Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA

 

DEI MISTERI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL MISTERO DELLE SCORRIBANDE TURCHE.

IL MISTERO DELL’INVASIONE BARBARICA DEL MERIDIONE D’ITALIA.

IL MISTERO DELLA BORSA SCOMPARSA DI MUSSOLINI.

IL MISTERO DELLA MORTE DI MUSSOLINI.

IL MISTERO DELLE FOIBE.

IL MISTERO DI SALVATORE GIULIANO.

IL MISTERO DI MORO E DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE.

IL MISTERO CIRO CIRILLO.

IL MISTERO DELLE STRAGI. IL TRENO ITALICUS.

IL MISTERO DELLE STRAGI. L’AEREO DC-9 ITAVIA.

IL MISTERO DELLE STRAGI. MILANO. PIAZZA FONTANA.

IL MISTERO DELLE STRAGI. LA STAZIONE DI BOLOGNA.

IL MISTERO DELLE STRAGI MAFIOSE. PALERMO, MILANO, FIRENZE, ROMA.

IL MISTERO DI ILARIA ALPI.

IL MISTERO DI GIANCARLO SIANI.

IL MISTERO DI WALTER TOBAGI.

IL MISTERO DI MINO PECORELLI.

IL MISTERO DI GIORGIO AMBROSOLI.

IL MISTERO DI LUIGI BISIGNANI.

IL MISTERO DI RINO GAETANO.

IL MISTERO DI MARCO PANTANI.

IL MISTERO DI DENIS BERGAMINI.

IL MISTERO LUIGI TENCO E PIER PAOLO PASOLINI.

IL MISTERO DI GIANNI VERSACE.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

I MISTERI DELLA BASILICATA. TERRA DEI DELITTI IRRISOLTI. DA ELISA CLAPS A TOGHE LUCANE, DA ANNA ESPOSITO AD OTTAVIA DE LUISE, FINO AI FIDANZATINI ED AL CARABINIERE DI POLICORO.

IL MISTERO DELLA MOBY PRINCE.

IL MISTERO DI SIMONETTA FERRERO.

IL MISTERO DI LIDIA MACCHI.

IL MISTERO DI EMANUELA ORLANDI.

IL MISTERO DI SERENA MOLLICONE.

IL MISTERO DI MARTA RUSSO.

IL MISTERO DI SIMONETTA CESARONI.

IL MISTERO DEL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO)

IL MISTERO DELLE SUPERNOTES. I 100 DOLLARI FALSI…MA BUONI.

IL MISTERO DI ETTORE MAJORANA.

IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE.

IL MISTERO DI LICIO GELLI.

IL MISTERO DI SIENA. DAVID ROSSI.

COMPLOTTISTI? IL MAGISTRATO PAOLO FERRARO, MELANIA REA E LE SETTE DI STATO.

 

  

SECONDA PARTE

 

I MISTERI DELLA BASILICATA. TERRA DEI DELITTI IRRISOLTI. DA ELISA CLAPS A TOGHE LUCANE, DA ANNA ESPOSITO AD OTTAVIA DE LUISE, FINO AI FIDANZATINI ED AL CARABINIERE DI POLICORO.

"Poteri invisibili. Viaggio in Basilicata tra affari, mafie, omicidi e verità sepolte". Il libro di Don Marcello Cozzi. Politica e malaffare, istituzioni e potere, massoneria e mafia, delitti irrisolti e persone scomparse: sono le trame criminali che emergono dalla Basilicata per delinearsi in queste pagine, cariche di un significato che però oltrepassa i confini regionali. Si tratta di storie che hanno destato l'attenzione dei media: parliamo di "Toghe Lucane", che ha chiamato in causa magistrati e forze dell'ordine, o della tangentopoli petrolifera "Total Gate", che ha coinvolto politici e imprenditori, ma anche della branca locale di "Calciopoli". Oppure di vicende note come l'omicidio di Elisa Claps - con le coperture che ne hanno ritardato lo svelamento - e dei "fidanzati di Policoro". Accanto a queste inchieste finite nella cronaca nazionale, questo libro ci racconta che negli ultimi anni le persone svanite nel nulla in Basilicata sono tante. E segue un filo che lega fatti e nomi, che diventano qui frammenti sparsi di un'unica narrazione. Storie di oggi che richiamano storie di ieri, accomunate dalla mancanza di verità. Perché anche dove è chiaro il volto dei sicari, sono sconosciuti i nomi dei mandanti, e quelli di chi ha depistato rimangono solo un sospetto. E così l'autore, nel ridare vita a indagini archiviate troppo in fretta, ci rivela che quella che sembrava un'isola felice è intrisa della stessa quotidianità che fa dell'Italia uno dei paesi più corrotti dell'occidente.

Da Toghe lucane allo scandalo del Totalgate passando per la calciopoli e i basilischi. E’ il nuovo libro di Don Marcello Cozzi su delitti e impunità in Basilicata, scrive Leo Amato su “Il Quotidiano della Basilicata”. Abbandonare «quel sorriso disincantato e un po’ supponente che si riserva al dietrologo che si è lasciato trasportate dalla sua stessa fantasia». E sostituirlo con «una smorfia preoccupata» per la Basilicata. E’ di Carlo Lucarelli la chiave di lettura autentica dell’ultimo libro di don Marcello Cozzi, il sacerdote potentino animatore del Cestrim, della fondazione antiusura Interesse Uomo e vicepresidente nazionale di Libera, nomi e numeri contro le mafie. Si intitola “Poteri invisibili: Viaggio in Basilicata tra affari, mafie, omicidi e verità sepolte (Editore Melampo, 17 euro)”, e a firmare la prefazione è stato proprio l’autore di Blu Notte e di tanti gialli che hanno appassionato centinaia di migliaia di lettori. Poteri invisibili è dell’ideale continuazione di Quando la mafia non esiste, uscito nel 2008 in una Basilicata diversa, in cui il furore di inchieste come Toghe lucane lasciava intravedere il crollo di un sistema di potere politico-giudiziario. Da allora molto è cambiato: Toghe lucane si è risolta con l’archiviazione della maggior parte delle accuse e l’assoluzione per le restanti. Alcuni degli inquirenti sono finiti al posto degli imputati, come pure i giornalisti che più si erano esposti raccontando il “sistema” ipotizzato e le sue misfatte. Alcuni dei misteri che avvolgevano le coscienze di tanti lucani onesti si sono risolti, in tutto o in parte. Come l’omicidio dell’avvocato Francesco Lanera a Melfi, o la “scomparsa” di Elisa Claps. Mentre altri “casi” sono balzati agli onori delle cronache: dalle corruttele all’ombra delle trivelle della Valle del Sauro, al complotto per delegittimare il pm Henry John Woodcock. Passando per la calcio-connection tra sport e malavita all’ombra dello stadio di Potenza, e i processi sui rapporti tra politica e basilischi, che hanno visto la prima condanna per concorso esterno in associazione mafiosa di un amministratore lucano. Ecco perché occorreva riprendere il filo di quel discorso aggiornando la rassegna di notizie dal fronte del contrasto alla malavita. Senza fare distinzioni tra crimine organizzato e colletti bianchi. Con spirito enciclopedico, per non dire di guida tra le “imprese” dei nemici della legalità e le vicende dove i confini tra bianco e nero sono irriconoscibili e per questo sfuggenti, se non addirittura inquietanti. Don Cozzi non rinnega mai la sua scelta di campo, che continua a costargli non poco in termini di critiche e querele per diffamazione. Ripercorre anche i passaggi più controversi delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Rino Cappiello, che sono stati smentiti nei fatti, ma continuano ad alimentare sospetti fintanto che i processi non avranno accertato come sono andate veramente le cose. A cominciare dagli autori materiali, dai mandanti e dal movente del duplice omicidio Gianfredi, il 27 aprile del 1997. Don Cozzi si domanda se si possa parlare di un caso davvero chiuso dopo le dichiarazioni di due pentiti come il melfitano Alessandro D’Amato e il boss potentino Antonio Cossidente. Il primo ha raccontato di aver sparato mentre il secondo di aver organizzato l’agguato per «dare un segnale» della nascita della quinta mafia. Un segnale che facesse clamore a Potenza, come in Calabria dove i padrini di San Luca avrebbero dovuto concedere il loro benestare alla nascita di una “famiglia” tutta lucana. A febbraio la procura di Salerno dopo 4 anni alla ricerca di riscontri alle loro dichiarazioni ha spiccato dei mandati di arresto per i vertici del vecchio “clan” dei basilischi, incluso il boss Gino Cosentino che nel 2007 si era pentito ma non aveva mai ammesso di aver dato l’ordine, e continua a dirsi innocente mentre da più di un anno gli è stato revocato il programma di protezione con tutti i benefici annessi. Anche il Tribunale del Riesame ha sposato la tesi degli inquirenti, accogliendo anche l’appello contro l’unica ordinanza chiesta dal pm ma respinta dal gip. Eppure i dubbi di Don Cozzi restano e a suo avviso per la procura di Salerno «ci sarà ancora tanto da lavorare». Così tra la seconda edizione delle “Toghe lucane”, sugli autori dell’anonimo che prendeva di mira Woodcock, e l’epilogo della prima condotta dal pm Luigi De Magistris, ritornano nomi di magistrati come Vincenzo Tufano, Giuseppe Chieco, Iside Granese, Gaetano Bonomi, Felicia Genovese e il marito Michele Cannizzaro. Ritornano imprenditori, pochi in realtà, come i Vitale e Giovanni Castellano, assieme al policorese Franco Ferrara, coinvolto nello scandalo soprannominato Totalgate sugli appalti pilotati per le estrazioni di petrolio a Corleto Perticara e dintorni. Ritornano i politici come Filippo Bubbico e Salvatore Margiotta, assieme ad Agatino Mancusi, Luigi Scaglione e Rocco Lepore, coinvolti nelle inchieste sui voti dei clan. Ritornano le «tracce dei grembiuli», che sarebbero le ombre di massoni più o meno in sonno e dei loro affari. E ancora avvocati, poliziotti ed ex 007 coinvolti in intrighi e tentativi di “azzoppare” il lavoro dei buoni. Don Cozzi rinuncia ai toni da anatema, ma a chi parla di complottismi e dietrologie senza senso attribuendole a giornalisti e magistrati, anche se soltanto in maniera indiretta, replica mostrando nuovi elementi, nuovi spunti, indizi che vanno nella stessa direzione. Ed è come se li sfidasse a confrontarsi su questi. E non mancano le vittime ancora senza giustizia: come Vincenzo De Mare e Maria Antonietta Flora. Il vicepresidente di Libera Basilicata affida ai “Poteri invisibili” nomi e trame mai svelate prima, che sono state a lungo sul tavolo degli inquirenti, ma non hanno trovato i riscontri necessari per finire in un aula davanti al Tribunale. «La storia di sempre». Abbastanza per far rabbrividire anche un habituè delle atmosfere più noir come Carlo Lucarelli, riuscendo a risvegliare la sua coscienza civile.

Qualcuno pensa: forse è arrivato il momento di affermare tutta la verità, nient’altro che la verità; altri pensano che forse sia meglio attendere non si sa che cosa; altri ancora hanno paura, scrive Oreste Roberto Lanza su “Basilicata Notizie”. E se poi? Altri vorrebbero fare il passo ma non sanno gestire gli effetti consequenziali; molti altri sanno, ma, come dei codardi, girano l’angolo e si nascondano per non farsi individuare. Ognuno di noi sta per arrivare al bivio, parlare o non parlare; restare fermi o incamminarsi definitivamente nel fare chiarezza del nostro tempo, delle cose che succedono intorno a noi, dire la nostra in maniera chiara. Nelle ultime pagine di un bellissimo libro, “Poteri Invisibili, viaggio in Basilicata, tra affari, mafie, omicidi e verità sepolte”, edito da Melampo, di don Marcello Cozzi, Vice Presidente nazionale Libera, lucano, sacerdote, impegnato da decenni nell’educazione alla legalità e nel contrasto alle mafie si legge: “…. Si limita semplicemente a raccontare perché chi non sa, sappia, perché i distratti aprano gli occhi e perché i superficiali vadano oltre la crosta delle apparenze …. a chi prova a mettere nero su bianco per aiutare chi è senza memoria o quanti dimenticano con troppa facilità.” Penso che l’autore voglia, in fin dei conti, dire chi narra, chi ricorda e scrive deve cercare sempre la verità. L’autore mi è apparso un prete vero che fa il suo dovere scrivendo di una verità amara ma da brivido, una verità che disegna la Basilicata come un luogo dove da decenni sembrano insediatisi e consolidatisi poteri invisibili che hanno deturpato e messo in ginocchio la storia e la cultura di questa bellissima regione. Sono storie misteriose che hanno da prima degli anni settanta sino e oltre il 2010 contaminato e indebolito il tessuto sociale della Lucania, e in alcuni casi sembra averla portata al silenzio e all’oblio smisurato. Con atti giudiziari alla mano, i morti non sono scomparsi e svaniti nel nulla. Come Maria Antonietta Flora, di Lagonegro, che scompare il 10 novembre 1984 senza far più ritorno a casa e senza aver trovato un briciolo di verità; o come Domenico Di Lascio ucciso l’11 gennaio 1989 che finisce con il proscioglimento l’11 novembre 2008 di tre indagati; Maria Antonietta Ottavia  De Luise sparita il 12 maggio 1975 a Montemurro e mai più ritrovata; dove sono, si chiede l’autore, Alfonso Bisogno e Giuseppe Di Pietro o Nicola Bevilacqua, di Lauria scomparso la sera del 17 maggio 2006; che fine ha fatto Antonio Potenza scomparso il 17 dicembre 1969 a Rionero In Vulture; Mario Milone, Tiziano Fusilli, Giuseppe Forastieri, Anna Maria Mecca di Avigliano, Petronilla Vernetti di Melfi. I nomi e cognomi indicati dall’autore lasciano intendere la misura del pericolo e di quanto sia grosso il dilemma dell’invisibilità dei poteri oscuri. Ma di queste persone svanite, l’autore ne fa un canovaccio, cornice per vedere meglio dentro un quadro composto di circostanze non chiare, persecuzioni, giustizia sospesa e dolosamente omissiva frutto probabilmente della commistione con la politica e i poteri invisibili o forse massonici. Il libro fonda le sue radici su alcuni pilastri fondamentali: la morte non chiara dei così chiamati fidanzatini di Policoro, Luca e Marirosa avvenuta il 23 marzo 1988, Toghe Lucane e Toghe lucane Bis, la cupola del petrolio, il fallimento del Potenza Calcio e il caso famoso di Elisa Claps. Sono casi, circostanze, avvenimenti da forti brividi quasi come se stessimo vedendo un film di genere thriller. La logica non riesce a dare una spiegazione ben definita, ma leggendo sotto le righe, guardando oltre la nostra onesta e leale visuale, si può forse vedere il virus che da decenni inquina la nostra società, la nostra Lucania. Era la notte tra il 23 e 24 marzo 1988, poco dopo l’una i carabinieri di Policoro trovano i corpi senza vita di due giovani nel bagno dell’appartamento della famiglia Andreotta, in via Puglia 75. Si tratta di Luca Orioli e Marirosa Andreotta. In verità, precisa l’autore, era stata la mamma di lei la prima a ritrovare i cadaveri. Circostanza, questa, che nel corso delle indagini, l’autore evidenzierà al lettore, di come la mamma si accorgerà che i cadaveri erano stati rimossi dalla loro iniziale posizione. È il 16 ottobre 2013 quando il gip Rosa Bia decide che tutto sia archiviato. Si chiede l’autore …. E i corpi spostati?  E le contraddizioni dei testimoni? Le perizie false? Silenzio assoluto. La frase De Magistris che dice “ho perso ma non mi sono perso” all’indomani della sentenza del Csm che condanna il giudice napoletano (ora Sindaco di Napoli) a lasciare le indagini su Toghe Lucane e la procura di Catanzaro per fare ritorno nella sua città. In “nome del popolo italiano, la sezione disciplinare del Csm dichiara il dottor Luigi De Magistris responsabile delle incolpazioni e gli infligge la sanzione della censura. Dispone il trasferimento ad altra sede e altre sezioni.” Cosi l’autore riporta il contenuto del dispositivo letto dall’allora vicepresidente Nicola Mancino che attualmente deve rispondere in qualche aula di giustizia di essere stato presumibilmente un partecipante all’accordo sta Stato e mafia. Ma cosa avrà portato, evidenzia Cozzi, il procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione, Vito D’Ambrosio a dire di De Magistris “non è il modello di magistrato a cui s’ispira la nostra Costituzione?” Forse l’aver, De Magistris, presumibilmente, come evidenzia lo stesso autore, chiamato in causa magistrati e forze dell’ordine, politici e massoni? L’aver scoperchiato una cupola di persone e personaggi, giudici compiacenti e avvocati pronti a nascondere la verità nell’interesse del gruppo? Da “Poseidone “ a “Why Not” a Toghe Lucane ecco chi è stato De Magistris. Provate a leggere da pag 28. Tutto inizia con la denuncia di un certo Nicola Piccenna, presidente del consorzio Anthill (società per azioni operante nel settore della telefonia e delle telecomunicazioni) e tutto finisce il 19 marzo 2011 quando il gip del Tribunale di Catanzaro Maria Rosa Di Girolamo dispone l’archiviazione di Toghe Lucane perché, come riporta l’autore, il provvedimento dice “l’impianto accusatorio è lacunoso e le prove insufficienti”, e dice ancora  il magistrato “qualunque approfondimento d’indagine ..vista la mole di elementi probatori già acquisiti non porterebbe da nessun altra parte.” Ma non finisce qui, pochi mesi altri due magistrati chiedono allo stesso Gip che aveva archiviato Toghe lucane di riaprire il fascicolo almeno per alcuni, come il sostituto Bonomi e la dirigente della polizia Fasano e per l’ormai ex Procuratore generale di Potenza Tufano che aveva gridato alla sua assoluzione in toghe Lucane e che a giugno 2012 nel bis di Toghe Lucane è rinviato a giudizio. Poi l’enorme interesse sul petrolio lucano che tuttora vive alla luce del sole, e che l’autore nel suo capitolo lo definisce la cupola del petrolio. E’ l’affare legato alla realizzazione di un grande centro Oli che la Total aveva bandito il 31 marzo 2007 e che Francesco Ferrara, imprenditore di Policoro, voleva a tutti costi aggiudicarsi. Un centro oli da inserire in quella località cosi chiamata Tempa Rossa (tra Corleto Perticara e Gorgoglione) dove era stato individuato un grande giacimento di petrolio, dalla capacità, si legge nelle righe del libro, individuato dagli esperti di circa 130 milioni di barili di oli il giorno. Da qui si arriva alla busta “D” che deve essere cambiata a quella già presentata. 14 gennaio 2008 Ferrara vince l’appalto! Vi lascio il brivido di leggere le pagine finali di questa storia che ha dell’incredibile, ma sicuramente mette i brividi alla vostra e nostra onestà e paura, alla nostra coscienza di liberi lucani. Vi lascio sfogliare le pagine del fallimento del Potenza calcio, dell’allora presidente Postiglione con amicizie discutibili con boss locali, con agganci politici non chiari con affari e scommesse clandestine che porteranno il sodalizio calcistico potentino al fallimento e all’arresto di Postiglione il 23 novembre 2009 e il rinvio a giudizio nel dicembre 2012 per associazione per delinquere finalizzata alla truffa e alla frode sportiva, e non, come evidenzia l’autore, per mafia. Ho lasciato per ultimo, ma non per ultimo, il caso di Elisa Claps. L’autore sintetizza in ben 24 pagine una drammatica vicenda che ha addolorato i cuori onesti della nostra gente lucana. “Sai mamma ho saputo una cosa brutta, in questura c’è qualcuno che conosce la verità su Elisa; quella ragazza scomparsa da diversi anni qui a Potenza sa che è stata uccisa e sa pure, dove è sepolta.” A parlare è Anna Esposito da cinque anni commissario Capo della Digos di Potenza. L’autore dice che era tra il 2000 e il 2001 quando prende il telefono e si confida con la mamma Olimpia Magliano. Anna Esposito è trovata morta il 12 marzo 2001 impiccata. Suicida. I genitori al momento della richiesta di Archiviazione del Giudice De Luca, dichiarano, come riporta Marcello Cozzi, che conoscendo la figlia mai avrebbe fatto una cosa del genere. Elisa Claps mori assassinata il 12 settembre 1993 probabilmente, come pone l’accento Cozzi, tra le 11,30 e le 13,10. E il suo corpo misteriosamente occultato nella chiesa della Trinità di Potenza. Il corpo è ritrovato la mattina del 17 marzo 2010. Alla fine la saliva sulla maglia di Elisa (reperto 44) incastra Restivo senza appello. Questi i fatti. Il libro è un documento eccezionale dove le storie raccontate sono fatti veri che non hanno mai trovato la verità perché, come dice l’autore, “dove è chiaro il volto dei sicari, sono sconosciuti i nomi dei mandanti e di quelli che hanno depistato.” Il libro è un contenitore inesauribile di nomi eccellenti notabili e funzionari di alto livello professionale, avvocati e dirigenti di giustizia che si sono serviti, in molti casi, probabilmente, della politica sporca per arricchire se stessi e foraggiare il loro desiderio di potere. Una cosa l’autore, vuole dirci: non è questa la vera Lucania, essa, invece, è composta di persone oneste e leali che mettono a disposizione la loro professionalità e le loro competenze al servizio di una grande Lucania. Questi, però, sono a oggi una minoranza.

Alfonso Bisogno aveva 38 anni quando è scomparso misteriosamente insieme al suo assistente, Giuseppe Di Pietro. Noto imprenditore, Alfonso Bisogno era soprattutto conosciuto per essere a capo della BSA srl, Bestiame Selezionato Allevamento, un'azienda fiorente nel settore dell'allevamento con sede a Giulianova in Abruzzo dove si era trasferito in seguito al matrimonio. Nella cittadina abruzzese lo aveva raggiunto suo fratello, allora diciottenne, per aiutarlo nella gestione del lavoro. La famiglia era originaria del beneventano. La BSA forniva capi di bestiame selezionato a molte aziende del centro sud d'Italia. A parte il passa parola tra gli allevatori, una buona fonte di pubblicità per l'azienda era costituita dai veterinari di zona che suggerivano agli allevatori interessati le aziende a cui rivolgersi. Gli allevatori ricevevano contributi dallo Stato per l'acquisto di capi selezionati. Un volume d'affari notevole, che, col senno del poi, poteva fare gola a molti. Sul finire degli anni 70 si rivolse alla BSA anche un'azienda della provincia di Potenza. Alfonso Bisogno aveva appuntamento con qualcuno legato a quell'azienda a Castel Lagopesole quel 29 giugno 1981. In quella data si teneva inoltre una grossa fiera del bestiame a cui l'uomo avrebbe dovuto partecipare. Alfonso Bisogno si era mosso da Giulianova di buon mattino con Giuseppe Di Pietro a bordo della sua Mercedes 3000 nuova di fabbrica. Non tornarono più a casa. Alfonso Bisogno non rivedrà più i suoi due figli di 3 e 5 anni e la sua giovane moglie. L'auto dell'uomo fu trovata completamente bruciata su una piazzola di sosta sulla Salerno-Reggio Calabria, poco distante dallo svincolo per Potenza, 8 giorni più tardi.

Potenza tra delitti e consorterie. Misteri noir e lotte di potere, scrive Alberto Statera su “La Repubblica”. Passi il Basento, scali a ottocentodiciannove metri sul livello del mare Potenza, da due secoli il capoluogo regionale più alto d'Italia, dove come dice il proverbio "a Santa Caterina la neve sova a spina", e pensi di trovarti nel "reality show" più appassionante dell'anno. Belle "gnocche" come qui non si sono mai viste - così dice il barista che serve il caffè a giudici, avvocati e giornalisti vicino al palazzo di Giustizia - Lele Mora che sgambetta in passerella al comando di una coorte di ragazze squittenti e prorompenti. E poi il ciglioso piemme biondo che fa impazzire il mondo e tanti "Vipps", che Mina, signora un po' snob, su "La Stampa" ha ribattezzato "Pipps". E invece altro che "vallettopoli" e "puttan tour". Appena arrivi in cima alle scale di Potenza, che il sindaco Vito Santarsiero chiama la "città verticale", ti senti risucchiato in un cupo romanzo gotico: potere, politica, soldi, speculazioni, sesso e assassinii. Altro che veline. Sì, perché in questo ex borgo montanaro, voluto capoluogo regionale da Giuseppe Bonaparte nel 1806, che vide tra i suoi cittadini Giustino Fortunato, vagheggiatore della nascita di una moderna borghesia imprenditoriale nel Mezzogiorno, in questa capitalina di 69 mila abitanti, tra monti bellissimi, ma di una bruttezza palazzinara che fa male all'anima, c'è un tasso di omicidi irrisolti che dev'essere proporzionalmente il più cospicuo d'Italia. Non tanto gli omicidi di camorra, di mafia, di 'ndrangheta, che pure qui arrivano ma che altrove non si contano neanche più. Ma casi in cui s'intrecciano potere, politica, massonerie, magistratura, corruzioni, abusi, sesso e droga. Tanti misteri alla Montesi. Chi non ricorda il caso di Wilma Montesi? La ragazza fu trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica, litorale di Roma, dopo una notte di festini. Quella morte aprì una partita all'ultimo sangue nella Democrazia cristiana, con le dimissioni del ministro degli Esteri Attilio Piccioni, per i sospetti sul figlio Piero, musicista e viveur, che in realtà quando Wilma fu uccisa si trovava in Costiera Amalfitana con Alida Valli, sua amante del momento, come poi testimoniò l'ex ministro Paolo Emilio Taviani. Lo scandalo favorì l'ascesa nel partito di Amintore Fanfani. Emilio Colombo, ex presidente del Consiglio, ex ministro in decine di governi, tuttora venerata icona cittadina e nume tutelare di Potenza, era giovane, ma di quell'epoca ha sicura memoria. Qui, oggi come allora, la partita incrocia i partiti, ma non è solo politica, coinvolge pezzi rilevanti di magistratura e di società, la nuova borghesia locale fatta soprattutto di burocrati, non quella sognata da Giustino Fortunato, né quella contadina dell'Ottocento e del Novecento dei Ricciuti, dei Lioy, dei Santangelo, dei d'Errico, dei Lacava. A incrementare le inchieste incrociate c'è un Robin Hood locale "antimagistratura corrotta". Si chiama Nicola Picenna e non ha requie da quando nel marzo 2003 il Tribunale civile di Matera, presieduto da Iside Granese, dichiarò il fallimento del consorzio Anthill, di cui era presidente, fondato dal banchiere Attilio Caruso per partecipare alla gara per la concessione delle licenze telefoniche Umts. Sali a Potenza, sulla scala mobile più lunga d'Europa, piccolo ma rivendicato orgoglio cittadino che ti porta al centro della città, e subito ti raccontano dell'omicidio dei coniugi Gianfredi, Giuseppe e Patrizia, ammazzati a fucilate otto anni fa davanti ai figlioletti. Un mistero irrisolto, uno dei tanti. Prendi il caffè in via Pretoria, vicino a Palazzo Biscotti, dove abitò Giovannino Russo, gloria giornalistica cittadina, e ti intrattengono sul giallo di Elisa Claps. Sedicenne, mora, carina, alta un metro e cinquantacinque, scomparve una domenica, il 12 settembre 1993. Fu sospettato Danilo Restivo, il ragazzo che aveva appuntamento con lei. Ma tutto finì nel nulla. Salvo che, trasferitosi in Inghilterra, il giovanotto di ottime relazioni familiari a Potenza, manifestò lo stesso vizietto che, a quel che disse la polizia, coltivava a casa: tagliare ciocche di capelli a signore e signorine, per strada, in autobus, ovunque gli capitasse. Scotland Yard, passati gli anni, è ancora lì a studiare il profilo psicologico dell'uomo sospettato per l'assassinio britannico di Heather Barnett, vicina di casa del sospetto potentino, trovata morta con una ciocca in mano. A Potenza si narra che il cadavere di Elisa, mai più ritrovato, fu sciolto nell'acido o incorporato nella colonna di cemento di un palazzo di undici piani. Ma soprattutto si strologa sulle connivenze, di cui "Chi l'ha visto", i giornali locali e i capannelli di via Pretoria parlano con ridondanza di nomi e cognomi. Il "parrucchiere" sarebbe stato protetto da Michele Cannizzaro, attuale direttore dell'ospedale San Carlo e marito di Felicia Genovese, magistrato di Potenza, ora trasferita dal Csm e indagata per aver archiviato una denuncia contro esponenti dei Ds e della Margherita, in cambio - questa l'accusa - della nomina del marito all'ospedale. Il pentito Gennaro Cappiello sostenne che il marito della Genovese fu anche il mandante del duplice omicidio Gianfredi. Ma l'inchiesta è stata archiviata e il pentito, considerato inattendibile dalla procura di Salerno, denunciato per calunnia. Tanti anni dopo, innescato dalle inchieste a raffica del pm anglo-napoletano Henry John Woodcock, che agiscono come una sorta di moltiplicatore d'interesse per le antiche vicende, in cima alla città delle scale, che ancora dibatte su un antico stemma raffigurante un "leone gradiente su di una scala" (ma i leoni salgono le scale?) torna l'incubo degli omicidi insoluti. Non solo Elisa e i Gianfredi, anche i "fidanzatini di Policoro" uccisi nel 1988. Policoro, sulla costa jonica, è oggi in qualche modo l'epicentro, il luogo epitomico, dell'inestricabile "Basilicata connection", che copre come una nevicata di Santa Caterina l'intera regione e fa lacrimare nel Duomo San Gerardo, patrono di Potenza, e l'arcivescovo Agostino Superbo, indignato non solo per le vergogne locali, ma per i "modelli di vita" dell'Italia televisionara scoperchiati da Henry John. E' lì, a Policoro, che carabinieri e Guardia di Finanza hanno messo i sigilli al villaggio turistico "Marinagri", un complesso di alberghi, ville, marina, del valore di 200 milioni di euro, costruito su terreno demaniale, per il quale è indagata, anche in inchieste connesse su un "gruppo di potere" trasversale, un bel pezzo di giustizia e di politica regionale. Non solo Felicia Genovese, col marito direttore dell'ospedale, ma anche, tra gli altri, i procuratori potentini Giuseppe Galante e Giuseppe Chieco, il presidente del Tribunale di Matera Iside Granese, l'ex presidente della Regione e attuale sottosegretario diessino nel governo Prodi Filippo Bubbico, l'attuale presidente della Regione Vito De Filippo, della Margherita, il senatore Emilio Nicola Buccico, di An, ex componente del Consiglio superiore della Magistratura e candidato a sindaco di Matera alle elezioni del prossimo maggio, la responsabile dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spiz, all'anagrafe moglie di Marco Follini, ex leader dell'Udc appena "scisso" dal socio Pierferdinando Casini, il cui nome ha aleggiato nei pettegolezzi fioriti ai margini delle inchieste televisionarie di Woodcock. Almeno tre, per quel che ne sappiamo, i tronconi dell'inchiesta "Basilicata connection" che pericolosamente s'intersecano: filone sanità, incentrato sulla coppia Cannizzaro - Genovese, filone banche per finanziamenti della Banca Popolare del Materano, Gruppo Popolare dell'Emilia, al presidente del tribunale di Matera, filone speculazione edilizia per "Marinagri" di Policoro. Ma, tra i tanti filoni, torna cupo dal passato, con un'inchiesta riaperta dalla procura di Catanzaro, l'assassinio dei "fidanzatini di Policoro", Luca e Mariarosa, che Carlo Vulpio ha dettagliatamente ricostruito sul "Corriere della Sera". Ventun'anni di età entrambi, trovati morti nella vasca da bagno, si disse che i due ragazzi furono folgorati per il cattivo funzionamento dello scaldabagno. Nessuno fece l'autopsia. Ma, riesumati i corpi otto anni dopo, si ebbe la quasi certezza che i fidanzati in realtà siano stati prima uccisi e poi gettati nella vasca da bagno. "La vicenda - disse in Parlamento l'allora ministro della Giustizia Piero Fassino - ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati". Perché furono così insufficienti gli accertamenti espletati? Perché la ragazza, Mariarosa, aveva confessato in una lettera al fidanzato Luca: "Amore mio, spero che resterai accanto a me anche quando ti confesserò una piccola parte di me, che voglio cancellare per sempre". La parte da cancellare erano festini con personaggi potenti, serate allegre di sesso e droga, ben retribuite, che facevano tremare mezza Basilicata. Quelle serate, secondo la pentita Maria Teresa Biasini, sarebbero state frequentate, tra gli altri - come hanno riferito le cronache - dal giudice del Csm Nicola Buccico, dall'avvocato Giuseppe Labriola, segretario provinciale di An, e da un giudice "dai capelli bianchi e dagli occhi di ghiaccio", l'unico di cui il nome non viene fatto esplicitamente. Chi era? Per saperlo basterebbe ascoltare le chiacchiere da bar di via Pretoria. Ma la vicenda è stata archiviata a Potenza perché priva di ricontri. Buccico, magistrato del Csm e senatore di An, per parte sua, prima difende come avvocato la famiglia dell'assassinato, poi diventa avvocato del pubblico ministero Vincenzo Autera, quello che per l'omicidio dei due ragazzi aveva chiesto l'archiviazione. Strilla il segretario diesse della Basilicata Piero Lacorazza: si complotta contro la dignità di un'intera Regione. Gli risponde sul "Riformista" Emanuele Macaluso: finiamola con la retorica, l'intreccio tra "nuova classe" e poteri locali è politico e coinvolge anche Diesse e Margherita. Il sindaco di Potenza è della Margherita ed è il più "preferenziato" d'Italia, con il 75 per cento dei voti. Lui, Vito Santarsiero, estimatore dell'antico leader Emilio Colombo, non parla di complotti. Enumera appassionatamente i lavori "cantierizzati", le mostre straordinarie aperte in città, come quella di De Chirico, perché "la cultura viene prima di tutto" in una città che ha sofferto dell'immensa "incultura urbanistica" prima e anche dopo il terremoto del 1980, che pure tanti fondi condusse qui per una ricostruzione dissennata. Ci parla dell'area industriale, della Pittini Siderurgica, delle aziende di prefabbricati, del debito che ha ereditato, 150 milioni di euro che solo di interessi gli costa 10 milioni all'anno, del "piano metropolitano" messo a punto con nove comuni vicini per lo sviluppo economico dell'area. Ma qualcosa ha da dire anche su "vallettopoli": "Sei milioni di euro di costo per le intercettazioni telefoniche a Potenza mi sembrano francamente un'enormità, basta fare il confronto con la cifra infinitesimale che si spende a Matera. Io rispetto il magitrato Woodcock, ma credo anche che la giustizia abbia delle priorità, che ci debba essere una gerarchia nel perseguimento dei reati. Allora mi piacerebbe finalmente sapere non solo quale Vip in mutande ha fotografato Corona, chi c'era sulla barca in navigazione nei pressi di Capri col transessuale, quale ragazza amministrava Lele Mora. Mi piacerebbe anche sapere che cosa si fa contro la droga, che qui dilaga, che cosa contro l'usura, contro la mafia, che incede dalle regioni limitrofe. E possibilmente che fine ha fatto Elisa Claps, perché, diciamolo, questa città è ancora scossa da quello e dagli altri omicidi impuniti. Potenza ha bisogno di serenità per poter fare ciò che le serve: lavoro, tutela dell'ambiente, qualità della vita, riqualificazione urbana". Sessantamila miliardi di vecchie lire piovvero dopo il terremoto del 1980 e 18 mila si fermarono qui in Basilicata. Il 60 per cento per un'industria mai nata o fallita, il 40 per recuperare abitazioni che hanno perpetuato uno scempio urbanistico che viene da lontano, da quando nella prima parte del secolo scorso approdarono qui invano gli architetti Piacentini e Quaroni a progettare il manicomio. E manicomio urbanistico fu. Tanto che la "riqualificazione" sembra oggi una missione impossibile anche per gli architetti Giuseppe Campos Venuti e Federico Oliva, chiamati in città dal sindaco Santarsiero. Quanto all'industria, se si tolgono la Fiat di Melfi e il polo dei salotti nel materano, ce ne sono scarse tracce in una terra strappata alla pastorizia con un profluvio di incentivi. Nonostante il fiume di denaro pubblico, il valore aggiunto per abitante è di poco più di 16 mila euro, l'ottantaduesimo posto nella classifica italiana, la disoccupazione è pari a circa un terzo della popolazione attiva residente. C'è il petrolio della Val d'Agri, ma sembra che l'oro nero lucano, che copre più o meno il dieci per cento del fabbisogno energetico nazionale, qui sia vissuto più che come un'occasione, soprattutto come un fastidio. Ne sa qualcosa l'ex presidente della Regione e attuale sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico che ha dovuto difendersi anche dall'accusa di aver consentito l'estrazione nella Val d'Agri: "Le ricerche - ha spiegato - avvenivano da molto tempo, c'erano concessioni minerarie risalenti agli anni Cinquanta. Ma solo nel 1996 il governo nazionale ha autorizzato l'Eni a sfruttare i giacimenti petroliferi della Val d'Agri. In quella situazione nessuno avrebbe potuto fermare l'attività petrolifera. Noi abbiamo scelto di non perderci nella disputa nominalistica petrolio sì, petrolio no e abbiamo faticosamente trovato il modo di portare l'Eni e il governo al tavolo delle trattative per tutelare l'ambiente e creare opportunità per la Basilicata". Ciò di cui oggi la Basilicata non difetta sono i sottosegretari: oltre a Bubbico, dispone di Mario Lettieri all'Economia e di Gianpaolo D'Andrea alle Riforme, entrambi della Margherita. Altri tempi rispetto a quelli di Colombo e di Angelo Sanza, quando Potenza, borgo montanaro a ottocento e più metri sul livello del mare, comandava a Roma. Altri tempi, di pastorizia, clientele sì, quasi una patria. Ma non c'era "Potenza noir".

Non sono poche le persone innocenti scomparse in Basilicata. Probabilmente sono state uccise e i loro cadaveri occultati. Fa riflettere il dato che buona parte di loro erano donne: non ci riferiamo soltanto a Elisa Claps, i cui resti alla fine sono stati "fortunatamente" ritrovati, ma il nostro pensiero va anche a Maria Antonietta Flora, uccisa a Lagonegro nell'84 e alla piccola Ottavia De Luise, uccisa a Montemurro nel '75. Un continuo femminicidio a cui non possiamo assistere impotenti, anche perché la nostra regione non merita una macchia simile. È per questo motivo che Libera Basilicata e l'Associazione Telefono Donna chiedono fortemente agli organi competenti di approfondire e scavare ulteriormente nell'inchiesta relativa alla scomparsa di Ottavia De Luise. Il recente libro dedicato alla piccola Ottavia, scritto dai giornalisti Fabio Amendolara ed Emanuela Ferrara, ci sembra dia degli spunti investigativi di non poco conto sui quali pensiamo si possa ulteriormente lavorare per arrivare alla verità. Perché davvero nulla, nemmeno gli aspetti più banali, venga trascurato, e perché alla fine si possa davvero dire che tutte le strade sono state percorse. Lo dobbiamo alla piccola Ottavia, lo dobbiamo alla comunità di Montemurro e lo dobbiamo alla famiglia della bambina perché anch'essa possa avere la possibilità di portare un fiore sui suoi poveri resti.

Il boss ucciso e i misteri del caso Claps giallo nella città dei 21 delitti irrisolti, scrive Attilio Bolzoni su “La Repubblica”. Potenza. Lontana, abituata a nascondersi, una delle città più misteriose d'Italia sta cercando di cancellare tutte le tracce che portano a un morto. In apparenza un delitto di mafia, in realtà un omicidio che nessuno vuole scoprire. Uno dei tanti in questa Potenza incastrata fra le montagne, gelosissima della sua intimità, capace di ingoiare ogni segreto. Morti senza un movente, morti senza un colpevole, morti senza una tomba. Dall' alto dei suoi 819 metri sul livello del mare che le danno il primato di capoluogo di regione più in quota, Potenza che in un'altra epoca era il reame di Emilio Colombo, per una volta capo del governo e per altre ventuno ministro della Repubblica è bivio di trame e scorribande di spie, porto franco per notabili impastati con il crimine, terra avvelenata da faide e condannata a non sapere mai nulla dei suoi misfatti. Un altro record, dopo quello dell'altitudine, nella Basilicata degli almeno 21 casi insoluti degli ultimi trent' anni, come in un noir senza fine con un cadavere dietro l'altro e con indagini immancabilmente destinate all' archivio. Là in cima, chiusa e isolata come una fortezza, Potenza protegge se stessa occultando tutto. L' ultimo "cold case" ripescato è un regolamento di conti che ha troppe verità. Una fucilata in bocca a Pinuccio Gianfredi per farlo tacere. Pinuccio, malavitoso e confidente dei servizi segreti, ucciso il 29 aprile del 1997 - il quindicesimo anniversario dell'agguato è fra qualche giorno - insieme alla moglie Patrizia e sotto gli occhi di due dei tre loro bimbi. Liquidato da frettolose investigazioni come vittima di uno scontro fra bande nemiche, la sua vicenda è raccontata con quattro differenti versioni da quattro pentiti che accusano o si autoaccusano ma che vengono reputati tutti abbastanza credibili. Due, come Gianfredi, erano anche loro informatori degli apparati di sicurezza. Pasticcio o intrigo? Comunque siano andate le cose nella città dove niente è mai quello che sembra qualcuno adesso dice che Pinuccio Gianfredi è stato ammazzato perché sapeva tanto sulla scomparsa di Elisa Claps, la ragazza riesumata diciassette anni dopo in un sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. Qualcuno giura che c' entra anche con lo strano suicidio di una poliziotta, trovata soffocata nella sua casa nella primavera del 2001. «Sono convinto che l'omicidio di Gianfredi abbia coperture di Stato e sia legato ai colpevoli ritardi nell' individuazione di Danilo Restivo come assassino di Elisa e alla morte del funzionario della Digos Anna Esposito», spiega Marcello Cozzi, il sacerdote di Libera che con la sua tenacia e al fianco della famiglia Claps non ha mai mollato per avere la verità sulla sorte della ragazza. Don Marcello, che ogni tanto riceve minacciose buste con proiettili e visite di ladri che non rubano mai niente, parla di inchieste insabbiate, di informative sparite, di testimoni d'accusa pilotati. Intorno all' omicidio di Pinuccio Gianfredi è in subbuglio la Potenza delle consorterie, delle logge, dei circoli dove s'incontrano gli eredi dei "Basilischi" (l'organizzazione criminale della Basilicata legata alla 'ndrangheta) con personaggi del sottobosco della politica, avvocati marchiati dal famigerato "concorso esterno", imprenditori da mucchio selvaggio. E poi ci sono le spie. Ce ne stanno dappertutto a Potenza. Chissà che ci faranno tutte queste spie fra le vette dell'Appennino? «Non l'abbiamo mai capito, certo è che qualsiasi cosa accada qui diventa subito mistero», risponde Fabio Amendolara, il cronista de La Gazzetta del Mezzogiorno che da dodici anni segue le contorte vicende giudiziarie potentine e le ingarbugliate piste che costruiscono sopra ogni delitto. Da indagini che si rincorrono fra Potenza e Salerno dove sono approdate, le spie coprono, sviano, depistano. È capitato dopo la scomparsa di Elisa ed è capitato dopo l'omicidio di Pinuccio. E probabilmente anche con Anna Esposito, la poliziotta che era a capo della Digos di Potenza e che un giorno di marzo di undici anni fa "è stata rinvenuta impiccata" con una cintura alla maniglia di una porta. La poliziotta faceva indagini "parallele" e solitarie sul delitto Gianfredi e sulla scomparsa di Elisa. In quel gorgo sono scivolati perfino Felicia Genovese, il pubblico ministero che ha condotto le inchieste sulla morte di Pinuccio e sulla sparizione della Claps. E suo marito Michele Cannizzaro, un ras della Sanità lucana addirittura indicato da uno di quei quattro pentiti come mandante dell'omicidio di Pinuccio. Prosciolti già in istruttoria da ogni accusa tutti e due, il pm e il marito. Scagionati anche tutti i collaboratori di giustizia che li avevano accusati o si erano autoaccusati, scagionati i mandanti presunti. Come sempre, a Potenza, il colpevole è ignoto. E Pinucccio è morto per una guerra di mafia che non è mai scoppiata. È l'incubo dei casi irrisolti che ritorna sempre, quia Potenza. Incubo che ha avuto inizio il 12 maggio del 1975 con la scomparsa a Montemurro di Ottavia De Luise, una bambina forse vittima di pedofili. Mai scoperto nulla. Come per i fidanzatini di Policoro, Luca Orioli e Marirosa Andreotta, due universitari trovati morti nel bagno di casa della ragazza il 23 marzo del 1988. Una scarica elettrica la causa ufficiale della loro morte, prima. Il monossido di carbonio, poi. Un incidente domestico dove sono state cancellate tracce di sangue e - come si legge nelle carte giudiziarie - «con lo stato dei luoghi modificato e i corpi manipolati». Mai scoperto nulla. Come per Alfonso Bisogno e Giuseppe Di Pietro, commercianti scomparsi nelle campagne di Filiano nel 1981. Come per Tiziano Fusilli, ucciso da due pallottole il 22 maggio del 1989. Tiziano era un ragazzo di 28 anni, qualche precedente per droga ma intanto aveva cambiato vita. Mai scoperto nulla. Come per Vincenzo De Mare, un autotrasportatore ammazzato a fucilate il 26 luglio del 1993. Come per Nicola Bevilacqua, scomparso a Lauria nel maggio del 1983. Due settimane dopo che il ragazzo era svanito nel nulla, a casa di Nicola è arrivata una lettera. Lui diceva che stava bene, rincuorava la sorella, annunciava che prima o poi sarebbe tornato. Non è più tornato. La lettera non l'aveva scritta Nicola. La Basilicata delle tenebre si è inghiottito pure lui.

Repubblica scrive della città dei 21 delitti irrisolti, il sindaco Santarsiero risponde su “Il Giornale Lucano”. Potenza. "una visione di città che non meritiamo". Non si è fatta attendere la risposta pubblica del sindaco Santarsiero a quanto scritto ieri da Repubblica relativamente alla cità dei misteri, dei 21 delitti irrisolti (che ci sono ma riguardano tutta la regione). Un quadro molto scuro di un posto che sicuramente di certa cronaca non può farsi vanto ma che forse, come afferma lo stesso primo cittadino, è stato descritto attraverso “una visione di città che non meritiamo, lontana dalle vere sensibilità di una comunità che, come tutte, vive i tanti problemi e le tante contraddizioni del nostro tempo ma che mai è venuta meno sui valori fondanti dei principi di legalità e di condanna di ogni reato. Tutt’altro che omertosi e chiusi a coprire omicidi abbiamo sempre espresso condanna senza appello nei riguardi di qualsiasi colpevole come abbiamo sempre e solo chiesto alla Magistratura la verità, anche la più scomoda, e la giustizia, la più esemplare. Ecco perché oggi siamo indignati e non accettiamo giudizi frettolosi e scorciatoie mediatiche di ogni tipo che alimentano solo odi, divisioni, immagini distorte. Consideriamo essenziale il ruolo dei mass media nelle vicende delittuose di ogni tipo e nei processi di crescita delle sensibilità civili, soprattutto nel nostro Mezzogiorno; ecco perché rivendichiamo giudizi e letture equilibrate e giuste. Servono inchieste vere e non già scoop ad orologeria o, peggio ancora, a richiesta.  Su ogni evento citato da Repubblica, ivi compresi quelli estranei alla comunità potentina, la nostra posizione senza tentennamenti e senza protagonismi è stata quella della ferma condanna del reato e della richiesta alla Magistratura di conoscere la verità. Chiediamo anzi che anche laddove vengono espressi dubbi sull’azione della stessa Magistratura, vi sia chiarezza, perché noi vogliamo verità e certezza di Istituzioni e di diritto. Il tema del femminicidio è stato trattato a Potenza, quasi in solitudine, come in nessuna parte d’Italia, così come la condanna di ogni atto di violenza a minori o al bene pubblico. Invitiamo a Potenza, ospite del Sindaco, il giornalista di Repubblica che ha redatto l’articolo, Attilio Bolzoni per conoscerci meglio, parlare con tutti per avere ogni cognizione di causa, e per comprendere che quell’altitudine e quella collocazione geografica sono per noi motivi di orgoglio, come motivo di orgoglio è la nostra storia, millenaria, centrata sulla lotta per la libertà e democrazia, purtroppo poco conosciuta in un Paese dalle storie ufficiali e non reali. Umilmente vorremmo far conoscere ciò al nostro Paese. La città che ha saputo risorgere dopo l’ennesimo terremoto con la sua forza e la sua dignità non si lascerà intimidire da quanti, per motivi che non appartengono alla costruzione del nostro futuro e del bene comune, anche essi tutti da chiarire, puntualmente avvalorano la tesi di una Città e di una Basilicata in noir ad ogni costo. Nel contempo abbiamo piena consapevolezza di dover continuare un percorso di crescita civile e del capitale sociale e di chiara condanna di ogni forma di reato e di abuso che possa interessare qualsiasi contesto, dalla scuola alla pubblica amministrazione.  Potenza ha bisogno sì di riscatto ma di riscatto dalla marginalità, dalla mancanza di un disegno strategico per il Mezzogiorno, da una storia del Paese troppo squilibrata, dalla mancanza di occupazione e prospettive per i suoi giovani.”

Scanzano. Vincenzo De Mare, autotrasportatore, sarebbe stato ucciso per aver rifiutato un carico di rifiuti. Omicidio a sfondo radioattivo. Indagini della procura antimafia a 13 anni dal delitto, scrive Il Quotidiano della Basilicata il 02/11/06. Un autotrasportatore viene ucciso con due colpi di fucile da caccia, forse una lupara. Un ispettore di polizia indaga sul delitto, ma quando la sua pista lo porta verso persone "importanti" viene trasferito in Calabria. Un carico di bidoni, contenenti rifiuti chimici, viene rinvenuto nei magazzini abbandonati di un'azienda agroalimentare. Tredici anni di misteri finiscono sulla scrivania di un magistrato antimafia proprio quando un ex boss della 'ndrangheta butta giù un memoriale che parla di rifiuti, spie e omicidi. Anno 1993, Vincenzo De Mare fa l'autotrasportatore conto terzi. Lavora anche con la "Latte Rugiada", azienda agroalimentare che ha i depositi in località Terzo Cavone (la stessa località dove il governo Berlusconi molti anni dopo avrebbe voluto impiantare il sito unico di stoccaggio per i rifiuti nucleari ndr.). Il 26 luglio, un killer lo aspetta nel suo podere di campagna. Spara due colpi e lo uccide. Anno 1994, l'ispettore Francesco Ciminelli - in forza al Commissariato di Scanzano prima di conquistare uno strano trasferimento in Calabria - mette il naso tra le bolle d'accompagnamento e i fogli di viaggio di Vincenzo De Mare. Tra questi ce ne sono alcuni di Terzo Cavone. Anno 2004, i carabinieri della compagnia di Policoro trovano tra i ruderi dell'azienda di Terzo Cavone 15 bidoni di plastica con materiale di risulta proveniente da industrie chimiche. Il caso viene ufficialmente riaperto. Felicia Genovese è un magistrato che non lascia trapelare indiscrezioni. In parallelo conduce l'inchiesta sulla presunta fuga di materiale nucleare dal centro di ricerche Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) della Trisaia, a pochi chilometri da Rotondella. Ipotesi di reato: nel centro c'è stata una produzione illecita - non registrata in contabilità - di materiale radioattivo. Poi è arrivato il pentito, Francesco Fonti da Bovalino (Rc). Interrogato qualche anno prima, negli stessi uffici della Direzione distrettuale antimafia aveva dichiarato: «Sono collaboratore di giustizia dal 1994. Prima di tale scelta ero organico al clan mafioso dei Romeo di San Luca. Durante tutto l'arco della mia esperienza criminale, pur avendo dimorato a Melfi, non sono mai venuto in contatto con esponenti di organizzazioni criminali con base operativa in Basilicata». Poi, però, nel memoriale sostiene di essere entrato in contatto con Domenico Musitano, detto 'u fascista, in soggiorno obbligato a Nova Siri. Originario di Platì (Rc), viene indicato dal pentito come l'organizzatore del primo viaggio di rifiuti verso la Basilicata. Prima di portare a compimento il suo incarico viene ucciso in un agguato davanti al palazzo di giustizia di Reggio Calabria, dove si era recato per un'udienza. E' in questo scenario che potrebbe inserirsi l'omicidio di Vincenzo De Mare? Gli investigatori - per ora - sospettano che abbia rifiutato il trasporto di un carico di rifiuti. Uno sgarro che potrebbe aver pagato a caro prezzo. I carabinieri di Policoro - delegati per l'indagine - avrebbero ascoltato nuovamente la moglie. Ma ci sarebbero - particolare non confermato ancora da alcuna fonte ufficiale - anche altre persone sentite a sommarie informazioni testimoniali. E che la malavita lucana si occupasse di rifiuti lo sostengono anche i servizi segreti. «Secondo acquisizioni informative - si legge in una relazione del Sisde - le aggregazioni lucane hanno fatto registrare processi di consolidamento e di emulazione delle organizzazioni di stampo mafioso, con le quali mantengono importanti collegamenti. Sono emersi all'attenzione alcuni gruppi che sembrano aver compiuto un salto di qualità, pure attraverso il controllo di società operanti nella gestione del ciclo dei rifiuti». Sono gli anni delle inchieste importanti. A Matera, il sostituto procuratore Francesca Macchia scopre un traffico di rifiuti speciali stoccati in vari centri della Lombardia e destinati allo smaltimento finale in Basilicata. I rifiuti - sulla carta - venivano regolarmente avviati allo smaltimento in discariche autorizzate dalla Regione, ma la destinazione era solo apparente poiché i gestori - interrogati in fase d'indagine - negavano di averli ricevuti. Rientra tutto, poi, nella grande inchiesta di Nicola Maria Pace: rifiuti, spie e omicidi. Il magistrato in un'intervista aveva spiegato a un giornalista: «I servizi segreti sanno di cosa stiamo parlando io e lei in questo momento». Tutto sarebbe poi confluito nell'inchiesta della procura antimafia. Rifiuti, spie e omicidi.

Misteri lucani: Maria Antonietta Flora. Aveva 27 anni e insegnava in una scuola materna di Lagonegro, quando Maria Antonietta Flora scomparve, la sera del 10 novembre del 1984.  Era sposata con un dipendente dell’Enel e madre di due bambini piccoli. La donna era uscita di casa poco prima delle 19 con la sua automobile, un’Autobianchi A 112 di colore blu. Da quel momento in poi se ne persero le tracce. La donna avrebbe detto che usciva per andare a fare un’iniezione. Il giorno dopo l’automobile venne ritrovata in una piazzola di sosta dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria, tra gli svincoli Sud e Nord di Lagonegro. Nell’automobile c’erano macchie di sangue, ma della donna nessuna traccia. Nonostante il cadavere non sia stato mai ritrovato, da subito maturò la convinzione che la donna fosse stata uccisa. I sospetti portarono al fermo di un giovane commerciante di carni di Lagonegro che divenne il principale indagato perché era invaghito della donna e avrebbe insistito per avere degli incontri amorosi con lei. Le indagini appurarono che il giovane l’aveva incontrata proprio quella sera nei pressi dello svincolo di Lagonegro Sud dell’autostrada. A confermarlo anche un suo amico. Sulla base di questi indizi, il giovane macellaio venne arrestato. Si ipotizzava che la donna avrebbe respinto le sue avances e per questo sarebbe stata uccisa. Dopo aver scontato due anni di carcere l’uomo venne dichiarato innocente dalla Corte d’Assise di Potenza. La sentenza fu confermata anche in secondo grado. In realtà si indagò anche su altri fronti che portavano ad un intreccio tra il passionale e interessi economici perché Maria Antonietta Flora avrebbe avuto una relazione con Domenico Di Lascio, noto imprenditore della zona, ucciso anche lui cinque anni dopo la scomparsa della maestra. Sembra che Di Lascio stesse per intestare alcuni beni a Maria Antonietta. Tutto poi, però, è rimasto senza spiegazione.

Misteri lucani, ancora irrisolto il caso della maestra Flora, scrive Pino Perciante su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Chi conosce la verità su mia sorella me la deve venire a dire. Quello che mi racconterà rimarrà tra me e questa persona. Non succederà nulla». Sembrano le parole di Filomena Iemma, la mamma di Elisa Claps. Ma questa volta chi parla è Rossana, sorella di Maria Antonietta Flora, la giovane maestra di Lagonegro scomparsa nel nulla 25 anni fa. Rossana dice di non credere nella giustizia perché sono passati venticinque anni senza che sia successo nulla. Ora che si pensa di far luce sui tanti misteri irrisolti della Basilicata, Rossana spera si possa far luce anche su quello di sua sorella. Maria Antonietta Flora scompare la sera del 10 novembre del 1984. All’epoca aveva 27 anni e insegnava in una scuola materna di Lagonegro. Sposata con un dipendente dell’Enel e madre di due bambini piccoli, la donna esce di casa poco prima delle 19 con la sua automobile: un’Autobianchi A 112 di colore blu. Da quel momento in poi se ne perdono le tracce. La donna avrebbe detto che usciva per andare a fare un’iniezione. Il giorno dopo l’automobile viene ritrovata in una piazzola di sosta dell’autostrada Salerno – Reggio Calabria, tra gli svincoli Sud e Nord di Lagonegro. Nell’automobile ci sono macchie di sangue, ma della donna nessuna traccia. Nonostante il cadavere non sia stato mai ritrovato, da subito la convinzione è che la donna sia stata uccisa. I sospetti portano al fermo di un giovane commerciante di carni di Lagonegro che diventa il principale indagato perché era invaghito della donna e avrebbe insistito per avere degli incontri amorosi con lei. Le indagini appurano che il giovane l’aveva incontrata proprio quella sera nei pressi dello svincolo di Lagonegro Sud dell’autostrada. A confermarlo anche un suo amico. Sulla base di questi indizi, il giovane macellaio viene arrestato. Si ipotizza che la donna avrebbe respinto le sue avances e per questo sarebbe stata uccisa. Ma quando ormai l’uomo ha scontato due anni di carcere viene dichiarato innocente dalla Corte d’Assise di Potenza. La sentenza viene confermata anche in secondo grado. In realtà si indagò anche su altri fronti che portavano ad un intreccio tra il passionale e interessi economici perché Maria Antonietta Flora avrebbe avuto una relazione con Domenico Di Lascio, noto imprenditore della zona, ucciso anche lui cinque anni dopo la scomparsa della maestra. Sembra che Di Lascio stesse per intestare alcuni beni a Maria Antonietta. Tutto poi, però, è rimasto senza spiegazione. “Ma io non mi sono rassegnata – dice Rossana -. Sono convinta che all’epoca le indagini sono state fatte in maniera molto approssimativa. Io non mi rivolgerei mai alla legge non metterei mai il caso in mano alla legge. Per questo sono delusa dalla legge e non mi rivolgerei mai alla giustizia. Per questa ragione dico che se qualcuno ha visto o sentito qualcosa qualcuno, spero che, in un momento di umanità, possa venire da me a raccontarmi la verità perché se mia sorella è morta ha diritto ad una degna sepoltura”. In Rossana oggi è presente la stessa rabbia di 25 anni fa, se non di più, ed è aumentata anche la voglia di sapere, nonostante del caso di sua sorella si sia parlato poco rispetto ad altri. «In 25 anni non si è mai parlato di mia sorella e questo non è certo dipeso solo dal volere di noi familiari. Potete capire il nostro trauma. Se ne dicevano tante di cose cattive su di lei, ma di buono mai niente. Certo, ci sono stati periodi in cui con la mia famiglia abbiamo avuto paura, perchè sicuramente dietro questa vicenda vi è qualcosa di brutto. Abbiamo cercato di proteggere i figli di Maria Antonietta, all’epoca molto piccoli. Ma ci siamo sentiti abbandonati da tutti, oltre che dalla giustizia anche dai nostri paesani. Maria Antonietta non è stata mai ricordata come persona o donna. L’otto marzo scorso grazie al professor Melchionda e a don Marcello Cozzi mia sorella è stata ricorda pubblicamente per la prima volta dopo venticinque anni. Tornando alla legge, all’epoca abbiamo dato tutte le informazioni possibili per arrivare alla verità, ma ci siamo resi conto che venivano messi in campo degli episodi che deviavano il percorso da noi indicato. Questo ci ha fatto molto male e ci ha isolati ancora di più, ed in noi è venuta meno la fiducia nella legge. Ma non mi arrendo. Credo nella giustizia divina e, quindi, sono convinta che prima poi la verità salterà fuori come è successo per Elisa Claps, e cioè non per merito della legge».

Lascia intravedere verità oscure Rossana Flora nella lettera data alla Gazzetta del Mezzogiorno per ricordare sua sorella, Maria Antonietta, scomparsa nel nulla 27 anni fa a Lagonegro. Non è la prima volta da quando la vicenda è tornata alla ribalta, anche sull’onda mediatica del caso Claps. Infatti, di recente, don Marcello Cozzi, proprio durante la manifestazione svoltasi il 10 novembre scorso a Lagonegro per ricordare la giovane maestra, si è detto convinto che il corpo di Maria Antonietta, sebbene non vi siano prove, si trovi proprio a Lagonegro. A suo dire, converrebbe andare a scavare nella località «Cazzivella», dove la donna sarebbe stata vista per l’ultima volta prima che di lei si perdesse ogni traccia. Ecco la lettera.

Ciao sorellina, sono trascorsi tantissimi anni ma il ricordo di te è nitido. I tuoi bei lineamenti, quegli occhi grandi, espressivi. Una persona intelligente, colta, di una dolcezza straordinaria, non per niente insegnavi ai bambini piccoli. Questo nessuno lo sa, non si sono mai chiesti chi eri. Una mamma giovanissima, che si dedicava ai suoi figli con amore e dedizione. Poi un giorno... Con la nascita si ha diritto alla vita, a te l'hanno tolta a soli 27 anni. Ero ritornata il giorno stesso da Salerno, dove per motivi di salute ero stata ricoverata un bel periodo. Sentii bussare alla porta violentemente, nostra sorella con poche e precise parole mi comunicò la tua scomparsa. Da quel preciso istante l'inizio del calvario. Disperazione, rabbia, impotenza, un dolore lancinante. Perchè? Cosa ti hanno fatto? Dove ti hanno portata o buttata come un animale? Ricerche vane e inutili. Sottoposti a continui interrogatori come se fossimo stati noi gli indagati. Non c'è stato un minimo di rispetto. Notizie buttate lì infangandoti con vera cattiveria, senza tener conto nemmeno della sofferenza dei tuoi bimbi, che da quel giorno non hanno più pronunciato la dolce parolina «mamma». Quanta solitudine. Ricordo persone, che puntando il dito per indicare dicevano: «ecco, quella è la sorella della scomparsa», non ci chiamavano neanche più per nome. La poca delicatezza nell'esprimere la propria immaginazione «l'hanno bruciata viva» o «è stata messa in un pilastro di cemento» ecc... Spaventoso. Il tempo passava ma di te nessuna traccia. Indagini depistate, procuratori pronti a lottare ma allontanati dalla mattina alla sera, tracce che portavano alla verità, sparite. Perchè? Non volevano trovarti. Iniziarono a morire le prime speranze quando furono trovate tracce di sangue nella tua macchina. Tutti i giorni le mie domande erano le stesse «perchè? quanto male ti hanno fatto quelle bestie che si sono accanite su di te, giovane donna? quanto hai sofferto? quanta paura e terrore». La morte è liberatoria, il non sapere è una condanna a morte che non arriva mai. Il dolore più grande è che hanno fatto di tutto per toglierti la dignità infangandoti senza dare importanza a quello che realmente era accaduto. Pensa chi ti ha giudicato, un «avvocato» di Lagonegro che, al processo a Potenza, senza tener conto della presenza di tuo marito e dei tuoi familiari ti ha descritto «una donna alla portata di tutti». Mi viene da ridere! Oggi dov'è questa persona che ti ha giudicato? Avevo solo 18 anni, da sola non sarei stata in grado di smuovere una montagna. Ascolta questo grazie a Don Marcello Cozzi ed il professor Melchionda, due persone a me care, ho cercato di ricordarti, di sensibilizzare la gente di Lagonegro, in occasione dell'8 marzo «festa della donna» con una manifestazione intitolata «una mimosa per Mariantonietta». Pensa la mia gioia dopo 25 anni potevo finalmente salire su di un palco e dire a tutti ciò che avevo dentro e finalmente parlare di te come persona, come donna, come madre. C'era la mamma della piccola Elisa, altri familiari di persone scomparse, persone di Potenza, Nemoli, Lauria. E i lagonegresi e i politici del paese? A vedere una sfilata di moda. Pochi i tuoi paesani a partecipare ma quei pochi mi hanno trasmesso tanta solidarietà. Questo è il tuo paese che ha dimenticato troppo presto una sua figlia. A testa alta continuerò a parlare di te, dolce sorellina. Ricordo le nostre lunghe chiacchierate, le sigarette fumate alla finestra. Il destino ha voluto che non mi trovassi li con te, forse sarebbe andata diversamente. L'ultima immagine che ho di te è di quando sulle scale di casa di mamma, mentre partivo per l'ospedale di Salerno, mi hai detto tra le lacrime «vai tranquilla, andrà tutto bene, ti chiamerò tutti i giorni». Quanto ho amato quella sorella che tanto si preoccupava per me. Chi avrebbe immaginato che al mio rientro... Adesso sono io a dirti con le lacrime agli occhi «un giorno sapremo la verità» avrai una dignitosa sepoltura e finalmente ti porterò quella mimosa. Tu vivrai sempre in me. Ti amo. Ciao sorellina, a presto. Rossana

Clamoroso: si riapre il caso della maestrina scomparsa, scrive Pino Perciante su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Il colpo di scena è clamoroso e potrebbe riscrivere per intero l’ultimo capitolo di uno dei tanti misteri lucani. I carabinieri di Lagonegro sono in possesso di elementi per far riaprire, dopo trent’anni, il caso di Mariantonietta Flora, la maestra di Lagonegro, scomparsa nel nulla la sera del 10 novembre del 1984. La notizia è stata confermata ieri mattina negli ambienti giudiziari. Il procuratore Vittorio Russo a breve si metterà al lavoro per valutare se le novità raccolte dai carabinieri sono tali perché quel fascicolo chiuso trent’anni fa senza una verità oggi possa essere riaperto. Tutto è coperto, comprensibilmente, dal segreto più assoluto. Nessun commento, quindi. Bisogna approfondire. Bisognerà fare delle valutazioni anche alla luce del risultato del processo che ci fu a suo tempo e che si concluse con l’assoluzione dell’unico imputato. La svolta clamorosa, però, è sul tavolo. E in un attimo i fatti di quel 10 novembre di trent’anni fa tornano sotto i riflettori. Non ci sono ancora indagati ma è presumibile che presto ce ne possano saranno in base alle novità che potranno emergere dalle indagini. Che più di qualcosa non fosse andato proprio come avevano ricostruito le indagini ufficiali dell’epoca lo si è sempre detto e soprattutto scritto. Interviste e inchieste giornalistiche, nel tempo, hanno messo in fila circostanze, fatti e dettagli in contraddizione tra di loro, se non letteralmente privi di senso. Ed è proprio partendo da quei dettagli che le indagini dei carabinieri sono ripartite. Ieri mattina i militari hanno informato degli elementi raccolti il procuratore di Lagonegro che ora dovrà valutare se far partire la nuova inchiesta. Il lavoro della procura non sarà facile. Come detto occorrerà ripartire nell’inchiesta tenendo conto degli sviluppi che hanno portato alle conclusioni del processo già celebrato. La nuova indagine riparte anche da un inchiesta condotta dalla Gazzetta qualche anno fa su alcuni «buchi» nelle indagini svolte all’epoca. Lacune sottolineate, più volte, anche dall’associazione «Libera». Tra queste, il sangue nell’auto che non fu mai chiarito con certezza a chi appartenesse. Il perito dell’epoca concluse parlando solo di «elevata probabilità». Poteva trattarsi del gruppo «zero», ossia quello della Flora. A ciò si aggiungono le impronte non prelevate. Ci sono poi le versioni contrastanti dei vari testimoni e indagati che prima dicono, poi ritrattano, poi ridicono.

«Sto guardando le carte e poi deciderò se chiedere al gip di riaprire il fascicolo», dice il procuratore capo di Lagonegro Vittorio Russo, scrive Pino Perciante su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Le carte a cui fa riferimento il magistrato sono quelle del caso della scomparsa di Maria Antonietta Flora, la maestrina di Lagonegro. Si riaccendono, quindi, i riflettori della magistratura sulla vicenda della maestrina sparita nel nulla un quarto di secolo fa. Il capo della Procura di Lagonegro dice che deve guardare le carte, ma in pratica la nuova indagine è già iniziata e si stanno muovendo anche i carabinieri per capire se ci sono gli estremi perché quel fascicolo chiuso senza una verità possa essere riaperto. Il tutto sulla scia delle notizie pubblicate una settimana fa dalla Gazzetta, in cui si faceva riferimento, in particolare, ad alcuni «buchi» nelle indagini svolte all’epoca. Lacune sottolineate anche da don Marcello Cozzi, referente di Libera in Basilicata. Tra queste, il sangue nell’auto che non fu mai chiarito con certezza a chi appartenesse. Il perito dell’epoca concluse parlando solo di «elevata probabilità». Poteva trattarsi del gruppo «zero», ossia quello della Flora. A ciò si aggiungono le impronte non prelevate. Ci sono poi le versioni contrastanti dei vari testimoni e indagati che prima dicono, poi ritrattano, poi ridicono. Sono questi gli elementi contenuti negli articoli pubblicati una settimana fa che hanno spinto il capo della Procura di Lagonegro, Vittorio Russo, a cominciare un’attenta rilettura dei fascicoli del caso Flora per capire se c’è ancora la possibilità, dopo 26 anni, di venire a capo di uno dei tanti misteri lucani. Nonostante il corpo della donna non sia stato mai ritrovato, la convinzione degli investigatori, da subito, è che la donna sia stata uccisa. I sospetti portano all’arresto del commerciante di carni Biagio Riccio, di Lagonegro, con il quale la Flora da tempo si sentiva per telefono. I due si sarebbero incontrati proprio la sera in cui la donna è scomparsa (sabato 10 novembre 1984), anche se lui sostiene di averla incontrata il giorno prima. La donna avrebbe respinto le avances di Riccio che in un impeto passionale l’avrebbe uccisa. Quando l’uomo ha ormai scontato due anni di carcere viene dichiarato innocente. Dopo la sua assoluzione tutto è rimasto senza una spiegazione e il caso a poco a poco si è chiuso fino all’archiviazione. Ma ora non si esclude che possa essere riaperto. Gli investigatori sperano che salti fuori anche qualche elemento nuovo che possa attribuire nuovo smalto alle piste investigative seguite nel 1984. Se Maria Antonietta è stata uccisa, chi poteva volere la morte di una giovane maestra elementare sposata con un impiegato dell’Enel? In realtà la vita di Maria Antonietta non era così tranquilla come poteva sembrare. Maria Antonietta, oltre a sentirsi con Riccio, era anche l’amante del noto imprenditore Domenico Di Lascio, ucciso anche lui a distanza di cinque anni. A Maria Antonietta, l’uomo stava intestando alcuni beni perché i due avevano deciso di andare a vivere insieme. Ma non è da escludere che la donna possa aver visto o sentito qualcosa che non doveva e per questo sia stata fatta sparire. La scomparsa della donna è stata spesso accostata all’assassinio di Domenico Di Lascio. Anche qui ci sono dei alti oscuri. La sera in cui viene ucciso, l’11 gennaio del 1989, Di Lascio si trova nel suo mobilificio al Lago Sirino per controllare i documenti aziendali con gli incassi della giornata. Gli esecutori del delitto non avrebbero forzato alcuna porta per entrare. Avevano le chiavi? Inoltre anche il calibro delle pistole utilizzate (una 6. 35 e una 7. 65) farebbe pensare non proprio all’opera di professionisti del crimine. Ma questo potrebbe essere anche un tentativo di depistaggio.

C'è un nesso tra l'omicidio di Di Lascio e la scomparsa di Maria Antonietta Flora? Si chiede Pino Perciante su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. C’entra qualcosa il caso di Maria Antonietta Flora con l’omicidio di Domenico Di Lascio, avvenuto a Nemoli, cinque anni dopo la scomparsa della giovane maestra? Difficile dirlo, anche perché le indagini non sono approdate a nulla in tutti questi anni, sia in un caso che nell’altro. Fatto sta che la sera dell’11 gennaio 1989 Domenico Di Lascio si trova nell’ufficio vendite del suo mobilificio dove è solito trattenersi per controllare i documenti aziendali con gli incassi della giornata. L’uomo sta parlando a telefono con una donna con cui da tempo aveva una relazione sentimentale, quando all’improvviso due persone entrano e fanno fuoco. I tre colpi di pistola che gli vengono sparati contro appartengono a due armi diverse: una calibro 6. 35 e una calibro 7. 65. Dall’altra parte del telefono si sente solo un forte rumore. E subito scatta l’allarme. La donna con cui Di Lascio stava parlando a telefono, chiama al bar dell’albergo di proprietà di Di Lascio a avverte: “Salite sopra. E’ successo qualcosa a don Mimì”. Partono i soccorsi. Lo spettacolo è agghiacciante. Domenico Di lascio è riverso a terra in una pozza di sangue. Prima di perdere i sensi pronuncia qualche parola e, a gesti, forse lascia capire che sono state due persone a sparargli. La corsa in ospedale poi il coma e infine in poco tempo la morte: il 5 febbraio, dopo essere stato ricoverato nell’ospedale San Carlo di Potenza. A Lagonegro gli investigatori si mettono al lavoro la stessa notte dell’agguato. La pista che per prima viene seguita riporta la mente indietro nel tempo di cinque anni, alla scomparsa di Maria Antonietta Flora perché nel corso delle indagini gli investigatori appurano che Domenico Di Lascio aveva una relazione con la giovane maestra, scomparsa il 10 novembre del 1984. Di Lascio però non fu mai coinvolto nell’inchiesta sulla scomparsa della Flora. Cosa accade però la notte dell’11 gennaio del 1989? Gli investigatori procedono per tentativi, ma non si giunge a nessuna conclusione. Nel 2003 sembra arrivare la svolta nel giallo del Lago Sirino con l’arresto di tre pregiudicati campani accusati di essere i responsabili dell’omicidio dell’imprenditore nemolese. Gli investigatori erano giunti ai tre salernitani sulla base delle rivelazioni di un collaboratore di giustizia. Ma nel mese di novembre del 2008 il giallo del Lago Sirino è di nuovo senza soluzione: il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Potenza proscioglie i tre pregiudicati campani. Tutto daccapo. L’omicidio Di Lascio ancora oggi resta senza colpevoli. Uno dei tanti misteri lucani.

Manca solo un tassello - quello sul quale è scritto il nome del mandante (che gli investigatori credono avere a portata di mano) - per considerare chiuso il caso dell'omicidio di Domenico Di Lascio, ucciso la sera dell'11 gennaio 1989 nell' ufficio vendite del suo mobilificio, a Nemoli (Potenza), cinque anni dopo la scomparsa di Maria Antonietta Flora, con la quale l'imprenditore aveva avuto una relazione sentimentale extraconiugale, scrive “Informazione Campania”. I carabinieri del comando provinciale di Potenza hanno arrestato nel Salernitano tre uomini, considerati gli esecutori del delitto: Antonio Nobile, di 63 anni, di Giffoni Valle Piana, che è agli arresti domiciliari e ingaggiò i due sicari: Giovanni Ferraioli (54), di Siano, e Felice Fortunato (50), di San Marzano sul Sarno. Furono proprio Ferraioli e Fortunato - secondo l'accusa - ad entrare la sera dell'11 gennaio dell'89 nel mobilificio di Di Lascio e a sparargli contro alcuni colpi con pistole calibro 6,35 e 7,65. Quest'ultima arma si inceppò e solo dalla prima partirono due proiettili: uno colpì l'imprenditore al braccio sinistro, l'altro - quello mortale - alla testa. Di Lascio morì il 5 febbraio nell'ospedale di Potenza, senza riprendere conoscenza. Le indagini non portarono a nulla: sospetti, ma niente di concreto. Di Lascio fu ferito mentre parlava al telefono con una donna con la quale aveva avviato una relazione extraconiugale: fu lei a sentire dei rantoli e a chiedere aiuto. L'imprenditore non riuscì a dire nulla, forse fece soltanto capire ai suoi soccorritori, con un gesto, che erano stati in due a sparargli. L'omicidio dell'imprenditore si intrecciò subito con un altro ''giallo'', tuttora irrisolto: la scomparsa di Maria Antonietta Flora. La sera del 10 novembre 1984 (cinque anni prima del delitto Di Lascio) la donna, insegnante elementare, sposata e madre di tre figli, esce di casa, a Lagonegro (Potenza), per andare dal padre. Sparisce nel nulla: la sua auto viene ritrovata ferma su una piazzola di sosta dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. All' interno, alcune macchie del sangue della donna. Nient' altro. Flora aveva una relazione con Domenico Di Lascio e fu inevitabile - quando l'imprenditore fu ucciso - mettere accanto le due vicende e cercare punti di contatto. Su entrambe, pero, il tempo passato ha portato il silenzio, tanto più che l'uomo accusato di aver ucciso Maria Antonietta Flora, un giovane ragioniere che la corteggiava, fu assolto dopo due anni di detenzione. La svolta arriva nel 2001. Un collaboratore di giustizia parla del delitto Di Lascio con un magistrato della Procura della Repubblica di Salerno: un anno fa, ripete le stesse cose e, anzi, le approfondisce e le spiega con il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Potenza, Claudia De Luca. Il pentito racconta che era stato ingaggiato per uccidere Domenico Di Lascio: l'uomo intasca 25 milioni di lire ma quando è tutto pronto per sparare all'imprenditore viene arrestato. Mentre è in carcere, Di Lascio viene ucciso. Rimesso in libertà, il collaboratore di giustizia apprende i particolari del delitto e chi lo aveva eseguito (per circa 30 milioni). Sul movente, De Luca e il maggiore Nazzareno Zolli, comandante del reparto operativo del comando provinciale di Potenza dei Carabinieri, hanno detto ai giornalisti di non poter aggiungere nulla: di sicuro, Di Lascio è stato ucciso per impossessarsi del suo vasto patrimonio. Ma le indagini sono orientate ora nella famiglia dell'imprenditore: la gelosia (scatenata dalle diverse relazioni extraconiugali di Di Lascio) può avere avuto un ruolo nella vicenda: ''Abbiamo buoni elementi'', si è limitata a dire De Luca. Ma le indagini tendono a ripercorrere anche la scena del delitto e i personaggi che si mossero attorno a Di Lascio quella sera: per i killer fu troppo facile arrivare all'ufficio vendite, sparare all'imprenditore e sparire nel nulla. Forse, qualcuno li aiutò.

Quando Di Lascio sospettò della moglie, continua Pino Perciante. Domenico Di Lascio sospettò della moglie per la scomparsa di Maria Antonietta Flora. E’ quanto emerge dalla sentenza di secondo grado che scagiona Biagio Riccio. Nei giorni successivi alla scomparsa della maestra, l’uomo, secondo il suo stesso racconto, avrebbe tormentato la moglie ritenendola responsabile dell’accaduto. Emerge anche che la moglie di Di Lascio avversava la relazione extraconiugale del marito in ogni modo, giungendo anche a importunare per telefono la maestrina e, allo stesso tempo, cercando nel marito della giovane maestra un alleato nell’azione di disturbo. Ma Di Lascio le aveva ribadito più volte la propria irremovibile decisione di andare a vivere con Maria Antonietta. La moglie dell’imprenditore, sempre secondo quanto emerge dalla sentenza della Corte d’Assise d’Apello, conferma le parole del marito sostenendo di aver fatto di tutto per ostacolare la relazione extraconiugale del coniuge, salvo poi rassegnarsi successivamente. E dal quel momento non aveva telefonato più alla Flora, mentre i contatti con il marito della maestra sarebbero cessati circa 6-7 mesi prima di quel sabato 10 novembre 1984. Si tratta però solo di sospetti che emersero all’epoca. Perché la moglie di Di Lascio non è stata mai coinvolta nell’inchiesta sulla scomparsa della maestra. E gli accertamenti sul suo conto, effettuati dagli inquirenti, non sono approdati a nulla. Il 10 novembre del 1984 Maria Antonietta Flora, che allora aveva 27 anni, sposata, due figli, sparisce nel nulla. Intorno alle 19 di quel giorno esce di casa diretta all’abitazione dei suoi genitori per farsi praticare un’iniezione dalla cognata. Ma in realtà a casa dei genitori non arriverà mai. Alle 17. 30 di quello stesso giorno a casa della Flora arriva una telefonata misteriosa raccolta da uno dei due figli della donna al quale una voce dall’altro lato della cornetta dice: «Sono papà, passami mamma». L’auto della donna, una A 112, viene rinvenuta alle 13.30 dell’11 novembre del 1984 ferma in una piazzola di sosta della corsia nord dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, in località “Carconi”. All’interno ci sono tracce di sangue sullo sportello lato guida, sul blocco di accensione dell’auto, sul bordo superiore dello sportello lato guida all’interno e all’esterno, sul paraurti posteriore sinistro. Stranamente nessuna traccia di sangue viene rinvenuta sull’asfalto circostante. Due agenti di custodia in transito sull’autostrada notano l’auto «non più tardi delle 20.40». Alle 13. 05 due agenti che transitavano in servizio di pattuglia si fermano su segnalazione del marito e del padre di Maria Antonietta giunti nel frattempo sulla piazzola di località “Carconi”. Il marito della maestra alle 3. 20 della notte aveva già denunciato la scomparsa della moglie. Il pm di Lagonegro, dopo il sequestro della A 112, dispone la perizia sulle macchie di sangue. Nel frattempo arrivano anche alcune telefonate di natura estorsiva al marito della maestra. Altre due telefonate in cui ignoti affermano di avere una donna nelle loro mani arrivano ad una radio privata il 12 novembre. Ma l’ipotesi di un rapimento viene scartata. Così come sembra improbabile una fuga. Dopo alcuni mesi gli investigatori appurano l’esistenza di una relazione tra la Flora e Riccio. Il 3 febbraio del 1986 per la prima volta i carabinieri ventilano l’ipotesi di un coinvolgimento di Riccio nell’omicidio. È l’ultima persona a vedere la giovane maestra viva in località Cazzivella. Vengono disposte intercettazioni telefoniche sulle sue utenze e su quelle di alcuni suoi amici. Comincia a questo punto il valzer delle cose dette, ritrattate e poi ancora confermate che porterà sotto inchiesta anche un amico di Riccio, Guerino Buldo per favoreggiamento personale. Anche lui sarà assolto. Per i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Potenza la scomparsa di Maria Antonietta Flora e l’omicidio di Domenico Di Lascio, colpito da arma da fuoco l’11 gennaio del 1989, non sono collegati. I difensori della parti nel processo che si svolse a carico di Riccio e Buldo avevano chiesto di unire i due fascicoli. Ma nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 22 novembre del 1991, la Corte osserva, in via preliminare, che «non sussistono palesi e concreti elementi di collegamento» tra le due vicende.

Le confidenze del pentito, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Quell’omicidio dovevo commetterlo io per cinquanta milioni di lire». Mario Ursolino, ex boss del clan Tempesta di Angri, svela ai magistrati della Procura antimafia di Salerno che una donna aveva commissionato l’omicidio di Domenico Di Lascio, l’imprenditore del Lago Sirino ucciso a colpi di pistola nel suo ufficio 21 anni fa. Le dichiarazioni di Ursolino, mai pubblicate prima, sono contenute in un verbale che la Gazzetta ha potuto consultare. Il magistrato che lo interroga è Luigi D’Alessio, uno dei pm del pool che indaga sull’omicidio di Elisa Claps. «Ci tengono molto a questo omicidio di Lagonegro», dice Ursolino. Il pm gli chiede: «Ma lo avete commesso voi?». Lui risponde: «Io ci sono andato... sono andato a valutare... lo dovevo commettere io... la fortuna è che poi sono stato arrestato e non ho potuto». Ma chi contattò Ursolino per commissionargli l’omicidio? Racconta il pentito: «Mi chiamò una persona di mia fiducia e mi chiese se volevo fare un lavoretto a Lagonegro per cinquanta milioni di lire. Mi dice che c’era questa persona che aveva un mobilificio... che era un... un femminaiuolo». Ma chi voleva la morte di Mimì Di Lascio? Secondo Ursolino «una donna... c’era una donna che se lo voleva togliere di torno». Il movente? «Gelosia», dice il pentito. Ma anche per soldi: «Questo aveva macchine, aveva tutto... un mobilificio tanto grande... questo era miliardario». Ursolino partecipa al sopralluogo. Studia i movimenti di Mimì. Ma prima di commettere il delitto viene arrestato. Quelli che aveva indicato come suoi complici sono stati processati e assolti. La donna di cui parlava, però, venuto meno Ursolino, potrebbe aver ingaggiato altri killer. È tra le amanti di Mimì il mandante?

Elisa Claps, 23 anni di mistero su cui ha osato Amendolara. Ne parliamo col cronista che indagò sul caso, risultando scomodo anche alla Procura. Aveva solo 16 anni quando, il 12 settembre del 1993, scomparve nella sua Potenza. Il suo corpo fu ritrovato 17 anni dopo, nel 2010, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, nel capoluogo lucano. Per la sua scomparsa e la sua morte è stato riconosciuto colpevole l'amico Danilo Restivo, scrive Leonardo Pisani su “Il Mattino di Foggia” il 12 settembre 2016. Le indagini non hanno mai convinto del tutto Fabio Amendolara che dalle pagine de "La Gazzetta del Mezzogiorno" si spinse talmente oltre le nebbie di quel mistero da suscitare la pesante reazione degli inquirenti che lo accusarono di aver rivelato informazioni riservate (la stessa accusa prefigurata dall'art. 326 del Codice Penale per la violazione dei segreti di Stato) e disposero nel 2012 la perquisizione della redazione del giornale e della casa del cronista, sottoponendolo ad un interrogatorio in Questura durato sei ore. Nel ricordare la tragica fine di Elisa, la disponibilità di Fabio ci offre anche l'opportunità di approfondire l'importanza del giornalismo investigativo che lo impegna a scandagliare, sulle pagine di "Libero", tanti altri misteri di cronaca italiana; per ultimo il suicidio sospetto del brigadiere Tuzi a Arce, in Ciociaria, a cui ha dedicato il suo recente libro "L'ultimo giorno con gli Alamari".  

Amendolara, il 12 settembre 1993 scompare Elisa Claps. Una data che è una ferita a Potenza ma non solo ed è una ferita ancora aperta.

«È una ferita aperta perché la giustizia non ha saputo dare risposte logiche e convincenti. Non basta consegnare alla piazza il mostro Danilo Restivo per dire il caso è chiuso, rassegnatevi, metteteci una pietra sopra. Finché non verrà fatta luce su chi ha coperto Restivo, permettendo che i resti di Elisa rimanessero per 17 anni nel sottotetto della chiesa della Trinità, la ferita non potrà rimarginarsi»

Ti sei occupato del caso e Elisa è ritornata poi in altre indagini che hai svolto: notizie false, depistaggi, poi il ritrovamento nella Chiesa della Trinità. Questo pone due domande: per prima cosa, come mai tante verità negate e, seconda cosa poi, il giornalismo investigativo ha ancora senso in Italia? Spesso si assiste alla spettacolarizzazione delle tragedie ma non alla ricerca della verità.

«La spettacolarizzazione fa male alle inchieste giudiziarie tanto quanto a quelle giornalistiche. Il giornalismo investigativo, quello vero, quello che scova nuovi testimoni, che segnala errori e omissioni nelle indagini, che impedisce agli investigatori di girarsi dall'altra parte e di chiudere gli occhi, ha ancora senso e va riscoperto. Ecco, se ci sono tante verità negate dipende anche dal fatto che la stampa molla i casi troppo presto. Senza pressione mediatica gli investigatori si sentono liberi di non agire».

Quanti casi ancora irrisolti e cito solo la nostra Basilicata: la piccola Ottavia De Luise di Montemurro e Nicola Bevilacqua di Lauria. Ma esiste una giustizia di serie A e una giustizia di serie B?

«Purtroppo esiste. Era così ai tempi della piccola Ottavia ed è così ancora oggi»

Allo stesso tempo: esiste una copertura mediatica di serie A per alcuni casi e l’indifferenza per altri?

«Le Procure e gli investigatori dettano la scaletta. Grazie alle fughe di notizie si tengono buoni i giornalisti che, così, ottenuta in pasto la classica velina, non cercheranno notizie scomode. L'informazione è facile da orientare»

Però, Fabio, domanda brutale: trovi difficoltà nelle tue inchieste?

«Le difficoltà che trovano tutti i giornalisti che non si accontentano delle verità preconfezionate. Nel caso di Elisa Claps ad esempio avevo dimostrato che la Procura di Salerno aveva temporeggiato troppo nel chiedere l'arresto di Restivo ma anche che aveva fatto scadere i termini delle indagini preliminari tenendo fermo il fascicolo. La reazione è stata dura: una perquisizione in redazione, nella mia auto e nella mia abitazione. Risultato: mi hanno messo fuori gioco per un po'. Tutte le mie fonti erano scomparse, per paura di essere scoperte»

Penso al tuo ultimo libro: «L’ultimo giorno con gli Alamari: il suicidio sospetto del brigadiere Tuzi a Arce in Ciociaria”. Anche quando lo hai presentato in Basilicata o in Puglia ha attirato attenzione; quindi alla fine il lettore o il pubblico è sensibile a queste tematiche di giustizia negata o, addirittura, di mancanza di vere indagini ufficiali? 

«I cittadini non si accontentano mai di false verità o di ricostruzioni illogiche e contraddittorie. Finché non si fornisce loro una ricostruzione credibile - sia essa giudiziaria o anche giornalistica - continueranno a porsi domande su come sono andate davvero le cose. Il caso Claps ne è un esempio lampante. A sei anni dal ritrovamento ci sono ancora manifestazioni pubbliche per chiedere verità e giustizia. E ci saranno finché la storia non verrà raccontata in tutti i suoi particolari».

Il Caso Donato Cefola, scritto da Fabio Amendolara l'11 agosto 2016. Barile, 1997, 11 novembre. Un uomo con il volto coperto fa salire su un furgone un ragazzino di 16 anni, lo uccide con un colpo di pistola alla nuca e butta il corpo in un dirupo a quattro chilometri dal paese. Poi chiede il riscatto al padre. Sono passati quasi 20 anni. A Donato Cefola hanno intitolato uno stadio e un premio letterario. Ma la Basilicata l’ha dimenticato. Ogni volta che c’è un incontro pubblico sulla legalità saltano fuori i nomi dei casi che hanno ferito al cuore questa regione. Tutti. Tranne quello di Donato. E a dire il vero è l’intera stagione dei sequestri ad essere stata cancellata dalla storia. In quanti ricordano il rapimento di Paul Getti Junior? E quello dell’imprenditore di Massafra Cataldo Albanese ritrovato poi a Metaponto? E quello dell’industriale di Legnano Vittorio Colombo? Hanno tutti a che fare in qualche modo con la Basilicata. Come il “rapimento” del gioielliere siciliano Claudio Fiorentino, il cui riscatto viene recuperato a Maratea nel serbatoio di un’auto guidata da un diplomatico maltese (intrigo ancora tutto da esplorare). Nulla in comune con il caso del piccolo Donato, rapito invece da balordi con l’aiuto di un commerciante in disgrazia che era anche un vicino di casa. Era coinvolta anche una “telefonista”, una donna che – stando alla ricostruzione fatta all’epoca dagli investigatori – avrebbe attirato Donato nella trappola. Uno dei sequestratori improvvisati uccide Donato, “involontariamente”, disse durante il suo interrogatorio. Poi cercò di giustificarsi dicendo che i mandanti erano criminali di Cerignola. Nei fascicoli di quell’inchiesta non c’è traccia di criminalità organizzata. C’è la prova invece della follia di chi voleva rapire Donato per chiedere un riscatto e invece l’ha ucciso. A Barile si precipitano gli inviati dei grandi quotidiani nazionali. Le cronache sono di Fulvio Bufi sul Corriere della Sera e di Pantaleone Sergi su Repubblica (uniche tracce online di quanto accadde 19 anni fa). Donato raggiunge Venosa, dove frequenta il secondo anno di ragioneria, insieme al papà (che lavora lì in banca). Lì entra in scena “l’uomo del Fiorino”. L’amico, al bar Prago, gli parla forse di una donna, una donna che da 15 giorni “insegue” per telefono Donato. Lo studente cade nella rete. Sale sul Fiorino e va incontro alla morte. Sul tragitto spunta l’uomo con passamontagna e pistola. Donato viene legato e imbavagliato. Poi viene buttato nel vano di carico. Riconosce anche l’uomo col passamontagna, tenta di liberarsi, minaccia, tanto che il rapitore ha paura – è la ricostruzione del quotidiano la Repubblica – e lo uccide con un colpo alla nuca a sangue freddo? Oppure, come raccontano i due fermati, il colpo parte accidentalmente? Sta di fatto che i due portano il cadavere in località Catavatta di Barile. Senza però demordere tentano di ottenere un riscatto. Uno dei due, nel primo pomeriggio, mette un foglietto sotto il tergicristalli della Panda del papà di Donato: “Prepara quattrocento milioni o venderemo tuo figlio ai trafficanti di organi umani”. Tre stili di scrittura, tre penne di colore diverso, verde rosso e blu. Scatta l’allarme. Il vicino di casa di Donato viene bloccato. Stretto al muro delle contestazioni ammette. Crolla anche il complice e si arriva al cadavere. Donato è stato ucciso da balordi. Il caso è chiuso. Per sempre.

Breve storia della procura di Potenza. Quella famosa per Henry John Woodcock, il controverso magistrato che per anni ne è stato il simbolo, e che secondo Renzi «non arriva mai a sentenza», scrive “Il Post” il 6 aprile 2016. Nel corso dell’ultima direzione nazionale del PD, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto un commento molto duro sulla procura di Potenza, quella che sta conducendo le indagini sulle infrastrutture petrolifere della Basilicata che hanno portato alle dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. «Le indagini sul petrolio in Basilicata si fanno ogni quattro anni», ha detto Renzi: «E non vanno mai a sentenza». Proprio mentre parlava, i giudici del tribunale di Potenza erano in riunione da oltre tre ore. Poco dopo le 16 hanno annunciato la sentenza di un’inchiesta sugli appalti legati al petrolio iniziata nel 2008. Sono state condannate nove persone: ex dirigenti della società petrolifera Total, imprenditori e politici locali. Altre 18 sono state assolte. Poco dopo Renzi ha precisato che intendeva dire che le sentenze partite da Potenza non vanno mai a “sentenza definitiva”. Dopo otto anni dall’inizio delle indagini il processo è arrivato soltanto al primo grado e buona parte delle condanne saranno probabilmente prescritte. Il tribunale di Potenza, infatti, è uno dei più lenti d’Italia, ma anche uno di quelli più sotto organico. Con il 62,7 per cento di processi penali che durano più di due anni, Potenza è al 131° posto sui 133 tribunali che hanno risposto al censimento della giustizia penale realizzato nel 2014 dal ministero della Giustizia. Ma Potenza è anche uno dei tribunali con la percentuale più alta di incarichi scoperti. A novembre del 2014 mancavano a Potenza otto magistrati: il 24 per cento della pianta organica prevista: la media nazionale è al 14 per cento. Potenza è il 110° tribunale con più posti vacanti su 139. A Potenza, inoltre, parecchie indagini finiscono con l’archiviazione ancora prima di arrivare al processo: i giudici per le indagini preliminari (GIP) archiviano il 74,3 per cento delle indagini. In questa classifica, Potenza è in “buona compagnia” insieme a tribunali molto più prestigiosi: i GIP del tribunale di Roma, per esempio, archiviano più o meno la stessa percentuale di procedimenti e quelli del tribunale di Torino una percentuale addirittura superiore. La situazione di Potenza è simile a quella di molti altri piccoli tribunali del sud. Secondo Leo Amato, giornalista del Quotidiano della Basilicata che segue la cronaca giudiziaria, in Basilicata c’è un problema in più: il petrolio. «C’è un grosso divario tra le forze di cui dispone il tribunale di Potenza e la dimensione delle risorse che circolano nella regione». L’estrazione petrolifera e la presenza di grandi società internazionali portano grossi afflussi di denaro e spesso, nel clima clientelare della politica locale, si è sospettato che questi soldi fossero stati usati in maniera illecita. Le indagini su questi temi però sono complicate e i processi lo sono ancora di più: «A Potenza non ci sono le risorse per affrontare un maxi-processo come per esempio quello dell’ILVA di Taranto. È giusto chiedere che si arrivi a una sentenza in fretta, ma allora bisogna organizzarsi per tempo e far sì che a Potenza ci sia un collegio giudicante con le risorse per poter fare udienza ogni due settimane». Ma la procura di Potenza non è diventata famosa per la lunghezza dei suoi processi: la sua fama è legata a quella di Henry John Woodcock, un magistrato che, arrivato 17 anni fa, trasformò una piccola città della provincia meridionale in uno dei principali capoluoghi della cronaca giudiziaria italiana. Henry John Woodcock ha 49 anni ed è nato a Taunton, nell’Inghilterra occidentale. Figlio di un professore di inglese e di una donna italiana, è cresciuto a Napoli dove ha iniziato la sua carriera nella giustizia. Nel 1999 fu nominato al suo primo incarico: sostituto procuratore presso la procura della Repubblica del tribunale di Potenza. Quello della Basilicata è un distretto giudiziario piccolo e apparentemente poco movimentato: in tutta la regione ci sono una media di 4-5 omicidi l’anno. Con 67 mila abitanti, un’unica linea ferroviaria a binario unico, nessuna autostrada e l’aeroporto più vicino a cento chilometri di distanza, Potenza è una città isolata e sonnolenta, dove esistono ancora dinamiche che sembrano arcaiche in gran parte del resto del paese. «Qui il magistrato ha ancora un ruolo sociale importante», racconta Fabio Amendolara, collaboratore del quotidiano Libero che da 16 anni segue il tribunale della città. «Appena insediati, c’è la corsa a portarli in giro come in una processione della statua della Madonna». A Potenza, come in molti altri luoghi del sud, politica e imprenditoria locali intrecciano spesso relazioni clientelari. Dal dopoguerra fino ad anni molto recenti, la regione è stata governata dalla stessa classe dirigente, espressione di poche famiglie locali. Anche la magistratura a volte finisce con il far parte di queste reti di potere. «Spesso in queste relazioni non c’è nulla di penalmente rilevante», spiega Amendolara, anche se per due volte la procura di Catanzaro, competente per indagare sui giudici di Potenza, ha ritenuto che si fossero verificati dei reati. La prima inchiesta – “Toghe Lucane”, portata avanti da Luigi de Magistris, oggi sindaco di Napoli – si è risolta in un nulla di fatto. La seconda, “Toghe Lucane-bis”, è diventata un processo che è in corso ancora oggi. Quando arrivò a Potenza, «Woodcock era scollegato da questi sistemi: tutto quello che trovava lo iscriveva nel registro degli indagati», racconta Amendolara. Nei dieci anni che trascorse alla procura di Potenza, Woodcock indagò comandanti provinciali della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, persino un capo divisione del SISDE, il servizio segreto civile. Indagò magistrati, avvocati e politici locali. Nel 2006 il giornalista delCorriere della Sera Marco Imarisio lo descrisse così: «Uno che lavora dalle 7 del mattino alle 22, e raggiunge l’ufficio in sella alla sua Harley Davidson, pioggia o neve non importa, deciso ad applicare il suo metodo. Da una scintilla lucana, l’immane incendio. Woodcock parte da reati commessi in loco e poi allarga, allarga a tutta la Penisola». Furono proprio le inchieste di portata nazionale a renderlo un personaggio noto in tutto il paese. La più famosa è quella che i media ribattezzarono “Vallettopoli”, iniziata nel 2006 in seguito alle indagini sulla gestione di alcune slot machines: arrivò a coinvolgere decine di personaggi pubblici come Salvo Sottile, portavoce dell’allora ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il manager televisivo Lele Mora, il fotografo Fabrizio Corona e Vittorio Emanuele di Savoia. Le accuse erano disparate: dall’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione nella gestione di casinò e slot machines, allo sfruttamento della prostituzione, fino al peculato per aver utilizzato auto pubbliche per trasportare showgirl. Buona parte dell’inchiesta, costituita da migliaia e migliaia di pagine disordinate, dove atti e intercettazioni si accumulavano alla rinfusa, finì stralciata o archiviata. Diversi filoni furono sottratti alla procura di Potenza per incompetenza territoriale. Vittorio Emanuele fu prosciolto dal tribunale di Como e assolto da quello di Roma, insieme a numerosi altri imputati. Altri, come Sottile, furono condannati. Molte sue altre inchieste seguirono un percorso simile, come le cosiddette “Vallettopoli 2″, “Vipgate” e “Somaliagate”. Le ordinanze con cui chiedeva gli arresti erano quasi sempre lunghe e disordinate. Le sue inchieste, a pochi mesi dall’inizio, arrivavano a coinvolgere decine di persone con accuse di reati disparate. A differenza di altri magistrati molto noti all’epoca, come lo stesso De Magistris, gran parte delle inchieste di Woodcock sono arrivate a processo: cioè sono state ritenute “solide” da almeno un giudice terzo, ma quasi altrettanto spesso i suoi imputati sono stati assolti o prescritti oppure le inchieste sono state spostate in altre procure per ragioni di competenza territoriale. «Errori ne faceva tanti», racconta Amendolara, «si innamorava di molte tesi, arrivava all’arresto e poi si perdeva. In alcune cose ci aveva visto giusto. Come nel caso “Tempa Rossa” di questi giorni, dove sono coinvolte persone che lui era stato il primo a indagare». Altri commentatori sono meno teneri nei suoi confronti. Per molti la sua abitudine di allargare continuamente il raggio delle indagini, invece che concentrarsi su un aspetto e cercare di arrivare a una condanna, era un segno di narcisismo e di amore per l’attenzione mediatica che gli procuravano. Sul sito Cinquantamila, il giornalista Giorgio dell’Arti ha raccolto alcune delle critiche più dure che sono state rivolte a Woodcock. Nel 2007 il giornalista Filippo Facci scrisse sul Giornale: «Le sue inchieste più note sono state una collezione di incompetenze territoriali, nomi altisonanti assolti, ministri prosciolti, valanghe di richieste d’arresto ingiustificate». Mattia Feltri, che oggi lavora alla Stampa, scrisse: «Si potrebbe dire che Woodcock ha fra le mani la stessa indagine da sempre. Insomma, ne comincia una e da questa ne scaturisce un’altra e così via». Di certo c’è che Woodcock iniziò molte più indagini di quante avrebbe mai potuto portare a compimento. Quando fu trasferito alla DDA di Napoli, nel 2009, a Potenza lasciò decine di fascicoli aperti; i magistrati rimasti a Potenza, raccontano i giornalisti che seguono la cronaca giudiziaria locale, “tremavano” all’idea di dover mettere mano alle migliaia di pagine confuse che aveva lasciato dietro di sé. «C’è un’era prima e un’era dopo Woodcock», dice Amendolara. Oggi in molti pensano che la stagione di Woodcock, con i suoi lati positivi e quelli negativi, sia terminata. Tra gli altri lo pensa il senatore Salvatore Margiotta, indagato da Woodcock nel 2008, quando il magistrato chiese alla Camera l’autorizzazione ad arrestarlo per corruzione. Il suo processo è durato otto anni e lo scorso 26 febbraio, Margiotta, oggi senatore del PD, che dichiara di essere favorevole allo sfruttamento del petrolio in Basilicata, è stato assolto per insussistenza del fatto. In un’intervista al Corriere della Sera, Margiotta ha detto: «Ho stima degli attuali magistrati della procura di Potenza e penso che dietro l’inchiesta Tempa Rossa non ci sia la volontà di alzare un polverone politico».

