non si pratica più la denuncia e la demonizzazione ma, peggio, il silenzio, la finzione d'inesistenza, la non considerazione come autori e scrittori. Non potendo più eliminare fisicamente il dissidente o il nemico, come accadeva ai tempi di Florenskij e di Gentile, lo si elimina moralmente, si certifica con il silenzio la sua morte civile...».

La Boldrini ha dichiarato che i monumenti fascisti urtano la sensibilità dei partigiani. Non ci resta che distruggere i monumenti e l'arte fascista, giusto?

«Se dovessimo realizzare il proposito della Boldrini dovremmo dichiarare inagibili quasi tutte le città italiane. Ovunque c'è l'impronta del fascismo e persino nelle zone rase al suolo dal sisma hanno resistito solo gli edifici fascisti. Se non c'è riuscito un terremoto ad abbatterli, figuriamoci se ci riesce un coccodè, sia pure isterico».

EMANUELE FIANO IL "DEMOLITORE". Scrive il 17 Settembre 2017 Claudio Scaccianoce su “L’Inkiesta". Premessa. Io non sono leghista, piddino, forzista, penta stellato, centrista, radicale, verde, giallo o blù… (rossonero si!). Non sono assolutamente un qualunquista ma cerco di non farmi influenzare dalle mie opinioni quando scrivo. Nessuna sponsorizzazione occulta quindi in questo mio scritto. Guardate, vi prego, alla luna e non al dito che la indica. Dito che in questo frangente è la mia tastiera. Emanuele Fiano è un parlamentare del PD. Uno che pesa alla Camera dei Deputati. Non è uno dei cosiddetti peones, ma è un esponente di primo piano nella compagine renziana. Ha la personalità giusta per fare il frontman quando si devono affrontare con fermezza i temi più delicati, quelli che spaccano, quelli che scatenano azioni e reazioni anche borderline. Non me vorrà Fiano, ma non posso non notare che ha anche un’altra caratteristica. Riesce a risultare a pelle antipatico a moltissime persone che lo vedono per la prima volta, sui social oppure in televisione. Ed infatti è uno dei bersagli preferiti degli haters da tastiera e dei militanti di base delle opposte parti politiche. Probabilmente lo è perché parla con pochi ammortizzatori verbali e punta sempre al cuore del problema. Atteggiamento onesto ma pruriginoso. E poi, in video sorride troppo poco alle telecamere. Lo conosco un cicinin essendo di Milano e rossonero come me ed avendolo intervistato (per i non milanesi un cicinin significa … un pochino) e posso dire che invece è un uomo cordiale anche se non particolarmente espansivo, ed è un uomo decisamente ironico.

Allora, come dicevamo, Fiano è per moltissime persone uno dei più illustri iscritti - suo malgrado - al club “i più odiati dagli italiani”, insieme alla Boldrini, alla Fornero etc etc. Ultimamente si è fatto promotore di una legge che rende illegale la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli fascisti etc etc. Facciamo così. Riportiamo integralmente il testo della proposta di legge, così non lasciamo adito ad interpretazioni sul testo stesso: "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque propaganda i contenuti propri dell'ideologia del Partito fascista e del Partito nazionalsocialista tedesco, ovvero dei relativi metodi sovversivi del sistema democratico, anche attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero fa chiaramente propaganda richiamandone pubblicamente la simbologia o la gestualità, è punito con la reclusione da 6 mesi a un anno. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici.”

Non l’avesse mai fatto. Il web, i giornali, i social si sono riempiti di commenti ironici, di commenti crudi, di attacchi politici e personali. I meme sono fioriti come primule a primavera. Se ascoltiamo queste voci Fiano vorrebbe demolire gli obelischi del ventennio. Abbattere il quartiere Eur, demolire la Stazione Centrale di Milano. Radere al suolo Latina (ex Littoria), Sabaudia, Pomezia e Guidonia. E si dice, vietare per legge il colore nero per vetture motocicli. E meno male che gli italiani disegnano male, altrimenti avremmo il web pieno anche di novelli Vauro o Krancic (che però deo gratias oltre ad una bella mano hanno anche un bel cervello ed un senso della satira molto sviluppato). Ovviamente ai più queste sparate del web sono subito apparse affidabili quanto le migliori fake news, ma purtroppo qualche benpensante se ne è servito per fare battaglia d’opinione. Era già da qualche giorno che pensavo di contattare Emanuele Fiano per sentire e riportare un suo commento diretto. Ma due ore fa ha pubblicato direttamente lui una nota a margine su FB. Bene mi ha risparmiato una telefonata, nel giorno che abitualmente amo dedicare alla famiglia ed al mio Milan. Riporto le sue parole.

"Questo è il testo della mia Legge, parliamo di questo, non di altre interpretazioni. In questo testo di Legge approvato alla Camera non c'è nessun riferimento alla libera espressione di un opinione, giustamente difeso dall'Art. 21 della Costituzione. Se uno oggi in Italia o domani qualora fosse approvata questa Legge, si dichiarasse fascista, non infrangerebbe nessuna legge, starebbe esprimendo la sua opinione, sarebbe all'interno di uno dei cardini della Democrazia. Se domani qualcuno comprasse o vendesse, francobolli dell'epoca o bottiglie o busti, ma per scopo personale, non starebbe facendo propaganda, non ricadrebbe in questa Legge. In questo testo di Legge, non c'è nessun riferimento a beni culturali o architettonici, di qualsiasi tipo, né alla cancellazione di scritte o altro. Non propongo e non voglio cancellare niente. Non è il mio pensiero. Mi interessa la propaganda fascista non altro. In questo nostro tempo in cui un contesto sociale fragile e disagiato, con tanti problemi irrisolti, produce rabbia e protesta, io voglio impedire che antiche cattive lezioni propongano ancora le loro terribili soluzioni. Per quanto riguarda chi mi dice che ci sono altre priorità, rispondo che nel corso di questa legislatura sono stato relatore della Legge sulla riforma del PA, sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sulla riforma costituzionale, sulla Legge elettorale, sul riordino delle carriere delle FFOO, dei VVFF, ho seguito la Legge antiterrorismo, la legge per il contrasto alla radicalizzazione islamica, la Legge sulla Sicurezza Urbana, la Legge sull'immigrazione Minniti-Orlando, la legge sul conflitto d'interessi, la Legge sui Partiti. Due anni fa ho presentato questa Legge. Dirmi che non mi occupo d'altro è folle. Detto questo, il compito di contrastare la propaganda di valori legati a quelle ideologie, che la nostra costituzione contrasta, può essere assolto unicamente con dei divieti? Certo che no. Sono la cultura, la formazione e la capacità politica di soluzione dei problemi che devono offrire l'antidoto più determinante in questo campo. Questo vuol dire che allora non c'è bisogno di alcun divieto? Non è la mia opinione. In 72 anni in Germania è rinata una delle nazioni più forti del mondo, la Democrazia tedesca prima nella parte Ovest, con la sua classe dirigente socialdemocratica, ha associato dall'inizio del dopoguerra in poi, una grande capacità di investimento culturale e politico sulla Democrazia ad alcuni ferrei limiti al propagarsi della cultura neonazista. Nessuno ha mai pensato che ciò fosse lesivo della Libertà o della Democrazia. A chi mi risponde che questo divieto già esisteva rispondo che non è così. La Legge Scelba punisce l'apologia di fascismo ma solo nel caso si riferisca ad un progetto di ricostituzione del partito fascista. Oggi il nostro paese conta troppi episodi di propaganda fascista di persone che non hanno nessuna intenzione di organizzare un Partito, e allora? Gliela lasciamo fare? Io non sono ossessionato dal fascismo. Anzi vorrei personalmente uscire dalla dinamica di contrapposizione permanente tra parti. Lo auspico, ma questo può avvenire solo con un lavoro culturale e pubblico di grande profondità, onesto, che faccia quello che in Germania hanno fatto sul Nazismo. La capacità autentica da parte di tutti di guardare alla Storia con onestà. In Italia la conclusione del fascismo e del coinvolgimento degli apparati dello Stato si celebrò con una famosa amnistia. Una cancellazione. È invece un discorso su questo paese e la sua storia che sarebbe più utile, invece che qualsiasi cancellazione. La Libertà di espressione di ognuno di noi non si tocca certo, ma va appunto difesa dalla propaganda di quelle ideologie che vorrebbero negarla, giacché noi rimaniamo figli della definizione di Matteotti, che li fascismo non fu un'idea, ma un crimine. Difendiamo la libertà, difendiamoci dai crimini."

SIC ET SIMPLICITER. Io non aggiungo alcun commento, positivo o critico. Il suo pensiero si può condividere, si può criticare, si può osteggiare con ogni mezzo democratico, si può rilanciare cum laude. Ho deciso di riportarlo solo perché da cronista odio senza mezze misure le fake news e le pseudo testate che distribuiscono spazzatura, animate da falsi giornalisti che pensano che il termine deontologia professionale rappresenti un ingrediente per lo sformato di vitello alla bulgara. Buona domenica.

Vittorio Sgarbi e il fascismo, disintegra Fiano e Laura Boldrini: "Pensate ai comunisti", scrive il 27 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Un Vittorio Sgarbi "a braccio teso" contro la Legge Fiano, Laura Boldrini e chi vive ogni giorno con l'ossessione per il Fascismo di 80 anni fa. Nella sua rubrica quotidiana sul Quotidiano nazionale, "Sgarbi vs Capre", il critico più famoso d'Italia non va per il sottile e svela tutte le ipocrisie della "inutile legge sulla propaganda fascista che ricalca la legge Scelba". Perché, invece, suggerisce, non "perseguire gli imperterriti difensori del comunismo reale"? La proposta del professore è semplice ed efficace: "Richiamare gli ambasciatori italiani da Cuba e Pechino, gli atti di queste dittature sono oggettivamente identici alle violenze contro i diritti umani perpetrate dal fascismo". E anche le ingerenze in Italia sono insopportabili: ad esempio, quando Milano ha ricevuto il Dalai Lama tra le minacce e le intimidazioni del governo cinese. "Ma Fiano - ironizza Sgarbi - si preoccupa delle scritte fasciste sulla spiaggia di Chioggia".

Sala lancia l'allarme nazi. E scorda i centri sociali. Sindaco: "I neofascisti a Milano si rafforzano". Il centrodestra: "No global liberi di occupare", scrive Chiara Campo, Domenica 03/12/2017, su "Il Giornale". «Senza drammatizzare, ma la situazione credo che sia grave. Anche a Milano ci sono segni che il mondo neonazista e neofascista si sta rafforzando e sta entrando nelle fasce più deboli». Il sindaco Beppe Sala lancia l'allarme naziskin. Parteciperà «senz'altro» se potrà alla manifestazione organizzata dal Pd a Como il 9 dicembre dopo il blitz di un gruppo di ultradestra veneto nella sede di un'associazione pro migranti e ha già appoggiato la mozione che approderà domani in Consiglio (primo firmatario David Gentili di Insieme x Milano) che chiede alla giunta di non concedere spazi e patrocini a chi non sottoscrive una carta dei valori antifascisti. Il Comune non potrà vietare le piazze perchè è competenza della questura e Sala si adegua, «solleciterò alla massima attenzione. É chiaro che non possiamo pensare a una città militarizzata ma serve grande vigilanza perchè questi movimenti non prendano piede». Incalza «tutti i partiti, dalla Lega a M5S» sulle liste, «siccome siamo vicini alle elezione dico che queste persone non vanno fatte entrare, da una parte e dall'altra». E ricorda la polemica che scoppiò intorno al nome di Stefano Pavesi, consigliere vicino a Lealta è Azione eletto con la Lega nel Municipio 7. «Leggo anche sui quotidiani che lo hanno trovato a fare il bagarino. Siede ancora in consiglio, continua a chiedermi di dimettermi, ma si dimetta lui». Si riferisce al Daspo inflitto una decina di giorni fa a Pavesi dai vigili, lo avrebbero colto a vendere biglietti per una partita di hockey sul ghiaccio in via Piranesi. Se la propaganda antifascista di Sala scalda la platea della sinistra riunita alla «leopoldina» promossa ieri in zona Certosa dal candidato Pd in Regione Giorgio Gori, il centrodestra richiama invece a concentrarsi sulle priorità e ad accorgersi anche di quei movimenti no global cari alla sinistra che occupano indisturbati palazzi e capannoni. Il capogruppo della Lega Alessandro Morelli intanto difende Pavesi con «le stesse parole che usò Sala quando fu pizzicato sulle varie amnesie nella dichiarazione dei redditi, se ci sarà una multa da pagare la pagherò, Pavesi farà lo stesso anche se mi pare che abbia fatto ricorso contro il Daspo. E mi sembra singolare che il sindaco invochi il garantismo nei propri confronti e non lo pratichi sugli altri». Invece «di demonizzare alcuni ambienti su cui la questura non ha mai ritenuto di intervenire - avverte -, il sindaco e la sinistra pensino piuttosto a sgomberare il centro sociale Cantiere che occupa da anni una sede del Comune e ha pure un ristorante completamente abusivo. L'Annonaria stranamente non se ne è accorta nonostante le numerose denunce. O sgomberi Cascina Ronchetto, la Lega ha depositato anche un esposto in Procura». Il Carroccio boccerà la mozione antifascista perchè «esiste già una legge nazionale e non spetta certo al commissario Gentili il compito di dare in maniera discrezionale la bolla di fascista o oltranzista ai vari gruppi». Il capogruppo Fdi in Regione Riccardo De Corato richiama il sindaco: «La città è ostaggio dei clandestini, i centri sociali fanno il bello e il cattivo tempo, siamo in fondo alle classifiche della sicurezza nelle città e l'unica fissazione di Sala è imbavagliare l'estrema destra».

Skinhead a Como, Meloni: «Intimidazione, ma la violenza è dei centri sociali», scrive Mariano Folgori giovedì 30 novembre 2017 su "Il Secolo D’Italia". «Secondo me quello è un atto di intimidazione e per me l’intimidazione è inaccettabile. Mi consenta però di dire che trovo abbastanza ridicolo l’appello di Matteo Renzi, perché la violenza non è oggettivamente quello che ieri si è visto a Como: è un atto di intimidazione ma non è un atto di violenza». Giorgia Meloni invita a vedere nella giusta dimensione, senza strumentalizzazioni politiche e forzature ideologiche, l’irruzione di un gruppo di naziskin venetia Como in un centro pro migranti. «La violenza – afferma la Meloni a L’Aria che tira – noi l’abbiamo invece vista un sacco di volte dai compagni dei centri sociali, quelli che distruggono intere città e bruciano le macchine degli italiani, e nessuno ha mai fatto gli appelli per la condanna delle violenze dei centri sociali. Quello si può fare. Perché è gente di sinistra e le città si possono distruggere, si può dare fuoco alle macchine della gente, si può dare fuoco alle edicole».  La leader di FdI risponde a Renzi che ha tentato di rilanciare l’ennesima mobilitazione antifascista. «Qualsiasi gesto di violenza – ha detto il leader del Pd va condannato senza se e senza ma. Intimidazioni e provocazioni di segno fascistoide vanno respinti non solo dalla sinistra ma da tutta la comunità politica nazionale, senza eccezione alcuna. Su questi temi non si scherza». Salvini: «Il problema è Renzi non i presunti fascisti». Sulla la stessa linea della Meloni è Matteo Salvini: «Il problema dell’Italia è solo Renzi, non i presunti fascisti. Lui – dice Salvini – si occupa di fake news e del ritorno del fascismo che non esiste». «Certo che entrare in casa di altri non invitati non è elegante – ma il tema dell’invasione dei migranti sottolineato dai skinheads è evidente».

Appello Renzi, Meloni: e Centri sociali? Scrive il 30 novembre 2017 "Rai News". "Secondo me è un atto di intimidazione e per me l'intimidazione è inaccettabile. Ma trovo abbastanza ridicolo l'appello di Renzi, perchè la violenza non è oggettivamente quello che ieri si è visto a Como". Così la leader di FdI. Il blitz dei naziskin in un circolo Pd di sostegno ai migranti "è un atto di intimidazione, non di violenza. La violenza noi invece l'abbiamo vista un sacco di volte dai compagni dei Centri sociali che distruggono intere città e bruciano le macchine degli italiani e nessuno ha mai fatto appelli...".

Bologna, raid dei centri sociali: uova e minacce su sede di destra. Il blitz dei centri sociali del Collettivo Polvere Rossa contro la sede di Azione Universitaria a Bologna, scrive Giuseppe De Lorenzo, Venerdì 01/12/2017, su "Il Giornale". Un raid notturno dei centri sociali. Mentre a sinistra si sgolano per "l'irruzione" di Veneto Fronte Skinheads all’assemblea di Como Senza Frontiere, nella rossa Bologna la sede di Azione Universitaria in via Turati viene presa d'assalto dal Collettivo Polvere Rossa. Questa mattina i militanti dell'associazione universitaria di destra si sono ritrovati la porta imbrattata dalle uova con annesso volantino minaccioso, già rimosso dalla Digos. "Non è che un pretesto per concedervi dieci minuti di riflessione - si legge nel proclama - Perché mentre pulirete questa vetrina, anche solo per dieci secondi, vi sentirete disprezzati e non tollerati, proprio nello stesso modo in cui voi fate sentire chi diverge dalla vostra idiozia. Non ci aspettiamo che voi capiate e tantomeno che cambiate. Ci basta lasciarvi questo messaggio con la coscienza di chi anche di giorno vi affronta a viso aperto, con il divertimento di chi vi mette alla berlina in una fredda notte d'autunno. Italiano è chi ha fede nella Costituzione. Italiano è che ha memoria degli ideali della Resistenza. Italiano è chi lotta per il progresso della Patria. Fuori i fascisti da Bologna". La sede di via Turati 25 a Bologna è un luogo storico di aggregazione della destra. Soprattutto in ambito universitario. Dibattiti, discussioni politiche, volantini da stampare, colla e bandiere. Poi la foto di Almirante rivolta verso i presenti e la scritta: "Noi possiamo guardarti negli occhi". Niente di pericoloso insomma, chi scrive lo sa per esperienza. Nessun "rigurgito fascista", onde nere, nazismi alle porte. Anzi: tutto democratico, visto che AU da anni partecipa alle elezioni studentesche, eleggendo pure propri rappresentanti. "Due mesi fa abbiamo subìto un'intimidazione ad un nostro convegno sulla Siria e nessuno è stato punito - racconta Dalila Ansalone, Responsabile Azione Universitaria Bologna - A quanto ci risulta, nessuna Istituzione ha preso provvedimenti seri nei confronti di questi soggetti che vivono nell'illegalità permanente. Visto che nessuno gli si oppone, si sentono onnipotenti e tranquilli nel compiere atti di violenza senza subire alcun tipo di sanzione". Il timore è che le azioni degli antagonisti possano degenerare. "Se non la pensi come loro, usano la violenza - attacca Stefano Cavedagna, Dirigente Nazionale Azione Universitaria - Esattamente come facevano i partigiani in queste zone rosse dopo la guerra. Se non eri con loro, facevi una brutta fine. Non abbiamo timore, rimaniamo solo molto tristi nel vedere fino a dove si possono spingere certi soggetti che fanno della libertà di pensiero il loro mantra, ma poi con la violenza cercano di reprimere idee differenti dalle loro". E mentre sugli skinhead i quotidiani discettano da giorni e Matteo Renzi chiede addirittura "condanna unanime" del gesto, difficilmente il raid degli antagonisti scatenerà pari indignazione e preoccupazione. Si sa: alcune uova e minacce risultano meno aggressive di altre. Sono politicamente corrette. "La Repubblica dice che con acqua e sapone si rimedia, come se il gesto intimidatorio non esistesse e non ci fosse nulla da condannare - attacca Galeazzo Bignami, capogruppo in Regione di Forza Italia - Chissà cosa sarebbe successo se degli estremisti di Destra avessero lanciato delle uova marce contro Repubblica. Avremmo già i manifesti firmati dagli intellettuali radical chic, girotondi arcobaleno, manifestazioni antifasciste e così via". Per la senatrice Anna Maria Bernini (FI) si tratta di "un grave atto intimidatorio, che meriterebbe un'indignazione profonda" e invece "viene curiosamente minimizzato, declinato ad 'una ragazzata'". Solito doppiopesismo della sinistra. "Le forme di intimidazione e violenza - dice infatti Maurizio Gasparri - vanno condannate in egual misura dalle istituzioni e da tutti coloro che credono nei valori della democrazia e della legalità". Duro anche il deputato di Forza Italia Elio Massimo Palmizio, che definisce il raid degli antagonisti "inaccettabile" tanto da costituire "una grave compressione della liberta' di espressione individuale e collettiva garantita dalla nostra Costituzione".

EIA EIA, MA VA' LA. Il Duce unisce più di Renzi: bastano quattro cretini per fare gridare la sinistra al nuovo Ventennio. Ma è silenzio sulle violenze dei centri sociali, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 01/12/2017, su "Il Giornale". Ogni tanto, ma sempre più spesso, scatta l'allarme dell'«all'armi son fascisti». Questa estate la goliardia canaglia di un bagnino di Chioggia che aveva tappezzato il suo lido con frasi mussoliniane era stata spacciata come l'inizio di un nuovo Ventennio. Il malcapitato ha perso il lavoro e si è riciclato come opinionista di avanspettacolo destrorso nelle radio e tv venete dopo essere stato completamente scagionato dai magistrati che avevano aperto un'inchiesta. Nessun tentativo di ricostituire il Partito fascista - hanno concluso i saggi pm - ma solo una gigantesca burla. Adesso ci risiamo con la storia dei quattro ragazzotti di destra che hanno fatto irruzione in un circolo pacifista di Como per leggere ai presenti un comunicato sulla «patria minacciata dagli immigrati». Deplorevole (la violazione di domicilio privato), ridicolo (il gesto), a tratti delirante (il testo), ma comunque fatto anche questo ascrivibile più all'idiozia giovanile che alla fascistizzazione dell'Italia. Il codice penale attuale mi sembra attrezzato a punire eventuali reati che questi ragazzotti possano avere commesso, con i fatti e con le parole, e la cosa dovrebbe finire lì. E invece no, puntuale come la morte arriva da Repubblica il grido di allarme sul pericolo destre. E la panna monta, manco stessimo parlando di un attentato dell'Isis. Facendo una ricerca con Google si scopre che dall'inizio dell'anno i giornali del gruppo Espresso hanno fatto scattare «l'allarme fascismo» 492 volte. Siamo cioè all'antifascismo militante che amplifica ed esalta stupidi episodi e persone ignoranti che sono numericamente, politicamente e socialmente più che marginali. Certamente meno significativi dell'allarme che dovrebbero destare le occupazioni, gli abusi e a volte le devastazioni urbane di quei simpatici ragazzi dei centri sociali; sicuramente meno preoccupanti delle milizie di estrema sinistra che impediscono con la forza la presentazione dei libri di Giampaolo Pansa sul revisionismo della Resistenza, di Magdi Allam sull'islam o una conferenza di Angelo Panebianco all'università di Bologna perché «professore non abbastanza pacifista». Più stupidi dei neofascistelli ci sono solo i tromboni dell'antifascismo a tempo pieno, i quali non si indignano che il leader della Lega Matteo Salvini - democraticamente eletto - possa apparire in pubblico solo se scortato, a volte blindato. A questi tromboni andrebbe ricordato - ironia della sorte - che ancora oggi il nostro codice penale a pagina uno porta in grassetto la firma di chi l'ha promulgato, cioè «Sua Eccellenza Benito Mussolini», come ben sanno studenti di giurisprudenza e addetti ai lavori. Che facciamo, chiudiamo i tribunali, mettiamo al rogo in piazza la tavola delle leggi e proclamiamo la mobilitazione generale? La verità è che il Duce riesce dove ha fallito Matteo Renzi. Cioè unire la sinistra, che - non avendo né presente né futuro - per dare l'impressione di esistere deve per forza attaccarsi ai fantasmi del passato. Diciamolo, i veri nostalgici sono proprio loro.

Assalti, censure e violenze in università. I blitz dei centri sociali non scandalizzano. Da Pansa zittito a Panebianco contestato, le vittime dell'intolleranza rossa, scrive Paolo Bracalini, Venerdì 1/12/2017, su "Il Giornale".  Clima da Repubblica di Weimar, nazismo alle porte, l'ombra nera sull'Italia. Il blitz degli skinhead ha svariati precedenti, ma a sinistra. La sinistra unita solo con la caccia al fascista. Aggressioni, minacce, lanci di uova, però più politicamente corretti rispetto a quattro teste rasate, e quindi non meritevoli di allarme per la democrazia in pericolo. Eppure a lungo, per un giornalista come Giampaolo Pansa colpevole di aver messo in discussione la vulgata partigiana sulla guerra civile italiana dopo l'8 settembre, è stato quasi impossibile presentare un semplice libro, considerato negazionista dall'estremismo rosso che accoglieva le presentazioni con insulti, minacce, propaganda a pugni chiusi. Qualche cenno di solidarietà in privato dai leader di sinistra, ma mai pubblico, perché Pansa è un diffamatore della Resistenza, un nemico del popolo. Identica sorte toccata ad Angelo Panebianco, editorialista del Corriere e docente all'Università di Bologna: «Fuori i baroni dalla guerra», gli hanno urlato i collettivi lo scorso febbraio, durante la sua lezione. «Panebianco cuore nero», la scritta lasciata dai centri sociali sulla porta del suo ufficio anni fa. Imbarazzo, silenzio e poco altro anche per Salvini, nel mirino dei centri sociali, più violenti degli skin head, ma col lasciapassare politico. Il leader della Lega è stato aggredito più di una volta, a Bologna gli hanno sfasciato il vetro dell'auto, in Umbria gli antagonisti lo hanno accolto a sputi e cori «stronzo», a Napoli hanno scatenato una guerriglia con sassi e molotov, violenze annunciate con la massima tranquillità alla vigilia («Non assicuriamo un corteo pacifico») senza creare indignazione, anzi (il sindaco de Magistris è con i centri sociali). A Milano sempre i centri sociali hanno distrutto un gazebo della Lega e malmenato due militanti. Scene che si ripetono, senza che mai si parli di un «allarme centri sociali», mentre quattro skin bastano per mobilitare le massime istituzioni. A Daniela Santanchè, donna di destra quindi meno rispettabile, ha raccontato in diretta, mentre discuteva di ius soli con Fiano del Pd (il deputato che vuol mettere in carcere chi ha una immagine di Mussolini in casa) di aver ricevuto un tremendo insulto più minaccia di morte come se niente fosse («Mi è appena arrivato su Twitter Sei una put... da uccidere»). Ancora a Napoli l'ex candidato sindaco di centrodestra, Gianni Lettieri, denunciò un'aggressione per strada da parte degli attivisti di una casa occupata. Ne sanno qualcosa gli ex ministri Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, bersaglio prediletto degli attivisti e centri sociali per le battaglie sui furbetti della pubblica amministrazione e sulla scuola, feudo della contestazione di sinistra. Brunetta, durante un convegno, fu vittima di un blitz della «Rete dei precari» fischi, insulti, striscioni a cui replicò definendoli «l'Italia peggiore». Non l'avesse mai fatto: «Diecimila post di insulti, minacce, addirittura pallottole, sul mio profilo Facebook. Molti legati anche alla mia statura fisica» calcolò l'allora ministro, sempre preciso anche nella contabilità degli insulti ricevuti. Per la Gelmini, si inventò persino un No Gelmini Day, con i collettivi studenteschi in piazza, al grido «Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli», ma pure senza un chiaro nesso logico «Siamo tutti antirazzisti e antifascisti». Coi fumogeni e i lanci di uova. Tanto i fascisti sono solo a destra.

Ecco il dossier "centri sociali": quelli pericolosi sono 200. Dal Veneto alla Sicilia la mappa delle occupazioni pubbliche e private. E i delinquenti napoletani fermati dopo gli scontri sono già liberi, scrive Luca Rocca su "Il Tempo” il 14 Marzo 2017. Anacronistici ma violenti. Devastano le città, le vetrine dei negozi e quelle delle banche. Picchiano duro, infieriscono sui "nemici", impediscono di parlare. Scendono in piazza rabbiosi, lanciano molotov e bombe-carta. Imbracciano mazze e danno fuoco alle auto. Picchiano i poliziotti nascondendo il volto dietro il passamontagna. Finiscono spesso sotto processo, ma non mollano. Riscendendo per le vie con la loro brutalità. Sono i "centri sociali" più pericolosi sparsi in tutta Italia che negli ultimi anni si sono resi protagonisti di inaudite violenze. Circa 200 strutture autogestite, quelle monitorate dall’Antiterrorismo. Ma sono migliaia i luoghi dove nasce l’odio e cresce la violenza. Negli ultimi tempi a far parlare prepotentemente di sé sono stati quelli di Milano (Conchetta, Cantiere, Soy Mendel, Mandragola), Cremona (Dordoni), Napoli (Insurgencia, Ex Opg Occupato-Je so pazzo), Roma (Macchia Rossa innanzitutto, ma nella Capitale ce ne sono 65, 27 dei quali controllati più da vicino da polizia e carabinieri), Torino (Askatasuna), Palermo (Spazio Anomalia-Ex Karcere), Padova (Pedro), Rimini (Casa Madiba), Brescia (Magazzino 47) e molti altri ancora sparsi in tutta la Penisola. Sono dappertutto e vogliono comandare. Al di là della legge, al di là delle regole. Dei 200 della black list l’Antiterrorismo evidenzia 11 centri in Lombardia, 7 in Piemonte, 4 nelle Marche, 12 in Veneto e altrettanti in Emilia, 10 in Toscana, 4 in Puglia, 8 in Liguria, 4 in Trentino, oltre 20 in Campania, 6 in Calabria e 3 in Sicilia.

CENTRI (POCO) SOCIALI. Solo rifacendoci agli ultimi due anni e mezzo, ad esempio, gli "antagonisti" si sono resi protagonisti di scorribande devastanti. Due anni fa a Cremona gli appartenenti al centro sociale "Dordoni" si scontrano con quelli di CasaPound. Molti sono i feriti. Gravissimo un antagonista, Emilio Visigalli (che poi verrà arrestato poco prima della sua rappresaglia). Otto persone finiscono indagate (e un militante bresciano del collettivo "Magazzino 47" arrestato). Pochi giorni dopo oltre 2mila persone, in testa i "black bloc", scendono in strada per solidarizzare coi loro "compagni", lanciando pietre, bottiglie e bombe-carta contro le forze dell’ordine. Nelle stesse settimane, stavolta a Padova, alcuni componenti del centro sociale «Pedro», nell’ambito di un’inchiesta sull’aggressione a un dirigente della Squadra Mobile, subiscono l’obbligo di dimora (uno finisce ai domiciliari). Nel corso delle perquisizioni nelle loro abitazioni la polizia trova fumogeni, una maglia metallica anti-coltello, fionde e un’arma giapponese usata nelle arti marziali. Stesso dicasi per l’operazioni nei confronti di 17 componenti del movimento antagonista "Spazio Anomalia/Ex Karcere" che ricevono l’obbligo di firma (poi annullata dal giudice) per aver devastato alcuni esercizi commerciali a Palermo (ferendo alcuni poliziotti). I reati contestati: associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie di delitti contro l’ordine pubblico, violenza, minaccia, lesioni personali.

VIOLENZA "ANTAGONISTA". Nello stesso periodo otto componenti del centro sociale "Cantiere" di Milano vengono condannati per gli scontri scoppiati nel dicembre del 2010 durante una manifestazione in occasione della "prima" della Scala, mentre alcuni esponenti milanesi di Forza Italia subiscono delle intimidazioni subito dopo lo sgombero del "Soy Mendel". A rendersi protagonista, per anni, di scontri violentissimi, è il centro sociale di Torino "Askatasuna", che nell’ultimo biennio non ha cambiato abitudini. Sempre in prima linea nei cortei No-Tav, uno dei suoi militanti, nel dicembre scorso, finisce in carcere per aver violato i domiciliari ottenuti per gli scontri con la polizia in Val di Susa. Pochi mesi prima sette manifestanti legati alla sinistra antagonista No-Tav vengono identificati durante una protesta e fra essi ancora militanti di Askatasuna. Che di violenti ne sforna a iosa, tanto da subire arresti, fermi, indagini, condanne. Quando poi il leader della Lega Nord Matteo Salvini si reca a Macerata per una visita elettorale, gli appartenenti al centro sociale "Sisma" lo accolgono com’è loro tradizione. Lo scontro con la polizia è inevitabile. Il maggio 2015 è segnato dalle manifestazioni No-Expo alle quali partecipano i membri del "Mandragola". Bastoni in mano, passamontagna in testa e la devastazione di Milano è assicurata.