Io chiedo conto. Non è successo niente (di Rosario Gigliotti del 15 aprile 2015). L’altro giorno ero anch’io in aula a testimoniare nel processo a don Marcello Cozzi, accusato di diffamazione nei confronti del dott. Cannizzaro e della dott.ssa Genovese. E anch’io, come Gildo, ho detto che accostare i “fatti inquietanti” che avevano riguardato nel passato il dott. Cannizzaro alla vicenda di Elisa Claps, di cui si era occupata in qualità di pm sua moglie, la dott.ssa Felicia Genovese, era un’insostenibile forzatura. Che davanti a quella chiesa il 12 settembre 2010, il primo anniversario della scomparsa (e della morte) di Elisa dopo il ritrovamento del suo corpo, avremmo dovuto solo tacere. E ho visto il dott. Cannizzaro commuoversi per questo atto di pacificazione….…. Questo forse avrei dovuto dire, questo forse avrebbero gradito i miei 5500 concittadini che avrebbero voluto il dott. Cannizzaro come sindaco della città. E chissà quanti altri. Ma Gildo non lo ha detto. Io non l’ho detto. Perché mi sono ricordato, e ho ricordato, le parole di De André con cui quasi 10.000 giovani potentini accompagnarono la grande manifestazione all’indomani del ritrovamento di Elisa: “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. E mi sono ricordato dei volti dei familiari delle vittime delle mafie (e dei silenzi) con cui abbiamo camminato lungo le strade di Potenza il 19 marzo 2011, molti dei quali ancora in cerca di verità e giustizia. Quello stesso giorno giungeva la notizia dell’archiviazione dell’inchiesta Toghe Lucane. Ancora una volta, come sempre, per dire: “non è successo niente”. Ed oggi, come allora, se la verità non arriva, se gli omicidi sono morti accidentali, se i veleni di ogni genere si spandono nella terra fertile e comprano o uccidono corpi e menti, abbiamo un modo per rimanere in pace: dire ad alta voce “non è successo niente”. Cari amici, questa volta “mi piace” è per dire che, invece, qualcosa è successo e che noi chiediamo conto. Io come allora chiedo conto. E lo faccio riprendendo, e confermando parola per parola, ciò che scrissi all’indomani dell’archiviazione di Toghe Lucane. Sono le domande a cui il mio amico Giulio Laurenzi ha prestato il suo tratto di artista. Sono domande purtroppo ancora attuali, perché fino a quando la luce non arriverà dove le ombre corrompono le menti e minano la fiducia nelle istituzioni dovremo continuare a chiedere verità e giustizia… o dirci e dire che non è successo niente. Perché in quel “voi che vi credete assolti" non ci sono solo la dott.ssa Genovese o il dott. Cannizzaro, ma ci siamo tutti noi, che dobbiamo scegliere da che parte stare.

Felicia Genovese. Ha svolto la funzione di pm presso la Direzione distrettuale antimafia di Potenza. Attualmente magistrato in servizio presso il Tribunale di Roma. Si è occupata del caso di Elisa Claps. Vincenzo Tufano. E' stato procuratore generale presso la corte d'Appello di Potenza. Emilio Nicola Buccico. E' stato sindaco di Matera, senatore della Repubblica e membro laico del CSM. […] E allora, ormai lontani dalle aule dei tribunali e dalle ordinanze che allontanano inequivocabilmente ogni ipotesi di responsabilità penale da tutti gli indagati, io chiedo conto.

Chiedo conto alla dottoressa Felicia Genovese degli atti elementari che non ha compiuto, attraverso i quali si sarebbero evitati quasi 18 anni di sofferenze alla famiglia di Elisa Claps.

Chiedo conto al dottor Tufano di non aver assunto alcuna iniziativa istituzionale nei confronti della dottoressa Genovese, pm della direzione distrettuale antimafia, per verificarne la compatibilità di sede e di funzione, neanche quando divennero di dominio pubblico fatti inquietanti, a prescindere dalla loro rilevanza penale: suo marito, Michele Cannizzaro, si trovava a casa delle vittime il giorno prima dell’omicidio, di chiaro stampo mafioso, dei coniugi Gianfredi, sul quale la stessa Genovese aveva indagato per sei mesi senza astenersi; il dott. Cannizzaro era iscritto alla massoneria ed aveva avuto contatti telefonici con esponenti della ‘ndrangheta; in passato persone legate alla criminalità organizzata calabrese erano state viste dai carabinieri a casa sua, in Calabria, durante un lauto pasto; tutti fatti sui quali l’Autorità Giudiziaria di Salerno ha disposto l’archiviazione.

Chiedo conto all’avvocato Buccico di quale deontologia professionale lo abbia portato, nel corso dell’inchiesta sulla misteriosa morte dei “fidanzati di Policoro”, dopo essere stato in un primo momento il legale della famiglia di Luca Orioli, ad assumere la difesa di coloro che gli Orioli avevano accusato di negligenza in quelle stesse indagini.

Chiedo conto all’avvocato Labriola del trattamento riservato ai genitori di Luca Orioli, facendo pagar loro anche il tempo delle domande disperate di un papà e di una mamma a cui era stato strappato un figlio.

Chiedo conto a quei personaggi che si incontrano nell’ombra come in un film, insieme, ci raccontano, per delle battute di caccia. Me li immagino, tronfi e rossicci, al sole e al vento del sud, quella meravigliosa costa ionica su cui progettavano la loro piccola Venezia. Loro, padroni della terra, dei fiumi, del mare e delle persone.

Io so, ma non ho le prove, diceva Pasolini, con il coraggio e l’intelligenza di un uomo libero. Ed oggi che le 509 pagine di Toghe Lucane sono solo, per alcuni, atti di una storia da dimenticare, posso dire anch’io: io so, ma non ho le prove…P.S. In verità, al testo di Rosario Gigliotti, io personalmente avrei da aggiungere solo una conclusione diversa: "Io so ed ho le prove. E queste prove le ho fornite in centinaia di esposti, denunce e querele formali presentate alle Procure della Repubblica, alle Procure Generali presso le Corti d'Appello, alla Procura Generale presso la Suprema Corte di Cassazione, al Ministro della Giustizia, al Consiglio Superiore della Magistratura. Anche di questo io chiedo conto, del silenzio e della neghittosità che ha consentito ad un manipolo di magistrati, qualche avvocato ed alcuni funzionari di Polizia Giudiziaria di perseguitare impunemente la libertà di stampa e d'informazione provocando sofferenze e terribili offese…senza peraltro riuscire a spegnerla.

La lettera di Piccenna: ciò che Di Consoli ignora su Toghe lucane. Egregio direttore, mi risolvo a scriverti questa lettera aperta dopo aver letto l'intervista pubblicata recentemente dal tuo giornale all'intellettuale lucano Andrea Di Consoli, giornalista e scrittore di fama. In origine, avevo in animo di confutare gran parte delle tesi sostenute da Andrea ma, procedendo, mi son reso conto che l'opera diventava monumentale e quindi inutile. Vedi, direttore, commentare Toghe Lucane non può prescindere dal conoscerla e “pacificare gli animi” non può risolversi nell'abusato “chi ha dato, ha dato; chi ha avuto, ha avuto”. Né può costituire valido supporto l'estrema sintesi che opera Andrea (e molti altri con lui) riducendo tutta quella ponderosa inchiesta fatta di duecentomila pagine, 118 faldoni e non ricordo più quanti Cd al decreto di archiviazione. Veramente si pensa che qualcuno dotato di buonsenso possa accontentarsi di una archiviazione ottenuta dal Pm Capomolla dopo aver smembrato l'inchiesta e distribuito gli atti d'indagine in procedimenti stralcio che ne hanno frantumato la logica e diluito la valenza probatoria? Non si tratta di esprimere opinioni, come se si parlasse della formazione dell'Italia Football club, ma di prendere atto del giudizio che ne ha dato la Procura Generale di Catanzaro. Il Pm Eugenio Facciolla si è spinto a scrivere che “il Giudice ha violato la Legge” quando ha archiviato lo stralcio “Marinagri” e su questa base ha proposto appello. No, Toghe Lucane non è del tutto “archiviata” ma, anche se così fosse, non si può lasciar credere a quei (troppo) pochi lucani che leggono i giornali che non vi fossero elementi ed evidenze degne almeno di giudizio politico che, come sostiene anche Di Consoli, è dovere formulare ed utilizzare per trarne conseguenze operative. Il “disastro Basilicata” ha precisi responsabili, nomi e cognomi che non possono passare alla storia come i migliori politici di questa martoriata regione. Dimentica (Di Consoli) gli slogan di recenti campagne elettorali? Chi crede che abbia inventato “Basilicata che bello!” oppure “La Basilicata che sa governare”. Chi crede che abbia inventato “Basilicata, isola felice”? Ignora (Di Consoli) che il Sostituto procuratore Felicia Genovese è stato trasferito e destinato a funzioni collegiali perché non si astenne (come prevede la Legge) dal trattare vicende giudiziarie che riguardavano Filippo Bubbico ed altri assessori e funzionari regionali mentre il di lei marito (Dottor Cannizzaro) concorreva per la nomina a Direttore generale del San Carlo? Ignora che il Sostituto procuratore Felicia Genovese è stata trasferita perché omise di iscrivere nel registro degli indagati Giuseppe Labriola e ne ottenne in cambio il sostegno di Emilio Nicola Buccico, allora membro del Csm, per diventare consulente esterno della commissione antimafia? Ignora che quel Pm omise di sequestrare, nonostante le istanze ed i solleciti della polizia inquirente, i vestiti sporchi del sangue di Danilo Restivo e di chissà cos'altro, ritardando di quasi vent'anni l'inchiesta sulla tragica morte di Elisa Claps? Ignora che Felicia Genovese e Michele Cannizzaro hanno querelato per diffamazione il giornalista che aveva raccontato della incompatibilità della prima a trattare vicende in cui aveva un ruolo non trascurabile il secondo ed hanno dovuto soccombere al lapidario giudizio del Gup Dottor Antonio Giglio: “... la notizia riportata dall'articolista era vera: la dottoressa Genovese si astenne “non prima ... di richiedere l'archiviazione del procedimento a carico dei datori di lavoro di suo marito e solo dopo il rigetto dell'archiviazione”. Molte altre cose, ignora Di Consoli ma ciò non toglie che possa stimare chi gli pare ed augurarsi quanto di meglio per le persone che più gli piacciono. Però l'informazione giornalistica è altra cosa dall'esprimere un giudizio o manifestare la propria opinione. L'informazione è raccontare fatti e rendere noti documenti che il lettore deve poter conoscere per formarsi una sua propria idea, nel caso di specie della Basilicata. Una terra ricca di risorse e povera di uomini coraggiosi. Dove l'amministrazione della giustizia è confusa con l'esercizio delle opinioni e la legalità si vuol far credere sia un'utopia da cavalieri un po' svitati. Fortunatamente, c'è qualcuno che resiste. Che paga un prezzo molto più alto di quello cui Andrea dichiara di essersi sottratto, ma che lo paga con levità, senza piagnucolii e martirologi. Perché una fondamentale verità esperienziale occorre tener presente prima di iniziare un'intrapresa: una vera battaglia comporta un vero prezzo da pagare. C'è spazio per tutti, ma solo a questa condizione. Il resto sono chiacchiere da bar o da intellettuali ateniesi. La rivoluzione dei vecchi: ma siamo completamente impazziti?

Non fermiamo le parole. Non smettiamo di ricercare la realtà. Libertà d'informazione a pieno regime: blitz nella redazione di Basilicata24. Non è la prima volta che accade in Basilicata, dove la libertà di informazione va avanti a pieno regime: la prima redazione ad essere perquisita fu quella de Il Resto, nei giorni scorsi è toccato a Basilicata24, scrive Karakteria. Qualsiasi motivo possa esserci all'origine della perquisizione, che ci auguriamo non abbia finalità intimidatorie e persecutorie nei confronti di chi (caso raro in regione) svolge libera informazione, quello di perquisire la redazione di un organo di informazione ci sembra in ogni caso un caso grave, una scena che si può immaginare in un regime sovietico o fascista, ma che ci risulta difficile rivivere in Basilicata a distanza di pochi anni e rivolta di nuovo a soggetti scomodi ai patronati consolidati. Ci risulta difficile immaginare che i giornalisti del quotidiano online possano essere implicati in spaccio di stupefacenti o di armi o di plutonio, abbiano potuto nascondere un cadavere in una chiesa per 20 anni senza che "nessuno" se ne accorgesse, escludiamo altresì che i giornalisti possano essere sospettati di tangenti petrolifere, coinvolti in un traffico di rifiuti o in un giro miserabile di scontrini e francobolli, bachi da seta o megavillaggi, pale eoliche o pannelli fotovoltaici; ci pare improbabile sospettare che abbiano sversato veleni nelle acque potabili, abbiano causato crolli di ponti e vittime o magari siano artefici di un giro di raccomandazioni e concorsi truccati o siano loro che incendiano mezzi e terre nel metapontino, boschi e pinete nel Pollino...Allora perchè, in una regione afflitta da crimini, speculazioni, corruzioni, usurpazioni, ingiustizie di ogni sorta, perquisire la redazione di un giornale? Per la seconda volta perquisire un altro giornale di inchiesta in Basilicata, dove notoriamente non è che ne siano esistiti mai più di due o tre. Questa è una domanda che dovrebbe far sobbalzare l'ordine dei giornalisti, tutti i lucani e tutti gli italiani. Una domanda, non un sospetto di nessuno genere e rivolto a nessuno, perchè noi non conosciamo i fatti. Ci spaventano però gli effetti, ci mettono in allarme i modi, ci impongono a reagire i contesti. Aspettando la risposta e che qualche sedere sobbalzi, noi per il momento proponiamo l'articolo di Giusi Cavallo, di Basilicata24: "Non volevamo rendere pubblica l’azione “violenta” che uomini della Questura di Potenza hanno condotto a danno della nostra Redazione il 4 luglio. In questi giorni, però, abbiamo cercato di capire, abbiamo indagato, e finalmente abbiamo capito. Ce lo aspettavamo, siamo in Basilicata. Eccoci dunque a raccontarvi quanto è accaduto. Almeno dieci poliziotti, quella mattina, presidiano la Redazione e ci impediscono di lavorare. Montano apparecchi che sembrano essere rilevatori di intercettazioni ambientali. Non aspettano neanche l’avvocato. La stessa mattina altri poliziotti perquisiscono l’abitazione del collega Finizio e sequestrano carte e computer. Che cos’erano quegli apparecchi? Ebbene siamo curiosi di ascoltare quelle eventuali registrazioni. E se sono rilevatori di intercettazioni ambientali, chi e da quando ha intercettato giornalisti e confidenti nella nostra Redazione? E perché? Perché sono stata allontanata dalla Redazione e tenuta sotto stretta osservazione dai poliziotti? Se qualcuno ha indagato o sta indagando sulle minacce che abbiamo subito in questi mesi, ci faccia sapere come mai inseguirebbe noi e non i veri delinquenti. Ci faccia sapere il pm Piccininni perché è lei, proprio lei, ad occuparsi del nostro caso? Si, proprio lei che nel libro “Sia fatta ingiustizia”, scritto da me e dal collega Finizio, viene accusata di negligenze, superficialità e anomalie nella vicenda giudiziaria raccontata nel volume. E ci facciano sapere i poliziotti che sono piombati in redazione, come mai tanto interesse e ironia su quel libro di cui hanno chiesto anche copia? Qualcuno di loro è citato in quelle pagine, ma di certo non per essere encomiato! Probabilmente, e me lo auguro, per causa di quel libro è aperto un procedimento del Csm nei confronti della Piccininni. Ad ogni modo onestà intellettuale avrebbe imposto una astensione da parte del pm nell’assumere il fascicolo relativo alla nostra vicenda. Proprio lei.  Si sappia che abbiamo fatto le nostre indagini, che abbiamo ipotizzato cose gravi, e gli ultimi accadimenti sembrano confermarlo. Racconteremo tutto al momento opportuno. Nel pomeriggio del 4 luglio la sottoscritta è stata convocata dinanzi al pm Piccininni. Al mio avvocato non è stato consentito di assistere al colloquio con il magistrato che, prima di avviare la fonoregistrazione, mi ha rivolto un monito, a mio giudizio, psicologicamente intimidatorio. Che cosa mi ha detto il pm? “Lei non è indagata, ma se non dice la verità sarà indagata”. Quale verità, quella che avrebbe voluto sentire? Non mi intimoriscono certi metodi inquirenti. Gli ambienti nebulosi e ambigui di questa città e di questa regione, i protagonisti del malaffare, sia io che il mio giornale li abbiamo sempre denunciati e continueremo a farlo. Qualcuno dovrà rispondere ai cittadini e alla Giustizia. Prima o poi.

Per quanto detto è doveroso dare spazio anche alla Curia di Potenza, attaccata dalla stampa di sinistra sul caso Claps. La Curia rompe il silenzio. Una lettera ai parroci di Potenza. Dall’Ufficio comunicazioni sociali dell’arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsiconuovo un invito a prendere coscienza sugli ultimi eventi che hanno investito in particolar modo l’arcivescovo Agostino Superbo, senza puntare il dito contro nessuno, scrive Alessia Giammaria su “Il Quotidiano web”. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Comincia con la citazione tratta dal Vangelo di Giovanni, la lettera che l’Ufficio comunicazioni sociali dell’arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsiconuovo, ha spedito nella giornata di ieri al presbiterio locale. Al centro di questo documento - più che un dossier è una rassegna stampa di articoli usciti sui quotidiani regionali e nazionali con qualche commento - la nota vicenda Claps. Non è un atto di accusa contro nessuno. Questo è giusto ribadirlo ma «ci è sembrato - è scritto nella lettera - che fosse giunto il “tempo favorevole” quantomeno per riflettere su quanto sta succedendo nella nostra diocesi». Un invito a prendere coscienza sugli ultimi eventi che hanno investito in particolar modo l’arcivescovo Agostino Superbo, senza puntare il dito contro nessuno. «Lungi da questo ufficio giudicare il lavoro giornalistico e della magistratura - è scritto nella lettera - è doveroso portare alla vostra conoscenza tutta una serie di fatti certi, dimostrati e scritti sui media che, speriamo, possano dipanare dubbi, incertezze e perplessità che la tragedia della morte della povera Elisa Claps ha portato prima di tutto nella sua famiglia (a cui deve andare la nostra preghiera) e poi in tutta la Chiesa potentina con il suo carico di accuse e polemiche». Perchè adesso e non prima? L’arcivescovo - riprende la nota - da una parte «non è voluto mai scendere in polemica con nessuno. Su questo ha voluto mantenere un profilo basso incontrando chiunque avesse chiesto di parlare riferendo tutto ciò di cui era a conoscenza» dall’altra “doveva essere sentito dalla magistratura nell’ambito del processo». La rassegna stampa inizia con un articolo uscito proprio su “Il Quotidiano” il 17 giugno scorso, giorno della sua testimonianza nell’ambito del processo alla donne delle pulizie, in cui è scritto ciò che  Superbo ha sempre sostenuto e cioè che è venuto a conoscenza del ritrovamento di un cadavere all’interno della Chiesa della Santissima Trinità la mattina del 17 marzo 2010 (la certezza che si trattasse di Elisa l’ha saputa nel pomeriggio dello stesso giorno come ha avuto modo di spiegare durante il suo esame testimoniale) e che ha saputo da don Wagno che era salito nel sottotetto solamente due giorni dopo e cioè il 19 marzo. Circostanze non tenute nascoste, ma segnalate immediatamente agli investigatori già il 20 marzo 2010. La cosiddetta inchiesta bis che vuole far luce sul ritrovamento, parte infatti, proprio dalla segnalazione dell’arcivescovo che ha prima invitato don Wagno ad andare a raccontare tutto alla polizia per poi recarsi lui stesso in questura e nel medesimo giorno a dire ciò di cui era a conoscenza. Il primo giornale a pubblicare il verbale di Superbo del 20 marzo integralmente è stato “Il Quotidiano”. Questo documento, riportato nella rassegna stampa dell’Ufficio comunicazioni sociali, è datato il 15 settembre 2011. Quasi tre anni fa. Come a dire che le parole dell’arcivescovo sono sempre state sotto gli occhi di tutti. La rassegna stampa si sofferma anche su alcuni sopralluoghi che gli inquirenti fecero all’interno della Trinità nel 2001 (ne parla un articolo di Repubblica del 28 marzo 2010) e del 9 novembre 2007 (sono riportati due articoli uno della “Gazzetta” e uno de “Il Quotidiano”). Non è un jaccuse nei confronti di chi investigò allora e non andò a ispezionare anche il sottotetto, piuttosto è la testimonianza che nessuno, tantomeno il parroco di allora don Mimì Sabia, ha mai vietato agli inquirenti di ispezionare la chiesa. Il documento dell’Ufficio comunicazioni sociali si sofferma anche su quelle parole dette da Superbo che sono entrate nell’occhio del ciclone suscitando una scia di polemiche. Dal caso “cranio e ucraino”, all’incontro che ha tenuto con i sacerdoti a Satriano il giorno del rinvenimento del corpo. Anche su questi fatti ritenuti da una parte dell’opinione pubblica “imbarazzanti”, l’Ufficio chiarisce la posizione dell’arcivescovo. Sul primo episodio si tratta di un dialogo avuto con don Don Wagno il giorno dopo il ritrovamento e cioè il 18 marzo (circostanza messa nero su bianco nel verbale del 20 marzo), su Satriano (nell’ambito della sua testimonianza è stato messo in dubbio che ci sia stato un incontro nel paese del Melandro visto che i tabulati delle celle telefoniche di Superbo in possesso del pm agganciavano solo Potenza e Tito n.d.r.) la questione è stata chiarita il 17 giugno, nell’ambito del processo, dall’avvocato delle donne delle pulizie - che invece era in possesso anche dei tabulati integrali - la quale porta a conoscenza della corte che il cellulare dell’arcivescovo ha agganciato anche la cella di Satriano. Altra questione affrontata nel documento, è la denuncia presentata da parte della famiglia nei confronti di Superbo. Non una notizia nuova. Anzi è piuttosto datata ma sarebbe ancora pendente. Ne parlò nell’agosto del 2012 il settimanale “Panorama”. I Claps accusavano l’arcivescovo - è scritto nell’articolo - di false dichiarazioni al pm, occultamento di cadavere chiedendo per questo anche un risarcimento danni. Risarcimento danni richiesto dai legali una prima volta nell’ambito del processo Restivo ma rigettato da gup, una seconda volta tramite una lettera del marzo 2012 in cui si invitava Superbo a “risolvere bonariamente la vertenza” per il “danno ingiusto risarcibile” “prodotto alla famiglia Claps”. La richiesta ritenuta dall’ufficio legale dell’arcidiocesi «frutto di un evidente travisamento degli atti» è stata rimandata al mittente. Il documento si conclude con ciò che ha dichiarato Gildo Claps nell’ambito della sua testimonianza sempre del 17 giugno e cioè che: «La Chiesa - sono le parole usate durante l’udienza e riportate dai media - ha seppellito mia sorella sotto le menzogne» e su quello che ha sempre detto l’arcivescovo fin dal suo primo verbale datato 20 marzo 2010. Quella che per l’Ufficio comunicazioni sociali, riprendendo le parole dell’Arcivescovo sempre del 17 giugno 2014 scorso è «la sola e unica verità».

DALLA CORRUZIONE SESSUALE AL COMUNE, AI PROCESSI INGIUSTI, FINO AL CASO DI ELISA CLAPS.

Favori negli appalti a Melfi, ai domiciliari il sindaco Valvano. Ecco dove hanno portato le indagini della Dda, scrive “Il Quotidiano della Basilicata”. L'accusa è quella di aver messo in piedi «un sistema di malaffare all’interno del Comune di Melfi, con l'obiettivo - hanno spiegato gli inquirenti in conferenza stampa - di ottenere l’assegnazione di appalti e lavori pubblici in favore di imprese amiche o segnalate da amici o da politici del posto». L'accusa è quella di aver messo in piedi «un sistema di malaffare all’interno del Comune di Melfi, con l'obiettivo - hanno spiegato gli inquirenti in conferenza stampa - di ottenere l’assegnazione di appalti e lavori pubblici in favore di imprese amiche o segnalate da amici o da politici del posto». A beneficiarne, secondo gli investigatori, soprattutto alcune imprese riconducibili alla famiglia Caprarella. Il sindaco di Melfi, Livio Valvano, è tra le persone colpite da misure cautelari. Per Valvano sono stati disposti gli arresti domiciliari, mentre per D'Amelio, funzionario responsabile dell’area Infrastrutture e Mobilità del medesimo ente, è stato deciso l'arresto in carcere. L'inchiesta è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza ed è stata portata avanti dalla Polizia di Stato. «L’ordinanza - hanno aggiunto in conferenza il procuratore Luigi Gay e il pm Francesco Basentini - rappresenta l’epilogo di una vasta, complessa e articolata attività d’indagine condotta dal personale della Polizia di Stato di Potenza, snodatasi su molteplici fronti (attività di captazione sia telefoniche che ambientali, attività di acquisizione documentale, assunzione di sommarie informazioni), che ha consentito di acquisire una lunga e concreta serie di elementi oggettivi in ordine ad ipotesi di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, induzione indebita a dare o promettere beni ed utilità ed intestazione fittizia di beni ed altre utilità». Le indagini - hanno aggiunto gli investigatori - hanno scoperchiato un sistema che portava l'amministrazione «all'adozione di bandi ad hoc e illeciti affidamenti diretti, o ancora l’approvazione di perizie di varianti per lavori pubblici in corso d’opera in favore di imprese riconducibili alla famiglia degli imprenditori». Uno dei casi citati dagli inquirenti è legato a ribassi eccessivi in sede di gara. Come accaduto, per esempio, nel caso degli appalti per 36 alloggi e per la scuola “Nitti”: i lavori sono stati aggiudicati con ribassi anomali del 37,138% e del 38,650%, «che hanno portato nelle casse delle imprese e società facenti capo agli indagati oltre 6.000.000 di euro». Con la famiglia Caprarella e con le società e le imprese edili riconducibili alla stessa – quali ad esempio la “I.C.E.M. srl” di Melfi – il funzionario comunale, hanno detto ancora gli investigatori -  aveva avuto concreti e documentati rapporti economici già dal 2011, quando con le sorelle hanno venduto alla società un appezzamento di terreno edificabile sito in Melfi, per la somma di 75.000 euro.  «La compravendita del terreno veniva stipulata da parte del funzionario comunale indagato e delle sue sorelle dopo che lo stesso aveva già assunto l’incarico di direttore dei lavori per la realizzazione dei “36 alloggi” di edilizia popolare, la cui esecuzione era già in corso da parte della società “Caprarella Emilio s.r.l.». La prima reazione “politica” alla misura cautelare che ha interessato il primo cittadino del Comune di Melfi arriva dall’alto esponente socialista Bobo Craxi che su Twitter scrive “Forza Livio Valvano. Amministratore onesto e capace che ha risollevato Melfi”.

Corruzione sessuale al Comune di Potenza. Assessori nel mirino, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Corruzione» in cambio di favori sessuali. Le ragazze, molto giovani, tra i 20 e i 25 anni, venivano «offerte» dagli imprenditori. E finivano nelle camere da letto di due assessori del Comune di Potenza. «Non sono escort», spiegano gli investigatori che hanno scoperto un sistema per pilotare gli appalti. Intrecci tra imprenditori, politici e funzionari comunali con l’obiettivo di favorire un’impresa «amica» in cambio di soldi, viaggi e notti in albergo con escort. Ma anche con ragazze in cerca di un posto di lavoro. È il secondo capitolo dell’inchiesta «Vento del Sud». «Presto ci saranno sviluppi», aveva annunciato il procuratore facente funzioni Laura Triassi. E gli investigatori si sono messi a setacciare le relazioni dei due assessori e degli imprenditori che li contattavano. La Procura di Potenza, diretta da Laura Triassi, ha messo le mani su un sistema finalizzato a convogliare lavori pubblici verso un numero ristretto di aziende, potendo contare anche sulla complicità di funzionari e amministratori locali. Il raggio d’azione dell’operazione coinvolge Potenza, Pietragalla, Avigliano e Brienza. Su richiesta del pubblico ministero antimafia Francesco Basentini, il gip del tribunale potentino, Rosa La Rocca, una settimana fa tre provvedimenti di custodia cautelare ai domiciliari. Si tratta del consigliere comunale di Potenza, Rocco Fiore (Pd), di 38 anni – candidato «renziano» alle primarie del Pd per la scelta del segretario nazionale e dei candidati al Parlamento – indagato, però, nella carica di responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Avigliano; Giuseppe Brindisi, 53 anni, dirigente del Comune di Potenza e segretario regionale della Basilicata dei Verdi; l’imprenditore Bartolo Santoro, 36 anni, amministratore dell’omonima azienda edile. È stato disposto, invece, il divieto di dimora nei Comuni di residenza per il consigliere e assessore comunale di Avigliano, Emilio Colangelo, per l’assessore comunale di Pietragalla, Canio Romaniello e per l’architetto del Comune di Brienza, Michele Giuseppe Palladino, mentre l'imprenditore Donato Colangelo, del capoluogo lucano, dovrà rispettare l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sono stati inviati anche tredici avvisi di conclusione delle indagini per imprenditori, amministratori locali e funzionari tra i quali i sindaci di Pietragalla, Rocco Iacovera, e Brienza, Pasquale Scelzo, e l’assessore comunale del Pd di Avigliano Donato Sabia. Sono accusati, a vario titolo, di aver creato un meccanismo grazie al quale controllare le varie fasi delle gare d’appalto in provincia, decidendo a priori chi doveva aggiudicarsi i lavori. Come al Comune di Potenza: dove la «merce» di scambio per gli appalti erano giovani ragazze.

L'inchiesta sugli appalti truccati da un "cartello occulto" si allarga, scrive invece “Basilicata 24”. Dopo gli arresti disposti dal gip del tribunale di Potenza, scattati all'alba del 21 febbraio scorso, ecco che si apre un altro filone: quello della corruzione sessuale. Secondo gli inquirenti, infatti, imprenditori interessati ad accaparrarsi alcuni lavori pubblici, offrivano giovani ragazze a due assessori del comune capoluogo della Basilicata. Le ragazze usate come merce di scambio dagli imprenditori non sarebbero state vere e proprie escort ma giovani in cerca di lavoro finite però in un giro al limite della prostituzione. L'inchiesta sugli appalti truccati lo scorso 21 febbraio aveva portato all'arresto di tre persone e all'esecuzione di altre tre misure cautelari tra divieti di dimora e obbligo di firma. Ai domiciliari erano finiti Rocco Fiore, responsabile dell'Ufficio tecnico del Comune di Avigliano e consigliere comunale del Pd a Potenza; Giuseppe Brindisi dirigente al Comune di Potenza e segretario regionale dei Verdi; l'imprenditore Bartolo Santoro. Per l'assessore del Comune d Avigliano, Emilio Colangelo, per il suo omologo al Comune di Pietragalla, Canio Romaniello il gip ha disposto il divieto di dimora nelle rispettive cittadine di residenza. Tra gli altri indagati, che in tutto sono 21, ci sono anche il sindaco d Brienza e un altro assessore comunale di Avigliano.

Già. E la giustizia come risponde?

Giustizia lumaca a Potenza, processi dal gennaio 2014 rinviati sino al 2021, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Gli avvocati sono troppi». Il distretto conta quasi 2.500 avvocati. E la Corte d’appello di Potenza è in affanno. I giudici «hanno avuto modo di rilevare che almeno il 15 o 20 per cento delle nuove iscrizioni riguarda vertenze che non hanno ragione di esistere». È questa la causa dei rinvii al 2021 dei procedimenti civili in appello. Almeno secondo il presidente della sezione civile Ettore Nesti. Il giudice invita i colleghi a un dibattito «caratterizzato dai toni pacati». Gli interventi non sono mancati. Il presidente della Camera penale di Basilicata Savino Murro ha scritto al presidente del Tribunale per segnalare che da quando c’è stato l’accorpamento con Melfi e Sala Consilina i problemi legati alle udienze sono cresciuti. E l’altro giorno uno dei consiglieri dell’ordine degli avvocati, Carmela Gioscia, ha inviato ai colleghi una lunga lettera. «Non ha avuto alcun senso dichiarare di aderire alla proclamata astensione per poi rimanere inerti il giorno in cui tanti Colleghi, in ogni parte di Italia, organizzavano presidi, forme alternative e coinvolgenti di proteste, e, soprattutto, affrontavano i problemi dell’Avvocatura e della giustizia stessa, con adesioni di rilievo della magistratura più attenta, la quale, mettendo da parte le divergenze legate alle rispettive funzioni, ha condiviso le giuste proteste». Secondo l’avvocato Gioscia «vedere che il legislatore ha previsto, per esempio, che per dar torto in appello basti un’udienza, mentre per dar ragione si può aspettare anche un paio di lustri, partendo dal presupposto che in entrambi i casi il giudice dovrebbe studiare il processo, scopre l’intento di scoraggiare il ricorso alla giustizia, violando palesemente il diritto di difesa e operando incostituzionali, palesi disparità di trattamento. E scoraggiare il ricorso alla giustizia è una forma di negazione della giustizia stessa ed è cosa inconcepibile per uno Stato che si proclama civile, democratico, moderno e, soprattutto, di diritto. Arrivare, poi, a immaginare un pagamento aggiuntivo per scoprire le ragioni di una decisione, è poi aberrante, oltre che anticostituzionale. Pensare ad una forma di responsabilità solidale dell’avvocato con il cliente per lite temeraria è inaccettabile, ma non per garantire una irresponsabilità dell’avvocato, bensì per evitare una lesione della sua dignità professionale e perché ciò lo farebbe diventare parte in un giudizio in cui parte non è, minimizzando e riducendo il suo ruolo di difensore. In Basilicata, poi, i problemi aumentano, perché a quelli di tutti, si aggiungono i problemi di una giustizia lenta in maniera inaccettabile, con una parte dei magistrati ufficialmente schierati contro l’avvocatura, che ritengono troppo numerosa, di scarsa qualità e capace solo di alimentare un inutile contenzioso. Questo giudizio, contenuto in una nota ufficiale spedita a tutti gli ordini di Basilicata, merita una risposta precisa perché ingiusto, inopportuno e soprattutto perché mina alle basi quel concetto di terzietà assoluta, senza contare che è un giudizio che presuppone, finanche, una sorta di infallibilità che, non può essere di chi, per legge, emette provvedimenti comunque riformabili, e spesso riformati». Sono gli avvocati a intralciare la giustizia? «Questo giudizio - sostiene l’avvocato - è intollerabile, gratuito e rispondente a deplorevole demagogia, malcelato tentativo di addossare la maggiore responsabilità del cattivo funzionamento della giustizia e dell’eccessiva durata dei procedimenti giudiziari principalmente agli avvocati, senza tenere in alcuna considerazione il servizio da loro reso quotidianamente per assicurare a tutti una effettiva difesa e le risorse economiche che costantemente l’avvocatura immette per tentare di ovviare alle gravi carenze di mezzi, strumenti e perfino materiali d’uso comune, i cui oneri dovrebbero essere assicurati dai pesanti costi richiesti per l’accesso alla giustizia. Con totale svilimento della funzione difensiva, determinato e reso ancor più sensibile, quanto intollerabile, dalla pratica giudiziaria quotidiana, nella quale all’avvocato si chiede di assumere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze organizzative degli uffici».

E poi il caso Claps.

Potenza, caso Claps: riaperto il caso della poliziotta "suicida". La donna fu trovata morta impiccata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio il 12 marzo 2001, scrive TGcom24. Quello di Anna Esposito è un suicidio dai molti lati oscuri: la donna, 35 anni, dirigente della Digos della Questura di Potenza, fu trovata impiccata il 12 marzo 2001 alla maniglia della porta del bagno nel suo alloggio nella caserma Zaccagnino. Solo la perseveranza dei familiari ha permesso che a distanza di dodici anni il caso sia stato riaperto. Ora l'ipotesi di reato è quella di omicidio volontario. Quella di Anna da subito era stato catalogato come un suicidio anomalo, a partire dalle modalità. La donna, come racconta il quotidiano "La Stampa", sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri e l'ansa di scorrimento del cinturone invece che nella parte posteriore del collo era sul lato destro. A destare perplessità anche alcuni elementi scoperti durante le indagini effettuate subito dopo la morte della poliziotta: le pagine mancanti dalla sua agenda, l'abito da sera che era stato trovato sul letto, come se la donna si stesse preparando per uscire, e, soprattutto il fatto che l'abitazione e l'ufficio di Anna fossero stati "perquisiti" da qualcuno prima dell'arrivo della polizia. Un altro inquietante sospetto, anche se al momento escluso dalla procura, sarebbe venuto dall'ipotesi di un collegamento con il caso Claps: Gildo Claps, fratello di Elisa, scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, ha raccontato infatti di una telefonata ricevuta proprio da Anna Esposito per fissare un appuntamento. L'incontro sarebbe dovuto avvenire il giorno stesso della morte della poliziotta. Secondo la madre di Anna, la figlia le avrebbe rivelato che qualcuno nella Questura di Potenza sapeva dove fosse sepolta Elisa.

Elisa Claps: riaperte le indagini sulla morte di Anna Esposito: è stato un omicidio? Si chiede Daniele Particelli. A distanza di quasi 13 anni la Procura di Potenza ha deciso di riprendere in mano i fascicoli sulla morte di Anna Esposito, la dirigente della Digos della Questura di Potenza trovata morta all’età di 35 anni il 12 marzo 2001 in quello che fin dai primi istanti era sembrato un caso anomalo di suicidio. La famiglia della donna ha chiesto per anni la riapertura del caso, sostenendo che Anna Esposito fosse stata uccisa e anche grazie all’inchiesta giornalistica di Fabio Amendolara, ora agli atti della Procura, il caso si può considerare riaperto. L’ipotesi di reato è omicidio volontario. Il corpo senza vita della donna, madre di due figlie, fu rinvenuto legato alla porta del bagno dell’alloggio nella caserma Zaccagnino e qui cominciano i particolari oscuri. Scrive oggi La Stampa: Anna sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri, l’ansa di scorrimento del cinturone (lungo poco meno di un metro) era sul lato destro invece che nella parte posteriore del collo. Anche nella perizia chiesta dal pm Marotta, e depositata a dicembre scorso, gli esperti che hanno visionato le foto scattate nell’alloggio di servizio e durante l’autopsia hanno palesato le loro perplessità. Tanti altri elementi fanno pensare che non si sia trattato di un suicidio. Anna, ne sono certi i suoi familiari, non aveva motivi per togliersi la vita. Nell’abitazione, sul letto, gli inquirenti hanno rinvenuto un abito da sera, segno che la donna si stava preparando per uscire. E, ancora, il fatto che l’alloggio fosse stato “perquisito” prima dell’arrivo degli inquirenti. Mancano all’appello, inoltre, alcune pagine del diario in cui Anna Esposito era solita annotare la propria vita e i propri spostamenti. Di quelle pagine, ad oggi, nessuna traccia. A questo si aggiungono le minacce che la donna riceveva costantemente ormai da tempo e, non ultimo, il collegamento col caso di Elisa Claps, la giovane uccisa a Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata cadavere nel marzo 2010. Esposito, lo ha rivelato sua madre qualche tempo dopo, era convinta che nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove la ragazzina era stata sepolta. Un altro particolare inquietate, proprio collegato a Elisa Claps. Quel tragico 12 marzo 2001, Esposito avrebbe dovuto incontrare Gildo Claps, fratello della giovane uccisa, ma poche ore prima di quell’appuntamento venne trovata cadavere. Gli elementi per sospettare un omicidio mascherato da suicidio ci sono, ora spetta agli inquirenti il compito di chiarire i punti oscuri e, nel caso in cui dovesse venir accertato l’omicidio, identificare il responsabile.

Caso Claps, sospetti sul suicidio della poliziotta. Potenza, si indaga sulla morte di Anna Esposito. Quel giorno doveva incontrare il fratello di Elisa, scrive Antonio Salvati su “La Stampa”. Quando ne scoprirono il corpo, accanto c’era una penna ma nessun biglietto. Nella sala da pranzo, su un tavolo, un vestito da sera, nero, e un paio di scarpe eleganti. Il letto era in ordine e la luce del comodino illuminava due cellulari e due biglietti ferroviari. È la mattina del 12 marzo del 2001. Anna Esposito, 35 anni, dal 1998 dirigente della Digos della questura di Potenza, viene ritrovata senza vita nel suo alloggio all’interno della caserma Zaccagnino. Ha passato la domenica con le due figlie a Cava dei Tirreni, nel Salernitano, cantando a squarciagola canzoni di Gigi D’Alessio. Poi, stando alla versione ufficiale, torna a Potenza e con il cinturone della sua divisa si impicca alla maniglia della porta del bagno. Suicidio, furono le conclusioni delle indagini che durarono qualche mese. Ora, a distanza di dodici anni, il suo caso è stato riaperto, grazie alla tenacia dei familiari e a un’inchiesta giornalistica di Fabio Amendolara (raccolta nel libro «Il segreto di Anna») messa agli atti della Procura di Potenza. L’ipotesi di reato è omicidio volontario e gli investigatori (il procuratore facente funzioni Laura Triassi ora ha in mano il fascicolo in seguito al recente trasferimento del pm Sergio Marotta che ha ottenuto la riapertura del caso) hanno riletto le carte di un’inchiesta dai tanti lati oscuri. A partire dalle modalità di un suicidio che anche i medici legali indicarono come atipico: Anna sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri, l’ansa di scorrimento del cinturone (lungo poco meno di un metro) era sul lato destro invece che nella parte posteriore del collo. Anche nella perizia chiesta dal pm Marotta, e depositata a dicembre scorso, gli esperti che hanno visionato le foto scattate nell’alloggio di servizio e durante l’autopsia hanno palesato le loro perplessità. Lo stesso pubblico ministero che allora curò le indagini (il pm Claudia De Luca) scrisse nelle tre pagine di motivazioni alla chiusura del caso che «occorre però rappresentare che dei passaggi non chiari nella vicenda fattuale comunque restano». Come, ad esempio, i biglietti del treno e le rubriche dei due telefoni cellulari. E quelle pagine dell’agenda (Anna teneva un diario quotidiano dove annotava in maniera minuziosa tutta la sua giornata) strappate in tutta fretta e mai ritrovate. E l’abito da sera? E i messaggi di minacce che la poliziotta riceva continuamente? Senza contare, poi, che «l’abitazione era stata già rovistata da una serie di persone presenti che aveva proceduto anche a raccogliere alcuni elementi di prova - scrisse il pm De Luca - Così come era già stato rovistato, a parere di chi scrive, l’ufficio della dottoressa Esposito in Questura». Ma c’è dell’altro: Gildo Claps, fratello di Elisa, la ragazza scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, riferì di una telefonata in cui Anna Esposito chiedeva un appuntamento. Incontro mai avvenuto perché fissato il giorno stesso in cui fu trovata senza vita. Un anno dopo la scoperta del cadavere di Elisa Claps, la madre di Anna, rivelò a Gildo che la figlia le avrebbe confidato che nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove la ragazzina era stata sepolta. I sospetti sui collegamenti tra i due episodi sono stati esclusi la scorsa estate dalla procura di Salerno che ha rispedito gli atti in Basilicata per la competenza territoriale. 

Si apre il 4 febbraio 2014 un nuovo capitolo del caso Claps. Un tassello importante che potrebbe contribuire a fare chiarezza almeno su alcuni dei tanti interrogativi che aspettano una risposta da oltre vent’anni. Prende il via questa mattina in tribunale a Potenza, il processo nei confronti di Annalisa Lo Vito e Margherita Santarsiero, le donne delle pulizie della Chiesa della Santissima Trinità accusate di false dichiarazioni al pubblico ministero per aver mentito sul ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto, avvenuto ufficialmente il 17 marzo del 2010. Un processo frutto dell’inchiesta bis della procura di Salerno sull’omicidio della sedicenne potentina, relativa proprio alle circostanze che portarono alcuni operai a ritrovare i resti di Elisa Claps in un angolo buio e sporco del sottotetto della Chiesa dove la giovane era stata vista per l’ultima volta. Un processo iniziato nei mesi scorsi a Salerno davanti al giudice Antonio Cantillo, ma poi trasferito nel capoluogo lucano per competenza territoriale. Ad occuparsene sarà un giudice onorario (Got) e non un magistrato. Un ulteriore “anomalia” portata anche all’attenzione del presidente del Tribunale di Potenza, perchè da questo processo, soprattutto grazie ad una lunga lista di testimoni, la famiglia Claps si augura di sciogliere i dubbi che ancora restano sul ritrovamento del cadavere di Elisa. La scelta è stata però confermata e questa mattina il processo dovrebbe prendere regolarmente il via. L’attenzione si concentrerà proprio sulla lista dei testimoni, nella quale dovrebbero trovare spazio anche il vescovo Agostino Superbo e il Questore di Potenza, Romolo Panico.

Caso Claps, parla Danilo Restivo. L'unico indagato per la morte della studentessa di Potenza si difende: "Credevo fosse viva". «Sono rimasto colpito, perché ho sempre ritenuto che Elisa fosse viva da qualche parte». A parlare è Danilo Restivo, l'unico indagato per la morte della giovane studentessa di Potenza scomparsa e uccisa nel 1992. L'uomo, che si è sempre professato innocente, ricorda la ragazza e ripercorre vecchi momenti davanti alle telecamere di "Quarto grado", in onda domenica 16 maggio su Retequattro. Restivo descrive Elisa come «una buona d'animo, gentile e sensibile».  E si difende: «Ho detto tutto quello che sapevo e che ho fatto quella domenica pur non essendo stato creduto per qualche imprecisione dettata dallo stato d'animo di quando venivo interrogato per la prima volta in vita mia in questura dai poliziotti e anche quando ho fatto la dichiarazione alla tv». Sul trattamento che gli hanno riservato i media si dice «disgustato dal modo di fare informazione e giornalismo di certi individui della televisione ed anche della carta stampata che, pur di fare audience e vendere copie di giornali, nemmeno controllano o se le inventano le fonti della notizia».

Londra non vuole criminali, e si riaccende il caso Claps, come scrive Pierangelo Maurizio su Libero: Se l’Italia è la culla del diritto, la Gran Bretagna è certamente la patria dei diritti. Eppure, senza che questo susciti scandali, petizioni e titoloni, non ci hanno pensato un attimo. Gli inglesi vogliono rimandarci Danilo Restivo, l’ex ragazzo di Potenza, ora uomo di 42 anni, che sta scontando una condanna definitiva ad un minimo di 40 anni in una prigione di massima sicurezza del Regno Unito, per uno degli omicidi più atroci, l’omicidio di Heather Barnett, e condannato in Italia a 30 anni per l’uccisione di Elisa Claps, trovata nel sottotetto della chiesa della Santa Trinità a Potenza 17 anni dopo che era sparita. Le autorità britanniche hanno avviato la procedura di, letteralmente, “deportazione”, equivalente alla nostra espulsione dal territorio nazionale. Hanno avuto le prime notizie ancora incomplete i difensori italiani, il professor Alfredo Bargi e l’avvocato Marzia Scarpelli. «Siamo in contatto con la collega che in Inghilterra segue il caso. Siamo in attesa di ricevere la documentazione e la traduzione degli atti. Di certo è una procedura abbastanza insolita» dichiara Alfredo Bargi, il legale che insieme a Marzia Scarpelli ha difeso Restivo nel processo d’appello a Salerno per l’omicidio di Elisa. Ma è una vicenda, comunque si concluda, destinata a far discutere. E pure parecchio. La “deportazione” è un provvedimento di natura amministrativa ed è avviata dal Home Office, il ministero dell’Interno. L’udienza preliminare si è già tenuta di fronte al Tribunale dell’immigrazione un paio di settimane fa. La prossima udienza – quella decisiva – è prevista per aprile 2014; poi la sentenza di primo grado. Nel sistema giudiziario anglo-sassone i ricorsi non sono automaticamente accolti; nel giro di alcuni mesi la procedura dovrebbe concludersi e per Danilo Restivo il rischio è piuttosto elevato di essere rispedito in Italia, sulla base di recenti norme britanniche, secondo le quali la patria dell’habeas corpus non considera illegittimo rimpatriare i criminali. Senza complimenti. E senza la permanenza (fino a 18 messi) nei nostri Cie. Ed è la riflessione di carattere generale. Nel caso specifico a difendere Restivo e ad opporsi alla “deportazione” è l’avvocato Gabriella Bettiga. Quella che si vuole applicare al detenuto italiano se non è eccezionale, nel senso che non è fuori dalle regole, è una misura – a detta di tutti gli esperti – certamente non usuale. Dal 2007 il Regno Unito ha dato un deciso giro di vite. Dopo furiose polemiche sul fatto che delinquenti stranieri usciti dal carcere continuassero a godere dell’accoglienza inglese, è stato stabilito che la “deportazione” scatti automaticamente, a pena scontata, per coloro che provengono dai Paesi europei. Per i cittadini europei invece la procedura non è affatto automatica. Può essere avviata dall’Home Office, generalmente finita la pena, in caso di gravi reati e per motivi di sicurezza nazionale, ordine pubblico o salute pubblica. E qui emergono le due anomalie. Restivo è ben lontano dall’aver espiato la condanna, prima all’ergastolo “senza più possibilità di uscire” poi ridotta ad un minimo di 40 anni. L’altra obiezione sollevata dai difensori è la seguente: «Ci chiediamo: quale pericolo rappresenta Restivo se è richiuso in un carcere di massima sicurezza?». Il delitto di Heather Barnett per la sua ferocia tuttora resta una ferita per la tranquilla cittadina di Bournemouth, nel Sud dell’Inghilterra. Alla vittima furono tagliati i seni, adagiati accanto alla testa, l’assassino fece in modo che il suo corpo martoriato nel bagno fosse ritrovato dai figli al ritorno da scuola. «Tu sei un assassino freddo e calcolatore, tu hai macellato la loro madre» disse il giudice a Danilo Restivo. La condanna particolarmente dura aveva un doppio scopo: dimostrare che lo Stato esercita in modo esemplare l’azione penale e risarcire delle sofferenze subite i familiari della vittima. Ora invece le autorità britanniche hanno una certa urgenza di farlo tornare in Italia. Una delle tante stranezze nella lunga storia del “caso Restivo”. Che inevitabilmente riaccenderà in Italia le polemiche. Visto che i due processi, con il rito abbreviato cioè a porte chiuse, che lo hanno condannato a Salerno a 30 anni, hanno aperto più dubbi di quanti ne abbiano risolti. Uno per tutti: quando fu realmente ritrovato il cadavere di Elisa nella chiesa? Chi sapeva e ha taciuto?

In occasione del 21° anniversario dell'omicidio di Valerio Gentile, al Laboratorio Urbano di Fasano si ricorderà la storia di un'altra giovane vita spezzata nel fiore dei suoi anni: quella di Elisa Claps, sedicenne lucana scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere solo nel 2010. L'appuntamento, in programma per venerdì 14 marzo 2014, alle ore 18.30, sarà dedicato alla presentazione del volume "Per Elisa. Il caso Claps: 18 anni di depistaggi, silenzi e omissioni", scritto da Gildo Claps, fratello della ragazza, e da Federica Sciarelli, giornalista e conduttrice del programma televisivo Chi l'ha visto. Il volume, edito da Rizzoli, analizza nel dettaglio il brutale 'caso Claps', ripercorrendo la vicenda dall'inizio e portando in luce anche le verità nascoste nei lunghi anni di ricerca e di giustizia. Il fratello di Elisa, nonchè coautore del volume, sarà intervistato da Chiara Spagnolo, giornalista de La Repubblica.

Gildo Claps candidato a sua insaputa. Avanza su Fb il nome del fratello di Elisa. Giulio Laurenzi, vignettista potentino, ha lanciato sul social network la candidatura del fratello di Elisa Claps a sindaco di Potenza, scrive "Il Quotidiano della Basilicata". La proposta sta raccogliendo parecchi consensi. L'8 febbraio 2014 verrà reso noto un primo elenco di sostenitori. UNA candidatura «a sua insaputa», per offrire un candidato sindaco alternativo ai nomi che solitamente circolano. Un appello pubblico «per chiedere a Gildo Claps di candidarsi sindaco della città di Potenza. Per chi, come me, si sentirebbe rappresentato dalla sua forza, intelligenza e tenacia.  Prendo il coraggio a due mani e ci provo, a sua insaputa. Giulio Laurenzi». Così Giulio Laurenzi, vignettista potentino ormai proiettato al nazionale, prova a offrire la sua alternativa. Tra le varie candidature che si vanno palesando in questi giorni, quindi, questa potrebbe essere una di quelle in grado di vivacizzare la campagna elettorale, perchè Claps è considerato un rappresentante forte della società fuori dai partiti. Una proposta che per ora porta solo la firma di Laurenzi, ma che su Facebook - è stata creata la pagina “Gildo Claps sindaco” - sta già raccogliendo diversi consensi. In effetti già cinque anni fa la candidatura di Gildo Claps venne avanzata. Lui stesso, però, dopo poco tempo ritirò la candidatura dopo che qualcuno l’aveva accusato di strumentalizzare la vicenda di sua sorella Elisa. Ma stavolta le cose potrebbero andare diversamente. E benchè non si sappia ancora cosa Gildo Claps pensi di questa candidatura, sono in molti a ritenere su Fb he questa potrebbe essere la proposta migliore. Per il momento si raccolgono le firme per l’appello: un primo elenco sarà reso pubblico il prossimo 8 febbraio.

Un gruppo di cittadini di Potenza ha proposto la candidatura a sindaco, nelle amministrative che si svolgeranno in primavera, di Gildo Claps, il fratello di Elisa, la ragazza uccisa nel 1993, il cui corpo è stato ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità nel 2010, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La proposta è nata dal fumettista Giulio Laurenzi, ed è stata illustrata stamani a Potenza, nel corso di un incontro. L'idea, ha spiegato Laurenzi, è nata in un pomeriggio domenicale «nel mio negozio di fumetti, durante un’iniziativa, in un momento di pausa: ho acceso il pc e ho lanciato l’appello in rete, su Facebook. Il mio timore era di restare solo ma i contatti sono stati tantissimi». Sono già un centinaio, in pochi giorni, le firme ricevute: la pagina Facebook ha raccolto 800 adesioni e ventimila contatti. «Domani proporremo a Gildo - ha concluso – la nostra iniziativa e poi lo lasceremo decidere, ma tutto si svolgerà in trasparenza, perchè abbiamo diritto a un sindaco onesto, e soprattutto sarà un segnale per la città».

“Pronto sono Papa Francesco”. Una voce rassicurante, calorosa e paterna. Una sensazione che mamma Filomena non provava da molti anni e che l’ha fatta sorridere dopo tanto tempo, scrive Mara Risola su “La nuova del Sud”. Come un raggio di sole che fa capolino tra nuvoloni neri durante la tempesta. La notizia della telefonata che Papa Francesco ha fatto nei giorni scorsi a Filomena Iemma, madre della giovane studentessa potentina, Elisa Claps, scomparsa a Potenza il 12 settembre del 1993 il cui cadavere è stato ritrovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della Chiesa della Trinità di Potenza, ha trovato conferma nelle parole della stessa signora Iemma. Intervistata da Paolo Fattori, giornalista del noto programma televisivo “Chi L’ha visto”, mamma Filomena ha raccontato ai microfoni di Rai 3 la sua personale esperienza. L’intervista, andata in onda lo scorso mercoledì, ha permesso alla madre di Elisa di esternare il suo riconoscimento nei confronti di un gesto che mai si sarebbe aspettata. Papa Francesco ha fatto quello che la Chiesa Cattolica doveva fare da tempo. Aiutare la famiglia Claps non solo a trovare la verità, ma a riconciliarsi con un’Istituzione verso la quale per circostanze legate alla morte di Elisa e al suo ritrovamento, la famiglia Claps non riusciva più ad avere fiducia. E lo ha fatto in un momento molto delicato, il 20 gennaio alle ore 19, Papa Bergoglio ha composto il numero di cellulare di Filomena, due giorni prima la morte di Antonio Claps, padre di Elisa. Un uomo che ha sofferto in silenzio per la perdita di una figlia e soprattutto per l’assenza di verità. E senza quella verità ha raggiunto Elisa in cielo lo scorso 22 gennaio.

Adottiamo questa città, iniziando dai suoi parchi. Non è solo colpa degli altri: i rifiuti li lasciano i cittadini, scrive Antonella Giacummo su “Il Quotidiano della Basilicata”. Se noi cittadini provassimo a prenderci cura della città? Siamo così abituati a dare la colpa agli altri che abbiamo perso la capacità di prenderci, da cittadini, le nostre responsabilità. E così, vedendo la sporcizia delle nostre strade o dei nostri parchi, senti dire: “Che schifo questo Comune, paghiamo solo tasse per avere rifiuti da tutte le parti”. Breve passeggiata all’interno del Parco di Macchia Romana dedicato a Elisa Claps. E’ un luogo davvero bello, come in città ce ne sono pochi. C’è verde, alberi, tanto spazio per passeggiare, correre. Però poi ti colpisce l’incuria. Perchè tutto quel verde è sporcato da ogni genere di rifiuto. Ci sono bottiglie, buste di patatine, cartoni della pizza, piatti e bicchieri. Insomma, evidentemente quelli che il parco lo frequentano, pranzano e cenano in quel luogo. Ma siccome devono aver insegnato loro che ciò che è pubblico non è “roba nostra”, dopo aver banchettato buttano lì a terra quanto non serve. Non solo: siccome devono trovare particolarmente divertente la distruzione del parco, ti capita di trovare anche le lattine dentro le fontane che da poco sono state sistemate, dopo diversi atti vandalici. Allora una considerazione: è davvero sempre colpa del Comune se è tutto rotto o sporco? Io credo di no. E ribadisco che se il fazzoletto sporco lo butto a terra invece che nel cestino sono io l’incivile, non il Comune. E se fra qualche mese quel parco, come altri in città, sarà in condizioni ancora peggiori, se le fontane non funzioneranno o le altalene saranno spezzate, la colpa sarà anche nostra che non abbiamo saputo vigilare su un bene pubblico. Essere cittadini significa avere rispetto e cura per quello che è di tutti. E non è un modo di dire: un parco è un bene che erediteranno i prossimi cittadini se saremo in grado di insegnare loro la cura per ciò che non ci appartiene in maniera individuale. La “cosa pubblica” è un privilegio che dovremmo essere in grado di custodire e proteggere. Se non siamo in grado di farlo allora non siamo cittadini. E non abbiamo neppure il diritto di sbraitare contro amministratori e politici vari. E faccio allora una proposta: adottiamola questa città. Ne siamo parte, viviamola ma proteggendola. E proviamo, da cittadini, a riprenderci quello come altri spazi. Non aspettiamo che arrivi il Comune - che forse non arriverà - armiamoci di sacchi e guanti e riprendiamoci la nostra città e i suoi spazi. Se non saremo in grado di farlo rischiamo di restare i più infelici d’Italia per sempre.

ELISA CLAPS: RESTIVO COLPEVOLE? FORSE!

L’hanno cercata per ben 17 anni, fino a quando i suoi resti furono trovati il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lì dove - la Corte d’assise d’appello lo ha confermato - Elisa fu uccisa da Danilo Restivo. Ed è proprio il luogo del delitto che lo incastra. In cento pagine i giudici della Corte d’assise d’appello di Salerno spiegano perché hanno deciso di confermare la condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio di Elisa Claps, la studentessa di Potenza scomparsa e uccisa il 12 settembre del 1993. I giudici hanno respinto in modo fermo la tesi del difensore di Restivo - l’avvocato Alfredo Bargi - che sosteneva di «cogliere nelle pagine della sentenza di primo grado (emessa dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Salerno Elisabetta Boccassini a seguito di rito abbreviato, ndr) una propensione valutativa di tipo colpevolista fatalmente influenzata dal clima mediatico-giudiziario in cui si è sviluppata la vicenda procedimentale prima e processuale poi, per un lunghissimo arco di tempo (circa 18 anni)». Questa pressione mediatica «avrebbe portato inevitabilmente a dirigere le indagini solo su Restivo, trascurando percorsi alternativi che orientavano verso personaggi di maggiore spessore». Il difensore ha contestato anche la prova scientifica: quella traccia di Dna di Restivo trovata sulla maglia che indossava Elisa il giorno della scomparsa. Spiegano i giudici: «La decisione di un caso giudiziario complesso non è mai affidato a un solo elemento di prova, il quale, pur dotato di una eclatante valenza dimostrativa, sia tale, da solo, di orientare in maniera decisiva chi giudica verso la condanna o l’assoluzione». E il Dna trovato sulla maglia «pur non avendo una valenza dimostrativa assoluta - spiegano i giudici - certamente può acquistare molta importanza se posto in relazione a tutti gli altri segmenti del compendio probatorio». Restivo insomma è stato condannato «non per una prova regina», scrivono i giudici, ma «per una serie di indizi dotati della stessa valenza». Per i giudici di Salerno la circostanza che inchioda l’imputato «è il luogo del ritrovamento del cadavere»: il sottotetto della chiesa della Trinità. Proprio il posto in cui vittima e imputato si erano visti il giorno della scomparsa. «È questa evenienza fattuale - sostengono i giudici - adeguatamente collegata in maniera causale, spaziale e temporale agli spostamenti del carnefice e della vittima sino alle 11,30 di quel 12 settembre del 1993 che attinge fortemente la posizione di Restivo, laddove, fino a quel momento, una serie di gravi indizi emersi dalle indagini conducevano a lui ma, obiettivamente, non erano tali da far ritenere raggiunta la prova della sua colpevolezza». È rispetto a questo dato storico che - valutano i giudici - «la prova genetica rappresenta un grave indizio di “chiusura”, un forte elemento di “rafforzamento” del convincimento di responsabilità». Paradossalmente, sostengono le toghe salernitane, «se i resti di Elisa fossero stati rinvenuti in un altro stabile la posizione di Restivo sarebbe stata più difendibile». E ancora: «Altri indizi - si legge nella sentenza - Restivo li ha disseminati anche nell’immediato post delictum. L’imputato infatti non ha saputo giustificare in maniera credibile un taglio che aveva alla mano sinistra». Anna Esposito: riaperto il caso sul suicidio della poliziotta "che sapeva tutto su Elisa Claps". Il fratello della Claps aveva rivelato: "Sapeva dov'era sepolto il corpo".

Anna Esposito fu trovata impiccata alla maniglia della porta il 12 marzo 2001. Commissario capo, dirigente della Digos della questura di Potenza, madre di due bambine, ci furono diverse indiscrezioni secondo le quali l'agente sapeva dove era sepolta Elisa Claps. Altro caso che tenne l'Italia col fiato sospeso: il corpo della ragazza fu trovato 16 anni dopo la scomparsa e dell'omicidio venne infine accusato Danilo Restivo. Sul caso di Anna, al pm Sergio Marotta furono concessi 6 mesi per le indagini, in base all'ipotesi di omicidio volontario. Alla fine l'archiviazione: si è trattato di suicidio. A poco valse il fatto che imbrigliarsi alla maniglia di una porta è uno strano modo per suicidarsi, che i piedi toccavano a terra, che la fibbia della cintura si trovava sulla parte anteriore del collo e non dietro, come sarebbe stato normale. E inascoltate furono anche le dichiarazioni del fratello della Claps a Chi l'ha visto, quelle in cui raccontava che Anna avrebbe confidato alla mamma dov'era il cadavere di Elisa Claps, solo pochi giorni prima di morire. Le indagini si fermarono, perché nulla era emerso dalle relazioni amorose di Elisa con un giornalista, dalla vita familiare della ragazza e dalle ultime ore di vita prima che venisse trovata nel suo appartamento nella caserma Zaccagnino. Ma ora le indagini si riaprono. Dopo che un'inchiesta aveva stabilito l'inesistenza di collegamenti con il caso Claps, sono emersi nuovi elementi. La nuova indagine riparte da un'inchiesta svolta dalla Gazzetta del Mezzogiorno su particolari mai sviluppati dopo la morte di Anna Esposito e sulle carte depositate a Salerno, riguardanti il caso Claps e la condanna di Restivo a trent'anni di carcere.

COME E’ MORTA ANNA ESPOSITO?

«Il segreto di Anna» era legato ad Elisa Claps, scrive Ver.Med. su “Il Tempo”. C’è una penna, accanto a un corpo esanime, immobile perché il soffio di vita non c'è più. Lei è «fredda. Pallida. Il suo volto è sereno, ma il corpo è già rigido». Non c’è però un foglio su cui scrivere. C’è inoltre un diario dove la vittima era solita appuntare, puntuale, tutto ciò che le accadeva, ogni giorno. Mancano delle pagine. Quattro. Stracciate con violenza e magari in velocità, anche. A lanciare l’allarme del dubbio, alcuni pezzettini di carta ancora attaccati agli anelli di metallo. È la mancanza a creare sospetti. E non solo. C’è il cappellano della Questura, don Pierluigi Vignola, a lui Anna aveva confessato un tentativo non riuscito di suicidio. Ma «il 14 marzo Anna è stesa sul tavolo dell’obitorio». Il modus operandi della vittima può essere lo stesso? La signora Olimpia Magliano, mamma di Anna, rivela una confidenza fattale dalla figlia: nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove era stata sepolta Elisa Claps. La ragazza scomparsa e uccisa a Potenza il 12 settembre del 1993. L'assassino? Danilo Restivo. C’è la chiesa della Santissima Trinità poi, dove i fedeli si recano per ricongiungere l’anima a Dio. È proprio lì, nel sottotetto, che il 17 marzo del 2010 è stato ritrovato il corpo della giovane. «Il segreto di Anna» (EdiMavi, pag. 80 euro 13,00) di Fabio Amendolara è un libro inchiesta su un suicidio sospetto: la misteriosa morte di Anna Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Nell’appartamento di servizio all’ultimo piano della caserma Zaccagnino di Potenza in via Lazio, il 12 marzo del 2001 viene ritrovato il corpo del commissario della Digos. Strangolata da qualcuno che conosceva e poi appesa per il collo con una cinta, alla maniglia della porta del bagno, per simulare un suicidio. «Il corpo è sospeso di pochi centimetri. Il cappio le gira attorno al collo, ma non è serrato e le segna a malapena la pelle». La dottoressa Romeo, Di Santo, Cella e l’ispettore Paradiso, quattro poliziotti esperti, ritrovano il suo corpo, ma non si accorgono del «rigor mortis», strano. I sospetti vanno allontanati dalla Questura. Nella sua prefazione Gildo Claps, fratello di Elisa, racconta la telefonata ricevuta da Anna Esposito il giorno prima della sua morte. «Quello che so con certezza è che tante coincidenze insieme portano inevitabilmente a considerare plausibili anche le supposizioni più ardite». Abbiamo un obbligo morale, portare alla luce la verità. Anna e Elisa, due donne, avevano un sogno nel loro futuro, la vita.

Il segreto di Anna, la poliziotta del caso Claps. Fu trovata impiccata. Caso archiviato: suicidio. Ora si torna a indagare: per omicidio, scrive Nino Materi su “Il Giornale”. Il caso Claps è un cubo di Rubik insoluto. Quando ti illudi che i quadretti siano ormai tutti della stessa tinta, ecco spuntare un colore fuori posto. E allora sei costretto a ricominciare. Per mesi, per anni. Senza certezze, se non quella che Danilo Restivo è in carcere e lì resterà a lungo. Restivo dopo aver ucciso Elisa Claps «espatriò» in Inghilterra dove massacrò un'altra poveretta. Domanda angosciante: almeno questo secondo delitto poteva essere evitato? Ed è qui che si innesca un giallo nel giallo. Nel 2001 (cioè 9 anni prima del ritrovamento del cadavere della studentessa potentina nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza) il corpo del commissario di Polizia, Anna Esposito, viene trovato «impiccato» alla maniglia di una porta del suo appartamento. Benché gli stessi inquirenti parlino subito di «suicidio anomalo», il caso viene archiviato, evidenziando come possibile movente del «gesto estremo» una non meglio precisata «crisi sentimentale». Ma dietro quella morte c'è forse ben altro di un amore contrastato, di una situazione familiare complessa (ma non certo drammaticamente disperata): dietro quella morte c'è, forse, un collegamento con Elisa Claps che, all'epoca della morte della di Anna Esposito, era scomparsa già scomparsa nel nulla da otto anni. Della studentessa potentina si perdono le infatti le tracce la domenica mattina del 12 settembre 1993, mentre il cadavere delle poliziotta viene ritrovato il 12 marzo 2001. Otto anni durante i quali i sospetti su Danilo Restivo sono tanti, ma non suffiecienti ad arrestarlo; il cerchio su Restivo si stringerà infatti solo successivamente al ritrovamento del cadavere di Elisa avvenuto «ufficialmente» il 17 marzo 2010. Il commissario Esposito, pochi giorni prima della sua morte, telefonò al fratello di Elisa, dicendogli di avere «novità» sulla vicenda della ragazza. Un incontro che non avvenne mai, Anna non ne ebbe il tempo... È questo l'elemento chiave attorno al quale ruota il documentato libro inchiesta, «Il segreto di Anna» (EdiMavi), del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Fabio Amendolara. Pagine e pagine di presunte «discrepanze nei rapporti giudiziari della polizia e falle investigative». Sullo sfondo le «coincidenze» che collegherebbero la morte del commissario all'omicidio della giovane Elisa. Usatissima nel libro è la parola «depistaggio». La stessa che ha contraddistinto - non senza ragione - l'intera odissea della famiglia Claps che la sua battaglia l'ha sempre combattuta (e vinta) con tenacia e dignità. Ma nel caso Claps sono ancora tante le cose che ancora restano in penombra. Ma non è mai troppo tardi per far entrare la luce. Per questo va salutata con favore la decisione della magistratura lucana di riaprire il fascicolo sulla morte del commissario Anna Esposito. Suo padre ha sempre urlato: «Mia figlia non si sarebbe mai tolta la vita...». E allora non resta che un'altra ipotesi: omicidio, la nuova pista su cui la Procura della Repubblica di Potenza ha deciso di indagare. Qual era il «segreto» che Anna voleva svelare al fratello di Elisa? Chi aveva interesse a chiudere la bocca della poliziotta?

Il cubo di Rubik continua ad avere un colore fuori posto. Il suicidio di Anna Esposito, sapeva dov’era Elisa Claps: l’inchiesta di Fabio Amendolara, scrive Filomena D'Amico su"Stile Firenze”. Anna Esposito, un commissario di polizia di 35 anni viene trovata impiccata alla maniglia della porta del bagno nel 2001 nel suo appartamento a Potenza, il caso venne archiviato da subito come suicidio. Ma i dubbi dei familiari, le discrepanze nelle indagini, le prove mai esaminate e quella strana connessione con la vicenda di Elisa Claps hanno imposto la riapertura del caso dopo 12 anni. Nella sua inchiesta giornalistica, oggi diventata un libro, Fabio Amendolara rilegge tutti gli atti e le deposizioni, ricostruisce le sequenze di quella tragica mattina, appunta una per una le anomalie, gli indizi tralasciati e gli interrogativi mai risolti; finché la sua indagine non si imbatte in un’inquietante coincidenza che lega Anna al caso dell’adolescente scomparsa nel 1993 e  ritrovata cadavere il 17 marzo del 2010 nel sottotetto della Chiesa di Santissima Trinità in quella stessa città, Potenza. E’ da qui che prende le mosse il suo libro il “Segreto di Anna” presentato alla Biblioteca dell’Orticoltura di Firenze. Benché dopo anni il colpevole dell’omicidio di Elisa Claps, Danilo Restivo, sia stato assicurato alla giustizia, ancora oggi sulla vicenda permangono fitti coni d’ombra e domande ancora in cerca di risposte. Nel 2009 proprio indagando sul caso Claps, Amendolara cronista di nera della Gazzetta del Meggiorno, scova un’informativa redatta da un sottoposto del commissario Esposito, nel documento il vice sovrintendente scriveva che da una fonte confidenziale aveva appreso che i resti del corpo di Elisa erano nella Chiesa della Trinità di Potenza. Siamo nel marzo del 2001, 19 giorni dopo la morte di Anna e 9 anni prima del ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa.

Chi è Anna Esposito? Anna è un commissario capo della Polizia, dirigente della Digos a Potenza con un matrimonio alle spalle e due figli che vivono col padre a Cava dei Tirreni in provincia di Salerno. E’ qui che Anna ha trascorso il week end, l’ex marito riferirà che era serena. Il pomeriggio di domenica rientra a Potenza, sale su all’ultimo piano della caserma nell’appartamento a lei assegnato, ciondola per casa, fa una telefonata alla madre alle 19:40 poi sceglie un vestito nero, calze nere e scarpe eleganti quella sera c’è una festa e lei è stata invitata. La ritroveranno il lunedì mattina a Potenza con il cinturone della divisa legata al collo e appeso alla maniglia del bagno, il corpo semi seduto a terra con i glutei sollevati di pochi centimetri dal pavimento. La polizia di Potenza si orienta senza troppi dubbi sul suicidio, nemmeno la singolare definizione di impiccamento atipico scritta nero su bianco nella relazione dei medici legali da nuovo impulso alle indagini. Una turbolenta storia d’amore appena conclusa e poi quella voce, quella confidenza fatta in un confessionale, di un precedente tentativo d’omicidio sono elementi sufficienti per convincere gli inquirenti. Eppure in quella stanza dove Anna ha trovato la morte una domenica di fine inverno sono molte le cose che non tornano. Il letto non è disfatto e la luce della lampada è ancora accesa, dunque tutto deve essere accaduto dopo il tramonto. Fabio Amendolara nella sua inchiesta mette in fila le anomalie, le contraddizioni e le falle investigative: nell’ appartamento quella mattina c’è un via vai di agenti, ispettori, medici; nessuno di loro pensa ad isolare l’area per preservare le prove. A un certo punto, una collega di Anna tenta persino una manovra di rianimazione sul corpo del commissario manomettendo così la posizione originaria del corpo. Non ci sono foto di come fu effettivamente ritrovata Anna, quando la Polizia Scientifica entra nell’appartamento il corpo della poliziotta è già stato slegato. Accanto al letto tra gli oggetti personali della donna gli ispettori registrano la presenza di due biglietti ferroviari, perché due? Qualcuno aveva viaggiato insieme ad Anna quel pomeriggio? A fianco al corpo una penna ma nella stanza non fu ritrovato nessun biglietto; circostanza alquanto anomala per una come Anna che invece aveva l’abitudine di appuntarsi tutto in un’agenda da cui non si separava mai. Da quella agenda ad anelli sono state sottratte delle pagine, strappate con l’imperizia di chi non si preoccupa di sfilare poi i residui di carta. Non è mai stata fatta un esame grafico sull’agenda che potesse rivelare cosa vi fosse scritto nelle pagine che mancano. In caserma i colleghi della Esposito erano a conoscenza che il commissario riceveva di frequente degli strani biglietti minacciosi; Anna se li ritrovava sulla scrivania dell’ufficio, infilati sotto la porta o anche dentro la borsa. Eppure di questi strani episodi non c’è traccia nel fascicolo d’inchiesta né furono mai prelevate le impronte per compararle con quelle sulla scena del crimine.

Cosa c’entra Anna Esposito con il caso di Elisa Claps?

La città è la stessa, Potenza; il primo vero anello di congiunzione tra i due casi è la figura di un sacerdote, Don Pierluigi Vignola il cappellano della Questura.  Il quale sembra sapere particolari riservati della vita della Esposito e dettagli importanti dell’inchiesta che riguarda la sua morte. Don Vignola racconta, Don Vignola omette, spesso a seconda dell’interlocutore. Racconta agli inquirenti di aver raccolto in confessione una confidenza agghiacciante da parte di Anna: quel suicidio con quelle stesse modalità lei lo aveva già tentato un mese prima. Ma Don Vignola è anche colui che nel 1993 il giorno dopo la scomparsa di Elisa celebrò messa nella Chiesa della Santissima Trinità in sostituzione di Don Mimì Sabia, partito per Fiuggi.  Circostanza che il prelato ha sempre smentito. Ma il sentiero che da Anna conduce dritto in quella chiesetta di Potenza e al terribile omicidio della Claps è costellato di indizi e coincidenze. Gildo Claps, fratello di Elisa, possiede una scuola d’Inglese, un giorno del 2001 riceve una telefonata: è Anna Esposito che vuole avere delle informazioni su un corso che vorrebbe seguire; non vuole parlarne per telefono. “Le dispiace se passo a trovarla?” chiede Anna. L’appuntamento è per il lunedì pomeriggio dopo il lavoro. La domenica sera Anna muore. Dopo la morte di Anna la signora Olimpia Magliano, mamma di Anna, rivela a Gildo Claps una confidenza fattale dalla figlia: nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove era stata sepolta Elisa Claps. La ragazza scomparsa e uccisa da Danilo Restivo a Potenza il 12 settembre del 1993. L’inchiesta sulla morte di Anna Esposito è stata riaperta e anche grazie al lavoro di Fabio Amendolara emergono oggi nuovi dettagli su questo giallo; una telefonata sarebbe arrivata al 118 prima dell’irruzione dei poliziotti nella appartamento del loro dirigente, forse potrebbe essere questa la chiave del mistero.

Potenza, nuovo giallo su poliziotta morta: «Aveva costole rotte», scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Difficile stabilire con certezza se le ecchimosi trovate siano precedenti alla morte». Ma è necessario un approfondimento su alcune costole fratturate. Verrà effettuato nei laboratori dell’Università di Chieti. Il professor Francesco Introna, medico legale che si occupa della seconda autopsia sul corpo di Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato morto nella caserma Zaccagnino di via Lazio a Potenza il 12 marzo del 2001 in circostanze mai chiarite - lo ha detto in modo chiaro. È questo il risultato dell’esame effettuato l’altro giorno all’Università di Bari con i consulenti tecnici della Procura, della famiglia Esposito e dell’indagato (il giornalista Luigi Di Lauro, ex compagno della poliziotta che si dichiara innocente). È sulle fratture, quindi, che si concentra l’attenzione dell’equipe del professor Introna. Bisogna accertare con precisione scientifica se quelle fratture costali siano state prodotte da una colluttazione. «Bisogna controllarle bene queste fratture e bisogna contestualizzarle - ha detto uno dei consulenti della famiglia Esposito - ma le fratture costali prodotte da un impiccamento da bassa altezza sono un elemento dubbio». «Oggi è incauto se non irresponsabile giungere ad affrettate conclusioni», chiosa uno dei periti dell’indagato (accompagnato dall’avvocato Leonardo Pinto). Il caso all’epoca fu chiuso in fretta ritenendo provato il suicidio. Il commissario fu trovato con la cintura stretta attorno al collo e legata alla maniglia della porta del bagno. La riesumazione della salma è stata disposta dai magistrati della Procura di Potenza Francesco Basentini e Valentina Santoro. Anna è stata trovata impiccata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio con una cintura stretta attorno al collo. L’ipotesi è che si sia trattato di una messinscena. Anna potrebbe essere stata soffocata e poi appesa alla maniglia della porta con una cintura per simulare il suicidio. È giunto a queste conclusioni anche il consulente tecnico della Procura - Giampaolo Papaccio, professore di istologia ed embriologia medica della Seconda università degli studi di Napoli - che ha analizzato le fotografie della prima autopsia. La presenza di macchie ipostatiche in punti anomali del corpo farebbe supporre che Anna sia stata appesa dopo la sua morte. La letteratura medica prevede che le ipostasi - delle macchie violacee che si formano sui cadaveri - nei casi di impiccamento vadano a fissarsi sulle mani e sui piedi. Nel caso di Anna - stando alle fotografie della prima autopsia - le macchie ipostatiche si sono formate anche in altre aree. È uno dei tanti aspetti scientifici da approfondire.

Potenza, morte di Esposito scoperta macchia sul viso, continua Fabio Amendolara. Una macchia rotonda giallastra con un punto rosso molto evidente nella parte superiore, tra l’arco del sopracciglio e l’attaccatura dei capelli: proprio sulla tempia sinistra. A guardarla nell’unica foto in cui compare - che la Gazzetta può pubblicare in esclusiva - sembra una contusione. È come se Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato morto il 12 marzo del 2001 in circostanze mai chiarite (il caso era stato chiuso in fretta come suicidio e riaperto un anno fa, dopo un’inchiesta giornalistica della Gazzetta, con l’ipotesi di omicidio volontario) - fosse stata colpita proprio in quel punto. Quel particolare non è stato descritto in nessun documento dell’inchiesta. Non compare nelle informative degli investigatori e neppure negli atti del sopralluogo effettuato dalla polizia scientifica, nonostante sia ben visibile in una delle foto di primo piano scattate mentre il corpo senza vita della poliziotta era poggiato sul tavolo d’acciaio dell’obitorio. Il caso all’epoca fu chiuso in fretta come suicidio. Anna fu trovata legata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio, nella caserma della polizia di Stato di via Lazio a Potenza, con una cintura stretta attorno al collo. Con molta probabilità, quindi, l’attenzione degli investigatori si concentrò sul collo della vittima. Gran parte delle informazioni riportate nei documenti investigativi, infatti, riguarda il segno lasciato dalla fibbia della cintura sulla pelle della donna. E furono ben descritte le dimensioni del «solco latente» disegnato dal cuoio sulla gola. «Impiccamento atipico incompleto» lo definirono i medici-legali che effettuarono l’autopsia. Atipico perché la fibbia della cintura non si posizionò - come prevede la letteratura medica - sulla nuca della vittima ma sul lato del collo. E incompleto perché mancò quella sospensione necessaria a permettere lo strozzamento. Tutti gli accertamenti investigativi e scientifici si concentrarono su questi aspetti. Quella piccola contusione all’epoca forse apparve ininfluente. Oggi, però, superata l’ipotesi del suicidio - grazie anche a una consulenza medico-legale disposta dopo la riapertura dell’inchiesta coordinata dai magistrati della Procura di Potenza Francesco Basentini e Valentina Santoro - potrebbe trasformarsi in un dettaglio importante. Ancora oggi potrebbe essere utile accertare se quel livido stampato sulla tempia della poliziotta le sia stato provocato prima o dopo la morte. Ma cosa potrebbe aver prodotto quel segno sulla pelle? Un pugno sferrato da una mano con infilato un anello al dito? Oppure Anna è stata colpita con un oggetto? Al momento si tratta di ipotesi che la nuova inchiesta, però, non potrà ignorare.

Giallo Esposito, spunta un’impronta mai comparata, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Proprio sotto la piastra metallica che fissa la maniglia alla porta del bagno c’era un’impronta digitale che all’epoca fu «isolata» dagli investigatori della polizia scientifica. A quella maniglia 13 anni fa è stata trovata legata con una cintura stretta al collo Anna Esposito, il commissario della polizia di Stato morto in circostanze mai chiarite nella caserma della polizia di via Lazio a Potenza. Quell’impronta digitale all’epoca fu ignorata perché la Procura procedeva per l’ipotesi di suicidio. Un anno fa il caso è stato riaperto - dopo un’inchiesta giornalistica della Gazzetta e la richiesta di riapertura avanzata dai familiari - e ora la Procura ipotizza l’omicidio volontario. Mentre il professor Francesco Introna - che ha ricevuto incarico dai magistrati Francesco Basentini e Valentina Santoro di far luce sulle cause della morte della poliziotta - torna l’interesse su quell’impronta digitale mai comparata. Sulla porta del bagno all’epoca è stata cosparsa polvere di alluminio per «esaltare» le possibili tracce. «Un frammento di impronta - scrivono gli investigatori della polizia scientifica nel verbale di sopralluogo - asportato con adesivo nero dalla superficie esterna dell’imposta del bagno di servizio, in prossimità del bordo destro e sotto la piastra di fissaggio della maniglia di apertura» è tra gli atti finiti in archivio. «Il frammento - si legge nel rapporto giudiziario - è stato prelevato due volte al fine di poterne migliorare le qualità morfologiche e di nitidezza». Già all’epoca, quindi, la qualità dell’impronta era stata migliorata. Oggi le nuove tecniche di laboratorio con molta probabilità potranno permettere ulteriori miglioramenti. Il caso all’epoca fu chiuso in fretta ritenendo provato il suicidio. La poliziotta fu trovata con la cintura stretta attorno al collo e legata alla maniglia della porta del bagno. «Suicidio atipico incompleto», fu definito dai medici-legali. «Atipico» perché la fibbia della cintura fu trovata al lato del collo della poliziotta e la letteratura medica prevede che nella gran parte dei casi la fibbia debba posizionarsi sulla nuca. E «incompleto» perché era mancata la sospensione necessaria a permettere lo strozzamento (il corpo di Anna toccava con i piedi il pavimento e parzialmente anche con i glutei). Ora il professor Introna - che la scorsa settimana ha eseguito la nuova autopsia - sta cercando di accertare con precisione scientifica se Anna è stata appesa alla maniglia della porta quando era già morta.

Potenza, giallo Claps. Ex questore «frainteso» sugli innocenti depistaggi, continua Fabio Amendolara. I chiarimenti dell’ex questore di Potenza Romolo Panìco sugli «innocenti depistaggi», la conferenza stampa «congiunta» convocata «solo dal vescovo» e poi annullata, le sue due relazioni di servizio sul ritrovamento di Elisa Claps (la studentessa scomparsa e uccisa il 12 settembre del 1993, i cui resti sono stati ritrovati «ufficialmente» il 17 marzo del 2010). E le novità sugli operai, emerse durante il processo a Potenza e non durante l’inchiesta della Procura di Salerno, confermate parzialmente in aula dall’imprenditore Antonio Lacerenza. I due testimoni hanno risposto alle domande del pubblico ministero Laura Triassi e a quelle degli avvocati Giuliana Scarpetta (legale della famiglia Claps) e Maria Bamundo (che difende le signore delle pulizie, Margherita Santarsiero e Annalisa Lo Vito, accusate di aver detto il falso al pm di Salerno Rosa Volpe). «Le ulteriori contraddizioni emerse durante l’udienza di ieri confermano che il ritrovamento è stato solo una messinscena», commenta Gildo Claps, fratello di Elisa al termine dell’udienza. La frase «innocenti depistaggi» - pronunciata dal questore Panìco immediatamente dopo il ritrovamento - «fu detta male e io esposi un concetto in maniera banale, ovvero che una parte delle indagini, subito dopo la scomparsa della ragazza, fu anche depistata da elementi frutto della fantasia». Lo ha ripetuto: «Ho esposto un mio concetto in modo errato, banale, e mi sono pentito di averlo spiegato in questa maniera. Intendevo dire – ha precisato Panico – che subito dopo la scomparsa di Elisa non ci furono solo reali depistaggi, come quelli di Danilo Restivo. Furono forniti agli investigatori anche elementi frutto di fantasia che determinarono errori nelle indagini, ma non erano depistaggi voluti». E i depistaggi, innocenti e meno innocenti, sono continuati dopo il ritrovamento. La famiglia Claps ne è convinta. Nel corso di una precedente udienza è emerso che c’era un quarto operaio la mattina del ritrovamento (nell’inchiesta della Procura di Salerno questo importante particolare non era stato accertato). Ieri mattina si è appreso che ora è un dipendente della ditta Lacerenza (l’impresa incaricata dalla Diocesi di effettuare i lavori nel sottotetto). Ma al contrario di quanto emerso precedentemente il testimone sostiene che non è stato il quarto uomo a trovare i resti di Elisa. La ricostruzione dell’imprenditore - che lascia molti punti interrogativi - è questa: da un paio di sopralluoghi emerse la necessità di risistemare il terrazzo della chiesa, allagato per l’ostruzione di una grondaia, ma non il sottotetto. L’umidità in chiesa «non era in corrispondenza con l’angolo nel sottotetto» in cui è stata trovata Elisa. «Vidi che la porta del sottotetto - ha sostenuto Lacerenza - era aperta e chiesi di chiuderla e pulire la grondaia antistante e per questo mi sono rivolto a un’altra ditta specializzata in queste cose, ma fu l’operaio a scegliere di ispezionare anche l’abbaino, e mi chiamò terrorizzato spiegandomi di aver trovato uno scheletro». Sulla presenza del quarto operaio l’imprenditore ha spiegato di averlo saputo solo dalle recenti cronache giornalistiche, chiedendo poi spiegazioni: «Fu chiamato – ha concluso – solo per recuperare alcuni attrezzi ma mi hanno spiegato che non è salito sul sottotetto, e lui stesso me lo ha confermato quando di recente l’ho incontrato, suggerendogli anche di recarsi in Questura per precisare i dettagli di questa vicenda». L’imprenditore ha detto che il quarto uomo è arrivato sul posto quando i resti di Elisa erano già stati ritrovati. L’altro operaio - è la versione di Lacerenza - avrebbe perso tempo a cercare i grattini per il parcheggio. Ma se l’umidità non era in corrispondenza con l’angolo del sottotetto in cui era nascosta Elisa perché fu necessaria quell’ispezione? Perché se i dipendenti appartenevano a un’altra ditta chiamarono Lacerenza e non il loro datore di lavoro? La chiesa della Trinità ha un parcheggio riservato, perché il quarto operaio perse tempo a cercare dei grattini per il parcheggio? Sono gli ulteriori interrogativi a cui il processo dovrà cercare di rispondere.

Omicidio Claps. Don Noel: mai salito nel sottotetto, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Don Akamba Noel, sacerdote di origine congolese, ha retto la Chiesa della Santissima Trinità di Potenza tra ottobre 2007 e luglio 2008, in sostituzione di don Mimì Sabia, malato in quei mesi (e morto a marzo del 2008), ma «non è mai salito nel sottotetto dell’edificio» dove nel 2010 fu trovato il cadavere di Elisa Claps. È uno degli elementi emersi nel corso del processo per falsa testimonianza a due donne che si occupavano delle pulizie nella chiesa, che si sta svolgendo a Potenza. Don Noel è stato nominato «cooperatore parrocchiale» dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, il 4 ottobre 2007: a febbraio dell’anno successivo ha ricevuto poi l’incarico di «amministratore parrocchiale». Rispondendo alle domande dell’avvocato della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, don Noel ha spiegato che «in quei mesi andavo solo a celebrare la messa la mattina e il pomeriggio» senza «occuparmi di altro» e senza «mai aver dato istruzioni o compiti a nessuno, nemmeno alle donne delle pulizie», dicendo di non ricordarsi delle due donne imputate nel processo. Il sacerdote ha quindi raccontato di aver visto del materiale di risulta nel cortile «ma non mi sono mai chiesto l’origine di quel materiale», evidenziando quindi di non sapere «che una parte fu usata per rompere la vetrina di un negozio nei pressi della Trinità». «Ho solo chiesto – ha aggiunto – ad alcuni ragazzi che venivano in chiesa di ripulire il giardino perchè era sporco, e questo fu fatto, ma non davo mai compiti a nessuno, e in molti avevano le chiavi dell’edificio». La storia di Elisa «l'ho appresa dalla stampa», ma «non ne ho parlato mai con nessuno», nemmeno con don Mimì Sabia, precisando «solo di sapere che l’accesso nel sottotetto non era permesso, perchè era sotto sequestro, e mi hanno spiegato che era a causa delle indagini»; quando il cadavere fu ritrovato, nel 2010, il sacerdote era in Congo e fu informato da un «amico sacerdote, don Rodrigo», che adesso vive in Sardegna «spiegandomi che avevano trovato una ragazza morta nella Trinità», ma anche in questo caso «non ne ho mai parlato con nessuno successivamente». Al termine dell’udienza la madre di Elisa, Filomena Iemma, ha fermato don Noel e gli ha detto ironicamente «grazie per tutte le fandonie che hai detto oggi».

Una lettera è rimasta nell’appartamento del parroco, al secondo piano della chiesa della Trinità di Potenza, per 17 anni. Come Elisa. Continua Fabio Amendolara. Anche lei è rimasta per 17 anni chiusa in quella chiesa, ma nel sottotetto. Il giorno del ritrovamento dei resti di Elisa è stata trovata anche la lettera. Come se i due ritrovamenti fossero in qualche modo legati l’uno all’altro dal destino. Su un foglio beige manoscritto, indirizzato alla famiglia Claps, c’erano poche parole impresse con grafia d’altri tempi e inchiostro nero. Frasi di circostanza e un particolare che lasciava intendere che Elisa era andata via. Che si era allontanata di sua volontà. E invece era proprio lì. In quella chiesa. Nel sottotetto, poco più sopra dell’appartamento in cui è stata conservata quella lettera rivolta alla famiglia Claps, ma mai spedita. In basso, sulla destra, una sigla: «D. S.». Gli investigatori hanno sospettato subito di lui. Del parroco. E lo hanno scritto: «Verosimilmente è una lettera di don Domenico Sabìa, conosciuto da tutti come don Mimì». La grafia - sono le valutazioni fatte dagli investigatori durante la repertazione del documento - è la stessa di quella impressa sull’agenda personale del parroco e sulle ricevute dei pagamenti per le piccole spese che il sacerdote conservava in Canonica. La segnalazione della Squadra mobile di Potenza - all’epoca diretta dal vicequestore aggiunto Barbara Strappato - è arrivata poco dopo in Procura a Salerno. Ma, a quanto pare, non è finita tra gli atti dell’in - chiesta. Né tra quelli del processo. «Noi non sappiamo nulla di quella lettera», conferma Gildo Claps, fratello di Elisa. E aggiunge: «Non ne siamo mai stati informati». Era un particolare irrilevante? La data: «19 settembre 1993». Elisa era stata uccisa da una settimana. In quel momento però in città a Potenza tutti sapevano che era solo scomparsa. Tutti tranne Danilo Restivo che, per la giustizia, è l’assassino. E, forse, tranne chi l’ha aiutato a restare nell’ombra per 17 anni. Gli uomini che hanno fornito «le coperture» denunciate da anni dalla famiglia Claps e che ormai non sta cercando più nessuno. Gli investigatori hanno provato a capire se quella lettera, diventata un reperto giudiziario, fosse in qualche modo collegata alla morte di Elisa. E hanno ricostruito gli spostamenti di don Mimì che proprio il pomeriggio di quel 12 settembre era partito per Fiuggi. Il viaggio per le terme era prenotato da tempo. Ma don Mimì era dovuto tornare di corsa a Potenza il 16 per la convocazione in Questura. Disse velocemente di non conoscere Elisa, di conoscere appena Danilo e di non essersi accorto di nulla quella domenica mattina (confermò gli stessi particolari successivamente durante il processo per la falsa testimonianza di Restivo). Don Mimì sarebbe poi ripartito il 17 per completare le terme e avrebbe fatto rientro a Potenza il 24. Quando scrisse la lettera indirizzata ai Claps, quindi, era a Fiuggi. Il sacerdote potrebbe anche averla scritta successivamente, retro-datandola al 19 settembre. E anche se l’ipotesi del depistaggio è la prima che è venuta in mente a chi ha potuto leggere il documento, è difficile credere che in realtà quella lettera fosse rivolta a chi l’avrebbe trovata successivamente. Ma perché impegnarsi a scrivere una lettera per poi non spedirla? E perché conservarla per tutto quel tempo? Sono domande a cui - dopo 21 anni - sarà difficile rispondere.

Luigi Di Lauro, giornalista Rai, indagato per omicidio di Anna Esposito, scrive “Blitz Quotidiano”. C’è un indagato nell’inchiesta sulla morte di Anna Esposito, la commissaria di polizia di Potenza che indagava sulla scomparsa di Elisa Claps e che è stata trovata impiccata con una cintura alla maniglia della porta di casa il 12 marzo del 2001. L’uomo è Luigi Di Lauro, 48 anni, giornalista Rai di Potenza, riferisce Francesco Viviano su Repubblica. Di Lauro è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di “omicidio volontario”. L’ipotesi degli inquirenti è che Anna Esposito sia stata uccisa per “motivi passionali”. Di Lauro prima di sposarsi aveva avuto una lunga e tormentata relazione con Esposito, separata e madre di due bambini. Ricorda Viviano che “Di Lauro, alcuni giorni dopo il “suicidio”, era stato sentito come “persona informata dei fatti” fornendo un alibi “non molto convincente”. Secondo le perizie dei medici legali la donna era morta tra le 21 e le 22 del 12 marzo del 2001 e il giornalista aveva sostenuto di avere incontrato il commissario lasciandola a casa intorno alle 20″. L’iscrizione nel registro degli indagati di Di Lauro è una vera e propria svolta che arriva in una inchiesta in cui non sono mancati, scrive Viviano, “buchi e reticenze anche da parte di alcuni colleghi del commissario Esposito: quelli che senza un motivo plausibile, quel giorno di 13 anni fa andarono nella casa di servizio della Questura di Potenza dove abitava la donna “perché aveva ritardato di qualche ora in ufficio”, inquinando così la scena del delitto senza avvertire il magistrato”. Agli atti dell’inchiesta c’è anche un dettagliato rapporto dell’ex capo della Mobile di Potenza che evidenzia “omissioni nella precedente indagine che fu incredibilmente archiviata come “suicidio”. Ma un suicidio impossibile: il cappio al collo con una cintura di cuoio fissata sulla maniglia di una fragile porta dell’appartamento, a un metro e tre centimetri di altezza, con il bacino della vittima che sfiorava il pavimento. Quando i colleghi di Anna entrarono in casa sfondando la porta, fecero molti errori, e il magistrato di turno trovò tutto sottosopra: cassetti rovistati, anche in ufficio e soprattutto l’agenda personale di Anna con le pagine strappate”.

Il giallo dell’autocensura si abbatte sulla trasmissione “Chi l’ha visto?” in merito al caso di Anna Esposito, la dirigente della Digos di Potenza, trovata morta in casa nel marzo del 2001. Da subito si pensò al suicidio, scrive Luca Cirimbilla su "L'Ultima Ribattuta". Ora, dopo 13 anni, la procura di Potenza ha aperto un fascicolo per omicidio e, secondo “Chi l’ha visto?” una persona risulta iscritta nel registro degli indagati. Senza specificare chi. A fare il nome e cognome, ci ha pensato ieri il giornalista de la Repubblica, Francesco Viviano. Il sospettato è Luigi Di Lauro, giornalista Rai, volto noto del Tg3 della Basilicata che ha avuto una relazione con Anna Esposito. Davvero una strana mancanza per una trasmissione come “Chi l’ha visto?” che da sempre si contraddistingue per dare notizie esclusive ed in anteprima, molto spesso anche decisive per le indagini. La trasmissione sin dal suo debutto ha contribuito allo sviluppo di molti casi, spesso sostituendosi alle autorità competenti. Anna Esposito venne trovata in casa impiccata con una cinta stretta al collo annodata alla maniglia della porta del bagno. Tutto ha fatto pensare, in questi anni, appunto, al suicidio, ma ci sono ancora troppi dubbi. A ricostruire la dinamica del ritrovamento del cadavere è stata proprio l’ultima puntata della trasmissione condotta da Federica Sciarelli.  Eppure stavolta sembra che “Chi l’ha visto?” abbia preferito mantenere un certo riserbo nelle indagini. La donna trovata morta in casa sua, all’interno del palazzo-caserma a Potenza, aveva avuto 2 figlie dal matrimonio. Poi arrivò la separazione dal marito e la frequentazione con un uomo. Per la sua morte la Procura di Potenza aprì un fascicolo per istigazione al suicidio. Dieci mesi dopo il decesso il pm Claudia de Luca chiese l’archiviazione del caso, nonostante avesse evidenziato alcuni passaggi poco chiari. Tra le incongruenze, riportate dal padre della vittima intervistato da “Chi l’ha visto?”, ci sarebbe un chewing-gum risultato ingoiato dalla vittima attraverso l’autopsia effettuata sul corpo. Questo farebbe presupporre a uno strangolamento improvviso, prendendo la donna alle spalle, da qualcuno che la vittima conosceva molto bene. A chiamare in causa Di Lauro ci sarebbero alcuni sms scambiati con Anna Esposito due giorni prima della morte. “Sai che ti amo anch’io” le scrisse. Il giornalista Rai, ora sposato, cominciò a frequentare la Esposito quando aveva già una relazione. Proprio il padre della Esposito ha sottolineato come non sia stato effettuato il rilevamento di Dna sulla cinta o l’analisi delle unghie della vittima, in caso di tentativo di difesa. Ad escludere il suicidio ci sarebbe anche la frattura della cricoide, una cartilagine che molto difficilmente si può rompere in un soggetto esile come quello di Anna Esposito e attraverso la dinamica di un suicidio come quello in cui la donna è stata ritrovata, ovvero impiccata da una bassa altezza come la maniglia di una porta. Alcuni colleghi, inoltre, hanno raccontato come la Esposito, nel periodo in cui frequentava Di Lauro, avesse mostrato numerosi segni di violenza sul corpo. L’ex marito e alcuni amici, invece, hanno ricordato che la vittima raccontò loro dei maltrattamenti subiti dall’allora fidanzato e che lui pretendeva prestazioni sessuali molto particolari. Perché la trasmissione della Sciarelli ha chiuso la ricostruzione senza dire il nome dell’iscritto nel registro degli indagati? Un caso di apparente suicidio si è dunque riaperto, ma un alone di mistero si sta riversando sulla strana censura che, questa volta, si è autoimposta la trasmissione “Chi l’ha visto?”.

Come è morta Anna Esposito, commissario capo, dirigente della Digos della Questura di Potenza trovata, il 12 marzo 2001, esanime nel suo appartamento di servizio nella caserma Zaccagnino del capoluogo lucano? Suicidio, sentenziò l’archiviazione dell’inchiesta. Dodici anni dopo le indagini, però, sono ripartite. Il gip del tribunale lucano Michela Tiziana Petrocelli ha dato al pubblico ministero, Sergio Marotta, sei mesi per indagare. Ipotesi: omicidio volontario.

Anna Esposito, nata a Cava de’ Tirreni (Salerno), 35 anni, separata, due bambine, era alla guida della «squadra politica» della questura potentina dal 1998. Prima donna ad assumere quell’incarico. Venne trovata con la gola imbrigliata in un cinturone assicurato a una maniglia di una porta. Uno strano modo per suicidarsi. La stessa autopsia, che confermò nello strangolamento la causa della morte, non potè non far rilevare l’atipicità di quel suicidio: perché i piedi della donna toccavano il pavimento, perché l’ansa di scorrimento della cinta (che misurava solo 93 centimetri) era posta anteriormente sul lato destro, mentre più normalmente avrebbe dovuto disporsi nella parte posteriore del collo. Vicino al cadavere fu trovata una penna, ma nessun foglio. Né biglietti con una qualche traccia che potesse spiegare il suicidio. Le indagini della procura di Potenza misero a soqquadro la vita professionale e personale di Anna Esposito. In particolare furono passate al setaccio le ore antecedenti al momento presunto della morte.