RABBIA "COLLETTIVA". Nell’agosto del 2015 la Digos di Bologna notifica un divieto di dimora per Gianmarco De Pieri, leader del centro sociale "Tpo", che nel corso degli scontri con le forze dell’ordine, avvenuti in seguito allo sgombero di una villa occupata, aveva aggredito un sostituto commissario e lanciato una grossa trave contro un agente. Poche settimane dopo cinque giovani di Askatasuna vengono raggiunti da misure cautelari per le violenze messe in atto durante un comizio di Salvini a Torino, mentre la procura di Bologna punterà i fari su15 appartenenti al centro sociale "Tpo", protagonisti di violenze scatenate durante la manifestazione degli "Indignati". Passa poco tempo e sono ancora i militanti di "Askatasuna" a mettere in atto scontri violentissimi nell’Università di Torino. Di sé fa parlare anche l’"Ex Opg Occupato-Je so pazzo" di Napoli (fra i movimenti antagonisti anti-Salvini dei giorni scorsi), che mesi fa ha portato in piazza i "suoi" per lanciare uova e pietre verso la Mostra d’Oltremare dove l’allora premier Matteo Renzi stava per recarsi. Gli stessi militanti si sono scontrati e pestati con quelli di CasaPound. Rissa violenta, anche quella scatenata, nell’aprile scorso, dai membri del centro sociale "Casa Madiba" di Rimini contro gli esponenti di Forza Nuova.

"MACCHIA" FURIOSA. E proteste rabbiose anche da parte degli appartenenti a "Insurgencia" di Napoli e dei membri di "Macchia Rossa" a Roma, che nel novembre scorso, armati di mazze, spranghe e bombe-carta, si sono scontrati con quelli di Forza Nuova. Nel gennaio tati condannati due appartenenti al centro sociale "Kavarna" di Cremona. A febbraio scorso, infine, i militanti del centro sociale "Zam" e "Cantiere" di Milano si sono azzuffati con la polizia all’esterno del Municipio 4, dove era in corso un incontro sul Giorno del ricordo delle Foibe. Stesso episodio, ma con protagonisti da una parte CasaPound e dall’altra militanti del centro sociale "Bruno", anche a Trento. Ancora una volta per infangare i morti delle Foibe.

Centri sociali: sono legali? Scrive Mariano Acquaviva il 7 dicembre 2017. Breve analisi di un fenomeno controverso: i centri sociali sono legali? Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di centri sociali, soprattutto in riferimento ad episodi di violenza e vandalismo. Cosa sono i centri sociali? In senso generico, si tratta di associazioni che intendono fornire alla collettività alcuni servizi socialmente utili, come ad esempio attività ricreative, culturali o sportive. Nella pratica, però, non è sempre così. In Italia, i centri sociali nascono quale centro di aggregazione politica extraistituzionale, cioè con sede diversa da quella parlamentare. Lo spirito che li agita è sicuramente di protesta ma, come vedremo, bisogna distinguere la protesta pacifica da quella illegale. In realtà, i centri sociali individuano anche un altro fenomeno: quello di un movimento indipendente, di ribellione all’ordine costituito, che si concretizza in atti ai limiti della legalità, quali occupazioni di spazi pubblici o privati, manifestazioni non autorizzate e contestazioni varie. Purtroppo è proprio l’aspetto più riprovevole dei centri sociali ad essere messo in risalto dai mass media, a causa della spirale di violenza che innescano. Analizziamo meglio il fenomeno e spieghiamo se i centri sociali sono legali.

Centri sociali e diritto ad associarsi. Secondo la Costituzione italiana, i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono però proibite tutte le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. La Costituzione è chiara: tutti hanno il diritto di associarsi liberamente, senza seguire nessuna procedura particolare (salva quella prevista dal codice civile e dalle leggi speciali per ottenere la personalità giuridica), purché l’associazione non persegua scopi penalmente illeciti. Il codice penale, infatti, punisce l’associazione che abbia quale scopo quello di commettere delitti. Perciò, fino a quando i centri sociali assumono la forma di associazione o, comunque, di libera aggregazione per finalità culturali, sportive o, in senso più ampio, pacifiche, la loro esistenza sarà perfettamente legale. Diversamente accade se i centri sociali nascono per perseguire scopi sovversivi o violenti: in questo caso l’associazione sarebbe illegale e perseguibile secondo le norme penali. In Italia, molti centri sociali sono stati legalizzati pur avendo origini tutt’altro che lecite: si pensi a quei centri che si sono visti assegnare le strutture che, in precedenza, avevano abusivamente occupato.

Il problema è che difficilmente un centro sociale sarà costituito con lo scopo dichiarato di compiere reati; normalmente, la nascita di questi organismi avverrà per perseguire finalità perfettamente lecite. Si ricordi, poi, che la contestazione pacifica è sempre ammessa, in quanto rientra tra le espressioni del principio di libera manifestazione del proprio pensiero. Pertanto, un movimento di opposizione alla maggioranza politica, ad esempio, non sarà sicuramente perseguibile dalla legge.

Centri sociali e diritto di riunirsi. La Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi, purché pacificamente e senza armi. Per le riunioni non è richiesto preavviso, salvo per quelle organizzate in luogo pubblico: in questo caso, le autorità possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Anche in questo caso, i cortei e gli assembramenti, quando pacifici, sono assolutamente legali; l’unico limite è quello dell’evento organizzato in luogo pubblico, per il quale la legge chiede sia dato un preavviso di almeno tre giorni alla questura competente. Ma quando una manifestazione può diventare sediziosa e, perciò, illegale? Secondo la legge, quando, in occasione di riunioni o di assembramenti in luogo pubblico o aperto al pubblico, avvengono manifestazioni o grida rivoltose o lesive del prestigio dell’autorità, o che comunque possono mettere in pericolo l’ordine pubblico o la sicurezza dei cittadini, ovvero quando nelle riunioni o nei cortei predetti sono commessi delitti, le riunioni e gli assembramenti possono essere disciolti. È sempre considerata manifestazione sediziosa l’esposizione di bandiere o emblemi, che sono simbolo di sovversione sociale o di rivolta o di vilipendio verso lo Stato, il governo o le autorità. È manifestazione sediziosa anche la esposizione di distintivi di associazioni faziose. Per la giurisprudenza, è sedizioso quell’atteggiamento che implica ribellione, ostilità, eccitazione al sovvertimento delle pubbliche istituzioni, ovvero che esprime ribellione, sfida e insofferenza verso i pubblici poteri e verso gli organi dello Stato a cui è demandato il compito di esercitarli.

Centri sociali: sono legali? Da quanto detto finora si evince che i centri sociali sono legali se perseguono le loro attività conformandosi ai basilari principi di non violenza del nostro ordinamento. In caso contrario, essi devono ritenersi assolutamente illegali e, pertanto, non hanno diritto di esistere. La questione è che, molte volte, lo Stato tollera il modo di agire dei centri sociali, tanto che, come sopra detto, è successo più volte che i beni abusivamente invasi fossero poi assegnati agli occupanti stessi. Alcune di queste aggregazioni, poi, sono diventate dei movimenti politici a tutti gli effetti. Il vero problema, allora, è la risposta che lo Stato intende dare al fenomeno in questione.

La sindrome del compagno che sbaglia. L'indignazione non si registra mai quando i No Tav aggrediscono le forze dell'ordine, quando i "ragazzi" dei centri sociali devastano le città, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 9/12/2017, su "Il Giornale". Ci sono cretini e cretini. Alla macabra borsa dei crimini, secondo Repubblica, un fumogeno lanciato da quattro cretini contro la propria sede vale molto di più di una bomba fatta esplodere da altri loro colleghi cretini contro i carabinieri. Perché, dicevamo, ci sono cretini e cretini e i cretini fascisti - chissà come mai! - sono sempre più pericolosi di quelli anarchici o di quelli comunisti. Così ieri il quotidiano di Mario Calabresi ha dedicato 3 pagine 3 al ritorno dell'«onda nera», grande battaglia mediatica che vede Repubblica impegnata nel tentativo di riportare il calendario del Paese agli Anni Venti. Invece le bombe contro i carabinieri di giovedì a Roma, rivendicate dagli anarchici come un atto «di guerra contro lo Sato» sono scivolate in un misero articolo a pagina 26. Tra i fattacci di cronaca nera. Come se l'eversione anarchica o rossa, quella che piazza l'esplosivo e prende a sassate i poliziotti, non fosse un problema politico, ma una bagattella, lo sfogo di quattro teste calde. Ognuno, legittimamente, ha la propria gerarchia di notizie, la propria scala di valori, ma è bene sapere che, dunque, un braccio teso mette a rischio la democrazia più di una bomba potenzialmente letale. Il giornale fondato da Scalfari è dalla scorsa primavera impegnato nella creazione di una grande fake news: il ritorno del fascismo. Tutto ebbe inizio con l'emergenza democratica dello stabilimento balneare di Chioggia, il lido fascista che per settimane ha tenuto banco come se fosse il trailer dell'arrivo delle squadracce nere pronte a marciare sulla capitale. Un allarme talmente infondato che persino la procura ha archiviato il caso come folklore. E da lì in poi un crescendo quotidiano di allarmi per la tenuta democratica del Paese: dalla vendita di gadget del Ventennio all'irruzione a Como. Atto idiota e deprecabile ma - non prendiamoci in giro - non certo il preludio di un ritorno delle camicie nere. E, a forza di insistere, la fake news si è auto avverata e quattro cretini in maschera si sono presentati sotto la sede di Repubblica per leggere i loro proclami deliranti. Solidarietà e indignazione generale. Giustamente. Peccato che questa indignazione non si registri mai quando i No Tav aggrediscono le forze dell'ordine, quando i «ragazzi» dei centri sociali devastano le città distruggendo auto e vetrine di incolpevoli cittadini e quando gli anarchici mettono le bombe per diffondere le loro idee criminali. Perché quelli, alla fine, sono sempre compagni che sbagliano e comunque sbagliano sempre meno dei camerati. Ma sottovalutare il pericolo dei cretini è proprio da cretini.

Salvini: "No ai naziskin, ma i volontari non fanno un buon servizio".  Matteo Salvini a "Otto e Mezzo" parla degli ultimi episodi che hanno visto protagonisti i naziskin e nega che oggi esista un pericolo fascismo, scrive M. Ribechini su "Blastingnews.com". In occasione della puntata di questo giovedì 7 dicembre di "Otto e Mezzo" su La7 è intervenuto Matteo Salvini, leader della #Lega Nord. Vediamo le parti salienti di quello che ha dichiarato. Salvini si sente più vicino ai naziskin oppure ai volontari dei centri di accoglienza? "Né agli uni, né agli altri". A una specifica domanda di Lilli Gruber sul fatto che la Lega chiede o meno il voto ai neofascisti, Salvini ha risposto: "Io chiedo il voto a sessanta milioni di Italiani, non mi interessa il voto dei #naziskin, non chiedo il loro voto. La gente voterà per noi perché siamo l'unico argine all'#immigrazione clandestina, ma lo facciamo senza far casino andando in giro coi fumogeni a interrompere le riunioni o minacciare i giornalisti: noi lo facciamo coi Sindaci e con i Governatori. Noi portiamo avanti il "prima gli italiani" democraticamente. Penso ai terremotati e ai disabili, non mi interessano le pagliacciate: le violenze vanno condannate da qualsiasi parte arrivino. Che ci sia un problema sull'immigrazione clandestina è un problema evidente". Mentre alla domanda della conduttrice, se si senta più vicino ai naziskin che hanno fatto irruzione a Como oppure ai volontari dei centri di accoglienza, Salvini ha risposto: "Né agli uni, né agli altri. Perché non si interrompono le riunioni altrui e non si entra in casa altrui senza essere invitati, così come non stanno facendo un buon servizio agli italiani e agli immigrati perbene tutte quelle associazioni e cooperative che dicono 'avanti tutti'. Io non ho la testa rasata e non entro in casa altrui, il fascismo e il comunismo sono morti e condannati della storia. Vanno condannati tutti quelli che usano violenza, come gli anarchici che oggi hanno lanciato una bomba davanti a una stazione dei carabinieri". Riguardo all'avvicinamento alla destra più radicale verso le prossime elezioni, Salvini ha detto: "Ma davvero si pensa che ci sia il pericolo del fascismo e del nazismo in Italia? Si pensa che nel 2018 ci sia l'invasione dei fascisti, degli alieni o dei russi? Io non credo. Io escludo che ci sia il pericolo del fascismo, del nazismo e del comunismo in Italia. Punto a capo. Anzi ritengo che qualcuno usi questi argomenti per non parlare di altri problemi: tasse, mutui, lavoro e pensioni. Comunque mi ha fatto specie anche il sindaco di Milano che si è fatto il selfie col pugno chiuso: il comunismo ha fatto centinaia di milioni di morti. Lasciamo stare fascismo e comunismo, torniamo alla vita vera".

Fascisti e comunisti sono tornati (e se li ghettizzate gli fate un favore). Anche in Italia, così come in tutta Europa, le ideologie simbolo del Novecento, che credevamo sepolte dalla Storia, stanno tornando. Chi pensa basti ignorare o reprimere, però, commette un grave errore. Farci i conti vuol dire innanzitutto ragionare sulle cause che le hanno rigenerate, scrive Francesco Cancellato su “L’Inkiesta” il 5 Dicembre 2017. «Il problema vero non sono quattro ragazzi, ma l'immigrazione fuori controllo». Così Matteo Salvini ha commentato l’irruzione compiuta qualche giorno fa dai militanti del Veneto Fronte Skinhead a Como, durante una riunione della rete di associazioni impegnata nell’assistenza ai migranti. Un’affermazione sgradevole, non c’è dubbio. Strumentale, sicuramente. Ma con un fondo di verità che faremmo bene a non sottovalutare e, anzi, a piantarci bene in testa. Che anziché scandalizzarci degli effetti, dovremmo occuparci delle cause che scatenano fenomeni politici nuovi. Ecco, per l’appunto: l’ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe a discapito delle destre liberali è un fenomeno politico nuovo. Così come lo è, del resto, pure l’ascesa delle sinistre radicali e anti-sistema. Così come lo è, pure, la nuova improvvisa popolarità di istanze autonomiste e indipendentiste come quelle scozzesi, catalane, corse, lombardo-venete. Fate pure finta di non vederle, ma questo è quel che sta accadendo. Chiamatelo come volete, destra e sinistra, fascismo e socialismo, coscienza di luogo e coscienza di classe, ciò che credevamo irrimediabilmente novecentesco e sepolto dalla Storia sta tornando. A destra, con Orban e Jobbik in Ungheria, Duda in Polonia, Alba Dorata in Grecia, Marine Le Pen in Francia, Alternative fur Deutschland in Germania. E a sinistra, con Tsipras e Varoufakis in Grecia, Pablo Iglesias e Podemos in Spagna, Antonio Costa in Portogallo, Jean Luc Melenchon in Francia. Ognuno di loro non è che un frammento - grande o piccolo, giovane o vecchio, con molteplici gradazioni di estremismo - di un medesimo fenomeno continentale. Figlio a scoppio ritardato dello scongelamento dell’Europa a seguito della caduta del muro di Berlino, e poi della globalizzazione e dalla doppia recessione del 2008 e del 2011: l’allargamento dello spettro politico oltre i confini della liberaldemocrazia e della socialdemocrazia e delle loro ormai endemiche grandi coalizioni. È un problema? Sì, lo è. Perché queste due ideologie - e lo sappiamo bene, l’abbiamo vissuto – portano fisiologicamente con loro lo scontro sociale, azione e reazione, tra popoli o tra classi, tra cittadini e stranieri, tra poveri e ricchi, giusti o sbagliati che siano. E a noi europei occidentali che abbiamo vissuto cinquanta e rotti anni di pace – anni di piombo esclusi, Jugoslavia esclusa - e che pensavamo di perpetrare questa condizione sine die grazie alla chimera dell’Europa Unita, ci ritroviamo al punto di partenza, spaventati e inorriditi dall’inevitabile ciclicità della Storia, maestra di vita fino a un certo punto. Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio, se l’economia gira, se non c’è mai stato tanto lavoro, se tutto sommato si tiene botta con l’assistenza sociale più generosa del pianeta e una speranza di vita che tira verso i cento anni, inimmaginabile solo poche decine di anni fa. È il come che non funziona e ci destabilizza. Perché siamo inermi di fronte a processi più grandi di noi – la libera circolazione dei soldi, delle merci, delle persone, delle fabbriche – e perché affrontiamo tutto questo da soli, incapaci di trovare una rappresentazione collettiva in cui rifugiarci. Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio. Ed ecco allora che tutto torna: le vecchie bandiere, i vecchi slogan, le vecchie ideologie. Non solo a destra, peraltro: dal nuovo, vecchio Labour di Jeremy Corbyn che anche nella sua iconografia riprende i temi e le immagini delle antiche lotte sindacali degli anni ’70 e ’80, prima che Blair rompesse con le Trade Union, sino alla testuggine di Casa Pound, le bandiere prussiane che sventolano nei cortei tedeschi e troneggiano appese nelle caserme fiorentine, la bandiera verde della falange nazional radicale polacca degli anni ’30, dalle forti connotazioni antisemite, sventolata nel maxi corteo di Varsavia contro l’invasione straniera – in un Paese che ha meno del 2% di stranieri residenti – dello scorso 11 novembre. Spoiler, parte seconda: l’approdo alla nostra età adulta, l’esito della nostra perturbante adolescenza, dipende da come sapremo reagire a questi sommovimenti. Di fronte abbiamo due strade, nessuna delle quali è esente da rischi. Se li ghettizzeremo come scarti del passato, se ne negheremo la cittadinanza politica fino a escluderli da ogni rappresentazione politica e mediatica, se rifiuteremo di misurarci con loro, daremo loro un formidabile strumento di legittimazione tra le masse impaurite, rancorose e rabbiose. Se invece daremo loro piena legittimità a esistere, accettando il confronto con le loro idee e con le loro ricette estreme dovremo essere capaci, da liberaldemocratici e socialdemocratici, di essere all’altezza del dibattito. Altrimenti, senza scomodare il passato, rischiamo di finire come l’Ungheria e la Polonia. Non è una scelta semplice, ma la risposta giusta esiste ed è la seconda. Perché ci impone di agire sulle cause dello stato in cui siamo, anziché semplicemente biasimarne gli effetti. Intendiamoci: agire sulle cause non vuol dire non reprimere chi predica o pratica la violenza e l’intolleranza verso le idee altrui. Nè vuole dire, banalmente, buttare a mare la globalizzazione e il libero mercato. Né chiudere le frontiere e rispedire tutti i migranti a casa loro. Al contrario, consiste nel guardare in faccia alla realtà, nell’accettare il fatto che qualcosa non abbia funzionato, che la Storia non è finita, che il malessere ha più di qualche fondamento. E avere il coraggio di correggere quel qualcosa che non va, anche a costo di generare nuovi squilibri, anche a costo di buttare a mare qualche dogma e qualche certezza. Ad esempio, far pagare le tasse ad Apple e Amazon è una buona idea, tanto per cominciare. E organizzare un sistema di accoglienza dei richiedenti asilo come si deve, senza lasciare che sia un prefetto che decida di ammassarli a caso nell'albergo o nel rudere sfitto del primo palazzinaro che si offre volontario, pure. Non abbiamo abbastanza lungimiranza, né tantomeno una visione politica all’altezza di questa sfida, ma sappiamo che va affrontata. Per farlo bisogna ascoltare pure loro, i nuovi estremisti? Probabilmente sì. È necessario dialogarci, anche a costo di diventarne cassa di risonanza? Altrettanto. È rischioso? Sì, molto. Ma non c’è adolescenza che non lo sia. E non c’è adulto che è realmente tale senza esserci in qualche modo passato in mezzo. Oggi tocca a noi. Prima ce ne facciamo una ragione, meglio è.

Beppe Grillo e il fascismo sessantottino, scrive di Fabio Cammalleri su "Lavocedinewyork.com" il 28 Febbraio 2014. Qualsiasi espressione di dispotismo evoca Mussolini, ma nel caso del Movimento Cinque Stelle bisogna guardare agli anni ’70. Il popolo grillino sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica. Ma la memoria a breve termine è troppo scomoda. È comprensibile che generalmente si tenti di spiegare il Movimento 5 Stelle senza il Movimento 5 Stelle. Perché l’Italia è un Paese antico e perciò i paralleli, le analogie, le suggestioni rampollano dal suo vastissimo passato con naturale facilità. E, nonostante non manchi mai il dubbio “sull’utilità e il danno della storia per la vita”, resta questa facilità di evocazione e di confronto. Meno comprensibile che l’indagine nel tempo susciti risonanze obbligate. Se Grillo si muove in modo dispotico e plebiscitario, a chi si pensa? Al fascismo, naturalmente, sia pure al fascismo in statu nascendi. È una suggestione. Ma se anche non fosse, è l’unico paragone possibile? Forse no. Forse se ne può svolgere un altro più stringente, più comprensibile. Per farlo, però, bisogna uscire da quelle risonanze obbligate. Proviamo. Secondo lo storico Arthur Schlesinger Jr., che fu anche consigliere di John Kennedy, per comprendere i caratteri e le aspirazioni di una realtà politica, sia essa una singola personalità o un gruppo, bisogna considerare gli anni della sua giovinezza, quelli in cui coloro che gli diedero anima e sangue si affacciarono al mondo: gli anni dell’università o del primo lavoro. Espose questa teoria in un saggio, significativamente intitolato: I cicli della storia americana. I giovani di Roosevelt sarebbero stati la società adulta di JFK, la Nuova Frontiera, figlia del New Deal; e il ritenuto conservatorismo degli anni di Reagan, sarebbe derivato da quello degli anni di Ike, della Guerra Fredda entrata a regime. E così via. S’intende che è uno schema molto generale, ed anche generico, ma rende l’idea. Seguendo questa traccia, per capire Grillo non ci serve Mussolini, ci serve l’Italia repubblicana, ci servono gli anni ’70. Si potrebbe obiettare che molti dei “cittadini” non hanno vissuto quel periodo, e non ne potrebbero avere ereditato i caratteri. Se è per questo, non hanno vissuto neanche il fascismo, come nessuno di noi. E poi, essendo il Movimento smaccatamente personalistico, è sulla persona del Capo che occorre soffermarsi, proprio e mentre più protesta la sua fungibilità, la sua non indispensabilità. Perciò, il criterio gioventù-maturità, stretto all’arco della “generazione”, appare quanto mai appropriato. Giacché costringe a soffermarsi sulle persone in carne ed ossa, senza cedere alle comode vie di fuga di un’astrazione che, di fronte ad un quadro, guarda solo alla figura e mai all’autore. Così, il popolo casaleggesco del web, sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica in sedicesimo che di “adunate oceaniche”; più di una compulsione petulante e narcisistica, solo preoccupata di sé e col solo problema di lasciare il segno della parola più forte, della frase più figa, che di uno stazionamento attonito e ammutolito sotto un balcone oracolante; emana un monadismo delle coscienze chiuso nella mera contiguità, sazia e galleggiante, di abitudini inerti e modaiole, più che la tragica comunione di un’autentica povertà che, sperando di superarsi, si inabissa. E non è un caso che il paradigma-Mussolini sia così ampiamente sponsorizzato. Ora che Occupy-Parlamento mima indimenticate occupazioni universitarie e di fabbrica; ora che le espulsioni on line tradiscono il lezzo settario dei “venduti” e “servi del sistema”; ora che la violenza verbale tende sempre più frequentemente a concretarsi, come accadde con l’affabulazione esaltata della “controinformazione”, fattasi poi “lotta continua”, quindi “salto di qualità nella lotta”, e infine “lotta armata” e tutto il resto; ora che i “Poteri Forti” sembrano assolvere alla stessa funzione già attribuita al “terrorismo di stato” e all’ “imperialismo capitalistico”, l’infame funzione di cui ogni deliquio massificato, facinoroso e irresponsabile ha sempre bisogno, la funzione di autogiustificarsi; ora che siamo a questo, che c’entra Mussolini? C’entra, secondo quelle risonanze obbligate. Infatti, per parlare di un secolo fa, per la memoria a lungo termine, c’è sempre spazio. Ma il rispecchiamento imbarazzante, quello che si potrebbe subire appena passando da una stanza all’altra, estraendo il cassetto del comodino e avendo il coraggio di sfogliare il diario del liceo, no; la memoria a breve termine, mai. Meglio la luna. Perché lì, così vicino, c’è tutta la violenza, tutta la viltà, tutta la rozzezza, tutta la miseria, tutto il trasformismo che si attribuiscono all’Orco fascista. Solo che l’Orco fascista, dopo il liturgico richiamo di giornata, sfuma inevitabilmente in una rarefazione fiabesca, in una comoda inattualità. Mentre quel sordo rancore, quella truce disposizione d’animo, possono riprendere a gonfiarsi, ad agire, ad offendere dicendosi offesi, a colpire dicendosi colpiti. E ad inseguire palingenesi e carriere.

Il vero fascismo. Che patologia più grave di un grave tumore aveva Sofri rispetto a Dell'Utri, da essere trattato in modo così diverso? La risposta è semplice: era di sinistra, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 08/12/2017, su "Il Giornale". Devo ricredermi, ha ragione La Repubblica a lanciare l'allarme su un pericoloso rigurgito di fascismo in Italia. Ma non perché - come enfatizza il quotidiano diretto da Mario Calabresi - cinque cretini di Forza Nuova leggono un volantino in un centro culturale pacifista e altrettanti agitano fumogeni sotto la sede del suo giornale mascherati manco fosse carnevale. Stiamo diventando un Paese fascista perché un anziano e malato detenuto viene tenuto in carcere nonostante i medici abbiano certificato che le sue condizioni di salute sono senza dubbio incompatibili con il regime di detenzione. Anzi, per la verità Mussolini gli oppositori politici li mandava al confino nella splendida isola di Ventotene o in esilio, come capitò anche a Indro Montanelli, futuro fondatore di questo Giornale. La decisione di ieri del tribunale di sorveglianza di negare cure adeguate in luoghi adeguati a Marcello Dell'Utri, 76 anni, malato di tumore e ad alto rischio cardiopatico, suona come una condanna a morte di Stato. Condanna che l'imputato ha accettato annunciando di sospendere volontariamente e da subito anche le poche terapie che gli vengono somministrate in carcere. Noi quella condanna non la accettiamo e la cosa dovrebbe fare inorridire anche i sinceri democratici antifascisti che si agitano tanto per le pagliacciate di quattro ragazzotti in cerca di pubblicità (facendo così peraltro il loro gioco) ma che appaiono indifferenti alle violenze fasciste della giustizia. Tanto accanimento, direi odio, nei confronti di Dell'Utri non può che avere radici politiche, perché il codice penale permetterebbe ben altre soluzioni. Tipo quelle trovate per Adriano Sofri, icona della sinistra salottiera e rivoluzionaria, che condannato per l'omicidio del commissario Calabresi (padre dell'attuale direttore della Repubblica) scontò metà di una misera pena (15 anni) nel comodo di casa sua per «motivi di salute». Chiedo ai signori giudici: che patologia più grave di un grave tumore aveva Sofri rispetto a Dell'Utri (che per di più non ha mai ucciso nessuno), da essere trattato in modo così diverso? La risposta è semplice. Sofri era di sinistra (e che sinistra), Dell'Utri è stato a lungo il braccio destro di Berlusconi, e per questo può morire in cella come un cane. Se dovesse succedere, e mi auguro di no, chiunque può fare qualche cosa per fermare questo «fascismo» giudiziario - dal ministro della Giustizia al presidente della Repubblica - e se ne lava le mani dovrà risponderne. Agli uomini liberi da pregiudizi e alla propria coscienza, per tutta la vita.

L’arrestocrazia e il potere del “Coro antimafia”, scrive Piero Sansonetti l'11 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Dal caso De Luca al caso Spada, quando l’arresto mediatico e a furor di popolo conta più le regole del diritto. E chi dissente è considerato un complice dei farabutti. Ieri pomeriggio Cateno De Luca è stato assolto per la quattordicesima volta. Niente concussione, nessun reato. A casa? No, resta agli arresti perché dopo 15 accuse, 15 processi e 15 assoluzioni, martedì scorso era arrivata la 16ima accusa. E ci vorrà ancora un po’ prima che sia assolto di nuovo. Stavolta l’accusa è evasione fiscale. Non sua, della sua azienda. Cateno De Luca è un deputato regionale siciliano. Era stato eletto martedì. Lo hanno ammanettato 24 ore dopo. L’altro ieri sera invece era stato fermato Roberto Spada. Stiamo aspettando la conferma del suo arresto. Lui è in una cella a Regina Coeli. Roberto Spada è quel signore di Ostia che martedì ha colpito con una testata – fratturandogli il naso – un giornalista della Rai che gli stava facendo delle domande che a lui sembravano inopportune e fastidiose. È giusto arrestare Spada? È stato giusto arrestare Cateno De Luca? A favore dell’arresto ci sono i giornalisti, gran parte delle forze politiche, una bella fetta di opinione pubblica. Diciamo: il “Coro”. Più precisamente il celebre “Coro antimafia”. Che ama la retorica più del diritto. Contro l’arresto c’è la legge e la tradizione consolidate.

Prendiamo il caso di Spada. La legge dice che è ammesso l’arresto preventivo di una persona solo se il reato per il quale è accusata è punibile con una pena massima superiore ai cinque anni. Spada è accusato di lesioni lievi (perché la prognosi per il giornalista è di 20 giorni) e la pena massima è di un anno e mezzo. Dunque mancano le condizioni per la custodia cautelare. Siccome però il “Coro” la pretende, si sta studiando uno stratagemma per aggirare l’ostacolo. Pare che lo stratagemma sarà quello di dare l’aggravante della modalità mafiosa. E così scopriremo che c’è testata e testata. Ci sono le testate mafiose e le testate semplici. Poi verrà il concorso in testata mafiosa e il concorso esterno in testata mafiosa.

Mercoledì invece, dopo l’arresto di Cateno De Luca, non c’erano state grandi discussioni. Tutti – quasi tutti – contenti. Sebbene l’arresto per evasione fiscale sia rarissimo. Ci sono tanti nomi famosi che sono stati accusati in questi anni di evasione fiscale per milioni di euro. Alcuni poi sono stati condannati, alcuni assolti. Da Valentino Rossi, a Tomba, a Pavarotti a Dolce e Gabbana, a Raul Bova e tantissimi altri. Di nessuno però è stato chiesto, ovviamente, l’arresto preventivo. Perché? Perché nessuno di loro era stato eletto deputato e dunque non c’era nessun bisogno di arrestarlo. L’arresto, molto spesso, specie nei casi che più fanno notizia sui giornali, dipende ormai esclusivamente da ragioni politiche. E il povero Cateno ha pagato cara l’elezione. I Pm non hanno resistito alla tentazione di saltare sulla ribalta della politica siciliana. Comunque qui in Italia ogni volta che qualcuno finisce dentro c’è un gran tripudio. L’idea che ormai si sta affermando, a sinistra e a destra, è che l’atto salvifico, in politica, sia l’arresto. Mi pare che più che in democrazia viviamo ormai in una sorta di “Arresto- Crazia”. E che la nuova aristocrazia che governa l’arresto-crazia sia costituita da magistrati e giornalisti. Classe eletta. Casta suprema.  Gli altri sono colpevoli in attesa di punizione. Poi magari ci si lamenta un po’ quando arrestano i tuoi. Ma non è niente quel lamento in confronto alla gioia per l’arresto di un avversario. Il centrodestra per esempio un po’ ha protestato per l’arresto pretestuoso di Cateno De Luca. Il giorno prima però aveva chiesto che fosse sospesa una fiction in Rai perché parlava di un sindaco di sinistra raggiunto da avviso di garanzia per favoreggiamento dell’immigrazione. Il garantismo moderno è così. Fuori gli amici ed ergastolo per gli avversari. Del resto la sinistra che aveva difeso il sindaco dei migranti ha battuto le mani per l’arresto di Cateno.