Furono vagliate diverse posizioni, in particolare di un giornalista con cui Anna aveva avuto una storia d’amore. Ma nulla portò a una direzione diversa da quella del suicidio. E così l’inchiesta fu archiviata. Restarono molte domande senza risposte e molti dubbi. E ad alimentare il giallo si aggiunse una dichiarazione fatta da Gildo Claps, il fratello di Elisa, uccisa a Potenza il 12 settembre 1993 da Danilo Restivo, alla trasmissione «Chi l’ha visto?». «La mamma di Anna Esposito - disse in tv Gildo Claps - mi ha detto che la figlia alcuni giorni prima di morire le aveva confidato che in Questura qualcuno sapeva dove fosse sepolta Elisa». Una dichiarazione che fece partire un’inchiesta della Procura di Salerno, dove c’erano le indagini sul caso Claps. Inchiesta che tuttavia ha stabilito l’inesistenza di collegamenti con il caso Claps. La nuova indagine riparte dalle carte rientrate da Salerno e da un’inchiesta giornalistica della Gazzetta del Mezzogiorno su particolari mai sviluppati dopo la morte di Anna Esposito. Sono in tanti sulla scena del crimine quel lunedì mattina di 12 anni fa, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sono testimoni preziosi di un’inchiesta difficile: quella sulla morte del commissario della polizia di Stato Anna Esposito. L’altro giorno la Procura di Potenza ha ottenuto dall’ufficio gip - come svelato ieri dalla Gazzetta - il «via libera» per la nuova inchiesta. Ora la Procura ha sei mesi di tempo per risolvere il giallo. I primi ad arrivare nell’alloggio del commissario quella mattina sono tre ispettori della Digos e il dirigente dell’Ufficio del personale della Questura di Potenza. Ognuno di loro scriverà una relazione di servizio al capo della Squadra mobile. A coordinare le operazioni di sopralluogo all’epoca c’è una collega di Anna, anche lei è commissario: Teresa Romeo. Scrive: «Preciso che al momento del ritrovamento il corpo era in posizione quasi supina, con le spalle lato anteriore e le mani appoggiate alla porta del bagno, mentre le gambe erano in direzione del corridoio, inoltre la cinghia di cuoio era legata con un solo nodo alla maniglia della porta». Anche gli ispettori Gianfranco Di Santo e Antonio Cella descrivono ciò che hanno visto nell’alloggio del commissario Esposito: «Le spalle erano addossate alla porta del bagno con le gambe distese in direzione del corridoio e stretto al collo abbiamo notato una cintura per pantaloni in cuoio legata alla maniglia della porta del bagno». Nelle due relazioni di servizio le spalle di Anna sono appoggiate alla porta del bagno e le gambe sono distese in direzione del corridoio. Se così fosse la borchia di ferro della cintura si sarebbe posizionata dietro alla nuca della vittima. Ma nella relazione medica l’impiccamento viene descritto come «atipico» proprio perché il segno della borchia non è alla nuca, ma «posta anteriormente sul lato destro». I tre poliziotti hanno visto male? O sbagliano i medici? Il pubblico ministero della Procura di Potenza, Claudia De Luca, che all’epoca archiviò il caso come «suicidio», si accorse della contraddizione e convocò nel suo ufficio il commissario, i due ispettori che hanno firmato la relazione di servizio e un terzo ispettore che era presente al momento del ritrovamento ma che, però, non sottoscrisse l’informativa. Davanti al magistrato la versione dei poliziotti-testimoni cambia. E cambia anche la posizione in cui è stata trovata Anna. Ecco la nuova versione del commissario: «Anna aveva una cintura stratta al collo con un lato annodato intorno alla maniglia della porta del bagno e la spalla sinistra e la testa poggiate sulla porta. Sono rimasta colpita dai pugni chiusi e dall’espressione del volto che mi sembravano determinati». Le spalle non sono più appoggiate alla porta. Nella descrizione spariscono le gambe «in direzione del corridoio» e compaiono due nuovi particolari: i pugni chiusi e l’espressione del volto «determinata». Cambia anche la descrizione dell’ispettore Cella: «Ho notato la Esposito per terra nelle vicinanze della porta del bagno, con una cintura al collo legata da un lato alla maniglia della porta, con la spalla sinistra poggiata sulla porta, la testa leggermente chinata all’indietro». La testimonianza dell’ispettore Di Santo, su questo punto, è identica a quella del collega: cintura legata da un lato al collo e da un lato alla maniglia della porta del bagno, la testa leggermente chinata all’indietro. Di Santo aggiunge il particolare delle gambe: stese per terra. L’ispettore Mario Paradiso, invece, pur avendo scassinato la porta dell’alloggio e nonostante fosse entrato per primo, sostiene di non aver visto il corpo del commissario: «Non ho visto materialmente la posizione in cui è stata trovata la vittima prima che fosse slegata dalla cintura». Sono passati solo quattro giorni dal sopralluogo e resoconti e relazioni sembrano non combaciare completamente con lo stato dei luoghi. La posizione del volto in linea con la maniglia della porta avrebbe favorito lo scivolamento della cintura. Inoltre, la borchia di ferro della cintura, come dimostrano le fotografie della Scientifica e la relazione medica, si è posizionata sul lato destro del collo. Se tutto fosse andato come descritto al magistrato dai poliziotti-testimoni, la borchia - chiudendosi la cintura a mo‘ di cappio - si sarebbe posizionata sulla guancia sinistra e non sulla destra o, al limite, al centro della gola. Sbrogliare questo intoppo potrebbe far ripartire l’inchiesta.

E poi lo scandalo dei rimborsi. Per 40 dei 42 tra ex assessori, consiglieri regionali in carica e non, imprenditori e professionisti indagati per i rimborsi «scroccati» alla Regione Basilicata la Procura di Potenza ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio. Esclusi due consiglieri regionali che erano presenti nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari: Enrico Mazzeo Cicchetti ed Erminio Restaino. A loro due si aggiungono Prospero De Franchi e Gaetano Fierro, le cui posizioni erano già state stralciate dal procedimento principale e archiviate. Oltre ai pranzi, agli spuntini, ai viaggi, alle caramelle, alle sigarette, ai soggiorni in camere d’albergo matrimoniali con «persone non autorizzate» e al parquet di casa ci sono le cene politiche in giorni in cui contestualmente si documentano spese effettuate a centinaia di chilometri di distanza. Ci sono richieste di rimborso per cancelleria e per le gomme dell’auto. Ci sono i viaggi con la famiglia o con l’amica spacciati per «missioni» nei ministeri romani. Spese domestiche, regali, ricariche telefoniche. «Peculato», lo chiama il procuratore della Repubblica di Potenza Laura Triassi. È l’inchiesta sulla rimborsopoli che ha messo in ginocchio il consiglio regionale.

PER NON DIMENTICARE. STORIE DI ORDINARIA FOLLIA.

“La colpa di Ottavia. La bambina che nessuno ha cercato”. Di Sarah Scazzi tanto si è parlato. Finalmente un libro dedicato alla scomparsa di Ottavia De Luise. Scomparsa a 12 anni, in un libro la ricostruzione dei fatti. Ottavia De Luise svanì nel nulla a Montemurro nel 1975. Accadde il 12 maggio 1975, Ottavia uscì da scuola e non tornò mai a casa. In un paese piccolo, dove tutti si conoscono. Sembra un nuovo caso Claps. Per 35 anni di lei non si è saputo più nulla, fino a che il ritrovamento di Elisa Claps non ha fatto tornare alla luce quest’altra storia, meno famosa, così dimenticata. Ora, la novità. In un pozzo non lontano dal paese sono stati trovati quelli che la polizia scientifica ha definito “reperti”. Il pozzo cisterna è proprio nella zona dove alcune lettere anonime, in passato, avevano suggerito di cercare Ottavia. Ed ecco la storia. A Montemurro in Basilicata, il 12 maggio del 1975 scomparve una bambina, Ottavia De Luise, di appena 12 anni. Era la più piccola di otto fratelli e da qui deriva il nome di Ottavia. Il pomeriggio del 12 maggio del 1975 Ottavia stava giocando con la cugina, a pochi metri da casa. Giunta l’ora di rincasare, la cugina racconta di averla vista incamminarsi verso casa. Solo pochi metri, ma proprio in questo breve tragitto si sono perse le tracce della bambina. Dopo qualche ora, verso le 17.00, non vedendo la figlia, la madre chiese al fratello della piccola di andare a cercarla nella piazza del paese.

Quando il ragazzo tornò senza alcuna notizia della sorellina, la famiglia si mise in allerta. All’epoca, nel piccolo borgo di appena 1500 persone, c’era solo un carabiniere. In aiuto e supporto alle indagini, dopo ben più di venti giorni arrivarono dei poliziotti con dei cani: come prevedibile non emerse nulla. Le prime 48 ore sono le più importanti. Solitamente, trascorsi due giorni, le probabilità di trovare un minore in vita diminuiscono in maniera vertiginosa. La famiglia, all’epoca dei fatti, segnalò a quell’unico carabiniere, un possibile sospettato: un uomo che viveva da solo, e che già in passato aveva approcciato con Ottavia, invitandola in casa. Ma l’abitazione di questa persona non venne mai perquisita. Nel corso degli anni alla famiglia arrivarono due lettere anonime: la prima fu consegnata ai carabinieri e vennero interrogate delle persone. La seconda giunse ad uno dei fratelli della ragazza e il contenuto era chiaro: Ottavia De Luise fu violentata e uccisa. Nel corso di questi anni nessuno fu indagato, nessun magistrato si occupò di questa scomparsa, fino all’archiviazione del caso. Poi ci chiediamo perchè scompaiono così tanti ragazzi? La risposta secondo me sta nel mancato esercizio da parte della magistratura di svolgere il proprio compito in tempi brevi.

Ottavia De Luise scompare da Montemurro il 12 maggio del 1975.

Era una bambina di 12 anni. Le indagini della prima ora furono condotte male e senza interesse. Qualcuno in paese ebbe il coraggio di definire la 12enne una di "facili costumi". Uno stupido pregiudizio che fece archiviare la scomparsa della ragazzina in men che non si dica. Un libro scritto a quattro mani da Fabio Amendolara, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno ed Emanuela Ferrara, anch'ella giornalista, ricostruisce la vicenda nei minimi dettagli alla luce anche delle nuove indagini aperte nel 2010 dalla procura di Potenza. Indagini che però, ad oggi non hanno dato alcuna risposta ai familiari della piccola. "La colpa di Ottavia" è il titolo del libro di Amendolara e Ferrara. Ottavia De Luise ha 12 anni ed è l'ultima di otto fratelli. Scompare nel nulla il 12 maggio del 1975 in un piccolo borgo della Basilicata, Montemurro. A oltre 35 anni dalla scomparsa, questo libro, nella forma di una breve inchiesta giornalistica, presenta una serie di documenti (riportati in modo integrale), testimonianze e prove che mettono in luce tutto ciò che si poteva fare e non è stato fatto. Su questa vicenda, che ha segnato anche sul piano simbolico la Basilicata, purtroppo non ci sono ancora verità. Questo libro, presentato dalla conduttrice di "Chi l'ha visto?" Federica Sciarelli, non si limita a ricostruire la cronaca di quella scomparsa. Ma è una indagine contraria alle numerose versioni ufficiali e ufficiose, spesso diverse tra loro, se non addirittura opposte e contrastanti, presentate fino a oggi. Che fine ha fatto Ottavia De Luise, la bambina scomparsa nel 1975? Il “viggianese” poteva essere l’unico sospettato? Sono state seguite davvero tutte le piste? O forse le indagini sono state approssimate perchè Ottavia era “una poco di buono” e quindi indegna di sforzi investigativi? La tragica storia di Ottavia, scomparsa nel nulla a Montemurro nel 1975, potrebbe sembrare lontana: sono passati troppi anni e il suo mondo, paese dell’entroterra lucano, arretrato, isolato, fissato per sempre nel tempo, ci appare distante, sbiadito come la vecchia foto che la ritrae, unica traccia rimasta di quella vita spezzata. Eppure il libro di Fabio Amendolara ed Emanuela Ferrara, con sobrietà ed efficacia, ci permette di riattraversare quella vicenda, facendoci avvertire tutta l’attualità del dolore e degli interrogativi che impietosamente ci pone. Perché nessuno ha mai cercato Ottavia De Luise? Questo si chiede Stefano Nazzi.

Quando Ottavia De Luise sparì, il 12 maggio1975, l’Italia era molto diversa da quella di oggi. Il referendum sul divorzio c’era stato da un anno, di legge sull’aborto non si parlava nemmeno. C’era Paolo VI, allora, e quell’anno era Anno Santo. Ottavia aveva 12 anni, scomparve a Montemurro, in Basilicata, un vecchio villaggio proprio in mezzo alla regione. Ci vivono oggi meno di 1.500 persone.

Ottavia uscì da scuola, venne vista lungo quella che chiamano strada per Armento, un paese vicino. Poi più nulla. La cercarono poco e male. Il fatto è che Ottavia, nell’Italia di allora, in quel vecchio villaggio, era vista come una poco di buono. Una che stava con i grandi, gli adulti. Oggi quegli adulti verrebbero arrestati per pedofilia, per abusi. Allora si chiudeva un occhio: era Ottavia la “mela marcia”. Dicevano che si facesse dare 100 lire per farsi toccare. Era bella, dice chi se la ricorda, bionda, e alta per la sua età. Poi, improvvisamente, 35 anni dopo, qualcuno è tornato a cercare. È stata la scoperta del corpo di Elisa Claps, poco lontano, a Potenza, a spingere il fratello di Ottavia, Settimio, a chiedere che si riaprissero le indagini. Negli anni erano anche arrivate un paio di lettere anonime: “Cercate in quella tenuta”, era scritto. Non doveva essere difficile capirci qualcosa se in pochi giorni di ricerche sono stati trovati alcuni reperti, in una cisterna proprio nella zona dove Ottavia venne vista l’ultima volta. E qualcuno ha anche iniziato a ricordare qualcosa. Perché in un paese di 1.500 abitanti è come stare seduti in un cinema grande, alla fine le facce rimangono impresse. Così a Montemurro, figuriamoci, si conoscono tutti. E volete che qualcuno non sapesse chi erano quei grandi che passavano il tempo con Ottavia? No, qualcuno sapeva. Tanti, probabilmente. Così ci si è ricordati di un uomo, lo chiamavano il “viggianese”: lui pagava un cono gelato a Ottavia per toccarla; quando fu interrogato, dopo la scomparsa della ragazzina, era pieno di graffi ma la cosa finì lì. In paese da tempo pensavano che fosse morto. Non lo è: vive a Torino, ha 87 anni, è malato. Magari lui non c’entra nulla, chissà: erano tanti gli adulti di Ottavia, uno di loro era il proprietario del terreno dove si trova la cisterna dei reperti. Intanto Settimio, il fratello della ragazzina, ha denunciato il comandante della stazione dei carabinieri di allora. Dice che non indagò affatto, che lasciò correre. Perché Ottavia era una poco di buono. Luisa, la mamma della ragazzina, oggi non vive più a Montemurro, sta al nord, anche lei a Torino. L’unica cosa che vuole, che ha sempre voluto, è seppellire sua figlia. Trovarla e seppellirla. Lei l’ha sempre pensato che Ottavia era morta. Speriamo che ci riesca, che possa farle quel funerale che sempre sognato. Le mamme di solito sognano un matrimonio per la figlia, Luisa De Luise è stata costretta a sognare un funerale. E speriamo che con Ottavia si seppellisca quell’Italietta falsa e codarda che in 35 anni non l’ha mai voluta cercare. Nulla ha però a che vedere con la vicenda il successivo arresto del fratello di Ottavia, Settimio. I Carabinieri di Marsicovetere hanno arrestato a Villa d’Agri Settimio De Luise, di 52 anni, accusato di stalking e di atti persecutori nei confronti della ex moglie, scrive “Il Giornale Lucano”. Da tempo l’uomo molestava l’ex compagna, e per questo a suo carico era stato emesso un più volte disatteso divieto di avvicinamento. La donna, a causa dell’atteggiamento dell’ex marito, delle minacce e delle ingiurie, ha subìto un perdurante stato ansioso e ha temuto per la sua incolumità, al punto da cambiare le sue abitudini di vita.

De Luise, che dopo l’ennesima violazione dell’ordine restrittivo è ora ai domiciliari, è fratello di Ottavia, la bambina di Montemurro comparsa il 12 maggio 1975, a 12 anni e senza lasciare traccia, ma non vi è alcun legame tra la vicenda che pochi giorni fa ha compiuto 37 anni di mancate risposte e l’accusa di stalking.

Altro libro che racconta i misteri lucani è “Sia fatta ingiustizia-La storia vera di Giuseppe, scritto da Giusi Cavallo, giornalista professionista, direttore della testata giornalistica “Basilicata24” e Michele Finizio che di quella testata è il direttore editoriale. In questo libro scoprirete una storia incredibile. Vera. Non ancora finita. Lui è Giuseppe Satta, giovane ingegnere sposato, con due bambini. Una vita familiare felice, senza problemi particolari. Il lavoro, la casa, la pizza, le vacanze, il pranzo dai suoceri e dai genitori, le feste, la passeggiata in via Pretoria. Un giorno, anzi una sera, all’improvviso tutto si rompe, senza un apparente motivo. La vita di Giuseppe si capovolge, inspiegabilmente. L’uomo entra nel tunnel della disperazione, ma non perde la forza per reagire. Subirà umiliazioni, violenze psicologiche, ingiustizie, ma non mollerà. A farne le spese sarà soprattutto suo figlio, due anni e mezzo, adesso nove. Ma è Giuseppe che vogliono colpire, piegare, annientare.

Perché? E, innanzitutto, chi? Giuseppe ha pestato piedi importanti, ha messo in pericolo interessi inconfessabili, ha osato chiedere giustizia, ha violato l’Olimpo? Qualcosa non quadra, anzi nulla.

Sotto l’apparente vicenda di una separazione coniugale si nasconderebbe un intrigo inimmaginabile, dal ricamo quasi perfetto, ordito nel bosco dei poteri grandi e piccoli. Hanno distrutto una famiglia, hanno rovinato due bambini, forse irrimediabilmente. Hanno tenuto al palo un uomo, costringendolo a difendersi da accuse infamanti, incarcerato nel paradosso dei processi giudiziari, sgretolato dall’angoscia di perdere il suo bambino per sempre. Intanto la sua famiglia l’hanno fatta a brandelli. Chi è il colpevole? Quale il movente? C’è un libro, scrive Michele Finizio. Racconta una storia vera, paradossale, ma incarnata nella realtà. Per me che l’ho scritto insieme con Giusi Cavallo, è uno scompiglio leggerlo. Perché? A volte è difficile credere alla verità. Vorresti una bella menzogna rassicurante, una stronzata ansiolitica per continuare a guardare il mondo con gli occhi dell’ingenuo. O forse con gli occhi dell’imbecille. Spesso ti chiedi perché devi essere tu a raccontare certe storie, a denunciare prepotenze, violenze, abusi. Già, perché tu? Perché noi? Cara Giusi, forse ci denunceranno. Sai, le solite intimidazioni. Quei poteri di carta pesta indurita dallo sputo della falsa indignazione, potrebbero farcela pagare. Ma come potevamo negare il nostro aiuto a Giuseppe? Lui ha cercato noi, non a caso. E questo deve essere ragione di orgoglio. Intanto lui ha già pagato e sta ancora pagando il prezzo dell’assurdo. O forse paga il prezzo del coraggio. Intanto Giuseppe è sull’orlo del bivio. Lui che crede nella giustizia è stato azzannato dall’ingiustizia. Lui che crede nelle istituzioni è stato dilaniato dai palazzi del Potere. Lui che crede nell’amore è stato tradito dall’odio cinico e improvviso. Poi ha creduto in noi, nel nostro alito narrativo, nel nostro autentico respiro giornalistico. Ed ecco il libro. L’ultima speranza di Giuseppe e del suo bambino. Se questa vicenda invaderà la cronaca e sfonderà la coscienza delle donne e degli uomini, forse salveremo un bambino e suo padre. In fondo è una storia d'amore. Leggetelo, questo libro. Disponibile a breve: “Sia fatta ingiustizia-La storia vera di Giuseppe”. La vicenda si svolge a Potenza. Una vita familiare felice, senza problemi particolari. Il lavoro, la casa, la pizza, le vacanze, il pranzo dai suoceri e dai genitori, le feste, la passeggiata in via Pretoria. Un giorno, anzi una sera, all’improvviso tutto si rompe, senza un apparente motivo. La vita di Giuseppe si capovolge, inspiegabilmente. L’uomo entra nel tunnel della disperazione, ma non perde la forza per reagire. Subirà umiliazioni, violenze psicologiche, ingiustizie, ma non mollerà. A farne le spese sarà soprattutto suo figlio, due anni e mezzo, adesso nove. Ma è Giuseppe che vogliono colpire, piegare, annientare. Perché? E, innanzitutto, chi? Giuseppe ha pestato piedi importanti, ha messo in pericolo interessi inconfessabili, ha osato chiedere giustizia, ha violato l’Olimpo? Qualcosa non quadra, anzi nulla. Sotto l’apparente vicenda di una separazione coniugale, si nasconderebbe un intrigo inimmaginabile, dal ricamo quasi perfetto, ordito nel bosco dei poteri grandi e piccoli. Hanno distrutto una famiglia, hanno rovinato due bambini, forse irrimediabilmente. Hanno tenuto al palo un uomo, costringendolo a difendersi da accuse infamanti, incarcerato nel paradosso dei processi giudiziari, sgretolato dall’angoscia di perdere il suo bambino per sempre. Intanto la sua famiglia l’hanno fatta a brandelli. Chi è il colpevole? Quale il movente?

La domanda a Giusy Cavallo sorge spontanea: che ne pensa della giustizia in Italia? «La famosa frase "avere fiducia nella magistratura" non è universalmente valida. – risponde sul suo giornale web - Non se vivi in Basilicata e magari denunci che un lago è inquinato. E' da un po' di tempo che mi occupo di storie giudiziarie, a mio avviso, al limite del paradossale. Indagati, senza reato, o reati senza indagati. Procedure applicate a piacimento. Codici e leggi usate ad personam. O peggio ancora assassini lasciati liberi d'uccidere una seconda, terza volta. In Basilicata, più che altrove, potrebbe capitare che se commetti un reato la passi liscia, se stai dalla parte della giustizia ti fanno vedere i sorci verdi. E' il caso di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, e di Giuseppe Di Bello, tenente della Polizia Provinciale. Domani, mercoledì 6 giugno, entrambi sono attesi dinanzi al gup di Potenza che, rinvii permettendo, dovrà decidere se mandarli a processo o no. Rei di aver rivelato, analisi alla mano, la presenza di inquinamento nel Lago del Pertusillo. Se i due finiranno alla sbarra si dovranno difendere per aver denunciato che l'invaso valdagrino è inquinato. Paradossale se si tiene conto del fatto che, intanto che le indagini hanno fatto il loro corso, nel lago si sono verificate diverse e consistenti morìe di pesci, sono emerse (da un'inchiesta di Basilicata24) presunte pressioni della Regione Basilicata sull'Istituto superiore di Sanità che stava svolgendo analisi dell'invaso affinchè l'istituto romano "soprassedesse". A tutto ciò va aggiunta l'ammissione dell'Arpab che il lago oltre ad essere eutrofizzato presenta tracce di idrocarburi. Ma intanto Bolognetti e Di Bello domani vanno in tribunale. Nonostante tutto. E allora mi chiedo, ancora una volta, perchè dovrei avere fiducia in una magistratura che invece di indagare sull'inquinamento del Pertusillo, indaga due persone che denunciano l'inquinamento di un invaso la cui acqua serve per uso umano oltre che la Basilicata anche la Puglia? Io in questa magistratura, non posso avere fiducia. Non posso, se mi viene il dubbio che certi magistrati o non si leggono le carte, o non hanno mai letto, in vita loro, un libro di Diritto. E soprattutto non posso avere fiducia in una magistratura/giustizia che perseguita chi ha denunciato fatti certificati e provati. Per concludere, e perchè non mi si tacci d'essere eversiva o peggio ancora berlusconiana: di magistrati che fanno bene il loro lavoro per fortuna è piena l'Italia.

Così come è piena la storia di magistrati che c'hanno rimesso la vita per amore della verità e della giustizia. Ma questa è un'altra storia. Dopo che Giuseppe Di Bello, tenente della polizia Provinciale di Potenza mi ha informato che il prefetto di Potenza gli ha revocato la qualifica di agente di pubblica sicurezza, ho provato attimi di smarrimento. – continua Giusi Cavallo - Si, perchè conosco Peppe, il tenente, che "ne ha fatte di tutti i colori". Eh già. La divisa che indossa l'ha riempita d'onore e di significato. Senza guardare in faccia a nessuno. E questo probabilmente non è piaciuto granchè.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto ricordiamo chi è Giuseppe Di Bello. Tenente della Polizia Provinciale di Potenza. E' un vero rompi balle. Se ne va in giro a far sequestrare discariche piene di rifiuti pericolosi e illeciti; denuncia truffe in agricoltura, aria inquinata da un termovalorizzatore. E' uno che anche quando non è in servizio non si fa i cavoli suoi. Tant'è che un bel giorno gli viene in mente, mentre non è in servizio, e come componente di un'associazione ambientalista, di andare a fare delle analisi alle acque del Pertusillo.

Il lago artificiale della Val d'Agri, in cui si specchia il grande Centro Oli di Viggiano. Siamo nel gennaio 2010. Di Bello, in compagnia di Maurizio Bolognetti, segretario dei Radicali lucani, (che ha commissionato e pagato le analisi), apprende che le acque del Pertusillo sono inquinate. Sulla base della convenzione di Arhus quei dati vengono diffusi. Finiscono anche sulla stampa. Interviene la magistratura. Si, ma per indagare Di Bello e Bolognetti. Per la procura di Potenza i due hanno rivelato segreti d’ufficio. E cioè il “decadimento delle acque dell’invaso del Pertusillo". Insomma hanno fatto male ad informare i lucani e soprattutto i pugliesi che quell'acqua la bevono. Di Bello viene prima sospeso dal suo incarico e poi spostato ad altre mansioni. Viene mandato in servizio al museo provinciale di Potenza. Dove tutt'ora lavora. Il 6 giugno 2012, arriva la condanna per aver rivelato il cattivo stato delle acque del Pertusillo. Violazione di segreto d'ufficio. Per il tenente di Bello due mesi e venti giorni di reclusione sanciscono pubblicamente la sua colpa. Nonostante tutto Peppe, non si ferma nè si abbatte. Continua a rompere le scatole. Se ne va, in compagnia di un geologo nell'area dell'ex Liquichimica di Tito Scalo, dove insiste una vasca di fosfogessi, scarti di lavorazioni di concimi chimici e di fanghi industriali di cui non s'è mai capita la provenienza. Sono anni che il tenente Di Bello si occupa di quel cimitero industriale in cui è rimasto solo veleno. Prima se ne occupa da ufficiale della polizia provinciale, poi lo fa come libero cittadino membro dell'associazione Ehpa, che si occupa appunto di ambiente. Anche in questo caso la denuncia del cittadino Di Bello ha un effetto deflagrante. Almeno sui cittadini di quella zona.

Nell'area è presente radioattività. Fermo, Di Bello non sa stare. E veniamo alla revoca della qualifica di agente di pubblica sicurezza notificata a Di Bello, giovedì 13 dicembre 2012. Ecco i passi più raccapriccianti: "Considerato il reiterato comportamento tenuto dal Di Bello che pur sottoposto al vaglio della magistratura"...Soffermiamoci sulla locuzione "reiterato comportamento". Ebbene, cosa avrebbe reiterato Di Bello? Da quasi tre anni è in servizio al Museo provinciale. Ah ma forse quel reiterato si riferisce al fatto che il cittadino Di Bello se ne va in giro a fare analisi, a denunciare inquinamento, radioattività e veleni vari? E leggete poi quest'altro passaggio della revoca: " ...la responsabilità di agente di p.s. della polizia provinciale richiede il possesso, in chi ne è investito, di requisiti di prestigio, generale stima in pubblico, trasparente condotta, anche allo scopo di mantenere inalterata la fiducia che i cittadini devono nutrire nei suoi confronti..." Ecco a questo proposito giova ricordare a sua eccellenza il prefetto Nunziante che lo stesso Di Bello è colui il quale ha denunciato il decadimento delle acque del Pertusillo; colui che ha denunciato presenza di radioattività a Tito Scalo, sempre per informare la gente. E' colui il quale nel 2005 trasmise la notizia di reato riguardante la presenza di fanghi tossici nell'area industriale di Tito Scalo all'ex pm di Potenza Woodcock. Ecco mi fermo qui per non rischiare di fare l'agiografia di una persona che mi ripete quasi come un mantra "io non ho fatto altro che il mio dovere di funzionario di polizia e di cittadino". Ecco chi è l'uomo che secondo il Prefetto di Potenza non è più degno di stima dei cittadini, perchè dalla condotta poco trasparente. Caro Prefetto, se lei vive nel mondo, deve sapere che il tenente Di Bello gode di enorme fiducia da parte dei cittadini. E dovrebbe anche sapere che sono le istituzioni a non godere ormai più della fiducia dei cittadini. Noi, giornalisti di questa testata, revochiamo la qualifica di rappresentanti delle istituzioni a tutti coloro che hanno contribuito a revocare la qualifica di agente di pubblica sicurezza a Giuseppe Di Bello.» E sulla libertà di stampa e le ritorsioni su chi racconta la verità il direttore di “Basilicata 24” dice: «“Relazioni troppo strette e poco trasparenti tra l’autorità politica e i giornalisti sono un pericolo per la società pluralista". E’ quanto ha dichiarato il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, in occasione della Giornata mondiale per la Libertà di Stampa. La libertà di stampa non è un diritto che si esercita a gettoni. Questo lo dico io. E' un diritto che è tra i fondamentali di uno Stato democratico e civile. Ma è purtroppo un diritto calpestato, ancora oggi, in alcune aree del mondo. Sono ancora troppi i giornalisti uccisi o minacciati a causa del loro lavoro. Ci sono poi casi meno eclatanti, ma pur sempre gravi, di limitazione della libertà di espressione e di critica. La minaccia di "adire alle vie legali". Il modus operandi è sempre lo stesso. Ti telefonano, ti scrivono, ti diffidano. Metodo tipico di persone non abituate alla critica e che di fronte ad un giornalista che si permette di criticare, si fanno prendere dal "ci vediamo in tribunale". Ebbene con tutti i "ci vediamo in tribunale" sentiti negli ultimi tempi prevedo che la mia agenda nei prossimi mesi sarà fittissima. Vi racconto solo l'ultimo "ci vediamo nelle sedi competenti". Appena ieri. Un amministratore che non ha gradito quello che abbiamo scritto sul suo operato mi ha annunciato al telefono, di aver segnalato il caso all'ufficio legale del suo Comune.

Passano meno di dieci minuti e alla telefonata del sindaco, che poi vi racconto, segue quella di un avvocato, il quale, convinto che il solo titolo legale mi farà mettere sull'attenti, "esige" di parlare con il giornalista che ha scritto quel pezzo. E "vuole" sapere chi è.

"Perchè- tiene a sottolineare- quando chiama agli altri giornali parla con chi vuole". Dico che può dire a me, che sono il direttore, ma niente. Esige di parlare col fustigatore che intanto non è in redazione. Anche la telefonata con l'avvocato non si conclude bene. Seconda minaccia, nel giro di pochi minuti, di portarmi in tribunale e addirittura di farmi radiare dall'albo dei giornalisti. Lei, l'avvocato, conosce il presidente dell'ordine della Basilicata - mi dice - lo informerà di questo mio "illecito giornalistico" che senza dubbio verrà punito! Chissà perchè neanche questa minaccia mi spaventa. Ah l'oggetto del contendere qual era? Un pezzo scritto sulle lacrime di coccodrillo di un sindaco che non saprei se definire maschilista o maleducato. Il nostro infatti esordisce al telefono con un esagerato "dottoressa" per poi passare, quando gli dico che può parlare con me, ad un tono del tipo "si va bene squinzietta togliti dalle palle e passami il giornalista che ha scritto l'articolo". Inutile il mio tentativo di ricordare, anche al sindaco, che essendo io il direttore di Basilicata24 può dire a me. Mi liquida dicendomi che, stando così le cose lui non può parlare con un giornale non serio. E mi sbatte il telefono in faccia. Maleducato o banalmente maschilista? (stai a vedere che mi denuncia anche per questo! Me lo dirà il solito maresciallo dei carabinieri che ormai da qualche mese mi chiama per l'identificazione in caserma). Di sicuro c'è che il sindaco incazzato non è abituato alle critiche, ancor più se vengono da "sconosciuti giornalisti" poco interessati a far comunella (in gergo giornalistico si chiamano marchette) e così finisce che reagisce di pancia. Per tornare alle cose serie: noi di Basilicata24 festeggiamo la XIX Giornata per la libertà di stampa ricordando tutti quei colleghi che questa libertà l'hanno pagata a caro prezzo. Il resto, come diceva Totò, sono "bazzecole, quisquilie e pinzellacchere".»

LA LUCANIA DEI MISTERI.

Di ingiustizia a Potenza ne parla Massimo Brancati su “La Gazzetta del Mezzogiorno”: Condannato a due mesi per aver denunciato gli inquinanti negli invasi. Sospeso due mesi dal servizio per poi essere «parcheggiato» al museo restando comunque in carico alla polizia provinciale. E, dulcis in fundo, la condanna a due mesi e 20 giorni di reclusione, trattato come un comune delinquente. La colpa del tenente della polizia provinciale Giuseppe Di Bello? Aver reso noto dati coperti da «segreto d’ufficio» sulla qualità delle acque del Pertusillo, Montecotugno e Camastra, da cui emergeva la presenza di metalli pesanti e inquinanti. Sulla scia di quel monitoraggio che, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto «sottobanco» dall’Arpab, Di Bello - con l’aiuto di un chimico e di Maurizio Bolognetti, leader dei Radicali lucani e tra i finanziatori del progetto - decise di effettuare in proprio dei prelievi dagli invasi per verificarne lo stato di salute. Un’operazione che, sempre a parere dell’accusa, il tenente avrebbe fatto durante il proprio servizio e con mezzi e risorse dell’ente. È un teorema che ha determinato la sua condanna, ma Di Bello non ci sta e parla di un complotto.

Punto primo: le analisi - dice - non le ha ricevute dall’Arpab, ma direttamente dalla direzione generale del dipartimento Ambiente della Regione.

Può dimostrarlo?

«Certo. Il giudice ha in mano la copia di quei dati da cui si evince che sono stati inviati il 5 gennaio 2010 alle 18.10 dal numero di telefono 0971.669065 che corrisponde all’utenza del dipartimento».

Ma l’accusa continua a dire che lei ha ricevuto quei documenti dall’Arpab. Perché?

«Perché così sostengono l’incriminazione di aver rivelato dati coperti da segreto d’ufficio. Una volta giunti alla Regione l’ente ha il dovere di renderli di pubblico dominio. Ad ogni modo, come dice la convenzione di Aarhus, qualsiasi notizia che riguarda la salute e l’ambiente non può essere nascosta alla cittadinanza».

Lei dice che il dipartimento, consegnandole i risultati di quel monitoraggio, le avrebbe chiesto di divulgarli. Ma c’era bisogno della sua intermediazione per farlo? La Regione poteva benissimo pubblicarli autonomamente...

«È vero. Ma sinceramente non so perché sia stato chiamato in causa proprio io. Dopo sei giorni dalla ricezione del fax è partita la denuncia nei miei confronti da quegli stessi uffici. Col senno di poi devo pensare ad una trappola».

Ricapitoliamo i fatti. Il 5 gennaio 2010 riceve i dati, il 6 compie un primo giro tra gli invasi e il 21 effettua i prelievi. Ha fatto tutto durante l’orario di servizio?

«Macché. Sono andato a fare i campionamenti a bordo della mia auto e autofinanziando l’iniziativa. Non ero in servizio».

L’accusa, però, continua a sostenere il contrario...

«Sul foglio di presenza, accanto alla data, c’è una «r» che sta per riposo e non per reperibilità come dice il giudice. Il mio cartellino orologio conferma quanto dico».

Insomma, sta dicendo che ingiustizia è fatta...

«Ingiustizia cominciata quando mi hanno sospeso dal servizio per due mesi. È stato un abuso di autorità nei miei confronti. E poi penso alla vicenda giudiziaria che riguarda Fenice. Sono coinvolti dirigenti della mia stessa amministrazione e della Regione ai quali non è stato fatto un provvedimento disciplinare, né sono stati sospesi. Chi divulga informazioni sull’inquinamento viene bastonato e perseguitato, chi «copre» e mette in cassaforte dati sulla presenza di sostanze pericolose per l’ambiente e la salute la passa franca. E, per di più, viene difeso in tribunale con i soldi pubblici».

Perché si sarebbero accaniti contro di lei?

«Sono il capro espiatorio di uno scontro politico sulla qualità delle acque, ma anche la vittima di un sistema che sull’ambiente preferisce il silenzio alla verità».

E’ risaputo che a Potenza non si naviga nell’oro e nel benessere, ma che aumentino sempre di più i poveri non è un fatto puramente statistico. Si percepisce. Basta guardare ai tanti cittadini che si rivolgono alla Caritas, alle parrocchie e alle altre «sentinelle» della solidarietà sparse nel capoluogo, come i sei gruppi Vincenziani. La vera novità di quest’ultimo periodo è che tra chi chiede una mano non ci sono più soltanto disoccupati, senza tetto, emarginati o extracomunitari, ma impiegati, operai, professionisti, avvocati, categorie che nell’immaginario collettivo sono al riparo da problemi economici: aumentano in maniera esponenziale le persone che si rivolgono alla diocesi di Potenza per avere un aiuto, per una bolletta che non si riesce a pagare. La situazione, insomma, sta diventando davvero incandescente e l’intero sistema della solidarietà, di fronte alle pressanti richieste, rischia di andare in tilt. Secondo l’Istat il 22,5% delle famiglie lucane arriva a fine mese con molta difficoltà. Il 29,1% delle famiglie, in particolare non riesce a sostenere spese impreviste, il 26,2% non ha soldi per vestiti, il 14,2% dichiara di non aver avuto soldi per le spese mediche, il 12,9% non riesce a riscaldare la casa adeguatamente, il 12,3% è stata in arretrato con le bollette, il 5,8% non ha avuto soldi per spese alimentari. 800 famiglie potentine vivono con un reddito (saltuario) che non tocca i 300 euro mensili, mentre sono ben 364 i nuclei familiari che non hanno alcun reddito. Le famiglie residenti nel capoluogo sono all’incirca 15.000. Quelle indigenti, dunque, risultano essere il 5,5% (percentuale sottostimata rispetto alla situazione reale), di cui ben l’11,5% abita nel quartiere di Bucaletto. All’interno degli 800 nuclei familiari che vivono tra stenti e disperazione, 111 lamentano problematiche abitative, circa il 13%. Il 15,5% (129 famiglie) ha problemi familiari (separazione, divorzio, allontanamento, conflittualità); il restante 55,9% ha un reddito inadeguato rispetto alle normali esigenze di vita (famiglie monoreddito, pensionati, vedovi, lavoro part-time, lavoro nero). L’1,4% ha avuto o ha problemi di detenzione e giustizia; il 3,5% problemi di dipendenza da droga o da alcol e il 2,2% ha all’interno della famiglia un disabile. Il grado d’istruzione è molto basso (licenza elementare, media inferiore, analfabetismo) nel 3,4% dei casi, e nel 5,3% delle famiglie vi sono persone affette da gravi patologie. Ma c’è un dato che rende il quadro ancora più allarmante: tra le persone che chiedono una mano alla Caritas o alle parrocchie aumenta paurosamente il numero di impiegati, operai, professionisti, avvocati, e non più solo disoccupati, senza tetto, emarginati o extracomunitari. Le motivazioni sono disparate ma crescenti. Michele Basanesi, presidente della Caritas di Potenza, ritiene che “la povertà, sul nostro territorio sta diventando una vera e propria emergenza, di cui si parla troppo poco e ancor di meno sono le iniziative volte alla diminuzione del fenomeno. Sta aumentando moltissimo il numero di persone che si rivolge a noi, una mole di richieste che non riusciamo a soddisfare in pieno, anche perché i prezzi sono aumentati, compreso quelli dei generi alimentari, e le risorse sono limitate. Ci dobbiamo rendere conto che affidarsi solo alle istituzioni è sbagliato. Gli enti hanno problemi di bilancio. Dobbiamo mobilitarci tutti: chi sta bene, non ha problemi economici dovrebbe farsi carico delle problematiche di quanti vivono con pochi spiccioli in tasca”.

La Basilicata è una terra anonima, che non desta interesse ai media nazional popolari. Non si sa quanto questo sia voluto dagli stessi lucani. Questo terra è coperta da una coltre di magia e di mistero, ma anche di trame oscure. Carmela Formicola ha dedicato un pezzo su “La Gazzetta del Mezzogiorno: 20 anni di intrecci nella Basilicata degli affari oscuri.

Misteri lucani. Ce n’erano di belli, un tempo. A cominciare dal fantasma della dolce Abufina che nelle notti di luna s’affacciava alla finestra del torrione superstite del castello di Grottole. O il fascinoso affresco nella chiesa di San Nicola a Pietragalla, chiesa medievale con dipinto un cactus, tipica pianta americana. Però in quell’epoca l’America non era ancora stata scoperta... Ecco, questi erano i misteri lucani: leggende, dicerie, magia. Quando il veleno comincia a spargersi? La data è approssimativa, anni Novanta, presumibilmente. Quando, in altri termini, cominciano a triangolare criminalità organizzata, poteri forti e pezzi delle istituzioni, è una pagina di storia ancora tutta da scrivere. Anni Novanta. Preceduti da un decennio fondamentale per la Basilicata: il 23 novembre 1980 il terremoto semina paura, lutti e distruzione. Un’intera popolazione in ginocchio, macerie, città transennate. E subito dopo un formidabile fiume di denaro che comincia a scorrere copioso, miliardi e miliardi di lire, fondi pubblici che in parte risollevano la comunità, in parte finiscono altrove e, soprattutto, diventano l’occasione formidabile per trasformare la terra dell’arretratezza contadina nel piccolo laboratorio dell’industria e dell’innovazione.

Nasce l’Università, poi nascerà la Fiat.

TERRA DI CONQUISTA - Ma la scintilla è scoccata. La Basilicata è diventata un territorio appetibile. Ci sono i soldi, le opportunità, qualche politico compiacente, qualche imprenditore senza scrupoli. In questo humus non può non attecchire anche il crimine organizzato. Inchieste giudiziarie sulle grandi distrazioni di fondi pubblici, sulla corruzione, sulle incompiute e le cattedrali nel deserto? Poche e inefficaci. Di quell’esperienza non rimane nulla, nessuna giustizia. Forse i germi di una magistratura sospetta nascono in questa stagione.

LE FAMOSE TOGHE LUCANE - Facciamo subito le doverose differenze: ci sono magistrati in prima linea, che scavano scavano e non concedono sconti. E ci sono altro tipo di toghe. C’è perfino un pubblico ministero, Luigi de Magistris, nella Procura di Catanzaro, che ipotizza l’esistenza di una «cupola ». L’inchiesta viene ribattezzata «toghe lucane». Secondo De Magistris un «comitato d'affari» composto da politici, magistrati, avvocati, imprenditori e funzionari avrebbe governato grosse operazioni economiche in Basilicata. La guardia di Finanza, nei primi mesi del 2007, perquisisce le abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds, già presidente della Regione Basilicata), del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra mobile di Potenza. Luisa Fasano. Abuso d'ufficio, corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere, truffa aggravata sono i reati contestati a vario titolo. L'inchiesta ipotizza «una logica trasversale negli schieramenti», il «collante degli affari», un gruppo di potere che, ciascuno al suo livello, contribuisce nella spartizione della torta. Ma l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, chiede al Csm il trasferimento cautelare d'urgenza di De Magistris, per irregolarità nella gestione del caso «Toghe lucane». E nel marzo 2011 l'intera inchiesta viene archiviata dal gup di Catanzaro che definisce l'impianto accusatorio «lacunoso» e tale da non presentare elementi «di per sé idonei» a esercitare l'azione penale.

DOSSIERAGGIO - Ma i veleni sono tutt’altro che finiti. Perché nella Procura potentina nel frattempo è al lavoro Henry John Woodcock, le cui inchieste mettono a rumore mezza Italia. Nel febbraio del 2009 un esposto anonimo, con tanto di tabulati relativi a telefonate fra Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli, denuncia le rivelazioni che il pm napoletano avrebbe fornito in anteprima alla conduttrice di «Chi l’ha visto?» nonché al giornalista Michele Santoro, conduttore di «Annozero». La denuncia si rivela infondata.

Ma nel frattempo la Procura di Catanzaro apre il fascicolo ribattezzato «Toghe lucane bis». Cosa si sospetta, questa volta? Che sia la stessa Procura generale di Potenza ad aver ispirato l’esposto. Avvisi a comparire vengono notificati all’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano (ora in pensione), ai sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca e all’ex sostituto procuratore della Repubblica, Claudia De Luca, poi trasferita a Napoli con lo stesso Woodchok. Nell’inchiesta compare anche il nome di un ex agente del Sisde, Nicola Cervone. «Toghe lucane bis» teorizza che qualcuno abbia in effetti tentato di delegittimare sia Woodcock sia l’altro sostituto procuratore potentino, Vincenzo Montemurro, autori delle inchieste sugli intrecci tra politici e criminalità lucana.

I SERVIZI SEGRETI - L’inchiesta si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati. L’udienza preliminare si terrà il prossimo 15 giugno 2012. Se esista realmente un gruppo di potere che orienta le indagini e gestisce le informazioni in modo improprio, lo dirà la storia processuale. Ma torniamo a Nicola Cervone. Il nome dello 007 compare in altri oscuri capitoli delle vicende lucane degli ultimi vent’anni. Perché sono gli stessi servizi segreti a comparire come le ombre cinesi dietro al duplice omicidio di Giuseppe Gianfredi, vicino agli ambienti della criminalità) e di sua moglie Patrizia Santarsiero, uccisi a Potenza nel 1997 dinanzi agli occhi dei figli (uccisi perché? È ancora tutto da chiarire). E l’ombra dei servizi segreti s’affaccia, ancora, sulla vicenda torbida di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa nel 1993 il cui cadavere è stato ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Trinità nel marzo 2010. Dell’omicidio è stato ritenuto colpevole Danilo Restivo. L’ex Sisde aveva perfino tenuto un dossier sulla vicenda Claps, dossier poi svanito nel nulla. E un altro dossier dei servizi che ipotizzava l’esistenza di una «struttura parallela d’intelligence » si ritrova nella disponibilità sia di Cervone sia del sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi, sì, ancora lui. Nel dossier si teorizza che giornalisti vicini ad agenti segreti, ex investigatori della Guardia di finanza, ufficiali dei carabinieri e magistrati della Procura potentina si sarebbero scambiati informazioni per colpire i loro nemici.

Bonomi viene perfino intercettato mentre parla dei suoi rapporti con gli uomini dell’Aisi (l’ex Sisde) con i quali stanno facendo «un servizio insieme».

LE COINCIDENZE - Ma c’è ancora un filo rosso o un’inquietante coincidenza. Nella prima inchiesta di De Magistris sulle toghe lucane finisce anche Felicia Genovese, il pm della vicenda Claps (che avrebbe orientato le indagini lontano da Danilo Restivo) e pm del duplice omicidio Gianfredi. Suo marito, il medico Michele Cannizzaro, viene nominato direttore generale del più grande ospedale della Basilicata, nomina politica, si sa. A nominarlo un gruppo di politici che sua moglie aveva sotto inchiesta e per i quali avrebbe poi chiesto l’archiviazione. Un teorema che era costato alla Genovese un’accusa di abuso d’ufficio, poi dissoltasi in un’assoluzione. Felicia Genovese è anche autrice di una clamorosa inchiesta sulla centrale di ricerca nucleare Trisaia di Rotondella, l’altro mistero della Basilicata felix. Si sospetta tra l’altro che i vertici della centrale abbiamo acquisito e trasferito in Iraq plutonio e altro materiale nucleare utilizzabile a scopo bellico, facendo nel frattempo sparire scorie radioattive che non dovevano essere trovate nella centrale dell’Enea. In realtà sulla Trisaia ci sono almeno trent’anni di inchieste giudiziarie. Agenti segreti, faccendieri, presunti emissari delle guerriglia sahariana e quelle 64 barre di uranio irraggiate custodite nell’ex Centro Enea. L’ennesimo mistero.

Da Potenza a Napoli: una storia di ordinaria stupidità tutta italiana. Magistrati "contro" che lasciano la sede giudiziaria di Potenza per ritrovarsi tutti a Napoli. Claudia De Luca, ex sostituto procuratore della Repubblica di Potenza e poi in servizio nella sede giudiziaria di Napoli, è stata condannata a un anno e sei mesi di reclusione per l'accusa di peculato, che gli era stata mossa nell'ambito dell'inchiesta conosciuta come "Toghe lucane". La sentenza – scrive l’Agi e tutta la stampa - è stata emessa dal giudice dell'udienza preliminare di Catanzaro, Antonio Rizzuti, al termine del giudizio abbreviato che è valso alla De Luca lo sconto di pena di un terzo, e nell'ambito del quale il pubblico ministero Gerardo Dominijanni aveva chiesto una condanna ad un anno e quattro mesi. La contestazione di peculato fu mossa all'imputata dall'allora sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Luigi de Magistris, titolare di "Toghe lucane", perché lei avrebbe utilizzato il telefono di servizio per scopi personali. La De Luca, in particolare, secondo le accuse - del 2009 la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm Vincenzo Capomolla che ha ereditato Toghe lucane dal collega de Magistris - avrebbe effettuato con il cellulare di servizio 65 telefonate, nel periodo tra maggio e ottobre del 2003, al numero telefonico 899 a pagamento per un servizio di cartomanzia. Nell'inchiesta sarebbero emerse anche diverse telefonate effettuate dal magistrato allora in servizio a Potenza, sempre con il telefono del turno, su numeri strettamente personali e, in particolare, oltre 16.000 contatti nel periodo tra il 20 aprile 2005 e il 22 aprile 2007 sul numero di cellulare del marito. A queste, si aggiungerebbero altre telefonate, effettuate sempre con il cellulare del turno, ad altre persone vicine all'imputata. La De Luca è attualmente tra le persone indagate nell'inchiesta denominata "Toghe lucane bis", e destinataria di uno degli avvisi a comparire emessi dalla Procura di Catanzaro che sta conducendo l'inchiesta, relativa a presunti gravi illeciti commessi tra gli altri da alcuni magistrati in servizio in Basilicata. Nell'inchiesta "Toghe lucane bis" sono ipotizzati, complessivamente, la violazione della legge sulle associazioni segrete, l'associazione a delinquere, la corruzione in atti giudiziari, l'abuso di ufficio. "Toghe lucane bis" ha preso le mosse da un presunto complotto finalizzato a calunniare l'allora sostituto procuratore di Potenza Henry John Woodcock (poi pm a Napoli) che, insieme al suo collega Vincenzo Montemurro, ora in servizio alla Procura di Salerno, indagavano sugli intrecci tra politici e criminalità lucana.

A tal proposito dalla stampa (Il Domani della Calabria) si viene a sapere che la Procura di Catanzaro ha notificato 13 avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di magistrati, carabinieri, poliziotti e di un ex agente segreto del Sisde, indagati nell’ambito dell’inchiesta "Toghe lucane bis". I magistrati calabresi - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - ipotizzano che negli uffici della Procura generale di Potenza si era costituita e operava una società segreta, in violazione della legge Anselmi, finalizzata a delegittimare il lavoro dell’ex pm di Potenza Henry John Woodcock (poi in servizio alla Procura di Napoli) e di altri magistrati del capoluogo lucano. I promotori della società segreta, secondo l’accusa, sono l’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano e i sostituti procuratori generali Gaetano Bonomi e Modestino Roca. Con l’aiuto del colonnello dei carabinieri Pietro Gentili, e del vice questore aggiunto Luisa Fasano, reperivano notizie riservate sui magistrati della Procura che poi venivano usate per delegittimarli. Nell’inchiesta sono coinvolti anche l’ex sostituto procuratore Claudia De Luca (poi in servizio a Napoli), l’ex agente del Sisde Nicola Cervone, poi divenuto cancelliere al tribunale di Melfi (Potenza), quattro ufficiali di polizia giudiziaria (Antonio Cristiano, Consolato Roma, Leonardo Campagna e Angelo Morello), l’imprenditore Ugo Barchiesi e l’autista della Procura generale di Potenza, Marco D’Andrea. Le indagini hanno avuto inizio dopo una lettera di calunnia ai danni di Woodcock e del suo braccio destro, l’ispettore di Polizia Pasquale Di Tolla. Ad organizzare il presunto complotto, secondo l’accusa, sarebbe stato Bonomi con la complicità degli altri magistrati della Procura generale di Potenza. Nel febbraio del 2009 fu preparato un esposto anonimo con i tabulati telefonici di Woodcock e quelli dei giornalisti Federica Sciarelli e di Michele Santoro. Il tutto era finalizzato, secondo la Procura di Catanzaro, ad avviare verifiche disciplinari nei confronti di Woodcock. Già in passato la Procura calabrese, con l’ex pm Luigi De Magistris (poi sindaco di Napoli), aveva indagato su un presunto comitato d’affari del quale avrebbero fatto parte magistrati, politici ed imprenditori. I trenta indagati di quell’inchiesta chiamata Toghe Lucane, sono stati prosciolti il 19 marzo scorso.

Potenza tra delitti e consorterie. Misteri noir e lotte di potere.

Questo tema ha destato l'attenzione di Alberto Statera ed Attilio Bolzoni che ne hanno scritto su "La Repubblica". Così come si sono occupati dei misteri di Potenza tanti altri giornalisti.

Già Potenza, capoluogo della regione Basilicata (Lucania).

Passi il Basento, scali a ottocentodiciannove metri sul livello del mare Potenza, da due secoli il capoluogo regionale più alto d'Italia, dove come dice il proverbio "a Santa Caterina la neve sova a spina", e pensi di trovarti nel "reality show" più appassionante dell'anno. Belle "gnocche" come qui non si sono mai viste - così dice il barista che serve il caffè a giudici, avvocati e giornalisti vicino al palazzo di Giustizia - Lele Mora che sgambetta in passerella al comando di una coorte di ragazze squittenti e prorompenti. E poi il ciglioso piemme biondo che fa impazzire il mondo e tanti "Vipps", che Mina, signora un po' snob, su "La Stampa" ha ribattezzato "Pipps". E invece altro che "vallettopoli" e "puttan tour". Appena arrivi in cima alle scale di Potenza, che il sindaco Vito Santarsiero chiama la "città verticale", ti senti risucchiato in un cupo romanzo gotico: potere, politica, soldi, speculazioni, sesso e assassinii. Altro che veline. Sì, perché in questo ex borgo montanaro, voluto capoluogo regionale da Giuseppe Bonaparte nel 1806, che vide tra i suoi cittadini Giustino Fortunato, vagheggiatore della nascita di una moderna borghesia imprenditoriale nel Mezzogiorno, in questa capitalina di 69 mila abitanti, tra monti bellissimi, ma di una bruttezza palazzinara che fa male all'anima, c'è un tasso di omicidi irrisolti che dev'essere proporzionalmente il più cospicuo d'Italia.

Non tanto gli omicidi di camorra, di mafia, di 'ndrangheta, che pure qui arrivano ma che altrove non si contano neanche più. Ma casi in cui s'intrecciano potere, politica, massonerie, magistratura, corruzioni, abusi, sesso e droga. Tanti misteri alla Montesi. Chi non ricorda il caso di Wilma Montesi? La ragazza fu trovata morta sulla spiaggia di Torvajanica, litorale di Roma, dopo una notte di festini.

Quella morte aprì una partita all'ultimo sangue nella Democrazia cristiana, con le dimissioni del ministro degli Esteri Attilio Piccioni, per i sospetti sul figlio Piero, musicista e viveur, che in realtà quando Wilma fu uccisa si trovava in Costiera Amalfitana con Alida Valli, sua amante del momento, come poi testimoniò l'ex ministro Paolo Emilio Taviani. Lo scandalo favorì l'ascesa nel partito di Amintore Fanfani. Emilio Colombo, ex presidente del Consiglio, ex ministro in decine di governi, tuttora venerata icona cittadina e nume tutelare di Potenza, era giovane, ma di quell'epoca ha sicura memoria. Qui, oggi come allora, la partita incrocia i partiti, ma non è solo politica, coinvolge pezzi rilevanti di magistratura e di società, la nuova borghesia locale fatta soprattutto di burocrati, non quella sognata da Giustino Fortunato, né quella contadina dell'Ottocento e del Novecento dei Ricciuti, dei Lioy, dei Santangelo, dei d'Errico, dei Lacava. A incrementare le inchieste incrociate c'è un Robin Hood locale "antimagistratura corrotta". Si chiama Nicola Picenna e non ha requie da quando nel marzo 2003 il Tribunale civile di Matera, presieduto da Iside Granese, dichiarò il fallimento del consorzio Anthill, di cui era presidente, fondato dal banchiere Attilio Caruso per partecipare alla gara per la concessione delle licenze telefoniche Umts. Sali a Potenza, sulla scala mobile più lunga d'Europa, piccolo ma rivendicato orgoglio cittadino che ti porta al centro della città, e subito ti raccontano dell'omicidio dei coniugi Gianfredi, Giuseppe e Patrizia, ammazzati a fucilate anni fa davanti ai figlioletti. Un mistero irrisolto, uno dei tanti. Prendi il caffè in via Pretoria, vicino a Palazzo Biscotti, dove abitò Giovannino Russo, gloria giornalistica cittadina, e ti intrattengono sul giallo di Elisa Claps. Sedicenne, mora, carina, alta un metro e cinquantacinque, scomparve una domenica, il 12 settembre 1993. Fu sospettato Danilo Restivo, il ragazzo che aveva appuntamento con lei. Ma tutto finì nel nulla. Salvo che, trasferitosi in Inghilterra, il giovanotto di ottime relazioni familiari a Potenza, manifestò lo stesso vizietto che, a quel che disse la polizia, coltivava a casa: tagliare ciocche di capelli a signore e signorine, per strada, in autobus, ovunque gli capitasse. Scotland Yard, passati gli anni, è ancora lì a studiare il profilo psicologico dell'uomo sospettato per l'assassinio britannico di Heather Barnett, vicina di casa del sospetto potentino, trovata morta con una ciocca in mano. A Potenza si narra che il cadavere di Elisa, mai più ritrovato, fu sciolto nell'acido o incorporato nella colonna di cemento di un palazzo di undici piani. Ma soprattutto si strologa sulle connivenze, di cui "Chi l'ha visto", i giornali locali e i capannelli di via Pretoria parlano con ridondanza di nomi e cognomi. Il "parrucchiere" sarebbe stato protetto da Michele Cannizzaro, attuale direttore dell'ospedale San Carlo e marito di Felicia Genovese, magistrato di Potenza, ora trasferita dal Csm e indagata per aver archiviato una denuncia contro esponenti dei Ds e della Margherita, in cambio - questa l'accusa - della nomina del marito all'ospedale. Il pentito Gennaro Cappiello sostenne che il marito della Genovese fu anche il mandante del duplice omicidio Gianfredi. Ma l'inchiesta è stata archiviata e il pentito, considerato inattendibile dalla procura di Salerno, denunciato per calunnia.

Tanti anni dopo, innescato dalle inchieste a raffica del pm anglo-napoletano Henry John Woodcock, che agiscono come una sorta di moltiplicatore d'interesse per le antiche vicende, in cima alla città delle scale, che ancora dibatte su un antico stemma raffigurante un "leone gradiente su di una scala" (ma i leoni salgono le scale?) torna l'incubo degli omicidi insoluti. Non solo Elisa e i Gianfredi, anche i "fidanzatini di Policoro" uccisi nel 1988. Policoro, sulla costa jonica, è oggi in qualche modo l'epicentro, il luogo epitomico, dell'inestricabile "Basilicata connection", che copre come una nevicata di Santa Caterina l'intera regione e fa lacrimare nel Duomo San Gerardo, patrono di Potenza, e l'arcivescovo Agostino Superbo, indignato non solo per le vergogne locali, ma per i "modelli di vita" dell'Italia televisionara scoperchiati da Henry John.

E' lì, a Policoro, che carabinieri e Guardia di Finanza hanno messo i sigilli al villaggio turistico "Marinagri", un complesso di alberghi, ville, marina, del valore di 200 milioni di euro, costruito su terreno demaniale, per il quale è indagata, anche in inchieste connesse su un "gruppo di potere" trasversale, un bel pezzo di giustizia e di politica regionale. Non solo Felicia Genovese, col marito direttore dell'ospedale, ma anche, tra gli altri, i procuratori potentini Giuseppe Galante e Giuseppe Chieco, il presidente del Tribunale di Matera Iside Granese, l'ex presidente della Regione e sottosegretario diessino nel governo Prodi Filippo Bubbico, il presidente della Regione Vito De Filippo, della Margherita, il senatore Emilio Nicola Buccico, di An, ex componente del Consiglio superiore della Magistratura e candidato a sindaco di Matera, la responsabile dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spiz, all'anagrafe moglie di Marco Follini, ex leader dell'Udc "scisso" dal socio Pierferdinando Casini, il cui nome ha aleggiato nei pettegolezzi fioriti ai margini delle inchieste televisionarie di Woodcock. Almeno tre, per quel che ne sappiamo, i tronconi dell'inchiesta "Basilicata connection" che pericolosamente s'intersecano: filone sanità, incentrato sulla coppia Cannizzaro - Genovese, filone banche per finanziamenti della Banca Popolare del Materano, Gruppo Popolare dell'Emilia, al presidente del tribunale di Matera, filone speculazione edilizia per "Marinagri" di Policoro. Ma, tra i tanti filoni, torna cupo dal passato, con un'inchiesta riaperta dalla procura di Catanzaro, l'assassinio dei "fidanzatini di Policoro", Luca e Mariarosa, che Carlo Vulpio ha dettagliatamente ricostruito sul "Corriere della Sera". Ventun'anni di età entrambi, trovati morti nella vasca da bagno, si disse che i due ragazzi furono folgorati per il cattivo funzionamento dello scaldabagno. Nessuno fece l'autopsia. Ma, riesumati i corpi otto anni dopo, si ebbe la quasi certezza che i fidanzati in realtà siano stati prima uccisi e poi gettati nella vasca da bagno. "La vicenda - disse in Parlamento l'allora ministro della Giustizia Piero Fassino - ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati". Perché furono così insufficienti gli accertamenti espletati? Perché la ragazza, Mariarosa, aveva confessato in una lettera al fidanzato Luca: "Amore mio, spero che resterai accanto a me anche quando ti confesserò una piccola parte di me, che voglio cancellare per sempre". La parte da cancellare erano festini con personaggi potenti, serate allegre di sesso e droga, ben retribuite, che facevano tremare mezza Basilicata. Quelle serate, secondo la pentita Maria Teresa Biasini, sarebbero state frequentate, tra gli altri - come hanno riferito le cronache - dal giudice del Csm Nicola Buccico, dall'avvocato Giuseppe Labriola, segretario provinciale di An, e da un giudice "dai capelli bianchi e dagli occhi di ghiaccio", l'unico di cui il nome non viene fatto esplicitamente. Chi era? Per saperlo basterebbe ascoltare le chiacchiere da bar di via Pretoria. Ma la vicenda è stata archiviata a Potenza perché priva di riscontri. Buccico, magistrato del Csm e senatore di An, per parte sua, prima difende come avvocato la famiglia dell'assassinato, poi diventa avvocato del pubblico ministero Vincenzo Autera, quello che per l'omicidio dei due ragazzi aveva chiesto l'archiviazione. Strilla il segretario diesse della Basilicata Piero Lacorazza: si complotta contro la dignità di un'intera Regione. Gli risponde sul "Riformista" Emanuele Macaluso: finiamola con la retorica, l'intreccio tra "nuova classe" e poteri locali è politico e coinvolge anche Diesse e Margherita. Il sindaco di Potenza è della Margherita ed è il più "preferenziato" d'Italia, con il 75 per cento dei voti. Lui, Vito Santarsiero, estimatore dell'antico leader Emilio Colombo, non parla di complotti. Enumera appassionatamente i lavori "cantierizzati", le mostre straordinarie aperte in città, come quella di De Chirico, perché "la cultura viene prima di tutto" in una città che ha sofferto dell'immensa "incultura urbanistica" prima e anche dopo il terremoto del 1980, che pure tanti fondi condusse qui per una ricostruzione dissennata. Ci parla dell'area industriale, della Pittini Siderurgica, delle aziende di prefabbricati, del debito che ha ereditato, 150 milioni di euro che solo di interessi gli costa 10 milioni all'anno, del "piano metropolitano" messo a punto con nove comuni vicini per lo sviluppo economico dell'area. Ma qualcosa ha da dire anche su "vallettopoli": "Sei milioni di euro di costo per le intercettazioni telefoniche a Potenza mi sembrano francamente un'enormità, basta fare il confronto con la cifra infinitesimale che si spende a Matera. Io rispetto il magistrato Woodcock, ma credo anche che la giustizia abbia delle priorità, che ci debba essere una gerarchia nel perseguimento dei reati. Allora mi piacerebbe finalmente sapere non solo quale Vip in mutande ha fotografato Corona, chi c'era sulla barca in navigazione nei pressi di Capri col transessuale, quale ragazza amministrava Lele Mora. Mi piacerebbe anche sapere che cosa si fa contro la droga, che qui dilaga, che cosa contro l'usura, contro la mafia, che incede dalle regioni limitrofe. E possibilmente che fine ha fatto Elisa Claps, perché, diciamolo, questa città è ancora scossa da quello e dagli altri omicidi impuniti. Potenza ha bisogno di serenità per poter fare ciò che le serve: lavoro, tutela dell'ambiente, qualità della vita, riqualificazione urbana". Sessantamila miliardi di vecchie lire piovvero dopo il terremoto del 1980 e 18 mila si fermarono qui in Basilicata. Il 60 per cento per un'industria mai nata o fallita, il 40 per recuperare abitazioni che hanno perpetuato uno scempio urbanistico che viene da lontano, da quando nella prima parte del secolo scorso approdarono qui invano gli architetti Piacentini e Quaroni a progettare il manicomio. E manicomio urbanistico fu. Tanto che la "riqualificazione" sembra oggi una missione impossibile anche per gli architetti Giuseppe Campos Venuti e Federico Oliva, chiamati in città dal sindaco Santarsiero. Quanto all'industria, se si tolgono la Fiat di Melfi e il polo dei salotti nel materano, ce ne sono scarse tracce in una terra strappata alla pastorizia con un profluvio di incentivi. Nonostante il fiume di denaro pubblico, il valore aggiunto per abitante è di poco più di 16 mila euro, l'ottantaduesimo posto nella classifica italiana, la disoccupazione è pari a circa un terzo della popolazione attiva residente. C'è il petrolio della Val d'Agri, ma sembra che l'oro nero lucano, che copre più o meno il dieci per cento del fabbisogno energetico nazionale, qui sia vissuto più che come un'occasione, soprattutto come un fastidio. Ne sa qualcosa l'ex presidente della Regione e sottosegretario allo Sviluppo economico Filippo Bubbico che ha dovuto difendersi anche dall'accusa di aver consentito l'estrazione nella Val d'Agri: "Le ricerche - ha spiegato - avvenivano da molto tempo, c'erano concessioni minerarie risalenti agli anni Cinquanta. Ma solo nel 1996 il governo nazionale ha autorizzato l'Eni a sfruttare i giacimenti petroliferi della Val d'Agri. In quella situazione nessuno avrebbe potuto fermare l'attività petrolifera. Noi abbiamo scelto di non perderci nella disputa nominalistica petrolio sì, petrolio no e abbiamo faticosamente trovato il modo di portare l'Eni e il governo al tavolo delle trattative per tutelare l'ambiente e creare opportunità per la Basilicata". Ciò di cui oggi la Basilicata non difetta sono i sottosegretari: oltre a Bubbico, dispone di Mario Lettieri all'Economia e di Gianpaolo D'Andrea alle Riforme, entrambi della Margherita. Altri tempi rispetto a quelli di Colombo e di Angelo Sanza, quando Potenza, borgo montanaro a ottocento e più metri sul livello del mare, comandava a Roma. Altri tempi, di pastorizia, clientele sì, quasi una patria. Ma non c'era "Potenza noir".

Il caso di Elisa Claps non è l’unico e nemmeno il più recente. La storia di Potenza è costellata di delitti misteriosi e soprattutto irrisolti. Alcuni poi portano al delitto della sedicenne scomparsa nel 1993. Uno di questi ha come vittima Pinuccio Gianfredi, malavitoso e confidente dei servizi segreti ucciso con una fucilata in bocca il 29 aprile 1997. All’inizio si parlò di regolamento di conti ma qualcuno di recente ha collegato questo delitto con la vicenda Claps: pare che Pinuccio sapesse qualcosa. Un’altra morte misteriosa riguarda una poliziotta, anche lei coinvolta in qualche modo con Elisa Claps. Anna Esposito è stata ritrovata morta in casa nel marzo 2001: un suicidio strano e anche misterioso. Avvenuto mentre conduceva indagini solitarie e parallele sulla morte di Gianfredi e sulla scomparsa di Elisa. Parla chiaro Don Marcello Cozzi, sacerdote di Libera da sempre al fianco della famiglia Claps: “Sono convito che l’omicidio Gianfredi abbia coperture di Stato e sia legato ai colpevoli ritardi nell’individuazione di Danilo Restivo come assassino di Elisa e alla morte del funzionario della Digos Anna Esposito”.

«Lontana, abituata a nascondersi, una delle città più misteriose d'Italia sta cercando di cancellare tutte le tracce che portano a un morto. In apparenza un delitto di mafia, in realtà un omicidio che nessuno vuole scoprire». Comincia così l'inchiesta che "La Repubblica" dedica al capoluogo a tutta pagina. Attilio Bolzoni, uno delle più influenti e prestigiose firme del giornalismo italiano, da anni alle prese con cronaca nera, storie di mafia, importanti casi giudiziari, ha deciso di raccontare «la città dei 21 delitti irrisolti».

Quello su cui concentra l'attenzione è il caso Gianfredi. Un delitto che descrive come «uno dei tanti in questa Potenza incastrata fra le montagne, gelosissima della sua intimità, capace di ingoiare ogni segreto». Parte dal delitto Gianfredi per innestare quelli di Elisa Claps, la scomparsa di Nicola Bevilacqua (Lauria), il giallo dei fidanzatini di Policoro, Luca e Marirosa. Ancora, l'assassinio di Tiziano Fusilli nel capoluogo e la scomparsa, 35 anni fa, della piccola Ottavia De Luise a Montemurro. Tra tutti questi delitti, a guardare bene - emerge nell'impietoso ritratto - un filo c'è: è Potenza questo filo, è la città «bivio di trame e scorribande di spie, porto franco per notabili impastati con il crimine, terra avvelenata da faide e condannata a non sapere mai nulla dei suoi misfatti». Potenza ne esce a pezzi.

Potenza, lontana, abituata a nascondersi, una delle città più misteriose d’Italia, sta cercando di cancellare tutte le tracce che portano ad un morto. In apparenza un delitto di mafia. In realtà un omicidio che nessuno vuole scoprire. Uno dei tanti in questa Potenza incastrata tra le montagne, gelosissima della sua intimità, capace di ingoiare ogni segreto. Morti senza un movente, morti senza un colpevole, morti senza una tomba. Dall’alto dei suoi 819 metri sul livello del mare che le danno il primato di capoluogo di regione più in quota, Potenza – che in un'altra epoca era il reame di Emilio Colombo, per una volta capo del Governo e per altre ventuno Ministro della Repubblica – è bivio di trame e scorribande di spie, porto franco per notabili impastati con il crimine, terra avvelenata da faide e condannata a non sapere mai nulla dei suoi misfatti. Un altro record, dopo quello dell’altitudine, nella Basilicata degli almeno 21 casi insoluti degli ultimi trent’anni, come un noir senza fine con un cadavere dietro l’altro e con indagini immancabilmente destinate all’archivio. Là in cima, chiusa ed isolata come una fortezza, Potenza protegge se stessa occultando tutto. L’ultimo “cold case” ripescato è un regolamento di conti che ha troppe verità. Una fucilata in bocca a Pinuccio Gianfredi per farlo tacere. Pinuccio, malavitoso e confidente dei servizi segreti, ucciso il 29 aprile del 1997 insieme alla moglie Patrizia e sotto gli occhi di due dei tre loro bimbi. Liquidato da frettolose investigazioni come vittima di uno scontro tra bande nemiche, la sua vicenda è raccontata con quattro differenti versioni da quattro pentiti che accusano o si autoaccusano, ma che vengono reputati tutti abbastanza credibili. Due, come Gianfredi, erano anche loro informatori degli apparati di sicurezza. Pasticcio o intrigo? Comunque siano andate le cose, nella città dove niente è mai quello che sembra, qualcuno adesso dice che Pinuccio Gianfredi è stato ammazzato perché sapeva tanto sulla scomparsa di Elisa Claps, la ragazza riesumata diciassette anni dopo in un sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. Qualcuno giura che c’entra anche con lo strano suicidio di una poliziotta, trovata soffocata nella sua casa nella primavera del 2001. «Sono convinto che l’omicidio di Gianfredi abbia coperture di Stato e sia legato ai colpevoli ritardi nell’individuazione di Danilo Restivo come assassino di Elisa Claps ed alla morte del funzionario della Digos, Anna Esposito», spiega Don Marcello Cozzi, il sacerdote di Libera che con la sua tenacia ed al fianco della famiglia Claps non ha mai mollato per avere la verità sulla sorte della ragazza. Don Marcello, che ogni tanto riceve minacciose buste con proiettili e visite di ladri che non rubano mai niente, parla di inchieste insabbiate, di informative sparite, di testimoni d’accusa pilotati. Intorno all’omicidio di Pinuccio Gianfredi è in subbuglio la Potenza delle consorterie, delle logge, dei circoli dove s’incontrano gli eredi dei “Basilischi” (l’organizzazione criminale della Basilicata legata alla “ndrangheta) con personaggi del sottobosco criminale della politica, avvocati marchiati dal famigerato “concorso esterno”, imprenditori da mucchio selvaggio.

E poi ci sono le spie. Ce ne stanno dappertutto a Potenza. Chissà che ci faranno tutte queste spie fra le vette dell’Appennino? «Non l’abbiamo mai capito», risponde Fabio Amendolara, il cronista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” che da anni segue le contorte vicende giudiziarie potentine e le ingarbugliate piste che costruiscono sopra ogni delitto. Da indagini che si rincorrono fra Potenza e Salerno dove sono approdate, le spie coprono, sviano, depistano. E’ capitato dopo la scomparsa di Elisa ed è capitato dopo l’omicidio di Pinuccio. E probabilmente anche con Anna Esposito, la poliziotta della Digos di Potenza e che un giorno di Marzo del 2001 “è stata rinvenuta impiccata” con una cintura alla maniglia di una porta. La poliziotta faceva indagini parallele e solitarie sul delitto Gianfredi e sulla scomparsa di Elisa. In quel gorgo sono scivolati perfino Felicia Genovese, il pubblico ministero che ha condotto le inchieste sulla morte di Pinuccio e sulla sparizione della Claps. E suo marito Michele Canizzaro, un ras della Sanità lucana, addirittura indicato da uno dei quattro pentiti come mandante dell’omicidio di Pinuccio. Prosciolti già in istruttoria da ogni accusa tutti e due, il pm ed il marito. Scagionati anche tutti i collaboratori di giustizia che li avevano accusati o si erano autoaccusati, scagionati i presunti mandanti. Come sempre, a Potenza, il colpevole è ignoto. E Pinuccio è morto per una guerra di mafia che non è mai scoppiata. E’ l’incubo dei casi irrisolti che ritorna sempre, qui a Potenza. Incubo che ha avuto inizio il 12 maggio del 1975 con la scomparsa a Montemurro di Ottavia De Luise, una bambina forse vittima di pedofili. Mai scoperto nulla.

Come per i fidanzatini di Policoro, Luca Orioli e Marirosa Andreotta, due universitari trovati morti nel bagno di casa della ragazza il 23 marzo del 1988. Una scarica elettrica la causa ufficiale della loro morte, prima. Il monossido di carbonio, poi. Un incidente domestico dove sono state cancellate tracce di sangue e – come si legge nelle carte giudiziarie – «con lo stato dei luoghi modificato e i corpi manipolati». Mai scoperto nulla. Come per Alfonso Bisogno e Giuseppe Di Pietro, commercianti scomparsi nelle campagne di Filiano nel 1981. Come per Tiziano Fusilli, ucciso da due pallottole il 22 maggio del 1989. Tiziano era un ragazzo di 28 anni, qualche precedente per droga, ma intanto aveva cambiato vita. Mai scoperto nulla. Come per Vincenzo De Mare, un autotrasportatore ammazzato a fucilate il 26 luglio 1993. Come per Nicola Bevilacqua, scomparso a Lauria nel maggio del 1983. Due settimane dopo che il ragazzo era svanito nel nulla, a casa di Nicola è arrivata una lettera. Lui diceva che stava bene, rincuorava la sorella, annunciava che prima o poi sarebbe tornato. Non è più tornato. La lettera non l’aveva scritta Nicola. La Basilicata delle tenebre si è inghiottito pure lui.

Ottavia De Luise. A Montemurro in Basilicata, il 12 maggio del 1975 scomparve una bambina, Ottavia De Luise, di appena 12 anni. Era la più piccola di otto fratelli e da qui deriva il nome di Ottavia. Il pomeriggio del 12 maggio del 1975 Ottavia stava giocando con la cugina, a pochi metri da casa. Giunta l'ora di rincasare, la cugina racconta di averla vista incamminarsi verso casa. Solo pochi metri, ma proprio in questo breve tragitto si sono perse le tracce della bambina. Dopo qualche ora, verso le 17, non vedendola figlia, la madre chiese al fratello della piccola di andare a cercarla nella piazza del paese. Quando il ragazzo tornò senza alcuna notizia della sorellina, la famiglia si mise in allerta. All'epoca, nel piccolo borgo di appena 1500 persone, c'era solo un carabiniere. Dopo venti giorni arrivarono dei poliziotti con dei cani per agevolare le indagini: purtroppo non emerse nulla. Nel corso degli anni alla famiglia arrivarono due lettere anonime: la prima fu consegnata ai carabinieri e vennero interrogate delle persone. La seconda giunse ad uno dei fratelli della ragazza e il contenuto era chiaro: Ottavia De Luise fu violentata e uccisa. Nel corso di questi anni nessuno fu indagato, nessun magistrato si occupò di questa scomparsa, fino all'archiviazione del caso.

Dopo il caso di Elisa Claps, un nuovo «cold case» verificatosi sempre in Basilicata, sale alla ribalta delle cronache. Portando a nuovi, clamorosi, sviluppi. I vigili del fuoco, in collaborazione con gli agenti della polizia scientifica, hanno ritrovato il 4 maggio 2010 dei «reperti» all'interno di un pozzo-cisterna a Montemurro (Potenza), nell'ambito delle indagini sulla scomparsa di Ottavia De Luise, il 12 maggio 1975, quando la bambina aveva 12 anni: il ritrovamento è stato annunciato nel corso della trasmissione di Raitre di lunedì scorso «Chi l'ha visto?», che aveva «riaperto» il caso nelle puntate precedenti. Il pozzo-cisterna si trova all'esterno di una masseria ed è stato svuotato: all'interno oggetti e «reperti», forse resti umani, consegnati poi a un medico legale che dovrà analizzarli, come ha confermato all'Ansa la dirigente della squadra mobile di Potenza, Barbara Strappato. Le indagini sono cominciate con i rilievi planimetrici e la perlustrazione dei luoghi in cui Ottavia fu vista per l'ultima volta. Secondo la ricostruzione di «Chi l'ha visto?» il pozzo-cisterna, a pochi metri dal centro abitato, si trova in una delle zone indicate in alcune lettere anonime inviate alla famiglia De Luise, in cui si spiegava che la bambina «era stata violentata, uccisa, e poi nascosta». Le analisi successive condotte dal professor Franco Introna nell'Istituto di medicina legale di Bari avrebbero accertato che i reperti trovati sono resti animali. Dopo la scomparsa della De Luise, nel 1975, i primi rilievi furono effettuati dall'unico carabiniere in servizio all'epoca nel paese. Alcune settimane dopo furono inviati a Montemurro dei poliziotti con i cani. Il caso fu successivamente archiviato, per essere poi riportato alla ribalta da articoli di stampa e da «Chi l'ha visto?», nell'ambito dei servizi sull'omicidio di Elisa Claps. Nel corso degli ultimi anni ci sono state alcune lettere anonime che ipotizzano la pista del delitto ad opera di ignoti pedofili. Nel paese del resto c'è chi conosce la verità, dato che nelle lettere si afferma che la ragazza è stata violentata e uccisa. Nelle missive si dice anche che la bambina veniva abusata da anziani del paese in cambio di soldi. L'ultima persona a vedere viva la piccola Ottavia fu una signora che affermò di averla vista vicino alla parrocchia del Carmine, sulla strada per Armento, e che la piccola era diretta ad una masseria del luogo. Il caso è riaperto. Sulla scomparsa di Ottavia De Luise, 12 anni di Montemurro, avvenuta il 12 maggio del 1975, sono ripartiti gli accertamenti. E non solo sulla carta. A Montemurro c‘è stata la prima intensa giornata di lavoro su quel «mistero» che per 35 anni è rimasto nel silenzio, senza indagini e senza nemmeno gli onori della cronaca. Direttamente sui luoghi della scomparsa sono andati il pm Sergio Marotta che ha ripreso in mano quel fascicolo chiuso un anno dopo la scomparsa con dentro appena 55 pagine di accertamenti, il capo della Squadra Mobile, Barbara Strappato, e il commissario capo, Antonio Mennuti, questi ultimi reduci dai colloqui col fratello di Ottavia, Settimio De Luise. In pratica, sembra che sul caso De Luise si sia deciso di ripartire con il «metodo Claps» ossia analizzare tutto come se i fatti si fossero appena verificati. Così la folta squadra investigativa (c’erano altri sei uomini della Mobile e due della Scientifica) è arrivata di buon ora sulla «scena del delitto» per partire dalla ricognizione dei luoghi, poi si sono acquartierati nei locali del Comune di piazza Giacinto Albini dove hanno iniziato a sentire i racconti di alcuni dei testimoni dell’epoca, a partire dalle stesse persone i cui nomi compaiono negli atti di indagine datati 1975. Il magistrato e il capo della Mobile, in particolare, hanno voluto eseguire in prima persona un sopralluogo a poca distanza dagli uffici comunali, nei pressi di quella Chiesa del Carmine che da Montemurro porta verso Armento, e in particolare in un appezzamento di terreno nei pressi della chiesa. Un luogo ripreso e fotografato dagli uomini della scientifica, che sembra essere un luogo chiave del mistero di Ottavia. Lì, infatti, la ragazza è stata vista per l’ultima volta da Maria Cirigliano, una donna del paese che raccontò la cosa ai carabinieri. Pioveva e Maria le chiese dove andava. La ragazza rispose che doveva avvisare una famiglia residente in una vicina masseria che dall’abitazione che avevano in paese usciva acqua. La donna le consigliò di chiamarli gridando e avvisarli, per non bagnarsi a causa della pioggia, e la ragazza rispose che «era meglio andarci di persona». E si incamminò. Ma non è solo per questo che «la via del Carmine» è un luogo chiave della vicenda. «Ottavia - raccontò qualche giorno dopo la scomparsa sua madre - mi aveva confidato che il “viggianese” l’aveva invitata più volte ad “andare verso la strada del Carmine”».

E gli stessi carabinieri, all’epoca, conclusero che la ragazzina si era avviata su quella strada «perchè doveva incontrare qualcuno». Così l’attività di ricognizione fatta dagli investigatori ha ripercorso i momenti della scomparsa, avvalendosi anche della presenza di alcuni testimoni. Si è partiti dalla piccola casa della famiglia De Luise, in paese, da dove il 12 maggio 1975 Ottavia uscì alle 16.

Quel giorno niente dopo scuola, si poteva andare a giocare con gli amici in quella piazza Giacinto Albini che dista appena una settantina di metri da casa. Lì incontrò alcuni suoi coetanei, tra cui la cugina, Lucia Rotundo, che lasciò alle 16.30. «Ora io vado in campagna a trovare il “viggianese” - le avrebbe detto a quanto riportato in un verbale dell’epoca - non dire niente a papà e mamma». Così si diresse verso la strada del Carmine per non tornare più. E da lì, 35 anni dopo, ripartono le ricerche.

Luciano De Luise, fratello di Ottavia, la bambina scomparsa a Montemurro (Potenza) il 12 maggio 1975, quando aveva 12 anni, parlando durante la trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto?”, ha espresso la speranza che la sorella sia “ancora viva”, anche se poco prima aveva criticato le affermazioni di una cugina sulle ultime ore conosciute della sorella, domandandosi “chi vuole ‘coprire’”.

Durante la trasmissione si è parlato anche di Giuseppe Alberti, soprannominato “il viggianese”, che aveva definito Ottavia De Luise “una scostumata” e che fu interrogato e fatto visitare dall’allora pm di Potenza, Antonino De Marco. Alberti, che abitava in una casa forse meta della bambina il giorno che quest’ultima scomparve e che il 29 agosto 1975 si trasferì a Torino, aveva detto di essere stato colpito da una crisi epilettica e di essersi così procurato delle lesioni in varie parti del corpo. Il pm lo incriminò per atti di libidine ma, anche per la mancata denuncia da parte della famiglia di De Luise, allora richiesta dalla legge, non si arrivò mai al processo. “Chi l’ha visto?” ha proposto anche il caso di Alfonso Bisogno, un commerciante di bestiame scomparso a Castel Lagopesole di Avigliano (Potenza) nel 1981, insieme a un suo collaboratore, Giuseppe Di Pietro. La loro automobile fu trovata bruciata il giorno dopo, sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e subito rottamata.

L’uomo – ha raccontato il fratello, Salvatore – era andato a Lagopesole partendo da Giulianova (Teramo), dove aveva sede la sua azienda – per riscuotere 20 milioni per aver venduto capi di bestiame a una cooperativa. Alcuni dirigenti di quest’ultima raccontarono di avergli dato invece circa 75 milioni: due di loro furono arrestati per omicidio e occultamento di cadavere, ma poi, è stato detto durante la trasmissione televisiva, il processo non proseguì.

Che fine ha fatto Ottavia De Luise, la bambina scomparsa nel 1975? Il “viggianese” poteva essere l’unico sospettato? Sono state seguite davvero tutte le piste? O forse le indagini sono state approssimate perchè Ottavia era “una poco di buono” e quindi indegna di sforzi investigativi?

Testimoni mai sentiti, qualche alibi mai controllato. Le falle dell’indagine giudiziaria sulla scomparsa di Ottavia De Luise, la ragazzina di Montemurro scomparsa nel 1975, sono state ricostruite nella sala del Cestrim a Potenza dai giornalisti Fabio Amendolara ed Emanuela Ferrara durante la “prima” del libro inchiesta "La colpa di Ottavia" edito dalla Edimavi. I giornalisti, rispondendo alle domande di don Marcello Cozzi (moderatore dell’incontro), hanno spiegato perchè le indagini nei confronti del “viggianese” e di Andrea Rotundo, i due sospettati per la scomparsa della ragazzina, non hanno dato alcun esito. “Il viggianese, forse, alla fine avrebbe confessato anche gli abusi su Ottavia – hanno spiegato – ma ha un alibi all’ora della scomparsa di Ottavia”. E Rotundo? Secondo i giornalisti “è stato un abbaglio”.

Sono state seguite davvero tutte le piste? O forse le indagini sono state approssimate perchè Ottavia era “una poco di buono”, così era stata definita all’epoca nel rapporto giudiziario dei carabinieri, e quindi indegna di sforzi investigativi? “36 anni fa – hanno detto i giornalisti – è andata così. Il carabiniere che si occupò dell’indagine la definì una poco di buono. Ci sorprende che la magistratura molli ancora una volta adesso. E’ troppo facile dire “è stato il viggianese”.

E’ morto e non può difendersi. Noi riteniamo, e le indichiamo nel libro, che ci siano altre piste che non sono state mai approfondite. E ci sono testimoni che non sono stati convocati. Testimoni importanti. Come il ragazzo con l’automobile sportiva che osservava con insistenza Ottavia nella piazza del paese pochi istanti prima che sparisse. Perchè quell’uomo non è mai stato chiamato dagli investigatori?”.

L’avevamo detto: il caso della scomparsa di Ottavia De Luise sembra il copione di un brutto film. Ottavia sparì il 12 maggio 1975 a Montemurro, un centinaio di chilometri da Potenza. Montemurro è un paesino di 1.500 abitanti. Ora che si sono mesi a cercare sul serio il corpo di Ottavia, sulla scia del caso di Elisa Claps, non è stato difficile ritrovare alcuni reperti in un pozzo proprio nel luogo dove la ragazzina, che aveva 12 anni, fu vista per l’ultima volta. Si è scoperto poi che in paese, Ottavia attirava allora “voci e pettegolezzi” perché, si diceva, si intratteneva con adulti. E cioè, in pratica, tradotto oggi, alcuno adulti si approfittavano di lei, la molestavano. In particolare un uomo, Giuseppe Alberti, detto il “viggianese”, era stato visto speso vicino a Ottavia. Tanto che la mamma della ragazzina gli aveva intimato di non avvicinarsi più a sua figlia. Quando Ottavia scomparve il “viggianese” fu interrogato e vennero riscontrati sul suo corpo ecchimosi e lividi e in particolare un graffio sul braccio destro della lunghezza di un centimetro e mezzo. Non solo, 35 anni fa, la cugina di Ottavia, Lucia Rotundo, che ancora oggi vive in paese, testimoniò che il viggianese pagava Ottavia per farla spogliare e toccarla nelle parti intime. Oggi ritratta tutto e dice che a indurla a fare quelle dichiarazioni furono i carabinieri. Ma i colpi di scena non finiscono. Si pensava che Giuseppe Alberti fosse morto da tanti anni. Non è così: vive a Torino, ha 87 anni. La polizia segue la pista legata al suo nome, ma conduce scavi anche nella proprietà dei Rotundo, dove si trova il pozzo nel quale sono stati individuati i reperti. Intanto, Settimio De Luise, fratello di Ottavia, ha denunciato per favoreggiamento Giuseppe Nitto, allora comandante della stazione dei carabinieri di Montemurro (la polizia l’ha interrogato in un luogo segreto).

Secondo Settimio, Nitto fece di tutto per insabbiare una storia la cui soluzione era a portata di mano già 35 anni fa.

In Lucania si può venire uccisi, giovanissimi e restare occultati ed ignorati, per anni.

Come funziona la “giustizia” (g minuscola non a caso) a Potenza? Dire Potenza è come dire Italia. Bene lo spiega Walter Vecellio su Notizie Radicali ripreso da “Libero Quotidiano” e tema trattato anche da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.

Sei anni di indagini per capire che la pistola era giocattolo.

Clamoroso caso di malagiustizia in provincia di Potenza: più di un lustro per capire che l'arma non avrebbe potuto nemmeno sparare.

Correva l’anno 2006. Il 29 settembre, per l’esattezza. Il luogo: Ruvo del Monte, comune, informano i manuali di geografia, in provincia di Potenza, «situato a 638 metri sul livello del mare, nella zona Nord Occidentale della Basilicata, ai confini con l’Irpinia». A Ruvo del Monte vivono circa milleduecento persone; è da credere si conoscano tutti. E più di tutti, i locali carabinieri, che con il locale sacerdote, evidentemente sono a conoscenza di tutto quello che accade, si fa, si dice. Dovrebbero, si suppone, anche conoscere due fratelli gemelli, Domenico e Sebastiano. Dovrebbero conoscerli bene, perché in paese non deve certo essere sfuggito il fatto che patiscono gravi ritardi mentali. Quando il 29 settembre del 2006 i carabinieri, frugando nella casa dei due fratelli trovano una rivoltella, hanno evidentemente fatto il loro dovere, sequestrandola.

Ed è quello che prescrive la legge, quando viene redatto un rapporto che riassume l’accusa in un paio di righe: «Detenzione illegale di arma». I carabinieri si suppone conoscano le armi; se sostengono che si tratta di una pistola fabbricata prima del 1890, si suppone sappiano quello che dicono. E cosa si fa, in casi del genere? Si istruisce un processo; un processo per detenzione di arma illegale che si conclude nel 2012. La sentenza: «Non luogo a procedere». E come mai, nel 2006 la detenzione illegale di arma sei anni dopo diventa «non luogo a procedere»? Come mai, nei fatti e in concreto, il giudice di Melfi assolve pienamente i due fratelli?

Perché la pistola non è una pistola; perché non si può detenere illegalmente un’arma che non è un’arma. Perché la pistola che si diceva «fabbricata prima del 1890» in realtà è una pistola giocattolo. I due fratelli l’avevano detto con tutto il fiato che avevano in gola: «Non è un’arma, è un giocattolo». Niente da fare.

«Detenzione di arma illegale». Bastava guardarla, quell’«arma illegale»: «Si vedeva subito che era finta, con quella foggia bizzarra che ricalca quelle strette alla cintura dei conquistadores spagnoli del ‘500». Per i carabinieri era «un’arma illegale». I carabinieri come mai erano entrati a casa dei due fratelli? Cercavano oggetti sacri rubati al cimitero del paese. Qui si può immaginare la scena: chi può introdursi in un cimitero per rubare? Degli spostati. E in paese, tutti lo sanno, i due fratelli con la testa non ci sono del tutto.

Allora andiamo da loro. Si bussa alla porta, loro aprono. «Si può?».

«Prego, accomodatevi». Ecco. E lì, in bella vista «l’arma illegale».

Subito in caserma, per l’interrogatorio di rito. Poi l’avviso di garanzia. Passano i giorni, le settimane e i mesi, e arriva l’imputazione: articolo 687 del codice di procedura penale, che punisce appunto la detenzione illegale di armi: dai tre ai dodici mesi, 371 euro di ammenda. Si chiudono le indagini preliminari, c’è il rinvio a giudizio. Finalmente qualcuno pensa di rivolgersi a un perito. Naturalmente è l’avvocato dei due fratelli, non ci pensano né i carabinieri né il Pubblico Ministero. Racconta l’avvocato: «All’apertura della busta contenente la presunta arma idonea a offendere, presenti io, il giudice e il perito tutto si è risolto in una risata. Non c’è stato nemmeno bisogno di una analisi approfondita: una colata unica, un simulacro da bancarella».

Secondo i carabinieri possedevano un’arma ad avancarica prodotta prima del 1890. Una pistola non denunciata e, per questo motivo, clandestina. Un capo d’imputazione di due righe dattiloscritte proprio sotto i loro nomi e sotto il simbolo della Repubblica italiana riassume l’accusa: «Detenzione illegale di arma». Ma era un giocattolo. Loro lo hanno detto, ribadito e dimostrato. Nonostante ciò hanno subìto un lungo ed estenuante processo che si è concluso dopo sei anni con l’assoluzione. È una disavventura giudiziaria quella che racconta la sentenza di «non luogo a procedere» scritta dal giudice di Melfi Amerigo Palma. Gli imputati erano due ragazzi di Ruvo del Monte: Domenico e Sebastiano Suozzi, classe 1973, gemelli. Sul faldone che contiene i numerosi documenti (informative, note inviate dai carabinieri al pubblico ministero, notifiche) finiti tra gli atti dell’inchiesta un cancelliere ha annotato: «Processo Suozzi più uno». Da qualche settimana quel raccoglitore di fascicoli è finito nell’archivio della Procura di Melfi.

Conteneva anche la consulenza di un perito balistico che il difensore dei due ragazzi, l’avvocato Giustino Donofrio del foro di Melfi, è stato costretto a chiedere per evitare che la situazione diventasse ulteriormente rischiosa per i suoi assistiti. «Si vedeva a prima vista che era un giocattolo», conferma chi ha potuto vedere l’arma. Eppure nel 2006 ci fu un sequestro. E i due ragazzi rischiarono l’arresto. La riproduzione - che non è neanche di pregio - era ben esposta sul caminetto della loro abitazione di Ruvo del Monte. I carabinieri della locale stazione la scambiarono per un’arma vera e funzionante e gliela portarono via. Cominciò così per i due ragazzi il lungo calvario giudiziario. Prima l’avviso di garanzia. Poi la convocazione per l’interrogatorio. Poi l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. E nonostante l’interrogatorio e le memorie presentate la Procura chiese di rinviare a giudizio i due indagati. È stato allora che l’avvocato ha chiesto di sottoporre il giocattolo a perizia per stabilire la sua natura e la funzionalità.

Scrive il giudice nella sua sentenza: «Il perito, verificato il reperto a lui consegnato nel corso dell’udienza, ha concluso che non si tratta di un’arma ma di un mero simulacro inerte». Un giocattolo. Che i due ragazzi potranno esporre di nuovo sul camino. Dopo sei anni di processo.

UN COVO DI SERPENTI ?!?

Dopo 18 anni Danilo Restivo è stato condannato a 30 anni per l'omicidio di Elisa Claps. I suoi legali annunciano che faranno appello, ma la mamma della giovane chiede ora a Restivo: "Dimmi chi ti ha coperto".

Danilo Restivo, che sta già scontando l'ergastolo in Inghilterra per l'omicidio della sarta Heather Barnet (trovata uccisa nel 2002 con modalità simili, si capirà in seguito, a quelle di Elisa Claps) è stato condannato a 30 anni, massimo della pena per un processo con rito abbreviato, per l'assassinio della giovane studentessa di 16 anni, scomparsa da Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata cadavere, nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità del capoluogo lucano, il 17 marzo 2010. Danilo Restivo ha avuto anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la libertà vigilata per tre anni dopo l'espiazione della pena, oltre all'obbligo di pagare 700mila euro di risarcimento provvisionale. Sollievo per i familiari di Elisa Claps, che finalmente, dopo tanti anni, ottengono "giustizia", come spiega la mamma della giovane Filomena, perché è da sempre che sono convinti della colpevolezza di Restivo. Anche per questo la mamma di Elisa Claps afferma che il magistrato "che ha condotto le prime indagini" si dovrebbe "fare un esame di coscienza". Danilo Restivo, infatti, era stato già condannato a poco più di due anni per falsa testimonianza riguardo al caso di Elisa Claps, ma circa 18 anni fa non si riuscì ad arrivare a questa verità accertata ora in ambito processuale. Per la famiglia Claps molti sono ancora i misteri che ruotano attorno alla morte di Elisa, a partire da quelli definiti come "complici morali". Mamma Filomena spiega infatti che ora non ci può essere "perdono", e si appella a Danilo Restivo: "Ora prendi carta e penna e scrivimi la verità, dimmi chi ti ha coperto". Perché la famiglia Claps è convita che qualcuno sapesse da tempo dell'omicidio della figlia, e di dove si trovasse il suo corpo. "E' la verità sulla Chiesa che voglio e che deve venire fuori a tutti i costi" precisa la mamma di Elisa Claps. La Diocesi di Potenza aveva anche chiesto di costituirsi parte civile nel processo, ma il loro legale, Antonello Cimadomo, ha spiegato che la richiesta è stata respinta "perché il giudice ha riscontrato una potenziale conflittualità con le nuove indagini in corso sul ritrovamento del cadavere". Sembra infatti che sia stato aperto un fascicolo "a latere" per capire se oltre a Danilo Restivo qualcun altro ha delle responsabilità in merito al delitto Claps. Il Mattino ricorda poi che ci sarebbero delle conferme riguardo un dossier scomparso sulla morte di Elisa Claps, dove un ex agente del Sisde, scrive il quotidiano che l'ha intervistato, afferma: "L'informativa sul delitto Claps c'era, la firmai io. E' dell'ottobre '97. C'era un prete che sapeva".

Dalla Gazzetta del mezzogiorno si scopre che sul delitto Elisa Claps spunta la massoneria.

Cercavano qualche elemento che potesse aiutarli a sbrogliare l’intricato giallo del ritrovamento dei resti di Elisa Claps nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza (avvenuto il 17 marzo del 2010, a 17 anni di distanza dal delitto), quando hanno scoperto che uno dei sacerdoti intercettati era in contatto con esponenti di una loggia massonica segreta. Dalle chiacchierate telefoniche di don Pierluigi Vignola gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Salerno non sono riusciti a comprendere «quali siano con precisione i suoi reali interessi». 

Gli investigatori della Dia di Salerno segnalano alla Procura - è quanto trapela dall’inchiesta bis del caso Claps, quella che sta cercando di accertare cosa c’è dietro al ritrovamento dei resti di Elisa e quale sia il reale coinvolgimento di appartenenti alla curia potentina - i contatti con un personaggio di Nola, in provincia di Napoli, «con precedenti per la violazione della legge Anselmi», quella che vieta la costituzione di società segrete. Ma anche con altri «appartenenti alla massoneria italiana» o comunque «legati ad ambienti massonici».

E, nonostante fino a quel momento non siano emersi «elementi attinenti alle indagini», per «acquisire ulteriori elementi» il caposezione della Dia di Salerno, Claudio De Salvo, da qualche giorno passato alla Squadra mobile, chiede ai magistrati di poter continuare a intercettare il telefono del sacerdote potentino. È il 13 aprile del 2010. Nell’informativa l’ex capo della Dia scrive anche che «da interrogazione della banca dati Sdi (un sistema informatico a cui possono accedere le forze di polizia, ndr) si rileva a carico dell’interlocutore del sacerdote una segnalazione della Squadra mobile di Benevento, all’interno della quale viene deferito anche don Vignola. Non si conosce però l’esito che hanno avuto queste indagini». Ma quando i pm Rosa Volpe e Luigi D’Alessio inoltrano al gip la richiesta di proroga qualcosa s’inceppa. Il giudice Attilio Franco Orio rileva che l’atto inviato dalla Procura è arrivato in ritardo e le attività di captazione vengono disattivate. Per gli investigatori era «evidente - si legge in un documento dell’inchiesta bis sull’omicidio Claps - quanto sia rilevante e indispensabile per la corretta e completa ricostruzione dei fatti, che non sono solo quelli relativi al giorno dell’omicidio ma anche quelli inquietanti relativi al decorso di ben 17 anni durante i quali il cadavere della ragazza si è decomposto nel sottotetto, captare ogni possibile comunicazione che possa interessare sia gli appartenenti al clero coinvolti nel ritrovamento, sia altri collegati, come don Vignola, viceparroco allorché era in vita don Mimì Sabia». Ma ormai era troppo tardi.

Ma a Potenza sembra esserci un covo di serpenti. Le inchieste di Fabio Amendolara sul "La Gazzetta del Mezzogiorno” lo confermano.

Era sorto un contenzioso tra l’Arma dei carabinieri e la Procura di Potenza. Molti ufficiali erano finiti in inchieste giudiziarie che dal comando regionale giudicavano «troppo lunghe». Il generale Emanuele Garelli, ex comandante regionale, preparò un esposto. E il ministero della Giustizia incaricò la Procura generale di effettuare un’indagine conoscitiva. Il sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi, indicato dai magistrati di Catanzaro che hanno coordinato l’inchiesta bis sulle toghe lucane - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - come il promotore di una società segreta che cercava di delegittimare il lavoro della Procura di Potenza, avrebbe «usato» quell’indagine amministrativa per «cagionare - si legge in uno dei capi d’imputazione contenuti nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato nei giorni scorsi ai 13 indagati - un danno ingiusto all’ex capo della Procura Giuseppe Galante».

Come? «Ha suggerito - si legge negli atti dell’inchiesta di Catanzaro - che il colonnello Nicola Improta gli richiedesse la copia di alcuni atti, facendo riferimento alla documentazione redatta dal procuratore Galante, in modo da consentire ai carabinieri di predisporre delle consapevoli ed efficaci controdeduzioni e di non “essere al buio”».

Ma Bonomi avrebbe «garantito» anche «di fornire al colonnello Improta copia della documentazione a lui giunta dal ministero della Giustizia e attinente alla relazione inviata al ministero da Galante, affinché i carabinieri potessero conoscere gli addebiti loro mossi dal procuratore di Potenza».

E ancora: «Ha garantito - scrivono i magistrati calabresi - al colonnello Improta che avrebbe ricevuto i verbali con le dichiarazioni rese da due ufficiali dei carabinieri che smentivano l’esposto del generale Emanuele Garelli».

Per «sistemare» l’indagine amministrativa, infine, Bonomi avrebbe «suggerito» al colonnello Improta «di irrobustire l’impianto accusatorio a fronte di quanto riferito dai due sottufficiali».

Secondo i magistrati di Catanzaro «suggerì» anche «le prove da preparare a sostegno delle loro accuse nei confronti di magistrati della Procura di Potenza e concordò con il comandante interregionale dei carabinieri le modalità di svolgimento degli accertamenti delegati alla Procura generale».

Il tutto per colpire l’ex capo della Procura Galante che, secondo i magistrati di Catanzaro, dopo poco si sarebbe lasciato decadere dall’incarico non presentandosi in ufficio (proprio a causa dei procedimenti disciplinari partiti con le segnalazioni della Procura generale). A quella poltrona pare mirasse proprio Bonomi.

E ancora dalla Gazzetta del Mezzogiorno si scopre che avevano «mappato» gli uffici investigativi della Questura di Potenza e spiato l’ex questore Vincenzo Mauro. «Attività di dossieraggio», la definiscono gli investigatori in un documento dell’inchiesta bis sulle toghe lucane che la Gazzetta ha potuto consultare. 

C’era un «disegno prestabilito - secondo gli investigatori - contro il sostituto commissario Antonio Mennuti e l’ispettore Pasquale Di Tolla». Il primo era in servizio alla Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile. Il secondo era il braccio destro del pm Henry John Woodcock e vittima anche dell’esposto anonimo firmato dal «dottor Sicofante». Secondo i magistrati di Catanzaro - il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi - anche nel dossier sugli assetti della Questura c’è la mano di Nicheo Cervone, l’ex 007 del Sisde che avrebbe passato l’esposto calunnioso ai danni di Woodcock a Leonardo Campagna, un poliziotto di Foggia che, poi, l’avrebbe materialmente spedito. Secondo gli investigatori è «emerso un disegno criminoso verosimilmente finalizzato a delegittimare e depotenziare il lavoro della polizia giudiziaria» delegata da Woodcock per indagini molto delicate.