L’altro ieri intanto è stato minacciato l’avvocato che difende il ragazzo rom accusato di avere stuprato due ragazzini. L’idea è quella: “se difendi un presunto stupratore sei un mascalzone. Il diritto di difesa è una trovata farabutta. Se uno è uno stupratore è uno stupratore e non serve nessun avvocato e nessunissima prova: condanna, galera, pena certa, buttare la chiave”. Giorni fa, a Pisa, era stato aggredito l’avvocato di una ragazza accusata di omicidio colposo (poi, per fortuna, gli aggressori hanno chiesto scusa). Il clima è questo, nell’opinione pubblica, perché questo clima è stato creato dai politici, che sperano di lucrare qualche voto, e dai giornali che un po’ pensano di lucrare qualche copia, un po’, purtroppo, sono scritti da giornalisti con doti intellettuali non eccezionali. E se provi a dire queste cose ti dicono che sei un complice anche tu, che stai con quelli che evadono le tasse, che stai con quelli che danno le testate. Il fatto che magari stai semplicemente col diritto, anche perché il diritto aiuta i deboli mentre il clima di linciaggio, il forcaiolismo, la ricerca continua di punizione e gogna aiutano solo il potere, beh, questa non è nemmeno presa in considerazione come ipotesi. Tempo fa abbiamo pubblicato su questo giornale “La Colonna Infame” di Manzoni. Scritta circa due secoli fa. Due secoli fa? Beh, sembra ieri…

P. S. Ho letto che Saviano ha detto che Ostia ormai è come Corleone. Corleone è la capitale della mafia. A Corleone operavano personaggi del calibro di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Corleone è stato il punto di partenza almeno di un migliaio di omicidi. Tra le vittime magistrati, poliziotti, leader politici, sindacalisti, avvocati. Paragonare Ostia a Corleone è sintono o di discreta ignoranza o di poca buonafede. Ed è un po’ offensivo per le vittime di mafia. P. S. 2. Il giornalista Piervincenzi, quello colpito con la testata da Spada, ha rilasciato una intervista davvero bella. Nella quale tra l’altro, spiega di non essere stato affatto contento nel sapere dell’arresto di Spada. Dice che lui in genere non è contento quando arrestano la gente. Davvero complimenti a Piervincenzi. Io credo che se ci fossero in giro almeno una cinquantina di giornalisti con la sua onestà intellettuale e con la sua sensibilità, il giornalismo italiano sarebbe una cosa sera. Purtroppo non ce ne sono.

"La Petacci una maiala". La sinistra non s'indigna per le offese di Gnocchi. Il silenzio delle femministe dopo la battuta del comico da Floris. La Mussolini: «Verme», scrive Paolo Bracalini, Giovedì 18/01/2018, su "Il Giornale". Le donne vanno sempre rispettate, quasi, a volte, dipende, anche per quelle uccise. Un maiale, anzi una scrofa che grufola nella spazzatura romana, video postato da Giorgia Meloni per descrivere la Roma governata dai grillini, ispira al comico Gene Gnocchi la seguente battuta: «È una femmina, un maiale femmina, si chiama Claretta Petacci». Risate del conduttore Floris, applausi dello studio di La7. La battuta sulla Petacci, amante di Mussolini fucilata (e prima violentata) dai partigiani a Giulino il 28 aprile 1945, poi appesa a testa in giù (tra sputi e oltraggi vari al cadavere) a piazzale Loreto, non suscita alcuna replica nel fronte delle paladine delle donne, solitamente pronto a scattare come una molla al più lieve sospetto di infrazione maschilista. Quel che fu un «caso palese di femminicidio aggravato da un cieco desiderio di vendetta» come ha scritto Vittorio Sgarbi su questo Giornale («non ci fu pietà verso questa innocente barbaramente uccisa, la cui unica responsabilità era di essere stata fino all'ultimo vicina a Mussolini») e che diventa oggetto di una battuta inelegante in un talk show, invece, non provoca la minima reazione. Tranne sui social network che già pochi minuti dopo il paragone tra la Petacci e il maiale, si riversano sul profilo Twitter di Gene Gnocchi per insultarlo («Ma credi che il tuo sia umorismo? Hanno fatto bene alla Domenica sportiva a licenziarti anche se tardivamente», è uno dei messaggi meno duri all'indirizzo del comico). Anche nel mondo ex An l'uscita di Gnocchi disturba molto. Per il Secolo d'Italia, storica testata della destra post-missina, Gnocchi è «Genio più che Gene perché ha capito che nell'Italia dei Fiano e delle Boldrini non esiste rifugio più comodo dell'antifascismo. Soprattutto quando, come nel suo caso, l'antifascista è solo un comico fallito». L'ex deputata finiana Flavia Perina suggerisce a Gnocchi altri modi per dare del «maiale fascista» a qualcuno, al posto di prendersela con la Petacci che «è pur sempre una donna fucilata senza processo e appesa per i piedi, e non è che fa tanto ridere (noto solo ora la risatina di Floris: pure lui se la poteva risparmiare)». L'europarlamentare azzurra Alessandra Mussolini ritwitta il post del vignettista Krancic: «Gene Gnocchi, tu sei un verme! Paragonare il maiale che gira per Roma alla Petacci è una merdata che solo uno st.. come te poteva partorire». Mentre il presidente dell'associazione no profit «Campo della Memoria», che si è occupata del restauro della tomba della Petacci al Verano di Roma, fa sapere che stanno raccogliendo le firme «per chiedere l'allontanamento di Gnocchi dalla trasmissione». Una pagina buia della storia italiana, che ha indignato anche storici esponenti della sinistra e della Resistenza, come Ferruccio Parri vice comandante del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che definì piazzale Loreto «macelleria messicana». Sulle ultime ore di Clarice Petacci, compagna segreta di Mussolini dai primi anni '30, fascista per amore di Mussolini ma priva di responsabilità politiche, si è scritto molto. La testimonianza del partigiano comunista Walter Audisio, esecutore materiale - secondo la storiografia ufficiale - dell'assassinio del Duce, racconta che la Petacci «gridò enfatica: Mussolini non deve morire», prima di essere fucilata anche lei, aggrappata alle gambe del morto. L'ex missino Giorgio Pisanò ha indagato e aggiunto ricostruzioni raccapriccianti sullo stupro («È stata più volte violentata da Martino Caserotti», un partigiano che conservò scarpe e foulard della Petacci) e sulla questione della biancheria intima mancante. Una storia tragica, una battuta da pessima osteria.

Com’è triste quell’uscita, caro Gene…, scrive il 18/01/2018 Emanuele Beluffi su "Il Giornale". Ma che cosa gli è passato per la testa? Lo difenderemo sempre perché è un grande attore comico, ma non possiamo proprio evitare di commentare la sua uscita dell’altra sera nel salotto compassato di Giovanni Floris come “voce dal sen fuggita”: niente niente Gene Gnocchi ti dice che Claretta Petacci è un maiale. Bon, un passo indietro: la foto del famoso suino romano mentre rovista nell’immondizia resa virale (ora si dice così) da Giorgia Meloni come “commento plastico” dell’incapacità (ma va?) del sindaco Virginia Raggi a gestire quel che ormai s’è fatto ingestibile non solo ha scatenato l’ovvio “alzamiento” indignato dei “grilletti” al potere nell’Urbe, ma ha dato la stura “ex post” a Gene Gnocchi per una battuta che non fa ridere perché non ha senso. In nessun senso: «E’ un maiale femmina. Si chiama Claretta Petacci». E ‘sti cazzi??! Cosa c’entra? Perché? Caro Gene, eri forse ospite di un collettivo politico indietro nel tempo al 1977? Dovevi far bella figura perché eri in una casa occupata e fuori c’erano i celerini? Volevi affascinare la ragazza col pugno chiuso dietro le barricate? O forse ti sentivi in un’area protetta (Floris) e quindi ti pensavi libero di sparare le meglio cazzate? Ma dai, questi arditismi da presidio democratico contro i rigurgiti fascisti (brrrr…..) te li perdoneremmo se fossimo nel pieno degli scontri fra sanbabilini (dal nome di Piazza San Babila a Milano) e autonomi negli anni Settanta, ma oggi? Dai Gene, perfino una deputata Dem ti ha castigato, non ricordo il suo nome ma ricordo benissimo che ti ha detto che le donne non si toccano: di qualunque colore politico, le donne non si toccano! E nemmeno i morti, di qualunque fede! E poi, scusa Gene, ma lo sai che la povera Petacci fu uccisa perché la sua unica colpa era stata quella di aver amato Mussolini? Che bisogno avevi? L’hai fatta fuori dal vasino, sei passato dalle stelle alle stalle anzi alle porcilaie che lasciano tutti, ma proprio tutti, AGGHIACCIATI: Perfino Floris è rimasto senza parole, non sapeva che dire. Ma chi sono io maschietto per darti il benservito? “Siamo tutte maiale !!! #GeneGnocchi“, leggo in un tweet sul profilo di Nina Moric, la quale in quanto donna ti ha risposto con una di quelle rasoiate che solo le donne sanno dare: “#GeneGnocchi è l’unico essere umano la cui voce nonostante la R moscia, invece di risultare eccitante è una delle principali cause di secchezza vaginale“. Tiè! Indignati caro Gene, ma mi sa che ora sei rimasto tu senza parole.

Petacci, Gnocchi non si pente: "Rivendico diritto di fare satira". Dopo la bufera il comico Gnocchi precisa: "Sulla Petacci solo un malinteso". Ma rivela: "Non mi sento in colpa", scrive Gabriele Bertocchi, Giovedì 18/01/2018 su "Il Giornale". La bufera che si è abbattuta su Gene Gnocchi dopo la "battuta" infelice e di poco gusto su Claretta Petacci - definita in tv come "un maiale" - durante un commento a un video postato da Giorgia Meloni pare non assopirsi. Gene Gnocchi in diretta su Circo Massimo, programma di Radio Capital è tornato sulla questione Petacci: "È un malinteso. Mai e poi mai infierirei su dei morti, lontanissima da me l'idea di dileggiare Claretta Petacci". Ma ci tiene a sottolineare che "mi dispiace se qualcuno si è sentito toccato, ma non mi sento in colpa e rivendico il diritto di fare satira". Eugenio Ghiozzi (nome di battessimo del comico) precisa che l'obiettivo della battuta "era Giorgia Meloni: pubblicava tante foto sui social e sembrava come quando si smarrisce un gatto o un cane, e pensando a lei ho dato quel nome al maiale. E lei, che è una donna intelligente, non ha reagito. È una cosa lieve, minima come idea di base". Il 62enne fa sapere però che ha ricevuto minacce da ambienti dell'estrema destra: "Stamattina ho trovato manifesti intimidatori di Forza Nuova sotto casa mia". Inoltre ha spiegato che "hanno minacciato di manganellarmi. Il loro sito dice che non ho la scorta e posso essere manganellato". Gnocchi poi ricorda che "bisogna vedere riconosciuta l'assoluta indipendenza da qualunque schieramento. A diMartedì prendiamo in giro tutto l'arco costituzionale. Posso avere delle simpatie, ma questo non mi esime dal fare il mio lavoro e dal prendere in giro tutti". "E' una brutta campagna elettorale, queste polemiche da Orietta Berti a questa non sono un buon abbrivio".

Gene Gnocchi, Claretta Petacci e il maiale, rivolta a destra. "Boldrini, perché non...?", il brutto sospetto, scrive il 17 Gennaio 2018 "Libero Quotidiano". "Signora Presidente Laura Boldrini: nulla da dire sulla performance di Gene Gnocchi e Floris?". Il tweet di Massimo Corsaro, deputato di Fratelli d'Italia, riassume al meglio il delirio scatenatosi dopo la discutibile copertina "satirica" del comico emiliano a DiMartedì, su La7. A far impazzire di rabbia il popolo della destra è stata la battuta su Claretta Petacci. L'amante di Benito Mussolini è stata paragonata al maiale che razzola tra i rifiuti a Roma, protagonista di una polemica politica innescata da Giorgia Meloni contro l'amministrazione Raggi. "Continuo ad apprezzare l'ironia brillante del comico e conduttore televisivo emiliano. Certo è che il periodo elettorale, il crollo del Pd nei sondaggi, debbono far perdere la testa e la giusta ironia", è la reazione (signorile) di Rachele Mussolini, nipote del Duce e consigliere comunale di Roma della Lista Civica Con Giorgia. "L'espressione greve, il riferimento inopportuno e sciatto di linguaggio, ancor più grave in quanto televisivo, dimostrano la rabbia e l'acredine che è in uso nel panorama politico in Italia. Situazioni del genere, deprecabili, servono esclusivamente a fomentare ed esacerbare gli animi. Questa non è satira e neppure ironia, quella di Gene Gnocchi su Claretta Petacci è basso turpiloquio televisivo. Dispiace per la sua caduta di stile e ancor di più per le offese ad una defunta". Meno composta la reazione di sua sorella, Alessandra Mussolini, che a proposito di Gene Gnocchi ha parlato di "verme, stronzo e merdata".

[La polemica] L'assurda battuta di Gene Gnocchi sulla "Petacci maiala" e il silenzio imbarazzante delle femministe. L'infelice uscita del comico parmigiano ci consegna un Paese ancora diviso a metà, con la destra sdegnata e inferocita e la sinistra e le femministe distratte e assenti, scrive Ugo Maria Tassinari, giornalista e studioso, il 18 gennaio 2018 su Tiscali notizie. La pessima battuta di Gene Gnocchi sul maiale che gira per Roma (“è femmina e si chiama Claretta Petacci”) ci consegna un Paese diviso a metà. Nello studio “Di martedì” hanno riso o sorriso tutti, a cominciare dal conduttore. Da ieri mattina, invece, a una unanime indignazione, con tratti di autentica rabbia e di insulti minacciosi nei confronti del comico parmigiano, della stampa e del “popolo di destra” ha fatto da contrappeso un silenzio abbastanza omogeneo a sinistra. 

L'ira della Mussolini. Decisamente sopra le righe la replica di Alessandra Mussolini, che parla di “verme, stronzo, merdata” mentre insolitamente pacato è l'intervento del deputato di centrodestra Massimo Corsaro, più volte stigmatizzato per tweet razzisti e antisemiti: "Signora Presidente Laura Boldrini: nulla da dire sulla performance di Gene Gnocchi e Floris?” Una domanda legittima visto che la presidente della Camera della lotta alle offese verso le donne e al linguaggio sessista ha fatto un cavallo di battaglia, a partire dalle campagne di autentico odio sociale e di fake news che ripetutamente le ha mosso contro la destra populista. Stavolta, invece, ha taciuto. 

Due voci controcorrente. Eppure, a prescindere dal giudizio storico sui fatti di piazzale Loreto, niente incarna meglio l'archetipo di questa violenza verbale del dare della “troia” a una donna, peraltro stuprata prima di essere “giustiziata”. Due soltanto i giornalisti che hanno rotto il fronte “antifascista”: il direttore del Dubbio, Pietro Sansonetti, un garantista che ama navigare controcorrente, e Mattia Feltri. L'editorialista della Stampa ricorda che anche un leader partigiano inossidabile come Sandro Pertini, uno dei capi della Resistenza che decisero la condanna a morte di Mussolini e l'esecuzione del suo seguito, si vergognava talmente dell'uccisione della donna da commentare, nel 1988: “La sua unica colpa è di aver amato un uomo”. E se ieri mattina l'hashtag #GeneGnocchi è entrato nella top ten di Twitter, oggi dilaga su Facebook la rubrica di Feltri jr: più di 13mila like, quasi tremila condivisioni. Tra queste c'è anche quella di Enrico Mentana, che chiosa: “Meglio di così non lo si poteva scrivere”.

Il silenzio delle donne. Inquietante il silenzio delle donne, anche delle femministe ancora fresche dell'aspro confronto sul “manifesto francese”, firmato dalle tre Caterine (Deneuve, Millet, Robe Gillet) e da cento protagoniste della cultura e dello spettacolo in difesa del diritto dei maschi al corteggiamento “pesante”. Eppure la questione la definisce molto chiaramente la giornalista Flavia Perina, L'ex parlamentare finiana, proveniente dai ranghi dell'estrema destra rautiana ma da tempo approdata a una posizione aperta, fuori da ogni steccato ideologico, dedica poche righe al caso: “Volendo dire 'maiale fascista' avrei da suggerire a Gene Gnocchi un sacco di modi al posto della citazione del nome di Claretta Petacci da lui proposta ieri sera in associazione con foto di maiale tra i rifiuti, che in fondo è pur sempre una donna fucilata senza processo e appesa per i piedi, e non è che fa tanto ridere. (Upgrade: noto solo ora la risatina di Floris: pure lui se la poteva risparmiare)”.

La toppa più imbarazzante della battuta. Imbarazzante, infine, la toppa messa da chi ha provato a circoscrivere il danno spiegando che no, Gnocchi non voleva offendere Claretta Petacci ma semplicemente punzecchiare, colpendola nel suo immaginario sentimentale, Giorgia Meloni. E' stata infatti la leader di Fratelli d'Italia ad aver diffuso sul suo network social le immagini del maiale che grufola. Decisamente una toppa peggiore del buco. 

TV SPAZZATURA, scrive il 17/01/2018 Cristina Di Giorgi su "Il Giornale d’Italia". Claretta Petacci e le battute (a sproposito) di Gene Gnocchi. Il comico ha dato il nome della donna che morì con Mussolini al maiale che grufola tra i rifiuti della Capitale. Nel Paese dei vari Fiano, Boldrini e compagnia starnazzante, dove tutto e il contrario di tutto è lecito in nome di un “antifascismo da operetta” che si tinge ogni giorno di più di ridicolo, è perfettamente normale che un comico o presunto tale si permetta di offendere una donna stuprata, massacrata e appesa, da morta, a testa in giù. Una donna il cui unico torto è stato quello di amare l'Uomo più odiato dalle cosiddette “anime belle” (che belle non lo sono nemmeno un po') di ieri e di oggi. E' accaduto infatti che tal Gene Gnocchi, in qualità di “comico”, intervenendo in diretta tv nella puntata del 16 gennaio del programma “Di Martedì”, commentando le immagini di un video che mostra una scrofa grufolante tra i rifiuti a Roma, abbia avuto l'idea di dire: “E' un maiale femmina. Si chiama Claretta Petacci”. Una battuta sottolineata dalle risate del conduttore della trasmissione Giovanni Floris e seguita, sui social, da una valanga di reazioni indignate e commenti (giustamente) tutt'altro che teneri indirizzati al suddetto “giullare del politicamente corretto”, che hanno in vario modo criticato l'offensivo e rivoltante riferimento alla donna che ha amato Benito Mussolini così tanto da decidere di morire insieme a lui. Nonostante da quel sangue versato siano passati più di settant'anni, è purtroppo evidente (e la battuta di Gene Gnocchi è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare in tal senso) che le anime marce nelle quale hanno trovato radici l'odio cieco e violento, che non si ferma nemmeno davanti alla morte, hanno continuato a nutrirsi di astio e risentimento. All'offesa terribile rivolta a Claretta, in cui le risate del conduttore di “Di Martedì” appaiono gravi quanto le parole del “comico” ospite della trasmissione, è andato poi ad aggiungersi nelle ore successive, un ulteriore insulto. Il silenzio assordante di tutti i personaggi di solito pronti a dire la loro sull'importanza del rispetto dei diritti delle donne e a far piovere strali di indignazione su tutto quanto non risulta conforme al pensiero unico antifascista.

Il silenzio degli indecenti su una gag da porcile. Claretta Petacci paragonata a un maiale. Lei che volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, scrive Marcello Veneziani il 18 Gennaio 2018 su "Il Tempo". Ma non provate vergogna, voi della Sette, Floris, Mentana e voi Autorità Vigilanti, Presidenti di Camere, Senato, Anpi, Femministe, davanti alla schifosa, incivile battuta di Gene Gnocchi – se questo è un comico – sulla scrofa che razzola tra i rifiuti romani e che lui ha battezzato con la genialità di un demente malvagio, Claretta Petacci? Non stiamo parlando della macabra e bestiale macelleria di Piazzale Loreto, che fa vergognare ogni paese civile; non parliamo nemmeno di feroce vendetta contro un dittatore, un regime, una guerra. Qui parliamo di una donna che per amore solo per amore volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, fino a condividere la morte, e prima lo stupro e poi lo scempio del cadavere. Non ebbe responsabilità durante il fascismo, Claretta Petacci, non trasse profitto, non consigliò mai Mussolini su nessuna scelta né lo spinse a commettere errori, non fece cerchio magico intorno al Duce. Fu amante appassionata e devota, spesso tradita, sempre ferita dall'essere comunque l'altra rispetto alla moglie e alla madre dei suoi figli. E persino lei, la sanguigna, verace Rachele, non ebbe parole di odio per la donna che restò al fianco di suo marito fino a farsi trucidare con lui, ma si lasciò sfuggire un moto sommesso di affetto e perfino di dolcissima invidia, perché avrebbe voluto essere stata lei al suo posto. I versi di un grande poeta come Ezra Pound su Ben e Clara appesi per i calcagni resteranno nei secoli. Del resto ognuno ha il cantore che si merita: c'è chi ha Ezra Pound e c'è chi ha Gene Gnocchi. Ricordo anni fa che uno storico divulgatore, di cui per carità verso un defunto taccio il nome, scrisse un libro sugli amorazzi di Mussolini, sulle sue amanti e i suoi figli illegittimi e per promuovere il libro organizzò una cena in tema. Nel menù c'era “petto di tacchino farcito alla Claretta”. Mi parve allora bestiale quell'allusione spiritosa al petto della Petacci e soprattutto alla farcitura che poi nella realtà fu una sventagliata di proiettili. Ma quella spiritosaggine triviale sembra oggi una delicatezza da gentleman rispetto alla battuta da porcile di Gnocchi. Femminicidio, violenza alle donne, sessismo, che considera l'amante femminile sempre una troia, volgarità in tv, correttezza di linguaggio: vanno tutti a puttane nel silenzio generale, col sorrisino compiaciuto di Floris, davanti a quell'atroce, feroce porcata di Gnocchi. Mi auguro che sia solo un frutto di abissale ignoranza, anche se è difficile pensare che uno anziano come Gnocchi non sappia almeno per sommi capi la storia. Un’ignoranza becera, comunque aggravata dal fatto che insultare i fascisti, calpestare i cadaveri loro e dei loro congiunti, è facile, hai dalla parte tua le istituzioni, i media, il conformismo della cultura, i parrucconi e i maestri censori. Magari ti scappa un contratto, una menzione, un elogio per il tuo intrepido coraggio antifascista. Mi auguro che la gente lo cancelli definitivamente dal novero dei comici; che resti a fare le sue serate comiche nei centri sociali, ma di quelli antagonisti feroci, o all'Anpi che non ha mai un moto di umanità verso i morti, i vinti e i trucidati o nelle sette sataniche. Che racconti a loro le sue troiate. E che finisca lui tra i rifiuti della tv spazzatura, insieme alla scrofa di cui ha meritato la parentela.

Da Mussolini alla Dc, il sesso ai tempi del potere. Napoleone e Vittorio Emanuele II si facevano portare donne per rapporti brevissimi. Col Duce si mettevano in fila. La Democrazia cristiana faceva tutto con discrezione: gestiva l’amante di Scelba e l’omosessualità di alcuni suoi esponenti di punta col riserbo di un grande partito, scrive Alessandro Marzo Magno il 22 Maggio 2011 su "Il Tempo". Il sesso compulsivo dei potenti non è certo una novità: la storia rigurgita di personaggi che badano solo alla quantità, che praticano un sesso onanistico mirato all'autosoddisfazione e che non ha alcun riguardo per la donna in quel momento coinvolta. Una contessa veneziana racconta di esser stata un sera portata (consenziente) nella stanza occupata in quel momento da Napoleone Bonaparte, al tempo semplice generale, che aveva appena messo fine alla millenaria storia della Serenissima. Bonaparte è assiso alla sua scrivania, quando la donna entra nemmeno si volta, le dice di spogliarsi e sistemarsi nel letto, cosa che la tapina fa. A un certo punto il generale corso si alza, si congiunge per un tempo brevissimo (minuti? Più probabilmente secondi) con la contessa, si riassetta, si rimette alla scrivania e invita la nobildonna a rivestirsi e a levarsi dai piedi. La scena si ripeteva più o meno ogni sera. Un vero e proprio malato di sesso è Vittorio Emanuele II. Non passa giorno senza che il primo re d'Italia grugnisca in piemontese di portargli una donna, cosa che gli efficienti servizi di sicurezza di Casa Savoia fanno. Gli consegnano una donna purchessia con la quale re Vittorio ha un velocissimo rapporto e poi, saziato all'istante, la paga e la manda via. Ma chi fa giungere al parossismo questo tipo di bulimia sessuale è Benito Mussolini. Come andassero le cose lo spiega Mimmo Franzinelli, storico del fascismo, a Gorizia per è Storia, che ha curato l'edizione dei diari di Claretta Petacci 1939-40 appena uscita con Rizzoli. «La novità di Mussolini – spiega – è il culto della personalità. Non aveva bisogno che la polizia segreta gli procurasse le donne, perché gli si offrivano spontaneamente. L'Archivio centrale dello Stato, a Roma, conserva una quantità di lettere di femmine in delirio che gli chiedono un incontro». A gestire il traffico è il segretario del duce, Quinto Navarra, che conoscendo gusti e attitudini del capo sceglie tra le lettere le donne che più si avvicinino alle sue esigenze. Gli incontri avvenivano a Palazzo Venezia, spesso truccati da udienze. Le donne venivano introdotte nell'ufficio del capo del governo, dove veniva consumato un rapporto di natura conigliesca sulla scrivania, sul tappeto, sul divano. In questo modo Mussolini vedeva rassicurata la sua mascolinità con donne che non avrebbe mai più rivisto. E cambia anche il rapporto delle donne con lui: sono soddisfatte di esser state toccate, di averlo visto da vicino, di aver subito una sorta di imposizione taumaturgica da parte del maschio più maschio d'Italia. Erano donne di tutte le classi sociali, dalla popolana alla principessa, in deliquio per aver soddisfatto le voglie del simbolo della virilità. Tutto ciò accadeva mentre Mussolini aveva Claretta Petacci come amante e Rachele come moglie. «Nemmeno una donna giovane e desiderabile come la Petacci lo soddisfaceva», sottolinea Franzinelli. In compenso non disdegnava di prendersi ulteriori extra, come la giornalista francese (e spia tedesca) Magda de Fontanges che, ammaliata dal maschio latino, gli si concede durante un'intervista. La Petacci è gelosissima, nonostante questo (o forse proprio per questo) Mussolini la informa regolarmente delle altre, facendola infuriare. Claretta scrive nei suoi diari che Mussolini continua ad avere rapporti, seppur molto diradati, con Rachele. La moglie ogni tanto lo cerca, imponendogli di adempiere ai doveri coniugali e lui si concede purché lei si levi di torno e lo lasci in pace. «Avevano anche un gergo», osserva Franzinelli, «Mussolini diceva alla Petacci: “Oggi ho pagato il tributo”, lei capiva, lo insultava, piangeva, si disperava perché lo voleva tutto per lei». Nel dopoguerra, con i democristiani cambia tutto. Nelle zone più bianche, tipo Veneto, se un politico diccì si fa l'amante viene convocato in Curia e il vescovo in persona gli impone di tornare all'ovile. Questo testimonia due cose: che si stava ben attenti alla non ricattabilità dei politici e che i veri capi della Dc erano i vescovi. C'erano eccezioni, naturalmente: Mario Scelba ha per amante una signora romana dalla quale ha avuto anche una figlia segreta. Ma quando il “ministro di polizia” non è più in posizione tale da poter far saltare qualche testa e si oppone al neonato centrosinistra, si vede recapitare in busta chiusa una foto di lui con l'amante al tavolino di un bar. Sono i servizi segreti: gli vogliono far capire che sanno e che è meglio se ne stia buono. Ma gli amori etero non fanno storia nella Dc. Ben più importanti sono i rapporti gay. Emilio Colombo proprio per questo non sarà mai candidato alla presidenza della Repubblica, pur avendo le carte in regole per aspirare alla carica. Nessuno, mai, si incaricherà di opporsi alla sua candidatura, semplicemente nessuno, mai, lo candiderà (la Dc era così, per chi non se lo ricordasse). Emilio Colombo, Mariano Rumor e Fiorentino Sullo erano soprannominati le “Sorelle Bandiera” e neanche tanto riservatamente, se in un famoso congresso Dc i delegati hanno apertamente applaudito alle “Sorelle Bandiera”. Il vicentino Mariano Rumor arriva a fare il Presidente del consiglio e si narra che nel suo studio privato romano avesse un balcone con una splendida vista sulla città e che invitasse i giovani virgulti ad affacciarsi per poterne poi contemplare le forme. Fiorentino Sullo, originario della provincia di Avellino, diventa più volte ministro, ma l'ostracismo di Amintore Fanfani verso di lui si fa talmente forte che abbandona la Dc per passare al Psdi. Ormai da qualche anno non è più un segreto che Bettino Craxi abbia a lungo avuto per amante Ania Pieroni, un'attrice romana, e che abbia avuto una più breve relazione con la pornostar Moana Pozzi. Ben più misteriosa è invece la storia di un politico della Seconda repubblica che avrebbe avuto una crisi dovuta a un'overdose di Viagra durante un rapporto con una show girl.