La poliziotta al telefono - Il vicequestore aggiunto Luisa Fasano, all’epoca capo della Squadra mobile di Potenza, si lamenta al telefono del fatto che il sostituto commissario Mennuti sia stato, «dopo il suo iniziale allontanamento», completamente «riabilitato» proprio dal questore Mauro che, a suo dire, «prima l’aveva fatto fuori e poi tirandosi indietro l’aveva fatto rientrare nei giochi». Questo comportamento, secondo Luisa Fasano, «aveva molto contrariato il procuratore generale». Spionaggio - Nel dossier sequestrato a casa dell’ex 007 vengono descritte proprio queste dinamiche. «La Questura di Potenza - si legge nel documento - nei primi mesi dell’incarico del questore aveva subìto pochi ma importanti avvicendamenti. Il principale di questi aveva interessato il passaggio di Mennuti (considerato uomo vicino al pm Vincenzo Montemurro, ndr) da responsabile dell’ufficio anticrimine ad addetto all’ufficio di gabinetto del questore». Poi, in linea con i commenti telefonici della poliziotta - ma molto probabilmente si tratta solo di una coincidenza - chi ha scritto il dossier commenta: «Da alcuni mesi Mennuti è stato ricollocato in un ufficio operativo come responsabile di una sezione della Digos. Grazie a questo incarico si occupa di tutte le tematiche relative al mondo politico e di fenomeni delinquenziali destabilizzanti connessi ad associazioni o gruppi quali, ad esempio, la massoneria». 

È questo che preoccupava la società segreta che, secondo i magistrati di Catanzaro, era guidata dal sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi e alla quale aveva preso parte, sempre secondo l’accusa, anche Luisa Fasano? Oppure era l’ispettore Di Tolla il vero obiettivo del «dossieraggio»? Si legge nel documento sequestrato a casa dell’ex 007: «Contemporaneamente a questi accadimenti, l’ispettore principale della polizia stradale di Potenza, Di Tolla, ha chiesto e immediatamente ottenuto il passaggio alla Squadra mobile. Di Tolla è da sempre il principale fiduciario di un magistrato della Procura potentina (Woodcock, ndr). Così, oggi, di fatto, si è creato un canale diretto fra due magistrati e due uffici operativi della Questura». Nicrospie in questura - Ma chi fu a chiedere e ottenere i due trasferimenti? «Da notizie attinte da fonte inconsapevole prossima al questore - è scritto nel dossier - i due trasferimenti sono stati richiesti in modo pressante e perentorio dal procuratore Giuseppe Galante (che si lasciò decadere a seguito delle accuse di alcuni suoi colleghi. Nell’inchiesta bis sulle toghe lucane è parte offesa)». 

Anche il questore era stato spiato? E chi è quella fonte inconsapevole?

È probabile che l’ufficio del questore sia stato anche intercettato. Luisa Fasano, infatti, confida al suo interlocutore telefonico che il nuovo questore, Romolo Panìco, subentrato a Vincenzo Mauro, prima di insediarsi nella sua stanza ha dovuto fare «una bonifica ambientale». Erano state installate delle microspie? E da chi? È questo che dovranno accertare gli investigatori.

Dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 1 novembre 2011. Al sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi qualcuno aveva promesso un posto all’ispettorato del ministero della Giustizia. All’ex agente del Sisde Nicheo Cervone, invece, dissero che sarebbe diventato consulente del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica diretto da Massimo D’Alema.

In cambio - secondo i magistrati della Procura di Catanzaro che ritengono di aver scoperto una società segreta che si riuniva al terzo piano del palazzo di giustizia di Potenza, sede della Procura generale - avrebbero dovuto delegittimare alcuni sostituti procuratori in servizio a Potenza: Henry John Woodcock, Vincenzo Montemurro, Anna Gloria Piccininni e Laura Triassi.

Perché? Curavano alcune indagini, sostengono il procuratore aggiunto di Catanzaro Giuseppe Borrelli e il sostituto Simona Rossi, che davano fastidio agli ambienti politici.

Nel caso di Woodcock fu preparato un esposto anonimo firmato con lo pseudonimo «Sicofante» e consegnato all’ispettore della polizia di Stato Leonardo Campagna che lo spedì - secondo gli investigatori - su ordine dell’ex 007 del Sisde. L’esposto - secondo la Procura - conteneva calunnie (per i giudici del Tribunale del Riesame di Catanzaro erano notizie diffamatorie) nei confronti del magistrato anglonapoletano e del suo braccio destro, l’ispettore della polizia di Stato Pasquale Di Tolla. I due erano accusati di aver passato atti dell’inchiesta «Totalgate» al principale indagato e di intrattenere rapporti telefonici con alcuni giornalisti. Ma Bonomi e Modestino Roca, l’altro sostituto procuratore generale indagato, avrebbero «agito» anche con i «poteri ispettivi» che la Procura generale può esercitare nei confronti della Procura della Repubblica.

«Un’intimidazione», secondo gli investigatori di Catanzaro. Perché da quel momento i pm Woodcock, Montemurro, Triassi e Piccininni, hanno lavorato sotto la costante minaccia di «sanzioni».

Le notizie contenute nell’esposto anonimo, ma anche altre «riservate» che circolavano negli uffici investigativi venivano rese pubbliche al fine di rendere vane le indagini. Per la rivelazione di notizie che dovevano rimanere segrete sono indagati i carabinieri Consolato Roma e Antonio Cristiano (ex militari in servizio all’aliquota di polizia giudiziaria, poi trasferiti). E un maresciallo della Guardia di finanza, Angelo Morello. Secondo i magistrati di Catanzaro sono stati loro a fornire le informazioni (contenute in indagini di cui si stavano occupando) all’ex agente segreto. Altre notizie venivano reperite, secondo l’accusa, dal vicequestore aggiunto Luisa Fasano (all’epoca capo della Squadra mobile di Potenza) e dal colonnello Pietro Gentili (ex comandante dell’aliquota di Pg dei carabinieri di Potenza, poi responsabile della sicurezza di un villaggio turistico del Metapontino) e fornite direttamente a Bonomi e Roca.

Ma chi ha promesso a Bonomi un posto all’ispettorato del ministero? E chi disse a Cervone che sarebbe entrato al Copasir? Al centro del complotto pare ci sia un politico lucano. Gli investigatori l’hanno intercettato mentre parlava con Cervone e ritengono di aver accertato che avesse relazioni anche con Bonomi. È stato lui a promettere quelle importanti postazioni in cambio della delegittimazione dei magistrati scomodi? È quello che gli investigatori stanno cercando di accertare.

Su “Libero news” la risposta piccata di Bonomi. A Luigi De Magistris gliene hanno dette di tutti i colori, soprattutto durante la sua prima vita, quella di magistrato. Ma «viscido ectoplasma» è uno di quegli epiteti che difficilmente si dimenticano. Specie se a pronunciarlo è un altro magistrato, uno di peso, come il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi. È lui l’uomo al centro dell’inchiesta Toghe Lucane bis, che avrebbe ordito - secondo la procura di Catanzaro - un complotto per screditare il pm Henry John Woodcock, organizzandosi addirittura in un’associazione segreta con altre toghe, con funzionari di polizia e servizi segreti deviati. Insomma, una riedizione (per quel che ne è dato di capire sinora) della vecchia indagine di De Magistris, l’unica che ha concluso ma non l’unica ad esser annegata nel nulla.

L’ex pm, more solito, ha visto in questa nuova inchiesta la prosecuzione del suo lavoro, parlandone pubblicamente e attaccando i suoi vecchi indagati. Chi non conosce la Toghe Lucane originale, immagina che si tratti di chissà cosa: naufragò platealmente per ragioni intrinseche all’indagine stessa, non certo per i cosiddetti «influssi esterni» per bloccare De Magistris. Ora Bonomi, in una esilarante lettera inviata al Quotidiano della Basilicata, ridicolizza sia De Magistris, sia Woodcock che l’intera indagine fotocopia partorita nelle stanze del procuratore aggiunto calabrese Borrelli. Con sprezzante ironia, affibbia alla loggia da lui creata, secondo le accuse, il nome di «PP», laddove si intenda «Propaganda Potenza». Ma è quando arriva il turno dell’ex pm che il piatto si fa forte: «Mi aspettavo da sempre che viscidi ectoplasmi di un recente passato pur raggiunti, a vario titolo, da sanzioni documentate e motivate, che oggi qualcuno tenta goffamente di far apparire come conseguenze di complotti, tentassero di rialzare la testa per riacquistare una dignità fondatamente perduta in modo irreversibile, ma sono certo che anche stavolta i loro convulsi ed agitati spasmi di avvoltoi non conseguiranno alcun risultato favorevole».

Qui c’è da giurare che finirà a carte bollate. Aspetto che non sembra preoccupare il sostituto procuratore generale di Potenza, tant’è che nella lettera al quotidiano ne ha per tutti, a partire proprio dal pm anglo-napoletano e dalla sua amica Federica Sciarelli. Eccone un passaggio significativo: «Non ho come parenti soggetti nobili (conti, principi etc), o eventualmente appartenenti alle alte gerarchie della chiesa (cardinali, vescovi) e tantomeno ho amici, più o meno intimi, nel clero locale o nella "intellighentia" lucana, disposti a cantare le mie lodi. Sono solo un magistrato che ha sempre operato e tutt’ora opera in silenzio, senza simpatie per il clamore mediatico, che, in quanto tale, non dispone di molti supporters neanche tra i giornalisti, tra i quali purtroppo non figura nessuna mia amica e nessun amico».

Per gli insabbiamenti giudiziari e la censura a Potenza sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 9 gennaio 2011 è uscito un editoriale del direttore Carlo Bollino.

"Dopo che per mesi il mondo dell’informazione aveva protestato, urlato e manifestato contro i rischi della legge bavaglio, riuscendo infine nell’intento di congelare in parlamento la bozza liberticida, scopriamo che la libertà di stampa rimane a rischio anche senza quella legge. Basta toccare i poteri forti o anche meno: perché se scrivi e lavori in Basilicata basta sfiorare la storia di Danilo Restivo per cacciarti nei guai. Questo giovanotto, a dispetto del numero di omicidi dei quali è accusato o anche solo sospettato, continua evidentemente a godere di ampie tutele se è stato sufficiente scandagliare un po’ nei retroscena della sua personalità deviata, per mobilitare procura di Salerno e squadra mobile e far finire sotto inchiesta il giornalista che ha osato scrivere di lui. È come se contro il desiderio collettivo di giustizia continuasse a infrangersi l’onda lunga dell’immunità che al di là di ogni ragionevole decenza ha consentito a Danilo Restivo di farla franca dal 1993 al 2010, quando finalmente l’evidenza degli indizi a suo carico (alcuni risalenti addirittura a tredici anni prima) si è trasformata in un mandato di arresto internazionale. Ecco, il nostro collega Fabio Amendolara, travolto da un impeto investigativo che in 17 anni non si era mai visto manifestarsi con altrettanta urgenza contro gli assassini di Elisa Claps, si era limitato a scrivere questo: a ricostruire, dettaglio dopo dettaglio, tutte le prove raccolte dal 1993 ad oggi nei confronti del giovane rampollo lucano. E con la logica trasparente che deve sempre ispirare il lavoro di un cronista, a chiedersi in un breve editoriale pubblicato ieri in edizione di Basilicata «cos’altro servisse per arrestare prima Danilo Restivo». Tutte le prove erano raccolte in un’informativa redatta dalla squadra mobile di Potenza nel 2008, ma che la procura di Salerno aveva ritenuto insufficienti ad incriminare Restivo, chiedendone così l’archiviazione. Salvo poi ripescare lo stesso documento due anni dopo, in seguito al ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa di Potenza, e in base a quelle stesse prove chiedere e ottenere l’arresto. Strano oltre che imbarazzante. La procura di Salerno ha così ordinato alla polizia di Potenza di rintracciare Fabio Amendolara che è stato raggiunto dagli agenti mentre come ogni giorno faceva i suoi giri in città a caccia di notizie, e insieme con lui hanno perquisito giornale, casa e auto, sequestrandogli le carte sulle quali lavorava, incluso l’intero archivio sul caso Claps, e accompagnandolo infine in questura dove per altre 4 ore lo hanno sottoposto ad interrogatorio. Senza che nel frattempo gli fosse concessa la possibilità (anzi: il diritto) di mettersi in contatto con i suoi colleghi, né con la sua giovane moglie. Ora, che un giornalista possa finire nel mirino della giustizia per una qualunque rivelazione di segreto istruttorio ci sta pure: diciamo che è un infortunio del mestiere, per nulla imbarazzante giacchè semmai è la prova-provata che stava scrivendo la verità. Ma è sul metodo che dissentiamo. Su questa sproporzionata esibizione di forza che in 17 anni – e ricordarlo oggi appare grottesco – non è mai stata usata nei confronti del presunto assassino. Al quale, tanto per dire, rientrato a casa dal suo ultimo incontro con Elisa della quale si erano appena perse le tracce, procura e polizia dell’epoca consentirono di far sparire la giacca forse macchiata proprio dal sangue della ragazzina. Ed era solo l’inizio di una imbarazzante inchiesta che infatti non approdò a nulla. Ecco, è paradossale che una vicenda giudiziaria condizionata per 17 anni da depistaggi e omertà nella quale anche il silenzio dell’informazione ha avuto un pesante ruolo colpevole, debba giungere al suo epilogo con l’incriminazione di chi invece sta tentando di contribuire alla chiarezza, e se non è sospetto è certamente inopportuno che tanto accanimento nei confronti di un giornalista si sia manifestato adesso, e proprio intorno a questo caso. Sulla tragica fine di Elisa Claps e sulle lacunose indagini che ne sono seguite sembrava finalmente strappato il bavaglio, ed è per questo che suscita stupore e indignazione scoprire che oggi qualcuno ritrovi invece il coraggio di impugnarlo. Con il corpo della disgraziata 16enne di Potenza che attende tuttora di essere sepolto. E mentre chi indaga deve ancora dar prova di saperle restituire, fino in fondo, la Giustizia che merita."

Ma i dubbi e le ombre non mancano. Omicidio Claps. Perito: quella maglia ignorata da Pascali. Su La Gazzetta del Mezzogiorno. Una «diabolica» coincidenza di negligenze o i tasselli di un complotto? Tutto è cominciato con il mancato sequestro degli abiti sporchi di sangue di Danilo Restivo; si è proseguito lasciandosi deviare da depistaggi (tutt’altro che innocenti), fino al giallo del ritrovamento del cadavere, scoperto ufficialmente il 17 marzo del 2010, tra visioni di un «ucraino» (così inteso, in verità il prete brasiliano al suo superiore parlava di cranio ndr) nel sottotetto e ricostruzioni contraddittorie delle donne delle pulizie. L’ultima puntata del caso Claps: la scoperta dei Ris del Dna riconducibile a Restivo sulla maglia indossata da Elisa svela l’ennesimo «buco nero» dell’inchiesta. Perché il prof. Vincenzo Pascali, autore della prima perizia, ha ignorato la maglia tra i reperti da esaminare? Chiunque, anche chi non mastica «medicina legale», avrebbe preso in considerazione quell’indumento per cercare tracce biologiche. Il lavoro del genetista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo ricordiamo, aveva riscontrato profili genetici isolati che non corrispondevano col Dna di Restivo, consegnando alla Procura di Salerno un dossier «impalpabile» ai fini delle indagini. La magistratura campana ha avuto il merito di non accontentarsi di quei risultati, sfiduciando, di fatto, Pascali e affidando ai Ris il compito di una nuova perizia. Ma se oggi, con la scoperta del Dna riconducibile a Restivo, si è arrivati ad una svolta dell’inchiesta lo si deve soprattutto a Patrizia Stefanoni, dirigente della sezione di genetica forense del servizio di Polizia scientifica e consulente del pubblico ministero. È lei che ha evidenziato le carenze della perizia di Pascali. 

Un ex agente del Sisde, il vecchio servizio segreto civile, si occupò dell’omicidio di Elisa Claps, commesso a Potenza il 12 settembre del 1993. E firmò un dossier che nel 1997 svelava la verità sul delitto. «La ragazza era stata uccisa dalla persona verso cui venivano condotte le indagini». Questo era più o meno il contenuto di quel documento investigativo. La «Gazzetta del Mezzogiorno» - che all’epoca (il 31 ottobre del 1997) pubblicò in esclusiva alcune indiscrezioni contenute nel dossier del Sisde - è riuscita a rintracciare l’ex agente segreto in una località che, per ragioni di sicurezza, verrà omessa. L’ex «barba finta» ora svela: «Un prete sapeva dell’omicidio». Lo definisce «un personaggio a latere» dell’inchiesta. Uno che non aveva preso parte al delitto ma che, probabilmente, «sapeva». Un «prete». Giacca di pelle e lunghi baffi bianchi, l’ex agente segreto ha l’aria di uno di quei detective da serial tv americano (all’incontro era presente un inviato del Tg5). Seppure senza mai scriverne il nome, gli 007 nel 1997 puntarono il dito contro Danilo Restivo (in quel momento indagato per il reato di «false informazioni rese al Pubblico ministero»), condannato recentemente all’ergastolo in Inghilterra per il delitto della sarta Heather Barnett e da sempre il sospettato numero uno per l’omicidio Claps. Ma nel trovare conferme gli agenti del Sisde appresero anche altro. Da altri informatori e molto probabilmente all’interno della Chiesa.

Perché i servizi segreti si sono occupati della scomparsa di una ragazza? E con quali risultati? «Il succo dell’informativa è che la scomparsa della ragazza era dovuta al fatto che la Claps era stata uccisa a Potenza. E che il presunto autore era la persona sempre considerata tale. L’informativa diceva che Elisa era stata uccisa il giorno stesso della scomparsa, il 12 settembre del 1993. Ce ne occupammo perché avevamo un informatore e per dare degli input agli investigatori».

E all’epoca c’era già un’altra ipotesi: qualcuno sapeva che il delitto era avvenuto in chiesa. «Noi parlammo di un personaggio a latere. Una persona che doveva sapere dell’uccisione».

Un personaggio a latere? «Ma sì, diciamo che era un prete».

Il vecchio parroco della chiesa della Trinità (luogo del delitto, in cui 17 anni dopo la scomparsa sono stati trovati i resti di Elisa) don Mimì Sabia? «Questo non lo so».

Il suo nome comunque non era nell’informativa? «No, non c’era».

C’era qualche altro nome? «Di solito quelle note informative non contengono nomi».

In quel dossier c’era comunque quanto bastava per risolvere il mistero di Elisa e per attirare l’attenzione sulla chiesa della Trinità. Quell’informativa, però, non arrivò mai agli investigatori dell’epoca. Ed Elisa è stata ritrovata ufficialmente solo il 17 marzo del 2010. Ben 17 anni dopo il giorno dell’omicidio.

E sempre dalla Gazzetta del Mezzogiorno. «Se il rapporto sul caso Claps è stato scritto non può essere sparito». Nicheo Cervone è l’ex agente del Sisde che entrò in contatto con Gildo Claps, fratello di Elisa, qualche anno dopo la scomparsa. Dice di non aver mai lavorato al caso Claps per il vecchio servizio segreto civile ma di aver parlato con Gildo solo «per amicizia». E sostiene che il suo ex collega - che ha svelato in esclusiva alla Gazzetta e al Tg5 l’esistenza di un’informativa che nel 1997 dava indicazioni precise sul delitto (la Gazzetta ne anticipò in esclusiva alcuni contenuti) - è l’unico a poter ricostruire i contenuti di quel dossier. «Che comunque non può essere scomparso».

Agente Nicheo, lei si è mai occupato dell’omicidio Claps?

«Voglio precisare che Nicheo è il nome con cui mi chiamano parenti e amici, non quello di copertura. E non mi sono mai occupato del caso Claps».

Il delitto più intricato commesso a Potenza non l’appassionava?

«I servizi segreti di solito non si occupano di queste cose».

Lei, però, a Gildo alcune domande sulla scomparsa della sorella le ha fatte.

«Ho conosciuto Gildo in modo casuale e diventammo amici. Mi dispiace che pensi che io possa aver tradito la sua amicizia».

Glielo presentò qualcuno?

«Ricordo che fu un maresciallo dei carabinieri in servizio al Reparto operativo di Potenza».

Fu il maresciallo Vincenzo Anobile (l’unico, tra i carabinieri, che si occupò del caso Claps)?

«Francamente non ricordo se fu lui oppure un altro maresciallo che conoscevo».

E s’informò sul caso Claps?

«Gli chiesi della scomparsa della sorella e, aggiungo, non avrei perso occasione per avere anche una sola notizia sul caso Claps. E questo per l’amicizia che mi lega a lui. Purtroppo non è così. Non me ne occupai. Per il Sisde seguivo esclusivamente faccende di criminalità organizzata».

Però fu lei a dire a Gildo che quel dossier non esisteva.

«Quando uscirono le notizie sul giornale mi chiamò perché voleva incontrarmi. Lo invitai a casa dei miei genitori e lì gli dissi la verità, ovvero che per quanto ne sapevo io non c’era nessun dossier».

Quindi dell’informativa del 1997, mi pare di capire, non sa nulla?

«Io sono stato a Potenza fino al 1996, poi ho lavorato in Puglia. Con l’ufficio di Potenza in quegli anni non ho avuto contatti».

E prima del 1997 nessuno le ha mai chiesto di occuparsi del caso?

«Anche prima del 1997 mi occupavo di criminalità organizzata».

E di quel dossier non ha mai neanche sentito parlare?

«Ripeto: per quanto ne so non c’è nessun dossier».

A noi risulta il contrario.

«Se hanno scritto un rapporto quando io non c’ero non posso saperlo. Dalle foto che ho visto sulla Gazzetta mi sembra di riconoscere la persona che è stata intervistata. Non ne faccio il nome per non incorrere in una rivelazione del segreto di Stato. Per la posizione che ricopriva all’epoca nel Sisde, la persona fotografata è l’unica a sapere se era stato fatto un rapporto. Mi sembra strano, conoscendo i meccanismi del Sisde, che sia sparito».

Allora cosa è accaduto?

«Cosa è accaduto non lo so. Ma posso dire che se per uno strano caso informatico il rapporto fosse sparito, il suo contenuto non sarebbe difficile da ricostruire».

L’impressione è che qualcuno abbia voluto che non arrivasse in Procura.

«Io so solo che la persona che riconosco in foto è la stessa che dopo gli articoli della Gazzetta andò in Procura per dire che non c’era nessun rapporto dei servizi segreti. Oggi la cosa più importante sarebbe sapere chi è o chi sono gli informatori alla base di quella nota informativa. Solo così si potrebbe arrivare a capire se ci fu una reale o una eventuale volontà di depistaggio».

Qualcuno sapeva la verità su Elisa Claps, in Questura a Potenza, molto prima della terribile scoperta nel sottotetto della chiesa della città?

Così sembrerebbe, da quanto emerso da una rivelazione fatta dalla mamma di una poliziotta appunto di Potenza, morta nel 2001 in circostanze mai chiarite secondo i familiari. Proprio questo disse infatti la donna, Anna Esposito, all'epoca commissario di polizia nel capoluogo della Basilicata, poco prima di morire, parlando con sua madre, come è stato raccontato in tv alla trasmissione di Rai3 "Chi l'ha visto?". 

Anna Esposito avrebbe detto che qualcuno in Questura sapeva la verità su quella ragazzina scomparsa. Le avrebbe confidato che qualcuno già sapeva che Elisa era stata uccisa e sapeva anche dove si trovava il corpo. Solo adesso però quel racconto di Anna è stato rivelato dalla mamma a Gildo Claps, fratello di Elisa, che lo ha raccontato a Rai3. 

Anna Esposito morì poco dopo aver fatto questa confidenza scottante alla mamma, nel 2001. Sembrò un suicidio, ma il papà della donna, Vincenzo, è convinto che non fu Anna a togliersi la vita. Si trattò di mobbing? Un procedimento giudiziario dice che Anna aveva confidato a don Pierluigi Vignola, cappellano della Questura, di aver tentato il suicidio in passato. Perché don Pierluigi non lo disse a nessuno?, si chiede il papà di Anna, che ha incontrato più volte quel prete subito dopo la morte della figlia. 

Sarebbe stato proprio don Vignola a raccontare a papà Vincenzo di atteggiamenti strani da parte dei colleghi nei confronti della commissaria, di lettere anonime, di pagine strappate dalle sue agende. E, sempre stando alle parole di Vincenzo Esposito, lo stesso prete avrebbe consigliato al padre della commissaria di mandare un esposto anonimo alla magistratura per denunciare i colleghi di Anna. A che scopo? Un nuovo tassello che si aggiunge alla già intricata vicenda di Elisa Claps, che si fa sempre più complessa.

Anna Esposito era un commissario della polizia di Stato. Lavorava a Potenza e coordinava l’ufficio della Digos. È morta in circostanze misteriose il 12 marzo del 2001. «Fu suicidio», secondo la Procura. Ma suo padre Vincenzo, da sempre, sostiene che sia stata uccisa. E ora che sono emersi sinistri collegamenti con il caso di Elisa Claps - la ragazza scomparsa il 12 settembre del 1993 a Potenza e uccisa, secondo i magistrati della Procura di Salerno, da Danilo Restivo, condannato a 30 anni di carcere per il delitto - vuole vederci chiaro. La sua ex moglie, la mamma di Anna, inoltre, ricorda che sua figlia le confidò che in Questura a Potenza c’erano poliziotti che conoscevano il luogo in cui era nascosto il corpo di Elisa (i resti della ragazza sono stati trovati il 17 marzo del 2010 nel sottotetto della chiesa della Trinità a Potenza da alcuni operai mandati lì a riparare un’infiltrazione d’acqua. Ma quella, per la famiglia Claps, è stata solo una «messinscena»).

Gildo Claps si è ricordato che qualche giorno prima di morire quella poliziotta lo chiamò chiedendogli un appuntamento. «Non ho fatto in tempo a incontrarla», dice alla Gazzetta del Mezzogiorno. E non immaginava che la triste storia di quella poliziotta potesse incrociarsi con quella di sua sorella. Poi ha saputo che uno dei sacerdoti intercettati dalla Procura di Salerno per l’inchiesta bis sul caso Claps - quella sulle coperture e i depistaggi che, secondo la Procura, avrebbero aiutato l’assassino di Elisa a eludere le indagini per 17 anni - don Pierluigi Vignola, cappellano della polizia di Stato segnalato per sinistri contatti con appartenenti a una società segreta, aveva avuto un strano ruolo anche nel caso del commissario Esposito. E si è insospettito. Don Vignola racconta al magistrato che indagava per «induzione al suicidio» che il commissario Esposito, in confessione, gli aveva detto che qualche settimana prima aveva tentato di uccidersi stringendosi una cintura al collo. Proprio la stessa modalità che avrebbe usato poi per togliersi la vita.

Ma perché don Vignola non avvisò la famiglia (con cui intratteneva anche buoni rapporti di amicizia)? Non le aveva creduto? Ecco cosa annota il magistrato: «Stupisce non poco il fatto che il cappellano, deputato alla cura spirituale del personale della polizia di Stato, non abbia manifestato, se non a un superiore, almeno alla famiglia o a qualche collega o amica della Esposito di starle vicino, di non perderla di vista in quel particolare grave momento di sofferenza».

Il sacerdote, invece, consiglia al padre di Anna di scrivere un esposto anonimo (le indagini, quando don Vignola incontra Vincenzo Esposito, erano ormai chiuse e il caso era stato archiviato come suicidio). È una strana strategia quella suggerita dal sacerdote. Chi avrebbe dovuto accusare il padre della poliziotta? Don Vignola, sentito in Procura, nega. Poi, davanti all’evidenza - e dopo le contestazioni degli investigatori che sospendono l’interrogatorio per permettere al sacerdote di consultarsi con un legale - confessa: «Rettificando quanto da me detto in precedenza - si legge nel verbale che ha firmato in Procura don Vignola – voglio rappresentare che potrei essere stato io stesso a suggerire a Vincenzo Esposito di scrivere una lettera anonima alla Procura contenente richieste che a mio avviso servivano più a confortare il mio interlocutore che a consentire di scoprire nuovi scenari».

Quegli scenari, però, subito dopo li descrive al pm: «C’erano persone (don Vignola fa anche i nomi di alcuni poliziotti) che manovravano in qualche modo la vita di questa ragazza». Era vero? Cosa aveva appreso il cappellano della polizia sul conto di queste persone? Oppure era stata Anna a riferirgli di quei minacciosi messaggi anonimi che spesso trovava sulla sua scrivania in Questura? E quanto hanno influito sulla decisione di farla finita? Sempre che sia andata davvero così. Il papà di Anna è convinto che il caso vada riaperto. E ora anche Gildo Claps sospetta che scavando in questa storia possa uscire qualche altra verità sull’omicidio di sua sorella: «In quanti sapevano che era in quel sottotetto?»”. È quello che dovranno accertare gli investigatori.

E’ una vita apparentemente felice e realizzata quella di Anna Esposito. Una donna forte, determinata e decisa. Anna era capo della Digos di Potenza e aveva due splendide figlie che vivevano con i nonni a Cava de’ Tirreni. Improvvisamente il 12 marzo del 2001 i genitori ricevettero una chiamata che li avvisa che la donna si era suicidata, impiccandosi con una cintura alla maniglia della porta del bagno della sua casa a Potenza. La famiglia però non crede assolutamente a questa versione. Il commissario di polizia intervenuto in casa di Anna aveva subito slegato la donna con “la speranza di trovarla viva”, ha riferito il padre di Anna, che però era morta ben 10 ore prima. Secondo i periti però questo sarebbe un “suicidio anomalo, ma possibile”, contrariamente alla versione di Enzo Esposito (papà di Anna) che sostiene invece che la cinghia della cintura si dovrebbe trovare nella nuca e non all’altezza della mandibola, come invece era successo per Anna. Un altro aspetto su cui è necessario fare chiarezza è il disordine che è stato trovato nella casa dell’ispettore Esposito, come se qualcuno cercasse qualcosa di preciso. Nei mesi precedenti la morte, Anna riceveva costantemente biglietti anonimi di minaccia. Anna potrebbe essere stata indotta al suicidio? C’è inoltre un’altra stranissima coincidenza che lega la vicenda di Anna alla morte di Elisa Claps. La famiglia Esposito era molto amica di Don Vignola, il parroco che forse saprebbe molte cose sull’omicidio di Elisa. Don Vignola avrebbe dichiarato di aver visto segni di una cinghia sul collo di Anna qualche mese prima della sua morte, come se la donna avesse già tentato il suicidio, senza però riuscirci. Il padre di Anna è molto contrariato dal comportamento del parroco che avrebbe notati segni del genere senza manifestare le sue preoccupazioni alla famiglia Esposito o alle amiche di Anna. Don Vignola in un incontro con Enzo Esposito ha suggerito al padre di Anna di scrivere alla Procura una lettera anonima sulla morte della figlia, e si propone pure per aiutarlo. La mamma di Anna ha nei giorni scorsi contattato Gildo Claps, il fratello di Elisa, raccontandogli le confidenze fatte dalla figlia qualche giorno prima di morire. Anna aveva detto alla mamma che in Questura qualcuno sapeva che fine avesse fatto Elisa Claps, chi l’aveva uccisa e dove si trovava il suo corpo.

Chi ha potuto vederla la descrive come una cintura di cuoio lunga poco meno di un metro. «Quasi nuova». O, comunque, che non «presentava i segni che un nodo, dopo dieci ore di tensione con un peso rilevante, avrebbe dovuto lasciare». Sulle cause del decesso, «asfissia da strozzamento», sembra che non ci siano dubbi. È la dinamica, così come ricostruita all’epoca dagli investigatori, che rende ancor più misteriosa la morte del commissario della polizia di Stato Anna Esposito, la poliziotta che forse aveva appreso dove era stato nascosto il corpo di Elisa Claps e che è morta nel 2001 in circostanze mai del tutto chiarite (l’inchiesta è stata archiviata un anno dopo). Il corpo, senza vita - stando alle ricostruzioni contenute nelle informative degli investigatori che per primi entrarono nell’alloggio del commissario - era seduto sul pavimento. La cinghia di cuoio, con la fibbia di metallo stretta alla gola della poliziotta, era attaccata, dall’altro capo, alla maniglia della porta del bagno. Sia il dottor Rocco Maglietta, sia il professor Luigi Strada, che hanno effettuato l’autopsia, definiscono l’impiccamento «atipico». Perché l’ansa di scorrimento era posta «anteriormente, sul lato destro». Un impiccamento tipico, messo in atto in modo certo dal suicida, «avrebbe portato - spiegano i medici - automaticamente l’ansa di scorrimento a disporsi nella parte posteriore del collo». Nonostante la trazione sia durata per più di dieci ore (i medici fanno risalire la morte alle 23 del 11 marzo 2001. La cintura è stata slacciata alle 9.30 del 12 marzo), e con un peso di circa 65 chilogrammi, chi ha visto la cintura ricorda che «non presentava i segni del nodo».

Anche la lunghezza - poco meno di un metro - appare incompatibile con le modalità del suicidio.

«Lo sviluppo minimo del nodo (ovvero la parte della cintura impegnata dal nodo). - si legge negli atti dell’inchiesta, di cui la Gazzetta del Mezzogiorno è in possesso - doveva essere di circa 24 centimetri». La circonferenza intorno al collo «era di 41». La poliziotta si sarebbe uccisa, quindi, con meno di 30 centimetri di corda, da un’altezza - quella della maniglia - di 103 centimetri da terra. Se le cose sono davvero andate così i piedi del commissario toccavano il pavimento e, solo per pochi centimetri, non toccavano a terra anche i glutei. Ecco come i poliziotti intervenuti sul posto descrivono la posizione: «Le gambe - scrivono nella relazione di servizio - sono leggermente piegate all’altezza delle ginocchia verso sinistra, tanto che i piedi poggiano sul pavimento, rispettivamente quello destro con la parte interna del tallone, quello sinistro con la faccia esterna».

La causa della morte «È dovuta a un’asfissia acuta e meccanica». Che poteva essere stata procurata solo ed esclusivamente dalla cintura? Scrive il dottor Maglietta: «Si è parlato di impiccamento incompleto in quanto il corpo non era totalmente sospeso, bensì in posizione semiseduto, con le natiche sospese». Nella casistica medico-legale, precisa il dottor Maglietta, «è chiaramente indicativa di una volontà suicida». Nonostante le mani libere e i piedi che toccano il pavimento? È un aspetto che le indagini dell’epoca non hanno chiarito completamente.

Il collega ha sentito dire che aveva tentato il suicidio; il sottoposto ha raccontato che gli aveva confidato «di aver fatto una cosa brutta di cui però si era pentita»; il sacerdote ha svelato di aver già visto sul collo della ragazza «i segni della fibbia della cintura». Testimonianze che hanno involontariamente portato gli investigatori verso un’unica conclusione: Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato che forse sapeva di Elisa Claps e che è morta in circostanze mai chiarite - si è suicidata.

Nonostante ci fossero dubbi e aspetti oscuri. Nonostante una consulenza dei medici che effettuarono l’autopsia descrisse il suicidio - Anna Esposito fu trovata impiccata con una cintura di cuoio attaccata alla maniglia di una porta - come «atipico», perché i piedi della donna toccavano il pavimento. E nonostante quanto dichiarò in Procura il dottor Rocco Maglieta, medico-legale, che definì la possibilità che la poliziotta avesse già tentato il suicidio «inverosimile». L’inchiesta è finita in archivio.

L’ispettore Mario Paradiso lavorava all’ufficio del personale. Il 12 marzo del 2001 entrò nell’alloggio del commissario Esposito. Dice agli investigatori: «Non mi spiego questo gesto, anche perché la Esposito era sempre gentile e disponibile. Solo successivamente sono venuto a conoscenza di problemi familiari, sentimentali ed economici e ho appreso dal cappellano della Questura che la Esposito gli aveva confessato di aver tentato il suicidio già in precedenza». Ma questo particolare l’ispettore quando lo apprende? Prima del suicidio? Oppure dopo il 12 marzo? L’ispettore Paradiso verbalizza quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo del commissario. E nessuno gli pone questa domanda.

L’ispettore Antonio Cella lavorava nell’ufficio diretto dal commissario Esposito: la Digos. L’ispettore conferma agli investigatori che il suo dirigente gli riferiva «particolari della sua famiglia» e anche delle sue relazioni amorose. E il precedente tentativo di suicidio? Dice l’ispettore: «Non mi ha detto espressamente di aver tentato il suicidio, ma mi ha riferito di aver fatto una cosa brutta di cui però si era liberata».

Don Pierluigi Vignola all’epoca era il cappellano della Questura di Potenza. Riferisce al magistrato di aver saputo che il commissario Esposito aveva confidato anche ad altre persone quello che aveva detto a lui in confessione: la poliziotta aveva già tentato il suicidio. Ma con chi si era confidata Anna Esposito? Dice il sacerdote: «Erano delle giocatrici di pallavolo di Potenza». Che, però, non risultano tra i testimoni dell’inchiesta. Poi il sacerdote aggiunge: «Il mese prima avevo io stesso visto sul collo di Anna i segni della fibbia della cintura che indossava e che aveva utilizzato per il tentativo di suicidio. Non mi riferì però perché avesse scelto quelle modalità». E lui non glielo chiese?

Il dottor Maglietta, con argomenti scientifici, smentisce al magistrato la «teoria» del precedente tentativo di suicidio. Dice: «Secondo me è inverosimile. Avrebbe dovuto avere segni di ecchimosi per almeno cinque o sei giorni abbastanza evidenti, trattandosi di una cintura larga. Segni che qualcuno avrebbe dovuto notare». Qualcuno oltre al sacerdote.

ESCLUSIVO - IL CASO ELISA CLAPS IN TOGHE LUCANE di Rita Pennarola [29/03/2010] su La Voce delle Voci La Voce lo scriveva già a settembre 2008.

“Il ritrovamento del corpo di Elisa Claps riapre una fra le pagine più incandescenti ed inedite dell'inchiesta Toghe Lucane, condotta dall'allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris. A settembre 2008 la Voce aveva dedicato in esclusiva un articolo di copertina alle minuziose ricostruzioni della Procura di Salerno, cui si erano rivolti De Magistris ed i magistrati oggetto delle sue indagini. Ripubblichiamo i brani da cui emerge il collegamento fra Toghe Lucane e la scomparsa della ragazza. Con l'ombra della massoneria.

Una pagina inquietante si apre, nell'inchiesta Toghe Lucane, sulla misteriosa scomparsa della giovane Elisa Claps, avvenuta a Potenza il 12 settembre 1993. Il caso torna infatti alla luce su iniziativa dei pm Luigi Apicella e Gabriella Nuzzi che, per riscontrare ulteriormente la correttezza delle attività investigative condotte da Luigi De Magistris, assumono importanti riscontri in merito alle indagini condotte da quest'ultimo a carico di Felicia Genovese e del marito Michele Cannizzaro, iscritto alla Massoneria, coinvolti - secondo quanto emerge dall'inchiesta Toghe Lucane - nel caso Elisa Claps. Seguiamo la ricostruzione dei pubblici ministeri salernitani. Nel 1999 il collaboratore di giustizia Gennaro Cappiello rivela come un fiume in piena particolari sulla scomparsa della ragazza, verbalizzando dinanzi al pubblico ministero della Dda di Potenza Vincenzo Montemurro. Secondo Cappiello (il quale dichiarava di aver appreso le notizie sul caso Elisa Claps da un mercante d'arte di Potenza, Luigi Memoli), a causare la morte della ragazza era stato il giovane Danilo Restivo. Il fatto sarebbe avvenuto presso la scala mobile in costruzione a quell'epoca. Sempre stando alla versione fornita dal pentito, Maurizio Restivo, padre di Danilo, «implicato nell'indagine e poi condannato per false informazioni al pubblico ministero, aveva, per il tramite del Memoli, contattato il Cannizzaro accordandosi per la somma di 100 milioni di lire affinchè intervenisse sulla moglie, dottoressa Genovese, titolare delle indagini riguardanti il caso della scomparsa della Claps». In seguito alle verbalizzazioni di Cappiello, il caso Claps passa alla Procura di Salerno, competente ad indagare sulle presunte omissioni o violazioni della Genovese. Veniva accertato che quel 12 settembre 1993 Danilo Restivo era stato effettivamente in compagnia della giovane poco prima della scomparsa. Cosa fece il pm Genovese, che era all'epoca titolare dell'inchiesta sulla scomparsa di Elisa? «Le articolate indagini esperite dalla Procura di Salerno consentivano di ricondurre la scomparsa della giovane Elisa Claps ad una morte violenta, ma non anche ad individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso. Invero, si acclarava che il giorno 12 settembre 1993, Restivo Danilo, effettivamente, era stato in compagnia della giovane poco prima della scomparsa; che quel giorno stesso era stato medicato presso il locale nosocomio per alcune lesioni, prodotte, a suo dire, per un'accidentale caduta, ma, verosimilmente, frutto di una colluttazione. L'esame dell'attività investigativa svolta e coordinata dalla Procura di Potenza, in persona del pubblico ministero Dr. Genovese, evidenziava, tuttavia, che nella immediatezza della notizia della scomparsa, alcuna perquisizione era stata disposta né sulla persona del Restivo Danilo, né presso l'abitazione familiare ovvero altri luoghi nella sua diretta disponibilità». Il 27 gennaio 2000 depone dinanzi al pm di Salerno l'avvocato Giuseppe Cristiani, legale della famiglia Claps, il quale fra l'altro fornisce elementi circa la comune appartenenza alla massoneria di Cannizzaro e di Maurizio Restivo, padre di Danilo. Le indagini avviate all'epoca dalla Procura salernitana su questa vicenda non consentirono di «individuare nel Restivo Danilo l'autore del fatto criminoso» ed anche l'operato della Genovese venne considerato corretto. Strettamente collegato alla scomparsa di Elisa Claps era però quanto il pentito Cappiello verbalizzò in seguito sul duplice omicidio di stampo mafioso dei coniugi Giuseppe Gianfredi e Patrizia Santarsiero, avvenuto a Potenza il 29 aprile ‘97. Cappiello sosteneva di avere appreso quelle notizie da Saverio Riviezzi, un pregiudicato di Potenza che era stato contattato da alcuni calabresi, fra cui un certo Aldo Tripodi, uno degli esecutori dell'omicidio, per quella duplice esecuzione. Secondo il racconto del collaboratore di giustizia ai pm della Direzione Antimafia, «mandante dell'omicidio dei coniugi Gianfredi-Santarsiero era - seguiamo ancora la ricostruzione di Cappiello, così come riportata dal documento di Apicella e Nuzzi - Cannizzaro Michele, marito del sostituto procuratore dottoressa Genovese, che aveva inizialmente curato le indagini relative al duplice omicidio in questione». Quanto al movente, «il Cappiello lo riconduceva ai rapporti che il Gianfredi aveva avuto con il Cannizzaro Michele aventi natura finanziaria, assumendo che tale ultimo era un grosso giocatore d'azzardo, rapporti bilanciati da favori giudiziari di cui il Gianfredi godeva per il tramite della moglie del Cannizzaro». Comincia dunque una lunga serie di indagini che la Procura di Salerno avvia per riscontrare le dichiarazioni di Cappiello. «Gli esiti - spiegano oggi nell'ordinanza Apicella e Nuzzi - non consentivano di ritenere acquisite fonti di prova idonee a ricondurre agli indagati i gravi fatti delittuosi iscritti a loro carico. Emergevano, tuttavia, dalle investigazioni svolte alcune significative circostanze atte a delineare il particolare contesto ambientale di consumazione dei fatti delittuosi, la condotta tenuta dalla dottoressa Genovese nelle prime investigazioni, la personalità del marito dottor Cannizzaro, le frequentazioni ed i suoi legami con ambienti criminosi - in particolare, con Gianfredi Giuseppe, vittima del duplice omicidio - i contatti con esponenti della criminalità organizzata calabrese, i suoi interessi economici che, allora, come oggi, non potevano, comunque, non apparire “inquietanti” in relazione alla natura dell'attività svolta dalla moglie dottoressa Genovese, designata all'incarico di sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Potenza, nell'ambito, cioè, del medesimo luogo di consumazione degli accadimenti delittuosi». Dopo lunghe indagini, il pentito Cappiello sarà considerato dall'autorità giudiziaria di Salerno “inattendibile”. Eppure, ad offrire uno scenario sorprendentemente simile delle due vicende (Claps e Gianfredi), era arrivata la testimonianza di un prete-coraggio della diocesi di Potenza: don Marcello Cozzi. La giovane, quel fatale giorno del 1993, aveva battuto mortalmente la testa per sottrarsi ad un tentativo di violenza messo in atto da Danilo Restivo, il cui padre, per coprire le responsabilità del ragazzo, avrebbe contattato il dottor Cannizzaro; questi a sua volta si sarebbe rivolto a Giuseppe Gianfredi, che avrebbe fatto sparire il cadavere con l'aiuto dei fratelli Notargiacomo, titolari di un'officina meccanica, che avevano pertanto la disponibilità di acido in grado di dissolvere il cadavere. Anche stavolta le indagini furono archiviate. Si segnala intanto ancora un particolare: da alcuni accertamenti della Guardia di Finanza di Catanzaro era emerso che Luigi Grimaldi, dirigente della Squadra Mobile di Potenza all'epoca delle indagini sulla scomparsa di Elisa Claps, dopo aver ricoperto l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Università di Salerno, svolgeva l'incarico di dirigente amministrativo presso l'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, dove Michele Cannizzaro era direttore generale. Per concludere questa vicenda va segnalato che, sentito come teste a ottobre 2007 nel corso delle indagini sull'operato di De Magistris, ai colleghi Nuzzi ed Apicella il pubblico ministero di Potenza John Woodcock ha raccontato d'aver chiesto a marzo 2007 di astenersi in un procedimento a carico, fra gli altri, di Michele Cannizzaro in ragione del contenuto di una intercettazione telefonica fra la moglie di Cannizzaro Felicia Genovese ed il procuratore generale Vincenzo Tufano, «nella quale venivano usate espressioni particolarmente volgari sulla giornalista (Federica Sciarelli, che più volte nel corso della trasmissione “Chi l'ha visto” si è occupata del caso Elisa Claps, ndr) e sul suo rapporto di amicizia con il magistrato (Woodcock, ndr)». Quest'ultimo riferiva inoltre «di altri emblematici tentativi di indebita strumentalizzazione del suo rapporto personale con la giornalista Federica Sciarelli, riconducibili al medesimo gruppo di soggetti indagati dal pubblico ministero De Magistris nel procedimento Toghe Lucane». IL CSM “AMICO”. Il 4 marzo 2008 De Magistris chiede alla Procura salernitana che indaga sul suo conto (e che poi lo proscioglierà, aggiungendo ipotesi di gravi addebiti a carico dei suoi principali denuncianti), di rendere testimonianza spontanea. Dalla lunga verbalizzazione emerge, fra l'altro, l'allucinante spaccato sul ruolo del Csm così come si evince direttamente dalla lettura dell'intercettazione telefonica intercorsa il 28 febbraio 2007 tra Felicia Genovese ed un altro noto esponente di Magistratura Indipendente, Antonio Patrono, presidente della prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, deputata a verificare l'apertura di una pratica di trasferimento per incompatibilità ambientale di De Magistris. La conversazione avviene il giorno successivo all'esecuzione delle perquisizioni nell'ambito del procedimento Toghe Lucane. Nel commentare con Patrono le sue vicende giudiziarie, Genovese sollecita l'interessamento di altri componenti del Csm tra cui Giulio Romano, della sua stessa corrente, e Cosimo Ferri. «Tra i nominativi richiamati nella conversazione - tengono a sottolineare Apicella e Nuzzi - vi è quello del dottor Giulio Romano, componente della Sezione Disciplinare del Csm e relatore della sentenza emessa nei confronti del dottor De Magistris»."

Toghe Lucane, ma anche Calabresi, ma anche Salernitane, ma anche... Insomma toghe italiane. Qualcuno si meraviglia che il sostituto procuratore a Crotone applicato a Catanzaro per prendersi cura del procedimento penale “Toghe Lucane”, abbia chiesto l'archiviazione per la maggior parte degli indagati. Oggi, non quando fu chiamato ad assumere l'incarico, possiamo finalmente dirlo: sapevamo che sarebbe finita così; e non ci voleva la scienza infusa per arrivarci. Dopo che un paio di ministri (della cosiddetta Giustizia), un paio di Procuratori Generali presso la Suprema Corte di Cassazione, il Presidente della Repubblica, il vice-Presidente del CSM, ed una pletora di magistrati, avvocati, parlamentari, indagati, associati per delinquere ed anche per altro, avevano fatto carte false per trasferire Luigi de Magistris ad altra sede proprio quando stava per definire i rinvii a giudizio di “Toghe Lucane”, beh, era così difficile immaginare che il suo sostituto sarebbe stato scelto con cura affinché risolvesse il problema? A dirlo un anno fa ci avrebbero subissato di querele, oggi è un'evidente ovvietà. Un cittadino si è recato di buonora dal PM. Da Matera a Catanzaro (300Km) ci vogliono oltre quattr'ore, superando i limiti di velocità ogni volta che la strada lo permette. Il cancelliere preposto agli atti ha subito messo le mani avanti: “il fascicolo non è ancora pronto. Torni appena dopo il ricevimento dell'avviso”. Ma un avviso, con tanto di ampi stralci virgolettati era su tanti giornali. E così insistendo e sollecitando il Procuratore Capo (Dr. Lombardo) in qualche modo l'atto di archiviazione salta fuori. Ecco svelato l'arcano. Il PM ha spezzettato l'inchiesta in tanti piccoli e piccolissimi stralci, ciascuno con un pezzo delle 200 mila pagine originarie e delle decine di capi d'imputazione. Ed il pezzo che possiamo guardare, piccolo piccolo, è sufficiente per capire tutto il resto anche senza vederlo. Mancano le prove certe del reato, dice il PM, si chiede l'archiviazione. Per forza, signor PM, le prove che nel caso specifico sono le conversazioni fra un indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e una sospettata di far parte della medesima associazione) si trovano (forse) in qualche altro pezzettino o stralcio che dir si voglia. Ammesso che, in cotanto spezzatino, non siano andate “smarrite”. Forse sarà sfortunato il PM oppure è semplicemente disattento. Dovrebbe aver letto, fra gli atti recenti, che alcune delle parti offese avevano potuto accedere a tutto il fascicolo (quando era ancora un blocco granitico) e quindi saranno in grado di produrre le “prove” mancanti in sede di opposizione alla richiesta archiviazione. Certo è che una associazione per delinquere, quale era quella fra magistrati, politici ed imprenditori ipotizzata in “Toghe Lucane”, può continuare tranquillamente a delinquere proprio perché tanti magistrati di Matera, Potenza, Catanzaro e, perché no, Salerno, continuano ad ignorare persino le denunce formalmente presentate e documentate. Ma anche...

IL MISTERO DELLA MORTE DEI FIDANZATI DI POLICORO

Olimpia e Filomena sono due donne toste. Anzi, sono due mamme toste. Nessuno le ha mai viste piangere. Il loro è infatti un dolore che ha superato il territorio di confine delle lacrime. Una frontiera dell'anima inesplorabile per chi non ha vissuto la stessa tragedia di Olimpia e Filomena: perdere un figlio in situazioni drammatiche. E misteriose. Un sentiero disperato lungo il quale queste due madri coraggio si sono incontrate spesso. Diventando amiche. Filomena è l'ormai «famosa» mamma di Elisa Claps; Olimpia è invece la «sconosciuta» madre di Luca Orioli. La storia di Elisa Claps la conoscono tutti. Quella di Luca pochi «addetti ai lavori». Il 23 marzo 1988 Luca Orioli e la sua fidanzata Marirosa Andreotta furono trovati morti in circostanze mai chiarite. Tra depistaggi e amnesie (che ricordano sinistramente il caso Claps) mamma Olimpia - da oltre 20 anni, quasi 30 - combatte in nome di una verità negata. Nei motori di ricerca del web questo ennesimo mistero lucano è archiviato come il «giallo dei fidanzati di Policoro».

I cadaveri di Luca e Marirosa erano nella vasca da bagno di casa. «Morti folgorati in acqua». Anzi, no, «morti per inalazione di ossido di carbonio». E se invece fosse stato un omicidio? La mamma di Luca ne è sempre stata convinta.

Ora, dalla risepoltura della salma di Luca Orioli nel cimitero di Policoro ad opera della Procura della Repubblica di Matera, la signora Olimpia chiede formalmente l'intervento dei Ris a mezzo di una lettera inviata al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, per chiarire gli ulteriori punti oscuri emersi in questi ultimissimi giorni, compreso il terrificante sospetto che la salma alla quale è riferita l'autopsia condotta dal professor Introna non sia quella di Luca Orioli.

Il Giornale è venuto in possesso del testo della lettera. Che pubblichiamo integralmente:

«Esimio Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri Gen. Leonardo Gallitelli, è con grande fiducia e speranza che rivolgo a Lei questo mio appello. Sono Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, morto nell'88 a Policoro, in situazione tuttora volutamente misteriosa. L'anno scorso sono state riesumate per la seconda volta le salme di Luca e Marirosa (cosiddetti Fidanzatini di Policoro). Oltre ai numerosissimi depistaggi e insabbiamenti che costellano il caso, ci sono perizie truccate, riconosciute reati e fatti prescrivere. Al tutto si aggiunge l'inquietante mistero della sparizione degli organi interni (visceri, fegato, polmoni, cuore, lingua, trachea, osso ioide) e dei vestiti che Luca indossava al momento della morte, conservati nel cimitero di Policoro e misteriosamente ricomparsi, non si sa quando, presso l'Istituto di Medicina Legale dell'Università La Sapienza di Roma, peraltro mai incaricato di procedere a perizia su tali reperti. Gli stessi, nel tentativo ultimo di prelevarli da Roma e consegnarli direttamente ai familiari, come se non si trattasse di preziosi elementi di indagine per una definizione certa di morte, sono risultati persino privi di un elenco. Agli atti non esiste nessun verbale che certifichi né la presa in consegna di tali reperti, né i relativi esiti.

Dopo la permanenza di quasi un anno presso l'Istituto di Medicina Legale di Bari, e, con le indagini ancora in corso, la Procura di Matera decide di ritumulare frettolosamente le salme senza spiegare le ragioni di una tale scelta, noncurante della contro-perizia redatta da tre autorevoli Professori dell'Università di Siena che smontano radicalmente quella di Ufficio, argomentandola adeguatamente e documentandola con una ricca letteratura scientifico-medico-legale. Un mio timore è che in quella bara possa non esserci il corpo di mio figlio, ragione per cui non posso accettare l'invito pressante e minaccioso di prenderlo in consegna.
Me lo fa pensare il fatto che dagli atti relativi all'ultima perizia di ufficio non risulta l'analisi del DNA con i confronti dei familiari che ne possano determinare l'assoluta certezza.

Me lo fa pensare, inoltre, il fatto che il corpo radiografato presenta agglomerati, non meglio definiti, che sarebbero propri di un corpo di anziano.

Luca aveva 20 anni.

Chiedo e mi auguro, alla presenza di un'Italia intera, che con me chiede e aspetta giustizia, che Lei voglia coinvolgere gli esperti dell'Arma dei RIS, per far piena luce sui troppi punti oscuri mai affrontati seriamente, spesso banalizzati, ignorati o, alcuni, addirittura, mai presi in considerazione.

Lei rappresenta la mia ultima fondata speranza.

Confido nel Suo noto impegno a difesa del diritto di tutti e di ciascuno.

Non è possibile accettare una perizia, dimostrata scientificamente falsa, inutile sotto il profilo tecnico, decisamente dannosa per la verità.

Indubbiamente è una verità che scomoda molte poltrone.

Non è possibile pensare che un PM, non volendo approfondire la parte scientifica, con la scusa di non averne la competenza, rifiuti totalmente il confronto e il riscontro oggettivo delle due perizie, così fortemente contrastanti, facendo serio riferimento alla letteratura scientifica di relativo supporto da cui invece far scaturire la dovuta competenza come io stessa, misera mortale, ho potuto maturare.

Occorre solo intelligenza e volontà a farlo. E' ciò a cui io ho dovuto fare ricorso per combattere un sistema avverso alla difesa del diritto giusto.

Non è possibile accettare a "scatola chiusa" una verità che avrebbe tutti i requisiti per essere considerata preconfezionata. Lo dice il fatto che la porta dichiarata grandemente aperta dalla madre della ragazza, venga poi considerata chiusa dall'ultima perizia. Lo dice inoltre il fatto che persino l'ipotesi fantasiosa della morte, avanzata dal Prof. Introna, è fallace anche sotto il profilo logico.

Secondo quest'ultima ricostruzione, i due ragazzi sarebbero entrati nel bagno, avrebbero chiuso la porta per fare l'amore (un gesto superfluo poichè in casa non c'era nessuno), la ragazza si sarebbe sentita male e sarebbe caduta, Luca avrebbe cercato di aiutarla, cadendo anche lui, e, stranamente, questa volta la porta è socchiusa. Chi l'avrebbe socchiusa? Luca mentre moriva? E poteva Luca morire di monossido di carbonio con la porta semiaperta? Avrebbe potuto prima di morire, socchiudere la porta e distendersi in maniera composta millimetrando l'esiguo spazio disponibile? E' possibile che una caduta bassissima, dolce, come quella che si sarebbe verificata, a loro dire, a brevissima distanza dal rubinetto e dalla mensola, entrambi ritenuti probabili oggetti contundenti, possa aver procurato una ferita lacero-contusa di 14 cm, all'epoca? E come mai non c'è traccia di sangue? E come mai una caduta così lacerante non avrebbe fatto cadere i flaconcini sistemati sulla mensola accanto al rubinetto? Può un PM ignorare cose così gravi e giustificare quanto accaduto quella notte, e durante il corso di 24 anni, continuando ad addurre le irresponsabilità (tante) alla superficialità, alla non professionalità, all'età giovane degli inquirenti avvicendatisi nel gioco al massacro della verità? Qualora ciò fosse possibile, credo, come cittadina che paga le tasse, di poter pretendere che tali professionalità non possano continuare ad occupare quei posti. La cosa grave è che lo Stato possa continuare anch'Esso ad ignorare una vicenda così scabrosa, che calpesta il diritto del cittadino, annienta la dignità della persona oltre che del dolore, e offende pesantemente la sua stessa Costituzione. Lo Stato ha il dovere di assicurare piena efficienza ai suoi cittadini.

Lo esigo. Lo pretendo.

Gli italiani hanno diritto e bisogno di sapere "perché".

.....Si difendono i poteri forti?....

Vorrei poterlo non pensare.

Ma Qualcuno mi aiuti a farlo.

E' l'Italia, quella che segue con attenzione e con forte coinvolgimento emotivo le vicende dei suoi connazionali, che vuole saperlo, con me. E' dovuto.

La verità che, così convenientemente si vorrebbe difendere esclusivamente nelle aule di tribunali, se tale, non può temere la piazza né i mass media, che grande mano invece stanno dando alla ricerca della verità.

La scienza non è un'opinione, ed io non posso accettare la chiusura del caso, ancora una volta, per approssimazioni gratuite e infondate non solo scientificamente ma anche oggettivamente secondo i fatti presenti agli atti. Solo chi teme il confronto e un probabile affronto alla propria professionalità, preferisce le aule di tribunale e rinuncia ad informare le folle che attendono da anni una tesi attendibile, sotto il profilo scientifico, e, condivisibile sotto il profilo logico.

A chiusura del caso serve infatti una "tesi" scientifica che è ancora possibile cercare sui miseri resti (se sono quelli) sbranati finora dal potere onnipotente indiscriminato e inoppugnato dell'Istituzione preposta ad accertarne invece la verità.

Confidando in un Suo intervento La saluto cordialmente».

È un giallo che dura da quasi un trentennio e che ora è diventato anche uno scontro fra periti. Fa ancora discutere il caso dei «fidanzatini di Policoro», Luca Orioli e Marirosa Andreotta, trovati morti nel marzo del 1998. Dopo due riesumazioni, dopo l'ultima autopsia che indica nel monossido di carbonio la morte dei due giovani, la madre di Luca Orioli, Olimpia Fuina, continua a non credere alle ragioni accidentali ed insiste nell'indicare agli inquirenti un'ipotesi di morte violenta.

Una vicenda giudiziaria nata con un peccato originale: quando i corpi furono trovati l'autopsia non fu fatta. Da quel momento è stato tutto un susseguirsi di indagini ed accertamenti che non hanno mai placato la sete di verità della signora Fuina. L'esito dell'autopsia del professor Francesco Introna, della Medicina legale di Bari, è contrastato dalle contro-perizie di altri consulenti secondo i quali il monossido riscontrato non è in quantità letali. La mamma di Luca Orioli ha messo in atto azioni clamorose. Prima si è incatenata al cimitero di Policoro per evitare la ri-tumulazione dei resti del figlio. E adesso arriva a chiedere di verificare che quel corpo appartenga realmente al suo Luca.

Non erano più ragazzini e probabilmente la loro relazione si era interrotta, ma sono diventati per tutti i ''fidanzatini di Policoro''. Luca Orioli e Marirosa Andreotta erano due ragazzi che si volevano bene, frequentavano la parrocchia e gli amici, andavano all'Università e guardavano alla vita con fiducia. Vennero trovati morti il 23 marzo 1988 in casa di Marirosa Andreotta, nudi: la ragazza giaceva nella vasca da bagno, il ragazzo era disteso per terra. A trovarli fu la madre della ragazza, la signora Giannotti, di ritorno a casa da un concerto a Matera. Il caso dei due ragazzi prende la piega che non avrebbe dovuto prendere. Si fa strada l'ipotesi del fatto accidentale. Nella stanza c'è una stufetta caldobagno. Si pensa ad un malfunzionamento dell'apparecchio da cui è partita una scarica elettrica. L'elettrocuzione - si pensò - ha dunque causato un arresto cardiocircolatorio. Il caso viene chiuso subito. Questa frettolosità indusse a non compiere l'autopsia. E' questo il punto che ha lasciato una serie di interrogativi. I mancati accertamenti post-mortem hanno infatti tolto dei punti fermi alla vicenda, facendo venir meno gli elementi di certezza sulle cause e alimentando i dubbi. Anche il governo nel 2000 lo ha confermato. Rispondendo ad un'interrogazione parlamentare del deputato Vincenzo Sica, l'allora Guardasigilli Piero Fassino dichiarava che ''la complessa vicenda ha risentito in modo determinante dell'insufficienza degli accertamenti espletati nel corso dell'esame esterno dei cadaveri''.

Così successivamente, quando l'esame della stufetta non ha dato particolari riscontri, si è fatta strada l'ipotesi di un avvelenamento da monossido di carbonio sprigionato da una caldaia. Si pensò anche ad uno scherzo finito in tragedia.

L'autopsia viene fatta a distanza di anni, con la prima riesumazione. Sui cadaveri dei due giovani ci sono dei segni che invece avrebbero dovuto far propendere per l'annegamento, anche segni di fratture. Inoltre Luca Orioli ha un testicolo lesionato. Ma anche in questo caso qualcosa non va: non funziona la tac per esami radiologici. I dubbi rimangono.

I primi sospettati escono dall'indagine e vengono prosciolti tutti coloro (medici, periti, magistrati) che sono stati indagati per negligenze o per errori nell'attività di indagine o di consulenza. E ci sono poi gli altri elementi del giallo.

Una lettera di Marirosa Andreotta alimenta altri scenari. Si parla di un segreto («una piccola parte di me che voglio cancellare per sempre») che tale resterà. Poi le foto: alcune fanno pensare ad una manomissione del luogo del ritrovamento che in effetti è stato alterato. Ma troppo tempo è trascorso.

Un'inchiesta nata male, già archiviata, poi riaperta e di nuovo destinata all'archiviazione. Così aveva deciso la Procura, che si stava orientando sull'ipotesi del soffocamento, ma su richiesta di Olimpia Fuina, che si è opposta, l'indagine non è stata chiusa ed anzi il giudice ha coattivamente stabilito di riesumare i corpi. Fatto avvenuto il 17 dicembre scorso. Poi l'autopsia. Ma la battaglia legale continua. «Non mi sento sola - afferma Olimpia Fuina - sento aumentare l'affetto delle persone. Io continuo questa battaglia perchè le contro-perizie hanno stabilito che la quantità di monossido riscontrata nell'autopsia è assolutamente non letale. Lo dicono i periti e la letteratura scientifica. Per questo mi sono opposta alla ri-tumulazione perchè voglio altri accertamenti. Ho chiesto al comandante dei carabinieri, Gallitelli, l'intervento dei Ris».

Per la madre di Luca i misteri intorno a questa vicenda non si dipanano, tutt'altro. A cominciare dall'inquietante denuncia della mancanza degli organi interni del ragazzo, tra cui l'osso ioide, forse scomparsi nella precedente riesumazione ma anche su questo non c'è certezza. E tutto questo non aiuta la ricerca della verità, anzi alimenta i sospetti. Olimpia Fuina nella lettera a Gallitelli avanza un'ipotesi ancora più inquietante. «Quel corpo - dice - potrebbe non essere quello di Luca perchè non è documentato negli atti l'esame del dna. Sembra essere quello di un anziano».

Per tenacia la signora Fuina somiglia molto ad un'altra mamma coraggio della Basilicata, Filomena Claps, che attende da 20 anni di conoscere tutta la verità sull'omicidio della figlia Elisa e non solo la condanna del responsabile, Danilo Restivo, condannato a Salerno a 30 anni. Ma, se nel caso Claps l'autopsia di Introna è stata «vangelo», nel caso-Policoro invece viene messa in dubbio. Sulle inquietanti ipotesi avanzate, il professor Introna, contattato, ha detto: «Non rispondo, perchè su questi fatti il confronto può avvenire solo nelle aule di giustizia, altrimenti si creano confusione e illazioni». «Abbiamo fatto l'autopsia sulla salma di Luca e restituito la salma di Luca. È tutto documentato. Ci sono i filmati dei carabinieri». Sono parole del prof. Franco Introna, direttore dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Bari e perito della Procura di Matera nell'indagine sulla morte dei “fidanzatini di Policoro”. Due morti, quelle di Luca Orioli e di Marirosa Andreotta, al centro, dal 23 marzo 1988, di perizie contrapposte. Da qui l'ennesima inchiesta e le risultanze del docente barese. Risultanze oggetto di critiche cui Introna non aveva risposto. La “goccia” è stata la lettera di Olimpia Fuina, madre di Luca, inviata al comandante generale dell'Arma dei carabinieri: temo che nella bara tumulata nei giorni scorsi a Policoro possa non esserci il corpo di mio figlio, ha scritto la donna che da 23 anni insegue la verità sulla morte del suo Luca.

«Quando la salma è stata stumulata c'erano i carabinieri, i consulenti di parte - risponde ora alla Gazzetta il prof. Introna - nella bara c'era il corpo di un ragazzo che aveva già subito una riesumazione. Abbiamo fatto le indagini e conservato la salma. Attese le controdeduzioni, abbiamo risposto per cui il pm ci ha chiesto di riconsegnare i corpi. I carabinieri hanno filmato tutto».

In questa vicenda, però, le cose inverosimili sono state tante. Ad esempio, i vestiti, i visceri, l'osso ioide fratturato, non sono stati trovati alla seconda riesumazione. Un mistero.

«Nessun mistero. Il prof. Giancarlo Umani Ronchi ha scritto che l'osso ioide era sano prima della prima riesumazione e che lo ha rotto lui nel corso delle operazioni. I vestiti, poi, sono stati ritrovati».

La famiglia Orioli chiede di analizzarli per verificare tracce di dna. «Sono inservibili. Sono stati conservati malissimo. Troveremmo miriadi di dna. Ma non vi ho trovato lesioni da arma da taglio o da fuoco».

La sua perizia, che riconduce le due morti al monossido di carbonio (CO), è stata contestata dai nuovi periti di Olimpia Fuina. «Non so se chi ha fatto quelle critiche ha interesse a farlo. Se fossero persone preparate saprebbero che il monossido di carbonio si attacca al sangue nell’80 per cento e nel 20 per cento alle globine muscolari. Abbiamo cercato il monossido nei muscoli. E l'abbiamo trovato. Poi, nella putrefazione si forma tutto tranne il monossido. E la tecnica da noi usata è l'unica che libera il monossido distruggendo le mioglobine. Sono stupefatto dalla critiche».

Ma la porta del bagno era aperta. Come poteva concentrarsi il monossido? «La porta del bagno aperta è in una seconda testimonianza. In una prima è chiusa. I due ragazzi portano una stufetta elettrica nel bagno poiché i riscaldamenti sono chiusi. Si spogliano nudi. Perchè devono tenere la porta aperta? Poi aprono l’acqua calda. E quello scaldacqua non era a norma. Fanno scorrere l’acqua calda e si sviluppa vapore, ma anche verosimilmente monossido di carbonio».

Quella caldaia ha funzionato per altri 2-3 anni senza intossicare nessuno. «Io non faccio l’ingegnere. Può essere che tirando l’acqua calda al massimo sia andata in sovrafunzione».

E la concentrazione di CO differente in Luca e Marirosa? «Lei è morta annegata dopo aver battuto la testa. Lui ha cercato di tirarla fuori, ma non ce l’ha fatta ed è morto per avvelenamento».

Perché non fare i nuovi esami a Foggia come chiesto da Olimpia? «Non sono necessari. I dati sono chiari».

Prof. Introna, come finirà? «Non ne ho la più pallida idea. Ma non creiamo castelli in aria.

Tranquillizziamo la povera madre che ha tutta la nostra comprensione, ma diciamole la verità».

I dubbi di Olimpia Fuina-Orioli e la perizia dell'anatomopatologo, Francesco Introna. Su questi due elementi si è intrecciata la disputa più recente sulla morte dei Fidanzatini di Policoro, Luca Orioli (figlio di Olimpia) e Marirosa Andreotta, trovati morti a Policoro il 23 marzo del 1988 nel bagno della casa della ragazza. La mamma di Luca, con un nuovo pool di periti, ha avanzato sospetti sulla perizia di Introna, la donna, tra gli altri aspetti, ha messo in discussione che la salma analizzata fosse quella del figlio (ipotesi respinta da Introna che ha fatto riferimento all'esistenza dei filmati dei Carabinieri che hanno documentato tutto). Nella sua perizia, l'anatomopatologo ha ricostruito i fatti, fatte le puntualizzazioni del caso, evidenziato alcune riserve e cautele, spiegate le modalità con cui è stato ricercato il monossido di carbonio, il gas killer che avrebbe ucciso Luca e indotto in Marirosa un malessere tale da determinare la caduta della ragazza, durante la quale si sarebbe verificato l'urto nucale contro la manopola del rubinetto, e l'annegamento terminale avvenuto nella vasca. Luca, stando alla perizia, avrebbe tentato di soccorrere la fidanzata, ma era astenico, anche lui aveva inalato il gas killer. Ha provato a prendere Marirosa da una gamba ma è sopravvenuto il coma: si accascia a terra fino alla morte.

LA RICOSTRUZIONE

- La madre di Marirosa quando entrò in casa trovò il riscaldamento centralizzato in funzione. Circostanza che “meravigliò” la signora: Marirosa, in casa, avrebbe dovuto spegnerlo. Nel corridoio vide il riflesso della luce proveniente dal bagno, sentì distintamente il rumore del caldobagno in funzione e, aperta la porta, notò il corpo della figlia all'interno della vasca con la testa sommersa. Istintivamente azionò la manopola per il deflusso dell'acqua dalla vasca. (Rapporto 142/2 CC Policoro, deposizione acquisita alle ore 00,30 del 24.3.1988). In altri documenti processuali (missiva del 19.5.1995 inviata al P.M.) la porta del bagno parrebbe essere stata descritta come socchiusa.

- La temperatura ambientale in casa era elevata al momento dell'arrivo di Luca Orioli e Marirosa Andreotta perché l'impianto autonomo di riscaldamento, posto in “manuale”, era in funzione.

- L'impianto autonomo di riscaldamento presentava caldaia e bruciatore in un vano tecnico esterno alla casa (Perizia Strada).

- La temperatura nel bagno al momento del rinvenimento delle salme era elevata (stimata sui 30°C perizia Lattarulo Sansotta + perizia Giordano). Al momento del rinvenimento delle salme, nel bagno vi era un termosifone in attività (connesso con l'impianto centralizzato della casa cfr perizia Lattarulo Sansotta) ed un termoventilatore elettrico (caldobagno) in funzione con l'interruttore del termostato inserito sul “Manual” a 1000 Watt e regolazione della temperatura fissata sul valore massimo possibile (valore 6) (CFR verbale dei CC, perizia Strada).

- L'impianto elettrico era funzionante e non vi era stato alcun cortocircuito.

- Le indagini successive evidenziarono una perfetta funzionalità sia dell'impianto elettrico che del Caldobagno che non mostrò alcuna potenzialità di dispersione elettrica, neanche in seguito a test esasperati. (Cfr Perizia Valecce, ctp Pugliese)

- Anche gli accertamenti sull'impianto elettrico parrebbero aver la normalità dello stesso.

- La caldaia per il solo riscaldamento dell'acqua era posizionata nel bagno, al di sopra della vasca e presentava oggettivi segni di affumicatura (documentati iconograficamente) in corrispondenza della ispezione della fiammella pilota (cfr documentazione iconografica perizia Strada, consulenza UACV 2009).

- L'impianto per il riscaldamento dell'acqua non era a norma per l'assenza nel vano ove era locata la caldaia (bagno), di alcun sistema di ventilazione esterna (cfr Consulenza Strada-Mastrantonio)

- Nessuna perizia tecnica fu mai disposta sullo stato e sul funzionamento della caldaia a gas presente nel bagno per il riscaldamento dell'acqua nell'immediatezza degli avvenimenti ovvero prima che la stessa fosse spostata.

- La giacca di Luca Orioli era appesa ad una sedia in cucina

- Non è chiaro chi posizionò i jeans di Luca sul bacino per occultare i genitali, né ci è dato sapere dove fossero locati i Jeans prima di essere posti sui genitali dell'Orioli.

- Dalla documentazione iconografica parrebbe che almeno la scarpa destra ed uno o due calzini dell'Orioli fossero nel bagno.

- Non ci è dato sapere dove fossero i vestiti di Marirosa indossati all'arrivo a casa.

- Il pigiama celeste a tuta, uno slip bianco, un paia di collant, la maglietta intima di Marirosa, le ciabatte, l'orologio, il reggiseno ed un bracciale erano variamente disposti in sostanziale ordine, nell'interno del bagno.

- Al pari del bagno oltre alla scarpa destra e a un calzino era presente la camicia e la maglietta intima dell'Orioli.

Sulla base di questi dati circostanziali e alla “luce dei seguenti paletti di riferimento medico legale: “il fungo mucoso per la salme rinvenute può essere considerato un segno fortemente indicativo per un annegamento […] Nella intossicazione da monossido di carbonio il fungo schiumoso è di raro riscontro e ove presente è connesso con l'edema polmonare dovuto, in parte, anche all'azione tossica del CO sugli alveoli polmonari; nell'intossicazione mortale da CO, il lasso di tempo intercorrente fra l'esposizione al gas e la perdita di conoscenza dipende dalla concentrazione di CO nell'aria inalata […] Dalla perizia Fedele-Mastrantonio si evince che in presenza di una caldaia a gas contraddistinta da un malfunzionamento ipotizzato lieve, sarebbero stati sufficienti 50 minuti di esposizione continuativa per indurre una sintomatologia significativa nei due giovani in assenza di particolare attività fisica. La concentrazione ambientale di CO, direttamente proporzionale ai di tempi di funzionamento de all'entità del malfunzionamento della caldaia, il tempo di esposizione e l'attività fisica espletata, rappresentano le tre principali variabili dipendenti interconnesse ne determinismo degli eventi […]. Tutto ciò supponendo comunque che la porta del bagno era chiusa o socchiusa.

Da queste premesse, Introna ha scritto che: "Luca e Marirosa si recano insieme in casa Andreatta e decidono di fare la doccia insieme. La casa è già calda, ma Marirosa non spegne il riscaldamento verosimilmente per creare una condizione confortevole anche dopo il bagno. Luca inizia a spogliarsi in cucina e sposta il caldobagno nel bagno dove lo accende a mezza potenza in posizione manual. Verosimilmente viene aperto il rubinetto dell'acqua calda e chiusa la porta sì da favorire nell'interno del bagno un piacevole ambiente caldo-umido. Marirosa verosimilmente si spoglia in camera sua ed entra nel bagno con il pigiama a mò di tuta. Entrambi i ragazzi chiudono o socchiudono la porta e iniziano a spogliarsi mentre la vasca si sta riempendo. Marirosa entra nella vasca con acqua calda e mentre sta in piedi, apre il doccino ed inizia a docciarsi. La caldaia continua ad essere in attività. Luca non entra nella vasca e dopo essersi spogliato aiuta Marirosa. Non è dato sapere né quanto tempo i due ragazzi trascorrono nel bagno con la caldaia in attività, né cosa fanno nel frattempo certo è che abbondanti schizzi d'acqua finiscono sul pavimento del bagno. La vasca continua a riempirsi. Non ci è dato sapere quando la caldaia smette di funzionare per la chiusura del rubinetto dell'acqua calda. Del tutto attendibilmente ad un certo punto Marirosa inizia a sentirsi male, verosimilmente con la doccia ancora in funzione, perde conoscenza e cade nella vasca, verosimilmente offrendo le spalle al muro su cui è locata la caldaia. In fase di caduta impatta il capo contro la manopola del rubinetto procurandosi la ferita lacera a livello occipitale. Luca cerca di aiutarla, chiude il rubinetto dell'acqua, cerca di estrarla dalla vasca tirandola per la gamba destra, altra acqua cade sul pavimento ma Luca è astenico, fiacco a causa del CO inalato e si accascia al suolo ove, in coma continua ad inalare CO fino alla morte, mentre Marirosa muore annegata nella vasca da bagno. La porta, verosimilmente socchiusa consente quindi di disperdere la concentrazione ambientale di CO negli ambienti circostanti".

LA RICERCA DEL GAS KILLER. Le salme di Luca e Marirosa presentavano strutture muscolari ancora riconoscibili sebbene mummificate. (Deciso viraggio peggiorativo con evoluzione verso la prescheletrizzazione e mummificazione dei tessuti molli residui). Per questo motivo il sistema di indagine scelto da Introna è stato quello di cercare il CO legato alla mioglobina mediante metodi di microdiffusione e fissazione. La tecnica è diversa da quella scelta da Umani Ronchi e De Zorzi nel 1996 quando fu eseguita la prima autopsia. Anche gli esiti sono diversi. Si legge nella perizia: “Alla luce della negatività delle indagini condotte dal prof Umani Ronchi e dei campioni biologici disponibili si è effettuata un'indagine mediante ricerca elettiva del CO inglobato nei tessuti muscolari profondi mediante reazione chimica con cloruro di palladio in soluzione acida. L'indagine così condotta, su ileopsoas e sul muscolo femorale, ha costantemente evidenziato nella salma di Luca Orioli la presenza di di CO in misura media di 0,702 per cento grammi di tessuto muscolare testato”. Valori più modesti sono stati ritrovati nel corpo di Marirosa: 0.06 g%. Quanto basta per “supporre concretamente che anche Andreotta Marirosa inalò monossido di carbonio prima di morire”.

Toghe lucane: Il racconto di un boss a de Magistris e il giallo sulla morte dei «fidanzatini». Da “Il Corriere della Sera”: «Policoro, il pm incontrò l' indagato».

L'inchiesta Toghe lucane, quella che non si è riusciti a togliere al pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, è come una palla di gomma. Più si cerca di spingerla sott' acqua, più l'acqua la respinge verso l'alto con la stessa forza. L' ultima clamorosa rivelazione, che riporta in primo piano il caso di Luca Orioli e Marirosa Andreotta (i «fidanzatini di Policoro» uccisi il 23 marzo 1988), è il racconto di Salvatore Scarcia, tra i più noti capiclan della mafia del Metapontino. Scarcia è stato interrogato da De Magistris nel carcere di Melfi, in cui sta scontando una condanna per associazione mafiosa. Ma non è un «pentito», quindi ciò che ha detto - e che secondo il pm ha trovato già parecchi riscontri - non gli procurerà alcuno sconto di pena. Scarcia, in rapporti molto confidenziali con il patron di Marinagri, Vincenzo Vitale (indagato a Catanzaro come tutti gli altri protagonisti del racconto di Scarcia), ha detto tante cose inquietanti. Tra queste, ha parlato dettagliatamente, descrivendo persino tipo e colore delle auto, e fotografando tutto e tutti, di un «summit» tenuto nell'estate del 2000 nell'azienda di piscicoltura Ittica Valdagri, nella foce del fiume Agri, dove poi sarebbe sorto il villaggio vacanze Marinagri, assegnatario di un contributo di 26 milioni di euro di fondi europei. Racconta Scarcia: «Era una domenica mattina. Avevo saputo che ci sarebbe stata una riunione importante. E intorno alle 10 circa mi appostai nei pressi dell'Ittica Valdagri... Vidi arrivare una Fiat Croma bianca con quattro persone a bordo: l'autista, il pm di Potenza, Felicia Genovese, suo marito Michele Cannizzaro e il colonnello dei carabinieri Pietro Gentili. Poi, con una Mercedes scura, arrivarono il pm di Matera, Vincenzo Autera, e il dottor Giuseppe Galante (capo della procura di Potenza) e una terza persona che non ho riconosciuto. Da un'altra Mercedes, di colore chiaro, scesero l'imprenditore Gino Lavieri e Walter Mazziotta, banchiere (in realtà, bancario) di Policoro. Infine, arrivarono altre due auto, una Golf bianca e una Thema Ferrari amaranto, ciascuna con due persone a bordo. Tutti entrarono nell'ufficio di Vitale». A questo punto, Scarcia esce allo scoperto e bussa alla porta dell'ufficio. Va ad aprirgli Vitale. «Gli chiesi di farmi entrare - racconta - e lui diventò pallido. Gli dissi che già sapevo chi c'era dentro, lo forzai ed entrai. Così mi feci vedere da tutti. Intuii che stavano progettando qualcosa di grosso a livello economico. Autera è socio di Marinagri attraverso un prestanome ed era tra quelli che aveva partecipato ai festini a luci rosse che si facevano da quelle parti. Lui, Galante e Genovese cercarono di calmarmi e mi dissero che mi avrebbero aiutato economicamente, se io in zona non mettevo bombe e non facevo attentati. Poi con discorsi un po' strani mi dissero se potevo far qualcosa a Mario Altieri (ex sindaco di Scanzano Jonico), perché dove ci trovavamo doveva venire un "paradiso terrestre", così mi dissero, e invece per colpa di Mario Altieri il tutto era stato bloccato». Scarcia a questo punto non ci sta, arretra, teme di poter essere prima usato e poi incastrato. E così viene anche minacciato. «Guarda che ti facciamo arrestare quando vogliamo, mi dicono». Scarcia abbozza e se ne va. Ma lì, quella domenica mattina, aveva visto, seduti intorno allo stesso tavolo, Vincenzo Autera, il pm che senza aver nemmeno disposto l'autopsia dei cadaveri dei fidanzatini chiese l'archiviazione del caso, e Walter Mazziotta, che nel 1994 finisce indagato proprio per l'omicidio di Luca e Marirosa. Negli anni successivi, Autera, imputato di aver affermato il falso sulla morte dei fidanzatini, verrà prosciolto a Salerno. Mentre il vicepretore Ferdinando Izzo, delegato di Autera, e accusato come lui, verrà assolto a Matera: grazie alla bravura di Nicola Buccico, ex sindaco di Matera ed ex membro laico del Csm, che dopo essere stato il legale della famiglia di Luca Orioli diventa il difensore del vicepretore Izzo. L' inchiesta «Toghe lucane», condotta dal pm Luigi de Magistris, ipotizza un «comitato d'affari» composto da magistrati, politici e imprenditori Le accuse L'ipotesi è il condizionamento di investimenti e nomine pubbliche. Coinvolti anche cinque magistrati.

COME E’ MORTO GIUSEPPE PASSARELLI?

Nella vita, così come nei fatti di giustizia se il buon giorno non si vede dal mattino, meglio lasciar perdere, non si caverà mai un ragno dal buco. Se quattro archiviazioni non son degne di convincere…allora si passerà per mitomani o pazzi: Salerno 2013, Castrovillari 1998, 2001, 2010.

Il suicidio di Giuseppe Passarelli, carabiniere di Policoro (Mt) morto nella caserma di Cassano allo Ionio (Cs) nel 1997, non convince. Indagarono i suoi stessi colleghi. A 16 anni dall'inchiesta restano molte zone d'ombra e aspetti mai chiariti. Hanno chiuso il caso come suicidio, ma restano molte zone d'ombra. La famiglia di Giuseppe Passarelli, carabiniere di Policoro (Mt) morto in circostanze mai chiarite nella caserma dei carabinieri di Cassano allo Ionio (Cs), chiede la verità, scrive Fabio Amendolara.

I fatti risalgono al 23 marzo del 1997. Passarelli, dopo il periodo di addestramento, era stato spedito per la sua prima esperienza lavorativa a Cassano sullo Jonio. Quel giorno si trovava nell’archivio, doveva trovare un fascicolo. Ma in quell’archivio viene trovato agonizzante ferito con un colpo di pistola esploso a qualche centimetro di distanza dal suo cranio. Trasportato prima all’ospedale di Castrovillari, poi a quello di Cosenza, decedeva il giorno dopo. Il caso è stato archiviato per ben tre volte dalla procura di Castrovillari come “suicidio”.

Policoro, caso Passarelli: confermata l'ipotesi suicidio, scrive l'11 Dicembre 2013 “La Nuova del Sud”. Ancora un’archiviazione per il caso di Giuseppe Passarelli, il giovane carabiniere di Policoro morto nella caserma di Cassano allo Jonio, in provincia di Cosenza, il 23 marzo del 1997. Il gip del tribunale di Salerno, Bruno De Filippis, infatti, nella giornata di ieri ha accolto la richiesta formulata dal pubblico ministero lo scorso 24 ottobre. Per il tribunale campano il ventenne carabiniere lucano morì suicida, ma questa versione non è mai stata accettata dalla famiglia di Giuseppe Passarelli che da anni conduce una battaglia per arrivare alla piena verità. La decisione di ieri, però, rappresenta l’ennesima delusione e segue le altre tre precedenti archiviazioni decise dalla procura di Castrovillari nel 1998, nel 2001 e nel 2010. Al tribunale di Salerno, però, erano state evidenziate proprio delle presunte “omissioni” da parte dei magistrati calabresi, accusati dai familiari del carabiniere di non aver compiuto tutti gli atti di indagini finalizzati ad accertare le cause della morte di Giuseppe Passarelli. Per il gip, tuttavia, l’azione penale nei confronti dei magistrati non può essere proseguita a causa dell’intervenuta prescrizione. E comunque, sempre secondo il giudice, “l’ulteriore ed inusuale terza riapertura delle indagini dimostra la volontà della procura di esaminare con ogni scrupolo i fatti”. Il giovane di Policoro fu trovato in fin di vita nell’archivio della caserma calabrese, dove era in servizio da soli venti giorni. Fu trasportato in ospedale e morì qualche ora dopo a causa di un colpo di pistola esploso a qualche centimetro di distanza dal suo cranio. Tanti i dubbi emersi in questi anni, a partire dall’assenza di impronte sulla pistola e di tracce di polvere da sparo sul braccio del carabiniere e i graffi sulle scarpe che hanno fatto pensare ad un trascinamento. Dubbi che forse non verranno mai chiariti.

Come è morto Giuseppe Passarelli? Il 24 marzo 1997 nell'archivio della Caserma dei Carabinieri di Cassano allo Jonio, un carabiniere di Policoro (MT), Giuseppe Passarelli, si sarebbe sparato con un colpo di pistola alla nuca morendo dopo circa tre ore di agonia. Ufficialmente si parlò di suicidio, ma la famiglia non si è mai rassegnata perché questa storia presenta davvero tante contraddizioni. A partire, per esempio, dalle modalità dell'evento alle incongruenze tra non pochi passaggi del referto autoptico e alcune testimonianze sulle ore immediatamente precedenti la morte del giovane militare. Non a caso, tra l'altro, lo stesso giudice che ha disposto l'ultima archiviazione pur affermando l'assenza di qualunque indizio che potesse far pensare ad un omicidio, ha comunque parlato di "una serie di elementi che destano perplessità e sconcerto e che non vi è una dimostrazione scientifica" che si sia trattato di un suicidio.

Diciannove anni di ricerca della verità sul caso della morte del carabiniere ausiliario Giuseppe Passarelli, scrive “L’Eco di Basilicata" il 25 marzo 2016. Il carabiniere ausiliario Giuseppe Passarelli di Policoro aveva solo diciannove anni quando morì dopo ore di agonia in seguito ad un colpo di pistola alla nuca sparata da alcuni centimetri di distanza. Diciannove anni pieni di dolore per la sua famiglia che continua a cercare la verità sulla sua morte e di sapere cosa sia successo al loro caro figlio quel giorno nella caserma di Cassano allo Jonio (CS) mentre era in servizio con altri commilitoni. Era la sua prima destinazione ed era arrivato da appena venti giorni. Tre archiviazioni sul caso, chiuso come suicidio, ma tantissimi sono i dubbi sollevati non solo dai periti di parte e dalla famiglia.

Un perito della stessa Procura di Castrovillari parla nella sua relazione di corpo trascinato a terra e su terreno, luogo non compatibile con il luogo dell’accaduto.

Negativo lo stub sulla mano di Giuseppe, cosa improbabile se fosse stato lui stesso a sparare quel colpo.

Nessuna impronta digitale sull’arma ritrovata, come se fosse stata ripulita.

Tanti i dubbi relativi alla certezza che a sparare sia stata effettivamente l’arma in dotazione a Giuseppe.

Il documento attestante la corresponsione tra una determinata arma e chi la detiene, con un unico numero di matricola, la cosiddetta scheda di armamento della pistola di Giuseppe è inesistente perché danneggiata. Questo implicherebbe che non vi sia certezza alcuna sulla corresponsione che quell’arma da cui è partito il colpo sia inequivocabilmente quella in dotazione a Giuseppe.

Giuseppe era in servizio eppure la sua divisa era sporca di terriccio, né ai familiari è stata consegnata la cravatta della divisa.

Le macchie di sangue fuoriuscito dopo lo sparo sono presenti sulla camicia della divisa ma quelle sulla giacca risulterebbero trasudate dall’interno della stessa verso l’esterno.

Troppe risultano le contraddizioni a cui ancora non vi sono risposte certe, che alimentano dubbi su dubbi su quanto accaduto e che meriterebbero approfondimenti ulteriori per restituire la certezza della Verità. Continueremo a chiederla affiancando i familiari di Giuseppe.

Un'altra morte dai contorni “misteriosi” nel centro del Metapontino torna di attualità, scrive "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 25 marzo 2015. Quella di Giuseppe Passarelli, trovato senza vita, a 20 anni, il 24 marzo del 1997 nell’archivio della Caserma dei carabinieri di Cassano allo Jonio (CS). Giuseppe, che era di Policoro, fu rinvenuto esanime con un colpo di pistola alla nuca. E ieri, in occasione di un altro anniversario senza verità e giustizia dopo quello di Luca Orioli e Marirosa Andreotta, i coordinamenti provinciali di Matera e di Cosenza dell'Associazione antimafia Libera hanno diffuso un comunicato dal titolo “Come è morto Giuseppe Passarelli?” Un interrogativo che pesa come un macigno a 18 anni dallo svolgersi del tragico evento. “Ufficialmente – ha sostenuto Libera - si parlò di suicidio, ma la famiglia non si è mai rassegnata perché questa storia presenta davvero tante contraddizioni. A partire, per esempio, dalle modalità dell’evento alle incongruenze tra non pochi passaggi del referto autoptico e alcune testimonianze sulle ore immediatamente precedenti la morte del giovane militare. Non a caso, tra l’altro, lo stesso giudice che ha disposto l’ultima archiviazione, il 10 dicembre 2013, presso il tribunale di Salerno, pur affermando l’assenza di qualunque indizio che potesse far pensare ad un omicidio, ha parlato di “una serie di elementi che destano perplessità e sconcerto e che non vi è una dimostrazione scientifica” che si sia trattato di un suicidio”. Una decisione molto controversa come quelle alla base delle altre tre archiviazioni sul caso disposte dalla Procura di Castrovillari nel 1998, 2001 e 2010. Tante le anomalie, infatti, emerse durante le indagini tecniche: nessuna impronta sulla pistola, nessuna traccia di polvere da sparo sul braccio, il terriccio sulla camicia e sui pantaloni cosi come i graffi sulle scarpe quasi fosse stato trascinato. Anomalie che hanno gettato ombre su una morte per tantissimi aspetti assurda. Ed è proprio per questi motivi che i coordinamenti provinciali di Libera di Matera e di Cosenza, sulla scia del tema della XX giornata nazionale in memoria di tutte le vittime innocenti di mafia, “La verità illumina la giustizia”, insieme alla famiglia Passarelli hanno chiesto che anche su questa storia si faccia completamente luce perché Giuseppe abbia finalmente giustizia. Dopo 18 lunghi anni da quel giorno in cui egli perse, tragicamente, la vita.

S’infittisce il mistero: sulla pistola non c’erano tracce lasciate dal militare. Fu ripulita? Scrive Fabio Amendolara il 19 gennaio 2013 su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Sulla pistola trovata accanto al corpo non c’erano le impronte digitali della vittima e sulle braccia non sono state trovate tracce di polvere da sparo. Il caso, però, è stato chiuso come suicidio. I pantaloni e la camicia d’ord i n a n z a erano sporchi di terra. «Tipiche imbrattature che di solito si trovano sugli indumenti di soggetti strascinati per terra», secondo uno dei consulenti tecnici che si è occupato 15 anni fa della misteriosa morte, nell’archivio della caserma dei carabinieri di Cassano allo Ionio (Cs), di Giuseppe Passarelli, 20 anni, carabiniere ausiliare di Policoro. «Ritengo che quelle imbrattature di terra siano state causate dal trascinamento del corpo di mio figlio dopo il ferimento mortale», sostiene Antonio Passarelli, il papà di Giuseppe nell’esposto con cui chiede la riapertura delle indagini alla Procura di Salerno (sono passati oltre tre mesi e il fascicolo non è stato ancora assegnato al magistrato che dovrà occuparsi del caso). Antonio, dopo 15 anni e tre inchieste giudiziarie finite nel nulla, ha deciso di andare in Procura a Salerno – competente territorialmente sui magistrati calabresi – per chiedere di riaprire le indagini sulla morte di suo figlio e di accertare se chi ha indagato finora lo ha fatto fino in fondo. Sarebbe la quarta inchiesta. Le altre tre risalgono al 1998, al 2001 e al 2010. La Procura di Castrovillari è giunta sempre alla stessa conclusione: Giuseppe si è suicidato con un colpo di pistola. «Ma ci sono decine di elementi che dimostrano il contrario», sostiene il papà. «A questo punto – secondo Passarelli – pongo il seguente interrogativo: come poteva sporcarsi di terriccio la camicia di mio figlio se all’atto del suo ferimento indossava la giacca? La stessa giacca che indossava al momento del suo arrivo in ospedale». Il sospetto è che qualcuno probabilmente coinvolto nel delitto abbia alterato la scena del crimine. E ripulito la pistola. Ma Giuseppe potrebbe anche essere morto altrove e poi portato nell’archivio della caserma. «C’è una sola spiegazione- scrive papà Antonio nella sua istanza alla Procura di Salerno – mio figlio non indossava la giacca al momento dell’uccisione, solo successivamente gli è stata messa addosso. Contraddicendo con ciò quanto detto dai testimoni». Ma perché dei carabinieri avrebbero dovuto mentire? «Hanno cercato in tutti i modi di farci credere che è stato un suicidio – sostiene il padre del carabiniere morto – ma per noi quel colpo alla testa glielo ha sparato qualcuno». Se il carabiniere ausiliario Giuseppe Passarelli è stato ucciso nell’archivio della caserma di Cassano allo Ionio nel 1997 e se qualcuno ha cercato di coprire l’omicidio ora dovrà accertarlo la Procura della Repubblica di Salerno.

La famiglia del Carabiniere Passarelli chiede che si riapra il caso, scrive "La Gazzetta del Mezzogiorno" il 17-10-2012. Nel ‘97 la sua morte, a 20 anni, fu archiviata come suicidio. «Hanno cercato in tutti i modi di farci credere che è stato un suicidio, ma per noi quel colpo alla testa glielo ha sparato qualcuno. Ora diteci chi è stato». Antonio Passarelli è il papà di Giuseppe, il carabiniere ausiliario di Policoro morto nel 1997 in misteriose circostanze nell’archivio del comando stazione carabinieri di Cassano allo Ionio, in provincia di Cosenza. Antonio, dopo 15 anni e tre inchieste giudiziarie finite nel nulla, ha deciso di andare in Procura a Salerno – competente territorialmente sui magistrati calabresi – per chiedere di riaprire le indagini sulla morte di suo figlio e di accertare se chi ha indagato finora lo ha fatto fino in fondo. Sarebbe la quarta inchiesta. Le altre tre risalgono al 1998, al 2001 e al 2010. La Procura di Castrovillari è giunta sempre alla stessa conclusione: Giuseppe si è suicidato con un colpo di pistola. «Ma ci sono decine di elementi che dimostrano il contrario», sostiene il papà in un documento giudiziario depositato l’altro giorno in Procura a Salerno. La sera del 22 marzo del 1997 Giuseppe chiama la mamma e l’avvisa che il giorno successivo sarebbe arrivato a Policoro per l’ora di pranzo. La mattina del 23 marzo termina il turno di servizio alle 6. Ma non parte per Policoro. Alle 9 chiama a casa e dice alla madre che è stato trattenuto dai suoi superiori in caserma. E aggiunge: «Mamma non posso parlare, ti spiego quando torno». Ma non è più tornato. Spiega il padre: «Giuseppe è rimasto in caserma, senza far nulla, dalle 6 di quella domenica fino alle 14 del lunedì successivo, ora in cui ha ripreso servizio». Perché gli viene revocato il permesso per tornare a casa se poi resta senza incarico per 32 ore? «A questo punto – sostiene il padre nella sua richiesta di riapertura delle indagini – è lecito pensare che mio figlio possa essere stato trattenuto in caserma perché era stato già pianificato il suo omicidio». Qualcuno voleva evitare che Giuseppe parlasse con i suoi familiari? Qualcuno che era a conoscenza delle preoccupazioni che negli ultimi tempi impensierivano il carabiniere ausiliario. «È possibile – sostiene Antonio Passarelli – che mio figlio alcuni giorni prima della sua morte possa aver scoperto qualcosa di sporco o di illegale che accadeva in caserma». È per questo che gli è stata tappata la bocca? Antonio se lo chiede da 15 anni. Soprattutto da quando ha appreso che sulla pistola trovata accanto al corpo di Giuseppe non c’erano impronte digitali. Ripulite? Non c’erano neanche le sue di impronte. Le dichiarazioni imprecise dei colleghi di Giuseppe hanno reso il giallo ancora più ingarbugliato. La Procura di Salerno dovrà cercare di sbrogliarlo.

La morte di Giuseppe Passarelli ancora avvolta nel mistero, scrive venerdì 27 maggio 2011 Gabriele Elia (fonte il Quotidiano della Basilicata). La recente manifestazione regionale di “Libera” ha riportato d’attualità le morti sospette lucane. Ma nel centro jonico una di queste è rimasta nel dimenticatoio e lontana dalla luce dei riflettori delle cronache. E a ricordarla indirettamente c’è stato fino a qualche settimana fa il necrologio affisso in città dove i parenti ricordano che nessuno potrà mai restituire loro la giovane vita del figlio, ma la giustizia sì, almeno questa è la loro speranza. Quattordici anni di silenzi accompagna il decesso di Giuseppe Passarelli, la cui morte è ancora avvolta nel mistero proprio come quella dei fidanzatini Luca e Marirosa ancora tutta da decifrare. Passarelli era un giovane animato da sani principi morali che come sogno aveva quello di fare il carabiniere. E c’era riuscito entrando nell’Arma come ausiliario. Dopo il periodo di addestramento era stato spedito per la sua prima esperienza lavorativa a Cassano sullo Jonio (città calabrese tristemente conosciuta a Policoro perché risiede Antonio Francese, sotto inchiesta per la morte di Francesco Mitidieri avvenuta nel 2005 sempre a Policoro). Da pochi giorni arrivato non ha fatto nemmeno in tempo a conoscere l’ambiente che il 24 marzo del 1997 decedeva nell’ospedale di Cosenza, dopo un primo ricovero in quello di Castrovillari. Per ben tre volte la magistratura di Castrovillari ha archiviato l’inchiesta come suicidio. Tesi che non ha convinto del tutto i familiari che gridano giustizia e vogliono la verità su un ragazzo che non avrebbe mai commesso un atto del genere dopo che si era avverato un sogno per lui. E poi ci sono alcuni lati oscuri tutti da chiarire: la pistola non era a contatto con la tempia, come da rilievi del perito della procura, ma stava a diversi centimetri di distanza; gli esami della perizia stub hanno dato esito negativo per Giuseppe, nel senso che non sono state rilevate tracce sulla mano di polvere da sparo; la giacca della divisa si presentava sporca di sangue solo all’interno. E poi ancora l’ordine di servizio ricevuto il giorno prima dal comandante quando aveva già programmato di tornare a Policoro la domenica delle palme per una licenza, avendo già avvisato la madre. Ebbene quel giorno Giovanni venne trattenuto in caserma senza un perché, e oltretutto senza fare nulla forse perché lo volevano punire per qualcosa che aveva visto o sentito? E poi il giorno successivo il maresciallo di turno, che faceva le veci del comandante, gli intima di andare in archivio a prendere un fascicolo. Giuseppe non lo trova e ritorna al piano di sopra. Il maresciallo gli dice di non perdersi d’animo e di guardare meglio tra i faldoni di pregiudicati e cittadini che avevano avuto a che fare con la caserma di Cassano. Lontani da occhi indiscreti mentre Giuseppe rovistava tra gli armadi dello scantinato semibuio, parte un colpo di pistola fatale per il militare. A nulla servono gli aiuti sanitari e quando arriva nel vicino ospedale è troppo tardi. Da allora i familiari a più riprese chiedono la verità. Quella ufficiale non viene giudicata attendibile dai familiari anche per il “conflitto di interessi” esistente tra quella caserma dei Carabinieri e la procura di Castrovillari, competente per territorio, che avrebbe omesso alcuni dettagli fondamentali. E l’archiviazione del caso non è suffragata da validi motivazioni, anzi si presenta lacunosa per i motivi suddetti. E’ possibile supporre che Giuseppe si sia trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato vedendo nella piccola caserma un giro poco pulito che potrebbe avergli decretato una fine insperata.

IL MISTERO DELLA MOBY PRINCE.