L’APOLOGIA DEL FASCISMO.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

100 ANNI DALLA RIVOLUZIONE: MALEDETTO OTTOBRE ROSSO. Russia, niente feste per i 100 anni della Rivoluzione: Putin non mette in discussione la stabilità prima del voto. Il Cremlino ha deciso da tempo: in vista delle presidenziali niente festeggiamenti ma spazio ad eventi culturali, mostre e dibattiti. La decisione non ha comunque fermato i preparativi del Partito Comunista: dal 1 all’8 novembre riunioni, serate di gala sia a San Pietroburgo che a Mosca. Nel pomeriggio la consueta parata attraverserà la centrale via Tverskaya per concludersi davanti alla statua di Marx dietro la Piazza Rossa, scrive Maria Michela D'Alessandro il 7 novembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Fare i conti con il passato in Russia non è mai stato facile, e Vladimir Putin lo sa bene. Glielo hanno insegnato a scuola, da giovane, nel Kgb e persino in famiglia: meglio guardare al presente e al futuro, senza però dimenticare il passato. Ricordare sì ma facendo attenzione. Cento anni fa la presa del Palazzo d’inverno nella capitale di allora San Pietroburgo cambiò per sempre la storia della Russia, e del mondo. Nella notte tra il 6 e il 7 novembre del 1917 – 24 e 25 ottobre secondo il calendario giuliano – c’era però un altro Vladimir al comando: il Partito bolscevico iniziò l’azione armata contro il governo provvisorio e l’insurrezione portò i rivoluzionari alla formazione di un governo presieduto da Vladimir Il’ič Ul’janov, per tutti Lenin. Quella Rivoluzione d’ottobre che segnò il crollo dell’impero russo e la nascita della Repubblica sovietica. Il no di Putin – A 100 anni da quel fatidico giorno, è difficile mettere d’accordo i russi sulla rivoluzione, tra l’indifferenza di alcuni e la nostalgia di altri. A mettere a tacere tutti è stato ancora una volta Vladimir Putin, da 18 anni il solo uomo al comando della “nuova” Russia: niente festeggiamenti ma spazio ad eventi culturali, mostre e dibattiti presieduti da professori universitari. Del resto anche il portavoce del Cremlino aveva chiarito che non ci sarebbe stato nulla da festeggiare, giustificando l’assenza di un programma ufficiale, seguito dalle dichiarazioni dello stesso Putin che, durante l’intervento al Valdai Club di Sochi, aveva definito i risultati della Rivoluzione di ottobre non univoci, ed oggi strettamente intrecciati a conseguenze sia negative che positive. Eppure, le tracce dell’ottobre 1917 sono indelebili. La festa dei comunisti – “Prima degli anni Novanta, era grande festa nazionale, tutti i cittadini erano quasi obbligati a partecipare alle celebrazioni”, spiega Andrey, un signore di mezza età cresciuto ai tempi dell’Unione Sovietica. Durante il mandato di Boris Eltsin i carri armati non sfilavano più ma gli uffici rimanevano comunque chiusi e si festeggiava quella festa diversa solo per il nome, diventata il “Giorno della Riconciliazione Nazionale”. Infine nel 2005 fu sostituita con la festa dell’Unità Nazionale, spostata al 4 novembre in ricordo della vittoria dei russi sui polacchi del 1612. “Oggi per me non c’è niente da festeggiare, la rivoluzione fu una tragedia”, conclude Andrey. Anche se a pensarla così non sono le migliaia di persone atterrate a Mosca in questi giorni: 120 delegazioni arrivate da tutto il mondo, dalla Cina al Venezuela, dalla Corea del Nord all’Italia passando per il Vietnam, tutti per ricordare la rivoluzione e gli eventi legati ad essa. Domenica mattina in tanti hanno fatto la fila per visitare il mausoleo di Lenin, vedere la salma del padre della rivoluzione d’ottobre e deporre garofani sulla tomba del milite ignoto e la sua fiamma eterna che onora la memoria di oltre 20 milioni di sovietici caduti nella guerra contro il nazi-fascismo. La decisione di Putin non ha comunque fermato i festeggiamenti del Partito Comunista guidato da Gennadij Andreevič Zjuganov: dal 1 all’8 novembre riunioni, serate di gala sia a San Pietroburgo che a Mosca. Nel pomeriggio di oggi la consueta parata attraverserà la centrale via Tverskaya per concludersi davanti alla statua di Marx dietro la Piazza Rossa. E questa sera saranno tutti all’hotel Renaissance di Mosca per una cena speciale o forse solo piena di nostalgia. Paura della rivoluzione – Tutti tranne Vladimir Putin. Per paura, per bisogno di stabilità in vista delle elezioni presidenziali del prossimo marzo, o forse per cancellare quella parola tanto odiata. Dal latino revolutio, revolutionis, la rivoluzione da sempre significa mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici. E secondo Putin “la rivoluzione è sempre risultato di un deficit di responsabilità”. Secondo un sondaggio del Vciom, il Centro di Ricerca di opinione pubblica russa, pubblicato all’inizio del mese di ottobre, su 1.800 persone intervistate, il 57% ha definito la ‘rivoluzione’ come un evento storico inevitabile. Se il 38% dei partecipanti al sondaggio ritiene che gli effetti della rivoluzione siano stati positivi nel suo complesso, per il 92% sarebbe inaccettabile una nuova rivoluzione in Russia, così come i “rivoluzionari” pronti a prenderne parte, solo il 27%. La stessa ricerca ha rivelato come negli ultimi anni la simpatia nei confronti di Lenin, Stalin e Nicola II siano in aumento, passando da un 37% nel 2005 ad un 52% nel 2017 per il rivoluzionario georgiano, e dal 42% al 60% per l’ultimo imperatore di Russia. Quanto a Putin, se per una volta è stato escluso dal sondaggio del centro, altre ricerche, prime quelle del Levada Center, lo danno ancora in netto vantaggio su altri ipotetici candidati, se mai ce ne dovessero essere.

I russi non sanno come festeggiare la Rivoluzione d’ottobre (e Putin si tiene alla larga). Il 7 novembre saranno cento anni dalla rivoluzione guidata da Lenin che portò alla nascita dell'Urss. Putin non parteciperà alla marcia anche per non alimentare le opposizioni interne. Tra serie tv sull’ex nemico “Trockij” e film su Nicola II adulterino, la Russia non sa come affrontare il passato, scrive Andrea Fioravanti il 27 Ottobre 2017 su “LInkiesta”. Nel 1917 un Vladimir ha cambiato la Russia e il mondo facendo una rivoluzione nel mese di ottobre. Cento anni dopo un altro Vladimir non ha nessuna voglia di celebrare quell’evento per evitare che accada di nuovo. Il prossimo 7 novembre (il calendario non è più giuliano, ma gregoriano ormai) sarà passato un secolo esatto da quando Vladimir Ul'janov, in arte Lenin, a capo dei bolscevichi instaurò il regime comunista con un colpo di stato, rovesciando il governo provvisorio che aveva fatto abdicare lo zar Nicola II qualche mese prima. Dopo due guerre mondiali, una guerra fredda, sei segretari del partito comunista, un muro caduto e un decennio di disordine politico e sociale, il potere lo ha preso un altro Vladimir: Putin. E il presidente della Federazione russa non vede l’ora di togliersi il prima possibile questo impiccio. Per affrontare il più grande grattacapo istituzionale degli ultimi anni, il Cremlino ha una strategia chiara: festeggiare il meno possibile. Secondo il Financial Times, Vladimir Putin non parteciperà alla marcia del 7 novembre e l'evento serale sarà organizzato al Renaissance, un hotel nella periferia nord di Mosca, lontano dal Cremlino. Una decisione strana, in apparenza. Putin ha costruito la sua figura politica soprattutto partecipando ai grandi eventi di commemorazione della storia russa come la "Giornata della vittoria", festeggiata in pompa magna ogni 9 maggio, per celebrare la vittoria contro i nazisti nella seconda guerra mondiale. Putin vuole una festa onesta: «È inammissibile speculare su una tragedia che ha colpito tutte le famiglie russe non importa da quale lato delle barricate. Non può esserci la divisione, la malizia, il risentimento, l’amarezza del passato nella nostra vita di oggi e nei nostri interessi politici» ha detto in un discorso rivolto alla nazione dal Cremlino, una settimana fa. Il presidente russo vuole evitare speculazioni politiche con il presente ma anche ricordare che il nemico non è tra i nostalgici del regime o i putiniani, ma là fuori: «Ricordiamoci che siamo un solo popolo e che siamo soli». Già, soli contro l’occidente. È su questa scia che Putin ha costruito la sua figura di padre della nazione e restauratore dell’ordine dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica e il caos politico e sociale dell'era Eltsin. Ad ascoltare in prima fila il discorso di Putin c’era anche un altro Vladimir, Gundjaevil (Cirillo I) capo della chiesa ortodossa russa, istituzione lasciata ai margini dal regime sovietico e ripescata da Putin per sostenere la sua presidenza votata all’ideologia nazionalista. Putin si è posto come leader ed erede di un impero millenario che parte dal 988 e arriva fino all'annessione forzata della Crimea nel 2014. Nel mezzo alti e bassi, zar illuminati e pazzi, terribili e grandi. Sono loro a fare la storia con i generali e le guerre, non gli uomini comuni o i politici. In questo gigantesco (e semplificato) quadro storico l'Unione sovietica è considerata solo una piccola parentesi della storia, da ripescare solo per celebrare la vittoria contro i nazisti nel 1945. Anche per questo nel 2005 Putin ha cancellato l’anniversario della rivoluzione d’ottobre del 7 novembre (nel 1992 rinominata “Giorno della conciliazione”) per introdurre la “festa dell’Unità nazionale”. Putin ha voluto che si festeggiasse ogni 4 novembre l’anniversario della liberazione di Mosca dall’occupazione dei polacchi, avvenuta nel 1612 per dare un senso di continuità con la storia degli zar. Nel 1613 salì al potere lo Michele I che diede inizio alla dinastia dei Romanov, durata poco più 300 anni fino alla destituzione di Nicola II, proprio nel 1917. Non solo una festa, ma un simbolo politico. Per capirci, il 4 novembre dell’anno scorso il Governo ha fatto erigere davanti alle porte del Cremlino una statua di 17 metri di un altro Vladimir, il grande, considerato il fondatore della Russia e della Chiesa ortodossa nel 988 d.C. Un simbolo di una Russia unita che ignora il passato comunista per ricollegarsi alle origini della sua storia. Secondo un sondaggio del 2014 dell’istituto indipendente Levada Center, solo il 54% dei russi intervistati ha identificato il nome corretto della festa dell’Unità nazionale e il 16% ha detto di non conoscerla. Anche se la celebrazione del 7 novembre è stata sospesa negli ultimi anni, il centenario non si può ignorare per tante ragioni. In fondo si tratta di un evento che non ha cambiato solo la storia nazionale russa ma anche quella del mondo intero. Ignorarla completamente sarebbe impossibile. Ed è impossibile visto che ogni strada, monumento, piazza è intrisa della storia dell'Unione sovietica. Sempre Putin ha detto che la rivoluzione russa «ha avuto conseguenze positive e negative». Un’analisi ambigua e indicazioni poco chiare del governo su come celebrare la rivoluzione ha lasciato ai russi molti dubbi se festeggiare o meno.

Il primo canale russo, Tv1, manderà a inizio novembre una serie tv sulla rivoluzione russa. Protagonista: Lev Troctkij. Sì, proprio lui: il teorico della rivoluzione comunista permanente, braccio destro di Lenin e nemico di Stalin che lo fece prima esiliare in Messico, poi uccidere e subire una damnatio memoriae. La “rai” russa, controllata dal governo, ha scelto di riabilitare l’uomo più odiato dal regime staliniano per raccontare la rivoluzione del 1917. Un altro modo ancora per il governo di smarcarsi da quel periodo storico. Finalmente la Russia è riuscita a storicizzare il proprio passato? Non proprio. Ieri è uscito al cinema “Matilda” un film sulla storia d’amore tra lo zar Nicola II e Matilda Kshesinskaya, ballerina del Teatro imperiale di S.Pietroburgo. Il film ha scatenato polemiche per le scene di sesso tra i due definite oltraggiose da molti, compresa la deputata Natalia Poklonskaya. La 37enne, dal 2014 al 2016 procuratrice generale della Repubblica autonoma della Crimea, mandata dal governo russo dopo l’annessione forzata della regione, ha chiesto di proibire il film nelle sale. La dichiarazione del volto ufficiale del regime alla Duma, il parlamento russo, è una rassicurazione alla chiesa ortodossa russa che ha santificato Nicola II. Ora, nel film Nicola Romanov non era ancora diventato zar e compare in poche scene, anche se la maggior parte di sesso, ma questo non ha impedito a molti cinema di rifiutare la proiezione. E in quello dove si è svolta l'anteprima, la polizia ha controllato che non ci fossero delle bombe in sala. A Ekaterinenburg, il principale centro economico dell’area degli Urali, il 4 settembre un uomo ha incendiato due macchine davanti alla sede dell'avvocato di Alexey Uchitel, regista del film. Da occidentali è difficile capire perché i russi si affidino ancora a lui dopo 17 anni di potere. Questo ex agente del Kgb con la passione per gli sport estremi e le pose da macho ha ereditato un Paese nel caos istituzionale, politico e sociale e gli ha garantito ordine e sicurezza. Sono queste le due ragioni principali. Tutto il resto è propaganda occidentale o del Cremlino. Per farlo Putin ha usato metodi duri, non democratici ma per la maggioranza dei russi era l’unico modo possibile e accettabile per non far crollare tutto il sistema. «Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente» è una massima attribuita al leader comunista cinese Mao Zedong (o Tse tung, se preferite). In Russia la confusione culturale e storica rimane, quella politica non ancora. Ma la situazione non sembra favorevole, almeno per Putin. Da occidentali è difficile capire perché i russi si affidino ancora a lui dopo 17 anni di potere. Questo ex agente del Kgb con la passione per gli sport estremi e le pose da macho ha ereditato un Paese nel caos istituzionale, politico e sociale e gli ha garantito ordine e sicurezza. Sono queste le due ragioni principali. Tutto il resto è propaganda occidentale o del Cremlino. Per farlo Putin ha usato metodi duri, non democratici ma per la maggioranza dei russi era l’unico modo possibile e accettabile per non far crollare tutto il sistema. La situazione negli ultimi anni è cambiata. Il principale oppositore del Cremlino, Alexei Navalny è stato definito da molti un blogger ma è una definizione riduttiva. Navalny è un avvocato, finanziere e giornalista che ha usato un blog (e non solo) per mobilitare i giovani russi. Come tutti i nati dopo la caduta del muro di Berlino non guardano la tv, sono sempre su internet e non hanno vissuto l’Unione sovietica. Putin ha portato sicurezza e ordine ma per farlo non ha potuto impedire la corruzione. È su questo pertugio di critica al sistema e non solo a Putin che Navalny ha costruito il suo movimento formato in gran parte da giovani e punta a vincere le elezioni il prossimo marzo. Non ci riuscirà. Anche perché c'è una terza e nuova candidata: Ksenia Sobchak. La figlia dell’ex sindaco di S.Pietroburgo e mentore di Vladimir Putin, fa la giornalista e ha un programma in tv. Come Navalny vuole prendere il voto dei giovani che protestano contro il sistema corrotto. Basta avere qualche rudimento di politica per sapere che divisi si perde. Putin ha avallato la candidatura di Sobchak proprio per dividere le opposizioni. Non solo Navalny e Sobchak, ma anche i nazionalisti russi che come sostiene il Carnegie Moscow Center sono sempre più fuori controllo. E l’attentato di Ekaterinenburg. Putin ancora non ha annunciato la sua candidatura e secondo alcuni potrebbe farlo proprio il 7 novembre. Ma il grande orso della politica russa rischia di inciampare tra i tanti piccoli nani politici ed estremisti che ha contribuito a creare. Anche per questo il centenario della rivoluzione russa del 1917, scoppiata per colpa di governanti incapaci di capire le istanze di cambiamento della popolazione è il peggior anniversario possibile da festeggiare.

La gita dei nostalgici comunisti Tutti a Mosca per la Rivoluzione. Una delegazione di politici di Pc e Rifondazione in Russia. Mummie con il pugno chiuso da Rizzo ad Alboresi, scrive Tony Damascelli, Mercoledì 08/11/2017, su "Il Giornale". I compagni si sono ritrovati tutti come quel giorno di cento anni fa. Cantando e marciando con il pugno chiuso verso la Cattedrale del Salvatore sul Sangue Versato a San Pietroburgo, la chiesa che venne eretta nel luogo dove venne ammazzato lo zar Alessandro II e ancora il treno di Lenin e la stazione ferroviaria Finlyandsky, dove Lenin tornò dopo l'esilio, e la fermata della metropolitana Gorkouskaya, dedicata allo scrittore Gorky, il palazzo museo della politica Kshesinskayaj e poi a Mosca, il Cremlino, la piazza Rossa, siti di nostalgia e di fede, falce e martello, la barba di Lenin e il suo copricapo agitato nell'aria gelida di novembre, poi i baffoni di Stalin e, ancora a San Pietroburgo, il museo galleggiante dell'incrociatore Aurora dal quale partì il colpo di cannone che segnò la conquista del Palazzo d'Inverno. Fedeli nel secolo, i comunisti di ogni dove, si sono visti, rivisti, conosciuti e riconosciuti, infine radunati, venendo da Cuba e dal Vietnam, dalla Corea del Nord e dalla Cina, Paesi dove la rivoluzione ha lasciato segni e sogni, eroi e vittime ma nel silenzio e con la propaganda che si deve ai regimi, tutti ma quelli di estrema sinistra con il privilegio particolare. Vladimir Putin si è tenuto alla larga da bandiere e icone, lontano dai cortei, dagli altri siti delle celebrazioni, niente falce e martello, fine di un'epoca, non della storia, la nuova Russia non dimentica ma evita il ricordo drammatico. I morti si contano, non si cancellano con la propaganda ma la memoria cerca di onorarli diversamente. In contemporanea ai cortei nostalgici, l'altra Mosca ha celebrato, con la consueta parata, i 76 anni della marcia dell'Armata Rossa che, il 7 novembre del '41, partiva verso il fronte per opporre resistenza al nemico. Sul fronte russo contemporaneo si sono presentati i nostalgici comunisti nostrani, di ogni sezione e cellula, Rifondazione, Pci, Pc dei lavoratori, con a capo, si fa per dire, Marco Rizzo e con lui Maurizio Acerbo, Marco Consolo, Mauro Alboresi, ultimi bolscevichi, in verità menscevichi, non più maggioranza ma ormai minoranza, coda di un tempo che fu, festival malinconico dell'Unità, smarrita non soltanto nelle edicole. Il compagno Lenin è sempre presente fra loro e nei manifesti, nei quadri, nei fogli d'epoca, ovviamente nel mausoleo, sotto una teca di cristallo, cadavere imbalsamato, monumento di se stesso, cioè di una filosofia e di un'azione politica poi devastata dai suoi successori come testimonia un sondaggio effettuato dal Levada center, un centro studi non governativo, anzi marchiato come «agente straniero». Secondo il 23% degli intervistati, Lenin ha portato il Paese sulla via del progresso e della giustizia, il 21% pensa che i successori, Stalin basta e avanza, abbiano distrutto il sogno e il 15% ritiene che Lenin abbia invece portato alla Russia morti e disgrazie. Lenin non si tocca ma c'è chi vorrebbe seppellirlo, portarlo via dalla Piazza Rossa, togliere quel macabro sito e trasformarlo in un museo perché la gente di Russia è ormai stanca delle tragedie. I nostri combattenti della falce e del martello, stimolati dal tovarisch Gennady Zjuganov, primo segretario dell'unione dei partiti comunisti, non la pensano così, sono imbalsamati, come il compagno Vladimir Ilic, sventolano idee, drappi e parole impolverate e polverose, residuati dell'altro secolo, non c'è più l'albergo Lux, dove i rivoluzionari si radunarono per l'assalto, oggi il viaggio tutto compreso, prevedeva albergo a tre stelle, escursioni con pranzo, trasferimento aeroporto-hotel-stazione, viaggio in treno Sapsan (collega ad alta velocità Mosca a San Pietroburgo, Sapsan significa «Falco» ed è la Freccia Rossa, guarda un po' le combinazioni cromatiche, delle ferrovie russe), tutto per euro 700, volo dall'Italia escluso. Non si resta più in coda per tre ore al controllo passaporti, scomparse le Zighuli si viaggia su vetture lussuose, le lampadine cimiteriali sono state sostituite con luci a cento watt, gli alberghi sono carichi di euro e dollari, il cambio al mercato nero è una barzelletta antica, così le calze di nylon e le penne bic, la mafia domina, la classe operaia spera nel paradiso in terra. Cento anni dopo, la Russia è ancora viva, da Lenin a Putin, sempre cinque lettere in testa a tutti, il Paese rivoluzionario è rivoluzionato. Il gruppo vacanze nostalgia dei comunisti nostrani rientra ai rispettivi domicili, con il selfie di un Paese che non è più quello dei loro sogni. Sabato prossimo il Partito Comunista dei Lavoratori terrà una conferenza per il centenario della Rivoluzione di Ottobre. Il sito: Reggio Calabria. Boia chi molla.

23 agosto - una data storica, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Il 23 agosto 1991, i telespettatori sovietici assistono increduli a uno spettacolo che mai avrebbero immaginato di vedere. All’onnipotente segretario generale dell’onnipotente Partito comunista dell’Unione Sovietica, Michail Gorbacev, appena liberato da una residenza estiva in cui i ribelli l’avevano imprigionato, viene intimato pubblicamente di tacere. Quell’interlocutore dal cipiglio vendicatore e imperioso è l’eroe del giorno Boris Eltsin, ex membro del Politburo, il quale si è sorprendentemente dimesso dal partito l’anno precedente ed è stato trionfalmente eletto a suffragio universale presidente della Repubblica di Russia. Umiliato, politicamente sconfitto, il giorno successivo Gorbacev e costretto ad annunciare le proprie dimissioni dalla direzione del Partito comunista e, soprattutto, il divieto dell’intromissione di quello stesso partito nell’esercito e negli organismi di Stato. Il 25 dicembre dello stesso anno, alle 19,30, la bandiera rossa con falce e martello, che sventolava sul Cremlino dal 1917, è sostituita dal vessillo tricolore russo. Muore così, dopo settantaquattro anni di potere assoluto, il primo regime comunista, trascinandosi dietro quello che Annie Kriegel aveva definito il «sistema comunista mondiale».

Cos'è il comunismo? Scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Il termine "comunismo", nato in Francia nel 1840, ma ha acquisito il significato corrente solo nel 1918, quando Lenin, dopo aver preso il potere in quello che era l'impero russo, ha chiamato il suo partito comunista. Fino alla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista nel 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. Marx ed Engels operano la suddivisione tra «socialismo utopistico» e «socialismo scientifico», che essi chiamano anche comunismo e che sarà la base ideologica di tutte le dittature comuniste. Il comunismo è una variante del socialismo. Mentre i socialisti credono nella democrazia e vogliono conquistare il potere democraticamente, i comunisti credono nella dittatura del proletariato e intendono arrivare al potere con la rivoluzione. In un'occasione, Lenin francamente ha definito il comunismo come la dittatura del proletariato, un potere non limitato da nulla, da nessuna legge, non condizionato da alcuna regola, che si basa sulla coercizione. Una definizione che descrive perfettamente ciò che è avvenuto sotto il suo regime. I comunisti, come i socialisti e gli anarchici, affermano che la loro dittatura è solo un regime temporaneo, istituito per distruggere le classi possidenti e l'intero ordine socio-politico borghese. Una volta che la borghesia sia stata schiacciata, lo stato sarà "appassito" ed è destinato a cedere il posto a una libera associazione di comunità. Ma questo obiettivo non è mai stato raggiunto da alcun regime comunista. La lotta di classe è stata intesa a partire da Lenin nel più drastico dei modi: l'eliminazione fisica di tutti quelli ritenuti incompatibili con l'edificazione del comunismo (tecnici, ingegneri, professionisti attivi sotto il governo zarista, contadini proprietari kulaki, religiosi e devoti). Questo sterminio ha raggiunto il suo apice con Stalin, e successivamente in Asia con Mao Tse-tung, e Pol Pot. Ovunque i comunisti abbiano preso il governo, la proprietà dei mezzi di produzione e dei terreni agricoli, è stata trasferita allo stato (nota: non agli operai, non ai contadini, ma allo STATO). La borghesia è stata annientata (non solo tramite l'espropriazione ma anche fisicamente tramite omicidi, persecuzioni, deportazioni) ma ad essa si è sostituita una nuova casta con difetti ancora peggiori: una nomenclatura improduttiva, vorace, ignorante che si è arrogata diritti e privilegi che fingeva di voler combattere. I regimi comunisti, quando non sono crollati per il fallimento economico o nel tentativo di riformarli (ed è il caso dell'Unione Sovietica) si sono atrofizzati. Cuba e la Corea del Nord sono due esempi evidenti di questa incapacità di evolversi. L'Unione Sovietica, si è disgregata con il tentativo di riformarla in senso democratico. Si vedano gli articoli: 23 agosto - una data storica - Soltanto Stalin. La Cina rimane una feroce dittatura comunista che sopravvive solo perché ha abbracciato l'economia di mercato: arricchirsi è glorioso (Deng Xiaoping). Tutte le esperienze di questo secolo indicano che un regime comunista non può essere cambiato democraticamente dal basso, dalla volontà popolare ma unicamente dalle classi dirigenti. Brano di Stéphane Courtois dal capitolo "I crimini del Comunismo" da "Il libro nero del comunismo" (Mondadori)

I crimini del comunismo, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Di che cosa parleremo, quindi? Di quali crimini? Il comunismo ne ha commessi moltissimi: crimini contro lo spirito innanzi tutto, ma anche crimini contro la cultura universale e contro le culture nazionali. Stalin ha fatto demolire decine di chiese a Mosca; Ceausescu ha sventrato il centro storico di Bucarest per costruirvi nuovi edifici e tracciarvi, con megalomania, sterminati e larghissimi viali; Pol Pot ha fatto smontare pietra dopo pietra la cattedrale di Phnom Penh e ha abbandonato alla giungla i templi di Angkor; durante la Rivoluzione culturale le Guardie rosse di Mao hanno distrutto e bruciato tesori inestimabili. Eppure, per quanto gravi possano essere a lungo termine queste perdite, sia per le nazioni direttamente coinvolte sia per l'umanità intera, che importanza hanno di fronte all'assassinio in massa di uomini, donne e bambini?

URSS, 20 milioni di morti,

Cina, 65 milioni di morti,

Vietnam, un milione di morti,

Corea del Nord, 2 milioni di morti,

Cambogia, 2 milioni di morti,

Europa dell'Est, un milione di morti,

America Latina, 150 mila morti,

Africa, un milione 700 mila morti,

Afghanistan, un milione 500 mila morti,

Movimento comunista internazionale e partiti comunisti non al potere, circa 10 mila morti.

Il totale si avvicina ai 100 milioni di morti. Questo elenco di cifre nasconde situazioni molto diverse tra loro. In termini relativi, la palma va incontestabilmente alla Cambogia, dove Pol Pot, in tre anni e mezzo, è riuscito a uccidere nel modo più atroce - carestia generalizzata e tortura - circa un quarto della popolazione. L'esperienza maoista colpisce, invece, per l'ampiezza delle masse coinvolte, mentre la Russia leninista e stalinista fa gelare il sangue per il suo carattere sperimentale, ma perfettamente calcolato, logico, politico.

Brano di Stéphane Courtois dal capitolo "I crimini del Comunismo" da "Il libro nero del comunismo" (Mondadori)

Soltanto Stalin

Il progetto di Gorbaciov di trasformare l’Unione Sovietica in una confederazione di Stati sovrani fallì dopo la secessione di varie Repubbliche. Nel settembre del 1991 l’Urss, già parzialmente disintegrata si dissolse.

Soltanto Stalin, scrive Indro Montanelli il 28 novembre 1988. Ero in Israele, anni cinquanta, quando dalla Russia di Kruscev cominciarono a giungere i primi segni di disgelo e di qualche apertura di frontiere. «Ne sarete contenti», dissi a Golda Meir, «ora anche i vostri potranno avere il passaporto.» «Contenti?» rispose lei. «Ne siamo atterriti. Quei popoli lì la prima libertà che si prendono quando gliene danno qualcuna è di ammazzare gli ebrei e poi di ammazzarsi fra loro.» Non è necessario essere un cremlinologo — razza fortunatamente in estinzione — per capire cosa sta succedendo in Russia e perché succede solo ora. Basta un po’ di Storia (e mi scuso per l’ovvietà del suoi suggerimenti). Quel Paese non ha mai conosciuto la democrazia — e temiamo che non possa conoscerla nemmeno nel prossimo futuro— non per qualche celeste maledizione ma perché, per tenere insieme le popolazioni che si è messa da secoli in corpo, ha sempre avuto bisogno di un potere centrale di ferro, secondato da una Polizia occhiuta e invadente. Lo fu quello degli zar, che cadde quando accennò a smettere di esserlo. Lo è stato quello di Lenin, di Stalin [si veda anche: Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore NRD] e dei suoi successori, fino a Breznev. Non vuole più esserlo quello di Gorbaciov, e la prima libertà che gli azerbaigiani sì prendono è quella di ammazzare gli armeni. Tanto per cominciare. Forse i padri della rivoluzione erano in buona fede quando dettero al loro Stato il nome di Urss, che significa Unione delle repubbliche sovietiche socialiste con pieno riconoscimento delle vari etnie che la compongono. Erano convinti di aver trovato un mastice più efficace della coazione poliziesca: l'ideologia. A furia di scrivere e di ripetere che i nazionalismi sono soltanto creazioni e inganni del capitalismo, è probabile che abbiano finto per crederci. Soppresso il capitalismo nei ceti sociali che lo incarnavano, i popoli proletari si sarebbero sentiti fratelli al di sopra di ogni differenza di sangue, di lingua, di cultura, di religione. La verifica l'abbiamo sotto gli occhi. Certamente Gorbaciov aveva previsto le tremende resistenza che la sua perestrojka avrebbe trovato nella cosiddetta nomenklatura, detentrice del potere con il diritto di abusarne, e quindi ben risoluta a difenderlo. Ma forse non immaginava che la minaccia più grossa al suo riformismo decentratore sarebbe venuta dall'esplosione dei nazionalismi, che ora rischiano di travolgerlo. Alcuni commentatori sostengono che ad accendere la miccia ed a propagare l’incendio siano proprio gli elementi conservatori (quelli che si riconoscerebbero, non so con quanta pertinenza, in Ligaciov), per dimostrare che i nazionali si combattono in un modo solo, quello di Stalin, e provocare così un ritorno ai suoi metodi. Può darsi. Ma la domanda che si pongono — ne siamo sicuri — i nostri lettori è se ce la farà Gorbaciov a domare l’incendio coi metodi suoi. Purtroppo, è una domanda cui nemmeno lui è in grado, ora come ora, di rispondere. Noi siamo convinti della sua buona fede. Così come lo siamo della sua capacità di manovra. L’uomo è di stazza. Ha visione strategica e coraggio da vendere. E se riuscisse a realizzare solo una metà di ciò che evidentemente ha in testa passerebbe alla Storia come il più grande protagonista di questo secolo, che pure di grandi protagonisti — nel bene e nel male — ne ha visti passare parecchi. Ma da dilettanti, a naso, e nella speranza di sbagliarci - non gli diamo più del trenta per cento di probabilità. Comunque due lezioni ci sembra di poter trarre sin d’ora da questa vicenda. La prima è che se settant’anni d’Internazionalismo proletario praticato senza esclusione di colpi non sono bastati a debellare i nazionalismi, vuoi dire che il sangue la lingua, la religione la cultura sono più forti dell'ideologia. La seconda è che i totalitarismi sono più facili o meno difficili da montare che da smontare. A liberalizzare la Russia e a guarirla dallo Stalinismo poteva forse riuscire un uomo solo: Stalin.

Le persecuzioni del comunismo alla religione, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". I teorici del comunismo non hanno mai nascosto il loro odio verso la religione. Marx ed Engels la definiscono “oppio dei popoli” ; Lenin la chiama “acquavite spirituale” ; Il comunista sardo Gramsci definisce la religione “puro narcotico per le masse popolari” . Il “socialismo scientifico” non va giudicato però nelle sue affermazioni teoriche, ma nelle sue realizzazioni pratiche, perché è nella prassi, come spiega Marx, che i filosofi dimostrano la verità del loro pensiero.

L'origine delle persecuzioni comuniste alla religione trova ispirazione nella rivoluzione francese: qui la persecuzione del cristianesimo si inquadrò in un più generale tentativo di sradicare completamente tutte le tradizioni dell'Ancien regime, con aspetti singolari come il culto della "dea Ragione" o la sostituzione dei nomi dei mesi del calendario. Sul piano giuridico, la posizione del comunismo nei confronti della religione è quella riassunta dall’art. 124 della Costituzione sovietica del 1936 secondo cui: “la libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”. Religione e antireligione non sono sullo stesso piano. La libertà religiosa è ristretta al culto privato, alla coscienza interiore del singolo e di fatto vanificata. L’antireligione ha invece il diritto di propaganda e l’appoggio dello Stato. L’ateismo deve espandersi occupando lo spazio pubblico, mentre la religione deve estinguersi, anche perché il sistema comunista nega la dimensione privata dell’individuo in nome del primato del pubblico e del collettivo. L’ateismo militante costituì, di fatto, il motore del sistema sovietico. Tutto ciò che apparteneva alla Chiesa, non solo proprietà e beni economici, ma seminari, scuole, orfanotrofi, ospedali, vennero nazionalizzati. Fu vietato l’insegnamento della religione e l’uso visibile di simboli religiosi, come icone e croci, perfino sulle tombe. Tutte le funzioni religiose e le manifestazioni pubbliche della religione, quali battesimi, matrimoni, funerali, dovevano essere prive di ogni riferimento religioso.

Cattedrali, chiese e cappelle destinate al culto furono trasformate in stalle per animali, in magazzini, in fabbriche, in sale cinematografiche. Si organizzarono “carnevali antireligiosi” nel periodo delle grandi feste liturgiche. Furono prodotti film antireligiosi e creati musei dell’ateismo, spesso nelle chiese. L’insegnamento e lo studio dell’ateismo venne reso obbligatorio nelle Università e nelle scuole di ogni ordine e grado. Anche la radio dell’Associazione degli Atei militanti trasmetteva su tutte le stazioni sovietiche in 14 lingue e, nel 1970 in URSS erano 4500 le stazioni radio che diffondevano la propaganda. La Chiesa ortodossa russa, prima del 1917 contava circa 210.000 membri del clero, tra monaci e preti diocesani, negli anni del Terrore, dal 1917 al 1941, ne vennero fucilati circa 150.000. Sempre nel 1917 i vescovi russi erano 300 e di essi 250 furono assassinati dai bolscevici. Dopo il crollo dell’impero, nel 1917 i cattolici erano forse 2 milioni e mezzo, i vescovi 14, i sacerdoti 1350, le chiese circa 600. Nel 1941 rimanevano aperte solo due chiese, una a Mosca e l’altra a Leningrado (appartenenti all’ambasciata francese) e vivevano nel Paese solo 1 vescovo (straniero) e 20 sacerdoti in libertà. I preti fucilati erano stati quasi 300, gli altri costretti ad emigrare. La campagna di ateizzazione proseguì, dopo la morte di Stalin (1953), sotto Kruscev e i suoi successori. Il rapporto Ilicev sull’educazione atea del novembre 1963 ribadì l’inconciliabilità di scienza e religione e la necessità di un sistema di coerente educazione scientifica atea. “Fra poco tempo – disse Kruscev – la religione finirà di esistere, la gente dimenticherà cosa è la religione ed io vi mostrerò l’ultimo sacerdote cattolico”. L’assalto alle Chiese dopo il 1945 La conferenza di Yalta sancì la spartizione dell’Europa in due zone di influenza: con il consenso dei governi occidentali, il comunismo sovietico divenne padrone assoluto dell’Europa orientale. Iniziò quindi la persecuzione contro i cristiani che vivevano nei Paesi dell’Europa orientale. Vanno ricordate le grandi figure di prelati cattolici che si opposero al comunismo in quegli anni terribili. Uno dei primi fu l’arcivescovo uniate di Leopoli in Ucraina, Joseph Slipyi. Quando i sovietici gli offrirono di divenire patriarca ortodosso di Mosca, purché rompesse con Roma, egli preferì continuare la sua vita nei gulag dove trascorse 17 anni e poi in esilio. Con lui va ricordato il beato Alessio Zaryckji (1912-1963), di nazionalità ucraina, deportato a Karaganda in Kazakistan, dove morì martire della fede nel 1963. Anche la Jugoslavia ebbe un suo simbolo eroico in Monsignor Alòjzije Stepìnac (1898-1960), arcivescovo di Zagabria, arrestato il 18 settembre 1946. Era accusato di condiscendenza verso il nazismo, ma il reale movente era la lettera pastorale del 23 settembre 1945, con cui l’episcopato da lui guidato rivelava che 243 membri del clero erano stati uccisi, 169 imprigionati e 89 scomparsi. Sottoposto a processo, fu condannato a sedici anni di lavori forzati, trasferito al carcere di Lepoglava e successivamente al domicilio coatto nel suo villaggio natale di Krašiæ, dove rimase strettamente sorvegliato dalla polizia fino alla morte per avvelenamento nel 1960. Fu beatificato nel 1998 da Giovanni Paolo II. In Ungheria, l’arresto del cardinale Jozsef Mindszenty (1892-1975), il 26 dicembre 1948, manifestò le intenzioni del regime. I comunisti lanciarono contro di lui una campagna di diffamazione analoga a quella lanciata contro Stepinac. A causa della sua eroica opposizione fu torturato per quaranta giorni consecutivi e costretto a firmare documenti di cui non conosceva il contenuto. Tutti gli ordini religiosi furono dichiarati fuorilegge (1950) e circa diecimila religiosi furono costretti a trovare altri modi di vivere. Nel 2009 è stato beatificato mons. Zoltan Meszlenyi (1892-1951), vescovo ausiliario di Esztergom, successore del cardinale Mindszenty, morto in campo di concentramento nel 1951. E’ il primo beato della dittatura comunista ungherese. Due altri nomi celebri sono quelli del cardinale Stéfen Wyszinski (1907-1981) arcivescovo di Varsavia e Primate di Polonia e del cardinale Josef Beran (1888-1969), arcivescovo di Praga, in Cecoslovacchia. Quando il cardinale Beran, arcivescovo di Praga, morì, nel 1969, fu segretamente fatto cardinale Stephan Trochta (1905-1974), che morì, a sua volta, nel 1974 dopo un brutale interrogatorio. Con lui va ricordato il Beato Vasil Hopko (1904-1970), greco-cattolico, arrestato e torturato, e il vescovo clandestino, Jan Korec, nato nel 1923, oggi cardinale, animatore della resistenza cattolica in Slovacchia. In Lituania, la “terra delle croci”, dal 1972, la rivista clandestina “Cronaca della Chiesa cattolica in Lituania” ha documentato gli atti di arbitrio e di violenza commessi contro il popolo lituano. Ancora negli anni Ottanta, in Lituania, i sacerdoti venivano minacciati, picchiati, uccisi, come padre Bronius Laurinavicius (1913-1981) e padre Juozas Zdebskis (1929-1986). In Albania, preti e laici furono uccisi a migliaia dai comunisti di Enver Hoxha, passato negli anni Sessanta, dal comunismo filo-sovietico a quello cinese. I gerarchi del Partito comunista si compiacevano ad affermare che l’Albania fosse divenuta “il primo Stato ateo del mondo”, come si legge nella costituzione approvata nel 1976. Tra le figure di spicco della resistenza va ricordato padre Mikel Koliqui (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Era stato condannato ai lavori forzati nel 1945, con l’accusa di ascoltare le radio straniere. In Bulgaria, paese a larga maggioranza greco-ortodosso, la Chiesa ortodossa bulgara divenne nel 1950, un organismo pubblico, al servizio dello Stato. Padre Eugenio Bossilkov (1900-1952), oggi Beato, fu arrestato, torturato, condannato a morte e gettato in una fossa comune nel 1952. In Romania, le chiese, le scuole, gli ospedali cattolici vennero chiusi o trasferiti agli ortodossi. Mons. Iuliu Hossu (1885-1970), nominato cardinale in pectore da Paolo VI, rifiutò di rinnegare la propria fede e morì in prigione, come il servo di Dio Anton Durcovici (1888-1951), vescovo di Iasi. In Moldavia, i vescovi Aron Marton (1896-1980) di Alba Iulia e il padre Alexandru Todea (1912-2002), poi cardinale passarono la loro vita in prigione e agli arresti. Sono in corso i processi di beatificazione di mons. Vladimir Ghika (1873-1954), morto in un carcere comunista, in seguito alle torture della Securitate e quello del francescano padre Clemente Gatti (1880-1952), anch’egli morto in seguito ai maltrattamenti ricevuti in carcere. In Romania vi fu qualcosa peggio di Auschwitz. Nessun lager o gulag eguagliò il carcere di Pitesti, a nord di Bucarest, tra il 1949 e il 1952, vero e proprio teatro degli orrori, dove il carceriere Eugen Turcanu aveva inventato i supplizi più efferati, per rieducare i prigionieri attraverso la tortura fisica e psichica, praticata a vicenda tra i detenuti politici. Ai seminaristi veniva infilata ogni giorno la testa in un secchio pieno di urina e di escrementi, mentre le guardie inscenavano una parodia del rito battesimale: Turcanu li obbligava i seminaristi a partecipare a messe nere, che lui stesso organizzava, specialmente durante la settimana santa e il venerdì santo. L’ombra dell’imperialismo comunista, fin dagli anni Trenta, si diffuse nel mondo. Come dimenticare l’olocausto rosso in Spagna, dove il numero dei preti e dei religiosi martirizzati è stato almeno di 6832, fra i quali trenta vescov. La maggioranza dei martiri del XX secolo finora beatificati dalla Chiesa risale soprattutto ai primi sei mesi della guerra civile spagnola, dal luglio 1936 al gennaio 1937. Anche l’Italia conobbe una “guerra civile” tra il 1943 e il 1945. È stata documentata la morte di 129 sacerdoti ammazzati dai partigiani comunisti tra l’8 settembre 1944 e il 18 aprile 1945. Tra questi, è stato beatificato don Francesco Bonifacio (1912-1946), ucciso dalle milizie di Tito nel 1946. C’è anche un seminarista di 14 anni, Rolando Rivi (1931-1945) per cui è avviata la causa di beatificazione. Il 18 gennaio 1952 Papa Pio XII nella Lettera apostolica Cupimus imprimis non esitò a paragonare la situazione dei cattolici e dell’intero popolo della Cina comunista a quella dei cristiani delle prime persecuzioni dell’epoca romana.

L’imponente libro Mao, "La Storia Sconosciuta" di Jon Halliday e Jung Chang , descrive dettagliatamente le pene patite dai seguaci di tutte le religioni in Cina nel secondo dopoguerra del Novecento. Nel 2000 è morto il cardinale Ignatius Kung Pin-Mei, l’arcivescovo di Shangai che ha passato 30 anni nei lager, 2 agli arresti domiciliari e 13 in esilio. Accanto al suo nome va ricordato quello del servo di Dio François-Xavier Nguyen Van Thuan, vescovo di Saigon (1928-2002) in Vietnam, imprigionato per 13 anni, dal 1975 al 1988, poi creato cardinale nel 2001. La persecuzione incruenta in Occidente Il comunismo è morto? I rapporti dell’Aiuto alla Chiesa che soffre documentano che la persecuzione continua da Cuba alla Corea del Nord, oltre che in Cina, dove i Laogai, inaugurati da Mao nel 1950, sono oggi ancora operanti, per annientare gli oppositori politici e fornire al regime un’enorme forza lavoro a costo zero. Non possiamo dimenticare però che accanto alla persecuzione cruenta, esiste quella incruenta, non meno feroce, che si serve del linciaggio mediatico e dell’isolamento morale. Esso fa parte della guerra culturale e psicologica del comunismo, che in Occidente ha trovato in Antonio Gramsci il suo maggiore teorico. L’anticristianesimo di Gramsci è sofisticato ma implacabile. Compito del comunismo, per Gramsci, è portare al popolo quel secolarismo integrale, che l’illuminismo aveva riservato a ristrette élite. Sul piano sociale, questo secolarismo ateo viene attuato mediante una eliminazione di fatto del problema di Dio, realizzata, secondo le parole del comunista sardo, da una “completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume” , cioè attraverso un’assoluta secolarizzazione della vita sociale, che permetterà alla “prassi” comunista di estirpare in profondità le stesse radici sociali della religione. Lo Stato “laico”, a differenza degli Stati atei del passato, non ha bisogno di professarsi esplicitamente ateo. Dio, ormai espulso totalmente da qualsiasi ambito sociale, non dev’essere nominato neppure per negarlo. Il Cristianesimo deve essere rimosso dalla memoria storica e dallo spazio pubblico, per evitare qualsiasi forma di autocomprensione cristiana della società. C’è quindi una stretta coerenza tra la richiesta, recentemente fatta all’Italia, di rimuovere il Crocifisso dai luoghi pubblici e l’espunzione di ogni richiamo al Cristianesimo dal Preambolo del Trattato di Lisbona. La nuova Europa, in cui non c’è posto né per Dio né per il Cristianesimo, realizza il piano gramsciano di secolarizzazione integrale della società. Il cuore ideologico del comunismo è il materialismo dialettico: la concezione del mondo secondo cui tutto è materia in trasformazione e la dialettica è la legge del perenne divenire. I regimi comunisti sono caduti, ma il relativismo professato e vissuto dall’Occidente si fonda sui medesimi presupposti del materialismo e del relativismo, ovvero sulla negazione di ogni realtà spirituale e di ogni elemento stabile e permanente nell’uomo e nella società. Dobbiamo prendere atto del fatto che la profezia di Fatima, secondo cui la Russia avrebbe diffuso i suoi errori nel mondo, si è avverata. La decomposizione del comunismo ha putrefatto l’Occidente. Il comunismo non è riuscito però a distruggere il Cristianesimo e in esso, e solo in esso, l’Europa può ancora trovare le ragioni della sua vita e della sua speranza. Roberto De Mattei, Convegno “The Fall of Communism Conference: 1989-2009 – Lessons learned” Zagabria – 4 dicembre 2009.

Evoluzione del comunismo: la distruzione della famiglia tradizionale, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Le teorie economiche dei comunisti si sono rivelate fallimentari: ovunque applicate hanno prodotto enormi catastrofi. Tuttavia alcune idee dei socialisti e dei comunisti sulla società, sulla famiglia, sull'educazione dei figli continuano a circolare, producendo danni altrettanto gravi e una aberrante povertà morale nelle società occidentali. L'estrema deriva di questo pensiero è l'ideologia gender che sostiene la non-esistenza di una differenza biologica tra uomini e donne determinata da fattori scritti nel corpo, ma che gli uomini e le donne sono uguali da ogni punto di vista. C'è, per l'ideologia gender, una differenza morfologica ma non conta nulla ed è superabile. Per gli ideologi gender, la differenza maschile / femminile è una differenza esclusivamente culturale: gli uomini sono uomini perché sono educati da uomini, le donne sono donne perché sono educate da donne. C'è secondo Stefano Zecchi (scrittore, filosofo ed ex comunista) un motivo culturale che conduce a propagandare la filosofia gender e cioè che l’estremismo radicale con cui prima la sinistra affermava che il comunismo era la salvezza per i popoli è stato trasferito nella convinzione che i generi vadano aboliti. “Dire che i generi non sono più maschio e femmina – afferma – ma addirittura 56 tipi diversi diventa la battaglia per un’identità politica. Come prima credevano sinceramente che il comunismo salvasse il genere umano e si riconoscevano nella moralità ineccepibile, così oggi sostengono che il gender salva dall’abbrutimento. Ma così la politica diventa biologismo, selezione della specie, darwinismo deteriore. Basta leggere i loro testi”.  Sempre Zecchi sull'indottrinamento dei bambini all'ideologia gender fin dalle scuole elementari: «Mette i brividi questo tentativo di sottrarre i bambini all’educazione dei genitori, contrapponendo ai valori e alle tradizioni della loro famiglia, qualcosa di imposto dallo Stato e di aleatorio». «Una cosa degna del peggior comunismo stalinista».

Comunisti contro la famiglia. Marx e Engels avevano le idee chiare sulla famiglia. Distruggerla. E l'hanno scritto ben chiaro nel Manifesto del partito comunista, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Abolire la famiglia! Sino i più radicali s’indignano a questa esecrabile intenzione dei comunisti. Quale è la base della famiglia borghese dell’epoca nostra? Il capitale e il guadagno individuale. La famiglia non esiste allo stato completo che per la borghesia, ma essa si completa nella prostituzione pubblica, e nella soppressione delle relazioni di famiglia per il proletario. La famiglia del borghese sparisce naturalmente colla scomparsa del suo completamento necessario, e l’uno e l’altro scompaiono coll’abolizione del capitale. Ci rimproverate di volere abolire l'educazione dei fanciulli fatta dai loro parenti? Confessiamo il delitto. Voi pretendete che sostituendo l’educazione sociale all’educazione domestica si spezzano i vincoli più cari. La vostra educazione non è forse essa pure determinata dalla società, dalle condizioni sociali, nelle quali voi allevate i vostri fanciulli, dall’intervento diretto od indiretto della società coll’aiuto delle scuole, ecc.? I comunisti non inventano l’influenza della società sull’educazione, essi ne cambiano soltanto il carattere e strappano l’educazione all’influenza della classe dominante.

Comunismo e diritto all'aborto, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Le cifre sull'aborto forzato in Cina (la politica del figlio unico) sono impressionanti: si stimano 400 milioni di morti da quando è entrato in vigore l'obbligo di generare un solo figlio. In anni recenti si sono superati i 13.000.000 di aborti all'anno. Il grafico illustra bene il divario con gli altri paesi. L’aborto libero e legale, cioè riconosciuto dalla Legge come diritto, come cosa giusta, appare per la prima volta nella Storia con la Rivoluzione comunista del 1917: il comunismo parte dal presupposto arbitrario che la famiglia non sia un istituto naturale, ma un portato della Storia, un istituto artificiale. La famiglia sarebbe tipica di un mondo ingiusto e corrotto, quello "borghese", che riconosce la proprietà privata dei beni materiali e quella che per i comunisti è la «proprietà privata degli affetti», la famiglia, appunto. Per Vladimir Lenin (1870-1924), che si colloca sulla scia dei pensatori social-comunisti - Dom Deschamps (1716-1774), Étienne-Gabriel Morelly (1717-1778), Babeuf (Settecento), Charles Fourier (1772-1837) e Karl Marx (Ottocento) - abolizione della proprietà privata significa dunque anche abolizione dei rapporti familiari moglie-marito, genitori-figli: per questo introduce, coerentemente, il divorzio e l'aborto. L'aborto per i comunisti è giustificabile anche alla luce di un altro cardine del pensiero comunista: il materialismo. L'uomo, e così pure il bimbo nel ventre materno, è pura materia, senza anima e destino immortali. Le conseguenze pratiche non tardano a manifestarsi. Françoise Navailh, nella sua Storia delle donne: il Novecento, a cura di Françoise Thebaud, (Ed. Laterza 1992), scrive: «L'instabilità matrimoniale e il rifiuto massiccio dei figli sono i due tratti caratteristici del tempo. Gli aborti si moltiplicano, la natalità cala in modo pauroso, gli abbandoni dei neonati sono frequenti. Gli orfanotrofi sommersi, diventano dei veri mortori. Aumentano gli infanticidi e gli uxoricidi. Effettivamente, i figli e le donne sono le prime vittime del nuovo ordine delle cose. I padri abbandonano la famiglia, lasciando spesso una famiglia priva di risorse». Gli effetti di tale politica divorzista e abortista si vedono ancor oggi: basti pensare quanti e quanto grandi sono gli orfanotrofi negli ex Paesi comunisti (Romania, Ucraina, Bielorussia, Russia, ecc…), da cui vengono presi gran parte dei bambini adottati in Europa (adozioni internazionali). In Russia si arrivava al punto, come ha raccontato Olga Kovalenko, olimpionica in Messico nel 1968, che, come lei, «anche altre ginnaste nell'URSS venivano indotte a concepire e poi abortire, perché con la gravidanza l'organismo femminile può produrre più ormoni maschili e sviluppare più forza. Se rifiutavano, niente Olimpiadi».

Il comunismo e l'ideologia "gender", scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". In campo di morale sessuale il comunismo ha fatto una completa inversione ideologica: sotto Stalin, Mao, e altri tiranni comunisti gli omosessuali venivano imprigionati, deportati e costretti ai lavori forzati. Ora, sotto le bandiere del partito comunista, ancheggiano pederasti, lesbiche, trans e ogni altra possibile categoria di persone appartenenti a qualche devianza sessuale. Le sedi di Sel / PD / Rifondazione comunista sono piene di bandiere arcobaleno, che capovolte sono diventate l'emblema dei "gay". Sono state rimosse le foto ufficiali di Stalin, (probabilmente non quelle di Lenin o di Mao) ma campeggiano in bella vista i ritratti di Pasolini. Uno degli artefici di questa tendenza della sinistra a farsi portatrice delle rivendicazioni di sodomiti e altri deviati è Mario Mieli. Mario Mieli [Mario Mieli: comunismo e depravazione] filosofo, pederasta e comunista italiano scriveva: Il maschilismo dimostra di essere il più grave impedimento alla realizzazione della rivoluzione comunista: esso divide il proletariato e – quasi sempre – fa dei proletari eterosessuali i tutori della Norma sessuale repressiva di cui il capitale necessita per perpetuare il proprio dominio sulla specie. Gli eterosessuali maschi proletari sono corrotti: essi accettano di farsi pagare la misera moneta fallofora del sistema per tenere a freno, in cambio delle gratificazioni meschine che ne traggono, la potenzialità rivoluzionaria transessuale delle donne, dei bambini e degli omosessuali. «Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l'Edipo, o il futuro Edipo, bensì l'essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l'amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica». In un brano del "saggio" “Gay rivoluzionario” di Mario Mieli, eroe – simbolo dell’omosessualismo, icona dell’ideologia gender in Italia: “Noi sodomizzeremo i vostri figli, simboli della vostra mascolinità debole, dei vostri sogni superficiali e delle vostre volgari menzogne. Li sedurremo nelle vostre scuole, nei vostri dormitori, nelle vostre palestre, nei vostri spogliatoi, nelle vostre arene, nei vostri seminari, nei vostri gruppi giovanili, nei bagni dei vostri teatri, nelle vostre caserme, nei vostri parcheggi, nei vostri club maschili, nelle vostre camere del Congresso, ovunque gli uomini sono insieme ad altri uomini. I vostri figli diventeranno i nostri lacchè e faranno ciò che vogliamo. Saranno plasmati di nuovo a nostra immagine. Ci desidereranno e ci adoreranno”. Mieli abbracciò il marxismo, cercando di rimodularlo sulle istanze della lotta di liberazione ed emancipazione omosessuale e ritenendo la società capitalista intrinsecamente omofoba. E' considerato il "filosofo" di riferimento di tutti quelli che si riconoscono sotto la sigla lgbt (lesbico – gay – bisex – trans).

I 100 ANNI DELLA RIVOLUZIONE. I comunisti di oggi peggio di quelli veri. I custodi del politically correct eredi dei marxisti. Vogliono un mondo di fantasia, e sono pronti a tutto per eliminare chi si oppone, scrive Marcello Veneziani il 7 Novembre 2017 su “Il Tempo”. Il 7 novembre di cent'anni fa il comunismo andò al potere a Mosca. E la storia del mondo cambiò, in peggio. Tutti celebrano da giorni la rivoluzione bolscevica, raccontano il clima e gli accadimenti di quei giorni ma nessuno ha osato fare un bilancio storico dei frutti tragici di quella Rivoluzione. Eppure il costo umano del comunismo supera quello di ogni altro regime, movimento, evento storico e perfino delle guerre mondiali. Ricordando giorni fa la Marcia su Roma i media si sono spinti fino alla Shoah che storicamente c'entra poco con l'Italia fascista del '22; parlando della Rivoluzione d'ottobre invece hanno osservato l'omertà totale sui gulag, le repressioni, i massacri, il regime totalitario e tutta la storia che seguì a quella presa del potere. Stasera, di questo e di altri Tramonti, dialogheremo a Roma con Fausto Bertinotti, comunista non pentito ma mente onesta e appassionata. Della rivoluzione bolscevica si sono registrate in questi giorni due significative rivendicazioni nostalgiche. Da una parte Mario Tronti, lucido teorico dell'operaismo, ha elogiato in Parlamento la rivoluzione leninista mentre i suoi colleghi erano presi dalla legge elettorale e lo vedevano come un marziano. La sua nota così vistosamente stonata, così fuori luogo e fuori tempo, ha acquisito perlomeno la nobiltà della sconfitta e il valore di una testimonianza decisamente fuori moda. Ancor peggio, sfidando la parodia, ha fatto Marco Rizzo, esponente dell'ultimo comunismo, che ha marciato su Mosca in una replica virtuale dell'assalto al Palazzo d'Inverno per onorare la memoria della rivoluzione russa. C'è qualcosa di grottesco, di patetico ma anche di rispettabile in questi ultimi “conati sovietici” in pieno nichilismo globale. Anche se è l'esatta applicazione di una celebre massima di Marx secondo cui la storia si presenta la prima volta come tragedia e poi si ripete come farsa. Ma come ricordare oggi il comunismo, a cent'anni dalla nascita e dopo il suo tramonto, più qualche grosso residuo come il comunismo tecno-capitalista in versione cinese? A parte la tragica contabilità delle vittime, qual è il suo bilancio storico? Quando il comunismo va al potere in ogni parte del mondo fallisce, si fa apparato poliziesco e regime repressivo, ovunque genera vittime e profughi: questo vuol dire che il difetto non è nelle singole realizzazioni o nei singoli artefici ma è proprio nell'essenza stessa del comunismo. Qual è allora il vizio d'origine del comunismo che lo ha destinato a produrre ovunque catastrofi e atroci fallimenti? È la pretesa di cambiare la natura umana, il mondo, l'umanità, di sacrificare l'uomo reale all'uomo futuro che non verrà. È la contrapposizione radicale tra la società imperfetta ma reale in cui viviamo e la società perfetta dell'utopia comunista. È l'abolizione del mondo reale per far posto al mondo migliore e venturo. Finita l'utopia e l'attesa messianica della rivoluzione salvifica, è rimasta un'eredità del comunismo: la pretesa di correggere l'umanità si è fatta politicamente corretto. Dal PC al PC, dal partito comunista al politically correct. Quello è il viaggio di ritorno del comunismo, a cui ho dedicato un'ampia parte del mio libro Tramonti, uscito il mese scorso. Dopo il comunismo, è venuto fuori questo canone ideologico ed etico, questo codice progressista dell'ipocrisia che risponde a una nuova lotta di classe dal sapore razzista: noi siamo i custodi, missionari e portatori del Politicamente corretto e chi non si conforma è fuori dalla modernità e dalla democrazia, dal progresso e dal consesso civile, merita disprezzo ed esclusione. Chi non fa parte della razza illuminata del nuovo PC merita l'infamia, va cancellato o demonizzato, e se va al potere, anche democraticamente, va processato e poi scacciato.

Questa è l'eredità primaria del comunismo, della lotta di classe, della guerra finale tra il mondo migliore e il mondo reale. Nel politicamente corretto spicca il tema dell'accoglienza. Il nuovo proletariato sono i migranti, accoglierli è la missione del comunismo prossimo venturo. O, se preferite, del catto-comunismo. Bisogna abbattere ogni frontiera, espiantare ogni legame territoriale, non porre limiti a nessun diritto, come a nessun desiderio. È il diritto di avere diritti, separato da ogni dovere. Il rigurgito dell'utopia calpesta la realtà, la natura, i legami comunitari, l'appartenenza a una civiltà, a una nazione, a una città. Il comunismo è morto ma le sue eredità sono molto pesanti. Ma dove confluiscono oggi le speranze del comunismo, i miti di Gramsci, Berlinguer e Che Guevara? Convergono sulla figura di Papa Bergoglio, visto come una specie di misericordioso vendicatore del comunismo, di don Milani giunto al pontificato, di paladino dei migranti, dei poveri e come demitizzatore, se non demolitore della tradizione cattolica. Lui visto come l'antiTrump, l'anti-Curia, lui, leader delle Ong. Su Bergoglio converge la simpatia sia dei fautori del Politically correct che i reduci del comunismo, sia gli Eugenio Scalfari che i Bertinotti. Atei si ma papisti... I sorprendenti voltafaccia della storia.

Nazismo e comunismo, scrive "Il Museo degli orrori del Comunismo". Scrive Stéphane Courtois nel capitolo introduttivo de "Il libro nero del comunismo": Il terrore nazista ha impressionato per tre motivi. Innanzi tutto perché ha toccato direttamente gli europei. In secondo luogo perché, in seguito alla sconfitta del nazismo e al processo di Norimberga ai suoi dirigenti, i suoi crimini sono stati ufficialmente designati e stigmatizzati come tali. Infine, la rivelazione del genocidio degli ebrei ha sconvolto le coscienze per il suo carattere apparentemente irrazionale, la sua dimensione razzista e la radicalità del crimine. Non è nostra intenzione istituire in questa sede chissà quale macabra aritmetica comparativa, né tenere una contabilità rigorosa dell'orrore o stabilire una gerarchia della crudeltà. Ma i fatti parlano chiaro e mostrano che i crimini commessi dai regimi comunisti riguardano circa 100 milioni di persone [si veda Il comunismo in cifre e I crimini del comunismo], contro i circa 25 milioni di vittime del nazismo. Questa semplice constatazione deve quantomeno indurre a riflettere sulla somiglianza fra il regime che a partire dal 1945 venne considerato il più criminale del secolo e un sistema comunista che ha conservato fino al 1991 piena legittimità internazionale, e che a tutt'oggi è al potere in alcuni paesi e continua ad avere sostenitori in tutto il mondo. E anche se molti partiti comunisti hanno tardivamente riconosciuto i crimini dello stalinismo, nella maggior parte dei casi non hanno abbandonato i principi di Lenin e non si interrogano troppo sul loro coinvolgimento nel fenomeno del Terrore. I metodi adoperati da Lenin e sistematizzati da Stalin [si veda Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore] e dai loro seguaci non soltanto ricordano quelli nazisti, ma molto spesso ne sono il precorrimento. A questo proposito Rudolf Hess, incaricato di creare il campo di Auschwitz, che sarebbe poi stato chiamato a dirigere, ricorda significativamente che la direzione della Sicurezza aveva fatto pervenire ai comandanti dei campi una documentazione dettagliata sui campi di concentramento russi, in cui, sulla base delle testimonianze degli evasi, erano descritte nei minimi particolari le condizioni che vi vigevano, ed emergeva come i russi annientassero intere popolazioni impiegandole nei lavori forzati. Il fatto che il grado e le tecniche di violenza di massa fossero state inaugurate dai comunisti e che i nazisti abbiano potuto trarne ispirazione non implica comunque, a nostro avviso, che si possa stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto fra l'ascesa al potere dei bolscevichi e la comparsa del nazismo. [...] «Per ammazzarli bisognava annunciare: i kulak non sono esseri umani. Proprio come dicevano i tedeschi: gli ebrei non sono esseri umani. Così anche Lenin e Stalin: i kulak non sono esseri umani». E Grossman conclude, a proposito dei figli dei kulak: «Sì, proprio come i tedeschi, che soffocavano i bambini degli ebrei con il gas, perché loro non avevano il diritto di vivere, loro erano ebrei». La futura società nazista doveva essere costruita attorno alla razza pura, la futura società comunista attorno a un popolo proletario depurato da qualsiasi scoria borghese. La ricostruzione di queste due società venne progettata allo stesso modo, anche se i criteri di esclusione non furono gli stessi. E', quindi, un errore sostenere che il comunismo sia una dottrina universalistica: è vero che il progetto ha una vocazione mondiale, ma una parte dell'umanità è dichiarata indegna di esistere, esattamente come nel nazismo. L'unica differenza consiste nel fatto che la società comunista, invece di essere divisa su base razziale e territoriale come quella nazista, è stratificata in classi sociali.

No, la rivoluzione d’ottobre aveva un’idea il fascismo no, scrive Piero Sansonetti il 7 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il giudizio sull’aspetto sanguinario del comunismo non cambia quello sulla spinta che modifica il rapporto tra economia e giustizia sociale in tutto il mondo. Enrico Berlinguer, il 15 dicembre del 1981, dichiarò la fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre. Erano passati 64 anni dalla caduta del “palazzo d’Inverno” e dalla presa del potere da parte di Lenin e dei bolscevichi. Berlinguer si riferiva alla stretta autoritaria in Polonia, voluta dai russi, che seguiva l’invasione sovietica dell’Afghanistan, avvenuta due anni prima, e la repressione di 13 anni prima in Cecoslovacchia e molti altri episodi simili. Probabilmente però Berlinguer si riferiva anche a qualcos’altro: la svolta in atto in Occidente con la strategia del reaganismo e del thatcherismo che prendeva il posto della strategia socialdemocratica europea, e del New Deal di Roosevelt, e della nuova frontiera di Kennedy e della Great Society di Jonhson. Il mondo era entrato nell’epoca del neoliberismo, che poi è l’epoca nella quale stiamo ancora vivendo. La vittoria del neoliberismo decretava la fine dell’egemonia comunista. E modificava tutti i termini della lotta politica. Il discorso di Berlinguer, in televisione – rispondendo alla domanda di un giornalista del Messaggero, Sergio Turone – precedeva di quattro anni la svolta di Gorbaciov e di otto la caduta e la fine del comunismo. Non si può negare una capacità di intuizione e anche di analisi notevole, che sorreggeva questa presa di posizione del capo del Pci. Ma la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre era realmente esistita? Io credo di sì. E non penso che per riconoscerla sia necessario negare, o attenuare, gli orrori del comunismo, e non solo dello stalinismo. Né che in alcun modo riflettere su questa spinta possa giustificare la crudeltà e l’ampiezza del fenomeno dittatoriale. Il leninismo, lo stalinismo, il maoismo, e le loro ricadute (Pol Pot, Ceaucescu, Deng, i vari Kim che si sono succeduti) sono sicuramente responsabili di stragi devastanti, di persecuzioni, di infamie tra le più gravi della storia dell’umanità, forse inferiori solo all’Olocausto nazifascista. Ma non è un giudizio storico o etico su quest’aspetto cupo e sanguinario del comunismo, figlio di quella rivoluzione, a poter cambiare il giudizio sulla spinta propulsiva. La rivoluzione d’ottobre, che fu la realizzazione, più o meno rozza, della teoria marxista, modifica il rapporto tra economia e giustizia sociale in tutto il mondo, e soprattutto nel mondo occidentale. Non solo in Russia: non tanto in Russia. E lo modifica per un periodo di lunga durata: circa 70 anni. Io mi pongo questa domanda: cosa sarebbe oggi il capitalismo nel quale viviamo se non ci fossero stati il rooseveltismo e la socialdemocrazia? E poi mi pongo questa seconda domanda: in che misura la socialdemocrazia e poi la corrente politica liberal americana, sono state influenzate dal comunismo, dalle sue teorie, persino dai suoi successi storici?