Moby Prince, la Commissione d’inchiesta: ora tocca ai giudici, scrive Gaetano Pecoraro il 23 febbraio 2018 su "Le Iene". L’intervento dopo il servizio di Gaetano Pecoraro e i nuovi elementi che mettiamo a disposizione. Dopo il nostro servizio sulla tragedia del Moby Prince andato in onda mercoledì scorso, interviene anche la Commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro che ha provocato 140 morti nel 1991. Mentre noi aggiungiamo nuovi elementi utili per le indagini. “Uno dei servizi della trasmissione Le Iene era dedicato alla tragedia del traghetto Moby Prince. Il servizio cercava di approfondire alcune questioni ancora poco chiare agli occhi dell’opinione pubblica", ha dichiarato il presidente della Commissione, Silvio Lai. "A tal riguardo voglio ricordare che per permettere una completa e rigorosa ricostruzione dei fatti abbiamo trasmesso alla Procura, per competenza, gli atti relativi al lavoro della Commissione. Peraltro la Procura di Livorno ha già aperto mesi fa un fascicolo”. La Commissione d’inchiesta, nella relazione finale presentata il 24 gennaio in Senato aveva evidenziato alcuni punti fermi: la sera del 10 aprile 1991 quando il traghetto Moby Prince si scontrò fuori Livorno con la petroliera Agip Abruzzo non c’era nebbia in mare, come sostenuto dalle inchieste della magistratura. La Commissione ha criticato molti punti delle sentenze a cui si è arrivati finora, in 26 anni, e le gravi negligenze nei soccorsi. Oltre al servizio andato in onda, noi de Le Iene abbiamo deciso di fornire altri elementi utili a capire cosa sia successo veramente quella notte. Mettiamo così a disposizione di tutti, per la prima volta in versione integrale, le registrazioni del canale radio 16 (il canale d’emergenza) con le comunicazioni avvenute dalle ore 22 alle ore 24 della notte del 10 aprile 1991. Pubblichiamo inoltre gli atti della Commissione d’Inchiesta. Il servizio della Iena Gaetano Pecoraro di mercoledì solleva dubbi in particolare su un punto: quello del carico della petroliera (scarica qui il documento). Dalle registrazioni delle comunicazioni radio tra la petroliera Agip Abruzzo e i soccorritori, emerge che a incendiarsi non sia stato il petrolio greggio (che è anche il carburante delle navi) ma della nafta, un derivato del petrolio utilizzato dai motori diesel. “Capitaneria, c’è la nafta incendiata in mare!”, dice il comandante della petroliera Agip nelle registrazioni. I soccorritori rispondono: “Cioè, che cosa è incendiato in mare? La nafta?”. “Sì, una nave ci è venuta addosso, la nafta è andata a mare e ha preso fuoco!”. La cosa è appunto strana, perché a riversarsi in mare sarebbe dovuto essere il greggio trasportato e non la nafta. Anche i soccorritori cercano di capire meglio: “Ma sta uscendo nafta da voi o dalla nave che è venuta addosso a voi?”. E il comandante della petroliera Agip risponde chiaramente: “Da noi”. Questo dato è confermato dalle condizioni del corpo dell`unico marinaio del Moby Prince morto per annegamento, a cui è stata trovata nafta nella trachea e sui vestiti (scarica qui un estratto della deposizione del responsabile delle autopsie sulle vittime e la ricostruzione del recupero del cadavere nella sentenza del Tribunale di Livorno). Da dove arrivava tutta quella nafta? Un’ipotesi viene sempre dalle registrazioni radio. Emerge, infatti, che a incendiarsi sia stato anche il locale pompe: “Sono Paoli, vedevo che dal locale pompe esce parecchio fumo”, dice il comandante della Sicurezza Agip ai soccorritori. Che rispondono: “è il locale pompe, c’eravamo proprio noi a tirarci dell’acqua sopra”. Il punto fondamentale è che, se la petroliera stava pompando fuori nafta, vuol dire che lì ci doveva essere anche un’altra imbarcazione che la stava ricevendo. E se lì c’era una terza nave, magari è per la sua presenza imprevista e non per la nebbia che il traghetto non è riuscito a evitare la petroliera. La Commissione parlamentare, del resto, parla in più punti di un ostacolo che avrebbe “portato il comando del traghetto a una manovra repentina per evitare l’impatto, conducendo tragicamente il Moby Prince a collidere con la petroliera”. Molti, troppi dubbi sono ancora aperti su questa tragedia, e noi de Le Iene stiamo continuando la ricerca di ogni elemento che possano portare alla verità. Continua quindi la nostra indagine, che vedrete in onda prossimamente con nuovi sviluppi. 

Moby Prince, familiari vittime: "Pensavano a salvare la stagione turistica, ma vaffa...", scrive Marco Billeci il 4 gennaio 2018 su Repubblica Tv. "Noi per ventisette anni abbiamo chiesto verità e giustizia e nessuno ci ha ascoltato, questa é la tragedia più dimenticata di Italia. Ed é vergognoso ascoltare ancora un comandante della capitaneria dire che Livorno gli deve essere grata perché ha salvato la stagione turistica, ma vaffa...!". Così Loris Rispoli - presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della Moby Prince - nel suo intervento durante la presentazione della relazione finale della commissione d'inchiesta parlamentare sull'incidente tra una petroliera e il traghetto Moby Prince avvenuto nel 1991 a largo del porto di Livorno, in cui persero la vita 140 persone. E per Angelo Chessa, figlio del comandante del traghetto: "La relazione della commissione ci restituisce fiducia nello stato dandoci ragione su quello che abbiamo sempre detto, compreso il fatto che l'equipaggio non ha avuto nessuna colpa ma anzi ha fatto di tutto per salvare i passeggeri".

Moby Prince: tra errori e depistaggi. "Niente nebbia" e le accuse della commissione alla capitaneria di Livorno. Oggi in Senato, le conclusioni di due anni di lavori per fare luce sulla più grande sciagura del mare dal dopoguerra avvenuta a Livorno nel 1991. L'Agip Abruzzo non doveva essere in quel posto. E sui passeggeri: "Qualcuno poteva essere salvato", scrive Laura Montanari il 24 gennaio 2018 su "La Repubblica". Non è stata la nebbia la causa della collisione fra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo. E quest’ultima era in un posto dove non poteva stare. C'era un radar alla stazione piloti, perché la capitaneria non l'ha usato per sapere chi era coinvolto nell'incidente, non una "bettolina" del mare, ma un traghetto pieno di passeggeri diretto in Sardegna? Azzera molte delle "verità" rimaste nelle carte precedenti, cancella certezze e consegna nuovi scenari e qualche interrogativo senza risposta, la commissione parlamentare d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince. 140 morti nelle fiamme che si sono scatenate sul traghetto il 10 aprile 1991 salpato alle 22,03 e schiantatosi contro la petroliera alle 22,25 quando viene lanciato il Mayday che nessuno ascolta: "Moby Prince, Moby Prince siamo entrati in collissione...". Quasi due ore senza soccorsi, come in preda a un'amnesia collettiva, e sul traghetto si legge ora, "qualcuno poteva essere salvato". Perché non è vero, dicono i periti, che sono morti tutti nel giro di trenta minuti. E questo punto aggiunge tragedia alla tragedia. Gli errori. Oggi al Senato la commissione presieduta da Silvio Lai (Pd) consegnerà la relazione finale ai familiari delle vittime, a quelli che in tutto questo tempo si sono battuti per una verità diversa da quelle processuali che puntavano l'indice sulla nebbia o su un errore umano. «Due anni di lavoro sono serviti alla commissione per fissare alcuni punti fermi che in tanti anni erano rimasti in secondo piano». Per esempio il fatto che il comando dell'Agip Abruzzo (348 metri, 82mila tonnellate di petrolio greggio) «non ha posto in essere condotte pienamente doverose», la sagoma del traghetto «era inconfondibile dal ponte della petroliera e fu percepita con precisione». E allora perché non venne dato subito l’allarme? Perché i soccorsi si sono concentrati tutti e soltanto sulla petroliera e sul suo equipaggio? Dalle 161 pagine redatte dai parlamentari dopo 73 sedute, emergono forti le responsabilità della capitaneria di porto di Livorno: «ci fu impreparazione e inadeguatezza nei soccorsi». Il personale aveva un addestramento adeguato? ci si interroga nel rapporto.

I misteri. La relazione della commissione parlamentare, nella premessa, ammette che a distanza di tanto tempo non sono stati risolti tutti i dubbi, ad esempio resta un mistero il tragitto compiuto dall’Agip Abruzzo: «ci sono punti non congruenti sulle attività della petroliera e sul tragitto compiuto prima di arrivare a Livorno. Veniva da un porto egiziano come sostenuto ufficialmente, aveva fatto scalo in Sicilia come appreso dalla commissione o proveniva da un altro porto ancora come risulta dalla documentazione acquisita dai Lloyd?».

La capitaneria. Una parte importante dell’inchiesta riguarda la vicenda assicurativa e uno strano accordo firmato in fretta e furia, due mesi dopo la tragedia, fra Navarma e Snam-Agip e custodito alle Bermuda (è stato recuperato dalla guardia di finanza) rimasto finora sconosciuto: le parti si accordano per non attribuirsi reciproche responsabilità. Altra anomalia: "appare anche il fatto che a fronte di una valorizzazione a bilancio Navarma 1991 del traghetto Moby Prince per circa 7 miliardi di lire, il traghetto stesso è stato assicurato per 20 miliardi di lire, come sul fatto che l’assicurazione ha liquidato i 20 miliardi per la perdita totale del traghetto nel febbraio del 1992, quando erano ancora in corso le indagini preliminari, con Achille Onorato, in quanto armatore Navarma, indagato. Il fatto è stato certamente favorito dall’accordo armatoriale del giugno 1991 Snam/Agip/Padana/Skuld".

Nel mare. C’è poi il capitolo delle ricerche infondo al mare dove giacciono ancora i resti degli scafi, piccole parti di entrambi. Recuperarli, dice la commissione, può servire a stabilire l’esatto luogo dell’impatto e a questo lavora la Marina. "Possono aiutare a stabilire l'esatto punto della collisione". Un elemento importante ai fini dell'esatta ricostruzione della dinamica. La Marina militare ha già effettuato un sopralluogo e si pensa di ispezionare il fondale con nuovi strumenti tecnologici, come per esempio i robot sottomarini. Legata ai soccorsi c’è la questione di quanto potevano essere sopravvissute le persone a bordo del traghetto in fiamme. Si diceva al massimo 30 minuti, ma diversi fra testimoni e periti tendono ad allungare i tempi, in certe aree della nave e questo elemento non è un dettaglio: significa che soccorsi migliori avrebbero potuto salvare delle vite.

L'impatto. L'impatto del traghetto con la petroliera è delle 22,25.  La commissione in base alle testimonianze raccolte esclude la nebbia come causa e anche la velocità. Di certo la Moby ad un certo momento vira di 30 gradi: perché? Una delle ipotesi è che vi fosse stata una esplosione a bordo. Secondo alcune perizie la Moby trasportava esplosivo ad uso civile. "Il Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, in un appunto del Capo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Prefetto Parisi inviato alla sua attenzione il 28 gennaio 1992, conferma la presenza di tracce di esplosivo «a uso civile» rinvenute in un locale a prua del traghetto. In un altro appunto lo stesso Prefetto Parisi aveva riferito al Ministro Scotti di tracce di tritolo e di nitrato di ammonio rinvenute nei locali di alloggiamento dei motori elettrici delle eliche di prua del traghetto". Esclusa la pista terroristica, escluse nuove ispezioni dal momento che il Moby è stato smembrato appena tre anni dopo l'incidente: l'ipotesi più probabile resta quella di un'avaria al timone. Di certo dopo la collisione il Moby resta incastrato all'interno della petroliera e per disincagliarsi fa una retromarcia.

Le reazioni. "Siamo arrivati a conclusioni unanimi. Lo abbiamo fatto senza lasciarci trascinare dalle suggestioni. Sulle concretezze appurabili abbiamo ricostruito i fatti e le dinamiche dell'incidente. Le prime evidenze alle quali siamo approdati sono totalmente diverse da come, allora, furono appurate. Non c'era la nebbia e le vittime non morirono tutte entro 30 minuti. Due certezze che in sede giudiziaria furono i pilastri delle sentenze di assoluzione". Lo dice il senatore Silvio Lai (Pd), presidente della Commissione d'inchiesta sul disastro del Moby Prince, che oggi ha presentato la relazione finale. "Al tempo stesso riteniamo di poter affermare - spiega il senatore Pd - che sia intervenuta un disturbo della navigazione per il Moby Prince unitamente alla posizione di divieto di ancoraggio per l'Agip Abruzzo. Il coordinamento delle operazioni di soccorso è risultato inadeguato ed è avvenuto con colpevole ritardo così come il comando della petroliera non pose in essere condotte pienamente doverose rispetto all'altra nave. Sono state inoltre trovate palesi incongruenze sulle attività dell'Agip Abruzzo e sul tragitto compiuto prima di arrivare a Livorno". "La Commissione - prosegue Lai - ritiene altresì che l'attività di indagine della Procura di Livorno, sottesa al processo di primo grado, sia stata carente e condizionata da diversi fattori esterni. In particolare appare aver avuto un indubbio effetto condizionante il fatto che le indagini siano state svolte utilizzando memorie provenienti da chi aveva gestito soccorsi od anche limitandosi a riscontrare perizie medico legali legate esclusivamente alla riconoscibilità dei corpi. Cosi come colpisce l'accordo assicurativo dopo soli due mesi dall'evento tra gli armatori delle due navi". "Consegneremo - conclude Lai - alla Procura della Repubblica gli atti e la relazione finale cosi come trasparentemente ogni documento dell'inchiesta sul Moby Prince, anche secretato, sarà disponibile a tutti. Il lavoro della Commissione ha gettato le basi per dissolvere la nebbia attorno alla tragedia".

MOBY PRINCE/ Nuove verità 26 anni dopo il disastro: nessuno provò a salvare i 140 passeggeri. Moby Prince, la nuova testimonianza che smentisce la verità processuale a 26 anni dalla sciagura: la Commissione parlamentare d'inchiesta ha concluso i lavori, scrive il 4 gennaio 2018 Emanuela Longo su "Il Sussiadiario". Dall'intenso lavoro della Commissione d'inchiesta sul drammatico incidente della Moby Prince emerge anche un'altra terribile verità, a distanza di 26 anni dalla sciagura ed ha a che fare proprio con le 140 vittime dell'incidente. Secondo le due sentenze che hanno chiuso il caso senza alcun colpevole, i passeggeri del traghetto avrebbero avuto solo 20 minuti di vita. Nella realtà però, le cose sarebbero andate diversamente: dallo scontro con la petroliera sono trascorse interminabili ore prima dell'arrivo dei soccorsi. A provarlo sarebbero i vari elementi raccolti dalla Commissione d'inchiesta, a partire dalla consulenza di un medico legale secondo la quale i 140 passeggeri avrebbero respirato per ore il fumo. Ci sarebbe inoltre l'immagine di un uomo che dopo molte ore sarebbe salito sul ponte della nave per chiedere aiuto, prima di essere carbonizzato in pochi minuti. Fino a quel momento, però, si suppone sia stato in un luogo sicuro. Ed ancora, dalle foto scattate dai vigili del fuoco, c'è fuliggine sulle auto e le orme di molte mani. Secondo i periti, anche dopo che le fiamme furono domate molte persone si spostarono in cerca di un luogo sicuro. A rafforzare tale tesi, la testimonianza di Alessio Bertrand, unico sopravvissuto: "Quando mi hanno soccorso ho detto che c’erano ancora persone vive". La conclusione, drammatica, è che nessuno tentò di salvare i 140 passeggeri. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

NUOVA TESTIMONIANZA: “NON C’ERA NEBBIA”. Lo scorso dicembre la Commissione parlamentare d'inchiesta ha ufficialmente concluso i suoi lavori in riferimento alla sciagura del Moby Prince, il traghetto che la sera del 10 aprile 1991 si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo. Nella collisione morirono 140 persone ma per 26 lunghi anni, quanto accaduto nel porto di Livorno ha rappresentato dei maggiori misteri italiani. Oggi, come spiega il quotidiano La Stampa, dopo il lavoro della Commissione d'inchiesta si fa sempre più concreta la necessità di riscrivere da zero la storia sulla drammatica vicenda, anche alla luce alcune nuove certezze emerse nel corso del lungo lavoro. A ribaltare l'ormai superata versione processuale, sarebbe ora la testimonianza di Guido Frilli che già all'epoca dei fatti aveva spiegato agli inquirenti ciò che aveva realmente visto la notte del disastro, sebbene il suo verbale non entrò mai nel fascicolo d'indagine. Frilli ha poi ribadito la sua verità anche al cospetto della Commissione d'inchiesta: "Quella notte in rada non c’era nebbia, lo ribadisco. Sono stato alla finestra fino all’una del mattino e vedevo con chiarezza ciò che stava accadendo". Le sue parole andrebbero così a smentire definitivamente l'ipotesi della nebbia che secondo i magistrati aveva rappresentato la principale causa del disastro del Moby Prince, del quale non si conoscono ancora dinamiche esatte e cause. La stessa versione fornita da Frilli, spettatore involontario, era stata fornita anche dall'ex pilota del porto di Livorno, dall'avvisatore marittimo e da due ufficiali della Guardia costiera. Lo stesso Frilli ha sottolineato come anche nei giorni successivi all'incidente si fosse recato in Capitaneria riferendo l'assenza di nebbia.

MOBY PRINCE: TERMINATI I LAVORI DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA. Il racconto emerso dal testimone in Commissione parlamentare d'inchiesta non era mai emersa prima e solo adesso, a lavori ormai conclusi, arriva la conferma che le indagini condotte negli anni passati sarebbero state superficiali e poco fedeli a quanto realmente accaduto. Il lavoro della Commissione presieduta da Silvio Lai del Pd è durato 25 mesi durante i quali si sono susseguite 72 audizioni, tutte mirate a fare luce su quanto avvenuto la notte del 10 aprile 1991. Per la relazione finale occorrerà ancora attendere alcuni giorni ma quanto emerso assume una così elevata importanza da rendere concreta l'apertura di una nuova inchiesta. Ed è proprio questo ciò che sperano i parenti delle vittime che da anni cercano la verità su quanto accaduto 26 anni fa: "Non so se arriveremo mai alla verità totale. Di certo, l’esito delle audizioni dimostra che a provocare il dramma non è stata la distrazione dell’equipaggio. Non credo che sarà mai possibile, ma sarebbe utile capire anche le cause dell’impatto", ha dichiarato Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto.

Moby Prince, tutte le carte su menzogne e omissioni. La relazione: 2 mesi dopo la strage intesa tra compagnie per la rinuncia a indennizzi, scrive Marco Imarisio il 23 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". «La Commissione si dichiara stupita che a 26 anni dal disastro della Moby Prince molte dichiarazioni rese in sede di audizione siano convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell’accaduto». La nebbia che non c’è mai stata faceva comodo a tutti. Doveva esserci, ad ogni costo. Per costituire un alibi, per dare la colpa ai morti che non potevano più difendersi. E coprire così sotto una coltre di bugie le responsabilità, le negligenze, le convenienze, di quasi tutti i soggetti coinvolti nella tragica notte della Moby Prince. Dieci aprile 1991, il traghetto che si schianta contro la petroliera Agip Abruzzo all’uscita dal porto di Livorno. Centoquaranta vittime. Nessun responsabile. «L’attività di indagine della Procura è stata carente e condizionata da diversi fattori esterni». Come le «enormi pressioni cui sembra essere stata oggetto». 

I lavori. Non si salva nessuno, nella bozza di relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del più grande disastro della marineria italiana nel dopoguerra, che domani a Roma presenterà le proprie conclusioni. Neppure la magistratura dell’epoca. In due anni di lavoro, i parlamentari guidati dal senatore Silvio Lai hanno avuto spesso la sensazione di essere presi per i fondelli dai testimoni che avevano convocato. Non si sono rassegnati. Quesiti, consulenze tecniche, perizie. Non tutti i punti oscuri sono stati chiariti. «Ma affermiamo con sicurezza di aver raggiunto una ricostruzione decisamente più vicina alla realtà storica. Non tutta la verità ma di sicuro una verità più ricca». Al punto che la Procura di Livorno ha già aperto una nuova inchiesta, «atti relativi contro ignoti». Dice Loris Rispoli, presidente di «140», l’associazione delle vittime, che si tratta di un risarcimento. «I pm lavorarono malissimo. Speriamo che ora si possa chiarire davvero, partendo dal lavoro della Commissione». 

Le novità. Sono elencate in cinque punti. 1) «Si esclude che la nebbia sia stata la causa delle tragedia... Non c’è stato, prima del disastro, un fenomeno atmosferico di generale riduzione della visibilità in rada». 2) «Il comando della petroliera non ha posto in essere condotte pienamente doverose». Il traghetto rimase incagliato per alcuni minuti nella motocisterna. «C’era il tempo per valutare la situazione e dare le corrette comunicazioni ai soccorritori». 3) «Dalla Capitaneria di porto di Livorno non partirono ordini precisi per chiarire entità e dinamica dell’evento e per ricercare la seconda imbarcazione». Ovvero la Moby Prince. I soccorsi si concentrarono soltanto sulla petroliera. «Ci fu impreparazione e inadeguatezza». 4) «Ci sono punti non congruenti», questo l’eufemismo usato dai relatori, «sulle attività della petroliera e sul suo tragitto compiuto prima di arrivare a Livorno».

L’accordo. «Ci si è chiesti se la rapidità con cui si è giunti ad accordi fra compagnie e armatori non abbia contribuito da subito ad abbassare il livello di attenzione sulla tragedia». Il quinto e ultimo punto è anche il più scabroso. Ci è voluto l’intervento della Guardia di finanza per recuperare il documento da un broker delle isole Bermuda, dov’era custodito. Il 18 giugno ‘91, a Genova, viene siglato un accordo tra Navarma, proprietaria di Moby Prince, e Snam-Agip spa, armatore della petroliera. Le due parti rinunciano a qualunque pretesa di indennizzo reciproco. Sono passati appena due mesi dalla strage. Ancora non si sa nulla. Ma non si attendono gli esiti dell’inchiesta della magistratura, appena agli inizi. «In solo due mesi, gli armatori e le loro compagnie assicuratrici si accordarono per non attribuirsi reciproche responsabilità, non approfondendo eventuali condizioni operative o motivazioni dell’incidente attribuibili ad uno dei due natanti». I parlamentari sottolineano come Moby Prince fosse assicurata con una estensione della polizza ai «rischi di guerra», benché navigasse solo nell’alto Tirreno. L’armatore Vincenzo Onorato ha detto che la pratica era abituale. I consulenti della commissione sostengono che invece «non era giustificata». «Anomalo appare anche il fatto che a fronte di una valorizzazione a bilancio del 1991 di circa 7 miliardi di lire, il traghetto fosse assicurato per 20 miliardi, cifra liquidata nel febbraio del 1992. A indagini preliminari ancora in corso». 

Le cause. La commissione parla di «una possibile alterazione della navigazione» della Moby Prince. L’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti ha riferito di un appunto della Polizia che confermava le tracce di esplosivo «a uso civile» rinvenute nel locale a prua del traghetto. Ma dal lavoro della commissione non emergono conferme. Solo l’ipotesi, corroborata dal fatto che prima dell’impatto le luci d’allarme della Moby Prince erano accese, di «un evento inatteso» sul traghetto, che ha portato come conseguenza il blocco del timone. «Non si può quindi escludere un’avaria».

La petroliera. «Negli anni, sulla posizione dell’Agip Abruzzo sono state fornite plurime indicazioni quasi sempre incompatibili una con l’altra. I consulenti della commissione hanno individuato ben 19 diverse coordinate, punti dichiarati o rilevati prima o subito dopo la collisione». Le nuove indagini della Marina militare portano almeno qui alla verità. «La suddetta nave era in zona interdetta alla navigazione e in divieto di ancoraggio». Era dove non doveva essere, con un carico sconosciuto. Ma da dove arrivava? Snam ha sempre sostenuto che giunse direttamente dall’Egitto dopo 5 giorni di viaggio. Il sistema di controllo della Lloyd List Intelligence, al quale la commissione ha avuto accesso, racconta invece di soste mai dichiarate a Fiumicino e Genova, prima di Livorno. «La dichiarazione di provenienza fornita da Snam è in contrasto con i dati ufficiali». Un falso. «La commissione ritiene che il comportamento di Snam-Eni sia connotato di forte opacità». Tutti avevano qualcosa da nascondere, dopo quella notte. La Capitaneria di porto «non ha valutato la gravità della situazione», anche per «incapacità». Non è un dato da nulla, davanti a 140 vittime, molte delle quali erano ancora in vita dopo la collisione. Agip Abruzzo e Moby Prince avevano i loro segreti, e le loro compagnie un accordo segreto. Quindi più nebbia per tutti. Per coprire i morti, e soprattutto i vivi.

Moby Prince, l’ultima verità 26 anni dopo. Concluso il lavoro della Commissione d’inchiesta: “La nebbia un’invenzione, i 140 non furono soccorsi”. La Commissione parlamentare è stata istituita nel 2015 e a dicembre, dopo 72 audizioni, ha concluso il suo lavoro. Sul disastro restano ancora molti misteri e si ipotizza la trasmissione degli atti alla procura per una nuova inchiesta, scrive il 04/01/2018 Nicola Pinna su "La Stampa". Guido Frilli non è un fantasma spuntato fuori all’improvviso. Si fece vivo e parlò anche 26 anni fa, ma allora nessuno lo ascoltò. Provò persino a mettere per iscritto tutto ciò che aveva visto la notte del disastro, ma il verbale con la sua testimonianza non è mai finito nel fascicolo di un’indagine. Ora le cose cambiano. E non è un dettaglio. Quello che Guido Frilli ha visto dalla finestra della sua casa di Livorno è nero su bianco nel resoconto dell’ultima seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul dramma del Moby Prince. «Quella notte in rada non c’era nebbia, lo ribadisco. Sono stato alla finestra fino all’una del mattino e vedevo con chiarezza ciò che stava accadendo». Ecco, questa è la pietra tombale sulla vecchia verità processuale. Una verità che però non ha mai chiarito la dinamica (e le cause) del drammatico scontro tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo. A distanza di così tanto tempo la storia è quasi tutta da riscrivere, perché su uno dei grandi misteri italiani ora ci sono almeno tre nuove certezze. La più importante si basa (anche) sul racconto di Guido Frilli: di fronte alla Commissione d’inchiesta lo avevano detto anche altri e così sembra sgretolarsi l’ipotesi della nebbia, che per i magistrati era la causa principale del disastro. Prima dello spettatore involontario, una versione più o meno simile l’avevano data ai senatori l’ex pilota del porto di Livorno, l’avvisatore marittimo e persino due ufficiali della Guardia costiera. «Nei giorni successivi all’incidente - ha sottolineato Frilli - mi sono presentato in Capitaneria per riferire della perfetta visibilità in rada e della totale assenza di nebbia». Di un racconto così prezioso non si era mai saputo nulla, ma dal lavoro della Commissione d’inchiesta (presieduta da Silvio Lai del Pd) viene fuori che le indagini sono state superficiali e le conclusioni poco fedeli alla realtà dei fatti. La relazione finale sulle 72 audizioni fatte in 25 mesi di lavoro verrà presentata tra qualche giorno, ma insieme alla questione della nebbia ci sono altri due passaggi che consentono di riscrivere la storia. E che lasciano aperta l’ipotesi di una imminente trasmissione degli atti alla procura per sollecitare l’apertura di una nuova inchiesta. Quello che i parenti delle vittime chiedono da anni: «Non so se arriveremo mai alla verità totale - dice Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto -. Di certo, l’esito delle audizioni dimostra che a provocare il dramma non è stata la distrazione dell’equipaggio. Non credo che sarà mai possibile, ma sarebbe utile capire anche le cause dell’impatto».  La sopravvivenza dei 140 del Moby Prince e l’organizzazione dei soccorsi sono gli altri due punti su cui saltano fuori i nuovi dettagli. A rileggere le due sentenze che hanno chiuso il caso senza colpevoli, i passeggeri del traghetto appena partito da Livorno e diretto a Olbia avrebbero avuto solo 20 minuti di vita. Ma in realtà, dal momento dello scontro con la petroliera, a bordo della nave sono trascorse ore interminabili e drammatiche. E le prove messe insieme dalla Commissione d’inchiesta sono diverse. Una è la consulenza di un medico legale (ancora secretata) che ha chiarito un particolare su cui già c’era qualche indizio: i 140 hanno respirato per ore il fumo. In più c’è l’immagine di quell’uomo che dopo molte ore sale sul ponte della nave per chiedere aiuto: in pochi minuti il suo corpo è stato carbonizzato e questo dimostra che fino a quel momento era stato in un luogo sicuro. Infine, ci sono le foto scattate dai vigili del fuoco, entrati per primi nel garage del traghetto: sulle auto coperte di fuliggine (che si deposita quando le fiamme sono spente) ci sono le orme di tante mani. E questo per i periti significa che quando il rogo era stato domato dentro la nave arroventata parecchie persone ancora si spostavano alla ricerca di un luogo sicuro. La testimonianza del mozzo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto del Moby Prince, rafforza la nuova certezza: «Quando mi hanno soccorso ho detto che c’erano ancora persone vive». Il capitolo soccorsi è quello che nelle prime indagini non è mai stato affrontato, ma negli atti degli interrogatori fatti dalla Commissione c’è una pesante ammissione dell’allora comandante del porto, Sergio Albanese: «Il traghetto era un corollario, ci siamo concentrati sulla petroliera». A salvare i 140 passeggeri, dunque, nessuno ci ha provato. 

Disastro Moby Prince, 26 anni dopo un'altra verità. La testimonianza di Guido Frilli, scrive Paolo Salvatore Orrù su "Tiscali News". Il disastro del Moby Prince avvenne la sera del 10 aprile 1991, quando il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo entrarono in collisione nella rada del porto di Livorno.  In seguito all'urto si sviluppò un incendio che causò la morte delle 140 persone tra equipaggio e passeggeri, si salvò solo Alessio Bertrand, un giovane mozzo napoletano. Sono passati quasi 27 anni da quella immane tragedia, eppure la verità è ancora di là da venire. Lo scorso dicembre, con l’audizione di Guido Frilli da parte commissione d’inchiesta del Senato presieduta da Silvio Lai (Pd), è stato possibile intravedere sprazzi di luce. Frilli ha infatti sostenuto che in rada non c’era assolutamente un filo di nebbia (che sinora era stata considerata la vera colpevole della tragedia). Lui è un testimone oculare: all'epoca dei fatti abitava sul lungomare di Livorno proprio davanti al luogo del disastro. Si legge nel resoconto della commissione di inchiesta: “affacciatosi alla finestra quella notte, ebbe la percezione di una perfetta visibilità tanto che vide la sagoma della petroliera con alcune persone che correvano lungo il ponte, mentre un altro corpo, avvolto dal fumo nero, si muoveva poco più a nord”. Particolari che potevano essere osservati, vista la distanza, solo con l'assenza di nebbia. Il testimone, per confermare la perfetta visibilità, ha detto che l'isola di Gorgona era “perfettamente visibile”. Dalle dichiarazioni del cittadino livornese si evince un altro particolare mai emerso prima. E cioè che l'Agip Abruzzo era illuminata in maniera anomala e risultava molto vicina alla costa (oggi le navi sono ancorate a una distanza maggiore dalla terraferma ndr). Il testimone ha anche ricostruito la dinamica dell'incendio sulla petroliera percepita dal terrazzo della sua casa: sarebbe stata caratterizzata “da denso fumo che si sollevava dal ponte cui seguirono grandi bagliori di fiamme”. Peraltro, conferma Frilli, non vide altri natanti fra la costa e la petroliera, e non si è sentito di escludere la presenza di un elicottero. Frilli ha precisato che il traghetto era avvolto da un fumo denso e scuro, mentre il fumo che saliva dalla petroliera era più chiaro e si muoveva lentamente in direzione verso ovest - nord ovest. E ha ricordato particolari agghiaccianti, come quella una figura umana di piccole dimensioni, con una maglietta bianca, che correva sul ponte della petroliera. Quella maglietta poteva essere quella di Bertrand. Che un anno fa, interrogato dalla commissione d’inchiesta, aveva asserito tutto il contrario da quanto sostenuto da Frilli.  A lui infatti il timoniere della Moby Prince aveva detto che la collisione era avvenuta a causa della fitta nebbia. “Incontrai il timoniere, gli chiesi cos’era successo e mi disse: c’era nebbia e siamo finiti contro un’altra nave”. Bertrand però dice anche che lui la nebbia non la vide, gliela comunicò il timoniere, Aniello Padula. Moby Prince, una vicenda complessa. Per ora si può fare affidamento solo sulla verità processuale, che ravvisò come possibile causa dello scontro l’errore umano da parte dell'equipaggio del Moby: tutte le commissioni d'inchiesta e tutti i processi, fino all'ultima archiviazione disposta dalla Procura di Livorno nel 2010, censurano il comportamento della plancia del Traghetto, comandata da Ugo Chessa, defunto anch'egli nella tragedia. L'imprudenza del Comandante, per i giudici non ha certo determinato la tragedia nei suoi mortali sviluppi, tuttavia ha contribuito a non evitarla. Tra le accuse rivolte all'equipaggio del Moby Prince si elencano: il mal funzionamento di alcuni apparati di sicurezza a bordo della nave; l'aver fatto scendere prima del dovuto il pilota del porto Federico Sgherri; la mancata dovuta attenzione nelle procedure di uscita dal porto; la velocità troppo elevata in fase di uscita; l'aver lasciato aperto il portello del traghetto in fase di navigazione. Tra le cause della disattenzione è stato indicato più volte erroneamente, anche dagli organi di stampa dell'epoca, il fatto che l'equipaggio potesse essere distratto dalla gara di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e il Barcellona. Questa ipotesi è stata però decisamente respinta dalla testimonianza del superstite Bertrand, il quale, durante vari interrogatori, ha più volte dichiarato di aver personalmente portato alcuni panini in plancia comandi e che il personale di guardia si trovasse al proprio posto nella gestione del traghetto. Per Luchino Chessa, figlio del comandante Moby e portavoce familiari vittime, la commissione di inchiesta sta facendo ‘un grade lavoro’. Alla giornalista di tiscali.it, Paola Pintus, che lo aveva intervistato aveva spiegato: “la Commissione d'inchiesta sta facendo un gran lavoro e sta raggiungendo dei risultati insperati fino a un po’ di tempo fa. All'esame ci sono dei dati di fatto che stanno scompaginando le vecchie carte processuali e stanno riscrivendo tutto quello che era stato costruito in precedenza". Se 27 anni vi sembrano pochi.

MOBY PRINCE. NON FU NEBBIA KILLER, RESTA SOLO QUELLA GIUDIZIARIA. Scrive il 2 settembre 2017 Paolo Spiga su "la Voce delle Voci ". Non fu la nebbia. Questa la fondamentale acquisizione operata dalla commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sulla strage del Moby Prince, quando nella notte del 10 aprile 1991 morirono bruciate 140 persone. Uno dei peggiori buchi neri della nostra storia, una delle più colossali tragedie italiane rimaste senza risposta e, soprattutto senza colpevoli, a ben 26 anni da quei fatti. Inchieste che hanno regolarmente girato a vuoto, nulla di fatto in tutti i gradi di giudizio, depistaggi a non finire. L’unica speranza adesso resta in questa commissione varata circa un anno fa e comunque approdata a qualche significativa conclusione. Come ad esempio il fatto che la nebbia – considerata da sempre la causa numero uno – non c’entra un bel niente. Almeno questo, per ora. “Era una notte chiara e luminosa”, hanno sempre raccontato le cronache. E invece nei fascicoli giudiziari quei chiarori si trasformano in nebbia impenetrabile, che rende ancor più invisibili le mani assassine che hanno provocato la tragica collisione. Ricordiamo che eravamo proprio nel giorno del rompete le righe per l’invasione americana in Iraq, con un gigantesco via vai di navi a stelle e strisce soprattutto in quell’area di costa toscana, dove si trovava la strategica postazione di Camp Derby. E sono non pochi i racconti di traffici più che sospetti di armi, di trasbordi di materiale bellico effettuati proprio in quelle acque. Così fa rilevare la relazione presentata dalla commissione presieduta dal Pd Silvio Lai: “le differenze emerse e il confronto con gli atti acquisiti consentono di ipotizzare scenari differenti rispetto a quelli che sono stati definiti nel corso delle diverse fasi processuali e negli anni successivi”. Più nello specifico, a proposito della nebbia – sic – killer, ecco le novità. In una comunicazione radio captata dalla petroliera Agip Abruzzo prima dell’impatto con il Moby Prince, emerge una frase, “Livorno ci vede, ci vede con gli occhi”, che lascia poco spazio all’ipotesi di una nebbia fitta. Agli atti, poi, c’è un’altra comunicazione captata, quella di un aereo in atterraggio a Pisa che “vede distintamente l’area del disastro pochissimo tempo dopo la collisione tra le due imbarcazioni”. Non è finita. Perchè il cosiddetto “video D’Alesio”, ripreso pochissimo tempo dopo l’impatto con una telecamera amatoriale da un’abitazione che si affaccia lungo la rada – viene scritto nella relazione – “mostra un’immagine chiara della scena che rende dubbiosi riguardo l’ipotesi della nebbia. Su questo argomento la commissione ha avanzato precise domande agli auditi e in primo luogo agli ufficiali dell’Agip Abruzzo. Stante quanto premesso – viene aggiungo dai commissari presieduti da Silvio Lai – le ricostruzioni dei marittimi della petroliera sulla presenza di nebbia in rada consentono di ridimensionare sensibilmente, fino ad escluderla, la rilevanza di tale fenomeno”. La nebbia meteo si è diradata. Farà lo stesso quella giudiziaria?

IL MISTERO DI SIMONETTA FERRERO.

Milano, 1971: Simonetta Ferrero uccisa nei bagni della Cattolica. Un seminarista entrò per chiudere il rubinetto e si trovò davanti alla terribile scena di un delitto: sulla porta e sulle pareti macchie di sangue, ditate e manate dappertutto, e per terra il corpo senza vita di una ragazza. Il giallo è tuttora irrisolto, scrive Dino Messina il 30 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". La mattina di lunedì 26 luglio 1971 il seminarista padovano Mario Toso, 22 anni, entrò di buonora all’Università Cattolica per assistere alla messa delle otto. Finita la funzione salì al primo piano della scala G per vedere se c’erano comunicazioni che lo riguardavano nella bacheca dell’Istituto di scienze religiose. Ma si fermò, attratto dallo scrosciare insistente dell’acqua che proveniva da un bagno delle donne. Entrò per chiudere il rubinetto e si trovò davanti alla terribile scena di un delitto: sulla porta e sulle pareti macchie di sangue, ditate e manate dappertutto, e per terra, riverso sul fianco destro, il corpo senza vita di una ragazza. Il seminarista cercò qualcuno per dare l’allarme, ma non trovò nessuno. A chiamare la questura fu uno dei due custodi di turno, Mario Biggi. Il giovane religioso se ne tornò al seminario di Mirabello Monferrato, casualmente lo stesso istituto dei salesiani frequentato dalla vittima durante le scuole elementari. La polizia non fece fatica ad accertare che la ragazza distesa sul pavimento si chiamava Simonetta Ferrero, detta Munny, di cui i genitori avevano denunciato la scomparsa già dal sabato precedente. Il luogo del delitto, l’Università Cattolica, e la personalità della vittima, delineavano uno scenario del tutto insolito per gli inquirenti. Simonetta era una ragazza di 26 anni, bella ma non appariscente, bruna con gli occhi verdi, che si era laureata in Scienze politiche nell’ateneo di Largo Gemelli con una tesi sul concetto di premio nell’ordinamento costituzionale inglese. Il fatto che la facoltà da lei seguita fosse diretta dal costituzionalista Gianfranco Miglio, uno dei consiglieri del presidente della Montedison Eugenio Cefis, unito al vantaggio di essere figlia di un dirigente del gruppo, Francesco, ex commerciante di vini, aveva aperto le porte della Montedison alla giovane Simonetta, che a 26 anni si trovava a capo della sezione laureati. In pratica selezionava i più meritevoli. Di recente aveva respinto una decina di domande di assunzione e gli inquirenti seguirono anche questa traccia, ma la violenza dell’esecuzione lasciava pensare a un delitto passionale, o a una tentata violenza sessuale, che tuttavia l’aggressore non riuscì a portare a termine come venne dimostrato dall’autopsia. Escluso il movente di rapina, perché al dito la povera Simonetta aveva ancora l’anello d’oro e nel portafogli vennero trovati i trecento franchi francesi che aveva appena cambiato prima di partire con la famiglia per la Corsica. E allora? Al capo della squadra mobile Enzo Caracciolo e ai suoi uomini, che riferivano al magistrato Ugo Paolillo, lo stesso che era di turno due anni prima il giorno della strage di piazza Fontana, non restò altro che ricostruire le ultime ore di vita della giovane. Simonetta viveva con i genitori Francesco e Liliana, casalinga, e con le sorelle, Elena, biologa, assistente all’università Statale, ed Elisabetta, laureanda in biologia, in un appartamento di via Osoppo. Non ancora fidanzata, di abitudini piuttosto tradizionali per quei tempi tumultuosi, era volontaria della Croce Rossa e impegnata nel tempo libero anche con le Dame di San Vincenzo. La mattina di sabato 24 luglio, in una Milano calda e semideserta, Simonetta era uscita per cambiare le lire in franchi prima della partenza per la Corsica, era passata in una tappezzeria, poi in un negozio di estetista in via Dante, per la depilazione prenotata in vista delle vacanze al mare. Dopo aver comprato un dizionario italiano-francese, si era diretta verso la Cattolica: secondo alcune ipotesi per ritirare delle dispense nella libreria interna dell’ateneo, che aveva trovato chiusa, secondo altre proprio per fermarsi ai bagni che ben conosceva nell’ateneo che aveva frequentato per quattro anni. Una banale sosta per motivi fisiologici, che le costò cara. Simonetta entrò nell’ateneo dall’atrio principale di largo Gemelli, quindi attraversò due cortili prima di arrivare al terzo porticato da cui si accedeva ai bagni della scala G. Le lezioni e anche gli esami erano finiti, la facoltà in un sabato di fine luglio era semideserta, si sentiva solo il rumore dei martelli pneumatici azionati da un gruppo di operai che lavoravano proprio vicino al luogo del delitto. Un rumore che probabilmente coprì le urla disperate di Simonetta, mentre lottava con il suo aggressore prima di cadere trafitta da 32 pugnalate, sette delle quali, all’addome, al petto e al collo, mortali. Gli operai e i pochi studenti presenti nell’ateneo quella mattina furono interrogati. Ma le indagini presto si arenarono. Venne rintracciato un falso ingegnere navale sulla quarantina che frequentava la Cattolica con il solo scopo di importunare le studentesse. Fu segnalata la presenza di un giovane di 25 anni che aggrediva le ragazze con parolacce. Gli studenti pendolari sulla ferrovia Milano Saronno indicarono la presenza di un giovane che andava in giro a dire che preferiva le ragazze della Cattolica e mostrava un coltello a serramanico. Tutti questi personaggi, al pari di altri 300 possibili testimoni o portatori di una pur minima verità sulla morte di Simonetta, vennero interrogati senza risultato. Il principale sospettato rimaneva il seminarista Toso: perché era entrato in un bagno delle donne e perché era tornato precipitosamente in seminario? Gli inquirenti con trovarono prove a suo carico, così come nessuna prova venne trovata a carico di un giovane prete sospettato e trasferito, ma neppure indagato. Intanto, precipitosamente, il luogo del delitto venne ripulito. Non fu mai trovata l’arma del delitto. Come aveva fatto l’assassino a farla sparire e, soprattutto, come aveva potuto uscire dall’università, con i vestiti sporchi di sangue, senza che nessuno lo notasse? Furono commessi errori nell’indagine e non c’era all’epoca il test del dna, che avrebbe potuto aiutare a risolvere il caso utilizzando i pezzetti di pelle dell’aggressore rimasti nelle unghie di Simonetta. Intanto, si facevano avanti anche i mitomani. In questura arrivò una lettera dall’Emilia con «l’identikit dell’assassino», che in realtà si rivelò essere il ritratto dell’astronauta americano Alfred Warden, al comando della missione Apollo 15. Ventidue anni dopo, nel 1993, il questore Achille Serra ricevette una lettera anonima che puntava il dito contro un padre spirituale della Cattolica. I funerali di Simonetta Ferrero furono celebrati giovedì 30 luglio nella chiesa dei santi martiri Gervaso e Protaso in via Osoppo dallo zio della vittima, monsignor Carlo Ferrero, presidente dell’Istituto di scienze teologiche della Pro Deo di Roma, che l’aveva introdotta nell’Università Cattolica. La chiesa era piena, nessuna autorità presente, soltanto una grande delegazione della Croce Rossa. Dopo 46 anni la morte di Simonetta Ferrero rimane ancora un mistero.

IL MISTERO DI LIDIA MACCHI.

Lidia Macchi, sul corpo 4 capelli di un uomo sconosciuto: non è Binda. È la novità emersa martedì nell’aula gip del tribunale di Varese, dove i quattro periti hanno esposto i risultati della relazione. La ventenne fu uccisa nel 1987, il cadavere è stato riesumato trent’anni dopo in cerca di tracce di dna, scrive Roberto Rotondo il 9 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Non sono stati trovati peli o capelli riconducibili all’imputato Stefano Bindasulla salma di Lidia Macchi, la studentessa ventenne uccisa nel 1987 le cui spoglie sono state riesumate per capire se vi fossero o meno elementi del dna riconducibili all’uomo accusato dell’omicidio. Spuntano però quattro capelli, senza bulbo, che i periti incaricati dal gip hanno trovato nella zona pubica: appartengono tutti alla stessa persona e secondo gli esperti non sono riconducibili né a Stefano Binda né a un familiare della ragazza uccisa. Sarebbero dunque di un altro uomo. È la novità emersa martedì nell’aula gip del tribunale di Varese, dove i quattro periti hanno esposto i risultati della relazione. Vi sarebbe «alta probabilità» che le formazioni pilifere - che data la lunghezza i periti indicano come capelli - siano rimaste sul corpo in seguito a un rapporto sessuale - il primo della sua vita, e consenziente - che la ragazza avrebbe avuto, quella notte, dopo essere uscita dall’ospedale di Cittiglio dove si era recata a far visita a un’amica, il 5 gennaio del 1987. Poche ore dopo fu uccisa a coltellate. «Sono contento, questi risultati dimostrano la mia innocenza», ha riferito Binda ai suoi difensori, gli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito. L’analisi è stata effettuata dall’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo, dal colonnello del Ris di Parma Giampietro Lago, dal maggiore del Ris Alberto Marino e dalla professoressa Elena Pilli, del dipartimento di biologia evoluzionistica dell’università di Firenze. I periti, in aula, hanno definito la perizia come un «unicum» nel panorama forense, per l’enorme mole di materiale analizzato su un cadavere riesumato dopo 30 anni. Una volta trasportata la salma in laboratorio, gli esperti hanno dovuto attendere che i resti si asciugassero, poiché erano impregnati d’acqua. Dopo aver iniziata la disamina, sono stati rinvenuti 6mila piccolissimi reperti, tra peli e capelli, in particolare nella zona pubica. Il vestito con cui era stata avvolta la salma, un abito da sposa, ha protetto dal tempo i reperti. Gli esperti hanno diviso in cinque gruppi il materiale pilifero, e alla fine sono arrivati a isolare quattro peli senza bulbo che, analizzando il dna mitocondriale, non sono attribuibili né alla vittima né a elementi del suo nucleo familiare, né alle persone che hanno eseguito l'autopsia. La buona notizia per la difesa è che questi peli, probabilmente dell’assassino, di sicuro non appartengono a Stefano Binda. Secondo i periti la ragazza, sarebbe stata uccisa in un lasso di tempo compreso tra 30 minuti e 3 ore dalla fine del rapporto sessuale. Ora i periti dovranno replicare le loro conclusioni, esposte davanti al Gip nell’incidente probatorio, davanti alla corte d’assise nella prossima udienza. La salma, restituita ai familiari, assistiti dall'avvocato Daniele Pizzi, verrà riportata nel cimitero di Casbeno a Varese, dove si trova la tomba.

Lidia Macchi, il medico legale: «Non fu uccisa in quel bosco, e il rapporto sessuale fu consenziente». Il professor Mario Tavani, che effettuò l’autopsia, ha rivelato in aula alcuni aspetti finora non trapelati del suo rapporto del gennaio 1987. Nella Panda della studentessa solo due macchioline di sangue, nessuna traccia di terriccio sugli stivali, scrive Roberto Rotondo il 19 luglio 2017 su "Il Corriere della Sera".  Lidia Macchi non fu uccisa in quel bosco. E mezz’ora prima di morire ebbe il suo primo rapporto sessuale, consensuale, in tutta probabilità con quello che poi divenne il suo assassino. Si complica ulteriormente il giallo della morte della studentessa di Cl, un «cold case» che, dopo 29 anni, è arrivato in corte d’Assise al termine dell’inchiesta effettuata dalla procura generale di Milano. Mercoledì è stato interrogato, in aula, il medico legale che all’epoca effettuò l’autopsia. Il professor Mario Tavani ha rivelato alcuni aspetti finora non trapelati del suo rapporto del 1987. Ha raccontato che, a esito della sua analisi, scoprì che Lidia Macchi non venne uccisa nel bosco di Cittiglio, a pochi metri dalla stazione ferroviaria, e che la ragazza quella notte, il 5 gennaio 1987, ebbe un rapporto sessuale consenziente. Dunque, non fu violentata, il suo corpo venne trasportato e inoltre fu uccisa dopo mezz’ora circa dal primo rapporto sessuale della sua giovane vita. Il professor Tavani ha chiarito in aula quale fosse, a suo parere, l’arma del delitto, e cioè un coltellino di marca «Opinel», con il quale l’omicida inflisse 29 coltellate, prima al collo, poi all’addome e infine sulla schiena, quando la ragazza era già in terra. Il tutto tra le 23 e le 4 di mattina. Va detto che l’ordinanza del gip che ha disposto l’arresto dell’imputato Stefano Binda, 49 anni, ammette che il rapporto sessuale fu probabilmente consenziente, ma avanza l’ipotesi che la costrizione avrebbe potuto essere non fisica, bensì effettuata con minaccia. Il medico legale tuttavia ha escluso che sul corpo della povera ragazza vi fossero lesioni da azioni di afferramento o per immobilizzazione o costrizione fisica. E anche sul luogo del delitto è stato molto deciso: «Nella Panda della vittima - ha riferito - non c’era alcuna traccia di sangue se non due macchioline. Quando si colpiscono delle arterie del collo, come è avvenuto in questo caso, escono quantità di sangue a fiotti, e lo schizzo va lontano. Ventinove coltellate sferrate in una macchina l’avrebbero imbrattata in una maniera incredibile. Inoltre intorno al corpo e nella terra non c’era sangue. Sono quasi certo – ha infine affermato il dottore – che sia l’amplesso che l’uccisione non si siano avvenute in quel luogo. E lo dimostra anche il fatto che negli stivali di Lidia non c’era polvere e nessun segno del terriccio». Nel pomeriggio sono stati ascoltati altri periti che hanno analizzati i reperti rimasti. Poche informazioni sono oggi utilizzabili. Ma una spicca. Il dna sul lembo della busta spedita ai parenti di Lidia - che contiene la lettera anonima che sarebbe attribuibile all’imputato - non è compatibile con quello di Binda. Non fu lui a leccarla. Rimane un rammarico: i vetrini con il liquido seminale dell’uomo che incontrò Lidia quella notte, furono distrutti per errore dal tribunale di Varese. I consulenti oggi in aula hanno affermato che se li avessero avuti, avrebbero detto con certezza se appartenevano o meno all’imputato.

IL MISTERO DI EMANUELA ORLANDI.

Emanuela Orlandi, la sorella Federica a "Chi l'ha visto?": spunta la pista del filmino a luci rosse, scrive il 29 Novembre 2018 Libero Quotidiano. Mentre si va affievolendo il clamore del ritrovamento di alcune ossa nel sottoscala di un edificio di proprietà della Santa Sede, il caso di Emanuela Orlandi riprende quota dopo che la sorella della ragazza scomparsa nel 1983 ha raccontato a Chi l'Ha Visto di Federica Sciarelli un episodio risalente a pochi giorni prima della sparizione di Emanuela. Federica Orlandi ha raccontato di una conversazione telefonica in cui la sorella le diceva che "le avrebbero dato un compenso di 300mila lire. Io le ho detto che era impossibile che le dessero quella cifra e così è finita la telefonata. Emanuela mi disse che questa persona avrebbe aspettato fuori dalla scuola di musica per sapere se avrebbe accettato il lavoretto da fare il sabato successivo. Nessuno poteva immaginare cosa poteva esserci dietro. Qualche giorno prima io ero sull'autobus e fui avvicinata da un uomo di nome Felix. Mi fermò chiedendomi se mi interessava fare la comparsa nel film Ultimi giorni di Pompei. Mi avrebbero pagato 100mila lire al giorno, ma io non accettai. Mi disse anche che mi avrebbe richiamato a casa, ma non lo fece", sono le parole di Federica.

Felix è lo stesso uomo di cui parla Alfredo nel messaggio di addio scritto prima di impiccarsi al cancello di una villa: "Sono uno studente universitario, mi sono presentato a un appuntamento per prendere materiale pubblicitario per un'offerta di lavoro. In un salottino hanno offerto a me e ad altre ragazze un aperitivo. Nel bicchiere c'era qualcosa che ha spinto le ragazze a spogliarsi e noi uomini, invitate da loro, a fare l'amore. Non mi sono accorto che ci stavano fotografando". Poco dopo, le immagini sono apparse su un giornale pornografico e il 29enne non ha retto.

Caso Orlandi-Gregori. La sorella di Mirella Gregori: “Basta con depistaggi. Sento che mia sorella è ancora viva”, scrive il 30 novembre 2018 secolo-trentino.com. La storia della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori è una triste vicenda (insoluta) di cronaca nera che nel corso degli ultimi decenni ha ciclicamente catalizzato l’attenzione mediatica attraverso i suoi sviluppi. Maria Antonietta Gregori, sorella di Mirella, è intervenuta ai microfoni di Radio Cusano Campus all’interno del programma radiofonico “La Storia Oscura”, commentando i risultati delle analisi effettuate sulle ossa umane ritrovate in una depandance della Nunziatura Apostolica a Roma. Gli esami hanno evidenziato che le ossa sarebbero riconducibili ad un uomo e sarebbero ben più antiche del 1964. Maria Antonietta Gregori durante l’intervista ha dichiarato: “La notizia del ritrovamento delle ossa la appresi da alcuni giornalisti che mi scrissero dei messaggi sul cellulare. Purtroppo le notizie che potrebbero riguardare mia sorella le apprendiamo sempre da altre persone e mai dagli inquirenti. Mi ha stupito molto anche il fatto dell’immediato abbinamento di quei resti con Mirella ed Emanuela Orlandi. Mi sono chiesta, perché? Chi ha detto questo? Come hanno fatto a tirare fuori i nomi di Mirella ed Emanuela? Per quale motivo? Comunque, noi aspettiamo sempre l’esito definitivo delle analisi sulle ossa visto che lo stesso professor Arcudi consulente del Vaticano continua a usare il condizionale in merito ai primi accertamenti. Solo l’esame del dna può darci delle certezze. E comunque noi faremo effettuare altre analisi in parallelo dalla nostra genetista Marina Baldi.” Proseguendo nel suo intervento la sorella di Mirella Gregori ha rincarato. “Vogliamo che le cose siano fatte bene, alla luce del sole, senza altri depistaggi o insabbiamenti. Come famiglie coinvolte abbiamo bisogno di pace dopo 35 anni, non è possibile andare avanti così. Io in tutti questi anni ho sempre pensato e sperato che mia sorella fosse ancora viva, non so dove si trovi ma dentro di me sento che è viva; però, se quelle ossa dovessero essere di Mirella, allora dopo tanta sofferenza metteremmo la parola fine a questa terribile storia che dura da 35 anni e soprattutto finalmente si aprirebbe un’indagine per arrivare alla verità.” Infine concludendo l’intervento Maria Antonietta Gregori ha voluto commentare il recente operato del Vaticano e della Procura nei confronti di questo triste caso insoluto aggiungendo: “La cosa che mi fa ben sperare è l’apertura nuova del Vaticano e della Procura nei confronti del caso della scomparsa di mia sorella e di quella di Emanuela Orlandi. Visto che in passato indagini vere e proprie sulla scomparsa di Mirella non sono mai state fatte, a causa, lo ripeto, di depistaggi, insabbiamenti e false piste. Speriamo si possa arrivare presto alla verità”. 

Emanuela Orlandi, Vittorio Feltri il 2 Novembre 2018 su Libero Quotidiano: "Se il suo assassino è un prete non si saprà mai". Una storia assurda che dura da 35 anni e non è ancora finita. È quella di Emanuela Orlandi, una quindicenne figlia di un dipendente del Vaticano, sparita nel 1983 e non più ricomparsa. Decenni trascorsi senza che si sia scoperto il motivo della morte di questa povera fanciulla. A distanza di tanto tempo passato inutilmente allo scopo di capire cosa sia successo alla ragazza in questione: silenzio da parte delle cosiddette autorità religiose, bocche chiuse, inquirenti incapaci, mistero assoluto. Ma come può accadere che una adolescente nata e cresciuta in Vaticano, non nel quartiere di San Lorenzo, sia stata rapita o uccisa (più probabile) in una piccola città teoricamente Santa e poi occultata in maniera tale da essere impossibile recuperarne il corpo? Con tutta la fantasia di cui disponiamo, non siamo in grado di decifrare l'arcano. Qualcuno sospetta che Emanuela sia stata violentata e soppressa da un prete più o meno altolocato. Forse, ciononostante non esiste una prova. Altre ipotesi si possono fare ma nessuna di esse è convalidata. Supposizioni. Ora, a distanza di parecchi lustri, saltano fuori alla Nunziatura Apostolica di via Po le ossa di una donna, che presto saranno esaminate per verificare se siano o no i resti della povera vittima di cui discettiamo. Non resta che attendere. Però qualora si venisse a sapere che lo scheletro è il suo, il giallo non sarebbe comunque risolto. Il recupero di un cadavere non dice chi sia l'eventuale assassino né può costituire la base di partenza per indagini che portino a comprendere cosa sia avvenuto e chi ne sia il responsabile. Questo per dire che Emanuela non avrà in ogni caso giustizia. Chiunque l'abbia ammazzata non sarà preso e processato perché è trascorso troppo tempo dall'epoca del delitto e chi lo ha commesso ha avuto facoltà di nascondere la mano omicida in forma perfetta. Rimane l'atroce sospetto che la giovane sia stata sacrificata da un prelato, cioè da una persona che viveva e frequentava lo Stato della Chiesa, lasciandosi andare a un istinto sessuale che definire schifoso è poco. Mi auguro che la presente ricostruzione sia sbagliata, ma non me ne viene in mente una più convincente. In effetti gli uomini, con o senza abito talare, sono purtroppo tutti uguali e capaci di dare il peggio di sé. Vittorio Feltri

Emanuela Orlandi e l’uomo dell’Avon, la sorella Federica: “Anch’io avvicinata da un personaggio ambiguo”. Si riapre la pista sessuale per il delitto Orlandi. A Chi l’ha visto? un’intervista in cui la sorella Federica racconta di essere stata avvicinata da Felix, personaggio noto negli anni ’80 a Roma, perché solito reclutare con l’inganno ragazzi e ragazze per l’industria del porno. È lo stesso che propose a Emanuela la vendita dei prodotti Avon prima che sparisse? Scrive il 29 novembre 2018 Angela Marino su Fanpage. Si torna sulla pista sessuale per la scomparsa di Emanuela Orlandi. Dopo che i medici legali hanno stabilito che non sono della studentessa sparita a Roma, 35 anni fa, le ossa ritrovate nei sotterranei della Nunziatura apostolica di Roma, Chi l'ha visto? ha proposto un servizio in cui si batte la pista del ‘sequestro a scopo di libidine'. Si tratta della prima ipotesi di reato per cui indagava l'allora pubblico ministero, Margherita Gerunda, il magistrato che decise di ritirarsi quando il caso venne fagocitato dalle teorie del complotto in Vaticano.

Felix e l'uomo dell'Avon sono la stessa persona? Al centro dell'inchiesta dell'epoca l'uomo che avvicinò Emanuela con un'offerta di lavoro prima che sparisse. "Le avrebbero dato un compenso di 300mila lire – dice la sorella Federica Orlandi, l'ultima ad aver parlato a telefono Emanuela, all'inviata di Chi l'ha visto? – Io le ho detto che era impossibile che le dessero quella cifra e così è finita la telefonata. Emanuela mi disse che questa persona avrebbe aspettato fuori dalla scuola di musica per sapere se avrebbe accettato il lavoretto da fare il sabato successivo (avrebbe dovuto vendere prodotti Avon a una sfilata, ndr.). Nessuno poteva immaginare cosa poteva esserci dietro. Qualche giorno prima io ero sull'autobus e fui avvicinata da un uomo di nome Felix. Mi fermò chiedendomi se mi interessava fare la comparsa nel film ‘Ultimi giorni di Pompei'. Mi avrebbero pagato 100mila lire al giorno, ma io non accettai. Mi disse anche che mi avrebbe richiamato a casa, ma non lo fece", conclude la sorella di Emanuela.

Nella storia un'altra vittima. Felix era lo stesso che fece quella strana proposta a Emanuela? Era l'uomo dell'Avon? A distanza di 35 anni sembra impossibile saperlo, tuttavia è probabilmente lo stesso Felix che compare in un'altra oscura vicenda romana, quella del suicidio di uno studente di nome Alfredo. Il ragazzo si è impiccato al cancello di una villa dopo che alcuni scatti privati che lo ritraevano mentre aveva rapporti con delle donne, erano finiti su una rivista porno. "Sono uno studente universitario – scriveva nel biglietto suicida – mi sono presentato a un appuntamento per prendere materiale pubblicitario per un'offerta di lavoro. In un salottino hanno offerto a me e ad altre ragazze un aperitivo. Nel bicchiere c'era qualcosa che ha spinto le ragazze a spogliarsi e noi uomini, invitati da loro, a fare l'amore. Non mi sono accorto che ci stavano fotografando". Una proposta di lavoro, droghe e un incontro finito in tragedia: è questa la vera storia di Emanuela Orlandi?

Il mistero irrisolto della scomparsa di Emanuela Orlandi. La sera del 22 giugno 1983, una ragazza di 15 anni spariva nel nulla dando vita a uno dei misteri più oscuri della storia italiana, ancora oggi irrisolto, scrive TPI il 30 Novembre 2018. Emanuela Orlandi scomparsa. Aveva 15 anni quando scomparve e aveva appena terminato il secondo anno del liceo. La sera del 22 giugno 1983 Emanuela Orlandi finì la sua lezione di flauto presso la scuola di musica Tommaso Ludovico da Victoria in piazza Sant’Apollinare, nel centro di Roma, e chiamò sua sorella per dirle che le era stato proposto un lavoro come promotrice di prodotti cosmetici. Fu l’ultima volta che la sua famiglia sentì la sua voce. Il mistero sulla scomparsa di Emanuela Orlandi negli anni ha visto le indagini seguire numerose piste. Alcune di queste hanno coinvolto lo Stato Vaticano, l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano, Mehmet Ali Ağca (il criminale turco responsabile dell’attentato del 1981 a Giovanni Paolo II), il governo italiano e i servizi segreti di diversi paesi. Il caso inoltre si è intrecciato a quella di un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, che scomparve il 7 maggio 1983. Secondo una delle ricostruzioni dei fatti, dopo quella chiamata, Emanuela incontrò un’amica e le raccontò della proposta appena ricevuta, confidandole che prima di tornare a casa sarebbe rimasta ad aspettare l’uomo che le aveva offerto il lavoro. Un vigile urbano disse di averla vista salire su una Bmw. Da allora si persero le sue tracce. Emanuela era cittadina dello Stato Vaticano ed era figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Inizialmente si pensò a un tipico caso di ribellione adolescenziale e allontanamento volontario dalla famiglia, ma il caso Orlandi diventò presto uno dei più oscuri misteri della storia d’Italia. Nel corso delle indagini sono state seguite numerose piste che hanno coinvolto lo Stato Vaticano, l’Istituto per le Opere di Religione (Ior), la Banda della Magliana, il Banco Ambrosiano, il governo italiano e i servizi segreti di diversi paesi. Il suo caso si è intrecciato a quella di un’altra ragazza romana, Mirella Gregori, anche lei quindicenne, che scomparve il 7 maggio 1983. Il 23 giugno il padre sporse denuncia ai carabinieri e i giornali diffusero la notizia della scomparsa. Iniziarono ad arrivare subito delle telefonate, principalmente di sciacalli e mitomani. In seguito però si aprirono diverse piste. Per molti anni non ci sono state novità, fino al luglio del 2005, quando una telefonata anonima alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto riaccese l’interesse su una vicenda ormai considerata irrisolvibile. “… Per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca”, disse una voce maschile anonima. Con “Renatino” si riferiva a uno dei capi della Banda della Magliana, Enrico de Pedis. Successivamente si scoprì che in quella tomba – che fu aperta il 14 maggio del 2012 – furono ritrovati i resti di de Pedis ma non della Orlandi. Secondo il fratello Pietro Orlandi, il sequestro è un “proseguimento dell’attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto il 31 maggio 1981”, da parte di Mehmet Ali Ağca, un criminale turco responsabile di aver sparato due colpi di pistola contro il Papa. Secondo l’avvocato Nicoletta Piergentili Piromallo, uno dei legali della famiglia Orlandi, Ali Ağca “da tempo continua a ripetere che sa dove è Emanuela Orlandi. Anche solo per fugare dubbi e interrogativi l’ex lupo grigio va ascoltato dalla magistratura italiana che da anni indaga sulla scomparsa della ragazza”. “…stiamo parlando di una inchiesta che va avanti ormai da quasi 32 anni. È evidente che c’è la volontà da parte di qualcuno di non arrivare alla verità: il Vaticano ha ostacolato le indagini senza rispondere alle varie rogatorie e impedendo l’acquisizione di alcune telefonate”, ha detto Pietro Orlandi nel febbraio del 2015, in occasione di una manifestazione davanti al palazzo di Giustizia a Roma con cui si ricordava il caso di Emanuela. Nonostante gli appelli della famiglia, il Vaticano non è mai intervenuto ufficialmente sul caso. Il 5 maggio del 2015 il capo della Procura della Repubblica di Roma, il Giudice Giuseppe Pignatone, ha chiesto l’archiviazione del caso, ritenendo che ormai non possano emergere nuovi elementi sulla vicenda. La famiglia di Orlandi ha lanciato una petizione per impedire l’archiviazione del caso di Emanuela Orlandi e i legali che se ne occupano hanno presentato ricorso, chiedendo di approfondire alcune piste. Finora alcuni esponenti della curia romana, che secondo gli avvocati della famiglia Orlandi potrebbero avere informazioni sul caso, non sono mai stati interrogati. La Procura ha inoltre chiesto l’archiviazione anche per il caso di Mirella Gregori. Alcuni mesi fa, il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi ha pubblicato lunedì 18 settembre 2017 un documento, ricevuto da una fonte interna al Vaticano, che riapre il mistero dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della Casa Pontificia e cittadina dello Stato Vaticano svanita nel nulla la sera del 22 giugno 1983 quando aveva 15 anni. Il caso della sparizione di Orlandi è al centro di un nuovo libro-inchiesta del giornalista intitolato Gli impostori, che uscirà tra qualche giorno. Fittipaldi, che ha già pubblicato una serie di inchieste sulla Santa Sede, non è in grado di provare l’autenticità del documento. Il suo formato sembra compatibile con quello di altre carte ricevute dal giornalista in passato, il suo contenuto è dettagliato e verosimile. Tuttavia, il documento non è protocollato (reca al suo interno una dicitura per cui la mancata protocollatura sarebbe stata esplicitamente richiesta) né sembra rispondere concretamente a numerosi interrogativi, ma il suo contenuto, qualora si trattasse di un documento realmente autentico, conterrebbe rivelazioni davvero incredibili. Il documento sembra mostrare infatti che nel periodo compreso tra il 1983 e il 1997 il Vaticano spese circa 483 milioni di lire per svolgere indagini sulla vicenda di Emanuela Orlandi, per effettuare il trasferimento di una persona nel Regno Unito, per pagare un alloggio in un ostello femminile di Londra e per una serie di visite mediche, alcune di tipo ginecologico. Si tratta di una scoperta molto importante perché il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto già condiviso con i giudici italiani che hanno condotto le indagini in questi ultimi trentaquattro anni. Ma vediamo in cosa consiste esattamente il documento. Si tratta di una lettera di cinque pagine datata marzo 1998 e firmata dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica). Risulta indirizzata ai monsignori Giovanni Battista Re, all’epoca sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato del Vaticano, e Jean-Louis Tauran, a capo della sezione “Rapporti con gli stati” che coadiuva il pontefice. La lettera è intitolata “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)” e dal suo testo si evince che avrebbe dovuto essere accompagnata da circa 200 pagine di fatture e ricevute che attesterebbero le spese compiute dal Vaticano per la giovane scomparsa, relative al periodo 1983-1997. Tuttavia queste fatture non erano contenute nel fascicolo consegnato a Fittipaldi. Qui sotto l’originale della lettera in possesso del giornalista:

La prima voce di spesa contenuta nel documento riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana” per 450mila lire. Nella sua ultima telefonata prima di sparire, Emanuela aveva detto alla sorella che le era stato proposto un lavoro come promotrice di prodotti cosmetici mentre si trovava a una sfilata delle stiliste Fontana.

C’è poi una spesa analoga anche per la preparazione di attività investigativa estera e uno “spostamento” per il Regno Unito, costato 4 milioni di lire. La rendicontazione prosegue con il pagamento delle rette di vitto e alloggio presso un ostello della gioventù per ragazze presso un istituto religioso di Londra.

Nella seconda e nella terza pagina, la nota racconta inoltre i costi sostenuti per l’“allontanamento domiciliare” di Emanuela tra febbraio 1985 e febbraio 1988. La lista prosegue con una serie di viaggi a Londra di esponenti della Curia, ma contiene anche una voce che recita “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in ginecologia. Vengono poi citati altri due trasferimenti e relative rette di vitto e alloggio.

Una nuova voce che recita “allontanamento domiciliare” si riferisce invece al periodo tra aprile 1993 e luglio 1997. L’elenco si conclude con la spesa per “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali”, come a significare che la pratica è considerata chiusa.

Indizi che lascerebbero pensare che Emanuela Orlandi non sarebbe stata rapita o uccisa, ma che il Vaticano la avrebbe allontanata da Roma e tenuta nascosta a Londra. Ciò che non è assolutamente chiaro è quale possa essere la ragione per cui ciò sarebbe potuto avvenire, ed è uno dei punti deboli del documento diffuso. Già altre fonti, prima del giornalista Fittipaldi, in occasione del processo denominato “Vatileaks” avevano parlato di un dossier del Vaticano sul caso Emanuela Orlandi, il cui contenuto era ancora sconosciuto. Tra queste, anche la famiglia Orlandi, che a giugno 2017 ha chiesto di riaprire il caso e incontrare il segretario di Stato Parolin per sapere in che modo la Santa Sede aveva seguito la vicenda. Dopo la sua pubblicazione, la Santa Sede ha definito “falso e ridicolo” il documento e l’ex sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato del Vaticano, Giovanni Battista Re, ha negato di aver mai ricevuto una rendicontazione delle spese relativa al caso Emanuela Orlandi. Secondo Fittipaldi, se anche il documento non dovesse essere autentico, testimonierebbe una spaccatura all’interno della Curia. Potrebbe, in particolare, essere stato costruito appositamente dopo il furto di marzo 2014 in un armadio blindato dell’ufficio della Prefettura degli Affari economici del Vaticano, per poi essere consegnato dai ladri insieme ad altri documenti veritieri.

Emanuela Orlandi e il doppio mistero delle ossa. I resti di donna, appena scoperti sotto i pavimenti della Nunziatura del Vaticano, ricordano la scomparsa degli scheletri nella cripta di Sant'Apollinare, nel 2012. Quando si scavò e..., scrive Gianluigi Nuzzi il 18 novembre 2018 su "Panorama". Ossa che riaffiorano all’improvviso e ossa che spariscono misteriosamente, forse per sempre. L’incredibile vicenda dei resti di donna rivenuti il 30 ottobre sotto i pavimenti della Nunziatura del Vaticano in via Po, a Roma, riapre il caso di Emanuela Orlandi, la figlia di un messo pontificio e residente in Vaticano che sparì il 22 giugno 1983 dopo una lezione di flauto traverso all’istituto Ludovico da Victoria, nel complesso immobiliare della basilica di Sant’Apollinare. Con tre domande rimaste per 35 anni senza risposta: chi ha sequestrato Emanuela? Chi e perché l’ha uccisa? E chi ha manomesso ogni indagine aperta in tutti questi anni? L’inchiesta è sempre stata soffocata non solo da silenzi omertosi, ma anche da autentici depistaggi, portati avanti da una variegata compagnia di giro tra mitomani, vecchi arnesi dei servizi segreti, calunniatori, depistatori professionisti. E proprio sulle ossa pende ancora uno degli interrogativi più emblematici di tutta la vicenda: dove sono finiti i 100-110 scheletri che si dovevano trovare proprio in quei sotterranei, ma che sono misteriosamente spariti? Per capirne qualcosa di più, e per scoprirlo, bisogna tornare al 2012: quando si decise di cercare i resti di Emanuela sotto la basilica di Sant’Apollinare, ritenendo che Enrico De Pedis, detto «Renatino», cioè il presunto cassiere della banda della Magliana ucciso da incensurato e amico di ferro del rettore di Sant’Apollinare, fosse non solo sepolto proprio lì sotto, ma anche tra i sequestratori della ragazza che frequentava la stessa chiesa. Siamo così nel maggio del 2012, quando gli agenti della polizia scientifica, armati di torce e guanti, scendono nei sotterranei di Sant’Apollinare. L’eco dei canti delle celebrazioni dalle navate in basilica dei numerari dell’Opus Dei, si fa via via più lontano: è appena percettibile quando i poliziotti scendono gli scalini che portano agli sterminati sotterranei. Gli inquirenti devono individuare rapidamente l’ossario segreto, per cercare il classico ago nel pagliaio: le ossa della povera Emanuela tra cunicoli, stanze murate e pozzi senza fondo. Insomma, un lavoro certosino. Si scopre che ossa e frammenti sono raccolti in casse di zinco accatastate lontano da occhi indiscreti: dietro pareti murate, in fondo a cunicoli e persino calate in pozzi neri. L’attività degli agenti dura settimane ma si rivela, almeno apparentemente, proficua: nel corridoio che porta alla stanza con la tomba mausoleo di De Pedis, e sotto la cripta, denominata «Grotta dei Martiri», spuntano decine di ossa. In particolare, vengono ritrovate 89 cassette e un sacco nero con resti umani murati nel locale di fronte alla tomba di De Pedis, altre 240 nel pozzo sotto la pavimentazione della cripta. In tutto, sono 409 le cassette che finiscono sui tavoli del laboratorio improvvisato sotto la basilica, dove gli agenti in tuta bianca lavorano fianco a fianco con la squadra della dottoressa Cristina Cattaneo, forse l’esperta più accreditata per datare corpi, ossa, estrarre Dna, e che ha seguito importanti storie di cronaca, come l’omicidio di Yara Gambirasio. Ma forse mai un caso così complicato. Per individuare le casse di zinco, la polizia batte palmo a palmo tutta la basilica, partendo dai sottotetti, scoprendo locali nemmeno mappati nelle cartine catastali, per passare alle stanze che ospitano gli organi, sino a sgabuzzini ricavati vicino alle aule, come quello ispezionato vicino all’attuale aula 201: la coincidenza è interessante, perché la stanza si trova a pochi metri dal quarto piano del palazzo adiacente: proprio la vecchia sede dell’istituto Ludovico da Victoria, la scuola di musica dove Emanuela nel 1983 andava a lezione. Per farsi aiutare in questo labirinto, la polizia interroga alcuni dipendenti e gli architetti che avevano seguito i lavori di ristrutturazione, dopo che nel 2002 erano stati progettate opere di risanamento dei sotterranei di Sant’Apollinare. Gli scavi, affidati con gara d’appalto alla ditta Castelli Re, erano partiti nel 2003. Tra i testimoni viene sentito Mario Pontesilli, dipendente della società Icar 99, la ditta incaricata inizialmente di recuperare le casse di zinco, e di raccogliere le ossa e i frammenti.  In tutto, vengono così recuperate 52.188 ossa, da passare al vaglio del Dna per verificare se ci siano anche quelle di Emanuela Orlandi. Una gran parte sono ossa frammentate, imbrattate di terriccio e riposte in 349 casse di zinco, altre invece si presentano pulite e con residui molli, ritrovate in altre 44 casse e corrispondenti agli scheletri di 35 individui, mentre in 16 altre casse ancora si trovano ossa fratturate e inglobate in concrezioni biancastre. Eppure è un lavoro incompleto, tale da determinare le «profonde riserve» della dottoressa Cattaneo, ben evidenziate nella sua consulenza consegnata agli inquirenti. Nella richiesta di archiviazione della Procura di Roma per l’indagine sull’omicidio di Emanuela, si legge che quelle riserve sono dovute «alla mancanza, stando alle testimonianze raccolte e in particolare quella di Matias T., di 100-110 scheletri appartenenti al gruppo ossa pulite».  In pratica, c’è il sospetto se non la certezza che «un cospicuo numero di scheletri» così prosegue il documento «sia stato rimosso in tempi diversi e comunque collocato in cassette poi non riposte in Sant’Apollinare».  Di fronte a questa situazione, però, la Procura decide di non approfondire. Perché? «Occorre evidenziare come proprio la descrizione fatta nella consulenza della tipologia di ossa e di conservazione degli scheletri appartenenti a questo gruppo, rinvenuti in cassette che contenevano anche parti di vestiti e targhette, lascia ipotizzare che anche quelli eventualmente mancanti appartengano a tale tipologia e che siano pertanto datate». La Procura però non è poi davvero così convinta che quei resti non vadano analizzati. Tanto che, almeno in una prima fase, cerca di informarsi se «nel corso dei lavori di risanamento vi fosse stato l’invio di cassette di zinco presso qualche altra struttura ma tale circostanza è stata esclusa». A questo punto, ci si trova in un vicolo cieco. E l’amara conclusione del documento firmato dal procuratore Giuseppe Pignatone è questa: «Non si è potuto ulteriormente approfondire tale eventualità, stanti anche obiettive difficoltà legate a una eventuale ricerca in altri ambienti ecclesiastici, con la quasi certezza di un esito negativo». Insomma, di quegli scheletri non sappiamo niente di più, e mai sapremo la verità. Alcuni operai giurano che c’erano, che li avevano visti; nessuno però si espone, nessuno sa dove siano finiti. Senza alcuna indicazione, provare a cercarli ora sarebbe un’attività dall’esito certamente negativo. Eppure 110 scheletri non sono pochi e l’amarezza nel team che andò a ispezionare la basilica ancora oggi è presente: «Fu un lavoro svolto con grande attenzione» afferma una nostra fonte, che partecipò all’attività «ma rimasto incompleto. Del resto, queste ossa non si possono cercare senza saper dove e a chi bussare». A meno che non saltino fuori un giorno, come è accaduto proprio in via Po, dove gli operai che stavano sistemando la cantina del custode della Nunziatura, sollevando le mattonelle e scavando per poche decine di centimetri hanno ritrovato quella tomba clandestina, conosciuta ora in tutto il mondo.  (Articolo pubblicato nel n° 47 di Panorama in edicola dall'8 novembre 2018)

Emanuela Orlandi: le tappe della sparizione (1983-2017). Dal rapimento il 22 giugno 1983 alle piste seguite che portarono negli anni ad Ali Agça, allo Ior di Marcinkus, alla Banda della Magliana fino alle recenti novità, scrive Edoardo Frittoli il 18 settembre 2017 su "Panorama". Il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi tiene in sospeso l'Italia dal 22 giugno del 1983, da quando cioè la quindicenne cittadina vaticana non è più tornata a casa. Nel corso del tempo sono state molte le ipotesi e le teorie più o meno fantasiose che hanno collegato il mistero Orlandi prima all'attentato a Giovanni Paolo II, poi alla banda della Magliana e allo Ior infine a casi di pedofilia. Di questi giorni l'ultima novità: documenti (di cui deve essere ancora provata l'attendibilità) alla base di un libro del giornalista dell'Espresso Emiliano Fittipaldi che ne dimostrerebbero l'essere in vita almeno fino al 1997. Ecco dunque le tappe principali della cronistoria di uno dei gialli più intricati della storia italiana.

22 giugno 1983 - la scomparsa. Emanuela Orlandi, 15 anni, figlia di un funzionario del Vaticano, non fa rientro a casa dopo la lezione pomeridiana di musica. Sono le ore 19,00. L'ultima persona con cui ha un contatto telefonico è la sorella con la quale parla di una proposta di lavoro come promotrice di cosmetici per conto dell'atelier delle Sorelle Fontana che le sarebbe stato offerto quel giorno.

23 giugno 1983. Il padre di Emanuela formalizza la denuncia di scomparsa al commissariato "Trevi". Partono le ricerche.

25 giugno 1983. A casa della famiglia Orlandi giungono le prime telefonate di segnalazione. Tra le molte inattendibili, giunse anche quella del sedicenne Pierluigi, che sosteneva di aver incontrato Emanuela a Campo dei Fiori nel ruolo di promotrice di cosmetici. Fu tenuto in considerazione in quanto la descrizione della ragazza pareva molto dettagliata. Tre giorni dopo fu la volta di tale Mario, titolare di un bar sul tragitto che Emanuela percorreva quasi quotidianamente il quale sosteneva che la giovane gli avesse confidato l'intenzione di allontanarsi volontariamente dalla famiglia. L'ipotesi si rivelerà priva di fondamento. Contemporaneamente il cugino degli Orlandi e agente del Sismi Giulio Gangi si mette sul tracce dei testimoni che avrebbero visto Emanuela parlare nei pressi del Senato con un uomo sceso da una Bmw verde. Rintracciata le vettura, Gangi entra in contatto in un residence con una misteriosa donna che lo congeda freddamente. Poco dopo Gangi scopre che i superiori sono stati avvisati delle sue indagini. Gangi sarà allontanato dal caso ed epurato dai superiori dieci anni dopo i fatti.

5 luglio 1983. Giunge alla Sala Stampa vaticana la prima telefonata di un uomo con accento anglosassone chiamato L'Amerikano. Sostiene per la prima volta il legame tra il rapimento Orlandi e l'attentato a Giovanni Paolo II. La ragazza sarebbe nelle mani dei "Lupi Grigi" per essere scambiata con l'attentatore del Pontefice Ali Agça. Le 16 telefonate anonime non troveranno mai un riscontro reale nelle piste degli inquirenti.

1995. Dai rapporti dell'allora vicecapo del Sisde Vincenzo Parisi emergerebbe la figura di Paul Marcinkus, all'epoca presidente dello Ior, la banca vaticana legata alla vicenda del crack del Banco Ambrosiano e dell'omicidio di Roberto Calvi.

2005. Emerge la pista che legherebbe il rapimento Orlandi alla Banda della Magliana. La ragazza sarebbe stata rapita per ordine di Renato De Pedis, uno dei capi dell'organizzazione criminale su ordine del cardinale Marcinkus. Questa pista sarà indicata dalle testimonianze di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano la quale ebbe una relazione proprio con De Pedis. Secondo le testimonianze (rese poco affidabili dalla sua dipendenza dalla cocaina) la Minardi avrebbe confermato il coinvolgimento di De Pedis come esecutore e di Marcinkus come mandante. Emanuela non sarebbe stata uccisa subito bensì rinchiusa nei sotterranei di un appartamento del quartiere Monteverde Nuovo. Attendibile fu l'indicazione della Minardi che portò al ritrovamento della Bmw usata per il trasferimento della Orlandi, appartenuta a due personaggi effettivamente legati alla Banda della Magliana e al caso Calvi.

2011. Antonio Mancini, criminale pentito della banda della Magliana conferma ai giornalisti il coinvolgimento della banda, che avrebbe rapito Emanuela per ricattare lo Ior di Marcinkus in quanto reo di avere "bruciato" soldi delle attività illecite dell'organizzazione criminale nel crack del Banco Ambrosiano. Il fatto che De Pedis sia stato seppellito nella basilica di Sant'Apoliinare dimostrerebbe il ruolo di mediatore che il capo della banda ebbe nella restituzione del denaro del Banco Ambrosiano.

2012. È la volta della pista della pedofilia, aperta dal capo degli esorcisti americani Gabriele Amorth. Il prelato sostenne che Emanuela sarebbe stata coinvolta in un giro di festini a base di droga e sesso organizzati in Vaticano che avrebbero riguardato laici e prelati altolocati. Sarebbe rimasta uccisa accidentalmente ed il suo cadavere occultato. 

2014. Legata al caso Vatileaks è la vicenda della cassaforte svaligiata in Vaticano il 30 marzo contenente documenti amministrativi relativi alle spese dell'Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Poco dopo il furto i documenti della cassaforte saranno restituiti in un plico.

Settembre 2017. Inizia a farsi strada l'ipotesi che Emanuela Orlandi sia rimasta in vita almeno sino al 1997, in quanto uno dei documenti amministrativi stilati in quell'anno fa specifica menzione alle spese sostenute per le "attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi".

Pino Nicotri, "Emanuela Orlandi. La verità". Una messinscena durata venticinque anni, scrive Valeria Merlini il 5 giugno 2012 su "Panorama". La riapertura del caso di Emanuela Orlandi, con l’indagine a carico di Don Piero Vergari, sembra gettare nuove ombre su un’inchiesta tutt’altro che chiusa. Pino Nicotri fa il punto della situazione dopo le scottanti notizie di questi ultimi giorni e si riaprono le pagine del suo libro "Emanuela Orlandi. La verità " (Dalai editore). Nel caso di Emanuela Orlandi ci sono stati vari elementi che fanno capire che si tratta di una brutta storia, come tutti la conosciamo. Anche in questo caso, come spesso emerge dalle cronache, lo zio materno Mario Meneguzzi è stato sospettato dai magistrati. Mentre un giorno si trovava con l’agente del Sisde Giulio Gange, amico di famiglia al quale era stato chiesto aiuto per capire cosa fosse successo, l’agente da bravo poliziotto si accorge che lo zio è seguito da una macchina, quindi lo avverte salvo poi scoprire che si trattava di un’auto della polizia. Per quale motivo lo zio era pedinato? Anche se i sospetti si sono poi rivelati infondati, senza conseguenze a suo carico, non sarebbe stato male proseguire le indagini che erano iniziate a carico del Meneguzzi. In particolare, l’avvio delle indagini pare fosse partito in seguito all’ascolto di una registrazione di una conversazione telefonica tra lo zio e quelli che si spacciavano per i rapitori della nipote, in cui il Meneguzzi parla quasi senza coinvolgimento o pathos, cosa che aveva colpito molto i magistrati. Ma il dato curioso e molto indicativo per Nicotri è che a lanciare il primo allarme per la scomparsa di Emanuela sia stato Papa Wojtylain persona. Emanuela scompare il 22 giugno 1983 di sera, e i magistrati e gli inquirenti sono inizialmente convinti che si tratti di una scappatella amorosa o dettata dalla noia (in Italia ogni anno migliaia di minorenni scappano da casa, salvo poi per fortuna ritornano quasi tutti; quell’anno nel Lazio c’erano stati una settantina di casi simili). Improvvisamente il Papa la domenica del 3 luglio durante la preghiera dell’Angelus lancia un appello a coloro i quali abbiano una qualche responsabilità nel mancato rientro a casa della giovane Emanuela Orlandi. La cosa straordinaria è che il Papa è il primo che adombra un sequestro. Il Papa lo fa senza motivo, non c’era nulla che facesse sospettare, i genitori stessi sono stati presi alla sprovvista da quell’appello, racconta il papà di Emanuela, Ercole Orlandi. Ancor più alla sprovvista sono stati presi gli inquirenti e i magistrati. A questo punto l’autore chiede una riflessione: se Emanuela fosse stata davvero rapita, come il Papa ha dato ad intendere, cosa avrebbero fatto i rapitori una volta che il Papa lancia questa notizia terribile che ovviamente avrebbe scatenato polizia, carabinieri e servizi segreti non solo italiani, come in effetti è successo? Cosa avrebbero fatto i rapitori in questo caso, sapendo di non avere più scampo? O si sarebbero liberati dell’ostaggio lasciandolo andare o eliminandolo. Come è noto Emanuela Orlandi non è mai tornata a casa. Possiamo allora pensare che il Papa abbia scientemente fatto un atto che la condannava a morte? Non possiamo spingerci a tanto. Tanto più che il Papa ha fatto poi altri sette appelli e Pino Nicotri non vuole pensare che per un atto di buonismo il Papa abbia messo a repentaglio la giovane vita della ragazza. Quindi l’unica cosa dignitosa e rispettosa verso la figura del Papa è che già sapesse che Emanuela Orlandi non poteva avere più alcun danno da questi appelli perché ormai era morta. Ci sono poi una serie di casi aggiuntivi sbalorditivi. Che il Vaticano sapesse lo ha dimostrato Monsignor Francesco Salerno, che a quell’epoca si occupava del denaro del Vaticano. Monsignor Salerno interrogato dai magistrati italiani testimonia per iscritto che gli risultava che la segreteria di stato del Vaticano avesse un dossier probabilmente risolutivo sul caso Orlandi. Esiste anche un’intercettazione telefonica dell’autotelefono che possedeva l’ingegnere Raul Bonarelli, vice capo della vigilanza del Vaticano (quindi non terrorista turco, lupo grigio o banda della Magliana), in cui il giorno prima di essere interrogato come testimone dai magistrati riceve una telefonata dal Vaticano da parte di Monsignor Bertani, Cappellano di Sua Santità. Monsignor Bertani "consiglia" all’ingegnere di mentire alla deposizione che dovrà sostenere. Cosa che segnala che qualcosa da nascondere c’era… Oltre a Monsignor Bertani, attorno al Papa circolavano strani personaggi, tra cui il suo segretario, il Vescovo irlandese Magee (spedito poi a fare il Primate d’Irlanda ha dovuto dimettersi perché per anni aveva coperto i preti pedofili nella Chiesa). Altra cosa clamorosa che Nicotri scopre scrivendo il libro è che per chiedere di poter interrogare cittadini di uno Stato estero dal Parlamento italiano partono le cosiddette rogatorie internazionali. Rogatorie che quindi partivano per chiedere al Vaticano di poter interrogare alcuni cardinali sul caso Orlandi. Il responsabile dell’Ufficio legale del parlamento Italiano nella figura di colui che spediva le rogatorie internazionali per gli interrogatori era l’avvocato Gianluigi Marroni. Dal Vaticano qualcuno rispondeva negando il permesso agli interrogatori. Chi era questa figura che rispondeva negativamente? Era lo stesso Gianluigi Marrone che andava in Vaticano, si sedeva sulla poltrona di giudice unico del Vaticano (incarico concessogli allora da Nilde Iotti) e rispondeva alle sue stesse richieste di interrogatorio. Chi era poi nell’Ufficio Legale del Parlamento Italiano una delle segretarie di Gianluigi Marroni? Natalina Orlandi, una sorella di Emanuela Orlandi. La stessa Natalina costretta a tacere, a non reclamare mai pubblicamente perché il suo datore di lavoro si mandava delle richieste di interrogatorio a cui, una volta in Vaticano, negava l’autorizzazione al tentativo dei magistrati italiani di vederci chiaro sulla scomparsa della sorella. Insomma, Nicotri dimostra in diciotto punti la responsabilità del Vaticano non si sa se nella scomparsa di Emanuela Orlandi, ma sicuramente nel non voler far sapere cosa sia accaduto. Non si mente, non si tace per venticinque anni così accanitamente per proteggere una guardia svizzera per esempio, ma qualcosa di ben più grave ad un livello più elevato deve per forza essere successo. 

Il libro. I colpi di scena e le piste si susseguono a ritmo crescente, ma il tentativo di addossare la scomparsa di Emanuela Orlandi alla cosiddetta banda della Magliana, e in particolare al suo asserito capo Enrico De Pedis è ormai crollato. Fragorosamente crollato, ove per fragore si intende non solo quello dei mass media improvvisamente scatenati come una muta di cani da caccia sulla preda, ma anche quello dei martelli pneumatici che hanno praticamente demolito i sotterranei della basilica romana di S. Apollinare alla assurda ricerca dei resti della Orlandi come fossero la famosa “"pietra verde". Martelli pneumatici il cui ossessivo baccano pareva l’esplosione della rabbia non dei magistrati, che sapevano bene non avrebbero trovato nulla, ma dei telespettatori da curva sud che confondono l’uomo De Pedis con la figura del Dandy, il cinico protagonista di Romanzo criminale in versione libro, film e serie televisiva. Il tentativo di cambiare improvvisamente canovaccio e far passare per stupratore e assassino don Piero Vergari, l’ex rettore della basilica di S. Apollinare nei cui sotterranei De Pedis dorme il sonno eterno, è un boccone per palati grossi e amanti del macabro. Ma soprattutto destinato a chi è facilmente infiammabile in un’epoca in cui la Chiesa è sommersa dagli scandali per i troppi pedofili nel suo clero. In nessun Paese civile sarebbe stato permesso che un programma televisivo, in questo caso "Chi l’ha visto? ", potesse montare una campagna scandalistica durata ben sette anni basandosi su una telefonata anonima, del settembre 2005, supportata man mano da “supertestimoni”, prove e ricostruzioni fasulle. E in nessun Paese civile la magistratura si sarebbe arresa a una tale campagna fino a violare un intero cimitero antico posto, come costume non solo a Roma, nei sotterranei di una chiesa. "Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare", ha detto per telefono nel 2005 l’anonimo di "Chi l’ha visto?". La magistratura è andata "a vedere chi è sepolto nella cripta", De Pedis ovviamente, ma "la soluzione del caso" non c'è. Quella telefonata oltre che anonima era anche bugiarda. Come del resto anche le ultime "clamorose rivelazioni".

Emanuela Orlandi, perché dopo 32 anni la Cassazione chiude il caso. La corte ha giudicato inammissibile il ricorso della famiglia della quindicenne scomparsa nel 1983, scrive il 6 maggio 2016 "Panorama". La Cassazione, dopo 32 anni, mette una pietra sull'inchiesta per la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne residente nella città del Vaticano, di cui si sono perse le tracce dal 22 giugno 1983. La sesta sezione penale della Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso della famiglia contro l'archiviazione dell'indagine della procura di Roma. Nell'ottobre scorso il gip aveva respinto l'opposizione, avanzata dai familiari di Emanuela e da quelli Mirella Gregori (scomparsa poche settimane prima), alla richiesta di archiviazione da parte del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e dei pm Simona Maisto ed Ilaria Calò. L'inchiesta vedeva sei indagati, tutti in qualche modo legati al bandito della banda della Magliana Enrico De Pedis (ucciso nel 1990): monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant'Apollinare, Sergio Virtù, autista di Enrico De Pedis, Angelo Cassani, detto "Ciletto", Gianfranco Cerboni, ("Giggetto"), Sabrina Minardi, già supertestimone dell'inchiesta, e il fotografo Marco Accetti. La proclamata testimone, un ruolo nella scomparsa di Emanuela era stato ricoperto da personaggi di spicco del sodalizio criminale romano. A parlare di un legame tra il caso Orlandi e la banda della Magliana era già stato in passato il pentito Antonio Mancini, che riferì di un depistaggio fatto da De Pedis, uno dei capi della banda sepolto nella Cappella di Sant'Apollinare a Roma proprio in virtù di presunti legami con ambienti vaticani. Tesi smentita, negli anni scorsi, dallo stesso rettore della Basilica. Proprio dietro Sant'Apollinare c'era la scuola di musica frequentata dalla stessa Emanuela, ultimo luogo in cui fu vista la ragazza scomparsa. Contro di loro sia la procura sia il gip hanno ritenuto che non fossero stati raccolti sufficienti elementi probatori. E ora è arrivato il visto della Cassazione. Rimangono pendenti per Accetti, che nelle scorse settimane è stato sottoposto a perizia psichiatrica che l'ha giudicato capace di intendere e volere ed anche di stare in giudizio benché affetto da disturbi della personalità di tipo narcisistico ed istrionico, le accuse di calunnia e autocalunnia.

Emanuela Orlandi: La verità sta in cielo, il film di Roberto Faenza. 5 cose da sapere. Un viaggio tra i torbidi legami tra Vaticano, Stato e criminalità. "Contribuirà ad arrivare a una conclusione": la speranza di Pietro Orlandi, scrive Simona Santoni il 30 settembre 2016 su "Panorama". "La verità è raramente pura e non è mai semplice". Con questa frase di Oscar Wilde si apre La verità sta in cielo, il nuovo lavoro di Roberto Faenza che cerca di districare i sommi intrighi attorno alla sparizione di Emanuela Orlandi, portando a un passo dalla risposta ultima, senza però toccarla. "Ma questo film darà un contributo per arrivare all'ultimo atto, ne sono convinto", dice il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, che sul grande schermo interpreta brevemente se stesso. "Procura e Vaticano prenderanno in considerazione la scena finale, che è eloquente. Lo Stato è sempre stato succube del Vaticano. Di questo film mi piace che mette in evidenza il legame tra Stato, Chiesa e criminalità, di trent'anni fa e tuttora presente". La Cassazione nel maggio 2016 ha archiviato definitivamente l'inchiesta, ma né Orlandi né Faenza ci stanno. Dal 6 ottobre al cinema in almeno 250 copie con 01 Distribution, ecco 5 cose da sapere su La verità sta in cielo di Roberto Faenza.

1) 33 anni dopo a un metro dalla verità. Il 22 giugno 1983 Emanuela Orlandi, ragazzina di 15 anni, cittadina del Vaticano e figlia di un messo pontificio, sparisce nel centro di Roma. Inizia uno dei misteri più fitti della storia italiana, un caso irrisolto che ha implicazioni altissime, quasi "in cielo". Trentatré anni dopo Faenza decide di raccontarlo al cinema, facendo una ricostruzione di fatti, indagini (soprattutto giornalistiche) e depistamenti. Narrato su due piani temporali, gli anni Ottanta e il 2015, affascina nelle ambientazioni passate mentre è un po' didascalico e legnoso nel presente. Ma al di là del suo pregio artistico, La verità sta in cielo è un film utile, che serve a non dimenticare e a pretendere ancora risposte. "Mi sorprende che questa storia così avvincente non sia stata raccontata prima al cinema. Per me era una necessità farlo", dice Faenza, riunitosi insieme a parte del cast di fronte ai giornalisti milanesi. "Il film porta a un metro dalla verità. Manca un metro per arrivarci. La famiglia di Emanuela, e in particolare Pietro, sono stati fondamentali per me, mi hanno messo sulle tracce giuste". Era da molti anni che il regista di Sostiene Pereira e Prendimi l'anima voleva fare questo film, ma non aveva mai trovato i finanziamenti: "Quando è stato proposto a Rai Cinema sono rimasto sorpreso che abbiano avuto il coraggio di produrlo, dando prova del loro essere servizio pubblico. Non mi hanno mai limitato nella libertà o fatto problemi". 

2) Il coraggio delle donne. La verità sta in cielo si apre su quel maledetto 22 giugno 1983. Cabine telefoniche, jeans a vita alta, le targhe con su scritto "ROMA", papa Wojtyła in forma dopo l'attentato. Poi piombiamo nel 2015, lo scandalo di Mafia Capitale porta il capo di una rete televisiva (Shel Shapiro) a mandare una sua giornalista (Maya Sansa) a Roma a indagare di nuovo sul caso Orlandi. Questi sono gli unici personaggi di finzione del film, creati per poter riprender le fila di questa oscura vicenda. È attraverso le indagini ostinate di una redattrice di Chi l'ha visto?, Raffaella Notariale (interpretata da Valentina Lodovini), che Sabrina Minardi (Greta Scarano), ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano ma soprattutto compagna del boss Renatino De Pedis (Riccardo Scamarcio), rivela il diretto coinvolgimento di De Pedis nel rapimento di Sara Orlandi. "Credo che le donne siano più coraggiose", afferma Faenza. "Le ultime cose venute fuori sul caso Orlandi sono state ottenute per merito di donne. Il coraggio delle donne in questo film ha molta rilevanza". "Nel film rappresento quella parte d'Italia che non si arrende, che vorrebbe sapere", racconta Lodovini. "Non interpreto un personaggio di finzione ma una donna che per anni ha fatto una scelta e ricevuto anche minacce. Come cittadina mi sento molto grata a chi fa giornalismo d'indagine". 

3) Il potere della banda dei testaccini. Ne La verità sta in cielo sono soprattutto i testaccini guidati da De Pedis a tirare le trame torbide con i poteri alti. "Il film dice che la banda della Magliana come romanzata in libri e tv in realtà non è mai esistita, non aveva il vero potere", spiega Faenza, che ha scritto anche la sceneggiatura. "La vera banda è quella dei testaccini di De Pedis, di cui si sempre parlato meno perché avevano rapporti con senatori e uomini importanti. Se questo film ha un merito, è quello di aver demistificato la banda della Magliana". De Pedis, amico di prelati, politici, rappresentanti dell'alta società, è stato un latitante all'italiana, reperibile. Nel film, tra i suoi nascondigli, lo vediamo anche in un appartamento dei servizi segreti a Villa Borghese. Il suo corpo è stato sepolto fino al 2012 nella Basilica di Sant'Apollinare, nel cuore di Roma, proprio accanto alla scuola di musica frequentata da Emanuela. "In via del Pellegrino (dove è stato ucciso De Pedis, ndr) non volevano che girassimo perché ancora ci sono tanti amici di De Pedis", ricorda Faenza. "Un uomo ci ha detto: 'Era tanto un bravo ragazzo. Quando mi han rubato il motorino sono andato da lui, non dalla polizia, e me l'ha fatto riavere'". 

4) Rapporto torbido tra Vaticano, Stato, malavita. "C'è un legame tra esponenti della malavita e cardinali, specie monsignor Marcinkus (interpretato da Randall Paul, ndr), che sono legami tremendi, inconfessabili che nel film sollevano verità talmente terribili che sono sicuro scateneranno una infinità di polemiche", sostiene Faenza. "I prelati sono più vicini all'inferno che al paradiso", è una delle frasi del film. La sparizione di Emanuela Orlandi è anticipata da quella di Mirella Gregori e passa tra le macchinazioni dello Ior, la morte di Roberto Calvi (Anthony Souter), la malavita organizzata. 

5) Il finale e le speranza deluse da Papa Francesco. Nella scena finale (arresti qui la lettura chi vuole evitare lo spoiler) assistiamo a un incontro inquietante e a una promessa segreta. Un cardinale chiede a un procuratore che intervenga per spostare il corpo di De Pedis da Sant'Apollinare, macchia che riempie di vergogna la Chiesa. In cambio promette... il fascicolo sul caso Orlandi con le verità a conoscenza del Vaticano. Il corpo di De Pedis è stato trasferito. Il fascicolo è ancora secretato in Vaticano. "La scena finale è reale, non è una supposizione", dice Pietro Orlandi. "Chi finora ha detto di non saper nulla spero che darà risposte". Pietro, le cui figlie proprio in questi giorni hanno fatto parlare di sé partecipando alle audizioni di X-Factor, ha riposto inizialmente speranza in Papa Francesco. Quando l'ha incontrato, all'inizio del suo pontificato, gli ha detto: "Emanuela sta in cielo". "Quella frase mi ha fatto male", racconta Pietro. "Ho però sperato che si arrivasse a una conclusione, ma invece si è alzato un muro. Non ho più avuto alcuna risposta".

Papa Francesco: "C'è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace". E sugli abusi sessuali spiega: "Se non siamo convinti che questa è una malattia, non si potrà risolvere il problema", scrive il 9 febbraio 2017 "Panorama". "C'è corruzione in Vaticano. Ma io sono in pace. Se c'è un problema, io scrivo un biglietto a S.Giuseppe e lo metto sotto una statuetta che ho in camera mia". Lo afferma il Papa in un'intervista alla Civilità cattolica, pubblicata dal Corriere della Sera. Sugli abusi sessuali, spiega: "Se sono coinvolti religiosi, è chiaro che è in azione la presenza del diavolo che rovina l'opera di Gesù, tramite colui che doveva annunciare Gesù. Ma parliamoci chiaro: questa è una malattia. Se non siamo convinti che questa e' una malattia, non si potrà risolvere bene il problema".

Caso Orlandi, perché la "nota spese" della Santa Sede è falsa. Il dossier del giornalista Emiliano Fittipaldi riaccende l'attenzione sulla misteriosa sparizione. Ma il documento è scritto da qualcuno ignaro delle procedure in vigore in Vaticano, scrive Orazio La Rocca il 20 settembre 2017 su "Panorama". Può un documento apparentemente fasullo, più simile a una "patacca" che a uno scritto autentico, contribuire a fare chiarezza su un caso misterioso come la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sparita nel nulla il 22 giugno 1983? Anche se sembra un paradosso, la risposta forse potrebbe essere affermativa. Per il semplice fatto che è comunque buona cosa accendere i fari (e l'attenzione della stampa di tutto il mondo) su un testo che, pur facendo acqua da tutte le parti, ha ridestato l'interesse su una vicenda che, a 34 anni di distanza, è ancora avvolta nel mistero e corre seri rischi di essere gettata nel dimenticatoio.