Credo che nessuno possa rispondere immaginandosi un capitalismo che si sviluppava in modo autonomo, senza essere influenzato dalla spinta della rivoluzione d’ottobre. Quella spinta, e il messaggio ideale (o ideologico) che portava con sé, avviluppò e condizionò l’intera politica mondiale, ed ebbe una influenza fortissima nell’orientare il liberismo e il riformismo fino all’avvento di Reagan. La guerra fredda certamente fu una lotta molto dura tra le due grandi potenze e tra le due opzioni politiche che erano in campo. E anche tra i due grandi valori che portavano: da una parte la libertà, dall’altra l’uguaglianza. I motivi per i quali quella guerra fu vinta in modo clamoroso e inequivocabile dal liberismo, sono tanti. Ma uno di essi sicuramente è la differenza nel modo con il quale i due “campi” si misurarono con l’avversario e con le sue idee. Il campo comunista non solo rifiutò di imitare l’occidente del suo culto della libertà (e della democrazia, che ne è una conseguenza), ma si chiuse ancor di più, finì per considerare la libertà il vero nemico del socialismo e dell’uguaglianza. L’occidente fece esattamente il contrario: si aprì ed entrò in competizione con il comunismo proprio sul suo terreno: quello delle politiche che tendevano a ridurre le diseguaglianze e a combattere le povertà. Non solo il riformismo europeo e americano fu profondamente influenzato dalla spinta della rivoluzione d’ottobre, ma lo stesso capitalismo ne fu fortemente condizionato e modificò su molti aspetti la sua stessa natura. E allora mi pongo un’altra domanda: quanto c’entra la crisi verticale della socialdemocrazia, e in genere della sinistra, in tutto l’Occidente, con la fine del comunismo? Io credo che c’entri molto. Perché la sinistra riformista aveva costruito se stessa come variante democratica del comunismo. La fine del comunismo l’ha lasciata senza punti di riferimento e senza la capacità di reimmaginarsi, di costruire una nuova prospettiva. Per questo non ho mai creduto che si possano mettere sullo stesso piano la rivoluzione d’ottobre e il fascismo, o il nazismo. Non perché ci siano grandi differenze nella furia totalitaria e nella ferocia dei massacri. Ma perché mi pare che sia sbagliato mettere sullo stesso piano un movimento puramente reazionario e violento, privo di una strategia, di una visione – di una utopia – come fu il nazismo, con un gigantesco fenomeno rivoluzionario, fallito, ma ricco di esperienze, d’idee, di possibilità.

Maledetto Ottobre rosso! 100 anni fa la rivoluzione russa, scrive Corrado Ocone il 7 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il comunismo ha in comune con il fascismo e il nazismo molto più di quanto le storiografie compiacenti abbiano voluto far credere. Avvalorando la tesi che il comunismo sarebbe un “bene” realizzato male, mentre il nazismo e il fascismo un male assoluto. No, entrambi sono una reazione al mondo borghese e capitalistico. Comunismo e nazismo, due totalitarismi Non dite che sono diversi! “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, come li ebbe a definire il giornalista americano John Reed, autore di un racconto “in presa diretta” degli avvenimenti che portarono i bolscevichi di Lenin a conquistare il potere il 7 novembre di un secolo fa (25 ottobre secondo il vecchio calendario gregoriano russo), furono veramente sconvolgenti. Anche e soprattutto perché, da quel preciso momento, la storia del Novecento non fu più la stessa. Non solo in Russia, ma anche in Occidente. “Breve”, come voleva Eric Hobsbawm, o “non breve” che sia, il Ventesimo secolo ha comunque una cifra ben definita: è il secolo delle idee al potere, dell’ideologia che si fa ideocrazia, dei politici che sono intellettuali, della crisi delle società e delle istituzioni liberali e dell’avvento delle masse sulla scena del potere, del potere totalitario, della tragedia delle guerre e degli stermini di massa ( delle tante “uova rotte”, per usare una metafora di Lenin ripresa da Isaiah Berlin, senza riuscire a fare una “frittata” che a ben vedere sarebbe stata, se realizzata, indigeribile). Tutto questa storia inizia lì, in Russia, in quei giorni. Anche gli autoritarismi di destra, i nazionalismi, i fascismi, il nazionalsocialismo tedesco, generano da quel momento e da quell’episodio. E con l’operato dei comunisti sovietici, di Lenin prima e di Stalin poi, hanno molti più elementi in comune di quanto le storiografie compiacenti abbiano voluto far credere. Avvalorando addirittura la tesi che il comunismo sarebbe un “bene” realizzato male, mentre il nazismo e il fascismo un male assoluto. No, in verità, entrambi sono momenti di una comune reazione al mondo borghese e capitalistico. Né il fascismo può essere affatto considerato, giusta l’interpretazione della stessa storiografia, come una reazione di cui i capitalisti si son serviti per combattere il comunismo quando le armi della democrazia formale o borghese sono risultate spuntate. L’alleanza con le forze padronali, o meglio conservatrici, dei fascismi ci fu ma fu contingente. E, in ogni caso, essi hanno invece sempre avuto un’impronta socialista che derivava loro dal modello originale (si legga, per farsene un’idea, il capitolo intitolato Le radici socialiste del nazismo ne La via della schiavitù di Friedrich von Hayek.) Già nel 1921, quando il movimento fascista di Mussolini muoveva i primi passi in Italia, Guido de Ruggiero, che avrebbe poi pubblicato una Storia del liberalismo europeo (1925) di vasto successo internazionale, scriveva: «In verità, io, tra il rosso e il nero, non so riconoscere se non una distinzione ottica: tutto il resto è indiscernibile». Fu in ambito italiano, prima (in senso negativo) con Giovanni Amendola e poi (in senso positivo) con Giovanni Gentile che fu d’altronde usato per la prima volta, proprio in quegli anni, il termine “totalitarismo”, che dopo il secondo conflitto mondiale i cosiddetti “liberali della guerra fredda”, in primis Hannah Arendt, avrebbero reso popolare e introdotto nel comune linguaggio scientifico. Nel 1927, dal canto suo, Benedetto Croce aveva affermato, in un’intervista all’Observer, che giudicava i «nazionalismi e autoritarismi, che si oppongono al socialismo e comunismo, come un’imitazione a rovescio». Aggiungendo però, da quello studioso profondo che era stato di Marx, di cui aveva apprezzato la proposta di un canone di interpretazione storica, da usare accanto ad altri e non in modo unilaterale, e il realismo politico ( lo aveva definito il “Machiavelli del proletariato”), che, fra i due totalitarismi, «la forma seria e coerente e fondamentale rimane sempre quella marxistica». Ancora nel 1950, nel pieno della “guerra fredda”, il filosofo napoletano scriverà che «l’abito della dittatura e della rinunzia alla libertà hanno trovato una nuova forma in un partito che fu avversario del fascismo ma di cui il dittatore italiano, già comunista rivoluzionario, si era nutrito, in modo che la sua era stata un’imitazione del comunismo, dalla quale era agevole risalire all’originale. Solo gli accidenti e le avventure portarono il Mussolini a diventare nemico del comunismo, al quale sarebbe volentieri tornato se avesse potuto e se ne avesse avuto il tempo». Ovviamente, chi più di tutti, nell’ambito della storiografia, si è impegnato a sottolineare le affinità e la dipendenza genetica fra i due totalitarismi è stato, nel secondo dopoguerra, lo storico tedesco Ernst Nolte, che non a caso, dopo aver definito “guerra civile europea” quella scatenata nel 1917 dalla Rivoluzione d’ottobre e durata fino al 1945, ha parlato del secondo dopoguerra, fino alla definitiva caduta nel 1989 del comunismo, come di un periodo di “guerra civile mondiale” ( seppur “fredda”). Resta così confermato che il “socialismo reale”, il comunismo realizzato, ha segnato l’intero secolo, con la sua presenza oppressiva e sempre più ampia (interessando molti altri Paesi al di fuori dell’Unione Sovietica). Esso non solo ha soffocato la libertà individuale dei cittadini delle nazioni che l’hanno conosciuto, ma non ha nemmeno realizzato nessuna delle promesse di giustizia che aveva fatto. Non è un caso: il comunismo, lungi dall’essere «un umanismo di giustizia sociale» (sic!), come ha recentemente scritto una sprovveduta firma del Corriere della sera (Donatella Di Cesare, 17 luglio), è un progetto, nella sua essenza, antivitale e antiumano. E che, pertanto, è corrotto nell’essenza, ab origine (l’autrice, per corroborare le sue tesi, osserva ovviamente che «la corruzione di un progetto non è il progetto stesso»). Ora, a parte il fatto che Marx non ha inteso mai essere un “puro filosofo”, e anzi ha instaurato un rapporto di stretto legame dialettico fra teoria e prassi, continuato un po’ da tutti i suoi epigoni, a cominciare da Lenin, non si può certo dire che il comunismo che egli aveva in testa fosse altra cosa rispetto a quello effettivamente messo in pratica dai bolscevichi e in genere nel Novecento. Il quale tutto è da considerare fuorché una perversa deviazione dalla via maestra o da un presunto “comunismo vero” e, casomai, come dicono alcuni, ancora tutto da realizzare. Certo, instaurando un rapporto necessitante fra pensiero e azione, è pur vero che Lenin (sulla scia di pensatori come Giovanni Gentile) sviluppa il marxismo in una determinata direzione, che potremmo definire attivistica e rivoluzionaria. Quella direzione era però già presente in Marx come una delle possibili e legittime. Il fatto che il marxismo si sia dimostrato errato, e foriero di fallimenti tragici “in pratica”, chiama in causa la “teoria” e non significa affatto che essa errata non fosse e che in qualche modo possa essere “salvata”. «Il male nel caso del marxismo scrivevo in conclusione del mio Karl Marx pubblicato per Luiss nel 2007- non è tanto nella mente e nelle azioni degli epigoni ma è già tutto nel pensiero e nell’azione del suo padre fondatore». Il “peccato originale” del marxismo è, da una parte, di ordine logico, dall’altra, di natura antropo- ontologica, diciamo così. Dal primo punto di vista, l’esperienza sovietica ci ha mostrato nella “prassi” ciò che è vero in “teoria”: cioè che ogni “costruttivismo” politico o “economia di piano”, come ci hanno insegnato, fra gli altri e meglio degli altri, i pensatori della “scuola austriaca” dell’economia (da Carl Menger a Ludwig von Mises e Hayek), è tanto impossibile quanto irrazionale. Oltre a presupporre di necessità l’introduzione di quella forma di coercizione che Marx aveva previsto, definendo “dittatura del proletariato”, e che nei paesi del comunismo realizzato è diventata prassi politica comune. Marx e i comunisti, d’altra parte, non hanno però fatto i conti fino in fondo nemmeno con la “natura” dell’essere umano, tanto che, io credo, soprattutto da questo punto di vista, l’Ottobre deve, a cento anni di distanza, fungere per tutti noi da ammonimento. Essi hanno infatti elaborato un sistema di pensiero e di azione “che indica come obiettivo da realizzare una società senza più conflittualità. Un obiettivo non solo irrealistico, ma alla fine nemmeno auspicabile. Una realtà conciliata con se stessa sarebbe una realtà senza più spirito vitale”, cioè in cui è venuta meno quella molla che fa andare costantemente avanti, ed essere e vivere, l’umanità”. Spostando poi il discorso, altre domande sorgono naturali. L’Ottobre ha almeno favorito il progresso delle condizioni materiali e morali delle masse nel mondo intero? Ha contribuito alla diminuzione della povertà assoluta e delle ingiustizie relative a cui pure, fra tante tragedie, abbiamo assistito nel corso del secolo scorso? In molti, in questi giorni, affermeranno questa tesi. Ed è indubbio che, tenendosi nella realtà tutto, anche la “rivoluzione comunista”, infiammando e spingendo all’azione, o semplicemente per reazione da parte di chi aveva il potere, ha finito per contribuire ai progressi del secolo. Ha funzionato come mito e come elemento utopico, senza dubbio. Quei progressi si sono però tutti o quasi tutti realizzati nella cornice della “società aperta” e delle istituzioni liberal- democratiche. Non poteva essere altrimenti. Ed è comunque un fatto, “duro e solido” come era sempre per Marx la realtà. Un fatto che non può continuare ad essere rilevante per tutti gli uomini pensanti e responsabili.

Radici giacobine del Fascismo. «Di quale “contemporaneità” Spengler ritenesse degna la mia rivoluzione, non mi spiegò (...) Sarei stato fiero se egli avesse appaiato temporalmente, ideologicamente, il fascismo ai sogni giacobini di Robespierre, di Saint-Just, di Rossel, di Cipriani, i puri della rivoluzione militante (…)». B. Mussolini, in Y. De Begnac, "Taccuini mussoliniani", Bologna 1990, pag. 598

«Mussolini non si stanca di celebrare sempre di nuovo la Comune di Parigi, “sangue fecondo, sangue che ci è sacro”. Solo il sangue porta avanti la storia (…) Per Mussolini quella che Marx e Lenin considerano una visione scientifica del corso necessario della storia (…) si costituisce come una “fede” (…) “Nessuna vita senza spargimento di sangue”». E. Nolte, "Il giovane Mussolini", Varese 1993, pp. 22-63.

«Non sorprende che, nelle conversazioni con Emil Ludwig, Mussolini citi Blanqui. Il rivoluzionario francese, una citazione della quale sarà da lui posta come motto nella testata del “Popolo d’Italia” nel 1915, non è forse l’erede di una sinistra giacobina incarnata da Babeuf in Francia e da Buonarroti in Italia, e che coniuga radicalismo repubblicano, comunismo utopistico e patriottismo rivoluzionario?» P. Milza, "Mussolini", Roma 2000, pp. 42-43

Le radici del fascismo, scrive Marxpedia. Gramsci è il primo all'interno del partito socialista a formulare la possibilità dell'affermarsi della reazione fascista. E se questo avviene, è perché il gruppo dell'Ordine Nuovo è l'unico nell'intero partito socialista a rendersi conto dell'importanza della sconfitta subita dal proletariato nell'aprile del 1920 a Torino. Una sconfitta che non dice la parola fine sulle possibilità rivoluzionarie in Italia, ma da cui è necessario trarre tutte le conseguenze. Sull'Ordine Nuovo dell'8 maggio 1920, viene pubblicata la nota “Per un rinnovamento del partito socialista”: La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: - o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa di produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria o governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito Socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i Sindacati e le Cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese. Quanto scritto troverà una drammatica e rapida conferma. Ciò che è successo a Torino ad aprile, si ripete in tutta Italia a settembre con un'ondata di occupazioni di fabbriche. La sconfitta di tale movimento per le mancanze della direzione del partito socialista, insieme alle numerose sconfitte subite dai contadini nelle campagne, apre le porte all'improvvisa ascesa dello squadrismo fascista. Il fascismo quindi non è una fatalità storica. Né è il frutto della natura reazionaria di un solo particolare blocco della borghesia. E' la convulsione del sistema in crisi, la reazione di fronte alla possibilità di una rivoluzione. Ma tale reazione non si attenua con lo scemare del movimento rivoluzionario, come la fiamma del fornello si abbassa diminuendo il gas. E' costante illusione del riformismo che la controrivoluzione si limiti, limitando la rivoluzione. Ma entrambe sono la dimostrazione del fatto che gli equilibri sono rotti. La società è condannata ad un balzo in avanti o alla peggiore regressione. E' nel solco di questa idea che Gramsci inizia ad analizzare la decadenza della democrazia borghese italiana. Scrive alla nascita del Ministero Giolitti: la democrazia parlamentare perde le sue basi di appoggio, il paese non può essere più governato costituzionalmente, non esiste e non potrà più esistere una maggioranza parlamentare capace di esprimere un ministero forte e vitale, che abbia cioè il consenso dell’ “opinione pubblica”, che abbia il consenso del “paese”, cioè delle classi medie. La democrazia borghese è solo una delle forme di dominio del capitalismo. La piccola borghesia è il principale lubrificante di tale particolare meccanismo di Governo. L'arena della piccola borghesia non può essere la grande lotta sociale, perché su questo terreno essa non ha alcuna grande controparte. Non ha sotto di sé enormi masse di proletari da affossare, né può lottare direttamente contro il grande capitale la cui oppressione le si presenta sotto la forma impersonale del mercato. Il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato le impediscono di crescere e trasformarsi in grande capitale. Il rafforzamento del grande capitale la conducono al fallimento e la proletarizzano. La via economica le è dunque preclusa. Per questo, scarica la propria energia - e nella gran parte dei casi la propria frustrazione - sul terreno della politica. Per questo l'unico terreno che le appare degno di conquista è quello dello Stato. Lo tira per la giacchetta in un senso o nell'altro. E' anarchica quando lo Stato deve sparire per lasciare spazio ad un mondo privo di tasse. Ed è allo stesso tempo la sostenitrice di uno Stato forte, perché i suoi piccoli affari non possono sopportare lunghi periodi di turbamenti. Tale ceto si autoproclama medio, perché ritiene di non avere né i difetti dei lavoratori salariati né quelli del grande capitale, pur sentendosi dotato delle qualità di entrambi i poli della società. Si ritiene l’anello di congiunzione in grado di rappresentare l'intera società. Ma in questo suo rappresentare tutti, c'è in realtà il suo non rappresentare nulla. Ogni qual volta si tratta di grandi lotte economiche e sociali, torna a rivelarsi uno zero. Ha un reddito insufficiente per impossessarsi delle leve economiche della società, ma sufficiente per sostenere la propria promozione sociale. Dal suo seno vengono notabili, avvocati, giornalisti. Per ogni grande avvocato al servizio di un grande capitalista, per ogni parlamentare in contatto con i salotti dell'alta borghesia, per ogni amministratore di una grande azienda, esistono migliaia di piccoli avvocati, notabili, consiglieri comunali e piccoli tecnici d'azienda. Un intero pulviscolo atmosferico che non vive di vita propria, ma riesce a depositarsi in ogni poro della società. E in questo sta la sua utilità. Pur non potendo giocare alcun ruolo indipendente, permea la società e trasmette capillarmente l'ideologia dominante ai ceti oppressi.

La crisi della democrazia borghese è quindi prima di tutto la crisi della piccola borghesia. La delusione per la prima guerra mondiale e le sue sirene nazionaliste, l'enorme aumento del carico fiscale, la spietata concorrenza del grande capitale in crisi, determinano un distacco della piccola borghesia dal meccanismo democratico e parlamentare. Scrive Gramsci nel 1921: La piccola borghesia perde ogni importanza e scade da ogni funzione vitale nel campo della produzione con lo sviluppo della grande industria e del capitale finanziario: essa diventa pura classe politica e si specializza nel “cretinismo parlamentare”. (...) [Ma] il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l'unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l'azione diretta, è la pressione dall'esterno. Tra il 1919 e il 1920 la piccola borghesia si avvicina alla rivoluzione socialista. E' disponibile a dare credito all'azione del proletariato e della sua organizzazione politica, ad aiutare o semplicemente restare neutra di fronte ai tentativi di rovesciare l'ordine esistente. Quando la rivoluzione fallisce, però, la classe operaia non perde solo per sé, ma perde anche l'appoggio di tutti i settori oppressi della società: [la piccola borghesia] avendo visto che la lotta di classe non è riuscita a svilupparsi e a concludersi, nuovamente la nega, nuovamente si diffonde la persuasione che si tratti di delinquenza, di barbarie, di avidità sanguinaria. La reazione, come psicologia diffusa, è un portato di questa incomprensione. La piccola borghesia non può tollerare di essere stretta a lungo nella morsa tra lotta operaia e dominio del grande capitale. Per sopravvivere alla crisi, ha bisogno che una di queste due forze vinca in maniera definitiva. O con il proletariato per liberarsi dall'oppressione dello Stato e dei debiti verso le banche, o con la grande borghesia contro qualsiasi forma di sciopero o rivendicazione sindacale: questo è il bivio. Nel 1920 la rivoluzione è fallita, dimostrandosi incapace di sciogliere questo nodo. Per la piccola borghesia non vi è nessun ritorno al vecchio parlamentarismo, ma direttamente il passaggio alla controrivoluzione. Qua sta la peculiarità del fascismo. Per la prima volta, la piccola borghesia sembra trovare una propria forza autonoma nella società. Egemonizza l'esasperazione sociale dei ceti oppressi con una fraseologia ribelle e pseudo-rivoluzionaria. Con tale fraseologia incendia l'immaginazione e avvolge i settori più arretrati del movimento operaio e contadino, lega a sé il sottoproletariato. Il disoccupato entrando nelle bande fasciste sente di poter dominare la società. Da reietto è improvvisamente invitato a mangiare al tavolo del padrone. Da ricercato della polizia, ha improvvisamente accesso alle sue grazie. Tuttavia né piccola borghesia né sottoproletariato possono giocare un ruolo autonomo. Il loro ruolo non è in ultima analisi preponderante in una società basata sui grandi mezzi di produzione. Il piccolo commerciante dipende dalla banca, vende nel proprio negozio i prodotti della grande produzione e non ha potere di determinare le scelte di un intero Stato come fanno i grandi gruppi industriali. Il sottoproletario può costituirsi in banda fascista ma ha bisogno di una forza esterna che lo finanzi. La sua azione può mantenersi indipendente solo per un periodo breve: [la piccola borghesia] scimmieggia la classe operaia, scende in piazza (...). si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta [ora] la forma della sua prestazione d'opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. (...) il proprietario per difendersi, finanzia e sorregge una organizzazione privata la quale per mascherare la sua reale natura deve assumere atteggiamenti politici “rivoluzionari”. (...) [Ma] Sviluppandosi il fascismo si irrigidisce intorno al suo nucleo primordiale, non riesce più a nascondere la sua vera natura. (...) La piccola borghesia anche in questa ultima incarnazione politica (...) si è dimostrata nella sua vera natura di serva del capitalismo e della proprietà terriera, agente della controrivoluzione. Dunque il fascismo non è una forza borghese qualunque. E' “un movimento sociale, l'espressione organica della classe proprietaria in lotta contro le esigenze vitali della classe lavoratrici”. [6] Non attacca le organizzazioni del movimento operaio per ciò che dicono o per ciò che vogliono, ma direttamente per ciò che sono. Eppure il fascismo non minaccia solo le organizzazioni della classe ma anche la democrazia borghese che indirettamente ne permette l'esistenza. Non deve solo spezzare i picchetti operai con lo squadrismo, ma anche abrogare il diritto di sciopero. Non deve solo colpire la stampa operaia, ma anche il diritto democratico borghese alla libertà di stampa. La sua azione si pone fuori dalla legalità esistente, seppure tale legalità rimanga solo e soltanto di origine borghese. Non esiste quindi una contraddizione tra i fascisti e il parlamentarismo borghese, tra Mussolini e Giolitti? Non esiste uno scontro tra squadrismo e forza pubblica statale? Non devono i comunisti difendere la seconda in contrapposizione al primo? Non devono in ultima analisi allearsi con la democrazia borghese contro la repressione fascista? La risposta di Gramsci è categoricamente negativa. La democrazia borghese non entra in crisi perché minacciata dal fascismo, ma è la decomposizione stessa della democrazia borghese a fornire la base della minaccia fascista. Il fascismo è l'annuncio che per la borghesia anche la propria stessa democrazia rappresenta un costo eccessivo. Legandosi mani e piedi alla borghesia democratica, le forze del movimento operaio non possono che essere travolte dal suo stesso processo di disgregazione: il partito socialista (...) è oggi il massimo esponente e la vittima più cospicua del processo di disarticolazione (...) che le masse polari italiane subiscono come conseguenza della decomposizione della democrazia. Gramsci si spinge a dire: “è una premessa necessaria per la rivoluzione che anche in Italia avvenga la completa dissoluzione della democrazia parlamentare”. Ma forse finché resiste Giolitti non c'è speranza di evitare l'avvento di Mussolini? Finché resiste il diritto borghese democratico, con il suo contorno di Carabinieri, Polizia, guardie regie, non si può sperare che tutto questo funga da barriera contro l'illegalità fascista? La democrazia borghese non può fermare l'avanzata fascista perché non ha forze su cui contare. Ha perso l'appoggio della piccola borghesia e non ha i favori del grande capitale. Quest'ultimo ha deciso ormai per l'opzione fascista. Nel campo del parlamentarismo, rimangono solo generali senza esercito: vecchi senatori, grandi intellettuali che hanno speso la propria vita a reprimere il proletariato in nome della legalità costituita e che ora invocano l'intervento del proletariato stesso a difesa di tale legalità. La loro ultima funzione consiste nel proporre una tregua al movimento operaio, immobilizzandolo; propagandano l'illusione che, difendendo lo Stato, si convincerà lo Stato a rivolgere le proprie armi contro il fascismo. Ma ribadisce Gramsci: Giolitti è impotente (...) perché a Bologna, a Milano, a Torino, a Firenze, i suoi funzionari sostengono il fascismo, armano i fascisti, si confondono coi fascisti; perché in tutti questi centri il fascismo si confonde con la gerarchia militare, perché tutti in questi centri il potere giudiziario lascia impunito il fascismo. E di fronte al Governo Bonomi insiste: Il nuovo presidente del Consiglio, onorevole Bonomi, è il vero organizzatore del fascismo italiano. (...) egli viene dal socialismo. La borghesia si affida a questi uomini appunto perché hanno militato e capeggiato nel movimento operaio; essi ne conoscono le debolezze e sanno corrompere gli uomini. L'avvento di Bonomi al potere, dopo l'ingresso dei fascisti in Parlamento, ha questo significato: la reazione italiana contro il comunismo da illegale diventerà illegale. Tra Stato e partito fascista, tra squadrismo e Carabinieri, tra legalità democratico borghese e illegalità fascista, non vi è totale identità. Ma non vi è nemmeno contrapposizione frontale. Vi è un rapporto dialettico. L'una si trasforma nell'altra. Si sorreggono, si compenetrano, per arrivare ad una sintesi reciproca: Il fascismo è la fase preparatoria della restaurazione dello Stato (...); il fascismo è l'illegalità della violenza capitalistica: la restaurazione dello Stato è la legalizzazione di questa violenza: è nota legge storica che il costume precede il giudice. (...) Il fascismo ha assaltato le Camere del Lavoro e i municipi socialisti: lo Stato restaurato scioglierà “legalmente” le Camere del Lavoro e i municipi che vorranno rimanere socialisti. Il fascismo assassina i militanti della classe operaia: lo Stato restaurato li manderà “legalmente” in galera e, restaurata anche la pena di morte, li farà “legalmente” uccidere. E ancora: La conquista del suffragio alle masse popolari è apparsa agli occhi degli ingenui ideologi della democrazia liberale la conquista decisiva per il progresso sociale dell'umanità. Non s'era mai tenuto conto che la legalità aveva due facce: l'una interna, la sostanziale, l'altra esterna, la formale. (...) La realtà ha mostrato nel modo più evidente che la legalità è una sola ed esiste fin dove essa si concilia con gli interessi della classe dominante (...). Il giorno in cui il suffragio ed il diritto di organizzazione sono divenuti mezzi di offesa contro la classe padronale, questa ha rinunziato ad ogni legalità formale. (...) E' sorto così il fascismo, il quale si è affermato ed imposto, facendo dell'illegalità la sola cosa legale. Deve quindi il movimento operaio rinunciare alla difesa della democrazia, seppur borghese? No, ma deve avere chiaro che tale difesa non significa perdere la propria indipendenza di classe a favore di un'alleanza con le forze democratico-borghesi. Queste sono solo un'ombra del passato. Lo Stato “democratico” passa armi e bagagli al fascismo. Le rivendicazioni democratiche sono proprio per questo da includere con ancora più forza nel programma comunista. Ma lo scopo di tale inclusione non è quella di ravvivare nuovamente le illusioni democratiche delle masse, ma al contrario di demolirle. Facendo propria la lotta democratica, i comunisti dimostrano che solo la lotta contro il capitalismo può fornire una base al mantenimento della democrazia. Il bivio è lo stesso delineato nell'aprile del 1920, o fascismo o rivoluzione: Ed ecco giustificata la tesi comunista che il fascismo, come fenomeno generale, come flagello che supera la volontà e i mezzi disciplinari dei suoi esponenti, con le sue violenze, coi suoi arbitri mostruosi, con le sue tanto sistematiche quanto irrazionali distruzioni, può essere estirpato solo da un nuovo potere di Stato, da uno Stato “restaurato” come intendono i comunisti, cioè da uno Stato il cui potere sia in mano al proletariato, l'unica classe capace di riorganizzare la produzione e quindi tutti i rapporti sociali che dipendono dalla produzione. Nel 1921 non ci sono dubbi su cosa Gramsci intenda per “nuovo potere di Stato”: uno Stato operaio basato su una democrazia di natura consiliare e sulla nazionalizzazione dei principali mezzi di produzione. Cambiò idea a riguardo? Era quella solo una concezione infantile destinata ad essere abbandonata con il tempo? Se c'è stato un momento in cui tale abbandono sarebbe potuto sembrare giustificato, questo momento è l'Aventino. Nel 1924, infatti, sembra destarsi un fronte democratico borghese in opposizione al fascismo. Non era quindi il caso di abbandonare ogni analisi precedente e lanciarsi nelle braccia di un blocco nazionale democratico?