La "nota spese" della Santa Sede per Emanuela Orlandi. Il documento in questione fa parte di un fantomatico dossier pubblicato nel libro Gli impostori - Inchiesta sul potere (edito da Feltrinelli) in uscita il 22 settembre, scritto da Emiliano Fittipaldi, giornalista del settimanale L'Espresso. Qui si fa riferimento a una presunta lettera datata 28 marzo 1998, recante il nome dattiloscritto del cardinale Lorenzo Antonetti, che in qualità di presidente dell'Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) presenta una sorta di nota spese sostenute dalla Santa Sede per il "mantenimento" all'estero di Emanuela Orlandi dal giorno del rapimento fino al 1997; una  considerevole somma di circa 500 milioni di lire per il sostentamento della ragazza, comprensivo persino di visite mediche e di un ricovero in una clinica inglese. Destinatari, la Segreteria di Stato nella persona dell'allora Sostituto (sorta di "ministro" degli Interni), il vescovo Giovanni Battista Re, e, per conoscenza, il ministro degli Esteri del Vaticano, il vescovo francese Jean-Louis Tauran. Entrambi futuri cardinali che, però, hanno immediatamente smentito di aver "mai letto e ricevuto una lettera simile". Smentite rilanciate anche dal portavoce papale Greg Burke - che parla di documentazione "falsa e ridicola" -, dalla stessa Segreteria di Stato e dall'arcivescovo Angelo Becciu, attuale "ministro" degli Interni del Vaticano, che avverte: "C'è poco da dire, è falso e basta. Un falso strano, tra l'altro basta vedere lo stile".

Ecco perché la "nota spese" è falsa e sa di fantapolitica. Basta infatti gettare un rapido sguardo al documento pubblicato ne Gli impostori per vedere che è stato scritto da qualcuno non certamente a conoscenza delle procedure e dello stile in vigore Oltretevere. Immaginare, ad esempio, che l'Apsa, che tra l'altro è la banca centrale della Santa Sede (mentre lo Ior, l'Istituto per le Opere di Religione, è lo “sportello” operativo solo Oltretevere), possa battere cassa alla Segreteria di Stato sa di fantapolitica. Come è impossibile che un cardinale (il defunto Lorenzo Antonetti) abbia commesso grossolani errori rivolgendosi all'allora arcivescovo Re chiamandolo “Sua Riverita Eccellenza”, mentre è prassi consolidata che la formula esatta è invece “Eccellenza reverendissima”. Oppure che abbia chiamato il vescovo francese Jean-Louis Tauran col nome spagnolo Luis. Errori certamente non ascrivibili al cardinale Antonetti (che per altro nel documento, privo di numero di protocollo, timbri, sigla della Santa Sede, non appare con la firma ma solo con nome e cognome dattiloscritti).

Nuovi "corvi" all'opera ai danni del papa? Il primo ad avanzare dubbi sul documento è lo stesso Fittipaldi, che prudentemente dice che "se non fosse vero" dimostrerebbe che in Vaticano starebbero ancora tramando bande di "corvi" ai danni del papa come già avvenuto con Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. A detta del giornalista, il dossier proverrebbe dall'archivio di Lucio Vallejo Balda, il monsignore spagnolo segretario dell'ex Cosea (la commissione sulle riforme economiche vaticane istituita da papa Francesco) condannato insieme a Francesca Chaoqui, esponente della stessa Cosea, con l'accusa di aver trafugato i documenti che hanno dato vita nel 2015 alla cosiddetta Vatealiks 2. Dopo che monsignor Balda è stato trasferito in Spagna con quattro anni di condanna sulle spalle, ci sono ancora altri "corvi" in Vaticano pronti a tradire la Santa Sede, papa in testa? Può darsi, anche perché in tutti gli archivi dei dicasteri pontifici quasi ogni giorno vengono ammucchiati documenti falsi, lettere minatorie, testi apocrifi, anche presunte lettere encicliche (ai tempi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ce ne furono diverse, ma quasi sempre smascherate in tempo). E i quattro anni e mezzo di pontificato bergogliano non rappresentano certamente un'eccezione.

Non dimentichiamo Emanuela Orlandi. Peccato che i documenti falsi non aiutino ad arrivare alla verità su Emanuela Orlandi. Ma è sempre bene che, pur a 34 anni di distanza, non ci si dimentichi mai che una ragazzina di 15 anni la sera del 22 giugno 1983 non tornò a casa e che i suoi cari finora non hanno mai perso la speranza di rivederla. Anche solo per parlare di presunte false lettere.

35 anni di depistaggi: è la fine del mistero Orlandi? Intorno alla sparizione di Emanuela, il 22 giugno 1983, di confusione ce n’è stata tantissima, sin dai primi giorni, scrive Paolo Delgado l'1 Novembre 2018 su "Il Dubbio". A Roma si dice “caciara”. Vuol dire confusione, trambusto, chiasso assordante. Intorno alla sparizione di Emanuela Orlandi, il 22 giugno 1983, di caciara ce n’è stata tantissima, sin dai primi giorni. Un polverone fittissimo, una sagra dei depistaggi, delle rivelazioni clamorose ma traballanti e sempre prive di conferme, delle ricostruzioni ardite basate però su sabbie mobili. Nel corso dei decenni nel “caso Orlandi” c’è passato di tutto: l’attentato al papa Giovanni Paolo del 1981 e l’attentatore Ali Agca, i Lupi grigi turchi e i servizi segreti dell’est, la banda della Magliana e il Banco ambrosiano di Roberto Calvi l’appeso, fior di cardinali tra cui l’allora assessore agli Affari generali della segreteria di Stato vaticana Re e l’immancabile Paul Marcinkus, presidente dello Ior, la banca vaticana. Dire pezzi da 90 è ancora poco. Anche se la sparizione di quella ragazzina quindicenne ha tenuto banco per decenni sulle prime pagine dei giornali e in decine di programmi tv la realtà è che se ne sa pochissimo e quel poco che si dà spesso per acquisito è invece incerto. C’è stato davvero un sequestro, un rapimento finalizzato a chissà quale scopo? Nulla lo prova. Esiste davvero una connessione tra la scomparsa della cittadina vaticana, figlia di un funzionario della Santa Sede, che quella sera stava tornando a casa dalla lezione di musica a un passo dal Senato col suo flauto in borsa e quella di Mirella Gregori, figlia di un barista, scesa in strada per parlare con un mai individuato “amico” meno di due mesi prima e mai più ricomparsa? Impossibile dirlo. E’ un’ipotesi ma frutto forse solo della suggestione. Le due ragazze avevano la stessa età, sono svanite misteriosamente nell’arco di poche settimane, alcune telefonate dei presunti rapitori avevano collegato i due casi, ma erano impostori. Troppo poco per dirsi sicuri del nesso. La sera di quel 22 giugno Emanuela aspettava l’autobus con due amiche in Corso Rinascimento, di fronte palazzo Madama. Però all’ultimo momento scelse di non salire: «Troppo affollato, aspetto il prossimo». Con la testa la ragazza quella sera stava altrove. Uno sconosciuto la aveva abbordata, le aveva proposto un lavoretto ben remunerato, pubblicizzare cosmetici durante una sfilata delle Sorelle Fontana. Era tentata, ne aveva già parlato al telefono con la sorella che l’aveva però sconsigliata, poi con le amiche, altrettanto contrarie e sospettose. Avevano ragione loro. La ditta di cosmetici in questione di quell’offerta non sapeva niente. In compenso da quelle parti girava da un pezzo un tipo furbo che rimorchiava ragazze e ragazzine con quella promessa a fare da esca. Nei giorni successivi, quando la notizia corredata da foto era già sui principali quotidiani della capitale arrivano due telefonate, un ragazzo, “Pierluigi” e un uomo, “Mario”: il primo fornisce elementi credibili. Raccontano in telefonate distinte di aver visto la ragazza insieme a un’amica. “Mario” assicura che Emanuela se n’è andata volontariamente ma col progetto di tornare per il matrimonio della sorella. Nessuno li individua. Nessuno li trova. Il caso esplode il 3 luglio, quando è il papa in persona a parlarne rivolgendosi ai rapitori, durante l’Angelus. La giostra inizia a girare vorticosamente solo in quel momento. Arrivano a raffica telefonate con richieste di scambio tra la ragazza e Alì Agca, il ‘ lupo grigio’ che aveva sparato al papa. A chiamare è per 16 volte un uomo con marcato accento anglosassone, ma si fa sentire, meno spesso, anche un mediorientale. Fanno ritrovare nastri con una voce disperata che chiede aiuto. Ma non è Emanuela: è la registrazione di un film. Ancora nel novembre 1984 i Lupi grigi insistono e assicurano di avere nelle loro mani entrambe le ragazze. L’affare monta, inevitabilmente si intreccia con le ombre addensate su Marcinkus, rinvia allo scandalo del banco Ambrosiano e all’uccisione di Roberto Calvi. Ma sono fantasie. Le telefonate dei Lupi grigi sono in realtà orchestrate dalla Stasi tedesca e servono a confondere le acque per stornare dai servizi segreti i sospetti di aver organizzato l’attentato al papa. Di elementi che autorizzino a ipotizzare qualche collegamento tra la bambina romana e il banchiere impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra non ce ne sono. Nel XXI secolo Emanuela Orlandi torna al centro delle cronache grazie a una telefonata, anche questa anonima, che arriva al programma di Raitre Chi l’ha visto?. Suggerisce di «andare a vedere chi è sepolto nella basicilica di sant’Apollinare a Roma e allude a un “favore” fatto da Enrico De Pedis, “Renatino” uno dei capi della Banda della Magliana ucciso nel 1990, al cardinal Poletti. Che a Sant’Apollinare sia sepolto tra santi e papi proprio lui, il temuto Renatino, lo sanno tutti e quando, sette anni dopo, la tomba verrà aperta saranno ritrovati solo i resti del bandito. Nel frattempo però si è scatena- ta una corsa in massa alla rivelazione. Antonio Mancini, “Accattone”, altro bandito della Magliana, ricorda di aver riconosciuto nel “Mario” che aveva telefonato subito dopo la scomparsa un bandito detto “Rufetto”, sodale appunto di Renatino. Ancora qualche anno e “Accattone” precisa: a rapire la ragazza era stata la banda, per farsi restituire dallo Ior i soldi investiti dai criminaloni attraverso l’Ambrosiano. A chiamare in causa Renatino era stata anche una sua ex amante, Sabrina Minardi, ex moglie di un calciatore della Lazio, Bruno Giordano. La donna è palesemente un po’ sbroccata. Confonde le date e squaderna ricostruzioni inverosimili ma dà anche indicazioni reali. E’ lei a far scoprire l’immensa grotta sotterranea a cui si accede dall’appartamento di una sua amica, Daniela Mobili, nella quale sarebbe stata tenuta segregata Emanuela prima di essere uccisa dallo stesso Renatino. E la Bmw sulla quale, secondo l’improbabile teste, l’autista di Renatino, “Sergio”, avrebbe caricato la ragazza, portata al Gianicolo già drogata dalla governante della Mobili. Ma non parla solo la Magliana. Si affaccia il lupo grigio in persona, Alì Agca: rapimento per conto del vaticano, anzi no corregge cinque anni dopo, a opera della Cia. Comunque «è viva e tornerà». Si affaccia padre Anorth, esorcista principe del Vaticano: Emanuela è morta nel corso di un festino a base di droga e sesso. Conferma due anni dopo il pentito di mafia Calcara, a cui un non meglio precisato boss avrebbe rivelato che la ragazza era finita male nel corso di un festino e le spoglie erano state occultate in Vaticano. Di sfuggita spunta un agente del Sismi: «È viva, sedata in un manicomio in Inghilterra». Impossibile dire quante di queste rivelazioni, mai supportate da elementi concreti, arrivino da mitomani, quante rispondano a logiche che con il caso Orlandi in sé non hanno nulla a che vedere, come il depistaggio organizzato negli anni ‘ 80 dalla Ddr, e quanto invece la confusione avesse il preciso obiettivo di rendere impossibile orizzontarsi, coprendo così i veri responsabili del fattaccio. Forse l’elemento più inquietante, proprio per la sua distanza dall’affaire internazionale che è stato ipotizzato e raccontato per decenni, arrivò dall’avvocato della famiglia Orlandi Gennaro Egidio che raccontò a Pino Nicotri, il giornalista che più e meglio di tutti si è occupato del caso: «I motivi della scomparsa ella ragazza sono molto più banali di quello che si è fatto credere. Il rapimento, il sequestro per essere scambiata con Agca? Ma no. La verità è molto più semplice, anzi, ripeto, è banale. Ma non per questo meno amara». Peccato che l’avvocato sia morto prima di poter spiegare le sue sibilline parole, anche se l’avvocato sospettava il coinvolgimento di una parente di Emanuela. Ma se tra una settimana l’esame del dna dovesse dire che le ossa ritrovate nella Nunziatura di via Po sono quelle della quindicenne scomparsa 35 anni fa il coinvolgimento di qualche pezzo grosso del Vaticano diventerebbe di fatto certo, e la “caciara” di questi decenni si rivelerebbe tutt’altro che casuale.

Servizi, Ior e Mafia: il caso Orlandi è il “complotto perfetto”. Il mistero della ragazza scomparsa nel 1983 forse vicino alla soluzione. Lunedì i risultati del dna sulle ossa trovate in Nunziatura, scrive il 3 Novembre 2018 "Il Dubbio". Per capire se quelle ossa sono davvero di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, bisognerà ancora attendere i tempi tecnici necessari alle perizie. Dicono dai sette ai dieci giorni. Ma qualcuno sostiene che dieci giorni siano un tempo abbastanza inspiegabile, per avere degli esiti che normalmente si hanno nella metà del tempo. Ma di “congetture”, in questo pezzo, ne metteremo già tante, quindi questa ce la risparmiamo. Una cosa però già si sa. Anzi, due. Le ossa, che sarebbero state trovate in due punti diversi dello stesso ambiente, un appartamento in ristrutturazione all’interno di Villa Giorgina, sede della Nunziatura Apostolica a Roma, appartengono a due corpi. Almeno uno di questi è una donna, conclusione a cui si può arrivare grazie ad una prima, sommaria, analisi del bacino. E secondo indiscrezioni, sarebbero ossa di corpi non ancora adulti. Non ci sarà ancora la conferma definitiva, quindi, ma ce n’è abbastanza per lasciarsi suggestionare dall’ipotesi che sì, quelle ossa potrebbero essere di Emanuela e Mirella. O di una delle due. E questo anche escludendo quello che sembra sia un equivoco delle ultime ore, riguardante Don Pietro Vergari, il sacerdote indagato in passato per la vicenda Orlandi, per essere stato colui che si fece promotore della sepoltura in Sant’Apollinare di Renatino De Pedis, uno dei capi della banda della Magliana. Ai tempi, indagando sul legame fra la criminalità romana e la scomparsa di Emanuela, saltò fuori il suo nome, ma la posizione del sacerdote venne poi archiviata. La figura di Don Vergari, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento delle ossa a Villa Giorgina è stata nuovamente rievocata, perché si diceva avesse lavorato proprio alla Nunziatura Apostolica, anche se in un periodo successivo alla scomparsa di Emanuela. Tuttavia, dopo alcune ricerche, sembrerebbe che in realtà il sacerdote abbia prestato la sua opera pastorale presso la Penitenzeria Apostolica, allora guidata dall’arcivescovo francescano Gianfranco Girotti, e non alla Nunziatura. E sarebbe stato proprio lavorando a Regina Coeli che Don Vergari avrebbe conosciuto De Pedis. Chiarito questo aspetto, rimane la domanda iniziale: se fossero di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, quelle ossa? Intanto sarebbe interessante capire da quanto tempo si trovavano a Villa Giorgina. Da sempre? Oppure solo da poco? Sono state ritrovate casualmente oppure qualcuno ha voluto che fossero trovate? E nel caso della seconda ipotesi, chi e perché ha voluto farle trovare, proprio ora e proprio in un immobile di proprietà del Vaticano? Prima di tutto va fatta una considerazione: tutti i personaggi di grosso calibro, coinvolti da inchieste e indagini, nella scomparsa di Emanuela Orlandi, sono morti. E’ morto il cardinale Marcinkus, deus ex machina dello Ior. E’ morto, e sappiamo come, anche Roberto Calvi. E’ morto e sepolto, come già detto, anche Renatino De Pedis. E visto che nello storytelling di questa vicenda non ci siamo fatti mancare neppure la mafia, sono morti anche entrambi i dominus mafiosi del tempo, cioè Riina e Provenzano. Chiunque potesse sapere qualcosa, sulla scorta di ciò su cui si è indagato, è già passato a miglior vita. A parte Pippo Calò, il cassiere della mafia, che sta al 41 bis e che vorrebbe incontrare la famiglia Orlandi. Una richiesta fin qui negata dalle Istituzioni. Insomma, chiunque potesse sapere qualcosa o è morto o non è a piede libero. Ma ne siamo certi? Se invece qualcuno che sa e può dimostrare di sapere, calcasse ancora liberamente questa terra? E se magari, questo qualcuno, per motivi da scoprire, avesse fatto sapere a qualcun altro in Vaticano della sua esistenza, chiedendo qualcosa? Visto che abbiamo tirato in ballo la mafia, facciamo un esempio mafioso: quando si chiede il pizzo ad un negoziante, lo si fa all’inizio con le buone, in maniera anche conciliante. Poi, se il commerciante non si piega al racket, si passa alle minacce. E prima di mettere bombe al negozio, si lascia davanti alla saracinesca una bottiglia con dentro della benzina. Intimidazione. E se queste ossa fossero una bottiglia piena di benzina, lasciate su una delle tante porte del Vaticano? Se fossero un’intimidazione? Congetture e suggestioni, che oggi lasciano il tempo che trovano. Ma che magari, fra dieci giorni, avranno una sostanza e soprattutto una prospettiva diversa.

Era un giallo “normale”… Poi diventò un affare di Stato (Vaticano). La scomparsa di Emanuela Orlandi, da Marcinkus alla banda della Magliana, una storia di misteri e depistaggi sullo sfondo delle nuove rivelazioni del libro di Fittipaldi pubblicate dall’Espresso, scrive Paolo Delgado il 19 Settembre 2017 su "Il Dubbio".

C’è il terrorismo internazionale: l’attentato al papa, i Lupi grigi, la guerra santa del Papa guerriero ( e polacco) contro l’idra rossa, la Stasi che s’impiccia e depista per stornare gli sguardi dallo zampino di Bucarest nell’attentato del lupo Alì. C’è il nido di vespe finanziarie che ruotava intorno al Ior, con di mezzo il chiacchieratissimo banchiere di Dio Paul Marcinkus, il banco Ambrosiano, la loggia più famosa del mondo e di conseguenza qualche ombra sinistra, quella dei Frati Neri con il loro bravo impiccato, quella dell’attentato in cui al posto della vittima predestinata finì ammazzato il killer, nonché boss della Magliana Danilo Abbruciati.

E c’è la "bandaccia" naturalmente, tirata in mezzo dal pentito Antonio "l’Accattone" Mancini ma anche da Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore dal piede dorato Bruno Giordano, ex amante o sedicente tale di ‘ Renatino’ De Pedis, il boss ripulito ammazzato in mezzo alla strada in pieno giorno, a Campo de’ Fiori, nel 1990 e destinato poi a riposare, sino alla recente cremazione, nella basilica di sant’Apollinare, con papi e santi ma per la verità anche con gente di meno nobili natali e senz’aureole di sorta. Testimoni discutibili, che non lesinano strafalcioni ma che, specie la Minardi, ogni tanto qualche riscontro lo hanno portato. Entrambi addossano al sepolto in sant’Apollinare la responsabilità del ratto senza specificarne però in modo sia pur minimamente convincente il movente.

C’è l’ombra perversa di festini a base di adolescenti ancora quasi bimbe per prelati porconi e fatali incidenti, e non è neppure tutto. Grotte sotterranee che permettono di deambulare sotto la Capitale, sussurri di salme accumulate nei ridenti giardini del Vaticano, legami ipotizzati pur se mai provati con altre scomparse misteriose, a partire da quella di un’altra ragazzina, Mirella Gregori, un mese e mezzo prima della sparizione della Orlandi. Materiale che al confronto I Misteri di Parigi vagheggiati da Eugene Sue sembrano segretucci da educande.

Il caso Orlandi è il vero grande giallo italiano. Lo resterebbe anche se, come sostiene il giornalista che più di ogni altro è andato a fondo nel fattaccio, Pino Nicotri, tutto questo clamore che da quasi 35 anni non si attenua fosse solo frutto di una perversa spirale mediatica, uno show troppo ghiotto, con audience troppo malata e rinnovatasi nel tempo per essere abbandonato. Perché anche in quel caso la somma di depistaggi, interferenze, intrecci poco districabili di bugie e verità basterebbero a rendere quella scomparsa l’evento forse più clamoroso nella storia criminale della Capitale e del Paese tutto. Le ultime a vedere viva Emanuela Orlandi, 16 anni non ancora compiuti, furono due compagne di corso nella scuola di musica di sant’Apollinare dove la ragazza faceva, pare, mirabili progressi con il flauto. Si incontrarono alla fermata dell’autobus di fronte al Senato intorno alle 19 del 22 giugno 1983. Emanuela raccontò di una allettante proposta di lavoro: 350mila lire per pubblicizzare una linea di prodotti di bellezza. Le suggerirono di stare in campana. Promise di decidere solo dopo aver chiesto il permesso a casa e in effetti telefonò alla sorella che le suggerì di aspettare e parlarne con i genitori. Poi le tre amiche si separarono e da quel momento di Emanuela non si è più saputo niente.

Era una ragazza tutta casa, scuola e Chiesa, dissero parenti e amici, impossibile sospettare qualche frequentazione equivoca. Quasi vent’anni dopo l’avvocato della famiglia, Gennaro Egidio, smentì: «I motivi della scomparsa sono molto più banali di quello che si è fatto credere. Contrariamente alle dichiarazioni dei familiari, Emanuela di libertà ne aveva molta». Le nuove indagini confermarono: Emanuela era una ragazza normale. Le capitava di saltare la scuola e firmarsi la giustificazione da sola. Tra i ragazzi un po’ più grandi che frequentava ce n’erano alcuni che usavano stupefacenti, o che andavano a rimorchio di ragazze per le strade da quel punto di vista ottimamente frequentate intorno al Vaticano, a uno era capitato pure di prostituirsi. Secondo il legale sarebbe stato casomai opportuno scandagliare meglio il giro di amicizie dalla zia paterna. Egidio promise a Nicotri di dire qualcosa in più su quelle frequentazioni di zia Anna a breve, ma era malato e spirò prima di farlo. Nulla di speciale, se non, forse, che l’identikit alla santa Maria Goretti ostacolò forse sul momento la pista più ovvia, quella di un rimorchio da parte dello sconosciuto che offriva soldi facili e soprattutto visibilità patinata finito in tragedia. Fu infatti facile appurare che non c’era nessuna ricerca di volti nuovi da parte di quella società di cosmetici e che, in compenso, il marpione e forse peggio aveva già provato ad adescare fanciulle in quel modo, e nella stessa zona, altre volte.

A rendere il caso qualcosa in più che non uno dei tanti casi di ragazze sparite che costellano da decenni le puntate di Chi l’ha visto? fu il papa in persona. Emanuela era cittadina vaticana e appena dieci giorni dopo, il 3 luglio, durante l’Angelus, Giovanni Paolo II lanciò un appello ai rapitori. Ne seguirono altri 7. Fu quell’appello a evocare la tempesta o si sarebbe prodotta comunque? Difficile, anzi impossibile dirlo. Di fatto, appena due giorni dopo, un uomo con accento americano telefonò in sala stampa vaticana per chiedere uno scambio con Alì Agca, il turco che nel 1981 aveva sparato al papa. Arrivarono altre telefonate: una a un’amica della giovane scomparsa: amica di fresca data, il cui numero di telefono Emanuela aveva segnato proprio poche ore prima di sparire. Altre 15 dall’’ Americano’ che i periti ipotizzarono potesse essere Paul Marcinkus, il cardinale al vertice della banca vaticana, lo Ior, in persona. Un anno dopo, tanto per restare in tema turco, arrivò anche la chiamata dei Lupi grigi, l’organizzazione in cui aveva militato Agca. Si scoprì poi che a chiamare erano invece i servizi tedeschi dell’est, per sviare dai colleghi bulgari il sospetto di aver organizzato l’attentato del 1981. A tirare in ballo la Magliana, già nel nuovo millennio, fu prima una telefonata anonima, poi Mancini, infine, e con dovizia di particolari Sabrina Minardi. Confusa, anche per via dei decenni di stupefacenti assunti nel frattempo, spesso incoerente, pasticciona sulle date, la (sedicente) ex amante di Renatino non si poteva né si può definire del tutto non credibile. Aveva parlato lei per prima di un rifugio sotterraneo che si prolungava per chilometri, al quale si poteva accedere da un appartamento nel quale sarebbe stata tenuta prigioniera Emanuela, e l’immenso sotterraneo, quasi una città sotto la metropoli, c’è davvero, con tanto di lago sotterraneo. Aveva raccontato di essere andata anche lei a prelevare la Orlandi, con una BMW, in quel 22 giugno 1983, e l’automobile è saltata fuori davvero, proprietà del faccendiere Flavio Carboni, uno dei ballerini impegnati nella danza macabra intorno a Roberto Calvi poco prima dell’impiccagione del banchiere sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, passata poi a uno dei tanti che gravitavano intorno alla Banda più celebrata della storia criminale italiana. Inevitabilmente il dossier spuntato dal Vaticano ricaricherà le batterie del carrozzone mediatico. Autorizzerà sospetti, permetterà di lanciarsi in nuove ipotesi, attirerà picchiatelli e bugiardi meno disinteressati. Forse ha ragione Nicotri, convinto che di misterioso, in questo caso, ci sia solo il nome del bastardo che dopo aver attirato Emanuela in trappola l’ha ammazzata. Ma anche al netto dei mitomani e dei depistatori, che in questo caso sono stati davvero una legione, è difficile evitare la sensazione che qualcosa di misterioso, nel giallo della povera Emanuela, ci sia davvero.

Emanuela Orlandi, 35 anni di piste fasulle, ora anche Micromega abbocca, scrive Pino Nicotri il 29 giugno 2018 su "Blitz Quotidiano”. Emanuela Orlandi, 35 anni di piste fasulle, ora anche Micromega abbocca alla sirena Pietro. Ammettiamo per un attimo che l’ennesimo asserito colpo di scena del mistero sulla scomparsa di Emanuela Orlandi non sia la solita panna montata con clamore, ma inesorabilmente sempre destinata a sgonfiarsi. Ammettiamo cioè che davvero, come “rivela” Pietro Orlandi con soli 35 anni di ritardo, ma tacendo anche questa volta la fonte della nuova “notizia”, il Vaticano abbia nascosto la telefonata che ne annunciava l’avvenuto rapimento la sera stessa della scomparsa di Emanuela, cioè del 22 giugno 1983. Vedremo che l’eventuale averla nascosta è stato del tutto ininfluente, ma intanto ci sono comunque da fare varie considerazioni:

 1) – la telefonata in questione, se davvero è stata fatta, è più facile che sia opera depistatrice di chi ha sequestrato ed eliminato Emanuela per i purtroppo usuali motivi da cronaca nera anziché opera dei fantomatici rapitori intenzionati a ricattare papa Wojtyla per motivi politici o malavitosi. I motivi politici si voleva fossero la volontà di ottenere la liberazione del terrorista turco Alì Mehmet Agca, condannato all’ergastolo per avere sparato a Wojtyla nell’81 oppure la volontà ammorbidire l’impegno anticomunista di quel Papa. I motivi malavitosi si vuole consistessero nella volontà di ottenere la restituzione di soldi a dire di alcuni prestati per le varie attività anticomuniste del pontefice polacco, motivi ipotizzati quando ormai era chiaro che la pista “politica”, quale che essa fosse, era una bufala. Motivi TUTTI che comunque, chiacchiere a parte, non sono mai stati dimostrati. Stando a quanto dice Pietro Orlandi, la persona che avrebbe telefonato la sera del 22 giugno 1983 ha chiesto di parlare col papa. Ma come poteva ignorare che il papa anziché in Vaticano era nella natia Polonia la temibile organizzazione che si vuol fare credere abbia rapito Emanuela?  E’ infatti lo stesso Pietro Orlandi il primo a sostenere che, politica o malavitosa, si tratta di comunque un'organizzazione composta da spezzoni di servizi segreti vari, banca vaticana IOR, mafia, malavita romana, ecc.  La ha scritto in un suo libro e lo ha detto a Vanity Fair nel maggio 2011, lo ha infine ripetuto di recente a Micromega.  Un’organizzazione dunque che sicuramente, specie la banca IOR che è del Vaticano e ha la sede DENTRO il Vaticano, sapeva che Wojtyla NON era “in casa” bensì ancora in Polonia, dove si era recato soprattutto per sostenere la lotta anticomunista e antisovietica del sindacato Solidarnosc. Una motivazione, quella del viaggio, talmente politica ed eversiva per il regime comunista polacco, e per l’Unione Sovietica dalla quale la Polonia dipendeva mani e piedi, più che sufficiente per mettere Wojtyla sotto la lente di ingrandimento di vari servizi segreti, non solo italiani, e sapere passo passo dove fosse e cosa stesse facendo. E’ quindi assolutamente impossibile che i “rapitori” e il loro telefonista di questa ennesima “rivelazione” appartenessero alla fantomatica “organizzazione” temibile e tentacolare di cui parla con insistenza l’Orlandi.

 2) – Guarda caso, si tratta di un copione identico a quello messo in piedi l’anno successivo, 1984, da Mario Squillaro, lo zio di Stefania Bini, che dopo avere sequestrato e ucciso la giovane nipote ha sostenuto coi genitori che gli aveva telefonato qualcuno per dire che la ragazza era stata rapita. Anche lei da un gruppo di turchi che volevano una bella cifra per il riscatto.

3) – E sempre guarda caso, si tratta dello stesso depistaggio tentato da Sabrina Misseri, cugina di Sarah Scazzi, che dopo averla uccisa accecata dalla gelosia si è inventata che era stata rapita.

4) – Ad accompagnare Wojtyla nel viaggio in Polonia, compresa l’andata e il ritorno in aereo, c’era il suo amico polacco Jacek Palkiewicz, che il caso vuole fosse anche mio amico perché viveva in Veneto e lo avevo conosciuto per motivi di lavoro. Come ho scritto anche in libri, Jacek mi ha sempre ESCLUSO che nel viaggio di ritorno Wojtyla avesse avuto motivi di preoccupazione diversi dal temere eventuali complicazioni con le autorità polacche riguardo il decollo per il rientro a Roma: nessuna telefonata clamorosa dal Vaticano o da altrove riguardo “rapimenti” e affini, ma solo gioia per la riuscita del viaggio e la mancanza di pretesti di qualunque tipo da parte dei polacchi.

5) – E’ incredibile che qualunque affermazione snocciolata da Pietro Orlandi venga sempre immediatamente accolta come oro colato. E sì che di bidoni e di “verità” fasulle ne ha avvalorate ormai troppe. Vediamone in dettaglio alcune:

a – le rivelazioni e le promesse di Agca.

b – La pista di Luigi Gastrini alias il falso “007 Lupo Solitario”.

c – La pista del pentito della mafia Vincenzo Calcara.

d – La pista del fotografo romano Marco Fassoni Accetti, diventato famoso per avere “confessato” ai magistrati di avere organizzato lui il rapimento di Emanuela, della quale ha esibito agli Orlandi, che gli hanno creduto, un flauto che sosteneva essere quello della ragazza.

e – Le orge con uccisione finale di Emanuela ipotizzate da don Amorth, il famoso esorcista della Chiesa. Che ha riportato la pista delle orge in un suo libro, pubblicato dopo averne consegnato le bozze a Pietro Orlandi, che non ha avuto nulla di ridire; la stralunata pista delle tomba di Enrico De Pedis con dentro la “soluzione del mistero”, pista della quale era convinta anche la sorella Natalina Orlandi.

f – La pista della “supertestimone” Sabrina Minardi asserita “amante decennale di De Pedis” quando lei stessa ha ammesso che si sono frequentati per appena due anni, per giunta mente lei svolgeva la professione di prostituta d’alto bordo. A definire mitomane Sabrina Minardi, comunque smentita dalle indagini, è stata la sua stessa sorella Cinzia.

g –  Tralasciamo il fatto che De Pedis viene sempre automaticamente definito – a mo’ di riflesso pavloviano – “boss della banda della Magliana” quando invece è stato sempre assolto in tutti i gradi di giudizio perfino dall’accusa di esserne stato un semplice membro o gregario. Tant’è che quando nel febbraio ’90 venne ucciso era in regolare possesso di patente e passaporto. Tralasciamo.

Quello che però colpisce è l’astio verso la sua vedova, Carla di Giovanni, alla quale anche di recente Pietro Orlandi sulla rivista Micromega, ripetendo quando già detto a Vanity Fair 6 anni fa, ha attribuito dichiarazioni gravi per sostenere di fatto una combutta della donna col procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone. Le parole riportate non con precisione assoluta da Pietro Orlandi sono estrapolate – e tenute fuori contesto – dall’intercettazione di una telefonata della vedova a don Piero Vergari, ex rettore della basilica di S. Apollinare, che all’epoca di quella telefonata aveva ricevuto un avviso di garanzia per poter analizzare l’archivio del suo computer riguardo la faccenda “tomba di De Pedis/scomparsa di Emanuela Orlandi”. Che il telefono di don Vergari fosse sotto controllo era ovvio e ben noto anche ai diretti interessati. Che non per questo hanno rinunciato a sfoghi personali contro l’assurdità dell’inchiesta sulla tomba – inchiesta già condotta e archiviata nel 1997 – e contro il prolungarsi dell’intera inchiesta sul “rapimento” basata sulle farneticazioni autoaccusatorie del fotografo Marco Fassoni Accetti, finite con l’accusa di calunnia e autocalunnia. Da notare che l’infinito tiro a segno su De Pedis e sulla sua tomba ha procurato alla vedova anni certo non di divertimento, ma di dolore intenso.  Un po’ di humana pietas non guasterebbe. Specie da parte di chi si proclama cattolicissimo e nella Santa Sede ci ha lavorato e abitato una vita e tutt’oggi continua ad abitare nelle sue case. La vedova De Pedis in particolare era furiosa, comprensibilmente, perché chiedeva inutilmente ormai da anni al sostituto procuratore Giancarlo Capaldo di controllare il contenuto della bara del marito in modo da porre fine alle chiacchiere e poterne trasferire altrove la salma evitando il sospetto di una traslazione per nascondere chissà quale il contenuto. Ovvio lo sfogo liberatorio quando ha saputo dagli avvocati che Pigantone avrebbe ordinato a breve a Capaldo l’ispezione della bara, come in effetti poi avvenuto.

6) – Strano che Pietro Orlandi prenda per oro colato le “rivelazioni” più strampalate e rifugga invece ostinatamente da altre, per l’esattezza da tutte quelle che possono contraddire la vulgata del “rapimento” e riportare la scomparsa di Emanuela nel purtroppo solito alveo delle scomparse di minorenni. A partire da quanto affermato dallo stesso avvocato degli Orlandi, Gennaro Egidio, compresi i suoi sospetti sull’amico “misterioso” della zia Anna Orlandi;

7) – Anche ammesso che la telefonata “rivelata” da Pietro Orlandi pochi giorni fa sia stata fatta e che il Vaticano l’abbia nascosta, di cosa si lamentano Pietro e gli altri fan del “rapimento”? Forse che la pista fatta imboccare alle indagini non è stata proprio quella del rapimento?  La pista del rapimento è stata fatta imboccare grazie ai vari e imprudenti pubblici appelli di Wojtyla, ben otto a partire da quello del 3 luglio, grazie alle insistenze degli stessi Orlandi e grazie all’informativa alquanto sballata dell’allora Sisde fornita al magistrato Margherita Gerunda, che stava indagando su ipotesi più normali e realistiche e che per questo venne sostituita dopo poche settimane.

POST SCRIPTUM. Non è la prima volta che Pietro Orlandi riporta “rivelazioni” altrui evitando però di fare i nomi delle fonti. E’ già avvenuto almeno due volte ai danni di don Vergari per metterlo in cattiva luce.

– Ecco cosa ha dichiarato nel 2012, evitando come sempre di fare i nomi: “Che a Sant’Apollinare ci fossero giri strani e gravitasse un pezzo di malavita romana, non solo De Pedis con cui don Vergari era in confidenza, è purtroppo qualcosa di risaputo. Le amiche della scuola di musica di Emanuela mi dissero che suor Dolores, la direttrice, non le faceva andare a messa o cantare nel coro a Sant’Apollinare ma preferiva che andassero in altre chiese proprio perché diffidava, aveva una brutta opinione di monsignor Vergari”. Peccato però che i verbali delle deposizioni testimoniali di suor Dolores, il suo permettere che gli alunni del Da Victoria cantassero nel coro di S. Apollinare e gli atti giudiziari tutti smentiscano in blocco le affermazioni di Orlandi compresa la possibilità che le “rivelazioni” in questione, anche a volere ammettere che siano state davvero fatte, possano essere vere.

– A “Chi l’ha visto?” sempre Pietro Orlandi ha sostenuto che in Vaticano gli avevano detto che nelle stanze sotterranee della basilica di S. Apollinare “avveniva di tutto e di più”, con chiara allusione quanto meno a orge. Peccato che anche le fonti di queste affermazioni, ammesso che siano mai state fatte, siano rimaste anonime…Possiamo fermarci qui. Con una sola annotazione finale: che direbbe Pietro Orlandi se la stampa riportasse come oro colato le malignità che in Vaticano non risparmiano neppure lui e la sua famiglia? A partire dal fatto che coi primi stipendi pagatigli dallo IOR lui si è comprato una Maserati, acquisto ammesso e confermato.

IOR NAME IS 007: DA MARCINKUS A SCARANO, GLI INTRECCI TRA SERVIZI, MASSONI E VATICANO. L’inchiesta su monsignor 500 euro è l’ultimo di una lunga serie di misteri che vedono intrecci tra servizi segreti italiani, Vaticano e massoneria - La morte di Papa Luciani, che voleva riformare lo Ior, e quello scazzo con Villot - Il caso di Emanuela Orlandi, scrive Marco Mostallino per Lettera43.it il 3 luglio 2013. Tonache, barbe finte e grembiulini. La vicenda dell'Istituto opere religiose (Ior), la banca vaticana i cui vertici sono stati indotti alle dimissioni, si intreccia da 40 anni con gli affari e le manovre di monsignori, agenti segreti più o meno deviati, massoni e piduisti.

MONSIGNORI E MASSONI. Massone era monsignor Paul Markincus, presidente dello Ior tra il 1971 e il 1989, coinvolto negli scandali del Banco Ambrosiano e nelle misteriose morti di Michele Sindona e Roberto Calvi. Massone era anche monsignor Jean Villot, potente segretario di Stato all'epoca di Paolo VI e protagonista di un duro scontro sugli assetti della banca con Albino Luciani, il pontefice che intendeva rivoluzionare l'Istituto ma che morì prima di poter mettere mano alle riforme.

IL CASO SCARANO. E membri dei servizi segreti italiani erano - o forse sono ancora - il prefetto Francesco La Motta, incarcerato il 28 giugno scorso per il furto di fondi del Viminale passati sui conti Ior, e Giovanni Zito, il carabiniere fermato con l'accusa di aver fatto da spallone tra l'Italia e la Svizzera per muovere i quattrini di Nunzio Scarano, il vescovo arrestato proprio per i traffici di decine di milioni movimentati attraverso i canali riservati della banca vaticana. Marcinkus guidò lo Ior, coltivandone i legami con Calvi, Sindona e il capo della P2 Licio Gelli, fino a quando nel 1987 la magistratura italiana ne ordinò l'arresto per gli intrighi dell'Ambrosiano. Il monsignore massone trovò rifugio per quasi 10 anni prima tra le mura della Santa Sede, che non lo consegnò mai alla giustizia, poi di una piccola parrocchia statunitense, dove morì nel 1997 senza che l'allora papa, Giovanni Paolo II, aprisse mai i segreti della Chiesa agli investigatori italiani.

SCARANO B. Chi cercò di ripulire le istituzioni vaticane da imbrogli e malaffare fu Albino Luciani. Prima, nel 1972, da patriarca di Venezia, quando si recò in Vaticano per contrastare la decisione di Marcinkus di acquisire due banche venete legate al mondo cattolico. Poi, nel 1978, da papa.

LA MANO DI JEAN VILLOT. Non vi riuscì, poiché il capo dello Ior godeva della piena protezione del segretario di Stato dell'epoca, il cardinale Jean Villot. Il porporato francese era un uomo abile, scaltro, determinato e spregiudicato, messo a capo del governo della Santa Sede nel 1969 da Paolo VI. Membro della massoneria, conservò la carica anche con Luciani, l'uomo che appena eletto pontefice - come confessò egli stesso ai suoi collaboratori fatti giungere a Roma dal Veneto - si trovò subito attorno la terra bruciata creata dalla Curia vaticana.

LUCIANI E QUELLA MORTE SOSPETTA. Luciani era un uomo limpido e determinato: «Desidero che siano i vescovi e cardinali, con una loro rappresentanza, a decidere cosa fare dello Ior. Chiedo che le sue azioni siano tutte lecite e pulite e consone con lo spirito evangelico», disse. Prima di aggiungere, riferendosi a Marcinkus pur senza farne il nome, che «il presidente dello Ior deve essere sostituito, nel rispetto della persona: un vescovo non può presiedere e governare una banca». Ma accadde esattamente il contrario. A essere sostituito, dopo 33 giorni di pontificato, fu il papa. E a causa di morte. Taluni ipotizzarono che quel «rispetto della persona» non fu garantito a Luciani: il decesso venne classificato per cause naturali, ma nessuna autopsia fu mai eseguita.

PAPA LUCIANI. Tra le mani, il papa morto teneva alcune carte - notizia che il Vaticano sulle prime nascose - con appunti su un duro colloquio avvenuto poche ore prima con Villot, al quale aveva comunicato di voler cambiare i vertici dello Ior e di alcuni ministeri della Santa Sede, ricevendo in cambio il parere fortemente negativo dell'allora segretario di Stato.

I SERVIZI SEGRETI ITALIANI, TRA IOR E CRIMINALITÀ. Nelle vicende dello Ior, dell'Ambrosiano e nelle misteriose morti a esse legate i servizi segreti italiani spuntano spesso e volentieri. L'ombra degli 007 è calata sugli omicidi di Calvi e Sindona mentre, secondo alcune testimonianze, gli agenti italiani avrebbero svolto ruoli di mediazione tra i porporati e la banda della Magliana nel rapimento di Emanuela Orlandi.

CARLO CALVI CON LA MADRE E MICHELE E RINA SINDONA ALLE BAHAMAS. Ed è accertato da diverse indagini che uffici dello spionaggio italiano hanno spesso utilizzato conti coperti dello Ior per spostare soldi in maniera riservata. Le ultime due inchieste romane hanno poi rivelato che uomini dei servizi sono pesantemente coinvolti nei traffici illeciti che avvengono tramite la banca vaticana.

GLI EX AISI LA MOTTA E ZITO. Il prefetto La Motta, arrestato pochi giorni fa, prima di essere trasferito al Viminale è stato vicedirettore dell'Aisi, il servizio segreto per la sicurezza interna (una dalle agenzie che hanno sostituito Sismi e Sisde, i cui nomi erano diventati impronunciabili). Anche l'uomo accusato di aver trasportato i soldi di monsignor Scarano, il sottufficiale dei carabinieri Giovanni Zito, aveva lavorato per l'Aisi per poi tornare in forza all'Arma.

EMANUELA ORLANDI. Ma uno 007 è un po' come un prete: la sua scelta vocazionale lo accompagna per tutta la vita e le indagini di questi giorni dimostrano che i film di James Bond in fondo portano con sé una morale veritiera: quando indossi una barba finta, è difficile poi che qualche pelo, magari proprio dei più sporchi, non ti resti addosso per sempre.

Soldi, caso Orlandi, abusi: il nuovo libro di Nuzzi sui misteri del Vaticano. «Su Emanuela dì che non sai niente». Nella nuova inchiesta del giornalista Nuzzi, «Peccato originale», anche la denuncia dei chierichetti di San Pietro, sottoposti ad indebite attenzioni da parte dei loro superiori, scrive l'8 novembre 2017 Gian Antonio Stella su "Il Corriere della Sera". «Allo Ior dovresti evitare assolutamente di conoscere i nomi dei correntisti…». «E se invece dovessi chiedere i nomi dei clienti?». «A quel punto, amico mio, avrai quindici minuti per mettere in sicurezza i tuoi figli. A presto caro…». Basta questo scambio di battute tra Ettore Gotti Tedeschi sul punto di essere nominato presidente della Banca Vaticana e l’«apprezzato uomo delle istituzioni pragmatico e soprattutto molto ascoltato» che scodella al banchiere l’affettuoso «consiglio» dalle sfumature mafiose, a gettare una lama di luce sul nuovo libro di Gianluigi Nuzzi.

La fronda a Papa Francesco. Si intitola «Peccato originale», è edito da Chiarelettere e in 352 pagine il giornalista e scrittore, autore dei bestseller «Vaticano S.p.A.», «Sua Santità» e «Via Crucis» cerca di rispondere a sette domande rimaste in sospeso. Domande che, proprio perché irrisolte, vanno indietro anche di mezzo secolo. «È stato ucciso Albino Luciani? Chi ha rapito Emanuela Orlandi? Se la ragazza ormai “sta in cielo”, come afferma papa Francesco, il Vaticano ha delle responsabilità nell’omicidio, e quali sono? Perché le riforme per la trasparenza della curia, avviate prima da Joseph Ratzinger e adesso da Bergoglio, puntualmente falliscono o rimangono incompiute? Cosa blocca il cambiamento? E ancora: i mercanti del tempio continuano a condizionare la vita della Chiesa dopo aver avuto un ruolo nella rinuncia al pontificato di Benedetto XVI? Infine, la questione più drammatica: lo stallo nel quale sono cadute le riforme di Francesco è dovuto a chi non vuole questo Papa, dentro e fuori i sacri palazzi, e dunque ne ostacola l’opera riformatrice?». Per rispondere, spiega, ha seguito tre fili rossi: i soldi, il sangue, il sesso. Fili che «annodandosi tra loro costituiscono una fitta trama d’interessi opachi, violenze, menzogne, ricatti, e soffocano ogni cambiamento».

Il boss in basilica. E c’è davvero di tutto, nel libro. Dai conti correnti allo Ior di Eduardo de Filippo o di Anjezë Gonxe Bojaxhiu, (suor Teresa di Calcutta) alla dettagliata ricostruzione della riservatissima trattativa tra i vertici della magistratura romana e gli altissimi prelati che fecero sapere al procuratore Giancarlo Capaldo, che da anni indagava sulla scomparsa della Orlandi, del loro imbarazzo per la crescente «tensione massmediatica» a causa della presenza nei sotterranei di sant’Apollinare della tomba di Enrico «Renatino» De Pedis, il boss della banda della Magliana sospettato d’aver avuto un ruolo centrale nella sparizione della ragazza e sepolto lì in cambio di una donazione, pare, di 500 milioni di lire. Insomma, il «disagio» per «sospetti» e «pettegolezzi» era tale che se i giudici si fossero presi la briga di rimuover loro la salma, come raccontava il film di Roberto Faenza «La verità sta in cielo», il Vaticano dopo anni di reticenze avrebbe discretamente fornito tutto ciò che sapeva. Un patto che dopo la traslazione della salma e l’esame di 409 cassette e 52.188 ossa umane per cercare eventuali tracce della quindicenne sparita, sfumò com’è noto nel nulla.

Papa Luciani. Come nel nulla erano finiti i dubbi, le discussioni e le polemiche sulla morte di Albino Luciani, il «Papa che sorrise solo 33 giorni». Fu avvelenato? Probabilmente no, dice Nuzzi: piuttosto fu «schiacciato» dal peso dei problemi e più ancora dalla «verità tragica e indicibile» di quanto avveniva dentro lo Ior. Che lui avrebbe voluto riformare fin dal ‘72, quando da Patriarca di Venezia aveva avuto il primo scontro col potentissimo e spregiudicato cardinale Paul Marcinkus. Il quale, si legge in «Peccato originale», avrebbe liquidato sei anni dopo il neoeletto Giovanni Paolo I con parole sprezzanti: «Questo pover’uomo viene via da Venezia, una piccola Diocesi che sta invecchiando, con 90.000 persone e preti anziani. Poi, all’improvviso, viene catapultato in un posto e nemmeno sa dove siano gli uffici. (…) Si mette a sedere e il segretario di Stato gli porta una pila di documenti, dicendo: “Esamini questi!”. Ma lui non sa neppure da dove cominciare».

Scatole cinesi e conti esteri. In verità, i pasticci, le scatole cinesi e i labirinti azionari erano tali che avrebbe faticato a capirci non solo un Papa santo ma un revisore dei conti provetto. Basti dire che uno dei numerosi documenti in appendice al libro, del 23 marzo 1974, è la «contabilizzazione assegno n. 0153 s/FNCB NY, del valore di 50.000 dollari, emesso all’ordine: “S.S. Paolo VI per erogazione in relazione Esercizio 1973”. In basso nel documento si riporta il relativo addebito sul conto n. 051 3 01588, intestato “Cisalpine Fund”, che potrebbe far riferimento alla banca panamense Cisalpine, nel cui cda siederanno Paul Marcinkus con Roberto Calvi e Licio Gelli». Banca tirata in ballo in un incontro con Nuzzi dalla stessa vedova di Roberto Suárez Gómez, il «re della cocaina»: «Mio marito Roberto era felice di aver incontrato in Venezuela Calvi, perché disponendo di un garante di questo livello gli affari sarebbero andati molto meglio... con la cocaina immagino, non fu esplicito ma immagino fosse così... Calvi era socio di mio marito...».

La lobby gay. Ma le pagine destinate a sollevare più polemiche sono quelle dedicate al sesso. Dove sono ricostruiti gli scandali recenti come il gay party a base di cocaina interrotto dai gendarmi vaticani in un appartamento nello stesso palazzo del Sant’Uffizio o le confidenze di Elmar Theodor Mäder, l’ex comandante delle guardie svizzere («Esiste in Vaticano una lobby gay talmente potente da essere pericolosa per la sicurezza del pontefice») o ancora le amarezze di papa Francesco: «In Vaticano esiste una lobby gay. Nella curia ci sono persone sante, davvero, ma c’è anche una corrente di corruzione. Si parla di una lobby gay ed è vero, esiste». Ma Nuzzi va oltre. Pubblica un’intercettazione telefonica ad esempio tra il rettore della basilica di Sant’Apollinare all’epoca della scomparsa della Orlandi e un giovane seminarista nato in Birmania. Intercettazione strapiena di allusioni sessuali a dir poco imbarazzanti. Più ustionante ancora la testimonianza di un polacco (con nome, cognome e copia della lettera di denuncia) entrato dodicenne nel pre-seminario San Pio X a palazzo San Carlo (lo stesso in cui vivono cardinali come Tarcisio Bertone) dove le Diocesi indirizzano i ragazzini che «manifestano una predisposizione per il sacerdozio» e «partecipano come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro». Incluse quelle celebrate dal Papa. E dove, stando a quanto raccolto in «Peccato originale», sarebbero avvenuti abusi denunciati ai superiori, su su nella scala gerarchica, senza che certe cose, purtroppo, venissero radicalmente cambiate. A essere allontanato, scrive anzi il giornalista, fu il chierichetto che chiedeva di allontanare chi molestava lui e il suo compagno di stanza. Accuse assurde? Si vedrà. Certo colpiscono le risposte rasserenanti e sdrammatizzanti di certi prelati chiamati a intervenire dopo queste denunce. Su tutte una «raccomandazione» al giovane polacco: «Ti auguro di riprendere serenità e docilità».

Emanuela Orlandi, spunta dossier shock, scrive il 18/09/2017 "Adnkronos.com". Nuovo documento choc sul caso di Emanuela Orlandi, la ragazzina 15enne, figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparsa in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. L'esistenza del dossier segreto emerge dal libro-inchiesta Gli impostori del giornalista Emiliano Fittipaldi. "E' un riassunto di tutte le note spese per un presunto 'allontanamento domiciliare' di Emanuela Orlandi", scrive su Facebook il cronista. "Ho trovato un documento uscito dal Vaticano. Ci ho lavorato mesi, e ho pubblicato un libro, Gli impostori, che uscirà tra qualche giorno", spiega. "Leggendo il resoconto - continua il giornalista nel post su Facebook - e seguendo le tracce delle uscite della nota, che l'estensore attribuisce al cardinale Lorenzo Antonetti, sembra che il Vaticano abbia trovato la piccola rapita chissà da chi, e che abbia deciso di 'trasferirla' in Inghilterra, a Londra. In ostelli femminili". "Per 14 anni - prosegue - le avrebbe pagato rette, vitto e alloggio, spese mediche, spostamenti. Almeno fino al 1997, quando l'ultima voce parla di un ultimo trasferimento in Vaticano e 'il disbrigo delle pratiche finali'". "Delle due l'una - osserva il giornalista - o il documento è vero, e apre squarci clamorosi e impensabili sulla storia della Orlandi. O è un falso, un apocrifo che segna una nuova violenta guerra di potere tra le sacre mura. Ma - conclude - chi può aver costruito un simile resoconto?". Fittipaldi torna a occuparsi di Vaticano con 'Gli impostori' dopo essere stato coinvolto due anni fa nel caso Vatileaks per il suo libro Avarizia. Messo sotto processo dal Vaticano con l'accusa di aver divulgato documenti top secret, il giornalista è stato prosciolto lo scorso anno "per difetto di giurisdizione". Il cardinale Giovanni Battista Re, il cui nome è comparso, insieme a quello del cardinale Jean-Louis Tauran tra i destinatari del documento, dichiara, intervistato da Stanze Vaticane, il blog di Tgcom24: "Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi". Il cardinale Re, all'epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato e avrebbe ricevuto questo dossier da parte dell'Apsa (L'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Nessuna certezza sull'autenticità del documento che riporta la firma dattiloscritta del cardinale Lorenzo Antonetti, ma non quella autografa. Vaticano: "Documento Fittipaldi falso e ridicolo" - "Falso e ridicolo". Così, senza commentare oltre, il portavoce della Santa Sede Greg Burke definisce il documento pubblicato da Fittipaldi. "Il muro sta cadendo", scrive su Facebook Pietro Orlandi, fratello di Emanuela. Probabilmente un auspicio per Pietro che da sempre lotta per la verità su quanto accaduto alla sorella.

Caso Orlandi, c’è il giallo dei ricoveri Sul dossier l’ombra dei corvi. L’elenco di spese per gestire il caso sarebbe un avvertimento. Riferimenti diretti ad altri documenti allegati e ancora segreti, scrive Fiorenza Sarzanini il 18 settembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Allontanamento domiciliare della cittadina Emanuela Orlandi»: così, nel dossier che circola in Vaticano, viene definita la scomparsa della giovane avvenuta il 22 giugno 1983. E tanto basta per accreditare l’ipotesi che quei cinque fogli con l’elenco delle spese per circa 500 milioni di lire attribuite alla Santa Sede per gestire la vicenda fino a luglio 1997, siano in realtà un avvertimento. La resa dei conti in una guerra interna cominciata con le rivelazioni dei «corvi» e continuata con i documenti pubblicati durante Vatileaks. Una possibilità avvalorata dal fatto che fossero stati rubati dalla cassaforte di monsignor Vallejo Balda — condannato come una delle «fonti» — e poi restituiti in un plico anonimo spedito alla Prefettura. Sono proprio le circostanze elencate nella relazione a sollevare nuovi dubbi e interrogativi su quello che invece è sempre stato considerato un rapimento di cui però rimane oscuro il movente.

Le ricevute allegate. Nel testo attribuito all’allora presidente dell’Apsa, l’amministrazione del patrimonio della sede apostolica, si parla di un «divieto postomi di interrogare direttamente le fonti incaricando esclusivamente il capo della gendarmeria vaticana», che all’epoca era Camillo Cibin. E subito dopo si specifica che il documento «non include l’attività commissionata da Sua Eminenza il cardinale Agostino Casaroli al “Commando 1” in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata». Sia Cibin, sia Casaroli sono morti. Ma molte persone che collaboravano con loro rivestono tuttora incarichi all’interno della Santa Sede. E forse proprio a loro si rivolge chi ha confezionato il dossier. Anche perché specifica che esistono «documenti allegati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza», sottolineando che sono state effettuate spese «non fatturate». Una nota che suona come un messaggio in codice per far sapere che altre carte potrebbero essere rese note.

I due ricoveri. Nessuna tra le ipotesi formulate nel corso degli anni su che cosa sia accaduto alla giovane ha mai trovato riscontro, ma accreditare la tesi che possa essere stata «gestita» per 14 anni dalle gerarchie ecclesiastiche apre scenari inquietanti proprio su quanto può essere accaduto Oltretevere. Anche perché l’appello del 3 luglio 1983 pronunciato da Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, escluse la pista di una fuga volontaria e confermò che il Pontefice potesse avere avuto informazioni su un coinvolgimento del Vaticano per la responsabilità di personaggi interni, oppure come destinatario del ricatto. Per questo suscitano interesse due «voci» del dossier che riguardano i ricoveri in strutture sanitarie della Gran Bretagna. Nella prima si parla di «spese clinica St Mary’s Hospital Campus Imperial College» di Londra per 3 milioni di lire. E subito dopo è citata la «dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology» senza specificare la spesa ma annotando invece che l’attività «economica a rimborso» è contenuta «nell’allegato 28».

Niente protocollo. Nel dossier «presentato in triplice copia per dovuta conoscenza a entrambi i destinatari» — che sono l’allora sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, il cardinale Giovanni Battista Re, e il sottosegretario Jean Louis Tauran — si sottolinea che «come da richiesta non si espleta la funziona di protocollazione». Un’altra circostanza che appare come un avvertimento. Di questo documento si parla ormai da svariati mesi tanto che la famiglia Orlandi aveva chiesto udienza al Segretario di Stato Pietro Parolin. Dalla Santa Sede hanno sempre negato che esistesse. Ora si scopre invece che era stato custodito nella prefettura della Santa Sede. Perché non si è confermato che circolava e si trattava di un falso? O forse qualcuno era convinto di essere riuscito a insabbiarlo.

Emanuela Orlandi, il giallo del nuovo dossier: "Oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per il suo allontanamento". Un documento shock esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un'anticipazione, scrive Emiliano Fittipaldi il 18 settembre 2017 su “L’Espresso". Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l'obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. "Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati," aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po' tornai alla carica. Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. "Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia." Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro. Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C'erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell'Apsa (l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran. Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un'altra sezione del dicastero della Curia romana che "più da vicino", come spiega il sito del Vaticano, "coadiuva il Sommo Pontefice nell'esercizio della sua suprema missione". Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l'estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997. La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l'autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, "come da richiesta".

Leggo il testo della prima pagina tutto d'un fiato. "Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio1968),", è il titolo. "La prefettura dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell'allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi. "La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda. "Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell'impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso. "L'attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute. "Il documento non include l'attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al 'Commando 1', in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell'attività citata. "I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate." La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni. Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire. L'elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una "fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana". La Orlandi, nell'ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C'era un'altra spesa per la "preparazione all'attività investigativa estera" costata altre 450.000 lire, uno "spostamento" da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le "rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra". Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l'indirizzo: a quello giusto c'è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell'arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d'Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese). La prima pagina si chiude con i costi per l'"indagine formale in collaborazione con Roma" (23 milioni) e con la misteriosa "attività di indagine riservata extra 'Commando 1', direzione diretta Cardinale Casaroli", per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all'inizio. La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l'"allontanamento domiciliare" di Emanuela nel periodo "febbraio 1985-febbraio 1988". Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la "attività investigativa relativa al depistaggio", spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in "ginecologia". Si parla di "un secondo" e di "un terzo trasferimento", di decine di milioni di lire per "rette omnicomprensive" di vitto e alloggio. Gli anni scorrono. Arrivo all'ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo "allontanamento domiciliare" si riferisce stavolta al periodo "aprile 1993-luglio 1997". Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con "il dettaglio mensile e annuale in allegato 22") e ad altre "spese sanitarie forfettarie", figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: "Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000". La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. "Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28." Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l'una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate. In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto "interno" alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l'ha redatto con tale maestria, e chi l'ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?

Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte "sgradevoli"?

È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per "l'allontanamento domiciliare" della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un'operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori. La missiva è "presentata in triplice copia", come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell'archivio dell'Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell'enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontificie commissioni. Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l'esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un'attività investigativa propria, sia in Italia sia all'estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico "Commando1" guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza. Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo "spostamento" la bellezza di 4 milioni di lire. Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.

Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni "rette vitto e alloggio" elencate in un report che ha come titolo "Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi" e per il suo "allontanamento domiciliare"? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, "presso la sede l. 21", una "trasferta" da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all'inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie - come segnala ancora l'estensore dello scritto - per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla "dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology" dello stesso nosocomio un'unica "attività economica a rimborso" di cui il capo dell'Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i "dettagli in allegato 28"? (contattata da l'Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela).

La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull' "attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali". Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la "pratica" di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?

A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è a conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un'istanza di accesso agli atti per poter visionare "un dossier custodito in Vaticano". Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento". Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l'esistenza di qualsiasi carta riservata: "Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso". Anche il cardinale Re interviene, assicurando che "la Segreteria di Stato" di cui nel 1997 lui era sostituto "non aveva proprio niente da nascondere. Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull’ "allontanamento domiciliare" di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L'inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: "Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone". Clic.

La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell'ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest'ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici. La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell'ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014. Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell'immobile e s'era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro. A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell'ufficio esisteva "un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda", custodito inizialmente "in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore"; aggiunge che "dopo il furto, l'archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo". Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte "portarono via soldi e delle monete, dall'armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell'archivio riservato... alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero". Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal "Banchiere di Dio", Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore - insieme a Licio Gelli - della loggia massonica deviata P2. "Cosa c'era nel plico?" chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. "Documenti di dieci, vent'anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore," risponde il prelato. "Nel riordinare i fogli dopo l'effrazione, vidi che gli atti contenuti nell'archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato," ma a fatti che il monsignore definisce "sgradevoli". "Sgradevoli," ripeto tra me e me. Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte. Cominciai a leggere il volume della Chaouqui...Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l'effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un'accusa pesantissima. Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell'ufficio, ha sempre negato ogni addebito...L'avvocatessa calabrese - che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione - è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l'effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti "sgradevoli", la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: "Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C'è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un'eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese politiche di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C'è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C'è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta"...Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l'hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.

Emanuela Orlandi, perché dopo 32 anni la Cassazione chiude il caso. La corte ha giudicato inammissibile il ricorso della famiglia della quindicenne scomparsa nel 1983, scrive il 6 maggio 2016 Panorama. La Cassazione, dopo 32 anni, mette una pietra sull'inchiesta per la scomparsa di Emanuela Orlandi, la quindicenne residente nella città del Vaticano, di cui si sono perse le tracce dal 22 giugno 1983. La sesta sezione penale della Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso della famiglia contro l'archiviazione dell'indagine della procura di Roma. Nell'ottobre scorso il gip aveva respinto l'opposizione, avanzata dai familiari di Emanuela e da quelli Mirella Gregori (scomparsa poche settimane prima), alla richiesta di archiviazione da parte del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e dei pm Simona Maisto ed Ilaria Calò. L'inchiesta vedeva sei indagati, tutti in qualche modo legati al bandito della banda della Magliana Enrico De Pedis (ucciso nel 1990): monsignor Pietro Vergari, ex rettore della basilica di Sant'Apollinare, Sergio Virtù, autista di Enrico De Pedis, Angelo Cassani, detto "Ciletto", Gianfranco Cerboni, ("Giggetto"), Sabrina Minardi, già supertestimone dell'inchiesta, e il fotografo Marco Accetti. La parola testimone, un ruolo nella scomparsa di Emanuela era stato ricoperto da personaggi di spicco del sodalizio criminale romano. A parlare di un legame tra il caso Orlandi e la banda della Magliana era già stato in passato il pentito Antonio Mancini, che riferì di un depistaggio fatto da De Pedis, uno dei capi della banda sepolto nella Cappella di Sant'Apollinare a Roma proprio in virtù di presunti legami con ambienti vaticani. Tesi smentita, negli anni scorsi, dallo stesso rettore della Basilica. Proprio dietro Sant'Apollinare c'era la scuola di musica frequentata dalla stessa Emanuela, ultimo luogo in cui fu vista la ragazza scomparsa. Contro di loro sia la procura sia il gip hanno ritenuto che non fossero stati raccolti sufficienti elementi probatori. E ora è arrivato il visto della Cassazione. Rimangono pendenti per Accetti, che nelle scorse settimane è stato sottoposto a perizia psichiatrica che l'ha giudicato capace di intendere e volere ed anche di stare in giudizio benché affetto da disturbi della personalità di tipo narcisistico ed istrionico, le accuse di calunnia e autocalunnia.

Emanuela Orlandi: le tappe della sparizione (1983-2017). La scomparsa di Emanuela Orlandi: perché si riapre il caso. “Spesi dal Vaticano 483 milioni di lire per rette, vitto, alloggio e spostamenti della ragazza". Da un dossier pubblicato nel libro di Emanuele Fittipaldi, scrive il 18 settembre 2017 Chiara Degl'Innocenti su Panorama. “Ho trovato un documento uscito dal Vaticano. Ci ho lavorato mesi, e ho pubblicato un libro, Gli impostori, che uscirà tra qualche giorno. Un riassunto di tutte le note spese per un presunto ‘allontanamento domiciliare’ di Emanuela Orlandi”. Ben 483 milioni di lire. Così, su facebook Emiliano Fittipaldi ha postato una parte del suo articolo uscito su Repubblica e Il Corriere della Sera in cui rivela di essere in possesso di un “documento choc” sulla ragazzina che viveva nella Santa Sede, poi scomparsa nel 1983. “Leggendo il resoconto e seguendo le tracce delle uscite della nota, che l'estensore attribuisce al cardinale Lorenzo Antonetti, sembra che il Vaticano abbia trovato la piccola rapita chissà da chi, e che abbia deciso di trasferirla in Inghilterra, a Londra”, prosegue Fittipaldi.

Da quanto si legge nell’articolo, il giornalista de L’Espresso sostiene che quei documenti gli sono stati consegnati da una fonte che “dopo aver tergiversato per alcune settimane” al terzo appuntamento “ha ammesso di avere il dossier”. Per poi lasciarglielo al quarto incontro. "Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia."

Il dossier. Una cartellina con cinque fogli. Il dossier in mano a Fittipaldi è una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. “Scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell'Apsa (l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran”. La lettera sembrerebbe, dice ancora il giornalista de L’Espresso, “un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997”. Anni in cui la giovane sarebbe stata trasferita in ostelli femminili. Per 14 anni le sarebbero state pagate “rette, vitto e alloggio”, “spese mediche” e “spostamenti fino al 1997, quando l'ultima voce parla di un trasferimento in Vaticano e il disbrigo delle pratiche finali”. Soldi sborsati dalla Santa Sede che ammonterebbero a 483 milioni di lire e che vanno a infittire la trama della storia di Emanuela Orlandi e della sua scomparsa.

Chi sono i due monsignori della lettera. Ai vertici della Curia negli anni ‘90 c’erano Giovanni Battista Re, il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede, e Jean-Louis Tauran a capo dei Rapporti con gli stati che, come spiega il sito del Vaticano, "coadiuva il Sommo Pontefice nell'esercizio della sua suprema missione" e come tali i due “si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi” mentre il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997”.

Quando il caso Orlandi era stato chiuso. Il 6 maggio 2016 la Cassazione aveva confermato l’archiviazione dell’inchiesta secondo cui il caso di Emanuela Orlandi veniva definitivamente chiuso dal punto di vista giudiziario giudicando “inammissibile il ricorso della famiglia contro l’archiviazione” da parte della procura di Roma che nel maggio del 2015 aveva sostenuto che non erano emersi “Elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati”.

L’importanza del dossier. Come sostiene il Fittipaldi se il documento fosse vero quella pagine aprono “squarci clamorosi e impensabili sulla storia della Orlandi”. Se è un falso sarebbe “un apocrifo che segna una nuova violenta guerra di potere tra le sacre mura”.

Dal rapimento il 22 giugno 1983 alle piste che portarono negli anni ad Ali Agça, allo Ior di Marcinkus, alla Banda della Magliana fino alle recenti novità, scrive Edoardo Frittoli il 18 settembre 2017 su Panorama. Il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi tiene in sospeso l'Italia dal 22 giugno del 1983, da quando cioè la quindicenne cittadina vaticana non è più tornata a casa. Nel corso del tempo sono state molte le ipotesi che hanno collegato il mistero Orlandi prima all'attentato a Giovanni Paolo II, poi alla banda della Magliana e allo Ior infine a casi di pedofilia. Di questi giorni l'ultima novità: documenti che ne dimostrerebbero l'essere in vita almeno fino al 1997. Ecco dunque le tappe principali della cronistoria di uno dei gialli più intricati della storia italiana.

22 giugno 1983 - la scomparsa. Emanuela Orlandi, 15 anni, figlia di un funzionario del Vaticano, non fa rientro a casa dopo la lezione pomeridiana di musica. Sono le ore 19,00. L'ultima persona con cui ha un contatto telefonico è la sorella con la quale parla di una fantomatica proposta di lavoro come promotrice di cosmetici per conto dell'atelier delle Sorelle Fontana che le sarebbe stato offerto quel giorno.

23 giugno 1983. Il padre di Emanuela formalizza la denuncia di scomparsa al commissariato "Trevi". Partono le ricerche.

25 giugno 1983. A casa della famiglia Orlandi giungono le prime telefonate di segnalazione. Tra le molte inattendibili, giunse anche quella del sedicenne Pierluigi, che sosteneva di aver incontrato Emanuela a Campo dei Fiori nel ruolo di promotrice di cosmetici. Fu tenuto in considerazione in quanto la descrizione della ragazza pareva molto dettagliata. Tre giorni dopo fu la volta di tale Mario, titolare di un bar sul tragitto che Emanuela percorreva quasi quotidianamente il quale sosteneva che la giovane gli avesse confidato l'intenzione di allontanarsi volontariamente dalla famiglia. L'ipotesi si rivelerà priva di fondamento. Contemporaneamente il cugino degli Orlandi e agente del Sismi Giulio Gangi si mette sul tracce dei testimoni che avrebbero visto Emanuela parlare nei pressi del Senato con un uomo sceso da una Bmw verde. Rintracciata le vettura, Gangi entra in contatto in un residence con una misteriosa donna che lo congeda freddamente. Poco dopo Gangi scopre che i superiori sono stati avvisati delle sue indagini. Gangi sarà allontanato dal caso ed epurato dai superiori dieci anni dopo i fatti.

5 luglio 1983. Giunge alla Sala Stampa vaticana la prima telefonata di un uomo con accento anglosassone chiamato L' Amerikano. Sostiene per la prima volta il legame tra il rapimento Orlandi e l'attentato a Giovanni Paolo II. La ragazza sarebbe nelle mani dei "Lupi Grigi" per essere scambiata con l'attentatore del Pontefice Ali Agça. Le 16 telefonate anonime non troveranno mai un riscontro reale nelle piste degli inquirenti.

1995. Dai rapporti dell'allora vicecapo del Sisde Vincenzo Parisi emergerebbe la figura del Cardinale Paul Marcinkus, all'epoca presidente dello Ior, la banca vaticana legata alla vicenda del crack del Banco Ambrosiano e dell'omicidio di Roberto Calvi.

2005. Emerge la pista che legherebbe il rapimento Orlandi alla Banda della Magliana. La ragazza sarebbe stata rapita per ordine di Renato De Pedis, uno dei capi dell'organizzazione criminale su ordine del cardinale Marcinkus. Questa pista sarà indicata dalle testimonianze di Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano la quale ebbe una relazione proprio con De Pedis. Secondo le testimonianze (rese poco affidabili dalla sua dipendenza dalla cocaina) la Minardi avrebbe confermato il coinvolgimento di De Pedis come esecutore e di Marcinkus come mandante. Emanuela non sarebbe stata uccisa subito bensì rinchiusa nei sotterranei di un appartamento del quartiere Monteverde Nuovo. Attendibile fu l'indicazione della Minardi che portò al ritrovamento della Bmw usata per il trasferimento della Orlandi, appartenuta a due personaggi effettivamente legati alla Banda della Magliana e al caso Calvi.

2011. Antonio Mancini, criminale pentito della banda della Magliana conferma ai giornalisti il coinvolgimento della banda, che avrebbe rapito Emanuela per ricattare lo Ior di Marcinkus in quanto reo di avere "bruciato" soldi delle attività illecite dell'organizzazione criminale nel crack del Banco Ambrosiano. Il fatto che De Pedis sia stato seppellito nella basilica di Sant'Apollinare dimostrerebbe il ruolo di mediatore che il capo della banda ebbe nella restituzione del denaro del Banco Ambrosiano.

2012. È la volta della pista della pedofilia, aperta dal capo degli esorcisti americani Gabriele Amorth. Il prelato sostenne che Emanuela sarebbe stata coinvolta in un giro di festini a base di droga e sesso organizzati in Vaticano che avrebbero riguardato laici e prelati altolocati. Sarebbe rimasta uccisa accidentalmente ed il suo cadavere occultato. 

2014. Legata al caso Vatileaks è la vicenda della cassaforte svaligiata in Vaticano il 30 marzo contenente documenti amministrativi relativi alle spese dell'Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). Poco dopo il furto i documenti della cassaforte saranno restituiti in un plico.

Settembre 2017. Inizia a farsi strada l'ipotesi che Emanuela Orlandi sia rimasta in vita almeno sino al 1997, in quanto uno dei documenti amministrativi stilati in quell'anno fa specifica menzione alle spese sostenute per le "attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi".

Era un giallo “normale”… Poi diventò un affare di Stato (Vaticano), scrive Paolo Delgado il 19 Settembre 2017 su "Il Dubbio". La scomparsa di Emanuela Orlandi, da Marcinkus alla banda della Magliana, una storia di misteri e depistaggi sullo sfondo delle nuove rivelazioni del libro di Fittipaldi pubblicate dall’Espresso. C’è il terrorismo internazionale: l’attentato al papa, i Lupi grigi, la guerra santa del Papa guerriero (e polacco) contro l’idra rossa, la Stasi che s’impiccia e depista per stornare gli sguardi dallo zampino di Bucarest nell’attentato del lupo Alì. C’è il nido di vespe finanziarie che ruotava intorno al Ior, con di mezzo il chiacchieratissimo banchiere di Dio Paul Marcinkus, il banco Ambrosiano, la loggia più famosa del mondo e di conseguenza qualche ombra sinistra, quella dei Frati Neri con il loro bravo impiccato, quella dell’attentato in cui al posto della vittima predestinata finì ammazzato il killer, nonché boss della Magliana Danilo Abbruciati. E c’è la bandaccia naturalmente, tirata in mezzo dal pentito Antonio l’Accattone Mancini ma anche da Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore dal piede dorato Bruno Giordano, ex amante o sedicente tale di Renatino De Pedis, il boss ripulito ammazzato in mezzo alla strada in pieno giorno, a Campo de’ Fiori, nel 1990 e destinato poi a riposare, sino alla recente cremazione, nella basilica di sant’Apollinare, con papi e santi ma per la verità anche con gente di meno nobili natali e senz’aureole di sorta. Testimoni discutibili, che non lesinano strafalcioni ma che, specie la Minardi, ogni tanto qualche riscontro lo hanno portato. Entrambi addossano al sepolto in sant’Apollinare la responsabilità del ratto senza specificarne però in modo sia pur minimamente convincente il movente. C’è l’ombra perversa di festini a base di adolescenti ancora quasi bimbe per prelati porconi e fatali incidenti, e non è neppure tutto. Grotte sotterranee che permettono di deambulare sotto la Capitale, sussurri di salme accumulate nei ridenti giardini del Vaticano, legami ipotizzati pur se mai provati con altre scomparse misteriose, a partire da quella di un’altra ragazzina, Mirella Gregori, un mese e mezzo prima della sparizione della Orlandi. Materiale che al confronto I Misteri di Parigi vagheggiati da Eugene Sue sembrano segretucci da educande. Il caso Orlandi è il vero grande giallo italiano. Lo resterebbe anche se, come sostiene il giornalista che più di ogni altro è andato a fondo nel fattaccio, Pino Nicotri, tutto questo clamore che da quasi 35 anni non si attenua fosse solo frutto di una perversa spirale mediatica, uno show troppo ghiotto, con audience troppo malata e rinnovatasi nel tempo per essere abbandonato. Perché anche in quel caso la somma di depistaggi, interferenze, intrecci poco districabili di bugie e verità basterebbero a rendere quella scomparsa l’evento forse più clamoroso nella storia criminale della Capitale e del Paese tutto. Le ultime a vedere viva Emanuela Orlandi, 16 anni non ancora compiuti, furono due compagne di corso nella scuola di musica di sant’Apollinare dove la ragazza faceva, pare, mirabili progressi con il flauto. Si incontrarono alla fermata dell’autobus di fronte al Senato intorno alle 19 del 22 giugno 1983. Emanuela raccontò di una allettante proposta di lavoro: 350mila lire per pubblicizzare una linea di prodotti di bellezza. Le suggerirono di stare in campana. Promise di decidere solo dopo aver chiesto il permesso a casa e in effetti telefonò alla sorella che le suggerì di aspettare e parlarne con i genitori. Poi le tre amiche si separarono e da quel momento di Emanuela non si è più saputo niente. Era una ragazza tutta casa, scuola e Chiesa, dissero parenti e amici, impossibile sospettare qualche frequentazione equivoca. Quasi vent’anni dopo l’avvocato della famiglia, Gennaro Egidio, smentì: «I motivi della scomparsa sono molto più banali di quello che si è fatto credere. Contrariamente alle dichiarazioni dei familiari, Emanuela di libertà ne aveva molta». Le nuove indagini confermarono: Emanuela era una ragazza normale. Le capitava di saltare la scuola e firmarsi la giustificazione da sola. Tra i ragazzi un po’ più grandi che frequentava ce n’erano alcuni che usavano stupefacenti, o che andavano a rimorchio di ragazze per le strade da quel punto di vista ottimamente frequentate intorno al Vaticano, a uno era capitato pure di prostituirsi. Secondo il legale sarebbe stato casomai opportuno scandagliare meglio il giro di amicizie dalla zia paterna. Egidio promise a Nicotri di dire qualcosa in più su quelle frequentazioni di zia Anna a breve, ma era malato e spirò prima di farlo. Nulla di speciale, se non, forse, che l’identikit alla santa Maria Goretti ostacolò forse sul momento la pista più ovvia, quella di un rimorchio da parte dello sconosciuto che offriva soldi facili e soprattutto visibilità patinata finito in tragedia. Fu infatti facile appurare che non c’era nessuna ricerca di volti nuovi da parte di quella società di cosmetici e che, in compenso, il marpione e forse peggio aveva già provato ad adescare fanciulle in quel modo, e nella stessa zona, altre volte. A rendere il caso qualcosa in più che non uno dei tanti casi di ragazze sparite che costellano da decenni le puntate di Chi l’ha visto? fu il papa in persona. Emanuela era cittadina vaticana e appena dieci giorni dopo, il 3 luglio, durante l’Angelus, Giovanni Paolo II lanciò un appello ai rapitori. Ne seguirono altri 7. Fu quell’appello a evocare la tempesta o si sarebbe prodotta comunque? Difficile, anzi impossibile dirlo. Di fatto, appena due giorni dopo, un uomo con accento americano telefonò in sala stampa vaticana per chiedere uno scambio con Alì Agca, il turco che nel 1981 aveva sparato al papa. Arrivarono altre telefonate: una a un’amica della giovane scomparsa: amica di fresca data, il cui numero di telefono Emanuela aveva segnato proprio poche ore prima di sparire. Altre 15 dall’Americano che i periti ipotizzarono potesse essere Paul Marcinkus, il cardinale al vertice della banca vaticana, lo Ior, in persona. Un anno dopo, tanto per restare in tema turco, arrivò anche la chiamata dei Lupi grigi, l’organizzazione in cui aveva militato Agca. Si scoprì poi che a chiamare erano invece i servizi tedeschi dell’est, per sviare dai colleghi bulgari il sospetto di aver organizzato l’attentato del 1981. A tirare in ballo la Magliana, già nel nuovo millennio, fu prima una telefonata anonima, poi Mancini, infine, e con dovizia di particolari Sabrina Minardi. Confusa, anche per via dei decenni di stupefacenti assunti nel frattempo, spesso incoerente, pasticciona sulle date, la (sedicente) ex amante di Renatino non si poteva né si può definire del tutto non credibile. Aveva parlato lei per prima di un rifugio sotterraneo che si prolungava per chilometri, al quale si poteva accedere da un appartamento nel quale sarebbe stata tenuta prigioniera Emanuela, e l’immenso sotterraneo, quasi una città sotto la metropoli, c’è davvero, con tanto di lago sotterraneo. Aveva raccontato di essere andata anche lei a prelevare la Orlandi, con una BMW, in quel 22 giugno 1983, e l’automobile è saltata fuori davvero, proprietà del faccendiere Flavio Carboni, uno dei ballerini impegnati nella danza macabra intorno a Roberto Calvi poco prima dell’impiccagione del banchiere sotto il Ponte dei Frati neri a Londra, passata poi a uno dei tanti che gravitavano intorno alla Banda più celebrata della storia criminale italiana. Inevitabilmente il dossier spuntato dal Vaticano ricaricherà le batterie del carrozzone mediatico. Autorizzerà sospetti, permetterà di lanciarsi in nuove ipotesi, attirerà picchiatelli e bugiardi meno disinteressati. Forse ha ragione Nicotri, convinto che di misterioso, in questo caso, ci sia solo il nome del bastardo che dopo aver attirato Emanuela in trappola l’ha ammazzata. Ma anche al netto dei mitomani e dei depistatori, che in questo caso sono stati davvero una legione, è difficile evitare la sensazione che qualcosa di misterioso, nel giallo della povera Emanuela, ci sia davvero.

“Dietro l’altare”, il docu-film sugli abusi della Chiesa, scrive Francesca Spasiano il 26 luglio 2017 su "Il Dubbio". Una storia di violenze e insabbiamenti. Lucio Mollica racconta come è nato “Dietro l’altare”, il docu-film sui casi di pedofilia nella Chiesa. Una storia di violenze e insabbiamenti. Il lungo trascorso della Chiesa è costellato di capitoli bui e adesso lo scandalo degli abusi bussa alle porte del Vaticano. Se anche la commissione antipedofilia voluta da Papa Francesco si è rivelata insufficiente nell’affrontare la guerra alle tonache incriminate, sorge naturale lo scoramento dei più ottimisti. «Abbiamo un bisogno disperato di credere in papa Francesco. Il papa trasuda sincerità. È senz’altro un uomo buono. Quindi mettere in discussione le sue parole e misurare il loro divario con la realtà è stato più che uno sforzo intellettuale: uno sforzo emotivo, ancora più doloroso se l’argomento è quello degli abusi sui minori», racconta John Dickie nel presentare il suo ultimo lavoro, Dietro l’altare (Behind the altar), in onda stasera alle 21 in prima tv mondiale su LaF (Sky 139). Il documentario risponde alla crescente domanda di chiarezza sul tema della pedofilia, proprio mentre il dibattito sulle vicende di violenze sessuali investe la Santa Sede ai suoi vertici sulla scorta del caso George Pell. Il lavoro di inchiesta e investigazione internazionale realizzato dallo storico britannico riporta la preziosa testimonianza di vittime, esperti e religiosi: da Marie Collins a Padre Hans Zollner, entrambi membri della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori. Il docu-film – diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e prodotto da GA&A Productions con ZDF/Arte, EO, Witfilm in associazione con Effe tv e altre nove broadcast internazionali – è un viaggio verso la verità, dagli Stati Uniti d’America alla Francia, dal Vaticano all’Argentina attraverso la Storia della Chiesa fino alla rivelazione di casi sconosciuti. Ce lo racconta Lucio Mollica, tra gli autori del documentario insieme a Vania del Borgo e lo stesso John Dickie. Il team si era già consolidato nel lavoro di scrittura di “Chiesa Nostra”, uno speciale che svela il sodalizio tra Chiesa cattolica e criminalità organizzata.

Quale contributo apporta questo documentario al lavoro di indagine sui casi di pedofilia nella Chiesa?

«L’obiettivo di questo film era documentare quanto sta avvenendo sotto il papato di Francesco sul tema della lotta agli abusi sui minori. La sorpresa è che la Chiesa non ha davvero voltato pagina nonostante l’impegno promesso dal pontefice. Le aspettative deluse sono al centro del nostro lavoro».

Si esprime dunque un giudizio nei confronti dell’operato di Papa Francesco?

«Il papa ha più volte ribadito intransigenza contro quei preti protagonisti d’abusi e ha promesso tolleranza zero. Non abbiamo motivo di dubitare della sincerità delle sue parole, ha ancora il tempo per riprendere il cammino di riforme avviato da Benedetto XVI, ma episodi di pedofilia interni alla Chiesa continuano a verificarsi numerosi in ogni parte del mondo senza che vi sia una concreta assunzione di responsabilità e un intervento deciso. Se Papa Francesco non vuole vanificare la bontà dei suoi intenti deve correre ai ripari e schierarsi con provvedimenti severi».

Lo scandalo del Caso Pell ha coinvolto per la prima volta la Chiesa nelle sue più alte sfere, accentrando il dibattito sulle vicende di pedofilia, oggi più acceso che mai. Cosa si nasconde “dietro l’altare”?

«Sono molte le figure controverse tra la rappresentanza ecclesiastica. Si pensi al cardinale cileno Errazuriz chiamato a far parte del gruppo di 9 alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale nonostante sia stato criticato dalle vittime per non aver condotto adeguatamente le indagini sul più noto caso di pedofilia del clero cileno. L’imperativo è rompere la coltre di silenzio. Molti episodi si sarebbero potuti evitare se si fosse prestato attenzione alle denunce dei parenti delle vittime, e se la Chiesa si fosse prestata a collaborare con le autorità giudiziarie».

Sappiamo che il lavoro di inchiesta condotto ha una portata internazionale. Come avete selezionato le tappe del viaggio?

«Il numero di vittime è davvero impressionante. Dopo un lungo lavoro di scrematura abbiamo selezionato le storie che ci sembravano più rappresentative del fenomeno di abusi e violenze diffuso in tutto il mondo. Siamo partiti dalla Francia, a Lione dove sono emersi episodi di abusi su almeno 70 bambini. Tornando in Italia, ci siamo soffermati sul caso di Don Inzoli, senz’altro rappresentativo della lentezza della burocrazia e della Chiesa nell’affrontare la lotta ai crimini sessuali. Preziosa la testimonianza di Marie Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la tutela dei Minori e a sua volta vittima, che ci ha raccontato come il percorso di riforme intrapreso abbia infine condotto alle sue dimissioni a cause delle resistenze incontrate in Vaticano. Negli Stati Uniti, siamo stati ad Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, per un’inchiesta su centinaia di bambini vittime di abusi sessuali: a seguito degli scandali esplosi l’atteggiamento della procura è di tolleranza zero. Infine l’Argentina, il paese del Papa, con le prime ed esclusive interviste alle vittime di Padre Corradi, arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’Istituto Provolo di Mendoza».

Che tipo di resistenza avete incontrato nel corso della vostra ricerca?

«Il problema principale per chi conduce indagini di questo tipo è di dover confrontarsi con una Chiesa che si ostina a mantenere sotto silenzio tutto ciò che riguarda gli abusi sessuali. Questo vale sia per noi giornalisti, che per i legali delle vittime e soprattutto per i magistrati. Nel film raccontiamo il caso di un pm italiano che si è visto rifiutare dal Vaticano una rogatoria internazionale. I processi canonici sono sotto segreto pontificio, e per chi tradisce questa regola ci sono pene severissime. Omertà e silenzio sono al centro di un atteggiamento increspatosi negli anni».

Il tema degli abusi sui minori è prima di tutto un argomento fatto di sofferenza umana. Come raccontare la pedofilia?

«È stato molto difficile confrontarsi con storie così raccapriccianti, che vedono al centro i bambini. Definiamo spesso i protagonisti di queste vicende delle “vittime”, eppure io li appellerei “eroi”: nonostante il peso ditali sofferenze, trovano il coraggio di raccontare la propria storia e di sfidare la autorità, vittime ancora una volta. Mi piacerebbe segnalare tra le testimonianze raccolte il ruolo delle donne, sempre in prima linea nel rompere il silenzio. È forse proprio da loro che la Chiesa dovrebbe ricominciare per condurre la “rivoluzione” necessaria».

IL MISTERO DI SERENA MOLLICONE.

Delitto di Arce, la perizia del Ris conferma: "Serena Mollicone uccisa nella caserma dei carabinieri". I militari hanno analizzato i frammenti di legno recuperati nel corso della nuova autopsia sul nastro adesivo con cui erano stati bloccati mani e piedi della diciottenne uccisa nel 2001, scrive Clemente Pistilli il 27 settembre 2018 su "La Repubblica". Serena Mollicone è stata uccisa all'interno della caserma dei carabinieri di Arce. Al principale sospetto dei magistrati di Cassino, impegnati a distanza di 17 anni dall'omicidio a far luce sulla morte della ragazza, è arrivata ora la conferma dai carabinieri del Ris. Gli investigatori in camice bianco hanno ultimato la perizia sui frammenti di legno recuperati, nel corso della nuova autopsia effettuata sulla salma della vittima, sul nastro adesivo con cui erano stati bloccati mani e piedi della diciottenne e si sono convinti che quel materiale provenisse dai locali appunto della caserma. Il 1 giugno 2001 Serena Mollicone, 18enne di Arce, in provincia di Frosinone, uscì di casa per recarsi all'ospedale di Isola Liri e nel primo pomeriggio, rientrata nel suo paese, sparì. Il corpo della giovane studentessa venne trovato due giorni dopo da alcuni volontari della Protezione civile in un boschetto di Anitrella, frazione del vicino Monte San Giovanni Campano, con un sacchetto di plastica sulla testa, e le mani e i piedi legati. Venne presto indagato un carrozziere di Rocca d'Arce, con cui la diciottenne si sospettò avesse un appuntamento, Carmine Belli, ma l’uomo venne prosciolto in via definitiva ed è ora tra quanti invocano giustizia per Serena. Nel 2008 poi si verificò un altro episodio misterioso, il suicidio del carabiniere Santino Tuzi, che era tra i militari presenti in caserma il giorno della scomparsa della 18enne. Un dramma che ha portato gli investigatori a intensificare le nuove indagini intanto aperte per cercare di scoprire i colpevoli dell’omicidio. In Procura a Cassino si sono man mano convinti che la giovane sia stata picchiata a morte, dopo un violento litigio, all'interno della caserma dell'Arma di Arce, dove si era recata forse per denunciare strani traffici in paese, che sia stata portata agonizzante nel boschetto di Anitrella e che, scoperto che respirava ancora, sia stata soffocata. Un omicidio a cui avrebbe fatto seguito una serie di depistaggi. Sono stati così indagati, con le accuse di omicidio volontario e occultamento di cadavere, l'ex comandante della stazione di Arce, il maresciallo Franco Mottola, il figlio Marco e la moglie Anna, il luogotenente Vincenzo Quatrale per concorso morale nell’omicidio e per istigazione al suicidio del brigadiere Tuzi, e l'appuntato Francesco Suprano per favoreggiamento. Le indagini dei carabinieri di Frosinone, consegnata anche la perizia dei Ris, appaiono ormai concluse e a breve il sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo dovrebbe tirare le somme. Forse l'ora della verità su uno dei peggiori cold case italiani è giunta.

Omicidio Mollicone: tutti gli indizi che portano alla caserma. La perizia dei Ris conferma la tesi investigativa: Serena sarebbe stata uccisa presso la sede dei Carabinieri di Arce, scrive Barbara Massaro il 28 settembre 2018 su "Panorama". Serena Mollicone sarebbe stata uccisa presso la caserma dei Carabinieri di Arce, nel frosinate. Ne sono convinti i Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) dell'Arma che hanno depositato in procura a Cassino gli esiti della perizia eseguita dopo la seconda autopsia sul corpo di Serena Mollicone, 18 anni, trovata senza vita in un boschetto di Fonte Cupa (oggi Fonte Serena) ad Anitrella, località a pochi chilometri da Arce nel 2001.

Cosa hanno scoperto i Ris. I Ris, su richiesta della procura, hanno analizzato alcune polveri di legno e vernice rilevate sul nastro adesivo con cui la diciottenne è stata legata, mani e piedi, prima di essere abbandonata nel boschetto dove, due giorni dopo, è stata trovata morta. Quelle stesse polveri sarebbero state ritrovate in alcuni ambienti della caserma e quindi quel nastro potrebbe provenire proprio dalla sede dei Carabinieri di Arce esattamente come i frammenti di legno rimasti attaccati al corpo della vittima. Quel legno proverrebbe, infatti, dalla porta della stanza della caserma dove la giovane (che si era presentata per sporgere denuncia) sarebbe stata uccisa. Nel novembre dello scorso anno un altro indizio aveva portato a credere che il luogo dell'omicidio potesse essere proprio la caserma. Le lesioni sul capo della vittima sarebbero, infatti, state compatibili con la frattura rinvenuta proprio sulla porta della caserma di Arce. A stabilirlo, in quel caso, era stata la consulenza medico scientifica firmata dalla Dottoressa Cristina Cattaneo e consegnata al procuratore capo di Cassino Luciano d’Emmanuele che, a 18 anni di distanza dai fatti, cerca di dare un nome all'assassino di Serena Mollicone insieme al sostituto procuratore Maria Beatrice Siravo. Quel documento unito alla perizia consegnata nella serata del 27 settembre 2018 in Procura potrebbe portare alla conclusione di uno dei più drammatici cold case della storia della cronaca italiana.

I fatti. Era il primo giugno 2001 quando Serena, studentessa diciottenne di Arce, venne vista entrare nella Caserma dei Carabinieri di Via Valle. A quanto pare (così sostiene da sempre suo padre Guglielmo Mollicone) avrebbe voluto denunciare qualcuno per qualcosa. Due giorni dopo quel primo di giugno il suo corpo sarebbe stato trovato senza vita in un boschetto di Fonte Cupa (oggi Fonte Serena) ad Anitrella, località a pochi chilometri da Arce. Era imbavagliata, legata e la sua testa era avvolta da un sacchetto di plastica. Sul corpo evidenti segni di lesioni, ma nessuna violenza carnale. Dopo 16 anni non è ancora chiaro cosa sia successo in quei due giorni e soprattutto non ha ancora un nome il suo o i suoi assassini. Nel frattempo sei persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Il carrozziere Carmine Belli è stato processato e assolto, il brigadiere Santino Tuzi si è ucciso, il cadavere di Serena è stato riesumato e papà Guglielmo Morricone non ha mai smesso di chiedere giustizia per la figlia convinto che Serena da quella caserma di Arce non sia mai uscita uccisa per qualcosa che sapeva. Da sei anni, con l'accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere, sono indagati l'ex comandante dei Carabinieri Franco Mottola, suo figlio Marco e la moglie di Mottola.

La tesi dell'accusa. L'accusa sostiene che Serena quel giorno si sia recata in caserma per denunciare un giro di spaccio di droga che avrebbe coinvolto anche il figlio dell'allora comandante dei Carabinieri, Marco Mottola. La giovane è stata vista entrare dal brigadiere Tuzi che, nel 2008, dichiarerà: "Serena quel giorno è entrata in caserma per fare una denuncia, io ho chiamato l’appartamento del comandante e mi hanno detto di farla salire. Quando ho lasciato il lavoro intorno alle 14.30 Serena non era ancora uscita". In quel periodo di tempo l'aguzzino o gli aguzzini della ragazza l'avrebbero picchiata prendendola a pugni e calci e facendole sbattere il capo sulla porta d'ingresso della stanza. La Mollicone, priva di sensi, ma non ancora morta, sarebbe stata quindi legata e imbavagliata e portata nel boschetto di Fonte Cupa. Dopo una buona quantità di tempo qualcuno sarebbe tornato a verificare lo stato del corpo della ragazza rendendosi conto che era ancora viva e decidendo di metterle la testa all'interno di un sacchetto di plastica per ucciderla soffocandola. Il corpo è stato scoperto due giorni dopo.

Il suicidio Tuzi. Una serie di depistaggi, reticenze e omertà a lungo taciute hanno rischiato di far archiviare il delitto senza che nessuno fosse condannato. Una battuta d'arresto all'intero impianto accusatorio era stata data dal suicidio di Tuzi trovato morto nella sua auto ucciso da un colpo di pistola all'addome sparato dalla pistola d'ordinanza. La figlia di Tuzi, all'indomani della deposizione della perizia medica, rompe il silenzio e oggi al Messaggero dice: "Mio padre è stato ricattato, qualcuno gli ha prospettato ritorsioni contro figli e nipoti. Per questo, per anni, ha taciuto sulla morte di Serena". E poi ha aggiunto: "Quanto emerso dalla consulenza conferma a pieno la tesi sostenuta da anni da Guglielmo Mollicone: che Serena quel giorno si sarebbe recata in caserma. Per quanto concerne mio padre, credo che il suo silenzio, durato sette anni, sia stato il frutto di un senso di protezione nei confronti della famiglia. Qualcuno lo ha ricattato, non ho le prove ma è quello che abbiamo portato all'attenzione della Procura che ha riaperto le indagini sulla sua morte".

La fiducia di Mollicone. Anche Guglielmo Mollicone si è detto fiducioso dai dati emersi dalla consulenza: "A questo punto - commenta l'uomo assistito dall’avvocato Dario De Santis - mi aspetto che si arrivi presto a una svolta per sapere chi ha ucciso mia figlia. La procura di Cassino sta facendo un ottimo lavoro e sono sicuro che stavolta la strada è quella giusta". Per Francesco Germani, l’avvocato che assiste la famiglia Mottola, "Non c’è alcun elemento oggettivo a carico dei miei assistiti. Si è trattato di rilievi tecnici che ci vedono fiduciosi. Del resto, tutti gli accertamenti svolti in precedenza sono stati negativi". Il caso era stato riaperto nel 2016 su istanza della Procura di Cassino che ha chiesto la riesumazione del cadavere affinché fosse trasferito all'istituto di medica legale di Milano dove la Dottoressa Cattaneo l'ha analizzato per più di un anno.  La consulenza era stata disposta per accertare eventuali correlazioni tra la morte di Serena e la sua presenza il primo giugno nella caserma dei carabinieri di Arce. 

IL MISTERO DI MARTA RUSSO.

Giovanni Valentini: «Io, Pannella e il caso Tortora: ero l’unico garantista in redazione», scrive Rocco Vazzana il 15 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Quando era direttore dell’Espresso, Valentini invitò Pannella per parlare del caso Tortora, la redazione, che allora era decisamente colpevolista, minacciò quasi uno sciopero. Giovanni Valentini si considera un garantista da sempre. «Almeno dal 1972, quando per la Gazzetta del Mezzogiorno seguii la prima tranche del processo Valpreda insieme a Giampaolo Pansa, all’epoca alla Stampa, e al povero Walter Tobagi, che lavorava per il Corriere d’Informazione». Poi arrivò la direzione dell’Espresso e la vice direzione di Repubblica. Ma a furia di non puntare il dito contro gli imputati dei grandi processi mediatici, si guadagnò l’appellativo di “Penna rossa”. «Confondevano il mio garantismo con una sorta di innocentismo. Ma io, dal caso Valpreda a quello Marta Russo, non sono mai stato un innocentista, non ho mai sostenuto l’innocenza di un imputato, mi son sempre battuto solo per il diritto al giusto processo. E Valpreda fu accusato di una strage che non aveva compiuto», dice. «L’esposizione al pubblico ludibrio di un imputato, che avrebbe diritto alla presunzione di innocenza in base a un principio irrinunciabile di civiltà del diritto, corrisponde a una condanna. E ha ragione chi dice che non si può parlare di “gogna mediatica”, perché la gogna era una pena che veniva applicata dopo un processo, mentre adesso lo precede. Il sistema giudiziario italiano non tutela in modo sufficiente l’imputato». È un pozzo di aneddoti Valentini, testimone privilegiato dei grandi casi giudiziari degli ultimi cinquant’anni.

Direttore, tra i casi di cui si è occupato maggiormente c’è l’omicidio Marta Russo, su cui ha anche scritto un libro, “Il mistero della Sapienza”. Mise in dubbio l’impianto accusatorio…

«Io non ho mai sostenuto l’innocenza di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Ho espresso in modo civile e continente un’opinione: le prove, per come erano state raccolte erano incerte, tardive e contraddittorie. Sono i tre requisiti in base ai quali, secondo il codice di procedura penale, scaturisce l’assoluzione, perché l’accusa non è riuscita a dimostrare la colpevolezza dell’imputato».

Perché ha dichiarato in più occasioni di essere stato perseguitato dai due pm che seguirono il caso?

«Mi hanno querelato più volte per diffamazione, anche per alcuni articoli apparsi su Repubblica, quando pubblicai una contro inchiesta in cinque puntate. Ma non ho mai scritto, detto e pensato che i due imputati fossero innocenti. C’erano le condizioni minime per accusarli però i due inquirenti non sono mai riusciti a dimostrare la loro tesi accusatoria: l’omicidio volontario. Infatti Scattone e Ferraro sono sempre stati condannati per omicidio colposo, per il quale, in teoria, bisognerebbe cambiare il capo di imputazione, si dovrebbero produrre delle prove, non può essere uno sconto. Nel caso Marta Russo si vedono le principali storture del sistema giudiziario italiano, dove il pm è dominus assoluto delle indagini e le indirizza, le condiziona, le orienta e, a volte in perfetta buona fede, le disorienta. Di conseguenza, la polizia giudiziaria perde qualsiasi autonomia funzionale. Due o tre giorni dopo l’omicidio della povera studentessa, la Digos produsse un’informativa in cui si avanzava un’ipotesi del tutto diversa rispetto a quella dell’accusa: si sosteneva che il colpo fosse partito dal bagno disabili al pian terreno, non dalla sala assistenti».

E la perizia balistica?

«Le perizie erano anch’esse contraddittorie. È normale, sia chiaro, non c’è da scandalizzarsi. Ma se non si raggiunge una certezza definitiva sull’origine dello sparo, sulle modalità e sul movente è difficile riuscire a dimostrare la tesi dell’omicidio volontario».

Crede che Scattone e Ferrano non abbiano avuto un giusto processo?

«Il giusto processo deve garantire non solo l’imputato ma anche i cittadini. All’epoca c’erano i genitori di 200mila studenti della Sapienza particolarmente preoccupati per i loro figli. Non sapevano se all’università circolavano dei serial killer o dei terroristi. Il problema non riguarda solo i diretti interessati, riguarda tutta l’opinione pubblica. Per capirci, nella tesi accusatoria si ricordava che Scattone aveva sostenuto il servizio militare nei Carabinieri ed era in possesso di un ottimo libretto di tiro. Questo doveva essere un elemento determinante per dimostrare la volontarietà dell’omicidio. Lui però è stato condannato per omicidio colposo e il dettaglio della sua abilità nel tiro è sparito dal castello accusatorio per dimostrare una tesi opposta. Ma come è possibile che uno bravo a maneggiare le armi fa partire un colpo per sbaglio e uccide? Ciò non significa che fosse innocente, ma che la sua colpevolezza non è stata dimostrata».

Perché non venne riformulato il capo d’accusa?

«Al di là del caso specifico, il problema sta nella contiguità tra pm e giudice. Una contiguità che non si materializza solo tra l’inquirente e il giudice finale, ma in tutti i gradi del processo, anche con il Gip e il Gup. Troppo spesso il giudizio si precostituisce prima del dibattimento e della sentenza».

Come si scardina questo circolo vizioso?