Lo Stato corporativo e le radici socialiste del fascismo italiano, scrive Giuseppe Comper il 28 ottobre 2015 su "Il Secolo trentino". Destra e Sinistra, fascismo e socialismo: oggigiorno, soprattutto nella nostra Italia, quando vengono nominate queste due ideologie socio-politiche le si accostano a precise immagini mentali e concettuali, oltre che iconografiche, in riferimento al proprio soggettivo punto di vista: c’è chi parla del fascismo con nostalgia e chi ne parla con veemenza nei suoi confronti, come c’è chi racconta il socialismo con fierezza ed orgoglio e chi invece criticandolo sotto ogni aspetto. Interessante è constatare che ancora oggi spesso (non sempre) chi si identifica con la Destra necessariamente e a priori attacca la Sinistra, così come chi si colloca a Sinistra aborra tutto ciò che viene dalla Destra. Come se fascismo e socialismo fossero due mondi opposti e inconciliabili tra loro, come se non avessero nulla in comune e nulla di che spartire culturalmente l’uno con l’altro. Pensiero pressoché errato, guidato da luoghi comuni e leggende metropolitane createsi intorno a queste due ideologie, poiché se si studia più in profondità la materia si vedrà che fascismo e socialismo, Destra e Sinistra, non sono sempre e comunque poi così diversi. E la storia offre molti spunti da cui partire nell’analisi di questa riflessione. In politica economica infatti lo Stato fascista italiano di Benito Mussolini e quello socialista russo di Vladimir Lenin non differivano in quasi nulla: entrambi i modelli presentavano una forte centralizzazione del potere statale, nonché la progressiva nazionalizzazione delle imprese economiche. In ambedue i sistemi insomma lo Stato si faceva carico della vita civile ed economica della società – non per nulla si parla di “capitalismo di Stato”, non diversamente dall’attuale Cina comunista. Infatti nel 1939 l’Italia risultava essere uno tra i Paesi con il più alto numero di imprese nazionalizzate – seconda solo alla Russia, appunto. Sia nello Stato corporativo fascista sia in quello socialista il concetto di “individuo assestante” era sostituito da quello di “individuo all’interno ed al servizio dello Stato”, ossia della propria comunità. Così come, vicendevolmente, lo Stato doveva porsi al servizio dei cittadini. «Il cittadino nello Stato fascista non è più un individuo egoista che detiene il diritto antisociale di ribellarsi contro ogni legge della Collettività», scriveva infatti lo stesso Mussolini nella sua autobiografia del 1928, rendendo immancabilmente chiara la sua avversione al capitalismo liberale. Difatti nell’Italia fascista scioperi e serrate erano vietati per legge, poiché lo Stato doveva porsi come coordinatore delle relazioni lavorative all’interno delle aziende: i conflitti sociali andavano gestiti e risolti, non accentuanti con scontri violenti e che minassero all’unità nazionale. Non solo: molte delle riforme economiche attuate dal fascismo italiano e dal socialismo russo sono state riprese nel Dopoguerra non solo dai due Paesi interessati, ma anche da altre nazioni occidentali. Per fare solo un esempio, la nascita del Welfare State, o Stato Sociale, nella democraticissima Inghilterra, misura economica che prevedeva l’assistenza e la sussistenza dei cittadini da parte dello Stato, con un ovvio incremento della spesa pubblica a discapito (leggero o pesante) dell’imprenditoria privata. Misura economica elaborata e messa in pratica non dalla Destra conservatrice, ma dalla Sinistra laburista britannica. Non è da scordarsi che Benito Mussolini proveniva in effetti dal mondo della matrice di Sinistra italiana, dei quali ideali lo stesso Duce rivendicò di non aver mai abbandonato: iniziato come militante dello storico PSI, divenne in seguito direttore del giornale di partito Avanti!. La sua carriera all’interno del Partito Socialista arrivò a concludersi quando venne espulso per i suoi moniti interventisti e nazionalisti durante la Prima Guerra Mondiale. Ma la cultura di cui si era fatto portavoce in epoca giovanile la si può osservare anche e soprattutto quando arrivò al governo del Paese, tant’è che il modello di Stato corporativo di cui il PNF si fece ideatore intendeva porsi come “terza via” tra lo Stato liberale individualistico e quello socialista, tentando di abbattere i limiti di entrambi i modelli. In conclusione, la lezione che questa volta la storia insegna è di non farsi ingannare dai nomi e dai colori politici. Spesso e volentieri bianco e nero – o, in questo caso, Rosso e Nero – non sono poi così diversi l’uno dall’altro: possono mostrare sfumature che accomunano più idee, seppur provenienti da mondi apparentemente agli antipodi. Giuseppe Comper

Socialismo nazionale. Nazionalismo di sinistra. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il socialismo nazionale, parte del nazionalismo di sinistra, è una forma di socialismo sorta come ideologia politica per la prima volta in Italia alla vigilia della prima guerra mondiale. Interessò soprattutto il primo Novecento in Europa e in Italia trovò in parte rappresentanza con il fascismo delle origini e successivamente con la RSI. Nel dopoguerra, è stato presente all'interno della galassia del neofascismo, del socialismo italiano, del giustizialismo e del socialismo arabo. A livello mondiale è stato o è principalmente rappresentato da alcuni nazionalismi, ad esempio dal socialismo italiano di stampo garibaldino, dal peronismo argentino o dall'estremizzazione del nazionalsocialismo tedesco (seppure fosse realmente portato avanti solo dall'ala sinistra del NSDAP, poi confluita nel Fronte Nero di Otto Strasser).

Dottrina. L'ideologia si proponeva di coniugare socialismo e nazionalismo, con una posizione definita "nazional-rivoluzionaria" in contrapposizione sia al capitalismo nella politica economica, sia all'internazionalismo marxista (definito “nemico delle patrie e dei più elementari valori nazionali"). L'ideologia riprendeva elementi del pensiero del nazionalismo sociale di Enrico Corradini, del sindacalismo rivoluzionario del francese Georges Sorel e del socialismo patriottico di Carlo Pisacane. Con il Fascismo ebbe riferimenti nella Carta del Lavoro, nel sindacalismo fascista, e nella legislazione sociale fascista, mentre nella "Repubblica Sociale Italiana" mantiene le radici legate agli aspetti rivoluzionari e anticapitalisti, nell'ambito della ricerca della "terza via". Nel secondo dopoguerra fu identificato come la linea politica seguita dal Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi in Politica estera. La versione "craxiana" del Socialismo nazionale si configurò come una dottrina di stampo patriottico legata agli ambienti della sinistra democratica.

In Italia. In Italia già nel 1910 Enrico Corradini, parlò di un nazionalismo che doveva anche essere "nazionale" in economia. I fermenti “social-nazionalistici” si manifestarono oltre che con la guerra italo-turca del 1912, soprattutto alla vigilia della prima guerra mondiale da parte di esponenti socialisti che in rottura con il partito si proclamarono interventisti, rivendicando ideali patriottici della tradizione risorgimentale, con l'obiettivo di completare l'unificazione dell'Italia, sia in quanto ritenevano che soltanto dalla guerra vittoriosa sarebbe potuta nascere la scintilla della rivoluzione sociale, che avrebbe completamente annientato il sistema “borghese” ottocentesco della Belle Époque. Tra coloro che si fecero notare in prima linea nella “battaglia” social-nazionale, figurarono oltre all'ex socialista massimalista Benito Mussolini, altri personaggi di spicco, tra cui sindacalisti come Filippo Corridoni, esponenti del Futurismo come Filippo Tommaso Marinetti, socialisti irredentisti come Cesare Battisti, che si raccolsero intorno al nuovo giornale diretto da Benito Mussolini, Il Popolo d'Italia, e nella formazione da lui stesso formata, il Fascio d'azione rivoluzionaria, nato per cercare di riunire tutta la sinistra nazionale interventista. Dopo la prima guerra mondiale il cosiddetto "socialismo nazionale" sviluppò l'idea della vittoria mutilata e rivolse attenzione alle condizioni dei reduci. Tali idee si concretizzarono nel 1919 nella fondazione a Milano dei Fasci italiani di combattimento mussoliniani, e nel suo manifesto. Il programma di San Sepolcro, dove oltre a rivendicare Fiume e la Dalmazia, si tratteggiavano politiche di profondo cambiamento: tutti valori riproposti altresì con l'Impresa di Fiume e la Carta del Carnaro di Gabriele D'Annunzio. Fra il '19 e il '22 il movimento fascista, consolidatosi attraverso l'appoggio del grande capitale industriale e degli agrari, lanciò un'offensiva violentissima contro sedi, organi di stampa e dirigenti del movimento socialista, dei partiti della sinistra e delle organizzazioni dei lavoratori e dei contadini. Dopo la Marcia su Roma del 1922 (simbolo della Rivoluzione fascista) e la fusione con i conservatori nazionalisti dell'Associazione Nazionalista Italiana (ANI), il regime perse la sua connotazione socialista indirizzandosi verso la creazione di un vero e proprio Stato totalitario-corporativo, adottò in campo socio-economico il corporativismo, con la Carta del Lavoro del 1927, invece che il socialismo. In materia estera il regime fascista puntò alle colonie, con una chiara l'ambizione imperialistica e anche per dare una valvola di sfogo alla disoccupazione e alle misere condizioni di larga parte dei contadini, che il regime non era in grado di migliorare. Allo stesso tempo il secondo conflitto mondiale fu dipinto dalla retorica fascista come lo scontro dell'"Italia proletaria e fascista", del “sangue contro l'oro”, ossia agitando la “bandiera” della "guerra rivoluzionaria" delle Nazioni proletarie; Italia e Germania, contro le “plutocrazie reazionarie” occidentali. Dopo la caduta del regime nel 1943, con la creazione della Repubblica Sociale Italiana e con la nascita del nuovo Partito Fascista Repubblicano i principi "antemarcia" del fascismo, furono ripresi nel Manifesto di Verona dove vennero bruscamente riprese le antiche istanze para-socialisteggianti e movimentiste del vecchio programma di San Sepolcro. È forse opportuno ricordare fra l'altro, che proprio all'interno della Repubblica Sociale Italiana, Mussolini appoggiò, la nascita di un Raggruppamento Nazionale Repubblicano Socialista (R.N.R.S.); con a capo l'ex socialista Edmondo Cione, e altri ex socialisti "mussoliniani" come Carlo Silvestri, sindacalisti rivoluzionari come Pulvio Zocchi, che nonostante non si dichiarassero apertamente fascisti, e dichiarassero autonomia dal PFR, cercavano di fornire una copertura "da sinistra" al nuovo regime montato dal Terzo Reich. O come Nicola Bombacci, uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia. A tale Raggruppamento, fu anche concesso dal governo e da Mussolini la stampa di un proprio quotidiano politico l' "Italia del Popolo"; (nome consigliato dallo stesso Mussolini, per ricordare il vecchio giornale di Giuseppe Mazzini).

La RSI aveva nel suo programma la riforma della socializzazione delle imprese e dell'economia, per la cui stesura Mussolini aveva attivato Bombacci, che sarà poi fucilato a Dongo insieme a Mussolini.

In Germania. In Germania il socialismo tedesco ha spesso coniugato anche la visione nazionalistica del Pangermanismo, con Oswald Spengler che nel suo "Socialismo e Prussianesimo" nel 1919 vagheggiava di un "socialismo antiegualitario, gerarchico, comunitario", come Arthur Moeller van den Bruck o Werner Sombart nel suo "Socialismo tedesco". Negli anni venti nasce in Germania anche il Nazionalbolscevismo. Ma è il Nazionalsocialismo, che trae origine dal partito politico guidato dal suo ideologo principale Adolf Hitler, l'NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, "Partito operaio nazionalsocialista tedesco"), ed è basato su un programma politico indicato da questi nel libro Mein Kampf a incarnare il "Socialismo nazionale" tedesco. Il nazismo esprime una forma nazionalista e totalitaria con mire operaiste, opposta al socialismo internazionale di stampo marxista e si concretizzò quale reazione alla disuguaglianza economica nella società liberista tedesca della Repubblica di Weimar. Come per il fascismo, anche nel nazismo delle origini è presente - anche se non egemone - una componente ideologica di stampo collettivistico e socialisteggiante, che attirò consensi addirittura da parte di militanti del Partito Comunista Tedesco. Il partito nazionalsocialista era contro il potere delle corporazioni transnazionali. Questa semplice posizione anti-corporativa è condivisa da molti partiti di centro-sinistra così come da molti gruppi politici che si rifanno al socialismo libertario. L'abolizione degli interessi sui prestiti all'agricoltura e il divieto di tutte le speculazioni sulla terra." Tra i punti programmatici i principi del “Blut und Boden” (“Sangue e terra”) e del “Brot und Arbeit” (“Pane e Lavoro”) che vedeva nello stato il garante supremo della prosperità economica della nazione, della sicurezza lavorativa dei cittadini, dell'abolizione delle disparità salariali, del mantenimento della pace sociale, del giusto profitto degl'industriali, del controllo ferreo delle banche e delle finanze.

Altri paesi. Le esperienze italiane e tedesche ispirarono il sorgere di un socialismo nazionale anche in altre nazioni, In Spagna, nel 1931, nacquero le JONS. In Francia l'ex segretario dei giovani comunisti Jacques Doriot fondò il Partito Popolare Francese, mentre in Romania si affermava il movimento anticapitalista e nazionalista della Guardia di Ferro. Altro movimento che coniugava socialismo e nazionalismo fu il Partito Giustizialista di Juan Domingo Perón e quello Ba'th del siriano Michel Aflaq e dal suo conterraneo alā al-Dīn al-Bīār nel mondo arabo.

Dopoguerra italiano. Nel secondo dopoguerra i contenuti del socialismo nazionale furono ripresi in nome della "Terza via" all'interno di partiti come il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale (quanto meno i primi tempi: dal '46 ai primi anni cinquanta), quando era identificato soprattutto con i reduci della RSI. Nel 1952 nacque il Raggruppamento Sociale Repubblicano, che poi divenne Partito del Socialismo nazionale. Nel 1957 confluirono nel Partito Nazionale del Lavoro di Ernesto Massi. I gruppi di “Pensiero nazionale”, capeggiati da Stanis Ruinas, erano invece ex fascisti finiti nell'orbita del Partito Comunista Italiano. Giano Accame, intellettuale della destra postfascista, ha avvicinato alcuni temi della politica (soprattutto estera) di Bettino Craxi, leader del Partito Socialista Italiano negli anni '80 al socialismo nazionale. Sempre Accame coniò la definizione "socialismo tricolore" per identificare il Socialismo nazionale del PSI craxiano. Sempre nell'ambito del PSI, agiva la cosiddetta corrente "autonomista" che dava ampio risalto ai valori dell'identità nazionale italiana. In tempi recenti il Fronte Sociale Nazionale nato negli anni '90, ha fatto riferimento ai valori del socialismo nazionale. Distaccatosi dal Fronte Sociale Nazionale (confederatosi nel 2008 con il partito La Destra guidato da Francesco Storace), dopo una prima costituzione in Centro Studi Socialismo Nazionale, si rifà a questo progetto il movimento politico extraparlamentare, denominato "Unione per il Socialismo Nazionale", nato nell'ottobre del 2011.

L'eterno fascismo italico, scrive Giorgio Bocca il 17 ottobre 2008 su "L’Espresso”. Le favole menzognere ma consolatrici sono meglio della verità. L'attivismo più apparente che reale aiuta a campare. Le paure irrazionali ma diffuse sono più importanti della realtà. Il quotidiano "il Giornale" ha pubblicato una lunga lettera di "un ragazzo di Salò", un professore emerito di ordinamento giudiziario dell'università di Bologna, Giuseppe di Federico, il quale racconta che a dodici anni, nel 1944, voleva arruolarsi nelle brigate nere di Salò per riparare al disonore di aver cambiato alleato, la Germania nazista, nel corso della guerra. Il professore rivendica di aver scelto la fedeltà a un alleato razzista, imperialista, stragista, che Benedetto Croce definiva "nemico dell'umanità", come "fedeltà nelle cose in cui credo senza curarmi troppo delle convenienze". Nel caso, senza curarsi del fatto che gli alleati nazisti stessero mandando nelle camere a gas milioni di innocenti. Sul tema del tradimento dell'alleato molti italiani a Salò e dopo Salò si rifiutarono di capire che la fedeltà a un'alleanza criminale è iniqua e che il suo tradimento è giusto e doveroso. Forse perché da millenni la cultura del potere predica la rassegnazione dei sudditi, degli 'ometti', dei cittadini comuni, dei sottoposti. Ma il diritto esiste, è un diritto naturale che non ha bisogno di essere codificato, è il diritto insopprimibile di ribellarsi al dispotismo quando esso arriva alla malvagità totale, alla rottura di ogni contratto sociale, all'ingiustizia imposta e proclamata. Chi rifiuta, come il professore emerito, il diritto degli italiani occupati dai nazisti a tradire l'alleanza voluta da Mussolini per paura e convenienza, più che per ragioni ideologiche, rifiuta il diritto umano a scegliere tra il giusto e l'iniquo. Il professore emerito dice a sua scusa che lui non sapeva delle atrocità del nazismo, che solo "quando tornò dall'America un mio zio ci disse che le atrocità erano vere e a lui non potevamo non credere. Fu un vero shock per tutti noi". Ma dietro al ritorno attuale di un modo di sentire, più che di pensare, neofascista, c'è qualcosa di peggio del non sapere, c'è un'affinità al fascismo eterno e in particolare al fascismo italiano che il berlusconismo rappresenta in modo spontaneo: le favole menzognere ma consolatrici sono meglio della verità, l'attivismo più apparente che reale aiuta a campare, le paure irrazionali ma diffuse sono più importanti della realtà. Le statistiche dicono per esempio che l'Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo, con il più basso numero di rapine e di omicidi? Non importa, la gente coltiva le sue paure; il metodo più semplice per vincerle era quello usato dal fascismo che ignorava i delitti nell'informazione, oggi invece si pecca in senso opposto, ma sono due facce della stessa falsificazione della realtà. Il ritorno al fascismo eterno congenito degli italiani è un dato di fatto che è sotto gli occhi di tutti: tutto ciò che si lega in qualche modo a quell'archetipo, a quello stampo, a quello stile ha fortuna, tutto ciò che gli si oppone è nel migliore dei casi superato, noioso, retorico. Fascista l'Italia di oggi? Ma dove? Ma come? Tutti o quasi pronti a negare l'evidenza: che l'informazione economica, politica, criminale è sempre più asfittica, legata ai padroni, che quella televisiva che dipende dalla pubblicità, cioè dal potere economico, è quasi inesistente, ridotta alle pillole informative incomprensibili e contraddittorie dei telegiornali, che il parlamento è esautorato, che il il governo può fare e dire tutto quello che gli fa comodo, anche di aver impedito la terza guerra mondiale, anche di aver ripulito il paese dalle sue soverchianti immondizie, anche di garantire i risparmiatori da qualsiasi crisi mondiale, e gli italiani ci stanno, come ai tempi in cui il duce sfidava il mondo stando su un mucchio di letame.

Mussolini: “Italiani, popolo di voltagabbana!”, scrive l'11/07/2017 Giovanni Terzi su “Il Giornale". Non si danno pace neanche l’estate gli antifascisti di professione. Evidentemente devono coprire il buco lasciato dal loro crollo elettorale. Ormai se la prendono pure con gli stabilimenti balneari. Sono rimasti ancora al ‘900 a prendersela col Duce. Visto che a loro piace la storia, gli proponiamo un tuffo nel passato, con questa intervista a Benito Mussolini. Colloquio virtuale con un personaggio storico tra domande attuali e risposte attinte dalla sua vita, dalle opere di cui è autore e da quelle che lo riguardano. Tra le fonti per questa intervista: “Colloqui con Mussolini” di Emil Ludwig Mondadori 1950, “Dux” di Margherita Sarfatti, Mondadori 1982, “Mussolini l’uomo e l’opera “di Giorgio Pini e Duilio Susmel, La Fenice, Firenze 1955.

Duce, posso darle del “lei”? il “voi” è acqua passata. E come debbo chiamarla?

«Mi dia del “lei” e mi chiami Benito. Lo so era il nome di un rivoluzionario sudamericano, ma la mia famiglia era rivoluzionaria da sempre, socialista e di sinistra ed anch’io lo sono stato».

Quando?

«Fin dalla mia prima gioventù. Ero iscritto al partito socialista ma nel settembre del 1911, quando il governo Giolitti decise di invadere la Libia, mi ribellai anche ai vertici del mio partitoa Filippo Turati e a Claudio Treves che, riunitisi a Milano, nell’appartamento di Anna Kulishoff, in piazza Duomo, avevano deciso di dichiararsi solidali con Giolitti».

Fu quando guidò la rivolta di piazza a Forlì, assieme a Pietro Nenni?

«Sì, il 25,26,27 settembre 1911. Fui arrestato e processato. Al processo mi risentii moltissimo. Ammettevo tutto meno l’ultimo capo d’imputazione che respinsi con tutto me stesso “atto indegno di un combattente”. Che vergogna!»

E quanto le dettero?

«Cinque mesi di reclusione. Dopodiché me ne andai in Svizzera ma da lì a poco tornai in Italia, a Milano perché il partito mi aveva affidato la direzione dell’Avanti.»

Durò poco però. Nel famoso libro “Dux” di Margherita Sarfatti si legge “si congedò dall’Avantisenza volere l’indennità giornalistica e neppure lo stipendio in corso, e persino rifiutando quel migliaio di lire che la direzione del partito lo supplicava di accettare per i bisogni della famiglia. Eppure, fondava ora un giornale proprio. Per i suoi detrattori aveva accettato “l’oro francese”: un’accusa un po’ dura …

«Ma neanche per sogno era arrivato il momento di scendere in campo con le armi in pugno contro l’impero austriaco, nostro oppressore da secoli. Fondai il Popolo d’Italia e lo chiamai “quotidiano socialista”».

Lei si sentiva più uomo politico capo del governo o più giornalista?

«Le rispondo con le esatte mie parole che riportò Margherita Sarfatti nel suo “Dux”: andando al governo, spesso e volentieri prendevo dei fogli e scrivevo qualche cosa che poteva interessare agli italiani. Ciò aveva l’apparenza di solenne delle note ufficiose o ufficiali che dir si voglia. Erano in realtà dei piccoli articoli».

A proposito di Margherita Sarfatti brillante giornalista bella signora ebrea che per molti anni fu legata a lei da passione amorosa, che opinione aveva di lei come uomo?

«Nell’ultima edizione di “Dux” si legge “…benché abbia dato alle donne, con molta generosità, il diritto di suffragio amministrativo, al condottiero romagnolo la donna appare tuttavia sempre, da egoista maschile, bella e destinata a piacere”».

Benito è vero che il famoso giudizio “Governare gli italiani non è impossibile ma inutile” lei lo copiò da Giovanni Giolitti?

Ma neanche per sogno! Il giudizio è mio e la frase è mia. Ed è anche la verità. Del resto basta girarsi indietro e dare uno sguardo alle vicende degli italiani nei secoli: sempre divisi, sempre pronti a passare da una barricata all’altra e sempre pronti a cambiare bandiera ai primi accenni di maltempo».

Lei cita continuamente “Dux”. Ma nel 1938, quando furono varate le leggi razziali, il Ministero dell’educazione nazionale lo fece ritirare da tutte le librerie, e la Sarfatti dovette fuggire negli Stati Uniti.

«Perché insiste su questo tasto? Io ho sempre avuto la massima considerazione per gli ebrei. Il Ministro degli Interni del mio primo governo, Finzi, era ebreo, l’amministratore del Popolo d’Italiaera ebreo, tra i fascisti della prima ora molti erano ebrei. Ma ciò che mi fece optare per le leggi razziali fu l’ostilità della finanza mondiale dominata dalle lobby ebraiche, nei confronti dell’Italia…»

A proposito di ebrei anche l’altro celebre libro a lei dedicato e destinato a restare nella storia, fu scritto da un ebreo.

«Sta parlando dei “Colloqui con Mussolini” scritto da Emil Ludwig, grande scrittore e storico tedesco di stirpe e religione ebraica. Mi feci intervistare nel 1932 per due settimane gli dedicai un’ora ogni pomeriggio».

Ci può ricordare alcune risposte che diede alle domande di Ludwig?

«Incominciamo da quella sull’amicizia. Gli dissi che non potevo avere amici sia per il mio temperamento sia per il mio concetto degli uomini. Gli precisai che gli amici più fedeli erano quelli più lontani; erano chi non aveva mai voluto niente».

Nel libro c’è anche un capitolo dedicato alla fede…

«In gioventù ogni misticismo mi era estraneo ma negli ultimi anni era cresciuto in me il convincimento che potesse esservi una forza divina nell’universo. A Ludwig precisai che “divina” non significava per forza “cristiana”».

La pensa sempre così?

«No ora so che Dio è il Cristo. Ma lo sapevo già a Gargnano quando, pochi giorni prima della fine, ricevetti l’assoluzione dopo essermi confessato».

Con riferimento alla crisi economica del ’29 Ludwig le chiese” perché data la sua battaglia contro le barriere doganali, non fonda l’Europa?” che cosa rispose a questa domanda?

«Risposi così: sono vicino a questa idea, ma il tempo non è ancora maturo. Vedremo nuove rivoluzioni e solo da esse sorgerà il nuovo europeo».

Mussolini e l’estate dei morti viventi, scrive il 10 luglio 2017 Luigi Iannone su “Il Giornale”. Questa estate gravata dalla calura e grondante di barconi che preannunziano l’invasione prossima ventura, sarà pure ricordata come quella dei ‘morti viventi’. Quella nella quale saranno riesumati i defunti del 1945: da Mussolini ai gerarchi di Salò fino ai ‘Padri della Patria’ …tutti fuori dalle tombe utili a tempestare di noiosi déjà vu le nostre giornate. Priorità nel dibattito pubblico saranno lunghe sedute parlamentari per mettere a punto codicilli e commi da cui poter poi prendere spunto per legiferare su un reato inafferrabile e fantomatico quale “l’apologia del fascismo”. Frutto acidulo di una antica e sempre riproposta tragicommedia che riassicurerà alle nostre serate un minimo di brio in vista di qualche altro tormentone in grado poi di farci scavallare anche l’inverno, e così via, in un supplizio senza fine. E così disquisiremo di un tizio che sfoggia nel suo stabilimento balneare gagliardetti e frasi del ventennio; oppure di quell’altro che si è fatto un selfie in posa marziale e petto villoso; o dell’altro ancora che, sui social, cita la solita frase di Evola o Almirante e a supporto si incornicia a latere col suo saluto romano. Fatto salvo il folklore e la superficialità che si desume da tante testimonianze di machismo internettiano, da foto, simboli e armamentario vario, come si può concepire che un tema così marginale possa – ancora oggi – entrare a pieno titolo nel dibattito pubblico, investendo con virulenza e tossicità parlamento e partiti? Come è possibile che vengano tirate fuori vecchie parole d’ordine e paventati pericoli per la democrazia? In una ipotetica scala da uno a cento che tenesse conto delle necessità dei cittadini italiani questa vicenda sarebbe ben oltre il centesimo posto. Lo sanno tutti. E allora come è possibile tutto questo? Come ci salta in mente di discutere del nulla? Una risposta forse c’è, ed è quella più banale: la grancassa mediatica suona forte perché quando il pasto è succulento, chi arriva prima ne può trangugiare la parte più sostanziosa. Fare perno sulla ideologia, tentando di scovare i fascisti del terzo millennio e magari qualche nostalgico fuori tempo massimo, può rappresentare la medaglia che il ‘buon democratico’ deve sempre appuntarsi al petto per ostentarla poi ai suoi sodali. Perché solo in questo modo un antifascismo che tende a riesumare dei morti (perché – sappiatelo – il fascismo è morto e sepolto con Mussolini!) si può ritemprare di apparente energia vitale. D’altra parte vanno avanti così, grazie ad un metodo sperimentato per 70anni. L’antifascismo è infatti tra tutte le professioni quella più remunerativa. Lo diceva Flaiano, e poi Longanesi, e poi ancora Prezzolini il quale sempre andava sostenendo che <<in Italia non c’è stata una rivoluzione antifascista. Gli antifascisti hanno vinto mediante le bombe americane e inglesi, e le truppe negro-brasilio-polacche. Se non ci fosse stato l’esercito alleato, mai gli antifascisti avrebbero fatto cadere Mussolini. E, se Mussolini non avesse fatto la sciocchezza di dichiarare la guerra, oggi avrebbe un monumento a Times Square>>. Ma tali considerazioni vanno ribadite in gran segreto perché derivanti da verità fattuali che attengono alla Storia, argomento che loro non conoscono. Infatti, pur avendola scritta e riscritta a piacimento, non la conoscono. Essi sono ancora fermi alla religione laica dell’antifascismo in assenza di fascismo e a parole d’ordine trite e ritrite e, di conseguenza, impongono a tutti gli altri di conformarsi nei giudizi finali. In realtà, i democratici del terzo millennio assurgono a metafora tutta italiana di quella petrarchesca devianza che porta ad esaminare solo il “particulare” e da qui trarre considerazioni di carattere ‘universale’. E perciò possono far passare l’idea che se un tizio fa il saluto romano in Valle d’Aosta, tale accadimento possa scatenare in tutta la penisola frotte di architetti e urbanisti pronti a collocare fasci littori sui frontoni di ogni edificio pubblico e amministratori locali a cantare ‘faccetta nera’ tenendo al contempo ben stretti per i testicoli gli immigrati appena sbarcati. Ma non è così, e lo sanno! Mentono spudoratamente sul fronte storiografico perché sanno bene di aver falsificato i fatti del passato a uso e consumo di quella ideologia comunista che ha paralizzato i processi culturali del nostro Paese. Ma mentono senza ritegno quando strumentalizzano episodi spesso legati al folklore e profetizzano eventuali rigurgiti totalitari. Mentono perché sanno bene che, in questo tempo misero, la dittatura è quella tecnocratica, è quella del capitalismo finanziario, quella degli speculatori, dei burocrati di Bruxelles, delle banche che ‘saltano’ dalla sera alla mattina lasciando sul lastrico migliaia di risparmiatori, delle multinazionali che utilizzano le delocalizzazioni per licenziare; quella che confonde la bioetica con l’eugenetica, la libertà di scelta con l’anarchia, il folklore con la tirannia.

Fascismo sul web, Fiano: "non è opinione, è un crimine". Il deputato dem Emanuele Fiano canta vittoria per l'arrivo alla Camera della sua legge contro l'apologia del fascismo. Centrodestra e M5S contrari: mina il diritto d'opinione, scrive Francesco Curridori, Lunedì 10/07/2017 su "Il Giornale". Il deputato dem Emanuele Fiano, figlio di sopravvissuto ad Auschwitz, canta vittoria. La sua legge contro l’apologia del fascismo arriva oggi in Aula alla Camera. "Com’è possibile - si chiede Fiano intervistato da Repubblica - che in oltre 70 anni di storia della Repubblica non sia stato messo nel codice penale il reato di apologia di fascismo e di propaganda, che c’è solo come articolo della legge Scelba del 1952?" Ora, con la sua legge il reato di apologia sarà punibile con la reclusione da 6 mesi a 2 anni con l’aggravante per il web. Una legge che, a suo dire, arriva tardi "ma nel momento giusto per risvegliare le coscienze". "Noi continuiamo a sottovalutare un contesto altamente infiammabile come quello del disagio sociale e della reazione all’emergenza immigrazione", aggiunge. La legge trova però la ferma opposizione dei grillini che in commissione Affari costituzionali hanno presentato un documento in cui sostengono che la legge mini la libertà di opinione. "Immagino che tutto il centrodestra si opporrà alla legge con l’aggiunta dei 5Stelle: un fatto molto preoccupante. A me rimane per sempre la frase che disse Giacomo Matteotti: 'Qui non si tratta di reati di opinione, perché il fascismo non è un’idea, è un crimine' ", dichiara il renziano Fiano che interviene anche sul aso dello stabilimento balneare di Chioggia che inneggia al fascismo. "C’è oggi una sorta di benaltrismo, per cui si dice che i problemi sono la mancanza di lavoro, di pensione, di futuro. E allora perché occuparsi di vecchie cose. Ma - spiega Fiano - è il contrario, perché la crisi economica e la questione dei migranti sono il terreno di coltura per le idee neo fasciste e di estrema destra e razziste". L'altro problema, per Fiano, è il fascismo su Facebook e sul web: "Pochi giorni fa ce n’era una che è stata bloccata in cui si propagandavano i discorsi di Goebbels: aveva 8 mila e 500 seguaci".

M5S: "Legge contro l'apologia di fascismo è liberticida". Renzi: "Liberticida era il regime". È scontro duro tra il Pd di Matteo Renzi e il M5S sulla proposta di legge presentata da Emanuele Fiano che introduce nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista, scrive Raffaello Binelli, Lunedì 10/07/2017, su "Il Giornale".  Punire "chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco". Nel mirino, dunque, saluti romani e gadget "nostalgici". Con l'aggravante se la propaganda avviene attraverso strumenti telematici o informatici. Nettamente contrari alla bozza di legge i deputati del Movimento 5 Stelle: "Il provvedimento in esame si palesa sostanzialmente liberticida". Lo hanno scritto, nero su bianco, in un parere consegnato alla Commissione Affari costituzionali della Camera. I deputati di M5s, tra cui Danilo Toninelli e Fabiana Dadone, scrivono che la norma vuole indicare come penalmente rilevanti anche "condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime, o di quello nazionalsocialista tedesco" e dunque "il provvedimento in esame si palesa quale sostanzialmente liberticida". Per M5s dovrebbero essere penalmente rilevanti "le sole condotte che risultino oggettivamente offensive, in linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione. L’approvazione del provvedimento determinerebbe, quindi, l’entrata in vigore di una norma illegittima ed in parte priva di concreti effetti, se non, in alcuni casi, in merito all’abbassamento delle pene edittali" e dunque M5s ha espresso parere contrario. Emanuele Fiano, primo firmatario della legge, ironizza: "Li ringrazio per la chiarezza, la differenza tra le nostre idee è per me un vanto". Durissima la stoccata del segretario Pd, Matteo Renzi: "Liberticida era il fascismo non la legge sull’apologia del fascismo. Bisogna dirlo al M5S: era il fascismo liberticida. Almeno la storia!". Il senatore democratico Andrea Marcucci: "Il M5S alla Camera contro il reato di apologia di fascismo. Più chiaro di così...".