«Trovo molto interessante la proposta emersa al congresso dell’Unione delle Camere penali: creare due Csm, uno per i pm e uno per i giudici. È una proposta garantista non solo perché garantisce il cittadino imputato, ma garantisce anche l’autorevolezza e l’affidabilità del magistrato».

Lei fu anche tra i primi a sostenere l’innocenza di Enzo Tortora…

«Assunsi la direzione dell’Espresso il primo luglio del 1984, il mio predecessore era Livio Zanetti, collocato su posizione vagamente radical- socialiste. C’era una nutrita pattuglia di bravi giornalisti giudiziari, non mi faccia fare nomi, schiacciati su una linea giustizialista e colpevolista contro Tortora. A poche settimane dal mio insediamento, Marco Pannella chiese di venire a trovarmi. Ricordo che sulla mia scrivania c’era un cartello verde con la scritta: “Vietato fumare”. Marco ci rimase malissimo. E il solo fatto che fosse venuto a spiegarmi alcuni particolari sul caso Tortora fu sufficiente a suscitare una reazione di protesta, ci mancò poco che scattasse uno sciopero su iniziativa di quei cronisti che, in perfetta buona fede, si fidavano delle loro fonti sul caso Tortora».

Come fece a gestire una redazione contraria?

«Ci volle un po’ di tempo e una lunga discussione ma, carte alla mano, riuscii a cambiare la linea del giornale. Verso la fine del processo pubblicai La colonna infame in allegato, come simbolo di questo errore giudiziario. Pochi giorni fa, la signora Scopelliti, vedova di Enzo Tortora, mi ha confidato di aver deposto una copia di quell’allegato nella bara del marito poco prima che venisse chiusa».

«Mai essere garantisti o arriva Rosy Bindi e ti lapida in pubblico», scrive Errico Novi il 3 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Intervista a Massimo Adinolfi, filosofo ed editorialista del “Mattino”: «La presidente dell’antimafia afferma che il mio giornale e il Messaggero difendono i corrotti. Parole volgari che seguono l’onda del populismo». Il filosofo Massimo Adinolfi è editorialista del Mattino da dieci anni. Mai gli era capitato di essere seppur indirettamente scaraventato nel girone degli opinionisti a gettone, di chi riflette e analizza non per convinzione ma per comodità. Nello specifico, Bindi ha di fatto messo anche lui nel calderone quando sabato scorso ha liquidato con la seguente sentenza la battaglia di Mattino e Messaggero contro i sequestri preventivi agli indiziati di corruzione: «Mi indigno perché vedo che ci sono alcuni direttori di giornale che fanno gli interessi dei loro editori non in quanto editori, ma in quanto costruttori, e attaccano questa legge in qualche modo per minare tutto il sistema delle misure di prevenzione». Un’allusione di sorprendente e gratuita sgradevolezza al fatto che i due principali quotidiani di Napoli e di Roma sono editi appunto da un costruttore, Francesco Gaetano Caltagirone. Sul Messaggero ieri ha risposto con ironia affilatissima Carlo Nordio, un altro della cui integrità sarebbe semplicemente demenziale dubitare.

E lei come l’ha presa, professor Adinolfi?

«Davvero male. Sono amareggiato e appunto ho preferito autocensurarmi. Non ho voluto utilizzare il mio giornale per una replica sincera e schietta che sarebbe apparsa come un fatto personale».

Può replicare con quest’intervista.

«Ecco, quella frase mi pare si inserisca alla perfezione in un certo andazzo, la lapidazione del garantismo attraverso lo screditamento di chi lo professa. Chiunque in questi ultimi anni si sia impegnato in battaglie sui diritti si è sentito rovesciare addosso volgarità dello stesso tipo. È un malcostume antico: anziché entrare nel merito si preferisce screditare la persona».

Spesso Bindi si è lamentata per la volgarità degli avversari, soprattutto di centrodestra: usa la stessa moneta?

«Guardi, la presidente Bindi è una sincera cattolica, giusto? Quindi parliamo del peccato ma non del peccatore, ecco. Se lei mi chiede se quella frase è stata volgare…»

Glielo chiedo.

«… lo è stata senza dubbio, ed è di quella volgarità che le dicevo, usata con abituale disinvoltura su argomenti del genere. Se invece mi chiede della presidente Bindi, le dico che non è una persona volgare. Ma è come se si fosse unita a un coro che rimbomba da anni».

La lapidazione dei garantisti?

«Nel clima giustizialista e populista che si respira, una battuta come quella del vertice dell’Antimafia è subito compresa. Se invece devi spiegare perché ti batti per impedire che una certa legge laceri il sistema delle garanzie, devi spiegarti a lungo, devi ricorrere a un armamentario persuasivo molto più articolato».

Come ci si è arrivati?

«Il fatto che chi ha posizioni garantiste venga subito additato come connivente, colluso, moralmente ambiguo, affonda le sue radici nella crisi della nostra classe dirigente, non solo di quella politica. La credibilità del sistema è precipitata a un grado così basso che assumere una posizione libera e indipendente senza essere subito trascinati nel gorgo degli screditamenti reciproci è diventata un’impresa».

La politica ha una pessima opinione di se stessa e la estende al prossimo.

«Di più: la politica ormai non ha alcuna idea di sé. C’è una perdita di funzione storica che è davvero drammatica: la politica non sa più dove portare questo Paese né sa perché ha un ruolo dirigente».

L’affermazione può essere letta anche al rovescio: proprio perché è stata svuotata di funzione da poteri sovranazionali e privi di legittimazione democratica, la politica ha perso credibilità.

«Certo, è un circolo vizioso. E se arriva a conseguenze sempre più estreme può mettere la democrazia in serio pericolo. È vero che l’uso della delegittimazione morale per abbattere un potere fa parte della storia europea dall’Illuminismo in poi. Cito un testo che lo spiega con chiarezza: Critica illuminista e crisi della società borghese, di Reinhart Koselleck. Solo che l’Ancien régime era un sistema evidentemente autocratico, nel nostro caso vediamo messa in discussione la sovranità democratica. E quanto più è sommersa dalla marea del discredito, tanto più la politica perde di senso e si svuota».

La battaglia garantista è persa in partenza?

«Faccio l’esempio della presidente Bindi: ha detto che i sequestri a chi è solo indiziato di corruzione sono un regalo agli italiani, io a lei vorrei regalare un manuale di logica. Mi riferisco a un’altra sua frase, secondo cui Mafia Capitale dimostrerebbe come la mafia usi metodi corruttivi, e che quindi le misure contenute nel Codice antimafia sono indispensabili. Il punto è che la mafia può anche servirsi dello strumento corruttivo, ma questo, sul piano logico, non può equivalere all’assunto per cui ogni fenomeno corruttivo è mafioso. È un errore circolare, è come dire che poiché tutti gli uomini sono mortali, e tutti gli animali sono mortali, tutti gli animali sono uomini».

Com’è che in Parlamento i fautori della legge hanno vinto?

«Primo: è un provvedimento illiberale. Secondo: sono sinceramente sorpreso del giudizio che ne ha dato il ministro Orlando, con il quale ho avuto il privilegio di collaborare. Conosco la sua misura, la sua preparazione, e davvero non comprendo perché si dica favorevole a una norma simile. Vorrei ricordare che vi è prevista l’inversione dell’onere della prova: è l’indiziato a dover fornire prova della lecita provenienza dei suoi beni. Ma un conto è imporlo a un presunto mafioso, estenderlo a chi è appena indiziato di reati contro la pubblica amministrazione è appunto illiberale.

Il ministro sostiene che i “no” sono tipici di un Paese in cui la proprietà privata è intangibile anche al di là di come la si è acquisita.

«Mi pare che nel nostro ordinamento siamo già colmi di misure di confisca, non credo si tratti di un tabù».

IL MISTERO DI SIMONETTA CESARONI.

Il 7 agosto 1990 in via Poma viene ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni. È stata immobilizzata a terra, qualcuno si è messo in ginocchio sopra di lei e l’ha colpita con un oggetto o le ha battuto la testa contro il pavimento facendola svenire. Poi, l’assassino ha preso un tagliacarte e ha iniziato a pugnalarla a ripetizione. Simonetta viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti. Su uno dei capezzoli c’è una ferita che sembra un morso. Non vengono analizzati eventuali ritrovamenti di saliva attorno al capezzolo, posto che quella escoriazione sia dovuta a un morso. Dopo Pietrino Vanacore, portiere del palazzo, e Federico Valle, nipote di uno dei residenti, nel 2007, l’ex-fidanzato di Simonetta, Raniero Busco, viene formalmente indagato. Sono passati diciassette anni dal delitto. Nel 2009 il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio di Busco. Il giudice decide di ascoltare i cinque consulenti che hanno eseguito la perizia sull’arcata dentaria di Busco e il confronto tra l’arcata dentaria dell’imputato e il morso al capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni. Viene anche convocato il consulente tecnico di Raniero Busco. I cinque periti del pubblico ministero – tra i quali un capitano del Ris – espongono i risultati della loro analisi sull’arcata dentaria di Raniero Busco e dimostrano, anche attraverso prove fotografiche, la perfetta compatibilità tra i segni del morso sul capezzolo del seno sinistro di Simonetta Cesaroni e i denti dell’imputato. Il giudice ascolta anche la relazione del consulente nominato dalla difesa di Busco, che ritiene la lesione sul capezzolo della vittima come compatibile solo con l’azione di un morso laterale per il quale non è possibile giungere a alcuna attribuzione; evidenzia pure che le incisioni dentali di Busco, se di morso si tratta, sarebbero state completamente differenti, escludendo quindi che sia lui l’autore della lesione sul capezzolo. Il giudice accoglie la richiesta del pubblico ministero e rinvia a giudizio Raniero Busco. A gennaio 2011, al termine del processo di primo grado, Raniero Busco viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di Simonetta Cesaroni e condannato a 24 anni di reclusione. A aprile 2012, al termine del processo di secondo grado, Busco viene assolto dall’accusa del delitto Cesaroni per non aver commesso il fatto. La Procura ricorre in Cassazione e nel febbraio 2014 Busco viene definitivamente assolto. Morso, tracce di Dna, sangue mischiato, perizie sballate, tutto un pasticcio. Il delitto resta senza colpevoli; Simonetta rimane senza giustizia.

Le vittime dell'omicidio Simonetta Cesaroni.

Raniero Busco è innocente. Oggi, venerdì 27 aprile 2012, la prima Corte d’assise d’appello di Roma lo ha assolto dall’accusa di aver ucciso Simonetta Cesaroni, la sua ex fidanzata. Lacrime in aula. Applausi fuori dal tribunale. È stata così ribaltata la sentenza di corte d’assise che soltanto il 26 gennaio 2011 aveva condannato l’imputato a 24 anni di reclusione per omicidio volontario. Questa è la giustizia italiana: aspetta 22 anni (il delitto di via Poma risale al 7 agosto 1990) per accusare e condannare un presunto colpevole, ma poi è capace di assolverlo appena 13 mesi dopo. E meno male!! Merito dei media e degli avvocati di chiara fama e elevata stima giudiziaria. Oneri ed onori che però non valgono per tutti. In mezzo, il sospettato ha trascorso oltre 8 mila giorni d’inferno, spesso alla gogna. E ora si vedrà se ci sarà un terzo grado di giudizio, e a che cosa mai potrà portare.

Questa incoerenza è una caratteristica purtroppo sempre più frequente della cronaca nera italiana. Perché, insieme a quella di Simonetta Cesaroni, troppe altre vicende giudiziarie restano senza un colpevole certificato. Per media e magistratura basta trovare un colpevole, non il colpevole. Fa niente se sono persone, quelle da triturare, e non semplici fascicoli giudiziaria. Troppi omicidi restano senza nemmeno un indagato. Il caso di Yara Gambirasio è aperto dal 26 novembre 2010, quando la ragazza è scomparsa per poi essere ritrovata cadavere in un campo, e da allora lo stillicidio di notizie spesso contraddittorie è insopportabile: ora si sarebbe scoperto (?) del liquido seminale sugli slip della povera ragazza. Chissà. Ma restano senza alcuna giustizia anche Chiara Poggi e, in parte, Meredith Kercher. Colpa di inquirenti inadeguati? E di chi, sennò?

La mia lunga odissea nel pianeta ingiustizia. L’intervista a Raniero Busco rilasciata il 29 aprile 2012 a Maurizio Gallo e pubblicata su “Il Tempo” di Roma: l'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni racconta la tortura di un innocente.

C'è voglia di normalità in casa Busco. Dopo due anni da sospettato, quasi due da indagato, uno da imputato, quattordici mesi da condannato e ventiquattr'ore da innocente, il desiderio più grande è tornare alle piccole incombenze quotidiane. Un bacio ai gemellini Riccardo e Valerio, trascurati a lungo per la tensione e l'angoscia, una carezza a Mia, la gatta nera di famiglia e, soprattutto, la ritrovata spensieratezza coniugale con Roberta Milletarì, la moglie-tigre che l'ha protetto, difeso e consolato per tutto questo tempo e che dopodomani festeggerà il suo quarantatreesimo compleanno senza l'incubo di doversi separare dal marito per vederlo finire in una cella. La prima notte dopo il verdetto d'appello che l'ha fatto esplodere in un pianto liberatorio non è stata tranquilla. «Avevo un'insopportabile acidità di stomaco ed ero teso come una corda, tanto che ho dovuto prendere due Maalox e un analgesico, il Brufen. E ancora sono così frastornato che non riesco neanche ad essere felice», spiega Raniero nella sua villetta di vicolo Anagnino 35, una casetta color senape semplice e dignitosa che sorge accanto ad altre simili in una stradina stretta al centro di Morena. Il quartiere dov'è cresciuto e vissuto e dove gli abitanti lo hanno sempre protetto con un affettuoso e solidale cordone «sanitario». E il pellegrinaggio di amici e parenti è continuato anche ieri, quando lo abbiamo incontrato.

Qual è stata la cosa che l'ha fatta soffrire di più in questi anni? «A farmi più male sono state le affermazioni del pubblico ministero nel processo di primo grado, quando ha detto che non c'era un colpevole alternativo a Busco. Mi ha ferito il senso di impotenza che provavo. Tu stai lì e, per anni, ti dicono che sei un pazzo criminale. Mi hanno descritto come un assassino freddo e brutale, una persona assetata di sangue e di sesso. Ma non sapevano e non sanno nulla di me. Io non sono così...».

Il momento peggiore? «La cosa che mi è rimasta più impressa è stata il campanello che annunciava il ritorno dei giudici dalla camera di consiglio, sempre nel primo processo. Non perché pensavo di essere condannato, ma per l'angoscia tremenda che provavo in quel momento».

Uno degli elementi che ha contribuito a far addensare su di lei i sospetti, al di là delle prove scientifiche poi smentite dalla perizia superpartes nel processo d'appello, è stata la sua apparente amnesia sul giorno del delitto. Non ricordava l'alibi fornito alla polizia. Eppure avevano massacrato la sua fidanzata. Come ha potuto dimenticare? «A Fiumicino, dove lavoro come meccanico, facevo i turni. Quello di notte comincia alle 23 e finisce alle sette. Alle otto tornavo a casa e mi mettevo a dormire. Mi svegliavo verso le due di pomeriggio e facevo piccoli lavoretti, riparavo motorini e macchine agricole nel mio garage. Il venerdì smontavo la mattina e riprendevo il lunedì. Quindi vedevo Simonetta nel fine settimana. Gli altri giorni ci incontravamo con gli amici verso le 18 al bar portici per giocare a biliardino e chiacchierare. Era una routine. Quando ho detto che il 7 agosto ero stato con Simone Palombi a fare riparazioni in garage mi sono affidato alle mie abitudini, perché erano passati quindici anni e ho pensato che anche quella volta avessi fatto le stesse cose. Sarei un cretino se avessi cercato di crearmi un alibi falso con Simone sapendo che era stato ascoltato anche lui dagli investigatori».

Ma l'alibi era fondamentale per il riconoscimento della sua innocenza. Lei non ricordava neppure se glielo avevano chiesto o meno... «Mi hanno fatto pesare che quel giorno non avevano trascritto l'alibi nel verbale d'interrogatorio. Ma che è colpa mia? Sicuramente me l'hanno chiesto. Una volta che gliel'ho detto, mi sono messo l'anima in pace. Pensavo: mi hai sospettato subito, mi hai perquisito casa, mi hai torchiato e quindi hai avuto i riscontri. Poi non ho una grande memoria, tante cose non le ricordo. Forse anche perché sono innocente. E solo i colpevoli ricordano bene tutti i dettagli».

Come avete dato la notizia ai vostri figli? (Nel frattempo sono arrivati Roberta, la madre Giuseppina e il fratello Paolo. Ed è la moglie di Busco a rispondere mentre i gemellini di dieci anni giocano tra salotto e camera da letto). «Saputo dell'assoluzione, la maestra ha abbracciato Riccardo in silenzio. E lui le ha detto: ho capito. Quando sono tornata a casa e mi ha raccontato l'episodio gli ho chiesto: cosa hai capito? E lui: che è finita. Quindi non abbiamo avuto bisogno di aggiungere altro».

Questi anni sono stati un incubo, come li avete vissuti in famiglia? (A queste parole Giuseppina Busco piange. E si scusa: "Sono lacrime di gioia, stavolta", spiega). «Noi siamo lontanissimi da queste cose, non siamo come voi, non sappiamo niente di giustizia, di processi - continua Roberta - Non leggiamo gialli e neanche la cronaca nera. Lei capisce, il danno non è solo economico, è anche esistenziale. Questi anni di vita adesso chi ce li potrà restituire?».

Cosa farete adesso, come vedete il futuro? «Vogliamo tornare a fare quello che facevamo prima - risponde Busco - Una vita fatta di piccole cose, di viaggi programmati e magari mai fatti, di sogni. Sentirsi addosso gli occhi di tutti che ti riconoscono per strada è stato pesante. Ora è come fare riabilitazione. Sono stato cinque anni fermo, immobilizzato. Non posso mettermi a correre subito. Devo ricominciare lentamente. E fare un passo dopo l'altro...». 

OMICIDI DI STATO E DI STAMPA.

Delitto di via Poma. La mano armata della Giustizia senza un limite. Ovunque, nel mondo civile, questo sarebbe archiviato come un insuccesso delle autorità inquirenti, da noi, invece, lo si riesuma, periodicamente, per esaltare la tenacia di chi conduce le indagini. Ogni volta che il delitto di via Poma torna agli onori della cronaca, automaticamente, torna, in video e in pagina, la foto di Pietrino Vanacore.

La sua pietra al collo ce la sentiamo un po' tutti, e dovrebbe sentirsela la giustizia italiana che sa essere feroce nel punire, pur non essendo capace di giudicare. Vanacore, il portiere dello stabile, che trovò il cadavere di Simonetta, fu arrestato tre giorni dopo, il 10 agosto 1990. Le cronache si riempirono di quest'omicidio, scandagliando e scardinando la vita di quel disgraziato. Gli andò anche bene, perché fu scarcerato il 30 agosto e, meno di un anno dopo, il 26 aprile del 1991, fu accolta la richiesta d'archiviazione, presentata dalla procura stessa. Ci volle più tempo, fino al gennaio del 1995, perché la Cassazione ponesse la parola "fine" alla faccenda, rendendo definitiva l'archiviazione. Era finita, e lui si ritirò a vivere nella Puglia, a Torricella, da cui era venuto. E dove s'è ammazzato il 9 marzo 2010. Perché? Perché nonostante la Cassazione, in Italia la giustizia non sa usare la parola "fine", sicché una nuova indagine è stata archiviata. Nel maggio del 2009, e l'anno precedente, il 20 ottobre 2008, Vanacore aveva subito l'ennesima perquisizione domiciliare. Era atteso in tribunale, il 12 marzo 2010, per testimoniare. Non era neanche tenuto a rispondere, perché la giustizia lo considera ancora "indagato in procedimento connesso". Ma, statene certi Vanacore avrebbe visto ancora il suo volto, esposto alla nazione, associato all'omicidio. Ha deciso di risparmiarselo, o, più probabilmente, non ha saputo reggerlo. La domanda è: che senso ha? Quale legge ha stabilito la possibilità di condannare all'ergastolo mediatico dei cittadini riconosciuti innocenti, ma di cui l'ultimo pennivendolo può disporre, usando le immonde formule di "già indagato", "fu imputato", "a lungo sospettato", "protagonista di una storia oscura", e così via macellando? Un cittadino può accettare d'essere ingiustamente sospettato e accusato, salvo riuscire a dimostrare, in tempi brevi, la propria innocenza. Subisce un danno, comunque, talora gravissimo, ma ciascuno di noi sa che può accadere. Quel che non dovrebbe accadere è che per il resto della vita si sia un oggetto nelle mani di chi non sa che pesci prendere, non sa che storie raccontare, e, quindi, ricorre al tuo nome e alla tua faccia quando gli fa comodo. E, si badi, questo vale per la giustizia, che è incivilmente e inconcludentemente interminabile, ma vale anche per ciascuno di noi. Anzi, a un certo punto dovremo ammettere che abbiamo la peggiore giustizia del mondo civile anche perché abbiamo la peggiore politica e la peggiore cultura giuridica e il peggiore sistema informativo. Mancano, o sono flebili, le voci capaci di dire basta. Guardatevi attorno: la politica si rinfaccia questioni giudiziarie, anche se chiuse, anche se campate per aria. Le tifoserie politiche non fanno che parlare d'accuse penali, pensando che possano surrogare il giudizio morale e politico. La giustizia stessa campa d'accuse e ci lascia a digiuno di sentenze. Il tutto imbarbarisce il nostro vivere civile e seppellisce la presunzione d'innocenza. Vanacore s'è spinto oltre: ha preteso d'avere l'ultima parola. Non gli sarà riconosciuta neanche quella.

Il figlio accusa: «Mio padre condannato senza processo». È anche lui portiere, come il papà che dal vecchio mestiere non ha avuto che dispiaceri. Lavora a Torino, custode di uno stabile dell’elegante quartiere della Crocetta. «Mio padre è stato condannato senza un processo - accusa Mario Vanacore - lo hanno distrutto, lo hanno fatto a pezzi. Sono passati vent’anni, eppure tutte le volte che si è parlato della mia famiglia è stato solo per massacrarci». Anche lui, del resto, era stato sfiorato dall’inchiesta, per colpa di una visita di cortesia fatta al papà il 2 agosto del ’90, prima di partire per le vacanze con la moglie Donatella e la figlia di pochi mesi. Tanto bastò per ricevere un avviso di garanzia, assieme alla mamma Giuseppa De Luca, affinché i magistrati potessero comparare il suo sangue con quello di una traccia ematica trovata sulla porta dell’ufficio di Simonetta. «Hanno reso la vita di mio padre un inferno - continua Mario Vanacore - aveva tanti progetti, voleva comprare una casa, ma ha dovuto utilizzare tutti i risparmi che aveva per pagarsi gli avvocati. Lo hanno massacrato ingiustamente perché lui era innocente». Padre e figlio avrebbero dovuto testimoniare in aula al processo per la morte della Cesaroni. Accanto a Pietrino ci sarebbe stato il legale di sempre, Antonio De Vita. «Si sentiva braccato - racconta il penalista - vittima di una continua caccia all’uomo. Non aveva più una sua vita da tanto, troppo tempo. Si sentiva come un detenuto al 41 bis. Lui era un uomo libero, eppure non più libero. Non era la nuova chiamata dei giudici ad intimorirlo, piuttosto il fatto di doversi nuovamente sentire braccato, accerchiato dai media. Vanacore era psicologicamente stressato e si riteneva perseguitato, un uomo senza scampo, anche se su di lui non c’erano più sospetti». «Ci hanno tolto il piacere di vivere, ma noi abbiamo solo una colpa: quella di essere poveri». Pietro Vanacore scriveva così a Maurizio Costanzo in una lettera piena di dolore e di rabbia per la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Simonetta Cesaroni, che lo aveva segnato nel profondo. La brutta copia della missiva inviata al noto conduttore televisivo è saltata fuori dalle carte che i carabinieri hanno sequestrato a casa di Vanacore. Dopo aver trovato in mare il corpo senza vita dell’ex portiere di via Poma, infatti, i militari della compagnia di Manduria avevano perquisito la sua abitazione a Monacizzo ed avevano ritrovato un contenitore pieno di documenti. Tra le carte c’era anche la minuta della lettera inviata a Costanzo. Vanacore conosceva di persona il giornalista perché questi aveva acquistato l’appartamento in cui ad agosto del 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. Per qualche anno, dopo il delitto, Pietrino Vanacore aveva continuato a fare il portiere dello stabile in cui si era trasferito Costanzo. Poi, dopo l’assoluzione dall’accusa di omicidio, nel 1995, Vanacore era tornato in provincia di Taranto, al suo paese Monacizzo, frazione di Torricella, insieme con la moglie Pina De Luca. Proprio qui, il 9 marzo 2010, è stato ritrovato senza vita, annegato, nel piccolo specchio d’acqua della baia in cui si affaccia la torre saracena di Torre Ovo.

Il corpo di Vanacore era «ancorato» alla terraferma da una lunga corda che lo cingeva alla caviglia. L’altro capo della cima era legato ad un pino marittimo posto sul ciglio della litoranea. L’ex portiere di via Poma, come aveva stabilito qualche giorno dopo l’autopsia, è affogato in un metro d’acqua. Il suo suicidio, però, resta avvolto da una pesante coltre di mistero. Vanacore, prima di morire, aveva lasciato anche alcuni biglietti che oggi sembrano ricalcare il tono della lettera indirizzata a Costanzo. «È ignobile e disumano - scriveva ancora nel 2008 l’ex portiere di via Poma -, addossarci una colpa così grande. Se io, o la mia famiglia avessimo saputo qualcosa lo avremmo detto subito e senza riguardo per nessuno ». Vanacore scrisse quella lettera dopo l'ottobre del 2008, quando i giudici della procura di Roma decisero di riaprire il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, chiamando alla sbarra l’ex fidanzato della giovane Raniero Busco. A casa Vanacore, a Monacizzo, arrivarono i carabinieri per una perquisizione. L’uomo dovette credere di essere ripiombato nell’incubo. La stessa sensazione che deve aver provato a fine febbraio quando a casa ricevette l’atto di citazione. Doveva presentarsi il 12 marzo 2010 al processo, a Roma, come testimone. Forse non ha retto. Forse davvero quei venti anni di sospetti, come ha scritto prima di morire, lo avevano già ucciso.

All’udienza del 12 marzo, il pm Ilaria Calò nel suo intervento ha fatto riferimento proprio alla posizione di Vanacore: «L'importanza delle chiavi (dell'appartamento di via Poma) è enfatizzata dalla tragedia che ha colpito la famiglia Vanacore in questi giorni. La circostanza che le chiavi siano state sequestrate nella portineria e che non siano state trovate tracce di dna di Vanacore sugli abiti di Simonetta Cesaroni e sulla porta di ingresso dimostra che il portiere ha scoperto il corpo prima della sorella di Simonetta e che invece di chiamare la polizia, pensando che vi fosse stato un incontro clandestino tra Simonetta e il presidente degli ostelli della gioventù Francesco Caracciolo o il direttore Corrado Carboni o il capo della ragazza il commercialista Salvatore Volponi, ha telefonato ai tre dimenticando l'agendina rossa Lavazza sul tavolino dell'ufficio, restituita dall'ispettore Brezzi a Claudio Cesaroni un mese dopo circa». Secondo la ricostruzione del pm, Vanacore sarebbe entrato nell'appartamento dove «trovò la porta socchiusa», entrò, vide il corpo e fece le tre telefonate in questione e poi richiuse la porta «usando le chiavi di riserva appese a un gancio dietro la porta». Questa situazione, secondo il magistrato, «ha innescato dei comportamenti anomali nella portiera, che hanno depistato le indagini per oltre venti anni. Questo spiega la riluttanza della donna a dare la chiavi alla polizia, l'agitazione di Volponi che era stato informato prima, le menzogne di Caracciolo e di altre persone che saranno sentite in aula. Le chiavi sono uno snodo fondamentale». «In base a quale elemento il pm può dire che la porta era socchiusa? Da dove esce fuori? Penso che la questione delle chiavi sia stata chiarita all'epoca del proscioglimento di Vanacore. Non conosco questa nuova impostazione accusatoria. Loro avevano un mazzo di chiavi per fare le pulizie, non avevano bisogno di servirsi di un mazzo di scorta». Così il difensore della famiglia Vanacore, Antonio De Vita. «A me, come difensore della famiglia Vanacore, non è stato comunicato nulla - prosegue - Sento per la prima volta questa ricostruzione. Come si fa a dire che la porta era aperta? Se devono essere fatte nuove contestazioni, il dibattimento non è la sede opportuna. I Vanacore dopo quanto accaduto nei giorno scorsi non stanno bene e ho fatto presente alla corte il motivo della loro assenza».

Ai funerali di Pietrino Vanacore, intorno alla sua bara, assorta nel silenzio con la rabbia ed il dolore, c’era la gente che gli voleva bene. Una donna ha avuto il coraggio di dare voce alla sua comunità: «applaudite, hanno ottenuto quello che volevano!!!» La frase era rivolta a coloro, che, per deformazione professionale e culturale, non hanno una coscienza. Intanto, intorno alle sue spoglie gli sciacalli hanno continuato ad alimentare sospetti. La sua morte non è bastata a zittire una malagiustizia che non è riuscita a trovare un colpevole, ma lo ha scelto come vittima sacrificale. A zittire una informazione corrotta che lo indicava come l’orco, pur senza condanna.

Non poteva dirsi vittima di un errore giudiziario, come altri 5 milioni di italiani in 50 anni. Per venti anni è stato perseguitato da innocente acclamato. Voleva l’ultima parola per dire basta. Non l’hanno nemmeno lasciata. Pure da morto hanno continuano ad infangare il suo onore. Accuse che nessuna norma giuridica e morale può sostenere. Accanimento che nessuna società civile può accettare. La sua morte è un omicidio di Stato e di Stampa. Non si può, per venti anni, non essere capaci di trovare un colpevole e continuare a perseguitare un innocente acclamato. Non si può, per venti anni, continuare ad alimentare sospetti, giusto per sbattere un mostro in prima pagina.

Ferdinando Imposimato, il “giudice coraggio” delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato sulla propria pelle l’amarissima esperienza di star sul banco degli imputati. Egli conclude, come un ritornello inquietante: “E’ più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli”. Parola di magistrato.

IL FALLIMENTO DELLO STATO DI DIRITTO

Cose allucinanti. Una condanna, che per i più va al di qua del ragionevole dubbio. Raniero Busco è stato condannato a 24 anni di carcere: nell'aula bunker di Rebibbia la sentenza di I grado sul delitto di via Poma. Dopo due decenni, la morte di Simonetta Cesaroni trova “un colpevole”, che per molti non è “il colpevole”. Nel processo per la morte della ragazza uccisa il 7 agosto 1990 con 29 coltellate, Busco, ex fidanzato della Cesaroni, era l'unico imputato.

Il pm Ilaria Calò aveva chiesto l'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà. Questo dopo la morte di Pietrino Vanacore, additato dalla stampa ed accusato dai magistrati di essere coinvolto nell’omicidio. Colpevole. Dopo più di 20 anni. Ma la condanna va al sistema giudiziario. E’ il fallimento di uno stato di diritto. Quale rito si è rispettato se dopo venti anni sono venuti meno tutte le prove e tutti gli strumenti difensivi.

LA PENA. E’ la sanzione prevista che lo Stato, a mezzo dell’Autorità Giudiziaria affligge all’autore di un fatto illecito. La pena svolge diverse funzioni: da un lato quella di punire il colpevole per il reato commesso mentre dall’altro lato ha funzione rieducativa che mira alla riabilitazione del reo e al suo reinserimento in società. Il cd. doppio binario della pena previsto dal Codice, risponde al principio previsto dalla Costituzione che, all’art. 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti disumani e che debbono tendere alla rieducazione del condannato in modo da consentirgli il reinserimento nella società una volta scontata la pena. Dopo più di venti anni quale prevenzione a vantaggio della società ci può essere e quale rieducazione si può prevedere per il reo. Colpevole. Una parola che piomba nel silenzio carico di tensione dell’aula-bunker come una slavina. È Raniero Busco il mostro che ha ucciso vent’anni prima la fidanzata Simonetta Cesaroni. È lui l’assassino feroce che ha massacrato la figlia del ferrotranviere della Metro con 29 colpi di tagliacarte, affondando la lama anche all’interno della zona genitale. È il meccanico di Morena l’impassibile killer che per un ventennio ha nascosto l’orrore del suo gesto dietro la facciata del tranquillo padre di famiglia. Questa è la «verità» dei giudici, che, a fronte della richiesta di carcere a vita del pm, hanno condannato l’imputato a 24 anni di reclusione. Una «verità» che non convince. Una condanna che non si aspettava nessuno. Non Busco e il suo legale Paolo Loria, che ha annunciato il prevedibile ricorso in appello. Non i giornalisti che hanno seguito il processo a Rebibbia durante gli undici mesi abbondanti del dibattimento. E neppure l'opinione pubblica, che dalle tv e dai giornali si è fatta un'idea sulla fragilità degli scarsi indizi raccolti contro l'imputato. Ecco, tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove. Anche l'annuncio che la camera di consiglio sarebbe durata appena tre ore (previsione sbagliata per difetto di trenta minuti) aveva fatto credere che si sarebbe deciso per l'assoluzione. Ma così non è stato. Entrati nella «stanza del giudizio» il 26 gennaio 2011 alle 12.30 e usciti alle 16.08, i due giudici togati e gli otto popolari hanno deciso altrimenti. È il presidente della III Corte d'assise Evelina Canale a leggere il dispositivo: «Visti gli articoli 533 e 535, dichiara Busco Raniero colpevole del delitto ascrittogli e, con le attenuanti generiche equivalenti alla contesta aggravante, lo condanna alla pena di 24 anni di reclusione». Parole che gelano l'aula. Busco e la moglie sono ammutoliti. Lo stesso il loro difensore. Solo dal fondo dello stanzone che ha accolto terroristi e mafiosi qualcuno del pubblico piange e urla «No,no!». E il fratello di Raniero, che ascolta la sentenza abbracciato a lui e alla moglie Roberta, ripete infuriato due volte: «Che state a di'!». Poi, quando fotografi e cameramen li accerchiano, trascina l'imputato fuori dall'aula. «Perché devo essere io la vittima, tutto questo è ingiusto, profondamente ingiusto - avrebbe poi detto Raniero al suo avvocato - Dire che sono deluso è poco». «Una decisione pesante che non accontenta il concetto di giustizia - dice con amarezza Paolo Loria - Contro il mio assistito c'erano solo indizi e nessuna prova». Busco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e, se la sentenza passerà in giudicato, non potrà più esercitare la patria potestà. Infine dovrà risarcire i danni alle parti civili «da liquidarsi in separata sede» e pagare provvisionali «immediatamente esecutive» di 100 mila euro alla sorella della vittima Paola e di 50 mila alla madre Anna di Gianbattista. Insomma, il verdetto riconosce l'aggravante della crudeltà chiesta dal pm (anche se non segue l'accusa sulla strada dell'ergastolo), e però ne annulla le conseguenze sulla pena grazie alle attenuanti. Soddisfatti il pm e i legali di parte civile. Ma anche dalle loro dichiarazioni traspaiono dubbi non fugati dal processo.

Lucio Molinaro, che ha seguito la vicenda per tutti questi venti anni, spiega che «noi ora dobbiamo credere che Busco sia colpevole, perché tre ore sono sufficienti per verificare le prove e prendere una decisione». Massimo Lauro, che con Federica Mondani assiste la sorella della vittima, osserva che «Almeno in teoria, adesso la parte che rappresento sa chi ha ucciso Simonetta». E il legale che rappresenta il Comune, Andrea Magnanelli, commenta: «Domani Roma si sveglia con un mistero in meno». Ma l'impressione di tutti è esattamente quella opposta. Il processo era iniziato il 3 febbraio 2010. L'accusa, il pm Ilaria Calò, aveva chiesto la condanna all'ergastolo. I giudici della terza corte d'assise, dopo una riunione in camera di consiglio, ha concesso all'imputato le attenuanti generiche. Per venti anni si è cercato la verità su quell’efferato delitto compiuto nell'ufficio dell'Associazione alberghi della gioventù dove Simonetta lavorava. Il 7 agosto 1990 Simonetta a 21 anni venne massacrata con un tagliacarte. Il suo carnefice la colpì 29 volte in tutto il corpo, ferite profonde circa 11 centimetri. Ad ucciderla però, fu un trauma alla testa. L'ipotesi degli investigatori fu che le coltellate erano state inferte sul cadavere solo per depistare le indagini. Il corpo seminudo e senza vita della ventunenne venne scoperto alle 11 di sera. L'autopsia accertò che non aveva subito violenza carnale e che la sua morte era avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il Busco, all'epoca aveva 26 anni ed era il fidanzato della vittima. Il primo ad essere stato sospettato del delitto fu il portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore che scoprì il delitto. Poi gli inquirenti puntarono i loro sospetti su Federico Valle che era il nipote di un architetto che abitava in quel palazzo, Cesare Valle. Per il primo alcuni giorni dopo il delitto arrivò il fermo, mentre per il secondo nel 1992 un avviso di garanzia. Successivamente prima nel 1993, il Gup prosciolse dall’accusa di favoreggiamento Vanacore e Valle da quella di omicidio, e poi nel 1995 la Cassazione definitivamente emise la decisione di non rinviarli a giudizio. Le indagini ripartivano da zero. Gli inquirenti sospettarono che l’assassino fosse nella cerchia dei contatti della ragazza. Tra gli altri indagati finì anche Salvatore Volponi, il suo datore di lavoro, anche per lui il fascicolo venne archiviato. La svolta nelle indagini nel 2006. I risultati delle analisi di tracce di saliva rinvenuta sul reggiseno di Simonetta, ritrovato, dopo anni, dimenticato, e rimasto incustodito, in un armadietto del laboratorio di medicina legale, portarono al Dna dell’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Busco.

Busco venne iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario nel settembre del 2007. Gli investigatori, inoltre, prelevano anche l'impronta dell'arcata dentaria di Busco, al fine di confrontarla, attraverso le foto autoptiche del 1990, con il morso riscontrato sul seno di Simonetta. Il 9 novembre 2009 venne poi rinviato a giudizio e il 3 febbraio 2010 iniziò il processo. Nel corso del quale, il 9 marzo, a pochi giorni dalla sua prevista deposizione come teste, Vanacore si tolse la vita. Scompariva di scena un personaggio importante, e forse detentore di qualche segreto, di questa intricata vicenda. il 26 gennaio 2011 poi, la sentenza di primo grado. Il mistero che ha avvolto per tanti anni la morte di Simonetta Cesaroni è davvero svelato? Il difensore di Busco, Paolo Loria, ha affermato: “Non è stata fatta giustizia, andremo in appello”. “Non c'è prova alcuna che Raniero Busco abbia ucciso Simonetta Cesaroni. Non si sa nemmeno con certezza che sia mai entrato in quell'ufficio”. Sono le parole del criminologo Francesco Bruno che si è detto profondamente stupefatto della condanna a 24 anni dell'ex fidanzato della Cesaroni. “Ancora una volta si dimostra come i giudici di primo grado risentano delle ipotesi accusatorie”, ha spiegato Bruno aggiungendo che: “Busco sarà certamente assolto in appello, ma sarà ben difficile cancellare quel marchio che gli hanno appiccicato addosso. Speravo che infine si tenesse in maggiore considerazione la fragilità accusatoria e che nel dubbio si arrivasse ad una soluzione più' ragionevole. Così non è stato, tuttavia nella condanna a 24 anni c’è tutto il senso di una non certezza della sua colpevolezza”. “La sentenza di condanna a 24 anni per Raniero Busco non risolve il caso di Via Poma, lascia troppi interrogativi sospesi e irrisolti, dubbi e contraddizioni”. Ad affermarlo il criminologo Carmelo Lavorino, autore tra l’altro di un libro sul delitto di via Poma. Comunque sia per ora Busco non andrà in carcere. Nonostante la condanna a 24 anni di reclusione infatti, la corte non ha disposto alcuna misura in merito. Un fatto questo dovuto allo stato della sentenza. Quella emessa è infatti una sentenza non definitiva emessa in primo grado di giudizio. In Italia una sentenza diviene 'definitiva' solo al terzo grado, con il pronunciamento della Corte di Cassazione. Il caso in cui un condannato finisce in carcere dopo il primo grado si verifica solo se ci sono i presupposti per la custodia cautelare, che sono tre: pericolo di fuga, possibile inquinamento delle prove e possibile reiterazione del reato commesso. In questo caso il provvedimento restrittivo potrebbe essere applicato solo se ci fosse un reale pericolo di fuga. Cosa questa che sembra poco probabile che possa verificarsi. Busco ricorrerà in appello nella certezza dell’assoluzione in secondo grado di giudizio come ha anticipato il suo legale. Un ricorso in appello che invece, se non ci fosse porterebbe Busco in carcere. L’ordinamento infatti, prevedere che decorsi i 45 giorni dal deposito delle motivazioni di primo grado, la sentenza diverrebbe definitiva e il pm come 'giudice dell'esecuzione' potrebbe disporre la carcerazione del condannato.

Inaspettata dopo il 1° grado, ma attesa secondo la super perizia arriva il 27 aprile 2012 intorno alle 13 la sentenza d’appello: Raniero Busco è innocente, «assolto per non aver commesso il fatto».

Raniero Busco è stato assolto dalla prima corte d’assise d’appello di Roma per non aver commesso il fatto. L’uomo era accusato di aver ucciso Simonetta Cesaroni, assassinata il 7 agosto del 1990 in via Poma, che all’epoca era la sua fidanzata. Decisiva per l’assoluzione la perizia disposta dai giudici in appello: il segno su un seno di Simonetta non sarebbe riconducibile ad un morso di Busco e sul reggiseno della ragazza oltre al Dna dell’ex fidanzato comparirebbero altri due Dna. La sentenza di primo grado l’aveva condannato a 24 anni di reclusione per omicidio. Busco dopo la sentenza è stato colpito da un lieve malore: è stato sorretto dal fratello e dalla moglie, poi ha pianto abbracciato ai familiari. Arriva dopo 22 anni la sentenza che rivela la verità giudiziaria sull'omicidio di Simonetta Cesaroni, massacrata con 29 coltellate il 7 agosto 1990. La Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello del Tribunale di Roma, che venerdì 27 aprile si era ritirata in camera di Consiglio intorno alle 11, ha impiegato circa due ore e mezza per decidere la conclusione del nuovo processo per il caso di via Poma. Intorno alle 13.30 la pronuncia: Busco è stato dichiarato non colpevole. E' stata così annullata la sentenza di primo grado che aveva condannato l'ex fidanzato di Simonetta a 24 anni di reclusione. La sentenza è stata accolta da un urlo di sollievo. «Da oggi ricomincio a vivere - ha detto Busco -. Quando è uscita la Corte, in un attimo, ho rivisto tutta la mia vita». La verità, l'identità del «mostro» che assassinò la giovane romana, resta un giallo. La Corte d'Assise e d'Appello ha ritenuto dunque fondati i rilievi sollevati dai consulenti nominati dalla corte stessa, gli autori della superperizia secondo la quale il segno sul seno sinistro della ragazza uccisa - considerato in primo grado la «firma» dell’assassino, ovvero il segno perfetto della dentatura anomala di Busco - non era un morso. La conferma della condanna era stata sollecitata dal procuratore generale Alberto Cozzella, insieme con gli avvocati di parte civile. Mentre la tesi dei difensori Franco Coppi e Paolo Loria era che Busco dovesse avere la piena assoluzione «per non aver commesso il fatto», così come prevede l'art. 530 del codice di procedura penale al primo comma. E così è stato. Assenti i familiari di Simonetta, l'imputato Raniero Busco era presente in aula assieme alla moglie Roberta Milletari. «Non so come sarebbe finita la nostra storia ma non ho mai pensato di farle del male - aveva detto Busco durante l'udienza del 23 aprile -.

Quando ho saputo della sua morte ho provato lo stesso dolore che ho provato quando ho perso mio padre». E aveva concluso rivolto alla corte: «Da voi mi aspetto il riconoscimento della mia innocenza». Busco è stato colto da malore dopo la pronuncia di assoluzione. Sorretto dal fratello e attorniato da una gran ressa di telecamere e fotoreporter l'ex fidanzato di Simonetta è stato portato in una stanza dai carabinieri che svolgono l'ordine pubblico in Corte d'appello. Alla lettura della sentenza, Busco avrebbe prima esultato abbracciando la moglie, poi secondo alcune testimonianze sarebbe stato colto da un lieve malore. Ma uno degli avvocati ha smentito: «No, è stato composto. Ha solo pianto di gioia». Abbracci e commozione tra gli amici dell'imputato per la vittoria della linea difensiva. Il primo a parlare di morso era stato la notte dell’autopsia di Simonetta Cesaroni il medico legale Ozrem Carella Prada, proprio uno degli esperti nominati per la superperizia dal procuratore generale della Corte d’assise d’appello. L’avvocato storico della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, ricorda a memoria le parole della perizia: «Si nota una deviazione del capezzolo del seno sinistro e la formazione di una crosticina che potrebbe essere stata causata da un probabile morso». «Scrisse probabile o eventuale morso» precisa Molinaro, «usò una formula dubitativa. Il pm Cavallone, una volta ritrovato il corpetto e il reggiseno di Simonetta, si rilesse per l’ennesima volta gli atti e puntò su quelle parole, su quella pista, sui Dna, su quel segno e la dentatura unica di Busco per via di un sovradente». ”E’ una sentenza emessa dall’unico organo deputato ad emettere una pronuncia in appello. Va accettata e rispettata” commenta alla stampa il procuratore generale, Alberto Cozzella. “All’esito del deposito delle motivazioni (la corte d’assise si è presa almeno 90 giorni) - ha aggiunto Cozzella – decideremo il da farsi. Non è escluso, anzi assolutamente probabile, che ricorreremo in Cassazione”. I giudici presieduti da Mario Lucio D’Andria sono entrati in Camera di Consiglio poco dopo le 11. La riunione in camera di Consiglio è stata preceduta dalle repliche delle parti che, a sostegno delle rispettive tesi accusatorie e assolutorie hanno ripercorso le tappe fondamentali della vicenda esaminando punto per punto anche gli esiti peritali che da una parte portano a scagionare l’imputato e dall’altra come sostiene la Procura generale a confermare le responsabilità di Busco. E si accende la polemica sul dna, diventato prova regina in questo processo. “L’assoluzione di Raniero Busco era attesa, perchè nel condannarlo non sono state tenute in considerazione tutte le prove ma si è data un’importanza esagerata al solo Dna” afferma alla stampa il medico legale Angelo Fiori, uno dei periti all’epoca del delitto. “Questa sentenza sottolinea come non si possa usare solo il Dna nei processi, ma vadano prese in considerazione tutte le prove” afferma Fiori. ”Già all’epoca – prosegue – era emerso che il sangue trovato sulla porta era incompatibile con il gruppo di Busco, e questo secondo me già bastava a non includerlo nei sospettati. Ci si è basati invece solo sul Dna trovata sul presunto morso sul seno, ma senza tenere conto del fatto che c’erano quelli di tre persone, e non solo di Busco”. D’accordo con l’analisi anche Vincenzo Pascali, uno dei consulenti della Procura di Roma: “C’è stata una mancanza di lucidità nella valutazione delle prove – dice – la sentenza è dovuta al fatto che si sono considerate conclusive delle evidenze che invece non lo erano”. Da considerare una cosa: se non ci fosse stata la super perizia, perché non ammessa, o perché non necessaria, cosa sarebbe successo?

IL MISTERO DEL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO)

Emulazione o bufala?

Blue Whale o Balena blu (gioco). Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il Blue Whale Game (russo: Синий кит , translit Siniy kit ), noto anche come "Blue Whale Challenge", è un fenomeno della rete sociale del ventunesimo secolo che si afferma di esistere in diversi paesi, a partire dal 2016. Il gioco si dice di una serie di compiti assegnati ai giocatori dagli amministratori in un periodo di 50 giorni, con la sfida finale che richiede al giocatore di suicidarsi. La "balena blu" è stata promossa nel maggio del 2016 attraverso un articolo sul quotidiano russo Novaya Gazeta, che ha collegato molti suicidi di suicidio non associati all'adesione al gruppo "F57" della rete sociale VKontakte. Un'ondata di panico morale spazzava via la Russia. Tuttavia il pezzo è stato poi criticato per aver tentato di creare un nesso causale in cui nessuno esisteva e nessuno dei suicidi è stato trovato come risultato delle attività del gruppo. 

Struttura. Mentre molti esperti suggeriscono che "Blue Whale" fosse originariamente una truffa sensazionalizzata, ritengono che sia probabile che il fenomeno ha portato a casi di gruppi imitativi auto-dannosi e di copia, lasciando i bambini vulnerabili a rischio di cyberbullying e shaming online. La balena blu è descritta come basata sulla relazione tra i partecipanti (o gli sfidanti) e gli amministratori. Gli amministratori prescrivono una serie di doveri che i giocatori devono completare, di solito uno al giorno, alcuni dei quali coinvolgono l'auto-mutilazione. Alla fine del 2017, la partecipazione a Blue Whale sembra essere receding; tuttavia, le organizzazioni di sicurezza internet in tutto il mondo hanno reagito fornendo un consiglio generale ai genitori e agli educatori per la prevenzione del suicidio, la consapevolezza della salute mentale e la sicurezza in linea prima della prossima incarnazione di meme informatiche. Nel 2016, Philipp Budeikin, un ex ex- psicologo di 21 anni espulso dalla sua università, ha affermato di aver inventato il gioco nel 2013. Ha detto che la sua intenzione era di pulire la società spingendo le persone a suicidio che riteneva di non avere valore. Budeikin è stato arrestato e tenuto in prigione di Kresty, San Pietroburgo, e nel maggio 2016 ha dichiarato colpevole di "incitare almeno 16 ragazze adolescenti per suicidarsi". È stato successivamente condannato in due contratti di incitamento al suicidio di un minore. Nel giugno del 2017, il postino Ilya Sidorov è stato arrestato a Mosca, accusato anche di istituire un gruppo di "Blue Whale" per incoraggiare i bambini a danneggiarsi e, in ultima analisi, suicidarsi. Ha sostenuto di aver persuaso 32 bambini ad aderire al suo gruppo e seguire i comandi. 

Argentina. Nella provincia di San Juan, in Argentina, un ragazzo di 14 anni è stato ammesso alla terapia intensiva dopo aver affermato sui media sociali che partecipava a Blue Whale. 

Bangladesh. Molte notizie hanno pubblicato sui media del Bangladesh riguardo al tentativo di suicidio relativo al gioco. Un adolescente è stato commesso suicidio presumibilmente dalla dipendenza del gioco nell'ottobre 2017.

Brasile. Diversi rapporti di notizie sono comparsi sui media brasiliani che collegano casi di autolesionismo e suicidio con la Blue Whale. La polizia ha svariate indagini in corso, anche se ancora nessuno è stato ufficialmente confermato. Complessivamente, otto Stati brasiliani avevano casi di suicidio e di auto-mutilazione sospettati di essere collegati al gioco. 

Bulgaria. Le prime notizie su Blue Whale sono comparse in Bulgaria alla metà di febbraio 2017. Il Safer Internet Center, istituito nell'ambito del programma Safer Internet plus della Commissione europea, ha risposto rapidamente. "(T) la sua storia sensazionalistica è stata gonfiata da una serie di siti web di clickbait che creano un'ondata di panico tra i genitori", ha riferito il Centro Coordinatore Georgi Apostolov. "Abbiamo deciso di non avviare contatti direttamente con i media, in quanto ciò avrebbe attirato ulteriori interessi e potrebbe indurre in errore il pubblico a credere che la storia sia in qualche modo vera. Poiché il hype è stato ingrandito da migliaia di persone che condividono la storia sui social network, abbiamo appena pubblicato un avvertimento sul nostro sito web e diffondere il link in commenti sotto tutti condivisi in articoli e post di Facebook. Poi i media mainstream stessi hanno iniziato a chiederci di interviste e citando le nostre conclusioni che evidentemente era una truffa ". Due gruppi di discussione sul suicidio sono stati aperti su Facebook, ma sono stati rapidamente segnalati e cancellati. La diffusione delle notizie virali è stata interrotta entro due settimane. Più tardi, quando un pezzo sensazionalista del giornale rumeno Gandul ha portato a pubblicare altri cinque articoli pubblicati in Bulgaria che hanno segnalato la sfida come reale, i media hanno nuovamente diffuso le posizioni della SIC e la frode è stata interrotta immediatamente.

Chile. I media in Cile hanno riportato tre casi di bambini sospettati di coinvolgimento con "Blue Whale". A Antofagasta, una madre ha riferito alla polizia che la sua figlia di 12 anni aveva 15 tagli sul braccio che formavano il disegno di una balena. Dopo essere stato intervistato dagli agenti di polizia, la ragazza ha confessato di seguire le istruzioni del gestore del gioco durante la riproduzione di questo gioco. Una bambina di 13 anni a Padre Las Casas ha sostenuto di aver giocato la partita insieme a tre altri amici. La ragazza ha raggiunto la decima tappa, facendo anche dei tagli tra le braccia. Un ragazzo di 11 anni a Temuco ha accettato un invito a partecipare al gioco su Facebook nel 2017 da una donna non identificata, ma ha rifiutato di partecipare dopo essere stato contattato da un profilo denominato "Ballena Azul".

Cina. Un gruppo di suicidi è stato fondato da una ragazza di dieci anni a Ningbo, Zhejiang ; che ha pubblicato alcune foto della sua auto-mutilazione legata alla balena blu. Da allora le autorità hanno iniziato a monitorare le menzioni del gioco sui forum e sulle trasmissioni in diretta. 

India. Nel corso del 2017 i media in India hanno riportato diversi casi di suicidio, autolesionismo e tentativi di suicidio suicida come risultato di Blue Whale anche se nessun caso è stato ufficialmente confermato. L' agosto del 2017, il ministero dell'India per l'elettronica e la tecnologia dell'informazione ha chiesto che diverse società internet (tra cui Google, Facebook e Yahoo) eliminino tutti i collegamenti che dirigono gli utenti al gioco. Alcuni commentatori hanno accusato il governo di creare un panico morale. Il guardiano internet indiano del Centro per Internet e Società ha accusato la copertura di un efficace diffusione e di pubblicità di un "gioco" per il quale non esistono poche prove. In India il suicidio è stato la seconda forma di morte più comune dei bambini, secondo una relazione del 2012. 

Italia. In Italia, la rivista di stampa di "Blue Whale" è apparsa per la prima volta il 3 giugno 2016, sul quotidiano La Stampa, che ha descritto la sfida come "una cattiva battuta". Il sito di demolizione BUTAC ha riportato la totale mancanza di prove per affermare l'esistenza del gioco. Il 14 maggio 2017, una relazione televisiva di Le Iene su Blue Whale sul canale nazionale Italia 1 ha collegato la sfida a un suicidio non collegato a Livorno, in Italia. Il rapporto ha mostrato diverse scene di suicidio, principalmente da video su LiveLeak che descrivono adulti non correlati alla sfida. Ha descritto in modo errato il filmato come prova di adolescenti che giocano il gioco. Il rapporto ha intervistato un compagno di scuola dell'adolescente di Livorno, due madri di ragazze russe che presumibilmente hanno partecipato al gioco e il fondatore del Centro russo per la sicurezza dei bambini da crimini del Internet. Dopo la relazione, la copertura della sfida nei media italiani è aumentata, con molti punti vendita che lo descrivono come reale. C'era un forte aumento nelle ricerche di Google per la sfida e qualche panico. Il 15 e 16 maggio i giornali hanno annunciato l'arresto di Budeikin, senza dire che è accaduto mesi prima. Le sue dichiarazioni non confermate riguardo alle sue supposte vittime sono "rifiuti genetici". Paolo Attivissimo, giornalista e dibattente di truffe, ha descritto il gioco come "un mito di morte pericolosamente esagerato dal giornalismo sensazionalista". La polizia ha ricevuto le chiamate da genitori e insegnanti terrorizzati, e ci sono stati rapporti di adolescenti che hanno partecipato alla sfida. Questi includono diversi casi di auto-mutilazione e tentativo di suicidio. La maggior parte delle relazioni è stata considerata falsa o esagerata. I partecipanti sono stati segnalati da tutta Italia: Ravenna, Brescia e Siracusa. Il 22 maggio 2017 la Polizia Postale ha dichiarato di aver ricevuto 40 allarmi. Il 24, questo numero è stato aumentato a 70. Sul suo sito Internet la Polizia Postale definisce Blue Whale come "una pratica che sembra forse provenire dalla Russia" e offre consigli ai genitori e agli adolescenti. Molti casi sono stati descritti da giornali. 

Kenia. Nella contea di Nairobi uno studente nella contea di Kiambu aveva giocato la sfida di balena blu. Ha commesso suicidio il 3 maggio presso l'hotel di proprietà del nonno nel centro della città. 

Pakistan. Il 13 settembre 2017, il Pakistan ha riportato le prime due vittime della provincia di Khyber-Pakhtunkhwa (KPK). 

Polonia. Tre alunni di una scuola elementare in Pyrzyce si sono danneggiati, presumibilmente sotto l'influenza della sfida "Blue Whale". 

Portogallo. Una ragazza di 18 anni è stata ammessa in ospedale con mutilazioni sul suo corpo a Albufeira dopo che si è buttata da un cavalcavia alla linea ferroviaria. Polizia, genitori e amici hanno detto che la ragazza era stata motivata a farlo da una persona su Internet chiamata "Blue Whale". In un'intervista con RTP, ha detto che si sentiva da solo e priva di affetto. 

Russia. Nel marzo del 2017, le autorità russe hanno indagato circa 130 casi separati di suicidio relativi al fenomeno. A febbraio, un 15-year-old e 16 anni si sono buttati fuori dall'alto di un edificio a 14 piani a Irkutsk, in Siberia, dopo aver completato 50 compiti inviati a loro. Prima di uccidersi, hanno lasciato messaggi nelle loro pagine sui social network. Anche nel mese di febbraio, un 15enne era in condizioni critiche dopo aver gettato fuori da un appartamento e cadendo su un terreno coperto di neve nella città di Krasnoyarsk, anche in Siberia. L'11 maggio 2017, i media russi hanno riferito che Philipp Budeikin "si è dichiarato colpevole di incoraggiare gli adolescenti al suicidio", avendo descritto le sue vittime come "spreco biologico" e sostenendo di "pulire la società". È stato tenuto alla prigione di Kresty in San Pietroburgo con accuse di "incitamento di almeno 16 ragazze adolescenti per uccidere se stessi". Il 26 maggio 2017, la Duma russa (parlamento) ha adottato una legge che introduce la responsabilità penale per la creazione di gruppi pro-suicidi sui social media, a seguito di 130 morti per adolescenti legate alla sfida suicida di Blue Whale. Il 7 giugno 2017 il presidente Putin ha firmato una legge che impone sanzioni penali per indurre i minori a suicidarsi. La legge impone una punizione massima di sei anni di carcere.

Arabia Saudita. Il 5 giugno 2017, un ragazzo di 13 anni si è suicidato nella sua stanza, dove il suo corpo è stato scoperto da sua madre. Il ragazzo usava i suoi fili PlayStation per suicidarsi. La sua morte è stata legata a Blue Whale. 

Serbia. Un ragazzo di 13 anni in Velika Plana ha ferito la sua mano, dicendo ai suoi genitori che lo aveva fatto a causa di Blue Whale. I genitori hanno riportato la causa alla polizia. 

Spagna. In Spagna, un adolescente è stato ammesso ad un'unità psichiatrica di un ospedale di Barcellona dopo che la sua famiglia ha detto che ha iniziato a giocare a Blue Whale.

In Turchia, una famiglia ha presentato una denuncia penale dopo il suicidio di suo figlio e ha chiesto ulteriori indagini sull'incidente. La famiglia ha detto ai funzionari che dopo che il figlio ha iniziato a suonare "il gioco", il suo comportamento è cambiato rapidamente. 

Stati Uniti. Nella città di San Antonio, Texas, il corpo di un ragazzo di 15 anni è stato trovato l'8 luglio 2017. Un cellulare aveva trasmesso il suicidio teenager, che si crede correlato al gioco. Si afferma inoltre che il gioco era legato a una morte della ragazza adolescente ad Atlanta, in Georgia. Lo sceriffo della Contea di LeFlore, Oklahoma, ha dichiarato che l'esistenza di un ragazzo di 11 anni ha commesso suicidio nell'agosto 2017 mentre partecipa al gioco.

Uruguay. Nella città di Rivera, a 450 chilometri da Montevideo, una bambina di 13 anni è stata ricoverata in ospedale dopo che i dipendenti della scuola hanno partecipato alle ferite riportate al braccio sinistro. Gli adolescenti vittime del gioco della balena blu sono oggetto di indagine in sei reparti: Montevideo, Canelones, Colonia, Río Negro, Salto e Rivera. 

Reazioni.

Nel marzo 2017, il ministro rumeno dell'interno, Carmen Dan, ha espresso profonde preoccupazioni sul fenomeno. Sindaco di Bucarest Gabriela Firea ha descritto il gioco come "estremamente pericoloso".

In Brasile, in risposta al gioco, un designer e un agente di pubblicità di São Paulo ha creato un movimento chiamato Baleia Rosa (Pink Whale), che è diventato virale. Si basava sulla collaborazione di centinaia di volontari. Il movimento si basa su compiti positivi che valorizzano la vita e combattono la depressione. Anche in Brasile, Sandro Sanfelice ha creato il movimento Capivara Amarela (Yellow Capybara), che propone di "combattere il gioco delle balene blu" e di guidare le persone che cercano qualche tipo di aiuto. I partecipanti sono separati tra gli sfidanti, che sono le persone che cercano aiuto e i guaritori, che sono dei padrini di queste persone. Una scuola avventista nel sud di Paraná, in collaborazione con altre reti di istruzione, ha anche cercato di invertire la situazione proponendo un altro gioco di beneficenza, la " Sfida Jonas " (riferendosi al carattere biblico Jonah, vomitato da un grande pesce tre giorni dopo essere stato inghiottito da esso). Altri giochi creati in Brasile in risposta alla balena blu erano la Baleia Verde (Whale Verde) e la Preguiça Azul (Blue Sloth).

Negli Stati Uniti, un sito, chiamato anche "Blue Whale Challenge", non identifica come uno sforzo per combattere il gioco, ma offre 50 giorni di sfide che promuovono la salute mentale e il benessere. L'autore Glória Perez ha dichiarato il 21 aprile 2017 che intende includere il gioco Blue Whale nella sua nuova telenovela A Força do Querer. I media hanno anche sottolineato che il fenomeno ha coinciso con la controversia che circonda la serie televisiva Netflix 13 Motivi per cui, che affronta la questione del suicidio teen. Nelle aree metropolitane di Belo Horizonte e Recife in Brasile, molte scuole hanno promosso conferenze per parlare del gioco Blue Whale. La polizia specializzata nella repressione del crimine tecnologica (Dercat) a Piauí sta preparando un primer digitale per avvisare i giovani sui pericoli del gioco. 

Nel maggio 2017, Tencent, il più grande portale di servizi Internet in Cina, ha chiuso 12 gruppi sospetti di Blue Whale relativi alla sua piattaforma di social network QQ. Ha detto che il numero di questo tipo di gruppi è in aumento. I risultati di ricerca delle parole chiave correlate sono stati bloccati anche in QQ. Nell'agosto del 2017, il ministero dell'India per l'elettronica e la tecnologia dell'informazione ha indetto una richiesta formale a diverse società internet (tra cui Google, Facebook e Yahoo) per rimuovere tutti i collegamenti che dirigono gli utenti al gioco. 

Il Fenomeno Blue Whale dal portale della Polizia di Stato. Il Blue Whale è una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia: viene proposta come una sfida in cui un così detto “curatore” può manipolare la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli al suicidio, attraverso una serie di 50 azioni pericolose. Ad oggi capita anche che bambini e adolescenti si contagino fra di loro, spingendosi ad aderire alla sfida su gruppi social dopo aver facilmente rintracciato in rete la lista delle prove ed essersi accordati sul carattere segreto di questa adesione. Le prove prevedono un progressivo avvicinamento al suicidio attraverso pratiche di autolesionismo, comportamenti pericolosi e la visione a film dell’orrore e altre presunte “prove di coraggio”, che vengono documentate con gli smartphone e condivise in rete sui social. La Polizia Postale e delle Comunicazioni sta osservando il fenomeno: le nostre indagini si concentrano sull’identificazione di adulti, giovani o gruppi di persone che inducono via web bambini e ragazzi ad esporsi ad un rischio concreto per la loro vita. Poniamo molta attenzione a quanto i cittadini ci segnalano su casi di rischio associati a questa pratica. Ogni informazione utile contribuisce a potenziare la nostra azione di protezione dei bambini e dei ragazzi in rete.

Consigli pratici per gli adulti:

Chi aderisce alla sfida del Blue Whale viene indotto a tenere ostinatamente all’oscuro gli adulti significativi, insegnanti e genitori in primis, adducendo giustificazioni e scuse per spiegare ferite, cambi di abitudini, comportamenti inusuali: approfondite sempre quello che non vi convince;

Aumentate il dialogo sui temi della sicurezza in rete: parlate con i ragazzi di quello che i media dicono e cercate di far esprimere loro un’opinione su questo fenomeno;

Prestate attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia: alcuni passi prevedono di autoinfliggersi ferite, di svegliarsi alle 4,20 del mattino per vedere video horror, ascoltare musica triste, salire su palazzi e sporgersi da cornicioni.

Se avete il sospetto che vostro figlio frequenti spazi web sul Blue Whale, parlatene senza esprimere giudizi, senza drammatizzare né sminuire: può capitare che quello che agli adulti sembra “roba da ragazzi” per i ragazzi sia determinante;

Se vostro figlio/a sta passando un periodo di forte fragilità, non esitate a confrontarvi con gli specialisti che lo seguono, chiedendo loro quali strategie potete adottare per ridurre il rischio che si lasci coinvolgere nella sfida Blue Whale;

Se vostro figlio/a vi racconta che c’è un compagno/a che partecipa alla sfida Blue-Whale, comunicatelo ai genitori del ragazzo se avete un rapporto confidenziale, o alla scuola, se non conoscete la famiglia; se non siete in grado di identificare con certezza il ragazzo/a in pericolo, recatevi presso un ufficio di Polizia;

Indurre qualcuno a compiere azioni dolorose e pericolose, così come dichiarare emergenze che non esistono, può essere reato: quello che sembra uno scherzo può diventare un rischio grave per chi è fragile o troppo giovane;

Consigli pratici per i ragazzi:

La sfida del Blue Whale non è un gioco né una prova di coraggio, è qualcosa che attraverso i social può far leva sulla fragilità di alcuni bambini e ragazzi, inducendoli a mettersi seriamente in pericolo: non contribuire a diffondere questo rischio;

Nessuna sfida con uno sconosciuto o con gruppi di amici sui social può mettere in discussione il valore della tua vita: segnala chi cerca di indurti a farti del male, a compiere autolesionismo, ad uccidere animali, a rinunciare alla vita;

Ricorda che anche se ti sei lasciato convincere a compiere alcuni passi della pratica Blue Whale, non sei obbligato a proseguire: parlane con qualcuno, chiedi aiuto, chi ti chiede ulteriori prove cerca solo di dimostrare che ha potere su di te;

Non credere che pressioni a compiere prove sempre più pericolose siano reali: chi minaccia te o la tua famiglia vuole dimostrare di poterti comandare, non lasciarti ingannare; 

Se conosci un coetaneo che dice di essere una Blue Whale parlane subito con un adulto: potrebbe essere vittima di una manipolazione psicologica, di una suggestione e il tuo aiuto potrebbe farlo uscire dalla solitudine e dalla sofferenza;

Se qualcuno ti ha detto di essere un “curatore” per la sfida Blue Whales sappi che potrebbe averlo proposto ad altri bambini e ragazzi: parlane con qualcuno di cui ti fidi e segnala subito chi cerca di manipolare e indurre dolore e sofferenza ai più piccoli;

Se sei stato aggiunto a gruppi whatsapp, Facebook, Istagram, Twitter o altri social che parlano delle azioni della sfida Blue Whale, parlane con i tuoi genitori o segnalalo subito;

Indurre qualcuno a compiere azioni dolorose e pericolose così come dichiarare emergenze che non esistono può essere reato: quello che sembra uno scherzo può diventare un rischio grave per chi è fragile o troppo giovane;

In rete come nella vita aiuta sempre chi è in difficoltà;

Blue whale e tentati suicidi, parla il vicequestore, "Così si batte la balena". Gioco suicida sul web. Come riconoscere i segnali, scrive Lucia Agati il 24 maggio 2017 su "La Nazione". Lo sapevano. I bambini della scuola primaria lo sapevano cos’era la «balena blu», il diabolico gioco su internet con il quale gli adolescenti vengono istigati al suicidio dopo una serie di prove disseminate in cinquanta giorni e in orari inverosimili. Ma che bambini così piccoli fossero già a conoscenza di un così mostruoso meccanismo della rete è stato uno choc anche per il vicequestore aggiunto Paolo Cutolo, capo di Gabinetto della questura di Pistoia e da alcuni anni dedicato alla prevenzione delle insidie nascoste nel web attraverso incontri (e ormai con un fitto calendario), con i bambini, gli adolescenti e i genitori, a scuola e nei luoghi di aggregazione. Iniziative che sono sempre molto partecipate e applaudite da chi viene assillato dai dubbi e dal timore di non saper fronteggiare questi fenomeni.  E nell’ultimo di questi incontri, pochi giorni fa, in una scuola elementare della prima periferia, l’amara constatazione che i bambini erano a conoscenza dell’esistenza dell’orribile gioco che ha fatto vittime all’estero mentre, proprio in Toscana e proprio in questi giorni, due ragazzine sono state trascinate via da questa trappola. 

Come difendersi allora?

«L’unico vero filtro, come spiego sempre – ci dice il dottor Cutolo – siamo noi genitori. Non è possibile non accorgersi che qualcosa di strano sta accadendo ai nostri ragazzi quando si alzano alle quattro di notte per ascoltare una certa musica perchè qualcuno dice loro, dalla rete, che devono superare una certa prova fino a quando, dopo essersi anche feriti, arriva il “messaggio” che dice loro che è arrivato il giorno in cui possono “riprendersi la vita”. Certo, c’è anche chi gioca per ricevere i “like” ma ci sono comportamenti che non possono sfuggire ai genitori e il primo grosso segnale d’allarme è l’isolamento in casa».

Ci si chiede spesso se è giusto dotare i bambini di un cellulare...

«Tanti di loro hanno il telefono illimitato. A casa a piedi da soli non si va, ma col cellulare in mano fissi sì, e fissi davanti al computer fino a raggiungere l’assoluta mancanza di percezione di esposizione al rischio. E quando, in rete, sono ormai nella trappola, nessuno mi aiuta e il virtuale è diventato assolutamente reale. Quanto al blue whale a Pistoia non ci sono state segnalazioni, ma la situazione è attentamente monitorata. Mentre altri “giochi”, sempre alimentati dalla rete e dai social sì, quelli, negli anni ci sono stati: attraversare i binari in corsa quando sta per arrivare il treno, rubare nei grandi magazzini, spintonare all’improvviso gli anziani per strada e tutto, naturalmente, rigorosamente ripreso. C’è stata anche la nomination a bere un litro di superalcolici fino a che qualcuno, interruppe la catena con lo “zuppone” di latte al posto della wodka. La mia raccomandazione a ogni incontro con i genitori è sempre la stessa: password condivisa. La privacy, quando si parla di minori, non esiste. E profili chiusi dei ragazzi sui social, esattamente come i vostri, e regole, regole da rispettare. Il prezzo è la perdita del contatto con la realtà».

Naturalmente gli scettici non mancano…

Blue Whale, cosa è e cosa (non) sappiamo davvero finora. È quasi psicosi sulla "sfida" che spingerebbe gli adolescenti all'autolesionismo. Nonostante numerose segnalazioni, l'esistenza del fenomeno in Italia non è - al momento - verificata. Ma non è escluso che, proprio sull'onda dell'emulazione, online ci siano o possano nascere gruppi di istigatori, per cui è utile prestare attenzione. Anche sui media, scrive Rosita Rijano il 31 maggio 2017 su "La Repubblica". Blue Whale, la sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Sono decine le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale, e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp, anche da parte di genitori preoccupati. È quasi una psicosi collettiva. Eppure la storia ha molti punti non verificati, e altri impossibili da verificare. Ecco un riassunto di cosa sappiamo con certezza e cosa no. In che cosa consiste. Innanzitutto capiamo cos'è. È stato inopportunamente chiamato gioco e consisterebbe nel compiere una serie di gesti al limite, come camminare sull'orlo dei binari, da immortalare e condividere online. L'ultima prova è togliersi la vita. Si verrebbe ingaggiati tramite social network: Instagram, WhatsApp, Facebook, chat. Ad orchestrare le operazioni, quello che è stato definito "curatore": sarebbe lui a guidare i ragazzi psicologicamente vulnerabili prova dopo prova, dopo averli convinti di possedere informazioni che possono far male alla loro famiglia. Chi partecipa alla sfida si provocherebbe, prima di tutto, dei tagli alle braccia e pubblicherebbe post contrassegnati dall'hashtag #f57. Le origini. Il primo a riportare la vicenda è stato Novaya Gazeta, il quotidiano di Mosca fondato da Anna Politkovskaja, giornalista investigativa uccisa nel 2006. In un'inchiesta pubblicata a maggio dello scorso anno, il giornale collega almeno 80 delle 130 morti avvenute in Russia tra il novembre 2015 e l'aprile 2016 a delle comunità virtuali su VKontakte, l'equivalente di Facebook in Russia, dove i ragazzi verrebbero istigati a togliersi la vita. Il lavoro è stato duramente criticato e un'altra investigazione condotta da Radio Free Europe dice: nessuna connessione provata tra i suicidi e le chat. Tra l'altro, è da notare che si parla di generici "gruppi della morte": alcuni hanno preso a simbolo le farfalle, altri le balene. Quindi il nome Blue Whale (tradotto come balena blu o azzurra) è, in realtà, una montatura mediatica. Perché Blue Whale? Per via dell'abitudine delle balene a spiaggiarsi e morire, senza motivo. I protagonisti. C'è da dire che i gruppi, tuttavia, sembrano esistere come riporta anche il sito di fact checking Snopes. La loro comparsa è successiva al suicidio di una ragazza, Rina, diventata una sorta di figura simbolo di un culto non meglio identificato. E l'unico che risulta incriminato per via delle chat è uno dei primi amministratori: il 21enne Phillip Budeikin, noto come "lis" ("volpe") che, al momento, pare incarcerato in Russia. Secondo gli inquirenti di San Pietroburgo, avrebbe istigato al suicidio 15 teenager in 10 diverse regioni russe tra il dicembre 2013 e il maggio 2016. Il processo, però, è ancora in corso. Inoltre, se da un lato lui sembra confermare l'accusa vantandosi di aver contribuito a eliminare della "spazzatura biologica" in un'intervista che risale al novembre 2016, dall'altro c'è da considerare quanto dice More Kitov, creatore su VKontakte della comunità "Sea of Whales": parlando al sito Lenta.ru, Kitov sostiene che l'amministratore della comunità #f57, cioè Phillip, voleva solo accrescere il numero di membri della propria pagina per attirare pubblicità usando una storia popolare tra i ragazzi e lanciando il mito di Rina. "Questa storia - conclude Snopes - è stata ripresa inspiegabilmente dai giornali mesi dopo, ma rimaniamo non in grado di verificarla". Come mai tutto nasce in Russia? Per capire le origini della storia, può essere utile partire da alcuni fatti. Il primo è che di hashtag associati alle "chat suicide" sui social russi ne appaiono almeno 4mila al giorno, dicono le stime diffuse il 20 gennaio scorso dal Rotsit, il Centro pubblico russo sulle tecnologie internet. Il secondo: il numero di minori che decidono di togliersi la vita in Russia è uno dei più alti al mondo. Con 720 vittime nel 2016, secondo i dati presentati alla Duma: tre volte sopra la media europea. Ma, stando a quanto annota La Stampa, i dati non risultano in aumento per via di questi gruppi online e il tasso di ragazzi che si tolgono la vita è molto più alto nelle città di provincia, poco digitalizzate. Situazione in Italia. A portare il fenomeno all'attenzione del pubblico italiano è stata la trasmissione televisiva Le Iene che ha raccolto le testimonianze di quattro mamme russe di ex "giocatori". Il servizio apre legando al "Blue Whale", presentato come il tremendo gioco social del suicidio, la morte di un giovane livornese: si è ucciso a 15 anni, lanciandosi da un grattacielo. Secondo la Polizia postale non risulta alcun collegamento. Sono, invece, al vaglio circa una cinquantina di casi sospetti in varie regioni. Come ha detto a Repubblica una fonte della Postale, non ci sono prove per stabilire se si tratta di un fenomeno emulativo o se dietro questi episodi ci sia una mente criminale che spinge i giovani al suicidio. Solo l'analisi dei computer dei ragazzi, attualmente in corso, potrà chiarire questi aspetti.  Non è escluso che online ci siano gruppi che istigano all'autolesionismo e al suicidio, nati anche per via del clamore mediatico, per cui è utile prestare attenzione. Ma l'esistenza di un "gioco" strutturato di nome Blue Whale nato in Russia e dietro il quale ci sarebbe, per di più, una mente criminale non è - al momento - verificata.

Blue Whale, tutto quello che c’è da sapere sul gioco del suicidio.

Una storia vecchia torna d’attualità in Italia a seguito del servizio fatto in tv da Le Iene. Più che una vicenda da «Internet cattiva» sembra una «fake news» rimbalzata e fatta rimbalzare i cui effetti rischiano però di diventare reali, scrive Lorenzo Fantoni il 17 maggio 2017 su "Il Corriere della Sera”. 

Cos’è Blue Whale. Dopo il servizio de Le Iene su molte pagine web italiane si è ritornati a parlare del caso «Blue Whale». Con quale grado di correttezza di informazioni cercheremo di scoprirlo con questo servizio. Intanto le basi: con il nome «Blue Whale» si identifica una sorta di assurdo rituale che ha lo scopo di condurre qualcuno, prevalentemente un giovane, debole e depresso, verso il suicidio. Una sorta di gioco online a cui si decide di partecipare volontariamente postando un messaggio con l’hashtag #f57 che porta all’immediato contatto in forma privata con un «master» che sottopone un elenco di prove ben precise. Il master sarebbe in possesso di informazioni personali che in caso di disobbedienza porterebbero a ritorsioni violente sulla famiglia del «giocatore». Le presunte, ma decisamente tutte da confermare, morti dovute a questo assurdo gioco sarebbero oltre 130, con casi che si concentrano in Russia, ma si estendono anche al resto del mondo. A rinvigorire la storia ci sarebbe anche l’arresto di Philiph Budeikin, ragazzo russo che si sarebbe dichiarato colpevole di aver portato al suicidio un numero imprecisato di persone. Il nome Blue Whale si ispira ovviamente alle balene e alla loro pratica di spiaggiarsi e morire senza alcun apparente motivo. Come detto, in questi giorni Blue Whale è sulla bocca di tutti a seguito del programma Le Iene in cui i conduttori dichiaravano di aver fatto luce sulla vicenda. Tuttavia di Blue Whale si parla da almeno un anno, forse di più e la verità è decisamente più complessa di una psicosi da «Internet cattivo» e riguarda più le leggende metropolitane che una presunta setta che incita al suicidio. Oltre a tutto questo, nel 2016 è uscito un film, «Nerve», che per certi versi riprendeva le tematiche di Blue Whale, e si è innescato quindi una sorta di cortocircuito in cui è difficile capire se un caso isolato è diventato leggenda metropolitana, se la leggenda è stata imitata dalla realtà o se è entrata di mezzo anche una strana storia di marketing virale. Ciò che cercheremo di fare in queste schede è gettare una luce su questo fenomeno, dimostrando che si tratta in gran di un caso, quantomeno in partenza, montato su leggende metropolitane che qualcuno ha cercato di rendere vere per puro calcolo personale. L’unica certezza in questi casi è l’incertezza data dalle dinamiche della rete.

Dove nasce la leggenda. Blue Whale galleggia nel mare di storie dell’orrore e leggende metropolitane che vengono narrate e conservate in quegli angoli della rete più inclini a mostrare immagini violente e disturbanti. Di solito vengono chiamate «creepypasta». Il nome è una crasi storpiata “cut and paste”, ovvero l’atto di copiare e incollare un testo per diffonderlo nei forum e «creepy» che in inglese vuol dire «inquietante». Fondamentalmente non sono altro che la versione web, e quindi ancora più esagerata, delle storie del terrore che si raccontano in campeggio. Alcune di esse, col tempo, si sono poi diffuse a tal punto da arrivare al grande pubblico, come nel caso di «Slender Man», e quindi entrare nell’immaginario collettivo e trasformarsi in film dell’orrore, fumetti o videogiochi. Il destino di Blue Whale non è molto diverso. Per iniziare Blue Whale bisognerebbe frequentare forum o gruppi dedicati al suicidio o al gioco, di solito hanno nomi che riguardano le balene, e scrivere un messaggio usando l’hashtag #f57. A quel punto si verrebbe contattati da un «master» che, non si sa bene come, convincerebbe la vittima di essere in possesso di informazioni personali che possono essere usate per far del male alla sua famiglia. Poi il malcapitato deve sottostare a una serie di prove che prevedono l’ascolto o la visione di film e canzoni proposte dal master, ferite autoinflitte o sostare per un po’ di tempo sul bordo di un palazzo molto alto o sui binari di una ferrovia. Ovviamente tutto dev’essere tenuto segreto, pena la morte dei familiari.

Il primo contatto. Blue Whale emerge per la prima volta nel 2016 in un articolo del sito russo Novaya Gazeta a cui si rifanno tutti i siti che ne parlano oggi, che racconta di decine di ragazzi che si sarebbero suicidati nell’arco di sei mesi. L’articolo è perfetto per una condivisione poco attenta ed estremamente virale: le informazioni sono in russo, quindi difficilmente verificabili e contengono un grado di morbosità che ne aumenta le letture, dunque si diffonde a macchia d’olio. Secondo il sito alcuni dei suicidi facevano parte di gruppi su VKontakte, il più diffuso social network russo. Novaya Gazeta parla di almeno otto morti legate a questo gioco, tuttavia una successiva inchiesta di Radio Free Europenon ha trovato riscontri fondati a questa affermazione. I suicidi ci sono stati e VKontakte sarebbe pieno di gente che posta immagini di ferite autoinflitte e chiede di poter giocare a questo gioco, ma paradossalmente sembra tutta una vicenda che si autoalimenta basandosi sulla suggestione. In molti hanno criticato l’articolo di Novaya Gazeta, sia per la mancanza di dati verificabili, sia perché scambia la causa per l’effetto. Stando a quanto dichiarato infatti molti ragazzi si sarebbero ammazzati seguendo i gruppi su VKontakte che trattano l’argomento, ma è molto più plausibile invece che una persona con tendenze suicide segua forum o comunità online che discutono dell’argomento, piuttosto che lo diventi dopo averle seguite. Insomma, varrebbe la stessa regola di qualunque altro interesse: non si diventa pescatori leggendo un forum di pesca, si legge un forum di pesca perché lo si apprezza come sport o passatempo.

Il mito di Rina Palenkova. Internet è piena di gruppi dedicati al suicidio, alcuni cercano di aiutare i proprio iscritti a non commetterlo, altri sono invece luoghi di incontro per chi cerca consigli su come renderlo indolore o persino qualcuno con cui commetterlo. Purtroppo è difficile capire quanto questi luoghi possano rappresentare una risorsa per evitare il suicidio o piuttosto una riserva di caccia per personaggi poco raccomandabili che non vedono l’ora di accanirsi su soggetti vulnerabili. Scorrendo le pagine di questi forum si fa riferimento a Blue Whale, ma più come leggenda metropolitana legata all’articolo di Novaya Gazeta che come movimento organico e organizzato. Di fronte a casi come questo è sempre molto difficile separare mitomani, emulatori e impostori che rimbalzano tra Reddit, Tumblr, social network, forum, catene su Whatsapp. Un modo per comprendere l’assurdità di questa storia è riflettere sulla figura di Rina Palenkova. Col nome di Rina Palenkova si identifica una ragazza che si sarebbe uccisa dopo aver postato una sua foto su VK.com e che avrebbe fatto parte di una specie di culto mai identificato. La sua figura è stata montata e ricondivisa sul social network russo, con tanto di foto scioccanti, video dal sapore esoterico fino a trasformarla in una sorta di oscuro meme del suicidio, perfetto per plagiare persone più deboli e creare sottoculture nocive. Il dubbio che il personaggio di Rina Palenkova sia montato ad arte viene quando nei suoi video notiamo strani simboli che poi si sono rivelati, secondo Meduza, essere il logo di una marca di lingerie.

Gli Arg. Sempre secondo Meduza, a complicare ancora di più la situazione c’è l’uso di Blue Whale e della figura della Palenkova per creare degli ARG, ovvero giochi in realtà alternativa, estremamente criptici che mescolano filmati da decifrare, luoghi reali e messaggi in codice e che tendono a calamitare attorno a sé gruppi di appassionati ansiosi di risolverli. C’è quindi il rischio che in alcuni casi le community legate a questi giochi vengano scambiate per gruppi di persone che promuovevano il suicido e Blue Whale.

Farsi pubblicità. Lenta.ru ha svelato un altro dei motivi per cui in Russia sono nati alcuni gruppi legati al suicidio. More Kitov, creatore della community «Sea of Whales», ha dichiarato che gli amministratori del gruppo non avevano nessuna intenzione di spingere i ragazzi al suicidio, cercavano solo di far decollare le proprie pagine. Anche Filip Lis, amministratore della pagina f57, cercava solo un modo per creare velocemente un gruppo con molti iscritti. Del resto in VKontakte, proprio come su Facebook, le pagine molto seguite hanno un grande valore commerciale. E proprio come nascono pagine fan subito dopo la morte di una persona famosa, così Kitov aveva intercettato questa leggenda metropolitana, ne aveva compreso il valore e aveva utilizzato i simboli di riferimento, comprese foto e documenti che sarebbero appartenuti alla Palenkova, per creare pagine da rivendere a miglior offerente.

I suicidi in Russia. Ma come mai la Russia si è dimostrata un terreno fertile per Blue Whale, tanto da generare imitatori che, forse, ne sono rimasti tanto affascinati da utilizzarla come ispirazione per fare o farsi del male? Innanzitutto un dato importante: secondo i dati ufficiali russi il 62% dei suicidi giovanili avvengono per conflitti con membri della famiglia, amici, insegnanti, insofferenza all’indifferenza altrui o paura di violenza da parte degli adulti. Se analizziamo meglio i dati, il tasso generale di suicidi in questo Paese decresce, ma con una forte impennata di quelli giovanili, con un picco nel 2013 di 461 casi. Questo non vuol dire che Blue Whale si una cosa nata in Russia, ma lì il suo mito ha senza dubbio trovato il terreno di coltura adatto per impiantare delle suggestioni, seppure alimentate da motivazioni spesso più profonde.

Philip Budeikin. Ogni mitologia per alimentarsi ha bisogno di un mito, come Rina Palenkova, ma anche di un cattivo. In questo caso parliamo di Philip Budeikin, un ragazzo arrestato nel 2016 che ha confessato di aver spinto al suicidio persone che riteneva «rifiuti biologici». La sua intervista risale all’anno scorso, il motivo per cui questa notizia sia spuntata fuori oggi come se fosse recente è legato ai meccanismi «virali» dell’informazione moderna che rende importanti avvenimenti dopo molti mesi solo perché un media si accorge improvvisamente che esistono e cerca di sfruttarne la morbosità e la carenza di fonti verificabili per costruirci una bella storia. Budeikin ha dichiarato di aver spinto al suicidio 17 persone e che f57 non ha alcun significato nascosto, sono semplicemente la prima lettera del suo nome e le ultime due del suo numero di telefono. Al momento accertare la veridicità della vicenda e l’eventuale svolgimento di un processo a carico di Budelkin non è facile, ciò che è certo è che la notizia non è di queste ore.

In conclusione. La vicenda Blue Whale è il classico esempio di quanto la cautela sia necessaria nel riportare una notizia presa dal Web, che una volta fatta circolare rischia di trasformarsi in un boomerang (vedi il primo caso di intervento della polizia a Ravenna). Le fonti sono spesso confuse, contraddittorie o volutamente criptiche perché fanno parte di un gioco e di una sottocultura volta a creare un alone di mistero attorno a qualcosa che ha basi molto meno solide di quanto pensiamo, in cui una vera tragedia può confondersi con una foto piena di sangue finto. La parte più surreale della vicenda è come da una leggenda metropolitana si sia passati allo sfruttamento commerciale, rendendo verità un mito di Internet e portando i media di tutta Europa a parlare di un presunta nuova moda tra i giovani. D’altronde le caratteristiche c’erano tutte: disagio giovanile, l’Internet cattiva, notizie difficili da verificare. La verità molto probabilmente è che in Blue Whale c’è molto meno di ciò che siamo portati a credere e che purtroppo la suggestione e l’emulazione giocano un ruolo fondamentale in questi eventi mediatici che esplodo all’improvviso. Ci troviamo di fronte a uno di quei casi in cui il racconto si è fatto verità grazie alla voglia di alcuni di giocare con la mente di persone particolarmente vulnerabili, per questo è importante parlarne con correttezza e senza giungere a facili conclusioni e senza ammantare il fenomeno di un fascino proibito che potrebbe attrare emulatori e malintenzionati. Ormai qualunque cosa può essere o non essere Blue Whale, ma rimane una parola, e le parole hanno potere solo se glielo diamo noi.

Blue Whale, il video di Alici come prima che smonta il servizio de Le Iene, scrive l'8 Giugno 2017 "Libero Quotidiano”. La "Iena" Matteo Viviani, nel primo e ormai celeberrimo servizio dello scorso maggio, ha mostrato a tutti cosa sia il Blue Whale challange, il gioco della "balena blu" che termina con il suicidio di ragazzini ed adolescenti. Nel video si vedevano più casi di ragazzini russi, che si filmavano nei momenti in cui si toglievano la vita. Viviani legava tutto al nuovo assurdo gioco che sta terrorizzando tutti i genitori d'Italia. Ma era la verità? Pare di no: prima le conferme in un'intervista a Il Fatto Quotidiano, dunque un video su canale youtube Alici come prima. Un filmato in cui viene smontato punto per punto il servizio de Le Iene: secondo la teoria del video, la vicenda della Blue Whale sarebbe tutta una roboante "fake news". Il video è molto puntuale: non tutti i casi erano in Russia, così come invece affermava Viviani nei primi secondi del filmato. È bastato risalire alla fonte, il sito Liveleak, per scoprire inoltre che le immagini risalivano a svariati anni fa, molto prima dell'esplosione del fenomeno Blue whale. In più, alcune immagini erano dei veri e propri tarocchi, fotomontaggi di ragazzine, creati probabilmente per ottenere più like. I suicidi mostrati, dunque, non erano affatto legati al nuovo gioco. Restano però le numerose segnalazioni di casi sospetti piovute in Italia nelle ultime settimane.

Speculare sulla paura. "Sono colpitissimo di una notizia di ieri, parla di Blue Whale e del fenomeno di emulazione da parte degli adolescenti", scrive Filomena Fotia il 9 giugno 2017. “Si tratta di stare sul web in modo diverso dagli altri. Noi non ci stiamo urlando, raccontando frottole, bugie. Non è facile, perché non è facile occupare il web da parte della ragionevolezza. Sono colpitissimo di una notizia di ieri, parla di Blue Whale e del fenomeno di emulazione da parte degli adolescenti. Suggerirei a tutti di leggerla e di rendervi contro di quanto sia atroce creare un clima di paura, tensione, per alimentare finte notizie. A forza di gridare al lupo al lupo, accade che qualcuno ci crede… Se ci pensate, in piccolo è quello che accaduto in piazza a Torino durante la partita della Juve”. Lo ha detto Matteo Renzi su Ore Nove.

Blue Whale, gli effetti del servizio fake delle Iene: emulazione, boom di ricerche “suicidi” e finti “curatori”. Il fenomeno della Blue Whale in Italia è esploso il 15 maggio, giorno dopo la messa in onda di un servizio de Le Iene che spacciava per veri video falsi. “Il problema – secondo Carlo Freccero, membro di Vigilanza Rai – è che, quando queste notizie vengono date da media generalisti, diventano vere automaticamente”. Nella video inchiesta di Fanpage.it gli effetti di questo “fake”, scrive il 4 luglio 2017 Giorgio Scura su "Fan Page". "Il fenomeno della Blue Whale in Italia è arrivato grazie un servizio delle Iene". Lo ha detto a Fanpage.it, Carlo Freccero, uno dei massimi esperti di media in Italia e membro della Commissione di Vigilanza Rai. "Le Iene – continua Freccero – hanno preso per buono quanto circolava in rete sul presunto fenomeno della Balena Blu. Il web però ha subito sviluppato il suo antidoto e i debunker hanno dimostrato che i video dei presunti suicidi legati alla Balena Blu, che hanno dato al servizio enorme forza, erano falsi". "Il problema – aggiunge l'ex direttore di RaiDue e di palinsesti Mediaset – è che, quando queste notizie vengono date da media generalisti, diventano vere automaticamente. Il fatto poi che abbiano un'audience fortissima spinge i giornali ad accodarsi". Perfino l'autorevole Der Spiegel arriva a pubblicare dentro un documentario gli stessi video (falsi) delle Iene accostandoli alla Blue Whale. Il fenomeno Blue Whale nasce così. Per dimostrare quanto detto basta guardare i dati di ricerca di Google: ebbene prima del 15 maggio (il servizio delle Iene è andato in onda la sera del 14 maggio), praticamente nessuno manifestava un qualsiasi tipo di interesse verso questo gioco. Il 15 maggio, improvvisamente, l'indice esplode, arrivando a 100, massima quota di crescita di una "parola chiave". Insomma la "notizia", supportata da video falsi spacciati per veri, diventa virale. Tutti alla scoperta di questo strano "gioco del suicidio". Ma che effetti avrà avuto quest'ondata mediatica, basata su documenti falsi per stessa ammissione nell'autore del servizio Matteo Viviani, sugli adolescenti on-line? Un reporter di Fanpage.it si è finto una ragazzina interessata a voler partecipare al gioco: volevamo capire quanto l'ondata mediatica avesse messo in moto realmente il perverso gioco di cui nessuno in Italia conosceva l'esistenza, prima del servizio di Italia Uno. I risultati sono stati inquietanti: immediatamente, su Twitter, siamo stati intercettati da un sedicente "curatore", colui che dovrebbe gestire i cosiddetti Gruppi della Morte, all'interno dei quali si gioca alla Blue Whale, che ha iniziato via chat a introdurci in questo assurdo gioco, fino a minacciare i nostri cari se a un certo punto ci fossimo voluti ritirare dal gioco. I dati del profilo di questo curatore, che è stato disattivato poco dopo la chat che vi raccontiamo, sono stati trasmessi alla Polizia Postale. Ancora più inquietanti i contatti che sono giunti al nostro reporter quando si è finto curatore. Siamo stati contattati da decine di utenti che chiedevano, in un caso imploravano, aiuto per togliersi la vita. Fanpage.it non è potuta risalire a chi si celava dietro ogni singolo profilo, non sappiamo quindi se dietro di questi ci fossero adolescenti in grave crisi oppure dei burloni, altri giornalisti o poliziotti oppure adulti malintenzionati e desiderosi di stringere rapporti con minorenni. Quello spetterà alle forze dell'ordine alle quali abbiamo girato il materiale raccolto. Abbiamo però toccato con mano come, solo a partire dal 15 maggio, data del servizio de Le Iene, in Italia compaiono i profili di questi "curatori" e gli hashtag sotto cui inizia il gioco che poi prosegue in chat private dove entrano adolescenti con istinti suicidi, cyberbulli, pedofili e perdigiorno. E quello che accade lì dentro può diventare davvero pericoloso. Purtroppo, però, non è finita qui. Come dice Marco Cervellini, portavoce della Polizia Postale, il problema di questa tempesta mediatica è stato l'immediato effetto emulazione che ha creato un'ondata casi reali di cronaca in cui ragazzini hanno realmente messo in pratica questo gioco che, va ripetuto ancora una volta, prima del 15 maggio in Italia non esisteva. Qui alcuni casi: Senigallia, Ravenna, Pescara, Milano, Roma, Moncalieri, Fiumicino, Palermo, Catania. La nota positiva, in questo viaggio nell'inferno virtuale dei nostri ragazzi, è che abbiamo trovato anche delle "sentinelle". Si tratta di persone che, da quando è scoppiato il fenomeno in Italia, grazie ai video fake de Le Iene, si sono messe online per cercare di intercettare adolescenti in difficoltà per dare loro supporto. Tra loro anche una mamma di 35 anni, che chiede che venga rispettato l'anonimato, e che a Fanpage.it ha raccontato: "Sto provando ad aiutare questi ragazzi contattandoli su Twitter. Sono entrata in contatto con una ragazza che si autolesionava, ho contattato anche la mamma. Ho il terrore che qualcosa di brutto possa capitare loro".

Blue Whale, Matteo Viviani: «Falsi i video del servizio delle Iene», scrive Mercoledì 7 Giugno 2017 "Il Messaggero". Blue Whale, dopo il servizio denuncia de Le Iene non si parla d'altro: il drammatico gioco virale, diffuso tra gli adolescenti, che li spingerebbe a fare prove estreme fino a suicidarsi. La Iena Matteo Viviani aveva raccontato dei pericoli di questo gioco documentadoli con video e interviste delle mamme russe, perché proprio la Russia avrebbe dato origine a questo fenomeno. Oggi però, Selvaggia Lucarelli, con un articolo su Il Fatto Quotidiano, mostra qualcosa di inaspettato sul servizio mandato in onda su Italia Uno, perché secondo lei, come avave anche anticipato sulla sua pagina Facebook, il Blue Whale "puzzava di bruciato". La Iena Viviani nell'intervista ammette che le conversazioni con le mamme russe che avevano appena perso i figli e i video dei suicidi sono false. «Me li ha girati una tv russa su una chiavetta e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche, ma erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio». Il servizio è diventato però virale, e come spesso accade l'emulazione è la prima fonte del problema, ma Viviani si è detto sereno: «Ieri sono andato in una classe e ho chiesto quanti conoscessero il Blue Whale prima del mio servizio. La metà degli alunni ha alzato la mano. Noi adulti ignoriamo parte del web, specie quella popolata dai giovanissimi. La polizia ha salvato una ragazzina che era quasi al cinquantesimo (e ultimo) giorno del gioco, quindi aveva iniziato prima della puntata». Molti sono stati i ragazzi salvati da questo gioco dalla polizia, e la iena respinge le accuse di aver innescato un meccanismo di emulazione con il suo servizio: «Non posso praticare l'omertà su un argomento e se ho contribuito a salvare anche una sola persona, il mio è stato un lavoro prezioso».

Blue Whale, parla Matteo Viviani de Le Iene: “Sì, i video russi sono falsi ma il pericolo c’è”. Parla l’autore delle “Iene” che ha raccontato il gioco del suicidio. Prima del servizio zero casi, dopo forse sì. Soltanto emulazione? Scrive Selvaggia Lucarelli il 7 giugno 2017 su "Il Fatto Quotidiano". “Sai che sul web in molti definiscono il tuo servizio sul Blue Whale la nuova bufala de Le Iene, paragonandolo al caso stamina? “Ma per favore. La gente guarda il dito anziché la luna”. Matteo Viviani si difende con le unghie dalle accuse che molti giornali e siti gli hanno mosso negli ultimi giorni: aver parlato di suicidi giovanili legati al web in maniera imprecisa, senza prove, con video falsi e con un sensazionalismo pericoloso per via dei rischi di emulazione. Il 14 maggio Viviani ha svelato in un servizio di grande impatto emotivo il fenomeno del Blue Whale: una sorta di gioco psicologico che attraverso il superamento di 50 prove in 50 giorni istigherebbe gli adolescenti al suicidio. Si inizia con l’autolesionismo (tagli su pancia e braccia), per poi passare alla visione di film horror fino a buttarsi dal palazzo più alto della città il cinquantesimo giorno (possibilmente ripresi da una videocamera). Nato in Russia, dove tale Phillip Budeikin è stato arrestato perché accusato di essere l’inventore del gioco e di aver istigato alcuni ragazzi al suicidio, il fenomeno, secondo Viviani, si starebbe espandendo ovunque, Italia compresa. Il servizio di Viviani era confezionato con maestria: un inizio d’effetto con le immagini di adolescenti in cima a palazzi che non esitano a lanciarsi e corpi schiantati. Viviani intervistava poi due mamme russe le cui due figlie si sarebbero suicidate per questo gioco. La sera in cui il servizio è andato in onda, sul web c’è stata una reazione forte. Da quel momento, caso strano, sono cominciati casi su casi di Blue Whale in Italia.

Matteo, perché quei video bufala?

«Me li ha girati una tv russa su una chiavetta e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche, ma erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio».

Erano sconvolgenti, ma erano un falso.

«Era solo il punto di partenza, cambiava qualcosa se mettevo un voice over di 4 secondi in cui dicevo che quei video non erano collegati al Blue whale?»

Direi di sì. Come documentato dal sito “Valigia blu” nessuno in Italia prima del 14 maggio cercava “Blue Whale” su Google e dopo c’è stato un picco di ricerche. Non hai paura di aver diffuso tu il fenomeno?

«Ieri sono andato in una classe e ho chiesto quanti conoscessero il Blue Whale prima del mio servizio. La metà degli alunni ha alzato la mano. Noi adulti ignoriamo parte del web, specie quella popolata dai giovanissimi».

Come mai la polizia ha cominciato a sventare suicidi legati a Blue Whale solo dopo il tuo servizio?

«La polizia ha salvato una ragazzina che era quasi al cinquantesimo giorno del gioco, quindi aveva iniziato prima…»

Di dov’è questa ragazzina?

«Non si può dire per una ragione di privacy.

Leggo altri casi di interventi della polizia tutti successivi al servizio. E prima?

«La polizia non aveva mai sentito parlare di Blue Whale».

Sai che il ragazzino di Livorno citato nel tuo servizio, secondo le indagini, non si è suicidato per il Blue Whale?

«Ma noi abbiamo premesso che il legame col Blue Whale era la versione del suo amico e che era solo il punto di partenza del servizio».

Un punto di partenza falso.

«In Russia i suicidi ci sono stati, in Ucraina ne sono stati accertati 4. Lo dice la polizia».

In Russia l’arrestato per il Blue Whale era collegato a una sola istigazione al suicidio delle 130 che gli erano state contestate.

«È difficile fare indagini quando i server sono sparsi nel mondo e si utilizza Tor per navigare…»

Però non si può spacciare un sospetto per una notizia.

«La polizia italiana ha confermato l’esistenza di un allarme sociale e mi ha ringraziato per l’attenzione che ho portato sul fenomeno».

Non ti sei posto il problema di aver innescato tu l’emulazione?

«Allora non dobbiamo dare più notizie neppure sul bullismo o sul femminicidio?»

L’emulazione nel campo dei suicidi giovanili è un fenomeno accertato.

«Non posso praticare l’omertà su un argomento e se ho contribuito a salvare anche una sola persona, il mio è stato un lavoro prezioso».

L’Oms ha fornito regole ai media su come trattare l’argomento suicidio giovanile per evitare il rischio emulazione. Punto primo: evitare il sensazionalismo. Ma quei finti video di suicidi erano sensazionalismo puro.

«Le Iene hanno questo tipo di narrazione. Ti potrei mostrare tanti altri servizi confezionati così, scegliamo di raccontare la verità in modo crudo. Abbiamo eliminato immagini trovate sul web di tagli sul corpo mostruosi».

L’autolesionismo è sempre esistito, anche se non si chiamava Blue Whale.

Mica giochi al Blue Whale solo se ti suicidi.

È lo scopo, in teoria, altrimenti si parlerebbe di gioco che istiga.

«Cercare le debolezze nel servizio o certi titoli tipo “Le Iene incastrate nella loro falsità dal web” abbassano l’allerta su questo fenomeno che, secondo me, è anche più grave di come l’ho raccontato».