Apologia di fascismo, ora è scontro politico. M5S e destre: "È una norma liberticida". Il ddl Fiano prevede pene più dure per chi inneggerà al fascismo, anche sul web. Pd e sinistre favorevoli: «Colma un buco normativo». Pentastellati, centrodestra e destra attaccano la legge: «Inammissibile, introduce un reato d'opinione», scrive Federico Marconi il 10 luglio 2017 su "L'Espresso". Una nuova legge contro l'apologia di fascismo, con un'attenzione particolare ai social network: è questa la norma in discussione alla Camera che sta accendendo le polemiche. La legge Fiano - dal nome del deputato Pd promotore della legge - prevede pene da 6 mesi e 2 anni per chi sarà responsabile di "propaganda attiva di immagini o contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco e delle relative ideologie”, ma anche per chi richiamerà “simbologia e gestualità” dei due partiti. Pene che diventano più dure se il reato sarà perpetrato sui social network: la propaganda “attraverso strumenti telematici o informatici” costituirà infatti un’aggravante del delitto, comportando un aumento di un terzo della pena. «Il ddl sull’apologia di fascismo è un passo avanti» afferma il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri: «Vuole introdurre un reato specifico nel codice penale, fino ad oggi mancante, in quanto ci si rifaceva solo alla legge Scelba (del 1952, ndr)». Il provvedimento ha subito attirato le polemiche. Secondo il Movimento 5 Stelle si tratta di una norma “liberticida” e infatti in un parere consegnato alla Commissione Giustizia della Camera, i pentastellati bocciano il testo di legge in quanto punirà “anche condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della sua retorica”. «La proposta Fiano è scritta coi piedi solo per andare sui giornali - afferma Danilo Toninelli -  Piuttosto votiamo la Legge Richetti sui vitalizi invece di fare propaganda». La posizione dei 5S è condivisa dalle destre. «Questo è il modo del Pd di guardare avanti per il futuro dell'Italia, introdurre nel nostro ordinamento un unico reato d'opinione perché si potrà impunemente inneggiare a Stalin e a Osama Bin Laden - commenta duramente Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia -  la verità è che taluni personaggi del Pd restano profondamente illiberali, faziosi e comunisti dentro». Sulla stessa lunghezza d’onda Renato Brunetta («perché non introdurre in legge Fiano anche apologia comunismo?») e il segretario della Lega Matteo Salvini: «Nel 2017 non ha senso un reato d’opinione. Un conto sono le minacce, gli insulti o l'istigazione al terrorismo, altra cosa sono le idee, belle o brutte, che si possono confutare ma non arrestare. Le idee non si processano». Uniti in difesa della legge sono sinistra e centrosinistra. Il segretario Pd Matteo Renzi polemizza con i 5 Stelle: «Liberticida era il fascismo, non la legge sull’apologia di fascismo». Da Largo del Nazareno interviene anche il presidente Dem Matteo Orfini: «A non essere né di destra né di sinistra si finisce come il M5s: a difendere l'apologia di fascismo». «Caro Beppe Grillo il fascismo fu una dittatura terribile. Liberticidi sono quelli che oggi lo elogiano, non quelli che lo combattono» è la reazione di Arturo Scotto di Mdp. «Promemoria per Lega e M5S: i neofascisti sono razzisti, prevaricatori, le loro azioni, la loro propaganda e le loro provocazioni vanno contrastate duramente» il commento di Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana: «Chi pensa che facciano folklore diventa loro complice» Per il segretario del Psi Riccardo Nencini la posizione dei pentastellati non deve sorprendere: «Per forza non ritengono reato l’apologia del fascismo, i vertici vengono da lì. Basta chiedere ai due 'Di' (con riferimento a Di Battista e Di Maio ndr)».

Il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione viene garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Nonostante ciò, il Parlamento ha più volte legiferato contro l’apologia di fascismo. Per questo la legge Fiano non può essere considerata una novità assoluta. La prima norma a occuparsi del tema è stata nel 1952 la legge Scelba, che realizzava le disposizioni della XII norma transitoria e finale della Costituzione. La legge prevedeva il carcere per chi si fosse impegnato nella riorganizzazione del partito fascista o avesse commesso apologia di fascismo. La norma fu ampliata prima nel 1975, poi nel 1993 dalla legge Mancino, che puniva chi avesse propagandato «idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale ed etnico, istiga a commettere discriminazioni e organizza movimenti che hanno tali scopi». Anche la Corte Costituzionale si è espressa sulla questione. La prima volta nel 1957: i giudici affermarono che l’apologia di fascismo «per assumere carattere di reato deve consistere in un’esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista». Nel 1958 la Corte stabilì che il saluto romano «costituisce reato se commesso in circostanze tali da renderlo idoneo a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste». Per questo, nel 2016, la Corte di Cassazione ha deciso l’assoluzione di un tifoso di Bolzano che si era presentato allo stadio con una maglietta di Mussolini, degli esponenti di Casapound di Milano che esponevano bandiere con croci celtiche per le vie della città, o un gruppo di “camerati” che a un funerale “omaggiavano” l’amico defunto con il saluto romano. «Non è punibile il gesto in sé, va collocato all’interno di una manifestazione con fini di proselitismo e propaganda politica» la sentenza della Cassazione. Con la legge Fiano le cose potrebbero andare diversamente.

Scontro parlamentare sull’apologia di fascismo, Toti: “Nessuno sano di mente può sostenere o rimpiangere i regimi”, scrive Katia Bonchi il 10 luglio 2017 su "Genova 24". “Non credo che ci sia in Italia qualcuno che sostiene il fascismo, né che inneggi a regimi totalitari di qualsiasi colore e certamente è già previsto come reato dalle clausole transitorie della nostra Costituzione che sembra in vigore nonostante i molti assalti e attentanti degli ultimi mesi, quindi il dibattito sull’apologia di fascismo credo che sia un dibattito piuttosto sterile perché non vedo chi possa essere l’apologeta del fascismo in questo Paese”. Dribbla le polemiche con la consueta scioltezza il governatore della Regione Liguria Giovanni Toti e a chi gli chiede cosa ne pensi del dibattito in aula che vede la Lega Nord a fianco del M5S e contro il Pd sulla proposta di legge che punisce la propaganda via web del fascismo. Ma gli arresti? Le denunce? E la recente sentenza della Cassazione? “Ci sono arresti di ogni genere e la criminalità si annida nelle più diverse forme o assume colori e giustificazioni le più disparate ma non credo che qualcuno intellettualmente sano o innesto possa rimpiangere o fare apologia di fascismo. Se lo fa commette un reato e fanno bene ad arrestarlo così’ come chi fa apologia dei teppisti da stadio che vanno a picchiarsi alle partite e così come chi fa apologia di prodotti contraffatti o dello sfruttamento di lavoro minorile”.

Il fascismo a intermittenza, scrive l'11 luglio 2017 Beppe Grillo. Incredibilmente il Pd, nelle sue imprese di distrazione di massa, è stato colto dal desiderio irrefrenabile di proporre un restyling del reato di apologia di fascismo. La legge che sanziona quelle poco edificanti trovate nostalgiche previste nei dettagli dall'articolo 4 della legge Scelba del 1952. Per le crisi nostalgiche sono già previste pene e sanzioni: la reclusione (da 6 mesi a 2 anni) e una multa da 206 a 516 euro. Ancora, dal 1993, esiste anche la legge Mancino, che sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Vengono (o meglio dovrebbero essere) puniti anche l'utilizzo di simbologie legate a questi movimenti politici. Cerchiamo di analizzare quello che sta succedendo: l’Italia è una Repubblica che nasce dalle ceneri del fascismo e fonda i suoi valori sulla democrazia ed il lavoro. Come mai il Pd, che sta mercificando questi due pilastri fondanti della Repubblica, si è messo in testa di fare una nuova versione della legge che sancisce comportamenti e tentativi di ripristinare il fascismo? Non sono del tutto fessi, e questo forse ne è il primo segno concreto. Non è di sicuro farina del sacco del giovane paggio, sempre più impegnato a reggere lo strascico delle banche mentre convolano a nozze miliardarie a spese dei cittadini. L’unico modo per colpire delle opinioni in Italia è coinvolgere il fascismo. La mano morta sulla democrazia di Renzi prosegue insinuando, non agendo apertamente, che inizia ad esserci bisogno di fare delle leggi sul come la si pensa. Leggi (per lo più immaginarie) che tinteggino loro, la sinistra frou frou, da progressisti e gli altri come oscuri conservatori. Cosa volete che sia avere dato la fine ai diritti dei cittadini, dei lavoratori e dei pensionati. Sono sicuri che gli italiani si lasceranno ancora ipnotizzare da un dibattito inutile su di una legge inutile. Il loro nuovo schema mediatico è il fascismo a intermittenza. Quando i partiti e i media che gli strisciano attorno non sanno più come contrastare una posizione di buon senso del MoVimento 5 Stelle gridano al fascismo. Fino a qualche settimana fa, infatti, il MoVimento era fascista perché voleva accendere i fari sul comportamento delle Ong nel mar Mediterraneo. Poi contrordine compagni: "la frase "chi critica la gestione dell'immigrazione e il ruolo delle ONG negli sbarchi in Italia va apostrofato come fascista" contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "chi critica la gestione dell'immigrazione e il ruolo delle ONG negli sbarchi in Italia è chiaramente un grande statista"." Così il ministro Minniti, che ha rubato le nostre proposte senza applicarle, e Renzi, che ha fatto suoi gli slogan della Lega, sono diventati fascisti? Assolutamente no! Ora, scrivete compagni: "fascismo vuol dire non votare la legge scritta coi piedi di Fiano", tanto gli italiani non se ne accorgeranno. I giornali hanno dimostrato obbedienza cieca, pronta, assoluta. Ed ecco il titolo vergognoso "Di Maio e Di Battista sdoganano il regime" in un articolo di Repubblica che oramai raggiunge vette di propaganda che Il Popolo d'Italia neppure si sognava. Una vera legge antifascista dovrebbe colpire tutti gli assolutismi tramite la prevenzione: ma colpirebbe proprio loro, perché continuando a mentire sistematicamente ad un popolo stanno ponendo le fondamenta del fascismo o di qualunque altra reazione assolutista. Non sappiamo cosa vorrà dire domani essere fascisti, sappiamo cosa vuol dire oggi: il governo metterà la fiducia sul decreto banche per dare altri 17 miliardi di euro pubblici e salvare il culo dei banchieri mentre 10 milioni di italiani sono a rischio povertà e 250.000 emigrano ogni anno. Ma questo non è fascismo, è solidarietà. Scrivete compagni! Scrivete!

Caro Fiano, il fascismo non si combatte così. Dalla pancia del Paese affiorano pulsioni di estrema destra e il Pd pensa di affrontarle con divieti, bollini e punizioni per il Web. Bisogna invece combattere ogni giorno l'egemonia culturale reazionaria, sempre più diffusa. Non è facile, certo, ma è l'unico modo, scrive Fabio Chiusi l'11 luglio 2017 su "L'Espresso". Ci sono diverse tentazioni antidemocratiche nel dibattito sorto intorno alla legge Fiano contro la propaganda fascista. La prima, dei sostenitori, è definire “fascista” chiunque vi si opponga, quando naturalmente non servono nostalgie del Ventennio per porre una semplice domanda: che cosa è, esattamente, “propaganda”? Il testo parla di “immagini” e “contenuti propri” di fascismo e nazismo, delle “relative ideologie”, di richiamarne pubblicamente “la simbologia e la gestualità”. In alcuni casi, abbastanza per identificare uno squadrista; in molti altri - dalla satira alla ricerca, passando per tutte le sfumature consentite dalla libera espressione in democrazia - no. Non perché essere fascisti è un’opinione come le altre, ma perché un conto è criminalizzare la violenza e il razzismo come metodo di lotta e seduzione politica, o vietare la ricostituzione di un partito totalitario, come nelle già vigenti leggi Scelba e Mancino; un altro è criminalizzare un braccio teso, la vendita di un santino del Duce o la diffusione di una sua foto su Facebook per la loro sola esistenza. Proprio su Internet peraltro, secondo la norma, essere fascisti è di “un terzo” più grave: perché? Il principio della rete come aggravante di reato è un concetto che ruota nelle menti dei legislatori italiani almeno dal ddl Lauro del 2009, in cui il senatore Pdl ipotizzava un aumento di pena per il proposto, e bocciato, reato di “istigazione ed apologia dei delitti contro la vita e l’incolumità della persona” nel caso fosse compiuto tramite “telefono, Internet e social network”. Oggi si parla di “strumenti telematici e informatici”, ma è singolare pensare che una trasmissione televisiva più o meno velatamente razzista, o un titolo di giornale, siano minori veicoli di propaganda. Singolare, a meno che non si inquadri l’idea all’interno dell’ossessione che i liberal di tutto il mondo hanno sviluppato per la propaganda digitale dopo l'elezione di Donald Trump - senza peraltro prendersi la briga di definirne i contorni, o spiegarci perché dovrebbe essere più pericolosa di quella “offline”. Anche questa di criminalizzare la propaganda e le menzogne che oggi chiamiamo inspiegabilmente “fake news”, invece di neutralizzarle con le idee, i fatti e la civiltà, è una tentazione antidemocratica, tale da avere allarmato perfino lo Special Rapporteur ONU per la libertà di espressione, David Kaye. Il problema è che quando si sfonda la soglia della criminalizzazione della propaganda ideologica non si sa bene dove si va a finire. Certo, c’è una diffusa e montante tentazione autoritaria a destra, al punto che sempre più è il linguaggio dei Salvini e delle Le Pen a fare quella che Antonio Gramsci chiamava “egemonia culturale”: un rapporto di dominio, sì, ma più subdolo e pervasivo perché fondato sul consenso, prima che sulla coercizione, e sempre “necessariamente pedagogico”. Anche questo è un dato di realtà con cui fare i conti, utile per decifrare gli strepiti di chi maschera la volontà di giustificare, assolvere, minimizzare dietro al faro del libero pensiero. Ma una volta rotti gli argini, le acque fluiscono verso anfratti che potrebbero allagare la stanza della democrazia, più che quella degli estremisti, sempre peraltro dotata di insospettabili anfratti. Pubblicare un testo di propaganda fascista diventa dunque reato, anche quando è di interesse storico? Un video su YouTube con i discorsi di Joseph Goebbels - il vero padre della propaganda contemporanea, che andrebbe studiato nel dettaglio, non consegnato all’oblio - è materia da codice penale? Domande che, in una certa misura, si ponevano già, ma che oggi si ripropongono con maggiore forza. Domande che somigliano molto da vicino a quelle poste nei mesi in cui i terroristi di ISIS occupavano il web con le loro strategie di comunicazione. E cosa è più democratico, tentare la via difficile - mostrando ma contestualizzando, diffondendo ma senza essere megafoni - di ottenere una opinione pubblica informata e adulta abbastanza da valutare da sé l’orrore, o pretendere - nell'era della disintermediazione, uno sforzo quasi certamente vano - di trattarla come un consesso di infanti a cui appiccicare un bollino rosso, un divieto, così che il male finisca sotto il tappeto? E ancora: cosa distingue essenzialmente la propaganda estremista, o fondamentalista, da quella politica? Il passo, insegnano i regimi autoritari di oggi, non di ieri, è più breve di quanto sembri. Si pensi alla Cina, e alla recente norma che prevede lo screening, da parte di due revisori, di ogni contenuto audio-video pubblicato in rete, con conseguente censura di tutti quelli che non aderiscono ai “valori di fondo del socialismo”. Nessuno sostiene che Fiano e i sostenitori della sua legge abbiano Pechino come modello; il pericolo, tuttavia, è aprire le porte a una ratio che rende possibile adottarlo, se ritenuto necessario. Resta poi l’ultima obiezione, più profonda: che il fascismo è un cancro difficile da estirpare, un male apparentemente incurabile della contemporaneità che è meglio prevenire, dissolvere piuttosto che risolvere. Inutile fare di Cinque Stelle - gli epuratori a mezzo blog - e leghisti improbabili difensori delle libertà civili: se si vuole privare il fascismo del terreno che lo fa germogliare, bisogna inaridirlo ogni giorno, non con le leggi ma con la dimostrazione quotidiana del rispetto di rapporti di vita e potere democratici, da parte di ogni fazione politica. L’intolleranza non si batte coi divieti, né tantomeno scimmiottandone slogan e forme, ma con l’intransigenza e l’orgoglio di appartenere a un mondo in cui si ha memoria di che accade un saluto romano dopo l’altro. Coltivare la passione del passato e della verità storica, incentivarla in ogni forma: questo sì si sottrae a ogni tentazione antidemocratica. E, infatti, sembra proprio l’ingrediente mancante al dibattito in corso.

Pd contro la spiaggia "fascista": "Togliere subito la concessione". Polemica per lo stabilimento di Chioggia che inneggia al Ventennio. Il Pd chiama in causa Minniti: "Servono provvedimenti urgenti". E ne chiedono la chiusura, scrive Sergio Rame, Lunedì 10/07/2017, su "Il Giornale". La sinistra è pronta a far chiudere lo stabilimento Punta Canna di Chioggia. L'hanno già ribattezzata "la spiaggia fascista". E sono pronti a tutto pur di togliere a Gianni Scarpa, 64enne di Mirano, la concessione. "La spiaggia fascista di Chioggia va chiusa e la concessione demaniale revocata, ponendo fine a questa autentica vergogna", ha tuonato il deputato Antonio Misiani che nei prossimi giorni presenterà una interrogazione parlamentare al ministro degli Interni Marco Minniti per "sollecitare provvedimenti urgenti". Francesco Storace, presidente del Movimento Nazionale, se la ride. E prende in giro il Pd e la sinistra che in queste ore si stanno armando contro lo stabilimento Punta Canna. "Gli antifa, frustrati più che mai, non hanno 'gnente da fà - commenta Storace - non hanno capito, Sala, Repubblica, Boldrinova, che di loro ce ne freghiamo abbastanza. Hanno scoperto una spiaggia a Chioggia. Non sopportano che rendiamo onore ai nostri Caduti". A far infuriare la sinistra sono i cartelli esposti da Scarpa all'interno dello stabilimento. "Zona antidemocratica e a regime - si legge - non rompete i c...". A far scoppiare la polemica è stato un articolo di Repubblica. "Regole: ordine, pulizia, disciplina, severità - scrive il 64enne di Mirano - difendere la proprietà sparando a vista ad altezza d'uomo, se non ti piace me ne frego!". E ancora: "Servizio solo per i clienti... altrimenti manganello sui denti". E poi frasi di Ezra Pound, braccia al cielo e inni fascisti. "Qui valgono le mie regole", spiega Scarpa raccontando che, in passato, le regole prevedevano il divieto di ingresso ai "bambini e ai buzzurri". Negli ultimi tempi ha deciso di aprire il lido ai bimbi. Tutta la spiaggia è costellata da scritte e immagini del Ventennio, compresa la foto di un bambino che dice: "Nonno Benito, per un'Italia onesta e pulita torna in vita". "Questa vicenda è di una gravità inaudita", tuona il piddì Misiani. Che poi attacca: "L'apologia di fascismo è un reato punito dalla legge. Che questo reato venga sistematicamente commesso su un terreno demaniale è un fatto incredibile ed è sconcertante che tutto questo sia stato tollerato per così tanto tempo, come se la propaganda e la simbologia nazifascista fosse una questione folkloristica". Walter Verini fa eco parlando di "storia incredibile e vergognosa". Questa mattina, come rivela Repubblica, sono già arrivati gli agenti della Digos e della polizia scientifica, inviati dal questore di Venezia, Vito Danilo Gagliardi.

Ordine e disciplina: lo stabilimento è fascista. Vicino alla spiaggia cartelli e slogan che ricordano il Ventennio. E il caso arriva in Parlamento, scrive Lunedì 10/07/2017 "Il Giornale". A chi la spiaggia? A noi! Un «posto al sole» Gianni Scarpa, 64 anni, titolare del lido più fascista d'Italia se l'è già ritagliato. A scovare a Chioggia il suo «ducesco» stabilimento balneare è stato ieri il quotidiano La Repubblica che ha dedicato all'argomento un ampio reportage, pubblicando inoltre sul sito la registrazione della voce di Scarpa che arringa i «suoi» clienti con piglio mussoliniano. Nel giro di poche ore tutta Italia ha scoperto la vocazione «totalitaria» dello Scarpa con inevitabile corollario di polemiche politiche e interrogazioni parlamentari. «Gli antifascisti, frustrati più che mai, non hanno gnente da fa. Non hanno capito, Sala, Repubblica, Boldrinova, che di loro ce ne freghiamo abbastanza. Hanno scoperto una spiaggia a Chioggia. Non sopportano che rendiamo onore ai nostri Caduti. Indagano se ci scappa un bel saluto romano. Certo, altro su di noi non ci può essere, come capita a voi lestofanti. Magari presto vi potrebbe capitare di cantare Sala libero... Sarà una lotta di liberazione...». È quanto scrive su Facebook Francesco Storace, presidente del Movimento Nazionale. Ma che succede, in realtà, nel «nero» lido Punta Canna di Chioggia dominato dal camerata Scarpa? Già all'ingresso si capisce tutto: «Zona antidemocratica e a regime, non rompete i c...». Più avanti, i cartelli sono ancora più eloquenti: «Regole: ordine, pulizia, disciplina, severità. Difendere la proprietà sparando a vista ad altezza d'uomo, se non ti piace me ne frego!»; «Servizio solo per i clienti... altrimenti manganello sui denti». E poi un profluvio di frasi di Ezra Pound («Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui»), braccia tese e saluti romani. Un'insegna indica i servizi igienici: «Questi sono i gabinetti per lui, per lei, per lesbiche e gay». Il proprietario, per spiegare la sua ideologia, non ricorre a giri di parole: «Qui valgono le mie regole. La democrazia mi fa schifo. M i fa schifo la gente sporca. E i tossici li sterminerei tutti». In passato, le «regole» prevedevano il divieto di ingresso anche ai «bambini» (oltre che ai «buzzurri»), ma piano piano Scarpa si è addolcito e ora sono tollerati anche il bambini. Che Scarpa chiama, simpaticamente, «piccoli balilla». Intanto da oggi sarà in discussione a Montecitorio la legge 3243 che chiede l'introduzione dell'articolo 293-bis del codice penale, per punire «chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco».Il passato ritorna.

Chioggia, il prefetto scende in campo contro la spiaggia fascista: "Rimuovere tutti i cartelli", scrive il 10 Luglio 2017 “Libero Quotidiano”. Dopo la denuncia del quotidiano La Repubblica, il prefetto di Venezia Carlo Boffi "esegue": ha adottato immediatamente l'ordinanza contro lo stabilimento di Gianni Scarpa, 64enne di Mirano, il quale ha dedicato il suo spazio a Benito Mussolini. "Spiaggia fascista". Così l'ha chiamata il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Al titolare della concessione balneare di Punta Canna di Chioggia è stata intimata "l'immediata rimozione di ogni riferimento al fascismo contenuto in cartelli, manifesti e scritte presenti all'interno dello stabilimento". In poche ore sono arrivati gli agenti della Digos e della polizia scientifica, inviati dal questore di Venezia, Vito Danilo Gagliardi. Nel mirino, i cartelli esposti da Scarpa all'interno dello stabilimento che inneggiano al Ventennio. "Regole: ordine, pulizia, disciplina, severità - scrive il titolare dei bagni, 64 anni -, Difendere la proprietà sparando a vista ad altezza d'uomo, se non ti piace me ne frego!". E ancora: "Servizio solo per i clienti... altrimenti manganello sui denti". In uno sgabuzzino, c'è scritto: "Camera a gas". Per il caso - proprio mentre la politica si infiamma il dibattito in Parlamento sull'apologia di fascismo - è mosso il prefetto di Venezia. Nell'ordinanza ha ordinato al titolare dello stabilimento di astenersi dall'ulteriore diffusione di messaggi contro la democrazia "visto il pericolo concreto ed attuale che la persistenza di tali comportamenti possano provocare esplicite reazioni di riprovazione e sdegno nell'opinione pubblica, così vivamente turbata, con conseguenti possibili manifestazioni avverse e di riflesso, il rischio di turbative dell'ordine pubblico". 

Pd e Cinque Stelle si azzuffano su chi è più antifascista. Lo stabilimento balneare di Chioggia in stile "Sturmtruppen" messo sotto inchiesta e diffidato dal prefetto: "Via i simboli antidemocratici", scrive Antonio Angeli su “Il Tempo” il 10 Luglio 2017. Mentre lo stabilimento balneare "nostalgico" di Chioggia viene diffidato dal prefetto e dovrà rimuovere la scritte considerate "fasciste", grillini e piddini si azzuffano su chi è più "democratico" e sinceramente " antifascista. È surreale la polemica, che giunge con la presentazione oggi in Parlamento della legge Fiano per infliggere pesanti condanne ai "trafficanti" di gadget del Ventennio, che si è scatenata tra MoVimento 5 Stelle e Pd. «La proposta di legge Fiano contro la propaganda del regime fascista e nazifascista - affermano i 5 Stelle - è l'ennesima legge scritta con i piedi dal Pd. Una legge che per capirci, senza l'emendamento M5S approvato a prima firma Ferraresi in commissione, poneva uno sconto di pena a chi avesse propagandato le ideologie fasciste. È tutto vero e documentato: il Pd voleva una legge che faceva sconti ai fascisti. Grazie al M5S non sarà possibile». Così in una nota il gruppo parlamentare del MoVimento 5 Stelle alla Camera. «La legge in questione - attacca il relatore di minoranza Vittorio Ferraresi - è stata criticata da diversi giuristi. Parliamo di un pastrocchio non necessario, visto che esistono già due leggi in vigore che puniscono l'apologia del fascismo che per noi è da condannare senza se e senza ma. Questa legge non serve al nostro Paese perché si andrà a sovrapporre alla legge Scelba e alla legge Mancino, infatti i comportamenti previsti in essa come le manifestazioni di propaganda e il saluto romano, come ricorda la Corte di Cassazione, sono già punibili e puniti». «Questa proposta maldestra è scritta talmente male da non distinguere fra prodotti propagandistici e prodotti storico-artistici. Il paradosso è che potremmo vedere chiuso il Foro Italico o l'intero quartiere Eur», ironizza Ferraresi. «Mentre questo governo regala i soldi alle banche e ignora i problemi dei cittadini, noi non cadiamo negli squallidi tentativi del Partito democratico di metterci addosso l'etichetta di fascisti. Così come non cadremo in quelli berlusconiani di definirci comunisti. Per noi questo provvedimento rischia seriamente di essere incostituzionale, la stessa Costituzione antifascista che il Pd e Fiano volevano stravolgere. L'antifascismo - conclude l'esponente M5S - per noi è un valore, per loro un spot». E intanto il prefetto di Venezia Carlo Boffi ha emesso l'ordinanza con la quale si impone al titolare della concessione balneare di Punta Canna di Chioggia l'immediata rimozione di ogni riferimento al fascismo contenuto in cartelli, manifesti e scritte presenti all'interno dello stabilimento. All'ingresso dello stabilimento balneare sono esposti i "principi" a cui "devono attenersi" i bagnanti: ordine, pulizia, disciplina. Si tratta, hanno spiegato i titolari, di battute goliardiche che non vogliono offende nessuno. Ma dopo la campagna di Repubblica e del Corriere, lo stabilimento in stile "Sturmtruppen" si è trovato nella bufera. Con il provvedimento del prefetto viene anche ordinato al titolare dello stabilimento di astenersi dall'ulteriore diffusione di messaggi contro la democrazia «visto il pericolo concreto ed attuale che la persistenza di tali comportamenti possano provocare esplicite reazioni di riprovazione e sdegno nell'opinione pubblica, così vivamente turbata, con conseguenti possibili manifestazioni avverse e di riflesso, il rischio di turbative dell'ordine pubblico. Il provvedimento sarà notificato all'interessato nella giornata di oggi dalla Questura di Venezia».

Altro che apologia, nel lido incriminato solo tanta volgarità. La sinistra scambia frasi triviali per l'esaltazione del fascismo, scrive Lodovica Bulian, Mercoledì 12/07/2017, su "Il Giornale". Benvenuti allo stabilimento «fascista» di Chioggia che ama tutti: «Amo i gay amo le lesbiche, amo tutta la gente che si comporta bene». Regole della spiaggia: «Ordine, disciplina, pulizia. Poi divertitevi». Ma prima ricordate: «La zona è ad alta frequentazione di gnocche e gnocchi». Dunque, «massima educazione e non rompete i co...!». E mentre i bagnanti asciugamano sotto braccio se la ridono ormai da tre anni, da quando cioè i cartelli campeggiano all'ingresso del lido accusato di apologia e loro sono evidentemente appagati dalla grossolana personalità del titolare, il Pd e la sua sinistra vedono il Duce dappertutto. Un incubo. E per un giorno trasformano il bagnasciuga nel veneziano in una pericolosa sacca di rinascita del fascismo in Italia. Interrogazioni parlamentari, denunce, richieste di revoca della concessione a quel gestore, Gianni Scarpa, che si divertirebbe a far rivivere il Ventennio in uno «spazio pubblico». Eppure per condannare le sconcertanti banalità rivestite dalle espressioni di cattivo gusto di un «bagnino», come si definisce lui, non serviva scomodare le bandiere dell'antifascismo. Bastavano quelle contro le volgarità contenute nelle istruzioni di un comune manuale di galateo. Ma guai a ridurre tutto a «goliardate e folklore», ammoniscono i democratici. Che pure nei gabinetti, con quel cartello «per lui, per lei, per gay e per lesbiche», leggono un messaggio «omofobo, razzista e discriminatorio». Poi il gender friendly non era una vittoria della sinistra? E che dire di quei continui richiami all'ordine e alle regole da rispettare in riva al mare, che declinati in rime improvvisate che hanno attratto le telecamere dei tg? Spie di un sovvertimento della democrazia come sotto Mussolini, sentenziano i dem. Insomma, per loro in spiaggia non c'è posto per il sarcasmo. Tutto per gli indignati sarebbe un cristallino rimando al Duce. Tanto che sotto la tempesta mediatica il prefetto di Venezia ha fatto rimuovere con un'ordinanza le installazioni, e ha messo al bando messaggi vocali come quelli registrati da Repubblica, in cui tra le risate in sottofondo degli uditori si sente invocare lo «sterminio dei tossici». Anche la citazione mussoliniana «l'onestà deve cominciare dall'alto se si vuole che sia rispettata dal basso» per i piddini è una chiara incitazione alla violenza. L'inconfondibile prova del fascismo galoppante sotto l'ombrellone. Come quella, all'entrata, di Ezra Pound: «Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui». Elementi sufficienti a ottenere una revoca della concessione, chiedono in Parlamento, perché mica può fare come «a casa sua», Scarpa. Che così accoglieva i bagnanti: «In un paese devastato dai ladri istituzionali e maleducati qui ci sono le regole». Troppo fascista. «Non è tollerabile che uno spazio pubblico sia affidato ad una gestione portatrice di messaggi inaccettabili e illegali», è la voce unica dal Pd a Si a Mdp, che portano il caso al ministro dell'Interno. E così anche quel minaccioso «zona antidemocratica», scritto all'ingresso del parcheggio, è finito sul tavolo del prefetto. Che l'ha preso alla lettera.

Boldrini: "I monumenti fascisti offendono chi ha liberato il nostro Paese". La Boldrini riprende la sua crociata contro i monumenti fascisti: "Offendono i partigiani. Lo Stato non ignori le manifestazioni d'ispirazione fascista", scrive Chiara Sarra, Martedì 11/07/2017, su "Il Giornale". "Non commento i provvedimenti che sono in Aula, ma ci sono persone a disagio quando passano sotto i monumenti fascisti". A dirlo è Laura Boldrini che a margine del convegno "Europa, quale Futuro" non commenta la proposta di Fiano sull'apologia di fasciamo in discussione alla Camera, ma non rinuncia a ribadire la sua idiosincrasia verso i simboli di una storia passata che vorrebbe cancellare. "Per quanto riguarda queste manifestazioni di ispirazioni fascista, noi non possiamo sottovalutarle", ha detto la presidente della Camera,