Sarà. Però la sensazione è che si sia passati da “Le iene portano bene” a (in questo caso) “Le iene non ne escono bene”.

“Le Iene” torna a parlare di Blue Whale. Persone che affrontano seriamente il tema del suicidio giovanile, scrive il 9.10.17 3 Paolo Attivissimo su Disinformatico. Se non leggi altro, leggi almeno questo: non è vero che se non finisci il Blue Whale Challenge uccideranno i tuoi genitori; quelli che si spacciano per “curatori” sono solo dei bulli malati che vogliono fregarti. Puoi batterli con un clic: bloccali. Le Iene vogliono spaventarti con il Blue Whale per fare soldi. Non farti fregare: spegni la TV. Se sei finito nel Blue Whale o in qualche “sfida” simile, o conosci qualcuno che ci è finito, parlane con gli amici, con i genitori, con un docente. Troverai aiuto. Nella puntata andata in onda domenica sera su Italia 1 , il programma Le Iene è tornato a parlare del cosiddetto Blue Whale Challenge (BWC): una sfida online che spingerebbe tantissimi giovani al suicidio tramite le istruzioni fornite via Internet da un cosiddetto “curatore”.

Riassumo le puntate precedenti della vicenda: Le Iene aveva già parlato del BWC il 14 maggio scorso, suggerendo che questa sfida avesse già fatto vittime in Italia e creando così un panico mediatico enorme nel paese ma generando anche molte proteste e critiche (per esempio Valigia Blu) per la carenza di prove e il sensazionalismo esasperato. Andrea Rossi di Alici Come Prima aveva poi dimostrato (video) che i video di suicidi mostrati in maniera così drammatica da Le Iene erano falsi: non si riferivano affatto al Blue Whale Challenge. Il 7 giugno, Matteo Viviani (de Le Iene) aveva poi ammesso sul Fatto Quotidiano che non aveva verificato la provenienza di quei video: una leggerezza assolutamente imperdonabile, specialmente su un tema delicatissimo come il suicidio giovanile. Dopo qualche giorno di clamore, tutti i media italiani hanno smesso di parlare di Blue Whale, come ha notato Wired.it (“Che fine ha fatto Blue Whale?”, 29 settembre). La paventata ondata di suicidi che sarebbero stati istigati in Italia da questa sfida non c’è stata. Il ritorno de Le Iene sull’argomento domenica sera è stato molto meno sensazionalista rispetto alla prima puntata: ha presentato documentazioni e interviste ad autorità in mezzo mondo, dando l’impressione di dimostrare di aver avuto ragione. Ma guardando il nuovo servizio con attenzione emerge che in realtà la redazione del programma ha tentato furbescamente di spostare i paletti della discussione per scagionarsi, attribuendo ai suoi critici cose che non hanno mai detto o scritto.

Primo paletto spostato: Matteo Viviani sostiene ripetutamente che chi ha criticato il primo servizio de Le Ienesul BWC avrebbe detto che questa sfida non esiste ed è una bufala. È falso: i critici (me compreso) in realtà hanno detto che il concetto di BWC esiste, che i suicidi giovanili esistono e in particolare in Russia sono molto numerosi, ma mancano prove ufficiali che colleghino BWC e suicidi, specialmente in Italia (BBC; The Globe and Mail; Il Post). In particolare, i 130 casi di suicidio giovanile in Russia citati da molti giornali di tutto il mondo non sono affatto collegati specificamente al BWC. Inoltre Blue Whale Challenge è semplicemente una delle tante sigle usate nei gruppi online dedicati al suicidio; è quella, fra le tante, che i giornalisti hanno preso e pompato. Concentrarsi su una sola sigla invece di occuparsi del problema dei suicidi e degli istigatori online è solo sciacallaggio ingannevole; è come parlare di incidenti stradali raccontando solo quelli causati dalle Peugeot arancioni. Mi verrebbe da dire che è pigrizia giornalistica, ma Le Iene non è un programma giornalistico, è un varietà. Insomma, i critici non hanno detto che il BWC è una bufala: hanno invece detto che parlarne in maniera sensazionalista e irresponsabile come aveva fatto Le Iene avrebbe ispirato emulatori e avrebbe reso reale un fenomeno che forse inizialmente era solo un meme e un mito di paura come Slenderman. Chi, come me, va spesso nelle scuole a parlare di informatica agli studenti e ha figli in età scolare sa benissimo che se ne mormorava ben prima del primo intervento de Le Iene: ma abbiamo preferito parlarne responsabilmente, caso per caso, invece di ingigantire il problema, creare falsi allarmi e seminare il panico. 

Secondo paletto spostato: nel nuovo servizio, Viviani chiede ripetutamente agli esperti e inquirenti intervistati se sia giusto o no parlare pubblicamente del Blue Whale Challenge e tutti gli rispondono che se ne deve assolutamente parlare. Questo sembra dare ragione a Le Iene per averne parlato. Ma è falso che i critici abbiano detto che non se ne deve parlare: hanno detto invece che è importantissimo come se ne parla. Non si parla di suicidio giovanile fra un frizzo e un lazzo e una pubblicità in un programma di varietà come Le Iene. Non si mostrano video di suicidi (oltretutto falsi). Non si mette la musica struggente. Non si spaccia un dramma di famiglia per un caso italiano di Blue Whale intervistando e imbeccando un bambino. Se ne parla al telegiornale e nei programmi di approfondimento giornalistico serio; se ne parla nelle scuole con i docenti e con gli esperti della polizia; si rispettano le linee guida sviluppate dall’OMS per non peggiorare il problema. La cosa assurda è che Matteo Viviani si contraddice e si sbufala da solo quando tenta di dimostrare che l’allerta Blue Whale è un problema serio mostrando come è stato gestito negli altri paesi: tramite le autorità, i telegiornali, i programmi TV giornalistici, le forze di polizia, gli psicologi e i docenti, andando anche nelle scuole a fare prevenzione e informazione competente, responsabile e sensibile. Appunto: se è un problema serio, e il suicidio giovanile lo è, non lo si tratta mandando in TV uno vestito di nero col cravattino e la barba di tre giorni a mostrare video farlocchi fra una battutina e l’altra.

Visto che questa nuova sparata de Le Iene probabilmente risolleverà la questione Blue Whale, segnalo alcuni link con le informazioni di base sulla vicenda, utili per discuterne per esempio in famiglia o in classe:

– I consigli della Polizia Postale per gestire questo allarme, che la Polizia non conferma (usa parole come “eventuale”, “sembrerebbe”). La pagina risale al 22 maggio 2017; ho linkato la versione su Archive.org perché il sito della Polizia Postale in questo momento sembra sovraccarico, e aggiungo una copia su Archive.is.

– L’indagine di Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania, maggio 2017: “delle oltre 40 segnalazioni su cui sta indagando la Polizia Postale, al momento nessuna sembra essere connessa al fenomeno del Blue Whale...Attraverso il processo di cassa di risonanza dei social media – alimentato pesantemente dai mass media – un fenomeno controverso si sta trasformando in una realtà fattuale giocando sulla paura delle persone”.

– L’indagine del celebre sito antibufala Snopes, che classifica il Blue Whale Challenge come “non dimostrato“e ne ricostruisce le origini in Russia.

– L’indagine di Know Your Meme, che definisce il BWC “leggenda metropolitana” notando che “nonostante si asserisca che oltre 100 suicidi di adolescenti siano collegati” a questa sfida “non sono state trovate prove dirette”.

– La ricerca di Sofia Lincos Blue Whale: storia di una psicosi.

– La ricerca di David Puente.

– La ricerca di Bufale un tanto al chilo.

– Le raccomandazioni dello UK Safer Internet Centre, che definisce il BWC “una falsa notizia sensazionalizzata”.

– Il mio articolo di maggio 2017, che contiene molti rimandi a fonti, indagini e linee guida per parlare correttamente di un dramma che è molto reale e non va assolutamente ridotto a una sigla.

Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata una bufala, Matteo Viviani spiega, scrive il 9 ottobre 2017 Maximo su Tutto uomini. Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata un bufala, Matteo Viviani spiega. Matteo Viviani nell’ultima puntata de Le Iene torna a parlare del gioco macabro chiamato Blue Whale e delle sue tremendo 50 regole. E precisa che solo l’Italia, e i suoi giornali online, l’hanno considerata una bufala. Ma la Blue Whale bufala […] Blue Whale a Le Iene solo l’Italia l’ha considerata un bufala, Matteo Viviani spiega. Matteo Viviani nell’ultima puntata de Le Iene torna a parlare del gioco macabro chiamato Blue Whale e delle sue tremendo 50 regole. E precisa che solo l’Italia, e i suoi giornali online, l’hanno considerata una bufala. Ma la Blue Whale bufala non è e bisogna parlarne per arginare il più possibile il problema. La Blue Whale non è una bufala, ha spiegato Matteo Viviani andando ad intervistare organizzazioni a difesa dei minori, ragazzi coinvolti in giro per il mondo, tra Spagna, Francia, Argentina, Albania e Russia. Solo i giornali italiani hanno fatto passare il fenomeno come fake, compreso l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi che in un video trasmesso da Le Iene dice chiaramente che non bisogna creare allarmismi inutili. In realtà la Blue Whale è allarmante perchè porta al suicidio bambini e adolescenti sfruttando le loro fragilità psicologiche. In pratica la redazione de Le Iene è stata accusata di aver montato tutto ad arte e di aver anche ingaggiato attori professionisti per realizzare interviste false. Matteo Viviani precisa che tutto questo è follia!

BLUE WHALE, IL SERVIZIO DELLE IENE PER RISPONDERE ALLE ACCUSE DI FAKE NEWS, scrive Giornalettismo il 09.10.2017.  Le Iene, nel corso della puntata di ieri, hanno mandato in onda un servizio per rispondere alle accuse di fake news. Il caso era scoppiato lo scorso 14 maggio, con il racconto della Blue Whale, la ‘balena blue’, macabro gioco diffuso tra adolescenti in rete, che consiste in una lunga serie di regole che i ragazzi cominciano a seguire fino a farsi del male, fino a togliersi la vita. L’inchiesta firmata da Matteo Viviani aveva suscitato grande stupore, e tanta preoccupazione o allarme tra i genitori, ma aveva anche sollevato interrogativi sulla reale portata del fenomeno descritto. Alcuni giorni dopo siti web e pagine dei social network avevano poi dimostrato come i filmati di suicidi contenuti nel servizio delle Iene fossero in realtà dei fake o comunque non avessero nulla a che fare con la tabella delle terribili 50 regole da seguire in 50 giorni. Il servizio delle Iene che oggi risponde alle accuse di bufala è un lungo reportage di 35 minuti che racconta un giro del mondo di Viviani effettuato per capire come i Paesi vicini e lontani dall’Italia abbiano affrontato il fenomeno Blue Whale. L’inviato mette in fila tutti gli articoli sulla ‘balena blu’ che erano stati pubblicati prima dell’inchiesta delle Iene e riporta degli allarmi che sono stati lanciati anche negli ultimi mesi da associazioni e forze dell’ordine italiane e straniere incaricate di raccogliere testimonianze e denunce. Si parla degli articoli giornalistici sulla Blue Whale pubblicati nel nostro Paese già a marzo, dei video caricati in quegli stessi giorni su YouTube e di alcune segnalazioni ricevute via mail dalla redazione. Nel servizio anche un’intervista ai responsabili dell’associazione francese E-enfant. Ma si parla anche dei casi di Portogallo, Spagna, Albania, Russia, Sudamerica. «I Paesi vicino a noi da subito hanno preso seriamente in considerazione l’alta rischiosità di questo fenomeno», è il messaggio delle Iene. Il pubblico sembra comunque essere ancora diviso sul servizio fornito dalle Iene. In un’intervista rilasciata a Selvaggia Lucarelli per Il Fatto Quotidiano a inizio giugno Viviani ammetteva che i video dei suicidi pubblicati erano falsi. Oggi l’intervistatrice dopo l’ultimo video sulla Blue Whale commenta: «In pratica il modo di discolparsi dai video fake de Le Iene è dire ‘La cazzata non l’abbiamo detta solo noi’». Ma i pareri differenti spuntano soprattutto sui social, e in particolare nelle risposte ai tweet delle Iene. «Questo è servizio pubblico e soprattutto una risposta alle malelingue che cercano soltanto di infangarvi», ha scritto qualcuno. «Adesso vediamo cosa si inventa il web per screditare il servizio…», ha aggiunto un altro. Poi c’è chi considera ancora il vecchio reportage un esempio di cattiva informazione: «Ma basta con queste putt…! Non vi è bastato trasmettere quella boiata raccogliticcia a maggio? Perseverate ancora? Ma finitela».

Come il mondo affronta la blue whale: Matteo Viviani raccoglie documenti e testimonianze, scrive Filomena Procopio il 9 ottobre 2017 su "Ultime Notizie Flash". Quando per la prima volta, nel mese di marzo scorso, a Le Iene si è parlato del fenomeno Blue Whale, le critiche non sono mancate. Lo ricorda anche Matteo Viviani nel servizio in onda nella puntata de Le Iene dedicata proprio a questo argomento. La Iena era stata criticata per una leggerezza nel raccogliere dati e informazioni su questo fenomeno e molti avevano puntato il dito contro il programma di Italia 1. L’accusa era semplice: prima che se ne parlasse in tv, nessuno in Italia, era a conoscenza di questo fenomeno e la cosa strana è che i casi di sospetta blue whale, si verificarono proprio a cavallo tra marzo e giugno, i mesi nei quali anche altri programmi tv si occuparono della questione. E’ abbastanza chiaro che ci fu un picco di ricerche sui social e sui motori di ricerca in quel periodo perchè molte persone non conoscevano il fenomeno. E’ anche chiaro che il fenomeno esisteva ma che alla base di esso, c’era appunto il silenzio di chi iniziava a giocare, e l’omertà di chi sapeva ma aveva paura di parlare. In ogni caso Matteo Viviani aveva promesso che si sarebbe tornato a parlare di questo fenomeno per fare chiarezza, per cercare risposte ed è iniziato quindi in estate il suo giro del mondo per andare a caccia di documenti, testimonianze, informazioni. Tutto verificato questa volta, tutto a prova di accuse e di smentite. Come il mondo affronta la blue whale: è questo il titolo del servizio che Le Iene hanno mandato in onda nella puntata dell’8 ottobre 2017 con particolare attenzione, questa volta, anche ai minori. Oggi infatti il video del servizio è stato pubblicato sul sito ufficiale del programma ma occorre verificare i proprio dati per vederlo (non dovrebbe essere accessibile ai minori anche se sappiamo che non è difficile entrare in un sito on line senza verificare la nostra reale età, basti pensare a Facebook). Detto questo, Viviani, ha deciso di fare il giro del mondo per raccogliere testimonianze e storie sulla blue whale. E lo ha fatto intervistando genitori di ragazzini morti a causa di questo gioco, dagli Stati Uniti all’America Latina passando per l’Asia. Ogni luogo affronta in modo diverso questo fenomeno, soprattutto facendo prevenzione. Ma in molti casi non basta. Matteo Viviani, come potrete vedere nel servizio e nel video alla fine del nostro post, ha cercato di capire come il mondo affronta la Blue Whale e anche come tutto questo viene percepito in Italia. 

Blue Whale: caso sospetto a Siracusa La Polizia «salva» un minorenne. I familiari avevano notato dei comportamenti strani da parte del minorenne e si sono rivolti al commissariato di Polizia di Pachino. Quando sono intervenuti gli agenti, coordinati dalla procura di Siracusa, il ragazzo aveva effettuato le prime due prove, scrive Alessio Ribaudo il 6 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Avevano notato comportamenti così strani e improvvisamente aggressivi del proprio figlio. I genitori si erano confrontati con i nonni e la sensazione combaciava. Quindi, la conferma è arrivata dal ritrovamento in casa di uno scritto in cui il minorenne manifestava una sua profonda sofferenza esistenziale e dai risvegli inusuali in piena notte del ragazzo. Una tale irrequietezza che i familiari non hanno avuto dubbi e si sono rivolti agli agenti del Commissariato di Pachino, nel Siracusano, che sono subito intervenuti. Le indagini hanno messo in luce come il minore, avrebbe iniziato il percorso del blue whale. Un assurdo rituale — ispirato alle balene (whale in inglese) e al loro spiaggiarsi e morire senza alcun apparente motivo — che prevederebbe una serie di prove autolesionistiche che potrebbero culminare nel suicidio. In particolare i poliziotti hanno accertato che il ragazzo, forse a causa di una crisi di identità e di una delusione amorosa, aveva già attuato le prime due prove del gioco: incidersi con una lametta il disegno di una balena su un braccio e svegliarsi in piena notte per seguire, su un canale YouTube, video con contenuti psichedelici e horror. Una sequenza interrotta dagli inquirenti e dalla procura che, adesso, ha disposto che il ragazzo sia supportato da una psicologa.

Blue whale, ecco tutte le 50 regole del "gioco" dell'orrore. Il "gioco" dell'orrore ha già ucciso 157 adolescenti in Russia. La Blue whale, che letteralmente significa balena blu, dura 50 giorni e ha regole ben precise, scrive Anna Rossi, Lunedì 15/05/2017, su "Il Giornale". Dopo il servizio de Le Iene sulla Blue whale andato in onda ieri sera, Google e i siti d'informazione sono stati presi d'assalto per saperne di più su questo "gioco" dell'orrore. Oltre ad avere maggiori dettagli su questo macabro rituale, il pubblico ha iniziato a cercare quali sono le 50 regole del "gioco". Il blog Higgypop, dopo aver trovato sul social Reddit le regole della Blue whale, è entrato in contatto con un curatore (il tutore che dà le regole agli adolescenti che decidono di giocare alla Blue whale, ndr). Ecco le regole del "gioco" mortale:

1- Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore;

2 - Alzatevi alle 4.20 del mattino e guardate video psichedelici e dell'orrore che il curatore vi invia direttamente;

3 - Tagliatevi il braccio con un rasoio lungo le vene, ma non tagli troppo profondi. Solo tre tagli, poi inviate la foto al curatore;

4 - Disegnate una balena su un pezzo di carta e inviate una foto al curatore;

5 - Se siete pronti a "diventare una balena" incidetevi "yes" su una gamba. Se non lo siete tagliatevi molte volte. Dovete punirvi;

6 - Sfida misteriosa;

7 - Incidetevi sulla mano con il rasoio "f57" e inviate una foto al curatore;

8 - Scrivete "#i_am_whale" nel vostro status di VKontakte (VKontakte è il Facebook russo, ndr);

9 - Dovete superare la vostra paura;

10 - Dovete svegliarvi alle 4.20 del mattino e andare sul tetto di un palazzo altissimo;

11 - Incidetevi con il rasoio una balena sulla mano e inviate la foto al curatore;

12 - Guardate video psichedelici e dell'orrore tutto il giorno;

13 - Ascoltate la musica che vi inviano i curatori;

14 - Tagliatevi il labbro;

15 - Passate un ago sulla vostra mano più volte;

16 - Procuratevi del dolore, fatevi del male;

17 - Andate sul tetto del palazzo più alto e state sul cornicione per un po' di tempo;

18 - Andate su un ponte e state sul bordo;

19 - Salite su una gru o almeno cercate di farlo;

20 - Il curatore controlla se siete affidabili;

21 - Abbiate una conversazione "con una balena" (con un altro giocatore come voi o con un curatore) su Skype;

22 - Andate su un tetto e sedetevi sul bordo con le gambe a penzoloni;

23 - Un'altra sfida misteriosa;

24 - Compito segreto;

25 - Abbiate un incontro con una "balena";

26 - Il curatore vi dirà la data della vostra morte e voi dovrete accettarla;

27 - Alzatevi alle 4.20 del mattino e andate a visitare i binari di una stazione ferroviaria;

28 - non parlate con nessuno per tutto il giorno;

29 - Fate un vocale dove dite che siete una balena;

dalla 30 alla 49 - Ogni giorno svegliatevi alle 4. 20 del mattino, guardate i video horror, ascoltate la musica che il curatore vi mandi, fatevi un taglio sul corpo al giorno, parlate a "una balena";

50 - Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita.

IL MISTERO DELLE SUPERNOTES. I 100 DOLLARI FALSI…MA BUONI.

Supernotes, la misteriosa storia delle banconote da 100 dollari false ma… buone. La vicenda dei supenotes, biglietti da cento dollari stampati con gli stessi cliché utilizzati dal governo americano, è degna delle migliori spy story. Le banconote con la faccia di Benjamin Franklin sono quelle con il valore più alto ma anche le più diffuse fuori dagli Stati Uniti. E da almeno trent’anni il Dipartimento del Tesoro americano dà la caccia a questi esemplari praticamente perfetti, scrive il 25 novembre 2016 Mirko Bellis su "FanPage". La diffusione dei supernotes o superdollari risale all'epoca di Reza Pahlavi, lo Scià di Persia. In quegli anni, Washington aveva concesso a Teheran il privilegio di stampare dollari e per questo aveva consegnato all'Iran alcuni clichè (le matrici con le quali si "producono" i soldi) e numeri di serie. Il cambio di regime dopo la rivoluzione di Khomeini nel 1979, però, mandò all'aria i piani americani e a Teheran avrebbero continuato a stampare le banconote americane con lo scopo di minare la fiducia internazionale verso il biglietto verde. Da allora, gli agenti segreti americani sono sguinzagliati in tutto il mondo alla ricerca dei superdollari. La scoperta dei primi biglietti contraffatti fu fatta nel lontano 1989 in una banca a Manila, nelle Filippine. Secondo altre versioni, invece, il primo esemplare di supernote risale al 1990 (numero di serie 14342) in Medio Oriente, precisamente in Libano nella valle della Bekaa, al confine siriano. Presto la diffusione del biglietto da cento dollari contraffatto si espande in tutto il mondo. Nel 2006, Michael Merritt, un ufficiale del servizio segreto degli Stati Uniti, consegnò al Senato il frutto delle sue indagini e, già dieci anni fa, il traffico dei supernotes coinvolgeva più di centotrenta Paesi. Una relazione del Congresso degli Stati Uniti del 2009 incolpò direttamente il governo della Corea del Nord di essere dietro la stampa dei superdollari. Le banconote contraffate – secondo le informazioni contenute nel dossier – sarebbero servite al regime comunista per finanziare operazioni all'estero e l’importazione di prodotti. Nonostante Pyongyang abbia sempre negato questo tipo di accuse, per gli Stati Uniti sono state individuati almeno quarantacinque milioni di supernotes stampati dalla Corea del Nord. Per gli 007 americani, la produzione delle banconote da cento dollari da parte dei nordcoreani iniziò nel 1998; il Banco Delta Asia (Bda) di Macao, in Cina, aveva invece il compito di riciclare i profitti generati dalla falsificazione. Washington stimava che il Paese asiatico avesse guadagnato dai quindici ai venticinque milioni di dollari all'anno con i supernotes. Per cercare di contrastare il fenomeno, nel 2007, il Tesoro americano inserì il Banco Delta Asia nella lista nera con la proibizione di eseguire operazioni in dollari. E il Washington Post in un’inchiesta del 2009 scoprì che un generale nordcoreano, O Kuk-Ryoll, era la figura chiave nella contraffazione delle banconote americane. Secondo le fonti anonime dei servizi segreti riportate nell'articolo, esisterebbero diciannove versioni di supernote. La loro produzione avverrebbe in una stamperia a Pyongsong (a soli trenta chilometri dalla capitale) controllata direttamente dal partito comunista nordcoreano di cui, ancora adesso, il generale O Kuk-Ryol rimane un potente esponente.

Altre versioni, però, smentiscono che la Corea del Nord sia il responsabile della diffusione dei supernotes in quanto lo ritengono un Paese privo della tecnologia necessaria per falsificare i dollari.  Al contrario, per alcuni esperti nella fabbricazione di banconote, sarebbe la stessa Cia a stampare i biglietti. Ovviamente siamo nel campo delle ipotesi, ma, come ha scritto il giornalista tedesco Klaus W. Bender del Frankfurter Allgemeine in The Mystery of the Supernotes, questi dollari servirebbero a finanziare le operazioni clandestine della Cia nelle aree di crisi evitando così il controllo del Congresso degli Stati Uniti. Come dimostra anche la vicenda del nostro connazionale Vincenzo Fenili, un ex agente segreto rinchiuso per 373 giorni in un lager in Cambogia, l’ambasciata della Corea del Nord nella capitale cambogiana nasconderebbe diversi bancali carichi di dollari “veri, ma falsi”.  Secondo quanto raccontato da Fenili nel libro Supernotes di Luigi Carletti e anche in un servizio mandato in onda dalle Iene, la Cia si servirebbe proprio del regime nordcoreano per produrre i supernotes.

Gli Usa hanno comunque cercato di porre rimedio alla circolazione di queste banconote contraffate. Nell'ottobre del 2013, la Federal Reserve annunciò l’emissione di un nuovo biglietto da cento dollari. Per rendere la vita più difficile ai falsificatori furono introdotte una serie di misure hi tech, tra cui una banda tridimensionale blu e una campana disegnata dentro un calamaio. Ma sembra che tutti questi sforzi non siano riusciti ad impedire la diffusione dei supernotes. Il 16 dicembre del 2015, all'aeroporto di Linate, un antiquario italiano è stato scoperto in possesso di due esemplari di supernotes. E lo stesso agente Kasper – il nome sotto copertura di Fenili – a riprova del suo racconto mostra due biglietti da cento dollari con le ultime innovazioni anti falsificazione. Come la Corea del Nord sia entrata in possesso dei clichè necessari a stampare i dollari fuorilegge rimane ancora un mistero ma di sicuro la circolazione di queste banconote non si è mai interrotta.

Nord Corea, l’agente Kasper prigioniero dei dollari sporchi. Agente Kasper, Luigi Carletti “Supernotes” Mondadori. Lo Stato canaglia stampa banconote false che la Cia usa per finanziare operazioni clandestine, scrive il 17/04/2014 Alberto Simoni su "La Stampa”. La fabbrica dei dollari sta in Nord Corea, macina banconote dello Zio Sam per miliardi di dollari. «Centoni» falsi ma veri con tanto di volto di Benjamin Franklin. Macchina, carta, i rarissimi marcatori... Che ci fanno fuori dagli Stati Uniti, lontani migliaia di miglia dal Bureau of Engraving and Printing? Producono «supernotes». Le zecche americane non sono due bensì tre. La terza se ne sta nascosta a Pyongsong, la «città chiusa» a due passi da Pyongyang, batte moneta solleticando i desideri del dittatore nordcoreano di turno e fornisce cash in abbondanza ai servizi segreti Usa per le loro operazioni clandestine. Dollari falsi, ma verissimi, non esistono nei budget, esistono eccome sul mercato. Sono made in Corea anziché in Usa. E custoditi in bancali nei sotterranei dell’ambasciata nordcoreana a Phnom Penh. I nordcoreani stampano, i cambogiani a modo loro custodiscono, gli americani tirano i fili. I custodi della democrazia mondiale e lo Stato canaglia si minacciano ma combuttano e fanno affari.

L’intrigo internazionale è smascherato da un ficcanaso italiano che per aver visto troppo, chiesto troppo, parlato (forse) troppo, è andato all’inferno per tredici mesi prima di tornare a respirare l’aria di casa, colline della Toscana, una moglie e una bimba piccola. Ebbene chi è questo ficcanaso? Il suo nome è Agente Kasper, ma potremmo chiamarlo Hornet, Comandante Carlos e altro ancora, pilota Alitalia (e non solo) agente sotto copertura dell’intelligence italiana per 30 anni, prestato talvolta alla Cia, titolare di un bar a Phnom Penh da dove ha condotto l’indagine che lo ha portato ad annusare le supernotes e a firmare così la sua condanna all’inferno, le carceri cambogiane e soprattutto il lager di Prey Sar. Ci resta 373 giorni nelle carceri, marzo 2008-aprile 2009. «L’inferno esiste e io ci sono stato», scrive. Volevano farlo sparire, l’avidità di carcerieri che bramano i soldi di quell’occidentale nerboruto la cui famiglia da lontano può pagare per garantirgli che l’inferno sia meno inferno, lo tiene in vita. Scrive un diario, pagine fitte, divora quaderni e matite.

Sono questi appunti da Prey Sar che diventano un libro, ovviamente intitolato Supernotes scritto con il giornalista Luigi Carletti. Quasi 400 pagine di suspense, emozioni, imprevisti, poche pause, pudici indugi ai sentimenti. Il lager, pare di vederlo, coperto di fango, le piogge incessanti del Sud Est asiatico che anziché lavare, insozzano. La cella d’isolamento, buco interrato in mezzo al piazzale del carcere che quando diluvia Kasper deve aggrapparsi alla grata e guardar in su, il cielo, per non essere inghiottito dall’acqua. Vermi, larve non uomini in quei lager che Kasper racconta. Pugni, coltelli, morte, risse, affari e traffici, secondini talvolta compiacenti talvolta ansiosi di sangue. Kasper da qui ci racconta la sua vita, il suo essere (stato) 007, uomo d’intelligence sempre in bilico fra vita e morte, e fra vero e falso. Vecchi missioni e l’ultima, maledetta, a caccia di Supernotes. Non dà risposte, non anticipa conclusioni, vaga insieme al lettore fra le pagine in cerca della verità. Ci arriva vicino. Coglie il senso, ma Kasper non dà l’ultima zampata. Il perché è successo tutto ciò è una risposta abbozzata, biascicata. Nemmeno Kasper lo sa.

E’ egli stesso un mistero. Certo che esiste, che è vero, il suo nome compare in inchieste e nei registri di Regina Coeli dove finisce per 4 giorni nel 2009, gli amici sono in carne ed ossa, le persone citate note (come l’allora procuratore Pier Luigi Vigna che guidò due operazioni contro il narcotraffico, «Pilota» e «Sinai» e Kasper era della partita come affiliato ai Ros). E la sua storia? Possibile che per 13 mesi un cittadino italiano sia evaporato in un lager cambogiano e non vi sia uno straccio di azione del nostro governo su quello di Phnom Pehn? Solo un avvocato, una misteriosa pentita, qualche amico di Kasper nei Ros, una lettera dell’allora ministro Frattini ai famigliari («Seguiamo il caso....»), uno strano console faccendiere francese e Marco Lanna, console onorario italiano in Cambogia... Pochissimo. Eppure è anche questo intreccio fra verità e fiction che tormenta il lettore, «sarà tutto vero?».

Vera la storia, esagerati i dettagli? Il contrario? Chissà. Pistole, droga, agenti della Cia e dell’Fbi, inseguimenti, esecuzioni, il cinese colto, il contractor tedesco, il boss thailandese che naviga nell’oro, il senatore cambogiano buono per necessità (prende mazzette ma avverte Kasper del pericolo), il lager e l’italiano ficcanaso con l’amico americano Clancy, uomo Cia ovviamente. Atmosfera da Alias, il telefilm di spie con la bellissima Jennifer Garner (ora signora Affleck) che si sdoppia in centinaia di persone per combattere i nemici. Ma almeno lì, in tv, è finzione c’è il bene e c’è il male. Qui invece c’è Kasper con i suoi giochi di specchi. Vera o falsa? Accontentiamoci della storia. Strepitosa. 

La Fabbrica dei dollari, scrive Carlo Bonini il 23 marzo 2014 su "La Repubblica". Per tredici mesi, dal marzo 2008 all'aprile 2009, un cittadino italiano ha attraversato l'inferno della prigionia in Cambogia. In una caserma, quindi in un ospedale lager, infine nel campo di concentramento di Prey Sar, alle porte di Phnom Penh. Chi lo aveva spinto in quell'abisso — «uomini dell'intelligence americana» che lo consegnano ai servizi cambogiani con «un'accusa farlocca» di riciclaggio, racconta lui — aveva deciso che non dovesse uscirne vivo e che il «segreto» che aveva scoperto se ne andasse con lui. Un segreto — spiega oggi — chiamato «Supernotes», banconote da 100 dollari «vere ma false», stampate con macchine e clichet «autorizzati» niente di meno che in Corea del Nord, con cui l'intelligence americana paga clandestinamente ciò che l'opinione pubblica non può e non deve conoscere. Regimi canaglia, narcotrafficanti e tutto ciò che si può e si deve pagare al mercato nero della sicurezza nazionale.

Sentite un po'. «Le zecche americane del Bureau of Engraving and Printing che stampano banconote non sono due, ma tre. La terza — macchina, carta e tutto il resto, inclusi i rarissimi marcatori — non si trova sul territorio statunitense, bensì in Corea del Nord. Il Paese del dittatore pazzo che gioca con l'atomica. Delle esecuzioni di massa. Delle minacce e della censura. Lo Stato canaglia nemico degli Usa. Talmente canaglia che nessuno può andare a ficcarci il naso. Sono americani quelli che fanno girare le ruote del dollarificio. Sono loro a gestire il traffico di valuta. A utilizzarne i proventi colossali. Americani. Quale che sia la loro sigla. Quale che sia il cappello che si mettono per l'occasione. La struttura per la stampa dei dollari è localizzata nei dintorni di Pyongsong, una città di centomila abitanti a nord-est della capitale Pyongyang. La chiamano "la città chiusa". Gli stranieri non possono entrarvi. La struttura fa parte della Divisione 39 dei servizi segreti nord-coreani. La Divisione 39 gestisce i fondi riservati del leader coreano. Una dotazione stimata in circa cinque miliardi di dollari». Insomma, «il dittatore nord-coreano minaccia gli Usa e nel frattempo incassa una robusta percentuale nella produzione di Supernotes. Dal canto loro, Cia, Nsa e le altre agenzie finanziano le proprie attività con fondi che i bilanci statali non potrebbero mai garantire».

Ebbene, di questo cittadino italiano, del buco in cui è finito e del segreto che dice di custodire, per tredici mesi, nessuno sembra voglia davvero occuparsi con convinzione. La sua storia non affaccia nelle cronache. Il suo caso semplicemente non esiste. L'allora ministro degli Esteri Franco Frattini scrive una lettera ai familiari in cui genericamente li rassicura sull'impegno della nostra diplomazia nel risolvere quello che viene classificato come l'arresto di un cittadino italiano residente all'estero in forza di un provvedimento di altro Paese straniero (gli Usa) per riciclaggio e reati fiscali. Il «cittadino» deve dunque cavarsela da sé. Dalla sua, ha un'avvocatessa caparbia, Barbara Belli, una donna che lo ama, Patty, e un'anziana madre che vive a Firenze, grazie alle cui rimesse in contanti attraverso Money Transfer («Alla fine, circa 250mila euro versati in più tranches», dice mostrando le ricevute di pagamento), compra la propria sopravvivenza nel lager in cui è rinchiuso e dove viene regolarmente pestato a sangue. Perché quel denaro, per i suoi aguzzini cambogiani, è una fortuna a cui non si possono voltare le spalle. Poi — è appunto l'aprile del 2009 — il nostro riesce a evadere dal suo inferno e a raggiungere l'Italia. Dove, tuttavia, lo attende un mandato di cattura per un'accusa di bancarotta fraudolenta. Si costituisce nel carcere di Regina Coeli, a Roma, dove resta per quattro giorni e viene interrogato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Francesco Ciardi («Capaldo era convinto che fossi al centro dei misteri d'Italia»). Una volta scarcerato, si esilia in una casa di campagna dove getta in un baule il diario sporco di sangue e sudore della sua prigionia, si mette a coltivare gli ulivi, apre una palestra di arti marziali frequentata da ex appartenenti a corpi militari di élite, si tiene in allenamento con qualche lancio in paracadute, diventa padre di una bambina e trascorre notti insonni inseguito dagli incubi di ciò che ha attraversato e dal fantasma del suo passato. Fino a quando non cerca e rintraccia un giornalista che si era occupato di lui, Luigi Carletti. Gli racconta la sua storia, ora scritta in un libro su cui la la Mondadori scommette molto: Supernotes. Quel cittadino italiano nel suo libro di memorie si fa chiamare "Agente Kasper". È un uomo controverso e la sua storia promette di suscitare un vespaio.

In una palazzina liberty di Roma, in un ufficio illuminato dal primo sole della primavera, Kasper, 55 anni, sorride fasciato da una tshirt aderente blu e pantaloni verde cachi dalle ampie tasche che ne disegnano il corpo massiccio e atletico. Sul bicipite destro fa mostra di sé una grande tatuaggio. Un gladio coronato dal motto unus sed leo. All'anagrafe, Kasper ha un nome e un cognome. Che Repubblica conosce bene per essere stato all'onore delle cronache negli anni '90 e ancora nei giorni della sua permanenza a Regina Coeli nel 2009. Un nome e un cognome che Kasper e la Mondadori chiedono che non venga reso pubblico. «Il mio nome non ha importanza — dice lui —. La mia vita è cambiata. Sono diventato padre. Con quel mondo ho chiuso. Mi importa solo che un giorno mia figlia, digitando su Google, non pensi che suo padre è stato quello che hanno scritto di lui i giornali. Cose del tipo, "un ex di Avanguardia nazionale che negli anni della militanza studentesca andava in giro con un dobermann" e che certa magistratura ha fatto pensare che fossi, infilandomi anche in golpe da operetta. Mentre la verità è solo che da ragazzo io ero di destra e da adulto ho fatto una vita che non poteva essere raccontata. In fondo, il libro serve a svelare una verità che altrimenti sarebbe morta con me». Quel mondo è il luogo delle ombre e degli specchi che chiamiamo intelligence. Dove nulla è fino in fondo vero o falso. E dove, soprattutto, nulla è mai ciò che appare. Una regola che vale anche per Kasper.

Dice di sé: «Ho lavorato per il mio Paese come agente sotto copertura dall'inizio degli anni '80, subito dopo essermi congedato da carabiniere. Prima per il Sismi, poi per il Ros. Il mio lavoro di copertura era pilota di aereo per compagnie civili. L'Ati prima, L'Alitalia poi, fino al '98. Per il mio operato ero stato proposto per una medaglia al valor civile che non mi è stata mai consegnata». Agente sotto copertura, dunque. E tuttavia, assolutamente irregolare. Kasper non risulta sia mai stato incardinato nel nostro Servizio mi-litare, né nel Ros dei carabinieri, per il quale ha comunque partecipato a due operazioni contro il narcotraffico ("Pilota" e "Sinai") istruite dall'allora procuratore di Firenze, Pierluigi Vigna, e di cui è traccia documentale in sentenze passate in giudicato. «Nulla di più, nulla di meno. Dall'operazione Sinai in poi, il Ros non ha più avuto rapporti operativi con Kasper. Nei carabinieri Kasper ha svolto il servizio di leva e i carabinieri sono un organismo di polizia giudiziaria che opera su direttiva della magistratura, non sono un Servizio segreto», dicono oggi al comando del Raggruppamento speciale dell'Arma. «Non potevo che essere un irregolare — osserva lui — perché certe cose possono farle solo gli irregolari. Né ho mai manifestato l'intenzione di diventare effettivo alla nostra intelligence. Sarei finito a marcire dietro una scrivania. E non era quella la vita che volevo».

La vita che Kasper voleva la racconta nel suo Supernotes. Roba da arditi. Pistole, stupefacenti, agenti della Cia, del Fbi o semplicemente ex spioni che nella Ditta sono stati per poi mettersi in proprio e diventare free-lance dell'intelligence. Volti e gesti stravolti dall'adrenalina nei diversi angoli del globo. Un plot in cui il lettore non ha molta scelta. Credere o meno a ciò che legge. Che i dollari della vergogna, falsi ma veri, esistano («Li ho visti con i miei occhi»), che il governo abbia abbandonato questo suo cittadino perché scomodo. Non fosse altro perché dagli atti ufficiali della nostra magistratura e della nostra diplomazia risulta un racconto capovolto che suona così: Kasper viene arrestato su richiesta dell'Fbi perché accusato di frode informatica, uso di documenti falsi e di aver riciclato quattro milioni di dollari, viene assistito dalla nostra ambasciata a Bangkok anche attraverso il console a Phnom Pehn, visitato e monitorato nel periodo della sua prigionia e quindi regolarmente rilasciato dalle autorità cambogiane con un visto in uscita che gli ha consentito di raggiungere Vienna in aereo.

Luigi Carletti, il giornalista che di Kasper ha raccolto le memorie, dice: «Si può pensare quel che si vuole della storia che mi ha raccontato. Ma un fatto è certo. Tutti i procedimenti contro di lui sono improvvisamente evaporati. Non se ne sa più nulla. In Italia, in America, in Cambogia. Nessuno lo ha più cercato. Forse perché quelle accuse erano strumentali. O no?». Kasper sorride. «Voglio pensare che devo la mia vita alla buona sorte e a un amico come l'ex comandante del Ros, il generale Ganzer. Che ci sia stato lui dietro la mia fuga da Prey Sar». Ganzer, oggi in pensione, schiarisce la voce: «Nel '98, dissi a Kasper che essendo stato esposto a un grosso rischio con le operazioni Pilota e Sinai, la sua collaborazione con il Ros doveva ritenersi conclusa per sempre. Da allora, in modo del tutto autonomo, Kasper si è prima messo nei guai con agenti del Nocs e della Finanza. Poi ha aperto un bar in Cambogia, dove è finito in carcere su rogatoria americana. In quei tredici mesi, l'unica cosa che feci, fu attivare la nostra Direzione Centrale dei Servizi Antidroga perché l'addetto a Bangkok e il nostro console in Thailandia si sincerassero di quanto stava accadendo. Ho visto Kasper l'ultima volta quando si è costituito al Ros nel 2009 per essere accompagnato a Regina Coeli. Mettiamola così. Kasper è un uomo intelligente ma anche molto avventuroso». Carlo Bonini, 23 marzo 2014. 

IL MISTERO DI ETTORE MAJORANA.

"Majorana visse in un convento del Sud Italia. Ecco le prove". Foto mai viste e lettere inedite del genio della fisica scomparso nel 1938 aprono nuovi e clamorosi scenari Rolando Pelizza, che fu suo allievo: "Si nascose grazie al Vaticano", scrive Rino Di Stefano su “Il Giornale”. Sciascia aveva ragione: Ettore Majorana non sarebbe morto suicida, né tanto meno sarebbe fuggito in Venezuela. Lo scienziato scomparso nel nulla il 27 marzo del 1938 a poco più di 31 anni, mentre era docente di Fisica teorica presso l'università di Napoli, non si sarebbe mai mosso dall'Italia. Per essere più precisi, avrebbe chiesto e ottenuto di essere ospitato in un convento del Sud Italia, dove sarebbe rimasto fino alla fine dei suoi giorni. A rivelare questa nuova verità su uno dei più grandi geni che l'Italia abbia mai avuto, è Rolando Pelizza, 77 anni, l'uomo che da sempre sostiene di essere stato l'allievo di Majorana e di averlo aiutato a costruire una macchina in grado di annichilire la materia, producendo quantità infinite di energia a costo zero. Pelizza, però, non si limita a raccontare la sua storia. Questa volta tira fuori delle prove concrete, e cioè lettere e foto, che dimostrerebbero, al di là di ogni ragionevole dubbio, che in effetti avrebbe realmente conosciuto e frequentato colui che, ancora oggi, chiama il «suo maestro». Le foto sono due: la prima risale ai primi anni Cinquanta, la seconda agli anni Sessanta. La somiglianza con il giovane Majorana è impressionante. La più importante delle lettere risale al 26 febbraio del 1964, quando in una missiva di sette facciate, lo scienziato scomparso riconosce al suo allievo il merito di aver terminato cum laude il ciclo delle lezioni che egli gli ha impartito. La lettera ha un riscontro concreto. In data 28 gennaio 2015 è stata affidata alla dottoressa Sala Chantal, grafologa specializzata in ambito peritale/giudiziario, con ufficio a Pavia, la quale, paragonando la calligrafia degli scritti lasciati a suo tempo da Majorana con il testo della lettera stessa, ha effettuato una completa perizia calligrafica di 23 pagine, conclusa con le seguenti parole: «Detta lettera è sicuramente stata vergata dalla mano del sig. Majorana Ettore». «Dal 1° maggio 1958 al 26 febbraio 1964 sono stato allievo di Ettore Majorana - racconta Rolando Pelizza - e negli anni successivi sono stato suo collaboratore nella realizzazione del progetto di costruzione della macchina produttrice di antiparticelle. Posso affermare senza tema di smentita che Ettore Majorana non è morto nel 1938: l'ho conosciuto e frequentato e mi ha insegnato la "sua matematica" e la "sua fisica" e poi mi ha accompagnato con i suoi insegnamenti per molti anni. Per onestà intellettuale, voglio affermare che la paternità dello studio che sta alla base della macchina è opera esclusiva di Majorana». Prendendo dunque per buona e corretta la perizia della dottoressa Chantal, esaminiamo che cosa c'è scritto in quella lettera del 1964. Tanto per cominciare, il testo inizia con una dichiarazione che non lascia dubbi circa il ruolo di allievo che avrebbe avuto Pelizza. Singolare che, per evitare di dire dove si trovi, la lettera si apra con l'intestazione «Italia, 26-2-1964». Questo espediente verrà usato anche nelle altre lettere. «Caro Rolando - scrive il presunto Majorana - Ti ricordi il nostro primo incontro, avvenuto il 1° maggio 1958? Ne è passato di tempo. Oggi si può dire terminato il periodo delle mie lezioni. Ti promuovo a pieni voti, sia in fisica sia in matematica. Come ben sai, quanto hai appreso va molto oltre le attuali conoscenze; per tanto non misurarti con nessuno, perché potresti scoprirti. Anche se qualcuno conoscendoti, ti provocherà, tu ascolta e fingi di non capire; so bene che questo sarà molto difficile, ma credimi: se, dopo aver sentito quello che ti dirò, accetterai di realizzare la macchina, dovrai fare questo e molto di più. Ora sei sicuramente pronto per affrontare il compito di realizzare la macchina; conosci perfettamente ogni particolare, hai appreso dettagliatamente la formula necessaria per il funzionamento della stessa; ora ti consegno disegni e dati per il montaggio. Solo una cosa ti chiedo: devi essere molto prudente. Disegni e dati non sono tanto importanti; la formula, invece, va ben custodita. Per nessun motivo deve cadere in mano di altre persone: sarebbe la fine, di sicuro». A rendere ancora più verosimile il tono della lettera, sono le raccomandazioni che il professore rivolge al suo studente, in vista della realizzazione della macchina. Il mondo è quello che è, per cui lo invita alla prudenza: «Prima di decidere se accettare o meno il compito di realizzarla, devi sapere bene a cosa andrai incontro - avverte -. Almeno questo è il mio parere, ricordalo bene. Nonostante il mio desiderio di vedere questa macchina realizzata sia immenso (per il bene dell'umanità, che purtroppo sta andando incontro ad un terribile disastro a causa del nefasto impiego delle varie scoperte), voglio che tu rifletta prima di decidere: da questo dipenderà la tua esistenza. Se, ultimata la macchina, sarai scoperto prima della sua presentazione, secondo i dettagli che più oltre ti fornirò, sarai sicuramente in pericolo di vita; potrai essere vittima di un sequestro, come minimo, ma ci potranno essere molte altre gravi ripercussioni. Se dopo tutto questo, deciderai di realizzarla comunque, te ne sarò eternamente grato e sono contento di aver intuito subito che tu eri la persona giusta». Passati gli avvertimenti, il professore elenca nel dettaglio le precauzioni da prendere. Ed è molto scrupoloso nel farlo: «Dopo la riuscita del primo esperimento - spiega - dovrai predisporre vari dossier da depositare in luoghi ed a persone varie di piena fiducia. Dovrai costituire una fondazione alla memoria dei tuoi cari (in questo modo non solleverai sospetti). Di questa fondazione, tu sarai il fondatore e il presidente, mentre nel consiglio dovrai cercare di inserire nomi conosciuti e di fiducia; dovranno essere persone di varie categorie, ad esempio: un avvocato, un medico, uno psicologo, un professore di storia dell'arte, ed altre professioni; io ti farò avere il nome di uno o più fisici. Dovrai organizzare almeno due o tre convegni differenti. Poi, un convegno di Fisica sull'argomento che io proporrò al fisico, o forse più fisici, del consiglio. Nel frattempo, dovrai presentare la macchina che hai realizzato, adducendo di aver effettuato il lavoro con la collaborazione dei sopra citati fisici (o fisico?). Penserò io ad informare questi ultimi su come comportarsi al momento opportuno. Poi presenterai il piano d'azione da intraprendere successivamente. La macchina sarà presentata solo dopo la realizzazione della seconda fase, che consiste nel riscaldamento della materia, una fonte inesauribile di energia sotto forma di calore». A leggere la lettera si evince che il Majorana che si nasconde in convento non è poi così lontano dal mondo come sembrerebbe. A quanto pare, continua a tenere contatti con l'esterno e comunica con altri fisici che lo conoscono bene. Il professore continua ricordando all'allievo il giuramento fatto e gli ricorda che, al momento, la macchina è ancora in fase sperimentale. «Tieni sempre presente il giuramento che abbiamo fatto - ammonisce - per nessun motivo, anche a costo della vita, sarà ceduta come strumento bellico, ma dovrà essere usata esclusivamente al fine di migliorare la nostra esistenza». Il professore non manca di mettere in guardia l'allievo dalle conseguenze che potrebbero aspettarlo: «Non pensare che siano manie mie - mette le mani avanti -. Se verrai scoperto prima del tempo, cosa che spero tanto non succeda, tutto quanto detto finora, che ora può sembrare paranoico, è solo la minima parte del reale pericolo a cui andrai incontro. Investimento: so benissimo che provieni da una famiglia benestante, però pensaci bene. Sai quanto materiale pregiato serve per una sola macchina. Inoltre, prevedi che certamente ne andranno distrutte parecchie e dalla loro distruzione non ricaverai nulla, perché nulla rimane se non circa il quattro per mille, del materiale, ecc. Verificherai bene di quanto puoi disporre: è preferibile non iniziare che rimanere senza nulla e di conseguenza non poter terminare, per te e soprattutto per la tua famiglia, che andrebbe incontro a problemi molto seri. Avrei ancora molte altre cose da aggiungere per sconsigliarti di accettare, ma credo che bastino quelle dette, PENSACI BENE. In attesa della tua decisione. Tuo amico e maestro, Ettore». C'è da dire che, con un alto grado di preveggenza, il professore ha anticipato tutto ciò che è realmente accaduto a Pelizza nel corso degli anni. Infatti, dal 1976, anno in cui egli fece gli esperimenti che il professor Ezio Clementel, presidente del Cnen e ordinario di Fisica presso l'università di Bologna, gli commissionò per incarico del governo italiano, i guai di Pelizza non hanno avuto fine. A quel tempo era presidente del Consiglio Giulio Andreotti, al suo terzo mandato governativo. Anche se l'esperimento andò bene, e la macchina dimostrò tutta la sua efficacia, Andreotti decise di rompere ogni rapporto con Pelizza quando seppe che il governo americano, allora presieduto da Gerald Ford, si stava interessando al caso. Il presidente Ford inviò in Italia il suo rappresentante personale, l'ingegner Mattew Tutino, per prendere contatti con Pelizza. Da notare che nella società di quest'ultimo, la Transpraesa, i servizi segreti italiani (per la precisione il Sid, Servizio informazioni difesa) avevano infiltrato due colonnelli dei carabinieri: Massimo Pugliese e Guido Giuliani. Nonostante il governo degli Stati Uniti avesse offerto un miliardo di dollari per entrare a far parte della società, Pelizza si rifiutò di collaborare con gli americani quando questi gli chiesero, a titolo di prova, di abbattere alcuni loro satelliti geostazionari. In altre parole, utilizzare la macchina come un'arma. Subito dopo fu la volta del governo belga. Venne chiamata Operazione Rematon e prevedeva che Pelizza, il cui interlocutore era il primo ministro Leo Tindemans, brevettasse e depositasse il brevetto della sua macchina in Belgio. L'accordo fallì quando nell'aeroporto militare di Braschaat, nei pressi di Bruxelles, i belgi chiesero a Pelizza di distruggere un carro armato. Ancora una volta, dunque, la macchina veniva interpretata come un'arma. Il risultato fu che Pelizza fece intenzionalmente implodere la sua macchina e pretese di essere riaccompagnato in Italia. Da allora la vita di Rolando Pelizza è trascorsa in modo molto movimentato, con l'emissione di tre mandati di cattura internazionali, tutti ritirati nel corso del tempo. Fece molto parlare l'accusa che nel 1984 gli rivolse il giudice Palermo per aver costruito illegalmente «un'arma da guerra chiamata il raggio della morte». Ma al processo Pelizza venne assolto con formula piena. Di lui parlarono spesso anche i giornali. Ecco, per esempio, un brano tratto da un articolo della rivista OP del 15 luglio 1981: «Come non definire "l'operazione Pelizza" un best seller della letteratura gialla internazionale? Purtroppo si tratta di una vicenda vissuta, di una storia tutta italiana iniziata nel 1976 e non ancora conclusa. Siamo in possesso di informazioni dettagliate, con tanto di nomi e date, che ci inducono a ritenere che quella che può essere catalogata come "l'operazione Pelizza" non è il parto di Le Carré o di Fleming e che la sua scoperta non è "la macchina per fare l'acqua calda" come qualcuno ha voluto dire». Ma ci fu anche chi lo attaccò duramente. Nel 1984, in una serie di articoli, La Repubblica definì Pelizza «fantasioso traffichino di provincia», paventando che dietro la presunta invenzione di quello che veniva definito «raggio della morte» ci fosse una colossale truffa. Ovviamente nessuno spiegava che, in presenza di un'eventuale truffa, ci dovesse essere anche un eventuale truffato. Ma il messaggio era comunque lanciato. Stanco di questa continua battaglia, adesso Pelizza ha deciso di vuotare il sacco. Ed ecco quindi le lettere e le foto di Majorana in convento: «Già nel 2001 il mio maestro mi aveva autorizzato a rendere pubblico il mio contatto con lui. Non l'ho fatto perché speravo di far conoscere questa verità in modo molto più morbido e graduale. Ma purtroppo non è stato possibile: troppe maldicenze e calunnie sono state messe in giro contro di me in questi anni. Adesso, dunque, ho deciso di dire tutto e di far conoscere la verità sulla sorte di Ettore Majorana». Una lettera illuminante, a questo proposito, è quella che Pelizza mostra con data 7 dicembre 2001. Gliela inviò, sostiene, il suo maestro proprio per autorizzarlo. «Da ora - si legge - se lo riterrai opportuno, sei libero di usare il mio nome, di divulgare i nostri rapporti, gli scritti e fotografie; se lo farai ti prego di rivelare i veri motivi che mi hanno spinto nel 1938 ad allontanarmi da tutti, per dedicarmi allo studio, nella speranza di arrivare in tempo e poter dimostrare al mondo scientifico che esistevano alternative importanti e senza pericoli. Purtroppo tu ben sai che non sono arrivato in tempo, pur avendo alternative migliori, che a tuttora non sono servite a nulla. Riservati l'ultimo segreto, dove e come mi hai conosciuto, il luogo e i fratelli che da sempre mi hanno segretamente ospitato». Pelizza, infatti, si rifiuta categoricamente di dire in quale convento Majorana sia stato ospitato per oltre mezzo secolo e dove, ancora oggi, sarebbe sepolto. «Il mio maestro non ha mai preso i voti - sostiene Pelizza -. Egli è stato ospitato in convento e lì, grazie alla protezione del Vaticano, è riuscito a vivere e a studiare per tanti anni, senza essere disturbato. Conoscevano la sua situazione e sapevano del suo dramma interiore, che rispettavano. Comunque, so che anche durante la sua vita conventuale, si è messo in contatto con personalità scientifiche che si sono occupate di lui. Non so quanti abbiano realizzato che il loro interlocutore fosse proprio lo scomparso Ettore Majorana, ma così è stato». A dimostrazione di questa corrispondenza tenuta con il mondo accademico, c'è la copia di una lettera che Majorana avrebbe scritto al professore Erasmo Recami, ordinario di Fisica presso l'università di Bergamo e conosciuto per essere il maggior biografo di Majorana. La data della lettera è del 20 dicembre del 2000: «Egregio Professor Erasmo Recami (...) mi permetto di rivolgermi a lei come un collega, chiederle un parere ed eventualmente un aiuto, nel caso lei ritenga valido il consiglio che ho dato al mio collaboratore e che leggerà nello scritto a lui indirizzato. Conoscendo molto bene il mio allievo, sono sicuro che dei miei consigli inerenti all'abbandono del progetto, non si curerà; quindi la pregherei di provare a convincerlo, per il suo bene. Se proprio non sentisse ragioni e volesse continuare, veda se, una volta letti tutti i documenti inerenti ai rapporti tra me e lui fino ad ora, ritiene opportuno pubblicarli, per il bene futuro del nostro mondo. Quando parlo del futuro del nostro mondo, mi riferisco al surriscaldamento del pianeta, cosa che io avevo previsto già nel 1976, quando diedi a Rolando una relazione dettagliata sul tema, e le sue conseguenze: dai primi sintomi, all'inizio del 2000, all'incremento del problema a partire dal 2010, in seguito al quale è lecito aspettarsi delle vere e proprie catastrofi ambientali. Relazione che Rolando, a sua volta, consegnò al Dott. Mancini, il quale, in quel momento, era stato incaricato dal governo di occuparsi dello sviluppo della macchina. «La macchina in oggetto, oggi è in grado di rigenerare l'ozono distrutto, semplicemente tramutando l'anidride carbonica in ozono nella quantità mancante, e l'eccesso in qualsiasi altro elemento da noi voluto. Ma le sue possibilità sono infinite: ad esempio, essa è in grado di produrre calore illimitato senza distruggere la materia, quindi senza lasciare residui di nessun genere. Con la pubblicazione di questi studi, l'umanità verrà a conoscenza che, per la volontà di poche persone (comportamento che a tutt'oggi non riesco ancora a comprendere) sta perdendo l'opportunità di un futuro migliore. «Solo per il fatto di aver letto quanto da me scritto, le sono infinitamente grato. I miei più cordiali saluti, Suo Ettore Majorana». Inutile dire che il professor Recami restò molto impressionato da questa lettera, ma come ci ha poi dichiarato, non basta una lettera a dimostrare che sia stata scritta proprio da lui. Insomma, mancando una precisa evidenza scientifica, non riusciva ad accettare l'idea di essere in contatto con colui che per anni è stato l'oggetto dei suoi studi. Pelizza mostra un dossier di una dozzina di lettere inviate dal suo maestro tra il 1964 e il 2001, anno in cui smise di avere contatti. A quel tempo Majorana aveva 95 anni. Stanco e malato, si preparava a rendere la sua anima a Dio e non volle mai più ricevere il suo allievo in convento. Su sua precisa disposizione, le sue spoglie sarebbero state seppellite in terra consacrata, sotto una croce anonima, come si usa per i frati di clausura. Il Vaticano ha sempre mantenuto il segreto e non ha mai reso pubblico nulla sulla sua vita in convento. Pare invece che tutte le carte appartenenti a Majorana siano state spedite in Vaticano, dove ancora oggi sarebbero in corso di archiviazione.

Lo scienziato e la cittadina vaticana. La Procura chiude i gialli storici. L’archiviazione sulla scomparsa del fisico catanese precede la conclusione di un’altra indagine pluridecennale, quella sulla «ragazza con la fascetta». Analogie e retroscena, scrive Fabrizio Peronaci su “Il Corriere della Sera”. Le analogie - dando per scontate le ovvie specificità dei due casi - sono numerose: le scomparse di Ettore lo scienziato catanese e di Emanuela la figlia del messo pontificio hanno segnato periodi importanti del Novecento italiano; su entrambe ha aleggiato lo spettro di deviazioni e di oscure ragioni di Stato; sia per l’uno sia per l’altra si è fatta l’ipotesi di una segregazione in ambiente religioso, fosse esso un monastero in Calabria o un convento di clausura sperduto tra l’Alto Adige, il Lussemburgo e il Liechtenstein; in ambi i casi sono state offerte consistenti somme di danaro (30 mila lire da Mussolini, un miliardo dagli Orlandi) a chi fosse stato in grado di fornire notizie utili e decisive; le relative inchieste sono andate avanti per decenni. Ora, per un bizzarra coincidenza che forse proprio casuale non è, il caso Majorana e il caso Orlandi arrivano nello stesso periodo al loro esito giudiziario presso la stessa Procura, quella di Roma. Per il giallo del fisico svanito nel nulla dopo aver lasciato Napoli nel 1938 a bordo di un piroscafo diretto a Palermo i magistrati, dopo averne accertato la presenza in Venezuela negli anni Cinquanta, hanno optato per la richiesta di archiviazione, sentendosi certi di poter escludere «condotte delittuose o autolesive», vale a dire l’omicidio o il suicidio. Appurato che il genio degli studi sull’atomo era in vita molti anni dopo, e non essendo emersi elementi sospetti, il giallo è stato insomma considerato chiuso, anche se la fine non è nota. Diverso, almeno nel paradigma conclusivo, appare il quadro investigativo legato alla scomparsa della «ragazza con la fascetta», avvenuta nel giugno 1983. L’inchiesta per sequestro aggravato dalla morte dell’ostaggio (che sta per concludersi con la richiesta di rinvio a giudizio davanti a una Corte d’assise o, al contrario, con un’archiviazione) ha infatti portato nel corso degli ultimi sette anni all’iscrizione di sei persone sul registro degli indagati. Lo scenario di un’azione violenta ai danni della vittima, nell’ambito di un presunto ricatto attuato contro il Vaticano di Giovanni Paolo II e del capo dello Ior Marcinkus, con la partecipazione «operativa» di elementi della banda della Magliana, è stato ritenuto concreto, sulla base di precisi indizi. Tre dei sei indagati erano infatti agli ordini del boss «Renatino» De Pedis: uno avrebbe guidato la macchina in cui c’era Emanuela, al Gianicolo, prima della consegna a un non meglio specificato prelato, mentre gli altri due «sgherri» avrebbero pedinato la ragazza nei giorni precedenti il rapimento. Oltre a monsignor Pietro Vergari, discusso rettore della basilica di Sant’Apollinare dove fu poi inspiegabilmente sepolto il boss, e Sabrina Minardi, l’ex amante di «Renatino»che ha confusamente ricordato di aver visto gettare due sacchi (con dentro, forse, il corpo di Emanuela), in una betoniera, la conta degli indagati chiama in causa l’ultimo arrivato (nel 2013), il più sorprendente, reo confesso: quel Marco Fassoni Accetti che si è autoaccusato di aver avuto un ruolo come organizzatore e telefonista nel sequestro Orlandi (e in quello collegato di un’altra quindicenne, Mirella Gregori), per conto di un gruppo di laici ed ecclesiastici favorevoli alla Ostpolitik del cardinale Casaroli, all’epoca impegnati in una guerra di potere contro il fermo anticomunismo di papa Wojtyla e la (mala) gestione dello Ior da parte dello spregiudicato Marcinkus. Erano i tempi – giova ricordarlo, per inquadrare il duplice fronte di tensioni all’ombra del Vaticano – delle indagini sull’attentato al Papa polacco avvenuto due anni prima (maggio 1981) per mano del turco Alì Agca e del crack dell’Ambrosiano dal quale era derivata la morte del banchiere Calvi sotto il ponte londinese dei Frati Neri, l’anno precedente (giugno 1982). Il duplice sequestro Orlandi-Gregori, secondo il supertestimone più recente, che ha detto di aver atteso le dimissioni di papa Ratzinger per farsi avanti, sarebbe dovuto durare pochi giorni con un primo obiettivo concreto: indurre Agca a ritrattare l’accusa ai bulgari di essere stati i mandanti dell’attentato, in cambio della falsa promessa di una sua scarcerazione in tempi brevi attraverso la grazia, ottenibile proprio in seguito al ricatto operato su Santa Sede e Stato italiano con il rapimento delle quindicenni. Sta di fatto che, sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela, il 28 giugno 1983, effettivamente il Lupo grigio cambiò versione, «scagionando» la Bulgaria (e quindi la Russia) da uno degli eventi più drammatici del periodo della Guerra Fredda. Ma questo è solo uno dei tanti passaggi al vaglio dei magistrati, in questa inchiesta-monstre anch’essa degna della penna di Leonardo Sciascia. Per sciogliere l’enigma Orlandi, adesso, la Procura di Roma è chiamata a valutare uno ad uno centinaia di indizi, riscontri, prove; dovrà essere definito il ruolo avuto dagli indagati o, in caso di archiviazione, andrà motivata la loro uscita di scena dalla cerchia dei sospettati. Procedere per sottrazione, come nel caso Majorana, non è possibile. Anche perché, purtroppo, quella ragazzina dal viso simpatico e i lunghi capelli scuri nessuno l’ha mai più rivista.

Il nipote e la verità su Majorana: non si uccise, io credo a Sciascia. «Lui in Venezuela? Non escludiamo nulla, aveva capacità enormi». «Giocava a calcolare chi avrebbe vinto una guerra: un umorismo para-matematico», scrive Massimo Sideri su “Il Corriere della Sera”. «Non credo che il mio prozio Ettore Majorana si sia ucciso, nessuno di noi lo ha mai pensato. Ha voluto fare una scelta precisa - è questa l’opinione in famiglia - più in linea con le sue capacità intellettuali, i fatti che conosciamo e anche l’opinione delle persone che gli erano più vicine al tempo, cioè la zia Maria, sua sorella». Salvatore Majorana, 43 anni nato a Catania dove quel cognome ancora oggi rappresenta una dinastia (Salvatore Majorana Calatabiano, nonno di Ettore, era stato ministro dell’Agricoltura e dell’Industria ai tempi di Giolitti) è il pronipote del famoso fisico scomparso nel ‘38 e lavora all’Iit di Genova dove guida l’ufficio di Technology Transfer. Rassomiglia a Ettore in maniera impressionante.

Come avete reagito alla notizia che secondo la Procura di Roma Ettore Majorana fosse vivo tra il ‘55 e il ‘59 in Venezuela?

«Era noto che ci fosse un’indagine sulla scomparsa di Ettore ma non pensavo che fosse ancora aperta e che fosse in mano alla Procura. Comunque l’ipotesi della scomparsa di Ettore era già circolata da anni e anche la fotografia non è nuova. Ciò che è nuovo è il collegamento della fotografia all’amico meccanico, Francesco Fasani, tant’è che sarei curioso di vedere il fascicolo».

Veniamo agli elementi probatori. La fotografia: lei rassomiglia moltissimo al suo prozio. Ritrova i tratti della sua famiglia in questa foto scattata in Venezuela?

«Non mi ci ritrovo neanche un po’. Ettore era del 1906 dunque nella fotografia avrebbe 49 anni. Anche ipotizzando che possa avere avuto una vita difficile non trovo in quel volto un legame con la foto diffusa che se non ricordo male era quella del libretto universitario. La sensazione è che ci sia la voglia di attribuire una soluzione al confronto».

Però le conclusioni della Procura sono compatibili con la vostra convinzione, cioè che Ettore Majorana quel giorno non si sia ucciso.

«Non discuto il risultato finale ma siamo perplessi sul metodo».

Il cognome Bini, usato secondo Fasani dal suo prozio, vi dice qualcosa in famiglia?

«Su due piedi no».

Altro elemento usato dalla Procura è una cartolina del 1920 di Quirino, zio di Ettore, altro famoso fisico.

«Non trovo plausibile che avesse quella cartolina in automobile 35 anni dopo».

In famiglia avete cercato delle prove su cosa possa avere fatto dopo la scomparsa nel ‘38 Ettore Majorana?

«Tutti noi in famiglia siamo sempre stati persuasi delle sue grandissime capacità di collegare i suoi studi agli eventi bellici. Ricordiamoci che stiamo parlando degli anni poco prima della Seconda guerra mondiale. I cargo che portavano le persone in America erano diffusi. In quell’epoca se volevi sparire ci riuscivi anche senza essere un genio».

L’ipotesi di Sciascia era che potesse essersi ritirato in un convento della Calabria. Cosa ne pensa?

«Dopo il libro qualcuno andò anche a controllare. Dai registri non risultava nulla. Ma questo, evidentemente, non significa che non ci sia stato. Di certo Sciascia fece un lavoro di inchiesta».

Un testimone ha raccontato di averlo incontrato a Roma, nell’81, insieme al fondatore della Caritas romana, monsignor Luigi Di Liegro.

«Sono tutte ipotesi che hanno del verosimile. Mi sembra strano però che la famiglia non abbia avuto traccia di una sua permanenza in Italia».

Un aneddoto che vi tramandate in famiglia?

«Faceva giochi matematici per calcolare come sarebbe andata a finire una guerra sulla base di cannoni e navi: aveva un suo umorismo para-matematico».

Giallo Majorana: testimone, era clochard a Roma, scrive “L’Ansa”. Visto nel 1981 con il fondatore della Caritas romana. Poi in convento. Si infittisce il giallo su Ettore Majorana. Dopo la conferma da parte della Procura di Roma che il fisico catanese scomparso nel 1938 era vivo nel periodo 1955-1959 e si trovava nella città venezuelana di Valencia, oggi è il turno di un testimone oculare che, in un'intervista all'ANSA, assicura di aver incontrato lo scienziato all'inizio degli anni '80 a Roma. "Majorana era sicuramente vivo nel 1981 ed era a Roma. Io l'ho visto", riferisce il testimone spiegando di averlo incontrato nel centro della Capitale insieme a monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana. Era un senzatetto, che poi è stato riportato nel convento dove era ospitato, afferma il testimone. "Sono stato tra i collaboratori più vicini di monsignor Di Liegro e con lui abbiamo incontrato Majorana probabilmente il 17 marzo 1981. E non è stata l'unica volta, l'ho incontrato in tre-quattro occasioni", prosegue l'uomo - un programmista regista originario della Calabria, ma trasferitosi a Roma da giovane - che chiede di mantenere l'anonimato. "Majorana stava in piazza della Pilotta, sugli scalini dell'Università Gregoriana, a due passi da Fontana di Trevi. Aveva un'età apparente di oltre 70 anni", racconta ancora il testimone. L'uomo, che all'epoca faceva parte di un gruppo che assisteva i senzatetto, rimase colpito dal fatto che uno dei clochard disse, inserendosi in una conversazione, che quel clochard aveva la soluzione del "Teorema di Fermat", l'enigma del '600 che per secoli è stato un rompicapo per i più grandi matematici e che all'epoca non era stato ancora risolto. La soluzione, infatti, risale solo al 2000. "A quel punto gli dissi di farsi trovare la sera seguente perche volevo farlo incontrare con Di Liegro". L'incontro avvenne e il sacerdote portò via il senzatetto con la sua auto. "Dopo un'ora e mezza tornò e mi disse: 'sai chi è quell'uomo? E' il fisico Ettore Majorana, quello scomparso. Ho telefonato al convento dove lui era ospite e mi hanno detto che si era allontanato. Ora ce l'ho riportato'". Il testimone racconta di aver saputo da don Di Liegro, che a sua volta lo aveva appreso dal responsabile del convento, "che Majorana aveva intuito che gli studi che stava facendo avrebbero portato alla bomba atomica e ha avuto una crisi di coscienza e voleva essere dimenticato. Sempre il responsabile del monastero gli disse che prima Majorana era ospite di un convento di Napoli e poi andò a finire in questo nei pressi di Roma. Erano certi che fosse lui anche per una cicatrice su una mano, la destra. Chiesi a don Luigi di riferirlo ai parenti di Majorana, ma lui disse che non potevamo. Io per tanti anni ho provato a tornare sull'argomento, ma don Di Liegro, che non lo riferì a nessuno, nemmeno ai suoi più stretti collaboratori, non voleva saperne e mi raccomandò di tacere. Mi disse di non dire niente a nessuno almeno per 15 anni dopo la sua morte, avvenuta il 12 ottobre 1997. Ormai il tempo è passato".

IL MISTERO DEL MOSTRO DI FIRENZE.

INSABBIAMENTI E MASSONERIA. I DELITTI DEL MOSTRO DI FIRENZE.

Mostro di Firenze, Ros trova un’ogiva a 33 anni dall’omicidio della coppia francese. Gli inquirenti della Procura di Firenze attendono adesso le perizie balistiche. Esperti al lavoro anche per evidenziare eventuali tracce organiche sull'ogiva tali da consentire un esame del Dna, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 3 dicembre 2018. I carabinieri del Ros hanno estratto un’ogiva rimasta dal 1985in un cuscino trovato nella tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, la coppia di giovani francesi ultime vittime del mostro di Firenze. Un colpo a vuoto che non venne trovato nel corso delle indagini di 33 anni fa e che, come spiega La Nazione che ha anticipato la notizia, è stato estratto e consegnato al consulente della procura, nell’ambito della nuova inchiesta, per verificare se sia stato sparato dalla Beretta calibro 22 o da un’altra pistola. L’ogiva (che è la parte anteriore di un proiettile, ndr) è stata recuperata nel corso dei rilievi voluti dalla Procura di Firenze nell’inchiesta, coordinata dal pm Luca Turco, che vede indagati l’ex legionario Giampiero Vigilanti, 88 anni, insieme al medico Francesco Caccamo, 87enne. Gli inquirenti attendono adesso le perizie balistiche. Esperti al lavoro anche per evidenziare eventuali tracce organiche sull’ogiva tali da consentire un esame del Dna. Per gli ultimi quattro duplici delitti seriali avvenuti nel Fiorentino vennero condannati, come complici di Pietro Pacciani (nella foto), Mario Vanni e Giancarlo Lotti, i cosiddetti ‘compagni di merende’, entrambi deceduti. Pacciani, condannato in primo grado a più ergastoli per 7 degli 8 duplici omicidi e successivamente assolto in appello, è morto prima di essere sottoposto a un nuovo processo di appello, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Cassazione.

Vigilanti a La Vita in Diretta: «Non sono io il mostro di Firenze, mi hanno messo in croce», scrive Martedì 4 Dicembre 2018 Il Messaggero. «Se sono il mostro di Firenze? “No di certo. Come faccio ad essere il mostro di Firenze io?». Così l’ex legionario, Giampiero Vigilanti, indagato di recente dalla Procura di Firenze, ai microfoni de La Vita in Diretta, il programma di Rai1 condotto da Francesca Fialdini e Tiberio Timperi. «Sono indagato chissà perché…forse perché ero il più adatto, nel senso che io ho girato il mondo, sono stato nella legione straniera, ho fatto la guerra del Vietnam e hanno pensato che io potevo fare queste cose, poi avevo le pistole». Chi è allora il mostro di Firenze? «Chissà, se lo sapessi non lo direi di certo a nessuno. Mi hanno messo in croce sempre in questa maniera, che ho fatto di male io?».

Pietro Pacciani e il Mostro di Firenze: un giudice racconta tutta la verità, scrive Michele D. il 4 dicembre 2018 su Che Donna. Una storia che ha terrorizzato l’Italia intera dalla metà degli anni 70 fino a inizio anni 90. Stiamo parlando della storia di Pacciani e del Mostro di Firenze. Enrico Ognibene, presidente della Corte d’Assise che nel 1994 condannò a 7 ergastoli Pietro Pacciani, ha fatto al Quotidiano nazionale una rivelazione importante”: Il Mostro di Firenze non era solo”. Questa storia del Mostro di Firenze è tornata a galla a causa di un ritrovamento di un proiettile ritrovato dentro il cuscino della tenda della coppia di francesi uccisa agli Scopeti nel 1985. Questo duplice omicidio fu l’ultimo di una serie di tragedie avvenute sulle colline fiorentine e che ha terrorizzato tutti in quegli anni: “I REPERTI ERANO TANTI, PUÒ ESSERE SFUGGITO, NON È COLPA DI NESSUNO. RICORDO CHE C’ERA UNA STANZA ALL’AULA BUNKER PIENA DI REPERTI”. LA NUOVA PERIZIA POTREBBE CAMBIARE LA STORIA DELL’INCHIESTA, DOPO A 33 ANNI DI DISTANZA.

Ognibene poi spiga ancora: “PACCIANI FU PROSCIOLTO PER IL DELITTO DEL 1968, PERCHÉ SI TRATTAVA DI UN OMICIDIO SARDO. “LOTTI PARLÒ SOLO DI QUEGLI OMICIDI CHE POI SON STATI ATTRIBUITI AI COMPAGNI DI MERENDE. LA DINAMICA DEGLI SCOPETI DICE CHIARAMENTE CHE IL MOSTRO NON POTEVA ESSERE DA SOLO”. IL GIUDICE HA DUE CERTEZZE: “LA PISTOLA È UNA E SEMPRE LA STESSA. NON SI SCAPPA”, E SOPRATTUTTO PACCIANI È “COLPEVOLE FINO A PROVA CONTRARIA. ABBIAMO FATTO IN SERENA COSCIENZA TUTTO CIÒ CHE SI DOVEVA FARE”.

Insomma una storia che torna ancora a galla. Un mistero sul quale si sono fatte parecchie ipotesi. Dalla pista dei sardi, fino a quella delle sette sataniche guidate da un misterioso medico trovato morto in fondo al lago Trasimeno, ma il cui corpo non ha mai parlato chiaro. Una storia che fa ancora male alle tante famiglie che hanno perso dei figli nel pieno dei loro anni e che ancora non hanno avuto giustizia. Pacciani è morto prima di nuove indagini. Morto di infarto dicono, ma qualcuno invece sostiene che la morte del contadino sia stata pilotata da qualcuno. Lui e i suoi compagni di merende sanno la verità, ma non hanno mai parlato di tutto quello che era a loro conoscenza. Una storia triste italiana. Speriamo che la scienza e i continui progressi nelle indagini portino un pò di luce sulla Toscana ferita e straziata dal Mostro di Firenze.

Mostro di Firenze. Morti sospette ed errori. Cinquant'anni di misteri. Oggi gli inquirenti hanno affidato anche alle indagini scientifiche le speranze per arrivare a una verità definitiva sul mostro di Firenze, scrive Stefano Brogioni il 4 dicembre 2018 su La Nazione. Dimenticati, persi o spariti. L’inchiesta sui delitti del mostro di Firenze è anche una sequenza di lacune negli accertamenti, errori nella custodia, distrazioni, dimenticanze. Tra certezze e leggende, la storia dei sedici omicidi, e pure delle altre morti collaterali, è costellata di punti interrogativi. Anche clamorosi. L’ogiva recentemente rinvenuta nel cuscino degli Scopeti sarebbe bastato andarla a cercare prima, ad esempio. Più di un perito, infatti, aveva ipotizzato con ragionevole certezza la presenza di reperti balistici in ciò che stava dentro la tenda. Ma nessuno aveva mai effettuato questa verifica. Certo che, anche quando invece le verifiche sono state fatte, non sempre hanno sgomberato il cielo dalle nuvole. Anzi. Ricordate lo straccio di Salvatore Vinci? All’indomani del delitto di Vicchio, 1984, i carabinieri lo perquisirono e gli trovarono un cencio sporco di sangue e di residui di sparo. Il giudice istruttore Rotella lo spedì in Inghilterra, dove la ricerca in campo genetico era più avanti rispetto all’Italia. Ma l’accertamento non dette l’esito sperato e oggi, di quello straccio, restano soltanto le perizie, perché è andato perso. Smarrito. Eppure oggi, con i progressi scientifici raggiunti, forse avrebbe potuto dare qualche risposta positiva. O escludere definitivamente un protagonista che tutt’oggi stuzzica fantasie colpevoliste. Ma non c’è da stupirsi, visto che, a proposito di «pista sarda», proprio dalle colonne di questo giornale Mario Spezi scrisse che era andato incredibilmente smarrito pure l’anonimo (Uno scritto? Una lettera? Un ritaglio di giornale?) che, nell’estate del 1982, dopo l’omicidio di Baccaiano, aveva sollecitato il collegamento tra i delitti del mostro e quello del 1968, vittime Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. Così oggi, per ricostruire come effettivamente venne messo in relazione al mostro un delitto maturato nell’ambienti dei sardi (era stato condannato il marito della Locci, Stefano Mele) bisogna togliere una bella coltre di «mito» per restare ancorati ai verbali del maresciallo Francesco Fiori, che si attribuì tutto il merito del ricordo di quell’omicidio degli amanti, a Castelletti, per mano di una calibro 22 mai ritrovata.

Ma di stranezze ce ne sono a bizzeffe, in questa storia infinita. Certe mancanze diventano quasi sospette, quando oggi, i progressi dei metodi investigativi e il dna avrebbero potuto eliminare le ombre o dare nuovi impulsi a un’indagine che non si chiuderà mai. Nella storia del mostro ci sono anche le cosiddette morti collaterali. Milva Malatesta venne bruciata in auto assieme al figlioletto Mirko di appena tre anni nell’agosto del 1993. Era la figlia di Renato, ufficialmente suicidatosi ma con ampi dubbi anche su quella dinamica, e di Maria Sperduto, l’amante di Pietro Pacciani, in quel momento inquisito per tutti e otto i duplici omicidi del mostro. Accanto alla Panda della Malatesta, era stata abbandonata una tanica, da cui probabilmente era stata rovesciata la benzina utilizzata per appiccare il fuoco. Magari su quella tanica c’erano tracce biologiche? Non lo sapremo mai, perché è stata trafugata durante una strana intromissione all’ufficio corpi di reato, a Prato, dove era custodita. Oggi, in compenso, la procura ha un proiettile in più da analizzare, sotto gli aspetti balistici e genetici. Ma non ha mai potuto contare su tutti i bossoli che, dai risultati balistici risultavano sparati dalla Beretta mai ritrovata. Forse perché le scene del crimine, erano un via vai di gente, non soltanto investigatori. «Mancavano i brigidini, e poi quella era la fiera dell’Impruneta», sentenziò il giudice Enrico Ognibene.

Mostro di Firenze, la verità di Giuttari: "Indagate sulla seconda pistola". Parla il poliziotto che incastrò i compagni di merende, scrive il 5 dicembre 2018 La Nazione. Articolo ESCLUSIVO / Mostro di Firenze, c'è una nuova pista. Spunta un proiettile dopo 33 anni. Abbiamo raggiunto in Germania Michele Giuttari, lo scrittore-poliziotto. Racconta in esclusiva a La Nazione le sue intuizioni investigative, quelle che 17 anni più tardi si confermeranno valide e importanti, ma che lui aveva messo nero su bianco in un’informativa per i magistrati che indagavano sui delitti del Mostro di Firenze. Oggi, per la prima volta, pubblichiamo alcuni stralci di questa corposa nota (260 pagine). «Ho sempre ritenuto, grazie all’esperienza maturata in lunghi anni di indagini, che l’ufficiale di pg debba assumere una posizione propositiva nel suo rapporto col pm. E, anche nelle indagini sui complici di Pietro Pacciani e poi sui possibili mandanti, ho adottato questa linea. Proprio in questa ottica più volte a partire dal 2000 ho ho chiesto anche ufficialmente che fossero disposti accertamenti di natura scientifica in particolare sui bossoli e proiettili repertati nei luoghi dei duplici omicidi».

LE RICHIESTE DEL 2001 - Non a caso al punto M della nota di Giuttari datata 3 dicembre 2001 e inviata a Canessa si legge: «Disporre una consulenza balistica su tutti i reperti attinenti ai duplici omicidi anche allo scopo di verificare l’ipotesi dell’eventuale utilizzo di una seconda pistola sempre di calibro 22 o di altro calibro». Diciassette anni fa Giuttari lo aveva già scritto. «In quasi tutti i sopralluoghi erano stati raccolti bossoli in numero inferiore ai colpi effettivamente esplosi e inoltre dalle varie perizie balistiche eseguite a suo tempo avevo rilevato che gli esami erano stati eseguiti solo su un campione: su due bossoli e un proiettile per ogni delitto. In qualche delitto (quello del 1982) su nessun proiettile perché si erano presentati gravemente danneggiati».

IL FAZZOLETTO DEL MISTERO - «Nel 2004 – continua Giuttari – poi ho chiesto allo stesso pm di voler disporre esami scientifici su un fazzolettino di sangue rinvenuto agli Scopeti dopo qualche giorno dal delitto. Questo rinvenimento mi era apparso particolarmente importante considerato che dalla dinamica esecutiva si era accertato che la vittima francese maschile dal fisico atletico aveva tentato la fuga e, raggiunto dall’assassino, aveva sicuramente resistito. Avevo quindi interrogato le persone che avevano scoperto il fazzolettino. E dalle loro dichiarazioni, insieme al sopralluogo, mi ero ancora di più convinto dell’utilità di quell’elemento».

IL GUANTO NUMERO 7 - Il fazzoletto era stato scoperto in un cespuglio insieme a un paio di guanti da chirurgo di misura piccola, la numero 7, con tutta probabilità riferibile a uno degli assassini. «Dopo mie insistenze – dice il poliziotto – il pm ha disposto l’esame del Dna, di cui non ho saputo l’esito perché il mio rapporto fiduciario col pm si era esaurito. Ho riflettuto molto su questo comportamento per me inspiegabile da parte di un pm con il quale c’era stato sempre un ottimo rapporto di collaborazione e di stima reciproca».

SANGUE DI GRUPPO B - «Ho anche pensato che quel fazzolettino, il cui esame del gruppo sanguigno rilevato all’epoca era di gruppo B, nell’ipotesi del serial killer solitario individuato all’epoca in Pietro Pacciani, avrebbe potuto scagionare l’imputato che aveva altro gruppo (Pacciani era del gruppo A, ndr). Nell’ipotesi però dei nuovi risultati processuali quel Dna poteva essere utile. E sinceramente lo spero avendo appreso dalla stampa che i carabinieri hanno lavorato anche su quel fazzolettino evidentemente ritenuto anche da loro un elemento comunque da chiarire».

IL KILLER DELLA PROSTITUTA GENTILE - «Peraltro quel gruppo B aveva richiamato alla mia memoria il delitto di una prostituta, Clelia Cuscito, (un delitto insoluto) uccisa a coltellate a Firenze il 13.12.1983, soprattutto perché mi risultava che da lei andava frequentemente Mario Vanni Torsolo, che al suo amico che l’accompagnava in auto, Lorenzo Nesi, l’aveva definita la “prostituta gentile”. Nel sopralluogo eseguito all’epoca era stato rinvenuto un ciuffo di capelli con il bulbo che analizzati erano risultati appartenere a persona con gruppo sanguigno B. Questi per chi indaga sono elementi interessanti che meritavano approfondimenti».

IL DISPIACERE DELL’INVESTIGATORE - «Certo è che questa vicenda dei mostri mi ha creato tanti problemi e ha danneggiato la mia carriera segnata da una storia che neanche un capo della polizia poteva vantare. Comunque, se tornassi indietro, mi comporterei sempre nello stesso modo: da fedele servitore dello Stato quale sono stato». «Ho sempre ritenuto, grazie all’esperienza maturata in lunghi anni di indagini, che l’ufficiale di polizia giudiziaria debba assumere una posizione propositiva nella sua relazione professionale con il pubblico ministero titolare delle indagini. E, anche nelle indagini sui complici di Pietro Pacciani e poi su quelle sui possibili mandanti, ho adottato questa linea nel mio rapporto con il pm titolare. Proprio in questa ottica operativa e in fondo anche in un certo senso strategica più volte a partire dal 2000 ho rappresentato non solo verbalmente nei frequenti contatti di lavoro ma anche ufficialmente con apposite note la necessità che fossero disposti accertamenti di natura scientifica in particolare sui bossoli e proiettili repertati nei singoli sopralluoghi dei duplici omicidi». Non a caso al punto M della nota di Giuttari datata 3 dicembre 2001 inviata a Canessa si legge: «disporre una consulenza balistica su tutti i reperti attinenti ai duplici omicidi anche allo scopo di verificare l’ipotesi dell’eventuale utilizzo di una seconda pistola sempre di calibro 22 o di altro calibro». Diciassette anni fa Giuttari lo aveva già scritto. «Questo sostanzialmente perché in quasi tutti i sopralluoghi erano stati raccolti bossoli in numero inferiore ai colpi effettivamente esplosi e inoltre dalle varie perizie balistiche eseguite a suo tempo avevo rilevato che gli esami erano stati eseguiti solo su un campione e non già su tutti: su due bossoli e un proiettile per ogni delitto. Per di più in qualche delitto (quello del 1982) su nessun proiettile perché si erano presentati gravemente danneggiati». Nel 2004 poi ho chiesto allo stesso pm di voler disporre esami scientifici su un fazzolettino di sangue rinvenuto agli Scopeti dopo qualche giorno dal delitto. Questo rinvenimento mi era apparso particolarmente importante per la sua riconducibilità al crimine considerato che dalla dinamica esecutiva si era accertato che la vittima francese maschile dal fisico atletico aveva tentato la fuga e, raggiunto dall’assassino, aveva sicuramente resistito. Avevo quindi interrogato le persone che avevano scoperto il fazzolettino. E dalle loro dichiarazioni, insieme al sopralluogo, mi ero ancora di più convinto dell’utilità di quell’elemento. Si era accertato il suo rinvenimento all’interno di un cespuglio insieme a un paio di guanti da chirurgo di misura piccola, la numero 7, con tutta probabilità riferibile a uno degli assassini che nella colluttazione col giovane francese fosse rimasto ferito. Dopo mie insistenze il pm ha disposto l’esame del Dna, di cui non ho saputo l’esito perché il mio rapporto si era esaurito dopo che il pm, replicando alle mie insistenze – eravamo nel mio ufficio dove era venuto a trovarmi -, mi aveva chiesto se per caso avessi avuto intenzione di indagare su di lui. Ho riflettuto molto su questo comportamento per me inspiegabile da parte di un pm con il quale c’era stato sempre un ottimo rapporto di collaborazione e di stima reciproca. Ed ho anche pensato che quel fazzolettino, il cui esame del gruppo sanguigno rilevato all’epoca era di gruppo B, nell’ipotesi del serial killer solitario individuato all’epoca in Pietro Pacciani, avrebbe potuto scagionare l’imputato che aveva altro gruppo. Nell’ipotesi però dei nuovi risultati processuali (team assassini) quel Dna poteva essere utile. E sinceramente lo spero avendo appreso dalla stampa che i carabinieri hanno lavorato anche su quel fazzolettino evidentemente ritenuto anche da loro un elemento comunque da chiarire. Peraltro quel gruppo B aveva richiamato alla mia memoria il delitto di una prostituta, Clelia Cuscito, (un delitto insoluto) uccisa a coltellate a Firenze il 13.12.1983, soprattutto perché mi risultava che da lei andava frequentemente Mario Vanni ‘Torsolo’, che al suo amico che l’accompagnava in auto, Lorenzo Nesi, l’aveva definita la “prostituta gentile”. Nel sopralluogo eseguito all’epoca era stato rinvenuto un ciuffo di capelli con il bulbo che analizzati erano risultati appartenere a persona con gruppo sanguigno B. Questi per chi indaga sono elementi interessanti chemeritavano approfondimenti. «Certo è che questa vicenda dei “Mostri” mi ha creato tanti problemi e ha danneggiato la mia carriera segnata da una storia che neanche un capo della polizia poteva vantare. Comunque posso affermare che, se tornassi indietro, mi comporterei sempre nello stesso modo: da fedele servitore dello Stato quale sono stato. L’unica cosa che non vorrei però subire sarebbe quella imputazione di abuso d’ufficio contestatemi dal pm Luca Turco per alcune intercettazione autorizzate dal gip.

La storia dei delitti del “mostro di Firenze”. La notte del 21 agosto di cinquant'anni fa fu usata per la prima volta l'arma con la quale nei successivi 17 anni vennero commessi altri sette duplici omicidi, scrive Il Post mercoledì 22 agosto 2018. La notte del 21 agosto di cinquant’anni fa, a Signa, in provincia di Firenze, fu usata per la prima volta l’arma con la quale nei successivi diciassette anni, e sempre in quelle zone, furono commessi altri sette duplici omicidi. Anche se il primo di quei delitti, quello del 1968, venne considerato legato agli altri solo quindici anni dopo, tutti a un certo punto vennero attribuiti a quello che i giornali chiamarono prima il “maniaco delle coppiette” e poi il “mostro di Firenze”. Quello del cosiddetto “mostro di Firenze” fu il primo caso di omicidi seriali in Italia riconosciuto come tale. La sua storia è intricata e confusa: inizia alla fine degli anni Sessanta, ma non è ancora stata del tutto chiarita. Un uomo di nome Pietro Pacciani, il più noto tra le persone coinvolte, venne condannato in primo grado e poi assolto in appello: morì prima del nuovo processo chiesto dalla Cassazione. Due suoi amici – i cosiddetti “compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti – vennero condannati per quattro degli otto duplici omicidi commessi. Nel tempo si è ipotizzato anche che potessero esserci stati dei mandanti, si parlò di moventi di natura esoterica, vi furono depistaggi, persone coinvolte che poi uscirono di scena e tantissime ipotesi. Tuttora è aperta un’inchiesta.

Le modalità. Tutti gli otto omicidi attribuiti al “mostro di Firenze” hanno coinvolto giovani coppie che si trovavano in luoghi appartati nella campagna fiorentina. Tutte le coppie, a parte quella dell’ultimo delitto, si trovavano in auto. Come è stato scoperto, ma solo a un certo punto, per tutti i delitti è stata usata la stessa arma, caricata con munizioni Winchester marcate con la lettera “H” sul fondello del bossolo. Spesso le vittime hanno subìto anche ferite d’arma bianca, e in diversi casi l’assassino ha asportato il pube delle donne uccise. In due casi le donne sono state mutilate del seno sinistro. I luoghi dei delitti hanno fatto pensare che l’assassino conoscesse bene il territorio e che, in alcuni casi, pedinasse le persone che poi decideva di uccidere.

Il primo duplice omicidio, 1968. Il 21 agosto del 1968, intorno a mezzanotte, furono uccisi Antonio Lo Bianco e Barbara Locci. Si trovavano dentro un’auto parcheggiata in una strada appartata vicino al cimitero di Signa, in provincia di Firenze. Lui era un muratore, aveva 29 anni ed era sposato. Lei faceva la casalinga, aveva 32 anni ed era a sua volta sposata. I due erano amanti e al momento dell’aggressione, in macchina con loro, c’era anche Natalino Mele, il figlio di 6 anni che la donna aveva avuto con il marito, Stefano Mele, un manovale sardo che viveva in Toscana da diversi anni. I due amanti morirono a causa di otto colpi di pistola sparati da vicino: quattro colpirono lei e quattro lui. I bossoli di cartucce ritrovati erano Winchester marcati con la lettera “H” sul fondello. L’arma non fu trovata, e non lo sarà mai. La prima persona che venne sospettata dell’omicidio fu il marito di lei, Stefano Mele. Nella storia c’erano comunque molte incongruenze: Mele risultò totalmente incapace di maneggiare un’arma, confuse il finestrino verso il quale partirono i colpi, ma dimostrò di conoscere tre particolari che poteva sapere solo qualcuno che avesse assistito alla scena. Cambiò versione dei fatti molte volte: prima negò tutto, poi accusò e coinvolse nell’indagine altri amanti della moglie sardi come lui (Salvatore e Francesco Vinci, per cui nelle indagini si parlò di “pista sarda”) e poi li scagionò, alla fine confessò e disse di essere stato lui. Anche il bambino, che prima disse di non aver sentito niente, alla fine ammise di aver visto il padre quella notte. Nel 1970 Stefano Mele fu condannato dal tribunale di Perugia a 14 anni di carcere. La storia sembrava essere finita qui, invece quindici anni più tardi questo delitto venne collegato ai successivi, e con questo delitto hanno a che fare le indagini attualmente in corso. Ci torniamo.

1974, 1981 e 1982. Il 14 settembre del 1974 a Sagginale, una frazione della comunità montana del Mugello, vennero uccisi Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni. Si frequentavano da circa due anni e al momento dell’aggressione si trovavano in auto, in una strada sterrata. Lui fu colpito cinque volte, lei tre: venne portata fuori dall’auto ancora viva e accoltellata decine di volte. Nella vagina le venne infilato un tralcio di vite e le furono asportati il seno sinistro e il pube. Anche il corpo di lui venne colpito con un coltello. Dalle indagini emerse che la donna aveva confidato ad un’amica di avere avuto un incontro insolito con una persona il giorno prima, e il suo insegnante di guida disse che durante una lezione erano stati pedinati. Nel 1981 i duplici omicidi furono due: il primo avvenne a Scandicci nella notte tra il 6 e il 7 giugno. Giovanni Foggi, 30 anni, e la sua fidanzata Carmela De Nuccio, 21 anni, si erano appartati con la loro auto. Lei venne ritrovata mutilata al pube come Stefania Pettini. Dopo il delitto di giugno venne sospettato e arrestato un uomo, scagionato però perché mentre si trovava in carcere venne commesso un nuovo omicidio. In ottobre, a Calenzano, vennero infatti uccisi Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni. La modalità fu la stessa degli altri casi. I due fidanzati si trovavano in auto lungo una strada sterrata, l’omicida sparò diversi colpi e poi ferì e mutilò con un coltello il corpo di lei. La donna aveva detto alla madre di essere pedinata. Al giugno del 1982 risalgono gli omicidi di Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. I due si trovavano in auto a Baccaiano, frazione di Montespertoli, fermi in uno slargo di una strada provinciale. Questa volta le cose andarono diversamente. I primi colpi sparati non uccisero Paolo Mainardi e l’uomo, probabilmente seduto al posto di guida, rimase inizialmente solo ferito: secondo la versione più condivisa riuscì ad accendere l’auto e ad attraversare trasversalmente la strada. Poi l’assassino sparò ancora, colpendo di nuovo i due ragazzi. Il luogo non era molto isolato e l’assassino non ebbe il tempo di mutilare il corpo della donna perché, probabilmente, sarebbe stato troppo rischioso. L’auto in mezzo alla strada e i corpi di Paolo Mainardi e di Antonella Migliorini vennero infatti trovati dopo poco. Lei era morta, lui respirava ancora ma morì il giorno dopo in ospedale senza aver ripreso coscienza. Questo delitto segnò anche una svolta nelle indagini: gli inquirenti collegarono infatti i delitti del 1974, 1981 e 1982 a quello avvenuto 14 anni prima a Signa, per cui un uomo, Stefano Mele, era già stato condannato: l’arma usata nel 1968 era la stessa utilizzata negli omicidi successivi. Quando venne fatto il collegamento, gli investigatori si ricordarono di Mele, lo interrogarono e lui tornò ad accusare Francesco Vinci. Nell’agosto del 1982 Vinci venne arrestato per maltrattamenti e due mesi dopo venne anche accusato di essere il “mostro di Firenze”. Poi avvenne un nuovo omicidio e Vinci venne scarcerato (fu trovato assassinato nel 1993 insieme a un amico in una pineta).

1983, 1984,1985. Il 9 settembre del 1983 a Giogoli, nel comune di Scandicci, furono uccisi due turisti tedeschi. Erano entrambi maschi, uno dei due aveva i capelli lunghi e venne probabilmente confuso con una donna. I corpi non vennero mutilati. A quel punto, e sempre sulla base di nuove dichiarazioni di Stefano Mele, vennero indagati suo fratello e il cognato. Mentre erano in carcere venne commesso un nuovo duplice omicidio, il penultimo. Claudio Stefanacci e Pia Gilda Rontini vennero uccisi nel luglio del 1984 mentre si trovavano nella loro Fiat Panda parcheggiata in una strada sterrata vicino a Vicchio. Si trovavano sul sedile posteriore e il corpo di lei fu accoltellato e mutilato del pube e del seno sinistro. La data dell’ultimo duplice delitto, l’ottavo, non è chiara. Era settembre ed era il 1985, ma i corpi di Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (anche lei accoltellata e mutilata) vennero trovati giorni dopo l’aggressione. Si trovavano dentro la loro tenda agli Scopeti, nel comune di San Casciano Val di Pesa. Qualche giorno dopo la scoperta dei corpi, alla procura di Firenze venne spedito in una busta anonima indirizzato a Silvia Della Monica, la pm incaricata delle indagini, un brandello del seno della donna.

Le indagini e Pietro Pacciani. Le indagini delle procure di Firenze e Perugia, fino ad allora, non avevano portato a niente di concreto: diverse persone erano state indagate, ma poi erano state tutte scarcerate. Nel 1991 le forze dell’ordine che indagavano esclusivamente su quegli omicidi seriali, e che erano riunite nella SAM (Squadra Anti-Mostro), si concentrarono su Pietro Pacciani. A quel tempo Pacciani si trovava in prigione per aver stuprato le sue due figlie, e aveva già scontato una condanna di tredici anni, quando ne aveva 26, per aver ucciso l’amante della fidanzata: li sorprese in atteggiamenti intimi, accoltellò l’uomo e poi costrinse la donna ad avere un rapporto sessuale accanto al cadavere. Dopo quell’arresto, Pacciani dichiarò di avere avuto un raptus, come si dice, poiché aveva visto la fidanzata che davanti all’amante si denudava il seno sinistro. Già nel 1985 una lettera anonima diceva agli inquirenti di indagare su Pacciani, e ne descriveva la personalità brutale e irascibile (era soprannominato “il vampa”). Inoltre il nome di Pacciani era già stato schedato dalla SAM tra le molte persone che avevano le caratteristiche dell’assassino seriale. Gli indizi che accusavano Pacciani erano diversi e venne arrestato nel gennaio del 1993 con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie. Nel 1994, il tribunale di Firenze lo condannò all’ergastolo per sette degli otto duplici omicidi di cui era accusato; Pacciani venne invece assolto per il duplice omicidio del 1968. Pacciani venne assolto anche in appello, ma la Cassazione nel 1996 annullò la seconda sentenza e ordinò un nuovo processo. Pacciani morì il 22 febbraio 1998, prima che il nuovo processo potesse cominciare, in circostanze non molto chiare (fu trovato morto in casa mezzo nudo, con tracce nel sangue di un farmaco anti-asmatico). In primo grado Pacciani venne condannato sulla base di vari elementi, perlopiù di valore indiziario. Un elemento invece trascurato in questi primi processi – e preso in considerazione solo più tardi – furono i grossi movimenti di denaro sul suo conto in banca, giudicati incompatibili con il mestiere dell’agricoltore. Nelle inchieste successive, invece, si ipotizzò che Pacciani e le persone che successivamente vennero condannate (ci arriviamo) ricevessero denaro per eseguire gli omicidi su commissione.

I “compagni di merende”. Dalla metà degli anni Novanta le indagini coinvolsero anche alcuni amici di Pacciani, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Fernando Pucci e Giovanni Faggi. Faggi venne assolto in tutti e tre i gradi di giudizio da ogni accusa riguardante gli omicidi e Pucci testimoniò contro i primi due amici dicendo di essere stato un testimone oculare di due degli otto omicidi. Vanni e Lotti vennero alla fine condannati in via definitiva per quattro degli otto duplici omicidi. Vi avrebbero partecipato con Pacciani e in alcuni casi sarebbero stati loro gli esecutori materiali. A un certo punto le indagini portarono gli inquirenti a ipotizzare l’esistenza di un secondo livello, che avrebbe agito come mandante dei delitti del “mostro” in base a un possibile movente magico-esoterico: c’erano state alcune testimonianze che andavano in questo senso e c’erano le grosse somme di denaro, non giustificabili, a disposizione di Pacciani dopo i delitti. L’ipotesi era che del gruppo dei mandanti facesse parte anche un famoso gastroenterologo, Francesco Narducci, trovato morto in barca poco dopo l’ultimo dei duplici omicidi del “mostro di Firenze”. Con lui si ipotizzò che c’entrassero anche molte altre persone, i familiari di Narducci e pure un giornalista che finì in carcere per quasi un mese. Questo filone delle indagini, alla fine, non portò a nulla. Da circa un anno c’è però un nuovo filone di indagine che coinvolge Giampiero Vigilanti, un uomo di 87 anni, e il suo medico. Vigilanti, ex legionario, è residente a Prato ed è nato a Vicchio, il paese in cui era cresciuto Pietro Pacciani. Conosceva Pacciani, conosceva i “compagni di merende”, era già stato coinvolto nelle indagini a metà degli Ottanta, possedeva molte pistole, compreso il modello usato per i duplici omicidi o uno simile. A casa sua sono stati trovati diversi articoli di giornale sui delitti dal 1968 in poi, dei proiettili dello stesso lotto usato dal mostro e si sa che possedeva una pistola che avrebbe potuto essere compatibile con quella usata per gli omicidi. Attualmente si è in attesa dei risultati di una perizia su molti reperti accumulati fino ad ora nell’inchiesta. A oggi ufficialmente, se non ci saranno nuovi sviluppi, la vicenda del “mostro di Firenze” è finita con la condanna ai “compagni di merende”.